The Project Gutenberg eBook of Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

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Title: Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Author: Aron Fernando

Release date: December 19, 2016 [eBook #53768]
Most recently updated: April 15, 2019

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PROGETTO FILOSOFICO DI UNA COMPLETA RIFORMA DEL CULTO E DELL'EDUCAZIONE POLITICO-MORALE DEL POPOLO EBREO, TOMO I ***

Nota di trascrizione in coda al testo.

AGLI AMATORI
DELLA SPECIE UMANA
E
DELLO SVILUPPO DELLA RAGIONE

A. FERNANDO


Vox diversa sonat populorum est vox tamen una
Cum verus patriæ diceris esse Pater.

Mart. Lib. I.

S'egli è vero, come niuno può sensatamente dubitarne, che la verità purgata dall'orrida caligine de' pregiudizj sia per l'uman genere un bene inestimabile, è non meno certo che ogni individuo il quale senta in se medesimo una costante inerenza in suo favore, ed energìa sufficiente per produrla al chiaro giorno, debba usare di ogni sforzo per mettere i suoi simili a portata di conoscerla, di sentirne l'impulso salutare, e di fruirne, ad un tempo, i solidi vantaggi.

Le nitide verità, che la mia ingenua penna, sempre intenta al profitto della specie umana, si accinge a fare oggi discernere al mondo illuminato sono di un indole sì elevata, e di un importanza tale che attirare debbono esse intimamente l'attenzione di tutti gli enti ragionevoli, perchè ogni essere dotato di ragione vi è in egual grado interessato. Infatti dove supporre mai reperibile un'anima, ad un eccesso tale snaturata fino a riguardare con apatìa la rigenerazione politico-morale di un popolo immenso, dopo che diciotto secoli di calamità, e di vessazioni ognora rinascenti aveano fatto incallire ne' ceppi di una truce schiavitù ignominiosa, ed in un torpido avvilimento, come se destinato, senza scampo, ei si credesse a dovere perpetuare sopra la terra lo spettacolo commovente della sua prostituzione? Tale fu pur troppo lo spietato destino a cui soggiacque, durante sì complicata serie di anni, il Popolo d'Israel che or somministra l'argomento primordiale a quelle filosofiche verità urgenti, che di buon grado m'induco a rivelare oggi fra gli esseri umani.

Ma nel modo che di tutte le terrigene vicende accade, questa informe combinazione di strani accidenti non dovea già essere immune da quell'alterazione a cui, come un tributo spettante alla natura vanno soggette tutte le instituzioni che l'opera fallibile dell'uomo trasmette alla posterità: per altro, l'assunto di rovesciare in un istante una cattività identificata col tempo, troppo arduo riuscendo ad esaurire dalla mente di un singolo individuo, in guisa che il successo corrispondesse a' suoi sforzi, era duopo che una metamorfosi cotanto rimarcabile, se l'unica forse non è in tutti i fasti dell'Istoria, preparata ci fosse da un Genio Superiore, capace di conoscerne l'urgenza, di sentirne la forza, e di prevederne i vantaggi che risultare ne potrebbero. Arrise finalmente una sorte propizia a' fervidi voti di que' pochi bramosi di vedere rendere all'uomo quella dignità propria dell'uomo, ed anelanti di mirare alleviato l'ebreo specialmente dalla salma lacerante delle pratiche moltiplici, od inutili, o assurde coltivate da esso, e che l'inveterata consuetudine delle medesime rese sacre per lui; e dopo una lunga impaziente aspettazione questo Genio Benefattore comparisce infine, e qual vindice nume tutelare della giustizia umiliata, e dell'oppressa ragione, rovescia, ed allontana, colla rapidità di un baleno, tutto ciò che può opporre contrasto a' suoi paterni disegni. Il mirare la desolazione di questo popolo, apprestarne un antidoto, renderlo a se stesso, ed alla società umana non fu che l'opera di un solo, e medesimo intervallo: Egli è al Gallo-Italo Regnante, a NAPOLEONE il Grande che la prosapia d'Israel dee la sua risorsa più luminosa, e più cospicua di quante altre mai ci offrono i monumenti di questo Popolo; e la posterità di Abramo debitrice della sua rigenerazione salutare agli augusti auspici di sì eccelso Protettore, un sacro tempio di eterna riconoscenza ogn'individuo di questa immensa famiglia erigerà nel proprio cuore, più perenne de' marmi, e de' metalli, e che avrà per impronta indelebile in fronte:

ALL'EROE DEL SECOLO,
PADRE DE' POPOLI,
RIGENERATORE D'ISRAEL.

D'altronde sebbene tutte le mie cure, e i miei disegni si aggirino soltanto al solido vantaggio di una parziale setta unicamente, pure ad un solo corpo religionario io quì non ragiono, ma ad ogni qualunque siasi nazione, setta, o popolo, a tutta l'umana società in fine io parlo, ed a guisa del Sole, che dal suo emisfero inaccessibile una luce sfavillante, e universale a tutti gli esseri viventi diffonde sulla terra, così appunto io bramo che ad ogni razionale abitatore dal mondo rendasi noto l'integerrimo linguaggio della verità: e infatti chi mai più delle sette odierne hanno estrema necessità di ascoltarlo, d'intenderlo, e di esserne, insieme profondamente penetrate? Ne ha duopo assolutamente l'ebreo per modellare sopra di esso la pretta religione degli avi suoi, renduta oggi deforme dalla stravaganza mostruosa della tradizione; indispensabile si rende alle altre Sette per iscuoterle dal letargo macchinale a cui erano da lungo tempo sepolte, per illuminarle, e fare elleno abdicare il più esecrabile degli assurdi tramandatoci da' secoli di barbarie, e d'ignoranza, qual era quello di riguardare l'oppressione del popolo ebreo come un trionfo luminoso, necessario alla solidità del loro culto, e inerente a' suoi principj.

Ecco, in una parola, l'essenziale punto di centro dove tutte le mie cure filantropiche, e i miei riflessi hanno concorso nell'opera laboriosa che a tutte le nazioni dell'universo di buon animo consacro in questo giorno.

Quest'opera avrà dunque per titolo: Progetto Filosofico di una completa Riforma del Culto, e dell'Educazione politico-morale del Popolo Ebreo.

La Prefazione interessante, ed il Piano analitico che la precedono ne forniscono la vasta genuina idea; essa sarà divisa in due grossi Volumi di circa 500 pagine l'uno del medesimo formato, carta, e carattere del presente manifesto. Il primo volume avrà per fondamento l'analisi profondo del vero Culto, che deesi adottare dall'Israelismo, ed il più sicuro mezzo di pervenire a sistemare il moderno sulle inconcusse basi dell'antico, riducendolo alla primitiva semplicità medesima di questo, ed a' suoi ammirabili principj. Il secondo sarà tutto rivolto alla riforma dell'instruzione, dell'educazione morale, e de' costumi degl'individui Israeliti non solo, ma di tutti quelli ancora, che al pari di questi ne hanno urgenza estrema; lo stato politico, il passato non meno che il presente, di questo Popolo ne' varj angoli della terra ne' quali eragli un tempo solo concesso, al prezzo ancora il più avvilente, un incolato precario, errante, ed oneroso, sarà in esso in chiari, e laconici sensi dettagliato; e tutto ciò, in fine, che di urgente, e di essenziale da entrambe le dotte assemblee Israelitiche convocate per augusto Decreto del più Illuminato de' Monarchi nella Metropoli della Francia venne deliberato a suo riguardo, sarà quì col più giusto ponderato criterio sottilmente discusso, e investigato.

Tutte queste materie sublimi che l'annunziata opera comprende verranno classificate in 40 separati Capitoli, ciascuno de' quali somministrerà ad ogni tratto de' nuovi utili soggetti efficaci a rischiarare, da una parte, le menti ottenebrate degl'illusi miei connazionali nella coltura dello spirito, e nello sviluppo della ragione, siccome ancora a richiamarli al prisco loro culto esimio, ad essi presentando un nuovo Codice salutare, che a fondare mi accingo sulle basi indefettibili medesime sulle quali la vetusta età de' Patriarchi felicemente già erigere lo vide; e a distruggere dall'altra quelle menzogne degradanti che parvero confederare contro i miseri avanzi d'Israel fino i più decisi partigiani della tolleranza, trascinandoli anche sovente fino ad obbliarne i principj, a calpestarne i doveri, alloraquando impresero ad agitare la causa risguardante questa derelitta Nazione. Quindi se co' miei ben fondati principj poss'io pervenire a condurre nel sentiere della ragione lo spirito abbacinato de' Popoli oso fino lusingarmi di potere anche ridurlo ad emendarsi di quelle detestabili chimere che lo soggiogarono per sì lunga serie di anni, e che formarono pur troppo la sorgente letale dove il genere umano attinse tutte le sue più deplorabili sciagure.

Quest'opera sarà ornata del ritratto in rame dell'autore nel frontespizio del 1.º Volume. Il prezzo dell'associazione resta fissato franchi 12 tutta l'opera, cioè fr. 6 da pagarsi nel momento della consegna del 1.º Volume, ciò che seguirà entro il Gennajo venturo 1810, e fr. 6 alla consegna del 2.º che avrà luogo nell'Aprile susseguente, persuaso che il numero degli associati sia sufficiente ad equilibrare almeno in parte le spese imponenti che apporta una sì vasta e sì proficua intrapresa.

Possa finalmente il successo di quest'opera laboriosa corrispondere alle rette filantropiche intenzioni dell'autore, e quindi rimarginare le orribili piaghe che diciotto secoli consecutivi di accanita schiavitù, e di tiranniche oppressioni hanno formate nel cuore dell'abbattuta prosapia di Jacob! E possa questa, per solo impulso di essa, rinunziare onninamente per sempre a' suoi inveterati prestigj tradizionali, a' suoi insociabili costumi, onde più non veggasi contraddistinta nel mondo che dalle sole marche che onorifiche di lumi, di virtù, e di un fermo disinganno.


Le associazioni si riceveranno in Livorno da Giovanni Marenigh Stampatore, e Librajo, e da' principali Libraj dell'Italia.

Il presente esemplare di quest'opera è forse l'unico che esista, mentre tutte le copie ed insieme il manoscritto furono confiscate dall'autorità pubblica in Livorno, dove è stata impressa dal Marenigh, e ciò ad istanza dei Massari di quella università degli ebrei, e per cui non venne alla luce che il solo Tomo primo.

PROGETTO
FILOSOFICO
DI UNA COMPLETA RIFORMA
DEL CULTO
E
DELL'EDUCAZIONE POLITICO-MORALE
DEL
POPOLO EBREO

DI
A. FERNANDO


TOMO PRIMO.


Vox diversa sonat populorum est vox tamen una
Cum verus patriæ diceris esse Pater.

MART. Lib. I.

TIBERIADE
ANNO DALLA CREAZIONE DEL MONDO
5570.
(ERA VOLGARE 1810.)

INTRODUZIONE
PRELIMINARE

Restat ut his ego me ipse regam,
Solerque elementis.

Horat.

Lo spettacolo il più rimarcabile che possa interessare, e sorprendere, ad un tempo medesimo, l'intera specie umana è, senza contrasto, la rigenerazione subitanea di tutto un popolo immenso, dopo che diciotto secoli di vessazioni, e di calamità ognora rinascenti lo aveano fatto incallire ne' ceppi di una truce schiavitù ignominiosa, ed in una specie di torpido avvilimento: la prima ripetere solo esso dovea giustamente dallo zelo sanguinario degli esploratori delle umane coscienze che il baratro infernale del fanatismo religioso faceva di tanto in tanto regurgitare sopra la terra per flagello de' mortali; attribuire l'ultimo esso potea fondatamente all'inveterato livore inesplicabile, che una intolleranza criminosa del pari che imbecille, suscitava, senza ritegno, ad ogn'istante contro i miseri avanzi di un popolo, per consenso unanime, il primo fra tutti i più remoti abitatori della terra, a riconoscere, e adorare il Dio vivente, e non meno degno di ammirazione per la sua fermezza inalterabile nelle orride sofferenze alle quali soggiacque in ogni tempo, di ciò che sono da rimarcarsi molti altri per l'accanimento inesorabile delle incessanti loro persecuzioni contro di esso.

Tale fu dunque, durante l'indicato spazio di secoli, lo spietato destino della nazione d'Israel che oggi somministra l'argomento primordiale alle nostre filosofiche investigazioni, e che forma la base radicale delle indagini più assidue degli uomini scienziati, e tale fu sempre mai l'indole proditoria, e turbolente dei suoi snaturati persecutori.

Per altro, ciò che dee apparire straordinario alle menti perspicaci si è l'osservare, come dopo un epoca sì lunga già decorsa, da quando il popolo ebreo era ovunque avvilito, in tante foggie differenti, lungi dall'occuparsi in tale stato di rimontare fino al prisco suo splendore, piagnerne l'eclisse fatale, ed attristarsene, ad un tempo, per il difficile ricuperamento, al contrario, sembrava trascinare le aggravanti sue catene con un'apatìa indolente, ed oserò dire, con una sommessa compiacenza tale, come se destinato, senza scampo, ei si credesse a dovere perpetuare sopra la terra lo spettacolo commovente della sua prostituzione, e come se gli eterni decreti di un Dio condannato lo avessero a piegare l'abbattuta cervice sotto il giogo infamante di una turpe schiavitù interminabile.

Ma nel modo che di tutte le caduche umane vicende regolarmente accade, questa informe combinazione di strani accidenti non dovea già restare immune da quell'alterazione, a cui come un tributo indefettibile spettante alla natura, vanno, per l'ordinario, soggette presso che tutte le instituzioni che l'opera fallibile dell'uomo trasmette alla posterità. D'altronde l'assunto di annientare in un istante una cattività renduta quasi connaturale col tempo, troppo arduo riuscendo a poter esser esaurito dalla mente di un singolo individuo, in guisa che il successo corrispondesse a' suoi sforzi, era duopo essenzialmente che una metamorfosi cotanto rimarcabile, se l'unica forse non è in tutti i fasti dell'istoria, preparata venisse da un Genio peregrino, capace di conoscerne l'urgenza, di sentirne la forza, d'intenderne insieme i moltiplici vantaggi salutari che risultare ne potrebbero. Arrise finalmente una sorte propizia a' fervidi voti di que' pochi, degni di occupare quel rango qualificato nella società, che la natura imparziale accorda ad ogni cauto esecutore delle sue leggi, ne' di cui petti sensibili allignava profondamente ancora l'intesa filantropia di concorrere alla estirpazione totale de' pregiudizj che armano, e dividono i popoli, di vedere una volta restituire all'uomo quella dignità propria dell'uomo, che avvinta gemea da lungo tempo fra i ceppi ferali dell'ignoranza, e della superstizione, e di mirare, ad un tempo, alleviato l'ebreo, in particolare, dalla salma lacerante delle pratiche innumerabili, od inutili perchè straniere all'essenzialità del primitivo suo Culto, od anche assurde perchè incompatibili sovente coll'archetipo salutare di quello, coltivate ciecamente da esso, e che l'inveterata consuetudine delle medesime era il solo punto di rilievo sul quale si reggevano, e che le avea ormai rendute sacre per lui; e dopo tanti secoli d'impaziente aspettazione questo Genio Benefattore comparisce infine; penetrato dalle angustie di un popolo gemente, non esita un istante ad ispiegare la sua clemenza in favore di questa orfana, e inconsolabile nazione; e quale terribile Nume vendicatore della giustizia umiliata, e dell'oppressa ragione, rovescia, ed allontana colla rapidità di un baleno tutti gli argini malefici, riguardati fino ad ora ineluttabili, che potevano forse opporre un'ostinato contrasto a' suoi benemeriti disegni; interprete leale dell'increata sapienza dell'Eterno, ei disse allora: compiasi alfine, senza ritardo, opera sì eccelsa, e sì urgente; il Dio di tutti gli esseri lo comanda; lo reclama la natura; l'umanità lo esige; lo pretende ragione; ed io lo bramo; e l'opera memorabile allora tosto felicemente compiere si vide. Il mirare da quel momento l'affliggente desolazione di questo popolo, apprestarne un efficace antidoto, farsene il baluardo inespugnabile, renderlo a se stesso, ed al consorzio degli enti ragionevoli, altro non fu che l'opera di uno solo, e medesimo intervallo; egli è al Gallo-Italo Regnante, a NAPOLEONE l'incomparabile che la prosapia d'Israel dee la sua risorsa più solida, e più cospicua di quante altre mai ci offrono i monumenti delle nazioni profughe, e derelitte che un fausto Pianeta ha rendute al loro pristino splendore, dopo di avere durante un tempo immemorabile tenacemente lottato co' più avversi, e fluttuanti destini.

Ma questo popolo, altre volte sì rassegnato, e sì paziente nelle calamitose peripezìe delle quali ei fu la vittima sì di frequente, giugnerà esso a conoscere attualmente il prezzo inestimabile di questo dono esimio? Saprà esso cogliere l'opportunità di profittarne con giustizia, e con ragione? Indarno lusingasi l'ebreo di pervenire a meritarne il possesso, e di goderne, sino a tanto che inebriato follemente dall'opinione di appartenere ad un lignaggio eletto dall'Essere Supremo in preferenza di ogni altro esistente sulla superficie della terra, s'induce a considerare l'abbiezione degradante alla quale è ridotto, come il prezzo assoluto di quella elezione illusoria che lo rende proscritto dalla società degli altri uomini, da' quali esso è odiato, in ogni senso, come un essere degno della riprovazione universale, e che questi, dal canto suo, abomina, e disprezza, perchè reputa esclusi onninamente dalla così nomata grazia di tale stravagante primazìa.

Oh colmo di smarrimento umano! Oh, fierezza inusitata, e strana! E quale meraviglia se l'ebreo imbevuto, per una parte, da tale insensata chimera non ravvisava fino ad ora ne' suoi simili che altrettanti perturbatori della sua tranquillità, o che fiere inesplebili, ognora preparate a divorarlo; e se per l'altra, diretti da eguali assurde illusioni il Papista, l'Ugonotto, e il Musulmano non iscorgevano in esso che un individuo ributtante, un essere indegno della società degli altri popoli? E come potesti mai, o illusa Tribù d'Israel, lasciarti sì lungamente sedurre, senza fremere, da questa, ed altre sifatte deplorabili menzogne, che odiosa ovunque sempre ti resero a tutte le nazioni del mondo conosciuto, che ti costarono sì sovente amaro pianto, senza speme di risorsa, o di compenso? E voi, popoli della terra! Quale ribaldo instigatore vi indusse mai a fingervi sordi a tal eccesso a' languenti clamori di umanità, e di natura, fino a palliare i vostri barbari trattamenti del multiforme ingannevole orpello di simulata religione, facendo ancora servire di pretesto qualche superstiziosa pratica di questa nazione, al deciso furore che vi ha sì di frequente trascinati ad infierire contro di essa? Quante volte la tradita ragione si allarmò essa indarno contro gli smarrimenti di questa, e quante altre l'insultata filosofia si dolse inutilmente contro gli snaturati oltraggi di quelli? Le insane follie, di cui non meno l'una che gli altri furono sempre in egual dose contaminati, le fecero entrambe tacere confusamente tutte le volte che tentarono di sostenere la propria causa, che era in massima la loro, o che osarono altamente reclamare i legittimi diritti dell'umanità.

Eh, che? Tale sarà dunque in eterno la sorte lagrimevole degl'ingannati popoli della terra? Non vi sarà egli mai un antidoto efficace a dileguare dall'universo un malore sì contagioso, e sì comune, che attacca, senza pietà, le nove decime parti almeno della specie umana? Il popolo ebreo non giugnerà esso forse in alcun tempo ad abdicare i suoi vetusti prestigj degradanti; e il cristianesimo non s'indurrà esso giammai a rinunziare al suo inveterato livore? Supporremo noi finalmente che inestinguibile per tutti i secoli debba esistere fra gli uomini la guerra devastatrice di coscienze, e di opinioni, e che non possa esistere nell'ordine della natura un mezzo conciliatorio, onde più non debba il giudaismo riguardare come straniere le altre nazioni, ed affinchè cessino queste, per loro parte, di contendere ad esso que' diritti che accordare volle la natura ad ogni essere capace di pensiere, e dotato di ragione? Ahi! lasso! Quali affliggenti, e malagevoli ricerche! Io molto dubitai dell'esito avventurato della prima fino al presente; poco io sperai sul propizio compimento della seconda; tutti i giudizj miei furono sempre titubanti sulla terza; e le mie intime fiducie interamente nell'ultima riposi, fino a lanciare con trasporto gli sguardi miei sul remoto avvenire, osando ancora proferire de' vaticinj consolanti che forse realizzare si potrebbero a' tempi nostri, purchè tutto il genere umano inducasi concorde a fare l'intero sacrifizio delle stravaganti sue chimere, dalle quali fu esso fino ad ora miseramente sedotto e combattuto.

O uomini sociabili! O miei fratelli! Se l'esimia ragione tutta via conserva intatto il suo ascendente salutare ne' vostri cuori; se inerenti voi siete a superare gli argini funesti che oppongono un contrasto pertinace alla solida felicità di molti fra voi; che formano la sorgente letale delle calamità di molti altri; e che in ultimo vi umiliano tutti quanti, e vi disonorano; se il mio sentimentale presagio anelate realizzare, distruggere vi è duopo, senza ritardo, da' più reconditi fondamenti, l'esecrando altare delle venerate menzogne, delle quali, oppressi non meno che oppressori, io vi scorgo pur troppo in egual dose infetti, e dove i popoli ammaliati dalle anagogiche visioni tradizionali offrivano i loro voti; e sulle rovine abominevoli di quello tosto si eriga uno stabile edifizio, che il consenso unanime del genere umano rispettoso consacri eternamente al solo Essere Supremo, alla ragione, alla virtù, ed alla unione inalterabile de' popoli.

Chi mai potrebbe annoverare le volte che la filosofia baldanzosa si accinse a dimostrarci tali essere appunto gl'intensi voti suoi? E questi parimenti non furono in ogni età dell'universo i sani principj della natura? Questa forse non è, che sdegnata dagli eccessi della fralezza umana ci fece di tratto in tratto capire per mezzo di quella stessa filosofia, sua costante apologista, e sua interprete fedele: O uomini! Rammentate che i figli miei tutti voi siete, tratti egualmente dal materno mio seno; chiunque voi siate nel fugace tirocinio di questa vita, sia regnante, o subalterno; sia nobile, o plebeo; musulmano, o israelita; sia cattolico, infine, o pure gentile, appena cominciaste ad esistere sopra la terra, tutti del pari assoggettati voi foste alle provvide mie leggi, dalle quali non avvi fra tutti gli esseri viventi alcuno che dire si possa, senza delirio, escluso, ed alienato, e suscettibili di uniformi passioni, dotati delle stesse identiche facoltà, e intelligenza, già vi trassero le mie mani a respirare l'aura prima di vita. Tali furono in ogni secolo del mondo le espressioni genuine della natura.

Ma l'uomo a fronte di tutto ciò degenerando miseramente dall'origine sua, avvilendo per folle arbitrio quella condizione propria di esso, lungi dall'ascoltare la voce penetrante di sì benefica madre, in vece di seguitare le di lei sacre instituzioni; anzi che coltivare que' precetti venerabili che dessa ognora ci rammenta per la felicità permanente del genere umano, egli sempre concentrato nel vortice immenso de' propri smarrimenti, sembra piuttosto che inducasi a soffrire con una macchinale indifferenza l'improperio ragionevole che ad esso fa la natura schernita dalla sua depravazione, che dolente gli rinfaccia, senza posa, la sua demente ingratitudine: egli è dunque così, che il meglio offresi qual è al suo sguardo, ei lo contempla, lo discerne, lo approva, e segue il peggio:

Video meliora proboque, deteriora sequor.

Dopo un ammonizione sì risentita, quanto giusta della natura, con quale fronte oserà egli l'ebreo altamente vantare la primazìa sopra tutta la specie umana, ed i popoli del mondo sopra quale base radicale fonderanno essi mai il barbaro diritto di soggiogarlo, e di avvilirlo?

Insensati! che incapaci tutti quanti sempre voi foste di godere solidamente le amene delizie della natura, senza contaminarne la nitida sorgente co' furori della vostra sovvertita immaginazione; e infatuati da quelle insane chimere da cui foste imbevuti fino dalla culla, non solo ne schivaste sempre l'incontro; ma varj fra voi non curarono di conoscerla per ignoranza; molti ancora indifferenti alle sue materne instigazioni, furono ad essa ribelli per orgoglio; ed altri furibondi si lasciarono ben anche trascinare all'eccesso delittuoso di calpestare le sue leggi, di avvilire i suoi doni per fanatismo.

Or ad oggetto di sanare le nazioni lese da siffatto malore, non ommisero di tentarlo con reiterati sforzi i più illuminati filosofi del mondo, fissando de' principj inconcussi, ovvj a dimostrarne il pericoloso nocumento; ma tutte le loro cure furono vane, e delusi restarono sempre nella loro aspettazione: quindi è che allora si videro essi astretti a rinunziare a' loro benemeriti disegni, concentrarsi nella sfera delle loro proprie cognizioni, e ciascuno di essi quale nuovo Timone, od Apemanto vivere a se unicamente misantropo isolato, e fremendo mirare taciturno, da una parte periclitare di giorno in giorno la salute dell'uomo, senza potere svellerlo dall'orlo dell'abisso preparato ad ingojarlo; osservare dall'altra le caterve affluenti di esseri travviati correre solleciti ad offrire le loro preci al sacrilego altare del fanatismo; quì porgere incensi ad uno sciame immenso di se-dicenti parlamentarj dell'Eterno, che renduti superbi dagli omaggi striscianti dell'ipocrisia, e dell'ignoranza, già corruppero da colmo a fondo la tersa religione, che il terrigeno mortale è nel pressante dovere di tributare al suo Dio Creatore, e lo costrinsero ad obbliarla, ed a sostituirne in vece le loro esecrabili visioni; udire colà commendare qual eroismo i più atroci misfatti, di cui ci fanno raccapricciare le Istorie, perchè al nome dell'Essere Supremo devotamente commessi; riguardare altrove porre in sistema la persecuzione, e la calunnia, e quindi esercitarle religiosamente unite contro que' sciagurati che il mero fortuito accidente trasse dal grembo di altro dogma, e seguaci di una credenza differente da quella che si professa dai loro persecutori, considerandogli persino come una nuova specie di esseri, la relazione de' quali si reputa indegna degli altri uomini loro simili, formati, per così dire, da un conio stesso, dotati delle facoltà medesime, suscettibili de' medesimi bisogni, ed egualmente organizzati, onde ad un tale riguardo si opprimono, si calunniano, s'inventa delle illusioni affine di renderli odiosi agli altri popoli; e per giustificare quelle perverse imputazioni delle quali sono essi proditoriamente aggravati, s'immagina quelle colpe che incapaci furono sempre di commettere, e che per ciò realizzare mai non si possono, si suppone que' difetti che non ebbero giammai, ma che forse con più fondata ragione attribuire sovente si potrebbero a' loro persecutori, si prevengono le mancanze che loro sono affatto ignote; e quindi ogn'individuo non ad essi conforme nelle pratiche di religione, impressionato da tali venefici principj fin dalle fascie, si reputa, per ogni motivo, autorizzato di poterli riguardare come esseri degni della riprovazione de' loro simili, come uomini scevri di morale, di costumi, e forse ancora incapaci di lumi, di coltura, e di buon senso.

Forsennati! Barbari mostri! Esclamerebbero que' filosofi allora; chi vi avrebbe supposti mai stolidi a quel segno fino a non accorgervi, che tutte le ottime, o riprovabili azioni che loro vengono direttamente attribuite, altro, a fondo, non sono che un mero effetto dell'opera vostra unicamente? I tirannici tratti co' quali voi procedeste in ogni tempo a loro danno, non doveano essere per i medesimi una lezione indelebile, e continua d'ingratitudine, e di vendetta, un oggetto incommutabile di eterna ripugnanza per la vostra società? E come dovevano essi amare quegl'individui che riguardavano il loro avvilimento come un trionfo della così detta loro nuova legge di grazia, se dai partigiani di quella dovevano essi appunto ripetere il torrente inesauribile di tutte le angustie alle quali soccomberono sì di frequente? E come avrebbe potuto mai l'ebreo, sotto alcun titolo, essere buon cittadino, se ricusatagli era ovunque una patria, se escluso veniva di prestare i suoi servigj, se interdetto eragli per tutto l'esercizio delle arti liberali, e la coltura dello spirito, e se la terra medesima persino a cui esso dovea i suoi natali divenivagli straniera, ed insensibile matrigna? E con quale fondamento si dovea, in ultimo, presumere che un fautore della sana credenza di Mosè potesse giugnere a distinguersi giammai nella carriera di que' pochi uomini dotati di genio, e di talenti, che l'obblìo del fanatismo rende oggi reperibili in qualche angolo del mondo, se da questi o per invidia, o per interno pregiudizio, od anche per simulato trasporto religioso era sempre o schernito, o rigettato, se il consorzio de' medesimi reputava un disonore di annoverarlo nella categoria de' suoi membri? E quando ancora conservato egli avesse, nello stato di abbiezione in cui languiva, tanta lena e coraggio per inalzarsi fino allo studio, la generalità degli uomini non imputavagli frattanto come un grave torto di essere nato ebreo, a fronte ancora di tutta la virtù, ed i talenti che avesse d'altronde potuto fondatamente vantare? Ei non potea aspirare al rango di uomo, senza prima cessare di essere ebreo. Che non può irrazionale superstizione in mente umana!

Esseri deboli, e inconseguenti! Se provati aveste i costumi di questo Popolo avanti di sfuggirne i rapporti; se occupati vi foste di esperimentare i suoi talenti prima di azzardarne de' giudizi temerarj sulla sua capacità; se tratto lo aveste all'obbrobrio degradante delle turbe popolari, restituendo ad esso quella dignità che compartire volle la natura ad ogni ente ragionevole, e che la vostra indomita fierezza ingiustamente gli tolse; se meno prodighi di odio, e di oppressione dimostrati vi foste seco lui; ma più liberali di umanità, e più coerenti alle leggi che prescritte furono a voi dalla natura, vedreste ora in mille brani spezzarsi al vostro tatto il talismano fatale della menzogna, e quale fugace lampo svanire ogni mistero nella dispersione dell'ebreismo, riguardata follemente sempre da voi come il flagello desolatore, a cui gli arcani decreti di un Dio condannato lo aveano, senza ombra di speme, nè di rifugio; come ancora il barbaro esilio a cui soggiacque già da gran tempo, ben lungi dall'apparirvi la conseguenza immediata di que' sognati falli di cui l'odio vostro l'imputava senza freno, giustificato vedreste non meno l'una che l'altro dall'ostile vostro contegno a suo riguardo; e quindi rientrati allora in voi stessi, scossi da quel torpido letargo dove immersi vi aveano d'accordo quelle venefiche illusioni che alimentavano un giorno il vostro inganno, e abbacinavano i sedotti vostri cuori, voi avreste riconosciuto ad evidenza quanto fossero contradittorie alla ragione, e ripugnanti alla natura quelle distinzioni malignamente inventate ne' secoli d'ignoranza dagli speculatori di proselitismo, e trafficanti di culti, e di coscienze; distinzioni che rendono l'uomo il ludibrio della sua specie, e costituiscono l'infamia perpetua di colui che le tollera, e le autorizza; e così da questa vilipesa nazione risorgere or mirereste quegli stessi talenti peregrini, che in ogni epoca, e ovunque formarono il decoro della stirpe d'Israel, l'ammirazione de' dotti, e la gloria di quegli stati che gli accolsero nel loro seno, proteggendo, ed animando i loro progressi, e le utili produzioni de' medesimi: Alemagna! Francia! Monarchìe felici! Terre avventurate! La ragione si è quella che forma fra voi il più solido, e il primo de' vostri possenti baluardi; essa, in ogni tempo, astante a' vostri dottissimi congressi gli dirige, e ne forma il presidio ineluttabile; questo nume tutelare, avversario deciso del fanatismo ne distrugge i progressi contaggiosi, che tentasi di propalare da' suoi reprobi fautori, a scapito dell'umanità, e invitta ella presede al superno tribunale della giustizia; essa è quella che richiama dal seno di ogni popolo gli utili talenti, e la vera filosofia, la quale è onorata in chiunque siane possessore, nel modo che i talenti perspicaci, non meno di quello a cui venne conferita nel suo nascere l'immersione battesimale, che dell'altro a cui fu reciso il prepuzio nelle fascie, sono entrambi ricompensati a gradi eguali: Federigo! Giuseppe! Napoleone! Nomi alla terra sempre mai cari! La consolante rimembranza delle vostre sublimi operazioni non potrà mai cancellarsi dalla mente degli uomini, ma ella sopravvivere dovrà al tempo edace che tutto immerge nell'obblìo profondo; troppo vi dee quella porzione di specie umana, a cui fu accordata la sorte di vivere sotto l'auspicio delle sublimi vostre leggi, ed in particolare l'esule Israel, il quale ricoverato sotto l'ombra benefica di esse, ritrova un asilo pacifico, e immune dall'infezione letale della calunnia, ed una tranquillità sicura, che lo zelo de' satelliti dell'idolo romano ha tentato altrove d'involargli sovente, onde a questo unita grata vi resti perpetuamente l'Europa, a cui voi deste i primi le lezioni memorabili di sana filosofia, e di tolleranza; egli è sotto la benefica influenza de' vostri limpidi orizzonti dove la sorte dell'uomo non pende già (come sotto altro cielo) dalle muffate pergamene, deve esistono vergati da tre o quattro cent'anni i titoli vani degli Scheletriti progenitori, ma da' solidi meriti personali di cui esso è fregiato, e senza che la diversità di religione vi opponga niun ostacolo, nè possa giammai pervenire ad oscurarli; egli è colà dove l'evidenza ci convince che può un fautore di Mosè riescire dotto nelle scienze, perito nelle arti, vassallo integerrimo del Sovrano che lo governa, ed utile cittadino al suolo che vide nascerlo, in grado eguale di un seguace del vangelo. Egli è, in ultimo, nel centro della più illuminata nazione che onori la terra, nelle Gallie illuminate dove il cruento fanatismo che sì orribilmente un giorno paventare si facea, ora del tutto annientato dall'eccelsa ragione che le governa, attonito riguarda, fremendo, il vero merito di un Successore di Abramo estolto a quei gradi che mai possono accordare le scienze, e la virtù a chi degno se ne rende, o coll'esercizio di questa, o assiduamente coltivando le prime.

Se tali edificanti lezioni fossero state apprese dagli abitatori della terra; se verità sì convincenti fossero state da' medesimi sentite in tutta la loro forza ed estensione, quanto più lieta oggi sarebbe la Sinagoga ebrea; più sgravata di follìe, meno assurda nelle pratiche, e l'esercizio del suo culto, ridotto a' suoi primitivi ammirabili principj, quanto diverebbe più filosofico, e più sensato non solo, ma (siccome io mi accingo a dimostrarlo nel progresso di quest'opera) niente dissimile da quello professato da Socrate, da Platone, e da Confucio, e degno altresì di essere messo in comparazione con quello già felicemente conosciuto da' primi benemeriti fondatori della credenza d'Israel? E quanti Scismi, che lacerarono sì sovente la chiesa romana, non avrebbe questa prevenuti colle vie della tolleranza, e della persuasione, moderando l'amarezza del suo zelo, che la ridusse per tante volte ad infierire contro le coscienze, e le opinioni, riguardate come paradosse, perchè discorde forse da quelle che dessa pretende avvalorare fra i mortali? Alla prima non si permise in alcun tempo di gustarle; neglette, o calpestate sempre furono entrambe dalla seconda.

E vi sarà egli ancora chi si sorprenda come avvenga che la ragione accordata all'uomo per rischiarare la sua mente, per dirigere le sue azioni, per confortarlo nelle sue pene, sembra che prendasi a scherno l'ignoranza sua, e la sua fralezza, e che più non offrasi agli occhi suoi che come un rifugio illusorio, e incerto contro gli assalti de' suoi proprj vaneggiamenti? Se i popoli facessero tacere, una volta per sempre, le passioni criminose delle quali sono essi predominati, per ascoltare la voce penetrante della ragione, vedrebbero in qual modo, l'esimia, e la benefica ragione cesserebbe infine di mostrarsi essa pure armata di furore a danno dell'illusa umanità.

Infatti, quanti esempi rimarcabili non ci forniscono ad un tale riguardo numerose popolazioni che a torto noi chiamiamo selvaggie, le quali benchè meno colte di noi, e fornite di una intelligenza assai più limitata della nostra, pervennero frattanto a soffocare (o forse non conobbero giammai) quel furore brutale di persecuzione religiosa che forma, purtroppo, la base primordiale di ogni credenza odierna, e la gran mole reggente di tutti in culti delle nazioni che conosciamo, se-dicenti-polite, e illuminate? Queste imitarono i difetti delle prime, senza potere nè conoscere, nè profittare giammai di alcuna delle ottime qualità delle medesime. Io eccito tutte le istorie unite ad indicarmi un solo popolo, fra i tanti che annovera la prisca età del mondo, che abbia in alcun tempo infierito nè contro le coscienze degl'indigeni abitanti, nè che giammai abbia macchinato lo sterminio della religione di un popolo limitrofo, benchè le une, o l'altra opposte fossero diametralmente a' loro intimi principj religiosi; ma esse, d'altronde, ci mostreranno ben chiaro fra i recenti, de' popoli che riguardano il flagello degli uomini, ed il loro avvilimento come un tributo espiatorio in onore della Divinità; esse c'indicheranno, da una parte, i terribili roghi della Spagna, destinati ad abbruciarvi gli ebrei in onore di Gesù cristo; ci additeranno dall'altra gli esecrabili altari del Portogallo preparati ad immolarli al nome della vergine; ci faranno quì vedere le aggravanti catene della Bretagna papista consacrate a soggiogarli in gloria de' suoi idoli; mirare ci faranno esse colà un S. Cirillo, quel barbaro Cirillo, che fattosi duce di apostolici briganti, attaccarli entro le loro proprie sinagoghe in Alessandria, ucciderne crudelmente una gran parte, fugarne il resto, carpire le loro sostanze, e rendersene arbitro in ortodossa divozione a' suoi penati; ci offriranno altrove quelle marche infamanti di cui l'Italia contrassegnavagli un tempo in trofeo della sua fede, e quelli angusti, e infetti recinti entro i quali essa gli costringeva a vivere racchiusi, e concentrati in venerazione di Pietro, o degli apostoli; ed ovunque finalmente noi rivolgiamo i nostri sguardi dall'oriente all'occidente, dal nord al mezzo giorno, per tutto ci faranno quelle scorgere la mistica falce delle religioni pronta a mietere ad ognora le sue vittime segnate per offrirle all'altare de' falsi Dei, od al nome dell'Essere supremo, per tutto ci metteranno esse, in ultimo, sotto gli occhi feroci patiboli eretti; carceri, ferri, proscrizioni, massacri, e quanto seppero inventare di atroce que' mostri che natura abbandonò alla loro natìa inesplebile fierezza, che al nome di uno, o di altro idolo gl'ingannati popoli della terra infliggevano contro gli eretici, o miscredenti delle loro follìe religiose; e con infinite prove percotenti, esse concorreranno in somma a convincerci pienamente che le massime di persecuzione, di strage, o d'intolleranza non sono state mai ridotte, in pratico sistema, che nel solo grembo di una religione che si è decantata divina, la quale non respira in apparenza, che dolcezza, mansuetudine, e salute, ovvero da quelle ridicole instituzioni, che molto sovente o mancano di verità, o di buon senso, che l'umana ignoranza ne fa tenere il carattere, e le veci.

Ma in mezzo di questa enorme affluenza di vicissitudini lagrimevoli, ognora pullulanti, che hanno per infinite volte segnalato sulla terra i deplorabili travviamenti umani, quale metamorfosi degna dell'ammirazione universale de' secoli avvenire, non sarà mai per risultare a' nostri posteri l'intatta conservazione dell'ebreismo, sotto quel cielo medesimo appunto dove ad ogn'istante se ne meditava lo sterminio, ed in quel suolo istesso in cui si tentò infinite volte renderne la tomba? Cosa opineranno essi mai al solo contemplare, come tutte le nazioni dell'universo, dopo la caduta degli abitanti di Gerosolima, e insieme di questa metropoli medesima, si distrussero l'una l'altra, si amalgamarono a vicenda, si mischiarono confusamente, ed il solo popolo ebreo, malgrado la sua fluttuante dispersione, e le numerose infauste peripezìe alle quali sempre soggiacque, in ogni angolo del mondo, abbia fermamente resistito al torrente di una feconda successione di lignaggi, di epoche, e di vicende, or funeste per un popolo, ed or gioconde per l'altro; or per questo ridenti, ed ora triste per quello? Non lo attribuiranno essi forse ad un effetto soprannaturale, ad un prodigio ineffabile dell'Eterno? Di ciò veramente l'intero giudaismo ne fu sempre convinto; e tutte le altre nazioni, al contrario, riguardarono ciascuna, in ogni tempo, la permanenza di tale prosapia, come un trionfo, ed una prova incontestabile della verità di loro varie credenze, o religioni.

Ma senza fermarmi quì a discutere inutilmente le ragioni che alimentano l'intima convinzione del primo, ed il giusto valore delle cagioni sulle quali fondano le ultime la presunta base contestata della loro religione, io mi contenterò soltanto di rimarcare che fa duopo stabilire dei motivi meno accessorj, ed assegnare altre cause più ostensibili per colpire nel segno positivo sulla certezza, e la probabilità degli accennati effetti risultanti; e questa e quella ritrovare noi potremo agevolmente nelle accanite persecuzioni che le ultime, concordi, hanno sempre esercitate contro di quello: non avvi alcuno che ignori che la guerra delle opinioni religiose, e delle coscienze, non solo in proposito di culto, ma in scienza, in politica, e in costumi, ha in ogni epoca del mondo, e presso qualunque popolo della terra formate le fazioni sanguinarie, i martiri devoti, gli apostoli entusiasti per l'uno, o l'altro partito da cui presero fondata voga radicale quelle stesse opinioni che tentavasi di propalare, e sostenere ad ogni prezzo da una parte, e che da un'altra combattevansi orribilmente col disegno di annientarle dalla reminiscenza degli uomini. Infatti, quanti esempj rimarcabili non ci forniscono le istorie, idonei a convincerci che tanto in religione, quanto in politica, noi vedremmo succedere nel mondo il tepore il più lento, all'entusiasmo il più deciso, se si lasciasse all'una l'opinione, all'altra l'esercizio; donnez aux Huguenots, diceva Caterina de' Medici, tout leur saoul de prêches, ils seront tranquilles. Quando, al contrario, perseguitando una setta, od una fazione qualunque, si viene ad aggiugnere insensibilmente alla forza della religione che è già oltremodo grande, quella del punto di onore che lo è sovente di più, cioè a dire, che quelli ancora che non hanno religione qualche volta ne ostentano l'apparenza, e non osano di abbandonarla; e che quelli viceversamente che sarebbero proclivi alla resipiscenza de' loro proprj travviamenti, non sanno determinarsi ad effettuarlo.

Or in conseguenza di questi effetti, renduti già si evidenti, chi potrebbe mai sensatamente ricusare alle cause omogenee che gli producono l'esistenza indefettibile che loro conviene in ogni modo? Persuasi dunque quali essere dobbiamo, senza mistero, dell'esistenza delle une, e della sorgente immediata degli altri, quale torto enorme non si farebbe alla verità, se opinare si dovesse come il primo, e quale grave oltraggio risentire non dovrebbe la ragione, appoggiando la strana presunzione di queste? E pure l'indole depravata dell'uomo, generalmente parlando, è tale, che desso non soffre mai un oppressivo male, nè fruisce ancor di un sommo bene, senza imputarlo all'odio di un essere superiormente perverso, od alla predilezione di un essere ottimo che veglia parzialmente alla di lui conservazione, ed egli non è che dopo molte riflessioni, per lo più astratte, sempre seguite, e sottilmente ponderate, che desso giugne a conoscere, infine (benchè il più delle volte assai di raro, e a grande stento ei vi pervenga) che il bene, ed il male di cui l'umana vita è mischiata, emanano entrambi, per così dire, dalla sorgente inesauribile medesima; questo è il possente arcano delle instituzioni teologiche di ogni popolo che esistere veggiamo sulla superficie della terra, questa è l'alchimia portentosa di tutte le religioni che ingombrano il mondo abitato dall'uomo.

Comunque siasi, non credasi già essere questi soli gli effetti perniciosi dell'imbecillità dell'uomo abbandonato a se stesso ed alla sua sovvertita immaginazione, io mi dispongo, con ribrezzo, a produrne degli altri molto peggiori, ed assai più funesti per la sua specie, allorchè nella progressione di quest'opera mi emergerà pur troppo di ragionare a reiterati propositi. Intanto calisi un velo di profondo silenzio intorno quello che rapportasi all'ente ragionevole, alle sue idee, a' suoi pensieri, ed alle azioni differenti delle quali fu esso in ogni tempo riconosciuto essere suscettibile, e riserbiamoci a squarciarlo allora quando potremo di esso lui occuparci assiduamente di proposito, affine di migliorare la sua condizione, correggendo i suoi errori, illuminando il suo spirito, e facendogli, ad un tempo, chiaramente comprendere, che la verità è una, semplice, e indefficiente, che l'errore, all'opposto, è ognora complicato, titubante nella sua marcia, ed eccessivamente sinuoso; che la voce della natura è intelligibile, sonora, insinuante, e che quella della menzogna è ambigua, oscura, ed affligente; che il sentiere della ragione è ameno, retto, e salutare, e che quello dell'impostura è obbliquo, tetro, e pernicioso, questa esimia ragione di somma urgenza in ogni parte all'uomo dee essere continuamente la sua conduttrice inseparabile, e le dilei proficue lezioni debbono essere seguitate completamente da ogni anima fregiata degli ammirabili suoi doni.

Quindi per essere penetrato quanto fa duopo della forza irresistibile di queste verità edificanti, che io mi lusingo di produrre frappoco al chiaro giorno, l'uomo non ha bisogno che di lumi, di buonsenso, e di coltura; esso non ha che rientrare in se stesso, riflettere sulla sua propria individuale natura, consultare i suoi interessi, considerare i suoi rapporti colla società, e i doveri che lo vincolano ai membri contraenti suoi simili; e in conclusione studiarsi esattamente di conoscere che la virtù, e le scienze sono, senza contrasto, i soli, i migliori, ed i più solidi beni per la specie umana, e che il vizio, e l'ignoranza ne formano il perpetuo terribile flagello. In una parola studiarsi esattamente di capire, che siccome il buon uso delle scienze consolida in noi quel declivio salutare che porta la specie nostra alla pratica del bene, così appunto il nostro amore per la verità aumenta i lumi de' quali noi abbiamo estrema urgenza per propalarla, e per difenderla. Col mezzo di sì fatte indagini utili, e profonde giugnerà esso, in ultimo, a convincersi che gli esseri umani (come lo rimarca ingegnosamente un pensatore inglese) non sono sventurati, se non se perchè dessi sono viziosi, ed ignoranti; e che i medesimi viceversamente non sono ignoranti, e viziosi, se non se perchè tutto cospira ad allontanarli dal felice sentiere della ragione ad impedirli di correggersi, ed a renderli alieni onninamente dallo sviluppo delle loro facoltà intellettuali.

L'epigrafe del frontispizio allude giustamente al nostro immortal Napoleone ciò che Marziale altra volta disse a Domiziano: I popoli del vostro Impero parlano differenti idiomi; essi non hanno, per tanto, che un solo linguaggio allorchè dicono, che voi siete il vero Padre della Patria.

OGGETTO
E
PIANO ANALITICO
DI
QUEST'OPERA.


Cujusvis hominis est errare; nullius, nisi insipientis in errore perseverare.

Cicer.

Egli è ormai uno spazio considerabile di tempo che la mia ingenua penna, sempre intenta al solido vantaggio de' miei simili (dopo le tante altre, le quali prefiggendosi forse un simile scopo, si cimentarono indarno fino ad ora, e col massimo pericolo) tentare volea di assumere intrepida l'ardua difesa della verità, di quella verità medesima che tutto il mondo ammira, ed abbandona, e che prescindendo da pochi i quali cimentandosi a squarciare il tetro velo della menzogna, che ne adombra l'intuito allo sguardo profanatore dell'insensato, sono già felicemente pervenuti a ravvisarne il fulgido sembiante, pare che gli uomini della nostra età si facciano un maligno piacere di calpestarla, di concepirne un abominio, in vece d'intraprendere l'impegno commendevole di sottrarla a quegli oltraggi, che miransi fare, ad ogn'istante, contro di essa da' feroci proseliti del fanatismo.

Tale era dunque l'assunto importante di cui io mi occupava, senza interruzione, era già l'intervallo di un completo decennio, e questo è il solo oggetto sovra di ogni altro interessante che ha per tutta la mia vita decorsa unitamente richiamate le mie più assidue, e ponderate riflessioni; ma pur troppo fino al presente coll'eguale successo di quello che videro tanti uomini dotti risultare dalle indefesse loro applicazioni, affine di svellere dalla specie umana il morbo flagellatore dell'ignoranza che la degrada, e della superstizione che la distrugge; mentre le tenebre dell'una, e la densa caligine dell'altra, che ingombrano dopo tanti secoli presso che tutta l'estensione dell'universo, paralizzavano le benefiche intraprese di quegl'institutori dell'umanità, e scoraggivano le mie rette disposizioni.

Eh, che! Tutti gli orizzonti della terra uniti, non ci mostrano essi forse de' tempi calamitosi a tale eccesso per lo spirito umano, fino a reputare il termine illuminato sinonimo d'incredulo; e quindi a punire come apostata, ed a perseguitare qual libertino un genio filantropo che cimentato si fosse a rischiarare le tenebre dalle menti degli uomini, propalando fra questi de' solidi principj di morale, e di buon senso? E quante volte delineare si vide l'immagine sublime della ragione con informe sembianza di un orrido fantasma che paventa, e che afferra chiunque osa di appressarsi al tempio eccelso che ascosa la rende allo sguardo peribile dell'uomo? Tale essendo il carattere odioso che miravasi fare della ragione, più non dovremo dunque stupirci, se colui che avesse osato farne il preconio era dagli uomini riguardato come il più reprobo nemico del suo secolo, ed il perturbatore della umana società.

O tempi d'ignominia, e di esecrazione! ah! che pur troppo io già miro imbrattata l'istoria dell'odiosa menzione di quell'età sì degradante per la specie umana, in cui la virtù era un delitto, la ragione un ornato superfluo, inutile il buon senso, e la filosofia una chimera; in cui l'uomo brancolando nel vortice delle sue illusioni lasciavasi machinalmente condurre da altri uomini dementi al pari di esso, ma di lui più scaltri, più intriganti, sempre intenti a sedurlo, nè lo abbandonavano fino a tanto che renduto non lo avevano il nemico di se stesso, e il manigoldo crudele del suo simile, ed in cui finalmente le nazioni ammaliate dalle promesse che al nome di un Dio loro garantivano i mistici direttori da' quali erano esse ciecamente guidate, empievano la terra di follìe, e sotto l'ombra fatale di religione commettevansi gli attentati più atroci, sterminavansi a' vicenda; i culti opposti erano a' culti, gli altari, agli altari, e gl'intensi voti dell'una inferire altro non volevano che una detrazione insultante delle fervide preci dell'altra; ma l'ipocrita ingannatore che ne era la cagione, non vedea frattanto in queste acerrime dissenzioni che un solido incremento alla di lui autorità, alla quale soggiogato in ultimo restava non meno il partito vincitore che il vinto. Chi potrà mai fermarvisi un istante senza essere sorpreso di angoscia, e di dolore al solo contemplarvi que' vaneggiamenti di cui furono sempre suscettibili tutti i popoli, dalla prima infanzia del mondo fino a' tempi nostri? Or uno spettacolo sì attristante potea egli a meno di non disgustare l'animo il più benefico, lo spirito il più paziente, e il più filantropo genio che azzardato avesse di liberare la specie umana dal malore dell'inganno, per quindi ricondurla nel felice sentiere della ragione? Convinti di questa verità non dovremo più stupirci se cotanto rari oggi si rendino sopra la terra i Socrati, gli Aristidi, i Cartesii, e i Galilei, che al prezzo di cicute, di esilj, di carceri, e di tormenti acquistassero, di buon grado, il piacere d'illuminare l'umanità, e d'indurla a rigettare le avvilenti sue follìe. Con sì terribili esempi sotto gli occhi troppo scarso dovea essere certamente il numero degl'imitatori; e quelli al contrario, che avrebbero potuto divenirlo con successo, preferivano piuttosto di essere considerati come inutili nella società, che rendersi le vittime degli smarrimenti de' loro simili, e lo scherno degli eccessi de' loro scaltri conduttori. E con quale coraggio avrei potuto mai osarlo io tre lustri addietro, e di più sotto l'ombra di un avverso cielo dove io mirai le prime luci, ed in cui la superstizione, e il fanatismo erano al grado dell'ignoranza, calcolata come necessaria alla salute dell'uomo, ed in cui alla demenza tenere faceasi le veci, ed il carattere di buon senso? Egli è vero, per altro, che fino di allora concepito io avea il progetto salutare di distruggere l'errore dalla mente de' miei simili, ed il vasto assunto destinato ad esaurirlo era già, in gran parte, preparato alla rinfusa nella mia mente, nè altro mancava a corredarlo di quell'ordine, di quel metodo, e di quella esattezza necessaria per prodursi al chiaro giorno, che una esplicita inerenza nello spirito di quelli che più abbisognano di lumi sufficienti, e di un fermo disinganno, capace di annientare i pregiudizj che avrebbero potuto contrapporre degli argini malefici allo scopo commendevole per cui era quello in origine rivolto. Ma la decisa ripugnanza che questi sempre manifestarono contro l'ultimo, non meno che contro i primi, fece soffocare i miei filantropici disegni al loro nascere, e condannò la mia intrapresa ad un obblìo impenetrabile, dove giacque sepolta fino a questo giorno in cui l'impero della ragione potè rendersi una volta manifesto al consorzio de' mortali sopra la terra, spiegando l'ascendente assoluto ch'ella dee avere sullo spirito di essi; ora che sul trono augusto della giustizia l'eccelsa filosofia siede fastosa, e trionfante de' suoi miserabili nemici, al fianco invitto di Napoleone il grande, può un integerrimo fautore della ragione alzare libero la testa, fare impavido echeggiare la di lui voce, e rendersi utile a' suoi simili, senza pericolo, annunziando a tutti gli abitatori dell'universo, allo squillante suono di prodigiosa tuba, l'immediata rigenerazione universale di tutta la specie umana.

Per altro, sebbene tutte le mie cure, e i miei disegni si aggirino soltanto al vantaggio di una parziale Nazione unicamente pure ad un solo corpo religionario io quì non ragiono, ma a qualunque siasi nazione, setta, o popolo, a tutta la società umana, in fine, io parlo, ed a guisa del Sole che dal suo emisfero inaccessibile, una luce sfavillante, e universale a tutto l'uman genere diffonde sulla terra, così appunto io bramo che ad ogni razionale abitatore del mondo rendasi noto il genuino linguaggio della verità.

Or se il raziocinio sostenuto dal buon senso, e dettato da' più integri sentimenti di umanità, non è per la specie degli uomini un illusoria visione, io dimostrerò col mezzo di esso, non solo al giudaismo, per il di cui solido vantaggio io scrivo, ma a tutti gli altri popoli del mondo (i quali eccettuare sempre lo vollero dalla categorìa delle nazioni) che niente è più ingiusto, e ridicolo, ad un tempo, che di odiare, o deprimere una credenza qualunque per la sola ragione che i suoi principj saranno forse disparati da quelli professati dalla sua persecutrice, ovvero di attaccarne le basi sulle quali si regge, ed anche senza conoscerne il più delle volte il fonte da cui esse traggono la loro derivazione; e con eguale chiarezza farò inoltre conoscere, che quanto avvi in una religione di riprovabile, o di ottimo altro, a fondo non è che l'impronta del genio, o depravato, o giusto lasciatovi dall'uomo stesso, il quale non diventerà mai stravagante, o assurdo sempre che sarà capace di ricevere le idee omogenee medesime che la natura gl'imprime, e che desso, al contrario, diventa l'uno, o l'altro, alloraquando si sforza di assegnare una evidente realizzazione alle logogrife visioni tradizionali, ed a' mistici fantasmi. Di ciò tutte le sette fino ad ora conosciute sulla terra dimostrerò essere una prova ritrovata ormai, ad ogni esperimento, incontestabile.

Preparato che io avrò l'uomo alla contemplazione interessante di queste verità, convinto che desse lo rendino una volta non essere meno curioso di seguire i progressi dello spirito umano ne' suoi travviamenti, di ciò che riesca vantaggioso investigare, con occhio indagatore le proficue nozioni ch'egli scuopre, e ciò in ogni secolo, e presso qualunque angolo del mondo, esso dovrà necessariamente convenire che fra tutte le ricerche filosofiche fatte fino ad ora, non siavi forse una più profonda, e più importante dell'analitica riforma del Culto, e dell'educazione politico-morale del Popolo ebreo, che nel corso di quest'opera mi sono prefisso d'investigare in ogni benchè minima parte, e co' più rigidi esami possibili.

Il tenebroso amministratore de' culti, sia rabino, sia prete, ovvero dervigi dice credimi ciecamente; ed il sensato filosofo consulta l'evidenza, ascoltami, e ragiona; egli è questi ultimo linguaggio unicamente quello di cui farò io sempre uso nell'assunto importante che io tratto, con quelli che fin quì si mostrarono pur troppo sordi agli eccelsi ammaestramenti della ragione.

Lungi dal precipitarci nel partito di quelli che credono tutto, od in quello degli altri che rigettano tutto, noi ci terremo, per quanto ci sarà possibile, in una specie di equilibrio, loro dicendo unitamente; esaminiamo con diligenza, e rendiamoci esatto conto a vicenda finalmente della credenza nostra, e di quella degl'ingannati nostri progenitori, indaghiamo una volta con filosofica fermezza, ciò che in sì fatta religione tradizionale (che da tutto l'ebreismo si è sempre sostenuta ad ogni prezzo) v'ha di vero, e quello che può esservi di assurdo; sotto quale rapporto le nostre idee religiose di oggi, possano avere un solido fondo di realtà, o di verosimiglianza con quelle dei primi patriarchi fondatori della credenza d'Israel, e sotto quale altro esse debbono meritare la nostra ripugnanza, il nostro obblìo. Penetrati di sincero trasporto per la verità, noi andremo a rintracciarla finanche nella estremità di que' misteriosi recinti che si appellano santuarj, da' quali allontanando il velo denso, e terribile che la cuopre, senza dubbio, allora noi vi ritroveremo l'aspetto inalterabile della tersa religione, che il Dio superno della natura esige dagli enti ragionevoli, nel primitivo suo stato di purità, e d'innocenza.

Vari sono, per altro, gli scrittori commendevoli, che tentarono sovente di scavare questo dilicato soggetto da' suoi più reconditi fondamenti: io discuterò dunque le loro idee, analizzerò i loro pensieri, non già col fervido entusiasmo di un zelante apologista di prestigj tradizionali, ma colla genuina franchezza di un filosofo amico de' suoi simili, di un apostolo della ragione, che ad altro non aspira, pubblicando in questa giorno un opera sì utile, e sì urgente, che ad illuminare da una parte le menti ottenebrate dell'illuso giudaismo, e a distruggere dall'altra quelle menzogne degradanti che parvero confederare contro i miseri avanzi del popolo d'Israel, fino anche i più decisi partigiani della tolleranza, trascinandogli anche sovente ad obbliarne i principj, a calpestarne i doveri, alloraquando impresero ad agitare la causa risguardante questa oppressa, e derelitta nazione.

Quindi se io pervengo a condurre di tale, maniera lo spirito religionario degli uomini, ho fondato motivo di lusingarmi di potere anche ridurlo ad abdicare quelle vane chimere che lo soggiogarono per sì lungo tratto di tempo, e che formarono la sorgente venefica dove il genere umano attinse tutte le sue più deplorabili sciagure.

Ma prima di ogni altra cosa, io credo mio essenziale dovere di prevenire il mondo illuminato, non essere quì mio scopo di divertire il cuore umano con fantastiche immagini, che al solo romanziere bizzarro, piuttosto che al filosofo ragionatore convenevoli si rendono; e molto meno astrignerlo pretendo con linguaggio artifizioso ad asserire, ciò che in altro modo ei ripugnasse di adottare: la nitida semplicità dovrà sempre quì precedere l'espressione sentimentale dei miei pensieri, i quali se riportati non verranno con un eleganza di stile che rapisce, posso d'altronde assicurare che fregiati essi tutti saranno della semplice verità che persuade, senza livore, e senza prevenzione; ciò che al disopra di tutt'altro ornato è assolutamente necessario, trattando una materia dilicata qual'è quella di cui ora ci occupiamo, che ha più duopo di giuste idee, di esatti sentimenti, che di un mendicato atticismo di vocaboli, o di traslati pensieri, onde potere con amplia cognizione di causa pervenire a conoscere lo stato delle vicende presenti, per farne l'adeguata comparazione con quelle, che le inopinate crisi avvenire offrono sovente allo sguardo indagatore del filosofo, ed alla irrequieta fantasía del politico: egli è dunque così che noi potremo allora, senza taccia di temerità, lanciare i nostri liberi giudizj sul remoto avvenire, ed arbitri ancora pronunziarne i destini.

Frattanto io domando un indulgenza estrema non meno per ciò che ho fin quì detto, che per tutto quanto io dispongomi a dire, se io non tratto queste materie interessanti con tutta quella filosofia, e quel criterio che esigono, ciò si potrà forse attribuire alla deficienza de' miei lumi, ed alla modicità de' miei talenti, ma se io poi non le ragiono, secondo l'aggradimento uniforme di tutte le nazioni, ed in particolare dell'Ebrea che ne occupa la più estesa parte, ciò ripetere da me certamente non si dee, ma dalla sola intima natura delle medesime, le quali non sono ad altro fine dirette che ad emendare gli smarrimenti delle une, e a distruggere le stravaganti opinioni dell'altra; insomma ad illuminarle tutte, per quanto mi sarà possibile, ed a ricondurle nel perduto sentiere della ragione. Or quegli avvertimenti che tendono a correggere l'errore, a dissipare le tenebre dal mondo, possono essere giammai dell'aggradimento universale di quelli, che già infetti dal morbo letale della menzogna, hanno duopo di correzioni, e di lumi? Ciò che reca giovamento l'esperienza ci dimostra che rare volte diletta. Ben lontano per altro io sono dall'esigere, in verun modo, che si abbia per i miei sentimenti la benchè minima favorevole prevenzione, io eccito, al contrario, i lettori di quest'opera di avere in me così poca fiducia come io ne ho avuta negli altri. La sola ragione essendo un dono accordatoci dal Supremo Creatore dell'essere nostro per condurci nell'instantanea carriera di nostra vita, io gli esorto a farne uso immediato, e costante; questo è il solo mezzo il più utile, e il più sicuro per conoscere la verità, e per trarne que' vantaggi che aspettare ne possiamo. Ma comunque sia, io protesto davanti l'Essere Supremo, ed in faccia a tutti i popoli della terra, che non già vile sentimento di detrazione, non avidità di gloria, non cupidigia di utile, od altro scopo venale riprovabile del pari, mi fecero determinare a tessere quest'opera, ma l'amore fraterno che ho sempre nutrito per tutti gli esseri della mia specie; i solidi, e perenni vantaggi de' miei troppo ingannati connazionali; il desiderio intenso di combattere l'errore col brando inespugnabile della ragione; e la vera felicità, inultimo, degli stati colti, e tolleranti, così che la gloria, e il decoro degl'illuminati Sovrani che gli governano.

Or traendo quest'opera la sua originaria sorgente da sì limpido fonte, retta da sì equi sentimenti, e guidata da principj cotanto sani, ed inconcussi, potrei sospettare giammai con fondamento che alcuno vi fosse di sì stupido criterio, in cui preponderando e impulso più forte gli esecrabili prestigj del fanatismo a' miei giusti ed amichevoli suggerimenti mi riguardasse come audace. od importuno, ovvero come i settarj dicono volgarmente, un apostata, un Deista? Eh! che tali attributi reperibili sovente nella bocca di chi non ne comprende il vero senso, non avranno mai efficacia bastante a formalizzare un integerrimo fautore della verità, dalla quale non seppe mai dileguarsi, malgrado che a caro prezzo azzardasse qualche volta di esternarla, e che non si prefigge altro disegno che il miglioramento durabile degli esseri della sua specie. Nulla mi cale per tanto che ciascuno pensi come più gli aggrada per rapporto al sistema di religione addottato da me; che l'ebreo talmudista lo condanni, che lo abomini il cattolico, e che tutte le altre sette la ripugnino, ma frattanto il sensato filosofo lo approva non solo, ma lo segue, lo pratica egli stesso, e lo commenda; a lui unicamente io me ne appello, ed a questa sola classe benemerita del mondo ogni mio pensiere consacro, l'estremo destino del quale, non già dall'insano giudizio del volgo, ma dall'illuminato discernimento di essa onninamente dipende. Ben contento di poter dire col giovine Plinio: Ego enim non populum advocare, sed certos electosque soleo, quos intuear, quibus credam, quos denique et tanquam singulos observem, et tanquam non singulos timeam. Epist. XVII. lib. VII. p. 428.

Ma questa cecità universale mi lusingo che sarà bentosto rischiarata dalla fantasìa de' miei connazionali, quando a rigido esame richiameremo nel progresso di quest'opera i dogmi sopra i quali essi fondano la lusinga di una felicità imperturbabile, e la base di ogni loro ventura speme, additando a' medesimi l'infallibile sentiere che può condurli al completo acquisto di entrambe, e dove niuno fino ad ora osò giammai condurre il passo timido, e vacillante.

Quale gloria ineffabile non dovrà in ultimo risultare per il Dio di verità, osservando gli esseri umani rinunziare con arbitra resipiscenza alle insane illusioni dove sembrava che un avverso destino condannati gli avesse miseramente per sempre; e quale trofeo per l'oppressa ragione, se gli eccitamenti miei affettuosi, e sinceri saranno efficaci a dissipare dalle loro menti l'errore da cui sono abbacinate, ed a toglierli dal baratro infernale de' pregiudizj in cui andavano a precipitare inevitabilmente; e così mettere un freno alle passioni fomentate da una coscienza religiosamente criminosa, e sostenute da quelle sacre menzogne che loro fanno una guerra spietata, e con passo intrepido, e costante oltrepassare le barriere funeste che il fanatismo avea tenacemente opposte alla ragione, seguitando le vestigia invariabili che quì sono ad indicare della pretta religione, e di un giusto e ben fondato disinganno.

