The Project Gutenberg eBook of Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15) Author: Cesare Cantù Release date: September 3, 2023 [eBook #71554] Language: Italian Original publication: Torino: Unione Tipograficp/o-Editrice, 1874 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL. 13 (DI 15) *** STORIA DEGLI ITALIANI PER CESARE CANTÙ EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI TOMO XIII. TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1877 LIBRO DECIMOSESTO CAPITOLO CLXXV. La Rivoluzione francese. Dell’imitazione di Francia, sostituita alla evoluzione delle istituzioni patrie e storiche, apparvero gli effetti allorchè quel paese ruppe alla rivoluzione, che non dirigendosi a fini nazionali e speciali come le precedenti, ma a generali concetti, ad un ideale di libertà e d’umanità, valevole in ogni tempo e in ogni luogo, da ciò traea forza e importanza insolite, e il pericolo immanente che deriva dalla coscienza degl’intenti, sopravvivente alle istantanee commozioni. In fatti, scoppiata nel 1789, non è ancor finita oggi ch’io scrivo, dopo ottantott’anni di delitti atroci, di guerre sanguinose, di portenti dell’ingegno e del cuore, e il sovvertimento di tutte le cose umane e divine, e cento tentativi di restaurazione che fallirono tutti perchè, a mettere d’accordo le istituzioni coi costumi non bastano decreti o bajonette, parlamenti o galere. La Francia, concentrando tutta la gloria e la potenza nel re, tutta l’autorità nel Governo, tutta l’amministrazione nella capitale, avea fissato un oggetto a tutti gli scontenti, un fomite a tutte le passioni, una mira a tutti i novatori: e quell’attività che, divisa fra ciascuna provincia, fra ciascun Comune, sarebbesi sfogata in parziali intenti, si ritorse verso il Governo o per avervi parte o per contrariarlo; gli si appose ogni colpa dacchè voleva arrogarsi ogni merito; ammirando in Inghilterra il reggimento parlamentare, anche i Francesi bramarono circondare il re d’istituzioni rappresentative, dove i nobili principalmente, ma anche i pensatori e gli abbienti potessero esprimere i loro voti e concorrere a far leggi; leggi che sarebbero lo stillato di quella sapienza che da un secolo vagliavano e divulgavano i filosofi, banditrice d’emancipazione, di spregiudizio, di filantropia, di naturali diritti; e che proclamata l’umanità nelle scienze morali come la natura nelle fisiche, instillava all’uomo la persuasione della propria onnipotenza. Con quale ragione i re esigevano denaro senza chiederne il consenso al popolo contribuente, nè informarlo dell’erogazione? Pertanto, trovandosi angustiate le finanze, si gridò la necessità di radunare a consulta i notabili, e dietro a ciò di convocare gli eletti dello stato clericale, del nobile, del borghese, i quali spinti dal movimento pubblico, ben tosto (1789 19 giugno) presero il nome di Assemblea Nazionale. La sovranità del popolo era idea antica, e Rousseau aveala ridotta a teoria scientifica congiungendola col diritto naturale e col dogma d’un’intera libertà primitiva, che poteasi nè alienare, nè trasmettere; sicchè la volontà popolare è giustizia, è morale, è religione. Con questi o simili principi i filosofi voleano scomporre lo Stato in idea, per rifarlo secondo la ragion pura; i rivoluzionarj vollero distruggerlo in fatto, per costituirne uno nuovo razionale. Quelli contentavansi di transigere quando avessero la realtà contro di sè, e cercavano giustificare queste transazioni col supposto d’un tacito consenso, purchè se n’appagasse l’interesse teoretico: la rivoluzione invece volle annichilare ogni istituzione che non s’uniformasse a’ suoi predicati di ragion pura. Vedendo difettoso il sistema sociale, rappresentavasi qual tipo di perfezione l’uomo staccato da’ suoi simili, il selvaggio d’America, il figlio della natura. Perciò le costituzioni politiche riguardavano l’uomo isolato, invece di cercare ciò che in ciascuna età doveva convenire agli uomini a norma della precedente[1]: non si dà veruna associazione intermedia fra l’individuo e lo Stato; ben si formano colleganze d’individui e d’interessi, ma senza ordinamento permanente. Così i teoristi puri; alcuni però vagheggiavano le istituzioni inglesi, non accorgendosi come esse richiedano reciproco spirito di moderazione, profondo sentimento dei diritti delle due parti che si trovano a fronte, e come in nessun paese quanto in Inghilterra sia tanto apprezzata la libertà individuale, eppur tanto diffuso lo spirito d’associazione, mentre i migliori Francesi d’allora predicavano l’apoteosi dell’individuo isolato. Quest’è vero che, delle libertà che poi la Francia e l’Europa acquistarono, non una sola per avventura ce n’è che non fosse richiesta nelle commissioni che allora i comizj elettorali diedero ai deputati; i nobili abdicarono spontanei ai loro privilegi, e col clero s’eguagliarono al terzo stato; onorata la parola di popolo; formulati i diritti de’ cittadini; il re non essere che primo magistrato: sicchè assodando tali acquisti, poteansi anticipare quelle libertà, le quali invece si pericolarono in orridi esperimenti, che ad alcuni le fanno ancora spaventevoli. La rivoluzione, scoppiata quando appunto sembrava rinascere la concordia fra principi e popolo, dopo un secolo che si lavorava a redimere il genere umano col dargli, non la fede e la grazia, ma la volontà illuminata dalla ragione, mostrossi generosissima da principio, siccome un’ispirazione di sentimento; ma iniziata per improvvida leggerezza delle classi superiori, allattata da una filosofia che non riconosceva legittimo se non ciò che la ragione da sè riuscisse a creare e produrre, ingrandita dalle esitanze dei governanti, fu travolta nel vortice dagli ambiziosi, che, anelando ad un’influenza impossibile in tempi calmi, macchinavano la demolizione senz’ingerirsi della riedificazione; presto cadde in mano di sofisti, che la trassero negli orrori della demagogia; e da quella che prima parve una sommossa, uscì il totale spostamento della società civile dalle storiche sue basi. I deputati, raccoltisi per assodare il trono, gli si ritorsero contro; le assemblee primarie vollero governare; la plebe cominciò a tumultuare; i giornalisti e le conventicole, palestra di chi non ha nè l’elezion popolare, nè la consacrazione d’un carattere e d’un nome rispettato, faceano il loro consueto uffizio di seminar paure, malevolenze, furori, consigli esagerati; i rappresentanti vollero mostrarsi coraggiosi col sagrificare sentimento, opinioni, bene pubblico alla paura e alla popolarità. Luigi XVI, se non le amava, rassegnavasi alle novità che il secolo chiedeva; e al ben del popolo applicando le proposte dei filosofi, e filosofi assumendo a ministri, abbatteva le barriere da questi disapprovate, e dopo le dannose, anche le indifferenti, poi le utili, poi le necessarie; e di concessione in concessione, sempre persuadendosi che fosse l’ultima, si privò una dopo una di tutte le prerogative di re. Ben presto i deputati si eressero in Assemblea Costituente (1789 30 giugno); la parte puritana rivalsa, filantropicamente feroce scannava e scannava, e creava una società di mille ducento tirannicidi; giurati a togliere dal mondo i re. Non era più la nazione che operasse, bensì un partito, il _club_ dei Giacobini, sicchè non impropriamente tutti i fatti di quel periodo sono popolarmente attribuiti, anzichè ai Francesi, ai Giacobini. I quali dichiararono decaduto il re, poi mandarono al supplizio (1793 21 genn.) lui, sua moglie, sua sorella, e con loro uomini viziosi e uomini santi, intrepidi e codardi, sapienti e ignoranti, deputati e fanciulle, sacerdoti e miscredenti, bottegaj e marchesi, monache e meretrici, vittime e carnefici, con tremenda eguaglianza; centomila vite spegnendo fra gl’insulti d’una plebe cannibale, sopra decreto subitario di giudici implacabili perchè tremanti, i quali non so se più sia obbrobrio all’età passata l’averli prodotti, o alla nostra il pretendere giustificarli. Vedendo ai pensatori sottentrare gli uomini d’azione, poi i trascendenti, poi gl’invidiosi, poi l’infima ciurma, ciascuno strozzando i precedenti, ciascuno portato in trionfo prima d’essere trascinato alla forca, e stabilirsi la peggior tirannide, quella che si associa all’anarchia, molti vennero a discredere alla libertà e pensar necessario il despotismo, sciolto dalle forme e dalle consuetudini che prima lo tenevano nei limiti. L’Europa aveva esultato alle fauste promesse d’una rivoluzione che accelererebbe l’attuazione del bene; e quegl’Italiani che aveano tenuto l’occhio ai progressi del secolo, si rallegrarono di veder assicurate quella libertà ed eguaglianza che da diciotto secoli erano state dal vangelo severamente annunciate e testè dai filosofi predicate gajamente. Ma come videro fondarle su canoni arbitrarj, dedurne sofistiche e fin scellerate illazioni, distruggere con intolleranza raggionacchiante gli acquisti dei secoli, delle dottrine de’ gran savj abbandonarsi l’applicazione al braccio della canaglia e allo schiamazzo delle meretrici, se ne stomacarono; e mentre dinanzi tesseano idillj con Elvezio, con Rousseau, col Filangieri, sbigottivano alle notizie che confuse ed esagerate giungeano traverso ai pochi giornali e alle proibizioni, parlando solo di decapitazioni, affogamenti, mitraglia, di provincie che mandavano lardoni per ungere la ghigliottina, di Giacobini che giocavano alle palle con teste di nobili, di deputati che prometteano strozzar l’ultimo re colle budella dell’ultimo prete. Allora parve non solo dovere di principe ma d’uomo il mettere un freno a quel furore, se non altro il protestarvi incontro colla guerra. Leopoldo II fu il primo che osò avventare la scintilla in quell’ammasso di polvere; e a Mantova combinò (1791 27 agosto), a Pilnitz conchiuse un’alleanza di principi per istrappar dalla prigione i reali di Francia, e la Francia dalle branche dei Terroristi. Questi in risposta gli gettarono la testa del re e di chiunque era sospetto; e quando Leopoldo morì, Francesco II suo giovane figlio e successore si trovò incontro la guerra, ruggente dal Reno alle Alpi, e Francia che, accettata la sfida di Austria, Prussia, Inghilterra, accingevasi a spandere dappertutto i principj che nell’interno avea fatti sanguinosamente trionfare. Pio VI propose di raccogliere l’Italia tutta in una federazione sotto la sua supremazia. Era il concetto di molti suoi predecessori; il concetto che, cinquant’anni dopo, bastò a indiare chi lo ripropose: ma all’Austria la lega italica facea paura più che l’invasione nemica; Venezia e Genova non voleano pericolare i traffici loro nè i grossi capitali impiegati in Francia; il duca di Modena, sapendo che i suoi antecessori nelle lotte tra Francia ed Austria erano stati sbolzonati qua e là, provvedeva a mettere in serbo tesori; la Toscana parteggiava per le idee francesi e il ministro Manfredino di Rovigo, ne’ cui splendidi circoli brillavano il vecchio Pignoni e i giovani Fossombroni e Neri Corsini, era chiamato il marchese giacobino; laonde il granduca, tuttochè austriaco, fu il primo che riconoscesse la repubblica francese, e Carletti suo ministro a Parigi erasi fin reso sospetto per esuberante patriotismo. In Corsica l’Assemblea Costituente (1792) avea richiamato l’esule Paoli, che accolto in trionfo a Parigi e per tutta Francia, rivide la patria sperando sarebbe resa libera da que’ Francesi stessi che l’aveano incatenata. E raccomandava di preferire la fusione colla libera Francia a un’indipendenza che troverebbe venditori e usurpatori: — Quante volte non fu a me offerta la sovranità dell’isola! altri potrebbe valersene. Invece noi potremo giovare alla patria come rappresentanti nell’Assemblea, la quale un giorno darà lume e norma all’Europa intiera. Chi sa che gli eloquenti periodi non facciano crollare i troni dei despoti». Insieme diceva: — Deh nell’Assemblea ci fossero meno oratori e filosofi! La Magna Carta degl’Inglesi è breve; breve il bill dei diritti; ma quelle basi della libertà britannica non furono stese alla spensierata. Ora i Francesi cercano l’ottimo, e temo si espongano a perdere il buono; vorrebbero far tutto in una volta, e niente finora han fatto che non possa subito disfarsi». Poi la sua fede repubblicana vacillò quando vide la Francia divenir empia e sanguinaria, e trafficare di popoli: temeva vendesse la Corsica a Genova, e la barattasse con Piacenza; e in paese l’agitazione facesse prevalere gl’intriganti, i calunniatori, i ladri, gente che guadagna dei torbidi. — Se cotesti signori hanno in sospetto noi che col latte abbiamo succhiato l’amore della libertà e dell’uguaglianza, e per essa sofferto tanto, non sarà lecito a noi tenerci in guardia da certi, il cui patriotismo non data che da tre anni, e che per la patria non hanno sparso sangue, non sofferto esigli, non devastazioni di beni? Pare si voglia tenere la Corsica divisa in partiti, e per lo più chi risolve da lontano si appiglia al peggio». Poi ferito dalle solite ingratitudini popolane, disperò dell’esotica liberazione: — Non avrei mai creduto che ventun anno di despotismo avessero potuto distruggere tanta virtù pubblica, che in poco tempo la libertà avea fatto brillare nel nostro paese. Oh fossi morto il dì che seppi aver i Francesi donato alla nostra patria la libertà! Qual funesto avvenire non si offre alla mia mente! Siamo troppo lontani dal centro del movimento; il potere lontano non vede il male. Se lo vede, scrive lettere oratorie, che nulla valgono su animi impastati d’ignoranza e cupidigia, sconosciuti al mondo ed a se stessi, senz’idea del vero onore, e molto meno della vera gloria. Ah! e tanti sparsero il sangue sotto i miei ordini per dare la libertà a popolo tanto indegno!» Accusato da compaesani (1793), l’uomo intemerato fu tradotto a scolparsi davanti ai manigoldi di Parigi nei giorni del Terrore. Il deputato Matteo Buttafuoco scrisse (_Conduite politique du général Paoli_) contro di lui e di Saliceti; ma l’opinione pubblica gli si rivoltò, e in molte parti la colui effigie venne arsa come d’aristocratico[2]. Alfine la Corsica, esacerbata dagli eccessi de’ rivoluzionarj diede ascolto agl’Inglesi e agli altri nemici di Francia, e si ribellò. La repubblica francese, che, minacciata da tutta Europa, a tutti intimava guerra, avea spedito l’ammiraglio Truguet ad occupare la Sardegna, ottima per assicurarsi il Mediterraneo e tener in soggezione i Côrsi. Erasi supposto che quell’isola fosse ostile a’ suoi re per irrequietudini precesse: ma l’ardor nazionale vi rinacque, e sopite le rivalità, ognuno s’avventò alle armi. Fra gli apprestamenti attorno a Cagliari uno è sopraggiunto dal suo personal nemico, che gli avventa ingiurie e minacce; egli ascolta, reprimendo la smania di vendetta, poi curvasi a far una croce in terra; e rialzatosi con fronte risoluta — Per questa croce e per la causa che insieme difendiamo, ora ti perdono: partiti i nemici, ti darò risposta». Tra per questo e per una sformata procella, i Francesi dovettero ritirarsi lasciando qualche distaccamento; in quell’impresa fecero la prima comparsa due famosi; Massena, nizzardo al servizio piemontese, che vedendo non poter elevarsi perchè non nobile, era passato a Marsiglia, dove oscuro visse finchè la rivoluzione nol chiamò all’armi, e queste portò ai confini italiani, e contro Livenza patria sua, ch’erasi rivoltata ai repubblicani invasori: e Napoleone Buonaparte, giovane côrso, che contemporaneamente avea dalla sua patria assalite le isole dello stretto di Bonifazio, e dovette andarsene egli pure. Esultarono i principi d’Italia della vittoria sarda, faustamente ominandone alle divisate imprese: Pio VI mandava congratulazioni come di gloria immortale[3]: Paoli ne prese animo ad effettuare la sollevazione della sua patria, e cacciati i commissarj francesi, la offrì all’Inghilterra. Non era a credere che Francia torrebbesi in pace lo smacco sofferto, tanto più che altri casi pareano provocarne le armi. Ucciso il re, la Convenzione deputò Semonville a Costantinopoli per farvi riconoscere la repubblica; ma aveva incarico dai moderati di passare in Toscana, mentre Maret andrebbe a Napoli, onde combinar le guise di salvare gli altri membri della famiglia reale. Per giungervi senza metter piede in terre ostili, essi vennero ne’ Grigioni, donde per la Valtellina passerebbero sul Veneto e al mare. Ma l’Austria, d’accordo coi Planta famiglia allora predominante nella Rezia, pose un agguato presso Chiavenna (25 luglio), e violando il territorio amico, rapì que’ Francesi, e li mandò di prigione in prigione[4]. Roma, sbigottita d’una rivoluzione germogliata dall’empietà, e dell’empietà proclamatrice, interruppe i grandiosi suoi lavori, ospitò generosamente le vittime e i preti perseguitati; e Pio VI sfogava i suoi dolori in concistoro esclamando: — Ah Francia, dai predecessori nostri chiamata specchio di tutta cristianità, come ci sei oggi avversata? come resa più fiera di quanti mai v’ebbe persecutori? Ahi Francia, Francia!»[5] Pure guardavasi dal provocare i furori rivoluzionarj. Ma allorchè vide abolita la religione, trucidati i sacerdoti, invaso il territorio ecclesiastico d’Avignone e del Venesino[6], minacciato se stesso nelle canzoni patriotiche, ove preconizzavansi nuovi Galli alla Roma dei preti, nel suo stemma che bruciavasi, ne’ fantocci che si strascinavano e impiccavano a contumelia di lui, lanciò la scomunica contro la repubblica. Il cardinale Bernis, perchè ricusò dare il giuramento costituzionale che i rivoluzionarj esigevano dai preti, aveva cessato d’essere rappresentante della Francia a Roma; e verun altro essendovi stato aggradito, lasciavansi regolar le cose dalla legazione di Napoli. Quando si trattò d’esporre lo stemma della repubblica francese, come già erasi fatto a Genova, a Venezia, in Toscana, il papa ricusò. Makau, residente francese in Napoli, scrisse al cardinale Zelada segretario di Stato, poco importare che il papa riconoscesse la repubblica francese, la quale esisteva per propria volontà; ma volere che fra ventiquattro ore fosse posto quello stemma; e in caso d’opposizione o d’oltraggio ad alcun Francese, la gran nazione piglierebbe severa vendetta. Questa intíma egli fece presentare solennemente (1794 31 genn.) da La Flotte uffiziale di marina, e da Ugo Bassville segretario di legazione, i quali da alcuni mesi soggiornavano a Roma trescando; e La Flotte colle parole gravò il tono della lettera, la quale anche fu divulgata. Nè l’un nè l’altro vestivano carattere uffiziale; onde il Governo avrebbe potuto punirli come sommovitori, eppure trangugiò. Ma quei due uscirono pel Corso colle nappe tricolori, e il popolo ne assalì la carrozza, e gridando — Viva il papa, viva san Pietro» uccise Bassville; a fatica i soldati papali camparono gli altri e l’accademia francese dalla plebaglia, che si buttò a rubare, spogliar botteghe, assalire il ghetto; e per più giorni continuò urlando non voler più Francesi. Alle grida impotenti con grida terribili rispondeva Francia, imprecando all’intolleranza dei preti e agli stiletti degl’Italiani. Ma altrove occupata, per allora dovette contentarsi di mandare emissarj a disporre colle opinioni il trionfo delle armi. Grande stromento a ciò erano le loggie muratorie; e quelle di Napoli, tratto ardimento dalla vicinanza della flotta francese di La Touche, concentraronsi in un club rivoluzionario, ove discutere di legislazione e di riforme. Donato Frongillo vuolsi ne abbia dato spia; Rey, che Luigi XVI avea destinato ministro di Polizia e che era fuggito a Napoli, vi raccolse prove contro ventimila rei e cinquantamila sospetti di massoneria. Carolina, come austriaca e come sorella di Maria Antonietta, esecrava i Francesi, e la fomentavano Acton e gl’Inglesi, sperando ridurre quell’importantissima regione al loro patronato. Veduta la lunga lista dei proscritti, il marchese del Gallo le diceva, — Mandateli a far un viaggio in Francia, e se sono giacobini torneranno realisti»; ma essa, dalla paura resa spietata e detestando quel _vieto pregiudizio_ che affigge infamia al delatore, empì il paese di spie; di rei e di sospetti le fosse di Castel Sant’Elmo e di Messina; istituì una giunta di Stato che, di cinquanta arrestati, tre mandò a morte, di cui il maggiore avea ventidue anni; altri relegati o in carcere; undici sciolti. Del processante marchese Vanni, giudicato con passione come si fa sempre di questi manigoldi, fu detto esacerbasse i rigori, inventasse le colpe ove non potea trovarne; che processando fin Luigi Medici capo della Polizia, valente uom di Stato, gli contestasse lettere venute di Francia; ma che un giudice integro dimostrò essere scritte su carta fabbricata a Napoli. A Palermo, scopertasi una congiura (1793 agosto) di trucidare (diceasi) nel venerdì santo l’arcivescovo e i principali e stabilir la repubblica, fu decapitato un De Blasis, impiccati molti. Intanto invitavansi i possidenti a formare sessanta battaglioni di ottocento uomini, e venti squadroni di censessantacinque; si levò straordinariamente il sette per cento sui beni ecclesiastici, e gli argenti non necessarj delle chiese al tre e mezzo, e contro cedole di credito il denaro de’ banchi pubblici, i quali erano ricchi di settanta milioni di franchi per intenti di beneficenza; si raccolsero fin a trentaseimila armati, centodue legni di varia grandezza, con seicentodiciotto cannoni e ottomila seicento uomini di ciurma; e la fame spingea moltissimi ad arrolarsi. V’ha esagerazione evidente in quanto si disse allora e si scrisse poi contro quel Governo da chi aveva interesse a screditarlo: ma certo esso mancava di buona fede; non osando far appello al patriotismo, domandava gli argenti a titolo di «rimettere in vigore le antiche leggi suntuarie, tanto utili allo Stato»; faceva armi, nè dicea contro chi e perchè: i giovani, insofferenti del bastone tedesco, disertavano; degli altri moriva gran numero ne’ micidiali campi di Sessa e di San Germano. Insomma i principi d’Italia, non appoggiati all’opinione, sentivano il nembo dalla Francia avvicinarsi alle loro teste; nè di forze tampoco tenevansi provvisti, perchè le precedenti guerre aveano mostrato che da armi straniere si decidevano le sorti nostre, e perchè la succeduta pace ne gli aveva divezzati; e tutti pensavano quel che il granduca diceva: — Principoni, soldati e cannoni; principini, ville e casini». Questo in fatti non armava che quattromila soldati; un migliajo e mezzo Genova, stupendamente fortificata; altrettanti il Modenese; men del doppio Parma; due centinaja Lucca; seimila il papa colle fortezze del Po, d’Ancona e Civitavecchia. La Lombardia, forte per Mantova, Pizzighettone e Milano, non teneva in piedi più di ottomila uomini, cerniti dagli ergastoli o feccia venale; i Francesi nel 1705 v’aveano sperimentato la leva sforzata, ma invano; quando Maria Teresa nel 1759 la ritentò, i giovani fuggivano; Giuseppe II ne esentò questa provincia; e adesso che, scoppiata la guerra della rivoluzione, Francesco II richiedea mille trecento reclute per compire i due reggimenti italiani Belgiojoso e Caprara, lo Stato se ne sgravò coll’obbligarsi di centomila zecchini l’anno finchè tornasse la pace. Venezia muniva Peschiera, Legnago, Palmanova verso il continente, Zara e Cataro nella Dalmazia, Corfù nel Jonio; l’arsenale ben provvisto, nel 1754 potè allestire cinquanta legni di diversa portata; i duemila suoi soldati erano Schiavoni e Albanesi, nè ai patrizj permetteva i comandi di terra; ma faceva ammaestrare ed esercitare dappertutto le _cernide_ o milizie campagnuole, che erano forse trentamila uomini; e nelle varie provincie tenea da venticinque condottieri di armi, nobili che in compenso d’ottenuti privilegi dovevano alla chiamata comparire con cento uomini a cavallo, armati a loro spese. Di trentacinquemila uomini era l’esercito napoletano; ma fatto e rifatto in pochi anni, mancava di solidità, e d’uniforme e consentita disciplina. Le somme spese da Acton, e l’apparato belligero davano a credere ai popoli che il Reame figurasse come potenza di mare: ma quella flotta era vistosa abbastanza per compromettere lo Stato, non abbastanza forte per difenderlo. Ed ecco il La Touche con nove vascelli di linea e quattro fregate si presenta a Napoli, intimando alla Corte riconosca il nuovo plenipotenziario francese, tengasi neutrale, disapprovi una nota del suo ministro a Costantinopoli in discredito dell’ambasciatore francese, o bombarderebbe. Si dovette piegare la testa, e Ferdinando IV fu il primo re che riconobbe la repubblica francese. Solo il Piemonte, dalla sua postura chiamato ad ingrandire per le armi, alimentò lo spirito guerresco con trentacinquemila uomini e quindici castelli. Sotto Carlo Emanuele III una scuola militare fiorì alla disciplina di Alessandro Papacino de Antoni, che scrisse ad uso di quelle l’_Architettura militare_, l’_Esame della polvere_, l’_Uso delle armi da fuoco_, l’_Artiglieria pratica_ e altre opere, tradotte anche in francese, oltre un racconto della guerra del 1753. Vittorio Amedeo III, che diceva stimar più un tamburino che tutti i membri dell’Accademia, nel grosso esercito che riformò nel 76, poi di nuovo nell’86, profuse il tesoro paterno, e crebbe a cenventi milioni il debito pubblico; fabbricò la fortezza di Tortona, compì quella d’Alessandria: ma l’essere sempre generale supremo il re, e alla nobiltà riservati i gradi, impediva di formarsi valenti capitani e di eccitare i soldati colla speranza. Questo paese per la vicinanza di Francia fu il primo a sentirsi in pericolo. Vittorio Amedeo III (1773-96), non eroe, neppur guerriero benchè soldatesco, seguiva materialmente la politica de’ suoi avi. Devoto, e imparentato con una sorella e con due fratelli di Luigi XVI, credette dovere di cristiano, di re, di parente l’armarsi; diè ricetto ai nobili francesi che uscivano di patria non come vittime ma come ribelli, e che a Torino macchinavano una controrivoluzione; il conte d’Artois che fu poi Carlo X, di là sparpagliava agenti dappertutto, e trovava piacentieri, e prometteva soggiogar presto la Francia; ma il popolo li chiamava _quelli della settimana ventura_ per le sempre prorogate speranze. Re Vittorio cogli altri potentati s’accordò sui modi di soffogare questo che credeva incendio momentaneo, e togliere qui speranza ai novatori, i quali si manifestavano con parole e con qualche mal represso movimento, specialmente in Savoja dove Thonon insorse per unirsi alla repubblica francese e alla ginevrina. Quando Semonville fu spedito a proporgli alleanza colla Francia (1792 7bre), egli nè udire tampoco lo volle; anzi, sollecitato dai fuorusciti e dal nuovo imperatore, allestì a guerra la Savoja e Nizza, e conchiudeva con lord Grenville alleanza contro la Francia, obbligandosi a tener in piedi cinquantamila uomini. Armi e viveri non mancavano; guarnite le fortezze e gli arsenali; l’Inghilterra, oltre spedire nel Mediterraneo una flotta, lo sussidierebbe di ducentomila sterline l’anno; ordinate preci nelle chiese, su tutta la linea dall’Isero al Varo si distesero truppe piemontesi, poi rinforzate dagli Austriaci. Il movimento era concertato con quel di tutt’Europa, sorta contro la Francia: ma questa pose tre eserciti che tenessero in freno gli alleati sul Reno, il quarto con Montesquiou volse alla Savoja. Avea appena quindicimila uomini, scompigliati, sprovvisti, ma teneva intelligenze nel paese. Benchè da quarantacinque anni godesse pace, e se non contenta fosse almeno tranquilla, con imposte lievi, non cresciute da sessant’anni, pochissimi delitti, nobiltà moderata e non esclusiva, emancipate le persone e le proprietà, a Chambéry ed altrove s’erano insinuati i sommovitori, e sospiravano la libertà francese. Sebbene la Convenzione avesse dichiarato non voler fare conquiste, Montesquiou insisteva perchè s’assalissero i diciottomila Piemontesi; e l’ottenne, incolpando questi re di cento falli speciosi o contestabili, mentre la ragione vera stava nel voler sconcertare gli alleati mediante un grande colpo, e poter condurre anche quest’esercito alla difesa del Reno. Adunque, in nome della nazione francese, e vantandosi di «esser il primo a introdurre le bandiere della libertà in un paese che n’è degno», violò ogni diritto e ogni forma col neppure darne avviso; e dopo fatto giurare alle truppe (7bre) «di rispettare le persone e le cose, non combattere che i satelliti dei tiranni, e proteggere la libertà de’ popoli», egli entrò in Savoja fra gli applausi de’ patrioti, e i balli attorno all’albero, ch’erano alla rivoluzione d’allora ciò che furono i banchetti a quella del 1848. Al 1º ottobre non vi restava più un soldato piemontese; e nello stile enfatico de’ bullettini scriveano i commissarj dell’esercito delle Alpi: — Superammo senza la minima resistenza la barriera che separava la repubblica da un popolo schiavo; l’albero della libertà, i colori nazionali, il _ça ira_ moltiplicavansi sui nostri passi; e i più semplici montanari c’indicavano la strada per la _capitale della nuova Francia_». Parve un artifizio quella ritirata, tanto più che la minima resistenza potea scompigliare il piccolo esercito francese quando appunto la guerra volgeasi in peggio sul Reno, e la disobbedienza propagavasi nell’esercito[7]: ma come si conobbe il vero, Lazzari capitano de’ Piemontesi fu sottoposto a consiglio di guerra e degradato, e quest’esercito in tutta Europa tacciato di vile, prima che se ne vedessero di ben più gagliardi e agguerriti fuggire davanti a quei militari improvvisati. Perocchè la nazione intera si avventava alle frontiere, e giovani eroi briachi d’entusiasmo introdussero una tattica nuova, senza riguardi alle vite o ai disagi dell’uomo, nè quartieri d’inverno, nè riposi da marcie, nè tende o baracche; sicchè davanti a quel misto di generosità, di cupidigia, di terrore, che fu carattere della Rivoluzione, anche i migliori ordini degli altri paesi dovettero soccombere alla forza, divenuta supremo movente. Poco andò che anche Nizza fu presa, e scrittovi sulla cattedrale _Temple de la raison_; e nella festa del 10 agosto 1793 si diede il volo ad uccelli che portavano l’atto costituzionale, per annunziare al mondo la fraternità francese. Dall’invasa Savoja, i rifuggiti, soliti sparnazzatori di vanti e di sgomenti, fuggirono a torme sopra Torino: ma sebbene l’esercito fosse sfasciato, le popolazioni avverse ai Giacobini sfogavansi in vendette; e coll’antico nome di Barbetti, masnade assalivano e trucidavano alla spicciolata i Francesi nelle montagne nizzarde. Sul mare, Oneglia era centro della pirateria contro la Francia: ma avendo percosso una nave mandata con proposizioni, l’ammiraglio Truguet la bombardò (1792); tutta la gente fuggì, eccetto i frati che si credeano inviolabili, e che furono tutti trucidati, ed arsa la città. I grossi capitali che i suoi negozianti aveano in Francia, obbligavano la repubblica di Genova a circospezione; d’altra parte unirsi al Piemonte non osava, sapendone la lunga cupidigia; non all’Austria, di cui aveva spezzato i ferri; talchè teneasi di mezzo fra le pretensioni opposte di Parigi e di Londra. Quest’ultima, abusando della marittima superiorità, sorprese in porto la _Modesta_, fregata francese, e mandò intimare ai Genovesi cessassero ogni comunicazione con Francia, e non ne ricevessero veruna nave: prepotenza inaudita! Poi i Côrsi, alzata bandiera inglese, sfogavano l’odio antico, corseggiando sulle coste. Essendo chiuso dagl’Inglesi il porto di Genova, la Toscana avrebbe potuto vantaggiarsi collo spedire olj, saponi, grani in Francia: ma Inghilterra le intimò cacciasse tutti i Francesi (11 8bre) e anche l’ambasciadore entro quarantott’ore; e il granduca, avuta garanzia de’ suoi Stati da quella potenza, abbandonò la politica d’interesse per quella di sentimento, e armò, rinnovando la milizia paesana al modo del Machiavelli. Anche Napoli, malgrado la neutralità stipulata colla Francia, promise unire alle forze inglesi seimila uomini, quattro vascelli di linea e quattro minori ed altrettante fregate e più occorrendo; impedire ogni commercio colla Francia, aprendo invece i porti (12 luglio) alle navi inglesi. Difatto le napoletane corsero colle flotte alleate a predare il ricchissimo arsenale francese di Tolone; ma trovandolo difeso da Napoleone Buonaparte, dovettero ritornarsene con molto spesa e nessun profitto, per propria scusa esagerando il valore e la fierezza de’ Francesi. Subito il re rifece l’esercito, e Acton e Carolina vigilavano personalmente, animavano, faceasi denaro di tutto. Quando poi Montesquiou, conquistatore della Savoja, fu destituito (1794) dalla repubblica perchè mettea freno ai patriotici assassinj de’ Nizzardi, e le arcadiche atrocità di Robespierre esacerbarono sì che parea le popolazioni si rivolterebbero contro la tirannide de’ Terroristi, la coalizione si rannodò col disegno d’invadere la Francia. Per verità, il Piemonte se avesse concentrate le forze s’un punto solo, e preso accordo coi Lionesi, coi Provenzali, cogli altri Girondini e Federalisti, avrebbe sostenuto la prima figura in quei tentativi, e fors’anche mutato le sorti di Francia[8]. Ma re Vittorio, di molto coraggio e niun’abilità, preferì distendere le sue truppe lungo la frontiera in aspetto di difesa, e aborrendo dallo stendere la mano agli uccisori di suo cognato, preferiva operare di conserva coll’Austria, colla quale a Valenciennes (23 maggio) convenne sulle spartizioni; i paesi che si togliessero a Francia verso Italia, cadrebbero al re in compenso d’altri verso il Milanese ch’e’ cederebbe all’imperatore. Ma anche nell’esercito piemontese diffondeansi i dogmi rivoluzionarj, propagatore principale il côrso Cervoni, che per compenso fu poi eletto a generale di brigata nell’esercito italiano. I Sardi si erano valorosamente schermiti da’ Francesi; ma non per questo rassegnavansi all’oppressione piemontese, e spedirono una deputazione dei tre ordini a Torino, domandando fossero levati molti abusi, mantenuti i privilegi, raccolti gli stamenti. La Corte la trattenne lungamente a Oneglia, poi permessole di venire, sei mesi le tardò udienza, infine non diè che parole (1793 28 aprile). Avutolo per un oltraggio, Cagliari insorge, nè la forza basta a reprimere; il vicerè e l’arcivescovo partono, s’adunano dappertutto gli stamenti, e si rinviano i Piemontesi impiegati e i vescovi; poi subito i contadini ricusano le prestazioni ai baroni, la demagogia gavazza fra disordini e sangue; e tutto è peggiorato dalle rivalità degli Angiò e dei Petzolo. Così l’Italia era disunita e fiacca; intanto che la Francia, tuffata la guerra intestina in un mare di sangue, spediva Kellermann (1793), che con cinquantamila uomini rincacciò i Piemontesi, tornati nella Savoja; un altro esercito per la riviera invade Ventimiglia e Oneglia; altri Francesi versavansi dal Cenisio sul Piemonte, non rattenuti che dal forte della Brunetta; e le creste delle Alpi e degli Appennini divennero teatro di fiere battaglie, dove il valore piemontese riscattò gli smacchi della prima campagna, respingendo anche più volte i Francesi. Ma questi procedeano; presero anche l’inespugnabile Saorgio e Col di Tenda. I re, tentennanti di paura, moltiplicano minaccie, arrestano, uccidono, raddoppiano di vigilanza, interdicono ogni convegno anche letterario. Ma dal re di Napoli non si possono ripromettere soccorsi, perchè ha il fuoco in casa: all’Austria, paga di avere assicurata la sua Lombardia dall’invasione, poco caleva che re Vittorio recuperasse i territorj perduti, e mentre accalorava le imprese in Fiandra, qui spediva solo pochi reggimenti comandati dal barone Devins, buon allievo di Laudon, ma vecchio, podagroso, avaro, mentre vecchio e malaticcio pur era il barone Colli, austriaco nato a Vigevano, che ferito nel petto a Belgrado, doveva farsi portare in lettiga, eppure era stato chiamato a capitanare le armi piemontesi[9]. Francia senza perder tempo assale gli alleati nel campo di Dego, li riduce a ritirarsi, e baldanzosamente spiega la bandiera tricolore sulle Alpi marittime e sulle savojarde, a guisa di turbine addensato sulle vette minacciando la sbigottita Italia. CAPITOLO CLXXVI. Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia. Ogni rivoluzione divora i proprj figli; e come i monarchici erano stati uccisi dai costituzionali, poi i costituzionali dai repubblicanti, e questi dai puritani, e tutti dai terroristi, così venne il giorno che anche i teschi ferini di Danton, Robespierre, Carrier furono gettati nella pozza del sangue da loro versato (1794 luglio). Allora in Francia si osò mostrare umanità e quasi anche giustizia, a qualche innocente aprire le carceri, perdonare, permettere fino il culto; i moderati ripresero aura; i tanti arricchiti coi beni nazionali, colle forniture, colle eredità cascate dalla ghigliottina, col disordine ove sempre guadagnano gli scaltri, bramavano godere dopo tante privazioni e tanti sgomenti; sicchè invocavasi fine alle stragi, riposo dalle sanguinarie convulsioni. Ma poichè a quel terribile agguagliamento non era sopravvissuta che la forza, alla forza si dovette ricorrere per disarmare la plebaglia (1795) e trucidare i Giacobini più ostinati: nel che alla vigorìa di Barras servì l’inesorabile mitraglia del Buonaparte, richiamato dalle Alpi alla caduta di Robespierre. Allora si stabilì una nuova costituzione che tutelasse le acquistate libertà e la repubblica una ed indivisibile (9bre); visto che una Camera sola facilmente diveniva precipitosa e violenta, si volle associare la ragione e l’immaginazione istituendo un Consiglio di cinquecento persone, almeno trentenni, rinnovatesi per terzo ogn’anno; ed uno di ducencinquanta anziani sopra i quarant’anni, ammogliati o vedovi, rinnovatesi al modo stesso, che sanzionava le leggi proposte da quelli, ma che poteano discutersi soltanto dopo tre letture. Tutti i cittadini, dai ventun anno in su, nelle assemblee primarie nominano i membri delle assemblee elettorali, che eleggono i due Consigli, e questi il Direttorio esecutivo, di cinque membri, con ministri responsali; elettivi sono pure i magistrati giudiziali; libera la stampa, ma vietate le società popolari; espulsi per sempre quei ch’erano fuorusciti; sanzionata la vendita dei beni nazionali; liberi i culti, nè stipendiati dal Governo. Raffazzonata così la civile convivenza, il Direttorio sconnette la coalizione nemica facendo pace con Prussia e Spagna; e poichè la principale sua avversatrice era l’Austria, pensò portarle guerra in Germania non meno che in Italia. E qui comincia l’età omerica della rivoluzione, colle grandi conquiste che le erano necessarie per farsi riconoscere e per diffondere le idee e i sentimenti suoi. Il generale Scherer ingrossato sulle Alpi, con Massena e Serrurier batte Devins e Colli (22-28 9bre), in una serie di fatti che denominaronsi la battaglia di Loano, prendendone tutta l’artiglieria ed il carreggio: i vinti precipitandosi in fuga, non meno che i vincitori stuprando e devastando, lasciarono tutta la Liguria esposta ai Francesi; onde se Scherer allora drizzava sopra Torino, non trovava ostacolo: ma ebbe paura dell’inverno; poi non finiva di rimostrare i bisogni d’un esercito che lasciavasi mancante di tutto; e non vedendosi ascoltato, mandò la dimissione, e fu surrogato da Napoleone Buonaparte (1796 23 febb.). Discendeva questo da un Guglielmo di Pistoja, che nelle guerre del Quattrocento si stabilì a Sarzana, donde Francesco nel 1530 tramutò la famiglia in Corsica. Ivi i Buonaparte coi Saliceti parteggiavano per Francia; onde al sormontare del Paoli e dei Pozzodiborgo andarono proscritti. Ricoverati a Marsiglia, madama Letizia rimasta vedova, vivea dimessamente; le avvenenti sue figliuole facevano i servigi della casa; i molti maschi correano le fortune di quel tempo, e tra essi Napoleone, nato il 5 agosto 1769, educato dallo zio prete, scriveva in sentimento giacobino, firmandosi Bruto Buonaparte. Entrato nell’esercito, lo trovammo in Sardegna, poi alla difesa di Tolone come artigliere, poi a sedare sanguinosamente le insurrezioni in Parigi. Ora spedito sopra l’Italia, di cui le barriere in ogni parte già erano superate, prometteva, — Fra tre mesi sarò reduce a Parigi, o vincitore a Milano». Al crescere del pericolo, l’Austria mandò sull’Alpi Beaulieu, generale esercitato sotto il maresciallo Daun, poi segnalatosi nel Brabante e a Fleurus e nel liberare Magonza dai Francesi, e che alla sperienza di vecchio univa spiriti giovanili. Ma non guidava più di trentaduemila soldati, oltre mille ducento cavalli napoletani; e la gelosia toglieva che gli alleati operassero d’accordo. I quali, mentre vantavano tutelare i troni e la società, ruminavano parziali ambizioni; il Piemonte sperava guadagnare la Lombardia a scapito dell’Austria sua alleata, dalla quale non volea lasciar occupare le fortezze; l’Austria di rimpatto sperava ciuffare il Veneto, e ricuperare la Lomellina e il Novarese, sicchè parve poco curare i disastri del Piemonte, persuasa a vicenda che a questo non rincrescerebbe vederla espulsa dal Milanese dov’è destinato a succederle. Il Direttorio dava dunque incarico a Buonaparte di rincacciare gli Austriaci oltre il Po, sicchè i Piemontesi isolati dovessero piegare a buoni accordi. Buonaparte, moderato nell’ardimento, vedea bisognare altro sistema che le campagne metodiche; e che, colpita l’Austria, ai principotti italiani nulla resterebbe a fare; ma insieme che bisognava smettere la propaganda sovvertitrice; e «se noi (pensava) colla libertà attizziamo la guerra civile in Piemonte e a Genova, e solleviamo le plebi contro i nobili e i preti, ci facciamo rei degli eccessi di tali lotte. Sull’Adige invece possiamo eccitare il patriotismo contro lo straniero, senza nimicare le classi, le quali tutte alla parola _Italia Italia_, bandita non dal Ticino, ma da Milano o da Bologna, si accorderanno a ristabilire la patria italiana». A Nizza (20 marzo) egli trovò trentaseimila Francesi in condizione deplorabile; non vesti, non denaro, non cavalli, non viveri; ma coraggio, costanza, impeto repubblicano e bravi capitani, quali Massena senza paura, Augereau spadaccino che trasfondeva il proprio valore ai soldati, il coraggioso ed istrutto svizzero Laharpe, il prode e metodico Serrurier, Berthier eminente nelle particolarità e nel colpo d’occhio, e Miollis, Lannes, Murat, Junot, Marmont, destinati a vivere nella storia quanto gli eroi di Grecia e Roma. Fra loro Buonaparte, smettendo le famigliarità repubblicane, si dà aria di capo benchè sia il più giovane; ai generali distribuisce quattro luigi per uno; ai soldati dice: — Voi male vestiti, male pasciuti; e il Governo che tutto vi deve, nulla può per voi. Io vi condurrò nel paradiso terrestre, dove piani ubertosi, grandi città, laute provincie; dove troverete onore, gloria, ricchezze». Mentre Beaulieu aspettava d’essere attaccato per Genova, egli procede per la valle della Bormida; e vincitore la prima volta a Montenotte, poi al passo di Millesimo (11-14 aprile), sapendo profittare di quei quarti d’ora che decidono delle battaglie, sbocca sovra il centro nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, avventasi sopra questi, e da Cherasco proclama: — Italiani, l’esercito di Francia viene a frangere le vostre catene; il popolo francese è amico di tutti i popoli; corretegli incontro; le proprietà, le usanze, la religione vostra saranno rispettate. Faremo la guerra da nemici generosi, e solo coi tiranni che vi tengono servi»; e vincitore a Ceva, Mondovì, difila sopra Torino. Il re di Sardegna, inquieto anche per le turbolenze sarde (28 aprile), impetra un armistizio: ma tale debolezza, non che salvarlo, mette il suo paese al pieno arbitrio dei nemici, ai quali se avesse tenuto testa, poteva cambiare il corso delle vicende italiche. E nobili e Corte diedero il primo pascolo di adulazioni servili al giovane prode: il quale impose di cedere la Savoja, Nizza e le fortezze di Ceva, Cuneo, Alessandria, Tortona, strada fornita tra Francia e Lombardia; altre smantellarne; amnistia ai repubblicanti; pagar taglie e viveri pei soldati. La Brunetta, con tant’arte e tesori resa insuperabile chiave d’Italia, fu sfasciata senza ostacolo. Buonaparte, con esercito pasciuto, coll’artiglieria acquistata, con volontarj accorsi, «riportate (com’egli diceva) sei vittorie in quindici giorni, presi ventisei vessilli, cinquantacinque cannoni, molte piazze, quindicimila prigionieri, guadagnato battaglie senz’artiglieria, passato fiumi senza ponti, marciato senza scarpe, serenato senz’acquavite e talora senza pane»[10], per la destra del Po cala verso Lombardia, in pingui convalli, sopra terreno proporzionato alla forza dell’esercito. Entrato sugli Stati di Parma e Piacenza, che sotto i Borboni si erano ristaurati dalle guerre e fiorivano d’agricoltura, arti, commercio, concede al duca armistizio per due milioni di lire, milleseicento cavalli e grano, oltre venti quadri dei migliori. E mentre i Tedeschi l’attendono dritto a Valenza, egli obliquamente passa il Po a Piacenza, batte Beaulieu tardi accorso (9 maggio), a Lodi varca sanguinosamente l’Adda (11 maggio), e arriva a Milano, donde l’arciduca era partito senza resistenza nè compianti, ma con grand’accompagnamento di persone, che dai repubblicani si salvavano sul territorio veneto. Ivi pure rifugge Beaulieu colle truppe austriache, sol tenendo Mantova; poichè il castello di Milano capitolò (29 giugno), e i disertori e migrati che v’erano furono consegnati al generale francese. Egli, prendendo possesso della Lombardia, bandiva che «ognuno dovesse contribuire al bene generale; goder sicuro delle sue proprietà; esercitare i proprj diritti sotto la scorta della virtù; riconoscendo un Dio, praticando il culto che la sua coscienza gl’ispira; non altra distinzione fra gli uomini che il merito; si ricordassero che verun’opera riesce perfetta di primo getto, e i grandi errori si riparano colle virtù e colla moderazione». Lascia armare le guardie nazionali, fare grandi allegrezze, prevalere quelli ch’erano già capi nelle loggie massoniche, stabilire ritrovi politici e gazzette declamatorie; e tutt’insieme gitta venti milioni per tassa di guerra, cioè il quintuplo di quanto pagavasi in un anno ai tiranni espulsi, e non equamente ripartiti sul censo, ma riscossi arbitrariamente sopra gl’individui. In nome della libertà fece deportare i sessanta membri dell’antica congregazione di Stato; in nome della democrazia rapiva al povero il suo pane, cioè i pegni che aveva deposti ne’ Monti di pietà, e il suo lusso, cioè gli ornamenti delle chiese; tra i vanti di fede pubblica sospendeva i pagamenti del Monte; tra i vanti di protezione rubava i capi d’arte, mascherando d’entusiasmo i calcoli dell’egoismo. Per dieci altri milioni e viveri e quadri concede armistizio ad Ercole III duca di Modena, buon uomo che, per ammansarlo, aveagli detto, — Ricordatevi che siete de’ nostri» e si udì rispondere, — Io son francese»; e che coi tesori adunati pagando i danni dei sudditi ai quali avea cercato far del bene, si ritirò a Venezia[11]. Buonaparte, alimentato l’esercito, può spedire al bisognoso Direttorio trenta milioni e cento cavalli di lusso, ed altro denaro all’esercito del Reno; atto inusitatissimo fra generali che solo pensavano a rubare e godere. Era suo divisamento di voltare nel Tirolo, e per la valle del Danubio ricongiungersi a Moreau e Jourdan sul Reno: ma il Direttorio ingelositone lo dichiarò chimerico e pericoloso, e ordinogli di lasciare mezzo l’esercito con Kellermann in Lombardia, col resto difilarsi sopra Roma e Napoli. Buonaparte che badava a vincere non a fare dispetti al papa o a un re, conobbe quanto pregiudicherebbe lo spartire il comando e addentrarsi nell’Italia come Carlo VIII; e per mezzo di Giuseppina, amante sua e dapprima amante del direttore Barras trafficante di favori, a disposizione del quale egli mise un milione depositato a Genova, stornò il Direttorio da quel proposito. Al quale scriveva: — Ho fatto la campagna senza consultare nessuno; a nulla di buono sarei riuscito se fosse bisognato acconciarmi col vedere d’un altro. Vinsi forze superiori sebben privo di tutto, perchè persuaso che voi fidavate in me: la mia marcia fu pronta quanto il mio pensiero. Se mi ponete pastoje, non v’aspettate nulla di buono: se mi indebolite dividendo le mie forze, se rompete in Italia l’unità del pensiero militare, avete perduto la più bella occasione d’imporre leggi all’Italia». Allora egli si dispose ad assediare Mantova, ultimo ricovero della bandiera austriaca, e procedere su per l’Adige. Enumerati pomposamente i trionfi all’esercito, diceva: — Altre marcie forzate ci restano, nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare. Quei che aguzzarono i pugnali della guerra civile in Francia, tremino: i popoli stieno sicuri; noi siamo amici de’ popoli. Ristabilire il Campidoglio, risuscitare il popolo romano da molti secoli di schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo francese, libero, rispettato da tutti, darà all’Europa una pace gloriosa che la compenserà de’ seienni sagrifizj. Voi tornerete allora ai vostri focolari, e i concittadini additandovi diranno, _Egli era nell’esercito d’Italia_». Il pericoloso entusiasmo per la forza fortunata, allora fa eccheggiare dei vanti dell’eroe la Francia, che divezzandosi dall’anarchia, all’ebrezza della libertà va sostituendo quella della gloria; e l’Italia, sospesa fra ansietà, meraviglia e speranza. Egli a ventott’anni carezzato, adulato, chiamato Scipione, Cesare, Giove, sentì svilupparsi la grande ambizione, e conobbe di poter divenire un attore decisivo nella scena politica. — Io era giovane, balioso nella conoscenza di mie forze e avido di cimentarle. I vecchi mustacchi che sdegnavano questo imberbe comandante, ammutolirono davanti alle mie azioni strepitose: severa condotta, austeri principj pareano strani in un figlio della Rivoluzione. Io passava, e l’aria sonava d’applausi; tutto pendeva da me, dotti, ignoranti, ricchi, poveri, magistrati, clero, tutto ai miei piedi; il nome mio sonava caro agl’Italiani. Questo accordo d’omaggi mi invase così, che divenni insensibile a ciò che non fosse gloria; invano le belle italiane faceano pompa de’ loro vezzi; io non vedea che la posterità e la storia. Che tempi! che felicità! che gloria!» Così, allorchè a Sant’Elena soccombeva al peso di importune memorie, tornava Buonaparte con compiacenza su questa spedizione, ch’è uno splendido episodio per tutta Europa, e una storia delle più attraenti per noi; vi tornava, e con rimorso invano dissimulato vedeva il bene che avrebbe potuto fare alla patria nostra; egli italiano come noi, egli braccio d’un popolo libero; egli capace di sentire la potenza dell’unione e l’efficacia dell’ordinata libertà: pure, dopo cessati gli adulatori, egli si adulava da sè, e, come quelli, arrestavasi sempre sulla gloria militare. Dalla quale affascinati, i colti Lombardi che aveano letto gli Enciclopedisti poi le gazzette, partecipato a loggie massoniche, librato le innovazioni dei proprj principi, da lui ripromettevansi patria, gloria, libertà, e di diventare nucleo dell’Italia, risorta in poderosa nazione per volontà d’un popolo libero e liberatore. La turba stupiva delle subitanee vittorie dell’eroe italiano, e abbandonavasi volentieri al tripudio del fanciullo che improvvisamente si trova sfasciato, e alle illusioni d’un fausto avvenire; si affezionava a que’ Polacchi che, invano difesa la nazionale libertà, ora combatteano per la nostra; a quei Francesi vivaci, gentili, spassoni, che da lerci e cenciosi rimessi in panni e in carne, faceansi amare dagli uomini e più dalle donne, brillavano in frequenti rassegne, narravano le romanzesche vicende della rivoluzione e della guerra, e le stranianze d’una società che ridendo passò dalle cene voluttuose della Reggenza alla ghigliottina, dagl’idillj di Rousseau alla idrofobia di Marat; e colle canzoni sanguinarie e generose spargeano le idee d’una libertà soldatesca. Dappertutto agli antichi Governi si sostituirono le municipalità, primo elemento delle nazioni che sorgono, ultimo rifugio dell’autorità che tramonta. A principio vi si collocarono persone, di cui il senno, la ricchezza, la dottrina fossero garanzia d’onorato operare, e fra essi a Milano Pietro Verri e Giuseppe Parini. Ma furono bentosto soppiantati dalla turba impacciosa, ch’è pronta sempre ad usufruttare di vittorie ch’essa non preparò, e che si regge adulando la ciurma colle smargiassate, adulando gli scribacchianti colle parole pompose, adulando i padroni colla codardia e i ladri colla connivenza. Anche allora il primo uso della libertà consistette nel restringere le libertà; vietato l’andare in volta, e fin l’uscire di città senza passaporti; vietata ogni pubblicità di culto, anche il portare il viatico o sonare le campane; obbligati i preti a montare la guardia nazionale; vietati certi tagli d’abiti, sotto pena dell’arresto; il matrimonio fatto meramente atto civile; violato il secreto delle lettere; intercetti i giornali esteri; imposto agl’impiegati di giurare «odio eterno al governo dei re, degli aristocratici ed oligarchi». I nobili, in paese dove non esistevano nè servaggio nè banalità nè caccie riservate, erano bersaglio di scherni e di accuse quotidiane; e non che abolirne i titoli e spezzarne gl’inconcludenti stemmi fin sui sepolcri aviti, si obbligarono a pesi speciali in nome dell’eguaglianza; richiamati dalla campagna, costretti a tenere i servi, malgrado le decimate fortune. I preti, che non vollero buttarsi nell’orgia, nè menare una donna all’albero per isposarla, doveano subire frequenti insulti in mezzo alla popolazione che continuava a venerarli, ma non aveva energia a difenderli. Adunque preti, frati, nobili e l’estesissima loro clientela sbigottivano delle irruenti novità, spargeano un cupo sgomento pei regicidi, pei terroristi, pei sovvertitori dei troni e della fede; e quando si videro le larghe promesse riuscire al latrocinio, alle insaziabili imposte, allo sprezzo della religione e delle consuetudini, il popolo fremette e si agitò. Pavia era occupata da Augereau e Rusca, tutt’altro che moderati, i quali pronunziarono stava male in faccia all’albero della libertà la statua d’un tiranno; tale giudicando quel monumento di bronzo antico, detto il Regisole che non si sa qual cosa rappresenti. E subito la plebe gli fu attorno a ruinarlo, urlando morte agli aristocratici e ai preti. Questi invece pascolavansi della speranza che l’occupazione fosse momentanea, e ad un giorno fisso insorgerebbe Milano (23 maggio), e dal Ticino tornerebbero i Tedeschi. Due soldati prigionieri fuggiti si credettero l’avanguardia; si diè nell’armi; le campane delle ventotto chiese toccarono a martello, e barricate, e lumi; i soldati che non cadono uccisi hanno appena tempo di ricoverare nel castello, ove non avendo da vivere e da curare i feriti, capitolano in numero di quattrocento. Pensate che feste, che trionfi, che accorrere di popolo dalla campagna, che trescare di capitani improvvisati! Ma Buonaparte saputone, accorre; manda a fuoco e sacco Binasco che resiste; e poichè a Pavia spedì invano l’arcivescovo di Milano persuasor di pace, v’entrò a forza e abbandonolla al saccheggio. Molti perirono, fra cui il vicario d’esso arcivescovo; e Buonaparte giurava di volere la testa di cento aristocratici; poi s’accontentò di far passare per l’armi il curato di San Perone, il cancelliere di Bereguardo e alcuni altri, colpevoli o no; portare ostaggi sessanta fra nobili e preti; gettare una tassa; contento di atterrire coll’esempio in su quelle prime[12]. Anche altrove il popolo, sturbato nelle sue abitudini, offeso nelle sue credenze, si stomacava a subbugli di cui non sentiva i vantaggi, e di cui vedeva profittare soltanto i birbi e i trasmodanti. Quindi in molti luoghi insurrezioni: sul lago di Como si stringeva un’armata cattolica per scortare il Viatico e difendere il culto: a Como s’insultò all’albero, e benchè il vescovo e buoni cittadini calmassero l’improvvida turba, si volle sbigottirla con supplizj; così altrove, usando la ferocia d’un governo militare, mentre se ne facea testo a declamare contro i preti e gli aristocratici, imputati al solito di congiure. Saliceti, compatrioto di Buonaparte e famoso commissario, che dava mano agli esagerati, teneva mano ai ladri, scriveva al Direttorio: — Per assicurare la calma ho tolto le armi a qualunque abitante, di nessuno essendo a fidarsi. Da un ventesimo in fuori tutti affezionano l’antico Governo; e di quel ventesimo anche i più dichiarati pe’ Francesi sono spinti da interesse e cupidigia. Li conosco, ne cavo quanto posso, e non mi lascio togliere la mano». Allora una febbre di mutare mestiere; un cattivo abate si rendeva politico, finanziere un filologo, oratore demagogo uno screditato giornalista, arruffatore di plebi un adulatore di re, libellista un serio filosofo inascoltato; alla democrazia, che schiude un’arena a tutte le forze e capacità, sottentrava quella che porta a spallucce i nani, che produce apoteosi senza virtù, avanzamenti senza merito, cariche senza cognizione nè probità; che alla moderatezza, alla riflessione, alla gravità, necessarj contrappesi dello smanioso moto, impongono di tacere e tirarsi da banda. Audacia, ciancie e convulsioni bastavano ai saccenti che vengono a galla ogniqualvolta si scuota la feccia, più abbondanti ov’è più negletta la politica educazione, e che per l’ingordigia d’essere qualcosa affollano mozioni e decreti, antesignani ogniqualvolta si tratta di diletticare i potenti del giorno, siano i re o i piazzajuoli, purchè lascino loro una settimana onde soddisfare un’ambizione, un rancore, una cupidigia. Il vulgo scribacchiante che pretende avere diretto il torrente, da cui si lasciò strascinare, e crede sue le voci di cui non è che l’eco, arrogavasi di rappresentare il popolo e l’opinione, gridando alto affinchè non s’udissero le ragioni. Quella bordaglia giornalistica, che ogni cominciamento di libera stampa contamina quasi col proposito di farla detestare, imbrattava fogli, tutti iracondia, fraterni vituperj ed empie diatribe, istigando contro chi non partecipasse al suo delirio, o non ne accettasse servilmente tutte le opinioni; scaraventava proclami, in cui la sola cosa degna di considerazione è il vederli, sentimenti e frasi, ripetuti in pari circostanze un mezzo secolo più tardi. Apostolavano un sistema di cui non comprendevano le obbligazioni; destri alle schermaglie della rivoluzione, non alle battaglie della libertà, usavano talento ov’era mestieri di carattere; e coll’audace franchezza onde aveano rovesciate le prime barriere, sfrenavansi da principj e da costumi, in libertà di oltraggio se non anche di delitto. Quanto di più fermentativo aveano le varie provincie d’Italia, accorreva a Milano, portando lingue e penne anzichè braccia e spade: ivi il metafisico Poli e lo statistico Melchior Gioja, più esagerando per farsi perdonare l’unzione sacerdotale; il Valeriani, autore dell’esame delle XII Tavole; il valente medico Rasori; il Barbieri architetto romano; l’erudito Tambroni, lo storico Beccatini, il Custodi economista; ivi Latanzio, Salvadori, Salfi, Poggi, Abamonti stendeano giornali smargiassi, con lusso d’ingiurie e col limaccioso vezzo di voltare tutto in celia; ivi Ceroni, Fantoni, Foscolo producevano versi accademicamente rivoluzionarj; ivi il romano Gianni[13] improvvisava vituperj ai re ed apoteosi a Buonaparte, incontrastato Tirteo della Cisalpina, finchè non vi capitò il Monti a redimersi delle esagerazioni papali con esagerazioni regicide. Il fermento ne cresceva, e tanto più dacchè, a imitazione sempre di Francia, si apersero i club e il circolo Patriotico, ove persone, balzate dalla venerazione illimitata del potere all’idolatria dell’illimitata libertà individuale, gareggiavano a chi ne scaraventasse di più badiali, pindareggiando un eroismo scevro di pericolo: non v’era persona, non cosa che si rispettasse, non violenza che non si suggerisse o applaudisse, non verità che si tollerasse; bruciando i libri che opinassero diversamente dalla moda, o i giornali che dessero notizie non volute; tacciando di terrorista chi avvisasse de’ pericoli, e intanto supponendo pericoli immaginarj per giustificare provvedimenti smoderati. Da quei circoli partivano le proposizioni di non far assistere da preti i condannati per non allungare il supplizio; d’imporre la tassa progressiva sulle sostanze; d’istituire opifizj nazionali, e accomunare le proprietà; da quelli i sospetti lanciati al popolo in momenti in cui facilmente si convertono in furori; da quelli le denunzie contro vescovi che aveano visitato la loro diocesi senza permesso, o parrochi che aveano fatto una festa: tutto ciò in nome della libertà ed uguaglianza. Altri smaniavano d’originalità con proposte ridicole al buon senso, col guidare feste, organizzare dimostrazioni: fra i quali primeggiò un prete Ranza, maestro d’umanità a Vercelli, le cui smancerie divennero la parte comica di quegli avvenimenti e l’esercizio alle descrizioni del Botta. Polacchi, Piemontesi, Papalini, Napolitani migrati vi portavano ciascuno declamazioni contro il tiranno del proprio paese; e quale esortava a far rinascere dalle ceneri del Vaticano la fenice dell’antica Roma; quale a sepellire nel Vesuvio i Borboni di Napoli; quale a sperdere le ceneri regali di Superga, e surrogarvi quelle de’ patrioti uccisi; tutti smisurati come chi parla e non opera. Le dottrine indecise di que’ declamatori palesano l’ignoranza delle grandi quistioni messe a dibattimento, ove la sapienza accumulata da’ nostri padri in diciotto secoli si vituperava per razzolare nelle ceneri di Bruto e Timoleone; vedeansi Regoli e Scevola e Scipj e Menenj Agrippa in ogni caporale, in ogni magistrato: in ogni donna prometteansi Clelie e Cornelie. Eppure tutto quel lancio era pretta imitazione; non si sapea che ripetere le massime divulgate in Francia; ogni re essere tiranno; puntelli suoi i preti e i nobili; sovrano unico il popolo, che può in qualsiasi tempo e modo recuperare gli usurpatigli diritti; unico Governo legittimo la repubblica democratica; unica fedeltà quella al popolo, e lode il tradire i principi; nessun intermedio fra l’uomo e Dio, e perciò non dogmi, non culto; tutti pari davanti alla legge, e la legge è arbitra delle vite e delle sostanze, come dominatrice del patto sociale. Dietro a ciò, fare elegie sul popolo, compatire come martire ogni uomo colpito dalla legge, come vittima chiunque fosse gravato da una tassa, o traversato in un suo desiderio; vedere oppressione in ogni ritegno alle inclinazioni, in ogni sacrifizio del comodo o dell’utile individuale al pubblico; iniquità in ogni disuguaglianza, despotismo in ogni autorità. Fortunatamente v’era più da ridere che da fremere, più illusione negli spiriti, che non viltà e corruzione ne’ cuori: nè degli errori possiamo chiedere conto rigoroso ai nostri, giacchè non erano che stromenti ed ombre degli onnipotenti governatori militari. Un Despinoy comandante di piazza era il despoto di Milano: guai se la municipalità si raccogliesse senza sua saputa! guai se un provvedimento emanasse non da lui autenticato! Fu volta che snudò la spada e la battè fieramente sulla tavola dove si deliberava, intimando la sua volontà; sicchè il Parini abbrancando la sciarpa tricolore che portava sul petto, — Chè non ce la cingete al collo e la stringete?» A Como l’agente Valeri côrso, avuta in mano una satira a sua derisione, ordina che un tal giorno tutti i cittadini in su dai dodici anni si radunino in duomo. In tempi così sospettosi ne nacque un turbamento generale, un interrogarsi a vicenda su quell’ordine misterioso. Ed ecco arrivare i parrochi con dietro la loro plebe, arrivare frati, e tutti in pensosa apprensione: poi come furono dentro, egli ordinò che ciascuno scrivesse il proprio nome, sperando dal confronto de’ caratteri scoprire l’autore di quel libello. E ferocie e lepidezze molte potrei narrare di costoro; e i nostri gl’imitavano. Un comitato di polizia, sostituendo l’arbitrio dell’uomo all’imparzialità della legge, destituiva, deportava per colpe d’opinione, per antichi meriti, per supposta malevolenza; pretendeva mettere in onore lo spionaggio, e apriva un’urna, ove ciascuno potesse deporre le accuse od offrirsi a delatore, sicuro d’una ricompensa e d’inviolabile segreto[14]. Cangiata la frasca, restava dunque eguale il vino; al posto d’un imperatore e d’un arciduca faceano da tiranno molti generali, commissarj di guerra, municipalisti, più duri perchè nuovi, più avidi perchè sorti di ventura, più tediosi perchè vicini. Peste di quella spedizione, i commissarj di guerra dilapidavano le provincie per impinguare sè e le bagascie; e dappertutto prezzi ad arte rincariti, finte carestie, contratti finti, finti soldati, finti magazzini; si requisivano tele per gli ospedali, e andavano in vendita; prometteasi preservare da imposte chi pagasse, e pagato che avesse veniva disanguato; della chinachina allora costosissima, faceasi traffico, mentre i soldati morivano di febbre; e Italiani teneano il sacco, e la connivenza de’ superiori compravano a prezzo della coscienza, delle mogli, della patria. Buonaparte chiedeva, non già che costoro non rubassero, ma che, rubando a sazietà, rendessero almeno i servigi necessarj: ma «rubano (scriveva al Direttorio) in maniera così grottesca e sfacciata, che non uno sfuggirebbe al supplizio s’io avessi un mese di tempo». Per liberarsi da questi vampiri, i nostri offersero contribuire un milione al mese alla repubblica francese: fu accettato il patto, non cessò quella rabbia. Il Direttorio di Parigi faceva a mezzo, nè avea riguardo che all’esercito; l’Italia era pingue, e bisognava smungervi principi e repubblicanti; il Milanese sarebbe buono per dare in cambio della Savoja al Piemonte o de’ Paesi Bassi all’imperatore, dunque era bene rovinarlo sicchè men fruttuoso arrivasse a quelli; e senza pudore scriveva a Buonaparte: — Alla prima occasione di terrore, strizzate dai Lombardi quanto potete; fate di guastare anche i loro canali e l’altre opere pubbliche; ma prudenza!» Buonaparte guardavasi dal lasciarne trapelare, anzi blandiva le idee sempre allettatrici di libertà e indipendenza, e ripeteasi amico a tutti i popoli, e massime ai discendenti degli Scipioni e dei Bruti. Intanto il contagio repubblicano s’appiglia a tutta Italia; e patrioti come si chiamavano da sè, o giacobini come erano chiamati dagli altri, scassinavano il vecchio edifizio. Ad esortazione di Buonaparte che, se non altro aveva il merito di mostrare la colpa e il danno delle nostre divisioni, deputati cisalpini andavano attorno a fraternizzare; la media Italia bolliva d’indipendenza, e Reggio per la prima mandava Paradisi e Re in Milano a festeggiare coi Cisalpini l’incipiente unità italiana. Modena resistette ai patrioti; ma Buonaparte, allegando violato l’armistizio e che «que’ ridicoli principotti cospiravano, ond’egli dovea prevenirli», dichiara decaduto quel duca e libero il suo paese. Bologna e Ferrara ergevansi in repubblica; e Lugo che fece movimento contrario, ebbe sanguinosa punizione da Augereau. Nella legione lombarda Italiani d’ogni paese dimenticavano le annose divisioni; nella polacca i compagni di Kosciusko e i profughi di Germania offrivano il loro valore per noi; i Reggiani affrontandosi cogli Austriaci, offersero le primizie dell’italico valore. Buonaparte risolve costituire Modena, Bologna, Ferrara, la Romagna, la marca d’Ancona e Parma in repubblica Cispadana; la quale restasse alla Francia qualora dovesse restituire la Lombardia; in compenso al duca di Parma darebbe Roma; potrebbesi anche unire il Piemonte alla Francia, e attribuire a quel re la Lombardia: soliti azzeccamenti della diplomazia sia regia o repubblicana. Di rimpatto aristocratici, Austriaci, Inglesi, il papa faticavano a puntellare il crollante edifizio con armi e con denaro. L’Austria, sentendo che, se perdesse Mantova, si troverebbe scoperta da questo lato, spedì pel Tirolo e la val Sugana il maresciallo Wurmser (1796 luglio) con sessantamila combattenti. Secondati da diecimila che trovavansi chiusi in quella fortezza, e dai devoti Tirolesi, erano per varcare l’Adige in ogni punto, e prendere Buonaparte in mezzo; onde cadde il cuore ai patrioti, risorse ai rammaricosi. Ma Buonaparte osa abbandonare Mantova inchiodando le artiglierie (30 agosto), e concentrasi alla punta del lago di Garda: ben tosto colla battaglia di Lonato rintegra la sua fortuna; poi a Castiglione compie la campagna, sessantamila uomini avendo superati con trentatremila e colla sua risolutezza. In Germania il giovane arciduca Carlo spiegava più fortunata strategia contro Jourdan e Moreau: e Buonaparte volea correre a sostenerli; ma Wurmser, accinto a una terza riscossa, divallasi dal Tirolo lungo il Brenta, e lo costringe a dare indietro. Qui si ravvivano le speranze: ma Wurmser battuto a Bassano riuscì a fatica a buttarsi in Mantova (8 7bre), ove rinnovato l’assedio, s’ebbe a soffrire orribile stretta di vittovaglie. L’Austria, a cui nessuno sforzo parve mai eccessivo per conservare la Lombardia, manda ancora il maresciallo Alvinzy; e questo rinnovellarsi di lotte scoraggia i soldati, non Buonaparte. Vedendo minacciata la linea dell’Adige, gli uffiziali persuadevano di tagliare la costa di Castagnaro, sicchè il fiume, disalveando, sarebbesi misto col Tartaro e colla fossa d’Ostiglia, allagando quant’è fra l’Adige, il mare e il Po sotto Legnago, e con ciò assicurando l’ala destra ed accorciando la linea militare: ma Buonaparte non volle quel guasto. Dopo fiere battaglie attorno ad Arcole (15 novembre) e a Rivoli (16 gennajo 1797), gli Austriaci furono costretti ancora a ritirarsi a Mantova e capitolare (1797 2 febb.), così assicurata l’Italia superiore alla Francia, dopo dieci mesi di mirabili operazioni. Ma non soltanto come gran guerriero va lodato Buonaparte. Misto portentoso di mobilità e profondità, di audacia e di previdenza, di calcolo e d’entusiasmo, ardito ne’ concetti, prudente nell’esecuzione, affettava ancora il tono di rivoluzionario, e al direttore Röderer scriveva, — Sono un soldato, figlio della rivoluzione, uscito dal popolo, e non soffrirò d’essere insultato come un re»; ma in effetto aspirava a comporre e riordinare; rubava meno degli altri, sebbene accettasse regali per sè, per la donna, pei parenti, e di continuo inviasse denaro alla sua famiglia per educare i fratelli, per dotare le sorelle, per procacciarsi una casa ove riposare se le vicende d’allora lo riducessero ancora al nulla[15]; e sentendosi forte in mezzo ai mediocri, operava senza ed anche contra le istruzioni del Direttorio, concedeva pace e tregua a principi, rimbrottava i commissarj che non facessero a suo modo, guadagnava quelli che, come Clarke, fossero mandati ad esplorarlo. Da un pezzo egli consigliava al Direttorio di far pace coi più forti Stati d’Italia, e dichiarare l’indipendenza negli altri: di fatto un armistizio egli concesse al re di Napoli (1796 10 8bre), onorevole perchè il sapeva bene armato, ma a patto richiamasse i sussidj forniti all’Inghilterra e all’Austria, aprisse i porti alle navi repubblicane, desse sei milioni per Francia, la quale non favorirebbe l’insurrezione nel paese: dei tanti prigioni di Stato non fece parola. Morto di colpo Vittorio Amedeo III, che avea messo sua gloria nelle armi, e n’era riuscito povero, vinto, disonorato, Carlo Emanuele IV succedutogli (1796 15 8bre), di santi costumi, di malotica salute e d’immaginazione turbata, comprò l’amicizia di Francia cedendole la Savoja e Nizza, e liberi i passi. Quest’amicizia metteva in pericolo Genova. Ad essa Buonaparte imponeva di frenare i Barbetti che assassinavano i Francesi, e cacciare alcune famiglie suddite ad Austria ed a Napoli, e dare a lui il passo per la Bocchetta. Divincolavansi que’ padri con umilissime scuse; quand’ecco l’ammiraglio inglese Nelson assalta una nave francese in rada e la rapisce: dalla quale prepotenza disgustati, i Genovesi accettano l’amicizia di Francia, escludendo la bandiera britannica. La Toscana tenevasi quieta e spettatrice della generale effervescenza, ma che giova? Buonaparte ha in pronto querele di proprietà francesi violate; e pur confessando che il granduca serbò imperturbata la neutralità, e che il Direttorio lo trattò vituperosamente, per ordine di questo fende la Toscana a bandiere spiegate, spinge una divisione sopra Livorno (1797 27 giugno), e cacciatane la squadra inglese, col pretesto di vedere se negozianti britannici vi tenessero merci nascoste ordina un generale esame dei libri mercantili, rabbuffa il governatore conte Spanocchi come traditore perchè lasciò sfuggire gl’Inglesi. I mercanti si ricomprarono dalla visita con cinque milioni, fu ordinata una spontanea illuminazione delle case, e gl’impiegati si rassegnarono; ma la popolaglia insorgeva se il municipio e l’arcivescovo di Pisa non l’avessero rattenuta. Buonaparte, confiscate le sostanze d’Inglesi e di Napoletani, occupate le fortezze, pensa spossessare il granduca, soltanto perchè austriaco: intanto solleva la Lunigiana e Massa e Carrara, piantandovi la libertà o almeno l’albero, e suggendone denaro. La Corsica era ambita dall’Inghilterra, e solo Paoli poteva sostenerne l’indipendenza in faccia alla Francia. — Il popolo côrso che tanto fece per la propria libertà (diceva egli), darà l’ultimo de’ suoi figli, anzichè andare confuso con un altro»; e a chi chiedeva se tanto sangue non dovesse servire che a tingere la porpora d’un principe straniero, — Prima i coralli sormonteranno l’isola, che Paoli s’infami di ciò». Chiamato a Londra e ricevuto con grandi onori, stipulò l’annessione della sua isola colla britannica, conservando nazionalità, religione, leggi. Male vi s’acconciarono i Côrsi; fomentati dai Buonaparte, scossero quel dominio; e Saliceti andò a fare giurare odio alla monarchia, e disporre i suoi patrioti alla nuova servitù. Paoli, perseguito dalla calunnia, rassicurato dalla coscienza, prese allora l’estremo congedo dalla patria: — Saluto tutti i buoni; nè di quelli a cui il mio nome potesse recare qualche rimorso, ricordo altro che le buone azioni. Insorgemmo per la libertà: questa ora si gode nell’isola; che importa da quali mani vi sia derivata? Tutto andrà bene se non più castelli in aria, ma ciascheduno procurerà vantaggiare nella propria sfera, anzichè come pulcini a bocca aperta aspettare da altri l’imbeccata. Chiuderò gli occhi al gran sonno, contento e senza rimorsi sulla mia condotta politica: Iddio mi perdoni il resto». E ritiratosi a Londra, visse fino al 1807, vedendo un suo compatrioto assidersi sul primo trono d’Europa, eppure non rinnegando la fede repubblicana. Ma l’esercito giacobino non dovea solo spandere rugiada di libertà sui popoli, sibbene turbinare su Roma la vendetta dei tanti mali, che proverbialmente imputavansi al clero di tutta Europa. Il Direttorio scriveva a Buonaparte[16], la religione cattolica sarebbe sempre irreconciliabile colla libertà, e il maggior ostacolo a consolidare la repubblica in Francia; andasse dunque, ne distruggesse il centro, e o la desse a un’altra potenza, per esempio alla Spagna in compenso di Parma, o v’istituisse un Governo che rendesse spregevole quello de’ preti, e papi e cardinali lasciasse annidarsi fuori d’Italia. Altrimenti la pensava Buonaparte, egli nato non a distruggere ma a sistemare: pure propose di fare una cavalcata sopra gli Stati del papa, e raccorvi il denaro che gli occorreva per difilarsi sopra Vienna. Mosse dunque, e posta all’avanguardia la legione lombarda col generale Lahoz, invano contrastato dal generale Colli a capo de’ Napoletani, depreda Loreto (1797 13 febb.), arricchito di voti da tutto cristianità, e la madonna ne manda a Parigi. Allora fra il popolo pretino di Roma più non si parla che d’Attila e del Borbone; si trafugano robe e persone verso Terracina; e lo scompiglio universale non lascia al papa altro scampo che di venire a patti. Il cardinale Mattei presentatosi umilmente a Tolentino al vincitore, ne accetta una pace (19 febb.), per cui sono ceduti alla repubblica francese il contado Venesino con Avignone, e alla cispadana Bologna, Ferrara e la Romagna; libero passo alle truppe; il papa disapprova l’assassinio di Bassville, e ne risarcisce la famiglia; darà manoscritti e capi d’arte preziosi, fra i quali Buonaparte, egli devoto repubblicano, nominatamente inchiuse i busti di Giunio e Marco Bruto. Il Governo pontifizio, che già per gli allestimenti avea domandato dai ricchi metà delle gioje, degli ori, degli argenti, dovette chiederne l’altra; buttò carta monetata, e dal clero riscosse un prestito corrispondente al sesto de’ beni che godeva: anche dopo la pace quattro milioni esigettero le truppe, oltre bovi e bufali e allume in quantità e accatti d’ogni maniera. Intanto i commissarj andavano a levare la Bibbia greca, e il Dione Cassio del V secolo, il Virgilio del VI, il Terenzio dell’VIII, la Trasfigurazione di Rafaello, il San Girolamo di Domenichino, l’Apollo e il Laocoonte; d’un altro milione gravando lo Stato per trasportarli. Nè Carlo VIII di Francia, nè Carlo V d’Austria aveano rapito i capi d’arte a Roma; Federico II di Prussia era entrato due volte in Dresda, due i Russi e gli Austriaci in Berlino, senza toccarne le famose gallerie: ora il latrocinio nuovo mascheravasi di civiltà o d’amore alle arti; e in quest’offesa al diritto delle nazioni, alla politica, al gusto adopravansi Francesi d’alto ingegno e di buon cuore, e dagli Italiani ricevevano somme onde rapire di meno[17]; talmente quella nazione perde ogn’altro vedere quand’è abbagliata dalla gloria. Essa vantava di regalarci ancora a buon prezzo la libertà conquistata col suo sangue: ma l’Italia, se era disgustata dei nobili, dei re, dei preti, serbava affetto per la religione e per le arti; e in questo duplice culto appunto trovavasi oltraggiata imperdonabilmente. Buonaparte crebbe le fortificazioni d’Ancona, i cui cittadini aveano piantato l’albero, e raccomandava al Direttorio che nella pace la conservasse, come opportuna a dar padronanza nell’Adriatico e predominio sulla Turchia. Avendo egli mandato complimenti alla vicina repubblica di San Marino, e offrirle cannoni ed un aumento di territorio, que’ magistrati risposero: — Semplice costume; intimo sentimento di libertà sono l’unico retaggio tramandatoci dai nostri padri; l’abbiamo conservato fra l’urto de’ secoli; nè conati d’ambizione, nè odio di potenti, nè insidie di nemici potrebbero impunemente attentarci. Questa repubblica, contenta della sua picciolezza, non ardisce accettare l’offerta generosa dell’eroe, nè aspira a un ambizioso ingrandimento, che col tempo potrebbe mettere in compromesso la sua libertà». Fra le gonfiezze universali d’allora ricrea questa semplicità; piace una lezione di temperanza data da pochi montanari all’idolo e terrore del mondo; lezione inutile[18]. Allora Buonaparte torna sull’Adige per assalire Vienna. Audace mossa chi consideri ch’e’ lasciavasi a spalle un paese appena conquistato e molti nemici. Così la campagna d’Italia diveniva principale, e qui, non più in Germania s’aveva a forzare l’imperatore. Al Tagliamento Buonaparte vince (1797 11 marzo) e passa, incalzando l’arciduca Carlo; superate le alpi Noriche, tiene il Tirolo, la Stiria, la Carintia, Trieste, Clagenfurt; e se all’esercito che trionfa sul Reno con Moreau e Jourdan, viene fatto di congiungersi a questo, l’Austria è cancellata dalla carta d’Europa. Ma il Direttorio non ha denari per sostenere quella marcia, sicchè Buonaparte propone pace all’arciduca Carlo, e a Leoben se ne segnano i preliminari. Colla vecchia Europa riconciliavasi dunque (18 aprile) la Francia repubblicana, ormai convinta che non era possibile farla tutta democratica. Ben seguitavano a predicarlo per sentimento i rivoluzionarj, per maschera i governanti: ma i proclami dei generali dissonavano dalle trattative de’ ministri, il linguaggio diretto ai popoli da quello tenuto coi re. Piantar alberi, drappellare bandiere, mantacare paroloni lasciavasi in Lombardia, eppure il Direttorio avea prestabilito darla all’Austria in cambio dei Paesi Bassi. Se non che Buonaparte le avea posto affezione come a sua creatura, o come al primo gradino d’una grande scala; sicchè pensò cercare qualch’altro compenso per l’Austria, e stabilì di tradire Venezia. Quelli che contro ai turbini della forza credono valga la prudenza, tacciano Venezia d’avere smentito l’antica reputazione politica coll’affettare sicurezza mentre le tribune parigine rintonavano d’imprecazioni contro la sua nobiltà, i suoi Dieci, i suoi Inquisitori, i suoi piombi, i suoi pozzi. Accuse convenzionali, mentre vera colpa n’era l’ostinarsi a custodire gli ordini, anzichè lo scopo a cui quegli ordini erano diretti. Da ottant’anni sussisteva essa unicamente perchè mancava chi la soggiogasse. Minacciata dai democratici, essa diffidava dei despoti, e principalmente dell’Austria di cui sapeva esser lungo spasimo; ma credette stornare il pericolo col non confessarlo, e gl’Inquisitori di Stato vietarono di comunicare al senato i sinceri ragguagli, togliendo così il fare proposizioni opportune. Nella micidiale perplessità potea più durarsi quando l’esercito francese già dilagava sul suo territorio? Gli oligarchi proponeano d’armare, e guaj a chi primo violasse i confini. — Abbiamo quindici milioni di sudditi; sul continente italiano venti città popolose e ricche: soldati trarremo dalle isole e dall’Albania, addestrati nell’incessante nimicizia coi Turchi; le cerne della Carnia e del Friuli ci daranno bellissimi granatieri; robusta gioventù le valli della Brenta, dell’Oglio, del Serio, come le pianure del Polesine, del Trevisano, del Veronese, e i colli padovani e bellunesi: pieno è l’arsenale, e le vittorie recenti dell’Emo attestano che l’antica bravura non è morta: buoni ingegneri restaureranno le fortezze: restano risparmj abbondanti, e il patriotismo de’ privati verrà a soccorso». Così gli animosi, mentre i timidi avrebbero preferito gittarsi in braccio all’Austria; ma altri: — Perchè non piuttosto alla Francia? essa vincitrice e repubblicana, essa non interessata a distruggere la nostra repubblica, ma solo a svecchiarla secondo le sue idee». Si scelse il peggio, la neutralità inerme; e invitata a fare lega colla Francia, la Spagna, la Turchia contro l’Austria, la Signoria protestò che la esistenza riponea nella felicità e nell’affetto de’ sudditi, non aver altra ambizione che di non esporre questi ai mali d’una guerra. Parole d’oro per un congresso della pace, e che avranno solleticato a riso i generali combattenti. Di fatto, come le operazioni belliche lo portarono, Buonaparte entrò sul Bresciano, protestando non intendeva fare il menomo torto alla Serenissima; Beaulieu coi Tedeschi ne toglie pretesto di violare anch’egli il territorio, e sorprendere Peschiera: ma quando Buonaparte ebbe vinto a Borghetto e passato il Mincio, quegli dovette lasciarla e ritirarsi pel Tirolo, mentre i Francesi presero stanza in quella fortezza, e invasero anche Verona (1796 giugno). L’ordine di mandarla in fiamme come ricovero del conte di Provenza, fratello dell’ucciso re; Buonaparte non l’eseguì, ma ebbe tutta la linea dell’Adige, e così agevolato l’assedio di Mantova. Con altrettanta buona fede il generale Cervoni aveva sorpreso il castello di Bergamo, levato le lettere da quella posta, e dalla casa Terzi il tesoro depostovi dall’arciduca quando fuggiva da Milano; del quale una preziosa scatola di viaggio, da Maria Antonietta regalata alla nostra Beatrice, crebbe il corredo della donna di Buonaparte[19]. A tal modo trattavasi una repubblica, addossandole poi tante accuse quante si suole a chi vuolsi sagrificare, e ritessendo con essa i turpi maneggi, praticati dianzi dai re colla Polonia. Singolarmente vi si mantenevano emissarj «per promuovere lo spirito pubblico, sviluppare l’energia, consolidare la libertà»; cioè fomentare gli odj e le fazioni. I nobili esclusi dal libro d’oro macchinavano contro l’oligarchia, i poveri contro i ricchi, i gentiluomini della terraferma contro quei della dominante. In Milano un comitato espresso attendeva a rivoltare la terraferma veneta, capi il Porro milanese, i bresciani Lechi, Gámbara, Beccalosi, i bergamaschi Alessandri, Caleppio, Adelasio. In fatto il 12 marzo si solleva Bergamo, ai 18 Brescia, poi Crema, cacciando i magistrati veneti. La Serenissima mandò a querelarsene; e Buonaparte le esibì di venire colle armi a sottometter egli stesso le città ribelli; la repubblica nol consentì ma doveva aspettar inerme il proprio sfasciamento, e intanto mantenere con un milione al mese le truppe francesi: le quali non solo volevano i viveri, ma toglievano i bovi e i cavalli occorrenti all’agricoltura, disperdeano il vino nelle cantine, tagliavano gli alberi fruttiferi, batteano, violavano, uccideano, mentre gli abbondanzieri impinguavano della miseria de’ soldati e degli abitanti. Perchè gl’imperiali avrebbero operato più moralmente che i Repubblicani? e chi n’andava di mezzo era la neutra Venezia, era il popolo innocente. I paesani domandavano armi per difendersi; ma la Signoria calmava, assopiva, esortava a pazienza; chiunque mostrasse sdegno o compassione veniva in grido d’aristocratico ed austriacante. Ma i montanari delle valli Camonica, Trompia, Sabbia insorsero (1797 marzo) armati contro le novità, capitanati dal conte Fioravanti: Salò respinse i repubblicani, comandati da Lechi, e lui fecero prigioniero. Verona, ridotta a puzzolenta caserma, facea schifo agli stessi cittadini; e se non bastavano le violenze a’ privati, furono rotte le porte delle fortificazioni, tolte le chiavi della città, le artiglierie dalle mura, le munizioni dai magazzini, i ponti. La gente indignata afferrò le armi, e trucidò da quattrocento Francesi in cinque giornate. Il fatto deplorabile grida vendetta: accorrono Francesi e Lombardi con Lahoz e Buonaparte, che affrettatosi a soscrivere l’armistizio di Leoben, punì ferocemente Verona, e le impose taglie così esorbitanti, che Augereau stesso dovette mostrargliele impossibili. Buonaparte attribuiva ogni colpa al senato, mentre i democratici nella capitale urlavano contro il patrio Governo, come contro i re e il papa. Secondo soleasi nei frangenti, Venezia aveva intimato che nessuna nave estera penetrasse nell’estuario. Un legno francese di corso, inseguito dagli Austriaci, ricoverò sotto il cannone di Lido, e fu fulminato e preso dagl’indignati Schiavoni (1797 17 aprile). Crebbe allora lo scalpore, e Buonaparte ai deputati spediti a scagionarsi rispondeva: — Quando avevo a fronte il nemico, offersi l’alleanza di Francia e fu ricusata: ora che dispongo di ottantamila uomini non voglio udire condizioni, ma dettarle. Io sarò un altro Attila per Venezia; più inquisitori, più libro d’oro, rimasugli della barbarie; il vostro Governo è decrepito»; e dopo minaccie, promesse, lungagne le indíce guerra, senza brigarsi che questo diritto era riservato ai Cinquecento. Anche dopo perduto il continente, Venezia potea reggersi, ove le fosse bastato costanza quanto al tempo della lega di Cambrai, o quanto poi nel 1848. Essa contava ventidue vascelli dai settanta ai cinquantacinque cannoni, quindici fregate, ventitre galere e molti legni minori, e un ricchissimo arredo di bocche da fuoco e d’ogni occorrente per allestire la flotta e le fortezze. Per munire le lagune e provvedere al passaggio delle truppe straniere impose il dieci per cento sulle pigioni, una tassa sulle gondole e i servi, una taglia sulle arti; ma appena ricavò seicensessantaduemila ducati, mentre i doni spontanei salsero a novecentomila: fece prestiti, levò i pegni ai Monti di pietà, le argenterie alle chiese e alle confraternite, ricchi e grandiosi corpi, i quali per la patria non ricusavano verun sagrifizio[20]. Se avesse adoprato tutti i suoi mezzi, chi potea valutare quanto tempo costerebbe ai Francesi l’impresa? e per poco che durasse (riflette Buonaparte)[21] qual effetto la resistenza produrrebbe sul resto d’Italia? Ma ai consigli mancava la risolutezza che salva; l’occupazione de’ beni in terraferma desolava i patrizj; d’altra parte trapelava che a Leoben già si fosse patteggiata la vendita delle provincie venete. Dal terrore altrui prendeano spirito i democratici, cioè i fautori dei Francesi, i quali imitandone le arroganze, davano d’urto a tutto che sentisse d’italiano. Sperossi salvare il leone col torgli dalle branche il vangelo e mettergli i diritti dell’uomo, ma non bastò e veniva abbattuto da ogni parte: Padova minacciava interrompere i canali che avvicinano l’acqua dolce alla metropoli: molti agognavano d’essere i primi a disertare dalla patria per avere posti e guadagni nell’ordine nuovo. Mentre i patrioti gridano Viva la libertà, il popolo grida Viva san Marco, e infuria contro di quelli; gli Schiavoni saccheggiano le case, i Dalmati, avversi sempre ai Francesi, e più dacchè questi aveano vilipesi i loro soldati a servizio della Serenissima, si ammutinano, trucidano i novatori, e bisogna domarli col cannone. I Manini di Firenze, mutatisi per le patrie turbolenze a Udine, col soccorrere generosamente ai bisogni di Venezia v’ottennero il patriziato. Lodovico, discendente da quelli, come procuratore di Vicenza, di Verona, di Brescia, tanto ben meritò, che la Serenissima lo elesse procuratore di San Marco, poi doge il 1789, quantunque non venisse dalle antiche famiglie tribunizie. Splendidissimamente si solennizzavano queste elezioni[22], e in quella del Manin fu gittato denaro a profusione alla plebe nel giro consueto della piazza, diecimila ducati ai nobili poveri, pane e vino a chi ne volle: ma basta leggere la promissione ducale impostagli per tor molta ragione alle accuse che gli si danno di negligenza e debolezza, chè male può fasciarsi un uomo, poi dirgli cammina. In fatto egli non seppe che esibire di rinunziare la sua carica ai rivoltosi; pusillanimità applauditagli come eroismo; e l’unico lamento di lui sonò: — Non semo nemmanco sicuri sta notte nel nostro letto». Mandasi a Parigi a trattare a qualunque siansi condizioni, e per averlo meno triste si profonde oro al venale direttore Barras[23]: poi il granconsiglio rinunzia all’ereditaria aristocrazia, riconosce la sovranità del popolo, e alla repubblica francese consente sei milioni, venti quadri e cinquecento manoscritti: per ordine di Francia si scarcerano i detenuti politici, cioè quelli che tramavano contro la repubblica, si puniscono gl’Inquisitori e il comandante di Lido, si licenzia la milizia schiavona. Con tante bassezze speravasi salvar almeno l’indipendenza; ma dentro trescavano i demagoghi, e n’era centro Villetard segretario della legazione francese, e principale turcimanno il Battagia. I cospiratori spingono il granconsiglio (1797 12 maggio) a decretare sia introdotta guarnigione francese, e viene istituita una nuova municipalità. Coloro che aveano trionfato del demolire la Bastiglia, e trionfato al paro dello scannare migliaja d’ingiudicati all’Abadia e al Carmine, gemeano e fremeano sull’efferatezza delle carceri di Venezia; e dimenticando quanti patrioti giacessero in ben altro squallore nelle regie carceri sottomarine di Messina e nelle alpestri di Fenestrelle, vollero s’aprissero (16 maggio) gli orribili pozzi e i piombi ricantati, e vi trovarono... un prigioniero. Buonaparte, lieto d’un’occasione che diminuiva infamia ai preliminari di Leoben, finse un accordo col granconsiglio: ma, secondo avea concertato, il Direttorio francese[24] ricusa le stipulazioni fatte con un corpo che avea cessato d’esistere; ricusa le riserve, pur tenendo saldi gli obblighi che v’erano convenuti; onde si decreta abolita l’aristocrazia, diano tre milioni in denaro, tre in munizioni navali, tre vascelli di guerra, due fregate[25]. Stabilita la municipalità democratica, cominciano le solite gazzarre popolane contro tutti i resti dell’antico dominio; si rilasciano i condannati in galera, si distribuiscono al popolo quattordicimila ducati; il dì della Pentecoste piantasi l’albero parodiando il _Veni Creator_, e si manda a sperpero e saccheggio il palazzo ducale, testimonio di tanta sapienza politica, tanta virtù patriotica, tanti omaggi di re, tante devozioni di ministri; e i tributi di tutto il mondo, e le rarità di cui da secoli i viaggiatori faceano patriotica offerta, e i doni dei sultani di Bagdad, d’Egitto, di Costantinopoli, vanno preda del popolo sovrano e degli speculatori; stracciansi le bandiere, monumenti d’insigni vittorie; si pone il fuoco al seggio ducale, e il libro d’oro è arso con ischiamazzante solennità[26]. Poi vennero le consuete depredazioni delle casse, fra cui ducentomila zecchini depositati dal duca di Modena, poi dei capi d’arte nelle chiese e ne’ musei, il Giove Egioco della biblioteca, il san Pietro martire, la Fede del doge Grimani, il Martirio di san Lorenzo del Tiziano, lo schiavo liberato e la sant’Agnese del Tintoretto, il ratto d’Europa, una Madonna, il convito in casa di Levi di Paolo Veronese, una Madonna di Gian Bellino ed altri dipinti, e ducento preziosi codici. Dal tesoro di San Marco si trassero le gemme de’ reliquarj, e l’oro si mandava alle zecche: delle armi bellissime e storiche conservate presso il consiglio dei Dieci, fecero preda gli uffiziali: saccheggiato l’arsenale che aveva quarantasette cale, nove tettoje acquatiche, trentatre cantieri pel legname, una corderia unica al mondo, arricchita dai boschi di Montello, di Cansiglio, dell’Istria, dal rame d’Agordo, dalla canapa ferrarese e bolognese; il bucintoro e i peatoni, di cui la ricchezza e gl’intagli destavano meraviglia nelle feste del doge, andarono arsi o sconquassati; affondaronsi alcune navi. Non bastando il denaro, Haller e Serrurier facevano darsi per ducencinquantamila franchi in catrame, il doppio in sartiame, altrettanto in àncore e ferraglie, trecencinquantamila in sevo e ragia, quattrocentomila in tela da vele, settecentomila in canapa; e si tentò spegnerne fin le ultime industrie veneziane[27]. Altrettanti segni di rapacità lascia Massena a Padova; e vuolsi valutare a cinquanta milioni di ducati lo spoglio pubblico. Fin dalle gallerie private si tolsero quadri e medaglie e cammei, e per ultimo insulto il leone della Piazzetta, e i cavalli che diconsi di Lisippo. A Lallemant, capo del sistematico ladroneccio, furono regalati sette cammei. Il vulgo, vedendo i Francesi rubare, rubare i municipalisti, si buttò a rubare anch’esso; altri Veneziani, e non tutti ebrei, compravano il rubato dai Francesi e dal vulgo. Il municipale Dandolo ordinava una nota di tutti i benestanti per confiscare quel che avessero d’oro, argento, contanti, gioje di là del necessario: e solo l’accidente impedì d’attuare un insano decreto della municipalità, che traeva al fisco le sostanze eccedenti la rendita di cinquemila ducati. Intanto un avviso esortava gli artisti: — Orsù, incisori, dateci l’effigie di quel grande che beneficò l’umanità col sublime trattato _Dei delitti e delle pene_; sia quella effigie incoronata dalla filosofia; le stia presso in atto riconoscente Italia, cinta degli emblemi della libertà; l’immortalità dall’altro canto tenga in mano il maraviglioso sapiente dettato». Le procuratìe nuove e le vecchie doveano nominarsi galleria della libertà e dell’eguaglianza: sul libro del leone si scrisse, _Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino_; e tutti a leggere giornali, tutti accorrere ai teatri, sonanti d’insulti ai re, ai nobili, ai preti, ai magistrati; i cittadini indossavano la carmagnola degli operaj; le donne procedeano seminude in tuniche _all’ateniese_ aperte sul fianco, in farsetti _all’umanità_, cappellini _alla Pamela_, chioma raccorcia _alla ghigliottina_; e satire e caricature scompisciavano il lacero manto e le glorie di sedici secoli. Vero è che non mancavano insulti all’albero della libertà, ed alla figura di questa surrogavansi in più luoghi le aquile e _Viva l’Austria e l’arciduca Carlo_; il che causò qualche supplizio. I Dalmati infuriati trucidarono alcune truppe giacobine a Sebenico, e il console di Francia e la moglie; apersero le prigioni, s’impossessarono delle artiglierie dicendo voler adoprarle contro i democratici di Venezia: così a Trau, a Spalatro, a Zara, dove la gente di campagna accorse distruggendo quanto sapesse di rivoluzionario, uccidendo chi in fama di democratico, deliberata piuttosto a darsi a Casa d’Austria. L’Austria, non che lamentarsi che i Giacobini scorressero a nuovi acquisti, pensò trarne profitto, ed occupò l’Istria e la Dalmazia, possessi veneti, «volendo l’imperatore preservare la tranquillità de’ suoi sudditi dallo spirito di vertigine delle vicine provincie»; e si stese fin a Cattaro, facendosi giurar fede da quello strano misto di razze, di culti, di lingue. Venezia chiedeva a Buonaparte snidasse quegl’invasori; ed egli le permise d’allestire una spedizione pel Levante. Era una nuova perfidia di Buonaparte per trarre la flotta fuori del porto, e così sguarnire la capitale. Veleggiò essa in fatto a Corfù, ma con insegne francesi, e da Francesi fu preso il governo anche delle Jonie[28]. Buonaparte facea far feste a Venezia, e vi mandò la propria moglie, che fu caricata di doni nella speranza che ammanserebbe il liberticida, come l’avea sperato Pio VI nell’offrirle statue e una collana di cammei: egli intanto a Campoformio (1797 16 8bre) conchiudeva il mercato[29]. Il Direttorio aveagli imposto l’emancipazione dell’intera Italia; ma egli dissobbedisce e assegna l’Adige e Mantova alla riconosciuta Cisalpina, Magonza e l’isole Jonie alla Francia; obbliga l’imperatore a dare la Brisgovia in compenso al duca di Modena; a Casa d’Austria abbandona la lungamente agognata Venezia col Friuli, l’Istria, la Dalmazia, le Bocche di Cattaro. Sì bene il ministro Cobentzel avea saputo carezzare l’indovinata ambizione di Buonaparte, che tutto il profitto toccò all’Austria; la quale, colla perseveranza che si ammira anche in causa che si disapprova, dopo tante sconfitte si rifacea della perdita de’ Paesi Bassi aquistando il mare e l’immediata congiunzione delle provincie italiane colle sue slave, toccando anche alla Turchia ond’essere pronta a partecipare al più o men vicino ma inevitabile spartimento di quella. Quanto alla Cisalpina essa confidava ricuperarsela. I Parigini mostrarono tanta esultanza della conchiusa pace, che il Direttorio non osò palesarsi scontento dell’operato di Buonaparte. Trattavasi di metter le catene a quella Venezia, che aveano suscitato a rivoluzione col pretesto di liberarla. Già le si era tolta la flotta, e distrutto quanto potesse servire all’imperatore per crearne una nuova. Il Villetard, fanatico se non colpevole stromento di quella tradigione, dovette annunziare alla donna dell’Adriatico la sorte destinatale (1798 gennajo), promettendo ricovero e patria in Francia o nella Cisalpina a chi volesse. Come un compenso, ai magistrati suggerì d’arricchirsi colle spoglie della patria; ma dovette rescrivere al Buonaparte: — Trovai ne’ municipali animo troppo alto sicchè volessero cooperare a quanto per me proponeste: _Cercheremo libera terra_, risposero, _preferendo all’infamia la libertà_». Buonaparte rispondeva insultando: — E che? la repubblica francese spargerà il suo prezioso sangue per altri popoli? I Veneziani sono ciarlieri dissennati e codardi, che non sanno se non fuggire. Se rifiutano arricchirsi delle prede pubbliche, non è probità, non altezza d’animo». Ma quando ai loro lamenti egli replicò, — Ebbene difendetevi», il veronese De Angeli proruppe: — Traditore, rendici quell’armi che ci hai rapite». Venezia ch’era vissuta tredici secoli, con pochissime sommosse e neppur una guerra civile, finì spossata; eppure fra tante ruine di quel tempo destò vivo rammarico pei vilissimi artifizj, e lasciò un affettuoso desiderio in quegli stessi che erano compianti come suoi servi. Gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia non sapeano darsene pace, e nel consegnare all’austriaco generale il vessillo di San Marco, versavano lacrime solenni al cospetto de’ nuovi padroni; alcuni ne mostravano tale accoramento, che fin i soldati austriaci commossi lasciavano che il conservassero. A Zara, lo stendardo si porta in duomo, il maresciallo Strático lo consegna al vicario generale monsignor Armani che intonato il _De profundis_ e lasciatolo baciar con entusiasmo ai cittadini lo sepellisce: così a Pirano, così altrove; intanto che i vincitori e i venduti tentavano strappar a Venezia fin la pietà, ultimo diritto della sventura, diffamandola a guisa del giovinastro che espone alle risa la donna ch’egli contaminò. CAPITOLO CLXXVII. La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte. La repubblica francese toccava all’apogeo; estesa dai Pirenei al Reno, dall’Oceano al Po; sostenuta da generali prodi, non ancora disonorati da egoistica ambizione; rinnovato colla Spagna il patto di famiglia; l’Impero e l’Austria ridotti ad accettar la pace; Inghilterra non avea potuto impedirle di acquistare i Paesi Bassi e di predominare nell’Olanda, e mal reggeva da sola alla guerra, di cui era stata l’anima e la cassiera. Il mareggio che succede alla procella non era finito, ma la durata di quindici mesi già dava qualche consistenza al Direttorio, che venuto in credito per le vittorie di Buonaparte, potè reprimere violentemente e i Realisti, e i Terroristi, e circondatosi di altre repubbliche, pensava a sistemarle. Primogenita di queste, la Cisalpina fin allora restava ad uno di que’ governi militari, che fanno schifo a chi abbia sentimento dell’ordine e del dovere. Buonaparte, uom di guerra e di disciplina, teneva altro linguaggio che il gonfio e iracondo de’ repubblicanti; non irritava i preti, blandiva i ricchi, e pensando che mal si costruisce sul popolo mobile e capriccioso, repudiava gli esuberanti per rannodarsi i moderati, e cingeasi coi nomi storici de’ Visconti, de’ Melzi, de’ Litta, de’ Serbelloni, de’ Contarini, de’ Morosini. Ergevasi anche protettore de’ dotti, e appena entrato in Milano scrisse all’astronomo Oriani: — Le scienze e le arti devono nelle repubbliche essere onorate, e chi vi primeggia nel sapere è francese, ovunque sia nato. So che a Milano i dotti non godono la considerazione che meritano; ritirati ne’ gabinetti o ne’ laboratorj, credonsi fortunati quando i re e i preti non li molestino. Oggi tutto mutò; il pensiero è libero in Italia; non più inquisizione, non intolleranze, non diverbj teologici. Invito i dotti a farmi conoscere come dare alle scienze e alle arti belle nuova vita ed essere nuovo. Chi di essi vorrà andare in Francia, sarà accolto con onore; il popolo francese stima più l’acquisto d’un matematico, d’un pittore, d’un erudito, che della città più ricca. Cittadino Oriani, spiegate voi questi sensi del popolo francese ai dotti di Lombardia». Il nostro patriotismo suole andar in solluchero allorchè qualche straniero sparla di noi, consolazione che non ci si lascia scarseggiare. L’Oriani, più semplice e perciò più vero, rispondeva alla superba compassione del Buonaparte che «i letterati di Milano non erano stati negletti nè vilipesi dal Governo, anzi godeano oneste pensioni e stima proporzionata al merito; anche nella guerra presente n’erano stati puntuali gli assegni, i quali sol da poche settimane cessarono, a gran costernazione di poche famiglie; sicchè l’unico modo di farne cessare le calamità e d’affezionarli alla repubblica francese, sarebbe di rimetterne in corso i soldi». Soggiungeva volesse il generale attribuire tali parole all’amor suo per la verità e la giustizia: chè, quanto a lui, avea pochi bisogni, ed era sicuro di trovar da vivere in qualunque paese, ed anche allora stava in lui l’accettare una cattedra ben provveduta in una delle più celebri Università[30]. I democratici non avranno fatto mente al coraggio della semplicità, ma è tristo modo di rigenerare una nazione il cominciare dal deprimerla con insulti, col raffaccio iroso, colla servile imitazione forestiera. Buonaparte, a dieci valentuomini, tra cui il padre Gregorio Fontana, commise di preparare una costituzione per la Cisalpina; ma il Direttorio ordinò vi si applicasse la francese (1797 8 luglio). Dopo le consuete dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, essa portava la repubblica una e indivisibile, distribuita in dipartimenti, distretti, Comuni. Al 21 marzo gli abitanti di ciascun distretto si uniscono per nominare i giudici di pace e gli elettori del dipartimento, uno ogni ducento teste. Le assemblee elettorali al 9 aprile nominano i membri del corpo legislativo e del tribunale di cassazione, i giurati, gli amministratori de’ dipartimenti, i giudici e presidenti de’ tribunali, l’accusatore pubblico. Il corpo legislativo consta di quaranta in sessanta seniori; di ottanta in cenventi membri il granconsiglio: questo propone le leggi, quello le approva o rigetta, insieme stabiliscono l’annua imposta. L’esecuzione è commessa a cinque direttori nominati dal corpo legislativo, i quali scelgono i ministri responsali; un’amministrazione centrale in ogni dipartimento, una municipale in ogni distretto; un’altra corte di giustizia pondera le accuse contro il Direttorio o i legislatori. Libero a tutti di scrivere, parlare, stampare; l’esercito è per essenza obbediente. Allora si abolirono maggioraschi e fedecommessi; si posero all’asta le commende maltesi; i beni e debiti delle provincie e de’ Comuni si riconobbero nazionali. La repubblica fu dichiarata libera; ma l’esercito cisalpino era comandato dal côrso Fiorella; truppe francesi per tutto il territorio e nelle fortezze; molti Francesi in uffizi principali; e per un anno sospesa la libera stampa. Così a noi, che già godevamo una forma di libertà municipale, era tolta per imporci la costituzione d’un paese che non l’aveva; e Buonaparte nominò egli stesso per la prima volta i direttori, i consigli legislativi, e quattro congregazioni, di costituzione, di giurisprudenza, di finanza, di guerra. La libertà molti l’aveano sulle labbra, alcuni nella testa, pochi nel cuore; gli uni la simulavano per farsi perdonare l’antica servilità; gli uni per impinguarsi mercanteggiandone, o per brogliare contro le leggi e la giustizia; molti, sinceramente scambiando la conquista per emancipazione, esultavano di vederci dati un nome, una bandiera, un esercito; speravano che il governo militare finirebbe, e ce ne rimarrebbero i frutti; lasciavansi ingenuamente lusingare a quelle apparenze di governo popolare, ed all’indestruttibile fiducia dell’indipendenza. Buonaparte li conosceva, gli accarezzava, e ne rideva; trattava superbamente i deputati e le dignità che venivano a inchinarlo nella villa di Montebello, che già chiamavasi sua reggia, le api del manto imperiale trasparendo dalla tracolla repubblicana[31]; ma pure veniva ripetendoci le triste conseguenze delle nostre scissure, il bisogno d’acquistare il sentimento della propria dignità e d’avvezzarci alle armi; «proponete (raccomandava) le persone meglio conosciute per attitudine, onestà, _civismo_, non i terroristi e i patrioti intemperanti e ringhiosi, amici del sangue e della guerra, che in ogni cosa trascendono, e non sanno che diffamar il Governo». La Cisalpina non era soltanto una conquista, sì bene un inoculamento della rivoluzione in Italia, e bisognava estenderla per conservarla. Avea vicina la Svizzera, repubblica all’antica, divisa in Cantoni formanti una confederazione debole e viziata di feudalità. Nell’interno, le classi godeano i diritti in differente grado, e molte servivano di sgabello alle privilegiate; alcuni paesi giaceano sudditi di altri, che liberi dentro, erano tiranni fuori. Di qua dai monti avevano signoria il Cantone di Uri sulla Leventina: Uri, Schwitz e Unterwald sulla Riviera e Bellinzona; i dodici Cantoni insieme su Lugano, Locarno e Valmaggia; sulla Valtellina i Grigioni. Paesi, lasciati in balìa di magistrati ignoranti, che comprata la carica di governatore o di giudice, pensavano a rifarsene con usura. Le più volte il balio non faceva che venir di qua per rivendere la carica a qualche suddito, e dopo un buon pranzo tornava indietro col titolo e coi quattrini. Quindi giustizia vendereccia, prepotenze tollerate; che più? vendute impunità in bianco per delitti da commettersi[32]. Nella val Leventina gli abitanti viveano de’ pingui pascoli e dei trasporti pel Sangotardo, riconoscendo i loro padroni con lievi pedaggi e scarsa imposta. Avendo gli Urani negato dar il soldo ai Leventini che aveano militato, questi fecero turba, cacciarono il balio (1713), nè si quetarono finchè i cinque Cantoni cattolici non decretarono dovuti i soldi. La giustizia ripristinò la pace, e furono detti cari e fedeli alleati: ma più tardi vennero portati ai padroni lamenti (1755) contro tutori che malversavano le sostanze de’ pupilli; e gl’imputati pensarono coprire colla sommossa le colpe, e levatisi in armi imprigionarono il balio. Uscirono gli Urani a domarli; Orso di Rossura ed altri capi furono decollati davanti a tremila popolani, che a testa scoperta e a ginocchio piegato dovettero sentir proferita l’abolizione di tutte le franchigie e garanzie, e giurare la servitù. Anche nella Valtellina poteasi redimere a contanti ogni delitto, salvo l’omicidio qualificato; e poichè i processi fruttavano denaro, i podestà erano attenti non solo a scoprire delitti, ma a farne commettere; tenevano sciagurate che seducessero, poi accusassero il correo, desiavano sommosse per toglierne pretesto a confische. L’immoralità de’ dominanti e le discordie invelenite fra i Planta fautori dell’Austria e i Salis inchini a Francia, incancrenivano i patimenti della Valtellina. Quante volte non aveva essa ricorso al duca di Milano per far osservare il capitolato che aveva ottenuto dopo il sacro macello del 1620, e di cui esso era garante! Cessata la confidenza fra governanti e governati, cresceano le gozzaje; il giureconsulto Alberto Desimoni di Bormio, per avere scritto a difesa della costituzione della Valtellina, fu condannato a morte in contumacia: sommovimenti interni cominciarono prima de’ francesi, i quali gl’incalorirono. Ben presto tutta Svizzera ribolle contro le annose tirannidi (1797); a nome della libertà rovesciansi le repubbliche; i Francesi, invitati a sostenere i democratici insorgenti, s’impossessano delle casse, e dichiarano che le leggi e i decreti del Governo paesano non varranno se contrarj alla Francia. I repubblicani di Milano e di Como aveano tentato sollevare i baliaggi italiani, e alcune guardie nazionali penetrarono fino al lago di Lugano piantandovi l’albero. Furono respinti, e i commissarj svizzeri vennero a tenere in dovere il paese: ma una mano di patrioti si presenta a loro, e colla sicurezza che dava la vicinanza della Cisalpina, domanda i diritti dell’uomo; essi fuggono, e l’albero è piantato, non col berretto frigio, ma col cappello di Tell. Quando poi furono dichiarati liberi ed eguali tutti i sudditi della Svizzera, essi baliaggi divennero membri della repubblica Elvetica, destinata a ben altra vita che non l’effimera della Cisalpina, a cui ricusarono aggregarsi. La Valtellina pensò ella pure novità; ma alcuni preferivano unirsi ai Grigioni come quarta lega in eguaglianza di diritti, altri attaccarsi alla Cisalpina; e intanto la plebe assaliva i signori, le chiese, principalmente le cantine, ballonzando e cantando secondo la moda, spezzavansi gli stemmi de’ vecchi pretori, pur non mancando chi mettesse fuoco agli alberi della libertà. Un conte Galliano Lechi, prepotente e dissoluto bresciano, fuggito a Bormio per sottrarsi ai castighi meritati in patria, e di nuovi meritandosene con braverie ed altro, eccitò l’ira del popolo, che lo uccise con due suoi bravacci. Le gazzette li presentarono come martiri della libertà; i comitati di Bergamo e Brescia inveivano contro le persecuzioni fatte in Valtellina ai patrioti; il generale Murat, scesovi da Edolo colla sua brigata, intimò amnistia e pace; e Buonaparte offertosi mediatore, chiamò a sè deputati grigioni e valtellinesi. Quelli non ascoltarono: questi sì, e chiesero d’unirsi alla Cisalpina; ma voleano riservare per unica religione la cattolica, immunità di fôro per gli ecclesiastici, non partecipare all’ingente debito della repubblica nè alle inesplebili contribuzioni; a tacere le meschinità da campanile, per cui Bormio voleva stare disgregato da Sondrio, e Chiavenna fare casa a parte. Lunghissime anticamere dovettero durare i deputati al quartiere generale d’Udine: infine Buonaparte proferì (28 8bre) che, non essendo comparsi i Grigioni, ai Valtellinesi restava facoltà d’unirsi alla Cisalpina; andassero ad aspettarlo a Milano. V’andarono; e quivi seppero che «la loro sorte e felicità era ormai fissata stabilmente con quella dell’Italia libera»; e perchè rimostrarono che ciò trascendeva il loro mandato, Buonaparte li sbraveggiò come non fossero «compresi dal gran principio dell’unità e indivisibilità della repubblica, la quale deve formare una famiglia sola». Così quella valle divenne parte della Cisalpina; confiscati i beni che i Grigioni vi possedevano; a Murat, per le gravi spese che diceva incontrate, si regalarono una ricca sciabola e mille luigi, estorti a forza dalla valle, dove fra le allegre spensieratezze si cominciò lo spoglio delle chiese, e l’altre novità religiose. Queste eccitavano maggior indignazione perchè rammentavano quelle del 1620; nessuno andava alle assemblee primarie che doveano accettare la costituzione; v’ebbe congiure e sommosse, domate colla fucilazione; e il tribunale istituito a Bergamo contro gli _allarmisti_ esercitava tremenda azione anche nella valle. Vedemmo come l’Emilia fosse eretta in repubblica Cispadana; e il congresso accolto a Modena aveva compilato una costituzione alla francese, e nominato direttori Magnani, Ricci, Guastavillani, persone moderate: ma Buonaparte ordinò che quella repubblica fosse unita alla Cisalpina. La quale così abbracciò l’antica Lombardia, Mantova, Modena con Massa e Carrara, le legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna, oltre Bergamo, Brescia, Crema, Peschiera, cioè i paesi veneti sulla destra dell’Adige; più Campione e Macagno, feudi imperiali presso gli Svizzeri, la Valtellina e il ducato di Parma. Divisa in venti dipartimenti, contava tre milioni e ducentomila abitanti, coll’Adige, Mantova, Pizzighettone per difesa, e grandi elementi di prosperità. Nel lazzaretto di Milano solennizzossi la federazione italiana (1797 9 luglio), i deputati e le guardie nazionali sull’altare della patria giurando libertà ed eguaglianza: una di quelle feste, che fanno vivere un popolo intero d’una vita sola, e battere all’unissono migliaja di cuori; ma non dovea lasciare se non un mesto desiderio. A Genova, straziata come il debole in mezzo ai forti litiganti, osteggiavansi a morte aristocrati e democratici, e a questi ultimi erano stimolo i giornali ed emissarj milanesi; il commissario Faypoult facea colà quello che Bassville a Roma, e Villetard a Venezia, viepiù da che quest’ultima fu perita, e ai lamenti de’ nobili rispondendo, — I tridui e l’altre santocchierie non ritarderanno i lumi, e meglio fareste a dirigervi regolarmente verso là dove è inevitabile l’arrivare». In fatto i patrioti insorsero (maggio), ma il popolo ricordandosi del grido con cui avea cacciato i Tedeschi, ai tre colori oppone le effigie della Madonna; nella Polcevera e nel Bisagno si diffonde la sommossa non senza sangue; i patrioti soccombono; e Buonaparte manda querele pei Francesi trucidati, e rabbuffi contro l’aristocrazia; fa arrestare alcuni (14 giugno), esige soddisfazioni, modifica la costituzione sul taglio di moda, all’antico senato sostituendo i due consigli legislativi, ed un senato esecutivo preseduto dal doge; garantiti la religione cattolica, il banco di San Giorgio e il debito pubblico; cassati i privilegi; nei posti colloca persone moderate e delle varie classi, e scrive alla repubblica: — Non basta astenersi da ciò che contraria la religione; bisogna non inquietar neppure le più timorate coscienze... Illuminate le plebi, mettetevi d’accordo con l’arcivescovo per dare loro buoni curati, meritate l’affetto de’ vostri concittadini». Ma il popolo coi soliti impeti, brucia il libro d’oro (9bre); abbatte la statua d’Andrea Doria «il primo degli oligarchi»[33]; consacra alla ligure rigenerazione la casa dello speziale Morando, culla delle adunanze repubblicane. Il piccolo Genovesato, unitevi per forza Arquata, Ronco, Torreglia e i feudi imperiali, è diviso in quattro dipartimenti, e ordinato militarmente all’uopo di trarne soldati. Ai nobili spiaceva la prepotenza straniera, ai preti l’incameramento dei beni ecclesiastici e il distacco da Roma, al popolo gl’insoliti accatti; onde violentemente si ammutinarono le valli, e la forza e la forca bisognarono per domarli (7bre). Buonaparte, che rappresentava la forza espansiva della rivoluzione, allorchè partì dalla Cisalpina lasciandovi Berthier con trentamila uomini, le diceva: — La libertà donatavi senza fazioni, senza morti, senza rivoluzioni, sappiate conservarla. Voi, dopo Francia, la più ricca e popolosa repubblica, siete chiamati a gran cose. Fate leggi con saviezza e moderazione, eseguitele con vigore, propagate le dottrine, rispettate la religione; riempite i vostri battaglioni, non di vagabondi ma di cittadini leali e caldi d’ardore repubblicano; sentite la forza e dignità vostra, quale richiedesi a liberi. Dopo tanti anni di tirannide, non avreste da voi potuto ricuperare la libertà, ma fra breve potrete da voi tutelarla. Io vado, ma ricomparirò fra voi non sì tosto un ordine del mio Governo o il pericolo vostro mi richiami. Anche lontano amerò sempre la felicità e la gloria della vostra repubblica». Il suo ritorno in Francia (9 xbre) fu un continuo trionfo: all’esercito fu dal Direttorio presentata una bandiera, ove leggevasi in oro: «L’esercito d’Italia fe cencinquantamila prigioni, prese censettanta bandiere, cinquecentocinquantacinque pezzi d’assedio, seicento da campagna, cinque equipaggi da ponte, nove vascelli, dodici fregate, dodici corvette, diciotto galee. Armistizio coi re di Sardegna e di Napoli, col papa, coi duchi di Parma e di Modena. Preliminari di Leoben. Convenzione di Montebello colla repubblica di Genova. Pace di Tolentino e di Campoformio. Data libertà ai popoli di Bologna, Ferrara, Modena, Massa, Carrara, della Romagna, della Lombardia, di Brescia, Bergamo, Mantova, Cremona, parte del Veronese, Chiavenna, Bormio, la Valtellina; ai popoli di Genova, ai feudi imperiali, ai dipartimenti di Corcira, del mar Egeo e d’Itaca. Spedito a Parigi i capolavori di Michelangelo, Rafaello, Leonardo. Trionfato in diciotto battaglie ordinate: Montenotte, Millesimo, Mondovì, Lodi, Borghetto, Lonato, Castiglione, Roveredo, Bassano, San Giorgio, Fontanino, Caldiero, Arcole, Rivoli, la Favorita, il Tagliamento, Tarvis, Neumarckt. Dato settantasette combattimenti». A quei vanti sarebbonsi potuti aggiungere almeno cinquanta milioni di lire, che Buonaparte mandò per servizio dello Stato: egli che in contribuzioni avea tirato venticinque milioni dalla Lombardia, ottocentomila lire da Mantova, ducentomila dai feudi imperiali, seicentomila da Massa e Carrara, dieci milioni da Modena, venti da Parma e Piacenza, trenta dal papa, sei da Venezia, otto dallo spoglio de’ magazzini inglesi. Le feste non finivano al giovane vincitore: i giornali ne riferivano ogni atto o gesto, come di re; il popolo cominciò a guardarlo come l’uomo suo, e stupiva che, in tanta gloria, avesse sì poca ambizione. Non avea di fatto quella piccola che esala in intrighi, e portando gli sguardi ben alto, meditava un’impresa che crescesse la sua gloria senza dar ombra a una rivoluzione, la quale aveva schiacciato chiunque avea voluto imbrigliarla. L’India non è il paese da cui l’Inghilterra trae tutta la potenza, e quelle droghe e quel cotone che le fanno tributario tutto il mondo? Se dunque si voglia spegnere quest’implacabile nemica della repubblica francese, bisogna ferirla in quel suo cuore; e via per giungervi non può essere che l’Egitto. Conquistato questo il Mediterraneo è reso un lago francese, e per l’istmo di Suez e pel mar Rosso è dominata la via diretta alle Indie. Le navi e le isole carpite a Venezia, tre milioni sottratti al tesoro di Berna, i suoi veterani d’Italia gli varranno ad un’impresa che più gli arride perchè straordinaria; e fatti in gran secreto i preparativi, salpa da Tolone (1798 19 maggio), con cinquecento vele, quarantamila uomini, diecimila marinaj e sommi capitani. L’Ordine di Malta, ultima reliquia delle Crociate, da un secolo viveva in depravata oscurità, fra minuti litigi interni e dissipate congiure. Pingui commende in tutti i regni erano investite a cavalieri discoli e gaudenti, cadetti d’illustri famiglie, cui il voto di castità non serviva che a sacrilegio, e quello di povertà a lauti ozj. La marina, ond’essi avrebbero dovuto assicurare il Mediterraneo dai Barbareschi, conservava qualche galera appena per corse di piacere, nè tampoco impedendo agli Algerini di corseggiare le coste d’Italia. Dovea dunque perire; e prevedendo che l’Inghilterra alla prima occasione metterebbe le mani su quell’isola, Buonaparte vuole prevenirla; e di sorpresa sbarcato (12 giugno), l’ha dopo lieve ostacolo. Non veduto procede di mezzo alle crociere inglesi; là pure proclamando libertà (luglio), conquista Alessandria, vince al Cairo, e sottrae dai Mamelucchi il basso Egitto. I trionfi d’Italia e d’Egitto erano la sola parte nobile negli avvenimenti d’allora. Il Direttorio di Francia, debole come tutti i Governi che sbocciano da una rivoluzione, parea volesse spingerla anzichè sistemarla allorquando tutti sentivano bisogno di riposo e di legalità; fuori menava intrighi politici, insultava papi e re; dentro accusava incessantemente i realisti e i preti, vantava legalità e la ledeva, era a continue baruffe in consiglio, mentre la calma rimetteasi nelle strade, usava violenze nel governare, mentre la gente era caduta nella noncuranza; a Buonaparte invidiava la gloria mentre vivea del riflesso di questa. Di tale vanitosa debolezza risentivansi le nostre repubbliche. Oltrechè niun popolo ama una costituzione, che una volontà estranea gli diede e può togliere e mutare, il governare riusciva difficile dove la libertà e l’eguaglianza essendo intese nel senso più materiale, tutti credeansi in diritto di comandare e nessuno in dovere d’obbedire; le plebi si lagnavano dei Governi municipali, questi degli eserciti, eserciti e popolo dei commissarj di Francia: ed è in questi rammarichi che si logorano i nervi d’una nazione. Quasi fosse fatale a tutte le nostre rivoluzioni di pensare meno a consolidare la nazione, che a scinderla in partiti, nella Cisalpina tutto andava in baruffe: aristocrati, democratici, preti, giacobini, agenti del Direttorio, emissarj dell’Austria, milanesi, novaresi, transpadani, veneti, formavano altrettante consorterie, che si contrariavano, rinterzavano gl’intrighi, e voleano ognuna trarre a vantaggio proprio la pubblica cosa. L’indipendenza non erasi ancora acquistata, e già sull’uso da farne vituperavansi a vicenda federalisti e unitarj; questi rinnegando tutta la storia per voler fondere i piccoli Stati in un unico potente, quelli risparmiare la soverchia scossa col lasciare a ciascuno la propria individualità; gli esagerati sorretti dagli uffiziali, otteneano predominio nei consigli e nella legione lombarda; e neppure i piccoli dissensi possono conciliarsi quando uno è appoggiato dalla forza esterna. Tutto poi era guasto dalla prepotenza militare: gli uffiziali come in paese di conquista comandavano a bacchetta, esigevano, tassavano senza dare ragione; coi commissarj di guerra si conchiudeano turpi baratti; la società degli abbondanzieri col quattro per cento sugli appalti comprava la connivenza dello stato maggiore; ne’ quadri appariva il doppio di soldati che in realtà, e lo Stato li pagava. Non bastando tre secoli di sanguinosi eventi a mostrarle che il tenere serva una porzione d’Italia la obbliga a conflitti incessanti, la repubblica francese non si contentò d’essere protettrice della nostra, e la volle ausiliaria, obbligandola ad un trattato d’alleanza e uno di commercio, e a pagare diciotto milioni l’anno per un corpo francese da mantenervi. I nostri respingeano gagliardamente questi patti di servitù; ma il generale Brune, succeduto nel comando a Berthier, imprigionò i più caldi patrioti, fra cui Melchior Gioja; ai direttori Moscati e Paradisi sostituì Lamberti e Testi, gittò una contribuzione militare, e fece approvare i trattati. Trouvé, giovane ingegnoso e caldo, redattore del _Moniteur_, mandato a Milano perchè modificasse la costituzione, per quanto gli uffiziali protestassero vedervi uno smacco a Buonaparte, coi moderati sormonta (1798 1 7bre); dimezza i consigli, designando quali persone conservare; sulla sistemata imposizione fonda il diritto elettorale, e pone al direttorio Adelasio, Alessandri, Luosi e l’avvocato e poeta Sopransi. Ma un nuovo intrigo del Direttorio sostituisce a Trouvé l’esagerato Fouché, manutengolo di Barras, che tutto sovverte; le bajonette del generale Brune collocano direttori Brunetti, Seletti, Smancini; quand’ecco il Direttorio di Francia gli manda lo scambio, e Joubert surrogatogli ripristina la costituzione di Trouvé. Questi mensili avvicendamenti toglievano ogni fiducia di durata, ed esaurivano le finanze in modo, che dopo gli accatti e le tolte, si dovette por mano anche ai beni dei capitoli, dei vescovi, delle confraternite. Ne conseguiva una malavoglia universale, e il ricordo di quei tempi fa molti aborrire anche adesso dalla libertà repubblicana, non volendo accorgersi che quel che mancava era appunto la libertà. Nulla al certo è più detestabile che il despotismo militare; ma almeno allora si avea speranza che fosse precario, e avvierebbe ai beni di cui siamo più sitibondi, la libertà e l’indipendenza. E a questi mirando, formossi allora un partito nazionale; e Pino, Lahoz, Teulié, Birago, altri militari legaronsi nella società de’ Raggi che aspirava all’indipendenza, favoriva i Francesi come barriera contro i Tedeschi, ma sperando potere poi anche quelli escludere con forze italiane. Fu la prima manifestazione del voto _Italia farà da sè_: ma per effettuarlo occorreva anzitutto un buon esercito; poteva la Cisalpina formarselo, costretta a mantenere venticinquemila soldati forestieri? Quella libertà alla francese continuava a distruggere le libertà italiane. Sebbene il Direttorio raccomandasse di non fomentare le insurrezioni, la casa di ciascun diplomatico francese era un focolajo, dove scaldavansi quelli che febbricitavano di repubblica. Roma, sfiancata dall’umiliazione, era aggredita da ogni parte, e più dai paesi statile tolti; preti e papi erano il comune bersaglio dei giornali e delle tribune; e sul teatro di Milano si sceneggiò il conclave. Pio VI era stato costretto a imitare i rivoluzionarj, pigliando gli ori delle chiese e i beni di manomorta, aggravezzando gli ecclesiastici, avendo smesse le spese e le pompe, con cui pareva fare rivivere il secolo dei Medici. Ne mormoravano i sudditi, già scandolezzati dall’arricchirsi del suo nipote Braschi; i nobili parlottavano di ristabilire un senato all’antica; i Giansenisti rigalleggiavano; pertutto non si discorreva che del rancidume pretesco, di superstizioni tarlate, di regno dei cieli staccato da quello della terra, di riformare, di secolarizzare. La creazione d’una carta moneta portò al colmo il disgusto contro il Governo di preti: un Ceracchi scultore s’arrischiò di piantare l’albero sul monte Pincio: gli allievi dell’Accademia di Francia tentarono levare rumore, nel qual fatto (1797 26 xbre) sventuratamente cadde ucciso il generale francese Duphot. — Assassinio, violazione del diritto pubblico» si grida allora; Giuseppe Buonaparte ambasciadore abbassa lo stemma e se ne va; e il Direttorio, declamando contro «quella potenza che sembrava essere nata sotto il regno di Tiberio per appropriarsi i vizj del padre di Nerone, e della quale da mille quattrocentun anni l’umanità domandava la distruzione»[34], ciuffa molti milioni in diamanti del papa deposti a Genova[35], e ingiunge a Berthier di menare l’esercito contro la Babilonia, e «sbigottire il preteso gerarca della Chiesa universale colla sua tiara in capo». Berthier ai già volenterosi soldati porge nuovi eccitamenti a punire quel Governo, ma risparmiare il popolo innocente e i riti; e senza dare spiegazione nè trovare resistenza arriva a Roma (1798 15 febb.), vuole Castel Sant’Angelo, promettendo rispettare il culto, gli stabilimenti pubblici, le persone e le proprietà: ma subito la fa da padrone, congeda le truppe pontifizie, arresta e prende ostaggi; getta contribuzioni, sequestra i beni d’Inglesi, Russi, Portoghesi. Appena si vedono drappellati i tre colori, una folla, di concerto con Cervoni e Murat, proclama il popolo libero, nomina consoli: Berthier trionfalmente s’insedia nel Quirinale; a Pio VI intima d’abdicare la sovranità temporale, atteso ch’egli ne sia soltanto il depositario; e perchè ricusa, gli ingiunge d’andarsene in Toscana. Il papa pregava che, vecchio e convalescente, lo lasciasse morire in pace col suo popolo, a’ suoi doveri; — Morire si può in qualsia luogo», gli fu risposto. E dovette andarsene (19 febb.) non prima d’avere subito le insultanti indagini di Haller, avidissimo fra gli avidi commissarj, che gli tolse fin il bastone, fin un anello di dito: e talmente erano sbigottiti gli animi, che nessuno protestò. Pio VI rifuggì in quella Toscana, donde erangli venuti tanti disgusti; e al ministro Manfredini diceva: — Queste disgrazie mi fanno sperare ch’io sia non indegno vicario di Gesù Cristo; mi rammentano i primi anni della Chiesa, e quelli furono gli anni del suo trionfo»[36]. I cardinali ed altri prelati sono mandati via; di quelli forestieri si spogliano i palazzi, e così le chiese; è soppressa la Propaganda «istituto affatto inutile», sperperandone la preziosa biblioteca e per poco anche gli archivj; da’ palazzi pontifizj si levano fino le porte e i gangheri; si predano i vasi sacri come quei di cucina, e bruciansi i paramenti per cavarne l’oro; grosse taglie sono imposte a privati, trecentomila scudi alla famiglia Chigi, dodicimila all’incisore Volpato, e spesso non erano se non minaccie affinchè a pronto prezzo se ne redimessero; vendute a vil costo le sculture degli Albani e del Busca che non fossero scelte pel museo nazionale. Se n’impinguava la turba, che dietro all’esercito traeva, di commissarj per rubare, mediatori ed ebrei per comprare il rubato; intanto che nello scialacquo i militari giacevano sprovvisti di viveri e di paghe comuni. Protestarono essi contro quello sperpero; ma fu risposto che all’esercito era proibito deliberare. Ne nascevano scissure, e i soldati guardavano di mal occhio Massena che rubava e lasciava rubare: di che preso speranza, i Transteverini si sollevarono (2 marzo); «colla fiducia di potere sorprendere Castel Sant’Angelo, Monte, Transtevere, Borgo, si danno al diavolo; e con Cristi e Madonne gridando _Viva Maria_, si avventano contro i Francesi e contro i neonati repubblicani romani. Qualche centinajo tra morti e feriti; un altro centinajo arrestato da popolo barbaro; de’ fucilati alla piazza del Popolo ventidue; altri se ne fucileranno, e forse alquanti preti»[37]. Anche nelle altre città v’ebbe ammutinamenti e con esito eguale; le bande del prete Taliani d’Ascoli e la squadracela d’Imola si sostennero a lungo; sul Trasimeno, nella Campagna, nella Marittima le domò il terrore; al saccheggio furono abbandonati Ferentino, Frosinone, Terracina, e molti passati per le armi: ed è notevole come solo nel paese che dicesi governato peggio di tutti, incontrasse resistenza la Rivoluzione. Allora Faypoult, Florent, Daunou, Monge, uomini famosi, compilano per Roma una tapina costituzione, notevole unicamente perchè nel centro del cattolicismo non facea motto della religione. Secondo il consueto, dovea giurarsi odio alla monarchia: ma Pio manda per enciclica, che il Cristiano non deve odiare nessun Governo; basta si giuri sommessione alla repubblica, e di non fare trame contro di essa. Queste temperanti parole furono bestemmiate dai patrioti, i quali, in piazza del Vaticano, celebrarono la festa della federazione, imitando quella di Milano, che aveva imitato quella di Parigi. Subito Bruto e Scipione sono su tutte le lingue: consoli, senato, tribuni allettano con rimembranze di un tempo troppo diverso. Ma i primi consoli erano nominati, poi rimossi dai generali, e non essi, non i tribuni poteano[38], bensì Massena, Saint Cyr, Championnet, insomma le sciabole. Si arma la guardia nazionale, ma il Direttorio scriveva: «Non si lasceranno in Roma che millecinquecento fucili per la guardia nazionale, coll’avvertenza però che n’abbia soli ducento buoni a sparare[39]. Positivo soltanto il pagare; tre milioni di scudi all’esercito d’Italia in denaro, seicentomila lire in abiti, un milione sui beni nazionali; poi contribuzioni, poi prestiti forzati, e torre gli argenti e fino le posate (1798), metter ipoteche su beni di particolari, poi la carta moneta, poi il fallimento. Pochi voleano comprare i beni ecclesiastici _nazionalizzati_, chi per coscienza, chi per paura che un cambiamento di cose invalidasse i contratti: onde all’asta liberavansi a pochi speculatori audaci, che con tenuissimo profitto dell’erario facevano ingenti acquisti. Il depauperamento de’ ricchi sottigliava le entrate indirette: non si potè pagare i Monti, non gli stipendj: gl’impiegati, amando i posti non i pesi annessi, avrebbero voluto tante vacanze quante ai vecchi tempi: il popolo sobbolliva: i patrioti si disingannavano d’una libertà così costosa, d’una repubblica affatto serva della francese. Di sì varj scontenti arrivavano i gemiti o le grida a Parigi, gittavano zizzania fra i governanti, esacerbati dai disastri, e trovavano appoggi nel Direttorio stesso, massime in Luciano Buonaparte, desideroso di rendere necessario il fratello eroe. Perocchè i nemici armavano, e la diplomazia trescava. La Francia, benchè stesse in pace con Napoli, occupò i beni che in Romagna aveva il re ereditati dai Farnesi; poi gli mandò intimare congedasse Acton e i migrati francesi; alla repubblica romana pagasse il tributo che dovea come vassallo della santa Sede; lasciasse passare l’esercito francese per occupare Benevento e Pontecorvo. Ferdinando sì poco avea creduto alla pace, che da quattro anni teneva in piedi sessantamila uomini, per ciò diffondendo carta moneta, levando bestie e uomini all’agricoltura; gridava per l’occupata Malta, su cui pretesseva l’antica superiorità, e negava mandarle dalla Sicilia i provvigionamenti senza cui essa non vive; lagnavasi che le irrequietudini della repubblica romana si propagassero anche ai paesi limitrofi, e per non lasciarli invadere dai Francesi, occupava egli stesso Benevento e Pontecorvo. Francia per ciò gli tenea il broncio, e per aver accolto vascelli inglesi nei suoi porti, mentre se n’approdavano di francesi il popolo gli offendeva e derubava: e la vicinanza delle stazioni d’Egitto e di Malta dava a tali lamenti il peso di minaccie. Ferdinando era stimolato al rigore da Nelson, famoso ammiraglio inglese, il quale, sconfitta e mandata a fondo la flotta di Buonaparte nella rada di Abukir, avea menato la sua a Napoli, e ricevuto in trionfo, v’era trattenuto dai vezzi di Emma Leona, fanciulla divulgata in Inghilterra, poi modello di pittori, prima che l’ambasciatore Hamilton se le facesse marito connivente e peggio. Ferdinando faceva predicare che la religione periva dovunque Francesi arrivassero, che bisognava rassodare la fede e l’autorità; e quand’egli, condottosi in gran pompa alla basilica, lo scettro, il diadema, il manto deponeva sull’altare, quasi collocandoli in protezione dei santi, la ciurma applaudiva, esaltavasi, giurava difenderli. Udito poi che Buonaparte si trovava a cattivo partito in Egitto, intima a Francia che sgombri lo Stato pontifizio e Malta, per rispetto alle stipulazioni di Campoformio, e conchiude alleanza difensiva coll’Austria, la quale obbligavasi ad avere sessantamila uomini in Tirolo, mentr’egli ne porrebbe trentamila alle frontiere, e tre o quattro fregate nell’Adriatico; colla Russia, la quale prometteva mandare truppe a Zara, donde Ferdinando le tragitterebbe nel suo regno; coll’Inghilterra, la quale avrebbe una flotta nel Mediterraneo; colla Porta, la quale manderebbe diecimila Albanesi. Ferdinando accelera i provvedimenti; levando otto uomini ogni mille ne raduna settantacinquemila; mancando però di generali, è costretto chiedere l’austriaco Mack, il quale la sapeva lunga in fatto di storia e d’arte bellica, e non si metteva in marcia che con cinque carrozze. L’esercito francese di Roma contava soli sedicimila uomini sotto Championnet, e sparsi qua e là per vivere; onde i Napoletani avrebbero potuto sorprenderlo, e piantandosi fra Roma e Terni, separare la destra dalla sinistra, vincerli disgiunti, e sottoporre mezza Italia. Mack invece (1798), all’antica, sparte i suoi corpi in tre colonne: una che tagli ai Francesi il ritirarsi nella Cisalpina per Ancona; una che copra la Toscana, ove Inglesi e Portoghesi occuperanno Livorno; una con Ferdinando trionferà nella capitale del cristianesimo. In fatto il re, vincitore senza merito, entra in Roma (29 9bre), richiama il papa, e alla guarnigione di Castel Sant’Angelo intima che, per ogni cannone sparato, darebbe al furore del popolo un de’ Francesi feriti. Intanto sollecitava Piemonte e Toscana a fare causa seco contro Francia; il principe Belmonte Pignatelli suo generale chiedeva al Priocca ministro del re di Piemonte: — Perchè il tuo padrone tarda a frangere i patti impostigli dalla forza? Forse è assassinio sterminare i proprj tiranni? I Francesi vagano sicuri pel paese. Eccitate a furore il popolo; ogni Piemontese voglia aver atterrato un nemico della patria. Parziali uccisioni varranno meglio che fortunate battaglie; nè la giusta posterità chiamerà assassinj gli atti vigorosi d’un popolo, che sui cadaveri oppressori sale a recuperare la libertà. Primi i Napoletani sonarono l’ora fatale de’ Francesi, e dall’alto del Campidoglio avvisano l’Europa che i re sono risvegliati. Su, Piemontesi, spezzate le catene, opprimete gli oppressori». Questo foglio (se pure non fu finto ad arte) si disse intercetto dai Francesi, e pubblicato diede pretesto al Direttorio di volere occupare la cittadella di Torino, mentre i patrioti moltiplicavano sforzi per ammutinare il Piemonte. A Roma intanto nei Napoletani apparivano il disordine, l’inobbedienza, l’inesecuzione, soliti in esercito nuovo; a gara colla ciurmaglia trascorreano ad ogni abuso, diedero il sacco, affogarono Ebrei, guastarono le camere vaticane, e se alcun che di prezioso era sfuggito al Direttorio: costosa lezione all’Italia di quel che vagliano i liberatori armati. Championnet che si era ritirato concentrandosi, presto si sente in grado di tornare alla riscossa; rientra in Roma (14 xbre), donde il re fugge travestito; e pensa profittare dello sparso sgomento per assalire il Reame. Frontiera eccellente ha questo; a sinistra appoggiandosi a Terracina sul Mediterraneo, a due marcie da Roma, nel centro, fra Rieti e Civita Ducale, a quindici miglia da Terni; e a destra verso l’Adriatico, linea di cencinquanta miglia, che non può essere girata perchè mette capo nel mare. Se il nemico si dirizzi sovra Terracina e Roma, possono i Napoletani riuscirgli alle spalle per Rieti e Terni, ed occupare le strade che volgono a Foligno: se forza il centro o la destra, s’implica in montagne o gole pericolose: se neglige il Tronto e le rive adriatiche, possono i Napoletani in due giorni essere ad Ancona. Perchè dunque sì belle posizioni furono sempre inutili o superate? Nè allora seppe profittarne Mack, il quale turpemente fugge sin a Capua e sulla linea del Volturno. Il popolo di Napoli gridandosi tradito, invoca armi, e avutele, si fa padrone della città (1799): il re, la regina, Acton, con venti milioni in denaro e sessanta in gioje[40], fingendo andare a ingrossarsi di rinforzi, salpano per Sicilia sulla flotta di Nelson senza lasciar ordini o provvedimenti; fanno bruciare i vascelli e le navi incendiarie e cannoniere e il corredo dell’arsenale, lungo e costoso studio di Acton, quasi temessero nel popolo quella risoluta difesa di cui essi non sentiansi capaci. Ben se ne sentivano capaci i paesani, che insorti per tutta la campagna, trucidano i Francesi, tagliano i ponti, rapiscono le artiglierie, rattengono Championnet: se non che Mack, inetto a combinare la tattica scientifica coll’impeto popolare, conchiude un armistizio (11 genn.), dando Capua e una contribuzione di otto milioni. Il popolo abbandonato giura per san Gennaro di morire respingendo i Francesi; — Viva la patria, viva il re»; quelli che il re fuggiva per paura d’esserne tradito, se ne costituiscono unici difensori; universale disordine baldanzeggia, si trucidano persone di nome e di senno, il duca della Torre e suo fratello Filomarino trucidati, Moliterno e Rôccaromana, ch’erano stati messi a capo del Governo, non valgono a frenare i lazzaroni, non valgono le processioni col sangue di san Gennaro: la campagna li seconda, talchè Mack non vede altro partito che darsi in mano ai Francesi (1790 23 genn.). Championnet guida i suoi Giacobini sopra la città; assalto pericolosissimo contro arrabbiati plebei, che non curavano la propria purchè togliessero la vita ai Francesi, e resistettero anche quando egli per intelligenza co’ repubblicani ebbe avuto castel Sant’Elmo: ma egli, che fra l’orrore della mischia non avea deposto la speranza di riconciliazione, col trattare bene uno dei capi preso e col mostrare venerazione a san Gennaro induce la plebe a cessare le armi[41]. Detto fatto, il furore si converte in giubilo: fra mille cadaveri francesi e tremila napoletani si proclama la repubblica Partenopea, coi tripudj soffogando i gemiti, cogli applausi i dissensi; quei ch’erano perseguitati trionfano, quei che fremeano nelle prigioni pompeggiano nella reggia; e l’esercito francese piglia il nome di esercito napoletano «per combattere con loro e per loro, e del difenderli domandando unico premio l’amore». Così diceva Championnet, uomo di sincere intenzioni, e promettea libertà, indipendenza, e lasciava piantar alberi, e dichiarare cittadino san Gennaro, imponendogli il berretto tricolore. Sì, ma le dimostrazioni bisognava pagarle; e l’esercito liberatore imponeva diciotto milioni di ducati, che bisognò tor per forza e a capriccio, ponendo mano fino agli argenti e alle orerie delle case, e perchè il popolo fiottava, Championnet ne ordinò il disarmo. Cessò allora d’essere l’idolo della plebe, mentre il Direttorio disapprovava quel darsi aria di liberatore e legislatore; ed a regolare la parte economica vi spedì quel Faypoult, che aveva espilato Roma, e che quivi pure cominciò confische. Il generale, cui l’avere conquistato il paese pareva ragione di farvi ogni suo talento, ingiunse soldatescamente a’ commissarj d’andarsene; ma quest’atto gli meritò d’essere destituito e arrestato, surrogandogli l’emulo Macdonald, mentre Faypoult dichiarava beni della Francia quei della Corona, degli ordini cavallereschi, de’ monasteri, e le anticaglie. Se una repubblica credeasi in diritto di togliere questi al re ed alle corporazioni, non avrebbe dovuto restituirli alla nazione? ma il diritto suol guardarsi sempre da un lato solo, e alla Francia allora occorreva denaro, denaro; e l’Italia n’aveva ancora. E senz’altro titolo che di trarne due milioni per l’esercito, i Francesi invadeano la repubblica di Lucca con Serrurier, poi con Miollis: dalla cui presenza inanimati, i democratici domandarono l’abolizione della nobiltà e delle leggi del 1556 e del 1628; e all’antico venne surrogato uno statuto popolare, che fu il francese; intanto moltiplicandosi le tolte fin a tre milioni di scudi, cui tennero compagnia la consueta ruba dell’erario, delle armerie, e il dovere mantenere i soldati. Si domandò ragione alla Toscana d’aver accolto Pio VI, e non escluse le navi napoletane dal porto di Livorno; e in conseguenza, e col pretesto di salvarla da altrui invasioni, fu occupata (25 marzo). Il granduca parte per Vienna, i ministri per Sicilia; Gautier e Miollis scacciano i migrati francesi, reprimono le opposizioni di Firenze e Pistoja, poi derubano i beni del duca, gli argenti, sessantatre de’ più bei quadri, fra cui otto di Rafaele, il Virgilio della Laurenziana: ventidue tavole in pietra dura, e cammei e medaglie voleansi mandare via, se risolutamente non si fosse opposto il Puccini, presidente alle gallerie. Il Piemonte non avea veduto salvezza che nell’attaccarsi al carro trionfale di Francia, e il Direttorio avea fatto rispondere al nuovo re, «La nazione francese non dimenticherebbe mai ciò che da principio avea fatto per la Francia». Erano ministri Prospero Balbo e Damiano Priocca, valente giureconsulto e sperto diplomatico; e per quanto repugnanti, dirigevano le attenzioni, gli uffizj, la corruzione ad amicarsi il Direttorio. Neppure nella depressione dimenticando le lunghe speranze, gli mostravano come a Francia importasse l’aversi a’ fianchi uno Stato amico e robusto, e tale renderebbero il Piemonte coll’aggiungervi Genova e quella Lombardia, tutte le cui forze non valeano quanto un battaglione piemontese; diecimila Piemontesi dispenserebbero la Repubblica dall’occupare i suoi prodi a custodire quel lato. In fatti Buonaparte avea conchiuso alleanza in questo senso: ma il Direttorio or si faceva scrupoloso su tale mercato di popoli, or ricusava garantire al re gli Stati, essendo i popoli in diritto di scegliersi un governo al modo di Francia; quanto ai diecimila uomini, bastava si aprissero i ruoli nella Cisalpina, e ne accorrerebbero altrettanti e più a combattere per la libertà; a ogni modo si desser parole al re fino alla pace. Intanto però si lasciava che il suo territorio fosse sommosso dai novatori e dai profughi, i quali è vero non riuscivano che a moltiplicar le vittime[42]. Giovani improvvidamente animosi furono passati per le armi, e contaminarono col sangue la storia di quel re; fra i quali Carlo Tenivelli, mediocre storico, che a Moncalieri avea predicato idee democratiche, e vivrà in una pagina caldissima di Carlo Botta suo scolaro. Crescevano lo scontento le tante gravezze necessarie per soddisfare a Francia: ma per quanto Carlo Emanuele IV odiasse questa, e le potenze confederate lo stimolassero ad avversarla, egli reggeasi fido ai trattati. Facea da ambasciatore a Torino il Ginguené, repubblicano caldo e sincero, accademicamente dissertatore, che in prima fu nelle carceri del Terrore, poi messo nella commissione d’istruzione pubblica, approvò il regicidio, ed è memorevole per una _Storia letteraria d’Italia_, più lodata qui che nel suo paese. Egli si tolse l’indegno incarico di perdere i reali di Piemonte, cercando esacerbarli con piccole persecuzioni, e sollecitare i popoli a sollevazioni che ne giustificassero la cacciata. Volle ricevuta a Corte sua moglie, e ve la mandò in abito peggio che plateale (_en pet en l’air_); il maestro delle cerimonie la respinge; ma perchè il marito domanda i passaporti, è ricevuta, ed egli spedisce un corriere per annunziare al Direttorio questo trionfo sovra i pregiudizi e Talleyrand ne pubblica nel _Monitore_ un ridicolo ragguaglio[43]. Ma la scintilla era gettata, e le sommosse in paese non tardarono; Genova le seconda sul mare e a Carrosio; la Cisalpina sul lago Maggiore e a Pallanza: ma i regj combattendo presso Ornavasso, prevalgono (1798); moltissimi insorgenti sono uccisi in Domodossola e a Casale per legge di guerra. Il Priocca si lagna di queste subornazioni, asserisce il diritto di difendersi: ma Francia assume il tono di oltraggiata; Ginguené parlando retoricamente di stiletti, di fonti avvelenate, d’oro inglese, di migrati, di barbetti, d’un tramato vespro siciliano, intima al re che cessi i supplizj dei patrioti e le spedizioni contro gl’insorgenti di Liguria. Intanto il Direttorio domanda sempre nuove concessioni, onde avvilire il re prima di prostrarlo; ora vuole che estradica i fuorusciti, or che tolga di grado alcuni suoi sudditi, or arresti quello, or perdoni a questo; che più? dovette dar la chiave del proprio regno, cioè lasciar occupare la cittadella di Torino, a patto venissero acquetati i patrioti sul lembo della Cisalpina. Così egli trovossi sotto al cannone francese; obbligato allora a disarmarsi, vide ripigliar baldanza i patrioti e tentare Alessandria; e sebbene respinti colla morte di seicento côlti in un’imboscata, pure crescono dappertutto, e raddoppiano gl’insulti al re; con buffe mascherate, provocano la Corte e il popolo, mentre il Direttorio pretende che il re congedi, anzi consegni il Priocca, il suo miglior ministro, e un de’ pochissimi che tenessero la testa alta in quel tempo di depressione, mandando fuori una _notificanza_, ove protestava della lealtà del re e snudava la perfidia degli oppressori. Ma quando arrivò notizia della nuova lega tessuta contro Francia, il Direttorio temette che Carlo Emanuele cogliesse il destro per vendicarsi; Joubert che comandava la cittadella, butta fuori le solite accuse generiche, chiama dalla Cisalpina (1798 xbre) uno stuolo che _per cautela_ occupa le fortezze e fa prigionieri i presidj. Carlo Emanuele, che aveva esortato i cittadini a tenersi quieti, e avea perduto il suo miglior sostegno, cessa dall’esercitar il potere, e non togliendo nè le gioje nè settecentomila lire che aveva in tasca, per risparmiare al paese i guaj d’una resistenza inutile, se ne va. Passò per Firenze, dove a Vittorio Alfieri, che come gentiluomo era andato a riverirlo, disse: — Vedete cos’è un tiranno», e pianse. Arrivato in Sardegna (1789 5 marzo), protesta contro la violenza usatagli, poi si dà a vita di quiete e di pietà: nessun libro nuovo più volle leggere, salvo le poesie vernacole del Calvi, ammirandone la naturalezza, e diceva: — Così non si scrive se non nella lingua della balia; se avessi continuato, anch’io avrei scritto a questo modo». Mortigli poi i fratelli duchi di Monferrato e di Moriana, morto l’unico maschio del duca d’Aosta, successore designato, morta la moglie Clotilde sorella di Luigi XVI, per le austerità sue dichiarata venerabile, il re soccombente a tante sventure, rinunziò la corona al fratello Vittorio Emanuele, e si ritirò a Roma. In Torino, dove si trovarono mille ottocento cannoni, centomila fucili, provvigioni abbondanti e denaro, s’istituì governo a popolo, o più veramente militare sotto Eymar. Costui vedendo scontenti i soldati dal trovarsi sottomessi a coloro che fin là aveano osteggiato, il popolo dalla riduzione delle cedole, i preti dall’incameramento dei beni, i ricchi dalle implacabili imposizioni, vuol prevenire una sommossa col rapire i capi di famiglie nobili, e mandarli ostaggi a Grenoble. Subito si usurpano le preziosità della Corona, dal re illibatamente lasciate; depredansi i musei per arricchire il parigino; i titoli di nobiltà sono arsi in piazza Castello. Erogati in tre mesi da trentaquattro milioni per mantenere l’esercito, ridotto a un terzo il valore della carta moneta, stremate le finanze, più non vedendo altro spediente, si propose la fusione colla Francia. Aperti ne’ Comuni i registri per votare su ciò, colla solita maggioranza il plebiscito domandò che il Piemonte facesse parte della Francia. Carlo Bossi, fautore delle nuove idee, e che aveva celebrato con un’ode le innovazioni di Giuseppe II onde fu mandato a viaggiare, rimpatriato verseggiò sugli eventi de’ tempi; poi al minacciar della guerra fu spedito al re di Prussia; a Pietroburgo, infine a Buonaparte. Dal quale avendo udito esser proposito della Francia tenersi il Piemonte e ingrandire la Cisalpina, pensò meglio smettere i pensieri d’italianità che con Carlo Botta avea coltivati; ed essi due fecero lo spoglio de’ quattromila processi verbali che conteneano meglio d’un milione di firme, e portò la domanda della fusione al Direttorio, che si degnò esaudirla[44]. Non pochi avversavano alla perdita dell’indipendenza; in Acqui vi si oppose una risoluta sollevazione, ma fu repressa; e venne istituito in Piemonte il Governo francese. CAPITOLO CLXXVIII. Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville. Ma sopra la Repubblica francese e le sue create si addensava il nembo, tutti i nemici allestendosi a tarpare la sparnazzante democrazia. Paolo di Russia, deliberato a ristabilire i dinasti spossessati, mandava all’Austria sessantamila uomini; esercito terribile, di tutta la forza che dà la barbarie a servizio dell’intelligenza. Lo comandava Suwaroff vincitore dei Turchi, a cui una fanatica intrepidezza teneva luogo di genio, e d’arte l’unico intento d’andar sempre avanti. Ma il Consiglio aulico di Vienna, che poteva movere ducenventicinquemila soldati, aveva divisato la guerra all’antica, e mirando più di tutto all’Italia. In Francia, le finanze esauste, scarsa la subordinazione, malversata l’amministrazione; dei paesi protetti, cioè servi, non profittavano che gli espilatori; il suo più bello esercito e i migliori generali campeggiavano in Egitto, nè meglio di cencinquantamila soldati effettivi le rimaneano; di Moreau temevasi l’esuberanza repubblicana; Joubert e Bernadotte ricusavano il comando supremo per le restrizioni che vi si voleano mettere: sicchè attribuendo l’esercito di Napoli a Macdonald, quello dell’Alpi fu commesso a Scherer ministro della guerra, segnalatosi nel Belgio e nelle prime campagne d’Italia, ma vecchio e ignaro della moderna tattica di concentrare le forze in un punto solo, e poco amato perchè reprimeva la rapacità militare. È prezzo dell’opera conoscere le istruzioni dategli dal Direttorio: — La missione affidatavi dalla patria tende a rendere la repubblica francese arbitra delle nazioni dell’universo. Nella caduta di Cartagine Roma previde la conquista dell’Oriente; nella totale sommessione dell’Italia sono compresi i nuovi trionfi riserbati all’eroismo della gran nazione dall’insormontabile forza delle cose... Fin qua il Direttorio esecutivo stimò bene celare il magnifico proposito, e allucinar le teste italiane col fantasma della sovranità e indipendenza nazionale: questo lenocinio, secondato dagli avidi e ambiziosi di colà, riuscì a capello de’ nostri interessi: sedici milioni di uomini furono sottomessi da un numero di combattenti, che potrebbero dirsi corpi volanti anzichè esercito... L’oro e l’argento di che Italia ringorgava, fu versato nelle nostre casse militari: ma bisognò prodigarlo a corrompere gli amministratori dei diversi Stati, salariare i faziosi, gli allarmisti, gli spioni che servivano la nostra causa, e fra gli stranieri gli entusiastici apostoli dei nostri principj... Troviamo inutile rammentarvi che la repubblica francese essendo una, tutte le repubbliche italiane, partorite e tollerate solo per le imperiose contingenze, devono sparire. L’esistenza politica dei vinti non consista che in una pacifica servitù; non altre leggi conoscano che quelle date dal conquistatore... Abolite all’istante i nomi di guardie civiche, di legioni nazionali; soffogate nei cuori italiani ogni favilla d’ardor nazionale». Massena, comandante all’esercito di Svizzera, invase (1799 marzo) prosperamente il paese de’ Grigioni che aveano chiamato gli Austriaci; ma verso Italia il valoroso austriaco Kray sventò i divisamenti di Scherer, ed eccitando i popoli alla rivolta, lo sconfisse a Magnano e a Verona (5 aprile); Santa Lucia, Bussolengo, i laghi d’Idro e d’Iseo videro combattimenti gagliardi, mentre gl’Italiani stavano guardando a chi toccherebbero. Il selvaggio Suwaroff sopraggiungendo, e dato lo scambio agli uffiziali austriaci trattandoli da donnicciuole, zerbini, infingardi, aduna tutte le sue forze sull’Adda, e dopo sanguinosi fatti a Lecco, a Verderio, a Cassano, la passa d’ogni parte (25 aprile); lascia saccheggiare la Lombardia da Cosacchi, appena uomini d’aspetto, sicchè vi rimasero popolarmente terribili i nomi di Bagration, Korsakoff, Wukassovich[45]. Moreau, tardi mandato a scambiare Scherer, potè a fatica coprire Milano sinchè fuggissero i patrioti: e testimonio dell’esultanza dei popoli che si consideravano come liberati, e che in più luoghi lo molestarono, voltò verso Genova, donde potrebbe e tener aperto il passo verso Francia, e unirsi a Macdonald che, per ordine del Direttorio, veniva da Napoli. Melas, alla testa di cinquantamila Austriaci (28 aprile), e d’alquanti migrati francesi comandati dal principe di Rohan, entrò in Milano. Questa città, capo della migliore fra le improvvisate repubbliche, focolajo della rivoluzione di tutta Italia, non oppose resistenza: i vantatori di vittorie francesi e disastri austriaci, d’ostacoli naturali insuperabili, d’opposizione indomita de’ liberi petti furono primi alla fuga, alcuni squallidi e afflitti, altri lucidi e satolli, altri s’affrettò colla viltà a meritar grazia dai nuovi padroni, e tosto rialzansi le croci e gli stemmi, si drappellano santi e aquile, e simboli d’una nuova trinità, Austria, Russia, Turchia; si dà nelle campane; al grido di — Viva la religione, viva Francesco II» si saccheggiano le case e le terre di Giacobini; il solito trionfo de’ camaleonti. Quelli che l’altalena aveva abbassati, or si rialzano baldanzosi e stizziti; alla forza dei vili sottentra la viltà dei forti, che pretendono disfare il passato, punire le ingiustizie con altre, e fin la giustizia snaturano coll’aspetto di vendetta. In tali casi un Governo intelligente conosce unico partito il perdonare e dimenticare, per ottenere dimenticanza e perdono, anzichè secondare le riazioni, che scavano abissi in cui non precipita soltanto il vinto. Ma la vittoria sa di rado moderarsi. Una congregazione delegata e tre giureconsulti (Manzon, Drago, Bazzetta) sotto al commissario imperiale Cocastelli presero a sindacare i fautori d’un Governo, che pure era stato legalmente riconosciuto; molti furono cacciati prigioni, centrentuno mandati nelle fortezze di Cataro e del Sirmio; minute persecuzioni pubbliche e domestiche, sotto il pretesto di vendicare altari e troni, aprivano sfogo a rancori, esacerbati da tre anni d’umiliazione. Intanto i soldati la davano per mezzo a mille sporcizie, per quanto i paesani sapessero ad ora ad ora pagar l’insulto col sangue. In Valtellina, dapprima truppe cisalpine comandate da Lechi invadono o turbano la val Poschiavo; poi una frotta di Bresciani, vantando il nome d’Austria, taglieggia, concute, maltratta chiunque ebbe impieghi sotto la repubblica; poi per l’imperatore vi governa dispotico il barone Lichtenthurm; e un Parravicini valtellinese militante coi Tedeschi, e Claudio Marlianici delegato commetteano o lasciavano commettere arresti, perquisizioni, violenze. Nella Svizzera italiana i malcontenti, dalle valli sbucati sopra Lugano, cacciano prigioni alcuni patrioti, uccidono uno Stoppani, l’abate Vanelli da gran pezzo redattore della _Gazzetta ticinese_, e alcuni altri: finchè si mandano a chiamare gli Austriaci, che prendono il paese «sotto gli auspicj potenti dell’imperial potere». L’amministrazione di Torino rifugge a Pinerolo, e tutto il Piemonte sobbolle: Brandalucioni, con bande ragunaticcie del Canavese che chiamava masse cristiane, corre a schiantar gli alberi di libertà, e surrogare croci, e depredare Giacobini e scannarli: il popolo aprì ai Russi le porte di Torino (1799 20-22 giugno), ed ajutò Wukassovich ad assediare la cittadella, capitolata la quale e quella d’Alessandria, fu ripristinato il nome dei re di Sardegna. Ma il solo nome; perocchè padroni erano i militari, che moltiplicavano le esazioni, mentre Cosacchi e Panduri imperversavano al saccheggio; le cedole infestavano il paese; i soldati davano ai cavalli la sagina e il granturco sottratti al contadino, che moriva di fame. Molti furono carcerati, nessuno ucciso in giudizio. Suwaroff, per quanto spaventoso ne’ suoi manifesti, professava di combattere per difesa della religione e delle proprietà, e pel ripristino degli antichi governi, laonde, più che a punire, credea dovesse pensarsi a riordinare, e dal marchese Thaon di Sant’Andrea facea raffazzonare il Governo regio: ma altri erano i divisamenti dell’Austria. La rivoluzione in Italia era stata desiderata o gradita solo da negozianti, da dotti, da begli spiriti, ed anche di essi i più se ne stomacarono appena vedutala differente dalla speranza; poca parte vi avea preso il popolo, o solo per l’andazzo; eransi fatte piuttosto sedizioni, collera dei pochi, che non rivoluzioni, idea ed espressione di un’epoca, e troppo lo chiarirono le fiere tragedie realistiche, risposte alle commedie giacobine. Roma, Ancona, Livorno ebbero effigie divote che giravano gli occhi: alla Madonna del Conforto di Arezzo tanto crebbe la venerazione, che colle offerte le si alzò magnifica cappella: in via del Ciliegio a Firenze alcuni gigli selvatici, esposti avanti una Immacolata, fiorirono, ed il fenomeno naturale eccitò meraviglia e concorso e grazie e disordini; preludj di molto più fieri. Nello Stato Pontifizio sobbollivano Terni, Civitavecchia, Orvieto: in tutti i punti la guerra civile era fomentata dalle pessime nuove che a giornata venivano d’ogni dove. Napoli della brevissima repubblica Partenopea poco ebbe a lodarsi. Persone di senno e di bontà l’aveano servita di cuore; nella giunta legislativa sedettero Mario Pagano, Galanti, Signorelli, nomi conosciuti, e per omaggio al defunto Filangieri un suo fratello; nel direttorio l’Abamonti e il Delfico: Francesco Caracciolo brigadiere di marina, disgustato del re, al quale serviva da trent’anni, perchè gli mostrò diffidenza col togliere dalla nave di lui una somma depostavi, passò nella marina repubblicana. Col nome di padri e madri dei poveri, signori e dame andavano distribuendo denari e lavoro agli artieri scioperi: il medico Cirillo, uno dei pochissimi che nelle rivoluzioni mirano al pubblico bene, suggerì una cassa di soccorso, nella quale versò quanto avea guadagnato nel lungo esercizio. Mario Pagano, da vecchio e da storico, ripeteva non dovessero ripromettersi pace e godimenti, ma a consolidar la repubblica volersi tributi, armi e virtù, e che del proprio senno ciascuno ajutasse i reggitori della patria: ma la moltitudine ascolta piuttosto a chi la assonna di facili trionfi e beatitudini; poi quando le mancano, si chiama tradita, e ribrama il prisco stato. Ma la libertà era cosa insolita, insolitissima l’eguaglianza in paese monarchico, di tenace feudalità, di fanatica ignoranza, e che la presente condizione non avea conquistato a fatica e sangue, ma riceveva in dono. Il sospetto era morbo inoculato dalla precedente dominazione; i perseguitati voleano vendicar le ingiurie sofferte con recarne di nuove; i giovani le idee di moda sorbivano coll’esagerazione che non tollera freno; e per imitazione di Francia urlavasi contro il tiranno, contro il papa, contro il culto, contro l’aristocrazia; nelle sale _patriotica_ e _popolare_ formolavansi accuse contro a privati e a pubblici, e diluviavansi parole e ineffettibili proposizioni. Al popolo che chiedeva pane, si predicavano i beni della repubblica, s’insegnavano i diritti dell’uomo e i destini d’Italia; i nomi di santi imposti nel battesimo, e principalmente di Ferdinando, si cambiano nei classici di Cassio e Armodio, o di Masaniello; e cantar Partenope e il Sebeto, e recitar le tragedie d’Alfieri, di mezzo alle quali talvolta uno sorgeva in pien teatro, e presone a testo qualche verso, metteasi a sbraitare contro il dispotismo. Acclamata la costituzione francese, si sciolsero i fedecommessi, le giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli di nobiltà; con integrità si corressero gli abusi delle banche, annichilando moltissima carta, e la gabella sul pesce, sulle farine, sulle teste. Tutto bene, ma i modi precipitosi guastavano; l’abolire le tasse senza nulla surrogarvi, scompigliò le finanze; se non bastava che col distruggere le feudalità tutt’a un colpo si fossero suscitate inestricabili liti coi Comuni, si beffavano e ingiuriavano con iscritti e con atti i baroni come i preti. Il ministero della guerra avea proclamato che «chiunque avesse servito il tiranno, nulla sperasse da un Governo repubblicano»: onde tutto l’esercito antico e il satellizio dei baroni (milizia già addestrata che sarebbesi potuto utilizzare per la patria) si ridussero paltoni o masnadieri, ribramanti il governo antico. Quindi scombussolamento e mali umori; chiunque non sedeva in posti screditava chi vi sedesse; chiunque trovava un freno di legge, urlava alla tirannide. I _democratizzatori_ erano odiati nelle provincie, ove piantavano alberi di libertà e toglieano denari. I ventiquattro del Governo, da un lato pareano tirannici, perchè moderavano le trascendenze dei circoli politici, peste d’ogni libertà; dall’altro fiacchi, perchè nelle benevole fantasie non voleano persuadersi degli abominj della ciurma qualora sormonta. I Borboni erano fuggiti per pusillanimità, ancora integri di forza e di tesoro, e lasciando moltissimi fedeli, ai quali aggruppavansi man mano i malcontenti. Fidando in una vicina riscossa, i baroni, avversi al nuovo Stato e non lo temendo, cingeansi de’ loro vecchi armigeri e de’ soldati regj congedati, e alla spicciolata combattevasi, assassinavasi, si rinnovavano fatti esecrandi. Pronío e Rodío capibanda non cessavano di molestare i Francesi negli Abruzzi: in Calabria uno Sciarpa, in Terra di Lavoro Michele Pezza, famoso col nome di frà Diavolo, altri altrove, piacevansi degli assassini, onestati dal titolo politico: il Mammone mugnajo ornava il suo desco con teste appena recise, beveva sangue, e se non n’avesse d’altrui, il proprio; quattrocento fe trucidare, anche traendoli di carcere: e a cosiffatti il re dava il titolo d’amici e generali[46]. Tali cose sono asserite dal Coco, ma dopochè il brigantaggio infierì quest’ultimi anni contro il nuovo regno d’Italia, l’esagerazione con cui ne sono narrate le imprese e le atrocità dalle due parti opposte obbliga a dedurre assai da quanto fu asserito allora. Nulla più credulo che i tempi di rivoluzione. Altrettanto si esagerò intorno a Fabrizio Ruffo. Questo napoletano fu assessore di governo a Roma, poi tesoriere abilissimo; avea tolti molti abusi feudali, assicurato le rendite, stabilito un premio a chi piantasse ulivi, e passava per riformatore; e poichè gl’interveniva, come in tutti i tentativi, di fare e disfare, Pasquino il dipinse con nell’una mano _ordine_, nell’altra _contrordine_, in fronte _disordine_. Caduto di grazia, ricoverò a Napoli, ove il re lo pose intendente di Caserta e San Leucio, ma sì poco profittò de’ suoi posti che, quando fu fatto cardinale, per sostenere le spese dovette ipotecare i beni della prelatura. Allora rivide Roma, e cooperò a sostenere il coraggio di Pio VI, poi accompagnò i reali di Napoli nella loro fuga in Sicilia, donde tornato in Calabria, vi sistemò l’insurrezione e la guerra di bande in nome della santa fede; e al suo esercito parea dovessero unirsi moltissimi di Sicilia, dove i baroni, benchè non obbligati a servire fuori dell’isola, offersero di reclutare a proprie spese novemila soldati. Intanto legni inglesi e siculi, capitanati da Nelson, sommoveano le coste, presero Ischia e Procida, minacciavano Toscana e Romagna, interrompeano le comunicazioni fra Egitto e Francia, e catturavano navi e persone: la flotta turco-russa, dopo ritolta Corfù ai Francesi, accennava all’Italia. Della rapida conquista di Championnet non restavano ornai che Napoli e il circondario (1799); sicchè il Governo repubblicano dovette uscire dalla quiete, in cui lo teneano la confidenza del bene e il desiderio di non infamarsi con crudeltà, e cominciò rigorose repressioni. Andria fu distrutta orribilmente; Trani col sacco e il fuoco punita dell’ostinatissima resistenza; e così Sorrento e moltissime terre di Bari e di Calabria, senza per questo sopire la rivolta. Macdonald mette fuori proclami ferocissimi; prelati e preti sconterebbero colla vita le insurrezioni de’ luoghi ove dimoravano e sarebbero uccisi appena côlti coi sollevati; autorità al Governo d’arrestare i sospetti; ricompensa e silenzio a chi denunziasse un migrato francese o depositi d’arme; morte a chi toccasse a stormo le campane, o spargesse false notizie. Ettore Caraffa conte di Ruvo, maggiordomo del re eppure mescolato nelle congiure, imprigionato, fuggito, stimolatore e compagno di Championnet nella spedizione, ora scontento che s’intepidisse l’ardore repubblicano, faceva ad arbitrio leve e tolte che invelenivano. Stretto dal bisogno di riparare la Francia minacciata, il Direttorio di Parigi (1799 maggio) comandò a Macdonald accorresse nell’alta Italia per congiungersi a Moreau che scendea dalla Bocchetta di Genova; ed egli partì di Napoli, lasciando deboli guarnigioni a Capua, a Gaeta e in castel Sant’Elmo. Trovava la Toscana con insolito furore levata alle grida di — Viva Ferdinando, viva il papa», e dovette arrestarsi davanti Arezzo e Cortona che osarono resistergli. Questo rubogli un tempo d’inestimabile valore per unirsi a Moreau, e concedette agio a Suwaroff d’interporsi grosso fra loro nel piano di Piacenza. Tre giorni di fiera battaglia (17-19 giugno) contaminarono la Trebbia con quindicimila cadaveri; Macdonald indietreggia, e difilatosi sopra Genova, vassene in Francia, con lode di grande ma sfortunato valore; e Suwaroff pianta i suoi accampamenti in modo da impedire che fossero soccorse Tortona ed Alessandria assediate. Ormai nelle sole fortezze trovavasi ridotta la possa francese. Il Direttorio rinnovatosi, volendo dare prova di sè con atti robusti, impone cento milioni sui ricchi, arma grossi eserciti, dirizza alla volta di Genova Joubert a capo di quarantamila infervorati: ma Kray e Suwaroff riunitisi, lo pettoreggiano e costringono a rifuggire tra l’Appennino; e poco poi resta ucciso a Novi in una battaglia che costò ventisettemila vite (15 agosto). Anche Moreau sottentratogli è messo in rotta: Championnet, sceso per Cuneo sul Piemonte, dopo breve prosperità, trova sconfitta e morte (7bre). Gli Austriaci espugnano faticosamente Tortona; ma Alessandria, Mantova, Serravalle, Cuneo, altre fortezze capitolano con tal rapidità che i comandanti sono accusati di corruzione o di tepore. Sogliono gli Italiani chiedere la loro liberazione dai Francesi: ricevuta che l’abbiano, maledirli. Quando Macdonald la abbandonò, alla repubblica Partenopea parve d’avere acquistata l’indipendenza, e fece gavazze ed eccessi fino a proporre di tor d’impiego chiunque vi fosse stato posto da’ Francesi; e intanto frati predicare la repubblica in nome del vangelo, filosofi in nome di Rousseau; tutti assicurandola immortale, e già aveva il rantolo della morte. Il potere fu accentralo in Gabriele Manthoné, chiassoso repubblicano, che ravvivò gli ordini dei più fieri comitati di Francia, e con denari levati o donati soldò i veterani e li spedì a combattere gl’insorgenti, sistemò la guardia nazionale e una Legione Calabra, che proclamava — Vogliamo sangue, vogliam morte: darla o riceverla ci è tutt’uno, purchè la patria sia libera e noi vendicati». Pensate che orrori ne dovessero seguire: intanto che le parti straziavano le viscere, e gl’insorgenti sbucavano d’ogni calle, d’ogni bosco, e superando l’opposizione, assalsero la mal guarnita Napoli. Si volle, come sempre, difendere la capitale, mentre l’abbandonarla e difilarsi in colonna verso Capua o ai monti, avrebbe risparmiato ai Realisti tanti assassinj. Ruffo v’entrò di viva forza, secondato dai lazzaroni, con ferocie quali poteano attendersi da disperati contro disperati. Le finte notizie sono sempre l’arsenale dei settarj. Come dianzi erasi sparso che Ruffo si fosse da sè creato papa, così allora si diè intendere ai lazzaroni che i repubblicani avessero tramato di scannarli tutti, e i loro fanciulli educare senza religione; ond’essi a buttarsi su quelli ferinamente, e spogliare maschi e femmine per punirli della chioma raccorcia o per trovarvi gl’impressi simboli repubblicani e massonici, flagellarli, straziarli a membro a membro, arderli vivi. Guai alla casa che uno ne ricoverasse! il che rendeva inospiti molti, altri vili sino a denunziare il figliuolo o il fratello. Dopo due giorni il cardinale riuscì a sospendere la carnificina, e si diresse ad espugnare i castelli Nuovo, dell’Ovo e Sant’Elmo, dov’erano ricoverati i patrioti di miglior conto. Di là poteano questi recare immensi guasti alla città; aveano seco ostaggi e parenti del Ruffo, e modo di resistere finchè di Francia venissero soccorsi; laonde dal cardinale ottennero una buona capitolazione, libertà di partire sulle navi chi volesse, o di restare inoffesi, e promessa di sciogliere i prigioni e gli ostaggi. A tali patti ebbe esso i castelli, pubblicò generale perdonanza, e i repubblicani già erano imbarcati: quand’ecco dalla regina Carolina giunge una protesta[47], e voler morire piuttosto che patteggiare con sudditi ribelli; spedisce Emma Leona, che coi baci compra sangue da Nelson, il quale cassa la capitolazione (14 giugno) perchè fatta senza di lui ammiraglio, ottantaquattro cittadini fa incatenare, e dal francese Mejean, lasciato da Macdonald a comandare, riceve castel Sant’Elmo cogli ostaggi e coi patrioti in esso ricoverati. Ruffo (dicasi a sgravio di questo prete che pure si dipinge senza costume e senza fede, dicasi a obbrobrio del Nelson) mai non aderì alla turpe violazione; e dichiarò che, se l’armistizio fosse rotto, non s’attendessero verun soccorso da sua parte. Non gli si badò, e alle infamate antenne britanniche si vide appiccato il vecchio ammiraglio Caracciolo. L’esempio incita a crudeltà i mal repressi popolani; la plebe scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, si mangia i patrioti: il coltello degli assassini gareggia colla mannaja. Il re giungeva di Sicilia (30 giugno) come in paese conquistato, perdonava ai lazzaroni saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi e i privilegi della città, del regno, dei nobili, e dichiara ribellione ogn’atto commesso durante la sua fuga, e ottomila sono imprigionati nella sola capitale per avere parlato, scritto, combattuto, per avere avuto un nemico che li denunziasse. Spie, torture, presunzioni erano le procedure della giunta, la quale mandò a morte i generali Manthonè e Massa, Vincenzo Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che avea sostenuto le ragioni regie contro Roma e allevato i migliori giovani d’allora, Nicolò Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello Scotti autore del _Catechismo nautico_ e della _Monarchia papale_, il conte Ruvo, il medico Cirillo, Mario Pagano, una Sanfelice[48], ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a Metastasio e famosa parlatrice repubblicana. Questi nomi immortalò il martirio con quello dell’inquisitore loro Vincenzo Speciale, che insultava le vittime e i loro congiunti, seduceva a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Baffa, grand’erudito, ricusò dell’oppio, non credendo lecito il suicidio neppure negli estremi: era già condannato, e Speciale assicurava la moglie di lui non andrebbe che in esiglio. Invece Velasco, all’intimazione dello Speciale che lo manderebbe a morte, — Non tu» rispose, e precipitossi dal balcone. Cirillo interrogato da lui di che professione fosse sotto il re, — Medico»; e nella repubblica, — Rappresentante del popolo»; ed ora? — Ora in faccia a te sono un eroe», e ricusò chiedere grazia dal re e da Nelson che aveva curati. Vitaliani continuò a sonare la ghitarra, e uscendo al patibolo diceva al carceriere: — Ti sieno raccomandati i miei compagni, son uomini; e tu pure, un giorno potresti essere infelice». Manthonè alle interrogazioni non dava altra risposta se non: — Ho capitolato». Furono da cento gli uccisi di nome, nobili, letterati, guerrieri, due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni[49]; molti altri andarono sepolti nella fossa della Favignana (_Ægusa_); infiniti a minori pene. Si omisero come troppo frequenti i rintocchi dell’agonia per giustiziati; visitatori scovavano per le provincie «i nemici del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la libertà e i beni. Se si consideri che fra quelle vittime era il fior della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse avere ella per quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno della musica, per avere puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata, prigionia qual soleasi allora, e per quattro mesi l’aspettazione della morte, finchè i Russi essendo arrivati a Napoli, e chiestane invano la liberazione, ruppero il carcere, e lasciarono andare a Venezia a morire sbattuto e dimenticato. Poi venivano le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitore d’Abukir. A bastonate si svezzarono i lazzari dalla ruba e dal sangue; e il Governo ripristinato, ravviando le consuetudini prische, avrebbe potuto riuscire forte e farsi ancora benedire, se non fosse stato ossesso dal demone della riazione. Il re, che mai non era sceso di nave, tornò a Palermo festeggiato come trionfante di nemici; Canova ebbe incarico di eternarlo in marmo sotto le sembianze di Minerva; e l’astronomo Piazzi nominò da lui il pianeta Cerere, scoperto il primo di quell’anno. Sol quando il risorgere della fortuna francese insinuava idee più miti, e le favoriva il principe del Cassero vicerè, Ferdinando bandì l’indulto (1800 30 maggio), pel quale settemila uscirono di prigione: ma tante erano le riserve che ve ne restarono mille, tre migliaja erano fuggiaschi, quattromila in esiglio[50]. L’esercito, rifatto coll’aggregarvi furfanti (1799), si era unito colle bande di Rodío, di frà Diavolo e simili per avviarsi verso Roma a ripristinare il papa. Garnier, che ne comandava lo scarso presidio, li respinse: ma Tedeschi, Russi e Inglesi strinsero Roma così, che i Francesi uscirono patteggiati e assicurando l’amnistia. Allora i Napoletani entrati (30 7bre) strapazzano il busto di Bruto, svelgono gli alberi della libertà, e ogni memoria e resto dell’esecrata repubblica; espulsi, banditi, catturati i patrioti e tutti i forestieri; posto un tribunale, che non mandò nessuno al supplizio, molti nelle carceri, molti abbandonò agli insulti e all’assassinio. Intanto si costituiva un Governo non papale ma napoletano, s’incamerano i beni de’ fuggiaschi, si lanciano tasse fin sulle clericali immunità. Altrettanto baldanzeggiava nelle Marche il generale Frölich, che le teneva a nome dell’Austria. Quattro mesi di dominazione francese aveano della Toscana scassinate l’economia, la moralità, ogni subordinazione, e procacciatole universale disamore. Perciò, appena si ode il prosperare de’ coalizzati, grandi dimostrazioni prorompono nel Lucchese; ma l’intempestiva levata costa a molti la vita. Il Reinhard pubblicava: — Gli abitanti della campagna traviati, con petulante insolenza provocano i Francesi; con preti alla testa insultano i colori nazionali; vili istigatori dal fondo de’ nascondigli incitano alla rivolta e appellano i barbari del Nord... Voi che abbattete gli alberi della libertà, dovevate nel giorno in cui furono piantati esclamare, _Vogliamo rimanere schiavi; la ragione non è fatta per noi; ci dichiariamo indegni d’esercitare i diritti dell’uomo_». Il granduca Leopoldo bonificando val di Chiana, avea ridotto fertili le circostanze d’Arezzo, e abolito le gravose eccezioni, onde quella città gliene professava una riconoscenza, che aumentata col confronto, indusse il maggio popolo a insorgere (maggio) gridando — Viva Maria, viva l’imperatore, abbasso l’albero». Cacciata la debole guarnigione, assaliti i patrioti, rialzati gli stemmi ducali, le donne incorano alla sommossa; la campagna asseconda, Cortona vien dietro, invano le autorità civili ed ecclesiastiche gettando parole di moderazione; appajono un valore e un furore qual mai nessuno aspettava dai miti Toscani, i quali si muniscono di tutte le arti della guerra paesana; intanto accoltellano i sospetti d’avversa parzialità, o qualche Francese che da solo si avventurasse. In questo sopraggiungeva Macdonald da Napoli, come dicemmo, e trovandosi chiuse in faccia le porte, e munite di risoluti le ciclopiche mura, proclamò se tardavano ventiquattr’ore a sottomettersi, avrebbe passato per le armi gli abitanti, rase le città ribelli. Alcuna si sottomise, altre gli costarono sangue e, che più gl’importava, tempo: poi appena egli sfilò verso la Trebbia, gli Aretini raddoppiano di baldanza, e distendono la controrivoluzione, sorretta da un Windham, già ministro di Inghilterra presso Ferdinando III, e da Alessandra Mari sua ganza. A tutti i Toscani proclamavano essi: — Abbiamo scosso il ferreo giogo della servitù, dispersa la straniera forza che ne gravava il collo; nel nome del Dio delle vittorie veniamo a ridonarvi la politica e civile libertà rapita. Coraggio, Toscani, all’armi... L’angelo sterminatore che combatte per noi, perseguita i vostri oppressori». La ciurma accorsa da ogni parte trasmoda; Siena è presa dagl’insorgenti, bruciati tredici ebrei, altre persone trucidate; ai perseguitati dai Francesi sostituivansi nelle carceri i perseguitati dai riazionarj. Sorte gare di primazia fra le due città, Siena offre alla Madonna del Conforto una pace d’oro, stupendo dono di Pio II, e gli Aretini in ricambio ne riconoscono le prerogative. Dopo la sconfitta della Trebbia, le truppe francesi sono costrette ritirarsi da Firenze, dove non essendosi provveduto alla pubblica sicurezza, la moltitudine alza il capo, a fatica dall’arcivescovo e dai prudenti rattenuta da eccidj e saccheggi. Il senato fiorentino ristabilito manda a sollecitare i Tedeschi; ma ecco gli Aretini soprarrivano ne’ più bizzarri arredi, con coccarde d’ogni colore e croci ed armi e cupe risoluzioni, e cominciano a violentare i patrioti. La Mari trionfa fra il Windham e un frate; un consesso inquisitorio, assistito dal celebre giurista Cremani, su trentaduemila processati, ventiduemila condanna per reati politici: le fortezze di Portoferrajo, Volterra, Livorno, Prato, Pistoja riboccano di carcerati; molti sono esposti alla gogna, moltissimi profughi, sostenuti l’antico vescovo Ricci, il vescovo di Massa, il preposto Fossi bibliotecario della Magliabechiana, diciotto cavalieri di san Stefano, il cavaliere Fontana ordinatore del museo di fisica: chiuse le Università, destituiti i professori. È superfluo parlare dei disordini economici. L’arrivo del tedesco D’Aspre sospende le persecuzioni; i comandanti stranieri rimasti padroni, riescono a sottoporre al senato il Governo provvisorio d’Arezzo; poi l’armata austro-russa-aretina s’accinge a invadere la Romagna, e prende Perugia e le altre città fino a Roma. Tutta Toscana allora acclama il granduca Ferdinando; ed egli, che, al primo venire de’ Francesi, aveva imposto come segno di lealtà di riceverli con benevolenza, istituì una giunta onde premiare quelli che aveano dato «il grand’esempio» dell’insorgere contro di essi, «e adoperato valore o prudenza a far nascere, fomentare o animare la sollevazione contro i nemici»[51]. Vittorio Alfieri, che aveva declamato tutta sua vita contro i re, poi bestemmiata la rivoluzione francese, e fremuto a quest’alzarsi degli avvocati e dei villani rifatti, fu visto fra la turba applaudire agli insorgenti, poi scriveva: — Io ho passato i centodue giorni della tirannide francese di Firenze sempremai in villa, e non ho mai messo i piedi una sola volta nella città fin al dì 6 luglio, che fu il giorno della purificazione. Adesso sono ancora in villa, ma vo qualche volta a Firenze, e massime ogniqualvolta ci arriva dei soldati tedeschi, per vedere il trasporto, il giubilo, l’espansione di cuore del pubblico intero per i suoi liberatori, benchè gli Aretini han fatto essi il più. La Toscana è presentemente tutta evacuata, e il sole vi ritorna a risplendere»[52]. Ai Repubblicani non restavano più che Genova ed Ancona. Questa fu assalita dalla flotta turco-russa, e per terra da Austriaci e Romagnoli, guidati da Lahoz, il quale dalla Cisalpina era passato agli Austriaci, o com’egli diceva all’Italia, ingannato prima dal nome di libertà, ora da quello d’indipendenza, ed ivi perì. Pino e Monnier difesero quella fortezza, che poi capitolò onorevolmente (1799 6 luglio), ma fu saccheggiata da Turchi e Russi. Genova offriva l’unico passo verso Francia; laonde i Francesi la occuparono a malgrado delle autorità paesane, e la posero in istato di difesa. Francia diè ricovero ai tanti profughi d’Italia, i quali alle sventure patrie anche allora non trovavano che le vulgari cagioni. — Il tradimento e la perfidia soli han dato la vittoria al Barbaro; e chi più efficacemente il favoriva, reggeva allora la Francia»: così cominciavano un indirizzo ai rappresentanti; e a grida di piazza insistevasi perchè il Direttorio dichiarasse l’unità d’Italia, altrimenti dall’Europa sarebbe creduto complice di quei suoi agenti che aveano compressa la libertà, posto in impieghi gli aristocratici, violentate le assemblee primarie, perseguitato i più fervorosi, fomentato le sollevazioni plebee. Poi venivano le incriminazioni fraterne, e quel che pare un bisogno degl’infelici, il volgere il dente contro le proprie carni. Chi avea tratto la Cisalpina in postribolo, godeva agi e onori; ad altri soccorreva la carità de’ ricchi lombardi; il poeta e matematico Mascheroni morì di stento; di stento visse il Monti, che metteva in versi quelle accuse e quelle ire; e trovandosi negletti da un Governo che di loro non abbisognava, i profughi ridestarono l’idea di rigenerare da soli la patria, e il sentimento dell’unità italiana rinvalidarono nella mescolanza de’ patimenti. La Francia era a tal punto, da tremare della propria, non che poter assicurare l’altrui libertà; vinta sui campi e minacciata d’invasione, club di fanatici, indirizzi di eserciti pretendeano dettare leggi; baldanzosamente intaccavasi il Governo, e il Governo che non osava difendersi col terrore, suppliva con intrighi e colla polizia. Luciano Buonaparte, uno dei direttori, fomentava i mali umori, e diceva: — Non più ciancie si vogliono, ma una testa ed una spada». Per verità la rivoluzione non tolse il despotismo, ma tramutollo dal re nel popolo, che si arrogò le attribuzioni de’ privati, della famiglia, del Comune, assorbendo l’uomo nel cittadino, la famiglia nello Stato. Ne seguì l’anarchia; e poichè gli uomini han più paura di questa che desiderio della libertà, credettero primo bisogno il reprimerla, ed unico mezzo il despotismo. Ma chi potrebbe esercitarlo se non un soldato? E tutti gli sguardi si dirigevano all’Egitto e al Buonaparte, di cui la gloria traeva spicco dalle presenti sconfitte e dalla lontananza; le scarse notizie, le accorte insinuazioni facevano credere a grandi vittorie, magnificare i divisamenti del giovane generale, e guardarlo come l’unico capace di opporsi all’Europa congiurata e al disordine irruente. Ma egli non avanzava fra i trionfi; e i quaranta secoli dall’alto delle piramidi videro alcune vittorie, ma poi una serie di disastri e di difficoltà, davanti alle quali fiaccavasi l’animo di lui, fatto pei colpi subitanei più che per le lente combinazioni. Trovavasi dunque disgustato della sua impresa, quando attraverso alle navi inglesi gli trapelarono le notizie di Francia, e i voti e le orditure de’ suoi amici: onde risolve tornarvi a tutto rischio; e disertando dall’esercito per correre dietro alla fortuna (29 agosto), passa non visto di mezzo agli esploranti inglesi, approda improvvisissimo a Frejus, e fra l’entusiasmo e la curiosità vola a Parigi, salutato da tutti come salvatore (9 8bre). Fin là ben poco s’era sperimentata l’attitudine di Buonaparte al governare; sapeasi però ch’egli era fortunato, e basta: faceva mestieri d’un uomo, che desse unità a tanti impulsi, ed egli pareva il caso; e tutto da lui aspettavano tutti, su tutto si cercava il suo avviso. Egli sentendosi necessario, aveva l’arte di non spingersi che a sentita: poi tutto concertato nel secreto, volge le armi contro le toghe, e con un colpo ardito (9 9bre) disperde il corpo legislativo, abbatte il Direttorio, e fa eleggere un Consolato che deve assettare una nuova costituzione, capace di difendere la libertà dentro e propagarla fuori. O stanchi o speranti, nessuno si oppose; il popolo coprì d’applausi l’illegalità; le deportazioni suggellarono le bocche. — Non più Giacobini, non Terroristi o Moderati, ma soli Francesi», diceva egli; e per verità quando il Governo non fu più arietato da fazioni, non più fluttuò tra volontà irresolute, cessò il bisogno della violenza perchè un solo robusto lo guidava, non a caso e passione, ma per sistema. La costituzione allora combinata (13 xbre) riduceva a mera ombra il diritto elettorale e la rappresentanza; cento tribuni discuteano le leggi, proposte dal consiglio di Stato; trecento legislatori le votavano senza discussioni; ottanta senatori vegliavano all’integrità della costituzione; tre consoli eseguivano. Buonaparte fu il primo di questi, anzi restava il vero padrone, e secondava l’universale inclinazione a restaurare il passato nel governo, ne’ costumi, nella religione. La gente di veduta corta pensava ch’e’ volesse rimettere in trono i Borboni: ma egli lavorava per sè, e si era accorto che al dominio non poteano portarlo se non le bajonette. Occorrevagli dunque di compire qualche splendida impresa: e qual campo migliore dell’Italia, dove avea colto i primi allori? A questa pertanto volse la mira, rialzando le speranze di quei tanti Italiani che dalla Francia rimpiangeano la patria o in patria la libertà, e che soffrivano dalle riazioni. Le coalizioni, se pur durano fin a conseguire l’intento, poco tardano a scomporsi. All’Inghilterra dava ombra lo stare Russi in Italia, i quali poteano fissare un piede sul Mediterraneo, dov’essa aspira a predominare. Più ne ingelosiva l’Austria, ed appena le ebbero ricuperata la Lombardia, cercò rinviarli, e col pretesto d’una spedizione in Olanda li trasferì in Isvizzera, benchè non pratici del terreno, e nuovi alla guerra di montagna. Pel difficile Sangotardo, ove si scolpì un masso _Suwaroff Victori_, costui cerca la valle del Reuss (1799 25 7bre); da Lecourbe molestato al ponte del Diavolo, sfila con gravi perdite per una gola angustissima; e subito svallato, trovasi Massena alle spalle. Le balze tranquille risuonano di armi omicide, dopo una battaglia di quindici giorni, dove ventimila Russi e cinquemila Austriaci periscono, dell’esercito conquistatore non rimangono che poche reliquie per giungere compassionevoli al Reno; e Suwaroff ricusando di più combattere, torna a Pietroburgo a lamentarsi dell’Austria come traditrice, nè altro che ingorda di conquistare l’Italia e tenerla per sè. Davvero essa parea raccogliere tutti i frutti degli altri disastri; considerando scaduti il papa e il re di Sardegna, bramava serbarsi i loro dominj come conquista sopra la repubblica francese[53]; e inorgoglita, rifiutò la pace che le offerse il primo console (1800), e ridomandava il Belgio. Anche l’Inghilterra ricusa patteggiare con Francia; il ministro Pitt ottiene da quel Parlamento un credito di mille milioni per guerreggiare un consolato, che nelle casse trovò appena censessantamila franchi[54]; e la guerra del mondo è dichiarata. Vasto era il sistema di campagna della seconda coalizione. In Italia Austriaci e Inglesi doveano prendere Genova, marciare sopra Nizza e di là nella Provenza, ove li seconderebbe l’insurrezione dei Realisti; un secondo corpo solleverebbe il Piemonte; Melas si spingerebbe nel Delfinato, e a rattizzare la guerra in Vandea, nella Bretagna, nella Normandia; l’imperatore stesso e gli arciduchi si metteano in campo; centrentamila uomini guidava Ferdinando, ottantamila Bellegarde in Italia, l’arciduca Giovanni cenventimila; mentre Carolina di Napoli andava a sollecitare il czar di Russia. Di mezzo a tanto fracasso d’armi, Buonaparte davasi l’aria di volere la pace, e gemea del vedersela negata; ma intanto s’accingeva a nuovi trionfi. Comprendendo che il caso non richiedeva piccole e solite manovre, raccolta a Digione una riserva di sessantamila reclute, medita sbucare tutt’insieme per le valli del Sangotardo, del grande e piccolo Sanbernardo e del Cenisio, e intercidere così la linea del nemico, estesa dalla Lombardia sin lungo il Varo. Moncey, staccato dall’esercito del Reno, per la prima via comincia le operazioni; Thureau per l’ultima; pel piccolo Sanbernardo Chabran. Secondo la Costituzione, il primo console non poteva avere il comando delle armi; ma egli vi sorpassa, e solo per la forma fatto nominare generale in capo Berthier (maggio), mena trentacinquemila uomini pel gran Sanbernardo. Generali abili nell’esecuzione, attenti ad ogni particolarità, solleciti della disciplina e dell’esercizio, maestri ne’ metodi e nel meccanismo della tattica, valentissimi in tutto ciò ch’è ordinario, mancano poi di quell’inventiva che sa rompere il circolo delle idee, delle abitudini, de’ precetti, per ispegnersi là dove si trovano combinazioni nuove, molteplici mezzi, insperati espedienti. Qui sta la differenza fra il talento e il genio; indizio del quale è il persuadersi che si possa fare cosa nuova. Delle Alpi in inverno sempre aveasi avuto spavento; Buonaparte non vi credette, e trovò soda la neve, belle le giornate. Avventurose quanto le sabbie d’Egitto erano le ghiacciaje dell’Alpi, ed esalterebbero le giovani fantasie: e di fatto restò dalla poesia e dalla pittura abbellito quel passaggio che sarebbe terribile sol quando un pugno d’italiani vi difendesse l’indipendenza della patria. Ma il nemico, ingannato dalla pubblicità che Buonaparte dava al suo disegno e dall’enfasi con cui l’annunziava, lo credette un artifizio, e non si argomentò a por riparo ad un’impresa, che altrimenti sarebbesi condannata per temeraria[55]. In Italia i Francesi, ridotti a quarantamila uomini e penuriosi, erano rincalzati verso le Alpi: e Massena nella Riviera di ponente senza denaro nè munizioni, con pochi soldati, compiva atti eroici, finchè entrò in Genova, riordinò l’esercito scompigliato per la morte di Championnet, e vi si trovò ben presto assediato da Inglesi ed Austriaci. Genova non era di veruna importanza all’Austria, la quale non potea sperare di tenersela, e avrebbe dovuto comprendere che le grandi battaglie si agiterebbero sul Po e in Lombardia; pure ella ostinossi in un’impresa, che estendendo di troppo la fronte dell’esercito comandato da Melas, lo indeboliva. Intanto essa lasciò sguernita la Svizzera, e il francese esercito senza pur uno scontro passò la montagna. Lannes, che comandava l’antiguardo, giunse a Etroubles, il 19 maggio, il 21 Buonaparte, e per Aosta e Ivrea scesero ne’ piani italici, tenendo la pendice meridionale dell’Alpi da Susa fino a Bellinzona. Melas aspettava ancora Buonaparte a Ventimiglia, quand’egli già, preceduto dal cognato Murat, entrava in Milano (1800 2 giugno). Senza persecuzioni la rimette in istato di popolo, nulla badando al Direttorio Cisalpino che nei tredici mesi erasi sostenuto a Chambéry, istituisce un comitato provvisorio di governo; ripristina l’Università di Pavia con valentuomini; si rifocilla coi magazzini e colle artiglierie abbandonate dal sorpreso Austriaco, che sarà battuto dall’armi sue stesse. Murat correva a prendere Piacenza; e tagliato così in due l’esercito nemico, i Francesi non esitano a lasciare sguarnita la Lombardia per affrontarlo nelle pianure del Piemonte e costringerlo ad allargare Genova. L’esercito chiuso in questa città era destinato vittima a quella grande spedizione, e vi sofferse martirj che onorerebbero una causa santa[56]. Mancate le carni e i grani, mancata la cipria, s’incettò l’orzo, il linseme, la veccia, il cacao e che che altro si potè, e formavasene un tristissimo pane da munizione, mescolato con zuccaro e miele; una fava fu pagata due soldi, un panetto diciotto franchi; e dopo disputato le erbe e le radici ai ruminanti, frugavasi nelle fogne se qualche resto di cibo si fosse sottratto all’avidità; rodeansi le scarpe e i cuoj delle sacche; e soldati e popolo diventano eroi nel cercar di che vivere con modi che a pena si crederebbero fra popoli civili. Molti ogni giorno morivano di fame, o da sè aprivansi le vuote viscere; l’abitudine toglieva il compassionarli, e l’impossibilità il soccorrerli; e i gemiti di giorno e di notte, e i miserabili aspetti, e le sorgiunte febbri pestilenziali facevano orribile la misera Genova. Massena stette a parte di quei patimenti, i quali davano tempo alle operazioni di Buonaparte, nè volea sentire di arresa, finchè il popolo tumultuante, i soldati ridotti a ottomila ed estenuati, lo indussero non ad una capitolazione, ma ad una convenzione, per cui tutto l’esercito usciva colle armi, i rifuggiti restavano salvi, gli abitanti sarebbero immediatamente provvisti di viveri. Libero appena da quest’impaccio, Melas accorre per riaprirsi la comunicazione con Vienna; e nella pianura di Marengo (1800 4 giugno), fra la Scrivia e la Bormida, affronta il nemico. L’esercito di Buonaparte, che, non aspettandosi l’attacco, si trovava disseminato, soccombeva un corpo dopo l’altro dinanzi ai veterani austriaci e alla cavalleria ben atteggiantesi in quei piani; allorchè sopraggiunse Dessaix con una colonna, reduce allor allora d’Egitto, e che improvvidamente era stata mandata altrove: con quella che pare ispirazione e non è che un calcolo fatto rapidamente, egli si dispone in quadrato, come aveva appreso nel combattere i Mamelucchi, compie una felice riscossa, pagandola colla propria vita, e Buonaparte ne profitta per riportare compiuta vittoria[57]. La battaglia di Marengo costò quattromila vite ai Francesi, novemila agli Austriaci. Questi dunque non erano annichilati: eppure li colse tale costernazione, che quell’esercito di cenventimila uomini, che, dopo rimesso il giogo all’Italia, doveva invadere la Francia meridionale, levossi in totale sconfitta. Così ancora all’esperienza prevale l’audacia, alla guerra metodica la spicciativa, alla dottrina l’invenzione e il concentrar le forze e accelerar le marce. Melas, irresoluto per natura e per gli ordini viennesi, cercò un armistizio, e in cumulo cedette le fortezze, purchè le truppe avessero licenza di ritirarsi a Mantova; fatto che eccitò l’indignazione, e crebbe il prestigio napoleonico. Alessandria patteggia, i Francesi tornano in Genova, l’Italia rientra sotto la devozione di Buonaparte, il quale non inebriato dal trionfo, all’imperatore offre pace ai patti di Campoformio, cioè che gli Austriaci sgombrino la penisola sino al Mincio. Ma Francesco II, nel tempo che negoziava di pace, accettò sessantadue milioni di sussidj e l’alleanza dell’Inghilterra, e disdicendo i preliminari, arrestò l’ambasciadore francese. Buonaparte denunziandolo sleale, ripiglia le mosse e comincia la _campagna d’inverno_ (9bre). Augereau è sul Meno; Moreau sull’Inn; sul Mincio Brune, generale mediocre, succeduto al prode ma diffamato Massena nell’esercito italico; Murat guida verso l’Italia diecimila granatieri; Macdonald staccatine quindicimila dall’esercito vincitore di Moreau, traversa faticosamente la nevata Spluga, per emulare il vantato passo del Sanbernardo, e sceso in Valtellina, risale i Zapelli d’Aprica per calarsi nella val dell’Oglio, indi al Trentino pel Tonale, per via inaspettatissima giungendo a formare l’ala sinistra dell’esercito d’Italia; Moreau, vinto a Hohenlinden l’arciduca Giovanni, avanzasi fino a Lintz sulla strada di Vienna, e agli sgomentati arciduchi concede l’armistizio che dianzi avevano ricusato (3 xbre), patto che a Luneville si tratti della pace senza l’Inghilterra. Anche in Italia Brune e Macdonald, vincitori a Mozambano, nè lasciando all’Austria che Mantova, moveansi per isboccare dall’alpi Noriche sopra Vienna (25-30 xbre), quando il maresciallo Bellegarde che comandava gli Austriaci, udito l’armistizio di Germania, lo patteggia anch’esso. Alessandro di Russia erasi già staccato dalla coalizione; tutta Germania esclama (1801 gennajo) contro la improvvida politica dell’imperatore, che è costretto sagrificare il ministro Thugut e surrogare Cobentzel; il quale dopo lunghe discussioni a Luneville con Giuseppe Buonaparte, conchiude la pace (9 febbr.), dove, appellando al trattato di Campoformio, si confermavano alla Francia il Belgio, all’Austria gli Stati veneziani. Buonaparte, volendo ricuperare in America l’insorta isola di San Domingo, erasi fatto cedere dalla Spagna la Luigiana, antico possesso della Francia, in compenso promettendo crescere all’infante di Parma gli Stati fino a un milione e ducentomila abitanti, col titolo di re. A tale aumento fu destinata la Toscana, che verrebbe custodita contro gl’Inglesi dalla flotta spagnuola, al granduca assegnandosi un’indennità in Germania. Così Austriaci più non rimaneano di qua dall’Adige. L’imperatore, senz’autorità della dieta germanica, riconosceva le repubbliche Batava, Elvetica, Cisalpina, Ligure; rilasciava i prigionieri di Stato italiani, facea nuovamente cessione alla Cisalpina di tutti i diritti e titoli che vi avesse, e alla Ligure de’ feudi imperiali. Non parola del papa, di cui ambiva le Legazioni; non di Napoli, non del Piemonte. La più generale conseguenza politica della rivoluzione francese, cioè l’ingrandimento delle grosse potenze e la ruina delle piccole, diveniva più sempre apparente; e per indennità ai grossi Stati spartivansi i piccoli principati tedeschi e specialmente gli ecclesiastici. L’Austria, patteggiando di contrade e sovranità non sue, e all’interesse della Casa sagrificando quel del corpo germanico, si pigliò i vescovadi di Bressanone e Trento; al granduca di Toscana diede l’arcivescovado di Salisburgo, gran parte di quelli di Cassow ed Eichstädt, e il prevostato di Bestholdsgaden; al duca di Modena la Brisgovia e l’Artenau[58]: compensi inadequati alle perdite in Italia, e per soprapiù iniqui. In Toscana, quando si udì il ritorno de’ Francesi, il senato ordinò la leva a stormo: ma i Francesi non tardarono a entrarvi (1800 dicembre). Sola Arezzo resistette e si fortifica, e il generale Monnier la bombarda, e penetratovi a forza, fucila chiunque coglie colle armi, lascia esercitar il saccheggio fin ne’ monasteri e spedali per sette ore, poi smantellata la fortezza, mette contribuzioni, ammutite le campane che aveano sonato incessantemente a martello. Il generale Miollis proclamava poi il perdono, sperando «che la patria del Petrarca non saprebbe essere insensibile alla generosità, colla quale tutto è obliato»[59]; e poichè pizzicava di letterato, fece ristabilire l’Accademia del Cimento, rendere onori funebri alla Corilla poetessa e porre una lapide alla casa di lei; dagli Israeliti fece erigere una cattedra di letteratura; protesse a Padova il Cesarotti, come a Parma avea visitato il Mazza che ripagollo con una lettera e un sonetto: ma quando a Firenze volle visitare l’Alfieri questo non lo accolse. Sull’Appennino duravano molti rivoltosi, contro cui si spinsero le colonne francesi; per tutta la campagna si assassinava; nelle città intrigavasi e disputava. Al crescere delle vittorie francesi, il re di Napoli, stimolato dall’instancabile moglie, propone di marciare a difendere la Romagna e ricuperare la Toscana, e avvia truppe sopra Siena, guidate dal francese fuoruscito Dumas: ma Miollis con Pino affrontatolo (1801 22 gen.), il ricacciano a forza, mentre Murat, sceso dalle Cozie con diecimila uomini, si difila su Napoli. Questa non poteva opporre che poche truppe scoraggite ai vincitori dell’Austria; ma Carolina corre all’imperatore di Russia, ne adula l’onnipotenza, non volesse negar la mano a una famiglia, rea soltanto del nome borbonico e d’essersi esposta per la sacra causa de’ troni. Il czar le promise appoggio, e spedì il gran scudiere Levaschef a dire al primo console come desiderasse l’integrità del regno di Napoli. Buonaparte, vogliosissimo di tenersi amico il czar qual unico contrappeso all’Inghilterra, si proferì disposto a sagrificare anche i giusti suoi risentimenti al piacere di fargli piacere. Levaschef proseguì verso Napoli, ricevuto fin con archi trionfali dall’esercito di Murat (18 febb.); il quale arrestando l’irrefrenabile suo corso alla parola del Russo, fece l’armistizio di Foligno (29 marzo), poi la pace di Firenze, salvando quel regno a patto che i porti ne restassero chiusi alla bandiera britannica e alla turca, e aperti alla francese e alla russa; rinunziasse a qualunque ragione sull’isola d’Elba e sullo Stato di Piombino e de’ Presidj; piena amnistia per colpe di Stato; pagherebbe mezzo milione di franchi per restauro dei cittadini francesi danneggiati. In segreto vi s’aggiunse, finchè durasse guerra colla Turchia e la Gran Bretagna, guarnigioni francesi starebbero negli Abruzzi e in terra d’Otranto, mantenute dal re. Allora si riapersero le carceri, i proscritti uscirono dai nascondigli e tornarono al possesso dei beni, si vietò ai repubblicani di turbare gli ordini regj; e Buonaparte scriveva a Soult, comandante de’ presidj francesi, che desiderava andasse alla messa coll’uffizialità a suon di musica, e conversasse coi preti e cogli uffiziali regj. Tale spirito nuovo e conciliativo Buonaparte voleva insinuare. CAPITOLO CLXXIX. Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordato. Pace di Presburgo. Regno d’Italia. Le paci di Campoformio e di Lunéville ripristinavano dunque il diritto pubblico, dalla rivoluzione abbattuto; e dopo le radicali dottrine e le pompose promesse, la Francia stessa immolava popoli e nazionalità al vecchio sistema dell’equilibrio. Buonaparte, benedetto dall’Europa come il genio dell’ordine, del buon senso, della pace, ai migrati restituì la patria e i beni non ancora venduti, schiudeva una società nuova al calore della sua gloria, e avviavasi alla dittatura: ma non che ripudiasse i costosi frutti della rivoluzione, li fece ordinare e sanzionare nel Codice, costruito sull’individuale libertà e sull’eguaglianza di tutte le persone e tutte le cose sotto leggi e tribunali identici, pareggiando i cittadini nella società, i figliuoli nella famiglia; svincolando la proprietà, sicchè ognuno potesse disporne co’ soli limiti imposti dall’utilità pubblica; secolarizzando l’ordine politico e il civile. Alle idee riordinatrici di Buonaparte confacevasi il ripristino della religione, sentimento che tocca più degli interessi. Il culto era stato abolito, abolito Dio sotto il Terrore, quasi a dimostrare che una società non poteva imbrutire a quel segno se non rinnegando Iddio. Sentì quel vuoto il Direttorio, e mediocre come era, credè surrogarvi l’assurdo culto teofilantropico, i cui sacerdoti, alla ricorrenza di certe feste della Virtù, venivano a deporre fiori su quegli altari, donde erasi eliminato il sacrosanto rito dell’espiazione. Pio VI, cacciato da Roma poi anche da Firenze, fuggì a Parma e di là a Valenza di Francia, meglio accompagnato nella nobile miseria da dimostrazioni popolari, che dalle cortigianesche nel fastoso e umiliante pellegrinaggio a Vienna. Quando colà morì di ottantun anno (1799 29 agosto), i filosofi dissero, — Ecco sepolto l’ultimo papa», e Revellière-Lépaux, inventore del culto teofilantropico, scriveva a Buonaparte impedisse di eleggere un successore, e profittasse della circostanza per istabilire a Roma un Governo rappresentativo, e sottrarre l’Europa dalla supremazia papale. Ma Buonaparte avea trattato il papa da vincitore bensì, pur con riguardi, e «come avesse centomila soldati». Rientrato in Milano, assistette ai Tedeum che qui celebravano le sue vittorie, e potè chiarirsi che il popolo nostro era e voleva essere cristiano. Onde raccolti i parroci di Milano disse loro: — Persuaso che la religione cattolica è la sola che possa procurare felicità vera ad una società ben ordinata, e assodar le basi di un Governo, volli accertarvi che metterò ogni cura a proteggerla: avrò come perturbatori del pubblico riposo e nemici del ben comune, e punirò rigorosamente e fin colla morte chiunque le farà il minimo insulto: voglio sia conservata nella sua interezza, pubblicamente esercitata e libera come la prima volta ch’io entrai in questo felice paese. I cambiamenti posteriori avvennero contro l’inclinazione e il veder mio, nè potevo oppormi ai disordini, ad arte eccitati da un Governo, sprezzatore della religione cattolica. I filosofi vollero dipingerla nemica d’ogni sentimento democratico e del Governo repubblicano. L’esperienza disingannò i Francesi; ed io, che pur sono filosofo, so che nessuno potrebbe passare per virtuoso se non sa donde viene e dove va; nè saperlo si può che dalla religione, senza di cui la società è vascello privo di bussola. Dei trattamenti usati al papa defunto, han colpa gl’intrighi di quelli in cui avea posto confidenza, e la crudele politica del Direttorio. Col nuovo papa spero tôrre gli ostacoli all’intera riconciliazione della Francia. Voi so quanto soffriste nella persona e nei beni, e vi provvederò; e quel che vi dico, desidero sia noto non solo all’Italia e alla Francia, ma a tutta Europa»[60]. Anche in Francia, se per moda, per idolatria a Voltaire, per rispetto umano, durava ancora fra la gente colta l’empietà, il popolo tornava a sentir bisogno del Redentore, che riabbellisse la natura, benedicesse le cune e i feretri, giudicasse le iniquità de’ forti: i pensatori disingannati vedeano dover rintracciare un’eguaglianza più vera, una libertà più salda e meno fallibile, meditavano melanconicamente sulle ruine che da tre secoli le sêtte religiose e filosofiche facevano nel cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell’uomo e del mondo, senza trovare un essere intermedio fra il gran tutto che rapivano all’umanità, e il nulla in cui la sobbissavano. Sarebbesi detto che le vittorie de’ Nordici in Italia s’effettuassero al solo fine, che all’ombra loro fosse in Venezia (1800 14 marzo) adunato il conclave[61], dove avendo l’Austria dato l’esclusione al famoso Gerdil, uscì papa Barnaba Chiaramonti. Stando vescovo d’Imola, aveva questi pubblicato in una pastorale che «la libertà cara a Dio ed agli uomini, è la facoltà di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana; la forma democratica non repugna al vangelo, anzi esige quelle sublimi virtù che s’imparano soltanto nella scuola di Cristo; esse faranno buoni democratici, d’una democrazia retta, forbita da infedeltà e da ambizioni, e intesa alla felicità comune; esse conserveranno la vera eguaglianza, la quale, mostrando che la legge si estende su tutti, mostra insieme qual proporzione deva tenere ogni individuo rispetto a Dio, a sè, agli altri. Ben più che le filosofie, il vangelo e le tradizioni apostoliche e i dottori santi creeranno la grandezza repubblicana, gli uomini rendendo eroi di umiltà e prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare con sè e con Dio. Seguite il vangelo, e sarete la gioja della repubblica: siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici». Questa moderazione parve attagliata ai tempi; ed egli, assunto il nome di Pio VII (1800 3 luglio), comparve a Roma, dove la noja della dominazione forestiera il faceva invocato: scelse a segretario di Stato il cardinale Consalvi, destro quanto moderato; ricostituì il governo all’antica, proclamando il perdono, e invitando i sudditi a imitarlo col sopire gli odj e le querele reciproche. Toltigli settecentomila sudditi delle Legazioni, gliene aveano lasciato un milione e settecentomila, ma intero il debito di settantaquattro milioni di scudi, di cui da tre anni non si pagava l’interesse. Si cercò sistemare l’imposta in modo d’ottenere una rendita di quattro milioni di scudi; fu proclamata la libertà di commercio, riconoscendo «che tutte le leggi proibitive o vincolanti l’industria e il commercio erano perniciose quanto vane[62]»; il papa diminuì le spese di corte; condiscese ai teatri; impose una tassa speciale sui terreni incolti, sciolse i vincoli di fedecommesso, di manomorta, di pascolo; dava premj a chi piantasse, prometteva edificare casali, via via che la cultura si estendesse. Secondando le istanze di Paolo I e di Ferdinando IV, ristabilì i Gesuiti in Russia e nel Napoletano. Con un papa sì conciliativo e pien d’amore per la Francia, d’ammirazione per l’eroe che la dirigeva, non sarebbe possibile ravvicinarla alla Chiesa? Tre giorni dopo la vittoria di Marengo, Buonaparte ne gittò parola al cardinale Martiniana; poi Consalvi e Giuseppe Buonaparte ne trattarono a Parigi (1801): ma ricuperare questo regno primogenito del cristianesimo non poteasi senza grandi sagrifizj. Voleasi il matrimonio de’ preti: e Pio rispose, potersi assolvere gli ammogliati, ma autorizzarlo per massima no. Sui possessi tolti alle manimorte non si fe malagevole, le ricchezze non essendo essenziali al clero. E così tra cedere e negare si conchiuse il famoso concordato. La Francia ebbe un ministro pel culto (Portalis); la pasqua del 1802 i cannoni salutarono di nuovo una festa cristiana; il Caprara legato a latere cantò messa in Nostra-donna, mentre l’aerea armonia de’ sacri bronzi richiamava il popolo ai riti solenni e all’ineffabile gusto della parola divina. Tutto ciò dava lusinghe di ordine all’Europa: la coalizione regia s’era sconnessa: anche l’Inghilterra ascoltò proposte di pace, la quale fu conchiusa ad Amiens (1802 27 marzo). L’Inghilterra si era avventata alle armi per difendere la minacciata libertà europea, ed ecco neppur motto ne fa nelle stipulazioni: avea posto come preliminare lo sgombro di tutt’Italia, poi lasciava al nemico il Piemonte e gl’emporj di Genova e Livorno; Francia sgombrerebbe il Napoletano e il Romano, e gl’Inglesi ogni posto nel Mediterraneo e nell’Adriatico, e Malta che si restituirebbe all’Ordine. A Buonaparte, volontà ineluttabile, sistematore risoluto, bastava un atto per riunire un paese che la natura fece uno e le convenzioni sbranarono: ma già il Piemonte consideravasi fuso colla Francia, come Venezia coll’Austria; Buonaparte volle fossero distrutte le fortezze che davano soggezione alla Francia, quali Arona, Bard, Ceva, Cuneo, Tortona, Serravalle; smurata Torino, come il castello di Milano, e Forte Urbano sul Bolognese. La Toscana era stata eretta in regno d’Etruria per un infante di Spagna; al papa riconciliato bisognava confermare il patrimonio; al regno di Napoli serviva di scudo la protezione della Russia: e i fantastici Italiani piansero svanita ancora la speranza che la vittrice spada e la ferrea volontà d’un loro paesano ricostruisse la patria una e libera. Ne’ varj Stati furono poste una commissione esecutrice e una consulta legislativa, ma tutto pendea dai ministri di Francia[63]. Del bello e forte paese cisalpino, con cinque milioni d’abitanti, settanta in ottanta milioni d’entrata, e quarantamila uomini in arme, Talleyrand avrebbe voluto si formasse un regno, da dare a qualche principe austriaco siccome compenso e pegno di pace: ma Buonaparte stabilì conservarlo repubblica, estesone il limite fin alla Sesia col recuperare gli sbrani dell’antico Milanese, cioè Novara, Vigevano, la Lomellina; buone fortificazioni la difenderebbero dagli Austriaci assisi di là dall’Adige, e la terrebbero sempre aperta alla Francia, che ne conservava il protettorato, e ne ricevea venticinque milioni all’anno di tributo, e di qua manderebbe i suoi ordini al paese meridionale, aspettando che i casi la elevassero a capo d’una federazione italica. Per togliere la Cisalpina ai disordini della prima sua età, e concentrarla sotto una mano vigorosa che la proteggesse di fuori mentre la reggeva dentro, Buonaparte convocò a Lione una consulta. Quattrocencinquantadue rappresentanti, scelti fra il clero, i tribunali, le accademie, le amministrazioni dipartimentali, le quaranta primarie città, la guardia nazionale e l’esercito, e in essi il cardinale Bellisomi e nove vescovi, nel cuor del dicembre passarono i monti, e nella seconda città di Francia ebbero suntuosa ospitalità, adunanze splendide quanto le antiche sessioni reali, lauto trattamento, e fra altri spettacoli, quel dell’esercito che tornava d’Egitto, misto di veterani francesi con arabi e mori e mamelucchi. Divisi in cinque classi (1802) secondo gli antichi dominj, presedevano ai Lombardi già austriaci il Melzi, ai Veneti il Bargnani, ai Pontifizj l’Aldini, ai Modenesi il Paradisi, ai Novaresi e Valtellini il De Bernardi, a tutti in apparenza il Maniscalchi ambasciadore della Cisalpina, in fatto Talleyrand, il quale senza quasi lasciarli discutere, fece che accettassero per acclamazione lo statuto da lui modellato sul francese dell’anno VIII. Portava esso tre _collegi elettorali_ permanenti e a vita, completatisi da se medesimi: uno di trecento grossi possessori risedeva a Milano; uno di ducento negozianti a Brescia; uno di altrettanti dotti ed ecclesiastici a Bologna. Essi sceglierebbero dal proprio grembo una _commissione di censura_ di ventun membro, che eleggesse tutte le magistrature dello Stato; otto _consultori_, che vegliassero sulla costituzione, deliberassero sui trattati, e nominassero un presidente della repubblica, decennale e rieleggibile, con cinquecentomila lire, incaricato del potere esecutivo, e che eleggerebbe un vicepresidente con centomila lire e ministri[64]. Il ministro del tesoro presenterebbe ogni anno il conto, e non consentirebbe verun pagamento se non per legge o decreto del Governo. Un _consiglio legislativo_ di dieci membri compilerebbe le leggi e i regolamenti, e li sosterrebbe davanti al corpo legislativo. Questo ha settantacinque membri, quindici de’ quali sono nominati oratori per discutere le leggi prima di votarle. La giustizia era resa con sapiente progressione, da arbitri, giudici di prima istanza, tribunali d’appello e revisione, ed uno di cassazione; oltre le camere di commercio per le cause mercantili: inamovibili i giudici e il grangiudice. Eguaglianza fra i cittadini; nessun vincolo all’industria e al commercio se non quelli dalla legge stabiliti; uniformità di pesi, misure, catasto, istruzione; dichiarati nazionali i debiti e crediti delle provincie; lo Stato assegna la congrua a vescovi, capitoli, seminarj, parroci e alle fabbriche delle cattedrali. Fatti intesi della volontà del primo console, i nostri, dilungandosi dai sistemi particolari per osservare l’intera popolazione senza preoccupazione d’abitudini, lasciaronsi bassamente porre in bocca la confessione della propria inettitudine, dichiarando non conoscere alcun italiano valevole ad essere presidente della repubblica (1802 26 gennajo), gli uomini che presero parte ne’ cambiamenti o non aveano sostenuto funzioni pubbliche, sì da poter reggere lo Stato, o le aveano sostenute fra l’agitazione delle opinioni e sotto estranee influenze, in modo da non meritarsi la pubblica fiducia: d’altra parte la recente repubblica non avere truppe sufficienti ad assicurarsi, nè poter sperare dagli altri Stati la considerazione necessaria per consolidarsi dentro e fuori: trovare insomma necessario di essere retta da Napoleone Buonaparte, due nomi che allora per la prima volta trovansi uniti. E Buonaparte degnava aggradire, e diceva: — La repubblica Cisalpina, invasa e omai perduta, fu una seconda volta dal popolo francese resa all’indipendenza. D’allora che non si tentò per ismembrarvi? ma la Francia vi protesse, e foste novamente riconosciuti. A Lunéville cresciuto il territorio d’un quinto, esistete con maggiore forza e maggiore speranza. Dandovi magistrati, non badai a terre o a fazioni, ma solo ai vostri interessi. Per le eminenti funzioni di presidente, non trovando persona fra voi abbastanza reputata, benemerita e spregiudicata, aderisco al voto espressomi, e conserverò, quanto fia necessario, il gran pensiero de’ vostri affari». La repubblica, composta, com’egli diceva, di dieci popoli, cioè Milanesi, Mantovani, Bolognesi, Novaresi, Valtellini, Romagnuoli, Veneti, divisi in Bergamaschi, Cremaschi, Bresciani, s’intitolò italiana (1 febb.), e pensò ad organarsi in modo d’essere, com’egli voleva, «la prima potenza d’Italia». Restavano sue le artiglierie esistenti nelle piazze fin al valore di quattro milioni; si doveano preparare armi e ponti; trentaduemila soldati in tempo di pace, con una riserva che si porterebbe a sessantamila, coscrivendo dodicimila giovani ogni anno, oltre due mezze brigate e un reggimento di cavalleria di Polacchi, ceduti alla nostra dalla repubblica francese; alla tranquillità vigilavano mille seicento gendarmi, e la guardia nazionale di tutti i cittadini dai diciotto ai cinquant’anni. La spesa era bilanciata su novanta milioni di lire milanesi, di cui cinquantadue erano assorbiti dalla guerra e dal tributo alla Francia. Libera la stampa, sotto la responsabilità dell’autore e dello stampatore, i quali, avanti divulgarle, doveano presentare le opere alla revisione, che poteva sospenderle; soggetti a censura i fogli periodici, le composizioni teatrali e i libri che si introducevano. Ai comizj di Lione i preti non aveano potuto ottenere si dichiarasse unica religione la cattolica, ma solo che si farebbe una legge organica pel clero, da approvarsi dal papa. Di fatti un concordato speciale (1803 16 7bre) con questo riconosceva come religione della repubblica la cattolica; al presidente concessa la nomina de’ vescovi; libero a questi il comunicare con Roma, il promuover agli Ordini e ai benefizj i meritevoli, e punire i colpevoli anche col rinchiuderli in conventi o seminarj: non si sopprimerebbero fondazioni ecclesiastiche senza approvazione della Sede apostolica; non sarebbero molestati i compratori di beni ecclesiastici. Tal era quel concordato: ma come erasi fatto in Francia cogli articoli organici, nel promulgarlo a Milano si aggiunse che nuove professioni non potrebbero farsi se non negli Ordini applicati all’educazione o a cura degl’infermi; e, come all’ordinazione dei preti, volervisi l’assenso del Governo, e così per dare valore alle bolle e ai brevi della santa Sede. Di quest’intrusione si dolse invano il pontefice. Corse allora uno de’ più floridi e quieti tempi per la Lombardia; lontano il presidente, buono e amato Melzi che ne sosteneva le veci; distrutto ogni privilegio aristocratico, favorito il sapere; si citavano ancora i patrj esempj, si ristampavano i nostri classici e i nostri economisti, come ripigliavasi l’êra cristiana; facili i pagamenti, prospere l’agricoltura e il commercio, crescente l’esercito, non febbrili le speranze. La libertà della stampa era sì poco valutata, che Melzi potè senza difficoltà stabilire la censura preventiva de’ giornali e de’ libri provenienti di fuori. Gl’interessi materiali eccitavano più gelosie che non le garanzie della libertà[65]; nè l’iniziativa, nè l’esame erano liberi, e scarsa capacità mostravano le persone incaricate del potere. Soprattutto mancava la prima condizione d’ogni felicità, la fiducia della durata. Da una parte gli accorti s’avvedeano che questa repubblica era l’embrione d’un regno; tanto più che, ad ogn’ombra d’opposizione, Buonaparte minacciava dar un calcio a questo sistema rappresentativo, che pareagli un’organizzata ostilità: dall’altra il titolo d’italiana inchiudeva una minaccia agli Stati della penisola. Fra gli stranieri poi i rancori erano stati sopiti non tolti, e ben presto posero novamente a soqquadro tutt’Europa. L’Inghilterra, cogliendo gli appigli che troppi offriva il trattato d’Amiens, ricusa sgomberar Malta, cavilla i patti, e getta in mezzo la questione italiana, persuasa d’avvilupparvi anche l’Austria. Questa avea subìto i trattati di Campoformio e Lunéville come una necessità, e colla fiducia di ripigliare la Cisalpina, donde padroneggiare la media e la bassa Italia. Unico mezzo a sbarbicarla sarebbe stato il rendere l’Italia a se stessa: ma Napoleone, che credeva al potere non alle nazionalità, impose al fratello Giuseppe che negli accordi di Lunéville non parlasse del papa, del Piemonte, di Napoli, sicchè lasciava in pendulo gravissime questioni: nè l’Europa potea soffrire che, con una nominale indipendenza, al vassallaggio austriaco fosse surrogata la dominazione francese. Alessandro di Russia, succeduto all’assassinato suo padre, ricusava ravvicinarsi alla Francia se non ripristinasse il re di Sardegna e assicurasse quello di Napoli: anche la Prussia chiedeva che Francia sgombrasse il Napoletano, distaccasse Parma e Piacenza, le Jonie e Malta si dessero in compenso al re di Sardegna. Austria, col pretesto di un cordone contro la febbre gialla sviluppatasi a Livorno, ingrossò sulla frontiera dell’Adige; e viepiù quando Buonaparte scrisse in persona a Francesco II (31 xbre) voler ridurre la repubblica italiana a monarchia, distinta dalla Francia. La fede mentita all’Italia metteva dunque la Francia in guerra coll’Europa, e subito Inghilterra empì d’armi il Mediterraneo: di rimpatto Buonaparte allestì a Boulogne un famoso campo per tentare uno sbarco in Inghilterra; deriso dai più come una sublime follìa, lodato da altri perchè valse di palestra a’ suoi soldati. A quel campo la repubblica italiana mandò un corpo sotto il general Pino, e decretò quattro milioni per costruire due fregate e dodici scialuppe. Ma non di guerra soltanto erano i divisamenti di Buonaparte, che credette venuto tempo alle lunghe speranze. Col prestigio della gloria egli avea fatto credere ancora al rinnegato entusiasmo; coi comporti in Italia avea mostrato di saper ridestare il passato e le relazioni consuete fra popoli civili: onde parve l’unico capace di rimettere Francia nella grande comunanza delle nazioni, senza sagrificare la libertà e l’orgoglio, come avrebbero fatto i Borboni. Francia sfiduciata delle libertà promesse da filosofi, da avvocati, da giornalisti, da legislatori, implorava il despotismo, e nol vedea che sotto la forma d’un soldato: uscendo dall’oppressione sanguinaria o ladra di tiranni abjetti e persino vili, meno male pareale la tirannide della gloria e del genio: cessato di credere alle idee, credea a un uomo. E Buonaparte racconciava all’obbedienza l’epoca più indisciplinata; e indotta la ragione a confessare la propria insufficienza, al ricostruire adoprò gli uomini ch’eransi mostrati più attivi a demolire. In paese stanco ed abbagliato dalla sua gloria, pochi ostacoli ebbe ad afferrare la dittatura. Interrogata colla ciurmeria de’ registri, la nazione prorogò il console per dieci anni: interrogata se il volesse a vita, disse sì; la costituzione fu modificata alla monarchica: ma poichè il nome di re facea mal suono a quelli che, in annuale funzione, giuravano odio sempiterno ai re, fra le reminiscenze d’Augusto e di Carlo Magno egli ripescò il titolo d’imperatore dei Francesi (1804 18 maggio). Al potere nuovo facevano di mestieri tutte le forme che gli conciliassero rispetto. Dopo che i registri, aperti in tutti i Comuni, gli diedero la sanzione popolare, Napoleone volle anche quella della religione, e domandò che Pio VII venisse a coronarlo. Gran disparere in Roma. Piaceva che un eroe soffogasse nelle proprie braccia quella repubblica sovvertitrice degli altari e della società, e che una nuova dinastia all’Europa e alla civiltà assicurasse ordine e conservazione. Qual trionfo per la Chiesa di vedere questo figlio della rivoluzione invocare dal pontefice il sacro crisma, e credere legittimazione della temporale quella potestà pontifizia che dianzi trascinavasi nel fango! Anche nei possessi il papa potrebbe altrimenti che ingrandirsene? Ma gli zelanti, alla cui testa erano il sapiente Antonelli, il severo Litta, il dotto Di Pietro, l’abile Pacca, avvezzi a credere la nave di Pietro insommergibile fra le transitorie tempeste, aveano tenuto il concordato come una dura necessità. — E chi è (rifletteano) questo Buonaparte? Un soldato di ventura, che a Tolentino strappò alla Chiesa le più belle provincie e tesori artistici; che tiene il contado Venesino e i feudi in Piemonte, roba della Chiesa: che colla spada suggellò il concordato, e pur subito lo eludeva cogli articoli organici; che stipulò la spogliazione de’ principi ecclesiastici di Germania; che in Egitto proclamava la tolleranza fino dell’islam. Or domanda la mano del papa, ma a qual fine: unicamente per sorreggere la personale ambizione, contentata la quale, si torcerà contro quelli che adesso accarezza. Che cosa risponderà il papa ai rimproveri degli Austriaci, da tanto tempo investiti del sacro romano impero? che cosa ad altri re che lo domandassero a coronarli? E i Borboni, a cui la violenza non tolse d’essere i cristianissimi, i primogeniti della Chiesa, con qual occhio vedrebbero il santo padre cingere colla corona di san Luigi uno, le cui mani stillano ancora del sangue dell’assassinato duca d’Enghien? Pio VII aveva attinto nel chiostro virtù semplici e rassegnate, e l’abitudine di elevare gli occhi al cielo, più che scrutare le cose della terra. Il recuperare una tale preponderanza sulla Francia, il restituire alla tiara lo splendore offuscato, e al patrimonio le tre Legazioni pareangli interesse della religione; e riprometteasi ottenerlo a Parigi ne’ colloquj col nuovo Cesare, da cui farebbe cassare gli articoli organici, e ripristinare gli Ordini religiosi. Volle che venti de’ più creduti cardinali in tutta secretezza e coscienza gli esponessero il loro sentimento sul quesito «Sua santità deve, può andare a consacrare e coronare l’imperatore de’ Francesi?» Cinque dissero un no riciso; gli altri furono pel sì, ma con diverse condizioni, o di cassare gli articoli organici, o di attendere che il nuovo imperatore se ne fosse mostrato degno come Carlo Magno, o che venisse egli stesso di qua dell’Alpi, come aveano usato gli antichi fino a Clemente VII; o che almeno assicurasse gli atti riverenziali dovuti al sacro suo carattere, specialmente il bacio del piede: viepiù s’insisteva contro il giuramento che l’imperatore farebbe d’attenersi al concordato, di far rispettare la libertà de’ culti. Pio VII fece dal cardinale Caprara sottomettere tali riserve a Napoleone; questi le repudiò tutte, e Pio VII si rassegnò, sempre confidando ottenere in persona quel ch’eragli fallito per intromissione de’ ministri; tollerò che l’imperadore si mostrasse aridissimo nella lettera d’invito, e voless’esserne unto sì, non coronato; e di sessantadue anni si pose in viaggio. Tutti gli ordini dello Stato vennero a fargli riverenza, come tutti dianzi avevano rinnegato e papa e Cristo; e Pio li guadagnava colla dolcezza. Dando un giorno la benedizione al popolo inginocchiato, vide un giovane tenersi ritto e col cappello in testa: — Giovinotto, se non credete all’efficacia della benedizione del pontefice, credete almeno che quella d’un vecchio non porta sventura». Nella solennità (2 xbre), allestita collo sfarzo teatrale che illude e cattiva, Napoleone si pose da sè la corona; poi incoronò Giuseppina sua donna, che il giorno innanzi avea avuto la benedizione nuziale. I sinceri repubblicanti, che l’aveano proclamato un Camillo, un Washington redivivo, non sapeano darsene pace; i non sinceri s’affrettarono a divenire ciambellani, ministri, uffiziali, cavalieri, tutto quel ch’egli volle, anche più di quel che volle. Napoleone evitò di trovarsi testa testa con Pio VII, alle cui preghiere dolci e ragionate non potrebbe opporre le escandescenze; sicchè al papa non restò che avventurare le sue domande alle solite lungagne degli uffizj, e le esortazioni al magnanimo perchè imitasse anche in ciò Carlo Magno, il quale spontaneo restituì alla santa Sede quanto le armi sue aveano ritolto ai Longobardi. Napoleone fece rispondere che avea giurato non alterare i confini della Francia; neppur poteva cincischiare la repubblica italiana, in lui confidatasi; prometteva però trovare congiunture d’estendere e consolidare il dominio del santo padre, e intanto presterebbegli mano soccorrevole per uscire dal caos dove l’hanno trascinato le presenti vicende, e assicurargli il pacifico godimento de’ beni rimastigli; e così darebbe all’universo una prova della sua venerazione al pontefice, della protezione alla capitale della cristianità, del desiderio costante di vedere la _nostra_ religione non inferiore a nessuna nella pompa delle cerimonie e in quel decoro che alle nazioni può ispirare venerazione. Il papa si dovette contentare di vedersi reso il cadavere del suo predecessore, e la statua della Madonna di Loreto, spogliata è vero delle gemme. Carlo Magno era anche re d’Italia, nè questo titolo dovea mancare a Napoleone, il quale anzi nella nostra patria avea fatto il passo d’esperimento verso l’impero[66]. Ad assistere alla sua coronazione invitò dunque il vicepresidente Melzi e la consulta di Stato; e chiesti di _liberamente_ significare come in pratica riuscisse la costituzione avuta a Lione, liberamente risposero essere quella evidentemente provvisoria nè compatibile coi tempi, nè gl’Italiani ancora maturi per la repubblica; e lo scongiuravano a dare loro un re, foss’egli quello, erigesse il paese in regno con uno statuto. Rispose: — Ho sempre pensato a creare indipendente e libera la nazione italiana, ma capisco la separazione tornerebbe pericolosa or che la perfida Albione rinnova le minaccie; verrò dunque a Milano a cingermi la corona di ferro per ritemprarla e rinvigorirla, e perchè l’Italia più non si spezzi fra le tempeste che la minacceranno: ma affretterò il momento di deporla s’una testa più giovane». E venne (1805); e gl’Italiani, con quell’entusiasmo che spesso non è se non l’esternazione della speranza, e che con quella svanisce, affaccendaronsi a preparare archi di trionfo con quelli che prima erano alberi della libertà[67]. Napoleone fissò tutto, sin le divise teatrali dei magistrati e de’ cortigiani; nel duomo di Milano (1805 16 maggio), con una pompa che più non fu superata, venne unto dall’arcivescovo Caprara; e ponendosi di propria mano la corona ferrea esclamò: — Dio me l’ha data, guaj a chi la tocca». Il qual motto perpetuò sulle insegne d’un nuovo ordine cavalleresco. Secondo lo statuto, giurò mantenere l’integrità del regno, la religione dello Stato, l’eguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l’irrevocabilità delle vendite de’ beni nazionali; non levar imposizioni o por tasse che in virtù di legge; governare solo per l’interesse, la felicità e la gloria del popolo italiano, e non dare impieghi a forestieri. Eppure destinò vicerè Eugenio Beauharnais, figlio di sua moglie e da lui adottato, uom mediocre, buon soldato, attivo e intelligente, sommessissimo all’imperatore, ignaro e non curante del farsi amare dai popoli, il cui bene perorava. Aprì in persona il corpo legislativo (7 giugno) lodando sè, di quanto avea fatto, e nominò guardasigilli il Melzi, che poi col pingue assegno e col titolo di duca di Lodi ridusse alla nullità. Insieme cogli applausi del popolo, qui ricevette gli omaggi dei re. Corsini e Fossombroni, deputati dell’Etruria, lo chiarirono come il lor piccolo paese dopo il 96 avesse consunto in spese straordinarie cenventi milioni, trovandosi sempre gravato da una guarnigione francese; Verdier comandante a Livorno erasi prese le casse regie; le reclute côrse colà sbarcate permetteansi ogni prepotenza. Napoleone diede parole; ma con un fare soldatesco che trascendeva le convenienze, soggiungeva: — La regina d’Etruria è troppo giovane, e il ministro troppo vecchio per governare a dovere». Insultò l’ambasciadore di Napoli e la sua regina; a quel della repubblica Ligure disse: — M’era accorto ch’era impossibile i Liguri facessero cosa degna del loro padri»; a quello di Lucca: — Sarete meglio governati da un principe francese». Insomma nè re egli risparmiava nè popoli; e sebbene avesse rassicurato e il senato di Francia e i principi nostrali che non dilaterebbe i confini, trovava necessarie Genova, Lucca, Livorno, onde impedire gli sbarchi de’ _perfidi_ Inglesi. A Genova, multata da’ Tedeschi che se n’andavano e da’ Francesi che vi venivano, afflitta in conseguenza dell’assedio da un’epidemia, per cui l’ordinaria mortalità di tremila settecento crebbe a dodicimila cinquecento, fu dai Francesi trattata come vinta, pur affidata dell’indipendenza; ma riformasse la propria costituzione sul modello consueto. Buonaparte nel 1802 la approvò eleggendo doge Girolamo Durazzo, ma aveva detto: — Genova è destinata a formare marinarj; ha seimila uomini sulle squadre, ed io n’ho bisogno», e la volle. I patrizj, spinti dal Saliceti che dimostrava impossibile sostenere l’immenso lor debito[68], gliel’offersero, si aprirono gl’ingannevoli registri, dove pochissimi ebbero coraggio di votare per l’antico stato, e il doge Girolamo Durazzo andò a Milano a supplicare Napoleone «accordasse ai Genovesi il bene di divenire suoi sudditi». Metteva alcune condizioni a cui non si badò. L’arcitesoriere Lebrun mandato a sistemarli, era uomo moderato e prudente; ma quando egli palesò lo scontento de’ Genovesi e le loro ragioni, Napoleone rispose: — Ho riunito Genova per avere de’ marinarj. Chi può governare popoli senza scontentarli in sulle prime? In fatto di Governo, giustizia vuol dire forza: sarei io così barbogio d’avere paura del popolo di Genova? La sola risposta che vi fo è _Marinari, marinari_»[69]. Lucca, sovvertita nel 1800, dagli avvicendati conquistatori spogliata di denaro e d’armi, nel 1801 fu ordinata in repubblica democratica dal Saliceti, al quale in più volte quel tesoro sborsò _brevi manu_ 618,750 lire[70]. Così pagavasi la libertà. Divenuto imperatore Buonaparte, que’ cittadini furono tratti a domandargli una nuova costituzione, e col mezzo de’ soliti registri presso le parrocchie, il corpo degli anziani e il popolo chiesero signore (23 giugno) Pasquale Baciocchi ed Elisa cognato e sorella di Napoleone, ai quali parea poco il già attribuito principato di Piombino; avrebbero la lista civile di quattrocentomila franchi; un consiglio di Stato, un senato di trentasei membri: faceasi l’unica riserva di restare esenti dalla coscrizione, ma tutti i cittadini sarebbero sistemati militarmente. E così quest’aristocrazia di jeri trangugiavasene un’altra di seicentotrentanove anni. A Lucca furono annesse per l’amministrazione la Lunigiana ed anche Massa e Carrara, feudo ducale dell’Impero; caricavansi due milioni di lire al piccolo principato; il quale però, per ordine di Napoleone abolendo i quindici conventi d’uomini e diciassette di donne, i capitoli, le confraternite, i luoghi pii e fino i semplici benefizj laici, acquistava un patrimonio di venti milioni. Con questi la vivace ed ingegnosa Elisa, oltre tesoreggiare per sè, dotava spedali, soccorreva a poveri e invalidi, aprì strade, incoraggiò artisti e studiosi e l’Accademia, che cominciò l’importantissirna pubblicazione dei documenti della storia patria; provvide d’acque la città, riformò le leggi penali e la procedura[71]. Nella pace coi Borboni di Spagna, Buonaparte avea stipulato che il duca di Parma divenisse re d’Etruria: ma egli non accettò il baratto; e quando morì nel 1802, Francia fece occupare il ducato, serbandolo come un allettativo sia al papa che chiedeva un compenso alle rapitegli Legazioni, sia alla Casa di Sardegna, sia all’Etruria che, incorporando questo paese, sarebbe divenuta la seconda potenza d’Italia. La rottura colla Russia avendo poi dispensato dai riguardi, fu aggregato alla vigesimottava divisione militare della Francia, poi ridotto a dipartimento del Taro. La repubblica Etrusca convertita in regno, fu investita a Lodovico infante di Spagna, figlio del duca di Parma, il quale ne trovava sconfitte le finanze, esorbitanti le imposizioni, interrotto il commercio perchè gl’Inglesi minacciavano da Porto Ferrajo; abbandonata l’agricoltura, soldati da costare un milione al mese, eppure necessaria ancora la guarnigione francese; nel 1801 l’entrata portava dodici milioni contro la spesa di sedici, e la Corte fu sin ridotta a far coniare i proprj argenti. La vera regnante era Luigia figlia del re di Spagna, tanto più quando, al morto padre, succedette Carlo Lodovico (1803 27 maggio) di quattro anni. Ai liberali costei metteva i brividi ripristinando le fraterie, le libertà clericali, di coscienza, di corrispondenza col papa, l’indipendenza de’ vescovi coll’ispezione sui libri e sui luoghi pii; la deploravono santocchia e raggirata, e le apponevano di avere «spezzato il suo scettro, e buttatone la metà nel Tevere». L’isola d’Elba rimase alla Francia, spogliandone la famiglia Buoncompagni, i cui avi n’aveano compro il dominio nel 1634 per un milione e cinquantamila fiorini, e che allora ne ritraeva ducensettantatremila l’anno. Vittorio Emanuele, succeduto re di Piemonte (1802 4 giugno), si tenne in Sardegna, e avendo gl’Inglesi offertagli guarnigione e’ la ricusò per non dare appicco di querela a Napoleone. Eppure questi non cessava di lamentarsi perchè ricoverasse navi britanniche, e servisse al contrabbando. Secondo gli accordi di Tilsitt colla Russia, avrebbe dovuto riavere gli Stati di terraferma o un compenso, e Napoleone glielo esibì sulle coste d’Africa; poi guastatosi colla Russia, neppure a questa celia badò, e tenne il Piemonte come ventisettesima divisione militare sotto l’amministrazione di Jourdan, distribuito ne’ dipartimenti di Po, Marengo, Sesia, Dora, Stura. Concessa amnistia ai fautori degli antichi re; soppressi gli Ordini religiosi; coscritti quattromila giovani; assettata la taglia fondiaria a nove milioni di franchi, e la personale a un milione e ducentomila; soppresse sei abadie e nove vescovadi, restando solo quelli di Saluzzo, Acqui, Asti, Alessandria, Vercelli, Ivrea, Mondovì e Cuneo, colla periferia stessa de’ dipartimenti, e suffraganei all’arcivescovo di Torino, non più a quelli di Genova e Milano. Il Governo del Piemonte e del Genovesato fu più tardi (1808) eretto in gran dignità dell’impero, a favore del principe Borghese, cognato dell’imperatore; il quale così traeva la Francia dai limiti naturali, e stabiliva un altro dominio forestiero in quell’Italia che dai forestieri egli avea promesso riscattare[72]. E già col professarsi successore di Carlo Magno, palesava aspirare a un predominio; e coll’occupare nuovi Stati anche dopo la coronazione, parve gettare il guanto. Tutti dunque i dominanti ne protestavano; Pitt, ministro inglese, ottenuti settantacinque milioni per sostenere la sicurezza delle Potenze europee, e collegatosi colla Russia propone (1805 aprile) che Napoleone sgombri il nord della Germania, l’Italia, l’isola d’Elba; Olanda, Svizzera, Napoli sieno lasciate indipendenti; ripristinato il re di Sardegna, al quale si aggiungerebbero Genova ed eventualmente il Lionese e il Delfinato; restituite Firenze e Modena ai prischi dinasti, e all’Austria la Lombardia, cresciuta col Veneto[73]. Patti simili appena si possono imporre dopo irreparabili sconfitte: pure fu il programma a cui si attese in dieci anni di guerra. Alla quale tutta Europa sorgeva, avendo per tesoriere l’Inghilterra, per retroguardo la Russia; e non più per estinguere la libertà in un paese che se l’era conquistata, bensì proclamando l’indipendenza dei popoli contro un’ambizione che la pericolava. Era insomma la Rivoluzione che proclamava i proprj trionfi per bocca dell’esercito coalizzato contro di lei. L’Austria mise in essere trecenventimila guerrieri; e ricevendo dall’Inghilterra settantacinque milioni per quell’anno, si assunse l’impresa d’Italia, mandò sull’Adige cenventimila uomini coll’arciduca Carlo, altri trentacinquemila coll’arciduca Giovanni in Tirolo, per connetterlo coll’esercito di Germania, a cui gl’imperadori Francesco e Alessandro farebbero una terribile retroguardia in Moravia e Gallizia; Russi e Inglesi doveano sbarcare a Malta e Corfù, e uniti co’ Napoletani, opprimere i trentamila Francesi che presidiavano Terra d’Otranto, e spingersi in su per l’Italia fino a congiungersi cogli arciduchi. Napoleone sentì che «gli bisognava un altro Marengo, e subito»; e con uno di quei colpi arditi che solo l’esito giustifica, gira alle spalle di Mack (1805 8 7bre), famoso per le rotte napoletane, lo chiude in Ulma, e fa prigionieri trentatremila Austriaci senza stilla di sangue. Obbrobrio, che fu chiamato tradimento, e il generale condannato ai lavori in una fortezza. Il principe Carlo, udita la turpe capitolazione, per proteggere Vienna abbandona l’Italia; onde Massena, che con trentamila uomini occupava Verona, cresciuto di coraggio, lo attacca a Caldiero (19 9bre); per tre giorni combattendo con grande strage, e inseguendolo fin oltre le Alpi, non solo toglie all’Austria tutte le terre italiche eccetto Venezia, ma occupa Trieste, Gorizia, Gradisca, Villac, e quivi si congiunge con Ney; i Francesi sono a Vienna, e Napoleone ad Austerlitz (2 xbre) riporta una vittoria, dove restarono quarantamila Russi e Austriaci feriti o morti, nove generali e ottocento uffiziali prigionieri, e a Presburgo obbliga Francesco II alla pace (26 xbre). Separare l’Italia dalla Francia, ed escluderne l’Austria rimettendo repubblica Venezia, togliendole il Tirolo e la Svevia, in modo che fosse discostata dal regno d’Italia, dalla Svizzera e dalla Germania meridionale, pareva a Talleyrand l’unico modo di spegnere le guerre, da secoli alimentate per le pretensioni de’ Tedeschi sul bel paese; l’Austria, padroneggiando tutto il corso del Danubio e parte delle coste del mar Nero, diverrà vicina e perciò emula della Russia, quanto allontanata dalla Francia, e perciò sua alleata. Napoleone non volle nè guadagnarsi il vinto nè distruggerlo, fedele al sistema suo d’indebolire i territorj, col quale non fece che creare malcontenti, e condannare se stesso a combattere sempre coloro che non sempre potrebbe vincere; laonde le sue paci furono quasi tappe dell’esercito. Dall’Austria fece dunque cedere al regno d’Italia Venezia colla Dalmazia e l’Albania, alla Baviera il Tirolo, e pagare cenquaranta milioni per le spese. Tali scambj di dominio scioglievano i legami tra popoli e re, ed irritavano oltraggiando le nazionalità. Al cadere della Repubblica veneta, il procuratore Francesco Pésaro, che n’era stato uno de’ più devoti, vi venne pienipotente dell’Austria, sicchè gli uni stupivano che l’imperatore ad un patrizio concedesse piena autorità nel proprio paese; gli altri esecravano il Pésaro d’aver accettato di comandare a quelli che testè erano suoi pari, e di rappresentare la straniera dominazione nel paese di cui avea difeso la libertà; altri invece il glorificavano d’essersi così messo in grado d’alleviare i mali della patria: ma dopo pochi giorni egli morì. Altri patrizj non tardarono a conciliarsi coll’Austria e servirla; e Zusto, Contarini, Erizzo, Gradenigo, Almorò Tiepolo, Giustinian, Quirini Stampalia accettando alti impieghi, diminuirono il ribrezzo del dominio forestiero. La guerra dell’800 avea conturbato la terraferma; e i patimenti, gli esigli, il mal cibo vi svilupparono il tifo, del quale molti morirono, fra cui il friulano medico Capretti che l’avea studiato e curato. Ora Venezia acquistava un terzo padrone in otto anni; riceveva la costituzione di Lione (1806 3 febb.) e le altre forme del regno italico; ed Eugenio vicerè andava ad accogliervi il giuramento e le feste. Vi venne poi Napoleone stesso (1807 29 9bre), e vi godette lo spettacolo ond’era più ghiotto, di una vistosa forza marittima; emanò molti ordini per la salute e il prosperamento di quella città, riconobbe cento milioni che la Repubblica doveva alla zecca e al banco, un quarto pagandone con beni demaniali, il resto iscrivendo sul Monte Napoleone; fece ingrandire il porto, che volea rendere atto a bastimenti grossi, incaricando Lessau d’una via diretta per trarre dall’arsenale in mare vascelli da 80; munì le lagune coi forti di Marghera e e Bróndolo; assegnò centomila lire annue a riparare i porti e i canali. Allora venne aperto un giardino pubblico, abbattendo edifizj ricchi di pitture e di sepolcri; si eresse un palazzo regio: Antonio Selva, scolaro del Temanza, ridusse la Carità ad accademia di belle arti, a cui fu preposto Leopoldo Cicognara ferrarese. Malgrado di ciò, e sebbene decorata del titolo di seconda città del regno e portofranco, Venezia si vide tolto ogni commercio, perito sin il traffico delle conterie, e i beni nazionali non trovando compratori che lo Stato o forestieri. Solo Padova aveva accolto l’imperatore col silenzio, che è la lezione dei re; ed egli, che non era uomo da inghiottirsela, maturava il castigo, quando la città spedì il Cesarotti a placarlo: accolto con amorevolezza, fatto sedere a tavola fra l’imperatore e il vicerè, blandito con decorazioni e pensioni, il perdono lo ripagò colla _Pronea_. Ma Vittorio Barzoni di Lonato già prima nel _Solitario delle Alpi_ avea posto a dialogare un entusiasto della rivoluzione e un Veneto, una volta assalì il Villetard con una pistola: fu fatto passare per pazzo; ora non perdonando a Napoleone il tradimento di Venezia, lo descrisse sotto il personaggio di Flaminio ne’ _Romani in Grecia_, e collocatosi a Malta, perseverò nell’infervorare gli odj contro di esso[74]. Restava ancora il regno d’Etruria; e la regina Luigia, repugnante da Napoleone e come borbonica e come devota, lasciava che merci coloniali e manifatture inglesi, coperte dalla bandiera americana, affluissero a Livorno, donde si propagavano ai mercati di Roma, di Napoli, dell’alta Italia, anzi sin alla fiera di Lipsia. Napoleone non volle soffrire questa disobbedienza, e ordinò al generale Miollis di marciare sopra Firenze, indi a Livorno, e sorprendervi le merci inglesi; poi col trattato di Fontainebleau (1807 30 agosto) assegnava le provincie settentrionali del Portogallo in cambio dell’Etruria, la quale veniva riunita alla Francia, e divisa nei dipartimenti dell’Arno, del Mediterraneo, dell’Ombrone. La pia donna neppure udienza potè avere da Napoleone a Bajona; fu lasciata prendere e ammobigliare una casa a Passy; poi quando montava in carrozza per condurvisi, un uffiziale la impedisce; le vengono assegnate quattrocentomila lire, ma le si stentano, e le sono usate cento soperchierie. Domanda di passare a Parma suo dominio, e n’ottiene promessa, poi invece la fermarono a Nizza. Dopo spossessati i reali di Spagna, mandò a Londra alcuno per far valere le proprie ragioni: ma il duca di Rovigo ministro di polizia arrestò Francesco Sassi della Tosa e Ghifenti di Livorno, e come colpevoli di tale incarico, li fece condannare a morte, eseguita sul Ghifenti; la regina come rea d’aver tentato fuggire, venne chiusa nel convento de’ santi Domenico e Sisto a Roma colla figliuola; Miollis le fece levare sin i giojelli, le assegnò duemila cinquecento lire al mese, e sol qualche volta lasciavale vedere il figliuolo alla presenza di testimonj. Ella scrisse le proprie memorie. Menou, soldataccio d’Egitto che aveva sistemato alla peggio il Piemonte, fu messo a regolare la Toscana, temperato è vero da una giunta di buone persone, fra cui il Degerando, che i severi ordini imperiali moderava alla mitezza toscana: ma il peggior male di quei tempi era l’incessante cangiare d’ordini e padroni pel talento d’un solo, trattandosi le nazioni come fattorie, gli uomini come armenti. In fatti ben presto un senatoconsulto (5 marzo 1809) erige i dipartimenti toscani in dignità dell’impero, col titolo di granducato, investendone Elisa sorella di Napoleone, alla quale parea scarso il principato di Lucca e Piombino; la lingua italica possa adoprarsi promiscuamente alla francese negli atti; cinquecento napoleoni ogni anno siano premio agli autori, le cui opere meglio contribuiscano alla purezza della lingua; a custodire la quale fu rinnovata l’Accademia della Crusca[75]. Allora si videro, contro gli usi leopoldini, inceppata la circolazione delle merci, del frumento, del vino, fissati i prezzi delle vittovaglie, posti nuovi balzelli, introdotta la coscrizione; insieme si portarono via altri quadri[76], i codici e la tipografia orientale. Pure vennero favorite la coltura del gelso e le manifatture delle berrette a Prato, degli alabastri a Volterra, dei coralli a Pisa e Livorno, de’ cappelli di paglia a Firenze; i beni tolti alla corporazione servirono a spegnere il debito del Monte Comune; il codice napoleone emendò molti abusi del leopoldino. Non pochi Toscani furono chiamai a Parigi in uffizj, e principalmente don Neri Corsini consigliere di Stato, e Vittorio Fossombroni senatore. I dicasteri corrispondevano direttamente col ministero di Parigi; talchè la granduchessa Elisa, non figurando se non nelle pompe, e vedendo alle sue proposizioni non darsi retta a Parigi, si limitava a sfoggiare in lusso e in beneficenze. La più nobile creazione di Buonaparte fu il regno d’Italia. Già nella pace di Presburgo aumentato di vastissimo territorio e dell’Adriatico, nel 1808 vi furono annesse le legazioni di Romagna, a’ cui deputati in Parigi Napoleone diceva: — Gli ecclesiastici regolino il culto e l’anima, insegnino teologia, e basta. Italia scadde dacchè i preti pretesero governarla. Sono contento del mio clero d’Italia e Francia; ma se ne’ vostri paesi qualche fanatico od ambizioso volesse valersi dell’ingerenza spirituale per turbare i popoli, io saprò reprimerlo». Dalla Baviera si fe cedere il Tirolo meridionale, e col nome di dipartimento dell’alto Adige lo congiunse al _bello italo regno_, che così, oltre l’antico Stato di Milano, comprendeva il Novarese, la Lomellina, il Vigevanasco tolti al Piemonte, la Valtellina con Chiavenna e Bormio tolte ai Grigioni, il Bergamasco, il Bresciano, la riviera di Salò, il Veronese, il Polesine di Rovigo, il Vicentino, il Padovano, il Veneto, il Friuli, il Trevisano, il Cadorino, il Feltrino, il Bellunese tolti a Venezia, il Tirolo meridionale, cioè Roveredo, Trento e Bolzano; e Reggio, Correggio, Novellara, Guastalla, Modena, Mirandola, Carpi, il Frignano, parte della Lunigiana, le legazioni di Ferrara, Bologna, l’Emilia, la marca d’Ancona, il ducato d’Urbino, Macerata, Camerino, gli Stati liberi di Sanseverino, Fabriano, Loreto, Sassoferrato, parte del Perugino, i Governi di Fermo e d’Ascoli, la presidenza di Montaldo. Formavano ventiquattro dipartimenti[77] suddivisi in distretti, e questi in cantoni; contenendo 2303 Comuni con settantanove città, sei milioni e mezzo d’abitanti sulla superficie di 83,447 miglia quadrate. Ed erano de’ più grati e varj paesi d’Italia, con laute pianure e boscose montagne, con gelsi e castani, abeti e ulivi, praterie e risi, miniere d’ogni metallo, acque medicinali, vene di marmi, coi bei fiumi Po, Adige, Mincio, Ticino, Adda, Reno, coi laghi alpini, con stupendi canali e irrigue derivazioni. Il vicerè Eugenio, al quale l’imperatore avea data, anzi imposta per moglie una principessa di Baviera, tanto bella quanto savia[78], aprendo il senato consulente (1807 1 aprile), si congratulava che, invece di tanti staterelli senza coesione nè forza, vi fosse oggimai una nazione italiana d’un medesimo spirito, sotto il medesimo scettro. Quando mai la speranza d’unità entrò più ragionevolmente negl’Italiani? I quali allora imparavano a congiungere il rispetto alla legge coll’amore della rivoluzione. Cancellati 18 secoli di storia, la federazione soccombeva alla dittatura francese: per tutta Italia uniformità di leggi, di codici, di idee; la vanità conducea gli aristocratici nelle anticamere dei villani rivestiti, e la perdita delle libertà era compensata dal trionfo dell’eguaglianza. Ma tutto ciò era dato, non acquistato; Napoleone considerava il paese nostro come consacrato al meglio della Francia, l’accresceva o mozzava a volontà, costituiva e disfaceva signorie, pur sempre lasciando sperare che, alla nascita d’un secondo figlio, assicurerebbe l’indipendenza italiana[79]. Il Governo napoleonico si bilicava tra l’eguaglianza civile che accordavalo colla democrazia, e la gradazione gerarchica che secondava le idee d’ordine e stabilità. Il capo supremo dello Stato, eletto dal popolo, rappresentante della nazione, unico potere ereditario; tutti gli impieghi e le dignità eletti da lui secondo il merito. Il vicerè comandava l’esercito e la guardia nazionale, nominava agl’impieghi fino al viceprefetto e al tenente, e presedeva al consiglio di Stato e ai lavori de’ ministri; godeva estesi poteri, ma sempre legati alla sovrana volontà. Seguivangli le gran dignità, fra cui contavansi gli arcivescovi di Milano, Venezia, Ferrara, Bologna; tutto disposto per lo splendor della Corona che doveva imitare la francese, ad essa appartenevano due palazzi di Milano, quelli di Monza, Mantova, Modena, Venezia, quelli dei Bargnani a Brescia, dei Caprara a Bologna, dei Pisani a Stra, con larghe caccie riservate, massime ne’ boschi del Ticino e nel parco di Monza, ampliato pel giro di tredicimila metri[80]. Oltre la guardia d’onore e i veliti, una folla di cortigiani dovevano prestare servizio alla persona del vicerè, e di sua moglie; ventotto ciambellani, ventiquattro dame, dodici scudieri, sedici paggi dipendevano dal gran maggiordomo e dai prefetti di palazzo, e si godeva contarvi i nomi de’ Cicogna, de’ Serbelloni, de’ Trivulzj, dei Borromeo, dei Bentivoglio, dei Frangipane, dei Visconti, dei Montecuccoli, dei Mocenigo, dei Michiel, dei Gradenigo, dei Martinengo. Modificando alla monarchia lo statuto, il corpo dei consultori fu convertito in senato consulente, che dovea votare sopra gli statuti, le leggi, l’operare de’ ministri, i bisogni della nazione, gli abusi della libertà civile: e in esso raccoglieansi gli uomini insigni, a pompa non a temperamento, nè tampoco a consiglio, giacchè nessuna libera sentenza v’era ascoltata. Il corpo legislativo di giuniori ed anziani dovea votare alla muta; ed una volta essendosi avventurato a qualche appunto sopra la nuova legge del registro, Napoleone si stizzì contro questi poltroni[81], e al Taverna presidente scrisse da Boulogne l’agosto del 1805: — Le assicurazioni devote del corpo legislativo viepiù gradisco, quanto la sua condotta mi mostrò che non camminava nella mia direzione. Io mi servo delle cognizioni de’ corpi intermediarj, ogniqualvolta tendano dov’io; qualora nelle deliberazioni porteranno spirito di fazione o turbolenza, o intenti contrarj a’ miei, non coglieranno che vergogna, perchè loro malgrado io compirò quello che mi parrà necessario all’andamento del mio Governo, e alla grande idea di ricostituire e illustrare il regno d’Italia». Pure il corpo legislativo potea porre qualche limite all’arbitrio dei ministri; onde fu abolito non per decreto, ma unicamente col depennare nel bilancio le spese che lo concerneano: e gl’Italiani poterono chiarirsi che erano meri nomi la costituzione, il tribunato e i censori di quella[82]; tutto riduceasi ai decreti di Napoleone e del vicerè. Il consiglio di Stato discuteva le leggi, il culto, gli affari interni, le finanze, la guerra, la marina. Dai ministri restavano indipendenti le direzioni dell’insegnamento, delle pubbliche costruzioni, dell’amministrazione comunale e la Polizia. L’amministrazione era affidata a prefetti e viceprefetti, con esteso arbitrio. Ai Comuni maggiori presedevano un podestà triennale, e sei o quattro savj: ai minori un sindaco annuo e due decani. Due volte l’anno s’accoglievano i consigli comunali pel conto da discutere o da approvare. Il re poteva convocare il consiglio dipartimentale di trenta o quaranta membri: uno di undici possessori per ogni distretto determinava ciascun anno la sovrimposta. In ciascun dipartimento i collegi elettorali di possidenti, dotti, negozianti proponeano al Governo i membri del consiglio generale e i giudici di pace, i quali risolveano le controversie d’azione personale, o di cose mobili, o di polizia giudiziaria. I giudizj erano resi da una corte civile e criminale con dibattimenti pubblici, da cinque corti d’appello, oltre la cassazione che vegliava l’esatta applicazione delle leggi, non decidendo sui fatti particolari ma sulle sentenze dei tribunali. Nel Monte Napoleone fu consolidato il debito pubblico: l’unità di pesi e misure fu almeno decretata. Quando l’Europa ammutoliva davanti al Massimo, che in tre giorni aveva abbattuto a Jena il regno di Prussia, e ad Eylau sconfitto il russo ed obbligatolo alla pace di Tilsitt, anche l’Italia mandò il patriarca di Venezia a ringraziare Napoleone della pace e della felicità procurata, e supplicarlo di beare di sua visita l’Italia, per lui viva, per lui diva. Venne in fatti (1807 7bre), e viaggiando interrogava, ma voleva risposte pronte come l’obbedienza; vere o no, poco importava: e quegli sguardi fulminei, e quell’affollamento soverchiatore di domande confondevano chi volesse riflettere prima di rispondere: in ogni provincia e città informavasi dei bisogni, e dava ordini e decreti, poco brigandosi poi dell’esecuzione. Ora ad una gran dama chiedeva se fosse la moglie di quell’appaltatore arricchito; or a un’altra se quel che l’accompagnava era il marito o l’amico di casa; ora quanti figli maschi avesse, quasi nelle viscere materne cercasse soldati. Raccolti i collegi elettorali, si congratulò dei progressi che in tre anni si erano fatti, molto però rimanere per cancellare le colpe degli avi, le cui intestine divisioni e il miserabile egoismo di città affrettarono la perdita dei diritti; considerassero i Francesi come fratelli maggiori, e vedessero la sorgente e l’assicurazione della loro prosperità nell’unione della corona di ferro coll’imperiale. Queste lezioni ci dava. Insieme aspreggiò il Taverna presidente al consiglio legislativo, perchè gli si presentò in piccolo uniforme; domandò al ministro Spanocchi quanto si spendesse nella giustizia, e uditolo, esclamò, — Troppo»; e avendo quegli soggiunto, — Spende ben più il ministro della guerra, — Imbecille!» proruppe Napoleone, voltandogli le spalle, e nominò a succedergli il Luosi. Consultati Romagnosi a Piacenza, Renazzi a Roma, Paolini a Pistoja, Cremani a Pisa, fu compilato un codice penale, e sottoposto all’esame delle varie corti di giustizia; ma dopo lunghi lavori, Napoleone che non sapeva aspettare, e che aveva mandato il senatore Abrial per organizzare la giustizia in due mesi, ordinò si attuasse qui pure il Francese, ove fa sentirsi la fierezza d’un Governo che esce da sanguinosa rivoluzione. Anche il codice di commercio fu traduzione del francese. Romagnosi «con altri giureconsulti pieni di dottrina e d’amore pel bene degli uomini e per la gloria del Governo italico[83], fu chiamato a compilare un codice di procedura che il francese mitigava con opportune cautele; e benchè non si avessero i giurati, la difesa pubblica fin per delitti di Stato temperava l’atrocità di quello, e formò prolissi parlatori anzichè oratori, se giudichiamo dalle arringhe messe a stampa. Era dunque il regno un’edizione dell’impero, non governato da Italiani, sibbene per mezzo d’Italiani: ma quella operosità allettava o sbalordiva i popoli, che soffrivano di sentirsi dire tralignati perchè egli prometteva di restaurare le prische virtù; vedeano alle speranze e alle ambizioni aperto un campo; credevano men duro l’obbedire a colui che vinceva al Nilo come alla Vistola, al Tago come al Reno. Al pari d’Augusto voleva egli favorire il sapere, purchè gli stesse ligio. Abolite le fraterie eccetto le suore della Visitazione, e ridotto l’insegnamento a libri e a lezioni uniformi, ne’ collegi e nei licei la gioventù nostra era allevata per farne soldati. Napoleone, che sapeva quanto importi recarsi tutta in mano l’educazione, raccolse a Parigi circa settecento giovani di ragguardevoli famiglie, di cui cenventisei erano dei dipartimenti italiani; semenzajo d’uffiziali e d’impiegati, e insieme ostaggi: altri vi chiamò per istruirli nelle arti meccaniche. Secondo il decreto della repubblica italiana si mantenevano a Roma dodici allievi a studiare belle arti; le favorivano le accademie di Milano, Bologna, Venezia, che colle spoglie de’ monasteri formavano gallerie. Un Istituto nazionale aveva attribuzioni effettive, invece di starsi a sbadigliare dissertazioni o mandare diplomi alle accorte mediocrità. Intanto operavasi ad abbellire le città: a Verona si sgombrarono l’Arena e l’arco de’ Gavj e de’ Borsari; a Milano si finì la facciata del Duomo, assegnandovi cinque milioni sulle proprietà di quello vendute; si spianò il Foro Buonaparte, ideando trasportarvi tutti gli stabilimenti pubblici e dicasteri, il che avrebbe sostituito una nuova alla città storica; e Antolini n’avea preparato il disegno tutto classico, ma non si fece che l’Arena, e si cominciò il magnifico arco del Sempione, che dovea poi portare il nome e i fasti de’ suoi nemici. Il Foppone vi era destinato ai cenotafj degli uomini illustri: si aprì la strada di circonvallazione; si fecero le porte Nuova e Marengo; s’istituì una scuola di musaici per eternare la deperente Cena di Leonardo, ch’erasi fatta copiare da Giuseppe Bossi; si commise a Fidanza di ritrarre tutti i porti del regno, ad Andrea Appiani di dipingere il palazzo reale e trentamila franchi per far incidere i suoi disegni della campagna d’Italia: si allogarono a Canova il Teseo per ornare la piazza reale e una statua dell’imperatore[84]. Nel palazzo di Venezia, Moro, Borsaio, Bertolani, Demin, Giani, Hayez ingegnavansi di emulare i grandi che aveano decorato le sale della repubblica: dal Beltrami di Cremona Napoleone faceva intagliare in un’agata il proprio ritratto, e Giuseppina in sedici corniole bionde la storia di Psiche, altri lavori Eugenio, e per imitazione i cortigiani; a Thorwaldsen fu commesso un gran bassorilievo del trionfo d’Alessandro pel palazzo Quirinale; ad Amici di lavorare nelle fonderie di Pavia uno specchio riflettore di cinque piedi di diametro. Napoleone assegnò ottomila lire ad Oriani, tremila a Volta, il quale volle andasse ad esporre la sua grande scoperta all’Istituto di Francia: nelle Università collocava uomini illustri, istituiva anche cattedre speciali, come a Milano quelle di letteratura per Salti, d’ostetricia pel Giani, di chimica pel Porati, d’alta legislazione pel Romagnosi, ove dare cognizioni di fatto e di ragione per norma alla legislatura e all’amministrazione pubblica: nel senato annicchiava i più rinomati, e ne ornava il petto colla corona di ferro e la stella d’onore. Il reggiano Luigi Lamberti grecista e bibliomano riceveva dodicimila lire per la magnifica edizione bodoniana di Omero; Strático, autore d’un dizionario di marina, sopraintendeva alle acque e strade; il repubblicano Compagnoni redigeva i protocolli del consiglio di Stato; quelli del senato Luigi Mabil parigino, divenuto diligente scrittore italiano; all’Accademia di belle arti era segretario lo Zanoja, all’Istituto Luigi Bossi; Gherardini compilava la gazzetta; Onofrio Taglioni di Bagnocavallo pubblicava il _Codice Napoleone col confronto delle leggi romane_; Melchior Gioja presso il ministero dell’interno ammassava la statistica di ciascun dipartimento; il fiorentino matematico Brunacci, lavorava al naviglio di Pavia, e meglio l’ingegnere Parea; Giovanni Rasori, negli ospedali militari e come protomedico, diffondea la dottrina del controstimolo; il Testa di Ferrara, autore dell’opera _Sulle malattie del cuore_, fu direttore generale degli ospedali; Marzari intraprendeva la descrizione geologica del Vicentino, del Bergamasco e de’ colli Euganei; Breislak, amministratore delle polveri, quella del Milanese; Brocchi sopraintendeva alle miniere, Gautieri ai boschi, Mengotti alle finanze e Cossali alle acque e strade del Veneto: Oriani misurava l’arco meridiano fra Rimini e Roma; nelle scuole militari insegnavano Collalto e Caccianini[85], in quella dei paggi Urbano Lampredi ellenista; Longhi incideva Napoleone ad Arcole e il ritratto del vicerè con mirabili piume; una compagnia drammatica reale, diretta da Fabrichesi, atteggiava le migliori commedie e tragedie; Bonifazio Asioli da Correggio dirigeva il conservatorio di musica; Salvatore Viganò facea stupire cogli epici suoi balli, come Rossini colle strepitose armonie. Era ministro della giustizia Luosi, destro modenese, di molta sapienza legale e sostenitore dello stretto diritto; segretario di Stato Aldini, che come professore a Bologna aveva acquistato nome di valente giurista; Moscati, esperto chimico, presedeva all’istruzione pubblica; alle acque e strade Paradisi reggiano[86], figlio di Agostino poeta, e scrittore felice egli stesso, che avventatosi de’ primi nella rivoluzione, si costituì mecenate degli scrittori liberali, favorì Buonaparte a diventare re, e ne fu fatto conte e gran dignitario; e adempiva la raccomandazione ch’e’ solea fare a ministri e ambasciatori — Tenete buona tavola e mostratevi garbati colle donne». In fatto alle sue cene adunavasi quanto v’avea d’eletto nel regno, e vi si tesseano gli intrighi letterarj a favore delle mediocrità e a depressione di chi osasse tenersi indipendente. Vi primeggiava Vincenzo Monti da Fusignano, poeta de’ migliori fra l’antica scuola, finchè gli avvenimenti nol tolsero dai soggetti arcadici per lanciarlo nell’attualità, donde trasse e gloria e disonore, perchè, invece di signoreggiare gli eventi col carattere, vi si abbandonò. Sul trucidato Bassville fece un poema, ove conducea l’ombra di questo a vedere i _mali e gl’infiniti guaj_ di Francia, bestemmiando i capi di quella, già solcati dal fulmine di Dio. Francia invece trionfa, improvvisa repubbliche nell’alta Italia, donde violenti sarcasmi sono avventati al cantore della tirannide; ed egli, più insofferente degli emuli nel proprio paese che pauroso de’ nemici nell’altrui, viene nella Cisalpina, e di sua conversione dà prova in articoli e canzoni, spiranti esagerazione feroce. Un’ode, ove impreca al «sangue del vile Capeto, succhiato alle vene dei figli di Francia che il crudo tradì», rimarrà immortale quanto il poema in cui lo deplora come il «re più grande, il re più mite». Dalla morte del matematico Mascheroni deduce un altro poema a strazio dei Bruti e dei Licurghi della repubblica Cisalpina, allorchè questa perisce, va esule e trae nuovi spettri a bestemmiare quel Direttorio che non soccorre la diroccante Italia; inneggia la vittoria di Marengo, assicurando che il giardino di natura non è pei Barbari, e che dove è Buonaparte son vittoria e libertà. Questo Buonaparte ch’egli salutava «rivale di Giove perchè rivali in terra non poteva avere», numera le vittorie coi giorni, e il Monti le canta, invocando che Giove lo assuma tardi