The Project Gutenberg eBook of Annali d'Italia, vol. 3

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Title: Annali d'Italia, vol. 3

Author: Lodovico Antonio Muratori

Release date: July 22, 2014 [eBook #46355]

Language: Italian

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ANNALI

D'ITALIA

3


Copertina

ANNALI
D'ITALIA

DAL

PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750


COMPILATI

DA L. ANTONIO MURATORI

E

CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI

Quinta Edizione Veneta


VOLUME TERZO


VENEZIA

DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.

1845


INDICE


ANNALI D'ITALIA

DAL

PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

[9]

   
Anno di Cristo DCLXIII. Indizione VI.
Vitaliano papa 7.
Costantino, detto Costante, imperadore 23.
Grimoaldo re 2.

Al presente anno rapportò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.], e dopo lui Camillo Pellegrino [Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.], il principio del regno di Grimoaldo. Ma sapendo noi da Paolo Diacono [Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.], che succedette l'assedio di Benevento prima che l'imperador Costante venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'indizione sesta, dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Vitalian.]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento. Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito [10] di Costantinopoli nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze Benevento, e al suo governo Romoaldo, giovane poco pratico nel mestier della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.] ch'egli volle consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta da straniero paese (cioè Teodelinda) avea nel regno longobardico fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion [11] longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de' Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo. Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto, ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de' Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a Luceria (oggidì Nocera), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche l'assedio di Acheronzia (oggidì Acerenza), ma per la forte situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico imperadore, Romoaldo, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui dichiarato duca di Benevento, inviò a Pavia Sesualdo suo balio a pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in quelle contrade.

In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale [12] la guarnigione ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano, spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome Gisa (Gisela o Gisla, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero; ma sembra che si ricavi dalla vita di san Barbato vescovo di quella città, rapportata dall'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.], che fosse pagata da Romoaldo a Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte, nè avesse [13] paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così. Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace, Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento Mittola, ossia Micola conte di Capua, che gli diede una buona pelata in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la Pugna, ossia la Battaglia. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo Trasimondo conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò duca di Spoleti Trasimondo, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di Attone era restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, [14] gli diede per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per anticipazione appellò Mittola conte di Capua.

Abbiamo poi dal medesimo storico [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.] che, posta in sicuro la persona dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato Saburro, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a combattere col duca Romoaldo, promettendosi una sicura vittoria di lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è accompagnato da Paolo Diacono con un ut fertur: segno che non n'era ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco fa mentovata di san Barbato vescovo di Benevento. Professavano bene i Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro battesimo, ma [15] ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera, di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo, gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra. Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli andasse alla caccia, e portatosi a Teodelinda moglie di esso duca, principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento [16] di ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.], ed indrizzata reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae episcopo, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi. Dicesi anche data III kal. februarii, pontificatus anno primo, Indictione XI. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano: nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come ivi si osserva.

Passò di poi l'imperador Costante da Napoli a Roma, e sappiamo da Anastasio [Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli andò incontro papa Vitaliano col clero sei miglia fuori della città, e fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto quest'anno Teofane [Theoph., in Chronogr.]; ma ci danno abbastanza [17] a conoscere di grandi sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio [Sigon., de Regno Italiae.], Agone, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a Lupo. Ma il Sigonio si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che Agone molto prima avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima dell'anno presente.


   
Anno di Cristo DCLXIV. Indizione VII.
Vitaliano papa 9.
Costantino, detto Costante, imperadore 24.
Grimoaldo re 3.

Tornato che fu il re Grimoaldo a Pavia, ebbe finalmente notizia che il fuggito re Bertarido s'era rifugiato nella Pannonia, ossia nell'Ungheria presso di Cacano, cioè presso il re degli Unni Avari, signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san Vilfrido, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore contemporaneo, stampata dal suddetto [18] Mabillone [Mabill., Annal. Bened., tom. 4, P. I, p. 691.], quel prelato cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per Francia, ed arrivò ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et quietum, et trementem sermones Dei. Acutamente avvertirono que' valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di Bercterit, ossia Bertarido re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della Campania, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura e campagna della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea risposto: In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi. Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo. Così un re longobardo, il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679. Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una strana risoluzione [Paulus Diacon. lib. 5, cap. 2.], e fu di venire a [19] mettersi in mano dello stesso suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi Onolfo, suo fidatissimo servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non cadde in terra il consiglio.

Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de' preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua, portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una pelle [20] d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era quella? Eh, rispose, questo mascalzone m'avea preparato da dormire in camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino. Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia. Il lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli. Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura, su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe' capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo, allora [21] replicò: Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone. Ed in fatti lo arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido, che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi, cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo, se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente usurpato il regno altrui.


   
Anno di Cristo DCLXV. Indizione VIII.
Vitaliano papa 9.
Costantino, detto Costante, imperadore 25.
Grimoaldo re 4.

Raccogliesi da Beda [Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.] che nel presente anno infierì molto la pestilenza in [22] Italia, e per questo malore l'ambasciatore del re d'Inghilterra con quasi tutti i suoi domestici lasciò la vita in Roma. A questo medesimo anno par che si possa riferire la guerra mossa dai re franchi al re Grimoaldo. Dovette Bertarido, fuggito in Francia, così ben perorare la causa sua presso di Clotario III re di Parigi e della Borgogna, con esporre la usurpazione ingiusta a lui fatta da Grimoaldo, e la facilità che vi sarebbe di rimetterlo sul trono, stante il gran numero de' suoi partigiani, qualora esso Clotario prendesse la sua protezione, e spedisse un esercito in Italia, che quel re s'indusse a muover guerra a Grimoaldo. Entrò l'armata francese per la parte della Provenza nel Piemonte, ed arrivò fin presso alla città d'Asti. L'accorto Grimoaldo, uscito anch'egli in campagna colla sua armata, fermò i nemici in quel territorio, e quivi si accampò. Era principe sagace, e sapea le furberie della guerra. Un dopo pranzo, fingendo un panico terrore, levò all'improvviso il campo, e ritirossi con lasciar indietro le tende e buona parte del bagaglio, e specialmente una quantità prodigiosa di cibi e vini di buon polso. Caddero i Franzesi nella rete. Accortisi della di lui fuga, diedero sacco al campo, e trovato sì buon preparamento di mangiare e bere, fecero gran gozzoviglia, e si abboracchiarono in maniera, che quasi tutti ubbriachi si diedero in preda al sonno. Ma non fu sì tosto passata la mezza notte, che Grimoaldo voltata faccia, quando men sel credeano, venne a far loro pagar lo scotto. Tanta strage ne fece, che a pochi riuscì di portar salva la pelle alle loro case. Il luogo dove seguì questo macello dei Franchi, Paolo Diacono scrive che a' suoi dì si appellava Rio, ed era poco lungi della città d'Asti. Stava intanto l'imperadore Costante in Siracusa. S'erano a tutta prima immaginati i Siciliani che la buona ventura fosse venuta a trovarli in mirando piantata la sedia imperiale nella lor isola. Si disingannarono ben [23] tosto. Io non so se perchè questo principe era d'inclinazion troppo cattiva, oppure perchè la necessità l'astrignesse, per non poter tirare da Costantinopoli e dall'Oriente alcun danaro e sussidio pel grandioso suo mantenimento, egli si desse a far delle insopportabili avanie a quei popoli. Sì Anastasio [Anast., in Vitalian.] che Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.] ci assicurano aver egli talmente afflitti gli abitanti e possessori dei beni nelle provincie di Calabria, Sicilia, Sardegna ed Africa con gabelle, capitazioni e viaggi di navi, che non s'era, a memoria d'uomini, simil flagello giammai patito. Restavano separate le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori; in una parola, arrivarono tanto oltre i malanni, che non restava più speranza di poter vivere alla gente. Nè già andarono i luoghi sacri esenti da questa tempesta, perchè egli spogliò tutte le chiese de' loro sacri vasi e dei loro tesori. Teofane [Theoph., in Chronogr.], tuttochè autor greco, nota anch'egli, forse sotto l'anno precedente, tanti essere stati gli aggravii de' poveri Siciliani, che molti disperati scappando andarono a fissar la loro abitazione a Damasco: il che a taluno potrebbe sembrar cosa strana perchè i Saraceni signoreggiavano in quella città. Ma quei popoli non si attentavano più a dimorar in paese, dove comandasse un sì scellerato non imperadore, ma tiranno.


   
Anno di Cristo DCLXVI. Indizione IX.
Vitaliano papa 10.
Costantino, detto Costante, imperadore 26.
Grimoaldo re 5.

Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.] circa questi tempi, mi prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro Agone duca del Friuli la [24] cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu conferito siccome dicemmo, quel ducato a Lupo, uomo di pessimo talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.]. Era quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi, perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse Cacano re degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.] alcuni vecchi che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze contro di que' Barbari, [25] coi quali per tre volte attaccò battaglia con esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti, ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo, che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi luoghi consumarono col fuoco.

Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo, questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno; tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que' Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro rimasero convinti della [26] innumerabile armata de' Longobardi. Allora Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: Or bene, disse, riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò tosto ad insegnargli la strada. Di più non occorse. Cacano, avvertito del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese. Tentò dipoi Varnefrido, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del Friuli Vettari, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.

Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta sommessione e prontezza Mauro arcivescovo di quella città intervenne per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata da tutti i suoi antecessori [Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat., lib. 4.]. La permanenza degli esarchi d'Italia in Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la autocefalia, ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico niceno. Racconta Agnello [Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], che scrisse circa l'anno di Cristo [27] 840, le vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede apostolica romana, che il papa (senza fallo Vitaliano) mandò a Ravenna dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta, scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava. Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni. Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa, volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini in favore di lui a Gregorio suo esarco: il che ci fa conoscere che a Teodoro Calliopa ora succeduto questo nuovo esarco Gregorio. Poscia dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'autocefalia. Il diploma è dato kalend. Mart. Syracusa. Imperantibus dominis nostris pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore (il che fa sempre più conoscere che il suo nome vero era Costantino [28] benchè l'uso abbia ottenuto di chiamarlo Costante) anno XXV (che tuttavia correa nel marzo del presente anno), et post consulatum ejus anno XIIII (si ha da scrivere XXIII) atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et Tiberio anno VII. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?


   
Anno di Cristo DCLXVII. Indizione X.
Vitaliano papa 11.
Costantino, detto Costante, imperadore 27.
Grimoaldo re 6.

Circa questi tempi il re Grimoaldo diede per moglie a Romoaldo duca di Benevento, suo figliuolo, Teoderada figliuola di Lupo già duca del Friuli [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè Grimoaldo II e Gisolfo (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed Arichi, ossia Arigiso. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del Foro di Popilio, oggidì Forlimpopoli, perchè quel popolo, sottoposto all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato santo piombò addosso a [29] quella misera città, nel tempo appunto, che, secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli. Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero tradito ed ucciso i suoi due fratelli Tasone duca del Friuli, e Cacone. E questa fu la cagione che, quantunque la città di Opitergio, oggidì appellata Oderzo, fosse già ridotta sotto il dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel territorio, assegnandone una parte a Cividal di Friuli, un'altra a Trivigi, e la terza a Ceneda.


   
Anno di Cristo DCLXVIII. Indizione XI.
Vitaliano papa 12.
Costantino Pogonato imp. 1.
Grimoaldo re 7.

Fu questo l'ultimo anno della vita di Costantino, che noi sogliamo appellare Costante imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno presente, essendo già incorso l'indizione XII, come abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vitalian.], da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.] e da Teofane [Teoph., in Chronogr.], trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza vita, e diedero [30] sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo Mizizio (così lo chiama Teofane), oppur Mecezio (come ha Paolo Diacono) si fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno; eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la nuova di questo successo, Costantino suo primogenito, dichiarato già imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto [Zonar., in Annal.], perciò ebbe il soprannome di Pogonato cioè barbato. Diedesi in quest'anno esso giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa. Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In quest'anno ancora il re Grimoaldo fece una giunta di alcune leggi a quelle del re Rotari. Dal prologo [Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.] si veggono pubblicate anno Deo propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI, e per conseguente in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale, non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà durante [31] lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre. All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva: oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie, tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno Teodoro monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu inviato in Inghilterra da papa Vitaliano [Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.], ed è quel medesimo che compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli, con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese. Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia Romoaldo duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso Costante Augusto, e rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.] ch'egli, raunata una buona armata, si portò all'assedio della città di Taranto, e cotanto la combattè, che la forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di Brindisi: con che aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo ducato beneventano.


   
Anno di Cristo DCLXIX. Indizione XII.
Vitaliano papa 13.
Costantino Pogonato imp. 2.
Grimoaldo re 8.

Premendo all'imperador Costantino Pogonato il fuoco nato in Sicilia per la [32] tirannia di Mecezio, ammassò quanta gente potè [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.], facendone venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni. Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da Anastasio [Anastas. in Adeodat.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.], che all'improvviso con molte navi arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga. Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per attestato ancora del cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e del padre Mabillone [Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.], non son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni. Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria. Abbiamo da [33] Teofane [Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.] che in questo medesimo anno l'imperador Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi nell'imperio i due suoi fratelli Eraclio e Tiberio. Privò di vita Giustiniano patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.


   
Anno di Cristo DCLXX. Indizione XIII.
Vitaliano papa 14.
Costantino Pogonato imp. 3.
Grimoaldo re 9.

Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire qui un fatto di Vettari duca del Friuli [Theoph., in Chronogr.]. Avendo gli Schiavoni dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia, raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì pochi compagni, motteggiato con dire: Vedete là il patriarca che vien contra di noi coi suoi cherici. Il duca allora levatosi l'elmo di capo, e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata romanzesca, [34] che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di cinquemila uomini, appena pochi col favor delle gambe portarono alle lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in questo anno Clotario III re de' Franchi nella Neustria e Borgogna giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui Teoderico II, il quale per forza prese la chericale tonsura. Childerico fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma anche la vita. Allora il deposto Teoderico ripigliò il regno. La storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora, laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi, non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede, oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto, l'imperador Costantino conferito il titolo imperiale ai due suoi fratelli Eraclio e Tiberio; ma, per quanto si può conoscere, consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli vi furono più persone che pubblicamente gridarono: Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori; segno che la coronazione era il più importante requisito [35] per esercitar coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii, li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero tuttavia continuato nell'onore primiero.

Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.], Alzeco, ossia Alzecone, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con tutta pace a trovare il re Grimoaldo, esibendosi al suo servigio, e pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi. Grimoaldo l'inviò al figliuolo Romoaldo duca di Benevento, incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di Benevento: con avergli mutato il nome di duca in quello di gastaldo, equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche dismesso l'uso della natia [36] lingua bulgara. Teofane [Theoph., in Chronogr.] nell'anno XI di Costantino Pogonato, e Niceforo [Niceph., in Chron.] toccano questo punto anch'essi, dicendo, che regnando l'imperador Costante, Crovato re de' Bulgari lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo. Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci. Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di Dagoberto II, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi Bertarido, e temendo degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno all'anno in cui Dagoberto II ricuperò il regno. Ne han [37] trattato Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi. Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671, tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.] mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta dell'Inghilterra.


   
Anno di Cristo DCLXXI. Indizione XIV.
Vitaliano papa 15.
Costantino Pogonato imp. 4.
Bertarido re 1.

S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.]. Da lì a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse voce che fossero adoperati medicamenti [38] avvelenati in curarlo, e che in tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi attribuiscono a Giovanni vescovo santo di quella città la di lui conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono, egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della figliuola del re Ariberto, già presa per moglie, un figliuolo appellato Garibaldo, in età puerile. Questi fu proclamato re de' Longobardi. Torniamo ora a Bertarido, da noi poco fa veduto fuggitivo, per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: Fategli sapere che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito di vivere. Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio [39] tutti gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono. All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo la morte di Grimoaldo, Bertarido ossia Pertarito, figliuolo del re Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare a Pavia la regina Rodelinda sua moglie col figliuolo Cuniberto, che furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo Garibaldo, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo, se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia, perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di lui.

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Anno di Cristo DCLXXII. Indizione XV.
Adeodato papa 1.
Costantino Pogonato imp. 5.
Bertarido re 2.

In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii tutto l'imperio romano, secondo Teofane [Teoph., in Chronogr.], prepararono una poderosa armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi nella primavera ventura. Intanto l'imperador Costantino, a cui non era ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo pontificato e alla sua vita il sommo pontefice Vitaliano, dopo aver governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode. Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Adeodato, di nazione romano, già monaco nel monistero di sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo Deusdedit, il cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente compiè il corso di sua vita Mauro arcivescovo di Ravenna, perchè morì scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello storico ravennate [Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.] che questo ambizioso prelato prima [41] di morire adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando Lotario imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano. Ebbe commissione lo stesso Agnello da Petronace arcivescovo di andar colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette Reparato, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò all'ubbidienza del sommo pontefice.

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Anno di Cristo DCLXXIII. Indizione I.
Adeodato papa 2.
Costantino Pogonato imp. 6.
Bertarido re 3.

Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò l'assedio. L'imperador Costantino [Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.] s'accinse con tutto vigore alla difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove. Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In quest'anno Childeberto re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina Bilichilde sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'iride ossia arco celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della Miscella [Hist. Miscell. lib. 19.], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva a' precedenti secoli passare in Italia quel [43] malore, e passerebbe anche oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.


   
Anno di Cristo DCLXXIV. Indizione II.
Adeodato papa 3.
Costantino Pogonato imp. 7.
Bertarido re 4.

Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re Bertarido i popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de' Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da Vamba re piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini Franchi. [44] Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo [Julian. Toletanus, in Chronico.]. La sola Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei suoi popoli.


   
Anno di Cristo DCLXXV. Indizione III.
Adeodato papa 4.
Costantino Pogonato imp. 8.
Bertarido re 5.

Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi Bertarido, fabbricò in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume Ticino [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira e il mal pensiero del re Grimoaldo. Può essere che la sua fuga succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia, come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste tuttavia esso monistero, appellato Nuovo, e Monistero regio, per più secoli, ed oggidì monastero di sant'Agata in Monte, abitato già da monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli, ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci. Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon Vamba re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna [Lucas Tudensis, in Chron.]. Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina della flotta nemica. Dalla vita di sant'Audoeno vescovo di Roano, scritta da Fridegodo [Fridegodus, in Vita S. Audoen.], noi impariamo [45] quanta fosse la divozione de' popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de' santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro oblazioni.


   
Anno di Cristo DCLXXVI. Indizione IV.
Dono papa 1.
Costantino Pogonato imp. 9.
Bertarido re 6.

Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa Adeodato, pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i poveri e liberale verso il clero, al quale diede la roga, cioè il regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta di molto la misura. Nota Anastasio [Anastas., in Adeodat.] che dopo la sua morte vennero tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne, e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito fece menzione Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.] di questa medesima sciagura, e, quel che è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee attribuire; [46] perciocchè scrive che innumerabili migliaja di uomini e di animali furono uccisi dai fulmini. Avea tanto senno Paolo Diacono da non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa Adeodato [Labbe, Concilior., tom. 4.] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi, e che intanto si è indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo stesso vescovo di Turs Crodeberto ha accordato la libertà ed esenzione ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi. Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento, osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio, e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad Adeodato succedette nella cattedra pontificia Dono di nazione romano. Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar terreno.

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Anno di Cristo DCLXXVII. Indizione V.
Dono papa 2.
Costantino Pogonato imp. 10.
Bertarido re 7.

Mal soffrendo il pontefice Dono che la chiesa di Ravenna si fosse sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere quell'arcivescovo Reparato. Ne siamo assicurati da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Don.], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse per questo affare all'imperador Costantino, il quale, siccome principe veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello ravennate nella vita di questo arcivescovo [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.]: cioè ch'egli andò alla corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a Roma per essere quivi consecrato non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni, segno che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il soggiugnere appresso, che Reparato non si sottomise all'autorità del papa, mentre [48] le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede fine ai suoi giorni. Ebbe per successore Teodoro, il quale, perchè si fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per iscreditarlo. Anastasio notò [Anastas., in Vita Agathonis.] che questo Teodoro si presentò davanti a papa Agatone verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina Rodelinda moglie del re Bertarido fuori di Pavia. Opera maravigliosa, dice Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], e nobilitata da stupendi ornamenti. Fu chiamata basilica di santa Maria alle Pertiche; e tal denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche, cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima, tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo [Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.] veggo bastanti ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.

In quest'anno crede Camillo [49] Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.] che finisse di vivere Romoaldo duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di sedici anni quel ducato [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per moglie Teoderada, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Grimoaldo II, Gisolfo ed Arichi, ossia Arigiso. Il primo di essi fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per moglie Vigilinda, ossia Vinilinda, figliuola del re Bertarido e sorella di Cuniberto, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno 702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario. Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono [Idem., ibid., cap. 2.], dico che circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di san Benedetto e di santa Scolastica. Era rimasto il monistero di Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania, preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri depositi. Dicono che Agiolfo monaco del monistero floriacense, ossia di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia, con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal traslazione, ma non contemporanee, [50] e vi son raccontati vari miracoli, non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de' monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e Pagi lo riferiscono ai tempi di Clodoveo II, e però all'anno 653 oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e difesa.


   
Anno di Cristo DCLXXVIII. Indizione VI.
Agatone papa 1.
Costantino Pogonato imp. 11.
Bertarido re 8.
Cuniberto re 1.

Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi. Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco [Teoph., in Chronogr.], che si gittava nei legni nemici, nè si poteva [51] smorzare coll'acqua. Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar simili fuochi. Cedreno scrive [Cedren., in Annal.] che ai suoi dì vivea Lampro, discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata battaglia in terra dai capitani cesarei Floro, Petrona e Cipriano; e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine Muavia lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador Costantino. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria Giovanni patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che Cacano re degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. [52] I soli Bulgari, popoli della Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una lettera a papa Dono, per seco concertare un general concilio da tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a miglior vita. In suo luogo succedette papa Agatone, già monaco, di nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma san Vilfrido arcivescovo di Jorch [Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa, decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a Roma, fu sì onoratamente accolto dal re Bertarido in Pavia, siccome osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di assicurare il regno a Cuniberto suo figliuolo [Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.]. Però, convocata la dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note: [Antiq. Italic. Dissert. XLV.] Sub die tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima, regnante domnis [53] nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto: cioè nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a leggere Indictione undecima, errore provenuto dalla vicinanza di die tertiodecimo. Circa questi tempi a Vettari duca del Friuli succedette nel ducato Laudari, di cui Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.] non rapporta azione alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne, ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del Friuli Rodoaldo. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di Dagoberto II re dei Franchi ucciso per congiura di Ebroino già maggiordomo e di alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re Teoderico III. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra, mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.


   
Anno di Cristo DCLXXIX. Indizione VII.
Agatone papa 2.
Costantino Pogonato imp. 12.
Bertarido re 9.
Cuniberto re 2.

Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da Mansueto arcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi [54] tuttavia negli atti del concilio sesto generale [Labbe, Concilior., tom. 6.] la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo, quae in hac magna regia urbe convenit, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole: Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus (vivimus) una cum eorum sancta devotione, ec. Di qui intendiamo che già Cuniberto era stato proclamato re, e che egli, non meno che Bertarido suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive che Damiano vescovo di Pavia sotto nome di Mansueto arcivescovo di Milano scrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio [Baron., in Martyrologio.], che essendo intervenuto Anastasio vescovo di Pavia in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser allora Damiano vescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa Agatone nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a Costantino maggiore [55] imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti di lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo il difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile, s'erano potuti trovare, cioè Abondanzio vescovo di Paterno, Giovanni vescovo di Porto, e Giovanni vescovo di Reggio in Calabria, legati del concilio romano, e Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, legati del medesimo papa. Imperocchè (dice esso pontefice) qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste in medio gentium, e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero? Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmente [56] servì a condannare nel general concilio il monotelismo.

Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di Ravenna Teodoro, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire [Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.] ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovo Ecclesio, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse a Teodoro patrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promesse [57] di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'Autocefalia, e che con papa Leone successor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovo Teodoro: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico Mauro suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che Gregorio esarco d'Italia era succeduto a Teodoro Calliopa in quell'impiego. Girolamo Rossi [Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente Teodoro esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'esso Teodoro Calliopa continuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questo Teodoro fu diverso da Calliopa, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamata Coelum aureum, e già fabbricata dal [58] re Teoderico. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con Agata sua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in Ravenna Giovanniccio, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto: È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera. Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.

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Anno di Cristo DCLXXX. Indizione VIII.
Agatone papa 3.
Costantino Pogonato imp. 13.
Bertarido re 10.
Cuniberto re 3.

Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in Trullo, cioè sotto la cupola maestosa che era in quell'edifizio. Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa Agatone e del concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e Macario patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per attestato di Anastasio bibliotecario [Anast., in Agathone.], un'orrida pestilenza afflisse di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti, nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro ad Vincula un altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.], le cui parole han data occasione ad una disputa, pretendendo il Sigonio [Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.] e il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] che nella basilica romana di san Pietro ad Vincula si ergesse quell'altare; e all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa parrocchiale tuttavia esistente in [60] Pavia di san Pietro ad Vincula. E veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano furono portate ab urbe Roma, e non già ad urbem Romam, come immaginò il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo [Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.], di Alachi ossia Alachiso duca di Trento. Governava il buon re Bertarido col re Cuniberto suo figliuolo il regno longobardico con tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà per l'avvenire, [61] sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, diede fine ai suoi giorni in quest'anno Grimoaldo II duca di Benevento, e a lui succedette in quel ducato Gisolfo suo minor fratello, il qual ebbe per moglie Viniberta, ossia Guiniberta, che gli partorì Romoaldo II. Scrive in fatti Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.], ch'egli tenne quel ducato solamente tre anni. Ma discordando questa cronologia da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.


   
Anno di Cristo DCLXXXI. Indizione IX.
Agatone papa 4.
Costantino Pogonato imp. 14.
Bertarido re 11.
Cuniberto re 4.

Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni del concilio sesto generale in Costantinopoli [Labbe, Concilior., tom. 4.]. Macario patriarca d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. [62] Costui avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati di papa Agatone, cioè Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi, perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e però Giorgio patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono Ciro patriarca d'Alessandria, Sergio, Pirro, Pietro e Paolo patriarchi di Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre antiche memorie, si truova ancora condannato papa Onorio, che mancò di vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome di papa Onorio entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, [63] nè s'ingegnò di strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.

In questo medesimo anno abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], che scoperta da Costantino imperadore qualche trama d'Eraclio e Tiberio suoi fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano bensì del titolo di Augusti, ma non doveano impacciarsi nel governo. Il solo Costantino era considerato come imperador maggiore, ed essi probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio Giustiniano II suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Agathone.] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro. Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno, per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben lecito [64] al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.


   
Anno di Cristo DCLXXXII. Indizione X.
Leone II papa 1.
Costantino Pogonato imp. 15.
Bertarido re 12.
Cuniberto re 5.

Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa Agatone, sapendosi ch'egli fu chiamato da Dio ne' primi giorni di gennaio. Le sue virtù e i benefizii prestati alla Chiesa di Dio meritarono ch'egli fosse messo nel ruolo de' santi. Per più mesi stette vacante la cattedra apostolica, e finalmente Leone II, di nazion siciliano, personaggio di non minori doti ornato, fu consecrato papa, per quanto crede il Pagi, nel dì 17 di agosto. Il cardinal Baronio, il padre Papebrochio ed altri hanno stimato più tardi. Ma io mi soglio qui attenere all'esame, fatto il meglio che s'è potuto, della cronologia pontificia dal suddetto padre Pagi. Nota Anastasio bibliotecario [Anastas., in Leone II.] che egli fu consecrato da tre vescovi, cioè da Andrea ostiense, Giovanni portuense e Piacentino di Veletri, perchè vacava allora la Chiesa d'Albano. Queste parole di Anastasio diedero ansa al Sigonio [Sigon. de Regno Italiae.] di credere che in addietro l'uso fosse che il solo vescovo d'Ostia consecrasse il papa novello. Ma il padre Mabillone ed altri han dimostrato che anche i precedenti papi furono consecrati da tre vescovi. E sapendo noi che tre vescovi intervenivano alla consecrazione de' metropolitani, quanto più dee ciò [65] credersi del romano pontefice? Convien ora udire l'elogio lasciatoci da Anastasio di esso papa Leone. Era, dice egli, uomo eloquentissimo e sufficientemente istruito nelle divine Scritture; egualmente perito della latina che della greca lingua; ben addottrinato nel canto ecclesiastico e nella salmodia; sottile interprete dei sensi delle sacre lettere; che con grazia e pulizia di dire e con gran fervore esponeva al popolo la parola di Dio, esortava tutti all'amore e alla pratica delle buone opere; amatore de' poveri, al soccorso de' quali con sollecita cura continuamente attendeva. Abbiam già parlato di sopra di Teodoro arcivescovo di Ravenna (chiamato per errore Teodosio dall'Ughelli), e come egli sotto papa Leone II compose le differenze insorte colla Sede apostolica per la vana pretensione dell'autocefalia, ossia della indipendenza dal romano pontefice. Ora il suddetto Anastasio nella vita d'esso papa Leone anch'egli osserva che a' tempi di lui, in vigore d'un ordine e decreto del clementissimo principe Costantino Augusto, fu restituita sotto l'ordinazione del romano pontefice la Chiesa di Ravenna, di modo che ogni nuovo arcivescovo in quella Chiesa eletto avesse da passare a Roma per essere ivi consecrato secondo l'antica consuetudine. Ma perchè vi doveva esser introdotta un'altra consuetudine che dispiaceva ai Ravennati, cioè che il loro novello arcivescovo pagava una somma di danaro in Roma per ottenere il pallio, dal santo pontefice Leone con un decreto, posto nell'archivio della Chiesa romana, restò abolito quest'uso, od abuso. Ordinò poscia il saggio papa che nella Chiesa di Ravenna non si potesse celebrare anniversario, nè messa da morto per l'arcivescovo Mauro, siccome persona che pertinace nello scisma era passato all'altro mondo; e per tagliar la radice agli scandali in avvenire, volle che fosse restituito e lacerato l'iniquo diploma dell'autocefalia, che esso Mauro avea carpito all'imperador Costantino, [66] detto Costante, nimico della santa Sede.


   
Anno di Cristo DCLXXXIII. Indizione XI.
Sede vacante.
Costantino Pogonato imp. 16.
Bertarido re 13.
Cuniberto re 6.

Secondo le prove addotte dal p. Pagi, sul principio di luglio del presente anno giunse al fine dei suoi giorni Leone II papa. Intorno al principio e fine di questo pontefice hanno disputato non poco i letterati. Quel che è certo, ebbe ben corta durata il suo pontificato; ma tali e tante dovettero essere le di lui virtù, che meritò d'essere aggregato al catalogo dei santi. Si celebra nella Chiesa di Dio la sua festa nel dì 28 di giugno. Ma questo giorno, se vogliam credere al suddetto Pagi, non è quel della sua morte, credendolo egli passato alla gloria de' beati nel dì 5 di luglio. Stette poi vacante la cattedra di s. Pietro undici mesi e ventidue giorni, per quanto abbiam da varii testi d'Anastasio [Anastas., in Leone II.]: però all'anno susseguente appartiene la consecrazion del suo successore. Benchè sia attorniata da molte tenebre l'origine dell'insigne monistero di santa Maria di Farfa nella Sabina, compreso una volta nel ducato di Spoleti, e però sottoposto ai principi longobardi, tuttavia dopo il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 17, cap. 20.] sarà lecito anche a me il parlarne in questo sito. Credesi per un'oscura tradizione che fin prima della venuta dei Longobardi in Italia quel sacro luogo fosse edificato e poscia distrutto, quando giunsero in quelle parti i nuovi ospiti longobardi, spiranti allora solamente crudeltà. Verso questi tempi poi capitato colà Tommaso prete di Morienna, uomo di gran santità, si sentì incoraggito da Dio a rimettere in piedi quell'abbandonato monistero. Ma forse più tardi accadde la sua restaurazione, dacchè sappiamo che [67] Faroaldo II duca di Spoleti, il quale governò da lì a qualche tempo quel ducato, fu il principal protettore di questa fabbrica, e vi contribuì con varii doni e spese. L'antica cronica [Chronic. Farfense, part. II, tom. 2 Rer. Italic.] di quell'insigne monistero fu da me pubblicata nella Raccolta degli scrittori delle cose d'Italia. A questi medesimi tempi si può similmente riferire un abbozzo della fondazione d'un altro non men celebre monistero nel ducato di Benevento e nella provincia del Sannio, appellato di s. Vincenzo di Volturno. Tuttavia la fabbrica ancora di questo pare che appartenga al principio del secolo susseguente, come si può ricavare dalla cronica d'esso monistero da me parimente data alla luce [Chronic. Vulturnense, part. II, tom. 1. Rer. Italic.]. Se non tutti, almeno la maggior parte de' Longobardi, abiurato l'arianesimo e l'idolatria, avevano abbracciata la religion cattolica; e però cominciò il monachismo a rimettersi nel primiero vigore in Italia con lo ristabilimento degli antichi monasteri, e colla fondazion di nuovi, ne' quali si rimiravano luminosi fanali di pietà e santità cristiana. Fioriva in questi tempi la disciplina monastica nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Irlanda. Servirono quegli esempli a rinnovarla in Italia.


   
Anno di Cristo DCLXXXIV. Indiz. XII.
Benedetto papa 1.
Costantino Pogonato imp. 17.
Bertarido re 14.
Cuniberto re 7.

Era stato eletto sommo pontefice Benedetto II prete di nazione romano, persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente. Abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Benedicto II.] [68] che l'imperador Costantino mandò a Roma i malloni (parola che tuttavia dura nel dialetto modenese), cioè le ciocche de' capelli de' suoi figliuoli Giustiniano ed Eraclio, che furono accolti con gran solennità dal clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a' quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera loro servi. Lo stesso Anastasio altrove [Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.], scrive, tanta essere stata la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del Du-Cange [Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana. Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma consolazione a quella gran città.

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Anno di Cristo DCLXXXV. Indiz. XIII.
Giovanni V papa 1.
Giustiniano II imperadore 1.
Bertarido re 15.
Cuniberto re 8.

Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador Costantino Pogonato, ossia barbato, succeduta nel principio di settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore dell'imperio, ma non delle sue virtù, Giustiniano II suo primogenito, già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre, e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa Benedetto II nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro Giovanni V, nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue azioni [Anastas. Bibliothec., in Johann. V.]. Egli è quel medesimo Giovanni diacono che fu mandato da papa Agatone per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo Pellegrino [Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.], in quest'anno Gisolfo duca di Benevento mosse guerra alla Campania [70] romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.


   
Anno di Cristo DCLXXXVI. Indiz. XIV.
Conone papa 1.
Giustiniano II imperadore 2.
Bertarido re 16.
Cuniberto re 9.

Condusse papa Giovanni V la sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti a Conone prete, nato nella [71] Tracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a Teodoro esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca un Allonisino duca, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini [Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.].

In quest'anno, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Anastasio [Anastas., in Johann. V.], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadore Giustiniano e Abimelec califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino [Elmacinus, Hist. Sarac.] che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristiani mardaiti, che si credono i Maroniti, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelle [72] di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario [Anast., in Joan. V.] ed anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedì Leonzio suo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immenso [73] tesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.


   
Anno di Cristo DCLXXXVII. Indiz. XV.
Sergio papa 1.
Giustiniano II imperadore 3.
Bertarido re 17.
Cuniberto re 10.

Non più che undici mesi governò Conone papa la Chiesa di Dio, essendo anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Conone.], per non essersi voluto consigliare col clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto Teofane patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive ordinò in suo luogo Costantino diacono della Chiesa siracusana, e rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di Anastasio. Non ha quello storico scritto ex immissione malorum hominum Antiochiae ecclesiasticorum, ma sì bene et antipathia ecclesiasticorum. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone costituì rettore del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia quel Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno ancora essendo mancato di vita in Ravenna Teodoro esarco e quivi seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo storico delle vite degli arcivescovi [74] ravennati, l'imperador Giustiniano mandò ad esercitar quella carica Giovanni patrizio per soprannome Platyn. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone. Trovavasi infermo questo pontefice, e Pasquale arcidiacono, che ansava dietro al papato [Anastas., in Conone.], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella persona di Pasquale, ma quelli d'un'altra voleano papa Teodoro arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro, ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense: Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.

Però tutti d'accordo elessero Sergio, oriondo da Antiochia, e nato in Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed a baciarlo. [75] Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore. Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui, per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di tutti gli ordini nella persona di Sergio, ne restò non poco amareggiato, perchè perdeva cento libbre d'oro che gli erano state promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente morì. In questo anno l'imperador Giustiniano portatosi nell'Armenia, quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi nell'anno [76] presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per non morire di fame. In quest'anno parimente Pippino chiamato il Grosso, oppur d'Eristallo, dopo una gran rotta data a Teoderico II re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di maggiordomo, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè un altro Pippino, nipote di questo Pippino, passò dall'essere maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.


   
Anno di Cristo DCLXXXVIII. Indiz. I.
Sergio papa 2.
Giustiniano II imperadore 4.
Cuniberto re 11.

Benchè Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.] scriva che Bertarido re de' Longobardi regnasse dieciotto anni, parte solo e parte col figliuolo Cuniberto; pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per sette anni, e che nell'ottavo prese per collega nel regno esso Cuniberto, e con esso lui regnò dieci anni. Per conseguente, diecisette pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca si conserva un diploma del re Cuniberto suo figliuolo in favore del monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.], e distesamente portato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.] colle seguenti [77] note: Datum Ticini in palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono per Indictione quintadecima. Nel novembre dell'anno 686 correva l'Indictione XV cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio Cuniberto avesse fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante. Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce [Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.], e composta circa l'anno 885, si legge che Bertari regnò anni XVI, e non già diecisette, o dieciotto, come hanno i testi di Paolo Diacono; e conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686. Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che gli par meglio, dico che Bertarido morì, e gli fu data sepoltura nella basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re Ariberto suo padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri, per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo pieno. Rimase solo al governo del regno Cuniberto suo figliuolo, già dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del vino. Egli prese per moglie Ermelinda figliuola d'uno dei re anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari, uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di paese ch'era [78] abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che Costantino Pogonato Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador Giustiniano, pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio [Theoph., in Chronogr.]. Pertanto con un poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno. Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], seguitato dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], riferisce questa impresa all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente, che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo. Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di Abimelec, principe dei Saraceni.


   
Anno di Cristo DCLXXXIX. Indizione II.
Sergio papa 3.
Giustiniano II imperadore 5.
Cuniberto re 12.

Venne in questi tempi a Roma Ceadvalla re degli Anglo-Sassoni nell'Inghilterra, risoluto di abbandonare il culto degl'idoli e d'abbracciare la santa religione [79] di Cristo. Per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.], egli passò per la Lombardia, e fu con somma magnificenza accolto dal re Cuniberto. Già dicemmo che Ermelinda figliuola d'uno dei re anglosassoni era maritata in Cuniberto. Non è probabile ch'essa avesse per padre questo re sassone, perchè Cuniberto principe cattolico e pio non avrebbe preso in moglie la figliuola d'un re idolatra; se pure quel matrimonio non seguì dopo la venuta di Ceadvalla. Viene incolpato Paolo dal Pagi, perchè chiamasse Teodaldo questo re Ceadvalla. Ma s'ingannò il Pagi per non aver ben consultato i migliori testi di Paolo, dove quel re è appellato Cedoaldus. Beda [Beda, Histor., lib 5, cap. 7.] il chiama Ceduald, e nel suo epitafio è detto Ceadual, e più sotto Cedoald, che è lo stesso nome datogli da Paolo, latinamente espresso. Ora questo buon re, arrivato che fu a Roma, ricevette il sacro battesimo dalle mani di papa Sergio nel sabbato santo, e gli fu posto il nome di Pietro. Ma infermatosi poco dappoi, prima della domenica in albis, nel dì 20 d'aprile, fu chiamato a godere del premio della sua gloriosa conversione. Paolo ne rapporta l'epitafio.


   
Anno di Cristo DCXC. Indizione III.
Sergio papa 4.
Giustiniano II imperadore 6.
Cuniberto re 13.

Si può rapportare a quest'anno la ribellione di Alachi duca di Trento e di Brescia, narrata da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.]. Costui, mostro d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti dal re Cuniberto, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale. Congiurato perciò con Aldone e Grausone, due de' più potenti cittadini di Brescia, e con altri Longobardi [80] aspettò che Cuniberto fosse fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero. Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia Damiano vescovo, insigne per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo la benedizione della sua santa Chiesa, cioè l'eulogia, ossia il pan benedetto. Dura questo nome di benedizione nel suddetto significato nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di bendesón. Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno, e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il figliuolo di Aldone sopraddetto, [81] fanciullo di tenera età, e probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò allora detto ad Alachi verso il fanciullo: Oh tuo padre ne ha ben parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà. Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto, abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu la rete indarno.

Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e, presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a gara tutti [82] volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne a Piacenza, e di là se ne tornò nell'Austria e non già nell'Istria, come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra settentrione e levante era chiamata allora Austria, a differenza della parti occidentale della Lombardia, che si chiamava Neustria: nella qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria, ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi [Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.] noi troviamo la Neustria e l'Austria, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle annotazioni alle medesime leggi.

Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano [83] di questa frode. In una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama Cornà. Cuniberto, che voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma, prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia, custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina Gundiberga, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si perderebbe, [84] e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio, ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi, che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale, dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità, comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto, scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e indiavolato sclamò: Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici. Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona, allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario, perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida; ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: [85] Signore, voi per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste riflessioni. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.


   
Anno di Cristo DCXCI. Indizione IV.
Sergio papa 5.
Giustiniano II imperadore 7.
Cuniberto re 14.

Cominciò in quest'anno l'imperador Giustiniano col suo leggier cervello a cercar pretesti per guastar la pace già stabilita con onore e vantaggio del romano imperio coi Saraceni. Abimelec loro califa, ossia principe, per attestato di Teofane [Teoph., in Chronogr.], avea già atterrati tutti i suoi ribelli; ed abbiamo da Elmacino [Elmacinus, Histor. Saracen.] che nell'ottobre dell'anno precedente egli si era anche impadronito della Mecca, città dell'Arabia Felice, dove, se crediamo al padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.], si vede il sepolcro di Maometto. Ma il Pagi qui si lasciò trasportar dalle opinioni del volgo, essendo certo, per relazion dei migliori, che quel famoso impostore nacque bensì nella Mecca: motivo, per [86] cui quella città è in tanta venerazione presso i Monsulmani; ma fu poi seppellito in Medina, altra città dell'Arabia, e non già in cassa di ferro, sostenuta in aria dalla calamita, come han le favole di certi viaggiatori. Ora Abimelec inclinava a conservar la pace: ma il giovane imperadore volea pur romperla. Avendogli Abimelec inviato il tributo pattuito in danari di nuova zecca, e diversi nel conio dai precedenti, Giustiniano ricusò di riceverli. Il furbo califa, mostrando paura, si raccomandava, perchè la pace durasse e fosse accettato quell'oro; e l'imperadore sempre più alzava la testa, credendo quelle preghiere figliuole di debolezza. Prese anche un'altra risoluzione, non meno stolta delle altre. Perchè i popoli dell'isola di Cipri erano troppo esposti alle incursioni de' Saraceni, gli venne in pensiero di trasportarli tutti altrove. Una gran copia di essi perì per naufragio, o per malattie; altri coi loro vescovi furono posti nella provincia dell'Ellesponto, ed alcuni fuggendo se ne tornarono alle lor case, restando con ciò quella felicissima isola alla discrezion de' nemici del nome cristiano. Si tiene che in quest'anno terminasse i giorni del suo vivere Teodoro arcivescovo di Ravenna, che ebbe successore Damiano, il quale fu consacrato in Roma. Agnello, scrittore ravennate [Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.], novecento anni sono, cel descrive per uomo di grande umiltà, mansuetudine, e sì dabbene, che essendo morto un fanciullo infermo, a lui portato dalla madre, perchè il cresimasse, pregò sì istantemente Dio, che il resuscitò per tanto tempo, che potè dargli la cresima. E in questi giorni tornò a Ravenna quel Giovanniccio, di cui parlammo di sopra all'anno 679, che era salito ai primi posti nella segretaria imperiale, e fece ancora risplendere la sua sapienza per tutta l'Italia. Cessò parimente di vivere in quest'anno Teoderico III re de' Franchi di nome, [87] perchè la regale autorità era occupata da Pippino il Grosso, suo maggiordomo. Probabilmente in questo anno fu dai Greci tenuto in Costantinopoli il concilio trullano, perchè celebrato nella sala della cupola dell'imperial palazzo, dove furono fatti molti canoni e decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, in supplemento, diceano essi, dei concilii generali quinto e sesto, ne' quali niun canone fu pubblicato intorno alla disciplina. Non apparisce che il romano pontefice mandasse legati apposta ben istruiti per intervenire a quel concilio; e quantunque Anastasio [Anastas., in Vit. Sergii I.] scriva che i legati della Sede apostolica v'intervennero, e ingannati sottoscrissero; tuttavia fondatamente si crede che sotto nome di legati intenda Anastasio gli ordinarii apocrisarii, responsali, o nunzii vogliam dire, che ogni pontefice solea tenere alla corte imperiale per gli affari della sua Chiesa, che non aveano l'autorità di rappresentar ne' concilii la persona del capo visibile della Chiesa di Dio, cioè del romano pontefice. Comunque sia, cosa indubitata è, che inviati a Roma per ordine dell'imperadore que' canoni, con essere stato lasciato nella carta il sito voto dopo la sottoscrizion dell'imperadore, acciocchè il papa li sottoscrivesse in primo luogo e avanti alle sottoscrizioni già fatte dai patriarchi d'Oriente, papa Sergio, pontefice zelantissimo, ricusò di accettarli, e si protestò piuttosto pronto a dar la vita, che ad approvarli. E ciò perchè alcuni di que' canoni eran contrari alla pura disciplina della Chiesa romana, e principalmente quelli di permettere di ritener le mogli e l'uso loro a chi era ordinato prete, e il proibire il digiuno del sabbato, con altre simili determinazioni, che i Greci dipoi sostennero, ma non ebbero luogo nelle Chiese d'Occidente. Sopra di che è da vedere quanto lasciò scritto il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.]. Certo può dirsi strana cosa, [88] che non si sappia ben l'anno di quel concilio, e che gli atti d'esso neppure anticamente si trovassero negli archivii delle Chiese patriarcali, di maniera che a' tempi di Anastasio bibliotecario [Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.] si dubitava infino, se veramente tutti i patriarchi d'Oriente vi fossero intervenuti; e par certo difficile di quello di Alessandria, ch'era allora sotto il giogo dei Saraceni.


   
Anno di Cristo DCXCII. Indizione V.
Sergio papa 6.
Giustiniano II imperador 8.
Cuniberto re 15.

Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in quest'anno finalmente la ruppe con loro [Theoph., in Chronogr.]. Di quegli Schiavoni ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace, protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto, appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio ai Saraceni (Niceforo [Niceph., in Chron.] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso che il romano pontefice [Anast., in Sergio I.] [89] avea negato di prestare il suo assenso ai decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa Sergio, e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che preso Giovanni vescovo di Porto e Bonifazio consigliere della Sede apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli. Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie, che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli. Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava, che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa, e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui, nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense, ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, [90] se non che il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa; ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del regno; del che parleremo fra poco.


   
Anno di Cristo DCXCIII. Indizione VI.
Sergio papa 7.
Giustiniano II imperadore 9.
Cuniberto re 16.

Nella guerra succeduta fra il re Cuniberto e il tiranno Alachi, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato Rodoaldo duca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.] che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza, Ansfrido del castello Reunia occupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso [91] in Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nome Adone, ossia Aldone, ma col solo titolo di conservatore del luogo, cioè di luogotenente, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.], fiorì in Pavia Felice, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempi Giovanni vescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma [92] questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.


   
Anno di Cristo DCXCIV. Indizione VII.
Sergio papa 8.
Giustiniano II imperad. 10.
Cuniberto re 17.

Secondo Teofane [Theoph., in Chronogr.] e Niceforo [Nicef., in Chron.], in quest'anno fece quanto potè l'imprudente e malvagio imperador Giustiniano per tirarsi addosso l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il soprintendente alla fabbrica era Stefano persiano, presidente del fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa Anastasia Augusta, madre d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo, martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè Callinico patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la [93] prese eziandio contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto, servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese, condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.] un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo di Pavia col suo cavallerizzo (Marpais nella lingua germanica longobarda) di tor la vita a Grausone ed Aldone, potenti fratelli bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo, s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita. Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere che ne avesse [94] detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro. Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto, come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam seguitare Camillo Pellegrino, a Gisolfo I duca di Benevento defunto succedette Romoaldo II nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo. Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa questi medesimi tempi, essendo mancato di vita Adone o Aldone luogotenente del ducato del Friuli [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.], fu creato duca di quella contrada Ferdolfo, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.

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Anno di Cristo DCXCV. Indizione VIII.
Sergio papa 9.
Leonzio imperadore 1.
Cuniberto re 18.

La mala condotta di Giustiniano imperadore giunse finalmente in questo anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se crediamo a Teofane [Theoph., in Chronogr.], aveva egli ordinato a Stefano patrizio e suo generale, di fare una notte un gran macello della plebe di Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca Callinico. Niceforo [Niceph., in Chron.] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era stato detenuto nelle carceri Leonzio, generale una volta dell'armata d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia, amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici, coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se l'imperador venisse per sentenziar [96] alcuno de' carcerati, il prefetto corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca Callinico, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava; pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: Questo è il giorno fatto dal Signore. Tutto fu eseguito. Fu preso Giustiniano, e condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato imperadore lo stesso Leonzio promotor del tumulto. Per sentimento del Pagi [Pagius, Critic. Baron.], morì in quest'anno Clodoveo III re de' Franchi, e gli succedette Childeberto III suo fratello, governando intanto la monarchia franzese Pippino d'Eristallo suo maggiordomo.


   
Anno di Cristo DCXCVI. Indizione IX.
Sergio papa 10.
Leonzio imperadore 2.
Cuniberto re 19.

Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta avventura, narrata da Agnello storico [Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.] di quella città, che fioriva circa l'anno 830. [97] Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli. Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si videro [98] mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore, perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo arcivescovo Damiano intimò per tre giorni il digiuno e una processione di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci, tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi. Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito, nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto Leonzio Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente. Non minore fu quella in Italia sotto il buon re Cuniberto.


   
Anno di Cristo DCXCVII. Indizione X.
Sergio papa 11.
Leonzio imperadore 3.
Cuniberto re 20.

Se si vuol prestar fede ad uno storico arabo, chiamato Noveiri e citato dal padre Pagi, fin l'anno 691 ad Abdulmelic ossia Abimelec, califa de' Saraceni, riuscì per mezzo di Asano suo generale di occupare dopo un fiero assedio Cartagine capitale dell'Africa, le cui mura [99] furono smantellate e il popolo messo crudelmente a filo di spada. Sorse dipoi un'eroina africana, donna nobilissima, che, unito un poderoso corpo d'Africani, ruppe l'esercito saracenico, e costrinse il generale maomettano a ritirarsi nell'Egitto. Costui ivi si fermò per cinque anni, finchè, ricevuto un gagliardissimo rinforzo di gente, tornò in Africa, e superata quell'eroina, di nuovo s'impadronì di Cartagine e della provincia. Ma a noi sia lecito il dubitar della fede di quello storico arabo intorno a questo fatto. Egli visse, per testimonianza del signor d'Erbelot [Erbelot, Bibliothec. Oriental.], circa l'anno 732 dell'egira, cioè dopo il 1300 dell'epoca nostra, e però molto lontano da questi tempi. Nè Teofane [Theoph., in Chronogr.], nè Niceforo [Niceph., in Chron.], scrittori più antichi di lui, conobbero invasione alcuna dell'Africa fatta dai Saraceni nell'anno 691, e solamente ne parlano all'anno presente. Pare ancora, per quanto s'è detto, che nell'anno 691 Abimelec non avesse per anche rotta la pace coll'imperio romano. Abbiamo dunque dai due suddetti storici greci, che in quest'anno gli Arabi, cioè i Saraceni, colla forza dell'armi sottomisero al loro imperio Cartagine e l'Africa. Ciò inteso a Costantinopoli, non mancò lo imperador Leonzio di spedire colà Giovanni patrizio, uomo di grande affare, con un poderoso stuolo di navi e d'armati. Andò egli, e valorosamente rotta la catena che serrava il porto di Cartagine, v'entrò dentro, liberò la città e rimise nella primiera libertà tutte l'altre città dell'Africa, avendo o cacciati o trucidati quanti Saraceni trovò in quelle parti. Di così felice successo spedì egli l'avviso all'imperadore, ed aspettando i suoi ordini svernò in quelle parti. Nelle isole, onde è composta l'inclita città di Venezia, era già cresciuta di molto la popolazione per le genti di terra ferma concorse colà. Occorrevano spesso delle [100] controversie coi Longobardi confinanti; però adunatisi Cristoforo, patriarca di Grado, i vescovi suoi suffraganei, il clero, i tribuni, i nobili e la plebe nella città d'Eraclea [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.], quivi concordemente crearono il primo duca oggidì appellato Doge; e questi fu Paoluccio, al quale conferirono l'autorità necessaria per convocare il consiglio, costituire tribuni della milizia e giudici per le cause, e far altri atti di governo del loro popolo.


   
Anno di Cristo DCXCVIII. Indizione XI.
Sergio papa 12.
Tiberio Absimero imp. 1.
Cuniberto re 21.

Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa [Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine Giovanni patrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo anche [101] parlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fu Absimero Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome di Tiberio. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue Eraclio suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papa Onorio riuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda [Beda, de sex Ætat., lib. 6.] e d'Anastasio [Anastas., in Sergio I.] e di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel quale [102] fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papa Sergio con paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'Aquileia Pietro, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.


   
Anno di Cristo DCXCIX. Indiz. XII.
Sergio papa 13.
Tiberio Absimero imper. 2.
Cuniberto re 22.

L'armata di Tiberio Augusto, per relazione di Teofane [Theoph., in Chronogr.], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor delle [103] vite degli arcivescovi di Ravenna [Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna, Giovanni abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese. [104] Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo Damiano, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil [105] fatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.


   
Anno di Cristo DCC. Indizione XIII.
Sergio papa 14.
Tiberio Absimero imper. 3.
Liutberto re 1.

Scrive Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.] che Cuniberto re dei Longobardi dopo la morte del padre regnò dodici anni. Per conseguente, se Bertarido suo genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti: al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno Alachi, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.] che questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea dominio allora nella città, ossia nel territorio di [106] Ferrara. Oltredichè chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al luogo di Cornà, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo [Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.] juniore storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche autore Desiderio re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia, ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il monastero di santa Teodota, o piuttosto di santa Maria di Teodota. Oggidì si appella della Posterla, perchè anticamente quivi era una picciola porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.] nel riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più belli e più lunghi. Intonsae credo io che fossero appellate per questo; e che da questa parola corrotta venisse tosa, nome adoperato [107] dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa giovane per nome Teodota, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina Ermelinda, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo. Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che per ciò cominciò a chiamarsi di Teodota.

Rapporta il padre Romoaldo [Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.] da santa Maria agostiniano scalzo, un antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio, a formare il dattilo e spondeo sul fine di prosapiam texam, di nimium plures, ec.

[108]

CAELICOLAE [Forse Caelicam.] SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM

MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES,

IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTO;

QVAE FAVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT

INVIDVS NE PERDERET EIVS EX OVIBVS QVEMQVAM

FRONTEM RVGATAM TENENS ERAT QVIBVS PECTORE PURA;

CVIVS ABSTINEBANT A FLAGELLIS PLACIDAE MANVS,

IN TRIBVENDO DAPES EGENIS DAPSILES ERANT.

MORIBVS ORNATA PRODIENS, FAVTRIX, ATQVE HONESTA,

PATIENS, MAGNANIMIS CORDE, DEXTRAQVE PIA.

DECEBAT SIC DENIQVE TALI CVM EX STIRPE VENIRET

B....OLEO EX NOVILLI [Forse Romuleo ex Ovili.] CRESCENS VT FLVVIVS FONTE

...EXTRA SAGA GENITORVM EXTITIT MAGNA.

SI AD CVRSVS RERVM, ET PRAESENTIS STVDIA SAECLI

TENDATVR ORATIO, MVLTA SVNT, QVAE POSSVMVS DICI.

PER TE SEMPER VIRGINIS VISITVR PVLCHRVM DELVBRVM,

AVFERENS VETVSTA, INSTAVRANS VILIA CVNCTA;

NAMQVE DOMICILIA SITA COENVBIO RIDVNT

VVLTV INTVENTIVM PRAECELLENTES MOENIA PRISCA.

NEC SVNT IN ORBE TALES, PRAETER PALATIA REGVM.

NEC SS. ECCLESIAS, QVAE VIBRANT FVNDAMINE CLARO

ET PIIS EZEQVANTVR ONI A CVNCTIS COLVNTVR.

(forse Quae Turoni, per significare che son pari alla basilica e monistero di san Martino Turonense)

[109]

HOC ERGO THEODOTA ALVMNIS, SVA THEODOTAE,

CVI RELIQVISTI NOMEN, DIGNITATEM, CATHEDRAM,

NIMIS CVM LACRYMIS AFFLICTO PECTORE DOMNA

LAPIDIBVS SARCOPHAGIS ORNANS EXCOLVI PULCHRIS

DENOS DVOSQVE CIRCITER ANNOS DEGENS....

EGREGIA VITAE SPIRACVLA CLAVSIT.....

D. P. S. II. D. MENSIS APRILIS INDICTIONE TERTIA.

È andato a pescare il padre Romoaldo appresso Beda, che dalle lettere D. P. S. si ricava l'anno 926, quando, secondo lo stile degli antichi, quelle lettere altro non significano se non deposita. Aggiugne, essere la tradizion delle monache che quel sia l'epitafio d'una regina, e però egli la tiene per Teodorata moglie del re Liutprando, il cui nome abbreviato fosse Teodota. Finalmente dice esser qui nominate tre diverse Teodote; la prima mentovata da Paolo Diacono ai tempi del re Cuniberto; la seconda quella a cui fu posto l'epitafio nell'anno 926; la terza quella che pose l'iscrizione stessa, succeduta a lei nel grado di badessa. Tutti sogni. Altro non è, a mio credere, questa iscrizione, se non la sepolcrale posta alla medesima Teodota, di cui fa menzion Paolo Diacono. Non fu fabbricato quel monistero dal re Cuniberto: v'era prima. Paolo altro non dice, se non che la mandò in monasterium, quod de illius nomine intra Ticinum appellatum est. Essa colle ricchezze seco portate magnificamente lo rifabbricò ed accrebbe, ed ivi eresse un bel tempio in onore della Vergine santissima, di maniera che quel monistero gareggiava colle fabbriche più suntuose d'allora. Quivi fu ella badessa annos nimium plures, e finalmente morì nell'indizione terza (forse nell'anno 705, o piuttosto nel 720) con [110] lasciare il suo nome e la dignità di badessa a donna Teodota sua alunna, da cui le fu posta l'iscrizione suddetta. E se veramente quivi si leggesse Romuleo, come ho conghietturato, non resterebbe luogo ad alcun dubbio, perchè Paolo Diacono scrive essere nata Teodota ex nobilissimo Romanorum genere. Ripeto che questo insigne monistero tuttavia con sommo decoro si mantiene in Pavia, col raro privilegio ancora d'aver conservato un tesoro d'antichissimi diplomi, conceduti ad esso da varii imperadori e re, a poter copiare i quali ammesso io dalla gentilezza di quelle nobili religiose, ho poi potuto comunicarli al pubblico per decoro d'esso sacro luogo nelle mie Antichità Italiche. Finì dunque di vivere e di regnare in questo anno il re Cuniberto, e il suo corpo ebbe sepoltura presso alla basilica di san Salvatore fuori della porta occidentale di Pavia, dove parimente Ariberto re suo avolo, fondatore d'essa chiesa, e Bertarido re suo padre furono seppelliti. Diedi io già alla luce [Antichità Estensi, part. 1, pag. 73.] un pezzo dell'iscrizion sepolcrale a lui posta, ed esistente tuttavia presso i monaci Benedettini, che per più di settecento anni posseggono quella chiesa e monistero; ma non dispiacerà ai lettori di riceverla ancora qui di nuovo:

[111]

AVREO EX FONTE QVIESCVNT IN ORDINE REGES

AVVS, PATER, HIC FILIVS HEIVLANDVS TENETVE

CVNINGPERT FLORENTISSIMVS ET ROBVSTISSIMVS REX

QVEM DOMINVM ITALIA PATREM ATQVE PASTOREM.

INDE FLEBILE MARITVM GEME TIAM VIDVATA

ALLA DE PARTE SI ORIGINEM QVAERAS,

REX FVIT AVVS, MATER GVBERNACVLA TENVIT REGNI,

MIRANDVS ERAT FORMA, PIVS, MENS, SI REQVIRAS,

MIRANDA....................

Lasciò Cuniberto dopo di sè l'unico suo figliuolo Liutberto in età assai giovanile, che fu proclamato re, e gli diede per tutore Ansprando, personaggio illustre di nascita, e provveduto di somma saviezza. In quest'anno Abdela, generale de' Saraceni, fece una irruzione nelle contrade romane, ed assediò non già Taranto, come ha un testo guasto di Teofane e della storia Miscella, perchè questa città è in Italia, e ubbidiva allora ai duchi longobardi di Benevento, ma bensì la città d'Antarado, come notò Cedreno [Cedren., in Annal.]. Non potendola avere, se ne tornò a Mopsuestia, e quivi con un buon presidio si fortificò.


   
Anno di Cristo DCCI. Indizione XIV.
Giovanni VI papa 1.
Tiberio Absimero imp. 4.
Ragimberto re 1.
Ariberto II re 1.

Fu chiamato in quest'anno da Dio al premio delle sue sante azioni Sergio I papa nel dì 7 di settembre, per quanto crede il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.]. Lasciò egli in Roma varie memorie della sua pia liberalità verso le chiese, che si posson leggere presso Anastasio, e per sua cura si dilatò non poco per la Germania la fede santissima di Gesù Cristo. In somma egli meritò d'essere registrato fra i santi, e la sua memoria si legge nel martirologio romano al dì 9 del mese suddetto. Gli succedette nella cattedra [112] di san Pietro Giovanni, VI di questo nome, greco di nazione, che fu consecrato papa nel dì 28 di ottobre. Noi vedemmo di sopra all'anno 662 che il re Godeberto tradito ed ucciso in Pavia dal re Grimoaldo, lasciò dopo di sè in età assai tenera Ragimberto, ossia Ragumberto che dai fedeli servitori del padre fortunatamente fu messo in salvo e segretamente allevato. Dappoichè il buon re Bertarido fu risalito sul trono, saltò fuori questo suo nipote, e Bertarido il creò duca di Torino. L'ingratitudine, vizio nato nel mondo, entrò in cuore di costui; e quello che non aveva osato di tentare, finchè regnò Cuniberto suo cugino, lo eseguì contra del di lui giovinetto figliuolo Liutberto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.]. Unì dunque Ragimberto un grosso esercito, e venne alla volta di Pavia per detronizzare Liutberto suddetto, pretendendo per le ragioni paterne a sè dovuto il regno. Fu ad incontrarlo nelle vicinanze di Novara con una altra armata Ansprando tutore del giovine re, spalleggiato con tutte le sue forze da Rotari duca di Bergamo. Un fatto di arme decise in parte le loro controversie, perchè Ragimberto essendone uscito vittorioso, s'impadronì di Pavia e della corona del regno longobardico. Per conto di Ansprando e del re Liutberto, essi ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ma non godè l'ingrato principe lungamente il frutto della sua vittoria, perchè prima che terminasse l'anno, la morte mise fine al suo vivere. A lui succedette Ariberto II suo figliuolo, che seguitò a [113] disputare del regno col giovinetto Liutberto. Circa questi tempi essendo stato riferito a Tiberio Absimero Augusto [Theoph., in Chronogr.], che Filippico figliuolo di Niceforo patrizio s'era sognato di diventar imperadore, solamente perchè gli parve di vedere un'acquila che gli svolazzava sopra la testa, gl'insegnò a parlare con più cautela sotto principi ombrosi: cioè per questa gran ragione il cacciò in esilio; e noi vedremo in fatti questo personaggio salire a suo tempo sul trono imperiale.


   
Anno di Cristo DCCII. Indizione XV.
Giovanni VI papa 2.
Tiberio Absimero imper. 5.
Ariberto II re 2.

Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia Teofilatto patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per attestato di Anastasio [Anastas., in Johann. VI.] bibliotecario, concorsero a quella volta con gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli [114] iniqui calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 27.] che Gisolfo II, duca di Benevento ai tempi di papa Giovanni con tutte le sue forze entrò nella Campania romana, prese Sora, Arpino ed Arce; bruciò e saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato Horrea, cioè i Granai. Noi abbiamo Morrea, luogo notato nelle tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro colle sue genti. Camillo Pellegrino [Camill. Peregrinus, de Ann. Ducat. Benevent., tom. 2 Rer. Ital.] portò opinione che questo fatto accadesse sotto papa Giovanni V, nell'anno 685. Ma Anastasio bibliotecario [Anastas., in Johann. VI.] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa Giovanni VI; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso Gisolfo, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo Pellegrino, che Romoaldo I fosse creato duca di Benevento lo stesso anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè, secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato sedici anni, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia Grimoaldo II governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed essendo a lui succeduto Gisolfo, che per diciassett'anni stette nel ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, [115] mettersi nell'anno 694, perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono [Johannes Diaconus, Vit. Episcopor. Neapolit., Part. 1, tom. 1 Rer. Italic.], il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 9 februarii.] che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 39.], gli succedette in quegli stati Romoaldo II suo figliuolo. Il dottor Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re Liutberto col suo aio Ansprando [Idem, ibid, c. 19.] si studiava di ricuperare il regno occupatogli dal re Ariberto II. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari, duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 15 januarii.], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in tal congiuntura [116] in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito, che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì, combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. Ansprando, tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago di Como. All'incontro, Rotari duca di Bergamo, tornato a casa, non solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re. Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari, al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi, perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.


   
Anno di Cristo DCCIII. Indizione I.
Giovanni VI papa 3.
Tiberio Absimero imp. 6.
Ariberto II re 3.

A quest'anno pare che sia da riferire la spedizion di un esercito fatta dal re Ariberto contra l'isola posta nel lago di Como, perchè in quella fortezza s'era ricoverato Ansprando già aio dell'ucciso [117] re Liutberto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 27.]. Ansprando non volle aspettar questa tempesta, e però se ne fuggì a Chiavenna, e di là per Coira città dei Reti (noi diciam de' Grigioni) passò in Baviera, dove fu cortesemente ricevuto da Teodeberto, uno dei duchi di quella contrada, ed uno dei figliuoli di Teodone II. Fin dai tempi della regina Teodelinda si strinse una gran amistà e lega fra i Longobardi e i Bavaresi; e noi abbiam veduto più re longobardi discendenti da un fratello d'essa Teodelinda, però d'origine bavarese. Ma il re Ariberto, uomo portato alla crudeltà, dacchè non potè aver nelle mani Ansprando, sfogò la sua rabbia contra di Sigibrando di lui figliuolo, con fargli cavar gli occhi, e maltrattare chiunque avea qualche attinenza di parentela con lui. Fece anche prendere Teoderanda moglie d'esso Ansprando; e perchè questa s'era vantata che un dì diverrebbe regina, le fece tagliare il naso e le orecchie; e lo stesso vituperoso trattamento fu fatto ad Arona, o Aurona, figliuola del medesimo Ansprando. Ma in mezzo a questo lagrimevole naufragio della famiglia di esso Ansprando, Dio volle che si salvasse Liutprando suo minor figliuolo. Era egli assai giovinetto di età, e parve ad Ariberto persona da non se ne prender fastidio; e però non solamente niun male fece al di lui corpo, ma anche permise che se ne andasse a trovare il padre in Baviera, siccome egli fece: il che fu d'inestimabil contento in tante sue afflizioni all'abbattuto padre. Volle Iddio in questa maniera conservare chi poi doveva un giorno gloriosamente maneggiar lo scettro de' Longobardi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, da me [Chronic. Farfense, part. II, num. 2 Rer. Italic.] pubblicato nella prefazione alla Cronica di Farfa, si legge che Faroaldo II succedette in quest'anno al duca Transmondo suo padre in quel ducato. Il Sigonio aggiugne ch'egli prese per collega Volchila [118] suo fratello, a cui fu anche dato il titolo di duca. Onde egli abbia questa notizia, nol so. Io per me non ne trovo parola alcuna presso gli antichi.


   
Anno di Cristo DCCIV. Indizione II.
Giovanni VI papa 4.
Tiberio Absimero imp. 7.
Ariberto II re 4.

Esule dimorava tuttavia in Chersona, città della Crimea, Giustiniano II già imperadore, chiamato Rinotmeto, cioè dal naso tagliato, continuamente ruminando le maniere di risorgere. Si lasciò un dì intendere che sperava di rimontare sul trono: parole che increbbero molto a quegli abitanti per paura d'incorrere nella disgrazia del regnante Tiberio Absimero, e però andavano pensando di ammazzarlo o di menarlo a Costantinopoli, per liberarsi da ogni impegno [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.]. Penetrata questa mena, Giustiniano all'improvviso scappò, e andò a mettersi nelle mani del Cacano, ossia Cagano, che vuol dire principe dei Cazari, o Gazari, appellati con altro nome Turchi. Da lui fu molto onorato, e prese per moglie una sua figliuola appellata Teodora: nome, credo io, a lei posto dai Greci, soliti, siccome vedremo, a cangiare i nomi degli stranieri. Ma l'imperadore Absimero, dacchè ebbe intesa la fuga e il soggiorno di Giustiniano, senza indugio, spedì ambasciatori al Cacano, con esibirgli una riguardevole ricompensa, se gli mandava Giustiniano vivo, o almen la sua testa. All'ingordo Barbaro non dispiacque l'offerta di sì bel guadagno, e non tardò a mettere le guardie all'ospite e genero suo, sotto pretesto della di lui sicurezza. Da lì a poco diede anche ordine a Papaze governator di Panaguria, dove allora abitava Giustiniano, e a Balgise prefetto del Bosforo, di levargli la vita. La buona fortuna volle che a Teodora sua moglie da un famiglio del padre fu rivelato il secreto, ed ella onoratamente [119] lo confidò al marito, il quale, fatti venire ad un per uno que' due uffiziali in sua camera, con una fune li strangolò. Poi, dopo aver rimandata la moglie alla casa paterna, trovata una barchetta pescareccia, con quella tornò nella Crimea, e mandati segretamente a chiamare alcuni suoi fedeli, con esso loro si incamminò per mare alla volta delle bocche del Danubio. Alzossi in navigando sì fiera fortuna di mare, che tutti si crederono spediti; ed allora fu che Muace, uno de' suoi domestici, gli disse: Signore, voi ci vedete tutti vicini alla morte; fate un voto a Dio, che s'egli ci salva, e voi rimette sul trono, non farete vendetta d'alcuno. Anzi (rispose allora fremendo di collera Giustiniano) s'io perdonerò ad alcuno, che Dio mi faccia ora profondare in queste acque. Così il bestiale Augusto. Passò poi la burrasca, ed arrivati che furono all'imboccatura del Danubio, Giustiniano spedì Stefano suo famigliare a Terbellio, ossia Trebellio, signore della Bulgaria, con pregarlo di dargli ora ricovero, e poscia aiuto sufficiente per poter rimontare sul trono, esibendogli perciò un larghissimo guiderdone. Terbellio, fattolo venire a sè, con graziose accoglienze il ricevè, e poi si applicò a mettere in ordine una poderosa armata di Bulgari e Schiavoni per effettuare il concerto stabilito fra loro.


   
Anno di Cristo DCCV. Indizione III.
Giovanni VII papa 1.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 1.
Ariberto II re 5.

Arrivò in quest'anno al fine di sua vita il buon papa Giovanni VI, essendo succeduta la sua morte nel 9 di gennaio. Fu [Anastas., in Johann. VII.] eletto in suo luogo, e consecrato nel dì primo di marzo Giovanni VII, Greco di nazione, persona di grande erudizione e di molta eloquenza. Dacchè miriamo tanti Greci posti nella sedia di [120] s. Pietro, possiam ben credere che gli esarchi ed altri uffiziali cesarei facessero dei maneggi gagliardi per far cadere l'elezione in persone della lor nazione: il che nulla nocque all'onore della santa Sede, perchè questi Greci ancora fatti papi sostennero sempre la vera dottrina della Chiesa, nè si lasciarono punto smuovere dal diritto cammino per le minacce de' greci imperadori. Sull'autunno di quest'anno Giustiniano dal naso tagliato, per ricuperare il perduto imperio, passò alla volta di Costantinopoli [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.], accompagnato da Terbellio principe dei Bulgari, che seco conduceva una possente armata. Assediò la città, invitò i cittadini alla resa con proporre delle buone condizioni. Per risposta non ebbe se non delle ingiurie. Ma in tanto popolo non mancavano a lui persone parziali, e queste in fatti trovarono la maniera di introdurlo con pochi del suo seguito per un acquedotto della città, e di condurlo al palazzo delle Blacherne, dove ripigliò l'antico comando. Per attestato d'Agnello Ravennate, egli portò da lì innanzi un naso e l'orecchie d'oro. Ed ogni volta che si nettava il naso, segno era che meditava o aveva risoluta la morte d'alcuno. Stabilito che fu sul trono, congedò Terbellio signor de' Bulgari (de' quali nondimeno è da credere che ritenesse una buona guardia) con dei ricchissimi regali, dopo avere stretta con lui una lega difensiva. Ciò fatto, questo mal uomo, in vece d'avere colle buone lezioni d'umiliazione, che Dio gli aveva dato, imparata la mansuetudine e la misericordia, più che mai insuperbì, nè spirò altro che crudeltà e vendetta. Fa orrore l'intendere come egli infierisse ed imperversasse contra chiunque dell'alto e basso popolo fosse creduto complice della passata di lui depressione. Leonzio già imperadore deposto, fu preso. Tiberio Absimero, precedente Augusto, nel fuggire da Apollonia, restò anch'egli colto. Incatenati i miseri, strascinati con dileggi [121] per tutte le contrade della città, furono nel pubblico circo alla vista di tutto il popolo presentati a Giustiniano che coi piedi li calpestò, e poi fece loro mozzare il capo. Eraclio fratello d'Absimero con gli uffiziali della milizia a lui sottoposti, fu impiccato. Callinico patriarca, dopo essergli stati cavati gli occhi, fu relegato a Roma, e sostituito in suo luogo un Ciro monaco rinchiuso, che gli aveva predetto la ricuperazione dell'imperio. Che più? Basta dire che quasi innumerabili furono, sì de' cittadini che de' soldati, quei che questo Augusto carnefice sagrificò alla sua collera, con lasciare un immenso terrore e paura a chiunque restava in vita. Mandò poi nel paese de' Gazari una numerosa flotta, per prendere e condurre a Costantinopoli Teodora sua moglie. Nel viaggio perirono per tempesta moltissimi di que' legni con tutta la gente, di maniera che il Cacano di quei Barbari ebbe a dire: Mirate che pazzo? Non bastavano due o tre navi per mandare a pigliar sua moglie, senza far perire tante persone? Forse che avea da far guerra per riaverla? Avvisò ancora Giustiniano che sua moglie gli avea partorito un figliolo, a cui fu posto il nome di Tiberio. L'uno e l'altra vennero a Costantinopoli, e furono coronati colla corona imperiale. Finì di vivere in questo anno Abimelec, ossia Abdulmeric califa de' Saraceni [Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.], che dopo la presa di Cartagine avea stese le sue conquiste per tutta la costa dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra. Ceuta nondimeno era allora in potere dei Visigoti signori della Spagna, come è anche oggidì degli Spagnuoli. Succedette ad Abimelec nell'imperio il figliuolo Valid, che distrusse la nobilissima chiesa cattedrale dei cristiani in Damasco. Quando poi sieno sicuri documenti una lettera di Faroaldo II duca di Spoleti, e una bolla di Giovanni VII papa, da me pubblicate nella Cronica di Farfa [Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.], si viene a conoscere che [122] in questi tempi esso Faroaldo comandava in quel ducato. La bolla del papa è data pridie kalendas julii, imperante domino nostro piissimo P. P. Augusto Tiberio anno VIII. P. C. ejus anno VI. sed et Theodosio atque Constantino. Di questi, che credo suoi figliuoli, ho cercata indarno menzione presso gli storici greci.


   
Anno di Cristo DCCVI. Indizione IV.
Giovanni VII papa 2.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 2.
Ariberto II re 6.

Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione de' canoni del concilio trullano, che il santo papa Sergio non avea voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati dall'Augusto Giustiniano Rinotmeto, e portati da due metropolitani con lettera d'esso imperadore a papa Giovanni VII [Anastas., in Johann. VII.], in cui il pregava ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo, finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di correggerli. Si sforza il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.] di scusare e giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che humana fragilitate timidus non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo [Lupus, in Notis ad Concil. Trullan.] osservò che più saggiamente operò dipoi papa Costantino e non meno di lui papa Giovanni VIII, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale. Giacchè non sappiamo gli anni [123] precisi dei duchi del Friuli, mi sia lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono [Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 24.] lasciò scritto di Ferdulfo duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi, acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a rubar le pecore de' poveri pastori. Lo sculdais, ossia il giusdicente di quella villa, per nome Argaido, uomo nobile e di gran coraggio, uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera gli disse: Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga. Presso i Longobardi, che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di arga, significante un poltrone, un pauroso, un uomo da nulla. Come abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse arga ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi, decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: Piaccia a Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto conoscere chi di noi due sia più poltrone.

Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca arrivato col suo esercito, andava [124] rondando per trovar la maniera men difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: E venga l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli Schiavoni. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza. Aggiugne Paolo che il solo Munichi padre di Pietro, il quale fu poi duca di Friuli, e padre di Orso, che fu duca di Ceneda, la fece da valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone, e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla sola città di Forum Julii, chiamata oggidì Cividal di Friuli. Morto Ferdolfo, fu creato duca del Friuli, Corvolo, il quale durò poco tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo [Paulus Diaconus, in Gest. Longobard., lib. 6, cap. 23 et 26.] non dice qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo lui fu creato duca del Friuli Pemmone, nativo da Belluno, che per una briga avuta [125] nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 3.]. Pemmone aveva una moglie nomata Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane, ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre figliuoli, cioè Ratchis, Ratcait ed Astolfo, il primo e l'ultimo de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli generati.


   
Anno di Cristo DCCVII. Indizione V.
Giovanni VII papa 3.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 3.
Ariberto II re 7.

Circa questi tempi, se pure non fu nell'anno precedente, per attestato di Anastasio [Anastas., in Johann. VII.] e di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 28.], il re Ariberto fece conoscere la sua venerazione verso la Sede apostolica. Godeva essa ne' vecchi tempi de' patrimonii nelle [126] Alpi Cozie, ma questi erano stati occupati o dai Longobardi, o da altre private persone. Probabilmente altri papi aveano fatta istanza per riaverli, ma senza frutto. Ariberto fu quegli che fece giustizia ai diritti della Chiesa romana, e mandò a papa Giovanni un bel diploma di donazione, ossia di confermazione, o restituzione di quegli stabili, scritto in lettere d'oro. Pensa il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 704 et 712.] che la provincia dell'Alpi Cozie appartenesse alla santa Sede; ma chiaramente gli storici suddetti parlano del patrimonio dell'Alpi Cozie; e gli eruditi sanno che patrimonio vuol dire un bene allodiale, come poderi, case, censi, e non un bene signorile e demaniale, come le città, castella, provincie dipendenti dai principi. Di questi patrimonii la Chiesa romana ne possedeva in Sicilia, in Toscana, e per molte altre parti d'Italia, anzi anche in Oriente, come ho dimostrato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. LXIX.]. Oltre di che, non sussiste, come vuol Paolo Diacono, che la provincia dell'Alpi Cozie abbracciasse allora Tortona, Acqui, Genova e Savona, città al certo che non furono mai in dominio della Chiesa romana. Ciò che si intende per Alpi Cozie, l'hanno già dimostrato eccellenti geografi. Che se il cardinal Baronio cita la lettera di Pietro Oldrado a Carlo Magno, in cui si legge che Liutprando re donationem, quam beato Petro Aripertus rex donaverat, confirmavit, scilicet Alpes Cottias, in quibus Janua est: egli adopera un documento apocrifo, e composto anche da un ignorante. Basta solamente osservare quel donationem, quam donaverat, Anastasio dice donationem patrimonii Alpium Cottiarum, quam Aripertus rex fecerat. Ma Giovanni VII papa nel presente anno a' dì 17 di ottobre fu chiamato da questa vita mortale all'immortale, e la santa Sede restò vacante per tre mesi. Per opera di questo pontefice, come si ha dalle croniche monastiche, l'insigne monistero di Subbiaco [127] nella Campagna di Roma, già abitato da san Benedetto, e rimasto deserto per più di cento anni, cominciò a risorgere, avendo quivi esso papa posto l'abbate Stefano, che rifece la basilica e il chiostro, e lasciovvi altre memorie della sua attenzione e pietà.


   
Anno di Cristo DCCVIII. Indizione VI.
Sisinnio papa 1.
Costantino papa 1.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 4.
Ariberto II re 8.

Fu consecrato papa in quest'anno Sisinnio nativo di Soria, uomo di petto, e che avea gran premura per la difesa e conservazione di Roma; al qual fine, come se fosse stato giovane e sano, fece anche dei preparamenti per rifare le mura di quella augusta città. Ma per la gotta era sì malconcio di corpo, e specialmente delle mani, che gli bisognava farsi imboccare, non potendo farlo da sè stesso. Però non tardò la morte a visitarlo, avendo tenuto il pontificato solamente per venti giorni. Nel dì 25 di marzo a lui succedette Costantino, anch'esso di nazione soriana, pontefice di rara mansuetudine e bontà, ne' cui tempi, dice Anastasio [Anastas. Biblioth., in Constant.], che per tre anni si provò in Roma una fiera carestia, dopo i quali così doviziosa tornò la fertilità delle campagne, che si mandarono in obblio tutti gli stenti passati. In quest'anno mancò di vita Damiano arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto Felice, uomo di bassa statura, macilente, ma da Agnello [Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.], scrittore mal affetto alla Chiesa romana, rappresentato per uomo pieno di spirito di sapienza, perchè volle cozzar coi papi, benchè lo stesso Agnello di ciò non faccia menzione. Ne fa bene Anastasio con dire che egli andò a Roma, e fu consecrato vescovo [128] da papa Costantino. Ma allorchè si trattò di mettere in iscritto la sua protesta di essere ubbidiente al romano pontefice, e di rinunziare all'iniqua pretensione dell'autocefalia, ossia indipendenza, così imbeccato dal clero e da' cittadini di Ravenna, non vi si sapeva indurre. Gli parlarono nondimeno sì alto i ministri imperiali di Roma, che per timore stese una dichiarazione, non come egli doveva e portava il costume, ma come gl'insinuò la sua ripugnanza a farla. Questa poi posta dal pontefice nello scrupolo di san Pietro, dicono che fu da lì a qualche giorno trovata offuscata e come passata pel fuoco. Ma Iddio tardò poco a gastigar la superbia di lui e de' Ravennati, siccome vedremo fra poco. In questo anno Giustiniano Augusto, testa leggera e bestiale, dimentico oramai dei servigii a lui prestati dai Bulgari, e della lega fatta con Terbellio principe loro, messa insieme una potente flotta e un gagliardo esercito, si mosse a' loro danni, ma gli andò ben fatta, come si meritava. Coll'armata navale per mare cominciò a travagliare la città d'Anchialo, e lasciò la cavalleria alla campagna. Se ne stava questa sbandata coi cavalli al pascolo senza guardia alcuna, come in paese di pace. I Bulgari, adocchiata dalle colline la poca disciplina dei Greci, serrati in uno squadrone, si scagliarono loro addosso, con ucciderne assaissimi, e molti più farne prigioni, e presero i cavalli e i carriaggi d'essa armata. L'imperadore, che era in terra, fu obbligato alla fuga, e a ritirarsi nella prima fortezza che trovò del suo dominio, dove gli convenne star chiuso per tre giorni, perchè i Bulgari l'aveano incalzato fin là. E non partendosi costoro di sotto alla piazza, il bravo Augusto, tagliati i garretti ai cavalli, e lasciate l'armi, s'imbarcò di notte, e svergognato se ne tornò a Costantinopoli.

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Anno di Cristo DCCIX. Indizione VII.
Costantino papa 2.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 5.
Ariberto II re 9.

Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador Giustiniano, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionare Sergio papa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio [Anast., in Constant.] ch'egli mandò Teodoro patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovo Felice, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità di [130] Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altri Felice arcivescovo e Giovanniccio, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.


   
Anno di Cristo DCCX. Indizione VIII.
Costantino papa 3.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 6.
Ariberto II re 10.

Fra le sue crudeltà e pazzie non lasciò l'imperador Giustiniano di desiderar l'accordo fra la Chiesa romana e greca in ordine ai canoni del concilio trullano. Per ottener questo bene, conoscendo che gioverebbe assai la presenza del romano pontefice, spedì, secondochè attesta Anastasio, ordine a papa Costantino di portarsi a Costantinopoli. Però fece egli preparar delle navi per fare il viaggio di mare, e nel dì 5 di ottobre del presente anno imbarcatosi, sciolse dal [131] porto Romano, conducendo seco Niceta vescovo di Selva Candida, Giorgio vescovo di Porto, e molti altri del clero romano. Arrivò a Napoli, dove fu accolto da Giovanni patrizio ed esarco, soprannomato Rizocopo, il quale era inviato per succedere a Teofilatto esarco. Quindi passato in Sicilia, quivi trovò Teodoro patrizio e generale dell'armi, che gli fece un suntuoso incontro; e con suo vantaggio, perchè venne malato a riceverlo, e se ne tornò indietro guarito. Per Reggio e Crotone s'avanzò fino a Gallipoli, dove morì il vescovo Niceta, e di là andò ad Otranto. In quella città, perchè sopravvenne il verno, bisognò che si fermasse; e colà ancora pervenne lettera dell'imperadore, portante un ordine a tutti i governatori de' luoghi per dove avesse da passare il papa, che usassero verso di lui lo stesso onore che farebbono alla persona del medesimo Augusto. Giunsero in quest'anno a Costantinopoli i prigioni ravennati, e furono menati davanti all'inumano Augusto, il quale era assiso in una sedia coperta d'oro e tempestata di smeraldi, col diadema tessuto d'oro e di perle, e lavorato da Teodora Augusta sua moglie. Comandò egli che tutti fossero messi in carcere, per determinar poscia la maniera della lor morte. In una parola, tutti quei senatori e nobili, chi in una chi in un'altra forma furono crudelmente fatti morire. Aveva anche giurato l'implacabil regnante di tor la vita all'arcivescovo Felice [Agnell., in Vit. Felicis.]; ma se merita in ciò fede Agnello, la notte dormendo gli apparve un giovane nobilissimo con a canto esso arcivescovo, che disse: Non insanguinar la spada in quest'uomo. Svegliato l'imperadore, raccontò il sogno a' suoi; poscia, per osservare il giuramento, fece portare un bacino di argento infocato, e spargervi sopra dell'aceto, e in quello fatti per forza tener gli occhi fissi a Felice, tanto che si disseccò la pupilla, il lasciò cieco. Tale era l'uso de' Greci, per torre l'uso della vista [132] alle persone, e di là nacque l'italiano abbacinare. Fu dipoi esso arcivescovo mandato in esilio nella Crimea. Sommamente riuscì quest'anno pernicioso e funesto alla Cristianità, perchè gli Arabi, ossia i Saraceni, non contenti del loro vasto imperio, consistente nella Persia, e continuato di là fino allo stretto di Gibilterra, passato anche il Mediterraneo, fecero un'irruzione nella Spagna, dove poscia nell'anno seguente fermarono il piede, e ve lo tennero fino all'anno 1492, in cui Granata fu presa dall'armi de' cattolici monarchi Ferdinando re ed Isabella regina di Castiglia e d'Aragona. Cominciò, dissi, in quest'anno a provarsi in quel regno la potenza de' Monsulmani o Musulmani, voglio dire de' Maomettani, e poi nel seguente continuarono le loro conquiste, con riportar varie vittorie sopra i già valorosi Visigoti cattolici, la gloria de' quali restò quasi interamente estinta, e per colpa principalmente di un Giuliano conte, traditore della patria sua. Fama nondimeno è che in questo anno seguisse un combattimento, rinnovato per otto giorni continui, fra i Cristiani e i Saraceni, e che restassero disfatti i primi colla morte dello stesso cattolico re Rodrigo. Certo è che a poco a poco s'impadronirono quegli infedeli di Malega, Granata, Cordova, Toledo e di altre città e provincie, dove cominciò a trionfare il maomettismo, ancorchè coloro lasciassero poi libero l'uso della religion cristiana cattolica ai popoli soggiogati.


   
Anno di Cristo DCCXI. Indizione IX.
Costantino papa 4.
Filippico imperadore 1.
Ariberto II re 11.

Nella primavera di quest'anno continuò Costantino papa il suo viaggio per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli passava [Anastas., in Constant.]. Ma insigni specialmente furono [133] i fatti a lui, allorchè giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro Tiberio Augusto figliuolo dell'imperador Giustiniano II, colla primaria nobilità, e Ciro patriarca col suo clero, e una gran folla di popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse coll'imperadore. I padri Lupo [Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.] e Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] hanno immaginato, e con verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse [134] per motivo della religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta, dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco Giovanni Rizocopo fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere (parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper questo istorico [Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro, che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne' consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie, cioè Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola e Bologna. Divise Giorgio il popolo di [135] Ravenna in varii reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè bandiera o insegna prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, quella di Classe, e la parte dell'arcivescovo coi cherici, con gli onorati e colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio, quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che Giovanni Rizocopo nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.], descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi, e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica storia, o diversamente ne parla.

Verificossi poi la morte dell'imperador Giustiniano, siccome dicono che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia, l'abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], da Niceforo [Niceph., in Chron.], da [136] Cedreno [Cedren., in Annalib.] e da Zonara [Zonaras, in Historia.]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca. Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.], che trovandosi allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi (se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone: del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade, avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono, ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree, proclamarono imperadore Bardane che assunse il nome di Filippico, il quale, mandato in [137] esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701, fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. Mauro patrizio colla sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico. Spedito dipoi contra di esso Giustiniano Elia generale di Filippico, tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè, pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a Roma. Tiberio Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe Giustiniano Rinotmeto, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che, sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni Childeberto III, re di Francia, che ebbe per successore Dagoberto III, tutti re di stucco in questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era Pippino di Eristallo loro maggiordomo.


   
Anno di Cristo DCCXII. Indizione X.
Costantino papa 5.
Filippico imperadore 2.
Aliprando re 1.
Liutprando re 1.

Sotto il nuovo imperadore Filippico si credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della [138] Chiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane [Theoph., in Chronogr.], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli Ciro, e a lui sostituito Giovanni aderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di Felice arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea [Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona. [139] Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovo Giorgio, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth. in Constant.], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papa Costantino, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, [140] nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.

Fino a questi tempi Ansprando, aio del fu re Liutberto, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da Teodeberto duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re Ariberto II, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, Ariberto II si fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. [141] Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome Gumberto, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato Ragimberto, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loro Ansprando, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato re Liutprando suo figliuolo, così nominato, e non già Luitprando, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.

[142]

ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,

SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,

ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,

SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.

CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,

POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS

APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO

LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,

DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.

Quel datum Papiae temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il datum, e sì perchè non si soleva per anche dire Papiae, ma bensì Ticini. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano depositus, si son convertite in Datum Papiae. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], dal p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re Liutprando suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato [Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da me [143] dati alla luce nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata. Aripertus (dice egli) filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, [144] eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula (cioè tre oratorii) et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII. Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso Pelagio, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.


   
Anno di Cristo DCCXIII. Indizione XI.
Costantino papa 6.
Anastasio imperadore 1.
Liutprando re 2.

Potrebb'essere che in quest'anno fosse succeduta l'andata di Benedetto arcivescovo di Milano, uomo di santa vita, a Roma per sua divozione, narrata da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 29.] e da Anastasio bibliotecario [Anast., in Constant.]. Con tal occasione il buon prelato spiegò le sue querele al trono pontificio, pretendendo che a lui appartenesse il consecrare i vescovi di Pavia, come a metropolitano. Ma essendosi trovato che la Chiesa romana da gran tempo era in possesso di consecrar que' sacri pastori, sia perchè all'arrivo dei Longobardi in Italia l'arcivescovo di Milano si ritirò in Genova, soggetta all'imperadore, e seguitarono a dimorar colà alcuni suoi successori; oppure perchè i re longobardi procurassero al vescovo [145] della loro principal residenza l'esenzione dal metropolitano: comunque fosse, certo è ch'esso arcivescovo ebbe la sentenza contro; e però seguitarono sempre da lì innanzi i vescovi di Pavia ad essere indipendenti dalla cattedra di Milano, ed immediatamente sottoposti al romano pontefice. Per altro anticamente non fu così, siccome io dimostrai in una dissertazione [Anecdot. Latin. tom. 1.] stampata nell'anno 1697. Abbiamo poi attestato da esso Paolo Diacono la santità dell'arcivescovo Benedetto, il quale in fatti non cercò allora di acquistare un nuovo ed inusato diritto sopra la Chiesa di Pavia, ma bensì di ricuperare e conservare l'antica sua autorità. In Roma stessa seguì nel presente anno uno sconcerto [Anastas., in Constant.]. V'era per governatore Cristoforo duca. Per iscavalcarlo da quel posto, un certo Pietro ricorse all'esarco di Ravenna, che gli diede le patenti di quel governo. Ma essendo che i Romani non voleano sentir parlare di Filippico imperador monotelita, a nome o col nome del quale era stato dato posto a Pietro, buona parte di loro si unì con determinazione di non voler questo duca. La fazione adunque che sosteneva Cristoforo si azzuffò coll'altra che era in favore di Pietro, nella via sacra davanti al palazzo, e ne seguirono morti e ferite. Più oltre si sarebbe dilatato questo fuoco, se papa Costantino non avesse inviato de' sacerdoti, che coi santi vangeli e colle croci divisero la baruffa. E buon per la parte di Pietro, la quale già soccombeva; ma perciocchè fu fatta ritirar l'altra parte che si chiamava la cristiana, Pietro proditoriamente se ne prevalse, e fece credere d'essere rimasto vincitore. Poco poi stette ad arrivar dalla Sicilia la nuova che l'eretico imperador Filippico era stato deposto. Come seguisse la di lui caduta l'abbiamo da Teofane, da Niceforo, da Zonara e da Cedreno. Molti erano malcontenti di questo [146] principe dopo averlo scoperto nemico del concilio sesto universale, e tanto più perchè egli, a cagione di questa sua alienazione dalla sentenza cattolica, s'era messo a perseguitare i vescovi cattolici. S'aggiunse che i Bulgari fecero un'improvvisa irruzione fino al canale di Costantinopoli, e molti ancora passarono di là, con fare un terribil saccheggio e condur via un'immensa quantità di prigioni, senza che Filippico facesse provvisione alcuna in queste calamità. I Saraceni anch'essi, dopo aver preso Mistia ed Antiochia di Pisidia, fecero dalla lor parte di simili incursioni con riportarne un incredibil bottino. Ora congiurati alcuni senatori, mossero Rufo primo cavallerizzo a deporre questo inetto e mal gradito imperadore. Nella vigilia di Pentecoste con una truppa di soldati entrò esso Rufo nel palazzo, e trovato Filippico che dopo il pranzo dormiva, il trasse fuori, gli fece cavar gli occhi, ma non gli tolse la vita. Nel dì seguente di Pentecoste, essendosi raunato il popolo nella gran chiesa, fu eletto e coronato imperadore Artemio, primo de' segretarii di corte, a cui fu posto il nome di Anastasio. Era egli versatissimo negli affari, dottissimo e zelante della vera dottrina della Chiesa. Non tardò il medesimo Augusto a spedire in Italia un nuovo esarco, cioè Scolastico patrizio e suo gentiluomo di camera, che portò a papa Costantino [Anastas., in Constant.] l'imperial lettera, con cui si dichiarava seguace della Chiesa cattolica, e difensore del concilio sesto generale: il che recò una somma contentezza al papa e al popolo romano. Ed allora fu che Pietro fu pacificamente installato nella dignità di duca e governatore di Roma, con aver prima data parola di non offendere chi s'era opposto in addietro al suo avanzamento. Fece in questo anno il re Liutprando una giunta di nuove leggi a quelle di Rotari e di Grimoaldo. Nella prefazione da me [147] stampata [Leges Langobard., P. II, T. I Rer. Italic.] nel corpo delle leggi longobardiche, egli s'intitola christianus et catholicus Deo dilectae gentis Langobardorum rex. Soggiugne di aver fatte esse leggi anno, Deo propitio, regni mei primo pridie kalendas martias, indictione undecima, una cum omnibus judicibus (cioè coi conti, o vogliam dire governatori della città) de Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis fidelibus meis Langobardis et cuncto populo assistente. Però è da notare che non si stabilivano allora, nè si pubblicavano leggi senza la dieta del regno e l'approvazione de' popoli. Con ciò ancora vien confermata la cronologia d'esso re Liutprando, correndo nell'indizione undecima, cioè nell'anno presente, il primo anno del regno suo. Noi troviamo in un documento [Antiquit. Italic., tom. 1, p. 227.] di quest'anno Walperto (lo stesso che Gualberto) duca della città di Lucca, cioè governatore di quella città.


   
Anno di Cristo DCCXIV. Indizione XII.
Costantino papa 7.
Anastasio imperadore 2.
Liutprando re 3.

Erasi già assodato nel regno il re Liutprando, e tutto era in pace, quando si venne a scoprire una trama ordita contra di lui nella stessa Pavia [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 38.]. Rotari suo parente quegli era che macchinava di torgli la vita con isperanza, per quanto si può conghietturare, di succedergli nel regno. A tal fine aveva egli preparato un convito in sua casa, dove pensava d'invitare il re, e messi in disparte degli sgherri fortissimi, che nel più bello del pranzo doveano fare la festa al re. N'ebbe sentore Liutprando, e però mandò a chiamar Rotari; e, giunto costui alla sua presenza, tastò colle mani s'era vero che portasse il giaco sotto ai panni, come gli era stato supposto, e [148] trovò ch'era così. Rotari scoperto diede indietro, e sfoderò la spada per uccidere il re, ma il re non fu mica pigro a sguainar la sua. Allora una delle guardie, per nome Sabone, prese per di dietro Rotari, con restare ferito da lui nella fronte. Accorsero l'altre guardie, e saltandogli addosso, lo stesero morto a terra. Quattro suoi figliuoli, che non erano a questo spettacolo, restarono anche essi uccisi, dovunque furono trovati. Per attestato poi di Paolo Diacono, era Liutprando di mirabil ardire. Gli fu riferito che era scappato detto a due de' suoi scudieri di volerlo ammazzare. Un dì li fece venir seco nel più folto d'un bosco, e messa mano alla spada, li rimproverò per l'iniquo loro disegno, con soggiugnere che era allora il tempo di eseguirlo. Gli caddero a' piedi impauriti con rivelargli il meditato delitto, e chiedergli misericordia. Così fece con altri; e bastava confessare e dimandar mercè, che egli dipoi generosamente perdonava. Attese in quest'anno il saggio imperadore Anastasio, secondo la testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.], a fortificare e provveder di viveri la città di Costantinopoli, e far de' mirabili preparamenti per terra e per mare, affin di mettere argine alle continuate conquiste de' Saraceni, non lasciando di trattar nello stesso tempo con loro di pace, e massimamente perchè voce correa che volessero venir sotto Costantinopoli. L'anno poi fu questo, in cui venne a morte Pippino di Eristallo, potentissimo maggiordomo del regno di Francia. A lui succedette nel medesimo grado Carlo appellato Martello, che Alpaide sua concubina gli avea partorito, giovane di ventiquattr'anni, ma di un valore ed ingegno rarissimo. Egli avea per moglie Rotrude, da cui erano già nati Carlomanno e Pippino, che poi fu re di Francia. Ma per la morte del suddetto Pippino d'Eristallo si sconvolse tutto il reame de' Franchi, di maniera che seguirono varie battaglie con ispargimento [149] di gran sangue dei popoli, come s'ha dagli scrittori della storia franzese. Da uno strumento scritto sotto questa indizione nell'anno secondo del re Liutprando, citato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], si ricava che continuava tuttavia nel governo di Lucca Walperto, ossia Gualberto, in qualità di duca o governatore, del quale s'è fatta di sopra nel fine dell'anno precedente menzione.


   
Anno di Cristo DCCXV. Indizione XIII.
Gregorio II papa 1.
Anastasio imperadore 3.
Liutprando re 4.

Terminò in quest'anno Costantino papa il suo pontificato, chiamato da Dio a miglior vita nel dì 8 di aprile, per quanto crede il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria. A lui succedette Gregorio II romano di nazione, ordinato papa nel dì 19 di maggio [Anastas., in Gregor. II.], che maggiormente illustrò la Chiesa romana colla santità dei costumi e colle sue insigni azioni. Era egli stato allevato fin dalla sua più verde età nel clero della basilica lateranense, e salito per varii gradi al diaconato, aveva accompagnato papa Costantino alla corte imperiale, dove diede buon saggio del suo sapere. Trovavasi appunto unita in lui la scienza delle divine Scritture, l'amore della castità, la facondia del parlare, e la fermezza d'animo, specialmente nella difesa della dottrina e di ciò che riguarda la Chiesa cattolica. Nè minore fu il suo zelo per la sicurezza di Roma sua patria; e lo fece ben tosto conoscere, perchè appena fu entrato nella sedia pontificale, che fatte far delle fornaci di calce, ordinò che si ristaurassero le mura di quell'augusta città; e se ne cominciò in fatti la fabbrica dalla porta di san Lorenzo, ma non si proseguì poi per [150] cagione di varii impedimenti che sopravvennero. Saputasi in Costantinopoli la di lui elezione, Giovanni patriarca gli scrisse tosto una lettera composta nel sinodo. E noi sappiam bene da Anastasio che Gregorio gli rispose, ma non sappiam già cosa contenesse la di lui risposta. Abbiamo poi da Teofane [Theophanes, in Chronogr.] che in questo medesimo anno esso patriarca Giovanni, perchè favoriva o almeno avea favorito i monoteliti, fu deposto per ordine dell'imperador Anastasio, e sostituito in suo luogo Germano, figliuolo del già Giustiniano patrizio, arcivescovo di Cizico, e in gran concetto per la sua rara letteratura, e più per le virtù insigni dell'animo suo e per lo zelo della dottrina cattolica: i quali pregi col tempo il fecero aggiugnere al catalogo de' santi. Circa questi tempi, siccome abbiamo da Andrea Dandolo [Dandol., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], Paoluccio duca di Venezia procurò a sè stesso e al suo popolo l'amistà del re Liutprando, e ne ottenne un diploma, in cui erano concedute varie esenzioni ai Veneti nel regno de' Longobardi, con esprimere ancora i confini d'Eraclea, ossia di Città-nuova fra l'uno e l'altro dominio, dalla Piave maggiore fino alla Piavicella: certo essendo che le isole componenti Venezia erano escluse dal regno dei Longobardi. A questa determinazion dei confini per la parte del duca intervenne Marcello generale della milizia, e n'è fatta menzione nei diplomi che susseguentemente riportarono gli altri duchi o dogi di Venezia dai re d'Italia. Di sopra all'anno 707 vedemmo fatta dal re Ariberto II la donazione, ossia la restituzione del patrimonio dell'Alpi Cozie alla Chiesa romana. Non approvò il re Liutprando tal concessione, e tornò a metter le mani addosso a que' beni e censi. Ma con tal premura e forza l'intrepido pontefice Gregorio II gli scrisse intorno a questo affare, con far valere le ragioni della [151] Sede apostolica [Anastas., in Gregor. II. Paulus Diaconus, lib. 7, cap. 43.], che Liutprando cedette e confermò ad essa santa Sede quanto avea conceduto il re Ariberto II. Fu il presente anno l'ultimo della vita di Dagoberto III re de' Franchi, al quale succedette Chilperico II, in tempi appunto che tutta la Francia era sossopra per le guerre civili e per le dispute del grado di maggiordomo. Era stato posto prigione Carlo Martello da Plettrude sua matrigna, ma ebbe la maniera di scappare e di rimettere in piedi il suo partito, con istradar poscia al regno i suoi discendenti. Finì ancora di vivere in quest'anno Valid califfo ed imperador de' Saraceni, dopo aver sottomessa al suo imperio quasi tutta la Spagna, e gli succedette suo fratello Solimano.

Bolliva più che mai la lite agitata fra' vescovi di Arezzo e di Siena, per cagione, non già di una parrocchia, ma di molte, che l'uno e l'altro pretendevano essere di sua giurisdizione. Aveva il re Liutprando nell'anno precedente inviato Ambrosio suo maggiordomo a conoscere questa controversia, e davanti a questo ministro fu agitata la causa da Luperziano vescovo di Arezzo, e da Adeodato vescovo di Siena. Allegava il primo un immemorabil possesso di varie chiese battesimali e di alcuni monisteri, posti bensì nel distretto di Siena, ma sottoposti al vescovo aretino, fin quando i romani imperadori signoreggiavano la Toscana. Rispondeva il vescovo sanese, che allorchè i Longobardi s'impadronirono della Toscana, Siena non avea vescovo; l'ebbe dipoi ai tempi del re Rotari; e che i Sanesi aveano pregato il vescovo d'Arezzo di prendersi cura di quelle chiese; ed aver ben l'aretino co' suoi successori esercitate quivi le funzioni episcopali, ma precariamente; e per conseguente doversi que' luoghi sacri restituire. La sentenza fu proferita dal suddetto Ambrosio in favore della Chiesa aretina, perchè costava dell'immemorabil [152] possesso. Ne è riferito l'atto dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I Episcop. Aretin.], scritto regnante Liutprando rege anno tertio, indictione XI: dee dire Indict. XII. Rapporta eziandio esso Ughelli il diploma di approvazione fatta di quel giudicato dal re Liutprando: Datum Ticini in palatio regio, sexta die mensis martii, anno felicissimi regni nostri tertio, indictione tertia decima, cioè in quest'anno. Dubitò l'Ughelli della legittimità di tali atti; ma senza ragione. Ho io dato alla luce altri atti di questa lite [Antiquit. Italic. Dissert. 74.], spettanti al medesimo anno presente, e che confermano i precedenti. Da essi apprendiamo, che essendosi richiamato il vescovo di Siena pel giudicato suddetto, fu deputato Gunteramo notaio all'esame di varie persone, per conoscere lo stato di quelle Chiese nei tempi antichi; e tal esame, che serve di molto all'erudizion di quei tempi, fu fatto sub die XII kalendarum juliarum, Indictione tertiadecima, cioè nel dì 20 di giugno dell'anno presente. Successivamente secondo l'ordine dell'eccellentissimo re Liutprando unitisi con esso Gunteramo Teodaldo vescovo di Fiesole, Massimo vescovo di Pisa, Specioso vescovo di Firenze, e Talesperiano vescovo di Lucca, disaminarono le ragioni dei suddetti due vescovi litiganti, ed ascoltarono i testimoni. Dopo di che decisero in favore del vescovo di Arezzo. Il giudicato loro fu fatto V die mensis julii, regnante suprascripto domno nostro excellentissimo Liutprando rege, anno quarto perindictio tertiadecima, cioè nell'anno presente; riconoscendo da tali note, che Liutprando cominciò a regnare prima del dì 5 di luglio dell'anno 712. Leggesi finalmente pubblicato parimente da me il giudicato del medesimo re sopra questa controversia in favore del vescovo di Arezzo, con essere fra gli altri giudici intervenuto ad esso giudizio Theodorus episcopus Castri nostri, e inoltre Auduald dux. Ho io gran sospetto che [153] questo Teodoro sia stato vescovo di Pavia, e che l'Ughelli non l'abbia posto al suo sito. Allora Pavia era anche appellata Castrum, perchè fortezza, perciò scelta per più sicura abitazione dai re longobardi. Anche da Ennodio [Ennod., in Vit. S. Epiphani Ticinens. Episcop.] viene accennata Ticinensis Oppidi Augustia. Poichè per conto del duca Audoaldo ne aveva io rapportato nelle Antichità estensi l'epitaffio tuttavia esistente in Pavia, senza sapere a quali tempi esso appartenesse. Conoscendosi ora che esso duca visse sotto il re Liutprando, non dispiacerà ai lettori che io lo rapporti ancor qui:

SUB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX

AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBUS ORTVS,

VICTRIX CVIVS DEXTRA SVBEGIT NAVITER HOSTES

FINITIMOS, ET CVNCTOS LONGE LATEQVE DEGENTES,

BELLIGERAS DOMAVIT ACIES, ET HOSTILIA CASTRA

MAXIMA CVM LAVDE PROSTRAVIT DIDIMVS ISTE,

CVIVS HIC EST CORPVS HVIVS SVB TEGMINE CAVTIS.

Più sotto si leggono queste altre parole:

LATE AT NON FAMA SILET, VVLGATIS FAMA TRIVMPHIS.

QVAE VIVVM, QVALIS FVERIT, QVANTVSQVE PER VRBEM

INNOTVIT, LAVRIGERVM ET VIRTVS BELLICA DVCEM;

SEXIES QVI DENIS PERACTIS CIRCITER ANNIS

SPIRITVM AD AETHERA MISIT, ET MEMBRA SEPVLCRO

HVMANDA DEDIT, PRIMA CVM INDICTIO ESSET.

DIE NONARVM IULIARVM, FERIA QVINTA.

[154] Dalle quali parole intendiamo che questo duca Audoaldo morì in età di sessant'anni nel dì 7 di luglio dell'anno 718.


   
Anno di Cristo DCCXVI. Indizione XIV.
Gregorio II papa 2.
Teodosio imperadore 1.
Liutprando re 3.

Degno era l'imperadore Artemio, detto Anastasio, di lungamente tener le redini dell'imperio romano, che sotto il suo saggio ed attivo governo già sperava di rinvigorirsi e di risarcire in parte le perdite fatte. Ma gli animi de' popoli per difetto dei passati Augusti aveano contratte delle malattie, la principal delle quali era di abborrir la cura de' medici. Avea preparata il buon imperadore una forte squadra di navi e di armati, per inviarla contro de' Saraceni, e questa era giunta a Rodi; quando per varii pretesti ammutinate quelle soldatesche, uccisero il general dell'armata, e in vece di proseguire il cammino, se ne tornarono a Costantinopoli. Trovato un certo Teodosio, esattor delle gabelle pubbliche, benchè uomo inetto ai grandi affari, contuttochè egli resistesse e fuggisse, pure il forzarono a prendere il titolo d'imperadore, Anastasio a questa nuova, dopo aver lasciata una buona guardia alla città, volò a Nicea, e quivi si fortificò. Per sei mesi durò l'assedio di Costantinopoli, seguendo ogni dì qualche baruffa fra i difensori e i ribelli. Trovaronsi in fine dei traditori che introdussero nella regal città quei scellerati, e diedero [155] loro la comodità d'infierire sopra gli abitanti con un sacco generale e coll'incendio d'assaissime case. Costoro, ingrossati dai Goto-Greci restarono talmente superiori, che Artemio Anastasio veggendo disperate le cose, trattò d'accordo, con che gli fosse salvata la vita. Però deposto il manto imperiale, elesse la veste monastica e fu relegato da Teodosio nuovo Augusto a Salonichi. In tal maniera restò pacificamente imperadore esso Teodosio, il quale, siccome buon cattolico, fece rimettere in pubblico la pittura del concilio sesto generale, abolita dianzi dall'empio Filippico; il che gli guadagnò qualche stima ed amore presso il popolo. Circa questi tempi Faroaldo II duca di Spoleti, per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap 44.], alla testa del suo esercito venne alla città di Classe, tre miglia lungi da Ravenna, e non vi trovando difesa per l'improvvisata del suo arrivo, se ne impadronì. Ne fece doglianze l'esarco Scolastico al re Liutprando, ed egli disapprovando quell'occupazione, siccome fatta sotto il mantello della pace, ordinò a Faroaldo di restituirla; e così fu fatto. Il conte Bernardino di Campello nella sua storia di Spoleti [Campelli, Istoria di Spoleti lib. 12.] fa di molte frange a quest'azione, con poche parole raccontata da Paolo Diacono, volendo fra l'altre cose far credere che i duchi di Spoleti fossero indipendenti dall'autorità dei re longobardi, e che que' popoli non avessero alcun sopra di loro, fuorchè il proprio duca. Con tal pretensione non si accorda già la storia di questi tempi. Ne' medesimi giorni ancora venne a Roma per sua divozione Teodone II duca della Baviera. Ma nell'ottobre di quest'anno fu afflitta essa città di Roma da una terribil inondazione del fiume Tevere, accennata da Anastasio [Anastas., in Gregor. II.]. Durò essa per sette giorni, ed era alta l'acqua nelle piazze e contrade. Atterrò molte case, portò via infiniti [156] alberi, ed impedì la seminagione. Varie processioni e preghiere furono intimate dal santo papa, e tornaron l'acque all'usato loro cammino.


   
Anno di Cristo DCCXVII. Indizione XV.
Gregorio II papa 3.
Leone Isauro imperadore 1.
Liutprando re 6.

Alle leggi longobardiche fu ancora in quest'anno fatta dal re Liutprando un'altra giunta [Leges Langobard. P. II Tom. I, Rer. Italic.] die kalend. martii anno regni nostri, Deo propitio, V, indictione XV, coll'intervento ed assenso dei primati del popolo. Ivi egli è intitolato excellentissimus rex gentis felicissimae, catholicae, Deoque dilectae Langobardorum. Godeva in fatti sotto quei re un'invidiabil pace il loro popolo, ed era con vigore amministrata la giustizia: al contrario dell'imperio romano in Oriente, sconvolto da tante rivoluzioni, lacerato da tante parti dai Saraceni, e governato bene spesso da imperadori o inetti, o eretici, o crudeli: dei quali disordini entrava talvolta a parte anche il paese che restava sotto il loro dominio in Italia. Succedette appunto in quest'anno, secondo la testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Niceforo [Niceph., in Chron.], una nuova mutazion di principe in Costantinopoli. Andavano alla peggio gli affari pubblici per l'insufficienza di Teodosio imperadore; e il peggio era che si sentiva un formidabil preparamento dalla parte de' Saraceni e di Solimano loro califa ed imperadore, per venire all'assedio di quella imperial città. Però cominciarono tanto i pubblici magistrati quanto gli uffiziali della milizia ad esortar Teodosio, che volesse dimettere l'eccelsa sua carica, e lasciar luogo in sì gran bisogno e pericolo del pubblico a chi avesse più abilità e petto. Acconsentì egli da saggio, si ritirò, ed arrolatosi [157] col figliuolo nella milizia ecclesiastica, passò tranquillamente il resto de' suoi giorni. Appresso fu eletto imperadore Leone, generale allora dell'esercito di Oriente, nato in Isauria, e però conosciuto sotto nome di Leone Isauro, uomo di gran coraggio. Salì egli sul trono nel dì 23 di marzo, e poco stette a significar con sue lettere la esaltazione sua al sommo pontefice Gregorio II, con una chiara profession della fede cattolica: il che bastò perchè fosse ammessa la immagine di lui in Roma, e il papa s'impegnasse tutto alla conservazione del di lui stato in Italia. E forse fu in questi tempi che i Longobardi del ducato beneventano sotto il duca Romoaldo II con frode occuparono il castello di Cuma, che era allora una buona fortezza dipendente dal ducato di Napoli. Portatane a Roma la nuova, tutta la città ne restò molto afflitta, ma specialmente papa Gregorio [Anastas., in Greg. II. Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.], a cui è molto credibile che lo imperadore avesse raccomandata la difesa de' suoi dominii in Italia. Procurò prima il vigilantissimo papa con preghiere d'indurre i Longobardi a restituire il mal tolto; adoperò poscia le minacce dell'ira di Dio; esibì loro un grosso regalo: tutto indarno; più ostinati e superbi che mai i Longobardi tennero salda la preda, e n'era molto in pena il buon pontefice. Cominciò dunque a scriver lettere a Giovanni duca di Napoli, e gl'insegnò la maniera di ricuperar quell'importante luogo. In fatti esso duca con Teotimo suddiacono e correttore, menando seco un buon corpo di truppe, di mezza notte diede la scalata a quel castello, ed entrato dentro vi ammazzò trecento di quei Longobardi, e cinquecento ne menò prigioni a Napoli. Per ricuperare questo castello spese lo zelante papa settanta libbre d'oro. In quest'anno medesimo si effettuò il già temuto assedio di Costantinopoli. Con un immenso esercito di fanti e cavalli venne [158] allo stretto [Theoph., in Chronogr.] Masalma, ossia Malsamano, generale de' Saraceni, e passato nella Tracia nel dì 15 di agosto, diede principio a strignere quella imperial città. Sopravvenne per mare nel dì primo di settembre lo stesso califa ossia imperador de' Saraceni Solimano con mille ed ottocento vele, e con alcune navi di smisurata grandezza ed altezza, e dalla parte dello stretto cominciò anch'egli ad infestar la città. Non ommise in tal congiuntura diligenza alcuna l'imperador Leone per la difesa; e il popolo confidato specialmente nella protezion della beatissima Vergine Madre di Dio della quale era divotissimo, sostenne sempre con animo coraggioso ed allegro tutti gli assalti e le fatiche della guerra. Meglio che mai si provò allora di quanta attività ed aiuto fosse il fuoco greco. Portato questo con barche incendiarie, e gittato con sifoni addosso ai legni nemici, non picciola parte ne distrusse. Arrivò poscia il verno, che fu dei più orridi, perchè più di tre mesi stette coperta la terra di ghiacci e nevi: il che cagionò una gran mortalità ne' cavalli, cammelli ed altre bestie de' Saraceni. Terminò la sua vita in quest'anno il califa Solimano, ed ebbe per successore Umaro ossia Omaro. Secondo la Cronica di Andrea Dandolo [Andreas Dandulus, in Chron. Tom. 12, Rer. Italic.] essendo venuto a morte Paoluccio duca di Venezia, conoscendo il popolo che alla pubblica concordia conferiva di molto d'avere un capo e duca, elessero per suo successore Marcello, che fu il secondo fra i loro dogi.


   
Anno di Cristo DCCXVIII. Indizione I.
Gregorio II papa 4.
Leone Isauro imperadore 2.
Liutprando re 7.