O popolo d'Israel! Egli è a tuo solo riguardo che baldanzoso io dispongomi ad affrontare l'improperio dell'ignoranza, e lo sdegno della superstizione: È te che io eccito a compiere i voti miei con quell'animo stesso con cui te gli offro: Egli è infine del tuo unico giovamento che io mi occupo indefesso, e di cui io formo l'essenziale, e il primo scopo di tutte le mie più serie applicazioni: ma, e quale guiderdone, in qualche modo equipollente, potrà mai sì filantropo zelo sperare da te? E che? supporre io forse dovrò che giugnere tu possa a ricusarlo senza la più reproba ingratitudine? Vorrai tu dunque perpetuare sopra la terra lo spettacolo affliggente della tua degradazione, ed essere tutt'ora, per folle arbitrio, lo scherno vile de' popoli, e la vittima sciagurata de' tuoi propri smarrimenti? Ah! che un apatìa sì macchinale supponibile certamente non è in mente umana; e ben lontano dall'opinarlo, io sono, all'opposto, convinto che un fausto giorno, senza dubbio, verrà, mentre di questo comparire già si vide la ridente aurora, in cui l'intero corpo esercente la credenza edificante di Mosè ne' quattro angoli della terra, perverrà finalmente a conoscere il valore inestimabile de' principj salutari che ne formano la base, e riguarderà come un infamia di restarne più oltre neghittoso, e indifferente, ed allora titubare più non potrà un solo istante, sotto pretesto alcuno, a riassumere fra gli uomini, per quanto è in suo potere, la condizione, i requisiti, e il grado, che la società, la natura, e la ragione gli concedono d'accordo sopra la terra, ne più reputerà come un delitto irremissibile, nel modo che fino ad oggi ei sempre fece, d'inchinare con trasporto l'orecchio per ascoltare la voce penetrante di un fautore della verità, di un suo connazionale stesso, cui, la depravata educazione, che un detestabile costume fatalmente introdusse da tanti secoli presso quel popolo, ha così pure tentato di corrompere un giorno rendendo la sua inesperta fanciullezza in egual dose infetta del morbo medesimo, che desso attualmente desola, e flagella, e quindi suscettibile per qualche tempo ancora dello smarrimento eguale di cui mirasi oggi quello predominato a tutta forza. Or dunque incauti miei connazionali! Esso vi presenta quest'opera; ardito alquanto sembrare a voi potrebbe il linguaggio di cui si serve, ma posso inoltre assicurare, senza timore d'ingannarmi, non essere quello dettato che da que' salutari principj che formarono in ogni tempo la guida fedele della sua penna, ed il più solido alimento del suoi pensieri: leggerla io v'insinuo assiduamente, ma scortati sempre da quelli, e con occhio terso dalla nube de' pregiudizj io vi eccito ruminarla; reperibili sono in essa gli antidoti, ad ogni esperimento, i più vantaggiosi, ed insieme i più opportuni all'uopo vostro urgente; vi assicuro averne fatta io stesso la più accurata esperienza avanti di conferirli a voi, e quindi sormontati da colmo a fondo tutte quelle illusioni venefiche delle quali era stata già imbevuta la mia credula infanzia, riconosciuti per me medesimo, infine, quanto si rendino colla successione de' tempi funesti per l'uomo que' panici timori, che abusando della frale instabile puerizia de' fanciulli malignamente s'incutono in quell'età dagl'impostori da' quali essa è diretta, e di cui tutte le mire non tendono, che a mantenere l'uomo sepolto nella voragine dell'inganno, ed allora mi ritrovai tutt'altr'uomo sollevato dal peso aggravante di una soma che abbatteva il mio coraggio, e ditroppo eccedente le mie forze, nella guisa medesima che or prepondera le vostre, e che vi opprime senza ombra di confronto, e senza lena. Nè altro lenitivo apprestare voi potrete con successo al crudele infortunio che vi minaccia, solo che seguitare con energìa, e con buon senso un sì efficace esempio. Possa quello essere il fausto precursore d'infiniti altri avventurati simili esempi! Possa il medesimo ritrovare nella nazione d'Israel immensa quantità di emulatori che anelino a gara di renderlo il catechismo di tutti gl'individui professanti la sublime credenza di Mosè! Egli è solo per questo valido mezzo che voi potrete superare agevolmente i moltiplici ostacoli, che opposero fino ad ora un pertinace contrasto alla politica civilizzazione de' vostri costumi, allo sviluppo delle vostre facoltà intellettuali, all'urgente rigenerazione del vostro Culto, e delle immense vostre cerimonie religiose, tiranniche, ridicole, insoffribili; nè vi lusingate di potere giugnere a vincerli giammai fino a tanto che il talismano fatale de' vostri smarrimenti franto non venga interamente da voi, a mio esempio, ed a quello memorabile di tanti che sentirono di possedere una ragione, e conobbero il bisogno pressante di fruirne, e fino che l'ignoranza, e il fanatismo, questi sovvertitori di vostra felicità, di vostra pace fugati non sieno entrambi per sempre ne' cupi abissi, donde trassero un tempo la funesta emanazione, per non più alzare la criminosa fronte, e per non infettare mai più colla loro contaminata presenza il suolo in cui l'orma di uomo calpesta, e annida.

E s'egli è vero che un epoca già fu in cui si disse Israel popolo eletto; indi Israel progenie barbara, e incolta; poscia Israel ramingo, esule, disperso; io confido che giugnere mirare potremo qual fausto tempo ancora in cui si potrà dire meritamente Israel popolo sociale, colto, e illuminato, ed il suffragio univoco delle nazioni tolleranti, e urbane di buon grado concorrendo a sanzionarlo, allora più non sarà l'Israelismo in alcun tempo soggetto sulla terra fra di esse ed altre parziali distinzioni, fuorchè a quelle che la virtù esige, che la filosofia consente, e che permette la natura fra un popolo, ed un altro, fra un ente ragionevole, ed il suo simile.

CAPITOLO I.

Dell'origine primitiva del Popolo Ebreo.

Una densa impenetrabile notte avvolge talmente a' nostri sguardi presso che l'intera antichità degli abitatori della terra, di maniera che fra tutti gli Scrittori, anche i più celebri, che ci hanno trasmesse le loro varie ponderate opinioni su' popoli differenti della prisca società umana, su' primi loro complicati avvenimenti, e sulla più probabile fondazione de' loro imperi, niuno certamente fino ad ora ve n'ha che possa vantare, con debita ragione candore, verità, ed esattezza, alloraquando intraprese a trasmettercene l'origine, od il ragguaglio di tutto ciò che a quelli supponeva positivamente appartenere. Il maggiore soccorso che noi potremmo ricavare onde proferire qualche giudizio sopra un simile assunto, sarebbe forse dalla sola Scrittura; ma ciò che questa, d'altronde, ci rapporta, è sì ambiguo, e sì conciso, che in vano ci lusingheremmo di potere col solo mezzo di essa pervenire a rischiarare le nostre tenebre intorno a questo soggetto.

Eppure a fronte di tale malagevole ostacolo sì difficile a superare, io mi accingo, non per tanto, ad investigare il primo remoto nascimento di un Popolo, che malgrado la sua origine barbara, incolta, e quasi ferina, siccome è quella di tutte le altre colonie nascenti delle quali ci fa superficiale menzione l'istoria de' secoli vetusti, ha frattanto attirata la seria curiosità de' dotti di ogni epoca, di ogni nazione, preocupando le loro menti perspicaci a suo riguardo, alcuni per commiserarlo, altri per esaltarlo, e molti per farsene sovente ancora il baluardo contro gli attacchi ostili a' quali esso fu sì di frequente soggetto sopra la terra, sia per parte di coloro che tentarono diffamarlo con atroci calunnie, ovvero di quegli altri che nutrirono il barbaro progetto di schernirlo, e di umiliarlo con mendaci reprobe imputazioni, come opportunamente avrò soggetto di dimostrarlo, fremendo, più di una volta.

Il Popolo Ebreo dunque, di cui intendo parlare, secondo tutte le apparenze le più convincenti, poco, o nulla differenziare lo veggiamo da quelle numerose orde che i monumenti antichi fanno scaturire, dirò così, dalla superficie della terra ad ingombrarne lo spazio, dal momento che dessa cominciò ad essere abitabile dalla specie umana: ma le istoriche nozioni pervenute fino a noi sopra un tale particolare, sono tutte concorde a dimostrarci, che l'origine frattanto ne è identica perfettamente fra l'uno, e le altre, ed in ogni parte comune. La caccia, l'agricoltura, la pesca, la pastorizia, e poche rozze manifatture; ecco la sola, e prima generale occupazione di tutte le umane associazioni, durante la loro più antica infanzia; ecco probabilmente quale dee essere stata la situazione, e la carriera di quelli, che le sacre pagine, di accordo coll'antica storia profana, ci assicurano essere stati i primi archetipi fondatori dell'ebreismo.

Per altro, siccome questo solo articolo potrebbe, senza dubbio, formare per se stesso materia esuberante onde empiere un immenso volume, e non essendo altresì mia intenzione di riportare quì delle favole, o delle ipotetiche congetture destituite di basi, o di lumi sufficienti ad investigare la serie determinata di anni che può verosimilmente fissarsi all'originaria esistenza del Popolo Ebreo, d'altronde contrastata pertinacemente da varie altre popolazioni, che contrappongono un antichità infinitamente più remota di quella vantata da esso, coll'autentica testimonianza del codice Mosaico, checchè nulla dicane la Genesi, la quale non ci lascia comprendere giammai perchè non abbia in verun modo fatta menzione delle affluenti colonie, che i sicuri frammenti che ci restano chiaro dimostrano esistere in que' tempi (1); noi però, allontanando sopra un tale proposito tutte le informi visioni che molti autori erroneamente prevenuti scavarono nella loro immaginazione, ci rivolgeremo al libro il più autorevole che abbiano gli Ebrei, ed il più generalmente approvato da tutti i popoli del mondo, e con esso ne fonderemo l'origine da quello che ha il primo radicati que' germi salutari della credenza edificante di questo Popolo, e che la Scrittura medesima ci annunzia il primo ad essere distintamente appellato col nome di Ebreo (nghibrì), ed il primo, parimente a recidersi il prepuzio in provetta età per divina prescrizione (2); rimettendo alle ricerche de' critici assennati le epoche rimarcabili che precederono, sia del prodigioso Diluvio universale, e della costruzione dell'arca di Noè, fatta in quella circostanza con architettura sovr'umana; sia della confusa divisione repentina delle Lingue nell'occasione della temeraria impresa della torre di Babel, ed altri straordinari aneddoti siffatti; tutto ciò dico, non essendo di mia speciale competenza di esaminare, io lo considero come straniere al prefissomi assunto, e ne rinunzio di buon grado le indagini a' perspicaci investigatori della natura, e delle sue leggi.

Ecco tutto ciò che noi possiamo quì asserire, se non con positiva certezza, almeno con qualche probabilità, intorno l'originaria derivazione del Popolo ebreo, giacchè le memorie che restano a noi, non meno di questo che di tutte quelle numerose orde vagabonde allora esistenti sulla terra, sono cotanto scarse, e incerte, che tutto ciò che si aggiugnesse non farebbe che vieppiù aumentare i nostri dubbj, complicare i nostri errori, ed allontanarci onninamente dalla genuina verità del soggetto, come sappiamo essere, pur troppo, accaduto a qualche male impressionato Scrittore antico (3), per volere di soverchio innoltrare le assurde congetturali ricerche intorno a certi soggetti, gli autentici monumenti de' quali ci furono pur troppo defraudati dall'Istoria, e le nozioni detagliate che risultare ne potevano in vantaggio della specie umana, ne restarono avvolte nella folta nebbia de' remoti secoli decorsi.

(1) I Chinesi vantano trentaseimila anni di antichità, ed i più accreditati Istorici che ci tramandarono i fasti di questa Nazione, assicurano che Fo-Hi loro primo Sovrano montò sul Trono della China tremila anni avanti Cristo, ciò che farebbe rimontare la fondazione del loro Impero a più di trecento anni al di là del Diluvio, e quindi l'antichità di questo popolo assai più oltre l'epoca in cui le opinioni odierne fissano la creazione dell'universo, e la struttura originaria del primo Essere umano (Ved. Lenglet Meth. d'étudier l'Hyst. et Beyeri. Mem. Hist. Crit. Libror. rarior. pag. 171). E da que' pochi frammenti che ci restarono del Manethone, prete Egiziano, e della Genealogia, o successione de' Re di Egitto, trasmessaci da Erodoto, l'origine degli Egizj, e la fondazione del loro regno è portata oltre mille anni al di là di tutte le più lontane epoche della Creazione, se prescindere vogliamo però da quella degli Assirj, degli Etiopi, de' Sciti, de' Frigiani, e de' già riportati Chinesi, che vanno tutti molto più lungi nell'antichità; ed alcuni rinomati autori parimenti dettero al primo Zoroastro novemila anni di antichità, ed altrettanti a' suoi Persiani. Ma la venerazione intima che nutriamo per l'ammirabile Codice Mosaico ci costringe ad abbandonare interamente una simile questione, che parrebbe in qualche modo cospirare a rendere apocrifa la Genesi, che ne forma parte, e così ammettendo soltanto per autentico ciò che trasmesso ci venne da Mosè, noi riguardiamo tutte le altre opinioni come assurde, affatto destituite di base, e di ragione.

(2) Vari Scrittori d'altronde accreditati, ed Erodoto fra questi (lib. 2. cap. 14.) sostengono, con qualche asseveranza, che il nome עברים Ebrei (Nghibrim) che prendono i seguaci di Abramo, il quale è il primo che dalla Scrittura venga denominato עברי (Nghibrì) Ebreo (Gen. c. 14. v. 13.) altro propriamente non sia che un alterazione del nome Ibri, o Iberi dell'Albania, e delle varie differenti nazioni che dimoravano al di là dell'Eufrate, e delle sue rispettive sorgenti fra il mare Causpio, ed il mar Nero. Io per altro, senza diffondermi ad appugnare come falsa, nè ad ammettere come probabile la presunta etimologia di simile vocabolo, mi contenterò di accennare solo di slancio, che i Commentatori Ebrei ne fissano la derivazione radicale dal verbo ebraico עבר (nghabar) che significa passare, riferendo al passaggio che fece Abramo dal fiume Eufrate partendo dalla Palestina sua patria per trasferirsi nella Mesopotamia, e di là rendersi nel paese di Canaan; ed alcuni altri ne ripetono l'etimologia da Heber figlio di Schem da cui Abramo discendeva in linea diretta.

Ma ciò che riesce presso che impossibile di conciliare coll'Istoria si è l'epoca dello stabilimento del rito della Circoncisione, mentre tutti i più sottili investigatori dell'antichità si fanno, d'accordo, a sostenere che gli Egizj, gli Etiopi, ed i Colchi, nazioni che l'istoria ci dimostra già esistenti nel secolo di Abramo, furono gl'inventori di questo Rito, Pudenda circumcidebant a principio, dice Erodoto, parlando di esse (in Euter. p. 127.). Diodoro di Sicilia è del medesimo parere (lib. 1. p. 24.) e lo stesso Filone, la cui autorità in questa parte non può essere in verun modo sospetta, sembra esso pure convenirne (Phil. de Circumcis. pag. 10.). Ed i Critici ritrovano che Geremia colloca gli Egizj alla testa di tutti i Circoncisi (Visitabo super omnem qui circumcisum habet præputium, super Ægyptum, et super Judam, et super Ædom, et super Ammon, et super Moab. Jerem. cap. 9. ver. 24. 25.). Dal che molti vogliono inferire che questa ceremonia Rituale fosse già conosciuta, e praticata sopra quasi tutta la terra, quando il Patriarca Ebreo cominciò, per Divina prescrizione, a metterla in voga fra i suoi (Gen. cap. 17. v. 11.): il P. Accosta ritrovò degl'indizj di questo Rito nel Messico, siccome ancora Pietro Martire nel Jugatan, Oviedo, Pisone, Gumilla e alcuni altri ne ritrovarono essi pure delle traccie ne' paesi i più lontani e nella più remota antichità.

Pensino i critici come loro piace, ma frattanto tutte le umane opinioni debbono per sempre tacere in faccia della Scrittura, la quale sola può determinare ogni nostro sentimento, e che può con sicurezza guidarci nell'ameno sentiero della verità.

(3) Quanto non si rende mai contraddittoria alla ragione, ed oltraggiante alla verità l'origine primitiva donde Tacito fa scaturire seriosamente il Popolo Ebreo? E tanto dobbiamo più sorprendercene quanto che è il rispettabile Tacito che parla (Hist. lib. V.). Essa non trae forse sorgente che dalle calunnie acerrime, che i Fenicj, gli Egizj, e varie nazioni Greche persecutrici di questo Popolo gli affibbiavano incessantemente (Jos. contr. App. 5.) Ma questo dotto Istorico, per altro, prima di avvalorare quelle favole vituperose, e impertinenti delle quali si serve per denigrarlo, avrebbe dovuto riflettere che l'origine degli ebrei poco, o nulla differire dovea da quella di tutte le altre colonie che le prime popolarono le diverse regioni della terra conosciuta (poscia divenute nazioni nel progresso de' tempi) poichè lo stato selvaggio essendo per la società umana di allora uniforme all'indole di essa, e comune ad ogni vivente, ne viene per immediata conseguenza, che il carattere intimo di tutti gli esseri umani dovea essere per sua nature indifferentemente omogeneo in ogni parte; e chiunque versato anche mediocremente nell'Istoria antica può riconoscere a sufficienza la pretta verità dimostrata di quanto sostenghiamo, e quindi rilevare ad un tempo medesimo il paradosso enorme in cui precipitano quelli che malignamente opinano in contrario.

CAPITOLO II.

Della Religione professata, secondo le apparenze, da' tre primi Patriarchi fondatori dell'Ebreismo.

Nel modo che l'originario nascimento del Popolo Ebreo, osservammo essere identico, e comune in ogni senso con quello di tutte le selvaggie caterve che popolarono le prime inospite regioni del globo terracqueo, così dovettero essere appunto egualmente uniformi i principj di Religione conosciuti dall'uno, colle massime di credere praticate dalle altre; cioè una stupida grossolana idolatria degli astri, della terra, degli elementi, Culto, che secondo l'opinione univocamente sostenuta da' più classici Scrittori dell'antichità, si introdusse nel mondo appena cominciò questo a popolarsi di un discreto numero d'individui, il declivio de' quali dee verosimilmente avere cominciato a trascinarli all'adorazione della creatura, pratica che non dovette in origine conoscere altro disegno fondamentale fuori di quello di perpetuare, con tal mezzo, sopra la terra la reminiscenza di quegli uomini che più si erano distinti durante la loro vita nella società, per costumi edificanti, e per azioni; ma che resero ciecamente latrìa nel progresso de' tempi colla rappresentazione visibile de' simulacri che gl'indicavano; invenzione che il sentimento generale de' dotti fa trarre la primitiva sorgente da Serug avo di Thare (4).

In tale guisa, dunque i popoli stupidi, e grossolani di que' primi secoli degenerando insensibilmente dalla semplicità delle materiali rappresentazioni primitive instituite da Serug, essi portarono le cose a degli eccessi oltremodo stravaganti, e criminosi; essi opinarono di ravvisare il prototipo genuino della Divinità nell'opera umana, e così pervennero a confondere ciecamente il creatore colla creatura e quindi l'adorazione profonda che a quello si compete, coll'omaggio meramente rispettoso che esigevasi da questa. Ecco, in una parola, la vera, e l'unica sorgente dell'idolatria, ed ecco l'immediata origine fatale donde provenne quelli affluenza incalcolabile di Dei che ogni popolo, ogni orda, ogni nazione si è poscia bizzarramente formati a capriccio de' suoi propri direttori, anche ne' tempi assai più recenti, e da' popoli presso i quali lo sviluppo della ragione, e la coltura dello spirito umano erano ascese all'apice massimo della perfezione (5).

Egli è appunto dal fatal centro stesso di questo vortice immenso di mostruose superstizioni ognora rinascenti fra gl'insensati iconolatri di que' remoti Secoli che sorgere si vide Abramo figlio di Thare, adoratore, e fabbricatore d'idoli; mestiere, come si vide, che gli apparteneva in retaggio di famiglia; ma le massime ovunque dominanti delle quali dee essere stato esso ancora imbevuto ne' primi anni della sua fanciullezza, lo renderono infetto, così pure, dello stesso malore che attaccava tutta la Specie umana de' suoi tempi, nè abbandonato si vide da questo deplorabile smarrimento fino a tanto che rischiarata la mente coll'efficace influenza della Divina vocazione, egli si dedicò a combattere apertamente il culto idolatra, di cui già cominciava a conoscere l'assurdo e il nocumento, e fattosi l'inconoclasta de' propri idoli di suo padre, ne fece tosto sensibilmente conoscere al mondo la ridicolezza, il pericolo, e l'inganno (6).

In quanto poi alle interminabili discordanti questioni che si agitano fra i Rabbini ad oggetto di definire l'età che Abramo avea nel tempo dell'avvenimento sorprendente della sua nuova conversione, poco, o nulla quì ci cale investigare; lo scopo nostro, sovra di ogni altro interessante, è soltanto quello di conoscerla meramente, e di esserne con positiva certezza assicurati, onde potere da quest'epoca fondare, con esatta cognizione di causa, l'infallibile nascimento primordiale del Popolo d'Israel, non meno che la fausta origine della consolante credenza del medesimo (7).

Rischiarato che fu così l'intendimento di Abramo dal fulgido lume di grazia, e fattosi degno della Divina predilezione, in preferenza di ogni altro umano individuo esistente allora sopra la terra, il primo comando impostogli dall'Essere Supremo, che intuitivamente gli apparve, fu quello di recidersi il prepuzio nella provetta età di 99. anni in cui trovavasi nell'epoca di tale prescrizione, ingiungendoli, nel tempo medesimo, di ripetere la stessa uniforme operazione con tutti i maschi aderenti alla propria sue famiglia, stabilendo per precetto inviolabile, in perpetuità di tutti i secoli, che all'avvenire ogni fanciullo nato dalla sua discendenza. dovea essere circonciso nell'età di otto giorni, sotto comminatoria fulminante di eterna dannazione a' trasgressori (8). Tale marca indelebile dovea formare la base inconcussa, eterna, e radicale del nuovo patto di alleanza che Dio ha vincolato con Abramo dopo di averlo colmato di benedizioni, di favori, e di speranze, assicurandolo di moltiplicare prodigiosamente la sua stirpe, di proteggerla in preferenza di ogni altra, di renderla potente sulla terra, e di farne un lignaggio distinto, e prediletto, a cui tutti gli altri sarebbero sommessi, e tributarj in perpetuità di tutti i secoli: Et ponam te in gentibus, Regesque ex te egredientur etc. Daboque tibi, et semini tuo terram peregrinationis tuae, et omnem terram chanaam in possessionem Aeternam, eroque Deus eorum (A). Promesse che furono da Dio medesimo reiterate progressivamente a' due altri Patriarchi dell'Ebreismo, al di lui figlio Isaak, ed al suo nipote Jacob che ne successero (9).

Or prescindendo dalle ristrette ingiunzioni che Dio fece a Noè posteriormente al Diluvio, le quali si riducevano in massima a quelle medesime prescrizioni che impone la natura ad ogni essere umano (10); non ritrovandosi altro comando fino a quest'epoca espresso nella Scrittura fuorchè l'osservanza della Circoncisione ordinata da Dio ad Abramo, e da questi passato, in forze della stessa prescrizione, a' suoi posteri, può, senza mistero, inferirsi ad evidenza, quale essere dovesse fino allora l'intima Religione professata da' tre primi Patriarchi; religione, ad ogni esperimento la più tersa, la più omogenea alle circostanze de' tempi, all'indole integerrima di que' pacifici viventi, circoscritti ne' loro bisogni, dediti alla vita laboriosa, e frugale, nulla curiosi, od interessati di conoscere, od analizzare le occulte cagioni del loro credere, ed alieni dagli affanni laceranti che cagionano per l'ordinario le questioni, e le brighe religiose, tranquilli adoravano l'autore della natura, della cui Provvidenza gustavano i benefici effetti senza odiarsi nè perseguitarsi, e senza timore di essere sorpresi dall'errore, o combattuti dalla religione, o maniera di credere opposta del più forte. Ma le generazioni che ne successero poco soddisfatte dell'incorrotta semplicità di sì fatta edificante credenza, ben lontano dal seguitare le medesime vestigia de' primi loro Institutori, in vece di coltivare lo stesso metodo infallibile di essi, e il sano loro culto, vollero sottilizzare l'uno, approfondire le altre, nella, fiducia illusoria di giugnere a scoprirne fin la sorgente, ed a scapito enorme della ragione finirono tutte quante brancolando fra le tenebre dell'ignoranza col credere ciecamente anche sugli articoli che agli antichi era permesso di conoscere con evidenza. Ma i Capitoli susseguenti vieppiù rischiareranno il nostro assunto, e ad un tempo medesimo dimostreranno sensibilmente quale notabile passo retrogrado ha fatto la consolante Religione di Abramo, a misura che i suoi travviati successori avvanzavano cammino, vanamente lusingati di perfezionarla.

(4) Presso che tutti gli Scrittori critici antichi si uniformano a rapportare l'origine di questo pernicioso errore a' tempi di Serug Avo di Thare; Eusebio, Suida, Epifanio, Abulfarage, ed alcuni altri sostengono essere stato esso l'inventore del culto delle immagini consecrate alla memoria degli uomini morti in concetto di saggi, virtuosi, e benefici. Per altro, se lo scopo che si prefissero in origine Serug, e i suoi contemporanei si fosse intatto conservato da' Posteri, quello, sarebbe stato per qualche parte commendevole, giacchè non è da supporsi che gli omaqgj, che questi prestavano a tali muti, e insensibili simulacri, eccedessero i limiti circoscritti de' semplici rispetti umani, e in questo solo senso la pratica non potea essere certamente nè più efficace, nè più ovvia al felice progresso dell'emulazione, onde accrescere col mezzo di essa il numero degli individui benemeriti della loro specie: ma il miscuglio complicato, e informe delle superstizioni esecrabili che il delirio umano v'intruse successivamente, alterò da colmo a fondo l'antica purità di questa edificatoria instituzione.

(5) Era sì abbondante il numero delle Divinità conosciute, ed adorate dal Paganesimo, e dall'antica Roma, che Petronio parlando di questa in cui esso abitava, dice che l'affluenza degli Altari che ovunque vi si erigevano per servizio delle medesime, sorpassava di gran lunga la quantità delle case di abitazione de' cittadini, e quindi era molto più facile d'incontrare per le vie di Roma un Dio di un uomo: Utique nostra Regio, tam præsentibus plena est numinibus, ut facilius possit Deum, quam hominem invenire (Petr. lib. IV.). — (Ved. l'ann. 40. del T. I. delle Note Campestri pag. 112.).

(6) I Dottori ebrei e fra questi Rab Ada (nel suo Berescith Rabah cap. 38.) narra che Abramo, nell'intervallo intermediario della sua conversione, incaricato dal di lui padre di accudire allo smercio delle proprie statue, durante una sua breve assenza, presentatosegli un giorno certo individuo col disegno di farne acquisto Abramo l'interrogò quanti anni avesse: cinquanta, rispose l'Acquirente averne; sventurato che tu sei! Esclamò Abramo allora, nell'età di 50. anni tu adori ciecamente un essere che non ha che un solo giorno? Questo rimprovero coprì talmente di confusione, e di pentimento il compratore, ch'egli se ne partì mesto, e sbigottito, senza potere più articolare parola; indi Abramo presa un accetta fra le sue mani ha in un istante spezzate tutte le immagini affidategli dal genitore per procurarne la vendita, illudendo ad un tempo medesimo argutamente la stupida credulità di suo padre con un artifizio idoneo a giustificare la di lui propria condotta rapporto a' simulacri, e a disingannare insieme Thare dell'inventato errore in cui vivea da lungo tempo miseramente sepolto.

(7) Quale nuova interessante utilità sarà mai per risultarci, in alcuna maniera, dopo che noi saremo pervenuti ad assicurarci che la conversione di Abramo avvenne l'anno 48. di sua età come opinano R. Johanan, R. Haninah, ed il Maimonide (Yad Hazakah lib. 1. p. 1.) ovvero se esso non avea solo che 3. anni quando cominciò ad acquisire la precisa cognizione del suo Eterno Creatore, siccome il Talmudista Bar Abah lo sostiene con gran forza (Massehet Nedarim cap. 32. § 1.) e R. Elighezer fermamente lo pretende? (Pirké Avoth c. 26.) R. Lakis fonda questo medesimo sentimento sulla combinazione che offre la parola עקב (nghekeb) riportata nella Genesi (cap. 26 v. 5.) Eo quod obedierit Abraham voci meæ &c., quale avverbio numera 172. la vita di Abramo fu di anni 175. quindi esso pretende con simile induzione d'inferire che 3 soli anni visse il Patriarca nelle tenebre della Pagana idolatria. Il R. Simeon Bar Zemah nella prefazione della di lui Opera Maghen Avoth si sforza di conciliare queste due opinioni, malgrado ch'esse fossero sì disparate. Ma comunque siasi, niente di più oscuro, e inconseguente al caso nostro di sì fatte inutili controversie, tutto che da ogni parte fervidamente sostenute; e siccome di tali sottigliezze se ne trovano ad ogni tratto in profusione considerabile presso i Rabbini, noi riguardiamo come un tempo affatto perduto il fermarcisi un solo istante a discuterne il valore, quindi è che noi passiamo sopra a tutte quante.

(8) Moltiplici sono le opinioni che dividono gli autori e antichi e recenti per rapporto al conoscere i veri motivi di questa Rituale Instituzione, con tanta urgenza comandata dallo steso Dio ad Abramo (Gen. cap. 17. v. 11. 12. 13. 14.) benchè, d'altronde, nella mente de' critici, già ovunque conosciuta, e praticata, come osservammo, non è che un istante, dalla massima parte delle antiche popolazioni. V'ha chi pretende che quella avesse per iscopo unicamente la sanità; molti le supposero utile, e in certo modo conferente alla propagazione; ed altri la credettero ancora una semplice marca distintiva per eccettuare l'ebreo da' falsi credenti, e dalle numerose idolatre Nazioni delle quali era, ingombro tutto il mondo conosciuto a que' tempi; ma la materia è così per se medesima confusa, e impercettibile, che tutte le ricerche fatte da' dotti di qualunque regione, e di ogni secolo affine d'investigare l'origine, e le cause di questo segno, non servirono, molto sovente, che a convincercene dell'inutilità delle loro fatiche, ed a fornirci de' motivi efficaci onde sospendere interamente i nostri giudizj per rapporto a questo assunto, come pur troppo ci troviamo ridotti a simil caso tutte le volte che siamo costretti a brancolare nella folta caligine del mondo antico ad oggetto di rinvenire quelle verità ch'esso racchiude.

I Mussulmani recidono il prepuzio a' loro maschi appena giunti a' 13. anni, tale essendo l'età che nel momento di simile comando avea Ismael figlio di Abramo, da cui i Maomettani si dicono discendere.

(A) Gen. Cap. 17. v. 6. 7. 8.

(9) Alcuni pensatori miscredenti abituati a sottilizzare, senza ritegno, tutto ciò che loro offre nuove idee onde alimentare i loro strani principj, si lanciano furiosamente contro questo passo di Scrittura, e vi oppongono delle acerrime obbiezioni: essi rimarcano primieramente che a fronte di tutte le promesse garantite da Dio a' tre primi Patriarchi in favore della loro posterità, non vi fu mai popolo al mondo che fosse più maltrattato dell'Ebreo, anche ne' suoi felici tempi ne' quali miravasi guidato, ed assistito dal suo Divino Protettore; osservano, in secondo luogo, che lo stato d'inopia, e di objezione, in cui ha sempre questo popolo gemuto, quì schiavo, tributario colà, errante ovunque, non sembra certamente presagire l'impero dell'universo, ed il dominio delle Nazioni che Dio avea per tante volte assicurato agli Avi suoi; mentre Abramo il padre di esso, e il fondatore di sua credenza, malgrado la potenze, e le dovizie che la Genesi gli attribuisce; non solo non era frattanto possessore di un palmo di terreno suo proprio, essendo stato costretto di comprare una caverna da Efron per 400. sicli (1280 lire di francia, calcolata il siclo lire 3. 4 l'uno) onde seppellire l'estinta Sara sua Consorte; che non solo il di lui figlio Isaak fu sempre costretto ad abitare le terre altrui per esserne mancante delle sue proprie, e che Jacob l'ultimo de' Patriarchi fece il cameriere 14. anni per conseguire in maritaggio la figlia di Labano; ma che in terzo luogo finalmente tutta l'estensione della rinomata terra promessa non eccedeva 53. leghe di lunghezza, che non giunse mai questo popolo a possedere tranquillamente un lungo periodo di anni; e che a' tempi della sua massima grandezza, e de' tanto decantati fasti di David, e di Salomone il dominio di questi (si osa temerariamente sostenere) non oltrepassava 70. leghe di lunghezza, sopra 50. di larghezza, checchè il libro de' Re asserisca, in contrario, che il dominio di Salomone specialmente estendevasi dall'Eufrate fino alla estremità del mediterraneo.

Egli è dunque così che opinano inconsideratamente certi filosofi stravaganti contro l'oracolo ineffabile delle scritture, ma senza arrestarci quì a combattere simili invettive destituite affatto di verità, e di buon senso, noi ci contenteremo soltanto di commiserare i loro deplorabili travviamenti che ad essi tolgono l'adito di conoscere che gli imperscrutabili disegni dell'Eterno fatti certamente non sono per la frale intelligenza dell'uomo.

(10) Queste prescrizioni (dette altrimenti precetti Noakiti) sono quelle che si pretende essere state date da Dio ad Adamo, ed a Noè. Questi precetti dunque (i quali altro non contengono che le instituzioni medesime racchiuse nel codice della natura, e di cui la pratica si rende indispensabile per tutti gli uomini) sono in numero di sette: il 1. vieta l'idolatria, il 2. impone l'obbligo di benedire il nome di Dio; il 3. vieta l'omicidio; il 4. condanna l'adulterio, e l'incesto; il 5. vieta il furto; il 6. impone di fare giustizia; il 7. vieta di mangiare carne recisa dall'animale vivente (ved. Ghem. Babyil. Tit. Sanhed. cap. 1. 4.).

CAPITOLO III.

Ricerche sulla Religione imposta all'antico Popolo Ebreo dal suo legislatore Mosè, basata sopra i 613 precetti comandati da esso nel di lui proclamato Pentateuco, 248 de' quali sono detti affermativi, e 365 negativi.

Tutto era mentale fino a' tempi di Mosè presso gli antichi Ebrei, tutto meramente contemplativo, e le loro Religione era sì semplice, sì metodica, e sì sublime, quanto lo erano appunto i loro costumi, intimamente penetrati dell'Esistenza di un Opifice Sommo Creatore, di cui miravano ad ogn'istante la visuale testimonianza irrefragabile nello spettacolo sorprendente dell'universo, e di ciascuna delle ammirabili sue parti, soddisfatti restavano unicamente di adorarlo, e di compiere a vicenda quegli umani doveri, che ad un essere terrigeno impone la Natura.

Ma una situazione sì edificante di purità, e d'innocenza fu bene precaria, e di fugace durazione per questi primi venturati credenti; gli arcani impenetrabili del Dio de' loro padri conducendo la ristretta famiglia dell'ultimo de' Patriarchi ad abitare sulle sponde del Nilo (11), le fecero pagare un giorno a caro prezzo il grato trasporto di mirare uno de' propri suoi figli elevato alla sovranità di quello stato, dividerne il Regal soglio, lo Scettro, ed il diadema col Monarca legittimo di esso; l'Egitto divenne quindi in breve spazio di tempo la vulcanea fucina inestinguibile in cui furono costrutte le aggravanti barbare catene che per il lungo periodo di oltre quattrocent'anni trascinarono miseramente i posteri di Jacob che ne discesero (12).

In sì fatto lagrimevole intervallo di tenace schiavitù, e di vessazioni rinascenti ad ognora in mille foggie differenti, quest'abbattuto lignaggio più non riconobbe se stesso, lo smarrimento s'impossessò di lui a segno tale che più esso non distinse nè l'origine sua, nè giammai più rinvenne il semplice Culto esimio trasmessogli da' suoi venerabili predecessori, ma confusamente condannato a languire sotto il giogo fetale del barbaro Egiziano ne sentì la fierezza, ne apprese i costumi, ne seguitò le pratiche superstiziose, ed il culto ridicolo, e bizzarro di quest'araba progenie, venne frattanto da que' derelitti avanzi d'Israel ciecamente sostituito alla tersa, ed alla sana religione de' suoi primi patriarchi fondatori (13).

Tale era dunque la triste condizione dell'Israelismo, allorchè Dio spiegando la sua ineffabile clemenza in favore di questa popolazione oppressa, e sconsolata, volle compiere con essa ciò che avea fatto sperare a' benemeriti suoi progenitori ne' tempi andati, e la sua sorte crudele dovea cambiarsi. Mosè (a cui Dio manifesti rese i suoi alti prodigj essendo ancora nelle fascie) prediletto rampollo della tribù di Levi, fu destinato l'organo esecutore degli eterni Decreti; egli affrettossi a compierli, senza ritegno: il terribile Egitto che premeditava farsene la tomba, dovette abbandonare con ignominia la preda che avvinta gemea, da tempo immemorabile, fra i barbari suoi lacci; e così lo schiavo Israel dopo di avere soffocata fino la speranza di un solido, e durabile conforto a' suoi tormenti, e di una lieta risorsa, al di lui avvilimento, vide frangere per la prima volta le infamanti sue catene, Israel si vide libero.

Ma tutto che oltremodo venturata riuscisse per lui questa metamorfosi repentina, quello non era tuttavia frattanto che una banda immensa profuga, ed errante per inospiti deserti alla quale mancavano ancora, e domicilio, e leggi, onde prendere fondatamente il sostenuto carattere di Popolo. Il suolo Cananeo dunque fu quello che venne ad esso decretato per retaggio, in forza della promessa fatta già da Dio a' Patriarchi, ed il suo conduttore Mosè fu destinato il promulgatore degli statuti, e delle leggi che l'Essere Supremo volle proclamare in mezzo di questi nuovi Liberti (14).

Egli è in mezzo de' prodigj sorprendenti, dopo i moltiplici altri di tal fatta che solennemente ci decanta la Scrittura, operati dallo stesso Mosè collo stupore universale, e in Egitto, e altrove in favore del Popolo di cui era esso la guida, ed il sostegno, ch'egli proclamò la nuova legge di grazia che lo stesso Dio dell'universo dettogli sul tremendo Sinaj (15).

Le assidue cure, e l'applicazione costante che richiedeva l'esatta osservanza del nuovo sacro Codice legislativo che era al medesimo imposto, astrinse questo popolo a derogare l'esimia semplicità della prisca Religione de' suoi benemeriti antenati, ed egli si vide allora aggravato dal peso di una soma che dovea necessariamente debilitare le proprie forze, almeno fino a tanto ch'egli avesse contratta l'abitudine di sopportarlo. Ben tutt'altro che i sette semplici Precetti ricavati dal Codice della natura conosciuti, e seguitati da' Noakiti, e la circoncisione de' maschi comandata da Dio ad Abramo; il nuovo patto di alleanza proclamato col ministero di Mosè li fece ascendere al numero di 613 de' quali 365 furono detti Precetti negativi, cioè portanti divieto di esecuzione; e 248 chiamati Precetti affermativi, cioè, imponenti obbligo di esecuzione (16).

Egli è dunque sopra queste basi fondamentali che Mosè, per Divino comando, eresse l'edifizio immenso del Culto che praticò egli stesso (per quanto ci è noto) ed il Codice della nuova Religione di cui si prefisse d'instruire il Popolo Ebreo de' suoi tempi; e sebbene questa più allora non fosse quella medesima credenza già esercitata da' primi circoncisi de' secoli decorsi, nulla ostante la osservanza che imponevasi da essa a questi nuovi credenti, non dovea riuscire loro neppure molto aggravante, se si riflette (come nel capitolo seguente mi dispongo a renderlo più espresso) che non tutto l'intero popolo ebreo era astretto di osservare, in complesso, la totalità de' precetti che racchiudeva la nuova legge, mentre una gran parte de' quali rapportandosi a' Leviti, le loro cerimonie, le loro ispezioni, i loro Riti ec.; l'altra incumbendo i Sacerdoti addetti al servizio dell'Altare, le loro purificazioni, i loro abbigliamenti, i loro uffizj ec., il resto del popolo che non apparteneva nè al lignaggio degli uni, nè alla discendenza degli altri, non era in dovere che di conoscergli meramente, senza ingerirsi nella benchè minima parte nell'osservanza di simili precetti, ciò che semplificava non solo considerabilmente il culto, ma ne dispensava una gran parte da tante pratiche obbligatorie, presso che inutili, o almeno superflue, e sempre malagevoli a compiere con esattezza, e precisione.

A che dunque riducevasi in massima la religione professata dal complesso dell'Ebreismo dopo la discesa di Mosè dalla prodigiosa vetta di Sinaj? Apparentemente per certo a quella sola adottata da Noè, e da Abramo, ed al semplice Decalogo unicamente; perchè le tavole portate seco lui dalla sua eccelsa missione altro certamente non contenevano; e siccome questa non abbraccia che i soli dieci Comandamenti, così alcuni si fecero ad opinare, che Dio, per anticipazione, dettasse a Mosè verbalmente, durante la sua dimora di 40 giorni sul testè accennato monte, l'intero Pentateuco unitamente a tutti i 613 simbolici Precetti che misteriosamente vi si racchiudono (17); fra i quali erano parimente compresi que' sette antecedentemente conosciuti, siccome ancora le varie prescrizioni comandate al Popolo ebreo alcuni giorni avanti la sua liberazione dalla cattività dell'Egitto, risguardanti l'osservanza della Pasqua delle Azzime, i sacrifizj, e le cerimonie che doveansi necessariamente annettere alla medesima; ed altri sostengono ancora che la quantità menzionata di precetti fosse da Dio comunicata interpolatamente a Mosè, a varie differenti riprese; ed a misura che l'opportunità, e le circostanze lo esigevano.

In quale idioma poi l'Essere Supremo si manifestasse al legislatore Mosè, e quale linguaggio usasse questi, parlando al Popolo che prefiggevasi d'instruire, questo è ciò che i critici mettono al solito in forti, e interminabili questioni, e che noi non abbiamo interesse di approfondire, o discutere (18); solo ci basta di potere assicurare con ogni fondamento che questo Codice, sia che fosse conferito secondo il pensiere degli uni, sia che comunicato venisse conforme l'opinione degli altri, quello fu la solo base frattanto sulla quale venne in seguito eretta la Religione ammessa, coltivata, e sostenuta da tutte le 12 Tribù d'Israel, da' tempi di Mosè che ne fu il Promulgatore, fino all'estrema caduta di Gerosolima, ed alla dispersione totale del Popolo ebreo, cui può da essa unicamente annoverare la folla immensa di smarrimenti deplorabili a' quali soggiacque in conseguenza della fatale degenerazione dell'ammirabile sua credenza primitiva, nella guisa che dovremo con reiterata menzione rimarcarlo noi stessi ne' seguenti Capitoli di quest'Opera.

(11) Per quanto ci narra la Scrittura, tutti quelli che seguitarono Jacob nell'Egitto appartenenti alla di lui propria famiglia montavano a 70. individui, compresovi Giuseppe che già vi esisteva come Sovrano di quello Stato, e i due figli che vi avea esso avuti (Exod. cap. 1. v. 5.)

(12) Alcuni Autori pretendono, ed io non saprei sopra quale base fondano le loro asserzioni, che tutto il tempo in cui il popolo Ebreo restò schiavo fra i terribili ceppi dell'Egitto non oltrepassasse gli anni 200. ma i Talmudisti uniti a tutti gli Scrittori i più accreditati di questa Nazione, appoggiati sull'oracolo infallibile dalla Scrittura insistono su' quattrocento e trent'anni: habitatio autem filiorum Israel, qua manserunt in Ægypto, fuit quadrigentorum triginta annorum (Exod. cap. 12. v. 40.)

(13) Tutte le dimostrazioni con le quali si sforzano i Rabbini di provarci che la primitiva Religione si è per lungo tempo conservata nella posterità di Jacob, anche fra le catene egiziane, non formeranno mai un indizio, se non positivo almeno verosimile, idoneo a convincerci, che durante la lunga cattività di questo popolo in Egitto potess'egli esercitare a rigore il culto già introdotto e praticato da' primi suoi Padri, e ciò è tanto improbabile, quanto che non solo apparisce dalla stessa Scrittura che molti anni avanti, Giuseppe avea già adottate presso che tutte le massime superstiziose dell'Egitto, facendo mangiare i Suoi fratelli, all'epoca della sua recognizione co' medesimi, in altra mensa fuori che nella sua, e parlando loro col mezzo dell'interprete (benchè v'ha chi sostiene che ciò facesse, per non palesarsi ad essi intelligente dell'ebraico idioma, che gli Egizj ignoravano). Siccome era l'uso degli Egizj, i quali aveano in orrore tutti quelli che non appartenevano alla loro nazione, e si reputavano immondi mangiando seco loro; ma non ritrovasi altresì fatto nella medesima Scrittura cenno, di sorte alcuna, che ne' 4. e più secoli di schiavitù a cui soggiacquero gli ebrei nell'estensione degli stati Egiziani, mantenessero ancora intatto, non solo il rito importante della Circoncisione, ma nè pure le antiche instituzioni di natura che, come osservammo, si credono conosciute, e praticate da Noè, e da tutti i suoi contemporanei, non meno che degli altri Patriarchi dell'Israelismo che ne vennero appresso.

(14) Non essendo mio scopo di farmi quì rapportatore di tutto ciò che avvenne e questo popolo negli spazj intermediari decorsi, fra la sua cattività, e la sua liberazione, e degl'incontri, e delle querele ch'esso ebbe durante la sua lunga dimora nel deserto con altre simili popolazioni che gli contendevano il paesaggio, fino alla definitiva occupazione della terra promessa, ed alle fausta promulgazione della Legge scritta: io passo rapidamente sopra tutti questi aneddoti, e solo mi arresto di proposito all'ultima, perchè forma onninamente il soggetto unico, e principale di tutte le ricerche, e gli assunti racchiusi nella progressione successiva di quest'Opera.

(15) Chiunque versato nella mitologia della prisca età del mondo può ad evidenza conoscere come gli antichi Arabi furono gli inventori di molte favole, e bizzarre allegorie le quali, nella progressione de' tempi, acquistarono voga presso una gran parte degli antichi popoli della terra. Fra le innumerabili altre che quelli hanno immaginato, può annoverarsi l'Istoria dell'antico Bacco, che supponevano molto anteriore al tempo in cui gli ebrei fissano l'esistenza di Mosè. Questo Bacco dunque, nato nell'Arabia, avea scritte lo sue leggi sopra due tavole di pietra; si chiamò Misem, gli Arabi lo dicono salvato dalle acque, e tale è la genuina significazione egiziaca di questo nome; esso avea una bacchetta colla quale operava delle gesta sorprendenti; questa verga si trasformava in serpente quando ei volea; raccontano parimente che questo Misem passò il mare rosso a piede asciutto alla testa della sua armata, esso divise le acque dell'Oronte, e dell'Idaspe, e le sospese a diritta, ed a sinistra; una colonna di fuoco rischiarava i passi della di lui armata durante la notte. Questa favola era si antica che molti Scrittori de' primi secoli del cristianesimo supposero che questo Misem, questo Bacco fosse Noè. Or può egli mai ritrovarsi una rassomiglianza più prossima di quella che si scorge tra Bacco, e Mosè, fra le gesta, le circostanze, e il nome del falso Dio Egizio, e i portenti, le operazioni, e il nome stesso del Legislatore ebreo? Io non oso approfondire di soverchio tale odibile confronto; lascio a' filosofi perspicaci, a' mitologici, ed agl'intelligenti le indagini più vaste, e più analitiche di un assunto sì arduo, e stravagante, e abbandonando gli increduli in preda al loro delirio, io preferirò sempre frattanto un eccelso Ministro del Dio di verità a quelli che non lo sono che dell'errore e della menzogna.

(16) Fossero quì terminati almeno gli essenziali doveri dell'ebreo, il compimento non ne riuscirebbe sì malagevole ad eseguirsi, massimo oggi che la situazione di questo popolo cotanto differente essendo da quella in cui era a' tempi di Mosè (come a luogo più opportuno mi farò a dimostrarlo) egli si troverebbe dispensato dall'osservanza delle nove decime parti almeno di simili Precetti: ma e quale vantaggio di vedersi da una parte attualmente alleggerito di una affluente quantità di pratiche e cerimonie, s'egli trovasi dall'altra eccessivamente aggravato di altrettante che gl'imposero le glose, le parafrasi, e i commenti? (Ved. la Nota 21. susseguente) Io rifletto che non avea in questa parte tutto il torto S. Pietro allorchè dicea; che il giogo della Legge era sì opprimente (e notisi che a' tempi di Pietro nè la Misnà, nè il Talmud erano tuttavia comparsi al giorno) che nè quelli della sua età, nè i loro progenitori avevano potuto sostenerlo: Nunc ergo quid tentatis Deum imponere jugum super cervicem discipulorum quod neque patris nostri, necque nos portare potuimus, Act. ch. 15. v. 10.

(17) I Rabbini attribuiscono a questo numero un allusione assai curiosa, secondo il solito a praticarsi da' medesimi; essi dunque pretendono che il corpo umano comprenda altrettante parti differenti quanta è la somma de' precetti che Mosè avea prescritti. I 248. affermativi rapportansi alla somma equabile de' membri esistenti nel corpo dell'uomo; ed i 365. negativi corrispondono al numero de' nervi che nelle varie sue parti esso contiene. Io me ne rapporto agli anatomici, a' quali solo appartiene il decidere, con piena cognizione di causa, se questo calcolo è per se medesimo esatto.

(18) Tra le tante male fondate ragioni sulle quali varj critici increduli pretendono appoggiare le obiezioni che oppongono contro l'opinione ricevuta generalmente che Dio abbia parlato in ebraico a Mosè, e che questi si servisse del medesimo idioma per esternarsi al Popolo, la prima si è che Mosè venendo dell'Egitto donde avea tratti i suoi natali, dove succhiò il primo latte, ed in cui ebbe le prima educazione, instruito ne' principj, e nella cultura degli Egiziani, è molto verosimile ch'egli non dovesse parlare altra lingua fuori di quella usata in que' tempi sotto il suo Cielo natalizio, nel modo appunto che Filone lo rimarca nella Vita, e le gesta di Mosè; dal che inferiscono in ultimo, che nel tempo della promulgazione del Pentateuco, gli ebrei non essendo tutta via entrati nel paese di Canaan, nè avendo fatto ancora una pratica consumata, e sufficiente della lingua ebraica, essi non potevano in veruna maniera pervenire e capirla, e che per conseguenza quel codice scritto nel Deserto non potea esserlo che nell'Egizio dialetto, giacchè Dio, aggiungono essi arditamente, non avrebbe, per certo, comunicata la sua Legge in una lingua che riconosceva intelligibile affatto per quelli a' quali era una sì eccelsa legge conferita, e che più aveano duopo di capirla.

Queste, ed altre sì fatte opposizioni ci lanciano con fierezza i miscredenti, ad oggetto di rovesciare delle fondamenta quanto le sacre pagine appariscono garantirci, e per ismentire, senza ragione, e senza base, ciò che il suffragio univoco delle Nazioni autorizza, e conferma; noi, per altro, lasciandogli miseramente in balìa del loro fluttuante, quanto stolido scetticismo, ci permetteremo soltanto di osservare essere molto probabile, che il Pentateuco scritto da Mosè in origine ebraico, fosse tradotto in seguito nella lingua della Palestina, che altro in fatti non era, che un mero derivato del Siriaco idioma; poscia in Caldeo, in Greco, ed in Latino, e lungo tempo dopo anche in antico Gotico dialetto; in tale maniera lo pensarono parimente varj celebri Scrittori dei secoli a noi più recenti.

CAPITOLO IV.

Come tali Precetti dovrebbero essere oggi ridotti alla decima parte, mentre le 9 restanti, si dimostrano, o inopportune, attesa la cessazione dell'osservanza; od inutili, perchè variamente ripetuti; od incompatibili colle Leggi alle quali è il Popolo d'Israel attualmente subordinato.

Già noi fino al presente dimostrammo esistere sulla terra un tempo immemorabile in cui l'esercizio della Religione de' primi abitatori dell'universo, meno fastoso, più interno, meno apparente, rendeva il loro culto più esimio, più semplice, più terso, in cui i loro intimi sentimenti più liberi essendo, più chiari, e più integerrimi di ciò che lo furono, ad un tale riguardo, quelli delle progenie discendenti, non facevano ad essi considerare la Religione come un fardello eccessivamente aggravante, o insopportabile, mentre quelli tutta consistere la facevano in un ristretto numero di virtuose azioni esterne, sempre uniformi, nè soggette erano giammai ad alterarsi; convinti d'altronde fermamente che il vero culto più accetto alla Divinità, e più conferente all'Eterna salute dell'anima è soltanto quello che ha per base la virtù, che ha per sede il cuore, calcolando tutto il resto come affatto chimerico, ed accessorio, ridicolo per se stesso, pernicioso il più delle volte alla specie dell'uomo, e sempre degradante alla sua propria condizione. O tempi di felicità, e di innocenza! sareste forse voi un illusorio fantasma, parto della feconda immaginazione de' Vati? E se tali non siete, perchè mai sì fugace, ed instantaneo fu il soggiorno vostro fra i mortali? Pur troppo voi spariste allo sguardo peribile di essi, come dissipa l'Atmosfera un fummifero vapore. Ah! sono essi già esistiti que' giorni venturati per gli esseri umani, i quali alieni onninamente dalle pratiche bizzarre, e dalle futili apparenze di simulata pietà, non avevano soffocati ancora i primi germi salutari di un incontaminato culto che edifica il cuore, per abbandonarsi ciecamente alle mostruose chimere che degradano lo spirito; non vedeasi allora l'accessorio tenere le veci di principale, nè miravasi mai come fra noi confondere l'illusione col buon senso, e la Religione diventare l'oggetto speculativo del più scaltro (19); non erano già i Tempj di que' sani credenti empiuti come quelli de' moderni di larve, o simulacri, nè ingombri gli altari di porfidi, di ebani, di gemme, o di squisiti metalli; nè i suoli coperti di sontuosi tappeti; non erano già dico tali arredi fastosi quelli che attraevano l'intuito religioso de' primi adoratori del Dio dell'universo; un sasso informe serviva loro di altare, ed un erema foresta era il sacro venerabile tempio in cui penetrati da un integro Divino amore, si adunavano i primi Padri della specie umana per implorare grazie dall'autore della Natura, e con illeso puro culto estollerne le glorie, propalarne i portenti, riconoscerlo, e adorarlo (20).

Non può certamente dubitarsi con ragione che tale in ogni senso non fosse il pretto genuino carattere della primitiva Religione, conosciuta, e praticata dalle remote società umane che cominciarono a popolare le terracquee regioni; ma siccome l'incostanza è l'appannaggio positivo, ed omogeneo di tutte le associazioni umane, e quindi ciò che da questo procede, regolarmente nella progressione de' tempi, o si corrompe, o degenera, o si altera, così appunto questo salutare primitivo stabilimento ha dovuto esso pure soggiacere alle infauste vicissitudini medesime di tanti altri, condannati a sobire la fatale sorte istessa. Chi inclinasse a fare un ristretto analisi delle Religioni che or conosciamo, sormontando col pensiero fino al primo loro nascimento, e discendendo in seguito all'epoca della propalazione delle medesime, quale mostruoso confronto non vedrebbe mai risultarne onde convincersi delle verità innegabili da noi fin quì esposte? Abbandonando le altre che ci sono indifferenti, solo arrestiamoci un breve istante sulla Religione d'Israel che ci riguarda. La Credenza degli antediluviani non era già il culto di Abramo, nel modo che la Religione conosciuta, e professata da' Patriarchi, era bene differente da quella che Mosè ordinò al Popolo ebreo nel Deserto, appena liberati dall'Egitto; e la Religione di questo è troppo lontana dall'essere quella che mirasi oggi esercitare dall'ebreismo di nostre età; sette soli precetti costituivano l'intera credenza di Hanoh, di Noè, di Shem, quali Precetti, sebbene si trovino fare parte de' 613 prescritti da Mosè nel Pentateuco, i Commentatori, non ostante, sembra che ne facciano separata menzione, denominandoli Precetti Noakiti (come già osservammo più estesamente altrove) vale a dire, di Noè, attesa l'analogìa prossima che riconoscevasi fra questi, e le leggi stesse della natura. Un solo precetto, cioè la circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita, venne aggiunto alla Religione che professarono Abramo, Isaak, Jacob, e la legge di grazia che Dio comunicò a Mosè sul grande Horeb, ne fece accrescere il numero fino a 613, diversamente classificati, nel modo che frappoco noi entriamo a dimostrarlo, senza calcolare forse altrettanti che le immense tradizioni delle quali è la medesima aggravata, ingiungono all'ebreo di osservare scrupolosamente, e di cui mi riserbo a ragionare di proposito altrove (21).

Ma sono essi questi nuovi credenti divenuti per ciò più religiosi, più saggi? Mi si produca di grazia, uno solo fra tutti gli osservanti la nuova legge (se si eccettua Mosè per l'onore di sua missione, per l'eccelso carattere che sosteneva, e pe' favori Divini de' quali era colmato) che possa dirsi, con giustizia, più integro di Hanoh, che non soggiacque alla morte naturale, ma che fu tratto da Dio stesso fra gli esseri viventi (A); uno più giusto di Noè cui Dio preferì a tutto il genere umano liberando esso, e tutto ciò che gli apparteneva, dall'orrido flagello del Diluvio universale (22) che unitamente alla terra sommerse tutti i suoi abitatori (A)? Chi più retto di Schem, che la Genesi denomina come uomo singolare fra i suoi simili (B)? Chi finalmente può con diritto maggiore vantare fra tutti quelli una Religione più chiara, un culto più semplice, più vero, più elevato di quello che la Scrittura ci accenna professato da' tre primi Patriarchi, i quali Dio volle per tante volte parzialmente distinguere suoi amici favoriti, e prediletti? Dal che può giustamente inferirsi non essere già il numero affluente di usi, di precetti, o di cerimonie quello che l'Essere Supremo esige dagli enti ragionevoli; nè la somma onerosa di pratiche, di doveri, e di prescrizioni sarà giammai una solida base, od una prova dimostrata della sana Religione dell'uomo, nè il deposito fondamentale del retto culto, che la terrigena creatura dee prestare al suo Eterno Creatore. Ben lontano da ciò, dimostrasi, al contrario, che la Religione tanto è più semplice, e meno complicata, tanto, e più facilmente porta seco, a indelebili caratteri, l'augusta impronta di verità, e tanto meno rincrescevole ne riesce l'osservanza; tale fu la mente irrefragabile di un Dio, prescindendo degli espliciti differenti esempi testè da noi riportati, che ne formano la prova certa, e convincente (23).

Il legislatore Mosè dunque, allorchè nel suo Pentateuco impose al Popolo ebreo de' suoi tempi l'osservanza di 613 Precetti, non intese certamente che questi dovessero essere intatto mantenuti complessivamente dal Popolo ebreo de' nostri secoli, di cui le circostanze, la destinazione, i costumi, la società, e i doveri sono affatto cotanto differenti da quelli ne' quali si trovavano gli antichi fautori di tale credenza; ciò che l'antiveggente Mosè non potea di proposito ignorare. Or siccome un esteso dettaglio di tutti gli accennati precetti sarebbe quello solo opera di un immenso volume, lo che distraendomi alquanto dalla serie complicata delle moltiplici altre materie importanti che quì mi accinsi di trattare, mi renderebbe di soverchio prolisso; così affine di non perdere di vista un soggetto che più di ogni altro dee interessare le nostre cure, e fare con evidenza più sensibile discernere che l'abrogazione delle nove decime parti di essi, proposta da noi come ovvia, e necessaria non è dettata che delle imponenti vicissitudini odierne di questo Popolo, noi divideremo tutti gl'indicati precetti in 3 classi; due delle quali essendo state fondatamente riconosciute da noi, od inutili, o insussistenti, non saranno che rapidamente accennate in complesso, ad oggetto di rendere con solidità maggiore dimostrato che tali sono in fatti tutti que' precetti che le racchiudono: quelli poi che compresi abbiamo nell'ultima classe, supponendo che dovrebbero essenzialmente constituire, secondo il fissato nostro sistema, la inconcussa Religione de' veri professanti la credenza di Mosè; tali precetti, dico, saranno tutti da noi riportati in dettaglio, astrazione fatta di un certo dato numero comandato replicatamente dal medesimo; e che nella guisa che noi entriamo ad osservarlo con ogni esattezza possibile, altro non vogliono inferire, che la cosa medesima riportata sotto varie, e in apparenza differenti prescrizioni.

Entrando quindi all'esame de' precetti che abbiamo disegnato appartenere all'ordine delle prima classe, questi ritroviamo ascendere in tutto al numero di 237 sparsi or quà, or là nel Pentateuco, secondo l'opportunità, l'epoca, il bisogno; cioè, 110 affermativi, o prescriventi dovere di esecuzione, e 127 negativi, o portanti divieto di esecuzione, i quali tutti avendo per iscopo o le oblazioni de' Sacerdoti, o l'abbigliamento di costume di essi, o la costituzione del tempio, degli altari, o l'acquisto, il trattamento, e la liberazione degli schiavi, o il voto di Nazzareismo o l'anno Sabbatico, e il giubileo, ovvero la distribuzione de' terreni da assegnarsi a' Leviti nell'estensione della terra promessa, e tanti altri simili oggetti del tutto indifferenti per il Popolo ebreo del nostro secolo, perchè più non esistono in verun modo, per esso lui; egli è dunque perciò che, come insussistenti, essi dovrebbero necessariamente cessare, ed è appunto per tale motivo che noi quì più non faremo di sorte alcuna ulteriore menzione.

La seconda classe poi nella quale comprendemmo que' precetti che risguardano puramente il giudiziario, il politico, l'economico, il civile, e che io ritrovo ascendere alla somma di 203; cioè 115 negativi, e 88 affermativi, per le medesime imponenti ragioni che servono di base fondamentale all'abrogazione di quelli contenuti nella prima, dee questa essere considerata non solo come inutile onninamente per gli ebrei de' nostri tempi, ma come incompatibile altresì colle provide leggi alle quali sono questi attualmente subordinati, leggi tutto affatto diverse da quelle che Mosè ha creduto opportuno di adattare a' costumi dominanti de' suoi giorni; alle Regioni che destinava di fare occupare al Popolo di cui era esso conduttore, all'indole irrequieta e grossolana del medesimo; ed al governo teocratico che meditava di introdurre, e sistemare ne' suoi recinti; e se qualche debole traccia di tali Mosaiche instituzioni è pervenuta fino a noi, tanto per quello che risguarda un articolo, quanto perciò che rapportasi agli altri di maniera che si creda indispensabile l'osservanza, le leggi ammirabili recenti prevedono con pari saggezza, che giustizia e attività; e l'ebreo che a livello di ogni altro vi è sommesso, ne risente gl'illimitati vantaggi, e riconosce la necessità urgente di osservarle, quale fedele vassallo, ed obbediente subalterno: quindi è che di questa classe ancora troppo debole fondamento sembrami che risultare ne potrebbe il ragionare.

Or detraendo dunque i 237 Precetti, che abbiamo racchiusi nella prima classe, ed i 203 che comprende la seconda, montanti insieme a 440; deduzione fatta da' 613 totale, restaci un reliquato di 173 Precetti, ma siccome anche fra questi rimarcasi esservene molti replicatamente comandati, e che in massima non implicano radicalmente che la cosa medesima, noi stimammo conveniente di restrignerne l'osservanza a quelli soli che ci sembrarono i più utili, ed i più degni di un Codice sano, metodico, e sociale, e che abbiamo ritrovato ascendere al numero di 60; 36 de' quali distinguemmo negativi, e 24 affermativi, ma dovendo questi constituire essenzialmente la prima base fondamentale della Religione Mosaica, secondo i nostri già fissati principj, noi riguardiamo come un assunto della più grande urgenza per se stesso, ed oltremodo necessario, di riportarli tutti estesamente, apponendo gli analoghi schiarimenti a quelli che potessero esigere delle utili, ed opportune osservazioni, dalle quali risulteranno ancora i motivi efficaci dell'esatta osservanza de' medesimi, riserbandoci a trattarne degli altri, che, o modificammo come superfluamente ripetuti; o annullati furono da noi come non confacenti a' tempi nostri, allorchè ne' due Capitoli immediatamente dopo quello in cui entriamo, riporteremo in chiari sensi le ragioni evidenti ed inconcusse che ci hanno indotto a stabilire una sì fatta restrizione, in apparenza sì considerabile, la quale con più robuste giustificazioni sarà poscia dimostrativamente comprovata, allorchè ci faremo di proposito a discutere, in tempo debito, le tradizioni, o parafrasi Rabiniche aggiunte a questi, ed a tanti altri Precetti, e sovente assai più oscure di ciò che riescano gli stessi testi originali, ch'essi pretesero di rischiarare colle medesime, e delle quali si ignora generalmente la causa, ed il disegno, senza che alcuno giugnere potesse in alcuni tempo a discernere l'una, o a risentire i vantaggi che risultare pretendesi dall'altro.

(19) Non vi è stato forse in alcun tempo chi con più rea impostura de' così detti compagni di Gesù (non saprei se appartenenti a quelli che furono spettatori alla sua nascita, benchè più giustamente collocare si potrebbero nella classe degli altri che gli furono compagni nel supplizio) esercitassero un traffico vergognoso della religione che facevano credere di difendere, e di professare; all'estremo indigenti nel loro primo stabilimento, umili, rassegnati, ed in forza di una bolla di Paolo III. pubblicata il 3. Ottobre 1540. ridotti al solo numero di 60. individui (Extr. de l'hist. univers. de Thou pag. 6.): ma i loro intrighi tenebrosi, protetti, e alimentati dalla stupida credulità di quelli che la loro criminosa pietà avea sedotti, fece crescere il loro numero ad un affluenza enorme tale fino ad incutere timore agli stessi formidabili Regnanti.

(20) Ma l'uomo, sembrami che alcuno quì opponga di proposito, caduco, e frale qual'è di sua natura, dimenticherebbe sovente l'esistenza di un Dio che lo vivifica, e lo sostiene, se il culto che tributare gli dee non fosse accompagnato qualche volta da certe marche esterne che arrestino la sua mente, ed attraggano i suoi sguardi.

Accordando tutto ciò anche un solo istante, donde dunque procede, domando, che la vera cognizione dell'Essere Supremo divenne tanto più straniera per l'uomo in proporzione che queste decantate marche sono state più affluenti, più stravaganti, e universali? Inoltre quali orrori non furono commessi nell'introdurle, quali contradizioni nell'adottarle? Quì mirasi i Sciti, i Messicani, i Peruviani, e i Galli immolare gli uomini ferocemente, persuasi di non dovere adorare Dio in altra guisa; colà i Dervigj Turchi, i Bramini, e i Quakeri stordire con giravolte, percuotersi il petto sulla terra, bilanciando il proprio corpo sopra un rogo, e rimanendo in estasi per molte ore; tali sono, secondo essi, le marche più ovvie ed essenziali al puro Culto di un Dio; altrove si fecero quelle consistere in luminosi apparati, processioni, baldacchini, candele, strepiti di bronzi ec.; più oltre finalmente si è supposto che le marche più efficaci per ottenere prontamente il Divino soccorso, e conseguire l'espiazione de' peccati, fossero le importune jaculatorie, le incessanti ossecrazioni, il digiuno frequente, la coltivazione di certe pratiche bizzarre, l'abbigliamento di certi arnesi, l'astinenza di alcuni cibi, ed altri sì fatti usi ridicoli, non meno che detestabili. In una parola, si può in ultimo conchiudere, senza timore d'ingannarci, che se si eccettua quelli ai quali Dio stesso degnò illuminare, poche persone certamente sono state capaci d'inalzarsi fino alla sublime contemplazione dell'Eterno Creatore, e di superare le malefiche barriere che apposero loro, in ogni tempo, tanto pratiche futili, e contradittorie.