ai meritati onori dell’Olimpo: appena si accorge che Buonaparte aspira alla corona, glielo fa consigliare da Dante, benchè sapesse che tutt’altro era il voto della nazione[87]; e ne ebbe una tabacchiera d’oro, cinquemila franchi, la croce di cavaliere e titolo e pensione di storiografo. In tale qualità applaudiva ad ogni avvenimento di quella Corte, colla _Jerogamia di Creta_ alle nozze di Napoleone, colle _Api Panacridi_ al figlio che ne nacque, colla _Spada di Federico_ e col _Bardo della selva nera_ alle vittorie, ammantando l’adulazione con isfolgorante mitologia, interrotta da comparse di ombre, e avventando all’Inghilterra imprecazioni ch’erano parte necessaria dell’adulazione. E l’adulazione era profusa da una letteratura obbligata a fare l’esercizio e presentare l’arme; sicchè nè feste sacre, nè gioje private, nè discorsi d’accademia o di scuola poteano passare senza incensi al regnante e ai ministri. Quirico Viviani preparava canzoni, con cui i coscritti dovessero esalare un entusiasmo che non provavano; applaudivano all’eroe il dilombato poeta Luigi Cerretti reggiano, e il didascalico Arici, e Perticari, e Carlo Porta, e Angelo Mazza, e l’improvvisatore Gagliuffi, e Bettinelli, e Paolo Costa; Gianni era improvvisatore imperiale con seimila lire l’anno; Sgricci facea stupire coll’improvvisare tragedie, ajutato da bella voce e mirabile pronunzia[88]. Bottazzi traduceva in latino le adulazioni del Monti, e sino il Codice fu voltato in esametri: Stefano Petroni napoletano fece la _Napoleonide_, con cento medaglie emblematiche, illustrate da altrettante odi: e l’adulazione non parea avere bastanti formole a lodarlo, neppure chiamandolo Dio[89]. Scriveva il _Giornale italiano_ un Guillon lionese, che avendo parlato contro Fouché, fu messo prigione, poi relegato in Italia, ove gl’Italiani dichiarava inetti alla filosofia, alla tattica, alla poesia, alla musica, e li esortava a scrivere piuttosto in francese; laonde si credette o si finse di credere fosse incaricato dall’alto di preparare ad introdurre quella lingua negli atti. V’avea commedia francese stipendiata; in francese usavasi la conversazione, perchè così alla Corte: riconosceansi come invenzione o introduzione francese istituti, franchigie, garanzie che da un pezzo erano in vigore fra noi, con nome e forme nazionali. Non sempre le adulazioni erano viltà, giacchè l’uomo si compiace d’ingrandire quello cui è sottomesso, quasi a scusa del suo obbedirgli; ma guaj a chi osasse non incensare e conservare il silenzio! Un giornalista Lattanzio, che non lasciò contro al Paradisi, avventò i _Costumi della rivoluzione_, avendo presagito le ambizioni napoleoniche, fu posto nei pazzarelli. Ebbe gli arresti Giambattista Giovio, perchè si credette peggiorativo il termine di _fetuccia_ da lui dato alla decorazione della corona ferrea. Alcuni versi di Ugo Foscolo nell’_Ajace_, ove deplorava l’avere tratto tanta gioventù a «giacersi in esule tomba e vivere devota a morte», fecero proibire quella tragedia, punire il censore, e relegare l’autore in Toscana[90]. Avendo il Lampredi criticato un elogio funebre del Compagnoni, gli si intimò non censurasse opere d’impiegati regj. Il capitano Ceroni per avere poetato sull’indipendenza italiana, fu messo agli arresti[91]; involto nella disgrazia sua il generale di brigata Tullié, credutone complice. Chi non volesse lasciarsi schiacciare dalla forza, era schiacciato dall’opinione, atteggiata nei circoli de’ ministri, nei caffè, nei ridotti, nelle loggie massoniche, nelle consorterie letterarie. Per verità, distrutto tutto il passato, a chi non volesse accettare la rivoluzione, non restava che di rimpiangere e isolarsi: trista figura in una società gaudente, nella quale invece esultavano abbondanzieri impinguati sulle forniture militari, ricchi improvvisati colle spoglie di luoghi pii, bagasce pompeggianti. Le loggie dei Franchimuratori erano divenute stromento di Governo, e basti dire che Giuseppe Buonaparte era granmaestro dell’ordine; granmaestro aggiunto Murat; Beauharnais venerabile nella loggia di Sant’Eugenio, poi granmaestro in quella di Milano, e sovrano commendatore del supremo consiglio del trentesimosecondo grado; i ministri e primarj impiegati del regno v’erano ascritti; e impieghi e onori si distribuivano a suggestione della società. Insomma adopravasi ogn’arte per illudere l’opinione; e per verità non tutto era illusione. Ingegneri francesi lavoravano la via del Moncenisio, e con italiani quella del Sempione, sulla cui galleria fu scolpito _Al re italico_, si cominciò la via della Cornice tra Genova e Nizza; Carlo Mallet gittò un ponte sul Po a Torino; si apersero due strade dal Veneto al Tirolo; altre nell’Alpi e negli Appennini, oltre le comunicazioni interne. Il canale di Bologna accorciò di venti miglia il corso del Reno, e dopo Cento lo immetteva nel Po; quel di Pavia congiunse il lago di Como e il Maggiore coll’Adriatico; se ne progettò uno dal lago d’Iseo a Canneto che metterebbe in comunicazione la valle Camonica col mare; quello del Mincio univa i laghi di Garda e di Mantova; e un più grandioso fu divisato dal conte di Chabrol fra Alessandria e Savona, valendosi del Tánaro e della Bormida per congiungere l’Adriatico al Mediterraneo. Prony e Sganzin ebbero ad esaminare i porti di Venezia, di Ancona, di Pola, di Ragusi; uno ne fu costruito a Genova; il golfo della Spezia dovea divenire un porto immenso, spendendosi venti milioni pei lavori di difesa, cinque per fare la nuova città, uno pe’ sei cantieri. Insomma dal 1805 al 14 in opere nuove e manutenzione il ministero dell’interno erogò settantacinque milioni[92]. Tutto poi che faceasi in Francia s’imitava qui pure, onde avemmo gabinetto numismatico e conservatorio di musica; educandati femminili a Milano, Verona, Bologna; scuola di veterinaria, d’acque e strade, di genio militare, d’equitazione, di sordimuti; un’Accademia agraria e un liceo in ciascun dipartimento, ove alla futile letteratura[93] surrogavansi cattedre di storia e d’istituzioni civili, con solennità d’esami e pubblicità di premj, il cui più ambito effetto era l’esenzione dalla coscrizione: le Università di Padova, Pavia, Bologna fiorivano. Una stamperia reale fu eretta a Milano. Un magistrato presedeva alla salute pubblica, e si provvide alle tumulazioni intempestive o insalubri, all’innesto del vaccino, alle quarantene. Noi diligenze e messaggerie, noi telegrafi, noi case d’industria pei poveri, noi case di correzione e prigioni migliorate, noi pompieri, noi annue esposizioni e premj d’arti belle e d’industria. All’agricoltura si dava pensiero fondando scuole, sistemando la custodia delle selve, ordinando la vendita de’ beni comunali, ponendo a Monza un piantonajo. Gautieri scrisse sui boschi, Re sull’agricoltura, Dandolo sui vini e sui bachi da seta, Mabil sui giardini e su altri punti agricoli; incoraggiavasi la coltura del colsa, della patata, del lino, delle api, e chi cavasse zuccaro dall’uva o dalla barbabietola, coltivasse il cotone, o facesse macchine per filare questo o il lino o la canapa. Il toscano Morosi, dopo mandato a vedere i migliori opificj stranieri, piantò la prima filatura di cotone, regolò la manifattura de’ tabacchi, la polveriera a Lambrate, la fabbrica di falci a Castro, e principalmente le zecche di Venezia, Milano, Bologna, ove si coniava con macchine sue e di Gengembre. Si munirono Genova, le lagune venete, e Ancona; Alessandria dovea congiungersi con Milano, Tortona, Torino, formando una base alle operazioni militari, e un ricovero all’esercito e alle provvigioni, in caso che dovessero aspettarsi rinforzi da Francia. Tutto questo ed altro faceasi in tempo d’agitazione, fra concatenate guerre, fra insaziabile smania di nuovi acquisti. La rivoluzione, quantunque fra noi trapiantata, non isviluppatasi nè maturata da lunghe lotte e da passi successivi e spontanei come in Francia, avea tuttavia diffuso molto di vero, di giusto, di generoso, di conforme ai tempi; dal cicisbeismo e dalle frascherie gl’ingegni furono richiamati ad occupazioni serie, agl’impieghi, al militare, al genio; nei consigli di Stato, nelle pubbliche arringhe rinnovavasi l’eloquenza politica: e una Corte fastosa, ministri magnifici, ambasciadori, istituto nazionale, scuole speciali, pompe frequenti, fabbriche grandiose orgogliarono Milano d’una prosperità di parata. Ma troppo sentivasi come e popoli e principi non fossero che stromenti di Napoleone[94]. Egli erasi riservato sul regno d’Italia la somma di venticinque, poi trenta milioni per l’esercito; sei milioni erano dotazione della Corona, oltre i dominj particolari e pubblici; un milione pel vicerè, al quale pure destinava il ducato di Francoforte; le provincie di Dalmazia, Istria, Friuli, Cadore, Belluno, Conegliano, Treviso, Feltre, Bassano, Vicenza, Padova, Rovigo rimaneano feudi dell’impero francese, e col titolo di ducati l’imperatore le assegnò a suoi generali col quindicesimo della rendita di esse; oltre che l’imperatore vi si riservava quaranta altri milioni di fondi nazionali per l’uso stesso. Era un ritorno ai tempi del più servile feudalismo, alla brutale investitura della spada, alla differenza delle terre, e sviliva il suolo della nostra patria, facendola vassalla de’ Francesi. Fino i maggioraschi furono rimessi in vigore, e il titolo di barone; nuove lusinghe agli ambiziosi e mangiapane, scandalo ai liberali, che vedeano rinascere quelle aristocrazie che le nostre repubbliche aveano distrutte, e l’oppressione essere conseguenza della uniformità alla parigina. Titolati, ciambellani, consiglieri di Stato, ministri e loro attaccati predicavano la beatitudine del tempo[95]: ma tutto era un’imitazione o contraffazione della Francia la cui tirannica e instabile uniformità trovavasi imposta a tanti paesi di vita e carattere proprio; tutto sentiva della prepotenza soldatesca; quella suddivisione in tanti dipartimenti[96] cagionava una profusione d’impiegati e di spese; i prefetti erano piccoli sovrani: del che Napoleone non sa giustificarsi se non collo stato di guerra che sempre durò. Continuavasi anche ad asportare capi d’arte: e Venezia, a cui gli Austriaci nel 1805, emulando Napoleone, aveano tolto alcuni manoscritti, fra’ quali i Diarj del Sanuto, libri e quadri dovette dare al museo Napoleone[97]; altri le gallerie di Milano e Bologna. Nè dopo la consulta di Lione si trattò più politicamente dell’Italia, ma solo degl’interessi della dinastia; e Napoleone scriveva al vicerè: «I miei popoli d’Italia mi conoscono abbastanza per non dimenticare che il mio dito mignolo ne sa più che tutte le loro teste»[98]. Quasi presentendo la breve durata, ogni cosa faceasi a precipizio e coll’aspetto di rivoluzione, il che portava a mille arbitrj. Più disgustavano le enormi imposte e i modi d’esazione spesso aspri, talora assurdi; i salnitraj entravano in qualunque casa a raccogliere il nitro; si moltiplicarono le estrazioni del lotto; il registro colpiva le proprietà ad ogni trapasso. La taglia prediale, per la sola parte dell’erario importò denari settantuno e mezzo per scudo nel 1799, novantadue nel 1800, quarantotto nel 1802, quarantanove ne’ successivi, sessantuno nel 1805 e 6: inoltre più che duplicate le imposte comunali, per modo che nel 1811 la fondiaria gittò all’erario 51,581,130 lire, oltre 4,561,024 di parte dipartimentale, e 10,036,968 di comunale. Il dazio consumo nel 1805 fruttava lire 8,116,117; nel 1811 quindici milioni pei Comuni murati, e sette milioni per gli aperti: e non bastando al crescente preventivo, che negli ultimi anni sommò a cenquarantaquattro milioni, si ricorse al tristo spediente delle anticipazioni[99]. Ciascun ministro smaniava di presentare floridissimo il suo dipartimento, e collo spendere faceansi ammirare, mentre gl’imbarazzi e l’esecrazione ricadeano su quel di finanza. Giuseppe Prina avvocato di Novara, al re di Piemonte soprattutto inculcava l’alienazione dei beni ecclesiastici; poi venuta la rivoluzione e posto nel Governo piemontese, avea suggerito a Napoleone di staccarne il Novarese: questi, conosciutolo secondo il suo cuore, lo costituì ministro delle finanze. Tutto spedienti per soddisfare le crescenti esigenze dell’imperatore, non badava a reclami di popoli e di magistrati: scarso d’inventiva, non faceva quasi che tradurre in italiano le ordinanze francesi, e nel consiglio di Stato le sostenea coll’unica ragione che venivano di Francia: insensibile a ogni cosa fuorchè ai premj del sovrano, al quale non offriva mai i lamenti de’ popoli, ma gli applausi degl’impiegati, sapeva disporre i conti discussi con tal arte, da mostrare un non credibile fiore[100]. Napoleone, inebriato dagl’incensi di tutta l’Europa che stavagli a’ piedi, più s’indignava che l’Inghilterra osasse resistergli, ed esercitasse sul mare quella potenza ch’egli per terra. Risolse dunque imporre a tutta Europa (1807 xbre) che non ricevesse più nave nè merce d’Inghilterra, sicchè, non trovando più spacci alle sue manifatture e ai prodotti delle sue colonie, questa morisse di fame. Da Berlino prima, poi più estesamente da Milano emana quel decreto terribile; sia prigione di guerra ogni Inglese; di buona presa qualunque nave, merce, proprietà, magazzino di essi che venga côlto in paesi occupati; respinto ogni bastimento proveniente da porti britannici; non rispettato il vascello neutro che avesse subìto la visita inglese, il che impedendo le navigazioni dei neutri, diede l’ultimo colpo al commercio. Gli uomini dovranno dunque condannarsi a privazioni insopportabili, i re spiegare un’assolutezza che non tutti hanno nè tutti vogliono usare; roghi accendonsi per ardere le derrate delle colonie, e le manifatture della _perfida_ Albione: poi si vuol trarne guadagno col permettere alcuna parziale introduzione a chi paghi il cinquanta per cento al demanio imperiale; o si danno licenze particolari che mantellano il contrabbando, sicchè l’onesto negoziante va in ruina, mentre sterminate fortune fanno gli audaci. Allora si comminano dieci anni di lavori forzati e la berlina e il marchio ai frodatori; e l’enormità della pena fa che i giudici studiino di non trovare il delitto, benchè i delatori di professione crescessero e lucrassero fino quindicimila lire l’anno. Saccheggio, confisca, spionaggio ne conseguono in tutta Europa; violati magazzini e lettere; spente le città trafficanti; reso necessario un despotismo, qual neppure negl’impeti del Terrore; necessarie nuove guerre per avere in dominio o in dipendenza tutte le coste dall’Olanda alle Jonie. Di qui lamenti e resistenze dappertutto; chiunque sente bisogno di caffè, di zuccaro, di china, di cotone maledice all’imperatore: le arti mancano di molti ingredienti e materie prime; il circondario confinante era sottoposto a interminabili vessazioni; la coltivazione del nostro canape restò per sempre rovinata, cercandolo altrove gl’Inglesi e gli Olandesi; il commercio, che ha bisogno della stabilità, barcollava fra sempre cambiati regolamenti; era un lusso la biancheria di tela cotone, il prendere il caffè o la cioccolata, e i gelati che sono una necessità ne’ meridionali; e intanto sulle piazze vedeansi bruciare balle di merci inglesi, impinguare contrabbandieri. Con questo errore economico Napoleone si pregiudicò più che con qualunque errore politico; giacchè tale violenza mettevalo in contraddizione con tutta la civiltà, pretendendo ridurre a traffico locale il commercio che già abbracciava l’intero mondo. Da quell’istante restò data una formola alla politica di Napoleone e a quella dell’Inghilterra; egli l’inceppamento, essa la libertà del commercio; e su questo titolo si chiarirono le guerre successive, non più di re ma di popoli, e perciò più difficili a vincersi. Aggiungasi che la nostra industria era sagrificata alla francese; i trattati di commercio coll’impero tornavano a solo utile di questo, come avviene in tutti quelli tra il forte e il debole; inceppavansi le nostre manifatture perchè non mancasse sfogo alle francesi; i ferri e gli acciaj del regno si trovarono esclusi dal Parmigiano, dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Romagna dacchè appartennero all’impero; le saje, i pannilani, le berrette, i tessuti di seta, d’oro, d’argento, i velluti, i damaschi che Venezia spediva in Levante, cessarono per la concorrenza de’ francesi. Napoleone avrebbe ambito la potenza sul mare, ma non ne toccava che mortificazioni. Allestiva una fregata in Venezia? Appena lanciavasi in acqua, ecco gl’Inglesi bruciargliela. Pellew scorreva i due mari italiani, sempre minaccioso; coglieva le squadre di carico; presso Lissa nel 1811 sbaragliò la flotta francese prendendo le fregate la _Corona_, e la _Bellona_, mandando a male la _Favorita_, e salvandosi la _Flora_. Questi mali faceano allora sconoscere il bene, come poi del solo bene si volle menar vanto. Che se nell’antica Lombardia l’amministrazione procedeva regolare, non così ne’ paesi nuovi abituati a lasso governo e a tenuissime taglie. Nei paesi a mare riusciva insopportabile la privativa del sale, condimento che la natura profuse, e che doveasi lasciare intatto per comprarlo caro dalla gabella, punito chi appena attingesse acqua dal mare. Nelle Legazioni fremeasi delle insolite gravezze, ed Eugenio proclamava: — Vi lagnate che ogni decreto pubblicato ne’ vostri dipartimenti è una nuova gravezza. Che? Non sapete voi leggere? vedreste al contrario come non v’ha un solo di questi decreti che non sia per voi un benefizio»[101]. La trapotenza de’ prefetti e il despotismo soldatesco disagiavano quel bell’ordine amministrativo; nella giustizia faceva orrore la fucilazione, inflitta a chi tenesse coltelli aguzzi, foss’anche per uso di tavola; la berlina e il marchio pareano voler togliere fin la possibilità di ravvedersi e rigenerarsi; il Bellani procuratore regio e il Luini presidente d’appello mandarono tanti al supplizio, che qualche giudice rinunziò all’impiego. Vi si aggiungano le corti speciali e la legge marziale. Eppure sempre durarono masnade, ingrossate da quelli che sotterfuggivano alla coscrizione. Nel 1805 la terra di Crespino nel basso Po, avendo tumultuato, fu messa al bando, e lasciata alla mercede d’un brigadiere di gendarmeria, finchè l’imperatore s’accontentò di perdonare se gli consegnassero quattro capi, di uno dei quali prese l’ultimo supplizio[102]. Nel Veneto molti piccoli possessori abbandonarono i fondi anzichè pagarne le taglie; i terreni abbandonati metteansi all’asta, e non trovandosi chi li comprasse, forza era restituirli da amministrare al possessore primitivo. Si affrettò dunque l’operazione del censo, che ridusse d’un quarto l’estimo, e si perdonò un milione e mezzo del debito. Nel 1809 s’introdusse un dazio sulla mácina, che con vessatorie cautele esponeva a violazioni e a tirannide. Fu un grido universale d’indignazione: alcuni lo repulsarono coll’armi, onde si dovette ritrattarlo; ma nei dipartimenti del Reno, del Panáro, del basso Po si piantarono tribunali, che fecero da trecento vittime. Altre sollevazioni avvennero nell’antico Friuli pei censiti ingiustamente (1806). Bartolomeo Passerini, curato della Vallintelvi sul lago di Como, credette che, dove Napoleone avea promesso l’indipendenza poi mentito, bastasse una voce per sollevare i popoli alla riscossa de’ loro diritti; e con pochi preti e villani e qualche fucile rugginoso e pali abbronzati, proclamò l’indipendenza. Un pugno di gendarmi bastò a sperdere quell’adunata, ma i capi furono guasti dal boja, benchè e giudici e avvocati li trattassero da romanzeschi e da pazzi. Ma bisognava spaventare, diceano: e per verità, mentre Napoleone prodigava sangue, l’Inghilterra prodigava oro per suscitargli nemici dappertutto. Le Bocche di Cataro avrebbero dovuto, secondo i trattati, venire all’Italia; ma il marchese Ghislieri di Bologna, che le custodiva a nome dell’Austria, le consegnò ai Russi. Napoleone si pose al duro di non voler rendere Branau sull’Inn, tantochè l’Austria ebbe a pregare i Russi di cedere esse Bocche, le quali con la repubblica di Ragusi, occupata anch’essa col solito pretesto di preservarla dagl’insorgenti, furono aggregate al regno d’Italia. Ma realmente non stettero mai sottomesse: il generale Marmont, spedito a frenare i Croati e Montenegrini che incessantemente le rincorrevano, moltissimi ne uccise, ed essi uccisero e presero moltissimi soldati di Francia. Altri nemici erano eccitati in Olanda, in Germania, nel Tirolo; le Calabrie rigurgitavano di briganti e di Carbonari; i re aveano imparato a valersi dell’armi popolari, e secondati dalle bande insurrezionali si accingeano a un nuovo duello (1809): l’Austria stessa, fatta assalitrice per la libertà dell’Europa, sollecitava i popoli di Germania e d’Italia a difendere la nazionalità. L’arciduca Giovanni, che campeggiava nel sollevato Tirolo, diresse a noi un proclama dicendo: — Italiani, voi siete schiavi della Francia; voi prodigate per essa oro e sangue; chimera è il regno d’Italia; realtà la coscrizione, i carichi, le oppressioni d’ogni genere, la nullità di vostra esistenza. Se Dio seconda l’imperatore Francesco, Italia tornerà felice e rispettata in Europa. Una costituzione fondata sulla natura e sulla vera politica, renderà il suolo italiano fortunato e inaccessibile a qualsiasi forza straniera. Europa sa che la parola di Francesco è sacra, immutabile, pura. Svegliatevi, Italiani, rammentatevi l’antica vostra esistenza! basti volerlo, e sarete gloriosi al par de’ vostri maggiori»[103]. Gli diedero ascolto alcuni in Valtellina, paese a cui la povertà rendeva insopportabili le imposizioni, massime del sale e del testatico; emissarj austriaci un Juvalta e un Parravicini vennero a sommuoverla; le autorità fuggirono (maggio); si tempellarono le campane; si volle polenta e vino e sale; ma dodici soldati di deposito sbrancarono quel tumulto; i due sommovitori andavano ad ottenere premj a Vienna e Pietroburgo; dei sedotti si colpirono molti coll’estremo supplizio. Il tirolese Hoffer, ricco tavernajo, spertissimo cacciatore, di statura atletica, insieme con Speckbacher e col cappuccino Haspinger si era posto a capo dell’insurrezione del suo paese, a nome della Madonna e dell’imperatore d’Austria menando terribilmente quella guerra di bande cui gl’Italiani non seppero mai affidare la loro indipendenza; sconfisse più volte i nemici; fin due reggimenti obbligò a deporre le armi innanzi alle carabine de’ suoi intrepidi briganti, i quali, cacciati i Bavaresi dal Tirolo, proseguirono le vittorie, finchè non vennero interrotte dall’armistizio Znaym. Hoffer non sa credere che l’Austria abbia fatto la pace, solleva di nuovo il Wintschgau e l’Oberinnthal, onde i Francesi lo dichiarano fuori della legge (1809); sicchè quando, fidato all’amnistia, scese dai monti, fu preso e processato a Mantova. Benediva agli altri prigionieri, e — il Tirolo tornerà sotto Francesco»; non volle gli si bendassero gli occhi nè inginocchiarsi quando fu fucilato. Per secondare le evoluzioni di Germania, Marmont bezzicava gli Austriaci dalla Dalmazia, dall’Italia Beauharnais, glorioso di trovarsi alfine alla testa d’un esercito. Ma non avendo ancor raccolta tutta la truppa sull’Isonzo, si ritirò sulla Livenza: onde gli Austriaci occuparono Udine, passarono il Tagliamento, vinsero a Pordenone e a Sacile (16 aprile) nella prateria di Camollo, sulle sponde del Collicel, dopo un’azzuffata di sei ore e di copiosissimo sangue[104]. Il regno fu in desolazione, tutti pensando a fuggire, nessuno a difenderlo; l’arciduca Giovanni occupò Padova e Vicenza, assalse il forte di Malghera; e poteva facilmente spingersi fin alla capitale, se non l’arrestavano le nuove di Germania, per le quali si ritirò onde soccorrere Vienna. L’esercito d’Italia rincorato, e avuti rinforzi dal Tirolo e dalla Toscana, lo incalza con brave battaglie fino al Raab, dove, essendosi congiunto coll’esercito di Macdonald, misero a sbaraglio l’arciduca (6 luglio), redimendo così la sconfitta di Sacile. Bizzarro travolgimento! L’Austria si trovava a capo de’ popoli, senza alleanze di re, e persuasa della possa delle moltitudini; mentre Napoleone trascinava un corredo di re alleati, ma aveva contrario lo spirito popolare, e dava colpa ai nemici del ricorrere all’insurrezione, cioè alla voce del popolo. Al pericolo oppone tutto il suo genio, e per ferire con colpo decisivo, marcia grosso e impetuoso sopra Vienna, e dopo pochi giorni la prende; passa il Danubio e lo ripassa, e nel piano di Wagram (6 luglio) riporta una vittoria sanguinosissima. L’Austria era in situazione tutt’altro che disperata, eppure nella pace (14 8bre) si rassegnava a sfasciare le mura di Vienna, perdere duemila miglia quadrate con tre milioni e mezzo d’uomini, le ricche miniere di Salisburgo, e ottantacinque milioni di fiorini, e aderire al sistema continentale: umiliata dunque non distrutta, e perciò attenta alla riscossa. Alle provincie da essa cedute sulla destra della Sava vennero unite Ragusi e la Dalmazia col nome di Provincie Illiriche. Nel tempo che queste erano appartenute al regno d’Italia, si era dovuto usar riguardi a una civiltà sì differente, ma si procurava migliorarle, disseccavansi molte paludi, si restauravano strade; Vincenzo Dandolo, farmacista veneziano, divenuto senatore, fatto provveditor generale di que’ paesi v’incoraggiò la pastorizia, l’agricoltura, i mercati, le saline, le vetriere; s’istituirono un vescovado e un seminario greco, un liceo; si abolirono i fedecommessi; domandando però il solito tributo di sangue, un contingente di tremila ottocento uomini. Essendo di spesa più ch’altro, la perdita di quel paese non rincrebbe al regno d’Italia, se non per cotesto disporne ad arbitrio. Napoleone, disgustati i popoli, sente bisogno d’appoggiarsi ad alleanze di re, e dalla propria _officialità_ diocesana fa cassare il suo matrimonio con quella Giuseppina a cui tanto doveva; e al costei figlio Eugenio vicerè d’Italia dà incarico (1807 marzo) d’annunziarle ch’essa non è più sua moglie, e d’andare a cercargliene una in quella Casa d’Austria dond’era Maria Antonietta. I buoni Viennesi gemevano su Maria Luigia, vittima offerta a placare un nemico, e null’altro che ostaggio in mano della Francia, e fabbricatrice d’un erede (1811 marzo). Nato il quale, e intitolato re di Roma, parve consolidasse la dinastia napoleonica, e un impero che allora toccò all’apogeo. CAPITOLO CLXXX. I Napoleonidi a Napoli. Le vittorie aveano tolto a Napoleone il senso delle convenienze: sicchè, afferrato lo scettro a guisa di spada, più non badava agli interessi della sua o delle altre nazioni, ma alla propria volontà; offesi tutti, credesi da tutti odiato: laonde rinnega le tradizioni, vuol sovvertire l’Europa o rimpastarla a sua obbedienza, perciò collocare sui troni i parenti suoi. E comincia con Napoli. Ferdinando Borbone vi era stato applaudito al suo ritorno come simbolo di pace, ma non seppe perdonare; anche cessati i pericoli, continuò processi d’opinione. I soldati detti della Santa Fede a grosse masnade negli Abruzzi rapinavano. L’erario esausto rifornivasi con infelici ripieghi: intanto che l’inesorabile Carolina non requiava dagli intrighi. Dei quali accusandola, Napoleone avea spedito trentamila Francesi ad occupare Terra di Otranto acciocchè non vi sbarcassero gl’Inglesi. Acton proclamò che la nazione si armerebbe come un uomo solo, per seguire il suo re alla difesa dell’indipendenza; ma nessuno si mosse, e il generale Gouvion Saint-Cyr dispose quelle truppe ne’ posti opportuni. I Reali, col pretesto di respingere una flottiglia tunisina, distribuirono armi ai Calabresi, fecero reclute, negoziarono un prestito in Olanda, lasciavano che gl’Inglesi levassero soldati, e inseguissero i bastimenti francesi fin sotto i forti. Se n’indispettiva Napoleone, e viepiù dacchè Carolina ricusò dare sposa sua figlia Amalia al Beauharnais (1805), figlio adottivo di lui e non ancora principe. Quando, per la coronazione, essa gli mandò ambasciadore a Milano il principe di Cardíto, e’ volle riceverlo in giorno di concorso e sfarzo straordinario onde far più pungenti le invettive che lanciò contro la regina, fin a chiamarla Gezabele. Esigette ch’ella congedasse Acton; e Carolina per quanto pregasse, fremesse, si ostinasse, dovè dargli successore il duca di Luzzi. Essa avrebbe potuto assodarsi in capo la corona soggiogandosi all’imperiosa volontà di Napoleone, che inclinava più a riconciliarsi le vecchie dinastie che a prostrarle; e tanto più questa, che diverrebbe un rinfianco al regno d’Italia: ma invelenita dall’ultimo affronto, non mettea misura alle parole, tenea carteggio con Nelson e con Elliot, inglesi, richiamò in Corte il cardinal Ruffo, valeasi delle cognizioni amministrative del conte di Damas generale francese migrato, tentava sedurre l’ambasciatore francese Alquier; il quale, mosso da passioni men che virili, incapricciavasi a mortificarla, e la trattava come niun suole una regina, nè una donna. Tutt’a un tratto Napoleone intima sia mandato via Damas; guai se truppe straniere sbarcassero; la Corte faccia un trattato di neutralità, nel qual caso l’esercito d’occupazione se n’andrà dal regno, se no drizzerebbe sopra la capitale. Il re firmò, ed esibì sei milioni l’anno sin al fine della guerra; e le truppe partirono per giovar l’impresa di Massena nell’alta Italia. Allora subitaneamente Inglesi da Malta, Russi da Corfù, Montenegrini da Cataro spingonsi nel golfo di Napoli; e Carolina, violentata senza rincrescimento, inalbera la bandiera della coalizione, mette le sue truppe sotto il comando del russo Lascy; talchè sessantamila uomini poteano, forzando la Romagna, giungere sul Po, assalire alle spalle Massena, e dar mano agli Austriaci appostati dietro l’Adige. Il principe Eugenio mosse ad affrontarli verso Bologna: ma intanto le sorti italiche decideansi in Germania e nella battaglia d’Austerlitz, dopo la quale la Corte napoletana si trovò abbandonata dagl’Inglesi per consiglio, dai Russi per patto. E Napoleone dichiara che i Borboni hanno cessato di regnarvi, e sfoga l’insolente verbosità contro «la moderna Atalia, quella donna scellerata, che tante volte e con tanta sfacciataggine avea violato quanto gli uomini han di più sacro; via costei dal regno; vada a Londra a crescere il numero degl’intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza ragione; il più bel paese del mondo non porti più oltre il giogo de’ più perfidi fra gli uomini». A Giuseppe, prediletto tra’ suoi fratelli, Napoleone confidava le sue passioni giovanili, i primi accessi di sua ambizione, i momentanei scoraggiamenti; poi venuto al potere l’adoprò, massimamente nella diplomazia. Da lui furono condotte le paci di Lunéville e d’Amiens, da lui sottoscritto il concordato; e col suo buon senso e coll’osservazione dei fatti moderava gl’impeti del fratello, se non altro temperava colle buone maniere i colpi che alla cieca avventava la irremovibile assolutezza di quello. Napoleone avealo destinato re dell’alta Italia; ma egli ricusò, o considerasse come precario un regno su cui l’Austria conservava le pretensioni, o non volesse, coll’accettare uno scettro straniero, infirmare il plebiscito che lo designava eventuale successore all’impero (1806 31 genn.). A lui scrisse allora Napoleone: — Intenzione mia è d’impadronirmi del regno di Napoli, e mettervi un principe di mia casa. Massena e Saint-Cyr vi marciano con due corpi; te ho nominato generale in capo, e re se vorrai; se no, un altro. Quarant’ore dopo ricevuta questa lettera, parti per Roma, e il tuo primo spaccio m’informi che sei entrato in Napoli e ne hai snidato una Corte perfida, e messo questa parte d’Italia sotto le nostre leggi». Napoleone vuol dunque un re colà, non per nazionalità o per altre idee, ma perchè gli è necessario. All’avanzarsi de’ Francesi, Ferdinando fugge a Palermo, lasciando ordine alla reggenza di non cedere per nessun patto le fortezze. Comandava l’eroismo fuggendo! Carolina determinata a ceder solo alla violenza, raccozza le masnade, richiama alle armi frà Diavolo, Nunziante, Rodío, Sciarra, terribili ad amici e a nemici; ma le provincie non rispondono al suo impeto; arma i lazzaroni, ma ne deriva tal minaccioso disordine, che i cittadini assumono essi medesimi la difesa, e trovandosi l’armi in mano, chiamano i Napoleonidi come liberatori. Cinquantamila di questi procedono senza ostacolo, prendendo le fortezze, salvo Gaeta che fu difesa dal principe di Assia Filippstadt, e Capri occupata dagl’Inglesi: ed entrano a Napoli (13 febb.) nel punto che n’esce la regina. Quel Vanni ch’era stato stromento alle vendette di lei, non potè farsi raccogliere con essa, onde si ammazzò e la sua fine serva d’esempio a’ pari suoi. Lo Speciale era già morto pazzo in Sicilia. Una colonna, condotta da Regnier e Gouvion Saint-Cyr, andò a sottomettere le Calabrie, ove si sosteneva Damas col principe reale, ben presto costretto egli pure tragittare in Sicilia. I Francesi erano accolti con favore dai borghesi, e con isdegno dalla plebe; e Giuseppe, qual luogotenente del fratello a Napoli, protegge la sicurezza, disarma il vulgo, ricompone l’esercito, ravvia i tribunali, pianta un Governo provvisorio, promettendo migliorare senza sovvertire. Egli visitava Scigliano al fondo della Calabria ulteriore, quando ricevette un decreto che lo dichiarava re delle Due Sicilie (1806 31 marzo), «cadute in potere di Napoleone per diritto di conquista e come formanti parte del grand’impero»: da questo voleva tenerlo dipendente col crearlo grand’elettore. I Napoletani non aveano più che un amore d’abitudine per la dinastia caduta; mentre il partito vinto nelle sanguinose riazioni precedenti, favoriva i Francesi, e sperava usufruttarli. Abbondarono dunque le feste e le codardie come sempre; i più devoti al re antico accorsero primi al re nuovo; il marchese del Gallo[105], ambasciadore di re Ferdinando a Parigi, diveniva ministro di re Giuseppe; lo stesso cardinal Ruffo lo incensava. Giuseppe non trovò difficoltà ad applicare il sistema francese; la benevolenza con cui fu accolto gli permetteva di collocare nel ministero e negli alti impieghi i nazionali: ma non ebbe la delicatezza di non porvi forestieri, quantunque lodevoli, quali furono Dumas ministro della guerra, Röderer delle finanze, Miot degli affari interni, Saliceti della polizia, intanto che gli eserciti facea comandare da Massena e Jourdan, eccellenti spade. Avido di piaceri, di ricchezza, di fasto come uom nuovo, e cercando conciliar la parte esecrata di capitano d’esercito straniero con quella di riformatore e pacificatore, Giuseppe sperò farsi ben volere e mostrarsi italiano. Conservò sul trono le idee e le simpatie della rivoluzione, per quanto può un re; si tenne amici tra i filosofi; amava la discussione, il miglioramento, la giustizia distributiva; proponeasi di farsi amare, non crescere le imposte, prevenire le insurrezioni, promovere gl’interessi del regno; abolendo, non i titoli, ma i privilegi e le giurisdizioni della nobiltà, estese l’amministrazione della giustizia a paesi fin allora tiranneggiati dai feudatarj. S’introdusse il codice Napoleone; e sebbene senza giurati e con commissioni speciali e tribunali d’eccezione, la giurisprudenza e la giustizia migliorarono dall’esser esposte al dibattimento, come l’amministrazione dalla semplicità e robustezza. Il Tavoliere di Puglia[106] fu dato a censo, e in parte anche donato a poveri per moltiplicare i proprietarj, estendere la coltura e crescere la produzione; al qual uopo svincolavansi le manimorte e i fedecommessi, e alle ventitre tasse dirette venne sostituita la fondiaria, senza esenzioni ma senza catasto. Le finanze furono tolte dallo scompiglio, riducendo nel solo Gran Libro tutte le rendite e le spese, in un sol banco tutto il denaro entrante o uscente. Si ordinò l’istruzione pubblica, favorendo le accademie Pontaniane e d’incoraggiamento, e istituendo la Reale di storia, antichità, scienze ed arti. Case di giuochi e di voluttà furono sistemate per lucro del fisco; illuminate le strade, e apertane una da Toledo a Capodimonte. Giuseppe alla moglie scriveva: — Le cedole del banco di Napoli, che perdevano il venticinque per cento, or vanno al pari. Co’ miei proprj mezzi ho fatto la guerra e l’assedio di Gaeta, che costò sei milioni di franchi: trovai modo a nutrire e assoldare novantamila uomini; giacchè oltre sessantamila di terra, ne tengo trentamila fra marini e invalidi, pensionati del vecchio esercito, guardacoste, cannonieri litorali; ed ho mille cinquecento leghe di costa, cinte, bloccate, spesso attaccate dal nemico. Con tutto ciò non iscontentai colle imposte i proprietarj nè la plebe, e posso senz’imprudenza viaggiare quasi solo dappertutto: Napoli è tranquilla quanto Parigi, trovo imprestiti, do esempio di moderazione e d’economia; non ho nè amanti, nè favoriti, nè chi mi meni pel naso; e generalmente si sa che, se non fo di meglio, non è colpa mia. Leggi ciò a mamma e a Carolina, per torle d’inquietudine; assicurale che mai non ho cambiato, e che cittadino oscuro, coltivatore, magistrato, sempre sagrificai volentieri il mio tempo a’ miei doveri...». Ma sprovvisto delle robuste qualità che voglionsi a un capo di dinastia, sospettoso ne’ pericoli fin all’ingiustizia, volente docilità perchè docilissimo al suo padrone, Giuseppe, ben presto sentì che eragli cinta una corona di spine; e ai primi soliti applausi successero dappertutto le solite scontentezze, e sollevazione, e guerra di briganti. Essendo gl’Inglesi col generale Stuard sbarcati nel golfo Sant’Eufemia (1 luglio), le Calabrie divamparono; Morte ai Francesi fu il grido generale; ed a Regnier, che era stato respinto a Maida, fu duopo di gran coraggio e prudenza per trincerarsi a Cassano e salvar le sue truppe, finchè Massena, costretta Gaeta a capitolare dopo vigorosissima resistenza, accorse ad allargarlo, fucilando, impalando, lapidando, bruciando. Il ritirarsi degl’Inglesi non lasciò più sussistere che qualche banda, fra cui quella di Michele Pezza detto frà Diavolo, a lungo imbaldanzì fra la Romagna e il Volturno, piombando sui Francesi, assalendo i convogli e i quartieri, ov’era meno aspettato. Battuto a Sant’Oliva, sparpaglia i suoi, e rifugge in Sicilia; poi tornato li raccozza, e fortifica un quartier generale; sconfitto in campagna, è vincitore nelle montagne; e con mille uomini tien testa a tutte le forze del paese, e specialmente al colonnello Hugo, destinato contro di lui; perdutane la traccia, i Francesi lo credono perito, ed ecco uno dice averlo trovato sulla destra del Tiferno, altri sulla sinistra, chi negli Abruzzi, chi presso Napoli o nella Puglia. Così lungamente stancò i nemici, finchè fu preso e decapitato. Ad egual fine andarono pure Rodío e molti briganti, fucilati, impiccati sommariamente, e non soltanto da parte de’ militari, e fin sotto la fede di amnistia, eppure senza estirparli; quando le prigioni fossero zeppe, parte mandavansi a Fenestrelle e ad altre fortezze lontane, parte si uccideano compendiosamente. Così ordinava Saliceti, astuto côrso e giacobino, che fatto ministro di polizia, credeva o fingeva dappertutto congiure[107], o le lasciava tessere a bella posta per istracciarle con tremendo rigore: gran signori e titolati, nobili donne, un vescovo, preti, frati, sin monache furono mandati alla prigione, alla morte orribilmente esacerbata: e perchè il popolo tumultuò gridando grazia al supplizio del marchese Palmieri, al domani nuove forche portarono i promotori di quella dimostrazione. Una volta fu infocata una mina sotto al palazzo del Saliceti, ma egli campò; alfine morì di colica e si disse di veleno. Tali persecuzioni e tali arbitrj sapeano più del crudele essendo commessi da coloro che non rifinivano di pomposamente incolpare il vecchio governo, del quale perciò rinasceva il desiderio. Carolina dalla Sicilia, sempre fissa gli occhi al continente, mandava diplomi e cappelli a quei ch’essa chiamava realisti e indipendenti, e gli altri chiamavano assassini, e amicavasi la Russia, per cui interposto Napoleone le assegnò in compenso le isole Baleari, senza tampoco interrogarne i re di Spagna a cui esse appartenevano. Ad ogni bene del regno di Napoli si opponevano lo stato vacillante del paese, la continua guerra, l’incerto avvenire: pure il re debolmente buono era compatito, e della coscrizione o dei rigori versavasi ogni colpa su Napoleone suo padrone. Il quale con una politica egoista che non lasciava campo a discutere nè consigliare, a que’ suoi re da scena infliggeva prove crudeli, dolorose umiliazioni; ripeteva loro, come a tutti i suoi satelliti, — Non avete appoggio altro che me; s’io cadessi, cadreste; previsione vera, e ch’è la peggior condanna del suo sistema. A Giuseppe dirigeva rimproveri da padrone, tacciandolo di debole, inoperoso, vano, irresoluto, che voleva tenere un esercito eppure non incarire le tasse, non prendea Gaeta, non allestiva una spedizione contro la Sicilia. — Il Napoletano (gli dicea) deve fruttar cento milioni, quanto il regno d’Italia, e trenta bastano per pagare quarantamila uomini. I vostri piacentieri vi dicono che siete benvoluto per la vostra dolcezza. Follia! che domani io perda una battaglia sull’Isonzo, e saprete qual conto fare della popolarità vostra e dell’impopolarità di Carolina. Trista figura d’un re fuggitivo!» Altrove disapprova l’istituzione delle guardie nazionali. — Costoro inorgogliano, e credono non essere conquistati: popolo straniero che abbia tali bizzarrie non è sottomesso. Volete una guardia reale? ebbene prendete quattromila Napoletani, nulla più, padri di famiglia ben fiacchi e vecchi, buoni di custodire la casa dai ladri; altrimenti vi preparate gravi sciagure... Un esercito napoletano? ma il solo grido di _Via i Barbari_ ve lo torrà. Coscrivete tre o quattro reggimenti, e mandateli a me, che colla guerra darò a loro disciplina, coraggio, sentimento d’onore, fedeltà, e ve li rimanderò capaci di divenire nocciolo d’un esercito napoletano. Intanto assoldate degli Svizzeri, dei Côrsi, dei Tedeschi, che io non posso lasciarvi cinquantamila Francesi, quand’anche foste in grado di pagarli». E qui divisava le guise di difendere il regno con poche truppe, distribuite da Napoli sin in fondo alle Calabrie; si munisse una gran piazza al centro del regno, ove il re potesse gettarsi col tesoro e gli archivj e le reliquie dell’esercito, e resistere sei mesi a sessantamila Inglesi e Russi. Oltre che un re straniero non istà senza pericolo in mezzo ad una popolazione numerosa, necessariamente nemica, Napoli pareagli poco acconcia; meglio Castellamare, e all’uopo dovrebbero destinarsi cinque o sei milioni annui per dieci anni[108]. Erano a cozzo la bontà senza genio col genio senza bontà. Giuseppe, che avrebbe voluto esser re del suo popolo, non satellite dell’imperatore, provava qual tristo dono fosse quello d’un trono; Napoleone invece proclamava senza riserva la ragion di Stato e l’indifferenza a ogni altro affetto; e — Giuseppe deve intendere che tutte le affezioni ora cedono alla ragion di Stato; sappia dimenticare quando occorre tutti i legami d’infanzia; facciasi stimare, acquisti gloria. Io non posso avere parenti oscuri; non amare e riconoscere per tali se non quelli che mi servono; non al nome di Buonaparte è attaccata la mia famiglia, ma a quel di Napoleone; ed io fo una famiglia di re che si connetteranno a un sistema federativo»[109]. In fatti egli volle i parenti mutassero il lor nome di casa in quel di Napoleone; pretendeali esaltati sopra milioni di sudditi, ma umiliati sotto di sè; escludeva la famigliarità antica, ordinava con durezza talvolta mista d’ironia, e diceva a re Giuseppe: — Se le contingenze non vollero che aveste grandi movimenti militari a compire, vi resta la gloria di saper nutrire il vostro esercito». E quanto alla guerra, chi meglio poteva dare suggerimenti opportuni? Ma non conoscendo i luoghi, e presumendo dirigere fino le particolarità, sbaglia spesso. Da prima vuole si conquisti la Sicilia: è necessario e facile. Ma ecco resistergli lo scoglio di Gaeta: allora impone si convergano qui tutti gli sforzi, tutti, eppure senza stornarsi dalla Sicilia. Poi gli bisogna soccorrere Corfù: tutto si faccia a quest’uopo. Ordini sopra ordini, che imbarazzano gli esecutori, e fanno stizzire il padrone. Vuol si compia la guerra? rinfaccia a Giuseppe d’avergli lasciato 45,000 uomini. Ma Giuseppe gli dice, — Datemi dunque il denaro da pagarli», esso risponde che effettivamente non passano i 25,000. Nel resto poi mostrava quel disprezzo delle nazioni e delle proprietà, che infangò la sua gloria; a severa risolutezza spingeva il fratello timido e circospetto, e ne combatteva gli scrupoli: — Gli arrendimenti non hanno nulla di sacro, perchè nulla è sacro dopo la conquista. In un paese che paga ventisei milioni di debito pubblico, si ritarda il pagamento di un anno, ed ecco ventisei milioni belli e trovati». Giuseppe proponeva clemenza, riconciliazione, rispetto alle leggi e alla nazionalità? Napoleone gli rispondeva come chi, per la prima volta trovandosi a fronte una popolazione armata a difesa delle leggi e dell’indipendenza, crede facile il domare i popoli quanto i re; giudica oltraggio e scandalo pericoloso ogni opposizione alla vastità de’ suoi disegni, all’immensità della sua potenza; — Ho inteso (gli dice) che avete promesso non imporre tasse di guerra, e proibito ai soldati di esigere la tavola da’ loro ospiti. Piccolezze! Non colle moine si guadagnano i popoli; decretate trenta milioni di contribuzione: a Vienna dove non c’era un soldo, appena arrivato io ne posi una di cento milioni, e fu trovata ragionevole[110]. Così pagate i soldati, rimontate la cavalleria, abbiate abiti e scarpe. Avrei gusto che la canaglia di Napoli s’ammutinasse: in ogni popolo conquistato un’insurrezione è necessaria. Non sento abbiate fatto saltar le cervella a un solo lazzarone, eppure essi adoprano lo stilo.... Ho udito con piacere la fucilazione del marchese di Rodio.... Mi fu gusto il sapere che fu incendiato un villaggio insorto: m’immagino lo avrete lasciato saccheggiare dai soldati.... Gli Italiani, e in generale i popoli, se non s’accorgono del padrone, propendono alla rivolta. La giustizia e la forza sono la bontà dei re, che non bisogna confondere colla bontà di uom privato. Aspetto d’udire quanti beni avete confiscato in Calabria, quanti insorgenti giustiziati. Niente perdono; fate passar per le armi almeno seicento rivoltosi, bruciare le case de’ trenta principali d’ogni villaggio, e distribuite i loro averi all’esercito. Mettete a sacco due o tre delle borgate che si condussero peggio: servirà d’esempio, e restituirà ai soldati l’allegria e la voglia di operare»[111]. E perchè un far simile doveva necessariamente procacciare nemici, e quindi paure, gli soggiungea: — Vi fidate troppo de’ Napoletani. Occhio alla vostra cucina; non abbiate che cuochi e scalchi francesi; sempre in guardia a Francesi; di notte non entri a voi se non il vostro ajutante di campo, che deve dormire nella camera precedente; e anche a lui non dovete aprire se non dopo ben riconosciutolo; ed egli non deve battere alla vostra porta se non dopo chiusa la sua». Vedete, o oppressi, che i vostri oppressori non dormono tutti i sonni. La pace di Lunéville aveva scomposto l’impero germanico, e tolta la supremazia dell’Austria, in cui vece si formò una confederazione del Reno sotto la protezione di Napoleone (1805 12 luglio); sicchè Francesco II, «non sentendosi in grado di corrispondere alla confidenza degli elettori e dei principi, e di soddisfare ai doveri di cui era incaricato», rinunziò alla corona germanica, che così cessò d’esistere; e in quella vece eresse ad impero gli eterogenei Stati ereditarj della sua Casa, e non più Francesco II di Germania, ma s’intitolò Francesco I imperator d’Austria. La Germania, fremendo del sentirsi serva allo straniero, e trovandosi abbandonata dall’Austria, fece capo alla Prussia, e insorse a nome della libertà nazionale: ma nella battaglia di Jena Napoleone sfasciò la monarchia prussiana, e andò a troneggiare nella reggia di Berlino (1806 14 8bre), come già in quella di Vienna; poi menò i soldati di Francia e d’Italia sotto al rigido settentrione nel cuore dell’inverno per sconfiggere i Russi ad Eylau e Friedland. Il colloquio di Tilsitt lo riconcilia con Alessandro czar; e i due giovani ambiziosi s’accordano di rinnovare l’uno l’impero d’Occidente, l’altro quello d’Oriente: intanto Napoleone si fa assicurare le Bocche di Cataro e le isole Jonie, compendio dell’eredità dell’uccisa Venezia. Non contento delle opere di leone, volle ricorrere a quelle di volpe, ciuffando il trono di Spagna per sostituirvi un re della sua razza. E fu Giuseppe, al cui posto in Napoli destinava il generale Murat, come appunto si cambierebbero le sentinelle d’un posto, senza sentire nè il popolo cui toglieva, nè quello cui dava questi fantocci di re. Giuseppe se ne andò nè rimpianto nè insultato, e da Bajona diede una costituzione (1808 20 giugno) per le Due Sicilie, ma senza garanzie, e vantatrice fra le miserie[112]. La Spagna, mercè delle istituzioni comunali e di quel cattolicismo che, a sentire certi uni, credono causa dell’indebolimento degl’Italiani, aveva conservato un vigore primitivo; e insorse contro l’oppressore con una risolutezza, inaspettata dall’Europa, avvezza a non considerar la libertà che sotto le forme francesi, e che allora si avvide come dalle bande popolari potrebbe essere fiaccato l’indomabile vincitore degli eserciti regj, il quale in sei campagne dal 1808 al 1814 vi sacrificò centomila uomini all’anno. Gioachino Murat nasceva alla Bastide sul pendio dei Pirenei; dal mestiere paterno di oste passò soldato nell’87; e la migrazione degli ufficiali nobili gli schiuse il passo ai primi gradi. Ben presto si segnalò in Italia, sostenne or il coraggio or le imprese di Buonaparte, di cui sposò la sorella Carolina; salì col salire di lui; fu intitolato granduca di Berg e di Cleves; mandato a conquistar la Spagna, avea creduto cogliervi un trono, del quale parvegli inadeguato compenso quello di Napoli e la dignità di grand’ammiraglio dell’impero. Eccellente in attacco e in una pompa più che nel governare, bello, entrante, manieroso, tutto sfarzo di pennacchi e decorazioni, piaceva più che non fosse amato. Giurò egli lo statuto di Bajona, ma non l’effettuò mai, almeno quanto il convocare il Parlamento: pure, entrato appena (6 7bre), rallenta molti rigori dello stato di guerra, cresce le rendite alla cappella di san Gennaro, visita l’ospedale e regala, scioglie i disertori ed i carcerati per piccoli delitti, e i sequestri sui migrati in Sicilia, sollecita la liquidazione del debito pubblico e le paghe ai soldati vecchi; fa attuare i codici francesi e le leggi abolenti la feudalità; sopprime i monasteri possidenti, non quei mendicanti; vietato ai vescovi di non stampar pastorali senza regia approvazione; società d’agricoltura in ogni provincia, con terreno per esperimenti, e a Napoli un giardino botanico; riservata la coltivazione del tabacco. Molte opere pubbliche si compiono, e principalmente la bella strada da Mergellina a Posilipo, il campo di Marte, la casa de’ pazzi in Aversa, l’osservatorio astronomico. Estinse 57 milioni del debito con possessi nazionali, ma moltissimi ricusarono riceverli come di illecita provenienza: molti altri ne distribuì a Napoletani e stranieri per farsene appoggio. Carezzava i militari, carezzava i baroni e chiunque portasse un titolo: ma il popolo ne restava sagrificato; e i soldati, sentendosi necessarj, divenivano licenziosi, insolenti, e col pretesto di trame e d’accordo coi briganti vessavano la quieta popolazione. Tutto armi egli stesso, e conoscendo unico merito il guerresco, per secondare e imitar l’imperatore voleva avere molti soldati, e coscrivendo due uomini per mille, senza le antiche esenzioni della città di Napoli e d’alcune famiglie, ne ebbe 60,000 di regolari, 20,000 di guardia nazionale; moltiplicati i gradi, pomposissime le divise, e continue mostre, e scuole di genio e d’artiglieria; ma poi non sapeva esigere l’obbedienza, perchè egli stesso nè imperava risoluto, nè sottomettevasi alle leggi. Non si rassegnò come Giuseppe all’indecorosa vicinanza degl’Inglesi, e assalita Capri difesa da Hudson Lowe, futuro carceriere di Napoleone, venne a capo di prenderla. Più gli doleva portare il titolo di re della Sicilia, mentre questa restava ai Borboni; e tra per dignità di re, tra per imitare lo sbarco meditato da Napoleone a Boulogne, divisò una spedizione contro la Sicilia. Grandi preparativi fece in Calabria; grandi gl’Inglesi sull’altra sponda; e guerra da briganti cominciò anche sul mare, con gran sangue, grande spesa e nessuna conclusione. Ne prendeano spirito in Calabria i briganti, e Gioachino pronunziò ordini ferocissimi; i beni dei loro capi fossero venduti per compenso ai danneggiati e premio agli zelanti; i soldati borbonici sarebbero trattati come ribelli; in ogni Comune si facesse una lista de’ briganti, e qualunque cittadino dovesse arrestarli, le commissioni condannarli compendiosamente: e le liste mostrarono esser tanti, che sciagura se avessero operato d’accordo! Responsali i Comuni dei danni arrecati nel loro territorio; si arrestavano i parenti dei briganti e i loro fautori, parola di spaventoso arbitrio; si esercitava contro di essi una caccia da selvaggi, spezzando ogni legame di natura. Guaj a chi li ajutasse o nascondesse! guai a chi non li rivelasse! D’un padre fu preso l’ultimo supplizio per aver dato pane al figlio brigante: la moglie d’un altro, dopo aver partorito, va affidare il neonato a una donna di Nicastro, e questa n’è denunziata e messa a morte. Il generale Manhés faceasi fiero esecutore dei fieri ordini, con supplizj spettacolosi e feroci, ch’essi incontravano con intrepidezza. Infine gl’insorgenti furono parte sterminati, gli altri ridotti a tacere ed aspettare; allora si potè sistemare la giustizia, moderare la polizia, attuare le riforme decretate, e principalmente l’abolizione della feudalità col dividere e assegnare i beni a privati o a Comuni, senza troppo farsi coscienza d’ingiustizia e d’abusi. Non per questo rimase sicuro il regno, e sempre durò lo stato di guerra civile cogli orrori che lo accompagnano; e la maschera di partito toglieva vergogna ad infamie inarrivabili. Gli Inglesi mandavano in Sicilia denari e truppe, e di 400,000 lire annue sussidiavano la Corte: eppure riprovavano il brigantaggio che in Calabria si manteneva a nome di Ferdinando, levarono ogni protezione a chi si rendesse colpevole di delitti, poi si dolsero dell’aggravio dell’un per cento messo su tutti i contratti, e che sconcertava i negozianti inglesi; anzi essendosi, per una trama a Messina, arrestate molte persone di basso stato, e voluto estorcerne la confessione mediante le basse prigioni che ivi chiamano _dammusi_, e i ferri infocati ai piedi e le funicelle alle tempia, gl’Inglesi non vollero tollerare tali sevizie in un forte da loro presidiato, e non mancò chi nel Parlamento britannico chiamasse quello il peggior Governo e il più oppressivo. Frasi che ripeteronsi quando giovò, smentironsi quando giovò. Rottasi la guerra del 1809, Steward e Carolina, sempre in occhio a ricuperare la terraferma od almeno turbarla, mandarono in Calabria sessanta legni da guerra e ducentosei da trasporto, quattordicimila uomini di sbarco, oltre i briganti buttati in varj punti sotto lo Scarola, il Bizzarro, il Francatrippe e altri nomi scherzosi o spaventevoli. Gioachino avventurò la sua debolissima flottiglia contro l’inglese (1809 25 luglio); Napoli vide fiera mischia nel suo golfo; ma memore di Nelson, respinse con estremo sforzo gl’irreconciliabili Borboni. Gl’Inglesi sbarcano a Procida; ad Ischia trovano resistenza, a Scilla sono rituffati in mare: ma essi tentano pigliar terra sulle coste Adriatiche, spingono masnade fino a Roma, dove Miollis stava in gran punto se Gioachino nol soccorreva. La vittoria di Wagram disperò gli assalitori; ma rimasero a migliaja i briganti in Puglia, nella Basilicata, nella Calabria, attizzati da Carolina, che per lusso e per corrompere vendeva fin le gioje della Corona e intaccava l’erario. Per opporsi ai preparativi di Gioachino si chiesero straordinarj sussidj al Parlamento siciliano (1810 15 febb.), il quale decretò 793,000 onze l’anno, oltre le 328,000 di contribuzioni indirette, e i beni sequestrati a stranieri che ne rendeano 200,000. Ma di quell’occasione si valse il Parlamento per domandare al re la riforma del codice criminale e di abolire le servitù prediali. Poi non bastando le percezioni, il re ne mise di nuove, senza il voto di esso Parlamento; donde gravi lamentanze, e arresto de’ più arditi reclamanti, e odio contro il cavalier Medici, succeduto al morto Acton nel favore della regina. Bentinck, generale inglese e liberale, interpostosi invano, ne informò il suo Governo; dando sospetto che Carolina, divenuta zia di Napoleone per la moglie, pensasse avvicinarsi a questo, cacciar gl’Inglesi dall’isola, e aprirla ai Francesi; onde il Governo inglese ordinogli d’occupar militarmente l’isola per mettervi la tranquillità. Bentinck, che odiava Carolina, lo eseguì con durezza (1811); e Ferdinando non potendo resistere alle domande di lui, si ritirò, destinando vicario il figlio Francesco. Questi revocò i baroni sbanditi, mutò i ministri, convocò un Parlamento, da cui fu compilata una costituzione. Era foggiata sul modello inglese: non si potessero far leggi o mettere tasse che dal Parlamento, composto di 61 pari spirituali e 124 laici, e di 154 deputati de’ Comuni, eletti per quattro anni con certe condizioni di censo; indipendente il regno, quand’anche il re ricuperasse la terraferma; non censura; abolita la feudalità e le angherie[113]. Con ciò e coll’assumere il comando militare, Bentinck conservava la pace in Sicilia; e quel Governo libero, quantunque snobilitato dall’ingerenza forestiera, tolse l’onnipotenza delle spie, la baldanza dei sicarj. Gl’Inglesi spendevano profusamente; commercio faceasi vivissimo, come emporio al contrabbando di tutto il Mediterraneo; molti paesi in prima sottoposti alle bandite, fruttarono riccamente; cessavano infiniti legami della proprietà e servigi di persona. Intanto che la Sicilia godeva questa superficiale prosperità, la terraferma era sommossa da sêtte, varie di ordinamento e di scopo, quali intente a rintegrare Ferdinando, quali a fargli cedere anche la Sicilia mediante un compenso, quali all’assoluta indipendenza d’Italia. Fra questi ultimi furono i Carbonari. Derivavano essi dai Franchimuratori, e di questi adottarono alcuni riti e la gerarchia; non si limitarono però come loro alla beneficenza e a godimenti, ma tolsero per iscopo l’indipendenza nazionale e il Governo rappresentativo. Il principe di Moliterno, antico repubblicano, suggeriva agl’Inglesi, che unico modo di prevalere a Francia era il dichiarare l’unità e l’indipendenza d’Italia. E non ascoltato appunto perchè repubblicante, si pose in Calabria a capo d’un’antica banda, diffondendo le stesse idee, secondato anche dalla regina e al tempo stesso ascoltato dai Carbonari; de’ quali alcuni s’acconciarono alle lusinghe della Corte che prometteva una costituzione; altri, fedeli a un simbolo più puro, stabilirono una repubblichetta a Catanzaro sotto un Capobianco. La polizia illusa favorì la setta; per quanto il conte Dandolo dal regno d’Italia la denunziasse a Murat come minacciosa ai troni: onde quella si propagò per la sua sistemazione mirabilmente diffusiva, e per la più mirabile arte de’ Napoletani a conservare il secreto; ed abbracciando anche il resto della penisola, divenne stromento di future mutazioni. I patrioti studiarono usufruttare la mal dissimulata ambizione di Murat, il quale porse orecchio alle loro insinuazioni, ma le tenne in petto finchè Napoleone potente: pure lasciava intendere che potrebbe aver bisogno della loro cooperazione, che solo quel despoto impedivagli di rendere nazionale e indipendente il suo Governo. CAPITOLO CLXXXI. Ostilità col papa. Buonaparte aveva mostrato rispetto per l’islam in Egitto, e chiesto favore appo i Musulmani col vantarsi d’avere distrutto il papa; poi, quel desso che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo, a dispetto de’ pensatori, de’ forti, de’ consiglieri, ricostituì non solo il cattolicismo col concordato, ma la supremazia pontifizia col richiedere da essa la consacrazione. Ve lo induceva il desiderio di opporre una legittimità alle riscosse de’ Realisti, d’unire in sè i diritti della rivoluzione e quei del sacro crisma, e di disporre de’ fulmini della Chiesa contro i re che meditava osteggiare. Ma ciò ch’egli avea preso per semplice formalità, parve altrimenti al buon senso pubblico, il quale non si limita a tirare da una premessa le sole conseguenze che i potenti vorrebbero. Col concordato egli pubblicò articoli organici che in parte lo derogavano intaccando la libertà della Chiesa[114]. Il papa in concistoro si dolse di questa intrusione di sorpresa, e dal nunzio Caprara fece presentare una protesta contro gli obblighi che in essi imponevansi al pontefice, fin di giurare nella sua consacrazione che non attenterebbe alle libertà gallicane. I partigiani e ministri dell’imperatore erano tutti alunni della enciclopedia e della rivoluzione; due de’ più creduti, Fouché e Talleyrand, erano preti apostati, perciò ostili alla Chiesa, onde si compiacquero di usare col papa un linguaggio burbanzoso. Suggerivasi a Napoleone di tenerlo per forza a Parigi, quivi accentrando l’unità religiosa, e riducendo secolare il patrimonio di San Pietro: e avutone sentore, Pio VII lasciò intendere d’avere già tutto disposto per abdicare, sicchè non si troverebbero in mano che il povero frate Barnaba. Roma dunque esultò allorchè, dopo ritardi se non violenti però inospitali, Pio fu lasciato partire, e l’accolse con solennità cordiale. Dolente di non avere nulla ottenuto di quanto riprometteasi da quella sua gita, a’ compagni di viaggio il papa raccomandò discrezione; ma fin questo silenzio era un’accusa contro l’imperatore. Nuovo dolore cagionò al pontefice l’essersi nel Codice ammesso il divorzio, e fatte pari tutte le religioni, fin l’ebraica: delle novità ecclesiastiche introdotte nel regno d’Italia lagnossi con lettere confidenziali, dolci, ma insistenti: e Napoleone rispondeva vantando come donato tutto ciò che non toglieva alle chiese, ai capitoli, ai vescovi nostri; e — Non ho io forse posto fine ai disordini, e dato torto ai filosofi che credevano inutili le istituzioni religiose? Dappertutto ebbi ringraziamenti e lodi; molti trovavano anzi ch’io faceva troppo pel clero: or come invece Roma me ne disgrada? Avrei, è vero, negl’innovamenti dovuto concertarmi colla santa Sede; ma questa va troppo a rilento, nè la sua politica più s’affà col secolo; e mentr’essa avrebbe tardato due o tre anni a mettere sesto alle cose religiose d’Italia, io le racconciai detto fatto». Poteasi non prendere ombra d’un’ambizione che non conoscea limiti? al primo istituire del regno d’Italia non v’aveva egli soppressi i conventi, scemate le parrocchie, prefinito il numero de’ seminaristi? non aveva egli in Germania sovvertito l’edifizio cattolico coll’abbattere i principati ecclesiastici, e spartire i popoli senza riguardo alla religione? non circondava d’esploratori il Vaticano e i cardinali?[115] Le preghiere dunque del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del guerriero, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo. Il papa, mansueto, e sollecito soprattutto di conservare la religione, blandiva all’imperatore; il Consalvi ministro di Stato ricusava di prendere parte nelle coalizioni ostili alla Francia, sebbene spintovi dal sacro Collegio: ma allo scoppiare delle ostilità con Napoli tutta Romagna fu sossopra; Vanni, Navarro, l’ex-frate Benigetti a capo di bande ricomparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando la popolazione alle armi; in Roma si formarono due comitati che corrispondevano coi nemici di Francia ed occhieggiavasi ogni occasione di palesare odio a questa. Ancona era sulla via di comunicazione fra il regno d’Italia e il napoletano, rimpetto a Corfù dove s’annidavano i nemici; avea fortificazioni cascanti, e custodita appena da 676 uomini e 58 cannoni. L’imperatore ordinò al papa di metterla in buona difesa, ma il sacro Collegio rispondea ciò repugnare alla sua neutralità; ond’egli comandò a Gouvion Saint-Cyr (1805 6 9bre) di occuparla per sorpresa. Il papa ne protesta coll’imperatore; questo, ebro della vittoria d’Austerlitz, gli risponde come a vecchio inetto: — Egli è buono a svolgere tesi teologiche, non gl’intrighi che lo circondano; ho occupato Ancona qual protettore della santa Sede; la spada mia, come quella de’ miei predecessori della seconda e della terza razza, è la vera salvaguardia della Chiesa; rimandi pure il mio ambasciadore, e riceva invece quel dell’Inghilterra o il califfo di Costantinopoli; giudice sarà Iddio»[116]. Il papa sommessamente allegava il candore del suo carattere, la mitezza de’ suoi consigli, le prove d’affetto mostrategli; lo felicitava delle sue vittorie; ma poichè queste gli aveano dato il Veneto, compisse le speranze lasciate di restituire le Legazioni; intanto rendesse Ancona al primitivo stato pacifico; conchiudeva, «se gli toccasse, dopo tante altre, anche la sventura di perdere la benevolenza di lui, il sacerdote di Cristo che ha la verità nel cuore e sulle labbra, sopporterebbe con rassegnazione e senza paura, della tribolazione stessa confortandosi colla costanza». Ma nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, e risoluto d’involgere anche le credenze e il culto nel suo despotismo amministrativo, più non poteva arrestarsi sulla curva che parea sollevarlo al vertice e il portava all’abisso. Facea mantenere dallo Stato Pontifizio le sue truppe che lo attraversavano (1806), e che in quattro mesi valsero 1,300,000 scudi; occupò i principati di Benevento e Pontecorvo attribuendoli in feudo a Bernadotte e a Talleyrand, senza pur informarne il papa, che n’era il padrone; occupò le città del litorale per attuarvi il blocco; dal cardinale Fesch, violento e irascibile che più volte aveva oltraggiato il pontefice[117], faceva esigere che fossero cacciati i Russi, gl’Inglesi, gli Svedesi, i Sardi, e chiusi i porti ai nemici di Francia; sbraveggiava il nunzio e il Consalvi che si dimise dal ministero; minacciava fare del papa come Carlo V di Clemente VII. E come? un vecchio inerme sarebbe d’ostacolo al giovane balioso? che monta la gratitudine? che il rispetto alla vecchiaja ed alla virtù? che la santità del carattere o le affezioni del popolo? Lo sbalzare di seggio un regnante, da cui testè egli avea chiesta la consacrazione, farebbe impressione sinistra; la Chiesa potrebbe ferire ancora di maledizioni la fronte che testè avea consacrato; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de’ principi, Napoleone rischia di vedere scandolezzate le coscienze cattoliche, impugnato il dogma dell’autorità, ch’egli avea tanto faticato a ripristinare: che importa? a tutto prevalga l’implacabile intolleranza d’ogni volontà reluttante alla sua. Pio continui ad essere papa, ma non impacci i disegni del guerriero; nè Roma neghi all’imperatore quell’obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. — Tutta Italia sarà sottoposta a’ miei ordini (scrissegli soldatescamente). Di Roma voi siete il sovrano, ma l’imperatore ne sono io; i miei nemici devon essere nemici vostri. Le lentezze di Roma a dare le dispense e ad approvare i miei vescovi, sono insopportabili: io non posso trascinare per un anno ciò che dee farsi in quindici giorni». Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, cercar tempo al tempo, condiscendere in qualche parte per ottenere il tutto: ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non patteggia colla menzogna, e al dovere di tramandare intatta l’autorità datagli in deposito. Consultò il sacro Collegio; e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinarono pel partito che almeno mostrava dignità; si negasse l’alleanza colla Francia, poichè questa condurrebbe a guerra con tutta cristianità, provocherebbe Inglesi e Russi a perseguitare i cattolici loro sudditi, repugnerebbe all’affezione che il pontefice deve a tutti i credenti. Pio dunque rispose, si terrebbe colpevole di codarda debolezza presso il mondo e presso l’avvenire se non desse la risposta comandatagli dal sentimento della giustizia, della verità, dell’innocenza, ed esponendo quel che prima e poi fu tante volte ripetuto, dicea, «Come principe temporale non dover intraprendere cosa che si opponesse a’ suoi doveri di capo della Chiesa, doveri a cui non sono legati gli altri sovrani: obbligandosi a una federazione guerresca, si nimicherebbe le nazioni contro cui dovesse osteggiare, e quindi sarebbe impedito nel libero esercizio della sua supremazia sopra tutti i fedeli del mondo; adunque padre comune de’ fedeli e insieme sovrano indipendente, terrebbe nelle contese umane neutrali il cuore e gli Stati suoi, aperti al potente non men che al debole; ministro di pace, non cesserebbe d’invocare il termine delle guerre desolatrici, e il ritorno della comune tranquillità». Carlo Magno trovò Roma già in mano de’ Papi, ne ampliò il dominio, ma nè lo fondò, nè pretese superiorità in quello: anzi in testamento impose a’ suoi figli espressamente di difendere tali dominj della Chiesa anche coll’armi, nè riservò loro alcun diritto di revocare i doni fatti da lui o da suo padre. Il possesso pacifico di XI secoli era «un titolo, che nessun altro sovrano potea vantare (1806 20 marzo). — Voi (soggiungeva), siete imperatore de’ Francesi, non di Roma; e se vi fosse un imperatore de’ Romani, sarebbe quel di Germania, titolo di dignità, che nè in realtà nè di figura scema l’indipendenza della santa Sede; dignità del resto sempre elettiva. I rimproveri che ci fate di trascurar le anime, ambire a vantaggi mondani e a vane prerogative, li riceviamo come un’umiliazione dalla mano dell’Altissimo. Nè voi vorrete spogliarvi di quella saviezza e previdenza, per la quale conosceste che la prosperità de’ Governi e la tranquillità dei popoli sono irreparabilmente annesse al bene della religione». Sapendo però quanto Napoleone fosse pertinace, insinuò ai ministri di Russia, Inghilterra e Sardegna di non esporlo a maggiori cimenti, ed essi ritiraronsi; fece sapere a Fesch che, malgrado i doveri della neutralità, non s’impedirebbe che i Francesi occupassero Civitavecchia, la quale in fatto fu subito invasa. A tanto rassegnavasi Pio, sperando l’imperatore non esigerebbe s’avvilisse a sanzionare atti incompatibili colla dignità della tiara. Ma era appunto nella parte morale che Napoleone volea colpirlo; quanto alle forze fisiche, non avea di già veduto chinarsegli quelle di tutti i re? e a Fontaines diceva: — Insolenza di cotesti preti! si riserbano l’azione sugli spiriti, e pretendono lasciare a noi soltanto il corpo». La lettera del papa volle dunque tenere come il sommo degli affronti, e cessò di trattar direttamente con esso[118]. Richiamato il cardinale Fesch, gli surrogò quell’Alquier, che a Napoli avea saputo spionar tanto, da offrirgli motivo di cacciarne i re, e che nei suoi ragguagli non parlava che della testardaggine del papa, degl’intrighi de’ cardinali, della folle speranza da questi oltremontani nutrita, che, se l’imperatore gli abbattesse, il suo successore li ripristinerebbe: e le istruzioni erangli date dal ministro Talleyrand, al quale ormai Napoleone lasciava l’incarico d’insultare al pontefice. Cresceano motivi di querele le nuove prepotenze usate a Napoli, dove avendo Napoleone messo per re Giuseppe, Pio accampò le antiche pretensioni della santa Sede, offrendosi però a riconoscerlo tostochè anche l’imperatore riconosca la sovranità temporale e l’indipendenza della sede pontifizia. Al nuovo principato di Lucca e Piombino essendosi esteso il concordato del regno d’Italia, e apposti i suggelli alle proprietà delle corporazioni religiose, Pio ne mosse lamento col principe; e Napoleone si chiamò offeso, perchè, il decreto essendo venuto da Parigi, all’imperatore bisognava dirigere i reclami. Così manifestamente proclamava il vassallaggio degli altri regnanti. Intanto il concordato medesimo si attuava nel Veneto, nominando i vescovi senza sentire il papa[119], il quale protestò non darebbe loro l’istituzione canonica se non andassero a riceverla a Roma, e dopo conchiuso un concordato speciale per quel paese. Napoleone esclamò alla ribellione (aprile); trovò insultante che il papa, nel mettere nuove imposte ai sudditi, n’avesse accagionato le spese delle truppe francesi; e sorpassando ogni uso civile, volle gli fossero mostrati i conti delle entrate e spese dello Stato Pontifizio[120]; pretendeva inoltre se ne cacciassero il console di Sicilia, alcuni antichi capibanda che s’appiattavano a Roma, e Luciano fratello disgustato dell’imperatore; si sciogliesse il matrimonio di Girolamo, altro suo fratello, che dovea cangiare la moglie plebea in qualche principessa. Pio VII si rinchiuse in una resistenza passiva; prevedeva le persecuzioni, ma sperava gioverebbero ad assodare le vacillanti credenze, e si dispose a soffrire con dignità, allestendo il tutto pel caso che i cardinali dovessero essere rapiti o violentati; mentre fra il popolo circolava preghiere onde placar la collera del Signore, e sviare i flagelli della nuova persecuzione. Altre guerre sopirono il litigio: ma vincitore a Friedland, dettata la pace a Tilsitt, avuta la Toscana, Napoleone stabilisce dare un calcio anche a questo vecchiardo, che teneasi in piedi quando si prosternavano tanti re, e ad Eugenio da Dresda scrive (1807 22 luglio) inveendo contro l’orgoglio del papa; solo da profonda ignoranza del secolo poter nascere il ridicolo pensiero di denunziarlo alla cristianità come nemico: — E che? pensa costui colla scomunica far cascare l’arma di pugno ai soldati? mettere lo stiletto in mano de’ popoli? Lo faccia, ed io separerò i miei popoli da Roma; la mia polizia impedirà il circolare di que’ misteriosi scritti. Intanto non voglio che i miei vescovi d’Italia vadano a Roma a succhiare massime di rivolta contro il loro sovrano. Certo il papa si pentirà di non aver aderito alle mie proposizioni. E forse non è lontano il giorno ch’io nol riconoscerò più se non come vescovo di Roma, e adunerò un concilio per fare senza di esso. Quai sono i diritti della tiara? umiliarsi e pregare». Ancora negoziavasi, e già Napoleone facea versare nelle sue casse le entrate riscosse nelle provincie romane; destinava un governatore francese in quelle di Ancona, Macerata, Fermo, Urbino; incorporava le truppe pontifizie nelle francesi; puniva come felloni i governatori e comandanti di piazza che tardassero obbedirgli; traeva al museo imperiale la galleria del principe Borghese, compensandolo lautamente ma con grave scontentezza del popolo e del Governo[121]. Supponendo la resistenza del pontefice derivasse dai cardinali, fece intimargli ne nominasse ventiquattro nuovi sudditi dell’imperatore: il che (se anche non è vero che volesse portare alla tiara suo zio) violava non solo la costituzione ecclesiastica, ma quella libertà che ha ogni principe ed ogni privato di scegliersi i proprj consiglieri. Chiese inoltre conferisse pieni poteri ad alcuno per definire tutti i punti in contestazione; e Pio s’indusse a darli a Lorenzo Litta milanese, uno de’ più illustri e pratici cardinali, che ad alti natali e squisita cortesia univa irremovibile fede e costumi austeri[122]. Stando nunzio in Polonia al tempo della rivoluzione del 1794, aveva egli sottratto qualche vescovo al patibolo; assistette alla coronazione di Paolo czar, e attese a migliorare la condizione de’ cattolici sudditi; più tardi e dopo lunghi patimenti fu vicario generale a Roma. Di lui Napoleone ebbe paura, e ricusò riceverlo; così fece col Pacca; e pretese monsignor di Bayane, francese già vecchio e sordo: ma neppure questo poteva accedere a così esorbitanti pretensioni, le quali convalidavansi col minacciare che ogni ritardo si avrebbe per un disprezzo della forza, e a misura de’ minuti crescerebbero le domande. In fatto l’imperatore, mettendovi una stizza puntigliosa, professava non volere più frati perchè non ce n’era al tempo degli apostoli, bensì soldati per difendersi dagl’infedeli e dagli eretici; il papa s’assoggetti alla federazione italiana; se no, appellerà ad un concilio, e occuperà lo Stato della Chiesa, necessario per assicurare alla Francia quell’Italia, che egli (dimenticandosi de’ sovrani che v’avea collocati) considerava come parte integrante dell’impero. Gl’impiegati che venivano a portare tali minaccie a cotesto ambizioso, sommovitore di popoli, istigatore del regicidio, non trovavano che un vecchietto, tutto pace, tutto rassegnazione, disposto a qualunque sacrifizio fuorchè a buttare la tiara nel fango imperiale; che ripetea quel sacrosanto _Non possumus_: non poter prescindere dai canoni; e del male che venisse piangerebbe di cuore, ma si sentirebbe scarco di colpa. Pure, in procinto di rompere del tutto con quel prepotente, Pio si sgomentò dei danni che poteano derivarne alla cristianità, e si rassegnò a soscrivere alla federazione italiana, e mostrarsi ostile all’Inghilterra, purchè rimanessero intatte le quistioni religiose. Anche Bayane e Caprara credettero che, concedendo tutto, placherebbero Napoleone; e formularono un amplissimo trattato, ove Roma si sgiojellava delle sue migliori prerogative. Ma ecco notizia che l’imperatore (1807 29 7bre), per non avere interruzione fra il _suo_ regno d’Italia e il _suo_ regno di Napoli, manda a occupare le Marche; ordine che convincea come quelle intimazioni fossero fatte unicamente per ispingere agli estremi il papa, e coll’aspettato rifiuto giustificare la violenza. L’occupazione delle provincie privava delle migliori entrate molti prelati e la santa Sede; e Pio VII, vilipeso come principe, come pontefice, come uomo, d’accordo col sacro Collegio repudiò il trattato di Parigi (1808), lesivo alla indipendenza, alla dignità, a’ diritti spirituali del papa, e ritirò ogni potere al Bayane. L’imperatore non desiderava che questo, e ordinò al generale Miollis occupasse Roma «per punire quella Corte insensata e cieca», e per «abituare il popolo romano a vivere colle truppe francesi e alla loro polizia, in modo che la Corte papale cessasse d’esistere insensibilmente»[123]. Vi si unì la frode, notificando a Pio dovere truppe passare al regno di Napoli, ma non toccherebbero Roma; e continuando le proteste insieme cogli scherni ai preti e al papa, vi entrarono. Pio si rassegnò, solo protestando contro l’occupazione, ed esortando i sudditi a imitarlo. Vicario in terra del Dio della pace, che col divino esempio insegna mansuetudine e pazienza, non dubita che i suoi amatissimi sudditi metteranno ogni studio a conservare la quiete e la tranquillità com’egli esorta e ordina espresso, e rispetteranno gl’individui d’una nazione da cui nel suo viaggio ricevè tanti segni d’affetto. Da quel momento si considerò come prigioniero nel Quirinale, più non uscendo alle passeggiate o alle devozioni consuete, e ricusò di più trattare finchè armi straniere durassero in Roma. Noi conosciamo questo Miollis semiletterato, il quale avendo espresso voto contrario al consolato a vita, erasi nimicato Napoleone, e dappoi attese a riconciliarselo colla più cieca obbedienza. Si fa dunque stromento contro il papa, e sorpreso Castel Sant’Angelo col pretesto d’una sommossa de’ Transteverini, puntate le artiglierie contro il Quirinale, fa arrestare chi gli spiace; s’ingelosisce fino de’ pochi battaglioni romani che servivano a tenere la quiete, e gl’incorpora ne’ francesi, congratulandoli che non avrebbero più a ricevere comandi da preti e donne, bensì da altri soldati, capaci di condurli al fuoco: alcuni uffiziali che ricusarono, furono mandati in fortezza a Mantova. Per iscomporre il sacro Collegio che Napoleone non avea potuto corrompere, ordinò che tutti i cardinali non oriondi di Roma tornassero alle patrie loro, benchè alcuni vi stessero da trent’anni, e come cardinali più non appartenessero ad alcun sovrano particolare, bensì al papa cui aveano professato sudditanza. Bisognarono soldati per portare via i cardinali napoletani, poi i genovesi, i milanesi, i veneti, i toscani, i parmigiani, indi i vescovi, persino il Casoni segretario di Stato. Così fu sfasciata l’amministrazione, e Pio VII si trovò isolato di consigli e come principe e come pontefice. Miollis ebbe l’ordine di assumere anche il governo civile; ma Pio proibì d’obbedire ad altri decreti che ai suoi, nè di festeggiare in chiesa le nuove inaugurazioni; il popolo serbò contegno e, malgrado le suggestioni, s’astenne da’ tripudj carnevaleschi, e solennizzò l’anniversario della coronazione del pontefice. Da tutto ciò contrasti, bandi, deportazioni; e annicchiati i ribaldi negli impieghi che i migliori faceansi coscienza di accettare. Man mano che uno fosse dal papa nominato governatore di Roma, era côlto e mandato in lontane fortezze: un’attivissima polizia vigilava tutti gli atti, gli scritti, le manifestazioni: e tale e tanta era la servitù (come se ne dolse Pio nella sua allocuzione), che tutto quello che potrebbe ricusarsi di fare spontaneamente era estorto dalla violenza e dalle armi. Intanto Napoleone sopprime i conventi, staggisce i beni ecclesiastici che ascendeano a 250 milioni, cento dei quali assegna al debito romano e alle spese del culto, il resto incamera. Temendo resistenza, manda un diecimila uomini di rinforzo a Miollis, e dice: — Grazie alla pace, ho tempo e truppe disponibili, e bisogna profittarne per terminare gli affari in pendente. Fra due mesi tratterò col papa, e poichè il resistere è impossibile, bisognerà che s’accomodi; e accettare i cambiamenti da me recati allo Stato e alla Chiesa». L’eccesso della persecuzione diede al pontefice una fermezza che non era del suo carattere; vedendo il mondo prostrarsi al violento, rivolgea l’anima al cielo e gli occhi alla posterità, e — Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non n’eramo indegni». E soggiungeva: — Il mio predecessore nei giorni prosperi avea l’impeto d’un leone, e morì come un agnello; io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all’imperatore scriveva cambiasse consigli, tornasse ai sentimenti primitivi: — Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno, che non risparmierà qual si sia grandezza; si mostrerà e presto in forma terribile, e i forti saranno giudicati con rigore». Qual fu la risposta? Miollis chiude in Castel Sant’Angelo le guardie nobili; e tra per frode e per forza penetra nel palazzo del papa per arrestarne il segretario Pacca. Pio se ne querela con Napoleone, e Napoleone per risposta da Vienna, ove risedeva come vincitore, proferisce l’unione degli Stati papali all’impero francese (1809 17 maggio), donati, diceva egli, da Carlo Magno «nostro augusto predecessore» come feudo, senza che Roma cessasse di far parte del suo impero; adesso ripigliarsi quel dono, e separare di nuovo la croce dalla spada[124]: i papi alla loro esaltazione giurino non intraprendere nulla contro le quattro proposizioni gallicane, che sono dichiarate comuni a tutte le chiese cattoliche dell’impero; godranno due milioni di rendita in beni immuni; imperiali sieno le spese del sacro Collegio e della propaganda: ma questi e la dateria e gli archivj delle missioni e tutto passino a Parigi, dove con milioni si prepara un nuovo Vaticano. Al paro dei re di Prussia, di Russia, d’Inghilterra, voleva essere capo della religione e farla servire alla sua politica; sentiva che un papa collocato a Parigi gli darebbe efficacia sulla Spagna, sull’Italia, sulla Confederazione Renana e la Polonia; missioni in America e in Asia diffonderebbero la gloria e il potere della Francia; i concilj di Parigi rappresenterebbero la cristianità. Pio fece affiggere una bolla, dove, esposti gli attentati di Napoleone contro l’autorità spirituale e temporale dal concordato in poi, colpiva di scomunica chiunque, dopo l’invasione di Roma, avesse operato contro l’immunità ecclesiastica e i diritti della santa Sede; egli non avrebbe cessato di pregare per il loro ravvedimento. Napoleone, ferito con armi che non erano di ferro, sentì il dispetto del prepotente a cui nulla più resisteva; e mentre ai vescovi intimava inni per le sue vittorie, prova evidente della protezione del Dio degli eserciti, inveiva contro questo tentativo della debolezza e della pazzia per ispargere turbolenze nell’impero. Ma anche chiuso nel Quirinale, il papa facea paura, e il generale Radet nottetempo lo sorprende (1809 6 luglio), e tra gendarmi lo scorta fino alla Certosa di Firenze. La granduchessa Elisa, che non n’era avvisata nè sapea come comportarsi, pregò di menarlo oltre. Anche a Torino il principe Borghese ignorava come trattare questo prigioniero che dava tanti pensieri a’ regnanti, e che fu trasportato oltre il Cenisio, poi retrocedendo a Savona, quivi fu deposto, secondo gli ordini del padrone. L’esecuzione de’ quali era stata affidata a Murat, nuovo re di Napoli, il quale, nel predominio della forza fantasticando la signoria di tutta Italia o almeno della meridionale, vuolsi istigasse Napoleone a trarre in Francia Pio VII, sperandone occasione di arraffare alcuna provincia. Ma la tiara vilipesa divenne più veneranda, e se i re erano a tale sbigottimento che niuno protestò, mentre tutto il mondo erasi commosso alla prigionia di Clemente VII[125], il popolo ne fu scosso; nell’aspro tragitto, Pio potè serenarsi degli omaggi resigli da tutte le plebi; e se la folla devota per lo più s’accontentava di riceverne benedizioni e d’offrirgli rinfreschi, non mancava chi, con un gesto risoluto accennando i gendarmi, gli domandasse, — Vuole? dica!» ma il mansuetissimo non facea che ripetere, — Coraggio e pregate, figliuoli miei». Le violenze hanno sì pessima natura che, cominciate, forza è spingerle all’estremo. Pio a Savona è trattato non altrimenti che un vulgare prigioniero, assegnatigli tre franchi al giorno, segregato da’ suoi consiglieri, frugate le lettere e ogni cosa che a lui vada, e cinto di sempre più spie e guardie, sotto pretesto che gl’Inglesi pensassero rapirlo. Egli, acconciato nella resistenza passiva, ricusa le comodità e il lusso offertigli; ad ogni interpellazione risponde «Rendetemi la libertà»; nega istituire i vescovi nominati dal persecutore, talchè le chiese rimangono vedove, per quanto Napoleone cacci in carcere i vicarj generali che si dichiarano non autorizzati a conferire l’istituzione ai nominati da lui; altri vescovi incarcera o relega perchè ricusano il giuramento d’osservare le libertà gallicane, e sopprime diciassette diocesi romane e tutte le abazie. Eppure Napoleone avea bisogno del papa affinchè proferisse il suo divorzio da Giuseppina, e così la seconda donna non fosse una concubina, nè spurio il futuro erede. Alle nozze di Maria Luigia (1809 aprile) tredici cardinali non vollero intervenire, perchè non erasi sul divorzio interpellata la santa Sede; onde Napoleone vietò loro di portare le insegne cardinalizie, ne confiscò i beni, e li relegò in varie città; ed erano nominati cardinali neri, a differenza dei dodici rossi che v’intervennero[126]. Al vacante arcivescovado di Parigi è nominato il cardinale Maury, vescovo di Montefiascone ligio a Napoleone; e viene radunato quel capitolo per discutere se si possa confidargli l’amministrazione della diocesi senza l’istituzione pontifizia. I più stanno pel sì, allegando le libertà gallicane e che la giurisdizione mai non muore: alcuno crede indispensabile l’autorizzazione papale, e brevi in tal senso circolano, malgrado i divieti e le persecuzioni della polizia. Per provvedervi e per fiaccare la resistenza del pontefice, Napoleone sottiglia di spedienti; fa da tutti i vescovi e capitoli dell’impero rispondere alla dichiarazione del capitolo di Parigi; e quelli d’Italia, indettati dal vicerè, scendono ancor più basso, asserendo che il corpo dei vescovi _in attività_ rappresenta la Chiesa[127], che qualunque istituzione romana è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa, che l’istituzione canonica e la professione di fede e obbedienza sono restrizioni messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, ch’è d’origine divina. Fidato in tale docilità, l’imperatore intima un concilio di tutti i prelati dell’impero e della confederazione Renana, per rimovere le difficoltà nate in grembo della Chiesa. In quella parata di nuovo genere egli imitava Costantino e Carlo Magno; e davanti alla commissione preparatoria discuteva coi prelati sull’autorità temporale del papa, egli che sapea di tutto; e se l’ottagenario abate Emery, con argomento _ad hominem_, gli mostrava che Bossuet stesso avea dichiarato necessario quel dominio, egli rispondea: — Ciò poteva essere vero quando l’Europa riconoscendo diversi signori, non era decente che il papa fosse sottoposto ad uno in particolare. Ma ora che tutt’Europa non conosce altro signore che me?» All’assemblea si proposero questi punti: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusare d’intervenire agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro del papa fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Se il Governo francese non violò il concordato, può il papa arbitrariamente ricusare l’istituzione ai vescovi nominati, e rovinare la religione in Francia come la ruinò in Germania, ove da dieci anni non c’è vescovo? — Una bolla di scomunica fu affissa e diffusa clandestinamente: come prevenire che i papi non si rechino ad eccessi tanto repugnanti alla carità cristiana e all’indipendenza dei troni?» Ma ai vescovi, prima di tali quistioni, se ne affacciava un’altra: aveano essi il diritto di adunarsi senza permissione del pontefice? Se individualmente mostraronsi aderenti al capitolo di Parigi e docili al Ciro che avea riedificato Gerusalemme, non osarono considerarsi come assemblea religiosa là dove mancava Pietro; elusero le quistioni, teneano segreta corrispondenza con Savona, e spedirono al papa la loro sommissione: sicchè l’imperatore affrettossi a sciogliere il concilio. Come alle brutali minaccie, così alle insidiose proposizioni di lui, Pio resisteva, e — Lasciatemi morire degno dei mali che ho sofferto». Napoleone s’irrita, lo bistratta, i suoi fedeli fa frugare dalla polizia, o costringe a dimettersi o getta nelle prigioni. Perocchè egli, erede della rivoluzione il cui vanto più bello era stato l’abolire le lettere di sigillo e distruggere la Bastiglia, otto prigioni di Stato avea stabilite, e senza processo, per mero decreto vi mandava i suoi avversarj: vescovi e preti, traversate le città ammanettati, empivano il forte di Fenestrelle[128], ove, se cercavano un breviario, riceveano un volume di Voltaire. Poi al papa fu intimato «divieto di comunicare con veruna chiesa o suddito dell’impero, sotto pena di disobbedienza dalla parte sua e dalla loro; cessi d’esser organo della Chiesa colui che predica la ribellione, e la cui anima è tutta fiele; e poichè nulla può tornargli il senno, vedrà che l’imperatore è potente quanto basti per fare quel che altri suoi predecessori, e deporre un papa». Un giorno Pio VII è secretamente chiuso a chiave in una carrozza, con abiti mutati; e senza permettergli d’uscirne giorno nè notte, è portato di là del Cenisio, mentre a Savona si continua a fingere che sia presente. Sentendosi malato e incerto dell’avvenire, volle ricevere il viatico, e dispose di tutto come in articolo di morte, riperdonò ai persecutori; pure giunse a Fontainebleau, e in quel palazzo fu detenuto a voglia di chi tutto poteva, e finchè questo non cessò di tutto potere. Ma colà pure ripeteva: «Coraggio e preghiera. Coraggio e pazienza. Può darsi che i nostri peccati ci rendano indegni di rivedere Roma, ma i nostri successori recupereranno tutti gli Stati che loro appartengono». Lo Stato Pontifizio, ridotto a 800,000 abitanti, fu diviso nei due dipartimenti del Tevere e del Trasimeno; si nominò un senato di cinquanta cittadini, ma non seppero mai a qual uso, nè mai si radunarono, nè la promessa costituzione comparve mai, tutto regolando la consulta, composta di Miollis, Saliceti, Degerando, Janet francesi, e del piemontese Dal Pozzo. Roma, benchè dichiarata seconda città dell’Impero, e desse titolo regio al principe ereditario, decadde. Il Governo decretò si potesse usare nei tribunali e negli atti anche la lingua italiana; anzi si facessero annui concorsi onde premiare gli scritti «più capaci di mantenere essa lingua nella sua purità; un istituto di beneficenza, e un milione per abbellimenti, si fecero dissotterrare antichi edifizj, massime l’anfiteatro Flavio, i contorni del Foro Romano e il Foro Trajano; si posero giardini pubblici sul monte Celio e sul Pincio; si favorì la manifattura de’ musaici per copiare i quadri napoleonici; si divisò l’asciugamento delle paludi Pontine. Erano scarsi compensi alla vedovanza del Vaticano, e al vedere tanti vescovi, canonici, parroci, deportati o rinchiusi per non avere voluto giurare fedeltà a un sovrano che non credeano legittimo. Il Canova, che lungamente ricusò d’immortalare «quello che avea tradito la sua patria, poi vendutala all’Austria», per insinuazione del papa che temea corrucciare il Grande, si recò a Parigi onde ritrarlo, e della confidenza artistica si valse per cantargli molte verità, e come Roma giacesse al fondo della miseria dopo perduto il principale alimento della sua vita. In fatto il debito (_luoghi di monte_) elevato a 50 milioni di scudi, spariva in gran parte perchè abolironsi le Opere Pie, che n’erano le principali creditrici; il resto fu liquidato a due quinti del valore originario. La popolazione di Roma che, fino al 1796, era stata di 165 mila anime, e per la prima invasione francese erasi ridotta a 135 mila, adesso venne a sole 113 mila[129]. I moltissimi poveri, al cui alimento provvedeano le istituzioni religiose, costarono 5 milioni di franchi in quattro anni. Al 3 giugno 1811 festeggiossi la nascita del re di Roma, ma il pontefice vietò di prendervi parte, nè gli ecclesiastici prestavano il giuramento all’usurpatore, onde 500 furono deportati; e i monaci cacciati dai chiostri ricusavano fin la pensione di cui avrebbero dovuto vivere. Al papa spossessato mandavansi sempre offerte e omaggi, e durava con esso un’attiva corrispondenza, che l’occulatezza della Polizia non riuscì mai ad interrompere. «La resistenza di questi pretocoli fu veramente meravigliosa: fu la sola resistenza italiana del tempo». Queste parole sono di Cesare Balbo, che giovinetto affatto, servì di segretario alla consulta, e se ne dolse sempre. Confessano anche i Francesi che il più deplorabile errore di Napoleone fu l’ostilità col papa; Francia n’era vergognosa; Italia fremeva in silenzio, e si inchinava al prigioniero. Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l’impero, dove l’obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i comandamenti di Dio: le coscienze restavano turbate, i preti vacillavano nell’eseguire gli ordini dello scomunicato, la plebe rabbrividiva e pensava. Di tutto ciò cresceva il malcontento della popolazione, «la cui esistenza, sotto il papa, era stata dolce e tranquilla, più che brillante, e il cui carattere piegavasi facilmente al Governo de’ suoi principi»[130]; e sotto alle feste chiassose, agli sfolgoranti circoli della Corte e de’ ministeri, a’ festini, alle mascherate, ricantateci ancora tuttodì dai gaudenti di quel tempo, sentivasi un fremito silenzioso e iracondo, guardavasi donde verrebbe il sassolino che abbatterebbe la statua di bronzo, e la splendida cometa apparsa nel 1811 parve il preludio straordinario della caduta dell’uomo straordinario. Ma a lui, nell’apogeo di sua grandezza, dovevano incutere spavento maggiore le grida di patria e d’indipendenza che rintronavano d’ogni parte: tradì la libertà, e in nome di questa insorgeano i popoli e perfino i re: tradì la religione, e la voce di questa dalle coscienze doveva risonare nelle volontà, ed attestare solennemente che la forza non è tutto, e che un Governo deve soccombere quando immorale. CAPITOLO CLXXXII. Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi. Obbedito da 72 milioni di sudditi, temuto da tutti i re, guardato tra meraviglia e spavento da tutte le nazioni, con esercito impareggiabile, e co’ migliori generali formatisi nelle guerre della rivoluzione, con un tesoro non limitato da riguardi o da opposizione, con profondo disprezzo dei sentimenti di coloro che volea vincere, del sangue e dei beni di coloro con cui volea vincere, Napoleone non era disposto a tollerare la pace se non a patto che tutto procedesse a sua obbedienza. Non cessavano l’Inghilterra drizzargli incontro la potenza dell’oro e delle navi; Spagna la potenza del popolo; tutti sordamente l’inestinguibile desiderio dell’indipendenza, la riazione della dignità contro la violenza, dell’attività individuale contro il comando di reggersi e pensare e operare come Francia. Alessandro di Russia, che erasi un tratto invaghito di quella forza anormale, negò poi di sagrificarle i suoi popoli; onde Napoleone deliberò andar a ferirlo nel proprio paese, e come già s’era seduto nelle reggie di Madrid, di Dresda, di Berlino, di Vienna, così troneggiare in quelle di Mosca e Pietroburgo. Nol si potrà che con torrenti di sangue. Che importa? purchè s’arrivi a domare la barbara Moscovia e l’avara Albione, e dare la pace al mondo, cioè l’incontrastata servitù. Il punto cui più mirava Napoleone nel regno d’Italia, come negli altri suoi paesi, era la coscrizione. La Cisalpina, appena creata, armò guardie nazionali e corpi regolari di giovani, che incideansi sul braccio _Repubblica o morte_; come accadde nelle subitanee scosse, s’improvvisarono sino dal principio prodi uffiziali, Lahoz, Fantuzzi, Pino, Teulié, Ballabio, Fontanelli, Rossignoli, Porro, Pittoni ed altri, che ben comparvero alle battaglie d’Arcole e Bassano, alla presa di Mantova, Faenza, Ancona, ed altre fazioni. Nel 1801 l’esercito cisalpino constava di 22,000 uomini: la repubblica italiana ne aggiunse 60,000 di riserva, comprò dalla francese i cannoni delle proprie piazze per quattro milioni, e prese a stipendio due mezze brigate e un reggimento di cavalleria leggiera polacca; ebbe due equipaggi da ponte, armeria a Mantova e Pizzighettone, mille seicento gendarmi, un reggimento di granatieri per guardia del Governo, oltre la guardia nazionale de’ cittadini dai diciotto ai sessant’anni. Nel 1803 una divisione sotto Teodoro Lechi campeggiò coi Francesi da Genova a Napoli; un’altra sotto Pino preparavasi a Boulogne per invadere l’Inghilterra; per la quale impresa noi avevamo offerto quattro milioni di lire milanesi onde costruire due fregate e dodici scialuppe cannoniere col nome dei dodici dipartimenti. Stabilito il regno, l’esercito fece di sè bella mostra all’imperatore nella spianata di Montechiaro; ed avendo i Borboni di Napoli accennato un movimento, Eugenio concesse ad ogni dipartimento l’onore di spedire da cinquecento a mille uomini, e un corpo di guardie nazionali, che accolse fra Modena e Bologna, gente inesperta e divelta alle case. Militare fu tutta l’intenzione del viaggio che Napoleone fece nel 1807, e postava corpi di riserva sul Po e sull’Adige, flottiglie in mare. Il Piemonte, incorporato all’impero, diede a questo i soldati suoi: Genova, fortificata come Alessandria, dovette assegnare tre milioni per la marina, aver arsenale da costruzione, e mantenere almeno due vascelli da settantaquattro, due fregate, quattro corvette. Ma i soldati per Napoleone non figuravano che da macchine da guerra; loro danno se non erano di bronzo come i cannoni. La coscrizione, sempre gravosa a popolo non avvezzo, andò via via ingrossando; ed acciocchè le classi elevate non se ne sottraessero, nei veliti della guardia non s’ammettevano supplenti, e per ogni soldato dovevano le famiglie 200 lire l’anno; un reggimento di dragoni della guardia, due compagnie d’artiglieria a piedi, una di leggera, una di marinaj, oltre l’antico reggimento di granatieri. Le guardie d’onore erano principalmente destinate alla pompa regia, ciascuno provvisto dalle famiglie con 1200 lire. Ben presto avemmo corpo del genio e della marina, armerie nelle Marche e nelle Legazioni, fonderie a Brescia e Pavia, e collegi per gli orfani, spedali e ricoveri per gl’invalidi. Pei disastri del 1809 trentasettemila uomini, cinquemila cento cavalli dell’esercito nostro trovaronsi ridotti a 20,000 uomini e ottocento cavalli. Scoppiata la famosa guerra di Spagna, vi fu mandato Giuseppe Lechi con un nerbo di 2963 uomini, poi una divisione di 13,280 col general Pino: poi un’altra con Severoli, e quattro reggimenti napoletani. Ma di 30,183 soldati che vi passarono dal regno d’Italia, ne uscirono appena 8858; 1800 de’ 10,000 Napoletani. L’antico valore rinasceva alle scuole, alle bandiere, ai guiderdoni promessi o sperati. Ma i nostri non campeggiavano che sotto marescialli forestieri; e i loro nomi figuravano appena in seconda fila; mentre riportavano le imprecazioni dei popoli cui andavano a porre il giogo[131]. — È necessario armarsi per divenir nazione; qual vanto il partecipare ai vanti d’un genio immortale!» così ci ripetevano: ma per quanto sia comune l’entusiasmo per quel macello che s’intitola gloria militare, archi e trofei mal coprivano i tanti sepolcri; l’esercito non guardavasi più con meraviglia ma con compassione, dacchè parea certa morte il marciar là dove sì pochi ritornavano; e il buon senso avvertiva che i nostri giovani, rapiti in sempre maggior numero e sempre più giovane età, non militavano pel bene della patria, ma per ambizioni estranee ad essa; soffrendo e morendo non poteano acclamar la libertà nè tampoco la gloria, ma soltanto _Viva Napoleone_; nell’inneggiar le vittorie domandavasi qual causa buona avesse vantaggiato, e conchiudevasi che il miglior governo sia quello ch’è più parco del sangue e dell’avere de’ cittadini, e che meno n’impaccia l’industria e l’azione. Molti dunque sotterfuggivano alla dura legge[132], buttandosi armati al bosco o alla montagna: anzi il valore italiano mostrossi meglio, perchè indipendente, nelle riscosse contro la dominazione forestiera a Verona, a Salò, in Valsabbia, a Napoli, ad Arezzo, al Bisagno, a Civitavecchia, ad Orvieto, in Piemonte, negli Abruzzi, nelle Calabrie. Il regno trovavasi in arme 75,000 uomini, due divisioni in Ispagna, quattro in Dalmazia e in Italia; allorchè sonò di nuovo l’intimazione di guerra (1812), non sapeasi per dove nè contro chi, ma bisognava far soldati e marciare, marciare tutti. Fu sistemata nell’impero e nel nostro una guardia nazionale, iscrivendovi anche la gioventù che la sorte aveva campato dalla leva, e divisa in tre bandi, dai venti ai ventisei nel primo, dai ventisei ai quaranta nel secondo, nel retrobando quei dai quaranta ai sessanta: gran riserva di sangue per quando sarebbesi esausto quel di cinquecentomila soldati. L’esercito italiano, comandato da Eugenio vicerè, prese nome di quarto corpo della grand’armata, la quale ne avea dieci; e formavanlo due divisioni francesi, parte della guardia reale italiana sotto Lechi bresciano, una divisione sotto Pino e una brigata di cavalleggieri sotto Villata milanesi. Re Gioachino, che aveva in piedi cinquantamila Napoletani, guidava la riserva della cavalleria. Il 18 febbrajo 1812, dopo scarnovalato nelle varie città, trentamila Italiani si mossero gaj, speranzosi, disciplinati, confidenti nel capo e in sè: e giunti a Kalwary di Polonia (1812 29 giugno), conobbero ch’erasi intimata guerra contro la Russia. Passato il Niemen a cinquecento leghe dalla patria (1 luglio), fra meteore spaventose e diluvj di pioggie e faticosissimi bivacchi, sfavillavano di ambizione, di cortesie, di fidanza. Il Governo polacco, lusingato da Napoleone colla speranza dell’indipendenza, confortava i nostri a liberare un paese tanto simile al loro, e come il loro sbranato dalla prepotenza; nel tempo medesimo i Russi ritirandosi lasciavano proclami, dove eccitavano gl’Italiani a disertare dal loro tiranno. Però ai nostri non vennero meno la fedeltà nè il coraggio, benchè Napoleone non gli onorasse neppure di una rivista, nè quasi di menzione ne’ bullettini; benchè Eugenio rammentasse troppo che non era italiano, e non dissimulando la diffidenza, in un alterco 28 giugno si lasciasse fuggire, — Non temo nè le vostre spade nè i vostri stili». Re Gioachino entrò primiero sul territorio russo, prese Vilna; e avanti, avanti. Ma le marcie diventavano sempre più faticose; i nemici si ritiravano distruggendo viveri e case; i Cosacchi scorrazzavano continuamente sui fianchi, uccidendo chi tardasse o si sperdesse. Stracchi morti si arrivava talvolta in una situazione, piantavasi il campo; chi si gettava al sonno, chi a preparare il cibo; ma ecco batter l’appello di levarsi e partire. Gli spossati che bisognassero d’un riposo, gli arditi che sviavansi a foraggiare, cadeano in man de’ nemici: il cattivo vivere, la pessima acqua moltiplicava le malattie, talchè sformavasi la bella disciplina. Pure s’andava innanzi vincendo: il Boristene, dove le aquile romane arrestarono il volo, lo passarono primi i nostri, ma ausiliarj e servi: a Smolensko, prima città russa, si ebbe alfine una battaglia (17 agosto), dove entrambe le parti cantarono vittoria; ma i nostri entrarono sulle ruine della città. I veliti e granatieri italiani decisero della giornata di Borodino sulla Moskowa (7 7bre), contrastata da 132,000 Russi con 587 cannoni: ma i soliti canti non esultavano dopo una vittoria che costava ventottomila vite: poi non si avea pane, non vedeasi riposo, nè potea sperarsi se non in Mosca. Napoleone, che credeva consistere la vittoria nella presa delle capitali, prometteva colà riposo nella svernata e abbondanza. A quella si spinsero dunque fra inenarrabili patimenti. Ma perchè niun tumulto di viventi attorno a quella città? perchè non viene incontro nè un amico nè un nemico? è insidia? è frode? No: la città fu abbandonata; non restano che pochi miserabili; e Napoleone, uso entrare fra le acclamazioni a Vienna, a Madrid, passa in silenzio per le vie della Sionne russa, e assidesi nel Kremlin (14 7bre), santuario e reggia dei czar. Il primo giorno cominciano a scoppiare incendj, creduti accidentali; ma eccoli riprodursi, crescere; invano faticano i soldati per ispegnerli; sui loro passi più non aveano che carboni ardenti. Era uno di que’ sagrifizj che imporre può soltanto immenso amor di patria o immenso dispotismo: tutta in fiamme la città e i magazzini e le armerie, l’esercito dovette accampare alla serena, vincitore attorno una città divampante. Per le campagne allagate dalle pioggie con quadri e mobili alimentavansi i fuochi, intorno a cui coricavansi uffiziali e gregarj, laceri, bruciacchiati, fangosi, ma sdrajati sopra scialli di cachemire, pelliccie di Siberia, stoffe di Persia, fra una profusione di posate, piatti, coppe di argento: qui il velite era trasformato in un cosacco, il cacciatore in un pope, là il milanese vestiva da baskiro, il savojardo da taurico, il romano da cinese; e toccavano ghitarre, flauti, violini, pianoforti superbi, per distrarsi da un immenso disastro, che non voleasi ancor confessare. La nostra divisione Delzons fu spedita un tratto oltre Mosca, e fu quella che spinse più avanti le armi napoleoniche: ma Alessandro, benchè avesse il vincitore nel cuore del paese, non rispondeva a proposte di pace, fermo come i Romani contro Pirro; onde Napoleone non potè più che pensare alla ritirata. Già la divisione Pino di quattordicimila fanti e mille cavalli, era ridotta a quattromila combattenti; uccisi da dissenteria e da stenti; soli duemila in battaglia. Partivano da Mosca (19 8bre) novantamila fanti e quindicimila cavalieri, cinquecentosessantanove cannoni, duemila settanta carriaggi e fucine, abbandonando i feriti, e cominciando la più funesta ritirata che si ricordi. — Ora comincia la nostra guerra», dissero i Russi, e presa l’offensiva, molestarono i nostri fianchi senza mai affrontarci. Alcuni che il bottino fatto a Mosca desideravano conservare, scostavansi dall’esercito e trovavano la morte. Alcuni, discendendo una traversa, uno scenderello, lo seguivano sperando incontrarvi un villaggio, un ricovero; ma sorpresi dagli abitanti o dai Cosacchi erano uccisi e lasciati perire sul gelato terreno. Fortunato chi le ricche spoglie di Mosca può cambiare con un tozzo! Pure una volta si potè combattere a Malojaroslavetz (24 8bre); battaglia che Rapp ascrive all’esercito d’Italia: sir Roberto Wilson inglese, che combatteva da avventuriero dovunque vedesse libertà da sostenere, ammirava questi eroi italiani, che in numero di 16,000 aveano respinto 80,000 nemici: il russo Buturlin, di quella giornata dà tutto l’onore alla guardia del vicerè. E sarebbe stata decisiva se esso vicerè lasciava da Pino movere la guardia reale, ch’e’ tenne invece a spettacolo sotto i tiri del cannone. Perocchè Eugenio, prode soldato più che capitano, eccedeva nelle riserve, e spedendo le truppe a spizzico lasciava questi piccoli rinforzi distruggere senza risultato. Anche a Wiasma il valore degl’italiani liberò il corpo di Davoust stato tagliato fuori. Già non combatteasi più per la vittoria, ma pel minore disastro: pure una speranza sopravvivea, l’avvicinarsi a Smolensko, ove riposo, caldo, viveri, la fine de’ patimenti. Ma giuntivi (13 9bre), odono che il corpo di Victor, che ivi credeano acquartierato con 30,000 uomini, erasi diretto contro Witgenstein, dopo consumate le provvigioni della città. Bisognò dunque uscir pure di qui; e i feriti che venivano abbandonati, dal giaciglio de’ loro dolori ghermivansi alle ginocchia de’ partenti, carponavansi dietro al camerata finchè li vedessero, e additavano i Cosacchi di cui cadrebbero preda e strazio: per la patria, per l’amante, pei padri supplicando di non lasciarli quivi al nemico e alle fiamme, almeno chiedeano una fucilata. E intanto continuavasi a non trovare che villaggi arsi, che magazzini consumati; tutta la forza morale occorreva per sostenere la fisica: eppure ogni tratto erano costretti combattere un nemico forte e irritato. Se poteasi rinvenire una bracciata di combustibile, se rimanesse qualche capanna cui metter fuoco, vi si affollavano ingordamente, attaccavano la pentola, conservata preziosissima più che le gemme e gli argenti; e coceasi un poco di carne di cavallo sulla brace, un pugno di farina di segala salata colla polvere: ma a mezzo del rancio ecco si ode l’urrà de’ Cosacchi; onde pigliansi quei brani di carne, e così sanguinenti si divorano fuggendo. Quattrocento miglia erano segnate da cadaveri d’uomini e cavalli, da feriti abbandonati, da cassoni di polvere fatti saltare, da vetture a pezzi, quando si arrivò al fiume Beresina (28 9bre). L’esercito italiano assottigliato, fu spinto da Napoleone come avanguardia; e sul ponte improvvisato affollaronsi i soldati, confusi, disordinati, gettando gli altri nel fiume chi avesse ancor forza di urtare, i sopraggiunti calpestando i caduti, i carri rovesciandosi sulla folla, nella comune pressa di sottrarsi ai Russi, che arrivavano ben provvisti, ben pasciuti, avvezzi al clima, e coll’entusiasmo di chi salva la patria. E questi giunsero allorchè sol parte dell’esercito era tragittato, ma per salvar l’imperatore si mise fuoco al ponte. De’ miseri rimasti sulla sinistra, chi bestemmiava, chi gemeva, chi s’agitava convulsamente, chi lanciavasi nel fiume bilanciandosi sui massi di ghiaccio, chi nelle fiamme del ponte per sottrarsi a una prigionia che equivaleva alla morte; molte migliaja caddero in man dei Cosacchi, che colle picche li spinsero verso l’esercito russo. Dopo quel passaggio quasi più non rimase aspetto di ordinanza militare, non disciplina o servizio; appena qualche bajonetta luccicava tra le file; rozzi cenci e pelli avvolte ai piedi dopo mancate le scarpe, faceano più faticose le marcie: camuffati in grosse pelliccie, al capo acconciature strane, barba lunga, irti i capelli, gote scarne, occhi incavati, sozzi di polvere, di fango, di fumo, appena i più intrinseci conoscevansi l’un l’altro; procedeano con feroce serietà o riso convulsivo; trascinavansi dietro i magri cavalli, non più abili a portare il signor loro, e che sprovvisti d’ogni cibo, rosicchiavano le scorze degli alberi, pestavano il gelo per trovarvi sotto qualche bever d’acqua; poi non ferrati a ghiaccio, ad ogni mutar di passo scivolavano, sicchè sfiniti, cadeano, e a pressa a pressa se ne levava il cuojo per vestirsene, per tuffar le mani e i piedi nelle viscere ancor palpitanti, per divorarne qualche brano. Col dicembre cominciò la neve a grandi falde; e ventata negli occhi, confusi cielo e terra, cancellate le strade, più non sapeasi ove s’andasse, erravasi per le sconfinate campagne, cadeasi ne’ pantani. Il vento toglieva il respiro; l’umidità penetrava ne’ laceri vestimenti; spenzolavano ghiacciuoli dalla barba e da’ mustacchi; i fucili cascavano dalle mani intirizzite; pareva il sangue fosse tutto salito al viso livido e gonfio. Era necessario un moto continuo, poichè fermarsi equivaleva a morire; gelavano le orecchie, il naso, le mani; prima perdeasi la vista, poi l’udito, poi la conoscenza, infine la potenza di moversi; un sasso, un tronco bastava a far cascare; e l’uomo più non sentiasi forza o volontà di rialzarsi, fissava quel che stavagli intorno con guardatura incantata degli occhi rossi, da cui spesso il sangue trasudava; ben tosto la neve lo sepelliva, e un piccolo rialzo accennava che ivi giaceva un prode. Dopo il 6 dicembre il freddo crebbe sino a venti gradi; molecole ghiacciate volteggiavano per l’aria, cadevano uccelli gelati, il terreno era una superficie di cristallo; e il solenne silenzio dell’inverno non era interrotto pei nostri che dallo strepito de’ passi, dallo sgretolar della neve, dal lento cigolar delle ruote, dai gemiti de’ moribondi, cui volta a volta rispondeva il terribile urrà de’ Cosacchi. Alla fratellanza di giovani e di militari sottentra allora l’egoismo della conservazione; non più distinzione di gradi o di fortuna; non pensare più che alla salvezza propria; rubavansi a gara e disputavansi fin colla sciabola un seccherello di pane, un pugno di farina, una bracciata di legna o di paglia; vedeano cadersi a’ piedi il camerata, e non gli davano nè una mano nè una lacrima; l’amico passando presso l’amico ferito non mostrava conoscerlo per non dividere con lui l’esigua prebenda o un bicchier d’acqua, o sentirsi pregato d’ucciderlo; se alcuno cadeva, prima che fosse stecchito gli altri strappavangli le vesti per intiepidire se stessi. La convinzione che nulla potea toglierli a quell’infelicità, annichilava il vigore necessario per sostenervisi; molti cadevano in delirio, e già ciechi, sordi, cancrenati, dallo spasimo si morsicavano le mani e le braccia; aveano gli occhi pieni di lacrime che non potevano sgorgare; senza verun male, ma di pura inanizione molti cadevano nel cammino, e i seguenti gli accavalciavano senza badarvi. La notte sdrajavansi a piè delle betulle e dei pini o sotto i carri, il cavaliere colla briglia al braccio, il fante col sacco in ispalla, cumulati a guisa di mandre; s’abbracciavano un l’altro per tenersi caldi; la mattina trovavansi stretti ad un cadavere, e l’abbandonavano senza compiangerlo. Alcuni avvicinandosi improvvidamente al fuoco, n’aveano incancrenite spasmodicamente le membra; altri neppur sentendo l’impressione della fiamma, rimanevano bruciati; o addormentandosi in qualche casolare, vi erano soffogati dall’incendio, per la loro imprevidenza suscitato. Insomma ad ogni bivacco rimaneva un circolo di cadaveri. Eppure non mancavano atti generosi: un coll’altro dividere l’ultima pagnotta e la biancheria; portar sulle spalle l’amico, il padrone; un vecchio trascinava sopra una slitta il figliuolo ferito e coi piedi gelati; una sposa recossi il marito a spallucce; uno ben coperto gettava la propra pelliccia sopra quel che gelava. Lucini velite, venuto cieco, da Pieroni e Tiraboschi fu accompagnato da Molodezno fino all’erta di Ponary, ove difendendolo furono uccisi. Altri consegnavano ai camerata la croce d’onore: un alfiere morendo sotterrò l’aquila ricevuta ad Austerlitz. La nostra guardia d’onore era di cinque compagnie, tutte di nobili, serviti dalle ordinanze, destinati in origine alla persona del principe, e a scortarlo nelle cerimonie e ne’ viaggi. Nel 1809 aveano chiesto e ottenuto d’entrare nell’esercito attivo: vergognandosi di vedersi risparmiati, chiesero pericoli, incontraronli con onore, e produssero prodi uffiziali. Ora essi pure furono posti in marcia, anche perchè servissero a malleveria della tranquillità interna: e quelli di Piemonte e Toscana giunsero solo a Varsavia, come pure i loro veliti: ma quelli del regno d’Italia procedettero, ed obbligati a serenare e cercar lontano i foraggi, non avvezzi a servire a piedi, e portando stivali alla dragona, perivano miserabilmente. La meta comune, la grande speranza era Vilna; e quando vi giunse (9 xbre) lo scheletro del grand’esercito, sulle porte urtandosi, premendosi, s’ammazzavano tra loro; ma ecco vedonsi chiudere le case, non trovano nulla di preparato; ond’essi, furibondi dalla fame, sfondano le porte; fan ogni oltraggio ai poveri abitanti; chi trova cibo e viveri, se ne satolla in modo che muore; alcuni svanite le speranze, non vollero più partire, immaginando non poter incontrar di peggio di quel che aveano sofferto; gli altri si rimisero in marcia verso Kowno, costernati al sentire che restassero ancora pericoli. I Russi ingrandivano delle nostre ruine; ai cannoni da noi abbandonati per via aggiogavano i loro cavalli, e li spingevano contro i nostri; entrati in Vilna, a nome di patriotismo trucidarono i malati nello spedale di san Basilio. Due leghe da questa città ergesi la montagna di Ponary, tutta ghiaccio, e il sormontarla costò innumere vite. A Kowno, nuova speranza d’acquartierarsi, e nuovamente delusa; mancando ogni ordine, si diguazza nelle provvigioni, e ubbriachi gettandosi per terra sulla neve, non sorgono più. Il giorno dopo (13 xbre) si parte per Gumbinen, e le fiamme de’ magazzini di Kowno attestarono ai Russi che i nemici non erano più entro le loro frontiere. Essi pure quanto non soffrirono! ma Alessandro gl’invitava a tripudiare nel chiudersi d’un anno eternamente memorabile. Le loro campagne rifiorirono anche pe’ nostri cadaveri, le città rifabbricaronsi, sono cancellate affatto le traccie del guasto, e conservaronsi indipendenti; e diedero una gran lezione a chi deve riscattare o vuol conservare la patria. Allora incontrammo i Prussiani: i quali alleati per forza e persuasi di dovere la loro schiavitù ai Francesi, gioivano in vedere così miserabile l’esercito, da vent’anni vincitore; e presto si arrolarono col nemico (1813). Dell’esercito italiano cinquemila soldati rimasero alla Beresina; e all’appello non risposero che ottomila ottocento. Passato il ponte di Brison, trovavansi ridotti a duemila seicento uomini; al fine della campagna, a Marienwerder il vicerè non contava più che centoventun uffiziali e cendodici tra bassi uffiziali e soldati; talchè in censessantacinque giorni eransi perduti ventiseimila trecento novantasette uomini, novemila cavalli, cinquant’otto cannoni, trecentonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto[133]; e non per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria. Qual altro eroe potè inaffiare i proprj allori colle lacrime di 450,000 soldati, spenti, agonizzanti, prigionieri senza gloria e senza esaltamento? In Italia, come in Francia e in Germania, la mesta taciturnità di tanti orbati, privi o scarsi di notizie cercanti sulle mappe quelle non più intese lontananze, e una speranza in qualche lettera o in qualche rara gazzetta, veniva addolcita dal ripetuto annunzio «che il nostro esercito era nel migliore stato, ed ottimo quel dell’imperatore e del vicerè», quando di colpo nel XXIX bullettino (1813 18 xbre) Napoleone annunzia il gigantesco subbisso; perchè gli uomini non n’avessero il vanto, lo attribuisce al freddo, e quasi insultando ai patimenti soggiunge: — Quelli cui natura non avea dato tempra robusta contro le vicende della fortuna, perdettero il gajo umore, e non pensarono che a disgrazie e catastrofi; quelli che essa creò superiori ad ogni evento, conservarono la vivacità e le maniere consuete, o videro nuova gloria nelle difficoltà da sormontarsi», e conchiudeva: — La salute di sua maestà non fu mai migliore». Se ne consolino tanti padri, tante vedove e amanti! egli è sano: di 533,000 soldati che aveano passato il Niemen, 350,000 sono periti, 100,000 prigionieri; ma sua maestà è sana; e non ha una voce di compassione per gli estinti, non una consolazione pei sopravvissuti! Sentendo la necessità di ritornare nel centro d’una macchina che solo per lui sta connessa e si muove, di comprimere le speranze eccitate dal suo disastro, e di preparare nuova carne ai cannoni, Napoleone fugge dai tanti che avea trascinati a perire, e cede a Murat il comando. La costui spada avea servito mirabilmente in quella campagna; ai Cosacchi ispirava uno spavento misto d’ammirazione, che esprimevano coll’urlare qualora lo vedessero in quello sfarzo scenico, tutt’oro e pennacchi, avanzarsi come un cavaliere antico per compiere prodigi di valore. Ardito però alla carica, nulla valeva a una ritirata; e poichè Napoleone non avea lasciato ordini, e, come avviene nel despotismo, tutto in lui riteneva, Murat si desola della responsabilità che gli pesa addosso, avvezzo a obbedire non sa comandare, inveisce contro Napoleone che mette in pericolo tutte le Corone napoleoniche, e non volendo che un re abbia a restar prigioniero, fugge anch’egli (17 genn.) senza aspettar ordini da Parigi, e da Posen vola a Napoli. Perchè sarebb’egli stato eroe più del suo padrone? Invece di Ney, vero corifeo di quella ritirata, si conferì il supremo comando ad Eugenio, perchè regio. Ogni reggimento contava appena cinquanta o sessanta uomini, pure aveano tutte le bandiere e le aquile in mezzo a loro. Presto agli antichi rimasugli si unirono nuove reclute. Ma esercito non potea più dirsi; miserabili drappelli scomposti e assaliti incessantemente; e se i Polacchi e i Prussiani s’affrettavano a dar pane e pietose cure, poteva anche temersi cogliessero l’istante per farli tutti prigionieri. Perocchè all’annunzio di quella ruina fu un’esultanza fra le nazioni, che di Napoleone non aveano provato che la tirannia. Anche nell’interno i disgustati antichi e nuovi s’alenano ne’ maneggi, sperando vendetta e preparandola: ma mentre la popolazione stanca di tanto sangue, di tante perdite, di tanti insulti alla nazionalità ed alle coscienze, si sfoga in allusioni e in pasquinate, Napoleone palesava la potenza della sua amministrazione. Perocchè, appena arrivato a Parigi, loda, rimprovera, rincalorisce le idee monarchiche, domanda nuovi sacrifizj senza voler ripagarli con concessioni ai popoli, ai quali i re hanno parlato di libertà. Non resta più artiglieria, non cavalleria, non denaro, non gioventù; eppure egli favella come nei giorni della grandezza, fa il quadro d’una prosperità che tutti sentono mendace, con attività implacabile chiama a servizio di terra gli artiglieri di mare, anticipa un’altra coscrizione, move il primo bando della guardia nazionale, toglie i fondi dei Comuni e gli obbliga a levare prestiti; dai prefetti, dai corpi dello Stato si fa mandare congratulazioni e offerte; tutto può, giacchè nulla lo rattiene, neppur la compassione. Stupì il mondo al vederlo rialzarsi (aprile) di tratto contro tutt’Europa (1813), e rinnovando i prodigi della Convenzione, comparire in Germania, ripigliare l’offensiva con coscritti, e spiegare la sua grande strategia. Avesse avuto a combattere solo contro eserciti, vinceva ancora, benchè l’Austria avesse ritorte contro di lui (15 agosto) le duecento mila bajonette che aveagli date in sussidio, avrebbe egli ancora potuto conservare la barriera al Reno che la Rivoluzione aveva conquistata; a Lützen (maggio), a Wurtchen, a Bautzen la vittoria gli sorride di nuovo; ma dietro agli eserciti rugge la voce de’ popoli germanici, che ebbero anche quel che mancò agl’Italiani, poeti nazionali in Körner, Arndt, Schenkendorf, e la libertà esultò sotto i vessilli dei re, in quella che gli stranieri intitolarono _battaglia delle nazioni_. Napoleone, vinto a Lipsia (16-18 8bre), ridomanda sangue per supplire al secondo esercito distrutto; intima l’insurrezione generale; prefetti e podestà armino chiunque appena lo può; il minimo ostacolo abbiasi per fellonia: ma allora apparve che neppure in guerra la forza è tutto. Finchè aveva significato difesa dell’indipendenza e grandezza nazionale, la Francia erasi rassegnata all’interminabile guerra e vinse: quando la vide a mutare in conquista, cioè immolamento delle nazioni all’ambizione d’un solo, più non secondò il genio, e proruppe in desiderio accesissimo di venire a un fine. Napoleone perdea la sua legittimità perdendo la sua fortuna; sconnetteasi quell’edifizio, tenuto solo dalla vittoria; i re, i duchi improvvisati ch’egli avea sparpagliato sui troni, antipatici ai popoli, deboli come dipendenti, devoti solo per necessità, rubano e fuggono; Illiria e Tirolo si scuotono; Italia freme d’indipendenza; Murat da Napoli, Elisa da Firenze patteggiano coi nemici; ultima la Svizzera si unisce agli alleati. Anche al regno italico sempre nuovo sangue e oro domandava Napoleone, senza mostrarne quel conto che avrebbe convertito in adoratori coloro che erangli servi. Eugenio, appena uscito di Russia, spietatamente scriveva al ministro della guerra, dei ventisettemila combattenti solo ducentotre rimanergliene (così credeva); si facesse coscrizione per surrogare i morti; nè una parola di lode lasciava cadere su questi; nè una ragione o un pretesto adduceva per indurre a nuovi sagrifizj un regno che pur doveva figurare come indipendente[134]. Poi da Napoleone fu spedito a Milano perchè tutto riducesse ad armi, allestisse ottantamila uomini sì del regno, sì de’ dipartimenti italiani aggregati alla Francia, traesse armi dagli arsenali. Eugenio emette cedole; chiede prestiti, pone in moto le guardie della città e della polizia; ma non giunge a compiere neppure i quadri di 50,000 soldati, tra francesi e italiani, mal in arnese e in armi, e troppo giovani e inesercitati; mentre si vantava come un esercito fortissimo, e vi si faceano figurare ancora i reggimenti distrutti in Russia sotto il comando di Grenier, Verdier e Pino, li pose nell’Illiria e nel Friuli per tenere in rispetto l’Austria che s’era rinforzata sulla Sava, e per impedire i due valichi di Lubiana e della Ponteba. Da Gradisca l’11 ottobre 1813, mostrato come ci venissero a minacciare gli antichi padroni, proclamava: «Italia! Italia! questo sacro nome che in antico creò tanti prodigi, sia oggi il nostro grido di convegno: a questo nome i giovani si levino, accorrano in folla a formare alla patria un secondo baluardo, innanzi al quale il nemico non oserà presentarsi. È invincibile il prode che combatte pei focolari, per la famiglia sua, per la gloria e l’indipendenza del suo paese. Sia il nemico costretto allontanarsi, e noi possiamo dire, confidenti al nostro sovrano: Sire, siamo degni di ricevere da voi una patria: abbiamo saputo difenderla». Il 21 agosto erano cominciate le ostilità, ove molte vite preziose furono scialacquate con avvicendati successi: ma dopo l’infelice esito delle grandi battaglie, visto che l’Italia poteva essere minacciata verso il Tirolo, Eugenio si ridusse dall’Isonzo alla Piave, poi all’Adige; si fortificò in Verona, d’onde sortito, tanto per imitare la paterna prodigalità di sangue, sorprese il nemico (1813 15 9bre) a Caldiero, e lo respinse sull’Alpone; ma non potè seguitare la vittoria per tema che i Tedeschi scendendo dal Tirolo, non sollevassero le popolazioni. Tutta la speranza consisteva nell’esercito. Verdier e Palombini custodivano Peschiera e il ponte di Mozambano; Grenier e Zucchi Mantova con Eugenio[135], la guardia reale e la divisione Rougier; Quesnel il ponte di Goito; Freyssinet, Borghetto e Volta mantovana; la cavalleria di Mermet volteggiava tra Cereto e Guidizzolo. Ma il nemico s’avanza; Mayer blocca Mantova; Sommariva, Peschiera; Bellegarde con settantamila Austriaci entrato in Verona, e stabiliti gli avamposti a Pozzuolo, solo per riguardi politici non invade la Lombardia, e corre a Bologna ad affiatarsi con Murat. Eugenio, desideroso d’acquistare con fatti guerreschi l’affezione dei soldati, rinnovò sperimenti d’arme a Roverbella, a Borghetto, a Guastalla, a Parma, massime dopochè gli si furono aggiunti i veterani, reduci di Spagna: ma si sentì costretto a ricoverare dietro al Mincio[136]. Nugent avea messo il blocco a Venezia, comandata da Seras con undicimila soldati; i censessantamila abitanti non prendeano parte alla difesa, e cercavano distrarsi e divertirsi, indifferenti all’esito[137]; in carnevale si vollero e teatri e maschere; e quando Seras vietò di uscire dopo mezzanotte senza lume, folleggiarono uomini e donne girando con fiaccole e lampioni a forme e colori variati; con uva passa faceasi un tristo vinetto; l’acqua scarseggiava; pagossi fin sei lire una libbra di carne, trenta un cappone, cinquanta un tacchino, e quarantaquattromila poveri erano mantenuti dal pubblico; poi tra i militari scoppiò il tifo, che si comunicò ai borghesi, mal arrivati se tardava la liberazione. Il blocco continentale e la guerra incessante aveano scosso gl’interessi privati: nel 1813 molti grossi fallimenti avvennero non solo a Venezia, ma a Milano, singolarmente quel della casa Bignami; locchè sminuì la confidenza, e fe serrare le borse, togliendo così molti spedienti al tesoro. I patimenti faceano le popolazioni più ardite a manifestare la noja della dominazione straniera; quell’obbedire forzato cessava col cessar della forza; i magazzini erano vuoti d’arme e di vestiti; l’imposta si incassava difficilmente; i soldati delle provincie occupate disertavano; nelle intatte, i coscritti rifuggivano ai monti in grosse squadriglie vivendo di ruba e le città formicolavano di accattoni, che a titolo di poveri coscritti, voleano denari per amore o per forza; fin Milano, così vantaggiata dall’essere capitale, soffocava l’entusiasmo stipendiato sotto all’universale scoraggiamento, e rinvalidava l’indestruttibile desiderio dell’unità e dell’indipendenza. Della prima ci lusingò Napoleone col nome di regno d’Italia, poi ben presto aggregò tanta parte della penisola all’impero francese, sancì la separazione del Napoletano, nè tampoco tentò ridurre la penisola a tre Stati soli, i due regni e il patrimonio pontifizio, confederati fra loro, senz’interesse d’offendere altri, e dalle altrui offese garantiti per la gelosia d’Austria e Francia. Disperati d’ottenere da lui quest’unità dopo che il sentimento se n’era avvivato nella comunanza dei campi e dei pericoli, e nell’aggregazione a Governi o a vessilli stranieri, prepararono con società secrete, siccome quella dei Raggi a Bologna e de’ Carbonari nelle Calabrie; e parve porgervi buon destro il sinistrare di Napoleone. Al quale il ministro di polizia Fouchè da Roma scriveva il novembre 1813: — Qui, come in tutt’Italia, la parola d’indipendenza ha una virtù magica; sotto la sua bandiera militano certi interessi diversi, ma tutti vogliono un Governo locale; ciascuno si duole d’essere obbligato andare a Parigi per riclami della minima importanza. Un Governo così distante non presenta che pesi senza compenso. Coscrizione, imposte, vessazioni, privazioni, sacrifizj (dicono i Romani) ecco quel che conosciamo del Governo francese; nessun commercio nè interno, nè esterno; i nostri prodotti mancano d’esito, e il poco che vien di fuori costa un occhio». Ed Eugenio a Napoleone da Verona (25 gennajo 1814): — Io non nascondo a V. M. che in Italia molti uffiziali, e più ancora la truppa si lasciano sedurre dall’allettativa che il nemico adopera, _l’indipendenza d’Italia_. M’è forza dire che, dacchè l’esercito di V. M. l’avrà abbandonata, l’Italia sarà perduta per assai lungo tempo». Qual sarebbe il principe o l’uomo che alzerebbe la bandiera dell’italiana indipendenza? Si tentò in prima Eugenio; ed egli, esitando fra l’ambizione e il tradimento, non mostrò quella risolutezza che decida dei gran casi. Da Spreziano, ai 29 ottobre 1813, dirigeva a Napoleone un ragguaglio dello spirito pubblico: — Devo rendere giustizia agl’Italiani, che in generale non diedero accesso alle insinuazioni degli emissarj dell’Austria. Non la dominazione austriaca ribramano essi, non repugnano al Governo di V. M., ma una specie d’apatia, di non me n’importa, di abbandono irreflessivo gli ha presi: ognuno si chiude in un egoismo, di cui non vede il pericolo. Quelli che, posti a capo della società dalla fortuna e dagl’impieghi, dovrebbero dar l’esempio, non ne danno alcuno... Fa dolore che la sola attività rimasta agli spiriti sembri oggi esercitarsi in giudizj erronei sul presente, e vane congetture sull’avvenire. Ben più ho a dolermi, o sire, quando sento mescolare il mio nome a progetti, a combinazioni, a speranze del pari assurde e ripugnanti al mio cuore.... Lo dirò colla forza che mi dà l’indignazione; non per me mi sgomento, giacchè V. M. conosce il mio attaccamento e il mio onore: ma come non gemerei vedendo un tal pretesto dar ardire ai mali intenzionati, e accrescere l’inquietudine dei buoni, che fra tante funeste oscillazioni ben presto non sapranno su qual base appoggiar la loro debolezza». Più opportuno agli speranti parve Murat; egli buon soldato, egli con un esercito alla francese, eppure dal francese staccato. Già reluttando alla aspreggiante supremazia di Napoleone, avea tardato a pagargli il milione annuo che quegli erasi riservato, e il frutto di quattro grandi feudi della Romagna, tenendosi offeso del veder questa data in titolo al principe ereditario. Passando per Milano e per Bologna non avea dissimulato che voleva ormai badare alla felicità de’ suoi popoli e alla sua indipendenza, e che aprirebbe i porti agl’Inglesi. Dei favori compartiti a Beauharnais prendeva gelosia; e gliela fomentava Napoleone sì in lettere private, sì nel suo giornale, facendo vilipendere l’uno, l’altro esaltare. Murat per dispetto decretò che soli Napoletani entrassero negl’impieghi civili e militari, e rimbrottato severamente, rispondeva: — Mille volte ribramo i tempi quando, semplice uffiziale, avevo de’ superiori, non un padrone. Fatto re, tiranneggiato da voi, dominato in famiglia, ho sentito bisogno d’indipendenza, massime che voi m’immolate a Beauharnais, più gradito perchè mutamente servile, e perchè gajamente annunziò al senato di Francia il ripudio di sua madre. Non posso al popolo mio negare col commercio qualche ristoro ai gravissimi danni della guerra marittima». Solo la moglie, correndo da Napoli a Parigi, aveva potuto impedire una rottura tra il fratello e il marito, il quale cominciò a dare ascolto a quelli che lo