Ebbe fine in quest'anno gloriosamente per i Greci l'assedio di Costantinopoli, intrapreso nell'anno addietro dei [159] Saraceni [Theoph., in Chronogr.]. Nella primavera comparve in aiuto di costoro una flotta di cinquecento navi, ed altrettante minori barche che venivano dall'Egitto cariche di grani. Un altro stuolo parimente di trecento sessanta legni, pieni d'armi e di vettovaglie giunse dall'Africa. Ambedue per paura del fuoco greco si ancorarono molto lungi dalla città. Ma Leone mandò a trovarle una man di galeotte provvedute di quel fuoco micidiale, quando men sel pensavano; e parte ne incenerì, parte ne prese, e ne ricavarono un ricco bottino i suoi soldati. Mentre ancora un grosso corpo di quegl'infedeli devastava la Tracia, fu bravamente disfatto dai Cristiani. Crescendo poi la fame nel campo saracenico, furono costretti quei Barbari a mangiar le carni di tutti quei cavalli, cammelli ed asini che morivano. Ebbero ancora una fiera percossa dai Bulgari, dicendosi che per loro mano restarono uccise ben ventidue migliaia di Saraceni. In somma tante furono le avversità, che, per misericordia di Dio ed intercessione della santissima Vergine, piombarono addosso a quell'infedele esercito, che nel dì 15 d'agosto sciolsero l'assedio, e s'inviarono verso le loro contrade. Ma non vi arrivarono. Insorta nel viaggio una terribil burrasca, disperse tutti que' legni, e chi in una parte e chi in altra si affondarono, o andarono a fracassarsi in diversi lidi e scogli, talchè solamente cinque di essi poterono portare in Soria la nuova delle lor disgrazie e della mano potente di Dio sopra d'essi. Abbiamo medesimamente da Teofane e da Niceforo [Niceph., in Chron.], che durante l'assedio dell'imperial città, Sergio protospatario e duca di Sicilia, figurandosi inevitabile la rovina dell'imperio in Oriente, e facendola credere già seguita ai soldati e al popolo, proclamò imperadore un certo Basilio figliuolo di Gregorio Onomagulo, con farlo coronare. Subito che a Costantinopoli pervenne l'avviso [160] di questa ribellione, Leone Augusto spedì alla volta di Sicilia Paolo suo archivista col titolo di patrizio e duca della Sicilia sopra una nave veliera. Arrivò questi inaspettatamente a Siracusa, e tal terrore pose in cuore del suddetto Sergio, che scappò in Calabria, ricoverandosi sotto l'ale de' Longobardi quivi dominanti. Dopo avere il nuovo duca spiegate all'esercito le commessioni cesaree, e il buono stato della corte tutta in allegria per le vittorie ottenute sopra i Saraceni, ottenne dai Longobardi il falso imperador Basilio ed alcuni suoi complici, e fattane rigorosa giustizia, rimise la quiete e l'ubbidienza in quelle contrade. Non si sa ben l'anno, in cui, per cura del santo pontefice Gregorio II, risorse l'insigne monistero di Monte Cassino, devastato dai Longobardi circa cento trentacinque anni prima. Sappiamo bensì da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.] che ciò accadde sotto il suddetto papa, e non già sotto Gregorio III, come scrisse Leone Ostiense. Portatosi a Roma per sua divozione Petronace nobile bresciano, e ito a baciar i piedi del pontefice, fu da lui consigliato di passare a Monte Casino, per rimettere in piedi quel sacro luogo, celebre pel sepolcro di S. Benedetto. Andò Petronace, e quivi trovati alcuni pochi anacoreti, che il fecero lor capo, si diede a fabbricare la basilica e il monistero, dove col tempo raunò una riguardevol congregazione di monaci, da cui uscirono dipoi personaggi di gran santità e dottrina, e che servì coll'esempio suo a fondar assaissimi altri monisteri, tutti professori della regola di s. Benedetto. Parla in tal occasione Paolo Diacono anche del monistero insigne di s. Vincenzo al Volturno, molto prima fabbricato, e abitato a' tempi di esso Paolo da una grande adunanza di monaci, la cui cronica è stata da me data alla luce [Chron. Volturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.]. Questi due monisteri, siccome ancor quello di Farfa, erano in questi tempi i più rinomati d'Italia. Nacque in quest'anno a Leone Augusto un [161] figliuolo, a cui fu posto il nome di Costantino, appellato di poi per soprannome Copronimo, perchè immerso nudo nel sacro fonte, allorchè si volle battezzarlo, come allora si usava, sporcò quell'acque coi suoi escrementi. San Germano patriarca di Costantinopoli, che il battezzava, predisse da ciò che questo principe nocerebbe col tempo ai cristiani e alla Chiesa.


   
Anno di Cristo DCCXIX. Indizione II.
Gregorio II papa 5.
Leone Isauro imperadore 3.
Liutprando re 8.

Era stato relegato, siccome accennai di sopra, a Salonichi Artemio, detto Anastasio, imperador già deposto [Teoph., in Chronogr.]. La memoria delle passate grandezze non gli lasciava goder posa nel monistero, e questa in fine il condusse a far delle novità. Sollecitato per lettere da Niceta Silonite a ripigliar l'imperio, s'indirizzò a Terbellio principe dei Bulgari, che l'accompagnò con un esercito, ed inoltre gli sborsò cinquemila libbre d'oro per le spese della guerra. Con queste forze marciò alla volta di Costantinopoli, ma non vi trovò quella corrispondenza ch'egli s'era lusingato di avervi. Presero l'armi in favor di Leone i cittadini: il che veduto dai Bulgari, pensarono meglio di far mercato della persona di Artemio, consegnandolo vivo nelle mani d'esso Leone imperadore, da cui ben regalati se ne tornarono contenti alle lor case. Non vi fu perdono per la vita d'Artemio, di Niceta e di altri nobili suoi amici o complici; e collo spoglio e confisco de' loro beni s'arricchì non poco l'erario dell'imperadore. Circa questi tempi essendo stato eletto patriarca di Aquileia Sereno, ottenne il re Liutprando dal papa il pallio archiepiscopale per lui, giacchè, quantunque fosse cessato lo scisma di quella Chiesa, i papi non aveano voluto concederlo a [162] quei patriarchi. Tal grazia fu a lui accordata con patto di non inquietare nè usurpare l'altrui giurisdizione. Ma non passò gran tempo che Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato patriarca di Grado. Ne fece questi insieme col duca di Venezia, e coi vescovi dell'Istria suoi suffraganei, doglianza a papa Gregorio, il quale perciò scrisse a Sereno una lettera forte, incaricandogli di non istendere la sua autorità oltre ai confini del regno longobardico, nel qual regno non erano comprese nè Venezia coll'isole d'intorno, nè l'Istria. Un'altra lettera fu scritta da esso papa a Donato patriarca di Grado, a Marcello doge, e al popolo di Venezia e dell'Istria intorno a questo particolare. Son rapportate queste lettere dal Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], e le riferisce ancora il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 729.], ma troppo tardi, e certamente fuor di sito. Il Dandolo, da cui sono state conservate, parla dipoi di cose avvenute sotto l'anno quarto di Leone Isauro, e però sembra più convenevole il farne qui menzione che altrove. Merita nondimeno attenzione quel che saviamente ha osservato in questo proposito il padre Bernardo de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 36.], tenendo egli che poco dopo l'anno 716 il pontefice Gregorio scrivesse quelle lettere.


   
Anno di Cristo DCCXX. Indizione III.
Gregorio II papa 6.
Leone Isauro imperadore 4.
Costantino Copronimo Augusto 1.
Liutprando re 9.

Fece in quest'anno il re Liutprando una giunta di quattro altre leggi al corpo delle longobardiche [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.]. Questa fu fatta anno, Deo propitio, regni mei octavo, die kalendarum martiarum, Indictione III, una cum illustribus viris optimatibus [163] meis Neustriae (credo io che vi manchi et Austriae) ex Tusciae partibus, vel universis nobilibus Langobardis. Se poi vogliamo stare ai conti di Camillo Pellegrini [Camil. Peregrinus, tom. 2 Rer. Italic.], in quest'anno cessò di vivere Romoaldo II duca di Benevento, dopo aver governato per ventisei anni quel ducato. Secondo la credenza di esso Pellegrini, fondata sopra una storia del monistero di s. Sofia, gli succedette Adelao, o Audelao, che per due anni fu duca, e dopo di lui nell'anno 722 fu eletto duca di Benevento Gregorio nipote del re Liutprando. Ma questi conti non s'accordano con quei di Paolo Diacono, siccome vedremo all'anno 731, dove mi riserbo di parlarne. Abbiamo poi da Teofane [Teoph., in Chronogr.] che nel sacro giorno di Pasqua del presente anno Leone Isauro imperadore prese per collega nell'imperio, e fece coronare da san Germano, patriarca di Costantinopoli, il suo picciolo figlio Costantino Copronimo, gli anni del cui imperio si cominciarono a contare in questo anno. In esso anno parimente diede fine alla sua vita Chilperico II re di Francia, e in suo luogo fu sostituito Teoderico, appellato Calense, perchè nutrito nel monistero di Chelles, quattro leghe lungi da Parigi. Ma in questi tempi il governo della maggior parte della monarchia francese era in mano di Carlo Martello, acquistato od usurpato a forza di battaglie e di vittorie. Solamente gareggiava con lui Eude, duca dell'Aquitania, che in quest'anno stimò bene di fare pace con esso Carlo, perchè i Saraceni padroni della Spagna, minacciavano la guerra alla Linguadoca e alla stessa Aquitania, cioè alla moderna Ghienna e Guascogna.

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Anno di Cristo DCCXXI. Indizione IV.
Gregorio II papa 7.
Leone Isauro imperadore 5.
Costantino Copronimo Augusto 2.
Liutprando re 10.

Andavano sempre più scorgendo i Longobardi, che al corpo delle loro leggi mancavano molte provvisioni per i contratti, per le successioni, e per moltissimi altri casi dell'umano commercio; nè si sentivano essi voglia di assoggettarsi alle leggi imperiali, colle quali nondimeno lasciavano che si regolasse il popolo di nazione romana, cioè italiana, sottoposto al loro dominio. Perciò undici nuove leggi aggiunse in quest'anno il re Liutprando alle precedenti [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.]. Dura ancora in molti luoghi l'uso d'alcune di quelle leggi rinnovate negli statuti della città, come, per esempio, che ai contratti delle donne debbano intervenire i loro parenti col giudice. Secondo le leggi romane, non era permesso ai servi, o vogliam dire schiavi, persone vili, lo sposar donne libere di nascita, perchè la libertà una volta era una spezie di nobilità. Ora di questa nobilità faceano gran conto i Longobardi ed era loro permesso dalla legge di far vendetta di una lor parente libera, e di un servo che l'avesse presa per moglie. Che se dentro lo spazio di un anno questa vendetta non era seguita, tanto il servo che la donna divenivano servi del re e del suo fisco. Provvide ancora il medesimo re Liutprando alle negligenze de' giudici nella spedizion delle cause con altri utili regolamenti per l'amministrazion della giustizia e per l'indennità de' popoli. Furono pubblicate queste leggi regni nostri anno, Deo protegente, nono, die kalendarum martiarum, Indictione IV, e per conseguente in quest'anno. Nel quale fu celebrato in Roma dal santo pontefice Gregorio II un concilio, in cui furono, sotto pena di scomunica [165] proibiti i matrimonii con persone consacrate a Dio, o che doveano osservar castità, dacchè i mariti di lor consenso aveano presi gli ordini del presbiterato o diaconato. Aveano i Visigoti fin qui tenuta in lor potere la Gallia Narbonense, ossia la Linguadoca. I Saraceni, divenuti già padroni della maggior parte della Spagna, ansavano dietro anche a questo boccone, considerandolo come pertinenza del regno spagnuolo; ed appunto in quest'anno riuscì a Zama generale del medesimi di conquistar quel paese, e di occupar Narbona [Chron. Moyssiacense, et alii Anual.], che n'era la capitale. Non si contentarono di questo, assediarono anche la città di Tolosa; ma Eude, valoroso duca d'Aquitania, con una numerosa armata di Franchi fu a trovarli, venne con loro alle mani, e ne riportò una segnalata vittoria con istrage memorabile di quegli infedeli. Non si sa quasi intendere come la razza de' Saraceni, già confinati nell'Arabia, crescesse in tanto numero da occupare e tenere tutta la Persia, la Soria, l'Egitto le coste dell'Africa e tante altre provincie; e come con tante rotte ricevute sotto Costantinopoli ed altrove, pure sempre più religiosa minacciasse tutto il resto del romano imperio. Ma è da credere che con loro e sotto di loro militassero i popoli soggiogati, massimamente sapendosi che molti d'essi o per amore o per forza avevano abbracciato il maomettismo.


   
Anno di Cristo DCCXXII. Indizione V.
Gregorio II papa 8.
Leone Isauro imperadore 6.
Costantino Copronimo Augusto 3.
Liutprando re 11.

In quest'anno ancora il re Liutprando fece un accrescimento di ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Chiaramente si conosce che [166] il pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà, e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto alla [167] giustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], in quest'anno succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] la mette all'anno 721; Mariano Scoto [Marian. Scotus, in Chron.] all'anno 724; il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.], ne scrive parimente Beda [Beda, lib. 6, de Sex Ætat.], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese, spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito. Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro in Coelo aureo, dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.] che fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò il Monistero del beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellato Coelum aureum. Era stato d'avviso il padre, Mabillone [Mabill., Mus. Ital. pag. 221.], fondato in un diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa traslazione seguisse avanti il giorno IV non. aprilis, regni Liutprandi anno primo, Indictione X, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in quel giorno [168] parla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini [Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], ed ebbero ben ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712 Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione stampata che ha per titolo: Motivi di credere tuttavia ascoso, e non discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino. Neppur sussiste una lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione suddetta. I padri Papebrochio [Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.] e Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] ne han chiaramente dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur v'erano i cognomi distintivi delle case.


   
Anno di Cristo DCCXXIII. Indizione VI.
Gregorio II papa 9.
Leone Isauro imperadore 7.
Costantino Copronimo Augusto 4.
Liutprando re 12.

Se Paolo Diacono seguitasse nella sua storia un ordine esatto di cronologia, converrebbe mettere la morte di Sereno patriarca d'Aquileia circa l'anno 717, perchè da lui [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 44.] riferita dopo l'andata a Roma di Teodone II duca di Baviera, la quale si crede succeduta nell'anno [169] precedente 716. Ma egli narra appresso l'entrata de' Saraceni in Ispagna, la qual pure abbiam veduto che accadde nell'anno 711. Tuttavia ci manca l'anno preciso della morte di quel patriarca. Sappiamo ben di certo che dopo di lui fu eletto patriarca Callisto, uomo di vaglia, che era allora arcidiacono della chiesa di Trivigi. Il re Liutprando s'ingegnò per far cadere in lui l'elezione. Ai tempi di questo patriarca, Pemmone, da noi veduto di sopra all'anno 706 duca del Friuli, continuava in quel governo, col merito di avere allevati co' suoi figliuoli tutti ancora i figliuoli de' nobili che erano periti a' tempi del duca Ferdulfo nella battaglia contro degli Schiavoni. Ora avvenne che un'immensa moltitudine di quei Barbari tornò ad infestare il Friuli, e giunse fino ad un luogo appellato Lauriana. Pemmone con que' giovani tutti ben addestrati nell'armi per tre volte diede loro la caccia, e ne fece un gran macello, senza che vi restasse morto dei suoi, se non un Sigualdo, uomo già attempato. Costui nella battaglia suddetta di Ferdulfo avea perduto due suoi figliuoli, e nelle due prime zuffe del duca Pemmone largamente se n'era vendicato colla morte di molti Schiavoni. Quantunque poi esso duca gli vietasse di entrare nel terzo conflitto, perchè forse il vedeva troppo arrischiato, pure non potè Sigualdo contenersi dall'andarvi, con dire che avea bastantemente vendicata la morte de' suoi figliuoli, e che però se la sua fosse arrivata, di buon volto la riceverebbe. In fatti vi perì egli solo. Ma Pemmone, uom saggio, volendo risparmiare il sangue dei suoi, trattò di pace in quello stesso luogo con gli Schiavoni, i quali dopo aver avuta sì buona lezione, da lì innanzi cominciarono a portar più rispetto ai Furlani, e ad aver paura delle lor armi. Fu ordinato da papa Gregorio II in questo anno vescovo della Germania l'insigne s. Bonifazio, apostolo di quelle contrade, che nell'Assia, nella Turingia, nella Sassonia, e in altre parti che [170] prima professavano il paganesimo, piantò la santissima fede di Cristo. Circa questi tempi san Corbiniano vescovo di Frisinga, come s'ha dalla sua vita scritta da Aribone [Mabil. tom. 2, Saecul. Benedict., pag. 606.], venne a Roma. In passando per Trento si trovò Ursingo, ch'era ivi poco fa stato posto per conte, cioè per governatore. Arrivò a Pavia, dove da Liutprando re piissimo fu per sette giorni trattenuto con singolar venerazione, regalato e scortato sino ai confini del regno. Lo stesso trattamento ricevè egli nel suo ritorno verso la Baviera. Da essa vita apparisce che il dominio dei re longobardi arrivava allora fino al castello, ossia alla città di Magia nella Germania. Sarebbe da vedere se fosse situato questo luogo nel Tirolo.


   
Anno di Cristo DCCXXIV. Indizione VII.
Gregorio II papa 10.
Leone Isauro imperadore 8.
Costantino Copronimo Augusto 5.
Liutprando re 13.

Intento giornalmente il re Liutprando a ben regolare il regno longobardico, e a provvederlo di quelle leggi che esigeva il bisogno de' popoli, o che sembravano più utili al loro governo, pubblicò in quest'anno il sesto libro delle sue leggi [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Anno regni mei, Christo protegente, XII, die kalendarum martiarum, Indictione VII: nel qual tempo doveva essere in uso che si tenesse la dieta del regno, vedendosi le varie pubblicazioni delle leggi fatte nel principio di marzo, o in quel torno, una cum judicibus et reliquis Langobardis fidelibus nostris. Cento e due son le leggi pubblicate da esso re in quest'anno intorno a diversi suggetti, fra' quali è da osservare che la nazion longobarda avea bensì abiurato l'arianismo ed abbracciata la religion cattolica, ma non mancavano persone che conservavano alcuna delle antiche [171] superstizioni del paganesimo. Ricorrevano agl'indovini, agli aruspici, ed aveano qualche albero, appellato da loro santo o santivo, dove faceano de' sagrifizii, e delle fontane ch'erano adorate da loro. Liutprando re cattolico sotto rigorose pene proibì cotali superstizioni, bandì tutti gl'indovini ed incantatori, ed incaricò gli uffiziali della giustizia di star vigilanti per l'estirpazione di somiglianti abusi. Apparisce inoltre da esse leggi che i notai scrivevano i contratti secondo la legge romana per chi la professava, oppure secondo la longobardica, seguitata dagli uomini di quella nazione. Proibisce egli inoltre alle vedove il farsi monache prima che sia passato un anno dopo la morte del marito, quando non ne ottengano licenza dal re; perchè, dice egli il dolore in casi tali fa prendere delle risoluzioni, alle quali succede poi il pentimento. E nella legge LXV questo saggio rechiaramente protesta di conoscere bensì, ma di non approvare la sciocchezza dei duelli, perchè con essi temerariamente si vorrebbe forzar Dio a dichiarar la verità delle cose a capriccio degli uomini; contuttociò protesta di permettere e tollerar questo abuso, perchè non osa di vietarlo, essendone sì radicata e forte la consuetudine presso de' Longobardi, come parimente era presso dei Franchi e degli altri popoli settentrionali. Dal catalogo dei duchi di Spoleti, che si legge sul principio della Cronica di Farfa [Chron. Farfense, Part. II, tom. 2 Rer. Italic.] da me data alla luce, impariamo che nell'anno presente fu creato duca di Spoleti Trasmondo. Egli era figliuolo di Faroaldo II duca. Impaziente di succedere al padre nel comando, non volle aspettar la sua morte, ma, per testimonianza di Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 44.], si ribellò contro di lui, e l'obbligò a deporre il governo e a prendere l'abito clericale. Bernardino dei conti di Campello [Campell., Storia di Spoleti, lib. 12 e 13.] lascia qui la briglia [172] alla sua immaginazione e penna, per dipingerci i motivi e la maniera di questa rivoluzione; ma il vero è, non sapere noi altro, se non quel pochissimo che il suddetto Paolo lasciò scritto intorno a questo affare. Per altro si può credere che Faroaldo II fondasse la badia di san Pietro di Ferentillo, divenuta poi celebre luogo di divozione; e che egli, ritiratosi colà, vi passasse il resto di sua vita. Questo duca Trasmondo, per quanto si ha dalla Cronica suddetta di Farfa, donò a quell'insigne monistero, mentre v'era abbate Lucerio, la chiesa di s. Getulio, dove si venerava il corpo di esso santo, e delle terre nel fondo Germaniciano. Verisimilmente cotal donazione, siccome fatta nel mese di maggio dell'Indizione VII, dovrebbe appartenere all'anno presente.


   
Anno di Cristo DCCXXV. Indizione VIII.
Gregorio II papa 11.
Leone Isauro imperadore 9.
Costantino Copronimo Augusto 6.
Liutprando re 14.

Divenuti già padroni della Linguadoca i Saraceni, tentarono nel presente anno di passare il Rodano. Ma Eude insigne duca d'Aquitania coll'oste generale de' Franzesi andò ad assalirli, e ne riportò un'insigne vittoria, accennata da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Gregor. II.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.]. Carlo Martello, altro eroe della nazion franca, in questi tempi ostilmente entrò nella Baviera; ne soggiogò e saccheggiò una parte, cioè la spettante a Grimoaldo duca; seco condusse Piltrude concubina famosa d'esso Grimoaldo, con Sonichilde nipote d'essa Piltrude ossia Biltrude. Essendogli morta Rotrude sua moglie, madre di Pippino e di Carlomano, egli sposò la predetta Sonichilde. Ma Piltrude dopo essere stata alcun tempo in sua grazia, per relazion [173] di Aribone nella vita di s. Corbiniano [Mabill., Saecul. Benedict. tom. II.], fu costretta a ricoverarsi con un asinello in Italia, dove miseramente terminò la sua vita. Ella era stata persecutrice d'esso s. Corbiniano vescovo di Frisinga, perchè il trovò contrario alla disonesta sua vita. Scrive il padre Mabillone [Idem, Annal. Benedictin. lib. 20, cap. 53.], che il re Liutprando per l'amicizia da lui sempre conservata coi re franchi, prese l'armi anch'egli contra della Baviera, ma non cita onde s'abbia tratta questa notizia. Senza buone prove non si dee credere ch'egli rendesse sì brutta ricompensa al popolo della Baviera, dal cui braccio egli riconosceva la corona del regno longobardico, e fors'anche era di quella nazione. In quest'anno parimenti abbiamo dalle memorie dell'archivio farfense [Antiquit. Italic. Dissert. LXVII.], che Trasmondo duca di Spoleti fece una donazione a quel nobilissimo monistero mense januario, Indictione octava, sub Rimone Castaldione. Nel registro d'esso archivio medesimamente si legge una vendita di olivi fatta a Tommaso abbate temporibus Transmundi ducis Langobardorum, et Sindolfi Castaldionis civitatis Reatinae: dal che si conosce che la città di Rieti era sottoposta ai duchi di Spoleti. Ma non so io ben accordar gli anni d'esso Tommaso abbate con quei del duca Trasmondo. Abbiamo poi da Andrea Dandolo [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], che essendo mancato di vita Donato patriarca di Grado, Pietro vescovo passò a quella Chiesa. Ma queste trasmigrazioni da una chiesa all'altra, non essendo secondo la disciplina di que' tempi sì tollerate ed approvate, come oggidì, Gregorio II papa zelantissimo il dichiarò decaduto dall'una e dall'altra chiesa. Tanto nondimeno valsero le preghiere del clero e popolo di Venezia, ch'egli fu rimesso nella sua prima sedia. E perciocchè si sapeva, o vi doveva essere sospetto ch'esso Pietro per vie simoniache sì [174] fosse intruso nel patriarcato suddetto, il papa avvertì i Veneziani di non eleggere pastori, se non nelle forme approvate da Dio e dalla Chiesa. Dicesi data la lettera pontificia nell'anno IX di Leone Isauro imperadore; e però nel presente anno. Succedette dunque nella cattedra di Grado Antonio di nazion padovano, dianzi abbate del monistero della Trinità di Brondolo, dell'ordine di s. Benedetto, personaggio sommamente cattolico e dabbene.


   
Anno di Cristo DCCXXVI. Indiz. IX.
Gregorio II papa 12.
Leone Isauro imperad. 10.
Costantino Copronimo Augusto 7.
Liutprando re 15.

Cominciò in quest'anno Leone Isauro una tragedia che sconvolse non poco la Chiesa di Dio, e pose i fondamenti per far perdere l'Italia agl'imperadori greci. Per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.], di Niceforo [Niceph., in Chron.] e d'altri storici, fra le isole di Tera, o Terasia, per alcuni giorni il mare bollì furiosamente, uscendo da un vulcano sottomarino un fumo infocato ed un'immensa moltitudine di pomici che si sparsero per tutta l'Asia Minore, per Lesbo e per le coste della Macedonia, con essere nata in quel mare un'isola, che si andò ad unire a quella di Jera. Anche a' dì nostri, cioè nell'anno 1707, una somigliante isola sorse dal mare poco lungi da quella di Santerine: sopra il quale avvenimento abbiamo le osservazioni del celebre filosofo e cavaliere Antonio Vallisnieri. Per questo naturale accidente fu grande lo spavento de' popoli anche a' tempi di Leone Isauro, e un perfido rinegato per nome Beser, che aveva abbracciata la superstizione degli Arabi, e s'era poi introdotto nella corte imperiale, se non prima, certo di questa congiuntura seppe ben prevalersi appresso [175] l'imperadore per fargli credere irato Dio contro de' cristiani, a cagion delle immagini che essi tenevano e veneravano ne' sacri templi. Abbiamo dei riscontri che veramente si fossero introdotti degli abusi nell'uso e culto delle sacre immagini, come anche si osservava ne' tempi addietro fra i Russiani, ossia fra i Moscoviti, uniti alla Chiesa greca. Ma questi tali abusi non fecero, nè fanno, che per cagion d'essi s'abbiano ad abolir le stesse immagini, perciocchè, siccome han dimostrato uomini di gran sapere, l'uso d'esse immagini e il culto ben regolato di quelle, non solamente è lecito, ma riesce anche utile alla pietà della plebe cristiana e cattolica. Ora Leone Augusto infatuato della gran penetrazione della sua mente, e sedotto dal maligno consigliere, con usurpare i diritti del sacerdozio, pubblicò un editto, contenente l'ordine che fossero vietate da lì innanzi, e si togliessero tutte le sacre immagini per le terre all'imperio romano suggette, chiamando idolatria l'adorarle, ossia il venerarle. Tale fu il principio della eresia degl'iconoclasti. Gran commozione si suscitò per questo sconsigliato ed iniquo divieto fra i popoli suoi sudditi, detestando la maggior parte d'essi come eretico e di sentimenti maomettani l'imperadore: e tanto più perchè si seppe ch'egli aveva in abbominazione le sacre reliquie e negava l'intercession de' Santi appresso Dio, cioè impugnava dogmi stabiliti nella Chiesa cattolica, con impugnar egli stesso la professione della fede, da lui fatta nella sua assunzione al trono imperiale, e senza voler sopra ciò ascoltare il parer de' vescovi, eletti da Dio per custodi della dottrina spettante alla fede. Passarono perciò gli abitanti della Grecia e delle isole Cicladi ad un estremo con ribellarsi all'imperador Leone, e proclamar imperadore un certo Cosma. Poi messa insieme una flotta di legni sottili, ostilmente andarono sotto Costantinopoli, e diedero battaglia a quella città, ma restò disfatta dal fuoco greco la loro [176] armata, e l'efimero Augusto, venuto in mano di Leone, pagò colla testa il suo reato: con che maggiormente crebbe lo orgoglio di esso imperadore e de' suoi seguaci per sostener l'empio editto. Benchè poi ci manchino le lettere da lui scritte a Gregorio II papa intorno alla abolizion delle sacre immagini, e le risposte a lui date dal pontefice, pure da quanto s'andrà vedendo, chiaramente si comprende ch'egli inviò a Roma lo editto sopraddetto, e che il santo pontefice non solamente vi si oppose, ma dovette anche risentitamente scriverne ad esso Leone Augusto, per rimuoverlo da questo sacrilego disegno. Ne vedremo fra poco gli effetti. Per quanto s'ha da Andrea Dandolo [Andreas Dandulus, tom. 12 Rer. Ital.], succedette in questo anno la morte di Marcello duca di Venezia, e in luogo suo fu sostituito Orso, uno de' nobili della città di Eraclea, e personaggio di gran prudenza e valore.


   
Anno di Cristo DCCXXVII. Indiz. X.
Gregorio II papa 13.
Leone Isauro imperad. 11.
Costantino Copronimo Augusto 8.
Liutprando re 16.

Abbenchè in questi tempi per cagione della nascente eresia degl'iconoclasti accadessero molte novità in Italia, pure non abbiamo un filo sicuro per distinguere i tempi, e quasi neppure disbrogliare quegli avvenimenti, de' quali i soli Anastasio bibliotecario e Paolo Diacono ci han conservata una confusa memoria. Li riferirò io con quell'ordine che mi parrà più verisimile. Allorchè l'imperador Leone ebbe scorto [Anastas., in Gregor. II.] quanto il romano pontefice fosse alieno dal concorrere ne' suoi perversi sentimenti, tornò a scrivergli più imperiosamente, facendogli sapere che ubbidisse, se gli premeva d'aver la sua grazia, altrimenti ch'egli finirebbe d'esser papa. Allora l'intrepido [177] pontefice Gregorio, ben intendendo i pericoli della Chiesa e i propri, saggiamente si accinse alla difesa. Con sue lettere avvisò i popoli italiani dell'insulto che voleva fare il malvagio imperadore alla religione; cominciò a star cauto per la propria persona; e molto più è da credere che con più vigore che mai rispondesse a Leone. Il cardinale Baronio [Anastas., in Gregor. II.] rapporta due sue lettere, come scritte da esso papa nell'anno precedente 726 al medesimo imperadore. Pretende all'incontro il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che queste appartengano all'anno 730. Forse niun di loro ha colto nel segno. Sappiamo ben di certo che l'infuriato imperadore si diede a studiar tutte le vie per levar dal mondo il santo pontefice. Pare che Anastasio metta come avvenuti quegli empii suoi tentativi contro la vita del papa prima che spuntasse la persecuzione delle sacre immagini, adducendo come commosso a sdegno l'imperadore, perchè il pontefice Gregorio s'era opposto all'imposizione d'un censo, ossia tributo, o capitazione, ch'esso Augusto voleva esigere dai popoli d'Italia. Mette ancora l'assedio di Ravenna quasi fatto dal re Liutprando prima dell'attentato contro esse immagini. A me sembra più verisimile che il primo anello di questa catena sia stato l'empio editto di Leone Isauro per cui cadde dalla sua grazia papa Gregorio, e s'imbrogliarono le cose in Italia. Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrive, che dopo aver esso pontefice con sua decretale esortato indarno l'imperadore perverso a non voler mutare i riti stabiliti dai santi Padri intorno all'immagini, vietò che se gli pagassero da lì innanzi i tributi. Può essere che Teofane s'ingannasse in credere negati a Leone anche i tributi soliti, quando l'opposizione probabilmente fu di un censo nuovo, ossia d'una capitazione, che nuovamente si voleva introdurre; ma forse gli è da prestar fede allorchè [178] dice fatta cotale opposizione. Pare eziandio molto credibile che il re Liutprando si prevalesse della buona occasione di profittar sopra gli Stati imperiali, dappoichè vide alterati forte gli animi degli Italiani contra del prevaricatore Augusto, il quale all'eresia aveva aggiunta la persecuzione del papa. In fatti abbiamo da Anastasio [Anastas., in Gregor. II.] che per ordine suo fu cospirato in Roma contro la vita del santo pontefice da Basilio duca, da Giordano cartulario, e da Giovanni soprannominato Lurione, con participazione e consenso di Marino imperiale spatario, mandato dall'imperadore col titolo di duca, ossia governatore di Roma. Volle Iddio che non seppero mai trovare apertura di eseguir l'empio concerto, e intanto Marino infermatosi passò al mondo di là. Arrivò dipoi Paolo patrizio inviato in Italia esarco, e coll'intelligenza e colle spalle di lui seguitarono i congiurati la lor trama contro del buon pontefice. Ma venuto alla luce il loro disegno, commosso il popolo romano trucidò Giovanni e Lurione. Basilio fu costretto a farsi monaco, e ristretto in un monistero, quivi terminò i suoi giorni. Non istette per questo l'esarco Paolo di proseguire nel suo sacrilego pensiero di torre la vita al pontefice, e di sostituirne un altro a suo piacimento, per avere libero il campo a spogliar le chiese di Roma, siccome avea fatto in varii altri luoghi. Venne anche da Costantinopoli un altro spatario con ordine di deporre papa Gregorio. Lo stesso esarco a questo fine raunò quanti soldati potè in Ravenna, e gl'inviò alla volta di Roma, sperando che con questo rinforzo i congiurati verrebbono a capo della loro iniqua intenzione. Ma ciò risaputo, tanto il popolo romano, quanto i Longobardi del ducato di Spoleti e della Toscana si misero in armi, e fecero buone guardie al ponte Salario e ai confini del ducato romano, affinchè i mal intenzionati non potessero passare. Il conte Campello nella [179] Storia di Spoleti, scrivendo che seguì in tal congiuntura una battaglia fra gli imperiali e Trasmondo duca di Spoleti, colla vittoria in favore dell'ultimo, di sua testa v'ha aggiunto questo abbellimento, non men che l'orazione fatta da esso duca alle sue milizie. Probabilmente nell'anno presente accaddero tutti questi movimenti e sconcerti. Dalla vita di s. Giovanni Damasceno, scritta da Giovanni patriarca di Gerusalemme [Johannis Damasceni Oper. tom. 1.], ricaviamo ch'esso Damasceno abitante in Damasco nel dominio de' Saraceni e ministro del loro califfa, appena intese lo editto di Leone Isauro, che prese la penna in difesa delle sacre immagini. Leggonsi le di lui orazioni su questo argomento. Da essi Saraceni fu appunto nell'anno presente assediata la città di Nicea, metropoli della Bitinia, ma Iddio miracolosamente la preservò dalle loro unghie.


   
Anno di Cristo DCCXXVIII. Indiz. XI.
Gregorio II papa 14.
Leone Isauro imperad. 12.
Costantino Copronimo Augusto 9.
Liutprando re 17.

Scoprivasi ogni dì più empiamente animato l'imperador Leone non solo contro le sacre immagini, ma eziandio contro il santo pontefice Gregorio difensore delle medesime. Tentarono i suoi ministri con replicati ordini imperiali [Anastas., in Gregor. II.] di muovere contro di lui i popoli della Pentapoli, cioè di cinque città, che son credute Rimini, Pesaro, Fano, Umana ed Ancona, tuttavia in que' tempi soggette ai Greci, e parimente i Veneziani. Ma que' popoli risolutamente negarono di consentire a sì nera iniquità, anzi protestarono d'essere pronti a dar la vita per la difesa del medesimo pontefice. Nè ciò loro bastando, scomunicarono l'esarco Paolo, e chiunque teneva con [180] lui, giugnendo a non volere i governatori da lui destinati per le città, e ad eleggerne essi quelli che fossero uniti alla Chiesa romana. Furono anche vicini que' popoli d'Italia ch'erano sudditi dell'imperio, a creare un nuovo imperadore, con disegno di condurlo a Costantinopoli, e ne tennero varie consulte. Ma il saggio e piissimo papa disturbò questa loro risoluzione, sperando sempre che l'imperadore s'avesse a ravvedere e a rimettersi nel buon cammino. Accadde poscia che anche Esilarato duca di Napoli, accecato dal desiderio di farsi del merito coll'imperadore, sedusse non pochi di quella parte della Campania, che tuttavia ubbidivano all'imperio, e venne insieme con Adriano suo figliuolo alla volta di Roma, pieno di mal talento contro del pontefice. Allora il popolo romano, acceso di zelo, uscì coll'armi contro di costoro, e preso esso Esilarato col figliuolo, amendue li privarono di vita. Saputo poscia che Pietro novello duca di Roma avea scritto alla corte contro del papa, il cacciarono fuor di città. Nè minore fu il tumulto che durante questi torbidi si svegliò in Ravenna. Molti aderivano all'empietà dell'imperadore, ma i più erano in favore e difesa del romano pontefice. Si venne perciò alle mani fra loro, e in quel conflitto restò ammazzato lo stesso esarco Paolo. Era finora stato solamente spettatore di queste brutte scene d'Italia, accadute per la pazza condotta di Leone Augusto, il re Liutprando. Ma vedendo crescere il fuoco, e cotanto irritati e sì mal disposti gli animi de' sudditi imperiali contro del loro sovrano, volle cavar profitto da questa disunione, prendendo, credo io, motivo e pretesto di muovere le sue armi dalla persecuzione d'esso imperadore contro della Chiesa e del capo visibile della medesima. Nè duro fatica a figurarmi che fosse anche invitato a questo giuoco da non pochi, i quali non sapevano digerire d'aver per signore [181] un imperador empio, e che, per attestato di Anastasio, avea spogliate varie chiese: laddove sotto i re longobardi la religion cattolica e i suoi ministri godevano tutta la possibil tranquillità e il dovuto rispetto. Però uscito in campagna col suo esercito, si spinse contro le terre dell'esarcato. Pare che la sua prima impresa fosse l'assedio di Ravenna, dove stette sotto per alcuni giorni; ed è certo che la prese, benchè Anastasio espressamente nol dica, attestandolo chiaramente Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 54.] ed Agnello ravennate [Agnell., Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.], che un secolo dopo scrisse le vite di quegli arcivescovi. Anzi esso Agnello ci ha conservato qualche particolarità di quel fatto, con dire che, per intelligenza di uno di que' cittadini, Liutprando v'entrò, perchè avendo finto di dare un fiero assalto alla porta del Vico Salutare, ed essendo corsi tutti i cittadini colà alla difesa, il traditore intanto aprì la porta che va al Vico Leproso, e introdusse i Longobardi. Gran somma di danaro era stata promessa a costui; si sbrigarono da questo pagamento i Longobardi con ammazzarlo il primo nell'entrare in città, se pure non morì per un trave cadutogli addosso, come pare che voglia dire lo storico Agnello. Impadronissi ancora Liutprando del castello, ossia della Città di Classe, e, secondo la testimonianza d'Anastasio, ne portò via immense ricchezze. Han creduto e credono tuttavia i Pavesi, che in tal congiuntura il re Liutprando asportasse da Ravenna a Pavia la bella statua di bronzo di un imperadore a cavallo, stimato Antonino Pio, la qual tuttavia serve di ornamento alla lor piazza, ed è da loro chiamata il Regisole.

Oltre a ciò, altri paesi vennero in potere del re Liutprando, perchè, secondo Paolo, egli prese Castra Æmiliae, Formianum et Montem Bellium, Buxeta [182] et Persiceta, Bononiam et Pentapolim, Auximumque. Anastasio scrive che Longobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Bononia, Verablum cum suis oppidis Buxo et Persiceto, Pentapolis quoque et Auximana civitas se tradiderunt. Quale di questi autori abbia copiato l'altro nol so, perchè le vite dei papi son di varii scrittori. Si conosce ben da queste parole che la città di Osimo era distinta dalla Pentapoli, e che Feronianum era il Fregnano, picciola provincia del ducato di Modena nelle montagne, dove sono Sestola, Fanano ed altre terre. Mons Bellius è Monte Veglio o Monte Vio nel territorio di Bologna presso il fiume Samoggia. Verablo e Busso, o Bussetta, son forse nomi guasti, non potendo qui entrar Busseto posto fra Parma e Piacenza verso il Po, perchè non è mai credibile che i Longobardi padroni delle città circonvicine avessero differito fino a questi tempi la conquista di quel luogo. Persiceto è un tratto di paese spettante negli antichi secoli al contado di Modena, siccome ho dimostrato nelle Antichità italiche [Antiquit. Italic., Dissert. XXI.], in cui era allora compreso il celebre monistero di Nonantola. Tuttavia la nobil terra di san Giovanni in Persiceto ritien questo nome nel distretto di Bologna. Dalla parte ancora del ducato di Spoleti, per testimonianza d'Anastasio, dai Longobardi fu occupata la città di Narni, nè sappiamo se la restituissero. Presero anche il castello di Sutri, dipendente dal ducato romano; ma questo nol tennero che cento quaranta o pur quaranta giorni; perchè il buon papa con tante lettere e regali si adoperò presso il re Liutprando, che l'indusse a rilasciarlo, dopo averlo spogliato di tutte le sostanze de' cittadini. Nè volle il re cederlo a' ministri imperiali, ma bensì ne fece una donazione alla Chiesa romana. Può essere che in tal congiuntura accadesse ciò che narra il suddetto Paolo, cioè, che trovandosi [183] il re Liutprando nella Pentapoli a Vico Pilleo, una gran moltitudine di quegli abitanti andava a portargli de' regali, per esentarsi dal sacco ed ottener delle salve guardie. Sopravvenne una gran brigata di soldati romani, che uccisero e fecero prigione quella sfortunata gente. In questi tempi venne a Napoli Eutichio patrizio eunuco, che altra volta vien detto avere esercitata la carica di esarco d'Italia, rivestito della medesima dignità. Costui portava ordini pressanti dell'empio Augusto di levar di vita il santo pontefice Gregorio II. Nè molto stette a risapersi il suo crudel disegno, e ch'egli meditava ancora di dare il sacco alle chiese, e di far altri malanni. Fu colto un suo uomo incamminato a Roma con lettere indicanti ch'esso esarco la voleva contro la vita del papa e dei principali di Roma. Fecero istanza i Romani che s'impiccasse il messo, ma il misericordioso pontefice il salvò dalla morte. Per questa cagione poi dichiararono scomunicato l'esarco Eutichio, e tutti s'obbligarono con giuramento di non mai permettere che ad un papa sì zelante per la religione, e difensor delle chiese, fosse recato alcun nocumento, o tolta la sua dignità. Ora veggendo Eutichio, che non gli potea venir fatto il sacrilego colpo finchè non allontanava i Longobardi dall'amicizia e protezion dei Romani, si studiò di ottener l'intento con promettere dei gran doni ai duchi de' Longobardi, e allo stesso re Liutprando, se desistevano dallo spalleggiare i Romani. Ma conoscendosi il mal talento e la malizia del perfido eunuco ministro imperiale, tanto i Romani quanto i Longobardi si strinsero maggiormente in lega, protestandosi che si riputerebbono gloriosi se potessero spendere le lor vite per la conservazione e difesa di un sì pio e santo papa, e risoluti di non gli lasciar fare alcun torto dai nemici di Dio e di lui. Intanto il buon pontefice attendeva a far di copiose limosine, orazioni, digiuni e processioni, confidando [184] più nel soccorso di Dio che in quello degli uomini, con ringraziar nondimeno il popolo dell'amorevole lor volontà, e raccomandar loro di far buone opere e di sperare in Dio, esortandoli nello stesso tempo a non desistere dall'amore e dalla fedeltà del romano imperio. Questa verità, attestata da Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Greg. II.] e da Paolo Diacono [Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 54.], autori ben informati delle cose d'Italia, e comprovata dai fatti, ci fa chiaramente conoscere che Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrittor greco, e chiunque gli tenne dietro, s'ingannò in iscrivendo che papa Gregorio II (da lui per altro sommamente lodato) sottrasse dall'ubbidienza dell'imperadore Roma, l'Italia e tutto l'Occidente. Se il santo pontefice avesse voluto, era finita allora per gl'imperadori greci in Italia; ma a lui bastò di difendere le ragioni della Chiesa e la sua propria vita, ed impedì che i popoli sollevati non passassero all'elezione di un altro imperadore.


   
Anno di Cristo DCCXXIX. Indizione XII.
Gregorio II papa 15.
Leone Isauro imperadore 13.
Costantino Copronimo Augusto 10.
Liutprando re 18.

A mio credere, in quest'anno furono scritte da papa Gregorio all'imperador Leone le due sensatissime lettere che il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] diede alla luce all'anno 726, credendole appartenenti a quel tempo. Stimò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che si dovessero riferire all'anno 730; perchè parlandosi nella prima d'esse della statua del Salvatore, che Leone Augusto volle far gittare a terra in Costantinopoli (attentato che costò la vita, o almeno [185] di buone sassate al di lui ministro, essendo insorte contro di lui alcune zelanti donne, le quali poi furono martirizzate per questo) esso padre Pagi adduce l'autorità di Stefano diacono, autore della vita di s. Stefano juniore, che dice accaduto un tal fatto dopo la deposizione di s. Germano dal patriarcato di Costantinopoli e l'intrusione dell'eretico Anastasio. Ora certo essendo che san Germano fu deposto nell'anno 730, conseguentemente prima di quell'anno non possono essere scritte le suddette lettere di s. Gregorio II. Ma Stefano diacono non fu autore contemporaneo, e perciò non è infallibile la sua asserzione. Teofane [Theoph., in Chronogr.], che scriveva nello stesso tempo che Stefano, cioè sul principio del secolo nono, parla di questo fatto all'anno 726. Quel che è più, la stessa lettera del papa fa abbastanza conoscere ch'era ben succeduto il fatto della statua, ma che s. Germano teneva tuttavia la sedia episcopale, nè era stato a lui sostituito il perverso Anastasio. Se un sì santo prelato fosse già stato deposto, ed occupata la sua cattedra dall'ambizioso suo discepolo, non avrebbe mancato lo zelante papa Gregorio di rinfacciare ancor questo delitto con gli altri, che egli andò ricordando al male consigliato imperadore. Ma avverte il padre Pagi dirsi dal papa: Ecclesias Dei denudasti, tametsi talem habebas pontificem, domnum videlicet Germanum fratrem nostrum et comministrum. Hujus debebas tamquam patris et doctoris, etc. consiliis obtemperare. Annum enim agit hodie vir ille nonagesimum quintum, etc. Illum igitur omittens lateri tuo adjungere, improbum illum Ephesium Apsimari filium, ejusque similes audisti. Ma queste parole confermano che sussisteva tuttavia s. Germano nel patriarcato, perciocchè il santo papa accusa l'imperadore di non essersi consigliato con lui. Che avrebbe poi detto se l'avesse anche ingiustamente cacciato dalla sua sedia? E il testo greco non [186] dice assolutamente, benchè tu avessi un tal pontefice, ma dice: Καἰ τοι γε τοιοῦτον ἒχων ̓Αρχιερέα, che può significare, benchè tu abbi un tal pontefice. Egli è poi da notare in essa lettera la risposta che dà s. Gregorio alle minacce dell'imperadore di far condurre prigione lo stesso papa a Costantinopoli, com'era intravenuto al di lui predecessore san Martino. Risponde il saggio pontefice, ch'egli non è già per combattere coll'imperadore, ma bastargli di ritirarsi solamente ventiquattro stadi fuor di Roma nella Campania; e che venendo o mandando poi esso Augusto, farà sol battaglia coi venti. Questo ci fa intendere che i confini del ducato beneventano, posseduto dai duchi di Benevento, erano distanti solamente poco più di tre miglia dalla città di Roma per la parte della Campania; e però in pochi passi poteva trasferirsi il pontefice in paese, dove non si stendeva il braccio dell'imperadore. Sembra nondimeno incredibile che arrivasse così vicino a Roma il dominio dei Longobardi. Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., de Fin. Ducat. Beneventan., tom. 5 Rer. Ital.] dubitò che fosse scorretto il testo greco, oppure che le tre miglia suddette si debbano computare dal confine del ducato romano sino alla prima fortezza dei Longobardi. A noi mancano le memorie per decidere questo punto.

In quest'anno, per quanto io vo conghietturando, ricuperarono i Greci la città di Ravenna. Leggesi una lettera, a noi conservata da Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], rapportata dal Baronio e da altri, in cui papa Gregorio scrive ad Orso duca di Venezia, essere stata presa la città di Ravenna, capo di tutte, a nec dicenda gente Longabardorum; e sapendosi che l'esarco nostro figliuolo dimora in Venezia, però gli comanda di unirsi con noi affine di rimettere sotto il dominio de' signori nostri figliuoli Leone e Costantino grandi imperadori quella città. Non può negarsi; [187] questa lettera ha tutta la patina dell'antichità; eppure io non lascio di aver qualche dubbio intorno alla sua legittima origine. Questo, perchè ho pena a persuadermi che quel saggio papa nelle circostanze di questi tempi potesse chiamar la nazion longobarda nec dicendam (lo stesso è che dire nefandam), titolo che si dava ai Saraceni, e che fu anche dato ai Longobardi, allorchè sui principii erano crudeli, nemici fieri di Roma ed ariani. In questi tempi noi sappiamo che tutti professavano la religion cattolica, erano figliuoli, come gli altri, della santa Chiesa romana, e gli abbiam veduti protettori del sommo pontefice contro le violenze dell'imperadore; e senza l'aiuto di essi il pontefice Gregorio restava preda del sacrilego furor de' Greci. Come mai un sì avveduto pontefice potè sparlare in tal forma dei Longobardi? Aggiungasi che non si può sì facilmente concepire tanta premura del pontefice in favor dell'esarco rifugiato, come ivi si dice, in Venezia. Se s'intende di Paolo esarco, costui, per attestato di Anastasio, era scomunicato, e poi fu ucciso dai Ravennati. Se di Eutichio, anch'egli, per asserzion del medesimo storico, era scomunicato e in disgrazia del pontefice, e toccò dipoi, siccome vedremo, al re Liutprando di rimetterlo in sua grazia. Potrebbe solamente dirsi che la presa e ricupera di Ravenna succedette nell'anno 725 prima che spuntasse l'eresia degl'iconoclasti, come ha creduto il Sigonio con altri, e pare che si ricavi dallo stesso Anastasio: nel qual tempo passava buona armonia fra il papa e l'imperadore, e i suoi ministri. Ma ciò non sussiste. Si sa da Anastasio medesimo che l'esarco Paolo fu mandato in Italia con ordine di levar dal mondo papa Gregorio II, e fece quanto potè per eseguirlo. Certo è altresì che non già nell'anno 725, ma molto più tardi, e certo dappoichè Leone Augusto si dichiarò nemico delle sacre immagini, e cominciò la persecuzione per cagion d'esse, Ravenna fu presa. [188] Ne abbiamo l'autentica testimonianza dello stesso Gregorio II, che, dopo aver narrato nella prima lettera a Leone Isauro l'affare della statua del Salvatore, per cui esso Augusto avea fatto uccidere alcune donne, aggiugne che divulgata la fama di queste sue crudeli puerilità, i popoli più lontani aveano calpestate le immagini del medesimo Augusto, e che i Longobardi e i Sarmati ed altri popoli settentrionali aveano fatto delle scorrerie per l'infelice Decapoli (cioè per le dieci città sottoposte a Ravenna), ed occupata la stessa metropoli Ravenna, con iscacciarne i magistrati cesarei, e porvi al governo i lor propri, ed ora minacciano d'invadere gli altri luoghi imperiali vicini, e Roma stessa, giacchè esso imperadore non ha forza per difenderli. E questo tutto avvenuto per l'imprudenza e stoltezza dello stesso Augusto. Adunque scorgiamo seguita l'occupazion di Ravenna dappoichè Leone s'era scatenato contro le sacre immagini; nè questa città, allorchè il papa scrisse, era stata per anche ricuperata da' Greci, nè il papa mostra d'aver data mano per ripigliarla, nè premura perchè si ripigli. Finalmente è da osservare che nè Anastasio bibliotecario, nè Paolo Diacono parlano punto che s. Gregorio s'impacciasse in far ritorre ai Longobardi Ravenna; e pur questo sarebbe stato di gran gloria d'esso pontefice, il quale avrebbe renduto bene per male ad un imperadore sì fatto, cioè ad un persecutore della di lui vita e dignità. Comunque sia, o fosse il papa o fosse l'esarco che accalorasse questa spedizione, egli è fuor di dubbio che Ravenna tornò alle mani de' Greci e fu ritolta ai Longobardi. Si dee la lode di questo fatto al valore fino in que' tempi riguardevole dei Veneziani, asserendo Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], che stando in Ravenna Ildebrando nipote del re Liutprando, e Peredeo duca di Vicenza, all'improvviso arrivò loro addosso l'armata navale dei Veneziani; e che nella battaglia da essi fu fatto prigione [189] Ildebrando: e che Peredeo bravamente combattendo vi restò ucciso. Agnello ravennate [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Italic.] anch'egli lascia abbastanza intendere, benchè molto ci manchi della sua storia, che Ravenna fu ricuperata; perciocchè dopo aver narrata l'occupazione fattane dai Longobardi, dice che sdegnati i Ravegnani contra di Giovanni loro arcivescovo (senza allegarne il perchè), il cacciarono in esilio, e perciò egli stette per un anno in Venezia con danno notabile della sua chiesa. Ma ravveduti dipoi fecero che l'esarco il richiamasse alla sua sedia. Quegli scrittori moderni che rapportano varie particolarità della presa di Ravenna, le han tolte dalla sola loro immaginazione. Per altro non si può assegnare per mancanza di memorie il tempo preciso nè della occupazione, nè della ricupera d'essa città, e dee a noi bastare di saper con sicurezza che l'una e l'altra avvenne dappoichè fu principiata la guerra contra le sacre immagini. Cosa accadesse della Pentapoli occupata dai Longobardi, non ce l'han rivelato gli antichi; ma da Anastasio [Anastas., in Vita Zachariae Papae.] sufficientemente si ricava che ritornò anch'essa allora alle mani dell'esarco.

Abbiamo poi da esso Anastasio [Id., in Vit. Gregor. II.] che nel gennaio di quest'anno fu veduta per più di dieci giorni una cometa. E parimente da lui sappiamo che Eutichio patrizio ed esarco fece lega col re Liutprando, essendosi convenuto fra loro di unir l'armi, affinchè il re potesse sottomettere alla sua corona i duchi di Spoleti e di Benevento, e l'esarco di Roma all'imperadore. Se fosse certo che in questo medesimo anno fosse stata ricuperata Ravenna dai Greci e Veneti, potremmo immaginare che il re Liutprando per riavere il nipote Ildebrando, condotto prigione a Venezia, s'inducesse a far la pace e lega coll'esarco. Paolo altro non [190] dice, se non che esso re si mosse a questa unione per desiderio di soggiogare i duchi di Spoleti e di Benevento. Non è noto onde nascesse questo mal animo del re Liutprando contro que' duchi suoi vassalli. Crede il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 3.] che il re mal sofferisse di vedere quei principi come assoluti padroni di quelle contrade, e che non riconoscessero nel re se non la semplice sovranità; e però portato dall'ambizione volesse assoggettarseli come gli altri duchi della Neustria, Austria e Toscana, che erano governatori delle città. Se ciò fosse, non è chiaro. Solamente vedremo da una lettera di papa Gregorio III, che quei duchi protestavano d'esser pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso del re, secondo l'antica consuetudine; del che non doveva essere contento il re Liutprando, con esigere di più. Ma quella lettera non ha che fare con questi tempi, essendo scritta nell'anno 741. Ora Anastasio racconta che il re colle sue forze andò a Spoleti; e perciocchè Trasmondo duca di quella contrada, siccome ancora il duca di Benevento (secondo i conti di Paolo Diacono, dovrebbe essere stato Romoaldo II) conobbero di non potere resistere alla di lui potenza, si umiliarono, e gli promisero ubbidienza con solenni giuramenti, dandogli anche degli ostaggi per pegno della lor parola. Poscia coll'esercito marciò alla volta di Roma, e si attendò nel campo di Nerone. Sapeva il buon papa Gregorio II che la pietà non era l'ultima delle virtù del re Liutprando, e però intrepidamente uscito della città, andò a trovarlo e a parlargli. Non potè Liutprando resistere alle paterne ammonizioni del santo padre, e ne restò sì ammollito e compunto, che se gli gittò a' piedi, con promettergli di non far male ad alcuno. Poscia entrati nella basilica vaticana, ch'era allora fuori di Roma, esso re davanti al corpo del principe degli Apostoli spogliossi del manto regale, de' braccialetti, dell'usbergo, del [191] pugnale, della spada dorata, della corona d'oro e della croce d'argento, e tutto lasciò in dono e in memoria della sua venerazione a quel celebratissimo sepolcro. Finita l'orazione, fu pregato il papa da Liutprando di volere rimettere in sua grazia ed assolvere l'esarco Eutichio: il che fu fatto; e poscia il re con esso esarco se ne tornò indietro, senza aver fatto male ad alcuno. Resta a noi il solo abbozzo di questi avvenimenti, ma senza che sieno a notizia nostra pervenuti i motivi e le circostanze d'essi. Nè vo' lasciar di dire che in quest'anno [Theoph., in Chronogr.] il figliuolo del principe dei Gazari, cioè dei Turchi, entrò nell'Armenia e nella Media, possedute da' Saraceni, sconfisse l'esercito loro, comandato da Garaco generale di essi Arabi Mussulmani, e, dopo aver saccheggiate quelle provincie, ritornò al suo paese, con lasciare un gran terrore nella nazione de' Saraceni.


   
Anno di Cristo DCCXXX. Indiz. XIII.
Gregorio II papa 16.
Leone Isauro imper. 14.
Costantino Copronimo Augusto 11.
Liutprando re 19.

Per attestato di Anastasio [Anastas., in Gregor. II.], fecesi in quest'anno una sollevazione d'alcuni popoli nel ducato romano. Un certo Tiberio, per soprannome Petasio, gl'indusse a ribellarsi contra dell'imperadore, e specialmente fu a lui, come a signore, giurata fedeltà da quei di Maturano, oggidì creduto Barberano, dal popolo di Luni, e da quel di Blera o Bleda. Credo scorretta la parola Lunenses, perchè Luni città marittima, situata al fiume Magra, era sotto i Longobardi e troppo lontana, nè potè ribellarsi contro chi non ne era padrone. Anastasio parla di popoli posti in quella provincia romana, che oggidì si chiama il patrimonio. Vicino [192] a Barberano e Bleda si vede Viano; forse volle parlar lo storico di quella terra. Trovavasi allora l'esarco Eutichio in Roma, e turbossi forte a questo avviso; ma il buon papa Gregorio fece a lui coraggio, ed animò l'esercito romano, seco mandando ancora alcuni dei principali ministri di sua corte. Andarono i Romani, presero il capo ribello Petasio, la cui testa fu inviata a Costantinopoli; e con tutto ciò non poterono essi Romani ottenere l'intera grazia dell'imperador Leone. Questi sempre più andava peggiorando nell'odio contro le sacre immagini, e perciocchè un forte ostacolo all'esecuzion dei suoi perversi voleri era il santo patriarca Germano, in quest'anno appunto il costrinse a ritirarsi nella casa paterna, e a lui sostituì nel patriarcato un indegno suo discepolo, nomato Anastasio. L'ambizione di costui per ottenere quell'insigne dignità il trasportò ad abbracciare e secondare gl'iniqui sentimenti dell'imperadore. Significò egli ben tosto l'esaltazione sua al romano pontefice; ma trovandolo esso papa macchiato degli errori iconoclastici, nol volle riconoscere per vescovo, e gl'intimò la scomunica se non si ravvedeva dei suoi falli. Colla scorta di questo malvagio patriarca l'imperadore più che mai si diede a far eseguire i suoi sregolati editti, e a perseguitar chi non voleva ubbidire, con dar anche la morte a non pochi che contrastavano a' suoi ingiusti voleri. Credesi inoltre dal padre Pagi che per vendicarsi del santo papa Gregorio, egli facesse staccare dal patriarcato romano tutti i vescovati dell'Illirico, della Calabria e Sicilia, che dianzi immediatamente dipendevano dal papa, aggregandoli al patriarcato di Costantinopoli. Ciò apparisce da una lettera [Adriani I Papae Epistol. in fine Concil. Nic. II.] di papa Adriano I a Carlo Magno. E può dirsi che di qui traesse principio la funesta division della Chiesa greca dalla [193] latina: divisione in vari tempi interrotta e non mai estinta, anzi rinforzata poi maggiormente da Fozio e da altri ambiziosi o maligni patriarchi, e che dura tuttavia. Nondimeno è incerto se questa smembrazione accadesse sotto questo papa, oppur sotto il suo successore Gregorio III, come io credo piuttosto. Veggasi all'anno 733.


   
Anno di Cristo DCCXXXI. Indiz. XIV.
Gregorio III papa 1.
Leone Isauro imperad. 15.
Costantino Copronimo Augusto 12.
Liutprando re 20.

Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Gregorio II, essendo egli stato chiamato da Dio nel dì 11 di febbraio al premio eterno delle sue virtù e fatiche in pro della religione cattolica, e meritevolmente riconosciuto per santo. Verso l'ordine monastico esercitò egli non poco la sua beneficenza, fondando nuovi monisteri, e ristorando i vecchi; stese la sua liberalità a varie chiese; e lasciò una perpetua memoria della sua pietà, dottrina e prudenza in mezzo di varii sconcerti della religione e del secolo. Dopo un mese e cinque giorni di sede vacante, se vogliamo seguitare il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] ed alcuni esemplari di Anastasio bibliotecario, fu eletto e consacrato papa, con assenso ed applauso universale, Gregorio III, soriano di nazione. Ma nella vita del medesimo presso lo stesso Anastasio si legge, ch'egli contra sua voglia fu eletto nel tempo che si faceano i funerali al defunto Gregorio II, e però non già un mese e cinque giorni, ma solamente cinque giorni, dovrebbe essere durata la vacanza della Sede pontificia; se non che in essa vita si parla solamente dell'elezione, restando in dubbio se immediatamente ne seguisse la consecrazione, per cui veramente l'eletto cominciava il suo pontificato. Fa un grande elogio di questo [194] novello pontefice Anastasio [Anastas., in Gregor. III.], o chiunque sia l'autore della sua vita, rappresentandocelo dotto nella lingua greca e latina, che recitava a memoria tutto il salterio, eloquente predicatore, amatore de' poveri, redentor degli schiavi, e vivo esemplare d'ogni cristiana virtù. Non tardò lo zelante pontefice a scrivere delle forti lettere agl'imperadori Leone e Costantino, esortandoli a desistere dalla persecuzione delle sacre immagini; e questi suoi sentimenti ed esortazioni inviò a Costantinopoli per mezzo di Giorgio prete. Ma questi giunto colà, veggendo l'aspro trattamento che si faceva a chiunque osava di opporsi alle determinazioni degli Augusti, per timor della pelle se ne tornò a Roma senza presentar quelle lettere. Confessò il suo fallo al pontefice, il quale, sdegnato per la di lui pusillanimità, raunato il concilio, volle degradarlo dal sacerdozio. Tante nondimeno furono le preghiere dei padri e dei nobili laici, che si contentò di dargli una buona penitenza, con patto che ritornasse alla corte colle stesse lettere. Andò egli in fatti, ma dai ministri imperiali nel passare per la Sicilia fu ritenuto, e stette quasi un anno esiliato in quelle parti. Provò in questi tempi la Gallia qual fosse la crudeltà e l'odio de' Saraceni contro de' Cristiani. Divenuti essi già padroni della Linguadoca, passarono il Rodano, s'impadronirono della città di Arles, assediarono quella di Sens, ma non poterono mettervi il piede, mercè dell'animo che fece in tal congiuntura ai cittadini s. Ebbone vescovo di quella città [Chron. Petav. apud Du-Chesne.]. Distrussero poi assaissime chiese, monisteri e castella, lasciando dappertutto segni del loro furore con incendii e stragi de' miseri cristiani. Intanto i due eroi della Francia Carlo Martello ed Eude duca dell'Aquitania, in vece di volgere le armi contra di quegl'infedeli, ad altro non pensavano che a scannarsi l'un l'altro, e a sagrificar le vite de' popoli [195] franchi alla loro ambizione. Toccò la peggio in una delle due battaglie ad Eude, e Carlo per due volte entrato nell'Aquitania, diede il guasto al paese con riportarne un immenso bottino a casa.

Avea Romoaldo II, duca di Benevento [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 50 et 55.] sposata in seconde nozze Ranigonda figliuola di Gaidoaldo duca di Brescia. Ma egli terminò i suoi giorni circa questi tempi, oppure nell'anno 733, come pensa il Bianchi [Blancus, in Notis ad Paul. Diac. tom. I Rer. Italic.]. All'incontro Camillo Pellegrino fu di parere che avvenisse la morte di quel duca nell'anno 720, e che dopo lui per due anni governasse quel ducato un Aodelao, ossia Audelao, e che a lui succedesse nell'anno 724 Gregorio, che da Paolo Diacono vien chiamato nipote del re Liutprando, e creato duca da esso re. Ma avendo noi veduto all'anno 729 che il re suddetto andò per sottomettere al suo dominio il duca di Benevento, e volle ostaggi da esso, non par molto verisimile che allora comandasse ai Beneventani Gregorio, il quale, siccome nipote e creatura del re Liutprando, avrebbe dovuto conservar buona armonia collo zio. Certo è che ci mancano lumi per diradar queste tenebre; ma non è improbabile che circa i presenti tempi succedesse l'assunzione di Gregorio al ducato di Benevento, perchè torneremo a vedere all'anno 740 irato il re Liutprando contro del duca di Benevento, ed allora è probabile che il suddetto Gregorio non si contasse più tra i vivi. Però sia a me lecito di riferire qui ciò che ha detto Paolo Diacono intorno a questo affare. Scrive egli, che essendo mancato di vita Romoaldo II duca di Benevento, dopo aver comandato per ventisei anni, lasciò dopo di sè un figliuolo di poca età, nominato Gisolfo II. Contra di lui insorsero alcuni che anche tentarono di levarlo dal mondo; ma il popolo di Benevento, avvezzo alla [196] fedeltà verso i suoi principi, gli salvò la vita con uccidere chi s'era sollevato contro di lui. Probabilmente quell'Audolao duca, menzionato nella Cronica di santa Sofia [Chron. S. Sophiae apud Ughel. Ital. Sacr. tom. 8.], ma non conosciuto da Paolo Diacono, o da lui apposta omesso, perchè considerato quale usurpatore, dovette occupar quel ducato e tenerlo per due anni. Ora il re Liutprando, che vedeva di mal occhio lo sconvolgimento di quelle contrade, e che dovette temere che i Greci vicini e nemici non profittassero d'una tal turbolenza, e dell'età di Gisolfo II incapace a reggere un sì vasto dominio, e in pericolo di perdere la vita, si portò a Benevento apposta, e levatone il fanciullo Gisolfo, vi pose per duca Gregorio suo nipote, la cui moglie si appellò Giselberga. Dato in questa maniera buon sesto alle dissensioni di quel ducato, se ne tornò il re Liutprando a Pavia, conducendo seco il suddetto Gisolfo, ch'egli fece nobilmente allevare come se fosse proprio figliuolo; e giunto che fu all'età convenevole, gli diede per moglie Coniberga, ossia Scauniberga, di nobil sangue; e questi poi a suo tempo fu creato duca di Benevento dal medesimo re Liutprando.


   
Anno di Cristo DCCXXXII. Indizione XV.
Gregorio III papa 2.
Leone Isauro imperad. 16.
Costantino Copronimo Augusto 13.
Liutprando re 21.

Chiarito oramai il sommo pontefice Gregorio III che a nulla giovavano presso dell'imperadore Leone le preghiere ed esortazioni perchè desistesse dalla guerra mossa contro le sacre immagini, nell'anno presente raunò nella basilica vaticana un concilio di novantatrè vescovi d'Italia [Anastas. Bibliothec., in Greg. III.], fra' quali furono i principali Antonio patriarca di Grado e [197] Giovanni arcivescovo di Ravenna, e vi intervenne ancora tutto il clero romano coi nobili e col popolo d'essa città. Quivi fulminò la scomunica contra chiunque deponesse, distruggesse, profanasse o bestemmiasse le sacre immagini; ed egli il primo, e poi tutti gli altri prelati ne sottoscrissero il decreto. Ciò fatto, ingegnossi di far sapere la risoluzion del concilio agl'imperadori, con far loro premura perchè si rimettessero ne' sacri templi le immagini, e spedì le lettere per Costantino difensore. Questi ancora fu arrestato in Sicilia, e quivi detenuto prigione quasi per un anno intero, e le lettere gli furono tolte, con rimandarlo in fine caricato d'ingiurie e di minacce. Tutti poscia i popoli dell'Italia formarono varie suppliche ai predetti Augusti in favor delle sacre immagini, e le inviarono forse nell'anno seguente alla corte; ma questi scritti incorsero nella medesima disavventura, perchè furono intercetti da Sergio patrizio e generale dell'armi in Sicilia, i portatori cacciati in prigione, e rilasciati solamente dopo otto mesi col regalo di molte ingiurie. Non lasciò per questo lo zelante papa di scrivere altre lettere vigorose tanto ad Anastasio usurpatore del patriarcato costantinopolitano, quanto a Leone e Costantino Augusti intorno al medesimo affare, e le mandò alla corte per Pietro difensore, verisimilmente per altra via che per quella di Sicilia; e contuttochè Anastasio bibliotecario non ne dica l'esito, pure si sa che tanto gl'imperadori quanto Anastasio stettero fermi nella lor condannata determinazione. Già è deciso presso gli eruditi, che continuando i Saraceni di Spagna le loro scorrerie nella Gallia con incendiare e saccheggiar dovunque giugnevano, sicchè molte città restarono desolate dalla loro barbarie, Eude duca d'Aquitania, al cui paese specialmente toccò questo flagello, veggendosi a mal partito, o prima, ovvero allora pacificossi con Carlo Martello, e implorò il suo aiuto contra [198] di quegl'infedeli. Unitisi dunque i due valorosi principi con una poderosa armata, furono ad affrontare i nemici presso della città di Poitiers, diedero loro battaglia, e poscia una memorabile sconfitta per valore specialmente delle truppe che Carlo avea seco condotte dall'Austrasia, cioè della Germania. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.] fa menzione anche egli di questa insigne vittoria, con dire che vi restarono morti trecento settantacinquemila Saraceni, e solamente mille e cinquecento Cristiani. Forse in tutta la Spagna e Linguadoca non v'era sì gran numero di combattenti Saraceni; e certo il buon Paolo spacciò qui la nuova di quel conflitto, quale correva fra il rozzo popolo, cioè stranamente ingrandita dall'odio che meritamente si portava da' Cristiani a quell'empia e finor trionfante nazione. Anche Anastasio bibliotecario fa menzione di essa vittoria, con riferire lo stesso numero di uccisi, ed attribuirlo al solo duca Eude. Ma sì egli che Paolo, dicendola accaduta nel pontificato di papa Gregorio II, e circa l'anno 725, confondono insieme due diverse vittorie, essendo certo che quella del presente anno fu veramente la più riguardevole contro quei Barbari, e che la gloria ne è principalmente dovuta al valore e alle milizie di Carlo Martello. E di qui ancora pare che risulti non essere stata scritta da autore alcuno contemporaneo la vita d'esso papa Gregorio II, e che chi la scrisse, dovette copiar da Paolo Diacono cotali avvenimenti.


   
Anno di Cristo DCCXXXIII. Indizione I.
Gregorio III papa 5.
Leone Isauro Imperadore 17.
Costantino Copronimo Augusto 14.
Liutprando re 22.

Sotto quest'anno abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che Leone imperadore diede per [199] moglie a Costantino Copronimo Augusto suo figliuolo una figliuola del principe de' Gazari, cioè dei Tartari Turchi, avendo essa prima del matrimonio abbracciata la religion cristiana, e preso il nome d'Irene. Questa riportò la lode di buona principessa, studiò le sacre lettere, si distinse nella pietà, e non mai approvò l'empie opinioni del suocero nè del marito. Ora il medesimo Augusto Leone, in vece di accudire a reprimere i Saraceni che in questi tempi diedero il guasto alla Paflagonia, e si arricchirono colla rovina di que' popoli, ad altro non pensava che a sfogare il suo sdegno contro del papa e contro di chiunque contrastava in Roma al suo astio verso le sacre immagini. Però allestì una poderosa armata navale per gastigarli, e sotto il comando di Mane duca de' Cibirrei la spedì nel mare Adriatico. Confuse Iddio i di lui perversi disegni, perchè alzatasi un'orribil burrasca, fracassò o dissipò tutto quello stuolo, con vergogna e rabbia incredibile di chi lo avea spedito. Altro dunque non potendo per allora l'infuriato Augusto, imperversò contro le sostanze de' popoli della Sicilia e Calabria, accrescendo di un terzo il tributo della capitazione. Oltre a ciò, fece confiscare i patrimonii spettanti fin dagli antichi tempi alla Chiesa romana, posti parimente in Sicilia e Calabria, dai quali essa Chiesa ricavava ogni anno tre talenti e mezzo d'oro. Di questi patrimonii usurpati alla santa Chiesa di Roma in tal occasione parlano ancora Adriano I in un'epistola a Carlo Magno, e Nicolò I papa in un'altra a Michele imperadore. Ne fecero in fatti varie volte istanza i sommi pontefici agl'imperadori greci, ma sempre senza frutto, finchè i Saraceni, siccome vedremo, vennero ad assorbir tutto. Non so mai se potesse appartenere all'anno presente un avvenimento narrato da Agnello storico ravennate [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., tom. 2 Rer. Italic.], mentre [200] era arcivescovo di Ravenna Giovanni successor di Felice. La spedizion della flotta cesarea nell'Adriatico, accaduta in quest'anno, e il sapere che i Ravegnani andavano d'accordo coi sommi pontefici nel sostener le sacre immagini, e che il suddetto Giovanni loro arcivescovo senza paura nè dell'imperadore, nè dell'esarco, era intervenuto nel precedente anno al concilio romano celebrato contra gl'iconomachi, mi fan credere non improbabile che in Ravenna succedesse quanto vien raccontato dal medesimo Agnello; cioè, che tornò di nuovo un ministro imperiale con varie navi armate per saccheggiar Ravenna, come era accaduto negli anni addietro. Venuto quel popolo in cognizione dell'iniquo disegno, dato di piglio all'armi, in forma di battaglia andò ad incontrare i Greci. Finsero essi cittadini di prendere la fuga, ed allorchè furono allo stadio della Tavola, voltata faccia, cominciarono a menar le mani contra de' Greci. Intanto il vescovo Giovanni, il clero e tutti i maschi e femmine restati entro la città, vestiti di sacco e di cilicii, imploravano con calde preghiere e lagrime l'aiuto celeste in favore dei suoi. Sentissi una voce, senza sapersi onde venisse, nel campo ravennate, che loro intonò la sicurezza della vittoria: laonde tutti più che mai coraggiosamente s'avventarono contra de' Greci, i quali, vedendo rotta un'ala dell'esercito loro, presero la fuga, con ritirarsi nelle navi chiamate dromoni. Allora i Ravennati saltarono anch'essi nelle lor barchette e picciole caravelle, e furono addosso ai nemici, con ucciderne assaissimi, e precipitarne molti nel braccio del Po, che in questi tempi arrivava fino a Ravenna, di maniera che per sei anni dipoi la gente si astenne dai pesci di quel fiume. Questo conflitto accadde nel dì 26 di giugno, giorno de' santi Giovanni e Paolo, solennizzato dipoi da lì innanzi dal popolo di Ravenna quasi al pari del dì santo di Pasqua, con addobbi e con [201] una processione in rendimento di grazie a Dio, perchè restasse in quel dì liberata la città dal mal talento de' Greci. Veramente sembra che non s'intenda come stando allora in Ravenna l'esarco Eutichio e seguitandovi a stare dipoi, il popolo di quella città si rivoltasse contra de' Greci, e continuasse poscia a far festa di quel prosperoso successo. Ma è da avvertire, che tanto in Roma che in Ravenna s'era sminuita di molto l'autorità degli esarchi, e questi navigavano come poteano. Nell'esercizio della giustizia e ne' tributi ordinarii era prestata loro ubbidienza; ma di più non veniva loro permesso, essendo quei popoli risoluti di sostener le sacre immagini, e di non lasciarsi opprimere dalle violenze indebite dell'empio imperadore. Era certo allora in disgrazia d'esso Augusto anche papa Gregorio III; e pure sappiamo da Anastasio [Anastas. in Gregor. III.] che questo pontefice ottenne dall'esarco Eutichio sei colonne onichine, le quali furono da lui poste nel presbiterio della basilica vaticana con travi soprapposti, tutti coperti con lastre d'argento effigiate. Vi pose ancora varii gigli e candellieri alti alcune braccia per le lucerne, tutti di argento, pesanti libbre settecento. Quel tanto dirsi da altri scrittori greci, che l'Italia s'era sottratta all'ubbidienza di Leone Isauro, non si dee credere che sia affatto senza fondamento.


   
Anno di Cristo DCCXXXIV. Indizione II.
Gregorio III papa 4.
Leone Isauro imperadore 18.
Costantino Copronimo Augusto 15.
Liutprando re 23.

Circa questi tempi potrebbe essere accaduta la fondazione di Città Nuova fatta dal re Liutprando, quattro miglia lungi da Modena, sulla via Emilia, ossia Claudia, come da assaissimi secoli in qua noi diciamo. Doveano essere in quella [202] parte del territorio modenese dei boschi, e niuna casa, e però quivi nascondendosi gli assassini, infestavano la strada regale della Lombardia, che passava per colà. Ora venne in mente al re di fabbricar quivi una terra o città, con piantarvi una colonia di Modenesi, acciocchè da lì innanzi restasse il passo ben guardato dagli assassini. Quivi tuttavia nella facciata della parrocchiale di san Pietro, che sola resta di quell'illustre luogo, ne esiste la memoria in un marmo, benchè logorato dal tempo e mancante nel fine. Le parole che ivi si leggono, son le seguenti in lettere romane:

HAEC XPS FVNDAMINA POSVIT FVNDATORE

REGE FELICISSIMO LIVTPRAND PER EVM CEB...

HIC VBI INSIDIAE PRIVS PARABANTVR,

FACTA EST SECVRITAS, VT AX SERVETVR.

SIC VIRTVS ALTISSIMI FECIT LONCIBARD.

TEMPORE TRANQVILLO ET FLORENTISS.

OMNES VT VNANIMES.... PLENIS PRINC....

Dissi illustre luogo, perchè nominato anche nel testamento di Carlo Magno, e veramente divenuta città dove dimorava un conte, cioè un governatore, o un gastaldo, cioè un regio uffiziale che amministrava giustizia, come ho con varii documenti provato nelle Antichità italiche [Antiquit. Italic., Dissert. XXI.]. Dopo il mille andò in rovina essa Città Nuova, probabilmente perchè il popolo di Modena volle maggiormente ampliare e popolare la propria città. Dura nondimeno tuttavia il nome della villa di Cittanova.


   
Anno di Cristo DCCXXXV. Indizione III.
Gregorio III papa 5.
Leone Isauro imperadore 19.
Costantino Copronimo Augusto 16.
Liutprando re 24.

Godeva intanto Gregorio papa pace, quantunque non godesse della grazia dell'imperadore Leone Iconomaco, perchè [203] i Greci non aveano forza o maniera di comandare a bacchetta in Roma, e il popolo romano si trovava unito per sostener l'onore delle sacre immagini, e per non lasciarsi calpestare dall'adirato Augusto, cui per altro riconoscevano per loro signore. Attendeva dunque esso papa a ristorare ed ornar le chiese, ad ergere monisteri, e lasciar dappertutto segni della sua pia munificenza, che sono diligentemente annoverati nella di lui vita presso Anastasio [Anastas., in Gregor. III.]. All'incontro Leone Augusto era intento a punire o colla morte o coll'esilio chiunque ardiva di difendere il culto delle sacre immagini, e non mancarono de' martiri sotto di lui e de' suoi successori per questo. Venuto a morte nell'anno presente Eude celebre duca d'Aquitania e Guascogna [Continuator Fredegarii, T. I. Du-Chesne.], Carlo Martello, governatore di nome, re di fatti, della monarchia franzese, corse tosto ad occupar coll'armi quelle contrade. Avea Eude lasciato dopo di sè due figliuoli, Unaldo e Attone (lo stesso è che Azzo ed Azzone), i quali vigorosamente sostennero, finchè ebbero forze, le loro ragioni. Durò la guerra fino all'anno seguente, in cui, o, siccome io credo, che si venisse ad un aggiustamento, o che Carlo volesse acquistarsi la gloria di principe moderato, si sa che egli dichiarò e lasciò ad Unaldo tutto quel ducato, o almen parte d'esso, ma con obbligarlo a giurar fedeltà ed omaggio non già al re Teoderico IV, ma a sè stesso, e a Pippino e Carlomanno suoi figliuoli. Altrettanto avea egli fatto nell'anno precedente nel ricuperar Lione ed altre città dalle mani de' Saraceni, e nello impossessarsi del regno della Borgogna, con porre ivi dei suoi uffiziali e vassalli, come in paese di suo proprio dominio. In questa maniera andava egli istradando sè stesso, oppure i suoi figliuoli al regno: il che si vedrà effettuato a suo tempo. E perciocchè il saggio re Liutprando coltivava con gran cura l'amicizia [204] coi re franchi e con esso Carlo Martello, e all'incontro per le sue mire alla corona anche Carlo Martello si studiava di mantener buona intelligenza col medesimo re Liutprando, volle circa questi tempi (e forse prima) lo stesso Carlo dare un solenne attestato della sua confidenza ed amistà al re suddetto. Pertanto mandò a Pavia Pippino suo primogenito a visitar Liutprando [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 53.], e a pregarlo che volesse accettarlo per figliuolo d'onore. Volentieri acconsentì il re Liutprando, e la funzione ne fu fatta con tutta solennità, avendo esso re di sua mano tagliati i capelli al giovane Pippino, con che si veniva, per testimonianza di Paolo Diacono, a significare, secondo lo stile d'allora, che il teneva da lì innanzi per suo figliuolo. Poscia, dopo averlo regalato con magnifici doni, il rimandò in Francia al suo padre naturale.


   
Anno di Cristo DCCXXXVI. Indizione IV.
Gregorio III papa 6.
Leone Isauro imperad. 20.
Costantino Copronimo Augusto 17.
Liutprando re 25.
Ildebrando re 1.

Accadde che sul principio di questo anno gravemente s'infermò il re Liutprando di tal malore, che arrivò ai confini della vita, e comunemente si credè ch'egli fosse spedito [Idem, ibid., c. 57.]. Raunatasi per questo la dieta de' signori longobardi, di comun consentimento fu eletto e proclamato re Ildebrando, ossia Ilprando, nipote del medesimo re Liutprando. Seguì tal funzione fuori della città di Pavia nella chiesa di s. Maria alle Pertiche. E perchè era in uso di conferire questa sublime dignità con presentare un'asta al nuovo re, accadde che un cuculo, uccello, venne a posarsi su quell'asta, mentre Ildebrando la teneva in mano. Dai saggi di quel tempo, che badavano forte [205] agli augurii, fu preso questo maraviglioso accidente (se pure s'ha da credere vero) per un prognostico che di niun uso sarebbe il principato d'esso Ildebrando. Si riebbe il re Liutprando dalla sua pericolosa malattia, e venuto in cognizione di quanto avevano operato i Longobardi, se l'ebbe a male. Tuttavia come principe prudente lasciò correre il fatto, ed accettò per collega il nipote, e negli strumenti si cominciarono a contare gli anni ancora di lui. S'era creduto in addietro dal Sigonio e da altri che l'elezion d'Ildebrando fosse accaduta nell'anno 740, perchè Paolo Diacono spesse volte confonde l'ordine de' tempi; ma Francesco Maria Fiorentini con rapportar le note cronologiche [Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.] di uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, da me poscia dato alla luce [Antiq. Italic., Dissert. XXVIII, p. 769.], mise in chiaro che nel marzo del corrente anno correva l'anno primo del medesimo re Ildebrando. Sarebbe nondimeno restato a me non poco dubbio che negli ultimi mesi dell'anno 735 fosse conferito ad esso Ildebrando il titolo di re, dopo aver io osservato nel suddetto archivio lucchese altre memorie che sembrano insinuarlo. Veggasi la dissertazione de Servis [Ibid., Dissert. XIV.] nelle mie antichità italiane. Ed avrei ciò tenuto per indubitato, se non mi fossi incontrato in una pergamena, scritta nel dì primo di febbraio del presente anno, in cui si vede notato l'anno XXIV del re Liutprando, senza che vi si parli del re Ildebrando. A questi tempi mi fo io lecito di riferire la restituzione fatta dal castello di Gallese da Trasmondo duca di Spoleti, narrata da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Gregor. III.]. Era dianzi questa terra pertinenza del ducato romano, l'avevano occupato i Longobardi Spoletini, e per cagion d'essa passavano continue risse fra esso ducato romano e quello di Spoleti. Studiossi il buon papa [206] Gregorio III di metter fine a queste contese, e una considerabil somma di danaro sborsato al duca Trasmondo quella fu che l'indusse a renderla ai Romani: con che cessò ogni nimistà e dissapor fra loro.


   
Anno di Cristo DCCXXXVII. Indiz. V.
Gregorio III papa 7.
Leone Isauro, imperad. 21.
Costantino Copronimo Augusto 18.
Liutprando re 26.
Ildebrando re 2.

Per attestato di Andrea Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], essendo nata una civile discordia fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca Orso; e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E questi fu Domenico Leone, primo ad esercitar quella carica. Crede il medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto, raccontato da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.], ma che forse appartiene ad alcuno degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli Pemmone, postovi dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia Callisto. Ora nei tempi addietro avvenne che Fidenzio vescovo della città di Giulio-Carnico, capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris [Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.]. Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto Amatore, che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella [207] Cronica de' patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce [Anecdot. Latin., tom. 4.], si legge che a Fidenzio succedette Federigo, e a Federigo Amatore. Gran tempo era che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona [Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati dell'imperadore.], terra della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee. Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca, e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato Pemmone, e conoscendo Ratchis suo figliuolo per uomo valoroso, il creò duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza che non gli sarebbe fatto male; [208] e però coi figliuoli e con tutti quei nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli tutti ammessi, donò a Ratchis Pemmone di lui padre, ed inoltre Ratcait e Astolfo di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili. Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re; ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza, meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca Callisto, liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s. Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in quest'anno Teoderico IV, re de' Franchi, e per cinque anni stette la Francia senza re, governando gli stati Carlo Martello, il quale è da maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de' Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione del Continuator di Fredegario [Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.], s'impadronirono della città di Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca, posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città. Tra essi e l'esercito di Carlo seguì [209] un sanguinoso fatto d'armi colla sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.] fa menzione di questa vittoria.


   
Anno di Cristo DCCXXXVIII. Indiz. VI.
Gregorio III papa 8.
Leone Isauro imper. 22.
Costantino Copronimo Augusto 19.
Liutprando re 27.
Ildebrando re 3.

Venne a Roma nel presente anno per la terza volta l'insigne vescovo ed apostolo della Germania s. Bonifacio [Othon., in Vit. S. Bonifacii, lib. 1, cap. 28.], le cui continuate fatiche per piantare in mezzo a tanti popoli pagani la fede di Gesù Cristo non si possono leggere senza stupore. L'accoglienza a lui fatta dal pontefice Gregorio III e da tutto il popolo romano fu corrispondente al merito di quel mirabile coltivator della vigna del Signore. Dopo aver ricevuto dal buon papa molti regali, e quante sacre reliquie seppe dimandare, accompagnato ancora da tre lettere scritte da esso pontefice ai popoli della Germania, convertiti di fresco da lui alla vera fede, se ne partì contento alla volta della sua greggia. Nel cammino, o spontaneamente o invitato, passò a Pavia, dove il re Liutprando gli fece un bel trattamento, e il ritenne seco per qualche tempo, godendo e profittando dei di lui santi insegnamenti. Secondo i conti di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 56.], Gregorio duca di Benevento, nipote del re Liutprando, venne in quest'anno a morte, dopo aver governato quel ducato per sette anni. Gli succedette Godescalco duca, che solamente per tre anni tenne quel ducato, ed ebbe per moglie Anna. Fu allo [210] incontro di parere Camillo Pellegrino [Camil. Peregrinus, Hist. Princ. Langob. tom. 2 Rer. Italic.] che la morte del suddetto Gregorio accadesse nell'anno 729, e che Godescalco campasse quattro anni nel ducato: tempo appunto assegnatogli nella Cronica di santa Sofia presso l'Ughelli. Finalmente il signor Bianchi [Blancus, in Notis ad Paul. Diac., tom. 1 Rer. Ital.] e il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Sigonium, de Reg. Ital.] pensano che Gregorio terminasse i suoi giorni nell'anno 740, e che gli succedesse allora Godescalco. Forse che i fatti a noi somministrati dalla storia, andando innanzi, ci porgeran qualche lume in mezzo a queste tenebre. Abbiamo ancora dal Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], che nell'anno presente fu governata Venezia da Felice Cornicola maestro de' militi, o vogliam dire generale dell'armi, uomo umile e pacifico, il quale colle sue buone maniere rimise la concordia in quel popolo, ed ottenne che Deusdedit, ossia Diodato, figliuolo del duca Orso ucciso, fosse liberato dall'esilio, e se ne tornasse alla patria.


   
Anno di Cristo DCCXXXIX. Indiz. VII.
Gregorio III papa 9.
Leone Isauro imperad. 23.
Costantino Copronimo Augusto 20.
Liutprando re 28.
Ildebrando re 4.

Più vigorosi che mai tornarono in quest'anno i Saraceni ad infestare la Francia. Presero, per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], la città d'Arles, e portarono la desolazione per tutta la Provenza. Carlo Martello, governator d'essa Francia, stimò bene in questa congiuntura di chiamare in aiuto il re Liutprando, e a questo fine gli spedì ambasciatori con dei regali. Liutprando tra per la stretta amicizia ch'egli saggiamente mantenne sempre [211] colla nazione franca, e perchè non gli piacea d'avere per confinanti al suo regno quegl'infedeli sempre ansanti dietro a nuove conquiste, montò senza dimora a cavallo, e con tutta la sua armata marciò in soccorso dell'amico principe. Fu cagion questa mossa che i Saraceni, abbandonata la Provenza, si ritirarono nella lor Linguadoca. Si sa dal Continuatore di Fredegario [Continuator Fredegar., apud Du-Chesne, tom. 1.] che Carlo Martello anch'egli con tutto il suo sforzo venne in Provenza, ricuperò quelle terre e città, e, secondo l'uso suo, come se fossero paese di conquista, le unì al suo dominio. Cessato il bisogno, Liutprando se ne tornò col suo esercito a casa. Truovasi in quest'anno la fondazione dell'insigne monistero della Novalesa a piè del monte Cenisio, diocesi allora del vescovo di Morienna. Lo strumento fu dato alla luce dal p. Mabillone [Mabill., Append. de Re Diplomatica.], e, siccome egli e il p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] hanno osservato, le note cronologiche di quel documento appartengono all'anno presente, in cui il fondatore Abbone, ricchissimo signore, donò a quel sacro luogo un'immensa quantità di beni, posti in varii contadi di qua e di là dall'Alpi Cozie. Crebbe poscia quel monistero in credito di santità, e molto più in ricchezze, come era in uso di questi tempi, ne' quali gran copia di stabili colava ogni dì nelle chiese e ne' monisteri pro redemptione animae suae. Si legge ancora la cronica antica d'esso monistero, pubblicata dal Du-Chesne, e da me accresciuta [Rer. Ital. P. II, tom. 2.] nel corpo Rerum Italicarum, ma contenente fra molte verità non poche favole. E perciocchè il prurito d'ingrandir l'origine delle città e delle famiglie, passò talvolta anche nei monaci per dare maggior lustro alla fondazione de' lor monisteri, non [212] bastò a quei della Novalesa di avere Abbone, uomo privato, per lor fondatore; vollero ancora che questo Abbone fosse patrizio romano, gran dignità in questi tempi, ma sognata in esso Abbone. Ho io osservato altrove [Antiquit. Ital., Dissertat. XXXIV.], che anche in Padova col tempo fu spacciato per fondatore del celebre monistero di santa Giustina Opilione patrizio, ma con documenti che non sussistono. Quello della Novalesa, benchè servisse con parte delle sue sostanze a fondare il cospicuo monistero di Breme, o Bremido nel Monferrato, e tuttochè decaduto dall'antico splendore, pure conserva alcuna delle sue prerogative, perchè ornato di autorità diocesana, ridotto per altro in commenda, di cui oggidì è abate commendatario il signor Carlo Francesco Badia, insigne fra i sacri oratori. Circa questi tempi Ratchis duca del Friuli, forse irritato da qualche insolenza de' vicini Schiavoni, e perchè essi negavano un annuo tributo solito a pagarsi da essi al principe d'esso Friuli [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 52.], col suo esercito entrò nella Carniola da essi posseduta, e fece un gran macello di quella gente, e devastò tutto il loro paese. Accadde che una brigata d'essi Schiavoni venne addosso al medesimo Ratchis senza lasciargli tempo da farsi dare la lancia dal suo scudiere. Ma egli colla mazza che aveva in mano sì fieramente percosse sul capo al primo che se gli appressò, che lo stese morto a terra, e questo colpo bastò a sbrigarlo dagli altri. Fu nell'anno presente, secondo l'asserzione di Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], creato maestro de' militi, cioè governatore di Venezia, Deusdedit figliuolo del duca Orso, ucciso già nelle fazioni di quel popolo. Questo onore a lui fu fatto in ricompensa delle ingiurie e dei danni in addietro sofferti.

[213]


   
Anno di Cristo DCCXL. Indizione VIII.
Gregorio III papa 10.
Leone Isauro imperad. 24.
Costantino Copronimo Augusto 21.
Liutprando 29.
Ildebrando re 5.

S'imbrogliarono in quest'anno non poco gli affari d'Italia, ma senza che a noi sia pervenuta notizia de' veri motivi di questa turbolenza. Altro non sappiamo da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.], se non che Trasmondo duca di Spoleti si ribellò contra del re Liutprando. Però esso re passò a quella volta coll'esercito, affine di dargli il dovuto gastigo. Alle forze di questo re, e re bellicoso, non potè resistere Trasmondo, e lasciato in balia di lui tutto il paese, scappò a Roma: dopo di che Liutprando creò duca di Spoleti Ilderico suo fedele. Ascoltiamo ora Anastasio [Anastas. Biblioth., in Zacharia, tom. 12 Rer. Italic.], o chiunque sia l'autore della Vita di papa Zacheria, che ci ha conservato varie particolarità di quegli avvenimenti. Scrive egli che l'Italia e il ducato romano furono in gran turbazione, perchè essendo perseguitato dal re Liutprando Trasmondo duca di Spoleti, questi si rifugiò in Roma. Fece istanza il re per averlo nelle mani, perchè probabilmente v'era convenzione fra l'uno e l'altro stato di darsi vicendevolmente i ribelli e servi fuggitivi. Ma papa Gregorio III e Stefano patrizio e duca, e l'esercito romano ricusarono di darlo. Per questo rifiuto, irritato il re, entrò nel ducato romano, e colla forza s'impadronì di quattro città romane, cioè di Amelia, Orta, Polimarzo (ossia Bomarzo, creduto da altri Palombara) e Blera, ossia Bleda. Ciò fatto, e lasciate quivi delle buone guarnigioni, se ne tornò a Pavia, correndo il mese d'agosto della Indizione II. Convengono gli eruditi in credere [214] che s'abbia quivi a scrivere nella Indizione VIII corrente fino al settembre dell'anno presente. Ma da che si vide Liutprando allontanato cotanto da quelle contrade, Trasmondo fatta lega coi Romani, e tirato in essa anche Godescalco duca di Benevento, si mise all'ordine per ricuperare il perduto ducato. Raunossi a questo effetto quanto v'era di soldatesche nel ducato romano, e da due parti entraron quegli armati nelle terre di Spoleti. I primi a darsi furono quei di Marsi, di Forconio, di Valva e di Penna, terre d'esso ducato, oggidì del regno di Napoli. Entrati gli altri nella Sabina (parte allora del medesimo ducato), trovarono il popolo di Rieti ubbidiente ai loro cenni. Così felici successi furono cagione che Trasmondo senza fatica ricuperasse anche la città di Spoleti, e tutto insieme il restante del ducato. Il conte di Campello [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 13.], a cui la immaginazione sua forniva tutti i colori per descrivere quei fatti, come se vi fosse stato presente, quantunque confonda non poco i tempi e le imprese, scrive che Ilderico, posto dal re Liutprando per duca in quelle contrade, restò ucciso in questi contrasti. Onde l'abbia egli preso nol so, nè si veggono le citazioni ch'egli qui aveva promesso. Ora certo è che quel ducato ritornò all'ubbidienza di Trasmondo. Nel registro del monistero di Farfa si legge una donazione d'esso duca, fatta mense januario Indictione VIII, che potrebbe appartenere a quest'anno prima della ribellione. Chi poi di sua testa vuol qui farci credere che Liutprando altro motivo per imprendere questa guerra non avesse fuorchè l'ansietà di sottomettere al suo totale dominio i duchi e ducati di Spoleti e Benevento, e che Leone Isauro avesse mano in questi torbidi per opprimere i papi contrarii alle sue perverse opinioni, parlano in aria, qualora non adducano la autorità degli antichi. In quest'anno, [215] per attestato del Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], fu governata Venezia da Gioviano, o Giuliano Ipato, cioè console imperiale, uomo nobile e cospicuo per le molte sue virtù, in riguardo delle quali egli meritò un sì fatto onore [Gl'imperadori di Costantinopoli, amici ed alleati dei Veneziani, sovente davano questo titolo, allora di molto onore, ai capi della repubblica.]. Ciò che significhi questo titolo, già ce lo ha detto il Dandolo, siccome ancora chi lo conferisse. Ma c'è un bel passo a noi conservato da Francesco Sansovino, che egregiamente dà lume ad esso e a noi cognizione dello stato di questi tempi. Parla de' popoli dell'Istria, i quali nell'anno 804 sottoposti a Carlo Magno e a Pippino suo figliuolo re d'Italia, si lagnavano in una scrittura di Giovanni duca, loro governatore [Sansovino, Venezia illustrat., lib. 13, facciata 356.]. Ab antiquo tempore, diceano essi, dum fuimus sub potestate Graecorum imperii, habuerunt parentes nostri consuetudinem habendi actus tribunati, domesticos, seu vicarios, necnon loci servatores. Et per ipsos honores ambulabant ad communionem, et sedebant in consessu unusquisque pro suo honore. Et qui volebant meliorem honorem habere de tribuno, ambulabant ad imperium (imperatorem), qui illum ordinabat hypatum. Tunc ille, qui imperialis erat hypatus, in omni loco secundum illum magistratum militum praecedebat. Così noi troviamo nelle città di Napoli, di Gaeta e di Amalfi, sottoposte ai greci Augusti, i governatori di esse, col titolo ora di duchi, ora d'ipati, ossia di consoli ed ora di maestri de' militi.


   
Anno di Cristo DCCXLI. Indizione IX.
Zacheria papa 1.
Costantino Copronimo imperadore 22 e 1.
Liutprando re 30.
Ildebrando re 6.

L'ultimo anno della vita di Leone Isauro imperadore fu questo. Un'idropisia [216] il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno, con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperio Costantino Copronimo, principe peggiore e più crudele del padre, de' cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chronic.]. Ma sul principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita. Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quando Artabasdo o Artabaso, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il creduto defunto Augusto. Anche il patriarca Anastasio, uomo iniquo, che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadore Artabasdo, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove, per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in collera il re Liutprando contra di Trasmondo per avere, ad onta di lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui sogliono i re uscire per far guerra, [217] con una poderosa armata s'incamminò verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54 et 56.], poco curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio, fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo. Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli data la retroguardia a Ratchis duca del Friuli e ad Astolfo suo fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani. Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire, e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito; ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo rotolar giù nel fiume.

[218] Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno 728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene, prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere a Carlo Martello reggente della Francia, potentissimo e prode guerriero de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo Anastasio [Anastas., in Vit. Stephan. III.], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso. Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papa Gregorio III per l'impegno preso dai Romani in favore del duca di Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal continuatore di Fredegario [Continuator Fredegar., inter Opera Greg. Turonen.] ch'esso papa spedì in quest'anno l'una dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio [Anastas., in Gregor. III, et in Additamen.] faccia menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma col titolo di console, ossia di patrizio. Carlo Martello con ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de' suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii indietro, unì con loro Grimone [219] abbate di Corbeia, e Sigeberto monaco rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 740.] e nelle raccolte de' concilii, dove dice: Conjuro te per Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam regum Langobardorum amori principis Apostolorum, ec. E negli Annali di Metz presso il Du-Chesne [Du-Chesne, tom. 3 Rer. Franc.] si legge che in tal occasione papa Gregorio III mandò a Carlo Martello una lettera col decreto de' principali Romani, contenente che il popolo romano, relicta imperatoris dominatione, desideravano di mettersi sotto la difesa ed invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da Lodovico Pio fra' suoi figliuoli [Baluzius, Capitular. Regum Francor. tom. 1, pag. 685.], che egli loro raccomanda la cura e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici, siccome l'aveano avuta Carlo suo bisavolo, Pippino avolo, Carlo genitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in essa Roma totalmente il dominio imperiale.

Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che non si può bene sciogliere, [220] e convien solo giocar ad indovinare. Nè Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il duca Godescalco; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione. Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le due lettere suddette [Labbe, Concilior., tom. 6.] a Carlo Martello, colle quali, il più pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i beni [221] del beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento, perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso dei re secondo l'antica consuetudine. Nell'altra lettera torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con aver tolto omnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum. Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem redacta. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana, con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando, giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III non parla quivi d'essa [222] basilica, parla della Chiesa di s. Pietro, cioè della Chiesa romana, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in questa maniera le chiese di sant'Ambrosio di Milano, di san Giminiano di Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii, dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa insussistente empietà.

Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla testa di cui era Agatone duca di Perugia, vennero per ritorre Bologna dalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge presso il conte Malvasia [Malvasia, Marm. Felsin. Section. IV, c. 10.]. Eccone le parole.

[223]

VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE

DOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE

ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI

BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE

BONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVA

PRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VAS

IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS

ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT

DEVS REQVIRET

Per altro è incerto se il tentativo fatto dai Romani, cioè dai sudditi dell'imperadore, per ricuperar Bologna, appartenga alla precedente guerra dell'anno 728 e 729, ovvero ai tempi presenti. Ora noi sappiamo da Anastasio [Anastas., in Zachar.], che non intervenne il popolo romano alla difesa di Trasmondo, allorchè il re Liutprando armato venne per ritorgli il ducato di Spoleti. E ne adduce quello storico la ragione, o il pretesto, perchè Trasmondo, dopo essere rientrato nel possesso di quel ducato, non si prese più cura o pensiero di cavar dalle mani del re le quattro città dianzi occupate di ragion del ducato romano, e per non aver mantenuto altri patti seguiti fra loro. Soggiugne Anastasio, che mentre il re Liutprando si preparava con tutto l'esercito per passare all'offesa del ducato romano, Dio chiamò a miglior vita il pontefice Gregorio III, con lasciare in Roma un bell'odore di santità, e non poche memorie della sua pietà e munificenza, che son descritte ad una ad una dallo stesso autore. Finì egli di vivere sul fine di novembre. Diede alla luce monsignor Fontanini [Fontaninius, in Antiquit. Hort., lib. 2, c. 7.] una lettera non più veduta di questo papa, cavata dalla Raccolta MS. degli antichi Canoni, fatta dal cardinal Deusdedit. Essa è scritta ai vescovi Tusciae Langobardorum, con pregarli di unirsi con Adeodato suddiacono regionario, ad obsecrandum [224] et Deo favente obtinendum pro quatuor castris, quae anno praeterito beato Petro oblata sunt, ut restituantur a filiis nostris Liutprando et Hilprando. Leggesi la data idus octobris Indictione IX, cioè, secondochè pensa il suddetto prelato, nell'anno 740. Ma non essendoci probabilità che nell'anno 739 il re Liutprando, impegnato co' suoi soccorsi nella guerra dei Saraceni in Provenza, facesse l'impresa di Spoleti, convien credere che l'occupazion di quelle quattro castella o città seguisse anno praeterito, cioè nell'anno 740, siccome ho detto; e per conseguente che quella lettera sia scritta nel presente 741, prima che questo pontefice passasse a miglior vita, e che in vece d'Indictione IX, si abbia a leggere Indictione X, se pure l'indizione allora non correva in Roma sino al fine dell'anno: nel qual caso nulla sarebbe da mutare. Che se lo stesso monsignor Fontanini ci fa quivi sapere che Perugia era la capitale della Toscana de' Longobardi, avrebbe egli durata fatica a provar quest'asserzione, perchè sotto i Longobardi non apparisce che la Toscana costituisse un ducato, o marca, di cui fosse capo qualche città. Quello ch'è peggio, abbiam veduto poco fa Agatone duca di Perugia uffizial de' Romani, ossia degl'imperiali; e però neppur si vede che Perugia in questi tempi fosse sottoposta ai Longobardi, non che capitale della Toscana ad essi spettante.

Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romano Zacheria di nazione greco, personaggio [225] di gran benignità, di tutta bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa [Anastas., in Zachar.], trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di Spoleti Ansprando, ossia Agiprando, suo nipote. Così Anastasio, così Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro rifiuto occupò le [226] quattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore, consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo: il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni. Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di Venezia Giovanni Fabriciaco, per quanto attesta il Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12. Rer. Italic.]. Ma costui non arrivò a compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno finì di vivere dopo lunga malattia Carlo Martello, reggente per tanti anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso suddetto. Restarono di lui tre figliuoli Carlomanno, e Pippino, nati dalle prime nozze, e Griffone dalle seconde. Non accordandosi i due primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e confinato in una prigione, e Sonichilde sua madre in [227] un monistero. Il cognome di Martello dato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.


   
Anno di Cristo DCCXLII. Indizione X.
Zacheria papa 2.
Costantino Copronimo imperatore 23 e 2.
Liutprando re 31.
Ildebrando re 7.

O nel precedente anno, o pur nel presente dee ragionevolmente essere accaduta la mutazione fatta nel ducato beneventano. Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.] immediatamente dopo la presa di Spoleti seguita a dire che il re Liutprando s'incamminò alla volta di Benevento con tutte le sue forze per punire Godescalco duca, siccome vedemmo, rivoltato contra di lui. Ma non aspettò Godescalco l'arrivo del re armato e vittorioso. Fece trasportare in nave tutte le preziose suppellettili del palazzo e la moglie sua, con pensiero di fuggirsene in Grecia. A lui nulla giovò, perchè mentre anch'egli va per imbarcarsi, i Beneventani parziali di Gisolfo II, gli furono addosso e l'ammazzarono. Ebbe sua moglie la fortuna di salvarsi e di ricoverarsi con tutto il suo avere a Costantinopoli. Uno dei suoi reati presso il re Liutprando vo io intendendo che fosse l'aver egli al suo dispetto preso il ducato di Benevento senza rispettare l'autorità regale, e in pregiudizio dei diritti competenti a Gisolfo II, siccome figliuolo di Grimoaldo II duca. Comunque sia, arrivato Liutprando a Benevento, quivi pose per duca esso Gisolfo. Però non si può mai menar buono a Camillo Pellegrino [Camill. Peregrinus, Histor. tom. 2 Rer. Ital.] il pretendersi da lui che la caduta di Godescalco e la assunzione di Gisolfo II sieno da riferire all'anno 752. Senza documenti autentici [228] non oserei io qui di contrariare a Paolo Diacono, scrittore del presente secolo, che chiaramente mette in questi tempi la mutazione suddetta. E però essa appartiene all'anno presente, ovvero all'anno antecedente. Dopo avere stabilita la quiete nel ducato di Benevento, se ne tornò indietro il re Liutprando, e mentre era nella città di Orta, udì che papa Zacheria s'era mosso da Roma per venire a trovarlo. Per quante lettere avesse scritto il buon pontefice, non avea finora veduto adempiuta la promessa fatta da esso re di restituire le quattro città occupate al ducato romano: laonde si determinò di andar egli in persona a farne istanza, ben persuaso che la maestà, da cui è accompagnato il sublime grado di un romano pontefice, leverebbe tutti gli ostacoli all'esecuzion de' trattati. Nè si ingannò [Anastas., in Zachar.]. Partito da Roma col suo clero, animosamente si mise in viaggio per abboccarsi con Liutprando. Appena intese il re questa sua mossa, che spedì ad incontrarlo Grimoaldo suo ambasciatore, da cui fu condotto fino a Narni. Poscia mandandogli incontro i suoi duchi e primi uffiziali con alcuni reggimenti di soldati, che andarono a riceverlo otto miglia lungi da Narni, e il condussero in un venerdì a Terni città del ducato di Spoleti. In quella città davanti alla porta della basilica di s. Valentino se gli presentò con tutta riverenza il re Liutprando, accompagnato dal resto dei suoi uffiziali e soldati. Entrati nella chiesa, fecero le loro orazioni, ed usciti che furono, il re quasi per un mezzo miglio ossequiosamente addestrò il pontefice; ed amendue stettero quel dì nelle loro tende. Nel sabbato seguente seguì un abboccamento, in cui il saggio pontefice con tal grazia ed efficacia perorò, che tutta la politica infine s'inchinò alla religione. Liutprando non solamente accordò la pronta restituzione di quelle città, due anni prima occupate, con tutti i loro abitatori, e ne fece la donazione [229] in iscritto; ma concedette ancora tutto quanto seppe dimandare il papa. Cioè ridonò a s. Pietro il patrimonio, ossia i poderi della Sabina, che trenta anni avanti gli erano stati tolti, e i patrimonii di Narni, di Osimo, d'Ancona e di Numana, e la valle chiamata Grande nel territorio di Sutri; e confermò la pace col ducato romano per venti anni avvenire. Oltre a ciò, donò al pontefice tutti i prigioni da lui fatti in varie provincie de' Romani, ed anche i Ravennati, con Leone, Sergio, Vittore ed Agnello consoli di quella città, e spedì lettere in Toscana e di là dal Po, acciocchè fossero messi in libertà. Or vegga il lettore se meritava questo re che la sua memoria fosse denigrata cotanto negli Annali ecclesiastici. Dimandò il re al papa che si degnasse di ordinare un vescovo in Narni, il cui nome non sappiamo, giacchè era mancato di vita Consignense, ossia Costantino, pastore di quella Chiesa, e il papa lo compiacque. Fu fatta la funzion della consecrazione alla presenza del re e della sua corte, e sì pia e maestosa comparve, che molti de' Longobardi non poterono ritener le lagrime per la divozione. Venuta la domenica, dopo la messa solenne invitato il re andò a pranzo col papa, e passò il convito con tal piacere, ch'esso re confessò dipoi di non aver mai mangiato in sua vita con tanto gusto. Nel lunedì si partì il buon pontefice, e il re mandò in sua compagnia Agiprando duca di Chiusi suo nipote, e Taciperto gastaldo di Toscanella, e Grimoaldo, non tanto per onorarlo, quanto perchè gli dessero il possesso delle soprannominate quattro città: il che fu da loro puntualmente eseguito. In questa maniera se ne tornò a Roma carico di allori il santo padre, e perciò accolto con incredibili acclamazioni dal popolo, al quale ordinò di fare una general processione a s. Pietro, per rendere grazie a Dio del buon successo dei suoi passi. Queste cose accaddero, dice Anastasio, nell'indizione decima dell'anno corrente; [230] e però s'intende che nell'anno 740 erano state occupate quelle quattro città, ante biennium. Abbiamo poi da Niceforo [Niceph. in Chron.] che in quest'anno Artabaso dominante in Costantinopoli dichiarò imperadore e collega Niceforo suo figliuolo, con farlo coronare dal patriarca Anastasio. Per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Elmacino [Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, c. 17.], diede fine alla sua vita nell'anno presente Iscamo califa ed imperadore de' Saraceni, il quale, secondo la testimonianza di Roderico da Toledo [Roderic., in Histor. Arab.], signoreggiò l'Iconia, la Listria, l'Alapia, la Caldea, le due Sorie, la Media, l'Ircania, la Persia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Giudea, l'Egitto, l'Arabia Maggiore, l'Africa, l'Etiopia, quasi tutta la Spagna, la Linguadoca, e parte della Guascogna: cotanto era cresciuta la potenza de' Musulmani Saraceni. Fu dichiarato re della Francia in quest'anno Chilperico III, ed intanto Carlomanno e Pippino divisero fra loro la parte de' beni di Griffone loro fratello; e, secondo i più accreditati autori, in questo medesimo anno da Pippino e da Berta sua moglie nacque Carlo, che fu dipoi re ed imperadore, e giustamente si acquistò il titolo di Magno. Si disputa tuttavia intorno al luogo della sua nascita fra i Tedeschi e Franzesi. Accortisi i Veneziani che il governo limitato d'un anno pel loro rettore riusciva di incomodo e danno al popolo, elessero in quest'anno per loro duca o doge Deusdedit, figliuolo del duca Orso ucciso; e questi ebbe anche il titolo d'ipato, ossia di console imperiale dall'imperadore di Costantinopoli. Leggesi nel Bollario casinense [Margarinius, Bullar. Casinen. tom. 2, Constitut. 7.] una bolla, data nell'anno secondo del suo pontificato da papa Zacheria, in favore dell'insigne monistero di Monte Casino. Ma quivi l'indizione II non corrisponde all'anno presente, e corrono sopra quel documento altri riflessi, [231] per i quali lo stesso cardinal Baronio dubitò della sua legittimità.


   
Anno di Cristo DCCXLIII. Indizione XI.
Zacheria papa 3.
Costantino Copronimo imperadore 24 e 3.
Liutprando re 32.
Ildebrando re 8.

Fu decisa in quest'anno la controversia dell'imperio fra Costantino Copronimo ed Artabaso, ossia Artabasdo [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.]. Vennero alle mani questi due rivali in Sardi. La peggio toccò ad Artabasdo, che lasciò anche l'equipaggio in preda ai vittoriosi. Si avventurò un'altra battaglia, Niceta figliuolo di esso Artabasdo con grande strage de' suoi fu anch'egli obbligato alla fuga. Ritiraronsi essi in Costantinopoli, città che venne strettamente assediata da Costantino, e presa nel dì 2 di novembre. Rimase prigione Artabasdo co' figliuoli. Costantino, dopo averli fatti accecare insieme col patriarca Anastasio, e coi loro parziali, li fece condurre per loro scherno nel circo sopra degli asini colla faccia volta alla coda. Nulladimeno persuaso che l'iniquo patriarca aderisse alle sue opinioni contra le sacre immagini, il rimise poscia nella sua sedia. Aveva il re Liutprando ben fatta pace col ducato romano, ma non già coll'esarcato di Ravenna, nè colla Pentapoli, provincie tuttavia dipendenti dall'imperio. Perciò in quest'anno fece grande ammasso di genti con disegno di impadronirsi di quelle provincie; e gli uffiziali suoi cominciarono la danza con espugnar alcune terre e città. Atterrito da questo turbine e dall'impotenza di resistere Eutichio patrizio ed esarco di Ravenna, altro scampo non ebbe, che di ricorrere all'intercessione del sommo pontefice [Anastas., in Vit. Zachariae.]: al qual fine spedì a Roma una supplica, a nome ancora di Giovanni arcivescovo d'essa città e de' popoli delle [232] città dell'Emilia e della Pentapoli, scongiurando che accorresse alla lor salvazione. Il primo ripiego che prese Zacheria, fu quello d'inviare con lettere e regali al re Liutprando Benedetto vescovo e visdomino della santa Chiesa romana, insieme con Ambrosio primicerio de' notai, ad esortarlo e pregarlo che desistesse dalle offese degli stati imperiali. Trovarono essi ostinatissimo il re nel disegno di quell'impresa. Allora il buon papa, lasciato il governo di Roma a Stefano patrizio e duca, qual padre amorevole, non atterrito dalle fatiche in pro de' suoi figliuoli, si mosse da Roma alla volta di Ravenna. Fu incontrato il santo pontefice dall'esarco alla basilica di s. Cristoforo quaranta miglia lungi da Ravenna, in un luogo chiamato all'Aquila. Presso poi a quella città gli uscì incontro gran parte del popolo dell'uno e dell'altro sesso, benedicendo Iddio per la di lui venuta. Di colà spedì egli al re suddetto Stefano prete ed Ambrosio primicerio, per notificargli il suo arrivo e la risoluzion presa di portarsi a trovarlo. Arrivarono essi ad Imola, città in questi tempi posseduta, non men che Bologna e Cesena, dai Longobardi; ma quivi trovarono delle difficoltà per proseguire nel viaggio, studiandosi i ministri del re di impedire la venuta del papa. Di ciò avvertito il santo pastore, confidato nell'aiuto di Dio, mosse arditamente da Ravenna, e raggiunti i suoi messi nella giurisdizione longobardica, gl'inviò innanzi al re, che a tutta prima non li volle ammettere, perchè mal sofferiva la venuta del buon pontefice, il quale nel dì 28 di giugno arrivò al Po, con trovar ivi i principali ministri mandati dal re per riceverlo. Con essi il papa si portò a Pavia, e fermatosi nella basilica di s. Pietro in Cielo aureo, situata allora fuor di Pavia, correndo la vigilia dello stesso principe degli Apostoli, quivi celebrò messa solenne: dopo di che entrò nella città. Nella festa seguente invitato dal re nella medesima basilica, solennemente compiè [233] i sacri uffizii, pranzò col re, e seco poscia con accompagnamento magnifico fu introdotto nel regal palazzo. Quivi adoperò il pontefice l'eloquenza sua non solo per distornar Liutprando dall'opprimere l'esarcato di Ravenna, ma eziandio per indurlo a restituir le città occupate. Si trovò nel re una gran durezza: tuttavia condiscese in fine di rilasciare alcuni territorii a Ravenna, e due parti del territorio di Cesena alla parte della repubblica, cioè al romano imperio (che tale era il linguaggio d'allora), con ritenerne la terza parte in pegno, finchè tornassero da Costantinopoli i suoi ambasciatori. Ciò fatto, si partì di Pavia il pontefice, accompagnato da esso re fino al passo del Po, dove prese comiato da lui, ma con inviar seco i suoi duchi e primati, ed altri che eseguissero il concordato. Continuato poscia il viaggio, e riempiendo di consolazione i popoli per dovunque passava, siccome messagger di pace, arrivò finalmente a Roma, dove in rendimento di grazie a Dio celebrò di nuovo con tutto il popolo la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. Degna cosa di osservazione si è che in quest'anno nell'indizione XII, cominciata nel settembre, fu celebrato da papa Zacheria un consiglio in Roma, composto di molti vescovi, dove furono stabiliti varii canoni riguardevoli per la disciplina ecclesiastica. In fine vi si legge: Factum est hoc concilium anno secundo Artabasdi imperatoris, necnon et Liutprandi regis anno trigesimo secundo, Indictione duodecima. Non s'era dianzi negli atti romani giammai mentovato l'anno dei re longobardi. Diligentemente poi ci avvertì il cardinal Baronio che in vece dell'anno secondo di Artabasdo si dee leggere l'anno terzo, perchè a Roma non si era per anche intesa la di lui caduta e il risorgimento di Costantino Copronimo. Ad esso imperadore Costantino avea già papa Zacheria inviato un suo nunzio; ma questi trovato Artabasdo sul trono imperiale, saggiamente si era ritirato senza fare alcun [234] personaggio, aspettando ciò che la sorte determinasse di questi rivali. Andò in fatti, siccome dissi, per terra Artabasdo; ed allora fu che il Copronimo vincitore ordinò che si cercasse conto del ministro pontificio, e dopo aver fatta la donazione al papa e alla Chiesa romana di due masse, cioè di due tenute considerabili di terreno, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Queste masse erano appellate Ninfa e Normia, e appartenevano dianzi alla repubblica, cioè all'imperio: segno manifesto che tuttavia durava in Roma l'autorità e il dominio imperiale; nè i papi nè i popoli si erano sottratti dall'ubbidienza dell'imperadore, nè era stata fulminata espressa scomunica contro di Costantino Augusto, tuttochè nimico e persecutore delle sacre immagini.