(21) Oltre i testè accennati precetti contenuti nel vasto Codice Mosaico, gli Ebrei Talmudisti ne riconoscono una quantità considerabile di altri che distinguono col nome di מצות רבנן (Mizvoth Rabanan) Precetti de' Rabbini, a' quali essi attribuiscono egualmente che a Mosè il potere di fare nuove ordinanze, secondo le circostanze, il tempo, ed il bisogno, quale amplia facoltà è fondata sulle parole stesse di Dio che ingiugne d'indirizzarsi a' 70 anziani dei quali era composto il Sanhedrim, creato allora da Mosè (Num. cap. 11. V. 16.) ad oggetto di sciogliere tutte le vertenze che nascere potevano sulla vera intelligenza della Legge, e che supponevansi forniti, e diretti dallo Spirito Divino, ciò che, secondo i Talmudisti, gli rendeva infallibili nelle loro decisioni (Ved. il cap. IX. colle sue annotazioni di questo primo Tomo).

(A) Gen. cap. 5 v. 25.)

(22) Tutti i più dotti critici del mondo non cessano di rimarcare, che nello stato in cui trovasi attualmente la terra è presso che impossibile che possa accadere un Diluvio universale, che cuopra di 15 cubiti le sommità delle più alte montagne. Il mare preso in complesso non ha, si dice, più di 300 passi di profondità; le montagne le più elevate, come il monte Gordiano, o di Ararat non eccedono 3000 passi la superficie del mare. Quindi senza calcolare che la capacità del globo si dilata a misura ch'ei s'inalza, sarebbe duopo necessariamente 12, o 15 volte tant'acqua, quanta è la massa della terra nella congerie marcata dalla Genesi; e com'essa non rapporta che de' mezzi naturali, cioè, l'apertura dell'abisso, e la caduta delle pioggie, sembra che prevenga la risposta che si potrebbe addurre, dicendo che Dio creò per l'esecuzione di simile flagello una nuova quantità di acque che desso volle in seguito annientare. Egli non si servì, secondo la Scrittura che del vento per diseccarle; così conchiude il Lenglet (pag. 187). V'ha, per altro, luogo di credere, che il mezzo ch'esso ha preso per ispargerle sulla terra, non fosse meno naturale.

Essi medesimi sostengono inoltre ch'egli era impossibile che le pioggie fossero stato tanto abbondanti per cagionare un simile effetto, essi appoggiano i loro sentimenti sull'opinione del filosofo Mersenna, il quale prova con delle dimostrazioni esatte, che le borrasche le più violenti non giungono e versare che un polso, e mezzo di acqua ogni 30 minuti primi, ciò che farebbe 6 piedi nello spazio di un solo giorno; e il Diluvio non essendo durato che 40 volte 24 ore, supponendo le più alte montagne a 2000 passi di elevazione, che è un terzo meno della loro altezza, bisognerebbe, non per sormontare, ma anche per uguagliarle, che il Cielo avesse versate in 24 ore 125 piedi di acqua, in vece di 6 che desso versa nelle più gran tempeste; ciò che i filosofi asseriscono eccedere la possibilità della natura. (Lett. Juiv. T. II. Lett. 35 pag. 36 e 37).

Varj altri Scrittori hanno preteso che il Diluvio non era stato universale, ma che Dio non avea avuto che l'intenzione di punire un popolo ingrato alle tante beneficenze di cui lo avea esso colmato. I medesimi vollero parimente fare servire la Scrittura e fortificare la loro opinione, e quindi hanno essi spiegato in loro favore quel passaggio della Genesi dove leggesi espressamente, che i figli di Noè Ab his divisæ sunt gentes in terra post diluvium, (Cap. X. v. 32) apparisce da ciò che i figli di Noè non solo aveano divise la terra fra d'essi, ma ancora le nazioni che vi abitavano, lo che ritroverebbero contrario alla pretesa inondazione universale di tutta la terra.

(A) Gen. cap. 7 v. 22.)

(B) Ibid. cap. 9 v. 24.)

(23) Oltre che lo stesso Creatore Supremo fece, senza mistero, espressamente conoscere per bocca del Profeta (Isaia cap. 58. v. 5 6 7) non essere già il lungo digiuno, le interminabili ossecrazioni, le complicate cerimonie rituali, quelle che si esigono da esso, ma un puro, e integro cuore soltanto, noi avremo luogo di osservare altrove, che le Religioni che sono le più aggravate di dogmi, di pratiche, e di usi, lungi dall'essere le più ovvie a costituire la felicità de' suoi credenti, riescono, ad ogni riguardo, le più opposte all'umana ragione, le più tormentose allo spirito, e le meno osservate in ciò che possono le medesime racchiudere d'utile, di necessario, e di essenziale.

CAPITOLO V.

De' Precetti che soli dovrebbero costituire, la pretta Religione dell'Ebreismo fondata sul Codice Mosaico, ridotto alla sua vetusta purità.

Siccome niente riconosciamo più naturale nella complicata immensa catena degli esseri viventi; che succedersi l'un l'altro, colla pronta non interrotta propagazione delle speci differenti, la provvida natura con un declivio irresistibile ad ogni animale, distribuì gradatamente il suo adeguato instinto, in maggiore, o minore dose, che lo trascina con più, o meno veemente trasporto, ad accoppiarsi ad un essere omogeneo, affine di conservare inalterabile l'ordine primitivo già prescritto. Egli è dunque perciò che sebbene il Maimonide, facendo il riepilogo nomenclativo di tutti i precetti del Pentateuco, abbia stimato bene di dovere inserire quello della propagazione per il primo (A), noi non possiamo questo assolutamente riguardarlo come tale, altro esso non essendo, come si disse, che un mero sentimento incitativo della natura, a cui niun essere vivente sulla terra, purchè fornito di organo, e d'istinto, non potrebbe certamente non aderire; mentre quello è identico, e comune agli enti ragionevoli, ed a' bruti. Quindi mi sembrerebbe più ovvio prescindere da questo, e stabilire altresì per primo Precetto del nostro nuovo sistema, quello comandato da Dio con tanto impegno, per tre volte, ad Abramo (B), in segno del patto perpetuamente irrefragabile di alleanza contratta da esso col Popolo che discendere dovea dal successivo suo lignaggio, cioè, 1. La Circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita (24). E da questo Primo Precetto progredendo, noi passiamo tosto a dare per detaglio la nomenclatura generale di tutti gli altri da noi testè fissati.

2. Dalla sera in cui entra il plenilunio del mese di Nissan (che coincide col Marzo, non essendo bisesto, od altrimenti coll'Aprile) per sette giorni dal 15 decorrendo, e tutto il ventuno dello stesso mese inclusivamente, non dovranno gli ebrei cibarsi di altro pane fuori che dell'azzimo, dovendo per detto spazio allontanare de tutti i loro recinti qualunque sorta di materia fermentata. Questa è contradistinta חג המצות (Hag Amazoth) Pasqua delle azzime; la medesima sarà solennizzata come tale durante sette giorni, ed il primo, e il settimo di esse ogni opera servile (eccetto che quelle che sono di un urgenza indispensabile) dovrà cessare interamente (25).

3. Credere nell'Esistenza semplicissima dell'Essere Supremo, nè adorare altri fuori di esso (26).

4. Non adorare simulacri di qualunque siasi specie, nè costruirli anche per uso di altri.

5. Non giurare il nome di Dio in vano.

6. Santificare il sabato, e non fare in esso alcun opera servile (27).

7. Rispettare i genitori, soccorrerli, e temerli.

8. Non uccidere.

9. Non adulterare.

10. Non rubare.

11. Non fare testimonianze false.

12. Non desiderare la roba, nè la moglie del prossimo.

13. Non ingannar lo straniere in parole nè in azioni.

14. Non opprimere le vedove, nè gli orfani.

15. Non molestare l'indigente per i suoi debiti, ma soccorrerlo ne' di lui pressanti bisogni.

16. Non bestemmiare Dio, nè il Sovrano.

17. Non cibarsi di animali immondi, nè de' serpeggianti, nè di pesci che non hanno ala, e squama, nè di volatili rapaci, nè di vermi generati dalla corruzione de' frutti, delle palludi, terreni ec. (28).

18. Non cibarsi di alcun animale difettoso, benchè non vietato, nè di quello morto naturalmente.

19. Non cibarsi di sangue di qualunque siasi animale (29).

20. Non commerciare carnalmente con la madre, nè con la matrigna, nè commettere incesto qualunque.

21. Non isposare madre, e figlia in verun tempo, nè zia, e nipote procedente dal figlio o dalla figlia, nè due sorelle insieme contemporaneamente.

22. Non accoppiarsi con la moglie in tempo de suoi mestrui, nè durante il corso del di lei Puerperio (30).

25. Non accoppiarsi co' bruti; nè con altro uomo.

24. Correggere il traviato senza farlo arrossire delle sue colpe.

25. Non ispionare.

26. Non vendicarsi del prossimo, nè conservare odio contro di esso.

27. Amare il proprio simile come se stesso.

28. Non giurare in nome delle false divinità adorate dai Popoli idolatri.

29. Non fare incisione d'idolatrìa sulle membra del corpo (31).

30. Non imitare i costumi de' Gentili.

31. Non castrare un Israelita per farlo Eunuco.

32. Festeggiare, e riposare il primo giorno della neomenia del settimo mese (32).

33. Digiunare il giorno decimo, del settimo mese, con astinenza totale di qualunque siasi nutrimento durante lo spazio di 24 ore dalla sera del 9 al tramontare del sole fino al periodo stesso del giorno dieci, e solennizzarlo colle medesime prescrizioni del sabato (33).

34. Solennizzare la festa delle capanne il giorno 15, e il 21 di detto mese; mangiare sotto le medesime per sette giorni, ed il primo di questi prendere la palma, il mirto, il salce, il cedro durante la preghiera di quella sola mattina (34).

35. Festeggiare l'ottavo giorno susseguente alla solennità delle capanne con gli stessi doveri delle osservanze imposte nel primo giorno, e nel settimo di detta festa (35).

36. Contare sette settimane; decorrendo dal secondo giorno della Pasqua delle Azzime, al termine delle quali solennizzare la festa delle primizie, così distinta festa di settimane colle prescrizioni medesime delle altre (36).

37. Non prestare ad usura (37).

38. Rispettare la virtù, e la vecchiezza.

39. Non prestare fede a' mendaci Profeti.

40. Non prestare fede egli aruspici, nè agli esorcizzatori.

41. Ubidire le leggi civili, senza, mai prevaricarle.

42. Venerare i luoghi Sacri (38).

43. Pregare Dio per la conservazione del Sovrano, e per la tranquillità dello Stato.

44. Non ritenere, nè ritardare le mercedi altrui.

45. Non abbigliarsi l'uomo delle suppellettili da femmina; nè questa ornarsi degli abiti di quello (39).

46. Non commettere azioni che possano cagionare scandalo.

47. Osservare, e mantenere con esattezza le promesse pie.

48. Proclamare i novilunj (40).

49. Credere nell'Immortalità dell'anima umana (41).

50. Restituire gli oggetti perduti al loro legittimo proprietario.

51. Usare ospitalità cogli stranieri.

52. Una femmina divorziata passata a seconde nozze, ed indi restata vedova, non potrà più accoppiarsi col di lei primo consorte.

53. Chiunque avesse avuto commercio violentato con una fanciulla senza renderne consci i di lei genitori, esso è in dovere di sposarla, senza poterla in alcun tempo ripudiare.

54. Instruirsi nella legge mosaica.

55. Non mormorare contro un sordo, od una persona assente.

56. Non mettere impedimento davanti un cieco.

57. Non negare ciò che si è ricevuto in deposito.

58. Non uccidere gli animali co' loro piccoli entro lo spazio di un medesimo giorno (42).

59. Tenere le bilancie, i pesi, e le misure giuste.

60. Non alterare i Precetti della Scrittura con inutili commenti (43).

In seguito dunque delle indagini le più accurate, e lo più profonde, tali noi ritrovammo potere in massime ridurre tutti i Precetti, gli Statuti, ed i Giudizj proclamati già da Mosè al Popolo ebreo de' suoi tempi (44).

Ma sul dubbio che alcuno s'inducesse quì ad obbjettarmi (animato forse da impocrito zelo) come una diminuzione, in apparenza, sì rimarcabile, potrebbe ragionevolmente farsi luogo in un Codice, che oggi conta ormai 30 e più secoli, e sempre intatto conservatosi nel mondo, senza che alcuno in verun epoca osasse minorarne il valore, nè alterarlo, io non debbo dispensarmi del fare illativamente riflettere, in primo luogo; che il Popolo ebreo non potea fino ad ora determinarsi giammai ad un tale partito salutare, atteso che dopo la memorabile sua dispersione, desso non ebbe in alcun tempo un protettore per difenderlo; un padre sensibile per interessarsi de' suoi solidi, e durabili vantaggi; un Napoleone in fine per illuminarlo, e fare ad esso ampliamente comprendere che ciò che era necessario nella Palestina potrebbe essere inutile in Francia, ed in Italia, siccome quello che è adottato ottimo in un tempo, viene sovente considerato riprovabile in un altro; e che 30 e più secoli di antichità non potranno mai trasformare l'accessorio in essenziale, nè l'errore in verità (45). Ed ecco propriamente le solo vere dimostrate cagioni per le quali niuno ha osato giammai per l'addietro effettuarlo.

In secondo luogo poi, trattandosi di un oggetto sì rilevante, quale apparisce una sì enorme restrizione di oltre nove decime parti de' Precetti Mosaici, affine di diminuire la sorpresa che recare dessa forse potrebbe nella riscaldata fantasia de' zelanti, noi entriamo nel Capitolo seguente a produrre in detaglio i genuini motivi pe' quali fummo costretti ad abrogare anche una gran parte degli altri che parrebbero escludere interamente quelli che comprendono le due prime classi, ed entrare al contrario nell'ordine della terza, riguardata da noi come ovvia, e necessaria a costituire, o fissare solidamente il propostoci nuovo piano di riforma del Culto del Popolo d'Israel.

(A) Genesi cap. 1. v. 20.

(B) Ibid. cap. 17 v. 10 11 12.

(24) I Rabbini oltre la recisione del prepuzio, comandata da Dio al Patriarca Abramo, vi aggiungono cert'altra operazione, che chiamano פריעה (Peringha) scuoprimento, che vogliono doversi fare scuoprendo colle due unghie del police (che gli addetti a tale ufficio denominati מוהלים (mohelim) circoncisori lasciano espressamente accuminate) la tenue pellicola che copre l'orificio dell'uretera dopo la recisione del prepuzio, affinchè la sommità della corona del pene resti per ogni parte dilatata; essi appoggiano questa nuova prescrizione sul comando che Dio fece a Jesuè di circoncidere gl'Israeliti una seconda volta. Eo tempora ait Dominus ad Josuè: Fac tibi cultros lapideos, et circumcide secundo filios Israel. Jos. c. 5 v. 2. L'autore del Berescit Rabah la pretende inserita nell'ordinazione fatta da Dio stesso ad Abramo con la replica di המול ימול (himol, imol) circoncidere circonciderai. Gen. cap. 17 v. 13. quale replica (aggiugne quell'autore) riguardare si potrebbe come affatto inutile, se non volesse altro significare che la semplice recisione del prepuzio (Ved. Talmud Trat. Ievam. c. 71 p. 2 Comm. Tossaf. Id. Com. R. Ief. Toar.) fermi dunque in tale opinione i Rabbini conchiudono che מל ולא פרע כאילו לא מל (mal velò parangh cheilu lo mal) chiunque circoncidesse senza lo scuoprimento, è come se non avesse circonciso. (Ved. Iorè Deng. cap. 264 § 4 Mis. fol. 137.). Le Nazioni che menzionammo anticamente praticarla, non usavano lo scoprimento; siccome non lo conoscono nè pure i Musulmani a' nostri tempi.

(25) Dies prima erit Sancta, atque Solemnis, et dies Septima eadem festivitate venerabilis: nihil operis facietis in eis, exceptis his quæ ad vescendum pertinent. Exo. cap. 12 V. 16.

Questa Pasqua è stata instituita in commemorazione dell'uscita prodigiosa del Popolo ebreo dall'Egitto; ed essa è chiamata delle azzime, riferendo al pane senza lievito di cui si è esso alimentato, che per fretta di sua partenza non potè lasciare fermentare: la medesima è distinta dalle sacre pagine col nome di פסח (Pesah) a cui la Scrittura istessa assegna l'etimologia di פסח (Passah) che significa saltare, o tragittare alludendo al tragitto che fece l'angelo sterminatore nella notte dell'orribile strage de' primogeniti dell'Egitto, lasciando illese le abitazioni degli ebrei, e portando la desolazione, e la morte in quella de' loro barbari oppressori: Transibit enim Dominus percutiens Ægyptios cumque viderit sanguinem in superliminari, et in utroque poste, transcendet ostium domus, et non sinet percussorem ingredi domos vestras et lædere Exo. Cap. 12 v. 23.

Ma senza nulla spiegare sul valore intimo di sì fatta etimologia, non si potrebbe farla inoltre significare il passaggio repentino che fece il popolo ebreo dalla schiavitù, alla libertà? Io la riguarderei molto più degna del nitido fonte da cui parte; riserbandomi a parlare delle tante superstizioni che hanno luogo in questa Pasqua presso gli ebrei, allorchè mi emergerà in seguito di ragionare de' Talmudisti, e de' loro interminabili commenti.

(26) Il deciso ingenuo trasporto che io sento per la verità, mi astrigne a dovere quì formalmente smentire l'opinione che da varj pensatori stravaganti si è preteso erroneamente sostenere con qualche pertinace asseveranza, cioè che i due punti essenziali reggenti qualunque sistema religioso, l'Esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima umana, sono interamente tacciuti da Mosè; nè che questi dogmi trovinsi menzionati, di sorte alcuna, in verun luogo del Pentateuco. In quanto alla prima si porrebbe, senza scrupolo, tacciare di delirio chiunque volesse immaginare che gli ebrei potessero dubitare un solo istante dell'esistenza di un Essere, che ad ogni momento manifestavasi ad essi ora con proteste, or con prodigi, or con minaccie, ed ora con gastighi differenti. Oltre a ciò quante volte ritrovasi nella Scrittura la confessione esplicite e universale di tutto questo Popolo di credere, obbedire, ed adorare il Dio de' suoi Padri? E il primo dei comandamenti del Decalogo non forma egli la prova la più convincente, e la più chiara dell'Esistenza di un Dio? Perciò che riguarda poi l'immortalità dell'anima umana, di questa sarà da noi parlato quanto fa duopo nella susseguente Annot. 41, dove la Scrittura stessa concorrerà con eguali prove irrefragabili a dimostrarla.

(27) Supponendo che la creazione dell'universo avesse il suo primitivo cominciamento il giorno che noi chiamiamo Domenica, da questo decorrendo sette giorni, che tanti furono, secondo il primo capit. della Genesi, quelli che Dio ha impiegati in tutta l'opera immensa tratta dall'onnisciente suo consiglio, il giorno settimo fu contraddistinto col nome di שבת (sciabat) che significa Riposo. Quindi è che Mosè lo ha instituito come un giorno sacro dedicato perpetuamente al Creatore, ed un giorno di delizia, e di ricreazione: ma come gli ebrei Talmudisti lo abbiano in seguito alterato, colle infinite superstiziose cerimonie che vi aggiunsero, noi lo dimostreremo fra qualche breve momento, non essendo quì l'opportuna occasione di ragionarne.

(28) L'astinenza di certi animali per principio di Religione, non era già dogma particolare unicamente degli ebrei, i popoli attigui ne facevano lo stesso. I Sirj, e gli Egizj non mangiavano pesce, ed Erodoto (cap. 2.) assicura che per motivo di superstizione, se ne astenessero anche i Greci. I Tebani non si cibavano di montone, atteso che adornano Ammone sotto il simbolo di un becco, ma uccidevano le capre; altrove astenevansi delle capre, ed uccidevano il montone. I Sacerdoti dell'Egitto si astenevano de tutti que' cibi, siccome pure da tutte quelle bevande portate dalle estere città (Porphy. Abstin. 4); erano loro parimente vietate le bestie che hanno il piede di figura rotonda, ovvero in più dita partito, o che non hanno affatto corna, egualmente che degli uccelli di rapina; e durante l'intervallo delle loro purificazioni, astenevansi anche dagli ovi (Herod. Ibid.). Tutti gli Egizj reputavano immondo il porco, non già perchè non rumina, ma perchè desso è attaccato sovente da una specie di lepra dalla quale si ripete, secondo gli osservatori, la prima, e la sola cagione delle peste a cui è ora soggetto quasi tutto l'oriente, dove questi animali allignavano un tempo con un affluenza incalcolabile, e gli stessi Egizj portavano il loro scrupolo a tal segno che chiunque ne avesse toccato uno, anche per accidente, dovea tosto lavarsi tutto il corpo, e le vestimenta (Ibid.). Platone ancora fieramente inveisce contro quelli che si cibano, e nutriscono questo animale. Non avvi alcuno che ignori che attualmente pure, i Bracmani delle Indie, non mangiano, e non uccidono alcuna specie di animale, ed è cosa conosciuta che vivono in tal foggia da oltre venti secoli.

Da tutto l'esposto dunque chiaro apparisce, che le instituzioni di Mosè, concernenti le indicate astinenze non avevano niente di straordinario, ne di nuovo sulla terra; ma sembrami che quelle non tendessero propriamente che a ritenere il popolo entro i limiti della continenza, e vietando ad esso l'uso di certi cibi, si può arguire con qualche grado di certezza, non essersi Mosè prefisso altro disegno che la sua sanità, e i suoi costumi: esso vietò agli ebrei di mangiare sangue, come un cibo non solo assai difficile a digerire, ma in ogni senso ripugnante all'essere umano (vedi la seguente Annot. 29). La carne di porco, o di majale è ancora molto aggravante per lo stomaco, e di penosa digestione; lo stesso dicasi de' pesci che non hanno ala nè squama, la loro polpa regolarmente è oleosa, e grossa, e quindi oltremodo perniciosa al corpo umano. In tale maniera, per non più diffondermi di soverchio, si possono assegnare delle ragioni molto efficaci, della massima parte di simili divieti.

(29) Le stesse identiche regioni stabilite poc'anzi per l'astinenza di certi cibi si possono fondatamente assegnare (come osservammo) alla proibizione del sangue, e solo potrebbe quì aggiugnersi, che siccome da questo fluido è sostenuta, e alimentata l'esistenza di ogni vivente, così l'uomo facendosene il nutrimento potrebbe con fierezza maggiore, e meno ribrezzo incrudelire contro il proprio suo simile, nella guisa che l'ho chiaramente dimostrato in altro luogo, parlando delle carnificine che miransi fare ogni dì pubblicamente degli animali destinati per l'uso della mensa quotidiana dell'uomo (vedi l'Annot. 25 al tom. I. delle Notti Campest. pag. 80.)

(30) Questa è parimente una prescrizione di sanità, non meno dell'altra tendente al medesimo salutare disegno. La femmina imbrattata de' suoi corsi mestruali, essendo soggetta ad uno scolamento perenne di sangue viziato, come chiamano i medici, accoppiandosi ad un uomo in tale stato, in cui essa è più facilmente suscettibile di concezione, non solo pericolerebbe forse di generare una prole difettano viziata; ma ridurrebbe l'uomo pure ad acquistare frequenti malattie flogistiche, se si vuole avere riguardo alle varie discrasìe delle quali può essere affetto, e di cui ei perverrebbe dopo un lungo periodo di tempo, e con gran pena a liberarsi; le medesime ragioni si possono probabilmente assegnare al tempo de' lochii, o purgazioni alle quali è la puerpera soggetta dopo lo sgravamento del parto, lo che gli lascia una spossatezza tale che potrebbe cagionarle delle funeste conseguenze unendosi ad un uomo, sebbene il pericolo dalla parte di questo, per quanto asseriscono i medici, non sia tanto considerabile nè sì dannoso come nel primo caso.

(31) Era costume generalmente praticato da' Pagani dell'antichità, di incidere sopra a qualche parte del loro corpo le figure degl'idoli, e de' simulacri adorati da' medesimi, co' simbolici caratteri allusivi ch'essi vi applicavano. I cattolici romani de' nostri tempi hanno adottato questo abominevole costume, specialmente la parte idiota di questo popolo; barcajuoli, nautici, operai, facchini, ed altri di tal fatta, i quali colla punta di un ago immersa nell'inchiostro, che fanno con eccessivo spasimo penetrare entro la cute, o di un braccio, o di una mano, od anche del petto, imprimono qualunque immagine, o carattere che niun arte umana è giammai sufficiente a cancellare.

(32) Molti Commentatori hanno creduto che questa festa, altrimenti chiamata delle trombe (Num. cap. 9 v. 33.) fosse instituita affine di rendere grazie a Dio per avere data la legge al suo Popolo sul monte Sinai fra i tuoni, e lo strepito delle trombe, ossia Scioffar (tuba) di cui sarà da noi parlato altrove (ved. la seguente annot. 51), altri opinano che questa festa fosse instituita per avvertire gl'Israeliti che in quel giorno cominciava l'anno civile, onde eccitarli e servire Dio con maggiore divozione nell'anno nuovo; e disporli nel tempo stesso alla festa del Digiuno di Espiazione, che dovea solennemente celebrarsi nove giorni appresso.

(33) Questa festa è contraddistinta dalla Scrittura col nome di כפור Chipur ovvero Digiuno di Espiazione delle colpe del Popolo, e della purificazione del Tabernacolo, e del Santuario. (Levit. cap. 23 v. 31 e seq.). Essa è stata instituita, secondo quello che ci fa travedere la Scrittura, per assicurare il Popolo, il quale avea contro di esso provocata l'ira Divina coll'adorazione del Vitello d'oro, e garantirlo così che Dio erasi riconciliato seco lui. In tale giorno erano offerti due caproni per ispiazione dei peccati del Popolo; uno de' quali era immolato, e rimandavasi l'altro sciolto nel deserto carco di maledizioni, ed aggravato dei peccati del Popolo, che imponevagli il nome di Emissario (Levit. cap. 16 v. 26.)

(34) Queste Solennità denominata dalla Scrittura חג הסכת (Hag assucoth) festa de' Tabernacoli, o delle Tende (Levit. cap. 23 v. 40.), fu instituita affinchè gli ebrei si ricordassero del tempo in cui abitarono in esse i loro vetusti padri nel deserto per sì lungo intervallo di anni; la celebrazione di questa Solennità cedeva per lo più entro il mese di settembre, tanto per che la stagione allora temperata, riusciva più confacente, e meno incomodo a rimanere sotto le tende all'aperta campagna, quanto perchè sceglievasi la stagione nella quale erano raccolti i frutti della terra, onde ringraziare Dio per tutti que' favori ricevuti durante il decorso periodo dell'anno. In quanto poi al fascicolo prescritto in detta festa, mi riserbo a ragionarne altrove (ved. l'ann. 52).

(35) Le festa delle quale è quì falle menzione viene chiamata dalla Scrittura שמיני עצרת (Sceminì nghazereth) l'ottava (Levit. cap. 23 v. 36.) essa era un complimento della festa precedente, e la conclusione di tutte le altre, quasi che significare volendo propriamente la festa di congedo, imperciocchè la solennità de' tabernacoli terminando il settimo giorno, il susseguente, celebravasi la festa della Riunione degli Israeliti i quali essendo restati per sette giorni entro le tende, se ne ritornano tutti insieme nelle rispettive loro case, in quella guisa medesima che i loro padri dopo di avere abitato sotto le capanne per lungo corso di anni in mezzo de' deserti, ritrovarono nell'ubertosa terra di promissione un domicilio ameno, stabile, e tranquillo. Tale è l'oggetto delle commemorazione delle testè indicata solennità dell'assemblea, o della Riunione.

(36) Dal giorno susseguente al primo della Pasqua delle azzime le Scrittura ordina (Levit. cap. 20 v. 15.) di contare sette settimane, esse formano 49 giorni, ed il cinquantesimo osservare la solennità della חג שבועות (Hag Sciabungoth) festa delle settimane, o delle primizie, perchè dalla messe che facevasi allora, offrivasi a Dio le primizie unitamente a due Pani, ed a' sacrifizj di surerogazione. Una tal festa si allude parimenti alla commemorazione della legge che Dio proclamò in quel medesimo giorno per mezzo di Mosè sulla prodigiosa vetta di Sinaj.

(37) Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que' tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza, interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso, il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que' talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere, mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte, non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro dominj.

(38) A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza, che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono quelle prescritte da' Rabbini Ghem. Trac. Berah.) entro lo spazio di un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che osservasi fare dal (Sciamash) inserviente, in qualche luogo ogni sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae, fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua Religione è da tempo immemorabile aggravata.

(39) I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (Deut. cap. 22 v. 5.), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de' maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore (Levit. cap. 19 v. 27.) di radersi la barba col rasojo dalle tempie discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano generalmente usano di raderla.

(40) Di queste Neomenie, cioè, feste del novilunio che si celebravano il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in varj luoghi (Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11.) ma questo non era mai considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj, eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non se ne astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei, che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia, eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.

I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese, nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del mese (ved. Cuz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T. 1 pag. 384.) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì sempre con tutta diligenza.

Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante, procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese, facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa Pieno.

(41) Molti critici, e Warburthon, e Voltaire fra questi, ritrovano difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.

Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che lo facciano distintamente sotto intendere (ved. Comment. Abrab. negli ult. cap. del Levit. Gen. 17 Exod. 12 Levit. 18 Menas. Ben Isr. suo Nishmat Haym cap. 3 e 5.). In fatti cosa vorrebbero mai significare quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di חיו תחיה (hajò tihjeh) vivere vivrai; מות תמות (moth tamuth) morire morrai ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) e sarà squarciata, o distrutta l'anima, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso capire.

D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei (come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani, giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove sofferenze dopo questa vita (ved. M. Deslandes. Hyst. Crit. de la Philos.). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo (come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più informi, e le più materiali. S. Ireneo diceva che l'anima era un soffio, flatus est enim vita (Teol. Pagana). Tertulliano nel suo Trattato dell'anima la pretende corporea (De Anima cap. 7 pag. 268). S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione materiale (Ambr. de Abramo). S. Ilario vuole che tutto ciò che è creato è corporeo (Hil. in Math. pag. 633.). Nel secondo Concilio di Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge, senza scandalo, queste parole di Giovanni di Tessalonica: Pingendi Angeli quia corporei. S. Giustino, e Origene credevano l'anima così pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali? (ved. Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290 De Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI.) con tali assurdi principj, si oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?

(42) Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.

(43) I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti, che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte, già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava di sradicare dalla terra.

(44) Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) Precetti 2.º חוקים (Hukim) Statuti; 3.º משפטים (mishpatim) giudizj. A' primi dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni; gli ultimi finalmente contraddistinguono Precetti dell'intendimento, i quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione medesima dell'uomo gli ordinerebbe.

(45) Chi potrà mai sostenere di proposito che la credenza di un certo dato numero d'individui ed anche di un antichità immemorabile, possa avere efficacia bastante di trasformare l'inutile in necessario l'illusione in evidenza? Il celebre Bayle (Pens. Sur les Comêt. T. I. pag. 198.) osserva con ragione, che non si prescrive mai contro quello che è certo per se stesso colla tradizione anche universale, ne col consenso, benchè unanimi, e il più antico, di tutto il genere umano, ciò che viene ad inferire lo stesso del pensiere che ci trasmise il filosofo Averoe avanti Bayle, cioè che uno stuolo di Teologi non sarebbe stato mai sufficiente per cambiare la natura dell'errore, e per farne una verità. Vi fu già un tempo in cui tutti gli uomini hanno fermamente creduto che il Sole girasse intorno il globo terraqueo, mentre che questo supponevano restasse immobile nel centro di tutto il sistema del mondo; non è appena che due secoli che quest'errore è distrutto, vi e stato così pure un tempo in cui alcuno non volea credere l'esistenza degli antipodi, e quindi perseguitavasi quelli che aveano la temerità di sostenerli; oggi verun uomo instruito non osa più dubitarne: rimarcasi che tutti i Popoli del mondo, ad eccezione di un ristretto numero d'individui meno creduli degli altri, credono tutta via, con intima persuasione, nelle streghe, negli esorcizzatori, negli incantesimi, nelle apparizioni, negli spiriti ec. ed alcun uomo sensato non immaginasi attualmente di dovere accreditare queste puerili stravaganze. Tale è l'indole deplorabile del volgo, il quale non potendosi elevare colla forza del raziocinio fino all'investigazione delle cose, per quindi pervenire a discernere il grado di possibilità dell'esistenza di esse dee arrendersi ciecamente nell'asserzione altrui; ma i filosofi illuminati non credono se non se ciò che è evidente, consentaneo alla ragione, salutare, e necessario di ammettere.

CAPITOLO VI.

Ragioni efficaci che rendono indispensabile la riduzione del Codice di Mosè a 60 soli Precetti, cioè 24 affermativi e 36 negativi.

Qualunque siasi regolamento, legge, o statuto che non abbia per base la solida imperturbabile felicità di quelli che ne formano l'oggetto, o che non tenda al miglior essere di quelli pe' quali sono gli uni, o l'altra destinati, o come perniciosi debbono essere del tutto abrogati, senza ritardo, o come inutili rigettati, e proscritti dal consorzio degli uomini. Ma, per altro, due ostacoli funesti che a pochi è riuscito fino ad ora sormontare con felice successo, opposero in ogni tempo un ostinato contrasto ad un riparo sì ovvio, e sì urgente per tutte la specie umana; il primo di questi dunque si è la soverchia cieca venerazione che si ha generalmente per le decisioni tradizionali di quelli che ci hanno preceduti; lo che presso quasi tutte le sette odierne si approssima all'eccesso (46); l'altro, il quale realmente non è che l'immediata conseguenza del primo, io ritrovo consistere nello scrupolo deciso che tenti uomini si fanno d'inalzarsi fino al raziocinio, col soccorso del quale tentare di acquisire maggiori lumi rapporto alla credenza che professano, conoscerne le basi, discuterne le massime, investigarne i principj, onde in tale maniera pervenire a discernere il reale, e il necessario che ci giova, dall'apparente illusorio che ci nuoce, senza scampo, e ci confonde (47).

Ma ostacoli di tale natura, mi lusingo, che non saranno essi già così pure ineluttabili per noi, che riconosciamo non averci Dio accordato inutilmente un intelletto e una Ragione (48), come lo furono pur troppo per gli ingannati nostri progenitori che reputavano un delitto irremissibile il fare uso di mente, e di buon senso, in proposito di culto specialmente. Egli è appunto per ciò che di raro si conoscono presso questi i fondati motivi delle pratiche innumerabili adottate con tanta sommessa venerazione da' medesimi. Quando noi, al contrario, ci disponghiamo a rendere convincenti, ed efficaci ragioni, ad ogni evento, non meno in giustificazione dei motivi che ci indussero ad ommetterne quelle che riguardammo come soverchie, o inopportune, che per avvalorare la osservanza esatta di quei Precetti che abbiamo riconosciuti necessarj a costituire radicalmente il sensato Culto inoppugnabile dell'Ebreismo.

Avendo noi altrove riportate le ragioni sufficienti per giustificare in faccia al Popolo ebreo l'abrogazione fatte di tutti que' Precetti, che comprendemmo in entrambe le categorìe di prima, e seconda classe, nulla per tanto, io dirò di ciò che a quelli si rapporta, limitandomi soltanto alle ponderate osservazioni che pare assolutamente necessario dover fare intorno i fondati motivi che c'indussero ad abolire una gran parte di que' Precetti spettanti alla terza classe che abbiamo noi quì d'intero proposito addottata.

Cominciando da' Precetti che si rapportano alla Pasqua delle Azzime comandati dalla Scrittura in numero di otto, siccome questi non sono propriamente che la replica l'uno dell'altro, volendo in massima inferire presso che l'ordine medesimo, cioè allontanare ogni specie di pane fermentato per sette giorni, cibarsi per detto spazio di tempo di pane senza lievito, ossia di pane azzimo, e solennizzare la Pasqua, il giorno primo, e il settimo di questi, facendo in essi cessare ogni opera servile, come rilevasi dalla Scrittura (A), noi gli abbiamo tutti ristretti ad uno solo che tutti gli comprende seguendo la mente del Legislatore, e che costituisce la materia del secondo, in seguito dello stabilito nostro nuovo Elenco.

Otto parimente sono i Precetti co' quali Mosè comanda, in altrettante guise differenti, al popolo ebreo l'adorazione del Creatore; ma siccome adorarlo, conoscerlo, santificarlo, amarlo; esserne convinti dell'esistenza, mi sembra che coincidono perfettamente insieme, e che non formino d'accordo che un solo articolo essenziale, qual è quello di ammettere, e adorare un Essere Supremo, egli è dunque solo a questo che noi riducemmo tutti gli altri, stabilendolo il terzo de' Precetti formanti lo nostre nuove sacre Instituzioni.

La ragione medesima può applicarsi viceversamente al divieto dell'adorazione delle Immagini, e del commercio de' simulacri, che noi ristrigniamo ad un solo Precetto i quattro che le Sacre pagine prescrivono per imporlo agli ebrei.

Venendo poi alle soppressioni quì fatte relativamente a' cinque Precetti co' quali resta per altrettante volte comandata in differenti luoghi del Pentateuco l'osservanza del Sabato, limitati da noi ad un solo Precetto, siccome desso, in origine, spiegasi riposo, e come tale considerato anche da quelli che ora ne rigettano l'osservanza, io stimai cosa opportuna livellarla a quella di tutte le altre solennità delle quali ragioneremo frappoco, prescrivendo i medesimi riguardi, e gli stessi doveri che s'impongono a quelle, stimando il resto come oscuro, indissolubile, ed inutile affatto per conseguenza al propostoci salutare disegno (49).

Per ciò che riguarda l'astinenza di certi cibi, e la proibizione di varj differenti animali, che la Scrittura sottopone a undici Precetti, noi gli racchiudiamo tutti a due soltanto, avendo altrove giù estesamente riportate le cagioni fisiche, ed i più probabili motivi di simili comandati divieti (A).

L'infamante delitto d'incesto, racchiudendo per se stesso qualunque siasi accoppiamento di fornicazione commessa da amendue i sessi in grado della più prossima parentela, come sarebbe i genitori colla loro prole, o questa con quelli; sorelle co' fratelli, o gli uni colle altre, sieno di padre, ed uterini, suocere, nuore, matrigne ec. che la Scrittura in varj luoghi ne annovera fino dodici, noi gli riportiamo sotto il solo precetto d incesto, che tutti complessivamente gli abbraccia, senza fare però la minima abrogazione, o detrimento di alcuno degli altri, benchè da noi non menzionati partitamente; la trasgressione dei quali troppo riuscirebbe lesiva alle leggi, ed oltraggiante alla Natura.

La riduzione da noi fatta de' Precetti che risguardano i doveri assoluti, e indispensabili dell'uomo cogli esseri della sua specie a quello di amare il proprio simile come se stesso, mi sembra potere da se solo contenere onninamente gli otto comandati nel Pentateuco per conchiudere, in concreto, l'ingiunzione medesima da noi testè riepilogata; essendo troppo evidente che amando il nostro simile non si può certamente odiarlo, nè maledirlo, nè defraudarlo nel commercio, nè nelle parole, nè nelle misure, nè usare seco lui delle violenze e molto meno ricusarli il nostro ajuto ne' suoi urgenti bisogni.

Ciò che abbiamo rimarcato essenzialmente nelle indagini fatte su' precetti antecedenti, è da notarsi appunto in quelli de' quali ora ci occupiamo, e che hanno per iscopo le Neomenie, o il novilunio del settimo mese (50); il giorno decimo di esso chiamato il digiuno di espiazione, ed il 15 dello stesso mese fino il 21 compreso, cioè la festa de' tabernacoli, o delle capanne per sette giorni.

Io prescindo dall'addurre quì i motivi dell'osservanza di queste tre feste accennate, mentre quelli furono da noi già diffusamente riportati laddove più si rendevano adattabili (A); solo dirò che nella instituzione della prima, cioè del cominciamento dell'anno trovasi quattro precetti, tre de' quali non essendo che la replica l'uno dell'altro, noi abbiamo stimato conveniente limitarli ad uno solo, che è l'osservanza della festa di un solo giorno, e cessazione di lavoro; tale essendo lo spirito genuino de' medesimi; il quarto precetto poi di questi è stato da noi totalmente soppresso, mentre non conoscendosene il vero scopo (se non è quello almeno da noi già riportato altrove (B)) non resta in verun modo esattamente osservato dagli ebrei moderni (51).

La seconda di queste feste comandata per varie volte da Mosè come un giorno consecrato all'Essere Supremo di solennità, di penitenza, e di digiuno, e di cui esso non ispiega fino, a qual limite dee una tale astinenza dilatarsi, noi abbiamo in questo fissate le prescrizioni medesime del Sabato, restrignendone l'osservanza, come in quello ad un solo Precetto, cioè, il riposo, e di più l'astinenza totale di qualunque nutrimento dal tramontare del Sole del nono giorno del mese di Tisrì fino all'imbrunire del giorno decimo susseguente.

La terza nomata festa de' Tabernacoli, o delle capanne, non meno delle altre in guise differenti ripetuta per imporne l'osservanza agl'Israeliti, può, siccome tutte le altre, ridursi del pari ad una semplice prescrizione, cioè a quella di solennizzare il giorno 15 e il 21 del settimo mese, e per sette giorni mangiare sotto l'ombra delle capanne, per le ragioni a suo luogo opportunamente riportate (Annot. 34) lasciando però ad arbitrio il prendere la palma, un elegante frutto di albero (che i Rabbini lo pretendono un cedro, ma che le Scrittura lascia indefinito) il mirto, il salcio ordinato da Mosè in puro segno di gaudio, e di trionfo, e ciò nel solo primo giorno di tale solennità (52).

La solennità delle primizie, ovvero delle settimane è l'ultima di cui le Scrittura faccia esplicita menzione, fissata ad un solo giorno, cioè, il cinquantesimo, contende del secondo giorno della Pasqua delle Azzime, ovvero nel giorno dopo il plenilunio del mese di Nissan; ma non venendo nella medesima prescritta veruna di quelle cerimonie che imposte furono per le altre, noi la stabiliamo così pure un solo giorno di festa, colla cessazione di qualunque opera servile, a guisa che abbiamo nelle altre fino e questo momento praticato.

Or tutte le moltiplici restrizioni dunque riguardato da noi come necessario di dovere fare alle testè riportate osservanze, non avendo per oggetto che semplificare l'essenzialità inalterabile di ciò che in massima è prescritto a ciascuna delle medesime, esse non tendono soltanto che ed ovviare come inutile, ed a sopprimere come soverchie le frequenti ripetizioni nulle quali si diffonde la Scrittura comandando un precetto medesimo, nel modo appunto che noi già con evidenza dimostrammo altrove (53).

In quanto poi a' Precetti restanti che abbiamo stabilito appartenere alla terza classe adottata da noi, e de' quali non vedesi quì fatta fino ad ora speciale menzione, di sorte alcuna, nè in compendio, nè in diffuso, noi passiamo a ragionarne di proposito deliberato nel Capitolo seguente, il quale ci farà conoscere in chiari sensi lo spirito che ha dettati simili Precetti, e il disegno del Legislatore che gli ha prescritti: da tali indagini risultare quindi vedremo le ragioni le più inconcusse, ed i più idonei motivi che c'indussero ad ommetterli nel nostro nuovo Piano, e ci fecero riguardare come fondata, ed opportuna l'abrogazione de' medesimi.

(46) Tutti i popoli della terra hanno le loro particolari tradizioni che tutti credono costanti, uniformi alla più esatta verità, ed al superiore grado portentose; esse sono appoggiate, come le nostre, sull'antichità, e sulla superstizione religiosa, come l'osserva un dotto scrittore de' nostri tempi (Philosoph. du B. Sens T. 1 Refl. 1 p. 102.)

Gli ebrei Talmudisti non fanno alcuna difficoltà di rendere le loro tradizioni a livello della Legge di Mosè; essi appoggiano questa opinione sopra quella che sostengono i Rabbini, cioè che la תורה שבכתב (Torah Scebihtau) legge scritta non sarebbe che un corpo senz'anima, ed una lampada senza luce, se fosse quelle separata dalla תורה שבעל פה (Torah Scebenghal Peh) legge tradizionale. Quindi è che dessi si fanno un pressante dovere di credere, sotto pena di Scomunica contro chi opinasse altrimenti, che Dio ha dettato a Mosè non solo tutto ciò che è racchiuso nel Pentateuco, fino alle minime sillabe che vi si contengono; ma ch'egli ha parimente comunicato allo stesso Mosè sul monte Sinaj (durante la sua dimora colà di quaranta giorni) l'intera spiegazione mentale di questa legge medesima, che pretendono essersi conservata intatta fra di essi, anche dopo la morte di questo Legislatore, fino che un giorno si riconobbe la necessità di metterla per iscritto affine di conservarne le traccie fino alla più tarda posterità. Ma di ciò mi riserbo a ragionare più diffusamente, allorchè in breve mi emergerà di parlare delle Parafrasi Rabiniche, e dell'origine della Misnah, e del Talmud ossia della Ghemarah (ved. il Cap. IX. di questo Vol. con tutte le annot. che vi si contengono).

(47) Tale è la condizione miserabile dell'uomo, che siccome generalmente parlando le idee sulla Religione sono per esso, quali debbono essere, in ogni senso, di una specie oltremodo rispettabile, giacchè desso teme sempre di essere tradito dalla frode, o sorpreso dall'errore, così ei si fa un pressante dovere di credere macchinalmente senza riflessione, senza esame, e senza mettere in dubbio un solo istante che desso può in questa parte ingannarsi, non meno per rapporto alle Leggi scritte, che alle tradizioni ricevute, ed allontana inconsideratamente per tale debole riflesso ciò che ha l'apparenza di attaccare le opinioni religiose addottate alla mamella, siccome tutto quello che avrebbe per se stesso un efficacia possente ad illuminarlo, ed a toglierlo dall'inganno in cui vivea, per folle arbitrio, ciecamente sepolto. Tutto questo mostruoso complesso di contraddittorie opinioni risede fatalmente in un angolo remoto del cervello dell'uomo, come in un santuario inaccessibile, in cui non oserebbe in verun tempo avvicinarsi.

(48) La facoltà esimia che l'essere supremo ci ha somministrata, e da noi distinta col carattere di lume naturale o di Ragione non saprebbe mai in veruna guisa ingannarci nelle cose ch'essa osserva, e che discerne, poichè tuttociò che è a sua portata dee credersi chiaro, evidente, e irrefragabile; altrimenti, (come lo pensa un filosofo insigne) avremmo adeguato motivo di opinare che Dio ingannati ci avesse, accordandoci quella facoltà in modo che noi prendessimo il falso per il vero, anche facendone buon uso: e non sarebb'egli questo il massimo, ed il più esecrabile degli assurdi? Descart. Princip. de la Philosop. 1. Part. pag. 22.

(A) Exo. Cap. XII. v. 14.

(49) Chi potrebbe mai somministrarci una giusta, e sensata spiegazione di quel testo comandato agli Ebrei da Mosè (Exodo cap. 35. v. 3.) לא תבערו אש בכל מושבותכם ביום השבת (lo tebangharu esc vehol moscebotehem vejom asciabath) non accenderete fuoco in alcuna delle vostre abitazioni il giorno di Sabato? vorrà egli significare questo precetto non usarne di sorte alcuna giammai, e ad imitazione de' saducei, o de' caraiti restare all'oscuro la notte entrando il Sabato, ed accendere il fuoco solo nella contrada, com'essi fanno, in prospetto delle loro Case? Sarà egli stata forse la mente del Legislatore, comandando un simile Precetto, che non possano gli ebrei muovere il fuoco tutto quel giorno, e la sera antecedente, ma che d'altronde sia eglino permesso di servirsi di qualche incirconciso, per tale ufficio, nel modo appunto che or lo praticano gli ortodossi Talmudisti? Dissimulare io non posso certamente che a fronte di tutta l'inerenza rispettosa che io sento per l'essenzialità delle Instituzioni mosaiche, siccome l'assunto da me intrapreso in chiari sensi lo dimostra, io non saprei ritrovare sufficienti ragioni di sorte alcuna, onde adattare questo precetto, che alla lettera riuscirebbe assolutamente ineseguibile, e che preso secondo la tradizione più non sarebbe allora quello stesso che Mosè intese di ordinare; ma la sola parafrasi rabbinica sarebbe quella unicamente che ne terrebbe le veci. A quale partito dunque appigliare ci dovremo in simile caso affine di colpire il senso inalterato di sì fatta prescrizione senza cadere nelle pratiche ridicole de' primi, nè essere trascinati dal torrente delle superstizioni deplorabili de' secondi? L'annot. 86 di questo volume somministrerà ad esuberanza le ragioni adeguate che potrebbero fare credere l'Israelita dei nostri tempi, se non dispensato interamente dalla osservanza di questa prescrizione, almeno in gran parte alleggerito da quelle rigorose cerimonie che dalla tradizione gli furono imposte in simile giorno.

(A) Ved. le Annot. 28, e 29 di questo Vol.

(50) Gl'Israeliti erano soliti a distinguere due speci di anni, cioè, l'anno Santo, e l'anno Civile; il Santo cominciava il mese di Nissan (Marzo) nella metà del quale è comandata la Pasqua delle Azzime; (notando che questo stesso mese fu parimente denominato dalla Scrittura Abib, cioè il mese delle spigature delle nuove biade, o come dice il Sacro testo, delle nuove spighe, verdeggianti, che cominciavano a biondeggiare); ed il Civile avea il suo principio dal settimo mese chiamato Tisrì (Settembre). Il Levitico dice (cap. 25 v. 4.) che si comincieranno a contare gli anni del Giubileo, non già dal mese di Nissan, ma da quello delle seminagioni, che era propriamente il settimo di cui parliamo; e nell'Exodo poi si legge (cap. 23 v. 16.) che si celebrerà la festa dei tabernacoli allorchè sul terminare dell'anno si ripongono tutti i frutti delle campagne, ciocchè regolarmente accadere non potea che nel mese di Settembre. Tale è dunque la distinzione dell'anno presso gli antichi ebrei.

(A) Ved. le Annot. anteced. 32 33 34.

(B) Ved. l'Annot. anteced. 50.

(51) Questo Precetto consiste nel suono della Tuba praticato dagli ebrei in quel giorno il quale essendo chiamato dalla Scritture (Num. cap. 29 v. 1 2.) יום תרוע (Yom Terungha) giorno strepitoso; essi, prendendo al materiale il senso metaforico di questa frase, non sanno in altra guisa rappresentare sensibilmente un tale strepito, che stordire il popolo con cento numerate irregolari voci di corno senza modulazione, e senza ordine, che a varie riprese, durante le loro interminabili orazioni di quelle due mattine, tramanda entro la Sinagoga un individuo postato sopra il Pulpito, ed espressamente destinato per tale ufficio.

Ma chi potrebbe mai significarci, con qualche precisione, quale sorta d'istrumento fosse quello che udivasi prodigiosamente suonare con veemenza allora quando, per la prima volta Dio manifestossi al Popolo ebreo sulla montagna di Sinaj, e che l'Exodo (cap. 19 v. 16 19.) distingue col nome di שופר Scioffar? così appunto chiamano gli ebrei l'indicato instrumento di cui si servono in que' due giorni (purchè l'uno di questi non cada in Sabato nel quale giorno l'uso n'è vietato da Rabbini Ghem. trat. Sciab. e Ros. Asciana) e che altro non è che un corno di montone ridotto al più nitido pulimento, preferendolo a quello di ogni altro animale munito di questo arnese, in allusione al montone che improvvisamente si offrì al Patriarca Abramo, per essere fatta la vittima del Signore, in vece dal di lui figlio Isaak, che ne era destinato (Gen. cap. 22 v. 13.)

(52) Siccome questa festa oltre essere chiamata delle Capanne in varj luoghi della Scrittura, è anche contradistinta da questa Ricolta de' prodotti Campestri; così l'ordine quì prescritto di prendere fra le mani il primo giorno di essa quest'indicato fascicolo di erbe differenti può racchiudere in se stesso un duplice significato; l'uno l'espansione di giubilo per vedere portate ad ottimo successo le attese produzioni delle terre; e l'altro il sintomo di trionfo (che tale denota la palma) per la liberazione che il Popolo ebreo avea conseguita dalla tenace cattività dell'Egitto, e per la lunga dimora straordinaria fatta da esso ne' Deserti; ma in entrambi questi sensi lo spirito genuino del testo essendo al solito, non solo enormemente alterato dalle appendici tradizionali; ma all'eccesso ridicola rendutane la pratica, nella guisa medesima che di moltissime altre prescrizioni avvenne, siccome io mi affretto a dimostrarlo in seguito, noi abbiamo creduto di poterlo, senza scrupolo sopprimere come precetto obbligatorio, ed all'opposto solo renderne arbitraria l'osservanza; e questa, al più ridotta al solo primo giorno della solennità delle Capanne, come restaci ordinato dall'oracolo medesimo della Scrittura.

(53) Quali fondate cagioni assegnare con giustizia potremo alle tante ripetizioni delle cose per loro stesse identiche, e uniformi, che sono sì di frequente reperibili in ogni parte della Scrittura, e tutte per lo più tendenti allo stesso disegno, e tutte raccomandate con eguale calore? Altra sembrami non potersi addurre certamente in questo caso fuorchè la più ammissibile, quale da molti fu ritrovata essere quella che Mosè conoscendo per isperienza l'indole zotica, e turbolente di quel popolo che dirigeva, suscettibile, senza freno, della più stupida incostanza, arrendevole a tutte le prime impressioni che gli si offrivano, all'eccesso barbaro, e ignorante, egli è perciò che quel Legislatore vedessi costretto a dovere per reiterate volte replicare li precetti medesimi già proclamati, onde farglieli più esattamente capire, e renderlo meglio edotto di que' doveri che l'eterna volontà dell'Essere Supremo gl'imponeva per suo mezzo. Ma a fronte ancora degli amorevoli suggerimenti, delle continue ripetizioni, e delle cure incessanti di questo zelante Conduttore d'Israel, le Legge Venerabile del Sommo Dio de' Patriarchi non era mai frattanto che molto debolmente osservata, se non trasgredita del tutto, e calpestata, or colle mormorazioni le più oltraggianti, ed ora coll'idolatrìa la più vituperosa, e la più esecrabile.

CAPITOLO VII.

Quali disegni possono aver fatto determinare Mosè a comandare al Popolo Ebreo certi Precetti, che riconosciuti oggi ineseguibili secondo lo spirito della prescrizione, ci veggiamo costretti parimente di abrogare.

Tutti i più dotti, ed i più rinomati Giureconsulti del mondo, e fra questi Grozio, e Puffendorff, non cessano di ripeterci d'accordo ad ogni tratto, che non solo fuori della Legge naturale altra certamente non v'ha che possa caratterizzarsi per se stessa perpetua, irrevocabile, ma che tutte le altre Leggi positive tanto umane quanto Divine, sono tali che si può, e si dee qualche volta sopprimerle, ciò che secondo i detti Autori si farebbe espressamente, o tacitamente nelle due seguenti circostanze: Prima allorchè si trascura, durante un lungo intervallo di tempo, di osservare una Legge; o che desse tollera che gli oggetti che vi si rapportano si regolino di una tutt'altra differente maniera di quella che è in origine prescritta. Seconda; quando lo stato delle cose si altera, o cambiasi di tale maniera che la legge diventa inutile, o che questa non saprebbe più avere luogo di legge, la medesima cade allora da per se stessa, benchè il Legislatore non l'abbia espressamente abrogata; e quando ancora egli l'avesse stabilita per dovere sempre durare.

Or le nove decime parti de' 613 precetti che Mosè prescrisse agli ebrei nel Pentateuco, e che molte imponenti, ed efficaci ragioni determinare ci fecero a sopprimere, non si trovano elleno espresse in ogni parte nelle accennate circostanze, non le abbracciano entrambe in ogni senso? Ecco ad evidenza, oltre le tante altre, a tempo debito prodotte, due possenti cagioni di più per abolirle.

Premessa dunque l'opinione incontrovertibile de' preallegati Giureconsulti, non abbiamo che farci a ponderare con diligenza la significazione meramente letterale de' precetti abrogati da noi nelle tre fissate classi, applicandoli allo spirito del testo da cui partono, per restare intimamente convinti della massima inutilità de' medesimi; sia che appartenghino all'una, sia che riguardino l'altra delle circostanze testè riportate.

Oltre a ciò sembrami opportuno quì di rimarcare che Mosè non occupandosi ad ogni evento che del suo solo Popolo, non lasciò mezzo intentato per renderlo esemplare sopra la terra, isolandolo da tutti gli altri, allora conosciuti, e ne' costumi, e ne' doveri, e nelle pratiche religiose, nel modo appunto che singolarizzare lo volle anche in molte instituzioni del tutto indifferenti alla essenzialità del culto che imponevagli, sebbene da esso lui comandate con le stesse prescrizioni dei precetti primarj, ed i più importanti, e senza che alcuno potesse mai rinvenirne l'intrinseca utilità, nè i probabili motivi. Di tale sorte sarebbe, per esempio, l'ordine che in senso di Precetto impone Mosè agli ebrei di portare dei fili, o de' cordoni appesi ai quattro angoli inferiori de' due lembi negli abiti degli uomini, ciò che la Scrittura denomina ציצית zizith: Or qual disegno potrebbe mai racchiudere in se stessa una sì fatta prescrizione, se quello non fosse almeno di contraddistinguere, con tale marca visibile, l'individuo Israelita da chi tale non lo era (54)? Quale analogo rapporto potrebbe mai avere coll'esercizio fondamentale del culto il divieto comandato da Mosè di non seminare due articoli dissimili entro il medesimo recinto di un campo (A); o pure di non mettere sotto il giogo e trascinare l'aratro due animali di specie differente, come l'asino, e il bue (A); di non cignersi di abiti tessuti di lino, e lana uniti (B); non isvellersi, o radere i peli de' lati della barba con ferro tagliente, che oggi spiegasi rasojo (C)? Cosa implicano mai tali, ed altre simili ordinanze, quale rapporto possono elleno avere, di sorte alcuna, colla semplice Religione, o coll'esercizio integro del Culto, che ogni Israelita era in dovere di conoscere, e praticare, se quelle non tendevano propriamente all'oggetto medesimo del primo, se non erano basate sugli stessi identici motivi delle prescrizioni del Zizith, e de' Teffilin? Niente di ciò più naturale, nè maggiormente comprovato dall'esperienza che il Codice Mosaico ci fornisce in tante altre prescrizioni quasi uniformi, e da noi fondatamente abrogate come pratiche destituite di base, e di ragione a' tempi recenti, nei quali offronsi all'ebreo infiniti altri mezzi più decorosi, e più efficaci per distinguersi fra gli esseri sociabili di quello che lo fossero le adotte marche ridicole, e impotenti, destinate unicamente a rendere l'ebreo un essere straordinario sulla terra, e ad allontanarlo da quelle barbare idolatre nazioni esecrate per tante volte da Dio (A), e che più non esistono attualmente in alcuna di quelle parti dove questo popolo è soggetto; e tanti altri divieti, de' quali fa reiterato cenno la Scrittura, e che di soverchio prolisso io diverrei, se diffondere io quì mi volessi a redigerne il dettaglio, hanno essi forse una più solida base, motivi più giusti, più convincenti? Come supporre che una lussazione accidentale cagionata nell'anca di Jacob il Patriarca, in conseguenza della prodigiosa lotta, che la Genesi ci narra avere questi sostenuta con un angelo competitore, che gli apparve in umana sembianza (55), come, dico, un sì fatto strano avvenimento può avere dato l'origine al divieto espresso nella Scrittura medesima di cibarsi del nervo dell'anca di qualunque siasi animale; anche permesso (A)? Cosa, per se stesso mai significare vorrà quel Precetto di non oltrepassare un certo tratto di cammino fuori del recinto della città il giorno di Sabato con qualunque siasi arredo, sia fra le mani, sia nelle tasche, senza escludere lo stesso fazzoletto, il di cui uso è indispensabile, e che i Rabbini poi, per indulgenza, permisero di portarlo avviluppato a guisa di fascia intorno i lombi (56)?

Ma prescindiamo per ora dalla serie deplorabile delle infinite altre pratiche superstiziose che fecero adottare all'ebreismo queste e molte differenti prescrizioni delle quali sembra che desso sia stato sempre condannato ad ignorare lo spirito e il senso genuino, o ad interpetrare l'uno, e l'altro erroneamente. Noi dovremo riassumere fremendo, sì malagevole proposito, allorchè imprenderemo a tempo più opportuno a dimostrare quale enorme detrimento ha per mille parti risentito la prisca consolante Religione d'Israel dalle mistiche tradizioni, commenti, e parafrasi talmudiche.

In tanto quì ci è duopo, per assoluta necessità, illativamente conchiudere, che l'oscurità in cui ci lascia il Pentateuco di ciò che più avrebbe questo dovuto porre, senza mistero, al chiarore dell'evidenza, viemaggiormente concorre a confermarmi nella mia preallegata opinione, che tre soli disegni potesse prefiggersi Mosè proclamando que' divieti già riportati, e molti altri dell'ordine medesimo, tacendone i motivi, e le cagioni (57). Primo, singolarizzare, come si disse, il Popolo ebreo, e contraddistinguerlo da tutti gli altri, in quella epoca esistenti sulla terra, ed a spese ancora della propria ragione; Secondo, occuparlo incessantemente di ciò che recare gli potesse una diuturna distrazione, onde allontanarlo, per quanto era possibile, dalle pratiche odiose delle idolatre Nazioni, delle quali era esso per ogni parte circondato, e che tanta proclivia ei dimostrava ad imitare sì di frequente; Terzo, finalmente, cimentare la sua costanza, oltremodo soggetta a vacillare, ed a smarrirsi. Disegni certamente sono questi riconosciuti molto adeguati per l'Israelita del Secolo di Mosè, ma del tutto assolutamente inopportuni per l'ebreo di nostra età, il quale, purchè tratto non abbia i natali sotto uno di que' barbari cieli, dove l'impronta di uomo non può essere mai disgiunta dal carattere di schiavo; ma che la sorte, al contrario, sia per esso lui stata propizia, accordandogli per patria un suolo in cui l'uomo che sente di possedere una ragione, gli si reputa un infamia il non usarne, può, come si disse, ritrovare oggi, a suo piacere, altri mezzi plausibili assai più, e molto più solidi per distinguersi nel mondo; nè più ha esso duopo attualmente di tali distrazioni labili, e tormentose, mentre i popoli fra i quali esso vive a' tempi odierni non sono già i Cananei, gli Ibusei, o gli Amaleciti de' secoli remoti, e de' quali l'Israelita era in dovere di abominare la relazione, di rigettare i costumi, di esecrare la condotta; ma Nazioni colte, tolleranti, e civilizzate, che nulla esso perderebbe certamente ad imitare, e di cui l'esempio ben lungi dal corrompere, o depravare i suoi costumi, vieppiù lo renderebbe urbano, illuminato, ed utile alla società, quando ei sapesse almeno cogliere l'opportunità di profittarne a suo individuale vantaggio, ed a quello de' suoi simili.

(54) Da quando gli ebrei dovettero abbandonare le loro terre e divenire subalterni di quelle di altri Popoli co' quali furono alternativamente mischiati, riconobbero quanto sarebbe stato ridicolo per essi di dovere comparire in pubblico adorni di que' fili su' quattro lembi delle loro vestimenta; essi perciò autorizzati dai loro Rabbini si permisero di cambiarne la pratica, sostituendone invece un pezzo di drappo quadrato che ora portano soltanto sotto i loro abiti, in modo non osservato con quattro cordoni pendenti che chiamano ארבע כנפות (arbangh canfoth) quattro lati, o ale. Questi cordoni sono ciascuno di 8 fili di lana (qualche volta di refe di lino, ed anche di seta) filata espressamente per questo effetto, con 5 nodi ogn'uno, corrispondenti a' 5 libri di Mosè, que' nodi ne occupano la metà della lunghezza, e ciò che non è annodato essendo sfilato termina di fare una specie di nappa: Funiculus in fimbriis facies; per quatuor angulos pallii tui quo operieris (ved. Num. cap. 15 v. 38 e Deut. cap. 22 v. 12.)

In questa prescrizione ordinata per due volte da Mosè fanno gli ebrei consistere il più solido fondamento della credenza dell'Israelismo, atteso che gl'indicati nodi ch'essi vi fanno essendo in numero di 26 che tale è il calcolo che deducono dalle lettere delle quali si compone il Nome ineffabile יה.ה (Jehovah) L'Essere Supremo. Ma nel tempo delle preghiere che fanno entro la Sinagoga, gli ebrei s'involgono con un velo di lana, o di seta quadrato colle indicate nappe negli angoli; questo drappo essi lo chiamano Taleth, ovvero Manto che si mette sopra tutti gli altri: ma quale ne sia l'origine inutile non mi sembra investigarla avanti di passare oltre.

Allorchè Mosè ritornò dal monte Sinaj nel campo degl'Israeliti, dopo di avere avuta la gloria di conferire coll'Eterno, la Beatitudine Divina restando espressa sul volto di questo Legislatore, offuscò talmente gli occhi del popolo nel rimirarlo, che Mosè fu obbligato di coprirsi il volto con un velo, siccome in chiari sensi lo abbiamo dalla Scrittura (Exodo cap. 34 v. 35.) ed ecco, secondo i Rabbini, la primitiva origine del Taleth.

Alcuni altri ancora pensano che quest'arnese fosse inventato per ovviar le distrazioni durante le preghiere; quindi è che i Rabbini titolati, e i più devoti fra gli ebrei, se ne cuoprono interamente quando altri lo tengono soltanto ondeggiante sulle spalle. Avvi degli autori poi che opinano che gli ebrei prendessero quest'uso da' Romani, i quali pregavano i loro Dei colla testa velata; ed essi dicevano di avere ricavato un tale costume da Enea, che lo avea portato da Troia, come rilevasi da Virgilio, il quale gli fa dire Æneid lib. 2.

Caput ante aras Phrygio velamur amictu.

Per altro quelli che pretendono ripetere l'origine del Taleth da' Romani rimarcano che gli ebrei hanno presi molti usi da' medesimi dopo che ne furono sottomessi. Tutte queste prove sono tanto poco valevoli, o convincenti, quanto sono quelle allegate dagli stessi Romani, e da' Rabini ancora che il presentarsi davanti Dio colla testa coperta, come facevano i primi, e nel modo che lo praticano gli ultimi attualmente, è una marca di penitenza, di rispetto, di umiltà, di modestia, e di timore.