istigavano divenire spada dell’italica indipendenza. Quando poi ai geli settentrionali si fu avvizzita quella gloria ch’era sbocciata ai nostri Soli, i liberali se gli fecero attorno con maggior istanza: essere opportuna l’ora, vuota d’eserciti l’Italia, indecise le sue sorti; i popoli disgustati degli antichi e del nuovo dominio; gli alleati, intesi a dar libertà al mondo, non si brigherebbero dell’Italia, purchè la vedessero pronunziarsi contro Napoleone; gli antichi ostacoli a riunirla essere omai scomparsi quando le provincie aggregate alla Francia se ne staccavano per forza delle cose, e tutt’il resto fremeva di spirito nazionale; sorgesse dunque, levasse il grido a cui tutti risponderebbero; co’ suoi quarantamila uomini salisse incontrastato fino al Po, ivi si congiungesse coll’esercito d’Italia, formandone uno superiore a quello di cui potessero disporre Austria e Francia[138]. Murat non osò fidare nei popoli, e tenne pratiche con Bentinck, generalissimo delle armi inglesi in Sicilia; ma poichè questo esigeva ch’e’ cedesse il regno e accettasse compensi, egli si volse ancora verso Napoleone, e andò a combattere per lui in Germania, il suo scettro affidando alla moglie, disposta a immolarlo al fratello. Al precipitare degli avvenimenti, re Ferdinando cercò ripigliare il governo della Sicilia; ma Bentinck, il quale vi operava da padrone, lo fece circondare di truppe, e separò da lui Carolina ispiratrice sua, la quale dovè recarsi a Vienna. Il vicario convocò il Parlamento siciliano, che eletto sotto gl’influssi forestieri sempre corruttori, molto discusse, poco conchiuse, e rivelò le insane gelosie dei Pari coi Comuni, le ire dei democratici contro i costituzionali. Da una cronaca che stampavano si dissero Cronici questi ultimi, e Anticronici i realisti puri; fazioni che si palleggiavano libelli e ingiurie, e nulla traevano a riva; sicchè il vicario sciolse il Parlamento, e Bentinck conservò la tranquillità colla forza. I Carbonari napoletani spasimavano d’una costituzione: ma Murat napoleonescamente ne abborriva; sicchè i Carbonari, vedendo che, per interposto inglese, l’aveano ottenuta i Siciliani, legarono intelligenza con questi e col Bentinck, il quale assicurava l’avrebbero se fossero ripristinati i Borboni. N’ebbe sentore Murat, e proscrisse i Carbonari, raddoppiò di vigilanza, spedì in Calabria il formidabile generale Manhés, che usò violenze come ancora si trattasse di masnadieri: per basso tradimento ebbe preso e ucciso Campobianco, fattosi capo d’una repubblica a Cosenza. Così, mentre perdeva il prestigio della vittoria, perdeva anche l’opinione di bontà. Gioachino combatteva ancora alla testa degl’imperiali quando diede ascolto agli alleati che gridavano, — A chi vuol tradire Napoleone noi assicureremo i possessi», e che conobbero come egli potrebbe fare utilissima diversione alla Francia. Quando, dopo la rotta di Lipsia, egli fu tornato nel suo regno, il ministero inglese ordinò a Bentinck di sospendere le ostilità «contro la persona che occupava il trono di Napoli»; e per quanto paresse ignobile il patteggiare con uno che volevasi guardare soltanto come un capobande, Inghilterra ed Austria se gli allearono (1814 gennajo), promettendo egli portar contro Francia trentamila uomini, e non fare accordi se non insieme con loro: esse di rimpatto lo conserverebbero re del napoletano, accresciuto con brani dello Stato romano per quattrocentomila abitanti. Subito riapresi il commercio, e rifluisce il denaro nel Reame: ma gli Inglesi pretendeano per garanzia Ischia, Procida, Capri e tutta la marina napoletana, e tenere venticinquemila uomini a combattere co’ suoi. Queste precauzioni doveano aprire gli occhi a Murat; e Fouché, spedito per tenerlo ben edificato, gli ripetea, — Voi fatto re da Napoleone, non resterete re senza di lui; dietro di voi guardate la famiglia borbonica, che da niun altro che da Napoleone può essere frenata». Gioachino or da una parte pendeva, ora dall’altra, come gli uomini non fatti alle grandi risoluzioni; alfine mosse l’esercito, dando al generale Pignatelli Strongoli speciale incarico di disporre gli uffiziali e i patrioti a sostenere l’indipendenza italiana. Se, deliberato a salvare il suo creatore, si fosse unito ad Eugenio sull’Adige, poteva ricacciare gli Austriaci nell’Illiria, spingersi sul Reno alle spalle dei nemici di Francia, e difilare sopra Vienna; ma essendosi fermato coll’Austria, costrinse Eugenio non solo dall’Adige a ritirarsi sul Mincio, ma a mettere truppe sulla destra del Po per custodire Parma e il passaggio del fiume a Piacenza. L’esercito napoletano occupò Ancona, Roma, Firenze, Lucca quasi senza ferir colpo, giacchè i Francesi si raccoglievano nelle fortezze: e la Toscana, dispettando il suo Napoleonide, acclamava Francesco I e Ferdinando; nelle Romagne alzavasi la bandiera italiana. Gioachino, tolta forza all’antico, non osava piantare un governo nuovo; pure da Bologna proclamava: — Fin quando credei Napoleone combattesse per la pace e felicità della Francia, feci della sua voglia la mia: vistolo in perpetua guerra, per amore de’ miei popoli me ne separo. Due bandiere sventolano in Europa: su l’una è scritto _religione, morale, giustizia, moderazione, legge, pace, felicità_; su l’altra _persecuzione, artifizj, violenza, tirannia, lagrime, costernazione in tutte le famiglie_. Scegliete». Ancor più francamente il suo generale Carascosa da Modena arringava gli abitanti dell’alta Italia: — Dopo secoli di divisione, di debolezza e d’occulte virtù, spunta per noi il desiderato giorno in cui, combattendo per gli stessi interessi, difendendo la stessa patria, non abbiamo che ad unirci intorno al magnanimo re, al primo capitano del secolo, per essere sicuri d’arrivare di vittoria in vittoria al placido e tranquillo possesso dell’unità e dell’indipendenza. Italiani! confondetevi nelle nostre file, abbandonate quelle de’ vostri oppressori, e non date all’Europa lo spettacolo lagrimevole d’Italiani del mezzogiorno combattenti con quelli d’oltre il Po, nel momento in cui un magnanimo li chiama ugualmente all’onore, alla gloria, alla felicità». Quest’italianità fece mal suono a Bellegarde, comandante degli Austriaci in Italia, e intonò un proclama (5 febb.) nella chiave d’allora, ma di conclusione differente: — Italiani, di tutte le nazioni che l’ambizione di Napoleone curvò sotto il suo giogo, voi siete l’ultima per cui sonò l’ora della redenzione: vedete in noi i vostri liberatori; noi veniamo a proteggere i vostri legittimi diritti, e ristabilire ciò che la forza e la superbia abbatterono; vi chiamiamo alla difesa comune. Italia, come le altre nazioni, faccia prova di forza e di coraggio. È tempo che le Alpi s’inorgoglino di nuovo delle loro cime inaccessibili, e formino una barriera insormontabile: è tempo che quelle strade aperte per introdurre nel vostro paese la schiavitù, siano distrutte, nè più si vedano Brenni in Campidoglio». Ma seguendo, affrettavasi di ricordare le antiche e future divisioni; i Piemontesi, dalla natura e dal coraggio destinati primo schermo alla bella Italia, accorressero alla bandiera del loro re; i Toscani rivedrebbero ben tosto l’amato loro principe, e con lui le lettere, le arti, la felicità; ricomparirebbe l’antica Casa d’Este; la prima città del mondo cesserebbe di essere la seconda d’un impero straniero; volere i sovrani alleati voler ricostruire l’antico edifizio sociale sulle basi che aveano portato tanta felicità. Gl’Italiani, abboccavano l’adulazione, non faceano riflesso al fondo; Gioachino sì: onde cresceangli le titubanze, manteneva carteggio con Eugenio, modificava le operazioni degli Austriaci, sbigottivasi di qualche avvisaglia ben succeduta a Napoleone in Francia, e del vedere gli alleati non volere far pubblico il trattato con lui conchiuso, anzi gl’Inglesi dalla Sicilia inviare una spedizione in Toscana senza dargliene contezza. Napoleone vedea tutto e se n’arrovellava, ma non potea più nè impunemente insultarlo nè punirlo. E a Murat si erano rannodati quei che nel regno d’Italia covavano rancori contro Eugenio, pretessendo l’indipendenza e l’unità italiana; e principali Giacomo Luvini capo della polizia, e i generali Giuseppe Lechi e Pino, il quale, avverso a Montanelli ministro della guerra, e per sospetti tolto dal governo di Bologna, ritiratosi a viver privato in Milano aspettava gli avvenimenti. Ma nè costoro, godeano opinione nel popolo, nè la godea Murat, sì pel carattere personale, sì perchè francese. Intanto il generale austriaco Nugent, più non avendo a combattere Francesi in Istria, da Trieste venne a Ferrara per assalire Venezia, e dal Po si stendea sino a Faenza, trescando nelle Legazioni, e da Ravenna intonava agl’Italiani: — Abbastanza soffriste un giogo insopportabile. È del vostro interesse il farvi strada colle armi al risorgimento, e vi sarete protetti ed assistiti. Fatti indipendenti, in breve sarà invidiabile la sorte vostra, ed ammirata la vostra situazione». L’Inghilterra che avea sorpreso Lucca, ordina a Bentinck d’avvicinarsi al Genovesato, e incoraggiare i movimenti che vi prevedeva: ed egli, sbarcato con quindicimila uomini a Livorno, difila per la Riviera drappellando sugli stendardi _libertà e indipendenza italiana_[139]. Insomma Tedeschi e Inglesi, Murat e Beauharnais promettono le cose più diverse e le meno attendibili agl’Italiani, che in quella sospensione affannosa non sapevano a chi credere, nè credeano abbastanza in se stessi; onde abbandonandosi alla decisione dell’armi, perdettero quel preziosissimo momento. Fin allora non si era pensato che a ridurre la Francia entro i confini del Reno; ma i re, di colpo rifatti dalle perdite d’un decennio, ripigliano l’ambizione di nuovi acquisti: Pozzodiborgo, uno dei tanti Côrsi che portavano a stipendio altrui o il valore o il talento, e che serviva alla Russia con un odio da compatrioto contro Napoleone, persuadendo a marciare sopra Parigi «decise delle sorti del mondo», e potè vantarsi, — Non son io che l’uccisi, ma gli gettai l’ultima palata di terra». Alessandro smaniava d’entrare a Parigi a capo della sua guardia imperiale, «giusta retribuzione delle calamità inflitte a Mosca, Vienna, Madrid, Berlino, Lisbona dal desolatore d’Europa», e farvi mostra di clemenza, a contrasto colla desolazione della sua città santa. Or dove sono i tanti acquisti che avea fatti la Rivoluzione? dove quella magnifica Francia? dove quell’esercito che essa avea commesso a Napoleone affinchè assicurasse la pace? Tutto egli ha consumato, e due milioni censettantremila coscritti; e in diciotto mesi indietreggiò di settecento leghe. Ciò solo si ricorda, e il pensiero represso, il commercio estinto, la libertà conculcata, la Francia affidatagli nel colmo della prosperità, ed ora calpesta dai cavalli ungheresi e cosacchi, e l’onda della Senna bevuta dai Baskiri. Pure Napoleone si terrà per vinto finchè la bandiera tricolore a Venezia, Genova, Mantova, Alessandria? Osi uno dei suoi gran colpi; passi le Alpi con cencinquantamila uomini e rinnovi il duello sui campi che gli hanno dato la prima gloria, e che se non altro gli assicureranno condizioni onorevoli. In fatti è a capo d’un rinnovato esercito, ma sentesi abbandonato dai popoli. Risoluto all’estremo, ordina ad Eugenio che getti guarnigioni in Mantova, Alessandria, Genova, pel Cenisio raggiunga Augereau in Savoja, a Lione si metta capo delle truppe, assalga Bubna, salvi la Francia. Meglio per lui se obbediva! ma anche senza supporlo preso alle blandizie degli Alleati[140], il buon esito d’alcune avvisaglie diede ad Eugenio speranza di poter ancora sostenersi in un regno che gli era promesso o lusingato. Anche l’esercito napoletano avea preteso vincere le dubbiezze di Murat col deliberare sui modi della guerra; e diciassette generali, fra cui Colletta e i due Pepe sottoscrissero un indirizzo per ottenerla; i Carbonari già tengono Calabria e Abruzzo, e proclamano la costituzione, onde il re è costretto prometterla; intanto introduce riforme, allevia i dazj, abolisce la coscrizione. Sbigottito poi da alcune vittorie francesi, rinnova proposte ad Eugenio di spartirsi l’Italia e offrire la loro alleanza a Napoleone; ed Eugenio lo tiene a bada affinchè resti inattivo, lascia che dal regno italico riceva e viveri e soldi, poi ne rivela le ambagi agli Alleati; ond’egli, per cancellare il sospetto, opera più sbrigato ed efficace, chiarisce guerra alla Francia, ma dopo udita la catastrofe di Napoleone. Perocchè il senato raccoltosi a Parigi, decreta decaduti Napoleone e la sua famiglia; e gli alleati pronunziano non tratteranno più con questo, ed entrano in Parigi fra gli applausi 2 aprile; mentre a Napoleone si va a cercar l’abdicazione in quel palazzo di Fontainebleau, ove testè egli teneva prigioniero Pio VII. Ed egli «pel bene della Francia e la pace del mondo» abdica (11 aprile), riservandosi la sovranità dell’isola d’Elba e due milioni di rendita per sè; per Maria Luigia il ducato di Parma e Piacenza; ad Eugenio uno stabilimento fuori di Francia; dei popoli neppur parola; e l’ultimo suo saluto non è alla nazione, bensì all’esercito. Ridotto, come scriveano gli Alleati, «a quella degradazione che sì bene avea meritata, abbandonato da tutti i suoi, non potendo ispirar più che la pietà dovuta dai cristiani agl’infelici», ritirandosi verso l’isola d’Elba fu costretto stravestirsi per isfuggire all’indignazione del popolo. E si sarà lamentato di quell’ingratitudine che a piene mani avea seminata. Allora Eugenio a Schiarino Rizzino presso Mantova (16 aprile) patteggiò un armistizio con Bellegarde, sicchè venticinquemila Francesi con quaranta bocche d’artiglieria comandati da Grenier ritornassero in Francia; le truppe italiane conserverebbero la linea del Mincio e del Po, finchè del regno fosse deciso; Venezia, Palmanova, Osopo, Legnago si consegnassero agli Austriaci. Eugenio, congedando quelle truppe francesi parlò da re: dover rimanersi in mezzo ad un popolo generoso, buono, fedele, che gli affidava una felicità la quale era stata e sarebbe lo scopo di tutta la sua vita; volendo così illudere gli Alleati col farsi credere voluto dal popolo, illudere il popolo col parere predestinato dagli Alleati. Per verità, appoggiato dal re di Baviera suo suocero e dall’imperatrice Giuseppina sua madre, avea molti fondamenti di speranze, e brogliava per ottenere indirizzi dai reggimenti italiani, e perchè il senato italico lo cercasse re. Questa idea sorrideva a molti, perchè la sospirata indipendenza si otterrebbe con solo mutar il capo, senza quei cambiamenti che tornano sempre di noja, di spesa, di titubanza. Ma troppe avversioni aveva eccitate Napoleone, troppe Eugenio stesso colle maniere soldatesche, col conculcare le piccole ambizioni e i sentimenti, colle indiscrete galanterie, col condiscendere a indegni favoriti. Fin nell’esercito, unica rappresentanza della nazione, unico fondamento ragionevole delle speranze, Eugenio era contrariato da molti uffiziali, fra’ quali e fra i cospiratori otteneva preferenza Murat, miglior soldato, già re, ed alleato coi vincitori. Nobili, preti, e il grosso della popolazione propendeano per l’Austria, rimpiangendola, come sempre si suole i governi caduti; sicchè anche allora ai partiti mancava quel senso supremo d’intelletto politico, il saper sottomettere gl’interessi, le idee, le passioni particolari alle comuni, non badare a ciò che ciascuno preferirebbe, ma a ciò che vogliono tutti; anzi l’uno tacciava l’altro di vile, di traditore, di venduto allo straniero. Ben è degno di riflessione, che, in uno stato di cose qual tuttodì ci viene citato con ammirazione, nessuno si trovò a sostenerlo; e quelle migliaja d’impiegati senza convinzioni, plaudenti finchè trattavasi di ciancie e di feste, s’acquetavano nella persuasione che anche sotto nuovi padroni sarebbero cancellieri, secretarj, consiglieri. Tra i discordi prevalgono gl’intriganti. Il senato, corpo senza volontà nè virtù, in secreto deliberò di deputare Guicciardi e Castiglioni agli Alleati cercando l’indipendenza. Uscì sentore dell’adunanza, se ne ignorava la decisione, e temendo si fosse cercato re Eugenio, si fa correre un epigramma — Re no chi vicerè Italia spogliò e disprezzò»; e un epigramma a Milano può sempre moltissimo; si grida, si protesta; una petizione firmata da Confalonieri, Luigi Porro, Ciani, Verri, Bossi, Trivulzio e cencinquant’altri domanda l’indipendenza come Spagna e Germania. Nuovo perditempo quando l’importanza consisteva nel pronto e uniforme risolvere; intanto la bordaglia, che sente rotte le catene ed è istigata da’ suoi adulatori, infuria sotto al palazzo del senato, ed esige che richiami la deputazione e convochi i collegi elettorali, rappresentanza nazionale; applaudisce e insulta ai senatori man mano che arrivano; v’entra anche, e dopo rotte le effigie napoleoniche e i segni dell’antico potere, corre alla casa del Prina ministro delle finanze, e coltolo lo trascina brutalmente per le strade fin a morte (20 aprile). La guardia civica messa in piedi salvò la città dai soliti eccessi d’una plebe, cui eransi lasciati gustare il sangue e il saccheggio. Così fu disonorevole quell’assassinio, così sciagurate le conseguenze, che ciascun partito volle riversarlo sopra l’avverso; consueto refrigerio delle colpe irreparabili. Villa, prefetto della polizia, che iniziò processi contro i tumultuanti, fu congedato. Possibile che Luvini, ministro di polizia ignorasse la trama? diceano non volle prevenirla perchè muratiano, come non volle reprimerla Pino che messo a capo delle milizie, blandiva la plebe, e ne accettava gli evviva sin come re. Confalonieri ed altri redenti poi dal martirio, certamente comparvero tra le prime file, e poterono scusarsi non iscolparsi. Altri vollero al solito vedervi l’oro austriaco, e anche oggi si asserisce che un conte Ghislieri avesse celatamente coi partigiani dell’Austria spinto a quell’assassinio. Napoleone andandosene di Francia aveva detto: — Addio terra de’ prodi; qualche _traditor_ di meno, e saresti ancora la regina delle nazioni»; spiegazione vulgare, e fu la stessa che la plebe diede allo sfasciamento del regno d’Italia; ma certo i partigiani nocquero quanto i traditori. Quell’amministrazione ardita, prodigiosa, sprezzatrice d’ogni ostacolo, non avea fondato alcuna istituzione che da se stessa si reggesse, nulla che potesse sopravvivere alla volontà creatrice; era una meccanica dotta, sotto cui si cancellavano la ragione, la sorte dei popoli, la dignità umana, sempre svilita dal giogo straniero. Come un decreto l’avea costituito, così un decreto sciolse il senato; convocati i collegi elettorali, s’istituì una reggenza provvisoria, la quale rabbonacciò promettendo «dimandare quel ch’è il primo bene e la principale sorgente della felicità d’uno Stato»; vale a dire si abbattè il sicuro e regolato per avventurarsi in cieche eventualità, e fare che nè amici nè nemici potessero e dovessero tener conto di un regno che da dieci anni sussisteva. Entrata la consueta febbre degl’indirizzi, tre deputazioni si misero in corso, una dal senato, una dall’esercito, una dai collegi elettorali; moltiplicità che convincea gli Alleati come non avrebbero a lottare con una volontà nazionale risoluta; sicchè col pretesto di reprimere il tumulto, essi passano il Mincio ch’era il confine stipulato, ed occupano Milano. Allora il bel modo, le gazzette, i libelli a sputacchiare caduti quelli che dianzi aveano incensati; chiamar malefico, orco, senacheribbo, anche codardo colui, del quale fin allora aveano leccato la spada insanguinata; tacciare i ministri d’aver rubato, massimamente Prina e Fontanelli; mentre l’unica loro colpa era l’essersi creduti ministri del re, anzichè del regno; e Luigi Giovio, gran napoleonista, aprendo i collegi elettorali dicea: — Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra». La reggenza provvisoria cercò popolarità coll’abrogare le istituzioni che più offendevano; rimandò a casa i nuovi coscritti, chiese dalle Potenze i prigionieri di guerra; abolì il blocco continentale, il registro, le corti speciali, le caccie riservate; attenuò i dazj e le regalìe; e soldati che rimpatriavano vivi, coscritti refrattarj che uscivano dai boschi, prigionieri di Stato o per contravvenzione finanziaria che rientravano nella società, pareano preludj d’un secol d’oro; si gavazzavano i soliti carnevali sulle ruine, anzichè pensare alla ricostruzione. Quella reggenza non avea fatta la rivoluzione nè la intese; ed insufficiente ad ore piene di tanto dubbio avvenire, credette suo unico uffizio il trasmettere il paese senza trambusti da un padrone all’altro[141]; ai deputati dell’esercito di Mantova, venuti ad offrirsi alla patria, il generale Pino rispondeva: — Fate torto alle alte Potenze col dubitare non vogliano l’indipendenza italiana; bisogna fidarsi interamente alla loro probità». Sempre gli stessi inganni, le stesse lusinghe, fin le parole stesse! Beauharnais, vedendo perduta la sua partita fra il popolo e sperando ancora dai re, per dispetto rende a Bellegarde Mantova 1814 23 aprile e l’esercito che non era suo ma dell’Italia; e con molte ricchezze traversato il paese non senza pericolo, massime nel Tirolo indignato della perfida fucilazione di Hoffer, passa a Parigi a trescar anch’egli sul tavoliere dove si biscazzavano le sorti del mondo e le nostre. Quando nel 1805 si ordì la terza coalizione fra i nemici di Francia, nelle combinazioni preparate dalla Russia pel caso di vittoria era che si costituisse pei reali di Savoja un regno subalpino, composto del Piemonte, con Genova, la Lombardia ed il Veneto; Savoja colla Valtellina e co’ Grigioni formerebbe un cantone svizzero; una federazione di cui il papa sarebbe grancancelliere, unirebbe il regno col pontefice, colle Due Sicilie, col regno d’Etruria e coi piccoli Stati di Lucca, Ragusi, Malta, isole Jonie, alternandone l’egemonia fra i re del Piemonte e delle Due Sicilie. Questi concetti poteano effettuarsi adesso, quando in nome della nazionalità e delle istituzioni liberali si erano mossi gli Alleati; ed Alessandro, graziosa personificazione del regio liberalismo, inclinava a metter Eugenio a capo d’un regno indipendente; gli ambasciatori esteri fomentavano le aspirazioni nazionali nei nostri, e ai deputati della reggenza provvisoria[142] quel d’Inghilterra diceva: — Vuolsi avere idee e sentimenti liberi; manifestateli, e la grande mia nazione vi proteggerà». Ma allorchè essi inviati presentaronsi a Francesco I d’Austria, questo rispose: — Lor signori sapranno che la Lombardia m’era già assicurata nel trattato di Chatillon; non v’è dunque a disputare d’indipendenza italica nè di costituzione; Milano dovrà decadere, cessando d’esser capitale; mia cura sarà che decada lentamente: del resto so non convenire all’Italia le leggi austriache; chiamerò a Vienna gl’Italiani più illuminati d’ogni classe per formolare l’ordinamento del paese». Era un accertare che non poteasi più sperare se non nella clemenza d’un vincitore; ch’era sfuggita un’altra di quelle occasioni, che, non così rare come cianciano i poltroni, Iddio manda a questa bella parte d’Italia, e ch’essa scialacqua. Napoleone, al primo tornare di Russia, era corso a Fontainebleau, e a Pio VII, vecchio, infermo, non cinto che da cardinali ligi all’imperatore, timoroso per la Chiesa quant’era intrepido per se medesimo, strappò la firma d’un concordato, in cui rinunziava al dominio temporale, e se tardasse sei mesi l’istituzione ai vescovi nominati, autorizzava a darla il metropolita o il vescovo anziano. Napoleone ne esultò come d’un trionfo, e aperse le carceri ai cardinali. Ma il rinunziare all’istituzione de’ vescovi importava ben più che il ceder Roma, poichè toglieva al pontefice il diritto di escludere i prevaricanti e servili: onde Pio VII, «pieno di pentimento e di rimorso»[143], divulgò una protesta contro quest’atto di sua debolezza. Ne infuriò Napoleone, ed espulse di nuovo o imprigionò i cardinali: ma quando si vide perduto, ordinò che Pio fosse riportato a Savona. Caduto lui, il nuovo Governo di Francia ordinava la liberazione del papa, il quale allora s’avviò a’ suoi Stati in trionfo. Murat, che li occupava militarmente, mandò insinuargli di non avventurarsi in paesi troppo lieti d’essersi sottratti alla dominazione pretina: ma egli procedette, e accolto dappertutto festosissimamente, si fermò a Cesena sua patria, ove fece accordo che il re tenesse le Marche promessegli dagli Alleati, restituisse Roma, l’Umbria, la Campagna, Pesaro, Fano, Urbino. L’entrar di Pio in Roma fu una delle più affettuose solennità, e gli faceano corteggio i detronati reali di Spagna, di Sardegna, di Parma, cardinali intrepidi e vacillanti, e truppe austriache e napoletane. Le potenze convenivano di considerare il pontefice come non mai stato in guerra, nè quindi conchiuso il trattato di Tolentino; restituivangli i pristini Stati, neppur escludendo i disgiunti possessi di Benevento e Pontecorvo; bensì la Francia si tenne Avignone e il contado Venesino, e l’Austria il Polesine di Rovigo, e, malgrado le proteste del pontefice, il diritto di guarnigione a Ferrara e Comacchio, che privava lo Stato papale d’una linea militare e della padronanza del Po. Quanto al Napoletano, si propose di restituirlo ai Borboni di Sicilia; ma vuolsi che Alessandro rispondesse, or che si trattava di popoli, non potersi rendere lo scettro a re carnefice; e che Carolina se ne accorasse tanto da morire improvviso. Veramente l’Austria amava restasse a Murat, nemico naturale de’ nuovi padroni della Francia, della quale era sempre gelosa; le altre potenze a vicenda desideravano in Italia chi tenesse in bilico l’Austria: ma caduto Napoleone, Murat era un’anomalia; l’Inghilterra volea mantener la parola data ai Borboni di rimetterli nel regno, e il ministro Castlereagh sottigliava a mostrare che Murat avesse fallito agli obblighi, e trattato coll’imperatore. Murat confidava nelle promesse degli Alleati, fin quando non si udì intimare di ceder le Marche al papa. Mostrò egli farlo di buona grazia e per amor della pace generale; ma vedendo a che s’avviassero, e il re siciliano chiedere intero il regno avito, egli fece armi e rannodò intrighi, diede ascolto a Paolina, a Girolamo, al cardinale Buonaparte venuti dall’Elba nel suo paese, e credendo ostinati contro di lui i Borboni ristabiliti in Francia, domanda all’Austria di dargli il passo con ottantamila uomini per combatterli; onde quelli mettono un grosso esercito nel Delfinato. Erasi intanto raccolto a Vienna, tra feste e gajezza d’arti e gioja di piaceri, un congresso per rassettare l’Europa[144]; e coll’escluderne le piccole potenze, chiarivasi di voler rimpastarla a senno delle grandi. Quelle dunque si lamentavano, queste venivano a rissa nel dividersi le prede inaspettate; e prevedeasi una rottura. Buonaparte sta in orecchio dall’isola d’Elba, che avea ritenuta in sovranità, e dove era giunto con Letizia e Paolina, cinquecento soldati della guardia, e marescialli e generali. I Francesi, sempre insofferenti di quel che hanno per desiderare quel che non hanno più, poco tardarono a trovare tutti i torti ai Borboni, e singolarmente i soldati che vedeansi tolti a quella febbre d’azione, a quell’anelito di gloria, di promozioni. La ostentata devozione, i revocati emblemi di nobiltà rincrudivano le dimenticate repugnanze religiose e aristocratiche; e a Napoleone, dianzi detestato, restituivansi l’aureola della gloria e la missione di liberatore. Ortensia a Parigi diffondeva l’ammirazione di lui sotto il nome di libertà; Paolina correva a suscitarne il culto fra gli Italiani, che trovandosi ancora sbranati e ridotti al nulla, ricorrono al ripiego dei fiacchi, la cospirazione, massime i soldati. Alcuni facendosi (come si usa nelle congiure) espressione del voto nazionale, si rivolgono a Napoleone rammentandogli le sue prime vittorie in Italia e le speranze di rigenerazione che questa pose in lui e che porrebbe ancora nella sua stella, la quale dall’Italia potrà illuminare di nuovo il mondo: offrivangli perciò il braccio, purchè egli non pensasse a conquiste e accettasse una costituzione, che rendesse l’Italia una e indipendente; Napoleone imperatore de’ Romani e re d’Italia, inviolabile, residente a Roma, con venti milioni di lista civile, dividerà il potere legislativo con un Senato e con una Camera di rappresentanti triennali, radunati alternamente a Roma, Milano, Napoli, eletti secondo il censo ed incompatibili con impieghi amovibili; liberi i culti e la stampa; proibita ogni ampliazione di territorio o l’intervenire negli affari degli altri popoli; responsali i ministri, inamovibili i giudici; guardia nazionale, giurati, nobiltà nuova e senza privilegi; pubblicità delle Camere e de’ tribunali. Napoleone non esitò ad accettare; ma d’altra parte Murat, divenuto ingordo di tutta l’Italia da che si vedeva disputato fin il brano rimastogli, accoglieva (1815) quanti veterani ricusavano servire ai principi rimessi, spediva il Maghella suo ministro di polizia a chiedere e promettere appoggio ai Carbonari, che molto diffusi a Milano, a Bologna, ad Alessandria, nella terraferma veneta, si diedero mano coi vecchi soldati del regno italico, fidenti nelle vittorie come chi le sconfitte attribuisce soltanto a tradimenti. Il papa si accorgeva di trovarsi fra due nemici l’uno più scoperto, l’altro più pericoloso; ma in confidenza facea voti per l’Italia, professando di temere Murat, ma non amare gli Austriaci. A Francia, Russia, Prussia, non dispiaceva che l’Austria venisse inquietata nel possesso dell’Italia che ormai artigliava; l’Austria invece e i Borboni di Sicilia speravano trarne pretesto a spossessare Murat. Probabilmente è una delle troppo solite dicerie, che Talleyrand, mutatosi in ministro dei Borboni, e che voleali rimessi anche a Napoli, mettesse nella congiura un suo fidato, dal quale saputa ogni particolarità, la rivelasse all’Austria. Il fatto che Fontanelli, destinato attor primo della mossa, esitò; così il Lechi; e Bellegarde, luogotenente austriaco in Lombardia, arrestò i cospiratori[145]. In quello stante (1 marzo) Napoleone, fidato nelle trame e nella propria stella, sbarca dall’Elba in Provenza; i battaglioni spediti a rincacciarlo s’arruolano con esso, con esso quell’esercito raccolto nel Delfinato; il vessillo tricolore ridesta l’entusiasmo de’ primi suoi lampi; «l’aquila di campanile in campanile» fino a Parigi. Napoleone, entratovi 20 marzo in voce di difendere l’indipendenza e felicità della Francia, subito scioglie le Camere, abolisce la nobiltà, convoca un’assemblea nazionale per istabilire i limiti del potere: ma la maschera democratica non si attagliava al suo viso imperatorio. Murat tosto gli scrisse che vedea giunto il tempo di «riparare i suoi torti, e mostrargli la sua devozione»; e Napoleone gli rispose si allestisse d’armi, ma attendesse gli ordini, e nulla avventurasse contro l’Austria, colla quale era in trattati. Anche il Colletta, allora consigliere di Stato, dissuadeva Gioachino dalla guerra; l’unione di tutta l’Italia essere sogno d’un pugno di teste calde; il grosso della nazione sentirsi stanco di venticinque anni di guerra, e desideroso unicamente della propria conservazione, disingannato dai paroloni simpatici, usati troppo e slealmente; nè potersene sperare la cooperazione se non procurando beni stabili, e spiegando forze rassicuranti. L’esercito napoletano si crederà mai più forte dell’austriaco? il gabinetto reale più influente che il congresso di Vienna? Gl’Italiani calcoleranno, e non vorranno partecipare a una causa disgraziata. Quand’anche fossero veri i trionfi di Napoleone, egli penerebbe tanto a ordinare in casa, tanto a difendersi sul Reno e nel Belgio, che non potrebbe far mente alla frontiera d’Italia: anche vincendo, non troverebbesi tanto in vantaggio da dettar patti agli Alleati. Un movimento contemporaneo a quel di Napoleone parrebbe agl’Italiani un accordo, e perciò offenderebbe il loro idolo, l’indipendenza. In fatto Murat aveva un esercito ch’era appena un quinto dell’austriaco; e la nazione, scossa da partiti, era restìa a nuovi patimenti dopo esausta di sangue e di denaro. Per vero, se egli si fosse trincerato minaccioso fra gli Abruzzi, bastava a tenere in soggezione gli Austriaci: ma ascoltando di quei consigli che s’intitolano magnanimi se riescono, manda una colonna comandata da Giuseppe Lechi sopra Roma, donde il papa fugge; egli con l’altra invade le Marche, e, pur continuando proteste agli Alleati, affronta gli Austriaci in Pesaro, e da Rimini proclama: — Italiani, la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente; dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo, _Indipendenza d’Italia!_ Questo primo diritto e bene di ogni popolo, a qual diritto gli stranieri intendono torvelo? a qual titolo signoreggiano essi le più belle contrade, si appropriano le vostre ricchezze, vi strappano i figli per servire, languire, morir lontano dalle tombe degli avi? Adunque invano natura alzò per voi le barriere delle Alpi? vi cinse invano di barriere più insormontabili ancora, la differenza dei linguaggi e dei costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri? No, no; via ogni dominio straniero; mari e monti inaccessibili siano i limiti vostri; non aspirate mai ad oltrepassarli, ma respingete lo straniero che gli ha violati. Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli, comandati dal loro re, marciano giurando non domandar riposo se non dopo la liberazione d’Italia. Italiani delle altre contrade, secondate il magnanimo disegno; torni all’arme deposte chi le usò; vi si addestri la gioventù inesperta: chi ha cuore e ingegno ripeta una libera voce, e parli in nome della patria ad ogni petto veramente italiano; tutta si spieghi ed in tutte le forme l’energia nazionale. Oggi si deciderà se l’Italia deve esser libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio. Lacera ancora ed insanguinata, essa eccita tante avidità straniere. Gli uomini illuminati d’ogni contrada, le nazioni degne d’un governo liberale, i sovrani d’alto carattere godranno della vostra impresa, applaudiranno al vostro trionfo. Stringetevi saldamente, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, vi garantiscono la libertà, tostochè il vostro coraggio vi avrà garantita l’indipendenza». Noi riportiamo questi passi per coloro che credono tali idee e tali parole zampillassero primamente nel 1848. Ma la proclamazione dell’indipendenza non aveva aspetto che d’un ordigno da guerra; i più la udivano indifferenti: i sommovitori prometteano immensi ajuti a lui che millantava immensi soldati. Ingannavansi reciprocamente, poichè in realtà egli contava trentaquattromila trecento uomini, con cinquemila cavalli e cinque bocche da fuoco; ma cerniti alla peggio dai trivj e dalle prigioni: ufficiali straboccavano, ma quali di libero, quali di servile sentimento, quali affigliati alla Carboneria, quali persecutori di quella, tutti poco riverenti al re, tutti gelosi de’ Francesi, de’ quali erano rimasti nove generali, tredici colonnelli e Millet capo dello stato maggiore. Gli Austriaci, oltre aver arrestati i suoi aderenti in Lombardia, gli opponeano cinquantamila fanti, tremila cavalli, e sessantaquattro pezzi d’artiglieria: che se fremeasi, cantavasi, correasi ad esibir consigli al re e vantarsi d’aver cospirato per chiedergli onori ed impieghi, se a Bologna il cavaliere Pellegrino Rossi abbattè le ripristinate insegne pontifizie, pochissimi afferravano le armi, non cinquecento uomini gli si arrolarono in tutte le Marche, e stentavansi i viveri all’esercito liberatore. Gli Austriaci, guidati da Frimont, si raccolsero dietro al Po e al Panáro: e Murat pensava tragittare ad Occhiobello per dar mano a’ Lombardi e Veneziani, che sperava insorgessero; ma ecco lettere di sua moglie il richiamano nel reame, minacciato dagl’Inglesi. Conoscendosi tradito, perdette il coraggio e lo tolse a’ suoi; ritirandosi a rotta, presso Macerata (2 maggio) cadeva prigioniero col suo stato maggiore, se un battaglione di cerne delle Legazioni con vecchi uffiziali non gli aprivano il passo. Il generale Bianchi lo sconfigge a Tolentino; Nugent per la Toscana e per Terracina difila sopra il regno: onde proteggere la ritirata, Murat cimentasi ancora a Ceprano, ma colla peggio, e senza salmerie nè parco arriva a Napoli (19 maggio). Quivi procura amicarsi gli animi col dare la costituzione, ma troppo tardi; ogni sua domanda d’accomodamento è rejetta dagli Alleati; il comodoro inglese Campbell minaccia bombardare la capitale. Murat manda a rassegnar tutto, ma almeno nel trattato conchiuso in Casa Lanza garantisce il debito pubblico, le rendite dello Stato, la nuova nobiltà, i gradi, gli onori, le pensioni ai militari che passassero al nuovo re, e amnistia per tutti. Tumulti destatisi in Napoli fanno accelerare la chiamata degli Inglesi e degli Austriaci, che con molto sangue chetano la plebaglia. Carolina Buonaparte, che virilmente erasi condotta in que’ rovesci, ottenne d’essere trasportata a Trieste coi figli, dopo sofferti gl’insulti della plebaglia. Gioachino con pochi fedeli e poco denaro andò fuggiasco, raccomandandosi al terzo, al quarto; dopo lungo ascondersi e romanzesco vagare approdò in Corsica, e rifiutando l’asilo offertogli come privato in Austria, raccolse un pugno di fidati per imitare lo sbarco di Napoleone, e ravvivare in Calabria contro i Borboni la guerra minuta ch’essi aveano alimentata contro di lui. Sgominati da fortuna di mare, egli con solo ventotto raggiunge terra a Pizzo, ed alza la bandiera; ma è preso, e da Napoli, che ad un tempo intese il pericolo e la salvezza, viene ordine: — Il generale Murat sarà tradotto avanti una commissione militare; non sarà concessa al condannato che mezz’ora per adempiere ai doveri della religione». Era dunque sentenziato prima che processato; ed egli non rispose agl’interrogatorj se non — Sono Gioachino re delle Due Sicilie; un re non può esser giudicato che da un altro re». Aveva appena quarantott’anni, e sul punto di essere fucilato scrisse: — Carolina mia, l’ultima mia ora è battuta, fra pochi istanti non avrai più marito. Non dimenticarmi. La vita mia non fu contaminata da veruna ingiustizia. Addio, Achille mio! addio, mia Letizia! addio, mio Luciano! addio mia Luigia! mostratevi al mondo superiori alla sventura e degni di me. Vi lascio senza regno, senza beni, in mezzo a numerosi nemici: siate sempre uniti. Pensate cosa foste, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Quel che più m’accora è di morir lontano da’ miei figliuoli. Ricevete la mia benedizione paterna, il mio amplesso e le mie lacrime: nè mai vi cada di memoria il vostro povero padre». È gemito d’uomo, quale non mai risuona nelle memorie di Napoleone: ed egli veramente apparve il più eroico fra i soldati di Napoleone, il solo cavalleresco. Intrepido in battaglia, fu povero ed irresoluto di consigli, e colpa in parte la sua presunzione, in parte le circostanze, ne trasse apparenza di menzognero: ma cuore mostrò; e il popolaccio, sparando contro lui, puniva in esso le colpe napoleoniche[146]. I suoi seguaci furono rimandati senza processo. La morte di esso scioglieva da gravissimi imbarazzi l’Austria che avevagli promesso un aumento di territorio nelle Marche, e gli altri Alleati che aveano promesso un compenso a Ferdinando in Italia. Il quale allora ricuperava anche la terraferma; ma non che ottenere accrescimenti come gli altri principi tutti, fu scemato de’ Presidj di Toscana, di Piombino, e di parte dell’Isola d’Elba, posseduti da tre secoli, per darli al granduca austriaco[147]. Contro di Napoleone intanto si era confederata tutta Europa, bandendo due milioni sulla testa di lui, come ai tempi barbari; ricusando ogni accordo come d’uomo alla cui parola non si può fidare. Tre eserciti avventatigli, d’Austriaci con Schwartzenberg, d’Inglesi con Wellington, di Prussiani con Blücher, a Waterloo (18 giugno) riescono vincitori; il francese va sperperato; Napoleone fuggendo traverso a morti e morenti, arriva a Rochefort per tragittarsi agli Stati Uniti, e non trovando navi, rendesi agl’Inglesi, che considerandolo prigioniero di guerra, lo portano a Sant’Elena, isola perduta nell’immensità dell’Oceano, dove visse fino al 5 maggio 1821. I sovrani alleati ripigliano il congresso per rassettare l’Europa. Vi primeggiava fra i re Alessandro, che aveva potuto comandare s’incendiasse la sua capitale e comandare si risparmiasse la capitale del gran nemico: e secondo il tono di lui, liberali massime si professavano; principi e popoli non dovere far guerra che per indispensabile necessità; la schiavitù e il servaggio abolirsi, qualunque ne sia la forma; connettersi religione, politica, morale; la spada non conferire diritti; aver ognuno a rispettare l’indipendenza dell’altro; ai Governi esser necessario fondarsi su canoni precisi ed espressi; ai popoli competere il diritto di partecipare alla legislazione, di determinare le imposte, di liberamente manifestare il pensiero colla parola e colla stampa. Sciaguratamente fra le precedenti combinazioni di difesa o di assalto nessuno erasi preparato all’opera della restaurazione; e sbalorditi dalla rapidità degli avvenimenti, quando uscirono trionfanti dal rinnovato tumulto operarono con maggiore fretta e minori riguardi: non che ridurre in fatto quelle intenzioni generose, nè tampoco seppero risolversi francamente tra la scuola storica e la razionale, tra lo spirito teutonico e il liberale; e tutti sentivano bisogno di riposo, d’una soluzione a tanti viluppi, qualunque ella si fosse, comunque si sentisse non duratura. E poichè ogni rivoluzione ed ogni riazione dee avere una parola d’ordine, qui fu la legittimità, inventata da Talleyrand pel caso speciale di salvare la Francia dalle minacciate sottrazioni, estesa dagli Alleati a tutte le altre quistioni, talchè l’opera loro dovesse parere un rintegramento del passato, una restituzione dei diritti che l’usurpatore avea tolti ai principi. L’Austria erasi mostrata la più pertinace, in una lotta quasi incessante di ventidue anni non badando a sagrifizj, a spese, ad affetti, a dignità; ultima sempre a ritirarsi dal campo, sempre nella pace allestendosi alla guerra, e nell’alleanza col nemico spiando le occasioni di dargli il colpo. Dritto parve dunque che, non solo ricuperasse quanto avea perduto in tante guerre e paci, salvo i Paesi Bassi, ma anche ringrandisse con comode comunicazioni verso Italia, e con opportunità di tenere la briglia alla Francia. Se la legittimità proclamata avesse riguardato i popoli, non soltanto i re, Venezia, non rea d’avere favorito Napoleone, sarebbe dovuta risorgere: invece fu assegnata all’Austria insieme colla Lombardia, cresciuta della Valtellina, e col territorio dell’antica repubblica di Ragusi. Il Canton Ticino, sotto pretesto del contrabbando, era stato occupato dalle truppe del regno d’Italia, e le brighe per unirlo a questo venivano secondate da coloro che ambivano cariche e denaro, o lasciavansi abbagliare dalle gemme del diadema napoleonico, senza vedere che eranvi incastonate col sangue. Caduto l’imperatore, anche i vecchi signori svizzeri ridomandavano i loro sudditi: ma il congresso di Vienna riconobbe la libertà di tutti, e il Ticino formò un cantone della Confederazione elvetica, che dovette darsi una costituzione ristretta, secondo il volere di chi allora poteva, ma che venne poi riformata nel 1830, indi ancora nel 1847 quando la Svizzera abjurò le sue locali tradizioni per aspirare alla centralità come i regni. I Grigioni ridomandavano la Valtellina; dove in fatto il basso popolo rimpiangeva l’antica tranquillità, e il non pagare, e il non militare, e il sale buon a mercato, e il privilegio di commercio e di transito; e Parravicini e Juvalta, capi della sollevazione del 1809 (pag. 191), ora sollecitavano l’unione agli Svizzeri. Ma troppi ambivano tenersi uniti alla ricca Lombardia, e ad una Corte che poteva dare pensioni, titoli, impieghi; Diego Guicciardi, spedito a Vienna a invocare la fusione colla Lombardia, ostentava le ragioni per cui la valle non potea essere svizzera; e se Capodistria, rappresentante della Russia, esaltava i vantaggi dello stato libero, Guicciardi rimbalzavali col solito pretesto che i Valtellinesi non erano maturi per la libertà. Quasi non potesse dirsi altrettanto de’ Ticinesi! L’Austria carezzò quest’opportunità di congiungere a’ suoi dominj d’oltre alpe il cisalpino; e l’ottenne allorchè lo sbarco di Napoleone fece sentire la necessità di tenersela amica nel nuovo frangente; Guicciardi ringraziò a nome del popolo, godendo di gridare egli primo — Viva Francesco I nostro imperatore e re»; e la Valtellina rimase provincia del regno lombardo-veneto. Della cui istituzione Bellegarde pubblicando (16 aprile) la regia patente, diceva: — Una tale determinazione conserva a ciascuna città tutti i vantaggi che godeva, e ai sudditi di sua maestà quella nazionalità che a ragione tanto apprezzano». Subito l’esercito italiano fu sciolto, e molti uffiziali cercarono fortuna altrove, come Ventura che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor nelle Indie, Codazza che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da ingegnere, e colonizzò l’alta regione della Cordiliera marittima del Venezuela, e così altri. A Venezia erano in costruzione sette grossi legni francesi e quattro italiani, e molt’altri in armamento, e gran cumulo di quanto occorre ad attrezzare: e furono interrotti i lavori, legnami e boschi venduti agl’Inglesi, che li fecero spaccare. Pertanto l’Austria che, nel secolo precedente, non teneva in Italia che il Milanese, separato dagli altri suoi Stati ereditarj, trovossi un regno di cinque milioni di abitanti e ottantaquattro milioni di rendita, con Venezia e trecento miglia di litorale, e selve e uomini per una forza marittima; da un lato aperti la Svizzera e il Piemonte, mal guarnito dall’indifeso Ticino; dall’altro assicurato il tragitto del Po colle guarnigioni di Ferrara, Piacenza e Comacchio; unite le sue provincie alle transalpine mediante il Friuli e la Valtellina, potea scendere per le valli tutte dall’Adda all’Isonzo; invece della sola Mantova, fortezza poco rassicurante, coprivasi colle robustissime linee del Mincio e dell’Adige; Legnago, perduta dapprima nelle basse pianure, diveniva importante anello fra Mantova e Verona: vuole offendere? può spingersi nella Romagna e nella Toscana, dimezzando l’Italia; è costretta a difendersi? le si prestano le linee del Po e del Ticino, dopo queste l’Adda, indi il Mincio, infine l’Adige, dove Verona ridotta a campo trincerato di prim’ordine, tiene alle spalle tutte le riserve e i depositi dello Stato, e per una serie di fortalizj da monte a monte si connette fino colla metropoli. Collocando parenti suoi sui troni di Toscana, di Modena, di Parma, l’Austria teneva la mano sulla media Italia. Se non che nei paesi italici si erano diffuse, durante la dominazione francese, idee mal consonanti col sistema di essa, onde avrebbe a stentare nel soddisfarle e nel reprimerle. La dinastia toscana, quantunque compensata già con lauti possessi in Germania, ricuperò l’antico granducato, aggiungendovi que’ Presidj e la porzione dell’isola d’Elba che tanto erano costati a Napoli; nel principato di Piombino erano riservati i beni e i diritti proprj della casa Ludovisi Buoncompagni, la quale poi ne fe cessione per ottocentomila scudi romani. La vedova del vivo Napoleone era figlia dell’imperatore d’Austria, onde si volle fosse collocata in una reggia: e le assegnarono Parma, Piacenza e Guastalla a vita, a scapito del Borbone già re d’Etruria, a questo attribuendo la libera Lucca, che alla morte di Maria Luigia lascerebbe alla Toscana per occupare Parma e Piacenza[148]: intanto Austria e Toscana gli pagherebbero cinquecentomila lire. In quel raffazzonamento nè tampoco si badò alle convenienze geografiche: Benevento e Pontecorvo papali rimasero chiusi nel regno; un distretto della Lombardia nella Svizzera; Castiglione e Gallicano lucchesi nel Modenese: a un brano di Toscana non si giungeva che traverso a Lucca, come i Modenesi doveano attraversare Toscana per giungere a Massa e Carrara: la Corsica fu tolta alla vicina Liguria, a’ cui padroni si lasciava invece la lontana Sardegna: Sicilia perdea la sovranità sopra Malta e Gozzo, pur conservando le smarrite isolette di Lampedusa e Pantelleria. Il ristabilimento del re di Sardegna era sempre stato a cuore agl’Inglesi, che pensavano anche invigorirlo perchè fosse barriera alla Francia, attesochè soltanto per la debolezza del Piemonte era Buonaparte potuto penetrare in Italia: anzi dei prigioni di guerra aveano formato una legione reale piemontese. Al cadere di Napoleone (1814 27 aprile), il principe Borghese stipulò con Bellegarde e Bentinck che anche dal Piemonte si ritirassero le truppe francesi, consegnando agli Alleati le cittadelle d’Alessandria, Gavi, Savona, Fenestrelle, Torino; una dichiarazione del maresciallo austriaco Schwartzenberg annunziò agli abitanti di terraferma e del contado di Nizza: — I vostri desiderj sono appagati; voi vi troverete di nuovo sotto il dominio di quei principi amati che hanno fatto la felicità e la gloria vostra per tanti secoli»; prometteva oblìo del passato, lodando chi, sotto al dominio straniero, avea conservato la reputazione di valore e probità. Tentata invano la Lombardia al momento della insurrezione di Milano, il re e il suo ministro Agliè trescarono al congresso di Vienna per spingere il dominio fino alla Magra e all’Adige; ciò tornar opportuno ad impedire gl’incrementi eccessivi dell’Austria; nè potersi considerare sicuro il Piemonte se non avesse Mantova e Peschiera. Altre influenze impedirono la domanda. Al ricomparire di Napoleone, il Piemonte improvvisò un esercito di quindicimila uomini cogli avanzi del francese, e postosi in linea cogli Alleati, occupò i dipartimenti delle alte e basse Alpi, e sperò ottenere qualche brano che rendesse migliore questa frontiera, schiusa colle strade del Ginevro e del Cenisio: e in fatto mediante reciproche concessioni determinò i suoi limiti verso la Svizzera, e convenne che le provincie del Ciablese, del Faucigny, della Savoja a settentrione di Ugine godessero la neutralità elvetica, rimanendo sgombre di truppe in evenienza di guerra, e il re potesse fortificare come voleva. Il principato di Monaco fu conservato ai Matignoni, ma sotto la protezione della Savoja. Bentinck, avuta per capitolazione Genova, dove stavano ducentonovantadue cannoni ma debolissima guarnigione, vedendo «il desiderio generale della nazione genovese essere per l’antica forma di governo, sotto cui ebbe libertà, prosperità, indipendenza, e tale desiderio parendo conforme ai principj professati dalle Potenze alleate di rendere a ciascuno gli antichi diritti e privilegi», ristabiliva lo stato come nel 1797 «colle modificazioni che la volontà generale, il bene pubblico, lo spirito dell’antica costituzione potessero domandare». Ma il proposito d’opporre nel Piemonte una barriera robusta alla Francia, fece che a quello si donasse Genova. Invano quel Governo provvisorio protestò richiamandosi all’indipendenza garantitale nel 1745 ad Aquisgrana; invano Mackintosh al Parlamento di Londra mostrava il Genovesato essere un territorio amico occupato da nemico, sicchè, espulso questo, rientra in proprietà di se stesso. Perduta la speranza dell’antico stato, volevano almeno formare un principato indipendente, e si offrirono al duca di Modena, a Maria Luigia di Spagna; poi vedendosi «dati a un principe forestiero», almeno chiedeano assumesse il titolo di re di Liguria, con una costituzione garantita dalle Potenze. Non ottennero se non che agli altri titoli di re di Sardegna unirebbe quel di duca di Genova: la città avrebbe porto franco, senato, e Università, non imposte maggiori di quelle che allora subivano gli Stati sardi; in ogni provincia un consiglio di trenta possidenti ogn’anno si radunasse per trattare dell’amministrazione comunale, e dovesse aversene il voto per istabilire nuove imposte[149]. Così quella Casa che, contro il proprio interesse, erasi mostrata avversissima alla rivoluzione, conservava tutti i suoi dominj di qua e di là de’ monti, e veniva rinvigorita come guardiana dell’Alpi contro i due colossi confinanti. Gli Austriaci, dopo aver fatto saltare le mura di Alessandria e le opere esteriori in cui Napoleone aveva speso venticinque milioni, la sgomberarono, e divenne arcifinio verso la Lombardia l’indifeso Ticino. Francesco IV d’Este, cugino e cognato dell’imperatore d’Austria, avea sperato la corona d’Italia, o almeno il Piemonte, nel quale intento aveva anche sposato Maria Beatrice figlia maggiore di Vittorio Emanuele suo cognato; ma non ebbe che gli Stati di Modena, nei quali sedutosi alla morte di sua madre, proclamò ancora il codice del 1774 e le leggi vigenti prima del 97. Si parlò di confederare gli Stati italiani fra loro; ma le gelosie degli uni verso gli altri e di tutti contro della preponderante impedirono un fatto, che gli avrebbe tolti dal rimanere zimbello della politica esterna[150]. Sulle isole Jonie poteva ostentare qualche pretensione la Russia; ma il disinteresse d’Alessandro o la gelosia de’ suoi amici fecero riconoscerle repubblica sotto il protettorato dell’Inghilterra, la quale vi teneva guarnigione e un lord commissario, e nominava il presidente del senato. Per debiti verso particolari nei paesi perduti, la Francia dovè pagare ducenquaranta milioni, di cui toccarono cinque allo Stato pontifizio, quattro e mezzo alla Toscana, uno a Parma, venticinque al Piemonte; dei centrentasette impostile per costruire fortezze contro di lei, dieci gli ebbe la Savoja per munire la frontiera. Riguardo ai fiumi che lambono diversi Stati, fu convenuto che la loro navigazione rimanesse libera, salvo i regolamenti di polizia; uniforme e invariabile la tariffa dei diritti; ciascuno Stato provvedesse al mantenimento delle sponde e del letto dalla sua parte. Tutto ciò erasi fatto per mera utilità, senza riguardo a nazionalità, a storia, a convenienze morali, a guisa d’un raffazzonamento istantaneo, imposto dalla necessità, e contro cui reclamerebbero e principi e popoli. Lord Castlereagh, plenipotente dell’Inghilterra, reduce dal congresso di Vienna, interpellato dal Parlamento sopra il «mercato de’ popoli fattosi colà», rispondeva che l’intento suo era stato «di stabilire un sistema, sotto al quale i popoli potessero vivere in pace tra loro; però non resuscitare quelli periti, il cui ristabilimento ponesse in nuovi pericoli l’Europa. L’Italia che fece ella per iscuotere il giogo francese? perciò non poteva essere considerata che come paese conquistato: bisognava cederla all’Austria, affinchè questa rimanesse strettamente unita a noi... I pregiudizj dei popoli non meritano riflesso se non quando non si oppongono a uno scopo prestabilito. Ora le potenze confederate essendosi obbligate a garantire la sicurezza dell’Europa, questo obbligava a fare violenza ai sentimenti degl’Italiani»[151]. Una rivoluzione cominciata in nome della democrazia, toglieva di mezzo tutte le antiche repubbliche e gli Stati elettivi, mentre assodava le monarchie: tante conquiste per l’incremento della Francia erano riuscite a ingrandire solo i suoi nemici, poichè l’Austria si trovò padrona dell’Adriatico e delle Alpi, del mar Ligure il Piemonte, del Reno la Prussia, la Russia del Baltico; e l’Inghilterra n’ebbe l’occasione o il pretesto di soperchiare ogni rivale. Spogliati o mozzi i deboli, non restano che i colossi; ed Alessandro stese l’atto della santa alleanza, in istile mistico come tutti i proclami suoi, coi regnanti d’Austria e di Prussia, obbligandosi diplomaticamente alle virtù evangeliche: singolare espressione della politica in forma biblica, che rivela come fosse sentito generalmente il bisogno di posarsi in qualche idea generale. Prometteano dunque, «conforme al precetto evangelico, di restare legati indissolubilmente d’amicizia fraterna, prestarsi mutua assistenza, governare i sudditi da padri, mantenere sinceramente la religione, la pace la giustizia; essi re si considerano membri d’una medesima nazione cristiana che ha per unico sovrano Gesù Cristo verbo altissimo, e incaricati ciascuno dalla Provvidenza di dirigere un ramo della famiglia stessa». Un accordo fatto nel nome di Dio e pel bene dell’umanità dava lusinga alle menti: ma queste frasi che cose significavano? ch’essi erano padri, i quali si univano per disporre da soli ciò che credessero il meglio de’ loro figliuoli, senza questi ascoltare. E in fatto l’ordinamento interno di ciascun paese si considerò come sacra proprietà del principe, il quale dovesse provvedervi secondo la sua buona volontà, senza riconoscere diritti di popoli. Omaggio alle idee liberali fu il restituire i capi d’arte, adunati dalla vittoria a Parigi nel museo Napoleone; e il non darli ai nuovi padroni, bensì ai paesi stessi; al Belgio i quadri d’Anversa, benchè assoggettato all’Olanda; a Venezia serva quelli tolti a Venezia libera. Allorchè Denon a Pio VII mostrava quel museo, e compassionavalo del rammarico che proverebbe in vedervi le opere tolte al suo paese, il pontefice gli rispose: — La vittoria le avea portate in Italia; la vittoria le depose qui; chi sa dove un giorno le riporterà?» Ed ecco la profezia adempiuta: ma tanto più restavano scontenti i Francesi del vedersene spogliati, e faceano pasquinate contro il Canova, non _imbasciatore_ ma _imballatore_, venuto a sovrintendere al ritorno delle statue e de’ quadri italiani[152]. Un altro fatto onora quel congresso. L’Africa settentrionale fu sempre strettamente congiunta alle vicende italiane. D’Italia, di Spagna, dalle Baleari in ogni tempo v’affluì gente, trovandovi clima acconcio, terre da lavorare, industria da esercitare: la pesca de’ coralli a Bona e alla Calla v’era fatta da Siciliani e Napoletani. Nel 1520 i Turchi, occupatala per opera del famoso corsaro Barbarossa, vi formarono Stati, col nome di Barbareschi, che violano tutte le leggi della civiltà insultando alle bandiere d’ogni potenza, e corseggiando le navi che solcano il Mediterraneo, per rapirne robe e persone da rendere poi a grossi riscatti o da tenere in servitù. L’Europa si rassegnò lungamente a pagare loro un tributo per far rispettare questa o quella bandiera; il reprimerli fu scopo ad imprese degli Spagnuoli, dei Veneziani, dei cavalieri di Malta e di Santo Stefano; a volta a volta qualche potenza vi recò guerra, ma non mai col proposito di sterminarli. Il blocco continentale crebbe baldanza ai Barbareschi; ma venuta la pace, l’Inghilterra fu incaricata dal congresso di Vienna di procurare s’abolisse la schiavitù de’ Cristiani. Essa contrattò riscatti a nome della Sardegna e di Napoli, che s’obbligavano a un tributo e a pagar centinaja di piastre per ogni liberato; poi vergognatasi, spedì lord Exmouth a imporre fossero rilasciati i Cristiani senza riscatto, e abolitane la servitù. Tunisi e Tripoli sbigottite si obbligarono a rispettare la bandiera cristiana, e rilasciarono Tunisi ducenquarantaquattro schiavi sardi e ottantatre romani, Tripoli molti altri. Algeri ne rendè cinquantun sardi, trecencinquantasette napoletani, ma al prezzo stipulato: poi tardando a dichiarare l’abolizione, l’ammiraglio bombardò la città, che vistasi incendiare la flotta, cassò la schiavitù de’ Cristiani, e restituì quanti ne teneva cattivi. Trovaronsene quarantanovemila fra tutti gli Stati barbareschi, e mille cinquecento ad Algeri, di cui settecentosette napoletani e censettantanove romani. Effimero riparo; e la pirateria continuò finchè l’ingiuria portata all’eccesso non recò la bandiera francese sulle mura d’Algeri. LIBRO DECIMOSETTIMO CAPITOLO CLXXXIII. La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21. Italia è dunque rimessa sul piede antico, almeno all’intendere di coloro che nelle paci si appagano della firma dei sovrani, anzichè cercare l’unico stabile fondamento, il rassetto delle idee. Le comuni sventure aveano avvertito i re che, separati dai popoli, restavano preda della prima bufera: i popoli da tante sciagurate prove aveano attinto un vivissimo desiderio della quiete, fino ad immolarle parte della dignità; sicchè con esultanza i principi furono accolti dappertutto. Nessun di loro accompagnò il ristabilimento colle vendette che la disonorarono quindici anni prima: sentivano d’aver fallato ed essi e popoli; e in tal caso nulla s’ha meglio a desiderare che la reciproca dimenticanza. Ma nell’improvvida loro bontà i principi si davano a credere bastasse il dimenticare: quindi, dopo aver tutti fomentato le idee liberali, e riconosciuta la sovranità dei popoli coll’invitarli a ribellarsi, pretesero ridurli alla passiva obbedienza, ad affidarsi nel cuor loro paterno. E poichè è natura di tutte le riazioni di spingersi colle speranze più in là che non possano giungere i fatti, non s’accorgeano che il tempo fa ruine cui nessuno può ripristinare, e sciagurato chi vi si ostina invece di profittarne per erigere edifizj nuovi. Se dunque i primi effetti della pace arrisero, se la pace stessa rallentava l’oppressione togliendo o pretesto od occasione agli arbitrj, ben presto rivisse l’attività della repressa ma non tolta rivoluzione, e apparve quanto cambiati fossero i governanti non meno che i governati. Napoleone, coll’abbattere a voglia i re o tenerseli vassalli, ne offuscò l’aureola; rotta la storia, ruppe anche la patria e la famiglia col render l’uomo cosmopolita, cioè soldato e mero elemento di forza; alla religiosa venerazione pel passato surrogò l’entusiasmo politico, alla fraternità una comunanza di obbedienza che mentre annichilava i sudditi, rendeva più facile ad abbattere l’autorità. Vent’anni di guerra aveano rinvigorito gli ordigni dell’amministrazione, abituato i Governi agli arbitrj dei tempi eccezionali, quando lo Stato è tutto, nulla l’individuo[153]. Quest’assolutezza parve un acquisto, nè i principi vollero rinunziarvi nella pace; tutto regolarono per decreti; guardarono come concessione l’esercizio delle naturali libertà; non viaggiare senza passaporti, non tener armi senza licenza, non istampare senza censura, non istudiare che nelle scuole regie; necessaria la regia approvazione per istituire compagnie, per esercitare la beneficenza, per divertirsi, per le spese e pei magistrati comunali, per l’elezione dei vescovi e de’ parroci; affidata ogni cosa alla parassita turba degl’impiegati: insomma si fecero dipendere dal beneplacito del Governo mille atti, di cui prima della rivoluzione godeasi e non prezzavasi la libertà. Lo spirito di famiglia, di corpo, di città, di patria, di religione, insomma quello spirito pubblico che è vita e forza della società, soccombeva alla simmetria d’un’amministrazione centrale e all’oculatezza della Polizia, la quale sempre acquista importanza primaria dopo una rivoluzione[154]. Dacchè i Governi vollero concentrata in sè tutta la vita, restò ad essi tutta la responsalità; ucciso lo spirito di sagrifizio, tolto il dovere o l’impulso dell’attività individuale, gli uomini non furono che cifre, e il dirigerli un atto di forza; talchè non rimase a scegliere che tra una dipendenza cieca o una forsennata anarchia. I Governi trovavansi per avversario non un uomo o una classe, ma il libero arbitrio, il quale ricalcitrando da quella meccanica classificazione, obbediva solo in quanto costretto; e così agevolavasi l’opera del despotismo, cioè delle rivoluzioni, dove una piccola minorità o un prepotente o un esercito cambiano le istituzioni d’un popolo per darvene altre non meno dispotiche. Realmente la libertà, come altrove, così in Italia era antica, e nuovo il despotismo, giacchè solo la rivoluzione francese annichilò que’ privilegi municipali e provinciali che sono la forma del diritto prima che diventi comune[155]. I principi accettarono la restaurazione in quanto ripristinava la loro potestà, non in quanto rifletteva ai popoli; e così si fecero rivoluzionarj sia calpestando gli antichi diritti storici de’ sudditi, e con ciò traendo questi a chiederne di nuovi e radicali, sia accettando i doni della vittoria, cioè consacrando la forza, e riducendo il diritto al fatto, la ragione alla riuscita. Tutti quegli ordigni gli aveva introdotti Napoleone, e ne ritrasse odio e debolezza; i succeduti faceano altrettanto, ascrivendone ad esso la colpa. Ma il popolo diceva: — Siam servi come prima, paghiamo quanto allora, diamo ancora i nostri figli a marcire nelle guarnigioni o su terre straniere, e non ci restano tampoco il fragor della gloria, il compenso delle apparenze». Le divise militari, l’apparato teatrale delle magistrature, le rassegne, le pompe lasciarono il barbaglio dopo cessate le fitte; e poichè il passaggio dalla vita militare alla civile è naturalmente prosastico, que’ Governi positivi, misurati, paterni sentivano di meschinità a fronte della preceduta carnevalesca splendidezza, della rapidità di eseguire o almeno comandare tante opere pubbliche, incompatibile con amministrazioni ponderate e massaje. Impiegati tolto di posto o sminuiti di grado e di potenza, arrangiavano continue lodi del passato; speculatori cui erano mancate le occasioni d’improvvisi guadagni, moltiplicate in tempi turbinosi; militari avvezzi a rapidamente acquistar gradi e sperarne di sempre maggiori, e che coll’occasione d’uccidere e farsi uccidere vedeansi tolta quella di diventar generali, e che, tutti fede nell’onnipotenza delle armi, si persuadevano che un pugno di veterani d’Austerlitz o di Catalogna basterebbe a sgominare un esercito di costoro che parean nani a confronto del gigante di Marengo e di Jena, ridestavano il culto di Napoleone, inneggiato non per i beni che recò o rappresentò, ma per izza ai dominanti nuovi, che ne proscriveano i ritratti e il nome. Perocchè Napoleone, mentre in Francia per tiranno, fuori passava per liberale, avendo diffuso qui alla cheta ciò che per la furia erasi guasto colà, ed operato assai più che i principi del secolo precedente, non limitandosi a riforme amministrative, e dando statuti e leggi fondamentali ch’erano una scuola politica iniziatrice. Il regno d’Italia e quegli altri alla francese erano costati sangue e tesori e servitù, ma in effetto aveano surrogato codici metodici e brevi alla farragine di decreti e di pratiche, risultanti da molti secoli e da eterogenee dominazioni; la procedura semplificata ed evidente sottraeva ai lacciuoli de’ mozzorecchi e alle ambagi dei legulej; l’inestricabile varietà dei tributi erasi ristretta in pochi e chiari; pubblici il debito e le ipoteche; garantiti con queste e coll’intavolazione le proprietà e i contratti; distinta la potestà civile dalla militare, l’amministrativa dalla giudiziale; sistemati i municipj, parificato il diritto di tutti in faccia alla legge. Questi erano benefizj effettivi; e quantunque già fossero qui predisposti e in parte attuati, se ne ascriveva il merito a que’ Governi. Ora molti de’ principi ristabiliti credettero vantaggio del popolo il derogarli, per tornare ai vecchi di cui era cessata la ragione, cioè l’abitudine; e coll’astiare il passato più che affidar nell’avvenire, favorirono l’inclinazione ingenita nei popoli di rimpianger l’ordine caduto per raffaccio del presente. Mentre abolivasi il buono, conservavasi il peggio. In quello stato violento e di guerra, i principi aveano dismesso i primitivi comporti paterni, a fronte di nemici che bisognava combattere, di popoli che aveano esultato ai loro disastri. La lebbra napoleonica degli eserciti numerosi non guariva perchè non se n’erano tolte le cause; e si continuò a sagrificarvi la quiete, gli affetti, la moralità, le famiglie: in conseguenza bisognò mantenere le imposizioni come in tempo di guerra rotta, eppure deteriorare le finanze, acciocchè la forza armata desse ai Governi il sentimento di poter ogni cosa senza far mente alle inclinazioni o ai bisogni de’ popoli. Ma l’operosità, distolta dalla gloria militare, avea preso un indirizzo nuovo, occupandosi di trattati, di miglioramenti, di lotte parlamentari, e insieme dell’industria e del credito pubblico, di statistica e politica; e tornossi a ragionare di diritti e libertà. Gli Stati prima della rivoluzione poggiavano sul privilegio e la gerarchia delle classi, e sull’unione di queste tra loro in modo, che il clero, la nobiltà, le maestranze delle arti, le municipalità, protette da concessioni o da consuetudini, impedivano ai Governi d’essere assoluti, e sminuzzavano fra moltissimi corpi l’azione amministrativa. Altrettanta disuguaglianza sussisteva nei beni, alcuni legati indeclinabilmente in manimorte, altri tenuti a certe servitù di livelli e prestazioni, altri ristretti in fedecommessi, godibili non alienabili, che dovevano trasmettersi intatti di generazione in generazione. Camminando nel solco avito, gli uomini compivano per usanza un’infinità di atti, e veneravano tradizionalmente l’autorità, non tanto rassegnandosi, quanto neppure riflettendo al peso di essa: e le abitudini di dipendenza da una parte, di patronato dall’altra tutelavano la società che aveva l’arbitrio per massima, la libertà per effetto. La rivoluzione richiamò in disputa tutti i principj, tutte le autorità, fin la paterna; e stabilì la naturale indipendenza dell’uomo, che abbandonato agli impulsi della propria natura, userà tutte le sue forze a procacciarsi il maggior numero di sensazioni piacevoli, il che si chiama felicità. A tal uopo egli si elegge dei governanti, e si rassegna ad essere governato: ma se coloro riescano d’impaccio all’incremento di tal sua felicità, egli potrà abbatterli; potrà surrogarsi ad essi quando ne invidii la quantità maggiore di sensazioni gradevoli. Come ciascuno fu dichiarato uguale all’altro in diritti, pretese esserlo in fatti, sicchè parvero legale ingiustizia le disuguaglianze inerenti alla convivenza; e ciascuno si arrancò a salire, ad acquistare, nessuno più rassegnandosi a quel che prima si chiamava il proprio stato. Ma il livellamento è un fatto puramente materiale, manchevole delle prime condizioni di cuore e di mente; ed ora che non v’è più classi ma soltanto posizioni, sempre sono incerte, sempre minacciate; ciascuno, per mantenersi nella sua o per migliorarla, cerca arricchire; quell’arricchire che altre volte era il piacere di alcuni, ora è fatto passione di tutti. Lo svincolo dei possessi agevolò i trapassi, crebbe la cura di migliorarli; e i latifondi, testè abbandonati alla patriarcale negligenza di corporazioni e luoghi pii, furono sminuzzati fra particolari, che s’industriarono a trarne il maggior frutto possibile. Così crebbe la ricchezza, e per essa l’industria, e con esse il desiderio de’ godimenti materiali; tanto più che, revocata in dubbio la vita avvenire, non si accettarono i mali di questa come un’espiazione; e posta per iscopo della vita la felicità, la si volle goder alla presta, fin rinnegando il primo ministro di Dio, il tempo. Adunque mancanza di principj fissi e universalmente accettati, smania di possessi, di godimenti, di miglioramento materiale, obbedienza violenta alla forza piuttosto che alla legge, erano i nuovi spiriti sociali. Internamente non rimanevano più istituzioni tutrici storiche, non corpi rappresentativi, ma quell’eguaglianza che lascia libertà agli arbitrj: i nobili, mero apparato, non formavano un corpo, difesa e limite al trono, alla cui ombra crescevano; i preti non s’affezionavano a un potere che guardavali con gelosia; i borghesi non poteano rivoltarsi che immediatamente contro il principe; i popoli non s’adagiavano nella quiete, perchè d’un nuovo cambiamento erano lusingati dai tanti che già aveano veduti. Cresceva dunque il desiderio d’una intervenzione attiva ed efficace del Governo nel proprio paese. Non lo ignoravano i principi, i quali della rivoluzione aveano conosciuta la potenza a segno, di valersi dei dogmi e degli stromenti di essa per abbattere colui che l’aveva infrenata. E avrebbero presunto di rimetter il mondo qual era prima di essa? Le idee morali erano svanite tra quella serie d’astuzie, d’abusi della forza, di perfidie; era crollata la reciproca confidenza, che è la più difficile a restaurarsi; i re non erano più i padri d’una gran famiglia, ma conquistatori e capi d’eserciti; alle loro corone era venuta meno fin la consacrazione della durata, dacchè per capriccio o per forza erano state tolte, divise, restituite; dacchè essi medesimi voleano riconoscerle soltanto dalla vittoria, che è un fatto non un diritto; tutti si erano prosternati a un soldato per conservarsele; prosternati al popolo per ricuperarle, senza dignità nè buona fede; il congresso medesimo avea conculcato il diritto de’ popoli, ma insieme sconosciuto quello de’ principi, mutandoli, barattandoli. Intanto i Governi neppur possedeano il vigore d’un assolutismo confessato, ond’erano costretti a turpe discordanza fra quel che promettevano e quel che lasciavano fare; e come i poteri egoisti, credeano assai il guadagnar tempo. Quindi i principi si lamentavano di non trovare più que’ sudditi docili del Settecento; i popoli si dicevano traditi nelle promesse, delusi nell’aspettazione; Governo e governati non procedeano più di conserva ma gli uni attenti a comprimere, gli altri a rialzarsi, e intanto fremere, denigrare, disapprovare. Cessato di credere alla moralità de’ governati, diveniva necessaria la repressione: cessato di credere alla moralità de’ governanti, diveniva necessario un patto, un freno. Si trovò strano che pochi forti dessero assetto a tutt’Europa, ed uno in ciascun paese facesse le leggi, disponesse delle entrate a vantaggio proprio, non dei più: e vagheggiavasi un meglio che pareva più bello quanto meno era determinato. Alcuni principi fuor d’Italia aveano adempiuto le promesse concedendo una costituzione ai loro popoli; costituzione non fondata sulla storia, come la inglese; neppur patto bilaterale fra il regnante e i sudditi, ma donata da essi principi, i quali del passo medesimo poteano ritoglierla. Le più avanzate fra quelle costituzioni portavano l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, libertà della parola e della stampa, più o meno partecipazione de’ rappresentanti del popolo a far le leggi e ad assettare le imposte, inamovibilità de’ giudici, responsalità dei ministri. Tale l’avea ottenuta la Francia; e messa come è nel centro dell’Europa, e mirata come il tipo della civiltà, e con una lingua a nessuno ignota, traeva l’attenzione sulle quistioni costituzionali che alla sua tribuna pareva si agitassero in nome di tutto il mondo; e di colà erompeva quella pubblicità che altrove teneasi repressa. I Governi eransi data aria di mecenati coll’estendere gl’insegnamenti classici; aumentando la folla de’ saputi, che più presuntuosi nelle aspirazioni quanto meno atti all’opere, colla parola audace insieme e inesperta sovvertono le indisputabili verità, e tirano l’opinione in balìa di chi meno ha senno di guidarla[156]. Aperta che fu l’Italia, affluirono forestieri a venerarne le ruine, ammirarne il cielo, goder le bellezze che vi nascono dal bacio immortale dell’arte e della natura, diffondervi il denaro e insieme le idee. Memorabile fra questi fu la principessa di Galles, che menò pompa di libidini principalmente in Romagna e sul lago di Como, poi non voluta ricevere dal marito divenuto re d’Inghilterra, diede origine ad un processo scandaloso, dove i nostri accorreano a testimoniare in difesa di quell’indegna, o perchè pagati o perchè perseguitata. Il francese Beyle col nome di Stendhal, scettico e volteriano ancora, ma già piegato ai concetti romantici e fino al misticismo sentimentale, viaggiò l’Italia, panegirista di essa e della passione, legandosi col meglio della società e della letteratura, e carezzandovi l’amore delle novità. Lord Byron, l’Alcibiade britannico, che non soddisfatto della sua patria, ne esulò volontario, e invece delle assodate libertà di quella, fomentava le avventurose dei rivoluzionarj, venne coll’esempio a sparger gusti strani e falsi sentimenti di raffinato egoismo e voluttuosa misantropia fra i nostri giovani, e contaminare le nostre donne, finchè diede un nobile scopo alla sua vita andando a combattere per la risorta Grecia[157]. Questi e tanti altri ci metteano sott’occhio passioni, sentimenti, atti, lettere, che distoglievano più sempre dalle abitudini nazionali, e invogliavano delle innovazioni, dell’operosità. Speciali malcontentezze aveva l’Italia. Chiamata all’unità dalla sua ben distinta postura e dalla religione che qui tiene suo centro, è tratta all’isolamento di ciascuna provincia dalla bellezza di tutte, dalla conformazione geografica, e dal non esservi predominato verun conquistatore, quanto i Franchi nelle Gallie, i Normanni in Inghilterra. Non che da ciò le derivasse pregiudizio, ebbe l’età più splendida quando ciascuna città ricca d’ubertà, di commercio, di dottrina, sentiva bastarle intelligenza, coraggio, mezzi di divenir capitale. La nazionalità fermavasi dunque alle frontiere di ciascun dominio: Genova non provava bisogno d’unirsi a Napoli; nulla chiedeva Milano a Firenze; le guerre da Venezia a Romagna, da Toscana a Sicilia non guardavansi come fratricide, nulla più di quelle tra Francia e Borgogna, tra Castiglia ed Aragona. Ma come il pressojo connette materie scomposte, così rimpetto all’oppressione straniera l’Italia sentì d’esser una; lo sentì nella lingua, nelle arti, nella letteratura, supremamente nazionale già fin da Dante, e nella quale il nome di lei visse anche quando lo cancellavano le spade e la diplomazia. Tale sentimento però restringevasi nelle classi colte; e queste pure non facea repugnanti alla dominazione forestiera, contro la quale appena trovereste un lamento negli scrittori del secolo passato. Merito della natura dei Governi d’allora che, non ancora ossessi dal demone regolamentare, usavano riverenza alle forme storiche, e qualunque fosse il dominio, conservavansi nazionali, moltissima azione lasciando a’ rappresentanti de’ municipj e delle provincie; sicchè molti partecipavano in qualche porzione all’autorità, colla nobile compiacenza d’affaticarsi pel proprio paese. Buonaparte proclamò non saremmo nè tedeschi nè francesi, ma italiani; poi ci divise, ci barattò, ci vendette; costituì un regno d’Italia, ma sconnettendone importanti porzioni, e col pomo della sciabola foggiandolo alla francese. Al cader suo, dagli Alleati che aveano trionfato in nome della libertà e dell’indipendenza, sperò vita l’Italia: ma essi la spartirono fra signori, quali antichi, quali nuovi, quali perfino a tempo, e tutti patriarcali. Il Governo intermedio aveva cassato le antiche rappresentanze tutorie, sicchè non rimase che l’assolutismo amministrativo, infelicità nuova. Le tante dogane impacciavano il commercio, e que’ cambj da cui i comodi e la ricchezza. Leggi discusse, giudizj pubblici e di gradi determinati, sicurezza del debito pubblico, moderazione d’imposte, franchezza del pensiero, pubblicità d’amministrazione, larghezza di censura, erano bisogni che il progresso facea sentire tanto più, quanto che se n’era già fatto il saggio. Ma ad ottenerli il maggior ostacolo pareva il Governo straniero, che a tutti gli altri sovrastava; e poichè l’Austria avea professato sosterrebbe i Governi patriarcali d’Italia, in essa concentravasi l’avversione dei liberali. Si aggiunsero fortuite disgrazie; e a Napoli, oltre l’incendio del gran teatro, la peste s’introdusse nella terra di Bari: la carestia desolò tutta la penisola il 1816 e 17, sicchè dagli Appennini calavano i poveri a torme, a guisa di zingari vagando di terra in terra, e rubando o accattando, or in cupo silenzio, or con grida minacciose: e fin nella pingue Lombardia le radici e le erbe erano pascolo disputato. I Governi vi opposero provvedimenti dispotici insieme ed insulsi, che aggravavano il male[158]; lo temperava la carità, operosissima: ma il tristo nutrimento predispose i corpi a un contagio di petecchie che moltissimi uccise: la Toscana perdette innumere vite, mentre della fame si imputavano furiosamente i fornaj. Intanto i medici o credendole asteniche con Brown, o steniche con Rasori, applicavano a quelle malattie rimedj opposti; e tutte in favor proprio allegavano le statistiche, le quali forse non provano se non l’impotenza dell’uomo contro questi flagelli, di cui non è insolito che i popoli dieno colpa al Governo, e dicano anche qui, — Oh al tempo de’ Francesi! — Oh sotto l’altro Governo!» Di tutti questi elementi formossi quel che fu nominato liberalismo. Che sovrano sia il popolo, in modo che la generalità rimanga sempre autorità suprema, e i magistrati esercitino i poteri soltanto per trasmissione fattane loro dal popolo, il quale può anche privarneli, e a cui sono sempre obbligati a render conto; che tale massa collettiva eserciti il potere supremo realmente e direttamente, nel che consiste la _democrazia_; che il cittadino nell’uso della propria libertà non sia limitato da riflessi al ben pubblico, alla costumatezza, alla fede, ma soltanto dalla libertà altrui, sicchè non v’abbia restrizioni nello spartimento dei beni, nell’esercizio de’ mestieri, nel domicilio, nella predicazione, negli atti comunque scandalosi, nel che consiste la _libertà_; che in tutte le relazioni pubbliche nessuna diversità di diritti nasca dalle condizioni reali, cioè dai possessi, nè dalle professionali o dal ceto e dalla corporazione, nel che consiste l’_uguaglianza_; che le istituzioni riconosciute ragionevoli dalla maggiorità vengano tosto attuate, senza riflesso a condizioni storiche o morali nè a diritti acquisiti, nel che consiste il _trionfo della ragione_; infine che, abolita la religione dello Stato, non si badi a professione di fede, a culto, a sanzione di atti civili; sono questi postulati che la Rivoluzione erasi proposto di ridurre ad atto, e sono i medesimi che il liberalismo caldeggiava. Ma poi, o per illogica transazione o per forza, rispettava le autorità esistenti, le naturali condizioni della vita e gl’interessi materiali; e se alcuni vagheggiavano l’America, prosperante senza re nè nobili nè clero, i più accontentavansi di sollecitare lo sviluppo delle condizioni sociali com’erano. Ne veniva una specie di dottrinale compromesso tra la verità e la menzogna, il quale bisogna ben distinguere dalla vera libertà, che porterebbe il massimo del potere privato col minimo del governativo, il più ampio uso delle facoltà individuali coll’esercizio del diritto universale. La perpetua tutela, l’accettare i magistrati invece di sceglierli, la volontà sottomessa a irragionati comandi, la niuna garanzia dei diritti, l’autorità incondizionata possono conciliarsi colla materiale felicità; non colla dignità d’uomo che ha bisogno d’aver fiducia nel proprio diritto e sicurezza contro l’abusata potestà e contro vessazioni arbitrarie, di poter ritenere o spendere a modo suo il frutto del suo lavoro, di partecipare alle ordinanze dalle quali penderà il suo ben essere, insomma d’un governo intelligente e probo. Di tal passo, alla consuetudine e alla fede perdute surrogavansi negli animi l’opinione e l’individualità, cioè il vacillamento e l’egoismo; l’assoluta eguaglianza portava alla sovranità del popolo, e per conseguenza alla preponderanza del numero, il che riesce ancora alla superiorità della forza e alla perpetua mobilità; un’immedicabile scontentezza del presente, qualunque esso sia; un attribuire merito alla opposizione ragionevole o no, dissolvente o restauratrice; un credere all’onnipotenza della parola, scritta o declamata, e che con essa e con decreti si possa cambiare il mondo, nulla riguardando alla storia nè alle idee e alle abitudini del popolo; un volere che certe dottrine di pochi, e per lo più negative, vagliano come dogmi, e siano accettate anche dal popolo che non le intende, e per cui non hanno importanza. Come tutti i partiti, questo considerava traditore il pensante che conservasse l’indipendenza morale, e degradava il popolo facendogli maledire o adorare feticci, a volontà degli ambiziosi e de’ viziati, invece di adoprarsi nel surrogare la riflessione alla passione. Da Napoleone aveano imparato i re a ledere i possedimenti privati con imposte e contribuzioni illimitate, e il possedimento più sacro, la nazionalità: i liberali ne appresero a non calcolar mai la possibilità, proporsi un fine senza misurarlo ai mezzi, e scordarsi che, nella lotta delle idee contro le cose era soccombuto anche il gigante. Molti erano fior del paese, generosi e d’integra fede: ma come accade, vi si aggregavano i malcontenti di diverso merito e colore; que’ nobili e quel clero che aveano sognato recuperare i vecchi privilegi, e svogliavansi di Governi che gli aveano ripristinati soltanto per sè; que’ letterati cui tardava l’occasione di metter in piazza le proprie abilità; quei tanti che, sentendosi capacità od ambizione per governare, non si vedevano adoperati[159]. Le società secrete, durante l’Impero, avevano ritemprato il sentimento nazionale contro l’invasione delle idee e della dominazione forestiera; conservato la memoria e il desiderio di quella libertà che lo stivale ferrato conculcava. I re n’avevano profittato contro i loro nemici: ma le perseguitarono, dacchè, cangiando non direzione ma oggetto, si rannodavano contro le nuove oppressioni. I Carbonari, costituitisi nelle montagne calabresi dominando Murat, si attenevano in gran parte ai riti massonici; se non che in questi proponevansi la vendetta dell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo, e ristabilirne il regno. Vi si aggregarono anche magistrati e lo stesso re dopo che ruminò l’indipendenza: e l’esercito di lui nell’ultima incursione lasciò numerose _vendite_ nelle Legazioni, donde si diffusero alla Lombardia, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. Nel costoro ordinamento, una vendita particolare non comprende più di venti _buoni cugini_, in relazione fra sè ma isolati dalle altre vendite: i deputati di venti parziali vendite ne formano una centrale, che per via d’un deputato comunica coll’alta vendita; e questa per un emissario riceve gli ordini dalla vendita suprema e da un comitato d’azione. Tale gerarchia favorisce il segreto, la diffusione, i ritrovi, senza togliere l’unità. Nulla scrivere ma partecipare a voce, riconoscersi per mezzo di carte tagliate e delle parole _speranza_ e _fede_, alternare le sillabe _ca-ri-tà_, stringendosi la mano fare col pollice il _c_ e la _n_, erano i segnali e il regolamento, il rivelare i quali ai _pagani_ o lo spergiurare punivansi di morte, inflitta di fatto ad alcuni avversarj o disertori. Dovea ciascuno procacciarsi un fucile e venticinque cartuccie; versare alla cassa comune una lira per mese, e cinque all’ammissione; giurare di «far trionfare i dogmi di libertà, d’eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza combattere, combattere fino alla morte». Da questo tronco erano usciti moltissimi rami; dei _Protettori repubblicani_, degli _Adelfi_, della _Spilla nera_, e via là. Più franca l’_Ausonia_, giurava formare una repubblica italiana, divisa in ventuno Stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato all’assemblea sovrana, di cui uno ogni anno farebbe posto ad un altro; assemblee provinciali nominerebbero le corti di cassazione, i consigli di dipartimento, distretto e cantone, il capo della guardia nazionale, l’arcivescovo, i superiori dei seminarj e licei; il potere esecutivo affidavasi a un re del mare e un della terra, eletti per ventun anno dalla assemblea sovrana, senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva a proporzione dell’agiatezza, il più povero pagando un settimo di sua rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato a divenire patriarca della repubblica, risarcendolo dei possessi temporali toltigli; il Collegio de’ cardinali non risiederebbe nella repubblica, e se eleggesse un nuovo papa, questo dovrebbe trasferire altrove la sua sede; conservati i soli frati Mendicanti, ma libero l’uscirne chi vuole, e non vi si ascriva alcuno se non abbia servito come militare. In questo segretume tramestavano sempre i Buonaparte, e Luciano ebbe il grado supremo di Gran Luce. Nel 1817 giovandosi della fame e d’una malattia del papa, si tentò una sollevazione in Macerata col proposito di ridurre tutta Italia sotto il consolato di un Cesare Gallo d’Osimo; ma scoperti, e processati da monsignor Pacca, tredici capi ebbero condanna di morte, e grazia dal papa. Anche l’imperatore d’Austria ne processò alquanti del Polesine, e tredici condannò a morte, commutata in carcere. Le società segrete variavano natura o forma secondo i paesi: e parvero loro opera le turbolenze scoppiate in molte parti; in Inghilterra una congiura per trucidare i ministri; in Germania l’assassinio del comico Kotzebue per mano dello studente Sand; in Francia quello del duca di Berry, presunto erede della Corona, pel coltello di Louvel; in Russia la rivolta d’un reggimento; e quella che ebbe maggiori conseguenze, l’insurrezione della Grecia contro i Turchi, nella quale si trattava di compiere l’antico voto dell’Europa col riscattare i Cristiani dal giogo musulmano. Molti Greci venivano a studiare nelle Università di Padova e Pavia, fra cui Coletti e Capodistria; molti adottarono la nostra lingua, come Foscolo, Mario Pieri, Petrettini, Mustoxidi; e fin dai tempi napoleonici erasi formata in Italia una eteria o società per ricostruire l’impero greco; lusingata di promesse dall’imperatore, avea disposto armi per tentare dalle Jonie uno sbarco che le popolazioni seconderebbero; ma la caduta del regno d’Italia sparse ogni cosa al vento. Dappoi fidando nella Russia, fu ritessuta un’eteria, frutto della quale fu la sollevazione della Grecia. Benchè fosse la croce che lottava contro la mezzaluna, la civiltà cristiana contro la barbarie musulmana, le Potenze sfavorirono quel tentativo, sol perchè avea aspetto di rivolta o sentore di liberalismo: l’Austria facea vituperarlo ne’ suoi giornali, e tenne prigionieri i capi di quella che potè cogliere. La Carboneria era stata trapiantata in Francia, massime dal fiorentino Buonarroti, già apostolo di Babœuf, e vi abbracciò studenti, negozianti, soldati. Gli ambiziosi e gl’inquieti che vi trescavano, ammantavansi coi nomi di La Fayette, di Dupont de l’Eure, di più onorevoli; asserivano loro corrispondenti principali Napoleone e Luigi Buonaparte figli del re d’Olanda; e intendeansi soprattutto coi vecchi e coi nuovi militari. Ma se i cospiratori convenivano nel concetto di distruggere ciò che sussisteva, non bene risolveano che cosa sostituirvi; e chi era fido alla repubblica, chi mirava al figlio di Napoleone, chi a Luigi Filippo d’Orléans. Si stabilì a Parigi un comitato, che fomentasse le rivoluzioni dappertutto e principalmente in Ispagna e in Italia, fantasticando una lega latina da opporre alla lega nordica, per ridurre l’Europa ad un assetto differente da quello impostole dai trattati del 1815. I sovrani alleati, accortisi dell’ampliarsi del liberalismo e dell’operosità delle società secrete, si congregarono ad Aquisgrana (1818), e rinserrarono la loro unione non più coi soli intenti evangelici della Santa Alleanza, ma collo scopo espresso d’impedire i Governi costituzionali, e di reprimere ogni rivoluzione. Allora si tolse a perseguitare non solo gli atti, ma l’opinione, la quale in tali casi trasformasi in sentimento, e il sentimento elevandosi all’entusiasmo, si propaga, offusca il raziocinio, fa ammirare i perseguitati, aborrire chiunque resista, tremare gl’indifferenti, e gli stessi avversarj piegarsi al vento che spira o alla paura. Allora prendono coraggio que’ ribaldi, che di proposito inimicano al popolo il sovrano, fomentando i sospetti; per rendersi necessarj fingono cospirazioni ove non sono che aspirazioni; e inducono il bisogno di castigare l’opinione o il desiderio di premiare la delazione, di rimuovere dai posti i meritevoli, di cercare dalle carceri o dalla gendarmeria una sicurezza che più non s’ha nella docile benevolenza. Il poliziotto che riferì formicolare il paese di Giacobini e Carbonari, è impegnato a mostrarsi veritiero col fiutare e origliare e moltiplicare processi; nei quali l’accusa essendo d’opinione, è quasi impossibile scagionarsi; se non si trova da condannare, se ne imputano la furberia degli accusati, il talento, le relazioni loro. Con siffatte arti cercavasi e combattevasi la libertà; e frutto immediato n’era uno scontento indeterminato, quel mal umore che è proprio di persone dotate d’intelligenza e non di genio. E certamente la libertà nobilita l’individuo come la nazione: ma bisogna esserne degni e usarla convenientemente; ed al fanciullo non ancora provvisto di ragione, o al mentecatto che la perdè, o al vizioso che ne abusa, legalmente vien tolta. Ora fra l’autorità che, non conoscendo misura, precipita al despotismo, e la libertà che, rifiutando ogni freno, degenera in licenza, se ponete unicamente la forza per comprimere o per abbattere, arriverete o all’eccesso dell’assolutezza che giustifica le rivoluzioni, o all’abuso delle rivoluzioni che scusa l’assolutezza. Le costituzioni, che erano l’espressione del liberalismo d’allora, eliminavano dalla scienza politica la morale, sistemando il mondo con pure combinazioni d’interessi, nessun uffizio nei rapporti politici riservando alla sincerità, all’onoratezza, tutto riducendo allo spiarsi reciproco e soperchiarsi dei due poteri, contrastantisi anzichè cooperanti, fino a dire che il re non deve governare, cioè la monarchia riducendo ad istituzione meccanica e giuridica, non già organica ed etica. Così destituiti di fondamenti sodi, qual meraviglia se dal 1789 al 1830 ben cencinquantadue costituzioni si pubblicarono? Perchè cessi d’essere necessaria la coazione, il freno dev’essere morale; nè altro migliore v’avrebbe che la religione, la quale insegna a chinarsi all’autorità e insieme l’autorità raffrena. Or la religione avea sofferto tali scosse vuoi nel fondo vuoi nell’esterna attuazione, che tempo, longanimità, prudenza voleasi per rimetterla ne’ cuori, non meno che nell’ordine civile. Intanto, quasi una protesta contro il passato, Pio VII annuendo «alle pressanti suppliche d’arcivescovi, vescovi e personaggi altissimi», ripristinò i Gesuiti (1814) che, per volontà di altri altissimi, un suo predecessore aveva aboliti, e che rinascevano gravati dei rancori dell’antica società, non della sua sapienza e robustezza. L’arbitrario mescolamento di nazioni, fatto dal congresso di Vienna, riuscì a vantaggio della tolleranza, ponendo il papa in corrispondenza colla Russia, coll’Olanda, con altri eretici o scismatici, dai quali otteneva miglioramenti pe’ loro sudditi cattolici. Ma fra i cattolici gran fatica gli costò il combinare coll’inveterata disciplina le nuove pretensioni giansenistiche e filosofiche dei principi che, mentre avrebbero dovuto consolidare il dogma dell’autorità, lo scassinavano coll’ingelosirsi del papa[160]; vantavano come libertà l’abbattere qualche ostacolo che i privilegi clericali mettessero all’onnipotenza amministrativa; il proibirne o sorvegliarne l’istruzione, le adunanze, le comunicazioni col capo supremo; il sottoporre a revisione le encicliche de’ vescovi, le nomine de’ parroci, i brevi di Roma. Fin il piissimo Vittorio Emanuele, spinto da consiglieri zelanti l’indipendenza della civile dall’ecclesiastica giurisdizione, voleva assettar a sua voglia le diocesi, e in quelle di fresco acquistate del Genovesato operare non altrimenti che nelle antiche; poter dare il consenso alla nomina de’ cardinali delle altre Corti, e averne un suo; ricusava come anticaglie l’invio che Roma facea delle fasce pei principi neonati, dello stocco benedetto, della rosa d’oro; non voleva ripristinare la nunziatura; muovea lagni che l’Austria condiscendesse troppo col papa, quasi per averlo stromento alle sue ambizioni. Il cardinale Consalvi ministro di Pio VII, avendo conosciuto le Corti e la sventura, inclinava ad annuire fin dove fosse compatibile colla dignità, sebbene lo disapprovassero gli zelanti; e disfacendo il concordato di Buonaparte, ne stipulò un nuovo col Piemonte, circoscrivendo altrimenti le diocesi, sotto i metropoliti di Torino, Genova, Ciamberì, Vercelli; alla Corte risederebbe un nunzio di primo grado, il quale non ne partirà che decorato dalla porpora. Poi in quel regno furono chiamati i Gesuiti a educare la gioventù; a Pinerolo s’istituirono gli Oblati della Beata Vergine, preti secolari, con voto speciale d’obbedienza al pontefice; altrove i Sacerdoti della Carità del Rosmini; oltre gli Ordini antichi. L’Austria, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nella Lombardia nominava i vescovi ed esercitava poteri già competenti a Roma, ma lo voleva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e Venezia; del che ottenne poi privilegio dal papa (1817). Allorchè Ferdinando assunse il titolo di _re del regno delle Due Sicilie_, il papa fece riserva degli antichi suoi diritti, ma il re non gli riconobbe altra supremazia se non di capo della Chiesa. L’omaggio della chinea che nel 1806 aveva egli giurato prestare, adesso negò come uno di que’ pesi feudali che nei recenti trattati s’erano aboliti; donde una disputa, esacerbata da molte scritture e dall’avere il papa ricusato cedere per denaro Benevento e Pontecorvo, reciproco ingombro. Finalmente Consalvi e il ministro Medici in Terracina (1818) convennero fosse conceduto al re di nominare alle sedi del suo regno, da cenquarantasette ridotte a novantadue; non s’inquieterebbero i possessori di beni ecclesiastici; gl’invenduti sarebbero divisi fra i ripristinati conventi, senza guardare di chi fossero prima; i corpi religiosi dipenderanno da proprj generali; i vescovi, liberi nel pastorale ministero a norma dei canoni, potranno convocare sinodi, visitare le soglie degli apostoli, pubblicare istruzioni su materie ecclesiastiche, intimar preghiere pubbliche o altre pie pratiche; al loro fôro le cause ecclesiastiche, le matrimoniali, e la censura dottrinale sui libri che s’introducono; la santa Sede sopra le rendite de’ vescovadi si riservava dodicimila ducati l’anno, da disporre a favore di proprj sudditi. Restava in arbitrio di ciascuno l’appellare al papa; ma il re dichiarò, con questo non derogavansi i privilegi del tribunale della monarchia di Sicilia. Non erasi stipulata veruna immunità personale per gli ecclesiastici; ma nel 1834 fu convenuto che i vescovi potessero esaminare i processi di quelli condannati a morte, prima di disacrarli. Questi ed altri concordati essendo parziali, non toglieano le varietà disciplinari; in molti paesi restava colpa pe’ dignitarj ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si ripristinarono intere le immunità reali, personali e locali; nè illimitato il diritto d’acquisto delle manimorte; la più parte delle prelature restò di nomina, o almeno di proposizione governativa; erano sorvegliati i possessi ecclesiastici, voluto l’_exequatur_ ai decreti di Roma. La Chiesa perdette inoltre gli Ordini militari, e que’ feudi che erano di rinforzo al potere ecclesiastico, mentre al civile recavano debolezza i feudi laici; e nella sola Germania le erano state tolte duemila leghe quadrate di dominio con tre milioni di sudditi. Il clero, sentendosi indebolito dalla Rivoluzione, s’appoggiò sui re, ai quali sin allora facea contrappeso; e i re quando videro ampliarsi il liberalismo, oltre i modi giuridici e le chiassate dei giornali e i freni alla stampa, ricorsero alle repressioni morali, e da Pio VII fecero condannare le società secrete (_Ecclesiam a J. C_), imputandole d’insinuare l’indifferenza col «lasciare che ciascuno foggi a voglia una religione, pur affettando rispetto e mirabile preferenza per la cattolica, e per la persona e la dottrina di Gesù Cristo, che chiamano rettore e gran maestro della società». I principi mostravansi ombrosi d’un’autorità affatto morale, nel tempo stesso che sentivano il bisogno di instaurarla. Quando Leone XII proclamò il giubileo, da gran tempo impedito, la bolla fu mal gradita da essi; in Francia non si permise di pubblicarla; l’Austria ne accettò le disposizioni solo in quanto fossero compatibili colle leggi e cogl’interessi dello Stato[161]. Al qual giubileo vennero a Roma da quattrocentomila pellegrini; a novantaseimila diede tridua ospitalità l’arciconfraternita della Santissima Trinità, de’ quali però ventimila sudditi pontifizj, quarantacinquemila del Napoletano, giacchè ai lontani mancava o lo stimolo della fede o la licenza de’ superiori. Dei misfatti della Rivoluzione, accagionandosi le dottrine che la precedettero, ed una filosofia che vuole dedurre tutto dalla ragione e secondo la ragione, se ne eressero altre che possiam dire della controrivoluzione, opponendo alla sovranità del popolo la _legittimità_, ossia il potere costituito sovra la propria autorità; al patto sociale, l’unità primitiva dello Stato; la costituzione organica di elementi naturali, alla democrazia astratta e ai meccanici statuti; la conservazione tradizionale, alla smania innovatrice. Insomma ricercavano ciò che si deve mantenere del passato, mentre la rivoluzione proclamava ciò che dell’avvenire può desiderarsi; e poichè invece d’un astratto concetto, guardavano a ciò che fu, alla storia specialmente della propria nazione, assumevano colore distinto secondo i paesi, migliori qualora lo spirito della storia nazionale riproducessero senz’alterarlo con concetti personali. Questa scuola ebbe anch’essa adepti e apostoli, e superiore a tutti Giuseppe De Maistre da Ciamberì (1753-1821), sul quale è dovere di trattenerci, non tanto come savojardo, che come la più elevata espressione del ritorno del mondo verso le idee religiose e patriarcali. Combattuto nelle prime guerre del Piemonte, egli andò a Pietroburgo ambasciatore del suo re, al quale conservò fede anche dopo scoronato. Venuto da paese che diede alla Francia insigni scrittori[162], la sdulcinata lingua rinvigorì facendola parlare d’altro che di passioni, di materia, di tornaconto, con uno stile fatto pittoresco dalla collera, dagli ardimenti del genio, da animatissima convinzione; e definiva lo stile l’alleanza del sentimento col gusto. Il problema fondamentale della filosofia spiega egli col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale. Il governo visibile della Provvidenza, l’esistenza del male, l’origine divina dell’autorità regia, l’origine regia di tutti i privilegi nazionali, l’universale fiducia delle nazioni nell’efficacia de’ sacrifizj cruenti per redimere i delitti, dispone egli con logica irrefrenabile in un sistema teosofico, dove son pareggiati i dogmi della rivelazione cogli acquisti della semplice ragione naturale, e ridotta la scienza a fede. Assimila il mondo a un immenso altare, dove ogni cosa dev’essere immolata in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell’uomo. Che altro rivela la storia se non fra i selvaggi l’abbrutimento, fra i civili la strage continua? Anche il giusto n’è vittima, perchè nella stabilita solidarietà egli sconta pel colpevole, e perchè altrimenti occorrerebbe un miracolo ad eccettuarlo, e conseguirebbe quaggiù la sua mercede. E con forza di sentimento e fantasia mostrando dappertutto la mano di Dio e l’ordine provvidenziale, considera la storia terrena come un regno di Dio immediato e visibile: e per rimbalzo contro lo spirito rivoluzionario corre più in là del medioevo, fondando sulla sanzione di Dio non solo l’autorità suprema, ma anche la interna condizione sociale e il segregamento delle classi. Di Dio son opera i re, gli Stati, le costituzioni; e quando l’uomo presume stabilirli da sè, necessariamente s’appiglia al peggio, e fa non fabbriche ma ruine. La razza umana è così perversa, che vuolsi gagliardamente infrenarla. Tra le costituzioni quella che Dio vuole è la monarchia ereditaria. Necessario elemento di questa è la nobiltà, e Dio stesso la scevera dalle altre classi, e discerne le schiatte. Difendersi contro l’arbitrio e l’ingiustizia, garantirsi un governo legale che promova la felicità de’ sudditi, è ben giusto: ma «il credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull’ale d’un mulino». Chi li reprimerà e correggerà? Le bajonette, le tribune, le parodie della sovranità popolare? barriere inefficaci! Elevare la plebe sopra i re è un sovvertire la logica; il contrappeso del potere dev’essere in alto, non in basso. Il papa che nel medioevo tutelava i popoli e fulminava i tiranni, deve anche adesso francheggiare la giustizia e la libertà; a lui si curvino l’intelligenza e le spade, la libertà e i despoti. Alla corruzione dello stato morale provveda l’infallibilità della Chiesa, fondata sulla supremazia del romano pontefice; supremazia estesa anche ai vescovi ed ai concilj in modo, che nè esso decida senza i vescovi, nè i vescovi senza di lui. Con ciò tornava in armonia il sistema papale coll’episcopale, e bersagliò le dottrine giansenistiche e le gallicane, formando della Chiesa una monarchia temperata, giacchè il papa è sovrano, ma son necessarj altri elementi a compirne la potestà; onde, surrogate la pace e l’armonia all’antagonismo, può con tutte le sue forze combattere la filosofia irreligiosa e impolitica. La logica il porta fino all’apoteosi dell’Inquisizione, fin alla sistematica crudeltà; per le quali teorie lo esecrano coloro stessi, che poi ne’ tempi e nella necessità trovano giustificazioni al Comitato di salute pubblica che le avea messe in pratica. E mentendo dissero, e avvezzarono i cialtroni a ripetere epigrammaticamente, ch’egli santificasse il carnefice perchè disse che, nelle società frenate soltanto dalla pena, il carnefice è il gran sacerdote che procura l’espiazione, come le pesti, come la guerra, come gli animali viventi di distruzione. Perocchè, come la vendetta, così egli fa riversibili la preghiera e l’espiazione; donde i sacrifizj antichi, i supplizj, la redenzione divina. Tutto ciò espose non con teoremi scientifici, ma con discorso conversevole, e con forza sì traboccante, da lasciare dubbio s’egli sia un sofista o un profeta: certo fu grande in mezzo a tanti mediocri. La rivoluzione, il filosofismo non ebbero mai più inesorabile avversario; e mentre quelli adulavano il secolo e l’uomo pure assassinandolo, egli lo sbeffeggia per salvarlo; le nubi da quelli accavallate squarcia colle saette; confuta col recriminare, colpisce coll’esagerare e coll’opporre all’affermazione affermazioni imperterrite. Quando più giganteggiava la Rivoluzione francese la conobbe effimera, nè possibile una grande repubblica, sovrattutto in Francia, perchè non uscita spontaneamente dalla nazione, dai costumi, dalle opinioni; schernì coloro che presumeano guidarla, mentre Dio solo la spingeva in modo d’espiare le colpe della Francia, dei re, della rivoluzione stessa. A Pietroburgo tutelò sempre i suoi re, e predisse la ruina del loro persecutore. Allorchè delle sorti italiane si disputava a Parigi, egli si oppose gagliardo all’ingrandir l’Austria col cedere l’alto Novarese: — Se ciò si fa, non resta più equilibrio, tutti i principi italiani essendo vassalli dell’Austria, che presto gli assorbirà. Il re di Sardegna è il primo minacciato, perchè da gran pezzo l’assoggettamento dell’Italia non ha nemico più costante di lui: la tempesta gittatasi sulla penisola, ivi non si fermerà, e dal mezzogiorno scaglierassi sul settentrione». E vedendo quel traffico di popoli, — Povera Italia (esclamava), in qual abisso va a cadere! È la moneta con cui pagheranno altre compre. Eppure l’unione e separazione forzata delle nazioni non è soltanto un gran delitto, ma una grande assurdità. Facciasi qualunque sforzo per non essere condannati all’uffizio di satelliti»[163]. Non stancavasi d’insistere presso Nesselrode perchè fosse «data soddisfazione allo spirito italiano»; ma il ministro russo gli rispondeva, questo spirito italiano essere appunto il peggiore ostacolo a un buon assetto dell’Italia. Al Savojardo non restava dunque che lamentarsi all’imperatore Alessandro perchè non si tenesse conto delle nazioni e dei loro sentimenti, affetti, desiderj; che un segretario sopra la carta geografica sconnettesse paesi uniti per lingua, caratteri, abitudini; e gli uomini si contassero e dividessero per testa come gli armenti. L’instaurazione del passato egli la voleva piuttosto nelle idee e compiuta; domandava che la Santa Alleanza annichilasse i fatti della Rivoluzione; non riconoscesse la compra de’ beni nazionali «latroneccio il più odioso che abbia deturpato la storia», ma fossero ritolti a quelli che gli avevan ottenuti a bassissimo prezzo, e già se n’erano rifatti a josa; non dovendo la compassione riservarsi soltanto a’ ribaldi, nè sol per questi invocare le sante leggi della proprietà. Altre volte scriveva al suo re: — Io propendo alla libertà di commercio per una ragione di teoria ed una di pratica; la prima è ch’io non credo possibile ad una nazione di comperare più che non vende; la seconda, ch’io non ho mai veduto un Governo mischiarsi direttamente del commercio dei grani e proibirne la tratta, senza produrre caro e fame. Lo stesso è di tutte le altre mercatanzie: proibite l’uscita del denaro, e scarseggerà; se il Governo lascerà fare, si farà sempre meglio di lui». Solo a chi giudica gli uomini e le dottrine da ciò che ne cianciano la piazza e i giornali sapran di strano questi accordi fra i liberali e i teocratici. Dei quali un altro campione fu Carlo Luigi Haller da Berna, che da protestante resosi nostro, nella _Restaurazione della scienza politica_ (1824) combattè accannito il filosofismo e la rivoluzione, condannando i pubblicisti vantati e i re riformatori, fra cui Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo granduca; e traverso ai secoli indagava con vasta erudizione e arguta logica i semi delle idee liberali, ripudiando gli acquisti di cui si gloria la moderna civiltà. E poichè l’eguaglianza politica viene dall’eguaglianza civile, patrocinava la nobiltà come prodotto della natura, i privilegi come effetto della naturale giustizia; mentre pareagli tirannia l’uniforme generalità delle leggi. Dalla natura (egli insegna) nascono gli Stati, ed ella assegna il comando al potente, al debole l’obbedienza, e porge i mezzi per far rispettare la legge come per impedire gli abusi degl’imperanti. Gli Stati primeggiano quanto più poderosi e liberi, e quanto più indipendente il governante, sia un uomo o un corpo. Il diritto de’ principi deriva dal diritto di proprietà; nè vi ebbe contratto sociale, bensì una moltitudine di convenzioni particolari, spontanee, varie, non per alienare la libertà individuale, ma per conservarla più pacificamente che si può; onde non deve esservi sovranità e indipendenza del popolo, ma sovranità di quello che per potenza e ricchezza è indipendente; non potestà delegata, ma diritto personale del principe; non mandati e statuti, ma doveri di giustizia e d’amore; non governo delle cose pubbliche, ma amministrazione de’ proprj affari; e le leggi non venire dal basso ma dall’alto, siccome in una famiglia, cui in fatto somiglia lo Stato, se non che non ha un potere superiore. Ma anche de’ sudditi il diritto è inviolabile; il principe non può intaccarne la libertà e gli averi, nè essi devono pagare imposte senza consentirle, non servire in guerra di principe; e quando esso li tiranneggi, possono non solo emigrare, ma resistere armata mano. Ancor più di De Maistre era letto il visconte Bonald perchè meno profondo; il quale la religione faceva politica, uffiziale, principesca, mentre il Savojardo proclamava l’intima unione della Chiesa coll’ordine privato e pubblico, con tutto l’insieme del cuore e dell’ingegno umano, senza riguardo a politica locale o nazionale. A queste idee non mancarono fautori anche in Italia, e le propugnarono in iscritto il Cavedoni, Monaldo Leopardi, il principe di Canosa; ma il vulgo che le dottrine personifica, volle incarnarle in una setta che intitolò de’ Sanfedisti, e dei Concistoriali, che doveva sostenere i monarchi e i sacerdoti, come la Carboneria propugnava le costituzioni e il pensare indipendente. Diceasi diffusa per tutta Italia con diverse sembianze: e come avviene ne’ partiti, non v’è stranezza che non se ne sia raccontata, nè ancora il tempo vi portò luce. Credeasene istitutore esso De Maistre, e affigliati il duca di Modena, il duca del Genevese, altri principi e prelati, nell’intento di congiungere costituzionalmente Italia tutta sotto la supremazia del pontefice[164]. E fu allora che prima nacque codesto concetto di Neo-Guelfi, deriso dai Liberali come stupida resurrezione d’idee quatriduane, ma venticinque anni più tardi ridesto come unica speranza d’Italia da buoni pensatori e da caldi oratori, ai quali un tratto parve che gli eventi dessero ragione. Delle costituzioni, la più liberale che siasi veduta fu quella che si diede la Spagna quando respingeva i napoleonici; quella Spagna che dicono infracidita dal cattolicismo come l’Italia. Ratificava essa l’antico diritto delle municipalità, a queste affidando la polizia, l’igiene, la tutela delle persone e delle proprietà, l’educazione e la carità pubblica, le strade e gli edifizj comunali, il dazio consumo, il preparare le ordinanze, che sarebbero sottomesse alle assemblee o cortes dalle deputazioni provinciali. Queste sono una specie di municipalità superiore, eletta dai consigli di città, con diritto di proporre le imposte comunali, chiamare l’attenzione superiore sugli abusi di finanza e sugli intacchi alla costituzione. La sovranità risiede nel popolo; distinte le tre podestà; il re fin nel sanzionare le leggi è subordinato alle assemblee, formate di deputati scelti a tre gradi dagli elettori di parrocchia, di distretto, di provincia; fin ai soldati rimane il diritto di esaminare lo statuto e la giurisdizione. Ferdinando VII, recuperando il trono spagnuolo, prometteva conservare quella costituzione, poi la abolì (1820 marzo); ma l’esercito sollevatosi lo obbligò a proclamarla. Basta essere vissuto dieci anni per sapere quanto nelle opinioni e negli avvenimenti convenga ascrivere all’imitazione: debolezza della natura umana, che alcuni s’ingegnano di nobilitare col supporre che le circostanze medesime maturino il medesimo seme contemporaneamente in diverse contrade. Allora dunque dappertutto scoppiano rivoluzioni militari e costituzionali, nè tardò a venire la volta dell’Italia. Ferdinando che già era IV in Napoli e III in Sicilia (1815), e allora s’intitolò I del regno delle Due Sicilie, rimesso in questo dalle armi straniere, prometteva un governo stabile, saggio, religioso; il popolo sarà sovrano, e il principe depositario delle leggi che detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni». Oltre che nazionale, egli non trovavasi legato all’Austria per parentele o riversibilità, nè per vicinanza; pure strinse alleanza con essa a reciproca difesa, obbligandosi darle venticinquemila uomini in caso di guerra, e non introdurre nel governo innovamenti che discordassero dal sistema adottato dall’Austria nelle sue provincie d’Italia. In vent’anni di tante rivoluzioni, nell’avvicendarsi di vincitori e vinti, il paese avea fatto miserabile tesoro di rancori e vendette; pure Ferdinando non veniva anelando sangue come l’altra volta, ma aborriva ciò che appartenesse al decennio, fino a non camminare nelle strade aperte da’ Francesi; considerava come occupazione militare un regno sì lungo, come ribellione ogni atto di quella; aboliva le cose, o almeno i nomi. Divise il regno continentale in quindici provincie, organandone l’amministrazione di provincia, di distretto, di municipio; l’accademia già Ercolanense poi Reale trasformò in Borbonica, con tre sezioni di archeologia, di scienze, di belle arti; fece trattati coi Barbareschi, coll’Inghilterra, la Francia, la Spagna. Nuovi codici a cura del Tommasi ministro, poco mutarono del francese quanto al commercio e alla procedura; il civile tornava indissolubile il matrimonio, e ingagliardiva l’autorità paterna; nel penale si tolsero la pena del marchio e le confische, ma anche i giurati, facendo giudici del processo i giudici dell’accusa; s’introdussero i delitti di lesa maestà divina, e quattro gradazioni nella pena di morte, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo: pure tutti i cittadini restavano sottoposti alle leggi medesime, alle medesime taglie. Di titoli abbondava la nobiltà, ma non portavano privilegi; nè degli antichi bracci e seggi sussisteva più che la memoria; onde il re operava affatto indipendente co’ suoi ministri. L’esercito fissò in sessantamila uomini sotto all’irlandese Nugent, generale al servizio dell’Austria: non guardò a spesa nel fabbricare il tempio votivo di San Francesco di Paola, nè il teatro di San Carlo, e ventiquattromila ducati l’anno spendeva in limosine e in arricchir chiese: sistemò gli archivj, e stabilì che delle carte e diplomi si pubblicasse un catalogo, e sopra le memorie raccolte dalla giunta diplomatica si tessesse una storia del regno. Oltre il debito pubblico, pesavano i ventisei milioni di franchi dovuti all’Austria, e i cinque al principe Eugenio; ma vendendo le proprietà dello Stato e de’ pubblici stabilimenti, e obbligando questi a ricevere iscrizioni di rendite sul gran libro, legava l’avvenire di essi alle finanze dello Stato; e poichè il ministro Medici ebbe cura che puntualissimi si facessero i pagamenti, rinacque la fiducia. È noto come, dopo che dalla peste nel XIV secolo fu spopolato un estesissimo paese di Puglia, i re se l’appropriarono col nome di Tavoliere, lasciando che, col pagamento d’una _fida_, vi pascolassero alla libera gli armenti sotto la guardia di pastori, nomadi e quasi selvaggi, senza legami di casa o di famiglia, e obbedienti a capi proprj, anzichè al Governo. Tra siffatti nella rivoluzione del 1799 eransi reclutate le bande assassine, poi molte parti se ne diedero a censo; infine il dominio francese emancipò il Tavoliere, sicchè rendeva cinquecentomila ducati, distribuito fra piccoli possessori, i quali per interesse divenivano fautori di quel Governo. Ferdinando lo restituì a possesso comune, talchè una quantità di spropriati ne concepirono malevolenza. Il re, quando stava ricoverato in Sicilia, domandò forti sussidj a quel Parlamento per recuperare la terraferma; e perchè i baroni glieli stiticarono, egli, loro malgrado, vendette i beni comunali, e gravò di tasse i contratti. Il Parlamento protestò, e il re incarcerò i capi; ma gl’Inglesi l’obbligarono a dare una costituzione (1812), secondo la quale, la rappresentanza nazionale divideasi fra due Camere, che poteano pregare il re a proporre una legge, cui esse non aveano che a discutere; il re, inviolabile, potea sciogliere il Parlamento, i cui atti non valeano senza la sanzione di lui; responsali i ministri, piena libertà civile e di stampa e d’opinioni, inamovibili i giudici. La legge elettorale favoriva ai minuti possidenti; dalla rappresentanza restavano esclusi i funzionarj pubblici, eccetto i ministri; largo l’ordinamento comunale. Rinforzatosi nel 1815, il re s’invoglia a recuperare intera la potestà e uniformar l’isola al continente. Gl’Inglesi più non aveano interesse a favorirvi la libertà; all’Austria sgradiva quest’esempio di Governo rappresentativo, sicchè la costituzione siciliana fu abolita (1818 agosto), allegando che il re non l’avesse giurata. Ed era così; ma avea spedito a giurarla in suo nome il figlio duca di Calabria, vicario del regno. Istanze e proteste non valsero; carceri ed esiglj punirono i reluttanti[165]; solo rimase scritto che le cariche non si darebbero che a Siciliani, le cause dei Siciliani si deciderebbero nell’isola, le taglie sarebbero fissate in 1,847,687 onze, non potendo accrescerle _senza il consenso del Parlamento_. Questo dunque sussisteva di diritto; e Guglielmo A’ Court, succeduto al Bentinck come ambasciatore d’Inghilterra, congratulavasi d’avere con quella parola assicurato la rappresentanza siciliana; Castlereagh felicitava il re d’aver sì bene composte le cose: ma erano parole, senza modo di darvi sostanza. L’amministrazione della Sicilia fu uniformata a quella di qua del Faro, dividendola non più in tre, ma in sette valli, di cui erano capi Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani, Caltanisetta; abolita la feudalità, accomunatovi il codice napoletano. Era certo un gran miglioramento, ma guasto per avventura dai modi: cessato lo spendio ingente dell’esercito inglese e quel della nobiltà che voleva emulare la Corte, il denaro parve scomparire: se alcuni signori andarono a brigar favori a Napoli, altri sequestraronsi in dispettosa astinenza: e l’invidia contro la nuova capitale prorompea in quell’ultimo ristoro del parlar male sempre e di tutto, e d’ogni danno recar la colpa alla tolta indipendenza. Nè i sudditi di Terraferma s’adagiavano alla ripristinata condizione, i servi di Murat guardavano con disprezzo i servi di Ferdinando, e questi quelli con isdegno; a molti furono ritolti i doni di Gioachino; si ridestarono liti già risolte, si concessero favori contro la legge, mentre contro i patti di Casa Lanza si degradò qualche uffiziale: si esacerbavano nell’esercito le gelosie fra i così detti Siciliani, improvvidamente distinti con medaglia, e i Muratisti, ne’ quali sopravviveano l’entusiasrno della gloria e il sentimento dell’indipendenza italiana; la coscrizione rinnovata aumentò i briganti, mal frenati da un rigore insolito fin nel decennio[166]. Crescevano dunque i malcontenti e le trame, e la Carboneria nel 1819 contava seicenquarantaduemila adepti: anche persone d’alta levatura, sgomentate dall’impotenza del Governo o desiderose di prepararsi una nicchia nelle novità che ormai vedeano sovrastare, le diedero il proprio nome, aggiungendo la forza morale a quella del numero; e sperando che con istituzioni fisse si sottrarrebbe il paese alle rivoluzioni, che in breve tempo l’aveano sovvertito sì spesso, e due volte sottoposto a giogo straniero. Il re, ascoltando solo ad uomini del passato, non volle condiscendere in nulla; e il principe di Canosa, ministro di polizia, credette bell’artifizio l’opporre ai Carbonari la società segreta de’ Calderari, cospiranti coi famosi Sanfedisti a sostenere il potere dispotico: ma poichè i suoi eccedeano fino ad assassinj, egli fu congedato con lauti doni, e i Carbonari parvero tutori della vita e della proprietà[167]. Allora cominciarono nel Regno (1820) le persecuzioni contro di questi, ma le prigioni si tramutavano in vendite; ben presto ai moti di Spagna si scuote anche il nostro paese, parendo che la somiglianza d’indole e l’antica comunanza di dominio chiedessero conformità d’innovazioni: gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi contro il proprio re, lentano la disciplina degli eserciti, e fanno parer facile una rivoluzione militare. Era la prima volta che si vedesse un esercito insorgere per la libertà, e l’assolutismo parve ferito nel cuore dacchè contro lui si torceva l’unico suo sostegno: i ministri che fin allora aveano inneggiata la felicità de’ sudditi e riso della setta, allora ne ravvisano l’importanza (1820); diffidano de’ buoni soldati, e col sospetto gli esacerbano; conoscono inetti quelli in cui confidano, ma non osano nè secondare i desiderj, nè comprimerli chiamando i Tedeschi. Fra tali esitanze la setta procede; a Nola e ad Avellino (2 luglio), istigati dal tenente Morelli e dal prete Minichini, alcuni soldati e Carbonari gridano, _Viva Dio, il re e la costituzione_, e senza violenze nè sperpero, ma tra gl’inni e i bicchieri e le danze tutto l’esercito diserta dalla bandiera regia; e il re, «vedendo il voto generale, di piena sua volontà promette dare la costituzione fra otto giorni, e intanto nomina vicario il duca di Calabria» (7 luglio). Come la Spagna avea preferito quella del 1812, solo perchè riconosciuta dalle Potenze, così ai Napoletani sarebbe stata a scegliere la carta siciliana, già sanzionata dall’Inghilterra, e che avrebbe prevenuto ogni dissenso coll’isola sorella: ma ai liberali parve assurdo un Parlamento fondato sull’aristocrazia, e per seguire la moda proclamarono la costituzione di Spagna, sebbene non se n’avesse tampoco una copia per ristamparla. Allora applausi e feste alla follia; Guglielmo Pepe, gridato generale dell’esercito insorto, entra in città trionfante coi colori carbonari, rosso, nero, turchino, seguito da migliaja di settarj stranissimamente divisati e condotti dal Minichini; sfilato sotto il palazzo, si presenta al re, che gli dice: — Hai reso un gran servigio alla nazione e a me; adopra l’autorità suprema per compiere l’opera santa dell’unione del re col popolo: avrei dato la costituzione anche prima, se l’avessi creduta utile e desiderata; ringrazio Dio d’avere serbato alla mia vecchiezza di fare un tanto bene al mio regno». Con solennità cittadina e religiosa Ferdinando giura la costituzione (13 lugl.), e dopo la formola scritta aggiunge spontaneo: — Dio onnipotente, il cui occhio legge ne’ cuori e nell’avvenire, se presto questo giuramento di mala fede, o se debbo violarlo, lanciate sulla mia testa i fulmini della vostra vendetta». Fare una rivoluzione in Italia è tanto facile, quanto difficile il sistemarla. Subito irrompono i mali umori; alcuni non intendono la libertà che alla giacobina; altri vogliano scomporre il paese in una federazione di provincie; chi domanda la legge agraria quale gliel’aveano spiegata in collegio; i soldati muratiani pretendono i primi onori; quelli del campo di Monforte non soffrono essere posposti; tutti voleano essere Carbonari quando ciò portava sicurezza e gradi, e settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una contava ventottomila cugini; tutti i militari v’erano ascritti, con gradi che pretendeano conservare nell’esercito; molta gente onesta per far quello che faceano tutti; molte donne col nome di giardiniere; e accusando, investigando, promettendo impacciavano il Governo, che non poteva abbattere le scale per le quali era montato. Così tutto scomponeasi, nulla s’instaurava; disordinavasi e Governo ed esercito e pubblica sicurezza, e si diffondeano reciproci sospetti. In Sicilia i Carbonari poche fila aveano, per quanto il pisano improvvisatore Sestini vi fosse andato ad annodarne; odiavasi tutto ciò che fosse napoletano, talchè nell’insurrezione di Napoli non si vide che un’occasione d’emanciparsi, e alle solennità della santa Rosalia in Palermo (15 luglio) si proclamava Dio, il re, costituzione e indipendenza da Napoli, ai tre colori unendo il giallo dell’isola; intanto si abbattono gli uffizj del bollo, del catasto, del registro, delle ipoteche, di tutto ciò ch’era venuto da Napoli; si saccheggia, s’insulta; ai soldati si tolgono i forti e le armi, e trenta sono uccisi, quattrocento feriti, sessantasei cittadini feriti e cinquantatre morti, fra cui il principe Catolica capo della guardia civica, poi i principi di Paternò e d’Aci, non meno del Tortorici console de’ pescatori; liberati prigionieri e galeotti; l’anarchia gavazza fra quella mescolanza di scarcerati, contadini, marinaj, _bonache_ come là dicono i mascalzoni; gl’impiegati fuggono, ogni onest’uomo si trincera in casa e nell’arcivescovado[168], e la giunta provvisoria, in balìa della ciurma armata, delle vendite, de’ consoli d’arte, di frate Vaglica, non trovavasi nè denaro nè forza nè senno. Intanto i nobili vogliono la costituzione siciliana; i settarj la napolitana; onde ai valli di Palermo e Girgenti s’oppongono in arme gli altri e la memore Siracusa e la ricca Messina, e ne nasce guerra non solo civile ma domestica, come ogniqualvolta la piazza equivale al palazzo; dappertutto capi violenti raccolgono bande feroci; Caltanisetta, assalita dai Palermitani e con molto sangue presa e mandata a macello e vituperio, sgomenta le piccole città, inviperisce le maggiori; tutta l’isola è infetta di sangue; i Palermitani mandano a Napoli a chiedere l’indipendenza e re distinto, e avuto il niego gridano _Indipendenza o morte_, e aggiungono ai quattro colori un nastro con quelle parole e col teschio. Napoli, uditi quegli orrori colle esagerazioni dei fuggiaschi, grida morte ai Siciliani; si vuole cacciarli d’impiego, tenere ostaggi quanti se ne colgono; a un atto non men giuridico che quello de’ Napoletani, si dà il titolo di ribellione, e mandasi un esercito col generale Florestano Pepe per mettere l’isola all’obbedienza. Come al solito, fu attribuita alla Corte la ribellione della Sicilia; averla fomentata per contraffare alla napoletana, ora volerla rendere irreconciliabile colle armi. I rivoltosi, da Pepe ridotti in Palermo, dove pure fra loro si trucidavano, patteggiano (1820 3 8bre), assicurati d’un Parlamento distinto: ma il Governo napoletano dichiara viltà questo cedere a fronte di poca bordaglia colpevole, e concedere a città vinta quanto avea chiesto ancora intatta: Messina se ne duole, i Napoletani ne urlano, il Parlamento cassa la capitolazione pur lodando Pepe, il quale le lodi e la decorazione repudiò, e viene spedito Pietro Colletta a frenar col rigore, cioè ad esacerbare. Fra tali scogli navigava il Governo costituzionale mentre si facevano le elezioni del Parlamento[169], aprendo il quale (20 8bre) nella chiesa dello Spirito Santo, il re dichiara «considerar la nazione come una famiglia, di cui conosceva i bisogni e desiderava soddisfare i voti». Ma il Parlamento, nel bisogno di secondare gl’impulsi esterni, spinge a novità incondite, disputa se fosse costituto o costituente, muta i nomi delle provincie coi classici, e trovasi eliso dall’assemblea generale della Carboneria, composta dei deputati delle vendite provinciali, più gagliarda del Governo stesso, il quale dovè più volte invocarla per levar milizie, rivocare congedati, arrestare disertori, esigere tributi. Terzo potere sorgeva la guardia nazionale, massime da che vi fu posto a capo Guglielmo Pepe. In dicerie e in decasillabi applaudivasi a una rivoluzione senza sangue nè sturbi, ove concordi popolo e re, ove questo non fece che estendere la propria famiglia: ma la setta vincitrice impaccia, decreta infamia o lodi, molesta per alti passati e per opinioni, unica libertà concede il pensare e parlare com’essa, unica legge il proprio senno. Quei tanti che sparnazzano coraggio finchè il pericolo è remoto, vantavano formato un terribile esercito, disposte fortezze insuperabili, coraggio spartano: ma realmente gli uffiziali, esposti agli attacchi delle congreghe settarie, indignavansi e rompeano la spada: Pasquale Borelli, direttore della Polizia, non osando reprimere, fingeva secondare; e intanto spargeva terrore di congiure e d’assassinj per ottenere lode d’averli scoperti e prevenuti: e i trionfi e le baruffe distraevano dall’avvisare al crescente pericolo[170]. Ciascun ministro presentò al Parlamento un ragguaglio, donde raccogliamo la statistica di quel tempo. La popolazione sommava a 5,034,000; nati in otto anni 1,872,000, di cui soli 280,000 vaccinati; 15,000 i trovatelli, di cui nove decimi perivano nei primi giorni dell’esposizione. A’ luoghi pii nelle provincie soccorreva l’assegno annuo di 1,080,000 ducati; 438,000 ai ricoveri di malati e poveri della città, fra cui 5100 erano mantenuti nell’Albergo dei poveri: 560,000 ducati destinavansi all’istruzione pubblica, 80,000 al teatro di San Carlo, ove una coppia di ballerini costò 14,000 ducati. L’introito dell’erario valutavasi 19,580,000 ducati, in cui la Sicilia figurava per soli 2,190,000 assegnatile come quarta parte delle spese di diplomazia, guerra, marina; chè pel resto teneva conti distinti. Il debito, consolidato nel 1815 in annui ducati 940,000, or ascendeva a 1,420,000; il debito vitalizio a 1,382,000. Dal 1683 in poi la zecca avea coniato 25,000,000 di ducati in oro, 69,741,000 in argento, 320,000 persone traevano sussistenza direttamente dal mare, sul quale era necessario tenere una forza per respingere i Barbareschi, che in altri tempi aveano ridotte deserte le coste, e in conseguenza ingorgati i fiumi e peggiorata l’aria. Si aveano di qua dal Faro 3127 bastimenti da traffico, 1047 barche da pesca; di là 438, con 1431 legni da traffico; e il crescente commercio marittimo porterebbe a decuplicarli. Di 242 navi da guerra non erano atte al servizio che un vascello, due fregate, una corvetta, tre pacchetti con settantatre legni minori. L’esercito di 40,000 uomini sentivasi la necessità di crescerlo e rifornirlo. Perocchè i liberali di tutta Europa fissavano gli occhi sull’Italia, bollente di speranze; chi offre denari, chi la persona e soldati; si fanno prestiti al Governo nuovo; s’insegna a difendersi, a fare la guerra di bande, se mai l’Austria ponesse ad effetto le cupe minaccie che le poteano tornare in capo: ma da nessuna potenza venivano conforti[171], anzi si udì che il principe di Cariati, ambasciatore costituzionale, non fu voluto ricevere alla Corte di Vienna, la quale all’Europa dichiarò voler intervenire armata mano, ed assicurare ai principi italiani l’integrità e indipendenza de’ loro Stati. Ferdinando trasmette alle Corti una nota del suo operato (1 xbre); «libero nel suo palazzo, in mezzo al consiglio composto de’ suoi antichi ministri, aver determinato di soddisfare al voto generale de’ suoi popoli: vorrebbero i gabinetti mettere in problema se i troni siano meglio garantiti dall’arbitrio o dal sistema costituzionale? All’articolo segreto della convenzione coll’Austria nel tempo della restaurazione egli s’attenne fin qua: ora egli re e la nazione erano risoluti a proteggere fino all’estremo l’indipendenza del regno e la costituzione»[172]. L’alleanza perpetua delle quattro Potenze costituiva una specie d’autorità suprema per gli affari internazionali d’Europa, attenta che nessun cambiamento degli Stati attenuasse le istituzioni monarchiche. Or dunque che novità erano minacciate in tutte le tre penisole meridionali, i principi alleati si raccolsero a Troppau. Alessandro czar, che erasi sempre mostrato propenso alla libertà, che in nome di essa guerreggiò nel 1814, che nella pace avversò ai calcoli freddi ed egoistici, che fece dare la Carta alla Francia, ispirato anche dal ministro Capodistria, trovava che i Napoletani erano nel loro diritto, e repugnava dal violentarli. Ma alla politica di sentimento ne opposero una positiva Metternich ministro dell’Austria, e Francesco IV di Modena[173], i quali, mostrandogli in pericolo la pace d’Europa, e sgomentandolo delle rivoluzioni militari, lo resero ostile alle costituzioni, e persuaso d’essere dalla Provvidenza chiamato a difendere la civiltà dall’anarchia, come già l’avea salvata dal despotismo. A quel congresso pertanto si stabilì il diritto d’intervenire armati negli affari interni di qualunque paese, ogni rivoluzione considerando come attentato contro i Governi legittimi. Metternich dichiarò all’ambasciatore napoletano, unico scampo pel Regno sarebbe il rimettere lo stato antico; gli uomini meglio pensanti andassero al re, e lo supplicassero d’annullare quanto avea fatto; se occorresse, centomila Austriaci li sosterrebbero nel comprimere la rivolta. Russia e Prussia secondano quel dire: ma l’Inghilterra vedea d’occhio geloso l’intervenimento austriaco in un paese