   
Anno di Cristo DCCXLIV. Indizione XII.
Zacheria papa 4.
Costantino Copronimo imperadore 25 e 4.
Ildebrando re 9.
Rachis re 1.

L'ultimo anno è questo della vita e del regno del re Liutprando, se pure egli non era mancato di vita nell'anno precedente; del che io dubito forte, considerando le parole di Anastasio [Anastas., in Zachar.], là dove scrive che la divina clemenza eumdem regem ante diem superius constitutum de hac subtraxit luce. Recò la morte sua una somma allegrezza ai Romani e Ravennati, e per lo contrario grande afflizione ai Longobardi, che in lui perdevano un ottimo principe; e tanto più perchè lasciava per successore Ildebrando suo nipote, già dichiarato re, ma mal voluto dalla sua nazione. L'elogio di Liutprando l'abbiamo da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 6, cap. 58.] nelle seguenti parole: Fuit autem vir multae sapientiae, consilio sagax, [235] pius admodum et pacis amator, bello potens, delinquentibus clemens, castus, pudicus, orator pervigil, eleemosynis largus, literarum quidem ignarus, sed philosophis aequandus, nutritor gentis, legum augmentator. Aggiugne ch'egli in sua gioventù prese molte castella della Baviera, sempre confidando più nell'orazione che nell'armi; ed ebbe gran premura di conservar la pace coi Franchi e con gli Avari, padroni allora della Pannonia, oggidì Ungheria. Dal medesimo storico parimente sappiamo che questo gloriosissimo re fabbricò in onore di Dio molte basiliche in qualunque luogo, dove era solito a soggiornare. Oltre al monistero ch'egli aggiunse alla basilica di san Pietro in Coelo aureo, dacchè in essa fece trasportar dalla Sardegna il corpo dell'insigne vescovo e dottor della Chiesa s. Agostino, edificò eziandio nell'Alpe di Bardone, cioè nelle montagne di Parma, il monistero di Berceto, appellato di s. Abondio, perchè ivi fu riposto il sacro corpo di questo martire. Nei borghi ancora di Olonna, corte e villa insigne dei re longobardi in questi tempi, oggidì nomata Cortelona, spettante a don Carlo Filiberto d'Este, principe del S. R. impero, e marchese di san Martino e Borgomaimero, fabbricò una chiesa e un monistero in onore di s. Anastasio martire. Oltre a ciò, entro il suo palazzo di Pavia eresse la cappella del Salvatore, e quivi deputò preti e cherici, che ciascun giorno vi cantassero i divini uffizii: pia invenzione non praticata fino a que' giorni da alcuno dei re. Per attestato di Paolo suddetto, che non si può credere ingannato in ciò, data fu sepoltura al re Liutprando nella basilica di s. Adriano, dove dianzi l'avea conseguita anche il re Ansprando suo padre. Ma essendochè nella basilica di s. Pietro in Coelo aureo tuttavia si legge il suo epitaffio, costante opinione è degli storici pavesi che il di lui cadavero fosse col tempo trasferito in essa basilica. Io per me credo composto quell'epitaffio moltissimo tempo [236] dopo la morte sua. E qui pose fine il suddetto Paolo Diacono alla sua Cronica de' Longobardi, senza sapersene il perchè. Se non ebbe cuore di scrivere la rovina del regno longobardico sotto Desiderio, poteva almen registrare le azioni dei re Rachis ed Astolfo. Restò al governo del regno longobardico il re Ildebrando suo nipote, che dopo di lui regnò anche sette mesi, per attestato di Sigeberto [Sigebertus, in Chron.]. Leggesi nella storia della Chiesa piacentina del Campi, e presso il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., tom. 2.], un suo diploma in favore della chiesa di s. Antonio, posta fuori di Piacenza, dato nel dì 31 di marzo del presente anno, correndo l'anno IX del suo regno, e l'indizione dodicesima: dal che si scorge passato già all'altra vita il re Liutprando. Ma essendo incorso questo principe nell'odio dei suoi popoli o per vizii antecedenti, o per susseguenti cattive azioni, tolto gli fu lo scettro, e questo conferito a Ratchis ossia Rachis duca del Friuli, di cui s'è fatta menzione di sopra, signore non men pel valore che per altre belle doti riguardevole. Nelle carte da me vedute d'esso re, correva l'anno II del suo regno nel dì 4 di marzo e nel dì primo di settembre dell'anno 746, e l'anno III nel dì 24 d'aprile dell'anno 747, e l'anno IV nell'agosto dell'anno 748, il che fa conoscere ch'egli prima del settembre dell'anno corrente fu alzato al soglio. Nè sì tosto il romano pontefice Zacheria [Anastas., in Zachar.] ebbe intesa la di lui assunzione, che gli spedì ambasciatori, con pregarlo di lasciare per riverenza del principe degli Apostoli in pace l'Italia. Furono ben impiegate queste preghiere, e si ottenne da lui una tregua per venti anni. In questi tempi, per attestato di Paolo Diacono, fiorirono due buoni servi di Dio, cioè Baodolino romito nel distretto di Foro di Fulvio, ossia Valentino, oggidì Valenza, presso il fiume Tanaro, e Teodelapio [237] nella città di Verona, amendue famosi allora per i miracoli e per lo spirito di profezia. Ma l'opere loro son rimaste ascose nelle tenebre per negligenza dei nostri maggiori, che di questi e d'altri, i quali probabilmente vissero allora in Italia con odore di santità, niuna vita lasciarono, o se lasciaronla, non è giunta fino a' tempi nostri.


   
Anno di Cristo DCCXLV. Indizione XIII.
Zacheria papa 5.
Costantino Copronimo imperadore 26 e 5.
Rachis re 2.

Fu quest'anno pacifico per tutta la Italia, perchè il re Rachis solamente pensò a ben assodarsi sul trono, e la tregua fatta coi Greci lasciava tranquillo il cuor dell'Italia. Papa Zacheria intento a sempre più stabilire nella Germania la fede cristiana, quivi piantata dall'infaticabile san Bonifazio, celebrò in questo anno in Roma un sinodo di pochi vescovi e preti, nel quale scomunicò Aldeberto e Clemente, due seduttori dei Cristiani, a lui denunziati da esso san Bonifazio. Intanto i due fratelli principi in Francia, Carlomanno e Pippino, fecero guerra, il primo ai Sassoni, l'altro in Alemagna, ossia Suevia, con riportarne vittoria, e questi prosperosi successi furono cagione che molti de' Sassoni abbracciarono la fede di Cristo.


   
Anno di Cristo DCCXLVI. Indiz. XIV.
Zacheria papa 5.
Costantino Copronimo imperadore 27 e 6.
Rachis re 2.

Nel dì primo di marzo di quest'anno il re Rachis, correndo l'anno II del suo regno, pubblicò nove leggi, coll'aggiugnerle all'editto, cioè all'altre dei re longobardi. Nella quinta vien, sotto pena della vita, proibito a qualsivoglia persona l'inviare suoi messi a Roma, Ravenna, [238] Spoleti, Benevento, in Francia, Baviera, Alemagna, Grecia ed Avaria, cioè nella Pannonia ossia Ungheria, allora abitata dagli Unni Avari. Ciò per gelosia di stato. Ma è ben degno di considerazione che qui vengano pareggiati ai popoli stranieri i ducati di Spoleti e Benevento, quasichè questi non fossero sottoposti al re longobardo. Forse allora correvano sospetti della fedeltà di que' duchi. Ed appunto noi sappiamo dai cataloghi da me stampati avanti alla Cronica di Farfa [Rer. Italic., part. II, tom. 2.], che Ansprando duca di Spoleti compiè in quest'anno, oppure nel precedente, la carriera de' suoi giorni, ed ebbe per successore in quel ducato Lupo, ossia Lupone, che il conte Campello non inverisimilmente crede appellato Welfo in favella longobardica, significando in fatti questo nome tedesco il Lupo in italiano. Nelle giunte ad essa Cronica farfense si legge un diploma del medesimo Lupo e di Ermelinda (verisimilmente sua moglie) gloriosi e sommi duchi, in cui stabiliscono un monistero di sacre vergini vicino alle mura della città nostra di Rieti, e il mettono sotto la protezione dell'insigne monistero di Farfa. Quella carta è scritta Spoleti in palatio, anno ducatus nostri VI, mense aprili per Indictionem IV, cioè nell'anno 751. Nondimeno da altri documenti da me citati nelle Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.] si raccoglie il principio del di lui governo e ducato nell'anno 745; anno nondimeno, che a grandi calamità fu sottoposto in Occidente ed Oriente per la terribil pestilenza, che, secondo l'attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.], ebbe principio in Sicilia e Calabria, e, diffondendosi poi per la Grecia, arrivò a flagellar anche Costantinopoli, con istrage incredibile de' popoli, e continuò qualche anno dipoi. Narra quello storico gli strani effetti di questo indomito malore, di cui non profittò punto il traviato imperador Costantino.

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Anno di Cristo DCCXLVII. Indiz. XV.
Zacheria papa 7.
Costantino Copronimo imperadore 28 e 7.
Rachis re 4.

Fu oggetto di ammirazione alla Francia e all'Italia in quest'anno la risoluzion presa da Carlomanno fratello di Pippino, di abbandonar le grandezze del secolo, e di abbracciar l'umile vita monastica. Gli era preceduto coll'esempio Unaldo, ossia Unoldo duca d'Aquitania, che due anni prima, ceduto al figliuolo il ducato, e preso l'abito monastico, si diede a far penitenza de' suoi peccati [Mabill., in Annal. Benedictin.], ma con lasciar in fine una svantaggiosa memoria di sè presso molti, perchè da lì a venticinque anni, essendo morto il figliuolo Waifario duca e il re Pippino, se ne tornò al secolo e al governo dei suoi stati, e ripigliò moglie dopo sì lungo divorzio. Ora Carlomanno, reo anch'egli di molte crudeltà, a persuasione, per quanto si crede, del santo arcivescovo Bonifazio, venne in Italia, e presentatosi a papa Zacheria, fece di molti doni alla basilica di san Pietro, ed esposto il suo pensiero, ottenne da esso pontefice la sacra tonsura, ossia la veste monastica. Passato dipoi nel monte Soratte, dove si credea che fosse stato nascoso san Silvestro papa, quivi edificò un monistero, attendendo da lì innanzi ai santi esercizii del monachismo. Ma perchè frequenti erano le visite che a lui facevano i nobili franzesi, allorchè capitavano a Roma, veggendo egli di non poter quivi trovar la quiete desiderata, di là si trasferì al celebre monistero di Monte Casino, e sotto l'abbate Petronace, tuttavia vivente, colla profession religiosa obbligò il resto de' suoi giorni a quel sacro istituto. Leone Ostiense [Leo, Chron. Casinens., lib. 1, cap. 7.] ed altri raccontano varie pruove fatte della di lui umiltà e pazienza. Ma non è già [240] vietato il credere una favola il raccontarsi da Reginone, ch'egli, senza essere conosciuto, fu ricevuto fra que' monaci, e che strapazzato dal cuoco, fu poi da uno dei suoi famigliari scoperto. Circa questi tempi, se dice il vero la Cronichetta del monistero nonantolano, di cui parleremo all'anno 750, il ducato del Friuli era governato da Anselmo, che fu poi fondatore del suddetto monistero. Avendo egli rinunziato al mondo per servire unicamente a Dio, pare che a lui succedesse in quel ducato Pietro figlio di Munichis, riconosciuto veramente per duca del Friuli da Paolo Diacono, ma senza assegnarne il tempo. A quest'anno appartiene un decreto di Rachis re d'Italia, che si legge nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. X, p. 517.], ma colle note cronologiche alquanto difettose, in cui determina i confini d'alcuni poderi del monistero di Bobbio.


   
Anno di Cristo DCCXLVIII. Indizione I.
Zacheria papa 8.
Costantino Copronimo imperadore 29 e 8.
Rachis re 5.

Attendeva in questi tempi studiosamente il popolo della città di Venezia alla mercatura, navigando anche e trafficando in Oriente e in Africa, ma senza guardarla per minuto, purchè facesse guadagno [L'illustre autore intende non di tutta la nazione in generale, ma solo d'alcuni particolari.]. Capitarono non pochi di questi mercatanti veneziani a Roma, e quivi comperarono una gran quantità di servi, o vogliam dire schiavi cristiani dell'uno e dell'altro sesso, con disegno di condurli appresso in Africa, e di venderli ai Saraceni. Pervenuto agli orecchi del piissimo papa Zacheria questo loro disegno, non tardò a proibire un così infame traffico; e sborsato quel prezzo che si conobbe impiegato da essi nello [241] acquisto di tali servi, mise in libertà tutta quella povera gente, siccome attesta Anastasio [Anastas., in Vita Zachar.], ossia l'autore più antico della Vita di esso papa.


   
Anno di Cristo DCCXLIX. Indizione II.
Zacheria papa 9.
Costantino Copronimo imperadore 30 e 9.
Astolfo re 1.

Cessò in quest'anno la tregua accordata dal re Rachis alle città italiane dipendenti dall'imperio. Per colpa di chi, resta ignoto; se non che Anastasio [Anast., ibid.] attesta che Rachis pieno di sdegno si portò coll'armi all'assedio di Perugia, minacciando inoltre tutte le città della Pentapoli; e sembra ancora che alcune di esse fossero da lui occupate. Questa sua collera non è ingiusto il credere che fosse originata da qualche mancamento o ingiustizia de' Romani, per cui restasse gravemente irritato l'animo suo. Comunque sia, appena agli orecchi del pontefice Zacheria pervennero questi movimenti di Rachis, che presi seco alquanti del clero, e i più riguardevoli personaggi di Roma, volò a Perugia, e quivi impiegati assaissimi doni e calde preghiere, tanto disse e fece, che, placato il re, l'indusse a levar l'assedio. Poco fu questo. In oltre il santo padre con tale efficacia gli parlò intorno allo sprezzo delle cose terrene, adducendo verisimilmente l'esempio fresco di Carlomanno, principe di tanta possanza, che, Rachis concepì anch'egli il disegno di abbandonare il mondo, e di darsi a servire a Dio nell'istituto monastico. In fatti da lì a pochi giorni egli rinunziò alla dignità regale, e in compagnia di Tasia sua consorte e di Ratrude sua figliuola, si portò a Roma, dove tutti e tre da esso pontefice riceverono l'abito monacale. Passò anch'egli ad abitare nel monistero di Monte Casino, e la moglie colla figliuola [242] (oppur colle figliuole) fondò un monistero di sacre vergini a Piombaruola, non lungi da esso Monte Casino, dove si consecrarono a Dio per tutta la lor vita. Durava ancora a' tempi di Leone Marsicano [Leo Ostiensis, Chron. Casinens. lib. 1, c. 8.] il nome della vigna di Rachis in Monte Casino, e la tradizione che la medesima fosse piantata e coltivata dallo stesso re divenuto monaco. A lui succedette nel governo del regno longobardico Astolfo suo fratello. Il Sigonio e il cardinal Baronio, seguitando l'Ostiense, rapportarono all'anno seguente 750 la rinunzia di Rachis, e l'assunzione al trono di esso Astolfo. Ma prima d'ora Sigeberto storico [Sigebertus, in Chron.] antico, e a' dì nostri il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], fondato nella vita di sant'Anselmo abbate di Nonantola, osservarono doversi riferire a questo anno cotali avvenimenti. Io parimente ho altrove [Antiquitat. Italic., Dissert. LXX.] con varii documenti provato che il principio del regno di Astolfo s'ha da riporre nell'anno presente 749. E qui sotto all'anno 752 vedremo che egli era salito già sul trono nel dì 4 di luglio di questo medesimo anno. Nell'antichissima Cronichetta longobardica, da me data alla luce, si legge che Rachis regnavit annos IV et menses IX. Dovrebbe appartenere a questi medesimi tempi la fondazione del monistero di monte Ammiate in Toscana nella diocesi di Chiusi. L'Ughelli [Ughel., Ital. Sacr. tom. 3 in Episcop. Clusin.] ne ha pubblicata un'antica relazione, da cui apparisce che Rachis dopo l'assedio di Perugia, ed anche dopo aver preso l'abito monastico, edificò quel monistero. Quivi ancora si legge un diploma del re medesimo, che dona ad esso sacro luogo una gran quantità di beni. Sopra di che è da dire, poter essere stato che Rachis fondasse il monistero ammiatino; ma contenersi delle favole in quella relazione, ed essere poi discordante dalla relazione, anzi [243] per più capi ridicolo quel diploma che si fa dato nell'anno 742, terzo del regno di Rachis, correndo l'indictione decima, cioè vivente ancora il re Liutprando. Di simili finzioni per accreditar le origini de' monisteri, o i lor santi, erano fecondi i secoli dell'ignoranza, e più di un esempio ne abbiam già veduto. Pensa Camillo Pellegrini, che in quest'anno a Gisolfo II duca di Benevento succedesse Liutprando. Ma se non v'ha errore nelle note cronologiche di un documento riferito nella Cronica del monistero di Volturno, da me data in luce [Rer. Ital. part. II, tom. 1, pag. 374.], questo Liutprando con sua moglie Scaniperga, signoreggiava in quel ducato nell'anno 747, cioè molto prima dell'anno presente.


   
Anno di Cristo DCCL. Indizione III.
Zacheria papa 10.
Costantino Copronimo imperadore 31 e 10.
Astolfo re 2.

Piucchè mai in questi tempi si dilatava per l'Italia l'ordine monastico dei Benedettini, ed appunto correndo verisimilmente l'anno presente fu fabbricato nelle montagne di Modena e nella picciola provincia del Frignano il monistero di Fanano, oggidì nobil terra, distante ventidue miglia dalla città. Fondatore d'esso fu s. Anselmo, poscia autore e primo abate dell'altro insigne monistero di Nonantola, parimente nel ducato di Modena. Era Anselmo dianzi duca del Friuli e cognato del re Astolfo, perchè fratello di Giseltruda regina, moglie del medesimo Astolfo, per quanto ne lasciò scritto l'antico autor della sua Vita, pubblicata dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. Benedictin. IV, tom. 1.]. Essendosi introdotto l'uso che anche i principi dessero un calcio alle terrene grandezze per servire nelle solitudini al re de' regi, Anselmo anch'egli, ritiratosi dal secolo, abbracciò fervorosamente [244] l'istituto monastico. Ottenuto dal re Astolfo il luogo suddetto di Fanano, quivi ad onore del nostro Salvatore fabbricò un monistero, pose in esso dei monaci osservanti della regola di s. Benedetto, e v'aggiunse, secondo il rito d'allora, uno spedale per servigio de' pellegrini e forestieri che capitavano in quelle parti, e somma divenne la sua cura che niuno passasse per colà senza partecipare della carità sua nella mensa e nello albergo. Perchè non usavano allora, come oggidì, le osterie, perciò si studiavano i caritativi cristiani di fondare alberghi per i pellegrini ed altri viandanti, somministrando loro nel passaggio il tetto e gli alimenti. Si conservò per più secoli il monistero suddetto, cioè fino ai tempi di papa Clemente VIII, che trovatolo stranamente scaduto ne applicò quel poco che restava ad un monistero di monache fondato in quella terra. Immaginò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] che in questi tempi mancasse di vita Ricardo re di Inghilterra, padre de' ss. Willebaldo o Winebaldo, e Walpurga vergine, de' quali è fatta menzione nella vita del santo arcivescovo e martire Bonifazio. Nella città di Lucca, dove succedette la di lui morte e sepoltura, si legge l'epitaffio suo che comincia:

HIC REX RICHARDVS REQVIESCIT
SCEPTRIFER ALMVS
REX FVIT ANGLORVM
REGNVM TENET IPSE POLORVM, ec.

Ma siccome dimostrò il padre Enschenio [Henschenius, in Actis Sanctor. ad diem 7 februar.] della Compagnia di Gesù, Ricardo padre di san Willebaldo, fu bensì di nobil prosapia, ma non mai re di Inghilterra, e quell'epitaffio dee dirsi fattura de' secoli posteriori. Fini egli di vivere circa l'anno 721, e non già in questi tempi. Però quantunque anche nel Martirologio romano gli sia dato il [245] titolo di re, ora sappiam di certo che tale non fu. Così ingrandivano (lo torno a dire) i secoli barbarici le cose loro, o per interesse, o per troppa brama di gloria. Ed egli ottenne anche il titolo di santo in tempi, ne' quali poco costava il canonizzar le persone dabbene: che per altro non son giunte a nostra notizia le virtù ed azioni, per le quali fosse a lui compartito sì luminoso onore.


   
Anno di Cristo DCCLI. Indizione IV.
Zacheria papa 11.
Costantino Copronimo imperadore 32 e 11.
Astolfo re 3.

Era nato nel precedente anno a Costantino Copronimo un figliuolo, a cui fu posto in nome di Leone. Nel presente correndo il sacro giorno della Pentecoste, egli il dichiarò Augusto e collega nell'imperio, con farlo coronare fa Anastasio falso patriarca di Costantinopoli. Di ciò fan fede Teofane [Theoph., in Chronogr.], Niceforo [Niceph., in Chron.] e Cedreno [Cedrenus, in Historia.]. Per la cessione di Carlomanno poco fa riferita era Pippino suo fratello salito in maggior potenza. Contra di lui si ribellò bensì Griffone altro suo fratello, uomo di torbido ingegno; ma Pippino coll'armi lo aveva represso, ed insieme gastigati i Sassoni e i Bavaresi, rei di aver presa la protezione di lui. In somma, siccome maggiordomo della corte franzese, egli era il direttore e braccio unico di quella vasta monarchia. Da gran tempo ancora i re della Francia, ossia perché erano inetti al governo, oppure perché la forza de' maggiordomi avesse introdotti varii abusi, più non regnavano, benchè portassero il nome di re. Il maggiordomo aveva in suo pugno le rendite del regno, l'armi, le fortezze, e se al re s'indirizzavano le ambascerie, non rispondeva se non [246] quello che piaceva al ministro. E tale era in que' tempi Chilperico re della Francia. Però Pippino cominciò a pensare, come essendo egli stesso nella sostanza re, potesse divenir tale eziandio col titolo. A questo fine nell'anno presente egli spedì suoi ambasciatori a Roma, per intendere sopra di ciò i sentimenti del papa, trattandosi di assolvere dal giuramento di fedeltà i popoli, e di deporre dal trono chi vi avea sopra un antico giusto diritto. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno appresso.


   
Anno di Cristo DCCLII. Indizione V.
Stefano II papa 1.
Costantino Copronimo imperadore 55 e 12.
Leone IV imperadore 2.
Astolfo re 4.

Secondochè abbiamo da varii Annali de' Franchi, la risposta di papa Zacheria alle dimande dei Franchi fu che lecito fosse ai primati e popoli della Francia di riconoscere per re vero il principe Pippino, e di levare l'autorità a Chilperico re allora di solo nome. Perciò Pippino sul principio dell'anno presente, se non fu sul fine del precedente, coll'autorità della sede apostolica e colla elezione e concorso di tutti i Franchi, fu proclamato re, con ricevere la sacra unzione, per quanto si crede, dalle mani di san Bonifazio arcivescovo di Magonza. Chilperico deposto fu dipoi tonsurato e posto nel monistero di san Bertino, per passar ivi il rimanente de' suoi giorni. Questa azione di Pippino contro di un re legittimo vien dai Franzesi moderni detestata quale eccesso intollerabile di ambizione; e si vorrebbe far credere che il papa o non v'ebbe mano, o non ve la dovea avere, con pretendersi ancora che san Bonifazio non vi acconsentisse, nè ungesse il nuovo re; ma certo in que' tempi la nazion franzese era d'altra opinione; ed è certo che la autorità pontificia influì non poco in [247] quel cambiamento. Non mancano storici, a' quali aderì il padre Mabillone, che mettono nel precedente anno l'esaltazione e principio del regno di esso Pippino. Certissimo è bensì che nel presente fu chiamato da Dio a miglior vita il buon papa Zacheria nel dì 14 di marzo. Molte azioni pie e varii insigni doni da lui fatti alle chiese e ai luoghi pii di Roma, si possono leggere presso Anastasio e negli Annali ecclesiastici. Venne successivamente eletto pontefice romano Stefano prete, ed introdotto nel palazzo patriarcale del Laterano; ma nel terzo dì dopo la sua elezione, colpito da un accidente apopletico, lasciò di vivere. Onofrio Panvinio e il cardinal Baronio a questo eletto diedero il nome di Stefano secondo; ma il Sigonio e gli altri moderni con più ragione l'hanno escluso dal catalogo de' romani pontefici, perchè non l'elezione, ma la consecrazione quella è che costituisce i vescovi e i papi; e a questa consecrazione non si sa che l'eletto Stefano prete in sì poco tempo pervenisse. In fatti nè da Anastasio, nè dagli altri vecchi storici egli vien riconosciuto per papa, e il nome di Stefano secondo è riserbato da loro all'altro Stefano di nazione romano, che dodici dì dopo la morte di papa Zacheria restò eletto dal clero e popolo, e poscia consecrato; pontefice di gran merito per le sue virtù e per le sue piissime operazioni. Ma appena fu egli salito sul trono pontifizio, che la pace se ne fuggì dall'Italia, se pur non era fuggita molto prima. Nodriva Astolfo re de' Longobardi una gran voglia di aggiugnere a' suoi dominii quel che restava agl'imperadori in Italia; e questo suo ambizioso disegno, se crediamo ad Anastasio, scoppiò nel giugno dell'anno presente, con aver egli ostilmente assalito l'esarcato di Ravenna, ed occuputa quella città, con volgere poscia l'armi contra del ducato romano e delle città da esso dipendenti. Ho detto occupata in quest'anno la città di Ravenna dal re Astolfo; ma se non son [248] guaste le note di un diploma di quel re, prese dal registro del monistero di Farfa, e da me rapportate altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], bisogna credere che tale occupazione seguisse nell'anno precedente. Dicesi dato quel privilegio di Astolfo Ravennae in palatio, IV die mensis julii, felicissimi regni nostri III, per Indictionem IV, cioè nell'anno 751. Per conseguente, nel dì 4 di luglio di esso anno 751, il suddetto re Astolfo signoreggiava in Ravenna, da dove Eutichio ultimo degli esarchi era fuggito. Che occupasse ancora tutte le città della Pentapoli, si raccoglie da quanto diremo all'anno 755. Ch'egli ancora stendesse le sue conquiste sino all'Istria, con impadronirsi di quelle città, fin qui suddite del greco imperadore, si ricava dal memoriale esibito nel concilio di Mantova nell'anno 827, benchè sia ignoto il tempo in cui ciò avvenne. Passò inoltre Astolfo, se non nel precedente, certamente in quest'anno, ai danni del ducato romano.

Per quanto abbiam veduto finora, benchè i greci imperadori tenessero in Roma i loro ministri, pure la principale autorità del governo sembra che fosse collocata nei romani pontefici, i quali colla forza e maestà del loro grado, e colla scorta delle loro virtù placidamente reggevano quella città e ducato, difendendolo poi vigorosamente nelle occasioni dalle unghie de' Longobardi. Non fece di meno questa volta papa Stefano II. Come egli vide inoltrarsi le violenze di Astolfo, immediatamente spedì a lui Paolo Diacono suo fratello, ed Ambrosio primicerio [Anastas., in Stephan. II Vit.] per ottener la pace. L'eloquenza e destrezza di questi ambasciatori, ma più i regali ch'essi presentarono, ebbero forza d'ammollir l'animo del re longobardo. Si conchiuse pertanto una pace, ossia tregua di quaranta anni, e ne furono firmati i capitoli con solenne giuramento. Ma non passarono quattro mesi che Astolfo, mettendosi sotto i [249] piedi la giurata fede, tornò ad infestare i Romani, minacciando anche il papa, e pretendendo che cadauna persona del ducato romano gli pagasse un soldo di oro per testa, e pubblicamente protestando di voler sottomettere Roma al regno suo. Tornò il pontefice ad inviargli due suoi ambasciatori, cioè Azzo abbate di san Vincenzo di Volturno, ed Optato abbate di Monte Casino, come si raccoglie da Anastasio suddetto e da Giovanni monaco, autore della Cronica volturnense [Chronic. Vulturnens., part. II, tom. 1 Rer. Italic.], acciocchè lo scongiurassero di lasciar in pace il popolo romano. Ma questi nulla impetrarono, anzi ebbero ordine di ritornarsene ai lor monisteri senza vedere il papa. Abbiamo nella vita di san Gualfredo abbate di Palazzuolo, scritta da Andrea terzo abbate di quel sacro luogo, e pubblicata dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. III Benedictin., part. 2.], che mentre rex magnus Haistulfus Italiae, Tusciae, Spoletanae, Beneventanae provinciae principabatur (parole degne di riflessione) anno regni ipsius fere quarto, il suddetto Gualfredo, personaggio nobile di Pisa, con due suoi compagni, in un luogo appellato Palazzuolo nel monte Verde di Toscana vicino a Populonia, ne' tempi antichi città, fondò un monistero, dove nello spazio di pochi anni si fece un'unione di sessanta monaci, che crebbe poi fino ad ottanta. Un altro monistero medesimamente fabbricarono essi tre servi di Dio in Pitiliano presso al fiume Versilia sul lucchese, dove si dedicarono a Dio le loro mogli con altre nobili donne, prendendo tutte il sacro velo, e formando col tempo una congregazione di circa novanta monache. Di altri monisteri fondati intorno a questi tempi ne' territorii di Lucca e Pistoia ho io rapportato varii documenti nelle mie Antichità italiche. E ciò che succedeva in Toscana, anche nell'altre parti dell'Italia avveniva; le memorie de' quali monisterii son tuttavia ascose [250] negli archivii, oppure perite, per essere tanti monisteri passati in commenda. In questi tempi più che mai si studiava lo sconsigliato imperador Costantino Copronimo di abolir le sacre immagini [Theoph., in Chronogr.] e di tirar dalla sua con varie arti i buoni cattolici. Il re Pippino, all'incontro, mossa guerra ai Saraceni che tuttavia occupavano la Settimania ossia la Gotia, oggidì la Linguadoca, conquistò varie loro città. Si ha ancora dagli Annali di Metz [Annales Metenses apud Du-Chesne.], che se gli diedero Barcellona e Girona, e gran parte della Catalogna: il che io non so accordare colla storia dei tempi susseguenti, certo essendo che Lodovico Pio, vivente Carlo Magno suo padre, per assedio costrinse Barcellona alla resa nell'anno di Cristo 801.


   
Anno di Cristo DCCLIII. Indizione VI.
Stefano II papa 2.
Costantino Copronimo imperadore 34 e 13.
Leone IV imperadore 5.
Astolfo re 5.

Continuarono le vessazioni del re Astolfo contra del ducato romano; e forse nell'anno presente, piuttosto che nel precedente, arrivò a Roma Giovanni silenziario, spedito dalla corte di Costantinopoli [Anastas., in Steph. II Vita.], che portava lettere dell'imperadore assai premurose a papa Stefano II per la conservazione degli stati, ed altre esortatorie al re Astolfo, acciocchè volesse restituire al romano imperio gli usurpati luoghi. Non perdè tempo il pontefice ad inviare il ministro imperiale in compagnia di Paolo Diacono suo fratello ad Astolfo, allora dimorante in Ravenna. A nulla servì questa spedizione. La risposta del re fu ch'egli intendeva di spedire un suo messo alla corte imperiale, per informar l'imperadore e trattar seco di questi affari, siccome egli in fatti eseguì. A questo avviso Stefano [251] papa mal contento di simile sutterfugio, anch'egli inviò messi e lettere a Costantinopoli, con pregar l'Augusto sovrano che, a tenore di tante promesse già fatte, mandasse un esercito in Italia, capace non solo di difendere il ducato romano dai Longobardi, ma eziandio di liberare dalle lor mani l'Italia tutta: memorie ed azioni chiaramente comprovanti che Roma non s'era levata in addietro dalla ubbidienza de' greci imperadori, e che essi godevano tuttavia l'attual possesso e dominio di quella gran città e del suo ducato. Accrebbe intanto il re Astolfo le sue minacce contro del popolo romano, con dire che se non consentivano alla di lui volontà, gli avrebbe tutti messi a fil di spada. Però il santo pontefice attese in questi tempi coi Romani ad implorare la divina misericordia con orazioni e processioni di penitenza, in una delle quali portò appeso alla croce lo scritto di quei patti violati dal re longobardo. Ma vedendo in fine che a nulla giovavano le preghiere e gl'innumerabili regali inviati al re Astolfo, ricevuto anche avviso dalla corte cesarea che dall'imperadore non era da sperare soccorso alcuno: allora fu che dall'Oriente rivolse i suoi pensieri all'Occidente; e seguitando l'esempio de' suoi predecessori, cioè dei due ultimi Gregorii e di Zacheria, che erano ricorsi a Carlo Martello, non già re de' Franchi, come scrive Anastasio, ma direttore del regno dei Franchi, segretamente inviò lettere per mezzo di un pellegrino al re Pippino, implorando l'aiuto suo in mezzo a tante angustie. Spedì Pippino in Italia Drottegango abbate di Gorizia, per assicurare il papa di tutta la sua prontezza a soccorrerlo; e da lì a non molto inviò Crodegango vescovo di Metz ed Autcario duca, che invitarono il papa al viaggio di Francia. Arrivò in questo frangente ancora da Costantinopoli Giovanni, silenziario imperiale, con ordine al papa di portarsi al re Astolfo, per intimargli la restituzion di Ravenna e delle città [252] da essa dipendenti. Chiesto poi passaporto ad esso re Astolfo, il pontefice, in compagnia del medesimo imperiale ministro e de' messi del re dei Franchi, nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, accompagnato da molti Romani e dal pianto dei popoli, si mise in viaggio alla volta di Pavia, dove il duca Autcario a lui preceduto lo aspettava. Era già egli vicino a quella città, quando comparvero messi, inviati dal re Astolfo, per vivamente pregarlo di non muovere parola intorno alla restituzione dell'esarcato; ma il papa protestò che non desisterebbe dal farlo. E in fatti arrivato a Pavia, dopo avere regalato copiosamente il re, il tempestò con preghiere e lacrime, acciocchè restituisse il mal tolto. Altrettanto fece l'ambasciatore imperiale, allorchè presentò al re le lettere dell'augusto suo padrone. Ma non piacendo una tal sinfonia all'ostinato re, si sciolsero in fumo tutti questi maneggi. Fece ancora quanto potè Astolfo per impedire l'andata del papa in Francia; ma per timore dei ministri presenti del re Pippino, benchè fremendo, il lasciò partire. Pertanto il pontefice nel dì 15 di novembre, presi seco alquanti del suo clero, con due vescovi s'incamminò verso l'Alpi; ma per istrada avvertito che il re pentito d'avergli data licenza, era dietro ad attraversare il suo viaggio, sì frettolosamente cavalcò colla sua brigata, che arrivò alle Chiuse, cioè ai confini della Francia, dove ringraziò Dio di vedersi in salvo. Giunse dipoi al monistero agaunense di san Maurizio ne' Vallesi, dove il concerto era che seguirebbe l'abboccamento col re Pippino; ma colà essendo arrivati Fulrado arcicappellano di esso re, e Rotardo, duca, il pregarono di continuare il viaggio sino alla villa regale di Pontigone, perchè quivi il re avea destinato di accoglierlo. Venne poscia ad incontrarlo il principe Carlo primogenito del re; poscia tre miglia lungi dal palazzo della villa suddetta Pippino stesso colla moglie e coi figliuoli fu a riceverlo, [253] ed immantinente smontato da cavallo, addestrò a' piedi per un certo tratto di via il santo padre, e condusselo al prefato palazzo nel dì 6 di gennaro dell'anno seguente.

In questi tempi, giacchè il re Astolfo avea donato ad Anselmo abbate suo cognato un luogo deserto nel contado di Modena, appellato Nonantola, di là dal fiume Panaro, e dove esso abbate coi suoi monaci avea già fabbricata una chiesa con un ampio monistero, fu esso tempio consecrato da Geminiano vescovo di Reggio e susseguentemente da Sergio arcivescovo di Ravenna per ordine di papa Stefano, come s'ha dalla vita del medesimo sant'Anselmo, rapportata dall'Ughelli [Ughell., Italic. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.] e dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. IV Benedictin., Part. 1.]; se pure non v'ha delle favole mischiate col vero. Dopo di che bramando Anselmo di ottenere dal romano pontefice il corpo di s. Silvestro, per maggiormente nobilitare il suo monistero, indusse il re Astolfo ad andar seco a Roma per impetrargli sì prezioso regalo. Colà giunti il re e l'abbate, e benignamente accolti dal papa, ottennero quanto desideravano, ed inoltre una bolla del medesimo papa Stefano, in cui si asserisce donato all'abbate Anselmo il corpo di s. Silvestro papa con altre reliquie. Quivi parimente si legge che esso pontefice esentò dalla giurisdizione del vescovo di Modena e di ogni altro prelato il monistero nonantolano. Questa è data nell'Indizione sesta, a dì 13 di gennaio dell'anno primo di esso Stefano papa. In essa bolla viene specificata la venuta a Roma del re Astolfo, e che allora si teneva dal papa un concilio, dove anche intervenne Sergio arcivescovo di Ravenna. Ma non ho io saputo finora persuadermi della legittimità di essa bolla, perchè indirizzata ai vescovi e cristiani Deo deservientibus regno italico, et patriarchatu romano; ed Astolfo chiamato rex italici regni: formole [254] che dubito non usate in que' tempi. Da questa sola vita abbiamo un Geminiano vescovo allora di Reggio. Ma difficilmente si può credere un vescovo di tal nome in quella città, essendo questo nome piuttosto di un vescovo di Modena; e noi abbiamo da sicuri documenti che circa questi tempi fiorì Geminiano II vescovo di Modena. Di quel concilio romano non v'ha vestigio alcuno nella storia ecclesiastica. Ma, quel ch'è più, non si può accordare con quanto abbiam veduto finora l'andata del re Astolfo a Roma nel gennaio del presente anno. Già era cominciata la discordia e guerra fra esso re e i Romani: come mai figurarsi un sì pacifico ingresso d'Astolfo in Roma, e ch'egli fosse in quella bolla appellato piissimus rex, quando ci vien descritto solamente per iniquo e perfido dalla storia romana d'allora? Tralascio ciò che ivi è scritto intorno alle chiese battesimali, ed altre cose degne di riflessione. Per altro che fosse trasportato a Nonantola il corpo di san Silvestro, ciò vien asserito in alcuni antichi diplomi d'essa badia, la quale in poco tempo divenne una delle più insigni e ricche d'Italia, siccome vedremo. Se poi l'intero corpo di quel santo pontefice, o pure una sola parte toccasse a Nonantola, lasceremo disputare a chi lo pretende tuttavia a Roma nel monistero di s. Martino de' Monti. Certamente nella sedicesima lettera del Codice Carolino, scritta pochi anni dopo da papa Paolo al re Pippino, si legge di s. Silvestro: Cujus sanctum corpus in nostro monasterio a nobis reconditum requiescit, ec. Justum perspeximus, ut sub ejus fuisset ditione, ubi ipsum reverendum corpus requiescit. Altrettanto si ha da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Pauli I Papae Vita.] e da una bolla del suddetto Paolo I riferita dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 761.]. Però bisogna andar cauto in prestar fede a certi antichi diplomi, perchè ne' secoli barbarici non mancarono imposture, [255] e di questi pochi archivii, per non dire niuno, ne vanno esenti. Abbiamo ancora dalla vita suddetta, che il soprallodato s. Anselmo abate fondò uno spedale per i pellegrini ed infermi, quattro miglia lungi da Nonantola, coll'oratorio di santo Ambrosio, dove, a mio credere, ora è il passo di s. Ambrosio, sulla via Claudia, ossia romana, presso il fiume Panaro. Ne' confini ancora di Vicenza ne fabbricò a sue spese un altro, con porvi dei monaci al servigio pei poveri, ed uno similmente in un luogo appellato Susonia. Talmente in somma il santo abbate si adoperò, che in sua vita sotto il suo governo in varii siti ebbe mille cento quaranta quattro monaci senza i novizii, se dobbiam prestar fede alla Vita suddetta.


   
Anno di Cristo DCCLIV. Indizione VII.
Stefano II papa 5.
Costantino Copronimo imperatore 35 e 14.
Leone IV imperadore 4.
Astolfo re 6.

Fece Stefano papa in Pontigone le sue doglianze contra dell'usurpatore Astolfo al re Pippino, con iscongiurarlo d'imprendere la protezion de' Romani, e di obbligare alla restituzione il longobardo; e furono ben ricevute le di lui istanze [Anastas., in Steph. II Vita. Annales Francorum.]. Fu dipoi condotto a Parigi, dove da lì a qualche giorno con gran solennità coronò in re di Francia esso Pippino e i suoi due figliuoli Carlo e Carlomanno, con dichiararli ancora patrizii de' Romani, del qual titolo parleremo più abbasso. Quindi è che si veggono tre lettere nel Codice Carolino, scritte ai medesimi suoi due figliuoli col titolo di re, benchè fosse tuttavia vivente Pippino lor padre. Avea spedito esso Pippino i suoi messi ad Astolfo, per esortarlo a rendere all'imperio gli stati occupati; ma nulla servì a fargli mutar pensiero. [256] Però chiamati ad una dieta generale tutti i baroni del regno franzese, sì egli come il papa esposero i bisogni o motivi di unirsi contra del re longobardo, con trovarsi in tutti una mirabil disposizione a prendere l'armi in favore ed aiuto del papa. Arrivò intanto in Francia Carlomanno, fratello dello stesso re, già divenuto, come dicemmo, monaco in monte Casino. Giudicò bene il re Astolfo di muovere questo principe, per isperanza che egli colla sua presenza e facondia appresso il fratello Pippino potesse disturbare le pratiche del pontefice, delle quali forte egli temeva. Notarono gli antichi scrittori che Carlomanno assunse questo viaggio e sì fatta incumbenza per ordine del suo abbate Optato, il quale non potè resistere alle istanze del re Astolfo. Ma giunto a Parigi, ossia ch'egli non si volesse punto riscaldare in favore del re longobardo, oppure che prevalesse alle di lui persuasioni il credito e l'autorità del romano pontefice, certo è ch'egli non potè punto smuovere l'animo del re Pippino dall'imprendere la difesa degl'interessi a lui raccomandati dal papa. Però Carlomanno non curandosi, o non attentandosi di tornare in Italia, oppure, per quanto io credo, impedito dal papa e dal fratello, fu inviato ad abitare in un monistero di Vienna del Delfinato, dove in questo medesimo anno, secondo alcuni storici, oppure nel susseguente, come altri vogliono, terminò in pace i suoi giorni. Per quello che andremo vedendo, si potrà conoscere avere il papa fin da allora intavolato il trattato che Ravenna col suo esarcato fosse donata alla Chiesa Romana, e non già restituita all'imperio romano. Non lasciò il re Pippino di spedire altri ambasciatori ad Astolfo con vive preghiere, perchè s'inducesse pacificamente a rendere gli usurpati paesi. Altre lettere v'aggiunse papa Stefano, con iscongiurarlo di risparmiare il sangue cristiano: ma tutto fu indarno. Infellonito Astolfo, in vece di buone risposte, mandò all'uno e [257] all'altro delle minacciose parole. Il perchè Pippino s'accinse finalmente a far guerra, e spedì alcune delle sue truppe alla guardia delle Chiuse dell'Alpi, ossia de' confini del regno. Accorso colà anche il re longobardo, ed informato che poche fino allora erano le milizie franzesi, senza perdere tempo, fatto aprir le Chiuse, andò ad assalirle. Ma quantunque fusse egli di troppo superiore di forze, pure permise Iddio che i pochi vincessero i molti, in guisa che egli, dopo aver corso pericolo della vita, fu costretto a fuggirsene, con ritirarsi e fortificarsi poi entro Pavia. Arrivato intanto con potente armata il re Pippino, calò in Italia, e giunto a Pavia, vigorosamente si pose all'assedio di quella forte città. Allora lo sconsigliato Astolfo, rientrato in sè stesso, fece segretamente muovere parola di pace, e buon per lui che il misericordioso papa bramava bensì la di lui correzione, ma non giù la rovina; e però abborrendo che si spargesse il sangue cristiano, trasse colle piissime sue ammonizioni il re Pippino ad ascoltar le proposizioni, e non andò molto che seguì fra loro pace, con avere Astolfo sotto fortissimi giuramenti promesso di restituire Ravenna e le altre città occupate, e a tal fine dati ostaggi al re de' Franchi. Tornò in Francia il vittorioso esercito, e papa Stefano a Roma, seco portando la speranza di aver messo fine ai passati disastri. In quest'anno il re Astolfo aggiunse al corpo delle leggi longobardiche quattordici nuove leggi, correndo l'indizione VII, come apparisce dalla prefazione alle medesime, pubblicata dal Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae.], e da me data ancora alle stampe [Rer. Ital., P. II, tom. I.]. Nei medesimi tempi [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.] l'imperador Costantino più che mai furibondo contro le sacre immagini, raunò in Costantinopoli un conciliabolo di trecento trentotto vescovi, al quale non intervenne alcuno del legati delle chiese patriarcali, [258] cioè di Roma, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. Quivi per opera del falso patriarca di Costantinopoli fu pubblicato un editto di non venerar da lì innanzi le immagini di Cristo, della Vergine e dei santi, anzi di atterrarle ed abolirle, come idoli, dovunque si trovassero. Fu in molti paesi eseguito l'empio decreto, e mossa persecuzione contra de' monaci difensori delle medesime, in guisa che la maggior parte d'essi fu obbligata ad abbandonare i propri monisteri e di rifugiarsi in quelle contrade, dove si conservava il culto d'esse immagini, e non giugnevano le braccia dell'iniquo imperadore. Truovasi poi in questo anno Alberto duca governatore di Lucca nelle memorie rapportate dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], essendo egli succeduto a Walperto duca. Un documento, dove esso si truova nominato, l'ho riferito nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. IV, p. 136.].


   
Anno di Cristo DCCLV. Indizione VIII.
Stefano II papa 4.
Costantino Copronimo imperadore 36 e 15.
Leone IV imperadore 5.
Astolfo re 7.

Bisognerà ben credere che Astolfo re dei Longobardi fosse uomo di poca coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino, principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima. Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dal [259] carteggio che allora passava tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioè Giorgio vescovo e Tomarico conte, in compagnia di Guarnieri abbate franzese, che a nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare, all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione. Questa lettera, dice l'abbate di Fleury [Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.], è importante per conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato. Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse alla volta d'Italia: del che [260] avvertito Astolfo, sciolto l'assedio, lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma due ambasciatori spediti dall'Augusto Costantino al re di Francia, cioè Gregorio capo de' segretarii, e Giovanni silenziario, con ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de' Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata, se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco. Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano, non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana, e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministri [261] furono licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.

Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa, aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tosto Fulrado abbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso, con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città: cioè di Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col castello Sussubio, Monfeltro, Acerragio, Monte di Lucaro, Serra, Castello di san Mariano (forse san Marino), Bobio (diverso dall'altro della Liguria), Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Commachio, colla giunta ancora della città di Narni, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere al re Pippino [Codex Carolinus.] scrive che il re Astolfo nec unius palmi terrae spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum reddere [262] passus est. Aggiunge che Pippino avea confermato propria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, reipublicae, civitates et loca restituenda. Altri passi ci sono, ne' quali si parla della restituzione che s'avea da fare alla repubblica, chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome di repubblica venisse il romano imperio, ossia la camera e il fisco imperiale. A questa opinione non acconsentì il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.]; ma, per quanto mi sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.], indubitata cosa è che sotto il nome di repubblica veniva l'imperio romano, benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio, essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma. Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione. Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come altrove osservai [Piena Esposizione, cap. 2.]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori, del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il corso di sua vita san Bonifacio, celebre arcivescovo di Magonza, con sofferire il martirio dai Pagani. Credesi [263] parimente che riuscisse al re Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio, con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del Dandolo [Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.], in quest'anno Deusdedit doge di Venezia, mentre era dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellato Galla, fu ucciso dal suo popolo. Dopo di che lo stesso Galla portatosi a Malamocco, occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.


   
Anno di Cristo DCCLVI. Indizione IX.
Stefano II papa 5.
Costantino Copronimo imperadore 37 e 16.
Leone IV imperadore 6.
Astolfo re 8.

Gli Annali d'Eginardo, Metensi [Eginhardus, in Annalib. Annales Metenses.] ed altri, siccome ancora Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], riferiscono all'anno presente la morte di Astolfo re dei Longobardi. Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1. Antiquit. Ital. Dissert. I.] nella sua Cronichetta scrive ch'egli regnò otto anni. Era egli alla caccia, e cadendo da cavallo (alcuni han creduto per urto di un cignale), tale fu la percossa, che da lì a tre giorni cessò di vivere. Di lui così scrisse lo Anonimo salernitano, autore del secolo decimo, nella Cronica da me data alla luce [Anonym. Salernitan. P. II, tom. 2. Rer. Ital.]: Fuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula, ubi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliae, ubi dicitur Mutina, loco, qui nuncapatur Nonantula; nam pro ejus cognato abbate Arsenio (si dee scrivere Anselmo) ibi [264] vivorum coenobium fundatum est. Necnon et sibi ad sacra monachorum coenobia aedificanda per certas provincias multa est dona largitus. Sed valde dilexit monachos, et in eorum est mortuus manibus. Perchè Astolfo non lasciò figliuoli maschi, seguì appresso un gran dibattimento nella dieta de' principi longobardi per l'elezione del successore. Desiderio duca era uno dei principali pretendenti. Abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Stephan. II Vit.], che esso Desiderio era stato indirizzato dal re Astolfo in Toscana, e udendo egli la nuova della morte accaduta d'esso re, immantinente raunato tutto l'esercito de' Toscani, si studiò d'occupar la corona del regno longobardico. Questo parlar d'Anastasio ha dato occasione al Sigonio e agli altri storici susseguenti di scrivere che lo stesso Desiderio era in questi tempi duca di Toscana. Ma non è ben certa cotale notizia. Non apparisce che allora vi fosse un duca, il qual comandasse tutta la Toscana. Ogni città di quella provincia si vede in essi tempi governata dal suo proprio duca; e specialmente ciò si osserva in Lucca, città che più felicemente dell'altre ha conservate le antiche sue carte che compongono oggidì un nobilissimo archivio, custodito da quell'arcivescovo. Nè Francesco Maria Fiorentini, e neppure io, che sotto gli occhi ho avuto le carte medesime, abbiam trovato vestigio alcuno che Desiderio fosse duca di quella città, e molto meno di tutta la Toscana. All'incontro, se vogliam credere ad Andrea Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12, Rer. Italic.], Desiderio era allora dux Istriae. In fatti, siccome accennerò all'anno 771, l'Istria allora si truovava signoreggiata dai Longobardi, e ne parla anche l'Anonimo salernitano. Comunque sia, certo è che Desiderio incontrò di gravi difficoltà per salire sul trono. Alzossi contra di lui Rachis, già re, e poi monaco in Monte Casino, il quale invaghito di nuovo dell'abbandonato regno, [265] e dimenticato de' suoi voti, tentò ogni via per riassumere il comando, con ritornare a tal fine in queste parti, dove anch'egli messa insieme un'armata di Longobardi, si oppose ai disegni di Desiderio. Allora fu ch'esso Desiderio altro rifugio non ebbe che di fare ricorso a papa Stefano, per ottenere col mezzo suo la corona, promettendo di fare in tutto e per tutto la volontà dello stesso pontefice e di render alla repubblica le città non per anche restituite, colla giunta d'altri doni. Resta ancora la testimonianza d'esso papa Stefano in una lettera scritta al re Pippino, che il re Astolfo contro i patti avea fino alla sua morte ritenuto in suo potere alcune città: il che fa intendere non doversi prendere a rigore ciò che di sopra abbiam veduto riferito dal medesimo Anastasio intorno alla restituzione delle suddette città. Perciò il papa spedì incontanente in Toscana Fulrado abbate e Paolo diacono suo fratello, che strinsero l'accordo con Desiderio. Ed appresso inviò Stefano prete con lettere indirizzate a Rachis e a tutti i Longobardi, con pregarli di non contrariare all'elezione di Desiderio, esibendo in aiuto del medesimo alquante truppe franzesi, e più brigate di Romani, quando occorresse.

Furono sì efficaci questi maneggi, che senza venire all'armi, Desiderio pacificamente salì sul trono, e l'ambizioso monaco Rachis se ne tornò confuso al suo monistero. Ma ciò dovette seguire solamente nell'anno seguente. Avea promesso Desiderio di consegnare al papa Faenza col castello Tiberiano, Gavello, e tutto il ducato di Ferrara; ma non già Imola, Osimo, Ancona, Numana e Bologna, siccome vedremo. Che poi l'opposizione di Rachis monaco pentito non fosse di poca conseguenza, lo ricavo io da un riguardevol documento che si conserva nell'archivio archiepiscopale di Pisa, ed è stato da me dato alla luce [Antiquit. Ital. T. III. Appendic., p. 1007.]. Consiste esso in una donazione fatta da [266] Andrea vescovo pisano con queste note cronologiche: Guvernante domno Ratchis famulu Christi Jesu, principem gentis Langobardorum, anno primo, mense februario, per Inditione decima. Indicano queste il mese di febbraio dell'anno 757 seguente, nel qual tempo si scorge che Rachis sotto il falso nome di famulus Christi, cioè di monaco, conservava l'antica ambizione, e contrastò a Desiderio il regno. Questo documento ci rileva che Rachis riassunse il governo con sollevar la Toscana contro d'esso Desiderio, giacchè si vede notato in Pisa l'anno primo del suo governo, corrente nel febbraio dell'anno susseguente. Una bella e non mai più veduta scena in Italia dovette esser quella di un monaco, il quale alla testa d'un esercito dava a conoscere il suo prurito di comandar di nuovo ad un regno. Potè a suo piacere Angelo dalla Noce [Angelus a Nuce, in Not. ad lib. 1, cap. 8 Chron. Casinens.] dargli il titolo sanctissimi regis et monachi. Certo non fu santo per questo. Il tempo, in cui diede Desiderio principio al suo regno, si potrebbe credere verso il fine del presente anno. Nell'archivio archiepiscopale di Lucca v'ha una carta scritta nell'anno VI di Desiderio, e IV di Adelchis, a dì 8 di dicembre, correndo l'indizione prima, cioè nell'anno 762: note indicanti che dopo il dì 8 di dicembre nell'anno presente 756 cominciò l'epoca del re Desiderio. Un'altra carta è scritta nell'anno XI di Desiderio, IX di Adelchis, nel dì 19 di febbraio, indizione sesta, cioè nell'anno 768: dalle quali note si può inferire principiato il suo regno nell'anno 757. Altre carte ho io veduto che sembrano indicare differita la di lui elezione sino al principio d'esso anno 757. Perciò, finchè altri meglio decida questo punto, mi attengo a tale opinione. A buon conto s'è veduto che anche nel febbraio dell'anno seguente durava tuttavia l'opposizione di Rachis alle pretensioni di Desiderio. E il padre Astesati [267] benedettino [Astesati, Dissert. in Manelm.] dopo lungo esame concorre anch'egli nell'anno 757. Secondochè abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.], in questo medesimo anno l'usurpatore del ducato di Venezia Galla ebbe da quel popolo il dovuto pagamento delle sue iniquità, con essergli stati cavati gli occhi e tolta quella dignità. Succedette in suo luogo Domenico Monegario, concordemente eletto doge, ma non senza qualche novità, perchè il popolo volle anche avere sotto di lui due tribuni, che ogni anno s'aveano da mutare. Per quanto poi risulta dalle memorie recate dal padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedict., lib. 23, n. 20.], mancò di vita in quest'anno Guido conte longobardo, figliuolo di Adalberto conte, marito di Adelaide figliuola di Rodoaldo duca di Benevento, e parente del re Desiderio. Avendo egli negli anni addietro ricuperata la sanità per le preghiere dei monaci di Disertina ne' Grigioni nella diocesi di Coira, avea fatto a quel monistero una donazion copiosa di beni.


   
Anno di Cristo DCCLVII. Indizione X.
Paolo I papa 1.
Costantino Copronimo imperadore 38 e 17.
Leone IV imperadore 7.
Desiderio re 1.

Fu di parere il padre Pagi che la lettera scritta da papa Stefano II al re Pippino [Codex Carolinus, Epistol. 6.], il cui principio è: Explere lingua, fosse scritta nell'anno precedente. Io la credo ne' primi mesi dell'anno corrente, dicendo il papa che già era passato l'anno in cui era succeduto l'assedio e la liberazion di Roma. Ora da questa lettera apprendiamo che Desiderio avea vestito il manto regale, e promesso di rendere il rimanente delle città non per anche restituite a s. Pietro. Da essa parimente intendiamo che la dieta generale del ducato di Spoleti aveva [268] eletto un nuovo duca, e questi era Alboino. Nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa [Chron. Farfense, P. II. T. II Rer. Ital.], da me data alla luce, si vede registrato l'anno in cui seguì tale elezione, ed è l'anno presente 757. Però concorre ancor questa notizia a indicar l'anno della lettera suddetta di Stefano II papa, il quale fa inoltre sapere ad esso re, che i popoli dei ducati di Spoleti e Benevento a lui si raccomandavano. Esorta dipoi e prega il re Pippino, che, se Desiderio eseguirà i patti con restituir pienamente a san Pietro e alla repubblica de' Romani ciò che avea promesso, voglia esso Pippino aver pace con lui, e concedergli quanto bramava. Fa eziandio istanza che Pippino spedisca a Desiderio i suoi messi, per comandargli la restituzione intera di quei che restava a rendersi, cioè le città di sopra accennate. E qui si vuol ricordare aver Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 8.] lasciato scritto, che la donazione fatta da Pippino e da' suoi figliuoli consisteva ne' seguenti paesi: A Lunis cum insula Corsica Inde in Surianum Inde in Montem Bardonem. Inde in Bercetum. Inde in Parmam. Inde in Regium. Inde in Mantuam, et Montem Sicilis. Simulque universum exarchatum Ravennae, sicut antiquitus fuit, cum provinciis Venetiarum et Histriae; necnon et cunctum ducatum spoletinum, seu beneventanum. Trasse Leone Marsicano tali notizie da Anastasio nella vita di papa Adriano. Ma non apparisce punto che fossero donate dal re Pippino alla Chiesa romana le province della Venezia e dell'Istria, nè i ducati di Spoleti e di Benevento, che noi seguiteremo a vedere porzioni del regno d'Italia. Bologna fu all'occidente il confine dell'esarcato conceduto alla santa Sede, senza mai stendersi il dominio dei papi alla città di Luni, nè a Parma, Reggio, Mantova, ec. Però non possono venir quelle parole da autore assai informato di questi affari. Ricavasi dalla medesima lettera di papa Stefano II che [269] tuttavia un silenziario, cioè un segretario dell'imperadore, si trovava alla corte del re Pippino, bramando il papa di sapere che negoziati fossero passati con lui, e con quali lettere egli fosse stato licenziato dal re. In fatti abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in questi tempi andavano innanzi e indietro ambasciatori dell'imperadore e di Pippino, e che il primo mandò a donare al re un organo, che in que' tempi era mirabil cosa presso i Franzesi. Ma Stefano II papa sopravvisse poco alla lettera suddetta, essendo mancato di vita nel dì 24 d'aprile dell'anno corrente: pontefice assai benemerito di Roma e della santa Sede, spezialmente nel temporale. L'elezione del suo successore non seguì senza qualche discordia del clero e del popolo. Una parte concorse coi suoi voti in Teofilatto arcidiacono, un'altra in Paolo diacono, fratello del defunto papa Stefano, personaggio specialmente eminente nella carità verso i poveri, e sommamente mansueto e benigno. Dopo trentacinque giorni di sede vacante questi prevalse, e fu consecrato papa nel dì 29 di maggio. Non tardò egli a significare a Pippino re di Francia e patrizio de Romani l'assunzione sua al pontificato in una lettera che si legge nel Codice Carolino, assicurandolo d'essere non men egli che tutto il popolo romano saldissimi nella fede, amore, concordia di carità, e lega di pace che il suo predecessore e fratello avea stabilito con lui. Era già stato circa l'anno 752 ordinato arcivescovo di Ravenna Sergio; e quantunque il testo delle sua vita scritta da Agnello ravennate [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. P. I. Tom. II Rer. Italic.] sia scorretto, pure ci fa abbastanza intendere che essendo nell'anno appresso in viaggio verso la Francia Stefano II papa, non andò ad incontrarlo quell'arcivescovo, probabilmente per tema del re Astolfo, padrone allora di Ravenna. Se l'ebbe a male il papa, gli tolse il monistero di sant'Ilario della Galliata, e tornato a Roma, cominciò [270] a dargli delle molestie. Sergio confidato nella protezione del re de' Longobardi si andò riparando; ma venuta alle mani del papa Ravenna, egli fu con frode di que' cittadini condotto a Roma e posto in prigione, dove stette circa tre anni. Finalmente papa Stefano era in procinto di deporlo, adducendo per suo reato l'esser egli salito in quella cattedra, quantunque avesse moglie. Ma Sergio rispondeva d'essere stato eletto da tutto il clero e popolo di Ravenna, e che andato a Roma ed interrogato dal medesimo papa, non avea taciuto d'essere ammogliato, ma che era seguito divorzio colla moglie Eufemia, ed essa era entrata dipoi nell'ordine delle diaconesse. Ciò non ostante, il papa gli avea data la consecrazione. Sopra ciò diversi erano i sentimenti de' vescovi raunati in un concilio; ma il papa in collera rispose che nel dì seguente colle sue mani gli volea strappare la stola, ossia il pallio, dal collo. Passò Sergio quella notte in lagrime e preghiere; ma nella medesima appunto, essendo morto papa Stefano, fu a trovarlo segretamente Paolo di lui fratello, che gli dimandò cosa voleva egli dargli se il rimandava onorato e in pace a casa. Sergio spalancò la porta alle promesse. Creato poi papa Paolo, il mise in libertà, e rimandollo con onore alla sua chiesa. Non è Agnello assai esatto scrittore nelle cose lontane da' suoi tempi, e si scuopre poi sospetto in tutto ciò che riguarda i papi; però possiam giustamente dubitare della verità di questo fatto. Certo s'inganna Girolamo Rossi, seguitato poi dal Baronio, che lo rapporta ai tempi di Stefano III papa; scusabile nondimeno, perchè ai suoi dì non si trovava più in Ravenna il Pontificale d'esso Agnello, del cui rinascimento alla luce siam debitori alla biblioteca estense. Nell'epistola vigesima settima del Codice Carolino, il pontefice Paolo in iscrivendo al re Pippino, si mostra disposto di restituire alla sua Chiesa l'arcivescovo Sergio: il che ci fa intendere che non sì [271] tosto dopo l'assunzione d'esso Paolo alla cattedra pontificia fu rimesso il medesimo Sergio in libertà, ma da lì ad un anno, o due, per cui forse ancora lo stesso re Pippino avea presa qualche favorevole ingerenza.


   
Anno di Cristo DCCLVIII. Indizione XI.
Paolo I papa 2.
Costantino Copronimo imperatore 39 e 18.
Leone IV imperadore 8.
Desiderio re 2.

Dimenticò ben presto il re Desiderio i benefizii ricevuti da papa Stefano II, e le promesse da lui fatte di restituire interamente alla Chiesa romana quanto era stato occupato da' suoi predecessori al greco Augusto. Perciò papa Paolo per questi affari fervorosamente scrisse al re Pippino nella lettera decimaquinta del Codice Carolino che comincia: Quotiens perspicua. Questa lettera dal padre Pagi fu creduta spettante all'anno precedente: io la stimo inviata nel presente. Da essa impariamo alcune particolarità di molta importanza. Cioè, che mentre fu l'ultimo assedio di Pavia, oppure nell'interregno dopo la morte del re Astolfo, i duchi di Spoleti e di Benevento se sub vestra a Deo servata potestate contulerunt: il che in buon linguaggio vuol dire che s'erano ribellati al re, ossia regno longobardico, e messi sotto la protezione, anzi sotto la sovranità del re di Francia, comparendo anche da ciò l'insussistenza della donazione di que' ducati alla Chiesa romana, che nel secolo XI fu immaginata, oppure interpolata. Ora il re Desiderio altamente sdegnato contra di quei duchi, nell'anno presente si mosse coll'esercito per castigarli. Abbiamo dalla lettera suddetta ch'egli passò per le città della Pentapoli, cioè per Rimini, Fano, Pesaro, ec, consumando col ferro e col fuoco i raccolti e le sostanze di quegli abitanti. Altrettanto fece appresso ne' ducati di Spoleti e di Benevento ad magnum spretum [272] regni vestri, perchè que' duchi si erano dati al re Pippino. Mise Desiderio in prigione Alboino duca di Spoleti e molti di que' baroni. E di là passato nel ducato di Benevento, tal terrore vi portò, che Liutprando duca di quel vasto paese si rifugiò nella città d'Otranto. Non avendolo potuto far uscire di là, il re Desiderio creò un altro duca di Benevento, cioè Arichis, ossia Arigiso, secondo di questo nome. Osservò Camillo Pellegrini [Camill. Peregrin., Rer. Ital., P. I, tom. 2.] che il governo del suddetto duca Liutprando in Benevento si truova continuato fino al febbraio del presente anno: il che ci fa conoscere doversi riferire a questo medesimo anno, e non già all'antecedente, la lettera di papa Paolo I soprammentovata. Aggiunge dipoi esso pontefice che il re Desiderio avea chiamato a sè da Napoli Giorgio silenziario, ossia segretario, quel medesimo ministro imperiale che poco prima era tornato di Francia, e trattato con lui per indurre l'imperadore ad inviare un potente esercito in Italia, con promessa di seco unir le sue armi per fargli ricuperare la città di Ravenna. Che inoltre era convenuto fra loro che la flotta delle navi di Sicilia venisse all'assedio di Otranto, colla quale di concerto coi Longobardi si potesse obbligar quella città alla resa, con patto di cederla all'imperadore, purchè Desiderio avesse in mano il duca Liutprando col suo balio. Dopo tali imprese e maneggi, seguita a dire il papa, che essendo venuto il re Desiderio a Roma, in un abboccamento avuto con lui l'avea scongiurato di restituire le città d'Imola, Bologna, Osimo ed Ancona a san Pietro, secondo le promesse antecedentemente da lui fatte. Ma che egli tergiversando avea fatta istanza di riaver prima gli ostaggi longobardi che erano in Francia; dopo di che avrebbe adempiuto quanto avea promesso. Perciò il papa si raccomanda a Pippino, acciocchè con braccio forte insista appresso il re longobardo per fargli mantener [273] la parola, con avvisarlo ancora d'avergli trasmessa altra lettera di tenor differente a petizione del re Desiderio, dove il pregava di rendere gli ostaggi e di aver pace con lui; ma che si guardasse però dal renderli, finchè non fosse seguita la total restituzione delle città suddette. Questa lettera è la vigesima nona del Codice Carolino. Quindi apparisce qual fosse il disparere tra il papa e il re Desiderio, cadaun di loro pretendendo di aver la preminenza nell'esecuzione de' patti.

Probabilmente ancora in quest'anno il pontefice Paolo scrisse al re Pippino la lettera vigesima quarta, che comincia A Deo institutae, in cui l'avvisa d'avere inteso da più parti che sei patrizii imperiali con trecento legni e con lo stuolo delle navi di Sicilia venivano da Costantinopoli verso Roma, senza che si sapesse il loro disegno, se non che voce correva che fossero incamminati verso la Francia. Motivo abbiam di maravigliarci come il papa, trattandosi di venire a Roma una sì potente flotta, non ne mostri apprensione alcuna, quando tanta ne mostra altrove per le minacce dei Greci contro di Ravenna. S'egli al dispetto dell'imperadore, come suppongono alcuni, signoreggiava in Roma, perchè non temere di quella visita? Seguita a dire il pontefice di aver trattato col re Desiderio per ottenere le giustizie dei Romani da tutte le città de' Longobardi, cioè i patrimonii ed allodiali spettanti in esse alla Chiesa Romana e ai particolari; ma esigere da Desiderio che nello stesso tempo dalla parte de' Romani fosse fatta giustizia ai Longobardi; e che mentre una città longobarda restituisse l'occupato, anche un'altra dei Romani scambievolmente soddisfacesse al suo dovere. Incagliato per questi puntigli l'affare, Desiderio avea fatto delle scorrerie nelle terre dei Romani, ed inviato al papa delle gravi minacce. In quest'anno, prima che terminasse il secondo del suo regno, tengono alcuni che il re Desiderio dichiarasse [274] suo collega nel regno e re il suo figliuolo Adelchis, ossia Adelgiso. I miei sospetti sono che all'anno seguente piuttosto appartenga tal promozione. Buona parte dei documenti che restano di quei regnanti ci fan conoscere che l'epoca del padre precede di due anni quella del figliuolo, e in altre carte di tre. Nell'archivio dell'arcivescovo di Lucca è scritto uno strumento con queste note: Anno Domni Desiderii primo, kal. januaria, Indictione undecima, cioè nell'anno presente 758: il che può indicare che nell'anno precedente 757 avesse principio l'anno primo dell'epoca di Desiderio, durante tuttavia nel dì primo di gennaio di quest'anno. Quivi pure se ne conserva un altro colle note: Regnante D. N. Desiderio, et Adelchis regibus, anno regni eorum undecimo et nono, undecimus dies kalendas martiis. In un'altra carta si legge: Regnante D. N. Desiderio rege, et filio ejus D. N. Adelchis anno regni eorum quartodecimo, et duodecimo, quarto kal. octobris, Indict. IX, cioè nel 770. In un'altra abbiamo stipulato uno strumento nell'anno X di Desiderio re, e VII del re Adelchis, nel dì primo di luglio, correndo l'Indizione quarta, cioè nell'anno 766. Un altro fu scritto nell'anno VIII di Desiderio, e V di Adelchis, nel mese di maggio nell'Indizione II, cioè nell'anno 764. Un altro nell'anno IX del re Desiderio, e VI di Adelchis, nel mese di maggio, Indizione III, cioè nell'anno 765. Così nell'archivio di san Zenone di Verona si vede una carta scritta regnante domno nostro Desiderio, et filio ejus Adelchis, etc. annis duodecimo, et nono, die vincesima martii, per Indictione sexta, cioè nell'anno 768. E nell'archivio del monistero di sant'Ambrosio di Milano un'altra ne ho veduta scritta anno domno Desiderio et Adelchis, quintodecimo et duodecimo sub die octaubo kalendarum augustarum, Indictione nona, cioè nell'anno 771. Similmente un'altra scritta Desiderio et Adelchis regibus anno nono et septimo, sub die [275] tertiodecimo kalend. septembris, Indictione tertia, cioè nell'anno 765. Perchè non mi sembrano coerenti tutte queste note cronologiche, lascierò che altri, unendo altre notizie, ne deduca il principio delle epoche di questi due regnanti.


   
Anno di Cristo DCCLIX. Indizione XII.
Paolo I papa 3.
Costantino Copronimo imperadore 40 e 19.
Leone IV imperadore 8.
Desiderio re 3.
Adelgiso re 1.

Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la quattordicesima, che comincia Quas praeclara. Scrive in essa papa Paolo al re Pippino d'aver inteso come il re Desiderio avea voluto fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa; ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccome hoc praeterito anno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino. Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguita in civitate nostra senogalliensi, e in Campagna di Roma, Castro nostro, quod vocatur Valentis. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il conto di alcune giustizie, cioè de' bestiami [276] tolti dall'una parte e dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito; anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli ottenere interamente le giustizie, affinchè il beato Pietro principe degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano, confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma. Non ob aliud (sono le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem, quam cupiunt destruere atque conculcare. Qui son chiamati nefandissimi i Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo, cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo poi [277] questo dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] una bolla di papa Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano ad Anscauso vescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di ragione della medesima. La bolla è data nonis februarii imp. domno (forse D. N. cioè domino o domno nostro) piissimo Augusto Costantino, a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus (ivi sarà scritto P. C. ejus, cioè post consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore imp. ejus filio anno VII. Indictione XII. Se niuno errore fosse scorso negli anni di Leone Augusto figliuolo del Copronimo, avremmo qui da correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà stato anno VIII, oppure VIIII. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'anno XL di Costantino s'abbia a scrivere XXXIX. Ma quando si ammetta per legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere che Sergio arcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della grazia del romano pontefice.

[278]


   
Anno di Cristo DCCLX. Indizione XIII.
Paolo I papa 4.
Costantino Copronimo imperadore 41 e 20.
Leone IV imperadore 10.
Desiderio re 4.
Adelgiso re 2.

Fu scritta in quest'anno la lettera vigesima prima del Codice Carolino da papa Paolo al re Pippino. In essa gli significa, essere convenuto fra Desiderio re de' Longobardi, e Remedio ed Autario duca, inviati d'esso re Pippino, che per totum instantem aprilem mensis istius XIII, Indictione dell'anno presente, il suddetto renderebbe a s. Pietro tutte le giustizie, cioè i patrimonii, i diritti, i luoghi, confini e territorii diversarum civitatum nostrarum reipublicae Romanorum. Aggiugne, che una parte già n'era restituita, e che il re longobardo faceva in breve sperare il restante. In questo medesimo anno vo io conghietturando che sia scritto la lettera vigesima sesta del Codice Carolino, riferita all'anno 757 dal Cointe e dal padre Pagi. Quivi papa Paolo fa sapere al re Pippino che il re Desiderio nell'autunno precedente per sua divozione era venuto a Roma, e che parlando seco, restò conchiuso d'inviare i messi del medesimo re con quei del re Pippino per diverse città affin di liquidare le giustizie della Chiesa romana, mostrandosi egli pronto alla restituzione di tutto. Soggiugne che in fatti questa si era effettuata nei ducato di Benevento e nella Toscana, e che si era dietro a fare lo stesso nel ducato di Spoleti e negli altri luoghi dove occorreva: il che fa sempre più intendere che sotto nome di giustizia venivano beni patrimoniali ed allodiali, e non già luoghi giurisdizionali. Ringrazia inoltre il re Pippino, perchè abbia raccomandato al re Desiderio di forzare i re di Napoli e di Gaeta (non già che questi portassero il titolo di re, ma perchè erano duchi di somma autorità indipendenti [279] dal regno longobardico, sottoposti nondimeno ai greci imperadori) a forzarli, dissi, a rendere anch'essi i patrimonii esistenti sotto il loro distretto, ed usurpati in addietro alla Chiesa di Roma, siccome ancora ad inviare i lor vescovi eletti a Roma per esser ivi consecrati; e non già, come si può conghietturare fatto in addietro a Costantinopoli, cercando que' patriarchi coll'autorità dell'eretico Augusto di dilatare le lor fimbrie in pregiudizio della santa Sede romana. Vedemmo di sopra all'anno 758, che il re Desiderio avea preso e cacciato in prigione Alboino duca di Spoleti, perchè reo di ribellione al suo regno. Il catalogo posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa [Rer. Italic., P. II, tom. II.] ci fa vedere in quest'anno sostituito in suo luogo il duca Gisolfo. Ma forse ciò avvenne nell'anno precedente, trovandosi fra le carte del monistero medesimo una scritta anno II Gisulfi. Actum in marsis mense januario Indictione XIIII, cioè nel gennaio dell'anno seguente, in cui correva l'anno secondo del suo ducato. Ci fanno anche intendere queste note che il paese di Marsi formava allora una porzione del ducato medesimo.


   
Anno di Cristo DCCLXI. Indizione XIV.
Paolo I papa 5.
Costantino Copronimo imperadore 42 e 21.
Leone IV imperadore 11.
Desiderio re 5.
Adelgiso re 3.

Sembra che fossero già quetati tutti i litigii fra il pontefice Paolo I e Desiderio re de' Longobardi, e dall'una e dall'altra parte seguita la restituzione dei patrimonii e d'altri diritti. Ma non si provava già la stessa quiete e pace dalla parte de' Greci, a' quali stava nel cuore la doglia del perduto esarcato, e la brama di ricuperarlo. Perciò probabilmente appartiene all'anno presente la lettera [280] ventottesima del Codice Carolino, con cui esso papa notifica al re Pippino, patrizio de' Romani, d'essergli stata inviata da Sergio arcivescovo di Ravenna una lettera scritta da Leone ministro imperiale alla provincia di Ravenna, con esortar que' popoli a tornare sotto l'ubbidienza dell'imperador suo padrone. Però prega esso re dei Franchi di voler ordinare al re Desiderio, che, occorrendo il bisogno, porga aiuto alle città di Ravenna e della Pentapoli, per resistere ai tentativi dei Greci. Parimente nell'epistola trentesima, che pare scritta in questo medesimo anno dal suddetto papa, si legge aver Pippino raccomandato ad esso pontefice di camminar con buona concordia e pace col re Desiderio: il che promette lo stesso pontefice di fare, ogni qualvolta Desiderio continui nell'amore e nella buona fede promessa verso la Sede apostolica. Anzi soggiugne, essere già stabilito che segua un abboccamento fra di loro in Ravenna, per trattare d'affari utili alla Chiesa, e delle maniere di opporsi alle malizie de' Greci, più che mai ansanti di ricuperar quella contrada. Se seguisse poi di fatto questo abboccamento, noi nol sappiamo. Truovansi replicati questi sentimenti nell'epistola trentesimaterza del medesimo papa Paolo. Riferisce in quest'anno il cardinal Baronio una Bolla del soprammentovato papa Paolo, conceduta al monistero da lui fondato in onore di s. Stefano I papa e martire, e di san Silvestro papa, il cui corpo si dice trasferito colà: notizia che non s'accorda colla Bolla primordiale della badia nonantolana, di cui fu fatta menzione all'anno 755. Le note cronologiche son queste: Datum IV nonas junii, imperante domino Constantino Augusto, a Deo coronato magno imperatore, anno quadragesimoprimo, ex quo cum patre regnare coepit, et post consulatum ejus anno vicesimoprimo, indictione decimaquarta. Se crediamo al padre Pagi, si ha da scrivere anno quadragesimoprimo, et post consulatum ejus anno XX. Ma [281] potrebbe anche darsi che l'errore fosse non già in quella Bolla, ma bensì nei conti del padre Pagi. E noi intanto miriamo continuarsi ne' pubblici documenti romani la menzione dell'imperadore: il che soleva essere indizio della continuata sovranità.


   
Anno di Cristo DCCLXII. Indizione XV.
Paolo I papa 6.
Costantino Copronimo imperadore 45 e 22.
Leone IV imperadore 12.
Desiderio re 6.
Adelgiso re 4.

Leggesi nel Codice Carolino una Bolla di papa Paolo, sotto nome di epistola duodecima, in cui concede al re Pippino il monistero di san Silvestro, posto nel monte Soratte, con tre altri monisteri da quello dipendenti, cioè di santo Stefano martire, di santo Andrea apostolo e di san Vittore, a praesenti quintadecima Indictione, per sostentamento de' pellegrini, de' poveri e de' monaci. Perchè Carlomanno fratello di esso re Pippino avea qui professata la vita monastica, e, quel che è più, era stato fondatore di quel monistero, si può credere che il re desiderasse d'averlo in suo dominio, ossia sotto la sua protezione e cura, per benefizio ancora del medesimo sacro luogo. Forse ancora nell'anno presente (se pur non fu nell'antecedente) scrisse il medesimo pontefice al re Pippino la lettera trigesima quarta del Codice Carolino, con dargli ragguaglio di avere da buona parte ricevuto avviso, come i Greci, nemici della Chiesa di Dio e della vera fede, meditavano in buona forma di venire ostilmente contra di esso papa e contra di Ravenna, ed esser eglino in movimento per questa impresa. Perciò efficacemente [282] il prega di spedire un inviato al re Desiderio, con raccomandargli di porgere un gagliardo soccorso, qualora venissero ad effetto cotali minacce, e di pregarlo che comandi ai popoli di Benevento, Spoleti e Toscana, confinanti al ducato romano, di accorrere, bisognando, in aiuto di lui. Certamente pare che que' duchi si fossero suggettati al dominio di Pippino, e che ciò si ricavi ancora dall'epistola quindicesima del Codice Carolino. Basta almeno questa notizia per convincere d'insussistenza la narrativa di Leone Ostiense, che stimò compreso nella donazion di Pippino i ducati di Benevento e Spoleti, siccome abbiam detto di sopra. Era in questi tempi impegnato il re Pippino in una scabrosa guerra contro di Guaifario duca di Aquitania, la quale, cominciata nell'anno 760, durò sino all'anno 768, e terminò colla morte di quel duca. All'incontro, l'imperador Costantino seguitava a perseguitar le sacre immagini, e chiunque le difendeva e onorava, e specialmente i monaci, con giugnere a proibire che alcuno abbracciasse il santo loro istituto. Ci fa sapere Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Vita Pauli Papae.] che lo zelante papa Paolo spedì più messi con lettere esortatorie agl'imperadori Costantino e Leone, acciocchè rimettessero in onore esse sacre immagini, e desistessero dall'odio contra delle medesime e de' loro veneratori. Ma frustranei furono tutti questi passi. E qui ben s'intende, come fra il romano pontefice e la corte cesarea seguissero sì fatti negoziati, senza che apparisca dalle memorie antiche che i Greci Augusti facessero doglianza alcuna pel dominio di Roma, quando sia vero che ne fossero stati esclusi e privati, come vien supposto da molti. Consta che la facevano per l'esarcato; ma nulla mai si parla di Roma.

[283]


   
Anno di Cristo DCCLXIII. Indizione I.
Paolo I papa 7.
Costantino Copronimo imperadore 44 e 23.
Leone IV imperadore 13.
Desiderio re 7.
Adelgiso re 5.

Mi sia lecito il rapportare a questo anno la lettera trentesima sesta del Codice Carolino, scritta da tutto il senato e dalla generalità del popolo romano al re Pippino, patrizio de' Romani. Il ringraziano essi perchè abbia presa la difesa della vera fede per le controversie che allora bollivano coi Greci, e perchè abbia procurata la salute al popolo romano con proteggerlo dai Longobardi. Dicono d'avere ricevuto con tutto onore una lettera graziosa d'esso re, in cui gli esortava ad essere fermi e fedeli verso la Chiesa romana e verso il sommo pontefice Paolo, e protestano d'essere fermi e fedeli servi della santa Chiesa di Dio e del beatissimo padre e signor nostro Paolo papa, perchè egli è nostro padre ed ottimo pastore, e non cessa di operare per la nostra salute, siccome ancor fece papa Stefano suo fratello, con governar noi come pecorelle ragionevoli a lui consegnate da Dio, mostrandosi sempre misericordioso e imitatore di san Pietro, di cui è vicario. Il pregano ancora di voler perfezionare la dilatazione di questa provincia, ch'egli avea liberata dalle mani de' Longobardi, e di continuare nella difesa di tutti loro, per poter vivere con sicurezza della pace. Veramente si aspettava il lettore di poter apprendere da questa lettera qual fosse allora il governo di Roma, cioè se ne era sì o no sovrano il sommo pontefice. Ma non si può quindi accogliere assai [284] di lume per ben chiarir questo fatto, se non che al papa è ivi dato il titolo di domino nostro; il che lascerò decidere ad altri, se sia un concludente indizio di quel che si cerca. Certo non apparisce assai palesemente, quantunque sia verisimile, che l'imperadore avesse perduta affatto la sua autorità sopra di Roma, nè come si reggesse allora il popolo romano, potendo essere che si governasse a repubblica, di cui fosse capo il sommo pontefice. Lo stesso scrivere il re Pippino al senato e popolo, con raccomandargli di onorare papa Paolo, porge luogo a conghietturare che anche presso di loro risedesse in parte l'autorità del comando temporale. E tanto più, perchè se nel papa era già trasferita, come vien preteso, la sovranità sopra Roma, non ben s'intende come Leone III, per quanto vedremo, volesse privarne sè stesso e i suoi successori, con trasferirla in Carlo Magno, allorchè il dichiarò imperadore Augusto. Si possono qui dir molte cose, ma forse niuna sarà bastevole a mettere ben in chiaro il sistema d'allora; e massimamente perchè neppure ben sappiamo in che consistesse l'autorità e il grado di patrizio de' Romani conferito in questi tempi ai re di Francia. Nell'anno presente, essendo probabilmente mancato di vita Gisolfo duca di Spoleti, succedette in suo luogo, se crediamo al catalogo posto avanti alla Cronica di Farfa, Teoderico duca. Ma si dee scrivere Teodicio, i cui Atti si cominciarono a vedere sotto quest'anno nelle memorie del suddetto monistero, che io ho rapportato altrove [Antiquitat. Italic., Dissert. LXVII.]. Di lui parimente è fatta menzione in varii siti della Cronica sopraddetta. Seguitava intanto una fiera guerra fra il re Pippino e Guaifario duca d'Aquitania, colla peggio dell'ultimo.

[285]


   
Anno di Cristo DCCLXIV. Indizione II.
Paolo I papa 8.
Costantino Copronimo imperadore 45 e 24.
Leone IV imperadore 14.
Desiderio re 8.
Adelgiso re 6.

Secondochè pensa il padre Pagi, intorno a questi tempi passava commercio di lettere e d'ambasciatori fra Costantino Augusto e Pippino re di Francia, per l'affare delle sacre immagini, riprovate dai Greci adulatori dell'imperadore. Però egli è di parere che al presente anno appartenga la lettera vigesima del Codice Carolino, indicante che s'erano abboccati davanti al re Pippino i messi del papa e gl'imperiali, giacchè non avea voluto Pippino dare udienza a questi senza l'intervento di quelli. Vi s'era disputato della materia suddetta, ma con poco frutto. Aggiugne il papa di essere stato pregato da Tassilone duca della Baviera d'interporsi fra Pippino e lui in occasione della mala intelligenza insorta fra loro, essendo, per attestato degli Annali de' Franchi, nell'anno precedente fuggito Tassilone dall'esercito del re Pippino, con ritirarsi ne' suoi stati, o mosso da spirito di ribellione, o mal soddisfatto d'esso re suo sovrano. Ma gli ambasciatori spediti per questo affare dal papa erano stati fermati a Pavia dal re Desiderio, per sospetto che si manipolasse qualche negozio contra di lui. Per attestato poi di Teofane [Theoph., in Chronogr.], che viveva in questi tempi, siccome ancora dei suddetti Annali de' Franchi, nel gennaio e febbraio del presente anno sorse un sì rigoroso freddo non meno in Oriente che in Occidente, che i fiumi agghiacciarono, e sul mare a Costantinopoli s'andava liberamente colle carra. Similmente in quest'anno e nel precedente i Turchi, popolo della Tartaria già conosciuto in addietro, usciti delle loro contrade [286] per le porte Caspie, fecero un'irruzione nell'Armenia, e vennero alle mani con gli Arabi, e costò ad amendue le parti quella battaglia assaissimo sangue. Fino a questi dì, per testimonianza del Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.] Domenico Monegario avea tenuto il governo del ducato di Venezia, quando il popolo, avvezzo già a simili brutti giuochi, fatta una congiura, il cacciò via, con cavargli anche gli occhi. In suo luogo fu sostituito Maurizio, nobile di Eraclea, e più nobile per le imprese da lui fatte, essendo stato proclamato doge in Malamocco. Per sua cura venne dipoi restituita pace e concordia fra' cittadini discordi.


   
Anno di Cristo DCCLXV. Indizione III.
Paolo I papa 9.
Costantino Copronimo imperadore 46 e 25.
Leone IV imperadore 15.
Desiderio re 9.
Adelgiso re 7.

Riferisce il padre Pagi all'anno presente le lettere quattordicesima e vigesimaquarta del Codice Carolino, nelle quali papa Paolo significa al re Pippino che sei patrizii greci con trecento legni erano in moto verso l'Italia. Ma soggiugnendo egli che tuttavia erano occupate dal re Desiderio le giustizie di san Pietro, senza che egli mostrasse voglia di restituire, e che in contraccambio altro non faceva che dare il sacco alle terre de' Romani, ed inviare delle minacce a Roma: è sembrato a me ben più probabile che tali azioni e questo avviso appartengano all'anno 738, o certamente molto prima d'ora accadessero, dacchè si è, a mio credere, veduto che già s'era stabilita buona armonia fra il papa e il re Desiderio. Seguitava intanto l'imperador Costantino ad infierir contro i difensori delle sacre immagini, e il re Pippino continuava la guerra contro il duca dell'Aquitania. E perciocchè gran rumore [287] per la cristianità avea fatto la traslazione di varii corpi di Santi, seguita in Roma per ordine e zelo di papa Paolo, si invogliarono d'essi anche le chiese della Gallia, ma più quelle della Germania, perchè prive di questi sacri pegni. Cominciossi dunque più di prima, e specialmente verso l'anno corrente, dai Tedeschi e dai Franchi a far delle premurose istanze a Roma, per ottenere dei corpi santi, o almeno qualche loro reliquia; ed appunto in questi tempi si raccontano alcune strepitose traslazioni, delle quali parlano gli Annali ecclesiastici.


   
Anno di Cristo DCCLXVI. Indizione IV.
Paolo I papa 10.
Costantino Copronimo imperadore 47 e 26.
Leone IV imperadore 16.
Desiderio re 10.
Adelgiso re 8.

Non è ben noto in qual anno preciso fosse fondato l'insigne monistero delle monache di santa Giulia in Brescia. Il Sigonio ne mette la fondazione nell'anno 759. A me sia permesso di farne qui parola. Certo è che a Desiderio re dei Longobardi e ad Ansa regina sua moglie dee quel sacro luogo l'origine sua. Jacopo Malvezzi [Malvecius, Chron., tom. 14 Rer. Ital.], nella Cronica bresciana, pretese ch'esso Desiderio fosse, prima di salire al trono, cittadino di Brescia potentissimo. Da un diploma del re Adelgiso, che sembra scritto in questo anno, presso il Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XII.], pare che abbia qualche fondamento questa immaginazione. Comunque sia, fu fondato quel Monistero da esso re e dalla regina consorte, e magnificamente ancora dotato con beni sparsi per tutto il regno longobardico. Sulle prime venne appellato Monistero del Signor Salvatore, e non so bene se anche Monistero Nuovo; ma perchè colà venne trasferito [288] dalla Corsica il corpo di santa Giulia vergine e martire, da quella prese poi la denominazione che dura tuttavia. Merita ben esso d'essere annoverato fra i più illustri monisteri d'Italia, sì perchè ivi si consecrò a Dio Anselberga figliuola di que' regnanti, che ne fu la prima badessa, con servire d'esempio ad altre principesse, le quali dipoi presero ivi la veste monastica; e sì perchè l'opulenza sua e il copioso numero delle sacre vergini negli antichi secoli ivi abitanti si lasciava indietro gli altri monisteri di monache in Italia. A' tempi del suddetto Malvezzi era molto scaduto dal suo primiero splendore; ma, rimesso poscia in vigore, oggidì ancora vien riguardato per una della più nobili e ricche comunità di vergini del sacro Ordine benedettino. Della suddetta Anselberga si truova menzione in due documenti dell'anno 760 e 769, e in altri da me prodotti nelle Antichità italiane [Antiquit. Italic, Dissert. X, pag. 525, et Dissert. XII, pag. 667.]. Un altro monistero ancora di monaci fuori di Brescia nel luogo di Leno, detto una volta ad Leones e Leonense, riconosce la fondazione sua dal medesimo re Desiderio. Alcune favole intorno alla sua origine duravano tuttavia a' tempi del suddetto Malvezzi. Per varii secoli si mantenne questo in gran credito; ma per le guerre che infierirono, dappoichè le città della Lombardia cominciarono a governarsi a repubblica, diede un tracollo tale, che forse più non ne resta vestigio. Crede il padre Pagi che a quest'anno appartenga la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui si parla delle dissensioni fra il pontefice Paolo e il re de' Longobardi, a cagione de' patrimoni e confini usurpati da essi Longobardi. Quanto a me, tengo che molto prima fosse stato posto fine a quei litigi. In quest'anno, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.], una flotta numerosa di duemila e secento legni, composta dall'imperador [289] Costantino, e piena di soldati, con disegno di una spedizione contra de' Bulgari, fracassata da un furioso aquilone, andò quasi tutta a male.


   
Anno di Cristo DCCLXVII. Indizione V.
Sede vacante.
Costantino Copronimo imperadore 48 e 27.
Leone IV imperadore 17.
Desiderio re 11.
Adelgiso re 9.

L'ultimo anno fu questo della vita di papa Paolo I, che nel dì 28 di giugno passò a miglior vita, con portar seco il merito di molte illustri e pie azioni. Fu susseguita la morte sua da molti torbidi nella Chiesa romana. Perciocchè non per anche il buon papa avea spirato l'ultimo fiato, che Totone duca, cioè governatore di Nepi [Anastas., in Vit. Stephani III Papae.], insieme co' suoi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, fatta una raunata di assai gente d'essa città, e di Toscani e di rustici, ed entrato a mano armata per la porta di san Pancrazio in Roma, nella sua casa fece eleggere papa il suddetto suo fratello Costantino, tuttochè laico, e coll'accompagnamento di que' suoi sgherri l'introdusse nel palazzo patriarcale del Laterano Sforzò dipoi Giorgio vescovo di Palestina suo malgrado a dargli la tonsura e i sacri ordini; dopo di che nella domenica susseguente, cioè nel dì quinto di luglio, si fece questo idolo consecrare papa da esso Giorgio, da Eustrasio vescovo d'Albano e da Citonato vescovo di Porto. Non v'ha dubbio che l'assunzione di costui fu contro i sacri canoni, e per più motivi nulla e sacrilega: però non solo dipoi, ma anche allora da tutta la gente saggia e pia fu riguardato come falso pontefice. Premeva forte all'intruso Costantino di assicurarsi della grazia di Pippino re di Francia, nè fu pigro ad inviargli i suoi nunzii con lettere, nelle quali gli dava ad intendere d'essere stato [290] per forza dalla concordia d'innumerabil popolo alzato alla cattedra di san Pietro, con fingere una grande umiltà e paura di tanto peso, e con pregarlo della sua amicizia e protezione. Ci ha conservato il Codice Carolino queste due lettere, e sono la nonagesima ottava e la nonagesima nona. Probabilmente il re Pippino, altronde informato come era passato l'affare, non cadde nella rete, nè volle riconoscere costui per vero papa. Succedette in quest'anno la morte di santo Stefano juniore, insigne monaco e martire d'Oriente, dopo avere sofferti varii tormenti e l'esilio dall'empio Costantino Copronimo, il quale seguitava in questi tempi a sfogare il suo odio e la crudeltà sua contro i difensori delle sacre immagini. Abbiamo nondimeno da una delle suddette lettere di Costantino falso papa, che era giunta a Roma una epistola sinodica del patriarca di Gerusalemme, con cui andavano d'accordo gli altri due patriarchi di Alessandria e d'Antiochia, ed assaissimi metropolitani orientali nel sostener l'onore d'esse immagini. Perchè questi si trovavano fuori del dominio, e per conseguente dell'unghie dell'Augusto Copronimo, però con libertà esponevano i lor sentimenti, che erano gli stessi della Chiesa cattolica.


   
Anno di Cristo DCCLXVIII. Indizione VI.
Stefano III papa 1.
Costantino Copronimo imperadore 49 e 28.
Leone IV imperadore 18.
Desiderio re 12.
Adelgiso re 10.

Tenne il sacrilego Costantino occupata la sedia di san Pietro per lo spazio di un anno e di un mese, nel qual tempo fece anche varie ordinazioni di diaconi, preti e vescovi. Come si liberasse da questo obbrobrio la Chiesa e città di Roma, lo abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Stephani III Papae.]. [291] Non potendo più sofferire Cristoforo primicerio e Sergio sacellario, ossia sagrestano, suo figliuolo, di mirar nella cattedra pontificia lo scomunicato usurpatore, finsero di volersi far monaci, e con tal pretesto ottennero da Costantino di poter uscire di Roma. Furono essi a trovar Teodicio duca di Spoleti, con pregarlo di condurli a Pavia e di presentarli al re Desiderio. Così fu fatto, ed essi supplicarono il re di volere dar mano, affinchè si togliesse dalla Chiesa di Dio sì fatto scandalo. Ciò che poi succedette, porge a noi sufficiente indizio che il re volentieri concorresse a questa bell'opera e permettesse o desse impulso ai Longobardi del ducato di Spoleti per unirsi coi due suddetti uffiziali primarii della Chiesa romana, i quali con una gran brigata di Longobardi armati, presi da Rieti, da Forcona e da altri luoghi del ducato di Spoleti, nella sera del dì 28 di luglio occuparono il ponte Salario, e nel giorno appresso, per intelligenza che avevano entro la città di Roma, si fecero padroni della porta di san Pancrazio. Venuto alle mani con essi Totone fratello dell'usurpatore, restò ucciso. Passivo, altro di lui fratello, e lo stesso Costantino falso papa, veggendo la mal parata, si rifugiarono nella basilica lateranense, e quivi si serrarono nella cappella di san Cesario, finchè, venuti i capi della milizia romana, li fecero uscir sotto la fede. Nella seguente domenica Valdiperto prete, senza saputa di Cristoforo e di Sergio, congregati alcuni della sua fazione, e andato al monistero di san Vito, ne cavò Filippo prete, e condottolo al Laterano, quivi il fece eleggere papa, e dar la benedizione al popolo, con tenere poi seco a pranzo i primati del clero e della milizia, come era il costume degli altri papi. Ma ciò saputo da Cristoforo, tutto ardente di sdegno giurò che non uscirebbe di Roma, se prima Filippo non fosse cacciato fuori di san Giovanni. Laonde i Romani a contemplazione di lui fecero sloggiare Filippo, che [292] umilmente se ne tornò al suo monistero. Nel giorno seguente dal suddetto Cristoforo fatti ragunare i capi del clero e della milizia, e tutto l'esercito e popolo romano, dopo maturo scrutinio fu concordemente eletto papa Stefano prete di santa Cecilia, terzo di questo nome fra i romani pontefici. Fu egli consecrato a dì 7 d'agosto. Non si quetarono per questo i torbidi di Roma, perchè alcuni scellerati insorsero contra di Costantino dianzi falso papa, e di Passivo suo fratello, e di Teodoro vescovo, e di Gracile tribuno complice d'esso Costantino, con cavar loro gli occhi, ed esercitar altre crudeltà. Non finì la faccenda, che fecero il medesimo trattamento a Valdiperto prete longobardo, quantunque avesse cooperato alla deposizione di Costantino, per sospetto ch'egli nudrisse intelligenza con Teodicio duca di Spoleti affine di sorprendere la città di Roma. In mezzo a questi sconcerti papa Stefano III ebbe ricorso a Pippino re di Francia, e ai suoi due figliuoli, patrizii de' Romani, con inviar loro Sergio secondicerio, e pregarli di spedire a Roma dei vescovi ben pratici delle divine lettere e dei canoni, per togliere affatto gli errori prodotti dall'usurpator Costantino. Ma Sergio arrivato in Francia, trovò che Pippino avea già terminata la carriera dei suoi giorni. Questo glorioso principe, dopo aver felicemente compiuta la lunga guerra mantenuta nell'Aquitania contra di Guaifario duca di quella contrada, il quale finalmente restò ucciso dai suoi, venne a morte nel dì 24 di settembre dell'anno presente, con lasciare suoi successori Carlo, appellato poscia Magno, ch'era allora in età di ventisei anni, e Carlomanno suo fratello. Da una delle appendici di Fredegario impariamo che egli in sua vita avea diviso i regni fra i suddetti suoi due figliuoli, già dichiarati re nell'anno 754. Toccò a Carlo il regno d'Austrasia, che abbracciava le Provincie poste al Reno, colla Sassonia, Baviera, Turingia, ec. A Carlomanno [293] toccò la Borgogna, la Provenza, la Linguadoca, l'Alsazia e l'Alemagna, cioè la Svevia. Amendue di nuovo colla sacra unzione nel dì 9 di ottobre riceverono la corona regale, il primo a Noyon, e l'altro in Soissons. Soddisfecero essi alle premure del novello papa con inviare a Roma una mano di vescovi per assistere al disegnato concilio.


   
Anno di Cristo DCCLXIX. Indizione VII.
Stefano III papa 2.
Costantino Copronimo imperadore 50 e 29.
Leone IV imperadore 19.
Desiderio re 13.
Adelgiso re 11.

Giunti che furono a Roma dodici vescovi di Francia, fra' quali specialmente si contarono Lullo arcivescovo di Magonza e Tilpino arcivescovo di Rems, quel medesimo che sotto nome di Turpino acquistò tanta fama dalle favole dei romanzi italiani, papa Stefano III celebrò [Anastas., in Stephani III.] nell'aprile un concilio nella chiesa patriarcale del Laterano, al quale intervennero ancora molti vescovi della Toscana e Campania, e di altre città di Italia. Ancorchè sieno periti gli atti di quella sacra adunanza, pure si sa che furono stabiliti canoni contro coloro che, essendo laici, fossero eletti al grado episcopale, o colla violenza dell'armi fossero promossi al vescovato. Fu parimente condannato il falso concilio tenuto negli anni addietro in Costantinopoli contro le sacre immagini, e profferita scomunica contro chiunque disprezzasse o credesse indegne di venerazione le medesime immagini. Fu provveduto a coloro che erano stati ordinati da Costantino falso papa, decretando che seguisse di nuovo la loro elezione e consecrazione. Introdotto lo stesso Costantino, benchè cieco, alla presenza dei Padri, ed interrogato, come essendo laico, avesse osato di passare al papato, perchè allegò in [294] sua scusa l'esempio di Sergio arcivescovo di Ravenna e di Stefano vescovo di Napoli, i preti gli diedero molte guanciate, e il cacciarono fuori da quella sacra assemblea. Dal trattato di papa Adriano a Carlo Magno si raccoglie che Sergio arcivescovo di Ravenna non intervenne a questo concilio, ma vi mandò Giovanni Diacono, che sostenne il culto delle sacre immagini, provandolo con un'antica pittura esistente in Ravenna. Significò poscia il papa con sue lettere all'imperadore Costantino Copronimo il risultato di questo concilio; ma altro ci voleva a ritirare da' suoi errori ed eccessi quel traviato Augusto. Era toccata a Carlo re di Francia in sua parte, come dicemmo, l'Aquitania conquistata da Pippino; ma Unaldo, già duca di quella provincia, che tanti anni prima aveva abbracciata la vita monastica, dappoichè intese la morte del duca Guaifario suo figliuolo, invogliatosi delle cose mondane, deposto il cappuccio, se ne tornò al secolo, e trovò partigiani che il riconobbero per duca d'essa Aquitania [Eginhardus, in Annalib.]. Gli fu ben tosto addosso colle sue armi al re Carlo, e il costrinse a ritirarsi in Guascogna presso Lupo duca di quella contrada, da cui poscia, a forza di minacce, lo ebbe vivo nelle mani. Poichè Carlomanno suo fratello non volle in tal congiuntura dargli aiuto, cominciarono i dissapori fra loro, che andarono poi a finire in male. Nè è da tacere che in quest'anno l'imperador Costantino diede per moglie a Leone IV Augusto suo figliuolo, Irene fanciulla greca, di cui avremo da parlare andando più innanzi.

Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al re Desiderio da esso papa per la restituzione delle giustizie di s. Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al Cointe, al Mabillone [295] e al Pagi, per credere che il re Desiderio non le avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderio in vera dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae Ecclesiae spopondit, permanserit; e più non disse di voler conservare questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s. Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustizie de partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino, nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt, modis omnibus plenissime inter partes facere student. Il perchè se sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma della sua quiete. Se vogliam [296] credere ad Anastasio [Anastas., in Stephano III Papa.] bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano, che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano, dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviò Andrea vescovo di Palestrina, e Giordano vescovo di Segna, per far sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de' Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine di popolo romano, trattò con lui direttamente. In [297] fatti messe le mani addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete trame di Desiderio re de' Longobardi.

Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo, bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diverse giustizie di s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con chiudere le porte, minacciare il papa, e [298] impedirgli l'entrata in Roma. Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi, ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede, ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza, ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio, dell'autore della vita di papa [299] Adriano primo [Anastas., in Hadriani I Vita.], successore di Stefano III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva: Sufficit apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem. Dalla bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione. All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del tempo; perciocchè Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], che parla sotto quest'anno, [300] non ne sapeva più di noi per conto di quegli affari.


   
Anno di Cristo DCCLXX. Indizione VIII.
Stefano III papa 3.
Costantino Copronimo imperadore 51 e 30.
Leone IV imperadore 20.
Desiderio re 14.
Adelgiso re 12.

Erano già insorti nuvoli di discordia tra Carlo Magno e Carlomanno re suo fratello, dandosi ben a conoscere che con fondamento fu detto: Rara est concordia fratrum. Per riconciliarli insieme si mosse la comune lor madre Berta, appellata da altri Bertrada, che portatasi a Carlomanno, maneggiò con lui la concordia. E perciocchè era imminente anche la guerra contra di Tassilone duca di Baviera, il quale insuperbito non volea riconoscere per suo sovrano il re Carlomanno, e la faceva piuttosto da re che da duca, si adoperò la saggia regina per impedire ancora un sì fatto incendio. Prese motivo papa Stefano III dalla buona armonia rimessa fra i due re fratelli di scrivere loro la lettera quadragesima settima del Codice Carolino, in cui si rallegra con essi per tale riconciliazione, augurando loro la continuazione e l'accrescimento della pace e dell'amore fraterno. Passa dipoi a pregarli di voler impiegare i loro uffizii perchè la chiesa di san Pietro abbia interamente le sue giustizie, e di adoperare ancora la forza dei Longobardi: altrimenti ne renderan conto nel tribunale di Dio. Non nomina egli il re Desiderio; ma, per quanto si ricava dalla vita del suo successore Adriano [Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Vita.], Desiderio avea promesso e giurato sopra il corpo di s. Pietro di fare restituire le giustizie della Chiesa di Dio, e poi nulla avea ottenuto della sua parola. Abbiamo nondimeno dalla lettera quadragesima quarta del suddetto Codice Carolino, scritta non so se nel presente o nel susseguente [301] anno da papa Stefano alla regina Berta e al re Carlo Magno, per rendere loro grazie del buon servigio prestato da Iterio lor messo, spedito nel ducato beneventano, perchè colla sua premura avea la Chiesa romana ricuperati dei beni in quelle parti, senza che il papa vi dica altra parola di Desiderio, o si lagni di lui. Siccome s'ha dagli Annali de' Franchi, passò la regina Berta dalla Baviera in Italia e a Roma, e di là venne ad abboccarsi con esso re Desiderio, e a trattar dell'accasamento di Gisila, ossia Gisla, sua figliuola, sorella di Carlo Magno, con Adelgiso figliuolo d'esso re Desiderio, e di dare per moglie ai re Carlo e Carlomanno suoi figliuoli due figliuole del suddetto re longobardo. Nulla più che questo bramava il re Desiderio per istabilir maggiormente l'amicizia con que' due potentissimi re, che soli poteano fare a lui paura. Non sì tosto penetrò questo avviso alla conoscenza di papa Stefano, che risentitamente scrisse loro la lettera quadragesima quinta del Codice Carolino, per dissuaderli da queste nozze, perchè nozze illecite ed invalide, perchè amendue, vivente anche il padre, s'erano ammogliati, e le mogli erano viventi tuttavia. Che se i pagani faceano di queste azioni, non le doveano già fare principi cristiani. E fin qui cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa. Ma strano è ch'egli seguiti a dire: Che pazzia è mai questa, o eccellentissimi figliuoli, re grandi (appena oso dirlo), che la vostra nobil gente dei Franchi, eminente sopra l'altre genti, e la splendida e nobilissima prole della regal vostra possanza, si voglia macchiare colla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la qual neppure è computata fra le genti, e dalla cui nazione sappiam di certo che son venuti i lebbrosi? Niuno c'è, che non sia pazzo, al quale possa neppur nascere sospetto che dei re sì rinomati si vogliano impacciare in un contagio sì detestabile ed abbominevole. Imperciocchè, come dice s. Paolo? Quae [302] societas luci ad tenebras aut quae pars fideli cum infideli? Torna più sotto a dire, che non è loro permesso il prendere mogli di nazione straniera; e che avendo promesso a s. Pietro d'essere amici degli amici, e nimici dei nimici, commetterebbono peccato, imparentandosi co' Longobardi, gente spergiura e nimica di Roma. Aggiunge in fine d'aver posta quella esortazione sopra il sepolcro di san Pietro, e d'inviarla da quel santo luogo, con intimar loro la scomunica, se opereranno in contrario.

Certo conveniva al vicario di Gesù Cristo l'alzar forte la voce contra quei maritaggi, quando vero fosse che già quei due re avessero moglie, essendo il divorzio contrario alla legge di Gesù Cristo. Ma sì poco proprie della maestà e carità pontifizia compariscono quelle tante esagerazioni, a dismisura piene di odio contro i Longobardi, ch'io ho talvolta dubitato, e dubito tuttavia, che quella lettera potesse essere stata finta da qualche bel cervello di que' tempi, ed attribuita al papa. Sanno gli eruditi che prima ancora che i Longobardi calassero in Italia, formavano una riguardevol nazione, ed erano già seguite parentele fra i re di quella gente e i re franchi. In dugento anni poi di dimora d'essi Longobardi in Italia, ognun dee credere che quei re e il loro popolo s'erano ingentiliti, nè cedevano ad altre nazioni nell'essere buoni cattolici, in fondar chiese, monisteri, spedali. Nè certo la lebbra era nata ai tempi loro. E pure s'odono in questa lettera vituperii sì lontani da ogni credenza. Altronde poi non apparisce che i due re fossero già ammogliati; e però o quella lettera è finta, o, se vera, troppo essa disdice ad un romano pontefice. Comunque sia, il fine di questi maneggi fu che non condiscese Carlomanno a prendere per moglie una figliuola del re Desiderio. La prese bensì il re Carlo, ma non peranche divenuto Magno, senza curar la scomunica che si pretende intimata dal romano pontefice, se pure è [303] vero che Carlo Magno fosse allora ammogliato. E questo avvenne per esortazione di Berta sua madre. Si dee nondimeno aggiugnere che, secondo gli antichi Annali de' Franchi [Annales Veter. Francorum.], efficacemente si adoperò essa regina Berta, affinchè il re Desiderio restituisse molte città alla Chiesa romana, e l'ottenne. Et redditae sunt Civitates plurimae ad partem sancti Petri, il che si può dubitare se sia vero, perchè non apparisce che si disputasse di città tolte in questi tempi alla Chiesa. E quando pur sia vero, questo fa vedere che noi non sappiam bene gli affari di que' tempi, nè i gruppi e sviluppi succeduti fra i sommi pontefici e i re longobardi per dissensioni di beni temporali. Verisimilmente ancora nell'anno presente venne a morte Sergio arcivescovo di Ravenna. Ricavasi poi da Agnello [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat., P. I, tom. 2 Rer. Ital.], storico ravennate del secolo susseguente, che questo arcivescovo la fece da padrone nell'esarcato e nella Pentapoli. Judicavit a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et usque ad mensam Walani, veluti Exarchus; sic omnia disponebat, ut sunt soliti modo Romani facere. Se non fossimo per vedere che Leone suo successore fece altrettanto, si potrebbe credere che questa fosse una invenzione d'Agnello, scrittore d'animo corrotto verso i romani pontefici, a' quali indubitato è che fu fatto il dono dell'esarcato, e non già agli arcivescovi di Ravenna. Ma dalla lettera quinquagesima quarta del Codice Carolino si raccoglie che Leone arcivescovo, allorchè cominciò ad usurpar la signoria dell'esarcato, allegava l'esempio del suo predecessore Sergio, che avea quivi signoreggiato. Di ciò parleremo meglio disotto all'anno 777. Nel Codice estense, che ci ha conservata la parte che resta della storia del suddetto Agnello, si legge nel margine una giunta da me stampata [Rer. Ital., P. I, tom. 2.], da cui potrebbe taluno [304] essere indotto a sospettare, che il soprammentovato Sergio arcivescovo, condotto a Roma, fosse quivi stato strangolato. Ma convien avvertire, essere quella giunta uscita dalla penna d'un ignorante, che confuse l'arcivescovo Sergio di Ravenna con Sergio figliuolo di Cristoforo, da noi veduto di sopra, e che veramente fu con violenza levato dal mondo. Sembra ancora avere costui confuso Leone arcivescovo, successore di Sergio, con qualche altro Leone romano: e però di niun valore è quella giunta. Per attestato dell'autore della vita di Stefano III, dopo la morte dell'arcivescovo Sergio si fece scisma nella Chiesa di Ravenna. Fu, è vero, eletto per quella cattedra Leone arcidiacono; ma Michele archivista della Chiesa ravennate, benchè non alzato per anche ad alcun ordine sacerdotale, se n'andò a trovare Maurizio duca, cioè governatore di Rimini, il quale, per consiglio del re Desiderio (che in tutte le cose mal fatte si vuole che avesse mano), raunata una banda d'armati, si portò a Ravenna, e quivi con braccio forte fatto eleggere il suddetto Michele, l'introdusse nel palazzo archiepiscopale, e mandò prigione a Rimini il poco fa riferito Leone. Scrisse poi Maurizio, e scrissero i Ravennati a Stefano papa per ottener che Michele fosse da esso papa consecrato; ma nulla poterono conseguire, stando forte il papa nella negativa, perchè costui non era sacerdote. Ma possiamo ben credere che molto più che questa ragione facesse il papa valere la nullità dell'elezione, perchè estorta dalla violenza. Nondimeno questo avvenimento ci può far sospettare che non avesse per anche gran forza il romano pontefice nel governo temporale dell'esarcato di Ravenna. Truovasi spettante al gennaio dell'anno presente un'iscrizione, da me [Collectio nova veter. Inscription., p. 1857.] data alla luce, da cui risulta che Trasguno era duca della città di Fermo, correndo tuttavia l'anno XIII del re Desiderio e l'XI di Adelgiso suo figlio.

[305]


   
Anno di Cristo DCCLXXI. Indizione IX.
Stefano III, papa 4.
Costantino Copronimo imperadore 52 e 31.
Leone IV imperadore 21.
Desiderio re 15.
Adelgiso re 13.

Cominciò in quest'anno a sconcertarsi non poco la buona corrispondenza del re Carlo Magno con Desiderio re dei Longobardi, perchè Carlo, dopo aver tenuta la di lui figliuola per moglie, in questo anno la ripudiò, e rimandolla al padre. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.], autore contemporaneo e ben informato delle azioni d'esso Carlo, confessa di non averne saputo il motivo; e però non si può molto fidare del monaco Sangallense, che scrisse un secolo dappoi, e abbonda di favole, allorchè attribuisce la cagione all'essere stata quella principessa di cattiva sanità ed inabile a far figliuoli. Se ciò fosse stato, l'avrebbe anche saputo Eginardo, notaio allora del medesimo re. Si potrebbe pensare che finalmente accortosi questo principe dell'illecito suo matrimonio colla figliuola del re Desiderio, perchè contratto vivente ancora la prima moglie, e cotanto riprovato dal romano pontefice, perciò se ne separasse. Ma è da avvertire che niuno de' tanti che scrissero delle azioni di Carlo Magno, il riconobbe ammogliato, allorchè prese la figliuola di Desiderio. Ci vien questa particolarità dalla sola lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino, che per altri capi patisce delle difficoltà. E s'aggiunga poi, che gli stessi Francesi di quei tempi riguardarono come incestuose le nozze di Carlo Magno con Ildegarda, da lui presa dopo il ripudio fatto della longobarda: segno che giudicarono legittimo e non dissolubile il matrimonio di questa, ed insieme indizio che esso Carlo fosse non coniugato, ma libero, quando con essa s'accoppiò. Ne abbiamo la [306] prova nella vita di sant'Adalardo abbate di Corbeia, cugino di esso Carlo Magno, scritta da Pascasio Radberto. Factum est (così scrive quell'autore) quum idem imperator Carolus Desideratam (hanno creduto alcuni tale essere stato il nome di quella principessa, e non già Berta o Ermengarda, come altri hanno immaginato) Desiderii regis Italorum filiam repudiaret quam sibi dudum etiam quorumdam Francorum juramentis petierat in conjugium; ut nullo negotio beatus senex (cioè Adalardo) persuaderi posset, dum esset adhuc tiro palatii, ut ei, quam vivente illa rex acceperat, aliquo communicaret servitutis obsequio. Sed culpabat modis omnibus tale connubium, et gemebat puer beatae indolis, quod et nonnulli Francorum eo essent perjuri, atque rex inclito uteretur thoro, propria sine aliquo crimine repulsa uxore. Quo nimio zelo succensus elegit plus saeculum relinquere adhuc puer, quam talibus admisceri negotiis. S'inganna forte chi è stato d'avviso che il culpabat tale connubium voglia dire che Adalardo riprovava il matrimonio di Carlo colla figliuola di Desiderio. Chiara cosa è che quel santo giovane non sapeva sofferire il matrimonio di lui con Ildegarda, sposata dopo il ripudio della longobarda, considerato da lui per illecito, perchè contratto vivente la legittima moglie longobarda da lui ripudiata sine aliquo crimine. Potea ben sapere queste particolarità Pascasio Radberto, siccome quegli che fu discepolo di santo Adalardo, e conversò molto con lui. Perciò si scuopre per immaginazione de' secoli moderni il dire che il romano Pontefice sciolse il matrimonio della longobarda, perchè non era consumato: e sempre più ci vien somministrato motivo di dubitare della lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino, in cui papa Stefano ci rappresenta Carlo Magno ammogliato, allorchè era per prendere la figliuola del re longobardo. Se ciò fosse stato, non avrebbe creduto Adalardo legittima [307] moglie d'esso re Carlo Desiderata, nè avrebbe tenuto per illecito il susseguito matrimonio con Ildegarda. Ma chi sa che fin d'allora il suddetto re Carlo non cominciasse i negoziati per far suo il regno dei Longobardi, siccome seguì da lì a non molto?