È parimente comandato agli ebrei (Deut. cap. 6 v. 8. e cap. 11 v. 18.) di dovere sempre avere nella mano, e sulla fronte ciò che la Scrittura denomina Totaffoth, e che gli ebrei distinguono per Teffilin תפילין che i Greci chiamano Phylacteros; frattanto per non essere derisi dal Popolo sopra un arnese che dee essere in tanta venerazione presso gli ebrei, questi ai contentano di usarli durante il tempo delle preghiere del mattino. Questi Teffilin che in Caldeo, ed in ebreo rabbinico è come chi direbbe in latino Precatoria, perchè gli ebrei si servono di quelli nelle loro sacre orazioni, sono fatti nella maniera seguente. Sopra due pezzi di pergamena sono scritti con dell'inchiostro fatto espressamente in lettere quadrate, e con molte esattezza gli appresso quattro testi in ciascuno de' medesimi, come è indicato dalla Scrittura 1. Audi Israel etc. (Deut. cap. VI. v. 4.) 2. Si ergo obedieritis mandatis mei etc. (Ibid. Cap. XI. v. 13.) 3. Sanctifica mihi omne primogenitum etc. (Exo. Cap. XIII. v. 1.) 4. Cumque introduxerit te Dominus etc. (Ibid. v. 11.). Queste due pergamene sono rotolate insieme in forma di un viluppo acuminato che si racchiude nella pelle di vitello nera, indi si colloca sopra un pezzo quadrato da cui pende una coreggia della stessa pelle larga un dito, e circa un braccio e mezzo lunga; questi Teffilin sogliono mettersi nella piegatura del braccio sinistro, rivolgendo la coreggia (dopo di avere fatto un piccolo nodo a foggia di Yod), intorno il braccio in linea spirale, che viene a terminare nell'estremità del dito medio della mano: Questi vengono denominati תפילין של יד Teffilin Scel Yad (cioè, Teffilin della mano). In quanto poi agli altri, gli stessi menzionati quattro testi sono in essi vergati egualmente sopra quattro pezzi di pergamena di cui formasi un quadrato sul quale viene a rilevarsi le lettera ש Scin, e da un altro quadrato che restavi annesso, vengono a sortire due altre coregge di lunghezza, e larghezza presso a poco simile alle prime; e sono questi chiamati תפילין של ראש Teffilin scel rosc, cioè, Teffilin della testa.

Ecco dunque i frontali che gli ebrei mettono unitamente al Taleth, durante la preghiera soltanto de' giorni feriali, giacchè le solennità, e il Sabato non usano che il semplice Taleth sugli omeri, come si disse, benchè molti, e specialmente i Rabbini, lo mettino in testa, e se ne avviluppino per non essere distratti.

Del resto lasciando le infinite allegorie che vi furono applicate (ved. Hor., Haym., Ghem., Menah., Ramb.) noi rimandiamo a Bustorfio, il quale rapporta estesamente le prove della forza del Zizith, e de' Teffilin tratte da Commentarj medesimi de' Rabbini (Syn. Jud. cap. 9.)

(A) Levit. cap. 19. v. 14.

(A) Deut. Cap, 22. v. 10.

(B) Id. v. 5.

(C) Levit. Cap. 19 V. 27.

(A) Exo. cap. XVII. v. 16 Deut. cap. VII. v. 1 e seq.

(55) Freret, Voltaire, Boulanger, ed altri fanno delle osservazioni al solito loro molto bizzarre intorno questo aneddoto della Scrittura, essi ritrovano primieramente straordinario di non vedervi spiegato in quale anca, se nelle dritta, o nella sinistra sia stato percosso il Patriarca; in secondo luogo stupiscono di non vedervi diffinito in quale de' nervi abbia il medesimo sofferto la lussazione che le sacre pagine ci narrano. Quest'ultima obbiezione sembra avere per base un esperimento anatomico. V'ha nel corpo umano sei sorta di nervi che si perdono nel nervo crurale che chiamasi anteriore, ed in quello che nomasi posteriore; oltre i quali, avvene ancora il gran nervo sciatico che si divide parimente in due, ed è appunto l'alterazione di questo nervo che cagiona quella malattia che gli anatomici distinguono col nome di Gotta Sciatica; che regolarmente rende zoppo l'individuo che n'è attaccato: Sembrami, per altro, che l'opposizione di questi critici si fondi per non vedere nella Scrittura un detaglio anatomico di questo fatto straordinario, senza riflettere che ciò era un vano pretendere, non essendo la notomìa in que' tempi conosciuta. I medesimi critici veggono parimenti con sorpresa come Jacob percosso nella coscia, e questa non essendo tutta via ripristinata, abbia ancora tanta forza per lottare contro un messaggere celeste, e per dirgli: io non ti lascierò a meno che tu non mi abbia benedetto. Ma tutti gli esperimenti debbono sparire davanti l'autenticità de' libri Sacri, i quali faranno cessare in noi così pure ogni sorpresa dal momento che alla fede faremo tenere le veci di scienze e di ragione.

(A) Gen. Cap. 32 v. 33.

(56) il Basnage osserva che sarebbe da desiderare che gli ebrei si fossero appigliati, per ciò che riguarda il riposo del Sabato, all'insinuazione di Ovidio; non ostante ch'egli fosse autore Pagano:

Quaque Die redeunt rebus minus apta gerendis
Culta Palæstino Septima Sacra viro,

De Ar. Aman. lib. 1.

Se noi dovremmo attenerci alle decisioni de' Rabbini sulle superstiziose cerimonie da osservarsi nel Sabato, e sul riposo macchinale che impongono essi in simile giorno, gli ebrei non dovrebbero muovere un passo dalla posizione in cui gli sorprenderebbe il Sole nel momento del tramontare della vigilia, come lo praticano appunto i Caraiti, attaccati al testo letterale che dice אל יצא איש ממקומו ביום השביעי (al jezeh hisc mimecomò bajom ascebinghi) Maneat unusquisque apud semetipsum, nullus egrediatur de loco suo die septimo. (Exo. Cap. 16 v. 29.) ma non essendo possibile rigorosamente fra noi eseguirsi un tale precetto quale viene prescritto da Mosè, i Talmudisti pensarono commutarne la pratica, limitando, in vece, il tratto di cammino da permettersi in quel giorno a mille passi oltre le porte della Città; ma questo ancora sgravato da qualunque siasi peso, eccetto che il mero necessario abbigliamento, senza che vi entri niente di superfluo nè di aggravante. (Ved. Tratt. Nghirub. Cap. XIV.)

Del resto assai malagevole si renderebbe a descrivere tutte le superstizioni che si fanno luogo in questo medesimo giorno presso i recenti ebrei: un prolisso trattato di Misnah vi è impiegato sulla osservanza delle pratiche del Sabato.

(57) Di tal fatta può dirsi precisamente l'ordine imposto da Dio a Mosè (Exo. Cap. 30 v. 12 e 13) di non contare le dodici Tribù d'Israel che col mezzo di tante monete, onde soccombere quelle non dovessero ad un flagello sterminatore, numerandolo individualmente come seguì appunto a David, il quale, per quanto ci annunzia la Scrittura, pagò a tale gravoso prezzo l'ordine da esso lui emanato a Joab suo ministro di fare l'ennumerazione individuale di tutto il Popolo ebreo soggetto a' suoi domini (Sam. II. Cap. 24 v. 16 17.) di tale natura può dirsi ancora la prescrizione imposta duplicatamente da Dio a Mosè (Num. Cap. 18 v. 15 Exo. Cap. 13 v. 14): di redimere col mezzo di cinque monete di argento qualunque primogenito dopo un mese della sua nascita, ed altre simili prescrizioni dell'ordine medesimo, i motivi della osservanza delle quali furono interamente dalle sacre pagine taciuti.

CAPITOLO VIII.

Mezzi presentanei che possono con sicurezza condurci alla fissata riduzione, sì ovvia, e salutare, senza ledere nella minima parte la base fondamentale su di cui dee sostenersi il vero Divino Culto del Popolo d'Israel.

Persuasi intimamente che le moltiplici fondate ragioni da noi fin quì riportate ci rendino una volta della urgente necessità indispensabile di alleggerire la nostra mente da tante inutili cure; di liberare il nostro spirito dal giogo ferale di tutte quelle illusioni che lo abbaccinavano al segno di fare ad esso credere l'errore verità, e questa una chimera; di rappresentarli il soverchio necessario, e questo indifferente; fermi dunque nella convinzione di sì pressante bisogno, molto agevole assunto parmi che dovrà per se stesso riuscirci di rinvenire in seguito con esattezza i mezzi più opportuni onde giugnere sicuri a questo grande scopo, e discernere così metodicamente il bene solido, e perenne da quello che in realtà fu sempre mai riconosciuto, generalmente fallace, ed apparente.

Ma siccome non è già la prevenzione quella che dee guidare i nostri passi all'essenziale ricerca di tali mezzi, nè il pregiudizio quello che può farceli ritrovare con avventurato quanto rapido successo; così, alieni affatto da quella, onninamente scevri di questo, noi osiamo lusingarci di potere essere finalmente condotti alla meta propizia di nostre intense brame, riassumendo, di slancio, gl'imponenti genuini motivi che ci hanno già fatto precedentemente determinare a stabilire l'abrogazione delle nove parti de' precetti contenuti ne' cinque libri del Codice Mosaico.

Avendo noi dunque tali precetti divisi in tre classi differenti, a ciascuna delle quali per conseguenza, abbiamo dovuto necessariamente assegnare il rango, e l'oggetto conveniente, onde rendere congrua, e solida ragione degli idonei motivi che o indussero ad ammettere i precetti contenuti nell'una, ed a sopprimere quelle che giudicato abbiamo appartenere alle due altre. Or da sì fatta operazione osservammo risultare, che la decima parte di quelli unicamente potea essere capace, in ogni senso a costituire la base radicale della Religione d'Israel, considerando le nove altre come superflue al suo ben essere, ed inopportune alle sue presenti circostanze.

In fatti se, come fu già da noi dimostrato, tutte quelle ordinanze, o prescrizioni racchiuse nelle abrogate classi più non debbono esistere per l'odierno Israelismo, di sorte alcuna, essendo restate sepolte, è circa ormai 18 secoli, sotto le rovine deplorabili del tempio, e dell'altare a cui una gran parte di esse riferivasi, quale delirio di volere farle pure oggi valere, anche non esistenti, sulla stravagante lusinga, che un Inno, una Prece, una Jaculatoria, espressa in certi destinati momenti, replicata un numero di volte, impiegando per tal effetto, de' vocaboli sinonimi, accompagnati da strepiti, da gesta, da varie contorsioni, e da positure differenti (58), debba tenere le veci di olocausto, meritare il compenso equivalente, e coll'efficace mezzo di quelle, potere attualmente ancora conseguire dall'Eterno que' medesimi favori, che già ne' tempi andati risultare miravansi da questo (59)? E quelle che racchiudono, come opportunamente osservammo il giudiziario, il civile, il politico ec., non fanno elleno parte delle Leggi di qualunque civilizzato governo della terra, sotto i di cui auspicj l'ebreo del pari che ogni altro subalterno, mira esercitare tutti gli atti di umanità e di giustizia che il Codice Mosaico avea prescritti? E se oggi più non si lapida, non si strangola, non si abbrucia i rei di aggressione, di omicidio, ed i trasgressori della Religione, come praticavasi allora, il facinoroso, l'aggressore, e l'omicida sono frattanto puniti dalle sane Leggi odierne, con de' supplizj egualmente capitali, ma meno atroci di quelli che la prisca teocrazia avea introdotti; lasciando all'eterna giustizia la cura d'infliggere la pena che meritano i refrattarj criminosi del vero culto che l'ente ragionevole è in dovere di prestare al di lui Opifice Supremo. Mi si accenni di grazia, un solo popolo, purchè mediocremente illuminato, che non riguardi come il primo essenziale dovere dell'ordine sociale di punire il delitto, difendere l'innocenza, soccorrere l'infermo, e l'indigente, garantire le sostanze dei Cittadini, e rendere giustizia a chi l'implora; e tutto ciò è da quelli sì chiaro conosciuto, e sì esattamente osservato, senza forse avere la benchè minima contezza (come non l'avevano effettivamente non più i Greci nè i Romani) delle Instituzioni stabilite da Mosè nel Pentateuco ad un tale riguardo. E non sono queste prove sufficienti per dimostrare, che se anche l'ebreo volesse a rigore mantenere quanto è prescritto relativamente alle indicate materie, l'impotenza nella quale oggi trovasi ridotto di creare per se stesso nuove Leggi, farle valere e propalarle, e la necessità che lo astringe, d'altronde a sottommettersi, senza riserva, a quelle del paese in cui vive, non lo metterebbero interamente fuori della situazione di eseguirlo (60)?

Or delle deduzioni risultanti de' precetti contenuti nelle due abrogate classi, quale detrimento domando, potrà mai risentire la Religione dell'Israelismo, quale scapito soffriranno le basi inconcusse, ed essenziali necessarie a sostenere le pretta credenza di questo Popolo, dalla semplice restrizione portata nella terza, sulla quale si aggira unicamente il nostro fissato piano di Riforma? A che mai riducesi per se stessa una sì fatta modificazione riguardata dalla stolida moltitudine fanatica, sì strepitosa, e sì enorme? Primieramente a simplificare l'affluenza complicata di ripetizioni usate nel Pentateuco, siccome lo abbiamo altrove rimarcato, prescrivendo i medesimi precetti, sia che procedessero dall'indole propria dell'idioma ebraico in cui esso fu scritto, suscettibile di un dato genio tutto suo particolare, sia che derivate fossero dal gusto universale dominante in que' secoli, anche presso gli Scrittori i più accreditati di altri popoli per quanto noi conosciamo (61).

In secondo luogo poi a rendere il rigenerato sistema della Religione Mosaica libero interamente da tutto quelle superfluità, o pratiche bizzarre, compatibili forse in un epoca in cui l'ebraismo, illusoriamente predominato dal ridicolo entusiasmo di formare per se stesso un Popolo eletto dall'Essere Supremo, in preferenza di ogni altro, (siccome fu già da noi rimarcato nella nostra Introduzione Preliminare) credevasi astretto di dovere adottare delle massime stravaganti solo ad esso particolari, onde essere tale considerato ad esclusione di ogni altro; ma ne' secoli presenti ne' quali più non appartenendo l'ebreo ad una sola terra, ad un regno solo, ad una sola regione, e che desso, al contrario, è proclamato cittadino del mondo, specialmente se la sorte lo fece nascere in Francia, od in Italia, non sarebbe egli all'eccesso condannabile per lui di volere spontaneamente portare delle marche ridicole impresse sul suo volto per distinguersi da tutti gli altri suoi concittadini, oltre le tante altre infamanti delle quali la barbarie di certe Leggi, la superstizione, e l'ignoranza di alcuni Popoli contrassegnavanlo un tempo (62); ovvero coltivare quegli usi antisociali che ignorati fossero da questi, o avvalorare quelle strane cerimonie, che gli attirerebbero il vilipendio universale di tutti i suoi coabitanti?

In terzo luogo, per ultimo, a rimettere la Nazione d'Israel sul piede degli altri popoli, a purificare il suo culto, a civilizzarla ne' suoi costumi, ad illuminarla, nell'educazione morale, e nella coltura dello spirito, ed a renderla tale, in una parola; quale il proprio suo interesse lo impone, ed il propostoci disegno salutare lo richiede.

Ecco verosimilmente a bastanza di che fare quanto è duopo conoscere il bisogno urgente, e indispensabile dell'immediata Riforma che ci siamo essenzialmente prefissa del culto, e dell'educazione Politico-morale del Popolo Ebreo, ed i soli mezzi efficaci che possono con sicurezza condurvici direttamente senza che la base fondamentale vengane lesa nelle sue massime più importanti, non dobbiamo rintracciarli che nel vasto campo della nostra propria ragione (63); quest'esimia ragione che ci fece per tante volte in chiari accenti capire, che la Religione dee essere limpida, semplice, universale, alla portata di tutti gli spiriti, perchè dessa è fatta per tutti i cuori; che la sua morale non dee essere soffocata sotto l'aggravante peso del dogma, che niente di oscuro, nè di misterioso, nè di assurdo giammai dee sfigurarla questa ragione, dico, non avrà tenuto indarno un sì energico, e penetrante linguaggio, sempre che noi saremo a sufficienza forti, e decisi per abbattere, e svellere delle radici l'edifizio il più impotente, ed il più mostruoso che l'abbia mai disonorata, qual'è quello delle infinite cerimonie superstiziose, delle pratiche all'eccesso ridicole, e degli usi ributtanti, e irragionevoli che tenere faceansi fatalmente fino ad ora, il rango, ed il carattere di religione, inventati scaltramente da quelli che bene intesero in ogni tempo la teorìa delle regole adeguate, e necessarie a mettersi in pratica per sedurre, o ammaliare, secondo le circostanze, o il bisogno, un popolo che sempre tentarono, ad ogni prezzo, di rendere ligio a' propri criminosi smarrimenti.

Non ignoro, d'altronde, quanto arduo, e malagevole assunto riescire dovrà per certuni quello di dovere abdicare in un momento quei moltiplici deplorabili errori succhiati alla mamella, che per un lungo periodo di anni furono loro fatti considerare come sacri, ed essere così astretti a sostituire in vece delle verità nuove a' vecchi assurdi. Ma e pure questo è in fatti l'unico sacrifizio, e il più importante, e decisivo della sorte dell'uomo, che l'eccelsa ragione, la società, e la natura esigono fermamente d'accordo dalla prosapia d'Israel, in contraccambio del mezzi efficaci, e salutari ch'esse gli porgono. Quindi una volta che la medesima si dedichi risolutamente di buon grado a proclamare la durabile rigenerazione del suo culto, de' suoi costumi, e della sua educazione morale, guidata da principj sì edificanti nel cuore, i mezzi sì avidamente ricercati gli si offriranno per essi medesimi alla mano senza la più tenue pena dalla sua parte; soggiugnendo però che il ritrovarli solo non basta; con ciò pressochè nulla avrebb'ella cooperato al di lei proprio solido giovamento; sopra d'ogni altra cosa urgente, e necessaria è duopo studiare accuratamente la difficile teoria di conservarli.

(58) Senza fermarci quì ad oppugnare una pratica sì perniciosa e sì comune, osserveremo soltanto che gli uomini, generalmente parlando, hanno all'eccesso aumentati i vocaboli che servono a marcare l'atto religioso, forse immaginando che la medesima idea espressa nelle loro preghiere con vari giri differenti, gli uni più sommessi degli altri, ed in ogni tempo seguitate da certe cerimonie ch'essi supponevano dover piacere a Dio, loro attirerebbe il suo alto soccorso di una maniera più affluente, più pronta, e più efficace. I Greci, ed i Romani attribuirono molta forza, e attività a certi vocaboli, ed a certe formule superstiziose che impiegavano essi nelle loro preghiere al segno di restare fermamente persuasi che mediante il favore di alcune parole, sostenute da varie cerimonie bizzarre, essi potevano astrignere la Divinità ad essere loro propizia. Egli è così che ogn'uno s'immagina di potere ampliamente ottenere dall'Essere Supremo ciò che domanda impiegando molti termini sinonimi accompagnati da varie attitudini diverse, e da clamorose preghiere, che formano la base prima, ed essenziale di presso che tutte le sette che conosciamo.

(59) Non ostante che gl'Israeliti sieno stati sempre obbligati di pregare Dio, non pare verosimile che allora quando essi offrivano i sacrifizj entro il loro antico Tempio venerabile, avessero duopo di usare di quelle tante interminabili preghiere fisse, e quotidiane che praticare si veggono da' moderni ebrei nelle loro proprie Sinagoghe. Ma essi, nulla di meno, sostenuti dal Profeta (Oss. Cap. 14 v. 3) adducono con intima convenzione ונשלמה פרים שפתינו (unscialemah parim sefatenu) Et reddemus vitulos labiorum nostrorum. Intendendo con tale frase di potere supplire oggi colle preghiere alla mancanza, ed alle totale cessazione de' loro antichi sacrifizj; ed eccone precisamente lo norma che quasi tutto il corpo dell'ebreismo ha conservata sopra un tale rapporto.

Siccome tutti i giorni offrivasi nel tempio di Gerusalemme due sacrifizj, cioè, l'uno la mattina, e l'altro la sera, gli ebrei Talmudisti hanno così stabilito di dovere recitare nelle loro Sinagoghe la preghiera delle mattina denominata תפילה (Teffilah) quella della sera che chiamasi מנחה (Minhah) che reputano equivalenti a que' due indicati sacrifizj oggi soppressi. Ma nella occasione del Sabato, e delle feste solenni, durante il corso dell'anno, oltre questi due sacrifizj quotidiani, aggiugnendosene altro nuovo, così gli ebrei in simile giorno aggiungono parimente altra nuova preghiera che appellasi מוסף (Mussaff) cioè, addizione. E altresì opportuno quì di rimarcare, che oltre le preghiere testè menzionate, che gli ebrei pretendono, d'accordo, come si disse, fare equivalere a' sacrifizj annunziati, essi hanno ancora la preghiera dell'entrare della notte, che stabilirono per ciò che restava del sacrifizio vespertino, e che chiamano ערבית (Ngharbith).

Ma se Dio avesse aggradite le parole in proferenza delle vittime, non lo avrebbe egli stesso fatto capire, nel modo appunto ch'esso fece chiaro per tante volte intendere di volere Olocausti, e non Preghiere in loro vece, o piuttosto, come chiaro si esprime il Profeta Isaia (Cap. 58 v. 6 e seq.) nè gli uni nè le altre, ma solo un puro, e retto cuore in loro luogo? E giacchè altrimenti si presume, non basterebbe egli forse una sola concisa preghiera in ciascun giorno?

(60) È ben vero che sotto gl'Imperatori Romani gli ebrei avevano l'amplia facoltà di giudicare pubblicamente secondo le Legge Mosaica tutte le cause che agitavansi fra di essi, ma per altro questo diritto, se vuolsi prestare fede ad Origene che vivea in que' tempi, non era già devoluto a' medesimi che per la mera procedura soltanto delle cause civili, giacchè le criminali erano di competenza del solo Tribunale Supremo di Roma (Ved. Orig. Epist. ad Rom. lib. 6 Cap. 1 & Epist ad Afric. pag. 243.) Se v'ha tutta via de' luoghi ancora ne' quali dall'autorità Sovrana permesso al corpo degli ebrei che n'è soggetto di costituire nel suo centro un Tribunale espresso per discutere, o definire le sole cause civili che si agitano fra gli individui di questa nazione, ciò, per altro, non segue che nelle Città dove gli ebrei essendo alquanto numerosi, come Livorno, Roma, Amsterdam, Praga, Venezia, ed alcune altre, i tribunali ordinarj del paese non potrebbero supplire ed evaderle tutte con quell'esattezza, e sollecitudine che richiede la giustizia, per chi vuole cautamente amministrarla. I respettivi Sovrani dunque di tali Stati concedono di rivestire un certo dato numero di ebrei i più qualificati per lumi, e per dovizie della dignità giudiziaria, rimettendo fra le loro mani il deposito di una parte dell'amministrazione della giustizia; ma questa dignità è d'altronde così precaria, e circoscritta, che può essere loro tolta, o surrogata ad ogni momento, e soggetta in qualunque siasi tempo alle leggi dello Stato, alle quali l'intero corpo della Nazione che vi abita è per ogni parte sottomesso.

(61) Molti commentatori, fra i quali Bustorfio, Girolamo ed il celebre Aaron caraita (di cui mi riserbo a fare menzione allorchè mi emergerà di proposito ragionare della setta del caraismo) si fecero ad opinare che le frequenti ripetizioni che si trovano in gran copia sparse per tutta la scrittura fossero una conseguenza del genio particolare proprio della lingua ebraica, la quale attesa la sua naturale semplicità e concisione suole ripetere d'ordinario le medesime cose or sotto vocaboli differenti, ed ora sotto identiche frasi. Per altro, tutto che quest'opinione sia vera in gran parte, io veggo frattanto che Omero è generalmente imputato del medesimo difetto, siccome lo sono tutti gli scrittori di quel secolo; ed i critici ritrovano una conformità perfettamente identica fra la maniera di parlare del poeta Greco, e quella con cui si esprime il legislatore d'Israel; ed io rimarco parimenti che Marziale non ha potuto astenersi in qualche luogo de' suoi epigrammi dal deridere Omero per sola cagione di simile difetto (se tale potea questo in quell'epoca chiamarsi), dal che si potrebbe opportunamente inferire non essere già queste reiterazioni soltanto particolari al genio della lingua ebraica, ma che anche l'idioma del cantore di Smirne suscettibile fosse del carattere medesimo.

Da sì fatta maniera di esprimere sì di frequente le stesse cose, vari pensatori trassero argomento d'inferire che Mosè non potea essere l'autore del Pentateuco, e tanto più questo dubbio prende piede in mente loro, facendo attenzione alla diversità dello stile che vi s'incontra di tratto in tratto, ciò che forma una prova in mente loro troppo idonea e convincente onde fare credere che un medesimo scrittore non può in verun modo esserne l'autore: alcuni ancora più moderati degli altri ne' loro giudizi, opinano che per negligenza de' copisti l'ordine delle materie possa essere stato alterato nel trascriverle dalla primitiva dizione originale; e di ciò sembrami niente assolutamente più facile poichè siccome gli antichi scrivevano sopra piccioli viluppi, o fogli separati, che rotolavansi gli uni sopra gli altri, non avranno forse avuta le necessaria precauzione di conservare sempre il metodo regolare delle materie, ed in vece avranno fatto, senza dubbio, delle repliche, laddove era duopo di sopprimere quelle che già vi erano antecedentemente, e di elidere le cose inutili, o soverchie.

(62) Per quanto ci narrano le Istorie di tutti i popoli conosciuti, non vi fu luogo giammai sopra la terra, in cui gli ebrei che lo abitarono non soggiacessero all'infamia degradante di vedersi contraddistinti dal resto de' cittadini con certe marche affisse ora nella sommità del Cappello, ora nella parte la più visibile degli abiti, e le femmine stesse di questa nazione non ne erano escluse.

Negli stati musulmani poi, ne quali non è appena che un secolo si contrassegnavano anche i Cristiani, la marca destinata per gli ebrei era del tutto differente da quella che fissavasi per gli altri, benchè non molto visibile, e per conseguenza meno avvilente di quella con cui venivano marcati sotto il cielo apostolico romano; ma una gran parte degli ebrei, per altro, ben lontana dal riguardarla come tale, compiacevasene al segno di considerare come pessimi ebrei quelli che cercavano di ocultarla, o che al prezzo di moneta pervenivano a conseguirne l'esenzione.

(63) Nostre Raison (dice il celebre D'Argens) est un don de Dieu, qui ne saurait nous tromper; c'est un présent qu'il nous a fait pour nous donner le moyen de le connoître, et de le servir Lett. Juiv. lett. XXXIII. pag. 81. infatti se questa sublime ragione, massime nelle cose dimostrativamente evidenti, ci facesse smarrire dall'ameno sentiero che conduce alla solida perenne felicità ch'essa promette, ne verrebbe per illazione che Dio c'ingannerebbe, ciò che non può assolutamente sostenersi senza il colmo dell'insania, Dio essendo la verità inalterabile medesima.

CAPITOLO IX.

Dall'origine della Misnah, e del Talmud; ossia della Ghemarah; oggetto, e scopo di entrambe.

I grandi avvenimenti, dice un pensatore inglese, sono per l'ordinario da gran cause prodotti; ma siccome i filosofi rigettano il più delle volte, con certe ragioni da essi loro credute valide, ed inoppugnabili, queste vantate cause misteriose, e soprannaturali immaginate, com'essi opinano, da un certo numero di antichi ad oggetto di accreditare le loro stravaganti opinioni colle quali ammaliarono lo spirito del volgo, sì facile ad illudere e sì malagevole a disingannare, essi avrebbero dovuto piuttosto cercarne la sorgente nelle antiche massime religionarie, e studiare con diligenza il carattere genuino di que' soggetti che le hanno prodotte, diffuse, ed accreditate, onde con più pronta e più agevole maniera pervenire alla esatta cognizione degli enimmi sacri generalmente venerati, sì familiari ad essi, e di cui la moltitudine insensata, si fa depositaria, senza speranze di potere giugnere per niun mezzo a comprenderli giammai (64).

Tale appunto è l'intima natura delle innumerabili mistiche visioni delle quali sono inondate le opere di cui entriamo a ragionare, e tale è precisamente l'indole che ci fecero in ogni senso conoscere avere quegl'individui che le hanno fino a noi tramandate.

Per altro l'antichità di queste opere, il rispetto illimitato verso gli estensori d'esse che si ebbe la scaltrezza d'insinuare nell'animo di quelli sventurati che si avea precedentemente sedotti, il fermo loro accanimento nel seguitare le une, nel difendere gli altri, la cura indefessa che fu da quelli presa in ogni tempo ad oggetto di propalarle, e perpetuarle, come opere provenienti dal Cielo, e dettate dalla stessa increata mente dell'Essere Supremo: tutto ciò, dico, dovea per necessità indispensabile impedire loro di credere che quelle opere, in gran parte, altro non fossero per elleno medesime che un aggregato informe d'idee bizzarre, scaturite da altrettante immaginazioni travviate, il delirio particolare delle quali divenne pur troppo in breve spazio di tempo, come succedere dovea senza scampo, uno smarrimento quasi universale di tutto un popolo immenso (65); verità che frappoco sarà posta da noi al chiarore dell'evidenza.

Dal fin quì esposto sembrami rendersi quanto è duopo manifesto che inferire solo io voglio di quelle opere unicamente che la tradizione fece pervenire fino e noi, cioè il Talmud, ovvero come altri dicono la Ghemarah, e di tutte le parafrasi complicate che la seguono (66), ma affine di procedere con un ordine metodico, e sicuro in tale utile ricerca, fa d'uopo avanti d'ogni altra cosa analizzare la sorgente immediata da cui esso emana, e discendere in seguito a conoscere i presunti solidi fondamenti su' quali appoggia l'ebreismo quella cieca macchinale venerazione ch'esso ebbe sempre per riguardo ad un tal libro, considerandolo come un codice non meno antico, e tanto sacro quanto lo stesso pentateuco di Mosè (67).

Benchè molti critici sieno fra loro discordi circa lo stabilire il tempo in cui il Talmud sia stato effettivamente compilato, pure noi lo fisseremo a 125. anni dopo la devastazione del secondo tempio; tale essendo l'opinione la più generalmente conosciuta, e adottata.

Il Rabbino Jeudah il quale vivea in que' tempi, e che attesa l'esemplarità della sua vita era denominato degli ebrei de' suoi tempi רבנו הקדוש (Rabenu Akadosh) (nostro maestro il santo); questo Rabbino, dico, il quale era eccessivamente dovizioso, ed amico intimo dell'Imperatore Antonino il Pio, veggendo che la dispersione degli ebrei avrebbe fatta dimenticare questa legge di bocca, ossia orale, scrisse tutti i sentimenti, constituzioni, e tradizioni de' Rabbini che lo avevano preceduto in un grosso corpo di opere, che distinse col nome di משנה (Misnah) cioè Ripetizione della legge che divise in sei parti; la 1. riguarda l'Agricoltura; la 2. si rivolge a fissare l'epoca in cui debbono cominciare, e finire il sabato, e le altre feste; la 3. tratta dei matrimonj, e di tutto ciò che rapportasi alle femmine; la 4. delle procedure giudiziarie, e delle vertenze che nascono sopra ogni sorta di affare civile; la 5. ha per iscopo la santità, ovvero i sacrifizj, ed i principali riti della religione; la 6. finalmente si aggira sulle purità, e sulle impurità (68). Ma siccome questo libro era per se stesso molto succinto, e per conseguenza poco intelligibile; un inconveniente di tale natura ha dato origine a delle forti, e interminabili questioni, le quali fecero in ultimo risolvere due colti Rabbini abitanti in Babilonia, l'uno chiamato Rabenah, e l'altro Rabascè di riepilogare tutto ciò che era stato esposto, ed agitato fino a' loro tempi sulla Misnah, aggiugnendo molte altre osservazioni loro proprie, apotemmi e detti rimarcabili, fissando la misnah come per testo, e le appendici accresciute ad essa da' medesimi, come una spiegazione creduta ovvia, e analoga, dal complesso delle quali essi formarono poscia l'intero corpo del libro, che denominarono תלמוד בבלי Talmud Bably, cioè Talmud Babilonico, oppure גמרה (Ghemarah) che significa perfezione, diviso così ancora in 6 parti, denominate מסכתות (Massahtoth) Trattati; non tacendo però che alcuni anni avanti un certo Rabbino Johanan di Gerusalem avea compilata un opera quasi uniforme che chiamò תלמוד ירשלמי (Talmud Jerusalmi) cioè, Talmud di Gerusalem; ma essendo stata questa ritrovata molto concisa, rapporto alla vastità delle materie sulle quali si aggirava, ed anche riconosciuto di uno stile alquanto barbaro, e inusitato, il babilonico gli fu di gran lunga preferito, come più vasto, più elegante, e più intelligibile.

A questi poi dopo qualche spazio di tempo il Rabbino Salomon, detto comunemente Rascì (R. Scelomoh Yarki) di origine francese, fece un brevissimo commentario, ed un accademia di vari altri differenti Rabbini vi aggiunse così pure una certa dose di questioni, che appellarono תוספות (Tossaffoth) cioè appendici, o addizioni. E quì opportuno però di rimarcare che da questo Talmud Babilonico, furono già da gran tempo elise molte cose, particolarmente i tre trattati compresi ne' sei de' quali io vengo di parlare, attesochè quelli che concernono le materie riguardanti l'agricoltura, o le semenze, i sagrifizj, le purità, e le impurità più non sono attualmente in uso di sorte alcuna presso gli Israeliti de' secoli recenti.

Questa Ghemarah, e Talmud Babilonico che serve di regola fondamentale agli ebrei in tutte le loro cerimonie religiose, non meno che in tutti i loro affari, sia civili, o criminali, è scritto in un linguaggio caldeo di que' tempi ch'è assai difficile ad intendersi, perchè, al riferire dei dotti, è molto lontano dalla purità dell'antico terso caldeo che parlavasi in Babilonia; oltre a ciò quell'opera è piena di confuse questioni, di storie, o piuttosto di leggende fatte a piacere, che i semplici decantano per vere, ma per poco discernimento che si abbia, riesce agevole il comprendere, non solo altro queste non essere che allegorìe inventate da persone più dedite a sorprendere il lettore, che ad instruirlo, e che ad altro non tendono in massima, che a rendere gli ebrei all'eccesso ridicoli in faccia agli altri popoli, ma che si scorge in esso altresì delle falsità evidenti, massime in ciò che riguarda l'istoria, la cronologia, e le scienze. Il loro principale scopo, in una parola, non è ad altro fine rivolto che ad aggravare la mente di un affluenza incalcolabile di usi, e cerimonie il più delle volte opposte, ma quasi sempre estranee all'essenzialità della vera legge primitive, la quale era onninamente aliena da quelle superfluità, o sottigliezze che formano la base delle odierne instituzioni tradizionali (69).

È ben vero, per altro, che gli ebrei forniti di talenti, e di coltura, non prestano fede e questi fatti, senza un ben maturo ponderato esame; ma frattanto la generalità di questa nazione riguarda come un esecrabile apostasia il dubitare un solo istante della validità delle decisioni talmudiche, per le quali essa nutre una venerazione tale, come se quelle fossero esternate dalla bocca dello stesso legislatore Mosè.

Egli è dunque così che queste tradizioni sono divenute sì affluenti presso i recenti Israeliti, (benchè sopra un tale proposito qualunque altra nazione non la ceda all'ebrea in verun modo) che tutta l'intera vita di Mosè non sarebbe stata sufficiente per riceverle da Dio sulla vetta di Sinai, dove suppongono che le abbia esso apprese durante lo spazio di 40. giorni di sua non interrotta permanenza sopra quel monte: ma gli ebrei Talmudisti pretendono di fare tacere ogni oppositore col loro autorevole assioma הלכה למשה מסיני (Alahah Lemoscè Missinaj) Decisione che Mosè ha ricevuta sulla montagna di Sinai. Ma non veggono quanto sia fallace una simile asserzione; e quando ancora nascondesse quella in se medesima qualche ombra di possibilità, l'errore che la segue in ogni parte, l'inverosimiglianza che l'accompagna, ovunque la farebbe senza ritegno, ad ogni riguardo allontanare. E ciò che di peggio io vi scorgo si è che sotto questo nome specioso di tradizione gli ebrei hanno abbracciato, alla rinfusa, i vaneggiamenti de' loro dottori, come se Dio stesso glieli avesse loro rivelati sotto l'apparenza d'inspirate intuizioni, non permettendosi neppure di esaminarli (70), a meno di non volere cadere nell'eresia de' Caraiti (di cui sarà da noi parlato difusamente altrove); e se alcuno si facesse a richiedere loro le fondate ragioni di quelle innumerabili glose rabbiniche, le quali sembrano allontanarsi onninamente dal genuino testo della legge, essi non hanno altra risposta a dare, che אמרו חכמנו (Amerù Hahamenu), cioè, lo dissero i nostri savi, aggiugnendo così una fede implicita alle confuse interminabili discussioni dei loro talmudisti, nella guisa che procedevano appunto i discepoli di Pitagora, quando erano interrogati sopra qualche assunto alquanto difficile e risolversi: egli lo ha detto, era per quelli lo soluzione la più positiva, ed inconcussa di qualunque siasi arduo problema. (71).

Tale è propriamente l'origine e lo scopo di quel tanto decantato codice, sì profondamente venerato dall'intero giudaismo, distinto generalmente col nome di Talmud, le affluenti frivole questioni delle quali è quest'opera immensa per ogni parte ripiena, non solo sdegnarono per tante volte i filosofi saggi, ed illuminati fino a rigettarne le massime, e a deriderlo; ma quale appunto lo fu in seguito l'apocalisse per rapporto al cristianesimo, non servì quello che d'un arma offensiva della quale usarono i nemici d'Israel, in ogni tempo, per attaccarlo, anche nelle sue massime più essenziali, e orribilmente infierire contro di esso (72).

Infatti cosa potevano mai pensare gli antichi filosofi Greci, Arabi, e Romani, osservando agitare delle lunghe, e pertinaci discussioni per giugnere a diffinire se sia permesso in giorno di sabato cavalcare un asino per condurlo a bere, oppure se debba tenersi per la cavezza? se si possa in tale giorno camminare sopra un terreno seminato da poco tempo, per non incorrere nell'inconveniente di calpestare, o portare via, qualche granello di semenza co' piedi, ed essere quindi obbligati a seminario di nuovo, ciò che in sabato non lice? se sia permesso, in quel giorno medesimo scrivere tante lettere, o parole capaci a formare unitamente un discreto paragrafo completo? se debba pure permettersi di mangiare un uovo nato, o prodotto entro quel medesimo giorno ec.? E di quanti altri sì fatti scrupoli bizzarri, e paradossali non sono ripieni ovunque il Talmud con tutti i suoi differenti commentarj per rapporto alla pasqua delle azzime, ed alla purificazione del vecchio fermento lievitato nelle case? Vi si fa un lunghissimo trattato per decidere se mirando passare un sorcio in qualche parte della casa con una mollica tenuissima di pane in bocca, dopo fattovi lo sgombro generale, debbasi ricominciare con nuove rigorose indagini le purificazione di detta casa; se si possa cucinare i cibi destinati per uso della pasqua, delle azzime col residuo dei carboni serviti ad abbruciare il vecchio pane fermentato, ed altre simili mostruose questioni che opportunamente mi emergerà di riportare (A) le quali non solo allontanavano gli ebrei dalla vera inalterabile osservanza delle sacre instituzioni mosaiche, ma gli rendevano altresì rozzi, ignoranti, e spregevoli all'eccesso in faccia di tutti gli altri popoli del mondo, ed in particolare i Greci, ed i Romani i quali vedevano sensibilmente la discrepanza, rimarcabile che potea con fondata, ragione assegnarsi fra le loro classiche scuole; e gli assunti utili, e rilevanti che vi si trattavano, e quelle de' talmudisti, e le loro stravaganti; e prolisse controversie; ma passiamo a rendere, più dimostrativamente sensibili queste verità sublimi, e interessanti.

(64) L'accidia, e l'indolenza, vizj sì ordinari alla massima parte degli uomini sono, al parere di un dotto moderno, molto confluenti ad alimentare i progressi poco vantaggiosi della tradizione. L'uomo, generalmente parlando, è per indole sua più proclive a credere macchinalmente una cosa che gli si assicura vera, di ciò che inducasi ad affaticarsi con un esame lungo, e costante, e con uno studio assiduo e penoso, ritrovando molto più agevole di seguitare con una stupida quiescenza il corso delle cose già conosciute, ed usitate, che di analizzarne l'origine, o sormontare fino alla primitiva sorgente dalla quale si fanno quelle scaturire; così è che la generalità delle persone lasciasi trascinare dal torrente impetuoso degli assurdi dominanti, e finisce in ultimo col precipitare miseramente nel baratro immenso di tutti i più orridi smarrimenti, dietro l'esempio fatale di quelli (stupidi senza dubbio al pari di esso) che lo hanno preceduto, chiunque, per tanto, vuole sanare di sì fatta deplorabile cecità, dee seguitare con una cauta fermezza il precetto salutare di Seneca il filosofo, non curare i giudizj del volgo, e sfuggirne la relazione: Unusquisque mavult credere quam judicare: nunquam de vita judicatur, semper creditur, versatque nos et præcipitat traditus per manus error, alienisque perimus exemplis: Sanabimur si modo separemur a cœtu. Sen. de vita beata Cap. 1.

(65) È ne' tempi calamitosi di smarrimento, e d'imbecillità, dice un illuminato filosofo moderno (Philosoph. du bon sens Tom. 1 Réfl. 1. § IX. pag. 94.) che la massima parte delle tradizioni che fanno fremere le persone dotate di acume, e di talenti, ha presa la primitiva sorgente, e benchè i nostri progenitori abbiano voluto dare a queste un antichità più insigne di quella che si può elleno fondatamente attribuire, non è frattanto che alla loro arbitraria ignoranza, ed alla smodata credulità de' medesimi che noi ne siamo interamente debitori; essi sono stati pur troppo la vittima sciagurata degl'impostori loro contemporanei, e noi saremmo la loro, se non tentassimo di scuotere il giogo lacerante che dessi vollero imporre alla nostra ragione, dopo di averla per tante vie sedotta, illaqueata, e renduta quasi affatto impotente di riuscirvi.

(66) Tanto la Misnah, della quale noi entriamo bentosto a ragionare, quanto il Talmud, ossia la Ghemarah che serve alla medesima di commento, e di cui mi riserbo a ragionare opportunamente in seguito, altro infatti non sono che un ammasso complicato, e assai diffuso di decisioni sopra un infinito numero di casi di coscienza, che nascono di frequente sulla pratica de' riti, e delle cerimonie, nella massima parte rabiniche, per le cui osservanza fu più volte rimarcato da' critici che l'ardore del popolo ebreo tiene certamente del prodigioso.

(67) Il celebre Maimonide nella sua prefazione alla di lui opera (Yad Hazakah mano forte) dice che Mosè avanti la sua morte scrisse di proprio suo pugno tanti esemplari del codice delle sua legge, quante erano le tribù d'Israel, distribuendone una per ciascuna di esse, e deponendo un altro simile nell'arca detta di alleanza; e che desse, aggiugne lo stesso Autore, comunicò in seguito di viva voce al sinedrio del suo tempo l'interpretazione di questa medesima legge, quale interpretazione ch'egli sostiene comunicata da Dio a Mosè direttamente sulla vetta di Sinaj, fu poscia insegnata dopo la morte di esso agli antichi seniori da Gesuè suo successore, e luce del popolo d'Israel (vedi Pirkè avoth cap. 4) e che quelli che gli succederono, in qualità di capi, e Sanhedrim fecero lo stesso al riguardo degli altri più recenti che ne accrebbero il numero all'eccesso fino a R. Jeudah il santo, che tutte le raccolse, conferì loro il metodo di cui mancavano, e le mise il primo per iscritto.

(68) È opportuno quì di avvertire che ognuno di questi ordini, o regole è parimente suddiviso in molti libri, o trattati differenti, che noi non faremo in questo luogo che accennare di slancio, riguardando come opera lunghissima, e penosa il riportarla tutta per intero, potendosene agevolmente osservare il dettaglio in Bustorfio (Recens. Oper. Thalmud.) Per esempio, quello delle semenze, o dell'agricoltura contiene undici trattati; il 2. è diviso in dodici libri, il 3. ne comprende sette, il 4. dieci, il 5. undici; il 6. finalmente racchiude dodici libri. Il Talmud ha così pure sei ordini, i quali sono divisi in sessanta tre libri, e questi libri vengono ancora suddivisi in cinque cento, e venti quattro capitoli, de' quali si compone l'intero corpo immenso di quest'opera.

(69) Oltre le numerose prescrizioni di tante speci differenti che sono comprese in questo Talmud, ed alle quali tutti gli ebrei sono obbligati di sottomettersi ciecamente, senza riserva, essi hanno certi usi che differiscono, secondo le varie posizioni dove si trovano; essi chiamano questi usi locali מנהגים (minhaghim) costumanze; e per meglio ritenerli vi fu per sino chi ne ha così pure composti de' libri particolari: si può inoltre chiaramente rimarcarli leggendo i libri di preghiere che sono in uso fra gli ebrei, e ne' quali avvi qualche tenue diversità sia per l'ordine, sia per le cose, giacchè il metodo seguito dagli ebrei italiani, polacchi, ed orientali nell'esercizio di tali preghiere, è alquanto differente da quello praticato dagli ebrei di origine spagnuola o portoghese.

I Rabbini scrissero così pure sopra questo medesimo soggetto un'altr'opera che ha per titolo דינים (Dinim) giudizj, che si possono quasi ridurre alle costumanze, per che gli ebrei variano in ciò; e questi Dinim non contengono che delle ragioni probabili perchè si debba fare una cerimonia piuttosto d'una maniera, che di un altra.

(70) I partigiani della tradizione sostenuti da' ministri di questa non cessano di ripeterci che i motivi della fede, come le picciole ali date a Mercurio, sono troppo deboli per sostenerla; ciò che ha indotto forse il Mallebranche ad opinare, che pour être philosophe il faut voir évidemment; et pour être fidèle il faut croire aveuglément Rech. de la ver. Tom. II. pag. 168. Peraltro Mallebranche quì non s'accorge che del suo fedele, esso forma un imbecille, poichè in che mai consiste l'imbecillità? a credere senza un motivo plausibile sufficiente per credere: tout homme (come giustamente lo riflette un dotto scrittore moderno) qui se vante d'une foi aveugle et d'une croyance sur oui dire, est donc un homme enorgueilli de sa sottise. Elvet. de l'hom. Tom. III. pag. 89.

(71) Del resto benchè gli ebrei nutrino uno zelo straordinario per le tradizioni ch'essi pretendono di avere gradatamente ricevute da' loro più lontani progenitori, come si disse, e che difendono con pertinace accanimento, essi non hanno potuto giammai, ciò non pertanto, convenire fra di loro degli autori da' quali gli hanno i medesimi realmente ricevute, ciò che riesce molto agevole a provarlo, unendo insieme i libri che ne hanno trattato diffusamente di proposito, come sarebbero, per esempio, i commentari che sono stati fatti sul trattato che ha per titolo (Pirkè Avoth) I Capitoli de' padri. L'illuminato Abravanel (nella sua prefazione all'opera che ha per titolo (Nahaloth Avoth) cioè, Retaggio de' padri, ha usato di ogni suo sforzo per giustificare questa pretesa non interrotta tradizione, ma inutilmente, A. Iosef Hajon, e David Gantz l'Autore del Iuhasim, ovvero il libro delle famiglie, e tanti altri che hanno agitate simili questioni non ci sono meglio riusciti. Ciò, per altro, sopra di cui tutti i rabbini sono concordi si è che dopo Jesuè successore di Mosè, fino a Jeudah il santo, che raccolse tutte le tradizioni, come osservammo, e le mise il primo per iscritto, vi ha parimente una classe di antichi, la quale ricevè in origine da Jesuè l'interpretazione della legge, indi a questi successero i profeti di cui Samuel è stato il primo; e dopo i Profeti ebbe luogo la grande assemblea, o sinagoga che si tenne sotto Esdra. Il dotto R. Mosè da Cotsì (nel suo gran libro de' comandamenti della legge Mosaica) ad oggetto di unire questa catena immensa di tradizioni, e dimostrare ad un tempo medesimo che dessa non era stata interrotta giammai durante la cattività degli ebrei nella Babilonia produce certi illustri soggetti della tribù di Judah; e di quella di Beniamino che furono condotti cattivi in Babilonia, ed assicura inoltre che dessi vi stabilirono la celebre accademia di Nahardea sull'Eufrate, la quale vi fu in seguito conservata del pari che le tradizione, che venne poscia insegnata a quegli ebrei che ritornarono da Babilonia in Gerusalem con Zorobabel, ed Esdra, dove si stabili così pure un accademia ad imitazione di quella di Babilonia, che non lasciò perciò di sussistere ancora perchè tutto il corpo degli Israeliti non ritornò già interamente in Gerusalem. Finalmente questa tradizione fu conservata pure dopo Esdra, il quale era capo dell'assemblea che si nomina la grande fino a' tempi del più volte riportato R. Jeudah il santo che tutte le raccolse, come accennammo.

(72) Quelli che con asprezza maggiore vollero tenacemente infierire contro i principj che servono di base al cristianesimo, si prevalsero di quelle tante predizioni che l'apocalisse di Giovanni ci rappresenta come infallibili, e molto prossime a succedere, e che realizzare frattanto mai non si videro, che non si disse intorno a quella nuova Gerusalem di mille anni di cui è fatta menzione nel Cap. 21? La sua forma dovea essere quadrata, la sua lunghezza larghezza, e sommità dovevano essere di dodici mila stadi (500 leghe di francia) per conseguenza le case dovevano avere così pure 500 leghe di ertezza: se così è dovea riuscire di non poco incomodo per coloro a' quali fosse toccato di abitare l'ultimo piano: e quella enorme bestia simbolica di sette teste, e dieci corna col pelo di leopardo, i piedi dell'orso, l'esofago del leone, la forza del drago; ebb'essa un successo migliore della prima? e la caduta delle stelle dal Cielo sulla terra, e che col contatto che quelle fecero col sole, e colla luna il loro passaggio restarono entrambe oscurate nelle tre parti? E quel sì fatto libro che l'Angelo fece mangiare all'Autore dell'apocalisse, qual libro riusciva dolce nel palato, e amaro nello stomaco? se riflettiamo alla stravaganza di sì fatte predizioni non dovremo certamente più stupirci, se i numerosi commentarj fatti sopra di esse parvero consolidare le invettive che furono sovente lanciate contro l'apocalisse, ed aggiugnere efficaci motivi agli avversari di esso onde riguardarlo come apocrifo, e mendace.

(A) (Ved. Ghem. Tratt. Sciab. et Pesah. fol. 6 7 8.)

CAPITOLO X.

Le glose moltiplici, e le diffuse parafrasi aggiunte da' Rabbini al codice Mosaico, non solo ne adombrarono la primitiva purità edificante, ma oltremodo gravosa, ed opprimente ne resero l'osservanza.

È cosa renduta omai troppo evidente, al detto universale de' filosofi, che una causa non produce mai il suo analogo effetto, se non se allora quando essa non è interrotta, nel progresso della di lei azione, da altre cause più forti, e più insistenti, che per allora indeboliscono l'azione della prima, e la rendono inutile: è ben vero pur troppo rendersi presso che impossibile assolutamente di fare adottare de' sani, de' metodici, degli utili principj ad uomini eccessivamente inveterati negli assurdi prevenuti in favore de' medesimi, che ricusano di riflettere, e quali nuovi etiopi schivano la luce, e inclinano a vivere sepolti nelle tenebre; ma comunque siasi è d'altronde oltremodo necessario che la verità disinganni le anime illibate proclive alla ragione che la ricercano di buona fede, guidati dal commendevole disegno di ritrovarla (73). La verità è una causa; essa produce direttamente il suo effetto analogo allora quando la sua impulsione non è in verun modo nè alterata, nè intercetta da ostacoli che sospendino il corso regolare de' suoi effetti. Una prova infallibile di tutto quanto sostenghiamo si è, che la causa dalla quale partiva il culto che i posteri di Abramo hanno per molti secoli conosciuto, e praticato non potea essere più ragionevole, ne più giusta, nè migliore, e gli effetti omogenei che risultare si videro per lunga serie di anni chiaro ad evidenza lo dimostrano: ma l'errore funesto che baldanzoso fecesi avanti a soggiogare il cuore umano, indebolì enormemente l'azione salutare della prima, ne tenne allora le sole veci, ne formò l'unico scopo, e la rese come affatto inutile per l'Israelita de' secoli a noi più vicini, o almeno come accessoria a' di lui urgenti bisogni.

Infatti come mai accordare un ammasso spaventevole di chimere, di usi insensati, e di fanatici esercizj che ripugnano il buon senso, colla pretta religione che dee essere guidata dalla sola verità, e formare il più grato alimento di ogni anima sensibile, di ogni cuore ingenuo, e riconoscente? Le pratiche superstiziose sono alla religione, dice un dotto scrittore moderno, ciò che i germogli inutili sono a' vegetabili; essi ne corrodono lo spirito, e il suco, lasciano il tronco scevro di umore prolifico, e l'impediscono di pullulare alcun frutto; le moltiplici differenti credenze che dividono il mondo ci fanno sensibilmente conoscere che quelle appunto le quali sono le più aggravate di cerimonie superstiziose, o di riti stravaganti sono regolarmente le meno praticate con quella integrità, ed esattezza che richiedono, nè si veggono mantenute giammai nell'essenziale (74). Un ebreo talmudista, un cattolico romano trasgrediranno i comandamenti dell'Essere Supremo dieci volte il giorno, e sembra, ch'essi riserbino entrambi tutta la loro più austera devozione, il primo ad alcune pratiche ridicole del sabato, o della pasqua, e l'altro all'uso stravagante delle vigilie, o della confessione; ve n'ha fra quelli chi commetterà tranquillamente una frode, un adulterio, e che non si indurrà giammai a bere il vino premuto da un goi, nè vorrà in alcuna guisa tagliare il pane col coltello di costui (75): siccome avvene parimente fra questi chi non si farà il minimo scrupolo di rubare, di commettere delle infamie, ed anche, degli attentati i più crudeli, mentre non vorrebbe perdere la benedizione del prete, o la messa di un solo giorno (76).

Tale è il destino di quelle religioni che impongono un giogo insopportabile, ed un ammasso enorme di pratiche futili; esse cadono nell'inconveniente pernicioso di doversi mancare nell'essenziale, e di non essere osservate ne' punti, che più sarebbe urgente di conoscere, e mantenere, intanto che quelli che sono per loro stessi indifferenti si mirano difendere coll'entusiasmo il più fervido, e il più deciso. Ma l'uomo nato con una intelligenza libera, e con un declivio che lo porta a conservarla tale; spezza finalmente quelle truci catene che tentano a renderla illaqueata, togliendo ad essa, per tante parti, l'uso commendevole per cui il Supremo Creatore l'avea in origine destinata.

Un disordine cotanto pregiudicevole noi lo dobbiamo senza contrasto all'enorme affluenza di glose, commenti e tradizioni aggiunte al codice antico specialmente sul quale era basato il culto primitivo che il popolo ebreo ha un tempo esercitato col più felice successo, e laddove questo, già di soverchio aggravante, per se stesso, rendeva spossate le forze per sostenerlo, quelle le opprimono interamente, e le annientano, senza avere giammai sortito il loro intento, e con massimo scapito irreparabile dell'umana ragione.

E quale mai sarebbe lo stupore de' Patriarchi de' Mosè, de' Jesuè, de' David, de' Salomon, e de' Profeti se attualmente risorgessero fra i viventi, e che potessero trasferirsi in tutti gli angoli della terra dove la prosapia d'Israel è a' tempi nostri diramata, senza però essere prevenuti delle strane peripezie alle quali fu essa per tante volte soggetta, dal secolo in cui essi vissero fino all'età nostra? Questi sani credenti opinerebbero, senza dubbio, di ritrovare tutta via intatto sulla terra l'eccelso culto da essi un tempo conosciuto, e praticato, e lo vedrebbero involto dal fosco velo di parafrasi diffuse, oscure, ed annojanti; alle semplici, e nitide verità sulle quali reggevesi fondatamente la loro pretta credenza essi vi troverebbero surrogate le visioni deplorabili, e le mistiche allegorie di certi uomini proclivi a controvertere ogni minimo punto contestato; in vece dei limpidi sacrificatori che estolleveno le glorie dell'Eterno, ed offrivano le vittime al venerabile altare della verità, per espiazione de' falli che commessi erano dal Popolo, essi vedrebbero una caterva insana di sedicenti כהנים (Cohanim) Sacerdoti, senza meriti, e senza causa baldanzosi pretendere al grado, vantare i requisiti, ed imitare, in gran parte, le ingerenze che unicamente erano imposte, per divino comando, alla sola prosapia di Aaron (77); se ricercassero di visitare il loro בית המדרש (Beth Amedrash) casa d'interpretazione (78) vi si farebbero spettatori delle questioni le più insulse non solo, ma le più detestabili per diffinire se con fiaccola di sego, di cera, ovvero di olio debbasi accendere il lampadario del sabato (79), se l'anima di Adamo passasse nella spoglia corruttibile di Seth, e da questa entro il Corpo di Mosè; se David sarebbe nato un aborto senza il dono gratuito di anni settanta fatto ad esso dal primo ente ragionevole creato (80); Se Dio si pentisse di avere distrutto Gerusalemme; se egli se ne attristasse, in che passa egli il suo tempo, ed altre inezie simili, ed esecrabili bestemmie (81); se informare si volessero de' progressi luminosi che la religione del popolo d'Israel ha fatti da 1600 anni a questa parte, loro si mostrerebbe il codice mosaico trasformato in un ammasso enorme di pratiche, di usi, e di cerimonie, tanto stranamente ridicole per essi, quanto riescono all'eccesso tiranniche, insoffribili per noi; essi vi scorgerebbero imposte nuove instituzioni, nuovi digiuni comandati, nuovi cibi vietati, altre lunghissime devote rassodie; e reiterate jaculatorie prescritte che erano del tutto sconosciute nei tempi andati (82); se la loro curiosità gli eccitasse finalmente ad investigare gli avanzamenti solidi, e proficui, che il popolo d'Israel fece, dopo un epoca immemorabile, nelle arti, nelle scienze, e nei costumi, loro si porrebbe da una parte sotto gli occhi uno sciame spregievole di sordidi, ed insensibili usuraj ontosamente impinguati colla desolazione del prossimo (ved. l'annot. anteced. 37.) alcuni chirurgi, pochi medici, molti commercianti, e niun artefice; mirare si farebbe loro dall'altra l'espresso divieto dello studio delle scienze (nomate follemente profane) sotto comminatorie fulminanti di eterna dannazione contro di colui che avesse osato applicarvisi, o farne pubblico esercizio (83); e convincersi, per ultimo, essi dovrebbero più oltre che i costumi vanno fra noi al graduato livello dell'ignoranza, prescritta come utile, e necessaria all'eterna salute del popolo d'Israel (84).

Ecco l'abominevole confronto che risultare per ogni parte vedrebbero quegli uomini benemeriti dell'Israelismo fra la pura inalterata credenza professata un giorno da' medesimi, e le moltiplici ributtanti cerimonie, che sotto l'imponente viluppo di religione praticare osserverebbero fra noi.

Insensati! Essi tutti d'accordo esclamerebbero fremendo, se la religione si crede (com'essa è, senza alcun dubbio) necessaria oltremodo a tutti gli uomini, non è egli forse innegabile che le medesima debba essere intelligibile per tutti? Essendo essa, (come ogni sano filosofo ne conviene pienamente di buon grado) l'oggetto il più importante, e il più indispensabile per la specie umana, l'eterna volontà dell'Essere Supremo esigere non dee ch'ella sia per tutti coloro che ne fanno parte, la cosa la più semplice, la più concisa, la più chiara, e la più dimostrata per ogni ente ragionevole (85)? Non rendesi all'eccesso deplorabile il vedere che questo assunto sì oltremodo urgente alla salute dei mortali, sia precisamente quello che essi intendono il meno, e sul quale dopo tanti secoli hanno quelli sempre disputato accanitamente senza divenire giammai migliori, nè farne in alcun tempo resultare de' sensibili vantaggj, che tranquillizzino lo spirito de' medesimi, e facciano loro espressamente conoscere il retto sentiere che può con sicurezza condurgli a quella solida felicità imperturbabile che dalla sola incontaminata religione unicamente riconoscere possiamo (86)? Sembra, pur troppo, che a questo essenzialissimo punto decisivo a noi pervenire giammai non sia permesso.

(73) Quiconque vent s'appliquer à la recherche de la vérité (dice il dotto Autore de la Philosoph. du bon sens Tom. I. § III. Pag. 3.) doit éviter de prendre des principes qui puissent l'éloigner pour toujours du bon chemin. È per altro una cosa strana di vedere l'uomo avido bramare l'acquisto della verità, e schivare ad un tempo la presenza quando ella si offre all'occhio intellettuale della sua mente; il suo splendore sembra offuscarlo, attonito pare che lo renda il suo sembiante ed infierire ancora lo veggiamo sovente contro di colui che glie la presenta o gliene addita il sentiere; veritas odium parit, è ormai trito quanto verificato proverbio; infatti dicasi ad un uomo qualche verità, sebbene utile per lui, ma offensiva in qualche modo al suo amor proprio, esso la riguarda come un ingiuria e tenta di ogni mezzo per vendicarla; e qual è mai quel settario che non riguardi con occhio irascibile, o di positivo disprezzo colui che azzardasse di correggere i suoi travviamenti proponendogli di sostituire alle sue inveterate menzogne tradizionali le verità sane, religiose, ed instruttive? E nell'uno, e nell'altro caso non abbiamo che rivolgerci ovunque per essere colpiti ad ogni tratto da ripetuti percuotenti esempi, efficaci a consolidare tutto ciò che di proposto asseriamo.

(74) I fanatici per la religione, della quale si dicono osservanti, lungi dall'essere il sostegno fondamentale e permanente delle sue massime, non ne sono che il perpetuo flagello, e i disruttori; sempre indifferenti alle azioni oneste, essi reputansi virtuosi non già sopra quello ch'essi fanno, ma relativamente a ciò ci essi credono; la credulità macchinale degli uomini è secondo il torpido giudizio de' medesimi l'unica giusta misura della stessa loro probità: Les hommes ignorants (dice un illuminato pensatore moderno) ne jugent les opinions des autres que par la conformité qu'elles ont avec les leurs: ainsi ne persuade-t-on jamais les sots qui avec des sottises. Quindi è che un uomo dotato di lumi, e di talenti il quale abomini di secondare le loro pratiche insensate, e i loro smarrimenti perviene difficilmente a godere presso di quelli la riputazione di individuo integerrimo, e probo. Infatti quante volte si ode ripetere dalla bocca di questi miserabili automati: oh! sarebbe pure un onest'uomo il ... Se mortificasse al suo corpo con digiuni frequenti; se recitasse a gola spiegata le consuete leggende quotidiane, ed altre ancora, se non si nutrisse di altri cibi che di quelli preparati da' suoi correligionarj, se confessasse di continuo le sue colpe e i suoi pensieri all'orecchio di un altr'uomo, se osservasse le astinenze delle vigilie; se non ..... ma io più non finirei allorchè riportare dovessi tutti que' se condizionali che questi esseri abrutiti opporrebbero alla stessa probità esemplare di un Baile, d'un D'Argens, d'un Montesquieu, d'un Rousseau, d'un Mirabaud, d'un Elvezio, d'un Mendelshon, de' quali dovrà il mondo in ogni secolo piagnerne la perdita fatale, malgrado che ignote fossero loro interamente quelle mostruose cerimonie senza l'esercizio delle quali non si può in mente de' fanatici essere onest'uomo. Impostori! forsennati! Non potrassi dunque essere onest'uomo senza essere imbecille! Ma v'ha egli mai sopra la terra uomini più reprobi, esseri più perniciosi di voi, che ne siete scrupolosi osservatori fino al delirio? Mi si accenni di grazia quale è mai quell'azione criminosa della quale non vi rendiate voi stessi o colpevoli, o correi e danno irreparabile de' vostri propri simili? voi odiate, senza riserva, chiunque non vi assomiglia, voi perseguitate accanitamente quegli uomini dotati di criterio bastante per conoscervi, e di talento efficace a smascherarvi, voi siete ambiziosi, ignoranti, e ingannatori, ed a molti fra voi altro forse non manca per essere gran scelerati che il coraggio, ed i talenti; ma tutto che sempre vili, ed abrutiti nell'ignoranza, e nella superstizione non lasciate però di essere al maggior grado protervi, e sempre funesti alla società, voi inferocite, senza ritegno, contro chiunque tentasse d'illuminare la sua specie costretta violentemente a prostrarsi davanti le vostre orride follìe, come alla presenza de' Cocodrilli sacri di Memfi.

(75) La superstizione degli ebrei talmudisti va fino ad un eccesso tale in questa parte, che ve n'ha pure anche di quelli i quali non solo resterebbero astemj tutta la loro vita piuttosto di bere il vino che non fosse premuto da altri ebrei simili ad essi; ma se questo liquore così manipolato, che chiamano כשר (Kascer) cioè, ottimo, o squisito, fosse, per accidente rimosso da qualche גוי goy, (sotto tal nome comprendendo tutti quelli che non sono circoncisi, o che non professano il giudaismo) essi lo credono contaminato, e se ne astengono del pari, come se non fosse in origine pestato dall'ebreo. Lo stesso principio superstizioso nutrono i medesimi per rapporto a qualunque siasi vivanda preparata da individuo non ebreo; essi non se ne ciberebbero quando ancora dovessero soccombere all'inedia, ed al languore, ed alla morte stessa; ma di ciò ragioneremo più diffusamente altrove; solo basti quì di sapere intanto che gli ebrei moderni pare che abbiano rinunziato attualmente al pregiudizio ridicolo del primo, ma essi restano altrettanto attaccati ancora al mantenimento del secondo col più scrupoloso rigore.

(76) Tutti gli attentati esecrabili commessi religiosamente da' perfidi Ravaillac, Damiens, Malacrida, e Giacomo Clemente di cui ci fanno inorridire le Istorie, furono senza dubbio, preceduti, o accompagnati da quelle stesse benedizioni, e cerimonie colle quali si mirarono altre volte consacrate la S. Bartolomeo, i Vespri Siciliani, i Regicidj orribili, ed i più atroci misfatti; ed io già dimostrai di proposito altrove (Ved. le Annot. 88, e 122 del T. II delle Notti Campes.) che non v'ha perfidia, o intrigo di cui questa classe inutile al mondo non abbia, in ogni tempo renduto complice un Dio, nè azione proditoria che non venga in nome suo filtrato dal vaglio pernicioso della sua fraterna iniquità.

(77) Molti ebrei ritengono male a proposito anche oggi il nome di Cohanim, o sacrificatori, benchè le loro ispezioni in tale qualità sieno intieramente cessate, non esistendo più a' tempi odierni, nè tempio, nè altare, nè olocausti da offrirvici, così il vocabolo כהן (cohen) più non è a' nostri giorni che un mero titolo supposto decoroso, e non già un grado di vero sacrificatore, quale era esso ne' tempi andati: ma non per tanto quelli che si fanno attualmente distinguere con simile attributo sono all'eccesso scrupolosi nell'osservanza di que' riti medesimi, che erano altre volte comandati a quelli che discendevano dalla schiatta d'Aaron, colla differenza però che quelli conoscevano un capo uffiziatore כהן גדול (cohen gadol) Sommo Sacerdote, che i recenti non hanno; ma del resto tanto perciò che riguarda la purificazione per i morti, quanto relativamente al riscatto de' primogeniti maschi un mese dopo la loro nascita, siccome ancora per quello che rapportarsi alla primazia che pretendono questi sostenere sul resto del popolo, in mille ridicole cerimonie religiose, che non giova quì annoverare, i nostri Cohanim sono le perfette Scimmie degli antichi sacrificatori, a' quali non s'indurrebbero giammai a verun prezzo a cedere di buon grado.