che tanto le fa gola; Francia sentiva spegnersi l’influenza che la parentela le dava, onde s’interpose, promettendo che gli Alleati soffrirebbero la rivoluzione, se, invece della spagnuola, si accettasse la costituzione francese. I Napoletani persistettero per la Camera unica, la deputazione permanente e la sanzione forzata del re: ma avessero anche ceduto, la loro sorte era decisa, in nulla volendo prescindere i sovrani del Nord[174]. Da questi invitato (7 xbre), Ferdinando chiese al Parlamento di andare per «far gradire anche alle Potenze estere le modificazioni alla costituzione, che senza detrarre ai diritti della nazione, rimuovessero ogni ragione di guerra». I Carbonari proruppero in tutto il regno per impedire quest’andata, esclamando contro il re che fin allora aveano glorificato; alle proposizioni non si rispondea se non, _La costituzione di Spagna o morte_; d’ogni parte venivano armi, e d’armi si muniva la reggia. Questa è opportunissimamente situata sul mare: in rada stavano la flotta napoletana e legni francesi e inglesi per impedire ogni violenza, sicchè il re trovavasi pienamente arbitro della sua volontà: e i giuramenti che, con espansione di sincerità, egli ripetè alla costituzione, e di volere, se non potesse altrimenti, venir a sostenerla in armi a capo del suo popolo, gli ottennero di partire fra benedizioni e speranze, lasciando vicario il figliuolo (14 xbre), al quale scriveva in sensi di padre più che di re. Trovava egli il congresso trasferito a Lubiana, dove erano stati invitati i ministri degli Stati italiani per discutere sulle pretensioni dei popoli. Ogni concessione si sapeva «diverrebbe pretesto a domandare innovazioni, e ogni esempio un motivo d’agitazione negli spiriti»[175]; una novità introdotta in un paese sarebbesi desiderata in tutti, poi voluta: onde parve più spediente il negar tutto; escludere ogni partecipazione del popolo al governo, e ogni confederazione di Stati italiani, che seminerebbe gelosie fra essi; nessun principe d’Italia innovi le forme di governo senz’avvertirne gli altri acciocchè provvedano alla loro sicurezza; i turbolenti sieno deportati in America; intanto si assalga Napoli senza aspettare i centomila Russi, che muoveano un’altra volta dal Nord per rassettare il freno all’Italia[176]. Castlereagh, ministro inglese, non vuole s’intervenga a nome di tutti gli Alleati; però lascia libera azione all’Austria[177]. La quale, malgrado l’unico dissenso di monsignor Spada inviato pontifizio, annunzia che, d’accordo colla Russia e Prussia, manderà un esercito di 50 mila uomini capitanati dal generale Frimont ad appoggiare il voto de’ buoni Napoletani, qual era il ristabilimento dell’ordine primitivo; e se trovasse ostacolo, poco la Russia tarderebbe. Re Ferdinando, cambiato tenore, scrive minaccie eguali (1821 9 febb.); volere svellere un Governo imposto con mezzi criminosi, dare stabili istituzioni al regno, ma quali a lui pajano e piacciano; e rimesso nella pienezza de’ suoi diritti, fonderà per l’avvenire la forza e stabilità del proprio Governo, conformemente agl’interessi de’ due popoli uniti sotto il suo scettro. Il Parlamento ripudia quell’atto, come di re non libero, e accetta la sfida di guerra con quel fragore che sembra coraggio ed è rispetto umano; armansi fino i fratelli e amici del re; i veterani tornano volenterosi alle bandiere, che ricordavano recenti vittorie; i giovani vi sono spinti dalle mogli, dalle madri, dall’esempio; trentaduemila vecchi e quarantaduemila soldati nuovi sono in armi, si restaurano le fortezze, preparansi bande a guerra paesana, difendesi il mare; eppur si vieta agli armatori del pari che all’esercito d’uscire dai confini per non parere aggressori. Se poco era mancato perchè Murat riuscisse nella guerra offensiva, quanto più facilmente basteranno ora alla difensiva? Ma l’esercito costituzionale era nuovo, e scarso di disciplina come avviene nelle rivoluzioni; insufficienti l’armi e i viveri; impacciate le operazioni dal rispetto al confine forestiero, e dalla discrepanza dei due generali Carascosa e Guglielmo Pepe. Il primo mena un corpo sulla strada di Roma fra Gaeta e gli Appennini, donde più probabilmente aspettavansi gli Austriaci; ma accortisi quanto le parole distassero dalla realtà, consiglia di patteggiare cogli Alleati. Pepe, con disordinate e sprovvedute cerne ch’egli supponeva eroi, munisce gli Abruzzi, per dove appunto si accostano i nemici, secondati dalla flotta dell’Adriatico, e dietro a loro Ferdinando, ingiungendo ai sudditi (27 febb.) d’accogliere gli Austriaci come amici. O per baldanza di far parlare di sè almeno un giorno, o spintovi dai sellarj di cui era stromento, Pepe, quantunque tenesse ordine di limitarsi sulla difensiva, e senz’avere nè concertato con Carascosa, nè preparato i rifugi da una sconfitta, fa una punta sopra Rieti, sperandosi secondato da insorgenti Papalini: ma un corpo di cavalleria austriaca accorrendo gli rapisce la sua posizione; quando vuole riprenderla è battuto (6 marzo), e i Tedeschi occupano le gole di Antrodoco e Aquila, porte del regno. È insulto gratuito il trattare da vili le truppe napoletane. Non aveano coraggiosamente combattuto in terra e sul mare a Tolone e in Lombardia ne’ primordj della rivoluzione? se nel 1798 furono sbaragliate, la colpa ricade sul generale Mack, straniero, presuntuoso e troppo fidente in reclute, malgrado gli ammonimenti di Colli e di Parisi. Ritiratosi in fuga l’esercito, cedute le fortezze, il popolo, i lazzaroni teneano testa a Championnet, se i loro capi non gli avessero quietati. L’assedio di Gaeta e di Civitella del Tronto nel 1806, i briganti delle Calabrie, i tentativi realisti della Sicilia fecero costar caro ai Francesi l’acquisto del Reame; uniti poi ad essi, i Napoletani combatterono con buona sentita in Ispagna e in Russia. Perchè sarebbero stati vili soltanto all’Antrodoco? Ben vuolsi avvertire che sempre mutabili governi aveano ad ogni momento introdotto cangiamenti di disciplina e di tattica, sicchè l’esercito, stato alla spagnuola fino al 1780, barcollò poi fra la tattica prussiana e la francese; tornò francese sotto Murat; pigliò dell’inglese dopo unitovi il siciliano, sotto lo straniero Nugent; tirocinio continuo che togliea vigore, oltre che la gelosia de’ realisti aveva rimossi molti uffiziali muratiani. Qui poi erasi creduto che una rivoluzione tutta interna ed unanime non abbisognerebbe d’armi; come il vanto più bello cantavasi il non essere costata una stilla di sangue[178]; col restare inermi voleasi e mostrar fidanza nella propria causa, e togliere ad altri il pretesto d’intervenire col togliere la paura che s’invadesse il paese altrui, perciò ricusando, non solo di eccitare i vicini Stati, ma neppur d’accettare Benevento e Pontecorvo, insorte contro il dominio papale. Quindi il precipitoso armarsi dopo che il pericolo si manifestò, gli scarsi provvedimenti, le rivalità fra i due capitani, la persuasione dell’inettitudine della proclamata costituzione e dell’inutilità del resistere, comunicatasi dalla moltitudine all’esercito, l’inesperienza d’un Governo improvvisato, a fronte d’uno che procedea con fine determinato e colle spalle munite, bastano a spiegare le rotte, senza ricorrere al solito macchinismo de’ libellisti, tradimento e viltà, apposti anche a nomi onorevoli. Quel popolo vivo, chiassoso, scarso di bisogni, lieto di starsi contemplando lo splendido cielo e il mare ondeggiante, e che considera libertà il non far nulla, come avrebbe inteso queste metafisiche liberali, che cominciavano con una menzogna, e sospendeano a mezzo le conseguenze? Poi tali scosse di popoli traggono sempre alla superficie la feccia, e questa è la più attuosa; oltre coloro che del nome di libertà fansi un talismano con cui guadagnare e dominare. Nella breve durata, il Parlamento avea mostrato facondissimi oratori, principalmente Poerio, Borelli, Galdi, e qualche pensatore, come Dragonetti e Niccolini: valenti ministri parvero Tommasi e Ricciardi: proposizioni savie non erano mancate: non si sciupò il denaro pubblico, e più d’uno del governo dovette andarsene pedone, e ricevere le razioni dell’Austria per arrivare ai luoghi ove questa li relegava. Il Parlamento in agonia dirigesi al vecchio re, supplicandolo «comparire in mezzo al suo popolo, e svelare le sue intenzioni paterne senza intervenzione di stranieri, acciocchè le patrie leggi non rimangano tinte dal sangue de’ nemici o de’ fratelli»; ma gl’invasori non si arrestano, ed entrano in Napoli (24 marzo); il Parlamento, per l’eloquente voce del Poerio, protesta avanti a Dio e agli uomini per l’indipendenza nazionale e del trono, e contro la violazione del diritto delle genti, e si scioglie. Pari sorte corse la Sicilia. Soli i Messinesi risolsero sostenersi e il generale Rossarol che comandava la guarnigione, prendea parte con loro (28 marzo); ma non secondato dalle altre città, egli andossene a combattere in Ispagna e morire in Grecia; e Messina cedette. L’occupazione austriaca costò trecencinquanta milioni di franchi[179]; un milione fu regalato al generale austriaco Frimont col titolo di principe d’Antrodoco; e con enormi prestiti bisognò coprire le enormi spese. Allora cominciansi i processi; e ad una commissione speciale sottoposti quarantatre, principali nel movimento di Monforte; cioè in un fatto innegabile, ma sancito dalla posteriore adesione del re e della nazione, dopo molti mesi si condannano trenta a morte, tredici ai ferri. Morelli e Silvati, presi a Ragusi nel fuggire e consegnati, sono uccisi; agli altri grazia; condannati molti in Sicilia a cagione degli assassinj; poi dall’amnistia eccettuati alcuni capi profughi come Pepe, Carascosa, Russo, Rossarol, Concili, Capecelatro, il prete Minichini; moltissimi andarono esuli. L’esercito fu sciolto, molti uffiziali degradati, altri chiusi nelle fortezze austriache; e il re soldò diecimila Svizzeri, con laute convenzioni e con diritto di codice loro proprio. Il pensiero fu messo in quarantena mediante un gravoso dazio sopra le stampe forestiere, dal che fu rovinato il commercio de’ libri, colà fiorentissimo. Canosa, tornato ministro della Polizia, l’esercita inesorabile; pubblicamente applica la frusta per mezzo alla città; empie le prigioni, moltiplica le spie; molti unisconsi in bande, consueto postumo delle rivoluzioni; lo stiletto risponde spesso alle detenzioni e alle condanne; e l’anno corre sanguinoso, quant’era stata incruenta la rivoluzione. Ferdinando stabilì che Sicilia e il Napoletano, sotto un solo re, si reggessero distintamente, con imposte, giustizia, finanze, impieghi proprj; le leggi e i decreti fossero esaminati da consulte separate in Napoli e Palermo. La rivoluzione di Napoli non sarebbe caduta sì di corto se le fosse ita di conserva quella di Piemonte. Colla caduta dell’impero francese ricuperato l’indipendenza, il nuovo re dichiarava abolita la coscrizione e la tassa sulle successioni; Torino da capo dipartimento tornava capitale d’un regno di quattro milioni e mezzo d’abitanti: qual meraviglia se, quantunque ricevesse il regno da soldati austriaci, la Liguria da inglesi, fu accolto con tripudio il re[180] quando da Cagliari passò all’antica reggia, in vestire e contegno modesto che facea contrasto collo sfarzo del Borghese? «Non v’è cuore che non serbi memoria soave del 20 maggio 1814: quel popolo s’accalcava dietro al suo principe, la gioventù avida di contemplarne le sembianze, i vecchi servidori e soldati di rivederlo; grida di gioja, spontaneo contento dal volto di ciascuno; nobili, persone medie, popolani, contadini, tutti legava un sol pensiero, a tutti sorrideano le stesse speranze, non più divisioni, non triste memorie; il Piemonte doveva essere una sola famiglia, e Vittorio Emanuele il padre adorato». Queste parole d’un caporivoluzione[181] possono indicare che i Piemontesi erano ancora realisti, come quando l’Alfieri si lamentava che non s’udisse a Torino parlar d’altro che del re. Beati i principi che sanno profittare di queste disposizioni! Vittorio che non avea patteggiato col forte, nè s’era avvilito a’ suoi piedi come i gran re, potea meglio di qualunque altro operare il bene: ma si conservò re patriarcale, persuaso che il regnante è tutto, ed ogni novità un male, e che i popoli devono credere altrettanto; ingannato dai soliti camaleonti, che si misero vecchie decorazioni, e calzoni corti e code, non seppe riconoscere che alcune ruine non si devono più riparare. Non punì; stracciò una lista sportagli di Framassoni e Giacobini: ma ostinandosi a ripristinare il passato, anche dopo cessate e la fiducia reciproca e l’economia d’una volta, abolì tutte le ordinanze emanate dai Francesi; ripristinò quanto essi aveano disfatto, i conventi, la nobiltà, le banalità, le commende, i fidecommessi, le primogeniture, i fôri privilegiati, gli uffizj di speziale e di causidico, le sportule de’ giudici, l’interdizione de’ Protestanti, i distintivi degli Ebrei, le procedure secrete colla tortura e le tanaglie e lo squartare e l’arrotare. L’editto 21 maggio 1814, che ripristinava le antiche Costituzioni del 1770, turbava persone e sostanze; cassati fino i grossi affitti che s’estendessero oltre il 14; sbanditi i Francesi che qui aveano preso stanza dopo il 96. Coll’ajuto del conte Cerutti e dell’almanacco 1793 rimettea persone e cose com’erano avanti la rivoluzione. Fin nell’esercito si richiamarono alle bandiere i coscritti del 1800, e poichè erano morti o invalidi, si supplì coll’ingaggio; poi si dovette tornare alla coscrizione, pur conservando gli antichi pregiudizj, escludendo l’esperienza di chi conoscea la tattica nuova sol perchè avea servito coi Francesi, e proibendo di portarne le decorazioni meritate, mentre si davano i gradi ai cadetti delle famiglie patrizie. Ma a quel suo ritornello d’aver dormito quindici anni, Potemkin segretario dell’ambasciatore russo, rispose: — Fortuna che non dormisse anche l’imperatore mio padrone, altrimenti vostra maestà non si sarebbe svegliata sul trono». Il non aver servito a Napoleone, che spesso era indizio d’incapacità, diveniva merito ad impieghi, dai quali escludeansi i meglio abili, perchè giacobini o framassoni: buoni professori dell’Università furono cassati, fra cui l’abate Caluso amico d’Alfieri, il giureconsulto Reineri, il fisico Vassalli Eandi, il botanico Balbis, il chimico Giobert. Le ipoteche, le riforme amministrative, la regolata gerarchia di giudizj cessarono: alle provincie s’imposero comandanti militari: i giudici mal pagati, erano costretti a trarre stipendio legale dalle sportule dei litiganti, illegale dalle lungagne e dalla corruzione. Abbatteasi il Governo napoleonico, ma conservavasi l’istituzione più repugnante ai Governi paterni, la Polizia, esercitata da carabinieri e da uffizj che decidevano in via economica, cioè fuor delle forme giuridiche. Il risparmiare, studio supremo de’ Governi antichi, abbandonavasi per moltiplicare impiegati; conservavansi i dispendiosi statimaggiori, perchè d’illustri famiglie. In conseguenza bisognò stabilire le imposizioni alla francese; alle disgrazie naturali di carestia e tifo, all’invasione di lupi e di masnadieri, si aggiunse la fama di enormi malversazioni nel liquidare il debito pubblico, e fu duopo ricorrere a prestiti forzati. I senati di Torino, Genova, Nizza, Ciamberì aveano diritto d’interinare gli editti del re, ma si lasciò cader in dissuetudine; di maniera che al potere assoluto non restava barriera alcuna, e un ministro potè dire: — Qui vi è soltanto un re che comanda, una nobiltà che lo circonda, una plebe che lo obbedisce». La legge non era sovrana, potendo il re con un suo biglietto cancellare o sospendere le sentenze; e centinaja di lettere regie circoscrissero contratti, ruppero transazioni, annullarono giudicati, per sottrarre alla ruina la nobiltà impoverita, a’ cortigiani dar dilazione al pagamento dei debiti, concedere la rescissione di vendite antiche, obbligare ad accomodamenti gravosi. Il conte Gattinara, reggente della cancelleria, nel 1818 confessò che da questo turpe traffico egli ricavava non men di duemila franchi al mese[182]. Avendo il re decretato che la regia autorità non si mescolerebbe più a transazioni private, gli si fece vergogna dell’aver messo limiti alla propria onnipotenza, ed egli revocò l’editto. Maria Teresa, moglie del re, mostravasi dispotica; ed un intendente che esprimeva d’esser venuto colle autorità della provincia a inchinarla, essa lo interruppe dicendo — Ove è il re non avvi altra autorità»; al ministro Valesa che faceale qualche rimostranza sui milioni che mandava in paese estero, disse: — il ministro non è che un servitore», ond’egli si dimise. Di poi si confessò la necessità di migliorare, s’abolì la tortura, si ricomposero l’Università con cattedra d’economia politica e diritto pubblico, l’Accademia delle scienze e la Società agraria, e gli studj sottentrarono alla bravería guerresca: l’istruzione non era sfavorita, sebben nelle scuole si desse piuttosto l’abitudine dell’assiduità meccanica e della sommessione irragionata[183]. Plana scandagliava gli abissi dello spazio col calcolo e coi telescopi: Grassi e Napione zelavano a disfranciosare il linguaggio: Casalis, Saluzzo, Richeri, Andrioli poetavano, e meglio la Diodata Saluzzo, mentre di Edoardo Calvi divulgavansi versi in dialetto rimasti popolari: Alberto Nota esibiva le sue commedie che pareano belle interpretate da Carlotta Marchionni. Ma questo destarsi del pensiero facea viepiù dolere il vederlo sagrificato all’assolutezza del Governo e alle pretensioni dell’aristocrazia, che quivi rimaneva qualcosa meglio che un nome, provenendo da origine feudale, cioè da case che erano state sovrane quanto quelle di Savoja e d’aspetto militare, separata dal popolo e sprezzandolo, e che fece sua causa la causa della Casa regnante, difendendola e ingrandendola col proprio sangue, e perciò sola a dar uffiziali alle truppe e aver privilegi, che la faceano astiosa a progressi. Rimanea dunque malvista alla classe media che allora veniva su, e che se ne vendicava coll’ira e col sarcasmo; neppure riconoscendo che sempre i re ebbero fra i ministri qualche popolano o di nobiltà inferiore, che molti nobili primeggiavano per ingegno e virtù, e che anche ignobili studiosi poteano farsi strada, massime se preti e penetrati nell’Accademia. I Gesuiti, reputati l’argine più robusto alle idee rivoluzionarie, doveano essere aborriti o venerati all’inverso di quelle. Una società senz’armi, senz’impieghi, senza tampoco una cattedra nell’Università, non potea avere quella tanta efficacia che si asserisce; se affollatissimi i suoi collegi: se nelle case de’ grandi erano i bene accolti, consultati negli affari, interrogati sulle persone da mettere negl’impieghi, di chi la colpa? I Piemontesi erano un popolo savio e calmo, sicchè li chiamavano gl’Inglesi d’Italia; non chiassi, non risse, silenziosi i caffè, contegnosi i passeggi, la conversazione signorile regolata da cerimoniale aulico e con impreteribili esclusioni; pochi i delitti; della morale rispettate almeno le apparenze. Riverenza ben rara in questi tempi otteneva quella dinastia che non s’era logorata in vizj, e veniva considerata come tutrice dell’indipendenza della patria, nome che restringevasi al Piemonte. Il malcontento fermentava negl’impiegati destituiti, negli antichi uffiziali, ne’ Buonapartisti, negli aggregati a società segrete, più nei Genovesi, che careggiando le reminiscenze repubblicane, trovavansi non uniti, ma sottoposti a un altro popolo eminentemente realista. Fin quando i nobili Piemontesi esultanti e plaudenti corsero a Genova incontro ai reduci reali, i Genovesi non si espressero che col silenzio; molti si ritirarono in campagna, come fecero poi ogniqualvolta il re vi tornava, e ben pochi s’attaccarono alla fortuna del nuovo signore. Mentre la nobiltà ribramava l’antica dominazione, le persone colte stomacavansi d’un assolutismo non palliato dalla gloria; la plebe rimpiangeva i tempi in cui non pagava nulla; e a guarnir la città, non tanto contro i forestieri come contro i cittadini, bisognava tenere più soldati che non ne desse il Genovesato, ed erigere fortezze minacciose. Re Vittorio Emanuele, si dicesse pur raggirato dalla moglie, dal confessore, dal confidente, palesava però intenzioni benevole; lasciava poc’a poco sottentrare le nuove idee e nuove persone; e dopo gli odiati Cerutti e Borgarelli, chiamò al ministero il conte Prospero Balbo, onorato per mente e per liberalità secondo i tempi e il ceto, che impacciato da tutto l’organamento burocratico, sperò alle urgenti riforme supplire con palliativi. Secondando la moda, si diè voce che stava in lavoro una costituzione, e se non veniva agli effetti, imputavasene l’Austria, la cui vicinanza impacciava l’indipendenza del regno; l’Austria, potenza preponderante in Italia, spauracchio universale, su cui i governanti versavano anche le colpe proprie. Rimedio unico, infallibile a tutti gli abusi acclamavasi la costituzione: questa al Piemonte attirerebbe l’attenzione e i voti di chiunque aspira al meglio nazionale, e d’un soffio diroccherebbe l’Austria, reggentesi solo sul despotismo: gli impazienti raddoppiavano d’attività nelle combriccole dei Carbonari, degli Adelfi, de’ Maestri sublimi; e quando scoppiò la rivoluzione di Napoli, più sorrise il desiderio d’emancipare il Piemonte dalla tutela austriaca, e metterlo a capo dell’Italia redenta. Allora le società secrete abbracciarono moltissimi soldati, più avvocati e professori, e gl’impiegati fin nelle somme magistrature, e non pochi del clero, e tutti gli studenti; poi propagate nelle provincie compresero sindaci e parroci, legarono intelligenze colle lombarde e romagnole. L’antica lealtà savojarda repugnava dalle congiure; l’onor militare rifuggiva dal calpestare il giuramento di fedeltà; ma si fece intendere che non trattavasi di ribellarsi al re, bensì di salvarlo dalla congiura dei preti e dei nobili e dalla servitù, dell’Austria, che si spargeva volesse obbligare a ricevere guarnigione tedesca, e concorrere alla spedizione contro di Napoli; anzi, essa pensasse trarre in un arciduca il Piemonte, a danno di Carlalberto principe di Savoja Carignano. Questo giovane rampollo del ramo cadetto reale, educato popolarmente a Parigi, erasi mescolato d’amicizie, di studj, di godimenti, d’intelligenze colla gioventù coeva; e poichè de’ quattro fratelli della Casa regnante nessuno lasciava figliuoli maschi, trovossi vicino al trono, e fu messo granmastro d’artiglieria. In quest’arma molti aderivano a’ Carbonari, ed essi gli posero indosso la febbre di divenire illiberatore d’Italia. Il conte Santorre Santarosa spingeva a venire ai fatti, mentre sollevata Napoli, incalorite le menti dalla rivoluzione greca e dalla spagnuola, imbarazzate le Potenze; Francia commossa parlava di vessillo tricolore, di costituzione del 1791; la Germania, reciso il nervo austriaco, volea rialzare il liberalismo; Italia esser matura; leverebbesi come un uomo solo per acquistare la libertà, l’unità, l’indipendenza. Quando poi gli Austriaci mossero verso Napoli, certo (diceasi) gli eroi popolari terranno testa lungamente (1821); i monti sono le barriere della libertà, nè i briganti furono mai domabili: intanto l’insurrezione in Piemonte si compirà senza ostacoli, Milano seconderà, Romagna e i piccoli Stati non tarderanno, e tutta l’Italia superiore si troverà costituita prima che gl’Imperiali tornino a reprimerla; Francia, se anche non favorisse, non permetterà mai che l’Austria entri armata in paese che confina con essa. Si cominciò al solito dalla stampa clandestina, e girò un reclamo, in cui pretendeasi strappare al re la benda postagli da’ suoi cortigiani, rivelandogli esausto l’erario, il denaro stillato dalla fronte del popolo è prodigato a impinguare le più alte e inutili persone dello Stato; gli uomini a cui è affidata l’economia pubblica sagrificano all’egoismo personale gl’interessi della patria. — Maestà, se invece di cumulare i poteri in una classe sola, aveste chiamato il consiglio di tutta la nazione, i lumi generali avrebbero riparato a questi mali, nè voi avreste il rimorso d’aver condotto a rovina lo Stato. Il vostro Governo avversò sempre la dottrina; l’istruzione primaria è abbandonata all’ignoranza e all’impotenza dei Comuni; l’educazione media è tiranneggiata dai Gesuiti; gli studj filosofici involti nella ruggine monacale; i legali, disordinati per mancanza di legislazione; l’Università condotta da uomini o inetti o stupidi o maligni, gl’ingegni migliori vanno a cercare un pane altrove, o vivono sprezzati. I favoriti hanno il monopolio dei diritti e dei privilegi, pesando sulla classe industriosa della società. Le provincie dai governatori delle divisioni sono rette come paese di nemici. Le amministrazioni civiche e comunali cascano in disordine per l’indolenza, l’incapacità, la discordia dei capi. La religione, in mano dei Gesuiti, è strumento d’ambiziose voglie e di tenebrosi raggiri. La legislazione civile ha l’arbitrio per base, la criminale il carnefice per sostegno. Uno strano ed informe accozzamento di leggi romane, di statuti locali, di costituzioni patrie, di editti regj, di sentenze senatorie, di consuetudini municipali, hanno tolto la bilancia alla giustizia, e lasciata la strada al despotismo dei tribuni. L’esercito non ha forza morale, perchè composto di elementi contrarj, di corpi privilegiati, di brigate varie tra loro di dottrine, di lingua, di diritti, comandati da capi promossi non per merito ma per favore. Dei militari una parte è avvilita, perchè si vede preclusa la strada ai gradi maggiori; tutti indignati ai maneggi del vostro Governo, il quale medita di trafficare la loro vita col gabinetto d’Austria. No: il nome de’ soldati piemontesi non si confonderà mai col tedesco; essi sono e saranno italiani». L’11 gennajo 1821 alquanti studenti dell’Università comparvero al teatro d’Angennes con berretti rossi alla greca. Arrestati, in onta del privilegio che li sottoponeva al magistrato degli studj, furono messi in fortezza: i condiscepoli irritati si asserragliano nell’Università, a gran voce domandando la scarcerazione de’ colleghi: il reggimento Guardie mandato a calmarli trova resistenza, e fa sangue. Tali manifestazioni sogliono chiamarci primizie di martiri; e ne rimase una cupa irritazione. Se n’incaloriva la faccenda delle società secrete; ma quale costituzione adottare? la francese, la spagnuola, o l’inglese? perocchè sempre si stava all’imitare, anzichè fondarsi sulle basi storiche e nazionali. Per risolvere si mandano tre deputati alla vendita suprema di Parigi, alla quale faceano centro i Liberali di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, gli Eterj di Grecia, i nostri Carbonari; e vien data la preferenza alla costituzione spagnuola, come scevra d’elementi aristocratici e tutta popolare. Ma il Governo, istruitone forse dalla Polizia francese, intercettate le lettere del principe La Cisterna e del marchese Priero, conobbe partecipi gl’impiegati e i militari, cioè quelli che doveano opporsi, onde non sapeva o non poteva impedire. Il conte Moffa di Lisio e il marchese Sanmarzano, uffiziali sospetti, invitati a partire da Torino, ricusano, e con Giacinto Collegno, ajutante di Carlalberto, con Santarosa, Morozzo, Ansaldi, Bianco, Baronis, Asinari ed altri uffiziali prendono concerto di rivoltare l’esercito, sorprendere Alessandria, acclamare Vittorio re costituzionale dell’alta Italia. I cospiratori non si erano intesi co’ Napoletani, onde non fu nè contemporaneo il sollevarsi, nè uniforme l’intento; poi i preparativi erano impacciati dal tentennare del principe di Carignano fra la gloria e la fedeltà. Ma la rivolta scoppia fra i militari a Fossano ed Alessandria (9 marzo), costituendo una _giunta della Federazione italiana_; fra il restante esercito corre il grido d’Italia, di francare dall’Austria il re, sicchè possa seguire i moti del suo cuore italiano, di porre il popolo nell’onesta libertà di manifestare i proprj voti al trono, come i figli a un padre; e scritto sui vessilli, _Regno d’Italia, Indipendenza italiana_; e gridando, _Viva la costituzione, Morte agli Alemanni_, i sollevati s’accostano a Torino. Quivi gli studenti e alquanti militari col capitano Ferrero attruppatisi a San Salvario, che allora giaceva un pezzo fuor di città, gridano la costituzione; altri uccidono il colonnello Raimondi che li richiama al dovere; ma non secondati dal popolo, con disastrosa marcia sfilano come vinti verso Alessandria, il cui comandante fu ucciso[184]. Il re non osa ricorrere alla forza, ma espone lealmente la dichiarazione fatta dai re a Troppau contro ogni novità, mostrando come ne resterebbe pericolata l’indipendenza; e non volendo nè promettere quel che non è disposto a mantenere, nè autorizzare atti che agli stranieri diano pretesto d’invadere il suo paese, depone una corona (13 marzo) ch’egli non potea conservare se non colla guerra civile. Il Carignano, da lui nominato reggente, esitava a palesare le sue intenzioni, sicchè schiamazzi, poi armi. Dalla cittadella sorpresa gl’insorgenti minacciano far fuoco sulla città: molti soldati lasciano le bandiere, considerandosi come sciolti dal giuramento dato al re; l’anarchia sottentra; quando il Carignano proclama la costituzione spagnuola, gli applausi vanno al cielo, e al nome di Carlalberto si accoppia quello di re d’Italia. In Lombardia avea preso piede la setta della Federazione italiana, e da un pezzo tramava nelle sale del marchese Gattinara di Breme[185] e del conte Federico Confalonieri, mascherata sotto il velo d’imprese benefiche o progressive, come una distilleria d’aceto a Lezzeno, un battello a vapore sul lago di Pusiano e sul Po, l’illuminazione a gas, il mutuo insegnamento, un bazar, il giornale del _Conciliatore_, apostolo del romanticismo. L’Austria, avutone fumo, arrestò Silvio Pellico, giovane saluzzese educatore in casa Porro, la cui _Francesca da Rimini_ avea fatto sperare all’Italia un secondo Alfieri. Allo scoppiar della rivoluzione piemontese si rinserrarono le file in mano del conte Confalonieri, principale nella sciagurata insurrezione del 1814, poi nei suoi viaggi legatosi co’ primarj liberali, e che si mise attorno Demester e Arese antichi uffiziali napoleonici, Giuseppe Pecchio economista, Pietro Borsieri letterato, i marchesi Giorgio Parravicini e Arconati, Benigno Bossi, i fratelli Ugoni di Brescia, il cavaliere Pisani di Pavia, il conte Giovanni Arrivabene di Mantova, l’avvocato Vismara novarese, Castiglia, altri ed altri. Essi aveano già disposta sulla carta una guardia nazionale, una giunta di Governo; neppur l’inno mancava, opera d’un sommo poeta; e appena l’esercito piemontese varcasse il Ticino, insorgerebbero Milano, Brescia, le valli, le campagne, occupando le casse e le fortezze di Peschiera e Rôcca d’Anfo. I Lombardi spedirono al Sanmarzano, generale degli insorgenti piemontesi, con numerose firme esortandolo a venire. — Cominciate ad insorgere voi», ci diceano i ministri piemontesi; e noi rispondevamo: — Da soli non bastiamo a vincere; ma senza noi, voi non bastate a difendervi». Il vero è che Sanmarzano contava appena ducento dragoni e trecento fanti; ma poichè coll’audacia dominansi le rivoluzioni, risolvea ritentar l’impresa, massime che gli Austriaci, collo sgomento di chi accampa in terra nemica, aveano ritirato ogni truppa dal Ticino, e il vicerè lasciavasi vedere a incassar mobili e vendere vasellame. Ma il ministro piemontese Villamarina disapprovò quella temerità; e il reggente che, come dice il Santarosa «voleva e non voleva», mandò quel reggimento ad Alessandria. Così la rapidità degli avvenimenti, la inconcepibile mancanza di concerti, la titubanza dei capi, la paura che Torino cessasse d’essere capitale del Regno, elisero il moto della Lombardia, donde sol pochi giovani corsero in Piemonte ad aggregarsi al battaglione di Minerva. Binder ambasciatore austriaco, insultato fin nel suo palazzo, parte lasciando una nota minacciosa. Il duca del Genevese che, per la rinunzia del fratello, diventava re col nome di Carlo Felice, da Modena dichiara ribellione ogni attenuamento della piena autorità reale, e punibile chi non torni all’ubbidienza; ed ordina le truppe si concentrino a Novara sotto il generale La Torre. Carlalberto, anche dopo giurata la costituzione, non si era risoluto a convocare i collegi elettorali, bandir guerra all’Austria, entrare in Lombardia. Udita poi la dichiarazione del nuovo re, e che questo avea invocato l’Austria, dicendo minacciata la propria vita, e sè incapace di padroneggiare la rivoluzione, fugge all’esercito regio a Novara, e di là pubblica che «altro ambir non saprebbe che di mostrarsi il primo sulla strada dell’onore, e dar così l’esempio della più rispettosa obbedienza ai sovrani voleri». Era il 23 marzo, il giorno stesso d’un altro proclama ventisette anni dopo. Quella fuga toglieva agl’insorgenti ogni apparenza di legalità: ma risoluti di non cedere, creano una giunta provvisoria[186]; sparigliano proclami e bugie. Intanto ogni cosa va sossopra; la Savoja si chiarisce pel re; la brigata che porta quel nome, ricusa disertare, onde fu dovuta rimandare in patria; i carabinieri in arme si recano all’esercito regio; a Genova il governatore Des Geneys, che annunziò la defezione di Carlalberto, è assalito, trascinato per le vie, e a fatica salvato dai generosi che non voleano contaminare con violenze la rivoluzione; i Liberali medesimi discordano, quali caldeggiando la Camera unica, quali la duplice, quali unitarj, quali federalisti. Santarosa, fatto ministro della guerra, cerca destare il coraggio colle speranze, e collo spargere che gli Austriaci furono disfatti dai Napoletani, e le valli Bresciane insorsero furibonde; ma ecco giungere certezza della disfatta degli Abruzzi, e che centomila Russi sono in mancia; poi addosso ai Liberali muovono i Realisti col generale La Torre e gli Austriaci col generale Bubna (9 aprile), che in Lombardia aveva, se non alle trame, partecipato alle speranze de’ Carbonari; presso Novara succede un’affrontata, e la rivoluzione piemontese è finita. Carlalberto ricoveratosi a Milano, è dal generale austriaco beffardamente presentato come re d’Italia: Carlo Felice a Modena lo tratta come uno scapato, e la lettera di lui getta in viso al suo scudiere: egli si ritira a Firenze a digerire l’obbrobrio, confessare i suoi torti e farne scusa, solo appoggiato dall’ambasciatore francese per rispetto alla legittimità[187]. La società de’ Maestri Sublimi, raffinamento della Massoneria, e che professava il regicidio, fu dalla Francia trapiantata a Ginevra dal fiorentino Michelangelo Buonarroti, antico adepto di Babœuf, che v’istituì un congresso italiano per diffonderne i dogmi nel nostro paese. Alessandro Adryane, che n’era diacono straordinario, fu spedito qui per rannodare le rotte fila; ma a Milano lasciossi cogliere con tutte le carte, le quali diedero a conoscere la trama, senza bisogno che la rivelasse Carlalberto, come si ciancia. Da nove mesi era finito il parapiglia di Piemonte quando si cominciarono i processi contro i Lombardi, parte a Milano, parte a Venezia[188], da una commissione speciale, alla cui testa il tirolese Salvotti. In quelli l’imputato si trovava all’arbitrio d’un giudice, senza difensori, senz’avere sott’occhio le sue e le altrui deposizioni; durava interi mesi di solitudine nel carcere fra un esame e l’altro; e qualche volta l’inquirente, fattosi mansueto, gli diceva: — Ecco, ella è interamente nelle mie mani. Qui non siamo in paese di pubblicità compromettente. Confessa ella quel che del resto noi sappiamo? l’imperatore le fa grazia, ella torna a casa sua onorato. Persiste al niego? sta in me il diffamarla, e spargere che ha tutto rinvesciato, che tradì i compagni, e così torle quel ch’ella mostra valutare tanto, la pubblica opinione». Ad arti di simil genere, piuttosto che a torture fisiche, non tutti resistettero; vi fu uno che, per generosità di salvare un amico, corse a denunciare se stesso, poi accortosi dell’errore si finse pazzo, e per mesi sostenne la straziante simulazione; altri credette scagionarsi col provare che aveva dissuaso i Piemontesi dall’invadere la Lombardia; altri ammise di quelle tenui concessioni che conducono ad altre; tanto che si potè raccogliere onde condannare Confalonieri[189], Adryane, Castiglia, Parravicini, Tonelli, Borsieri, Arese e molt’altri a Milano, dove furono esposti sulla gogna il 24 gennajo 1824. E già a Venezia, la vigilia di Natale, giorno di gratulazioni e feste ecclesiastiche e civili, erasi letta la sentenza di Pellico, Maroncelli, Solera, Villa, Oroboni, Foresti, Fortini ed altri e, cosa insolita in quella stagione, l’accompagnarono tuoni e ruggito del mare sotto un insistente scirocco, onde al domani la città fu invasa dall’acqua, e tutto il litorale ne patì fin alla Spezia e a Genova. Furono portati allo Spielberg, ove alcuni soccombettero, quali il conte Oroboni, il veterano Morelli, il Villa; Maroncelli perdette una gamba; altri poterono dopo molti anni uscire ancora a narrare i proprj patimenti[190]. E mentre alcuni li esagerarono, o posero in evidenza se stessi, o denigrarono altrui, Silvio Pellico li raccontò senza rancori, senz’arte; e tutto il mondo lesse le sue _Prigioni_, e la pietà per quei sofferenti partorì esecrazione a colui che così facea soffrire: e che pure non avea mai lasciato che l’applicazione dell’estremo supplizio gli togliesse di esercitare il diritto più prezioso pei re, il ripiego più nobile pell’uomo, la grazia e la riparazione. Gioja, Romagnosi, Trechi, Mompiani, Visconti e altri fur on rilasciati senza condanna[191]. I quali poi restavano in condizione tristissima, chè, mentre la Polizia perseverava nell’adocchiarli e vessarli, quasi a giustificarsi dell’averli perseguitati, il pubblico (troppo solito complice degli oppressori) dubitava di loro perchè non condannati, e accogliendo le sinistre insinuazioni sparse d’alto luogo, finiva per temere e odiare quelli ch’erano temuti e odiati dal Governo. In Piemonte si fecero 92 sentenze di morte, 432 di lunga o perpetua prigionia[192], ma tutti in contumacia, essendosi lasciato partire chi volle; il notajo Garelli e il sottotenente Laneri furono messi a morte, e in effigie La Cisterna, Caraglio, Collegno, Lisio, Morozzo, Regis, Santarosa; di seicennovantaquattro uffiziali inquisiti, dugenventi furono destituiti, e così molti impiegati civili. Anche negli Stati Pontifizj i cospiratori abbondavano: e il Puccini, direttore della Polizia toscana, scriveva al Corsini plenipotenziario al congresso di Lubiana: «Nelle Marche e nelle Legazioni sono assai numerose le sêtte, e grandi mezzi adoprano per diffondere l’odio contro i Governi monarchici, e sperano nei torbidi d’Italia, comunque arrivino. L’odio di questi partiti si sfoga colle maniere dei tempi del duca Valentino. Molte uccisioni vennero commesse negli anni scorsi sopra ecclesiastici ed impiegati pubblici a Forlì, Ravenna, Faenza; altre in maggior numero modernamente, certo per odio di parte». Istantemente aveano chiesto che le truppe sarde si avvicinassero al confine, ma non ne fu nulla; e quel Governo, ripigliata forza, cominciò gli arresti; di quattrocento processati, molti, principalmente per opera del Rusconi legato di Ravenna e del Sanseverino di Forlì, condannò alla pena capitale, che il papa commutò nella reclusione. Il granduca non credette necessarj i processi perchè non ebbe paura. Maria Luigia li lasciò fare, e vi furono involti Ferdinando Maestri e Jacopo Sanvitali professori; ma commutò le pene in esiglio. A Modena nel 1817 erasi formata una società della Spilla nera per rassicurare i Napoleonidi: e al tempo stesso i Massoni, gli Adelfi, le Chiese dei sublimi maestri perfetti aveano adepti, e s’erano ascritti i dottori Carlo e Giuseppe Fattori di Reggio, nella cui casa teneansi le adunanze, il capitano Farioli di Guida, il dottore Pirondi, Prospero Rezzio e molti ebrei[193]. Tutte le Società aveano statuti proprj, ed alcune v’univano l’obbligo di farsi vicendevoli correzioni e di non vagheggiare la moglie dell’amico: comune era quello di uccidere chi fosse condannato o avesse rivelato il segreto: pagare una certa somma, manifestare a tutta la società le operazioni del Governo. Sconfitti su tutti i punti, i Liberali rifuggono in Ispagna a fiancheggiare una causa che sentiano dover soccombere, ma che era la loro; e a mostrare, colle generose morti, che non erano colpevoli delle fughe di Rieti e di Novara. Altri crociaronsi in ajuto della Grecia, dove a Sfacteria perì il Santarosa, eroe all’antica. Gli alleati, all’udire l’inaspettato successo, esclamano «doverlo attribuire non tanto ad uomini che mal comparvero nel giorno della battaglia, quanto al terrore onde la Provvidenza colpì le ree coscienze»; e protestando di lor giustizia e disinteresse, annunziano all’Europa d’aver occupato il Piemonte e Napoli, e nella lora unione «una sicurezza contro i tentativi de’ perturbatori». Insieme partecipano ai loro ministri presso le Corti «essere principio e fine di loro politica il conservare ciò che fu legalmente costituito, contro una setta che pretende ridurre tutto a una chimerica eguaglianza»; annunziano altamente che «i cambiamenti utili o necessarj nelle leggi o nella amministrazione degli Stati, non devono emanare che dalla libera volontà di quelli che Dio rese responsali del potere[194]. Così essi erigonsi custodi e dispensieri unici della verità, della giustizia, delle franchigie: e i Liberali ebbero servito agl’interessi dell’Austria, dandole occasione di estendere l’alta vigilanza e quasi l’impero su tutta la penisola, da lei sottratta ai tumulti o al progresso. Poi a Verona (1822) s’adunarono a congresso i re di tutta Europa colla grandezza loro e cogli avanzi di loro miserie: e i diplomatici più vantati dichiararono che «resistere alla rivoluzione, prevenire i disordini, i delitti, le calamità, assodar l’ordine o la pace, dare ai Governi legittimi gli ajuti che aveano diritto di chiedere, fu l’unico oggetto degli sforzi dei sovrani; ottenutolo, ritirano i soccorsi che la sola necessità avea potuto provocare e giustificare, felici di lasciare ai principi il vegliare alla sicurezza e tranquillità del popolo: e di togliere al mal talento fin l’ultimo pretesto di cui possa valersi per ispargere dubbj sull’indipendenza dei sovrani d’Italia». In fatto l’Austria si persuase a sgombrare il Piemonte e abbreviare l’occupazione del Napoletano; della Grecia non si ascoltarono tampoco i deputati, benchè il papa gli avesse accolti ad Ancona e raccomandati; si convenne dei casi in cui i re si dovrebbero sussidj reciproci; si stabilì soffocare la rivoluzione anche in Ispagna, e l’incarico ne fu commesso all’esercito francese, che tra le grida di _Muoja la costituzione, Viva il re assoluto_, procedette senza ostacolo fino a Siviglia. Carlalberto, combattendo al Trocadero, aveva in faccia ai re lavato la macchia dell’essersi lasciato salutare re d’Italia[195]. La facile caduta di rivolte militari o di popolari sommosse, fecero persuasi i re d’essere sicuri, e che niuna reale efficacia possedesse lo spirito liberale, che amavano confondere col rivoluzionario; bastasse affrontarlo per vincerlo; e pesarono sull’Italia con una taciturna oppressione non ricreata da verun lampo di speranza. CAPITOLO CLXXXIV. La media Italia. Rivoluzioni del 1830. Nei Liberali questo momentaneo agitarsi sotto le bajonette de’ padroni lasciò scontentezza, ma non sconforto: e poichè, invece di studiar le vere cause della ruina, la spiegavano colla plateale ragione del tradimento, altra lezione non se ne traeva se non d’esecrare i traditori, e non isperare nei principi. Tanti profughi ond’erano piene non solo Francia, Inghilterra e Svizzera, ma Barberia e Turchia, rodendo il pane dell’esiglio rinnovavano que’ tempi del medioevo quando le trame dei fuorusciti decideano le sorti della patria, e co’ loro scritti mantenevano l’irrequietudine, eccitando sdegni che pareano speranze. Giuseppe Pecchio descrisse i proprj viaggi e la vita di Foscolo e la storia dell’amministrazione finanziera del regno d’Italia e quella dell’economia politica nel nostro paese, adulandoci: Giovanni Arrivabene applicavasi all’economia e alla beneficenza pubblica: Camillo Ugoni continuava la critica letteraria, come il Salò: Santarosa ed altri raccontavano la rivoluzione di Piemonte, mentre Pepe e Carascosa duellavano su quella di Napoli: il capitano Bianco insegnava la guerra per bande: Giannone ordiva un poema l’_Esule_: il conte Alerino Palma sedeva nell’areopago della risorta Grecia, e in quella lingua scriveva delle viti e del vino: le romanze di Giovanni Berchet milanese rendevano popolare l’esecrazione contro l’Austria e contro Carlalberto. I libri che si faceano leggere, erano proscritti o di proscritto; le opere statistiche del Gioja, le giuridiche del Romagnosi, le mediche del Rasori, le filologiche del Giordani e del Foscolo, le storiche del Troya, del Colletta, del Sismondi, le poetiche del Pellico e del Rossetti, le filosofiche del Borelli, prediligeansi perchè d’autori perseguitati; voleano vedersi allusioni e condanne contro l’autorità che le proibiva, e il divieto aguzzava le voglie, e toglieva il criterio di sceverare il vero dal falso. Così crebbe la smania del leggere e scrivere, del ragionare e ragionacchiare di politica e d’economia; e si moltiplicarono i giornali. Era anche questa un’imitazione di Francia, dove i Carbonari, non avendo potuto insorgere nel 1821, si erano diretti a preparare l’opinione sia alla tribuna, sia colle gazzette, lanciandosi in una politica avventurosa, com’è sempre quella che non ha il riscontro della realtà, ed esercitando quell’opposizione negativa, ch’è facilissima perchè ha bisogno solo di collocarsi in un punto di vista differente da quello del Governo, ed è insufflata dalle passioni invidiose e malevole. Di là quei giornali arrivavano in Italia: i Governi che ne capivano la potenza a segno di proibirli, non riuscivano ad opporvene alcuno, il quale alla savia moderazione che concilia anzichè irritare unisse la prudente franchezza che fa rispettare la ragione anche quando contraria, e all’elogio dà valore e dignità col saper disapprovare. Intanto sui Francesi formavasi quel poco di spirito pubblico, creando bisogni e affetti che non erano i nostri; lodando una beneficenza che storpia l’uomo per avere il vanto di dargli le stampelle; erudendosi a una storia tessuta con luoghi comuni e paradossi; allucinandosi ad un liberalismo che abbaja contro ciò che s’ha a distruggere, non ragiona sopra ciò che bisogna sostituire, e vagheggia una democrazia che sconoscendo le parti più vitali delle nazioni e degli individui, condanna ad abdicare ogni valore proprio ed inabissarsi nella così detta opinione pubblica, cioè volgare. Quest’indeclinabile imitazione de’ Francesi, della loro scienza incompleta, della filosofia eclettica, della letteratura improvvisata, della politica rischiosa fu sempre una delle più funeste endemie degl’Italiani. Intanto i principi nostri credevano che i mali si rimediassero col negarli, e se la compressione materiale ristabilì l’ordine esterno, non si provvide all’interna agitazione, cresciuta anzi ne’ paesi dove non s’era dianzi sfogata, e dei quali or ci avanza a parlare. Il papa era stato rintegrato ne’ suoi possessi, eccetto Avignone e il contado Venesino che Francia si tenne, e le fortezze di Comacchio e Ferrara a cavallo del Po, volute dall’Austria ad onta delle proteste pontifizie. Roma aveva esultato nel ricuperare il Laocoonte, l’Apollo, la Corte, le solennità, l’aurifera affluenza dei forestieri. Pio VII, tornando ingloriato dal martirio, non ricercò alcuno per l’operato durante il Governo francese o nell’invasione di Murat; anzi il generale austriaco Stefanini, col fare qualche persecuzione, scemò la propensione che non piccola v’era per gli Austriaci. Col consiglio del cardinale Consalvi e del Bartolucci, il papa con motuproprio (1816 6 luglio) sistemò l’amministrazione pubblica in aspetto di legge generale che tenesse dell’antico senza ripudiare tutto il nuovo, tenendo all’unità e uniformità collo sbandire quelle amministrazioni molteplici, e ridurre a un centro le giurisdizioni. Lo Stato fu diviso in diciannove provincie, oltre la metropoli colla comarca; ogni delegazione in distretti ch’erano quarantaquattro: questi in seicenventisei Comuni sotto delegati prelatizj. Le Comunità regolavansi da un consiglio che deliberava, da una magistratura che amministrava, scegliendone i membri fra il clero, i possessori, i letterati, i negozianti, salva la conferma del delegato. Roma ebbe un senatore e conservatori; e così Bologna. Ai fidecommessi poteasi rinunziare: abolite le servitù e le riserve; abolite le giurisdizioni baronali, eccetto quelle del cardinale decano in Ostia e Velletri, e del maggiordomo papale in Castelgandolfo; aboliti gli statuti municipali, se non in quanto concerne l’agricoltura. Si sistemò l’imposta, alleggerendola d’un quarto, e doveasi erigere il rendiconto annuo, compilare un catasto regolare, un registro di tutto il debito pubblico fruttante il cinque per cento, con una cassa di redenzione. Abolito il codice civile e il criminale francese, le commissioni, i giudizj privati, si accentravano le giurisdizioni, determinando i tribunali collegiali e le loro gradazioni, con appelli a Bologna, Macerata e Roma, e una cassazione detta Segnatura; le cause trattate in italiano, motivate le sentenze criminali, difeso il reo e confrontato coi testimonj, abolita ogni guisa di tortura; indipendente l’autorità giudiziale, responsali i magistrati. Ma regolamenti soggiunti smentirono i preamboli, nè i codici promessi comparvero mai: i fôri vescovili impacciavano col trarre a sè ogni lite ove fosse implicato un ecclesiastico: rinacquero i vecchi tribunali della fabbrica di San Pietro che conosce di qualunque eredità a suffragio delle anime, e della congregazione de’ chierici di camera per le cause demaniali: la Segnatura non giudicava definitivamente, ma rimetteva alla sacra Rota, la quale cogli _opinamenti_ (del resto opportuni a raggiungere la verità) poteva eternare le cause, ripetendo l’_audiatur_ invece dello exequatur. Alla francese continuarono l’ordinamento delle finanze, le ipoteche, il bollo, il registro: ma il commercio era incagliato da privative e protezioni; arbitraria la Polizia, diretta dal governatore di Roma, e che applicava fino la pena del cavalletto. I soldati raccoglievansi per ingaggio: privilegio dei chierici la istruzione e la censura, come a soli prelati la diplomazia, e le supreme magistrature amministrative e giuridiche, e fino il governo delle armi. Il papa ripristinò le accademie della Religione cattolica, d’Archeologia, di San Luca; malgrado le indomabili paure dei re, concesse ospitalità alla famiglia Buonaparte; rielesse cardinali; colle antiche cerimonie canonizzò molti santi, fra cui gl’italiani Andrea da Peschiera, Costante da Fabiano, Antonio da San Germano vercellese, Ranieri da San Sepolcro, Francesco Caracciolo, e le beate Angela da Desenzano, Caterina da Racconigi, Giacinta Marescotti, Bartolomea Bagnesi fiorentina. Alla basilica di San Paolo, fondata da Costantino, arricchita dagl’imperatori e dai pontefici con quadri, musaici, porte di bronzo, cimelj, marmi, s’apprese il fuoco accidentalmente, e que’ tesori d’arte e di devozione e ventiquattro colonne di marmo frigio ne rimasero distrutte. Parve preludere alla fine del pontefice, il quale allora appunto cascando in camera, si ruppe l’osso del femore, e soccombette (1823 20 luglio). Eroe da che la prigionia pose fine alle sue debolezze, nè gradi nè ricchezze attribuì ai parenti; non commise crudeltà, ma non impedì le malversazioni; e inetto al governo, abbandonava il paese più povero, disordinato e bollente di ire. Gli fu dato successore Annibale Della Genga (28 7bre), col nome di Leone XII; il quale congedò il Consalvi, che lascerà buon nome fra i ministri di Stato per lo spirito conciliativo ed opportuna fermezza, e che poco dopo morendo, i molti donativi diplomatici destinò ad erigere una statua al pontefice, di cui era stato sostegno. Leone XII, reputato per moralità non meno che per l’accorgimento politico mostrato come nunzio in Francia, proseguì le cure pastorali contro «l’irruente empietà, e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura dei forti ed affettante alterigia coi deboli»; comprò la ricca biblioteca artistica del Cicognara, che l’imperator d’Austria avea ricusata; fece da giureconsulti esaminare il motuproprio del suo predecessore; nominò anche una congregazione di Stato, ma subito la risolse in mera assemblea consultiva. Parve anzi condiscendere ai retrivi col lasciar vivere gli arbitrj di ciascun dicastero: vennero estesi i diritti delle comunità; ma se ne’ consigli entravano tutte le classi, rimaneva separata la nobiltà, con le primogeniture e fedecommessi, credendo «influisca al decoro del principato»: volevasi anche ripristinare le giurisdizioni baronali «come l’unico mezzo di ridonare il lustro alla nobiltà romana», se il concistoro non si fosse opposto. Le femmine dotate furono escluse dalla successione; rimessi i giudizj a singoli, invece de’ collegi; aboliti i tribunali di distretto; introdotto di nuovo il latino ne’ giudizj, e nelle più grandi Università e nelle cinque minori; ad ecclesiastici affidato il condurre anche il processo dei laici; attribuito ai Gesuiti il collegio romano, il museo, e l’osservatorio, con dodicimila scudi di rendita sul tesoro pontifizio; ripristinato il Sant’Uffizio; estesi i privilegi della manomorta. Forza era dunque dar torto al papa di prima o al presente, e facilmente si dava torto ad entrambi, cioè si perdea la fede nell’autorità. Commissioni di preti ed uffiziali sgomentarono le Legazioni, solcate da società segrete, che manifestavansi ad ora ad ora con assassinj di pretesto politico, e contro avversarj che denunciavansi per Sanfedisti: e un tentativo d’insurrezione nel 1825 in occasione del giubileo, costò la testa a un Targhini. Il cardinale Rivarola nella legazione di Ravenna in una sola volta, udito il parere de’ giudici, condannò (1825) cinquecentotto persone; poi ad un tratto perdonò a tutte, assegnò pensioni ai loro parenti, e cercò rappattumare Sanfedisti e Carbonari per via di matrimonj, che riuscirono come Dio vel dica. Essendosi poi attentato alla vita del legato, egli istituì una commissione severissima, moltiplicò le spie, lasciò andare alla forca sette omicidi (1828), che il pubblico compassionò come vittime politiche. Del resto, allorchè si promise perdono a chi _spontaneo_ venisse a far dichiarazioni, a centinaja vi accorsero. Tali erano i governati, tali i governanti. Leone XII aveva divisato di riformare le regole ed il vestire dei frati, riducendoli a tre soli Ordini: uno di regolari, poveri, di scienza discreta e gran cuore, che servissero al popolo sussidiando i parroci e prestandosi agli spedali. Il secondo, tutto all’educazione e istruzione della gioventù, e a sostenere gl’interessi della religione e del buon costume. Il terzo di contemplativi, che salmeggiassero, predicassero, e cercassero l’evangelica perfezione. Non mancavano i Barbareschi di molestare le coste; ma peggior vitupero allo Stato Pontifizio veniva dai briganti. L’antico paese dei Volsci, fra gli Appennini, le paludi Pontine e i monti d’Albano e Tuscolo, fino al 1809 appartenne alla famiglia Colonna, che all’armi addestrava quelle popolazioni per ajutarsene nelle sue emulazioni cogli Orsini e coi papi. E i papi non vi poteano nulla; se non che, alle persone probe dando un brevetto di cherico, le sottraevano alla giurisdizione territoriale. I Francesi abbatterono questa feudalità; ma gli eccessi della coscrizione del 1813 tornarono in armi la popolazione, e bande di _politici_ vi si formarono in opposizione di re Gioachino. Sotto il debole Governo sottentrato crebbero di baldanza: obbedienti a capi quali De Cesaris e Gasparone nelle provincie romane, Furia e Vandarelli nelle napoletane confinanti, e carichi d’armi e di reliquie, a torme fin di cento scorrazzavano la campagna spopolata, e rendeano pericolosissimo il tragitto da Roma al Napoletano; assalirono e taglieggiarono un collegio alle porte di Terracina, i Camaldolesi presso Tuscolo; molte famiglie ridussero sul lastrico; guastarono i commerci, l’agricoltura, la pastorizia. Chi avrebbe osato negare ricovero e vitto a questi formidabili? Assai volte il Governo dovette scendere a patto con essi, pure beato quando qualcuno tornasse a penitenza, e venisse a sospendere a una Madonna il coltello insanguinato. Il Consalvi, fisso di sterminarli, s’accontò col Governo napoletano acciocchè non li ricoverasse nel suo territorio, arse le capanne e i villaggi ove annidavano, e potè consacrare una festa a commemorazione d’averli distrutti. Ma non lo erano così, che molto non restasse a fare. Leone XII spedì il cardinale Pallotti legato a latere con un editto, ove, cessata ogni misericordia o transazione, intimavasi morte immediata ai briganti côlti; pena cinquecento scudi ai Comuni ove succedesse un loro latroneccio. Di fatto si trovarono ridotti aventi, che a Sonnino capitolarono: ed essi furono mandati nelle fortezze, il paese distrutto. Lo Stato romano si estendeva fra il 41 e il 45º parallelo per centrentadue miglia da Ancona a Civitavecchia e ducenquaranta dal Po a Terracina, con due milioni e settecensettantaduemila abitanti, e con fama di sterilità a terreni calcari e vulcanici, che sarebbero ubertosissimi. Il pendìo dell’Appennino che scende al Mediterreneo presenta vaste pianure, esercitate colla coltivazione grande; verso l’Adriatico le varietà della piccola trovansi nelle Legazioni, nelle Marche, nelle valli dell’Appennino. Le Legazioni partecipano della fertilità della Lombardia; e una popolazione intelligente e laboriosa prospera la coltura della seta, del frumento, del riso, del vino, della canapa. Altrettanta è la fecondità delle Marche, ma i possessori meno ricchi s’accontentano delle produzioni meno costose, quali il vino e la seta: il colono è a mezzerìa, non affittajuolo. Lo Stato guadagna assai dalle saline di Cervia e di Comacchio. L’inameno Appennino verso settentrione vestesi di foreste; ma di sotto di Roma restò ignudo, dacchè Sisto V le fece distruggere per togliere il nido ai masnadieri: da quelle che sopravanzano verso il lago di Bolsena e le fonti del Tevere si taglia eccellente legname anche da navi. Le valli interposte si lavorano a piccola coltura, e bellissime quelle della Nera e del Velino: la scabra dell’Anio è atta appena all’ulivo: verso il Napoletano si allargano i piani di Sacco. Le rive del Tevere mostrano la piccola coltivazione fino al monte Soratte, ove comincia l’Agro romano, vastità di ducencinquantamila ettari ubertosissimi, ma che accumulati in possessioni non minori di trecento ettari, e fino di cinquecentomila, spesso con una sola casa rustica, la più parte rimane soda, o soltanto lavorata a lunghissimi intervalli. Nel medioevo le famiglie romane viveano alla campagna e de’ prodotti di questa, e se le guerre private vi recavano guasti, adoperavasi però ogni cura a farle fruttare come unica ricchezza. Quando i papi cominciarono a impinguare i nipoti, questi comprarono i beni de’ piccoli proprietarj, che volentieri li cambiavano contro _luoghi di monte_, oggi diremo azioni di banca, molto fruttuosi. Nel 1470 Sisto IV permise a qualunque avventiccio di seminare per proprio conto un terzo del terreno che fosse rimasto sodo: tale idea avevasi allora della proprietà! Sisto V nel 1585 con un milione di scudi stabilì una cassa di credito agricola a favore de’ proprietarj dell’Agro romano; ma ben poco vantaggiò. Intanto i Borghesi vi comprarono da ottantamila terre, e Paolo V le decretava immuni da confisca: i Barberini altrettanto, impiegandovi, si disse, cento milioni di scudi. Così sparve la proprietà suddivisa, e molte famiglie di Parma, Firenze, Urbino lasciavano le proprie terre per venire a Roma a goder le rendite dei Monti; ma non tardarono ad accorgersi d’aver ceduto il certo per l’incerto. Alessandro VII cominciò le riduzioni d’interessi: onde il credito ebbe una scossa tanto maggiore perchè la cosa era inusata, i capitali si ascosero o sparvero, e così la terra appartenne a proprietarj cui mancavano i capitali da utilizzarla. Scemata la produzione, si dovette assicurare il vivere alle popolazioni col proibire l’asportazione; laonde l’agricoltura si restrinse a produrre soltanto quant’era necessario per l’interno. Oggimai quell’ampiezza era posseduta da centredici famiglie e sessantaquattro congregazioni: i Borghesi davano a fitto ventiduemila ettare, i Chigi cinquemila seicento, i Cesarini Sforza undicimila, e così via, cavandone da otto a diciotto franchi l’ettare: e i grandi fittajuoli sopperivano alle spese cui non basterebbero i proprietarj. Nella stagione che l’aria è men micidiale, si fa ressa ad ottenere le ricchezze del suolo; centinaja d’aratri, a quattro, a sei, a otto paja di bufali di fronte lo solcano; quella che credevi una sodaglia incolta, in pochi giorni trovasi arata e sementata; poi si dimentica fino all’ora della messe, quando un nugolo di montanari scende alla mietitura; e dove parea un mare di biade ondeggianti, in pochi giorni non rimane spiga in piede, e sottentra aspetto di deserto. La gente degli Abruzzi, compiuta l’opera, riporta a’ suoi monti pochi denari e le febbri. Il resto si abbandona alla pastorizia che frutta senza spese nè pericolo, ed offre un cibo sano e nutritivo alla città: ma neppur le mandre si pensa a moltiplicare, o introdurvi migliori specie di montoni e di cavalli, in modo da farne lontane asportazioni. Un pastore sceso dalla montagna, a cavallo addirizza i numerosissimi armenti, trafiggendo con un lancione il puledro o la bufala che scompigli il branco; e pochi bastano a migliaja d’animali. Di cui in tutto lo Stato contansi oggi quattro milioni ducentomila capi, dove seicentosessantatremila sono bovini, quindicimila muli ed asini, due milioni e mezzo di pecore, trecentoventimila capre, settecentomila majali. Ecco perchè delle 4,166,297 ettare dello Stato Pontifizio, 1,046,861 tengonsi a prati. Le alture d’Albano che fanno cornice all’Agro romano, nutrono una popolazione robusta, e d’uva e frutti provvedono la capitale: ma neppur qui abbastanza si cerca migliorare le produzioni, e il vino e l’olio. Di là da Velletri cominciano le paludi Pontine su quarantadue chilometri di lunghezza per diciotto di larghezza. Pio VI vi sanò ottomila ettare, che furono distribuite in enfiteusi coll’obbligo di coltivarle e mantenere i canali secondarj, ma non che adoprarvi tutta la cura, è assai se s’adempiono i contratti. Principali concessionarj sono le famiglie Massimo, Fiano, Gaetani, e la fabbrica di San Pietro, alla quale appartiene il Campo Morto di ottomila cinquecento ettare, dove, fra gli altri allettativi per attirar gente, i malfattori sono tenuti immuni dalla giustizia purchè subiscano la disciplina prescrittavi. Quel podere alla semenza di mille ettolitri di frumento e quattrocentoventi d’altre granaglie risponde l’annuo ricolto di quindicimila trecento ettolitri; quattrocento giornalieri lavorando alla seminagione, il doppio alla messe, oltre gli ordinarj; trecentoventi bovi con sessantacinque aratri alla coltura; ducencinquanta bovi sonvi ingrassati: ottocento vacche, cento bufali e duemila pecore pascolano nel maggese: cento cavalli servono ai sorveglianti e pei trasporti, oltre ducencinquanta giumenti e i loro piccoli. Eppure non si affitta che tredici franchi l’ettara. Il sistema di far rendere senza intervento d’uomini nè spese di coltura, contentandosi de’ prodotti spontanei, non è dunque generale nello Stato; e la grande coltura è propria solo delle paludi e della campagna: ma insalubrità, spopolamento, mancanza di sfoghi sono reciprocamente cause ed effetti di danno, nè si può riparare ad uno in particolare; e vuolsi ben altro che decreti, fossero anche ben consigliati. Clemente XIII vietò di tagliar legnami nei possessi dei Comuni o della Camera apostolica senza licenza; nel 1789 Pio VI diede un buon regolamento pei boschi, e fece erigere un nuovo catasto; colla libera asportazione de’ grani ne sollecitava la produzione; nel conferire le doti si preferirebbero le figlie d’agricoltori; si stabilirono premj e pene che non ottennero effetto. La dominazione francese brevissima non ebbe tempo di spartire fra operosi proprietarj i latifondi di manomorta che traeva al fisco; e una commissione istituita nel 1810 per migliorare le paludi Pontine, nulla trasse a riva. Nel 1819 una società straniera offerse di prendere in affitto tutto l’Agro romano, retribuendo al fisco un canone annuo, e a ciascun proprietario un fitto pari a quello che allora godeva; e dopo cinquant’anni restituirgli i terreni migliorati: intanto la società avrebbe dissodato il fondo, rasciutte le paludi Pontine e quelle di Macarese ed Ostia, resi navigabili il Tevere e il Teverone per l’intero loro corso, aprendo così una uscita ai prodotti della Sabina; costruito villaggi con chiese, scuole, ospizj, strade; utilizzato le acque minerali e sulfuree; piantato modelli di podere dove introdurre produzioni nuove, l’indago, la cannamele ed altri; tutti questi lavori sarebbero fatti da indigeni, alloggiati in situazioni salubri, congedati ne’ mesi pestilenziali. Erano forse le solite lustre di speculatori: fatto è che la proposizione, dal nuovo papa accolta favorevolmente, fu lasciata cadere forse per opera di chi ne temeva scapito. Il nuovo papa Pio VIII (Saverio Castiglioni) (1829 31 maggio), uomo austero e dotto, lodato del far poco, dopo che Leone XII avea fatto troppo; non arricchì parenti; usò a ministro il cardinale Albani, impinguatosi con appalti e speculazioni, inclinato all’Austria, nè troppo sottile in fatto di religione e amante i piaceri tanto più che non era prete. Di corto il papa moriva (1830 30 9bre), e nell’orazione solita recitarsi nel conclave _de eligendo pontifice_ il dottissimo cardinale Maj diceva ai radunati: — Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leone la nitida eloquenza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l’amicizia dei principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di consigli Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio, per vigore d’animo Sisto; e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice che non manchino nè l’erudizione di Benedetto XIV, nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII». Campione della religione e dell’autorità era Francesco IV di Modena, carattere robusto, mente estesa, operante per fredda ragione e col profondo convincimento nelle idee patriarcali che il popolo fosse roba del principe e da questo dovesse aspettare il bene, e il principe fosse obbligato a farglielo. Ricchissimo di patrimonio, e più dopo che Beatrice d’Este sua madre gli lasciò 50 milioni di lire e la signoria di Massa e Carrara, fu il solo principe che alleggerisse le imposte; nella fame del 1816 tirò grano dall’Ungheria e lo rivendette a basso prezzo, oltre dar minestre gratuite; in quella del 1829 distribuì centomila pesi di canapa da filare, duemila e cento pesi di farina per mano de’ parroci, e cenventimila lire fra limosine e lavori straordinarj; istituì monti frumentarj per sovvenire i piccoli possidenti e gli agricoli. I nobili si amicò, dei perduti diritti feudali compensandoli con carte pubbliche: ripristinò gli Ordini religiosi, e risarcì in parte la Chiesa dei beni confiscatile. Nelle leggi mitigava i rigori della giustizia punitiva, tutelava gl’interessi domestici, migliorava il regime delle ipoteche, accolse la società scientifica dei Quaranta; manteneva alle accademie forestiere giovani che si raffinassero nell’arti e nelle scienze; raccolse libri, quadri, medagliere, museo ricchissimo. Dotato di gran memoria, notava moltissimo; scriveva lunghe dissertazioni, che in parte si hanno, come migliaja di suoi rescritti a petizioni[196]. Viene il tremuoto? imperversa il cholera? esso gli annunzia come castighi di Dio contro i riottosi; tutti i proprj atti motiva dal meglio del popolo; ma vuole che il popolo obbedisca; e perchè la Rivoluzione scassinò la docilità, adopera ogni mezzo per ottenerla a forza. Tutt’occhi a vigilare gl’interessi de’ principi, per lui l’Austria venne informata delle trame de’ Carbonari. Al congresso di Verona offrì un lungo scritto contro le costituzioni, suggerendo come mezzi a impedirle il favorire la religione, rialzare la nobiltà, interessandola negli affari pubblici e alla conservazione dell’ordine; ampliare l’esercizio dell’autorità paterna, correggere la legislazione quanto al crimenlese, e semplificare la procedura in modo che i negativi non isfuggano al rigore delle leggi; migliorare il sistema dell’educazione, adattandola alle condizioni, e restringendo il numero di quelli che applicano agli studj; s’invigilasse la stampa; insieme le imposte fossero fisse e non vessatorie, e libera la circolazione delle derrate. In fatti nel suo paese era gelosissima la censura, di cent’occhi la Polizia, potenti i devoti, tollerati quei soli scrittori che si facessero appoggio a quella che diceasi causa dei troni e degli altari. Orribil fama avanza dei processi fatti dopo il 1821; e Giulio Besini, ministro della Polizia che pareva inasprirli, cadde scannato (1822 17 8bre) da un giovinetto Morandi. Il duca ne restò esacerbato, e sopra quaranta inquisiti e sette contumaci alcuno lasciò andare a morte, fra cui il prete Andreoli di Correggio. Altri processi tesseronsi di tempo in tempo, e un colonnello Cavedoni se ne sottrasse uccidendosi. Per verità l’azione delle società secrete non erasi mai rallentata; e i vanti che se ne menarono dopo la riuscita, accertano che la rivoluzione di Parigi nel 1830 non fu spontanea rivolta contro ordinanze incostituzionali, ma lunga preparazione delle combriccole. Queste aveano fila anche in Italia, onde nel 1829 il papa le colpì di scomunica, e istituì una commissione che processò ventisei Carbonari. Châteaubriand, allora ambasciadore a Roma, scriveva al conte Portalis ministro a Parigi: — Leggete con cautela ciò che vi scriveranno da Napoli e d’altrove. Si reputa cospirazione il malcontento universale, il frutto de’ tempi, la lotta dell’antica colla nuova società, delle istituzioni decrepite contro le giovani generazioni, il confronto che ciascuno fa di ciò che è con ciò che potrebb’essere. I Governi rappresentativi con Governi assoluti non potranno durar insieme. Confini doganali possono oramai dividere la libertà dalla schiavitù? nè un uomo essere impiccato di qua d’un ruscello per principj che al di là sono reputati sacri? Questa, e questa sola è la cospirazione in Italia; ma dal dì che entrerà nel godimento de’ diritti portati dai tempi, sarà tranquilla e puramente italiana. Non sono oscuri Carbonari che faranno sollevare questo paese. Queste sono le condizioni dell’Italia; ma ciascuno Stato, oltre i dolori comuni, è tormentato da qualche malattia sua particolare. Il Piemonte in balìa d’una fazione fanatica; il Milanese divorato dagli Austriaci; i dominj del santo padre rovinati dalla cattiva amministrazione delle finanze, poichè l’imposta si eleva a quasi cinquanta milioni, e non lascia al proprietario l’un per cento delle sue rendite; le dogane non danno quasi niente, e il contrabbando è generale. Il principe di Modena stabilì nel suo ducato (luogo di franchigia per tutti gli antichi abusi) magazzini di merci proibite, che nottetempo fa entrare nella legazione di Bologna. Il Governo delle Due Sicilie è caduto nell’ultimo disprezzo: il vivere della Corte in mezzo alle sue guardie, non offrendo altri spettacoli che cacce ruinose e forche, rende vituperevole la monarchia agli sguardi del popolo. La mancanza di virtù militare prolungherà l’agonia dell’Italia. Buonaparte non ebbe il tempo di far rivivere questa virtù; le abitudini d’una vita oziosa e i prestigi del clima contribuiscono a togliere agl’Italiani del mezzogiorno il desiderio di agitarsi per migliorare. Le antipatie nate dalle divisioni territoriali accrescono le difficoltà degl’interni moti; ma se qualche impulso venisse di fuori, o se qualche principe fra l’Alpi concedesse uno statuto a’ suoi sudditi, avrebbe luogo una rivoluzione, a cui tutto è maturo. Di noi più felici e della nostra esperienza istruiti, questi popoli saranno parchi de’ delitti di cui noi femmo scialacquo». Così, da alto ingegno e da occhio sperimentato giudicavasi la condizione della patria nostra. Così ministri e ambasciadori possono ingannare ed aizzare, peggio che non facciano libellisti scalmanati. Diceasi che Sanfedisti e Concistoriali volessero anche essi l’indipendenza, ma coll’appoggiarsi a principi nazionali, e un nuovo riparto dell’Italia, ove al papa si attribuisse porzione della Toscana e il Polesine di Rovigo, in compenso delle Marche, le quali coll’isola d’Elba andrebbero al re di Napoli; al duca di Modena, parte della Lombardia, Parma, Piacenza, il Veneto col titolo di re; il resto della Lombardia, il Tirolo italiano, Massa, Carrara, Lucca al Piemonte. Queste potean essere aspirazioni, e si disse che qualche capo liberale facesse proposizioni in tal senso al duca di Modena; egli denaroso e potente, egli avveduto e ambizioso, qualora desse mano ad una rivolta potrebbe farsi re di tutta Italia, se non altro, del Piemonte. Se la proposta fu fatta, se egli vi ascoltò, del che mancano prove, fu un intrigo ignobile, dove nessuna delle parti operava di buona fede, ma donde appare che già allora, e nei due campi opposti, il sentimento comune era il desiderio di diventare nazione, appena un impulso esterno desse il crollo ai principati, destituiti del fondamento vero, l’amore dei popoli. E parve venuto allorchè i Francesi (1830), i quali aveano una Costituzione e tutti i mezzi legali di correggerla e svilupparla, si precipitarono alle vie illegittime; e nelle tre giornate di luglio, con grande sacrifizio di vite, cacciarono la dinastia de’ Borboni, e al domani vi sostituirono quella degli Orléans. Non era però soltanto una rivoluzione di palazzo; cambiavasi il diritto pubblico, al re discendente da re, capo de’ nobili, largitore della libertà, surrogandosene uno eletto da una turba parigina che intitolavasi popolo francese; alla dinastia ripristinata dagli stranieri, una che fondava i suoi diritti sulla rivoluzione, cioè sovra ciò che, per l’istesso suo nome, manca di stabilità. Poichè non può scuotersi la Francia senza che tutt’Europa se ne risenta, vi tennero dietro sollevazioni nel Belgio, in Polonia, in Grecia, e commovimenti per tutta Europa. La Francia sta sempre in occhio che l’Austria, sua antagonista, non ingrandisca di troppo in Italia, solletica le aspirazioni nazionali, ostili all’Austria: eppure ripugna dal lasciare che vi si formi uno Stato poderoso, e noi ci diciamo traditi perchè supponiamo gratuitamente che sia generosità disinteressata quel ch’è tornaconto nazionale. Da un pezzo gli accorti denunziano una siffatta politica: eppure coloro che vedono unica salvezza nelle rivoluzioni, ne considerano unica leva la Francia, e perciò l’invocano, e dai movimenti di essa prendono impulso e norma ai proprj; delusi cento volte, cento ricascano, come l’amante coll’amica infedele, o come il naufrago che s’aggrappa a qualunque corpo, foss’anche un altro naufragante. Ora però sembrava affatto al caso nostro il simbolo della nuova rivoluzione francese: perchè, alla Santa Alleanza, ch’erasi arrogato d’intervenire in qualunque paese onde impedire le istituzioni dissonanti dal sistema di lei, Francia contrapponeva il non-intervento, cioè che nessuna nazione potesse impedire che un’altra mutasse gli ordinamenti interni, secondo la volontà del principe o del popolo. Chi sbandì sempre le Costituzioni d’Italia? L’Austriaco, diceano. Ora che la magnanima Francia proclamò il non-intervento, potranno i popoli di essa costituirsi, forse d’accordo coi re: se non resta altra via che l’insurrezione dove mancano rappresentanza e diritto di petizione, la Francia democratica sosterrà certo una rivoluzione democratica; tanto più che così l’Austria sarà costretta occupare in Italia le armi, che affilava contro la nuova rivoluzione. Il ministro Lafitte avea dichiarato alla tribuna: — La Francia non permetterà che il non-intervento sia violato»; e Dupin soggiunse: — Se la Francia, rinserrandosi in un freddo egoismo, avesse detto che non interverrà, sarebbe vigliaccheria: ma dire che non soffrirà s’intervenga, è la più nobile attitudine che possa prendere un popolo forte e generoso»[197]. La Santa Alleanza e i principi nostri sentirono il pericolo, e prepararonsi: il re di Piemonte tolse le armi alla Savoja, mise le fortezze e l’esercito in istato di guerra, ma subito stendeva la mano al nuovo re Luigi Filippo come al solo che poteva allora salvare l’autorità. Al contrario il duca di Modena mai nol volle riconoscere, ebbe sempre come legittima soltanto la linea primogenita, e lasciava che in Parlamento i Francesi minacciassero cacciarlo a colpi di scudiscio. La situazione restava complicata dall’essere allora appunto vacanti i troni di Piemonte, di Sicilia, di Roma. L’interregno papale fu tumultuoso, non solo fra gli ambasciadori che imponevano chi eleggere o no a pontefice, ma nella città dove si tentò una sollevazione (9bre), istigandola principalmente la famiglia Buonaparte colà ospitata; anzi Napoleone e Luigi, figli del già re di Olanda, con alcuni Côrsi e con vecchi soldati corsero gridando Italia e Libertà, ma non trovando consenso, andarono dispersi o furono presi. Tra siffatte irrequietudini era elevato alla tiara Mauro Cappellari, dotto e pio camaldolese di Belluno (1831 2 febb.); e col nome di Gregorio XVI «si assunse liberamente in faccia all’Europa gl’impegni che si rendeano necessarj per la durevole unione tra gl’interessi del trono e quelli della nazione»[198]. La rivolta, che era fallita in Roma mercè l’attenzione del cardinale Bernetti segretario di Stato, meglio riuscì in provincia. I cospiratori, sempre tenendosi sicuri del non-intervento, divisavano far in ciascuno Stato particolari rivoluzioni, salvo poi a fondersi in un solo che avesse centro Bologna. I Menotti di Carpi erano ricca famiglia e industriosa, con estesa fabbrica di cappelli di trucioli; col qual pretesto Ciro viaggiò, ed affiatossi colla propaganda a Parigi e coi Buonaparte a Roma. Ch’egli si facesse intermedio di questi presso il duca di Modena, col quale era associato per negozj, e che il duca lo lusingasse per tradirlo, è smentito da lettere; Enrico Misley riceveva denari dal duca per ispiare i cospiratori a Parigi, mentre da questi faceasi credere devoto alla libertà[199]. La tresca cresceva; ma di mezzo al preparare vien arrestato Nicola Fabrizj modenese, principalissimo fra i cospiratori, sicchè questi non potendo più mettere indugio, raccolgonsi in numero di quindici nella casa Menotti (3 febb.), e spacciano per sollecitare soccorsi dalla campagna e dalle città. Il duca informatone, unisce i pochi soldati, e segnatosi, marcia a capo di quelli, e con pochi colpi obbligatili a rendersi, li caccia prigione, e scrive: «Mandatemi il boja». Al domani però, udendo che anche gli Stati vicini insorgeano, egli non credesi più sicuro, e rifugge sul Mantovano, seco traendo Ciro Menotti, che confida ai carcerieri austriaci. Subito Modena si grida libera, e con un atto di sole settantadue firme proclama dittatore l’avvocato Nardi 1831 con tre consoli Maranesi, Minghelli, Morano. Reggio, dove le trame faceano capo alla Giuditta Sidoli, fece rivoluzione da sè, poi si unì alla modenese, preponendo al governo l’insigne giureconsulto Pellegrino Nobili; e si cominciò a disfare il vecchio, e cacciare i Gesuiti, soliti capri emissarj. A Parma e Piacenza l’austriaca Maria Luigia mostrava cuor buono e generosa carità; istituì un ospizio della maternità; se, come tutti gli Stati, contrasse debiti[200], alle scarse rendite del paese suppliva col proprio lauto appanaggio; in occasione di feste di Corte mandava abiti e ornamenti alle dame; arricchì d’insigni professori l’Università; a disegno del Coconcelli fece costruire i ponti del Taro e della Trebbia, spendendo in questo un milione, quasi due in quello; e conservò i codici, gli ordinamenti amministrativi, la moneta di Francia: ma l’essere austriaca e l’avere rotto fede all’ancor vivo Napoleone screditava la duchessa, di cui solo quando morì lasciando ben fornite le casse, confessaronsi i meriti. Regnante al modo del secolo passato anche pei costumi, un generale austriaco (Neipperg), poi un conte francese (Bombelles) da governatori si fece amanti e mariti; e ad essi abbandonava il paese nelle lunghe sue dimore ai bagni o a Vienna. Non mancarono cortigiani che coll’avidità e l’ignoranza corruppero le benevole intenzioni di essa e il denaro pubblico malversarono, mentre al commercio, all’industria, alle miniere, ad ogni durevole istituto non si badava, com’era naturale in dominio goduto a vita. E di tal condizione provvigionale risentivansi tutte le ordinanze, oggi fatte, domani casse, e mutate le persone. Anche la rivalità della pingue ma abbandonata Piacenza colla preferita Parma seminava zizzania. Nè i sudditi odiavano l’arciduchessa, bensì il ministro Werklein, in cui tutta affidavasi dopo morto lo splendido Neipperg: ed avendo anche i Parmigiani inalberato la bandiera italiana, ed ella dichiarato che i suoi legami le impedivano di fare le chieste concessioni, venne cortesemente accompagnata al confine austriaco, e istituito il Governo con Linati, Casa, Castagnola, Sanvitale, Melegari, Ortalli, Macedonio Melloni. Piacenza fu tenuta in fede dalla rivalità o dalla cittadella. Bologna compiva la sua rivoluzione, incruenta come le altre; e il prolegato rimetteva i poteri ai cittadini che eressero un Governo provvisorio (8 febb.). Il cardinale Benvenuti, legato a latere, fu arrestato; e gl’insorgenti, formato un piccolo corpo sotto Armandi, intitolatosi generale e ministro della guerra, bloccano la fortezza d’Ancona, e l’hanno dopo pochi giorni: il colonnello Sercognani, avendo per commissario Carlo Pepoli, avanza con duemila cinquecento uomini nelle Marche; Perugia, Spoleto, Foligno, tutta l’Umbria rispondono al suo appello, quasi a una festa; e senz’opposizione del Governo, senza riazione di partiti, senz’ombra di pericolo, la bandiera tricolore sventola fin a Orticoli, a Terni, a Ponte Felice, insomma in vista di Roma: dappertutto istituivasi la guardia nazionale, diminuivansi i dazj del sale e del macinato, spandevansi proclami. Faville che traevano importanza dalla conflagrazione di tutt’Europa. Perocchè, sull’esempio di Francia, e forse pe’ suoi incitamenti, la Grecia che da dodici anni combatteva per respingere la mezzaluna dalle fronti segnate dalla croce, ripigliava spiriti alla lotta in cui l’Europa principesca l’avea sfavorita; Spagna e Portogallo rialzavano le abbattute bandiere costituzionali; Germania credea venuto il tempo di ottenere ciò che le era stato promesso e mentito; la Svizzera già prima aveva riformato i suoi statuti in senso popolare; in Inghilterra, al grido dei radicali chiedenti libertà mesceasi terribile la voce della plebe chiedente pane; il Belgio, a nome del cattolicismo conculcato, ribellavasi all’Olanda; la Russia che muoveva gl’innumerevoli suoi eserciti per rimettere la quiete in Europa, vede la vanguardia sua rivoltarsele, cioè la Polonia, che con valore segnalato invoca il nome di Maria e la sua nazionalità. Tutti questi insorti fissavano gli occhi alla Francia, come a promessa salvatrice. Di là, mezzo secolo prima, era venuta una scossa, per cui que’ medesimi che non avevano acquistato la libertà aveano però spezzato la servitù; era fresco il ricordo delle irresistibili vittorie di Napoleone; la bandiera tricolore riuscirebbe meno gloriosa ora che veniva portata, non più da un conquistatore, ma dalla libertà? non per minacciare l’indipendenza dei popoli, ma per restituirla? Tali e più belle speranze vagavano per le menti: ma la Francia non era diretta da una Convenzione, bensì da un re nuovo, rinvenuto più che cercato, accettato più che voluto, e come unica tavola in un naufragio nel quale si temeva perisse l’ordine sociale. Luigi Filippo, intento a farsi soffrire dagli altri re, e assodare la propria dinastia col rispettare le altre, invece di convergere quelle sparse resistenze ad un rimpasto europeo, s’incaricò di eliderle; e per un pezzo vi riuscì. Casimiro Perrier, abile ministro, professa voler fiaccare le fazioni anzichè dar mano ai sollevati, e alle turbolente Camere (8 marzo) intimava: — Noi sosteniamo che lo straniero non ha diritto d’intromettersi a mano armata negli affari interni; ma forse ci terremo obbligati a portare l’armi dovunque non venga questo dogma rispettato? Sarebbe un’intervenzione anche questa. Lo sosterremo per via di negoziati; ma sol l’interesse o la dignità della Francia potrebbero farci prendere le armi: il sangue de’ Francesi appartiene solo alla Francia». Subito si formò a Londra una conferenza di ministri che non rappresentavano le nazioni ma i re, e che si accingeano a ripristinare ciò che le tre giornate aveano abbattuto; e il Governo francese, che avea favorito le sommosse finchè opportune a sviare i nemici minaccianti, s’affrettò a comprimerle. Guglielmo Pepe, il capitano infelice della prima rivoluzione napoletana, e che struggeasi di condurne un’altra, erasi diretto a Lafayette, generale della guardia nazionale e centro di tutte le cospirazioni, chiedendogli duemila uomini, diecimila fucili e due fregate, con cui sollevare le Sicilie. Ebbe le buone parole che colui prodigava a tutti: ma all’atto non trovò che tergiversazioni; onde esso meditò passare in Corsica, reclutarvi a denaro da seicento a mille di que’ robusti, e arrischiare uno sbarco, che fra otto giorni lo renderebbe padrone di Napoli. Tanto sono irrimediabilmente ciechi i cospiratori di professione! Ma quand’egli, solo con due uffiziali, era per salpare, n’ebbe divieto, e fu rimandato a Parigi ad aspettare ancora e sognare per diciassette anni. Altrettanto erasi usato cogli Spagnuoli. L’Austria, irremovibile nel guardare come sua propria la causa di tutti i Governi d’Italia, rise del proclamato non-intervento, e mosse sopra i ducati insorti, o allegando le riversibilità, o l’esservi invitata; assalirebbe anche il Piemonte se i rivoluzionarj vi prevalessero. La insurrezione della media Italia non era costata nè pericoli nè sagrifizj; leggermente abbracciata, fiaccamente sostenuta, nè grandi virtù nè grandi vizj palesò. I rappresentanti delle città di Romagna (26 febb.) dichiarano scaduto dal dominio temporale il papa, e stringonsi in uno Stato solo, con presidente, consiglio di ministri, consulta legislativa[201]; si pongono a moltiplicare atti, come suole ogni amministrazione che si sente di breve durata; e il proclama dell’avvocato Vicini vuolsi confrontare colla dichiarazione degli Stati Uniti per vedere quali guasti faccia tra noi la retorica. È codardo quanto facile il calunniare la sventura, ma perchè farsene adulatore? Certamente al popolo non si mostrò lo scopo d’un’insurrezione, a cui non era spinto da eccesso di sofferimenti; mancarono capi che colla risolutezza e col gran nome abbagliassero e strascinassero gl’indifferenti, che son sempre il numero maggiore; inesperti delle politiche cose, come gente a tutt’altro allevata, i governanti s’impigliavano nelle minime difficoltà; onesti, leali, con quella moderazione che onora ma che non salva, in un mondo il quale compassiona i deboli, ma s’allea solo coi forti, esitavano per paura di compromettere una patria che amavano, una pace di cui sentivano la necessità; e cullandosi nel promesso non-intervento, invece di profittare dell’impeto popolare, assalire Roma, suscitare Piemontesi, Lombardi, Toscani, raccomandavano la quiete come garanzia dell’inviolabilità, rimandavano a casa i campagnuoli chiedenti armi. Nulla dirò delle gelosie rideste fra le città; nulla dei disordini inseparabili da Governi che, nati da vittoria popolare, restano schiavi della moltitudine, guidata da chi più grida, più esagera, più promette. Napoleone e Luigi Buonaparte, falliti in altri tentativi di sollevare Roma, accorsero a infervorare la rivoluzione romagnuola, e scrissero al papa, esortandolo a deporre il temporale dominio prima che le forze giungessero su Roma invincibili[202]. Nuovo pretesto ai nemici di dire l’indipendenza italica minacciata da un’usurpazione napoleonica. Ma di pretesti non facea mestieri dove francamente era stata dichiarata l’inimicizia. Una colonna d’Austriaci guidata da Geppert, passato il Po, ripose in dominio il duca di Modena e Maria Luigia (9 e 13 marzo): il veterano generale Zucchi, che dal servizio dell’Austria era disertato a comandar la rivoluzione della sua Modena[203], ritirasi col piccolo esercito sul Bolognese; ma quel Governo, scrupoloso al non-intervento anche quando il vede conculcato, ricusa ricevere quei fratelli se non disarmati. Quel Gregorio, che fu poi moda di trattar da imbecille, era stato ricevuto dalla plebe romana con applausi strepitosissimi; ma egli da savio non lasciossene lusingare, e «poichè rare sono le clamorose riunioni che disgiunte vadano da qualche discordia», sapendo che allestivasi altra festa, fece pubblicare che «non aveva egli bisogno di tali dimostrazioni per misurare l’attaccamento che gli porta questo suo amatissimo popolo»[204]. Al primo annunzio della sollevata Romagna, la Corte mostrossi disposta a larghi patti, volendo il Bernetti prevenire l’invasione austriaca; intanto erangli venute assicurazioni non solo dall’Austria ma e dalla Francia, dove quel non-intervento che offriva il tema di mille variazioni alla tribuna parigina ed ai giornali, due campi dell’eroismo parolajo, or sottoponeasi ad interpretazioni da casisti: che l’imperatore d’Austria poteva bene prender parte alle vicende della duchessa di Parma sua figlia; anche a quelle di Modena, ducato a sè riversibile; ma quanto alla Romagna, mai non gli si permetterebbe. Per verità, se i Francesi non ajutavano la Polonia col pretesto della lontananza, per l’Italia sarebbe bastato affacciarsi al ciglio delle Alpi. Ma Metternich, che vedeva pericolare o le provincie austriache o l’ingerenza sul bel paese, negò alla Francia il diritto d’impedirgli di ripristinare il dominio papale; — Se si ha a morire, tanto vale un’apoplessia, quanto la lenta soffogazione: faremo la guerra»; ed entrò sul territorio pontifizio. Allora la fragorosa Francia a gridare vilipesa la dignità nazionale e traditi i patrioti, e volersene vendetta; l’ambasciadore Maison da Roma incalzava a gettar il fodero, e spedire un esercito in Piemonte: ma il casismo soccorse di nuovo mostrando che l’Austria non v’interveniva per proprio conto, sibbene a richiesta del papa; e che del resto, guaj a lei se pensasse invadere il Piemonte[205], il quale in fatto non n’avea bisogno. L’ardore esalò in magnanime ciancie, e i Romagnoli videro non poter sostenersi che da sè. «Italiani, all’armi! chi ha un fucile, una spada, una falce, la prenda e venga con noi, che la vittoria non ci può fallire»; ebbero raccozzato un esercito di circa settemila uomini; ma vedendo presa Bologna, si ritirarono innanzi agli Austriaci, che procedeano a passo di carica sulla via Emilia: a Rimini tennero testa (25 marzo) quel tanto che bastasse perchè la loro bandiera fosse vinta, non macchiata; e avendo con quel fatto protetta la ritirata sopra Ancona, lasciato molti morti sul campo e trasportatine i feriti, si rassegnarono ad evitare una resistenza disastrosa quanto inutile. Il Governo, ridottosi in Ancona, dichiarando non essersi mosso se non per fiducia del non intervento, dai Francesi proclamato in pubblico e promesso in particolare, rimette in libertà il legato Benvenuti; il quale promette l’oblio di qualunque atto della rivoluzione, e firma il passaporto de’ capi. Questi s’imbarcano; Ancona è resa pacificamente dal generale Armandi (29 marzo): ma la convenzione viene dichiarata nulla a Roma, giacchè il Benvenuti avea cessato dalla sua carica col divenire prigioniero; s’istituisce processo contro quelli che avessero firmato l’atto di decadenza, o violato il giuramento militare, o pubblicato scritti empj o sediziosi; agli altri intero perdono. Il colonnello Sercognani, ch’era proceduto fin a Rieti, udito quel rovinío, volta per la Toscana, e ben accolto dal popolo e soccorso dal Governo rifugge in Francia. Tre navi portarono altri profughi in Francia, in Inghilterra, a Corfù; ma una fu arrestata da due golette austriache, e ventun pontifizj e sessantasette modenesi che vi stavano furono gettati nelle prigioni di Venezia. Poco poi i pontifizj, più tardi i modenesi furono rimessi in libertà; processati gli austriaci, e Zucchi, come disertore, sottoposto a giudizio militare e condannato in fortezza per tutta la vita. Paolo Costa di sessant’anni e malato della pietra, andò a Corfù ad insegnare filosofia, come l’archeologo Orioli; Pellegrino Nobili di settantasei anni, dopo una fuga piena di pericoli, raggiunse in Francia suo figlio, insigne fisico fuggente anch’esso, sinchè ottennero di ricoverarsi in Toscana. Questi e il filosofo Mamiani, i fisici Amici e Melloni, il medico Sterbini, il poeta Pepoli ed altri colla loro civiltà e sapienza cresceano la pietà per le sventure d’Italia in quella Francia dove i nostri ricevettero ospitalità benevola, stentati sussidj e fallaci promesse[206]. Napoleone Buonaparte era finito di morte violenta: suo fratello Luigi dall’amorevole madre Ortensia fu campato a preparar nuove trame, che doveano portarlo alla prigionia poi al trono. Gli Austriaci tennero occupati i ducati della media Italia e le Legazioni; in Lombardia spaventarono con processi rigorosi, pure mondi di sangue; e Metternich fu decorato dall’imperatore d’Austria «per aver tanto contribuito a mantenere l’indipendenza degli Stati italiani». Maria Luigia, non avendo destinato alcuno a governare in sua vece, non poteva far colpa a chi erasi assunto gli affari; tornata a Parma, presto bandì generale perdono, eccettuandone ventun profughi. L’odio concentravasi sul Mistrali ministro, più ambizioso che tristo[207], sul Sartorio, capo della polizia, che poi fu accoltellato; sui Gesuiti annidati nel collegio di Piacenza, e contro i quali si fece poi una chiassosa dimostrazione; mentre l’arciduchessa pensava a goder la vita, e i resti d’un corpo ch’era stato di Napoleone diede al conte di Bombelles che la ridusse e parca e devota. Francesco di Modena, più irritato perchè avea previsto eppur non ovviato, e persuaso che «i settarj si ostinano a voler abbattere altari e troni, e che un sovrano è responsabile in faccia a Dio se tollera il trionfo dell’irreligione» mandò al supplizio Vincenzo Borelli e Ciro Menotti, il quale salì al patibolo esclamando — Italiani, non lusingatevi a promessa di stranieri»[208]. Coll’editto 18 aprile 1832 sopprimeva le formole giuridiche contro i rei di Stato, abbandonandoli agli sgherri e alle spie; e sparsasi voce d’un attentato contro la vita di esso, i soldati giuravano, «Se l’inferno vomitasse un’anima capace di rinnovare le ribellioni, noi renderemo i concittadini responsali sulla vita loro della sicurezza di Francesco IV con giustizia militare pronta sicura». Da tremilacinquecento volontarj estensi rimanevano alle proprie case ma in armi, vigilando alla pubblica tranquillità, e pronti ad accorrere quando bisognasse. Il duca non curossi che Francia e Inghilterra interrompessero le relazioni diplomatiche con lui, lasciava stampare contro di esse e contro il liberalismo, e francamente si collocava campione de’ Governi assoluti, alla riazione pretendendo imprimere il carattere religioso e patriarcale, dopo sei anni di processi, furono condannate a gravissime pene cenquattro persone, ma tutte contumaci e due morte; e quelle pene stesse ebbero mitigazione. Giuseppe Ricci, guardia nobile del duca, al quale era rimasto fedele nei movimenti del 1831, e che passava pel favorito di esso, accusato che cospirasse ad assassinarlo, fu fucilato: vittima forse d’una ingiustizia, ma non eroe politico. Quel Canosa, che, parendo eccessivo a Napoli, n’era stato rinviato con doni e mortificazioni, viveva oscuro a Genova, allorchè il duca di Modena lo chiamò a capo della sua Polizia, dove per molti anni fu lo spauracchio de’ liberali di tutta Italia. Più tardi ritiratosi a Nizza, si congratulava seco «d’aver processato, imprigionato, frustato, ma non impiccato; d’aver prevenuto le colpe collo sbigottire, ma non ucciso un solo per crimenlese nè stando governatore militare a Ponsa, nè ministro di polizia a Napoli; mentre dappoi abbondarono congiure, sêtte, mandati di morte, e in conseguenza commissioni militari, e un numero estesissimo di esiliati, vera e bestiale misura per chi conosce il mestiere»[209]. In Piemonte Carlo Felice poco avea fatto per rimarginar le piaghe del suo paese; pieno di sè, nè cerimonie volea nè malinconie, ripetendo — Non son re per essere seccato». Ad un capitano di bastimento che avea durato fatica nel salvarlo in una procella, volea dare qualche centinajo di scudi, ma il ministro gli suggerì avrebbe meglio aggradito la croce di san Maurizio e Lazzaro. — Oh che zugo! (esclamò) dategliela subito». Intanto la giustizia era pessimamente amministrata[210], sospetti i pensatori, mesto il paese pei tanti profughi e per gli arbitrj della Polizia. Il re, disgustato di Torino come covile di faziosi, sene teneva lontano; non raccoglieva regolarmente i consigli di Stato, puzzandogli di costituzione, e lasciava far ai ministri e principalmente al Latour. Avrebbe rinnegato la tradizione di tutta la sua stirpe se si fosse accordato coll’Austria, delle cui spoglie par destinata a ingrandire: onde avendogli questa offerto soccorsi contro i faziosi, egli ricusò risoluto, e represse qualche tentativo de’ Savojardi. Non ebbe figli, e con lui terminato (1831 27 aprile) il ramo primogenito di casa di Savoja, appunto nel bollore delle sommosse gli sottentrava il ramo cadetto di Carignano[211] nella persona di Carlalberto, quel desso che vedemmo nella rivoluzione del 1821. Giovane, allevato in mezzo alle armi, partecipe delle speranze se non delle trame liberali, avea subíto gl’insulti dell’Austria, che diceano si fosse adoperata a farlo credere indegno del trono per le macchie del 21, mal lavate al Trocadero, e surrogargli il duca di Modena. Tanto bastava perchè, dimenticando il passato, sopra di lui si fissassero le speranze de’ Liberali, e girò l’indirizzo di un Italiano (Mazzini), il quale gli mostrava come non gli restasse che essere tiranno ed esecrato, o farsi costituzionale e italiano francamente rompendola coi potentati; parziali riforme gli nimicherebbero l’Austria senza amicargli i popoli, mentre con una parola libera e sincera potea ricreare l’Italia, riunirne le membra sparte, e se pronunziasse, «È mia tutta e felice», venti milioni d’uomini esclamerebbero, «Dio è nel cielo, e Carlalberto sulla terra! — Respingete l’Austria, lasciate addietro la Francia, e stringetevi a lega l’Italia; ponetevi alla testa della nazione, e scrivete sulla vostra bandiera, _Unione, Libertà, Indipendenza!_ proclamate la santità del pensiero, liberate l’Italia dai barbari, date il vostro nome ad un secolo, siate il Napoleone della libertà italiana. Or che temete? il Tedesco? gridategli guerra, ardite guardar da vicino questo colosso eterogeneo, forte solo perchè altri è debole. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanti. Là, nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell’Italia ed i vostri; nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: ma siate forte e deciso; rinnegate i calcoli diplomatici, gl’intrighi de’ gabinetti, le frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada... Se voi non fate, altri faranno, e senza voi e contro voi...». Carlalberto re vedeva altrimenti che l’antico granmastro d’artiglieria, e conobbe che un movimento avrebbe posta in compromesso l’indipendenza del suo paese, determinando una nuova invasione austriaca. Nonchè parlare di costituzione, nemmeno l’amnistia concesse; nominò un consiglio di Stato, esprimendo che volea fare miglioramenti, ma «senza scostarsi dagli esempj lasciati da’ suoi maggiori», e «conservando inalterata la dignità della Corona». Si disperò dunque anche di lui; onde molti s’affrettarono a ricoprire la polvere di carbone colla polvere delle anticamere, altri si annoiarono nelle società secrete. Perocchè, mentre le rivoluzioni del 31 eransi fatte a pieno giorno confidando nell’iniziamento del Governo francese, allora i novatori si ridussero a trame sotterranee; e appoggiatisi ai radicali, meditarono sommosse invece dell’insurrezione. Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1808, ivi fondò l’_Indicatore genovese_; soppresso questo giornale, andò a piantare l’_Indicatore livornese_; poi a Genova processato nel 30 e sbandito, ricoverò a Marsiglia, e con Bianchi piemontese e Santi di Rimini istituì la società della _Giovane Italia_. Suo simbolo un ramo di cipresso; parola d’ordine _Ora e sempre_. Direttosi a «tutti quelli che sentivano la potenza del nome italiano e la vergogna di non poterlo portare francamente», escludeva ogni uom maturo; confidava nell’insurrezione armata; accennava anche ad una religione da surrogare al cattolicismo, di cui dicea finito il tempo; e d’accordo coi Carbonari nel volere sbrattar la patria dai forestieri, ne discordava nel non chiedere più costituzione ma repubblica, abbattere ogni privilegio, confidare nel popolo a cui quelli non erano ricorsi. Venne sistemata a modo delle guerriglie, giacchè derivava dalla solita fonte; e la dirigevano da Londra Mazzini, da Malta i modenesi Giovanni e Nicola Fabrizj; stampava le sue declamazioni e i suoi intenti; e fin dai primordj apparve una sentenza di morte, eseguita col pugnale contro un preteso traditore. Anche questa società parve più diretta a generare martiri che ad assicurare la vittoria, mostrando perseveranza di moto più che evidenza di meta. Il primo atto importante ne fu la spedizione di Savoja. I nostri rifuggiti comprarono una mano di que’ Polacchi che erano scampati dalla loro patria quando fu anch’essa abbandonata e vinta, e sotto al generale Ramorino, genovese che avea combattuto in Polonia, mossero dal lago di Ginevra e da Grenoble verso la Savoja (1834 gennajo). I proclami dicevano, dovunque è despotismo, essere sacro dovere l’insurrezione; delitto il non seguire la bandiera di questa allorchè il momento sia giunto; non concepire essi l’Italia che repubblicana, una dall’Alpi al Faro, non federativa; aspirare a fondare una Roma del popolo, centro d’una grande e libera unità religiosa, politica, sociale. Ma parte furono arrestati sul territorio svizzero; alcuni entrati in Savoja non incontrarono il minimo assenso nel popolo, nè disertori dalla truppa, e pochi gendarmi li dissiparono. Malissimo concepita, peggio condotta; pure volle spiegarsi colla solita bubbola del tradimento, affisso al Ramorino. Carlalberto avea già prima istituito corti marziali sotto di uffiziali inesorabili, come il generale Galateri governatore d’Alessandria e il Cimella nizzardo, e di cavillosi curiali; processati sessantasette militari dal sergente in giù, dodici furono fucilati, anche alle spalle, trenta alle galere «per aver avuto notizia della congiura, per aver letto o fatto circolare un libro contrario ai principj della monarchia». Coll’avvocato Andrea Vochieri d’Alessandria il Galateri insisteva perchè rivelasse, promettendogli grazia; ed esso gli rispose: — La sola grazia che desidero è che mi liberiate della vostra presenza». Il generale gli dà un calcio nella pancia, e l’inquisito gli sputa in viso. Galateri esacerbò la morte di lui facendolo traversar le vie dove abitava, sicchè la moglie e i figliuoli lo vedessero, e alla fucilazione assistette in grand’uniforme, pippando appoggiato a un cannone[212]. Giacomo Ruffini genovese si ammazzò in prigione: suo fratello fuggì in tempo per narrare, più tardi e ricreduto, le trame e le speranze. E molti furono gli esigliati[213], molti i dolenti, molte le decorazioni al Galateri e ad altri zelanti. Dopo la spedizione di Savoja furono fucilati Volonteri e Borrel caduti prigionieri in quella, ed altri processati; e il non sospetto Gualterio assicura che Carlalberto ne provasse poi dolore e rimorso, e dal bisogno d’espiazione cominciasse la sua vita ascetica. Certo quel re assentiva ai concetti e ai comporti del duca di Modena[214], e lasciò rinnovarsi l’onnipotenza della Polizia: in conseguenza tornò odioso ai Liberali, che gl’imputavano di favorire a Gesuiti e missionarj, aver cercato la beatificazione d’Umberto di Savoja e di Bonifazio arcivescovo, dato ricetto a un prelato Pacca, già direttore della Polizia di Roma, poi scacciatone per sozzure; favoreggiato alla fazione che in Ispagna ed altrove contraddiva alle costituzioni: garantito un prestito di seicentomila lire fatto dai Pallavicini di Genova alla duchessa di Berry per tentare una controrivoluzione in Francia, dove su bastimento genovese sbarcò infelicemente[215]: sicchè Carlalberto fu denunziato per sanfedista con tanta giustizia, quanto una volta per Carbonaro. Anche l’Austria cominciò processi, dove il tirolese Zajotti, già partecipe alle cospirazioni o alle speranze italiche, nel 1815, fu chiamato a tradurre in requisitorie criminali i suoi epigrammi da sala e le sue critiche di giornale: molti furono condannati a morte, a tutti commutata in carcere temporario, poi nella deportazione in America. E di nuovo ne usciva un effetto opposto di quel che i Liberali aveano sperato, crescendo l’influenza dell’Austria sulla penisola. Che essa mirasse a ingrandire di territorio è una baja, accettata da quella credulità ch’è propria de’ tempi di rivoluzione; ma è vero che, sentita necessaria dai principi, e ai popoli non suoi men odiosa, che i principi proprj, essa poteva dirsi arbitra dell’italiche sorti. Nesselrode, Fiquelmont, Ancillon, rappresentanti della Russia, dell’Austria, della Prussia, a Berlino convenivano che i loro sovrani cercherebbero far adottare, che un principe, nel cui dominio scoppiasse una rivolta, ha diritto di chiamar in soccorso il sovrano vicino che sia in grado d’ajutarlo a ristabilire la tranquillità, senza che verun altro Governo possa opporvisi o rimostrare. Francia dichiarò non lascerebbe applicare questo dogma di diritto pubblico al Belgio, alla Svizzera, al Piemonte, ma Metternich incaricava il conte Appony, ambasciadore austriaco a Parigi, di chiarire quel ministero che il suo imperatore era risoluto di portar soccorsi anche al re di Sardegna qualora li domandasse, quand’anche dovesse seguirne una guerra. A ciò risolveasi il proclamato non-intervento. Che che ne blatterino i caffè, la politica pontifizia fu sempre gelosa del predominio austriaco; Leone XII non meno che Pio VII ne stettero in guardia; molto più il cardinale Bernetti, segretario di Stato di Gregorio XVI. S’adoprò egli vivamente perchè gli Austriaci uscissero al più presto: e di fatti non rimasero in Bologna che fino al 15 luglio 1831, quando le varie potenze si furono obbligate a conservare il dominio temporale della santa Sede. Ma persuase che non si otterrebbe mai tranquillità se non adattando il Governo ai tempi, chiesero al papa v’istituisse assemblee comunali e provinciali di elezione popolare; una giunta centrale sindacasse gli uffizj amministrativi; secolarizzate le cariche pubbliche; con cittadini notabili si componesse un consiglio di Stato[216]. Tali promesse arrisero ai Romagnuoli, e confidarono nell’êra nuova che il Bernetti aveva preconizzata pubblicamente: ma ben presto fu disdetta, e negate le riforme che era bello attuare quando non avevano aria d’essere strappate a forza. L’editto del 5 luglio 1831 la nomina de’ consigli comunali e provinciali attribuiva non al popolo, ma al preside di ciascuna provincia; esclusi i secolari dal Governo delle Legazioni; nè consentito d’aggiungere un Consiglio di Stato laico al sacro Collegio[217]. Prendeasi paura de’ moderati quanto de’ sommovitori, e forse più, perchè contro loro non si poteva invocare gli Austriaci. Si dovettero aggravare le imposte, giacchè in que’ tre anni lo Stato ebbe a spendere otto milioni cennovantottomila scudi più dell’entrata: si comprarono due reggimenti svizzeri, il cui impianto costò cinquecentomila scudi, e trecensessantamila l’annuo mantenimento: si ordinò il disarmo delle Legazioni, alle guardie urbane surrogando corpi di volontarj, cerniti alla peggio, che diventarono tiranni e ladri atroci. Inveleniti gli animi, si ripigliarono le coccarde tricolori; la guardia urbana si fece deliberatrice, e fioccarono petizioni; una deputazione d’onorevoli cittadini andò a Roma a chiedere i miglioramenti cui il paese pareva maturo. Non ascoltati, l’opposizione prorompe; avvisaglie in molti luoghi (1832); a Cesena la guardia urbana sostiene giusta giornata; e le truppe pontifizie (20 genn.) sconfiggono, trucidano, saccheggiano Cesena e Forlì. Decentissimo titolo d’invocare gli Austriaci, che si schierarono da Bologna a Rimini, ricevuti con applausi e feste perchè terminavano l’anarchia. A governo delle sottomesse Legazioni stette l’inetto Albani, e a suo fianco il Canosa, minacciando forche. La Francia si era fatto perdonare dalle Potenze le sue _gloriose giornate_, ma stava sempre in sospetti perchè le sapeva avverse; e il robusto ministero di Perrier, mentre reprimeva le sommosse interne, vigilava che altri non soverchiasse di fuori. Della libertà o dei diritti delle nazioni più non si discuteva: ma l’equilibrio gli pareva scomporsi quando l’Austria tenesse un esercito là dove le altre Potenze non recavano che trattative. Ecco dunque tre legni francesi, con rapidità inusata traverso il faro di Messina occupano Ancona (22 febb.), la cui fortezza, munita di trentasei cannoni e seicento uomini, non fece la minima resistenza ai mille ottocento Francesi, i quali professavansi amici della santa Sede. Il colpo inaspettato stordì noi e i nemici; il papa protestò e fece levare le proprie insegne; già si moveano Pontifizj e Austriaci per togliere in mezzo Ancona; e d’una conflagrazione generale si lusingavano quei che nella guerra ripongono le loro speranze. Ma anche questa volta la diplomazia sviò il nembo; e il papa consentì all’occupazione, che fu resa regolare sostituendo il generale Cubières a Combes e Gallois che aveano fatto lo sbarco. Mentre in Ancona le parti agitavansi in modo che il papa scomunicò i capi e Cubières espulse i rifuggiti, condannò, represse, questa bandiera tricolore in Italia rimaneva iride pei molti, che non ancora s’erano disingannati degli esterni rinfianchi. Anche a Jesi un Riciotti, schiuso allora dalle carceri politiche, menava una colonna mobile a taglieggiare i facoltosi, assassinò il gonfaloniere Bosdari, e presentò una domanda di moltissime riforme; e di politica mascheravansi i latrocini e gli omicidj, fatti universali i sospetti e l’ire, il Governo ristabilito si trovò costretto a mantenere costose truppe, a seguire la politica straniera, e appoggiarsi ad una fazione che pretendeva poter abusare sia in violenza sia in denaro. Bernetti accattò reggimenti svizzeri, buoni e fedeli, sistemava le provincie e i Comuni a modo della antica libertà, sebbene quelle istituzioni, altra volta opportunissime, repugnassero all’accentramento, vagheggiato dai moderni: e un corpo de’ volontarj, che presto salì a cinquantamila uomini, divisi in centurie sotto capi conosciuti, col che il popolo si avvezzava all’armi, nè sarebbe stato difficile un giorno trasformarlo in esercito. Ma ciascun milite dovea dare giuramento, sicchè più che esercito, era una setta contro i Liberali, e che opponendo violenze a violenze sistemava la guerra civile. Il Bernetti avea maggior pratica e accorgimento politico che tutti i cardinali, e proposito di conservare l’indipendenza dello Stato romano; del resto ignorava le particolarità dell’amministrazione, lasciò dilapidare le finanze e impinguare sue creature: ed esecrato dai Liberali come repressore della rivoluzione, dai Pontifizj come novatore, dagli Austriaci come quello che aveva dimezzato l’ingerenza data ad essi su tutta Italia dalla rivoluzione, Gregorio XVI lo congedò, procacciandosi così un’opposizione in lui e ne’ suoi. Gli sottentrava (1836) Luigi Lambruschini genovese, nunzio in Francia sino alla caduta di quei re da cui era amato; dotto, leale, costumato, zelantissimo dell’autorità pontifizia e de’ diritti clericali, ma repugnante da’ Governi ammodernati, credendo l’assolutezza necessario riparo alla irreligione non meno che agli scompigli politici. Non curante delle ricchezze, ma gelosissimo del potere, non mitigava i comandi, locchè rendevalo esoso in paese di tanti orgogli e in tempi ove uno non si accontenta di abbassarsi se non per la certezza di essere tosto rialzato. Venne dunque imprecato per austriacante, come erasi imprecato il Bernetti all’Austria discaro. Intanto da una parte il liberalismo, le società segrete e lo spirito d’insubordinazione dichiaravansi causa di tutti i mali; ma che essendo opera di pochi agitatori, colla forza potrebbonsi reprimere: dall’altra parte lanciavansi accuse assurde contro chiunque esercitava il potere o lo serviva; tutti doveano essere emissarj dell’Austria, ogni delitto, ogni sventura imputarsi a loro; uno era promosso a dignità o a carica? bastava perchè venisse gridato sanfedista e se ne dissotterrassero mille antichi e nuovi reati. Ogni tratto rinnovandosi qualche sommossa o clamorose dimostrazioni, e più spesso assassinj, detti politici, bisognavano la forza e gli spioneggi. Inoltre per tutto ciò bisognava levar prestiti, ipotecare, vendere, por tasse anche sui beni del clero, ritenere sul soldo degl’impiegati. Di riforme si cessò di parlare: se i potentati ne rinnovassero le istanze, opponeasi l’indipendenza che ciascun Governo deve avere nei proprj atti. I mali furono accresciuti da un nuovo, il cholera, che non solo patimenti aggiunse ai patimenti degl’Italiani, ma ebbe importanza politica. Nell’India serpeggiava da lungo tempo questa malattia, che talora manifestavasi fulminante con atroci coliche e tetano e pronta morte; talvolta comincia da prostrazione di forze, scioglimento di corpo, strazj allo stomaco, borborigmi, vomito; vi seguiva l’algore, con sete inestinguibile, affannoso respiro, spasmodiche contrazioni, color violaceo alla pelle, chiazzata di nero; intanto dejezioni e vomito, e sudori freddi e morte. Varie le opinioni sull’indole sua, incertissima la cura, e quasi sempre inutile dopo i primi momenti; e poichè gl’inglesi la trovarono somigliante al _cholera morbus_ del 1669 descritto da Sydenham, le applicarono quel nome, ahi presto ripetuto in tutte le lingue. Desolata l’India e principalmente il Bengala, invase l’Arabia, e colle ossa di migliaja di pellegrini segnò la strada che percorrono le carovane devote e le mercantili: per tredici anni corse micidiale l’Asia e l’Africa, sinchè nelle guerre contro la Persia gittossi sull’esercito russo che lo recò in patria, donde nella Polonia quando questo andò a sottometterla, e di là propagossi a tutta Europa per Berlino e Vienna, ove giunse il settembre 1831, mentre per Amburgo spingeasi in Inghilterra e a Parigi il marzo 1832. Devastò le Americhe nel 1833; nel 34 e 35 la Spagna, gli Stati barbareschi, di nuovo la Francia: infine accostatosi a noi, nel luglio del 35 attaccò Nizza, di ventiseimila abitanti uccidendone ducenventiquattro; a Cuneo quattrocenventicinque di diciottomila; poi a Torino ducentosei; a Genova duemila cencinquanta sopra ottantamila abitanti, morendone fino trecento in ventiquattr’ore; sopra novantamila a Livorno mille centrentanove. Serpeggiò poi sul litorale Adriatico, e nelle Provincie di Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona, dallo ottobre del 1835 all’ottobre del 73, colpì quarantatremila quattrocento ottantadue persone, uccidendone ventitremila cenventitre; in Lombardia di cinquantasettemila che malarono, morirono trentaduemila. Di qui si comunicò al Parmigiano e Piacentino; poi alla riviera di Levante, mentre invadea pure il canton Ticino e la Dalmazia. Entrato in Ancona nell’agosto del 35, uccise settecentosedici persone; passato in Puglia malgrado la severissima quarantena, s’appigliò a Napoli in ottobre, facendovi cinquemila ducentottantasette vittime; ripigliò nel marzo del 37, uccidendo in un giorno fino quattrocenventicinque persone, e in tutto tredicimila ottocento; e per tutto il regno si dilatò in modo, che mentre la popolazione crescea di cinque per cento l’anno, si trovò diminuita di sessantamila settecento. Di peggio sofferse la Sicilia, e nella prima metà di luglio in Palermo perirono fino mille persone il giorno; milleottocento nel giorno 10; e di sessantamila abitanti in quattro mesi ventiquattromila, e duemila della guarnigione, sicchè presto mancarono impiegati agli uffizj, medici ai malati, preti alle esequie, sepoltori ai cadaveri. Messina restò immune, ma a Catania di cinquantaquattromila abitanti soccombettero cinquemila trecensessanta; e sui due milioni di tutta l’isola, ben sessantanove mila ducencinquanta. A Roma penetrò uscente luglio del 1837, e ai 29 agosto contaronsi ducentottantasei vittime; in due mesi cinquemila quattrocendiciannove, e i cencinquantaseimila abitanti trovaronsi scemi di ottomila. Altrettanto infierì ad Anzo, Civitavecchia, Tivoli, Subiaco, altrove, risparmiando Frascati, Albano, Velletri. A Firenze pochi guasti, gravissimi a Livorno: nè venner meno la costanza de’ medici, la pazienza di preti e frati, l’abnegazione dei Fratelli della misericordia e delle Suore di carità; persone derise e insultate nel tripudio, cerche e benedette nella sventura, per vilipenderle subito cessata. Disputavasi sulla natura di quel morbo se fosse contagioso od epidemico; e se il progredire suo naturale e la provata derivazione de’ primi casi faceano crederlo propagato per contatto, si vedea poi spiegarsi col furore e coll’intrepidità d’un’epidemia. Da qui incertezza sui ripari; alcuni paesi chiudeansi con cordoni militari e lazzaretti; col male entravano lo sbigottimento e il disamore, i medici, avvolti in cappe cerate, gli spedalinghi colle maschere, i sacerdoti con essenze odorose e aceto e cloruri, cresceano lo sgomento. Eransi vantate come un acquisto della civiltà le contumacie, per cui l’Europa potè relegare fra i Musulmani la peste orientale; ora il secolo che tutto calcola, trovava che esse rallentavano i commerci e la necessaria rapidità delle comunicazioni: quindi sosteneva non essere contagioso il cholera; fosse anche, peggior danno veniva agl’interessi dalle quarantene che non dalla perdita d’alcune migliaja di vite. I Governi principalmente, avendo bisogno di mandare eserciti qua e là a spegnere le rivoluzioni, e di non istaccare dal centro amministrativo le estreme membra a cui non aveano lasciato altra vitalità, pendeano a dirlo epidemico. Ma mentre da prima si era imprecato contro i Governi che non metteano cordoni sanitarj, dappoi si esclamò perchè gli avessero messi quando impacciavano le fughe e le comunicazioni; se questi Governi onnipotenti non tennero indietro il morbo, fu a bella posta per decimare i sudditi, per deprimere gli spiriti; giacchè un potere senza limiti deve subire una responsabilità senza limiti. La gente che si crede savia, diceva tali propositi per l’insito spirito di opposizione; ben presto li disse terribilmente il vulgo, che, quasi ad attestare come poco avesse progredito in ducent’anni e malgrado la diffusione d’un romanzo popolarissimo, volle subito vedervi morti procacciate ad arte. I sintomi del male, tanto simili a quei dell’avvelenamento, induceano siffatta credenza: gli ampollini che i medici ordinavano per guarire, i profumi di materie corrosive, credeansi veleni stillati a bella posta: a chi riflettesse che nessun motivo poteva spingere a tanta scelleraggine, rispondeano, troppo fitta essere la popolazione, i Governi volerla diminuire, e perciò avere ordinato ai medici d’attossicarli; o i medici stessi volerli spingere subito al sepolcro perchè il morbo non si propagasse. Da qui un sottrarsi alle cure, nascondere gl’infetti, e così fomentare la diffusione; poi a volte assalire i medici, obbligarli a bevere i medicamenti, batterli, ucciderli, se non altro guardarli con truce iracondia. Tali scene furono universali; i modi della manifestazione variati secondo il paese e il Governo. La Compagnia della misericordia in Toscana, ammirata per eroica carità in tutte le epidemie e in questa, si gridò che avvelenava, e fu aborrita, violentata. A Roma, dove nè ospedali nè soccorsi eransi preparati, si permise un’illuminazione per ottenere e per ringraziare d’esserne liberi, si espose un angelo che riponea la spada nel fodero, e poichè appunto in que’ giorni raffittì la mortalità, il popolo ne diè colpa a un Kausel maestro d’inglese e lo trucidò. Nel Regno questo male esacerbò le ire contro il Governo e quelle degli isolani contro i continentali, inducendo che da Napoli fosse venuto il veleno e l’ordine di sterminare i Siciliani, tanto più dacchè, quando il cholera ebbe invaso Napoli, si sciolse la rigorosa quarantena fin allora tenuta. I Siciliani dunque si ostinarono a respingere le navi provenienti da Napoli, a non voler ricevere truppe perchè infette, a non mandar denari perchè erano quivi necessarj: le città chiudeansi come in assedio: guardie ai pozzi, ai forni, alle porte. Un vecchio fugge con suo figlio alla campagna, e i villici gridano all’avvelenatore, li battono, li arrostiscono; otto altri al domani, diciassette ne’ dì seguenti, poi trenta a Capace, ventisette a Carini, sessantasette a Misilmeri, trentadue a Marineo, fra cui il parroco e il giudice; molti altrove, alla fiera superstizione intrecciandosi le vendette e le passioni particolari. Taciamo del vulgo, ma il cardinale Trigona arcivescovo di Palermo, côlto dal morbo, non volle rimedj, come inutili contro il veleno; lo Scinà, fisico valente e buono storico, ai primi sintomi corse dal direttore di Polizia suo amico, scongiurandolo a dargli il contraveleno, che supponeva dovesse aver da Napoli ricevuto insieme col veleno stesso. Un farmacista, accusato d’attossicare, nasconde l’arsenico sotto il letto: la serva che vede, lo denunzia, e trovata la polvere, e fattane l’esperienza su cani, si vien nella persuasione ch’egli volesse assassinare. A Siracusa si trucidano l’ispettore di Polizia, l’intendente della provincia, il presidente della gran Corte ed altri fin a quaranta, e molti nel contorno. Un avvocato Mario Adorno, che a capo d’una banda promoveva il tumulto, pubblicò quel morbo aver trovato la tomba nella patria d’Archimede, essendosi scoperto che proveniva dal nitrato d’argento, sparso nell’aria da scellerati che n’ebbero degno castigo. Tal persuasione si mesce ai rancori politici: a Catania, spiegata la bandiera siciliana, si grida che il cholera non è asiatico ma borbonico, si abbattono le statue e le arme regie, si forma un Governo provvisorio, proclamando la costituzione del 1812; i cento uomini appena che stavano di guarnigione in una città di settantamila, vennero facilmente disarmati; Santanello, comandante di piazza, si offerse vittima espiatoria; ma inseguito come avvelenatore, a stento campò. I prudenti giunsero a reprimere quel movimento; e già era calmato quando v’arrivò il Del Carretto ministro di Polizia coll’_alter ego_, e cominciò a servire contro i sollevati; da settecencinquanta furono arrestati, cenventitre condannati a morte, centrenta a pene minori; passato per l’armi Mario Adorno; Siracusa privata dell’intendenza e dei tribunali provinciali, trasferendoli a Noto. Rimase l’odio, rimase la persuasione d’un’immensa scelleraggine[218], quasi a dare un’altra lezione di umiltà al secolo che si vanta di ragionevolezza. Anche altrove si tentò profittare del disordine per ribellare i popoli, e massime in Romagna: Viterbo si ammutinò, e fu repressa con forza e condanne: a Penne, col pretesto si fosse attossicata una fontana, sventolossi la bandiera tricolore, e ne seguirono supplizj: in altri paesi di Calabria vuolsi che veramente alcuni spargessero veleni per confermarne la voce e lo scredito del Governo, e se ne eressero processi regolari, suggellati con supplizj. Eppure il cholera coadjuvò non poco a chetar le rivoluzioni, giacchè da una parte i popoli, sgomentati dal nuovo flagello, restrinsero sulle vite minacciate l’attenzione che volgeano alle ambite libertà, e i Governi poterono trarsi in mano i mezzi necessarj a prevenire il male o a reprimere il disordine, rinvigorendo i rilassati loro ordigni, e coi cordoni sanitarj opponendosi anche al contagio delle idee, e compiacersi ancora una volta d’aver rimesso al dovere l’Italia senz’accondiscendere a’ desiderj di essa. CAPITOLO CLXXXV. Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo. A questi movimenti politici accompagnavansi altri non meno notevoli nella letteratura. Sulla quale noi ci badammo sempre più che sulle scienze, perchè queste son d’ogni paese e al loro progresso tutte le nazioni contribuiscono, quella porge il carattere de’ popoli. Essa avea poco contribuito in Italia a preparare la prima rivoluzione, poco a impedirla, poco a propagarla, attesochè i giornali repubblicani erano polve quando non fossero sterco, e il Monti (1733-1828), unico che sopravviva, fece discredere alle bestemmie colle lodi e viceversa. In Roma abate ed arcade, primeggiando fra poetonzoli, simili a uccelli in muda che ogni rumore eccita al canto, egli preconizzava gli Odescalchi e i Braschi, i matrimonj e le feste, abituandosi a veder le cose da un solo aspetto e ad ispirarsi delle cose presenti, dal che doveano derivare tanta leggiadria alle sue produzioni, tante macchie al suo carattere. Nella _Visione d’Ezechiello_ e nei sonetti su Giuda parea smarrito nel mal gusto fra il Marini e l’Ossian, ma Ennio Quirino Visconti lo invogliò de’ classici; ed egli, che sempre s’informò sopra gli autori che ammirava, ne colse frasi d’irreprensibile eleganza, splendide immagini, artifiziose perifrasi, larga onda armonica, accoppiando la maestà de’ Latini, la limpidezza del Cinquecento, la pompa del Seicento, le immagini de’ coloristi, la fluidità de’ frugoniani. V’aggiungeremo l’arte di addobbare all’antica le cose nuove, alla poetica le positive, come fece nella _Bellezza dell’Universo_ e nell’ode per Montgolfier. Ma chi questa paragoni con quella del Parini a Silvia s’accorge quanto egli arretrasse dal punto ove la poesia era stata portata dall’austero Milanese. Nè in verità può dirsi che il Monti creasse e lasciasse alcuna maniera sua propria. Colla _Bassvilliana_ parve raggiungere il senso mistico de’ Trecentisti nel fare il mondo dei vivi stromento d’espiazione e riconciliamento ai morti; ma collo sviluppo di quella macchina e col riprodurla in cento occasioni senza amore nè fede, palesò che dal mondo postumo non sapea trar fuori che ombre. Suo vanto lo splendore delle immagini; suo debole la scarsezza di senso morale, avendo ambito la lode di gran poeta più che quella di cittadino coscienzioso. Corso nella Cisalpina a farsi perdonare gli encomj dati ai re col bestemmiarli, di nuovo dovette farsi perdonare il repubblicanismo da Napoleone col cantarne tutti gli atti (pag. 172): poi quando Napoleone cadde, celebrò il _Ritorno d’Astrea_ in paese grondante sangue e fiele; ma «il sapiente, il giusto, il migliore dei re Francesco Augusto», ch’egli chiamava «turbine in guerra e zefiro in pace», gli sospese il titolo di storiografo e gli assegnamenti. Eppur egli «per secondare le generose intenzioni della illuminala superiore sapienza», scrisse la _Proposta_, e col Giordani e col mantovano Acerbi piantò la _Biblioteca italiana_, giornale governativo; mentre mancatigli i re, cantava gli Archinti, i Trivulzj, altri mecenati e un Aureggi che lo teneva a villeggiare. Giovane avea cominciato un poemetto _La Feroniade_, tutto diamanti mitologici per celebrare l’asciugamento delle paludi Pontine. Lo indirigeva al principe Braschi: ma nol compì, e sotto il regno d’Italia dedicollo ad Amalia viceregina; spodestata questa, pensò intitolarlo a Pio VII; infine si risolse per la marchesa Trivulzio, e così il pubblicò, e saranno forse i più bei versi di fattura mitologica, e probabilmente gli ultimi. I tempi, strascinando a cambiare fra tanti cambiamenti, non lasciano se non da esaminare se l’uomo fosse di buona fede: ma a chi si pente, non rimane che ritirarsi in silenzio; conosciuto falso il sistema sostenuto, non può farsi apostolo del contrario; salvo in verità evidenti come le religiose. Il Monti metteva ingenuità nelle sue affezioni, forte sentendo comechè illuso, colorando con entusiasmo le immagini che gli attraversassero la fantasia; ma al termine di ciascuna composizione chiudea le partite: aveva empito le orecchie con torrenti d’armonia; domani verrebbero altre impressioni, e su quelle ordirebbe un altro componimento, cangerebbe la sonata sul suo istromento senza brigarsi di quella di jeri mentre ancora rimbomba nelle orecchie degli ammiratori. Difetto della scuola, la quale attendeva alla forma non all’essenza, a presentare una sola faccia; insegnava a cantare, non qual cosa si dovesse cantare; vagheggiava unicamente il bello, non la connessione dell’arte colla vita, del poeta coll’uomo e col cittadino. Allevato a lodare, il Monti lodò sempre, o bestemmiò per lodare; tutto occupato della forma, col fare largo e sicuro, colla sprezzatura maestrevole, colle reminiscenze così assimilate da parere spontaneità, conquistò il titolo di principe de’ poeti. Ma la primazia non fu indisputata; e durante la repubblica bestemmiavasi il cantore di Bassville da tutti quelli che aspiravano alla gloria col porsi ostili a un glorioso: Berardi celebre improvvisatore avventogli uno sconcio sonetto; con un sonetto infame, il Monti marchiò tutti i suoi avversarj, poi colle splendide contumelie della _Mascheroniana_. Le ostilità prolungaronsi durante il regno d’Italia; e massimamente il Gianni alleatosi col giornalista Urbano Lampredi, col Latanzio, col Leoni, attossicarono le lodi e le dignità conferite all’illustre: ma neppur l’ira li elevò a quella critica generosa, davanti alla quale affiocavasi la fama del Monti; ed esso ripagò ad usura nel _Poligrafo_, pur troppo col suo nome togliendo vergogna a’ manigoldi della letteratura, i quali ne appresero gli scherni, non quello spirito che fa parer meno acerbo il morso d’un’ape che d’una vespa. Eppure il Monti era onestissimo uomo, subitaneo all’ira ma pronto alla riconciliazione, volenteroso di giovare, capace di calde amicizie, prodigo di lodi anche a mediocri, che vivran solo perchè da lui mentovati, non disprezzatore de’ principianti, nè astioso a’ preveduti suoi successori. Pari inconsistenza nelle opinioni letterarie. Egli ingrandito col celebrare gli avvenimenti giornalieri; egli che avea ridotto lirico il poema e fin la tragedia, redimendola dall’aridità alfieriana; egli che erasi agevolate le invenzioni con tante ombre e fantasmi, e ricalcato un poema intero sopra il falso Ossian, vecchio uscì a rimpiangere la mitologia bersagliata. Fra i letterati interamente retori, e quelli per cui la letteratura era un’azione e un sacramento, stava Ugo Foscolo (1776-1827). Jonio, ma italiano di origine, di educazione, di studj, prese viva parte alle commozioni rivoluzionarie, poi allo sfavillante regno italico, fin dall’origine diviso tra generosi impeti e materiali istinti, tra elevatezza di parole e bassezza di fatti, tra forme rigorosamente classiche e pensieri nuovi. Dal _Werter_ di Göthe prese il concetto del suo _Jacopo Ortis_: ma mentre l’autor tedesco conserva rigorosa semplicità di passione, cioè un amore di fantasia più che di cuore, nudrito d’orgoglio e d’egoismo, Foscolo vi mescolò l’elemento politico, dividendo il suicida fra l’amore per Teresa e il disgusto della mal donata libertà italiana. Così svanisce l’interesse che uom prende a un carattere che spiega tutto l’accordo delle qualità molteplici, eppure conserva l’individualità propria; mentre la passione non è nobilitata dallo sforzo del resistervi. Il mondo non solo, ma egli pure identificò se stesso col suo eroe; e la vita di lui vi si prestò, nella quale ostentando eccellenza morale nell’atto di abbandonarsi a passioni procellose insieme ed effimere, piaceasi di affrontare lo scandalo e vantare le proprie debolezze; come que’ sensuali esaltati che godono filosofando, tradiscono moralizzando, mendicano bassamente con frasi pompose. Col titolo di soldato e coll’affettarsi spadaccino, tentava soverchiare chi se ne sgomentasse, pronto a recedere davanti alla risolutezza: caro alle donne, che facilmente sono attratte da ciò ch’è alto, affascinate da ciò che soffre, rinterzava intrighi sui quali non stendeva un velo prudente, anche prima che indiscrezioni postume li traessero al pieno giorno: bisognoso di catastrofi e di fuggir la noja mediante l’azione, la cercò col far della letteratura un campo di assalti e difese, della polemica una professione di dottrine. Fra gente dedita alla più comoda eresia, la noncuranza di principj, esso vuol averne; e poichè il cristianesimo era affatto fuor d’uso, egli si ricovera nello stoicismo, che quanto facilmente coincidesse colla pratica epicurea l’abbiamo potuto vedere nel tramonto dell’impero romano. Sentendo molto, poco ragionando, ha concetti sempre dedotti da altri, senza precisione e avvolti in nebbia; per paura del senso comune avventasi nel paradosso, mirando a un bersaglio, ma sempre travalicandolo; pure vede nella letteratura meglio che un trastullo, e la necessità di darle un fondamento più largo e più solido, sebbene non l’abbia egli fatto, e di non separare il letterato dal cittadino; coi _Sepolcri_ e colla prolusione costringeva a pensare, lo che non faceano i letterati di moda; sicchè gli scritti suoi sono tanta parte della storia contemporanea. In quell’anima sua «che domandava sempre d’agitare e d’agitarsi perchè sentiva che nel moto sta la vita, nella tranquillità la morte», fece specchio di tutti gli avvenimenti, e poichè non erano comuni, partecipò della loro grandezza. Dalle passioni e dalla moda tratto a sollecitare i favori de’ ministri, rifuggiva dal prostituirvi la dignità delle lettere: e qualche cenno, qualche illusione, fin la parsimonia della lode vogliono essergli contate a merito, perchè allora glien’era fatta colpa dalle sale dei grandi, dispensatori de’ pranzi e della gloria; dalla gioventù che scoteva colla potente parola, ottenne culto; la ciurma dei retori lo temette; i principi reazionarj ne perseguitarono la memoria: sicchè amici e nemici cooperarono a ringrandirlo, e la elevatezza di alcuni suoi concetti trasse sciaguratamente a imitarne cert’altri che più s’opporrebbero all’effettuazione di quelli. «Anzichè un italiano moderno (dice Byron) egli è un greco antico»: e in fatto nell’Ortis, non che discolpare, santifica il suicidio; dalla mitologia vi deduce pensieri e affetti; all’amica legge l’odicina di Saffo; si volge per consolarsi all’astro di Venere; pagano nelle immagini e nei sentimenti, rinnega fino le speranze postume nel Carme ove alle tombe chiedeva rispetto e ispirazione. Ma all’Italia offriva uno sciolto, che non era quel del Parini nè di verun predecessore; grandeggiante di cose, variato di suoni, con oscurità affettata, e apparenza di voli lirici ottenuta col sopprimere le idee intermedie e col surrogare alla prova le immagini, l’amor delle quali e l’osservazione materiale aveva egli sviluppati nella vita avventurosa. Il proposito d’uscir dal comune imprime al suo verso una selvaggia grandezza; ma la prosa gliene riesce contorta, anelante, impropria, cadendo nella gonfiezza per cercare l’eloquenza, sebbene di conoscere il pregio della naturalezza siasi mostrato capace nella traduzione del _Viaggio sentimentale di Yorik_. Lamberti, Lampredi, il ministro Paradisi lo bersagliavano, scuola meramente retorica, ed egli ripicchiava, — Odio il verso che suona e che non crea»: non dissimulava il disprezzo pel_ Bardo della selva nera_; e lanciò al Monti un epigramma invidioso più che arguto; Monti ne rispose uno nè da poeta nè da uom civile[219], e minacciava di «sperdere fin la polve de’ suoi _Sepolcri_»; il Governo «s’era fatto incettatore universale delle gazzette, per notare sommariamente d’infamia gli uomini che non ardiva opprimere sotto la scure», e Foscolo avventò l’_Ypercalipsis_ contro quella consorteria, donde trapela un orgoglio che par dignità e non salva da bassezze, che, non domanda i favori del Governo ma invidia quei che gli ottenevano. Avendo arrischiata qualche allusione alle stragi napoleoniche, dovette uscire dal regno: ma più che de’ Governi si lamenta de’ nostri «sciagurati concittadini, che gli uni sospettano, gli altri si fanno merito a provocare sospetti; nè la prudenza giova quando v’è chi, o per rimorso o per mestiere, interpreta le parole e i cenni e il silenzio»[220]. Ricoverato in Toscana, e meglio accetto quanto men grata v’era l’amministrazione francese, vi godeva pace e nuovi amori, quando udì che crollava il colosso; e non parendogli conveniente che i casi italiani si risolvessero senza di lui, tornò esibendo la sua spada, e procurò imporre coll’urlo suo agli urli plebei nella sordida giornata del 20 aprile. I nuovi padroni esibirono di assoldar lui come militare o la sua penna come giornalista; ed egli, esitato alquanto, preferì andar ramingo in Isvizzera, e la calunnia ve lo inseguì fin a dirlo spia tra i profughi, e incaricato dall’Austria d’indurre i Cantoni a estradire gli uffiziali rifuggiti. Ond’egli potè applicare a sè quello che già nel 1798 scriveva in difesa del Monti: «Coloro che hanno perduto l’onore, tentano d’illudere la propria coscienza e la pubblica opinione dipingendo tutti gli altri uomini infami. Quindi oppresso l’uom probo, sprezzato l’uomo d’ingegno, si noma coraggio la petulanza, verità la calunnia, amore del giusto la libidine della vendetta, nobile emulazione l’invidia profonda dell’altrui gloria. Taluno, cercando invano delitto nell’uomo sul quale pure vorrebbe trovarne, apre un’inquisizione sulla di lui vita passata, trasforma l’errore in misfatto, e lo cita a scontare un delitto di cui non è reo perchè niuna legge il vietava. Lo sciocco plaude al calunniatore, il potente n’approfitta per opprimere il buono, il vile aggrava il perseguitato per palpare il potente. Vecchia italiana consuetudine di mietere e ricoltivare a sole splendido le calunnie politiche che certi vostri uomini di Stato, offerentisi ad ogni straniero, vanno seminando di notte; e a chi poi se ne lagna e gli accusa e gl’interroga, lo consolano o lo confondono con l’abominare i calunniatori, e col dire Nol so... Forse col restringervi ad arrossire del livore, dei vituperj scambievoli, de’ sospetti inconsiderati, del malignare le generose intenzioni, del presupporre impossibile ogni virtù, del cooperare delirando fra i traditori, i quali col tizzone della calunnia rinfiammano nelle città vostre le sêtte che sole smembrarono le vostre forze, per lasciarle a beneplacito di qualunque straniero, ed oggi pure vi trascinano a straziarvi l’onore, onde siate, non che incatenati, ma prosternati, perchè essendovi schiavi infami sarete più utili... adempierò all’assunto mio principale; ed è il persuadervi che non vi resta partito, o Italiani di qualunque setta voi siate, se non quest’uno, _di rispettarvi da voi, affinchè s’altri v’opprime, non vi disprezzi_»[221]. Caratterizzando gl’Italiani, soggiungeva che «mentre quasi tutti aspiriamo all’indipendenza, cospiriamo pur tutti alla schiavitù... Questa setta è contenta dell’onore di bramare a viso aperto l’indipendenza, e lascia ad altri il pensiero e i pericoli d’affrettarla, e, per giunta, si lusinga d’impetrarla quando che sia dalla commiserazione delle altre nazioni... Voi siete accanniti in battaglia, accorti a discernere l’arti della tirannide, concordi a dolervene, e inerti ogni sempre, e odiosamente diffidenti a sottrarvene: e presumete di non vivere servi?» Queste voci di petto quando non se n’udíano che di testa, spieghino ai retori la costui grandezza, e l’influenza che ebbe sulla generazione seguente, e il rincrescimento che si prova di non poterne altrettanto ammirare il carattere. Fermatosi in Inghilterra, adoperò la penna per vivere e per domandare, com’era costretto da un improvvido lusso e da costosi vizj, i quali lo trassero a curvarsi alla fortuna in guisa, che di gran lunga appajono a lui superiori le donne che amò, e che lo ammansarono e nutrirono. Scrisse a difesa della Grecia sua; dell’Italia compassionò più che non ammirasse le libertà infelicemente tentate; e dopo i moti del 1821, i profughi giudicava o fanatici senza ardire, o metafisici senza scienza, e deliranti dietro a cose impossibili; «diffidenti calunniatori, avventati contro chiunque per carità della loro e dell’altrui quiete, si prova a persuaderli di non assordare i paesi forestieri con vanti, querele, minacce, le quali alla miseria dell’esiglio aggiungono il ridicolo». E schivava costoro «i quali, e come oziosi e come Italiani, sono indiavolati anche qui dalla discordia calunniatrice, loro fatale divinità avita, paterna e materna, che li segue e li seguirà perpetuamente in tutti i paesi e che temo rimarrà eterna eredità a tutti i nostri nipoti». E a coloro che imputano gli stranieri dell’infamarci con calunnie, delle quali in realtà siamo noi gli artefici, intonava: «Quando il tempo e la violenza dei fatti vi desta, voi vi guardate d’attorno colla sonnolenza dell’ubriachezza, ad esecrare Francesi e Tedeschi, e missionarj di sante alleanze, e ambasciadori che hanno versato sospetti e scandali a disunire e infamare l’Italia ed ogni Italiano. Pur da che vi soggiogano senza spandere sangue, hanno merito di prudenti. Ma se voi non voleste ascoltare, nè credere, nè ridire sospetti e scandali; e se aveste fede gli uni negli altri; e se non vi accusaste fra voi d’essere nati, allattati ed allevati figliuoli di patria lacerata da dissensioni; e se non vi doleste che ciascheduno di voi sta apparecchiato a prostituirla per oro o per rame alle libidini di tutti gli adulteri; e se non nominaste oggi l’uno, domani l’altro, a fare Tersiti de’ vostri Achilli, credo che la prudenza de’ vostri oppressori tornerebbe in ridicola furberia, e l’avrebbero oggimai pagata del loro sangue; sareste servi, ma non infami nè stolti. Se non che voi sciagurati non lasciate nè lascierete mai che neppure i fatti, i quali fanno ravvedere anche gli stolti, assennino voi, che pur siete scaltrissimi ed animosi». Cerniamo queste parole dalle lettere sue, raccolte a pericolo della sua reputazione morale, ma a grande acquisto della letteratura, giacchè saranno la più letta, forse la sola letta delle prose di lui dopo il _Jacopo Ortis_; e dove, ritraendo in sè le malattie del secolo, pare sottrarsi anche al definitivo giudizio della posterità, incerta se fu un angelo o un demonio, un franco pensatore o un servile mascherato. Terzo a rappresentare quella fase della letteratura viene Pietro Giordani di Piacenza (1774-1848), che animato «da furiosa passione e da violenta necessità di vivere studiando», ostinandosi sui classici nostri e sui latini, faticosamente raggiunse uno stile lindo ma non vivo, una frase naturale ma scarsa di concetti. Innamorato dell’arte, l’applica accuratissimamente a tenui argomenti, ove le idee accessorie soverchiano le principali; qualche grandioso soggetto gli balenò, come la storia della lingua nostra, ma ricascava a descrizioncelle, ad elogi, ad articolucci di circostanza, ove appena fra la retorica dà qualche baleno dell’erudizione portentosa e del sicuro giudicare per cui faceasi ammirare nella conversazione. In questa appariva abbondante di parole, arguto di concetti, a volta fin eloquente, largo di consigli, riboccante di benevolenza: eppure nelle epistole, invece di abbandonarsi al sentimento, le stillava a segno, che tre o quattro se ne trovano rigirantisi attorno a un pensiero stesso, o affinchè vi ricorra una stessa frase; il pensiero e la frase di quel giorno. Egli avrebbe voluto che tutte fossero distrutte[222]; invece se ne pubblicò un’improvvida congerie, dove preziose sono le poche, le quali trattano dell’arte, cercando sempre condurre i giovani «a studiare ne’ sommi autori con qual sottile artifizio si lavori e si pulisca lo specchio de’ pensieri», ad ottenere la semplicità, la facilità, la chiarezza, la collocazione naturale. E certo merito suo è l’avere, dall’infranciosamento o dalla pedanteria, rialzata la prosa italiana verso quel ch’essa dovrebbe essere veramente per esprimere con sembianza propria le idee e i sentimenti moderni, e d’avere proclamata l’italianità. «Finchè scrivemmo italiano, le altre nazioni traducevano i nostri libri; finchè dipingemmo italiano, venivano di là dai monti e dal mare a imparar a casa nostra la pittura. Chi ci legge ora? chi ci studia? chi ci prezza? E _questo è pure dappoichè_ non siamo per nulla Italiani. Mi si dica che colpa è delle guerre? che insolenza di vincitore? Quale spada ci minaccia, quale editto ci sforza a tanta servitù?» Secondo il diapason in uso, egli _adora_ il Canova e Michele Colombo, Gino Capponi e il Dodici; gli è _divino_ Napoleone come il Cicognara, come il Leopardi e molte signore; e del pari secondo lo stile corrente affetta disprezzare tutto e tutti[223]; ne’ giudizj seconda la passione più che il vero[224]; non rifugge dallo scrivere contro animo per ordine del governatore austriaco[225]. Fra i molti che gli dirigeano espressioni di venerazione e domande di consigli, fu Giacomo Leopardi di Recanati (1798-1837). Il conte Monaldo suo padre, autore di scritture contro i progressi del secolo e la falsa carità, avea copiosa biblioteca, di cui profittò Giacomo a segno, che a quindici anni sapeva già tanto di greco e latino da comporre un inno, che gli eruditi credettero antico; come fu creduta del Trecento una da lui finta relazione di santi padri. Struggendosi del desiderio di fama, scrisse al Giordani; e questo ne indovinò il valore, e scarco delle invidie troppo solite nei già celebri, lo confortò, lo ammirò, lo diede a conoscere ai famosi d’allora. Sventuratamente il Giordani poteva invaghirlo della forma, non istillargli idee; e tutto fu in persuadergli lo studio de’ classici, mai in elevarlo a pensieri nazionali e religiosi, e al bisogno dell’originalità. Era un altro vezzo di quella scuola il dir ogni male del loro paese e del loro tempo: Foscolo lo bestemmia continuo; fino il buon Cesari chiamò _miterino_ il secolo; e il Monti che gliene fece severo ripicchio, disse tanto male del suo tempo quanto niun mai; il Giordani si proponea di far un libro onde mostrare «per che gradi si siano le lettere italiane condotte a questa barbara confusione, che ha sommesse tutte le buone parti dell’arte di scrivere»: all’inesperto Leopardi parlava sempre di mondaccio, di tempacci, di armento umano, dove un buono e bravo è un’eccezione casuale e mostruosa, dove «non resta che sopportare tacendo, e andare dal doloroso silenzio breve all’insensibile riposo eterno». Il Leopardi, predisposto all’ipocondria da una corporatura disgraziata e da tale salute che diceva non fare movimento, non passar istante senza dolore, sorbiva così la scontentezza di sè, degli altri, d’un mondo che non conoscea, ma credeva tutto ribaldo. Impetrato dal padre di vedere Roma, vi era consultato da grandi eruditi, i quali sapeano applicare vitali faville ai materiali ch’egli non facea se non raccorre; cercava qualche impiego, e mai non l’ebbe; venne a Milano a lavorare pel librajo Stella; e intanto diede fuori poesie, che ringiovanivano le forme di Dante e Petrarca, piene d’immagini, eppure nutrite di sentimento. Il Monti, il Perticari, il Maj, stimolati dal Giordani, gli sorrideano: ma deh! avesse trovato chi gli mostrasse la sublime destinazione dell’uomo; gli eccelsi fini della letteratura, la santificazione per mezzo del dolore, quell’affetto delle alte cose ch’è principio della poesia! Pagano d’idee come quel Foscolo «che pur faticando sull’orma del pensiero moderno, s’ostinò nelle forme greche» (Mazzini), il Leopardi soffriva in sè e desolavasi, mentre Ugo bestemmiava e godeva: questo sapeva la Bibbia non men che Omero; inorgoglivasi della grossa voce, delle membra torose, vanto dei tempi napoleonici; mentre nella pace meditabonda che succedette, il Leopardi, logoro dagli studj e tossicoloso, stillava la quintessenza delle angosce senza rassegnazione, mandando talvolta fin all’anima un gemito, simile ai gridi idrencefalici. Per stile fermo, spontaneità di prosa pensatissima, verso pieno di cose, Italia lo colloca fra i migliori antichi, mentre era degno di sedere fra i primi scrittori moderni; ma il Gioberti, suo grande ammiratore, riflette argutamente com’egli fosse antico soltanto a metà, perchè al genio antico toglieva la fede per surrogarvi la miscredenza moderna. In fatto, abbandonavasi alla desolante filosofia che ci avvilisce sotto pretesto d’analizzarci, e che esprime il rantolo d’una società agonizzante, non i potenti aneliti della risorgente (dei risorgimenti egli si beffava); e col pensiero scettico avvelenando un cuore che riboccava di affetto, Leopardi si sgomenta «alla vista impura dell’infausta verità», nella vita trova «arcano tutto fuorchè il nostro dolore», piange sull’infinita vanità del lutto, e dispera. A Leonardo Trissino scrive che «la facoltà dell’immaginare e del ritrovare è spenta in Italia... è secca ogni vena di affetto e di vera eloquenza»: nella _Ginestra_, che danno per la miglior sua poesia, insulta quelli che credono al progresso: e nel guardare la «mortal prole infelice», non sa se ridere o compatire, giacchè natura «non ha al seme dell’uomo più stima o cura che alla formica», conchiudendo che la ginestra è «più saggia dell’uomo, perchè non si crede immortale». Così uno de’ più nobili ingegni che Italia abbia partorito, passò rapidamente gemendo sui mali, proverbiando le follie e i vizj degli uomini, senza conoscere le virtù nè credere alle generosità; in lotta coi sofferimenti proprj e colla pubblica trascuranza, e negligendo «le frivole speranze d’una pretesa felicità futura e sconosciuta»[226]. In coda a questi veniva la solita turba, devota a quell’antica maniera stereotipa, composta d’un poco di immaginazione e un poco di forme, con idee vaghe, espressioni esagerate, i fronzoli d’un genere verboso e sterile, da cui fummo impediti d’avere fin ad oggi una prosa nazionale; vagheggiavano gli stili mollicichi, prodighi di epiteti generici e di classiche intarsiature, e privi di fisionomia come donne imbellettate: pure discosti oh quanto dalla maestà e dalla squisitezza del Monti! A Luigi Lamberti, al Paradisi, al Cerretti, agli altri imperialisti mancarono l’elevazione di anima, la nobiltà e costanza di pensiero, senza cui non si merita nome di poeta. Abbondarono applausi al Biondi, al Betti, al Cassi che tradusse Lucano più prolissamente dell’originale; al Mordani, al Perticari, ad altri inzuccherati, che per darsi aria austera, rimbrottavano il secolo con grosse ingiurie in classico stile, abbastanza indeterminate per non irritare nè correggere. Paolo Costa ravennate (1771-1836), che non si lasciò abbagliare dalla luccicante libertà[227], cercò trarre le regole dell’elocuzione non dai precettori ma dall’indole dell’intelletto e del cuore umano. Salvator Betti (1768-1830), buono perchè provveduto di scienza, rivendicò molti vanti patrj nell’_Italia Dotta_. Il Biagioli da Vezzano, buttatosi nella rivoluzione, nel 1799 si accasò a Parigi, e vi aprì un corso di letteratura, a cui attirava gente col dare due concerti musicali il mese; devoto alla scuola retorica, prendeva entusiasmo per tutto, e fece non commenti, ma giaculatorie sopra Dante e Petrarca. Anche Giovanni Ferri da San Costante di Fano prese parte alla rivoluzione di Francia, poi vedendola eccedere rifuggì in Inghilterra; reduce, è mandato a Roma a impiantare le scuole; al 1814 si ritira, e scrive _Ritratti e Caratteri_ e _Lo Spettatore italiano_, ove profitta della cognizione dell’inglese per darci novelle, cui la forma stentata scema l’allettamento. Anche molti traduttori, per l’importanza che in Italia si attribuisce allo stile, acquistaron nome a paro cogli originali; eppure non un solo ve n’ha forse che abbia tolto la speranza di fare meglio. Ippolito Pindemonti veronese (1753-1828), anima pura e inattivamente gemebonda in estri «melanconici e cari», declama ora contro il viaggiare, or contro la caccia, or contro i rivoluzionarj; esalta la campagna, gli amici, le pie ricordanze de’ morti; a Foscolo fece rimprovero di non saper «trarre poetiche faville» da oggetti men lontani che Troja; lottò con Omero nel tradurre la difficile _Odissea_; e palpitò di libertà nella tragedia dell’_Arminio_, nobile carattere d’un difensore della patria indipendenza. Cesare Arici (1782-1836), secretario all’ateneo di Brescia, ottenne fama estesa per molte liriche mediocri, per una povera epopea sulla caduta di Gerusalemme, per migliori didascaliche sulla pastorizia e sulla coltivazione degli ulivi. E la didascalica, che un pensiero prosastico orna poeticamente, apriva bell’arringo alle immagini, la ginnastica più consueta di quella poesia; la quale fermava l’attenzione sulla frase, e colla forbitezza delle parole, col cumulo delle metafore, col vezzo della perifrasi, la sottigliezza de’ concetti, la peregrinità delle figure, la lambiccatura de’ sentimenti, il rimbombo de’ suoni palliava la vulgarità del fondo. Vi ottennero lode molti, nessuno raggiunse l’efficace parsimonia di Mascheroni e di Foscolo, alla descrizione della natura mescolando sempre i pensieri dell’uomo. Mentre nei più l’allettativo delle fantasie sceveravasi dalla convinzione delle anime, altri aveano esteso lo sguardo e veduto un intero mondo di là dal serraglio accademico, e leggiadrie e sublimità di poesia, ed elevatezza di sentimenti, e profondità di ragione, convincendosi che la ricerca del bello non vuol essere limitata ad un tempo, ad un paese, ad una forma. La Spagna si presentava coll’immensa ricchezza drammatica, e colla cristiana e incondita originalità de’ comici e de’ romanzieri: l’Inghilterra col sentimento profondo e la penetrazione della natura umana nel gigantesco Shakspeare e ne’ moralisti: la Germania con una folla di cantori ironici o passionati, religiosi o scettici, tutti vibranti all’unissono delle idee umane, alla cui testa Schiller, Göthe, Tieck, Schlegel, emancipavano l’arte affinchè rappresentasse l’uomo, i tempi, la natura, cercavano il ritorno estetico verso l’antica bellezza, meglio valutata e sotto forme nuove e potenti, non isgomentandosi della trivialità purchè naturale; dappertutto poi una poesia popolare, qual frutto spontaneo di ciascun paese, di ciascuna età, che ha la verità non della storia, ma della passione, che evoca le potenze della vita, dolore, piacere, onore, virtù, voluttà; e in tutta la società moderna un movimento lirico coll’ardore della libertà, col disgusto del presente, coll’inquietudine intima e la speranza tormentosa, col tumulto delle idee nuove e il presentimento delle loro metamorfosi. Con ciò alla critica negativa, che stitica i difetti dei grandi, o le bellezze ne misura a tipi prestabiliti, sottentrava l’iniziatrice, laboriosamente profonda nell’esercizio del pensiero, paziente nella pratica, colla potenza idealista che discerne il fondo della forma, che coglie l’unità dello spirito sotto la varietà della lettera, che indovina bellezze originali, che getta la congettura sul mare del possibile, e da quel che fecero i genj più diversi impara ove potrebbe arrivare un genio nuovo, mediante l’intima cognizione d’ogni bello; che infine colle dottrine eccita sentimenti ed azioni. La civiltà nostra non deriva soltanto dalla greca e romana, ma anche dalla germanica; gloriose e più dirette antecedenze abbiamo nell’età romantica, cioè nel medioevo, e il viver nostro è conformato al sentimento e alle dottrine cristiane. Perchè dunque rifarci sempre ad Ilio e a Tebe, e tessellare frasi di classici, e invocare un Olimpo di cui deridiamo le divinità, aborriamo i costumi? Più che i Tedeschi, maestri di tali novità, qui si divulgavano i libri francesi della baronessa di Staël, che obbligata da Napoleone ad esulare da Parigi, avea concepito ammirazione per gli autori tedeschi; e dai loro critici, principalmente dallo Schlegel, aveva dedotto il sottilizzare la critica non tanto ad appuntare gli errori, come a presentire le bellezze, non tanto a censurare un autore di ciò che fece, come a scorgere cosa e come avrebbe dovuto fare; e considerando l’arte per la più alta manifestazione dello spirito, non fermarsi alle diverse forme delle varie letterature, ma penetrare la ragione della vita e della durata[228]. La _Corinna_ di lei, il _Genio del cristianesimo_ di Châteaubriand, l’entusiasmo de’ tanti che visitavano la riaperta Italia (p. 308), venivano a modificare i criterj poetici antichi: Stendhal, la Morgan ed altri ripudiavano il senso comune per affettare spirito e novità: lord Byron, elegante inglese, che volontario esule e volontaria vittima, atti e sentimenti epicurei traeva in pompa per l’Europa, e principalmente in Italia, e dopo cominciato coll’elegia, finì con satira amarissima, faceva stupire di tanta realtà unita a tanta fantasia ne’ suoi poemi, dove, anatomizzando ironicamente la società, dipingendo le attrattive del vizio e l’eroismo degli scellerati, sostituendo l’eccezione alla regola, esistenze tempestose, situazioni violente, paesi diversi dai poetici, uomini audacemente ribellati al dovere, staccavasi ricisamente dall’arcadico concetto che s’avea della poesia, per cogliere la natura sul vero, insegnando a non permettere nessuno degli spedienti dell’arte, ad erudirsi ed ispirarsi in quanto fu fatto, per far poi diversamente. Ed esso e i suddetti e i loro imitatori erano epicurei; eppure quell’ampia concezione dell’arte, il rispetto del passato, il sentimento dell’infinito che imparavansi alle loro scuole, disponevano i cuori alla fede. E già tra noi menti più serie aveano tolto a considerare i misteri della vita, e capito ch’essa non trae spiegazione se non da un primitivo mistero e da un postumo snodamento; e rinnegarono i miserabili trionfi dell’empietà, che dichiarate ipotesi l’ordine provvidenziale e l’immoralità, vi avea sostituito altre ipotesi, la fatalità e il nulla, e non lasciava all’uomo se non l’orgoglio d’un bugiardo sapere, le irrequietudini d’un’ambizione impotente. Che se la vita è un’espiazione e un preparamento, non le converranno la bacchica esultanza d’Anacreonte e la sibaritica spensieratezza di Flacco, ma una melanconia rassegnata, un ravvisare dappertutto l’ordinamento provvidenziale, un valutare le azioni dal loro fine o particolare o complessivo. L’ampliarsi della democrazia facea fissare gli occhi sul popolo; esaminarne senza superbia i costumi; senza disprezzo gli errori; ascoltarne le leggende e le canzoni; nè tutto riferire ad un tempo, ad un luogo, ma le consuetudini e le opinioni considerare siccome un’efflorescenza di date circostanze, gli errori siccome viste false o imperfette della verità, sicchè al fondo la umana specie progredisce sempre verso un perfezionamento, che non si raggiungerà mai in questa bassa gleba. Da tutto ciò nuovi criterj del bello: sgradite non meno le contorsioni dell’Alfieri, che la rosea prodigalità del Monti, e quello sfumare ogni tinta risentita, soffogare le fantasie sotto al convenzionale, la franchezza sotto pallide circonlocuzioni e lambiccature cortigianesche ed accademiche; rivendicavasi la semplicità adottata dai primi nostri scrittori; affrontavasi la parola propria, la maniera più schietta, raccolta di mezzo ai parlanti; voleasi interrogare i sentimenti e il linguaggio del popolo; scegliere sì la natura ma non cangiarla, portandole quell’amore rispettoso che nasce da profonda intelligenza delle cose; proporsi conformità fra le opere e la vita; tornar la poesia quale era in Dante, fantasia subordinata alla ragione geometrica. Che se la letteratura degli accademici erasi guardata come incentivo o sfogo di passione, un modo d’accattar piaceri e denaro con opere concepite a freddo, computate con pedantesche convenienze, e quindi astiosa, superba, gaudente; ora studiavasi surrogarne una d’ispirazione e meditazione, che prendesse per iscopo il buono, per soggetto il vero, per mezzo il bello. La storia non sarebbe più raccozzo di aneddoti, o galleria dove campeggiano solo gli eroi, i re, i fortunati, negligendo o celiando sull’umanità preda de’ forti o balocco degli scaltri; ma dovea contemplarsi come attuazione contingente di provvidenziali concetti, guardando il genere umano come un uomo solo che errando procede, e gli atti e i concetti dei personaggi conguagliando col loro tempo e colle idee correnti. Romanzi e novelle, anzichè frastornare con avvenimenti implicati, descrizioni sceniche, sfarzo della vita esteriore, esaminassero l’uomo interno e l’andare delle passioni in ciò che hanno di comune in tutti i tempi e luoghi, e di speciale a persone, a paesi, a età. L’eloquenza valersi della spettacolosa efficacia del momento per condurre a conoscere il vero, volere il giusto, accettare il sagrifizio. Divenuto riflessione attiva dell’uomo sopra se stesso, il dramma cambiavasi essenzialmente, e doveva empirsi d’azione, ritemprarsi a passioni meno strofinate, usar fatti, costumi, caratteri, linguaggio consoni colla storia; a tal uopo svincolarsi dalle unità precettorie, sconosciute ai Greci, consacrate dai Francesi per amor d’ordine, dall’Alfieri per amor del difficile. Ciò che più cale, il teatro non doveva traviare i giudizj e ubriacare le passioni, ma consolidare il buon senso e dirigere gli affetti, rappresentare la società e l’individuo quali sono, misti di bene e male, e divenire istruttiva intuizione di quella vita che non riceve spiegazione se non dalla morte. Il pedante faccia in letteratura come il fazioso in politica, che giudica dietro a parole, non soffre opinioni contrarie, sentenzia non dando i motivi, arbitrario e intollerante: per noi le regole saranno una storia di ciò che fecero i migliori, non un ceppo per chi s’arrischia al nuovo; vera poesia non sarà se non quella che abbia alito e ispirazione propria, e l’ideale suo non tolga a prestanza, ma lo deduca da costumi, cognizioni, istituzioni, convenienze nazionali: s’immedesimi con tutti gli affetti, con tutte le solenni contingenze della vita; metta sott’occhio l’esistenza reale, ed ecciti l’esistenza più sublime del sentimento: sia mezzo di fede, di consolazione, di benevolenza. Insomma verità del fondo, infinita varietà delle forme, bontà di scopo pretendeansi dal genere che fu detto romantico in opposizione a quello che s’intitolava classico; e che è caratterizzato interiormente da senso più profondo del presente in relazione al passato e col presentimento dell’avvenire; esteriormente da maggior lirica in ogni concepimento. Io dico quel che pensavano i migliori: ma da una parte v’aveva i trascendenti e i vulgari, zavorra di qualunque innovamento, che voleano mostrarsi liberi col saltabellare da pazzi: dall’altra libri, articoli, improperj erano lanciati da quei tanti che esultano per ogni occasione di sfogare le passioni malevole all’ombra di un partito: la polemica, secondo è consueta, approfondiva l’abisso complesso delle cose, rinfacciavansi ai Romantici i fantasmi, le stregherie, l’anteporre alle decorose bellezze di Virgilio le rabbuffate di Shakspeare; e i nomi di classico e romantico fecero dimenticare quelli di buono e cattivo, come più tardi i nomi accidentali di repubblica e costituzione eclissarono il fondamentale d’Italia libera. Osteggiava la novità _La Biblioteca Italiana_ giornale milanese, che, prodigo d’encomj alle mediocrità striscianti, non lasciava impunito verun lampo d’ingegno, ardimento di scrittura, integrità di carattere, elevazione di sentimento, originalità di concetto, speranza di giovane. Ai pochi rassegnanti a vendere la penna, il Gironi, direttore, diceva: — Eccovi questo libro da incensare, e questo da scompisciare»; ed essi vi metteano l’impegno della viltà; oltre quelli che per proprio zelo s’incaricavano di denunziare opinioni e pensieri che poi sarebbero essi chiamati a processare. Vi fu chi disse: — Mostrerò il Biava come un Ilota ubriaco, finchè gli sia tolta la cattedra»; vi fu chi disse a proposito dell’Ugoni: — Aprirò quei sacchi per far vedere che contengono carbone»; vi fu chi, per impedire che l’imperatore gli mandasse un anello destinatogli, tolse a provare che la storia di Milano di Carlo Rosmini «era pericolosa alla religione, alla politica, al principato». Da quest’afa di sentina tolsero esempj e scusa que’ diffamatori, la cui bassezza si ajuta di perfidia, e che sono operosissimi dove la libertà della parola e la franchezza de’ pensanti non la condannino al giusto vilipendio. A tali vergogne animosi giovani opposero il Conciliatore, con cui Pellico, De Breme, Berchet, Borsieri, Ermes Visconti, Giambattista De Cristoforis cercavano introdurre anche qui la critica iniziatrice, che ispirandosi al sentimento e alla verità, le teoriche di gusto traduce in consigli di dignità e coraggio. Queste novità portavano franchezza d’esame, onde non è meraviglia se la rivoluzione letteraria parve rivoluzione politica, e il ribellarsi alle regole fu denunziato per ribellione alla legge; il giornale fu proibito, e i redattori o in carcere o in esiglio, ma la controversia continuò con armi buone o con cattive. Milano pareva il vivajo de’ novatori, mentre nel resto d’Italia i Classicisti, intitolavano romantico tutto ciò che fosse brutto, disordinato, pazzo, e asserendo che i novatori proscrivessero lo studio e l’imitazione degli ottimi. Il Pagani Cesa[229] definiva i Romantici persone intese a sovversioni e letterarie e politiche; folla d’avventurieri fortunati, di briganti politici, di gente d’arme, di giovinastri, non pratici che del disordine in cui sono nati. L’Anelli da Desenzano (-1820), in certe Cronache di Pindo grossolanamente lepide, denticchiava quella scuola, senza giungere al vivo. Gugliuffi (-1834) diceva ch’essi _emicant fortasse aliquando, sed more nocturni fulguris_; egli che sosteneva le scienze farebbero grandi progressi qualora adoperassero la lingua latina[230]. Più s’accannì Mario Pieri corcirese, che vagò assai per Italia, bene accolto dappertutto e come forestiero e come letterato; in gioventù godette la domestichezza del Cesarotti e del Pindemonti, e per loro mezzo conobbe nel Veneto il Lorenzi, il Mazza, il Barbieri, poeta allora e futuro oratore, l’abate Tália autore di una estetica, il padre Ilario Casarotti arguto autore di poesie bibliche e di molti opuscoli polemici, Francesco Negri traduttore di Alcifrone, l’abate Zamboni e Benedetto del Bene educatissimi ingegni, il Morelli, il Filiasi, lo Zendrini, il Cesari, e quelle coltissime adunatrici della migliore società che furono Isabella Albrizzi e Giustina Michiel in Venezia, Silvia Curioni Verza ed Elisabetta Mosconi in Verona, e così il fiore delle persone di Vicenza, Belluno, Padova e Treviso dove fu professore. Altri a Milano incontrava alla conversazione del ministro Paradisi, altri ne’ ripetuti viaggi, poi nella lunga dimora a Firenze, dove, oltre i suoi connazionali Mustoxidi e Foscolo, usò famigliaramente col Capponi, col Niccolini, col Pananti, coll’eruditissimo Zanoni, col Becchi succedutogli segretario della Crusca, col Rosini filologo di amenissima conversazione, quanto era nojosa quella del Micali, col Del Furia bibliotecario, rinomato per l’abbaruffata sua contro l’argutissimo Gian Paolo Courier[231], coll’incisore Morghen, col pittore Benvenuti, col matematico Ferroni, col numismatico Sestini, col dottor Cioni, col Benci, col Puccini direttore della galleria, e colle amabilmente dotte Teresa Fabbroni, Rosellini, Lenzoni. Qual piacere non darebbe a’ curiosi, quale istruzione agli studiosi il vedersi ricondotti a conversare con questi, che solo in parte vivranno ne’ libri! E il Pieri, oltre prose e versi, dettò la propria vita senza elevazione nè larghi aspetti, bensì osservazione triviale, lineamenti vacillanti, passioni piccole, idolatria di se stesso. Questi e tutta la consorteria del Monti poneano in canzone i Romantici, quasi gente che insorgesse pel solo piacere d’insorgere; e sarebbero tutt’altro che condannabili se avessero avuto la mira d’opporsi al forestierume, e non dimenticato che, isolandoci, noi resteremmo sempre nel falso e nel meschino. Intanto l’averlo avvertito bastava per rendere ridicolo e vergognoso quell’inneggiare Venere ed Imeneo[232], e imprecare Atropo e il Fato, applaudire ai Giovi e alle Cintie, pregare salute da Igia, senno da Minerva, giustizia da Temi: il verso di mera sensualità, gli eterni ricalchi d’Orazio o del Petrarca, insomma le forme convenzionali perivano, più l’idea non volendo incarnarsi in esse, nè il sentimento contenersi entro ai vincoli antichi, o la lingua limitarsi alle parole autenticate: l’ambiziosa fraseologia abbandonavasi ai vecchi incorreggibili o ai novizj rassegnati a non maturare più: e se il Monti chiedea, com’è mai possibile senza mitologia lodare un principe, celebrare un imeneo? gli si rispondeva: — È egli necessario belare le nozze e i natalizj de’ re e dei mecenati?» Vero è che anche nella scuola romantica affluirono astrazioni sentimentali e mistiche, la moralità si angustiò in picciolezze di sacristia, all’eleganza sparuta surrogaronsi fantasie dissennate; avemmo novelle con spettri, e leggende con magie[233] e gnomi e silfidi e ondine, ingredienti non meno convenzionali che le ninfe e le stelle e le cetre e le tede e l’altre fracide espressioni di concetti indeterminati; riponendo l’innovazione nella forma delle idee anzichè nelle idee, nella verità storica anzichè nella verità morale, si credette fare libero il dramma collo scapestrarlo; si pindareggiarono i medesimi affetti sebbene con parole nuove. Ma nelle campali battaglie non si contano le migliaja di gregarj, e chi decide sono i capitani: e di eccellenti ne ebbe la scuola nuova. Tommaso Grossi (1791-1853), anima affettuosa, mente ordinata, vivrà come il primo o de’ primi che le idee romantiche qui applicasse non colla polemica ma colle due novelle della Fuggitiva in vernacolo, e dell’_Ildegonda_ in ottave italiane di ariostesco impasto, con semplicità colta e affettuose particolarità. Un’altra novella tesseva intorno alla prima crociata, quando il disprezzo che i suoi amici gli istillarono pel Tasso lo indusse a trattare come quadro di genere un soggetto che Torquato avea trattato alla grande. Sgraziato pensamento, che affogò nelle generalità il bell’insieme della sua favola domestica, convertì il flauto e la mandóla in tromba di battaglia, e l’ispirazione affettuosa in istudj d’erudizione, dove riuscì non meno infedele che il Tasso, benchè in maniera differente. Gl’invidiosi, che avrebbero perseguitato il Tasso, del Tasso si valsero per opprimere il Grossi come sacrilego, istituirono assurdi confronti, e ne derivò una capiglia villanissima, la quale in fondo riduceasi a dispetto ch’egli avesse trovato tremila soscrittori, cioè un guadagno insolito ai nostri letterati. Non si taccia che altrettanti difensori ebbe; ma egli stomacato lasciò la carriera letteraria per mettersi notaro. Cessata allora la paura di vederlo fare qualche altra cosa grande, cessò la malevolenza; lo ascrissero fra i grandi poeti; accettarono con indulgente simpatia altre produzioni sue di studio non di lena, ma rialzate da qualche pagina tutta affetto; e i censori poterono consolarsi che non diede a metà i frutti, aspettabili dal suo limpido e coltissimo ingegno. Altrettanta pacatezza d’armonia e maggiore intelligenza critica ebbe Giovanni Torti 1773-1851, che togliendo ad esame i _Sepolcri_ di Foscolo e la debole risposta del Pindemonti, si pose a fianco loro; poi versificò la nuova poetica mostrando come, da qualunque siasi tempo si desuma un tema, vogliasi dargli la verità di colorito e di affetto. Avea cominciato del medesimo passo Giovanni Berchet; poi invelenito dall’esiglio, contro i tiranni avventò romanze, che per forme e per modi erano nuove all’Italia, e tutti i giovani le appresero, e molto valsero sui sentimenti non solo, ma e sui fatti successivi. In mezzo a questi e ad alcuni minori lombardi giganteggiava Alessandro Manzoni. I primi suoi componimenti furono di dipinture, d’affezioni e d’ire profane, sopra un sentiero dove il Monti avea raggiunta tal perfezione, che, chi si accontentasse alla poesia di impasto classico, al verso armonioso, alle grazie mitologiche non potea che rassegnarsi a rimanergli inferiore. Il genio, che ha bisogno di vie intentate, domandava, — Non c’è un’altra poesia oltre quella delle forme? non c’è diamanti, oltre quelli già faccettati da’ gioiellieri precedenti? non ha l’arte un uffizio più sublime che quello di dilettare?» Tali pensieri furono eccitati o svolti nel Manzoni da amici di Francia, ai quali l’opposizione al Governo napoleonico serviva di libertà; quando poi, dalle coloro idee volteriane ricoveratosi con piena sincerità alle credenze e alle pratiche cattoliche, sentì il dovere di coordinare ogni atto della vita e del pensiero all’acquisto della verità, all’attuazione del bene, al consolidamento della religione, potè dare saggi d’una poesia sobria, che subordina la frase al concetto, che gli abbellimenti deduce soltanto dall’essenza del soggetto, che sovrattutto si nutre di pensieri elevati e santi, e si crede un magistero, un apostolato. La semplice originalità degli _Inni_, quella sublimità di concetti espressa colla parola più ingenua, li fece passare inosservatissimi: il _Carmagnola_ e l’_Adelchi_ soffersero i vilipendi de’ giornali e l’indifferenza del pubblico, che solo al comparire del _Cinque maggio_, ode inferiore alle altre, parve accorgersi di possedere un sommo. Lontano dalla felicissima agevolezza del Monti, egli stenta ciascuna strofa, incontentabilissimo; ma l’uno ha la fluidità de’ Cinquecentisti, l’altro la concisione tanto necessaria nella lirica, e quel contesto virile che non s’occupa de’ fioretti; l’uno dipinge più che non pensi, l’altro pensa più che non dipinga; nell’uno predominando il dono della fantasia, nell’altro la facoltà del riflettere, che è la coscienza dell’ispirazione; onde quello guarda le idee sotto un aspetto solo, questo vuol presentarle nella loro interezza di vero e di falso, l’uno lascia meravigliati, l’altro soddisfatti, e più soddisfatti i forti, che vedendo quelle maniere sì vive e profonde, avvertono meno al ben detto, che al ben pensato. Monti, il più insigne fra gl’improvvisatori, cerca il bello dovunque creda trovarlo, da Omero come da Ossian, ma senza connessione col buono e col vero; le ipotiposi, le apostrofi, le circonlocuzioni, le intervenzioni d’ombre o di numi ripete continuo, perchè non costa fatica l’aleggiare colla fantasia mettendo da banda il giudizio; la sonorità del verso e l’onda della frase surroga al sentimento e al concetto, le reminiscenze classiche all’emozione personale; crede che la poesia non abbia mestieri d’essere giusta, purchè ardente e passionata, donde l’enfasi e l’alta persuasione di sè, e la continua esagerazione, e il secondare l’impressione istantanea, e perciò frequente mutarsi. Manzoni vuol richiamare ogni asserto al cimento del giudizio, escludendo il declamatorio, deponendo nel lettore il germe di idee che sviluppano l’intelligenza e la volontà: onde l’uno è puramente poeta, e in ciò stanno la sua vocazione, la sua gloria, la sua scusa; l’altro è considerato piuttosto come argomentatore da quelli, che non avvertono quanto movimento lirico esondi nella _Pentecoste_ o nella _Morte d’Ermengarda_, e come la squisita verità gli detti di quegli accenti che risvegliano un’eco in tutti i cuori. Adunque del Monti è carattere il trascendere, sia che lodi, sia che imprechi; del Manzoni la mansuetudine, fin quando intima allo straniero di «strappare le tende da una terra che patria non gli è», e che Iddio non gli disse: «Va, raccogli ove arato non hai; spiega l’ugne, l’Italia ti do». Il Monti si erige signore dell’opinione, consigliero di re e di nazioni; l’altro dubita sempre di se stesso: quello non ha proposito più elevato che d’insegnare e praticare l’arte, laonde i fortunati che se ne divisero il mantello, fecero di belle cose; i seguaci di Manzoni cercarono piuttosto le buone: quelli l’ideale, questi il reale. Ambidue tentarono il teatro; e Monti cogli artifizj antichi riscosse applausi; all’altro venne meno l’abilità, che è tanto diversa dal raziocinio. Anche Manzoni sostenne polemiche; ma invece della critica provocatrice, più simile a schermaglia di partito che a discussione di sistema, offerse esempio di quella che, calma nella certezza dell’esito, richiede cuor retto, criterio sicuro e buona coscienza. Nè egli lottò per propria difesa o per un angusto patriotismo, ma tutte le volte ebbe l’arte di elevare il punto di vista, e trasformare sin la disputa letteraria in lezione morale. La servilità alla legge rigorosa quanto capricciosa delle unità di tempo e luogo, i soliloquj, i confidenti, i lunghi racconti, la dignità inalterabile che ripudia le famigliarità così allettanti nel dramma greco, le espressioni altrettanto forbite nel principe come nel servo, erano difetti della tragedia alla francese; che se i grandi li redimevano con bellezze insigni, è natura de’ pedissequi l’esagerare i difetti; donde una nojosa eleganza, perifrasi per aborrimento al nome proprio, esilità di idee mal rimpolpata con fronzoli retorici, e frasi raggiranti entro un circolo di sensazioni fittizie e prevedute, in dialoghi tanto poetici, da non ritrarre la natura, tanto vaghi da non rappresentare un tempo e un luogo determinato; fatte insomma unicamente in riguardo de’ lettori o degli spettatori. A ciò richiedevasi studio anzi che genio, chi non vi si rassegnò risalse ai Greci, inimitabili per la naturalezza come inimitabile per la fatica era l’Alfieri: ma in generale la tragedia perseverò ad essere un’alternativa di parole non di azione, declamatoria non veritiera. Ugo Foscolo accostò più di tutti il grande Astigiano per dignità e altezza di sentenze; ma la realtà della storia nè della passione non raggiunse mai, benchè nella _Riciarda_ esprimesse il concetto italico e il gemito sulle nostre divisioni. L’_Arminio_ d’Ippolito Pindemonti elevasi per sentimento e stile: eppure le incolte tragedie di Giovanni suo fratello sovrastano per abilità scenica; per la quale ebbe applausi anche il duca di Ventignano. Belle speranze destò Silvio Pellico colla _Francesca da Rimini_, per quanto debole. G. B. Niccolini di Firenze, erede dell’ira ghibellina di Dante, entrò sull’orme dei Greci fino a ritentare i loro soggetti; dappoi ne assunse di moderni, quali la _Rosmunda_, l’_Antonio Foscarini_[234], il _Giovanni da Procida_, o allusivi a moderni, come il _Nabucco_ e l’_Arnaldo_. Era un frutto della inclinazione morale introdottasi nella letteratura; e ne ottenne ovazioni da quella pubblica opinione, che egli mostrò sempre disprezzare; ma quando la vide ubriacarsi nel 48, quell’austero giudice apparve abbagliato dai vorticosi movimenti. Per riuscire nella tragedia storica non basta la sceneggiatura e il vestire secondo le nazioni e le età fantocci di nome eroico, non basta conoscere qualche accidente, ma vuolsi abbracciare intera l’età ove si collocano gli attori; nè ciò si ottiene che con pazientissimo studio. Così fece Manzoni. I moralisti rigorosi riprovarono sempre il teatro, giacchè lo spettacolo delle passioni lottanti o lo svolgimento di una, incitano quelle dello spettatore; se non ne ispirano di criminose, vi predispongono; se non danno amore ed odio, vi aprono il cuore. Ma poichè il teatro sempre più invade la società, alcuni studiarono se fosse possibile ridurlo tale che non ecciti gli scrupoli d’un padre, d’un marito; che accheti e diriga, anzichè sopreccitare e spingere le passioni. Tale scopo si prefisse Manzoni come nel romanzo così nei drammi; presentando nel _Carmagnola_ l’uomo perseguitato ma non da feroci invidie, sdegnato ma non con violenza, e consolando colle domestiche affezioni l’ora fatale; nell’_Adelchi_ lo spettacolo d’un popolo dominatore vinto da un altro che alla sua volta si fa dominatore d’un vulgo innominato; prepotenze contro prepotenze, fra cui trovano luogo l’affanno di patimenti personali e la generosa proclamazione della giustizia, e dove la lotta umana finisce nella conciliazione religiosa, quando nell’anima sottentra il sentimento d’una felicità superna e inalterabile, rassicurata che sia contro la distruzione della sua terrestre individualità. Il secolo, avvezzo agli stimolanti e bisognoso di cacciare la noja, domanda emozioni, e trova più poetica la procella che non i murazzi da cui è frenata: ed è questa la sola parte dove il nostro o non fu inteso o non seguìto. Genere coevo delle lingue nuove, il romanzo aveva anche fra noi trasformato le imprese di Carlo Magno e de’ suoi paladini o della Tavola rotonda, e di Amadigi e di Guerrino Meschino e de’ Reali di Francia, ben tosto dimentico per la carnevalesca esultanza dei poemi romanzeschi: altri nel Seicento, sempre ad imitazione di Francia, confezionarono romanzi scipiti: nel secolo passato furono tradotti i tanti francesi e imitati con isguajato abbandono, e nè tampoco scintillarono di quella luce momentanea che sembra privilegio d’un genere, il cui principale intento è piacere, e perciò accarezzare passioni e abitudini che passano presto, e con esse il libro. Ma il _Don Chisciotte_, il _Robinson_, il _Gil Blas_, la _Pamela_, il _Tom Jones_, il _Paolo e Virginia_, la _Nuova Eloisa_ attestano che possono farsi opere durevoli ed efficaci sulla società anche in questo genere, atto a tutte le passioni del cuore, ai capricci dello spirito, alle ispirazioni serie e beffarde. Tale fu ripigliato il romanzo nell’età nostra; e del _Werter_ di Göthe, che ebbe la trista gloria di spingere molti al suicidio, l’imitazione fatta da Foscolo acquistò voga quasi opera originale, e piacque il sentimento di nazione e di libertà ch’egli intarsiò al concetto tedesco[235]. Sulle traccie del Barthélemy, Luigi Lamberti descrisse i viaggi d’Elena, Ambrogio e Levati i viaggi del Petrarca, aridi e pesanti. Altri sentirono l’effetto della Corinna, del Pienato, dell’Atala; ma viepiù i romanzi poetici di Byron avvezzarono agli affetti smisurati, alle situazioni eccezionali, ai caratteri sforzati, alle evidenti descrizioni, in opposizione colle stereotipie e colle languidezze degli antichi. A quelli e ad altri inglesi e al D’Arlincourt francese s’ispirò Davide Bertolotti, i cui romanzetti erano, verso il 1820, la più ambita fra le letture leggiere. Intanto d’Inghilterra ci arrivavano i romanzi di Walter Scott, dove si descrive una data età o un fatto o un carattere storico, appagando così due passioni del nostro tempo, l’indagine erudita e l’attività romanzesca. Non analizza egli il cuore, non si eleva ardito sull’immaginativa, ma nell’inesauribile sua fecondità dipinge sensibilmente, dialoga con estrema verità, interessa artifiziosamente, e schivando le caricature troppo consuete in questo genere, procede naturale, limpidissimo, ma alla ventura, verso uno scioglimento che non premeditò. Di là il Manzoni derivò evidentemente il suo romanzo, ma applicandovi quell’arte cristiana, che medita sull’uomo interno e segue gli andirivieni d’una passione dal nascere suo fino quando trionfa o soccombe. Walter Scott fece cinquanta romanzi, egli uno; l’Inglese tutto colori esterni, il nostro vita intima; quello per dipingere e divertire, questo per far pensare e sentire. Già nelle tragedie Manzoni avea mostrato come della storia non facesse un’occasione o un’allusione, pigliandone a prestanza un nome o un fatto per gittarlo in un componimento di fantasia. Ora quella indagine scrupolosa che ridesta i tempi e i loro sentimenti spinse egli fino alle minime particolarità, esattissimo anche quando non è vero. La potenza sua satirica, che gli dettò il primo componimento, e che poi fu virtuosamente temperata dalla mansuetudine, trapela grandissima dal romanzo; e singolarmente nella dipintura de’ caratteri, ciascuno de’ quali vive innanzi a noi come un’antica conoscenza, e diviene un tipo; perocchè, quivi come nelle poesie, ci offre sempre un’immagine netta e reale che più non si dimentica. Prima che l’ammirazione diventasse culto, noi divisammo lungamente dei meriti dei _Promessi Sposi_[236], e di quel fare così dabbene fino nell’ironia, così civile nella satira, così semplice nella sublimità, per cui divenne il libro della nazione. Da Dante in giù la lingua nostra, se molto cambiò quanto a immaginazione e gusto, rimase identica quanto al fondo; sicchè, eccettuato il gergo pedantesco d’alcuni Quattrocentisti, i libri s’intendono correntemente, a differenza del tedesco prima di Lessing, e del francese di cui nel 1650 Pellisson diceva: _Nos auteurs les plus élégans et les plus polis deviennent barbares en peu d’années_. Eppure si continuò a disputare qual nome attribuirle, quali regole seguire nella scelta e disposizione delle parole, a quale canone appigliarsi ne’ dubbj. Alla lingua parlata? all’uso degli scrittori? e de’ soli scrittori del Trecento, o anche de’ Cinquecentisti, o fin de’ moderni? La scelta competerà a ciascuno, o bisognerà attenersi a quella fatta dal dizionario? O dovrà la lingua essere progressiva, ed arricchirsi di quanto le offrono l’immaginazione di ciascun scrittore, i dialetti di ciascun paese e l’importazione forestiera? Quest’ultima opinione era prevalsa nel secolo passato, scrivendosi come si parlava, senza riflettere che in Italia soli i Toscani e alquanti Romani parlano una lingua scrivibile, e che la mancanza di un centro politico o scientifico toglie di riportarci effettivamente all’uso di questo: laonde ciascuno si sarebbe valso o delle voci somministrategli dal proprio dialetto ridotte a desinenza toscana, o dalle scritture, le quali, destituite di norme fisse, e dipendendo dall’abilità o dal capriccio individuale, mancavano d’uniformità e durevolezza. Per vero, qualora si tratti d’esprimere generalità di falli o di sentimenti, la lingua letteraria può bastare, giacchè tutti i paesi convengono in un gran numero, anzi nel massimo numero delle parole. Ma occorrano materie famigliari o tecniche, e quella precisione di termini che è imposta dal bisogno d’idee precise; vogliasi non solo ripetere sentimenti e idee comuni, ma darvi carattere e individualità, come è proprio degli intelletti originali; allora rampollano le difficoltà e il bisogno di regole indefettibili. La vanitosa rozzezza in cui era caduta la lingua nel Seicento, fu corretta nel secolo seguente, ma per cadere in una leziosa ricerca di ornati posticci, di vocaboli mozzi e peregrini emistichj, eleganzuccie, attortigliate rinzeppature e ridondanze, bagliore di frasi, cadenze sonore, periodo oratorio uniforme e nojoso; ammanierandosi insomma da accademia e da collegio, come avveniva della poesia, e pretendendo al vacillante pensiero dare per rinfianco vanità di forme. Alcuni professavansi devoti alla lingua pura, ma per tale considerando la sola scritta dai classici; e in tale senso lavorarono il Corticelli, il Vannetti, il Bandiera. Quale scandalo non eccitò a Milano un Branda col preconizzare il dialetto toscano! Di rimpallo la lingua dei libri era proclamata dai liberali, sprezzatovi delle stitichezze grammaticali e del vanume retorico: ma poichè i libri che correano erano francesi di idee e di forme, queste irrompevano a pieno sbocco, e deturparono anche i migliori, come il Verri, il Beccaria, il Filangeri, il Denina. L’imbarbarimento della lingua non venne dunque dalla conquista francese, bensì da accidia innazionale; volle anzi ridurla a teoriche l’abate Cesarotti (t. XII, p. 250), pretendendo l’italiano abbia ringalluzzarsi continuamente colle ricchezze forestiere; alla quale dottrina consentaneo, s’imbratta di francesismi anche dove affatto inutili. Lo combattè il Napione[237]: ma allora l’invasione francese infistoliva questi morbi; e i giornali e gli atti e i trattati collo stomachevole francesume esprimono l’invalsa gracilità del pensiero. Di sotto a questa rimbalzava il sentimento nazionale; e dacchè fu stabilita la repubblica italiana, con Governo e magistrati nostrali, per protesta contro il predominio francese, e perchè, avendo cose da dire, bisognava pensare al come dirle, si favorì lo studio della lingua. Fu allora ordinata un’edizione dei classici italiani, concepita largamente, meschinamente eseguita; con irrazionale e imitatrice scelta degli autori e dei testi, e inezia di prefazioni e note. Pure l’impresa buttò in giro molti autori, peregrini dalle biblioteche; e se non altro, all’uscire di ciascun volume, ne’ circoli e sulle gazzette biascicavansi i nomi dimenticati del Firenzuola, del Cennino, del Serdonati, del Varchi. Allora fu proposto dall’Accademia italiana di «determinare lo stato presente della lingua italiana e specialmente toscana, indicare le cause che portare la possono a decadenza, e i mezzi per impedirla». Toccò il premio al padre Antonio Cesari veronese (1828), che vi combattè ad oltranza il Cesarotti, sebbene con fragili armi. Il Cesari, innamorato de’ Trecentisti nostri, molti ne ristampò con migliorate lezioni, e sempre intese a correggere la gonfiezza, l’affettazione, il barbarismo, l’improprietà: ma come avviene nelle riazioni, de’ classici ne portò il culto all’idolatria, considerando oro schietto tutto quello che apparteneva al Trecento, imitabile anche il Cinquecento in quanto a quello si attenne; e, quasi si trattasse di testi rivelati, non si credette in diritto di cernire fra le scritture, nè dubitò che una parte fosse antiquata; l’aveano detto essi, dunque era buono; quanto alla possibilità di secondare con voci e frasi loro il progresso delle scienze moderne, egli accettava la sfida di tradurre l’_Enciclopedia_ in italiano pretto. Con tali persuasioni tolse a ristampare il Vocabolario della Crusca, aggiungendo un’infinità di termini e frasi ripescate ne’ classici. Il gran numero di quelli che poi seguitarono quello spigolamento convince che non richiede se non pazienza; ma il Cesari e i suoi collaboratori vi buttarono col vaglio rancidumi, storpiamenti, errori che gli accademici della Crusca aveano saviamente tralasciati, e non all’intento che il Vocabolario giovasse agli scriventi attuali, ma per impinguarlo, o al più perchè spiegasse gli autori antichi. L’opera si prestava facilmente al riso, come chi si veste colle giubbe dei nonni; e il Monti nel _Poligrafo_ spassò il _glorioso italo regno_ alle spalle del buon prete. Eppure il Cesari in fatto di lingua potea menare a scuola il Monti; e assai scritture lasciò di cara limpidezza, avvicinantisi alla semplicità de’ Trecentisti, sebbene nessuna vada netta da arcaismi e dal vezzo retorico d’incastrare una frase per mostrare che la si sapeva[238]. Come i campi di biada dalle gramigne, così vuolsi tenere mondata la lingua, mediante l’intervenzione emendatrice dello scrittore; e all’arcaismo come correttivo dell’imbarbarimento moderno ricorsero alcuni: ma questo purismo astratto dava in fallo esagerando; e gli sbagli proprj del Cesari o de’ suoi, dal bel mondo che ama generalizzare furono imputati alla Crusca. Nell’universale sovvertimento anche quest’accademia era stata scossa e riformata[239], ed assegnato da Napoleone un annuo premio di lire diecimila all’opera che essa dichiarerebbe più italianamente scritta. Carlo Botta, che come piemontese mancava dell’uso pratico, avea descritto la fondazione dell’indipendenza americana con voci antiquate, alcune delle quali frantese egli stesso, altre fu duopo dichiarare al fine del volume. Se prima condizione d’un libro è l’essere intelligibile, non potea la Crusca approvare questo musaico: ma ecco il bel mondo farle colpa di quello che era giusta illazione dei dogmi sul progresso della lingua, da lei professati non solo coll’aggregarsi i migliori scrittori della nazione, ma coll’attribuire autorità di testo a sempre nuovi, ogni qualvolta ristampò il Vocabolario. Chi diviserà le vicende letterarie di quel tempo, avrà ad estendersi sulle contese nate in proposito. Perocchè il premio fu diviso tra il Micali per l’_Italia avanti i Romani_, il Niccolini per la _Polissena_, il Rosini per le _Nozze di Giove e Latona_. I letterati del regno d’Italia alzarono le grida contro il municipalismo di premiare soli toscani, tacendo che nessun’opera lombarda si era presentata al concorso; e cominciarono di qui le ire, che, quietato il turbine di guerra, vennero a sfogarsi nella _Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca_, intrapresa a Milano dal Monti. In questo convenivano tutti gli elementi di felice riuscita; era cresciuto in paese ove il buon italiano corre per le vie; avea fatto tesoro delle migliori maniere de’ classici; deliziavasi di Virgilio; cuculiando il Cesari come arcaico, pareva dar ragione a chi la lingua scritta vuole avvicinare alla parlata; laonde, affidatosi allo scrivere naturale, spiegò nella prosa quella ricchezza ed eleganza che nella poesia, con capresterie tutte vive rese ameno un trattato pedantesco, e Italia potè rallegrarsi d’avere un altro insigne prosatore, merito assai più raro che quello di buon poeta. Ma egli confondeva un’accademia, spesso fallibile, con la lingua stessa; gli scrittori coi parlanti; affollava arguzie in luogo d’argomenti; e soffiando nelle invidie municipali, resuscitava antiche e irresolubili quistioni. Gli errori che apponeva alla Crusca, erano in gran parte stati avvertiti dall’Ottonielli, dal Tassoni, da altri anche membri dell’Accademia; molti risultavano da miglior lezione de’ classici e dal buon senso; non pochi riduceansi a quelle fisicherie, che trova in qualunque libro chi si proponga unicamente di censurarlo. Quanto alla teoria, se una può dedursene dal balzellante raziocinio e dalle incoerenti applicazioni, esso preconizzava la lingua cortigiana, scelta, letteraria, o comunque la denominino; che insomma non conosce nè tempo nè luogo determinato, ma è il meglio di quello che scrissero i buoni autori in tutta Italia. La _Proposta_ divenne arringo di elucubrazioni su tal proposito, molti aspirando alla gloria d’associare il loro nome a quello del poeta più lodato in Italia, molti a combatterlo. Giulio Perticari, genero di lui, con una gravezza che parve maestà, e un accozzamento d’autorità che simulava erudizione, rinfiancò le teorie del Napione, ripetè il paradosso del Renouard che il nostro derivi dall’idioma della Linguadoca ed entrambi da un idioma comune uscito dal corrompersi del latino; per disgradare la Toscana sostenne che l’italiano siasi parlato in Sicilia prima che colà, e all’uopo ne’ cumulati esempj alterava il provenzale e l’antico siculo, per mostrarli conformi al buon toscano; e ne conchiuse che nel Trecento scriveasi bene dappertutto, e perciò il buon vulgare s’ha a dedurre dagli scrittori d’ogni paese. Ma questi scrittori si valsero forse dei dialetti natìi? o non cercarono imitare il toscano? ed egli stesso non li considera migliori quanto più s’avvicinano ai Toscani che scriveano come parlavano? Quei che leggono solo per disannojarsi, e danno ragione all’ultimo che parla o parla meglio, decretarono alla _Proposta_ gli onori del trionfo; trionfo che si riduceva a dichiarare spesso fallace, spesso ignorante la Crusca. Ma alle teorie, ed ancor più alle applicazioni di quella si opposero Niccolini, Rosini, Capponi, Biamonti, Urbano Lampredi, Michele Colombo, il Montani, il Tommaseo; e ne originò una guerra, dibattuta con vivacità, con passione, con pazienza, con ingiurie, insomma con tutto fuorchè con quella filosofia che eleva le quistioni ad un’altezza, nella cui prospettiva si smarriscono le particolarità. Quando il problema fu bene avviluppato, si disse risolto: ma non che terminare, si era invelenita la quistione della lingua; e l’esempio del Monti valse di scusa ad acrimonie inurbane e a quelle personalità da piazza, che fanno ridere la plebaglia e velarsi il buon senso. Sul modello del Monti ripigliò Giovanni Gherardini milanese il più vasto e paziente esame che mai si facesse della Crusca; poi con aggiunte, voluminose quanto il Vocabolario stesso, convinse che questo pozzo dei testi è inesauribile. Il quale Vocabolario, quando appunto era bersaglio a tante beffe, più volte si ristampò con variamenti, correzioni, aggiunte; accompagnato da altri speciali d’alcun’arte, o domestici, o di sinonimi; dove rimarranno memorabili, dopo i tentativi del Grassi e del Romani, il _Dizionario dei sinonimi_ del Tommaseo, perchè contiene molto di più che mera grammatica, e il _Prontuario_ del Carena, perchè francamente si rivolse alla lingua parlata a Firenze. Il Nannucci e il Galvani si affissero alle derivazioni provenzali. Altri intanto stillava alcune parti della grammatica; e il Puoti, il Parenti, il Fornaciari, il Bolza, il Betti, il Mastrofini, l’epigrafista Muzzi, lo Zaccari, l’Ambrosoli, il Franscini, il Bellisomi davano teoriche o schieravano esempj: ma fa meraviglia l’incertezza delle loro regole, le quali del resto non varrebbero che per una sintassi pallida e astratta: nessuno ancora ci esibì una grammatica compiuta, nè tampoco generalmente accettata sia per concetto filosofico, sia per pratica applicazione. Alcuni rivolsero alle etimologie un’erudizione più estesa, non più concludente, talchè vengono considerate nulla meglio che esercizio e trastullo[240]. Intanto si rimane ancora indecisi quali siano coloro che scrivono bene. L’Accademia della Crusca sceglie i suoi membri in un modo che sembra fatto espresso per isgarrare ogni criterio; scrittori stenti, retorici, arcaici collegando ad altri limpidi, vivaci, toscani; badando all’impiego, alla dignità, all’opinione; onorando della sua fraternità quegli appunto che l’osteggiano. D’altra parte i premj suoi toccarono ad opere o di nessun merito letterario come il Micali, o per simpatie come il Botta. Questo vacillamento la impedisce di acquistare autorità presso la nazione; e i molti che trovano comoda la critica negativa e l’imitazione, la sobbissano d’epigrammi, a segno che pare destituito di spirito chi non la piglia in beffe. E la beffa (sciagurato manigoldo di tutte le quistioni grandi e piccole nel nostro paese) cade su quello dove essa più ha ragione, o dove per avventura ha solo il torto di non aver tirate tutte le conseguenze. Perocchè essa credette non poter autorizzare che parole toscane, ma delle quali trovasse esempj in autori buoni. Ora chi li dichiara buoni se non ella stessa? e questi adoprarono forse ciascuno l’idioma della propria provincia? o da chi dedussero quel buono? Dal capriccio no: dunque o da altri autori, il che non farebbe che allontanare la quistione; o dai parlanti, e in tal caso perchè non ricorrere a questi direttamente? Tali dubbj affacciavano coloro che questo studio assumevano conformemente alla filosofia e alla storia, comprendendo che la lingua è un organismo vivente, e perciò assume forme diverse secondo le età, cresce e decade, si combina con altre, può essere rigenerata mediante parole e forme nuove, portate dallo svolgersi della vita sociale, dai progressi delle scienze, delle arti, dell’industria, dai nuovi bisogni delle generazioni. Non può dunque servire di canone che una lingua viva; e nella nostra, come in tutte le altre, il legislatore deve essere il popolo che parla meglio, e che qui è il fiorentino. L’Accademia della Crusca, la prima che formasse un vocabolario di lingua vivente, lo fazionò al modo onde soleansi i dizionarj delle morte, cioè ripescando le voci dai libri, e rinfiancandole d’esempj. Ma perchè ricorrere ad un’autorità morta, invece della vivente? tanto più che, non scegliendoli se non da Toscani e da pochi che toscanamente dettarono, veniva a confessare un’autorità superiore e anteriore a quella degli scriventi; l’autorità che questi traggono dalla nascita e dalla favella. Ciò non volle intendersi. Perchè in altre parti d’Italia sorsero scrittori insigni, si pretese dovesse la lingua essere cernita da tutte le provincie: quasi un uomo privato nè un’Accademia potesse sapere quali voci diconsi per tutta Italia, e confrontarle per iscegliere la migliore. Adunque si sentenziò arroganza de’ Fiorentini il volere il privilegio della buona favella; si confusero il parlare collo scrivere, lo stile colla lingua; e i popolari furono tacciati di pedanti da quelli che voleano si stesse ai libri, ai morti! Così da quistione rampolla quistione, nè risolversi potranno finchè, ricreata la Nazione, possa anche il popolo star giudice dove ora solo le accademie e i giornalisti. Intanto si vaga alla ventura, e quel che sconforta un principiante, è il vedere gli autori stessi cambiar modo. Il Botta comincia arcaico, e finisce con isguajati neologismi: il Monti detta le _Prolusioni_ come un maestruccio, poi arriva alla vivezza della _Proposta_: il Tommaseo cambia tre o quattro volte, e pure venerando l’uso, per amore della forza e della concisione urta nell’epigrammatico. Abbiamo scrittori che tirano il discorso a fare sfoggio d’una frase, d’una parola; altri che rendono la lingua stessa materiale e meccanica[241]: pochi scrivono toscano come parlano, quali il Thouar, il Lambruschini, il Giusti, il Fanfani, il Tabarrini; ma i più pajono dimentichi del bel loro idioma per iscrivere come potrebbe fare qualunque studioso lombardo: di rimpatto qualche Lombardo ingegnandosi di scrivere toscano, inciampa in improprietà di cui ridono i bimbi. A quella naturalezza della base e semplicità dello stile che rendono necessaria la chiarezza e precisione del concetto e l’ordinata disposizione, aspirano molti; ma nei più riesce incolta o vulgare o superficiale, somigliante a sbozzo, non a quell’ultimo termine di perfezione che è il nascondere l’arte. Parve a questo dirigersi il Manzoni, che, dopo le prime scritture pedestri e infranciosate, assunse il tono di bonarietà anche ad esprimere cose meditatissime; e (malgrado la parola talvolta troppo guardinga di sè) alcuni v’incontrarono il tipo della vera prosa. Ma altri gridarono allo scandalo, quasi avesse imbrattato il suo libro di modi lombardi, che autorizzando gl’idiotismi d’altri dialetti, introdurrebbero la confusione babelica. Non era vero, nè egli avrebbe voluto retrospingere la quistione fino a togliere l’unità della lingua; esibiva anzi di provare che tutti i pretesi lombardismi trovavansi in autori toscani: ma poi affinandosi nella ricerca, e in questo quanto in ogni altro punto abbisognando d’un’autorità competente e infallibile, venne a stabilire che, come negli altri paesi, così nel nostro si recidano le dubbiezze e le pedanterie coll’adottare per comune il dialetto che a confessione di tutti, è il migliore; che, come vivo, è compiuto, indefettibile, e seconda il progredimento delle idee. Sopra tali convinzioni ebbe pazienza di «lavare in Arno i suoi cenci», i cenci che erano tanto piaciuti; e vestire ai concetti suoi una lingua colla quale non erano nati, una ch’egli stesso dovea conglomerare di reminiscenze e di consigli, come altri già solea colle frasi racimolate dai libri; e mentre il Lombardo non vi riscontrava più la primitiva ingenuità, il Toscano lo riconosceva ancora per forestiero. Pure quell’opera e quelle discussioni valsero potentemente a revocare dal ridondante, dal sentimentale, dal declamatorio, dall’eccesso del colorito e dell’immagine, al semplice, al vero, al popolare; convincendo che la forza non sta nella figura ambiziosa, bensì ne’ pensieri solidi enunciati in termini proprj, precisi, evidenti[242]. Tale fu l’opera del Manzoni. Quel pudore poetico, quella costante dignità quasi di profeta, derivatagli da un’ispirazione che ascolta se stessa, da studj silenziosi ed intimi, da vita modesta, da abnegazioni spontanee, dall’armonia soave e feconda della famiglia; quello scrupoleggiare ogni parola come chi è persuaso che sonerà oracolo per l’avvenire, e si sente responsale de’ sinistri giudizj o delle false azioni che potessero derivarne, fecero che il gran poeta fosse ancor più venerato che onorato. La sua luce divenne il nostro calore, e con tali esempj la causa era vinta; i campioni di essa crebbero fra la contraddizione uffiziale, e però men traviati, invigorendosi nella lotta, consolando altre anime coll’espansione della propria, ed esprimendo i bisogni e le speranze della generazione crescente. Così restituita alla verità, alla sincerità, al buon senso, una dignità insolita acquistava la letteratura, considerata come sacerdozio e missione; la poesia ritorceasi verso le origini, quando Dante la facea maestra di civiltà e rappresentante dei sentimenti ch’egli reputava migliori; e mentre sotto l’impero, unicamente stimandosi la forza e lo spadaccino, erano derisi il credente, il pensatore, l’ideologo; i nuovi scrittori elevarono i cuori; il secolo, già vergognoso di credere, prese vergogna del non credere quando il faceano storici, filosofi, poeti insigni. Allorchè in una parte alcuno riuscì sommo, chi sentasi la potenza del creare più non ritenesse una via dove non potrebbe che rimanere secondo; i mediocri invece s’affollano dietro a quel primo, quasi per involgere nella sua gloria la loro pochezza. Così avvenne de’ Romantici. Alcuni cercarono applauso di novatori col riprodurre metri e formole del maestro, e colle credenze vaghe di un cristianesimo rincivilito surrogarono alla mitologia personificazioni parassite, l’ipocondria al dolore, la fantasticaggine alla meditazione, allo studio del cuore passioni di cervello; della tragedia fecero un’accozzaglia di scene, ove pagane passioni nutricano accadimenti nuovi; tesserono idillj che sentono di giardino non di campagna; e le amplificazioni e le arcadicherie, gittate per la finestra, accolsero con altra livrea dalla porta. Quella ingenua e fresca ispirazione della natura, primo fiore della poesia, e che sia riflesso delle cose attuali, non di un’altr’epoca, così di rado si presenta, da mostrare come pochi si accorsero che l’essenza della verità non riscontrasi negli oggetti isolati, ma nella loro connessione. I sobrj colori che ritraggono la vera società non la fittizia, quell’alito di pacata religione, quel sommettersi alla volontà divina, quell’amore della regola che rende facile la vita e ne disacerba le amarezze, sgradirono a molti, che li credono pregiudicevoli a quel che più ci manca, la gagliardia del volere. Eppure un libro di pacata rassegnazione a martirj atroci, e di quella calma solenne che non lasciasi sommuovere nè dalla persecuzione dei forti, nè tampoco dall’ingratitudine de’ fratelli, servì la causa de’ popoli ben meglio che non le liriche iracondie e i luoghi comuni d’un patriotismo stizzoso e arrogante. Per ciò Pellico fu vilipeso in patria, mentre Europa lo ammirava; e piuttosto con Foscolo adoperatasi l’inesorabile necessità, e con Alfieri il tirannicidio alla romana, il quale non migliorò mai gli ordini, mai non assicurò una libertà; ovvero coi retori affocavansi gli entusiasmi che forzano la simpatia, le esorbitanze nel dir bene o male degli uomini e del paese. Nel genere più coltivato, il romanzo, chi, non dico raggiungesse, ma imitasse il Manzoni non vediamo, giacchè i più ne conobbero la forma non l’essenza, ed anzichè nella dipintura del pensiero, del sentimento, della morale, aggiraronsi in viluppi di venture e pateticume di sentimento, e lungagne di dialoghi e distraenti particolarità; non facendo sentire le grandi gioje e i grandi patimenti dell’umanità, ma solo a volta qualche emozione i lirici ruggiti del _Jacopo Ortis_; non volendo il vero costante ma l’accidentale, non i dogmi perenni ma opinioni personali. Le ricche diversità della curiosa intelligenza di Massimo d’Azeglio toccarono fibre generose, a cui rispondono i cuori italiani. Grossi pizzicò le patetiche in quadretti di finezza fiamminga, sicchè nessun altro offrirà alle antologie tanti pezzi scelti; ma fallendo alle convenienze di tempo e di luogo, mettendo al XIV secolo un duello giudiziario quale usava nell’VIII, ad un buffone grossolano la soave cantilena della rondinella, sparpagliando l’azione, invece di concentrarla; assolto di tutto perchè nella prosa come nel verso potè far piangere. Giulio Carcano lo emula per armonie patetiche. Un romanzo diffuso quant’altri[243], e lodato di fedeltà storica forse in grazia d’altri studj dell’autore, fu composto in prigione, senza verun sussidio di libri, e l’autore, come altri, prendeva nomi storici per velo e allegoria; modo infelice di far conoscere un tempo, se questo ne fosse stato lo scopo, o se fosse lodevole il togliere dalla storia caratteri e situazioni che ivi eternamente vivi, mentre copiati riduconsi a inanimi fotografie. Questi accoppiatori del vero col falso, ogni merito riponendo nella decorazione e nel vestiario, cercarono il color locale di paesi che non aveano veduti, d’un medioevo che non aveano studiato sopra gli scrittori primitivi, e che atteggiavano senza la fede ond’era animato; cristiani di soggetto e liberi di testura, posero per fondo lo stoicismo o la fatalità, non quel cozzo tra il bene e il male, non quel conflitto de’ principj aspiranti al predominio, non quella energia che pure s’innesta colla tenerezza, quel peccato che si redime colla bontà o colla penitenza. Altri sull’orme del Grossi avviarono una scuola plastica priva di coscienza, facendone esercizio di lingua, dov’è sacrificato il pensiero al proposito di sfoggiare una frase, d’intarsiare una parola: nel che riuscì poi sommo e non inimitabile il gesuita Bresciani, i cui scritti sono anche atti di politica e di morale. I più non vedono nel romanzo se non la facilità di raccontare un’avventura, dipingere una passione, senza l’inceppamento di canoni precettorj; cercano l’emozione fuori della verità, piuttosto la gajezza comica e l’arguta osservazione; di rado mostrano l’intenzione d’esser veri, e non domandare a facili esagerazioni effetti ambiziosi insieme e vulgari. Non mancarono tentativi di sceneggiare l’orrido e lo schifoso, di presentare l’uomo in faccia alla sua miseria e al suo nulla, e indebolirlo sviluppandogli una falsa sensibilità, e dove arte, storia, lingua, ragione, natura erano oltraggiate quasi per scommessa: ma fortunatamente i nostri romanzi eccitano lo sbadiglio anzichè il fremito dei romanzi traboccanti in Francia, reati sociali diretti a sovrapporre l’immaginazione alla coscienza, il capriccio alla regola, l’interesse al dovere. Pure non ne appare colà un così ribaldo o dappoco, che non venga qui subito tradotto, e buttato a deplorabile pascolo dei giovani e delle donne, par disarmarli contro le lotte della vita, ed aizzarli contro le inevitabili necessità di quella. De’ nostri i più tendono a morale pratica, ad insinuare certe virtù, certi affetti, specialmente l’amor di patria; ma difettano di fantasia. Invece di moderare le passioni volle aizzarle, invece di cogliere qualche fiore della vita, volle acuirne tutte le spine Domenico Guerrazzi, su ogni bruciatura versando corrosivo; loda sempre la passione, per quanto brutale, accrescendo il lievito dei peccati capitali; storia e personaggi travisò, affinchè fossero la «protesta d’anima disonestamente straziata, scritta come si combatte, quando lo spirito fremente non volgea tra sè che fieri proponimenti»; cogli indeclinabili apoftegmi contro i papi, i principi, i Governi, la razza umana, attacca ai giovani il parossismo della disperazione. Non basta alle sue vendette uccidere un nemico, ma bisogna tagliargli le mani e porle al posto de’ piedi e viceversa; non basta che l’ingiustizia mandi al patibolo una vecchia matrona, ma bisogna che nell’ultimo movimento le si svolgano dalla veste le vizze mamme. E inebriò la gioventù, alla quale altri credea fosse piuttosto da insinuare la ragionevolezza, la spassionata indagine del vero, l’obbligo di formarsi sopra ciascun oggetto idee chiare e giudizj retti[244]. Mentre si ripete che la poesia è morta, forse mai tanto si verseggiò quanto ai dì nostri, anche non tenendo conto di quei petulanti, che infestano il pubblico coi _primi fiori_, colle _speranze_, cogli _esperimenti_, insomma cogli imparaticci loro. Chi si rassegna ad essere secondo o terzo, senza il bisogno di tendere a nuova meta o per nuova via, potrà mai, per compre lodi e per ricambiati incensi, togliersi da quella mediocrità che è intollerabile, per antica sentenza, e agli uomini e agli Dei? Nella lirica tentarono novità di forme e di cose il Tommaseo e il Biava: ma a quello parve riservata la gloria della prosa, l’altro perì sotto la noncuranza di un’età ch’e’ non voleva accarezzare. Eppure quell’età lodò e ristampò gl’inni del Borghi, dell’Arici, del Muzzarelli, e i _fiori_ del Montani, e altre fatture che non voglio qualificare. Pellico si direbbe che verseggiava perchè ignaro della potenza e dell’arte della prosa, e languisce fra bei lampi d’un’anima più buona che forte, e che persiste a proclamare «Il vincitore è Abele». Giulio Uberti nelle _Stagioni_ imitò felicemente il Parini. Montanelli accoppiò soavità di forme a vigoria di concetti. Mamiani avvolge pensamenti filosofici in veste classica. Revere fece rivivere qualche forme antiche, mentre Dall’Ongaro canterellava la ballata moderna. Del novarese improvvisatore Regaldi qualche poesia forbita è degna di vivere. Ogni città poi vanta qualche poeta, e Carrer, Betteloni, Cabianca, Occioni, Aleardi... sono gloriati ad una estremità d’Italia, mentre gl’ignora l’altra che esalta Poerio e Baldacchini[245]; e la connivenza de’ giornalisti impone per un mese o due al pubblico d’ammirare certuni, che appena meriterebbero il compatimento. Tanto più ciò s’avvera colle donne, alla cui valutazione s’innesta sempre qualche bricciolo di simpatia: ma la Ferrucci mostrò nella canzone petrarchesca forza virile; i sermoni della Vordoni veronese cedono appena a quei del Gozzi, la satira temperando colla grazia femminile; la Diodata Saluzzo unì la severità della vecchia scuola agli impeti della nuova; la Guacci, la Mancini, la Terracina, la Ricciardi, la Torisi, e la Milli nelle Sicilie, la Palli, la Rosellini in Toscana, la Bon Brenzon a Verona, cantatrice de’ Cieli e di Dante, e Beatrice, la Fuà, la Poggiolini a Milano, e poc’altre non hanno bisogno dell’indulgente patronato maschile. Le romanze di Giovanni Berchet, se non altro appresero ai giovani che la poesia non vuol cetre ma trombe. Anche un’ode di Gabriele Rossetti per la rivoluzione napoletana del 1820 diventò popolare; il che non può dirsi delle tante che accompagnarono le posteriori. Eppure merita s’indaghi perchè sieno vissute sul cembalo signorile e sulla ghitarra popolare le canzonette, povere in grazie di stile, monotone di forme del Vittorelli bassanese, e che vecchissimo continuò fin al 1835 ad essere poeta di Clori e d’Irene. Alcuni al desiderio di rendersi popolari sagrificarono sin la forma, come il Berti, il Pezzi, il Buffa, il Bertoldi; altri credettero arrivarvi coll’usare il dialetto, lo che ne restringeva più sempre la diffusione. V’è un paese di lingua e cielo e postura italiano, benchè da un pezzo annesso a un altro germanico; vogliamo dire il Tirolo di qua dal Brenner. Ne’ suoi studiosi durò sempre l’amor dell’Italia, e della lingua di essa mostraronsi zelanti nel secolo passato il Vannetti, il Pederzani, il Tartarotti, nel nostro lo Zajotti e il Bresciani; e un’eletta di begl’ingegni vi mantiene le tradizioni studiose, come l’educatore Tecini autore delle _Serate d’inverno_, gli storici Rosmini, Garzetti, Canestrini, Gar, Perini, Sizzo, e specialmente il Giovanelli, lo Stoffella, il Moschini, il Frapporti che scrissero di storia patria e disputarono sulle retiche antichità; Andrea Maffei, elegantissimo traduttore, Gazzoletti, Giovanni Prati. Gli ammiratori di questo potranno citare la divulgazione che ottenne tra la gioventù; l’esser divenuto capo scuola; l’accannimento stesso degli avversarj, i quali gli appongono di sagrificar le forme al colorito, alla frase armoniosa la profondità e giustezza del pensiero: forse gl’imparziali lo reputano ingegno troppo bello per dirne male, troppo prodigatosi per poterne dir bene[246]. Che la negazione e la critica aduggino la poesia, è ben certo; pure la sublime ispirazione e il dubbio dissolvente hanno suscitato fra altri popoli qualche cosa di grande, o almeno d’interessante. Da noi corre una lirica di dolci armonie ma scarsa efficacia di immagini belle ma appena adombrate, d’un sentimentalismo morboso, d’una devozione claustrale, d’una teatrica generosità; ove bestemmiano o piagnucolano; palesano di comporre per arte, non per un pensiero ch’è tormento o passione; e perciò non aver fede in qualcosa di grande, non saper sorgere a quella verità che, anche non vedendola, tutti credono che esista; a quell’altezza ove gli interessi della patria si sposano con quelli dell’umanità. Di poemi epici, che attestano non si credette irrugginita la forma virgiliana, alcuni furono lodatissimi nell’aspettazione o al primo comparire; alcuni veramente splendono di qualche bella parte, smarrita in un tutto a cui non sanno acconciarsi l’impazienza e la positività del secolo. Quanti ne improvvisò Bernardo Bellini! Angelo Maria Ricci se non altro tentò argomenti nuovi col _Carlo Magno_ o col _San Benedetto_, pei quali assalito villanamente dalla _Biblioteca italiana_, nella ristampa «cambiò (dic’egli) tutto quello che anche a torto dispiacque all’acerbo censore»: condiscendenza che mostra un fiacco bisogno di assenso, non la coscienza del genio. Di lunga mano erasi preconizzato il _Colombo_ di Lorenzo Costa: eccellente dipintore della natura esterna, non penetra nell’intima ragion delle cose, non afferra quell’unica idea che poteva dare verità poetica e storica al suo eroe e all’impresa di lui, quel sentimento religioso cui pareva preludiare la lunga sua invocazione alla Trinità. Il Giannoni nell’_Esule_ verseggiò i dolori di quei tanti che dai disastri italiani furono spinti raminghi o imprigionati; uno de’ quali il Rossetti, stillò nel polimetro il _Veggente in solitudine_ tutta l’ira contro i pontefici e la fede, mentre egli stesso nell’_Arpa evangelica_, e Bertolotti e Mezzanotte cantavano la Redenzione e i riti cristiani. Come il quadro di genere al quadro storico, alle epopee stan le novelle, e alla _Nella_ del Barzoni, all’_Ildegonda_ del Grossi, alla _Pia_ dell’improvvisatore Sestini, all’_Algiso_ del Cantù non poche seguirono, lodate e dimentiche. Non mancò chi solleticasse al riso; alcuni per seminare qualche fiore fra tante spine, altri per beffare il dolore, impacciare l’operosità, satireggiare la virtù o la bontà, fomentare l’egoismo, impicciolire qualcosa di grande. Il _Poeta di teatro_ del Pananti diletta per la nativa festività toscana, sebbene s’arrabatti nella vita artifiziale de’ teatranti. Fra i troppi che ad oscenità si valsero dei dialetti municipali, il Porta, usò il milanese con inesauribile giocondità, allo stile ricco, variato, colorito unendo fina osservazione; e sebbene nè coraggio nè nobiltà si richieda per far ridere delle gofferie del vulgo o della sua sofferenza minacciosa, e per ripetere accuse plateali contro all’aristocrazia, ai preti, alla beneficenza, e sebbene cantasse un brindisi a Napoleone, un altro al suo vincitore, mostra voler dirigere la poesia a scopo sociale; disapprova gl’incensieri rivolti a un nordico conquistatore scismatico, cui sant’Ambrogio avrebbe escluso di chiesa; ritrae le prepotenze de’ soldati francesi: poi si lagnò quando, in premio d’aver fatto ridere, veniva supposto autore d’una memorabile satira, di cui confessossi autore il Grossi. Quanto il veneziano è più colto e diffuso, tanto fu più letto il Buratti, che in settantaseimila versi con dissoluta audacia rivelava i vizj, e gareggiò del primato con Antonio Lamberti, vissuto come lui fin al 1832, e del quale le più ghiotte poesie rimangono inedite a vantaggio della morale. Il Guadagnoli d’Arezzo, disposto a far ridere anche di se stesso, e diletticando più che straziando, coll’amena garrulità toscana si rese divulgatissimo. Di quella scuola vengono Norberto Rosa e il Fusinato, che ha prontezza a cogliere le impressioni, fantasia a colorirle, facilità ad esprimerle: ma non affinarono la forma quanto vuolsi ad eternar le opere; entrambi poi seppero elevarsi all’inno della gloria ed alla patriotica elegia. Raccorre in un complesso breve e sfavillante le interminabili mormorazioni della società, le distillate interpretazioni, le ripetizioni insulse, è uffizio della satira. In questa facilmente si dà nella personalità, come avvenne al D’Elci, al Lattanzi, allo Zanoja; e il libello muore colla persona contro cui era diretto. Giuseppe Giusti toscano (1809-50), più arcigno, più profondo, più sociale, ridendo per non piangere, rimeggiò melanconie ed ire «sbrigliando il suo vernacolo senza tanto rispetto al tabernacolo». Quanto studiasse quelle sue sì facili composizioni, lo sa chi il conobbe; eppure professava di scrivere in giacchetta o in falda, «pigliando arditamente in mano il dizionario che gli sonava in bocca», ed esorta a mostrare la propria figura nella giubba propria, anzichè svisare i pensieri nel prisma dell’arte, nè affogar le idee nel calamajo. Nella città cinguettiera non altro impara che a riarmare di dardi il verso amaro; ma sant’uffizio assume finchè s’irrita contro il secolo che «malinconicamente sbadiglia in elegia gli affanni che non sente»; che «del pari ostenta bestemmie e miserere»; che predica le virtù cristiane ma non la tolleranza; e gli scrittori che scrivacchian affetti che non sentono; e i giornalisti che usano una lingua mescolata di frasi aeree; e il furore per le cantatrici; e i giovani che a ventun anno hanno le grinze nel cuore, anime leggere sfiorite in primavera, martiri in guanti gialli che atteggiano al malumore il labbro che pippa eternamente, e per inedia frignano elegiaco vagito, annebbiando il cipiglio fra l’inno e lo sbadiglio. Del secolo vano e banchiere, che conta il sembrare più dell’essere, pajongli carattere la voltafaccia, la meschinità, l’imbroglio, la viltà, l’avidità, la grettezza, la trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del Governo educa e doma i figli di famiglia. Ma per lui son ridicoli del pari e i poeti che si mascherano di salmista tuffando la penna nell’acqua benedetta, e gli umanitarj che vogliono valersi delle moderne scoperte per fondere le razze, sicchè il mondo (dic’egli) sarà di mulatti vestiti d’arlecchino; beffa chi colla storia pesca nel passato e nel futuro; beffa i congressi scientifici e la frenologia e gli studj geologici; beffa l’amor pacifico del pari che il convulsionario; chi si racchiude in sè come la chiocciola, del pari che il ferito nelle battaglie rivoluzionarie, e che del patibolo si fa bottega; beffa il re travicello e i Croati in Sant’Ambrogio; beffa il frate maestro che ci facea muggi, grulli ed innocenti come tanti pecori, e l’educatore moderno che vuol tutto appoggiare al calcolo e ridurre al positivo, e crescer teste ritondate colle seste; beffa gli eroi che ponzano il poi; beffa chi canta l’Italia, i lumi, il popolo, il progresso. Inoculato così l’umor negro, lo cuculiava poi d’essere diventato «legge di galateo», e sghignava questi Geremia che si sdrajano nel dolore. Poi quando cadde Sejano e sorsero i Bruti cinguettando, e i Gracchi pullularono d’ozio nell’ozio nati, egli fischiò i tresconi alla festa de’ pagliacci, mercanti e birri in barba liberale; e libero e feroce infliggeva ancora protesta e bollo: pure, col «circoscriversi nel cerchio ristretto del no» professò non avrebbe «la caponeria d’ostinarsi a sonare a morto in un tempo che tutti sonavano a battesimo». Sulle prime «non vide il vacuo di facile jattanza, e prese gioja al subito gridare di tutti a festa», s’infervorò alle nuove sorti d’Italia; e al vedere il popolo svolgere la sua meravigliosa epopea a petto de’ miseri accozzatori di strofe, sentì «l’inno della vita nuova accogliersi nel petto animoso de’ giovani, accorrenti nei campi lombardi a dare il sangue per questa terra diletta; e — Toccò a noi (esclamava) il misero ufficio di sterpare la via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le querce, all’ombra delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono». Ma presto gli sottentrò lo scoraggiamento, non volendo farsi sgabello all’adulato popolo, nè bere nell’orgia ove schiamazza la frenetica licenza; e alla cara Italia domandava gli perdonasse le amare dubbiezze e il labbro attonito nelle fraterne gare. È notevole come le sue satire sieno più ripetute, più applicate quando tempi nuovi successero a quelli, a cui vitupero e’ le avea composte. Chi possiede quest’infelice abilità della satira, invece di fomentare gl’istinti malevoli e codardi, far caricature bugiarde, cospirare coi violenti nell’esporre qualche nobile idea o qualche bel nome alle risate degli sciocchi, e usurpare l’uffizio del delatore disponendo colla celia alla spudorata calunnia o alla cupa denunzia, potrebbe esercitarsi nell’ispirare benevolenza ed azione, al livido spregio surrogare la riflessione riformatrice, battendo le ambizioni materiali, la faccendiera insolenza, gli sbagli della vanità, la grettezza positiva, le anguste convenzioni sociali, l’inerzia camuffata d’eroismo e la paura coperta di ditirambiche vanterie, la credulità surrogata alla fede, l’elegante fatuità eretta giudice della pensosa sapienza, la leggerezza cittadina fatta negatrice di virtù che la mortificherebbero, denunziatrice di atti che non è capace di comprendere, e la legge, or imposta a chi vale e vuole, d’inchinarsi sotto alla sferza di chi nè sa nè fa, e alla petulanza di chi decide di tutto, eppur non crede a nulla. Poco fu compresa la radicale riforma della tragedia, nella quale si avventurarono Tedaldi-Fores, De Cristoforis e molti altri, e meglio Carlo Marenco da Ceva, che si propose innestare i due generi classico e storico: ma restò lontano come dallo stile del Niccolini, così dalla sapienza storica di Manzoni, deducendo la sua quasi unicamente dal Sismondi, e all’intima intelligenza cercando supplire colle particolarità esteriori. Ciò vuolsi inteso pure dei molti drammi in prosa, più vicini alla commedia, come quei del Battaglia, del Sonzogno, del Sabbatini, del Revere, ove talvolta con felicità vediam posti in azione personaggi o momenti capitali della storia nostra: ma più spesso non si fa che chiedere alla storia un nome siccome tipo d’un carattere o d’una passione; o procurasi coll’intrigo eccitare nella frivola e logora folla emozioni fittizie, incessantemente rinnovandole. E in questi, e più nella commedia, anzichè le festive ispirazioni della critica morale e urbana che si propone abusi veri da correggere, attuali ridicolaggini da colpire, troppo comune si sente l’imitazione; colpa del recitarsi quasi sole composizioni francesi, e dell’accontentarci alla pittura triviale della vita, senza i grandiosi prospetti di chi guarda da ben alto. Dalla lepida vivacità del Goldoni quanto non distano i compassati dialoghi del Nota! Dallo spiritoso Avelloni, dall’ingegnoso Gherardo de Rossi, dal Giraudi, dal barone di Cosenza, dal Brofferio, dal Bon, dal Fambri, dal Gherardi del Testa, dal Ferrari, dal Servadio, dal Gualtieri, dal Giacometti, dal Fortis... si potrebbe cernire un repertorio da reggere a petto de’ forestieri, se l’accattar da questi non ci avesse svogliato dei nostri, se non si scrivessero o nel francese italianizzato che parlano le botteghe, o in quel gergo freddo e povero che si chiama lingua letteraria. Io non so che alcun dramma nostro sia passato nella lingua e ancor meno sulla scena di stranieri. Entrata la febbre politica, anche il teatro ne venne invaso, adulterando perciò la storia, e all’azione supplendo colla declamazione, e aprendolo all’ira, alla beffa, alla denigrazione: ma stiamo tuttora osservando se, coi misfatti d’Aristofane, ci si presenti qualcuna delle immortali sue bellezze[247]. L’avvocatura non avea mai taciuto in Italia, e principalmente rinomata era l’eloquenza de’ Veneziani. Il regno d’Italia, indi i paesi dove sopravvisse o rivisse la pubblicità de’ giudizj, continuarono ad offrire esempj di quello stile prodigo che designa per avvocatesco, e che trovò poi a sfoggiare nei Parlamenti, ancora contaminati dalla retorica. L’eloquenza evangelica, usata nelle missioni e nelle istruzioni improvvisate, non si scrive; e la fama del Quadrupani, del Devecchi, del Valdani, del Branca appartiene alla pietà più che all’arte: la scritta eccitò ad ora ad ora applausi e rinomanze, che poi il tempo e la lettura cancellarono, Giuseppe Barbieri da Bassano, che più di tutti ebbe encomiasti e detrattori, cominciò con tono filosofico, non opposto ma scevro di teologia; si mise poi ai dogmi, ma l’unzione gli mancò sempre: quand’è eloquente, l’è in maniera ingegnosa, non mai ingenuamente e di slancio; sempre l’arte lascia sentire anzichè la santità; e la frase lambita, ridondante, il periodo pretensivo non possono che nuocere all’effetto di quella parola santa, che vuol essere ornata sol di se stessa. Della letteratura nostra molti scrissero le vicende; e trasandando le compilazioni del Maffei, del Cardella, del Salfi, del Levati, vuote d’ogni concetto, pinze di nomi e date, e rassegnantisi ad oracoli altrui ed ai pregiudizj, Antonio Lombardi modenese continuò quella del Tiraboschi per tempi la cui vicinanza risparmiava la fatica d’indagini; eppure, invece di pronunziare in testa propria come chi lesse, si adagia fino alle peggiori autorità, quelle de’ giornali e delle necrologie. Giambattista Spotorno non compì la storia letteraria della Liguria, e mostrò scienza ed ira nell’asserire a Genova sua la cuna di Colombo. Pezzana illustrò la parmense, laboriosamente supplendo all’Affò; Vermiglioli la perugina, Fantuzzi la bolognese, Cesare Lucchesini la lucchese, Vallauri la piemontese, Boccanegra, Sorio, Barbieri la napoletana, Carbone la sicula, Marini e Audifredi la romana, Nannucci quella de’ primi secoli. Camillo Ugoni continuò i _Secoli della letteratura_ del Corniani con maggior franchezza di stile e di sentenze. Emiliani Giudici si propose di «dedurre le vicende della letteratura dai grandi avvenimenti della mente umana»; pur rimase dispettoso alle novità e ai maggiori moderni; sebbene venisse dopo tanti emendatori dell’opinione vulgare, dopo sì copiosa eruzione di documenti, scrive di Manfredi, di Corradino, del Vespro siciliano, di Federico II, di Bonifazio VIII colle favole del secolo passato; accampa orribilità di vizj politici, non temperate da virtù private, onde suona ragionevole quel suo desiderare che la stirpe umana venga sterminata. Diede anche una storia de’ Comuni: ma arrivato a Enrico VII, la cui fine egli considera come la maggior disgrazia d’Italia perchè diroccava le speranze de’ Ghibellini, fu costretto accorciare il resto, levando le annotazioni e intere parti, «affrettandosi come pellegrino traverso un orrido deserto». E come dagli stranieri si accettarono le storie de’ fatti nostri che vennero più divulgate, dal Laugier e dal Daru quella di Venezia, dall’Hurter, dall’Hock, dal Ranke, dal Rohrbacher, dall’Henrion, dall’Artaud quelle dei papi, dal Roscoe quella de’ Medici, dal Leo la generale d’Italia, perfino dal duca di Dino, dal Ballaydier, dal Monier, dal Brunner, dal Goureau, dal D’Arlincourt quelle delle ultime vicende, così fu applaudita la storia letteraria del Ginguené (1748-1815) (tom. VII, pag. 358), il quale non avea veduto il nostro paese oltre Milano, e la tesseva accademicamente senza idee ferme nè proporzione, talchè compito il terzo volume, vide la necessità di restringersi, e presto la morte gli troncò il lavoro. L’erudizione troverebbe natural campo in Italia, dove è parte del patriotismo, e dove ad ogni mutare di passo urtiamo in monumenti e cimelj. Quella di gergo ciarlatanesco che accumula testi anche su punti già consentiti, ed appoggiasi all’autorità invece di indagare la verità, resta abbandonata a qualche prete e a qualche segretario. Quando il Monti volle sfoggiarne intorno ai cavalli di Arsinoe, buscò le beffe: e si dubita sia uno scherzo lo studio di Foscolo intorno alla chioma di Berenice: nessuno ignorando quanto dai lessici e repertorj sia facile accatastare erudizione. Il Forlanetto di Padova mostrossi molto addentro nel latino con particolari illustrazioni e colle aggiunte al _Vocabolario_ del Forcellini; opera compita col Dizionario epigrafico di Michele Ferrucci, e con quel delle lingue anteromane del Fabretti. Il Marchi côrso diede l’etimologia de’ termini scientifici, abbandonando ai curiosi quella dei termini vulgari, che il Borelli pretese ridurre a teoria nel Dizionario del Tramater, abusando della cognizione di qualche lingua parziale e non distinguendo la maternità dalla fraternità. Il Morcelli, prevosto di Chiari, salutato principe nell’epigrafia latina, ne porse anche le teorie (_De stilo inscriptionum_), colle quali non pochi sputarono a formarne, e forse meglio di tutti lo Schiassi. A Torino ebbero bel nome Costanzo Gazzera, il Boucheron latinista di prima forza, il Vallauri, il De Vesme che potè dare un’edizione più compita del _Codice Teodosiano_. Tutti han compreso che l’erudizione non deve essere fiaccola piantata alla poppa, la quale non illumini se non gli spazj già trascorsi. Nessuno fu fortunato di trovamenti più che Angelo Maj bergamasco (1782-1854). Già nella biblioteca Ambrosiana avea da palimsesti raccolto brani di sei orazioni di Cicerone e otto di Simmaco, la corrispondenza tra Frontone e Marcaurelio, molti scrittori greci e scoliasti, la versione di Ulfila delle epistole di san Paolo in mesogotico, e alcune parti della _Repubblica_ di Cicerone; altre ne trovò dopo chiamato bibliotecario della Vaticana, e opere greche e latine, e frammenti legali e cronache, e libri sibillini, onde formò lo _Spicilegium romanum_, la _Nova bibliotheca Patrum_, ed altri numerosi volumi d’aneddoti. Fatto cardinale e segretario della Propaganda, pubblicò il _Diritto canonico caldaico_ di Ebendiesu, il _siro_ di Abulfaragio, l’_armeno_ d’un anonimo. Moltiplicaronsi traduzioni dal greco, come l’_Erodoto_ dal Mustoxidi, italiano d’adozione, in maniera arcaica; e gli altri che formano la _Collana_ del Sonzogno. Più vantate sono le poetiche, l’_Iliade_ dal Monti, l’_Odissea_ dal Pindemonti, ed entrambe dal Mancini; i _Tragici_ dal Bellotti, il _Pindaro_ dal Borghi e dal Mezzanotte, l’_Aristofane_ dal Cappellina, il _Callimaco_ dallo Strocchi, l’_Apollonio Rodio_ dal Rota; ai quali vanno aggiunti l’_Orazio_ da Gargallo e Colonnetti, il _Virgilio_ da moltissimi, facilmente superiori al Caro in fedeltà, non in impasto e candore. Da noi lo studio delle forme è ancora sì riputato, che alcuni salsero in fama con null’altro che col ben tradurre. Lo studio filosofico sulle lingue chiarì che non sono risultanza del caso, ma prodotto normale e necessario dell’intelligenza e dell’organismo umano; le variazioni da popolo a popolo, i cambiamenti d’età in età hanno cause intime, che coll’attenzione possono ridursi a leggi generali. È questo il proposito della filologia comparata, sorta può dirsi colla grammatica tedesca di Jacobo Grimm nel 1819, e che gl’idiomi aggruppa sotto varj capi, e ne coglie le somiglianze e le differenze. In tal genere, a tacere le compilazioni, quali l’_Atlante etnografico_ del Balbi e le promesse del Biondelli, a vasti intenti si elevarono Janelli nelle _Lingue criptiche_ e nell’_Ermeneutica jeroglyphica_, il Vegezzi, il Marzolo ne’ _Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_: ma ci resta troppo ad imparare dagli stranieri. Da Samuele Luzzato professore a Padova, che nel _Giudaismo illustrato_ (1838) portò gran luce sulle dottrine e le credenze ebraiche, nacque Filosseno (1829-54), che indagò l’elemento sanscrito nelle lingue assira ed egizia, studiando le iscrizioni di Persepoli e Korsabad, e illustrò varj punti della letteratura giudaica; ma morì giovanissimo. Ne ereditò i meriti l’Ascoli, il quale nella piccola Gorizia maturò studj linguistici, ove poi divenne maestro, e quasi fondatore della nuova filologia che studia il linguaggio nelle sue relazioni col pensiero e le lingue nell’interna loro struttura e nelle analogie e dissomiglianze loro. Le ardite interpretazioni bibliche proposte dal romano Lanci, caddero con esso. Su quelle esposte dal Tiboni nel _Misticismo biblico_ pendono i giudizj, che da noi sogliono venire tardi, e per lo più di riporto[248]. Il milanese Ottavio Castiglioni (1785-1849) s’approfondò sulle medaglie cufiche e sul gotico antico. I Lazzaristi faticano intorno agli autori armeni, letteratura che da Venezia fu rivelata all’Europa. Rosellini ebbe gare col Chiarini professore a Varsavia intorno ai punti vocali del testo ebraico, ch’egli crede antichi ed autentici. La festa delle lingue che si fa ogni epifania alla Propaganda di Roma, cresce sempre il numero di quelle, in cui si porge sperimento agli attoniti e non competenti spettatori. Portentoso poliglotto fu il Mezzanotte, ed ancora più il bolognese Mezzofanti (1774-1849), che la meravigliosa facilità a imparare le lingue sviluppò versando negli ospedali pieni di soldati d’ogni nazione nel 1799, poi cogliendo ogni occasione di parlare con missionarj stranieri e d’avere dizionarj, e così acquistò moltissime lingue, e i loro dialetti. Però in lui la potenza di generalizzare fu piuttosto d’istinto che di ragione, nè indagò per qual meccanismo arrivasse a tanta cognizione, nè studiò quel ch’egli potea meglio d’ogni altro, la parentela fra gl’idiomi, e ingenuamente diceva: — Il Signore mi concesse grazia di capire; è Domenedio che mi ha data tanta memoria». Più proprio del nostro paese fu l’illustrare le antichità, che qui abbondano e che sempre nuove si scoprono, seguitando le traccie di Ennio Quirino Visconti (t. XII, p. 525). Sulla storia romana si moltiplicarono indagini parziali, massime dacchè il Niebuhr aperse orizzonti così arditi alla congettura. Contro di lui l’Orioli sostenne la genuinità dei re di Roma, e pretese trovare nella loro successione un ordine speciale cognatico. Bartolomeo Borghesi da Savignano, assiso nella piccola repubblica di San Marino, acquistò fama di primo archeologo, principalmente nell’illustrare i fasti consolari. Labus descrisse i musei di Mantova e di Brescia sua patria, singolarmente perito nel supplire le lapidi mutilate e in un metodo di asseverare le parentele fra gli antichi. Luigi Canina di Casal Monferrato (-1856), che diede la storia dell’architettura greca e romana, delle basiliche primitive, della via Appia, tolse a «dimostrare la Campagna romana nello stato antico, cominciando dal tempo in cui si ebbero memorie storiche dei popoli primitivi, sino a tanto che la sede imperiale venne trasferita in Oriente», e conservossi devotissimo agli antichi, a costo d’essere tacciato di credulità. M. Nicolai molto si occupò dell’Agro romano, non solo chiarendone la geografia antica, ma cercandone i miglioramenti, e soprattutto discorrendo delle paludi Pontine[249]. Gaetano Pinali, oltre le fabbriche del Sanmicheli, illustrò le molte anticaglie di Verona, Aldini le epigrafi comasche, Kandler le triestine. Il romano Guatani proseguì i _Monumenti_ del Winckelmann, e pubblicò i sabini; come quelli della Sardegna ebbero luce da La Marmora, da Martini, da Spano. Ogni paese ebbe qualche studioso che dalle ruine dedusse più ampia cognizione del passato. Sulle antichità ecclesiastiche è a dolere sia rimasta in tronco l’opera del padre Marchi intorno alle catacombe, animata da ben più eccelso sentimento e da scienza più profonda che non la divulgata di Raoul Rochette: superato anch’egli dal De Rossi. L’erudizione ebbe a rinnovarsi totalmente mercè le grandiose scoperte di monumenti, siano artistici, siano scritti. Intorno ad Ercolano e Pompej proseguironsi dotte elucubrazioni, massime dall’accademia Ercolanense: ma l’attenzione de’ nostri e de’ forestieri si portò più arguta sulle mura ciclopiche, le necropoli, le città etrusche. Una società di corrispondenza archeologica, da Prussiani istituita a Roma, divenne centro di studj, e pubblicò anche una descrizione di Roma, con novità qualche volta paradossali, ma spesso correggendo errori canonizzati dai ciceroni e da quelli che su di essi farciscono le guide. Francesco Inghirami, ritiratosi nella badia fiesolana, vi allevò giovani nella tipografia e calcografia e nel disegno, e con questi sussidj compì l’opera de’ _Monumenti etruschi_ in dieci volumi, e le _Pitture de’ vasi fittili per servire allo studio della mitologia ed alla storia degli antichi popoli_, oltre la descrizione del museo Chiusino e la storia della Toscana in sette epoche distribuita. Giambattista Vermiglioli (1799-1855), uomo tutto degli studj severi e principalmente degli archeologici, trovò ampio pascolo nelle antichità che continuamente rivela la sua Perugia, sempre e unicamente fedele al sistema greco-latino. Secondo questo, interpretò le iscrizioni perugine, e quella scoperta nel 1822, ch’è il maggior documento di essa lingua; come il più importante cimelio di quella civiltà è il sepolcro dei Volunnj, aperto a Perugia il 1840, pure illustrato dal Vermiglioli. Lasciò lezioni elementari d’archeologia, dissertazioni sulla topografia perugina nel secolo XV, sugli storici perugini, su altre materie storiche talvolta offuscate da vanità di patria. Il Coltellini contraddisse a lui ed al Lanzi quanto alla lingua etrusca, che il gesuita Garucci vorrebbe spiegare coll’ebraica, e che, malgrado tante fatiche, e gli studj del Corsen, rimane arcana. Bisognerebbe che i nostri dessero col fatto la mentita a quell’asserto del Niebuhr, che da noi si dissotterrano medaglie, si dicifrano lapidi, ma è la dotta Germania che di tempo in tempo ne fa la rivista, e le anima colle idee. E per verità nessuno ancora è comparso a trarre una sintesi dai lavori dell’Avellino, del Fabretti, del Momssen, dei gesuiti Secchi e Marchi, di Pietro Visconti, del Garucci, del San Quintino, del Guarini, dello Zanoni, del De Rossi, del Minervini, del Conestabile, del Promis..., e a darci una storia de’ primitivi tempi italici, ove la congettura sia appoggiata da quanto l’erudizione offre di positivo. Giuseppe Micali (-1844) la tentò nella _Storia degli Italiani avanti i Romani_ (1810), ma nella _Storia degli antichi popoli italiani_ (1833), era mero divulgatore; cresciuta la messe, dopo molti anni dovette rifonderla: l’entusiamo patriotico non lasciogli ponderar bene le divergenti opinioni; e qui pure noi generalmente camminiamo sulle orme altrui, echeggiando le novità che ci vengono di fuori, e che spesso non consistono che in una più compita monografia, in una definizione più precisa, in una denominazione calzante. L’Egitto, aperto dalla spedizione di Buonaparte agli scienziati europei, dopo la pace destò interminabili ricerche, sino a credersi d’avere alfine trovato il modo di leggere quelle enormi pagine di granito, esposte da quaranta secoli agli occhi di tutti, quasi ad insultare l’umano orgoglio, che non riuscì ancora ad accertare la lezione d’una sola. Belzoni (1778-1825), figlio d’un barbiere padovano, perlustrò quel paese aprendo alcune piramidi, e descrisse con verità, sebbene insufficiente di erudizione e di quella penetrativa che somiglia a divinazione. Mentre cercava la misteriosa Tomboctu, egli morì al Benin. Il piemontese Amedeo Peyron, inesauribile nell’erudizione classica, indovinò che il copto era la lingua antica degli Egizj, e che ad esso bisognava ricorrere per interpretare i geroglifici, il cui studio di molto egli fece progredire; e dicifrò i papiri del museo torinese, impreziosito dai monumenti vendutigli dal piemontese Drovetti. Quando il Governo francese mandava Champollion ad esplorare l’Egitto, la Toscana gli associò Ippolito Rosellini di Pisa, col naturalista Raddi e dieci disegnatori; il frutto di loro indagini si espose nei _Monumenti dell’Egitto e della Nubia_. Il Valeriani, il Segato ed altri divulgarono su tal conto le nozioni esposte dai Francesi. Salvolini di Faenza, allievo del Mezzofanti, nell’_Analisi grammaticale de’ varj testi antichi egizj_ (Parigi 1836) tentò spiegazioni diverse dal Champollion. Più in là sta l’India, terra di misteri, e che sotto una maestosissima lingua involge le origini e i primordj della civiltà di tutto l’Occidente. Ad essa ed a quei libri sacri e poetici si rivolsero alcuni nostri, come il Flecchia, il Maggi e principalmente il Gorresio, che, secondato dal Governo sardo, fece un’edizione e traduzione del _Ramayana_. L’erudizione è lavoro preparatorio indispensabile, e lo sprezzarlo è come sprezzare la chimica e l’anatomia: ma deve condurre al frutto suo più elevato, la storia. Sì strepitosi eventi e tanto cumulo d’esperienza doveano elevar a considerare gli avvenimenti umani non più come una successione fortuita, ma come la manifestazione di leggi costanti, ove le perturbazioni, vale a dire gli accidenti e il capriccio, hanno parte tanto più piccola quanto più grossa è la moltitudine su cui operano; mentre nella genesi delle istituzioni sociali si procede da un avvenimento all’altro per forza d’evoluzione. Eppure in Italia ottengono lode di storia mere esercitazioni letterarie. Carlo Botta da San Giorgio nel Canavese (1766-1837), narrando l’indipendenza dell’America[250], della quale gli erano estranei e gli uomini e le cose, procedette senz’ira e partito; e diffidente ancora di sè, non trinciava a baldanza, nè giudicava per epifonemi, rispettando se stesso e i lettori[251]. Mescolatosi nella invasione francese e presto disgustatone, collocossi a Parigi, dove campò tanto da vedere suo figliuolo Emilio (-1870) raccomandarsi alla posterità per le antichità di Korsabad che scoperse sul presunto posto dell’antica Ninive. Carlo, per ispirazione borbonica avea scritto la storia d’Italia dal 1790 in poi. Già vecchio, in soli quattro anni dettò la continuazione del Guicciardini, per due secoli e mezzo pienissimi di eventi, ciascuno dei quali esigerebbe diuturne ricerche; ma egli, già sicuro della propria fama, lavorò di seconda mano, nè tampoco correggendo materiali falsità, nè accordando due autori qualora di uno non si contenta, «dilatandosi ove trova materiali già disposti»; eccellente dipintore delle esteriorità, dilungasi in marcie[252], battaglie, tremuoti, fami; e non istà a vagliare quando gli capitano avventure straordinarie, orribili, pittoresche; pago di recamare su altrui orditura frasi galanti, colle quali e colle aggiunte arbitrarie guasta le particolarità caratteristiche; e nella impreveduta composizione riesce sproporzionato. Tale compilazione scarsa e illaudabile pel contenuto, anche per la forma resta inferiore alla precedente. Avea cominciato cogli arcaismi ripescati nel vocabolario, finì col neologismo più sbadato, eppure non mondo di affettazione: la brevità del periodare solo dagl’inesperti può farlo giudicare un Tacito, mentre è appena uno Svetonio. Quanto alle cose, il medioevo ritrae come età pazza, scarmigliata, degna delle cronicacce di frati e di castellani ignoranti; un «misero tempo, in cui le promesse e le minaccie della vita futura regolavano la macchina sociale». Vi porta qualche barlume il gran triumvirato italiano, poi la luce si effonde mercè della insigne famiglia dei Medici. Come a questa grandezza venisse o compagna o seguace la servitù d’Italia, non ebbe egli a raccontare, nè mostrò comprendere; ma descrisse i patimenti indecorosi della nazione dal 1534 fino alla rivoluzione. L’unica grandezza superstite all’Italia non conosce; anzi i papi ne considera come la peste; sul sinodo Tridentino celia, come il Sarpi che copia a man salva; nei frati vede soltanto oziosi mascalzoni, o gabbamondo. Alla fine i principi, ispirati dai filosofi, dai Giansenisti, da quegli insigni che caldeggiarono la _libertà del principato_, avviavano a meravigliosi progressi l’Italia, quando sopraggiunse un’orda di Giacobini, guidati da un fortunato che, sbagliando sempre, sempre vinceva. E il lato orrido e lo schifoso unicamente ravvisa il Botta della rivoluzione; s’adira alla ghiotta prepotenza delle amministrazioni militari e ai pazzi imitatori delle pazzie francesi: eppure della descrizione di quegli effimeri delirj empie la sua opera, ben dieci libri consumando attorno a un anno solo; a qualche festa d’un giorno, alle mattìe d’un esaltato concedendo lunghissime pagine, mentre sorvola alla creazione d’un regno, meravigliosa fino ai nemici; non nomina o appena tanti letterati e scienziati che rabbellirono, e il prode esercito; se impreca alle prepotenze forestiere, anche nei nostrali non riconosce che vigliaccheria e ferocia; sol quando vengano a soccombere li largheggia di compassione, scuse, elogi. Vero è che diffuse sugli Italiani piuttosto beffa che infamia, come si piacquero altri dappoi; sentesi ch’egli ama la nazione, quantunque non mostri stimare che i Piemontesi; benchè il fosse non solo senza pericolo ma per condiscendenza, tiene del liberale quel parlare del Buonaparte con un’ira che somiglia disprezzo, e il continuo protestare contro la forza in quella Francia, dove ben presto una colluvie di storie, di canzoni, di pitture, di opuscoli popolari ed elementari dovea rinnovare quel fascino della gloria, che è il dissolvente della libertà. Ma la libertà il Botta non intendevala alla moderna; professa di «non amare gl’imperj dimezzati»; si accanisce contro le costituzioni fino ad esclamare che in Italia «le nazionali assemblee sono pesti»; l’Europa chiama «feroce, miseranda»; non crede che «paese più matto di essa sia stato al mondo» (lib. XXXII); sprezza l’umanità, sprezza l’uomo, questo «verme in cui la formazione ha fallato..., razza gladiatoria ove chi non accoltella è stimato goffo»; nè crede a perfezionamento, a ragione o a compassione; «un anelito ferino l’umana razza conserva, e il diavolo la trae»; e «pazzo chi vuole seminare, tra gli uomini odierni, semi salutiferi». Di ciò sarebbe a domandargli severo conto s’egli mostrasse quell’unità che rivela un autore serio, un intento ponderato. Ma il suo bestemmiare o deridere è vezzo di scuola; chè del resto il fondamento di soda politica, il criterio morale, la chiara intelligenza dei tempi gli mancano, del pensare dispensandosi mediante comodissime frasi, «il fato, la fortuna, ritirare verso i principj». Amplificazioni dove prevale l’accessorio e nelle particolarità si perde ogni senso degli universali, dove non sia nè amor del vero, nè studio di cercarlo, nè critica di distinguerlo, nè lealtà di esporlo, non costano sforzo all’autore nè fan profitto al lettore; e nessuno certamente vorrà imparare dal Botta le vicende patrie: ma poichè quel libro sarà raccomandato sempre per la pulizia del dettato e la varietà di modi e il dire italianamente tante cose inusate, e la serenità dell’esposizione, e la spiccata evidenza di ciascun fatto, quale appena si trova nel Boccaccio, converrebbe con sobrie note avvertire degli errori di fatto, e delle opinioni illiberali, acciocchè, ammirandolo come arte, non se ne assorbano falsità e sconsideratezze. È vero che bisognerebbe annotare quasi ogni periodo; ma è pur vero che tuttodì ai giovinetti si porgono autori latini, pieni d’inesattezze di fatto e d’errori di giudizio, che non potrebbero darsi i peggiori quando si trattasse non di educarli, ma di pervertirli[253]. Lusingati da quest’esempio, molti ingegni diedero frondi d’elocuzione ove chiedeansi frutti; niun peggio dell’Angeloni nell’_Italia_, e del Drago nella _Storia della Grecia antica_, ridicoli per frasi rugginenti. Della Grecia nuova scrisse con toscana semplicità Luigi Ciampolini. Lazzaro Papi da Lucca (1763-1834) si perigliò al gran dramma della rivoluzione francese, ma al modo che si narrerebbe quella di un popolo antico; inoltre fece lettere sulle Indie orientali, una traduzione del _Paradiso perduto_ ed altre dal greco. Il duca di Lucca lo fece bibliotecario e precettore di suo figlio; e quando poco dopo morì, voleva erigergli una statua. E per l’origine sua pisana, e per la lunga dimora, e più per l’affetto onde guardò le cose nostre vuol qui menzione Carlo Sismondi da Ginevra (1773-1842). Nel _Quadro dell’agricoltura toscana_ (1801), ai vasti poderi e agli uniformi ricolti che avea visti in Inghilterra paragona quella suddivisa coltura, dove ogni arboscello è accurato dal padrone, e dappertutto trovasi luogo a un gelso, a un fico, a un olivo, mentre la vigna s’arrampica sulle nude pendici, e ad ogni svolta d’angolo una coltivazione diversa, e piccole cascine modello di pulitezza, dove un proprietario lo accoglieva ospitalmente, e dall’aja, ch’è il piano più vasto dell’esigua tenuta, gli mostrava il sorriso di quella natura, e i sudanti villani che talvolta sospendeano i lavori per ricrearsi al canto, e le forosette che riposavansi novellando sotto all’arancio e ai pergolati di gelsomino. Il Sismondi ammirava l’agiatezza così diffusa; quelle fatiche il cui eccesso non rapiva la bellezza nè prostrava le forze; quella diuturnità di possesso o di coltivazione, che faceva fratelli tutti i conterranei; quel culto cattolico, che ogni tratto raccoglie alle stesse pompose cerimonie il ricco col povero, l’ignorante col dotto, ed eccita l’immaginazione e moltiplica i riposi. A Pescia comprò un poderetto, coltivato da un mezzajuolo; e quest’associazione del capitale col lavoro, del possidente col colono, il Sismondi continuò tutta sua vita a invocarla per tutti, e ripetere che la terra è la cassa di risparmio ove il povero deposita a frutto ogni istante di libertà, e su cui fonda il riposo e la prosperità fra le vicende politiche. Solo lagnavasi che gl’incrementi economici degradassero la condizione del contadino, e il monopolio invadesse non solo la campagna di Roma in poche mani restringendo i latifondi, ma anche la Toscana col sostituire grandi bigattiere all’individuale operosità de’ villici. A queste idee filantropiche si conforma l’amore dei Governi popolari. Con madama di Staël, che cercava impressioni pel suo romanzo _Corinna_, egli percorse la nostra penisola, rintracciando documenti e ispirazioni per la _Storia delle repubbliche italiane_. La pubblicò dal 1808 al 18 in sedici volumi; ed era una protesta contro gl’incensi che alle idee militari e assolute prodigava la letteratura. Scrivendo del paese ch’è centro all’unità cattolica, dell’età organata sopra la Chiesa, e dove la potenza prevalente erano i papi, e manifestazione lo splendore delle arti e del culto, fu pregiudicato dall’aridità calvinica e dal razionalismo: e noi, riconoscenti a un amico che confortò i primi nostri passi come avea ispirato le prime nostre concezioni storiche, dovemmo spesso contraddirne le asserzioni, più spesso i giudizj (tom. VII, pag. 355). Anche per la _Biografia universale_ del Michaud egli dettò articoli che concernono gl’Italiani; e nella _Letteratura dell’Europa meridionale_ ragionò dell’italiana con franchezza non ispassionata e colle intenzioni romantiche. Volentieri egli tornava in Italia e nella sua Toscana: stabilitosi poi presso Ginevra, che piacevagli come «ultimo rifugio ove l’amor della città si confonde coll’amore della patria», passò vent’anni amato, riverito, ospitale ai forestieri, largo di conforti e di pietà alle vittime delle rivoluzioni italiane del 1821; esultò a quelle del 30 profetizzando l’_avvenire d’Italia_, poi compianse ai disinganni; e pure guardando la Francia come «il solo paese su cui possa farsi conto per mettere barriere al despotismo», deplorava il mancarvi stabilità. Sebbene considerato come gran liberale, e applaudisse i tentativi verso più larghe condizioni politiche, egli professava che «nelle rivoluzioni i ciechi poteri delle bajonette e della ghigliottina surrogansi a tutta la forza che l’ordine desumeva dianzi dal rispetto o dall’abitudine»; crede alla sovranità del popolo, ma s’eleva contro la tirannia della maggiorità, ch’e’ distingue dalla volontà nazionale. Quando poi vide Ginevra mettersi in fuoco per proteggere le tresche di Luigi Buonaparte, si oppose, e n’ebbe scherni e minaccie dal vulgo subornato. Poi venuta su una gente nuova, ci toccò di vedere il venerabile vecchio escluso dagli affari pubblici, che sono tanta parte della libertà cittadina, e vilipeso come aristocratico. Il Sismondi aveva saltata a piè pari quistioni cardinali della storia nostra, la condizione de’ natii sotto i Barbari, e l’origine de’ Comuni. Questa era stata piuttosto tocca che discussa fra noi, i più col Pagnoncelli derivandoli dai Piomani: ma un discorso del Manzoni intorno ai Longobardi fece conoscere qui la distinzione che Agostino Thierry diffuse[254] in Francia, tra il popolo vinto e il vincitore, e così un nuovo modo di valutare la condizione degl’italioti nelle età barbare. Secondo il qual modo furono meditati quei tempi da Carlo Troya napoletano, autore d’una _Storia del medioevo d’Italia_ così ampiamente divisata, che non era a lusingarsi di vederla inoltrata. Analizzò egli scrupolosamente ogni parola degli scarsissimi documenti dell’età lombarda, dispensandoli in un ordine cronologico che bastava a dissipare cento vecchi pregiudizj, invano rimpellati da articoli e opuscoli che improvvisavano la confutazione d’un lavoro di lunga fatica e di austera coscienza. Allora tal quistione e quelle che ne derivano furono agitate da molti, principalmente con idee venuteci dai Tedeschi[255], i quali, poniamo che esagerassero, convinceano che molto doveva attribuirsi all’influenza germanica. A dare cognizione del medioevo contribuì la passione invalsa di pubblicare documenti. In alcuni paesi un villano sperpero e un turpe mercato n’era avvenuto allorchè furono aboliti i conventi; poi s’ammucchiarono in archivj, senza quelle cure che alcune corporazioni vi avevano applicate nel secolo precedente. Altrove se ne trasse profitto, e principalmente del ricchissimo archivio di Lucca si cominciarono a pubblicare gli atti, regnante Elisa e colle vedute d’allora, sicchè i primi volumi sono lontani dall’elevazione ora raggiunta dalla storia; nei posteriori il Borsacchini ed altri mostrarono intendere l’erudizione nuova, sia in fatto di governo, sia di filologia. Delle scritture riferentisi all’Italia nelle biblioteche parigine, fece un catalogo il Marsand con iscarsa intelligenza, e preziose lettere ne ricavò Giuseppe Molini. Eugenio Albéri, autore d’un’apologia di Caterina de’ Medici, stampò le _Relazioni d’ambasciadori veneti_, tesoro di cognizioni positive intorno ai varj Stati nostri e forestieri, continuata da Guglielmo Berchet e Barozzi. A Firenze l’_Archivio storico_ del Vieusseux raccoglie opere, sconosciute la più parte, scelte con senno, bene edite, e con que’ sobrj e savj avvertimenti che ne agevolano l’uso a chi una volta avrà potenza di ridar vita alle aride ossa. Il Piemonte, che sentì il bisogno di mostrarsi italiano più che nol potessero le avite tradizioni, cercò sollecito nel suo passato; il Cibrario per ordine regio trasse dagli archivj nostrali e forestieri _I sigilli della monarchia di Savoja_, una storia di questa, una di Torino, una di Chieri, una dell’economia del medioevo, una delle finanze del regno: lavori che desidererebbero migliore forma. Gli atti dell’Accademia torinese ridondano di dissertazioni intorno a monumenti o a punti speciali della storia dell’alta Italia. Gli archivj di quel paese rimasero chiusi alle istanze del Muratori e agli studiosi fin quando Carlalberto non istituì una deputazione che gli indagò, pubblicandoli con intelletto e con amore. L’istituzione fu poi imitata in tutte le parti d’Italia. Nè vogliamo dimenticare i lavori del Muletti sulla città e i marchesi di Saluzzo, del Carruti su Amedeo II, del Sauli sulla colonia di Gálata, del Bottazzi e del Carnevale su Tortona, del Promis sulle monete ossidionali e quelle dei principi di Savoja e Piemonte, di Leone Menabrea sulle Alpi, di Novellis su Savigliano, di Vallauri sulla letteratura, di Sclopis sulla politica e la diplomazia, del La Margarita sui trattati pubblici della Casa di Savoja, del Manno e del Martini sulla Sardegna, dell’Adriani sui Fieschi di Lavagna e su altre famiglie. Fanno casa a parte quelli di Genova: Girolamo Serra ne racconta la storia civile fino al 1483, ove comincia il Casoni; cercatore coscienziato e lucido spositore, scevro di forestierume e di arcaismi, ma senza genio; e la costante ribrama della patria libertà, che avea tentato rialzare nel 1814, fa che giudichi gli avvenimenti con parzialità municipale. Dalla quale traggono anima i recenti lavori del Canale sull’intera storia, e del Celesia sull’episodio del 1747, e la storia popolare del Bargellini. Dagli archivj di Roma, i più ricchi del mondo, principalmente gli stranieri poterono trarne o i registri interi di alcuni pontefici, o di che riformare alcuni parziali giudizj. Laonde, se la podestà prevalente nel medioevo trovò sempre detrattori, massime fra i pedissequi dei Francesi, da altri fu considerata da più alto punto, come dal Trova nel _Veltro allegorico_, da Cesare Balbo nella _Vita di Dante_ poi nel _Sommario della storia d’Italia_, libro di circostanza e perciò molto diffuso. A chi lo tacciava di avere in esso blandito al papato perchè tale correva la moda dopo il 1843, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti di tutti i quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, hanno fatta italiana la moda nostra da vent’anni, cioè prima che fosse straniera»[256]. Il cassinese Tosti nella _Vita di Bonifazio VIII_ e nella _Storia del Concilio di Costanza_ e _dello scisma greco_ applicò gl’intendimenti moderni. Quella della Lega Lombarda risente i tempi, invocando che Pio IX impugni la bandiera italiana, eccitando i fratelli a osare perchè «la storia degli uomini è compita, e beato chi scriverà la prima pagina della storia dell’umanità». Guelfo di fondo, caldo nell’esposizione, non evita sempre le pedanterie, nè cerca carte inedite[257]. In senso diverso Antonio Raineri napoletano, amico ed ultimo ospite del Leopardi, tessè la storia de’ primi nove secoli, nella cui introduzione annunzia che «l’uomo è un’anima incastrata in questo pianeta detto terra, la quale i veri filosofi considerano essa stessa come un grande animale, incastrato esso stesso fra le forze eterne... Come la terra è soggetta fatalmente alle leggi terrestri e universali. Ma fra la certezza dell’ordine materiale e intellettuale dell’universo, egli ha la libertà di operare in un modo piuttosto che nell’altro. E questa libertà non di sostanza ma di modo, non di azione ma di passione, non assoluta ma rispettiva, è bastante a salvare le ragioni della virtù». E quanti non hanno almeno cominciato la storia d’Italia! e quanti non la interruppero perchè non trovaronvi un concetto unico, un’idea predominante! Il canonico Luigi Bossi di Milano (1758-1835), nella rivoluzione avuto incarico di spogliare archivj, formossi una ricca suppellettile di documenti e monumenti, ed una altrettanto ricca n’avea nella memoria. Di quella fece traffico, di questa abuso, giacchè fino lavori d’erudizione che impongono scrupolosa esattezza, tesseva a memoria, e mentre i vulgari stupivano a quello sterminato sapere, gli eruditi compassionavano. Certe vite beffarde di santi dovette sospendere; le molte storie che compilò perirono; ed anche la voluminosissima d’Italia, transunto di pochi libri, senza proporzioni, senza vedute, senza sincerità, senza stile. Giuseppe Borghi, traduttore del Pindaro e autore di poesie encomiastiche e religiose, cominciò un discorso sulla storia d’Italia, amplificazione sempre in tono declamatorio e senza critica: e non trascese il ix secolo. È onorevole ricordare come gli apprestassero i fondi molti profughi, poi i generosi Siciliani. D’alta levatura è quella intrapresa per la parte antica da Atto Vannucci, per la moderna da G. La Farina, con viste politiche. Sarebbe un non finir più il voler numerare le storie municipali; e fra quelle che ci passarono sott’occhio, a titolo di lode ricorderemo i _Carraresi_ del Cittadella, la milanese di Carlo Rosmini per contraddizione alla filosofica del Verri; quella di Mantova del D’Arco, di Pavia del Robolini, di Valtellina del Romegialli; del Ciani sul Cadore, del Bianchi sul Friuli, la toscana dello Zobi, la bergamasca del Ronchetti, la lucchese del Mazzarosa, la comense di Maurizio Monti, del Rebuschini, dell’Arrigoni, di Cesare Cantù, la brianzuola del Redaelli e di Ignazio Cantù, la bresciana dell’Odorici, una di Lodi del Vignati, una di Todi del Leonj, due veneziane del Capelletti e del Romanin. L’affetto repubblicano appare nei lavori sul Canton Ticino e sulla Svizzera di Giuseppe Curti, di Stefano Franscini, lodevole uomo di Stato. Gaetano Milanesi pubblica documenti sulle arti in Siena, e annotando il Vasari avanza la storia, così importante e allettativa delle arti. Ed ogni città può dirsi abbia avuto uno storico; ma pochi che intendessero l’ufficio delle municipali, qual è di rivelare la vita del Comune, connessa colla nazione eppure avente glorie, dolori, turpitudini, interessi suoi proprj[258]. Di Chiese parziali s’occuparono l’Aporti per la cremonese, il Nardi per l’aquilejese, il Morcelli per l’africana, il Capelletti per le venete e in generale per le italiane, l’Emanuel per la nizzarda, il Semeria per quella di Torino oltre i secoli cristiani della Liguria; per quelle del Piceno il Lanzi, il Compagnoni, il Turchi, il Catalani, il Wogel, il Lancellotti. La _Storia del regno di Napoli_ del Vivenzio, il _Progetto della Storia universale_ del Mazzarella, la _Storia del regno sotto i Borboni_ del De Angelis, il _Regno e la città di Napoli_ del Rosselli, il _Dizionario storico del regno_ di Oliviero Poli e la _Biografia degli uomini illustri del regno_ da una società di letterati, non vissero che il tempo d’essere lodati da giornalisti. Il duca di Ventignano nella _Scienza della storia_ confutò leggermente la leggera del Delfico. Nella _Storia della rivoluzione di Napoli_ Vincenzo Coco ha il calore di chi ne fu parte e il senno di chi profittò degli errori, non discredendo alla libertà, quantunque lodi i Napoleonidi d’aver rimesso il freno. Tornato il paese a’ suoi re, egli rimpatriò, ma dopo otto anni di mentecataggine morì il 1823. Nicola Palmieri, morto del cholera nel 36, oltre una debole storia lasciava un _Saggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia fino al 1816_. Più divulgossi quella del generale Colletta, che tolto dall’attività de’ tempi e sturbato dalla patria, si pose in età matura a imparare a scrivere da Gino Capponi, dal Niccolini, dal Giordani, il quale ne rivide sei volte il manoscritto, e alcuni brani rifece[259]: così acquistò, se non uno stile, una maniera, che da facili amici fu qualificata tacitiana. Anzichè chiarire le verità e accertare i fatti, cercò piacere col blandire contemporanee passioni. La Sicilia ebbe una storia generale dal Ferrara, che attribuì molta attenzione alle antichità (1814); delle quali si occuparono pure Leante, Capodieci, Maggiore, Avolio, Politi, Judica, e più il duca di Serra di Falco. Napoli Signorelli ne fece la storia letteraria, poi il Narbone con troppe generalità, autorità cumulate e male discusse, divagazioni interminate, arrogando alla Sicilia glorie straniere, appoggiandosi al Ragusi, al Mongitore e simili, e sconoscendo i più moderni acquisti dell’archeologia e filologia. Domenico Scinà di Palermo (1765-1837) nel 1803 pubblicava un’introduzione alla fisica, dividendola in tre epoche, di Galileo, di Newton e l’odierna quando fisica e chimica formerebbero una scienza sola; divinazione notevole; nella _Topografia di Palermo_ insegnò ad applicare tutte le scienze naturali allo studio speciale d’un paese; meglio ancora riuscì studiando Archimede, Maurolico, Empedocle, poi la storia letteraria della Sicilia nel XVIII secolo. Fautore del Governo costituzionale, avverso alla unione coll’Italia, onest’uomo ma superbo, intollerante e litigioso, nulla sperava, ripetendo, — Siamo birbi», e morì del cholera credendosi avvelenato. Pompeo Litta milanese (1781-1852) nelle _Famiglie celebri_ avviò un’opera di pazienza e spesa, la quale comechè inesatta per la cronologia e la genealogia, si distingue per giudizj non vulgari e passionati e per epifonemi. Opere fastosissime, come il _Costume di tutti i tempi e di tutte le nazioni_ del Menin di Padova, e peggio il _Costume antico e moderno_ che va col nome di Giulio Ferrari di Milano, sono compilazioni di nessun vantaggio alla storia. V’è qualcuno che scrisse cinquanta volumi storici senza meritare altro posto che nella bibliografia. Alcune biografie del Lomonaco piacquero per calore giovanile e per quelle passioni, alle quali poi indulgendo egli si uccise: alcune di Carlo Rosmini s’allargano all’importanza di storia. Gli _Uomini illustri di Ravenna_ di Filippo Mordani tra frasi compassate e generiche non danno giusto concetto del lodato nè il fanno amare[260]. Sono più vivi il Fabretti ne’ _Capitani dell’Umbria_, il Ricotti ne’ _Capitani di ventura_, il Promis negli _Architetti militari_, e pochi altri che in tali lavori sanno far convergere que’ fatti minuti, privati e pubblici, che danno giusto criterio d’un uomo e della condizione d’un popolo[261]. Agli _Annali musulmani_ del Rampoldi scema fede il non avere egli conosciuto le fonti e valersi delle traduzioni francesi, perfino nella trascrizione dei nomi; cita senza lealtà, e fin dicendo l’opposto; millanta Amari, dopo avere illustrato i Vespri siciliani, con amore e cognizione tessè la storia della Sicilia sotto la dominazione araba, grandemente esaltando quegli estranei signori. Qualcuno abusò della pietà con leggende indiscrete; qualche altro si pasce di idee antiquate o servili o irose, sconnesse dal popolo e senza educare gli avvenire nella scienza del giusto e dell’utile, nella fratellanza operosa, in cui sta tutta l’italica speranza. Coloro che ebbero