Per altro verso cangiarono molto di faccia in quest'anno gli affari della Francia, imperocchè nel dì 5 di dicembre mancò improvvisamente di vita il re Carlomanno, con lasciare dopo di sè due piccoli figliuoli maschi, il maggiore dei quali portò il nome di Pippino, senza sapersi il nome dell'altro. Si fece tosto innanzi il re Carlo alla selva Ardenna, e tirati nel suo partito molti de' vescovi, conti e primati del regno d'esso suo fratello, se ne mise in possesso, e si fece ugnere re di quegli stati: con che tutta la Gallia e la maggior parte della Germania venne ad unirsi sotto di lui solo, e a formare una formidabil potenza, maggiore che a' tempi di Pippino, perchè s'era aggiunta a questo amplissimo dominio anche l'Aquitania e la Guascogna. La regina Gilberga, vedova di Carlomanno, veduto questo bel tiro del re Carlo suo cognato, per timore ch'egli non mettesse le mani addosso ai suoi figliuolini, e con farli cherici non li privasse della speranza dell'eredità paterna, se ne fuggì in Italia, e ricoverossi sotto la protezione del re Desiderio, con influir poi, senza pensarvi, alla di lui rovina. Passano gli scrittori franzesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto, con avergli anche dipoi perseguitati. Ma la venerazione che si dee alla verità, più che a Carlo Magno, vuol bene che noi riguardiamo come un effetto della smoderata sua ambizione l'aver trattato così i principi suoi nipoti. Certo per azioni tali egli non si acquistò nè meritò il titolo di Grande, giacchè niuna buona ragione ci si presenta per iscusar [308] lo spoglio fatto a que' principi pupilli e sì stretti a lui per vincoli di sangue. Seguitò fino al presente anno Michele usurpatore della Chiesa di Ravenna a tenerla con braccio forte. Anastasio [Anastas. in Stephani III Vita.], o chiunque scrisse la vita di Stefano III, scrive che costui si sosteneva coll'appoggio di Desiderio re de' Longobardi, e che, per guadagnarsi la di lui protezione, spogliò di tutti gli ornamenti preziosi quella Chiesa, e ne fece a lui un regalo. Gli mandò il pontefice più lettere e messaggeri per indurlo a desistere da questi sacrilegii; ma egli più che mai costante teneva occupata quella cattedra. Finalmente venuti gl'inviati di Carlo re di Francia, ed insieme con quei del papa arrivati a Ravenna, tanto dissero e fecero, che que' cittadini, preso il suddetto Michele, l'inviarono ben legato a Roma. Dopo di che tornarono ad eleggere per arcivescovo Leone, il quale dovea essere stato rimesso in libertà, ed incontanente col suo clero si portò a Roma, dove ricevette dal papa la consecrazione, ed ebbe il pacifico possesso della sua Chiesa. Ma fa ancora questo fatto intendere che poca forza dovea avere in questi tempi il romano pontefice nella città di Ravenna e in Roma, dacchè abbiam veduto esercitati senza riguardo alcuno a lui gli atti suddetti. Abbiamo poi da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che Irene, moglie di Leone IV Augusto, diede alla luce Costantino, che fu poscia imperadore, e del quale avremo occasion di parlare andando innanzi.


   
Anno di Cristo DCCLXXII. Indizione X.
Adriano I papa 1.
Costantino Copronimo imperadore 53 e 32.
Leone IV imperadore 22.
Desiderio re 16.
Adelgiso re 14.

Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papa [309] Stefano III, in cui luogo fu eletto Adriano I, figliuolo di Teodolo console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea Dandolo [Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.] che in questi tempi il re de' Longobardi personalmente e realmente affliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorso Giovanni patriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca. Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de' Longobardi nell'Istria, mosse dipoi Maurizio doge di Venezia, già creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio l'esaltazione di Adriano al trono pontificio, non fu egli lento ad inviargli un'ambasceria [Anastas., in Hadriani I Vit.], composta da Teodicio duca di Spoleti, da Tunone duca di Ebora Regia (Eboregia credo io che s'abbia quivi a leggere, cioè Ivrea) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a Cristoforo [310] e Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione. Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo, camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere a Leone arcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta, il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò a Costantino e Leone Augusti e grandi imperadori una relazione della morte inferita al cieco Sergio, deprecans eorum imperialem clementiam, ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent. Queste parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intendere [311] tanta familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore del monistero di Farfa [Rer. Italic., P. II, tom. II.], cioè Dat. X. kal. maji imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore, anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X. Quel domno nostro serve ad avvalorare l'opinione suddetta.

Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli, accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que' cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione. La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un abboccamento [312] del papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli del re Carlomanno, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustare Carlo Magno, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo, Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore, gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui, per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.

[313]


   
Anno di Cristo DCCLXXIII. Indiz. XI.
Adriano I papa 2.
Costantino Copronimo imperadore 54 e 33.
Leone IV imperadore 23.
Desiderio re 17.
Adelgiso re 15.

Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papa Adriano, gli spedì Andrea referendario e Stabile duca, per esporgli questa sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia, o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a' suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia con Adelgiso suo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo, perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re Desiderio Eustrazio, [314] Andrea e Teodosio vescovi di Albano, di Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di Carlo Magno, cioè Giorgio vescovo, Gulfrado abbate ed Albino confidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro. Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando, incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno, conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto, unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova, risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per monte di Giove.

Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese; ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene indietro, [315] quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli inseguisse. Agnello ravennate [Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.], scrittore del secolo susseguente, scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia da Leone arcivescovo di Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore poi della Cronica novaliciense [Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.] lasciò scritto essere stato un buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo da Viterbo [Godefridus Viterbiensis, in Chronico.], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome di Mortara, si può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio, probabilmente nel mese [316] d'ottobre, come ha Anastasio [Anastas., in Hadriani I papae Vit.], e non già di giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di Volturno [Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico, che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la regina Ildegarda co' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una figlia appellata Adelaide, passò sotto l'assediata città le feste del santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] e di Cosimo della Rena [Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominato Tachiperto duca, cioè governatore, nella città di Lucca. Ma che questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.


   
Anno di Cristo DCCLXXIV. Indiz. XII.
Adriano I papa 3.
Costantino Copronimo imperadore 55 e 34.
Leone IV imperadore 24.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 1.

Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il re Carlo quando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a Roma, parte per divozione e parte per visitare il pontefice Adriano. Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in quest'anno [317] cadde nel dì 2 d'aprile [Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.]. Presentita la di lui venuta, il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci, smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana, nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno 757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibile [318] una sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova, Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia. Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa, l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana. Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro duca Ildebrando signor nobilissimo, venne questi confermato dal papa. Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo, Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.

Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla difesa il re Desiderio, capitolò in fine la resa, con restar prigioniere. Fu egli dipoi colla regina [319] Ansa trasportato in Francia, dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto la cura di Agilfredo vescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di san Gallo [Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.] racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al monistero di Corbeia, dove in vigilis et orationibus et jejuniis et multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui. Jacopo Malvezzi [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della Cronica della Novalesa [Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], che fa parimente menzione di tal prodigio, ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di Volturno [Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.] ne parla così: Hic licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri, monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle Tritana, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito a Roma, se ne tornò indietro con gran riverenza. Diede mano alla Chiesa romana per liberarla dall'usurpator [320] Costantino falso papa. Ma in fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono, e andò a finire in esilio i suoi giorni. Adelgiso suo figliuolo, che s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia, anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.] che il re Carlo nell'anno precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello, colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que' principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione Maffei [Maffei, Verona illustrata, lib. 11.] nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena, che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici di quella città coi nomi di Desiderio e di Adelchi, tuttavia regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare col suo meglio, ed imbarcatosi a Porto Pisano, come lasciò scritto Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a riserva del ducato [321] di Benevento, tutte le altre città e terre di questo regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta scritta regnante domno nostro Carolo, ec. excellentissimo rege in Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia, cioè l'anno 780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di giugno dell'anno presente [Antiquit. Ital., Dissert. I.], ne' quali egli trionfante entrò nella superata reggia de' Longobardi.

Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi, impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza contrasto. Ho io inoltre [322] conghietturato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] che Anselmo, abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena, porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.], da cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta: et ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus. Era stato Anselmo duca del Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis, tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti, siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.] ne' Paralipomeni da me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro in favor dei Franzesi. Dum iniqua cupiditate (così scrive egli) Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent [323] vinctum, et opes multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit, rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii, ut lumine eum privasset. Che così passasse l'affare, possiamo anche argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani. Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno. Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè, quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioè Pippino suo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale, con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora è regno di Napoli. Arichi ossia Arigiso era in questi tempi duca di Benevento, ed avea per moglie Adelberga figliuola del re Desiderio. Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità; e laddove fin qui avea portato il titolo di duca, da lì innanzi cominciò ad [324] intitolarsi principe, nome allora più cospicuo dell'altro di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la formola In sacratissimo nostro palatio, e tutto poscia si applicò alla difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono state conservate da Erchemperto [Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], dall'Anonimo salernitano, e da Leone Marsicano vescovo ostiense.


   
Anno di Cristo DCCLXXV. Indiz. XIII.
Adriano I papa 4.
Leone IV imperad. 25 e 1.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 2.

Si partì in quest'anno da Costantinopoli con una poderosa flotta di navi Costantino Copronimo Augusto, risoluto di portar la guerra contro de' Bulgari, co' quali era da qualche tempo in rotta, ed era anche succeduto più d'un cimento. Ma arrivato che fu al castello di Strongilo, stando in nave, diede fine alla sua vita nel dì 14 settembre, con lasciar dopo di sè un'abbominevol memoria presso i cattolici per la fiera persecuzione da lui fatta alle sacre immagini e a chiunque le venerava e difendeva. Rimase suo successor nell'imperio Leone IV suo figliuolo, già dichiarato Augusto e collega suo fin dall'anno 751, e marito dell'augusta Irene. In quest'anno ancora, soggiugne Teofane, Teodoto re dei Longobardi con venire a Costantinopoli ricorse all'aiuto dell'imperadore. Lo autore della Miscella [Historia Miscella, tom. 1 Rer. Ital.] ossia chi diede [325] quella storia alla luce, credendo un errore quel Teodoto, sostituì il nome di Adelgisa nella versione del passo di Teofane. Ma è da osservare il costume dei Greci superbi, che nella corte loro cambiavano in un greco nome il nome dei principi stranieri. Così vedremo nel secolo decimo Berta figliuola d'Ugo re di Italia, maritata a Romano juniore, figliuolo di Costantino Porfirogenota, assumere, giunta che fu in Costantinopoli, il nome d'Eudocia. L'andata di Arigiso colà, e la protezion dell'imperadore, siccome vedremo, mise de' sospetti e non poca paura nel pontefice Adriano; e corse anche voce ch'egli, tenendo intelligenza coi duchi d'Italia, minacciasse di ricuperare il suo regno. Ma questi erano tutti spauracchi senza fondamento, perchè Leone Augusto pensava a tutt'altro che a portar le sue armi in Italia. Adelgiso null'altro ottenne in quella corte, che il titolo e la dignità di patrizio, e quivi, siccome scrisse Eginardo, ossia l'autore degli Annali lauresamensi, invecchiò, e diede fine in istato privato ai suoi giorni. Si crederà ciascuno, che dappoichè Carlo Magno ebbe conquistato in buona parte il regno longobardico, non tardasse punto a restituire alla Chiesa romana tutto quanto le era stato occupato dai Longobardi, colla giunta ancora del di più ch'egli avea promesso a papa Adriano I. Infatti Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] ed altri lasciarono scritto ch'egli restituì tutto, immaginando quello che dovea essere, ma non già quello che fu. Volentieri corse negli anni avanti il re Pippino a gastigare Guaifario potente duca dell'Aquitania, usurpatore dei beni delle chiese, perchè se gli offeriva questo plausibil motivo di conquistar quella provincia. Non fu minor lo zelo di Carlo Magno suo figliuolo in prendere per lo stesso titolo le armi contra del re Desiderio, perchè v'andava unita la conquista [326] d'un regno. Ma per disgrazia non contento di aver acquistato sì bel paese, trovava anche dolce il ritenere ciò che si avea da restituire a s. Pietro. Non sono a noi pervenute le lettere passate fra papa Adriano e lui, nè i lor maneggi e patti, allorchè trattarono di distronar Desidero. Ne restano bensì dall'altre, dopo questo fatto scritte da esso pontefice al medesimo re Carlo, e conservate nel Codice Carolino, ma senza che rimanga vestigio del tempo, in cui furono date. Da esse andremo vedendo con quale puntualità Carlo Magno mantenesse la sua parola. Intanto è da dire, aver giudicato i padri Cointe e Pagi, che la lettera quinquagesima quinta appartenesse al precedente anno. Io la stimo piuttosto dell'anno presente, oppure del susseguente. Quivi dice papa Adriano che Gaufrido, cittadin pisano, retulit nobis de immensis victoriis, quas vobis omnipotens et redemptor noster Dominus Deus, per intercessionem beati Petri principis Apostolorum concedere dignatus est. Se crediamo al padre Pagi, non era per anche presa Pavia allorchè fu scritta questa lettera. Ma quali immense vittorie aveva mai riportate Carlo Magno, dacchè calò in Italia e mise l'assedio a Pavia? Niuna. Ben più probabile sembra che tali vittorie riguardino la Sassonia, dove nell'anno precedente Carlo ripigliò la guerra, e nel presente o in alcuno de' susseguenti riportò molte vittorie. Soggiugne il papa, che nel venire il suddetto Gaufrido a Roma, Allone duca l'avea voluto uccidere, ed avea posto spie per coglierlo, se tornava indietro. Questo Allone era duca certamente di Lucca; e, per attestato del Fiorentini e di Cosimo della Rena, si cominciano a trovar memorie di lui nelle carte dell'archivio archiepiscopale di Lucca sotto l'anno 782 e ne' susseguenti il che può far dubitare che anche molto più tardi fosse scritta la lettera suddetta quinquagesima quinta da papa Adriano. Il qual poscia prega il re Carlo di voler rimettere in libertà i vescovi di Pisa, di Lucca [327] e di Reggio, condotti da lui verisimilmente in Francia, perchè sospettava della lor fedeltà. Il dirsi dal papa che s'erano fatte orazioni per esso re in Roma, ab illo tempore, et die, quo ab hac romana urbe in alias partes profecti estis, sembra piuttosto indicar l'anno 782, in cui Carlo andò in Sassonia, dopo essere stato nel precedente a Roma.

A quest'anno poscia pretendono i suddetti due scrittori che s'abbia a riferire la epistola sessagesima terza del Codice Carolino. Quivi il pontefice attesta la sua allegrezza per aver inteso dalle lettere di Carlo Magno, quod Domino protegente remeantes vos Saxonia, mox et de praesenti, ad implenda, quae et polliciti estis, properare desideratis. Ma non in questo solo anno fu in Sassonia il re Carlo: vel richiamò la guerra anche in altri susseguenti; e però non è certo neppur il tempo d'essa lettera. Di qui nondimeno a buon conto apprendiamo che non aveva egli per anche eseguite le promesse da lui fatte al romano pontefice. Furono portate queste lettere al papa da Possessore vescovo e da Babigaudo abbate; e però si trova coerente a queste la lettera quinquagesima ottava, in cui Adriano scrive al re Carlo, che presentita la venuta di questi due inviati, avea mandato loro incontro per riceverli un decente equipaggio. Ma ch'essi giunti che furono a Perugia, in vece di continuare il viaggio, erano iti ad abboccarsi con Ildebrando duca di Spoleti, con far anche presso di lui una lunga posata. Avea loro scritto il papa, pregandoli di passar prima a Roma per trattar con loro de' correnti affari, dopo di che sarebbono andati a Benevento. E pure essi, nulla curando un tale invito, da Spoleti s'erano portati a Benevento: cose tutte che empievano di mille sospetti e di non poco affanno l'animo d'esso pontefice. Il quale perciò gli ricorda che la mossa dell'esercito, e tante spese per la guerra d'Italia non per altro erano state fatte da Carlo nisi pro justitiis beati [328] Petri exigendis, et exaltatione sanctae Dei Ecclesiae, con aggiugnere una particolarità di gran considerazione; cioè che esso re avea, quando fu in Roma, fatta l'offerta del ducato di Spoleti a s. Pietro per sollievo dell'anima sua. Quia et ipsum ducatum vos praesentialiter obtulistis proctetori vestro beato Petro per nostram mediocritatem (e non già a' tempi di Pippino) pro animae vestrae mercede. Conseguentemente il prega di liberarlo da quell'afflizione, e di effettuar la promessa. Ma il re Carlo non apparisce punto che eseguisse mai la sua promessa per conto del ducato di Spoleti, il quale da lì innanzi non si truova signoreggiato dai papi, ma bensì incorporato nel regno d'Italia, e que' duchi sottoposti ai re di Italia. Nella Cronica del monistero di Farfa [Chron. Farfense, P. II. T. 11 Rer. Ital.] si veggono atti del medesimo Carlo Magno, ne' quali è mentovato Hildeprandus dux noster, e in tutto si scuopre re padrone sovrano di quel ducato, e Ildeprando vassallo di lui, e non già del romano pontefice, senza avere esso papa veduta mai attenuta la donazione, o promessa suddetta. E qui convien osservare per conto del ducato di Spoleti una notizia involta in molte tenebre. Rapportò il padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin.] una donazione fatta nell'anno 787 al monistero farfense da Ildeperto duca di Spoleti. Tanto esso padre Mabillone quanto io nelle annotazioni al medesimo documento, da me pubblicato nella Cronica suddetta, abbiamo creduto che fosse scritto in quella carta Ildeperto ossia Ildeberto, in vece di Ildeprando ossia Ildebrando, il quale anche, per testimonianza del catalogo antico de' duchi di Spoleti, posto avanti alla cronica suddetta, tenne il ducato di Spoleti dall'anno 774 sino ai 789. Ma ho io poscia avvertito avere l'Ughelli accennato un altro documento spettante all'anno 775, in cui si legge espresso: Dum nos Hildepertus gloriosus dux ducatus spoletini residessemus Spoleti [329] in palatio, etc. Oltre a ciò, ho io rapportato [Antiquit. Ital. Dissert. LXVII.] varie notizie dell'archivio farfense, chiaramente indicanti che questo medesimo Ildeberto duca fece altri atti in quel ducato nell'anno 778; e pur ne' medesimi tempi vi comandava il duca Ildebrando. Difficile a credere è che sia stato cambiato in tutti que' documenti il nome d'Ildebrando in quello d'Ildeberto; e più verisimil sarebbe l'immaginare che l'uno di que' duchi comandasse a Spoleti e l'altro a Camerino; ovvero che due duchi nello stesso tempo avesse allora Spoleti, siccome gli ebbe in altri tempi, se pure Ildebrando per sospetti di sua fede in alcun tempo non fu deposto, con risorgere poi come prima nel grado suo. In fatti dalla lettera quinquagesima nona del Codice Carolino, scritta nel tempo stesso delle due precedenti, papa Adriano screditò forte esso duca Ildebrando appresso il re Carlo, con fargli sapere essere ritornati da Benevento Possessore vescovo e Rabigaudo abbate, i quali avevano pregato istantemente esso papa di ricevere in sua grazia il suddetto Ildebrando che era pronto a presentarsi davanti a lui in Roma. Aggiugne ancora di aver penetrato che il medesimo duca di Spoleti, Arigiso duca di Benevento, Rodgauso duca del Friuli, e Regnibaldo ossia Reginaldo duca di Chiusi aveano tramata una congiura con Adelgiso figliuolo di Desiderio, e destinato ch'egli venisse nel prossimo marzo con una flotta di Greci, affin d'assalire questa nostra città di Roma, e di rimettere in piedi il regno de' Longobardi. Il perchè scongiura esso re Carlo di porgergli senza dimora soccorso, e di venire in persona a Roma per reprimere i nimici di s. Pietro e della Chiesa romana, e del popolo nostro della repubblica de' Romani, et ut ea, quae eidem Dei Apostolo vestris propriis, pro animae vestrae mercede, obtulistis manibus, ad effectum perducatis: dal che si conosce [330] che Carlo Magno non avea per anche dato effetto alle promesse sue.


   
Anno di Cristo DCCLXXVI. Indiz. XIV.
Adriano I papa 5.
Leone IV imperadore 26 e 2.
Costantino Augusto 4.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 3.

L'imperadore de' Greci Leone, fattosi in quest'anno pregare dai suoi baroni, perchè dichiarasse Augusto e collega nell'imperio il picciolo Costantino figliuolo suo e dell'imperadrice Irene, volentieri s'accomodò alle istanze loro [Theoph., in Chronogr.]; e però Costantino cominciò a contar nel presente anno quelli del suo imperio. Ancorchè si trovasse il re Carlo impegnato non poco nella guerra contra de' Sassoni, popoli che per forza s'andavano oggi sottomettendo, e domani tornavano a ribellarsi; tuttavia premendogli forte gli affari d'Italia, s'era già incamminato sul fine del precedente anno alla volta d'Italia, con solennizzare la festa del santo Natale in Scelestat nell'Alsazia. Rodgauso duca del Friuli, di nazion Longobardo, veniva accusato per manipolatore di una gran ribellione contra di lui, e già abbiamo veduto quanto ne scrisse ad esso re il pontefice Adriano. All'apparir della primavera piombò il re Carlo con poderose forze sopra il Friuli, e, per attestato degli Annali de' Franchi [Annales Bertiniani.], venuto alle sue mani esso Rodgauso, il privò di vita. Assediò Stabilino suocero di lui in Trivigi, e forzò quella città alla resa. Ugone Flaviniacense [Hugo Flaviniacensis, in Chron.] scrive che Pietro italiano quegli fu che gli consegnò essa città di Trivigi, et ob hoc de Virdunensi episcopatu honoratus est. In quella città celebrò il re Carlo la santa Pasqua, e dopo aver prese l'altre città che s'erano ribellate, in tutte mise degli uffiziali franzesi. Ivi lasciò Marcario con titolo [331] di duca. Poscia obbligato dalla guerra de' Sassoni, se ne tornò vittorioso a ripigliar l'armi contra di quei popoli. Sembra eziandio che possa ricavarsi da tali notizie, che al duca del Friuli fossero allora sottoposte varie città, che fosse formata la Marca Trivisana, o del Friuli. Può parimente essere che a questi tempi appartenga ciò che racconta il monaco di s. Gallo [Monac. Sangall., lib. 2 de reb. gest. Caroli M. apud. Duchesne, tom. 2.] nella vita di Carlo Magno con dire, che trovandosi egli nelle parti del Friuli, perchè era freddo, portava una pelliccia fatta di pelli conce di castrato; imperciocchè per più secoli anche in Italia fu in gran vigore l'uso delle pellicce, siccome ho dimostrato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXV.]. Erano capitati a Pavia nel mese avanti mercanti veneziani, gente che più d'ogni altra attendeva allora al commercio, ed aveano portato di Levante una gran copia di galanterie, e spezialmente delle stoffe e delle pelli fine. Corsero tosto i cortigiani di Carlo a provvedersene con quell'ansietà con cui i mal accorti Italiani corrono oggidì a comperare i bijoux e le stoffe altramontane e forestiere, e fecero poi bella comparsa con quegli abiti. Venuto un dì di festa, dopo la messa il re volle andare con essi cortigiani alla caccia, ed era tempo freddo e piovoso. Que' sontuosi abitini tutti bagnati dalla pioggia e maltrattati dal bosco, si trovarono la sera lacerati e ridotti in pessimo stato, spezialmente dal fuoco, a cui corsero que' nobili cacciatori per iscaldarsi. Volle Carlo la mattina seguente che comparissero con quelle medesime vesti così guaste, ed allora dimandò a que' vanerelli, qual abito fosse più utile e prezioso: il suo che gli costava un soldo, ed era restato bianco ed illeso, oppure que' loro pagati sì caro e che a nulla più servivano.

Furono di parere i padri Cointe e Pagi che in quest'anno il medesimo pontefice scrivesse al re Carlo la lettera quadragesima [332] nona del Codice Carolino, con esprimere l'afflizion sua, perchè dopo le speranze a lui portate da Filippo vescovo e da Megisto arcidiacono, ch'esso re Carlo sarebbe colla regina Ildegarde venuto a Roma avanti la Pasqua, per dare il contento al papa di tenere al sacro fonte filium, qui nunc vobis procreatus est; s'avvicinava già il dì di Pasqua senza sentore alcuno del loro viaggio. Crede il padre Pagi che questo figliuolo di Carlo Magno sia Carlomanno, appellato poscia Pippino, che fu re d'Italia, e ch'egli nascesse in quest'anno. Ma non par molto probabile, che se qui si parla di Pippino, egli nascesse nell'anno presente, riflettendo alla data di questa lettera scritta prima del dì 25 di marzo, in cui cadde la Pasqua, e al tempo necessario al viaggio de' suddetti inviati, e all'improbabilità di condurre in mesi di verno a Roma un principino poco fa nato. Comunque sia, non sappiam bene se al presente anno appartenga la predetta epistola quarantesima nona. Certo è bensì che nella medesima papa Adriano fa nuove istanze per l'adempimento delle promesse: dal che finora egli s'era astenuto. Aggiugne le seguenti parole: Et sicut temporibus beati Sylvestri romani pontificis, a sanctae recordationis piissimo Constantino magno imperatore, per ejus largitatem sancta Dei catholica et apostolica romana Ecclesia, elevata atque exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est: ita et in his vestris felicissimis temporibus atque nostris sancta Dei ecclesia, idest beati Petri apostoli, germinet atque exultet, et amplius atque amplius exaltata permaneat. Passa poi a dire che Carlo sarà chiamato un nuovo Costantino, se ingrandirà la Chiesa romana: parole tutte che sembrano indicar già nata quella famosa donazione di Costantino, che oggidì da tutti i saggi vien riconosciuta per finta: non già che Costantino non donasse molto alla Chiesa romana, ma che le donasse stati e dominii temporali. E di stati appunto pare [333] che qui si parli, con soggiugnere poi altre istanze per la restituzione de' patrimoni e allodiali, spettanti per giustissimi titoli alla Chiesa romana in varie parti d'Italia. Sed et cuncta alia (seguita egli a dire) quae per diversos imperatores, patricios etiam et alios Deum timentes, pro eorum animae mercede, et venia delictorum, in partibus Tusciae, Spoleto, seu Benevento, atque Corsica, simul et Savinensi patrimonio, beato Petro apostolo, sanctaeque Dei et apostolicae romanae Ecclesiae concessa sunt: et per nefandam gentem Langobardorum abstracta et ablata sunt, vestris temporibus restituantur. E, per giustificar meglio i diritti della sua Chiesa, dice di avergli anche spedito molte donazioni cavate dall'archivio lateranense. Certo è da maravigliarsi come Carlo Magno, dopo avere intrapresa la spedizione d'Italia specialmente per reintegrare la Chiesa romana ne' beni ad essa occupati dai Longobardi, divenuto che fu padron d'essa Italia, si mettesse sì poco pensiero di restituirle e farle restituire essi beni. E di qui parimente apparisce che papa Adriano niuna autorità doveva allora esercitare in Benevento e Spoleti, nella Corsica e nella Sabina, la qual ultima provincia almeno in parte era in questi tempi sottoposta ai duchi di Spoleti. Truovasi in quest'anno un Giovanni duca, che s'intitola figlio del fu duca Orso [Antiquitat. Italic., Dissert. XXI, pag. 197.], il quale fa una magnifica donazion di beni al monistero di Nonantola, situato Pago Persiceta, territorio Motinense, dove era abbate Anselmo, di cui s'è altre volte parlato. Di qual città egli fosse duca non apparisce. Dice egli che il casale, ossia villa della Verdeta, era stata donata ad Orso duca suo padre dal serenissimo Astolfo re. Questa villa è del distretto di Modena.

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Anno di Cristo DCCLXXVII. Indiz. XV.
Adriano I papa 6.
Leone IV imperadore 27 e 3.
Costantino Augusto 2.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 4.

Benchè le lettere del Codice Carolino, perchè prive d'ordine cronologico, non ci lascino accertar gli anni in cui furono scritte; pure sarà a me lecito il rapportare al presente tutto quanto ivi si legge intorno a Leone arcivescovo di Ravenna. Nell'epistola cinquantesimaterza d'esso Codice papa Adriano scrive a Carlo Magno d'avere inteso dalle di lui lettere, come il suddetto arcivescovo si era portato in persona a visitare il re, e ne mostra piacere; ma con soggiugnere, che se Leone gli avesse prima notificato il pensiero d'andarvi, con esso lui avrebbe spedito un suo messo: tacitamente significando che non molto gli piaceano i lor colloquii senza l'assistenza di qualche suo ministro. Si fece a credere il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che l'andata di questo arcivescovo seguisse nell'anno antecedente, allorchè il re Carlo si trovava in Trivigi. Trovansi poi replicate nella stessa lettera le istanze tante volte fatte, ut velociter ea, quae beato Petro pro magna animi mercede, etc. per tuam donationem offerenda spopondisti, adimplere jubeas, con aggiugnere che siccome san Pietro portinaio del cielo l'ha aiutato a conquistare il regno de' Longobardi, così renderà anche coll'intercessione sua presso Dio sottomesse a Carlo tutte l'altre barbare nazioni. Seguita la lettera quinquagesima prima, in cui Adriano ricorda al re Carlo la promessa fatta di spedire a Roma i suoi messi; ma essere già passato novembre, senza che alcuno si sia veduto. Perciò gli spedisce Andrea vescovo e Pardo egumeno, ossia abbate, ben informati degli affari, insistendo ancor qui per l'esecuzione di quanto il re [335] Pippino promise a san Pietro, e il medesimo re Carlo avea confermato. Evvi poi una giunta, con cui gli notifica, qualmente Leone arcivescovo postquam a vobis reversus est, in nimiam superbiam elevatus, nullo modo nostris praeceptionibus, sicut antea, obedire voluit, sed brachio forti usque hactenus in sua potestate detinere videtur Imolam atque Bononiam, dicens: quod easdem civitates nullo modo beato Petro, neque nobis concessistis, nisi tantummodo eidem Leoni archiepiscopo. Aggiugne d'avere spedito a Ravenna Giorgio saccellario, affinchè facesse andare a Roma i giudici delle città dell'esarcato, e si facesse dare il giuramento dei popoli; ma che l'arcivescovo l'aveva impedito. E perciocchè il papa avea posto per conte, cioè per governatore, nella picciola città di Gavelio Domenico, raccomandatogli dal medesimo re, da Leone erano stati colà inviati dei soldati, che il condussero prigione a Ravenna. Aveva questi inoltre vietato l'andare a prendere dal papa impiego a tutti gli abitanti delle città dell'Emilia, cioè di Faenza, del ducato di Ferrara, di Comacchio, di Forlì e Forlimpopoli, Cesena e Bobbio. Di Modena, Reggio, Parma, e Piacenza non si parla, perchè queste non furono mai comprese nelle donazioni dei re franchi. Finalmente dice che per conto delle città dell'una e dell'altra Pentapoli, cominciando da Rimini sino a Gubbio, tutti quei popoli erano ubbidienti al dominio del sommo pontefice, pregando perciò il re Carlo di metter freno alla superbia di Leone arcivescovo, e di non permettere che i beni da lui e dal padre conceduti a san Pietro sieno usurpati dalla gente maligna.

Similmente nella lettera cinquantesima seconda fa il papa intendere a Carlo Magno che nel dì 27 di ottobre essendogli giunta una lettera di Giovanni patriarca di Grado, immediatamente l'avea spedita ad esso Carlo; ma con dispiacere, per avere scoperto che Leone arcivescovo di Ravenna avea prima dissigillata [336] e letta quella lettera; nè per altro fine che per farne sapere il tenore ad Arigiso duca di Benevento, e agli altri nemici del re e del papa. Ma confidar egli che Carlo effettuerà tutte le promesse fatte a san Pietro. A parte poi ripete ciò che è detto di sopra della tirannica superbia del suddetto Leone, che non lasciava andar persona di Ravenna e dell'Emilia a Roma, e andava vantando che Carlo non avea conceduto a san Pietro Imola e Bologna, ma sì bene a lui, che se ne era messo in possesso. Leggonsi le medesime doglianze nella lettera cinquantesima quarta, e particolarmente vi si dice che Leone arcivescovo, postquam vestra exellentia a civitate Papia in partes Franciae remeavit, ex tunc tyrannico ac procacissimo intuitu rebellis beato Petro et nobis extitit, et in sua potestate diversas civitates Æmiliae detinere videtur, scilicet Faventiam, Forum populi, ec. Ed aver egli tentato anche lo stesso nella Pentapoli; ma con trovar que' popoli saldi all'ubbidienza della santa Sede. Perciò se ne lamenta Adriano, mentre que' paesi che ai tempi de' Longobardi la Chiesa romana signoreggiava, ora sotto Carlo re le sieno tolti. E circa il dirsi da Leone arcivescovo che era stato a lui dato l'esarcato di Ravenna con quel potere che ebbe Sergio suo antecessore, risponde essere stato consegnato l'esarcato a Stefano suo predecessore e a lui stesso, e volerne, per conseguente, il dominio, ed essere ben noto che Sergio arcivescovo, allorchè cominciò a cozzare con papa Stefano III, fu levato di Ravenna; siccome ancora che ne' tempi addietro si mandavano colà da Roma i giudici a far giustizia con altri atti di possesso e di signoria in quelle parti. Perlochè si raccomanda e prega il re Carlo di non permettere questo danno ed obbrobrio alla Chiesa di san Pietro, sì se vuole in questo mondo lunga vita ed immense vittorie, e nell'altro la celeste beatitudine. Le parole latine riferite di sopra ci fan conoscere che Leone arcivescovo cominciò [337] nell'anno 774 a far da padrone nell'esarcato; ed avendo seguitato non poco a tener salda la preda, par difficile a credere che così egli operasse senza precedente scienza di Carlo Magno, e tanto meno contra la di lui volontà, con restar poi allo scuro come un re sì amico e divoto della santa Sede comportasse atti tali dall'arcivescovo di Ravenna in vilipendio del sommo pontefice. Come poi finisse questa controversia, non apparisce chiaro nè dalle lettere di papa Adriano, nè dalla storia di que' tempi. Sarebbonsi probabilmente avute intorno a ciò molte notizie dal pontificale di Ravenna, scritto cinquant'anni dappoi da Agnello, se quell'opera non fosse stata (ha molto tempo) castrata, con pervenire a noi troppo lacera e smunta. Dagli atti nondimeno che si andran rammentando, e dal non udirsi più sopra queste doglianze del papa, abbastanza comprenderemo che Leone dovette essere messo in dovere, e che risorse nell'esarcato il dominio temporale de' romani pontefici. Si son poi fatti a credere il Cointe e il Pagi che fosse scritta nel presente anno da papa Adriano la lettera quinquagesima del Codice Carolino. Abbiamo da essa che il re Carlo faceva sperare al papa la sua venuta in Italia pel prossimo ottobre affine di effettuare le promesse fatte a san Pietro, le quali restavano tuttavia sospese. E perciocchè Carlo era mal soddisfatto di Anastasio messo del papa, per avere sparlato contra di lui, e perciò gli negava il congedo; duolsi di ciò il papa, allegando che per la notizia di questo fatto i Longobardi e Ravennati spargevano voci che non passava più buona armonia fra il papa e il re Carlo. In questi tempi, per attestato del Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italicar.], perchè Maurizio duca ossia doge di Venezia aveva accresciuto il suo merito col buon governo de' popoli, i Veneziani in ricompensa dichiararono suo collega nel ducato e successore Giovanni suo figliuolo, venendo con [338] ciò per la prima volta ad avere Venezia due dogi nello stesso tempo; esempio che, andando innanzi, produsse de' perniciosi effetti.


   
Anno di Cristo DCCLXXVIII. Indizione I.
Adriano I papa 7.
Leone IV imperadore 28 e 4.
Costantino Augusto 3.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 3.

Dopo avere l'infaticabil re Carlo costretti colla forza i Sassoni negli anni precedenti all'ubbidienza, e indotti non pochi d'essi ad abbracciare la religione di Gesù Cristo, volle in quest'anno far pruova delle forze sue contra de' Saraceni dominanti nella Spagna. Pertanto con due eserciti per due diversi siti valicò i monti Pirenei, prese Pamplona, Huesca e Jacca; forzò Saragozza a dar degli ostaggi, e fissò maggiormente la sua autorità in Barcellona, Gironda e in altri luoghi della Catalogna. Ma in ritornando verso la Francia le truppe sue, fra le quali si contavano ancora alcuni reggimenti di Longobardi, allorchè furono nelle cime de' Pirenei e ne' paesi stretti di una valle, ebbero una fiera spelazzata dai perfidi Guasconi che quivi stavano imboscati in agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare a sacco tutto il loro equipaggio. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] racconta fedelmente il fatto, asserendo che fra gli altri uffiziali della regale armata quivi perirono Eginardo soprintendente alla mensa del re, Anselmo conte del palazzo, e Rolando governatore della Marca di Bretagna. E questa è la battaglia di Roncisvalle, divenuta poi celebre ne' romanzi di Spagna, Francia ed Italia, dove finsero i poeti restassero uccisi i paladini di Francia, e particolarmente l'invincibile Orlando (lo stesso che Rolando), di cui nondimeno altra memoria non ci ha conservato la vera storia, se non le poche suddette parole [339] di Eginardo. Il motivo che indusse Carlo Magno a non continuar le conquiste nella Spagna, in tempo appunto che i Saraceni non aveano forze da opporgli, fu la ribellione de' Sassoni. Vedendo costoro impegnato il re col maggior nerbo delle sue truppe nell'impresa della Spagna, commossi spezialmente da Witichindo, valoroso principe di quella nazione, ripigliate l'armi, passarono il Reno, giunsero fin presso Colonia, ed empierono di stragi e d'incendii quelle contrade. L'avviso d'essere tornato in Francia sano e salvo il re Carlo, e qualche reggimento spedito contra di loro, bastarono a farli retrocedere; anzi sorpresi dai Francesi al fiume Adarna, non pochi d'essi rimasero messi a fil di spada sul campo. Partorì in quest'anno la regina Ildegarde al re Carlo due figliuoli cioè Lottario, che da lì a due anni mancò di vita, e Lodovico, che fu poi re d'Aquitania, e col tempo suo successore ed imperadore. Giacchè resta incerto il tempo di non poche lettere di papa Adriano I a noi conservate nel Codice Carolino, sia a me lecito di rapportar qui un affare trattato in esse. Nell'epistola sessantesima nona fa esso papa istanza perchè sia restituita a san Pietro una tenuta di beni posti nella provincia della Sabina, e destinati per la luminaria della basilica vaticana e per le limosine a' poveri, che lo stesso re Carlo avea confermato alla Chiesa romana. A questo fine gli spedisce Agatone diacono e Teodoro eminentissimo console e duca, suo nipote. Poscia nella lettera quinquagesima sesta gli dà avviso come i suoi messi in compagnia di quei del re, inviati ad suscipiendum in integro patrimonium nostrum ravennense (s'ha da scrivere savinense), aveano trovato testimonii comprovanti che circa cento anni addietro la Chiesa romana avea posseduto quel patrimonio; e che, ciò non ostante, esso interamente non era stato restituito. Similmente nell'epistola sessantesima ottava gli notifica la buona disposizione dei messi regali per [340] consegnare intero quel patrimonio a san Pietro; ma che alcuni perversi ed iniqui uomini di quel paese l'aveano impedito, con aggiugnere che il re Desiderio avea ben fatta la restituzion di molti poderi, ma non di tutti. Da ciò comprendiamo che la Sabina non era in questi tempi sotto la signoria del romano pontefice, perchè compresa nel ducato di Spoleti. E se fosse stata dipendente dal ducato romano, tanto più comparirebbe che il papa allora non era signore nel temporale di Roma e del suo ducato. Non si intende poi perchè niuna menzione sia quivi fatta del duca Ildebrando, dominante in quel ducato: se pure in questi tempi ne era egli duca, mentre dalle memorie del monistero di Farfa, da me pubblicate [Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.], si truova in quest'anno Ildeberto duca di Spoleti. Veggasi nondimeno ciò che abbiam detto all'anno 775.


   
Anno di Cristo DCCLXXIX. Indiz. II.
Adriano I papa 8.
Leone IV imperadore 29 e 5.
Costantino Augusto 4.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 6.

Dagli Annali d'Eginardo [Eginhardus, Annal. Franc.] abbiamo che nella primavera dell'anno presente venne Carlo Magno a Compiegne, e partitosene, allorchè era nella villa di Virciniaco, se gli presentò Ildebrando duca di Spoleti con dei gran regali. L'accolse Carlo con tutta benignità, e dopo averlo anch'egli regalato, il rimandò contento al suo ducato. Tal notizia ci può far di nuovo dubitare che questo duca fosse prima decaduto dal governo di Spoleti, e che in luogo suo quivi risiedesse Ildeberto, da noi veduto duca di quella contrada nell'anno precedente. Certo è che nelle Carte farfensi non s'incontra da lì innanzi menzione alcuna di questo Ildeberto, ma solamente del duca Ildebrando. Passò dipoi Carlo Magno colle armi contra [341] de' Sassoni, i quali più che mai continuavano nella loro ribellione, con riportar sopra d'essi molti vantaggi. Potrebbesi riferire a questi tempi la lettera cinquantesima settima del Codice Carolino, dove papa Adriano notifica al re Carlo, come i Greci residenti nella provincia dell'Istria, perchè Maurizio vescovo in quelle parti esigeva le pensioni spettanti alla Chiesa di Roma, aveano inventata contra di lui una calunnia, cioè ch'egli meditasse tradimento per mettere in mano del medesimo Carlo quella provincia; e però gli aveano cavati gli occhi. Era ito a Roma il povero vescovo; e papa Adriano l'avea rimandato e raccomandato a Marcario duca del Friuli. Ora dunque prega il re di ordinare ad esso duca d'impiegare efficaci uffizii, affinchè questo prelato possa restituirsi alla sua chiesa. Da tutto ciò apparisce che l'Istria doveva essere, almeno in parte, ritornata in potere de' Greci. Circa questi tempi fioriva Teodoro, che si truova console e duca di Napoli.


   
Anno di Cristo DCCLXXX. Indizione III.
Adriano I papa 9.
Costantino imperad. 5 e 1.
Irene Augusta 1.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 7.

Mise fine in quest'anno al regno e al vivere suo Leone IV, imperadore dei Greci [Theoph., in Chronogr.], mentre era intento a perseguitare, non men di suo padre, chiunque onorava e difendeva le sacre immagini. Soprattutto grande schiamazzo aveva egli fatto contro ad Irene Augusta sua moglie, perchè le ne trovò due sotto un guanciale, con gastigar lei mediante una specie di divorzio, e poi severamente chi gliele avea somministrate. Ma il tolse la divina giustizia quando men sel pensava, essendo mancato di vita nel settembre dell'anno presente. Ebbe per successore [342] Costantino suo figliuolo. Non ascendeva l'età sua che ad anni dieci; e perciò la imperadrice Irene sua madre ne assunse la tutela, e cominciò con esso a contare gli anni del suo imperio. Era donna piissima e di cuor cattolico, e per conseguente non tardò a rimettere in piedi la libertà di monacarsi, e cessò ogni persecuzione contro le suddette immagini; ma non cessarono già le dispute fra gli sprezzatori e i difensori delle medesime. E perciocchè nel precedente febbraio era morto Niceta patriarca eretico di Costantinopoli, e gli era succeduto Paolo, personaggio di sentimenti cattolici, ornato di molte virtù, cominciò la Chiesa di Dio a respirar presso i Greci; ma nello stesso tempo gli Arabi, ossia i Saraceni, maltrattavano forte in Soria i cristiani, e spianavano le loro chiese. Continuò in quest'anno il re Carlo Magno la guerra contra de' Sassoni con tal felicità, che non pochi d'essi vennero a riconoscerlo per loro sovrano, e presero anche in apparenza il sacro battesimo, per farsi credere tutti attaccati a questo principe [Annal. Franc. Moissiac.], con professare la di lui religione. Mandò egli ad abitar nella Sassonia e a predicarvi la fede di Cristo alcuni vescovi, preti ed abbati; e veggendo l'interno de' suoi regni in pace, credendo eziandio oramai terminato ogni affare per l'avvenire coi Sassoni, si dispose a venir in Italia, per visitar questo regno, e massimamente per far le sue divozioni a Roma ed abboccarsi con papa Adriano. A questo medesimo anno riferirono i padri Cointe e Pagi la lettera sessantesima quarta del Codice Carolino, dove si parla dell'occupazione di Terracina, fatta dai Napoletani in pregiudizio della Chiesa romana. Ma non la vedremo scritta molto dappoi. Potrebbe piuttosto essere che al presente non appartenesse la lettera sessagesima del medesimo pontefice, in cui egli notifica al re Carlo d'essere stato assicurato da Stefano vescovo (egli era insieme duca) di [343] Napoli [Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neapol. P. II, tom. I Rer. Italic.], che l'imperador Costantino avea dato fine alla sua vita. Ma certo è ch'esso Costantino sopravvisse a papa Adriano. Però o quella fu una voce falsa, oppure il Papa scrisse della morte di Leone Augusto, e i copisti inavvertentemente vi misero Costantino. In essa lettera poi si lamenta acremente Adriano di Reginaldo (lo stesso è che Rinaldo) stato già gastaldo nel castello di Felicità (oggidì vien creduto Città di Castello ) ed ora duca di Chiusi, perchè era ito con una brigata di gente armata alla stessa città del castello di Felicità, e ne avea condotto via molti di quegli abitanti, quantunque quello fosse luogo donato e confermato dallo stesso re a san Pietro. Perciò vivamente il pregava di levar di posto costui, e tanto più perchè a tempo ancora del re Desiderio egli era stato seminator di liti e discordie dovunque poteva.


   
Anno di Cristo DCCLXXXI. Indizione IV.
Adriano I papa 10.
Costantino imperadore 6 e 2.
Irene Augusta 2.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 8.
Pippino re d'Italia 1.

Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re Carlo a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente anno in Pavia, insieme colla regina Ildegarde sua consorte; e venuta poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco due de' suoi piccioli figliuoli, cioè Carlomanno e Lodovico. Giunto colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può credere nel sabbato santo) Carlomanno da papa Adriano, il quale con levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal congiuntura [344] il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di Pippino, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in re i suddetti due principi, cioè Pippino sopra l'Italia e Ludovico sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione, e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano, dove l'arcivescovo Tommaso diede il battesimo a Gisla figliuola d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu l'accasamento desiderato da Irene imperadrice di Costantino Augusto suo figliuolo con Rotrude figliuola d'esso re Carlo. Teofane scrive [Theoph., in Chronogr.] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense [Chronic. Moissiacens., tom. 3 Du-Chesne.], gli sponsali fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787 seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e Tassilone, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza. Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa invierebbe [345] a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del re andarono due legati del papa, cioè Formoso e Damaso vescovi, e tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco, quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere Paolino, cioè quel personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere. Anche in Benevento il duca Arigiso accoglieva tutti i letterati, e specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia, se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre Alcuino, che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle lettere.

Abbiamo ancora da Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] che lo stesso re Carlo, benchè giunto all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica Petrum pisanum diaconum senem. E di questo medesimo Pietro da Pisa scrive il sopraddetto Alcuino [Alcuin., Epist. 15 ad Carolum Regem.] di [346] averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia; e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche si leggeva scritta. Aggiugne in fine: Idem Petrus fuit qui in palatio vestro (cioè in Aquisgrana) grammaticam docens claruit. Fortunato può dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto Paolino maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio figliuolo del fu Mimone da Laberiano, quae ad nostrum devenerunt palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro (si dee scrivere Roticauso, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776) a nostris fidelibus fuerit interfectus. Il diploma di Carlo Magno è rapportato intero dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 802.] e dal padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 11 januarii.]. Tal dono si dice ivi fatto venerabili Paulino artis grammaticae magistro: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate. Più verisimile è che l'anno ottavo del regno di Carlo appartenga qui all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781, piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra del suddetto Rodgauso duca del Friuli, che s'era ribellato, noi troviam menzione nel medesimo diploma. La città di Loreia, dove fu fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di Loreo, posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare. Il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron. ad ann. 801.] crede incerto quel luogo. Ma in vece di Loreia, si ha da scrivere in esso documento Eboreia, cioè nella città di Ivrea. Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora Paolino suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re Carlo, che essendo passato [347] al paese dei più Sigualdo patriarca d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede, sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio, dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis [De Rubeis, Monument Eccl. Aquilejens. pag. 333.] parve dipoi probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore, Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato Paolino. Ma se veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico, converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che, anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta. Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo narra nella vita di Carlo Magno [Monac. Sangallensis, lib. 3, cap. 1, apud Du-Chesne, tom. 2. Annal. Franc.], cioè che nel principio del regno di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa novità il [348] re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno, appellato Clemente, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e plebei che bramassero d'imparare. Alterum vero in Italiam direxit, cui et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent. Il nome di questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.


   
Anno di Cristo DCCLXXXII. Indizione V.
Adriano I papa 11.
Costantino imperad. 7 e 3.
Irene Augusta 3.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 9.
Pippino re d'Italia 2.

Aveva l'imperadrice Irene nell'anno precedente fatta pace coi Saraceni, pace al certo vergognosa, perchè si convenne di pagare un annuo tributo a que' Barbari [Teoph., in Chronogr.] sotto nome di regalo; ma pace necessaria e utile alla situazione in cui si trovavano gli affari dell'impero orientale. Spedì ella nell'anno presente un buon esercito contra degli Sclavi ossia Schiavoni; ricuperò la città di Salonichi e la Grecia; ed essendo penetrate le milizie della sua flotta nel Peloponneso, o vogliam dire nella Morea, ne condussero via una gran quantità di schiavi e di preda; segno che in essa Morea doveano allora aver fissato piede e dominio gli Schiavoni stessi. Non fu men fortunata per Carlo Magno [Annales Bertinian. Eginhard.] la campagna di quest'anno. Al feroce Witichindo riuscì di muover di nuovo a ribellione una parte della Sassonia. Colà accorsero le schiere franzesi, e seguì combattimento sanguinoso coi nemici. Itovi poi in persona Carlo Magno, si vede venir pentita [349] a' piedi quella nazione, che gli diede in mano i ribelli, parte de' quali pagò colla morte, ed altra coll'esilio la pena della lor ribellione. Witichindo se ne fuggì nel paese de' Normanni, popolo delle provincie poste al mar Baltico, cioè della Danimarca, Svezia ed altre di quelle contrade. Erasi tenuta in questo medesimo anno dal re Carlo una dieta in Colonia, dove comparvero gli ambasciatori di Godefrido re de' Normanni, siccome ancora quei di Cagano, cioè del re degli Avari ossia degli Unni dominanti nell'Ungheria, poichè tutti veneravano e temevano la possanza formidabile del re de' Franchi. Merita qui d'essere rammentato, perchè fiorì in questi tempi, Paolo Diacono, a cui siam non poco tenuti per la storia de' Longobardi. Senza l'aiuto suo sarebbe restata in troppe tenebre la storia d'Italia per anni dugento. Era egli di nazion longobarda. I suoi maggiori fissarono la stanza nel Foro di Giulio, cioè in Cividal del Friuli, dove ancora venne egli alla luce, per attestato di Erchemperto [Erchempertus, Hist. P. I. T. II Rer. Ital.], anzi del medesimo Paolo [Paulus Diaconus, lib. 4. cap. 39 Histor.]. Pare che l'epitafio composto da Ilderico suo discepolo, il quale fu poi abbate di Monte Casino, il faccia nato in Aquileia. Vivente il re Rachis, Paolo fu allevato nella real corte, e studiò lettere sotto Flaviano, grammatico di molto grido. Abbracciava allora il nome di grammatica non solamente lo studio della lingua latina, ma anche l'oratoria, la poesia, e la cognizione degli antichi autori latini, sì di prosa che di verso. Servì poscia al re Desiderio di consigliere e cancelliere, per quanto s'ha dal suddetto Erchemperto e da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 15.]. Dopo la caduta di Desiderio, Paolo Diacono passò in Francia; e poscia, forse perchè insorse qualche sospetto contra di lui, verisimilmente si ritirò in Benevento sotto la protezione del duca Arigiso, principe che per gran tempo ricusò di sottomettersi [350] alla signoria di Carlo Magno. Ma l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.] nella parte della Storia da me data alla luce, racconta aver bensì Paolo guadagnata la grazia di Carlo Magno, già divenuto re de' Longobardi; ma che accusato due volte di aver voluto uccidere esso re in vendetta di Desiderio, tante istanze fecero contra di lui i baroni del palazzo, che Carlo una volta ordinò che gli fosse tagliata la mano; e un'altra che gli fossero cavati gli occhi; ma che sempre pentito ne rivocò l'ordine, contentandosi di mandarlo in esilio nell'isola di Tremiti. Di là fuggitosene Paolo, si ricoverò alla corte del suddetto Arigiso, a cui fu carissimo, ma specialmente ad Adelberga figliuola di esso re Desiderio e moglie di quel principe. Leone Marsicano, ossia Ostiense, copiò dal Salernitano questo racconto. Ma l'avveduto padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 24, cap. 73.] prima d'ora lo giudicò favoloso per le circostanze inverisimili che l'accompagnano. Quel che pare non potersi negare, Paolo Diacono fu nella corte di esso principe di Benevento, dove compose la storia dei Longobardi e parte della storia Miscella. Poscia in Monte Casino si fece monaco, e lavorò altri libri; e di certo abbiamo che fra Carlo Magno e lui passò molta familiarità e corrispondenza di lettere.


   
Anno di Cristo DCCLXXXIII. Indiz. VI.
Adriano I papa 12.
Costantino imperad. 8 e 4.
Irene Augusta 4.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 10.
Pippino re d'Italia 3.

Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte immatura della regina Ildegarde, moglie sua dilettissima, che in età di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni, secondo la facilità d'allora, [351] fu registrata nel catalogo de' santi. Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioè Carlo primogenito, destinato ad essere re di Francia, Pippino già re d'Italia, e Lodovico già re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la regina Berta, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto che prese un'altra moglie, cioè Fastrada. Tornarono ancora in quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del Codice Carolino, nella quale papa Adriano espone a Carlo Magno, come Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de' poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma, affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto di Leone arcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlo [352] rinnovata ai romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar sussistente l'opinion del Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 774.], che stimò ritenuta dai re franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati sulle lettere di Alcuino [Alcuin., Epist. 42 et 93.], che verso questi tempi Angilberto, riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula, fosse in Italia primicerius palatii Pippini regis, cioè il primo dei suoi consiglieri. Omero veniva questi appellato dai letterati d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome di Davide, e così gli altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino. Pubblicò il Baluzio [Baluz., Capitolar., tom. 1, p. 258.] un capitolare di Carlo Magno de causis regni Italiae, ch'egli credette dell'anno 793, post obitum Hildegardis reginae. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina, taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno. Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura. Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti, cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcuno [353] loro privato servigio gli uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla fu regina Ildegarde, da inviarsi a lui; nè permette che i Piacentini abbiano gli Aldioni, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti di Benevento, Spoleti, Romania (onde è venuto il nome di Romagna) e Pentapoli, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui ch'egli comanda anche in Benevento, più probabile a me sembra che dopo quell'anno fossero pubblicate queste leggi.


   
Anno di Cristo DCCLXXXIV. Indiz. VII.
Adriano I papa 13.
Costantino imperad. 9 e 5.
Irene Augusta 5.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 11.
Pippino re d'Italia 4.

Potrebbe essere che nel presente anno fosse scritta l'epistola sessantesima ottava del Codice Carolino, dalla quale apprendiamo avere il re Carlo con sua lettera portata da Aruino duca, fatta istanza a papa Adriano per avere tutti i musaici e marmi del palazzo di Ravenna, esistenti non meno ne' pavimenti che nelle pareti. Adriano protesta che ben volentieri tutto gli concede in ricompensa dei gran vantaggi da esso re procacciati alla Chiesa romana. Di qui ancora apparisce l'attual signoria e possesso del papa in Ravenna. Parlasi medesimamente d'affare spettante a Ravenna nell'epistola ottantesima quarta. Scrive in essa il papa d'aver ricevuti gli ordini di Carlo Magno di cacciar dalle parti di Ravenna e della Pentapoli tutti i mercatanti veneziani; e che in esecuzione della real sua volontà avea già spedito colà ordine all'arcivescovo, che in qualsivoglia [354] territorio nostro, e spettante alla Chiesa di Ravenna, in cui si trovasse alcuno dei Veneziani, sieno fatti sloggiare. Erano i Veneziani o dipendenti del greco imperadore, o suoi collegati; e però non se ne fidava Carlo Magno [Erano collegati, perchè se fossero stati dipendenti, Carlo Magno avrebbe tentato di soggettarseli.], intento alla conservazione del regno d'Italia. E l'aver egli comandato che fossero scacciati dall'esarcato e dalla Pentapoli, torna a farci intendere l'autorità di lui in quelle contrade, tuttochè signoreggiate dal romano pontefice. Lagnasi appresso il medesimo Adriano, perchè Garamanno duca inviato da esso re Carlo, aveva occupati molti poderi della Chiesa di Ravenna, posti ne' nostri territorii; e non ostante l'averlo esortato a restituir quei beni, egli pertinacemente seguitava a ritenerli in suo potere. Il perchè prega Carlo Magno che per amore di s. Pietro si degni di spedir ordini, affinchè ne sia scacciato costui, e restino intatti i nostri territorii mediante la di lui regal difesa. Di questo Garamanno glorioso duca messo fedelissimo del re Carlo, è parlato anche nella lettera sessantesima settima del Codice Carolino, con apparire ch'esso re Carlo l'avea inviato per correggere molti abusi, e massimamente il mercato che si faceva degli schiavi cristiani. Aggiugne che Giovanni monaco avea avvertito esso re di non permettere che i vescovi andassero alla guerra; abuso già introdotto in Francia; ed anch'egli il prega di emendarlo, dovendo i vescovi attendere alle orazioni, al governo spirituale dei popoli, e non già maneggiar armi terrene, nè vestire l'usbergo. Finalmente parla d'una revelazione o visione vantata da esso monaco e notificata al re, con dire d'aver veduto i cieli aperti, e la destra di Dio, e una gran torre, e gli angeli che scendevano dal cielo, con altre semplicità che aveano voga ne' secoli ignoranti, dei quali ora parliamo, ma che per tali si conosce che furono giudicate [355] e riprovate non meno dal saggio pontefice che dal ben avveduto re Carlo. Bisognò poi in che quest'anno ancora il medesimo re impiegasse le sue armi contra dei Sassoni [Annal. Franc. Loiselian.], perchè, secondo il loro costume, erano tornati a ribellarsi. Entrò egli con gran potenza nelle lor terre, mettendole a sacco; e spedì Carlo suo primogenito con un altro esercito contra de' popoli della Vestfalia, e riuscì poscia a questo giovane principe di dar loro una rotta, ma non già di metter fine ai torbidi di quella inquieta gente.


   
Anno di Cristo DCCLXXXV. Indiz. VIII.
Adriano I papa 14.
Costantino imperad. 10 e 6.
Irene Augusta 6.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 12.
Pippino re d'Italia 5.

Diedero occasione di grande allegrezza in quest'anno alla Chiesa romana e allo zelantissimo suo pastore le lettere scritte dal regnante imperadore dei Greci Costantino e dell'Augusta Irene sua madre, per invitarlo in Oriente ad un concilio generale, dove si decidesse della disputa intorno all'onore delle sacre immagini. Dopo tanti anni che gli imperadori le perseguitavano, flagellando ancora chiunque si scopriva venerator delle medesime, gran giubilo, come dissi, recò alla santa Sede e a' Cattolici di Italia l'intendersi che anche Tarasio santo vescovo, dopo la morte di Paolo piissimo patriarca di Costantinopoli, era in quella cattedra, e nudriva uno zelo imperturbabile per pacificar la Chiesa di Dio. Anche egli inviò sue lettere e la profession della fede cattolica a papa Adriano; ed essendo che in questi medesimi tempi sedessero in Alessandria, Antiochia e Gerusalemme tre insigni patriarchi di credenza cattolica, tutto venne ad accordarsi per terminar la controversia del culto delle sacre immagini. [356] Quest'anno ancora convenne al re Carlo di tornare in Sassonia colle sue armi per mettere al dovere que' popoli ribelli [Annal. Franc. Metens.]. Tenne dietro ai suoi passi la felicità, perchè dopo aver prese e spianate varie loro fortezze, tutta quella nazione finalmente si diede per vinta, e lo stesso Witichindo ed Abbione capi dei tumultuanti vennero a trovare il re nella villa di Attignì, e quivi presero il sacro battesimo con giurar fedeltà al vittorioso lor soggiogatore, ed osservarla dipoi: avvenimenti che servirono alla religion cristiana per dilatarsi in quelle barbare provincie, dove furono fondati varii vescovati e monisteri. Parimente i Mori Saraceni, costretti da un lungo assedio, renderono ad esso re Carlo la città di Girona; con che tutta la Catalogna, oppur buona parte d'essa venne ad unirsi sotto il dominio dei re franchi. In questi tempi, come consta dalle memorie dello archivio archiepiscopale di Lucca, accennate dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] e da Cosimo della Rena [Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.], si trova in Lucca Allone duca, il quale in una carta scritta nell'anno presente si sottoscrive così: Signum manus Allonis glorioso duci, qui hanc notitiam judicati fieri elegit. Di questo medesimo Allone duca fa menzione un'altra carta scritta nell'anno 782, e da un diploma di Lodovico II imperadore, riferito dal Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XXXI.], impariamo essere stato dallo stesso duca Allone fondato un monistero in Lucca, che fu poi sottoposto a quello di s. Giulia di Brescia. Altro non è questo Allone duca, se non quel medesimo che di sopra vedemmo all'anno 775, mentovato nell'epistola cinquantesima quinta del Codice Carolino, la quale piuttosto appartiene a questi tempi, al vedere spezialmente che ivi si parla delle immense vittorie riportate da Carlo Magno.

[357]

In un'altra lettera del medesimo Codice, cioè nella sessantesima quinta, attesta papa Adriano I d'aver intese le doglianze di Carlo Magno (accennate anche nell'anno precedente), perchè dai Romani si vendessero schiavi cristiani alla nefanda nazione de' Saraceni. Risponde il pontefice, non essere ciò succeduto nel ducato romano, ma bensì nei littorali dei Longobardi, sottoposti a dirittura a Carlo Magno, cioè, per quanto si può conghietturare, nella Toscana e nel Genovesato, dove capitavano coi lor legni i Greci, e veramente comperavano gli schiavi, essendosi in fatti venduti non pochi ai Greci, per non morire di fame in tempo d'una terribil carestia. Ch'egli avea mandato ordine ad Allone duca di allestire quante navi potea, per pigliar quelle de' Greci e bruciarle; ma nulla essersi eseguito da esso duca. E quantunque mancassero navi e marinari a Roma, pure egli avea fatto dare alle fiamme nel porto di Centocelle (oggidì Cività vecchia) le navi de' Greci, con tener anche per molto tempo in prigione i Greci stessi. Può servir questa lettera per farci intendere tale essere stata la fidanza di Carlo Magno in papa Adriano, che gli dava ancora una specie di sopraintendenza sopra l'Italia tutta, certo essendo che la Toscana, dove il duca Allone comandava, non era dipendente dalla temporal giurisdizione del papa. Il figurarsi alcuni che questo duca comandasse alla Toscana tutta non ha buon fondamento, veggendosi dei duchi in altre città di quella provincia, i quali per conseguente erano governatori di una sola città. Trovammo di sopra Reginaldo duca di Chiusi. Aggiungasi ora Gundibrando duca di Firenze in questi medesimi tempi. Ne fa menzione papa Adriano nella lettera settantesima quarta, in cui raccomanda a Carlo Magno il monistero di s. Ilario in Calligata o Galliata, posto in Romagna sulle rive del fiume Bidente, a cui spettavano varii spedali dell'Appennino destinati per alloggio ai [358] viandanti. Aveva Gundibrando duca occupata a quel monistero una corte, cioè un'unione di varii poderi, situata nel distretto di Firenze: però il papa efficacemente si raccomanda al re Carlo, perchè ordini la restituzione di tutto. Adunque più tardi dobbiam credere seguita l'erezion della Toscana in ducato o marca, con darsi da lì innanzi il titolo di conte ai governatori di cadauna città, e poscia di duca o marchese al governatore, o sopraintendente di tutta la provincia, a cui ubbidivano i conti d'esse città. Da uno strumento da me dato alla luce [Antiquit. Ital. Dissert. I, p. 19.] ricaviamo che nell'anno presente fioriva in Lucca Adeltruda figlia di Adelvaldo re degli Anglosassoni, principe ucciso circa l'anno 756. Era essa monaca in quella città, dove dopo le disavventure del padre s'era rifugiata.


   
Anno di Cristo DCCLXXXVI. Indiz. IX.
Adriano I papa 15.
Costantino imperad. 11 e 7.
Irene Augusta 7.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 13.
Pippino re d'Italia 6.

Diedesi principio nel mese d'agosto del presente anno ad un concilio generale in Costantinopoli per ordine dell'imperadrice Irene [Theoph., in Chronogr.] affin di decidere la controversia delle sacre immagini. Ma gli uffiziali delle milizie esistenti in quella real città, siccome infetti dell'eresia degl'iconoclasti, essendo anche spalleggiati da alcuni vescovi, commossero in tal guisa le schiere da lor dipendenti, che con un fiero tumulto e colle spade nude corsero a disturbar la sacra assemblea, minacciando morte al santo patriarca Tarasio e agli altri vescovi, se ardivano di far novità contra gli empii decreti di Costantino Copronimo. Bisognò desistere; i vescovi si ritirarono in varie case di Costantinopoli, aspettando miglior vento; [359] e i legati della santa Sede, non credendosi quivi sicuri, se ne tornarono in Sicilia. Per rimediare a questi disordini l'imperadrice fece venir dall'Asia a Costantinopoli alcuni reggimenti di soldati, e col braccio di questi fece disarmar le truppe sediziose, e divisele in varie provincie, quetò tutto il rumore, lasciando luogo al ristabilimento del concilio nell'anno susseguente. Mentre il re Carlo, siccome abbiam veduto, era impegnato nella lunga guerra coi Sassoni, si prevalsero di tal congiuntura i popoli della Bretagna minore per far delle novità e degli atti tendenti alla ribellione. Ma non sì tosto si trovò egli sbrigato dagli affari della Sassonia [Annales Franc. Metenses.], che spedì contra di loro un esercito sotto il comando di Audulfo, personaggio illustre, che bravamente condusse a fine quell'impresa, con sottomettere quel paese e condurne i principali umiliati ai piedi del re, mentre era in Vormazia. Scoprissi ancora una congiura [Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.] manipolata in Germania contra di esso re da molti malcontenti per la crudeltà della regina Fastrada, e ne furono gastigati gli autori. Stabilita in tal maniera la quiete e pace per tutta la monarchia franzese l'infaticabil re Carlo determinò di venire in Italia, e particolarmente a Roma, per un motivo di cui parleremo nell'anno seguente. Intraprese questo viaggio nell'autunno, ed arrivato a Firenze, quivi si fermò per solennizzarvi la festa del santo Natale. Puossi rapportare col padre Cointe all'anno presente l'epistola novantesima prima del Codice Carolino. Quivi papa Adriano si rallegra con Carlo Magno, per aver soggiogata e ridotta ad abbracciare il sacro battesimo la nazione de' Sassoni. Ed avendo esso re desiderato che si celebrassero litanie in rendimento di grazie a Dio per così prosperi successi, il papa prescrive tre giorni di giugno per queste sacre funzioni negli stati della Chiesa romana, e in tutti gli altri del re medesimo. [360] Fors'anche appartiene a quest'anno la lettera sessantesima prima, in cui è da avvertire che il papa fa istanza al re Carlo per ottener delle travi lunghe per risarcire il tetto della basilica di san Pietro con aggiugnere: Prius nobis dirigite magistrum (cioè un capo muratore) qui considerare debeat ipsum lignamen, quod ibidem necesse fuerit, ut sicut antiquitus fuit, ita valeat renovari. Et tunc per vestrae regalis excellentiae jussionem dirigatur ipse magister in partibus Spoleti, et demandationem (ora la dimanda) ibidem de ipso faciat lignamine: quia in nostris finibus tale lignamen minime reperitur. Chi fosse allora padrone del ducato di Spoleti, si può chiaramente argomentare ancora dalle parole suddette. Del bisogno che aveva il papa di quelle travi, ed anche di stagno per rifare il tetto di san Pietro, medesimamente è parlato nella epistola sessantesima sesta d'esso Codice Carolino. In essa dà eziandio ragguaglio papa Adriano a Carlo Magno, come Arigiso duca di Benevento, non potendo ottener giustizia per alcuni suoi sudditi dal popolo di Amalfi, sottoposto al ducato di Napoli, era entrato coll'esercito nel territorio loro, con incendiar tutte le lor possessioni e case. Ma avendo i Napoletani spedito soccorso a quei d'Amalfi, aveano messi in rotta i Beneventani, uccisine molti, e molti de' principali fatti prigioni.


   
Anno di Cristo DCCLXXXVII. Indiz. X.
Adriano I papa 16.
Costantino imperad. 12 e 8
Irene Augusta 8.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 14.
Pippino re d'Italia 7.

Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre coll'intervento di Pietro arciprete della santa romana Chiesa, e di Pietro prete ed abbate, legati del [361] sommo pontefice Adriano I, di Tarasio patriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a Roma Carlo Magno, dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra che Arichis ossia Arigiso, duca di quella contrada, aveva assunto il nome di principe, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione dell'imperador greco, e di Adelgiso figliuolo di Desiderio, ricoverato a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli Annali de' Franchi [Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.], spedì a Roma Romoaldo suo figliuolo con suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose, consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quelle [362] contrade, mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di Erchemperto [Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.] scrittore del secolo susseguente) in rotta coi Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno, città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari. Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamato Grimoaldo, a chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano [Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.] mischiando una mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia: il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccome [363] fu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per attestato di Eginardo [Eginhardus, Annal. ad ann. 814.]. Per sicurezza della promessa diede egli dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancora Grimoaldo e Romoaldo suoi figliuoli. Tante poi preghiere si frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.

Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che i nefandissimi Napoletani e gli odiati da Dio Greci, per maligno consiglio d'Arigiso duca di Benevento, aveano occupata la piccola città di Terracina, la quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di tutti i Toscani e Spoletini, e degli stessi nefandissimi Beneventani, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar anche Gaeta e Napoli, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri in possesso del suo patrimonio, cioè degli allodiali, a lei spettanti nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano a sottomettersi sub vestra atque nostra dictione. Aveva poi esso papa trattato coi Napoletani di ceder loro Terracina, purchè essi gli restituissero il suddetto patrimonio; ma nulla voleva eseguire senza il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavano [364] coll'infedelissimo Arigiso duca di Benevento, il quale tutto dì riceveva ambasciate dal nefandissimo patrizio di Sicilia. Questi era lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venire filium nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum ipso pro vobis nos espugnent. Prega in fine Carlo Magno di operare in maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci, per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del Codice Carolino pare che possa ricavarsi che Terracina era di giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovane Romoaldo suo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della sua giustizia, [365] magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini, appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e un altro monistero parimente di vergini a persuasione di Alfano vescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di san Vincenzo di Volturno [Rer. Ital. P. I, tom. 2.]. Leggonsi le altre lodi di questo principe nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in libertà Grimoaldo figliuolo del defunto principe, e di permettergli d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di ridur colle buone il duca di Baviera Tassilone a riconoscere per suo sovrano esso re [Annales Franc. Metens. et Nazar.]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano. A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo, giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal giovane re Pippino suo figliuolo, che già avea preso a governare il suo regno di [366] Italia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e vassallaggio, con dargli in ostaggio Teodone suo figliuolo, e dodici altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che venne a morte in questo anno Maurizio doge di Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco, ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de' cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco Engolismense [Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la Francia lo studio delle lettere. Ante ipsum enim dominum regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium.


   
Anno di Cristo DCCLXXXVIII. Indiz. XI.
Adriano I papa 17.
Costantino imperad. 13 e 9.
Irene Augusta 9.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 15.
Pippino re d'Italia 8.

Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani pontefici a possedere stati, non lasciavano passar [367] occasione alcuna per accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a Carlo Magno, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo, nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso principe di Benevento, concedesse a papa Adriano alcune città di quel ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di Capua, e verisimilmente ancora Sora, Arce, Aquino, Arpino e Teano; e nella Toscana Rosselle e Populonio, due piccole città situate al mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti, nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, ut denuo eos missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates sub integritate tradere in omnibus valeant. All'anno precedente senza dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In essa apparisce [368] che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato, come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il patriziato era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso principe Arigiso, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca, con esigere che egli desse per ostaggio Romoaldo suo figliuolo. Avea poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati dal numero del viventi il duca Arigiso e Romoaldo suo figliuolo (per errore di stampa o de' copisti appellato quivi Waldone), e con restare per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento [369] aveano ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo, erano stati ricevuti in Salerno, dove con Adelberga, vedova del duca Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse venuto di Francia il duca Grimoaldo, perchè diceano d'aver fatta una spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una roga, cioè un suntuoso regalo, e non già una roba, come stimò il padre Pagi, ad esso re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e manipolando col vescovo Stefano e con altri dei disegni contrarii agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che Maginario abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda, scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.

Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca Grimoaldo. Dopo avergli significato che Adelgiso, figliuolo del già re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a motivo di precauzione, soggiugne, che nullo modo expedit, Grimoaldum filium Arichisi Beneventum dirigere. Che se i Beneventani non eseguissero [370] le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si levi al nefandissimo Adelgiso la comodità di nuocere. E qualora una tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza torbidi; e tanto più per avergli rivelato Leone vescovo che Adelberga vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora Populonio e Roselle, e inoltre Suana, Toscanella, Viterbo, Bagnarea ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da [371] Erchemperto [Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.], obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.]: Romani, Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci eas radebant. Ma per gli Longobardi non sussiste. Ut Langobardorum mentum tonderi faceret, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città d'Acerenza, Salerno e Consa. Racconta l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] (creduto Erchemperto dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], ma veramente diverso da esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita. Allora l'accorto principe gli rispose: Gran re, per quanto io so, mio padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e desidero che ella cresca per tutti i secoli. Allora il re soggiunse: Dico daddovero, che tuo padre è morto. Replicò Grimoaldo: Dal dì ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto. Fu lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo, perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia. Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo [372] mandò in compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse. Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: Ben venuto nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio. Andò egli a dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno, anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa, visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza difesa, gli accennerò in altro luogo.

Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa. Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato Aruino duca e gli altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di Roselle e Populonia in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il possesso dei vescovati, de' monisteri [373] e delle corti, ossia degli allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor libertà. E come, dice Adriano, potremo noi senza gli uomini ritener quelle città? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più parziale verso Grimoaldo figliuolo di Arigiso, che verso san Pietro, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi, s'era lasciato scappar di bocca, avere il re Carlo comandato che qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe: cosa di gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già erano insorte liti fra Costantino giovane imperadore dei Greci e Carlo Magno, perchè questi, secondochè scrive Eginardo [Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.], ruppe il trattato di dar la figliuola Rotrude, destinata in moglie ad esso Augusto Costantino: il che indusse Irene a cercarne altra al figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata Adelgiso figliuolo del re Desiderio, chiamato Teodoro da' Greci; ed è da credere [374] che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne' suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di Adelberga sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci: stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino. Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo Ildebrando duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo suono di questi rumori da Carlo Magno Guinigiso per suo inviato con alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se vogliam credere a Teofane [Theoph., in Chronogr.], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento, salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo, senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa.

In questi tempi avvenne che Tassilone duca di Baviera, a persuasione di Luidburga sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de' giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia con gli Unni, padroni della Pannonia; [375] d'aver macchinato contro la vita dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con Teodone suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone, messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari. Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi, ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.]. Raccontasi quivi che a' tempi di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni, con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi Pippino suo figliuolo, e Berengario [376] suo legato fu inviato per assistergli e difendere quella città. Potrebbe essere che questo Berengario padre di Unroco conte, fosse antenato di Berengario che fu poi re d'Italia, e poscia imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni, bastevolmente munita dal pubblico; ed occorrendo qualche rottura, veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo, amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio: se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi prendersi cura alcuna di ristorarle.

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Anno di Cristo DCCLXXXIX. Indiz. XII.
Adriano I papa 18.
Costantino imperad. 14 e 10.
Irene Augusta 10.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 16.
Pippino re d'Italia 9.

Fino a quest'anno aveva il duca Ildebrando lodevolmente governato il ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col re Carlo e con Pippino re d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di nazion franzese. Questi fu Winigiso, ossia Guinigiso, o Guinichis, quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de' Greci. Bernardino de' Conti di Campello [Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.] differì sino all'anno 791 la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi [Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.], posto avanti alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso monistero farfense, da me pubblicate [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], dove si legge una carta scritta anno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII, con altri simili coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica moissiacense [Chronic. Moissiacense.], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale tre patrizii spediti da Costantino imperadore per ricuperare l'Italia; ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno precedente, quando [378] evidente è che si parla del medesimo fatto, ma rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che nell'anno presente fosse scritta da papa Adriano al re Carlo la lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo. Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia. Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare, come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole: Ipsi vero Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur. Però Adriano il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato, quia, ut fati estis, honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobis [379] amplius confirmatus irrefragabili jure permaneat. Pertanto, siccome non soleano vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa, qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI JUSTITIAM ad vos properaverint, vi vadano col passaporto del papa medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca, arcivescovo di Parigi [Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.], di credere che Roma fosse allora sottoposta a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.] più giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma; Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però per putriziato del papa si dee intendere il dominio a lui spettante nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.] riconobbe essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere: Patriciatum romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse.

Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie. Contuttociò tengo anch'io per infallibile che per patriziato di s. Pietro, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoria [380] de' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro sovranità. Lo stesso nome di patrizio indica dipendenza da qualche sovrano. Per conto poi del patriziato de' Romani conferito ai re franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che il patriziato di Carlo Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per governar popoli. Il patrizio di Ravenna, chiamato esarco ne' tempi addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così il patrizio della Sicilia, e così i papi in vigore del loro patriziato esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che il patriziato romano di Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed Anastasio [Anastas., in Vit. Hadriani I.] attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma, il sommo pontefice Adriano obviam illi dirigens venerandas cruces, idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patricium [381] suscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit. Ed appena creato, siccome vedremo, papa Leone III, nell'anno 792, mox per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi (Carolo) misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per sacramenta firmaret. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi. Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nomina claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus. E Paolo Diacono [Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.] scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto imperadore, gli dicea: Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum, portarum, etc, vocabula diserta reperietis. Questi son passi che non si accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca s'intitolava patrizio de' Romani, cioè con titolo indicante signoria, come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancora re de' Franchi e Longobardi. Nè dice egli patrizio della Chiesa romana, ma sì bene de' Romani. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console, duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta [Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani, quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio.].

Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra, [382] si ricava che Arigiso duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens auxilium et honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione: cioè si esibiva di diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosi patrizio. Ed appunto uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiarò patrizii d'Italia Odoacre e Teoderico, che, non contenti di questo, assunsero il nome di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo di patrizio a Clodoveo il Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano elessero per loro patrizii, cioè principi, Pippino e Carlo Magno re de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'Imperadore per qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci, procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza d'antiche memorie. Tuttavia [383] sia lecito a me di dire che quel passo della lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che il patriziato di Carlo in Roma portasse dominio temporale, nè poter sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi. Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno vedere che ivi era il senato, ivi il prefetto della città. Se ci restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo, come si vedrà andando avanti, che i prefetti di Roma erano ivi posti dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza, che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi, confermato dalla prescrizione di tanti [384] secoli, senza pretendere di prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.


   
Anno di Cristo DCCXC. Indizione XIII.
Adriano I papa 19.
Costantino imper. 15 e 11.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 17.
Pippino re d'Italia 10.

In quest'anno, secondo gli Annali dei Franchi, niuna spedizion militare fu intrapresa da Carlo Magno. Solamente sappiamo [Eginhardus, in Annal. Franc.] che mentr'egli dimorava in Vormazia, vennero a trovarlo gli ambasciatori degli Avari, ossia degli Unni, padroni allora della Pannonia, oggidì chiamata Ungheria. Sino ai confini del loro dominio si stendevano i dominii di Carlo Magno, siccome padrone della Baviera; e lite appunto era fra loro a cagion d'essi confini. Non si potè venire ad un accordo, e di qui ebbe principio una nuova guerra, che nell'anno seguente accenneremo principiata contra di quei Barbari. Avea poi fin qui l'imperadrice Irene tenute le redini del governo in Oriente, lasciando solamente il nome di padrone al figliuolo Costantino Augusto. Ma essendo egli giunto all'età di venti anni, insorsero de' consiglieri [Theoph., in Chronogr.] che gli insinuarono non aver egli più bisogno di nutrice per governare i suoi popoli, ed essere tempo di levare il maneggio alla ambiziosa madre e a Stauracio patrizio, che era dispotico della corte. Abbracciò Costantino il consiglio; ma scoperta la congiura, Irene e Stauracio infierirono contra dei complici. Nulladimeno dichiaratesi le armate in favore del giovane imperadore, Irene Augusta fu costretta a cedere e a ritirarsi nel palazzo fabbricato da Eleuterio per quivi menar vita privata. Restò con ciò Costantino solo al governo degli stati, dopo essere stato tenuto assai basso in addietro, senza che i [385] sudditi osassero di presentarsi all'udienza di lui; ma anch'egli sfogò dipoi la sua collera e vendetta contra di Stauracio, e degli altri uffiziali e favoriti di sua madre.


   
Anno di Cristo DCCXCI. Indizione XIV.
Adriano I papa 20.
Costantino imper. 16 e 12.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 18.
Pippino re d'Italia 11.

Diede Carlo Magno in quest'anno principio alla guerra contro gli Unni possessori dell'Ungheria, gente pagana ed avvezza a commettere delle insolenze contra dei Cristiani, sudditi del monarca medesimo [Annal. Franc. Bertiniani, Fuldenses, etc.]. Sulla primavera con due armate, l'una di qua e l'altra di là dal Danubio, andò ad assalire i nemici. Pel Danubio scendeva un copioso naviglio che conduceva i viveri. Concorsero le nazioni tutte della monarchia franzese, e gl'Italiani fra gli altri spediti dal re Pippino, a quella impresa, di maniera che formidabili riuscirono le forze del re Carlo in questa guerra. Tuttavia, se si eccettua la presa e la demolizione di alcune fortezze degli Unni situate ai confini, poco di più guadagnò la possente armata franzese, nè oltrepassò il fiume Rab. Anzi essendo entrata una fiera epidemia ne' cavalli, di tante migliaia, onde era composto quell'esercito, appena se ne salvò la decima parte. Però se ne tornò indietro il re Carlo mal contento di questa campagna. Contuttociò servì a lui di molta consolazione l'avviso ricevuto, che verso il fine d'agosto l'armata d'Italia era giunta anch'essa addosso agli Avari, cioè agli Unni suddetti, e che, arrischiato un fatto d'armi, avea con tal valore e felicità combattuto, che da gran tempo non si era fatta una simile strage di que' Barbari. A noi viene questa particolarità da una lettera scritta dal re Carlo alla regina Fastrada, dimorante allora in Ratisbona, [386] che fu pubblicata dal padre Sirmondo [Sirmondus, Concil. Gal., tom. 2.] e dal Du-Chesne [Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 2, p. 187.]. Negli Annali del Canisio si legge, exercitum, quem Pippinus filius de Italia transmiserat, introivisse in Illyricum. Non avendo poi trovato sito proprio ne' precedenti anni all'epistola settantesima terza del Codice Carolino, mi sia lecito il farne ora menzione, benchè forse non appartenga all'anno presente. È essa scritta a Carlo Magno da due preti, da alcuni diaconi, e da una gran frotta di altri segnati col solo nome loro, non si sa se del clero, oppure secolari o senatori romani. Gli scrivono essi che i nefandissimi Beneventani, unitisi con quei di Gaeta e di Terracina, tramavano di usurpare e levare dal dominio di s. Pietro e nostro, alcune città della Campania, e di sottometterle al patrizio greco della Sicilia, venuto in questi tempi alla stessa città di Gaeta. Aveva il papa inviato loro alcuni vescovi per dissuaderli, ed insieme per consigliarli che mandassero i loro deputati ad esso Carlo Magno, oppure a Roma, per esaminar gli affari; ma nè lo uno nè l'altro s'era potuto ottenere. Pertanto soggiungono: Dum vero eorum nequitiae praevalere minime potuimus, disposuimus cum Dei virtute atque auxilio, una cum vestra potentia generalem nostrum exercitum illuc dirigere, qui eos constringere debeat, et inimicos beati Petri, atque nostri, seu vestri emendare. Dopo di che pregano il re Carlo di volere spedir lettere e messi ai nefandissimi e odiati da Dio Beneventani (questo era il bel linguaggio d'allora), acciocchè desistano da queste inique operazioni, e lascino in pace le città della Campania. Queste ultime parole fanno intendere che si parla di fatti accaduti dopo l'anno 787, perchè prima i Beneventani non ubbidivano a Carlo Magno. Per altro la presente lettera, benchè abbia alla testa il nome di molti, apparisce scritta dal medesimo papa Adriano, perchè chiama figliuolo il re, [387] e nomina Teodoro eminentissimo nostro nipote. Tornando ora alla lettera che dicemmo di sopra scritta alla regina Fastrada, Carlo Magno, fra le altre cose, ivi le notifica, come nella battaglia data agli Unni dall'armata d'Italia, Dux de Histria, ut dictum est nobis, ibidem bene fecit cum suis hominibus. Cotal notizia ci conduce ad intendere che l'Istria, già tolta dai Longobardi ai Greci, era pervenuta, insieme col regno longobardico, in potere de' Franchi, oppure che era riuscito a Pippino re d'Italia di riconquistar quella provincia insieme colla Liburnia, togliendola ai Greci, probabilmente nell'anno 788, in cui i Franchi fecero guerra al ducato di Benevento. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] in fatti ci assicura che quelle due provincie erano venute in potere di Carlo Magno, e però il duca dell'Istria anch'egli entrò nella spedizione contra degli Unni. Restò afflitta in quest'anno, per attestato di Anastasio [Anastas., in Vita Hadriani I Papae.], la città di Roma da una fiera inondazione del Tevere, che atterrò la porta Flaminia, il ponte d'Antonino, e cagionò altri gravissimi disordini. Con paterna cura papa Adriano provvide in tal congiuntura agli alimenti de' poveri, dando loro con barchette il pane, finchè cessò la furiosa piena di quel fiume.


   
Anno di Cristo DCCXCII. Indizione XV.
Adriano I papa 21.
Costantino imper. 17 e 13.
Carlo Magno re de Franchi e Longobardi 19.
Pippino re d'Italia 12.

Scoppiò in quest'anno la congiura ordita contra del padre e de' fratelli da Pippino figliuolo bastardo nato a Carlo Magno da Imeltruda concubina, e diverso da Pippino re d'Italia. Questo giovane principe, bello di aspetto, ma gobbo, non sapea digerire che il re Carlo avesse già creato re d'Italia Pippino, e re d'Aquitania Lodovico, e dato il governo del Maine [388] a Carlo suo primogenito, tutti e tre suoi fratelli, ma legittimi. Perciò, durante la lontananza del padre impegnato nella guerra con gli Unni, badando a dei cattivi consiglieri, e trovati degli aderenti che erano mal soddisfatti della regina Fastrada [Eginhardus, in Vita Caroli Magni, cap. 20. Ann. Francor. Canis.], tramò una congiura contro la vita di lui, con isperanza d'occupar egli il regno. Fardolfo longobardo quegli fu che scoprì la segreta mena, e la rivelò al re Carlo, con riceverne poi in ricompensa l'insigne badia di s. Dionisio di Parigi. Era stato questo Fardolfo uno dei più fedeli cortigiani del re Desiderio, e con esso lui andò in esilio in Francia. Dopo la morte di Desiderio si mostrò non men fedele al re Carlo, e meritò da lui quel ricco guiderdone. Restano presso il Du-Chesne [Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc., p. 645.] due epigrammi, dai quali apparisce che questo Fardolfo abbate fabbricò un palazzo presso il monistero di s. Dionisio per servigio del re Carlo, e inoltre una chiesa a san Giovanni Battista, per isciogliere un voto da lui fatto allorchè andò in Francia in esilio. Gli autori del suddetto scellerato disegno condotti a Ratisbona, parte furono impiccati, parte accecati, e gli altri relegati in varii paesi. Non soffrì il cuore al buon re di pagare l'indegno figliuolo a misura del suo reato, e contentossi che assumesse l'abito monastico nel monistero di Prumia, dove nell'anno 811, per attestato dell'Annalista sassone, terminò i suoi giorni. Leggiamo poi in varii Annali dei Franchi, che convinto in quest'anno di eresia Felice vescovo di Urgel in Catalogna, fu condotto a Roma da Angilberto abbate di Centula, cioè da quel medesimo illustre personaggio che vedemmo all'anno 783 primo tra i consiglieri di Pippino re d'Italia, il quale dovea già aver dato l'addio al secolo. Ma in alcuni Annali egli è qui nominato senza il titolo di abbate. Giunto a Roma il suddetto Felice, nel concilio de' vescovi alla presenza [389] di papa Adriano confessò e ritrattò la sua eresia, ed ottenne di potersene ritornare a casa sua. Il solo Astronomo, ossia l'autore anonimo della vita di Lodovico Pio [Apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.], ci ha conservata una notizia spettante, per quanto si crede, all'anno presente; cioè, che tornato esso Lodovico re d'Aquitania dalla spedizione fatta contro degli Unni della Pannonia nell'anno precedente, ebbe ordine da Carlo Magno suo padre di andarsene in Aquitania, e poscia fratri Pippino suppetias, cum quantis posset copiis, in Italiam pergere. Cui obediens, Aquitaniam autumni tempore rediit, omnibusque, quae ad tutamen regni pertinent, ordinatis, per montis Cinisii asperos et flexuosos anfractus in Italiam transvehitur, atque Natalem Domini Ravennae celebrans, ad fratrem venit. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno susseguente. Intanto non vo' lasciar di dire che il Sigonio scrisse [Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 781.] le seguenti parole di Pippino re di Italia: Dum autem is in Italia fuit, Ravennae plerumque egit, aut vetere urbis amplitudine, aut certe navalis rei administrandae opportunitate inductus. Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Raven., lib. 5.] anch'egli, aderendo al Sigonio, scrisse che Pippino stabilì per sua sede Ravenna, con immaginar nondimeno ciò fatto con licenza e permissione del sommo pontefice. Non trovo io sicure e chiare pruove di tali asserzioni. Le parole nondimeno del soprammentovato Astronomo paiono dar qualche fondamento all'opinion del Sigonio. Attese in quest'anno il re Carlo a far dei preparamenti, e specialmente un ponte di navi, con disegno di sperimentare di nuovo le sue forze contra degli Unni, signori della Pannonia. Ma gli stessi Barbari segretamente istigarono alcuni popoli della Sassonia a ripigliar l'idolatria, cioè a ribellarsi al re Carlo: il che disturbò i di lui disegni.

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Anno di Cristo DCCXCIII. indizione I.
Adriano I papa 22.
Costantino imper. 18 e 14.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 20.
Pippino re d'Italia 13.

Sul principio di quest'anno, per testimonianza dell'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, uniti insieme i due re fratelli, cioè Pippino e Lodovico, con tutte le loro forze, portarono la guerra nel ducato beneventano, diedero il sacco dove giunsero, ma senza impadronirsi d'altro che di un miserabil castello. Passato il verno, se ne tornarono amendue prosperosamente a trovare il padre, ma col dispiacer d'intendere la ribellion di Pippino lor fratello naturale, scoperta nondimeno e gastigata colla morte di molti nobili che aveano tenuta mano al trattato. Motivo a questa guerra contro i Beneventani potrebbe aver dato la lettera settantesima terza di papa Adriano, accennata da me nell'anno 791, se in quello fosse stata veramente scritta. Ma noi abbiam senza questo da Erchemperto [Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.] storico le cagioni di rottura fra Pippino re d'Italia e i Beneventani. Comandava allora a quell'ampio ducato, siccome è detto di sopra, Grimoaldo, principe accorto e valoroso, che, ereditate le massime di suo padre, cioè voglioso dell'indipendenza dai Franzesi, dimenticò in breve le promesse e i patti stabiliti con Carlo Magno, allorchè gli fu conceduto colla libertà il ducato. Sui principii del suo governo attenne la parola, facendo mettere il nome d'esso re Carlo ne' soldi d'oro ch'egli facea coniare, e ne' pubblici strumenti, per riconoscere la di lui sovranità. Ma da lì a non molto lasciò anche queste usanze, e cominciò a non voler che i Franchi gli facessero da padroni e maestri addosso. Erasi egli impegnato di smantellar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa. Abbiamo dall'Anonimo [391] salernitano [Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.], ch'egli fece diroccar le mura di Consa, ma senza dolor di testa, perchè quella città a cagione del sito anche senza mura si poteva difendere. Parimente venuto ad Acerenza, la fece tutta spianare; ma ordinò che se ne fabbricasse un'altra più forte in sito vantaggioso, cioè sopra un monte. Restava Salerno, che anch'esso doveva spogliarsi di fortificazioni, ed aveva Grimoaldo già fatto dar principio ad una nuova città in vicinanza nel luogo chiamato Veteri; ma non sapea ridursi a rovinar sì bella e forte città, come era l'antica. Allora fu che uno se gli esibì di trovar ripiego per soddisfare all'obbligo contratto, e salvare nello stesso tempo la città, purchè gli fosse data la ricca veste di vaio, cioè la pelliccia, che il duca Arigiso di lui padre solea portare nel dì di Pasqua. Costui gl'insegnò di abbattere alcune mura di Salerno, con alzarne appresso dell'altre, che rendevano più sicura ed inespugnabile la città, con che egli si diede ad intendere di aver mantenuto l'obbligo contratto e il giuramento prestato a Carlo Magno. Prese anche per moglie Wanzia nipote di Costantino imperadore de' Greci: andamenti e fatti tutti che sommamente dispiacquero a Pippino re di Italia, e l'indussero a muovere guerra ad esso Grimoaldo, per desiderio di fargli abbassare il capo. Perchè sì presto terminasse la guerra suddetta, senza saper noi se Grimoaldo con qualche capitolazione si sbrigasse da questi insulti, resta ignoto. Si può nondimeno credere che convenisse ai Franchi di ritirarsi in fretta, perchè, secondo gli Annali moissiacensi [Annales Moissiacens., tom. 3, Rer. Franc. Du-Chesne.], sì il ducato beneventano che l'esercito franzese patì in questi tempi una fiera carestia, la quale si stendeva per tutta l'Italia, ed anche per la Francia. Oltre a ciò, sappiamo dal suddetto Erchemperto, [392] che assalito dall'armi franzesi il duca Grimoaldo, per dar loro qualche soddisfazione, ripudiò all'ebraica la suddetta moglie, quantunque ciò non bastasse per quetare lo sdegno de' Franchi contra di lui. Ma se questo ripudio succedesse nell'anno presente, non v'è storia che lo additi. Mentre si preparava il re Carlo per portare di nuovo la guerra nella Pannonia, si vide obbligato a mutar per allora pensiero; perchè dall'un canto udì che i Sassoni a sommossa degli Unni s'erano ribellati; e dall'altro, che i Saraceni della Spagna aveano rotta la pace, già stabilita con Lodovico re d'Aquitania suo figliuolo. In fatti abbiamo dai mentovati Annali moissiacensi, che vedendo quegl'infedeli impegnato Carlo Magno nella guerra degli Unni, presero il tempo, e con un poderoso esercito vennero nella Settimania, oggidì Linguadoca, bruciarono i borghi di Narbona, e condussero via un immenso bottino d'uomini e di robe. Nell'andar che costoro faceano alla volta di Carcassona, presentossi loro a fronte Guglielmo conte, ossia duca di Tolosa, che fu poi santo, con quanti conti e gente egli potè raunare in quel bisogno, e coraggiosamente attaccò la zuffa. Ma prevalsero i Saraceni, e de' Cristiani sconfitti la maggior parte restò estinta sul campo, e gli altri, fra' quali Guglielmo, si salvarono colla fuga. Trattenevasi intanto il re Carlo in Ratisbona, meditando di tirar un canale dal Danubio al Meno e al Reno, per facilitare il commercio de' popoli: impresa riguardevole, ed anche cominciata, ma rimasta in breve imperfetta. Andarono a trovarlo colà i legati di papa Adriano con dei grandi regali. Il motivo della spedizione da niuno storico si vede registrato negli Annali; ma, secondo tutte le apparenze, fu la loro andata per assistere al concilio, di cui parleremo fra poco.

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Anno di Cristo DCCXCIV. Indizione II.
Adriano I papa 23.
Constantino imper. 19 e 15.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 21.
Pippino re d'Italia 14.

Era tornato in Ispagna al vomito Felice vescovo di Urgel, con rinnovar le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò principalmente da Elipando arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. Carlo Magno, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia, Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno, non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de' santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. [394] Carlo Magno mandò in tal occasione Angilberto abbate di Centula a papa Adriano coi voti di que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera condannatoria di Eliprando), s. Paolino patriarca d'Aquileia, e Pietro arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum, composto da s. Paolino, una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum venerandis praesulibus. Crede il Labbe [Labbeus, tom. 7 Concilior.] che invece di Austriae s'abbia quivi a leggere Histriae et Venetiae. Ma egli non sapea l'uso de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e Neustria l'occidentale: del che ho parlato anch'io [Rer. Italic., Part. II, tom. 1.] nelle annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la provincia della Venezia e il Friuli; la Liguria disegnava i vescovi suggetti all'arcivescovo di Milano; l'Emilia dinotava i sottoposti all'arcivescovo di Ravenna, e l'Esperia, cioè l'Italia, i vescovi della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel poema della vita di Lodovico Pio Augusto [Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.], da me dato alla luce. [395] Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia. Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe Carlo suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino, passò oltre. Da lì poco sopraggiunse Pippino con una gran truppa di cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente Lodovico re d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino dall'autore anonimo [Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.] della sua vita; ma quello scrittore non manca d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la praticava in questi tempi.

Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di Valerio in arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa Adriano. A cagion di questa [396] sorse qualche disparere fra esso papa e Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto, allorchè dopo la morte di Sergio arcivescovo si trattò di eleggere il suo successore, cioè Leone. Risponde in quella lettera il pontefice Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, Michele usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di Giovanni e di Grazioso. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui patriziato, e venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: Numquam nos in qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam; sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe [397] cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus. Diede fine ai suoi giorni in quest'anno la regina Fastrada moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a Magonza, donna crudele e malvoluta da molti [Eginhardus, in Annal. Franc.]. Il re Carlo poscia con un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi. Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di Guglielmo conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente. Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie Liutgarda di nazione alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in quest'anno che Teodolfo, scrittore poscia celebre, ottenne da esso re [Mabill., in Annal. Benedictin.] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli [Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.], che andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta letteratura (cosa rara in questi tempi) [398] seco il menasse in Francia, e poscia il promovesse alla dignità episcopale.


   
Anno di Cristo DCCXCV. Indizione III.
Leone III papa 1.
Costantino imp. 20 e 16.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 22.
Pippino re d'Italia 15.

Giunse in quest'anno al fine de' suoi giorni papa Adriano I, e la sua morte succedette nel dì santo del Natale di nostro Signore. La memoria di questo prudente ed insigne pontefice, che meritò d'essere ascritto al catalogo de' santi, sarà sempre in benedizione nella Chiesa romana, di cui fu egli sommamente benemerito; perchè essa dianzi sempre maestosa e riverita nello spirituale, per cura di lui cominciò ad essere grande e stimata anche nel temporale. Quanto alto ascendesse la sua pia liberalità verso le chiese di Roma e verso i poveri, si legge con istupore presso di Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. S. Hadriani Papae.]. La città stessa di Roma gli professò di grandi obbligazioni, perchè con immense spese ne rifece egli le mura e le torri. Era questo pontefice teneramente amato da Carlo Magno, il quale, udita la di lui morte, l'onorò delle sue lagrime, distribuì di molte limosine in suffragio della di lui anima, ed anche formò in versi l'epitaffio che tuttavia si legge negli Annali ecclesiastici e presso d'altri autori. Nella Raccolta dei concilii del Labbe abbiamo i capitoli di papa Adriano, raccolti da varii concilii e dai decreti de' sommi pontefici. E in questa occasione vien creduto che per la prima volta alcuno si servisse della Raccolta delle decretali de' papi, vivuti prima de' santi Siricio ed Innocenzo I, romani pontefici, che uscì alla luce sotto nome d'Isidoro vescovo, da alcuni incautamente cognominato Mercatore. Oggidì è sentenza stabilita anche presso tutti i letterati cattolici, che quelle lettere [399] sono apocrife e finte, cioè invenzione del suddetto Isidoro, e spezialmente Davide Biondello, uno de' protestanti, mostrò da che libri fu ricavata quella farragine di decreti, non conformi all'antica disciplina della Chiesa. Incmaro, celebre arcivescovo di Rems, il primo fu a scoprir quella impostura; ma nol persuase agl'ignoranti secoli susseguenti, finchè vennero altri valentuomini che nel secolo prossimo passato terminarono il processo contra delle medesime. Ora nella festa di santo Stefano il clero, i nobili e il popolo romano raunatisi, vennero concordemente all'elezione del successore; e questa cadde nella persona di Leone III, che pel lungo servigio prestato nella basilica lateranense, pel suo amore verso i poveri e per la sua nota pietà, fu conosciuto sopra gli altri meritevole della sublime pontificia dignità. Nel giorno appresso seguì la di lui consecrazione, in cui fece un regalo al clero, maggiore ancora del praticato dai suoi antecessori. Nè tardò egli a dar notizia della sua esaltazione a Carlo Magno. Fra le lettere d'Alcuino e presso il Du-Chesne [Du-Chesne, tom. II, pag. 685, Rer. Franc.], resta tuttavia la risposta data ad esso papa Leone dal medesimo re Carlo. Rallegrasi egli per la concorde elezione fatta di lui, et in promissionis ad nos fidelitate. Aggiugne che avea preparato dei regali da inviare al suo predecessore, la cui morte l'ha estremamente afflitto, ma essergli di consolazione che sia assunto al pontificato un successore che non men di Adriano adotterà per figliuolo esso re. Pertanto manda per mezzo di Angilberto abbate, nominato di sopra, quei donativi ad esso papa Leone, e gli dice di avere incaricato lo stesso Angilberto di conferire col papa intorno a tutto ciò che ad exaltationem sanctae Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestris, vel patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis. Sicut enim cum beatissimo praedecessore vestro sanctae paternitatis pactum, [400] sic cum beatitudine vestra ejusdem fidei et caritatis inviolabile foedus statuere desidero. In che consistessero questi patti e questa lega di fede e d'amore, noi nol sappiamo; ma verisimilmente riguardano l'accordo seguito fra i papi precedenti e il medesimo Carlo Magno, per conto del patriziato de' Romani conferito a Carlo, e del governo di Roma e del suo ducato. In un'altra lettera, che si legge fra quelle d'Alcuino, esso re Carlo dà commessione al suddetto Angilberto abbate di fare un'ammonizione a papa Leone de omni honestate vitae suae, et praecipue de sanctorum observatione canonum, de pia sanctae Dei Ecclesiae gubernatione; e vuole che gli ricordi quanto sia corto l'onore mondano, e perpetuo il premio di chi ben fatica quaggiù, e gl'inculchi di sradicare la peste della simonia e di effettuare la promessa a lui fatta da papa Adriano di fabbricare un monistero presso alla basilica di san Paolo.

Non ostante la sommessione fatta nell'anno precedente dai Sassoni ribelli, si scorgeva tuttavia inquieto e tumultuante l'animo loro; laonde Carlo Magno con grandi forze entrò nelle loro contrade, e la maggior parte mise a sacco. Ma mentre veniva ad unirsi con lui Vilza re degli Obotriti, nel passare il fiume Elba, caduto in un'imboscata de' Sassoni, vi lasciò la vita: accidente che irritò forte il re Carlo, e cagionò di gran rovina al paese di que' Sassoni. Nè cessò egli dal perseguitarli, finchè ricevuti da essi varii ostaggi, se ne tornò placato ad Aquisgrana. Durante questa spedizione vennero a trovare il re Carlo gli ambasciatori di Tudino, uno dei principi degli Unni, che prometteva di farsi cristiano: il che recò non poca allegrezza a quel piissimo monarca. In fatti seguì la venuta di lui e il suo battesimo nell'anno seguente; ma gli Annali del Lambecio lo riferiscono al presente. Fu spezialmente in questi tempi che Carlo Magno s'applicò ad ingrandire ed abbellire [401] Aquisgrana, per desiderio di farne una Roma nuova. Vi fabbricò un palazzo suntuosissimo, a cui diede il nome di Laterano, e una basilica in onor della Vergine santissima, di ricca e mirabile struttura, con pitture, mosaici e marmi rari, per la maggior parte tratti da Ravenna, siccome innanzi dicemmo. Edificò eziandio altri palazzi, ponti, contrade, e concertò i siti per nobilissime cacce. Quivi pose il suo amore, quivi erano le delizie sue, e però vi stabilì la sua magnifica corte, con far divenire celebre quella città sopra l'altre de' suoi regni. Si può credere data in quest'anno la lettera centesima di Alcuino a san Paolino patriarca di Aquileia, dove sono le seguenti parole: Mirabiliter de Avarorum gente triumphatum est, quorum missi ad dominum regem directi subjectionem pacificam, et Christianitatis fidem promittentes venerunt. Dice ancora d'avergli scritto due altre lettere, l'una mandata pel santo vescovo d'Istria, e l'altra pel venerabil uomo Erico o Enrico duca. Era questi duca del Friuli, e gli Annali dei Franchi ci hanno conservata memoria delle prodezze sue nella guerra contro gli Avari, o vogliam dire gli Unni, signori della Pannonia, che allora era suggetta a varii principi, e non più ad un solo re, chiamato per soprannome Cagano, come abbiam veduto ne' tempi addietro. Non si sa bene se nell'anno presente, o pure nel susseguente (pare nondimeno che piuttosto in questo che nell'altro), esso duca Enrico, ossia Erico, spedì l'esercito italiano, o pure v'andò egli in persona, con Wonomiro, uno de' principi della Schiavonia [Annales Franc. Loiselian.], contra degli Unni ossia Avari, passando dalla Carintia nella Pannonia. Per buona ventura erano fra lor disuniti gli Unni, e stanchi i lor capi per una guerra civile, allumata ne' tempi addietro. Profittò Enrico della lor debolezza, e gli riuscì di espugnare il Ringo, cioè la fortificazione più rinomata di quella nazione, di cui parla [402] Notchero [Notcherus, in Vita C. M., lib. 2, cap. 2.] nella vita di Carlo Magno, dove stavano riposti i lor tesori, raunati da più re, spezialmente colle spoglie dei vicini. Vi si trovarono in fatti immense ricchezze, e il duca adempiè bene il suo dovere, con portarne la maggior parte ad Aquisgrana, e consegnarla al re Carlo. Servì questo tesoro al generoso monarca per regalare i suoi baroni, cherici e laici; una buona parte nondimeno riservò per mandarla in dono al romano pontefice. L'incumbenza di condurla a Roma fu data ad Angilberto abbate di san Ricario, ossia di Centula, a cui parimente fu appoggiata la carica di primo consigliere del re Pippino in Italia. Nella lettera quarantesima seconda di Alcuino egli è chiamato Angilbertus primicerius Pippini regis. Di tanto in tanto il re Pippino era all'armata fuori d'Italia, o alla corte del re Carlo suo padre. È da credere che allora Angilberto facesse le funzioni come vicerè.


   
Anno di Cristo DCCXCVI. Indizione IV.
Leone III papa 2.
Costantino imper. 21 e 17.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 23.
Pippino re d'Italia 16.

Sul principio di quest'anno, per attestato degli Annali de' Franchi [Annales Bertiniani, Metens. el alii.], papa Leone III misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam confessionis sancti Petri, et vexillum romanae urbis eidem direxit. Cosa significassero quelle chiavi e quel vessillo l'abbiamo detto di sopra. E pare che non ce ne lasci dubitare Eginardo [Eginhardus, in Annal. Franc.], con iscrivere all'anno presente: Mox Leo per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque subjectionem [403] per sacramenta firmaret. Se il popolo romano giurava fedeltà e soggezione al re Carlo, non si può già rettamente immaginare che il patriziato de' Romani a lui conferito consistesse in grado di semplice onore coll'obbligo solo di difendere esso popolo e la Chiesa romana. E però non ha già da chiamarsi una esagerazione, come si figurò il padre Pagi [Pagius, Critic. ad Annal. Baron.] quella di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Episcop. Metens.], che di Carlo Magno tuttavia re, e non peranche imperadore scrisse: Romanos praeterea, ipsamque urbem romuleam, jampridem ejus praesentiam desiderantem, quae aliquandiu mundi totius domina fuerat, et tum a Longobardis oppressa gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris; cunctaque nihilominus Italia miti dominatione potitus est. Che nell'anno 773 non fosse angustiata Roma da Desiderio re de' Longobardi, può ben negarlo il padre Pagi; ma parla in contrario la storia. Seguirono in quest'anno le nozze di Lodovico re d'Aquitania, terzo legittimo figliuolo di Carlo Magno [Astronomus, et Theganus, in Vita Ludovici Pii.], con Ermengarda figliuola d'Ingrammo conte o duca, nipote di Crodegango vescovo di Metz. Vuolsi parimente osservare che anche Pippino re d'Italia, già pervenuto all'età di ventun anno, era in questi tempi ammogliato, perciocchè Alcuino in una lettera [Alcuin., Epist. 91.] a lui scritta dice: Laetare cum muliere (onde il nome di moglie) adolescentiae tuae, et non sint alienae participes tui. Ma per una strana negligenza niuno degli antichi storici ha a noi conservato il nome di questa regina sua moglie. Trovavasi l'invitto re Carlo impegnato in due guerre, l'una contra de' Sassoni ribelli, l'altra contra quegli Unni della Pannonia che tuttavia mantenevano nemicizia e facevano testa alle di lui forze. Abbiamo dall'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, ch'egli chiamò [404] dall'Aquitania questo suo figliuolo con quanti combattenti potè raunar da quelle parti. In compagnia dunque di lui e col primogenito Carlo condusse una poderosa armata in Sassonia, diede il guasto dovunque arrivò, e fece prigioni innumerabili persone dell'uno e dell'altro sesso, e d'ogni età di quella nazione che furono condotte e distribuite per la Francia, e probabilmente anche in Italia, affinchè imparassero e seguitassero la legge di Cristo. Da Anastasio bibliotecario [Anast. Bibliothec., in V. Leonis III et IV.] impariamo che in Roma abitavano moltissimi Sassoni, e v'era la lor contrada, appellata Vicus Saxonum. Diede Carlo in questa maniera un gran crollo a quell'indomita ed instabil nazione. Dall'altra parte ebbe ordine il re Pippino di portar la guerra nella Pannonia contro gli Unni [Annales Franc. Laureshamens.]. Conduceva questo valoroso principe una forte armata d'Italiani e Bavaresi, e con questa virilmente s'inoltrò nel paese nemico, con giugnere fin dove il fiume Dravo sbocca nel Danubio. Alcuni scrittori attribuiscono a lui la presa del Ringo, detto di sopra; e scrivono che, venendo il verno, andò a trovare il re Carlo suo padre in Aquisgrana, e gli presentò un ricchissimo bottino fatto in quelle barbare contrade, ed insieme una esorbitante quantità di prigioni. Altri Annali [Poeta Saxo, in Annal. Franc.] attribuiscono, siccome già osservammo, la principal gloria di questa impresa ad Arrigo duca del Friuli, che era succeduto a Marcario in quel governo, con aggiugnere esser egli stato il portatore del tesoro unnico a Carlo Magno. Venne in questa maniera buona parte della Pannonia, oggidì Ungheria, in potere di Carlo Magno, e questa fu nello spirituale sottomessa e raccomandata alla cura di Arnone vescovo di Salisburgo. E perciochè non era lungi da que' paesi s. Paolino patriarca di Aquileia, Alcuino [Alcuin., Epist. 112.] a lui scrisse animandolo [405] a predicare e piantar fra loro la religione di Cristo. Adoperossi ancora esso Alcuino appresso Carlo Magno per la liberazione di tanti prigioni, ed ottenutala, ne portò i ringraziamenti a lui e al re Pippino. Intanto prosperamente ancora procedevano gli affari della guerra contra dei Saraceni della Spagna [Annal. Franc. Moissiac.]. Entrato nelle lor terre il prode Guglielmo duca di Tolosa, ossia d'Aquitania, sconfisse le loro brigate, mise a sacco le campagne, e sparse il terrore dappertutto. L'anno ancora fu questo, in cui il suddetto san Paolino tenne un concilio in Cividale del Friuli, appellata Forum Julii. Il cardinal Baronio [Baron., ad ann. 791.], il Labbe [Labbe, Concilior., tom. 7.] ed altri l'hanno rapportato all'anno 791, ma con errore. Esso fu celebrato anno felicissimo principatus eorum (cioè di Carlo Magno e di Pippino) tertio et vicesimo, et decimo quinto. Queste note cronologiche convengono all'anno presente, come ancora ha osservato il padre de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 42.]. Dice ivi il santo patriarca di non aver fin qui potuto congregare un sinodo, a cagion de' tumulti e delle guerre vicine, cioè degli Unni; ma che atterrati per la maggior parte que' Barbari, e restituita la pace al Friuli, egli ha oramai intrapresa quella santa funzione. In questo concilio si vede stabilita la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, condannato l'errore di Elipando e di Felice vescovi spagnuoli, detestata la simonia, con altri saggi decreti per la inviolabilità de' matrimonii, e per altri punti di disciplina ecclesiastica.

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Anno di Cristo DCCXCVII. Indizione V.
Leone III papa 3.
Irene imperadrice 1.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 24.
Pippino re d'Italia 17.

Erasi l'imperador Costantino tirato addosso il biasimo e l'odio di molti, perchè nel gennaio dell'anno 795 avea sacrilegamente ripudiata Maria sua legittima consorte [Theoph., in Chronogr.], e forzatala a farsi monaca. Dopo di che nel mese d'agosto pubblicamente sposò e introdusse nel talamo regale Teodota, già cameriera della deposta Augusta, rapito da cieco affetto verso di quella. Disapprovò queste nozze, contrarie ai dogmi della religione cristiana, s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, senza però giugnere a scomunicare l'imperadore per paura di maggiori sconcerti e mali nelle chiese orientali. Ma non fecero così i monaci zelanti, fra' quali specialmente si distinsero i santi abbati Platone e Teodoro Studita. Questi francamente in faccia dell'imperadore stesso detestarono il fatto, non vollero più comunicar col patriarca, ed allegramente se ne andarono in esilio, dove li cacciò lo sdegnato Costantino. Stava intenta a tutti questi movimenti la già deposta imperadrice Irene, e siccome quella che riteneva la segreta voglia e smania di ritornare sul trono, non fu pigra a prevalersi dello sconvolgimento presente, e massimamente dell'appoggio de' monaci, che più che mai venivano perseguitati dal figliuolo Augusto. Trasse ella pertanto non pochi cortigiani e soldati nel suo partito, finchè un dì scoppiò la da gran tempo preparata mina. Fu nel mese di giugno dell'anno presente che i congiurati attruppatisi insieme misero le mani addosso a Costantino, e dopo averlo cacciato in un bucintoro, la mattina poi del dì 15 di esso mese il trassero nella stessa regal camera del palazzo, dove egli [407] era nato, e quivi con sì poca grazia, voglio dire, con tanta crudeltà gli cavarono gli occhi, che poco mancò che non morisse per lo spasimo. Dopo di che l'imperadrice Irene prese sola le redini del governo; furono richiamati dall'esilio i monaci, e si rimise la quiete e pace nella Chiesa di Costantinopoli. Il voler scusare, anzi il lodare esempli tali d'ambizione e barbarie, non credo che meriti lode. Erano insorte dissensioni fra i Mori di Spagna. Secondo che scrive Eginardo [Eginhardus, Annal. Francor.], Barcellona, città anche allora fortissima della Catalogna, era stata in addietro ora in poter de' Saraceni, ed ora dei re di Francia. Zaddo, uno dei principi mori della Spagna, vi signoreggiava allora. Costui si portò fino ad Aquisgrana al re Carlo, e quivi spontaneamente gli sottomise sè stesso e la città di Barcellona. Il poeta sassone [Poeta Saxo, Annal. Franc.] a quest'anno anch'egli nota lo stesso, e dice che Barcellona Francorum subjecta fuit posthac dictioni.

Noi nondimeno vedremo, andando innanzi, che dovette ben colle parole Zaddo mostrare di rendersi a Carlo Magno, ma coi fatti operò poi il contrario. Puossi credere che costui s'inducesse a questa resa per timore di Lodovico re di Aquitania, il quale per ordine del padre penetrò in quest'anno in Ispagna con tutte le sue forze, ma senza che sappiamo quali imprese egli quivi facesse. Trattenevasi il re Carlo in Aquisgrana, e, per attestato di Eginardo, illuc Pippinum de italica, et Ludovicum de hispanica expeditione regressos, ad se venire jussit. Che spedizione militare facesse in quest'anno il re Pippino in Italia, lo tace la storia. Potrebbe essere stata contra di Grimoaldo duca ossia principe di Benevento; perciocchè da che quel principe si mise in testa di non voler più riconoscere per suo superiore Carlo re de' Franchi, nè Pippino per re d'Italia, durò sempre la rissa e guerra fra questi due principi, [408] come si ha da Erchemperto. Portossi ancora ad Aquisgrana Teottisto legato, oppur figliuolo di Niceta patrizio della Sicilia, che presentò a Carlo Magno una lettera dell'imperador Costantino, scritta prima delle sue disavventure, e fu con particolare onore ricevuto e rispedito. Tornossene in Italia il re Pippino, e Lodovico si restituì in Aquitania. In questo anno ancora il re Carlo coll'armata entrò nella Sassonia, tolse quanti ostaggi volle da quei popoli, che tutti correvano a suggettarsi a lui. Ne condusse anche via moltissimi, avendo per esperienza conosciuto che non v'era miglior maniera di domar quella feroce nazione, che col sempre più indebolirla e disperderla. Quindi, per essere più a portata di quegli affari, svernò coll'esercito, nella stessa Sassonia. Probabilmente sino a questi tempi condusse la sua vita Paolo Diacono, già divenuto monaco di Monte Casino, scrittore de' più celebri di quell'età, a cui dee molto la storia d'Italia. Il catalogo delle opere da lui composte si legge presso gli autori della storia letteraria. Passò fra Carlo Magno e lui una gran familiarità con lettere e con versi vicendevoli, di maniera che egli lasciò un'illustre memoria di sè stesso.


   
Anno di Cristo DCCXCVIII. Indizione VI.
Leone III papa 4.
Irene imperadrice 2.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 25.
Pippino re d'Italia 18.