(78) Queste dette altrimenti תלמוד תורה (Talmud Torah) Instruzione della Legge, erano i luoghi dove s'insegnava, o spiegavasi la Legge co' Commentarj de' Rabbini. Varie furono le Accademie di tal fatta che gl'Israeliti eressero in diverse parti della Giudea, o altrove dopo la distruzione del secondo tempio, ma la più ragguardevole di queste fu, al parere de' dotti, quella stabilita in Tiberiade; egli è là che insegnarono i più gran Maestri che gli ebrei venerano attualmente Jehudah il Santo (l'Autore della Misnah) Rab. Haninah, Rab. Jonathan. È là precisamente che si compose la Misnah, e il Talmud; finalmente si pretende da varj Autori che i Massoreti, ossia quelli che hanno punteggiata la Bibbia insegnarono in Tiberiade. Molte altre ancora furono erette in quelle parti dell'Oriente nelle quali gli ebrei fecero una lunga permanenza. Essi vi installarono così pure ne' tempi a noi più recenti alcune altre Accademie di tal fatta in Francia allorchè vi si rifugiarono. Beniamin di Toledo parla di quella di Beaucaire, alla testa della quale e Abraham Ben David che nutriva i suoi Scolari quando erano bisognosi, e loro somministrava il vestiario quando ne erano mancanti (Ved. Ben. de Tol. Iter.)

(79) In qualunque parte di mondo dove gli ebrei hanno il domicilio trovasi costantemente praticato questo costume, senza che alcuno frattanto sappia rendere convincente ragione della stretta osservanza con cui quello mirasi ovunque usato, e mantenuto. Questo dunque consiste in un lampadario più, o meno grande, che gli ebrei tengono appeso al palco di un salotto, ed in linea perpendicolare al centro della mensa preparatavi per mangiare; non avvi casa, purché abitata da ebrei, di qualunque ceto, o condizione ch'essi siano, dove non si scorga quell'arnese nella foggia medesima che accennammo. Questo sacro lampadario (così chiamato per l'uso a cui si fa servire) viene acceso intieramente nel tramontare del sole di ogni venerdì, non meno che nell'imbrunire di tutte le vigilie delle feste solenni comandate dal Pentateuco: le sole donne maritate sogliono incaricarsi generalmente di sì fatto ministero; esse nell'istante di eseguirlo, recitano una benedizione compilata espressamente per quest'oggetto, e vi attaccano un'efficacia tale, che non vi è femmina ebrea la quale non creda fermamente di essere esente da' pericoli del parto, da contagiose malattie, e dalle sofferenze laceranti dell'Inferno, osservando rigorosamente le tre prescrizioni ch'elleno impongono i rabbini, una delle quali si è quella di accendere il lampadario del sabato.

(80) Alcuni Rabbini asseriscono che Adamo, mediante la vastissima scienza universale che gli attribuiscono infusagli prodigiosamente dal di lui maestro, e custode Raziel (di cui sarà da noi parlato altrove) antiveggendo che alcuni secoli dopo di esso dovea nascere dalla prosapia di Giuda un certo individuo che sarebbe nominato David; ma che in forza degli alti impenetrabili arcani esso avrebbe dovuto essere nato un aborto, e che d'altronde se si fosse prodotto nel mondo suscettibile di lunga vita, avrebbe il medesimo formato il decoro del popolo d'Israel, e sarebbe stato molto bene affetto all'Essere Supremo; prevedendo Adamo dunque tale sciagura, e cercando la maniera di ripararla, aggiungono i Rabbini, che supplicasse fervidamente la Divina Misericordia, onde volesse togliere del lungo corso di sua vita (che prevedeva dovere ascendere a mille anni) la somma di anni settanta, de' quali esso inclinava fare un dono al Salmista Reale; al che Dio aderendo, senza ostacolo, si fece l'assoluto depositario di questo dono, fino al momento in cui fu esso fatto passare a David che ne fruì dal giorno in cui si produsse fra i viventi fino all'estremo istante di sua carriera, che fissò il compimento di anni settanta; passati ad esso gratuitamente dal primo uomo (ved. Ghem. Mas. Sanhed. Cap. VII. fol. 35.)

Oggi non si troverebbe certamente fra noi alcun notajo che defferisse rogare un simile contratto.

(81) Hanno un bel giustificarsi quì i Rabbini ad oggetto di diminuire l'orrore che apporta agli uomini forniti di lumi, e di buon senso il carattere odibile ch'essi attribuiscono all'Essere Supremo, adducendo che sì fatta loro maniera di parlare non è che al figurato, al solo disegno di adattarla alla intelligenza limitata del volgo, come se per farsi capire dalla classe ignara fosse permesso al terrigeno mortale di avvilire il sommo autore della natura a questo segno: quale insania deplorabile! Non è già così che le scuole di Socrate, di Platone, e di Aristotile insegnavano a conoscere, a temere, e ad adorare il Dio dell'universo; e sebbene si trovassero astrette quelle pure qualche volta ad esternarsi a persone ignoranti, per rapporto alla vera cognizione di questo Essere degli esseri, quelle frattanto ritrovavano il pronto mezzo di farglielo elleno esattamente capire senza lasciarsi trascinare dal torrente di simili eccessi.

Non v'ha certamente che il filosofo il quale possa elevarsi fino alla sublime contemplazione di questo Essere increato, nè altri fuori di quello può, ad ogni esperimento, con rispetto maggiore estollerne le glorie. In fatti pretendere che Dio sia suscettibile di pentimento, di passione, di dolore; ch'egli possa offendersi delle azioni degli uomini, non è egli lo stesso che annientare tutte le idee che noi dobbiamo d'altronde avere di questo Creatore Supremo? Dire che l'uomo può turbare l'ordine dell'universo, che esso può accendere il fulmine fra le mani del suo Dio ch'esso può frastornare i suoi progetti, non sarebbe lo stesso che il credere, che da esso lui dipende unicamente di alterare la sua ineffabile clemenza, di trasformarla in crudeltà? È appunto così che la Teologia non fa che distruggere incessantemente con una mano, ciò che desso edifica coll'altra; quindi si può opinare con giustizia, che se ogni tradizione ora le è fondata sopra tali esecrabili principj, dobbiamo ragionevolmente conchiudere che basate sono, per conseguenza, tutte quante sopra una contradizione dimostrativa.

(82) Non dobbiamo che richiamare quanto fu già da noi esposto fino ad ora per restare ampliamente convinti, che se l'Israelita de' nostri tempi dovesse prefiggersi di osservare alla lettera, e tutto ciò che gli venne ordinato da Mosè, ed altrettanto che la tradizione gli prescrive, esso non vi riuscirebbe giammai senza un prodigio; mentre è presso che impossibile che l'uomo debole quale esso è per sua natura sentisse forze bastanti per respignere le passioni sregolate dalle quali è soggiogato, e ad un tempo medesimo, vincere gli affetti viziosi che lo seducono, e rinunziare, in una parola, al di lui essere, come sarebbe necessario per caricarsi di una soma di gran lunga preponderante alla sua capacità: ma non per tanto l'attaccamento degli ebrei per le loro tradizioni è tale, ch'essi trascureranno venti precetti fondamentali del pentateuco (siccome lo abbiamo rimarcato non è che un istante) piuttosto che estinguere un lume in sera di festa, o che prendere anche scarso cibo la sera, ed il giorno del 9 del mese di Av, o negli altri digiuni (de' quali è fatta speciale menzione nella seguente annot. 131) e che gustare un volatile condito, o cucinato nel butirro, benchè la scrittura non lo vieti di sorte alcuna, o che desistere in fine per un solo giorno dal recitare le leggende quotidiane, e cose di tal fatta, in tanto che la vera osservanza dell'essenziale è quella che l'occupa il meno, e che forma l'ultima, e la più indifferente delle sue cure.

(83) Questo deplorabile malore in vero non è affatto nuovo nel mondo, e per quanto io mi accorgo gli ebrei non furono già fra gli uomini i soli ad esserne gravemente infetti, poichè vi fu già un tempo sulla terra, al dire dell'abate Cartaut in cui le scienze, e l'arte di scrivere furono dalla chiesa romana riguardate come occupazioni labili, e mondane, e per conseguenza indegne totalmente di un ottimo cristiano.

(84) E con quale fondamento lusingare ci dovremo di potere mai ritrovare irreprensibili costumi laddove i mezzi che sarebbero sufficientemente capaci a farceli apprendere, a regolargli, sono totalmente ignorati dalle massima parte fra noi? E quale meraviglia se quelli in particolare della prosapia d'Israel ci appaiono cotanto insociabili, e sì strani? Essi dovranno andare sempre mai su questo piede fino a tanto che la superstizione sarà dalla medesima preferita alla solida coltura dello spirito, le pratiche ridicole anteposte all'esercizio delle massime salutari della pretta Religione, e fino a tanto che questa nazione, impressionata de' suoi antichi errori, stimerà più necessario di essere devota, che instruita.

(85) Quanto più sanamente osservata, e mantenuta sarebbe dagli uomini la vera Religione, quante meno querele suscitare si vedrebbero a suo riguardo, e quanto più rispettabile, in ogni senso riuscirebbe la pratica di essa in faccia degli increduli, se la chiarezza, e la precisione fossero l'appannaggio de' suoi ammirabili principj, nel modo che la tersa verità dee essere la sola interprete genuina delle sue massime; coloro che ne fanno pubblico esercizio non si vedrebbero allora più astretti, come accade loro sovente, di credere ciecamente senza potere rendersi a se stessi la benchè minima efficace ragione di ciò che forma la base radicale della loro propria credenza; ciascuno ritroverebbe spiegati nella pratica medesima di esse quei solidi motivi sufficienti del loro credere, senza brancolare inutilmente col pensiere nel vortice immenso de' dubbj tormentosi, e delle arcane illusioni, che gli si fanno servire di ammaliante corredo; ma frattanto alcun vantaggio reale risultare non se ne vede in favore di coloro che la professano. Ma tutto ciò sarà mai sempre ineseguibile fra gli uomini fino a tanto che la religione diverrà per certuni un soggetto di speculazione sulla terra, ed un mestiere da potersi esercitare coll'ingannevole orpello dell'umiltà, e della devozione.

(86) Il primo scopo che si prefissero in ogni tempo i propalatori delle tradizioni sacre in generale, si fu quello di ammaliare la stupida curiosità di quegli uomini che stabilirono di sedurre; e di allontanare dall'occhio dell'esame qualunque dogma, di cui l'assurdità troppo evidente, avrebbe dovuto necessariamente a prima vista, in mille guise colpirgli. Non meno nell'uno, che nell'altro essi vi sono completamente riusciti. La pratica delle superstizioni è assai più agevolmente appresa di ciò che riesca facile conoscere l'esercizio commendevole di una pretta religione, della virtù, del disinganno. In fatti è molto meno arduo per l'uomo di genuflettersi a' piedi degli altari, e recitarvi le preghiere, immergersi nel Gange come i Bonzi, nutrirsi di magro le vigilie, confessare le proprie colpe all'orecchio di un'altro uomo, abbigliarsi di certi arnesi, o astenersi da certi cibi, di ciò che sia perdonare come Camillo agli snaturati concittadini, o calpestare con isdegno le ricchezze, come Papirio, o farsi il corifeo della virtù, come Aristide, ovvero instruire il mondo come Socrate. Sempre indifferenti a questi sublimi tratti di straordinarie virtù, essi non sono ad altro interessati che a sostituire a queste le offerte, i digiuni, le espiazioni, persuadendo scaltramente gli uomini che si può, senza ostacolo, col solo mezzo di certe cerimonie superstiziose, giugnere per sino ad imbianchire l'anima anerrita dai più atroci, ed esecrabili misfatti. Ciò che ha dato sorgente funesta in ogni tempo fra gli uomini, siccome io l'ho altrove rimarcata (annot. 100.) sul proposito della confessione auriculare, a tutti quei criminosi travviamenti a quali può essere soggetto lo spirito umano.

CAPITOLO XI.

Seguito del medesimo soggetto. Esame delle verità esposte.

Tutto che molte sensate persone sdegnate restino, e percosse dalle complicate assurdità di dettaglio di cui non solo le tradizioni ebraiche, ma tutte quelle altresì dei popoli che conosciamo sono ripiene, esse frattanto non ebbero giammai fino ad ora il risoluto coraggio di rimontare fino alla sorgente venefica dalla quale sì fatte assurdità dovettero probabilmente ritrarre l'origine fatale, per tutto non vi si scorge che uomini, o criminosamente ipocriti, o brutalmente zelanti, proclivi ad accreditare le più assurde contraddizioni, le più ridicole novellette, e le intuitive follìe, riscaldando, o seducendo colle illusioni le più bizzarre la credula fantasia degli uomini i quali finiscono in ultimo coll'identificarvisi, e idolatrare delle chimere: o homme! esclamava altre volte un saggio illustre, qui saura jamais jusqu'où tu portes la folie, et la sottise? Le Théologien le sait, en rit, et en tire bon parti.

Si ha d'altronde un bel sostenere, e dagli ebrei non meno che da tutte le altre sette concordi, che la sola legge scritta non sarà mai per se medesima sufficiente, quanto l'urgenza lo richiede, a fondare le inconcusse basi della religione; senza l'immediato soccorso della tradizione; oltre che ciò resta formalmente smentito da' moltiplici percuotenti esempi da noi altrove opportunamente riportati di quei tanti distinti soggetti, a tempo debito citati, i quali senza conoscere tradizione di sorte alcuna non lasciavano di essere perciò gli esemplari modelli della credenze d'Israel (e de' quali si cercherebbero indarno imitatori in tutto l'antico, ed il recente Giudaismo) ed i veri prediletti dell'Essere Supremo; si potrebbe, all'opposto, senza timore d'ingannarci, dimostrare con evidenza che altrettanto le parafrasi, ed i commenti riescono utili, e sovente necessarj, allorchè tendono a semplificare il soggetto originale, col mezzo d'idee chiare, compendiose, e intelligibili, quanto non meno gli uni che le altre si rendono all'eccesso aggravanti, e perniciose allo spirito, se diffusi, o enigmatici si scorgono; nel primo caso il testo acquista nuovi lumi efficaci a rischiarare la mente poco idonea di approfondirne per se stessa il vero senso; nell'ultimo poi esso diventa molto più oscuro, più confuso, inutile del tutto. Or, quale di questi sarà, dunque giustamente il caso nostro? Basta farci a considerare di slancio la soma enormemente onerosa, della quale oggi trovasi aggravato il Popolo d'Israel in tante guise differenti, in proposito di Culto, e religione, per ritrovare senza gran pena la soluzione positiva di simile problema. Dicasi pure, come sarebbe in verun modo possibile all'ebreo Talmudista di mantenere il sabato al rigore delle cerimonie innumerabili che vi aggiungono i Rabbini, minacciando una dannazione irremissibile contro chiunque individuo il quale si dimostrasse refrattario, o trasgressore delle medesime? Non bastava forse la sola prescrizione ordinata da Mosè di santificarlo e fare cessare in esso qualunque opera servile, per accrescervi, nella guisa che fece la tradizione, tante futili controversie, tante glose incongruenti del tutto estranee all'osservanza primitiva del precetto ed alla mente dell'Institutore (87)?

Ed in qual modo potrebbe egli osservare giammai con esattezza tutto quanto le parafrasi rabbiniche gli prescrivono concernente le altre feste, oltre i tanti numerosi precetti che dagli espressi ripetuti comandi della Divinità medesima sono ad esso autorevolmente imposti, senza ledere, o trascurare gli articoli essenziali del suo Culto? Ma che diremo già noi, se attignere si dovesse le nostre idee relativamente all'Essere Supremo nelle discussioni tradizionali? Non si mostrerebb'egli quest'Essere a noi sotto i tratti i più proprj a rigettare la nostra adorazione il nostro amore? In fatti come sarebb'egli possibile giammai di sentire del trasporto per un Essere di cui l'idea che ci viene rappresentata, ad altro non serve, che ad eccitare il terrore, e di cui i giudizj che vengono dalla medesima riportati fanno fremere (88)? Come ravvisare senz'allarmarsi un Dio che ora ride, ora piagne, ed ora scherza, come immaginare, senza orrore, un Dio che secondo la tradizione sembra prendersi a scherno il destino de' mortali, occupato di farsi sempre temere, e mai di farsi amare? Eh, che? Tale forse non è il carattere odibile che la tenebrosa tradizione di tutti i popoli della terra, senza escluderne forse alcuno, ci trasmise dell'Autore Supremo delle natura (89)?

E se da testè riportati assunti passare si volesse ad interrogare la tradizione Israelistica specialmente sopra i cibi, supporremo noi forse che potesse meglio riuscirci, la ritroveremo noi, per qualche parte almeno, più sensata, meno ridicola, più congruente? Che l'astinenza di alcuni cibi, o il divieto di nutrirsi di certi animali, autorizzato parimente presso molti popoli antichi, nel modo che lo abbiamo altrove chiaramente significato (ann. 28) ed imposta agli ebrei come un precetto non meno urgente ad osservarsi degli altri che il Codice Mosaico avea eglino già prescritti, sia che fosse il medesimo basato sopra uno di quei menzionati disegni da' quali erano que' popoli guidati, sia che diretto venisse da qualche altro, che le sacre pagine rivelarci non vollero, debba riguardarsi come una instituzione utile, ed anche in certi climi, a molti riguardi ovvia, e indispensabile, ciò potrebbe senza ostacolo accordarsi, ed io ne convengo di buon grado, ma che una semplice ingiunzione ordinata da Mosè, benchè triplicatamente di non cuocere l'agnello nel latte della capra (90), e che altro per se medesimo non è che un mero suggerimento di umanità, onde fare sott'intendere con esso di non incrudelire contro di coloro da' quali abbiamo tratta l'esistenza sulla terra, che un avvertimento morale di simile natura, dico, debba implicare una quantità di altri usi, e di astinenze, le quali, anche a senso di qualche accreditato Rabbino, non hanno il benchè minimo rapporto collo spirito intimo del precetto di Mosè; ecco ciò che una mente illuminata soffrire certamente non potrebbe senza indignazione (91).

Ma cessiamo di più lungamente inveire contro gli smarrimenti umani; la sola esposizione sarebbe stata sufficiente per se stessa a dimostrarne l'assurdo; e farci quindi giudicare quale intimo valore il sensato filosofo ebreo vi attacca, e la fede che il medesimo vi presta. Ma essendoci prefissi fondatamente di condurre il popolo d'Israel nel sentiere della ragione; disingannarlo de' vetusti suoi errori, restituirlo al suo antico decoro, ed illuminarlo intorno i di lui veri interessi, noi fummo astretti ad esporre una parte di que' dogmi, riti, o cerimonie che la tradizione gli fece, per tanti secoli, considerare come sacre, corredate ovunque di quelle osservazioni analoghe, che ci sembrarono le più efficaci a sortire il nostro premeditato intento, ed a giustificare nel tempo stesso i fondati motivi delle nostre salutari operazioni. Quindi tutto ciò che fu da noi opportunamente riportato sulla evidente inutilità della massima parte delle glose tradizionali, sembrami sufficiente a fare ampliamente comprendere quanto meno stravagante oggi comparirebbe il Codice mosaico nelle menti sovvertite de' filosofi increduli, se non gli fossero eccessivamente addizionate quelle moltiplici bizzarre cerimonie che fin quì combattemmo, colle innumerabili altre prescrizioni strane, ed insensato che ommesse abbiamo come non solo destituito affatto di verità, di base, e di ragione, ma come opposte diametralmente alla purità inalterabile del fonte incontaminato da cui si pretende follemente farle derivare (92). Conchiudendo, in ultimo coll'evidenza irrefragabile alla mano che tutti i principj di tal fatta non sono che il risultato genuino di una sregolata immaginazione, o di entusiastico trasporto in cui l'esperienza, e il raziocinio non ebbero giammai alcuna parte; e l'eccessiva difficoltà che sovente incontrasi a combattere simili principj solo dipende dall'indole riprovabile della fantasia umana, la quale preoccupata una volta dalle illusorie visioni che la sorprendino, e la rimuovino, si rende incapace assolutamente di riflettere, di ragionare (93): Colui che si accigne a combattere la superstizione, ed i suoi terribili fantasmi colle armi della ragione (dice sensatamente Shaftesbury) rassomiglia ad un uomo il quale si servisse di una spada per uccidere delle zanzare, o de' moscherini, sì tosto che il colpo è vibrato, le chimere fatali, a guisa di que' tormentosi insetti, ritornano a svolazzare intorno all'uomo, riprendendo nel suo spirito il luogo stesso da cui supponevasi forse di averle proscritte per sempre (94).

E pure questo male ancora, tutto che all'eccesso orrido, e flagellatore apparisca agli occhi nostri, non è, nulla ostante, senza qualche pronto, ed efficace rimedio; ma questo, per altro in vano ci potremo lusingare di conseguirlo fuorchè dalla sola ragione; procuriamo dunque di allontanare da' suoi recinti lo sciame infetto delle contaminate visioni che rendevano fino ad ora un peso incomodo, e lacerante per l'uomo; rinunziamo fermamente di accordo a quelle odiose follìe che la degradarono sì di frequente, e che la nostra insensata credulità gli fece servire miseramente di pascolo, e di arredo per sì lungo periodo di secoli, proclamiamola definitivamente nostra guida, ed essa ci farà, in ogni senso, conoscere ciò che sia vera felicità sopra la terra, e per quali mezzi adeguati ed infallibili può l'uomo pervenire a distinguerne il sembiante, a possederla in tutta la sua integra purità, ed estensione.

(87) Il prototipo occasionale da cui emana il fondato motivo dell'osservanza del sabato non può essere per se stesso più edificante, nè l'alta idea che ne ha concepito il popolo d'Israel più solidamente radicata; ma gli accessorj enormi che si ebbe l'imbecillità di aumentarvi, sono quelli unicamente che oscurarono, al solito, la genuina intelligenza di simile precetto.

Quindi siccome questo dì è chiamato dalla scrittura giorno di riposo, e di ricreazione; così i fautori Talmudisti avvezzi a prendere tutto al letterale del senso, indagando quale ricompensa potere stabilire a chi tale dovere compisse, si fecero ad immaginare che Dio nell'ingresso del sabato accordasse ad ogni individuo ebreo un anima superflua נשמה יתרה (Nesciamah Jeterah), o come altri dicono, uno spirito ricreatore, affine di potere meglio riposare in quel giorno, e onde più agiatamente mangiare, bere, e sollazzarsi, e che al decremento del sabato Dio ritirasse tutte le anime, che avea esso distribuite la sera precedente: R. Abraham ragiona seriosamente di quest'anima superflua nel suo Commentario sul Pentateuco che esso chiama אגודת אזוב (Agudath ezob), cioè mazzetto di mirra. Essi rendono pure in quel giorno gli angeli commensali degli ebrei, ed i più fanatici fra questi persuasi intimamente dell'arrivo di tali nuovi ospiti serafici, si fanno loro incontro fino nelle scale con un certo complimento ad uso angelico. Nell'intonare di un certo inno espresso a tale riguardo la sera di venerdì, essi ritengono per sicuro che lo anime eschino dall'inferno, dove non rientrano che all'imbrunire del sabato, allorchè la preghiera è terminata, e alcuni Rabini sostengono che anche le sofferenze degli ebrei dannati cessano in quel giorno.

I Talmudisti prescrivono altresì come un precetto indispensabile di dovere fare tre splendidi pasti durante il giorno di sabato, affine di essere con tali mezzi garantiti, come essi dicono, da tre funesti mali, cioè dalle pene dal Messia, dalla micidiale guerra di Gog, e Magog, e dalle fiamme del Gheinam. (ved. Mas. Sciab. cap. IV.) Il rimedio in vero non può essere più grato, nè più idoneo ad attirare degli applicanti. E quante altre decisioni superstiziose non si sono parimente sostenute da' Rabini, relativamente alla proibizione di accender fuoco la sera, ed il giorno di sabato, un trattato intero di Misnah sopra questa materia contiene le regole molto austere per l'esatta osservanza di questo riposo corporale, di cui fu da noi già parlato (annot. 56) non meno che sul fuoco, ed altre cerimonie per ovviare che non vengano trasgredite, mentre che si ha tanto poco zelo per la vera pietà.

Ma essi, per altro non comprendono che il riposo macchinale ordinato agli ebrei da Mosè di non muoversi alcuno in questo giorno dalla sua posizione in cui ritrovavasi nel momento dell'ingresso della festa (ved. l'annot. citata) conveniva agli ebrei solo nel deserto, dure non doveano essi altro fare che rimuoversi per raccogliere la manna che in duplice dose cadeva loro prodigiosamente il giorno avanti; prescrizione che oggi eseguire non si potrebbe in verun modo; siccome non mi sembrerebbe inverosimile l'opinare che il divieto di accendere fuoco in simile giorno entro le abitazioni domiciliarie si riferisse a un doppio senso primo al fuoco sacro usato allora dal Pontefice sommo per servizio dell'altare, dove in quel giorno soleva ripetersi l'olocausto per tre volte, e ciò vuole implicare di non doversi servire nè accendere di quel fuoco per uso di famiglia, che ne sarebbe rimasto profanato, ed il trasgressore divenuto reo di esecrabile sacrilegio: secondo; essendo gli ebrei nutriti nel deserto colla prodigiosa caduta della manna, che ad ogni loro richiesta trasformava qualunque sapore, senza il soccorso dell'arte di cucina, e riscaldati da un ignea nube, che secondo la scrittura additava loro il cammino che doveano tenere durante il corso delle loro marcie notturne, inutile, come bene si scorge, rendevasi loro il fuoco, non meno per l'uno, che per l'altro oggetto.

A tempi nostri però che i sacrifizj sono cessati, e che si fattamente rari si rendono fra noi tali prodigi, parrebbe, che l'ebreo della nostra età dovrebbe esservi dispensato dall'osservanza di simile precetto il quale, nella guisa che testè accennato abbiamo, sarebbe ad esso lui presso che impossibile di mantenere oggi a rigore, sia che considerato venga alla lettere, come lo pensano i Caraiti, sia che prendasi in astratto nella guisa che praticare veggiamo a recenti Talmudisti.

(88) I panici timori che incute la tradizione teologica, anche sopra oggetti che religiosamente parlando non implicano timore, degradano lo spirito, e l'anima, traviano l'uno paralizzano l'altra, ed incapaci le rendono entrambe di lumi, e di ragione, così è pur troppo, che comprimendo essa l'uomo sotto l'aggravante peso del timore, allontana in lui la speranza di un conforto, debilita le sue forze, e di un integro adoratore del Dio vivente forma uno schiavo pusillanime, e spregevole, la cui devozione macchinale altro a fondo non è che un cupo velo di cui si serve, il più delle volte, per inorpellare i suoi orribili assurdi, e i suoi misfatti. Ben diversa però è la massima dell'uomo saggio; egli sa essere religioso senza essere pavido, perchè la sua ingenua coscienza è sempre mai limpida, ed uniforme a' sani principj del suo credere.

(89) Io ho già di proposito rimarcato in qualche luogo (ved. l'annot. 8. T. I. pag. 41. delle Notti Campestri) che il primo scopo che si prefissero in ogni epoca del mondo i promulgatori di Sacre chimere fu quello di attribuirsi il carattere imponente di Direttori Spirituali delle Nazioni, onde con tale mezzo a colpo sicuro pervenire a disporre a loro talento; per meglio dunque riuscirci essi opinarono di rappresentare Dio come un Essere occupato unicamente d'incutere timore nell'animo de' suoi creati, e dedito giammai a farsi amare, e quindi risultare lo fanno nelle loro assurde illazioni, a un tale riguardo, or come un Essere debole, ed or come tremendo, or come benefico, ed or come tiranno, senza altra ragione che la sua propria volontà. Nè dee recarci sorpresa di ritrovare dei popoli i quali giunghino al delirio spaventevole di concepire idee cotanto mostruose, e ripugnanti del provido Autore della Natura, dal momento che ci faremo ad investigare per una parte l'indole infelice del volgo nel credere ciecamente alla rinfusa ciò che ha l'apparenza di prodigioso, e di stravagante, ed a conoscere sensibilmente dall'altra l'artifizio perverso di una certa classe d'individui, nel farsi reputare da esso l'oracolo portentoso della Divinità suprema, e l'organo immediato de' suoi Eterni inalterabili Decreti.

(90) Essendo questo divieto ripetuto per tre volte nella Scrittura (Num. c. 23. v. 19. c. 34. v. 25. e Deut. c. 14. v. 19) i Talmudisti ne amplificarono talmente l'osservanza, che oggi più non tiene che alla classe delle tante altre pratiche inutili conosciute, e professate dal recente giudaismo. Essi dunque inferirono conseguentemente di dovere non solo mantenere detto precetto al puro senso originario della lettera genuina, ma di astenersi parimenti da qualunque siasi cibo dove entrasse tutta specie di carne, pure di volatile unitamente ad ogni sorta di formaggio, o di latticinio, e per cautela, maggiore nell'esatta osservanza di questa pratica superstiziosa, i Rabbini ordinano scrupolosamente di dovere tenere anche gli utensili per cucina interamente separati (ved. misn. hol. fol. 104. Din. Joré Deng. c. 92.).

I medesimi vietano inoltre con eguale rigore di mangiare in uno stesso convito prima una vivanda di carne, indi altra di formaggio, se non dopo decorso l'intervallo di sei ore, (Ibid. e Beth Joseph) permettendo l'ultima però avanti quella previa una breve interruzione di pochi minuti, dopo essersi lavate ambe le mani. Tanto possono le tradizionali follìe in mente umana!

Mi si permetta quì di rimarcare soltanto come mai combinare questi divieti col lauto banchetto che la Genesi ci descrive (Cap. 27. v. 9.) preparato da Abramo ai tre angeli, che in sembianza di ospiti umani si presentarono al suo sguardo? Quì troppo chiaro si scorge che l'uso delle carni, ed i latticinj nel medesimo convito, ben lungi dall'essere vietato, siccome lo è attualmente presso i Settatori Talmudisti, era il solo cibo usitato quotidianamente dagli stessi primi fondatori della credenza d'Israel; e tanto è ciò vero, quanto che nella suddetta mensa disposta da Abramo a' suoi mistici viandanti eravi preparato un vitello, e gran profusione di latte, e di butirro che servì loro di nutrimento, senza che il testo accennato faccia di sorte alcuna menzione d'altro cibo.

Nè giova il dire che a' tempi del patriarca non essendo tutta via promulgato il Pentateuco di Mosè un siffatto precetto non potea essere in vigore, poichè la stessa preparazione è sotto intesa egualmente contenere (Sam. II. Reg. I.) i rinfreschi ricevuti da David in differenti circostanze da Abigail, da Berzelai, ed altri, e nelle vettovaglie che seco portarono coloro i quali vennero a ritrovarle in Hebron; siccome ancora nello sfarzoso banchetto dato da Salomone di lui figlio alla Regina Siba, che da' propri suoi stati accorsa era espressamente per ammirare da vicino i fasti, e la saggezza di questo monarca ebreo, che allora facea lo stupore dell'universo, ciò che formava il corredo migliore di simili conviti, secondo l'uso generalmente seguitato in quei tempi, per quanto apparisce dalla Scrittura medesima altro certamente non era che una grande affluenza di frutti, di legumi, di latte, di carni, e di butirro in una mensa stessa; quindi è che altro che tali trattamenti possono avere dati, e ricevuti que' sovrani di Israel, malgrado che la Legge di Mosè fosse da entrambi perfettamente conosciuta. Si avrà forse il delirio di riprovare que' benemeriti antichi per avere praticato un simile uso, preferendo loro di moderni che se ne astengono?

(91) Nel Codice Misnico (Trat. Holim. Cap. 8. §. IV.) il Rabbino Jossè Agalili sembra convenire, in qualche modo, colla stessa nostra opinione, relativamente al precetto di cui parliamo, se non per abrogarlo del tutto, almeno per restrignerne l'osservanza; riducendolo al primitivo suo senso letterale, cioè al solo divieto di cuocere l'agnello unicamente entro il latte di sua madre, volendo in tale maniera escludere affatto da questa prescrizione gli animali volatili, qualunque siano, le madri de quali si riconoscono scevre onninamente di questo fluido (Ibid.).

(92) Se riescono stravaganti oltremodo quelle tante prescrizioni tradizionali da noi fin quì sovente rimarcate, quanto non dovranno mai apparire all'eccesso ridicole, e affliggenti quelle che impongono i Rabbini all'occasione di nascite, di nozze, di esequie pe' defunti? Non abbiamo che percorrere i prolissi trattati, fatti sopra tali propositi (Ved. Sciulh. Ngharuh Trat. Milah, Kidushim & Abel.) per restare intimamente persuasi, che tali appunto, quali distinti furono da noi, debbono sembrarci in ogni senso quelle prescrizioni che vi sono racchiuse, relativamente a' tre indicati soggetti, senza che io mi diffonda di soverchio a tesserne il dettaglio, che d'altronde un lavoro questo sarebbe inutile del pari che annojante.

(93) Per viemaggiormente restare quanto è duopo convinti di questa verità di fatto, noi non abbiamo che richiamare quanto da noi fu già esposto altrove, relativamente allo scrupolo smodato che si fa l'uomo ignorante, a qualunque setta ch'esso appartenga, d'interrogare se stesso intorno quegli articoli che un'abitudine grossolana e macchinale fece al medesimo un giorno riguardare come sacri, e inviolabili, e quelli pure d'altronde, i quali forniti di lumi sufficienti per elevarsi fino alla contemplazione della verità delle cose, predominati, del pari, dallo smarrimento deplorabile medesimo, si tendono, ad un tale riguardo, così pure incapaci onninamente di raziocinio, e di riflessione; perchè lo scrupolo dell'esame, a questo soggetto, non è niente dissimile da quello degli altri, l'educazione e la coltura de' medesimi non avendo avuto attività bastante di superare la barriera fatale de' pregiudizj religiosi imbevuti nell'infanzia.

(94) Una volta che i prestigj del fanatismo sieno giunti ad impossessarsi dello spirito umano, riesce presso che impossibile di sradicarli al segno che più non accorrino a funestarlo nè a cospirare la sua perdita estrema, e se per fortuita combinazione gli parrà di vederli allontanati, ciò non seguirà che per qualche breve intervallo; passato questo gli vedrà riprendere tosto sopra di esso un impero più assoluto, e più consistente; inutile vedrà ogni suo sforzo, allora per tentarne lo scampo; questo nemico crudele lo perseguita ovunque; non vi vuole altro meno, che una opima dose di sana filosofia; e di solida coltura, onde pervenire e distruggerlo per sempre, senza timore che ritorni mai più a funestare la specie umana: Il n'est d'autre remède à la maladie épidémique du fanatisme, que l'esprit Philosophique, qui répandu de proche adoucit enfin les mœurs des hommes, et que prévient les accès du mal; car dès que ce mal fait des progrès il faut fuir, et attendre que l'air soit purifié Volt. Dict. Philos. T. V. p. 513.

CAPITOLO XII.

La pretta credenza trasmessa dal legislatore Mosè al Popolo ebreo poco varierebbe da quella professata da Socrate, da Platone, e da Confucio, se si eccettua le molteplici instituzioni misniche, e Talmudiche aggiuntivi ad essa.

Donde dunque verosimilmente procede, udiamo taluno interrogarci di proposito sovente, che quasi tutta la specie umana persuasa in apparenza, che la religione è la cosa la più vantaggiosa per essa, e sotto qualunque siasi aspetto che si riguardi, riconosciuta la più seria, la più decisiva, ed importante, mentre che questo è frattanto l'oggetto che gli uomini si permettono il meno d'investigare con criterio, di approfondire con diligenza, e precisione? Laonde se si tratta di contrarre un affare qualunque, di vendere qualche oggetto, di acquistarlo, si prende le precauzioni le più accurate si bilica ogni termine, si pondera ogni frase dello scritto che ne racchiude le condizioni, e ciascuno fa, in somma, ogni sforzo possibile per mettersi al riparo da qualunque male intelligenza, frode, o sorpresa: or, perchè mai, argomentano, con impudenza, certuni, non avviene appunto così della religione, e specialmente orale, che resta il più delle volte adottata ciecamente sulle asserzioni altrui, senza che alcuno prendasi un benchè minimo pensiere di esaminarla (95)? Io non dirò già (come qualche filosofo incredulo erroneamente opina) che le massime religionarie degli uomini di ogni setta di qualunque angolo del mondo sono i monumenti antichi e permanenti dell'ignoranza, della credulità, de' terrori, e della stupida buona, fede de' loro mali accorti antenati; io rigetto questa opinione come assurda, eterodossa, e onninamente destituita di base, di ragione, e forse ancora di buon senso; ma per altro, l'esperienza, che rare volte inganna, mi ha in ogni tempo sensibilmente dimostrato che in proposito di religione, e sopra tutto tradizionale gli uomini non sono a sufficienza tutta via illuminati, quanto il loro pressante bisogno lo richiede, onde potere essere garantiti solidamente della verità, e della ragione di tutto ciò ch'essi ammettono come supposto vero, e ragionevole.

Ma da quale altra contaminata sorgente dobbiamo noi fondatamente ripetere sì deplorabile sciagura, se non se dalle insensate sottigliezze tradizionali, che soggiogarono sempre, a grado a grado, tutte le nazioni, tutte le sette dell'universo, le quali ne risentono pur troppo tuttavia la gravezza lacerante, e il danno incalcolabile, senza speme di sollievo, nè di compenso (96)?

Gli Ebrei, i Cristiani, i Musulmani, e gl'idolatri tutti hanno delle supposte intuitive tradizioni, che sostengono fervidamente d'accordo, emanate dal Cielo, compilate dallo Spirito Santo, e identiche, e uniformi alla più esatta inalterabile verità; esse sono tutte interamente appoggiate ad un punto medesimo di centro, che insieme racchiude l'antichità, e il fanatismo religioso (97).

Ecco le due barriere fatali che opponendo un'ostacolo tenace, ed a molti riguardi considerato come ineluttabile all'esame de' sentimenti religiosi che ci furono inspirati nell'infanzia, immergono tutti i popoli ciecamente nella credenza grossolana de' più malefici, e degradanti pregiudizj; e senza diffondermi soverchiamente sulle altre sette che ingombrano ambo gli emisferi, non abbiamo che applicare costantemente le stesse impotenti basi che servono di rilievo fondamentale alle tradizioni del popolo d'Israel, per vederne risultare direttamente i funesti disordini eguali a quelli di tutte le altre nazioni, che l'Istoria ci fa conoscere, e scorgervi, ad un tempo, con indelebili marche, l'impronta stabile uniforme della menzogna che le caratterizza tutte quante (98),

Suppongasi, per mera ipotesi, che un Settatore di Socrate, di Platone, o di Confucio, od anche questi tre filosofi medesimi in persona, ignari affatto delle tante sette o religioni, che coprono attualmente ambo gli emisferi de' nostri secoli, sieno eccitati da una mera curiosità di trasferirsi fra noi per osservarle ocularmente; una fortuita combinazione favorisca i loro disegni, e compia le loro brame; un giorno di venerdì si trovino avere per commensali un ebreo talmudista, un cattolico romano, ed un settatore di Maometto; io non posso usare dei vostri arnesi, farebbe a dire l'ebreo, nè debbo mangiare la carne avanti il cacio, nè condire con questo veruna specie di carnaggio, nè mi è permesso di gustare i vostri cibi, di sorte alcuna, siccome ancora mi è vietato di bere il vino premuto, da coloro che professano una credenza differente da quella che la mia tradizione da lunga serie di anni già trasmise agli avi miei (99): e pregovi di congedarmi avanti che il sole trammonti nell'occaso, giacchè se le festa, del sabato quì mi ritrovasse in tale momento, non solo io commetterei un oltraggiante villanìa di lasciare i miei ospiti celesti scevri di quegli omaggi consueti che sono ad essi meritamente dovuti (ved. ann. 87.), ma incorrere altresì io potrei nel grave irremissibile delitto di dovere meco portare il fazzoletto che tengo per mio semplice uso, l'orologio, non meno che il sottile bastone che per mero piacere io porto fra le mie mani (ann. 72); ed a me, soggiugnerebbe il cattolico romano è severamente vietato di cibarmi di qualunque siasi carne in questo giorno, poichè in esso fu condannato all'ultimo supplizio il mio Dio; quello è il giorno per me terribile in cui il redentore del mondo terminò fra due ladroni sopra un infame patibolo i giorni suoi; ad una sì lugubre commemorazione io sono in dovere di consecrare quest'astinenza durante l'intero periodo della mia vite, e tutto ciò che da voi, e da me si opera fedelmente riferire io debbo all'orecchio di colui che l'arbitro depositario degli arcani del mio cuore, e l'assoluto direttore delle mia coscienza, può a suo piacere cancellare ogni mia colpa, confessandola ad esso, e ad un tempo medesimo rendermi il più venturoso fra i mortali, ovvero condannarmi inevitabilmente a gemere ne' cupi abissi dell'inferno, ommettendo di eseguirlo (100); ed io, conchiuderebbe finalmente il musulmano, sarei per tutti i secoli dannato, se volessi bere del vino, o vi ascoltassi parlare di scienza di morale, e di buon senso, mentre io debbo essere astemio tutto il corso della mia vita, e marcire nell'ignoranza tutto il tempo ch'essa dura (101), e siccome in questo giorno io debbo celebrare l'ascensione al cielo del mio sommo Profeta (102), associarmi non posso nel vostro conciliabolo profano a meno di non rendermi indegno della ricompensa che mi ha esso garantita, qual è quella di farmi godere nell'altra vita i soavi amplessi delle più avvenenti femmine del mondo, preparate per eterna delizia de' giusti entro un vastissimo serraglio, nelle incontaminate regioni celesti, o di cui Dio è l'arbitro disponitore, e Maometto il soprastante (103).

Dopo tuttociò, quale giudizio farebbero essi mai questi tre saggi delle varie opinioni dei loro tre Commensali? Che direbbero essi mai della superstizione del primo? cosa opinerebbero della credulità del secondo, e quale orrore concepirebbero essi mai del ministero infame che l'ignoranza dell'ultimo attribuisce stolidamente al Supremo Creatore dell'Universo?

Ma lasciamo pure all'insensato Dervigi le brighe impotenti di giustificare la sua orrida insania, ed a settatori di Pietro gl'inutili sforzi pure lasciamo, di palliare i loro intimi sentimenti; indarno tenteremmo noi di disingannarli entrambi, mentre nè con l'uno, nè con gli altri non ci sarebbe permesso giammai di avere ragione; e le nostre ponderate ricerche arrestiamo unicamente su' delusi Israeliti Talmudisti, i quali più di ogni altra setta debbono quì richiamare le nostre più assidue cure, ed essenzialmente preoccuparci.

Non per tanto, se il fautore Talmudista nudare volesse l'illusoria credenza che lo attrae dopo sedici, e più secoli, da tutti quegli ornati mostruosi che sotto lo specioso carattere di utili ripari (benchè per loro stessi oltremodo frali pur troppo, e insussistenti) gli si fece sempre, e ovunque rispettare come sacri, e inviolabili, e di cui sì enormemente essa trovasi aggravata (104): Se con intima persuasione del proprio inganno ei cercasse il mezzo il più pronto e il più sicuro di emendarsene, spezzando risolutamente il talismano fatale della menzogna, che lo rendeva per lo passato incapace di eseguirlo; se annientando tutte le appendici mistiche, e paradossali, che lo fecero comparire fino ad ora sì odioso, e degno di commiserazione alla mente perspicace del filosofo illuminato, e distruggono i pregj che la esimia sua credenza in se medesimo racchiude, egli soltanto si attaccasse all'utile, al puro, al salutare; se da tutto questo, dico, prescindendo, esponesse loro l'ebreo, che la vera sua religione solo consiste nell'ingenua credenza indefettibile dell'Essere Supremo, unico, eterno, incommutabile che punisce l'uomo perverso, e ricompensa il saggio, che un tale premio, ed una tal pena (sebbene comprendere giammai noi non possiamo cosa l'uno, o l'altro sia, nè come si compiano entrambi) sono riserbate unicamente dopo le morte ad un essere infinitamente superiore al corpo umano; a cui sopravvivere dovrà perpetuamente perchè semplice, non suscettibile di morte, e intelligente; nell'amore integro di tutti coloro che appartengono alla nostra specie, nell'obbedienza, e sommissione alle leggi civili che governano lo stato in cui esso vive, e finalmente nell'esercizio assiduo, e costante di una sana morale: quindi tutto ciò che a tali essenzialissimi principj che costituiscono la base fondamentale della primitiva religione dell'ebreo si aggiugne, altro non è che il mero effetto dell'umano traviamento da cui furono un tempo all'eccesso predominate certe menti entusiastiche e stravaganti, a scapito del credulo, e troppo scaltramente sedotto popolo d'Israel.

Rapiti questi benemeriti filosofi allora dall'intensa possanza di tali eccelse idee, attoniti restando delle sublimi verità edificanti comprese nel dettaglio analitico che loro si fece, come potrebbero essi mai di preposito deliberato dissimulare di non riconoscere nella religione del vero Israelita la chiara impronta uniforme di quella professata da essi medesimi; come supporre infine, senza delirio, che ricusare essi volessero il pieno suffragio loro concorde, ad una sì ammirabile credenza che riconoscerebbero in massima essere la loro, cotanto identica a' sacri dettami della filosofia, della nature, della ragione? Infatti qual'era mai per se stessa la base radicale dove propriamente sostenevasi la credenza di entrambi questi due filosofi di Atene, e dove mai fondava il filosofo Chinese quella dell'intimo suo Culto? (105) Se prescindere vogliamo da ciò che sia propriamente sistema filosofico, che ogni creatore, o institutore di nuova setta scientifica, immaginare volea il suo, in nulla, o in poco differiva certamente il loro credere da quello che veggiamo istituito da Mosè nel Pentateuco; astraendo però, nel modo che abbiamo fatto tutte quelle ordinanze, o prescrizioni che imposte furono da questo legislatore agli ebrei della sua età, che oggi terrebbero del soverchio, o dell'inutile.

Non avvi alcuno che ignori a quale prezzo aggravante Socrate acquistasse il sublime piacere d'istruire l'ingratissima sua patria, dell'esistenza indelebile del Dio di verità, e la soddisfazione di renderla edatta della scienza la più esimia, la più utile, e la più importante per il genere umano (106).

E chi mai fra tutti gli uomini scienziati dell'antichità, si è in alcun tempo elevato col pensiere fino alla contemplazione dello stesso Autore Supremo della natura, e dell'anima umana, con maggiore successo di quello che i fasti filosofici concordi ci narrano di Platone? Non abbiamo che applicarci assiduamente nel suo ammirabile Timeo, oltre le tante altre sue produzioni metafisiche, e contemplative, per restarne convinti, e sorpresi ad un'istante (107).

E quale morale potrà essere giammai posta al confronto con quella che Confucio introdusse fra i Chinesi, quali instruzioni più dotte, più salutari di quelle che questo popolo apprese da sì venerabile maestro, che da oltre venti secoli non cessa di rispettarlo come tale, ed essergli riconoscente come suo benefattore? (108)

Da un confronto sì esatto, e sì uniforme in ogni parte, chi non vedrebbe mai resultare quella pura fondamentale religione, la sola oltremodo necessaria, e indispensabile all'Ente ragionevole sulla terra, già da esso conosciuta, e praticata col più felice successo per tanti secoli nella vetusta età della sue specie? E quale altra mai fuori di questa, per confessione unanime di tutti i popoli era la credenza dell'antico Israelismo, non escludendo Mosè che ne fu il promulgatore? Ma le illuse generazioni che ne successero nulla premurose di conservarla, corsero per elleno medesime a precipitarsi nel baratro funesto della più grossolana superstizione e di una stupida ignoranza in cui la loro macchinale credulità dovea, senza scampo inconsideratamente trascinarle. Quindi senza lesione della verità conchiudere illativamente quì si potrebbe che se la religione dei primi benemeriti patriarchi del Popolo d'Israel è vera, quella che professano gli ebrei moderni è nella massima sua parte opposta a quella diametralmente, e in conseguenza apocrifa, e assurda, e ciò per le tante valide ragioni da noi opportunamente riportate, e per le molte altre che ci si offriranno nel progresso delle nostre osservazioni; ma tale è pur troppo la condizione deplorabile dell'uomo, come lo riflette un pensatore filosofo, che il vero non gli è sempre vantaggioso, ed i lumi della ragione non furono in tutti i tempi sufficienti abbastanza, nè, quanto è d'uopo, efficaci a rischiarare le dense tenebre nelle quali esso vive per folle arbitrio, miseramente sepolto.

(95) tali sono appunto gli stravaganti riflessi che dettero adito in ogni tempo alla temeraria miscredenza di alcuni pensatori liberi, onde conchiudere assurdamente che i principj su' quali si fonda la religione (tuttochè da' sani filosofi giudicati, e riconosciuti sempre incontrastabili), altro non sono che ipotesi azzardate, immaginate dall'ignoranza, propalate dalla credulità, adottate dalla speranza, e venerate dal timore: Les uns, aggiugne Montagne, font à croire au monde qu'ils croient ce qu'ils ne croient pas, les autres en plus grand nombre se le font à croire à eux mêmes, ne sachant pas pénétrer ce que c'est que croire. Ess. IV.

(96) Si consultino le tradizioni di tutti i popoli che conosciamo, si percorrino quelle ad una, ad una minutamente, quale bene ci mostreranno avere esse recato agli uomini che possa, in qualche parte almeno, ricompensarci degl'innumerabili mali che ci hanno le medesime in tante guise differenti, e in ogni tempo cagionati sopra la terra? Ma ci faranno esse vedere come accesero per tutto le fiaccole dell'intolleranza, come hanno empiute crudelmente ovunque le pianure di cadaveri, abbeverate le campagne di sangue umano, incendiate le Città devastati gl'Imperi, senza che abbiano renduti mai gli uomini più umani; nè più saggi, nè migliori: La bontà de' medesimi è l'opera unicamente di una pura morale, o d'una vera Religione.

(97) Se prescindere vogliamo un solo istante dalle follie deplorabili che le numerose tradizioni de' popoli gentili hanno fino a noi tramandate, a che si ridurrebbero mai senza di quelle tutte le immense pratiche, o cerimonie delle sette che ci si offrono a' tempi odierni? Quelle dell'Israelismo furono, a tempo debito, da noi evidentemente contraddistinte; e quelle coltivate dalle altre, senza dubbio, a poca cosa. Ma ciò che reca stupore si è di vedere, come tutte le nazioni, senza eccettuarne alcuna, vanno esattamente concordi, e nel deciso fervore con cui ciascuna di esse pretende fare valere la sua, e nella sorgente incontaminata dalla quale vogliono tutte farle direttamente scaturire.

Per altro, io ricercherei di proposito a tutti questi settarj, come pervenire a provare quale fra queste tradizioni potrà dirsi giustamente la vera, in mezzo alle moltiplici contraddizioni ch'esse ci offrono insieme, ed alla ripugnanza che ogni popolo dimostra costantemente per le tradizioni di un altro popolo? Le nove incarnazioni di Wistnou sono religione nelle Indie, e favola in Pietroburgo; l'Eucaristia, è un sacramento presso i Cristiani, è un idolatria in Costantinopoli, nella guisa che le gesta di Maometto venerate da' Musulmani come altrettante intuizioni divine, sono riguardate da' Seguaci di Cristo, come l'effetto dell'impostura, e dell'insania; e tuttociò finalmente che gli altri popoli apprezzano come sacro, e inviolabile, è dagli ebrei riguardato come degno di abominio, e di esecrazione; nella guisa che una gran parte degli usi, e cerimonie religiose praticate da questi, persuasi che procedino dallo spirito santo, o dal portentoso Batkol, di cui fu già da noi parlato altrove, formano l'oggetto dell'improperio, e della derisione degli altri popoli.

Or in mezzo a tante fluttuanti opinioni, sostenute da ogni parte col più fervido entusiasmo, come mai rintracciare la meno assurda, la più ovvia, la migliore? Per altro, il servigio il più rimarcabile che rendere si potrebbe a tutti i popoli dell'universo, quello sarebbe, senza dubbio, di fare ed essi conoscere l'illusione, e il nocumento delle loro stravaganti opinioni a tale riguardo, ma niuno fino ad ora ci ha pensato giammai, e sembra che nè pure vi abbia avuta l'idea d'intraprenderlo, nè il coraggio sufficiente di eseguirlo.

(98) Lucrezio ha detto, è ormai venti, e più secoli, che tutto il genere umano, fino da' suoi tempi, era oppresso miseramente sotto la soma lacerante della superstizione:

Humana ante oculos fœde cum jacere,

In terris oppressa gravi sub Religione. L. I. v. 63. 64.

Che direbbe mai Lucrezio, se risorgere ei potesse a' tempi nostri? Molti l'hanno parimente ripetuto con eguale veemenza, dopo di lui; infiniti altri benemeriti scrittori se ne lagnano ancora; ma frattanto esistere si mirano tuttavia ovunque, e la superstizione, e i suoi detestabili fautori.

(99) Tutti questi, ed altri sì fatti deplorabili smarrimenti de' quali fu da vari secoli suscettibile il popolo Ebreo, come osservammo, possono datare dall'Era lacrimevole delle propalazione delle tradizionali follìe di cui si ebbe la scaltrezza d'imbevere lo spirito umano, delineandogliele come altrettante prescrizioni divine, l'esatta osservanza delle quali rendevasi assolutamente indispensabile all'eterna salute d'Israel, nella guisa medesima che la trasgressione lo ridurrebbe periclitante, senza scampo, vittima delle più orribili calamità, e di un perpetuo infortunio.

Dopo tutto ciò stupiremo ancora di vedere accreditare, ed ammettere con tanta venerazione dagli uomini tali mostruosi principj? Agevole riesce di far credere agli uomini ciò che lusinga il loro amor proprio, ed alimenta i pregiudizj di cui sono imbevuti.

(100) Non è che nel secolo XII. che il dogma della Confessione auriculare fu introdotta fra i settatori papisti da Innocenzo III. nel Concilio Lateranese IV. l'anno 1213. Ma ciò che dee sembrare oltremodo straordinario alle menti illuminate si è, l'osservare con quale accanito fervore è essa ovunque praticata laddove il Clero perviene ad acquistare un ascendente quasi assoluto sullo spirito abbacinato degli uomini, come appunto succedere miriamo in Ispagna, in Portogallo, ed in Italia, malgrado che i primi padri del Cristianesimo combattessero apertamente l'uso di siffatta confessione, e non ostante che Ambrogio, Crisostomo, e Basilio fra quelli ne fossero d'accordo sì avversi, esortando i penitenti a confessare le loro colpe al solo Dio che può correggerle, ed annientarle, e non già di palesarle agli uomini, i quali altro non sanno che stordirli con minaccie, o puerili timori senza recare loro fintanto alcuna specie di antidoto nè di conforto (Ved homil. 31 in Hebr. homil. de Pœnit. T. V homil. de Laz. T. V. p. 81.)

E se Agostino interroghiamo, lo udiremo ripetere: Quid mihi est enim cum hominibus ut audiant Confessiones meas, quasi ipsi Sanaturi sint omnes languores meos? Confes. Lib. 10. Cap. 3. e lo stesso Agostino, in altro luogo, (Serm. II. sopra il Salmo 31.) aggiugne: Pronuntiabo adversum me injustitias meas domino (si osservi che non dice già agli uomini) & tu remisisti impietatem cordis mei.

Servissero almeno queste confessioni ad allontanare il delitto, a reprimere i vizi, a rendere più saggi coloro che stupidamente vi si confidano, il nocumento ch'esse recano non sarebbe senza un compenso; ma esse travviano lo spirito, corrompono i costumi, alimentano l'ingiustizia, e le azioni criminose, e colla facilità delle assoluzioni che si fanno, senza ostacolo, risultarne, anche il più deciso malfattore con una simulata resipiscenza non solo ritrova un pronto mezzo con che giustificare agevolmente i suoi misfatti, ma persuaso di potere in tale maniera giugnere per sino e cancellarli, esso diviene sovente recidivo senza ribrezzo. Se i Peruviani, secondo il P. Accosta, il Pau, ed il Raynal praticavano essi pure la confessione molto avanti che la conoscessero i Cristiani, soggetti non erano però a simili delirj.

(101) volendo Maometto prevenire ed allontanare gli eccessi che cagionano regolarmente l'ebrezza, e il giuoco per colui che vi si abbandona, esso ha interdetto assolutamente l'uso del vino, e de' giuochi d'azzardo, ed affine di dare a questa legge tutta quella forza che gli era necessaria, esso ebbe ricorso alla sua pratica usuale, quale fu quella di inventare alcuni esempi ovvj a giustificare la sua condotta a tale riguardo, uno di questi fu quello de' due angeli Arut, e Marut inviati da Dio sopra le terra per amministrare le giustizia in Babilonia, che divenuti ebri in un banchetto dove furono invitati, commisero molte vituperose incontinenze (ved. Alkodai Pocok. Specim. Ist. Arab. p. 175. Alcor. Cap. V.) Tale è infatti il vero motivo del divieto del vino presso i Musulmani.

In quanto poi ad ammettere per uno de' dogmi di religione l'ignoranza universale delle scienze, siccome era esse una delle qualità che distinguevano il fondatore dell'Islamismo, giacchè l'inscizia di Maometto, per quanto asseriscono i suoi medesimi fautori, andava fino alle barbarie, non sapendo nè leggere, nè scrivere, difetto, peraltro, che gli era comune con tutta la sua tribù (ved. luog. cit.) ciò che lo rendeva incapace non solo di risolvere le obbiezioni che gli avversari della sua setta nascente gli opponevano di tratto in tratto, ma lo esponeva sovente agli scherni, ed a' motteggi che le sue ambigue risposte davano sufficiente motivo di dovere fare. Quindi riconoscendo che i suoi settatori non avrebbero potuto meglio riuscirci in simile caso, egli si appigliò al partito di proibire loro qualunque specie di questione Teologica, di scienza, e di coltura, comandando eglino, in vece di passare a fil di spada tutti coloro che inveissero contro la sua dottrina. (Ved. Alcor. Cap. 4 Cantacuz. Orat. 1. Sect 12.)

(102) Niente di più ridicolo della Mesra, ovvero il preteso viaggio che Maometto fece nel Cielo durante il corso di una notte; e niente di più insensata dell'invenzione dell'Alborak, o del prodigioso animale quadrupede che ve lo condusse.

Rapportasi dunque dall'Alkorano, ch'essendo Maometto coricato una notte con Ayessa, una delle sue mogli, udì battere alla porta della sua camera, ed essendosi alzato per aprirla esso vi osservò l'Angelo Gabriello ornato di 70. paja d'ale spiegate da entrambi i suoi lati; esso era seguitato dall'Alborak, bestia che partecipava della natura dell'asino, e del mulo, di una bianchezza che eccedeva quella della neve, e di un agilità sì sorprendente, che il lampo non passa con maggiore celerità di ciò ch'esso metteva nel tragittare dall'uno all'altro sito, ed è appunto a cagione di sì fatta straordinaria destrezza (secondo gli scrittori Musulmani) che gli si fece meritare l'attributo di alborak, che nell'arabo idioma significa un baleno.

Tosto che lo sguardo di Maometto restò colpito dall'intuito del Messaggere celeste, questi lo abbracciò affettuosamente, e salutandolo dalla parte di Dio, gl'impose in di lui nome il trasferirsi nel Cielo, dove avea esso determinato d'iniziarlo in certi urgenti misteri, che non permise di rivelare giammai ad alcuno de' mortali che lo avevano preceduto, ed era per ciò col disegno di rendere più agevole il suo viaggio ch'esso gl'inviava espressamente l'Alborak. Maometto non esitò ad eseguire quanto gli venne imposto, ed appena ch'esso l'ebbe montato, si trovò in un istante dalla Mecca in Gerusalemme; da colà sempre accompagnato dalla sua guida celeste, proseguì il suo cammino fino a tanto che ritrovata una scala di luce preparata per essi vi ascesero, lasciando l'Alborack legato in una rupe, fino al loro ritorno, e prodigiosamente pervennero quindi al primo Cielo, e da questo agli altri sei, tutto nel breve intervallo di una notte. (Ved. Zamnias. et Didav. in Alcor. ad Cap. 17 et 33.)

Si può egli immaginare assurdità più enormi, e iperboli più insensate di quelle che si osservano racchiuse in sì fatto itinerario celeste?

(103) Da quando Maometto cominciò ad accreditare in faccia de' suoi creduli settatori il di lui preteso apostolato, la prima idea ch'esso ebbe fu quella di lusingare la loro speranza, e alimentare la dissolutezza a cui gli riconosceva sì eccessivamente proclivi, quindi è ch'esso inventò un paradiso secondo il gusto degli Arabi, ed a misura de' piaceri sensuali che gli penetravano con maggiore intensità. D'altronde conoscendo per isperienza quanto l'idea del loro soggiorno in un clima ardente, unito a' costumi lascivi dai quali erano essi predominati, avrebbe loro fatto amare tutto ciò che avea efficacia di condurli alla sensualità, Maometto promise a' suoi Settarj nella vita futura, giardini, riviere, profumi, letti di riposo, del pari sontuosi che comodi, preparati da uno stuolo immenso di femmine di un'avvenenza incomparabile, e che offrono loro tutto ciò che l'amore ha di più vago, e di più seducente (Ved. Alcor. Cap. 4. 78. 90 Hotting. Hist. Orieni. Lib. 2. c. 4). Tale è l'immagine stravagante del paradiso che Maometto fece concepire a' suoi seguaci; quella poi ch'esso volle delineare dell'inferno in punizione delle colpe, n'è precisamente il contrapposto e quasi uniforme a quello che tutte le altre sette lo descrivono.

(104) Le sagge ammirabili prescrizioni instituite da Mosè al popolo ebreo sono amplificate oggi a tal eccesso dai settatori talmudisti, come lo rimarcammo a sufficienza nei capitoli precedenti, che ora più non è possibile distinguere quale fosse propriamente il genuino senso primitivo delle medesime; ogni minimo Rabbì, ogni devota femminuccia ne accresce sempre a suo capriccio qualche bizzarra nuova pratica, e de' nuovi riti stravaganti, quali dal rabbinico dialetto sono chiamati גדרים (ghedarim), cioè ripari, per non giugnere al grado com'essi erroneamente opinano di trasgredire ciò che attacca in massima l'essenziale de' veri precetti comandati da' Mosè; ed egli è insomma così che questi glosatori co' loro ghedarim non solo resero le solennità prescritte al Popolo ebreo come giorni di delizia, e di ricreazione, un giogo aggravante, e insopportabile per la massa enorme de' riti, doveri, e cerimonie di tante specie differenti, aggiunte alla quantità immensa de' precetti già imposti da Mosè ne' tempi andati, ma tutto il Pentateuco altresì, un edifizio informe soggetto a crollare, e a subissarsi al benchè minimo urto.

(105) I sistemi filosofici di Socrate, e di Platone suo scolare sono quasi uniformi; essi ammettevano d'accordo tre principj, Dio l'idea, e la materia, facendo l'ultima subordinata alle seconda; ma queste due dovevano, a senno loro, prestare omaggio, ed obbedienza al Dio supremo, come loro opifice, loro padre, loro creatore. Dio dunque è l'intendimento universale. Essi concepivano per idea una certa essenza incorporea, capace di abbracciare tutte le cose, e la materia il primo soggetto sottoposto alla generazione, e corruzione (Ved Plut., op. filos. Cap. 3.)

Tuttochè oscuro, e impercettibile oltremodo sia stato in ogni tempo riconosciuto per se stesso questo sistema, per qualunque sforzo che molti filosofi abbiano fatto sempre affine di rischiararlo intieramente non sieno mai riusciti di vedere sortire felicemente il loro intento, pure non lascia quello di fare pressochè ad evidenza travedere quanto sane fossero le massime, e i principj che nutrivano Socrate e Platone relativamente alla Divinità, ed al Culto puro, e inalterabile che rendere gli si dee. I primi Dottori della Chiesa romana hanno adottati quasi tutti i sentimenti non meno Psicologici, che Ontologici di entrambi questi filosofi, considerandogli per sino, come ortodossi (Ved. la seg. annot. 108.) sebbene che il celebre Bayle (Pens. sur la Com. T. I. p. 346.) seguitato da vari altri filosofi seriosamente oppongasi a questi, non meno che a' principj filosofici di Confucio, de' quali sarà da noi quanto basta ragionato altrove (Ved. la seg. annot. 109.)

(106) È a tutti noto di quali sforzi usasse Socrate affine d'indurre gli Ateniesi ad illuminarsi sul culto del vero Dio, e ad oggetto di ridurli ad abdicare la loro superstiziosa idolatria, ed i loro malefici prestigi; ma quanto inutilmente egli vi si adoperasse lo dimostrano pur troppo, l'esito fatale de' suoi benemeriti disegni, e la triste ricompensa che la sua patria sconoscente gli ha ferocemente preparata; nè le saggie sue premure per istruirla e per illuminarla nella scienza la più urgente per l'uomo, qual è la sana morale ebbero un successo più propizio, furono sprecate meno vanamente: quale solido vantaggio risultare mai ne porrebbe di potere asserire con Cicerone essere stato Socrate il primo a fare discendere la filosofia dal Cielo, ad introdurla fra gli uomini, a volgarizzarla persino nel centro delle stesse famiglie, se cotanto poco la sua ingrata patria curava le di lui ammirabili salutari lezioni? Socrates autem primus Philosophiam devocavit e Cœlo et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit, et coegit de vita, et moribus, rebusque bonis, et malis quaerere. Tuscul. Quaest. Lib. V.

Ma il popolo di Atene sempre sordo, ed insensibile agli ammaestramenti di sì eccelso filosofo, meditò da proditore la sua perdita estrema, privando così la società del più saggio, e del più necessario de' suoi membri.

(107) De Deo scripta in Timæo aliisquis Platonis Commentariis, non ab hominis profanis studus inutrito, sed ab Æbreo, aut Christiano profecta videatur. Lact. Instit. X.

Se tutto ciò non fosse quanto è d'uopo sufficiente a farci completamente rilevare i sentimenti di Platone per rapporto all'Essere Supremo, non abbiamo che dedicarci di proposito ad applicare il Cratilo, ed il Fedone di questo medesimo filosofo per restarne maggiormente convinti.

Oltre a ciò non solo i primi ebrei Talmudisti, ma quasi tutti i primi Cristiani furono a tal segno Settatori di Platone, che quelli appoggiavano tutte le loro più importanti decisioni sulla di lui autorità, e si persuadevano con intima convinzione di travedere negli scritti del filosofo di Atene una gran parte de' più essenziali misteri della loro Religione (Ved. Aug. Confess. Lib. VIII. Cap. II.), e la loro persuasione ora ad un grado tale radicata a questo riguardo, che nell'ottavo secolo della Chiesa, i Cristiani giunsero ad accordargli generalmente finanche lo spirito di Profetica istituzione; ma se aggiugnere si volesse a tuttociò la prodigiosa favola del sepolcro ritrovata nel tempo di Costantino VI. e d'Irene sua madre, coll'iscrizione osservata sopra una lama di oro, di cui era cinto il collo del cadavere che eravi racchiuso, noi finiamo in ultimo col dovere credere Platone anticipatamente Cattolico apostolico romano (Ved. Zonar. Ist. Greca T. 3. pag. 87. Paolo Diacr. Lib. 23. Genebr. Lib. 3. Canisius De Beat. Virg. Lib. 2.)