mano nelle vicende, coloro se non altro che patirono immediatamente, amano rivelarsi ai posteri, giustificare sè, accusare altrui: donde fra gli stranieri quell’infinità di memorie e di racconti contemporanei, che riaprono la feconda sorgente delle reminiscenze. Pochissimi da noi, fra’ quali levarono fama il fiorentino Laugier e il milanese Vacani descrivendo le battaglie napoleoniche. Appartengono alla polemica più che alla storia i racconti parziali delle vicende del 1821, del 30, del 48, e le tante della successiva trasformazione. Adulterare di proposito la storia non è che di pochi sicofanti; ma l’impressione che sul lettore è prodotta dalla vista delle cose attuali e la forza delle opinioni correnti, false o vere, generose od abjette, trasfigurano i fatti all’occhio che più vantasi spassionato: e chi abbracci abbastanza cose per essere imparziale, nutra virtù sufficiente per dar merito ai nemici e torto agli amici, e proclamare le virtù che giovino in ogni luogo e tempo, infondendo benevolenza e tolleranza colla certezza di non ottenere per sè nè questa nè quella, raro sorge fra noi. Ecco perchè al giorno della prova ci trovammo tanto minori di noi, e vagammo nelle astrazioni per difetto d’esperienza, disposti a gittar via le buone armi per afferrare le cattive. Sulla filosofia della storia entrò di moda, principalmente fra’ Tedeschi, d’inventare sistemi, deducendone l’andamento dalle leggi dell’intelletto umano, talvolta sino a negare la libertà morale. Allora fu resuscitata la gloria del nostro Vico: alcuni vi tentarono qualche novità, e singolarmente il napoletano Janelli, e bizzarramente Giuseppe Ferrari. Dall’indipendenza individuale, vagheggiata nel secolo scorso, il nostro era passato a proclamare l’importanza della sociale convivenza, nè fuori di questa potere effettuarsi le condizioni del progresso, mentre in questa anche i supposti disordini appajono o beni o il minor male. Quindi venerazione al senso comune; e quindi migliore intelligenza nelle varie età, tutte connesse colle antecedenti e colle susseguenti; quindi a fatti che sembrano stranianze ed eccezioni, trovata ragione nei tempi e nelle concatenazioni; i legislatori e i filosofi non essere isolati, non onnipotenti formatori d’una civiltà, ma efflorescenza naturale d’un dato stadio di forme civili e sociali, che gradatamente promuovono il progresso dell’individuo nel progresso dell’intera società. Nei fatti particolari non s’ha dunque a voler rinvenire il bene immediato dell’individuo, ma spiegare le vie per cui il genere umano anche errando s’avvicina alla migliore attuazione del vero, del bello, del buono, librandosi tra la violenza logica dei radicali riformatori, e l’ottimismo indolente de’ fatalisti. La storia non fermasi ad alcuna parte distinta dello spazio e del tempo, ma all’intero andamento del genere umano con certe leggi, non intese eppure intravvedute, per cui le quistioni più particolari si annettono alle supreme, e a quelle che pajono metafisiche speculazioni. Pertanto un Italiano, che da un pezzo guardava ai passi dell’umanità anche fuori di paese, si persuase che tutte le verità importanti alla vita si racchiudono nella storia, scienza generale e non isolata, e dapprima storicamente furono e possono essere enunciate; che nè un individuo nè una nazione si può conoscere appieno se non si studii in tutta la serie della sua vita; che la moralità de’ fatti privati e pubblici deriva dalla conoscenza delle circostanze, nè queste possono abbracciarsi se non nel complesso delle cose che precedettero e seguirono; mentre restringendosi a un punto solo, si distruggono la ragione storica e la ragione umana. Ebbe dunque l’ardimento o la temerità di riassumere in una storia universale quello che sui singoli punti di essa aveano discusso e pronunziato nostrali e forestieri, e darvi non solo esterna simmetria, ma intima unità, seguitando il genere umano che tutto insieme migliora di continuo, sotto la guida della Provvidenza: e quel progresso additò nelle idee, nelle dottrine, nei sentimenti, nell’acquisto di libertà e di dignità; perciò studiando in complesso le scienze, le religioni, le arti, le costumanze; procurando si apprezzasse il passato senza voglia di rifarlo, non si guardasse il medioevo come un grande abisso fra due mondi[262], negando conservasse e producesse germi di civiltà, ma non pretendendo trovarveli appieno svolti e maturati; insomma si riponesse l’uomo al posto dove i filosofisti aveano collocato delle astrazioni. In conseguenza notabili riuscirono i giudizj ch’ei portava sugli uomini, collocandoli in mezzo alle circostanze e alle idee del loro tempo, eppure in ogni età e luogo raffrontandoli alla morale indefettibile, e deducendone la ragione filosofica e il criterio morale. Anche artisti e letterati circondando di ciò che doveva ispirarli, non li valutava soltanto secondo la bellezza formale, ma stimando gli antecedenti passi dello spirito, le tendenze verso il futuro, il nuovo impulso che ciascuno aggiunse all’impulso continuo provvidenziale. Chiedeano i grandi dottori: A quale scuola appartiene egli? è novatore o retrivo? perchè tanto rumore? come si elevò senza il nostro voto, senza incensare agli idoli che giorno per giorno noi gridiamo immortali e domani sotterriamo? porta un metodo o una dottrina? è una scoperta? Era la perseveranza di cercare la verità, la buona fede in riconoscerla, la franchezza in esporla tutt’intera e complessiva, senza timore di nemici, e, ciò che più costa, senza connivenza ad amici. Considerata come evoluzione dello spirito universale nel tempo, e in particolare come progresso della coscienza della libertà, la storia diveniva opera di morale e politica più che di letteratura: e in fatto quelli che si proposero con dottrina e coerenza di mettere quell’opera nel fango o sul piedistallo, tolsero appunto di mira i suoi giudizj. Nuovi o no che fossero, giusti o meno, traevano vigore dall’essere per la prima volta applicati non a fatti e personaggi singoli e speciali, ma all’intera storia; la quale ordendosi sulla conoscenza della natura dell’uomo, sull’efficacia delle istituzioni e dei fatti nella condizione dei popoli, non destava minore interesse al tempo di Cesare e di Confucio, che a quello di Napoleone e di Saint-Simon. A noi non pareva che, d’una scuola che ora udiamo compassionare come sfruttata e «immiseritasi nella religione e nella morale», riuscirebbe compiuto il quadro se non avessimo accennato a un’opera, la quale (non essendosi comprata l’impunità con forme elastiche ed espressioni mitigate a norma del giusto mezzo che si pretende) aperse campo a rumorosi dissensi, produsse critiche più voluminose di essa, ma i cui sentimenti e l’esempio non rimasero inefficaci neppure su quelli che la rinnegavano. Se non che l’autore, mentre conosceva come si abbia diritto di chiedere ad un libro la trasparenza d’ogni frase, la precisione d’ogni pensiero, la sicurezza d’ogni giudizio, affinchè, lucido e ardente, ispirato dalla passione, temperato dalla ragione, rechi lume all’intelletto, calore al sentimento, rinforzo alla volontà, sentiva quanto ad adempiere tali doveri lo rendessero impotente il suo ingegno, il suo isolamento, i suoi contemporanei. Chi ci trovasse o ingrati agli antecessori o malevoli ai successori, voglia indicarci perchè, non dirò non li lodino, ma non se ne valgano gli stranieri; perchè quivi stesso si ricevano così scuratamente i lavori nazionali, mentre con deplorabile leggerezza si traduce ogni miseria che sgorghi di Francia[263]; perchè alcuni sfacciati od ignoranti osino asserire il falso, addurre testi bugiardi, documenti sfigurati, e ottengano assenso dai giornali e persino reputazione di eruditi; perchè sì rara s’incontri quella critica che ricostruisce il passato vagliando le sodezze del vero dalla pula dell’immaginazione e dell’arbitrio, dai miti e dalle frodi. Italia aspetta ancora lo storico, il quale la metta sulle vie che solo possono convenirsi all’avvenire, colle maschie melanconie; con quel coraggio tranquillo che sa dare torto anche alle persone ed ai partiti che venera; ed affrontando i pericoli della sincerità, maggiori in paese che non c’è avvezzo, e dove la tribuna è riservata ai sofisti, non guarda quali simpatie e quali rancori ecciterà, non teme applausi che gli varranno calunnie, nè dissensi che gli varranno la persecuzione dei forti o la denigrazione de’ gaudenti, de’ quali è legge l’esagerazione e vanto l’astrazione inapplicata. CAPITOLO CLXXXVI. Scienze morali e sociali. E chi ci dirà che la precipua causa del poco bene scriver nostro e del non farci leggere sia lo scarso studio della filosofia, ci parrà uomo che nell’arte sa elevarsi dai canoni consueti della scuola. Dalle meschinità di Francesco Soave uffizialmente adottate, l’Italia era stata buttata nel sensismo vulgare di Condillac, benchè serj filosofi il combattessero; come il Gerdil, che sostenne non poter l’idea dell’ente derivare dai sensi, eppure essere idea formata; il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell’essere, dedotta dal _me_ pensante; il Draghetti, che divisò una più compiuta dottrina sulle facoltà dell’anima, fondandola sopra l’istinto morale e sopra la ragione; il Miceli che, ripulsando l’_Ontologia_ di Wolf, prevenne Schelling nel divisamento di un nuovo sistema delle scienze. Il padre Pino (1779-1823), nella _Protologia_, il principio e il fondamento d’una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana, ch’è distinta dai sensi; è una e identica in tutti gli atti del pensiero: ma a malgrado di quest’unità, noi siamo il soggetto e l’oggetto dell’intelligenza, e lo spirito intelligente che in Dio cerca la causa e il modello. Ogni luce e verità proviene da Dio; e la natura divina, cioè il dogma della Trinità, si riflette necessariamente in tutti gli oggetti che noi conosciamo, e diviene la base di tutte le scienze e della morale. Con ciò opponevasi all’incredulità irruente e alle inezie condiliachiane, e preveniva De Maistre e Donald nel professare che la parola non potè che essere rivelata. Al tempo stesso Palmieri e Carli combattevano le conseguenze del sensismo nella religione e nel diritto pubblico. Anche Pietro Tamburini bresciano (1737-1827), ripudiando il sensismo e la morale dell’interesse, traeva l’obbligazione morale dal bisogno della perfezione, pur confutando il progresso indefinito di Condorcet. Meno ascoltati, non impedirono che a braccia aperte si accettasse da noi la gretta ideologia del Tracy, cui il traduttore Compagnoni aggiunse un catechismo morale, prettamente empirico. Così il sensismo si diffuse: e la sensazione essere l’idea fu sostenuto dal pseudo Lalebasque (Pasquale Borelli) nella _Genealogia del pensiero_. Pasquale Galuppi di Tropea (1770-1846), pur tenendosi alla filosofia sperimentale, diverge dai puri sensisti in quanto, cogli elementi objettivi della cognizione ammette anche lo spirito umano, che meditando ascende dal condizionale all’assoluto in forza dell’intuizione mediata del raziocinio stabilito sulle nozioni. Scrittore scorrettissimo e tutto infranciosato, pure chiaro, senza formalismo nè pedanterie, senza abbaruffamenti, e con aria di una persuasione dabbene e il tono d’amichevole maestro, si fece leggere più d’altri che di gran lunga il superavano; divulgò l’analisi psicologica della scuola scozzese; diede a conoscere la tedesca, poco conoscendola egli stesso; alle empiriche formole condiliachiane surrogò il linguaggio della scienza moderna, impastandola fra Locke e Reid. Ammette verità primitive di sperienza interna; non procedenti da mero empirismo o dai principj _a priori_ di Kant, bensì dalla subjettività stessa dello spirito, come sue leggi originali. L’ontologia confonde colla psicologia: mal procede nella logica; della filosofia, «scienza del pensiero umano», non scorge le attinenze colla morale, colla politica, coll’economia pubblica. Nell’estetica è affatto gretto: nella dottrina morale ammette giudizj pratici _a priori_, qual sarebbe l’imperativo _Fa il dovere_; e colloca la legge morale nella retta ragione che dirige la volontà al nostro ben essere, indicandoci quali atti possono produrre o impedire la felicità. Nel suo paese Mancini e Tedeschi vacillarono nell’eclettismo; Winspeare giureconsulto espose le teoriche di Kant, ma serbando venerazione per Reid, e in lontananza per Leibniz; De Grazia (_Sulla realtà della scienza umana_) sta fedele a Locke, pur attento ad ovviare le conseguenze del sensismo, e lasciava all’intimo senso il giudicare inappellabilmente la verità del metodo sperimentale, svincolata dal razionalismo. Le teorie che Giuseppe De Maistre oppose alla filosofia sensista e alla storia enciclopedistica, parvero eccessive, e si tentò conciliare l’esperienza colla ragione, quasi soltanto dal loro accordo possa venire un accettabile sistema[264]. Con questo si scivolò in un eclettismo, pel quale Cousin non trovava ne’ nostri che un gretto raccogliere di ciò che i Francesi hanno già repudiato[265]; mentre Baldassare Poli volle rionorare la scuola italiana, seguendone le traccie attraverso ai secoli fino a noi, e correggendo l’eclettismo in modo che non si limiti a scernere ciò che v’ha di vero nei discordanti sistemi, ma metta in relazione fra loro i due supremi principj dell’empirismo e del razionalismo. Per Terenzio Mamiani pesarese, sbrigliatosi dalle tradizioni religiose e dal formalismo scolastico, Filosofia è storia naturale dell’intelletto, e suo uffizio lo studio de’ metodi antichi; attesochè il metodo sia tutto, e ogni riforma nasca dal suo cangiamento; la scienza non sia che la verità metodica, e ogni discussione filosofica possa ridursi a quistione di metodo. Il tempo, cioè lo spirito umano, fa sempre una scelta; e di ciò che v’ha di vero in ciascuno accresce le proprie ricchezze; il resto porta via. Gli antichi Italiani conobbero il metodo vero, e chi lo rinnovasse integrerebbe la scienza, da cui si dedurrebbe che le estreme conclusioni della filosofia razionale devono coincidere coi dettami del senso comune: e col titolo di _filosofia italiana_ blandisce la boria patriotica: ma avvi nazionalità nella filosofia, cioè nella ricerca del vero? In questo ristauramento del passato il padre Gioachino Ventura siciliano (-1861), all’opposto resuscita la scolastica per innestare la filosofia sulla rivelazione; mostra il valore del sillogismo e i meriti di san Tommaso, al quale s’appoggia per sostenere che la ragione abbandonata a sè è bensì dimostrativa, ma non inventiva, e nessuna verità può trovare, neppure l’esistenza di Dio. Nè però nega all’uomo la ragione, ma ne fa un’esistenza sostanziale, che ogni verità trae dalla ragione di Dio; sicchè, ammettendo un principio solo di conoscenza e per ciò una sola sostanza, cadrebbe nel panteismo se la fede nol rattenesse. Perocchè la filosofia cristiana sempre ammise due principj di conoscimento, la rivelazione e la ragione, essendo necessario discernere essenzialmente lo spirito dalla materia, l’individuo dalla specie, la specie da Dio. Posto il qual canone, fa stupore come la taccia di panteismo si lancino a vicenda i due grandi filosofi cattolici. L’abate Antonio Rosmini di Rovereto (1797-1835) con logica irresistibile abbatte i sistemi dei precedenti, i quali, nel ricercare l’origine delle nozioni che sono indispensabili per formare un giudizio, o troppo negano o troppo suppongono; e dimostra che non è necessario ammettere d’innato se non l’idea della possibilità dell’ente, la quale, unita alla sensazione, basta a produrre le altre, e l’intelletto è quel lume della ragione pel cui mezzo arriva a conoscere. Pensare è sentire, dicevano i sensisti: pensare è giudicare, dice Rosmini; e comincia a distinguere nella conoscenza umana il materiale dal formale. Materia della cognizione sono soltanto gl’individui sussistenti d’una specie: ma la sussistenza non è conoscibile per sè, non entra nell’intelletto; mentre oggetto di questo non è che l’idea, la specie. La sussistenza viene percepita con un atto essenzialmente diverso da quello onde s’intuisce la specie; con un atto che per sè non è cognizione, attesochè un’azione dei corpi sopra di noi produce impressione ma non cognizione. Se poi alla percezione degli oggetti esterni noi applichiamo l’intuizione dell’idea che è in noi, diciamo che quella è la realizzazione di questa; e per tal modo la percezione diviene intellettiva. Quest’atto non è una semplice intuizione dell’idea; bensì un giudizio, un’affermazione che ci fa persuasi della realtà d’un ente, il quale corrisponde all’oggetto intellettivo da noi intuito. Tutte le qualità delle cose hanno la loro idea, e perciò appartengono alla cognizione pura e formale; solo la sussistenza è estrania alla conoscenza, e ne costituisce la materia. Così ridotta la cognizione alle pure idee, ai possibili, alle essenze, egli paragona le idee fra loro, e vede che le più determinate rientrano sempre nelle meno determinate, sicchè, distribuendo le più particolari e molteplici prima, poi le meno particolari e meno numerose, via via si giunge a un’idea prima, che vale per tutte, e che in tutte si moltiplica mediante differenti determinazioni. A tal modo coglie l’idea dell’essere possibile indeterminato, come fonte pura di tutto lo scibile; idea che esiste indipendente dall’uomo e da ogni realtà. Se l’uomo consideri tutte le cose sussistenti e da lui conosciute, s’accorge che in esse non trovasi nulla di ciò che si chiama la conoscenza. Eppure la conoscenza vi è, perocchè egli conosce. Quest’è segno che sono cose affatto distinte la conoscenza e la sussistenza; e la prima è una forma di essere, in opposizione alla sussistenza. Non può dunque formarsi da nessuna delle sussistenze cognite, nè dal mondo materiale, nè dall’anima, ma procede da qualche altro principio, la cui essenza mantiene tale opposizione a tutto ciò che esiste. Tale principio, che non è sostanza reale nè accidente, è l’ente intelligibile, la possibilità delle cose, l’idea; principio che si raggiunge ancora più col contemplare che col ragionare. Questa prima percezione dell’ente, intuíto in universale, non possono neppure gli scettici dubitarla illusione; onde è fondamento della certezza, e genera la cognizione dei corpi, di noi, di Dio, della legge morale, il nesso del mondo ideale col reale, della vita teoretica e speculativa colla pratica. Sommo teorico del pensiero, sebbene usi una lingua pulitamente stentata, e più prolissa che non converrebbe a quell’irrepugnabile argomentare; e sebbene l’insistente dialettica, specialmente nella confutazione, sappia di cavillo, nuovo movimento impresse al pensiero filosofico, tolto dalle angustie dell’empirismo, e diretto ad abbattere il mondo della sofistica e dell’errore, per elevare il mondo della scienza e della verità. Indipendente di atti e di pensare, coerente nelle opere come nei principj, il ricco patrimonio erogava in opere pie e nel sorreggere i Sacerdoti della Carità (-1854), da lui istituiti per formare buoni ministri dell’altare. Pure la vita eragli stata amareggiata da contrarietà, non solo per parte de’ materialisti ch’egli bersagliò in Gioja, Foscolo, Romagnosi, ma anche de’ religiosi, dai quali fu promosso avanti al pubblico un attacco d’inverecondi improperj, e avanti alla Congregazione dell’Indice un’accusa di errori teologici, ma la suprema autorità lo mandò irreprovato. Suo antagonista il torinese Gioberti (1801-52) asseriva «che al dì d’oggi in Europa non v’ha più filosofi», colpa del metodo psicologico, al quale vuol sostituire l’ontologico di Leibniz, Malebranche, Vico; ultimi filosofi, la cui via fu guasta da Cartesio, «nuovo Lutero, che all’autorità cattolica surrogò il libero esame». Poichè questa ricerca dell’ente mena difilato al panteismo, sia l’ontologico che confonde il reale infinito col possibile, sia il cosmologico che immedesima Iddio col creato, Rosmini avea voluto garantirsene coll’asserire che l’intelletto non intuisce l’ente reale ma il possibile; Gioberti accetta l’idea dell’ente come primo psicologico, ma crede repugni il dedurre il concetto di realtà da quello di possibilità, e che precipita nel panteismo il supporre che questo esista senza di quello. Li distingue dunque per mezzo dell’atto creativo, mediante la formola _L’ente crea l’esistente_. Questa formola è il primo filosofico, che comprende il primo psicologico e il primo ontologico, vale a dire la prima idea e il primo ente. Toglie dunque, nell’intuizione dell’assoluto, ogni intermedio fra lo spirito creato e l’ente in cui stanno objettivamente tutte le idee, e vuole che l’intuizione dello spirito umano sia nell’ente divino, ideale, reale, creante; mentre Rosmini fa l’intuizione per sua natura ideale, e il reale colloca come scopo del sentimento: laonde lo spirito nostro non intuisce direttamente Dio; l’idea dell’ente, rappresentandogli l’essere come possibile e universale, non gli discerne il necessario dal contingente, mentre il sentimento della realità divina appartiene ad uno stato soprannaturale. Se in Rosmini l’ente è possibile e indeterminato, in Gioberti è reale e creante; perocchè, in quella sua proposizione egli avvisa nel primo membro una realità assoluta e necessaria, nell’ultimo una contingente, e vincolo tra essi la creazione, atto positivo e reale, ma libero. Ecco tre realtà indipendenti dallo spirito nostro; ecco affermati il principio di sostanza, quel di causa, l’origine delle nozioni trascendenti, e la realtà objettiva del mondo esterno. Da quella deduce egli l’intera enciclopedia, divisa in tre rami; filosofia o conoscenza dell’intelligibile, fisica e matematica. La prima appartiene all’essere, la seconda all’esistenza, la terza alla copula, cioè al creato. Viene poi la teologia rivelata, dov’è l’ente che redime l’esistente. È un tentativo di ricondurre all’ontologia gli spiriti, traviati dall’analisi psicologica, ripristinando la scienza in opposizione alle scuole tedesche, vergenti al panteismo. Ma Gioberti, declamando incessante contro i psicologi, ingombrò la dottrina con metafore e tono oratorio, con parole artificiosamente inintelligibili e sinonimi in mancanza d’idea precisa; con neologismi inutili e formole nuove indossate a idee anche comuni, mentre gli studj speculativi vogliono elocuzione chiara, precisa. Il razionalismo combattendo in Lutero che scosse l’autorità della Chiesa, in Cartesio che sconficcò l’infallibilità della Bibbia, in Kant che annichilò la validità della metafisica cristiana, ripone l’essenza del cattolicismo nel riconoscere l’assoluta sovranità della Chiesa nel definire il vero morale e religioso: sovranità che si annichila col negarne anche una minima parte. Lo avesse egli ricordato anche tra l’ardore della polemica, dove, fatto del vero un mezzo, non un fine, si prostrò davanti ai proprj equivoci, secondando l’opportunità. Attorno a Rosmini e Gioberti si dibatterono le capitali quistioni dell’ontologia, della psicologia, dello scetticismo, del panteismo, dell’origine ed autenticità delle cognizioni, del valor logico della dialettica nel conciliare i contrarj, della natura dell’assoluto, dell’ideale, del reale, degli universali, del primo enciclopedico che spiega l’universo. Conciliava i due sistemi onde raggiungere la sintesi che meglio giovi alla vita individuale in relazione coll’universale civiltà. Tentarono Tommaso Mora e Francesco Lavarino nell’_Enciclopedia scientifica_ (1856), associando l’intuito dell’ente creato e quel dell’ente possibile non sequestrato dal reale, in modo che l’ontologia sia reale, ideale, mista, e il filosofo deva contemplarne tutte le parti, ma non gli sia possibile impossessarsene senza l’autorità della Chiesa, la quale è l’ontologia stessa fatta sensibile, e la sola che possa insegnare la realtà oggettiva delle cose; è il vero principio del mondo scientifico, dove la filosofia non è che il mezzo. I criterj filosofici usitati sono sempre arbitrarj e gratuiti, destituiti di valore enciclopedico, il cui supremo valore è quello della contraddizione: ed essi con logica serrata lo riscontrano attuato in tutte le cose, da Dio sino all’atomo. V’ha altri cui viene paura che gli studj dell’ente e quelli dell’idea non conducano dalle universalità dell’essere alle universalità della sostanza, dall’unità ideale alla sostanziale, cioè dalla semplice unità ideale alla negazione delle realtà estrinseche. A tal pericolo si oppongono gagliardamente i filosofi religiosi, fra’ quali segnaliamo il gesuita Pianciani (-1876), che dopo avere colla molta sua scienza fisica commentati i sei giorni della creazione, volle con quella scienza stessa illustrare la metafisica. Altri credono che la filosofia abbia fondamento in san Tommaso, giovata dalle ricerche de’ moderni; e tale è l’opinione del Liberatore, che i Gesuiti oppongono al Rosmini. Con quest’ultimo accampano Pestalozza, Curti, Sciolla, Manzoni...; con Gioberti stanno Bertinaria, Vittorio Mazzini e molti piemontesi. V’ha chi risale a Kant, pur declinandone gli errori, come Baroli; chi tiensi agli scozzesi, come Ravizza; Bertini nella _Filosofia della vita_, deriva la morale dall’amore disinteressato della bellezza morale degli atti virtuosi: il Centofanti con vigoria ed ardimento fino nell’erudizione tesse la storia de’ sistemi filosofici. L’ontologia e le aspirazioni alla scienza assoluta sono combattute da Giuseppe Ferrari, il quale asserisce che con ciò non si fa che duplicare i misteri, trasportando la verità prima fuor della certezza descrittiva; e poichè non è data all’uomo che la descrizione, facile riesce abbattere i sistemi ontologici e, confutati questi, sembrano distrutti anche i fatti che essi spiegavano. Passaggio matematico non v’ha dall’ente ai fenomeni, dall’uno al vario, dalla sostanza alla creazione; sicchè fra tali ricerche la ragione isterilisce nel dubbio, mentre dovrebbe limitarsi alla descrizione de’ fenomeni, ripudiando come impossibile ogni dimostrazione di là dai limiti della certezza vulgare. Neppur alla morale dà fondamento l’ontologia, avvegnachè la virtù è una poesia, la morale un irresistibile impulso del cuore, la libertà e la responsabilità un fatto di coscienza, inseparabile dalla moralità e inesplicabile come questa[266]. Con Ausonio Franchi proclama i diritti della ragion pura, e che sol dopo ottenuta la libertà del pensiero potrà conseguirsi la libertà degli atti; sicchè è mestieri distruggere dogmi se vogliasi arrivare al riscatto politico della nazione. Queste divergenze accertano il bisogno di dare un fondamento alla filosofia, la quale più non s’isfrivolisce coll’acquisto individuale di idee e di cognizioni, ma ricorre all’universalità, o chiamisi senso comune, o idea innata, o forme universali, o spontaneità della ragione, o indaghi nel linguaggio i depositi della comune, la sintesi dell’umanità; certo però collo spirito negativo non risolverà i grandi problemi della natura e della civiltà, nè ripristinerà nell’uomo l’immagine divina. La filosofia sensista aveva avuto rinfianco da Melchior Gioja prete piacentino (1767-1829), che buttatosi alla repubblica, parve eccessivo fino ai demagoghi; poi dal Governo italiano fu destinato a coordinare le statistiche. «Cercare i fatti, vedere quel che ne risulti, ecco la filosofia», diceva egli: «le scienze non sono che risultanze di fatti, concatenati in modo che facile ne sia l’intelligenza, e tenace la ricordanza»; umile uffizio per una scienza! Conseguente al quale, raccolse fatti sconnessi e neppur provati, e fenomeni disgiunti dalla propria causa; e pretendeva dedurne verità generali. Così diede una filosofia e una scienza sociale affatto vulgare, dove spesso sagrifica la verità al sistematico spirito di contraddizione, al gusto di celiare e diffondere il dubbio. Per rendere quasi visibili le teorie, e offrire simultaneo ciò che nel discorso è successivo, moltiplicava i quadri sinottici, solo metodo, secondo lui, per «provare qualche cosa in morale ed in economia, rinvigorire le idee col mezzo della sensazione, e avere un esatto confronto dei diversi elementi». Ma questo formolare stanca l’attenzione, e aggrava la memoria di particolari, a scapito degli universali. La tirannide amministrativa non ebbe campione più risoluto di lui, che domanda una direzione dispotica sopra l’esercizio delle arti e le professioni, e privilegi, tariffe, corporazioni; si scandalizza di Smith che disse, le passioni private abbandonate a se stesse tendere al pubblico bene; riduce tutta la grandezza nello Stato, tutte le cure allo sviluppare la forza amministrativa[267]; all’esperienza, alla libertà, alla dignità umana surroga decreti che guidino o frenino questo pazzo imbecille che è l’uomo, non esitando a introdurre l’occhio della Polizia fin nel sacrario domestico per valutare il merito e le ricompense, le ingiurie e i danni. Ma nel cercare le soddisfazioni dell’ingiuria cambia spesso di criterio; spesso lo desume dagli accidenti della natura umana, anzichè dalle sue leggi costanti e universali, o dal risentimento che nell’uomo nasce da passioni disordinate. Non crede la moneta possa servire di misura ai valori, nè che convenga al solo argento conservare la funzione di moneta[268]; combatte i Fisiocratici dove prendono la terra per unica sorgente della ricchezza, ma sconobbe l’ampiezza della dottrina di Beccaria e di Smith che la fanno nascere dal lavoro; delle politiche istituzioni non si diè briga, nè del nesso fra l’economia e la legislazione, nè delle finanze. Oltre la produzione e la distribuzione delle ricchezze, tratta anche della consumazione: ma volge il dorso alle moltitudini, della poveraglia non tratta, antepone i grossi manifatturieri ai minuti, i grandi possessi ai frazionati; si sgomentò della libertà di commercio e dell’aprirsi del porto di Odessa che svilirebbe le mercedi e porterebbe il pane a buon mercato, e loda l’Inghilterra che proibiva l’introduzione dei grani, cioè condannava molti a morire di fame[269]; le tariffe considerava come «mezzo di difesa dell’industria nazionale contro una concorrenza più potente»[270], ed esclama: — La libera importazione equivale a diminuzione de’ prezzi; diminuzione de’ prezzi equivale a diminuzione dei capitali della classe agricola; diminuzione di capitale in quella equivale a scarsezza o mancanza di mercedi; scarsezza o mancanza di mercedi equivale ad impotenza a comprare il pane a basso prezzo». Abbiatelo a saggio del formulario matematico che indossava alle sue idee, per cui la felicità definiva il numero delle sensazioni gradevoli, sottrattone quello delle spiacevoli: e nel Merito e Ricompense e nell’Ingiuria e Danni riduceva a cifre e valore persino i fatti morali; e con Bentham asseriva che «leggi, diritti, doveri, contratti, delitti, virtù, non sono che addizioni, sottrazioni, moltipliche, divisioni di piaceri e dolori, e la legislazione civile e penale non è che l’aritmetica della sensibilità»[271]. «I mezzi primarj per accrescere la civilizzazione consistono nell’accrescere l’intensità e il numero de’ bisogni, e la cognizione degli effetti che li soddisfano[272]. I discorsi al pari delle azioni sono subordinati alla legge generale del maggior utile e del minor danno[273]; e una buona digestione val cento anni d’immortalità»[274]. La speranza di procurarsi i piaceri del lusso è pungolo potentissimo pel basso popolo, senza del quale egli si avvicina allo stato d’inerzia, e al vizio che l’accompagna[275]: per quello la donna si vende; ma l’uomo onde comprarla lavora, e così sviluppa l’industria, talchè il lusso conduce alla morale. E morale per lui è la scienza della felicità; la società è un mercato generale, in cui ciascuno vende le cose sue e i suoi servigi per ricevere gli altrui; anche quando si rendono servigi in apparenza gratuiti, gli è per procurarsi un piacere vivissimo, come chi spende per procurarsi un fuoco d’artifizio[276]. Vuole il divorzio, giacchè l’uomo non può rispondere de’ suoi affetti futuri; la prostituta ottenga onore qual ministra di felicità: impudenze che non han tampoco il merito dell’originalità, essendo levate di pianta da Bentham, dietro al quale poneva fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificare la carne; fra le superstizioni il battesimo de’ bambini, la festa degli ulivi, il sonar le campane ne’ temporali. Vanto di lui fu la statistica, scienza de’ fatti primarj e attuali, che si manifestano nei differenti dominj della vita sociale, e che servono di lume alla pubblica amministrazione, e di computo dei mezzi nazionali. Accentrati i Governi, dovette diventare importantissima questa scienza, che però molti riducono ad arte; mentre il suo creatore Schlözer voleva fosse l’applicazione del proverbio _La pubblicità è il polso della libertà_. Il Gioja, col definirla «descrizione economica delle nazioni», dispensa dal tener calcolo complessivo di tutte le forze politiche, mediante le quali misurare la vera potenza intima della società. Nel Prospetto delle scienze economiche, il quale insomma è raccolta non di scienza ma di materiali, radunò «sopra ciascun oggetto d’economia pubblica e privata quanto pensarono gli scrittori, sancirono i Governi, costumarono i popoli». Poi nella _Filosofia della statistica_ insegnò a coordinare gli oggetti e i fatti sociali sotto sette categorie: ma è possibile mai ridurre tutto a numero e misura? è desiderabile una società, dove si tenga conto d’ogni uovo e d’ogni pensiero che nasce? Su quel modello molti secondarono la materialità dell’amministrazione, ove l’uomo non è considerato come un essere intelligente, ma come macchina da produr denaro. In fatto ai grandiosi e inquietanti sobbalzi della Rivoluzione sostituivasi una nuova dottrina, il soddisfacimento degl’interessi, e a ciò mira l’economia pubblica; ma essa «riveste un’aria di gretta e tirannica sensualità, nella quale la parte più preziosa della carità e dignità della specie umana viene dimenticata». Così lamentava Gian Domenico Romagnosi piacentino (1771-1835), il quale pertanto non volle considerarla come puro studio della produzione, distribuzione e consumazione delle ricchezze, ma come l’ordine sociale di queste; e porla sotto al diritto pubblico, come questo sotto al diritto naturale. S’accorge egli che «ciò che rende sociale la ricchezza è il commercio», e disgrada l’inutile ingerenza de’ Governi; ma a ciò lo conduce piuttosto il buon senso pratico, che una logica deduzione dalle sue teorie, giacchè anch’egli inciampa allo scoglio comune, e nel mentre ripete «Lasciate fare, lasciate passare», all’autorità attribuisce poteri che assorbono la libertà dell’individuo; quasi fossero necessarj per dare unità, concordia, efficacia alle azioni e ai voleri singoli: insomma al posto del naturale surroga l’ordine artifiziale. Da Wolf, testo filosofico nel collegio Alberoni dov’egli fu educato, trasse l’unità, la vastità, la concatenazione sistematica, la precisa distinzione delle idee, la ben determinata terminologia, ma anche un formalismo faticoso tra il procedimento matematico e l’argomentazione scolastica. Testa geometrica, faticò tutta la vita ad armonizzare principj in apparenza repugnanti, l’equità romana e il formalismo britannico, la virtù di Platone e l’utilità di Bentham, la giustizia metafisica di Vico e la necessità di Hobbes, l’amministrativa e l’attività privata, la stabilità e il progresso; coordinamenti troppo difficili. Romagnosi ripudia francamente il contratto sociale come base dei diritti e doveri, ma vi surroga una ragione presuntiva, una volontà generale e sovrana, una legge che tutta la forza deduce da legge anteriore, qual è il bisogno assoluto del viver sociale; e il diritto umano e pubblico fonda sulla necessaria tendenza dell’uomo a cercar il piacere ed evitare il dolore (§ 97) e sulla conseguente necessità del viver sociale (§ 415); di modo che il diritto deriva dal complesso degli attributi essenziali dell’uomo e delle relazioni co’ suoi simili, raccolti e tutelati nella convivenza civile, la quale è lo stato naturale dell’umanità. Ma fuori e prima della società non v’è nulla; «non esiste una potenza esterna superiore, illuminante l’uomo sull’ordine dei beni e dei mali, sui beni e i diritti. Dunque ha dovuto precedere un lungo periodo, nel quale, a forza di milioni di sperimenti, d’errori, di vicende, l’uomo grezzo e ignorante è passato bel bello allo stato di ragionevolezza e di lumi. Questo corso si può considerare come una legge di fatto della di lui natura»[277]. L’uomo dunque senza la società non sarebbe che un bruto, lo che riconduce alla primitiva bestialità di Rousseau, e a sagrificare l’individuo alla società, l’uomo non avendo che un valor sociale; e l’attribuirlo al maggior numero dei conviventi è lo scopo della scienza e dell’arte. Male non è che il nuocere alla società, «tanto che un uomo il quale per tutta la sua vita pensasse ed amasse il male, e operasse giusta l’ordine, non potrebbe essere chiamato ingiusto; anzi giusto sarebbe ad ogni modo»[278]: esclusione del concetto morale che genererebbe l’ipocrisia. Il suo confondere sempre il desiderio di sentire aggradevolmente coll’amor del bene, cioè il piacere coll’ordine, esclude ogni concetto morale superiore; nè vi rimedia col porre fine ultimo della società la pace, l’equità, la sicurezza, poichè ciascuna di queste importa una moralità, cioè pace nell’ordine, equità ma con giusta proporzione, sicurezza ma per la sola virtù. Costituito il diritto di proprietà sopra il diritto di sussistere, dovette dar in fallo discorrendo dell’eredità. Fra i diritti della società è quello di punire; la necessità, come ne è la fonte, così ne è il limite. Sebbene nella pena introduca un elemento morale, facendo che colla colpa l’uomo decada dal diritto che aveva alla vita e sicurezza propria; non per questo si eleva sino all’espiazione, portata da tutt’altro ordine di idee, e si arresta alla difesa indiretta. Questa non è più necessaria quando il delitto è consumato; ma poichè alla società sovrasta la minaccia di rinnovata offesa, ella ha diritto di prevenirla punendo. Qui manca il nesso, giacchè pel nome medesimo, una punizione non può concernere che il passato; il padre punisce il figlio che percosse un altro, sebben nulla abbia a temere per sè; e Dio punisce anche quando l’essere misto cessò di poter delinquere. Scolaro degli Enciclopedisti, il Romagnosi trae da quelli molti pregiudizj, sebbene non ne accetti il gretto materialismo; da gran legista ripudia molte conseguenze, pure distingue le leggi come sono dalle leggi come devono essere; se ne’ particolari è spesso utilitario, nel complesso investiga il principio razionale: insomma ha il merito di mostrare gli sbagli del sistema vecchio, ma non ne erige un nuovo; e se anche se ne rifiutano i canoni, la mente è giovata dal suo metodo. Nell’Introduzione allo studio del diritto pubblico universale vuol congiungere l’ordine dottrinale coll’operativo, la scienza della ragione con quella della volontà, troppo dimentica dai pubblicisti; la quale scienza si collega nel tempo col diritto d’opportunità, ch’è spiegazione della storia. Cercando dunque ajutare il triplice perfezionamento economico, morale, politico, formò una filosofia ch’egli intitolava civile, media fra la razionale e la scienza della legislazione. E come suo carattere udiamo attribuirgli l’insistere sulla fusione della giurisprudenza coll’economia, la quale altrimenti è scienza sbranata e disastrosa; sebbene non precisano la natura di questa relazione fra l’economia, la morale, la giurisprudenza, la politica. Anche quel suo ampliare l’oggetto dell’economia politica, nelle ricchezze comprendendo e il giusto e l’onesto, l’utile dell’individuo e della società, è un eccesso che, se impiacevolisce la scienza e corregge l’egoismo, scema però la precisione. Nella giurisprudenza adoprò a sottrarre le materie legali dal grossolano e pigro senso comune, soggiogato dall’autorità. Tardi, quando rinasceva l’amor della storia e qualche scolaro oppose i fatti alle sue idealità, egli entrò in questo campo, ma con teorie preconcette. Allora ripudiò il passaggio spontaneo dell’uomo dalla barbarie alla civiltà, e «quei mal informati tessitori di civili società, i quali mediante fantastiche speculazioni pretendono far sorgere ove lor piace le città. La storia non ci fornisce verun esempio d’incivilimento nativo, e ricorda solamente il dativo... Le notizie rimaste dei primordj delle nazioni tutte, segnano uno stato anteriore di nativa barbarie, e la derivazione dell’incivilimento da gente straniera». E per conciliare questa contraddizione colle sue prische dottrine, ammetteva che «pel concorso di felici circostanze, in un paese unico spuntò, crebbe e si diffuse l’incivilimento; donde colla maniera sperimentata efficace fu trapiantata di fuori»[279]. È questo il sistema di Bailly; ma non fa se non allontanare la difficoltà. Dal Rosmini la filosofia del diritto fu trattata in modo originale, siccome pur dal gesuita Tapparelli, entrambi il diritto subordinando alla morale, anzi il Tapparelli lo ridurrebbe alla rettitudine, in opposizione alla scuola filosofica tedesca che lo deduce dalla libertà, separandolo dalla morale, e guardandolo come un ragguaglio meramente esterno, il cui formale principio è riposto nell’autonomia morale. Non però confondono il giusto che è principio del diritto, coll’onesto che è principio della morale; esterno quello, questo interno; quello obbligatorio, questo spontaneo. Il diritto naturale fu sospetto a molti Governi, quasi conduca al razionalismo e a sciogliere l’uomo da ogni vincolo di religione rivelata e fin di morale naturale. Antonio Bartoli Avveduti (1854) sbuffa contro quanti ne trattarono e fin contro la parola diritto, credendola manto de’ razionalisti utilitarj, atei, comunisti; non darsi diritto ma solo dovere, nè altro averne l’uomo che quello di compire il proprio dovere; Dio ha dovere di creare, felicitare, perdonare, punire (pag. 55); le bestie hanno «il diritto di essere governate, accarezzate, bastonate, ammazzate ed anche straziate, come si fa negli studj anatomici; Mirabeau, Robespierre, il diavolo hanno il diritto ad essere esecrati e maledetti (pag. 52-59); nè si danno opere lecite e non doverose (pag. 46)». La giurisprudenza come arte trovò nobile campo dove era chiamata alla pubblicità; ma i più s’applicavano alla pratica, nella quale il diritto è il codice. La filosofica ebbe per altro qualche cultore, e qualcuno la storica, o sulle orme nazionali come fecero Romagnosi e Nicola Niccolini che applica la filosofia alla legislazione, o sulle tedesche come Capei, ma più sulle francesi. I napoletani Mario Pagano, Liberatore, Delfico, Giovine, Durini, De Thomasis, De Martire, Martinengo, Winspeare, Capone, Starace, Vecchioni, Lauria, Canofori, Raffaelli, Agresti, Mancini; i toscani Biondi, Poggi, Paoletti, Marzucchi, Galeotti, Giuliano Ricci; i romani Capitelli, Contoli; i lombardi Nani, De Simoni, Giuliani; i piemontesi Sclopis, Albini, son nomi che possiamo intonare ai forestieri quando troppo generalmente asseriscono che l’Italia non ha fatto nulla per la giurisprudenza. Carmignani diede la teoria delle leggi della sociale sicurezza; Forti le istituzioni civili; Luigi Cappelli pistoiese insegnò legislazione civile, penale e canonica all’Università di Wilna, dove professò anche il filologo Sebastiano Ciampi. Emidio Cesarini (-1876) offrì i principi del diritto commerciale secondo lo spirito delle leggi pontifizie (1836). Come il Romagnosi, così il napoletano Manna adoprò a ridurre a forma scientifica il diritto amministrativo. Pellegrino Rossi (-1849) conobbe la necessità di legittimare il diritto di punire, contro le opinioni divulgantisi; confutò la scuola storica che alla ragione filosofica contende il diritto di far leggi, appropriandolo unicamente alla consuetudine, alla spontaneità popolare; cercò porre in sodo il fondamento razionale, già indicato da Kant, da Cousin, da De Broglie, e fabbricarvi sopra il diritto penale, e trovare l’arcano attacco della giustizia penale coll’assoluta. Unico trattato completo dopo il Beccaria, concepito con unità, dedotto con metodo, spinto con potente dialettica: ma non osando ribellarsi ai giudizj correnti, si tiene al giusto mezzo dei dottrinarj; sciogliesi dall’ideologia sensista, ma senza abbracciare francamente lo spiritualismo; non accorgendosi che il razionalismo non può produrre che la variazione. Nel diritto canonico van citate principalmente le opere del novarese Scavini e del chierese Perrone, e in senso contrario quello del torinese Nuytz. La teologia da cinquant’anni discute se «nel conflitto tra due opinioni egualmente probabili, si deva stare a quella ch’è più sicura, perchè conforme alla legge, o possa pigliarsi la meno sicura e più favorevole alla umana libertà». Gli uni tengono doversi nel dubbio eleggere la parte più sicura (Probabilioristi o Tuzioristi). I Probabilisti assoluti, pei quali è lecito seguire l’opinione probabile anche quando sia in conflitto con altra più probabile appoggiata alla legge, oggimai son fuori di quistione; e Probabilisti moderati convengono non possa operarsi con dubbio pratico, bensì nel contrasto di due opinioni di equiprobabili potersi tener quella ch’è più conforme alla libertà umana, qualvolta nel dubbio speculativo l’operante si renda praticamente certo mediante alcun principio riflesso. Tali sarebbero, che la legge dubbia non sia sufficientemente promulgata, e perciò non obbliga; che la legge incerta non produce obbligazione certa; che nel dubbio si può attenersi al partito più benigno; che nel dubbio è migliore la condizione del possidente, sicchè nel conflitto tra legge e libertà può preferirsi quest’ultima, posseduta dall’uomo prima della legge. Quanto sieno solidi e quanto devansi estendere questi principj è controverso tra Probabilisti e Tuzioristi in genere; e nominatamente tra i Rosminiani e i teologi di cui fu sapiente compilatore lo Scavini. Favorevoli alla legge apparvero tra noi, oltre l’antico Bellarmino, nel secolo passato i fratelli Ballerini, il Cóncina, il Fagnani, il Franzoja, il cardinal Gatti, il Patuzzi, lo Scarpazza, e modernamente il comasco Luraschi e il milanese Speroni. Quelli che nel dubbio propendono alla libertà, citano fra gli antichi sant’Antonino e Alberto Magno, poi i cardinali De Lugo e Pallavicino, Cristiano Lupo, il Possevino, il Segneri, lo Sfondrati, e recentemente il Tamburini. In capo a tutti procede sant’Alfonso de’ Liguori (tom. XII, pag. 182) che, seguendo le norme di Busembaum, e copiandolo tanto vigore vi pose, tanta copia di prove, tanta costanza di principj, da parer l’autore di questa dottrina, che fu adottata quasi universalmente, a segno che i trattati di morale posteriori riduconsi quasi ad un ricalco de’ suoi. Ai progressi della teologia ermeneutica, che furono così segnalati di fuori, non abbastanza contribuirono i nostri, fra cui pochi sono provveduti di quell’alta filologia che eleva la critica ed invenzione[280]. Più larghi campi e battaglie più severe offre l’alleanza dello spirito di Dio colla ragione umana. Nè la filosofia potrà forse procedere se non ammettendo a titolo di postulato la coesione del finito coll’infinito, della libertà colla necessità, della creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare al vero una sanzione superiore alla filosofica. Col coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione individuale si compisce la saviezza de’ padri e si trasmette migliorata ai figliuoli, e si abbatte il nemico comune, lo scetticismo, separando le verità sperimentali da que’ disegni che Dio realizza nel mondo, e di cui vuole nasconderci il mistero. Nelle leggi non men che nell’economia bel nome godrebbe Luigi Valeriani d’Imola (1758-1828), professore all’Università di Bologna, se la barbara esposizione nol rendesse a pochi accessibile, e se non avesse tirato che pochi esemplari delle opere sue. Scrisse del prezzo delle cose tutte mercantili (1815); e affatto geometrico, da pochi principj generali discende a spiegare i fenomeni e dimostrare i problemi e teoremi tutti. Dalla proprietà individuale sui mobili, poi sui semoventi, poi sugli stabili deduce l’origine della società civile e dei suoi tre grandi ordini, la divisione del lavoro, la maggior riproduzione, le permute estimatorie, le misure del valor delle cose, i loro baratti, l’amministrazione pubblica, la giustizia distributiva e la commutativa, i giudizj, la difesa, il tributo. Ricchissimo d’erudizione, forte di logica, volendo associare l’economia colla morale e la religione, saviamente discorse de’ cambj e della moneta reale e di conto: ma preoccupato dall’autorità de’ filosofi e dei Governi, col maggior numero antepone la pubblica alla sicurezza e comodità privata. Il Mengotti di Feltre dissertava sul colbertismo; la sua memoria sul commercio de’ Romani; premiata dall’Accademia di Francia l’anno che scoppiò la rivoluzione, ebbe un successo di circostanza, perchè nei ladri proconsoli romani si volle vedere adombrati i provveditori veneti. Il comasco De Welz diede qualche aspetto di novità alla sistemazione del credito proponendo una banca per la Sicilia, poi nell’operetta della _Magia del credito svelata_ (Napoli 1834). Aggiungiamo Carlo Bosellini di Modena (_Nuovo esame delle sorgenti della privata e pubblica ricchezza_, Modena 1816), il Fabroni, il Costanzo, lo Scuderi, il Longo, il Morreno, l’Intriglia, il Deluca, il De Augustini, il Rossi, il Meneghini, il Parisi, il Trinchera, il Poli (_Studj d’economia politica_); il Ferrara, che sovraintese a Torino a una raccolta d’economisti, tutti forestieri eccetto un volume; lo Scialoja, che più degli anzidetti inclina alla libertà, però legale e protetta. Di tali studj e delle loro applicazioni l’organo più longevo e perciò meglio opportuno alla storia furono gli _Annali di statistica di Milano_ compilati da Giuseppe Sacchi, che sopravvissero alla crisi del 1848, a cui soccombettero quelli di Napoli. Lodovico Bianchini, nella _Scienza del ben vivere sociale_, allargò a teorie quel che avea raccolto negli studj particolari sopra il reame delle Due Sicilie; conosce le imperfezioni di questa scienza, pure s’affigge anch’esso allo Stato, qual albero maestro della macchina sociale, e alle leggi arbitrarie e alle sociali contingenze. In generale fra noi furono discusse e svolte le dottrine economiche di Malthus, di Say, di Smith, anzichè surrogarne di originali. Ben vollero intitolare italiana una scuola, della quale Blanqui darebbe per contrassegno il riguardar le questioni in maniera larga e complessa, e la ricchezza non in modo stretto ed assoluto, ma in relazione col ben essere universale: e il napoletano De Luca il dedurre le verità economiche dai principj del diritto e della morale, richiamandole a sintesi giuridica e di pubblica moralità, non precipitarsi agli estremi, ma tenersi a un giusto mezzo, e mirare al miglioramento della classe più numerosa[281]. Non troviamo che questi caratteri siano nè comuni ai nostri, nè speciali ad essi; i quali in generale propendono ad una libertà di commercio moderata, si occupano molto della popolazione, poco del credito pubblico, delle grandi industrie, delle macchine, e spesso mancano del senso pratico di chi vide e provò. Il Gianni avea già proposto[282] una moneta di carta che nessuno potesse ricusare, e di quantità equivalente all’imposizione; l’erario non pagherebbe e non riceverebbe che in questa specie; sicchè non estenderebbe nè il commercio nè la circolazione de’ metalli, dando fuori solo quanto ripiglia; e con ciò si cesserebbe d’avere e imposizioni e spese pubbliche. Quel pensiero sviluppò il siciliano barone Corvaja, stabilendo un banco-governo che stampasse tanta carta quanta ne domandano i cittadini a contanti; non sarà una banconota che rappresenti un atto di fede, sibbene un certificato di rendita; l’interesse del denaro frutterà per tutti i cittadini indistintamente, variando a norma del cumulo di tutti gli utili. Da principio il denaro affluirebbe verso gli Stati ove più alti i fondi pubblici; quando fosse livellato in tutti gli Stati, si conoscerebbe che trascende i bisogni giornalieri, e quest’eccedente diverrebbe oggetto di lusso. In questa banca universale, dove tutti i proventi diventerebbero accomandatizj, si raccoglierebbero tutti i fondi pubblici, tutto il metallo: laonde se mai fosse stata possibile, avrebbe recato un tale accentramento governativo, da assorbire ogni attività individuale, e spegnere la libertà a nome dell’eguaglianza come nel comunismo. Anche Rusconi (_La rendita e il credito_) si vale delle idee di Proudhon per suggerire un banco-governo, i cui frutti paghino il prestito. Vi arieggia la banca nazionale di Gabriele Rossi, poco diversa da quella di Law. Anche altri si piacquero ai concetti socialisti, che alla debolezza degli individui vorrebbero rimediare col ridurre la società ed una massa unica, nella quale l’individuo andrebbe affatto perduto. E massime in questi ultimi tempi, dopo cresciuta la libertà e pubblicità, molti studiarono i modi di crescere la rappresentazione de’ valori e la circolazione dei capitali mobili ed immobili[283]. Nel campo pratico è a ricordare il genovese Luigi Corvetto (1756-1822), che fu nel Consiglio di Stato di Napoleone, e contribuì a formare il codice di commercio e il penale, sotto Luigi XVIII fu ministro delle finanze, e uno dei fondatori della società per migliorare le prigioni. Anche il côrso Antonio Bertolacci, fuoruscito nel 1793, in Inghilterra s’applicò agli studj economici, fu adoprato al Seilan come amministratore; scrisse varj trattati, e specialmente il progetto d’un’assicurazione generale sulla vita, che dovrebbe amministrarsi dal Governo in modo di avvincere i popoli allo Stato e viceversa. Pellegrino Rossi pretende l’economia politica abbia teoriche certe quanto le matematiche; e le assegna per oggetto la ricchezza, e per termine gl’interessi materiali; il che la discerne dalla politica. Teorie proprie egli non posa, ma prepondera pel metodo; ben sceglie fra i predecessori, concatena e deduce con un rigor logico che non irriti il buon senso. Attentamente distingue la scienza pura, indipendente nei canoni e nelle dimostrazioni, dall’applicata che deve lottare coi fatti esterni, ed egli attese piuttosto a questa; sempre ebbe in vista l’uomo, e più nell’ultima parte, pubblicata postuma, e che concerne la distribuzione delle ricchezze. Ma neppure qui elevandosi dall’eclettismo, produce una scienza troppo liberale per essere di Stato, troppo razionale per piacere ai socialisti. Scrisse sempre in francese, come pure Giovanni Arrivabene di Mantova, posto nel Belgio fra i migliori cultori di queste discipline. De’ vecchi economisti italiani una raccolta stampò il barone Custodi a Milano, erudizione poco concludente alla scienza, per quanto esso li magnifichi colla passione d’un editore. Un succoso estratto ne fece Giuseppe Pecchio (_Storia dell’economia politica in Italia_), col solito andazzo di arrogare ai nostri ogni merito perchè abbiano enunciato qui e qua alcuni veri, che traggono vigoría unicamente dall’essere provati, e connessi in un sistema efficiente; eppure asserì che, ne’ primi trent’anni del secolo, l’Italia non avea nulla prodotto in tale scienza. Con altro ingegno il Marescotti esaminò gli economisti italiani del secolo nostro, pretendendo cambiare il centro dell’economia politica, come Galileo e Newton fecero della planetaria, e coll’esposizione scientifica di tutte le scuole economiche non solo, ma delle morali, religiose, sociali, risolvere i problemi più dibattuti, mostrare che quel centro non è lo Stato, bensì l’uomo, e intorno a questo deve acconciarsi e moversi il Governo. Fedele pertanto alla tradizione religiosa degli alti intelletti italiani che attesero a dar vigore alle leggi naturali e divine, mira a ristabilire il diritto della creatura autonoma, oppressa dalla violenza artifiziale, al contrario de’ consueti nostri economisti che l’individuo avviluppano nella sovranità legale. L’uomo ha un’esistenza subjettiva e indipendente, e di lui bisogna fare la pietra angolare dell’economia e del diritto universale se vogliano ridursi a scienza. La libertà sia intera, come dritto non come concessione, per ottenerla abbiasi una tassa unica, semplice, proporzionata, in ragione aritmetica diretta sopra ogni unità che rappresenta un valore netto pel contribuente, vale a dire una tassa unica sopra la rendita netta. La giustizia artifiziale emanata dal Governo, cioè dalla forza, non deve preponderare alla naturale, dettata dalla ragione dell’uomo; chè al vertice della società non siede un Governo umano, bensì la coscienza e la ragione per dirigere le morali e le fisiche inclinazioni. Insomma egli incolpa la scienza economica d’essersi fatta servile all’onnipotenza governativa, e di tendere ad annichilare le individualità, abolendo le corporazioni dei piccoli artieri, mentre si applicavano quelle de’ grandi capitalisti. Dopo di che non resta che un passo per arrivare ai teoremi de’ Socialisti, che, vedendo l’adulterio introdotto all’ombra del matrimonio, la corruzione all’ombra della politica, la mediocrità all’ombra dello intrigo, l’ozio e la miseria all’ombra della ricchezza ereditaria, scalzano e rimpastano l’ordine sociale odierno; premettendo rendere felice l’uomo, ma di felicità passiva, indipendente da’ proprj sforzi, quasi condannato alla beatitudine terrestre, e a virtù che sono fuori dei nostri istinti. E a deplorare che, mentre una volta l’economia sociale studiavasi per elevare le anime, ora non badi che a soddisfare gl’interessi materiali, e a farsi mezzo all’indipendenza dello Stato, favorendo la sete dell’oro e la febbre di speculazioni che arrestano lo slancio delle intelligenze e la moralità. CAPITOLO CLXXXVII. Scienze matematiche e naturali. Parve che il turbine politico scotesse le menti, sicchè repudiando la belante letteratura, l’abitudinaria industria e le barcollanti teorie, spinsero le scienze a tal volo, quale mai in verun tempo, munendole coll’osservazione e col calcolo preciso degli spazj e della quantità. Alla geografia poco ajutammo noi Italiani, giacchè non si può tener conto di libri compilati su libri, degli atlanti, delle tabelle; lavori di pazienza, di cui scorgesi l’inutilità quando occorra di valersene, non concordando tampoco nei dati positivi, quali sarebbero la popolazione o la qualità dei terreni. Il _Compendio di geografia_ del Balbi, arrivando primo, fu adottato come manuale anche dai forestieri. Utili vennero alcuni dizionarj geografici di paesi speciali, come quello del Bergamasco pel Maironi, del Modenese pel Ricci, del Piemonte pel Casalis e lo Stefani, e principalmente del Repetti per la Toscana, dove, valendosi delle ricerche già fatte dal Targioni Tozzetti, non porse solo la corografia e la statistica, ma tenne conto de’ monumenti, delle carte, della storia civile come della naturale di ciascun paese. Ebbero passaggera lode l’_Atlante statistico d’Italia del Serristori_, la _Geografia d’Italia_ del Marmocchi e dello Zuccagni Orlandini, l’_Annuario_ cominciato dal Ranalli. Quanto a viaggiatori, Giuseppe Acerbi mantovano giornalista pubblicò _Viaggi al capo Nord_, dove si asserì non essere egli mai arrivato. Antonio Montucci di Siena (1762-1829), ito con Macartney alla Cina, di quella lingua fece il dizionario più comodo per Europei: insegnò a Londra, a Berlino, a Dresda, infine a Roma, ove a Leone XII cedette i libri e manoscritti suoi, e i tipi da stampa cinesi. La storia naturale del Chilì, stampata in italiano a Bologna il 1810, è dell’americano Molina. Il milanese conte Fagnani dettava lettere sopra la Russia, troppo personali. Dal Belzoni e dal Brocchi avemmo notizie sull’Africa, oltre le aneddotiche del Pananti. A Venezuela e alla Nuova Granada portò sue ricerche il Codazzi di Lugo (1785-1830), colonnello del genio nell’esercito muratiano. Carlo Vidua di Casal Monferrato cercò notizie civili ed erudite per tutta Europa, in Crimea, in Egitto, nel Deserto, in Terrasanta, alle isole; nelle due Americhe raccolse moltissime curiosità; altre nella Cina e nell’India; ma a Lachendon accostatosi troppo a una solfatara, si scottò una gamba, e ne morì in vista di Amboina. Molti suoi scritti smarrironsi, altri furono pubblicati da Cesare Balbo, tra cui uno sullo stato delle cognizioni in Italia. Giovan Raimondo Pacho di Nizza 1749-1829 corse l’Arabia, l’Egitto, la Cirenaica, raccogliendo fatti importantissimi, e reduce voleva compilarli; ma trovandosi sprovvisto di denari, si uccise. Costantino Beltrami bergamasco lungamente percorse l’America, e risalì alle fonti del Mississippi, investigando i monumenti che chiariscono le origini di que’ popoli. Omboni perlustrò rapidamente l’Africa e l’America; Moro, Beltrami, Codazzi crebbero le cognizioni sull’America; sull’Africa il Della Cella. Altri paesi videro e descrissero il marchese Carlotti, il duca di Vallombrosa, i lombardi De Vecchi, Dandolo, e più ardito l’Osculati. Vi si vogliono aggiungere le _Lettere Edificanti_, dettate dai Missionarj, e le _Memorie sull’Australia_, pubblicate a Roma il 1854 dal vescovo di Porto Vittoria. I _Viaggi al Polo_ di Francesco Manescalchi veronese appartengono alla storia, lodati di esattezza[284]. Giuseppe Piazzi benedettino (1746-1826), natìo di Ponte in Valtellina, montato l’osservatorio di Palermo, ampliò il catalogo delle stelle fisse di Flamsteed e Wollaston, e le portò fino a seimila settecenquarantotto. Valendosi di un pensiero di Galileo, adottato dall’inglese Herschel, osserva il piccolo angolo formato tra una stella brillante e una minore che la accompagna, e dal variare dell’apertura ogni sei mesi argomenta la distanza degli astri. Nell’applicazione non riuscì così felice; e meglio studiò l’obliquità dell’eclittica, sebbene l’irregolare refrazione del sole in inverno gl’impedisse di precisare i due solstizj. Mentre in tutta l’antichità conosciuta non erasi scoperto alcun pianeta nuovo, primo nel 1789 Herschel trovò il pianeta urano: poi Piazzi al 1º giorno del 1801 la cerere ferdinandea; scoperta che destò rumore perchè prima, e perchè parea verificare l’ipotesi di Keplero che i pianeti fossero disposti intorno al sole nelle distanze di 4, 7, 10, 16, 23, 52, 100, dove mancava il quarto fra marte e giove, vuoto che restava empiuto da cerere. Ma dopochè l’Accademia di Berlino, diviso il cielo in XXIV ore, ne affidò una a ciascuno de’ più valenti osservatori, in modo da formare esattissime carte, divenne cura più ch’altro meccanica lo scontrare altri asteroidi fra marte e giove, che passano già il centinajo. Oriani (1752-1832), povero fanciullo d’una terra suburbana di Milano, raccolto dai Certosini e divenuto frate Barnaba, poi messo alla specola di Milano, la amò passionatamente; quando Napoleone esibivagli onori, esso gli cercava qualche stromento, e morendo lasciolla erede. Risolse difficoltà dichiarate irresolubili da Eulero col trovare tutte le relazioni possibili fra i sei elementi di qualsiasi triangolo sferoidico; e precisò gli elementi di urano. Giovanni Inghirami da Volterra 1779-1854 scolopio continuò la gloria dell’osservatorio Ximeniano di Firenze; con somma lode eseguì una delle ore per la gran carta uranografica; seguì le giornaliere occultazioni delle piccole stelle sotto la luna con metodo semplicissimo, sicchè con mere addizioni e sottrazioni possono effettuarsi difficilissimi computi astronomici: laonde l’Accademia di Londra lo dichiarò ingegno meraviglioso, e le principali nazioni marittime vollero che alle loro effemeridi astronomiche fosse aggiunta la planetaria dell’Inghirami. Illustrò difficili opere di calcolo sublime, pubblicò un corso di matematiche e i Principj idromeccanici, e nel 1817 misurò una base di cinque miglia sopra cui fu eretta la triangolazione della Toscana. A simile operazione la matematica celeste fu applicata in tutta la penisola per servire di norma alle operazioni del censo; nel che bella lode meritarono gli astronomi di Napoli[285]. Giovanni Plana da Voghera colla profonda analisi portò innanzi le idee di Laplace, trattando della costituzione atmosferica della terra, delle refrazioni astronomiche e delle perturbazioni planetarie, e del movimento della luna, dedusse le tre coordinate dall’unico principio dell’attrazione universale. Tracciò un meridiano attraverso il Piemonte insieme col milanese Carlini, il quale trovò un nuovo metodo per costruire le tavole astronomiche; e va posto fra i buoni osservatori col Colla di Parma, il Calandrelli e lo Scarpellini di Roma, il De Cuppis, il Cappocci, il Nasili di Napoli, lo Schiaparelli, il Respighi, il Bianchi di Modena, il Santini d’Arezzo, allievo del celebre Paoli, poi professore a Padova, diede una teoria degli stromenti ottici. Del novarese Mossotti sono vanto il lavoro analitico sulla determinazione delle orbite dei corpi celesti, e il metodo per dedurre gli elementi d’un pianeta o d’una cometa da quattro osservazioni con equazioni di primo grado; il Cavezzini anch’esso piemontese, inventò le tavole geocentrica ed eliocentrica. Il gesuita Francesco De Vico di Macerata, direttore dell’osservatorio romano, studiò le nebulose e principalmente quella d’orione e le comete, e pel primo vide in Italia quella d’Halley nel 1835, e ne calcolò il ritorno; esaminò venere, precisandone la rotazione, e l’anello e il sesto e settimo satellite di saturno. Benchè ungherese, dobbiamo nominare il barone di Zach, che diresse la costruzione degli osservatorj di Napoli e di Marlía presso Lucca, e dal 1816 al 26 pubblicò a Genova la sua importantissima Corrispondenza astronomica, geografica, idrostatica e statistica. Il perfezionamento degli stromenti molto giovò all’astronomia, e se i migliori telescopj ci vengono di fuori, quelli del modenese Giambattista Amici non iscapitano da quelli d’Herschel[286]; fece camere lucide, microscopj a riflessione e catadiottrici; e osservazioni celesti moltiplicò dopo che, profugo, ricoverò a Firenze. Molto si esaltarono pure i telescopj e i cannocchiali del piemontese Porro, inventore del Cleps. I varj osservatorj pubblicano annuarj e memorie, estendendo le osservazioni anche a’ fenomeni magnetici pei quali un osservatorio apposito venne piantato sul Vesuvio. Il gesuita Secchi vorrebbe aver riconosciuto la legge che regola i bizzarri movimenti di declinazione e inclinazione dell’ago magnetico, trovando che il sole opera su di esso come fosse una potente calamita, situata a somma distanza dalla terra, e avente i poli omonimi dei terrestri, dirizzati alla medesima parte del cielo. Egli stesso potè pel primo valersi a Roma delle comunicazioni elettriche per istabilire la contemporaneità delle osservazioni metereologiche, sperata fonte di molte utilità pratiche[287] e scrisse sull’unità delle forze. Nel più potente stromento d’analisi, la matematica, quali nomi opporremo al nostro Lagrangia e agli stranieri? Lorenzo Mascheroni (1750-1800) (p. 576) morì profugo e povero in Francia, ove fu consultato intorno al nuovo sistema di pesi e misure, a cui collaborarono Lagrangia, Vassalli, Fabroni, Balbo e il lucchese Pietro Franchini (1768-1837), autore d’un corso d’analisi, della scienza del calcolo, di risoluzioni delle equazioni algebriche d’ogni grado; e che fu dell’Istituto di Francia e senatore dell’Impero. Come il veneto Collalto, così il Brunacci di Firenze sostennero fra noi il metodo lagrangiano, mentre i Francesi preferivano quello di Liebniz, o piuttosto li fuse. Il Mossotti suddetto, professore di fisica, matematica e meccanica celeste a Pisa, i lombardi Mainardi, Frisiani, Bordoni, Brioschi, Turazza, Cremona, Ruffini di Valentano... continuano profonde ricerche matematiche, come i veneti Conti e Minich, e il Bellavitis sul calcolo sublime e sul metodo delle equipollenze, il vicentino Fusinieri sulla trisezione di qualunque arco di circolo, il savojardo Luigi Menabrea sulle vibrazioni. Quando Wronscki pubblicò la _Filosofia della tecnica_, posando pel primo il teorema generale e il problema finale delle matematiche, delle quali riponeva il carattere distintivo nella certezza d’un principio unico trascendente assoluto, volle confutarlo il Romagnosi: ma oltre mancare il rispetto dovuto a un grand’uomo, si mostrò incerto anche nel maneggio della geometria. Pietro Cossali veronese (1748-1815) nella Storia dell’algebra rivendicò contro Montuela alcune glorie all’Italia, ma stanca col rozzo stile e colle divagazioni. La Storia delle matematiche in Italia, scritta in francese dal toscano Guglielmo Libri, erudito che per la bibliografia concepì una passione divenutagli funesta, lo mostra esperto matematico più che buono storico, accumulando e divagando, e fino alterando i fatti per secondare le passioni sue e del momento. Nessuna cosa è meno nazionale della scienza, e un paese può offrirne un episodio, non mai quella concatenazione, che unica costituisce le scienze. Troppo facilmente poi vi si mescolano la passione e la boria fino al paradosso, s’arrogano alla patria invenzioni certamente forestiere, ed anche senza volontaria infedeltà si vagheggia come vero ciò che non è se non faticosamente trovato. Il reggiano Giambattista Venturi (1746-1822), in Francia prese pratica coi migliori fisici, dettò articoli e dissertazioni, lavorò sui manoscritti di quelle biblioteche, e scrisse intorno a Lionardo, a Galileo, al Castelvetro, ed all’origine e ai progressi dell’agricoltura; uomo semplice fino all’avarizia, nelle tasche foderate di latta portava la scarsa prebenda nei viaggi che, per confrontare manoscritti, faceva alle diverse città. Il vanto de’ nostri nell’idraulica fu sostenuto piuttosto con la pratica che con teorie; ma vanno nominati con lode i toscani Fossombroni e Brunacci suddetto, autore dell’_Ariete idraulico_, e il bergamasco Tadini, la cui teorica delle onde è invano usurpata dagli stranieri. Pessuti semplificò e ridusse intelligibile anche ai novizj la formola complicata di Laplace per l’attrazione capillare. L’asciugamento delle maremme toscane e venete, le dighe ai fiumi e al mare, i canali di navigazione ed irrigui diedero grand’esercizio agl’idraulici. Giuseppe Bruschetti preparò una buona storia de’ canali di Lombardia; e dotte ricerche e sperienze sui nostri fiumi e laghi il Parea, il Lombardini, il Paleocapa, il Colombani, il Brighenti, il Possenti. Pietro Ferrari da Spoleto 1753-1825, architetto della Camera apostolica, oltre i progetti per prosciugare il lago Trasimeno e il Fúcino[288], lasciò quello d’un canale navigabile che dall’Adriatico sboccherebbe in due luoghi del Mediterraneo. Nè di progetti fu od è scarsezza. Ma gli è tempo che l’idraulica, l’economia e l’agricoltura si associno seriamente per riparare ad uno de’ peggiori guai della nostra penisola, l’irruzione de’ torrenti, cagionata dal diveltare e tagliare a vendetta le selve, onde i monti scollegansi e franano, e le dirotte pioggie non più rattenute dalle foglie nè dalle radici, colmano le valli e rovinano i colti. In fronte alle scoperte moderne sta la pila del Volta (t. XII, p. 589), il quale però visse fino al 1826 senz’ajutare d’un passo i progressi che nella fisica e più nella chimica produsse quel suo trovato, divenuto ben presto non solo potentissimo stromento di decomposizione, ma fonte di luce, di forza, poi d’inesauribili meraviglie dopo combinatosi col magnetismo. Questi sono meriti degli stranieri; ma non vuolsi dimenticare il professore Brugnatelli che fino dal 1801 adoprò la pila a decomporre i sali, ottenne la doratura col precipitare il rame, l’oro, spiegò il fenomeno delle pile secondarie: splendidi veri, registrati negli Annali di chimica, che lo fanno predecessore di Davy, Nicholson, Jacobi, Kemp, sebbene non conosciuto[289]. Stefano Marianini piemontese sostenne con perspicaci osservazioni l’origine fisico-meccanica dell’elettricità, contro coloro che vi vedono un’azione chimica, come il genovese Botto, che studiò pure l’applicazione dell’elettromagnetismo alla meccanica. Matteucci forlivese (-1868) studiò il passaggio delle correnti traverso ai liquidi, e l’elettrofisiologia principalmente nella torpedine, e costruendo pile d’animali appena morti[290]; ma non pare intenda connettere que’ fenomeni alle funzioni dei nervi, se non indirettamente. Isolati i muscoli delle rane, scoprì che questi assorbono l’ossigeno ed emettono l’acido carbonico a guisa de’ polmoni, e da essi ottenne fenomeni chimici e correnti elettriche. Zamboni, repugnante alla teoria elettro-chimica, colle pile a secco fece un pendolo perpetuo. Nel 1790 Romagnosi osservava che una bussola, posta sotto l’azione della corrente elettrica, deviava: annunziò il fatto sui giornali, ma nè altri vi pose mente, nè egli vi diede sviluppo o esattezza scientifica; sicchè al danese Oersted rimase intatta la gloria di questa scoperta, per la quale potemmo a fili metallici, colle correnti di induzione, comunicare tutte la proprietà d’un magnete, e a tal modo ottenere le calamite intermittenti, fondamento delle tante combinazioni elettro-magnetiche, per le quali si fecero e telegrafi e macchine locomotrici. Ottenere pile di sì lieve costo, che divenga economica la decomposizione dell’acqua, e così abbiasi a basso prezzo il gas illuminante e il calefaciente, è lo studio pertinace e la speranza del genovese Carosio. La scienza del più bello e del più maraviglioso degli imponderabili, la luce, ch’è la più avanzata delle fisiche perchè la più indipendente, fu mutata di punto in bianco col tornare dalle emissioni di Neuton alle ondulazioni di Huygens, donde gli stupendi fenomeni dell’interferenza e della polarizzazione. Leopoldo Nobili reggiano (1823) studiò quest’ultima; e la metallocromia, la doppia calamita elettrica, la teoria delle induzioni prometteano in esso uno de’ maggiori fisici, se non moriva immaturo. La sua pila termoelettrica, ove il calore opera sul galvanometro, più di qualunque termoscopio è sensibile alle variazioni di calorico, potendosene dimostrare la velocità della trasmissione e la quantità d’irradiazione traverso ai corpi trasparenti, colla sensibilità fino di un terzo e di un quarto di grado. Macedonio Melloni, costretto coll’Amici a fuggire da Parma dopo la rivoluzione del 1830, portò seco nell’esiglio un perfezionato telescopio, e, compiute le sperienze, le offrì all’Istituto di Francia. Biot ne stese una relazione in tutta lode. Le sue scoperte consisteano nel ravvisare nel calorico raggi di natura differente, alcuni essendo trasmessi, altri intercetti da certi corpi; oltre il calore ordinario che si propaga lentamente e per diverse vie, ve n’ha uno radiante, che si comunica non per contatto, ma istantaneamente, e va sempre retto a guisa della luce. Il calore radiante è un agente distinto dalla luce? Melloni risponde di sì; laonde la triplice proprietà di scaldare, illuminare, produrre impressioni fotografiche. Morendo a Napoli, lasciò un elettroscopio (1801-1856) assai migliore de’ precedenti. Sul calorico sono pure ammirati gli studj del Belli (-1860) di Vallanzasca. Amedeo Avogadro piemontese (1776-1856) ne stabilì questa legge, che i calori specifici dei gas composti, ritenuti sotto volume costante, paragonati a quelli d’un egual volume d’aria o di un gas semplice sotto eguale temperatura e pressione, sono espressi dalla radice quadrata della somma dei numeri interi e frazionarj dei volumi dei gas semplici. E d’altri fisici illustri ci gloriamo, quali Vincenzo Antinori fiorentino; monsignor Gilj, che armò la cupola di San Pietro a Roma, isolandola con un solo parafulmine, opera gigantesca, come la meridiana tracciata su quella piazza, cui serve di gnomone l’obelisco; Lorenzo Fazzini napoletano (1787-1837) che sviluppò molti fenomeni dell’elettricità e introdusse certe eliche molto acclamate; Zantedeschi, che al domani d’ogni grande scoperta si presenta a reclamarne la priorità, quasi genio che intraveda le verità, ma senza quella pienezza scientifica che le rende effettive. Il botanico Giuseppe Raddi fiorentino, incaricato nel 1817 d’un viaggio al Brasile, poi in Egitto col Rosellini, stampò sopra alcune nuove crittogame; sulle quali il De Notaris studia in bella emulazione col Moris, cui è dovuta la _Flora sarda_, come la _Flora dalmatica_ al Devisiani. Ciro Pollini la _Flora veronese_, la piemontese il Re, la comasca il Comolli, la bergomense il Bergamaschi, la valtellinese il Massara, la tirolese il Perini e l’Ambrosi che senza maestri si meritò la stima de’ più illustri, la Pisana il Savi, che poi nella _Flora italiana_ (1818-24) raccolse le piante più belle che si coltivano nella penisola; al Bertoloni è dovuta la prima _Flora italica_, cominciata nel 1815. I veneti meneghini (_Algologia euganica_), Zanini, Massalungo; i lombardi Balsamo-Crivelli, Cornaglia, Cesati, Garovaglio faticano negli arcani di questa bella scienza, per la quale si segnalarono nel napoletano il Piccioli, il Tenore, il Gasperini, il Parlatore. Molti vegetali e insetti conservano il nome di Francesco Andrea Bonelli da Cuneo 1748-1830 buon naturalista. Giorgio Gallesio fece la _Pomona italiana_: il milanese Vittadini preparò in cera tutti i funghi. Mauro Rusconi da Pavia portò luce sulla generazione delle rane. De Filippi milanese sta fra’ megliori cultori del regno animale[291], di cui la parte ornitologica trovò un acclamato cultore in Carlo Buonaparte (-1857), e tutto un felice espositore in Giuseppe Gené. I molluschi dell’Adriatico furono studiati da Stefano Renier di Chioggia in opera che dopo trent’anni pubblicò nel 1816. Il bellunese Doglioni raccolse e pubblicò gli uccelli della sua provincia, come il Carraro da Lonigo. Il bergamasco Mangili (1767-1829) scoprì il sistema nerveo delle mignatte e delle conchiglie bivalvi, illustrò i mammiferi soggetti al letargo, la fecondazione artifiziale de’ girini, la circolazione del sangue nel mesenterio delle rane e nelle branche de’ pesci, e insegnò a rimediare coll’ammoniaca al veleno della vipera. La zoologia, non contenta di svelare l’infinitamente piccolo, cercò in grembo alla terra i frammenti d’un mondo perito, e secondo quelli determinò l’età dei terreni. Il bassanese G. B. Brocchi (1772-1826) oltre lo stato fisico del suolo di Roma, descrisse alcune località d’Italia, e massime le colline conchigliacee subappennine; preparando a indurre l’identità di formazione dei terreni terziarj non dalla giacitura, ma da’ corpi organici che contengono. Morì al Sennaar nel 1826. Scipione Breislak diede un’introduzione alla geologia, e descrisse la provincia di Milano e la Campania, e mostrò che i sette colli di Roma sono crateri di vulcani estinti. Da Gaetano Rosina avemmo ricerche mineralogico-chimiche sulle valli dell’Ossola, e osservazioni sul moto intestino dei solidi. Marzari Pencati vicentino (1769-1830) descrisse i terreni veneti e una corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria occidentale; e s’accorse che i graniti erano emersi dopo la deposizione de’ calcari conchigliferi. Da poi la geologia trovò nel Napoletano passionati cultori Nicola Covelli, il Monticelli, il Sacchi, il Pilla; in Romagna lo Scarabelli, l’Orsini, lo Spada; in Toscana Cocchi, Meneghini, Savi; in Sardegna Lamarmora; nell’alta Italia Collegno, Pasini, Zigno, Pareto, Gastaldi, Curioni, Catullo, Stoppani, Sismonda; e cogli stranieri De Buch, Dolomieu, Beaumont, Agassiz, Lyell esaminarono i nostri terreni, ed agitarono quistioni animatissime. La emersione, predicata da Beaumont, e già enunciata da Lazzaro Moro (vol. XII, pag. 585), dovè cedere alla teoria del restringimento della crosta della terra, prodotto dal raffreddarsi di essa. Nella geologia, perchè troppo ancora conghietturale, difficilissimo è determinare il merito de’ suoi cultori, talun de’ quali è appellato sommo, mentre altri lo dichiara ciarlatano. Ecco in fatti il Gorini di Lodi uscire colla teoria del plutonismo, che sventerebbe tutte le precedenti, e che in conseguenza è da tutti i precedenti repudiata. E tanto sono squisite le diligenze, che oggi si esigono dagli osservatori, che nessuno può avventurarsi, non soltanto a diversi regni della natura, ma neppure a diverse provincie del regno stesso; nè la scienza si fa progredire che colla longanime perseveranza s’un punto solo, finchè verrà qualche poderoso sintetico che valga a tutto riunire. Molti scrissero d’agraria; Filippo Re che compilava gli _Annali d’agricoltura del regno d’Italia_, il Ricci, il Malanotti, il Ridolfi, l’Onesti, il Lambruschini[292] in Toscana, a Pavia il Moretti che diè fuori una biblioteca agraria; come il bolognese Berti Pichat che riunisce una farragine di cognizioni onnigene. Già prima il Dandolo avea trattato della pastorizia, de’ bachi da seta, dei vini. Nicola Giampaolo napoletano (1751-1832) scrisse un catechismo d’agricoltura e sul rimediare all’immoralità derivata dalle ultime vicende politiche. Jacini, trattando della cognizione de’ villani in Lombardia, cercò suggerirvi miglioramenti. Agostino Bassi lodigiano (1773-1856) attese all’educazione dei merini, propagò migliori metodi della vinificazione e del caseificio; e le malattie contagiose volle dedurre da parassiti animali o vegetali. Il Gera da Conegliano, il Rizzi da Pordenone, il Freschi da San Vito, il piemontese Ragazzoni... adoprano lodevole zelo a queste applicazioni: molti cercano il rimboscamento, molti il miglioramento degli animali rurali: e gli studj di Giuseppe Gazzeri di Firenze sugl’ingrassi recherebbero gran vantaggio, se la popolazione nostra agricola gli applicasse. E società e giornali ampliano queste discipline, dove ha singolar nome l’Accademia dei Georgofili di Firenze. La chimica, magistero d’analisi per eccellenza, che persegue la materia sin nell’infima attenuazione, venne tra l’ultime scienze, e di tutte approfitta per far ogni giorno passi tanto giganteschi, da antiquare prontissimamente ciò che era fresco pur jeri. Le teoriche del flogisto di Lavoisier furono schiarite e in parte combattute dal savojardo Berthollet (1748-1822), sperimentatore diligente; il quale credette le sostanze animali si distinguessero dalle vegetali per l’azoto, conchiusione affrettata: studiò i clorati, e ottenne l’argento fulminante, che dovea poi mutar il modo d’inescazione delle armi da fuoco. Luigi Valentino Brugnatelli suddetto (pag. 541) credette la teoria di Lavoisier non rendere ragione del calorico e della luce che si sviluppano in certe emergenze, e ne trasse una teorica sua propria, denominata termossigene. Trovati suoi son pure l’acido suberico e l’eritrico; diede _Elementi di chimica_, i primi in Italia nel senso delle teoriche francesi, e una _Farmacopea_, lodata anche da forestieri. Porati migliorò la chimica applicata alla farmacia, e dappertutto s’introdussero per applicarla alle arti. Impadronitasi della pila, e collocato Davy al posto di Lavoisier, la chimica potè elidere le maggiori affinità, nè trovò corpo che non le cedesse il suo principio efficace, la sua essenza; donde le mirabili teorie degli equivalenti e del dimorfismo, che abbattono quella delle forme primitive, posta da Haüy. Gioacchino Taddei di Sanminiato (1792-1860) cercò principalmente le relazioni della chimica colla medicina e colle industrie, diede un prezioso trattato di farmacologia (1819), coprì in Firenze la prima cattedra di chimica organica (1840), migliorò i sistemi della metallurgia e della zecca, e molto occupossi dei concimi. I begli studj di Giovanni Polli milanese e del Beltrami sul sangue, le larghe applicazioni del milanese Kramer, del toscano Gazzeri, di Lorenzo Cantò da Carmagnola, del Grimelli da Modena, del Sobrero da Torino... non lasciano troppo invidiare gli stranieri, sotto de’ quali eccellenti riuscirono l’Usiglio, il Canizzari, il De Luca, il Malaguti, il veneziano Bixio, il napoletano Piria, il modenese Selmi. I romani Viale e Latini nell’atmosfera scopersero l’ammoniaca come sottocarbonaio ammoniacale, la credono dovuta alla respirazione, e che sciolta dall’acqua, ricada colla pioggia sulla superficie della terra; in opposizione a Boussingault, che crede l’ammoniaca dell’aria prodotta dai temporali. Questa scienza aspira a divenire scienza prima, e spiegherà arcani patologici e fisiologici mediante lo studio de’ fermenti. La medicina si fece migliore col distinguersi dalle affini in modo, che ciascuna si migliorasse a parte, ed essa raccogliesse il frutto di tutte per divenir sempre più vantaggiosa all’umanità. La fisiologia era in fasce, nè i fenomeni della vita si investigavano che sulle orme di Haller, e se ne curavano le alterazioni secondo gli istituti di Boerhaave e di Van Swieten: alla scuola dell’irritabilità halleriana alcuni opponevano la sensibilità; altri variavano nell’attribuirla a questo o a quell’organo; e la combattuta insensibilità dei tendini fu sostenuta dal trentino Borsieri e dal milanese Moscati (1739-1824). Questi ben meritò quando, essendo preposto alla sanità nel regno d’Italia, si raccolse intorno i giovani d’ogni capacità, ajutandoli a far prova de’ loro talenti: ma egli distrattosi in variissime discipline, non potè in alcuna primeggiare; il Borsieri applicò con maggior esattezza l’irritabilità halleriana alla teorica dell’infiammazione, sbandendo le antiche ipotesi dell’ostruzione, e squisite osservazioni esponendo con semplicità. Il cuore è l’organo più irritabile, eppure non ha nervi; prova che l’irritabilità non risiede in questi. Così dicevano gli Halleriani: ma Antonio Scarpa (tom. XII, pag. 596) ve li rinvenne, e mostrò non esistere divario di struttura fra essi nervi e quelli de’ muscoli soggetti alla volontà; non poter dunque conchiudersi che il cuore abbia un’irritabilità indipendente dai nervi cardiaci; e questi tutt’al più esser inefficaci ai moti di quello. Intanto Guglielmo Cullen di Edimburgo derivava la febbre e l’infiammazione da alteramenti dell’irritabilità; e questa teoria diffondendosi, escluse le malattie umorali, e tutto ridusse al solido vivo. Il toscano Vaccà Berlinghieri (1732-1812) lo affrontò, sostenendo che gli umori non possono soggiacere a corruzione se non fuori de’ vasi, ma che le alterazioni salubri o nocive del corpo provengono da riazione dei solidi sopra i fluidi, suscitata da fisica necessità; col che avviava al puro dinamismo e all’eccitabilità de’ moderni. Più lungo rumore levava lo scozzese Brown, che distinguendo la natura morta dalla vivente, pone la salute in una dose regolata di eccitabilità, stimolata dagli agenti esterni, sicchè le malattie si riducono a due diatesi, steniche dove cumulo, asteniche dove esaurimento del principio irritabile; e la cura nell’osservare quanta capacità abbia il malato a sopportare il rimedio opposto. Quest’apparente semplicità allettò molti, che non istettero ad osservare se, come forse tutte le teorie patologiche, fosse dedotta da principj a priori; ma sì poco cercavansi le fatiche di forestieri, che sol dieci anni dopo pubblicata, Giovanni Rasori parmense (1766-1837) conobbe a Firenze quella teoria, e cominciò sua fama col tradurla e sostenerla con vivezza di parola, penna arguta, sprezzo del senso comune, irosa beffa di chi la credea pura moda. Eppure egli stesso la modificò, o piuttosto la invertì all’occasione della petecchiale di Genova nel 1800, dove, vedendo morire i malati che curava coll’oppio e cogli spiritosi, secondo il Brown che gli stimolanti adoprava in tutte le affezioni morbide e fin nell’apoplessia, tornò alla pratica del salasso e delle purghe. In allora al lemma di Brown che tutto stimola, oppose una fondamentale distinzione de’ medicamenti, appoggiandola sulla sua teoria, detta del controstimolo. Secondo la quale, fondamento della vita sono l’azione esterna e l’eccitabilità prodotta, modi della quale sono il senso, la contrazione muscolare, i fenomeni della mente e della passione; l’eccitamento ha un’unità, talchè non si deve curare questo o quell’organo ma l’insieme; i farmachi sono stimolanti o controstimolanti, e come tali si applicano alle malattie, che provengano da eccesso o difetto di stimolo. La flogosi deriva da sviluppo di vasi venosi ingorgati, nè distrugge nè genera parti organiche. Questo dinamismo trovò molti seguaci: e Rasori lo sostenne colla pratica degli ospedali; sebbene poi sul fine ammettesse l’azione specifica di qualche rimedio, come della china nelle intermittenti. La teorica del controstimolo fu elevata e modificata da Giacomo Tommasini (1769-1846), che studiando la febbre di Livorno del 1804, la febbre gialla ed altre analoghe, diede chiare idee della diatesi, e formò una _Nuova dottrina medica italiana_, secondo la quale è negata la debolezza indiretta di Brown, proveniente da eccesso di stimolo; l’infiammazione è sempre stenica, cioè un processo vitale consistente in eccesso di stimolo; e a flogosi vanno attribuite molte malattie e febbrili e no, e acute e croniche, assegnate in prima a tutt’altre cagioni. Riduceva dunque le malattie a stimolo, controstimolo e irritazione; pure ne riconosceva alcune appartenenti ad entrambe le diatesi: e l’uso della digitale e del tartaro stibiato, e le prodighe cacciate di sangue resero famosa la scuola di quest’insigne. La sua dinamica organica segna una transazione fra la dottrina dell’eccitabilità e quella del particolarismo o mistionismo, fondata da Maurizio Bufalini di Cesena, il quale, invece d’accontentarsi delle forze, come Rasori, ripudia tutto ciò che non sia materia e azione chimica, e deriva le malattie da profonda e molecolare alterazione dell’umano organismo; e così crea la _patologia analitica_. Più si generalizzò la dottrina del francese Broussais, derivata ancora dall’irritabilità halleriana, stimolata da agenti esterni, turbandosi le funzioni se lo stimolo sia o eccessivo o deficiente: donde la localizzazione primitiva delle malattie, il carattere stenico quasi generale, l’infiammazione degli organi digestivi, e in conseguenza la cura simile a quella delle infiammazioni esterne, cioè sanguigne, bibite, ghiaccio. Anche altri contraddittori ebbe il Tommasini, quali Giuseppe Giannini da Parabiago (-1818), capo della clinica di Milano, che scrisse sulla natura delle febbri (1805), contro queste raccomandò l’immersione nell’acqua diaccia[293], gli acidi e il mercurio: lo Speranza di Cremona, repugnante agli abusi del salasso, non meno che al misto organico, all’omiopatia ed al mesmerismo, per attenersi all’osservazione pratica: il Geromini, che attribuisce gli errori della medicina all’ontologismo, e fonda la patologia sull’irritazione. Il bresciano Giacomini alle dottrine della diatesi unì scientificamente quella dell’elettività de’ medicamenti. Francesco Puccinotti urbinate, clinico nell’Università pisana, proclamò la Scuola ippocratica italiana o degli etiologi, unendo le dottrine positive dei vitalisti e dei mistionisti, conservando la validità clinica col decoro d’un’interpretazione scientifica, e accettando il progresso delle scienze ausiliari. Ai diatesisti, che fanno passivo il principio della vita, oppone gli atti spontanei naturali, e dalla natura medicatrice muove nella _Patologia induttiva_; studia assai le epidemie; divisa una filosofia medica, e traccia una _Storia filosofica della medicina_, versatissimo come è nella conoscenza degli antichi. Questo variare di sistemi fa ridere i lepidi, e fremere gli austeri; ma in realtà la pratica riesce per lo più alle medesime conchiusioni, e chi esaminò gli ospedali avverò che generalmente il numero de’ morti sta a quel de’ malati nelle medesime proporzioni, sia quando si svena, sia quando si lascia morire di pletora. Il ripetere che la scuola italiana s’attiene all’osservazione più che alle teorie, crede molto ai fatti, pochissimo alle opinioni, studia i fenomeni naturali, va cauta ne’ giudizj, indaga semplicemente il vero, e sfida abbastanza nelle forze medicatrici della natura, esprime un desiderio più che non formoli una teoria. I savj s’attengono all’osservazione, ajutata dai progressi della chimica e dell’anatomia patologica, dall’uso dello stetoscopio, modificando il trattamento a norma de’ sintomi e dell’individuo: che se alla diatesi generale prevale la localizzazione, questa si fissa men tosto sopra un organo che sopra qualche sistema. Certo è che nei medici si fa sempre più indisputata la dignità[294] ed estesa la coltura, molti occupandosi oltre la pratica, in ricerche proprie e in conoscere le altrui; la diagnosi e il trattamento sono d’assai migliorati; donde una quantità di medici buoni, mentre si deplora manchino que’ famosi, che un tempo capitanavano od anche tiranneggiavano la scienza salutare. Fra i quali Siro Borda da Pavia gran fautore del controstimolo, moltiplicò sperienze sull’acido idrocianico, sull’acqua coobata di lauroceraso, sulla digitale e altre sostanze; Locatelli da Canneto, ricusando le teorie per la pratica, combattè i Browniani; Antonio Testa (1746-1814) da Ferrara, insigne per l’opera sulle malattie del cuore, studiate pure dal piemontese Giacinto Sachero (1787-1855) che professò la dottrina de’ polsi organici, introdotta in Italia dal Gandini. Giambattista Monteggia di Laveno (1762-1815), autore delle _Istituzioni chirurgiche_, il Paletta da Montecretese, che nelle _Exercitationes patologicæ_ moltissimi fatti e vedute nuove bellamente espresse, onorarono lungamente la clinica di Milano, dove poi il Verga approfondò le malattie mentali; nelle quali, dopo Chiarugi, Baccinelli, Calvetti, Ferrarese, si esercitarono Gualandi, Bonacossa, Monti, Bini. Lodasi il trattato di Brofferio sulla emormesi. Brera migliorò la medicina jatroleptica, fondata sulla facoltà assorbente della pelle. Fossati, Pirondi e principalmente Rognetta sostengono in Francia l’onore della medicina italiana, come in Egitto Ranzi, Raggi, Grassi, Gaetani, Morandi, in Turchia, Mongeri, in Barberia Castelnuovo e Mugnaini. Eusebio Valli lucchese (-1886) studiò in Oriente il vajuolo e la peste bubonica, innestandosela; e al fine soccombette alla febbre gialla, che si procurò apposta all’Avana. Rasori pel primo esperì una statistica medica dopo il 1712 nell’ospedale di Milano, per dimostrare la superiorità del proprio metodo; e subito crebbero annali clinici, rendiconti, prospetti; viepiù da che Tommasini, nella prolusione del 1821, parlò della necessità di sottoporre a una statistica i fatti della medicina pratica, divisando anche le classificazioni. Idea lodevole, ma nell’applicazione riducendosi spesso a provare soltanto una teorica prestabilita, diviene qui, come in altre materie, un giuoco di numeri. La medicina legale ebbe ottime applicazioni; e vi attesero Speranza, Gianelli, Puccinotti, Barzelotti (1768-1739), di cui si lodarono il _Parroco istruito nella medicina_ e le _Relazioni della medicina coll’economia politica_; Omodei, autore del _Sistema di polizia medico-militare_; Buffini che ragiona sui trovatelli, piaga del secolo. Nuovi farmachi sono esibiti dalla progredente chimica, e tutti semplificati, sbandendo le ricerche polifarmache; si voltano a sanità i veleni più tremendi. Dell’innesto del vajuolo vaccino (t. XII, p. 598), esteso per quanto contrastato, il ridestarsi delle epidemie vajolose mise in dubbio la potenza preservatrice. Lunghi e pur troppo inefficaci studj occasionarono il cholera e le migliari; e la pellagra, di cui scrissero Cerri, Strambio, Marzari, Frapolli, Ballardini, Carlo Gallo, Caldarini, Rizzi, Fanzago ed altri lombardi. Gli stromenti chirurgici furono perfezionati, e molti ne introdussero l’Assalini di Modena per l’ostetricia, il Signoroni di Adro per le ernie e per avere primo tentato la demolizione della mascella inferiore. Il Donegani di Como e lo Schiantarelli di Brescia ebbero nome per operazioni intorno agli occhi. Paolo Mascagni sienese (1755-1815) volle passare in rassegna tutte le scoperte astronomiche d’antichi e moderni, e valutarne il merito; colle injezioni esaminò le parti tutte della testura umana, principalmente vasi linfatici; nell’_Anatomia per uso degli artisti_ offrì le più giuste proporzioni del corpo umano ben conformato e lasciolla postuma, come anche la _Grande anatomia_, dove con incomparabile esattezza sono rappresentati gli elementi del corpo. Si pretende volesse usurparsela quel côrso Antonmarchi, che assistette agli ultimi momenti di Napoleone nell’isola di Sant’Elena; e i professori Vaccà e Barzelotti si unirono al professore Rosini stampatore per terminarla e pubblicarla a grave dispendio. Fra gli anatomisti il torinese Bianchi intorno al fegato dissentì da Morgagni; il Rolando pure torinese è arguto esploratore del cervello, il Bellingeri del sistema nervoso e del midollo spinale, il Lippi della comunicazione delle vene coi vasi linfatici, il Barbieri delle vescicole spermatiche, corretti e superati dal vicentino Panizza, che la gloria del Mascagni sostiene co’ suoi studj sui vasi linfatici, sul fungo midollare e la depressione della cataratta. Porta mostrasi indagatore sottile non meno che esperto operatore: il Corti esplora il magistero dell’udito; De Filippi, Gastaldi, Pacini volgonsi principalmente all’istiologia; Giuseppe Cantù cresce il museo anatomico torinese con bei preparati in cera. Tra i fisiologi, dopo il napoletano Tommasi, non potrebbero dimenticarsi i veneti Nardo e Berti. Il Vittadini pretendea mutare la teoria della visione, ad onta degli anatomici e dei fisici; alla quale ricerca si volsero e Dell’Acqua, e Polli, e Cattaneo, e Trinchinetti. Il Petropoli, che nel 1808 coll’_Etiologia_ riprovava i sistemi adottati nelle scienze fisiologiche, qui ricordiamo solo pel suo famoso paradosso, _Matematica e poesia condannate dalla ragione_. Coi metodi di Tronchina e Passeri si agevolò l’imbalsamazione; e gran rumore di prose e versi levossi attorno al bellunese Segato (1793-1836), allorchè annunziò poter ridurre lapidei i tessuti animali. Non trovando soscrittori per trentamila lire onde pubblicare la sua scoverta, viveva a Firenze lavorando da calcografo, esponendo i viaggi che aveva fatto in Africa, e presto morì. Lo contraddissero il tempo e Giovanni Rossi sarzanese, valentissimo operatore, che l’Università di Parma arricchì di preziosi preparati, e primo in Italia eseguì l’esofagotomia: ma sul modo di conservare i cadaveri e le carni mangereccie volgonsi ora tante attenzioni, che fanno sperare la riuscita[295]. Francesco Aglietti bresciano, trovando a Venezia già preoccupati i seggi dell’arte sua dal Paitoni, dal Lotti, dal Pellegrini, dal Cullodrowitz, dal Pezzi, fondò il _Giornale per servire alla storia della medicina_ (1783), coadjuvato da Stefano Gallino illustre fisiologo e da altri; e può dirsi instauratore dell’anatomia patologica. Pubblicava pure le _Memorie per servire alla storia letteraria e civile_ (1793), con retti giudizj e buoni estratti di opere, e promosse la fondazione della società veneta di medicina (1789) di cui fu segretario e presidente. Luigi Valeriano Brera illustre clinico cominciò nel 1812 un giornale di medicina pratica. Gli _Annali_ a Milano furono tenuti in lungo credito dall’Omodei, poi dal Caldarini e dal Griffini, ed emulati dalla _Gazzetta medica_ dello Strambio e del Bertani. E ne’ giornali moltiplicatisi, meglio che in questi nostri cenni da ignorante, saranno a cercare i nomi illustri d’una scienza, di cui, come della politica e con altrettanta presunzione ed ignoranza, vogliamo parlare tutti, e che fu estesa, quanto al passato, con copiosa erudizione dal dottore De Renzi napoletano, arricchendola di particolarità e sui sistemi e sulle persone: e meglio dal Puccinotti, mentre altre prolissamente sono aggiunte alla traduzione della _Storia pragmatica_ dello Sprengel; altre ogni giorno compajono in sapienti monografie, fra cui vogliamo citare quelle del Perini e del Ferrario. Come Broussais localizzava le malattie, così Gall localizzò le facoltà colla frenologia, alla quale non mancarono cultori e contraddittori in Italia[296], benchè i più siansi accontentati alla codarda futilità di celie ed epigrammi. Altrettanto avvenne dell’idropatia e dell’omiopatia. Quest’ultima fu coltivata specialmente dal Rucco napoletano, e che ito in Francia nel 1814, pubblicò i _Nuovi elementi di materia medica_, e più tardi l’_Esprit de la médecine ancienne et nouvelle comparée_ (1846), e la _Médecine de la nature protectrice de la vie humaine_ (1855). Fino dal primo estendersi delle scoperte elettriche, il veneziano Pivati avea preteso potersi ottenere l’effetto da farmachi senza introdurli nel corpo, e solo col metterli in bottiglie vitree elettrizzate. Il mesmerismo risorse testè con nuove forme e nuovo corredo di scienza e di fatti tali, da non poter più gettarsi da un canto come fanciullaggine; e se è troppo lo sperarne portentose guarigioni nè scoprimento di verità, offrirà ragioni di molti fatti che nella storia è temerità il negare, sebbene non sia possibile spiegare. Fa vent’anni noi proclamavamo che «coloro i quali ammettono solo ciò che comprendono, e ripudiano ciò che non si brancica e taglia, trovando le teorie fisiologiche inette ad abbracciare e spiegare i fatti magnetici, li negano risolutamente: ma più che dai nemici, dalle esagerazioni de’ sostenitori è posta in compromesso questa scienza, che forse recherà tanta luce sopra l’azione nervosa.» Davanti a questi avanzamenti delle scienze fisiche, allo smisurato aumentarsene della potenza dell’uomo e del suo imperio sulla natura, inorgogliscono alcuni: altri mestamente si domandano se tali incrementi sieno civiltà, quanto ajutino il progresso morale e civile, e se non diano viziosa prevalenza al sensibile sovra l’intelligibile. CAPITOLO CLXXXVIII. Belle arti. Il privilegio di esprimere in creazioni concatenate l’evoluzione del genio dei popoli fu tolto alle belle arti dalla letteratura, sicchè esse decaddero ne’ tempi nuovi, ma subirono i medesimi influssi di questa. Nella rivoluzione, tutta di Bruti e Timoleoni, stettero classiche affatto; e la scuola di David, imitante il movimento esterno antico colla pretensione di rappresentare idee gravi in istile castigato, dominò l’età napoleonica, per ricerca della correzione dando nel freddo, pel contegno arrivando a una semplicità manierata, e sotto la pompa di una falsa scienza comprimendo l’originalità, così propria de’ primi maestri di Grecia e d’Italia. Che il revocare all’arte greca come temperamento transitorio è opportunissimo, ma non il volerla costituire principio estetico rigeneratore. Andrea Appiani (tomo XII, p. 532) nei chiaroscuri pel reale palazzo di Milano ritraendo i fasti di Buonaparte, s’ingegnò di adattare il panneggiare antico alle truppe moderne; poi ivi stesso e alla Villa frescò l’apoteosi di Napoleone: lavori che gli meritarono il titolo di pittore delle Grazie; e come arte classica, difficilmente sarà superato. Da questa scuola uscirono Pietro Benvenuti d’Arezzo (1769-1844), che a Firenze, dove fu direttore dell’Accademia, effigiò nel palazzo Pitti le fatiche d’Ercole, l’opera più acclamata del tempo[297], e la cupola di San Lorenzo, ad Arezzo il trionfo di Giuditta, il conte Ugolino ed altri quadri; il parmigiano Gaspare Landi (1756-1830), di cui fu tanto lodato il Cristo che va al Calvario: il Camuccini, Giuseppe Colignon, Giuseppe Bezzuoli, Francesco Nenci fiorentini, l’Errante siciliano, il Boldrini vicentino, altri grandiosi ed esanimi dipintori, i quali, fioriti in età retorica, ebbero magnifici encomj, mentre ai successivi toccò comprarsi qualche povero articolo di giornali. In gara col gloriato Benvenuti lavorò Luigi Sabatelli (1772-1850), professore dell’Accademia di Milano, che meglio pratico dell’affresco, parve scarso di stile, e non bene intelligente del chiaroscuro e delle distanze prospettiche: nella tribuna di Galileo riuscì meglio che a Pitti e a Pistoja e nella peste di Firenze, nella benedizione dei fanciulli unì ricca fantasia e stile grande. Più che Rafaello raccomandava a’ giovani di studiare i Caracci nella sala Farnese in Roma. I due suoi figli Francesco e Giuseppe prometteano largamente se non fossero morti così giovani. Molti costruivano in quel modo, strettamente imitatore, con distribuzioni grandiose, ed absidi ed esedre frequenti, escludendo le lesene dagli intercolunnj, attenendosi quasi solo al dorico, e riuscendo a un liscio freddo e monotono. Camporesi a Roma dirigeva le feste imperiali, e disegnò piazza Popolo coll’attiguo giardino. Il marchese Luigi Cagnola (1762-1830) alzò in Milano l’arco del Sempione, ch’è de’ più grandi e il più bello di tal genere; e chiese, palazzi, torri disegnò con gusto correttissimo, dai classici non si scostando neppure in edifizj di cui quelli non poteano aver idea. Della qual maniera sarebbe stato il capolavoro il Foro Buonaparte, vasta spianata attorno allo smantellato castello di Milano, che si pensò circondare di tutti gli edifizj occorrenti a gran città; tempio (non dovea dirsi chiesa), ginnasj, palestra, teatro, odeon, terme, e insieme uffizj, cantieri con canali, caserme. Fu ideato dall’Antolini, che negli _Elementi di architettura_ aveva fatto una rapsodia di Palladio e Vignola: alla stampa de’ disegni accompagnò una descrizione il Giordani: tutto nel classico più pretto, senza commettere una sola originalità, se non fosse quella di Gaetano Cattaneo, che nel mezzo collocava una gran torre, rappresentante l’erma di Napoleone, su cui la corona ferrea serviva di terrazzo accessibile. Non si edificò che l’anfiteatro veramente bello, pure non credemmo vano addurre questo testimonio delle fantasie d’allora. Nella città stessa si appose fretta e furia una facciata al duomo, rimpastando disegni anteriori, e conservando quello che di barocco o di romano aveanvi intruso i secoli precedenti; nel che all’Amati servono di scusa gli ordini imperiali, che non soffrivano nè riflessioni nè dilazione. Ma egli stesso quando, più tardi e liberissimo, ebbe ad erigere di pianta una chiesa a San Carlo, non seppe che copiare il panteon, alterandone le proporzioni, e sepellendolo fra due edifizj giganteggianti. Maggior lavoro diede allora il convertire in teatri, in caserme, in prigioni i monasteri e le chiese; e il farnetico dell’abbellire, del rinfrescare, dell’allineare, non è a dire quanto guastasse in un tempo che niun rispetto usava all’antichità, se non fosse romana o greca. Il Canova, nel ritrarre i Napoleonidi e nel supplire alle statue trasportate a Parigi, riuscì minore di sè; pure lungo tempo rimase indisputato re della scultura. A Milano Pacetti, Comolli, Acquisiti, Grazioso Rusca, Gaetano Monti, Pompeo Marchesi teneansi al sajo di quel maestro, e quest’ultimo ebbe poi le più segnalate commissioni che ad artista toccassero, in monumenti regj e nel gruppo del Venerdì santo, il più grandioso che modernamente si eseguisse e uno dei più infelici. Solo a fianco di Canova reggeasi Thorwaldsen (1844); e mentre quello aspirava alla grazia, modificando e la natura e i classici, il danese voleva la grandezza e la forza, per le quali però talora dava nell’enfasi e mancava di finezza, e sebbene studiasse il concetto, abbandonavasi poi nell’esecuzione. I ticinesi Albertolli a Milano rendeano corretto e sobrio il gusto fino al secco; poi, dopo Gerli e Vacani, il Moglia introduceva uno stile castigato eppure di effetto; nelle superbe modanature dell’arco della Pace, e nella _Collezione d’oggetti ornamentali e architettonici_ congiungeva l’assiduo studio dell’antico coll’abilità di applicarlo al moderno. Teoriche superiori al bello sensibile e all’eclettismo non si conosceano; e coloro che, al principio del secolo, ci rubavano i Guidi e i Caracci, non c’invidiavano i Gioito, i Masaccio, i Signorelli: tanto una spigolistra illibatezza era insensibile a quanto non fosse artisticamente acconciato. Giuseppe Bossi milanese (1777-1815), uomo dei più colti ed amabili, appassionato de’ libri, disegnava correttissimo, ma non avea l’organo del colorito; all’Accademia di Milano formò una scuola, propensa a sentenziare più che abile ad eseguire, e incaricato di copiare il Cenacolo di Leonardo, scrisse su di esso un’opera dove mai non sorge dall’analisi delle forme alla sintesi del concetto. La principessa di Galles (pag. 308) che lungamente divertì e scandalezzò l’Italia, volle essere ritratta dal Bossi seminuda; sicchè dovendo tenersi in ambiente caldissimo, egli ne contrasse una malattia che precipitò la sua fine. Leopoldo Cicognara ferrarese (1767-1831) nella _Storia della scultura_ non osa negare ogni senso di bellezza al medioevo, ma non vede risorgimento che col rifarsi all’antico; tutto è più bello e grande quanto meglio all’antico si accosta. L’idea poi, la convenienza non sono quistioni da lui; Napoleone e Canova devono segnare l’apogeo dell’arte possibile: divaga in quistioni biografiche di lieve conto, eppure incoglie in molte inesattezze; descrive a lungo monumenti di secondario interesse, nè ha estesa comprensiva dell’arte; per l’Italia dimentica Francia e Germania, e vuol persuadere che le guerre dieno impulso alle arti. Così ispiravano o imponevano i tempi. Ma già alla vita napoleonica tutta esterna, rappresentata da Monti, Gianni, Canova, Camuccini, Rossini, Viganò, era sottentrato il genio tranquillo e pensieroso della storica verità, dell’ingenua natura. Appreso allora a rispettare il medioevo, a cercare sotto alla forma il pensiero, e vedere l’arte come un linguaggio dell’umanità, una manifestazione dell’incivilimento, si applicarono le teoriche, maggiore indipendenza di giudizj, più profondità nelle ricerche d’un piacere estetico, il quale spesso va in ragione inversa del diletto sensuale. Già può vedersene lampo in G. B. Niccolini, che talvolta elevò l’arte al patriotismo; in Serradifalco, che riprodusse i monumenti siculi con riverenza; fino nel Canina e nel Nardini-Nespolti, che devotissimi all’arte classica, pur cercano intenderla alla moderna; ma più in Tommaseo e in Selvatico, rivolti a discoprire nelle opere il pensiero, che doveva essere creato nella mente dell’artista prima che egli lo esternasse sulla tela o col marmo. Quest’ultimo, applicando a noi l’estetica tedesca, della scuola veneta principalmente offre un concetto differente dal vulgato; richiama in onore i Trecentisti e Quattrocentisti, ed altri vanti prima dei Bellini, del Giorgione, dello Squarcione; deplora il naturalismo introdotto dal Mantegna e dal Cima, che pure loda assai; come loda Tiziano ma non l’adora, credendo suo dovere l’additarne ai giovani i traviamenti. Ne crollano il capo quei che pretendono che il sentimento e la pratica devano prevalere alle ingegnose combinazioni teoriche, e che i concetti estetici sieno baje in un’arte, diretta principalmente a toccare i sensi, e che il bello non sia scienza metafisica, ma raccolta empirica. E come si fischiò ai Romantici che dagli Arcadici voleano richiamare a Dante e al Trecento, così scandolezzarono coloro che dissero Guido e i Caracci non essere modelli, e meglio valere Giotto e frate Angelico; e il titolo di Puristi fu una taccia in opposizione degli Accademici. Ma essi a Roma posero fuori una specie di professione di fede, sottoscritta da Federico Owerbeck tedesco, e da Tenerani, Tommaso Minardi, Antonio Bianchini: gente che dall’arte pretendeano qualcosa più che le forme e il luccicante e il prestigio; più che la semplice imitazione della natura, per la quale non differirebbero di merito il pittore storico e quello di fiori e d’animali. Già la scoperta dei marmi d’Egina e del Partenone aveva alzato a riconoscere un bello robusto, superiore a quello della seconda età, che unica s’era fin là ammirata; e Tenerani, chiesto con Thorwaldsen a restaurarli, comprese lo stile grande di Fidia, che pareva duro agli idolatri della correttezza. Ma nemico dell’esclusivo, ed accettando il bello semplice e d’ogni tempo, il Tenerani riuscì grande, vuoi nelle grazie della Psiche o nella grandiosità del Giovanni evangelista e dell’Angelo del giudizio, e principalmente nei monumenti sepolcrali, siano eroici come quello di Bolivar, o domestici come quelli di Merser o della Sapia. Allora Finelli concepiva robustamente ed eseguiva squisitamente opere originali, fra cui il Lucifero; e dietro a que’ maestri spingeansi a Roma il Galli, l’Amici, il Bienaimé, il Revelli, l’Obici, il Tadolini.... Lorenzo Bartolini (1777-1850), nato a Savignano da un ferrajo, si ostina alla scultura, e, lottando coll’indigenza, pur si trafora a Parigi nello studio di David: ma non che copiarlo, si volge alla natura; quanto gli antichi, stima i Quattrocentisti nostri; nelle opere sue mira ad una verità, che pareva sregolatezza e gli attirava le beffe. Concorso al premio, non l’ottiene, eppure fissa l’attenzione, e gli si affida la battaglia d’Austerlitz per la colonna di piazza Vendôme: poi la granduchessa Elisa lo chiama professore a Carrara. Si arricciavano gli idealisti adoratori di Canova, chi compassionandolo, chi non parlandone; inoltre era odiato come napoleonista, e al cadere dei Buonaparte gli fu invaso lo studio e spezzati i modelli. Egli, per guadagnare, lavora a Firenze vasi d’alabastro e statuine: ma i forestieri gli moltiplicano commissioni, una Baccante per Londra, il Pigiator d’uva per Parigi, ritratti per molti; intanto che gli artisti compatrioti non rifinivano d’osteggiarlo per quest’audacia di cercar il vero, risalire ai Quattrocentisti, non compassare le sue statue sulle antiche; e diceano materializzasse invece d’idealizzare, come i Classicisti diceano che i Romantici repudiavano la correzione, intendendo una correzione tutta esterna, la sintassi non l’ispirazione, l’applicare l’antico a tutti i soggetti per quanto differenti. Ma Bartolini variava e concetti e stile nel Machiavelli agli Uffizj, nella Carità ai Pitti, nell’Astianatte precipitato dalle mura di Troja, ne’ monumenti funerarj, sebbene, troppo lavorando, negligentasse l’esecuzione e il pensiero, e abbandonando la squisita scelta greca, non giungesse all’idealità cristiana, per puntiglio cadendo nel naturalismo. Nel 1839 fatto finalmente professore all’Accademia, offre per modello anche dei gobbi: il _Diario_ di Roma prorompe contro il nuovo Erostrato, adoratore del brutto; il Bartolini risponde[298] che il suo Esopo meditando le favole doveva avvezzare a sottrarsi dalle solite generalità, e cogliere forme caratteristiche, poichè ogni cosa in natura ha una bellezza propria, relativamente al soggetto che si tratta; e perciò erano grandi Fidia, Murillo, Donatello, Michelangelo e Leonardo; doversi cercar quel _bello naturale_ che è la verità profondamente risentita, compiuta da un’intenzione morale, che non può essere annichilita nè degradata dalle condizioni fisiche più apparentemente sgradevoli. Stizzito delle violenze, adottò per sigillo un gobbo che strozza una serpe; nel suo giardino collocò un monumento colle parole criticategli dal _Diario_: rispondendo all’insistente critica, spiegava meglio a se stesso il suo concetto, modificandone l’assolutezza, ma insieme esagerava: e protestando del suo rispetto per l’arte antica, veniva a tradirla. Il romanticismo insomma penetrava anche nelle arti: ma qui pure, anzichè impararne la necessità del vero, l’espressione d’un pensiere studiato, d’una fede profonda, il parlare alla ragione e al sentimento più che ai sensi, la turba, massimamente fra i pittori, limitavasi a cambiar soggetti, preferendo i moderni e del medioevo o della Grecia, con pittoresca novità e con attrattiva storica e scene passionate; ancora contentandosi del primo concetto che rampolla, comechè meramente esteriore e materiale; sopperendo allo scarso sentimento colla maggior verità di costumi e d’espressione, con linee più pure, miglior ordine, più gustosa distribuzione, ma lasciando mancare quell’alito interno, che palesi avere l’artista studiata l’idea, prima di disporre le forme, essersi accorto che il bello dev’essere splendore del vero e divenir educatore, eccitando la commozione, combattendo l’istinto o il calcolo egoistico. In tal campo grandeggiarono i pittori Politi, Lipparini, Grigoletti, Bezzuoli, e principalmente Francesco Hayez veneziano (n. 1791). Creato alla scuola statuaria, vi sovrappose un magico colorito, che vela gli atteggiamenti convenzionali e l’aggraziata eleganza, viepiù spiccando di mezzo allo smunto di Agricola e di Camuccini, sicchè anche gli stilisti lo pregiarono, e Andrea Appiani fece premiare il Laocoonte, esposto a concorso a petto d’un lavoro a cui egli medesimo avea messo mano; e quando il gazzettiere ostinavasi a vilipenderlo, l’incisore Longhi uscì protestando che se il tempo e l’età glielo permettessero, tornerebbe a incidere una di quelle opere. Questo indefesso artista, più immaginoso che filosofico, sollecito della linea più che dell’espressione morale, preferisce soggetti simpatici, quali l’addio del Carmagnola alla famiglia, il bacio di Giulietta e Romeo, i Vespri siciliani, Maria Stuarda, Pietro Eremita ed altri lodatissimi, di cui si chiesero ripetizioni. Appostogli che ogni cura desse al vestito e facesse solo fantoccini, e composizioni di genere piuttosto che storiche, eseguì dei nudi come la Bersabea, l’Ajace Oileo, le figlie di Lot, la Maddalena; oltre il gran quadro accademico della sete di Gerusalemme. I ritratti suoi non cedono a qualunque sommo, e quando volle esprimere un affetto, seppe ritrarre le più difficili gradazioni, e fino la dissimulazione; con infinita varietà di fisionomie, se anche non sempre decorose e talora peccanti di naturalismo. Quanta distanza da lui ai tanti che lo imitarono, rappresentanti e coloristi, alcuni dei quali degenerano nel lezioso, alcuni s’affidano con superba negligenza al tocco, mancando e di verità e d’ideale! Il bolognese Pelagio Palagi, coloritore splendido e compositore grandioso fece ottimi scolari nell’Accademia di Milano prima che a Torino si buttasse all’architettura. Giovanni Demin bellunese gettò grandiosi affreschi a Ceneda, a San Cassiano del Meschio, a Caneva, a Belluno, e in molte villeggiature. Nel quale artifizio primeggiò anche il milanese Comerio. Chi pareggia la femminea venustà degli Schiavoni veneziani? E Gazzotto, De Andrea, Peterlin, Busato, Zona, Gatteri, Molmenti... sostengono l’onore della scuola veneta, alla quale Paoletti (-1847) si conservò fedele anche tra le commissioni estemporanee di Roma, e sarebbe salito ad alto punto se non periva giovane: sorte toccata pure a Vitale Sala brianzuolo, al Nappi, ai figli di Sabatelli, al Bellosio comasco, di cui ammirano a Torino la scena del diluvio. A Roma il bergamasco Coghetti contrasse del manierato nell’eseguire dipinti che tengono piuttosto del decorativo; nè se ne schermì il Podesti, tutto festoso di colorito e d’azione, e vario ne’ caratteri. Questi, con Gagliardi, Mariani, Cisari, Calamaj, Oberici, Consoli... tengono il campo della pittura in quella città, dove Minardi richiama sempre a pensamenti severi e dignitosi. Il milanese Arienti con forza e sentimento commove ed eleva in soggetti bene scelti e sobriamente trattati. Il modenese Malatesta raggiunge il carattere storico e la splendida espressione. Il toscano Pollastrelli levò rumore coll’esiglio volontario de’ Sienesi, composizione tutta vita e sentimento. Giuseppe Diotti, tutto accademico, nella scuola di Bergamo formò lodati scolari, fra cui primeggiano Scuri e Trecourt. E a ciascuno di questi s’affiglia uno stuolo di valenti: ma se anche gli onori della storia non fossero riservati ai caposcuola, tant’è l’abbondanza de’ pittori in ogni paese, dall’Oliva, dal Morelli, dal Rapisardi di Napoli sino al Gonin, al Gamba, al Beccaria, al Ferri piemontesi, che una lunga commemorazione non farebbe se non offendere i molti che inevitabilmente resterebbero dimentichi, o giudicati a detta. Tante chiese disacrate offersero quadri e statue da formar gallerie, le quali spostandole ne tolsero metà della significazione, ma sembrarono ornamento necessario delle città quando il dar favore alle arti fu creduto un dovere o un orpello dai Governi che istituirono dappertutto accademie, premj, esposizioni. Ma che? gli artisti non pensarono tanto a far bene secondo il sentimento, quanto a carezzare il pubblico, e meritarsi lode dai giornalisti e commissioni. Se ne immiserì l’arte, fatta servile alla moda, ai piccoli appartamenti, alla decorazione, al teatrale; nelle accademie s’insegnò nel modo e dalle persone che piacevano al Governo; colla regolarità impedendo gli ardimenti, i quali traverso alla scorrezione possono riuscire all’originalità. Ne derivò estensione di buon gusto, scarsezza di genio; moltiplicazione di artisti, penuria di sommi. E la diffusione fu favorita anche dalla litografia, per la quale si divulgarono i capolavori d’altri paesi: ma i nostri v’ebbero poca lode, se eccettuiamo il Fanolli di Cittadella che nelle Willis raggiunse forse il supremo di quella maestria. Ne restò trafitta l’incisione; e se Giuseppe Longhi, il quale aveva anche pretensioni letterarie e scrisse della calcografia[299], se Toschi, Jesi, Anderloni, Garavaglia, Raimondi, Aloisio e poc’altri attesero ancora al gran genere, i più dovettero ridurla a mestiere, eseguendo di fretta piccoli intagli per ornare libri. Mauro Gandolfi bolognese (-1834), uomo bizzarro ed eccellente acquarellista, seppe variare a norma dei soggetti; e la sua gloria rivisse nel figlio scultore. Vuole un ricordo a parte Battista Pinelli (-1835), figlio d’un fabbricatore di figurine di majolica, che ajutato dal principe Lambertini di Bologna, a Roma, oltre moltiplicare disegni di quadri classici per vendere a curiosi e forestieri, studiò su Michelangelo e Rafaello l’arte d’aggruppare figure, e si applicò a schizzare alcuni fatti storici, lodatigli dagli amatori del fare spiritoso, quanto disapprovati dagli accademici; e acquistò tal facilità, che quale si fosse soggetto schizzava lì lì con vigore e nettezza singolare; vero improvvisatore in disegno. Cominciò una raccolta di costumi, verissimi e pieni di carattere, e paesaggi dei contorni di Roma, poi i Buffi, e via via innumerevoli collezioni di disegni, e illustrazioni di Virgilio e Dante, ma principalmente le scene di Trasteverini, di Ciuciari, di Minenti, dell’altre così caratteristiche figure della plebe romana. Il più lavorava all’acqua forte, al qual modo eseguì cinquantadue tavole d’illustrazioni al Meo Patacca[300]. Dipingeva pure all’olio o all’acquarello, facea statue e gruppi di popolani della campagna romana; obbligato sempre per vivere a vendersi a mercanti, e confuso col popolo che copiava. Dalla scuola di San Michele a Roma vennero incisori, che levarono fama in tutt’Europa, quali Mercuri, Lelli, Martini, Calamatta, che dal ministero francese fu incaricato d’incidere tutta la galleria di Versailles o dirigere, e nel voto di Luigi XIII di Ingres, nella Francesca da Rimini di Ary Scheffer, seppe dare a quelle belle opere ciò che loro mancava pel colorito. Lodano pure la sua maschera di Napoleone, il ritratto di molti insigni; attorno alla Gioconda di Leonardo faticò vent’anni; e sarà forse l’ultimo gran maestro di bulino, dacchè la fotografia riproduce i quadri con un’irraggiungibile finezza, e ogni giorno acquista un nuovo perfezionamento. Quella tradizione di metodi e di idee, che ricevuta dagli antecedenti, si trasmette ai successivi come eredità vitale, e che costituisce le scuole, più non trovasi oggi, qualora escludiamo coloro che s’acchiocciolarono nell’imitazione: nessuno pensa ad aggiungere un nuovo raffinamento a un’intenzione comune, conservata con coerenza; si vorrebbe ogni cosa a fantasia, ma neppure questa è inventrice, attesochè si piglia per modello da chi frate Angelico, da chi Van Dick, da chi Tiziano, da chi il Tiepolo, e questa si pretende novità. Nella stessa imitazione del vero, l’esclusione dell’ideale restringe a riprodurre copie esatte della natura; il che dispensa dall’addentrarsi nelle tradizioni, elaborate dai secoli; e l’attività intellettuale, ch’è tanto cresciuta, si esercita sopra accessorj con sottigliezze superflue, poi con nocevoli. E in fatto viepiù si attese ai generi inferiori, il ritratto, i quadri di genere, il paesaggio. Le nevicate di Fidanza, i paesi del Gozzi destavano applausi nel regno d’Italia: Migliara parve prodigioso nel diffondere e raccogliere la luce, ma ben presto gli fu tolto il campo da Canella, da Bisi, da Ricardi, da Renica, da Moja, da cento. Le scene di genere, se troppo spesso cadono nella vulgarità, sono talvolta affettuose, ed anche educatrici sotto il pennello di Induno, di Stella, di Mazza, di Scatola, di Zuccóli. Nè vuolsi dimenticare un lavoro speciale, le scene da teatro, sfoggi di ricchezza e prospettiva, talvolta veramente stupendi, e che durano soltanto una rappresentazione. La scuola fondata a Milano dal Perego, s’illustrò del Sanquirico e de’ migliori suoi discepoli. L’esempio di Bartolini e la maggior coltura introdottasi negli artisti, operò in questi ultimi anni un felice ritorno verso il naturale, massime nelle sculture. E già il Zandomeneghi e il Fracaroli, allievi del vecchio Ferrari, s’erano posti in alto, donde con Sangiorgio, Cacciatori, Fedi, Fantachiotti, Somaini allevarono una generazione di epigoni, quali il Minisini, il Galli, il Miglioretti, il Cambi, il Rinaldi, il Costoli, l’Obici, il Seleroni, il Pierotti, il Motelli, il Benzoni, lo Strazza... mentre il Pandiani s’affina nelle grazie voluttuose. Ma quando fra gli accademici tipi del Marchesi, del Monti, del Baruzzi arrivò la Fiducia in Dio, quella naturalezza parve inaspettatissima originalità, e gl’imitatori si rivolsero al Trecento, oppure colsero la natura sul vero, e la copiarono con sincerità. Da qui uscirono il Fanciullo pregante di Pampaloni, l’Abele morente di Duprè, le Madonne dell’affettuoso Santarelli, le ascetiche figure del Mussini a Firenze; a Milano nel Masaniello di Putinatti, nel Socrate e nella Leggente del Magni (-1877), nella Sposa de’ Cantici... apparvero felici tentativi di trasfondere nel marmo il pensiero; e generosi prodotti ne furono l’Angelo della risurrezione e i Pitocchi del Ferrari e lo Spartaco del Vela, nomi che col Duprè rimarranno fra i sommi. All’architettura si offersero molteplici occasioni, ma piuttosto nel genio civile, dove poi si tende a improvvisare e colpire istantaneamente, più che ad acconciar l’arte ai nuovi bisogni. Al più manca, ed è tristissimo sintomo, il carattere; nè, scrutati gli elementi dell’arte antica, sanno concatenarli con ordine diverso e a diversa destinazione. Quelle facciate con cornici e lesene non lasciano spazio alle gelosie, perchè sconosciute agli antichi; le sporgenze rimbalzano la pioggia; elmi ed archi repugnano alla vita pacifica odierna; le case dovrebbero conformarsi al viver isolato d’adesso, quando cessò ogni numerosa clientela, ed ornarsi col meglio de’ diversi paesi, bellezza cosmopolitica, opportuna se sappiasi regolare la scelta. Dogane, bazar, stazioni di strade ferrate, sta bene il modellarli ancora sugli edifizj di Pesto e di Pompej? divulgato il ferro e il legno, sarà necessario stringersi alle proporzioni, a cui obbligava la pietra? Moltissime chiese ebbero a rifabbricarsi, molte ad erigersi di pianta, e le più segnalate furono imitazione sconveniente d’antichi, come il San Francesco di Paola a Napoli e il San Carlo a Milano. Il luganese Canonica eseguì con grande intelligenza molti teatri e l’arena di Milano; dove poi belle case e buone chiese produssero il Moraglia, il Tatti, il Peverelli..., e dove la scuola ornamentale fu sostenuta dal Sidoli e dal Durelli, che copiò e incise i lavori della Certosa di Pavia, lavoro squisito, eppur infedele al carattere; sentimento nel quale i nostri rimangono al dissotto. Il Miglioranza abbella Vicenza, e fa arguti studj sul teatro di Berga che vi si dissepellisce. Il feltrino Segusini, oltre i teatri di Belluno e di Innspruk, di Conegliano, rimodernò chiese e palazzi e preparò un ammirato progetto pel duomo di Rovereto. Al Vantini di Brescia (-1856) porse insigne occasione quel camposanto, che lo loda ben più della porta Orientale a Milano. Giuseppe Bonomi romano (1739-1808) molto e bene architettò in Inghilterra, e insignemente nel palazzo del duca d’Argyle nel Dumbartonshire. Pasquale Poccianti (-1858) mantenne lo stile classico in Toscana. Il Digny di Firenze (-1844) fece il lazzaretto di Odessa e molte opere in Toscana, ove promosse quanto volgeasi al progresso, e dove i posteri gli vorranno tener conto degl’infiniti studj fatti per terminare la facciata del duomo. Spaziare in piccola area, spinger l’occhio ove non arriva il piede, e illudere sulle dimensioni per mezzo degli oggetti interposti, e sussidiarsi con storia, mitologia, pittura, epigrafia, furono le arti per cui il padovano Jappelli (1783-1852) fu salutato l’Ariosto dei giardini. Le costruzioni in ferro e cristallo furono un campo nuovo, non ancora pienamente esplorato. Dalle fonderie del Manfredini di Milano uscì lo stupendo soprornato dell’arco del Sempione: nè minori eleganze produssero quelle del Pandiani. Silvestro Mariotti di Pontedera (1794-1837) meravigliò con stupendi ceselli Pistoja e Livorno, come Milano Desiderio Cesari. Per incidere medaglie si segnalarono i romani Giovanni Calandrili a Berlino, Benedetto Pistrucci a Londra, Giuseppe Girometti; e nell’incavo delle pietre dure il milanese Berini, il cremonese Beltrami, i romani Giovanni e Luigi Pichler. L’arte dei vetri dipinti fu ridesta dai Bertini milanesi e dal fiorentino Botti. Si possono ricordare e Gioachino Barberi romano valente mosaicista, e lo smaltista Bagatti, e il Barbetti sienese e Sante Monelli fermano, intagliatori di cofanetti e altre opere di legno. Continuarono artisti nostri a ornar i paesi forestieri. Un figlio di Ennio Quirino Visconti invidiato e lodato durò tutta la vita a Parigi, architetto di quei re: il Bosio ornò quella capitale di buone opere, come il Marochetti d’origine italiana. Mosca fu riedificata dai nostri, massime dal luganese Gilardi: il bergamasco Quarenghi, poi il luganese Fossati furono architetti della Corte russa; e quest’ultimo lavorò assai a Costantinopoli, e vi restaurò Santa Sofia, della quale moschea diede una suntuosa descrizione. Principalmente dai laghi lombardi e dal canton Ticino vanno architetti e scultori dovunque la civiltà faccia nuovo passo, o la potenza voglia ornarsi di bellezza. Pure l’Italia non è più la sovrana di queste arti; ci sembra dire un gran che de’ migliori nostri quando li pareggiamo ai forestieri; nell’architettura manca la grandezza e l’originalità, manca più spesso l’opportunità; nella scultura facilmente si oscilla fra il meschino e l’enfatico, con certe grandiosità tutte d’apparato, qual vediamo nei mausolei del Tiziano e di Canova a Venezia, e dei Demidoff del Bartolini a Firenze. E in generale ne’ sepolcri, esercizio il più consueto degli scultori, nuoce la disacconcia imitazione degli antichi, mentre gli artisti di quel medioevo, che domandiamo nuovamente perdono di non voler credere tutto barbarie e ignoranza, erano stati condotti a rappresentare un sistema nuovo, con simbolismo differente, con altre decorazioni; dove poi quelli del Cinquecento levandosi dal simmetrico e dal limitato, impressero una poetica nobiltà e un’eleganza che li rendeva imitabili; mentre rimarrà sempre imitatore chi non abbia educato l’intelligenza e il sentimento, s’appaghi d’improvvisare e di farsi lodare, anzichè ostinarsi a comprendere come dalla meditazione sui maestri e sulle arcane armonie del creato si possa elevarsi a collegare l’esecuzione classica collo sviluppo vario degli stili, appropriati al tempo e alla nazione. Della rappresentazione teatrale non si mostra conoscere la civile importanza, benchè occupi tanta parte dell’odierna civiltà, e l’attore sia coadjutore supremo del poeta drammatico, del quale attua le idee, esterna l’ispirazione, anzi crea veramente i caratteri. Mal retribuita, non onorata, abbandonasi come mestiero a chi altro non ha: anche i buoni lasciansi esposti alle eventualità delle imprese, e ai capricci di quel Belial inesorabile ch’è il pubblico. Non passino irricordati il De Marini milanese (-1829) e il Vestri fiorentino (-1841) che valeva altrettanto ad eccitare il pianto e il riso, e che lasciò eccellenti scolari nel Taddei e nel Gattinelli; la Marchionni, il cui nome sopravvivrà negli scritti degli autori che ispirò, ed è accompagnata dalla Pellandi, dalla Bettini, dalla Robotti, dalla Shadowski, dalla Marini...; il Bon, che alla naturalezza univa l’intelligenza di compositore; il Ventura, destro anch’esso nel comporre. Gustavo Modena, che vale in tutte le parti mercè della squisita intelligenza, e che dal sentimento della verità storica ed umana trae correzione, decoro, eleganza, aprì una scuola nuova, dove or grandeggiano per espressione temperata eppur profonda il Morelli, il Boccomini, il Salvini, il Rossi... e quella Ristori che potè emulare i trionfi e i compensi delle cantatrici. In qualche teatro sopravvive l’improvvisazione delle maschere, e specialmente nel San Carlino di Napoli. Fra le belle arti la prediletta fu la musica, così opportuna a distrarre, a spensierire, a dar l’aspetto di occupazione all’ozio, a porgere incentivo di partiti garrosi, di discussioni inconcludenti, dell’altre amabili futilità di cui si nutrica l’odierna società gaudente. Haydn, Mozart, Beethoven «il navigatore più ardito nell’oceano dell’armonia» aveano condotto a perfezione la sinfonia e la ricchezza dell’orchestra, e da secondaria resa principale l’istromentazione, talchè la parola restò schiava della nota, bastarono assurdi libretti a musiche divine, e fin le belle voci furono sagrificate all’accompagnamento. Mentre dapprima gli stromenti, come dicea Buratti, faceano col canto una conversazione rispettosa, allor divennero un baccano; se poc’anzi era parso ardimento l’introdurre il clarinetto, ben presto irruppero e gli oricalchi e i timballi e le casse e le campane e il cannone; il violino soccombette; il vezzoso e tenero della voce umana s’inabissò tra difficoltà, non riservate solo per poche obbligazioni, ma fatte continue; e il concetto andò sagrificato all’artifizio. L’Italia, al principio del secolo, possedeva ancora insigni maestri, quali Paisiello, Cimarosa, Cherubini, che fino al 1843 continuò a scrivere, e con Spontini fu il maestro dell’êra napoleonica in Francia, mentre qui piaceano maggiormente Generali tutto brio e melodie all’italiana; Meyer che avendo a Vienna imparato la piena stromentazione, era accuratissimo dell’orchestra, e usava melodie non ingenue, pur non prive d’affetto; il parmigiano Paer, che pure a Vienna aveva attinto da Mozart l’energico istromentare, e compreso le combinazioni che trar se ne poteano. Di tutti il meglio seppe cogliere il pesarese Gioachino Rossini (1792-1868), e coll’_Inganno felice_, poi colla _Pietra del paragone_ prodotti a Milano, ch’è come il Campidoglio degli artisti, trasse applausi dai più schifiltosi, e fece dimenticare i disastri di Russia. Il _Tancredi_, prima sua opera eroica, poi l’_Italiana in Algeri_ lo posero tra i primi compositori; poi l’_Otello_ e il _Barbiere_ tolsero la speranza di superarlo: e quella pompa nuova, que’ canti deliziosi con accompagnamenti singolari e impreveduti, rapirono gli animi in modo, che più non si sonava e cantava che arie sue; divenuto l’uomo più rinomato in Europa dopo Napoleone, egli fra plausi, pranzi, amori incantava la vita. Non italiano più che francese o tedesco, scelse il buono da tutti, unì il progresso dell’armonia moderna colla frase melodica ch’è un bisogno per l’Italia, e ne formò una musica ornatissima e fioreggiata, pur non destituita di semplicità nel primitivo concetto, meno elaborata e maestosa, e perciò compresa da tutti, con simmetria ritmica, senza irregolarità e sproporzioni. Non inesperto del delicato, più valente nel festoso e burlesco, tutto gajezza e spirito, tutto fragore e moto siccome l’età napoleonica in cui fu educato, quando gli si dicea perchè non seguisse lo stile di Mozart e Haydn, rispondeva, — Temo il pubblico italiano». Gli antichi maestri non sapeano darsi pace di questo corruttore dell’armonia e della melodia, e Zingarelli, disperato che gli scolari tutti s’avviassero su quell’orme, ripeteva: — Imitar Rossini è facile, non così l’imitar me». Lo tacciarono d’uniformità di stile e povertà di maniere per quel ritornar sempre ai crescendo, alle terzine, alle appoggiature; d’appropriarsi a fidanza pensieri altrui, e ripetere i proprj; d’aver pregiudicato all’arte del canto collo scrivere tutto, e far la battuta sì piena, da non concedere campo all’abilità ed al gusto del cantante; lo che mascherò la mediocrità degli esecutori, come lo strepito delle orchestre soffogava la parola. Quell’idealità, che Cimarosa mette perfino nelle più baldanzose buffonerie, non cerchisi in Rossini, al quale, come in generale ai nostri maestri, mancano studj serj e penetrazione de’ caratteri; contento all’orpello e abusando de’ processi tecnici, scivola anzichè insistere sulle impressioni, non istima un libretto più che un altro, tutto facendo dipendere dal talento del maestro; laonde alle sue note si cangiano spesso le parole senza che perdano d’opportunità, nè ben si discerne ove ben parli il re o il villano, ove la gioja si esprima o la tristezza; confonde i generi; più che alla natura applicasi a un convenzionale di crescendo, di pieni, che per tenere desta l’attenzione dell’uditore finiscono in monotonia. E forse è vero che, se in alcuni pezzi egli è veramente insuperabile, nessun’opera sua regge all’esame e all’analisi del tutto. Ma egli ebbe per sè il successo d’una tale popolarità, che ogni altra musica ammutolì, fin quando il _Freyschüts_ di Weber (-1825) ridestò le ispirazioni dell’antica scuola germanica, una freschezza montanina opponendo a quel turbinìo dei sensi. Era il tempo che Rossini, per le solite intermittenze della gloria, veniva deriso e insultato dai liberali come il maestro della Santa Alleanza, da’ cui re aveva ottenuto onori; da altri come l’epicureo commensale del banchetto Aguado; sicchè stupì il mondo quand’egli, modificandosi alla nuova scuola, buttò fuori il _Guglielmo Tell_, poema riboccante del sentimento della natura e della libertà. Era intanto ammutolito il fragore delle battaglie e vi sottentrava il patetico, eccitato da Byron e dagli altri scrittori gemebondi; e il romanticismo domandava che le arti fossero l’espressione di sentimenti veri ed intimi. Allora comparve il siciliano Vincenzo Bellini (1804-35) col _Pirata_ esposto a Milano nel 1826, seguíto dalla _Straniera_, dalla _Sonnambula_, dalla _Norma_ ecc. Al tempo di Zeno e Metastasio la musica tenevasi ancora subordinata alla poesia, negletto il cantabile lirico pel recitativo, canto lento e declamato come nelle tragedie greche, poca parte all’orchestra. Ora invece la poesia più non conta, abbandonata a gente di mestiere, che si rassegna alle esigenze d’un maestro. Bellini, volendo por argine agli eccessi, nè soffrendo che le note affogassero le parole, non preferiva, come Rossini, i libretti mediocri, ma li chiedeva al poeta Romani o al Solera, d’interesse drammatico intenso al possibile, con esaltamenti o cupe concentrazioni, impeti passionati e drammatici, anche a scapito dell’effetto musicale. Elegiaco sempre è il suo fare, e direbbesi intento solo a correggere le trascendenze di Rossini; epperò, se alcuni lo sbertavano di novatore, altri non vi riconosceano che sterilità d’immaginativa, come anche nel frequente interrompere dei motivi invece della ripetizione insistente, e nella breve durata della melodia. E la melodia è la parte spirituale della musica; ma Bellini per attendere a questo fascino lasciò debole la stromentazione e senza originalità. Però, sostenuto dalla Pasta, da Rubini, da Tamburini, dalla Grisi, da Lablache, e dall’impresario Barbaja e dalle crescenti idee rivoluzionarie, tenne il campo, tanto più da che espose i _Puritani_, l’opera sua di miglior dettatura, e dove meglio s’allargò ed elevò, per immaturamente soccombere alla morte, lasciando immenso desiderio di sè, e persuasione de’ perfezionamenti cui sarebbe arrivato. I compositori contemporanei bilanciaronsi fra questi due e l’influsso della scuola tedesca. Imitatore or di Rossini or di Bellini, il bergamasco Gaetano Donizetti (1798-1848) che improvvisava con feconda varietà, nella _Lucia di Lammermoor_ esultò di vivezze, massime quando era sostenuta da Rubini, dalla Pasta, da Galli; coll’_Elisir d’amore_ meritò bel posto anche nel buffo: istromenta bene, ma nè studia abbastanza la composizione, nè sa elevarsi dall’eclettismo all’originalità, come nol seppero l’ingegnoso e studiato Mercadante, Pacini, Nini, Coccia, Vaccaj, Petrella, molti altri che camminarono dietro ai sommi. Morlacchi di Perugia (-1841) le melodie unì all’ampiezza della scuola tedesca. Sempre meno sono quelli che s’appigliano al genere buffo, ma v’ottennero lode i Ricci, il Rossi, il Fioravanti, il Cagnone... Giuseppe Verdi da Busseto (n. 1814), dopo stentati i primi passi, col _Nabucco_ cominciò una carriera luminosa, ove continua ad empiere il mondo d’una gloria, che gli è vivamente disputata. Sentimento degli effetti drammatici, alquante idee potenti, certe melodie sue proprie e passaggi arditi, una foga passionata nell’istinto del ritmo, per lui divenuto più preciso e sicuro, lo resero popolare: ma i teorici trovano che nella splendida sua sonorità sia sempre sagrificata la grazia, povere le armonie in una stromentazione poco variata, uniforme la combinazione degli effetti, sicchè cade in formole e cavatine vulgari, stile sempre violento, che mena all’esagerazione e alla monotonia. La folla accorrente alle sue opere confuta i censori, e assolutamente grande fu riconosciuto dopo che affrontò le difficoltà della scuola tedesca, che prelude una _musica dell’avvenire_. Le teorie musicali furono coltivate nelle scuole che dappertutto s’istituirono. Giuseppe Carpani milanese, fuggito nel 96 cogli Austriaci, a’ cui interessi adoprò sempre la penna, nelle _Lettere Haydine_ pel primo, dopo l’Arteaga, trasse la critica musicale dai formularj scolastici, e fu copiato sfacciatamente dallo Stendhal. Dappoi alcuni giornali introdussero criterj sensati e larghe applicazioni, quando non gli acciechi o spirito di parte, o la venalità, che qui più che altrove fa prova sfacciata. Delle scuole venete non rimase traccia; conservano lode la napoletana, la milanese, la bergamasca, donde uscirono Donizetti, David, Donzelli, Bordogni che lasciò i trionfi del teatro per farsi professore. Agli stromenti si recò perfezione, e divenne universale il pianforte; dove non vogliamo preterire il violacembalo, inventato o piuttosto pensato da Haydn, poi nel 1821 dal nostro Gregorio Trentin, e perfezionato nel 1855 dal padre Tapparelli. Il violinista Nicola Paganini genovese (1781-1840) diresse a Lucca l’orchestra della regina Elisa, più spesso sonò a Milano, poi nel 1828 cominciò il suo «gran giro d’Europa», cogliendo applausi e denari, e distraendosi al giuoco e ai piaceri, ma sapendo crescersi fama colle singolarità, e coll’avvolgersi di mistero. Stupivano le affollatissime adunanze allorchè eseguiva pezzi sopra una corda sola, ed ora imitava i gorgheggi d’un usignuolo, or somigliava ad un’intera orchestra; e la stessa Parigi denominava le sue mode alla Paganini. Oggi il bresciano Bazzini collo stromento stesso eccita ammirazione in ogni paese; e così le Milanolo e le Ferni. La parola fu talmente subordinata alla musica, che si vide poterne far senza, e presero gigantesco incremento i balli. Nè solo bizzarre fantasticherie o mitologia, ma ritrassero fatti storici, fin contemporanei, per quanto risulti assurda quella mimica sprovvista di parola. I balli di Salvatore Viganò furono un’altra efflorescenza del fasto napoleonico, tutti mitologia, macchinismo, quadri di scene or magnifiche, or incantevoli: riprodotti in diverso tempo, non piacquero altrettanto. Ormai la musica è ristretta al teatro; composizioni teatrali ripete la banda militare; le sacre volte non echeggiano che stromentazione od arie da drammi. Che bel campo per chi gli bastasse il genio d’erigersi riformatore d’un’arte, la quale occupa la società a troppo scapito delle altre, e di qualche cosa che più dell’arti importa! Chè sentimento d’artisti, nè abilità di maestri, e tanto meno virtù civili o pubbliche non possono sperare i trionfi, che ripetonsi a cantanti[301] e ballerine. Spargerli d’applausi, di fiori, d’oro, sta bene, perchè il secolo serio paga chi lo diverte, gli scaltri pagano chi il secolo distrae: ma quando a un teatro si destina dotazione maggiore che a tutta l’istruzione pubblica d’un paese; quando a una capriola e ad un gorgheggio si tributano anche monumenti perenni, si può riderne in paesi che ad altri entusiasmi si animano, e che alla pienezza d’affari interpongono ore di dissipamento; non si può che gemerne dove quelle distrazioni inabilitano le menti alle serie verità, e stornano dal sentire i virili dolori, da cui s’aspetta la rigenerazione. FINE DEL LIBRO DECIMOSETTIMO E DEL TOMO DECIMOTERZO INDICE LIBRO DECIMOSESTO CAPITOLO CLXXV. La rivoluzione francese _Pag_. 