A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto [Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.] nella vita di s. Adalardo abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno, probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di consigliere e primo ministro al figliuolo Pippino re d'Italia. Come si portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo [409] stesso, Pascasio, che così ne parla: Justitiam vero quantum sectatus sit, testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa. Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro virtutis amore angelus predicaretur. Seguita poi a dire che Adalardo non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de' prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re Carlo per ambasciatori [Annal. Franc. Loiselian.] Michele, già patrizio della Frigia, e Teofilo prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia restituì in libertà Sisinnio fratello di s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò, darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a Carlo Magno, [410] e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla luce. La riputazione in cui si era allora s. Paolino patriarca d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino, non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi, v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che parimente si legge data alla luce.

Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, Leone III, romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti da Anastasio [Anastas., in Vit. Leonis III.]. Monsignor Ciampini [Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.] rapporta un musaico, tuttavia visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora l'immagine di Carlo Magno che porta i mustacchi, il manto e la spada. Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano. Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù Cristo, che porge colla destra le chiavi a s. Pietro, e colla sinistra il vessillo ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V. Trovandosi dietro alla testa di questo principe un quadrato, che, secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri, denota persona vivente, verisimile è che qui [411] s'abbia da intendere, non già Costantino il grande, ma Costantino imperadore di Oriente ne' primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista, viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare il patriziato de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone III, autore di quel musaico, rappresentato col quadrato dietro la testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un vessillo ad un principe inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORIA CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro, perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una donazione fatta da Ludigario conte d'Ascoli ad Instolfo vescovo di quella città. La carta rapportata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.] si dice scritta: Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta [412] L'Ughelli, quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni Carlo imperadore, di Pippino patrizio de' Romani, e l'anno 874 posto in fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun conto legittimare. Pippino mai non fu re de' Franchi; nè Carlo Magno era imperadore nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] che nella città di Spoleti anno Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI. Mamiano abbate ed Isembardo, missi domni regis, giudicarono di una causa in favore de' monaci farfensi.


   
Anno di Cristo DCCXCIX. Indizione VII.
Leone III papa 5.
Irene imperadrice 3.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 26.
Pippino re d'Italia 19.

Siccome costa dalla confession di fede che Felice vescovo d'Urgel compose, allorchè finalmente tornò al grembo della Chiesa, sul principio dell'anno presente, fu celebrato in Roma un concilio da papa Leone III, e da cinquantasette vescovi, praecipiente gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo: parole degne di osservazione. Proferì la sacra adunanza la scomunica contra del suddetto Felice, s'egli non ritrattava l'eretical suo dogma, in quo ausus est Filium Dei adoptivum asserere. Ma non andò molto che il buon papa Leone si vide involto in una fiera calamità per la scellerata congiura di alcuni dei principali Romani, i capi de' quali furono Pasquale primicerio e Campulo sacellario, ossia sagristano, nipote del fu papa Adriano I. [413] Il motivo o pretesto di tale iniquità l'hanno o ignorato o lasciato nella penna gli antichi scrittori, non altro dicendo se non che costoro accusarono poscia di varii delitti il papa, ma senza poterne provar nè pur uno. Costoro nondimeno, che sotto il precedente pontificato erano avvezzi a comandare, probabilmente non sofferivano di ubbidire sotto il nuovo pontefice. Ora noi abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas. Bibliothecar., in Vit. Leonis III.], che mentre nel dì di san Marco a dì 25 d'aprile papa Leone con tutto il clero e buona parte del popolo faceva la solenne processione delle litanie maggiori, allorchè egli fu arrivato davanti al monistero dei santi Stefano e Silvestro, sbucarono fuori i due suddetti congiurati con una mano di sgherri armati, e preso il pontefice, il gittarono per terra, e lo spogliarono, sforzandosi con somma crudeltà a forza di pugnalate di cavargli gli occhi e di tagliargli la lingua. In fatti credendo di averlo accecato e renduto mutolo per sempre, il lasciarono così malconcio in mezzo alla piazza. Poi ritornati più che prima infelloniti a prenderlo, e condottolo avanti all'altare di quella chiesa, di nuovo più barbaramente il trattarono, con fama che gli cavarono gli occhi e la lingua, gli diedero delle bastonate e ferite, e mezzo morto ed intriso nel proprio sangue il rinserrarono prigione in quello stesso monistero. Tutto il popolo, che interveniva senz'armi alla processione, se ne fuggì in fretta. Fu poi condotto da quei masnadieri il misero pontefice nel monistero di sant'Erasmo, cioè in luogo creduto più sicuro. Quivi miracolosamente, per quanto fu creduto, gli fu restituita da Dio la vista e la lingua; e venne poi fatto ad Albino suo cameriere, unito con altri fedeli, di nascostamente penetrar colà, e di condurlo via con guidarlo alla basilica vaticana, dove si fortificarono. Intanto corsa dappertutto la voce di così empio attentato, arrivò anche agli orecchi di Guinigiso duca di Spoleti, il quale [414] probabilmente si trovava in quelle vicinanze, perchè i confini del suo ducato arrivavano assai presso a Roma. Anzi gli Annali bertiniani e metensi dei Franchi scrivono ch'egli era in Roma, e che il papa scappò di notte ad legatos regis, qui tunc apud basilicam sancti Petri erant, Wirundum scilicet abbatem, et Winigisum Spoletanorum ducem veniens, Spoletum ductus est. Comunque sia, non tardò punto Guinigiso ad accorrere in aiuto del papa con un buon nerbo di soldatesche. Arrivato a san Pietro, e trovatovi, contra l'espettazione, sano e salvo esso pontefice, seco con tutta venerazione il condusse a Spoleti, dove concorsero da varie città vescovi, preti e secolari di prima riga a seco congratularsi. Volarono presto al re Carlo lettere del duca Guinigiso coll'avviso di sì orrido avvenimento; e il re rispose che avrebbe veduto volentieri il pontefice, il quale perciò si mise in viaggio per ire a trovarlo. Scrivono altri essere stato il pontefice che desiderò d'andare in persona alla real corte, e fu esaudito. Nè si dee tralasciar di dire, che, oltre ad Anastasio, varii Annali de' Franchi raccontano essere di fatto stati cavati gli occhi e tagliata la lingua a papa Leone da quei sicarii, e che miracolosa fu la di lui guarigione. Ma non mancano scrittori antichi e contemporanei che diversamente raccontano quel fatto, e in maniera più credibile, con dire che tentarono bensì quegli scellerati l'enormità suddetta, ma o non poterono, o non vollero compierla; e veggendosi poi papa Leone tuttavia colla lingua e con gli occhi, vi si aggiunse il miracolo. Secondochè abbiam da Eginardo [Eginhardus, in Annal. Franc.], esso pontefice equo dejectus, et erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata, nudus ac semivivus in platea relictus est. Son parimente parole dell'Annalista lambeciano e moissiacense le seguenti: Romani comprehenderunt domnum apostolicum Leonem, et absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos [415] ejus, et eum morti tradere. Sed juxta Dei dispensationem malum quod inchoaverant, non perfecerunt. Odasi ora Giovanni Diacono [Rer. Ital., P. II, tom. 1.], autore vicino a questi tempi, nelle vite de' vescovi di Napoli, da me date alla luce. Conspirantes, dice egli, viri iniqui contra Leonem tertium romanae sedis antistitem, comprehenderunt eum. Cujus quum vellent oculos eruere, inter ipsos tumultus, sicut assolet fieri, unus ei oculus paululum est laesus. Quel che è più, il grande ornamento della Francia in questi tempi Alcuino abbate, in iscrivendo al re Carlo la lettera terzadecima intorno al fatto di papa Leone, dice, che Deus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes caecatis mentibus lumen ejus extinguere. Similmente Notchero [Notcher., in Vita C. M., lib. 1, cap. 28.] racconta che alcuni empi tentarono di accecarlo, sed divino nutu conterriti sunt et retracti ut nequaquam oculos ejus eruerent. Finalmente Teodolfo vescovo di Orleans [Theodulph., lib. 3, Carm. VI.], scrittore contemporaneo, narra che ai suoi dì v'era chi diceva cavati e miracolosamente restituiti gli occhi al papa; e chi lo negava, confessando solamente che il tentativo fu fatto, ma non eseguito. Però riflette egli:

Reddita sunt? Mirum est. Mirum est, auferre nequisse,
Est tamen in dubio; hinc mirer, an inde magis.

Dimorava in Paderbona Carlo Magno colla sua armata, allorchè ebbe avviso della venuta di papa Leone; ed immantinente gli spedì all'incontro prima Adelbaldo, ossia Adelboldo, arcivescovo primo di Colonia, e poscia il figliuolo Pippino re d'Italia con assai baroni e molte squadre d'armati. Per dovunque passò il pontefice nel suo viaggio, fu accolto dappertutto dal concorso de' popoli e dalla venerazione e maraviglia d'ognuno; e finalmente ricevuto dal re Pippino, fu condotto alla corte del padre. Resta tuttavia [416] un poemetto, dato alla luce da Arrigo Canisio [Canisius, edition. Bosnag. tom. 1, P. II.], che tratta dell'arrivo d'esso papa a Paderbona. Avea il re Carlo schierato tutto il suo fiorito esercito per onorare il vegnente santo pastore, ed egli stesso a cavallo gli fu all'incontro. Tutte le schiere, al comparire del venerabil padre prostrate in terra il venerarono, chiedendogli la sua benedizione; e Carlo anch'egli sceso da cavallo, dopo profondi inchini l'abbracciò e baciò. Andarono poi unitamente al sacro tempio a rendere grazie all'Altissimo, indi al palazzo; e ne' molti giorni che il papa si trattenne presso quel monarca, i conviti e le feste furono continue. Senza fallo fra il papa e il re si dovette più volte trattare della maniera di gastigare e mettere in dovere i Romani. Fu consultato intorno a questo affare Alcuino da Carlo Magno, siccome ricaviamo dalla di lui lettera undecima, in cui gli dice, che i tempi son pericolosi, e che nullatenus capitis (cioè del romano pontefice) cura omittenda est. Levius est pedes tollere quam caput. Tuttavia aggiugne: Componatur pax cum populo nefando, si fieri potest. Relinquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed et in spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum est, quod habetur, ne propter acquisitionem minoris, quod majus est, amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur. Da queste parole volle dedurre il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.] che Roma in questi tempi non riconosceva nè imperadore greco, nè Carlo Magno per suo superiore. Ma da queste medesime Giovan-Giorgio Eccardo [Eccard., Rer. Franc. lib. 25, cap. 11] dedusse tutto il contrario, con pretendere consigliato Carlo Magno a procedere senza rigore contro i delinquenti Romani, per timore che questi, già in rivolta contro il papa, non si rivoltassero anche contro [417] d'esso Carlo, ed egli per acquistare il meno, cioè per voler punire a tutta giustizia gli offensori del papa, non perda il più, cioè il suo patriziato e dominio in Roma; e per voler riparare i torti fatti ad altrui, cioè al pontefice, non resti egli privo del proprio, cioè della sua signoria in quell'insigne ducato; potendo temere che i lupi rapaci, cioè i Greci e il duca di Benevento confinanti non si prevalessero di tale occasione per occupar Roma, e i Romani troppo aspramente trattati non corressero loro in braccio. Intanto i nemici del pontefice, siccome aggiugne Anastasio [Anastas. Bibliot., in Leon. III.], misero a sacco molti poderi di san Pietro, e per giustificare l'esecrabile lor procedura, inviarono al re Carlo una lista di varie infami accuse contra del papa, tali nondimeno, che di niuna potevano addurre le pruove. Ora dopo essersi fermato per alcune settimane o mesi col re papa Leone, visitato quivi e onorato dai vescovi di quelle parti, e dai fedeli correnti da tutti que' paesi, e suntuosamente regalato dal re e dalla sua corte, fu risoluto ch'egli se ne tornasse a Roma, avendo il saggio monarca prese ben le sue misure, affinchè vi potesse rientrare senza pericolo della sua persona e dignità.

L'accompagnaron nel viaggio Adeboldo arcivescovo di Colonia, Arnone arcivescovo di Salisburgo, e quattro vescovi, cioè Bernardo di Vormazia, Azzone di Frisinga, Jesse di Amiens, e Cuniberto non si sa di qual città, siccome ancora Elmgeto, Rotegario e Germano conti. Per tutte le città, dove egli passò, fu ricevuto come un apostolo; e pervenuto che fu nelle vicinanze di Roma nella vigilia di santo Andrea, tutto il clero, il senato e popolo romano colla milizia, colle monache, diaconesse e le nobili matrone, e tutte le scuole de' forestieri, cioè dei Franchi, Frisoni, Sassoni e Longobardi, gli andarono incontro fino al ponte Milvio, oggidì ponte Molle, e colle bandiere ed insegne, cantando inni spirituali, e [418] con infinito giubilo il condussero alla basilica vaticana, dove egli cantò messa solenne, e tutti presero la comunione del Corpo e del Sangue del Signore, come si praticava in questi tempi anche per gli secolari. Nel dì appresso entrò in Roma, e tornò pacificamente ad abitare nel palazzo lateranense. Da lì a pochi giorni i suddetti vescovi e conti, siccome messi del re Carlo patrizio de' Romani (la cui autorità anche di qui risulta), alzarono il lor tribunale nel triclinio di papa Leone; e citati i malfattori, per più d'una settimana attesero a formare il processo. Pasquale e Campolo coi lor seguaci vi comparvero, e nulla avendo che dire, o non potendo provare quel che dicevano contra del papa, furono presi e mandati in esilio in Francia. Così Anastasio bibliotecario; ma noi vedremo che più tardi accadde la relegazion di costoro. In questa maniera finì per allora l'abbominevol tragedia succeduta in Roma. Nell'anno presente ancora ebbe da faticare il re Carlo nella Sassonia, e di nuovo una gran moltitudine di quegli abitanti colle moglie e co' figliuoli trasse da quelle contrade, con dividerla per varie altre parti della sua monarchia. Avevano poi i popoli delle isole di Maiorica e Minorica, perchè infestati dai Mori di Africa, o pure di Spagna, implorato ed anche ottenuto soccorso da Carlo Magno, col mettersi sotto la sua protezione e signoria. Tornarono loro addosso in quest'anno i Saraceni [Monachus Engolismensis, in Vit. Caroli Magni.], e venuti a battaglia coll'esercito franzese, rimasero sconfitti, e le lor bandiere prese, presentate ad esso re Carlo, gli servirono di molta consolazione. Ma non compensarono queste allegrezze l'afflizione che egli provò per la perdita di due de' suoi più valorosi e fedeli uffiziali. L'uno di essi fu Geroldo presidente della Baviera, che in una baruffa contro gli Unni della Pannonia restò miseramente ucciso [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.], [419] ma non invendicato. Imperocchè sembra che in quest'anno terminasse la guerra con que' Barbari, il paese de' quali restò in potere del re Carlo, ridotto nondimeno ad una total desolazione, dopo essere periti in sì lungo bellicoso contrasto tutti i nobili di quella nazione, e dopo averne i Franchi asportate le immense ricchezze, che coloro in tanti anni aveano raunate coi lor latrocinii. L'altro suo uffiziale fu Erico, ossia Enrico o Arrigo, duca o marchese del Friuli, personaggio sopra da noi nominato, che in varii cimenti e vittorie s'era dianzi acquistato un gran capitale di gloria. Questi trovandosi nella Liburnia, provincia situata fra l'Istria e la Dalmazia, i cui popoli s'erano già dati al re Carlo e attendendo nella città di Tarsatica, oggidì Tarsacoz, a regolar quegli affari, da alcuni di que' cittadini ammutinati fu privato di vita. In luogo suo succedette in quella marca Cadalo, di cui parleremo altrove. Conghiettura fu dell'Eccardo [Eccard. Bissor.] e del p. de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejen.] che questo Enrico potesse essere lo stesso che Unroco, o pure padre di Unroco conte, il cui figlio Everardo a suo tempo vedremo reggere la marca del Friuli, ed essere stato padre di Berengario imperadore.


   
Anno di Cristo DCCC. Indizione VIII.
Leone III papa 6.
Carlo Magno imperadore 1.
Pippino re d'Italia 20.

Dopo essersi sbrigato Carlo Magno dalle lunghe e fastidiose guerre de' Sassoni e degli Unni, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Non pareva a lui peranche se non imperfettamente terminata la causa de' persecutori di papa Leone. Oltre a ciò, Grimoaldo duca di Benevento sostenea con vigore l'indipendenza dal re Carlo, e coll'armi difendeva il suo diritto. Nè volea finalmente esso re Carlo lasciare impunita la morte di Enrico duca [420] del Friuli. Venne dunque alla determinazione d'imprendere di nuovo il viaggio d'Italia [Annal. Franc. Annal. Lambec. Eginhard., in Annal.]. Dopo Pasqua arrivò alla città di Tours, accompagnato da Carlo e Pippino suoi figliuoli, e colà ancora arrivò Lodovico, il terzo de' suoi figliuoli legittimi. Gli convenne fermarsi quivi per la mala sanità della regina Liutgarde sua moglie, che diede ivi fine al corso di sua vita. Perch'egli non sapeva passarsela senza una donna ai fianchi, tenne da lì innanzi l'una dopo l'altra quattro concubine, nominate tutte dall'autor della sua vita Eginardo. I padri Bollandisti ed altri, considerate tante virtù, e massimamente la religion di questo gran principe, hanno sostenuto che sì fatte concubine fossero mogli di coscienza; mogli, come suol dirsi, della mano sinistra: e però lecite e non contrarie agl'insegnamenti della Chiesa, la quale poi solamente nel concilio di Trento diede un miglior regolamento al sacro contratto del matrimonio. Se ciò ben sussista, ne lascerò io ad altri la decisione. Passò di là il re Carlo a Magonza, e, secondochè abbiamo dagli Annali pubblicati dal Lambecio [Rer. Italic., Part. II, tom. 2.], tenne ivi una gran dieta, dove espose le ingiurie fatte al romano pontefice e i suoi motivi di passare in Italia, giacchè si godeva la pace in tutta la monarchia franzese. Venne dunque l'invitto re, guidando seco un poderoso esercito, ed, arrivato a Ravenna, vi prese riposo per sette giorni [Eginhardus, in Annal. Franc.]. Continuato dipoi il cammino sino ad Ancona, di là spedì il figliuolo Pippino con parte della armata contra del duca di Benevento, ma senza apparire che questi facesse per ora impresa alcuna in quelle parti. Venne il pontefice Leone incontro al re sino a Nomento, oggidì Lamentana, dodici miglia lungi da Roma, e dopo avere desinato con lui, se ne ritornò a Roma, per riceverlo nel dì seguente con più [421] solennità. Arrivato il re con tutta la sua corte, trovò esso papa che l'aspettava davanti alla basilica vaticana coi vescovi e col clero, e fra i sacri cantici l'introdusse nel sacro tempio per rendere grazie all'Altissimo. Abbiamo anche dal monaco engolismense [Monachus Engolismensis, in Vita Carol. Magni.] che andarono fuor di Roma le milizie, le scuole ed altre persone ad incontrare il re vegnente, come altre volte s'era praticato. Seguì l'arrivo colà di Carlo Magno nel dì 24 di novembre [Anastas. Bibliothec., in Leon. III.]. Dopo sette giorni raunatisi per ordine suo in s. Pietro gli arcivescovi, vescovi ed abbati, e tutta la nobiltà sì franzese che romana, e postisi a sedere esso re e il papa, con far anche sedere tutti i suddetti prelati, stando in piedi gli altri sacerdoti e nobili, fu intimato l'esame de' reati che venivano apposti ad esso papa Leone. Allora tutti i vescovi ed abbati concordemente protestarono che niuno ardiva di chiamare in giudizio il sommo pontefice; perchè la Sede apostolica, capo di tutte le Chiese, è bensì giudice di tutti gli ecclesiastici, ma essa non è giudicata da alcuno, come sempre s'era praticato in addietro. E il papa soggiunse che voleva seguitare il rito de' suoi predecessori. In fatti nel giorno appresso, giacchè niuno compariva che osasse provar que' pretesi delitti, il papa davanti a tutta quella grande assemblea, e presente il popolo romano, salito sull'ambone, ossia sul pulpito, tenendo in mano il libro de' santi Vangeli, con chiara voce protestò che in sua coscienza non sapea d'aver commesso que' falli, de' quali veniva imputato da alcuni de' Romani suoi persecutori, e tal protesta autenticò col giuramento. Il che fatto, e canonicamente terminato quel difficil affare, tutto il clero, intonato il Te Deum, diede grazie all'Altissimo, alla Vergine santa, a san Pietro e a tutti i Santi. Negli Annali pubblicati dal Lambecio e scritti da autore contemporaneo, [422] abbiamo che molto ben comparvero in quell'assemblea gli accusatori del papa; ma conosciuto che da invidia e malizia procedevano quelle imputazioni, fu risoluto da tutti che il papa da sè stesso si purgasse da que' falsi reati. Leggesi presso il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.] la formula usata in quella congiuntura da esso papa Leone.

Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion degli imperadori, cioè: A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio, grande e pacifico imperadore, vita e vittoria. Tre volte detta fu questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si costumava con gli antichi imperadori. A pontifice more antiquorum principum adoratus est. Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'imperador de' Romani e di Augusto. E qui convien rammentar le parole di Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] che di lui scrive: Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat, Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et Imperatoris et Augusti nomen [423] accepit: quod primo in tantum aversatus est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset. Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire potuisset. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono [Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], autore contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa Leone fugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret. Molto più chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle seguenti parole: Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis sanctis patribus, qui in ipso concilio (cioè nel romano poco fu accennato) seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum, et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domni [424] Leonis papae suscepit. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.

Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori, asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male gli Augusti orientali. Constantinopolitanis tamen imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes, et in epistolis fratres eos appellando. Ma il pontefice Leone dovette concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome, colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche solamente patrizio ne era padrone: ipsam Romam tenebat. E come padrone appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo di padre e di signore. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi procacciato da loro il titolo di patrizii. [425] Laonde gli stessi Augusti greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo di padre, ma con quel di fratello cominciò a scrivere ai greci imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui è avere scritto Teofane [Theoph., in Chronogr.] che ora solamente in Francorum potestatem Roma cessit, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio, son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora imperadore. Una donna, cioè Irene, comandava le feste, e si intitolava imperadrice de' Romani. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese. Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non più usasse l'inferior titolo di patrizio, ed assumesse il nobilissimo ed indipendente d'imperadore, con cui veniva [426] parimente ad acquistare una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne' libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de' suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.

Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed offensori di papa Leone [Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.]. Furono costoro di nuovo esaminati, e secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla presenza del nuovo imperadore, [427] quella eziandio vi fu che già vedemmo agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua diocesi dall'altro. L'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.] pubblicò un decreto d'esso Carlo Magno dato quarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri, ec. È piena di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioè Karolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum. E se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali, ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. Quivi Ariberto vescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra di Andrea vescovo di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo seco due monaci spediti dal patriarca di quella città [Eginhardus, in Annal. Franc.], i quali benedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum vexillo detulerunt al medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani pontefici inviato ai re Franchi le chiavi del sepolcro di san Pietro e il vessillo non è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto vedere a' suoi tempi tante storie [428] pubblicate dipoi, si servì qui d'una pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re allora anche della Persia. Eginardo [Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.] attesta che questo califfo si pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra città di Gerusalemme. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a dire: Quum legati ejus (Caroli), quos cum donariis ad sacratissimum Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat, ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit. Il poeta sassone [Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.] conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:

Adscribique locum sanctum Hierosolymorum
Concessit propriae Caroli semper ditioni.

E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme, odansi gli Annali [Annales, Loisel. ad ann. 800.]: Zacharias cum duobus monacis de Oriente reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit. Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt. Altrettanto si legge nella vita [429] di Carlo Magno d'autore incerto [Anonymus, in Vit. Caroli Magni.], e in quella del monaco Engolismense [Monach. Engolism.], negli Annali bertiniani [Annales Bertiniani.], di Metz [Annales Metenses.], ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare il vessillo. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze: tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori, perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria. Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] apparisce essere stato in questo anno duca, cioè governatore in Lucca Wicheramo, ma senza sapersi se la sua autorità si stendesse sopra le altre città della Toscana.


   
Anno di Cristo DCCCI. Indizione IX.
Leone III papa 7.
Carlo Magno imper. 2.
Pippino re d'Italia 21.

Dappoichè Carlo imperadore ebbe dato buon sesto al governo e agli affari di Roma, del papa e di tutta l'Italia, e non solamente a quei del pubblico, ma anche a quei degli ecclesiastici e de' privati, con trattenersi apposta per tutto il verno in Roma, dove sappiamo ch'egli fece fabbricare (è incerto il tempo) un magnifico palazzo per la sua persona, ed anche fece dei ricchi presenti alla chiesa di s. Pietro e alle altre di Roma; e dopo aver quivi celebrata [430] la santa Pasqua, si mise in viaggio per tornarsene in Francia. Nello stesso tempo [Eginhard., in Annal. Franc.] anche in quest'anno ordinò a Pippino re d'Italia suo figliuolo di portar la guerra nel ducato beneventano contra di Grimoaldo: del che fra poco ragioneremo. Venne l'Augusto Carlo a Spoleti, e quivi si trovava l'ultimo dì d'aprile, quando si fece sentire una terribile scossa di tremuoto, che rovinò molte città di Italia, e fece cadere la maggior parte del tetto della basilica di san Paolo fuori di Roma. Da Spoleti passò egli a Ravenna, dove si fermò per alquanti giorni, e di là portossi a Pavia. Stando quivi applicato, secondo il suo costume, a stabilire il buon governo de' popoli, e a recidere gli abusi introdotti, formò e pubblicò alcuni capitolari, o vogliam dire leggi, che servissero da lì innanzi al regno d'Italia, come giunte al Codice delle leggi longobardiche. Leggonsi queste in esso Codice e presso il Baluzio. Alcune poche di più ne ho io [Rer. Italic., Part. II, tom. I.] dato, ed insieme la prefazione alle medesime, dove egli s'intitola: Carolus divino nutu coronatus, Romanorum regens imperium, serenissimus Augustus, omnibus ducibus, comitibus, castaldis, seu cunctis reipublicae per provinciam Italiae a nostra mansuetudine praepositis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCI, Indictione IX, anno vero regni nostri in Francia XXXIII, in Italia XXVIII, consulatus autem nostri primo. Dal che e da altri esempii si vede che cominciò allora ad usarsi con frequenza l'era nostra volgare. Fece egli anche menzione dell'anno primo del consolato, per imitar gl'imperadori greci, che gran tempo ritennero il rito di annoverar gli anni del perpetuo lor consolato. Uso era allora che nei casi particolari, a' quali non avessero provveduto le leggi longobardiche, si ricorreva al re per intenderne la sua mente e volontà. Erano perciò restate indecise molte cause in addietro: motivo per conseguente [431] al saggio imperadore di provvedere per l'avvenire colla giunta di nuove leggi, ut necessaria quae legi defuerant, supplerentur, et in rebus dubiis non quorumlibet Judicum arbitrio, sed nostrae regiae auctoritatis sententia praevaleret. Stando in Pavia, ricevette l'Augusto Carlo l'avviso che i legati di Aronne re di Persia, a lui indirizzati, erano giunti a Pisa, e fra gli altri donativi veniva ancora un elefante, cosa troppo forestiera in Occidente. Diede loro dipoi udienza fra Vercelli ed Ivrea; e solennizzata in quest'ultima città la festa di s. Giovanni Battista, passò dipoi in Francia. Erano già due anni che Lodovico re d'Aquitania stringeva con forte assedio o blocco la città di Barcellona, perchè Zaddo saraceno, dopo aver fatto negli anni addietro omaggio di quella città a Carlo Magno, allorchè Lodovico entrò coll'armi in Catalogna, si scoprì mancator di parola, e non fedele, anzi nemico. La fame era a dismisura cresciuta nella città, e venuti meno i più dei difensori. Però disperato Zaddo, perchè niun soccorso gli veniva da Cordova, si appigliò al partito d'andare egli stesso a cercar soccorso dagli altri Mori di Spagna. Ma uscito di notte non potè sì cautamente passare pel campo de' Francesi, che non fosse scoperto e preso, e condotto al re Lodovico. Fu con più vigore da lì innanzi continuato l'assedio, tantochè fu astretta quella nobil città alla resa, e vi entrò trionfante il re Lodovico. Truovasi descritta questa gloriosa impresa diffusamente dall'autore anonimo della vita di Lodovico Pio [Vit. Ludovici Pii, tom. 2 Rer. Franc.], e similmente da Ermoldo Nigello [Ermold., lib. I Carm. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], autore contemporaneo, nel suo poema da me dato alla luce. Se crediamo al primo, il saraceno Zaddo si partì da Barcellona per andare a trovare il re Lodovico a Narbona, ed implorare la di lui misericordia. Sembra ben più probabile, come [432] ha il suddetto Ermoldo, ch'egli andasse a cercar soccorsi dal sultano di Cordova; perchè se avesse pensato di rendersi ai Franchi, facile gli sarebbe riuscito di ottenere un passaporto. Scorgesi in altri punti di storia e di cronologia difettoso il suddetto Anonimo. In Italia ancora fu posto l'assedio alla città di Rieti dall'esercito franzese, e combattuta con tal vigore, che venne in potere del re Pippino [Eginhard., in Annal.], insieme con tutte le castella da essa dipendenti. La misera città data fu barbaramente alle fiamme, e Rosulmo governator d'essa incatenato, inviato in Francia all'imperadore. Ma negli Annali di Metz, di s. Bertino e in altri, in vece di Rieti, sta scritto Theate, cioè la città di Chieti, a cui toccò questa sciagura. In fatti è scorretto nell'edizion del Du-Chesne il testo d'Eginardo. Rieti era città del ducato di Spoleti, nè alcuno scrive ch'essa si fosse ribellata per darsi a Grimoaldo duca di Benevento. Oltre a ciò, abbiamo da Erchemperto [Erchempert., Hist. Princip. Langobard. P. I, tom. 2, Rer. Ital.], che continuando la guerra fra il re Pippino e Grimoaldo, tellures Theatensium et urbes a dominio Beneventanorum subtractae sunt usque in praesens. Nel medesimo giorno furono dipoi presentati a Carlo Magno il saraceno Zaddo, già padrone di Barcellona, e Roselmo, governatore di Chieti, ed amendue mandati in esilio.

Al presente anno appartiene un giudicato in favore dell'insigne monistero di Farfa, di cui è fatta menzione nelle memorie da me pubblicate [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.]. Trovavasi il re Pippino in un luogo appellato Cancello, spettante al ducato di Spoleti, Anno Karoli et Pippini XXVII, et XXI, mense augusto. Fatto ricorso a lui per aver giustizia, Ebroardo conte del palazzo, d'ordine suo decise la controversia, risedendo con lui Adelmo vescovo. Da un'altra carta d'essa badia di Farfa, scritta sub die XI mensis maii, Indict. IX., anno Deo [433] propitio domni Karoli et filii ejus Pippini XXVII et XX, in diebus illis, quando domnus Karolus ad imperium coronatus, apparisce che nel ducato di Spoleti veniva esercitata giurisdizione per Halabolt abbatem et missum domni Pippini regis. Dalla Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2, Rer. Ital.] parimente si vede che Mancione abbate ed altri messi erano stati inviati dal re Pippino per giudicare eziandio di una lite vertente fra i monaci di Farfa e Guinigiso duca di Spoleti. Tenuto fu il placito nella stessa città di Spoleti, e sentenziato contra del duca in favore del monistero. Pertanto comincia qui ad apparire il grado di conte del palazzo o pure del sacro palazzo in Italia, grado sommamente riguardevole, perchè a lui devolvevano in ultima istanza e nelle appellazioni le cause difficili del regno tutto d'Italia; ed allorchè egli si trovava per le città e provincie del regno italico, godeva l'autorità di giudicar anche de' conti, marchesi e duchi. Non ho io saputo scoprire in Italia un conte del palazzo più antico di questo Ebroardo [Antiquit. Ital., Dissert. 7 de Comit. Palat.], a riserva di Echerigo conte del palazzo, che si truova mentovato in una pergamena di Pistoia [Antiquit. Ital., Dissert. 70, de Cleri immunitate.] da me altrove rapportata, dove è citata, Reclamatio tempore domni Pippini regis facta ad Paulinum (patriarca d'Aquileja) Arnonem (arcivescovo di Salzburg) Fardulfum abbatem (di s. Dionisio di Parigi) et Echerigum comitem palatii, vel reliquos loco eorum, qui tunc hic in Italia missi fuerunt, etc. Essendo, siccome diremo, mancato di vita s. Paolino patriarca nell'anno seguente, s'intende che questo Echerigo dovette esercitar la carica di conte del palazzo, prima che venisse Ebroardo. Dei messi spediti o dai re o dagli imperadori a far giustizia pel regno d'Italia parleremo più abbasso. Intanto da questi placiti e giudicati abbiamo una chiara pruova che il sovrano di Spoleti e del [434] suo ducato erano allora Pippino re di Italia e Carlo Magno imperadore suo padre; e non apparisce che in quelle parti esercitasse giurisdizione alcuna, neppure subordinata, il romano pontefice. Quel solo che merita osservazione si è, che nella maggior parte delle carte farfensi scritte in questi tempi si veggono segnati gli anni di Carlo imperadore e di Pippino re, colla giunta talvolta degli anni del duca di Spoleti. In altre poi s'incontrano i nomi di Carlo e di papa Leone. Ma chi potesse vedere interi quegli atti, troverebbe essere le prime formate dai notai nel ducato di Spoleti, e le seconde in Viterbo, e in altri luoghi del ducato romano sottoposti al pontefice. E perciocchè anche negli strumenti dello stesso ducato romano si mirano segnati prima gli anni di Carlo imperadore, come appunto uno farfense scritto in questo anno si vede segnato: Regnante domno nostro piissimo perpetuo, et a Deo coronato Karolo Magno imperatore, anno imperii ejus primo, seu et domno nostro Leone summo pontifice, et universali papa anno VI, mense junio, Indictione IX; questo ancora concorre a farci intendere chi fosse il sovrano di Roma in que' tempi. Praticavasi lo stesso dai duchi di Spoleti; nè si può mettere in dubbio che la sovranità su quel ducato non fosse allora annessa ai re d'Italia. Riferiscono i padri Cointe [Cointe, in Annal. Eccl.] e Pagi [Pagius, Critic. Baron.] al presente anno la vittoria riportata da papa Leone e da Carlo Magno presso la città d'Ansidonia nella Toscana occupata dagl'infedeli, essendo loro miracolosamente riuscito di sconfiggere que' Barbari, con distruggere poi quella città, situata verso Orbitello. Prestò fede a questo racconto anche il padre Beretti [Beretta, Chronogr., tom. 10 Rer. Ital.] nella corografia de' secoli bassi. L'Ughelli, con pubblicare il diploma dato da esso papa ed imperadore, quegli fu che dopo il Volterrano c'insegnò questa notizia. Ma è da stupire [435] come uomini dotti e sperti nella critica non abbiano conosciuto che quel documento da capo a piedi è un'impostura, nè merita d'aver luogo nelle purgate istorie. Però, anche senza addurre il non dirsi parola di questa battaglia e vittoria e tanto più di vittoria miracolosa, dagli storici contemporanei, narranti tante altre minuzie dei fatti di Carlo Magno, basta leggere quel diploma per rigettarne subito il racconto. In questi tempi, per attestato di Giovanni Diacono [Johann. Diac., in Vita Episcopor. Neapol., Part. II, tom. 2 Rer. Ital.], era console, ossia duca di Napoli, Teofilatto, marito di Euprassia, figliuola del precedente duca e vescovo di Napoli Stefano.


   
Anno di Cristo DCCCII. Indiz. X.
Leone III papa 8.
Carlo Magno imperad. 5.
Pippino re d'Italia 22.

Continuava l'imperadrice Irene nel governo dell'imperio orientale, ma con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio. Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per suo ambasciatore Leone spatario [Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.], con ordine di stabilir pace fra i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito l'ambasciatore, anche l'Augusto [436] Carlo inviò a Costantinopoli i suoi legati, cioè Jesse vescovo d'Amiens, ed Elingaudo conte, per trattare con essa imperadrice. Teofane [Teoph., in Chronogr.] scrive che v'andarono anche gli apocrisarii di papa Leone. Dal medesimo storico e da Zonara [Zonar., in Annalib.] viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunato Niceforo patrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni. Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, e [437] poterono ottenere udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.

Continuava intanto la guerra fra il re Pippino e Grimoaldo duca di Benevento. Racconta Erchemperto [Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.] che fra questi due principi, siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccome Arigiso duca, padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:

Liber et ingenuus sum natus utroque parente;
Semper ero liber, credo, tuente Deo.

A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva, di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città d'Ortona nell'Abruzzo [Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.]. Con lungo assedio ancora forzò la città di Lucera o Nocera in Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione francese, con darne la guardia a Guinigiso duca di Spoleti. Grimoaldo, che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani. [438] Era stato eletto vescovo di Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia) Cristoforo, uomo greco, col favore di Giovanni doge di Venezia, e per raccomandazione di Niceforo imperadore. Ma essendo in discordia i tribuni di Venezia col doge, scrissero a Giovanni patriarca di Grado, pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle furie il doge Giovanni, che preso seco Maurizio doge suo figliuolo, con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico [Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.] e Pietro Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca, perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro iniquità. Rapporta il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.] una lettera scritta da s. Paolino patriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne, De sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum, sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis sententiae ultio, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di Lambecio [Lambecius, in Annal. Franc.] e di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.] e di Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.], e per confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel dì 11 di [439] gennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere, dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.


   
Anno di Cristo DCCCIII. Indizione XI.
Leone III papa 9.
Carlo Magno imperadore 4.
Pippino re d'Italia 23.

Spediti da Niceforo imperadore dei Greci tornarono quest'anno in Italia e in Francia gli ambasciatori di Carlo Magno, conducendo seco quei di Niceforo [Annales Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.], cioè Michele vescovo, Pietro abate [440] e Callisto candidato. Si presentarono questi a Carlo, che dimorava allora nella regal villa di Salz in Franconia, e con esso lui conchiusero un trattato di pace; dopo di che per la via di Roma se ne tornarono a Costantinopoli. Le condizioni di questa pace non le scrivono gli storici; tuttavia si apporrà al vero chi crederà conchiuso fra loro un accordo coll'uti possidetis. Con che venne Niceforo ad assicurarsi nel dominio della Sicilia e delle città che già restavano nella Calabria, e ne' suoi diritti sopra Napoli, Gaeta ed Amalfi; e all'incontro Roma col ducato romano, e tutto il regno de' Longobardi, ossia d'Italia, restarono sottoposti alla signoria di Carlo Magno con gli altri regni o da lui acquistati, o già dipendenti dalla corona di Francia. Per conto della città di Venezia, e dell'altre marittime della Dalmazia, è da ascoltare Andrea Dandolo [Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.], che così scrive: In hoc foedere (tra Carlo Magno e Niceforo) seu decreto nominatim firmatum est, quod Venetiae urbes et maritimae civitates Dalmatiae, quae in devotione imperii (cioè del greco) illibatae perstiterant, ab imperio occidentali nequaquam debeant molestari, invadi, nec minorari; et quod Veneti possessionibus, libertatibus et immunitatibus quas soliti sunt habere in italico regno, libere perfruantur. In fatti è fuor di disputa che la città di Venezia colle isole adiacenti restò esclusa dal regno d'Italia, nè Carlo Magno nè Pippino suo figliuolo v'ebbero dominio. Sappiamo inoltre da Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] ch'esso Carlo Augusto abbracciò sotto la sua signoria Histriam quoque et Liburniam atque Dalmatiam, exceptis maritimis civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus, constantinopolitanum imperatorem habere permisit. Era prigionere Guinigiso duca di Spoleti, siccome dicemmo. Grimoaldo duca di Benevento, che cercava tutte le vie di placare il re Pippino, rimise quest'anno [441] con tutto garbo in libertà esso Guinigiso; e di ciò fanno memoria gli Annali de' Franchi. Intanto era stato eletto patriarca di Grado Fortunato da Trieste, parente dell'ucciso patriarca Giovanni. Rapporta il Dandolo la bolla di papa Leone, che oltre all'approvare la di lui elezione, gli manda ancora il pallio. Essa bolla è data XII. kal. aprilis per manus Eustachii primicerii sanctae sedis apostolicae. Imperante domno nostro Carolo, piissimo perpetuo Augusto, a Deo coronato, magno et pacifico imperadore anno III, Indictione XI, e per conseguente in quest'anno. La data è appunto a tenore del formolario usato sotto gl'imperadori greci. Poco nondimeno stette fermo nella sua sede questo patriarca. Perciocchè non potendo digerire l'iniquità commessa contra del suo predecessore e parente cominciò a tramare con alcuni de' principali Veneziani una congiura contra dei dogi di Venezia. Ma questa scoperta, temendo egli della vita, se ne fuggì da Grado, e ricoverossi sotto la protezione di Carlo Magno, con andare a trovarlo alla villa di Salz, ossia di Sala, e portargli, fra gli altri regali, alcune insigni reliquie di santi. Negli Annali di Metz [Annal. Franc. Metenses.] si legge: Venit quoque Fortunatus patriarcha de Graecis afferens secum super cetera dona duas portas eburneas, mirifico opere sculptas. Egli è detto patriarca vegnente dai Greci, non per altro, se non perchè Grado era tuttavia sotto la giurisdizione de' Greci. Complici della congiura suddetta erano Obelerio tribuno di Malamocco, Felice tribuno, Demetrio, ed altri nobili Veneziani, i quali vedendo svelato il lor disegno, presero la fuga, e si ritirano a Trivigi, città del regno di Italia, come in luogo di sicurezza. Ottenne il suddetto patriarca Fortunato da Carlo Magno un privilegio, che si legge presso il Dandolo, e vien anche rapportato dall'Ughelli [Ughellus, Ital. Sacr., tom. 8.]: la sua data è idus augusti in sacro palatio nostro anno XXXIII [442] regni nostri in Francia, XXVIII in Italia, et imperii III, cioè nell'anno presente. In vece di sacro il padre Cointe giudiziosamente conghietturò che ivi fosse scritto in Salz palatio nostro. In esso diploma vien ricevuto da Carlo Magno sotto la sua protezione Fortunatus gradensis patriarcha, sedis sancti Marci Evangelistae, et sancti Ermacorae episcopus; e inoltre tutti i suoi servi e coloni, qui in terris suis commanent in Istria, Romandiola seu in Longobardia. Ecco come quella parte dell'Emilia e Flaminia, che formava l'esarcato di Ravenna, cominciò ad appellarsi Romandiola. Vedemmo di sopra ordinato da Carlo Magno, o pur da Pippino fra le leggi longobardiche [Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 123.], de fugacibus, qui in partibus Beneventi et Spoleti, seu Romaniae, vel Pentapoli confugium faciunt, ut reddantur. Dal nome di Romania e di Romandiola si formarono i nomi volgari Romagna e Romagnola. Eruditamente osservò il padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin., ad ann. 799.], che trovandosi in questi tempi abate del monistero Mediano, ossia di Moyens Moutiers nella provincia del Berry in Francia un Fortunato vescovo, questi sia stato Fortunato patriarca di Grado ricorso alla protezione di Carlo Magno, che dovette provvederlo di quel benefizio per suo sostentamento. E tanto più, perchè vedremo che papa Leone in iscrivendo a Carlo Magno la lettera undecima, e parlando del medesimo patriarca Fortunato, dice: Neque de partibus Franciae, ubi eum beneficiastis. Solamente non sussiste che di quel monistero fosse egli eletto abate nell'anno 799, come sospettò il suddetto padre Mabillone, perchè Fortunato solamente passò in Francia nell'anno presente.

Secondo il poeta sassone [Poetae Saxonis, Annal. Franc.], questo fu l'anno in cui, dopo sì lunghe rivoluzioni e guerre, fu data la pace alla Sassonia. Altri Annali ne parlano all'anno seguente. Concorsero assaissimi della [443] nobiltà sassone alla villa di Salz, dove soggiornava l'Augusto Carlo, e quivi a lui tutti si sottomisero, con promessa di abbandonare affatto il paganesimo e di abbracciare la santa religione di Cristo. Niun tributo impose loro l'imperadore, ma solamente l'obbligo di pagar le decime per alimento del clero, e di ubbidire ai conti, ossia ai giudici e messi, ch'egli invierebbe al loro governo, vivendo nulladimeno colle proprie leggi. Abbiamo ancora dagli Annali di Metz, che venuto Carlo Magno a Ratisbona, colà se gli presentò Zodane, uno de' principi della Pannonia nominato di sopra, e si sottomise al di lui imperio: il che servì d'esempio ad altri Unni della Pannonia e ad alcuni Schiavoni per fare lo stesso. Si sa che Carlo anche in questo anno spedì l'esercito suo nella Pannonia, e che vi dovette far delle nuove conquiste colla desolazione di tutte quelle contrade. Dopo avere Anselmo abate del monistero di Nonantola nel territorio di Modena tenuto quel governo per lo spazio di cinquanta anni, (come s'ha dalla sua vita scritta da un monaco che sembra vicino a que' tempi, e pubblicata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episc. Mutin.] e del Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin.]), terminò in quest'anno la carriera delle sue gloriose fatiche con odore di santità, e per santo appunto è tuttavia venerato nella diocesi di Nonantola. Fondò egli oltre a questo altri monisteri, dimodochè sotto di lui si contavano MCXLIV monachi, exceptis parvulis et pulsantibus, qui non constringebantur ad regulam, cioè non computati nel suddetto numero de' monaci i fanciulli che si allevavano nelle lettere e nella pietà in esso monistero, siccome neppure i novizzi, chiamati pulsantes o dall'esame che lor si faceva a guisa dei medici toccanti il polso, o pure dal pregare che essi faceano per venire ammessi all'abito e alla professione monastica. Fu il monistero di Nonantola uno dei più insigni e ricchi d'Italia, di [444] maniera che crebbe a poco a poco una nobil terra appresso il monistero che dura anche oggidì. Ebbero gli abati giurisdizion temporale e spirituale sopra varie ville. Cessò la temporale, ma si conserva tuttavia la spirituale, godendo quel monistero la sua particolar diocesi e copiose rendite. Gregorio monaco, che scrisse l'anno 1092 la Cronica del monistero di Farfa, da me data alla luce [Chronic. Farfense, Rer. Italic., P. II, tom. 2.], ci avvertì essere salito in tanto credito esso nobilissimo monistero di Farfa sì nello spirituale che nel temporale, ut in toto regno (d'Italia) non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae. Tali parole copiò questo monaco da Ugo abate farfense, che visse nel precedente secolo, e scrisse de destructione monasterii farfensis. Questo opuscolo l'ho io pubblicato [Antiquitat. Italic., Dissert. LXXII.] dipoi. Ma le troppe ricchezze, siccome vedremo, fecero guerra allo stesso monistero nonantolano, laonde, a guisa di tanti altri fu ingoiato dagli antichi cacciatori di benefizii ecclesiastici o secolari: costume o abuso, cominciato anche prima di questo secolo in Francia, e solamente in questo introdotto in Italia. Oggidì è abate commendatario d'essa badia nonantolana l'eminentissimo cardinale Alessandro Albani, e la chiesa è uffiziata da alquanti monaci cisterciensi, sustituiti ai benedettini neri, che da gran tempo prima aveano cessato di abitarvi. A santo Anselmo succedette Pietro abate, personaggio anch'esso riguardevole, di cui parleremo altrove.


   
Anno di Cristo DCCCIV. Indizione XII.
Leone III papa 10.
Carlo Magno imperadore 5.
Pippino re d'Italia 24.

Fece gran rumore quest'anno in Italia la scoperta succeduta nella città di Mantova di una spugna inzuppata, come corse la fama, nel sangue del Signor nostro Gesù Cristo, portata colà da Longino. [445] In que' secoli d'ignoranza poco ci voleva a spacciare e far credere somiglianti racconti. Lo straordinario concorso dei popoli e l'universale bisbiglio per questa novità giunse all'orecchie di Carlo Magno, e mosso da giusta curiosità ne scrisse tosto a papa Leone III, pregandolo di esaminar la verità del fatto, che non s'accorda cogl'insegnamenti della scolastica teologia. Il papa, o perchè avesse voglia di passare in Francia, o gli venisse fatta gran premura per questo affare [Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani.], sen venne a Mantova, senza che apparisca qual decreto egli proferisse intorno a questo preteso sangue del Signore; e prevalendosi della buona occasione, fece sapere a Carlo Magno il desiderio suo di trovarsi con lui, per solennizzare insieme la festa del santo Natale. Gli scrittori mantovani coll'Ughelli [Ughell., in Ital. Sacr., tom. 1 in Episc. Mantuan.] asseriscono che fino a questi tempi la città di Mantova non avea goduta la dignità del vescovato, e che il primo quivi ordinato dal suddetto pontefice fu Gregorio di patria romano. In fatti non s'è scoperto finora vescovo di Mantova più antico di questo; ma con rimaner sempre un motivo di stupore, come una sì illustre città cominciasse così tardi ad aver questo decoro, e senza sapersi chi dianzi la governasse nello spirituale. Avvertito Carlo imperadore della venuta del papa, gli mandò incontro fino a san Maurizio il principe Carlo suo primogenito, ed egli l'aspettò nella città di Rems, di là poscia il condusse a Soissons, e finalmente ad Aquisgrana, dove passarono le feste di Natale in divozione ed allegria. Dopo otto giorni di permanenza nella corte di quel monarca, sul principio del gennaio dell'anno seguente se ne tornò il pontefice per la Baviera a Roma, seco portando varii regali a lui fatti da Carlo Magno, il quale fece anche accompagnarlo da alcuni suoi baroni fino a Ravenna. [446] Aveva in quest'anno l'Augusto Carlo spedito i suoi eserciti nella Sassonia, perchè vi restavano spezialmente di là dall'Elba alcuni popoli ostinati nell'idolatria, che pervertivano anche i nuovi convertiti de' Sassoni [Annales Franc. Moissiacens. Annales Franc. Loiselian.]. Fece egli prendere tutti costoro colle lor famiglie (Eginardo scrive che furono diecimila persone), e li distribuì in varie contrade de' suoi regni. Trovandosi poi egli in un luogo appellato Holdunstetin, vennero ad inchinarlo alcuni principi della Schiavonia, che erano in disparere fra loro. Egli, dopo essersi servito della sua sapienza ed autorità per comporre le lor differenze, diede ad essi per re Trasicone, che s'era presentato a lui con molti regali. Era in questi tempi re della Danimarca Gotifredo. Desiderava egli di abboccarsi con Carlo Magno, non si sa se per attestare il suo ossequio a sì potente e temuto monarca, oppure per qualche controversia fra loro. Venne colla sua flotta e con tutta la sua cavalleria sino a Slevich, cioè ai confini del suo regno e della Sassonia, e fece intendere a Carlo la sua venuta; ma i suoi baroni non gli permisero di andar più innanzi. Siccome al precedente anno dicemmo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], erano fuggiti per paura dei dogi molti nobili veneziani a Trivigi. Quivi stando e tenendo segrete intelligenze con gli altri nobili rimasti in Venezia, per loro consiglio elessero doge Obelerio tribuno. Il che inteso dai due indegni dogi, cioè da Giovanni e da Maurizio suo figliuolo, che dovettero anche avvedersi della poca sicurezza del loro soggiorno, spaventati presero la fuga. Giovanni si ritirò a Mantova, Maurizio se ne andò in Francia, per implorar la protezione di Carlo Magno. E tentarono ben essi più volte di ritornare alla patria, ma sempre rigettati, finirono i loro giorni in esilio. All'incontro Obelerio fu con gran festa accolto [447] dal popolo, e intronizzato in Malamocco, dove allora dovea esser la principal residenza di que' dogi. Egli da lì a non molto ottenne dal popolo, che Beato suo fratello fosse anch'egli assunto alla dignità di doge, e dichiarato suo collega. Per paura d'esso Obelerio, Cristoforo vescovo d'Olivola, siccome parente dei dogi scacciati, uscì di Venezia, e in suo luogo fu eletto vescovo Giovanni diacono. Rapporta l'Ughelli all'anno seguente, ma dovea piuttosto dire al presente, un diploma di Carlo Magno, dato in favore dell'antico monistero di santa Maria, situato fuori di Verona presso la porta appellata dell'Organo, anche oggidì esistente, ed inchiuso nella città. La data sua, che esso Ughelli mise fuor di sito, è questa: Imperante domno Carolo Magno imperat. anno IV, de mense novembris, Indictione XIII. Osservò il padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedictin. ad ann. 804.], che l'indizione XIII non conviene all'anno presente, ma bensì al seguente, e che questo diploma non sa dello stile della cancelleria di Carlo Magno, e convenir esso piuttosto a Carlo Crasso ossia il Grosso, imperadore. Allorchè io visitai per opera del chiarissimo marchese Scipione Maffei le pergamene dello archivio del suddetto monistero veronese, trascurai di esaminare l'originale o la copia antica di questo privilegio, in cui son corsi varii errori per negligenza dell'Ughelli. Per altro non sussiste già che l'indizione XIII sia qui scorretta. Cominciò essa nel settembre dell'anno presente, e però era in corso nel novembre; e durava similmente allora tuttavia l'anno IV dell'impero di Carlo Magno. Tali note cronologiche non possono già accordarsi con gli anni di Carlo Crasso Augusto. Del resto, se questo sia documento autentico e sicuro, ne potrà render miglior conto chi avrà sotto gli occhi quella cartapecora.

[448]


   
Anno di Cristo DCCCV. Indizione XIII.
Leone III papa 11.
Carlo Magno imperadore 6.
Pippino re d'Italia 25.

Le imprese di Carlo imperadore nel presente anno furono le seguenti [Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.]. Venne a trovarlo il Cacano, ossia Capcano, cioè il principe primario degli Unni abitanti nella Pannonia, e già divenuti sudditi e tributarii d'esso Augusto. Chiamavasi Teodoro, e professava la religione di Cristo. Dopo avergli rappresentato che per le violente incursioni de' vicini Schiavoni non potea più col suo popolo fermarsi nelle antiche sue contrade, il pregò di permettergli che venisse ad abitare fra Sabaria e Carnunto. Credono gli eruditi che queste due città fossero nel tratto del paese posto fra Vienna e Presburgo, e il fiume Rab. Ottenne Teodoro quanto dimandava, e licenziato con varii doni a lui fatti dall'imperadore, se ne tornò ai suoi, ma con sopravvivere poco tempo dipoi. Il suo successore inviò ambasciatori al medesimo Augusto per l'approvazione della dignità a lui conferita; e Carlo gli concedette autorità e giurisdizione sopra tutta la nazione degli Unni della Pannonia, come era in uso ne' vecchii tempi. Ma Carlo Magno, nelle cui vene bolliva la febbre dei conquistatori, i quali non mai sazii di dilatare in confini, mentre fanno un acquisto, ne van meditando un altro, rivolse in quest'anno le sue mire alla Boemia. Era quel paese allora abitato dagli Sclavi o Slavi, o vogliam dire Schiavoni: e di qui è poi venuto che que' popoli tuttavia usano la lingua schiavona. In più parti confinava con loro il dominio di Carlo Magno, cioè per la Sassonia, per la Baviera, che allora abbracciava l'Austria, e per la Pannonia. Ora nell'anno presente risoluto egli di sottomettere quella nazione, con tre poderosi eserciti da tre [449] parti la fece assalire. Era un d'essi formato di Franchi, condotti dal principe Carlo suo primogenito, il quale poco fa, oppure poco dappoi, avea conseguito il titolo di re dal padre. Il secondo composto di Sassoni e Sclavi, o Slavi Obotriti, secondochè s'ha dagli Annali de' Franchi, era composto di una innumerabil moltitudine di gente. Nel terzo si contavano le milizie di tutta la Baviera. Da questa formidabil oste assaliti i Boemi, non pensarono a far fronte, ma misero tutta la lor difesa nella ritirata sui monti e ne' boschi più folti. Bisogna nondimeno credere succeduta qualche baruffa, perchè vi rimase estinto Lecone duca dei Boemi. Per quaranta giorni le suddette armate scorsero il paese, incendiando e dando il guasto a tutto; e perciocchè venne meno il foraggio ai cavalli e la provianda ai soldati, se ne tornarono in fine ai loro quartieri. Ma gli Annali moissiacensi [Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.] aggiungono che Samela re de' Boemi venne a patti, e promise fedeltà a Carlo Magno, con dargli anche per ostaggi due suoi figliuoli. Essendosi nulladimeno continuata nell'anno seguente la guerra coi Boemi, può dubitarsi della verità di questo racconto. Intanto l'imperadore andava visitando i luoghi del suo regno vicini al mare. Fu a visitarlo Lodovico suo figliuolo re d'Aquitania, mentr'egli si trovava nella villa di Teodone. Vi arrivò anche dall'Italia il re Pippino; e quivi colla grata compagnia di questi suoi due figliuoli solennizzò la festa del santo Natale del Signore. Ci viene poi dicendo Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.], che dappoichè l'Istria, per le capitolazioni seguite fra i due imperii occidentale ed orientale, restò sotto il dominio di Carlo Magno, questi mandò per duca di quella provincia un certo Giovanni. Cominciò costui ad aggravar que' popoli, e i popoli ne portarono le doglianze all'imperadore, il quale non tardò a spedire colà Izone prete, Cadaloo ed Ajone conti, con ordine [450] di esaminar l'affare. Questo Cadaloo altri non può essere che il successore di Erico o Enrico nel governo del ducato del Friuli. E non portando egli se non il titolo di conte, potrebbe a talun parere che la marca del Friuli o trivisana non fosse peranche formata. Ma noi vedremo che i marchesi usavano anche il titolo di conti, perchè come marchesi soprintendevano a tutta la marca, e come conti erano governatori stabiliti di qualche città. Dai suddetti deputati dell'imperadore fu raunata una dieta in Istria, in cui concorsero Fortunato patriarca di Grado, esule dalla sua patria, Teodoro, Leone, Staurazio, Stefano e Lorenzo vescovi di quelle contrade, e cento sessantadue principali cittadini delle città dell'Istria. Chiarito ch'ebbero l'insolito peso imposto dal duca Giovanni, ne esentarono que' popoli, con ordinare che non fossero tenuti a pagare se non marche trecentocinquantaquattro, siccome dianzi faceano alla camera imperiale dei Greci, con ripartire il pagamento secondo la possibilità delle città e castella della provincia. Aggiugne il Dandolo che i Veneziani, per l'odio che portavano ai due dogi fuggiti, ridussero in un mucchio di pietre la città d'Eraclea, da dove quei medesimi dogi aveano tirata la loro origine, senza però dissimulare che la distruzione di quella città vien da altri attribuita a Pippino re d'Italia nella guerra che fra poco racconteremo. Annovera poi egli le nobili famiglie che di là passarono ad abitare in Malamocco, Rialto e Torcello. La rovina di questa città mi fa sovvenire che ne' medesimi tempi Niceforo imperadore de' Greci, a cui quasi tutte le imprese andavano alla traversa, restò maltrattato sì fattamente nella guerra coi Saraceni [Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.], che fu astretto a comperar la pace da loro, con promettere un annuo tributo, e di non riedificare Eraclea, città diversa da quella dei Veneziani.

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Anno di Cristo DCCCVI. Indizione XIV.
Leone III papa 12.
Carlo Magno imperadore 7.
Pippino re d'Italia 26.

Gli anni intanto dell'Augusto Carlo erano cresciuti di molto, e ne cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui fattane [Baron., Annal. Eccl.], che si legge anche presso il Baluzio [Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.] e in altri libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni. Concedette adunque a Lodovico, il minore dei figliuoli, la Linguadoca, la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa, cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia e di Spagna. A Pippino lasciò Italiam, quae et Langobardia dicitur, et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis, etc., et de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium, etc., et inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu curiensi et pago Durgouve. Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il regno d'Italia con quasi tutta la Baviera, provincia allora di grande estensione, e una porzione dell'Alemagna. In questa parte, siccome conghietturò Giovanni Lucio [Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.] si può credere compresa l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole: et quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem respicit. A Carlo suo [452] primogenito lasciò tutto il rimanente della Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione del defunto, e fra l'altre cose si dice: Si vero Karolo et Ludovico viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus, accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum sui regni sortiatur. Se dunque fosse premorto ai fratelli il re Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e di qua dal Po anche la città di Reggio, Cittanuova (allora riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), e Modena col suo territorio sino ai confini di s. Pietro [Antiquit. Ital., Dissert. XXI.]. Che ai tempi di Clemente VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di Ravenna, donato alla santa Sede, le città di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, [453] si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione, persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole: Et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit. Ma non si può già controvertere che almeno il ducato di Spoleti non fosse anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e col ducato della Toscana: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella provincia era già stato costituito con titolo di duca, oppure, siccome vedremo, di marchese, un governator generale e perpetuo. Resta poi scuro ciò che veramente significhi usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che l'altro confine al levante fosse il mare Australe, e che questo si stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri. Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.

Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato di Spoleti, si dee qui avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronica [454] di Farfa [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], sotto quest'anno, vien riferito Romanus dux, come duca di Spoleti. Ma perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducato Guinigiso, e nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetuto Guinichus dux; perciò non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.] ha senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente che nell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio. Ma questo scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe, sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitata in placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium judicum ejus. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], si raccoglie judicatum Romani gloriosi ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV, cioè nell'anno presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io conchiudere, se non che questo Romano fosse duca, non già di Spoleti, ma bensì di Viterbo, cioè governatore di quel castello, divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il titolo di duca ai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel ducato romano. [455] Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il suddetto Guinigiso, senza che più s'incontri memorie del predetto Romano. Se il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.] avesse fatta riflessione che Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato, nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto che nell'anno presente Romano succedette a Guinigiso duca di Spoleti.

Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine dell'anno precedente, o sul principio del presente, Obelerio, chiamato in essi Annali Wilerio, e Beato suo fratello, dogi di Venezia, insieme con Paolo duca di Jadra, e Donato vescovo di quella città, legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia: parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò che Fortunato patriarca di Grado, già fuggito in Francia, ritornò in Istria insieme con Cristoforo d'Olivola, e non attentandosi di andare a Venezia, si fermò in Torcello. [456] Giovanni, usurpatore dal vescovato di Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima [Labbe, Concilior., tom. 7.] di papa Leone III scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in esilio in Francia proter persecutionem Graecorum seu Veneticorum. Fece egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era perchè i regali li faceano parlare.

In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuolo Carlo con un'armata [Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal. Francor., Moissiacens.] contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume Elba. In questa spedizione Miliduco, capitano e duca di quella nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città: laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi, Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno alcuno. Il re Lodovico anch'egli fece una spedizion militare contra de' Mori spagnuoli [457] in Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di Benevento, perchè venne a morte Grimoaldo principe, ossia duca di quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino [Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.] anch'egli consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano [Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Ivi si dice che egli era della stirpe de' Longobardi, e riportò vittoria de' Greci. Si aggiugne dipoi:

PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGAS
SALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM.
SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNA
NON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.

Perchè questo principe mancò di vita [Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.] senza lasciar dopo di sè prole maschile, fu eletto per suo successore un altro Grimoaldo già suo tesoriere, cognominato Storesaiz. L'Anonimo salernitano ci spiega questa parola, con dire al cap. 29: Defuncto itaque Grimoald, Ildrici filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur, Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus vocilare) in principali dignitate est elevatus. [458] Di costui dice gran bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo la città di Roma, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceano Pavia e Milano, e Lucca nella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città di Trivigi avea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente anche Spoleti godea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i principi di Benevento, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi di Venezia cominciarono a battere moneta, siccome parimente i duchi di Napoli. Di tutto ciò ho io recate le pruove nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.].


   
Anno di Cristo DCCCVII. Indizione XV.
Leone III papa 13.
Carlo Magno imperadore 8.
Pippino re d'Italia 27.

Secondo l'attestato di tutti gli Annali de' Franchi [Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.], vennero in quest'anno a trovar Carlo imperadore in Aquisgrana gli ambasciatori di Abdela re di Persia e califa de' Saraceni, insieme con due monaci, spediti dal patriarca di Gerusalemme. Nel nome di questo re pare ad alcuni che abbiano fallato quegli storici, perchè allora dominava tuttavia in Persia Aronne, sopra da noi memorato. Nulladimeno è da osservare, che morto Aronne, per quanto si crede nell'anno seguente, [459] fu disputato quel regno fra Almanana e Abdela suoi figliuoli, per attestato di Elmacino; e però potrebbe essere che piuttosto in quest'anno fosse mancato di vita Aronne, e che Abdela cercasse l'amicizia di Carlo Magno. Portarono costoro dei sontuosi regali a Carlo, cioè un padiglione col suo atrio di mirabil grandezza e bellezza, tutto di bisso, fino le corde; e dei drappi di seta, odori, unguenti e balsami preziosi. Soprattutto cagionò ammirazione un orologio di ottone mirabilmente lavorato, che coll'acqua misurava il corso di dodici ore, avendo altrettante palle di bronzo che, terminata un'ora, cadevano sopra un sottoposto tamburo con farlo sonare. Eranvi ancora dodici statuette d'uomini a cavallo, che, compiuta cadauna ora, uscivano fuori per dodici finestre, e con tal empito uscivano, che chiudevano altrettante finestre che prima erano aperte. Altri ingegnosi lavori si miravano in quell'orologio, che, siccome cose non più vedute in Occidente, diedero un gran pascolo alla curiosità della gente. Eranvi ancora due candellieri d'ottone di sterminata grandezza ed altezza. Spedì poscia in questo anno l'Augusto Carlo Burcardo suo contestabile con una flotta ed assai brigate di soldati in Corsica, isola già venuta in suo dominio, acciocchè la difendesse dai Mori di Spagna, che negli anni addietro erano più volte sbarcati colà, ed avevano fatto varii saccheggi in quel paese. Tornarono infatti costoro al solito lor giuoco, e prima si provarono di bottinar nella Sardegna, ma i Sardi sì bravamente uscirono alla battaglia, che fama corse d'essere rimasti estinti nel campo circa tremila di quegl'infedeli. Passarono dipoi in Corsica, e con loro venne alle mani Burcardo colla sua flotta. Quivi ancora restarono sconfitti colla perdita di tredici navi, e con lasciarvi molti morti e feriti. Merita qui d'essere registrato un passo della lettera ottava [Labbe, Concilior., tom. 7.] scritta da papa Leone a Carlo Magno, da cui pare [460] che si ricavi, avere esso imperadore donata alla santa Chiesa romana anche la suddetta isola di Corsica; e però vien pregato dal papa di prenderne la difesa. De autem insula Corsica, dice egli, unde et in scriptis et per missos vestros nobis emisistis, in vestrum arbitrium et dispositum committimus, atque in ore posuimus Helmengaudi comitis, ut vestra donatio semper firma et stabilis permaneat, et insidiis inimicorum tuta persistat. Se avesse effetto questa donazione, l'andremo cercando nel proseguimento della storia. Quando poi appartenesse a questi tempi (il che io non so) la lettera suddetta, da essa ancora apprenderemmo che il re Pippino pensava di portarsi a Roma dopo Pasqua; laonde papa Leone si preparava per fargli un degno accoglimento. Il motivo di questo viaggio era per dar fine ad alcuni dissapori insorti fra esso papa e il medesimo re Pippino, probabilmente a cagion della giurisdizione, o dei confini. Ubi (scrive Leone) ambobus placuisset, nobis obviam occurrisset (Pippino); ut quod vos omni modo optatis, cum Dei adjutorio veniat ad perfectionem: idest ut pax et concordia inter nos firma et stabilis constituatur. Protesta poi di non avere alcun mal animo col re Pippino, e provenir la voce della discordia dai seminatori di zizzanie che faceano de' falsi rapporti all'Augusto Carlo e a Pippino suo figliuolo. Duravano tuttavia, forse anche andavano crescendo le dissensioni già insorte nel popolo di Venezia e nelle città marittime della Dalmazia, sì per i maneggi segreti di Fortunato patriarca di Grado, il quale s'era messo in braccio de' Franzesi, come per le minacce o controversie mosse da Pippino re d'Italia, il quale avea tuttodì in mente dei nuovi acquisti. La corte di Costantinopoli, che non trascurava i suoi diritti in quelle parti, spedì colà Niceta patrizio con una armata navale, che si fermò nella città di Venezia. Quivi stando quello stuolo, il greco comandante trattò di tregua col re Pippino, e la conchiuse sino al mese di [461] agosto: dopo di che si restituì a Costantinopoli. Le notizie, che di questi fatti ebbe il Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], sono, che al patriarca Fortunato riuscì in fine di tornarsene alla sua chiesa di Grado dopo aver placato lo sdegno de' suoi compatrioti. Ma giunto che fu in quelle bande Niceta patrizio colla flotta, portando soccorso ai Veneziani, il patriarca di nuovo scappò in Francia per timore de' Greci; laonde Giovanni diacono, che già avea usurpato il vescovato d'Olivola, si fece tosto eleggere patriarca (coll'appoggio del greco ministro, e forse per ordin suo), quasichè quella chiesa fosse restata vacante. Oltre a ciò, Niceta, per maggiormente attaccare all'imperio orientale i dogi di Venezia, allorchè si portò colà, presentò al doge Obelerio la patente di spatario imperiale. Parimente Beato doge, fratello dell'altro, per consiglio dei Veneziani, andò col patrizio Niceta per la seconda volta sino a Costantinopoli, seco menando Cristoforo vescovo d'Olivola, cioè della stessa Venezia, e Felice tribuno, banditi da essa Venezia, perchè pareva che aderissero al partito de' Franchi. Fu ricevuto con molto onore Beato da Niceforo Augusto ed essendo stato onorato col titolo di ipato, ossia di console, se ne ritornò tutto lieto alla patria. Amendue poi questi dogi ottennero dal popolo che Valentino terzo loro fratello fosse anche egli costituito doge. Dalle memorie del monistero farfense si ha [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] che Ardemanno e Gaidualdo missi Karoli imperatoris, et domni regis Pipini, giudicarono nella città di Rieti una causa in favore di que' monaci. Rieti era città del ducato di Spoleti.

[462]


   
Anno di Cristo DCCCVIII. Indizione I.
Leone III papa 14.
Carlo Magno imperadore 9.
Pippino re d'Italia 28.

Servì di esercizio in quest'anno alle milizie di Carlo imperadore la guerra insorta con Gotifredo re di Danimarca [Eginhard., in Annal. Franc.]. Mosse questi le sue armi contra gli Sclavi Obotriti, collegati de' Franchi, e minacciava ancora i confini della Sassonia. Fu dunque spedito contra di lui il principe o re Carlo, primogenito d'esso imperadore, con un forte esercito di Franchi e Sassoni. Venne bensì fatto al suddetto Gotifredo di spignere fuor del paese Trasicone re o duca degli Obotriti, e di espugnar molte castella; ma con pagar caro queste prodezze, perchè vi perdette un suo nipote coi suoi migliori soldati. Il principe Carlo, dopo aver fatto delle scorrerie nel paese nemico, formato ed assicurato con due fortezze un ponte sull'Elba, se ne ritornò indietro coll'armata sana e salva. Essendo intanto stato cacciato dal suo regno Eardulfo re di Nortumbria nella gran Bretagna, venne egli a trovare Carlo Magno, che l'indirizzò a Roma a papa Leone, avendo, come io credo, conosciuto che la di lui disgrazia era proceduta dalla mala intelligenza che passava tra esso re ed Eanbaldo arcivescovo di Jorch, e i vescovi del regno. Si adoperò efficacemente il sommo pontefice perchè Eardulfo fosse rimesso sul trono, avendo spedito apposta colà Adolfo diacono, coi legati di Carlo Augusto. Dalla lettera decima di papa Leone [Labbe, Concilior., tom. 7.] consta che l'imperadore fece non poche doglianze contra di questo diacono, perchè tornando indietro non si lasciò vedere alla sua corte. Seguì parimente in quest'anno una spedizione dell'esercito cristiano in Catalogna contro la città di Tortosa per ordine di Lodovico re d'Aquitania [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], ma [463] con poco successo. E perciocchè aveano negli anni addietro i Normanni cominciato ad infestar colle loro navi armate i litorali della Francia, male che, come vedremo, crebbe di poi in infinito; il saggio imperador Carlo, che ben previde quel che poscia avvenne, cominciò a pensare di buon'ora al rimedio. Sotto nome di Normanni, significante uomini del Nord, cioè del Settentrione, venivano allora i Danesi, gli Svezzesi, e tutti, a mio credere, gli abitanti verso il mar Baltico, e parte probabilmente anche della Russia. Si diedero que' Barbari alla pirateria, scorrendo per mare ora nella Bretagna, ed ora nella Germania e nella Gallia; e trovando gusto in questo infame mestiere, tuttodì andavano aumentando le lor forze, di modo che, essendo pochi sulle prime, arrivarono poi a formar delle flotte formidabili pel concorso di quelle settentrionali nazioni, che tornavano sempre cariche di spoglie e di ricchezze ai lor poveri e freddi paesi. Ora l'imperador Carlo ordinò in quest'anno che per tutti i fiumi della sua monarchia, là dove sboccavano in mare, si fabbricassero e tenessero pronte molte navi, per opporsi, quando occorreva, alle incursioni de' Normanni. Ma le precauzioni di questo saggio Augusto o furono mal eseguite, o non valsero col tempo a reprimere la potenza e il furore di que' nefandi corsari. Benchè non si sappia il tempo preciso, in cui papa Leone scrisse la lettera duodecima [Labbe, Concil., tom. 7.] a Carlo Magno, pure sia lecito a me di farne qui menzione. Leggonsi quivi le seguenti parole: Misit igitur pia Serenitas vestra missos suos, ut justitiam nobis facere debuissent, sed magis damnum fecerunt. Il prega poi d'interrogare di quanto era accaduto i medesimi suoi messi, e Giovanni arcivescovo spedito dal papa, dai quali potrà intendere, quia omnia, quidquid per vestrum pium ac legale judicium, de caussa videlicet palatii ravennatis recollectamus, unde et jussistis, ut nullus quilibet homo in posterum conquassare, [464] aut in judicio promovere praesumeret, tam de vulgaria, quam etiam de mansis, quos per vestrum dispositum Herminus fidelis vester nobis reconsignavit: omnia cum casis, vineis, seu laboribus, atque peculiis abstulerunt, et nihil exinde nobis remansit. Quamobrem quaesumus vestram imperialem clementiam, ut sic de vestra a Deo accepta donatione quam praedicto Dei Apostolo obtulistis peragere jubeatis, quatenus in nulla minuatur parte. Possono farci queste parole maggiormente intendere il sistema dell'esarcato di Ravenna in questi tempi: cioè averne bensì il vecchio Pippino fatta la donazione alla Chiesa romana, ma con ritenerne l'alto dominio. Quivi perciò godevano i sommi pontefici l'utile signoril dominio. Ma o i ministri dell'imperadore, che anche allora si credeano di farsi merito col patrone in procurando per diritto o per traverso di vantaggiare il fisco; o pure i Ravegnani stessi si misero a disputare al papa alcune rendite della camera di Ravenna, pertinenti a lui, cioè la vulgaria, che possiam credere un tributo pagato dal volgo, o pure dai contadini, e molte case e poderi colle lor vigne e bestiami. Fu al tribunale di Carlo Magno dedotta questa lite, e ne uscì solenne decreto in favore del pontefice, con essergliene anche dato il possesso da Ermino ministro dell'imperadore. Furono poi suscitate nuove cabale contra questo decreto e possesso; e Carlo Augusto per le istanze del papa spedì dei messi con autorità ed ordine di fargli giustizia. La bella giustizia, che costoro gli fecero, fu di spogliarlo di nuovo di que' diritti. Però il pontefice Leone di loro si lagna, e prega l'imperadore che non permetta che sia sminuita la donazione fatta a san Pietro.

Certo è poi che all'anno presente appartiene l'epistola settima del medesimo papa Leone, perchè ivi si parla della cacciata del regno di Eardulfo. Fra le altre cose scrive egli a Carlo Magno: Nescimus enim, si vestra fuit demandatio (comandamento, commessione) quod missi vestri, [465] qui venerunt ad justitiam faciendam, detulerunt secum homines plures, et per singulas civitates constituerunt. Quia omnia, secundum quod solebat dux, qui erat a nobis constitutus per distractionem caussarum tollere, et nobis more solito annue tribuere (leggo districtionem caussarum, cioè le pene pecuniarie) ipsi eorum homines peregerunt; et multam collectionem (cioè una colletta di danaro) fecerunt de ipso populo: unde ipsi duces minime possunt suffragium (aiuto di danaro) nobis plenissime praesentare. Coerente a questa lettera è anche la terza del medesimo papa, in cui si duole, perchè gente maligna abbia rappresentato all'imperador Carlo che niun de' messi spediti dall'imperadore dava mai nel genio d'esso papa, e che di tutti il papa sparlava: cosa ch'egli niega affatto, avendo ricevuto col dovuto onore tutti i messi imperiali, e però il prega di non prestar fede a questi iniqui seminatori di zizzanie e calunniatori. Intorno a che è da osservare, che stando sommamente a cuore a Carlo Magno l'esercizio della giustizia fra i popoli, e ben conoscendo egli come facilmente inferociscano i prepotenti, e sieno trasandate ed anche assassinate le cause de' poveri, con gloriosa saviezza ne inventò un efficace rimedio. Cioè introdusse l'uso di spedire per le provincie di tanto in tanto degl'inquisitori, ispettori, o vogliam dire giudici straordinarii, per osservar come era fatta giustizia, per rifare occorrendo il mal fatto, elevare gli abusi e disordini pregiudiziali ai diritti e alla quiete sì del pubblico che de' privati, con far loro protestare d'essere inviati ad singularum hominum caussas audiendas ac deliberandas. Erano questi appellati missi regii, missi dominici, persone nobili, scelte dalla corte, o dal clero, o dai monisteri, credute le più disinteressate, di petto forte, e d'animo incapace d'essere sedotto dalle parzialità, dai riguardi, dai regali: cioè vescovi, abati, diaconi, conti, vassalli e simili. Un solo talvolta, ma per lo più due si mandavano, l'un laico e l'altro ecclesiastico; ed [466] era la loro autorità di tale estensione, che chiamavano al loro tribunale anche i duchi governatori delle provincie, e i conti governatori delle città e gli ecclesiastici. Era tassata un discreta contribuzione pel mantenimento e per i viaggi loro, ripartita sulla provincia. Dappertutto dove si trovavano, teneano placiti particolari, o pur generali, chiamati malli, cioè giudizii, dove dovea intervenire il popolo, affinchè chi reclamava avesse pronti i rei citati a rispondere. Se non erano liti molto scabrose e di lunga ispezione, d'ordinario su due piedi decidevano le controversie, ora stando nel palazzo della città, ora alla campagna sotto degli alberi, ed ora in case private, con dichiarar nondimeno ne' loro giudicati di aver quivi alzato tribunale per data licenzia del padrone d'essa casa. Venivano invitati a questi placiti o giudizii il vescovo, il conte, e vi assistevano sempre varii giudici bene informati delle leggi, che proferivano i lor voti, e molte persone onorate, acciocchè molti fossero informati del fatto e delle ragioni della sentenza. Di tali messi e dei lor malli e placiti ho io più diffusamente trattato nelle Antichità italiche; e volesse Dio che ne durasse l'uso ancora ai nostri tempi! Ora siccome Pippino re d'Italia per ordine del padre inviava di questi messi pel regno italico, e ne abbiam già veduti gli esempli nel ducato di Spoleti dipendente da esso re, così Carlo Magno ne spediva per tutte le provincie della sua monarchia; e dalla suddetta lettera settima di papa Leone abbiam appreso: che se ne mandavano anche per gli stati posseduti e governati dai sommi pontefici: Missi vestri, qui venerunt ad justitiam faciendam. E perciò ne' patti col papa si scorge che Carlo Magno doveva essersi riserbato questo diritto della sovranità. Ma questi messi parve a papa Leone che eccedessero i limiti della loro autorità; mentre non contenti di far la giustizia, levavano via i giudici e ministri del papa, e ve ne mettevano degli altri venuti con loro. [467] Nelle città pontificie si vede che il governatore messovi dal papa portava il nome di duca, ed era suo uffizio di mandare a Roma le multe ossia pene pecuniarie che si ricavavano dalle cause criminali. Ma i messi imperiali se le erano appropriate, con far anche contribuire il popolo: il che ridondava in danno della camera pontificia, e con ragione dispiaceva a papa Leone; sebben egli ne scrive all'imperador con gran riguardo, mostrando di non sapere, se per ordine suo avessero così operato i di lui messi, e con astenersi da ogni ombra di doglianza.


   
Anno di Cristo DCCCIX. Indizione II.
Leone III papa 15.
Carlo Magno imperadore 10.
Pippino re d'Italia 29.

Fece gran rumore in quest'anno la teologica quistione della processione dello Spirito Santo non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo, commossa da un monaco in Gerusalemme. Fu perciò tenuto un concilio in Aquisgrana, e rimessane la decisione al romano pontefice, che faticò non poco per questo affare, nè volle permettere che il Filioque si aggiugnesse al simbolo della Fede per non irritare i Greci, non aderenti alla sentenza della Chiesa latina. Intorno a ciò son da vedere il cardinal Baronio, Natale Alessandro, il Pagi ed altri. Durò ancora in quest'anno la guerra con Gotifredo re di Danimarca, il quale mostrò ben di voler placare Carlo Magno, e fece istanza per un abboccamento fra i suoi ministri e quei dell'imperadore, ma si sciolse in fumo tutto quel negoziato. Però continuarono le azioni militari in quelle parti. Trasicone duca degli Sclavi Obotriti ricuperò il suo paese, ma restò poi ucciso per frode degli uomini di Gotifredo. Carlo Magno allora determinò di mettere un po' di briglia alla tracotanza di costui, e prese ben le sue misure [Annal. Francor. Loiseliani.]; piantò nel marzo dell'anno seguente una [468] città di là dal fiume Elba in un luogo appellato Essesfeld, e la fortificò. Per quel che riguarda l'Italia, noi abbiamo da varii Annali de' Franchi [Annal. Francor. Bertiniani. Annales Francor. Metenses.] che in quest'anno (il Cronista loiseliano ne parla all'anno precedente) spedita da Costantinopoli un'armata navale sotto il comando di Paolo, venne prima nella Dalmazia, e poscia alla città di Venezia, dove svernò. Ora una parte d'essa per voglia e speranza di occupar l'isola e città di Comacchio, posta al mare di là dal Po, grande in que' tempi, si portò ostilmente colà. Ma fu sì ben ricevuta dalla guarnigione ivi tenuta dal re Pippino, che messa in rotta fu forzata a salvarsi di nuovo in Venezia. Per questo il comandante della flotta Paolo cominciò a trattare con esso Pippino di pace, quasi che fosse stato unicamente spedito per questo dall'imperador greco suo padrone. Ma perchè s'avvide che Obelerio doge di Venezia e i suoi fratelli non solamente con segrete mine attraversavano i trattati d'essa pace, ma eziandio tramavano a lui delle insidie, stimò miglior partito l'andarsene con Dio. Così gli Annali de' Franchi. Raccontano i medesimi che parimente in quest'anno dai Greci chiamati Orobioti, cioè montanari, fu presa e saccheggiata la città di Populonia, situata sul lido del mare nella Toscana, di cui non restano più le vestigia. Inoltre dicono che i Mori di Spagna, venuti nell'isola di Corsica, nello stesso giorno santo di Pasqua, presero e misero a sacco una città di quell'isola, di cui non sappiamo il nome. Vien creduta Aleria dal Sigonio, dal padre Pagi Mariana, o Nebbio. A riserva del vescovo e di alcuni pochi vecchi ed infermi, condussero via schiavi tutti quegl'infelici abitanti. Per attestato poi di Teofane [Theoph., in Chronogr.], in questi tempi Niceforo imperador d'Oriente parea che si studiasse a tutto suo potere di tirarsi addosso l'odio universale del [469] popolo: tante furono le gravezze ed avanie ch'egli introdusse, annoverate da quello storico ad una ad una. Ma, siccome vedremo, non andò molto che ne pagò il fio.


   
Anno di Cristo DCCCX. Indizione III.
Leone III papa 16.
Carlo Magno imperadore 11.

Tra l'ardente brama che nudriva Pippino re d'Italia d'aggiugnere al suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se prestiam fede ad Eginardo [Eginhardus, in Annal. Franc.]), andò per mare a quella volta; prese la città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea Dandolo ne parla [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.] come di cosa accaduta nell'anno ottavo di Carlo Magno, quando è certo che correva allora l'anno decimo del suo imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza, Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai luoghi suddetti per litora, cioè per la diga che separa la laguna di Venezia dal mare. Ma se Pippino, [470] come raccontano gli antichi Annalisti, assalì Venetiam bello terra marique, bisogna che avesse delle navi; ed è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egli classem ad Dalmatiae litora vaslanda misit. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me ristampato [Rer. Italic., Part. II, tom. 2.], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que' tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di quella nobile ed allegra città. Magnus habitat in te rex Pippinus piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium. Lo stesso abbiamo dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia Zenone, pubblicata [471] dal marchese Maffei [Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.]. Fu essa fatta, quum Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat. Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato [Rer. Italic., Part. II, tom. 1.] se ne leggono quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come costa dalla prefazione, quum adessent nobiscum singuli episcopi, abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi. Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia capitolari, mandati da Carlo Magno suo padre, acciocchè si pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta [Ibid., pag. 112.] dall'imperador Carlo dilectissimo filio suo Pippino glorioso regi, in cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellato Bernardo, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e cinque figliuole, cioè Adelaide, Atala, Gundrada, Bertraide, e Tedrada.

Ora il buon Carlo Magno accolse [472] con amore paterno la tenera prole lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaio Rotrude figliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse gli sponsali coll'imperador de' Greci Costantino figliuolo d'Irene. Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un figliuolo per nome Lodovico, ma illecitamente da lei messo alla luce, non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando d'esse, così scrive: Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse. Però seco le conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici, contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto, come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica. Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda, giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del Cristianesimo. Intanto Niceforo imperadore dei Greci, che, per testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.], ogni dì più andava imperversando [473] contra de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal re Pippino ai Veneziani, e che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re [Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus, in Annal. Francor.]. Ma avendo questi trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici, nell'anno 812 Venetiam reddidit: parole che bastantemente ci fanno intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.] e ne' Giornali de' letterati d'Italia [Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.]. Il Porfirogeneta, tuttochè storico greco [Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.], confessa che in quella pace si obbligarono i Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma di danaro.

Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno con Albaca, ossia con Abulaz re de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso Augusto delle strepitose brighe con Gotifredo re di Danimarca, il quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno, all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di voler venire ad un fatto d'armi [474] con lui, anzi di voler arrivare fino ad Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore, senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata, quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione. Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione [Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.] racconta una pazzia di questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi da polve avvelenata, che Grimoaldo Storesaiz duca di Benevento avea fatta spargere per le campagne della Francia: Ante hos paucos annos, dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes, eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est, comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem pulverem et spargere. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia, [475] senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio [Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.]: De homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter pulverem mortalem.


   
Anno di Cristo DCCCXI. Indizione IV.
Leone III papa 17.
Carlo Magno imperad. 12.

Sul principio di quest'anno, se pur non fu sul fine del precedente, rispedì lo imperador Carlo a Costantinopoli Arsacio, ossia Arsafio, ambasciatore di Niceforo Augusto, con una lettera che si legge fra l'opere di Alcuino, ma non già scritta da lui [Inter Alcuini Opera, Epist. III.], a nome dell'imperadore, perchè Alcuino non era più tra i vivi. In essa Carlo tratta Niceforo col titolo di fratello, per farsi conoscere eguale a lui in dignità. Mandò con tal congiuntura anch'egli per suoi ambasciatori a Costantinopoli Attone ossia Azzo, vescovo di Basilea, Ugo conte di Tours, e Aione ossia Agione longobardo del Friuli; imperocchè il saggio monarca accomunava anche ai Longobardi ed Italiani gli uffizii più onorevoli della corte e del regno. Abbiamo poi dalla legge ottava [Rer. Ital., P. II., tom. 1.] di Pippino re d'Italia nel corpo delle leggi longobardiche, che in Italia c'erano dei conti franzesi, cioè dei governatori delle città, e dei conti longobardi. Inoltre scrivono gli Annalisti d'allora [Annales Franc. Eginhard., Annal. Francor. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.] che questi ambasciatori seco condussero Leone spatario greco, e Willario, ossia Willerico, doge di Venezia, chiamato Obelerio, siccome vedemmo dagli scrittori [476] veneti. Il primo dieci anni prima, allorchè Carlo Magno si trovava in Roma, era scappato dalla Sicilia. Alter, cioè Willario (o vogliam dire Obelerio), propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad dominum suum duci jubetur. Dal che sempre più apprendiamo come fossero regolati in questi tempi gli affari della città di Venezia. Con tali notizie va concorde il Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], scrivendo che i Veneziani, coll'assistenza di Ebersafio apocrisario imperiale, fecero in maniera che Obelerio e Beato dogi fossero esclusi dalla dignità e dalla patria. Obelerio fu condotto a Costantinopoli, e Beato a Jadra. Valentino, terzo lor fratello, restò in Venezia difeso dalla sua giovanile età, ma spogliato anch'egli dell'onorevol grado di doge. Il perchè venne il popolo di Venezia all'elezione di un nuovo doge, e concorsero i voti in Angelo Particiaco, chiamato da altri Participazio, originario d'Eraclea, personaggio valoroso e buon cattolico. Era stata fino allora la sedia ducale in Malamocco. Perchè troppo avea patito nella precedente guerra quel luogo, fu concordemente risoluto dai Veneziani, che in avvenire i dogi abitassero in Rialto, dove in fatti il novello doge fabbricò il palazzo ducale, che tuttavia esisteva ai tempi del Dandolo. Perciò l'inclita città che da tanti secoli risplende col nome di Venezia, veniva allora appellata anche Rialto dal popolo, e Olivola o Castello dal clero, perchè il vescovo della città abitava in quella parte che portava quei nomi. Ma gli ambasciatori spediti da Carlo Magno alla corte di Costantinopoli o trovarono o videro dipoi cambiato di molto l'aspetto di quel governo. Imperocchè Niceforo imperadore, principe per tutti i capi indegno dell'augustal dignità, uscito in campagna contra di Crummo re de' Bulgari, nel dì 25 di luglio restò con tutta l'armata sua disfatto, e lasciovvi anche la vita. La testa di lui sopra un'asta fu esposta alla vista di tutte le nazioni in [477] dispregio de' vinti. Teofane, scrittore [Theophanes, in Chron.] contemporaneo, lagrimando descrive quella terribil giornata, in cui perì la maggior parte della nobiltà de' Greci. Succedette poscia al malvagio Niceforo con acclamazione universale del senato e degli ordini militari nel dì 2 d'ottobre il buon Michele Curopalata, ornato di ottimi costumi, e riguardevole per insigni virtù. Fu egli coronato da Niceforo patriarca, e dipoi nel dì 25 dicembre anche a Teofilatto di lui figliuolo fu conferita la imperial corona. Nè tardò l'augusto Michele ad inviare i suoi ambasciatori a Carlo Magno per istabilir seco pace, ed anche per trattare di un matrimonio pel suddetto Teofilatto.

Varii erano ormai gl'incomodi della sanità di Carlo imperadore: al che riflettendo il saggio e piissimo principe, fece nell'anno presente una specie di testamento, che contiene la maniera di dividere i suoi tesori in tante limosine alle chiese e ai poveri. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] ce ne ha conservato un abbozzo. Buona parte adunque dell'oro, argento, gemme e vesti, divisa in parti ventuna, fu destinata alle chiese metropolitane. Et quia, dice quel contemporaneo scrittore, in regno illius metropolitanae civitates viginti et una esse noscuntur, unaquaeque illarum partium ad unamquamque metropolim per manus haeredum et amicorum eleemosinae nomine perveniat, ec. Ma e quali erano queste città metropolitane della monarchia di Carlo Magno? Seguita Eginardo a spiegarlo con dire: Nomina vero metropoleorum, ad quas eadem eleemosyna sive largitio facienda est, haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum Julii (cioè Aquileia, perchè quel patriarca abitava in Cividale del Friuli), Gradus, ec. Queste son le cinque città metropolitane d'Italia (e di più non ce n'era in que' tempi), e tutte poste in regno illius: dal che sempre veniamo ad apprendere quello che s'abbia a credere delle città di Roma e Ravenna. [478] Aggiugne poscia Eginardo che nel tesoro di lui si trovavano tre tavole d'argento e una d'oro di particolar grandezza e peso. Ora egli determinò che una d'esse tavole di figura quadrangolare, contenente la descrizione della città di Costantinopoli, con altri suntuosi donativi fosse portata alla basilica di s. Pietro di Roma. Un'altra di figura rotonda, in cui si mirava la descrizione della città di Roma, fosse data all'arcivescovo di Ravenna. In fatti Agnello storico di questi tempi, nelle vite de' vescovi ravennati [Agnell., Vit. Episcop. Ravennat., Part. I, tom. 2 Rer. Ital.], parlando di Martino arcivescovo, ha queste parole: Igitur istius Martini temporibus misit Ludovicus imperator ex dimissione sui genitoris Karoli ad Martinum ponteficem hujus ravennatis sedis mensam argenteam unam absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, unam cum tetrogonis argenteis pedibus, et diversa vascula argentea, seu et cuppam auream unam: quae cuppa haec sita in cratere aureo sancto, quo quotidie utimur. Perchè mai non son giunte fino a' dì nostri due sì riguardevoli tavole? Varrebbono ora più che se fossero di oro, e darebbono un maraviglioso pascolo alla curiosità degli eruditi. Gran bisogno in quest'anno ebbe ancora Carlo Magno della sua virtù per tollerare un nuovo colpo delle umane vicende; imperciocchè la morte gli rapì l'altro suo figliuolo maggiore Carlo nel dì 4 di decembre, cioè un principe che in varie imprese finora fatte avea dato speranza di non riuscire inferiore all'invitto suo padre. Con che dei tre suoi figliuoli legittimi altro non gli restò se non Lodovico re d'Aquitania. Mostrò poi premura di far pace coll'Augusto Carlo Emmingo re di Danimarca, succeduto all'ucciso Gotifredo suo padre; e in effetto questa fu conchiusa; e perchè correva allora un verno straordinariamente rigido, fu giurata sull'armi secondo i riti d'allora. Dappoichè fu mitigata la stagione, venne [479] essa pace con più splendida solennità ratificata da dodici baroni eletti dall'una parte e dall'altra, che si trovarono insieme ai confini. Le armate poi di Carlo nell'anno presente fecero alcune azioni militari contro gli Sclavi Linoni di là dall'Elba e nella Pannonia, dove bollivano delle controversie tra gli Unni e gli Schiavoni, e contro ai popoli della minor Bretagna che aveano eccitato tumulti di ribellione. Dappertutto ebbero prosperità l'armi sue. Circa questi tempi fu console e duca di Napoli Antimo [Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., Part. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Venuto egli a morte, i Napoletani avendo spedito in Sicilia, condussero di là per loro maestro de' militi, o vogliam dire generale d'armata (così ancora appellavano essi il loro console e duca), Teotisto. Questi dopo qualche tempo ebbe per successore Teodoro, dichiarato protospatario dai greci Augusti. Il tempo preciso d'essi duchi di Napoli non si può ben accertare. Regnando poscia Sicone principe di Benevento, ad esso Teodoro succedette Stefano nipote di Stefano vescovo. Di questi tornerà occasion di parlare andando innanzi.


   
Anno di Cristo DCCCXII. Indizione V.
Leone III papa 18.
Carlo Magno imperad. 12.
Bernardo re d'Italia 1.

Quanto più Carlo imperadore sentiva declinante la sua sanità, tanto più fervorosamente attese ai consigli di pace, per lasciare al figliuolo Lodovico la monarchia quieta e senza nemici [Eginhardus, in Annal. Francor.]. Giunsero appunto in quest'anno gli ambasciatori a lui spediti da Michele nuovo imperadore de' Greci, cioè Michele vescovo, ed Arsafio e Teognosto protospatarii imperiali. Furono questi all'udienza dell'Augusto Carlo in Aquisgrana, e siccome erano venuti anch'essi volonterosi [480] di pace, così diedero tutta la mano per istabilirla. Nella chiesa fu loro consegnata la capitolazione segnata da Carlo: dopo di che in lingua greca gli fecero le acclamazioni, appellandolo imperatore e basileo, cioè re: cosa nondimeno che si crede non fosse dipoi approvata dalla superba corte di Costantinopoli. Preso poco appresso il congedo, vennero a dirittura a Roma, e nella basilica di san Pietro riceverono un'altra copia della suddetta convenzione, sottoscritta da papa Leone, sì in riguardo degli stati della Chiesa confinanti a Napoli e Gaeta, città dipendenti dai Greci, e sì per accrescere colla maestà del nome pontificio più credito e sicurezza a quei patti. Trattossi parimente di pace [Annales Francor. Moissincens.] fra l'imperadore Carlo ed Abulaz re di Cordova, ossia dei Mori della Spagna; e questa essendo venuti a chiederla i messi di quel re infedele, fu conchiusa per tre anni avvenire. Durava poi da molti anni la nemicizia tra esso imperadore e il ducato di Benevento, e già vedemmo fatte varie ostilità dai Franchi, cioè da Pippino re d'Italia, contra di Grimoaldo duca, figliuolo di Arigiso, che mai non seppe indursi a riconoscere esso re per suo sovrano. Grimoaldo Storesaiz, suo successore in quell'insigne principato, si appigliò finalmente ai consigli di concordia, ed ottenne la pace da Carlo Magno, con patto di pagargli annualmente a titolo di tributo venticinquemila soldi d'oro, e che restassero illese per lui e godute da lui tutte le regalie dell'ampio ducato beneventano. Fu da lì a due anni, siccome vedremo, sminuito questo tributo. Da Erchemperto [Erchempert., Hist. Princip. Langobard., cap. 7.] viene appellato il suddetto Grimoaldo vir satis mitis, et adeo suavis, ut non solum cum Gallis, verum etiam cum universis circumquaque gentibus constitutis inierit foedus, et Neapolitibus supramemoratis gratiam pacemque [481] donarit. All'incontro l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom. P. II. tom. 2 Rer. Ital.], men degno di fede, cel dipigne per uomo superbo, avaro e seminator di discordie fra i Longobardi. Aggiugne egli dipoi, appena esser egli stato assunto a quel trono principesco, che l'armata franzese corse ad invadere il ducato di Benevento, sperando forse i Franchi miglior fortuna in questa novità di governo. Ma Grimoaldo, unite le sue forze ed uscito in campagna, diede loro una gran rotta. Tacendo gli Annali di Francia questa guerra, e tacendo Erchemperto, autore molto più vicino a que' tempi, una tal vittoria, probabilmente ancor questa è una delle dicerie vane del volgo, che l'Anonimo salernitano spacciò nella sua storia. Quando però sussistesse, parrebbe che fosse da riferire a questi tempi.

Ebbe fine nell'anno presente la vita di Emmingo re di Danimarca, e per cagion d'essa insorsero gare fra i pretendenti al regno. Restarono queste decise con una battaglia, e finalmente si videro eletti due re, cioè Eriolto e Reginfredo, i quali non tardarono a conchiuder pace con Carlo Magno. Venuta in questo medesimo anno ad Aquisgrana la nuova che i Saraceni di Spagna e d'Africa aveano preparata una formidabile flotta per portarsi ai danni dell'Italia, Carlo Magno, che fino allora nulla avea determinato per provvedere al governo di questo regno, commosso dalle minacce de' suddetti Barbari, venne alla risoluzione d'inviare in Italia [Annales Franc. Metens. et Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.] Bernardo suo nipote, cioè figliuolo del defunto re Pippino. Tenuta dunque una gran dieta dei suoi baroni in Aquisgrana, quivi dichiarò la sua mente, e poscia spedì in Italia esso suo nipote. Ma perciocchè egli era assai giovane e bisognoso di consiglio, gli mise ai fianchi Walla, figliuolo di Carlo Martello, persona allora secolare, [482] e di gran senno e sperienza. Fratello di esso Walla era Adalardo celebre abbate di Corbeia; e questi, già dato da Carlo Magno per primo consigliere al re Pippino suo figliuolo, seguitò dopo la sua morte a governar l'Italia, e dovette anch'egli assistere colla sua prudenza al novello re Bernardo, potendosi eziandio giudicare ch'egli maneggiasse con Grimoaldo duca di Benevento la sopra mentovata pace. Ho già nominato re d'Italia il suddetto Bernardo, tuttochè paia, siccome diremo, conferito a lui questo titolo solamente nell'anno susseguente. Imperocchè per le memorie da me raccolte nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. X.], vegniamo bastevolmente ad intendere che l'epoca del regno ebbe principio nell'anno presente, e non già nel susseguente, come vuole il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.]. Nel contare i suoi anni si soleva aggiugnere: Postquam in Italia reversus est. Era egli nato in Italia, e in Italia ritornò nell'anno presente. Però negli Annali wirceburgensi citati dall'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 18.], si legge: Anno DCCCXII. Pennhardus rex factus est. Presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episc. Veronensib.] si legge una carta di Rataldo vescovo di Verona, Anno Bernardi piissimi regis primo sub die VIII, kalendas julii, Indictione VI, cioè nell'anno susseguente, prima che seguisse la dieta d'Aquisgrana, di cui parleremo. Perciò può essere stata in uso un'altr'epoca, cominciata nell'anno seguente; il che nondimeno convien provare con documenti sicuri. Ora la flotta de' Saraceni, di cui abbiam fatta poco fa menzione, parte si scaricò addosso alla Corsica, e parte alla Sardegna; ma quest'ultima per fortuna di mare quasi tutta andò a fondo. Volle nel presente anno l'Augusto Carlo, intento sempre a cose grandi, far pruova del sapere de' suoi vescovi, giacchè egli s'era studiato finora di promuovere le lettere per i suoi regni. Scrisse dunque [483] agli arcivescovi, incaricandoli di riferirgli il sentimento loro intorno a tutti i riti del sacro battesimo. Fra quei che soddisfecero alla pia curiosità ed istanza di questo glorioso monarca, uno fu Odelberto, arcivescovo in questi tempi di Milano. Il libro da lui composto de Baptismo, esiste tuttavia diviso in ventidue capitoli, e riferito del padre Mabillone [Mabill., Annalect., p. 10, edition. recent.], che diede alla luce la lettera a lui scritta da Carlo Magno.


   
Anno di Cristo DCCCXIII. Indizione VI.
Leone III papa 19.
Carlo Magno imperad. 14.
Bernardo re d'Italia 2.

Secondochè abbiamo dagli Annali de' Franchi [Annal. Franc. Metenses. Annales Francor. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.], nella primavera dell'anno presente Carlo imperadore inviò a Costantinopoli per suoi ambasciatori Amalario vescovo di Treveri, e Pietro abbate del monistero di Nonantola. Il motivo di tale spedizione era per confermar la pace con Michele imperador dei Greci. Ma dovettero questi legati trovar mutata la scena [Theoph., in Chronogr.]. Michele Augusto avea già anteposto il parere d'alcuni consiglieri che amavano la guerra coi Bulgari, a quello d'altri che consigliavano la pace richiesta dai medesimi Barbari. Se ne ebbe egli a pentire, ma troppo tardi. Uscito colla sua armata in campagna, armata nondimeno, in cui mancava l'antico valore de' Greci, si azzuffò con Crummo, ossia Crunno re de' Bulgari. Dopo un lieve combattimento eccoti le sue truppe prendere vilmente e precipitosamente la fuga: il che da lui veduto, anch'egli non pensò se non a salvarsi correndo, e a ritirarsi in Costantinopoli. Lasciò egli il comando dell'esercito a Leone Armeno, personaggio di molta bravura, ma di poca fede, essendosi fondatamente sospettato [484] dipoi ch'egli da gran tempo aspirasse all'imperio, e manipolasse anche coerentemente a tal disegno la fuga delle milizie nel predetto conflitto [Constantinus Porphyrogenneta, in Vita Basil., lib. 1.]. In fatti facendo egli, o altri per lui, valere la favola, che non conviene ad un cervo l'essere condottier di leoni, fu esso Leone proclamato imperadore, ed astretto Michele co' figliuoli ad abbracciar la vita monastica. Crummo coi vittoriosi Bulgari passò all'assedio di Costantinopoli, e ne desolò tutti i contorni; poscia veggendo che quivi indarno consumava il tempo, guidò tutte le sue forze contra di Andrinopoli, città che, dopo aver fatta per quanto potè resistenza, cadde finalmente nelle sue mani. Gli Annali dei Franchi narrano che mentre costui era sotto Costantinopoli, Leone Augusto fece all'improvviso una sortita dalla città con tal felicità, che il barbaro ferito con tutta la sua armata prese la fuga. Secondo i greci autori tentò bensì Leone con frode in un abboccamento di far uccidere il re nemico, ma non fece già prodezza alcuna. Innumerabili furono in sì funeste congiunture i Greci condotti in ischiavitù dai Bulgari, con averne poi la divina Provvidenza ricavato profitto per la santa religione di Cristo, la quale per la cura di Manuele arcivescovo d'Andrinopoli e di altri ecclesiastici e prigionieri, fu piantata e diffusa per tutta la Bulgheria. Intanto l'imperador d'Occidente Carlo Magno, convocata in Aquisgrana una dieta generale dei suoi regni nel mese d'agosto, propose ai vescovi, abbati, conti e nobili della Francia [Annales. Francor. Moissiacens. Lambecius, Annales Francor.] di conferire il titolo d'imperadore, e dichiarar suo collega nell'imperio e nei regni Lodovico suo figliuolo, già re di Aquitania. Lodò ognuno il progetto, e tutti acconsentirono. Fu dunque con lieta viva ed universale acclamazione de' popoli coronato Lodovico con corona d'oro, e chiamato [485] Imperadore ed Augusto. Tegano [Theganus, in Vit. Ludovici Pii, c. 6.] scrittore di questi tempi, scrive, che dopo avere l'imperadore Carlo fatta una paterna esortazione al figliuolo di custodire il timor di Dio, di onorare i sacerdoti, di amare i suoi popoli, di scegliere buoni ministri, con altre parole degne di un pio e saggio padre, gli ordinò di prendere colle sue mani la corona posta sull'altare, e di mettersela in capo. È un gran che il vedere che tutti gli storici di allora parlano del parere dimandato da Carlo a tutti i suoi baroni, per fare imperadore il figliuolo, e del consenso dato dai medesimi; e che niuno fa parola del romano pontefice. Ma si può ben con tutta ragion conghietturare che Carlo Magno non avrà fatto quel passo senza averne preventivamente informato papa Leone, e chiestane la sua approvazione. Certo egli non riconosceva punto dai Franchi la signoria di Roma, nè il maestoso titolo e grado d'imperadore, onde gli occorresse il loro assenso per dichiarare il suo successore; ma riconoscevalo bensì dal papa suddetto: e però a lui più che ad altri si dovea ricorrere in tal congiuntura. Dall'anno presente alcuni cominciarono a contar gli anni dell'imperio di Lodovico Pio. Dopo questa splendidissima funzione l'Augusto Carlo, per attestato degli Annali de' Franchi [Annal. Franc. Loiselian. Annales Francor. Lauresamens.] Bernhardum nepotem suum, filium Pippini filii sui, Italiae praefecit, et regem appellari jussit. Era venuto nell'anno precedente, siccome notai di sopra, Bernardo in Italia, e dagli strumenti d'allora si può ricavare ch'egli già ne godesse il dominio, benchè forse solamente in quest'anno gli fosse conferito il titolo di re. Adalardo, abbate famoso della vecchia Corbeia, seguitò con Walla suo fratello ad assistere a questo giovane principe; ed abbiamo dall'antico libro de constructione Corbejae novae [Tom. 2 Rer. Franciar. Du-Chesne.] che avendo esso Adalardo intesa [486] l'assunzione al trono d'esso Bernardo, accepit ei uxorem et constituit eum secundum jussionem principis (cioè di Carlo Magno) super omne regnum. La moglie trovata a questo principe ebbe nome Cunigonda, siccome a suo tempo vedremo.

Quanto più poi Carlo imperadore s'andava appressando al fine di sua vita, tanto più cresceva in lui il fervore della pietà; e perciocchè gli premea non poco la correzion de' costumi negli ecclesiastici, ordinò che si tenessero varii concilii provinciali a questo fine. Fecesi pertanto il concilio di Magonza sul principio di giugno; se ne fecero altri in Arles, in Tours, in Sciallone e in Rems, dove furono fatte delle egregie costituzioni per rimettere in piedi la disciplina ecclesiastica, le quali si leggono nelle raccolte de' concilii. Di tutto si ha obbligazione all'indefessa pietà di Carlo Magno, di cui scrive Tegano che in questi tempi l'ordinaria sua applicazione era alle orazioni, alle limosine, ed a correggere i libri sacri, con avere spezialmente prestato questo servigio ai quattro santi Evangelii, valendosi in ciò anche dell'opera di alcuni Greci e Soriani. Nel presente anno parimente [Annal. Franc. Eginhardi.] i Mori di Spagna, corsari di professione, fecero un'invasione nell'isola di Corsica, e ne menarono via una gran preda. Ermingardo conte di Ampuria, ossia dell'Ampurdano in Catalogna, andò a mettersi in agguato con delle navi sotto l'isola di Maiorica; e nel tornare che faceano que' masnadieri in Ispagna, uscito contra d'essi, prese otto delle lor navi, dove trovò più di cinquecento Corsi che erano condotti schiavi, e fortunatamente riacquistarono la libertà. Ora non sapendo i Mori qual altra vendetta fare, vennero dipoi a Cento Celle, oggidì Cività vecchia nello Stato pontificio, e a Nizza di Provenza, ed amendue quelle città rimasero desolate dal loro furore. Vollero, non contenti di ciò, sbarcare in Sardegna; ma venuti alle [487] mani coi Sardi, scornati furono costretti alla fuga, con lasciarvi anche molti di loro estinti. Le memorie dell'archivio farfense, da me pubblicate [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] fanno menzione di un giudizio tenuto da Leone sommo pontefice in sacro palatio lateranensi cum Johanne et Fastaldo (o Rastaldo) episcopis, Theodoro nominculatore, Georgio bibliothecario, Gemmoso vestiario, Alminino, Quisdelori, Agriprando cubiculario, Nordo, Racurio, Naningo de Viterbo. Anno imperii Karoli XIII, pontificatus Leonis XVIII, mense majo, Indictione VI, cioè nell'anno presente. Si dee riferire a questo medesimo anno la lettera quinta d'esso papa Leone [Labbe, Concilior., tom. VII.], scritta nel dì 7 di settembre a Carlo Magno coll'avviso che il non per anche deposto Michele imperador dei Greci, all'udire come i Saraceni dell'Africa o della Soria infestavano alcune isole del suo imperio, con apparenza e voce ancora di voler passare in Sicilia, avea colà spedito uno stuolo di navi sotto il comando di Gregorio patrizio, per opporsi ai loro disegni. Era in quei tempi duca di Napoli Antimo. A lui tosto, come a persona dipendente dal greco imperio, scrisse il patrizio, comandandogli che con tutte le navi del suo ducato s'andasse ad unire con lui. Antimo gli mandò varie scuse o pretesti, ma non già veruno rinforzo. Quei sì di Gaeta e di Amalfi accorsero con alquanti legni. Intanto i Mori suddetti misero a sacco l'isola di Lampadusa, e presero sette navi de' Greci, inviate per ispiare i loro andamenti. Ciò inteso, Gregorio patrizio col maggiore sforzo che potè andò a trovarli, e gli riuscì di sbaragliar la loro flotta, e di uccidere tutti quegl'Infedeli, senza che ne restasse alcun vivo: il che non c'è obbligazione di credere. Inoltre quaranta navi d'essi Mori aveano saccheggiata l'isola di Ponza, e la [488] Maggiore presso di Napoli. Un'altra epistola di papa Leone abbiamo, cioè la quarta, scritta nel dì 11 di novembre, per recare notizia a Carlo Magno che Gregorio patrizio avea conchiusa pace per dieci anni avvenire coi suddetti Saraceni, senza obbligarsi essi Mori a cosa alcuna per conto degli altri Saraceni, ossia dei Mori della Spagna, con dire che coloro non erano sottoposti alla lor giurisdizione, e venivano considerati come ribelli del loro califa. Riferisce ancora che cento navi di Saraceni africani, ite in Sardegna, erano tutte state ingoiate dal mare. Anche allora aveano gran voga, come oggidì, le nuove false, o troppo alterate, dei lontani avvenimenti in tempo di guerra. Nella lettera sesta del medesimo pontefice scritta poco dappoi al soprallodato Carlo Magno coll'avviso della deposizione del greco imperador Michele, e dell'assunzione al trono di Leone Armeno, si legge appunto una mano di nuove tutte spallate, quali il volgo ignorante o la malizia di taluno suol inventare, e che si fan vedere talvolta anche nelle gazzette de' nostri tempi. In questo anno, secondo il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], Adalardo abbate di Corbeia, e messo di Carlo imperadore, quel medesimo che principalmente governava allora l'Italia nella minorità del re Bernardo, trovandosi nella città di Lucca, tenne un placito per la causa di un cherico delinquente, quem ipse Adalardus commendavit Bonifacio illustrissimo comiti nostro. Sicchè conte di Lucca era allora questo Bonifazio, del quale, come di personaggio molto importante, io debbo far memoria. E ch'egli ancora fosse duca della Toscana l'ho provato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. LXX.] con un placito del medesimo Adalardo abbate, tenuto in Pistoia nell'anno precedente 812, al quale intervenne Bonifatius dux.

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Anno di Cristo DCCCXIV. Indizione VII.
Leone III papa 20.
Lodovico Pio imperad. 1 e 2.
Bernardo re d'Italia 3.

L'ultimo anno della vita dell'imperador Carlo Magno fu questo. Infermatosi egli in Aquisgrana con doglia di costa, nel dì 28 di gennaio rendè l'anima al suo Creatore nell'anno settantuno della sua età, pieno di vittorie e di gloria, pieno di meriti presso Dio e presso gli uomini. Chi prendesse ad uguagliar questo monarca agli Augusti, ai Trajani, ai Marchi Aurelii, troverebbe facilmente delle ragioni per sostenere il suo assunto. Ma in una parte possiamo anche dire ch'egli superò quegl'imperadori eroi del paganesimo. Perciocchè trovarono quegli Augusti il romano imperio tuttavia florido, tuttavia forte per una smisurata potenza, pulito ne' costumi, ben disciplinato nella milizia, e regolato da sagge provvisioni e leggi nel suo governo. Ma Carlo Magno trovò ne' suoi Franchi e nelle nazioni da lui soggiogate non poca barbarie, una somma ignoranza ed infiniti altri disordini. Seppe egli nondimeno colla sua gran mente e indefessa applicazione dare buon sesto a tutto, ripulire i costumi dei suoi popoli, rimettere in buono stato lo studio delle lettere, ch'egli medesimo con gran fatica procacciò a sè stesso, dappoichè cominciò a regnare. Nè solamente si sparse il benefico influsso del suo mirabil genio sopra de' secolari; ne furono anche a parte, ed anche più degli altri, gli ecclesiastici, alla riforma e buon ordine de' quali egli continuamente dimostrossi intento. Leggansi i suoi Capitolari, ossia le sue leggi: tutte spirano sapienza, pietà e giustizia. Colle tante sue militari imprese e vittorie accrebbe egli a dismisura la monarchia franzese. Perciocchè, siccome lasciò scritto Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.], egli ebbe sotto il suo dominio tutto quant'è oggidì il regno di [490] Francia; conquistò nella Spagna la maggior parte della Catalogna, la Navarra e parte dell'Aragona; stese la sua signoria per la Fiandra, Olanda e Frisia fino ad Amburgo, e di là dall'Elba. Sottoposte a lui furono le allora ampie provincie della Sassonia e Baviera colla Franconia, Svevia, Turingia, con gli Svizzeri e con altre provincie della Germania. Alle sue mani vennero la due Pannonie colla Dacia e la Boemia, l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia, con varii paesi della Schiavonia. Finalmente ebbe sotto il suo comando Italiam totam, quae ab Augusta Praetoria usque in Calabriam inferiorem, in qua Graecorum et Beneventanorum constat esse confinia, decies centum et eo amplius passuum millibus passuum longitudine porrigitur: parole chiare di quell'accreditato storico e uffiziale della corte di esso Carlo Magno, che si oppongono a chi volesse escludere dal suo sovrano dominio Roma col suo ducato, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, il ducato di Spoleti, o altra contrada d'Italia. Ma chi vuol pienamente conoscere la virtù e i pregi di questo gloriosissimo monarca, non ha che da ricorrere alle vite che lasciarono scritte di lui il suddetto Eginardo, il monaco di Engoulemme, il monaco di san Gallo, ed altri presso il Du-Chesne [Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.]. Però con troppa ragione a lui fu dopo morte dato dai popoli e dagli scrittori il titolo di Magno; e le imprese sue s'andarono da lì innanzi cantando per le città, con aver forse preso di là il loro nome i ciarlatani, e con aver esse certamente servito di base ad alcuni famosi poemi, romanzi degli ultimi secoli, composti in Italia, pieni sì di favole, tutti nondimeno tendenti ad onorar la memoria di questo eroico imperadore. Allorchè venne a morte Carlo Magno, trovavasi in Aquitania Lodovico suo figliuolo, già re ed imperadore dichiarato. Ricevuta che egli ebbe non senza lagrime la nuova del padre mancato di vita, s'incamminò alla volta d'Aquisgrana. [491] Vedesi descritto il suo viaggio da Ermoldo Nigello, autore di questi tempi nel suo poema [Ermold. Nighel., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] da me tolto alle tenebre, siccome ancora l'esecuzione da lui data al testamento del padre, e le grazie fatte al popolo. L'epoca ordinaria di questo imperadore vien dedotta dal dì suddetto 28 di gennaio, in cui egli succedette al padre. Una delle prime applicazioni di questo imperadore fu quella di congedar le ambascerie, già indirizzate al defunto Augusto. Aveva il nuovo imperador dei Greci Leone inviati a Carlo Magno due suoi legati, cioè Cristoforo spatario e Gregorio diacono, per confermar la pace stabilita fra i due imperii, e questi contenti se ne tornarono al loro paese. Lodovico vicendevolmente spedì a Costantinopoli i suoi, cioè Norberto vescovo di Reggio, che l'Ughelli ed altri hanno creduto vescovo di Reggio in Lombardia, ma con potersene dubitare, perchè di lui niuna memoria si conserva in quella città per questi tempi, e potrebbe egli essere stato vescovo di Riez nella Provenza. Troveremo nondimeno un vescovo di questo nome in Parma, che nell'anno 835 sottoscrisse con altri una donazione fatta da Cunegonda vedova al re Bernardo. Col re suddetto andò eziandio Ricoino conte di Poitiers. Tale spedizione fu fatta per rinnovare i patti di amicizia e pace col greco imperadore.