(108) Benchè i missionarj tutti vantino asseverantemente di avere con ogni diligenza consultati gli archivi de' Chinesi, frattanto tutto ciò che quelli ci assicurano per rapporto alla Religione di questo popolo, non è in massima che contradittoria, e inverosimile; gli uni col P. Le Comte la fanno Ortodossa; gli altri pretendono che l'Ateismo ha dominato nella China fino da' giorni di Confucio, e che questo esimio filosofo ancora siane rimasto così pure infetto (Lett. de Mr. Maigros p. 15.); ma con quale fondamento potrebbe mai accordarsi quest'ultima opinione cogli ammirabili precetti trasmessi dallo stesso Confucio al popolo Chinese, tendenti ad illuminarle sulla morale la più tersa, ed a renderlo saggio, colto, e urbano; precetti che attualmente pure non lasciano i Chinesi di mantenere, e seguitare coll'interesse il più costante, e il più deciso? (Ved. nom. mem de la Chine T. 2. pag. 108.). La seguente giudiziosa opinione tresmessaci da un dotto Inglese appunto sulla religione di Confucio fa tacere tutte quelle che tentarono futilmente di oscurarla. The religion of Confucius professed by the Literati, and persons of rank in China, and Tonquin, consists in a deep inward veneration for the God, or King of Heaven, and in the practise of every moral virtue. They have neither temples, nor priests, nor any settled form of external worship; every one adores the supreme being in the manner he himself thinks best. This is indeed the most refined System of Religion that ever took place among men, but it is not fitted for the human race; an excellent religion it would be for angels; but is far too refined ever for sages, and Philosophes (Sket. of Hist. of man Vol. IV. Sket. III. p. 287.)

Per altro, in qualunque siasi aspetto che si contemplino i principj metafisici di Confucio, essi dovranno sempre mai essere considerati da noi come superiormente utili per ogni associazione umana, degni di essere adottati da qualunque siasi popolo illuminato, e ad un tempo medesimo come perfettamente identici, e uniformi a quelli che l'antichità, non meno sacra che profana, ci fa comprendere conosciuti, professati da tutti i primi padri del genere umano.

CAPITOLO XIII.

Del Caraismo, o Deismo Israelitico; dei considerabili vantaggi che ne recherebbe il fondato stabilimento fra gli ebrei, ridotto alla sua primitiva purità; dimostrasi che i tre Patriarchi, Mosè, ed i Profeti che gli successero furono tutti Caraiti, o Ebrei Deisti.

Non vi fu giammai sopra la terra, verun popolo civilizzato senza religione; ed il grande inconcusso principio di qualunque sistema religioso è l'idea di un Essere Supremo: Potius conspiciendam sine sole urbem, quam sine Deo, ac Religione, ci lasciò scritto Plutarco. L'assioma non può essere, in vero, ne più giusto, nè più sublime, nè più utile alla specie umana.

Per altro, siccome quest'idea si è per tante volte presentata alla mente dell'uomo sotto innumerabili aspetti differenti, e forse ancora opposti e contraddittorj (109), molti scrittori sensati si fecero costantemente ad opinare che dessa non potea essere in tale stato giammai l'opera di un Dio (nella guisa che ogni settario lo pretende con asseveranza in favore di quella religione ch'egli professa); ma l'edifizio mostruoso altresì aereamente costruito da certuni che ripongono le loro più fondate risorse sulla fede cieca, e macchinale di quegl'inesperti popoli, che seducono, e che tentarono in ogni tempo, e ovunque di assoggettare tenacemente alle loro torpide follìe.

Oltre che tutto ciò è pur troppo dimostrato in ogni senso, e da noi evidentemente comprovato, que' tali autori che in sì fatta guisa ragionano avrebbero dovuto parimente riflettere ancora, che la diversità de' climi, de' governi, de' costumi, degli usi, e de' temperamenti de' popoli medesimi possono avere così pure molto contribuito a quelle modificazioni amplificate che sembrano distruggersi a vicenda, che partono frattanto da uno stesso identico principio, o dal pregiudizio stesso, e di cui chi in maggiore, e chi in minore dose ogni popolo risente intimamente i perniciosi effetti. Io mi limito soltanto alle ricerche le più agevoli a conoscersi, e a discutersi, non osando avanzare se non se ciò, che l'istoria, ed il mio cuore mi appresero di più semplice, di più ragionato e di più chiaro (110).

È cosa renduta omai troppo evidente che quasi tutte le opinioni alle quali noi ci attacchiamo il più fortemente, tengono sempre a qualche sentimento confuso, di cui noi ignoriamo per l'ordinario il vero fonte dal quale derivano, o il germe positivo donde ripetono la loro natìa produzione. Lo spirito nostro per lo più, non si arresta giammai che sulle idee le quali hanno molto sovente un rapporto analogo, e costante colla nostra maniera di sentire, di discernere, di ragionare; se ciò è vero, come tutto concorre a persuadercene di qualunque nazione, generalmente parlando, a più forti ragioni dee esserlo per il popolo ebreo che mille cause fatali gli hanno contrastato sempre, e ovunque l'abitudine di coltivarsi, di riflettere, di ragionare (siccome verrà da noi dimostrativamente comprovato nel secondo volume di quest'opera) le sue più estese cognizioni non oltrepassavano la superficie di ciò che scaltramente pretendevasi fargli credere come giusto, inconcusso, e salutare; occupato unicamente dei mistici suoi fantasmi tradizionali, solo interessato de' propri suoi bisogni, e de' mezzi i più pronti, e i più sicuri di soddisfarli, esso vegetava per così dire, senza accorgersi di esistere; come dunque in tale stato deplorabile di cose avrebb'esso mai potuto uscire dalla sfera immensa de' suoi proprj acquisiti smarrimenti dalla quale voleasi a tutta forza circoscritto; come disporsi risolutamente a spezzare que' ceppi terribili che teneanlo avvinto? Non vi volea meno certamente di una subitanea rivoluzione straordinaria nel suo sistema religioso che potesse richiamarlo a se stesso, scuoterlo dal suo torpido letargo antico, impegnarlo a considerare il di lui stato attuale, compararne l'avvenire col passato, e questo colle circostanze degli odierni momenti. Tale rivoluzione oltremodo necessaria e salutare al suo degenerato sistema religioso, si offre opportunamente adesso; ma ben lungi dal sostenerla, seguitarne le traccie, ed animarne i progressi, in vece di versarsi a ponderarne l'utilità illimitata a distinguerne i vantaggi perenni che per tanti rapporti essa ci porge, ei la condannò ferocemente senza esame, come degna dell'Israelitica esecrazione, iniqua, eterodossa (111). Tale fu appunto il carattere odibile che da tutti i partigiani Talmudisti ciecamente si fece del Caraismo, appena che i primi raggi sfavillanti diramati si videro sopra la terra, e tosto che i solidi principj su quali reggeasi, cominciarono a rendersi più noti, ed a propalarsi fra gli uomini: Istituzione che ridotta alla sua purità primitiva è, senza contrasto, la più sublime, e la migliore di quante altre mai la mente dell'uomo fosse stata in alcun tempo capace d'introdurre sopra la terra.

Ma avanti d'internarci nell'esatta dimostrazione di questa verità, ci è d'uopo quì arrestarci un solo istante ad indagare assiduamente il fonte primitivo, da cui un tale nome ritrae la sua originaria derivazione; indi nella migliore forma che ci sarà possibile discenderemo gradatamente ad esaminarne l'origine, i progressi, le pratiche, e gli errori, onde giugnere in seguito più agevolmente al nostro grande scopo, qual è quello di sopprimere, e annientare tutto quanto può racchiudersi in siffatto sistema d'assurdo, d'inutile, o di strano, e ad un tempo medesimo semplificarlo, e di ridurlo a quel grado di esattezza di cui le umane instituzioni possono essere suscettibili.

I cinque libri che compongono interamente il Codice di Mosè (che noi distinguiamo col vocabolo greco Pentateuco che significa cinque) furono chiamati dagli ebrei al ritorno della loro cattività di Babilonia מקרא (mikrà), cioè Lettura; essi non dettero per tanto da principio questo nome che a' soli accennati cinque libri (come apparisce da Neemia Cap. 8.) dove il semplice testo della Legge è così pure distinto col Vocabolo mikrà. I Rabbini cominciarono allora a nominare col termine medesimo anche le loro glose, o interpretazioni del Pentateuco di Mosè; e siccome il Popolo ebreo di que' tempi non era intelligente a sufficienza dell'Ebraico dialetto, rendevasi necessario assolutamente che il detto Codice che gli si imponeva come un dovere pressante, di osservare minutamente, fosse al medesimo spiegato nel Caldeo linguaggio, tale essendo la sua lingua materna, per vieppiù metterlo in istato di conoscerlo, e d'intenderlo. Quindi nella successione de' tempi si chiamò parimenti Mikrà tutto il resto della Bibbia; e lo stesso Talmud si serve qualche volta di questo vocabolo paragonando il testo della Scrittura colle parafrasi rabbiniche sulle quali la tradizione del popolo d'Israel è onninamente fondata.

E così dunque da ciò, che la setta de' Caraiti fra gli ebrei prese il suo nome primitivo, perchè dessa si attacca, principalmente al semplice testo della scrittura, non volendo in conto alcuno conoscere le tradizioni degli altri ebrei per principio fondamentale di quella religione ch'essi prefiggonsi di ammettere, e di osservare, nella guisa medesima, che si è veduto ne' secoli a noi più vicini i protestanti denominarsi Evangelici, a cagione ch'essi pretendevano di non doversi appoggiare, che sul mero evangelo, rigettando completamente qualunque siasi tradizione, e tuttociò che vi ha, o lontano, o prossimo rapporto. קראי (Karai) dunque, secondo ancora l'osservazione di Abenesdra, e di Elia Levita, significa: un'uomo colto, esercitato profondamente nello studio della scrittura, e della più purgata maniera d'intenderla, e di spiegarla (112).

Ma questo nome che in origine era sì generalmente onorevole fra gli ebrei, è divenuto loro esecrabile all'eccesso, dopo che alcuni fra questi i quali concepirono un disprezzo positivo per le tradizioni Rabbiniche, si separarono dal corpo totale degli ebrei distinguendosi collo specioso attributo di Caraim. I proseliti di questa nuova setta pretesero di dimostrare con ciò ch'essi aveano sulla religione dei sentimenti molto più integerrimi, ed assai più filosofici degli altri, ch'essi accusavano di avere in qualche modo abbandonata la parola di Dio per seguire ciecamente le ampollose Decisioni rabbiniche delle quali le loro opere sono piene. Da un altra parte gli ebrei Talmudisti gli rimproveravano di essere Saducei, perchè infatti essi gl'imitavano in quanto a ciò solo che non volevano ammettere le tradizioni de' loro antecessori (113).

Ma lasciamo, di grazia, tutte queste, ed altre sì fatte imputazioni male fondate, e veggiamo quali sono stati, in massima, i veri sentimenti religionarj della setta del Caraismo, la quale è in tanto abominio attualmente presso i Rabbini, non meno, che in faccia di tutti coloro aderenti al loro partito.

Prima però di esaurire intieramente l'assunto di cui ora ci occupiamo, non mi sembra inutile di fare qualche rapida menzione della primitiva origine della setta di cui parliamo, e della sua più verosimile fondazione, tutto che oltremodo ambigui, e troppo torbidi sieno i lumi che pochi scrittori ci trasmisero, relativamente al Caraismo.

(109) Tutti gli antichi popoli dell'Oriente hanno sempre adorato il Sole sotto un'immensa quantità di varj nomi differenti, come può ad evidenza rilevarsi dall'Inno al sole di Marziano Capella, il quale pretende che sono que' nomi disparati, il sole era l'unica Divinità che veniva da' medesimi generalmente adorata: Gli abitatori del Lazio, (dice ingegnosamente l'Autore di questo energico Inno) ti chiamano Sole; i Greci ti nomano Febo; altri ti distinguono Bacco; i popoli che abitano il Nilo ti dicono Serapis; ed alcuni altri Osiris; i Persiani ti appellano Mitra; tu sei finalmente Alys in Frigia; Ammone, (ovvero il Dio Agnello) in Libia; Adone in Fenicia; e così l'universo intero ti adora sotto una folla immensa di caratteri bizzarramente differenti, e opposti.

È solo a questa notabile discrepanza che io intendo propriamente riferire il mio principio, da cui il popolo d'Israel, per verità, resta del tutto esente.

(110) Perchè mai, argomenta un pensatore anonimo, ritroviamo noi tante immagini ridenti nelle tradizioni mitologiche de' Greci, e de' Romani? Ciò avviene perchè quelle debbono l'origine loro al più ameno clima del mondo, alla patria delle arti, alla culla delle scienze, e del buon gusto, al Governo il più saggio, e il più illuminato, ed alla ferma inerenza infine che quelle industriose nazioni sentivano per il progresso de' lumi, e per lo sviluppo delle proprie loro facoltà intellettuali. Perchè mai, al contrario, le tradizioni orali specialmente degli antichi Israeliti (prosegue il medesimo Autore) sono esse così triste, sì meschine, ed insoffribili? Ciò procede perchè queste furono scavate nel centro di un popolo allora, eccessivamente barbaro, e ignorante, governato da una Teocrazia, la quale non ispirava che il terrore, e l'avvilimento senza renderlo nè meno stupido, nè più saggio, nè migliore, nè in verun modo proclive alla coltura dello spirito, ed all'acquisto di utili cognizioni. Quindi per ultima prova di quanto il testè riportato anonimo ci espone, facciasi un passeggero confronto fra i deliziosi giardini della Grecia, e la vaga amenità del suolo romano con le scheletrite inospite foreste, dell'Arabia, e della Palestina, e noi non saremo più sorpresi della stravaganza notabile della quale parliamo.

(111) Une verité en qualité de nouvelle, dice un pensatore insigne, choque toujours quelque usage, ou quelque opinion généralement établie; elle a d'abord peu de sectateurs; elle est traitée de paradoxe, citée comme une erreur, et rejetée sans être entendue.

Ciò che dimostra che gli uomini in generale approvano, o condannano a caso, e la verità stessa è dalla massima parte di quelli, ricevuta come l'errore, senza esame, inorpellata da' pregiudizj, o dalla tradizione.

(112) Abenesdra che gli ebrei chiamano meritamente il saggio fa menzione (Comm. Sul Pentat.) di cinque differenti maniere d'interpretare la Scrittura, di cui la prima è di coloro che si diffondono sopra ogni parola impiegando ne' loro commentarj tutto ciò ch'essi sanno: il medesimo riporta per esempio un certo Rabbino Isaak, il quale avea compilati nove libri per fare la spiegazione del solo I. Cap. della Genesi; Saadia Gaon, ed alcuni altri, i quali all'occasione di dovere interpretare una sola frase della Scrittura, si diffusero in trattati del tutto stranieri al soggetto principale. Abenesdra combatte sdegnosamente questo metodo strano d'interpretare la scrittura.

La seconda presso gli ebrei è molto dissimile dalla prima; quella consiste, secondo lui, a non consultare che la pretta ragione, ed un bene sostenuto criterio senza niun riguardo a' pregiudizj nè all'autorità; metodo che lo stesso Abenesdra attribuisce particolarmente a' Caraiti.

La terza è di coloro che riducono tutte le cose alle mistiche allegorie, e che ritrovano per tutto logogrife visioni sacre impercettibili, senza nulla curare il senso letterale; esso rigetta parimente questo metodo, reputando cosa molto pericolosa, ed affatto incongruente di allontanarsi dal senso letterale, e di non seguire colla più scrupolosa precisione, altro che quello unicamente che dal solo testo restaci indicato.

La quarta è di coloro che si chiamano volgarmente Cabalisti I quali riducono tutto il senso della scrittura a delle vane, e ridicole sottigliezze; anche questo metodo è rigettato da Abensdra, che lo reputa passato dalla Scuola de' Platonici alle Scuole degli Ebrei nell'Europa specialmente, dove molti fra questi hanno scritto sopra tale cabala speculativa, la quale è pure in somma estimazione presso tutti gli ebrei dell'Oriente; il libro del Zohar, che gl'Israeliti credono antichissimo è ovunque pieno di queste sorta di mistiche spiegazioni: quindi è che un gran numero di ebrei si è gettato confusamente in questo studio senza esaminarlo. V'ha così ancora un'altra specie di cabala che denominasi pratica; questa è assai più dell'altra pericolosa, e assurda poichè la medesima fa parte di ciò che usualmente chiamasi magia, la quale, a fondo, altro per se stessa non è che una illusione di certe persone che immaginano di potere a loro talento operare delle gesta, sedicenti prodigiose, colla supposta efficacia di questa cabala pratica.

La quinta maniera finalmente d'interpretare la scrittura presso gli ebrei è di ricercare diligentemente la significazione propria di ogni vocabolo, e di spiegare i respettivi testi, il più alla lettera che sia possibile, senza arrestarsi niente di meno sullo spirito tradizionale con con soverchio scrupolo nella guisa che fu sempre mai praticato dalla massima parte de' Rabbini. Abenesdra ci assicura (Ibid.) avere esso medesimo seguitato questo metodo stesso in tutti i suoi Commentarj sulla scrittura, e in fatti io non conosco altro autore che abbia spiegate le sacre pagine più letteralmente, e con criterio maggiore, nè con più esatta precisione di lui.

Tali sono dunque le regole adottate da' Teologi ebrei nella spiegazione della scrittura; ma è duopo essere attaccato all'ultima chi desidera di bene spiegarla, ed intendere, ad un tempo, la critica degli Autori che hanno con qualche metodo scritto in particolare sopra i Cinque libri di Mosè.

(113) L'ignoranza dell'Istoria, e della cronologia in cui gli ebrei sono da lungo tempo stati, ha fatto che nella successione de' secoli ai è confuso questi Caraiti con gli antichi Saducei, sebbene la credenza degli uni, e quella degli altri sia del tutto differente (come io passo a dimostrarlo fra qualche breve istante). Scaligero, il quale avea così pure confuso (Elench. Trib. Cap. 22) seguitando le traccie medesime de' Rabanisti, i Caraiti co' Saducei, cambiò di sentimento, avendo rilevato che i Caraiti dimoranti in Costantinopoli si differenziavano soltanto degli altri ebrei, in ciò che quelli erano molto più esatti di questi nell'osservanza dei comandamenti della Legge primitiva, e che dessi ricusavano di sottomettersi alle loro tradizioni; ma il medesimo Scaligero s'inganna allora quando asserisce, con poco fondamento (Ibid. Cap. 26) che i Caraiti sono più antichi de' Saducei, giacchè è evidente che questi esistevano fino dall'epoca di gran lunga anteriore al secondo tempio, e che, al contrario, i Caraiti non si manifestavano, se non se nel tempo in cui la tradizione orale venne posta in iscritto, voglio dire, alla promulgazione de' primi commentarj della scrittura, ciò che seguì 150 anni circa dopo la distruzione dell'ultimo tempio (Vedi Leusden Philosog. Hebraeor., mix Dissert. XV) le annotazioni che noi ci proponghiamo di riportare nel Capitolo susseguente, rischiareranno qualunque ulteriore difficoltà a questo riguardo; e ci metteranno a portata di condurre sopra tale assunto, i giudizj più metodici, e più verosimili.

CAPITOLO XIV.

Seguito del medesimo soggetto.

Se si dovesse prestare fede inconsideratamente ad alcuni male prevenuti, o poco edotti scrittori di quel partito noi dovremmo riguardare la setta del Caraismo come la più antica di quante altre mai produsse la Comunione del popolo d'Israel, facendola i medesimi discendere fino da Esdra, e ciò ancora senza calcolare sulle asserzioni cotanto erroneamente fondato de' Caraiti della Polonia, e della Lituania i quali si pretendono discesi assolutamente dalle dieci tribù, che Salmanasar avea trasportati al di là della Tartaria, senza riflettere che per poca attenzione che si faccia alla sorte di queste dieci tribù, si sa ch'esse non sono mai passate in quel paese: e coloro che sostengono simile opinione, ad oggetto di meglio comprovarla adducono che quelle tribù parlano anche oggi l'idioma tartaro, e il turco, e che è appunto in queste medesime lingue che sono state fatte le versioni della scrittura che dessi leggono in certi giorni determinati entro le loro proprie sinagoghe (Vedi Schup. Cht. Karaim, Seu Secta Karaeor. Dissertat. Aliquot. Philol. ec. Seriae 1701).

Ma questa opinione dimostrasi per altra parte ancora destituita onninamente di verità, e di fondamento mentre s'egli è vero, come non può in verun modo essere posto in dubbio, che lo scisma de' Caraiti si spiegò fra gli ebrei a causa delle tradizioni che i partigiani di quella Setta nè conoscere, nè ammettere mai vollero, è altrettanto evidentemente certo, che note quelle non erano a' tempi di Salmanasar; quindi è cosa troppo ridicola per se stessa l'opinare che questa legge orale avesse potuto ritrovare degli oppositori avanti che la medesima esistesse, ovvero prima che quella fosse insegnata pubblicamente. Non possiamo sollevarci contro un nuovo sistema, qualunque siasi, se non se dopo ch'esso è conosciuto, introdotto, e propalato fra gli uomini. Dunque può con sicurezza dedursi che la setta Caraita debba essere a quella di gran lunga molto posteriore.

Eusebio poi ci fornisce intorno questa materia una congettura affatto nuova, che più di ogni altra opinione parrebbe approssimarsi alla verità. Ragionando esso in qualche luogo sul proposito di Aristobolo (Preparaz. Evang. Lib. 8. Cap. 10) il quale comparve con grande splendore nella Corte di Tolomeo Filometore, rimarca che vi era presso gli ebrei fino da que' tempi due partiti differenti, ed opposti, l'uno de' quali prendeva tutte le prescrizioni di Mosè alla lettera, fissava l'altra ad essa un senso mistico ed allegorico, dal che molti conchiusero (e Prideaux, et Basnage, e Simon fra questi) di potere quì con qualche probabilità ritrovare positivamente la vera origine de' Caraiti (114), che cominciarono a comparire sotto questo principe; perchè infatti fu allora, e non altrimenti che le interpretazioni logogrife, e le allegoriche tradizioni acquistarono voga generale presso gli ebrei, e che furono ricevute universalmente con maggiore avidità, e venerazione da questo popolo (115).

Ecco, in una parola, la vera incontestabile origine della setta denominate de' Caraiti. Passiamo a conoscere in seguito il loro sistema di Religione.

I Caraiti convengono in ciò che riguarda i punti fondamentali della Religione cogli altri ebrei, ed essi ne sono unicamente differenti per quello che rapportasi ad alcuni punti di disciplina, ed alle tradizioni che i medesimi rigettano presso che intieramente, astrazione fatta di qualche fondata eccettuazione però, nella guisa che noi entriamo in breve ad osservare.

Per altro, varj scrittori moderni ebrei, quali hanno investigato più a fondo i sentimenti dei Caraiti gli distinsero totalmente da' Saducei nel modo che apparisce dal Libro Juhassim il di cui compilatore opina essere troppo manifesto che i Saducei non sono i medesimi dei Caraiti odierni, poichè questi riconoscono la ricompensa delle azioni virtuose, non meno che la punizione nell'altra vita delle opere malvagie, e finalmente la Resurrezione dei Corpi, ciò che è opposto diametralmente alla Dottrina dei Saducei (116).

Rigettando i Caraiti dunque tutti i dogmi, ed i riti che non hanno altro fondamento che la tradizione degli antichi Dottori della Sinagoga, chiaro apparisce che il loro metodo di credere è assai meno aggravato di pratiche, di usi, e di cerimonie di ciò che lo è la religione de' loro oppositori; ma nella sua ristrettezza però essa è più rigorosamente osservata in seguito della massima che nutrono di non dovere prescindere giammai da qualunque siasi articolo delle prescrizioni ordinate alla lettera dal solo Mosè nel Pentateuco; austerità che siccome ognuno conosce, e nel modo che lo riflette sensatamente uno de' più illuminati scrittori di quella Setta, la rende in moltissime parti presso che impraticabile (117).

Che la religione adottate da' Caraiti sia per se stessa infinitamente più pura, più filosofica, e più omogenea all'indole dell'uomo, di ciò che lo è la credenza in molte parti macchinale di tutti gli altri ebrei Talmudisti, ad evidenza lo dimostra le scrupolo ch'essi hanno di essere oltremodo attaccati al testo inalterabile della scrittura, bene convinti di non potere intendere così nettamente l'eterna disposizione dell'Essere Supremo nella tradizione, come si farebbe attignendola dal nitido fonte da cui essa mirabilmente emana: Purius ex ipso fonte bibuntur aquae. Dicasi pure se vi ha niente di più elevato, e di più filosofico de' loro principj in soggetto di Culto, o di religione (118)? Essi non riconoscono che due sole guide per condursi felicemente nell'edificante sentiere della salute; l'una è il luminare della scrittura, l'altro quello dell'intendimento. La verità si fa discernere per se medesima secondo essi dalla ragione, che la trae dalla primitiva sua incontaminata sorgente. Tale è dunque il sistema riguardato da essi il più infallibile, e sul quale si appoggiano radicalmente tutti i principj che servono di sostegno alla religione del Caraismo. Di più essi inferiscono un ragionamento essere giusto allorchè si accorda in ogni parte con questi medesimi principj, ed incontrando frattanto qualunque articolo molto profondo in cui riesca troppo malagevole all'intendimento umano di penetrare, essi non ommettono perciò di piegare la fronte, e riceverlo con rassegnazione, e con rispetto, avuto solo riguardo alla purità dell'origine dalla quale deriva.

Queste sono dunque le inconcusse basi sulle quali appoggiano i Caraiti l'essenzialità della loro credenza da una parte, e l'esplicita ripugnanza che manifestano essi dall'altra contro la Legge orale, che i Talmudisti pretendono concordemente, come si disse, data dall'Essere Supremo al Legislatore Mosè sulla venerabile montagna di Sinaj (119).

In seguito di tutto quanto venne da noi fin quì esposto concernente i Caraiti parrebbe necessario di dovere ora entrare a ragionare qualche cosa per rapporto a' loro dogmi rituali, agli usi loro, ed alle loro prescrizioni religiose; ma non ostante che queste non sieno in gran numero, pure un diffuso trattato vi sarebbe a redigere se tutto ciò che si prefiggono i Caraiti di osservare, quì riferire in dettaglio noi si dovesse, egli è per questo riguardo unicamente che noi ci limiteremo soltanto a fare espressa menzione de' riti più essenziali, per esempio, le Mezuzoth, o pergamene che gli ebrei talmudisti attaccano sullo stipite delle porte esterne, ed interne delle loro proprie abitazioni: i Teffilin, o Filatterj; l'astinenza di mangiare il formaggio con la carne, non ostante che le due prime prescrizioni sieno chiaramente ordinate da Mosè (Deut. Cap. 6, v. 8 e 9), il quale dice parlando degli uni, e delle altre: Et ligabis ea quasi signum in manu tua eruntque, et movebuntur inter oculos tuos, scribesque ea in limine et ostiis domus tuae.

I Caraiti frattanto pretendono di spiegare al figurato, queste parole secondo il solito praticato da' medesimi alludendo di tenerli fissi nel Cuore, e sostenendo ad un tempo stesso che allora quando Dio ha ordinato di scrivere queste pergamene, ed affiggerle sopra le porte, altro non abbia esso voluto fare comprendere, se non se che dovessero quelle essere in ogni tempo presenti allo spirito, nella guisa che l'ingresso di un quartiere, o di una camera ci si offre il primo allo sguardo nell'entrarvi; e con tale motivo i Caraiti si esentano dall'osservanza di quelle tante pratiche all'eccesso abusive, ed insoffribili, che gli ebrei Rabbanisti hanno inventate per rapporto agli accennati Mezuzoth, e Teffilin.

In quanto poi al terzo precetto di non mangiare in un medesimo convito carne di sorte alcuna, non escludendo quella dell'animale volatile, con qualunque siasi latticinio mescolato insieme, fondandolo sopra l'Exodo, i Caraiti sostengono che la vera spiegazione di questo testo è racchiusa in quella medesima dell'altro in cui parlando degli uccelli la scrittura dice (Deut. Cap. 22. v. 6 e 7) tu non prenderai la madre co' piccoli entro il loro nido, nello spazio di un solo giorno, rigettando egualmente qualunque tradizione intorno questo passaggio della scrittura.

Essi rigettano parimente cinque digiuni osservati da' loro oppositori nel periodo dell'anno (benchè menzionati espressamente dal Profeta Zaccar. Cap. 8 v. 19, ch'essi riconoscono autorevole) attenendosi a quello solo di espiazione, perchè in chiari sensi comandato da Dio per organo di Mosè (Levit. Cap. 23 v. 31); detraendo però, tutto quanto vi aggiunsero le tradizioni, che trovano ridicolo, e onninamente straniere allo spirito del testo (120).

Essi sono, per altro, in qualche articolo affatto discordi da' Settatori Talmudisti relativamente all'osservanza delle solennità, ma per ciò che riguarda la massima, ed i punti essenziali della Religione, essi convengono entrambi unanimemente d'accordo nella stretta osservanza de' medesimi (121); siccome ancora non si scorge la benchè minima differenza tra la maniera di circoncidere degli uni, e quella praticata degli altri (benchè alcuni pretesero differenziarla da quella osservata da' talmudisti); essi astengonsi parimenti da tutti quegli animali vietati dalla scrittura, come immondi, nella, guisa medesima che se ne astengono gli altri.

Ma tutto che inerenti noi siamo ad approvare i principj su' quali osservasi fondato generalmente il Caraismo, non dobbiamo però esserlo al segno di riguardarlo essente esso pure da quei malefici pregiudizj, e scevro intieramente da quelle tante inutili pratiche, e cerimonie, che formano l'appannaggio costante, e inseparabile di ogni popolo, e lasciarci così trascinare all'eccesso condannabile di deferire ciecamente a' suoi errori nella guisa medesima che approvate abbiano le sue massime. I Caraiti ne hanno essi ancora assolutamente, benchè però non già in quell'affluenza enorme di cui si mirano aggravati i loro accaniti oppositori; ma se dessi potessero essere d'altronde, più metafisici nelle varie applicazioni de' loro testi, se potessero semplificare que' folli rigori de' quali parlammo, e che i più decisi apologisti, e fautori della loro setta non poterono astenersi dal riprovare, la loro credenza potrebbe allora dirsi appunto quella medesima conosciuta, e praticata da tutti i primi Patriarchi, Profeti, e fondatori della primitiva edificante credenza del Popolo d'Israel; quella sarebbe, in conclusione, un vero, ed esplicito deismo Israelitico; ma con quale solido fondamento presumerlo tale, con giustizia, in mezzo delle moltiplici stravaganze delle quali sono i Caraiti così pure suscettibili, nell'osservanza del sabato specialmente in cui prendendo alla lettera il riposo comandato da Mosè (Exo. Cap. 16 v. 31); e riguardando con iscrupolo eguale il divieto prescritto in detto giorno di accendere fuoco entro le loro proprie abitazioni, se ne rimangono affatto allo scuro tutta la notte antecedente, e durante l'intero giorno di sabato, si privano di accendere fuoco, eccetto che nel solo caso di estrema urgenza in cui vanno ad accenderlo lungi dalle loro proprie case in mezzo della contrada? Inoltre è egli meno stravagante lo scrupolo che mostrano i Caraiti nell'occasione della festa de' tabernacoli, nella quale prendendo, al solito, alla lettera il senso espresso in questa frase (Levit. Cap. 23 v. 42) בסכת תשבו שבעת ימים׃ כל האזרח בישראל ישבו בסכת (Bassucoth tescebu scivnghat jamim: col Aezrah beisrael jescebu bassucoth) Et habitabitis in umbraculis septem diebus: omnis qui de genere Israel est, manebit in tabernaculis: essi fanno il loro permanente domicilio entro le capanne, senza mai abbandonarle un solo istante, non meno di notte che di giorno, durante l'intervallo menzionato di sette giorni comandati dalla scrittura e quante altre instituzioni meschine di tal fatta, non si prescrivono col più entusiastico zelo i Caraiti sull'osservanza delle altre feste, e quante altre interpretazioni assurde, al massimo grado, non attribuiscono i medesimi agli altri precetti del Pentateuco che rapportansi a' Cibi, al giudiziario, al politico, al Civile, così enormemente ripugnanti al buon senso, per elleno medesime, quanto all'eccesso ardue, tormentose, ed anche per la massima parte impossibili riescono a mantenerle, e ed osservarle? (122)

D'altronde, pare necessario di convenire, non essere già sicuramente con tali mostruosi principj che i vetusti padri d'Israel erano Caraiti, o ebrei deisti; il Caraismo dei medesimi, o il loro Deismo, se si approssimava in qualche tenue parte a quello che mirasi professato da' recenti, era, per altro, diametralmente opposto e quelle pratiche insignificanti seguitate macchinalmente da' moderni Caraiti, che oscurano i pregj di questa instituzione, e indeboliscono la base primitiva sulla quale fu questa setta in origine fondata felicemente: tutti quegli scrupoli oltraggianti la purità del vero Culto Divino, erano a que' sani Caraiti antichi totalmente sconosciuti; paghi essi restando di compiere meramente quelle sole prescrizioni, che potevano essere osservate senza incomodo fisico, nè alterazione di spirito per farne l'applicazione, nè stanchezza di mente per lambiccarne il vero senso; essi erano in tale guisa il modello esemplare del Caraismo, senza essere fanatici per gli scrupoli che oggi ne tengono le veci; erano i veri Israeliti senza quelle pratiche superstiziose, que' riti superflui, o quelle ripugnanti cerimonie, che lo smarrimento degli uomini vi ha in seguito aggiunte (123).

Questo è, in una parola, quel vero, e solo Caraismo che può meritamente aspirare a' nostri encomj, e che oltremodo vantaggioso riuscirebbe l'istruirne tutto il corpo della Nazione d'Israel, indurlo ad adottarlo, e propalarlo per ogni dove l'orma sua s'imprime, e ciò dopo di avere riformati i suoi abusi, emendati i suoi errori, e ridotte le sue Instituzioni Teologiche a quel grado di sublimità, e perfezione, della quale Possono essere le medesime suscettibili.

(114) Alcuni osservano che la Legge Mosaica cominciò ad alterarsi, e a degenerare dalla sua purità primitiva, da che il popolo d'Israel contrasse un Commercio cogli stranieri, quello divenne molto maggiore, e più frequente dopo le conquiste di Alessandro, di ciò che lo era antecedentemente, e questo fu in particolare cogli Egizj ch'essi vincolarono de' rapporti di società, e di affari, specialmente in tempo che i Re di Egitto furono padroni della Giudea. Non si prese dagli Egizj i loro idoli; ma il loro metodo stravagante di trattare la Teologia, e la religione: Quindi è (come lo pensa uno scrittore illustre) che i dottori ebrei trasportati, o nati in quel paese, si gettarono nelle interpretazioni allegoriche; ed ecco ciò che dette occasione a due partiti di cui parla Eusebio di formarsi, e di dividere la Nazione. (Hist. des dogm. et opin. Philosoph. T. 2. p. 220)

(115) Alla testa di questi due partiti de' quali abbiamo poco avanti ragionato erano allora Hillel e Sciamaj, che gli rendevano più luminosi, e di qualche considerazione. I Rabbanisti però danno il torto a Sciamaj, il quale era, com'essi dicono, un'uomo impetuoso, e violente; essi sostengono che la loro divisione in altro non verteva che intorno a tre soli riti di non molta importanza. Ma il sentimento parziale di pochi Dottori, non può avere forza bastante di abrogare ciò che si legge in chiari sensi, e nel Talmud, e altrove che la disputa si riscaldò si violentemente che non era tanto agevole di calmarla in veruna maniera: ciascuno di quelli eresse una scuola pubblica, un giorno determinato si adunarono entrambe; ma se queste si accordarono sopra varj articoli, ne rimase, per altre, un maggior numero sul quale restarono esse totalmente inconciliabili; Hillel sostenne con calore la tradizione (Misnah. 5) pretendendo asseverantemente esservi stata una Legge la quale fosse passata da bocca in bocca, come da un telegrafo ad un altro, benchè più lentamente, da Mosè fino ad Esdra, e di questi fino ad esso: Sciamai, al contrario, insisteva di doversi tenere scrupolosamente attaccato alla sola Legge scritta, riguardando tutte le parafrasi, o appendici che alla medesima si fossero aggiunte, come estranee onninamente alla tersa religione di un vero Israelita, a cui riescono il più delle volte indifferenti, sovente perniciose, ma sempre inutili. Quindi il pregiudizio degli ebrei Talmudisti, che attribuiscono il torto a Sciamai, conferma la quasi positiva certezza del testè riportato sentimento cioè, che questi fosse avverso alla tradizione.

Ciò che d'altronde, non pare in alcuna maniera supponibile si è, che i Caraiti si attribuissero un origine odiosa, o menzognera (come assurdamente lo pensarono alcuni de' loro oppositori) se i medesimi non fossero completamente persuasi che quella ch'essi vantano è la vera; frattanto uno de' più eruditi di questa setta, dice in termini formali che i Caraiti sono assolutamente sortiti dalla casa di Sciamai (Vedi Mosè Betschitsi MS. apud Trigland, Cap. 6. p. 72 e 74).

Ecco tutto quanto noi possiamo infatti di proposito asserire sulla probabile fondazione originaria della setta dei Caraiti.

(116) Questa Setta (della quale sarà da noi accennato l'origine, ed il sistema religioso nel Capitolo seguente) non si uniformava a' Caraiti, se non se in quanto al prendere la scrittura alla lettera, e nel rigettare in conseguenza qualunque siasi tradizione, ma in tutt'altro esse erano fra di loro interamente opposte, e contradittorie, mentre i Saducei, attaccandosi al mero senso letterale delle prescrizioni mosaiche, ne deducevano illativamente che le medesime non gli obbligassero già a credere ciò che i Caraiti pretendevano adottare fermamente di proposito; quindi è ch'essi non credevano nè la predestinazione, nè la resurrezione de' corpi, nè l'immortalità dell'anima umana, nè l'esistenza degli angeli, o degli spiriti; mentre di tutto ciò che i Caraiti in siffatti articoli concordi co' Talmudisti ammettevano come irrefragabile, i Saducei gli oppugnavano senza eccettuazione, adducendo per motivo che la scrittura non ne offre il benchè minimo sentore, con quella esattezza però che si esigeva da' medesimi, avendo già noi rimarcato altrove con quale evidente precisione faccia il Pentateuco sotto intendere non meno l'esistenza di Dio, che l'immortalità dell'anima umana (vedi le annotazioni 26. e 41.) così non erano essi ebrei che per le sole ricompense temporali, e molto concedevano al labile piacere de' sensi. Onde si può giustamente conchiudere che coloro i quali vollero supporre i Caraiti infetti di Saduceismo dimostrano un imperizia crassa non meno de' principj degli uni, che delle massime dell'altro, che quelli non solo ricusano di ammettere, ma che tentano sempre di combattere accanitamente, e di annientare.

(117) Non si può certamente di proposito negare che nel ristretto numero di scrittori che ha prodotto la setta de' Caraiti, Aaron Ben Josef debba, senza contradizione tenere il primo rango; esso vivea nel Secolo tredicesimo, professava la medicina, ed esercitava nel tempo stesso l'ufficio di Rabbino in Costantinopoli. Il Caraita Mardocheo (altro celebre letterato di questa setta), ce lo rappresenta come un uomo profondamente versato nell'intelligenza del Pentateuco, nello studio della natura, della filosofia, ed anche oltremodo perito nella cognizione di tuttociò che la cabala racchiude di più occulto, e di più misterioso (ved. la versione e le note di M.r Wolf all'opera di Dod. mordochai, sotto il tit. di notit. Karæor. Cap. XI. pag. 141.) Per altro, pare verosimile, come lo pretende lo stesso Wolf ch'essendosi egli applicato a questa scienza chimerica, la quale non è fondata che sopra giuochi di una immaginazione sovvertita, esso non abbia avuto altro in mira che i indagarne meglio l'insufficienza, e convincersi per se stesso che ben lungi dal ritrovarvi qualche solida utilità nelle moltiplici sottigliezze che ne costituiscono l'usanza, quelle non sono ad altro idonee che a corrompere lo spirito; e ciò è tanto più probabile, quanto che restaci chiaro dimostrato dalle veementi espressioni ch'esso usa, allorchè imprende a confutare certe parafrasi allegoriche, o cabalistiche riportate dal medesimo nel suo מובחר (mubhar) Il Scelto (che è un Commentario sul Pentateuco) opera che lo stesso Abenesdra non potè in molte parti non approvare. È in essa dove il rinomato nostro Aaron nel tempo medesimo ch'egli spiega tutta la sua robusta energia per dimostrare i vantaggi sommi che ha la di lui Setta sopra quella de' Talmudisti, non cessa di declamare contro infiniti abusi che mirava introdotti nella sua, del tutto estranei all'essenzialità delle sue primitive instituzioni, perchè non gli appartenevano di sorte alcuna, ed esso vi progetta in vece i mezzi i più pronti, ed i più efficaci, onde reprimerli, e allontanarli.

Infatti sia quanto si vuole ottimo, e proficuo lo stabilimento del Caraismo fra gli uomini, è altresì chiaramente dimostrato che non potrebbe andare quello pure in alcun modo esente da una riforma radicale che ne modificasse il rigore, semplificandone le pratiche, e ne togliesse quelle ridicole superfluità che vi s'intrusero a grado a grado con detrimento delle sue primitive instituzioni, e che lo stesso Ben Josef non ha potuto astenersi dal riprovare, benchè tanto proclive a consolidarne le massime, e a sostenerle.

(118) Qualunque siasi l'opinione che molti abbiano concepita per rapporto al Caraismo, è d'uopo convenire che la loro maniera di credere è ad ogni riguardo degna di essere imitata, come una delle più sane, e delle più esemplari instituzioni sociali: per giudicarne con criterio udiamone il carattere che uno scrittore insigne ci trasmise di questa setta: Les Caraïtes ont une idée fort simple, et fort pure de la Divinité, car il lui donnent des attributs essentiels, et inséparables, et ces attributs ne sont autre chose que Dieu même. Sa Providence s'étend aussi loin que sa connoissance qui est infinie, et qui decouvre toutes choses. Ils distinguent quatre dispositions differentes dans l'ame, l'une de mort et de vie, l'autre de santé, et de maladie. Elle est morte, lorsqu'elle croupit dans le péché; elle est vivante lorsqu'elle s'attache au bien; elle est malade quand elle ne comprend pas les vérités célestes; mais elle est saine lorsqu'elle connoit l'enchainure des événemens et la nature des objets qui tombent sous sa connoissance. Enfin ils croient que les ames seront recompensées, ou punies suivant leurs actions etc. Hist. des Dog. Philos. V. 2. p. 222.

Qual'è mai quel popolo che possa vantare sopra la terra un culto di questo più esimio, più elevato, più salutare?

(119) Malgrado l'avversione decisa che i Caraiti hanno sempre mai dimostrato per la Legge orale, come osservammo, non si può nulla di meno asserire con probabilità ch'essi rigettino complessivamente per tanto, qualunque sorta di tradizione; mentre uno de' più celebri scrittori di quella Setta ci assicura che il principale scopo della sua credenza non tende che ad oppugnare le false, e le assurde tradizioni, ma che, al contrarie, i Caraiti ricevono le bene fondate, e le ragionevoli, distinguendo così le certe, e le costanti da quelle che non sono che ipotetiche, e dubbiose (Ved. Mosè Eliahu aderet apud trigland Diatr. de Karæor. P. 117. e 125.) Essi adottano ancora la Massora (o la puntuazione della Scrittura) (non ostante che faccia essa parte delle instituzioni tradizionali, e la stessa loro Teologia non differisce da quella degli ebrei Talmudisti, se non in quanto all'essere più concisa, e più lontana da inutili, e superstiziose discussioni, che formano il carattere definitivo, e principale della Teologia de' loro oppositori. In una parola, fra le tante interpretazioni che furono applicate alla scrittura, essi non ricevono che le sole meramente letterali, e per conseguenza essi rigettano affatto le Glosse cabalistiche, mistiche, e allegoriche come non avendo alcun fondamentale rapporto colla Legge pubblicata da Mosè.

(120) Qualunque siasi digiuno comandato, ed ordinario comincia la mattina allo spuntare dell'alba, e dura fino all'imbrunire del giorno medesimo, eccetto che quelli di Kipur, e di Av, i quali cominciano le sera della vigilia di questi con una perfetta astinenza di cibo, e di bevanda fino alla sera susseguente all'apparire delle stelle nel firmamento. Di tali digiuni dunque imposti all'Israelismo dalla Legge orale se ne annoverano cinque:

Il primo cade il 17 di Tamus (corrispondente al nostro volgare mese di Luglio) in commemorazione delle varie disgrazie che successero altre volte in simile giorno entro Gerusalem; e perchè in quello stesso giorno accadde che Mosè ruppe le prime tavole della Legge a cagione del vitello d'oro fatto dal Popolo ebreo dimorante nel deserto, nell'intervallo della di lui assenza sulla vetta di Sinai.

Il secondo è quello che porta il nome di תשעה באב Tisngha Beav) cioè, nove del mese di Av, che cade nell'Agosto, quale digiuno è da' Settatori Talmudisti più rigorosamente osservato degli altri (dopo quello però di Espiazione che gli supera tutti) poichè fu in quel giorno medesimo che il Tempio venne abbruciato da' Caldei, e la Città di Gerusalem devastata poscia interamente da Tito; in quello stesso giorno ancora avvenne il crudele supplizio di dieci de' più insigni Rabbini della Giudea, e la proibizione fatta da Adriano agli ebrei di mai più rientrare ne' loro antichi recinti, e particolarmente in Gerusalem, e neppure di ritornare verso quella parte per riguardarla. Tali sono le cause per le quali i Talmudisti ordinarono il digiuno del nono giorno del mese di Av; esso comincia la vigilia, tosto che il Sole tramonta, e da questo momento gli ebrei cessano di mangiare, e di bere fino alla sera susseguente; essi restano tutto questo intervallo di tempo senza scarpe di cuojo, seggono sulla nuda terra colla massima tristezza in continue lamentazioni, non essendo loro permesso di leggere fuorchè Geremia, Job, ed altri libri di tal modo affliggenti, e patetici; e gli otto giorni che lo precedono, si astengono dal radersi la barba, e dal cibarsi di qualunque siasi carne, eccettuatone il Sabato, dove questi divieti non hanno luogo.

Il terzo è quello che viene il primo giorno dopo la solennità del nuovo anno, ovvero il terzo giorno del mese di Tisrì (che combina in Settembre); gli ebrei Talmudisti digiunano dallo spuntare dell'aurora fino all'imbrunire di quel giorno medesimo, attesochè, in esso fu ucciso Godolia figlio di Ahikam (Gerem. cap. 41.) uomo integerrimo e di esemplari costumi, il quale era restato solo per conservare i dispersi avanzi del Popolo d'Israel, la di cui sorte cominciava fino di allora a periclitare: Or siccome questo dì fa parte de' dieci giorni penitenziali (con tal nome distinguendo la prima decade di Tisrì) gli ebrei Talmudisti prendono pertanto un adeguato motivo di fare ad un tempo medesimo la commemorazione di questo giusto; egli è dunque perciò che questo digiuno porta il nome di צום גדליה (Zzom Ghedaliah) Digiuno di Godolia; indi segue il gran Digiuno Kipur, o di Espiazione, che tutta la comunione d'Israel, senza eccettuazione alcuna di setta, nè di partito, celebra il 10 di Tisrì, il solo comandato da Dio per organo di Mosè, e di cui essendo stato, quanto basta, ragionato a suo luogo, ed avendolo noi per tale indispensabile riguardo adottato nel nostro nuovo piano di riforma, ci siamo dispensati di comprenderlo fra questi.

Il quarto è quello del 10 Tebeth il quale corrisponde, per lo più al Decembre, ordinato da' Rabbini in rimembranza del primo assedio fatto da Nabucodonosor in Gerusalem, che in seguito la prese.

Il quinto, ed ultimo digiuno finalmente, è quello che i Settatori Talmudisti fanno il giorno 13 del mese di Adar che rapportasi al marzo in memoria d'Ester, la quale digiunò nell'occasione dell'infortunio in cui trovavasi l'ebreismo de' suoi tempi involto, attesa la crudele perfidia di Amano vice-re di Media e Persia, che macchinava l'esecrabile progetto di sterminarlo dalla terra; questa commemorazione denominasi פורים Purim, dall'etimologia del vocabolo פור Pur, che significa Sorte, alludendo all'estrazione fatta dallo stesso Amano per diffinire in qual mese dell'anno dovea un sì truce sterminio effettuarsi, e la sorte cadde sul mese di Adar, il più climaterico di tutti gli altri, attesa la morte repentina di Mosè, che pretendesi accaduta entro questo mese.

Ecco quali sono realmente i digiuni comandati a rigore da' Rabbini (prescindendo però dall'ultimo instituito da Ester); e se altri, eccetto i testè menzionati, miransi osservare da' più devoti fra gli ebrei Talmudisti, essi sono meramente arbitrari, o contingenti, e propriamente particolari ad ogni singolo corpo separato che fa parte di questa medesima Nazione, come agli ebrei Orientali, ai Tedeschi, e ad alcuni Italiani; ma siccome questi digiuni si sono moltiplicati presso gli ebrei quasi all'infinito, così senza che ci diffondiamo inutilmente a riportarli, può osservarsene il dettaglio circostanziato nella dotta dissertazione del Rabbino Leon di Modena e nel Bustorfio. (Syn. Ind. Cap. 25.)

(121) Io intendo per tali punti essenziali della Religione l'esistenza dell'Essere Supremo, l'immortalità dell'Anima umana, e quindi le ricompense, e le punizioni della medesima nella vita futura, ed in qualche parte ancora l'osservanza delle solennità principali, nella guisa, precisamente che accennammo.

Peraltro, non mi sembra inutile affatto quì di rimarcare col Seldeno (uxor. Hebr. Lib 1. Cap. III.) che avendo i Rabbini fissate tre maniere differenti d'investigare, e scuoprire le verità moltiplici racchiuse in vari luoghi della scrittura, cioè il testo, la ragione, e l'autorità degli antichi, regole quasi comuni a tutte le sette che esistono sulla terra; i Caraiti vanno pienamente d'accordo co' Rabbanisti nelle due sole prime, considerandole come urgenti, ed oltremodo indispensabili; e se rare volte adottano anche l'ultima, non è già perchè s'impongano un dovere, siccome praticano gli altri, di crederla o seguirla alla rinfusa; ma essi vi si sottomettono in proporzione che la ritrovano esatta, ed in ogni punto consentanea allo spirito genuino della scrittura.

(122) Siccome i Caraiti hanno in orrore tuttociò che rapportasi alla tradizione, così essi rigettano con isdegno tutte quelle instituzioni orali che i Talmudisti si prescrivono con tanto scrupolo, e riservatezza; ma se quasi tutte le cerimonie religiose praticate da questi si rendono annojanti per l'affluenza considerabile delle inutili parafrasi aggiunte alle medesime, quelle seguitate da' Caraiti sono ad ogni riguardo insopportabili per la loro soverchia ristrettezza, o per l'austerità dell'osservanza di esse; egli è perciò che io considero come inutile di fare quì specifica menzione di tutti i loro riti stravaganti per rapporto ad altri assunti morali, politici, e civili. Chi bramasse esserne edotto con esattezza maggiore può rivolgersi agli scrittori di questa Setta, da noi per varie volte citati.

(123) Malgrado che infinite riprove concorrano a convincerci pienamente di questa verità incontrovertibile, pure non ostante, v'ha de' forsennati fra gli ebrei Talmudisti de' nostri tempi all'eccesso riprovabile l'anteporre la loro propria credenza mistica, e tenebrosa alla purità edificante di quella degli antichi, sebbene ad evidenza ne conoscano i superiori salutari vantaggi, e non esitino un'istante a convenirne; ed i soli Caraiti che potrebbero in qualche modo, se non completamente pareggiarla, almeno più degli altri approssimarsene, sono fuori della situazione di riuscirvi, per averla voluto troppo sottilizzare, colla strana idea forse di sorpassare quelli nella vera pratica di essa; se gli ultimi sono degni di rimprovero, lo sono certamente i primi, ad ogni riguardo, di eterna ripugnanza, e d'improperio.

CAPITOLO XV.

Delle altre Sette differenti derivate dal grembo della Comunione dell'Israelismo; cioè Saducei, Essenj, Terapeuti, Farisei, e Samaritani; la loro origine, i loro dogmi, le loro Cerimonie, ed i loro sistemi di Religione.

Due Cause principali, dice un ingegnoso critico moderno, sembrano cospirare a gara per mantenere, e alimentare negli uomini la ripugnanza, e l'incuria ch'essi nutrono scrupolosamente, tutte le volte che trattasi di ponderare, o discutere le loro opinioni tradizionali; la prima si è la difficoltà insormontabile, e l'impotenza estrema nella quale si trovano di penetrare le dense tenebre, di cui le tradizioni hanno pur troppo avviluppata la religione dai suoi primi fondamentali elementi; argini molto adeguati ad opprimere ed a stancare gli spiriti limitati, ed accidiosi, che incapaci di elevarsi colla forza del raziocinio fino alla contemplazione della verità, non iscorgendovi che un Caos terribile, e informe, la giudicano forse assolutamente impossibile ad esaminare, ed approfondire, e paghi ne restano di seguitarla tale quale se la rappresentano macchinalmente (124): ecco la sola e vera cagione, a cui tutto concorre a convincerci che possono dovere l'origine, presso che tutte le Sette scaturite dal grembo del giudaismo antico, e partitamente di quella de' Farisei, della quale ci disponghiamo in seguito a parlare.

La seconda di tali cause, può dirsi quella di non lasciarci troppo soggiogare da precetti severi, mistici, o poco intelligibili, che tutto il mondo ammira nella teoria, e pochissime persone si curano di praticare con esattezza; tale è la sorgente della quale scaturirono probabilmente il Caraismo di cui testè abbiamo esaurita la materia, non meno che tutte le altre Sette delle quali ora, entriamo ad occuparci di proposito.

Che la Teologia mistica, producesse per se medesima la Setta de' Saducei, sembra che niuno abbia fino ad ora fondatamente dubitato, siccome apparisce altresì egualmente incontestabile, che le orali allegorie formassero quella de' Farisei.

In quanto poi all'epoca precisa in cui la Setta Saducea si rendesse manifesta fra gli ebrei, l'opinione la più adottata da' critici si è che Zadok, discepolo di Antigono Socheo fosse il primo, e il vero fondatore della Setta de' Saducei, duecento e quarant'anni avanti l'Era volgare; senza attenerci però a ciò che opinano vari dotti scrittori antichi, cioè che l'eresia de' Saducei fosse molto più remota, sostenendo che la medesima nacque dalla sinistra interpretazione che si è da quelli attribuita al Cap. 37 di Ezechiello, mentre studiavasi ciascuno di comprenderne il vero senso; altri ne fissano un origine assai differente facendola rimontare fino ad Esdra (Leghtf. Flor. Heb. ad Mat. III. ζ. opp. Tom. II.).

Ma prescindendo da tutte queste troppo ambigue, e tenebrose congetture, che lungi dal condurci alla verità, non fanno che aumentare i nostri dubbj e allontanarci dal retto sentiere che potrebbe indirizzarvici, noi stabiliremo Antigono per assoluto capo creatore di questa Setta, e Zadok e Baithos suoi discepoli, come gli organi, ed i propalatori delle sue nuove instituzioni, non meno che del sistema religioso che serve alle medesime come di base inconcussa, è fondamentale (125).

In origine, per quanto apparisce, i Saducei non si distinsero dalla Comunione generale dell'Israelismo, che col semplice rifiuto meramente di riconoscere, e adottare le autorità delle instituzioni tradizionali. Alcuni pretendono così pure, che tutti que' Settatori proferissero il Pentateuco di Mosè a tutti gli altri libri, considerati generalmente come sacri, e canonici, i quali non erano da essi riguardati che come opere composte da certe persone venerabili a cagione della loro santità, e de' loro esemplari costumi (126). Essi leggevano i Profeti, aderivano che si studiassero con accuratezza, e che fossero autorevolmente citati tutte le volte che l'urgenza lo esigesse, e volevano, in somma che aggregati quelli fossero nel Canone, benchè molte volte rigettavano i loro scritti, nel modo stesso appunto che inveivano pertinacemente contro le tradizioni de' Dottori, ed in particolare contro quelle de' Farisei, ai quali essi erano per tante ragioni opposti onninamente; ma i Farisei restavano, d'altronde, persuasi, che la Legge fosse l'unico, ed il più solido fondamento della Religione, e la sola regola direttrice della credenza de' medesimi e che per conseguenza tutto ciò che prescritto non era da Mosè, non doveasi mai adottare in verun modo.

In seguito di quanto Flavio assicura (Lib. XX. pag. 465) pare che i Saducei negassero assolutamente l'influenza dell'Essere Supremo sulle azioni umane, stabilendo soltanto la libertà assoluta dell'uomo; ed essi toglievano a Dio qualunque ispezione sul male, ed ogni sorta d'ingerenza anche sul bene, perchè opinavano essi, che l'Essere Eterno avesse collocato il bene, e il male sotto gli occhi dell'uomo, lasciandogli un amplia facoltà di seguitare l'uno, o di schivare l'altro; ed è appunto per questa medesima ragione che i Saducei negavano, senza riserva il potere del destino, riguardandolo unicamente come una bizzarra illusione, solo degna di occupare la mente abbacinata degl'idioti, e degl'inesperti (127); sostenendo, al contrario, che tutte le nostre azioni dipendono sì direttamente da noi, che noi siamo i soli, ed i veri autori di ogni bene, siccome pure di qualunque siasi male che ci sopraggiunge, secondo che noi seguiamo il retto sentiere della virtù, o la carriera tortuosa della depravazione (128). Non erano già essi guidati da verun disegno di ricompensa nelle azioni meritorie che esercitavano, animati dalla sola grata soddisfazione di eseguirle; essi ritenevano presente ognora ciò che Antigono loro capo, e fondatore solea ripetere incessantemente a' suoi Discepoli e seguaci: non siate come gli schiavi, che obbediscono al loro padrone col disegno di trarne ricompensa; obbedite senza sperare alcun frutto dalle vostre fatiche, e che il timore dell'eterno sia sopra di voi (129).

Questi negavano ad un tempo medesimo la spiritualità delle anime umane, la resurrezione de' corpi dopo le morte, e l'esistenza degli angeli, e con più forti ragioni si sarebbero scherniti di quella bizzarra opinione sostenuta dal Ben Dior (Vedi Sefer Jezirah, ovvero libro della creazione) quali era quella, di sostenere che ogni patriarca, cominciando da Adamo, avesse un Angelo per suo inseparabile sorvegliante o precettore (130). Essai opinavano che non può esistere giammai altra essenza incorporea, o spirituale fuori che Dio, e che que' dati esseri che noi chiamiamo col nome di Angeli, non si debbono intendere che sotto il carattere di altrettante virtù, che marcano assolutamente la volontà, e la possanza infinita dell'Essere Supremo, od anche accessoriamente i mezzi da esso lui impiegati per la pronta indefettibile esecuzione de' suoi eterni Decreti.

Tali sono i principj generali de' Saducei, relativamente alla Religione che professavano; e se da quelli prescindendo gettare vorremmo uno sguardo sulla loro morale, e su' loro costumi, noi ritroveremmo non meno gli uni che l'altra irreprensibili ad ogni esperimento; le azioni de' medesimi alla verità non ismentivano il nome che portavano צדיק (Tzadik) giusto צדק (Tzedek) Rettitudine: i Saducei procedenti, come osservammo, da צדוק Tzadok facevano professione di una integrità esemplare, e di una giustizia edificante; elogio che loro venne generalmente compartito da tutti i più austeri critici dell'antichità, che non gli hanno d'altronde risparmiati, allorquando trattavasi d'inveire contro le loro cerimonie insopportabili, o condannare le assurde interpretazioni ch'essi davano al Pentateuco di Mosè, non meno che a tutti gli altri libri della Scrittura.

Ma de' Saducei, e della loro Setta avendone parlato quanto era sufficiente a farcela conoscere, ora passiamo a ragionare degli Esseni de' quali si è cotanto decantata la virtù, e l'inusitata rigidezza de' costumi.

Filone ha distinto due ordini di Esseni (Phil. de vitae contemp.); gli uni si attaccavano alla pratica, e gli altri, che si nominano Terapeuti, alla contemplazione: questi ultimi erano così pure della setta degli Esseni; Filone dandone loro il nome, non gli distingue dal primo ramo di quella Setta, se non se da qualche grado di perfezione.

Gli Esseni erano precisamente ciò che i viaggiatori ci descrivono essere i Dunkari nella Pensilvania, cioè, una specie di religiosi, benchè la maggior parte di essi fosse ammogliata, il Celibato essendo in orrore massimo a quei tempi, siccome l'ho io dimostrato altrove (Vedi le annot. 66 e 119, del T. II. alle Not. Camp. p. 23 e 180) anche presso le persone consecrate al servizio dell'altare; volontariamente assoggettati alle più austere prescrizioni, vivendo tutti in comune per lo più fra gli eremi deserti, distribuendo il loro ozio quotidiano fra la preghiera, e la fatica, avendo interamente proscritto dal loro consorzio qualunque sentimento di disparità, o di preferenza, siccome ancora ogni ambizioso disegno di proprietà; schivavano l'incontro del resto degli uomini, non comunicando che solo con coloro che riconoscevano aderenti alla loro Setta, ed uniformi ne' costumi, poichè siccome quelli reputavano la loro religione più sana, e più elevata di quella degli altri uomini, quindi è perchè dessi sfuggivano qualunque specie di relazione coi medesimi, così è, dice Bayle, che la fierezza segue per l'ordinario le devozioni particolari; egli è di tali Settarj che Plinio il naturalista, e Solim dissero Gens aeterna, in qua nemo nascitur. (Hier. Lib. V. Cap. 17 et Sol. Cap. 35. p. 47) falsamente supponendoli d'accordo proclivi al Celibato.

In quanto poi all'origine degli Esseni, moltiplici, e divise, al solito, sono le opinioni degli antichi, non meno che de' recenti scrittori: R. Abram Zachut (nel suo più volte citato Juhassim) assegna loro per padre, e fondatore Judah Galilei; alcuni, ed Epifanio, e Petit fra questi, gli annoverano fra gli eretici Samaritani (de' quali sarà da noi fatta in seguito rapida menzione); essi gli appellano Jesseni, immaginando erroneamente, che avessero quelli preso questo nome da Jesse padre di David. Fuller ha creduto Miscell. Sacr. Lib. IV. Cap. IV. p. 2392) che gli Esseni fossero gli stessi dei Baitosei, perchè questo vocabolo significa Casa di guariti, nome che conviene alle persone che si distinguono col carattere di Terapeuti, cioè a dire, Medici benchè in seguito questo autore variasse di opinione. Nilo unitamente a vari critici moderni, gli vuole discendenti da Jonadab (Ascet. Cap. 3). I cristiani poi abbagliati delle austere mortificazioni di questi Settarj, hanno tentato di toglierli agli ebrei, e di farne degli eremiti, o i primi frati del vangelo (131); ed Eusebio ha loro conferito il cristianesimo, così straniero ad essi, quanto dovea esserlo a Pitagora, che ridicolmente alcuni pretesero di fare Carmelitano (132). Essi compariscono nell'Istoria di Flavio sotto Antigono, poichè fu allora che si vide (per quanto esso ci dice Lib. III. Cap. XII) quel Profeta Esseno nominato Iudah, il quale avea predetto che Antigono sarebbe ucciso un tale dato giorno nella Torre di Straton; e infatti Antigono è stato ucciso, quel giorno stesso vaticinato, in un luogo che chiamavasi la Torre di Straton; era con sì fatte predizioni, che gli Esseni, ei Terapeuti si distinguevano nel mondo.

Quante disparate contraddittorie opinioni, senza esservene forse una sola giustamente fondata. Malgrado però che dobbiamo sempre confessare di non riconoscere nel suo vero fondo la vera origine primitiva di questa Setta, la congettura di Drusio riportata dal Basnage (Hist. des Juifs. T. 1. Lib. 2. Cap. 12) sembra la più verosimile, e la meno prossima all'errore di tutte quante ritroviamo noi prodotte fino al presente.

Questo autore dunque asserisce, che gli Esseni sono quelli i quali essendo perseguitati da Ircano si ritirarono ne' Deserti, e che la necessità gli astrinse allora ad accostumarsi ad un genere di vita molto austero ed in cui essi perseverarono in seguito arbitrariamente; e tale rigoroso sistema di vita si è sempre creduto da varj Autori che fosse loro comune co' già menzionati Terapeuti, sebbene questa opinione sia da molti altri contrastata, colla differenza però che quelli si dividevano in molte società diverse, che diramavansi senza però fissare un domicilio permanente, quando gli ultimi, al contrario, erano tutti concentrati nell'Egitto, per quanto narra, Filone il quale vivea fra di essi, dediti sempre alla campagna, come un soggiorno più ovvio alla meditazione, e più omogeneo alla vita comtemplativa che conducevano.

Per quanto riguarda la religione professata da tali Settarj, essa era limitata a livello dei loro bisogni, ma altrettanto severa del pari che i loro costumi, essi avevano un profondo rispetto per la Divinità, alla quale attribuivano un potere assoluto, e illimitato sopra tutti gli avvenimenti mondani, sostenendo fermamente che niente si opera nell'universo, se non se coll'immediata influenza de' suoi eterni Consigli: il Sole era da' medesimi considerato come una delle più stupende produzioni tratte del suo braccio onnipossente (133). Flavio (De Bel. Iud. Lib. II. C. 7), e vari altri suppongono che essi davano tutto al destino, ma questi medesimi autori gli hanno in seguito giustificati aducendo che tanto gli Esseni quanto i Terapeuti intendevano per destino la provvidenza, che dirige tutte le creature conformemente alle loro intime affezioni, e che non impone giammai alcuna necessità all'uomo, nè attenta in verun modo alla sua propria libertà. Gli Esseni onoravano Mosè come il primo Legislatore, erano molto attaccati alla Scrittura, e rigettavano interamente le tradizioni; essi sostenevano l'Immortalità dell'anima umana contro i Saducei, benchè questo dogma venisse in seguito alterato da false interpretazioni, come si può espressamente rimarcarlo in Flavio (idem), ed in Porfirio. (apud Civil. contr. Iul. L. IV. p. 7) pretendendo erroneamente che le medesime non discendevano da un aria molto sottile ne' corpi, se non se perchè desse vi erano attirate da un certo incanto naturale che concepire giammai noi non possiamo.

Ma lasciamo pure gli Esseni, e i Terapeuti colle loro frenesìe religiose, ed entriamo ad esaminare i Farisei, presso i quali ne ritroveremo forse delle altre non meno pericolose che stravaganti.

(124) Coloro che dell'indole umana formarono la prima base delle loro filosofiche applicazioni, possono avere rimarcato come lo spirito nostro suole più agevolmente attaccarsi alla rappresentazione fisica di una cosa, di ciò che sia all'indagine di essa, ovvero alla semplice narrazione che può essercene fatta; questa opinione è autorizzata dall'esperienza, essa è quella parimente dell'ameno poeta Orazio De Arte Poet. v. 180.

Segnius irritant animos demissa per aures,

Quam quae sunt oculis commissa fidelibus.

(125) Molti scrittori, d'altronde accreditati, hanno asseverantemente sostenuto, che Sadok e Baithos, entrambi discepoli di Antigono, avessero fondata ciascuno di essi una Setta differente; ma coloro che in sì fatta guisa opinarono, sembrami che si sieno materialmente ingannati; la Setta dei Saducei, e quella de' Baithosei altro infatti non erano insieme che una sola, e medesima Setta disegnata ora sotto il nome dell'uno, ora sotto quello dell'altro; ma Zadok essendo più ardente del suo Collega a sostenere il partito che dessi aveano formato, il di lui nome (come lo rimarca Bayle T. III, p. 2510.) servì sovente più di quello di Baithos a distinguere i fautori di questa Setta.