1 CLXXVI. Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia » 24 CLXXVII. La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte » 63 CLXXVIII. Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville » 97 CLXXIX. Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordati. Pace di Presburgo. Regno d’Italia » 130 CLXXX. I Napoleonidi a Napoli » 194 CLXXXI. Ostilità col papa » 213 CLXXXII. Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi » 237 LIBRO DECIMOSETTIMO CAPITOLO CLXXXIII. La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21 » 299 CLXXXIV. La media Italia. Rivoluzioni del 1830. » 371 CLXXXV. Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo » 418 CLXXXVI. Scienze morali e sociali » 506 CLXXXVII. Scienze matematiche e naturali » 534 CLXXXVIII. Belle arti » 558 NOTE: [1] Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni. [2] Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona». [3] _Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria_. Breve 31 agosto 1793. [4] Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena. [5] Allocuzione 17 giugno 1793. [6] Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta il _Tedeum_; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e i _bravi briganti dell’armata di Valchiusa_, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja. Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini». [7] Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’_Investigateur_ del 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou: _La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions_. Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’_Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale_, ove, dopo detto che le truppe _dans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur_, soggiunge: _Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés_. Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi i _Mémoires historiques sur la Maison de Savoie_ (Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione il _Saggio sull’eloquenza militare_. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimo _Discours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux_. Sull’_Investigateur_ di Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra. COSTA DE BEAUREGARD, _Mém. historiques_ precitate, vol. III. [8] Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’_ex-marchese_ Gorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina». Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo! [9] Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini; _mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe_. PINELLI, _Storia militare del Piemonte_, documento IV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas. Il libro _Victoires et conquêtes des armées françaises_ esagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri. [10] «Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo». PIETRO VERRI _mss_. [11] Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato. [12] Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo. _Mémoires de Sainte-Hélène_, tom. IV. p. 280. [13] Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare. [14] Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, anno V. [15] Vedasi _Mémoires et correspondance du roi Joseph_. Parigi 1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata: bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento d’Ignazio». [16] _Correspondance de Bonaparte_, tom. II. p. 518. [17] Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo levare sol due o tre quadri. [18] Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve fu poi scritto Patri patriæ. [19] _Raccolta cronologica dei documenti veneti_, tom. II. part. II. [20] Forfait, nell’_Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise_, espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il quadro esibito dal Tonello nelle _Lezioni intorno alla marina_, Venezia 1829, e ch’è siffatto: Vascelli da 70 cannoni Nº 10 » da 66 » 11 » da 55 » 1 Fregate da 42 a 44 » 13 » da 32 » 2 Galere » 23 Bombarde » 1 Cutter » 2 Barche cannoniere, armate di un cannone da 4, e quattro da 6 » 16 Brich da 16 a 18 cannoni » 3 Golette da 16 » 1 Galeotte da 30 a 40 remi » 7 Sciabecchi » 7 Feluche » 5 Barche obusiere armate con due obici da 40 o da 50, e quattro cannoni da 6 » 31 Galleggianti sulle botti, armati con due cannoni da 30 » 10 Passi, armati d’un cannone da 20 o quattro da 6 » 40 Batteria galleggiante di sette cannoni da 50 sul perno, detta Idra » 1 Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: — Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie, legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo buon ordine». Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468, di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli avvicendati conquistatori. Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e diede per provvedere l’esercito francese a Verona ducati 2,070,026 Brescia » 200,010 Padova » 800,781 Vicenza » 52,332 Crema » 21,000 Feltre » 7,000 Treviso, Belluno, Ceneda, Cadore, Pordenone » 91,026 Cividal del Friuli » 4,000 Oderzo » 5,000 Asolo » 10,000 Conegliano » 39,000 Bassano » 70,976 _Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal veneto aristocratico Governo dal 1º giugno_ 1796 _fin al cadere dell’aristocrazia_. Italia 1799. Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella rivoluzione. [21] _Mémoires de Sainte-Hélène_. [22] Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge, si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti 3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro 63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina, legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco 200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182. [23] Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati; Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a fuggire. [24] Leggendo la _Correspondance inédite_ di Napoleone col Direttorio, ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità, che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani sempre vilipesi come la peggior canaglia: _Venise va en décadence depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône_. 26 maggio 1797. [25] Il maresciallo Marmont nel vol. I, p. 36 delle sue Memorie (Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina, spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano. _J’étais_ (soggiunse) _dans le cabinet du général en chef quand celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue. Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie. La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien: et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter_. Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del regno. [26] Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti. De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nel MUTINELLI, _Ultimi cinquant’anni_, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola. [27] Berthier scriveva al Direttorio: _Je n’ai pu réussir_, COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉ _par votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites_. [28] Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856. [29] A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine. [30] Lettera del 5 messidoro anno IV. Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria». Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati» Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso anno VII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa come _così detti preti_. [31] Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati». _Mém. du comte_ MIOT DE MELITO, tom. I. p. 163. [32] Di que’ Governi esponemmo i disordini nella _Storia della città e diocesi di Como_, lib. IX. [33] Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici. «I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti. «L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina. «Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte. «Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane! «Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti». [34] _Moniteur_, anno VI, nº 167. [35] Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso. Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro. Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati. Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi. Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo. Al fine del III vol. della _Correspondance de Napoleon I_, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier. [36] TAVANTI, _Fasti di Pio VI_. [37] Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, in DE POTTER, _Vie de Ricci_. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori. [38] I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire». [39] _Correspondance de Napoléon I_, t. IV. p. 14. [40] Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi. * Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone Savarese _Sulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800_. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura. [41] Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco il proclama che allora divulgò: «Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli abitanti del fu regno napolitano. «Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato dell’ultimo re vostro. «Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto, in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte ed esterminati saranno. «Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra: l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie: ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver voluto rapire la libertà ad un popolo vicino. «Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati, e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo. «Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina, e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste conseguenze. «Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna, dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere. «Fatto in Napoli il cinque piovoso anno VII (24 gennajo v. st.). CHAMPIONNET». [42] L’avvocato Brofferio, nella _Storia del Piemonte_, part. I. c. 5, addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato. I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire, spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di Milano. Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina, Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscolo _Agli amici della libertà italiana_, Torino 1798. I Francesi vi fecer fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese la _Risposta agli amici della libertà italiana_. [43] Pettegolezzi chiariti nei _Mémoires tirés des papiers d’un homme d’Êtat_, tom. VII. * La nota del _Moniteur_ conchiudeva: _On regarde cette innovation comme une victoire de la grande nation_: ma a Ginguené fu scritto che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da ambasciatrici. Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia tanto predicata dall’ambasciadore. Barante, nell’_Histoire du Directoire_, stampata al tempo stesso di questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo incidente del Ginguené; _honnête homme, mais la philosophie et la révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses. Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait_ (_aux princes d’Italie_) _des complots, et révait les poignards et les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de ses sujets_. Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico; ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc. [44] Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’_Oromasia_, poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta divenne poi storico famoso. [45] «Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso: la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc, e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro». Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo, univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione, attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’ suoi vantaggi». _Memorie d’un legittimista dal _1770_ al_ 1830, _sopra il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese Enrico Gastone di B***_ (ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe fatto uccidere per lui. [46] Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nella _Caroline en Sicile_. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nella _Histoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793_: ma resta ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è meno adatto che nessun altro. [47] Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (_Vita del Ruffo_) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson. Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli». Il Cacciatore nell’_Esame della storia_ del Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib. I, pag 145. Vedasi pure _Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo_, scritte dall’abate DOMENICO SACCHINELLI (Napoli 1836): e marchese _Filippo Malaspina_ _Occupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo_, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili. [48] La vita del Coco, inserita nella _Biographie Universelle_, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la sua _Storia della rivoluzione di Napoli_, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823. [49] Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove. [50] Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse la _Filosofia mineralogica_. Fu liberato il 15 marzo 1801. [51] Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni». [52] Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799. * Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dal _Misogallo_, ma dalla _Vita_ e dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale». [53] Lavergne, nella _Vie de Souwaroff_, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi anche _Lettres et opuscules inédits_ di J. DE MAISTRE. Parigi 1851, tom. I. p. 178. Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione austriaca». Vedi anche l’_Histoire des cabinets de l’Europe pendant le Consulat et l’Empire, par_ ARMAND LEFÈVRE, 1840. [54] La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero, cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al 98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi da ciò. [55] Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di Chivasso, traverso al gran Sanbernardo. CIBRARIO, _Memorie di Savoja_, 350. [56] Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano. _Mémoires_, tom. III. p. 51. [57] Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers, che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte, Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause, abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze. Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità». [58] Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14 ottobre 1803. [59] Proclama del 1º gennaio 1801. [60] _Almanach catholique pour 1801_. [61] Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli, sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la cappella reale di Milano. [62] _Motu proprio_, 11 marzo 1801. [63] Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi. [64] Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri. * Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso anno I della repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava». [65] Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni. Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti! «Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato». E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali... «Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere. «I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento... «È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso... «S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono... «Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria. [66] Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente». Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento. _Mém. du comte Miot_, tom. II. p. 257. [67] Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.» Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu sempre _l’objet de toutes les prédilections de Napoleon_ (_Histoire du consulat_, t. V. p. 372.) [68] Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. Vedi _Annali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805_. Genova 1853. [69] Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne. [70] MAZZAROSA, _Storia di Lucca_. [71] Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna; ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa, passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria. Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria. Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello (1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte. [72] Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto. [73] Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805. [74] Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina; tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse nelle _Lettere Sirmiesi_; liberatone, fu a Parigi, _piccolo_ ambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816. [75] È divulgato il titolo di _Semiramide di Lucca_, che Talleyrand dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria, e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone, col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva: «L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di Lucca non può nè dee convenirmi». Vedi SCLOPIS, _La domination française en Italie_, Paris 1861. Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in egual tempo sotto la regina d’Etruria, BENCHÈ riformando la legge del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi personale». [76] Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton. [77] Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena, Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo. Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti opponga de’ fatti, anzichè delle parole. [78] Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la mano _al futuro re d’Italia_, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...» La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V. _Mémoires du prince Eugène_, Parigi 1858, tom. II. p. 16. Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. Vedi DARNAY, _Notices historiques sur le prince Eugène_. [79] «Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio». _Memorie dettate a Montholon_. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono. * Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio. [80] Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione. [81] Scrive a Eugenio: _J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons_, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805: _Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi_. Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo: _Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres_. 31 luglio 1805. Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone: _Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux. _E Napoleone rispondeva il 27_: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut_. Tom. _i_, dei _Mém. et correspondance du prince Eugène, publiés par_ M. DU CASSE. Paris 1858. [82] E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nella _Correspondance du prince Eugène_. [83] Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili merita di non esser dimenticata la _Collezione dei travagli del codice penale pel regno d’Italia_. Brescia 1807, 6 vol. in-8º. [84] E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico. [85] La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini. [86] È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re agronomo. Su di che vedasi la _Bibliografia del conte Luigi Valdrighi_, pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di questi paesi come Pellegrino Rossi. [87] Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quella _Visione_ così: Vate non vile Scrissi allor la veduta meraviglia; E fido al fianco mi reggea lo stile Il patrio amor che solo mi consiglia. [88] Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si ripeterono a lungo il _Napoleone a Mosca_ e l’_Alessandro a Parigi_: ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini alle _Poesie di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi_. Venezia 1822. Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja Anassilide. [89] Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, o _divo_ Napoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare e _adorare_ la grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazione _adora_ il più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue al _divo_ Napoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questo _divino_ spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, e _divina amica_ la contessa Cicognara, e _mio adorato signore_ un direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi. Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite. [90] La lettera di scusa che diresse al vicerè, egli anima sì forte, oggi per certo nessuno la scriverebbe: tant’è lontana l’abjettezza d’allora. [91] _Sciolti di Timone Cimbro a Cicognara_, invettiva contro i mali dell’Italia nel 1802. Leopoldo Cicognara fu destituito da consigliere di Stato. Al tempo della coronazione, Napoleone gli stese la mano, dicendogli: — La nostra pace è fatta»; ma soggiunse parole aspre contro la moglie di lui, coltissima donna, e troppo memore di Venezia sua perchè volesse adularne il distruttore. Essa teneva un circolo frequentatissimo: bastarono quelle parole perchè fosse deserta da tutti, eccettuati Ippolito Pindemonte e Carlo Rosmini, due forze pacate. Il Cicognara ebbe poi alti posti, ma nella sua autobiografia dice essere stato l’unico italiano che «ottenesse a forza la demissione dagli onori, dalle cariche, dagli emolumenti, nel convincimento che nulla poteva farsi in tale stato di cose per la vera e reale felicità dell’Italia». [92] Napoleone a Eugenio il 15 settembre 1808: _Je n’ai jamais supposé que le chemin de Pordenone à Osopo dût coûter 1,500,000 fr.: si cela est, j’y renonce: que le canal de Palmanova dût coûter 3 millions, on m’avait assuré qu’il coûterait 500,000 fr.; s’il doit coûter 3 millions j’y renonce. Je n’ai jamais pu penser non plus que la digue de Mantoue coûtât un million. Causez avec les officiers du génie sur ces trois objets, et faites-moi connaître leur opinion. Mon intention est que les 300,000 fr. que j’ai accordés cette année, soient employés à la digue de Mantoue_. Nella seduta del 25 febbrajo 1813, Montalivet ministro dell interno presentava al corpo legislativo francese _la situazione dell’impero_, dalla quale caviamo ciò che concerne l’Italia. La strada da Parigi a Torino per la Morienna e il Moncenisio, e quella dalla Spagna all’Italia pel Monginevra, erano aperte con immensi sforzi, e col costo di ventidue milioni e mezzo, e il progetto totale sommava a trenta milioni. La strada da Lione a Genova pel Lantaret dovea costare tre milioni e mezzo, e già n’erano spesi un milione e ottocento mila. La strada da Cesane a Fenestrelle pel colle di Sestriera, compimento della precedente, ottocento mila. Con sei milioni e mezzo erasi stabilita la comunicazione fra Nizza e Ventimiglia, e fra Savona e Genova; con due milioni e seicento mila quella da Savona ad Alessandria per l’Appennino: più di tre milioni per quelle da Porto Maurizio a Ceva, da Genova ad Alessandria pel col dei Giovi, da Genova a Piacenza, dalla Spezia a Parma. Tre milioni e mezzo pel ponte sul Po a Torino; un milione e cento mila pel ponte sulla Dora a Rondissone; cinquecensessanta mila per quel sulla Sesia a Vercelli; trecento mila per quel della Scrivia. Per la navigazione del Tevere, e per abbellimenti a Roma, sei milioni; poi ducento mila lire annue erano assegnate per sanar le Paludi Pontine, ma il nessun esito venne attribuito all’aver lasciato quell’immenso tratto nelle mani di trenta livellarj, anzichè spartirlo in piccoli appezzamenti. Nessun vantaggio pure si trasse dalle spese fatte per introdurre la coltura del cotone e dell’indigo e la fabbrica dello zucchero. Le fortificazioni d’Alessandria costarono venticinque milioni. [93] Durante la repubblica s’erano soppresse le cattedre di belle lettere, e di lingue orientali e greca, come anche di storia e numismatica; sicchè Foscolo, Mezzofanti e ventiquattro altri si trovarono sul lastrico. [94] Il 16 settembre 1805 scriveva ad Eugenio: _Il ne faut pas vous épouventer des cris des Italiens. Ils ne sont jamais contents: mais faites-leur faire cette seule réflexion, Comment faisaient les Autrichiens, comment faisaient ils?.... Arrangez vous de manière à pouvoir toujours être le maître de la couronne de fer, et à l’enlever sans qu’on s’en aperçoive._ E il 14 aprile 1806: _Quant à l’établissement de l’hérédité, je n’ai point l’habitude de chercher mon opinion politique dans le conseil des autres, et mes peuples d’Italie me connaissent assez pour ne devoir point oublier que j’en sais plus dans mon petit doigt, qu’ils n’en savent dans toutes leurs têtes réunies. A Paris, où il y a plus de lumières qu’en Italie, lorsqu’on se tait et qu’on rend hommage a l’opinion d’un homme qui a prouvé qu’il voyait plus loins et mieux que les autres, je suis étonné qu’on n’ait pas en Italie la même condescendance._ Il 21 aprile, del qual giorno esistono ben cinque lettere ad Eugenio: _Il ne doit pas être question de rembourser à Venise les deux millions de contributions, qui lui ont été imposés. Ne dirait-on pas, à entendre les Vénitiens, qu’ils se sont donnés à moi par pure volonté?... Mon intention n’est pas d’appeler aucun Italien, ni aucun Vénitien aux duchés qui doivent être la récompense exclusive de mes soldats. J’ai traité Venise comme pays conquis, sans doute. L’ai-je obtenu autrement que par la victoire? Il ne faut donc point éloigner trop cette idée; mais le droit de victoire terminé, je la traiterai en bon souverain, s’ils sont bons sujets. Je vous défend de laisser jamais espérer qu’aucun Italien Vénitien puisse être nommé à aucun des duchés_. Il 7 agosto 1806: _Je vous envoie un exemplaire du catéchisme qui vient d’être adopté pour toute la France. S’il pouvait sans inconvénient l’être pour le royaume d’Italie, ce serait un grand bien: mais ce sont des matières très-délicates, sur lesquelles il faut être très-circonspect. Consultez le ministre des cultes. Le mieux serait que quelque évêque le publiât dans son diocèse comme catéchisme diocésain: mais il faut mettre à cela beaucoup de prudence et de secret_. Infatti quel catechismo fu tradotto, e nella sez. VII si legge: _D_. Quali sono i doveri de’ cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I imperatore e re? _R_. I cristiani devono ai principi, e noi in particolare dobbiamo a Napoleone I, nostro imperatore e re, l’amore, il rispetto, l’obbedienza, la fedeltà, il _servizio militare_, i tributi per la conservazione dell’impero e del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato. _D_. Perchè siamo tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re? _R_. Primo, perchè Dio, che crea gl’imperi e li distribuisce a volontà, colmando l’imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e _sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso_. Secondo, perchè Nostro Signore Gesù Cristo colla dottrina e coll’esempio c’insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all’editto di Cesare Augusto: pagò l’imposta: e come ordinò di render a Dio quel ch’è di Dio, così ordinò di render a Cesare quel ch’è di Cesare. _D_. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore e re?.... _D_. I doveri che ci legano all’imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi nell’ordine stabilito dalla costituzione dell’impero? [95] Nei _Saggi di Critica_ del Foscolo, p. 209, vol. II, è detto che nel regno d’Italia i nobili novelli creati da Buonaparte non sarebbero mai stati ammessi alle feste o ai circoli degli antichi patrizj milanesi. In ciò il Foscolo non vede che assurda e boriosa ostentazione: dappoi parve nobile disdegno della servitù straniera. [96] La creazione dei dodici grandi feudi nel regno, e tanto peggio le aggiunte che poi fece di altri ne’ paesi novamente annessi e nel regno di Napoli, è uno degli errori di Napoleone, che, figlio della rivoluzione, retrocedeva sino ai tempi feudali e barbari, quando un capo di invasori spartiva i territorj conquistati fra i suoi generali, e gl’investiva colla spada, e creava ai confini del regno le grandi marche, come un tempo era stata la Marca trevisana. Per indietreggiare fin a questa distinzione di terre e ai possessi feudali, Napoleone non dava la minima ragione, salvo la conquista; e ciò ch’è deplorabile ancora più che gli abusi della forza, non trovo che il minimo lamento ne movessero gli Italiani. Eppure il loro amor proprio doveva sentirsi oltraggiato da questa istituzione, tutta a favor dell’impero, di questo vassallaggio del patrio suolo alla conquista forestiera; ma v’è tempi ove quei che potrebbero e dovrebbero alzar la voce contro gli abusi, o almeno protestare col silenzio, s’affrettano ad applaudirli, purchè possano profittarne. [97] Jacopo Morelli, celebre bibliotecario della Marciana, patì immensamente delle sottrazioni fatte a questa biblioteca ch’egli guardava come propria cosa. Pranzando un giorno col vicerè, venne richiesto se, fra tante ricchezze, egli saprebbe indicare i dodici volumi che soli volesse salvare perdendo gli altri. Impaurito che si abusasse della sua decisione disse: — In questo momento di piacere m’è impossibile affaticar la mente su domanda così scabrosa». E il vicerè: — Bene, bene; non si devono mai svelare tutte le attrattive della propria amante». Il Morelli fu soprattutto cercatore d’opuscoli, ne lasciò ventimila a quella biblioteca, e volea scriver un trattato _Dell’utilità che si può trarre dagli opuscoli_. [98] Lettera 14 aprile 1806 nella _Correspondance du prince Eugène_. [99] Nel febbrajo 1806 Napoleone scriveva al vicerè: _Partez du principe que j’ai besoin de beaucoup d’argent. On voudrait dans ce pays l’impossible: payer peu de contributions, avoir peu de troupes, et se trouver une grande nation: tout cela est chimère. Quant aux impositions, la seule réponse à faire est celle ci: Paye t-on plus qu’en France?_ Anche il conte di Cavour ripetea sempre: «Bisogna pagare, e pagare, e pagare». I suoi successori calcano le sue orme. [100] Nei _Mémoires tirés des papiers d’un homme d’État_, che sono una delle pubblicazioni più curiose dei nostri giorni, si legge: _Prina souple instrument des exigences de Napoléon, torturait son génie pour trouver les moyens de pressurer un pays, auquel on avait solennellement promis tant de prospérité, et il acquérait la faveur de son insatiable maître au prix de la haine générale. Les projets de ce ministre, qui fut pour l’Italie ce que le trop célèbre abbé Terray avait été jadis pour la France, n’était soumis à aucun genre de contrôle: Napoléon voulait, il fallait obéir. Cependant toutes les ressources de son habilité tortionnaire se trouvaient épuisées avant qu’on renonçât à y recourir pour de nouvelles exactions: les améliorations imaginaires pompeusement combinées afin de couvrir tant d’oppression réelle, et publiées dans les gazettes comme une preuve des soins paternels du monarque français, étaient pour la plupart ou suspendues ou abandonnées, d’autant plus que, de leur côté, les généraux français employaient tous les moyens en leur pouvoir d’épuiser le pays pour accroître leur propre fortune_. L’Italia francese (escluso il regno d’Italia) produceva alla Francia quaranta milioni; di cui diciotto pagavano l’amministrazione, polizia e strade; ventidue per piazze forti, e per mantenere cenventimila uomini a tutela del paese (1807). Vedi THIERS, _Histoire du Consolat et de l’Empire_, vol. VIII. [101] L’adulazione postuma, che venne di moda verso il regno d’Italia, fa esaltare ancora i rendiconti del Prina e le illazioni del Pecchio, che si appoggia unicamente su quelli, colla fede d’un gazzettiere ufficiale. Senza cercare altre autorità, adduciamo quella sola del vicerè, che scriveva a Napoleone il 26 dicembre 1810: «V. M. mi fece l’onore di ripetermi più volte che diminuirebbe i carichi del suo regno a misura che s’assoderebbe; e nel lavoro dell’anno passato mi fece l’onore di dirmi che non avrebbe esatto dal suo regno che cenventi milioni. Di fatto non è possibile imporgli maggiore aggravio. L’interruzione totale del commercio, il deperimento delle manifatture di seta e di cotone, l’annichilamento del prodotto delle dogane sia pel divieto d’introdurre merci forestiere, sia pel tenue dazio delle francesi; infine la distrazione di due milioni del prodotto delle dogane per incoraggiare le manifatture di seta, ordinata da V. M.; tutto ciò impedisce di ripromettersi un’entrata più considerevole». [102] Nelle Memorie del principe Eugenio, tom. II, p. 12, riferendosi l’ammutinamento di Crespino, si dice: _Cette révolte était d’autant moins motivées, que jamais ce pays n’avait appartenu à l’Autriche_. Strana ragione davvero, sol conveniente a coloro che dicono, tutto il liberalismo degli Italiani consistere nel ribramare i Tedeschi quando sono sotto ai Francesi e viceversa. E a pag. 179 è la lettera 21 marzo 1806 di Napoleone: _J’ai reçu la réclamation de la commune de Crespino: je n’entends pas raillerie; mes drapeaux ont été insultés, mes ennemis accueillis; il faut du sang pour expier le crime de cette révolte. Si cette Commune veut se laver de l’opprobre dont elle s’est couverte, il faut qu’elle livre les trois principaux coupables pour être traduits devant une commission militaire, et être fusillés avec un écriteau portant ces mots_ Traditori al liberatore d’Italia ed alla patria italiana. _Alors je pardonnerai à la Commune, et je révoquerai mon décret_. Dopo la battaglia della Piave, Napoleone scriveva a Eugenio, il 10 maggio 1809: _On dit que l’évêque d’Udine s’est mal comporté: si cela est, il faut le faire fusiller. Il est temps enfin de faire un exemple de ces prêtres, et tout est permis au premier moment de la rentrée. Que cela soit fait 24 heures après la réception de ma lettre, c’est un exemple utile. S’il est quelqu’autre individu qui se soit mal comporté, faites-les arrêter. Si Trieste vient à être en votre pouvoir, imposez-lui 50 millions de contributions, et faites arrêter quarante des principaux habitants, pour vous assurer du payement. Faites mettre le séquestre sur tous les navires jusqu’à ce que cette contribution soit acquittée. Vous suivrez cela à la lettre; j’ai pardonné trop souvent à cette ville_. [103] Questo proclama è dato come una scoperta, una rarità in una storia recente, bassamente adulatrice dell’antico Piemonte (Del Gualterio). Esso leggesi fin nel Botta: in pieno dominio austriaco io lo stampai nella _Storia della diocesi di Como_; nè l’Austria se ne ascondeva, dicendo che tali promesse erano condizionate al ribellarsi de’ paesi: e questi nol fecero. [104] Il vicerè annunziò aver perduto duemila combattenti e due generali feriti; gli Austriaci d’averne uccisi ottomila, preso quattromila seicensessantasei prigioni, dodici cannoni, mentre essi perdettero tremila seicento uomini. Il Coraccini parla di dodicimila Italiani periti. Fu stampata allora una _Histoire de la campagne de S. A. I. Eugène Napoléon_, in tono così iperbolico, che si dubitò fosse ironia; e la Corte fece comprare tutti gli esemplari, e ricattare i già venduti. [105] Marzio Mastrilli marchese del Gallo, palermitano, era ambasciatore a Vienna quando nel 1797 si temè che Buonaparte marciasse contro di essa, e fu spedito a trattare privatamente con quello. Firmò i preliminari di Leoben, e più conciliativo di Cobentzel, meglio valse a condur la pace. Ebbe poi gran parte in tutte le vicende seguenti fino al 1821, quando adoprò a dissuadere Ferdinando dal tradimento di Lubiana. [106] È un vastissimo piano di 103 chilometri sopra 50, irrigato da fiumi, cinto da monti e feracissimo; da Alfonso d’Aragona, verso il 1450, fu concesso in enfiteusi, ed è goduto da pastori, che pagano allo Stato un canone, fruttante circa sei milioni; e non può esser chiuso da mura nè siepi, dovendo restar aperto al pascolo vago. [107] Pasquale Borelli m’assicurò che, come segretario della prefettura di polizia, aveva dovuto compilare il processo contro un tal Abussi che, per incarico della polizia, avea scritto finte lettere, sopra le quali furono condannati alla forca il marchese Palmieri, il figlio del duca Filomarino ed altri. Capo della commissione straordinaria era lo storico Colletta. [108] Vedi la preziosa _Correspondance du roi Joseph_, Parigi 1853, e specialmente al vol. II, pag. 422-433; e le lettere di Napoleone del 6 marzo, 22 aprile, 31 maggio, 9 agosto, 2 settembre 1806, citate da Thiers, _Histoire du Consolat_, lib. XXV. [109] _Correspondance_, tom. II, pag. 131, 810. [110] _Correspondance_, tom. II. p. 121. [111] Pag. 127, 230, 417, 418. [112] È pubblicata nel bullettino delle leggi delle Due Sicilie del 1808, pag. 146. Confermando i provvedimenti già presi, rendeva costituzionali il ministero, il consiglio di Stato, e introduceva un Parlamento di cento membri, divisi in cinque sedili, del clero, de’ nobili, de’ possidenti, de’ dotti, dei negozianti; gli altri a vita; possidenti e negozianti eleggibili ad ogni sessione; il Parlamento non propone, ma tratta le materie sottopostegli dagli oratori del Governo; secrete le tornate; punita la pubblicazione dei dibattimenti e dei voti. [113] Nella costituzione siciliana del 1812 leggiamo: «Le angarie e parangarie, introdotte soltanto dalla prerogativa signorile, restano abolite senza indennizzo. Quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni di trasportare in preferenza i generi del barone, di venderne con prelazione i prodotti, e tutte le opere personali e prestazioni servili, provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzo i diritti privativi e proibitivi per non molire (_macinare_) i cittadini in altri trappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che ne’ di lui alberghi, fondachi ed osterie: i diritti di zagato per non vendere comestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale». Da qui appaja quante antiche servitù esistessero ancora. David Winspeare annoverava che nel Napoletano sussistessero 1395 diritti su cose e persone, quando vi giunsero i Napoleonidi. [114] Tra il resto, imponeva ai vescovi un giuramento di fedeltà al re, sino ad obbligarsi di denunziare chi sapessero far trame contro di esso. È il giuramento che si usa ancora. [115] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma, tutto lo Stato Pontifizio sono in preda alle loro calunnie; il palazzo apostolico n’è assediato, come fosse un castello munito». Nota del Consalvi a Talleyrand, 1805. [116] Lettera da Monaco, 7 gennajo 1806. [117] Nella vita del cardinale Fesch, scritta dall’abate Lyonnet, viene raccontato che un Marseria côrso, emissario del ministro inglese Pitt, venne ad esortar Napoleone primo console a riconciliarsi con Inghilterra, e insieme dare a questa la pace interna col far abbracciare il protestantismo alla Francia. Napoleone avrebbegli risposto che, quanto alle cose del mondo, fidava nella propria spada; delle cose del cielo toccava a Roma sola il decidere: che del resto una religione non può crearsi se non montando al Calvario, e ch’egli non avea di tali voglie. [118] Napoleone scriveva al vicerè: _J’ai lu votre lettre au pape. Elle m’a paru fort bien; mais je doute qu’elle produise quelque chose, car ces gens-là sont ineptes au delà de ce qu’on peut imaginer. Toute réflexion faite, je n’écrirai pas au pape. Je ne veux pas me jeter dans les tracasseries avec ces nigauds. Le plus court c’est de s’en passer_. [119] Di Venezia fu nominato patriarca nel 1811 Stefano Bonsignori, già vescovo di Faenza, ma fu considerato come intruso; e quando nel 1814 cessò di essere amministratore capitolare, vennero sottoposti a penitenza quanti da lui aveano avuto il presbiterato; a otto giorni di esercizj spirituali quelli da lui promossi agli ordini maggiori, a tre giorni quelli ai minori. [120] Lettera di Talleyrand al legato Caprara, 28 aprile 1806. [121] Il Borghese, benchè cognato dell’imperatore, negava cederla, perchè fedecommessagli; alfine acconsentì, comprendendovi pure i Monumenti Gabinj: e malgrado la protesta del Governo romano, furono spediti a Parigi ducencinquantacinque capi d’arte; pagati quattordici milioni inscritti sul gran libro, o piuttosto ciuquecentomila lire di rendita, a quanto si disse. Caduto Napoleone, il principe li reclamò; ma Luigi XVIII non volle rescinder il contratto, e rimasero in Francia. Dicono che Paolina Borghese posasse avanti il Canova; e avendo una sua damigella esclamato, — Come! gli steste davanti così nuda?» essa rispose: — Oh, ma la stanza era calda». I nostri padri la vedeano talora comparire ad un ballo con un gran manicotto di famosissimo pelo, ed ivi gettarlo a terra per posarvi i piedi. Delle satire de’ Romani contro di lei alcune sono sanguinose come quella: _Dos ficta, facies picta, v.... refricta_, e in occasione dei restauri alle ville Borghesi: _Paulus struxit, Paulina destruxit_. [122] Napoleone ad Eugenio il 16 agosto 1807: _Le pape est résolu de m’envoyer le cardinal Litta. Nous verrons ce que ces gens-là veulent faire. Le cardinal Litta est un des plus mauvais hommes du sacre Collège. Il passera par Milan. Il faut que le vieux Litta le tance fortement comme chef de la famille, lui disant qu’ils sont des....; qu’ils veulent perdre leur temporel: que ce n’est pas le pape qu’on accusera, mais que le blâmes des hommes sensés en tombera sur les cardinaux qui le conseillent si mal._ E al 17: _Après les renseignements que j’ai pris sur le cardinal Litta, je me suis résolus à ne pas l’accepter. Si jamais il avait quittè Rome, mon intention est que vous lui donniez l’ordre de se rendre dans les terres de son frère, sans qu’ils puisse retourner à Rome, ni se rendre en France. Faites-lui écrire par son frère qu’il ferait mieux de rester tranquille, et de ne pas se mettre avec la tourbe des gens qui seulement me contrarient: que mon intention, s’ils ne se tiennent pas tranquilles, est d’envoyer dix-milles hommes à Rome, d’en exiler à soixante lieues tous le cardinaux turbulents, dont lui, Antonelli et Pietri sont du nombre_. [123] Istruzioni segrete di Champagny a M. Alquier, 23 gennajo 1808. Fino Léfèbvre, _Histoire des cabinets de l’Europe_, cap. 27, che nel tono consueto de’ Francesi giustifica sempre il forte, qui esclama: — Fa pena a vedere il padrone della Francia, uomo di tanta forza e tanto genio, adoprare la bella sua intelligenza a ingannare e abbattere un vecchio, le cui resistenze provenivano da convinzioni ardenti e da scrupoli di coscienza, al postutto rispettabili». [124] Il cardinale Pacca professa che sarebbe stato «lecito di permettere al popolo di liberarsi da quegl’ingiusti aggressori. Tutte le leggi naturali, divine ed umane danno il diritto agli oppressi ingiustamente di respingere la forza colla forza, e di scuotere un giogo che senz’alcuna ragione fu loro imposto»; _Memorie storiche_, parte I, cap. 4. E adduce il passo di Wattel: _Qu’un avide et injuste conquérant subjugue une nation, qu’il a forcée à accepter des conditions dures, honteuses, insupportables, la nécessité la contraint à se soumettre: mais ce repos apparent n’est pas une paix; c’est une oppression que l’on souffre tandis qu’on manque de moyens pour s’en délivrer, et contre laquelle des gens de cœur se soulèvent à la première occasion favorable._ Egli reca il viglietto di M. Alquier al papa quando le truppe occuparono Roma. _Cet événement n’a rien d’allarmant; je prend sur moi de le garantir. Si les troupes de sa majesté devaient rester pendant quelques jours à Rome, cette mesure ne serait que passagère: elle n’offrirait aucune apparence de danger ni pour le présent, ni pour l’avenir_. [125] «Ciò permise la Provvidenza per confermare sempre più la divina lezione data ai papi, ed ai ministri della Chiesa, spesso ripetuta dalla sacra Scrittura, di non riporre la loro fiducia ne’ principi della terra». PACCA, _Memorie storiche_, introduzione alla parte II. [126] Thiers, raccontato l’affare dei cardinali che non comparvero al matrimonio, e come Napoleone ordinò fossero sporporati, dispersi per le provincie, sequestrate le rendite loro e fin i beni patrimoniali, soggiunge: «Non poteasi rispondere con più violenza a un’opposizione più _imprudente e condannabile_. Fra i tredici cardinali trovavasi Opizzoni arcivescovo di Bologna. Lo fece chiamare dal vicerè d’Italia, e minacciare dei più severi castighi se non si dimetteva immediatamente di tutte le dignità ecclesiastiche. Quest’_ingrato_, colpito di terrore, diede la dimissione richiesta versando torrenti di lagrime, e subito lasciò Parigi pel ritiro fra d’esiglio e di prigionia assegnatogli». _Histoire du Consolat et de l’Empire_, lib. XXXVIII. (Su ciò vedasi la lettera di Napoleone ad Eugenio 3 aprile 1810, ove qualifica d’_infame conduite_ quella dell’Opizzoni). Thiers istesso poco prima, giudicando il blocco, scrive: «Per quanto violenti fossero i mezzi a cui Napoleone era costretto, l’importanza dello scopo era sì grande, ch’è forza scusar ciò che e’ fece per raggiungerlo; anzi il principal suo torto fu di non essere stato abbastanza perseverante». [127] Gl’indirizzi furono messi all’indice de’ libri proibiti, con decreto 30 settembre 1817, avvertendo che erano parte finti, parte alterati; e tutti, appena i tempi lo permisero, furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con lettere ossequiose, spontaneamente dirette al papa. Vuolsi che i più fossero scritti da un Ferloni, prete cremonese, autore d’un libro «Dell’autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l’antichità, libro da cui si dimostra l’abuso che se n’è fatto e la necessità di circoscriverlo», e che aveva messo la penna e il talento a servigio del Governo, il quale scarsamente lo compensò. Spiridione Beroli, vescovo d’Urbino, professò altamente che la Chiesa universale non può separarsi dal papa. Napoleone contro del papa era sostenuto dall’ex-vescovo Gregoire, il quale poi tramò la caduta dell’imperatore, e di questo scriveva che «l’unione delle parole _machiavellismo, despotismo, tirannia_, non presentano che gl’informi elementi della scienza infernale, di cui egli perfezionò la teoria e la pratica». [128] Il manoscritto di Sant’Elena dice che «per le differenze con Roma stavano arrestati cinquecento preti». Altre memorie dettate da Napoleone negano l’autenticità di quello, e li riducono a cinquantatre, e soggiungono: _Ils l’ont été légitimement_ (Note sul libro dei Quattro Concordati). Il ragguaglio più importante di questi avvenimenti sta nelle _Memorie storiche del ministero, dei due viaggi in Francia, e della prigionia nel forte di San Carlo a Fenestrelle_, del cardinale Bartolomeo Pacca; Roma 1828. Egli si dice «indotto a raccontarle perchè gli onest’uomini esposti a dure e difficili circostanze, apprendano che gli esiglj, i sequestri dei beni, le prigionie ed altri mali, che tanto ci spaventano quando ci sono minacciati, allorchè s’incontrano nell’adempimento de’ proprj doveri perdono gran parte della loro amarezza, e sono da altre consolazioni e dolcezze largamente compensati». Riflette giustamente che Napoleone all’isola di Sant’Elena continuava lamenti perchè non potea scrivere o ricevere lettere se non vedute dai ministri inglesi; e Montholon a nome di lui esclamava: — Questo non si tollererebbe nemmanco ad Algeri». Eppure Napoleone stesso n’aveva dato l’esempio coi cardinali deportati e fin col papa. * Napoleone, nel gennajo 1811, nelle lettere ad Eugenio molto si occupa delle cose del papa e dei preti. Il 5: «Jeri in Consiglio di Stato domandai al conte Portalis se conosceva un libello del papa, tendente a provocare la disobbedienza e il disprezzo dell’autorità. Esitato alquanto, rispose di sì, ed io lo cacciai dal Consiglio, gli tolsi tutti gl’impieghi, e l’ho relegato a quaranta leghe da Parigi. Ve lo scrivo perchè vediate la mia intenzione assoluta di far cessare questa lotta scandalosa del pretume contro la mia autorità». Il 6: «A Venezia c’è de’ movimenti: vi si fanno delle scene religiose inutili. Date ordini e esempj che mettano freno a queste turbolenze». [129] Del novembre 1809 si ha lettera di Murat all’imperatore, che lo informa della situazione di Roma: «Non devo dissimularvi ch’essa soffre. L’assenza del Governo produsse molti infelici: mi accertano che la sua popolazione scemò di 40,000». [130] Rapporto di A. De Pastoret _sulla situazione degli Stati romani nel giugno_ 1809. [131] Per la storia nostra militare vedansi VACANI, _Gl’Italiani in Ispagna_; LAUGIER, _Guerre degli Italiani_; ZANOLI, _Della milizia cisalpina_; e le biografie del Fontanelli, del Pino, di altri. Fra i prodi distinguono Bernardo Rossi, proletario bergamasco, che combattendo in Italia e in Germania, salì grado grado, e divenne capitano e cavaliere in Ispagna, ebbe gran parte all’assedio di Tarragona e alla presa del forte Olivo, dove la divisione italiana si segnalò con Palombini, Bertoletti, Banco, Severoli, Mazzuchelli, Vacani, Bianchetti, Santandrea, Ceroni, Peyri, poi in Russia e nelle ultime fazioni in Italia. Giovanni Ettore Martinengo Coleoni, versato nell’architettura militare, servì la Prussia, poi la rivoluzione francese nelle armi e nella diplomazia; presentò a Melzi una memoria sul rendere indipendente l’Italia; poi corteggiò Napoleone e fu capitano della guardia d’onore, senatore, ciambellano. I coscritti dei quattordici dipartimenti franco-italiani salirono a censessantaquattromila; altrettanti in circa quelli dei ventiquattro dipartimenti italiani: trentamila furono dati dal regno di Napoli: onde sarebbero trecensessantamila i soldati che la Penisola nostra diede alla grand’armata dal 96 al 14. [132] Eugenio scriveva a Napoleone il 20 ottobre 1810: _Sire, j’ai l’honnenr d’adresser à V. M. deux tableaux; l’un indiquant le nombre des conscrits réfractaires de ces quatre dernières années, se montant à 22,227 hommes; l’autre indiquant les déserteurs, dans le même temps, et porté à 17,750: total 39,977 hommes. Ce résultat est affligeant. L’on emploie tous les moyens pour l’empêcher ou y remédier.... On arrête journellement de ces déserteurs. La totalité se monte à plusieurs milliers par an. On est peiné d’être obligè de porter une condamnation aux fers envers une quarantaine de mille individus_. [133] ZANOLI, op. cit., tom. II, p. 205. Egli computa che, per numero medio, durante il regno d’Italia perissero 7337 uomini all’anno, cioè in tutto 124,729, sopra la popolazione media d’un dieci milioni e mezzo; e vi si spendessero 723 milioni, oltre le esazioni forzose e i 30 milioni annui tributati alla Francia. I dipartimenti aggregati alla Francia diedero 164,000 coscritti. Secondo lui, le truppe che mossero dal regno d’Italia furono 27,397, cavalli 9040, e tutto il corpo franco-italiano 52,000 uomini. Egli calcola i soldati del regno d’Italia periti in quella guerra 26,597, tutti i 9040 cavalli, 58 cannoni, 391 cassoni di munizione, 702 carriaggi di trasporti: ma altri elevano molto di più queste cifre. La gazzetta di Pietroburgo stampò il prospetto di uffiziali prigionieri 6000, soldati prigionieri 130,000, cadaveri bruciati da Mosca a Wilna 308,000, cannoni avuti in mano 900, fucili 100,000, carri, cassoni, vetture 25,000. È probabile v’abbia esagerazione, Napoleone diceva a Metternich che, nella guerra di Russia, perirono 200,000 uomini, però (soggiungeva) molti erano tedeschi. [134] Realmente i battaglioni nostri non contavano meglio di venti uomini d’ogni grado. _Mémoires du prince Eugène_, IX. 104. Le relazioni d’allora, e massime quelle del Vaudencourt, come pure il Du Casse nelle Memorie del principe Eugenio, sprezzano assai le truppe italiane, fino a dire che unico loro incoraggiamento era la speranza di arricchirsi, come nella Spagna. Del generale Lechi fanno unico vanto la bella presenza, e gli attribuiscono i disastri del 1813. Pino è qualificato come negligente e pusillanime a segno, che il vicerè, per risparmiargli l’affronto di torgli il comando, lo indusse a domandare un congedo a titolo di salute. Nelle istruzioni che mandava al vicerè nel novembre 1813, Napoleone scriveva: «Il vicerè può avere grande confidenza in Zucchi. Io ne fui contentissimo. Non bisogna dar credito a Pino, bensì elevare Palombini e Zucchi, e sostenere Fontanelli. Il nemico cerca guadagnare i generali stranieri che noi abbiamo innanzi. I tre che indico bisogna avanzarli, e annichilar Pino». [135] La fortezza di Mantova era comandata da Julien di Tolosa, generale di brigata al servizio italiano, che credesi autore del libretto _Dernière campagne de l’armée franco-italienne en Italie_. [136] Che i bullettini mentiscano è convenuto. Ma Napoleone, in lettera privata a Eugenio, da Dresda il 30 agosto scriveva: «Ho battuto il grand’esercito degli alleati, ch’era di ducento mila uomini, di cui ottantamila russi: gli ho preso trentamila uomini, trenta bandiere, cinquanta bocche di cannone, e ottocento cassoni di munizioni e vetture di bagagli. Fuggì spaventato in Boemia, e lo fo inseguire vivamente». E il 17 novembre: «Figlio mio, voi avete ancora un bell’esercito, e se vi unite cento cannoni, il nemico è incapace di forzarvi. Non si tratta che di guadagnare tempo. Io qui (a Parigi) ho seicentomila uomini in movimento: ne riunirò seicentomila in Italia. Vo a provvedere acciocchè i vostri quadri siano completi di novecento uomini ogni battaglione». Informato il giorno stesso delle strettezze dell’esercito italiano, scriveva ad Eugenio: «Non bisogna abbandonar l’Adige senza una gran battaglia. Le grandi battaglie si guadagnano coll’artiglieria». Ciò parrebbe smentire l’ordine dato a Eugenio d’abbandonare l’Italia e recarsi sull’Alpi, l’avere disobbedito al quale viene gravemente imputato al vicerè. È però vero che al 24 gennajo Napoleone gli ordinava, caso che i Napoletani si dichiarassero nemici, di portarsi alle Alpi con tutto l’esercito. Il 18 febbrajo informava Eugenio d’aver distrutto l’armata di Slesia composta di Russi e Prussiani, cominciato jeri a battere Schwarzenberg: in quattro giorni fatto trenta o quarantamila prigionieri, una ventina di generali, cinque a seicento uffiziali, cencinquanta a ducento cannoni, e immensi bagagli, _senza quasi perder uomo_. [137] Una brigata di giovani componea sibilloni, che furono poi stampati nel 1815. [138] Eugenio scriveva alla moglie il 26 novembre 1813 che ad Aldini aveva l’imperatore detto: «Finalmente farò la pace: devo rinunziare al sistema continentale, cederò anche all’Austria il Veneto; ma in ricambio l’Italia avrà il Piemonte, e la Francia resterà ne’ suoi confini naturali. Il regno d’Italia sarà dichiarato indipendente». [139] La difesa di Genova e della Riviera furono affidate al barone Maurizio Fresia di Saluzzo, che combattè tutte le guerre del secolo, fu anche governatore di Venezia, e morì il 1827. [140] Beauharnais, il 29 novembre 1813, scriveva a Ortensia in lettera evidentemente destinata ad esser mostrata: _Ma bonne sœur... Un parlementaire autrichien a demandé avec instance à me parler... Il était chargé de la part du roi de Bavière de me faire les plus belles propositions pour moi et pour ma famille, et assurait d’avance que les souverains coalisés approuvaient que je m’entendisse avec le roi pour m’assurer la couronne d’Italie. Il y avait aussi un grand assaisonnement de protestations d’estime... Tout cela était bien séduisant pour tout autre que pour moi. J’ai répondu à toutes ces propositions comme je le devais, et le jeune envoyé est parti rempli d’admiration pour mon caractère, ma constante fermeté et mon désintéressement: j’ai cru devoire rendre compte de tout à l’empereur, en omettant toutefois les compliments qui ne s’adressaient qu’à moi... Ce qui pour moi est la plus belle des récompenses, c’est de voir que, si ceux que je sers ne peuvent me refuser leur confiance et leur estime, ma conduite a pu gagner celle des ennemis. Adieu, ma bonne sœur, je ne saurais assez te dire combien je suis heureux des sentiments de ma femme en cette circonstance. Elle a tout-à-fait suspendu ses relations directes avec sa famille depuis la déclaration de la Bavière contre la France, et elle s’est réellement conduite divinement pour l’empereur._ Nei patti che proposero a Napoleone gli Alleati da Chatillon, v’era che l’Italia restasse indipendente, data ad Eugenio colle isole Jonie. Su questi atti di Beauharnais sparsero luce le sue Memorie, stampate nel 1858, per quanto parziali. [141] La reggenza del Governo provvisorio. Le armate delle alte Potenze coalizzate entrano nel territorio italiano; vogliono l’ordine e la felicità della nazione. Italiani, voi avete sviluppato il nobile carattere vostro; ed il generale sentimento dell’amore per la patria ha escluso la possibilità di opposti partiti. L’interesse privato è intieramente dimenticato da ciascuno di voi; il riposo, la tranquillità, la brama d’un saggio Governo indipendente stanno fissi nel cuore di tutti; nè vi è Italiano, il quale non senta il bisogno d’un nuovo ordine di cose. Le alte Potenze coalizzate non ad altro fine hanno impugnate le armi se non per il bene de’ popoli, nè giammai si è combattuto con principj più virtuosi... Secondate, o Italiani, queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come veri liberatori i militari che hanno esposti se stessi per il vostro bene, accoglieteli coll’affettuosa ospitalità a loro dovuta. Il trasporto della pubblica esultanza sia vivace, ma tranquillo e dignitoso... La reggenza conscia delle intenzioni dei nostri liberatori, è persuasa che la dovuta riconoscente accoglienza della capitale sarà di nobile esempio a tutto il regno. Milano, 27 aprile 1814. _Verri_ presidente-_-Giulini Giorgio — Borromeo Giberto — Mellerio Giacomo — General Pino — Mazzetta Giovanni — Strigelli_ segretario. La reggenza del Governo provvisorio. La rappresentanza nazionale ha esternato il suo voto per l’indipendenza del regno d’Italia, e per una costituzione, le cui basi liberali saggiamente contrabbilancino i rispettivi poteri. I desiderj del popolo italiano non potevano non esser conformi al principio, che l’indipendenza è il primo bene e la principale sorgente della felicità di uno Stato. La deputazione, al cui patrio zelo la reggenza ha confidato il sacro deposito dei voti della nazione, gli avrà già manifestati alle alte Potenze alleate. Spagna, Francia, Olanda attestano nei trasporti della loro riconoscenza che la magnanimità delle alte Potenze alleate ha sostituito, con nuovo genere di trionfo, alla sanguinosa gloria delle conquiste quella ben più reale e durevole di ristabilire la felicità de’ popoli col mezzo d’istituzioni sagge e liberali. Italiani, vorreste voi obliare questi numerosi esempj di generosità a segno di temere che per voi soli le alte Potenze alleate ricusino di essere magnanime, di far risorgere la vostra nazionale indipendenza? Le negoziazioni che saranno già intraprese, sono dirette da concittadini che, circondati dalla pubblica confidenza, hanno e lumi e zelo pari all’eminente oggetto della loro delegazione. Il loro unanime interesse è identico col vostro, che è pur quello della reggenza. Mentre le alte Potenze stanno compiendo la grande opera, rimanetevi dunque in quel dignitoso contegno di calma che si conviene ad un popolo, il quale attende i suoi destini da nazioni che l’Europa tutta venera ed ammira come suoi liberatori. Milano, 4 maggio 1814. _Verri_ presidente, ecc. ecc. [142] Erano Marcantonio Fe, Federico Confalonieri, Alberto Litta, Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani, Somaglia, Sommi, Ballabio: segretario Giacomo Beccaria. Le loro domande portavano: I. Indipendenza assoluta del paese, il quale abbia la maggior estensione possibile; II. Costituzione liberale, fondata sulla divisione del potere esecutivo, legislativo, giudiziario, e sull’intiera indipendenza di quest’ultimo; una rappresentanza nazionale faccia le leggi, regoli le imposte; sieno assicurate la libertà individuale, la libertà di commercio, la libertà della stampa; i pubblici impiegati sieno sottoposti a sindacato; III. Tale Costituzione sia fatta dai collegi elettorali, eretti in assemblea costituente; IV. Si preferisca un Governo monarchico ereditario. Quanto alle maggiori guarentigie, non si era creduto «conveniente di legar le mani alle Potenze alleate». [143] Vedi l’allocuzione 21 marzo 1813. [144] Al congresso di Vienna erano rappresentanti del pontefice il cardinale Consalvi; del re di Sardegna il marchese di Sanmarzano e il conte Rossi; di Gioachino il duca di Campochiaro e il principe di Cariati; di Ferdinando di Sicilia il conte Ruffo, il duca Serra Capriola, il cavaliere Medici; della Toscana Neri Corsini; di Modena il principe Albani; di Luigia di Parma lo spagnuolo Labrador; di Genova il marchese Brignole Sale; del principe di Piombino il giureconsulto Verra; di Lucca il conte Mansi. [145] Furono il generale Teodoro Lechi, il tenente colonnello Gasparinetti, l’ispettor generale Demester, Ragani caposquadra, Lattuada, Brunetti, Cavedoni, Pagani, Gerosa, Caprotti, Marchal, Varesi, tutti uffiziali; i professori Rasori, Gioja ed altri. Dopo tre anni di processi furono condannati a morte, commutata in carcere temporario. [146] Carolina coi figli abitò Trieste, poi morì a Firenze il 1839. Luciano che era accorso da Roma ad offrire i proprj servigi al reduce fratello, al cadere di questo tornò a Roma, e nel suo principato di Canino scoprì le necropoli e i vasi che innovarono la storia delle belle arti etrusche, e raccolse un insigne museo, che poi vendette al britannico: morì nel 1840, e suo figlio Carlo meritò nome fra i naturalisti, poi fra i rivoluzionarj (-1857), e Luigi fra i chimici. Re Giuseppe, dopo i disastri di Waterloo ricoverò a Nuova York, poi a Firenze col nome di conte di Survilliers, e vi morì nel 1844. Ivi pure morì re Luigi il 25 luglio 1846; e suo figlio Luigi, dopo vicende da romanzo, rinnovò l’impero francese. Girolamo, già re di Westfalia, morì capo dell’Ospizio degli Invalidi a Parigi; suo figlio rimane famoso col nome di principe Napoleone. Madama Letizia, madre di cinque regnanti, visse in Roma fino al 2 febbrajo 1836. Felice Baciocchi, principe di Lucca, morì a Bologna il 1841. Beauharnais ebbe rendita di sei milioni, e dal re di Baviera il principato di Eichstädt, ove fece moltissimi miglioramenti: visse fin al 1824, e di Amalia sua moglie restò cara ricordanza fra gli Italiani, che sempre ben accolse anche a Monaco. Una loro figlia sposò il principe reale di Svezia, e si assise su quel trono (-1876); l’altra il duca di Braganza; un figlio sposò la regina di Portogallo; l’altro la primogenita dell’imperatore Nicolò di Russia. [147] Gli alleati aveano imposto a Ferdinando di dare al principe Eugenio un distretto di cinquantamila abitanti! che fu cambiato in cinque milioni di lire. Anche a carico del papa si mantenne il ricco appanaggio d’Eugenio nelle Marche, mascherandolo col titolo d’enfiteusi, redimibile per 3,170,000 scudi. Ferdinando regalò splendidamente i cooperatori della sua restaurazione: al generale Bianchi il titolo di duca di Casa Lanza con novemila ducati annui; a Metternich il titolo di duca di Portella con sessantamila; altrettanti a Talleyrand col ducato di Dino; seimila ducati annui al cavaliere Medici; altrettanti al plenipotenziario Alvaro Ruffo; duemila all’altro plenipotenziario Serra Capriola; le quali rendite furono capitalizzate con 1,010,722 ducati. Vedi il rapporto del ministero delle finanze al Parlamento in ottobre e dicembre 1820. [148] Secondo un articolo addizionale e separato del 20 maggio 1815, nel caso che il ducato di Parma ricada all’Austria, la città e fortezza di Piacenza con un circondario determinato spetta al re di Sardegna. Il 28 novembre 1844 a Firenze fra i duchi di Lucca e Modena, il granduca di Toscana, il re di Sardegna e l’imperatore d’Austria fu conchiuso cambio di varie porzioni di Stati, per meglio arrotondarsi quando avvenisse il passaggio del ducato di Lucca alla Toscana, e di Parma e Piacenza all’infante di Spagna. La Toscana conserverà i vicariati di Barga e Pietrasanta, e al futuro duca di Parma cederà Pontremoli, Bagnone e le terre annesse di Lunigiana. Il duca di Parma cederà a quello di Modena il ducato di Guastalla e la lingua di terra parmigiana sulla destra dell’Enza. L’imperatore riconosce la cessione del ducato di Guastalla; e il diritto di riversibilità che gli competea su quello, e sul territorio oltr’Enza, lo trasferisce sul distretto di Pontremoli e sulla restante Lunigiana, ceduti al duca di Parma. Se mai il ducato di Parma ricada all’Austria, l’imperatore cederà al re di Sardegna la suddetta porzione di Lunigiana e i distretti ora estensi di Treschietto, Villafranca, Castevoli, Mulazzo; e ciò invece della convenuta città e fortezza di Piacenza. [149] I Genovesi mostrarono i danni che verrebbero «dall’aggregamento di genti così tra loro avverse e discordanti, come furono sempre la ligure e le subalpine» (_Lettere di Pareto a lord Castlereagh_, 11 maggio 1814); e invocavano piuttosto «un sovrano, parente delle auguste famiglie che governano l’Europa, purchè indipendente, troppo recenti ed altamente fitti negli animi essendo i mali che tiene congiunti la dominazione straniera» (_Nota del Serra al congresso di Vienna_). La discussione fattasi allora al Parlamento inglese, dove l’opposizione stava pei diritti, il Governo pei fatti e per le convenienze, e delle più importanti sulla politica e sul gius delle genti. Può vedersene un estratto in SCLOPIS, _Delle relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo britannico_, Torino 1853, che reca pure una Memoria del conte d’Agliè a Castlereagh per mostrargli quanto importi render forte il Piemonte unendovi tutta l’alta Italia. Su questi fatti son a vedere _Correspondence, despatches and other papers of Viscount Castlereagh_, Londra 1853. Il cardinale Pacca, in un opuscolo sui _Grandi meriti verso la Chiesa cattolica del clero di Colonia_, Modena 1840, moveva lamento che nel congresso di Vienna «non si restituì a varie repubbliche cattoliche quella libertà e indipendenza che avevano perduta per la sfrenata ambizione di Napoleone, mentre la si restituì alla repubblica di Ginevra, irreconciliabile al nome cattolico, e le si volle anche accrescere il territorio, staccando alcune terre e paesi dal paterno Governo de’ principi di Savoja, per sottometterli a Ginevra che si gloriava di esser chiamata la Roma protestante». [150] La Farina, nel _Proemio_, pag. 79, dice che «fuvvi chi propose una confederazione italiana a somiglianza dell’alemanna; ma l’Austria che ben sentiva ogni confederazione italiana non poter essere che a sè nemica, si oppose, ecc.». Il Farini tutto all’opposto (_Storia d’Italia_, lib. VII) insiste sulla smania dell’Austria a volere una lega italica, e sul pericolo che ne sarebbe venuto alla libertà; e ingloria i re sardi d’esservisi opposti, e così salvato l’Italia. [151] Adunanza del 20 marzo 1815. Al conte di Brusasco, ambasciadore di Vittorio Emanuele, che si lagnava de’ mali fatti all’Italia dal congresso di Vienna, Capodistria diceva: — Verissimo, ma le circostanze non permetteano di meglio. Era necessario dar la pace all’Europa, darla subito; il riposo era il primo bisogno; e l’esperienza passata e presente mi fanno tenere di sommo momento la forza delle circostanze, che tutto trascina. Quali sono le cause che condussero Buonaparte alla perdizione? non certamente i disegni politici de’ suoi nemici. La medesima forza delle circostanze ha generato il sistema europeo che esiste oggi: non il genio nè la volontà dell’uomo. Il riposo era il bisogno universale, e non potea conseguirsi che per mezzo dell’unione. Se mi domandate quanto durerà l’odierno sistema europeo, vi risponderò, durerà finchè la forza delle circostanze lo rende necessario. Ma sin d’ora si può affermare, che allorquando il riposo non sarà o non parrà il primo de’ bisogni, quando saranno distrutte tutte le parti che erano legate a quel colosso che si rovesciò da sè, e quando nuove leghe, nuove relazioni, opinioni nuove, nuovi interessi avranno dato un indirizzo differente agli spiriti umani, allora il sistema presente cadrà, ogni cosa prenderà un assetto stabile e durevole, perchè sarà secondo natura e secondo giustizia. Intanto a me son noti come all’imperatore i portamenti dell’Austria in Italia: ma non ci pare devano dispiacervi troppo, perchè, se occasioni imprevedibili portassero la guerra in Italia, esse potrebbero riuscirvi di grande vantaggio; e l’idea dell’indipendenza italiana, accortamente svegliata, potrebbe procacciarvi molti partigiani, e fare gran male all’Austria». [152] I commissarj pontifizj lasciarono a Parigi moltissime pergamene di monasteri antichi; alcuni quadri e sculture, regalati in riconoscenza, o ceduti per istanze, fra cui il colosso del Tevere, la Pallade di Velletri, la Melpomene. I deputati dell’Università di Eidelberga reclamarono i codici palatini, che Gregorio XV avea comprati nel 1622 da Massimiliano di Baviera; e le furono resi in fatto trentanove codici greci e latini già trasportati a Parigi, e ottocenquarantasette tedeschi ancora esistenti a Roma, col famoso Gladiatore, il vaso, l’educazione di Bacco. Il museo Borghese restò a Parigi, come formalmente comprato, e benchè una parte ne reclamasse il re di Piemonte, perchè era stato pagato co’ suoi beni. Gl’Inglesi diedero duecentomila lire pel trasporto dei capi d’arte. Il Martirio di santo Stefano di Giulio Romano, che la città di Genova avea regalato alla Francia nel 1807, ed era stato restaurato da Girodet, fu chiesto dal re di Piemonte e messo a Torino. [153] Anche il famigerato principe di Canosa rimproverava ai principi, per idee diverse, questo accentramento, quest’abolizione dell’individuo; e nella _Esperienza ai re della terra_ scriveva: — Principi miei, che cosa fate? Il mondo va tutto in precipizio, il fuoco arde sotto i vostri troni, la cancrena corrompe la società; e voi vi battete le mani sull’anca, applicate qualche cerottello inconcludente su piaghe sterminate, e non adottate provvedimenti vigorosi e validi?... Voi per zelo male inteso della sovranità avete levato ai Comuni tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte le loro franchigie e libertà, e avete concentrato nel potere ogni moto e ogni spirito di vita. Con questo avete reso gli uomini stranieri nella propria terra, abitatori e non più cittadini delle loro città; e dall’abolizione dello spirito patrio è sorto lo spirito nazionale. Distrutti gl’interessi privati di tutti i municipj, avete formato di tutte le volontà una massa sola; ed ora vi trovate insufficienti a reprimere il moto di quella mole terribile e smisurata. _Divide et impera_. Voi vi siete dimenticati di questa massima scolpita nel fondamento dei troni: avete preteso reggere il mondo con una redine sola, e questa vi si è spezzata nelle mani. _Divide et impera_. Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città, lasciando ad ognuna i suoi interessi, i suoi statuti, i privilegi suoi, i suoi dritti e le sue franchigie. Fate che i cittadini si persuadano d’essere qualche cosa in casa loro; permettete che il popolo si diverta coi trastulli innocenti de’ maneggi, delle ambizioni e delle gare municipali; fate risorgere lo spirito patrio colla emancipazione dei Comuni; e il fantasma dello spirito nazionale non sarà più il demonio imbriacatore di tutte le menti...» [154] Eppure Napoleone nel 1814 a re Giuseppe scriveva: _J’ai toujours reconnu que la police fait un mal affreux: elle alarme sans éclairer_. [155] Quando la Rivoluzione credeva togliere tanti poteri al re, Mirabeau, nella sua corrispondenza secreta, mostrava a Luigi XVI che anzi li consolidava: — È dunque nulla il non esservi più nè Parlamento, nè paesi di stato, nè corpo di clero, di privilegiati, di nobili?... Molti regni di Governo assoluto non avrebbero fatto altrettanto quanto questo sol anno per l’autorità reale». [156] Il suddetto Canosa esclamava: — Un’altra causa principale dello sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere, e quel pizzicare di letteratura che è entrato anche nelle ossa de’ pescivendoli e degli stallieri. Al mondo ci vogliono i dottori e i letterati, ma ci vogliono anche i calzolari, i sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorti; ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri, senza pretendere di guidarlo coi lumi proprj. Per tutta questa gente la letteratura è dannosa, perchè solletica quegl’intelletti che la natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promove dubbj che la mediocrità delle sue cognizioni non è poi sufficiente a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono insopportabile il lavoro monotono e nojoso del corpo, risveglia desiderj sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere il popolo scontento della sua sorte, lo dispone a tentativi di conseguire una sorte diversa. Perciò, invece di favorire smisuratamente l’istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine, e considerare che, se si trovasse un maestro, il quale con una sola lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele, e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società. Lasciate i libri e gli studj alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario, che si fa strada a traverso l’oscurità del suo grado; ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile, senza andarsi a guastar il cuore e la mente alla scuola dell’alfabeto». [157] Fra gli illustri ospiti è a contare la duchessa di Devonshire figlia del conte Spenser, che più volte avea scorsa l’Italia e il resto d’Europa col proposito di riconciliar le due Chiese. Qui fece stampare la quinta _Satira_ di Orazio con grandissimo lusso di caratteri e d’incisioni, e in molte edizioni sempre di pochissimi esemplari per migliorare or il sesto or la traduzione; l’ultima, eseguita nel 1818 dal successore di Bodoni, riuscì un capolavoro con incisioni di Ripenhausen e Caracciolo, riproducendo i luoghi e valendosi delle antichità pompejane. Fece anche stampare l’_Eneide_ del Caro (Roma, De Romanis, 1819) in censessantaquattro esemplari mandati a soli principi, con ventidue incisioni nel primo volume e trentotto nel secondo, oltre i ritratti della duchessa, di Virgilio, del Caro; ed è peccato non abbia potuto far altrettanto della _Divina Commedia_, come divisava. Grande amica della Stael e della Récamier, accogliendo attorno a sè la più splendida società, potè anche far servigi a Roma, sia col chiedere al Governo inglese i gessi dei marmi d’Elgin, sia qualche mitigazione pe’ Cattolici d’Irlanda. [158] I fautori del libero scambio asseriscono che nel regno d’Italia erasi posta una tassa sull’esportazione dei grani, onde si coltivarono a preferenza altri generi, e da ciò o venne o peggiorò la carestia del 1817: soggiungono che in questa i grani costavano carissimo nella Sicilia dov’erano le tratte, mentre in Toscana si continuò la libertà, e non mancava fromento indigeno, e Livorno guadagnava all’affluirne di straniero. Son fatti tutt’altro che accertati. [159] La baronessa di Stael fin nel 1805 diceva: _Il y aura des révolutions en France jusqu’à ce que chaque Français ait obtenu une place du gouvernement_. [160] Se è vero quel che riferisce lo Zobi, vol. V, p. 57, don Neri Corsini soleva ripetere confidenzialmente agli amici: — I venti vescovi del granducato, se non sono continuamente sorvegliati dal Governo, da un momento all’altro, secondo il piacere di Roma, possono rivoltare il paese. E la sorveglianza conviene che sia continua, circospetta e preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i devoti che credono e non ragionano, e non sono pochi». Pejretti, primo presidente in Piemonte, a Barbaroux ambasciadore a Roma scriveva: — Tutto quanto è oggetto di speranza in Roma, dev’esserlo a noi di timore, e dobbiamo astenerci dall’accordarlo». [161] ARTAUD, _Vita di Leone XII. — Contra hæc repugnabant acerrime recens impietas et ipsa meticulosa sæculi deciminoni politica_. NODARI, _Vita Pii VII_. [162] Savojardi furono il purista Vaugelas, Claudio di Seyssel istorico di Luigi XII, Ducis, Michaud, ecc. [163] Vedi la sua _Correspondance inédite_. [164] Un trasunto dei processi del 1821, che io possiedo e che porta la storia di ventotto società segrete, toccando di quella de’ Sanfedisti o Concistoriali dice: — Di questa parlano continuo i Carbonari pontifizj, e pretendono sia diretta a espellere gli Austriaci, e ristabilire la preponderanza della Corte di Roma. Però di queste intenzioni non seppero mai esibire più accertate notizie; e siccome si trattava di svelare le mosse d’una società segreta che avrebbe mirato principalmente a combattere il moderno liberalismo, pare che essi cercassero piuttosto deviare l’attenzione del Governo dalle loro combriccole, dirigendola sulle traccie d’una setta, la quale, quand’anche esistesse, non potea meritare seria considerazione. Non favoreggiata dallo spirito del tempo, essa non potea fare giammai progressi pericolosi: e non ci è mai avvenuto d’avvertirne l’esistenza fra noi». [165] Il principe di Castelnuovo, che grandemente si adoprò per ritrarre il re da questo partito, quando morì lasciò un grosso legato a chi potesse ottenere dal re il ripristino della costituzione siciliana. [166] Il Colletta, dopo raccontato a disteso gli errori e delitti del Governo napoletano, conchiude che «i governanti erano benigni, la finanza ricca; felice il presente, felicissimo si mostrava l’avvenire; Napoli era tra’ regni d’Europa meglio governati, e che più larga parte serbasse delle idee nuove». Lib. VIII. n. 51. * Ecco il saviissimo decreto de’ 10 giugno dell’anno 1817, sulla fondiaria. .... Essendo nostra intenzione di tener come costante il valore imponibile delle proprietà fondiarie, e così incoraggiare l’agricoltura dando a’ proprietarj la nostra sovrana garentìa, che pel miglioramento de’ loro fondi per lungo corso di anni non ne sarà annullato il valore imponibile, decretiamo: Art. 1. La contribuzione fondiaria ha per base la rendita netta de’ fondi. Questa rendita, che consiste nel prezzo del prodotto depurato dalle spese di cultura, di conservazione e di mantenimento, può essere rappresentata dagli affitti fatti in un decennio, o dall’interesse del prezzo de’ fondi, quando la compra ne sia stata fatta, durante lo stesso tempo. Art. 2. Ogni terra colta o incolta, ogni suolo urbano con edifizj o senza, è soggetto a contribuzione per l’intera sua estensione. Un errore in più o in meno di valutazione, che non oltrepassi il ventesimo, non darà luogo ad aumento, o riduzione di contribuzione, salvo il riportare ne’ catasti la estensione vera. Le terre addette a delizia debbono essere valutate come i migliori terreni coltivati del Comune. Le case di abitazione entrano in tassa, al pari delle terre, per la loro rendita netta calcolata in ragione degli affitti del decennio, colla deduzione del quarto per la riparazione e pel progressivo deperimento. Gli edifizj o parti di edifizj appartenenti allo Stato, ed addetti per disposizione del Governo ad un uso pubblico non produttivo di rendita alcuna, sono esenti dalla contribuzione fondiaria, e rimanere debbono registrati ne’ catasti per semplice numeraria. La rendita dei molini e degli edifizj addetti a manifatture debbe essere valutata similmente sugli affitti del decennio, colla deduzione del terzo. Le fabbriche rustiche, costrutte nell’interno delle terre per servire ai soli usi dell’agricoltura o della pastorizia, debbono essere valutate in ragione del suolo, assimilato pel valore imponibile alle migliori terre del Comune. [167] Tanto asserì il conte Orlof nelle Memorie del regno di Napoli. Ma il Canosa nei _Piffari di montagna_ (Dublino 1820) lo smentisce risolutamente. Crede egli che, quando si sciolsero le maestranze durante l’occupazione inglese, si levasse tumulto principalmente fra’ calderaj, che protestarono della loro devozione alla regina, e le si profersero: onde furono accarezzati dai fuorusciti napoletani. Quando questi rimpatriarono, si addissero alle società segrete avverse a Murat, e ad un’antica setta dei _Trinitarj_ posero il nome di Calderari. V’apparteneva gente di basso stato, e forse in realtà era un avanzo delle bande del 1799. [168] Saccheggiandosi il palazzo di Palermo dov’è la specola, l’astronomo Nicolò Cacciatore si oppose alla ciurma che voleva manomettere l’osservatorio; onde «fu trascinato per la città quasi ignudo, rinchiuso in fondo d’oscura e fredda prigione in compagnia d’una ventina d’uomini della massima depravazione. Per miracolo ne uscì il giorno seguente». _Autobiografia_. [169] Queste in Sicilia diedero un terzo di nobili, un quarto di preti: a Napoli invece il Parlamento riuscì di sei nobili, diciannove preti, tredici possidenti, dodici magistrati, altrettanti legisti, otto militari, sei medici; quattro impiegati attivi e due in ritiro, due negozianti e un cardinale. [170] Molti furono i perseguitati dalla setta: Giampietro, direttore della Polizia, fu tratto di mezzo a nove figliuoli e trucidato; lo che spaventò moltissimi che s’ascosero, mentre correvano liste di proscrizione. [171] A’ Court, inviato d’Inghilterra, non avea parole bastanti per disapprovarli: — Neppur un’ombra di biasimo s’avventurarono a gittare sul Governo esistente; non altro promisero al popolo che la riduzione del prezzo del sale. Mai non erasi avuto Governo più paterno e liberale: maggiore severità e meno confidenza sarebbero riusciti ad altro... Spirito di setta, e l’inudita diserzione di un esercito ben pagato, ben vestito e di nulla mancante, causarono la ruina d’un Governo veramente popolare. Temo non si riesca a scene di carnificina e confusione universale. La costituzione è la parola d’ordine, ma in fatto è il trionfo del giacobinismo, la guerra dei poveri contro la proprietà». [172] Nota del ministero degli affari esterni delle Due Sicilie alle Corti d’Europa, 1º dicembre 1820. [173] Vedi le sue _Memorie_ scritte dal Galvani. [174] Metternich scriveva al duca di Modena, invitandolo al Congresso, e divisandogli il fatto e da farsi. «Ogni rivoluzione passa per periodi distinti. Il carattere della _rivolta_ è stampato chiaramente ne’ suoi primi eccessi, ma presto si cancella, e agli occhi vulgari prende l’aspetto di _riforma_. La debolezza dei principi e de’ Governi, le paure degli onest’uomini, i clamori dei faziosi, l’ipocrisia e furberia loro, tutto insomma vi contribuisce. Coloro che vogliono combattere il flagello bisogna che badino bene di non ingannarsi sulla differenza di tali periodi, e accomodare a ciascuno mezzi differenti, se non vogliono fallire. Se avessimo avuto ventimila uomini disponibili sul Po, si correva su Napoli: avremmo spenta la rivoluzione, e il mondo avrebbe applaudito, come fa sempre ad ogni buon successo. Non avendoli, dovemmo attendere a combattere la rivoluzione nel suo secondo periodo. Il re avea giurato la costituzione, un Parlamento dovea servire di guida all’opinione che si diceva nazionale (_Notino la parola i rivoluzionarj del_ 1859): i liberali e radicali di tutta Europa non poteano a meno d’unirsi in fascio per cantare in verso e in prosa gl’ineffabili benefizj delle restaurate libertà napoletane.... Gl’indugj non ci spaventarono; anzi. Il Governo rivoluzionario di Napoli ebbe a combattere un male che non perdona, la penuria di denaro. Chi quattro mesi fa avesse creduto che le operazioni dell’esercito austriaco opprimessero la libertà nascente, col ricco corteo de’ benefici frutti, avrà avuto il tempo di persuadersi che questa così detta libertà è morta in brevissimo per l’opere sue proprie. Le stesse cose cattive, contrarie alle nostre intenzioni, che succedeano a Napoli, si volgeranno a pro della giustizia e della ragione. Il liberalismo vi è stato fulminato dal radicalismo: i Carbonari e il Parlamento rovinarono i Muratiani; i mezzi termini furono ridotti al giusto loro valore da una fazione che, per ora, è forte perchè vuole o tutto o niente. Fondandoci dunque sull’essere il napoletano un affare europeo, e dovere comune la repressione della rivolta, abbiamo terminato il primo atto di questo grave dramma». [175] _Memorandum_ di don Neri Corsini, 20 gennajo 1821. [176] Capodistria, ambasciadore di Russia, avendo domandato a Metternich se l’Austria approverebbe un sistema che si avvicinasse al rappresentativo, quegli aveva risposto che si farebbe piuttosto la guerra. Capodistria soggiunse: — Ma se lo stesso re stabilisse un tale sistema?» E Metternich: — L’imperatore farebbe guerra al re di Napoli». Lo racconta Sanmarzano ambasciadore del Piemonte in dispaccio alla sua Corte. [177] In lettera del 5 gennajo 1821 egli diceva: — Dopo tutte le dichiarazioni e ritrattazioni del re di Napoli, se io fossi al posto di Metternich non vorrei mescolare la mia causa col tessuto di duplicità e menzogne ond’è composta la vita di S. M.». [178] E su tante migliaja di spade Una stilla di sangue non v’è. ROSSETTI. [179] Nei cinque anni d’occupazione in Sicilia perirono da seimila Austriaci per clima, per vino, per vizj. Secondo il Bianchini (_Finanze del regno_, III, 794), dal 1801 al 27 il Regno avea speso in truppe forestiere cencinquantasette milioni di ducati. Per le gravi spese nel 1826 si ritenne un decimo sopra tutti i soldi e le uscite. Frimont era comandante generale dell’esercito austriaco in Italia; e morto il 28 dicembre 1831, ebbe a successore il maresciallo Radetzky. [180] Carlo Emanuele IV, abdicato nel 1802, erasi fatto gesuita con voti semplici, continuando a vivere come prima in sempre maggiore pietà, fino al 6 ottobre 1819. Eragli succeduto il fratello Vittorio Emanuele. [181] SANTAROSA, _Histoire de la révolution piémontaise_ 1821. [182] Così uno de’ più smaccati adulatori del Governo piemontese, GUALTERIO, tom. I. p. 509. Vedi meglio SANTAROSA in generale, e BROFFERIO con minute particolarità, parte I. c. 7. [183] Ruffini dice dell’Università di Genova: — La lettera era tutto, nulla lo spirito. Erasi proposto di formare delle macchine, non degli uomini. L’Università parea destinata a estirpare dalla generazione presente ogni indipendenza di spirito, ogni dignità, ogni rispetto di se stesso; e quando passo in rassegna tanti nobili caratteri che sfuggirono _a questo di Procuste orrido letto_, non so trattenermi dal pensare con orgoglio quanto devono essere forti gli elementi morali della natura italiana tanto calunniata, per uscir puri e vigorosi da un’atmosfera così deleterica». _Memorie d’un proscritto_. [184] Il Gualterio dice che quei che chiedevano la costituzione erano assoldati dal conte di Binder ministro d’Austria (I. 570); e dipinge come minacciata la vita, non solo del re, ma della sua famiglia «che in quei frangenti non furono tutelate fuorchè da Carlalberto» (_i_. 564). È calunnia al mite popolo piemontese, e ad una rivoluzione quasi incruenta. Il realismo di quei rivoluzionarj scoppia fin con entusiasmo in queste parole del Santarosa: — O notte fatale!... la patria coi re non cadeva, ma questa patria era per noi nel re, anzi in Vittorio Emanuele incarnata; gloria, successi, trionfi e tutto per noi compendiavasi in quel nome, in quella persona». [185] Luigi Giuseppe Arborio Gattinara di Breme, da famiglia vercellese ricca di prelati e diplomatici, si pose alla diplomazia, fu consigliere di Stato del regno d’Italia e commissario generale delle sussistenze dell’esercito, poi ministro dell’interno e presidente del senato (1754-1828). Luigi, suo secondogenito, scolaro dell’abate Caluso, cappellano del vicerè e governatore dei paggi nel regno, pizzicava di letterato, e scrisse _Sull’ingiustizia d’alcuni giudizj letterarj in Italia_, ed altre cosuccie (1781-1820). [186] Fu ministro dell’interno il conte Ferdinando Del Pozzo, valente giureconsulto, che già in uno scritto pseudonimo avea dimostrato che le ragioni acquisite sotto il Governo francese non potevano abrogarsi; poi profugo, stampò nel 1833 _Della felicità che gl’Italiani possono e devono dal Governo austriaco procacciarsi_, dove a Carlalberto, divenuto re, dava esortazione d’imitar l’Austria in molte cose, fra cui nel dotare di centomila lire il teatro dell’Opera a Milano. [187] Il marchese La Maisonfort, ministro di Francia a Firenze, s’adoprò a scusare Carlalberto, e tenerlo raccomandato a Pasquier ministro degli affari esteri: _Les torts qu’on reproche au prince de Carignan, sont presque tous dans ses liaisons en précédence de la révolution. Il ne les nie pas, mais il assure que l’on exagère... Chef d’une espèce d’opposition qui, selon lui, était purement militaire, le prince eut le malheur de se brouiller ouvertement avec le duc de Génevois. Le jeune prince était donc dans une situation, dont ses entourages abusaient quand la révolution a éclaté. Trop jeune pour s’apercevoir que cette rébellion était sans base, il la jugea trop puissante pour ne pas croire de son devoir de se jeter à travers, afin d’obtenir_ la confiance et le pouvoir, qui seuls pouvaient l’étouffer (_Correspondance du 19 juin 1821_). E più basso: _Arrivé à Novare, où il reçut l’ordre d’abdiquer tout pouvoir et de se rendre en Toscane, quel fut, m’a-t-il dit, son étonnement et son désespoir de ne pouvoir être reçu à Modène, où le roi Charles Félix jeta à la figure du comte Costa, son écuyer, la lettre de soumission qu’ il lui portait!_ E al 22 dicembre: _On continue de calomnier et décarter le prince de Carignan de Turin. On irait bien plus loin si la France n’avait semblé le couvrir de cette égide, qu’ elle offrira toujours à la légitimité._ Il m’a promis patience et conduite irréprochable. Quando noi scrivevamo la _Storia Universale_, Cesare Saluzzo, granmastro d’artiglieria ed ajo de’ figli del re, ci promise documenti importanti sulla rivoluzione del 21: ma quando li reclamammo, non seppe darci che questi carteggi, i quali a noi parvero tutt’altro che nobilitare il re, anzi dire peggio che molte declamazioni de’ suoi avversarj. Pure furono più tardi pubblicati da suoi apologisti. Rimane una relazione di que’ fatti, stesa dal principe stesso a suo disgravio. [188] A Venezia Pellico, Solera, Romagnosi, Rossi di Cervia che vi morì: a Milano Castiglia, Arrivabene, Pallavicini, Confalonieri, Adryane, Trechi, Mompiani, Visconti... Vedasi un mio discorso, su _Il Conciliatore, episodio del liberalismo in Lombardia_. [189] Finita la rivoluzione piemontese, egli scriveva ad Ugo Foscolo: — Siam condotti a tale, da chiamare felici gli esuli, e molto più felici quelli che, se divideranno il danno generale che la perversità di quest’epoca ha serbato a tutti gli sforzi cauti e generosi, sono ben lontani dal dividere la vergogna di quelli che non seppero volere il bene se non imbecillemente e fanciullescamente». Avvertito d’in alto a fuggire, il Confalonieri non volle: côlto in casa, trovò arrugginiti i congegni della bottola per cui s’era preparata una fuga. Singolare venerazione professarono per lui quei che gli furono compagni di sventura. Uscito dallo Spielberg nel 1837 per l’amnistia, morì il 1847, e i suoi funerali a Milano furono un dei preludj della nuova rivoluzione. [190] Maroncelli, Frignani, Adryane, Parravicini, Arrivabene ed altri pubblicarono la storia de’ loro patimenti. La _Semplice verità opposta alle menzogne di E. Misley nel suo libello «L’Italie sous la domination autrichienne»_, opera scritta dal tirolese Zajotti, che fu poi nostro processante di Stato nel 1833, asserisce che gli arrestati non furono ottomila, ma settantaquattro. Il Giordani (lettera 25 giugno 1825) chiama Zajotti «il solo vero ingegno italiano che siasi venduto all’Austria». [191] Laderchi, come romagnuolo, fu consegnato al papa, che gli destinò per carcere la fortezza di Ferrara. Vi era legato il cardinale Tommaso Arezzo, che fe dichiarare fortezza tutta la città. Laderchi, potè finire i suoi studj, poi esercitare la professione d’avvocato; finchè liberato, divenne uno de’ migliori giureconsulti, fedele all’ordine e al giusto anche quando la rivoluzione del 59 riducea le vittime dell’Austria in vittime di nuovi sacrificatori. [192] Fra questi Ansaldi, il medico Ratazzi, Dossena, Bianco, Radice, Ferrero, Marochetti, Avezzana, Ravina, che la più parte ricomparvero dopo venzett’anni d’esiglio con miglior esito. [193] Vedi i Documenti del Governo di Modena, stampati nel 1860, p. 34. [194] Dichiarazione a nome delle Corti d’Austria, Prussia e Russia alla chiusa del congresso di Lubiana; Circolare accompagnatoria ai ministri delle tre Corti. — In Capefigue (_Diplomates européens_. Milano 1844, pp. 41 e 42) appare che la Francia non acconsentì all’occupazione del Piemonte se non per brevissimo tempo, _car la France ne pourrait souffrir les Autrichiens sur les Alpes. Tous ces actes de cabinet, toutes les proclamations qui suivent la tenue d’un congrès, étaient spécialement l’œuvre de M. de Metternich. Le chancelier d’Autriche possède... un goût pur.... etc_. Châteaubriand, nel _Congresso di Verona_, dà lode al cardinale Spina, capo della legazione pontifizia, dell’essersi opposto all’invasione austriaca nella bassa Italia. [195] È una rarità la medaglia allora coniata, di 0,041 di diametro, portante il ritratto di Carlalberto e la leggenda «Presa del Trocadero 31 agosto 1833». I reggimenti della guardia reale gli offersero le spalline di granatiere. [196] Le _Memorie storiche intorno alla vita di Francesco IV di Modena_ (Modena 1848-55) di Cesare Galvani (morto nel 1860) sono piuttosto un panegirico; ma per la cordialità con cui son dettate, e per la ricchezza di fatti devono consultarsi anche da chi non voglia ricredersi intorno a quello che apparve come il duca d’Alba dell’età nostra. [197] Tornate delle Camere al 1 e 6 dicembre 1830. [198] Risposta dell’ambasciatore Lützow al signor Seymour, 12 settembre 1832. [199] Vedasi il Galvani suddetto. [200] Nel bilancio del 1830 stampato, sono stanziate lire seicentomila per interessi del debito pubblico. [201] Presidente Vicini; ministri Armaroli, Mamiani, Sturani, Bianchetti, Armandi, Sarti, Orioli. [202] GUALTERIO, _Docum_. 87. [203] Il Galvani racconta che il duca partendo levò dalle casse un milione per pagare i soldati, oltre le gioje; e che Zucchi levò centomila lire: centoseimila i membri del Governo provvisorio. Levarono appena quello che occorreva per mantenersi. [204] Notificazione del segretario di Stato, 23 febbrajo. [205] Vedi il _Moniteur_ dell’agosto 1831, e massime il discorso del signor Cabet. [206] Dalle relazioni ministeriali consta che, al fine di settembre del 1831, la Francia dava sussidj a 2867 Spagnuoli, 962 Portoghesi, 1524 Italiani. [207] Con atto insolito fra’ principi italiani d’allora, ridusse l’arciduchessa a una lista civile, e potè rifiorire l’erario, levando le corruzioni dell’amministrazione e gli scialacqui. [208] Chi disse averlo ucciso il duca perchè non ne potesse rivelare all’Austria le trame, dimenticò che questi avealo lasciato a lungo nelle carceri di Mantova. [209] Sue lettere al marchese D’Azeglio, nella _Rivista contemporanea_ 1854. Egli morì improvviso a Pesaro nel 1838. [210] «L’amministrazione della giustizia era abominevole», lo assicura il Brofferio, _Storia del Piemonte_, tom. II. p. 87. [211] Da Carlo Emanuele I di Savoja nacque Tommaso Francesco (-1656), che sposò Maria di Borbone, erede del contado di Soissons, e generò Emanuele Filiberto Amedeo sordomuto (1709), capostipite dei principi di Carignano. Da Eugenio Maurizio suo cadetto e da Olimpia Mancini nipote del cardinale Mazarino, ceppi d’una nuova casa di Soissons, nacque il celebre principe Eugenio. Dal primogenito Vittorio Amedeo (-1741) discendono Luigi Vittorio Amedeo (-1778); Vittorio Amedeo (-1780); Carlo (-1800); Carlalberto (1798-1849); Vittorio Emanuele nato 1821. [212] Fa raccapriccio il leggere que’ supplizj nel Brofferio. Il ministro L’Escarène scriveva al Galateri: _J’ai rendu comte à sa majesté de la manière dont votre excellence a fait exécuter la sentence proférée par le conseil de guerre. Dans les moindres choses V. E. prouve son zèle pour le bon service du roi... Le roi m’a entendu avec intérêt, et m’a plusieurs fois interrompu pour exprimer toute l’estime et toute la confiance que V. E. mérite, et que sa majesté lui accorde_. Carlalberto, in un manoscritto citato dal Cibrario, nel 1839 scriveva a proposito de’ suoi nemici: _Je n’ai persécuté personne; je n’ai pas adressé un seul reproche_. Il Gualterio (tom. I, p. 71). sostiene che capo de’ Carbonari era Luigi Filippo, e ch’egli denunziò i cospiratori italiani all’Appony ambasciatore austriaco a Parigi! [213] Tra cui Vincenzo Gioberti, Anfossi medico, Durando avvocato, Giuseppe Garibaldi, divenuti poi famosi nel 1848. Furono per alquanto imprigionati Cambiaso, Balbi-Piovera, Durazzo, De Mari, Pareto, Spinola e altri patrizj genovesi. [214] È quasi comune il credere che il duca di Modena tentasse spossessare Carlalberto; ma il Galvani, nel vol. III, sventa questo concetto, adducendo anche lettere del re che al duca professava gratitudine e consenso. Nel 1832, avendogli il duca chiesto fucili e cannoni, Carlalberto gli scriveva: _Je prie V. A. R. de croire que toutes les fois qu’elle me mettra à même de lui prouver mon profond attachement et la vénération que m’inspirent son beau caractère et ses principes, elle me fera resentir un vrai bonheur_. E nel 1834: _La grande crise ne peut être que plus ou moins retardée, mais elle arrivera indubitablement. Elle sera terrible, car un des deux partis doit y succomber entièrement. V. A. R. pourra alors rendre de grands services à l’Italie. Quant à moi, elle peut être assurée que je suis résolu à y périr si nous ne pouvons triompher; mais que jamais je ne pactiserai en la moindre des choses avec la révolution._ E altrove: _Quant à nous deux, j’en ai l’intime conviction, nous marcherons toujours invariablement avec fermeté et assurance dans la même et constante voie... Il est impossible de vous porter un attachement plus vif que le mien, de vous être plus entièrement dévoué, et de partager plus complètement sur tous les points votre manière de penser_. E ancora nel 1834: _Je suis bien touché, mon cher cousin, de ce que vous me dites, que l’empereur vous a dit d’obligeant et de flatteur à mon égard. Son approbation et son estime forment le but de tous mes souhaits_. E nel marzo 1835: _J’ai bien partagé l’affliction que V. A. R. a ressenti de la cruelle perte que nous venons de faire de S. M. l’empereur d’Autriche, car je lui étais profondément attaché et dévoué, et je lui portais une très-vive reconnaissance pour toutes les bontés qu’il avait eu pour moi. Il ne pouvait, dans les tems malheureux où nous sommes, nous arriver un plus grand malheur._ E il 25 novembre 1835: _Les libéraux de tous les pays sont furieux contre moi, n’étant pas accoutumés à être ainsi pris de front._ In altre moltissime lettere l’informa di tutte le mene della Giovane Italia, d’attentati contro la vita di lui ecc., com’è a vedere nel tom. III, c. 3 del Galvani. [215] Essa è sorella del re di Napoli. Perdute le speranze, sposò il siciliano Lucchesi Pali dei principi di Campofranco, visse assai a Venezia, e vide sua figlia duchessa di Parma. [216] _Memorandum_ del 31 maggio 1831. L’imperatore d’Austria «non cessò d’inculcare nel modo più incalzante al sovrano pontefice, non solamente di dar piena esecuzione alle disposizioni legislative già pubblicate, ma ancora di dare loro un carattere di stabilità, che le mettesse fuori d’ogni rischio di futuri cambiamenti, eppure non impedisse utili miglioramenti». Nota del principe Metternich a sir F. Lamb, 28 luglio 1832. [217] «Il gabinetto austriaco fu costretto cedere su questo punto così alla legittima resistenza del papa, come alle unanimi proteste degli altri Governi d’Italia, che in simili concessioni vedeano un imminente pericolo alla tranquillità dei loro Stati, alle cui istituzioni il principio dell’elezione popolare è affatto estraneo». Nota suddetta. [218] Tale opinione sentii ripetere generalmente, e massime nel mostrarmi il cimitero di Santo Spirito, ove allora furono accumulati quarantamila morti. Ciò che è notevole, nella rivoluzione del 1848 un valente economista siciliano scrisse che «si era dato il cholera alla Sicilia perchè l’avea Napoli»; e nella Memoria sporta dai signori Bonaccorsi e Lumía al congresso di Bruxelles del 1849, è detto che _on s’écria, non sans quelque raison, que le Gouvernement de Naples avait à dessein introduit la maladie_. Storici passionati accolsero quest’idea per farne oltraggio a Napoli e al re. [219] Quest’è Vincenzo Monti cavaliero Gran traduttor dei traduttor d’Omero. Quest’è il rosso di pel Foscolo detto, Sì falso che falsò fino se stesso Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto: Guarda la borsa se ti vien appresso. Nicola era il nome di battesimo di Foscolo. [220] _Epistolario_, tom. III. p. 15. [221] — Che non ha ella corrotto in Italia sì fatta peste della calunnia, e più che altrove in Milano? città accannita di sêtte, le quali intendendo sempre a guadagni di vili preminenze e di lucro, hanno per arte imparato ad esagerare le colpe e dissimulare le doti degli avversarj. O monarchi, se ambite avere più servi che cittadini, lasciate patente l’arena de’ reciproci vituperj». E a chi (solita celia) lo disapprovava del difendersi, — Dovremo dunque sentirci onesti e vederci infami, o per sinistra modestia tacere? e mentre altri s’apparecchia ad affliggere l’ignominia anche ai nostri sepolcri, ci aspetteremo che la posterità ci giustifichi?» [222] — La prego, e le raccomando strettamente di fare quello che fan tutti quelli che mi amano ed ai quali scrivo di cuore, di bruciare subito senza eccezione ogni mia lettera. S’ella non vuole promettermi e mantenermi religiosamente questa cosa, ella non avrà da me se non lettere vanissime, brevissime, freddissime... La mia fantasia è in questo, che, per quanto io posso, non duri una linea di mia mano». Al Grillenzoni, 19 gennajo 1821. [223] — Sei malignosamente spiritosa offrendoti di volere parlare male di tutti e di tutto per intenderla bene con me. Sappi dunque che io starò ad ascoltarti molto volentieri; ma io disprezzo tanto gli uomini e le cose e le opinioni, che non mi curo di biasimarle». 28 febbrajo 1818. [224] — Foscolo, al quale rimane anche oggi chi, per pochi versi facendolo poeta, e per non buoni versi gran poeta, ammiri il famoso enigma de’ suoi _Sepolcri_». _Opere_, tom. I. p. 148. [225] — Quell’articolo (della _Biblioteca italiana_) sugli improvvisatori, l’ho fatto contro voglia più che mai altra cosa al mondo. Ma fu ordine espresso, ripetuto, inculcato dalla propria persona del governatore di farlo, e farlo così». 5 febbrajo 1817. [226] A De Sinner, lettera 24 maggio 1832. [227] Libertade è frutto Che per virtù si coglie; è infausto dono Se dalla man dello straniero è pôrto. I depredati campi, i vuoti scrigni Piange il popol deluso: ira di parte I petti infiamma: ad una stessa mensa Seggon nemici il padre e ’l figlio: insulta Il fratello al fratel: ascende in alto Il già mendico e vile, e della ruota In fondo è posto chi n’avea la cima. _Carme al Roverella._ [228] Quando la Staël fu a Milano, il Monti le portò la traduzione del suo _Perseo_; ed essa il contraccambiò con un volume di Necker suo padre. Il Monti passò dalla signora Cicognara, e vi depose il suo libro, dicendo lo prenderebbe un’altra volta. Ed ecco poco poi giungere la Staël che avea leggicchiato il _Perseo_ in carrozza, ed essa pure glielo lasciò, per prenderlo un’altra volta; e dopo molti mesi la Cigognara li mostrava, un sovrapposto all’altro, qual segno della stima che si hanno fra loro i letterati. [229] _Considerazioni sopra il teatro tragico italiano_. Firenze 1825. Una recente storia della letteratura dell’Emiliani Giudici fa i Romantici complici del Governo austriaco, perchè accettavano dottrine predicate da grandi tedeschi. Quelle ironie ed accuse sono riprodotte da Carlo Cattaneo nella prefazione alla raccolta degli scritti suoi, e in un giornale, dove, com’egli dice, «lasciò trapelare fra cosa e cosa qualche _spiraglio_ d’altri pensieri». Eppure aveva scritto altrove: «Quando si devono abbattere gli steccati che serrano il nobile campo dell’arte, non monta con che povero mezzo lo si consegua. L’effetto della disputa si fu che ora siamo liberi signori del luogo e del tempo, e che ci sta solo a fronte il senso comune e il cuore umano». Tom. I. p. 48. Peggio fece il Settembrini. [230] _De varia latinæ linguæ fortuna_. [231] Il francese Courier, uno de’ più vivaci e tersi libercolisti, trovò nella Laurenziana un frammento inedito del _Dafni e Cloe_ romanzo di Longo Sofista. Lo copiò; poi, acciocchè nessun altro potesse averne copia, vi versò sopra il calamajo. Naturalmente asserì ch’era mero caso, ma si trovò che l’inchiostro era differente da quello somministrato nella Laurenziana; e ne sorse un pro e contro, come d’un affare di Stato. E di fatto ci andava di mezzo l’onoratezza. [232] Per le nozze della figlia di Monti col conte Perticari, dodici poeti si erano accordati per comporre ciascuno un inno ad uno degli Dei Consenti, e nessuno mancò d’incenso a Napoleone. [233] Vedi la _Narcisa_ di Tedaldi-Fores cremonese, 1818. [234] Le ingiurie che in questa lanciò contro Venezia, furono ribattute nell’_Esame_ fattone da Giambattista Gaspari. [235] Cesarotti disse del _Jacopo Ortis_: — È fatto per attaccare un’atrabile sentimentale da terminare nel tragico. Io lo ammiro e lo compiango». Foscolo nel _Gazzettino del Bel Mondo_, pag. 17, scrive del suo romanzo: — E temo non sia luce tristissima, da funestare a’ giovanetti anzitempo le vie della vita, e disanimarli dall’avviarsi con allegra spensieretezza. I molti lettori ch’io non mi sperava, non mi sono compenso del pentimento ch’io pure non temeva; ed oggi n’ho, e n’avrò anche quando quel libro e questo saranno dimenticati». [236] _La Lombardia nel secolo XVII, ragionamenti per commento ai «Promessi Sposi»._ Milano 1834; più volte ristampati, e con molte aggiunte nel 1854 e 1874. [237] _Usi e pregi della lingua italiana._ — Il difetto del buon vecchio si era una parzialità cieca contro tutte le novità buone o cattive, recate da Francesi, a segno tale che non vi avea in Torino memoria francese che a lui non sembrasse una bruttura, ed avrebbe infino anteposto il ponte di legno sopra cui per lo innanzi valicavasi il Po, al magnifico ponte di pietra che vi avea sostituito Napoleone». Mario Pieri. [238] Vedi persino la prefazione d’uno de’ libri meglio tradotti, l’_Imitazione di Cristo_. [239] I socj naturalmente erano tutti toscani, ma fra’ corrispondenti contava Monti, Morcelli, Cesari, Colombo, Pindemonti, Mengotti, Napione, Carlo Rosmini. [240] Tentativo di genere distintissimo fece il famoso giurista Nicola Nicolini (-1857) nel libro _Dell’analisi e della sintesi, saggio di studj etimologici_, Napoli 1842; dove vuol anche provare che la Divina Commedia è la forma sensibile della grande operazione analitico-sintetica, per la quale in una città corrotta può, nel ricorso delle nazioni, restaurarsi l’ordine civile. [241] Il primo e migliore di costoro è Carlo Cattaneo, in cui troviamo «il tubere della giovialità, l’eruzione critica, alleggerire il piombo delle astrazioni, il termometro della satira, gli spelati panni dell’arte bisantina, lingue cementatrici, spiegare tutto il ventaglio delle umane idee, l’ideologia sociale è il prisma che decompone in distinti e fulgidi colori l’incerta albedine dell’interiore psicologia....». [242] Venuti i tempi nuovi, l’uso universale de’ giornali che uccisero i libri, cioè le opere pensate; e i discorsi al Parlamento e ne’ tanti ritrovi, diedero alla prosa un andamento diverso dallo scolastico, accostandola al naturale, a costo di rendersi plebea. [243] La _Margherita Pusterla_ di Cesare Cantù. [244] L’età nuova portò un’altra farragine di romanzi, che non frenati dalla censura, sempre inetta anche prima, nè dal pudore d’una società scarmigliata, si buttarono a servire gli istinti bassi e il bisogno di quotidiane soddisfazioni a un’ineducata curiosità. Nella poesia si tentò il nuovo coll’imitare fantasie sfrenate di stranieri, e insultare al buon senso e alle credenze più venerate. [245] Per la letteratura napoletana non potrebbero aversi indicazioni migliori che dai _Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royaume de Naples_, par PIERRE C. ULLOA. Ginevra 1860. due vol. in-8º. [246] Vogliamo aggiungere il padre Ricci francescano, che rifece la teologia morale di Reiffensteul, e fu chiamato da Giuseppe II a insegnarla ad Innspruck, poi a Pavia, dove non piegossi alle esagerazioni del Tamburini. Giampietro d’Anterivo, che lasciò una relazione sui costumi de’ Turchi e sulla perdita della Grecia fatta dalla Repubblica di Venezia, sotto la quale egli era confessore delle truppe dal 1757 al 1771. Il teologo Knoll morto il 1863. Il padre Prucker di Castelnuovo, missionario fra i Montenegrini, mandò alla Propaganda un dizionario epiroto-italo con catechismo bilingue. Il padre Montebello stampò nel 1793 una storia della Valsugana con documenti. Il padre Bonelli pubblicò le opere di san Bonaventura, e _Monumenta ecclesiæ tridentinæ_, 4 vol., e _Notizie storiche della chiesa di Trento_. Il padre Tovazzi, studiosissimo delle cose patrie, campò molte carte dallo sperpero fatto degli archivj principeschi e religiosi nel 1802, lasciò assai cose inedite, fra cui un Diario minuto fino al 1806 in cui morì. Furono tutti francescani. Del canonico Santoni si hanno manoscritte notizie della città di Arco: del canonico Leopoldo Pilati le fonti del diritto canonico. Del Vanetti è famoso in paese un sonetto, che mostra come sia antica ne’ Trentini la voglia di dirsi italiani. Comincia Del Governo alemanno, o Marocchesi, Fûr queste valli sol per accidente Fatte suddite un dì: del rimanente Italiani siam noi, non tirolesi. [247] In questa parte che richiede profonda conoscenza del cuor umano e viva rappresentazione de’ caratteri, sorsero di poi Paolo Ferrari, il Torelli, il Cossa, il Marenco, il Giacosa..., avventurandosi anche a qualche novità, e cercando i concetti e le parole più naturali. Fu un tentativo de’ più felici quel del teatro piemontese, ove il Toselli, il Bersezio ed alcun altro accoppiavano alla festività e all’intreccio l’esemplarità. [248] Già indicammo (Cap. CXXXIV, nota 42 e t. X, pag. 124) come la letteratura ebraica dell’Occidente nacque in Italia. Carlo Magno chiamò da Roma Rabbi Mosè di Calonimos lucchese, perchè insegnasse aritmetica a Magonza. Nel XII secolo correva il proverbio, — Da Bari uscirà la luce, e da Otranto la parola del Signore»: e le stamperie cremonesi non furono ancora eclissate. [249] _Proemio alla storia dei luoghi una volta abitati dell’Agro romano_. Roma 1817 e seguenti. L’opera fu proseguita dall’abate Coppi. [250] Argomento trattato contemporaneamente e con altre viste dal milanese Carlo Londonio. [251] Il Botta scriveva della prima sua opera: «La metà della prima edizione se n’andò al pepe; ed io stesso ve la mandai, chè dovendo partire pel Piemonte la mia povera e santissima moglie, io non aveva un soldo da farle fare questo viaggio. Allora dissi fra me medesimo: Che ho io a fare di questo monte di cartacei che m’ingombra la casa e che nissuno vuole? chè non la vend’io a qualche droghiere o ad un treccone? Così dissi, e mi presi la cartaccia e la vendei al droghiere, e ne cavai seicento franchi che diedi alla mia santa moglie». Lettera del 28 agosto 1816 nell’_Epistolario_ del Giordani, tom. V. p. 364. [252] Si guardi la sua descrizione del passaggio del San Bernardo. _S’extasier devant le passage des Alpes, et pour faire partager son enthousiasme aux autres, accumuler les mots, prodiguer ici les rochers et là les neiges, n’est à mes yeux qu’un jeu puéril, et même fastidieux pour le lecteur. Il n’y a de sérieux, d’intéressant, de propre à exciter une véritable admiration que l’exposé exact et complet des choses comme elles sont passées._ THIERS, _Avertissement au tome XII de l’Histoire du Consulat et de l’Empire_. Eppure lo Zobi (tom. III. p. 171) qualifica il Botta «il più profondo fra i moderni storici». [253] Nella corrispondenza di Camillo Ugoni, stampata nel 1858 a Milano colla sua vita, troviamo una lettera di A. Pezzana del 1814 ove dice del Botta: — Se manterrassi in reputazione di forbito scrittore, certo non potrà mai avere quella di storico imparziale e fede degno». E una di Giuseppe Pecchio del 1833 che, dopo avere letto il Botta continuazione al Guicciardini, scrive: — Non so se sia effetto della storia o dello storico, questa lettura mi dava ogni giorno malumore e malinconia. Ma credo che la colpa sia dello storico, perchè nè la storia degli Ebrei, nè quella de’ Messenj o de’ Polacchi a’ nostri giorni, zeppe anch’esse d’ingiustizie, d’orrori, di sciagure, pure non mi contristarono mai l’animo tanto, come la storia del signor Botta: quella del Sismondi mi fa fremere, anche corrucciare, ma non oscura ed abbatte l’anima mia, anzi la riempie di fuoco. Mi disgusta all’estremo quell’insolente accanimento del Botta contro Daru in palese, ed in secreto contro Sismondi e Manzoni, che per talento, buon cuore e buone azioni valgono dieci volte più del Botta. Mi fa poi perdere un tempo infinito con quelle sue minute descrizioni di battaglie e d’assedj che non fanno alcun profitto. Non cita mai, o rarissime volte, un’autorità. È egli nuovo Mosè che scrive la storia per ispirazione di Dio? Non v’è mai una vista filosofica spaziosa, ma soltanto della morale e delle sentenze appiccicate ad ogni caso particolare. In politica poi dice e si disdice le cento volte, e fra le altre non vuole le repubbliche del medioevo, e poi, alla fine della storia, dopo avere scomunicate quelle repubbliche le tanto volte, finisce col dire che la repubblica di Firenze aveva sopravanzato Atene; ed è ingiusto anche nell’elogio, perchè è esagerato. Sono però contento che una tale storia esista, perchè vi regna molta imparzialità (Pezzana e noi diciamo l’opposto) e franchezza: in alcune parti è eloquentissima: in altre le descrizioni sono capolavoro: spira sempre l’amore del giusto, dell’onesto, dell’umano: la lingua poi è aurea, vigorosa, e se ne togli alcuni proverbj troppo plebei, direi quasi impareggiabile per la sua ricchezza e varietà». [254] Dico diffusa soltanto perchè già il duca di Lévis, nel libro _De l’Angleterre au commencement du XIX siècle_, 1814, cap. XVI, p. 401, scriveva: _Partout ailleurs qu’en Angleterre, en dépit de la philosophie et même des révolutions, la distinction du noble et du roturier, c’est-à-dire du fils du vainqueur et du vaincu, subsiste dans l’opinion, si ce n’est dans la loi._ E Guizot disse: _Depuis plus que treize siècles la France contenait deux peuples: un peuple vainqueur et un peuple vaincu. Depuis plus que treize siècles, le peuple vaincu luttait pour secouer le joug du peuple vainqueur. Notre histoire est l’histoire de cette lutte. De nos jours, une bataille décisive a été livrée: elle s’appelle la révolution_. [255] Una dissertazione di Fossati e De Vesme _Sulle vicende della proprietà in Italia_ applicava a noi i concetti maturati dai forestieri. Vedi il nostro tom. VI, cap. LXXXI. [256] Nota al cap. IV delle _Speranze d’Italia_. [257] «Non vadano gli eruditi cercando in questi libri peregrine scritture, rivelazioni d’ignoti fatti, lucubrati veri; qui è un ingenuo racconto che io ho fatto ai miei fratelli, assiso al focolare domestico della patria, alla vigilia di un grande viaggio». Pare ignori l’opera del Carlini sulla pace di Costanza, e quella del Dall’Olmo sul convegno di Venezia. [258] È dovere il ricordare l’_Illustrazione del Lombardo-Veneto_, raccolta di storie municipali che s’intendeva ampliare a tutta Italia, e che si pubblicò a Milano sotto la direzione e colla cooperazione del Cantù. Noi ce ne siamo valsi nella presente edizione per estrarne alcune giunte. _Gli Editori_. [259] Del Colletta scrivea Giordani l’aprile del 1826: — Ha compito un libro doppio di mole e molti doppj di merito, dove descrive tutto il regno di Gioachino. Libro veramente stupendo, stupendissimo. Figurati che i due che sentisti sono appena un’ombra di questo: la ricchezza, la varietà, lo splendore della materia è indicibile; lo stile miglioratissimo. Ora corregge Giuseppe: correggerà il quinquennio. Bisognerà rifare di pianta il nono libro, che è veramente debole e sparuto, come il primo che fu scritto, ma che per la materia è tanto importante». Il Colletta confessava che «ancora due o forse tre anni sarebbero bisognati a rendere la sua opera un po’ meglio». [260] «Veramente Gaspare Garattoni fa un valentuomo e degno che di lui si faccia onorata memoria; perocchè, quanto ad erudizione, io tengo ch’ei non fosse secondo a niuno della sua età (l’età di Ennio Quirino Visconti e di Heyne): ma vuolsi cominciare da capo. Suo padre ecc...». Altro cominciamento: «La pittura da cui viene un bel diletto al vivere civile, fu cara a Luca di Francesco Longhi, come ne fanno fede i molti dipinti di lui, che adornano la sua terra natale». Di molti storici odierni diemmo notizia e giudizio nel corso di quest’opera, toccando de’ soggetti da loro trattati. [261] Ci si perdoni di citare gli _Italiani Illustri, ritratti_ da C. Cantù. Tre vol. in 8º. Milano 1870. [262] «Quando osservavamo con insultante dispregio que’ secoli che ci trovarono servi e ci lasciarono uomini, non somigliavamo a persona che siasi dimenticata della famiglia e de’ primi suoi anni? Or ne troviamo la ricordanza; e senza ribramarlo, perchè il passato compì la sua destinazione, e l’avvenire deve crescere per esso non già con esso, non possiamo che ammirare secoli di tanta vita, ecc.» Epoca XII, p. 334. [263] Pur dianzi un giornale grave contrapponeva a giudizj da noi dati nella presente opera, i giudizj portati da Lamartine nel _Cours familier de littérature_; e un giornale leggero riproduceva questo parallelo, applaudendovi. [264] Non discompagniamone suo fratello Saverio, combattente anch’esso pel re di Sardegna, e avverso alla rivoluzione francese. Rinchiuso per un duello, scrisse il _Viaggio attorno alla mia camera_, opericciuola non indegna di Sterne; come il suo _Lebbroso della val d’Aosta_. A servizio della Russia fece la campagna del Caucaso. [265] _Se traînent à la suite de la France... leur présent est le passé de la France_. [266] _Essai sur le principe et les limites de la philosophie de l’histoire_. 1843. [267] Secondo lui, i sintomi d’una buona amministrazione sono: 1. Desiderio di conoscere lo stato della nazione; 2. Pubblicità dello stato della nazione; 3. Buone qualità degl’impiegati; 4. 5. 6. Semplicità, Rapidità, Poco costo nelle operazioni; 7. Esattezza nei pagamenti; 8. Solido impiego del denaro pubblico; 9. Rispetto pratico alle leggi; 10. Moderazione nei partiti; 11. Sicurezza e felicità pubblica; 12. Mancanza d’uomini oziosi e di terre incolte. [268] _Nuovo prospetto_, p. 194-218. [269] Teme che la Russia ci mandi per Odessa i grani, sicchè i paesi d’Italia si cambierebbero in deserti. _Nuovo prospetto_, tom. V. p. 127 e _Filosofia della statistica_, tom. II. p. 159. [270] «Il dazio sulle importazioni delle manifatture estere è ottimo finchè le fabbriche nazionali bambine devono lottare colle estere adulte». _Filosofia della statistica, Arti e mestieri_. [271] _Teoria del divorzio_, part. V. [272] _Nuovo prospetto_, part. I. c. 3. [273] _Merito e ricompense_, tom. I. p. 231. [274] _Nuovo Galateo_, p. 355. [275] _Nuovo prospetto_, part. I. c. 3. [276] _Elementi di filosofia_, lib. II. c. 1. [277] _Assunto primo_, § IX. [278] _Introduzione alla genesi del diritto penale_. [279] Nella logica del Genovesi; _Veduta sull’incivilimento_. [280] Sono fra queste eccezioni i teologi dell’Università torinese Marchini, Regis, Bardi, Ghiringhello ed altri, che vi cercano meglio che gloria letteraria. Il gesuita Patuzzi dell’ermeneutica fece un trattato e la applicò a molti punti; il padre Ungarelli ebbe a scolaro il padre Vercellone, che con gran franchezza pubblicò la Bibbia greca del manoscritto vaticano in cinque volumi (1857) e le varianti della vulgata. [281] Nel 1874 si pronunziò una divisione fra gli economisti italiani: gli uni volendo l’assoluta astensione dello Stato nelle ragioni economiche, gli altri ammettendone, anzi credendone necessaria una moderata ingerenza. [282] _Pensieri sulla moneta cartacea_. [283] Messedaglia, Levi, Mora, Zanini, Boccardo, Leone Carpi, Luzzato, ecc. [284] Una Società Geografica qui formatasi contribuì alle esplorazioni massime dell’Africa, oltre raccogliere i fasti patrj dei tempi andati. I viaggi de’ semaj e delle corvette militari diedero a conoscere la Cina e il Giappone. [285] Ora si sta eseguendo una nuova triangolazione di tutta la penisola, sotto la presidenza del padre Secchi. [286] Il Governo italiano gli commise nel 1811 il più gran telescopio che ancora si fosse veduto in Italia. Il fisico Gualtieri di Modena ne pretese il merito, e ne fabbricò uno più grande, cioè di undici piedi di fuoco e nove e mezzo d’apertura, che darà luce doppia di quello d’Herschel. [287] Bisogna aggiungere l’analisi spettrale, che ci portò a conoscere la natura del sole e delle altre stelle: e gli studj dello Schiaparelli sulle stelle cadenti. [288] L’asciugamento di questo fu compito nel 1876 per munificenza del principe Torlonia di Roma. [289] Grimelli (_Storia della elettro-metallurgia italiana_. Modena 1844) annovera quanto i nostri operarono in tale materia fino a quell’anno. [290] Vanno rammentati in proposito i fisici napoletani Miranda e Paci, e gli studj anatomici del Pacini sugli organi elettrici del gimnoto e del siluro elettrico. [291] Accenniamo fra le sue scoperte quella del piccolo verme entro le perle degli _unio_ e degli anodonti, dalla cui molestia crede originata la preziosa concrezione. [292] È curioso a notare che erano preti anche i più di quelli che, nel secolo passato, ridestavano l’agricoltura in Toscana: il pievano Paoletti, il parroco Landeschi, il preposto Lastri, gli abati Lupi, Lami, Manetti, Giovan Gualberto Franceschi, l’arcidiacono Giuseppe Albizzi, il canonico Zucchini, il monaco Soldani, e a tacer altri, il canonico Ubaldo Montelatici che nel 1753 fondava l’accademia de’ Georgofili. Così canonico era il Guasco agronomo piemontese, abati il Genovesi e lo Scrofani e molti della Società patriotica a Milano. [293] L’uso dell’acqua come rimedio esterno è raccomandato anche dal Nessi medico comasco (1741-1820), che diede un buon corso d’ostetricia. [294] Al 20 gennajo 1774, Ferdinando III di Napoli mandava un rescritto, qualmente la Facoltà medica gli aveva esposto la repugnanza delle comunità religiose a ricevere figli, sorelle, nipoti di medici, mentre ammettono quelli di avvocati, dottori, negozianti. Per ciò espone il merito e la dignità di questa condizione. [295] Il bellunese Zanon pretende ora di saper dare solidità lapidea alle sostanze animali, mentre Gorini crede poterne mantenere la morbidezza e le altre qualità fisiche. [296] Alla confutazione che fino dal principio del secolo ne faceva il Moreschi, professore d’anatomia a Bologna, è messa quest’epigrafe tolta dal Menkenio, che proverebbe già da un pezzo conosciuta quella teoria: _Quis nescit nostris temporibus extitisse plures, qui novam quamdam artem exploratoriam commenti, intimos mentis humanæ recessus perreptarunt, et iræ, avaritiæ, cupiditatis nunc semiuncium, nunc assem deprehendisse sibi visi sunt?_ [297] Erangli assegnati quindicimila scudi: il duca ne aggiunse tremila, e il titolo di commendatore, e fu sepolto in quella cappella medesima. [298] Nel _Commercio_ di Firenze, 12 gennajo 1842. [299] _Materiali per la storia dell’incisione in rame e in legno_ furono pubblicati dall’abate Zani di Borgosandonnimo (1801), autore anche dell’_Enciclopedia delle belle arti_ (1819-24). [300] Vedi la nota 15 del Cap. CLVII. [301] Non saranno dimenticati Marchesi, Marini, Lablache, Pacchiarotti, Moriani, Gaillard..., e la Grassini, la Catalani, la Pasta, l’Alboni, la Frezzolini, la Galletti, la Stolz... Il Barili (-1824) buffo cantante, pareva inimitabile nelle _Cantatrici villane_; ma i continui trionfi gli furono amareggiati dalle disgraziate amministrazioni di teatri. Sua moglie sassone, rinomatissima, empì il mondo delle sue gare colla Festa-Mattei, siccome da poi quelle fra la Taglioni e la Cerrito poterono far all’Italia dimenticare le supreme quistioni sociali. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL. 13 (DI 15) *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. 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