Giunsero dipoi ad Aquisgrana i legati di Grimoaldo Storesaiz principe di Benevento, anch'essi per ratificare i precedenti accordi. Venerunt (son parole di Tegano) legati Beneventanorum, qui omnem terram Beneventi suae potestati tradiderunt, et multa millia aureorum per annos singulos ad censum tradere promiserunt: quod ita perfecerunt usque ad hodiernum diem [Theganus, in Vit. Ludovici Pii, cap. 11.], cioè nell'anno 23 dell'imperio di Lodovico Pio. A che ascendesse questo censo, o tributo annuo, lo specifica Eginardo [Eginhard., in Annal. Franc.], [492] o qualunque sia quell'autore scrivendo: Cum Grimoaldo Beneventanorum duce pactum fecit, atque firmavit, et modo quo et pater scilicet ut Beneventani tributum annis singulis VII millia solidorum darent. Vedemmo di sopra all'anno 812 che il censo de' Beneventani era di venticinquemila soldi d'oro. Qui è solo di settemila: però o Grimoaldo ottenne che si riducesse a meno quel tributo, o pure in alcun di questi passi è scorretto il testo di Eginardo. Ispirò di buon'ora la gente malevola al nuovo imperadore dei sospetti contra di Bernardo re d'Italia suo nipote; e però il chiamò tosto in Francia [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.]. La puntual sua ubbidienza coll'arrivo ad Aquisgrana dissipò alquanto le suscitate nebbie. Fu ben accolto, magnificamente regalato dall'imperadore, e rimandato in Italia senza dimostrazione alcuna di dubitar della sua fede. Contuttociò poco stette ad apparire che i conceputi sospetti non erano affatto estinti. Dimoravano tuttavia in Italia Adalardo abate di Corbeia, e Walla secolare suo fratello, figliuoli, come già accennai, di Bernardo figliuolo del principe Carlo Martello, e però della famiglia imperiale, e stretti parenti dell'Augusto Lodovico. Assistevano amendue al giovinetto Bernardo re d'Italia, siccome suoi intimi consiglieri, e spezialmente per la loro saviezza camminava con buon piede il governo di questo regno appoggiato alla lor direzione. Ma i maligni alla corte imperiale misero delle diffidenze in cuor dell'imperadore contra di questi insigni personaggi, quasi che sotto Carlo Magno fossero saliti in troppa potenza, e quasichè per la soverchia loro autorità e per essere del sangue reale potessero macchinar delle novità in Italia o per loro, o in favore del re Bernardo. Truovano facilmente udienza e credenza sospetti tali in mente de' regnanti non assai coraggiosi, qual fu l'imperador Lodovico. Noi abbiamo dalla Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.] e da un documento pubblicato [493] dal padre Mabillone, che sui principii di febbraio dell'anno presente Adalhard abbas missus domni imperatoris Caroli (la nuova della cui morte non era per anche giunta) si trovava nel palazzo ducale di Spoleti, dove accompagnato da Sigualdo, Gradigis e Isemondo vescovi, e dai giudici e scabini, tenne un placito, in cui diede una sentenza in favore di Benedetto abate di Farfa. Degno di osservazione è che intervennero ancora a quel placito Suppone conte del palazzo, e Guinigiso ed Eccideo duchi. Certamente Guinigiso era duca di Spoleti; se tale fosse ancora Eccideo, nol so. Per me il credo duca d'altro paese, se pur non si vuol intendere duca di Camerino. E perciocchè il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 814.] dall'archivio di quell'insigne badia trasse la descrizione del palazzo suddetto, meritevole ben di passare ai posteri, per conoscere il gusto di questi tempi, eccola di nuovo: In primo proaulium, idest locus ante aulam. In secundo salutatorium, idest locus salutandi officio deputatus, juxta majorem domum constitutus. In tertio consistorium, idest domus in palatio magna et ampla, ubi lites et caussae audiebantur et discutiebantur; dictum consistorium a consistendo, quia ibi, ut qualibet audirent, et terminarent negotia, judices, vel officiales consistere debent. In quarto trichorum, idest domus conviviis deputata, in qua sunt tres ordines mensarum. Et dictum est trichorum a tribus choris, idest tribus ordinibus commessantium. In quinto zetae hyemales, idest camerae hiberno tempori competentes. In sexto zetae aestivales, idest camerae aestivo tempori competentes. In septimo epicaustorium, et triclinia accubitanea, idest domus, in qua incensum et aromata in igne ponebantur, ut magnates odore vario reficerentur, in eadem domo tripertito ordine considentes. In octavo thermae, idest balnearum locus calidarum. In nono gymnasium, idest locus disputationibus, et diversis exercitationum generibus deputatus. In decimo coquinia, idest [494] domus, ubi pulmenta et cibaria coquuntur. In undecimo columbum, idest ubi aquae influunt. In duodecimo hippodromum, idest locus cursui equorum in palatio deputatus.

Sbrigato dagli affari di Spoleti l'abate Adalardo, per quanto narra l'autore dell'opuscolo [Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.] de constructione novae Corbejae, se n'andò a Roma, non tanto per soddisfare alla propria divozione, quanto ancora per trattare con papa Leone di molte faccende, perchè si doveva aver sentore che Carlo Magno veniva mancando. Arrivò in fatti colà l'avviso della di lui morte; laonde Adalardo, ossia che vedesse terminata la sua commessione, o che avesse presentito qualche mal animo del nuovo imperador Lodovico verso di lui, se ne tornò frettolosamente in Francia, e si ridusse al suo monistero della vecchia Corbeia. Allora fu che i malevoli cortigiani tanto soffiarono negli orecchi del timido imperador Lodovico, che l'indussero a mandare in esilio esso Adalardo, con relegarlo nell'isola di Here, oggidì Noirmoutier. Suo fratello Walla, anch'egli personaggio di sommo credito, quantunque fosse stato de' primi a suggettarsi al novello imperadore, e sembrasse assicurato della sua grazia; pure, al veder questa tempesta, e temendo d'essere finalmente in essa involto, giudicò meglio di dare un calcio al mondo, agli onori e alla moglie, e ritiratosi nel monistero di Corbeia, quivi prese l'abito e la tonsura monastica. Bernardo, altro loro fratello, già monaco, e infin le sorelle sue furono perseguitate dall'Augusto Lodovico: tutti contrassegni della sua debolezza. Per altro pieno di buona volontà esso imperadore nel primo dì d'agosto tenne un gran consiglio, in cui fu decretato di provvedere ai varii disordini, che anche sotto i buoni principi van succedendo, ed erano succeduti di fatto nella vecchiaia di Carlo Magno, con trovarsi una gran quantità di gente in Francia, spogliata indebitamente o dei lor beni o della lor libertà, da molti conti e da altri pubblici [495] ministri. A tal fine deputò dei messi, cioè dei giudici straordinarii, timorati di Dio e zelanti della giustizia. Dell'uffizio di questi tali ho già parlato di sopra; ma non dispiacerà di udire Ermoldo Nighello, scrittore e poeta di questi tempi, che favellando del medesimo fatto, così scrive [Ermold. Nigellus, lib. 2, P. II, tom. 2, Rer. Italic.]:

Elegit extemplo missos, quos mittat in orbem,

Quorum vita proba, et sit generosa fides.

Qui peragrent celeres Francorum regna perampla,

Justitiam faciant, judiciumque simul.

Quos pater, aut patris sub tempore presserat urguens,

Servitium, relevent, munere, sive dolo.

Seguita poi questo autore a raccontare il gran bene fatto da' suddetti messi: il che vien confermato dall'astronomo nella vita di Lodovico Pio. Mandò poscia l'imperadore il maggior figliuolo Lottario al governo della Baviera, e Pippino secondogenito in Aquitania, con ritenere presso di sè Lodovico terzogenito, perchè tuttavia fanciullo. Ed essendo ricorso a lui Erioldo re di Danimarca, cacciato dal suo regno, per implorar la sua protezione, il mandò in Sassonia ad aspettar tempo più propizio da prestargli aiuto. Notano inoltre gli Annali de' Franchi [Annal. Francor. Lambecii.] che in questo anno la città di Gerusalemme fu devastata dai Persiani, cioè dai Saraceni, ed essere seguitata una fiera persecuzione de' Cristiani. Probabilmente que' seguaci di Maometto non sapevano digerire che quella santa città fosse passata in mano di Carlo Magno, siccome dicemmo, e che vi fosse cresciuta cotanto la popolazion de' Cristiani. Pel rispetto che portavano a sì potente e temuto monarca, tacquero finchè egli visse, ma udita la sua morte, infuriarono contra de' Cristiani ivi abitanti. Truovasi ancora nelle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], da me prodotte altrove, una donazione fatta a quel sacro luogo da Ilderico castaldo colle seguenti note cronologiche: Ludogvico [496] serenissimo Augusto a Deo coronato, magno, pacifico imperatore, imperium romanum gubernante, anno ejusdem in Christi nomine I, seu et regnante Bernardo rege Langobardorum anno ejus in Dei nomine II, sed et temporibus Guinichis ducis ducatus spoletani, anno ejus in Dei nomine XXV, mense majo, die XVIII. Indictione VII. Actum in Reate. A questo medesimo Ilderico erano stati conceduti in livello altri beni mense martio, Indictione VII, anno imperii Ludovici I, Bernardi regis Langobardorum II. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non aver avuto principio l'epoca di Bernardo nell'agosto dell'anno 813, allorchè Carlo Magno nella dieta tenuta in Aquisgrana Bernardum nepotem, suum Italiae praefecit, et regem appellari jussit, ma bensì sul fine del precedente anno 812, allorchè il mandò in Italia; altrimenti nel marzo e maggio del presente anno non sarebbe corso l'anno secondo del suo regno, ma solamente il primo.


   
Anno di Cristo DCCCXV. Indiz. VIII.
Leone III papa 21.
Lodovico Pio imper. 2.
Bernardo re d'Italia 4.

Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna [Rer. Ital. P. I, tom. 2.], che Martino fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma dalle mani di papa Leone; e ciò prima che mancasse di vita Pippino re d'Italia, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo, il monistero di s. Maria ad Blachernas, con averne ricevuto in regalo dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa di chiocciola [497] marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato. Parimente Anastasio [Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.] fa menzione di questa pia liberalità del papa verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia all'imperador Lodovico per chiedere licenza di poter procedere contra d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta Giovanni vescovo d'Arles con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo. Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu ad Novas, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, ubi olim fuit civitas nunc dirupta, di cui si ha menzione anche nelle Tavole itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta Porto Cesenatico, quivi finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo, perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai pericolose e disgustose. [498] Non si sa perchè Anastasio bibliotecario trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede [Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani.]. Morto lui, tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì immantinente a Bernardo re d'Italia ordine di portarsi a Roma unitamente con Geroldo conte, affin di prendere le informazioni di questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore. Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè Giovanni vescovo di Selva Candida, Teodoro nomenclatore e Sergio duca, a' quali riuscì di giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si portarono [499] a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re Bernardo, diede incontanente commessione a Guinigiso duca di Spoleti di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.

Desideroso in quest'anno esso Augusto di rimettere in trono Erioldo re di Danimarca, che s'era ricoverato sotto la ombra del suo patrocinio, spedì una potente armata di Sassoni e di Sclavi Obotriti verso quel regno. Ma venuto ad accamparsi contra di loro uno non men poderoso esercito di Danesi, giudicarono i Sassoni più sicuro partito il ritirarsi a casa, contentandosi del sacco dato ad un tratto di paese, e di aver seco condotti alcuni ostaggi. Fu nondimeno cagione questo armamento che i Danesi inviarono legati a trattar di pace. Secondo altri Annali [Annal. Fuldens. Lambec.], tenne l'imperadore una dieta in Paderbona nel primo dì di luglio, alla quale intervennero Lottario re di Baviera e Pippino re d'Aquitania, suoi figliuoli: dal che si può dedurre ch'egli avesse già conceduto loro il titolo di re. Giunse colà anche Bernardo re d'Italia; e Tegano [Theganus, de Gest. Ludovici Pii, n. 14.] scrive: Bernardus ibi ad eum venit, quem dimisit ire iterum in Italiam. Tornarono ancora da Costantinopoli i legati colà spediti, seco portando la concordia, di nuovo e vantaggiosamente assodata con Leone imperador de' Greci, il quale in questi tempi risvegliò e sostenne la setta degl'iconoclasti, con passar anche a perseguitare i monaci ed altri che proteggevano il culto delle sacre immagini, fra' quali s. Teodoro Studita ed altri santi uomini furono cacciati in esilio. [500] Risulta poi dalle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], che Scatolfo e Formosa sua moglie fecero una donazion di beni a quel sacro luogo anno II Ludovici imperatoris, II Bernardi regis, XXVI Guinichis ducis, mense januario, Die XVII, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non reggere l'opinione del p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] e dell'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 27.], che stimarono Guinigiso duca di Spoleti poco fa nominato, da cui fu quetato il tumulto di Roma, diverso da Guinigiso creato duca di quella provincia nell'anno 789, perchè nel catalogo dei duchi spoletini [Ante Chronic. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.] all'anno 814 si legge Guinichus dux, quasichè questi sia stato figliuolo del primo. La carta suddetta ci fa conoscere che un solo Guinigiso continuava tuttavia a reggere il ducato di Spoleti, nè sussistere l'immaginazione di due diversi duchi di questo nome. In vece di anno II Bernardi regis, probabilmente quivi si leggerà anno III, per le ragioni che altrove [Antiquit. Ital., Dissert. X.] addussi; potendo nulladimeno essere che due diverse epoche di questo re si usassero, l'una dall'anno 812 in cui egli venne in Italia, e l'altra dal susseguente, allorchè ebbe il titolo di re. Forse nell'anno presente accadde ciò che narra Erchemperto [Erchempertus, Hist. Princip. Langobard., n. 7.] di Grimoaldo Storesaiz, principe ossia duca di Benevento. Mentre egli andava a Salerno, Dauferio, uomo fra' suoi di gran possanza, gli avea tese delle insidie ad un ponte. Se ne avvide Grimoaldo, e rinforzato dalla gente sua passò oltre senza molestia. Fece poi mettere in prigione gli artefici di tal cospirazione. Dauferio ebbe la sorte di salvarsi colla fuga a Napoli, e fu ben ricevuto dai Napoletani. Ciò mise in gran collera Grimoaldo, e però senza perdere tempo corse [501] colla sua armata addosso a Napoli, e quella assediò, con fare strage dei Napoletani, qualunque volta osavano di uscire contra di lui. Il duca di Napoli, che probabilmente era Antimo, tanto s'ingegnò, che con lo sborso di ottomila soldi d'oro il placò, e rimise in grazia di lui Dauferio: il che diede fine alla guerra.


   
Anno di Cristo DCCCXVI. Indizione IX.
Stefano IV papa 1.
Lodovico Pio imperadore 3.
Bernardo re d'Italia 5.

Durò il pontificato di Leone III papa fino al presente anno, in cui fu chiamato da Dio a miglior vita nel dì 11 di giugno, o in quel torno. Anastasio bibliotecario [Anast. Biblioth., in Leon. III.], qualunque sia l'autore della sua Vita, è assai digiuno nel racconto delle sue azioni, ma diffusamente poi parla delle tante fabbriche e de' risarcimenti da lui fatti alle chiese in Roma e fuori di Roma, e dei doni ed ornamenti preziosi ch'egli alle medesime contribuì. In questo, più che in altro sfoggiava in questi tempi la divozion de' Cristiani, e papa Leone profuse in ciò assaissimi tesori. Dopo dieci giorni di sede vacante fu eletto in suo luogo Stefano, quarto di questo nome [Idem, in Vit. Stephani IV.], diacono della santa romana Chiesa, che dianzi co' suoi piissimi costumi, con una vita veramente ecclesiastica, e con predicare al popolo la parola di Dio, s'era guadagnato l'affetto e la venerazione di tutto il clero e popolo romano. Siccome abbiamo dall'autore della vita di Lodovico Pio [Astronom., in Vit. Ludov. Pii.], consecrato ch'egli fu, si lasciò intendere di voler passare in Francia, per abboccarsi collo imperadore, dovunque a lui piacesse. Praemisit tamen legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret: parole che indicano già nata in Lodovico Augusto la pretensione che non s'avesse a consecrare il papa eletto senza il consentimento [502] suo. Oltre a ciò, siccome abbiam da Tegano [Tegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 16.], scrittore contemporaneo, statim postquam pontificatum suscepit, jussit omnem populum romanum fidelitatem cum juramento promittere Ludovico: parole che presso gl'intendenti non han bisogno di spiegazione. Fu sommamente caro al pio imperadore d'udire che il sommo pastor della Chiesa volesse venir a trovarlo; sebbene Ermoldo Nigello suppone essere stato chiamato in Francia da Lodovico esso pontefice. Comunque sia, mandò tosto l'imperadore ordine a Bernardo re d'Italia di accompagnarlo nel viaggio. Altri messi inviò ad incontrarlo, allorchè fu entrato in Francia, ed egli si fermò nella città di Rems ad aspettarlo. Quando poi fu in vicinanza di alquante miglia dalla città, furono a riceverlo Ildebaldo arcicappellano del sacro palazzo, Teodolfo vescovo di Orleans, Giovanni vescovo d'Arles, ed altri sacri ministri, tutti vestiti co' sacri abiti sacerdotali. Un miglio poi fuori della città lo stesso imperadore con isplendido accompagnamento l'accolse. Smontato da cavallo, tre volte s'inginocchiò davanti al papa. Dice di più Tegano, che princeps (cioè Lodovico, dopo essere scesi amendue da cavallo) se prosternens omni corpore in terram tribus vicibus ante pedes tanti pontificis, et tertia vice erectus, salutavit pontificem. Ermoldo Nigello [Ermold. Nighell., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Italic.], che più diffusamente degli altri descrive la andata in Francia di papa Stefano, succeduta ai suoi tempi, racconta che il pontefice alzò da terra l'imperadore, e il baciò. Dopo di che, preceduto da tutto il clero cantante il Te Deum, andarono alla chiesa, dove il clero romano intonò le acclamazioni consuete all'Augusto Lodovico, e il papa terminò coll'orazione l'allegrissima funzion di quel dì. Nel giorno seguente fu accresciuta l'allegria da un solennissimo convito, che l'imperador diede al papa, con regalarlo ancora da par suo. Nel [503] terzo giorno fu invitato l'imperadore dal papa ad un somigliante magnifico convito, in cui anche il papa gli fece de' suntuosi presenti. Venuto il quarto giorno, ch'era domenica, essendo raunato tutto il clero e popolo nella gran basilica, papa Stefano con una corona d'oro tempestata di gemme coronò ed unse col sacro crisma l'imperador Lodovico, e similmente l'imperadrice Ermengarda sua moglie, con aggiugnere dipoi nuovi regali all'uno e all'altra. Veggasi Ermoldo Nigello, il quale annovera appresso i donativi fatti da Lodovico a Stefano di vasi d'oro e d'argento, di vesti e cavalli, conchiudendo poi il catalogo con dire.

Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepit

Munera Romanis quae arcibus extulerat.

Agnello [Agnell., P. I, tom. 2, Rer. Ital.] nelle Vite de' vescovi di Ravenna scrive che papa Stefano andò in Francia all'imperador Lodovico, et quidquid postulavit ab eo, accepit. E dal suddetto Ermoldo abbiamo che l'imperadore confermò i privilegii alla Chiesa romana, ordinando,

Ut res Ecclesiae Petri, sedisque perennis

Inlaesae vigeant semper honore Dei.

Ut prius ecclesia haec, pastorum munere fulta,

Summum apicem tenuit, et teneat, volumus.

Addimus at, praesul, tantum eat ut supra locutum,

Justitiam recolat, qui sedet arce Petri.

Preso poi congedo dall'imperadore, s'incamminò il papa verso l'Italia; ma prima di farlo, secondochè avvertì Anastasio [Anast., in Vit. Stephani IV.], avendo trovato in Francia molti Romani banditi per le enormità da lor commesse contro la Chiesa romana e contra del suo predecessore Leone, tutti con somma clemenza e carità seco li ricondusse a Roma. Arrivato papa Stefano a Ravenna, per attestato del suddetto Agnello, Martino arcivescovo fu ad incontrarlo, e si baciarono insieme. Nel dì seguente celebrò messa il pontefice nella [504] basilica orsiana, et ostendit sandalias Salvatoris, quas omnis populus vidit.

Fece l'imperador Lodovico [Annales Franc. Lambec. Annal. Franc. Hildesheim] nell'ottobre dell'anno presente (e non già del seguente, come con errore scrisse lo Astronomo nella di lui Vita); fece, dissi, raunare un concilio numerosissimo di vescovi ed abati in Aquisgrana; e siccome principe piissimo e sommamente bramoso di veder fiorire la pietà e regolatezza del clero secolare e regolare, ordinò che si stendesse la regola de' canonici e quella delle canonichesse. Fu eziandio stabilito che i monaci esattamente seguitassero la regola di s. Benedetto. Era già introdotto in varie chiese cattedrali l'uso de' canonici, che viveano nel medesimo chiostro, annesso alla cattedrale, ad una mensa comune, e in coro cantavano i divini uffizii, non solamente di giorno, ma anche di notte, non meno che si facessero i monaci d'allora. Quel solo che li distingueva dai monaci, era l'abito, e il poter ritenere la proprietà dei lor beni patrimoniali; e il titolo di priore, e non d'abbate, si dava al loro capo. Gran cura si prese il pio imperadore perchè si dilatasse per tutte le chiese, non solo della Francia e Germania, ma anche dell'Italia, questo lodevole istituto, per cui si accresceva il culto di Dio e il decoro delle cattedrali. E a' suoi desiderii tenne dietro il buon successo, perciocchè a poco a poco s'andò introducendo anche in Italia, in guisa che in quel secolo poche chiese rimasero in Italia che non avessero il collegio de' lor canonici, viventi secondo la regola proposta nel concilio suddetto. Attesta poi Ermoldo Nigello [Ermold. Nigellus, Poemat., lib. 2.], che venuto l'imperador Lodovico a Compiegne (due parole ne dice anche l'Anonimo nella vita di lui), quivi fece una spedizione di messi per tutto il suo imperio a disaminar la vita de' vescovi e del clero secolare, e parimente de' monaci e delle monache, con ordine di notar tutto, e di [505] riferire a lui tutto quanto ritrovavano degno di lode e bisognoso di correzione.

Nunc nunc, o missi, certis insistite rebus,

Atque per imperium currite rite meum;

Canonicumque gregem, sexumque probate virilem,

Femineum nec non, quae pia castra colunt.

Qualis vita, decor, qualis doctrina, modusque,

Quantaque religio, quod pietatis opus.

Pastorique gregem quae convenientia jungat,

Ut grex pastorem diligat, ipse ut oves.

Si sibi e laustra, domos, potum, tegimenque, cibumque

Praelati tribuant tempore sive loco.

Ebbe l'imperador Lodovico in quest'anno da impiegar le sue armi contro agli Slavi, o Sclavi Sorabi, che pareano disposti alla ribellione. Un esercito [Annal. Franc. Laureshamens. Annal. Fran. Bertin.] raunato dalla Franconia e Sassonia li mise tosto in dovere. S'erano anche apertamente ribellati i popoli della Guascogna abitanti nella falda orientale de' Pirenei. Due spedizioni furono fatte, per le quali tornarono all'ubbidienza con poco lor gusto. Trovandosi in Compiegne, diede un diploma con varie esenzioni [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.] al monistero di s. Salvatore di monte Amiate in Toscana nel territorio di Chiusi, e ad Andoaldo abbate, con lasciar ai monaci la libertà di eleggersi i di lui successori, per nostram auctoritatem et consensum, vel dilecti filii nostri Bernardi regis. Fu dato quel privilegio XV kal. decembr. anno, Christo propitio, III domni Ludovici piissimi Augusti, Indictione X. Actum Compendio palatio. Nel catalogo dei duchi di Spoleti [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa, si legge sotto questo anno Geraldus dux: il che ha fatto credere che in quest'anno egli fosse eletto duca di Spoleti, quantunque, siccome vedremo all'anno 821, Guinigiso seguitasse ad essere duca di quella provincia. Di questo parleremo più abbasso. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.] francamente scrive che questo Geraldo, appellato altrove più rettamente [506] Gerardo, era figliuolo del suddetto Guinigiso, e che dal padre fu dichiarato suo compagno nel ducato, mentre vivea tuttavia Romano altro suo figliuolo, già creato duca. Ma non sappiam di certo che Gerardo fosse figliuolo di Guinigiso; nè sussiste che Guinigiso godesse l'autorità di dichiararsi un collega nel ducato, perchè ciò apparteneva all'imperadore, o pure al re d'Italia; e meno qui sussiste (siccome si osservò all'anno 806) che quel Romano fosse figliuolo di Guinigiso, e duca anche egli vivente di Spoleti. Può ben l'accurato storico produrre le sue conghietture intorno ai fatti antichi che egli descrive, ma non dee già spacciare come fatti indubitati i suoi sogni, perchè facilmente si fabbrica un inganno ai lettori.


   
Anno di Cristo DCCCXVII. Indizione X.
Pasquale papa 1.
Lodovico Pio imperadore 4.
Bernardo re d'Italia 6.

Abbiamo nella Cronica farfense una bolla di Stefano IV papa, che conferma ad Ingealdo, abbate dell'insigne monastero di Farfa, tutti i beni spettanti a quel sacro luogo. Fu essa scritta per manus Christophori scriniarii in mense januario. Datum X kalendas februarii per manus Theodori Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico Augusto a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno III, et patriciatus ejus anno III, Indictione X. In vece di patriciatus crede il p. Pagi [Pagius, ad Ann. Baron.] che fosse scritto P. C. ejus, cioè post consulatum ejus. Impose esso papa ai monaci di Farfa una pensione annua di dieci soldi d'oro. Ma godendo Farfa il privilegio dei monisteri imperiali, se crediamo al Cronografo, per cura di Lottario imperadore sotto Pasquale successore nel pontificato, fu levato l'obbligo di tal pensione. Poco stette dipoi a dar fine ai suoi giorni il suddetto buon papa Stefano, essendo [507] egli stato rapito dalla morte il dì 24 di esso mese di gennaio. Appena fu egli passato a miglior vita, che di piena concordia restò eletto da tutto il clero e popolo romano il sommo pontefice Pasquale romano, rettore del monistero di santo Stefano, situato presso la basilica vaticana, alle cui virtù Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Paschalis.], o qualunque sia l'autore della sua vita, tesse un illustre elogio. Riferisce il suddetto autore della Cronica farfense una bolla conceduta da lui in favore di quel monistero, e data kal. februarii per manus Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno pacifico imperatore anno III, Indictione X, cioè nell'anno presente. Non si truova in questa bolla menzione alcuna della pensione suddetta, e vedremo poscia che ne' diplomi susseguenti di Lottario I Augusto essa viene abolita. Ma ciò che potrebbe far sospettare della legittimità di tal documento, si è, ch'esso è scritto nel primo giorno di febbraio da Teodoro nomenclatore della santa Sede apostolica, quando l'Astronomo [Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.], scrittore di quei tempi, ci fa sapere che papa Pasquale post expletam consecrationem solemnem (nel dì 25 di gennaio) legatos, ec. imperatori misit. Hujus legationis bajulus fuit Theodorus nomenclator, ec. Se terminata che fu la consecrazione del nuovo papa, Teodoro fu spedito in Francia, come potè egli stendere quella bolla? Ma dagli Annali lauresamensi si ha [Annales Francor. Laureshamenses.] che il papa dopo la consecrazione spedì solamente lettera di scusa, e dipoi inviò Teodoro. Però può egli aver tardato fin dopo il primo di febbraio a mettersi in viaggio. Una particolarità poi si ricava dalle parole del medesimo Astronomo, che così scrive del suddetto papa: Legatos cum epistola apologetica, et maximis muneribus imperatori misit, insinuans, non se ambitione, nec voluntate, [508] sed electione et populi acclamatione, huic succubuisse potius quam insiluisse dignitati. Odansi ancora gli Annali lauresamensi: Stephanus papa, postquam Romam venerat, mense, sed nondum expleto, circiter VIII kalendas februarii diem obiit. Cui Paschalis successor electus, post completam solemniter ordinationem suam, et munera, et excusatoriam imperialem misit epistolam in qua sibi non solum nolenti, sed etiam plurimum renitenti, pontificatus honorem veluti impactum asseverat. Questa lettera di scusa d'essere stato consecrato papa Pasquale contra sua voglia, fa abbastanza intendere che ne' patti della signoria di Roma conferita da Carlo imperadore e da Lodovico suo figliuolo a Leone III e a Stefano IV sommi pontefici, vi doveva essere, che per consecrare il nuovo papa eletto si dovesse aspettare l'approvazione e il consenso dell'imperadore pro tempore. Abbiam veduto che esso Stefano IV, il primo che dopo fatta la rinnovazion dell'imperio romano nella persona di Carlo Magno, fu eletto papa e consecrato immantenente, per attestato del medesimo autore della vita di Lodovico, praemisit legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto il costume, continuato poi per più secoli dai greci imperadori (chiamisi anche abuso, che non importa), di non venire alla consecrazione del papa eletto, se prima non era giunto l'assenso dell'imperadore, padrone allora e sovrano di Roma, o almeno dell'esarcato de' Ravennati. Carlo Magno e Lodovico Pio, succeduti nel dominio di Roma, non volendo essere da meno dei precedenti Augusti, imposero questa medesima obbligazione ed aggravio al clero e popolo romano. Ma ai Romani quest'obbligo e peso parve sempre grave ed ingiusto; e giacchè era passato qualche tempo, dappoichè essi Romani si erano staccati dall'ubbidienza de' greci imperadori, che liberamente aveano consecrati i papi, non sapevano [509] accomodarsi sotto Lodovico Pio a questo giogo. Però senz'altro riguardo vennero all'ordinazione di Stefano IV e di Pasquale, confidati nella pietà e bontà di Lodovico Pio, che accetterebbe le scuse del loro operato: nel che non s'ingannarono. Ma andando innanzi, vedremo sostenuto con forza questo, chiamato dagl'imperadori diritto della corona, e dai Romani abuso.

Aggiugne il suddetto Astronomo che hujus legationis (di papa Pasquale) bajulus fuit Theodorus nomenclator, qui negotio peracto, et petitis impetratis, super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more praedecessorum suorum, reversus est. Altrettanto abbiamo dagli Annali lauresamensi, ne' quali missa alia legatione, pactum, quod cum praedecessoribus suis factum fuerat, et secum fieri et firmari rogavit. Hanc legationem Theodorus nomenclator et detulit, et ea quae petierat, impetravit. E qui non si può di meno di non rammentare la famosa costituzione Ego Ludovicus, accennata da Leone Ostiense, riferita da Graziano [Gratian., Dec. Ego Ludovicus, Dist. LVIII.], e rapportata più ampiamente negli Annali ecclesiastici [Baron., in Annal. Eccl.]. Vien questa creduta un'impostura dal padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] e da altri che ne recano le pruove; laonde a me pure non dee essere disdetto l'esporre onoratamente il sentimento mio intorno ad essa, non mosso da veruna passione, ma guidato dal solo amore della verità, la quale, chiunque ancora ha sommo rispetto per la santa Sede, dee preferir sempre alla bugia. Col voler sostenere opinioni inverisimili uno scrittore non giova ad altrui; fors'anche gli nuoce e solamente può guadagnare a sè stesso lo svantaggioso titolo di adulatore oppur quello di sciocco. Ora io dico non potersi mai sostenere per documento legittimo e veramente uscito dalla cancelleria di Lodovico Pio quella costituzione. Vi manca la data: segno che ne [510] resta una sola copia informe, e non autentica, la quale non può far pruova sicura. Contiene essa veramente molti stati che erano in dominio della Chiesa romana e de' sommi pontefici. Ivi è confermata al papa la città di Roma col suo ducato, ma colla giunta di queste parole: Sicut a praedecessoribus vestris (dovrebbe dire nostris) usque nunc in vestra potestate et ditione tenuistis et disposuistis. S'è veduto in addietro, se con sovranità, oppure con dipendenza i papi governassero Roma e il suo ducato, e continueremo anche a vederlo. Ma non può stare che Lodovico Pio confermasse o donasse a papa Pasquale Siciliam sub integritate cum omnibus adjacentibus, et territoriis maritimis, ec. La Sicilia era allora dell'imperator greco, con cui durava la pace e concordia, confermata anche nell'anno presente, come si ha dagli Annali bertiniani. Non si può mai credere che il papa chiedesse e l'imperador d'Occidente donasse la roba altrui. Gli conferma ancora Lodovico Patrimonia ad potestatem et ditionem nostram pertinentia, sicut est patrimonium Calabriae inferioris et superioris, et patrimonium neapolitanum. Ma evidente cosa è che l'imperadore non istendeva allora la sua podestà e dominio sopra la Calabria, nè sopra Napoli, che erano allora sotto la giurisdizione dell'imperador d'Oriente, e ciò senza contrasto alcuno. Almeno non toccava a Lodovico Pio di confermare al papa degli allodiali situati sotto il dominio altrui. Più sotto si lascia ai Romani la libertà di consecrare il nuovo papa eletto, senza obbligo di attendere l'approvazion dell'imperadore. E i fatti precedenti e i susseguenti, siccome vedremo, convincono d'insussistenza una tal concessione. Lascio andare altre riflessioni, bastando queste per conchiudere che non merita d'essere attribuita quella costituzione, almeno tal quale essa è oggidì, a Lodovico Pio; e potersi con tutto fondamento sospettare che nascesse quella carta, oppur fosse alterato ed [511] interpolato il vero documento, nel secolo undecimo, dappoichè i pontefici cominciarono a muovere delle pretensioni sopra la Sicilia, e a non voler sofferire che gli imperadori avessero mano nella creazion de' papi: tempo appunto in cui Leone Ostiense cominciò a farne menzione. Una costituzione diversa da questa viene accennata dal Dandolo nella sua Cronica [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.].

Bollivano intanto delle controversie di confini nella Dalmazia tra i due imperadori d'Occidente e d'Oriente, perchè la Dalmazia mediterranea apparteneva al primo, la marittima al secolo. Forse ancora verso il Levante non erano per anche bene stabiliti i confini [Astronom., in Vit. Ludovici Pii. Eginhard., in Anual. Francor.]. Niceforo ambasciatore di Leone imperador dei Greci spedito ad Aquisgrana nell'anno presente, trattò di questo affare; ma perchè non si trovava allora alla corte Cadaloo, ossia Cadolaco, a cui spettava la cura di que' confini, bisognò aspettare. E da ciò possiam dedurre che Cadaloo fosse in questi tempi duca o marchese della marca del Friuli, ed avere unita al suo governo la Dalmazia franzese. Venuto poi Cadaloo ad Aquisgrana, e conoscendosi necessaria l'ispezione de' siti, fu egli col greco ambasciatore inviato in Dalmazia, e datogli per aggiunta Albigario nipote d'Unroco, uno probabilmente degli antenati della famiglia di Berengario, che fu poi re d'Italia sul fine di questo secolo. In quest'anno ancora, quantunque i Danesi dessero a credere di voler pace, Lodovico Augusto fece lor guerra in aiuto di Erioldo re scacciato da essi. Ma la più solenne azione fatta nel presente anno dall'imperadore Lodovico fu l'aver egli in tempo di state adunata in Aquisgrana la general dieta de' suoi stati [Annales Franc. Laureshamens. Annal. Franc. Moissiacens.], dove propose di dichiarar imperadore e suo collega nell'imperio [512] Lottario suo primogenito. Tunc omni populo placuit, ut ipse se vivente, constitueret unum de suis filiis imperare, sicut pater ejus fecerat ipsum. Restò in fatti proclamato e coronato imperador dei Romani ed Augusto esso Lottario, con gran giubilo e festa del popolo; e dal giorno di questa sua esaltazione alcuni cominciarono a contar l'epoca del di lui imperio. I due suoi fratelli, cioè Pippino e Lodovico, amendue, o prima o allora dichiarati re, furono mandati dal padre l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera, cioè ne' regni destinati per loro porzione. Confessa Tegano [Theganus, de Reb. Gest. Ludovici Pii, num. 21.] che ob hoc, cioè per la dignità imperiale conferita a Lottario ceteri filii indignati sunt; perchè l'essere d'imperadore portava superiorità non solo d'onore, ma di comando e di giurisdizione sopra dei re, e sopra tutta la monarchia franzese.

Più nondimeno di que' due fratelli se l'ebbe a male Bernardo re d'Italia. Non gli mancarono dei cattivi consiglieri che gli persuasero di non sofferir la risoluzione presa dall'Augusto suo zio, rappresentandogli, come si può credere, che a lui, siccome figliuolo di Pippino già re d'Italia, maggiore d'età che Lodovico Pio di lui fratello, competeva maggior diritto all'imperio, e tanto più, perchè chi era re d'Italia, parea più conveniente che fosse anche imperadore. Pertanto lo sconsigliato giovinetto principe, senza considerare che la sua nascita pativa delle eccezioni, e che le forze sue non poteano competere col monarca delle Gallie e della Germania, e che massimamente per l'interposizione di Lodovico Pio, Carlo Magno l'avea fatto re d'Italia: si diede a far gente e a meditar ribellione [Eginhardus, in Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Astronomus, in Vita Ludovici Pii.]. Fu inviata all'imperador Lodovico, nel mentre che tornavava in Aquisgrana, questa nuova da più d'uno, ma principalmente da Rataldo vescovo di [513] Verona (chiamato da altri Rotaldo) e da Suppone conte di Brescia, con supporgli che Bernardo avesse già preso tutti i passi alle Chiuse dell'Italia, e messe ivi delle guarnigioni, e che tutte le città d'Italia avessero mano in questa congiura: il che in parte era vero e in parte falso. Però l'Augusto Lodovico con somma prestezza raccolto un potente esercito da tutta la Gallia e Germania, s'inviò senza dimora alla volta d'Italia. Non ci volle di più per far rientrar in sè stesso il mal accorto Bernardo, che scorto oramai di non aver possanza da contrastare coll'Augusto zio, perchè di dì in dì s'andavano ritirando da lui e desertando le truppe italiane, prese finalmente il partito di ricorrere alla clemenza dell'irritato imperadore. Deposte dunque l'armi, andò fino alla città di Sciallon in Borgogna a gittarsi ai di lui piedi. Gli tennero dietro altri che avevano avuta parte nella congiura, fra' quali specialmente sono menzionati Eggideo, uno dei più confidenti d'esso re Bernardo, Rinaldo cameriere d'esso re, e Reginario già conte del palazzo dell'imperadore e figliuolo di Meginario conte. Trovaronsi inoltre mischiati in questo trattato Anselmo arcivescovo di Milano, Wolfoldo vescovo di Cremona, e, quel che è più da stupire, Teodolfo vescovo d'Orleans in Francia, sedotti forse dall'amore verso l'Italia sua patria. Questi personaggi, non solamente dopo la deposizion dell'armi spontaneamente si misero nelle forze dell'imperadore, ma anche ai primi interrogatorii scoprirono tutta l'orditura della lor tela. Noi non abbiamo se non gli autori franzesi che parlano di questo affare. Per buona ventura, pochi anni sono, Gian Burcardo Menchenio diede alla luce una Cronichetta longobarda, composta da Andrea prete italiano [Andreas Chron. apud Menchenium, tom. 1.] in questo medesimo secolo, e da me ristampata [Antiquit. Ital., Dissert. II.], che scrive essere stato fraudolentemente chiamato in Francia l'infelice Bernardo [514] dall'imperadrice Ermengarda, e ch'egli dopo aver ricavato dagli ambasciatori che doveano averne sufficiente mandato, un giuramento di sicurezza o salvocondotto per la sua persona, v'andò: e male per lui. Conjux ejusdem Ludovici, Hermengarda nomine, inimicitiam contra Bernardum Langobardorum regem gerens, mandavit ei, quasi pacis gratia, ad se veniret. Ille ab his nobilibus legatis sacromenta fidei suscepit, in Franciam ivit. Comparirà molto probabile un tal racconto. Fu intanto messo in prigione il misero re, e tutti i complici di quella congiura.

In quest'anno ancora attese il pio imperador Lodovico alla riforma dei monisteri, valendosi specialmente dell'opera di Benedetto abbate già di Aniana, e allora d'Inda [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.], uomo di santa vita, e tale, per sentimento d'alcuni, che potea gareggiare nelle virtù con san Benedetto patriarca dei monaci in Occidente. Ordinò ancora l'uniformità del rito benedettino per tutti i monisteri. Fino a quest'anno Grimoaldo Storesaiz, principe, ossia duca di Benevento, tenne le redini del governo di quegli stati. Avea fatto ricorso a lui Sicone, uomo nobile e riguardevole di Spoleti, prima dell'anno 810, perchè era incorso nella disgrazia di Pippino re d'Italia. L'Anonimo salernitano lo racconta nella storia da me data alla luce [Rer. Ital. P. II, tom. 2, pag. 198.]. Grimoaldo l'accolse umanamente, e il fece conte di Agerenza. Per cagione di caccia sorse da lì a molto tempo amarezza e discordia fra i due figliuoli del suddetto Sicone, cioè Sicardo e Siconolfo dall'una parte, e Radelchi ossia Radelgiso conte di Conza. Fecene querela Radelchi al duca Grimoaldo, che, per placarlo, spedì subito ordine a Sicone di comparirgli innanzi senza dimora. Da questa citazione, ben conoscendo d'onde veniva il vento, spaventato Sicone, già pensava a fuggirsene per mare a Costantinopoli; ma penetrato dal popolo di Agerenza questo suo disegno, tanto era [515] l'amore che gli portavano, che il confortarono a non abbandonarli, esibendosi tutti pronti di dar la vita per lui. Perciò egli rispose a Grimoaldo di non poter venire per trovarsi infermo. Da questa risposta, ma più dalle frange che vi fece Radelgiso, irritato il principe, raunato lo esercito, si portò all'assedio di Agerenza. Sostenne quel popolo vigorosamente la difesa di quella città, e riuscì anche un dì ai figliuoli di Sicone di dare una fiera spelazzata a quei di Conza, in maniera che stentò il loro conte Radelgiso a mettersi in salvo. Ma perchè scappò detto un giorno a Grimoaldo che gl'incresceva di far quella guerra ad un nobile straniero, ricevuto da lui sotto la sua fede, Radelgiso uomo accorto, mutata massima, si esibì di condur Sicone alla di lui presenza. Entrato in fatti in Agerenza, e pacificatosi con Sicone, anzi formata lega con lui, il menò davanti a Grimoaldo, che gli perdonò. Da lì innanzi il gran pensiero di Radelgiso altro non fu che la rovina del duca, con desiderio e speranza d'occupar egli il principato: al quale fine andò guadagnando al suo partito molti del popolo. Ma Dauferio, uomo nobilissimo, co' suoi due figliuoli Roffrido e Potelfrido si dichiarò per invidia in favor di Sicone. Pretendendosi poscia un giorno esso Dauferio ingiuriato dal duca Grimoaldo, talmente mise alla punta i suoi figliuoli, che preso seco un sicario per nome Agelmondo, il misero a morte. Se vogliam prestar fede al suddetto Anonimo salernitano, Grimoaldo era odiato per la sua avarizia, per gli affronti e per le minacce che faceva ai grandi, e per le oppressioni che inferiva al minuto popolo. Ma Erchemperto, scrittore di maggiore antichità e credito, cel rappresenta per uomo mansueto e di dolci costumi; e scrive che Radelchi conte di Conza e Sicone gastaldo di Agerenza, ingrati agli onori ricevuti da Grimoaldo, cospirarono contra di lui; e che trovandosi egli ridotto agli ultimi respiri per qualche malattia, gli affrettarono con delle [516] ferite la partenza dal mondo. Non essendo restata prole di Grimoaldo, si venne dal popolo all'elezione d'un nuovo principe di Benevento; e son d'accordo Erchemperto e l'Anonimo salernitano, che specialmente per opera e persuasione di Radelgiso (che se n'ebbe poscia a pentire) fu alzato al trono Sicone.


   
Anno di Cristo DCCCXVIII. Indiz. XI.
Pasquale papa 2.
Lodovico Pio imperadore 5.

Per attestato di Eginardo [Eginhard., in Annal. Franc.] e dell'Astronomo [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], per tacer le altre istorie, in quest'anno, terminato il processo contra di Bernardo re d'Italia e contra dei complici di quella congiura, fu proferita sentenza di morte sopra cadauno dei secolari; ma l'imperador Lodovico commutò la pena, contentandosi che loro solamente fossero cavati gli occhi. Con tal crudeltà fu eseguito questo decreto nel giovane re Bernardo e in Reginario, che amendue per ispasimo, più che per malinconia, da lì a tre giorni cessarono di vivere. Sembra che Andrea [Antiquit. Italic., Dissert. II.] prete italiano di questo secolo nella Cronichetta attribuisca tal manifattura all'imperadrice Ermengarda, con iscrivere: Hermengarda, mox ut potuit, ut audivimus, nesciente imperatore, oculos Bernardo evulsit, isque ipso dolore defunctus est, postquam quinque regnaverat annos, duos sub Carolo, tres sub Hludovico. Inverisimile non è il sospetto che l'imperadrice vagheggiando il regno d'Italia per uno dei suoi figliuoli, giacchè altro non potè ottenere dal marito, se non che Bernardo perdesse gli occhi, s'ingegnasse ch'egli perdesse con gli occhi anche la vita. Non sussiste già che l'imperadore non sapesse qual gastigo fu decretato a Bernardo. Ma certo, se Bernardo spontaneamente andò a mettersi nelle mani dell'imperadore, per implorar la sua clemenza, non [517] mancò dell'inumanità nella pena a lui data; peggio poi, s'egli v'andò chiamato e sotto la buona fede. In fatti l'Augusto Lodovico dopo qualche tempo, per attestato di Tegano [Theganus, de Gest. Ludovici Pii.], rimordendogli la coscienza, Magno cum dolore flevit multo tempore, et confessionem dedit coram omnibus episcopis suis, et judicio eorum poenitentiam suscepit, propter hoc tantum, quia non prohibuit consiliarios hanc crudelitatem agere. Ob hanc causam multa dedit pauperibus propter purgationem animae suae. Questo suo pentimento cadde nell'anno 822, siccome vedremo. I vescovi poi che avevano avuta parte nella congiura suddetta furono deposti dagli altri vescovi, e relegati in varii monisteri. Una tal condanna per conseguente piombò sopra di Anselmo arcivescovo di Milano, e sopra Teodolfo vescovo di Orleans. Ma, siccome osservò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], Teodolfo fu ben sospetto di quel delitto, ma egli stette sempre saldo in chiamarsi innocente, siccome apparisce dai suoi versi ad Adolfo arcivescovo bituricense, ossia di Bourges, e a Modoino vescovo di Autun. Comune sentenza è che il corpo del re Bernardo fosse portato a Milano, e gli fosse data sepoltura nella basilica di santo Ambrosio. Tristano Calco [Tristanus Calchus, Hist. Mediol.] racconta che a' suoi dì fu ritrovata l'iscrizione a lui posta colle seguenti parole:

BERNARDVS CIVILITATE MIRABILIS
CETERISQVE PIIS VIRTVTIBVS INCLYTVS
REX HIC REQVIESCIT
REGNAVIT ANNOS QVATVOR MENSES QVINQVE
OBIIT XV KAL. MAII INDICT. X.
FILIVS PIAE MEMORIAE PIPINI.

Il Sigonio e il cardinal Baronio in vece dell'Indict. X, scrissero Indict. XI, perchè veramente nell'anno presente 818, in cui egli restò privato di vita, correva [518] l'indizione undecima. Ma anche il Puricelli [Puricellius, Monument. Basilic. Ambrosian.] attesta leggersi in quel marmo l'indizione decima. Ora non sussistendo che la morte del re Bernardo accadesse nel corso di quella indizione, cioè nell'anno 817, nè accordandosi colla storia, nè coll'epoca del suo regno più comunemente usata in Italia, il dirsi ch'egli regnò quattro anni e cinque mesi, ho io altrove dubitato [Antiquitat. Italic., Dissert. X.] dell'antichità e legittimità di quella iscrizione. Per altro abbiamo dal Puricelli suddetto che nell'anno 1638 si scoprì nella basilica ambrosiana un'arca, dove erano due cadaveri, l'uno de' quali fu creduto del re Bernardo, perchè a canto avea uno scettro di legno indorato, la veste era di seta con frange d'oro, le scarpe di cuoio rosso colle suole di legno, e con gli speroni di rame indorato. L'altro cadavero fu riputato quello dell'arcivescovo Anselmo, perchè a lato v'era una mitra episcopale, un pastorale di legno, e un anello d'argento indorato con gemma. Perciò tanto il Puricelli, quanto l'Ughelli e il padre Papebrochio, furono di parere che nell'anno 821, oppure 822, quell'arcivescovo, ottenuto il perdono, se ne ritornasse a Milano alla cattedra sua. Pel suo ritorno abbiamo fondamento bastante. Pel sepolcro non v'ha che delle conghietture. Abbiamo bensì di certo da Reginone [Reginon., in Chronico ad ann. 818.], che habuit iste Bernhardus (rex) filium nomine Pipinum, qui tres liberos genuit, Bernhardum, Pipinum, et Heribertum. Di questo Pippino, figliuolo del re Bernardo, fa anche menzione Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 2.], con dire ch'egli avea dei beni in Francia; nè mancano scrittori moderni che pretendono derivata da Eriberto suo figliuolo la schiatta degli antichi conti di Vermandois. Lasciarono i Sammartani [Sammarthani, Hist. General., lib. 4, cap. 13.] in dubbio se questo giovane Pippino fosse legittimo o bastardo. Siam tenuti alla diligenza del [519] padre Mabillone [Mabillonius, Append. ad tom. 2 Annal. Benedictin., n. 58.], che mise qui in chiaro la verità, con rapportar lo strumento della fondazione del monistero delle monache di santo Alessandro di Parma, scritto in quella città nell'anno 835, in cui si truova chi fu moglie del prelodato re Bernardo, e madre del prefato Pippino, cioè Cunicunda, relicta quondam Bernardi incliti regis, pro mercedem et remedium animae seniori meo Bernardi, vel mea, seu filio meo Pippino, ec. Restò dunque vacante per questo funesto avvenimento il regno d'Italia, e fu alcun tempo governato a dirittura dai ministri dell'imperadore.

Ebbe in quest'anno esso imperador Lodovico da far guerra nella Bretagna minore. Fin dal secolo quinto dell'era cristiana ritiratesi dalla gran Bretagna alcune migliaia di famiglie, quivi piantarono la loro abitazione, dove tuttavia conservano una particolar loro lingua, che vien creduta l'antichissima celtica. Andò dipoi crescendo la loro popolazione, e colla gente cresceva anche l'orgoglio, in guisa che penarono a sottomettersi e a star sottomessi ai Franchi, nazione diversa dalla loro. I duchi di quella provincia s'intitolavano bene spesso re, per mostrare la loro indipendenza, nè volevano pagar tributo ai re franchi. Carlo Magno ebbe anch'egli da fare per reprimere la loro baldanza. Comandava in questi tempi nella minore Bretagna Murmanno, uomo duro e borioso, che permetteva anche al suo popolo di far delle scorrerie nelle provincie vicine de' Franchi. Portatene le doglianze all'Augusto Lodovico, spedì egli Witcario abbate, per esortarlo all'emenda dei danni, e a pagare i dovuti tributi, altrimenti si aspettasse la guerra. La risposta di Murmanno, sedotto da sua moglie, fu piena di superbia e di sprezzo. Però l'imperadore determinò di esigere colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone. Vien minutamente descritta da Ermoldo Nigello [Ermold. Nigel., lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] tutta questa [520] azione, e il viaggio dell'imperadore, e i doni a lui fatti in tal congiuntura dai vescovi ed abbati, e l'unione e marcia dell'esercito contro i Bretoni. Ma non s'ebbe esso Augusto a faticar molto. Portò la buona ventura che Murmanno uscito un dì travestito per ispiare gli andamenti dell'armata francese, incontratosi con un Francese di bassa lega, ma valoroso, appellato Coslo, e venuto con lui alle mani, restò ucciso. Di più non vi volle perchè i popoli bretoni corressero ad implorare il perdono, a giurar fedeltà, e a promettere i tributi. Dopo questa felice impresa tornato l'imperador Lodovico ad Angiò, trovò l'augusta sua moglie Ermengarda aggravata da gagliarda febbre, e tale, che da lì a tre dì la portò alla sepoltura. S'ella ebbe mano nel precipizio del re Bernardo, non tardò già Iddio a chiamarla ai conti. Era già divenuto duca, ossia principe di Benevento, Sicone, siccome abbiam detto. Spedì egli in quest'anno i suoi ambasciatori a Lodovico imperadore, e, secondochè scrive Erchemperto [Erchempertus, Hist., n. 10.], foedus cum Francis innovavit. Eginardo anch'egli lo conferma [Eginhard., in Annal. Franc.], scrivendo che l'imperadore, quum Heristallium venisset, obvios habuit legatos Siconis ducis Beneventanorum, dona ferentes, eumque de nece Grimoaldi ducis antecessoris suis excusantes. Aggiugne dipoi, che comparvero parimente i legati d'altre nazioni, specialmente di Borna duca dei Gudescani, e di Liudevito duca della Pannonia inferiore, il quale, macchinando delle novità, mandò molte accuse contra Cadaloum comitem, et Marcae Forojuliensis prefectum, tacciandolo d'uomo crudele ed insolente. Per le quali parole ho già io dato il nome di marca al Friuli, e credo già costituiti i marchesi: del che parlerò più abbasso. Fu cagione la rivolta del re Bernardo che l'imperadore in quest'anno costrignesse i suoi fratelli bastardi Dragone, Teodorico ed Ugo a [521] prendere la tonsura monastica, quantunque niuno attribuisca loro demerito o reato alcuno. Proprio è de' principi deboli essere sospettosi, e il lasciarsi trasportare talvolta per questo anche alla crudeltà.


   
Anno di Cristo DCCCXIX. Indizione XII.
Pasquale papa 3.
Lodovico Pio imperadore 6.

Rimasto vedovo l'imperador Lodovico, non pensava punto a rimaritarsi; ma cotanto gli picchiarono nell'orecchio i suoi cortigiani, che cangiò pensiero. Per attestato dell'autore anonimo della sua vita [Astronom., in Vita Ludov. Pii.], timebatur a multis ne regni gubernacula vellet relinquere: cioè, come si può conghietturare, si temeva ch'egli volesse prendere la monastica cocolla. Fatte pertanto venire varie nobili fanciulle alla corte, egli scelse per sua moglie Giuditta, secondo Tegano [Theganus, Gest. Ludovicii Pii, num. 26.], filiam Welfi ducis, qui erat de nobilissima stirpe Bavarorum. Non duca, ma nobilissimus comes vien chiamato dall'autor della vita di Lodovico Pio questo Welfo, che Guelfo è nel linguaggio de' vecchi italiani, i quali voltavano il W tedesco in GV, come consta in assaissimi altri nomi. Importa non poco ai lettori di far mente a questo Guelfo, perchè da lui fu propagata l'insigne famiglia de' principi guelfi in Germania, che poscia terminò in una donna maritata in casa d'Este e da cui l'Italia prese l'infausta fazione de' Guelfi famosi competitori de' Ghibellini, ossia dei Gibellini. Fra l'altre sue prerogative portò Giuditta in dote una rara bellezza; ma il suo matrimonio col tempo riuscì ben funesto a tutta la monarchia franzese, per quanto andremo vedendo. All'imperadore si era ribellato Liudevilo [Eginhard., in Annal. Francor. Annales Francor. Bertiniani.], che già abbiam veduto duca della Pannonia inferiore. Contra di costui si fece marciare nel mese di luglio l'armata d'Italia, che senza [522] fare impresa alcuna se ne tornò a' suoi quartieri. Di ciò insuperbito Liudevito, mandò i suoi inviati all'imperadore, mostrando di voler pace: ma nello stesso tempo proponendo condizioni si alte, che Lodovico non istimò convenevole alla sua dignità di accettarle. Dell'altre pe' suoi legati ne inviò a lui l'imperadore, che furono del pari rigettate. Intanto ritornato dalla Pannonia Cadaloo o Cadolaco marchese, ovvero dux forojuliensis, come vien chiamato da Eginardo, sorpreso da febbre, terminò il corso della sua vita. In luogo suo fu creato marchese o duca del Friuli Baldrico. Andando questi a visitar la Carintia, provincia anch'essa allora sottoposta al suo governo, eccoti entrare in quelle contrade il suddetto Liudevito duca colla sua armata. Scontrossi con lui Baldrico vicino al fiume Dravo; e tuttochè seco non conducesse se non una picciola brigata, pure sì coraggiosamente l'assalì, che il fece suo malgrado ritirar nella Pannonia, con istrage ancora di molti di que' Barbari. All'incontro avendo Liudevito fatta un'incursione nella Dalmazia, e venutogli incontro Borna, che era dianzi, oppur era poco prima divenuto duca di quella provincia, abbandonato dalle sue truppe, ebbe difficoltà a salvarsi colla fuga. Restò con ciò campo a Liudevito di mettere a fuoco e sacco non poca parte della Dalmazia. Borna tenne saldo tutte le fortezze, e con un corpo volante di notte e di dì andò tanto pizzicando l'esercito nemico, che l'astrinse infine ad uscir di quel paese, con averne ucciso circa tre mila, e presi trecento e più cavalli, con altro grosso bottino. Di questi avvenimenti diede egli avviso all'imperadore. Si fecero anche nel presente anno altre spedizioni militari, massimamente per domare i popoli della Guascogna, che s'erano in parte ribellati, e dal re Pippino figliuolo dell'imperadore furono ridotti al dovere.

Intanto in Oriente Leone Armeno imperadore continuava la sua persecuzione contro i difensori delle sacre immagini, [523] fra' quali dicemmo che specialmente si distinse s. Teodoro Studita. Per quanto si stendevano le sue forze ed esortazioni, il sommo Pontefice Pasquale si studiò di mettere freno al furore di quel principe, e di confortare i Cattolici alla sofferenza. Confermò il medesimo papa in questo anno i privilegii della Chiesa di Ravenna con sua bolla data a Getronace arcivescovo. Leggesi questa presso il Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., p. 237.], ma assai più corretta per cura d'erudito cavalier milanese, mercè d'una antichissima copia (da me ristampata) esistente nella Biblioteca ambrosiana [Rer. Italic., P. I., tom. X.]. La data è V idus julias per manum Sergii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae. Imperante domino nostro perpetuo Augusto Hludovico, a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno, et post consulatum ejus anno (sexto), sedet Hlothario novo imperatore ejus filio anno... Indictione duodecima. Necessario fia, per cagion di queste note, di dire che dall'anno 817, in cui Lottario fu dichiarato dal padre collega nell'imperio, si cominciasse ad usare in Roma l'epoca di lui: il che potrebbe parere alquanto strano, mentre, siccome io ho avvertito altrove [Antiquit. Italic., Dissertat. 10.], altre città d'Italia solamente dall'anno seguente cominciarono a contare gli anni del suo imperio, oppure dell'anno 823, in cui fu egli coronato in Roma. Egli è da credere che con partecipazione del pontefice fosse conferita la dignità imperiale a Lottario, e che perciò non si tardasse in Roma a pagargli quel tributo d'ossequio che conveniva alla di lui sovranità. Attese in quest'anno l'imperador Lodovico, giacchè erano tornati i messi da lui spediti per gli suoi regni, a regolar gli affari delle chiese e dei monisteri, e la vita degli ecclesiastici, siccome apparisce da varii capitolari presso il Baluzio [Baluz., Capitolar. Reg. Franc.]. E perciocchè era seguita una convenzione intorno ad alcune chiese battesimali, oggidì parrocchiali, [524] fra Giso o Gisone vescovo di Modena, e Pietro abbate di Nonantola; in questo anno nel dì primo di ottobre Lodovico Augusto la confermò con un suo diploma, di cui resta memoria nel catalogo di quella badia, da me [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] dato alla luce. Circa questi tempi, se pur non fu molto prima, narra il Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12. Rer. Italic.] nella sua Cronica che Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, avendo due figlioli, ne mandò il maggiore, appellato Giustiniano, a Costantinopoli, dove fu graziosamente ricevuto dall'imperador Leone Armeno, con impetrar da lui il grado e titolo d'ipato, ossia di console imperiale. Nello stesso tempo procurò che il popolo dichiarasse suo collega nel ducato Giovanni l'altro suo figliuolo. Ma ritornato Giustiniano da Costantinopoli, e trovata la promozion del fratello, se l'ebbe forte male; nè volendo entrar nel palazzo, andò con Felicita sua moglie ad abitar nella casa contigua alla chiesa di san Severo. Il padre, che teneramente l'amava, pentito di avergli recato questo disgusto, degradò il figliuolo Giovanni, e il mandò in esilio a Jadra, oggidì Zara, con far eleggere dipoi suo compagno nel ducato non solamente il suddetto Giustiniano, ma anche Angelo di lui figliuolo. Irritato da quest'azione Giovanni, dalla Dalmazia si portò alla corte dell'imperador Lodovico, qui in Pergamo erat, per implorare il suo patrocinio. Sarà un error dei copisti la menzione di Pergamo, cioè di Bergamo, perchè Lodovico Augusto, dacchè fu assunto all'imperio, non venne più in Italia. S'interpose in fatti l'imperadore, e fatti de' buoni uffizii il rimandò a Venezia a suo padre il quale per togliere le occasioni di discordia, giudicò meglio d'inviarlo ad abitar colla moglie in Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Dandolo che l'imperador Lodovico, per le istanze di Fortunato patriarca di Grado, concedette al popolo dell'Istria di poter [525] eleggere i suoi governatori, vescovi, abbati, tribuni ed altri loro uffiziali, siccome era dianzi stato accordato da Carlo Magno suo padre. Leggesi ancora un privilegio, dato dai suddetti Angelo padre e Giustiniano figliuolo, chiamati per divinam gratiam venetae provinciae duces, a Giovanni abbate del monistero di s. Servolo nel mese di marzo, o di maggio, correndo l'indizione XII, cioè nell'anno presente, dove unitamente con Fortunato patriarca di Grado, e Cristoforo vescovo di Olivola, o vogliam dir di Venezia, e col popolo trasportano que' monaci nella chiesa di sant'Ilario presso il fiume Ima o Una, con varie esenzioni quivi espresse.


   
Anno di Cristo DCCCXX. Indizione XIII.
Pasquale papa 4.
Lodovico Pio imperadore 7.
Lottario imperadore e re di Italia 1.

Di strepitose novità fu feconda in questo anno la città di Costantinopoli. Già era mancato di vita nel precedente Barda patrizio, e cognato di Leone Armeno imperadore, forte di lui appoggio, ma fiero nemico e persecutore de' monaci, perchè nimico delle sacre immagini. Da meno di lui non era lo stesso imperador Leone nel promuovere l'eresia degl'iconoclasti; ma venne il flagello di Dio a visitarlo in quest'anno [Cedren. Leo Grammaticus, Zonaras et alii in Hist. Byz.]. Aveva egli condannato a morte Michele, cognominato Balbo, perchè scilinguato, da Amoria città della Frigia, suo capitan delle guardie e patrizio. Mentre questi era condotto al supplizio nella vigilia del Natale del Signore, saltò fuori l'imperadrice Teodosia tutta infuriata, perchè in giorno tale, in cui l'imperadore dovea prepararsi per la sacra comunione, si facesse giustizia, e ne impedì l'esecuzion per allora. Bastò questa dilazione, perchè gli amici di Michele congiurati trucidassero nel dì seguente in chiesa l'imperador suddetto, [526] e poscia fatti eunuchi i di lui figliuoli, li cacciassero in un monistero, uno dei quali nulladimeno non vi arrivò perchè si morì di spasimo. Michele Balbo cavato di prigione coi ceppi tuttavia ai piedi, perchè la chiave stava in saccoccia dell'estinto Leone, andò a mettersi sul trono imperiale, e fu proclamato imperadore, e poscia pacificamente accettato da tutti: uomo per altro macchiato di non pochi vizii, infetto di un'eresia che riteneva i riti ebraici, e non mai degno di quella sublime dignità. Calamitoso ancora riuscì quest'anno a tutto il regno della Francia, perchè v'infuriò la peste sopra gli uomini ed anche sopra i buoi, con essersene attribuita troppo buonamente la cagione alle smoderate piogge che vi si provarono, le quali ancora guastarono sì fattamente i raccolti, che alla peste tenne dietro e si congiunse una terribile carestia. Fu accusato in quest'anno per attestato degli Annali de' Franchi [Eginhard., Annal. Francor. Annal. Franc. Bertiniani.], Gera conte di Barcellona di varii delitti, specialmente di fellonia, da un certo Sanilone. Perchè non vi erano chiare pruove del reato, secondo il pazzo costume d'allora, già da lungo tempo introdotto, si venne al giudizio di Dio, cioè al duello, figurandosi la semplicità della gente di que' tempi che Dio nel combattimento assistesse chi avea ragione, cioè tentando empiamente Dio con questi e con altri, ma men pericolosi esperimenti. Vivamente descrive Ermoldo Nigello [Ermold. Nigellus, lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Italic.], contemporaneo scrittore, il loro conflitto, fatto a cavallo (perchè amendue erano Goti di nazione) in un parco alla presenza dell'imperadore e di tutta la Corte, notando, fra le altre cose, che fu portata nel campo la bara in servigio di chi vi restasse morto. Toccò a Bera il disotto; ma il pio imperadore il sottrasse alla morte, se non che la caduta sua servì a condannarlo come se veramente fosse reo. Contentossi nulladimeno [527] l'Augusto Lodovico di gastigarlo solamente coll'esilio in Roano. Stavano poi fitte in cuore d'esso imperadore le insolenze e la tracotanza di Liudevito duca della Pannonia inferiore, che gli s'era ribellato, siccome dicemmo. Tre eserciti dunque, raccolti dalla Sassonia, dalla Franconia, Alamagna, Baviera ed Italia, ordinò egli che nel medesimo tempo entrassero ostilmente nella Pannonia; uno dall'Italia per l'Alpi del Norico, un altro per la Carintia, e il terzo per la Baviera. Trovarono il primo e l'ultimo delle difficoltà ad entrarvi, parte per cagion delle montagne difese dai ribelli, e parte per l'opposizione del fiume Dravo, che conveniva valicare. Quello che s'inviò per la Carintia, ebbe più fortuna, benchè in tre luoghi se gli opponesse il nemico, che tre volte restò sbaragliato. Liudevito intanto si tenea forte in un castello inespugnabile della montagna, senza uscire in campagna, e senza parlar di pace. Unitosi poi insieme i tre eserciti, misero a ferro e a fuoco quasi tutta quella contrada. Alla testa dell'esercito italiano era Baldrico duca o pur marchese del Friuli. Nel ritorno a casa passando egli per la Carniola, que' popoli, qui Carcasovum fluvium habitant (si dee scrivere, qui circa Savum fluvium habitant) confinanti col Friuli, se gli arrenderono, ed altrettanto fece una parte della Carintia, che dianzi s'era data a Liudevito. In quest'anno ancora fu guerra in Ispagna contra di Abulaz re de' Saraceni. E nel mare d'Italia otto navi di mercatanti venendo dalla Sardegna in Italia, rimasero prese dai Saraceni, e affondate in mare. Gli Annali dei Franchi ci hanno taciuta una particolarità importante per l'Italia: cioè, che in quest'anno l'imperador Lodovico concedè al primogenito suo Lottario, già dichiarato imperadore nell'anno 817, il regno d'Italia. Ma questo fatto, siccome han dimostrato con varii esempli i padri Cointe, Mabillone e Pagi, abbastanza si raccoglie dall'epoca usata in varie carte sì entro che fuori [528] d'Italia, che ebbe principio nell'anno presente. In pruova di ciò addurrò anch'io varie pergamene da me vedute, ed altre si possono vedere nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. X.]. Il padre Pagi [Pagius, ad Ann. Baron.] crede che essa epoca avesse principio prima del dì ultimo di maggio dell'anno presente. Deduco io da un suo diploma, da me rapportato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], ch'essa era cominciata anche prima del dì 3 di febbraio, essendo quel documento dato III nonas februarias, anno, Christo propitio, imperii domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV, cioè nell'anno 837, giacchè l'epoca dell'imperio denotava quella del regno. Dirò di più: puossi anche dubitare, per quanto proposi nelle Antichità italiane [Ibid., Dissert. X.], che tale epoca prendesse principio negli ultimi mesi dell'anno 819; sopra di che lascerò disputarne ad altri. Comunque sia, a noi basti di sapere che al regno d'Italia fu dato in quest'anno (se pur ciò non seguì nel precedente) un nuovo re, e questi fu Lottario, imperadore, il quale non andrà molto che vedremo venire a prenderne il possesso.


   
Anno di Cristo DCCCXXI. Indizione XIV.
Pasquale papa 5.
Lodovico Pio imperadore 8.
Lottario imperadore e re di Italia 2.

Trovavasi a Nimega l'imperador Lodovico dopo Pasqua, ed ivi nella dieta dei suoi conti magnati confermò la partizion degli stati fra' suoi figliuoli, precedentemente da lui fatta nell'anno 817. Leggesi questa presso il Baluzio [Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1, p. 573.]. Di Lottario altro non è detto, se non che era stato dichiarato compagno e successore nell'imperio. Al re Pippino viene assegnata l'Aquitania, la Guascogna, la Linguadoca e la Marca di Tolosa con [529] quattro altri comitati; a Lodovico re la Baviera, la Carintia, la Boemia, e ciò che apparteneva alla monarchia franzese nella Schiavonia e Pannonia. Comanda poi che i due minori fratelli non possano ammogliarsi [Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.], nè far pace o guerra senza il consiglio o consenso del fratello maggiore, cioè dell'imperadore Lottario. Colà arrivarono nello stesso tempo i legati di papa Pasquale cioè Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Cività Vecchia, e Leone nomenclatore. Il suggetto di tale ambasciata restò nella penna agli storici. Furono essi prontamente ammessi all'udienza e rispediti. Fecesi ancora in quest'anno una spedizione degli eserciti nella Pannonia contra del ribello Liudevito duca, ed altro non si sa operato da essi, fuorchè l'aver dato il sacco dovunque arrivarono. Nel mese poi di ottobre nella villa di Teodone, essendo stata intimata colà una dieta generale, quivi il giovane imperador Lottario prese per moglie Ermengarda figliuola di Ugo conte [Eccard., Hist. Genealog. Domus Habsburg.], discendente da Eticone duca d'Alemagna: Qui erat de stirpe cujusdam ducis nomine Edith, scrive Tegano [Thegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 28.]. Informato il romano pontefice che si aveano a celebrar queste nozze, vi spedì anch'egli i suoi legati, cioè Teodoro primicerio e Floro, che portarono dei gran regali agli Augusti sposi. E allora fu che il piissimo imperador Lodovico, mosso a compassione (probabilmente ancora per le istanze e preghiere del suddetto papa) verso gli esiliati a cagion della congiura del fu re d'Italia Bernardo, li fece venire alla sua presenza [Annal. Franc. Lauresham. Annal. Franc. Bertiniani.], nè solamente donò loro la vita e la libertà, ma eziandio fece loro restituire tutto quanto dei lor beni era venuto in potere del fisco. Negli Annali di Fulda più precisamente sta scritto che singulos in statum pristinum restituit. Di qui han preso [530] giusto motivo il Puricelli, l'Ughelli e il padre Papebrochio di credere che Anselmo arcivescovo di Milano se ne tornasse alla sua cattedra, e morisse placidamente fra' suoi. Wolfoldo vescovo di Cremona (chiamato dall'Ughelli [Ughell., tom. 4 Ital. Sacr.], non so con qual fondamento modenese) scrive il medesimo autore che mancò di vita nell'esilio, ma senza addurne pruova alcuna. Teodolfo ancora vescovo d'Orleans fu partecipe di questo perdono; ma comune opinione è ch'egli poco ne godesse, e che terminasse da lì a non molto i suoi giorni. Anzi, se è vero quanto scrive Letaldo monaco miciacense [Letald., de Miracul. S. Maximini, cap. 13.], il veleno fu quello che il levò di vita, a lui dato da chi nel tempo di sua disgrazia avea occupati i suoi beni. Già dicemmo all'anno 814 che il celebre Adalardo, abbate della vecchia Corbeia, era stato per meri sospetti relegato in un monistero d'Aquitania. A lui pure fece grazia in quest'anno l'imperadore, e il rimise in possesso della sua badia. Avenne in questi tempi che Fortunato patriarca di Grado fu accusato da Tiberio suo prete presso l'imperador Lodovico d'infedeltà [Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.], quasi che egli esortasse Liudevito duca dell'inferiore Pannonia a persistere nella sua ribellione, ed in oltre con inviargli de' muratori gli desse aiuto a fortificar le sue castella. Fu perciò citato che venisse alla corte. Mostrò egli a tutta prima prontezza ad ubbidire, e a tal effetto passò in Istria. Poscia, fingendo di andare alla città di Grado, ed occultato il suo disegno ai suoi stessi domestici, all'improvviso segretamente s'imbarcò, e portossi a Fara, città della Dalmazia, dove rivelò a Giovanni, governator della provincia per l'imperador greco, i motivi della sua fuga; e questi presane la protezione, non tardò a spedirlo per mare a Costantinopoli. Non ebbe contezza di questo fatto Andrea Dandolo [531] nella sua Cronica di Venezia. Fu in quest'anno nel mese d'agosto tenuto un placito, ossia pubblico giudizio nella città di Norcia del ducato spoletino [Chron. Farfens.], da Aledramo conte, e da Adelardo e Leone, vassali e messi spediti da Lodovico magno imperadore, ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas. Aveano sessione nel medesimo giudizio Guinigiso e Gerardo duchi, Sigoaldo vescovo di Spoleti, Magio, Ittone e Liutardo parimente vescovi con altri abati, vassi e gastaldi. Aveva il suddetto Guinigiso duca di Spoleti confiscato ad regiam partem, cioè applicato alla camera del re d'Italia (il che la conoscere chi fosse il sovrano di Spoleti) i beni di un certo Paolo, che i monaci di Farfa pretendeano donati al loro monistero, ed anche posseduti da loro. La decision fu in favore d'Ingoaldo abate di Farfa. L'aver trovato nella carta di questo placito con Guinigiso duca Gerardo duca, diede, credo io, motivo a chi fece il catalogo dei duchi di Spoleti, anteposto alla Cronica farfense, di registrarlo fra i duchi di quella contrada; e tale l'hanno tenuto il padre Mabillone, il padre Pagi e l'Eccardo. Anzi il conte Campelli, siccome di sopra accennai, spacciò francamente per figliuolo di Guinigiso questo Gerardo duca. Io senza altre pruove non ardirei di asserirlo duca di Spoleti, perchè potè essere duca d'altro paese, ed essere capitato a Norcia per suoi affari; sapendo noi che s'invitavano ai placiti i più riguardevoli signori che quivi allora si trovavano. Abbiamo già veduto che nei vicini stati della Chiesa i governatori delle città portavano il titolo di duca. Nè di questo Gerardo si truova più menzione; ed essendo passato a miglior vita nell'anno seguente Guinigiso, duca indubitato di Spoleti, vedremo che gli succede Suppone, senza che più si parli di Gerardo. Però tali riflessioni fanno me andar guardingo a concedergli luogo fra i duchi di Spoleti. Al più si potrebbe sospettare [532] che fosse stato duca di Camerino. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandulus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Angelo Particiaco doge di Venezia, udita l'assunzione al trono imperiale d'Oriente di Michele Balbo, gli spedì per suo ambasciatore Angelo figliuolo di Giustiniano suo figliuolo, che avea per moglie una nobil donna per nome Romana. Ma questi giunto a Costantinopoli, da lì a pochi giorni s'infermò e morì.


   
Anno di Cristo DCCCXXII. Indizione XV.
Pasquale papa 6.
Lodovico Pio imperadore 9.
Lottario imp. e re d'Italia 3.

Per attestato di Eginardo e d'altri antichi annalisti, l'anno fu questo in cui l'imperador Lodovico, trovandosi nella dieta di Attignì, che fu universale di tutto l'imperio, e v'intervennero anche i legati del papa, si riconciliò con Drogone, Teodorico ed Ugo, suoi fratelli bastardi [Hincmarus, de Divor. Lotharii Regis.], ch'egli nell'anno 818 avea forzati a prendere l'abito monastico. A Drogone diede nell'anno seguente il vescovato di Metz, ad Ugo varii monisteri, Teodorico verisimilmente col morir poco appresso non godè dei benefizii a lui pure compartiti o destinati dal fratello Augusto. Si accusò ancora pubblicamente il religiosissimo imperadore della crudeltà usata contra di Bernardo re d'Italia suo nipote, e di quanto aveva operato contra di Adalardo abate e di Walla suo fratello, personaggi illustri della real famiglia; e ne domandò e ne fece pubblica penitenza. Dopo la dieta di Attignì [Annal. Franc. Eginhard.] egli spedì l'Augusto Lottario suo primogenito al governo dell'Italia, e gli mise a' fianchi il suddetto Walla, già fatto monaco e Gerungo che era ostiariorum magister nella sua corte, acciochè essendo esso suo figliuolo tuttavia giovane ed inesperto, si regolasse negli affari del regno col loro consiglio. Questo Walla abate, nella vita [533] di lui scritta da Pascasio Ratberto, e pubblicata dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. Bened. IV, P. 1.], è chiamato paedagogus Augusti Caesaris; noi diremmo aio di Lottario imperadore. Son di parere il suddetto padre Mabillone [Idem, lib. 2. cap. 26, de Re Diplom.] e il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che da questo ingresso di Lottario cominciasse un'altra epoca, che dicono incontrarsi in alcuni diplomi. Veramente nell'insigne archivio dell'arcivescovato di Lucca ho io vedute varie pergamene segnate con gli anni di esso imperador Lottario, postquam in Italiam ingressus est. Una di quelle fu scritta Anno XXVIII. Hlotharii imperatoris, postquam, ec. Indictione XIII, nono kal. martias, cioè nell'anno 850. Ma questa epoca pare dedotta dall'anno seguente 823, poichè in Lucca non si contavano peranche nel febbraio dell'anno presente gli anni di Lottario, ciò constando da un placito tenuto da due Scabini, dove son queste parole: Facta notitia judicati in regno Dno nro Hludovvic magni imperatoris, anno imperii ejus nono, mense aprile, Indictione quintadecima, cioè nell'anno 822, dove non si vede menzione di Lottario. Un'altra carta vidi scritta regnante. D. N. Hlothario imperatore Augusto, anno imperii ejus postquam in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et figlio ejus D. N. Hludovvico idemque imperator, anno sexto, decimo kal. octobris, Indictione quarta. Un'altra ha le seguenti note: Anno XXV. Hlotarii imperatoris postquam in Italia ingressus est, V nonas martias, Indictione X, cioè nell'anno 847, a dì 3 di marzo. Questa epoca, che mi sembra dedotta dall'anno presente, non s'accorda colle precedenti; e però lascerò sopra di ciò disputare a chi ha più abbondanza di tempo.

Abbiamo a quest'anno le seguenti parole di Eginardo [Eginhardus, Annal. Franc.], alle quali son conformi quelle d'altri annalisti [Annales Franc. Bertiniani.]. Vinigisus [534] dux spoletanus, jam senio confectus, habitu saeculari deposito, monasticae se mancipavit conversationi; at non multo post tactus corporis infirmitate decessit. In cujus locum Suppo Brixiae comes substitutus est. Sicchè nell'anno presente Guinigiso duca di Spoleti si fece monaco, e poco dappoi compiè il corso della sua vita, e in luogo suo fu sostituito dagl'imperadori Lodovico e Lottario Suppone conte di Brescia. Questo Guinigiso vien chiamato il secondo dal padre Mabillone [Mabillon., Annal. Benedictin., ad hunc ann.], perchè nel catalogo anteposto da me alla Cronica di Farfa si legge due volte Guinichus dux. Ma siccome ho di sopra avvertito, un solo Guinigiso governò quel ducato, e ciò a noi viene anche insinuato dal jam senio confectus. Il conte Campelli ed altri hanno poi creduto ch'egli non lasciasse dopo di sè prole maschile; ma il suddetto padre Mabillone pretende che restasse di lui un figliuolo similmente appellato Guinigiso; perchè in un placito tenuto nella città di Spoleti anno Ludovici et Lotharii imperatorum decimo et quarto, mense aprili, Indictione I, cioè nell'anno seguente 823, Ingoaldo abate di Farfa ricuperò una corte a lui usurpata da Guinigiso vasso dell'imperadore. Per chiarirsi meglio di ciò converrebbe aver sotto gli occhi il placito stesso, e vedere se questo Guinigiso è allora vivente; e quando sia vivo, se apparisca figliuolo del defunto duca Guinigiso, potendo altre persone fuori della di lui casa aver portato il medesimo nome. Per altro non è da fidarsi molto del catalogo suddetto, al vedere che in esso non è dipoi fatta menzione di Suppone, che senza fallo succedette in quel ducato. Secondo i sopraccitati Annali, in quest'anno ancora l'esercito d'Italia fu spedito contra di Liudevito duca ribello nella Pannonia. Costui, veggendo appressarsi le armi nemiche, abbandonata la città di Siscia, oggidì Sissec, posta alla sboccatura del Savo, si ricoverò appresso i Sorabi, creduti [535] dall'Eccardo gli stessi che i Serbi, o Servi, da lì innanzi padroni della Servia. L'Astronomo [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.] scrive ch'egli ad quemdam principem Delmatiae venit. Ammesso da quel principetto in una sua città, il pagò da par suo di questo benefizio, perchè ammazzatolo s'impadronì della città medesima. Finalmente o pentito daddovero, o fingendosi pentito, mandò all'imperador Lodovico alcuni de' suoi a chiedere misericordia, con promessa ancora di comparire davanti a lui in persona. Ma il barbaro fu poscia nell'anno seguente ucciso da uno de' suoi: con che diede fine a tante sciagure per sua cagione accadute alla Pannonia. Abbiamo parimente dal Porfirogenneta [Constantinus Porphyrogenn. de Administr. Imper. cap. 22.] e dal continuator di Teofane [Continuator Chron. Theoph.], che i Saraceni, e, quel che può recar più maraviglia, i Saraceni di Spagna, s'impadronirono in quest'anno dell'isola di Creta. Credesi che i medesimi coll'aver quivi fabbricata la città appellata Candia, fecero col tempo mutare all'isola il nome. Avendo spedito Deusdedit vescovo di Modena un suo prete all'imperador Lodovico, ottenne la conferma de' privilegii conceduti al vescovato di Modena, ossia alla chiesa di san Geminiano, dai re longobardi, e dei beni spettanti alla medesima, fra' quali era un molino, quod pertinebat ad curtem regis civitatis Novae. Presso il Sillingardi e presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.], quel diploma è scorretto in molti siti, e specialmente nel fine. L'originale ha: Durandus diaconus ad vicem Fridugisi recognovi et subscripsi. Data sexto idus februarias, anno Christo propitio VIIII imperii domni Hludovici piissimi Augusti, Indictione XV. Actum Aquisgrani palatio regio.

[536]


   
Anno di Cristo DCCCXXIII. Indizione I.
Pasquale papa 7.
Lodovico Pio imperadore 10.
Lottario imperadore e re d'Italia 4 e 1.

Per attestato di Eginardo [Eginh., Annal. Francor.], dell'autore della vita di Lodovico Pio [Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.] e d'altri annalisti antichi [Annales Franc. Bertiniani, etc.], l'imperadore Lottario già venuto in Italia, dopo avere per ordine del padre atteso a rendere giustizia ai popoli in diversi luoghi, già si preparava per tornarsene in Francia, quando fu inviato e pregato da papa Pasquale (rogante Paschale papa) a portarsi a Roma, per quivi ricevere la corona dell'imperio. L'aveano ricevuta Carlo Magno e Lodovico Pio dalle mani de' sommi Pontefici; dovea premere a papa Pasquale di conservare i suoi diritti, e di non permettere che Lottario seguitasse a farla da imperadore senza la solenne funzione della coronazione, Pascasio Ratberto [Paschasius Ratbertus, in vita Wallae Ab. apud Mabill.] ci fa sapere che Lodovico Pio anch'egli concorse ad inviare colà il figliuolo, mettendo in bocca di Lottario queste parole verso il padre: Ad eamdem sedem (di Roma) clementer me vestra imperialis eximietas misit, ad confirmandum in me, quidquid pia dignatio vestra decreverat, ut essem socius et consors, non minus sanctificatione, quam potestate et nomine. Ecco che ad autenticare e confermare l'elezion di un Augusto si richiedeva la coronazione romana. Unde (soggiugne) quia coram sancto altare et coram sancto corpore beati Petri principis Apostolorum a summo pontifice, vestro ex consensu et voluntate benedictionem, honorem et nomen suscepi imperialis officii. Andò in fatti Lottario a Roma, dove fu accolto con gran pompa (clarissima ambitione) dal sommo pontefice, e nel solenne giorno di Pasqua, [537] che in quest'anno cadde nel dì 3 di aprile, fu maestosamente ornato della corona imperiale, et Augusti nomen accepit, come se cominciasse allora ad usar questo glorioso titolo. Nelle giunte alla storia di Paolo Diacono [Rer. Ital., tom. 2, P. I.], date alla luce dal Freero, si legge all'anno 823: Lotharius imperator primo ad Italiam venit, et diem sanctum Paschae Romae fecit Paschalis quoque apostolicus potestatem, quam prisci imperadores habuere, ei super populum romanum concessit. E di qui prese principio un'epoca degli anni di Lottario imperadore, che dipoi fu la più usata in Italia ed altrove. Fu in questa occasione del trovarsi in Roma l'imperador Lottario che Ingoaldo abbate di Farfa, come consta da un diploma del medesimo Augusto dell'anno 840, rapportato dal Du-Chesne e da me [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] nella Cronica di Farfa, reclamò nel concistoro, dove erano papa Pasquale ed esso Lottario Augusto, contra del medesimo papa, perchè avea imposta al monistero di Farfa una pensione contro i suoi privilegii. Postquam nos (dice ivi Lottario) divino sibi nutu favente (Lodovico Pio) consortes fecit imperii, ab eo in Italiam directi sumus, et a summo invitati pontifice et universali papa ac spirituali patre nostro Paschali, quondam Romani venimus. Quo dum in praesentia ejusdem domni apostolici ac nostra, procerumque romanorum, sive optimatum nostrorum, atque multorum utriusque partis nobilium virorum quaestiones agitarentur: inter ceteras altercationes, jubente eodem domno apostolico, advocatus suus nomine Sergius, interpellavit virum venerabilem Ingoaldum abbatem, dicens, quod idem Sabinense monasterium (cioè di Farfa) ad jus et dominationem Romanae Ecclesiae pertineret. Ma avendo l'abbate Ingoaldo prodotti i diplomi dei re longobardi e di Carlo Magno, da' quali appariva l'esenzione del suddetto monistero, e che esso era sotto la tutela dei re d'Italia, nè avendo [538] che replicare in contrario l'avvocato pontificio: il pontefice Pasquale riconobbe di non avervi diritto alcuno, e fece restituire all'abbate tutti i beni che ex eodem monasterio potestas antecessorum ejusdem Paschalis papae injuste abstulerat. Rapporta il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron., ad ann. 824.] questo atto all'anno seguente; ma è certo che si deve riferire al presente in cui era tuttavia vivo papa Pasquale. Terminate queste funzioni [Annales Francor. Metenses. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.], se ne tornò l'augusto Lottario a Pavia, e di là nel mese di giugno passò a visitar l'imperadore suo padre, con dargli contezza delle giustizie in parte fatte e in parte cominciate in Italia. Il buono imperador Lodovico, standogli forte a cuore il sollievo e buon regolamento de' popoli, spedì allora in Italia Adalardo conte del palazzo, con ordine di prendere per suo compagno Mauringo conte di Brescia, e di perfezionar gli affari non terminati dal figliuolo.

Venuto l'autunno, tenne l'Augusto Lodovico una dieta in Compiegne [Annales Lauresham. Astronom., in Vit. Ludov. Pii.], e colà pervennero nuove da Roma come Teodoro primicerio della Chiesa romana, e Leone nomenclatore suo genero (quel medesimo probabilmente, che nell'anno 817 fu spedito da papa Pasquale a Lodovico Pio) nel palazzo lateranense erano stati prima accecati, e che loro dipoi era stato mozzato il capo: et hoc ideo eis contigisse, quod se in omnibus fideliter erga partes Lotharii juvenis imperatoris egerant. Erant et qui dicerent, jussu vel consilio Paschalis pontificis rem fuisse perpetratam. Dispiacque non poco all'imperadore un tal fatto, ed incontanente diede ordine ad Adalongo abbate di san Vedasto e ad Unfredo conte di Coira, o pur duca della Rezia, di mettersi in viaggio alla volta di Roma, per fare una diligente inquisizione di tali omicidii. In questo mentre arrivarono alla corte i [539] legati del papa, cioè Giovanni vescovo di Selva Candida e Benedetto arcidiacono della santa romana Chiesa, con incombenza di pregar l'imperadore che non prestasse fede a chi volea caricare il pontefice dell'infamia d'aver consentito alla morte di que' tali. Rispediti questi colle convenevoli risposte, fu replicato l'ordine ai legati imperiali di passare a Roma ad esaminar questo fatto. Andarono, ma non poterono raccogliere la certezza come fosse passato l'affare; perchè papa Pasquale si era giustificato col giuramento preso davanti ad un gran numero di vescovi, asserendo di non aver avuta parte in quegli omicidii. Per altro si trovò che il papa difendeva a spada tratta gli autori di quella strage, perchè erano della famiglia di s. Pietro, cioè suoi cortigiani, sostenendo che gli uccisi erano rei di lesa maestà, e però meritevolmente uccisi. Furono spediti di nuovo all'imperadore quattro legati pontificii col ritorno degl'imperiali; ed egli intese da loro la purgazione canonica praticata dal papa, che tagliava il corso ad ulteriori perquisizioni intorno alla pretesa di lui complicità, e udite le scuse degli uccisori (benchè mal volentieri), lasciò morir questo processo senza vendicare gli uccisi. Occisorum vindictam ultra persegui non valens, quamquam multum volens ab inquisitione hujusmodi cessandum existimavit: son parole dello Astronomo nella vita di Lodovico Pio. Chi non vede nella sostanza e nel maneggio di questo fatto la sovranità dell'imperadore in Roma, è da credere che abbia ben corta la vista. Sembra eziandio che i papi allora non istendessero al criminale la loro autorità, forse appartenendo ciò al prefetto di Roma, postovi dall'imperadore; ma ciò io non oso asserirlo. Nel dì 13 di giugno dell'anno presente l'imperadrice Giuditta partorì in Francfort all'Augusto suo consorte un figliuolo, a cui fu posto il nome di Carlo: figliuolo, che diede col tempo occasione ad incredibili sconcerti nella [540] monarchia franzese. Egli è celebre nella storia col nome di Carlo Calvo. Noi, andando innanzi, il vedremo un dì imperadore. Per altro in quest'anno s'unì insieme una gran frotta di disgrazie in Francia, perchè un fiero tremuoto fece traballare Aquisgrana, s'udirono di notte dei suoni insoliti; caddero furiose gragnuole ed assaissimi fulmini, continuò la mortalità degli uomini e delle bestie, ventitrè ville della Sassonia restarono distrutte dal fuoco, creduto del cielo. Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi che in quest'anno nella terra di Gravedona sul lago di Como una vecchia e già scolorita immagine della beatissima Vergine con Gesù Bambino in braccio, adorato dai Magi, per due giorni mandò splendor sì chiaro, che fu cagione di maraviglia a tutti; nè questa irradiazione si stendeva ai Magi. Della verità di questo miracolo io non fo la sigurtà ad alcuno. Così fatti prodigii e disavventure tennero forte inquieto l'animo del piissimo imperadore, di maniera che ricorse ai digiuni e alle orazioni dei sacerdoti, e alle limosine, a fin di placare lo sdegno di Dio, con farsi francamente a credere che tanti malanni presagissero qualche gran rovina al genere umano. Già avea terminato il corso di sua vita Bonifazio conte di Lucca, e verisimilmente marchese di Toscana, del quale parlammo di sopra all'anno 813. Ebbe per successore, in quel governo, Bonifazio II suo figliuolo. Ciò si ricava da uno strumento rapportato da Cosimo della Renna [Renna, Serie de' duchi di Toscana, P. I, pag. 95.], e scritto regnante domno nostro Hludovicus serenissimus Augustus, a Deo coronatus, magnus et pacificus imperator, anno imperii ejus decimo, et domni nostri Hlotarii gloriosissimi Angusti filii et in Italia anno primo, III nonas mensis octobris, Indictione secunda, cominciata nel settembre di quest'anno. Quivi Richilda filia bonae memoriae Bonifati comiti, natio Baivariorum, badessa di s. Benedetto [541] nella città di Lucca, promette ubbidienza a Pietro vescovo e ad Odelberto abbate di san Salvatore di Sesto. Dopo la di lei sottoscrizione seguita quella di Bonifazio conte suo fratello con queste parole: Signum manus Bonifati comitis germanus suprascriptae abbatissae, per cujus licentiam hoc factum est. Sicchè nel governo di Lucca era già succeduto Bonifazio II conte, che verisimilmente fu anche marchese di Toscana per le ragioni che addurremo nell'anno 828.


   
Anno di Cristo DCCCXXIV. Indizione II.
Eugenio II papa 1.
Lodovico Pio imperad. 11.
Lottario imperadore e re di Italia 5 e 2.

Ritornarono a Roma i legati, già spediti da papa Pasquale per discolparsi presso l'imperador Lodovico [Annal. Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Bertiniani et alii.]; ma trovarono esso papa gravemente malato; e in fatti da lì a pochi dì accadde la morte sua. Non se ne sa bene il dì preciso, nè se in gennaio o febbraio, o pure più tardi. Anastasio [Anastas. Bibliothecar., in Vita Pascal.] scrive ch'egli fece una solenne traslazione del corpo di santa Cecilia vergine e martire; trasportò quelli d'altri santi; riscosse molti schiavi cristiani dalle mani degl'infedeli, riparò molte chiese rovinate; e lasciò dappertutto memorie illustri della sua pia munificenza verso d'esse chiese e verso de' poveri. Si venne all'elezion del nuovo pontefice, e non s'accordando il popolo, due ne furono eletti; ma prevalendo la fazione de' nobili, restò canonicamente prescelto ed ordinato Eugenio, secondo di questo nome, che era prima arciprete di santa Sabina. Ne fu portata subito la nuova all'imperador Lodovico da Quirino suddiacono; e non resta sentore che fosse fatta doglianza alcuna per la sua consecrazione, la qual nondimeno pare seguita poco dopo l'elezione sua; se non che abbiamo dagli [542] Annali de' Franchi, avere in questi tempi l'Augusto Lodovico presa la risoluzione d'inviare a Roma il figliuolo Lottario imperadore, ut vice sua functus, ea, quae rerum necessitas flagitare videbatur, cum novo pontifice, populoque romano, statueret atque firmaret. Dopo la metà d'agosto si mise in viaggio esso Lottario, accompagnato da Ilduino abate di s. Dionisio, e arcicappellano di Francia; e giunto a Roma fu onorevolmente ricevuto da papa Eugenio. Cui quum injuncta sibi patefecisset (son parole d'Eginardo) statum populi romani, jamdudum quorumdam, perversitate pontificum depravatum, memorati pontificis benevola assensione ita correxit, ut omnes, qui rerum suarum direptione graviter fuerant desolati, de receptione bonorum suorum, quae per illius adventum, Deo donante receperant, magnifice sunt consolati. Anche Pascasio Ratberto [Paschasius Ratbertus, in Vit. Wallae Ab., lib. 1.] scrive che il celebre Walla abbate si adoperò molto perchè fosse eletto e consecrato Eugenio, santissimo vescovo della sede apostolica, in cujus ordinatione plurimum laborasse dicitur, si quo modo per eum deinceps corrigerentur, quae diu negligentius a plurimis fuerant depravata. Odasi inoltre l'autore della vita di Lodovico Pio [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], che dopo aver detto il buon accoglimento fatto dal papa al giovane imperador Lottario, aggiugne: quumque de his, quae acciderant, quereretur, quare scilicet hi, qui imperatori et Francis fideles fuerant, iniqua nece peremti fuerint, et qui superviverent, ludibrio reliquis forent et haberentur; quare etiam tantae querelae adversus Romanorum pontifices, judicesque sonarent: repertum est, quod quorumdam pontificum vel ignorantia vel desidia, sed et judicum caeca et inexplebili cupiditate, multorum praedia injuste fuerint confiscata. Ideoque reddendo, quae injuste fuerant sublata, Lotharius magnam populo romano creavit laetitiam. Statutum est etiam JUXTA [543] ANTIQUUM MOREM, ut EX LATERE IMPERATORIS mitterentur, qui judiciariam exercentes potestatem, justitiam omni populo facerent, et tempore, quo visum foret imperatori, aequa lance penderent. Sicchè ai disordini passati si rimediò coll'obbligare la camera pontificia alla restituzion dei beni indebitamente confiscati; e si provvide all'avvenire col deputar giudici ex latere imperatoris, che amministrassero giustizia a tutto il popolo, e durassero nell'impiego per quel tempo che paresse all'imperadore medesimo. Atti tali non credo che abbiano bisogna di spiegazione. E probabilmente fu in tal congiuntura che l'imperadore Lottario, trovati in Roma dei giudici rei di concussioni ed ingiustizie, li gastigò con inviarli alle prigioni in Francia. Ma col tempo papa Eugenio tanto si adoperò che riebbero la libertà. Nella vita breve d'esso papa scrive Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Vit. Eugenii II.]: Hujus diebus romani judices, qui in Francia tenebantur captivi, reversi sunt, quos in parentum propria ingredi permisit, et eis non modicas res ex patriarchio lateranensi praebuit, quia erant pene omnibus facultatibus destituti. Oltre a ciò, pel buon governo di Roma Lottario Augusto pubblicò alcune costituzioni, pubblicate dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], ma più copiose presso l'Olstenio [Holstenius, Collect. Rom., P. II.]. Nella prima egli ordina che chiunque ha spezial privilegio, dipendenza e patrocinio del papa e dell'imperadore (sub speciali defensione domni apostolici, seu nostra), inviolabilmente ne goda, sotto pena della vita a chi li molestasse. Vedemmo di sopra il monistero farfense posto sub defensione regum langobardorum et Caroli Magni, e sopra d'esso niun dominio per conto del temporale avea il papa. Ivi similmente comanda che si presti in tutto una giusta ubbidienza al romano pontefice e ai suoi duchi (governatori delle città) e ai giudici da lui deputati a far giustizia. Nella seconda son vietate le ruberie fatte [544] in addietro, tanto vivente il papa, come nella sede vacante. Nella terza si prescrive, sotto pena d'esilio, che niuno impedisca l'elezion del pontefice, e ad eleggerlo concorrano quei soli Romani che v'hanno diritto. Nella quarta vuole che sieno deputati dei messi dall'imperadore, che ogni anno informino esso Augusto, come si portino i giudici nell'amministrazion della giustizia, e come sia osservata l'imperial costituzione. Decreta inoltre che in prima istanza le querele contra i duchi o giudici negligenti sieno portate al papa, acciocchè egli tosto vi provvegga per mezzo de' suoi deputati; o lo faccia sapere all'imperadore, che manderà suoi messi per provvedere. Nella quinta vuole che s'interroghi tutto il senato e popolo romano, per sapere con che legge voglia vivere, avvertendo ognuno che se commetteran delitto contra la legge da loro eletta e professata, secondo quella saran gastigati per ordine del pontefice e dell'imperadore. Va inteso delle leggi romane, saliche, bavaresi, ripuarie e longobarde, che tutte aveano allora corso in Italia ed anche in Roma, dove concorrevano tanti Longobardi e Franzesi. Nella sesta trovandosi dei beni occupati alla Chiesa romana da alcuni potenti di Roma, sotto pretesto d'averli ottenuti dai precedenti papi, vuole i ministri imperiali, il più presto che si possa, li facciano restituire. Nella settima comanda che non si facciano dai Romani ruberie ne' confini delle provincie suggette al regno d'Italia; e che le già fatte ed ogni altra ingiustizia occorse di qua e di là sia corretta secondo le leggi. Nell'ottava dà ordine, che compariscano alla sua presenza, finchè egli si trova in Roma, tutt'i duchi, giudici ed altri uffiziali del governo; perchè ne vuol sapere il numero e i nomi, e fare a cadauno un'ammonizione intorno al ministero che gli è appoggiato. In ultimo comanda ed esorta ciascuno che portino in tutto ubbidienza e riverenza al romano pontefice, se loro sta a cuore di goder la grazia di Dio e d'esso imperadore. Da queste ordinazioni risulta la signoria [545] de' papi in Roma e nel suo ducato, ma insieme la superiore degli Augusti. Tornò poscia Lottario in Francia, e notificato al padre come erano stati eseguiti in Roma i di lui ordini, se ne rallegrò forte il buon imperadore, e specialmente del bene fatto agli oppressi sotto i precedenti pontificati.

Se vogliamo prestar fede al continuatore anonimo della storia di Paolo Diacono [Rer. Italic., P. II, tom. 1.], già pubblicato dal Freero, Lottario imperatore solennizzò in Roma la festa di san Martino, e fece fare tanto egli come papa Eugenio al clero e popolo romano il seguente giuramento: Promitto ego ille per Deum omnipotentem, et per ista quatuor Evangelia et per hanc Crucem Domini nostri Jesu Christi, et per corpus beatissimi Petri principis Apostolorum, quod ab hac die in futurum ero fidelis dominis nostris imperatoribus Hludovico et Hlothario, diebus vitae meae, juxta vires et intellectum meum, sine fraude atque malo ingenio, salva fide, quam repromisi domino apostolico. Et quod non consentiam, ut aliter in hac sede romana fiat electio pontificis, nisi canonice et juste secundum vires et intellectum meum; et ille, qui electus fuerit, me consentiente consecratus pontifex non fiat, priusquam tale sacramentum faciat in praesentia missi domini imperatoris et populi eum juramento, quale dominus Eugenius papa sponte pro conservatione omnium factum habet per scriptum. Ma noi non possiam dare questo per documento sicuro, stante il dirsi da quello scrittore che anno DCCCXXV Lotharius imperator iterum ad Italiam veniens, missam sancti Martini Romae celebravit. Bensì nell'anno presente 824 venne a Roma l'imperador Lottario, e si può credere che vi si trovasse nella festa di san Martino, perchè solamente nel seguente anno tornò in Francia; ma non sussiste la sua venuta nell'anno 825. Anche il padre Pagi [Pagius, ad Ann. Baron.] per altre ragioni tien quell'autore per molto posteriore a' tempi di Paolo [546] Diacono. Giovan-Giorgio Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 28.] crede errato qui l'anno per colpa de' copisti. Tolto ciò, non è inverisimile quell'atto per i motivi che addurremo più abbasso. Lo stesso padre Pagi lo riferisce come cosa certa; e veramente papa Eugenio, considerata la discordia accaduta nella propria elezione, potè condiscendervi, per rimediare ai disordini dell'avvenire. Tuttavia lecito è a ciascuno di sentire qui ciò che gli pare più verisimile. Prima che il suddetto Augusto Lottario imprendesse di quest'anno il viaggio in Italia, trovandosi in Compiegne, diede un diploma in favore di Leone vescovo di Como, che si legge presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.], dove conferma alla di lui chiesa i privilegii conceduti da Ansprando, Cuniberto, Bertarido, Ariberto, Liutprando, Rachisio, Astolfo e Lodovico suo padre, e nominatamente res quas Waldo abbas praedicto Petro episcopo quaesivit, quae erant sitae in Valle Tellina in ducatu mediolanense. Degno è d'osservazione questo nome di ducato di Milano, e che la Valtellina fosse in esso compresa. Per altro quel diploma è pieno di spropositi, e v'ha qualche giunta che non può venir dall'originale, come è il dirsi sul principio Lotharius primus Augustus. Quel primus è stato aggiunto da qualche sciocco, e così Ludovicus secundus e Ludovicus tertius ne' susseguenti, quasichè gli imperadori d'allora usassero i riti dei tempi nostri. Negli Annali sacri del padre Tatti [Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 1.] non compariscono così macchiati que' diplomi. La data è questa: III nonas januarii anno, Christo propitio, undecimo imperii domni Ludovici piissimi Augusti, Lotharii filii ejus gloriosissimi regnantis secundo, indictione secunda, anno DCCCXXIV. Actum Compendio, palatio regio. Ma quell'anno dell'era cristiana anch'esso è una giunta, non essendo per anche stato in uso di questi monarchi ne' loro diplomi, come [547] risulta da tanti altri esempli. L'anno secondo di Lottario, corrente nel dì 3 di gennaio del presente anno, suppone una epoca incominciata nell'anno 822. Un altro diploma d'esso Lottario vien riferito dal medesimo padre Tatti sotto il precedente anno con queste note: Datum III nonas junii anno imperii domni Hludovici serenissimi imperatoris X, regnique Hlotharii gloriosissimi Augusti in Italia I, Indictione prima. Actum Venonica Villa Unfredi comitis, in Dei nomine feliciter. Amen. Anno DCCCXXIII. Si dee credere aggiunto l'anno cristiano, perchè è fuor di sito e non usato allora.

Fu costretto ancora in quest'anno l'imperador Lodovico, per domare gli umori inquieti de' popoli della minore Bretagna, di portarsi con un potente esercito in quella provincia, insieme coi suoi due figliuoli Pippino e Lodovico. Secondo gli abusi di que' tempi, anche i vescovi, gli abati ed altri ecclesiastici, che aveano de' vassalli, erano obbligati ad intervenirvi coll'armi. E v'intervenne appunto anche Ermoldo Nigello monaco, anzi per quanto portano le conghietture, abbate di Aniana, che racconta [Ermold. Nigellus, lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] quella guerra, con protestar nondimeno di non aver combattuto, nè sparso il sangue d'alcuno, e con aggiungere un motto faceto del re Pippino, che al vedere la bella figura di questo buon monaco guernito d'armi, non potè contener le risa, e gli disse che andasse a studiar lettere; che questo era il suo mestiere, e non già il maneggiar armi. Ecco le sue parole:

Hic egomet scutum humeris ensemque revinctum

Gessi, sed nemo me feriente dolet.

Pippin hoc aspiciens, risit, miratur et infit:

Cede armis, frater, literam amato magis.

Questi erano i bei costumi d'allora, che durarono anche dipoi gran tempo al dispetto di tutte le doglianze de' sommi pontefici e de' concilii, e benchè Carlo [548] Magno avesse promesso di esentar gli ecclesiastici della guerra. Per più di quaranta giorni fu devastata la minore Bretagna, tanto che quel popolo s'indusse alla sommessione e a dar degli ostaggi per sicurezza delle loro promesse. Vennero nel novembre di quest'anno all'udienza dell'imperador Lodovico [Annales Franc. Eginh. Annal. Franc. Bertin., ec.] in Roano i legati di Michele Balbo imperadore d'Oriente, per confermar la pace fra l'uno e l'altro imperio, e gli presentarono varii regali per parte del loro padrone. Si servì di questa congiuntura Fortunato patriarca di Grado per venire anch'egli da Costantinopoli a trovar lo imperadore desideroso d'essere rimesso in sua grazia. Ma quegli ambasciatori nulla parlarono in favore di lui; ne parlò ben egli; ma l'imperadore il rimise al papa, come a giudice competente dei suoi pari. Secondochè scrive il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]: questo patriarca terminò il corso della sua instabile vita in Francia, e lasciò per testamento alla chiesa di Grado molti ricchi arredi ch'egli aveva acquistati nelle varie sue vicende. Suo successore nel patriarcato di Grado fu Venerio, nato in Rialto, ossia nella nuova Venezia, che rifabbricò in Grado molte chiese malcondotte dalla lor vecchiaia. Suppone, già da noi veduto duca di Spoleti, godè per poco tempo della sua fortuna, perchè per attestato degli Annali de' Franchi, mancò di vita in quest'anno. Trovavasi allora in Italia a rendere giustizia ai popoli per ordine degl'imperadori Adalardo conte del palazzo, appellato il Minore. A lui fu conferito quel ducato; ma appena passarono cinque mesi che anch'egli sloggiò da questa vita. In suo luogo venne dichiarato duca di Spoleti Mauringo ossia Moringo, conte di Brescia, che vedemmo nell'anno precedente delegato anch'esso dall'imperador Lodovico insieme col suddetto Adalardo. Strana cosa parve che appena ricevuta la nuova [549] della dignità a lui conferita, cadde infermo, e passò similmente al paese dei più. Pensa il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.] che a lui succedesse nel governo di Spoleti Guido I, ossia Guidone o Widone; ma di ciò parleremo più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che i legati dell'imperador greco portarono all'Augusto Lodovico lettere del loro padrone, dove si trattava del culto delle sacre immagini, contra le quali esso Michele imperadore palesemente s'era dichiarato, per veder di tirare nel suo partito il regno de' Franchi. Lodovico poscia inviò tutti costoro a Roma, acciocchè di questo affare risguardante la Chiesa ne fosse giudice il solo romano pontefice. Se vogliam credere ad essi Greci, molte superstizioni e molti abusi s'erano introdotti nella venerazion delle immagini. Ora Lodovico a cui dispiaceva la dissension della Chiesa per questo affare, spedì anch'egli al papa i suoi legati, con chiedergli licenza di tener delle conferenze coi vescovi per disaminar questo punto, benchè già deciso nel concilio niceno II.


   
Anno di Cristo DCCCXXV. Indizione III.
Eugenio II papa 2.
Lodovico Pio imperadore 12.
Lottario imperadore e re di Italia 6 e 3.

Fu in fatti nel novembre dell'anno presente tenuta in Parigi una copiosa conferenza di vescovi per riconoscere, se culto si dovesse, e quale, alle sacre immagini, e si trovarono que' prelati conformi in alcuni punti alla dottrina della Chiesa romana, stabilita nel suddetto concilio di Nicea, ma discordi in altri. Essendo fuori dell'assunto, ch'io ho preso, una tal controversia, rimetto i lettori bramosi di prenderne conoscenza, a quanto sopra di ciò hanno scritto il cardinal Baronio [Baron., Annal. in Eccl.], il padre [550] Mabillone [Mabill., Praef. p. 1. Saecul. IV, Benedictio.] e il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.], e alla storia ecclesiastica del Fleury. Mentre l'imperador Lodovico era in Aquisgrana, vennero a trovarlo gli ambasciatori de' Bulgari per metter fine alle dispute de' confini fra la loro nazione e i Franchi. Segno è questo che il dominio dei Franchi si stendeva ben oltre nella Pannonia, mentre arrivava sino ai confini della Bulgaria. Tuttavia potrebbe essere che i Bulgari occupassero allora un paese più vasto della Bulgaria moderna da noi conosciuta, e che potessero anche sì fatte liti essere state dalla parte della Schiavonia. L'imperadore, come conveniva, rispose con sue lettere al re dei Bulgari; ma per ora non seguì accordo alcuno fra loro. Conchiuse egli bensì un trattato di pace coi Danesi, e inoltre destinò varii messi per diverse parti della sua monarchia con ordine di procurar l'onore delle chiese e la giustizia fra i popoli. Leggonsi tuttavia presso il Baluzio [Baluz., Capitular. Reg. Franc. tom. 1.] le Istruzioni sue premurose e giuste, a tale effetto pubblicate in un capitolare. Finquando vivea papa Pasquale, Claudio vescovo di Torino, di nazione spagnuolo, avea cominciato a riprovar la venerazione delle sacre immagini e delle relique, e i pellegrinaggi della gente pia. Si sa che esso papa era in collera contra di lui. Da che Pasquale fu chiamato da Dio a miglior vita, si diede Claudio a scrivere pubblicamente contro la dottrina della Chiesa. Non si può negare, costui era uomo dotto, ma pieno di superbia e di presunzione: chiamava asini tutti i vescovi d'Italia. Scrisse a Teodemiro abbate in Francia per persuadergli i suoi sentimenti; ma l'abbate, lungi dall'accordarsi con lui, modestamente riprovò gli erronei di lui sentimenti. Di più non vi volle perchè Claudio acceso di collera facesse un insolente risposta in difesa de' suoi errori. Dalla Cronica farfense [Part. II, tom. 2 Rer. Ital.] apprendiamo [551] avere papa Eugenio donate al monistero di Farfa due masse, appellate l'una Pompeiana, e l'altra Belagai, poste infra nobilissimam urbem romanam: il che ci fa conoscere che entro Roma stessa si trovavano dei buoni poderi coltivabili. Ingoaldo abbate ne cercò in quest'anno la conferma da Lottario imperadore, come costa dal suo diploma, dato secundo kalendas junias, anno, Christo propitio, imperii serenissimi domni Ludovici Augusti XII, regnique Lotharii gloriosissimi imperatoris in Italia III, Indictione III Actum Olonna palatio regio, cioè nell'anno presente. Dura tuttavia il nome di corte Olonna nel distretto di Pavia in vicinanza del fiume Olonna non lungi dal Po. Era una volta luogo di delizie dei re d'Italia con palazzo per la villeggiatura; e quivi furono dati varii loro diplomi. Oggidì appartiene ad un generoso signore della casa d'Este, cioè a don Carlo Filiberto d'Este, principe del sacro romano imperio e marchese di san Martino. Circa questi tempi per attestato del Dandolo [Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], i dogi di Venezia spedirono Giusto prete per loro legato, unitamente con Pietro diacono di Venerio patriarca di Grado, agl'imperadori Lodovico e Lottario, ed ottennero la conferma delle esenzioni de' beni spettanti alla chiesa di Grado nel regno d'Italia. Trovavasi l'Augusto Lottario in Marengo, corte regale in Lombardia, nel febbraio dell'anno presente, ed ivi con suo diploma [Antiquit. Italic., Dissertat. XXXVII, p. 577.] assegnò un monistero in ricompensa d'uno spedale di pellegrini tolto all'insigne monistero della Novalesa. Erano negli antichi secoli frequentissimi gli spedali per alloggiare i pellegrini, tanto nelle città che fuori, e massimamente nei passaggi delle montagne e de' fiumi perchè le osterie, sì usate oggidì, erano allora cose rare. Però pochi monisteri di monaci e canonici regolari si contavano una volta che non avessero di sì fatti caritativi alberghi; per nulla dire di tanti [552] altri istituti per gl'infermi, per gli fanciulli esposti, per gli vecchi ed altri poverelli: del che ho io trattato nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVII, pag. 577.].


   
Anno di Cristo DCCCXXVI. Indizione IV.
Eugenio II papa 3.
Lodovico Pio imperadore 13.
Lottario imperadore e re di Italia 7 e 4.

Tenne in quest'anno papa Eugenio un concilio in Roma riferito in parte dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] ed interamente poi dall'Olstenio e dal Labbe [Labbe, Concilior., tom. 7.]. Si dice ivi raunata quella sacra assemblea, imperante domino nostro piissimo Augusto Hludovico a Deo coronato magno imperatore, anno XIII, et post consulatum ejus anno XIII, et Hlothario novo imperatore ejus filio anno X, Indictione IV (probabilmente sarà stato ivi scritto Indictione V, cominciata nel settembre) mensis novembris die XV. Si vede qui praticato per gl'imperadori d'Occidente lo stesso stile che si usava nei tempi addietro per gli greci Augusti, allorchè erano padroni di Roma. Merita anche osservazione l'epoca di Lottario Augusto presa non già dall'anno della coronazione romana 823, ma bensì dalla sua prima elezione dell'anno 817. A questo concilio intervennero sessantatrè vescovi, e furono fatti trentotto canoni. Fra l'altre cose dice il pontefice d'aver inteso come in alcuni luoghi non si trovavano maestri di lettere, e che di ciò niuno prendeva cura. Il perchè ordina che in tutti i palazzi dei vescovi e in tutte le pievi, cioè nelle case de' parrochi di villa e negli altri luoghi, dove occorra il bisogno, vi sia chi insegni le lettere e l'arti liberali, e spieghi la divina Scrittura. C'era quest'obbligo anche prima, e Carlo Magno ebbe anche egli a cuore che non meno in Francia e Germania, che in Italia rifiorisse lo studio [553] delle lettere. Ma in che stato fosse allora per questo conto l'Italia, e ciò che allora insegnassero i maestri, lo vedremo all'anno susseguente. In esso concilio ancora fece premura il papa perchè dappertutto s'introducesse l'istituto dei canonici, e della vita loro comune in chiostro unito alle cattedrali. Sappiamo eziandio dagli Annali de' Franchi [Annal. Franc. Lauresham. Auct. Vit. Ludovici Pii.], che nell'anno presente furono spediti da papa Eugenio all'imperador Lodovico due nunzii, cioè Leone vescovo di Selva Candida e Teofilatto nomenclatore; ma senza essere a noi pervenuto il motivo e soggetto di quest'ambasceria. Vi tornò ancora un legato del re de' Bulgari, e questi, giacchè non era anche decisa la controversia de' confini, fece nuove istanze per determinarle senza maggior dilezione, altrimente protestava che cadauno difenderebbe coll'armi ciò che possedeva. Andò l'imperadore tirando in lungo le risposte, perchè v'era qualche sentore che il re suddetto in questo mentre fosse stato ucciso o cacciato dal regno; e per chiarirsene inviò Bertrico, conte del palazzo, a Baldrico, duca o marchese del Friuli, e a Geroldo, conte della Carintia, con ordine d'informarsene. Si trovò falsa la voce: però l'imperadore rispedì quel legato, ma però senza lettere.