Non per tanto si adduce da taluni un altra efficace ragione di simile preferenza, voluta da tali Settatori di essere chiamati Saducei in vece di Baithosei (Vedi Scalig. Elench. Trihaer et Sim. Hist. Crit. du Vieux Test.) ed è che siccome Baithos, secondo quello che asseriscono i Rabbini, era bastardo, temevano che questa macchia poco onorifica, non dovesse attirare sopra dei medesimi qualche spiacevole improperio dalla parte de' loro inesorabili avversari; tanto questa uniformità della quale parliamo è per se stessa indubitabile, quanto che non avvi alcuno il quale abbia potuto scuoprire giammai in quale punto i Saducei si differenziassero da' Baithosei; Il celebre Maimonide (Comment. in Pirkè Avoth, apud Willeme. Dissert. de Saduc. p. 8) espone in chiari sensi, che questi non erano che due nomi significanti una sola, e medesima cosa; benchè molti Rabbini, e vari Critici ancora sieno in simile assunto intieramente discordi; così lo pensano egualmente molti altri accreditati scrittori ebrei de' tempi a noi più recenti.

(126) Per altro, non mi sembra inutile quì di avvertire, che sebbene, per quanto apparisca da varj monumenti antichi, i Saducei non ammettessero fra tutti que' libri, che riguardare dobbiamo propriamente canonici, che il solo Pentateuco di Mosè; non per tanto anche di questo sopprimevano molti passaggi, e ciò che di peggio si è, senza mai addurre niun motivo efficace, e convincente di tutte quelle abrogazioni che male a proposito si permettevano di fare confusamente in detti Libri.

(127) Varie, e contraddittorie sono le opinioni che si agitano fra i filosofi relativamente al destino; gli uni credono che il destino sia una cosa divina; gli altri lo riguardano un effetto meramente naturale; fra i primi si possono annoverare Platone, Zenone, Crisippo, Aristotile, Seneca, Eraclito, Pitagora, e pochi altri; fra gli ultimi sono Manilio, Empedocle, Democrito, Parmenide, Leucippo, e varj altri, che quì non giova riportare. Ma sieno quanto si vuole disparate le loro idee, essi d'altronde sono tutti concordemente univoci ad esclamare altamente col Manilio:

Fata regunt orbem, certa stant omnia lege,

Largaque per certos signantur tempora cursus,

Nascentes morimur finisque, ab origine pendet.

(ved. l'annot. seg.)

(128) Epicuro, e Cicerone incessantemente ripetono d'accordo che: anilis plenum superstitionis fati nomen. Infatti non è egli il più nero attentato, che si possa commettere contro la libertà delle umane azioni, ammettendo una necessità fortuita che tutta la distrugge, senza ritegno? Se lo spirito nostro (come lo riflette dottamente Gassendi Philos. T. VII. Lib. III. Cap. 2. pag. 635.) nello stato in cui si trova, fosse condotto dal destino, e che destituito di libertà, esso facesse tutto mediante una necessità costante e inevitabile, la maniera, e la condotta ordinaria della vita umana perirebbero con essa, ed inutile si renderebbe ogni specie di soccorso. Laonde qualunque cosa che deliberata fosse dall'uomo, non succederà se non se ciò che sarà stato decretato dal destino, così la prudenza sarà un nome vano, lo studio della saggezza inutile, e tutti i Legislatori saranno ridicoli, o tiranni, perchè comandano delle cose, che o noi non dobbiamo fare assolutamente, o che noi non possiamo fare in veruna maniera; il vizio, e la virtù non sarebbero che due chimere, così niuno meriterebbe una ricompensa per le azioni morigerate, nè gastigo per le sue colpe; finalmente tutte le cose andando in forza di una necessità inevitabile, indarno farebbe l'uomo voti, o preghiere: egli non sarebbe se non se ciò che vuole il destino a cui egli fosse assoggettato.

(129) Ved Pirk. Av. Cap. 1. N. 3. e Mannon Comm. in Pir. Av p. 25 Cap. 1.

Dee recare bene sorprese massima tale adottata da un capo Settario, il quale vivea sotto l'antica economia; poichè, come lo rimarca un dotto (Des opin. Philosoph. T. II. p. 209.) la legge permetteva non solo le ricompense, ma essa parlava sovente di una felicità temporale che dovea seguire sempre la virtù. Benchè fosse difficile di divenire contemplativo in una religione sì carnale, nulla di meno Antigono lo divenne: e chi avrebbe potuto mai seguirlo in una si alta elevazione? Zadok l'uno de' suoi discepoli che non ha potuto determinarsi, nè ad abbandonare interamente il suo maestro, nè gustare la di lui teologia mistica, dette un'altro senso alla di lui massima, e conchiuse da ciò che non vi era nè pene, nè ricompense dopo la morte. Esso divenne il padre de' Saducei i quali trassero da lui, come testè osservato abbiamo, il nome della loro Setta, il loro Dogma, ed i loro principj Teologici.

(130) Il Cuzarì, unito a' Cabalisti, dice che Adamo avea un padre il quale servivagli anche da precettore, e questi era l'angelo Gaziel; il medesimo fece dono al suo discepolo di un libro in cui erano racchiusi tutti i più alti misteri di una scienza sublime, di cui è perlato diffusamente nel Zohar. E coloro che fanno professione di sottigliezze cabalistiche, assicurano che ogni simile patriarca dell'Israelismo, ha avuto un'angelo per protettore che l'istruiva di tutte le più interessanti, ed arcane cognizioni, nel tempo che lo difendeva da ogni sinistro avvenimento. Shem per esempio, ebbe, secondo essi, per maestro, e protettore l'angelo Jofiel; Abramo Jsedekiel; Isaak Raffael; Jacob, Peliel; Josef Gabriel; Mosè Metrathon, David Cerviel che lo soccorse ad uccidere Golia: (ved. il citato Bendior.)

Non v'ha certamente quanto i Cabalisti, che si sieno segnalati con entusiastico ardire ad inventare de' nomi differenti, che loro è piaciuto di appropriate ad un immensa quantità di angeliche intelligenze; essi sono anche pervenuti e moltiplicarle all'infinito, col mezzo di non so quali regole chimeriche, o fallaci, quanto si scorge essere pur oltremodo assurda l'arte della quale parliamo, e da cui partono. (ved. C. Agrip. de occul. Philosoph. Lib. III. Cap. 27 pag. 311, et seg.) È da essi positivamente che noi tenghiamo i nomi stravaganti di moltissimi altri angeli, così difficili a comprendersi quanto a pronunziarsi, e che inutile non solo, ma oltremodo pericoloso riuscirebbe di allegare, giacchè secondo' i cabalisti proferendo i nomi serafici di quelle beatifiche intelligenze, risultare si vedrebbe inevitabilmente una morte subitanea, nello stesso momento di pronunziarli; quindi è appunto perciò, che noi stimiamo conveniente di astenerci a farne quì particolare menzione.

(131) Questa Setta (come lo rimarca un'illustre antico), che Filone ha dipinta in un trattato ch'esso ha fatto espressamente, affine di farne onore alla sua nazione, come i Greci che vantavano la morale, e la purità de' loro filosofi, è sembrata sì santa che i cristiani hanno ad essi invidiato la gloria delle loro austerità. I più moderati volendo togliere assolutamente alla Sinagoga l'onore di averli formati, e nutriti nel suo seno, hanno almeno sostenuto, ch'essi avevano abbracciato il Cristianesimo dal momento che S. Marco lo predicò in Egitto, e che cambiando di religione senza cambiare di vita, essi divennero i padri, ed i primi istitutori della vita monastica: questo sentimento è stato parimente sostenuto con calore da Eusebio, da S. Girolamo, e dal P. Montfaucon. Non è mancato per altro, chi gli confutasse, e dimostrasse loro l'assurdità di siffatte opinioni.

(132) Alcuni scrittori del secolo passato si fecero inconsideratamente a sostenere che Pitagora avendo viaggiato nella Giudea, ed essendosi fatto Esseno, andò a fondare i Terapeuti in Egitto; questo non e già tutto; essi aggiungono che essendo ritornato in Samos vi si fece Carmelitano, almeno i Carmelitani stessi ne furono per lungo tempo convinti, e per quanto ci rapporta Basnage (Hist. des Juifs L. 3. c. 7.) Essi hanno sostenuto nell'anno 1682, varie tesi pubbliche in Beziers, nelle quali pretesero di provare, contro qualunque argomentante, che Pitagora era un frate del loro ordine.

In proposito di ciò non abbiamo che leggere la lettera dell'Ab. Faydit sul monachismo, ed il Carmelitanismo preteso di Pitagora, e noi vi troveremo questo filosofo trasformato in Carmelitano: molti scrittori di quest'ordine lo sostengono tuttavia con calore, senz'altro appoggio che le vaghe asserzioni di pochi fanatici predecessori: oh fenomeno inaudito, e strano! Ecco dunque, non saprei per opera di quale ammirabile prodigio, Pitagora cristiano religioso, e di più dell'ordine Carmelitano, dieci secoli almeno avanti che il Cristianesimo esistesse sopra la terra.

(133) A torto alcuni critici hanno imputati gli Essenj, del pari che i Terapeuti, di essere adoratori del Sole, attesa la somma venerazione ch'essi aveano per questo luminare, che lo aspettavano con impazienza, indirizzandoli de' voti per affrettare il suo arrivo; essi non osavano trattare nè proporre alcun affare fino alla comparsa del medesimo; temevano di profanare, o denigrare il suo splendore colle impurità che escono dal corpo, e perciò nel momento di soddisfare a questo bisogno urgente della natura si occultavano ne' latiboli i più oscuri; ed il Porfirio ha confermato questo pensiere; ma esso è per altro, smentito da infiniti esempi i quali provano ad evidenza, che non solo gli Essenj, e i Terapeuti, ma tutti quelli altresì discendenti dalla prosapia d'Israel non riconoscevano che un solo Dio a cui unicamente indirizzavano i loro voti, e le loro preghiere. Ma se gli Esseni fossero stati ancora predominati da sì fatta superstizione, chiaramente espressa dagli antichi, essi l'avevano, senza dubbio, presa da' Pagani; poichè Esiodo assicura che i gentili riguardavano come un grave delitto di lesa Divinità di rivolgersi alla parte del Sole allorchè soddisfacevano a' loro bisogni corporali, e questo sentimento rispettoso era universale, per guanto abbiamo dall'istoria, presso tutti i popoli del mondo antico.

CAPITOLO XVI.

Continuazione del medesimo soggetto.

L'origine, ed il tempo in cui la setta de' Farisei si è manifestata la prima volta nel mondo, ci è del tutto sconosciuta; se si prestasse fede alla tradizione ordinaria, si troverebbe essere stato Illel il suo primo capo, e fondatore, benchè si faccia, nulladimeno, esistere da alcuni sotto Erode il grande (D. Gantz Cronol. p. 83) frattanto rimarcasi che i Farisei erano già sufficientemente potenti nel popolo sotto Alessandro Janneo, e lungo tempo avanti Erode: se i Farisei stessi ascoltiamo, noi gli udiremo altamente esclamare che l'origine positiva della loro setta parte direttamente dallo stesso Mosè; dalla di cui bocca i medesimi vantano, e non so sopra quale solida base, di avere ricevuta la tradizione (134).

Ma piuttosto, che divagare col pensiere intorno delle chimere, che altro non fanno che rendere più oscure le cose che pretendono rischiarare, io preferirei meglio di abbandonare l'investigazione dell'origine di questa Setta, che ricercarlo inutilmente; e siccome i Farisei pretendono ripetere la loro primitiva derivazione, come si disse, fino da' tempi di Mosè, poichè è dalla propria sua bocca che quelli vantano di avere ricevuta la tradizione orale di cui vogliono essere i depositarj, e gli interpreti, così molti hanno creduto di potere in questo senso riguardare come farisei tutti gli ebrei de' nostri tempi, eccettuato però le Sette delle quali abbiamo fino ad or ragionato, se pure n'esistono ancora.

Che l'inerenza costante per le tradizioni fosse antichissima, non è certamente da dubitarne, e noi già dimostrammo, parlando dei Caraiti, che un simile declivio si dee unicamente alle Teologiche accanite dissenzioni di Illel e di Sciamaj, i quali sembra essere stati, senza dubbio, i primi a dividersi, con qualche strepito, sopra questa materia. I fautori del partito tradizionale aggiunsero enormemente nuove austerità oltre quelle già prescritte dalle antiche tradizioni affine di offuscare lo spirito del popolo, e confondere, ad un tempo, con maggiore successo, i loro nemici, che opponevano un pertinace contrasto allo stabilimento delle nuove instituzioni orali; ma siccome la contraddizione non va presso che mai disgiunta della divozione, così è che mentre ostentavano essi le più rigide pratiche in proposito di religione, distruggevano, o erano almeno indifferenti sopra quanto racchiude in se medesima la Legge di urgente ad osservarsi, e di essenziale a praticare; ma il popolo sempre facile a condursi, e presso che impossibile a disingannare, percosso dal loro esteriore simulatamente mortificato, e stupito dalle apparenze illusorie della loro fattizia devozione, gli riguardava come persone inspirate, dedite onninamente al Creatore, ed a quanto v'ha di più sacro nella creazione (135); orgogliosi degli omaggi striscianti, e degli atti rispettosi che vedevano prestarglisi dal popolo, inebriati del fastoso nome che si erano baldanzosamente attribuiti colla tanto vantata loro antichità, essi disponevano, senza ritegno, dello spirito del giudaismo a loro capriccio (136); a cui tanto più facilmente rendevano sommesso, quanto più agevole riusciva loro di sedurlo colla vana pompa che facevano delle mistiche parabole, e tradizionali allegorie delle quali accompagnavano l'esteriore contristato, che con fattizia umiltà prendevano interesse di manifestare agli sguardi ottenebrati degli uomini (137).

Or se gli antichi farisei, come è provato; altro per essi medesimi non sono, in massima, che il prototipo genuino de' recenti Settatori del Talmud, non abbiamo che richiamare il Culto che si esercita da questi, perchè la religione che professavasi da quelli rendacisi a prima vista dimostrata con evidenza. Il loro fondamentale principio era l'esistenza dell'Essere Supremo, e l'immortalità dell'anima umana; essi ammettevano il purgatorio, e l'inferno, ed erano, così pare, intimamente persuasi che esistessero delle anime le quali erano vaganti sulla terra, e condannate a dover fare penitenza vicino al corpo che avevano esse abbandonato; tale appunto, in ogni senso, è l'opinione della massima parte de' Rabbini (138). Essi credevano inoltre fermamente la Metempsicosi in punizione de' peccati commessi in questa vita; volevano che le anime infette da reprobe inclinazioni, e che avevano contratte delle abitudini terrestri, e viziose, passassero dopo la morte nei corpi delle bestie, invece che le anime integre, ed illibate andrebbero ed animare i corpi umani i meglio organizzati, i più sani, e i più perfetti (139). Questo dogma era pure in gran voga presso gli orientali, e molti sono anche di parere ch'essi ne sieno stati gli inventori, e che lo stesso Pitagora, che fu riguardato il primo ad introdurlo fra gli uomini lo abbia tratto propriamente da' soli orientali (140).

Non si è parimenti mancato di imputare i farisei di partigianismo del destino, e creduli all'eccesso dell'influenza de' pianeti non meno sulle erbe, e sugli elementi, che sopra tutto il corpo umano (141).

Ecco tutto quanto possiamo noi di proposito asserire intorno alla Setta de' farisei, sulla quale fummo costretti a digredire forse di soverchio, attesa la prossima analogia che rimarcasi fra la pratica del Culto conosciuto da essa, ed il sistema di religione seguitato dal popolo Israelitico de' nostri tempi, ommettendo però le sottili classificazioni fatte da' Rabbini per rapporto e questa Setta (142); e tale è la descrizione che ci parve conveniente di potere dare delle altre Sette, delle quali abbiamo fin quì diffusamente ragionato, come quelle che fecero più strepito, e che maggiormente si distinsero nell'ebreismo con una tenue differenza però rimarcata da' Critici fra le medesime, che i Saducei accordavano troppo alla libertà dell'uomo; essi, come l'osservano appunto varj autori moderni erano gli antenati di Celestio, e di Pelagio, che rendevano l'uomo l'arbitro delle proprie sue azioni, e della sua sorte; gli Esseni davano tutto al destino, ed inclinavano alle parte degli Stoici da' quali avevano essi presa la dura morale, ed i costumi feroci; i farisei tenevano la via di mezzo fra queste due Sette, come si può chiaramente rilevarlo da quanto abbiamo significato altrove per rapporto a' medesimi Settarj; in somma, si può giustamente conchiudere che i farisei erano Semipelagiani; i Saducei Pelagiani; e gli Esseni Predestinatisti; avendo noi stimato affatto indifferente di riportare tutte quelle altre Sette oscure, formate dagli entusiasti delle testè accennate Sette, come sarebbero i Gortemani, i Masbotei, i Genisti, i Meristi, e varie altre che non giova quì annoverare, e dei quali i soli nomi sarebbero appena conosciuti oggi da noi, se Voltaire non ce gli avesse fatti, pervenire alla nostra cognizione.

Vi fu ancora un altra Setta denominata Evadiana, ma ignorandosi l'epoca precisa da cui la medesima cominciò a prendere voga, ed i principj su' quali essa reggevasi, noi non ne faremo ulteriore menzione di sorte alcuna, tanto più che si pretende, ch'ella non durasse al di là del tempo che durò la fortuna, il credito, e la possanza d'Erode, generalmente riguardato suo capo, e fondatore.

Ma avanti di terminare questo proposito interessante delle Sette dell'ebreismo, tacere sicuramente non dobbiamo quella che per lo scisma terribile che ella sparse nelle contrade tutte della Giudea, può essere posta al confronto di tutte le altre poco fa indicate. Questa è dunque la Setta denominata Samaritana.

Or quantunque lo scisma di questi Settarj, non potesse propriamente cominciare a prodursi che nell'epoca della dissoluzione delle dieci tribù suscitata da Geroboamo, poichè è in conseguenza di essa che avvenne la loro più antica separazione; non per tanto i Samaritani non volendo riconoscere questo capo di ribelli per loro fondatore legittimo, essi rimontano fino a Jesuè, e sostengono essere egli quello che edificò il loro Tempio sulla montagna di Gurizim, e nel quale hanno essi per lungo tempo dopo, sempre adorato il creatore Supremo, ed esercitate le cerimonie, e i riti che ad essi prescriveva il loro Culto.

La scrittura, per altro, in chiari sensi, ci significa che gl'Israeliti i quali abitavano la provincia di Samaria essendo stati vinti, e sconfitti da Salmanasar, e la Città presa (II. Reg. 15) il di lui successore Assaradon vi fissò altre colonie in loro luogo; queste abbracciarono una parte della Religione Israelitica, e rigettarono l'altra; esse non vollero più alcuna specie di relazione cogli altri ebrei dimoranti in Gerusalem, e perciò appunto i medesimi desisterono di andarvi, così dunque avvenne che questi diventarono mutuamente implacabili nemici, come lo sarebbero a' nostri giorni ancora, se ve n'esistessero fra noi; la loro dissenzione ha sopravissuto alla loro patria, che si vuole essere stata Samaria; da cui quella Setta ripete precisamente il suo nome, e la capitale di essa era Sichem, calcolata ad una distanza di dieci delle nostre leghe da Gerusalem; l'attiguità così limitrofa fu una ragione di più per questi due partiti dell'Israelismo di perpetuare l'un l'altro il loro accanimento inesorabile.

Non ostante però che i Samaritani abbiano avuto fra loro de' profeti, essi frattanto non ne ammettevano alcuno come sacro fra i loro libri canonici, contentandosi del solo Pentateuco; essi sono positivamente uniformi cogli altri ebrei nell'osservanza delle feste le più solenni, e principali; essi ammettono la stessa circoncisione, sono rigorosissimi nell'osservanza del sabato, benchè vi apponghino delle notabili modificazioni; essi riguardano l'umiltà, e l'indigenza come un voto necessario, analogo allo stato di umiliazione, a cui sono attualmente ridotti que' meschini residui di essi, che esistono soggetti al dominio musulmano di cui nè le leggi, nè il governo sono veramente molto incoraggianti. Ecco tutto quanto possiamo noi asserire di verosimile, relativamente alla Setta de' Samaritani, non iscorgendovi alcuna solida utilità in un dettaglio più circostanziato, e più diffuso (143).

Tali sono infine dunque le nozioni generalmente considerate le più ovvie, e le più ammissibili che abbiamo potuto attignere da limpida sorgente intorno a quelle Sette, delle quali fu da noi ragionato estesamente fino ad ora, e che osservammo scaturite dal seno dell'Israelismo antico. Ma questa materia essendo già state sufficientemente esaurita quanto il bisogno nostro lo esigeva, passare ora ci è duopo ad altro soggetto non meno urgente a conoscersi, ma di quello assai più necessario al caso nostro, ed infinitamente più utile, e più interessante al progresso felice del piano salutare, che ci siamo quì proposti di stabilire.

(134) I farisei sostenevano, con asseveranza, che oltre la Legge data sul prodigioso monte di Sinaj a Mosè dall'Essere Supremo, questi avesse confidato verbalmente allo stesso Legislatore un gran numero di riti, dogmi, e Cerimonie, ch'esso avea fatto indi passare alla posterità senza scriverle; essi giugnevano per fino a nominare gl'individui, dalle bocche de' quali queste tradizioni furono fino a' loro tempi genuinamente tramandate; essi attribuivano loro il valore, e l'autorità stessa del Pentateuco, supponendole per le tradizioni, come lo rimarca sensatamente Bayle, è passato da' farisei antichi a' farisei moderni; se quelli le difendevano con ogni sforzo, ed accanimento, questi col più deciso entusiasmo sostengono che chiunque, o rigetta, o mette in dubbio un solo istante la Legge Orale dee essere considerato come un מין (min) appostata, o eretico, e per conseguenza è dannato irremissibilmente nell'altra vita, e reo di morte in questa, una veruna formalità di processo; e noi abbiamo a sufficienza già fatto conoscere altrove l'odio inesorabile che nutrono gli ebrei Talmudisti contro i Settatori Caraiti, pertinacemente attaccati alle semplici scritture, senza volere conoscere tradizione di sorte alcuna, ed il disprezzo con cui per altra parte questi trattano i primi per vederli sovente preferire i mistici fantasmi tradizionali che traviano la mente, alla chiara semplicità della scrittura, che edifica il cuore.

(135) Se è vero quanto si narra de' farisei, non dobbiamo più sorprenderci che un tale ascendente acquistassero i medesimi sull'animo specialmente degl'Israeliti ammaliati da quelle penitenze apparenti esercitate astutamente da' medesimi di gran lunga più austere di quelle de' frati della Trappa, e di altri più ascetici eremiti dei nostri tempi: si vuole ch'essi si privassero del sonno cotanto necessario alla conservazione dell'animale vivente, che digiunassero frequentemente, e lungo tempo, che si coricassero sui bronchi, e sulle spine; pretendesi ancora che ne attaccassero alla estremità inferiore de' loro abiti, affine di fare sgorgare il sangue dalle loro gambe allorchè caminavano; si percuotevano il corpo ad ogni tanto, ed essi distinguevansi parimente colla eccessiva lunghezza de' loro Zizith, e la grossa mole de' loro Totaffoth, o filatacteri (di cui fu già da noi e sufficienza ragionato altrove annot. 54) che portavano incessantemente colla più insoffribile ostentazione, e sulla loro fronte, e sugli angoli opposti delle loro vestimenta; sempre camminando colla testa inclinata verso il suolo, e dunque così ch'essi aggiugnevano nuove divozioni alla vera Legge; sebbene il giogo, come osservammo, une fosse già oneroso da superare le umane forze per sostenerlo; ed è appunto in sì fatta maniera che i farisei estorcevano il rispetto, e l'ammirazione de' più creduli, e de' più inesperti del popolo d'Israel.

(136) Simon (nel suo Grand Diction. de la Bible T. II. p. 312). Seguìto da varj altri critici moderni fa instituire questa Setta da un certo nominato Semei, circa l'anno del mondo 3950, sotto il Pontificato di Gio. Ircano figlio di Simeone il quale dette a' seguaci della medesima il nome di farisei dall'etimologia ebraica פרץ (paratz) che significa spiegare, interpretare, e separare, con il loro fondatore di cui la santità era, per quanto vantano, senza esempio, colle regole, e gli statuti che loro avea prescritti, gli obbligò a condurre una vita separata, e tutta differente da quella del resto dell'Israelismo, e quindi a ritirarsi dalle Compagnie, a dedicarsi alle studio assiduo delle scritture, ad interpretarle con criterio, ed a bene intenderne i riti, e le cerimonie fondamentali, che necessario credevasi al vero Israelita di conoscere, e di praticare.

(137) Lo stile parabolico è stato sempre in grande estimazione presso tutti i popoli orientali; molti hanno fermamente creduto che i libri di Job, di Tobia, e di Giuditta (benchè gli ultimi due non sieno stati mai ammessi per Canonici dagli ebrei) non erano che delle sante finzioni fatte in metodo parabolico al solo oggetto (come generalmente supponevasi) d'inspirare devozione, rassegnazione, integro timore divino.

Infatti questa maniera di scrivere parabolico era molto familiare ancora a' primi scrittori del Cristianesimo (ved. Sim. Hist. Crit. du V. Test. Lib. IV. c. 8.) e questa bizzarra foggia d'instruire il popolo è stata sempre mai la sola preferita dalla Setta de' Farisei, la quale, come rimarcammo, può dirsi oggi nella massima teoretica la sola Setta dominante fra gli Ebrei, astrazione fatta di quelle pratiche insane, e ributtanti ostentazioni che facevano lo scopo del sistema religionario degli antichi farisei, e che gli ultimi non hanno. Così anche il Talmud, il Zohar, e la massima parte degli antichi scritti di tale natura sono pieni ovunque di allegoriche finzioni, che non bisogna spiegare alla lettera, come se si rapportassero a delle Istorie vere, e reali. D'altronde, sia che un libro comprenda aneddoti istorici, sia che racchiuda parabole, o frammenti mischiati di parabole, non è perciò meno vero, che può esso in qualche modo riescire assai proficuo, purchè la materia che ne forma il soggetto non conosca altra guida che il solo buon senso, e sia basata radicalmente sulla ragione: Le opere di Maimonide, di Menasse ben Israel, di Abravanel possono giustamente annoverarsi in questa Classe.

(138) Anche gli Ebrei moderni sostengono le medesime opinioni; essi pretendono di fare viaggiare le anime, durante l'intervallo di dodici lune consecutive, nel quale spazio le fanno andare, e venire intorno delle tombe dove sono racchiusi i corpi che vestivano in questo labile tirocinio, e pe' quali esse conservano tuttavia qualche adesione: quindi è che gli Ebrei Talmudisti sogliono pregare per suffragio di tali anime con una certa rapsodia ch'essi chiamano קדיש (Kadish) santificazione, a cui attribuiscono un'efficacia, e forza tale, fino a trasformare la sorte delle medesime in un'istante; ma ciò si vuole, per altro, che non sia che per le sole anime lordate da qualche impurità, giacchè i rabbini asseriscono, che quelle de' santi, e delle morigerate persone ascendono direttamente nell'empireo celeste appena escono dal mondo (ved. Eliahu Levi in Tisbi. Menas. Ben Isr. De Resur. mortuor. Lib. II. C. 6. p. 171 R. Abd. Sfor. in Hor. Ascem. p. 91.)

(139) Non è già tenue il numero de' Rabbini, peraltro, celebri che sostiene un sentimento si stravagante, non si sa se preso da Pitagora, da Platone, oppure dagli Orientali; essi lo fondano da una parte sul dovere pressante in cui è l'anima Israelitica di osservare i 613 precetti racchiusi nel Pentateuco di Mosè, e l'impotenza massima in cui essa trovasi dall'altra di eseguirlo, atteso lo spazio circoscritto delle vita che all'essere umano è accordato sopra le terra; quindi persuasi di giugnere con tal mezzo a superare simile ostacolo, essi fanno ritornare le anime nel loro pristino domicilio, affine di compiere quel grado di perfezione della quale sono elleno mancanti, ciò che nel Talmudico linguaggio chiamasi גילגול (Ghilgul) Rivolgimento. Se questo calcolo è giusto, la riduzione da me fatta dell'indicato numero di precetti, mi astrignerebbe a dovere ripetere un simile viaggio dieci volte almeno fra i viventi: quale deplorabile insania! Gli Ebrei, siccome ancora Pitagora e Platone estendono la trasmigrazione delle anime umane fino entro i corpi delle bestie: Agostino, parlando di Platone, relativamente a questo sistema, dice in termini espressi: Nam Platonem animas hominum post mortem revolvi usque ad corpora bestiarum, Scripsisse certissimum est. (De Civit. Dei Lib. X. C. 30. p. 267). Ed il sistema di Pitagora sul quale è basato quello di Platone vi è chiaramente descritto da Erodoto (Hist. Lib. II.). Gli ebrei, per altro, credono che il passaggio ne' corpi delle bestie, non facciasi luogo che di quelle anime lordate di grevi trasgressioni, o di delitti criminosi, essendoci già noto quale sorte avventurosa era espressamente preparata alle anime sagge, alle religiose, alle umili. (Vedi Zohar. Phil. De somniis Tract. I. De Revol Pars. alter. collect. prim. Cabalah denud. p. 375. P. III. Plan. Theol. du Pitag. par Mourg. T. I. p. 533)

(140) Che Pitagora abbia preso degli Egizj, unitamente a vari altri sistemi filosofici, anche l'opinione della metempsicosi, pare assolutamente indubitabile. Si sa, per altro, che questo era in generale il sistema adottato dalla massima parte de' filosofi dell'Egitto, e che inoltre non fu esso conosciuto nella Grecia, se non se dopo che Pitagora fu di ritorno dall'Egitto, dov'esso avea fatto un viaggio unicamente per instruirsi della teologia de' preti di quel paese. Quindi allorchè il citato Erodoto ci dice che gli Egizj sono così pure i primi che hanno stabilito l'anima essere immortale, che dopo la morte del corpo essa passa successivamente ne' corpi delle bestie, che dopo d'avere passato da' corpi degli animali di ogni specie, essa ritorna ad animare il corpo umano, e che dessa compie sì fatta rivoluzione entro lo spazio di tre mille anni; v'ha de' Greci che hanno introdotto questo dogma alcuni più presto, altri più tardi, come se l'avessero creato essi medesimi. È indubitabile che Erodoto così esprimendosi non ha preteso quì parlare che di Pitagora. Platone poi che attinse una gran parte de' suoi sentimenti sopra queste materie negli scritti di Pitagora, ritrasse così pure la stravagante opinione della metempsicosi, benchè l'Ab. D'Olivet sostenga di proposito ch'egli vi correggesse molte cose. (Vedi D'Oliv. Theol. des Philos grecs p. 83).

(141) Ciò potrebbe ancora essere vero in ogni senso, mentre ognuno sa quanto è familiare l'augurio di felicitazione presso gli ebrei nell'occasione di nozze, o di nascita di figli, o di altre avventurose circostanze del בסימן טוב במזל טוב (Bessiman tob, bemazal tob) con buon augurio, con propizio pianeta; volendo riferire, con buona fortuna; e molto ripetono gli odierni ebrei non solo, ma tutti gli altri popoli ancora dall'influenza del destino. Per altro, Flavio sempre interessato a giustificare, ed a sostenere l'opinione de' Farisei de' quali faceva parte, prende pugna in loro difesa; adducendo (Lib. XIII. Cap. 9. p. 542 antiq.), che quelli non intendevano già per destino, che il supremo consiglio di Dio, col mezzo del quale tutte le cose debbono succedere necessariamente senza però che all'uomo venga tolta la spontanea libertà di determinarsi a scegliere fra il bene, e il male, il vizio, e la virtù; elezione accordatagli dal suo divino Creatore, onde non abbia l'uomo che rimproverare se stesso, deviando dalla scelta che può riuscirgli utile, e salutare per appigliarsi a quella che forma la sua sciagura, e il suo tormento.

Ma comunque sia, tanto è vero che quasi tutti i Rabbini del Giudaismo, come lo pensa uno de' più dotti fra questi (ved. i Maronit in Philos. Lib. 1. C. 6.) hanno fermamente creduto che gli astri fossero le cause primarie di tutte le operazioni della natura, in quanto che i medesimi hanno dato ad ognuno di quelli il nome di una particolare divinità: così il pianeta Giove presso gli ebrei portava il nome di בעל Baal; Marte quello di מולך Moleh; Venere quello di עשתרות Astaroth; Mercurio quello di בעל נבות Nebot, in una parola, tutti questi nomi si ritrovavano essere parimente quelli appunto, che gli Egizj, gli Assirj, i Fenicj, e i Cananei attribuivano alle respettive loro divinità pagane, come ce lo descrive il Seldeno (D. Diis. Syr. Cap. 1.); ciò che dà motivo sufficiente di credere essere quegli astri, que' medesimi che veneravansi ovunque sotto gli stessi nomi testè indicati, i quali facevano parte di ciò che i libri ebraici distinguono colla frase di Culto de' Corpi Celesti.

(142) Il Talmud distingue sette ordini di Farisei; il primo misurava l'obbedienza all'auna del profitto, e della gloria; il secondo non alzava i piedi camminando; il terzo percuoteva la propria testa contro le muraglia che incontrava, affine di trarne il sangue; un quarto occultava gli occhi, e la testa entro un rustico cilicio, riguardando all'esterno da un piccolo pertugio; il quinto domandava fieramente cosa è necessario che io faccia? Io lo farò; cosa v'ha egli mai da fare che io non abbia fatto? il sesto obbediva per semplice amore per la virtù, e per le ricompense temporali; il settimo, ed ultimo finalmente non inducevasi a seguire gli ordini di Dio, che pel solo timore delle pene.

Ma questi sette gradi di fariseismo così classificati da alcuni Talmudisti, non debbono essere già riguardati come altrettante Sette particolari. I Farisei appartenevano tutti ad un solo corpo medesimo, e la ristretta diversità fra quelli consisteva unicamente nella maggiore, o minore devozione che ostentavano in faccia degli altri loro correligionarj, nella pratica costante delle loro austere cerimonie.

(143) Se si dovesse prestare fede a tutto ciò che alcuni scrittori supposero, per rapporto alla Setta de' Samaritani, questi comparire ci dovrebbero sotto i caratteri i più odiosi, ed i più riprovabili: L'Epifanio gli accusa di negare la resurrezione de' corpi (Lib. XI. Cap 8. haeres.) Il Rabbino Meyr, presso i Talmudisti, gli pretende Idolatri (Shem Sauhed. Cap. VIII. p. 43.) Leonzio rimprovera loro di non riconoscere l'esistenza degli angeli (De sectis Cap. 8.) ma il detto Reland prende la loro difesa e gli giustifica in questa parte (Dissert. misc. p. II. p. 25.) opinando che i Samaritani intendevano per un'angelo, una virtù, un'istrumento di cui la Divinità si serve per agire, o qualche organo sensibile ch'esso impiega per l'esecuzione de' suoi ordini: oppure essi credevano che gli angeli sono virtù naturalmente unite alla Divinità, e che questa ne dispone quando gli aggrada; ciò si rende pure manifesto dal Pentateuco Samaritano, dove ritrovasi molto sovente sostituito Dio agli angeli, e gli angeli a Dio. Quindi coloro che in tal guisa opinano, confondono male a proposito i Samaritani co' Saducei, attribuendo a quelli ciò che non potrebbe adattarsi che agli ultimi (ved. S. Epif. Lib. X. Cap. VII.)

CAPITOLO XVII.

Osservazioni filosofiche su' Profeti, e sulle profezie annunziate da' medesimi: si discute il vero tropologico senso con cui debbono essere quelle propriamente spiegate ed intese.

È senza contrasto, la qualità essenziale dell'ignoranza di preferire sempre l'occulto, il misterioso, e sovente anche il terribile, a ciò che per sua natura è in ogni senso chiaro, semplice, edificante. Il vero non dà certamente all'immaginazione delle scosse così vive nel modo che osserviamo fare le finzioni, che d'altronde ciascuno è l'arbitro di sistemare a livello delle proprie sue mire, ed a seconda dei suoi medesimi capricci. La classe ignara dei popoli, non richiede altro meglio che di ascoltare delle favole che la seducano e de' vaticinj percuotenti che le sorprendano; quelli fra gli uomini che furono più accorti per distinguerne il debole, scavando, per così dire dal niente le anagoriche illusioni, efficaci a condurli al termine de' loro tenebrosi disegni, hanno ad essa renduto il servizio che impetrava; essi si sono attaccati gli entusiasti, le femmine, e gl'ignoranti; esseri di questa tempera si appagano agevolmente di ragioni che non perverranno giammai ad esaminare con verità nè con criterio (144). L'amore del semplice, e del vero, dice Fontenelle non si trova che nel ristretto numero di coloro, l'immaginazione de' quali è metodicamente nutrita dallo studio, e regolata dalla riflessione.

Io non oserò già quì di asserire in verun modo, che gli uomini sieno stati in ogni epoca del mondo più inerenti ad ammettere l'errore, la menzogna, e l'illusione, senza esame, che ad investigare la verità colla fiaccola inestinguibile della ragione, malgrado che tutta l'antichità Pagana, forniscami profusamente le traccie le più evidenti, e le più sicure di una simile ripugnante condotta del genere umano ma ciò che senza timore d'ingannarmi, potrei accignermi a dimostrare di proposito si è, che molto agevole dovrà essere riuscito a coloro, che i primi si decantarono fra le prische idolatre popolazioni della terra, gli arbitri plenipotenziari delle false divinità che adoravano, e gl'inspirati delle loro fattizie intuizioni, di abusare enormemente della stupida credulità del volgo, il quale ignorando benanche il nome d'impostura, ed i gradi fino dove può ascendere la scaltra ipocrisia dell'imposture, era ad esso del tutto impossibile in tale stato d'imperizia, e di smarrimento di fissare un'adeguata distinzione specifica fra la verità, e la menzogna, fra l'inganno, ed il candore; degli uomini di tal fatta se ne calcolano a migliaja fra le nazioni, specialmente del gentilesimo, presso le quali l'arte della divinazione era in tanto rispetto, come consta evidentemente da Cicerone, e da vari altri scrittori suoi contemporanei, i quali tutti convengono, d'accordo, che gli Egizj, i Caldei, i Fenicj, e qualunque altro popolo asiatico, avea i suoi particolari aruspici, i suoi profeti, i suoi indovini, e forse molto avanti che gli ebrei predicessero le cose che dovevano accadere, nella remota successione de' tempi; e v'ha per sino chi assicura, che la massima parte de' riti, degli usi, e delle cerimonie religiose praticate non solo da questi, ma da tutti gli altri popoli che conosciamo, non traessero in massima la loro primitiva derivazione, che dai sistemi religiosi differenti, stabiliti, e propalati dalle vaste popolazioni della terra (145).

Da quanto i monumenti più lontani ci contestano, resta sensibilmente dimostrato, che l'arte di vaticinare l'avvenire, riconosce la sua primitiva sorgente dalla più remota antichità (146); e che in ogni epoca il mondo fu sempre, e ovunque pieno di falsi, come di veridici profeti, di sibille, di aruspici, ed indovini (147); e ciò che rendeva molto più comune, e più esteso questo mestiere si era, che non essendo esso, nè una marca distintiva di qualche rango qualificato, nè esigendo vaste cognizioni per riuscirvi, chiunque fingeva di avere, o avea infatti una intuizione particolare, od un estasi divina, annunziava l'avvenire ad alta voce, o ballando, o cantando al suono del salterio; noi lo rimarchiamo, fra i tanti altri nella persona di Saulle, il quale, con sorpresa di tutto il popolo, si vide fare il Profeta, non ostante ch'egli fosse in disgrazia dello spirito divino, come apparisce dalle sacre pagine medesime (148).

Per altro, la situazione avventurosa nella quale dovette necessariamente ritrovarsi il primo vaticinatore che comparve fra i mortali, avrà, senza dubbio, eccitata l'emulazione, e forse ancora l'invidia di tutto il resto degli uomini, su' quali la di lui arte sorprendente, e tutto nuova, gli avrebbe accordato un assoluto, e quasi incontrastabile diritto di primazia; è infatti allora, che si sarà veduto comparire una folla immensa di estatici divinizzatori, tutti opposti a vicenda ne' loro principj, ed ancora più discrepanti nelle conclusive illazioni che dessi ne traevano; ed allora quando trattavasi che uno di questi antiveggenti prefiggevasi di abbattere come assurde, o ripugnanti le predizioni del di lui antagonista, le più deboli, e inconcludenti ragioni bastavano ad effettuarlo, giacchè regolarmente il trionfo nelle controversie teologiche suole spiegarsi per colui che è il primo attaccante. I vantaggi diventando alternativi, e reciproci, si sarà dovuto ricorrere da entrambe le parti a' prodigj, affine di sforzarsi a rendere più autorevole con tale mezzo la supposta efficacia della vantata missione, come osservasi che fece appunto con tanto successo il vero Profeta Elia, quando volle sensibilmente convincere di menzogna i falsi Profeti di Acabbo Sovrano d'Israel (Reg. I. v. 21 e seg.)

E che? Forse di tutto ciò la scrittura medesima, non ce ne somministra essa le prove le più convincenti, e irrefragabili? Non è forse precisamente quella, che in tante circostanze chiaro ci partecipa la discordia inveterata, che allignava fra gli stessi Profeti d'Israel, che supporre non dobbiamo nè mendaci, ne impostori? E l'accanimento inesorabile che manifestavano a vicenda, non andava fino ad oltraggiarsi villanamente, ed a trattarsi gli uni gli altri da forsennati, da visionarj, da mentitori, da scaltri? (149) Non si saprebbe certamente come conciliare il ministero eccelso a cui erano essi chiamati d'accordo; tutti egualmente Nebiim (Profeti), tutti organi, e veggenti di una stessa consolante religione, e tutti finalmente interpreti del pari dell'eterna volontà medesima di un solo Essere Supremo, colla sì detestabile maniera di procedere fra di essi (150).

Or senza la debita venerazione che protestiamo nutrire intimamente per i Profeti dell'Israelismo, quanto non comparirebbero essi mai ributtanti e opposti allo spirito che gli animava, guidati come apparivano essere mutuamente di continuo, dal livore, dalla detrazione? Ma il rispetto integerrimo che nutriamo pe' medesimi, non meno che per gli oracoli che pronunziavano ce gli rende in gran parte scusabili, e ci fa d'altronde persuadere che tutto quanto fu da noi riferito a loro riguardo, non fosse a' medesimi accaduto che in visione meramente, come di tante altre gesta operate da quelli avvenne, e che per eterna confusione de' miscredenti, io mi credo in dovere di riportare in chiari sensi nel Capitolo seguente.

(144) Il popolo (come sensatamente lo rimarca Graziano nel suo Criticon p. 415.) arresta la sua immaginazione su' primi oggetti che lo percuotono; le apparenze penetrano il suo spirito, lo predominano, ed incapace lo rendono di approfondire le verità, che possono essere racchiuse nelle cose; sempre più imbecille in rapporto alla più forte, o più debole impressione che i medesimi fanno sull'animo suo, esso non cura giammai d'illuminarsi sopra i di lui veri interessi; l'esteriore lo arresta, lo seduce, e attonito lo rende; la semplice verità, la pretta ragione, spogliata dalle chimere che sono ad esso artifiziosamente insinuate, sembragli troppo nuda; esso cerca qualche cosa di straordinario, che questa sia vera, o falsa poco gli cale, basta che lo spirito vengane ammaliato, e percosso; è perciò che le fantastiche visioni de' mitologici, hanno sovente ritrovata cieca fede presso il Gentilesimo, e che gli altri popoli, che ne successero hanno riguardato sempre con illimitata venerazione tutto quanto venne a' medesimi trasmesso dalle loro differenti orali tradizioni. Quindi è, per ultimo, che la sua credulità macchinale sorpassa di gran lunga la scaltrezza di coloro che cercano di trarre partito dalla sua pieghevole buona fede, e se alcuno tentasse per accidente (come fu altrove già da noi avvertito) di fare risplendere nel centro dell'umana società la fiaccola eterna della ragione, è generalmente riguardato come l'innovatore della credenza de' suoi simili, come un'individuo sospetto, e forse ancora convinto di miscredenza, e di appostasia: in una parola, chiunque brama di vivere in grazia della moltitudine, a meno che non pensi come Orazio (Epist. XIX. Lib. 1.), il quale solea dire,

Non ego ventosae plebis suffragia venor,

dee studiarsi accuratamente di rendersi più caro questo ceto, di qualunque siasi altro.

(145) Lancisi uno sguardo ponderatore nelle istorie le più classiche del mondo, si considerino esattamente i dogmi conosciuti, e adottati da tutti i suoi primi abitatori, se ne faccia il dettagliato confronto con quelli che si mirano praticare attualmente dalle nazioni de' tempi odierni, e si vedrà non esservi cerimonia praticata dalle antiche popolazioni dell'universo, che le religioni che conosciamo nella nostra età, non ne abbiano conservate le traccie, non lo seguitino ancora col più deciso trasporto. Per convincervi di questa verità innegabile di simile natura, che non è mio disegno già di riportare, non abbiamo che consultare diligentemente il P. Accosta, Pietro martire, il Paw, ed il Raynal, ed i più accreditati viaggiatori, i quali c'instruiranno con la massima esattezza possibile di tale massima conformità di cui parliamo, la quale non ha lasciato, per altro, di somministrare, al solito, qualche debole argomento agl'irrequieti miscredenti contro l'esimia Religione che felicemente professiamo.

(146) Molti critici sono di ferma opinione, che Enosh fosse il primo institutore dell'ordine de' Profeti, che si rese in seguito manifesto fra gli uomini, mentre desso fu il primo, per quanto si assicura, ad invocare il nome dell'Essere Supremo, e quest'ordine, si suppone essere stato successivamente diviso in molti altri, quali di maggiore, e quali di minore credito, siccome rilevar lo possiamo agevolmente dalla stessa Scrittura.

(147) Balaamo sebbene non Ebreo, ma Pagano, mirasi frattanto annoverato nella categoria de' Profeti, secondo tutto quanto a suo riguardo ci narra espressamente la Scrittura, e noi rimarcheremo nel Capitolo seguente, esservene stati molti altri fuori degli Ebrei che operarono delle cose che sembrano prodigj, nella guisa che fecero appunto i maghi dell'Egitto, alla presenza dello stesso Mosè inviato da Dio; dal che si comprende che la profezia, o le predizioni, od i prodigi medesimi, non erano sempre il contrassegno positivo, ed infallibile della santità di una persona, o della perfezione inalterabile delle di lui qualità individuali.

I Pagani ebbero pur essi parimente in quest'arte delle femmine, che ne riescirono molto perite, come sono state appunto le rinomate Sibille; ed i sogni di Abimelek, di Faraone, di Baldassar, e di altri siffatti, erano altrettante immediate rivelazioni positive di ciò che accadere dovea in lontano avvenire, e che realizzate poscia si videro un giorno quali erano precisamente indicate, come la Scrittura chiaro ce ne instruisce, allorchè ad essa emerge di parlare di simili soggetti.

È ben vero, per altro, che quando noi rendiamo omaggio a quelle verità, che predicono certi Profeti, che non meriterebbero d'altronde la nostra buona fede, noi non onoriamo già in simile caso, il Profeta che parla, e che antivede, ma quell'essere unicamente che lo abilita a parlare, e che lo inspira; poichè come lo riflette Ambrogio: non confitentis meritum, sed vocantis oraculum est revelante Dei gratia S. Ambr. Lib. VI. Cap. 37.

(148) Si legge nel Cap. X. del primo Lib. de' Re, che Saulle ritornando da Rama, dove il Profeta Samuel gli avea conferita l'unzione regale, incontrò nella Città di Gabaa uno stuolo numeroso di Profeti che cantavano al suono di concerti d'istrumenti musicali, e che Dio avendolo riempiuto del suo spirito, si mise pur esso a profetizzare ad alta voce, co' medesimi.

D'altronde, per quanto apparisce dalla stessa Scrittura, sembra che l'arte della Profezia non andasse mai disgiunta da quella della musica specialmente istromentale, mentre dessa ci fa chiaramente capire, che Assaff, Heman, ed alcuni altri di tal fatta, profetizzavano continuamente suonando le Arpe, i Cembali, ed i Salteri, accompagnandoli talvolta coll'armonioso concerto delle loro voci.

(149) Chi non fremerebbe ad un tale proposito d'intendere esclamare Ossea (Cap. 9.) Stultum, et insanum prophetam, insanum verum spiritualem? E Sofonìa, quando dicea che i Profeti di Gerusalem sono stravaganti uomini senza fede? Che diremo noi di quello schiaffo sonoro che il Profeta Sedechia vibrò impetuosamente al Profeta Michea ritrovatolo a predire de' vaticinj calamitosi al Re di Samaria, dicendogli: Come mai lo spirito di Dio è egli partito da me, per trasferirsi a te? (Paralip. c. 18.) Geremia il quale profetizzava in favore di Nabuccodonosor inflessibile tiranno del Popolo d'Israel, si era messo delle corde al collo, ed un giogo sul dorso, poichè secondo lui questo era un simbolo, ed esso dovea mandare questo simbolo a' limitrofi Regoluzzi differenti per invitargli a sottomettersi allo stesso Nabuccodonosor: il Profeta Anania che riguardava Geremia come un veggente sospetto, e degno di poca fede, gli svelle a gran forza le sue corde, gliele spezza, e getta il di lui basto a terra. Questi non sono già certamente gli effetti delle visioni intuitive di un Dio, ma quelli altresì dell'orgoglio, e della imbecillità dell'uomo abbandonato a se stesso, ed alle sue proprie tumultuose passioni.

(150) Il termine נבאים (nebiim) plurale di נביא Profeta viene dal verbo נבא (naba) che significa predire, indovinare; e questo vocabolo è variamente preso nella Scrittura in rapporto alle persone differenti che sono state rivestite di simile attributo. È però da rimarcarsi che l'ispezione principale de' Profeti era negli antichi tempi quella di raccogliere gli atti di tutto ciò che si passava di considerabile nella Giudea, e di scrivere i libri sacri, non tacendo pero ch'essi aveano inoltre la qualità di Oratori pubblici, e come tali arringavano in presenza del Popolo, secondo il bisogno dello stato, predicevano gli infortunj da' quali era esso minacciato, e Dio servivasi del loro mezzo per rendere noto al mondo la sua eterna volontà, e per rilevare le cose occulte. Queste arringhe, o Profezìe erano registrate, e conservate negli Archivj della stessa maniera di tutti gli altri atti, o documenti; distribuivasene ancora molte copie affinchè il popolo poteste leggerle a suo libero piacere, e ad un tempo medesimo emendarsi colle salutari esortazioni che vi si contenevano.

Queste grazie straordinarie del Cielo facevano loro conferire il nome di veggenti, come si rimarca in Saulle, il quale volendo consultare il Profeta Samuel sulla perdita degli armenti del di lui genitore, e prendere cognizione da esso del luogo in cui potevano quelli ritrovarsi, egli domandò ad alcune ragazze che ha incontrate Nam hic videns? (1. de Reg. Cap. 9); e nello stesso Cap. vi si legge inoltre che ne' tempi di Samuel, quelli che noi distinguiamo col carattere di Profeti non erano allora chiamati che veggenti; e quindi supponibile che non si chiamassero tali, se non se per ch'essi vedevano da lontano le cose che dovevano accadere, e rivelavano ciò che era occulto al resto degli uomini.

Aggiungasi ancora che un tempo si è dato pure il nome di Profeti a certe persone, le quali viveano separate dal resto del mondo, adunandosi unicamente a certe fissate ore del giorno, e della notte per tenere delle conferenze sulle scritture, per cantare gli encomj del Creatore, quali solevano accompagnare sovente da varj armonici strumenti, e ciò ad oggetto di eccitarsi meglio alla devozione, ed alla vita religiosa, e contemplativa che si erano prescelta.

CAPITOLO XVIII.

Continuazione del medesimo soggetto.

Le più generali, ed accreditate opinioni, relativamente alle qualità essenziali che distinguevano il Profeta, da chi tale propriamente non lo era, si riducono a sole tre: la prima di quelli che facevano dipendere la loro inspirazione dal temperamento, dallo studio, dalla tristezza, ed anche dall'esilio; avvene ancora chi pensa che Dio sceglieva i Profeti, senza avere niun riguardo all'età loro, alla loro nascita, nè a' loro talenti: al contrario, esso gli traeva sovente dalla classe infima del popolo. Ne sono un esempio autentico Amos il quale era boaro, ed Eliseo lavoratore di Campagna, avuto soltanto riflesso alla purità della loro vita, ed alla esemplarità de' loro propri costumi. La seconda è di coloro che sostengono che la profezia è una facoltà naturale, poichè per essere profeta, è d'uopo avere un temperamento robusto, e vigoroso, civilizzarlo collo studio, e coll'applicazione, e condurlo a tutto quel grado di perfezione, di cui può essere quella suscettibile: la terza finalmente è quella che appoggia il Maimonide (Morè Nevoh. p. 2. Cap. 32. p. 285), cioè che la profezia non allignava giammai solo che in un uomo saggio, e di una condotta irreprensibile ad ogni esperimento; quindi è che si mirano assegnare tre qualità volute necessarie, e indispensabili a' Profeti, 1.º una immaginazione viva; 2.º un raziocinio solido, e illuminato dalla coltura dello spirito; e 3.º in ultimo una integrità esemplare di costumi; e di azioni; poichè niuno ha giammai opinato sensatamente, che lo spirito di Dio risedesse sopra un anima reproba, od un uomo perverso (Gerem. Cap. 45. v. 3 e 4).

Veduti che abbiamo i requisiti necessarj, e conosciute quanto basta le qualità essenziali che debbono caratterizzare il Divinizzatore, o il Profeta, senza fermarci quì ad investigare più oltre l'intimo valore delle preallegate opinioni, onde adottare l'una in preferenza dell'altra, noi possiamo ragionevolmente conchiudere che la sola vocazione divina, munita di una sana morale, era quella unicamente che formava in massima i profeti, senza riguardo alcuno al temperamento rettificato dallo studio, nel modo, che lo pretendono i Rabbini fermamente, nè all'interno declivio naturale degli uomini, od alla riscaldata immaginazione dei medesimi, come bizzarramente lo suppone Spinosa unito a' suoi miscredenti fautori.

Ora passiamo ad esaminare le predizioni, le gesta; o le profezie di sì fatti veggenti, onde possiamo fondatamente desumere in quale senso debbono essere quelle propriamente intese, e quale per tanto è l'adeguato valore che può ad esse meritamente convenire.

Fra i moltiplici scrittori, che hanno di proposito ragionato con criterio, sopra questa materia, il Maimonide sensatamente pretende (Morè Nevoh. p. 1. Cap. 21 e 30) che quasi tutte le azioni che sono dal volgo attribuite generalmente a' Profeti come vere, e reali, quelle non si debbono intendere, soltanto, che in sogno meramente, in estasi, o in visione come quando la scrittura ci descrive l'apparizione degli angeli ad Abramo sotto mentita spoglia umana (Gen. Cap. 18. v. 9); la lotta sostenuta prodemente da Jacob col messaggere celeste, in sembianze di uomo (Ibid. Cap. 32. v. 25 e 26); il colloquio di Eva Col serpente (Ibid. Cap. 3. v. 3) quello di Balaamo colla di lui asina che cavalcava (Num. Cap. 22. v. 28), ed un gran numero di altre apparizioni sì fatte, le quali ben lungi del considerarle, coll'ignara moltitudine, visibilmente accadute, non debbono quelle, secondo lui essere intese nè spiegate alla lettera, ma in semplice visione, o sogno intuitivo, dove propriamente consiste la base radicale della profezie; lo stesso dicasi come allorquando i Profeti parlano di un cammino, che i medesimi hanno fatto da un luogo all'altro, dell'intervallo di tempo che ci hanno i medesimi impiegato, e di tante altre simili cose che testificano di avere mirabilmente operato in molte foggie differenti, ciò, che lo stesso autore prova col mezzo di vari sensibili esempi della scrittura.

Infatti quale altro espediente più efficace di questo potrebbe giammai sottrarre dalle invettive pertinaci de' traviati miscredenti, certe profezie che sembrano, ad ogni riguardo, assolutamente ripugnare al buon senso, e fare insulto alla ragione, se non si riguardassero in massima come semplici visioni; ma che, al contrario, prese quelle fossero alla lettera? Quindi seguendo il senso meramente letterale della volgata, cosa potrebbe mai opinarsi di un Ossea, a cui Dio comanda di prendere una meretrice, e di avere de' figli di meretrice? Vade sume tibi uxorem fornicationem, et fac tibi filios fornicationum (Ossea Cap. 1.) al che il Profeta immediatamente obbedendo prese Gomer figlia di Ebalaim dalla quale poscia ebbe tre figli: quale giudizio dovremo noi fare di un Ezechiello che dice d'avere dormito 360 giorni consecutivi sulla parte sinistra del di lui corpo, e 40 sulla diritta, di avere trangugiato un libro di pergamena, di avere mangiato del pane coll'escremento umano per comando dell'Essere Supremo? (Ezech. Cap. 3. v. 1 e 2, e Cap. 4. v. 4, 5, 6) Cosa potrà dirsi mai del proposito indecente che lo stesso Profeta fa tenere al Creatore del mondo colla giovine Oolla? (Ibid. Cap. 23. v. 2, 3, 4) che penseremo noi di vedere camminare Isaia interamente nudo per le' pubbliche contrade di Gerosolima, durante lo spazio di tre anni? (Is. Cap. 20, v. 2 e 3) Cosa conchiuderemo noi di Eliseo, allorchè trovasi che fece divorare 40 fanciulli dagli orsi, per averlo derisivamente chiamato testa calva? (Reg. II. Cap. 2. v. 23) Cosa diverebbero per ultimo essi mai, questi, e molti altri aneddoti della medesima natura, di cui sono pieni ovunque tutti i Profeti, presi nel senso materiale quali si leggono? Ben lontano dal conciliarsi la nostra ammirazione, il nostro affetto, essi non farebbero certamente che attirarsi la nostra ripugnanza, il nostro obblìo ma riguardandoli nel modo che l'insigne Maimonide ci esorta, noi allora, senza mettere alla tortura la ragione, possiamo a colpo sicuro dissipare le oltraggianti, quanto insensate opposizioni degl'increduli, e quelle dello Spinosa in particolare (151); dimostrando loro con evidenza che un sogno può bene farci comparire stravaganti qualche volta in faccia delle persone veglianti; ma che d'altronde lo stupore cessa, il folto velo dell'illusione si squarcia in mille brani, tosto che noi riprendiamo sicuri la uso degli assopiti nostri sensi, e che discernere possiamo con tutto quell'acume di cui siamo capaci, il vero che c'illumina, e ci giova, dall'apparente che ad ognora c'inganna orribilmente, e ci seduce.

Lo stesso proposito è da tenersi parimente delle infinite predizioni fatte da' medesimi Profeti, le quali prese alla lettera ci trascinerebbero esce pure nel più imbarazzante labirinto di ostacoli, e di assurdi, e forse ancora diminuirebbero in noi quella dose di buona fede, che concepire dobbiamo a loro riguardo.

Ma se deviando un solo istante dal nostro incamminato sentiere, trasportare volessimo la nostra mente fino a contemplare il vortice immenso delle numerose predizioni trasmesseci da' Codici tradizionali di altri popoli, noi ve ne troveremmo, senza, dubbio, di quelle che dovrebbero in ogni senso eccitare le nostra commiserazione, il nostro scherno (152).

Ma quanti fabbricatori di sì fatte predizioni, non ci offre mai l'Istoria de' secoli decorsi? Per altro, molti fra essi, non potendo più a lungo dissimulare la ridicolezza, e l'inverosimiglianza delle medesime, non hanno esitato di confessare apertamente con Curzio: Equidem plura transcribo quam credo, nam nec adfirmare sustineo de quibus dubito, nec subducere quae accepi (153).

Però non ci diffondiamo di soverchio sopra una materia, che niun vantaggio solido può sicuramente recarci di approfondire, o discutere, e solo avanti di porre l'estremo fine al soggetto di cui trattiamo, non mi sembra inutile assunto di fare quì una rapida menzione della tanto decantata voce intuitiva che facevasi armonicamente intendere presso gli ebrei antichi, e da' quali si foce tenere le veci, ed il carattere di profezia, dopo che l'influenza Divina di questa, venne interamente a cessare nel Popolo d'Israel (154).

Il Talmud fra i moltiplici gradi di profezia che il medesimo distingue, pretende annoverare una certa voce che scaturiva dal centro degli oggetti, e che facevasi capire dagli astanti in chiari, e bene espressi accenti, della quale voce, aggiugnesi da quello, Dio non servivasi per parlare a' Profeti che di notte (Vedi luogo citato). È dunque da tale voce intuitiva, che i Rabbini ricavarono (come lo abbiamo testè osservato) il loro Batkol, ovvero figlia della voce, la quale asseriscono che supplisse nel secondo tempio alla interna inspirazione recondita de' Profeti, adducendo per comprovarlo l'Istoria di Samuel, e quella di Nghelly, scossi entrambi per tre volte dall'eccitamento che cagionato avea loro questa voce (Sam. I. Cap. 3. v. 4. e seg.) per ben tre volte ripetuta; e gli stessi Rabbini agitando fra essi alternativamente qualche teologica questione, si pretende che nel bollore della medesima, impetrassero l'assistenza di tale voce, volendo ch'ella decidesse da quale parte era il torto, e quale dovea meritamente aspirare alla vittoria sul partito antagonista; le accanite interminabili controversie che si agitavano di tanto in tanto dalle due più rinomate accademie della Giudea, quella d'Illel, e quella di Sciamaj ne formano la prova incontestabile; esse l'invocavano molto sovente (Ved. Pirchè Avoth Cap. VII.) e infatti i Rabbini si accordano a sostenere che quella voce sovrumana si udisse realmente proferire secondo le circostanze, l'opportunità, ed il bisogno הלכה כבית הילל (Alahah chebet Illel) cioè; la Decisione è secondo Illel, se l'opinione di questi fosse stata la più ammissibile: ovvero הלכה כבית שמאי (Alahah chebet Sciamai) cioè, la Decisione è secondo Sciamai, nel caso contrario.

Tali erano dunque gli effetti, per quanto ci è noto, di quella portentosa così nomata figlia della voce, ritrovata, come si disse, nella cessazione, o nel deperimento della inspirazione occulta che animava i vetusti Profeti del Popolo d'Israel, e di cui facevasi tenere le qualità, e le veci equivalenti.

Ma di tale soggetto avendo fin quì ragionato quanto era necessario per conoscerlo, e fondare con qualche precisione i nostri giudizj positivi su' Profeti, non meno che sopra tutto ciò che direttamente riguarda le gesta de' medesimi, le loro predizioni, o vaticinj, entrare ora ci è duopo ad esaminare le loro portentose operazioni, rispettosamente denominate miracoli, o prodigj; le illazioni esatte, che risultare vedremo dalle indagini ponderate che noi entriamo a fare sulla possibilità, e l'intrinseco valore, che come veri Israeliti siamo nel pressante dovere di attaccare alle medesime, ci condurranno alle ricerche le più curiose, ed alle più interessanti conclusioni, Tale è dunque il soggetto al grado massimo utile, quanto importante che noi ora ci affrettiamo ad esaurire colla massima accuratezza, e precisione.

(151) Se noi non consultassimo che il solo Spinosa intorno questa materia, lo udiremo certamente darci delle idee così meschine, e degradanti de' Profeti, non meno che delle profezie fino ad annientarle: sebbene questo filosofo incredulo avesse attinti i suoi principj da' Rabbini fra i quali esso crebbe, e si educò, egli deduceva delle conseguenze molto più metafisiche, e più forti di quelle ch'esso avea da' medesimi ricavate. Esso accordava a' Profeti molta più immaginazione che ragione, ed è perciò appunto che essi ignorano molte cose, e che secondo lui s'ingannavano sovente sugli arcani della natura; (ved. Spin. Tract. Theol. Polit. Cap. 2. p. 17. 18. 19) mentre è cosa omai ben dimostrata, che rare volte porta ceco l'impronta di certezza, ciò che non è che il semplice risultato dell'immaginazione; ciò di che dobbiamo convenire noi pure, siccome ci riserbiamo a renderlo più espresso nel Cap. seguente, allorchè imprenderemo a ragionare su' miracoli, sulla solidità, e sull'oggetto de' medesimi.

Non è poco, per altro, che Spinosa rappresentandoci i Profeti come persone che propalavano tutto ciò che una fantasia riscaldata può suggerire, confessava, nulladimeno, che la loro morale era esemplare, e che poteasi ad ogni riguardo liberamente consultarli sulla condotta della vita: ma ciò solo era egli forse bastante per essere Profeta? Spinosa lo crede, ma ei s'inganna.

(152) La ferma credenza delle predizioni, e degli avvenimenti decantati miracolosi, erasi talmente impossessata dell'immaginazione de' popoli, e gli trascinava a delle stravaganze tali, che verso il secolo nono Agobardo Vescovo di Lione, compose un trattato per abbattere, e annientare le superstizioni accreditate a tale riguardo fino ne' suoi tempi: Tanta jam stultitia, dic'egli, oppressit miserum mundum, ut nunc sic absurdae res credantur a christianis, quales antea ad credendum non poterat quisquam suadere Paganis. Agob.

Infatti se si rimarca le tante predizioni allora in voga fra i Cristiani, si conchiuderà che non avea tutto il torto questo saggio vescovo di reprimerle come abusive, e condannarle come irragionevoli; per tacere infinite altre, noi non faremo quì speciale menzione che di quella nuova Città di Gerusalem che dovea discendere dal Cielo, costruita entro lo spazio di una notte (ved. annot. 72) l'Apocalisse annunziò questa prossima sorprendente avventura e tutti i cristiani de' primi secoli della Chiesa la credettero fermamente; s'immaginarono de' nuovi canti Sibillini da' quali questa nuova Gerusalem supponevasi predetta; essa apparve ancora questa portentosa Città, nella quale, ovunque diceasi che i fedeli dovevano abitare mille anni dopo l'estrema consumazione dell'universo; essa discese dal Cielo per quaranta notti consecutive, (ma quella pare che sparisse da che era fatto giorno) Tertulliano la contemplò, la conobbe, la vide co' propri occhi suoi; un tempo verrà, senza contrasto, in cui niuno persuadere si potrà che tali grossolane inezie conoscono per autori enti dotati di pensiere, e di ragione.

(153) Non saprei in vero, se quando Erodoto si fa rapportatore di tanti avvenimenti straordinari, che dovevano, secondo lui accadere (Hist. Lib. 1.) ne foss'egli stesso realmente convinto e se allorchè veggiamo Tito Livio compilare tutte quelle stravaganti predizioni che erano in voga presso i Pagani (Decad. III. Lib. 3. pag. 114.) ne convenisse egli pure, con intimo senso: benchè coloro che si sforzano di giustificarli asseriscano che la sola necessità di adattare i loro pensieri al gusto dominante del loro secolo, gli abbia entrambi costretti (siccome avvenne a tanti altri istorici ritrovatisi in egual caso) a dovere assumere il dettaglio di tutte quelle gesta prodigiose accreditate da que' popoli, de' qual essi impresero a trasmetterci le istorie.