La funzione più riguardevole dell'anno presente nella corte dell'augusto Lodovico fu la venuta di Erioldo ossia Exoldo, re di Danimarca, colla moglie ed un figliuolo ad Ingeleim, presso al Reno, dove esso imperadore tenne una gran dieta. Aveva Ebbone, arcivescovo di Rems, esortato questo re pagano ad abbracciar la fede di Gesù Cristo, e a questo fine venne egli a trovar l'imperadore; ma vel trassero anche dei riguardi politici, mentre non si sentiva egli sicuro sul trono per la concorrenza de' figliuoli del re Gotifredo, e potea molto giovargli la protezione e l'aiuto dell'imperadore. [554] Ermoldo Nigello abbate, il cui poema, ricavato dalla biblioteca cesarea, ho io dato in luce [Ermold. Nigell., lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], descrive minutamente questo avvenimento, di cui sembra essere stato spettatore, cioè tutta la solennità del ricevimento d'esso Erioldo: il battesimo a lui conferito, alla moglie ed al figliuolo; la sua coronazione, e i regali a lui presentati da Lodovico, a sua moglie dall'imperadrice Giuditta, e a suo figliuolo da Lottario Augusto; e una sontuosa caccia fatta in tal occasione col convito di campagna preparato dall'imperadrice. Terminate queste funzioni, Erioldo sottopose il regno suo danese all'imperio romano, con giurar fedeltà all'Augusto Lodovico. Finalmente accompagnato da Anscario monaco, il quale col tempo divenne vescovo di Amburgo ed apostolo del Settentrione, ed ora veniva destinato a predicar la religione di Cristo nelle di lui contrade, s'incamminò verso la Danimarca, dove, per quanto si ha dall'antico storico di quel regno [Saxo Grammat., lib. 9 Hist. Dan.], da lì a qualche tempo abiurò la credenza e i riti del Cristianesimo, mancando di fede a Dio e all'Augusto suo benefattore; Degnissima ancora di memoria, e non senza ragione, parve agli scrittori d'allora l'introduzione in Occidente di far gli organi da fiato. Fin qui era stata ristretta nei Greci, che forte se ne gloriavano; e chi volea degli organi anche in Italia, li facea venir fatti di colà. Fin dall'anno 757 Costantino imperador de' Greci ne inviò uno in dono a Pippino re di Francia: e questo sonato empiè di maraviglia i Francesi. Noi, avvezzi ad udir sì fatte ingegnosissime macchine, non ce ne stupiamo ora punto; ma se per la prima volta ne udissimo una, tasteggiata da qualche buon maestro, l'ammireremmo ancor noi al pari di quelli. Dissi che il saper fabbricare di questi organi era mestiere allora affatto ignoto in Occidente. Accadde, che tornando alla corte imperiale [555] Baldrico duca del Friuli [Annales Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Fuldenses, etc.], per informar l'imperadore delle diligenze da sè praticate per risaper lo stato dei Bulgari, menò seco un prete veneziano, per nome Giorgio, il quale si esibì pronto a lavorar di questi organi. Accettata ben volentieri una tal proposizione, l'imperadore il mandò ad Aquisgrana, con ordine di somministrargli tutto il bisognevole. L'opera fu compiuta, e perciò essendosi in quelle parti introdotta quest'arte, che s'andò poi sempre più dilatando, non ci fu più bisogno da lì innanzi di ricorrere alla Grecia per arricchir d'organi i sacri templi. Ebbe il suddetto Giorgio prete in ricompensa una badia in Francia. Siccome fu detto di sopra, era divenuto duca, ossia principe di Benevento Sicone. Radelchi, o vogliam dire Radelgiso, che tanto avea cooperato alla di lui esaltazione, per qualche tempo fu uno de' suoi favoriti. Nulla d'importante, per quanto scrive l'Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan. Paralipomen., P. II, tom. 2 Rerum Italicarum.], si faceva in quella corte senza il parere di esso Radelgiso. Ma ritrovandosi egli al suo governo di Conza, e venutogli all'orecchio che Sicone senza partecipazione sua avea presa non so qual risoluzione, se l'ebbe a male, e gli scappò detto: Poco fa io ho tolto di mezzo il falcone (cioè Grimoaldo Storesaiz duca, da lui ucciso), mi resta anche la volpe (cioè Sicone). Non cadde in terra questo motto, e fu rapportato ben tosto al principe Sicone, che con grande amarezza l'ascoltò, e cominciò a pensar le vie di fortificarsi con delle parentele contro ai disegni di Radelgiso. Per questo maritò tre sue figliuole con tre de' più nobili e potenti beneventani.

Allora fu che Radelgiso, il quale dianzi si teneva in pugno le nozze d'una di quelle principesse con un suo figliuolo, non solamente conobbe perduta per lui [556] questa fortuna, ma eziandio si avvide di essere caduto di grazia, e si riputò come perduto. Però si appigliò al partito di abbandonare il mondo, per motivo, diceva egli, di far penitenza dell'omicidio commesso nella persona del suo principe, e ne ottenne licenza da Sicone, il quale fece vista di concederla mal volentieri. Raccomandatogli il figliuolo, si cinse al collo una catena; e presa questa da un suo famiglio, si fece condurre al monistero di Monte Casino, e quivi con assai gemiti e lagrime chiese l'abito monastico, che non gli fu negato. Sì l'Anonimo salernitano che Erchemperto [Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], monaci amendue, raccontano cose grandi della sua penitenza, e v'aggiungono anche de' miracoli. Fecesi monaca anche sua moglie in un monistero fuori di Conza, e menò vita santa. Ora Sicone, che da Erchemperto ci vien dipinto per uomo bestiale e troppo pesante ai Beneventani, e dal suddetto Anonimo, per lo contrario, uomo mansueto e liberale: attaccò lite coi Napoletani, che tutta la potenza de' Longobardi non avea mai potuto sottomettere, e fece loro un'aspra guerra per più anni, con assediar Napoli per mare e per terra. Convien credere che già questa cominciasse molto prima dell'anno presente, e che quel popolo si trovasse anche a mal partito, perchè sappiamo dal sopraddetto Erchemperto che i Napoletani furono costretti a ricorrere a Lodovico imperadore. Gli Annali dei Franchi appunto notano sotto quest'anno che in Aquisgrana sì presentarono all'udienza dell'imperadore i legati dei Napoletani, i quali, ricevuta che ebbero la risposta, se ne tornarono a casa loro. Forse ottennero qualche lettera di raccomandazione al duca di Benevento. Ma che non per questo cessasse la guerra, o la molestia al loro territorio, lo conosceremo andando innanzi. Non si può ben chiarire la cronologia dei duchi di Napoli; tuttavia sappiamo da Giovanni [557] Diacono [Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.], scrittore di questi tempi, che Teofilatto circa il principio di questo secolo governava quella anche allora potente città. A lui succedette Antimo, dopo la cui morte non accordandosi i Napoletani nell'elezione del duca (ed aveano essi il gius di eleggerlo), stimarono meglio di prendere uno straniero che un lor cittadino pel governo. Spediti dunque dei messi in Sicilia, fecero venire di colà un greco Teottisto, e il costituirono maestro de' militi, cioè generale dell'armi loro. I rettori di Napoli erano in que' tempi chiamati ora duchi, ora consoli, ora maestri de' militi: tre nomi che significavano il governatore, ossia principe di Napoli, il quale nondimeno riconosceva per sovrano l'imperadore de' Greci. Teottisto ebbe per successore Teodoro, decorato del titolo di protospatario da esso imperadore. Costui fu cacciato via dai Napoletani, e sustituito in suo luogo Stefano nipote di Stefano dianzi vescovo di quella città. Per attestato del medesimo Giovanni Diacono, ai tempi di questo duca Stefano, Sicone principe di Benevento mosse guerra a Napoli, ansioso di conquistare quella nobilissima città ed arrecò infiniti danni a quei contorni. Fingendo poscia di dar mano ad un trattato di pace, inviò entro la città i suoi legati con ordine di guadagnar con danari alcuni de' principali del popolo: il che loro venne fatto. Presentatosi Stefano davanti alla chiesa di santa Stefania, per conchiudere il trattato, quivi fu ucciso dai congiurati su gli occhi dei legati beneventani. Ma costoro ne furono ben pagati dalla giustizia di Dio, perchè creato immantinente duca Buono, cioè uno degli stessi uccisori, egli da lì a poco parte de' suoi complici fece abbacinare, e parte ne cacciò in esilio. Era costui Buono di nome, scellerato di fatti. Cominciò tosto ad aggravare e malmenare il clero e i beni delle chiese di Napoli: e perciocchè Tiberio, vescovo della città, [558] gli minacciava l'ira di Dio, il fece prendere e confinare in una dura prigione, dove il tenne vivo gran tempo a pane ed acqua. Forzò dipoi Giovanni ad accettar l'elezione di lui fatta di successore nel vescovato, minacciandolo che, se ricusava, avrebbe fatto mozzare il capo al tuttavia vivente Tiberio vescovo. Non durò il ducato di Buono se non che un anno e mezzo; e tuttavia esiste l'epitaffio suo rozzissimo presso Camillo Pellegrino, che il fa morto nell'anno 834. Epitaffio nondimeno composto da qualche poeta col privilegio di poter dire delle bugie.


   
Anno di Cristo DCCCXXVII. Indiz. V.
Valentino papa 1.
Gregorio IV papa 1.
Lodovico Pio imperad. 14.
Lottario imperadore e re di Italia 8 e 5.

Accadde nel mese d'agosto la morte del buon papa Eugenio II, poche memorie del quale per negligenza di que' tempi son giunte a nostra notizia, essendo stata troppo breve la vita di lui, che ci resta presso Anastasio bibliotecario. Successore nella cattedra di s. Pietro fu immediatamente con rara concordia di tutti eletto Valentino diacono, oppure arcidiacono, senza che apparisca [Annal. Franc. Eginhardus.] che si aspettasse approvazione alcuna degl'imperadori o de' loro ministri. Di questo pontefice erano insigni le virtù, annoverate dal suddetto Anastasio [Anastas, in Vit. Valentini.], ed egli degno ben era di lunga vita; ma non passò un mese che Dio sel tolse, con dolore di tutti i Romani. Si venne adunque ad una nuova elezione, e i voti di tutto il clero e popolo romano concorsero nella persona di Gregorio IV, parroco, ossia cardinale di s. Marco, la cui pietà e carità verso i poveri, con assaissimi altri pregi, gli servirono di raccomandazione per conseguire la cattedra di s. Pietro. Dissi che tutti concorsero, ma se ne dee eccettuare [559] uno, cioè Gregorio stesso, che, per quanto potè, ripugnò ad accettar sì fatta elezione. Abbiamo poi da Eginardo, che questi electus, sed non prius ordinatus est, quam legatus imperatoris Romam venit, et electionem populi, qualis esset, examinavit. Ecco dunque che cominciamo a vedere verificato il decreto attribuito a papa Eugenio secondo e Lottario Augusto intorno al divieto di consecrare il pontefice eletto senza l'assenso dell'imperadore o de' suoi ministri, con potersi dubitare che ciò ancora si osservasse nell'elezione di Valentino, perchè, forse in Roma, si trovava il legato imperiale che acconsentì. L'autore della vita di Lodovico Pio scrive [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.] che fu eletto esso Gregorio, dilata consecratione ejus usque ad consultum imperatoris. Quo annuente et electionam cleri et populi probante, ordinatus est in loco prioris. Facevano gran rumore in Italia e in Francia gli scritti di Claudio vescovo di Torino contro il culto delle sacre immagini. Presero perciò la penna per confutare i di lui errori Dungalo monaco, e poi Giona, vescovo di Orleans. Il padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc ann.] cercando chi fosse questo Dungalo, autore del libro de Cultu imaginum, inclinò a crederlo monaco nel monistero di s. Dionisio in Francia, e lo stesso che un Dungalo rinchiuso, cioè, secondo il costume durato per molti secoli, chiuso spontaneamente fra quattro mura, talvolta con un contiguo orticello, o con un oratorio, per servire a Dio in un sì stretto albergo; del qual Dungalo restano tuttavia alcuni versi. Abbracciò anche il padre Pagi [Pagius. ad Ann. Baron.], con altri, questa conghiettura, ch'io ho già dimostrato non reggere alle pruove. Cioè nelle annotazioni [Rer. Ital. P. II, tom. 1.] alle giunte delle leggi longobardiche, e molto più nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.] ho dimostrato che Dungalo, monaco, di nazione veramente scoto, come [560] immaginò il suddetto padre Mabillone, abitava non già in Francia, ma in Italia nella città di Pavia, e quivi era maestro di scuola, inviatovi dall'imperador Carlo Magno, affine d'insegnar le lettere in quella real città. Ciò costa dal capitolare di Lottario Augusto, da me dato alla luce, di cui parleremo più a basso, e da altre memorie. La di lui vicinanza a Torino il mosse ad entrare in aringo contra del suddetto prosuntuoso prelato. Leggesi anche una lettera di questo Dungalo, pubblicata dal padre Dachery [Dachery, in Spicileg.], e indirizzata a Carlo Magno nell'anno 811, in risposta alle interrogazioni fatte da quel glorioso principe intorno a due eclissi del sole accaduti nell'anno 810. Frequenti poi aveano cominciato ad essere le traslazioni de' corpi santi da Roma in Francia e Germania, paesi che ne scarseggiavano. Varie se ne raccontano, che io tralascio, e solamente osservo che strepitosa fu nell'anno presente quella dei santi Marcellino e Pietro, procurata da Eginardo abate di vari monisteri in Germania, e quello stesso a cui siam tenuti della vita di Carlo Magno e, per quanto si crede, degli Annali dei Franchi. Furono que' sacri corpi rubati ed asportati dalla chiesa di s. Tiburzio di Roma. Si contano grandi miracoli succeduti in simili traslazioni. E però non si può dire quanto fossero avidi di queste caccie allora i pii Oltramontani. Usavano frodi, spendevano somme d'oro, nè lasciavano arte alcuna per giugnere ad arricchir di sacre reliquie le lor chiese e monisteri; e di qui presero talvolta occasione i furbi e falsarii di burlar la divozion di essi con reliquie insussistenti e finte. E di qui parimente è venuto che alcune chiese di Francia e Germania si gloriano di possedere i corpi d'alcuni santi insigni, come di s. Gregorio, di s. Sebastiano e simili, che pure in Roma si credono tuttavia seppelliti. Ebbe la Catalogna in quest'anno delle fiere vessazioni dai Mori, ossia dai Saraceni della Spagna, e quantunque [561] vi accorressero con forte armata i Franzesi, pure in vece di vittorie ne riportarono vergogna, e le campagne di Barcellona e Girona ne rimasero devastate. Nel mese di settembre [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.] giunsero a Compiegne, dove si trovava l'imperador Lodovico, i legati di Michele imperador dei Greci, per confermar la lega ed amicizia. Portarono dei regali; ma anch'essi furono nobiliter suscepti, opulentissime curati, liberaliter munerati. Essendo morto in quest'anno [Dandolus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.] Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, Giustiniano suo figliuolo, molto prima dichiarato doge, continuò a governar que' popoli, ed ottenne da Michel Balbo imperador dei Greci il titolo di console imperiale. Bramando Masenzio patriarca d'Aquileia di ridurre all'antica ubbidienza della sua Chiesa quella di Grado, siccome ancora le altre dipendenti da esso patriarca di Grado, ed assistito dal favor di papa Eugenio e de' regnanti Augusti, ottenne che raunasse in quest'anno un concilio di molti vescovi nella città di Mantova. La sentenza fu quale egli la desiderava, e gli atti di quella sacra adunanza si leggono pubblicati dall'accuratissimo padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monu. Eccl. Aquilejens. cap. 47.]. Ma nè più nè meno continuò il patriarcato di Grado a sussistere, non ostante lo sforzo in contrario di quello d'Aquileia.


   
Anno di Cristo DCCCXXVIII. Indiz. VI.
Gregorio IV, papa 2.
Lodovico Pio imperadore 15.
Lottario imperatore e re di Italia 9 e 6.

Cominciava già la monarchia franzese a sentire che più non la reggeva un Carlo Magno. Avea l'armata imperiale di Catalogna fatta una vergognosa figura incontro ai Mori di Spagna. Altrettanto aveva operato nella Pannonia superiore, o pur nella Carintia quella d'Italia incontro [562] ai Bulgari, che aveano dato il guasto ad un buon tratto di paese suggetto allo imperadore, senza che alcuno avesse fatta resistenza e contrasto [Annal. Francor. Bertiniani. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.]. Però l'Augusto Lodovico nel febbraio di quest'anno, tenuta una gran dieta in Aquisgrana, cassò gli uffiziali che in sì fatte congiunture aveano mancato al loro dovere. Cadde questo medesimo gastigo sopra Baldrico duca o marchese del Friuli; e quella marca, quam solus tenebat, inter quatuor comites divisa est. Sicchè veggiamo che prima d'ora era stata formata la marca del Friuli, e ch'essa per questo avvenimento cessò d'avere un duca ossia marchese, con esserne dato il governo a quattro conti, cioè a quattro governatori di città, indipendenti l'uno dall'altro. Probabilmente queste città furono Cividal di Friuli, Trivigi, Padova e Vicenza, se pur fra queste non si computò anche Verona. Il nome di marca vuol dire confine. Fin sotto Carlo Magno per maggior sicurezza delle provincie situate ai confini furono istituiti uffiziali che ne avessero cura, chiamati perciò marchensi e marchesi, che è quanto dire custodi de' confini. E perchè secondo i bisogni non mancasse forza a tali uffiziali, al marchese furono subordinati i conti, cioè i governatori delle città della provincia. Che il marchese della marca del Friuli risedesse in Trivigi, sembra che si possa conghietturare dal vedere che in quella città era la zecca dell'imperadore, come costa da una moneta di Carlo Magno ch'io ho data alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.]. Ma non andrà molto che questa marca ci comparirà davanti risorta come prima. Non so onde abbia preso il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae.] che la marca del Friuli fu allora divisa fra dodici conti, e che Lottario figliuolo dell'Augusto Lodovico se ne credette stranamente offeso. Nell'anno precedente avea lo stesso imperadore inviati a Costantinopoli per suoi ambasciatori [563] Alitgario vescovo di Cambrai, e Anfrido abbate di Nonantola sul modenese: contrassegno della singolar considerazione in cui erano allora gli abati di questo insigne monistero, ma che fra poco decaderono, siccome dirò a suo luogo. Tornarono questi legati circa il tempo della dieta suddetta contenti dell'onorevol trattamento lor fatto da Michel Balbo imperador de' Greci. Poscia nel mese di giugno, trovandosi Lodovico nella villa d'Ingeleim (perciocchè i re ed imperadori di allora mutavano spesso paese, nè soleano avere un luogo fisso di residenza, a riserva di Aquisgrana, dove era il loro più ordinario soggiorno di là da' monti, ed eccettuata Pavia per i re d'Italia) quivi si presentarono a lui con dei ricchi doni Quirino primicerio e Teofilatto nomenclatore, legati del romano pontefice Gregorio. La cagione della lor venuta è a noi ignota. Furono ben accolti e rimandati. Sparsasi poi voce che i Saraceni di Spagna con grande sforzo minacciavano la Catalogna ed anche l'Aquitania, diede l'imperadore commessione a Lottario augusto di accorrere con un grosso nerbo di milizie in ajuto del fratello Pippino. Venne Lottario a Lione per questo; ma svanita la nuova, e cessato il pericolo, se ne tornò al padre; il quale intanto religiosamente attendeva a placar Dio, che parea sdegnato colla Francia, e diede in quest'anno ordine che si celebrassero quattro concilii per la correzione del clero e del popolo.

Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi [Annales Franc. Eginhard.] che nell'anno presente Bonifazio II, conte di Lucca, del quale abbiam parlato di supra all'anno 823, e a cui l'imperadore avea dato il carico di difendere l'isola di Corsica dalle incursioni de' Saraceni, preso seco Beretario (che Berehario vien nominato dall'autore della vita di Lodovico Pio) con alquanti altri conti della Toscana, Corsica e Sardegna, assumto secum fratre Berethario, et aliis quibusdam comitibus de Tuscia, e formata [564] una picciola flotta, uscì in corso contro quegl'infedeli. Non avendo trovato nei contorni della Corsica alcun corsaro, passò in Africa colle sue navi, e fece uno sbarco fra Utica e Cartigine. Accorse una innumerabile quantità di quegl'infedeli, e ben cinque volte vennero alle mani coi Cristiani, de' quali ancora ne trucidarono alcuni che vollero far troppo da bravi. Però Bonifazio, fatta una saggia ritirata, se ne tornò co' suoi legni a casa. Poco certamente di profitto riportò seco; tuttavia gli Africani, avvezzi solamente a portare il terrore e la desolazione nelle contrade cristiane, al vedere i Cristiani questa volta comparire coll'armi in casa loro, se non sentirono danno, ebbero almeno un fiero spavento. Allora veramente trascuravano forte gl'imperadori d'Occidente l'aver forze in mare, e perciò cotanto insolentivano i Saraceni di Spagna, d'Africa e di Soria. Ed appunto circa questi tempi riuscì a quei d'Africa di mettere il piede nell'isola di Sicilia, e poscia di conquistarla a poco a poco con danno e vergogna del nome cristiano. Per quanto si ricava da Cedreno [Cedren., in Annal. ad ann. 826.], un certo Eufemio capitano di milizia perdutamente innamorato di una monaca, la rapì per forza dal monistero, e tenne questa preda come cosa sua in sua casa. Ricorsi i fratelli della monaca all'imperadore d'Oriente padrone dell'isola, venne ordine di dargli il convenevol gastigo; ciò gli fece prendere la fuga, e ritirarsi presso i Saraceni dell'Africa. Così un greco storico. Ma un italiano, cioè l'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 45. P. II, tom. 2 Rerum Ital.] ne rigetta la colpa sopra gli stessi Greci, con dire che Eufemio avea contratti gli sponsali con una giovine appellata Omoniza di maravigliosa bellezza. Ma il governator greco della Sicilia, sedotto con danari, gliela levò, e la diede per moglie ad un altro. Infuriato per tale affronto Eufemio coi suoi famigli s'imbarcò, e passato in Africa, [565] tante speranze diede a quel re maomettano della conquista della Sicilia, che in fatti condusse que' Barbari colà, ed aprì loro la strada ad impadronirsene interamente nello spazio di pochi anni, avvenimento che recò lunghi ed incredibili disastri all'Italia. Aggiugne lo stesso Anonimo che i Saraceni presero a tutta prima Catania, con farvi un gran macello di que' cittadini, e dello stesso greco governatore. Portata questa infausta nuova a Sicone principe di Benevento, se ne afflisse forte, ben prevedendo che questo turbine andrebbe un dì a cadere sulle proprie contrade. Giovanni Diacono, scrittore di questi tempi, racconta [Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., P. II, Tom. 2 Rer. Ital.] che i Siracusani cujusdam Euthymii factione rebellantes (chiama egli Eutimio lo stesso, che gli altri appellano Eufemio), uccisone Gregora patrizio, cioè il governatore della Sicilia. Perciò Michele imperadore de' Greci spedì contra di loro un riguardevol esercito, al quale non potendo resistere, presero que' cittadini la fuga. Allora fu che Eutimio ossia Eufemio colla moglie e coi figliuoli (adunque non potè cercare Omoniza per moglie) passò in Africa; e sollecitò quel re saraceno all'impresa della Sicilia. Vennero que' Barbari, e talmente strinsero Siracusa, che i Greci pagarono di tributo cinquantamila soldi, forse per riscattare la lor vita e la facoltà di andarsene in pace. Diedero da lì innanzi i Saraceni un terribil guasto a tutta la Sicilia. La narrativa nondimeno di Giovanni Diacono pare che metta alcuni anni prima del presente l'entrata d'essi Saraceni in quella dianzi sì felice e dappoi sì sventurata isola. Ma giacchè abbiam fatto di sopra menzione del suddetto Bonifazio, bene sarà che il lettore non ne perda la memoria, sì perchè fortissime conghietture concorrono a farci credere questo personaggio per uno degli antenati della nobilissima ed antichissima casa d'Este, siccome ho fatto vedere nella parte I delle Antichità estensi; e sì ancora perchè [566] di qui possiam ricavare che già la Toscana avesse ricevuto anch'essa la forma di marca, stante il vedersi che già Bonifazio comandava ai conti di quella provincia. Truovansi simili personaggi chiamati nello stesso tempo conti, perchè governatori d'una città, ed appunto Bonifazio era conte di Lucca; ed anche marchesi, perchè la lor provincia era limitanea, ed essi custodi di quei confini; ed ancora duchi, secondochè piaceva agli Augusti di decorarli coi titoli. Trovandosi parimente monete battute in Lucca fino nei tempi di Carlo Magno, concorre ancor questa notizia a farci credere quella città per capitale in questi tempi di tutta la Toscana longobarda. Si ha poi da riferire all'anno presente, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.], la traslazione del corpo di s. Marco evangelista da Alessandria a Venezia: sopra di che è da vedere la sua leggenda. Ed avendo l'imperador de' Greci Michele fatta istanza di molte navi da guerra a Giustiniano doge di Venezia contra dei Saraceni che a poco a poco andavano conquistando la Sicilia, le inviò ben egli, ma inutile riuscì il loro viaggio e sforzo.


   
Anno di Cristo DCCCXXIX. Indiz. VII.
Gregorio IV, papa 3.
Lodovico Pio imperadore 16.
Lottario imperadore e re d'Italia 10 e 7.

L'anno ultimo della vita e dell'imperio di Michele Balbo imperadore de' Greci fu questo. Morì egli nel mese d'ottobre, con lasciare presso i Cattolici un'abbominevol memoria a cagione de' suoi giudaici ed ereticali sentimenti, e della persecuzione fatta ai protettori delle sacre immagini. Gli succedette Teofilo suo figliuolo, che sulle prime finse mansuetudine e zelo della giustizia, e poi, cavatasi la maschera, non sì lasciò vincere dal padre ne' vizii. Intanto l'imperador Lodovico continuamente pensava a provveder di stati il picciolo Carlo, cioè il quarto dei [567] suoi figliuoli, a lui nato dall'imperadrice Giuditta; perciocchè dianzi avea divisi i suoi regni fra i tre maggiori. Nitardo [Nithardus. Hist., lib. 2.] è quello che ci ha conservate tali notizie. Nè parlò più volte Lodovico con Lottario, e questi in fine consentì che ne fosse assegnata anche a lui una porzione, con giurar anche di sostenerlo e di difenderlo in tutte le occorrenze. Perciò l'Allamagna ossia la Suevia, che allora abbracciava l'Elvezia, cioè gli Svizzeri, fu data in sua parte al regio fanciullo. Tegano [Theganus, de Gest. Ludovici Pii.] vi aggiugne anche la Rezia ossia i Grigioni, con parte della Borgogna. Di qui prese origine un'iliade di sconcerti nella famiglia imperiale, che costò tanti disturbi tanto sangue alla monarchia dei Franchi. Convien nulladimeno osservare che prima ancora di questo avvenimento non mancavano nella corte e fuor della corte d'esso Augusto de' cattivi umori contra della stessa di lui persona. Quei medesimi, a' quali egli avea donata la vita, o fatti altri benefizii, quegli erano che covavano un mal animo, e segretamente sparlavano di lui, macchinando anche, o almen desiderando la di lui rovina; effetti tutti del concetto, in cui egli era d'essere un principe debole. Poco stettero ancora l'invidia e l'interesse a maggiormente soffiar nel coperto fuoco. Ora altra via non seppe prendere il buon imperadore che di costituire aio del figliuolo Carlo un uomo da lui creduto di polso, cioè Bernardo duca o marchese di quella che oggidì chiamiamo Linguadoca, con insieme conferirgli il grado di presidente della sua camera, e una straordinaria balìa nella sua corte. Ma ad altro non servì una tal risoluzione che a maggiormente inasprire non meno i figliuoli che i malcontenti, con somministrar loro nuovi pretesti per le novità che andremo esponendo. Fu celebrato in quest'anno un concilio di moltissimi vescovi nella città di Parigi, dove furono formati varii canoni di disciplina ecclesiastica, e dati anche [568] de' saggi documenti agl'imperadori per governo de' popoli. In quest'anno l'imperador Lodovico spedì il figliuolo Lottario in Italia, acciocchè accudisse agli affari di questo regno. Sia lecito a me di rammentar qui un suo capitolare, che già diedi alla luce fra le leggi longobardiche [P. I, tom. 2 Rer. Italic.], quantunque sia incerto l'anno in cui esso fu formato dal suddetto Lottario Augusto. Dice egli di aver trovato che lo studio delle lettere, per colpa e dappocaggine dei ministri sacri e profani, è affatto estinto nel regno d'Italia; e però di aver deputati maestri che insegnino le lettere, con raccomandar loro di usar tutta la premura possibile affinchè i giovani ne cavino profitto. Vien poscia annoverando le città, in cadauna delle quali era destinato un maestro, acciocchè concorressero colà a studiare gli scolari delle circonvicine città. Primieramente, dice egli, dovran venire a studiare sotto Dungallo in Pavia i giovani di Milano, Brescia, Lodi, Bergamo, Novara, Vercelli e Como. Questo Dungallo altri non può essere che Dungalo monaco, autore del trattato contra di Claudio vescovo di Torino, di cui s'è parlato di sopra, che abitava e faceva scuola in Pavia. Seguita a dire che in Ivrea lo stesso vescovo insegnerà le lettere. A Torino concorreranno da Albenga, da Vado, da Alba. In Cremona dovran venire allo studio quei di Reggio, Piacenza, Parma e Modena. Ed ecco chiaramente comprese queste quattro città nel regno d'Italia, e non già nell'esarcato conceduto alla santa Sede, come alcuno (non so mai come) ha preteso ai dì nostri. In Firenze (son parole di Lottario volgarizzate) si farà scuola a tutti gli studenti della Toscana: in Fermo a quei del ducato di Spoleti: a Verona concorreranno da Mantova e da Trento: a Vicenza da Padoa, da Trivigi, da Feltro, Ceneda ed Asolo. L'altre città di quelle parti manderanno i lor giovani alla scuola del Foro di Giulio, cioè a Cividal del Friuli. Questo bel documento ci fa intendere tutte le [569] contrade del regno d'Italia dalla parte occidentale. Non vi si parla del ducato di Benevento, perchè que' duchi o principi, a riserva del tributo, godevano quasi un supremo dominio ne' loro stati. E neppur si fa parola delle città della Chiesa romana, perchè esse erano ben sottoposte alla sovrana signoria degl'imperadori, ma escluse dal regno d'Italia. Si vuol inoltre osservare che i maestri di scuola d'allora altro non insegnavano che la grammatica, nome nondimeno che abbracciava un largo campo, cioè, oltre alla lingua latina, anche le lettere umane, la spiegazion degli antichi scrittori e poeti latini, una qualche tintura delle sacre Scritture, colla giunta talvolta del computo per intendere le lunazioni, e simili altre conoscenze. Ci ha contato delle favole chi ha spacciato delle università di arti e scienze in que' tempi, come oggidì, e ne ha fatto istitutore Carlo Magno in Italia e in Francia. Era fortuna in quei secoli rozzi il poter avere un buon maestro di scuola. Sì fatte scuole in molti monisteri di monaci si trovavano e in alcune città. Anche i vescovi talora insegnavano, e i parrochi di villa erano tenuti ad ammaestrar nelle lettere i fanciulli.

Appartiene a quest'anno un celebre placito ossia giudizio tenuto in Roma dai ministri dell'imperador Lodovico, che il padre Mabillone [Mabill. Append. ad tom. 2 Annal. Bened.] già diede alla luce, e si legge nell'appendice alla piena esposizione dei diritti cesarei ed estensi sopra Comacchio. Anche il Du-Chesne [Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 3.], cento anni sono, l'avea comunicato al pubblico negli estratti della Cronica di Farfa. Il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] ne fa menzione all'anno 839, perchè non ne avea veduta la data, che è questa: Anno imperii domni Hludovici XVI, mense januario, per Indictione VII, cioè nell'anno presente. Da esso placito impariamo che Giuseppe vescovo, e Leone conte, missi ipsius Augusti ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas, [570] erano per ordine del grande imperador Lodovico venuti da Spoleti e dalla Romagna a Roma, e che residentibus nobis in judicio in palatio lateranensi, in praesentia domni Gregorii papae, et una simul nobiscum aderant Leo episcopus et bibliothecarius sanctae romanae Ecclesiae, Theodorus episcopus, etc., Petrus dux de Ravenna, etc., comparve Ingoaldo abate del monistero di Farfa col suo avvocato, lamentandosi che domnus Adrianus et Leo pontifices per fortia invasissent res ipsius monasterii, idest curtem cornianianum, etc. unde tempore Stephani, Paschalis et Eugenii semper reclamavimus, et justitiam minime invenire potuimus: perciò chiedeva giustizia dai ministri imperiali, secondo l'ordine dato loro dall'imperadore. Interrogato l'avvocato del papa, rispose che la santa Chiesa romana teneva giustamente que' beni. Allora fu intimato all'avvocato dall'abate di produrre, se ne avea, delle ragioni. E questi esibì strumento, dal quale appariva che Anselberga badessa del monistero di s. Salvatore di Brescia (oggidì di santa Giulia), e figliuola del re Desiderio, avea ceduto quei beni al monistero farfense, siccome ancora un'altra pergamena, per cui si chiariva che Teodicio duca di Spoleti glieli avea venduti; e un'altra comprovante che Ansa regina avea acquistato con un cambio la corte di s. Vito da Teutone vescovo di Rieti, e poi l'avea donata alla suddetta Anselberga sua figliuola. Produsse ancora i diplomi del re Desiderio e di Carlo Magno, che aveano confermato quelle corti al suo monistero. E perciocchè negava l'avvocato pontificio che i monaci ne avessero mai avuto il possesso, l'abbate si esibì pronto a produrre testimoni legittimi del possesso, usque dum praefati pontifices per fortia eas tollere fecissent. Nel giorno appresso furono esaminati varii idonei testimonii che deposero in favore dei monaci; e non avendo l'avvocato del papa che rispondere a tali testimonianze, i giudici diedero la sentenza che que' poderi fossero riconsegnati al monistero di Farfa. Ma [571] l'avvocato pontificio disse di non voler farlo; e il papa protestò di non accettar quella sentenza, con riserbarsi di trattarne di nuovo coi medesimi davanti al signor imperadore. Se dal vedere che i ministri imperiali alzano tribunale in Roma e nello stesso palazzo lateranense, e ad istanza di chi si pretende gravato, chiamano al loro giudizio il pontefice per beni temporali, e proferiscono sentenza, non risulti chiaramente il dominio sovrano tuttavia conservato in Roma dagli Augusti: io ne rimetto la decisione a chiunque fa profession d'amare le verità in Roma stessa, con credenza che ognuno ivi l'ami e non l'abborrisca. Secondo il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], mancò in quest'anno di vita Giustiniano Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, con lasciar molti legati ai luoghi pii, e un buon fondo per fabbricare una chiesa in onore di s. Marco evangelista, il cui corpo, siccome dicemmo, sotto di lui fu portato a Venezia. Aveva egli richiamato alla patria Giovanni suo fratello, già relegato in Costantinopoli, ed ottenuto dal popolo d'averlo per suo collega; laonde, accaduta la di lui morte, esso Giovanni continuò ad esser doge.


   
Anno di Cristo DCCCXXX. Indizione VIII.
Gregorio IV papa 4.
Lodovico Pio imperad. 17.
Lottario imperadore e re di Italia 11 e 8.

Scoppiarono finalmente in quest'anno le mine formate contra dell'imperador Lodovico dai malcontenti, e, quel che fa più orrore, da' suoi stessi figliuoli, cioè da Lottario, Pippino e Lodovico [Anonymus, in Vit. Ludov. Pii. Theganus, de Gest. Ludovici Pii, cap. 36.]. Bernardo duca della Settimania, divenuto lo arbitro e padron della corte, se vogliam credere a Pascasio Ratberto [Paschasius Ratbertus, in Vit. Wallae Ab., lib. 2, cap. 28.], l'aveva [572] tutta sconvolta, e la facea da tiranno; e può essere che non pochi disordini succedessero a cagione della di lui prepotenza. Ma questo non bastò. Si fece correre anche voce che egli mantenesse pratica disonesta coll'imperadrice Giuditta, fino a dire che il principe Carlo, ultimo genito dell'imperadore, a lui doveva i suoi natali. Ratberto su questo si scalda, e francamente spaccia per vero tutto quanto era apposto ad esso Bernardo, con dargli il nome di amissarius (o pure, come par più credibile, di emissarius) qui cuncta reliquit honesta. Avrebbe avuta pena il buon monaco a recar buone pruove di questa imputazione; e certo non conveniva mai ad un par suo il parlare così. Mossesi l'imperador [Annales Francor. Bertiniani.] sul principio della quaresima coll'esercito per passare ostilmente contro ai popoli della minore Bretagna sempre tumultuanti. Era la stagion fredda, fangose le strade, disastroso il cammino. Si prevalsero i nobili congiurati di questa occasione per distrarre l'armata dall'ubbidienza dovuta al sovrano, di modo che la maggior parte delle milizie, tornatasene indietro, venne a Parigi; ed eglino intanto fecero sapere a Lottario che accorresse colà dall'Italia, e a Pippino di venir dall'Aquitania, perchè il tempo era questo di deporre il padre, di levar dal trono la creduta impudica Giuditta Augusta, e dal mondo il decantato adultero Bernardo, come sovvertitore del regno. Se potesse servire di scusa a Lottario il sapere che i migliori e più assennati tra' Franzesi non poteano sofferire lo stato della corte imperiale d'allora: certo questa scusa non gli mancò. Ma nel tribunal di Dio, e neppure in quello degli uomini, non avrà mai peso una scusa sì fatta. Pervenuto allo orecchio dell'imperador Lodovico il suono dell'insorta tempesta, preveduta in parte per l'abbandono seguito delle soldatesche, mandò a Laon in monistero la Augusta sua moglie; permise a Bernardo di ritirarsi a Barcellona, se pur questi [573] non prese da sè stesso e dalla sua paura un tal consiglio; ed esso imperadore sen venne a Compiegne. Colà corse il re di Aquitania Pippino suo figliuolo, accompagnato da una gran folla di popolo; e secondo il concerto fatto per via di lettere con Lottario Augusto suo fratello, levò al padre il comando. Presa poi l'imperadrice Giuditta dal monistero di Laon, la mandò a quello di Poitiers, ed ivi per forza la costrinsero a prendere l'abito monastico. Per forza ancora cacciarono in monistero i due fratelli d'essa Augusta Corrado e Ridolfo. Alla serie di queste abbominevoli vicende, secondo Pascasio Ratberto, pare che intervenisse Lodovico re di Baviera, altro figliuolo dell'imperadore; ma è ben certo che Lottario Augusto dopo l'ottava di Pasqua arrivò a Compiegne, e fece cavar gli occhi ad Eriberto fratello di Bernardo duca, giacchè non potè aver nelle mani Bernardo stesso. Fu approvato da Lottario tutto quanto fin qui aveva operato Pippino; e trattò ben egli rispettosamente il padre, ma tendeva ogni mira de' figliuoli ad indurlo ad assumere la tonsura monastica in qualche monistero. Prima ancora che Giuditta prendesse il sacro velo, adoperarono lei stessa per persuadergli questa ritirata; ed in fatti gli parlò essa in segreto, ma senza sapersi s'ella mantenesse la parola data. Lodovico prese tempo per pensare a sì gran risoluzione, ed intanto, poco fidandosi dei Franzesi, segretamente cominciò dei maneggi coi Tedeschi. Per voglia di metter fine in qualche maniera a tante turbolenze, fu destinata una dieta a Nimega. Il concorso di chi era in favore dell'imperador Lodovico si scoprì maggiore di quel che si credeva, di maniera che la contraria fazione, come disperata, ricorse la notte a Lottario per esortarlo o a decidere col ferro la contesa o a ritirarsi. Informatone Lodovico, fece venire a sè nella mattina seguente il figliuolo Lottario, al dispetto di chi il consigliava di non andarvi, e con una parlata da padre si studiò di fargli conoscere il suo dovere. Intanto [574] il popolo temendo chi per Lodovico e chi per Lottario, furiosamente diedero di piglio all'armi; e ne sarebbe venuto gran male, se i due Augusti non si fossero fatti vedere a tutti in forma di concordia: il che servì a quetar tutto quel pazzo movimento. E perciocchè oramai senza misura prevaleva la fazione dell'Augusto Lodovico, egli ricuperò il comando; e successivamente ordinata fu la cattura de' principali fra' congiurati, e d'essi formato il processo. Fra questi si trovarono Ilduino abbate di s. Dionisio in Parigi e di altri monisteri, che godeva anche la riguardevol carica di cappellano della corte, Elisacaro abbate di Centulae, Walla abbate della vecchia Corbeia, di cui abbiamo parlato di sopra. Questi abbati cortigiani ci vengono descritti per santi; ma certo, che che ne dica Pascasio Ratberto ad acquistar loro il credito della santità, niuno dirà che concorresse l'aver eglino avuta mano in questi imbrogli, e tenuto il partito de' figliuoli contra di un padre. Lottario Augusto giurò allora fedeltà al genitore; e Lodovico re di Baviera, intervenuto alla dieta suddetta, aiutò, per quanto potè, la causa del medesimo suo padre Augusto. E ciò perchè non meno a lui che a Pippino suo fratello segretamente esso Lodovico Pio diede intenzione di accrescere la lor porzione di stati. Può essere che in quest'anno accadesse ciò che narra il Dandolo [Dandul., Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], cioè che Obelerio, già doge deposto di Venezia, se ne tornò furtivamente a casa, e si fece forte nell'isola appellata Vigilia. Accorse incontanente Giovanni doge regnante coll'esercito, e lo assediò in quell'isola. Avvenne che quei di Malamocco, perchè Obelerio era di nascita loro concittadino, passarono al campo di lui, con abbandonar Giovanni. Allora Giovanni, lasciata stare Vigilia, passò contra di Malamocco, e dopo avere espugnato quel luogo e datolo alle fiamme, tornò contra d'Obelerio, ed avutolo finalmente nelle mani, se ne assicurò con fargli tagliare la testa.

[575]


   
Anno di Cristo DCCCXXXI. Indiz. IX.
Gregorio IV papa 5.
Lodovico Pio imperadore 18.
Lottario imperadore e re di Italia 12 e 9.

Secondo gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertin. et Metens.], sul principio di febbraio dell'anno presente fu in Aquisgrana tenuta una general dieta, dove si presero le risoluzioni convenienti intorno a coloro che aveano cospirato contro di Lodovico Pio. Furono tutti concordemente giudicati incorsi nella pena della testa. Ma il buon imperadore volle che la clemenza andasse innanzi alla giustizia, con decretare ai laici il farsi monaci, e ai monaci la relegazione in qualche monistero. Cadde questo lieve gastigo sopra i tre abbati suddetti Ilduino, Elisacaro e Walla. Jesse vescovo di Amiens fu deposto. Altri vescovi ed ecclesiastici spontaneamente elessero l'esilio con fuggire in Italia, e ricoverarsi sotto la protezion di Lottario. Vi restava da decidere il punto dell'imperadrice Giuditta. Sopra di ciò era stato consultato il sommo pontefice Gregorio, e la sentenza sua fu che si avesse per nulla ed insussistente la di lei monacazione, e concordi colla santa sede andarono i vescovi di Francia. Però, come scrive Tegano [Theganus, de Gest. Ludovici Pii, cap. 37.], jubente Gregorio romano pontifice cum aliorum episcoporum justo judicio ella sen venne ad Aquisgrana con riassumere gli abiti secolareschi; ma prima le fu prescritto di purgarsi dagli apposti reati. Il che si fece secondo i biasimevoli riti di que' tempi, cioè con esibirsi un campion d'essa pronto a provare la di lei innocenza col duello. E posciachè non comparve accusatore alcuno, fu accettato il di lei giuramento per pruova bastevole della sua onestà. Dopo di che Pippino e Lodovico figliuoli dell'imperadore, lieti per l'accrescimento fatto a' loro domini, ebbero licenza di [576] andarsene l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera. Lottario solo si trovò deluso in mezzo alle sue grandi idee e speranze [Nithardus, Hist. lib. 1.], perciocchè gli convenne contentarsi della sola Italia, con giurare inoltre di non far da lì innanzi novità nella monarchia contro la volontà del padre. A lui più che ad altri era attribuita l'origine e continuazione di sì brutti sconcerti. E cercarono anche di profittarne i suddetti suoi due fratelli, col cominciar cadauno a far broglio per ottenere il primato, cioè il titolo imperiale dopo la morte del padre; ma per questo conto ritrovarono una forte opposizione nei ministri della corte paterna. La verità nondimeno è che Lodovico Pio non trattò sempre da lì innanzi Lottario come collega nell'imperio. Tennesi poi un'altra dieta in Ingeleim sul principio del seguente maggio, dove comparve ancora esso Lottario Augusto, che fu onorevolmente accolto dal padre; ma fra poco ebbe ordine di tornarsene in Italia, perchè non poca apprensione dovea dare a Lodovico lo spirito imbroglione di questo suo figliuolo. Quivi il clementissimo Augusto fece grazia a molti degli esiliati, permettendo ad alcuni di ritornarsene alle lor case, e ad altri anche il rivenire alla corte. In un'altra dieta, che fu nell'autunno seguente tenuta a Tionvilla, si vide comparire Bernardo duca di Settimania, quel medesimo, per cui tanto rumore s'era sollevato nell'anno addietro. Anch'egli si esibì pronto a provar coll'armi le calunniose voci sparse contra di lui; e non essendosi trovato chi si sentisse voglia di prendere questa briga, si venne al giuramento, per cui, nel tribunale del mondo, egli restò bastantemente giustificato. Assisterono a questa dieta due figliuoli dell'imperadore, cioè Lottario e Lodovico, e di poi se ne andarono. Ma non v'intervenne già il re Pippino. Aspettollo un pezzo il padre, e non veggendolo venire, mandò gente apposta a chiamarlo. Promise Pippino di andarvi, [577] e finalmente sol pochi dì prima del santo natale si presentò all'Augusto genitore, che, a cagion della disubbidienza sua, lo accolse assai freddamente, ed anche lo sgridò. Se ne impazientò il giovine principe, e nel dì 27 di dicembre, senza dire addio ad alcuno, se ne fuggì frettolosamente verso l'Aquitania. E tali erano i portamenti de' figliuoli verso l'infelice Lodovico imperadore lor padre, che declinarono anche in peggio, siccome vedremo. Abbiamo dalla Cronica arabica [P. II, tom. 2 Rer. Ital.], tratta dal codice di Cambridge e da me ristampata, che in quest'anno riuscì ai Saraceni, dopo aver già fissato il piede in Sicilia, d'impadronirsi della città di Messina. Teodoto patrizio, che per l'imperadore greco, il meglio che poteva, andava contrastando e difficultando le conquiste di quegl'infedeli, restò da loro ucciso in qualche mischia.


   
Anno di Cristo DCCCXXXII. Indizione X.
Gregorio IV papa 6.
Lodovico Pio imperad. 19.
Lottario imperadore e re di Italia 15 e 10.

Non senza nuovi affanni passò l'Augusto Lodovico quest'anno ancora a cagione de' suoi figliuoli. L'improvvisa fuga e disubbidienza del re Pippino gli avea trafitto il cuore. Per cercare rimedio a questi disordini intimò una nuova dieta in Orleans [Annal. Franc. Bertiniani.], dove eziandio furono invitati Lottario Augusto dall'Italia, e Lodovico re dalla Baviera. Ma non andò molto che arrivò nuova come il suddetto suo figliuol Lodovico, messa insieme una poderosa armata di Bavaresi e Schiavoni disegnava d'invadere l'Alemagna, ossia la Suevia e di torla al picciolo fratello Carlo e di passar poscia in Francia per sottomettere al suo dominio tutto quanto quel paese che potesse. Tegano [Thegan., de Gest. Ludovici Pii, cap. 39.] ci vuol far credere mosso questo principe dai consigli di Lottario, al quale [578] veniva forse troppo facilmente da alcuni attribuito ogni malanno d'allora. Altri ne fanno autore Malfrido conte di Orleans, a cui l'imperadore avea donata la vita. A tali avvisi non tardò Lodovico Pio a mettere in piedi un grosso esercito di Franzesi e di Sassoni, co' quali marciò contra del figliuolo. Si trovarono a fronte le due armate presso a Vormazia, e parea disposto il figliuolo a venire ad un cimento; ma perchè riconobbe vana la speranza a lui data che passerebbono nel campo suo le soldatesche del padre, e nello stesso tempo il buon imperadore, non mai dimentico che quegli era suo figliuolo, il mandò a chiamare; andò coraggiosamente il giovane Lodovico a trovarlo. Fu dal buon padre benignamente accolto, e con sì amorevoli parole esortato alla pace, che restò dissipato tutto questo nuvolo, ed amendue si separarono con apparenza di grande amore. Non fu già così per l'altro figliuolo Pippino. Questi fuggito, come dicemmo, s'ebbe avviso che meditasse anch'egli delle novità; però fu obbligato l'imperador suo padre a mandar ordine perchè sul principio di settembre si facesse la raunanza dell'esercito ad Orleans, dove si portò per tenere la dieta. Colà fu chiamato, e colà finalmente venne, ma contra sua voglia, il re Pippino. Lo sgridò il padre, perchè senza chiedere licenza si fosse ritirato dalla corte nell'anno addietro, e messolo sotto buona guardia, gli comandò di andare a Treveri, e di guadagnarsi il perdono del passato coll'ubbidienza in avvenire. Le promesse del figliuolo furono quali si desideravano da un padre, ma i fatti non corrisposero. Non andò molto ch'egli tornò a fuggire. Il perchè l'imperador Lodovico avendo non poco fondamento che il figliuolo fosse pervertito dai consigli d'alcune malvage persone, e specialmente da Bernardo duca della Settimania, autore in addietro di tanti mali, e dimorante allora in Aquitania, fece citar costui a render conto di sua persona. L'imputazione era di fellonia. [579] Egli elesse la detestabil via del duello per provare l'innocenza sua. Non si venne al combattimento per mancanza di chi volesse uscire in campo contra di lui. Ciò non ostante, egli venne degradato, e liberato il pubblico da sì pernicioso arnese. Presero qui occasione Lottario Augusto e Lodovico re di Baviera di profittare dello sdegno del padre contra del loro fratello Pippino [Astronomus, in Vita Ludov. Pii.], con tirarlo a fare un'altra divisione della monarchia in vantaggio d'essi e di Carlo, quarto loro fratello; ma questa non ebbe poi effetto. In questi medesimi tempi la Cristianità e l'Italia ebbero di che piagnere, perciocchè, secondo la Cronica arabica [P. II, tom. 1 Rer. Ital.], riuscì ai Saraceni di forzare alla resa la città di Palermo; con che venne la maggiore e miglior parte della Sicilia sotto il loro giogo. Ne abbiamo anche la testimonianza di Giovanni Diacono [Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol., P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.], che fiorì in questi tempi, e racconta che tutti i Palermitani furono stati schiavi, e che il solo Luca eletto vescovo di quella città, e Simeone spatario dell'imperadore greco con pochi altri ottennero dipoi la libertà. Circa questi tempi ancora diede fine a questa mortal vita Antonino abbate benedettino di Sorrento. Leggesi la breve sua vita pubblicata dal padre Bollando [Bollandus, in Act. Sanct. ad diem 13 februarii.], e poi ristampata dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. IV Benedict.], dove dice ch'egli morì sexto decimo kalendas martii, consule Probiano. Non riguarda già questa nota cronologica l'anno di Cristo 471, in cui fu console Probiano, ma bensì l'anno presente, o i due vicini, ne' quali Probiano console ossia duca di Sorrento vivea. Ancorchè nulla di riguardevole o per virtù o per miracoli si narri di lui nella vita suddetta, pure in que' tempi barbari egli meritò il titolo di santo e lo si ritien tuttavia in quella città.

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Anno di Cristo DCCCXXXIII. Indiz. XI.
Gregorio IV papa 7.
Lodovico Pio imperadore 20.
Lottario imperadore e re di Italia 14 e 11.

Intorno a questi tempi si può credere accaduto ciò che narra Anastasio bibliotecario [Anast. Bibliothec., in Vit. Gregor. IV.]. Quasi tutta la Sicilia era già caduta in mano de' Saraceni africani, e cominciarono tosto a provarsi i funesti effetti della maggiore loro vicinanza all'Italia, facendo quei barbari corsari delle scorrerie per tutto il litorale del Mediterraneo. Questa calamità diede molto da pensare al sommo pontefice Gregorio, per la giusta apprensione che le città di Porto e d'Ostia potessero un dì restar preda degl'infedeli. Tanto maggiore era la di lui ansietà, perchè se coloro avessero presi quei due luoghi alla sboccatura del Tevere e peggio se vi avessero fermato il piede, Roma non era sicura, o certo correva gran pericolo la venerata basilica vaticana coi corpi de' santi Apostoli, giacchè era essa in questi tempi fuori di Roma. Però il vigilante papa determinò di fabbricare una nuova città nel sito d'Ostia. Vi si portò egli in persona e diede principio con vigore alle mura, che riuscirono alte, con porte ben fortificate, troniere e petriere e con buona fossa all'intorno. Questa nuova Ostia ordinò egli che in avvenire si nomasse dal suo nome Gregoriopoli. Cessò di vivere secondo i conti di Camillo Pellegrino [Part. I, tom. 2 Rer. Italic.], nel presente anno Sicone principe di Benevento, il cui epitaffio resta tuttavia e vien registrato nella storia de' principi longobardi del suddetto Pellegrino. Quivi è detto ch'egli regnò per quinos annos, anni quindici, i quali dedotti dall'anno 817, ci possono far dubitare che la sua morte accadesse piuttosto nell'anno precedente. Comunque sia, fra le sue lodi si conta ch'egli difese il ducato [581] beneventano dall'ira de' Franchi; assediò vigorosamente Napoli, ed obbligò quel popolo a pagargli il tributo, e di là condusse a Benevento il corpo di san Gennaro vescovo e martire, in onore del quale fabbricò un tempio e fece grandi donativi d'argento. A proposito dell'assedio di Napoli narra Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 10.], aver egli talmente stretta e bersagliata quella città con arieti e mangani, che diroccato un buon pezzo di muro vicino al mare, i Beneventani erano già alla vigilia di entrarvi per forza. Allora il duca di Napoli mandò a trattar della resa per ischivare il sacco, e diede per ostaggio la madre e due suoi figliuoli. Impetrarono i legati che Sicone entrasse solamente nel giorno appresso nella città; ma non v'entrò già egli mai, perchè nella notte stessa i Napoletani alzarono bravamente nella parte smantellata un nuovo muro, e sul far del giorno comparvero sopra di esso coll'armi più che mai risoluti di difendersi. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., P. II. edit. Peregr.] aggiugne che fu inviato Orso, eletto vescovo di Napoli, ad implorar misericordia e pace da Sicone, il quale, cedendo alle esortazioni e preghiere del prelato, venne ad un accordo; cioè si obbligò il duca napoletano di pagare ogni anno tributo al principe di Benevento. Abbiamo inoltre dal prefato Salernitano che Landolfo seniore conte di Capua per ordine di esso Sicone fabbricò una nuova forte città nel monte Trilisco non lungi dalla medesima città di Capua. Fu pregato Sicone di venirla a vedere e giunto colà chiese parere a' suoi baroni, qual nome si potesse porre a questa nuova città. Tutti ad una voce risposero Sicopoli, fuorchè uno il qual disse: piuttosto che Sicopoli, chiamiamola Rebellopoli. Montò in collera Sicone a questo motto, e gli dimandò perchè parlasse così. Perchè, disse colui, dappoichè i Capuani hanno un luogo sì ben fortificato, dureran fatica ad ubbidirvi; e questo vi succederà [582] quando non si formi una buona lega d'animi fra i Beneventani e Capuani col mezzo di varii matrimoni. Non cadde in terra questo avvertimento; e Sicone da lì innanzi procurò varie parentele fra que' due popoli. A Sicone defunto succedette nel principato di Benevento Sicardo suo figliuolo, già dichiarato suo collega, principe, al dire di Erchemperto, anch'esso divoratore de' suoi sudditi.

L'anno fu questo in cui si vide una scandalosa rivoluzion di stato, che non si può rammentar senza orrore e senza obbrobrio della Francia e di que' tempi. Tornarono peggio che prima a rivoltarsi contro l'imperador Lodovico i suoi tre maggiori figliuoli Lottario, Pippino e Lodovico. Le cagioni di sì fatti abbominevoli movimenti non sono ben registrate dagli storici. Per quel ch'io credo, e per quanto si può dedurre da Agobardo [Agobardus de Comparat. utriusq. Regimin.], celebre arcivescovo di Lione, l'invidia e gelosia di stato rimise l'armi in mano a que' principi dimentichi della riverenza dovuta ad un padre. Si lasciava pur troppo il buon imperadore menar pel naso dalla imperadrice Giuditta loro matrigna, e si può in parte prestar fede a quanto di lei in questo proposito lasciarono scritto Pascasio Ratberto [Paschasius, Ratbertus in Vit. Walae, lib. 1.] ed Agobardo. Le mire dell'ambiziosa donna tendevano tutte ad ingrandir l'unico suo figliuolo Carlo; e in quest'anno ancora le era riuscito di fargli assegnar l'Aquitania, con levarla al figliastro Pippino, come attesta Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 1.], Aquitania, Pippino demta, Carolo datur, et in ejus obsequio primatus populi, qui cum patre sentiebat, jurat. Questi passi sì svantaggiosi agli altri figliuoli e il timore di peggio, fecero perdere la pazienza a Lottario, Pippino e Lodovico; e tanto più perchè non mancavano segreti istigatori che malignamente accendevano il fuoco e nulla più desideravano che di veder discendere dal [583] trono il cristianissimo e clementissimo loro monarca. Passata dunque intelligenza fra i tre suddetti fratelli, dopo aver trattato indarno di concordia col padre in lontananza, Lottario dall'Italia, Pippino dall'Aquitania, Lodovico dalla Baviera, marciarono coi loro eserciti per andarlo a trovare in persona. L'Augusto Lodovico, subodorati questi movimenti, anch'egli s'armò come potè, e venne in Alsazia, dove a fronte di lui arrivarono anche i figliuoli, risoluti di dare alla monarchia quel regolamento che al loro senno, o, per dir meglio, alla loro detestabile ambizione parea più proprio. Quel sito acquistò da lì innanzi il nome di Campo della bugia, o di Campo mendace. Avea Lottario fatto venire d'Italia e condotto seco papa Gregorio IV, figurandosi che niun personaggio fosse atto più di lui, siccome padre comune e di tanta autorità, a maneggiar un trattato di pace fra un padre e i suoi figliuoli. Ma fu presa in sospetto dall'imperador Lodovico la venuta del romano pontefice, quasichè egli si fosse unicamente mosso per favorire i disegni del figliuolo Lottario, cioè di chi era arbitro dell'Italia. Fece in oltre delle doglianze perchè egli fosse venuto, senz'averne preventivamente avuto da lui ordine alcuno, ed anche dopo essere venuto, tardasse tanto a lasciarsi vedere da lui. Anzi gli stessi vescovi franzesi del partito d'esso imperador Lodovico, essendosi sparsa voce che il papa per troppa parzialità nudrisse pensiero di scomunicar l'imperadore e i vescovi, se alcun di loro si mostrasse disubbidiente al volere di lui e de' figliuoli di esso Augusto, si lasciarono trasportare all'eccesso con fargli sapere, secondochè narra l'autore della vita di Lodovico [Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.], nullo modo se velle ejus voluntati succumbere. Sed si excommunicaturus adveniret, excommunicatus abiret: quum aliter se habeat antiquorum canonum auctoritas. Finalmente fu permesso al papa di andar [584] ad abboccarsi coll'imperador Lodovico, che il ricevette con poco garbo, e senza la riverenza usata da' suoi maggiori al vicario di Cristo. Per testimonianza di Tegano [Theganus, de Reb. est. Ludovici, cap. 42.], Gregorio gli presentò grandi e innumerabili regali, si fermò con lui qualche giorno e trattò seco de' correnti scabrosi affari, per quanto si può conghietturare, con tutta onoratezza e vera intenzione di rimettere la buona armonia fra lui e i figliuoli. Da Pascasio Ratberto si può ricavare ch'egli proponeva ed insisteva che stesse salda la prima division dell'imperio fatta dall'imperadore, giacchè l'averla egli guasta, per esaltare il fanciullo quartogenito Carlo, avea troppo disgustato i tre maggiori figliuoli. I seguenti successi ci danno a conoscere che o Lodovico Augusto, o i figliuoli non vi vollero acconsentire. Però il papa licenziato si restituì al campo di Lottario, nè gli fu più permesso di tornar a parlare coll'Augusto Lodovico.

Intanto lavoravano sott'acqua i figliuoli tirando a poco a poco con doni o con minacce nel loro partito i seguaci del padre, di modo che non andò molto che esso Lodovico si vide quasi affatto abbandonato dai suoi e costretto a far sapere ai figliuoli che andrebbe alle lor tende, persuadendosi bene che non mancherebbono di rispetto verso di lui e verso la moglie, nè di amore verso il loro fratello Carlo. Andò e fu ricevuto col figliuolo nel padiglione di Lottario, che era il principal promotore di questa esecrabil briga. Allora fu che i tre fratelli si divisero fra loro la monarchia franzese, e si fecero giurar fedeltà dai popoli. Quindi Lottario mandò in esilio l'imperadrice Giuditta in Italia, confinandola nella città di Tortona [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], con promessa giurata fatta al padre di non nuocere al corpo nè alla vita di lei. Fu anche levato da lato dell'imperadore con suo gran rammarico il tanto da lui amato figliuolo Carlo e relegato nel monistero di Prumia [585] nella Germania. Papa Gregorio al vedere cotali sregolate violenze, le disapprovò, nè soffrendogli più il cuore d'essere spettatore di sì brutta tragedia, se ne ritornò malcontento a Roma. Pippino e Lodovico fratelli di Lottario se ne tornarono ai regni loro. Restò l'infelice Augusto Lodovico nelle mani di Lottario, il quale, avendo già prese le redini del governo, seco il condusse, come privata persona e a guisa di prigioniere sotto buona guardia, a Soissons, con adoperare intanto emissarii e segrete esortazioni per indurlo a rinunziare spontaneamente l'imperio e a monacarsi, siccome altre volte pareva che avesse avuta intenzione di fare. Per muoverlo più agevolmente, gli fu dato a credere che l'imperadrice avesse già dato l'addio al secolo con prender l'abito monastico, o fosse morta, e che il figliuolo Carlo già fosse tonsurato in un monistero. Ma Lodovico non si arrendè per questo, e tanto più perchè segretamente fu avvertito della falsità di quelle voci, ed esortato a tener forte per quanto potesse lo scettro. Non valendo questi mezzi, si venne al più vigoroso e fu quello di raunare nel mese di ottobre in Compiegne molti vescovi, alla testa de' quali era Ebbone arcivescovo di Reims, fazionario di Lottario, uomo di vil nascita, ma di una crudeltà che non avea pari. Videsi in tal occasione, con vergogna del nome cristiano, empiamente impiegata dai ministri di Dio la santissima religione per ispaventare e detronizzare quel misero principe con indurlo a chiamarsi colpevole delle seguenti imputazioni. Cioè, di aver permessa la morte del re Bernardo suo nipote e fatti monacare per forza i suoi fratelli naturali, tuttochè di ciò egli avesse già fatta penitenza. Di aver contro i giuramenti rotta la divisione da lui già stabilita dell'imperio, ed astretti i sudditi a due contrari giuramenti: dal che erano venuti spergiuri e gravi turbazioni. Di avere in tempo di quaresima intimata al popolo una spedizion generale: cosa che avea cagionata una [586] gran mormorazione. Di aver maltrattato chi dei suoi fedeli era ito ad informarlo dei malanni correnti e delle insidie a lui tese, con cacciarli in esilio e confiscar loro i beni; siccome ancora d'aver cagionato del discredito ai sacerdoti e monaci. Di aver esatto contro la giustizia varii giuramenti da' suoi figliuoli e popoli. Di aver fatto varie spedizioni militari che aveano prodotti tanti omicidii, sacrilegii, adulterii, rapine ed incendii, con oppression de' poveri: mali tutti, de' quali era reo presso Dio. Di aver fatto delle divisioni dell'imperio a capriccio, turbata la pace comune, armati i popoli contra de' suoi figliuoli, in vece di pacificarli coll'autorità paterna e col consiglio de' suoi fedeli. E finalmente d'aver messo a pericolo d'infinite uccisioni i suoi sudditi, quando l'obbligo suo era di procurar loro la salute e la pace. Con questi mal inventati capi di reati diedero que' vescovi ad intendere al piissimo imperadore ch'era scomunicato e che gli era d'uopo di farne penitenza, se voleva salvar l'anima sua. Lasciossi il meschino principe trattar come vollero que' vescovi che aveano venduta la lor coscienza a Lottario, con deporre la spada e le insegne imperiali, e vestirsi di cilicio, e vituperar le sue passate azioni, e con pericolo di verificar l'antico proverbio: Heroum filii noxae. Questo bastò a Lottario per credere decaduto il padre: benchè non fidandosi di lui, nè del popolo, seguitasse a tenerlo sotto più rigorosa guardia, senza permettergli di parlare, se non con pochi destinati al di lui servigio. Il popolo, terminata questa scena, se ne tornò tutto confuso e mesto a casa. Lottario si fermò in Aquisgrana quel verno, facendola da padron dell'imperio. Walla abbate di Corbeia, per levarsi da così deforme spettacolo, avea ottenuto da lui di potersi ritirare in Italia, e venuto al celebre monistero di san Colombano di Bobbio, quivi coll'aiuto di Lottario fu eletto abbate. Da un documento veronese pubblicato dal Panvinio e poi [587] dall'Ughelli [Ughell., tom. 5, Ital. Sacr. de Episcop. Veronens.], che fu scritto nell'anno 837 pare che nell'anno presente Lottario Augusto mandasse a Verona Mario (forse nome scorretto) conte bergense (s'ha verisimilmente da scrivere bergomense) ed Eriberto vescovo di Lodi, ut muros qui ad portam, quae dicitur Nova, diruebant, sive in castello, aliisve necessariis locis restituerent. Dicesi ordinata questa riparazione eo anno, quando imperator Lotharius cum exercitu in Franciam cum fratribus ad patrem perrexit.


   
Anno di Cristo DCCCXXXIV. Indiz. XII.
Gregorio IV papa 8.
Lodovico Pio imperadore 21.
Lottario imperadore e re di Italia 15 e 12.

L'aspro ed indegno trattamento fatto da Lottario all'imperador Lodovico suo padre induceva ogni dì più a compassione chi non aveva avuta parte nel di lui abbassamento, e svegliava pentimento in chi avuta ve l'avea [Tegan., cap. 45.]. Fra gli altri Lodovico re di Baviera suo figliuolo, prima ancora che terminasse l'anno precedente, tornato in sè stesso, cominciò ad assumere la di lui difesa, e venuto a Francforte, spedì ambasciatori a Lottario pregandolo di usar più umanità verso del padre. Lottario li ricevè assai freddamente. Altri successivamente ne mandò esso re di Baviera, nè a questi fu permesso di vedere l'imperador prigioniere. Venuto poi Lottario a Magonza, quivi con lui si abboccò il fratello Lodovico, ma senza neppur riportarne buone parole, per gli cattivi consiglieri che Lottario aveva ai fianchi. Questa durezza di Lottario e le premure di molti nobili fautori dell'oppresso imperadore e massimamente di Dragone vescovo di Metz, indussero il suddetto re di Baviera a trattare col re Pippino, altro suo fratello, una lega contra di Lottario, per procurar la liberazion del padre. In fatti [588] amendue coi loro eserciti da due parti si mossero per andare a trovare ostilmente il fratello; e crebbero per via le loro forze, concorrendo di qua e di là gente a questo pio uffizio; di modo che Lottario giunto a Parigi, veggendo sì gran turbine che minaccioso si appressava, lasciato quivi il padre in libertà nel monistero di s. Dionisio, si diede alla fuga sul fine di febbraio, seguitato da alcuni vescovi suoi aderenti, fra' quali specialmente si contò Agobardo arcivescovo di Lione [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.]. Non volle il buon imperador Lodovico ripigliare il cingolo militare e le insegne imperiali, se prima non venne assoluto dai vescovi e da loro rimesso in possesso del primiero comando con incredibil giubilo del popolo. Ritiratosi Lottario Augusto nella Provenza, recò non pochi aggravii a quelle contrade; e perchè la città di Cavaglione ricusò d'ubbidirlo [Annal. Franc. Bertiniani.], la espugnò e diede alle fiamme; e presi quei conti che la difendevano, tre ne fece morire e gli altri cacciò in prigione. Colà inviò l'imperador suo padre degli ambasciatori per significargli come gli perdonava tutti i passati eccessi, esortandolo a venirsene a lui pacificamente, che sarebbe ben ricevuto. Non fidandosene Lottario, continuò nelle risoluzioni di prima. Stava intanto confinata in Tortona l'imperadrice Giuditta, ed era stato secretamente inviato in Italia un certo Rodberto laico, menzionato da Walafrido Strabone in uno dei suoi poemi, per procurar la sua liberazione; nè mancavano in Italia dei gran signori fedeli all'imperador Lodovico. Sparsasi poi voce che esso Augusto era stato rimesso in libertà e che si macchinava contra la vita della medesima imperadrice, per attestato dell'Annalista bertiniano, Ratoldo vescovo, Bonifazio conte e Pippino parente dell'imperadore, ed altri non pochi con gran prestezza inviarono persone che destramente, o pure per forza la misero in salvo, e menaronla felicemente ad [589] Aquisgrana, dove la presentarono sana all'imperador suo consorte. Ma egli non volle ripigliarla, se prima ella in pubblico non si purgò dai reati che le venivano apposti col giuramento. Quel Ratoldo vien creduto dal padre Pagi [Pagius, ad Ann. Baron.] vescovo di Soissons. La verità è ch'egli era vescovo di Verona, appellato da altri Rataldo. Bonifazio era conte di Lucca, e probabilmente marchese della Toscana, come abbiam veduto di sopra all'anno 828. Pippino parente dell'imperador Lodovico altro non fu che Pippino figliuolo di Bernardo giù re d'Italia, del quale parimente abbiam fatta menzione di sopra. Ma Andrea prete italiano [Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Scrip. Menchenii.], e scrittore di questo secolo, lasciò scritto essere stato Lottario stesso quegli che, pentito dei passati trascorsi, ed infuriato contra chi gli avea dato di sì cattivi consigli (perlochè molti per ordine suo furono uccisi, ed altri mandati in esilio), restituì egli stesso la matrigna al padre. E parrebbe assai verisimile questo racconto, non sapendosi intendere come i tre suddetti personaggi si arrischiassero senza permissione o comando d'esso Lottario a levar dalla guardia e ricondurre l'imperadrice in Francia. Ma all'anno 836 vedremmo che non s'accorda con questo supposto la più autentica storia d'allora.

Continuava Lottario Augusto nel suo furore, per cui trovata in Cavaglione Gerberga monaca, sorella di Bernardo già duca della Settimania [Thegan., cap. 52.], la fece affogare nel fiume Sona, e dopo avere riportato qualche vantaggio contra le milizie del padre, passò coll'esercito suo fino ad Orleans. Lodovico imperadore, chiamati in suo aiuto gli altri due figliuoli Pippino e Lodovico colle lor truppe, andò a postarsi con una potentissima armata nel mese d'agosto in faccia a Lottario. Marquardo abbate di Prumia, da lui spedito prima al figliuolo per ricordargli i comandamenti [590] e lo sdegno di Dio, ed esortarlo a sottomettersi, se n'era tornato indietro, altro non riportando che un cattivo trattamento e delle minacce. Ma il misericordioso imperadore, non ributtato per questo, mandò altri ambasciatori al pertinace figliuolo per vincerlo pur colle buone, e per risparmiare il sangue de' suoi popoli. Furono questi Baradado, o pur Badurado vescovo di Paderbona, Gebeardo nobilissimo duca, e Berengario uomo saggio e parente suo, il quale, secondo l'Eccardo [Eccar., Rer. Franc., lib. 29.], fu figliuolo di Unroco conte, e fratello di Eberardo marchese del Friuli, ch'era marito di Gisela figliuola d'esso imperador Lodovico. Egli da Tegano è chiamato duca fedele e saggio; ed essendo mancato di vita nell'anno seguente, la morte sua lungamente fu pianta dallo stesso imperadore e da' suoi figliuoli. Ora ammessi questi legati all'udienza di Lottario, il vescovo animosamente gli comandò da parte di Dio che si levasse da' fianchi i malvagi consiglieri suoi seduttori, ed ascoltasse le proposizioni di pace. Chiese Lottario un po' di tempo per pensarvi: e richiamatili, domandò loro parere. Il consigliarono di venire a' piedi del suo buon padre, con assicurarlo di pace e di perdono e con presentargli, come si può conghietturare, un salvocondotto. Andò in fatti Lottario, e trovato il padre Augusto sotto un alto padiglione alla vista di tutta la sua armata, con gli altri suoi due figliuoli a lato, si gittò a' suoi piedi con Ugo suocero suo e cogli altri complici, confessando d'aver stranamente fallato. Contentossi il pio imperadore che Lottario gli giurasse di nuovo fedeltà, e di ubbidire a tutti gli ordini suoi, e che se ne venisse in Italia, da dove non si avesse a muovere giammai senza sua licenza. Giurarono anche gli altri, e a tutti fu conceduta, non solamente la vita, ma anche il possesso de' loro beni patrimoniali. Lottario se ne tornò in Italia; e a tal fine ebbe quella memorabil tragedia, in cui non si può abbastanza ammirare l'insolenza d'un figlio [591] e la pazienza e carità di un padre. Secondo i conti di Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., in Serie Abb. Casinens. tom. 5 Rer. Ital.], Deusdedit abbate di Monte Casino uomo di molta santità, cacciato in prigione da Sicone principe di Benevento, fu chiamato da Dio in quest'anno dalle miserie della carcere all'eterno riposo. Erchemperto [Erchemp., Chron. cap. 13, P. I, tom. 2 Rer. Ital.] è testimonio che al sepolcro suo succedevano molte miracolose guarigioni. Nel Martirologio romano [Martyrologium, ad diem 9 octob.] si celebra la di lui memoria. Il suddetto Erchemperto, dopo aver narrata la morte di Sicone, ci accenna il tempo, in cui questo abbate fu sacrilegamente cacciato in carcere, con iscrivere: Prius enim quam obiret, ut cumulus suae perditionis justius augeretur, pro amore pecuniae, spectabilem et Deo dignum virum, sanctitate conspicuum Deusdedit nomine, beatissimi Benedicti vicarium, a pastorali monasterio monachorum, saeculari magis potentia, quam congrua ratione, deposuit, et custodiae mancipavit. Con questa enormità si preparò Sicone per comparire al tribunale di Dio.


   
Anno di Cristo DCCCXXXV. Indiz. XIII.
Gregorio IV papa 9.
Lodovico Pio imper. 22.
Lottario imperadore e re di Italia 16 e 13.

Nella villa di Teodone tenuta fu in quest'anno dall'imperador Lodovico una dieta [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], in cui si trattò di que' vescovi che aveano cospirato contro la di lui persona e contro l'imperio suo nell'anno precedente. Fra gli altri essendo stato citato Agobardo arcivescovo di Lione; nè comparendo, gli fu di poi nell'anno susseguente levata la chiesa. Alcuni di quei vescovi erano fuggiti in Italia; per questi non si fece gran rumore, affine di non alterar maggiormente l'animo di [592] Lottario Augusto, che gli avea sotto la sua protezione. Quivi ancora con più solennità fu da tutti i vescovi abolito e dichiarato ingiustamente fatto tutto ciò nell'anno addietro era stato operato in disonore dell'Augusto Lodovico. Poscia nella chiesa di santo Stefano di Metz fu di nuovo da que' prelati coronato. Ebbone arcivescovo di Reims v'intervenne anch'egli, dopo di che confessando i suoi falli, si protestò decaduto dal vescovato e fu confinato in un monistero. Attese in quest'anno Lodovico Augusto a riparare i disordini cagionati in Francia dalle passate turbolenze con essere cresciuti i ladri, essere stati usurpati i beni delle chiese, oppressi i poveri: al qual fine spedì varii messi, o sieno giudici straordinarii, per le provincie, e gastigò coloro che non aveano soddisfatto al loro dovere nell'amministrazion della giustizia e nel procurare la sicurezza delle strade. Han creduto il Cointe, il Pagi e l'Eccardo che a quest'anno s'abbia da riferire una nuova divisione dei regni fatta dall'imperador Lodovico fra i suoi tre figliuoli Pippino, Lodovico e Carlo, senza parlare in esso di Lottario, la quale dal Baluzio viene rapportata all'anno 837. Comunque sia, certo è ch'esso imperadore nulla più aveva a cuore, quanto di assicurare al suo quartogenito Carlo una buona porzion di stati, e a questo fine slargò molto quella ancora degli altri due figliuoli con isperanza di contentarli, e di tor loro di cuore la voglia di nuocere al minor fratello. Veggonsi in quest'anno alcuni diplomi spediti in Italia da Lottario Augusto, ne' quali non fa menzione alcuna dell'imperadore suo padre, forse per vendicarsi del medesimo padre, che in Francia faceva altrettanto, senza nominare il figliuolo ne' suoi atti e privilegii. Uno d'essi diplomi, riferito dal Puricelli [Puricellius, Monument. Basilic. Ambros.], è dato VIII idus majas, anno domni Lotharii Pii imperatoris XVIII. Indicione XIII: Actum Papiae palatio regio. L'epoca è presa dall'anno 817. In esso egli dona [593] alla basilica milanese di sant'Ambrosio la corte di Lemonta pro remedio animae Hugonis fratris ipsius Hermengardis (cioè dell'Augusta sua moglie) puerili aetate ab hac luce subtracti. Fu dato un altro suo diploma rapportato dal Margarino [Bullar. Casinens., tom. 2, p. 23.] in favore di Amalberga badessa di s. Giulia di Brescia, Actum Moringo, palatio regio, XVII kalend. jannuarias anno imperii Hlotharii XVIII, Indictione XIV: la qual indizione ebbe principio nel settembre di quest'anno. Abbiamo parimente dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedictin., tom. 2. Append.] uno strumento di Cunegonda vedova del fu Bernardo re d'Italia. Quivi ella dona al monistero di santo Alessandro di Parma molti beni posti ne' contadi di Parma, Reggio e Modena, pro remedio animae senioris sui (cioè di Bernardo) et suae, filiique sui Pippini, cioè dello stesso che abbiam veduto nell'anno precedente favorevole all'imperadrice Giuditta. Fu scritta quella carta in Parma civitate, regnantibus dominis nostris Hludowico et Hlothario imperatoribus, anno XXII et XVI, septimodecimo kal. julias, e sottoscritta da Lamberto e Norberto vescovi, e da Adalgiso conte e da varii, ciascun dei quali s'intitola Gartio (oggidì garzone, forse allora paggio) ex genere Francorum; dal che non si può francamente concludere, come ha credulo taluno, che questa principessa fosse di nazione franzese, perchè le mogli solevano seguitar la legge del marito, e secondo quella regolarsi ne' contratti. Circa questi tempi abbiamo dal Dandolo [Dandulus, Chron. tom. 12 Rer. Ital.] che Massenzio patriarca d'Aquileia, assistito dall'imperadore Lottario, obbligò i vescovi dell'Istria a riconoscere lui per metropolitano, con sottrarli dall'ubbidienza del patriarca di Grado, e a nulla giovò che papa Gregorio l'ammonisse di desistere da questa novità. Accadde ancora che in Venezia alcuni principali di quella città scacciarono il loro doge Giovanni, il quale andò in Francia con fare ricorso all'imperador Lodovico. [594] Occupò dopo la di lui fuga il ducato un certo Caroso tribuno, figliuolo di Bonicio tribuno, e per sei mesi lo tenne; ma unitisi molti, a' quali dispiaceva una sì fatta usurpazione, gli misero le mani addosso nel palazzo, e cavati che gli ebbero gli occhi, il mandarono in esilio: con che Giovanni doge se ne tornò al suo governo.


   
Anno di Cristo DCCCXXXVI. Indiz. XIV.
Gregorio IV papa 10.
Lodovico Pio imperadore 23.
Lottario imperadore e re di Italia 17 e 14.

Sul principio di quest'anno ricevette Lottario imperadore gli ambasciatori a lui spediti dal padre [Annales Franc. Bertiniani.] per insinuargli la riverenza ed ubbidienza filiale, e fargli premura di stabilire una buona riconciliazione e concordia fra loro. Diede gran calore ad una tale spedizione la stessa imperadrice Giuditta, la quale considerando la sanità ogni dì più declinante dello Augusto suo consorte, e temendo che se egli veniva a mancare, corresse pericolo il suo figliuolo Carlo, per la ancor tenera età di restar preda de' suoi maggiori fratelli, giudicò spediente il provvedere per tempo alle rotture che tuttavia duravano fra lei e il figliastro Lottario. Anzi l'Astronomo [Astronom., in Vit. Ludov. Pii.] avverte che fu creduto miglior partito di tutti il tirar dalla sua esso Lottario, perchè l'imperadrice non si dovea fidar molto degli altri due figliastri, che aveano fatto conoscere anch'essi una smoderata ingordigia di stati. Non dispiacque a Lottario questa proposizione, e però nel mese di maggio mandò all'Augusto suo padre molti de' suoi baroni a trattar seco. Capo dell'ambasceria era Walla, già per cura di Lottario divenuto abbate nell'insigne monistero di Bobbio, e uno dei suoi più intimi consiglieri. Perdonò con somma clemenza l'imperador Lodovico a Walla; accolse con singolare [595] amore lui e tutti gli altri inviati; e spianate le difficoltà che poteano impedir la pace, li rimandò in Italia con ordine di dire al figliuolo che andasse in persona a dar compimento al trattato con pieno salvocondotto per la sua andata e pel suo ritorno. Ma rimase in sospeso l'affare, perchè Lottario cadde pericolosamente malato, e l'infermità sua fu assai lunga, durante la quale non mancò l'amorevol padre di mandare Ugo suo fratello abbate di san Quintino, e Adalgario conte a visitarlo. Mancarono in quest'anno di vita il suddetto Walla abbate, due vescovi e la maggior parte di quegli altri nobili franzesi che erano stati della fazion di Lottario contra dell'imperador Lodovico, ed egli, all'avviso della lor morte, non se ne rallegrò punto, anzi ne fece conoscere un non finto dolore. Erano questi i più assennati cervelli della Francia. Si riebbe finalmente della sua pericolosa e lunga malattia Lottario Augusto; ma o sia che se era seguita la division de' regni poco fa accennata fra i suoi fratelli, questa l'alterasse non poco; o pure ch'egli, siccome cervello bisbetico e caparbio, fosse portato alla discordia, non solamente ricusò d'andare a trovar il padre, ma si lasciò intendere che non si riputava tenuto alla promesse ultimamente autenticate dai suoi giuramenti. Dispiacque ciò sommamente all'imperador Lodovico; ma quello che più gli trafisse il cuore fu d'intendere che Lottario avea cominciato ancora a dar delle vessazioni alla Chiesa romana, con far uccidere alcuni degli uomini della medesima. Niuna cosa con maggior premura avea raccomandato Carlo Magno ai suoi figliuoli, e successivamente anche Lodovico Pio ai suoi, quanto la difesa e protezion della Chiesa romana, sì per motivo di religione, come ancora a titolo di gratitudine e di buona politica, perchè i re di Francia aveano ricevuto dai papi l'imperio, e disgustandoli poteano temere di perderlo. Va il cardinal Baronio all'anno seguente cercando in che mai potesse consistere questa [596] novità di Lottario ed immagina che egli, non contento del regno d'Italia, si volesse anche usurpare gli stati della Chiesa romana, dispiacendogli che una sì nobil parte d'Italia fosse in mano altrui. Ma egli così pensò perchè persuaso che gl'imperadori nulla avessero allora di dominio sugli stati della Chiesa. La più natural immaginazione è di credere che Lottario appunto, siccome principe borioso ed inquieto, si abusasse della sua sovranità in pregiudizio di quel dominio e di quella autorità che godeano e dovevano, secondo i patti, godere i papi.

Mandò l'imperador Lodovico dei legati per questo affare a Lottario, per ricordargli, che quando gli diede il governo del regno d'Italia, specialmente gli raccomandò la difesa della Chiesa romana, e che desistesse da sì fatte violenze. Mandò anche a dirgli che gli preparasse le tappe per tutto il viaggio fino a Roma, perchè egli era risoluto di portarsi colà: cosa che poi non ebbe effetto per le sopravvenute incursioni de' Normanni in Francia. Dagli Annali bertiniani sappiamo particolarmente che di tre altri negozii erano incaricati gli ambasciatori di Lodovico: cioè di trattare con Lottario della sua andata in Francia; di indurlo a restituire alle chiese di Francia molti beni ad esse spettanti in Italia, che i suoi cortigiani o pur egli avea usurpato; e di rendere ai vescovi e conti, da' quali era stata condotta in Francia l'imperadrice Giuditta, le lor chiese, i governi, feudi ed allodiali. Verum et de episcopis, atque comitibus, qui dudum cum Augusta fideli devotione de Italia venerant, ut eis et sedes propriae, et comitatus, ac beneficia, seu res propriae redderentur. Fan queste parole conoscere che non sussiste il dirsi da Andrea prete nella sua Cronica, essere stato Lottario stesso quegli che mandò l'Augusta matrigna a suo padre in Francia. Cosa precisamente conchiudesse Lottario, non si legge, se non che abbiamo dall'Annalista bertiniano, che egli mandò alcuni suoi inviati al padre, con [597] fargli sapere alcune sue difficoltà e scuse per le quali non poteva interamente sopra que' punti uniformarsi alla di lui volontà. Per conseguente possiam conghietturare che Bonifazio marchese di Toscana, Rataldo vescovo di Verona e Pippino figliuolo del già re Bernardo, i quali avevano procurata la fuga dell'imperadrice Giuditta, fossero in disgrazia di Lottario, ed avessero perduti i lor posti e beni, senza poter conoscere se Lottario alle istanze del padre si arrendesse per ora in favor de' medesimi. Nell'anno seguente ad una dieta tenuta in Aquisgrana si trovarono presenti Rataldo vescovo e Bonifazio conte: segno che non doveano potere stare in Italia. Ora fra gli ambasciatori inviati dall'imperador Lodovico al figliuolo in Italia vi fu Adrevaldo abbate noviacense, e questi avea particolar commessione di passare a Roma, per prendere maggior contezza degli aggravii fatti da Lottario al papa. Giunto egli a Roma, trovò il pontefice Gregorio in poco buono stato di salute a cagione di un flusso di sangue che di tanto in tanto gli usciva pel naso. D'incredibil consolazione riuscì al buon papa una tal visita, e il conoscere che era per lui scudo il piissimo imperador Lodovico nelle agitazioni che gli recava il figliuolo. Ritenne seco per alcuni giorni Adrevaldo, gli fece molti regali, e finalmente il rispedì accompagnando seco Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Civita vecchia, e Giorgio vescovo regionario, che andavano suoi nunzii all'imperador Lodovico. Saputa da Lottario questa spedizione di ministri pontificii, non gli piacque, temendo forse che si potesse manipolar qualche trattato contra di lui; e però inviò a Bologna un certo Leone, di cui egli allora molto si fidava, con ordine di adoperarsi in maniera, prima con esortazioni, poi con minacce, acciocchè non andassero innanzi. Fu ben servito, ma Adrevaldo fatta scrivere da essi una lettera all'imperador Lodovico, per mezzo di un uomo vestito da povero mendicante gliela mandò oltramonti [598] con tutta felicità. Altro di più non sappiamo intorno a questo affare. Facevano in questi tempi a gara i vescovi e monaci di Francia e Germania per avere reliquie di santi da Roma e dall'Italia. Altro non s'udiva che traslazioni di corpi santi in quelle parti. E tutte solennizzate con gran pompa. Furono anche nel presente anno rubate in Ravenna le sacre ossa di s. Severo vescovo, e portate a Magonza da Otgario arcivescovo di quella città. D'altre simili traslazioni parla la storia ecclesiastica.


   
Anno di Cristo DCCCXXXVII. Indiz. XV.
Gregorio IV papa 11.
Lodovico Pio imperad. 24.
Lottario imperadore e re di Italia 18 e 15.

Tutte le applicazioni dell'imperadrice Giuditta, siccome abbiam detto, erano per ottenere al figliuolo suo Carlo una ricca porzion di stati in retaggio. E in fatti nell'anno presente gli riuscì di fargli assegnare dall'Augusto suo consorte la Neustria, cioè un tratto vastissimo di paese, le cui città son tutte annoverate da Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 1.] e dagli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.]. Parigi era fra queste. Tutti que' vescovi e popoli gli giurarono fedeltà. Crede il Baluzio [Baluz., Capitular., tom. 1, p. 685.] che sia da riferir qui la divisione de' regni espressa in un capitolare da lui pubblicato fatta da Lodovico imperadore fra i tre minori suoi figliuoli, ad esclusion di Lottario; ma non concorda col racconto degli storici quell'atto, nè il paese che si dice loro assegnato. Se crediamo all'Annalista bertiniano, questo assegno di stati al giovinetto Carlo seguì, adveniente atque annuente Ludovico (re di Baviera) et missis Pippini (re d'Aquitania) et omni populo, qui praesentes in Aquis palatio adesse jussi fuerant. Ma lo autore della vita di Lodovico Pio [Astronom., in Vit. Ludov. Pii.] e [599] Nitardo, autori contemporanei, ci assicurano che Lodovico e Pippino, figliuoli di esso Augusto, udita che ebbero tanta esaltazione del minore lor fratello Carlo, se ne risentirono forte, e seguì ancora un abboccamento fra loro per cercar le vie di disturbare il già fatto. Ma o per qualche riverenza al padre, oppure perchè conobbero talmente disposte le cose da non poterle mutare, si tacquero, e fecero vista che loro non dispiacesse la risoluzion presa dall'Augusto lor genitore. Aveva già quattordici anni il suddetto principe Carlo, o, per dir di meglio, li avea già compiuti; laonde per testimonianza di Nitardo, l'imperador suo padre gli diede la corona regale. Intanto i Normanni sempre più cominciavano ad insolentir contro la Francia, e nell'anno presente appunto commisero molti ammazzamenti, e fecero gran bottino nella Frisia. Questo fu il motivo per cui Lodovico Pio non potè eseguire il desiderio e disegno suo di passare a Roma. Nella Pasqua ancora di quest'anno si lasciò vedere una cometa, descritta dall'autore anonimo della vita di esso imperadore, il quale non potè celare il suo sospetto al medesimo autore, che quello fosse un presagio della sua morte, secondo la volgare credenza. Tuttavia si fece animo, e servì a lui questo fenomeno per abbondar di limosine in favor de' canonici e dei monaci, per accrescere le orazioni, e darsi ad atti di carità e religione. Sappiamo parimente dagli Annali bertiniani che nell'anno presente l'imperador Lottario fece fortificar le chiuse dell'Alpi con sodissime mura. Dio sa, qualora l'Augusto suo padre avesse veramente impreso il viaggio di Roma, come sarebbe stato ricevuto dal figliuolo, che tuttavia si mostrava sì alterato e malcontento di lui. Noi troviamo esso Lottario Augusto nel dì 3 di febbraio di quest'anno nel monistero di Nonantola sul modenese, dove egli concedette a que' monaci la facoltà di eleggersi il loro abbate. Il diploma si vede Actum Nonantula III nonas februarii anno [600] Domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV, senza punto farvi menzione dell'imperador Lodovico suo padre [Antiquit. Ital., Dissert. LX.]. Dice di aver loro conceduto questo privilegio, perchè dum nos caussa orationis monasterium adissemus Nonantulae tantamque devotionem divino munere ibidem in divinis cognovissemus, sperava che le orazioni di que' monaci gioverebbono alla stabilità del suo regno e alla perpetua sua felicità.

Poco potè godere del ricuperato suo governo Giovanni doge di Venezia [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], perciocchè, formata contra di lui una congiura, fu preso nella chiesa di s. Pietro, dove egli s'era portato nel dì della sua festa, e tagliatagli la barba e i capelli, fu per forza fatto ordinar cherico nella chiesa di Grado, dove a suo tempo terminò la carriera de' suoi giorni. In luogo suo fu dal popolo alzato al trono ducale Pietro cognominato Tradonico, originario di Pola, ed allora abitante in Rialto, il quale dopo non molto tempo ottenne dal medesimo popolo che Giovanni suo figliuolo fosse dichiarato collega nel ducato. Per attestato di Giovanni Diacono, autore contemporaneo, a Buono console, ossia duca di Napoli, uomo cattivo, mancato di vita nell'indizione XII, cioè nell'anno 834, succedette in quel dominio Leone suo figliuolo. Ma questi, appena passati sei mesi, fu abbattuto e scacciato da Andrea suo suocero, il quale si fece eleggere console. Cavò egli di prigione il già carcerato Tiberio vescovo, e il confinò sotto buona guardia in una camera davanti alla chiesa di s. Gennaro. Ora avvenne che Sicardo principe di Benevento, non men di quel che facesse Sicone suo padre, mosse aspra guerra ai Napoletani. Andrea, non avendo altro ripiego per salvarsi, mandò in Sicilia a far venire una grossa flotta di Saraceni. Allora Sicardo intimorito diede ascolto ad un trattato di pace, per non poter di meno, e restituì tutti i prigionieri [601] ad Andrea. Ma non sì tosto furono partiti verso la Sicilia i Saraceni, che Sicardo ruppe la pace fatta, e più che mai si diede a perseguitare il popolo e la città di Napoli. Racconta l'Anonimo salernitano [Anon. Salernit., Paralip. P. II, tom. a Rer. Italic.], che la rottura fra Sicardo e i Napoletani procedette dall'avere il duca di questi ultimi differito di pagare al primo i tributi secondo le convenzioni precedenti. Però infuriato Sicardo, nel mese di maggio dell'anno 856, come consta dalla vita di santo Anastasio vescovo di Napoli [Vita S. Athanasii Neapolit., Part. II, tom. 2 Rer. Italic.], si portò con tutte le sue forze all'assedio di Napoli, e per tre mesi diede il guasto al paese, e ne asportò i corpi de' santi e gli ornamenti delle chiese. Era già a mal partito il popolo della città, specialmente per mancanza di viveri, quando si pensò alla maniera di placare lo sdegnato principe loro nimico. Spedirono dunque nel mese di luglio un monaco di buona fama, il quale arrivato alla tenda di Sicardo, subito ch'egli spuntò, s'inginocchiò piangendo a' suoi piedi, con chiedere misericordia per i suoi concittadini, e fargli credere ch'essi non avrebbono difficoltà ad arrendersi. Intenerito Sicardo, ordinò a Roffredo suo favorito di entrare nella città per vedere se aveano pur voglia di sottomettersi. Ammesso, diede una girata per Napoli, ed avendo osservato nella piazza una picciola montagna di grano, ne dimandò il perchè. Gli fu risposto, che avendo le lor case piene di frumento, il rimanente lo aveano gittato colà; ma quella montagna non era che di sabbia, sulla cui superficie aveano fatta una coperta di grano, il quale già cominciava a rinascere. In questa maniera restò deluso Roffredo. La comune credenza nondimeno fu che i Napoletani il regalassero d'alcuni fiaschi creduti di vino, ma pieni di soldi d'oro, che fecero secondo il solito, un mirabile [602] effetto; perchè Roffredo con significare a Sicardo la gran quantità di grano da lui osservata nella città, il trasse a contentarsi d'una capitolazione, in cui i Napoletani salvarono la lor libertà, ma con obbligarsi al puntual pagamento del tributo al principe di Benevento. La carta dell'accordo scritta nell'indizione 14, cioè nell'anno precedente, è fatta con Giovanni vescovo eletto di Napoli, e con Andrea maestro de' militi, ossia duca di quella città; e tuttavia si conservava ai tempi dell'Anonimo suddetto nell'archivio della città di Salerno; e per buona ventura parte d'essa è stata pubblicata da Camillo Pellegrino, scrittore diligentissimo e giudizioso della storia dei principi longobardi. Da essa apparisce che Amalfi e Sorrento erano allora città sottoposte al ducato di Napoli e quivi si leggono varii riti considerabili per l'erudizion di quei tempi. Ma, siccome dissi, non durò gran tempo questa pace e convenzione, e forse in quest'anno Sicardo ricominciò di bel nuovo a far delle prepotenze contro dei Napoletani, e in fine ripigliò l'armi contro la loro città. Potrebbe anch'essere ch'egli in quest'anno occupasse la città d'Amalfi; del che parleremo all'anno 839. Anche l'autore della vita di santo Antonino abbate di Sorrento [Acta Sanctor., in Vit. S. Antonini Ab. Surrent.; ad diem 14 februarii.] fa menzione (senza accennarne l'anno) dell'assedio di Sorrento, fatto dal medesimo Sicardo. Se vogliam prestar fede a quello storico, egli se ne ritornò, perchè il santo abbate apparendogli in sogno, non solamente lo sgridò, ma gli lasciò anche un buon ricordo con delle bastonate. Che i santi vogliano o possano venire dal paradiso in terra per menare il bastone, non c'è obbligazione di crederlo fuori delle divine Scritture.

[603]


   
Anno di Cristo DCCCXXXVIII. Indiz. I.
Gregorio IV papa 12.
Lodovico Pio imperadore 25.
Lottario imperadore e re di Italia 19 e 16.

A chiunque era del partito del principe Carlo re della Neustria, ma più degli altri all'imperadrice Giuditta sua madre [Nithardus, Hist. lib. 1.], stava continuamente sugli occhi la cadente sanità dell'Augusto consorte, e per conseguente l'apprensione di fiere rivoluzioni dopo la morte di lui, per le quali si vedeva esposta a troppi pericoli la porzion degli stati assegnati ad esso Carlo dal padre. Temevano tutti dei due fratelli Pippino e Lodovico troppo ingordi, e troppo confinanti coi loro regni a quello di Carlo. Concorsero dunque tutti in un parere: cioè, che era il meglio di guadagnare l'Augusto Lottario, se pure egli voleva dar mano ad un trattato, e di formare una lega fra Carlo e lui, bastando ciò per tenere tutti gli altri in briglia. A tal fine spedirono dei messi a Lottario, con rappresentargli che l'avrebbono rimesso in grazia dell'imperador suo padre, ed inoltre Carlo avrebbe partito con lui l'imperio, a riserva della Baviera. Assaporata questa proposizione da Lottario, gli parve assai dolce; nè perdè tempo a mettersi in viaggio alla volta di Vormazia, dove era l'imperador suo padre [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.]. Giunto colà si gittò ai suoi piedi in presenza di tutti, con chiedere perdono del passato: fu accolto con tutto amore, trattati i suoi domestici con lautezza, e in somma ottenne la buona grazia del genitore, con patto di nulla operare in avvenire contro la volontà paterna, nè contro il fratello Carlo. Nel dì seguente il buon imperadore, per mantenere la parola data dai suoi ministri, esibì al figliuolo la licenza di dividere i regni, con dirgli che facendo egli le parti, Carlo eleggerebbe, o pure [604] facendole i ministri di Carlo, potrebbe Lottario eleggere. Per tre di questi dì andò Lottario ruminando l'affare, e in fine mandò a pregare il padre che si compiacesse di far egli la divisione, con riserbare a sè stesso di prendere la parte che maggiormente gli fosse a grado. La fece in fatti l'imperador Lodovico, senza toccar la Baviera; e Lottario si elesse l'una delle parti cominciando dalla Mosa, e gliene fu dato il possesso. A Carlo restò l'occidentale, cioè la Neustria; e in questa maniera seguì buona unione fra essi fratelli. A riserva di Lodovico re di Baviera, che si alterò forte all'udir questa unione, i popoli ne mostrarono un sommo giubilo. Poscia Lottario, dopo aver ricevuto dal padre molti regali e la benedizione paterna, lieto se ne tornò in Italia. Così Nitardo e l'autore della vita di Lodovico Pio. Ma gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.] imbrogliano qui la storia con riferir questo fatto all'anno seguente. Siam nondimeno tenuti a quell'autore, perchè specifica le parti toccate in quella divisione ai suddetti due fratelli. Lottario, oltre all'Italia, che già era in sua mano, comprendeva la Provenza di qua dal Rodano sino al contado di Lione, e stendendosi pel corso della Mosa fino al mare, abbracciava la valle d'Aosta, i Vallesi, gli Svizzeri, i Grigioni, l'Alsazia, l'Alamagna, ossia la Svevia, l'Austrasia, la Sassonia, l'Olanda, la Frisia ed altri ampii paesi. Ma sì vasto dominio non ebbe effetto col tempo. Io non so bene se appartenga all'anno presente ciò che hanno i suddetti Annali bertiniani, con dire che sul principio della quaresima si fece un abboccamento alle Chiuse d'Italia tra i due fratelli Lottario Augusto e Lodovico re di Baviera; il che diede gran gelosia all'imperadore loro padre. Chiamato perciò Lodovico a Nimega, seguì fra loro qualche altercazion di parole, e finalmente fu costretto il figliuolo a restituire al padre tutto quello che egli aveva usurpato, cioè l'Alsazia, la Sassonia, la Turingia, l'Austrasia e [605] l'Alamagna: e però potè nell'anno presente l'imperador Lodovico assegnare queste contrade al figliuolo Lottario. Ma non si vede il motivo per cui da sole parole s'inducesse il figliuolo di Lodovico a far quella cessione, e qui v'ha delle tenebre. Ora, dacchè fu stabilita la concordia d'esso Lottario col padre e con Carlo suo fratello (se pure non fu prima, essendo ancor qui confusa la storia) eccoti giugnere la nuova che Pippino re di Aquitania, altro lor fratello, era stato da immatura morte rapito. Perchè nell'aggiustamento poco fa descritto si truova assegnata al re Carlo l'Aquitania, par molto probabile che questo seguisse dappoichè s'intese la morte di esso Pippino. Non ostante poi che tra Lodovico Pio e il figliuolo Lottario fosse stabilita la riconciliazione suddetta, pure sembra che Bonifazio II conte di Lucca e marchese della Toscana non ricuperasse peranche il governo di quella provincia e città; perciocchè da una carta di quest'anno, accennata dal Fiorentino [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], si raccoglie che nell'anno XXV di Lodovico, nel XVI di Lottario imperadori, nell'indizione prima, cioè nell'anno presente, fu fatto in Lucca un atto giudicatorio in favore della chiesa di s. Frediano per Aghanum comitem ipsius civitatis, et Christianum venerabilem diaconum missos domini Lotharii. L'essere questo Agano stato conte ossia governatore di Lucca nell'anno presente, e il trovarsi egli quivi parimente nell'anno 840, esercitante giurisdizione insieme con Rodingo vescovo e Maurino conte, messi imperiali, come consta da un altro documento lucchese, serve a noi d'indizio che Bonifazio II, dianzi conte di Lucca, e probabilmente ancora della Toscana, seguitasse ad essere privo della grazia di Lottario e del suo governo, se pur egli non era già mancato di vita.

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Anno di Cristo DCCCXXXIX. Indiz. II.
Gregorio IV papa 13.
Lodovico Pio imperadore 26.
Lottario imperadore e re di Italia 20 e 17.

Pacificò bensì l'imperador Lodovico ed unì per quanto potè i due suoi figliuoli Lottario e Carlo, con isperanza che tal unione terrebbe in briglia Lodovico re di Baviera dopo la sua morte [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.]. Ma questi sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente, uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a fronte della nemica [Annales Francor. Bertiniani.]. Ma accadde che le milizie della Sassonia, Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre, mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sotto [607] quest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli ambasciatori di Teofilo imperadore dei Greci, che gli presentarono varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta [Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.] attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro. Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo mancato di vita Teodosio patrizio, capo di quella ambasciata nel presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte del re Pippino era tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioè Pippino II e Carlo; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno. Si sforza l'autore [Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.] della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa sua spedizione [608] contro i figli di un suo figliuolo, con dire che non erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura le leggi della giustizia.

Dalla storia di Andrea Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.] impariamo che circa questi tempi Pietro doge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle isole di Narenta, confermò la precedente lega con Drosaico duca di quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio, spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietro spatario imperiale, gli fece istanza di un gagliardo armamento per mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito. Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni. Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendo [609] presa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.] che Taranto non era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchè Sicardo principe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti, che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli [Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.]. Seguitò Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e il popolo di Napoli. Ora veggendo Andrea duca di quella città di non potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di Napoli [Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], a Lottario [610] Augusto. Gli spedì i suoi ambasciatori, che dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento d'uno de' suoi baroni appellato Contardo, affinchè a suo nome comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani: altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo, perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddetto Sicardo principe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano che di Erchemperto storico [Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.] più riguardevole, era macchiato di molti vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto più perchè lo indusse a prendere per moglie Adelgisa sua parente. Per i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso a Siconolfo suo fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo prigione a Taranto; costrinse a farsi Monaco Maione suo parente, e proditoriamente fece impiccare Alfano, uno de' più illustri personaggi di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero. [611] Crede Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona di Radelchi, ossia Radelgiso, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo succedesse quanto narra Agnello [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.], autore contemporaneo, di Giorgio arcivescovo di Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con solennità il battesimo di Rotrude sua figliuola. L'ambizioso arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglie Ermengarda. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte. Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa, che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò, e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa celeste.


   
Anno di Cristo DCCCXL. Indiz. III.
Gregorio IV papa 14.
Lottario imperad. 21, 18 e 1.

Sul principio dell'anno presente si trova l'imperador Lodovico in Poitiers [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], [612] allorchè gli giunse nuova che Lodovico suo figliuolo re della Baviera, uscito coll'armi in campagna, ed assistito dai Sassoni e Turingi, era già entrato nell'Alamagna, e vi si faceva riconoscere per signore. Amaramente sentì questo colpo il buon imperadore, e tuttochè la di lui sanità fosse già ridotta in un compassionevole stato, pure si animò alle fatiche per reprimere l'orgoglio del ribellante figliuolo. Raunò nello spazio di alquante settimane una buona armata, e dopo di aver solennizzato in Aquisgrana il santo giorno della pasqua, si mosse alla volta della Turingia, dove era il re Lodovico, e pervenne nel paese d'Assia-Cassel. Non volle aspettarlo il figliuolo Lodovico, e frettolosamente pel paese degli Sclavi si ritirò in Baviera. Allora Lodovico Augusto intimò una dieta generale in Vormazia, con far sapere anche al figliuolo Lottario che v'intervenisse per trattare de' mezzi di mettere in dovere l'inquieto re della Baviera. Stando egli in quelle parti [Annales Francor., Fuldenses., Metens. Bertiniani, etc.], nel dì 5 di maggio accadde un'ecclisse spaventosa del sole, che restò quasi tutto scurato, in guisa che si miravano le stelle in cielo. Secondo l'opinione che correva in quei secoli d'ignoranza, fu comunemente creduto essere questo un presagio di qualche strepitosa disgrazia, senza por mente che, secondo le leggi invariabili del corso dei pianeti avea da succedere quell'oscuramento del sole. Cominciò da lì a poco l'imperador Lodovico a sentire svogliatezza grande di stomaco, depression di forze, e frequenza di sospiri e singhiozzi. Ordinò che se gli preparasse l'abitazione in un'isola del Reno di sotto a Magonza, in faccia alla villa d'Ingeleim, e quivi si pose in letto. Scrivono che per quaranta giorni altro cibo non prese, fuorchè il sacratissimo corpo del Signore, e andava egli chiamando giusto il Signore Iddio, perchè non avendo fatta quaresima in quell'anno, lo obbligava a farla con quella malattia. Fece fare un inventario di tutti i mobili suoi preziosi, [613] e ne assegnò la distribuzione alle chiese, ai poveri e ai figliuoli. Non gl'incresceva già di dover lasciare il mondo, ma si doleva forte di averlo a lasciare sì sconcertato, ben prevedendo i fieri disordini che poi succederono. Mandò al figliuolo Lottario la corona, la spada e lo scettro ornato d'oro e di gemme, cioè le insegne imperiali, con ricordargli di mantener la fede a Carlo suo fratello e all'imperadrice sua matrigna, e di lasciar godere e di difendere la porzion degli stati ad esso Carlo assegnata. Ammonito da Dragone vescovo di Metz suo fratello di perdonare al figliuolo Lodovico, volentieri protestò di farlo, ma con ordine agli astanti di avvisarlo che riconoscesse i suoi falli, e massimamente quello di aver condotto il padre a morirsi di dolore. Finalmente in mezzo alle orazioni de' sacerdoti, con somma umiltà e rassegnazione passò a miglior vita nel dì 20 di giugno dell'anno presente in età quasi d'anni sessantaquattro, e il corpo suo fu seppellito nella basilica di santo Arnolfo di Metz: principe glorioso per l'insigne suo amore e zelo della santa religione e della disciplina ecclesiastica, per la premura della giustizia, per la costanza nelle avversità, per la munificenza verso i poveri e verso il clero secolare e regolare: principe che non ebbe pari nella clemenza e nella mansuetudine, ed in altre virtù, per le quali si meritò ben giustamente il titolo di Pio; ma stranamente sfortunato ne' figliuoli del primo letto, tutti ingrati a così buon padre, cui fecero provar tanti affanni, e troppo amante della seconda moglie e dell'ultimo dei figliuoli, onde ebbero origine tanti sconcerti, de' quali s'è fatta menzione. Allorchè succedette la morte del padre, stava Lottario imperadore in Italia, ed avvisato di quel funesto avvenimento, spedì tosto, secondo la testimonianza di Nitardo [Nithardus, Hist. lib. 1.], dei messi per tutta la Francia, con far sapere ch'egli a momenti andrebbe a posseder l'imperio, un pezzo fa a lui assegnato, con promessa di confermare, [614] anzi d'accrescere a cadauno i governi, i benefizii e gli onori che prima godevano, e con varie minacce ai disubbidienti. Diede egli principio ad un'epoca nuova, che s'incontra spesso ne' suoi diplomi. Poscia si accostò alle Alpi; ma prima d'inoltrarsi volle sapere come fossero disposti gli animi dei nobili e de' popoli oltramontani. Nulla meno meditava l'ambizioso principe che di assorbire tutta la monarchia dei Franchi, senza curarsi delle promesse e dei giuramenti fatti al padre. Colla spedizione di alcuni ambasciatori al re Carlo suo fratello, ch'era passato in Aquitania, si studiò di addormentarlo, con ispacciarsi pronto a mantenere quanto dianzi egli avea promesso, ma con pregarlo che per allora desistesse dal perseguitare Pippino II figliuolo del defunto Pippino re dell'Aquitania. Il primo nondimeno a cominciar la nuova tragedia fu Lodovico re di Baviera suo fratello. Questi colla sua armata venne ad occupar gli stati assegnati dal padre all'imperador Lottario nella Germania, ed arrivò sino a Vormazia, dove lasciata guarnigione, attese a conquistar altri paesi. Intanto passò Lottario le Alpi colle sue truppe, e trovò gran concorso di gente che venne a riceverlo. Cacciò da Vormazia il presidio di Lodovico, e continuò il viaggio sino a Francoforte. A fronte sua in quelle vicinanze comparve con tutte le sue forze anche Lodovico, e s'era per venire ad un fatto d'armi; ma Lottario propose una tregua sino al dì undici di novembre, in cui si farebbe un abboccamento fra loro, e si tratterebbe di concordia; e, mancante questa, si deciderebbe coll'armi l'affare, e così si restò. Erano i disegni di Lottario di guadagnar questo tempo, per la speranza di poter frattanto occupare gli stati di Carlo suo fratello, creduto per la sua età non molto atto a difendersi; nè mancò di dar buone parole agli ambasciatori mandati da esso Carlo per precedenti capitolazioni, promettendogli dal canto suo quella fedeltà ed ubbidienza che dee un fratello [615] minore al maggiore. Ma non curante Lottario de' giuramenti, poco stette a passar la Mosa e ad entrar negli stati di Carlo. Arrivato alla Senna, cioè verso Parigi, Gerardo conte governatore di quella città, Ilduino abbate di s. Dionisio, e Pippino figliuolo del già re d'Italia Bernardo, per paura di perdere i lor beni e governo, andarono a sottomettersi a lui.

Questi favorevoli avvenimenti servirono a gonfiar maggiormente l'animo di Lottario Augusto, e tanto più perchè la sua armata andava di dì in dì crescendo; il duca e i popoli della Bretagna si dichiararono in suo favore, Pippino II pretendente il regno d'Aquitania, benchè più di una volta messo in fuga dal re Carlo, valorosamente sosteneva la guerra, e se l'intendeva con esso imperador Lottario. Contuttociò Carlo animato dai suoi fedeli, con quelle milizie che potè aver dalla sua, venne a postarsi ad Orleans, nel mentre che Lottario meditava di avanzarsi alla volta del fiume Loire. Bastò questo a fermare i passi di Lottario, ancorchè troppo superiore di forze. Andarono innanzi e indietro de' mediatori per trattar qualche accordo, e si conchiuse per allora una tregua, consentendo Lottario di lasciare a Carlo l'Aquitania, la Settimania, la Provenza, e dieci contadi tra la Senna e la Loire, a condizione che nell'anno susseguente si terrebbe una dieta in Attigny, dove si stabilirebbe una piena pace e concordia. Fu accettato dai baroni del re Carlo questo per altro disgustoso ripiego, per salvare il lor principe in sì grave pericolo di perdere tutto. Sicchè, per attestato degli antichi Annali de' Franchi [Annales Francor. Metenses., Fuldenses, etc.], Lottario sul fine del corrente anno restò padrone della Francia orientale, di Parigi, della Alamagna, Sassonia e Turingia, e fu riconosciuto per signore anche dai popoli della Borgogna, o almeno da una parte di essi. Per attestato del Dandolo, Pietro doge di Venezia spedì Patricio suo inviato all'imperadore Lottario, ed ottenne [616] per cinque anni la conferma de' patti già stabiliti fra il suo popolo e i vicini sudditi dell'imperio, fra' quali erano i Comacchiesi, Ravegnani ed altri; e fece distinguere i confini del suo ducato nelle terre del regno d'Italia, secondo l'accordo, già fatto fra Paoluccio doge e Marcello maestro de' militi de' Veneziani. Parimente Sicardo abbate di Farfa ottenne da esso imperadore un riguardevole privilegio rapportato nella Cronica di quel monistero [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] colla seguente data: XVIII kalend. januarii, anno, Christo propitio, imperii, domni Lotharii pii imperatoris in Italia XXI, in Francia I, Indictione III. Actum Caliniaco, villa comitatus cabillonensis. Di qui abbiamo dove dimorasse Lottario verso il fine dell'anno. Vedemmo nell'anno addietro, dopo Sicardo, creato principe di Benevento Radelgiso: tempo è ora di raccontare ciò che appresso ne avvenne. Abbiamo dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan., Paralipomen., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che gli Amalfitani, già passati ad abitare in Salerno, udita che ebbero la morte di esso Sicardo, fatta insieme una congiura, mentre nel mese di agosto i principali di Salerno villeggiavano pe' loro poderi, diedero il sacco a varie chiese e case di Salerno, e poi tutti carichi di bottino tornarono ad abitare la desolata lor patria di Amalfi. Intanto il nuovo principe Radelgiso, non fidandosi di Dauferio soprannominato muto, o pure, come scrive Erchemperto [Erchempertus, c. 14, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], balbo dall'impedimento della lingua, perchè suocero dell'ucciso principe Sicardo, il mandò in esilio co' suoi figliuoli, appellati Guaiferio e Maione. Erchemperto dice ch'erano quattro, cioè Romoaldo, Arigiso, Grimoaldo e Guaiferio; e pare, secondo lui, che mal animati contra del nuovo principe, spontaneamente si ritirassero da Benevento per fare delle novità. O sia che questi andassero ad abitare nel contado di Nocera, e di là segretamente scrivessero [617] ai Salernitani; o pure che passati a Salerno, a dirittura trattassero con quel popolo: la verità è che ordirono coi Salernitani un trattato di cavar dalle carceri di Taranto Siconolfo fratello dello estinto Sicardo. Tirarono i Salernitani dalla sua anche gli Amalfitani, e scelti dell'uno e dell'altro popolo i più scaltri, gl'inviarono a Taranto. Finsero costoro di essere mercatanti, seco portando varie merci da vendere; e girando per le strade di quella città, ch'era allora ricchissima, perchè non per anche presa dai Saraceni, quando furono in vicinanza delle carceri, cominciarono ad alta voce a dimandare chi volesse dar loro alloggio per la notte: segno che in quei tempi erano poco in uso le osterie pubbliche, come ai dì nostri, e per questo si mettevano dappertutto spedali per gli pellegrini. Gl'invitarono i carcerieri nella loro abitazione, nè altro che questo bramava l'astuta brigata. Fatta comperare buona quantità di vin generoso e varii cibi, ubbriacarono i carcerieri, e dopo averli veduti immersi nel sonno, trovarono la maniera di entrar nella prigione e di trarne Siconolfo. Secondo Erchemperto, questi per qualche tempo si tenne ascoso presso di Orso conte di Consa, che era suo cognato; poi quando se la vide bella, passò a Salerno, dove da quel popolo e da quei d'Amalfi fu proclamato per loro principe. Accadde ne' medesimi tempi, cioè, a mio credere, nell'anno precedente, che Radelgiso principe regnante di Benevento, avendo conceputo dei sospetti contro di Adelgiso figliuolo di Roffredo, e veggendolo venire a palazzo accompagnato da una schiera di molti giovani, montò in collera, e ordinò alle sue guardie di gittarlo giù dalle finestre. Lo ordine fu eseguito. Landolfo conte di Capua, segreto fautore di Adelgiso, trovandosi presente a questo spettacolo, finse di essere sorpreso da un dolore, e licenziatosi dal principe, se n'andò via mostrando gran difficoltà di reggersi in piedi. Montato poi a cavallo con quanta diligenza [618] potè se ne tornò a Capua, e ribellatosi si fortificò nella città di Sicopoli, e fece stretta lega con Siconolfo, il quale seppe ancora unire al suo partito i conti di Consa e di Aggerenza, ed altri signori. Stabilì eziandio Landolfo pace e lega coi Napoletani, che non si fecero pregare per vendetta dei principi di Benevento, dai quali aveano ricevuto tante molestie e danni. E questo fu il principio della decadenza dell'insigne ducato beneventano, perchè in tale occasione venne poi esso a dividersi in tre diverse signorie, cioè nei principi di Benevento, in quei di Salerno e ne' conti di Capua. Nè si dee tacere che, per attestato di Erchemperto, prima ancora che Siconolfo entrasse a comandare in Salerno, quel popolo dovea aver mossa ribellione contra di Radelgiso, ad istigazione probabilmente di Dauferio e de' suoi figliuoli. Perciocchè avendo Radelgiso spedito un certo Adelmario, o Ademario, a Salerno, per guadagnare e ricondurre esso Dauferio alla sua ubbidienza, non solamente nulla fece di questo, ma segretamente unitosi con Dauferio e coi Salernitani, manipolò una solenne burla allo stesso Radelgiso: cioè lo invitò a venir sotto Salerno, facendogli credere di aver disposte le cose in maniera, che gli sarebbe facile il prendere la città. V'andò Radelgiso con un picciolo esercito, e si attendò fuori di Salerno; ma eccoti all'improvviso uscir di Salerno il medesimo Adelmario coi figliuoli di Dauferio e col popolo, e così fieramente dar addosso ai Beneventani, che ne uccisero molti, e gli altri ebbero bisogno delle gambe. Radelgiso stesso ebbe per grazia di potersi salvar colla fuga, avendo lasciato un ricco bottino ai Salernitani, alle porte de' quali non gli venne più voglia di andar a picchiare. Forse questo fatto non appartiene all'anno presente.

[619]


   
Anno di Cristo DCCCXLI. Indiz. IV.
Gregorio IV papa 15.
Lottario imper. 22, 19 e 2.