(154) Questo è il nome con cui i dottori ebrei distinguono la rivelazione che Dio ha fatta di sua volontà (com'essi opinano) al Popolo ebreo, dopo che la Profezia verbale è cessata in Israel, cioè, dopo i Profeti Aggeo, Zaccaria, e Malachia (Ghem. Sotha Cap. 9. pag. 48.) È sopra questa voce intuitiva che gli ebrei Talmudisti fondano la massima parte delle loro tradizioni, e de' loro usi rituali pretendendo che Dio gli ha rivelati a' loro progenitori, non già col mezzo di una profezia articolata, nè con una inspirazione segreta, ma per la via di una straordinaria rivelazione ch'essi chiamano בת קול (Bat Kol) figlia della voce.

I Rabbini riconoscono tre maniere di Profezie, primo coll'Urim, e Tumim (di cui sarà da noi parlato altrove) che faceva intendere la spiegazione di ciò che domandavasi col mezzo di caratteri prodigiosamente impressi sul pettorale del Pontefice Sommo; la seconda collo spirito di Profezia, che inspirò i Profeti non meno aventi la promulgazione del Pentateuco che dopo Mosè; la terza mediante il Bat Kol. La prima è durata, secondo essi dalle costruzione del tabernacolo fino alla edificazione del primo tempio; la seconda dall'origine del Mondo fino alla morte di Malachia l'ultimo de' Profeti sotto il secondo Tempio, benchè l'uso più frequente di esse riconoscasi essere ente unicamente sotto il primo Tempio; la terza finalmente cominciò dopo Malachia, ed ha sussistito nella nazione d'Israel fino alla compilazione della Misnah. Essi pretendono altresì che il Batkol è una voce procedente immediatamente dal Cielo, che si fa sentire di una maniera articolata presso a poco simile a quella che chiamò il giovine Samuel per reiterate volte, allorchè Dio volle rivelargli ciò che dovea succedere al gran prete Helly ed alla di lui famiglia. V. Reg. I. Cap. 2. V. 5. e 6.

CAPITOLO XIX.

Indagini analitiche su' miracoli; quale si crede essere il loro principale oggetto; ogni Setta ne vanta in profusione; come pervenire a conoscerne i veri, e distruggere le obbjezioni che agitano gli increduli contro de' medesimi.

L'uomo per sua intima natura, tanto è più limitato nelle sue proprie cognizioni, tanto la sua curiosità diventa estesa oltre i confini di ogni dubbio, in cui esso non si adatta facilmente dia restare, almeno per lungo tempo; questo è uno stato che lo angustia, e che sembra toglierli qualche parte di quella vanagloriosa dignità, che si è temerariamente attribuita. Or siccome baldanzoso egli cimentasi a discutere, o investigare i fenomeni della natura, benchè desso ne ignori onninamente l'essenza non meno, che le proprietà intrinseche di quest'essenza, da quando il di lui meschino sapere è ridotto al periodo estremo dell'inscizia, esso ricorre ad una causa soprannaturale; allorquando i fatti sono un poco remoti, e che mancano i solidi principj da mettere in campo, l'esatta distinzione del chimerico, e del vero, riesce per esso lui un assunto molto arduo ad intraprendere, ed eccessivamente spinoso ad eseguire; la pigrizia naturale dell'uomo, e la sua insita deficienza vi ripugnano d'accordo, egli è in questo solo caso ch'esso fa intervenire il prodigio, il quale fa dissipare in un istante dalla sua mente tutte quelle impossibilità che la rendevano come affatto inerte, e paralizzavano tutto le di lui ardite intraprese: Il est trop flatteur pour la creature, dice un pensatore illustre, de voir le créateur bouleverser l'ordre préétabli en sa faveur. In questa circostanza come in tante altre di simile natura, il suo circoscritto discernimento non gli accorda l'adito a riflettere ch'egli è positivamente impossibile che una cosa esista, e non esista insieme ed un tempo medesimo. Ecco il solo punto di rilievo, che servì molte volte di appoggio a quegli uomini che vollero farsi rispettare da' popoli, e che i primi conobbero la sicura maniera di soggiogarli.

Per poco che rivolgiamo con attenzione l'Istoria, essa ci convincerà evidentemente ad ogni tratto, che tutti i capi, e fondatori di nuove Sette, in qualunque epoca del mondo, hanno tentato di provare la lealtà delle loro particolari missioni col mezzo di straordinarie operazioni, variamente immaginate da essi e di supposti prodigj (155). Ma avanti d'internarci a conoscere il valore intimo, che religiosamente dobbiamo noi attaccare a questi decantati prodigj, analizzare ci è duopo, di passaggio essenzialmente cosa mai sia per se medesimo un miracolo. Ad una sì fatta ricerca, io odo ripetermi essere questa una straordinaria operazione; opposta del tutto direttamente alle leggi della natura, preestabilite già da tempo immemorabile dall'Eterno consiglio del suo Divino Autore. Per altro, questa diffinizione sembrami altro non essere che un semplice raffinamento dell'idea che gli uomini ebbero in origine del termine miracolo, cioè, res miranda, prodigium, portentum, monstrum, cosa ammirabile, che annunzia, cosa stupenda, che reca novità, oggetto da mostrarsi come raro, ec.; e in questo senso anche la stessa nostra esistenza potrebbe fondatamente considerarsi un continuato miracolo.

Noi però ci siamo formati tutt'altra idea del miracolo; questo è secondo l'opinione volgare ciò che non era mai accaduto, e che succedere mai non potrà in tempo alcuno; come sarebbe, per esempio, il colloquio del serpente con Eva; quello dell'asina con Balaamo; la carrozza di fuoco che condusse nel Cielo il Profeta Elia; la caduta delle mura di Gerico al suono di tromba, e molti altri dell'ordine medesimo, de' quali ci fa espressa menzione la Scrittura.

Comunque siasi però; l'opinione recentemente adottata incontra delle forti opposizioni dalla parte di certi stravaganti filosofi del secolo; quindi poichè Dio è il sommo Creatore di queste Leggi (ci ripetono essi temerariamente) Dio che ha tutto preveduto, ed a cui il passato, il presente, e l'avvenire, sono sempre del pari ad esso in egual grado astanti, come avrebb'egli mai contrariate queste Leggi medesime che la sua ineffabile saggezza avea imposte alla natura? Non potendo mai supporre ch'esse fossero mancanti, si dovrà non per tanto dunque opinare, che in certe circostanze quelle più non si accordassero cogli eterni disegni di quest'Essere Supremo, poichè si pretende farci credere che ha esso dovuto sospenderle, o contrapporle? Inoltre, come si oserà egli sostenere che un Dio (questi audaci miscredenti persistono ancora) il quale non ha potuto fare che delle Leggi perfettissime, ed immutabili, ad ogni esperimento, com'è la sua natura, sia costretto ad impiegare de' cambiamenti ad oggetto di fare sortire felicemente le di lui mire divine, o che accordare voglia alle sue creature l'assoluta possanza di operarli, onde la sua eterna inalterabile volontà resti per ogni parte compiuta? È egli credibile per alcun modo (essi conchiudono infine) che un Dio Sommo, ed infinito abbia d'uopo del concorso di un essere terrigeno, e limitato affine di rendere manifesti sopra la terra i alti ammirabili prodigj?

Or come superare tali obbjezioni, ed altre moltiplici sì fatte, che baldanzosi mettono in campo sovente i furibondi avversarj de' miracoli contro di noi, che pervenuti siamo a conoscerne i veri, ed a esperimentarne, ad ogni tratto, i salutari effetti? La più efficace risposta che potremmo noi addurre dalla parte nostra, si è che le vie dell'onnipossente sono incomprensibili per l'uomo, che un Dio il quale può creare, e trarre le cose dal niente, e l'edifizio ammirabile dell'universo dal Caos orrido, informe in cui giacea sepolto, può altresì tutto rivolgere egli stesso, a suo piacere, in via straordinaria, e ad un tempo medesimo abilitare i suoi eletti dell'assoluta facoltà di operare dei prodigj, i quali viemaggiormente confermano in essi l'amore e la venerazione per l'opifice supremo della natura.

Ma tuttochè le nostre adotte ragioni sieno troppo bene fondate, ed inconcusse per elleno medesime, pure i nostri pertinaci oppositori le riguardano come un debolissimo baluardo per la difesa a cui noi pretendiamo di farle efficacemente servire; frattanto lasciamo pure costoro immersi nel paludoso pelago delle loro tenebre deplorabili, e procuriamo noi di rischiarare le nostre colla fiacola eterna dell'esimia incontaminata religione, che abbiamo la felicità di professare (156).

Ragionando però con quell'acume di cui al provido Creatore piacque fornirci onde meglio contemplare possiamo le di lui opere sorprendenti, noi dunque stabiliremo che un miracolo altro per se stesso non è (secondo ancora gli odierni sani filosofi, ed i Teologi pure) solo che un eccezione positiva, e reale alle divine leggi preestabilite della natura: ma con quali dati giudicare mai possiamo di un miracolo senza un'esatta, e profonda cognizione di tutto queste Leggi, che l'uomo, d'altronde, in vano tenterebbe giammai di acquistare sopra le terra (157)? In tale precaria posizione di deficienza, come potrebb'egli pervenire in alcun tempo a discernere con qualche probabilità il genuino carattere de' venerabili miracoli che procedono dalla volontà immediata onnipossente dell'arbitro disponitore de' Cieli, e della terra, da quelli che propriamente non sono che il mero effetto qualche volta dell'accidente, bene di raro della scienza, e molto sovente dell'astuzia (158)? Mosè operava de' miracoli sorprendenti: ciò è innegabile, ma frattanto lo Scrittura medesima chiaro ci dimostra che gli aruspici, ed i maghi dell'Egitto gli operavano essi ancora con eguale successo (Exod. C. VII. v. 12) non è già per questo che noi titubiamo un solo momento a decidere quali fossero fra questi que' prodigi emanati direttamente da Dio, e quali conoscessero per prima loro base l'artifizio, la scienza, o i sortilegj, mentre tutto concorre intimamente a persuaderci che altri fuori che il solo Mosè non potea essere il vero depositario degli arcani supremi di un Dio, e l'organo immediato della di lui Eterna volontà ineffabile, ed altro io quì non faccio che rendere un semplice ragguaglio meramente dell'ardita incredulità di certuni per rapporto a' miracoli; ma nulla ostante, questa nostra convinzione riesce un debole sostegno di difesa, contro gli assalti ostili degli avversarj; nè ha per se stesso forza bastante a dissuadere i filosofi del secolo da' loro opposti principj, il quali prendono tanta maggiore possanza nelle loro menti sovvertite, quanta è più esorbitante l'affluenza de' miracoli di ogni specie da cui osservasi inondata tutta la terra dall'origine della sua popolazione fino a' tempi nostri (159); ed a fronte di tutto il rispetto che protestiamo di nutrire perpetuamente per i sacri Codici, non meno che per tutto quanto essi contengono; ci troviamo astretti a dovere confessare con Bayle, che chiunque si è formato delle vere idee dell'ignoranza, della credulità, e dell'incuria del volgo, riguarderà sempre mai le opinioni come altrettanto più sospette; quanto che le ritroverà esso più stabilmente propalate. Gli uomini, per la massima parte, non esaminano niente, essi lasciansi ciecamente condurre da un abitudine macchinale, o dall'autorità, e le loro sacre opinioni tradizionali specialmente, sono quelle appunto ch'essi hanno meno il coraggio, e la capacità di esaminare; e siccome non è loro permesso di fare uso della propria ragione sopra questa dilicata materia (160), essi debbono gemere nel più torpido silenzio, e sopportare con paziente rassegnazione il giogo ferale ch'essi medesimi s'imposero. Quale solido vantaggio possono recarci mai tutte quelle regole che ogni settario non ha mancato di fornirci dal canto suo, come sicure per discernere i veri da' supposti miracoli, se una volta stabilita questa distinzione, niuno fu mai più imbarazzato per consolidare il suo trionfo sulle basi medesime del principio già fissato? Questo inconveniente procede da ciò che la regola è presa quasi sempre dalla stessa natura delle prove, che ciascuno si sente capace di produrre, e sostenere; è appunto sopra un tale proposito che un critico de' nostri tempi dicea: Un vrai faiseur de miracles pourrait trancher toute difficulté quelconque à leur égard, en rendant la vie à un homme au quel on aurait arraché le coeur, ou coupé la tête: l'esprit raisonneur serait bien humilié à la vue d'un tel prodige (Trait. des mirac. Introd. p. 25.)

Ma ciò che più di ogni altra cosa concorre a disgustare ogni niente illuminata, e che noi non possiamo contemplare senza fremere, malgrado il religioso trasporto che intimamente nutriamo per i giusti, e per i bene fondati miracoli, si è, oltre l'immensa quantità di prodigj, non so come scaltramente introdotti sulla scena del mondo, il vedere adottare alla rinfusa come tali le azioni le più ridicole, i più puerili aneddoti, e le favole più insensate; è in vano che Crisostomo ci ripete incessantemente che oggi la chiesa più non opera per via di miracolo non avendone più d'uopo, e che Agostino dopo di avere seriosamente interrogato perchè mai que' miracoli che operavansi altre volte più non si miravamo ripetere a' giorni suoi, produce la medesima ragione: Cur, dic'egli, nunc illa miracula quae praedicatis facta esse non fiunt? Possem quidem dicere necessaria prius fuisse, quam crederet mundus, ad hoc ut crederet mundus (Aug. De Civit. Dei Cap. XXI.)

A fronte di tali autorevoli opposizioni frattanto questi supposti prodigj ripullulare si mirano bene di frequente fra gli uomini, e ciò che di peggio si è coll'impronta il più delle volte della menzogna, e della contraddizione (161).

Da tutto quanto abbiamo fino ad ora significato, non meno per ciò che riguarda le profezie, che per quello che rapportasi a' miracoli, o alle intuitive apparizioni che ne fanno parte (162), può illativamente inferirsi che non v'ha delirio più pericoloso nell'uomo di quello da cui esso fu sempre mai predominato, cioè di pretendere a tutta forza di rivelare quegli arcani avvenimenti, che Dio volle rendere occulti alla sua specie, avviluppandogli in una oscura notte, senza lasciargli neppure la debole speranza di potergli in alcuna maniera penetrare (163). Egli si schernisce de' superbi mortali che tentano di portare arditamente le loro inquiete ricerche oltre il punto che fu ai medesimi prescritto, e che all'umana deficienza si compete. Fu ricercato un giorno ad un filosofo ciò ch'egli opinerebbe se vedesse il sole arrestarsi nel suo corso (cioè se l'annua rivoluzione della terra intorno quest'astro cessasse); se tutti i morti resuscitassero in sua presenza; se gli uomini si metamorfosassero in bruti, e tutto ciò per provare qualche verità importante, come per esempio, l'efficacia del Lampadario del Sabato, o la grazia versatile; ciò che io penserei rispose il filosofo? Io mi farei tosto Manicheo; io direi che avvi assolutamente un principio nella natura che rovescia, e disordina tutto ciò che un'altro avea precedentemente disposto, e sistemato.

V'ha poche persone sulla terra le quali soddisfatte unicamente del presente, non inclinino d'imbarazzarsi dell'avvenire; questa esemplare condotta l'appannaggio de' sani, e de' religiosi filosofi, essi sanno che è un eccesso di demenza quello di tentare l'acquisto della cognizione di ciò che per se stesso dovrà essere eternamente impenetrabile alla mente dell'uomo (164); e persuasi di non potere risentire alcun solido vantaggio a sapere ciò che dee necessariamente succedere, solo restano paghi del presente, riconoscendo, per esperienza, quanto riesce malagevole per l'uomo di tormentarsi futilmente per l'avvenire: Ne utile quidem (riflette sensatamente Cicerone) est scire quid futurum sit; miserum est enim nihil proficientem angi (De Nat. Deor. Lib. III. Cap. 6.)

La facilità di credere, e l'orgoglio smodato di volere tutto conoscere, verità infinite volte rimarcata da' saggi, furono sempre mai le due funeste inesauribili sorgenti di tutti gli errori degradanti, che oscurarono i pregi della primitiva religione de' popoli, e resero lo spirito umano incapace di lumi, di coltura, e di ragione: Dans tous les siecles, et dans tous les pays (osserva l'erudito Freret, mem. de l'Acad. des Inscrip. T. 23. p. 187) les hommes ont été également avides de connoítre l'avenir, et cette curiosité doit être regardée comme le principe de presque toutes les pratiques superstitieuses qui ont defigurée la Religion primitive chez tous les peuples.

I veri dotti parlano dubbiosamente delle cose dubbiose, e non esitano di confessare con ingenuo candore, la loro propria incapacità relativamente a quelle che oltrepassano la portata dello spirito umano; è ben vero ch'essi credono di sapere molto meno cose di ciò che orgogliosamente vantano coloro che pretendono tutte conoscerle; ma almeno i primi sono garantiti di quelle ch'essi sanno, quando gli ultimi all'opposto ignorano eziandio quelle ch'essi immaginano di conoscere con evidenza.

Quanti prodigj sparirebbero, in fine dalle menti ottenebrate de' popoli, quanti miracoli cesserebbero di essere tali in faccia di essi, se gli uomini volessero assumere l'ardua impresa di ripiegarsi un solo istante sopra essi medesimi, di ponderare accuratamente tutto ciò che si passa nel loro proprio individuo, e in tutti gli esseri che gli circondano; eglino allora si assicurerebbero, con positiva certezza, della causa necessaria che tutto regge, che tutto dispone, ed alimenta nell'universo, essi riconoscerebbero altresì con perfetta cognizione di causa, che ciò che volgarmente chiamasi miracolo, prodigio, cosa straordinaria, altro per se stesso non è che la conseguenza immediata della maniera di esistere del nostro mondo, di cui il disordine apparente, o reale, rientra nell'ordine preestabilito dal provido consiglio del suo Eterno Creatore. Con tale mezzo essi resterebbero ampliamente convinti di una verità sì urgente, e sì essenziale alla loro felicità, ed alla loro tranquillità inalterabile: quindi è perchè la natura, non meno che le sue intime proprietà saranno mai sempre un mistero indissolubile per l'uomo, il quale spera indarno di penetrarvi giammai, fino a tanto che desso non si determinerà di proposito ad opinare, ed a credere fermamente col più saggio filosofo della Grecia (Socrate) che le cose che sono al di sopra della condizione umana, riescono affatto straniere per noi, e sotto qualunque siasi aspetto che si riguardino, concernere non ci possono giammai di sorte alcuna, come appartenere non potrebbe al corpo nostro un sesto senso esterno, di cui non potremmo in verun modo concepire un'idea.

(155) Molti Legislatori ancora intenti a rendere i popoli più rassegnati alle nuove instituzioni che volevano propalare fra di essi, facevano eglino credere di possedere il dono soprannaturale di tutte le arti, di tutte le scienze, di tutte le virtù possibili, mediante le continue divine intuizioni delle quali dicevano essere quelli suscettibili; Osiris facendo supporre di avere acquisito dal Cielo l'arte dell'agricoltura, in sommo grado, divenne col mezzo di tale inganno, il Legislatore, l'arbitro, e il Dio dell'Egitto; Licurgo, e Solone dicevano di essere secondati dagli oracoli; Zeleuco, e Pitagora vantavano entrambi d'accordo di essere inspirati da Minerva; Romulo sosteneva di essere guidato dal Dio Consus; Zoroastro governò i Persiani in nome di Oromaze; e Brama faceva suppone di avere ottenuta dall'invisibile monarca dell'universo la dottrina che ha esso propalato nell'Indostan; Thor e Odin legislatori de Visigoti davano ad intendere di essere essi medesimi due numi discesi dal Cielo; qualunque delirio nel fondatore dell'Islamismo, e per sino gli accessi epilettici de' quali, seguendo l'Alcorano, era egli suscettibile sovente, portavano presso i suoi Settarj, un impronta sovrumana. Gengiskan facevasi riguardare figlio unigenito del Sole, e come tali si annunziavano parimenti a' Peruviani Manco Capak, Coja mama Oello huaco sua sorella, e sua moglie.

Ecco finalmente come da un confine all'altro del globo tutti i suoi abitatori, senza forse eccettuarne alcuno hanno piegata la cervice sotto il giogo ignominioso del fanatismo. Confucio è forse il solo fra tutti i Legislatori antichi, che abusato non abbia della credulità de' suoi Chinesi.

(156) Le sole sacre pagine sono l'unico, ed il più solido appoggio che noi abbiamo per autenticare con qualche fondamento, la verità de' miracoli; esse ci offrono ad ogni tratto lo riprove le più convincenti della certezza de' medesimi; ma siccome i miscredenti non fanno un gran caso delle scritture, non si saprebbe a qual efficace partito appigliarsi per confonderli: quindi è che noi non abbiamo che limitarci a credere, e a desiderare ch'essi credano con quella medesima sommissione che noi crediamo.

(157) Infatti l'ignoranza della quale parliamo ci trascina sovente nel baratro degli smarrimenti i più pericolosi, ed i più materiali; quante volte si è veduto, e mirasi tuttodì prendere dal volgo per miracoli i fenomeni della natura i più triviali, ed anche il risultato dell'esperimento di qualche scienza? La chimica curiosa ha delle trasmutazioni, detonazioni, esplosioni, fosfori, pirofori, combustibili, terremoti, ed infinite altre supposte meraviglie da fare gelare di stupore il volgo ignaro che le osservasse: Datemi dell'olio di Gajac, con discreta dose di spirito di nitro, ed io vi faccio de' prodigi sorprendenti, diceva l'eloquente Wolston.

Non v'ha che le gesta meravigliose che possano fare credere le cose che hanno l'apparenza di soprannaturali, mentre questo non potranno essere giammai a sufficienza contestate dalla sola testimonianza degli uomini. Jesué, e tutta la di lui armata crederono,

d'accordo, che il Sole si arrestasse in Gabaon, perchè (come giustamente lo riflette un dotto fisico moderno) ignoravasi generalmente a que' tempi, che la grandine di cui l'atmosfera trovasi pregna potea fare allora una refrazione de' raggi del Sole assai maggiore dell'ordinario: Jsaia non conosceva la natura de' parelj, allorch'egli sosteneva ad Ezechia che il Sole avea retrogradato nel quadrante della Corte. Non era mai possibile allora di avere solo che una certezza morale di tuttociò che asserivano i Divinizzatori, ed i Profeti, come certo, e dimostrato, atteso che i segni naturali erano del tutto generalmente sconosciuti. Per quanti secoli si è riguardato l'Iride nel mondo come un vero miracolo, avanti che la fisica c'istruisse delle proprietà intrinseche della luce, e prime che si fosse pervenuti a conoscere, che le semplici refrazioni, e reflessioni de' raggi del Sole nelle goccie sferiche di pioggia formavano unicamente questo vago fenomeno? Non più che soli due secoli da noi distante non si vide annoverare fra i prodigi gli ecclissi, e le apparizioni delle Comete? (Bayle Pens. sur la Com.) Gli storici che hanno scritto in que' tempi ne fanno delle descrizioni sì terribili, e sì ampollose che se noi fossimo ignari della natura di simili fenomeni, dovremmo impallidire leggendo ciò ch'essi ne dicono. Il vero si è che da quando si ha l'immaginazione alterata da fantasmi, e da chimere, più non si scorge negli oggetti che ci percuotono niente di ordinario, nè di comune: tutto diventa straordinario, grande, e sorprendente.

Or per disingannarci di tali grossolani errori, che denigrano oltremodo la dignità dell'uomo, non abbiamo che studiare diligentemente il Codice ammirabile della natura, e noi resteremo allora sorpresi dalle infinite risorse ch'ella ci offre, e ad un tempo medesimo convinti delle tante mostruose illusioni colle quali noi sembravamo un giorno inseparabilmente collegati; ma la base fondamentale delle nostre ponderate asserzioni non è già quì solo che noi possiamo rinvenirla; io mi dispongo a metterla nel più chiaro giorno, mediante le dimostrazioni evidenti che mi emergerà di fare sopra questo soggetto nella progressione del presente Capitolo.

(158) Tutti i religionarj, a qualunque setta che appartengono, sostengono unanimi che Dio non permetterà giammai, che l'uomo profano faccia de' miracoli, ad oggetto di rendere più accreditati i propri errori. Tale è per se stesso il principio generale su di cui ogni religione si appoggia per rigettare i miracoli vantati da un'altra setta differente, e fare solo valere quelli che la medesima decanta; ma con quali mezzi pervenire a conoscere in simile caso il vero miracolo da quello che non lo è, come fra i tanti che ogni popolo si fabbrica, e di cui non solo gli ebrei, ed i Cattolici ma tutto il gentilesimo n'è pieno, come, dico, potremo noi giugnere a discernere il divino, dal diabolico, il sacro dal profano? A quale spinoso imbarazzo non ci esporrebbe mai un semplice confronto? Mosè percuotendo un sasso colla sua verga ne fa scaturire una sorgente di acqua viva (Exod. Cap. 18. v. 5) Maometto, per quanto assicurano i suoi Settarj, faceva stillare l'acqua dalla estremità delle proprie sue dita (Echell. Ist. P. III. Cap. 20) Bacco ha operato il medesimo prodigio mediante la supposta virtù del suo tirso (Diod. Sicu. L. IV. Nonn. Dion. Plin. Lib. XIV, e tutti i mitologici). Jesuè arresta il sole in Gabaon (Giud. Cap. X. v. 12), presso i Pagani si fa parimenti arrestare quest'Astro, e retrogradare per non essere testimonio dell'azione orribile di Astrea, contro i figli di Tieste suo fratello (Hist. Poet. Bann. Dict. art. Astrée); ed il Cristianesimo pretende che il Sole siasi pure arrestato nel suo corso (conforme l'opinione astronomica di que' tempi) l'anno 1547, in favore di Carlo V., per dare alla sua armata il tempo di sconfiggere il Duca di Sassonia, e le falangi Protestanti (Maimb. Hist. du Luther. T. II. pag. 164). Eliseo resuscitò un bambino morto, sanò un infermo di Lebbra (Reg. II. Cap. 4 e 5) S. Giovanni asserisce che Cristo resuscitò Lazzaro, e vari altri dopo morti, sanò degli ammalati; Filostrato ci assicura che Apollonio Tianeo, non solo resuscitò una fanciulla morta il medesimo giorno de' di lei sponsali, ma che si resuscitò egli stesso (Phil. in vit. Apoll.) E quante malattie credute disperate non guarirono Esculapio, Ippocrate, Galeno, ed Apollonio medesimo? Chi inclinasse d'innoltrarsi vieppiù in simile confronto, non ha che percorrere assiduamente Tucidide, Tito Livio, Plinio, Tacito, Valerio Massimo, Suetonio, e alcuni altri.

Ma io non finirei sì tosto, se tutti riportare io quì dovessi gl'innumerabili altri straordinari prodigi che servono di appoggio a tutte le sette odierne, e che posti al confronto con quelli che ci offre l'intero paganesimo, si troverebbero in valore equivalenti, benchè in numero di gran lunga inferiori.

Or quale dunque di questi, replico, avrà mai per assoluta sua causa immediata l'Essere Supremo che adoriamo, e quale avrà tratta primitiva sorgente dalle altre indicare cause più comuni, e secondarie? Questo è il gran problema più di ogni altro interessante che sarebbe oltremodo necessario di sciogliere cautamente onde confondere, e ammutolire i filosofi increduli i quali appoggiati alle loro scienze esperimentate, osano insieme tutti rigettarli ciecamente, persuasi di poterne ritrovare le cagioni efficienti o nell'arte raffinata, ovvero nella natura; ma questo sarà sempre mai un arcano impenetrabile per il volgo, di cui la tradizione gli comanda di credere senza esame, di abdicare alla ragione, di condiscendere, e tremare.

(159) Allorchè gli autori antichi parlarono di un miracolo (come giustamente riflette l'illuminato autore della Philosophie du Bon sens T. I. Reflex. I. p. 65) attribuendogli qualche avvenimento considerabile, sarebbe da desiderarsi ch'essi avessero sviluppato in quale guisa era stato il medesimo prodotto, indagando se un simile fatto era accaduto in seguito di una causa soprannaturale, ovvero mediante una ordinaria, e regolare, cagionata dall'idea, e dall'impressione di un miracolo sullo spirito ammaliato de' popoli. Ad alcuni, per altro è sembrato che molti di essi non abbiano presa cura di compilare tanti prodigj, che o affine di rendere le loro Istorie più rispettabili, o ad oggetto di uniformarsi ai tempi ne' quali erano essi cotanto in voga fra le nazioni, siccome fecero Erodoto, Tito Livio, e vari altri i quali ritrovando le Istorie precedenti piene di sì fatte estraordinarie visioni, essi non avrebbero potuto sopprimere le loro, senza scandalizzare i popoli che non erano meno superstiziosi a' loro tempi di ciò che lo fossero quelli de' secoli antecedenti; si potrebbero sopra tale proposito asserire con un profondo Inglese che: The mistakes of our ancestors are the rising of ours: and the ours will increase those of our Children (Bolingbroek).

Presso che tutti gl'Istorici delle Nazioni che conosciamo sono pieni di puerilità, e di pie chimere, le quali renderanno sempre mai le loro opere in questa parte spregevoli alle menti illuminate. Gli scrittori che ci hanno trasmesse le Istorie delle crociate (come lo rimarca il testè preallegato autore), le hanno riempiute di tanti miracoli sì opposti alla ragione, che si può riguardare come inutile di mostrarne la falsità e il ridicolo: i popoli che viveano in que' secoli aveano lo spirito abbacinato talmente d'incantesimi, di prodigj, di sortilegj, e di supposti miracoli, che anche gli uomini più accreditati, che facevano in quelle epoche l'ammirazione dell'universo, e la testimonianza de' quali è riguardata con tanto rispetto, non hanno potuto resistervi, non ebbero forza bastante per garantirsene: quindi è che Platone, Appiano, Pausania, Plutarco, Cicerone, Porfirio, Jamblico, Sozima, Procopio, Diogene Laerzio, ed un gran numero considerabile di altri uomini scienziati, si sentirono tutti attrarre invincibilmente, dal meraviglioso per quelli; tutti, o furono d'accordo testimonj oculari di gesta prodigiose, od appresero da altri a raccontarle.

(160) Fu sovente rimarcato da qualche genio insigne, che l'uomo appena comincia a contrarre l'abitudine del raziocinio, e della riflessione, perviene agevolmente a disingannarsi della tradizione, a conoscerne gli assurdi, a scoprine le stravaganze; è appunto perciò probabilmente che coloro i quali ebbero un interesse di perpetuare sopra la terra fra gli uomini i malefici prestigj della tradizione, non seppero come meglio riuscirci che imponendo un eterno silenzio agli stimoli della ragione, condannandoli come perniciosi oltremodo alla salute dell'uomo, e per conseguenza indegni di un anima religiosa, la quale è, secondo loro, in dovere di tutto credere macchinalmente alla rinfusa.

(161) Chi spignere volesse la propria curiosità fino a verificare la genuina verità di tutto quanto è stato da noi fin quì esposto non ha che percorrere Palladio, Sulpizio Severo, Mabillon (vita di S. Bernardo) Le gesta de' P. P. del Deserto, il gesuita Gazée (Pia hilaria); Le conformità di S. Francesco con G. Cristo, e molte altre istoriette di tale natura, ed caso vi ritroverà soggetto di che conchiudere fremendo, che que' menzionati filosofi nostri accaniti avversari (sebbene riprovabili sempre a questo solo riguardo) non aveano certamente tutto il torto di sostenere, che le leggende di questi nuovi operatori di miracoli, debbono fare per se stesse revocare in dubbio una gran parte di ciò che si avea scritto degli antichi. Si dirà pur troppo che i Talmudisti hanno accreditate delle favole mostruose, ma soggetti non ci appariscono per certo a quei vaneggiamenti di spirito che ci fanno raccapricciare in quelle; ed io oserei, per ultimo, insistere colla più ferma persuasione, che vi sono più inezie, e più assurdi nella sola vita di S. Maria Alacoke ed in quella di S. Vincenzo Ferrerio, che in tutte le opere immense de' rabbini dell'Israelismo, checchè ne abbondino quelle in profusione.

Egli è così che molti riscaldati entusiasti lusingati di sostenere in tale guisa la religione della quale si fanno essi i sostegni, e i difensori, porgono le armi fra le mani degli avversarj che vogliono attaccarla.

(162) Per nulla ommettere di tutto ciò che può avere qualche prossima, o lontana analogia coll'assunto che trattiamo, non mi sembra ora inopportuno di avvertire che anche le tante apparizioni, delle quali tutti i codici delle Sette odierne sono ripieni, possono parimente ritrovare il loro confronto, nel modo appunto che lo ritrovano le operazioni straordinarie nella storia medesima dell'antichità pagana. Cicerone, il di cui solo nome ne forma il chiaro elogio, dice seriosamente che gli Dei si sono fatti vedere sovente dagli uomini, di una maniera sensibile, ed evidente: Præsentiam sæpe Divinam declarant, sæpe visæ formæ Deorum (De Nat. Deor.) Plutarco che tutto il mondo colto conosce, asserisce fermamente che nel territorio della Sicilia esisteva una Città, dove la madre degli dei avea un tempio dedicato ad Esculapio, e nel quale gli Dei e le Dee apparivano assai di frequente. Enquinnum Siciliæ oppidium, non magnum, sed pervetustum, et Dearum apparitionibus nobile (Phit. Tract. de Orac.)

Questo è stato realmente in ogni tempo un pregiudizio generale diffuso, e inveterato in tutte le regioni del mondo abitato dall'uomo, che gli Dei apparivano sulla terra, sotto una, od altra simbolica figura differente per ricompensare o per punire; i Tartari lo assicurano di Foh (mem. du P. le Comte) lo dice Erodoto di Apis (Heliod Lib I. e Mair. Saturn.); ed i Magi dell'Egitto lo asseriscono delle loro supposte Divinità (Voy. en Pers.). Gli abitatori dell'Isola Formosa credevano costantemente unanime che il loro Dio si manifestasse, ora sotto la figura di un bue, ora sotto quella di un Leone, e qualche volta pure in sembianza di Elefante (Taver mandes. Voy des Indes).

(163) Io già feci altrove dimostrativamente conoscere, come nostro malgrado confessare dobbiamo che dopo di avere dedicate tutte le nostre ponderate ricerche agli studj i più profondi, pervenire con certezza mai non potremo ad une fisica dimostrazione della benchè minima verità speculativa. È ben vero, per altro, che l'autore Supremo dell'Essere nostro, permettere non volle che l'uomo fosse possessore di un sapere dimostrativo al di là di un limitato confine; ma d'altronde non si può immaginare senza errore, che abbia esso perciò lasciata la specie nostra immersa nell'ignoranza universale delle cose, giacchè, al contrario, veggiamo quali chiare vestigia, e quali segni evidenti ha esso accordati alla medesima, onde con essi possa quella giugnere al discernimento di certe verità che sono ad essa più necessarie. Ma l'orgoglio umano crede tutto abbracciare, tutto lusingasi di conseguire con queste deboli traccie, e l'uomo frattanto, circoscritto dalla più tenebrosa ignoranza, superbo esulta di una chimerica dottrina; esso crede che niente di tutto ciò che si offre alla sua mente sia sufficiente a pascolarla; esso tutto intraprende, tutto combatte, e poco egli conosce, nulla conchiude; qualunque oggetto basta per confonderlo, per atterrirlo, e se l'ambizione sua interroghiamo di qualche assunto, per es. Cos'è mai l'uomo? Di spirito, e di materia è l'uomo composto, esso risponde; ma in quale modo, replico, dimostrare fisicamente si potrebbe sì prodigiosa unione? Come due sostanze cotanto fra di esse opposte diametralmente, possono a vicenda unirsi per farne quindi risultare un corpo che agisca, un essere pensante? L'intima natura qual'è di quest'essere agente? E cose di tale guisa gli ricerchiamo, sventurato! Ecco ciò che mette il colmo al di lui estremo smarrimento, ecco lo spirito suo illuso miseramente vaneggiare nell'infinito (ved. l'ann. 14. del T. 1. delle Notti Camp. p. 53.)

(164) È molto più sicuro, o commendevole per l'uomo, dice un'illustre antico (benchè non fosse questi dotato di altri lumi fuorchè di quelli della propria sua ragione) di credere le operazioni della Divinità, che di volerle approfondire: Sanctius est, ac reverentius de actis Deorum credere, quam scire (Tacit. de morib. Germanor.) Infatti a quale smarrimento deplorabile non si mirano soggetti coloro che tentano d'investigare gli arcani che Dio volle rendere incomprensibili alla frale intelligenza rimane? V'ha egli follia più orribile per un essere limitato di quella di volere penetrare ciò che di gran lunga osservasi eccedere la sfera circoscritta delle umane cognizioni? Questa è una taccia che la temerità di vari filosofi antichi ha debitamente meritata. Platone dicea non istimare atto religioso quello di esaminare le opere dell'Essere Supremo, nè di fare uno studio profondo sulle natura delle cose (De Legib. Lib. VII.)

CAPITOLO XX.

Istruzioni generali preparatorie per sistemarci solidamente su' fondati principj da noi fino ad ora stabiliti in proposito di Culto, o di Religione.

S'è vero, come fermamente lo pretende il Macchiavelli (Lib. III. Disc. I. sulla Deca di Tito Livio) che se si vuole che una setta, od una Religione qualunque, mantengasi lungamente sopra la terra, è necessario ritirarla molto sovente verso la sua primitiva origine; l'assunto già da noi esaurito il primo, che riguarda un tale importante soggetto, e che tende precisamente ad un sì ottimo fine, ben lungi dall'oscurare gli alti pregj che il mondo ha in ogni tempo giustamente ammirati nella credenza edificante professata da' primi Patriarchi del popolo d'Israel, e tutt'altro che diminuirne il valore in faccia di esso, come assurdamente opinare si potrebbe da taluni, il medesimo non si aggira che a ridurla con ogni possibile chiarezza tale precisamente per se stessa, quale appunto conosciuta, e praticata l'ebbero un giorno felicemente i suoi primi institutori, ed a renderne il prezzo, senza comparazione, assai più inestimabile, e più raro di ciò ch'esso lo era ne' tempi odierni.

E s'è d'altronde indubitato, siccome infinite riprove concorrono ad autorizzarlo, che la stessa religione, altro per se medesima non è, che una malattia dell'intelletto laddove manchi ad essa le guida infallibile della ragione, e sempre che non riconosca per suo appoggio primo, ed essenziale il buon senso, e l'istruzione; la materia, che noi entriamo successivamente a trattare nel secondo volume di quest'opera, dovrà tanto più interessante riuscire, quanto che si prefigge per iscopo di dimostrare quest'urgente verità col chiarore dell'evidenza.

Or sebbene quanto fu da noi significato estesamente fino ed ora, perciò che rapportasi alla prima in particolare, prescindendo, per il momento, da quello che l'ultima concerne, di cui ci disponghiamo a ragionare partitamente nella prima opportuna circostanza, parrebbe escludere qualunque ulteriore osservazione che aggiugnere si potesse in proposito di quella; ma sul riflesso troppo contestato dall'esperienza, che in siffatte materie specialmente l'affluenza delle prove, lungi dal riuscirvi intempestiva, o recarne un pregiudizio, essa contribuisce a renderle più nitide, e farne chiaro spiccare i veri pregj, e in una parola, a richiamarle a quel grado luminoso di perfezione di cui possono quelle essere suscettibili; così ho stimato un oggetto alquanto utile, e conveniente di corredare i fondati principj da noi esposti di quelle istruzioni che a me sembrarono le più ovvie, e le più necessarie, onde basare da una parte sopra fondamenti durabili, ed inconcussi la propostaci Riforma religiosa del Popolo d'Israel; dissipare dall'altra quella taccia odiosa di miscredenza, o di temerità che mi potesse essere malignamente imputata da qualche fanatico settario; e convincere, per ultimo, quella stessa nazione alla quale sono le medesime onninamente dirette, dell'integerrima rettitudine delle mie fraterne intenzioni a suo riguardo, non meno che dell'intensa profonda venerazione che ho per moltiplici volte, con intimo senso protestato nutrire per l'eccelso inalterato Culto unicamente al quale mi felicito, con vera esaltazione, di appartenere io pure. Ma passare, ci è ora d'uopo a convincercene, senza, mistero coll'esplicita, ed esatta esposizione delle medesime.

Molti pensatori profondi si fecero ed opinare, che l'affluenza di tradizioni delle quali trovasi ogni Setta eccessivamente avviluppata, forma una solida presunzione che sono tutte basate sopra deboli appoggi, e sopra de' sistemi erronei oltremodo, e inconseguenti (165); infatti, se fosse vero che per il solo mezzo di quelle Dio avesse voluto fare generalmente conoscere il vero Culto che gli esseri umani debbono prestargli, ne verrebbe per assoluto corollario che questo Culto non ci comparirebbe sì alterato; e sovente sì deforme per opera unicamente della stessa tradizione, siccome fu già da noi per tante volte opportunamente dimostrato, e questa dovrebbe essere altresì per tutti eguale, poichè le cose indispensabili per tutti gli enti ragionevoli debbono essere necessariamente identiche, e uniformi; sia di ciò la verità, che tutte le nazioni civilizzate del mondo riconoscono un Essere Supremo, perchè i principj della ragione universale sono in ogni senso comuni a tutte quante; dal che illativamente deducono i filosofi, che questa cognizione è per se stessa il resultato di una verità positiva, e irrefragabile (166); ma siccome ognuna di quelle sette riconosce, e sostiene una tradizione differente non solo, ma bene di frequente anche opposta a quella di un'altra (nel modo che lo abbiamo noi più volte rimarcato) esse debbono dunque conchiudere fermamente che avendo efficace inoppugnabile ragione di conoscere, e adorare un Dio Supremo, esse hanno grave torto di ammettere tutto ciò che immaginarono ciecamente oltre questo confine per ogni motivo consolante, e indispensabile.

Quando ancora taciuti stati fossero da noi que' tanti altri motivi, quì all'emergenza riportati, che concorrono ad estenuare onninamente quella supposta forza prodigiosa, che ogni popolo della terra, come lo abbiamo altrove osservato, pretende superiormente attribuire alle sue vantate particolari tradizioni, l'efficace conseguenza testè riportata, che i filosofi ne traggono, forse non sarebbe quella sola sufficiente per abbatterla interamente, per annientarla? Ma per sciagura universale i popoli, e Israel fra questi, bene lontano dal restarne quanto basta intimamente penetrati, e convinti, sembrami, al contrario, che a gran passi retrogradi, arretrino d'accordo senza posa verso la culla fatale de' loro vetusti acquisiti smarrimenti, ed il peggio si è, con troppo debole speranza di potere giugnere a sottrarneli giammai (167).

Eppure malgrado un ostacolo sì tenace, e sì invincibile in apparenza, parmi oggi dimostrato, che i progressi dell'istruzione avevano già eccitati a' nostri giorni spontaneamente una discreta frazione di ebrei a segregare dalla loro inveterata legge, non meno scritta che orale le instituzioni essenziali al loro Culto, da quelle che non sono che accessorie meramente e suscettibili di innovazioni nello stato politico, e civile; alcuni di essi pervenuti essendo a sopprimere omai le tante inutilità delle quali gli scritti de' Rabbini sono pieni, che ad altro non servono, come provammo, che ad oscurare i veri pregj della tersa Religione, senza renderne migliori gli osservanti; e tanto fu questa una verità chiaramente riconosciuta da' medesimi Israeliti che nell'Anno 1800, una Società di ebrei olandesi pubblicò una deliberazione di non riconoscere in avvenire che la Religione pura, e consolante di Mosè, e di rigettare onninamente tutte quelle istituzioni che fino a quell'epoca erano denominate, Leggi Talmudiche (Vedi Racc. degli Atti dell'Assembl. degli Israeliti p. 72); e in fatti questa benemerita società avea già attirati un'affluenza considerabile d'Israeliti; indi nel 1801, fu progettato di convocare un congresso generale, ad oggetto di richiamare in Luneville i rappresentanti di tutti gli ebrei dispersi nelle differenti regioni dell'Europa, affine di sanzionare, e rendere più amplia, e più autorevole la previa motivata Riforma: è bene da congetturarsi con ogni fondata sicurezza, quale potesse essere effettivamente il vero scopo fondamentale di sì fatto congresso; questo non tendeva, in une parola, che al disegno identico medesimo che ci siamo noi proposti, cioè, di sostituire una sana, e metodica Religione, alle pratiche superstiziose, degradanti, e antisociali, che al massimo detrimento della medesima, se ne facea sostenere il carattere, e le veci.

Or perchè mai una disposizione sì provvida per se stessa, e sì salutare, non ha essa potuto ritrovare in alcun tempo nel grembo della chiesa giudaica solo che pochissimi partigiani, e imitatori? L'unica, e la vera cagione di simile deficienza ripetere solo noi la possiamo giustamente dal non essersi ritrovato giammai qualche individuo Israelita fermo, e zelante a quel punto dell'onore, e de' solidi vantaggi della propria sua nazione, fino a ridurre in sistema le teorie necessarie per condurla con propizio successo all'arduo desiderato intento di una perpetua indefettibile rigenerazione, non meno per tutto ciò che ha un immediato rapporto colla credenza professata da quella, che relativamente a' suoi costumi, così pure che all'istruzione. Ma con quel fronte immaginarne la difficile impresa, e chi mai di altronde azzardatone avrebbe fra gli uomini una pronta esecuzione senza grave rovinoso pericolo (168)? Malgrado che una sì triste verità rendasi pur troppo innegabile ad ogni esperimento, e che que' numerosi esempi da noi opportunamente riportati, contestino ad evidenza quale funesto guiderdone l'ebreo filosofo aspetti dalle benemerite sue cure consacrate ad illuminare il traviato popolo a cui esso appartiene, ciò non per tanto io che da lungo tempo avvezzo ad affrontare con baldanzosa fermezza gli assalti proditorj del settario furore de' miei connazionali, e che a superare io pervenni sovente con successo, cimentarli mi accinsi nuovamente in questo giorno, animato da una speranza lusinghiera di poterne in certa guisa riportare del pari una solida vittoria equipollente in vantaggio eternamente memorabile del corpo universale degl'illusi figli d'Israel.

Ma in seguito di tuttociò, parmi quì oltremodo necessario di avvertire, che qualunque siasi utilità che risultare potesse in vantaggio del popolo ebreo dall'esito felice del mio intrapreso assunto, esso non potrà mai completamente risentirla fino a tanto che non venga dal medesimo riconosciuta (nel modo che in chiari accenti fu già da noi significato altrove) l'urgenza indispensabile cui trovasi per tante parti ridotto di lumi sufficienti, d'istruzioni, e disinganno, affine di potere giugnere e bene intendere una volta essere evidentemente impossibile che le pratiche assurde, gli usi contraddittorj, e le stravaganti cerimonie delle quali fu esso fatalmente imbevuto, dopo un sì lungo periodo di secoli, debbino costituire le base inconcussa, e radicale delle Religione destinata e professarsi da un consorzio di enti dotati di un'anima ragionevole, di pensiere, e di riflessione, siccome pare che l'ebreismo lo abbia immaginato erroneamente fino ad ora con la più pertinace asseveranza.

Pervenuti che noi siamo ad un punto sì essenziale non meno che salutare, molto agevole impresa ci riuscirà di assicurarci che gli errori, ne' quali miransi precipitare gli uomini sì di frequente, altro non sono che le conseguenze necessarie della loro ignoranza, che la loro caparbia credulità macchinale, non è che il seguito immediato dell'inesperienza de' medesimi, della loro scarsa riflessione, e di quell'accidia inerte dalla quale vengono essi per la massima parte eccessivamente predominati nella guisa medesima appunto, che il trasporto al cervello, od il letargo sono gli effetti risultanti da quelle siffatte malattie, che gli anatomici distinguono col carattere di Epilessia. Quindi è che un pensatore, anonimo del nostro secolo disse molto sensatamente: La vérité, l'expérience, la refléxion, la raison sont des remedes propres à guerir l'ignorance, le fanatisme, et les folies, de même que la saignée est propre à calmer le transport au cerveau.

Ma se alcuno avido di sottilizzare le cose ad oggetto di meglio svilupparle, si facesse quì per accidente ad interrogarci, coll'esperienza infallibile alla mano, perchè mai la verità non produce essa in ogni tempo questo effetto salutare sopra le innumerabili teste orribilmente attaccate da tale perniciosa infermità? A questi, rispondere in massima si potrebbe, che siccome v'ha delle malattie che resistono con gran forza e qualunque siasi rimedio; così precisamente riesce affatto impossibile di sanare quegl'infermi ostinati all'eccesso di rigettare per sino quegli antidoti medesimi i quali avrebbero tutta l'attività, e l'efficacia di liberarli dal grave malore che gli assale. Quindi non senza fondata ragione pertanto, il celebre Fontenelle solea dire: Quand même je tiendrais toutes les vérités renfermées dans ma main, je me garderais bien de l'ouvrir pour les montrer aux hommes; mentre, se la scoperta di una semplice proficua verità (nel modo che l'ho io rimarcato in altro luogo, Ved. l'annot. 47 al T. I. delle Not. Camp. p. 130) fece trascinare crudelmente l'impareggiabile Galilei nella cadente età di settant'anni entro le orride carceri del feroce S. Uffizio, quali tormenti laceranti non dovrebbe mai aspettarsi colui che tutte si cimentasse a rivelarle? È ben vero però che se un novello Galilei oggi risorgesse fra i viventi ad istruirci di qualche altra scoperta egualmente sublime, positiva, e interessante di quella che due secoli avanti l'ammirabile filosofo Toscano trasmise alla posterità non avrebbe certamente adeguato soggetto di paventare una procedura sì strana, e sì spietata; ma egli dovrebbe essere d'altronde presso che certo di attirarsi religiosamente, senza traccia di rifugio, l'odio inesorabile de' fanatici, degli ignoranti, e de' più creduli Settarj i quali tutti d'accordo col versetto 12 del Cap. X, di Josuè alla mano, sfuggire non lascerebbero l'opportuno incontro di perseguitarlo come apostata, e deciso contraddittore delle Scritture; siccome appunto mirasi da questi di continuo brutalmente inferocire contro quei genj, che diretti delle più assidue e profonde meditazioni, tentano di estrarre delle cose ostensibili alle umane cognizioni, ciò che possono le medesime racchiudere di vero, di proficuo, e di essenziale per la specie dell'uomo.

Sebbene che da quanto l'esperienza medesima ci contesta, niuno essere umano sulla terra sia veramente interessato a perpetuare l'errore, il quale tosto, o tardi trovasi costretto di cedere alla verità, giacchè come lo pensa Agostino; occultari potest ad tempus veritas, vinci non potest, pure, nulla di meno, il fatto concorre a dimostrarci per altra parte, che molti con ogni possibile sforzo, lo tentarono sovente, ma indarno, poichè la menzogna, non ha che un tempo assai rapido, e perentorio; e che la verità solo è capace di resistere, al torrente impetuoso de' secoli, sopravvivere ad ogni età del mondo, e sempre intatta conservarsi dall'infezione letale di quella sua implacabile nemica, indefessamente occupata dalla sua corruzione, del suo sterminio (169).

E chi mai fra tutte le nazioni dell'universo potrebbe ciò autenticare con una convinzione più esplicita, e più chiara di quella che sentire dovrebbe le prosapia d'Israel di nostra età? Se una gran parte di quelle pervenne a fruire per qualche breve istante de' solidi perenni vantaggi che risultano da questa verità; se i Greci hanno motivo sufficiente di vantare i loro Aristidi, e i loro Socrati, che sì perfidamente ricompensarono; se i loro Ciceroni, e i loro Augusti orgogliosi rammentano i Latini, con quante più imponenti ragioni dee felicitarsi, ed esultare il popolo ebreo dell'aureo secolo di Napoleone il Grande, che in tante guise differenti degna fargliene gustare i salutari ammirabili effetti? I tempi avventurosi degli Alessandri, ecco il trionfo de' Macedoni, l'età felice de' Marc'Aurelj, ecco il fasto de' Romani, l'epoca eternamente memorabile dell'esemplare, Gallo-Italo Monarca, ecco la gloria nostra; ma noi poco interessati, od anche indifferenti a conservarla per nostro indelebile conforto, l'orgoglio, l'ignoranza, e il fanatismo ci rimergono pur troppo nel vortice immenso delle tenebre, senza speranza di liberarcene giammai, nè di vederle in alcun tempo rischiarate.

Quale forsennato pensiero, può mai trasportare un'ente ragionevole a rinunziare di proposito deliberato all'intero possesso del maggiore de' beni, che gli offre l'eterna previdenza, quale sarebbe quello, s'egli lo conoscesse di restituirlo al pristino culto eccelso de' suoi avi, e ad un tempo medesimo purificare i suoi costumi, e illuminare la sua ragione? E che; tutte le magnanime cure paterne che all'Augusto benefattore d'Israel piacque di richiamare in favore di questo popolo, non tendono esse forse onninamente a questo provvido edificante disegno? Quelle forse non sono che attualmente porgono ad esso i mezzi i più pronti, e i più sicuri, onde possa egli pervenire, senza ostacolo, alla meta felice di tutte le sue intense brame? E quale individuo fra voi supporre in verun modo si potrebbe a tal'eccesso folle o ingrato, fino a rigettarli, o ad esserne insensibile? O figli dell'abbandonata Sionne! Non vi accorgete voi forse, che sotto l'apparente opera umana l'ineffabile consiglio di un Dio prodigiosamente si asconde? L'alto sonante gloria, di cui l'eco universale fastosamente contraddistingue sopra la terra ogni azione, ogni gesto, qualunque impresa di NAPOLEONE l'incomparabile, non indica esse un parziale favore dell'Essere Supremo, non dimostravi l'effetto immediato del suo braccio onnipossente; non vi annunzia esse con evidenza che l'organo assoluto della volontà di un Dio, Cesare divenne, della cui profonda saggezza ei si prevale per punire i malvaggi, ricompensare i giusti, proteggere gl'innocenti, sollevare gli oppressi? Or in seguito di ciò, chi non vedrebbe, che mostrandoci recelcitranti alle auguste disposizioni del nostro Ciro, sì bene affetto al Creatore, sarebbe la cosa medesima che mostrarci ribelli all'eterna volontà di Dio stesso?

Cessiamo per tanto di più lungamente tormentarci per ridicole chimere di nostra sovvertita immaginazione, rispettosi adorando nell'opera terrena gli arcani profondi del Superno abitatore de' Cieli, che con un mezzo sì eccelso e sì potente degna oggi rinnovare quegli antichi favori medesimi de' quali furono gli avi nostri un giorno profusamente colmati; e vuole renderci ad un tempo convinti, che da noi soli dipende unicamente lo spezzare que' terribili ceppi degradanti che i nostri smarrimenti decorsi avevano in tante fogge costruiti a nostro perpetuo danno irreparabile; egli è per questa unica via che noi possiamo pervenire a meritarli, e ad elevarci (se oso dirlo) alla sublime cognizione del Culto puro, veridico, ed esimio, che il sommo Dio de' patriarchi esige dalla posterità dei medesimi; e distinguendo sensibilmente allora la religione vera, metodica, e sana, dall'apparente, superstiziosa, e irregolare, noi riconosceremo quali ragguardevoli moltiplici vantaggi risente dalla prima lo spirito che sa discernerla nel fulgido chiarore di sua magnificenza, e della sua vera grandezza; vedremo non esservi solo che quella che possa rischiarare l'intelligenza umana, elevare il genio al di sopra di se stesso, e farlo, per così dire, lanciare fuori de' lumi prescritti a tutto ciò che riguarda la natura, o l'indole umana: è dessa che dilata al grado massimo tutte le sfere; sola ha il dono di tutto vivificare, in qualunque siasi posizione in cui l'uomo si ritrovi, purchè abbia per guida la sua fiaccola eterna, può essere con sicurezza garantito di non deviare giammai dall'ameno retto sentiere di quella verità sì proficua, e sì essenziale alla sua specie: e così per ultimo ci ridurremo a convincerci necessariamente per ogni parte, che non avvi che questa unica eccelsa Religione, capace d'imprimere a tutti i talenti, così pure che a tutte le virtù il suggello indelebile del soprannaturale, e del divino, e che a quella solo spetta di creare il filosofo saggio senza orgoglio, nella guisa che appartiene ad essa unicamente di formare l'uomo pio senza fanatismo.

Ecco, in una parola, il vero Culto sublime che l'Augusto Rigeneratore d'Israel esige da questo popolo; ecco la Credenza consolante che i nostri Belgici fratelli, non ha gran tempo si proposero; e tale è precisamente la sola edificante Religione che risultare vedremmo con ammirabili successi dal nostro fissato piano di Riforma, se l'intera nazione alla solida utilità della quale esso è propriamente rivolto, potesse giugnere, d'accordo, a sentirne l'urgenza, a calcolarne l'intimo valore, persuasa restando colli evidente certezza che desso gli offre, che nè l'essenzialità del vero suo Culto resta lesa da quello, nella benchè minima sua parte, nè opinare osammo giammai di creare con esso nuovi principj Teologici, ovvero costruire col suo mezzo nuove basi religionarie, straniere al suo antico sistema, e sconosciute dalla medesima fino al presente; ma tutti i nostri sforzi altresì tenderono, in complesso, a edificare sopra quegli stessi fondamenti radicali, che secondo l'autenticità indefettibile di una gran parte della specie umana, furono in origine gettati dalla Divinità medesima; questo è tutto ciò che può l'essere intelligente promettersi, con qualche esito probabile sopra la terra; bene convinti d'altronde, pienamente col sensato Harrington (Aphor. Polit. Chap. 2. Aphor. 85) non potere in verun modo appartenere, nè agli uomini, nè alle nazioni, nè alle Leggi umane di trarre dal nulla dei principj, o senza questi costruire de' fondamenti, a meno che non prefiggasi di edificare delle macchine appese nell'ambiente, ciò che non può, senza delirio, cadere in mente umana. Ma la condotta però da noi tenuta, relativamente alla Rigenerazione del Culto Israelitico, troppo in chiari sensi giustifica, non avere quella per oggetto, che lo stabilimento permanente, e la grandezza luminosa del solo Codice Mosaico, che fissammo come base fondamentale della vera, genuina credenza del Popolo d'Israel, e come stabile punto centrale, dove tuttociò che rapportasi alla mera essenzialità del suo Culto, dee avere un diretto immediato concorso, riguardando assolutamente tutte le altre massime, usi, Cerimonie, e Instituzioni, come affatto eterogenee alla sua eccelsa natura, e indegno onninamente del carattere venerabile del suo primo fondatore.

Tale fu realmente per se stesso il primario scopo salutare di tutte le mie ponderate applicazioni decorse fino ad ora, nel modo appunto che ogni mio più serio, e assiduo riflesso verrà in seguito richiamato a dimostrare con Longino (Trat. del Subl. Cap. 29) a' miei connazionali non solo; ma a qualunque siasi altro individuo umano, che l'opifice onnisciente non ha già creato l'uomo per essere un animale automata, e spregevole, ma esso lo ha collocato in questo vasto universo, come nel centro di una moltitudine immensa, affine di esservi spettatore di tutte le cose che vi accadono; esso lo ha introdotto, dico, in questo gran torneo, come un intrepido atleta; il quale non dee respirare solo che la gloria quindi è perchè desso ha, per così dire, scolpito nelle anime nostre un intenso recondito declivio per tuttociò che apparisce ammirabile, e divino al di là della nostra limitata percezione; ecco (dottamente aggiugne l'allegato scrittore) ciò che fa che il mondo intero pare che non basti alla profondità, e all'estensione di alcuni umani talenti i quali molto sovente oltrepassano i confini medesimi che gli circondano.

Altro per tanto all'uomo non resta più a fare che esaminare ponderatamente il circolo della sua propria esistenza, facciasi egli dunque a considerare attentamente quanto esso in se medesimo racchiude di magnifico, e di sublime; ed egli allora potrà discernere bentosto agevolmente per quali piaceri, e per quali oggetti l'Autore Supremo della natura lo destinò sopra la terra.

Fine del Tomo Primo.

(165) Alcuni filosofi del secolo ritrovano straordinario di vedere che la Divinità, seguitando la tradizione, siasi rivelata di una maniera sì poco uniforme nelle diverse regioni del nostro globo, che in proposito di religione gli uomini si riguardano gli uni gli altri cogli occhi dell'odio, o del disprezzo (ved. annot. 97.), ciò che rende i fautori delle differenti sette mutuamente reprensibili: i misteri i più rispettati in una Religione, sono altrettanti oggetti di scherno per un altra. Dio avendo tanto fatto (aggiungono essi) di rivelarsi egli uomini, avrebbe almeno dovuto loro parlare una medesima lingua, dispensando a tutti così il loro debole spirito della molesta confusione di ricercare quale può essere la religione emanata veramente da esso lui, e quale è il Culto il più grato, alla sua eterna volontà, ed il più accetto alla sua Divina ineffabile Onnipotenza.

(166) Quasi tutti i popoli dell'universo hanno adorato Dio, come fu da noi accennato altrove sotto varie appellazioni differenti; ogni nazione gli ha dato de' nomi, e degli attributi particolari, ma questi Dei, di cui la moltitudine è incalcolabile, sieno quanto si vuole inorpellati, essi rassomigliano tutti o al Dio del filosofo, o al Dio del popolo. Il Dio del filosofo e stato in ogni tempo il primo, e il più perfetto degli Esseri, l'anima della natura. Infatti v'ha egli qualche cose di più energico, e di più sublime in tutto ciò che i Metafisici, ed i Teologi di ogni secolo hanno detto dell'Essere Supremo dell'inscrizione ritrovata incisa sopra una statua di Osiris nell'alto Egitto? Io sono tutto ciò che è stato, ciò ch'è, e ciò che sarà, e non avvi un mortale capace di allontanare il folto velo che mi asconde agli sguardi peribili de' viventi. Il Dio del Volgo fu sempre un essere superiore all'uomo suscettibile delle medesime passioni, ma infinitamente più potente di noi. Tutte le Religioni che conosciamo non sono che un risultato più o meno avventuroso della filosofia, confuso con alcuni pregiudizj nazionali. I pregiudizj ne sono stati ora la base, or la conseguenza, ed ora lo scopo; più sovente forse l'immagine, o il velo.

(167) Ma siccome o più oggi non trovasi fra noi chi abbia coraggio sufficiente di cimentarsi ad illuminare i suoi simili, o se alcuno, per accidente, ve n'ha, questi non si ascolta, si disprezza, e non si cura, ne viene che gli uomini restano così miseramente abbandonati alla loro natìa ignoranza, vittime delle chimere di cui la tradizione è una sorgente feconda, e inesauribile; la loro cecità in tale stato diviene tanto più forte, ch'essi sembrano odiare la ragione e pare che temino di essere illuminati: così Cicerone dice, che la filosofia si contenta di pochi giudici, ch'essa odia il volgo, e che n'è odiata, e riguardata come sospetta e nemica, aggiugnendo che coloro i quali la condannano, e la disprezzano si attraggono l'approvazione dalla moltitudine: Est enim Philosophia paucis contenta judicibus, multitudinem consulto ipsa fugiens, eique ipsi et suspecta et invisa, ut vel si quis universam velit vituperare, secundo id populo possit facere. Tuscul. II. fol. 254.

(168) In tutte le età non si può senza un pericolo eminente, e inevitabile allontanarsi da' suoi pregiudizi, che l'opinione avea renduti sacri; nè fu in alcun modo permesso di fare delle utili scoperte in verun genere; tutto ciò che gli uomini illuminati hanno potuto fare ad un tale riguardo è stato di parlare in termini coperti, e palliati, e sovente con una vile compiacenza, alleare vergognosamente ancora la menzogna alla verità. Molti ebbero una doppia dottrina l'una pubblica, e l'altra occulta, la chiave di quest'ultima essendosi perduta, i loro sentimenti genuini divengono per lo più inintelligibili, e per conseguenza inutili per noi.

Or come dunque i filosofi moderni a' quali, sotto pena di essere perseguitati della maniera la più crudele, si gridava di rinunziare alla ragione per sottometterla a' prestigj del fanatismo; come, dico, uomini sì fattamente illaqueati avrebbero essi mai potuto dare un libero slancio al loro genio, perfezionare la ragione, accelerare la marcia dello spirito umano? Non fu che tremando, che i più grandi uomini del mondo travvidero la verità, rarissime volle essi ebbero il coraggio di annunziarla; coloro che hanno osato di farlo, sono stati severamente puniti della loro temerità; merce la superstizione non fu giammai permesso di fare uso del proprio pensiere, o di combattere i pregiudizj de' quali fu l'uomo in ogni tempo la vittima, o lo scherno.

(169) La menzogna serve poco, dice Seneca (Lett. 79. T 2.); il colorito superficiale di un ornato esterno, non ne impone che molto debolmente a poche persone senza esperienza, e senza talenti. La verità in ogni parte, e sotto qualunque siasi aspetto che riguardare si voglia, è sempre la stessa; la falsità non ha consistenza, la menzogna è trasparente, e per poco che vi si attenda facile riesce di riguardarne attraverso, dimostrarne il pericolo al mondo, e smascherarla.

Nota di trascrizione

Questa trascrizione è stata preparata sulla base di quella che per lungo tempo è stata ritenuta l'unica copia superstite del libro, conservata alla Biblioteca Universitaria di Francoforte. Le immagini di questo esemplare sono disponibili all'indirizzo http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/407990. L'esemplare di Francoforte è rilegato insieme al manifesto che annuncia l'opera, qui trascritto in testa; principalmente il manifesto ed in minima parte il testo contengono annotazioni e correzioni probabilmente autografe dell'autore. In questa trascrizione si riproduce solo il paragrafo manoscritto che segue il manifesto, che racconta della distruzione dell'edizione, e si omettono le correzioni proposte, non tutte leggibili, e non sostanziali, fatta eccezione per Giudici → Josuè a p. 287.

Una ulteriore copia di riferimento, senza il manifesto, è quella dell'Università della California, digitalizzata da Google. La riproduzione è disponibile all'indirizzo https://books.google.com/books?id=j-s7AQAAMAAJ.

L'ortografia, l'accentazione e la punteggiatura originale del testo sono state mantenute fedelmente, anche in presenza di varianti arbitrarie degli stessi termini (p. es. pensiere/pensiero), di punteggiatura incostante e di sintassi astrusa.

In particolare gli apostrofi dopo l'articolo un' seguito da vocale, che non sebrano seguire la regola del genere del sostantivo successivo, sono stati mantenuti ove presenti ed omessi ove mancanti. Similmente il pronome qual seguito da vocale a volte compare senza apostrofo. Il testo inoltre usa spesso ma non costantemente il pronome li per la terza persona singolare, e gli per la terza plurale.

Refusi ovvi e banali, come accenti e apostrofi superflui o mancanti, lettere mancanti, u ed n capovolte, punteggiatura non allineata alla riga, sillabe ripetute nella spezzatura a capo delle parole, puntini mancanti nelle abbreviazioni, punti e virgola evidentemente al posto di virgole, corsivi mancanti nelle citazioni, ecc., sono stati corretti senza ulteriore commento. Così pure sono state aggiunte le yod dimenticate nella parola בית.

La correttezza delle citazioni non è stata verificata, né per il testo riportato né per la sua collocazione. Solo i refusi banali (accenti francesi, ortografia inglese) sono stati corretti. Errori evidenti di ortografia nei nomi e fatti citati (p. es. Beniamin di Toledo, Warburthon, Mendelshon, Montagne, Coja mama Oello huaco) sono stati lasciati a memoria dell'originale.

Le note a pie' pagina sono state collate in calce ad ogni capitolo.