Venuta la primavera, Lottario Augusto passò colle sue forze a Vormazia, perchè sentiva essere in armi il fratello Lodovico re [Annales Franc. Fuldenses. Nithard., lib. 2.]; e passato il Reno, l'incalzò talmente che il fece ritirar nella Baviera. Intanto il re Carlo colle brusche avea tirato nel suo partito Bernardo, già rimesso in possesso della Settimania, e colle buone s'era cattivato l'amore e la assistenza de' popoli dell'Aquitania; nè gli mancava nella Neustria e nella Borgogna gran copia di fedeli ed aderenti. Raunata perciò una non isprezzabile armata, coraggiosamente, s'inoltrò fino alla Senna e, non ostante la opposizione delle soldatesche quivi lasciate da Lottario per difendere que' passi, gli riuscì di valicarla, e d'inoltrarsi fino alla città di Troyes. Portato questo avviso a Lottario, fu cagione, ch'egli, lasciato stare Lodovico, retrocedesse per badare all'altro fratello, al quale spedì ambasciatori per lagnarsi di lui, perchè avesse passato i confini a lui poco avanti prescritti. Li rimandò Carlo bene informati delle sue ragioni, cioè con dolersi che Lottario perseguitasse il comune fratello Lodovico, e contro i giuramenti usurpasse tanti stati ad esso Carlo assegnati nelle precedenti convenzioni, con altre ragioni ch'io tralascio; esibendosi contuttociò pronto ad un congresso, per vedere se all'amichevole si potea stabilire un accordo: se no, che sarebbe rimessa all'armi la decision delle loro controversie. In questo mentre i due fratelli Lodovico e Carlo trattarono e conchiusero una lega fra loro contro di Lottario: dopo di che Lodovico si mosse con quanto sforzo gli fu permesso, e riuscitogli di dare una rotta ad Adalberto, creato duca d'Austrasia da Lottario, e da lui lasciato alla guardia del Reno, felicemente valicò quel real fiume, [620] tendendo ad unir le sue forze con quelle di Carlo, siccome in fatti avvenne. Andarono innanzi e indietro varie ambasciate, varii progetti, per veder pure di concordar gli animi senza spargimento di sangue; ma niuna condizione piaceva a Lottario, perchè intanto aspettava che seco si venisse a congiugnere Pippino suo nipote, pretendente alla corona d'Aquitania, che conduceva un buon rinforzo di truppe. Venuto Pippino, sempre più si vide allontanar la speranza dell'accordo, e però amendue le parti si accinsero alla battaglia. Il sito, dove si azzuffarono nel dì 25 di giugno le due armate nemiche fu Fontaneto, ossia Fontenay nel contado di Auxerre. Agnello [Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], scrittore italiano di questi tempi, afferma che l'esercito di Lottario era composto d'innumerabil gente, e però di lunga mano superiore a quello de' due fratelli avversarii. Ciò non ostante, con tal rabbia e vigore combattè l'armata d'essi due fratelli, che ne restò in fine sconfitta quella di Lottario, il quale per altro fece maraviglie di valore nel combattimento. Ma questo memorabil fatto d'armi fu la rovina della Francia, per attestato degli Annali di Metz [Annales Franc. Metenses.], perchè vi perì la gente più brava di tutta la Francia, cosicchè da lì innanzi cominciò ad andare in declinazione quel regno, ridotto all'impotenza di difendere sè stesso, non che di conquistare l'altrui. Scrissero alcuni che cento mila persone rimasero estinte sul campo. Sì gran macello non si dee molto facilmente credere. Agnello attesta che dalla parte di Lottario e di Pippino vi perirono quarantamila persone: sacrifizio ben grande alla matta ambizione.

Ci ha poi questo medesimo autore conservata una particolarità che vien taciuta dagli Annalisti francesi e tedeschi d'allora. Cioè che Gregorio papa, assai prevedendo dove aveva a terminare la abbominevol dissensione dei tre fratelli, [621] mosso da zelo ed amore paterno, determinò d'inviare in Francia tre legati, affinchè s'interponessero per la concordia e pace. Saputo ciò da Giorgio arcivescovo di Ravenna, scrisse all'imperador Lottario, pregandolo d'impetrare dal papa che anch'egli in compagnia de' legati potesse intraprendere quel viaggio. L'ottenne, ma andò colla maledizione apostolica, perchè ben conosceva il pontefice che vano e torbido cervello fosse un tal prelato. Andò, dissi, con trecento cavalli, seco portando gran copia d'oro e d'argento, con aver saccheggiato il resto del tesoro della sua Chiesa, ed asportate corone, calici, e patene d'oro, e vasi di argento e di oro, e tolte le gemme dalle croci, tutto per far dei regali. Nè Agnello dissimula che le mire di questo arcivescovo erano di sovvertire a forza di donativi Lottario augusto, per sottrarsi dall'ubbidienza e podestà del papa, come avea fatto qualche suo predecessore scismatico: al qual fine seco portò i privilegii conceduti da alcuni empii imperadori greci alla sua Chiesa. Giunto Giorgio all'armata di Lottario, siccome abbiamo dagli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.], fu ritenuto da esso Augusto senza permettergli di trattare d'accordo co' suoi fratelli. Altrettanto possiam credere che succedesse ai legati del papa, perchè Lottario non sapeva intendere consigli di pace, lusingandosi di maggior vantaggio per la via dell'armi. Ora Iddio permise che dopo la rotta dell'esercito lottariano, l'ambizioso arcivescovo Giorgio fosse preso dai vincitori soldati, spogliato del piviale, di cui era vestito, e con grande strapazzo condotto alla presenza del re Carlo, il quale per tre giorni il fece stare sotto buona guardia, come prigione. I legati apostolici ebbero la fortuna di potersi salvar colla fuga ad Auxerre: i preti e cherici che accompagnavano l'arcivescovo suddetto, chi qua, chi là. Tutto il suo tesoro restò in preda ai soldati. I suoi privilegii gittati nel fango, calpestati e lacerati, si perderono; ed egli [622] stesso fu in pericolo di essere cacciato in esilio da Carlo e da Lodovico, dappoichè furono informati della di lui malignità; ma l'imperadrice Giuditta mossane a compassione, gl'impetrò la libertà. Sel fece venire davanti il re Carlo, e dopo averlo rabbuffato ben bene, e fattogli prestar giuramento, il lasciò andare, con ordine che gli fosse restituito tutto quanto si potea trovare spettante a lui. Si trovò ben poco. Tutti i suoi preti, se vollero tornare in Italia, furono costretti a venirsene a piedi e in farsetto, e chiedendo la limosina. Promise Giorgio di compensar loro i danni, giunto che fosse a Ravenna; ma i fatti non corrisposero poi alle parole. Si ritirò lo sconfitto Lottario ad Aquisgrana, per attendere a far gente di nuovo da poter sostenere la guerra, e lasciossi tanto trasportare dal suo mal talento, che per aver soccorso da i Sassoni Stellingi, permise loro di ritornare agli antichi riti pagani, con grave scandalo del Cristianesimo. Ad Erioldo ancora re di Danimarca, apostata della religion cristiana e persecutor de' Cristiani, concedette da godere alcune terre ne' suoi confini. Intanto il re Lodovico, parte col terrore, parte col maneggio trasse nel suo partito molti de' Sassoni: inoltre tutti i popoli dell'Austrasia, Turingia ed Alamagna ridusse sotto il suo dominio. Nello stesso tempo i Normanni [Monach. Fontenell. apud Du-Chesne, tom. II Rer. Franc.], profittando della discordia dei re fratelli, sbarcarono in Francia, presero la città di Roano, e dopo il sacco la diedero alle fiamme, con restar desolati dalla lor crudeltà alcuni monasteri e un buon tratto di paese. Rinforzato alquanto di gente l'imperador Lottario passò il Reno, quasi che volesse impedire i progressi di Lodovico suo fratello, ma poi senza far altro se ne tornò a Vormazia. Passò poi nel Maine, commettendo dappertutto le sue truppe immensi disordini e saccheggi, ed obbligando colla forza que' popoli a giurargli fedeltà. Non era men della Francia sconvolto [623] in questi tempi il ducato di Benevento per la guerra insorta fra Siconolfo dominante in Salerno [Erchempertus, Hist., cap. 15.] e Radelgiso principe beneventano. Siconolfo, siccome uom bellicoso, aiutato anche da Landolfo conte di Capoa e da' suoi figliuoli, senza perdere tempo, s'inoltrò nella Calabria, e tutta la ridusse sotto il suo dominio. Prese anche buona parte nella Puglia, e rivoltosi addosso all'altro paese di Benevento, s'impadronì di alcune altre città e terre. Una donazione fatta da esso Siconolfo principe ad Aione vescovo di Salerno e alla sua chiesa nel mese di agosto dell'anno presente si legge nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital. Dissert. XXXV, pag. 77.].


   
Anno di Cristo DCCCXLII. Indiz. V.
Gregorio IV papa 16.
Lottario imperad. 25, 20 e 3.

Durando tuttavia la guerra e gli sconcerti in Francia tra Lottario Augusto e i due re suoi fratelli, seguirono varii movimenti dall'una e dall'altra parte, minutamente descritti da Nitardo [Nithardus, Hist. lib. 3.]. Fra l'altre cose con piacere si legge presso di lui la conferma della lega stabilita fra i suddetti due fratelli Lodovico e Carlo in Argentina, o vogliam dire in Strasburg. L'uno fece il suo giuramento in lingua tedesca, e l'altro in lingua romanza, che era fin d'allora la volgare franzese, e s'accostava più alla nostra italiana di quel che faccia oggidì. Sarebbe da desiderare che fosse restato un pezzo simile della lingua nostra italiana di que' tempi, per conoscere in che stato essa allora si trovasse; ma finora nulla di ciò s'è veduto, perchè tutte le scritture che restano sono di lingua latina, mischiata nondimeno di molti solecismi e barbarismi. I Tedeschi e gl'Inglesi hanno interi opuscoli di que' secoli nella lor lingua. Nulla ne ha l'Italia. Ora io non mi fermerò a descrivere le vicende della guerra di [624] Francia, perchè furono di poco momento. Basterà qui dire, che incalzato l'imperadore Lottario dai fratelli [Annal. Franc. Bertiniani.], dopo avere spogliato il palazzo d'Aquisgrana di tutte le cose più preziose, si ritirò a Lione, e quivi dopo aver finora rifiutato di dare orecchio a progetti di pace, finalmente la debolezza delle forze sue il consigliò ad ascoltarli. Si convenne tra i tre fratelli di fare un abboccamento presso alla città di Mascon in un'isola del fiume Sona che divideva le armate. Questo seguì verso la metà di giugno, e vicendevolmente tutti e tre dimandarono perdono del passato, giurarono di conservar tra loro una buona pace e fratellanza; e determinarono di tenere un congresso nella città di Metz nel primo dì di ottobre, per regolare la division della monarchia franzese, di cui si andò poi seriamente trattando da lì innanzi. Ma questo congresso si differì fino a' cinque di novembre, e per varii impedimenti o pretesti trasportato fu al giugno dell'anno seguente. Per altro i due fratelli Lodovico e Carlo, dappoichè ebbero costretto l'augusto Lottario a ritirarsi da Aquisgrana, colà si portarono essi, e ordinata quivi una raunanza di molti vescovi, fecero loro decidere che Lottario per gl'insulti fatti al padre, per la mancanza ai giuramenti, per l'indebita guerra fatta ai fratelli avea provato il flagello della vendetta di Dio, ed era decaduto dai regni di Francia e di Germania, de' quali erano divenuti giusti possessori i re Lodovico e Carlo. Ciò fatto, i due fratelli divisero tra loro i regni; ma per l'accordo che nell'anno susseguente seguì tra essi e l'imperadore Lottario, si fece una più stabil divisione. Terminò i suoi giorni nel gennaio dell'anno presente Teofilo imperador de' Greci, con lasciare successor nell'imperio Michele suo figliuolo in età di soli tre anni. Una malattia pericolosa sopraggiunta a questo novello Augusto diede occasione ai monaci di Studio di promovere la restituzione delle [625] sacre immagini con promessa della di lui guarigione. Risanato egli in fatti, con giubilo de' Cattolici furono rimesse in uso ne' sacri templi le immagini; e cacciato via Janne falso patriarca di Costantinopoli, in luogo suo fu eletto Metodio, uomo di santa vita e di sentimenti ortodossi. La divisione e guerra tra i principi di Benevento seguitava più che mai vigorosa, quando i Saraceni africani, chiamati da altri Agareni, o pure Mori, padroni della vicina Sicilia, seppero ben prendere pe' capelli la buona fortuna, con passare forse prima di quest'anno in Calabria, dove a man salva s'impadronirono di alcune città e terre, e vi si radicarono talmente, che l'Italia tutta ne ebbe a piagnere dipoi per lungo tempo. Sotto quest'anno Nitardo [Nithard., Hist., lib. 3.] e gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.] mettono l'entrata di costoro nel ducato di Benevento. Radelgiso principe di quelle contrade veggendo prosperar sì forte gli affari dell'emulo Siconolfo, da cui or una, or una altra città gli veniva occupata, senza trovar maniera da potere resistere, s'appigliò ad un consiglio dettato dalla disperazione: cioè chiamò in aiuto suo alquante brigate de' Saraceni postati nella Calabria [Erchempertus, Hist., cap. 16.]. Ebbe ordine da lui Pandone governatore di Bari di dar quartiere a quegl'infedeli fuori della città dalla parte del mare. Ma i Saraceni, gente la più furba del mondo, andarono tanto spiando le fortificazioni della città, che trovarono modo una notte di arrampicarsi e di entrarvi dentro senza resistenza d'alcuno. Misero a fil di spada una parte del misero innocente popolo, l'altra la fecero schiava, e Pandone fra gli altri dopo molti tormenti fu gittato ed affogato nel mare.

Con Erchemperto va d'accordo l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan. Paralipom. cap. 65. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.] intorno a questi [626] fatti. Racconta egli che Radelgiso principe di Benevento con un'armata di ventiduemila persone tra cavalleria e fanteria si portò all'assedio di Salerno; ma Siconolfo principe colla gente di Salerno, Capua, Aggerenza, Consa ed Amalfi, venne a battaglia, e sbaragliò i Beneventani. Questa probabilmente è la rotta, di cui all'anno 840 s'è fatta menzione coll'autorità di Erchemperto. Seguita poi a dire, che Siconolfo, raunato un buon esercito, si portò anch'egli addosso ai Beneventani; ma questi, usciti dalla città, sì valorosamente gli assalirono, che li misero in fuga. Dopo questo i Saraceni con grandi forze calarono in Calabria; presero Taranto con facilità, ed entrati nella Puglia, diedero il sacco a quasi tutte le città con uccidere le persone che erano cresciute a guisa delle biade. Per attestato poi di Erchemperto, Radelgiso trovandosi impotente a cacciar fuori di Bari que' barbari ospiti, cominciò a trattar con loro amichevolmente e a valersi del loro aiuto. Comandò ad Orso suo figliuolo di menarli all'assedio di un castello, e v'andarono con una potente oste. Ma ciò saputo da Siconolfo, arditamente andò a trovarli, e gli sconfisse con istrage di chi non potè ben menar le gambe. Il re d'essi per nome Calfo, cadutogli sotto per la stanchezza il cavallo, stentò a giugnere coi suoi piedi a Bari. Crebbero poi le miserie di quelle contrade, perchè, secondo l'Anonimo salernitano, Radelgiso prese al suo soldo il principe de' Saraceni abitante in Bari, per nome Saotan, o Saudan, come altri hanno scritto. Tengo io che questo fosse non il proprio suo nome, ma quello bensì della sua dignità, e lo stesso sia che Soldano, o Sultano, come han detto dipoi gl'Italiani. Veggasi il d'Erbelot [Erbelot., Bibliot. Orient.] alla parola Solthan. Col rinforzo di costui e delle sue masnade, i Beneventani passarono addosso ai Salernitani, e non meno agli uomini che alle case e ai poderi recarono infiniti danni. Furono costoro appena ritornati indietro, [627] che pervenuta tosto a Siconolfo signoreggiante in Salerno la notizia che Radelgiso aveva spogliata la cattedrale di Benevento di buona parte del suo tesoro per ingaggiare e pagare i Saraceni del suo partito: anch'egli si prevalse di questo scellerato esempio, e presa per forza dalla cattedrale di Salerno gran copia d'oro, se ne servì per impegnare alla difesa de' suoi stati il comandante saraceno di Taranto, chiamato Apollafar. Ben volentieri costui passò con buon nerbo di gente al servigio di Siconolfo, e poscia unito coi Salernitani al guasto dei Beneventani. Accadde poi che tornato Apollafar da quella spedizione con Siconolfo a Salerno, mentre amendue con festa salivano le scale del palazzo, Siconolfo per ischerzo il prese colle braccia e portollo di peso sopra, e nel posarlo giù l'abbracciò e baciò. Ma il superbo e delicato Saraceno se l'ebbe forte a male; e tuttochè Siconolfo dicesse d'aver fatto ciò per burla e non per inganno, pure giurò di non volerlo più servire, ed immantinente con tutti i suoi si partì da Salerno e tornossene a Taranto. Quivi trattò con Radelgiso, esibendosi ai suoi servigi. Nè potea giugnere a lui nuova più cara di questa. Accettato e venuto coll'esercito suo, tosto fu spedito contra de' Salernitani, nel paese de' quali commise enormità e danni incredibili. Così gl'infedeli andavano profittando della discordia de' principi cristiani colla rovina de' popoli innocenti. Ottenne in quest'anno, se pur non fu nel precedente, il doge di Venezia Pietro da Lottario imperadore la conferma delle esenzioni dei bani goduti dai Veneziani nel regno d'Italia. Il diploma, rapportato dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], fu dato kalendis septembris anno, Christo propitio imperii domni Lotharii piissimi Augusti in Italia XXII, in Francia II. Indictione VIII. Actum termis villa palatioregio. Queste note cronologiche non sussistono. Fors'anche tale spedizione la stessa è, di cui s'è fatto troppo presto [628] menzione di sopra all'anno 840. Terminò in quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., Hist. Princip. Langobard.], i suoi giorni Landolfo conte ossia principe di Capua [Erchempertus, Hist., cap. 22.]. Restarono di lui quattro figliuoli, cioè Landone, che signoreggiò in Capua, Pandone in Sora, e Landonolfo in Tiano. Il quarto figliuolo Landolfo seguitò la via ecclesiastica, con divenir poi vescovo di Capua, e personaggio famoso per le sue iniquità. Lasciò il vecchio Landolfo per ricordo a' suoi figliuoli, che non permettessero mai la riunione de' principati di Benevento e Salerno, e tutti da lì innanzi cominciarono a tirar de' calci contra del principe di Benevento, e a poco a poco stabilirono l'indipendenza del principato di Capua da Benevento e da Salerno.


   
Anno di Cristo DCCCXLIII. Indiz. VI.
Gregorio IV papa 17.
Lottario imperad. 24, 21 e 4.

Di somma consolazione a tutta la monarchia francese riuscì l'anno presente, perchè si venne finalmente alla divisione de' regni tra i figliuoli di Lodovico Pio: il che produsse la concordia fra loro e la pace fra tutti i popoli loro sudditi [Annales Franc. Metenses.]. Seguì questa nel mese di agosto nella città di Verdun presso alla Mosa, con essersi quivi abboccati i tre re, e pacificati fra loro. La parte che toccò al re Carlo, appellato dipoi il Calvo, fu la parte occidentale della Francia, cioè dall'Oceano fino alla Mosa e alla Schelda, e sino al Rodano, alla Sona, al Mediterraneo e alla Spagna. Al re Lodovico toccò la Baviera, parte della Pannonia, la Sassonia, e tutte le provincie della Germania di là del Reno, con qualche parte ancora di paese di qua da esso Reno, e nominatamente Magonza; e qui ebbe principio il regno della Germania, appellato anche Francia orientale. All'imperador Lottario restò tutto il tratto di [629] paese situato fra il Reno e la Mosa, andando sino all'Oceano, la Provenza, la Savoia, gli Svizzeri e Grigioni, cioè quasi tutta l'antica Borgogna e l'Alsazia; nec non et omnia regna Italiae cum ipsa romana urbe, come ha l'autore degli Annali di Metz: con che egli venne a perdere tante provincie che il padre gli avea lasciato in Germania, e ch'egli avrebbe potuto agevolmente ritenere se l'incontentabile sua ambizione non l'avesse condotto a mancar di parola e a far guerra al re Carlo suo fratello. E qui non lasciano alcuni scrittori di que' tempi di deplorar questo trinciamento della dianzi sì vasta monarchia franzese, che unita faceva paura a tutti, divisa, aprì il campo ai Normanni, Saraceni, ed Ungheri d'infierire e prevalere contra de' Cristiani d'Occidente, e d'inferir loro un'iliade di mali. E tanto più restò essa indebolita, perchè al re Carlo Calvo toccò bensì in questa divisione, almen tacitamente, anche l'Aquitania; ma in quelle contrade si fece forte il suo nipote Pippino II, figliuolo del re Pippino I, riconosciuto per re dalla maggior parte di que' popoli; e gran sangue e fatiche dipoi costò ad esso re Carlo il levar quel regno dalle mani del nipote. Ribellossi ancora al medesimo re Carlo, per non dire che si staccò dalla sua alleanza, Nomenoio duca della minor Bretagna, seguendo l'uso dei predecessori, che non sapeano se non colla forza indursi a riconoscere per loro sovrani i re di Francia. E in quest'anno ancora [Annales Franc. Bertiniani.] i Normanni fecero uno sbarco nell'Aquitania inferiore, e diedero il sacco al paese. Soprattutto presa la città di Nantes, vi trucidarono il vescovo Goardo, e molti cherici e laici. Però sensibilmente si cominciò a provare collo smembramento della monarchia il peso delle miserie, spezialmente nella Francia occidentale, in cui ancora nell'anno corrente mancò di vita l'imperatrice Giuditta, madre del suddetto re Carlo Calvo. Minori poi non erano gli affanni [630] nel ducato beneventano per la guerra che ostinatamente faceano tra di loro il principe di Benevento Radalgiso e Siconolfo principe di Salerno. Altro non si udiva che saccheggi, e più degli altri ne sapeano profittare gli astuti Saraceni, dominanti nella Calabria e in Bari, col farsi partigiani ora dell'uno, ora dell'altro principe, ed arricchirsi colle spoglie degl'infelici popoli. Or mentre costoro si stavano ai servigi di Radegiso [Erchempertus, Hist. cap. 17.], Siconolfo non potendo reggere al contrasto, altro scampo non seppe trovare che di condurre al soldo suo molte brigate di que' Saraceni che signoreggiavano la Spagna, aveano anche occupata l'isola di Creta ossia di Candia. Fra questi Saraceni e quei dell'Africa non passava allora amicizia, anzi si riputavano fra loro nemici. Con questo rinforzo venne un giorno Siconolfo alle mani coll'armata di Radelgiso nel luogo appellato le Forche Caudine, celebre anche nella storia romana. Riuscì a Radelgiso a tutta prima di mettere in rotta le schiere nemiche; ma Siconolfo, che stava ritirato in disparte con uno scelto drappello ad osservar l'esito della battaglia, allorchè vide i Beneventani sbandati perseguitare i fuggitivi, si scagliò contra di loro, ne tagliò molti a pezzi, molti altri ne fece prigioni e costrinse il resto a menar le gambe. Dopo questa insigne vittoria vennero in suo potere, eccettochè Benevento e Siponto, tutte le altre città di Radelgiso. Abbiamo da Leone Ostiense [Leo Marsicanus, Chron. Cassin. lib. 1, cap. 25.] che Siconolfo per pagare i Saraceni spagnuoli, sotto nome di prestito spogliò di quasi tutto l'insigne suo tesoro il monistero di Monte Cassino. Finalmente si portò egli all'assedio della stessa capitale di Benevento. Era già ridotta a mal termine l'assediata città, non meno per la morte dei difensori, che per la mancanza delle vettovaglie, quando Radelgiso si avvisò di chiamare in soccorso suo [631] Guido duca di Spoleti. Contuttochè questi fosse parente di Siconolfo, pure non lasciò di accorrere con un copioso esercito in aiuto di esso Radelgiso; ma prima di giugnere a Benevento fece sapere a Siconolfo, che il consigliava di ritirarsi dall'assedio, e che lasciasse fare a lui, perchè subito che avesse potuto favellar con Radelgiso, avrebbe fatta conoscere al medesimo Siconolfo la parzialità, di cui si gloriava verso di lui. Gli fu prestata fede, e Siconolfo sciolse l'assedio. Ma Guido pro cupiditate pecuniarum, quibus maxime Francorum subjicitur genus (era Guido di nazion franzese) avendo smunto da Radelgiso la somma di settantamila scudi d'oro, nulla attenne delle promesse fatte al suo cognato Siconolfo, e se ne tornò a Spoleti.

Diversamente vien raccontato questo fatto dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern. Paralipom. c. 67. P. II. tom. 1 Rerum Italicarum.], il quale fiorì, a mio credere, cento anni dopo Erchemperto. Secondo lui, Siconolfo invitò ed ebbe in suo aiuto Guido suo cognato, qui illo tempore Tuscis praeerat. L'Umbria, dove è Spoleti, era in quei tempi dai letterati posta nella provincia della Toscana; e però altri ancora chiamarono duca de' Toscani chi comandava agli Spoletani. Più sotto poi soggiugne che i Toscani, gli Spoletani e i Salernitani cinsero di assedio Benevento, quasichè Guido comandasse, non solo al ducato di Spoleti, ma anche a quel della Toscana: il che non pare credibile. Ora stando essi attendati sotto quella città, uno de' Salernitani dimandò a una sentinella beneventana: Che fa il vostro fabbro ferraio? Così disse per ischerno, perchè Radelgiso in sua gioventù, benchè di nobilissima casa, si dilettava di praticar con gli orefici e ne aveva imparata l'arte. Allora il Beneventano gli rispose: Sta fabbricando un paio di forbici per tosare un cherico, alludendo a Siconolfo, che negli anni addietro, per forza usatagli da Sicardo principe suo [632] fratello, avea preso il diaconato. Ora avvenne che andando il conte Guido (così è chiamato dal Salernitano) con un solo scudiere alla ronda intorno alla città, fu adocchiato dal saraceno Apollafar, che s'impegnò con Radelgiso di menarglielo davanti prigione, se tornava nel dì seguente a lasciarsi vedere così soletto girando fuor delle mura. Comparve nel dì seguente Guido, e Apollafar con un solo scudiere andatogli alle spalle, il colpì sì fattamente nel capo, che tutto lo sbalordì. Allora prese il di lui cavallo per le redini, s'inviò verso la città, senza che Guido sapesse in che mondo allora si fosse. Ma il suo scudiere veggendo il padrone in sì misero stato, colla lancia in resta spronò il cavallo, e passò da parte a parte lo scudiere nemico. Ciò osservato da Apollafar, colla lancia diede a Guido un colpo nel petto con tal forza che gli passò l'usbergo, e alquanto ancora ferito il rovesciò a terra. Per questa percossa tornato in sè Guido, e salito sul cavallo del suo scudiere, dopo aver costretto il Saracino a tornarsene indietro, s'incamminò verso i suoi, i quali, informati del successo, presero tosto le armi, e diedero un furioso assalto alla città colla morte di molti Beneventani. Per l'affronto ricevuto era forte in collera Guido, e però segretamente fece proporre a Radelgiso un accordo, se gli dava in mano Apollafar con altri Saraceni. Fu accettata la proposizione, preso Apollafar a dormire, e condotto coi piè nudi a Guido, il quale non dimenticò di farne vendetta. Seguita poi l'Anonimo a dire che i Beneventani promisero danari a Guido, se induceva Siconolfo ad una divisione del ducato, e che questa in fine si fece di consenso degli emuli principi. Ma il racconto dell'Anonimo ha un po' d'aria da romanzo, e discorda da Erchemperto storico di maggior credito; e certo pare contrario alla verità nel supporre seguito l'accordo fra quei due principi poco dopo l'assedio di Benevento, tenendo per fermo il Pellegrino [633] che quella concordia avvenisse tanto più tardi, cioè nell'anno 850, o pure 851, per opera di Lodovico III imperadore. E però ne creda il lettor ciò che vuole. Questa è poi la prima volta che presso gli antichi scrittori s'incontra Guido duca di Spoleti nell'anno presente. Vedemmo di sopra all'anno 824 che Maurengo o Morengo conte di Brescia, appena creato duca di quella contrada, fu rapito dalla morte, senza che apparisca chi gli succedesse in quel ducato; se non che il conte Campelli, autore del secolo prossimo passato, mette per immediato successore di lui Guido I, ossia Guidone o Widone, di schiatta franzese. Ma egli a tentone, e senza autorità dell'antica storia ciò immaginò; nè sussiste punto che il medesimo Guido nell'anno 829 salvasse Roma dai Saraceni. Facile è troppo quello storico a spacciar le immaginazioni sue come cose certe; e tale anche è il dire che nell'anno 832 esso Guido per la morte di Sicone principe di Benevento ne fe' con la sua corte pubbliche dimostrazioni di lutto. Chi ciò ha mai rivelato al Campelli? A me sembra tuttavia incerto se a Morengo succedesse Guido I, perchè dall'anno 824 sino all'843, in cui cominciamo a scoprir questo Guido duca di Spoleti, passò di molto tempo, e in questi anni si potè frapporre qualche altro duca a noi ignoto. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, riferito dal padre Mabillone [Mabill., Itinerar. Italicar.] si vede all'anno 836 Berengarius dux. Di questo Berengario duca troveremo fatta menzione più sotto all'anno 844.

Ora per conoscere che in quest'anno succedette l'assedio di Benevento, e per intendere nello stesso tempo gli avvenimenti della città di Napoli, convien qui ricorrere a Giovanni Diacono, scrittore di questi medesimi tempi, nelle vite de' vescovi napoletani [Johann. Diacon., P. II tom. 1 Rerum Italicarum.]. Già ci fece egli sapere all'anno 839, come Lottario imperadore [634] spedì un suo barone per nome Contardo per far desistere i Beneventani dall'oppressione de' Napoletani. Andrea maestro de' militi ossia generale, e console e duca di Napoli, giudicò spediente di fermare in Napoli esso Contardo, per tenere in freno colla sua presenza la petulanza dei Napoletani; e tal fine gli fece sperar le nozze di Euprassia sua figliuola, vedova del duca Buono. Ma non si concludendo mai questo accasamento, Contardo unito con alcuni nemici d'esso Andrea console, lo ammazzò di sua mano nella basilica battesimale di s. Lorenzo; appresso si fece console e duca di Napoli, e prese per moglie la suddetta figliuola dell'ucciso duca. Ma il popolo di Napoli mal sofferendo che costui forestiere avesse sì crudelmente tolto di vita il loro duca, dopo tre dì entrarono furiosamente nella casa del vescovo, dove egli abitava, e misero a fil di spada lui, la moglie Euprassia e tutti i suoi famigliari. Dopo di che d'accordo elessero per loro duca Sergio figliuolo di Marino e di Euprassia insigne personaggio di quella città, come s'ha dalla vita di santo Atanasio [Vit. S. Athan. Episc. Neapol., P. II, tom. 2 Rer. Italic.] vescovo di Napoli, e figliuolo d'esso Sergio, con ispedir tosto corrieri a Cuma, dove egli si trovava, per fargli sapere questa elezione. Era Sergio stato spedito nella mattina stessa di quel dì, in cui fu ucciso Andrea duca, per ambasciatore a Siconolfo principe di Salerno, obsidentem tunc Beneventanos. Enim vero in ipsis diebus divisus est principatus Langobardorum: parole che concordano coll'Anonimo salernitano, e potrebbono indicare che qualche anno prima di quel che finora s'è creduto, seguisse la divisione del principato di Benevento, secondo la carta rapportata da Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., Hist. Langobard.]; se non che si può pretendere, voler solamente dire quel divisus, che era scisma, divisione e guerra nel principato di Benevento tra Radelgiso e Siconolfo. Per altro convien osservare [635] che nel suddetto strumento di divisione è nominato domnus Ludovicus rex. Non può convenir questo titolo di re nell'anno 851, in cui pretendesi fatta quella divisione, a Lodovico II, il quale nell'anno 850, siccome vedremo, ed anche prima, fu dichiarato imperadore. Ma di ciò riparleremo all'anno 848. Intanto ritornando noi agli affari di Napoli, abbiamo da Giovanni Diacono che Sergio eletto duca di quella nobil città volò a prenderne il possesso. Ed essendo stato da lì a poco chiamato da Dio a miglior vita Tiberio vescovo di Napoli dopo sì lunga prigionia, Sergius consul apocrisarios suos Romani destinans, obnixius Johannem electum inthronizari postulavit. Sed domnus Gregorius papa romuleus, tamdiu kujusmodi petitione distulit, quoadusque missa legationem canonice investigaret ne pontificalem subrideret sedem. Ma essendo noi per vedere accaduta la morte di papa Gregorio IV nel gennaio dell'anno susseguente, vegniamo per conseguente a comprendere che nel presente anno si fece l'assedio di Benevento, e Sergio duca diede principio alla sua signoria in Napoli. Conghiettura poi il padre Astezati abbate benedettino [Astezat., de nova Epocha Ludovic. II Imperat.] che Lottario Augusto nell'anno presente dichiarasse re d'Italia il primogenito Lodovico: cosa anche di cui ebbe sospetto il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annales Bar.]. Nè mancano carte che sembrano assistere a questa conghiettura. Anastasio stesso [Anastas. Biblioth., in Vit. Sergii II.], siccome vedremo, chiamandolo re prima della coronazione romana, potrebbe servire a darle qualche peso. Però non è improbabile che dal presente anno Lodovico II desse principio agli anni del suo regno. Sia a me lecito nondimeno di mettere il principio dell'epoca sua nell'anno seguente.

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Anno di Cristo DCCCXLIV. Indizione VII.
Sergio II papa 1.
Lottario imperad. 25, 22 e 5.
Lodovico II re d'Italia 1.

Secondo gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.], Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], Mariano Scoto [Martianus Scotus, in Chron.] ed altri antichi storici, diede fine a' suoi giorni nell'anno presente Gregorio IV papa. Ciò avvenne, per quanto han creduto il Sigonio, il Panvinio e il padre Pagi, nel dì 25 di gennaio. Anastasio [Anast. Biblioth., in Gregor. IV.], o qualunque sia l'autore della sua vita, ci dà ragguaglio delle fabbriche da lui fatte, e dei copiosi donativi ch'egli offerì a Dio in varie chiese. Ma è ben da dolersi che per lo più gli antichi scrittori delle vite de' papi, raccolte da Anastasio, altro non ci sappiano contare, se non i risarcimenti, o regali da lor fatti ai sacri templi. Le azioni loro, che ben più lo meritavano, quelle erano che s'aveano da tramandare ai posteri, e che noi ora desideriamo, ma indarno. Così le poche croniche antiche de' riguardevoli monisteri d'Italia si riducono ad una gran fila d'acquisti, di livelli, o di liti per beni temporali, lasciando quel che più importava, cioè la virtù e le geste lodevoli degli abbati e de' monaci d'allora, se pur di queste vi era abbondanza. Nella cattedra di s. Pietro ebbe Gregorio IV per successore Sergio II, che fu consecrato nel dì 10 di febbraio. Ma perchè contro i patti seguì questa consecrazione, cioè senza l'imperial beneplacito (al che non sapevano accomodarsi i Romani), Lottario Augusto ne fece del risentimento, ed inviò a Roma il suo primogenito Lodovico coll'armata. Gli Annali bertiniani, dopo aver narrata l'elezione di papa Sergio, seguitano a dire [Annal. Franc. Bertiniani.]: Quo in sede apostolica ordinato, Lotharius filium suum Hludowicum Romam cum Drogone [637] Mediomatricorum episcopo dirigit, acturos, ne deinceps, decedente apostolico, quisquam illic praeter sui jussionem, missorumque suorum praesentiam, ordinetur antistes. Qui Romam venientes, honorifice suscepti sunt. È vero che furono onorevolmente ricevuti; ma Anastasio [Anast., in Vita Sergii II.] vi aggiugne altre particolarità taciute dagli Annali. Cioè, che arrivato l'esercito imperiale alla prima città degli stati ponteficii, cominciò a far provare lo sdegno dell'imperadore a quegli innocenti popoli, con uccidere moltissime persone, talmentechè, spaventata la gente, chi qua e chi là correva a nascondersi. Un sì bestial trattamento seguitò per tutto il loro viaggio fino al ponte della Cappella, dove fattosi un nero temporale, vi perirono coti dai fulmini alcuni de' familiari di Drogone vescovo di Metz. Ne restarono bensì atterriti i Franzesi, ma non perciò deposero la loro ferocia, e con quel mal animo pervennero nelle vicinanze di Roma. Quasi nove miglia fuori della città papa Sergio mandò incontro tutti i giudici a Lodovico, il quale verisimilmente era già stato prima dichiarato re d'Italia da Lottario Augusto suo padre; e questi colle bandiere e con acclamazioni l'accolsero. Essendo poi presso alla città quasi un miglio, gli fecero un bell'incontro le scuole della milizia, cantando le lodi, e parimente vennero ad incontrarlo tutte le insegne del popolo (sicut mos est imperatorem aut regem suscipere) alla vista delle quali si rallegrò il re Lodovico. Stava ad aspettarlo il buon papa nell'atrio della basilica vaticana con tutto il clero e popolo romano, ed arrivato Lodovico, si abbracciarono et tenuit idem Ludovicus rex dexteram antedicti pontificis. Arrivarono in quella maniera alle porte della basilica, che tutte il pontefice avea fatto serrare, ed allora il pontefice interrogò il giovane re, s'egli veniva con mente pura e con sincera volontà, e per salute del pubblico e della città e di quella chiesa: perchè, se così era, esso papa comanderebbe che s'aprissero le porte: [638] altrimenti non aspettasse da lui ordine alcuno di aprirle. Rispose il re d'essere venuto con buona intenzione, e senza pensiero di alcuna malignità. Allora fece il pontefice spalancar le porte, ed entrarono amendue col clero e con tutti i vescovi, abbati, giudici, ed altri Francesi venuti col re; giunti alla tomba di s. Pietro, prostrati venerarono il suo corpo; e dopo avere il papa recitata l'orazione, tutti usciti della chiesa, andarono a riposar ne' palagi preparati entro la città. Restò fuori di Roma l'esercito franzese, che nei giorni appresso recò non pochi danni ai borghi, e forse perchè non era preparato il foraggio, segò tutti i prati e i seminati. Corse poi voce che volevano entrare in Roma, e quivi prendere alloggio, onde il papa fece ben chiudere e fortificare le porte della città. Poscia nel dì 15 di giugno, giorno di domenica, raunati nella basilica vaticana tutti gli archivescovi, vescovi e baroni venuti col re, insieme con tutta la nobiltà romana, papa Sergio colle sue mani unse coll'olio santo esso Lodovico figliuolo dell'imperador Lottario, gli mise in capo una preziosissima corona, e la spada regale al fianco, con proclamarlo re de' Longobardi, ossia d'Italia. Celebrata poi messa solenne, tutti con gran festa se ne tornarono in Roma.

E di qui possiamo intendere che non per anche era introdotto l'uso della corona ferrea, nè la coronazione del regno d'Italia in Milano, Monza e Pavia, siccome giovane provai in un'operetta intorno a questo argomento [Anecdot. Lat. tom. 2. Append.]. Ebbe principio da questo giorno l'epoca del regno d'Italia di esso Lodovico II re. Seguì poi ne' giorni seguenti un lungo contrasto fra il papa e il vescovo di Metz Drogone, assistito, come dice Anastasio, da Gregorio (si dee scrivere Giorgio) arcivescovo di Ravenna, da Angilberto arcivescovo di Milano, e da una frotta di altri vescovi e conti del regno d'Italia, senza che se ne dica il suggetto. Solamente narra Anastasio che tal dibattimento fu contra hanc [639] universalem, et caput ecclesiarum Dei. Ma il pontefice, uomo prudente e di petto, sì a proposito rispose, che tutti li lasciò confusi. Fece dipoi istanza ad esso papa la baronia francese che tutta la nobiltà romana giurasse fedeltà al suddetto re Lodovico; ma il saggio papa non vi consentì, esibendosi solamente pronto a permettere che i Romani prestassero il giuramento di fedeltà al grande imperadore Lottario. Tunc demum in eadem Ecclesia sedentes pariter tam beatissimus pontifex, quam magnus rex, et omnes archiepiscopi et episcopi stantibus reliquis sacerdotibus, et Romanorum et Francorum optimatibus, fidelitatem Lothario magno imperatori semper Augusto promiserunt. Ed avea ben ragione il papa. Non era mai stata sottoposta ai re d'Italia, nè al regno longobardico Roma col suo ducato; e non avendo Lodovico acquistato alcun diritto sopra i Romani, per essere divenuto re d'Italia, indebitamente voleva obbligare i Romani a giurargli fedeltà, cioè a riconoscerlo per loro sovrano. Non ebbero già essi difficoltà di prestare quel giuramento a Lottario suo padre, perchè esso era imperadore dei Romani, e la sua sovranità in Roma non veniva contrastata da alcuno. Nè sussiste, come immaginò il cardinal Baronio, che in questa occasione Lodovico II ricevesse il titolo e la corona imperiale. Questo punto è già deciso fra gli eruditi; e se vi ha qualche diploma in contrario, esso è o falso, o scorretto. Seguita poi a dire Anastasio, che nel tempo stesso che il re Lodovico si trattenne in Roma, Siconolfo principe di Benevento arrivò anch'egli colà, accompagnato da molte squadre d'armati, e fu ad inchinare il re, che il ricevette con molto onore, e gli concedette quanto gli dimandò. Tanta fu in tale occasione la folla de' Franzesi, Longobardi e Beneventani, che Roma parea assediata da uno smisurato esercito, e tutti i seminati andarono a sacco per pascolo della gran moltitudine de' cavalli e giumenti. Desiderava ardentemente inoltre Siconolfo [640] di veder papa Sergio e di ricevere la sua benedizione. Fu ammesso all'udienza, e prostrato in terra gli baciò umilmente i piedi, e riportatane la benedizione, tutto lieto se ne ritornò a casa. Altrettanto fece coi suoi il re Lodovico, con finalmente liberare da quel flagello il popolo romano, e si restituì alla sua residenza in Pavia. Ma perchè Anastasio nulla di più ci ha saputo dire intorno ai trattati di Siconolfo col re Lodovico, convien ora ascoltare l'Annalista di San Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], che così scrive all'anno presente: Sigenulfus Beneventanorum dux ad Lotharium cum suis omnibus sui deditionem faciens, centum millium aureorum mulcta sese ipsi obnoxium fecit. Quibus Beneventani, qui pridem alias versi fuerant, compertis, ad eumdem Sigenulfum se se convertentes, Saracenorum reliquias a suis finibus expellere moliuntur. In vece di Lottario sarebbe forse stato meglio scrivere Lodovico, al quale già abbiam veduto che Siconolfo fece ricorso, se non che il figliuolo Lodovico nulla operava che non fosse a nome del padre. Abbiam dunque che Siconolfo, per assicurarsi il dominio di Salerno e dell'altre città a lui sottoposte, riconobbe per suo sovrano il nuovo re d'Italia Lodovico, e ne dovette ricevere l'investitura colla promessa di pagargli centomila scudi d'oro. Tanta somma d'oro non dice Erchemperto [Erchempertus, Hist. cap. 18.], autore in ciò più degno di fede. Per testimonianza di lui, Suido duca di Spoleti, gran mercatante di bugie, che nondimeno gli fruttavano assaissimo, promise a Siconolfo suo cognato di fargli avere tutto l'intero ducato di Benevento, se sborsava cinquantamila scudi d'oro, senza dire se a lui, o pure al re Lodovico. Ma probabilmente a quest'ultimo, perchè soggiunge: Cujus tunc consilio consentiens, Romam (dove si trovava il re novello) adiit, aureos tribuit, sacramentum dedit, jusjurandum accepit. Nihil proficiens, inanis abscessit. Come potesse Siconolfo [641] ammassare tant'oro, cel farà intendere Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1. cap. 26.], che racconta il fiero salasso da lui dato al tesoro del monistero di Monte Cassino, dove egli apposta andò più d'una volta. Portò via alla prima visita in tanti calici, patene, corone, croci ed altri vasi, circa cento trenta libbre d'oro purissimo, e tutto a titolo di prestito, con promessa di restituire diecimila soldi d'oro siciliani. La seconda volta portò via in tanta moneta trecento sessanta cinque libbre d'argento e quattordici mila soldi d'oro; la terza in tanti vasi cinquecento libbre d'argento. Tornato colà dopo dieci mesi, ruppe gli armadi del monistero, e ne portò via il valore di quattordicimila soldi mazati, con obbligo di restituire fra quattro mesi, e non restituendo di cedere varii beni al monistero. Sette altri mila soldi in altre volte portò via di colà: tesoro di Dio, che nulla giovò a lui, nè alla patria, e solo servì a pagar le sue fatiche al diavolo. Egli è da credere che ad altre chiese e monisteri Siconolfo facesse uno non diverso trattamento. Questo fine d'ordinario toccava in que' tempi ai doni della gente pia fatti ai sacri templi. Come sospettai di sopra, ben potrebbe essere che il re Lodovico, o in questo o nel seguente anno si adoperasse per quetar la rabbiosa guerra tra i due principi Radelgiso e Siconolfo, e fosse anche accettata da Radelgiso la division degli stati; ma che Siconolfo la rifiutasse, perchè gli era stato promesso di più; o che per altri accidenti quella non avesse effetto, di modo che continuasse dipoi la guerra fra loro. Tennero in quest'anno i tre fratelli, Lottario imperadore, Lodovico re della Germania e Carlo re di Francia, una dieta ossia un concilio coi vescovi nella villa di Teodone, oggidì Tionvilla [Labbe, Concilior., tom. 7.], dove oramai persuasi che era da anteporre la concordia ad ogni riguardo, confermarono la pace ed amicizia fra loro. Adriano [642] Valesio [Valesius, in Praefat. ad Panegyric. Berengarii.] cita uno strumento preso dal registro del monistero Cesauriense, e dato, come egli pensa, in quest'anno, o pur come io vo credendo, nel precedente 843, cioè anno imperii Lotharii XXII, seu temporibus Berengarii ducis, anno ducatus ejus VI, die sexta mensis septembris. Indictione VII. Sicchè correano già sei anni che Berengario era, per quanto si può credere, duca di Spoleti. Ma come ciò, se abbiam già trovato Guido duca di quella stessa contrada? Altro non so io immaginare, se non che due essendo stati i ducati di Spoleti, l'uno propriamente di Spoleti e l'altro appellato poscia di Camerino, Guido avesse il governo del primo, Berengario del secondo.


   
Anno di Cristo DCCCXLV. Indizione VIII.
Sergio II papa 2.
Lottario imperad. 26, 23 e 6.
Lodovico II re d'Italia 2.

Si godè in quest'anno assai di quiete in Italia; se non che potrebbe dubitarsi che tuttavia continuasse, o pure si riaccendesse la guerra tra Siconolfo e Radelgiso principe di Benevento. Certamente seguitò essa contra de' Saraceni. A quest'anno lasciò scritto l'Annalista bertiniano [Annal. Francor. Bertiniani.]: Beneventani cum Saracenis, veteri discordia recrudescente, denuo dissident. Forse volle dir quello storico ciò che abbiam di sopra inteso da altri stessi suoi Annali. Per conto poi de' paesi oltramontani, Lottario imperadore, che avea stabilito il suo soggiorno in quelle parti, passò il verno in Aquisgrana. Un suo diploma, dato a dì quindici di maggio [Mabillonius, in Annal. Benedictin.] anno imperii Hlotharii XXVI, et in Francia VI, Indictione VIII, si vede scritto in palatio regio Argentorato, cum iremus in Italiam: cioè si trovava egli in Argentina con pensiero di venire in Italia. Ma nè in quest'anno, che si sappia, nè finchè [643] visse egli dipoi, ritornò in Italia: cioè lasciò la cura di questo regno al figliuolo re Lodovico, ed egli attese a conservar e governare gli stati a lui toccati in parte nella Francia. Forse non si fidava dei suoi fratelli. E in quest'anno ebbe un particolar motivo che il fece desistere dal viaggio d'Italia. Se gli ribellò la Provenza, e fu obbligato ad accorrere colà. Fulrado conte era autore e fomentatore di quella ribellione. Ma colà giunto colle sue forze l'Augusto Lottario, non durò gran fatica a ricuperar quella provincia, con arrendersegli esso Fulrado ed altri sollevati in quelle parti. Ne' suddetti Annali leggiamo: Fulradus comes, et ceteri Provinciales a Lothario deficiunt, ubique potestatem totius Provinciae usurpant. Si legge appresso: Lotharius Provinciam ingressus, bretoriam (forse brevi totam) suae potestati recuperat. Negli Annali di Metz [Annal. Francor. Metenses.] questo Fulrado è chiamato dux arelatensis, e solamente si dice che Lottario ipsum, et reliquos comites illarum partium rebellare molientes, in deditionem accepit, et prout voluit, Provinciam ordinavit. Diversa fu ben la fortuna del re Carlo Calvo suo fratello. Mentr'egli nell'anno precedente assediava Tolosa, ebbe una mala percossa da Pippino suo nipote re d'Aquitania, di modoche nel presente, per cagione d'altri guai che sopraggiunsero, fu astretto a venire ad un accomodamento con lui, e a cedergli l'Aquitania, con ritenere per sè tre sole città, cioè Poitiers, Saintes ed Angulemme. Gli prestò Pippino il giuramento di fedeltà, sicut nepos patruo, e si obbligò di prestargli aiuto in tutte le necessità secondo le forze sue. In questo medesimo anno entrati i corsari normanni per mare nella Senna con cento e venti navi, arrivarono a Parigi nel sabbato santo, e v'entrarono. Si può credere che quella gente pagana [644] non attendesse a farvi le sue divozioni. Tutto il popolo n'era fuggito per la paura. Accorse il re Carlo con quelle soldatesche che in quel frangente egli potè raunare, fino al monistero di san Dionisio; ma trovandosi debole in confronto di que' Barbari, bisognò cacciarli via a forza di danari. Nè qui terminarono le di lui disavventure. Fece egli parimente in quest'anno un armamento contro di Nomenoio duca della minor Bretagna, il quale, secondo il solito di quella gente di nazion diversa dalla franzese, di tanto in tanto si andava ribellando. In persona marciò contra di quei popoli il re Carlo, ma non con quelle forze che occorrevano al bisogno. Però in vece di domarli, riportò da essi vergogna e busse, e gli convenne tornarsene indietro con tutta fretta nel paese del Maine. Circa questi tempi, siccome racconta Giovanni Diacono [Johann. Diac. in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.], i Saraceni venivano con grande armata di navi per prendere l'isola di Ponza. Sergio valoroso duca di Napoli insieme con quei di Amalfi, Gaeta e Surrento, messa la sua speranza nel divino aiuto, andò ad incontrarli, e ne riportò un'insigne vittoria. Gli riuscì ancora di cacciarli dall'isola di Licosa. Adirati per questo quegl'infedeli, fatti dei gran preparamenti in Palermo, tornarono poi con una formidabile flotta, e s'impadronirono del castello di Miseno, da dove cominciarono ad infestare i litorali cristiani. Un placito tenuto in quest'anno per ordine del re Lodovico II, figlio dell'Augusto Lottario, da Garibaldo giudice palatino [Antiquit. Ital. Dissert. pag. XXXI, 97.] nella corte ducale di Trento, ci fa vedere in quelle parti Liutifredo duca, senza ch'io sappia dire se questo titolo di duca a lui provenisse dalla Carintia, a cui fosse unita la marca di Trento, o pure dal medesimo Trento.

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Anno di Cristo DCCCXLVI. Indiz. IX.
Sergio II papa 5.
Lottario imper. 27, 24 e 7.
Lodovico II re d'Italia 3.

Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.] son chiamati Saraceni, Maurique. Col nome di Saraceni vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani, conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di Mori gli Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s. Pietro [Annal. Franc. Metens. Fuldens. Bertiniani.], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense [Leo Marsicanus. Chron. Casinens., lib. 1, cap. 29.], allo stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo. Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono, poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi medesimi tempi, asserisce che costoro Romam supervenerunt, ecclesias Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et horribili [646] captivitate diripuerunt. Con questo scrittore va d'accordo ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a Lodovico II re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.], come se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra che Lottario re de Franchi, sotto il cui nome tutto si operava dal re Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, ch'era accorso colle brigate di Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo Hludovicus Hlotharii filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit. Ma Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. [647] Non era loro ignota la ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati dall'abbate Bassacio, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale, che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno, andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi; ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava in Aquisgrana [Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Fuldenses.], Giselberto, soldato, o pur vassallo del re Carlo Calvo, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a Lodovico re di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. [648] Abbiamo poi dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], che bramando papa Sergio di comporre le differenze tuttavia bollenti tra Venerio patriarca di Grado, e Andrea patriarca di Aquileia, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente anche Pacifico arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma più corretto ed intero dal marchese Maffei [Maffejus, in Praef. ad Complex. Cassiodor.], tuttavia si legge in quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto:

QVICQVID AVRO VEL ARGENTO
ET METALLIS CETERIS,
QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS
ET MARMORE CANDIDO,
NVLLVS VMQVAM SIC PERITVS
IN TANTIS OPERIBVS.
HOROLOGIVM NOCTVRNVM
NVLLVS ANTE VIDERAT.
ET INVENIT ARGVMENTVM
ET PRIMVM FVNDAVERAT.


   
Anno di Cristo DCCCXLVII. Indiz. X.
Leone IV papa 1.
Lottario imper. 28, 25 e 8.
Lodovico II re d'Italia 4.

Venne a morte in quest'anno Sergio II romano pontefice nel giorno 27 di gennaio, secondo i conti del padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.], e in luogo suo fu eletto Leone IV prete, ossia cardinale de' santi quattro Coronati. Vuole esso padre Pagi che la sede restasse vacante due mesi e quindici giorni, e che il novello pontefice fosse consecrato solamente nel dì XI d'aprile. Sì lunga vacanza della cattedra apostolica [649] non la so credere io, perchè non si accorda con quanto ci vien narrato da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Leonis IV.]. Le parole sue con queste: Romani quoque novi electione pontificis congaudentes, coeperunt iterum non mediocriter contristari, eo quod sine imperiali non audebant auctoritate futurum consecrare pontificem, periculumque romanae urbis maxime metuebant, ne iterum, ut olim, aliis ab hostibus fuisset obsessa. Hoc timore et futuro casu perterriti, eum sine permissu principis praesulem consecraverunt; fidem quoque illius, sive honorem post Deum per omnia et in omnibus conservantes. Cioè si trovarono i Romani in uno non lieve imbroglio in tal congiuntura. Dall'un canto per non tirarsi addosso l'ira del principe, cioè dell'imperadore lor sovrano, non osavano senza la permissione od approvazione di lui di consecrare il papa eletto. Dall'altro canto erano spronati dalla necessità di veder sul trono un papa che accudisse ai bisogni importanti della città coll'autorità del governo, a cagione de' Saraceni che aveano poco dianzi portata la desolazione ne' contorni di Roma, per paura dell'arrivo di altri simili corsari africani. Che dunque fecero? Senza aspettare il consenso dell'imperadore, passarono alla consecrazione del papa, ma con solenne protesta fatta nel concistoro di non aver intenzione di offendere con ciò l'onore dell'imperadore, nè di mancare in guisa alcuna alla fedeltà ed ubbidienza che dopo Dio a lui professavano. Pare che questo saggio ripiego, preso in tempi sì pericolosi per la città di Roma, li scusasse abbastanza, e fosse preso in bene da Lottario Augusto. Certo non si sa ch'egli ne facesse risentimento alcuno. Ciò posto, non è già verisimile che si differisse per due mesi e mezzo la consecrazione di papa Leone: prima perchè si scorge che i Romani si affrettarono a consecrarlo per l'apprensione in cui erano di nuova invasion de' Saraceni; e secondariamente perchè in tanto tempo [650] sarebbe venuta l'approvazione del re Lodovico luogotenente del padre negli affari d'Italia; e quella ancora, se fosse bisognata, del medesimo Lottario Augusto; giacchè non sussiste, come pensa il Pagi, che a cagion delle scorrerie dei Normanni in Francia non fossero sicuri i cammini. Fecero que' corsari gran danno nella Bretagna minore nell'anno presente [Annal. Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metens. Annal. Francor. Fuldenses.]; non minore l'apportarono alla Aquitania; presero anche nella giurisdizione dell'imperador Lottario Durostadio e un'isola dell'Olanda. Tutto il resto del regno oltramontano di Lottario godeva una buona quiete. Però a me par da preferire l'asserzione di Tolomeo da Lucca [Ptolemaeus Lucensis, Hist. Eccl., tom. II Rer. Ital.], che dopo quindici giorni di sedia vacante mette l'ordinazion di papa Leone, se pur questa non seguì anche prima.

Continuavano intanto i Saraceni l'assedio di Gaeta, quando si sollevò una fiera burrasca in mare che mise in pericolo tutto il loro naviglio [Johann. Diac., in Vit. Episc. Neap., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Perciò mandarono pregando Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, che volesse permettere alle lor navi di approdare al lido, con promessa di andarsene via subito che si fosse rasserenato il cielo. Ne spedì Cesario sollecitamente l'avviso al padre, che gli suggerì di prender buona precauzione contra gl'inganni di quegl'infedeli. Si eseguì il trattato, e venuto il sereno, levato il campo, s'imbarcarono e se n'andarono, ma non con Dio. Per viaggio furono sorpresi da un'orribil tempesta, per cui quella flotta quasi tutta interamente perì, come attestano ancora Anastasio bibliotecario e Leone Ostiense. Questa lieta nuova arrivò a Roma in tempo che era eletto, e non per anche ordinato papa Leone IV. Seguì in Francia, o, per dir meglio, in Germania a Coblentz [Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Fuldens.] un [651] abboccamento fra l'imperadore Lottario e Lodovico re di Germania suo fratello. Pare che non riuscisse a Lodovico di riconciliare con Carlo Calvo Lottario Augusto, tuttavia sdegnato per l'ingiuria fattagli da Giselberto nel rapimento della figliuola. Ma se son veramente fatti in quest'anno a Marsne presso a Mastricht alcuni capitoli di lega e concordia fra i suddetti tre fratelli Lottario, Lodovico e Carlo, che furono pubblicati dal padre Sirmondo e dal Baluzio [Baluz., Capitolar., tom. 2.]; bisogna credere che si rimettesse fra tutti e tre una buona armonia. In quest'anno poi si comincia a trovare in Toscana Adalberto duca di quella contrada. Egli è chiamato negli Annali di Fulda all'anno 878 Albertus Bonifacii filius, e da Pietro bibliotecario [Petrus Biblioth., tom. 3. Du-Chesne.] nella storia abbreviata dei Franchi Adalberthus Bonifacii filius. E in un documento dell'anno 884, da me prodotto nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 22.], vien detto Adelbertus in Dei nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii olim comitis; di maniera che non si può dubitare ch'egli sia stato figliuolo di Bonifazio II, da noi veduto di sopra conte di Lucca, e verisimilmente marchese e duca di Toscana. Già si osservò che Bonifazio II, per aver condotta dall'Italia la imperadrice Giuditta all'imperador Lodovico Pio, era caduto in disgrazia dello imperador Lottario, e perciò si era ritirato in Francia. O sia ch'egli ricuperasse il governo nella Toscana, oppure che Lottario ammollitosi esercitasse la sua generosità verso il figliuolo: certo è che Adalberto duca in questi tempi comandava alla Toscana, ciò risultando da un placito tenuto in Lucca [Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.] nell'anno XXV di Lottario imperadore, correndo l'indizione X, cioè nell'anno presente, dove si legge: Dum Adalbertus illustrissimus dux una cum Ambrosio venerabili episcopo istius civitatis lucensis, et residentibus hic [652] civitate Luca, curte dicta ducalis, ec. In questi tempi ancora Radelgiso principe di Benevento [Leo Ostiensis, lib. I, cap. 28.] trasse in aiuto suo Massar duca de' Saraceni con alcune masnade di quegl'infedeli. Costui neppure portava rispetto agli stessi Beneventani; diede il guasto al monistero di santa Maria in Cinghia; prese il castello di san Vito; forzò alla resa la città di Telese, e saccheggiò tutti i suoi contorni. Fu creduto miracolo ch'egli non molestasse il monistero di Monte Cassino, quantunque vi arrivasse fino alla porte. Si sentì inoltre nell'anno presente un fiero tremuoto per tutto il ducato di Benevento, che quasi tutta diroccò la città d'Isernia, e fece altri mali. Roma anch'essa, per attestato d'Anastasio [Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.], provò una brutta danza in tal occasione.


   
Anno di Cristo DCCCXLVIII. Indiz. XI.
Leone IV papa 2.
Lottario imperad. 29, 26 e 9.
Lodovico II re d'Italia 5.

Bollivano forte in questi tempi fra Rabano Mauro arcivescovo di Magonza e Gotescalco monaco alcune famose controversie intorno alla divina predestinazione. Era venuto in Italia Gotescalco pieno di boria, e per dovunque passava, andava seminando le opinioni sue. Fermossi costui presso di Eberardo duca, ossia marchese del Friuli, il cui nome e titolo si comincia circa questi tempi ad udire. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.] una lettera scritta da esso Rabano a Notingo vescovo, non già eletto vescovo di Verona, ma bensì di Brescia, intorno a questo monaco; e un'altra pure scritta ad Heberardum ducem, a cui poscia sul principio dà il titolo solamente di conte, secondo il rito d'allora, trovandosi i duchi altre volte appellati marchesi ed altre conti. In essa gli dice di essergli stato riferito, quemdam [653] sciolum nomine Gotaschalcum apud vos manere, qui dogmatizet, ec. Che questo Eberardo fosse veramente duca o marchese del Friuli, ne fa fede Andrea prete nella Cronichetta pubblicata dal Menchenio e da me [Antiqit. Ital., Dissert. II.] ristampata. Fiorì Andrea in questo medesimo secolo, e le sue parole sono tali: Multam fatigationem Langobardi et oppressionem a Sclavorum gente sustinuerunt, usquedum imperator Forojulianorum Eberhardum principem constituit. Nè altri è questo Eberardo, ossia Everardo, se non lo stesso, a cui Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens, lib. 3, cap. 26.] dice scritta una lettera da Hincmaro arcivescovo di Rems, cioè viro illustrissimo Eberardo ex principibus Lotharii. Ho anch'io, a mio credere, bastevolmente provato [Antiquit. Ital., Dissert. XXII.] che da lui viene la Raccolta delle leggi longobarda, salica, etc. che si conserva nell'antichissimo Codice della cattedrale di Modena. In un diploma dell'anno 855, riferito dal padre de Rubeis [De Rubeis, Monum. Eccl. Aquilejens., cap. 49.], egli è chiamato da Lodovico II imperadore Eurardus illustris comes, dilectusque compater noster. Parleremo anche più abbasso di questo medesimo principe, bastando per ora di sapere ch'egli fu marito di Gisela ossia Gisla figliuola di Lottario Augusto, e fu padre di Berengario, poscia duca o marchese anch'esso del Friuli, finalmente re d'Italia ed imperador de' Romani. I soli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.] quei sono che sotto il presente anno hanno le seguenti parole: Exercitus Hlothari contra Saracenos Beneventum obtinentes dimicans, victor efficitur. Non sussiste già che i Saraceni si fossero impadroniti di Benevento. Solamente alcune brigate di essi vi erano state chiamate in soccorso da Radelgiso principe. Altro non vuol dire quello scrittore colla parola Beneventum, se non una parte del ducato beneventano, occupata dai Saraceni; oppure [654] in vece di obtinentes, s'ha da scrivere obsidentes. Contra di quei Maomettani l'imperador Lottario dovette comandare al figliuolo Lodovico re d'Italia di procedere con una buon'armata, alla quale, secondo i suddetti Annali, riuscì di dar loro una sconfitta. Sul fine poi di questo anno, soggiugne il medesimo storico, che Mauri denuo Beneventum invadunt. Nella storia del regno di Napoli è celebre la pace che finalmente fu conchiusa tra i due competitori nel ducato di Benevento Radelgiso e Siconolfo. Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 19.] e Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. I, cap. 29.] raccontano che Landone conte di Capua, Adelmario, e Bassacio abbate di Monte Cassino, veggendo troppo assassinate quelle contrade per la lunga nemicizia di quei due principi, e per l'insaziabil crudeltà de' Saraceni abitanti in Bari, ed anche presi al suo servigio da Radelgiso, si portarono a Lodovico Augusto (che nondimeno fin qui tale non era) figliuolo di Lottario, supplicandolo di metter fine a tanti malanni. Colà pertanto si portò in persona lo stesso re Lodovico, e fattisi consegnare per forza tutti i Saraceni abitanti in Benevento, nella vigilia di Pentecoste condotti costoro fuori della città, a cadauno fece tagliar la testa. Poscia interpostosi fra i due principi litiganti, compose le lor differenze, con dividere il ducato suddetto fra loro nella forma che vien descritta dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit. Paralip., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], e con restare sottoposta a Siconolfo Capua col suo distretto, la quale nondimeno da lì a non molto scosse il giogo; con che di un solo si vennero a formare tre principati, cioè di Benevento, di Salerno e di Capua. Il solo Leone Marsicano quegli è che chiaramente dice accaduta questa divisione nell'anno 851; ed Erchemperto, col chiamare Augusto in quel tempo il suddetto Lodovico, sembra concorrere nella medesima opinione. [655] Ma Camillo Pellegrino ebbe sospetto che ciò seguisse all'anno 850, ed io più di lui vo sospettando che anche prima possa essere succeduta una sì importante avventura. Sì Erchemperto che Leone Ostiense molta accuratezza non mostrano nel racconto di quel fatto dacchè mettono la venuta di Lodovico II a Benevento dopo la morte dell'imperador Lottario suo padre: il che non può stare, perchè Lottario mancò di vita solamente nell'anno 855. Però non è maraviglia se su questo supposto amendue danno il titolo d'imperador e ad esso Lodovico II in quella occasione.

Ora in quest'anno sembra a me più verisimile che Lodovico II re d'Italia invitato e venuto a Benevento coll'esercito suo, dividesse quel ducato. Nella parte che resta dello strumento d'essa divisione, pubblicata dal suddetto Pellegrino [Camill. Peregrin., Hist. Princ. Longobard.] Radelgiso dice: Et praesentialiter antequam domnus Ludogvicus rex cum suo exercitu exeat de ista terra, do in vestra potestate gastaldatum Montellam, ec. In quest'anno abbiam veduto che l'esercito d'esso re Lodovico era nel ducato di Benevento, nè ci resta memoria che negli anni 850 e 851 esercito alcuno franzese militasse in quelle parti. Adunque piuttosto in questo, che in quegli anni, seguì l'accordo fra i principi litiganti del regno di Napoli. Oltre a ciò, qui Lodovico è appellato solamente re: notizia che, siccome dissi all'anno 843, abbastanza indica non potersi quel fatto riferire all'anno 851, perchè Lodovico sarebbe stato allora appellato imperatore. Ma quel che più fa animo alla mia conghiettura, e forse la rende opinione certa, si è l'autorità di Giovanni Diacono, che fiorì e scrisse ne' medesimi tempi. Dopo aver egli narrato il naufragio della flotta saracenica, di cui s'è parlato nell'anno addietro, seguita a dire [Johann. Diacon., Chron. P. II, tom. 1, Rer. Ital.]: Eodem quoque anno, supplicatione hujus Sergii, principumque [656] langobardorum, direxit Lotharius imperator filium suum Ludogvicum, bonae adolescentiae juvenem, propter catervas Saracenorum Apuliae sub rege commanentes, et omnium fines populantes. Qui adveniens, coelesti comitatus auxilio, de illis Hismahelitis triumphavit, et sagaciter ordinata divisione Beneventani et Salernitani principum victor reversus est. O sia dunque che nell'anno prossimo passato venisse l'armata franzese col re Lodovico a Benevento, ma vincesse e trionfasse nel presente; oppure che eodem anno voglia significare non per anche spirato un anno dopo il naufragio de' Saraceni: abbastanza intendiamo che in quest'anno il re Lodovico pose fine alle lunghe contese dei principi beneventani, e non già nell'anno 850 o pure 851. Era intanto il popolo romano, ma più il buon papa Leone, preso da grave malinconia sì per la fresca ricordanza del sacco dato dai Mori e Saraceni alla basilica vaticana, come pel timore d'altri simili insulti in avvenire. Mosso perciò il Magnanimo pontefice [Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.] dal comune lamento, e maggiormente ancora dal suo zelo, determinò di fabbricare intorno ad essa basilica e al borgo una città colle sue mura, porte e fortificazioni per sicurezza della medesima. Era prima di lui stato formato questo disegno da papa Leone III; anzi ne aveva egli anche in molti luoghi poste le fondamenta; ma sorpreso dalla morte, non potè continuarne la fabbrica. Ora Leone IV comunicò la presa risoluzione all'imperadore, e questi non solamente l'approvò e lodò, ma tanto egli come i re suoi fratelli mandarono a Roma una buona somma di danaro per dar principio al lavoro. Quod nutu dei, Francique juvamine regis, dice Frodoardo [Frodoardus in Vitis Pontific. Roman.], cioè di Lottario, fu intrapreso. Ordinò il papa che da tutte le città del ducato romano, da tutti i poderi del pubblico e da ogni monistero si mandassero, secondo la tassa uomini [657] atti a faticare in quella operazione. E così nell'anno presente si cominciò la fabbrica grandiosa di questa nuova città, e nello spazio di quattro anni se ne vide il compimento. Tanto si adoperò in questo anno Lodovico re di Baviera, che ottenne da Lottario Augusto a Giselberto il perdono pel rapimento della figliuola di esso imperadore. Tiene l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc. lib. 30.] che da questo Giselberto discendesse quel Giselberto duca di Lorena che fu poi celebre nel secolo X.


   
Anno di Cristo DCCCXLIX. Indizione XII.
Leone IV papa 3.
Lottario imper. 30, 27 e 10.
Lodovico II imperadore 1.

Succedette in quest'anno una perfetta riconciliazione fra l'imperador Lottario e Carlo Calvo re della Francia orientale, il quale nell'anno antecedente era stato accettato per loro re anche da buona parte de' popoli dell'Aquitania, e nel presente entrò in possesso di non poco paese in quelle contrade. Giacchè non apparisce che i Mori e Saraceni avessero per mare contrasto alcuno da' Cristiani, a man salva andavano coloro infestando tutto il littorale del Mediterraneo. Qual fosse la loro crudeltà ne fece in quest'anno pruova la città di Luni in Toscana, che da essi presa e data a sacco, talmente restò desolata, che da lì innanzi non risorse mai più. Il suo vescovato fu trasferito a Sarzana, città nata dalle rovine dell'altra. Anche tutta la spiaggia del mare, partendosi dal fiume Magra sino alla Provenza, ebbe che piangere per gli sbarchi e saccheggi di quegl'infedeli. Crede il p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che nell'anno presente Lottario imperadore dichiarasse Augusto e collega nell'imperio Lodovico II primogenito suo e re d'Italia, deducendolo da alcuni diplomi del monistero di santa Giulia di Brescia [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.], dove s'incontra [658] un'epoca d'esso imperadore cominciata prima dell'anno 850. Così ha immaginato esso Pagi, perchè egli pretende seguita la coronazione romana di questo principe nel dicembre dell'anno seguente; e però trovandosi che prima di quel dì Lodovico II conta gli anni dell'imperio, secondo lui, convien ammettere un'epoca precedente ad essa coronazione. Ma di ciò si parlerà all'anno seguente. Dico intanto aver anch'io osservato nell'archivio archiepiscopale di Lucca una pergamena scritta, regnante D. N. Hlothario augusto, anno imperii ejus, postquam in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et filio ejus D. N. Hludowico, idemque imperator, anno sexto, X kal. octubris, Indict. quarta, cioè nell'ano 855. Un'altra scritta colle medesime note, ed anno sexto. III kal. julii, Indictione III, il che fa vedere mutata l'indizione del settembre. Un'altra scritta anno XXIX Hlotharii, et II Hludowici, quarto idus septembris, Indictione XV, cioè nell'anno 851. Un'altra scritta anno XXVIII Hlotharii et primo Hludowici imperatoris ejus filii, VI nonas augusti, Indictione XIII, cioè nell'anno 850. Si possono vedere altri documenti simili da me rapportati nelle Antichità italiane. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Leon. IV.] che nella dodicesima indizione, cioè nell'anno presente, o pure, secondo un altro testo, nel precedente, l'indefesso papa Leone attese a risarcir le mura, le torri e le porte di Roma. Fece ancora alzar da' fondamenti due torri a Porto alle rive del Tevere con catene di ferro da tenersi dall'una all'altra, qualor si volesse impedire alle navi il salire su per quel fiume. Tutte precauzioni saggiamente prese, perchè appunto in quest'anno giunse avviso a Roma che i Saraceni con assaissimi legni s'erano fermati a Torar vicino all'isola di Sardegna, e si preparavano per tornare a visitare i Romani. Vennero in fatti alla volta di Porto: cosa che recò non poco terrore al popolo romano, se non che Dio per sua misericordia provvide al bisogno: [659] cioè accorsero in aiuto de' Romani colle lor navi i Napoletani, Amalfitani e Gaetani, con animo risoluto di venire alle mani con que' Barbari. Fecero tosto sapere l'arrivo loro al papa, ed egli andato ad Ostia, ne chiamò alcuni alla sua presenza, per intendere con che pensiero fossero venuti. Fra gli altri si presentò ad esso papa Cesario figliuolo di Sergio duca di Napoli, generale di quell'armata, che coi suoi corse a baciargli i piedi. Furono tutti accolti con tenerezza, animati alla difesa, confortati dalle orazioni d'esso pontefice. Ed allorchè comparvero i Mori alla spiaggia di Ostia, attaccarono coraggiosamente la battaglia; ma alzatosi un vento furioso, questo combattè per gli Cristiani, con dividere le armate e dispergere le navi africane, che ruppero in varie isole. Molti di quegl'infedeli furono presi ed uccisi; molti condotti a Roma schiavi; e con sì buon successo terminò quella scena.


   
Anno di Cristo DCCCL. Indizione XIII.
Leone IV papa 4.
Lottario imper. 31, 28 e 11.
Lodovico II imperad. 2 e 1.

Dagli Annali di san Bertino [Annal. Franc. Bertiniani.] abbiamo che nell'anno presente seguì la coronazione romana di Lodovico II, dichiarato Augusto da Lottario suo padre. Lotharius filium suum Ludovicum Romam mittit, qui a Leone papa honorifice susceptus, et in imperatorem unctus est. Gran cosa è che solo questo scrittore ci abbia conservata la memoria di sì importante azione, e non ne abbiano parlato gli altri antichi storici; quel che è più, neppure Anastasio bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Leone IV papa, ne ha lasciata parola. E quindi è proceduto che tanto il Sigonio quanto il cardinal Baronio han posta la romana coronazione di Lodovico II e la dignità imperiale a lui conferita, sotto l'anno 844: il che certamente non sussiste. Valendosi il padre Pagi di alcune carte del monistero Casauriense, [660] prodotte dal padre Mabillone, stabilì questa coronazione nel dì 2 di dicembre del corrente anno. Ma io ne dubito forte, e meriterebbe questo punto d'essere con più diligenza esaminato e deciso coll'esatta osservazione di carte originali, e non già di copie e di memorie passate per più mani. Veggansi i documenti dello stesso monistero Casauriense, da me pubblicati [Chron. Casauriens., Append., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], da' quali si riconoscerà che in diversi mesi prima del dì due di dicembre si vede cominciata l'epoca dell'imperio di Lodovico II. E qualora si risponda che allora i notai si sono serviti dell'epoca presa non dalla coronazione romana, ma dal precedente anno, in cui Lottarlo dichiarò imperadore il figliuolo, siccome pretende il padre Pagi, convien replicare che di tal dichiarazione non è fatta menzione da scrittore alcuno antico. Ha il padre Pagi dedotta questa da alcune carte, le cui note cronologiche possono esser fallate per colpa de' copisti; e quando sussistano, indicheranno solamente seguita la coronazione suddetta prima di quello che pensa il padre Pagi. Oltre di che, non sono mancati eruditi che, a tenore delle loro opinioni, hanno acconciate le note cronologiche di varii antichi documenti. Però tuttavia resta da chiarire la sussistenza di queste due epoche, e se la prima cominciasse nell'anno 849 dopo il dì 19 di maggio, e prima nel dì 3 d'ottobre; e se la seconda veramente avesse principio nel dì 2 di dicembre dell'anno presente. Certamente il costume degl'imperadori antichi fu di ricevere la corona in qualche giorno di festa solenne. Ma in quest'anno il dì 2 di dicembre accadde in martedì, nè festa alcuna vi s'incontrò. Fu in quest'anno bensì tenuto un concilio [Labbe, Concilior., tom. 7.] in urbe regia Ticino, al quale presedettero Angilberto arcivescovo di Milano, Teodemano, o, per dir meglio, Teutimaro patriarca d'Aquileia (chiamato corrottamente dall'Ughelli Hindelmario, o Vindelmario) [661] e Giuseppe vescovo (probabilmente d'Ivrea) ed arcicappellano di tutta la Chiesa. V'ha dell'errore in queste ultime parole. Dicesi raunato esso concilio anno Incarnationis dominicae DCCCL, Indictione XIV, et Hlotharii atque Hludovici piissimorum Augustorum XXX, atque primo. fondatamente pretende il padre Pagi che in vece di Indictione XIV, s'abbia quivi a scrivere Indictione XIII, perchè Lottario augusto dopo il dì ultimo di maggio contava non più l'anno XXX, ma bensì il XXXI del suo imperio e regno d'Italia, e per conseguente celebrato questo concilio ne' primi mesi dell'anno presente. L'anno primo di Lodovico II imperadore, secondo lui, è preso dall'epoca dell'anno precedente, in cui dal padre fu dichiarato Augusto. Intorno a questo ultimo punto ho io già proposto qualche mio dubbio. Fecero que' vescovi alcuni decreti assai lodevoli ed utili per la disciplina ecclesiastica; ed essendovi intervenuto anche l'imperator Lodovico, dal canto suo furono formati cinque capitoli riguardanti il buon governo dell'Italia. Non godè molta quiete neppure l'imperator Lottario in quest'anno ne' suoi regni oltramontani. Nella Provenza i Mori diedero un gran guasto sino alla città d'Arles; ma in ritornando al loro paese, restarono anche essi fieramente fracassati da una gagliarda tempesta di mare. Così nella Frisia ed Olanda [Annal. Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metens. Annal. Franc. Fuldenses.], paesi d'esso Lottario Augusto, Rorico, fratello o pur nipote d'Erioldo, essendosi ribellato ad esso imperadore, calò con una flotta di masnadieri normanni, e portò la desolazion dappertutto. Non sapendo Lottario come liberarsi da costui, giudicò meglio di guadagnarlo colle buone; e ricevutolo in grazia, gli diede Dorestado ed altri contadi in feudo, ossia in governo perpetuo. Da un importante documento, da me rapportato nelle Antichità italiche [Antiquit. Italic., Dissertat. XX, pag. 117.], si ricava che in quest'anno l'imperador Lodovico II prese per moglie [662] Angilberga, oppure solamente contrasse gli sponsali con esso lei, costituendole in dote due corti, l'una posta nel contado di Modena, l'altra in quello di Reggio. Fu dato quel diploma in Marengo corte regale, III nonas octobris.


   
Anno di Cristo DCCCLI. Indizione XIV.
Leone IV papa 5.
Lottario imperad. 32, 29 e 12.
Lodovico II imperad. 3 e 2.

Terminò il corso di sua vita questo anno l'imperadrice Ermengarda, moglie di Lottario Augusto, con lasciar dopo di sè [Annales Franc. Metenses.] tre figliuoli, cioè Lodovico II imperadore, Lottario e Carlo, ed alcune figliuole, delle quali una fu Gisela o Gisla, badessa nell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, come risulta dai documenti pubblicati dal padre Margarino [Bullar. Casinens., tom. 2.], ma non colla dovuta attenzione. Obiit Ermengardis regina conjux Lotharii imperatoris, dicono sotto quest'anno gli Annali di Metz. Le imperadrici spesso si veggono chiamate regine. Leggesi anche l'epitaffio suo in versi, composto da Rabano Mauro, dopo il quale vien confermata la sua morte sotto l'anno presente. A me diede da pensare una carta del monistero casauriense, che pubblicai nell'appendice alla Cronica di quel monistero [Chron. Casauriens. P. II. tom. 2 Rer. Ital.], scritta nell'anno VII dell'imperio di Lodovico, nel mese di giugno, correndo l'indizione IV, cioè nell'anno 856, dove Liutardo diacono e Contardo fratello vendono tibi domnae Hermengardae reginae alcune lor corti. Se non fosse stata certa la morte dell'imperadrice Ermengarda in quest'anno, si sarebbe dovuto crederla tuttavia vivente nell'anno suddetto. Ma e chi è questa Ermengarda regina nell'anno 856? Quanto più vi penso, tanto meno so io trovarne conto. So che l'imperador Lodovico II veramente ebbe una figliuola di questo nome, e ne [663] parleremo anche andando innanzi. Ma come dare il titolo di regina ad una principessa nubile, quale essa era allora? E poi come mai una principessa tale faceva ella degli acquisti? e massimamente se questa fosse stata figliuola dell'imperadrice Angilberga, perchè sarebbe stata di molto tenera età. Potrebbe nondimeno essere stata di altra madre. Il Sigonio, il cardinal Baronio, il padre Pagi, anzi la comune degli storici, seguitando in questo anno Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 31.], scrivono, che portatosi l'imperador Lodovico II a Benevento, cacciò da quella città i Saraceni, partì il ducato di Benevento fra Siconolfo e Radelgiso, e, ciò fatto, se ne tornò a Pavia. Ma di sopra pare a me d'aver dimostrato che non possiamo in questo luogo fidarci della Cronologia d'esso Ostiense, e sembrar più probabile, anzi parer come certo che nell'anno 848 accadesse un tal fatto. Era in questi tempi stranamente afflitta la Francia dai corsari normanni, cioè settentrionali [Chron. Fontanell. apud Du-Chesne tom. 2, Rer. Franc. Mirac. S. Bavon. apud Mabillon. Saec. II Bened.]. Una parte d'essi tornò per la Senna a desolar quei paesi sottoposti al re Carlo Calvo, e lasciò dappertutto innumerabili segni della lor barbarie. Un'altra parte con dugento cinquantadue legni mise a sacco di nuovo nel regno dell'imperador Lottario la Frisia e l'Olanda. Giunsero dipoi fino a Gant, che diedero alle fiamme. Arrivati al famoso palazzo imperiale di Aquisgrana, dopo averlo spogliato, l'incendiarono anch'esso con tutti i monisteri del contorno. Presero le nobili città di Treveri e Colonia; misero a fil di spada chi non era fuggito degli abitanti, e ad esse città in fine attaccarono il fuoco. Non si racconta che l'imperador Lottario uscisse in campo contra di costoro, nè che seguisse alcuna importante prodezza dei Cristiani. Circa questi medesimi tempi crede Camillo Pellegrino che s'abbia a mettere la morte di Siconolfo [664] principe di Salerno, narrata da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 19.] e dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom. cap. 78.]. Dubito io che nel precedente, e fors'anche prima morisse Siconolfo; perciocchè il suddetto Anonimo gli dà anni dieci ed alcuni mesi di principato, e questi convien dedurli dall'anno 839. Lasciò egli per successore Sicone suo figliuolo; ma per esser questi in tenera età, ne dichiarò tutore ed aio un certo Pietro che l'aveva tenuto al sacro fonte, con esigere da lui un forte giuramento di fedeltà al figliuolo. Poco stette a mancar di vita dopo Siconolfo anche Radelgiso principe di Benevento, in luogo del quale succedette Radelgario suo figliuolo, uomo per pietà, per valore e per altre doti assai grato al popolo. Noi troviamo circa questi tempi l'Augusto Lodovico II in Pavia, applicato ad ascoltare i ricorsi de' popoli, e a rendere giustizia a tutti, ciò apparendo da un documento da me prodotto altrove [Antiquit. Italic., Dissertat. XXXI, pag. 951.].


   
Anno di Cristo DCCCLII. Indizione XV.
Leone IV papa 6.
Lottario imperad. 33, 30 e 13.
Lodovico II imperad. 4 e 3.

Tale e tanta fu l'assistenza e premura del sommo pontefice Leone per la fabbrica della già ideata ed incominciata città intorno alla basilica vaticana, che in questo anno essa si vide felicemente compiuta [Anast. Biblioth., in Vit. Leonis IV.]. Scelse egli il dì 28 di giugno, cioè la vigilia della festa de' santi apostoli Pietro e Paolo per benedirla: il che fu fatto con incredibil letizia di tutto il popolo romano, e coll'intervento di tutti i vescovi e sacerdoti, con una divota processione d'esso papa e clero, che a piè nudi e colla cenere sul capo fecero il giro delle mura, ed implorarono l'aiuto e la protezione di Dio sopra la nuova città. Ad essa fu posto il nome di città leonina; e il papa in tal occasione fece [665] dei magnifici regali al clero, alla nobiltà romana e a varie altre persone. Nè qui si fermò l'insigne vigilanza di questo pontefice. Andava egli tutto dì pensando come si potesse rimettere in buono stato la disabitata città di Porto, per assicurarla dai tentativi de' Saraceni che erano in questi tempi il terrore del litorale mediterraneo de' Cristiani in Italia, siccome i Normanni erano per la Francia. Volle Dio che circa questi tempi capitassero a Roma, per chiedere a lui soccorso, alcune migliaia di Corsi fuggiti dal loro paese per paura de' suddetti Mori. Gli accolse con amore di padre il buon papa, ascoltò con tenerezza tutti i loro affanni, e ad essi in fine esibì il soggiorno nella suddetta città, e terre e prati e vigne per le loro famiglie, che erano della camera pontificia e dei monasteri e d'altre persone, purchè promettessero d'essere fedeli a lui e ai successori pontefici in avvenire. Promise quella gente non solamente la dovuta fedeltà, ma eziandio di vivere sempre e morire in quel luogo; e però il pontefice a titolo di limosina in benefizio delle anime degl'imperadori Lottario e Lodovico, e della sua propria, assegnò loro quelle abitazioni, e ne spedì la bolla, con dichiarare che quel dono durerebbe finchè essi Corsi fossero fedeli ed ubbidienti ai papi e al popolo romano. Trovavansi parimente diroccate le mura e porte d'Orta e d'Ameria, cioè aperto il campo ai ladri ed assassini di danneggiar gli abitatori di quelle città. Accorse al bisogno loro la munificenza dell'ottimo pontefice; nè passò molto che di nuove mura e porte avendole cinte, le assicurò dai pericoli ne' tempi avvenire. In quest'anno ci assicurano gli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.] che l'imperador Lodovico II, il quale si trovava in Mantova nel dì VIII kal. martias, come risulta da un diploma [Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, p. 867.], si portò con una buona armata nel ducato di Benevento, ed assediò la città di Bari, tempo [666] fa occupata, come di sopra dicemmo, e signoreggiata dai Saraceni, da dove poi facevano spesso scorrerie a danneggiare i circonvicini paesi. Avevano già le sue macchine, dopo molto tempo e fatiche, aperta la breccia, ed egli era risoluto di passare all'assalto con tutta apparenza di potervi entrar colla forza: quando alcuni suoi poco saggi consiglieri il fecero desistere, col pretesto che molto tesoro era in quella raunato, e tutto si perderebbe, se la città restava presa per assalto, e che era meglio guadagnarla per capitolazione. Ma i Mori nella notte seguente seppero così ben profittare del tempo loro lasciato, che chiusero la breccia con una forte travata, dimodochè nel dì seguente si risero della bravura ossia della semplicità degli assedianti. E l'Augusto Lodovico non volendo maggiormente consumar la sua armata intorno a sì forte città, se ne tornò con poca gloria in Lombardia. Erchemperto [Erchempertus Hist., cap. 20.] anch'egli fa menzione di questo fatto, con dire che i Saraceni, chiamati da lui Agareni, ed Ismaeliti da altri, abitanti in Bari, non cessavano di fare scorrerie per tutta la Puglia e Calabria, e di mettere a poco a poco tutto il ducato di Benevento non men che quello di Salerno a sacco. Spronati da tante miserie Bassacio abbate di Monte Casino e Jacopo abbate di san Vincenzo di Volturno, andarono a trovare l'imperador Lodovico II, ed eccitata in lui la compassione, il trassero di nuovo all'assedio di Bari. Ma da' Capuani, che doveano concorrere a quell'impresa, egli si trovò burlato. Niun d'essi vi comparve. Solamente v'inviarono il loro vescovo Landolfo a fargli de' complimenti. Stomacato l'imperadore della lor doppiezza, e veggendo di perdere il tempo intorno a quella città, ricondusse l'esercito suo a casa, concesso principatu salernitano Ademario fortissimo et illustri viro, et Siconolfi filium exulem fecit. Di ciò parleremo all'anno seguente, in cui probabilmente questo fatto accadde. Dagli atti [667] del concilio romano tenuto nell'anno seguente apparisce che papa Leone s'era fermato per qualche giorno in Ravenna insieme coll'imperador Lodovico per trattare di varii affari. Si può credere che ciò avvenisse nel suo ritorno dall'assedio di Bari.


   
Anno di Cristo DCCCLIII. Indizione I.
Leone IV papa 7.
Lottario imp. 34, 31 e 14.
Lodovico II imperadore 5 e 4.

Dagli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.] impariamo che in questi tempi insorse non poco di amarezza fra Michele imperador de' Greci e Lodovico II imperador d'Occidente, perchè questi avea contratti gli sponsali con una figliuola del greco Augusto, e si andavano differendo le nozze. Graeci contra Ludovicum filium Lotharii regem concitantur propter filiam imperatoris constantinopolitani ab eo desponsatam, sed ad ejus nuptias venire differentem. Ma a questo racconto sembra opporsi una carta di Lodovico stesso imperadore, da me accennata di sopra all'anno 850. Per attestato di essa, in quell'anno esso Augusto pare che prendesse per moglie Angilberga, che veramente fu imperadrice: come dunque nell'anno presente si lagnavano i Greci perchè egli non concludesse le nozze colla lor principessa, con cui già erano seguiti gli sponsali? Altro non saprei dire, se non che nell'anno 850 seguissero solamente gli sponsali con Angelberga, e che prima di effettuarne il matrimonio, venisse in campo il trattato con una figliuola del greco Augusto. Oppure che tardassero i Greci a sapere il matrimonio seguito di esso imperador Lodovico, benchè per via di Venezia avessero facile il commercio coll'Italia; e che saputolo in fine, se ne risentissero verso questi medesimi tempi. Abbiamo poi dai sopraddetti Annali, che i Romani veggendosi malmenati dai Mori ossia dai Saraceni, e che Lottario Augusto, dimentico dei doveri di un buon padrone, [668] niuna cura prendeva della lor difesa, inviarono al medesimo delle doglianze. Ma Lottario viveva anche dimentico di Dio, dato unicamente alla caccia e ai piaceri. Dopo la morte dell'imperadrice Ermengarda sua moglie aveva egli preso al suo servigio due contadinelle, serve ossia schiave sue, una anche delle quali gli partorì un figliuolo, appellato Carlomanno. E intanto i Normanni già avvezzati a fare ogni anno visita alla Francia, anche nel presente occuparono e spogliarono la città di Nantes, con uccidere il vescovo e molti del clero e del popolo. Presero parimente la città di Tours, e la diedero alle fiamme. Lascio andare il resto della lor crudeltà. Tenne in quest'anno lo zelantissimo papa Leone IV in Roma, correndo il mese di dicembre, un concilio [Labbe, Conciliorum tom. 8.] di sessantasette vescovi, in cui furono pubblicati quarantadue canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica. In esso concilio fu deposto Anastasio prete cardinale del titolo di san Marcello, diverso da Anastasio bibliotecario, perchè per cinque anni era stato assente dalla sua parrocchia contro il divieto dei canoni, e dimorava in Lombardia. Chiamavansi allora cardinali in Roma quei ch'erano veri e proprii parrochi di qualche chiesa parrocchiale, o diaconi, cioè veri e proprii rettori di qualche diaconia, ossia spedale, come ho dimostrato altrove [Antiquitat. Italic., Dissert. LXI.]. Lo stesso si trova praticato in Ravenna, in Milano, in Napoli ed in altre città. Ma anche allora in gran riputazione e stima erano i parrochi e diaconi suddetti, perchè principali ad eleggere il papa, e massimamente perchè i papi per lo più si eleggevano dal corpo d'essi parrochi e diaconi.

Il papa con sue lettere il chiamò, e tre vescovi inoltre furono deputati per invitare il suddetto Anastasio al concilio, con avervi anche interposta la loro autorità Lottario e Lodovico imperadori: il che fa intendere in che pregio fosse allora [669] la dignità de' parrochi di Roma, che andò poi sempre più crescendo sino allo splendore, in cui oggi si mira l'ordine cardinalizio. Essendo anche stato inviato a Roma da Etelvolfo, re dei Sassoni occidentali dell'Inghilterra, Alfredo suo figliuolo [Asser, Hist. Anglican.], papa Leone solennemente lo unse in re della sua nazione, e il prese per suo figliuolo adottivo. Dissi, all'anno antecedente, che Siconolfo principe di Salerno pria di morire raccomandò il suo piccolo figliuolo Sicone alla cura di un certo Pietro suo padrino [Anonym. Salernitan., Paralipom., cap. 80.]. Costui vinto dagli stimoli dell'ambizione, mettendosi sotto i piedi il giuramento della fedeltà, seppe far tali istanze e maneggi, che indusse il popolo a riconoscerlo per collega di Sicone nel principato salernitano, col pretesto che il fanciullo avesse bisogno pel governo di un compagno. Nè di ciò contento, fece anche ricevere per suo collega Ademario, suo figliuolo, non so ben se nell'anno presente o nel susseguente. Nella Cronica del monistero di Volturno, da me pubblicata [Chron. Vulturnens., Part. II, tom 1 Rer. Italic.], nell'aprile dell'anno 858 correva l'anno V del principato d'esso Ademario. Da lì poscia a poco tempo Pietro, affinchè Ademario restasse solo sul trono, insinuò all'innocente Sicone, ch'era bene per lui l'andarsi a fermare per qualche tempo nella corte dell'imperador Lodovico II, a motivo d'imparar la gentilezza e la politica in quella buona scuola. Ubbidì il nobil garzone, e fu con tutta benignità accolto da esso Augusto, nella cui corte si fermò poi per alquanti anni. Par ben questo più verisimile, che il racconto di Erchemperto, da cui di sopra intendemmo che Lodovico imperadore concedette il principato di Salerno ad Ademario forte ed illustre personaggio, e mandò in esilio il figliuolo di Siconolfo. Seguita poi a dire il suddetto Anonimo, che cresciuto in età Sicone, l'Augusto Lodovico il fece [670] cavaliere, e con onore il rimandò al suo principato di Salerno. Giunto egli a Capua, quivi si fermò, e guadagnossi l'amore di ognuno, ma spezialmente di Landone conte ossia principe di quella città, e di Landolfo vescovo di lui fratello, perchè era giovinetto di bello aspetto, di alta statura e di tal robustezza, che gittava la targa ossia lo scudo (se pure non è scorretta quella parola) fin sopra l'anfiteatro di Capua, ch'era allora in piedi, edificio di mirabil altezza e di non minor bellezza, del quale negli anni addietro eruditamente fece un trattato il canonico Simmaco Mazocchi. Stavano coll'occhio aperto Pietro e Ademario, osservando gli andamenti del giovane lor collega Sicone, nè piacendo loro tanta sua intrinsechezza coi Capuani, spedirono colà gente sperta nelle iniquità, che segretamente gli diedero da bere, e il mandarono al mondo di là. Da un placito [Chron. Vulturnens. P. II, tom. 1 Rer. Ital.] tenuto nel territorio di Balva o Valva, città allora del ducato di Spoleti, confinante a Sulmona, si raccoglie che in questi tempi era duca di Spoleti Guido, del quale già parlammo all'anno 843. Per ordine dell'imperador Lodovico e di esso Guido, tenuto fu quel giudizio, e v'intervenne anche Arnolfo vescovo di Balva.


   
Anno di Cristo DCCCLIV. Indizione II.
Leone IV papa 8.
Lottario imper. 35, 32 e 15.
Lodovico II imperad. 6 e 5.

Correvano già quarant'anni che la città di Centocelle, colle mura per terra, e dagli abitanti fuggiti, per timore de' Saraceni, abbandonata, era divenuta un deserto [Anastas. Bibliothec., in Vita Leon. IV.]. I suoi cittadini, a guisa di fiere, abitavano per gli boschi e monti, e neppur ivi si tenevano sicuri. Pensava tutto dì il vigilantissimo papa Leone alla maniera di sovvenir alle miserie e al bisogno di questi suoi sudditi. Ispirato da Dio, fece cercare un sito proprio per fondarvi [671] una nuova città, dove fosse abbondanza di acque e comodo per mulini. Si ritrovò questo dodici miglia lungi dalla suddetta città di Centocelle, e però quivi con tutto vigore fu dato principio alla fabbrica delle mura, delle porte, chiese e case; e compiuto il lavoro, vi si portò il papa a visitarlo e benedirlo, con ordinar che tal città portasse da lì innanzi il nome di Leopoli. D'essa oggidì forse non resta vestigio. E perciocchè quegli abitanti col tempo dovettero tornare alla città vecchia di Centocelle, però giustamente si può conghietturare che il nome di Centocelle si mutasse nel moderno di Cività Vecchia. Restò in quest'anno alquanto turbata la buona armonia fra Lottario imperadore e il re Lodovico suo fratello [Annales Franc. Bertiniani.]. Una parte del popolo di Aquitania, disgustata del re Carlo Calvo, mandò ad esibirsi pronta a ricevere per suo re Lodovico figliuolo di esso Lodovico re della Germania. Non lasciò l'ingorda ambizione cadere per terra cotal offerta. Andò esso giovane Lodovico, e fu accettato da quella fazione. Mise questa novità il cervello a partito del re Carlo; e però si strinse in lega particolare coll'imperador Lottario, al quale neppur piacea che il fratello Lodovico volesse accrescere la sua potenza collo spoglio degli altri fratelli. Passò il re Carlo in Aquitania collo esercito suo, ma non altro fece che mettere a fuoco parte del paese. Essendovi nondimeno ritornato con più forze [Annal. Franc. Fuldenses.], e scorgendo il giovane Lodovico che non mancavano nell'Aquitania varii popoli contrarii ai di lui disegni, abbandonò quell'impresa e tornossene a casa: e tanto più perchè Pippino figliuolo del già re Pippino, scappato dal monistero, dove stava rinchiuso, fu ben accolto dalla maggior parte degli Aquitani. Per cagione di tali turbolenze seguì nell'anno presente un abboccamento fra i due fratelli Lottario imperadore e Lodovico re di Germania. [672] Sulle prime passarono fra loro delle parole calde; ma in fine si rappezzò la buona amicizia: del che prese molta gelosia e sospetto il re Carlo Calvo. In quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò il corso di sua vita Radelgario principe di Benevento. Ma forse all'anno precedente si dee riferire la sua morte [Erchempertus, Hist., cap. 20.]. Ebbe per successore Adelchi ossia Adelgiso suo fratello, uomo di costumi dolci e mansueti, e sì cortese, che non v'era persona che non lo amasse. Contuttociò, a cagion de' Saraceni e della division del ducato, ogni dì più andavano peggiorando gli affari in quelle contrade. Nè si dee tralasciare che in questi tempi, per quanto eruditamente osservò il padre Mabillone [Mabillonius, in Annal. Benedictin. lib. 34, cap. 72.], fioriva in Roma Giovanni Diacono della santa Chiesa romana, autor della vita di san Gregorio Magno e d'altre opere, delle quali fa menzione la storia letteraria. Da un placito, che si legge nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Volturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], si raccoglie che in questi tempi era tuttavia duca di Spoleti Guido, di cui fu fatta menzione nell'anno antecedente. In quest'anno noi troviamo Lodovico II Augusto in Brescia nel dì 13 di giugno, dove con suo diploma confermò i beni della chiesa di Novara a Dodone vescovo. In esso egli s'intitola imperadore augusto, e figliuolo dell'invittissimo signore Lottario imperadore.


   
Anno di Cristo DCCCLV. Indizione III.
Benedetto III papa 1.
Lodovico II imper. 7, 6 e 1.

Avvenne in quest'anno in Roma un accidente fastidioso, di cui ci ha informati il solo Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.]. Daniello maestro de' militi, ossia uno dei generali delle milizie, andò a trovare lo [673] imperador Lodovico, e gli rivelò che Graziano superista della città di Roma, creduto da esso Augusto uomo fedele nel di lui servigio, nella propria casa di esso Daniello avea detto a lui solo: Che i Franchi (ossia Franzesi) niun bene faceano, niun aiuto davano al popolo romano (maltrattato o minacciato tutto dì dai Saraceni), e che piuttosto colla forza lo spogliavano delle loro sostanze. Perchè non chiamiamo piuttosto i Greci, trattando con esso loro un accordo di pace, e non ci leviamo di sotto al regno e alla signoria de' Franchi e della sua gente? Quare non advocamus Graecos, cum eis foedus componentes, et Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione non expellimus? Di più non occorse perchè l'Augusto Lodovico andasse nelle furie, e senza perdere tempo s'incamminasse alla volta di Roma con delle soldatesche, come si può credere, ma senza far precedere, giusta il costume, le lettere di avviso al papa e al senato romano. Contuttociò il buon papa Leone IV il ricevette coi soliti onori sopra le scalinate della basilica di san Pietro; e udite le sue querele, cercò di placarlo colle più dolci parole che seppe adoperare. In uno dei giorni appresso lo stesso imperadore, assiso col pontefice e con tutti i baroni romani e franzesi, tenne un solenne giudizio nella sala già fabbricata da papa Leone III. Quivi Daniello pubblicamente disse: Iste Gratianus habuit mecum consilium, hanc romanam terram de vestra tollere potestate, et Graecis tradere illam. Allora non solamente Graziano, ma i nobili romani tutti, alzatisi in piedi davanti all'imperadore, gridarono che costui mentiva, e non essere vero in conto alcuno ciò ch'egli diceva. Mancavano a Daniello i testimoni per provare l'accusa; e però come calunniatore secondo le leggi romane fu giudicato reo, ed egli stesso confessò il fallo; dopo di che fu dato in mano a Graziano, acciocchè ne facesse quel che gli parea. Ma avendolo poi l'imperadore chiesto in grazia, ed essendosene [674] contentato Graziano, costui restò liberato dal pericolo della morte. Se ne tornò a Pavia l'imperadore, e tal fine ebbe un sì delicato affare, dal quale, siccome avvertirono il padre Pagi e l'Eccardo chiaramente si deduce la sovranità degl'imperadori di que' tempi in Roma stessa e nel suo ducato. Poco stette dipoi il sommo pontefice Leone IV ad essere chiamato da Dio al premio delle fatiche da lui sostenute in un sì affannoso pontificato. Accadde la morte sua nel dì 17 di luglio; ma dura e durerà la memoria di questo papa, insigne per tante opere della sua pia munificenza descritte lungamente da Anastasio, ossia dall'autore della sua vita, ma più per la santità del viver suo, per cui meritò di essere registrato nel catalogo de' santi. A questo pontefice (piuttosto che a papa Leone terzo) credono gli eruditi, che si abbiano a riferir due squarci di lettere scritte, secondo Graziano [Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.], a Lottario e Lodovico imperadori, nel primo de' quali son le seguenti parole: De capitulis vel praeceptis imperialibus vestris vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis et conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et in aevum nos conservaturos, modis omnibus profitemur. Et si fortasse quilibet alter vobis dixerit, vel dicturus est, sciatis, eum pro certo mendacem. Nel secondo si leggono quest'altre: Nos si incompetenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimvs, vestro, ac missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere clementiam imploramus, ut tales ad haec, quae diximus, perquirenda missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia timeant, et cuncta (quemadmodum si vestra praesens fuisset imperialis gloria) diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae superius diximus, quaerimus, ut examussim exagitent, sed sive minora, sive etiam majora illis sint de nobis [675] indicata negotia, ita eorum cuncta legitimo terminentur examine, quatenus in posterum nihil sit, quod ex eis indiscussum vel inde finitum remaneat. Passi tali servono anche essi per farci sempre più intender il sistema del governo temporale d'allora in Roma.

Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire all'elezion del successore: e questi fu Benedetto III, cardinale del titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa Benedetto, Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti; il che ci fa sempre più intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore, prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte imperiale fu dato a Niccolò vescovo di Anagni e a Mercurio maestro de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono il vescovo di quella città Arsenio, che li guadagnò in favore dello scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di guadagnar la protezion di lui per [676] mettere esso Anastasio nella cattedra di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de' primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di Roma con loro si unirono Rodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovo di Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali, con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto, rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiuno [677] fu solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.

Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un concilio [Labbe, Concil., tom. 8.] di molti vescovi, presidenti del quale furono Angilberto arcivescovo di Milano, Andrea patriarca di Aquileia (quando non si ammetta Andrea II fra que' patriarchi, questo nome si dee credere posto in vece di Teutimaro; oppure quel concilio appartiene ad altro anno) e Giuseppe vescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea. Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico, spettanti al buon governo civile, da me [Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.] dati alla luce fra le leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma [Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.], dato in quella città VI idus februarii dell'anno presente, in favore di Rorigo vescovo di Padova. Questo poi fu l'anno in cui Lottario Augusto suo padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddetto imperador Lodovico per desiderare un abboccamento con Lodovico re di Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio [Eccard., Rer. Franc., lib. 30.], Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passi [678] verso il sepolcro, seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita [Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.]. Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi figliuoli legittimi. A Lodovico II già dichiarato imperadore, confermò il dominio dell'Italia. A Lottario suo secondogenito lasciò la Francia di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi quell'ampio tratto di paese ad appellarsi Lottaringia, che noi ora diciamo Lorena, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima dell'antica. A Carlo suo terzogenito lasciò il regno della Provenza. Questi da Erchemperto vien chiamato Carletto. Dopo di questo l'Augusto Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri, e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte, per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli nel [679] cuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si legge:

Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.

Anche il Blanc [Blanc, des Monnoyes de Rois.] pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.] bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal Dandolo [Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia l'imperador de' Greci. La Venecia di quella moneta altro non è che la città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi furono esse battute.


   
Anno di Cristo DCCCLVI. Indizione IV.
Benedetto III papa 2.
Lodovico II imperad. 8, 7 e 2.

Ci fan sapere gli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] che l'imperator Lodovico II restò mal soddisfatto della division fatta dal padre dei suoi stati. Pretendeva egli che l'Italia fosse a lui pervenuta per donazione dell'avolo suo Lodovico Pio: però chiedeva, qual fosse la parte che gli dovea toccare della eredità paterna, quando gli altri due fratelli aveano assorbito tutti gli stati d'oltramonti. Ne fece querela presso dei re suoi zii, cioè di Lodovico re di Germania e di Carlo Calvo re di Francia; ma indarno la fece. Erano prima di lui ricorsi i primati della Lorena ad esso re Lodovico, per assicurar quel regno nella persona del giovane re Lottario, e [680] il trovarono, o il renderono favorevole ai lor desiderii. Nel maggio di quest'anno, per gli diplomi rapportati dal Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.], si conosce che il suddetto imperadore fu in Brescia, dove confermò a Gisla sua sorella, dimorante nell'insigne monistero di santa Giulia, la signoria ossia il governo di quel sacro luogo, e ratificò eziandio i privilegii del medesimo. Abbiamo anche da Andrea Dandolo [Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.] ch'egli si trovava in Mantova, allorchè Pietro doge di Venezia gli spedì per suo legato un certo Deusdedit, ed ottenne la conferma dei privilegii e delle esenzioni de' beni che il clero e popolo di Venezia possedevano negli stati dell'imperio, ossia del regno d'Italia. E perciocchè anche allora si considerava qual cosa rara essa città di Venezia, fabbricata in mezzo all'acque del mare, il medesimo Augusto coll'imperadrice Angilberga sua moglie volle visitarla. Vennero loro incontro i due dogi, cioè il suddetto Pietro e Giovanni suo figliuolo, sino a san Michele di Brondolo con suntuoso accompagnamento, e fecero loro quanto onore poterono. In segno poi di amore e di pace esso Augusto tenne al sacro fonte un figliuolo del medesimo doge Giovanni. Non so io l'anno preciso in cui succedette un fatto narrato dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 79.]. Certo fu dappoichè Adelgiso fu divenuto principe di Benevento. Ora egli racconta che Pietro (non è chiaro, se allora o se poi) principe di Salerno confermò l'amicizia e lega coi Beneventani. Raunato poscia un copioso esercito di Salernitani, insieme coll'oste di Benevento condotta dal suddetto principe Adelgiso, amendue passarono alla volta di Bari con pensiero di formarne l'assedio, e di levare ai Saraceni quel nido, occasione di tante sciagure alle lor contrade. Ma vennero loro incontro con grande strepito quelle barbare schiere, e in un momento attaccarono la zuffa. Riuscì questa assai calda, e in fine tal fu il valore de' Longobardi, che i [681] Saraceni furono obbligati a piegare e a prendere la fuga. Quand'ecco giugnere una fresca e poderosa brigata d'altri Saraceni, che dando addosso agli stanchi Cristiani, gli sbaragliò. Molti restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d'essi feriti, si diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in fine d'immenso bottino, se ne ritornarono a Bari. In quest'anno poi, secondo i conti di Camillo Pellegrino [Erchempert., Chron. c. 27. Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], la città di Sicopoli fabbricata dai Capuani, o per accidente, oppure per iniquità di taluno, interamente fu desolata da un incendio, di maniera che non vi restò in piedi se non il palazzo del vescovo, cioè di Landolfo vescovo di Capua, fratello di Pandone conte ossia principe di quella città. Allora Landone e gli altri suoi fratelli presero la risoluzione di abbandonar quel sito montuoso, e di calare al piano col popolo. Diedersi infatti a fabbricare presso il ponte Casalino del fiume Volturno una città nuova, a cui posero il nome di Capua nuova, che è la Capua di oggidì, lontana tre miglia dall'antica desolata Capua. Potrebbe nondimeno essere che più tardi succedesse la fabbrica di questa città, scrivendo Giovanni monaco, autore della Cronaca di Volturno, che Landolfo conte di Capua nell'anno 841, abbandonata Capua vecchia, portossi ad abitare nel monte Triflisco, con altro nome chiamato Sicopoli, e da lì a tre anni morì, cioè più tardi di quel che suppose Camillo Pellegrino. Poscia Landone conte suo figliuolo abitò in Sicopoli per anni tredici ed otto mesi, dopo i quali rimase quella città affatto consumata dal fuoco. Il perchè avendo tenuto consiglio co' suoi fratelli Landenolfo, Pandone e Landolfo vescovo, edificarono Capua nuova al piano, dove signoreggiò esso Landone per anni tre e mesi otto. Ed allora i [682] Capuani cominciarono ad avere infinite guerre coi Napoletani. Nè si dee tacere che in quest'anno venne a Roma per sua divozione [Anastas. Biblioth., in Vit. Benedicti III.] Etelvolfo re dei Sassoni occidentali in Inghilterra, e portò dei gran regali alla basilica di san Pietro. Passando poi nel suo ritorno per la Francia, prese per moglie Giuditta figliuola del re Carlo Calvo, e la condusse ai suoi paesi. Ma poco sopravvisse, perchè nell'anno 858 fu rapito dalla morte. Patì la città di Roma nel gennaio di quest'anno una fiera inondazione del Tevere, alla quale tenne dietro la pestilenza, per cui perì una gran quantità di persone. Abbiamo anche dagli Annali di san Bertino che in quest'anno Saraceni de Benevento Neapolim fraude adeuntes, vastant, diripiunt, et funditus evertunt. Probabilmente vuol dire che toccò questo flagello al territorio, ma non già alla città di Napoli.


   
Anno di Cristo DCCCLVII. Indizione V.
Benedetto III papa 3.
Lodovico II imp. 9, 8 e 3.

Due strepitose brighe in questi tempi insorsero che diedero per gran tempo da faticare alla sede apostolica. Avea nell'anno antecedente Lottario re della Lottaringia, ossia della Lorena, fratello dell'imperador Lodovico, presa per moglie Teotberga, e dichiaratala regina. Ma egli anche prima teneva un segreto legame di affetto con Gualdrada sua concubina. Gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.] notano, che vivendo anche Lottario Augusto suo padre, egli menava una vita dissoluta negli adulterii. Poi soggiungono, che prevalendo le fiamme della sua impurità e l'attaccamento a Gualdrada, cominciò ben tosto, cioè nell'anno presente, a rigettar dal suo letto, e poi dalla corte la regina Teotberga; il che cagionò dei gravi sconcerti, de' quali parla a lungo la storia ecclesiastica. Peggiore di lunga [683] mano fu l'altro affare. Passava da gran tempo buona armonia e unità di dottrina fra la santa sede romana e i patriarchi d'Oriente [Nicetas, in Vit. S. Ignatii.], ed allora spezialmente sedeva nella cattedra di Costantinopoli Ignazio personaggio di santa vita. Perchè questo zelantissimo pastore non volle condiscendere ad alcune empie dimande dell'imperador Michele, fu deposto; e Fozio, uomo laico di gran sapere, ma di maggiore ambizione, e mirabile imbroglione di questi tempi, che avea soffiato segretamente in quel fuoco, seppe così bene adoperarsi, che venne ad occupare la sedia patriarcale tolta al vero pastore. Di qui ebbe principio lo scisma de' Greci, che cessò bene da lì a qualche tempo, ma non ne seccarono mai le radici, le quali risorsero poi più vigorose che mai nel secolo undecimo, e durano tuttavia con lagrimevol separazione dei Greci dalla Chiesa romana maestra di tutte l'altre. Non si può dire quante cure costasse, quanti affanni ai papi susseguenti una tal mutazione di cose nella real città e Chiesa di Costantinopoli. Ne accenneremo qualche altra notizia andando innanzi, con riserbarne il disteso racconto a chi vorrà consultar sopra ciò la storia ecclesiastica. Nell'anno presente ancora, secondo gli Annali di san Bertino, l'imperador Lodovico fece un abboccamento con Lodovico re della Germania suo zio, e fra di loro fu conchiuso, o confermato un trattato di lega. Quest'anno riferisce il padre Mabillone [Mabillonius, in Annal. Benedictin. ad ann. 857.] un avvenimento preso dall'Italia sacra dell'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episc. Ferrariens.], cioè la fabbrica del monistero di san Bartolomeo di Ferrara, e la presa e distruzion di Comacchio fatta dalle armi de' Veneziani, irritati perchè Marino conte di quella città avesse carcerato Badoario nipote di Giovanni doge di Venezia, nell'andare ch'egli faceva a Roma, e datagli anche [684] una ferita, per cui si morì. Ma quel racconto è sporcato da non poche favole; e l'affare di Marino conte, siccome vedremo, accadde circa l'anno 881. Intanto i Normanni flagellavano a più non posso la Francia, con aver portata la desolazione fino alla stessa città di Parigi, e a quelle di Tours, Blois, Roano, Beauvais, ed altre. E che parte d'essi ancora giugnesse per mare a danneggiar l'Italia, si raccoglie dalla storia della traslazione di san Filiberto abbate, data alla luce da esso padre Mabillone [Mabillonius, Saecul. IV Benedictin., P. I.]. Le traslazioni appunto dei corpi de' santi in questi tempi seguitavano ad essere frequenti in Francia e in Germania, cercando tutti di mettere in salvo le reliquie de' loro santi, e di sottrarle alla rabbia de' Normanni, tutti allora gente pagana e nemica del nome cristiano.


   
Anno di Cristo DCCCLVIII. Indizione VI.
Niccolò papa 1.
Lodovico II imp. 10, 9, e 4.

Giunse in quest'anno al fine di sua vita il buon pontefice Benedetto III, e, secondo i conti del padre Pagi, succedette la morte sua nel dì 8 di aprile [Anastas. Biblioth. in Vit. Nicolai I.]. Insigni memorie della sua pia munificenza lasciò anch'egli verso le chiese di Roma. Molto non era che l'imperador Lodovico venuto a Roma per non so quali affari, ne era anche partito. Ma non così tosto ebbe intesa la perdita di questo dignissimo papa, che frettolosamente se ne ritornò a Roma per impedir le dissensioni e gli scandali nell'elezione del nuovo pontefice. Per quanto scrive Anastasio bibliotecario, restò di concorde volere del clero, de' nobili e del popolo romano eletto pontefice Niccolò I diacono, personaggio di sangue nobile e più nobile per gli suoi virtuosi costumi. Ma negli Annali bertiniani si legge, ch'egli Praesentia magis ac favore Ludovici regis et procerum ejus, quam cleri electione substituitur. E riuscì [685] uno de' più riguardevoli papi che s'abbia avuto la Chiesa di Dio. La sua consecrazione fu fatta nella basilica vaticana nel dì 27 d'aprile; dopo di che condotto alla lateranense, quivi, con immenso giubilo di tutta la città, fu coronato. Tre giorni dopo la sua consecrazione pranzarono insieme con somma carità il papa e l'imperadore; e questi poi, fatta partenza da Roma, andò a fermarsi ed attendarsi colle sue genti ad un luogo appellato Quinto. Colà volle portarsi per fargli una visita il nuovo papa insieme coi baroni romani. A tale avviso l'Augusto Lodovico gli venne incontro, e a piedi, presa la briglia del cavallo pontificio, a guisa di un valletto addestrò esso papa, per quanto si stende un tiro di saetta. Dopo varii amichevoli ragionamenti, e dopo un lauto convito nel padiglione imperiale, il papa magnificamente regalato dall'imperadore risalito a cavallo tornossene a Roma. Accompagnollo per buon tratto di strada l'imperadore anch'esso a cavallo, finchè giunsero in una larga campagna, dove esso Lodovico smontato di nuovo, per alquanto spazio l'addestrò, e dopo essersi più volte baciati, finalmente si separarono. Abbiamo poi dagli Annali di Fulda [Annal. Franc. Fulden. Annal. Franc. Bertiniani.], che trovandosi nel febbraio dell'anno presente Lodovico re di Germania nella città di Ulma, quivi se gli presentarono due ambasciatori dell'imperador Lodovico suo nipote, cioè Notingo vescovo di Brescia ed Eberardo conte, che si può francamente credere quel medesimo che in questo tempo era duca ossia marchese del Friuli. Diede loro udienza, e li rimandò, senza che si sappia il motivo di tale spedizione. S'era fin dall'anno precedente ribellata al re Carlo Calvo non poca parte de' suoi popoli, al vedere che con saputa di lui si commettevano assaissime iniquità, e ch'egli quasi uomo da nulla non si applicava a reprimere le incursioni de' Normanni che mettevano sossopra il [686] suo regno. Ricorsero costoro per aiuto a Lodovico re di Germania e gli promisero la signoria d'esso regno. Dicono che egli avesse ribrezzo a prendere le armi contra del fratello: tuttavia col pretesto di sovvenire al bisogno de' popoli, ma in fatti per appagar la sete della non mai sazia ambizione passò con un grossissimo esercito in Francia, e cominciò quivi a far da padrone, con donar largamente contadi, monisteri, ville regie e poderi a chiunque abbracciava il suo partito: il che fu cagione che il re Carlo Calvo si fuggisse in Borgogna. Ma avendo licenziata l'armata sua, e troppo fidandosi di chi l'avea fatto colà venire, trovossi al fine burlato, e gli convenne nell'anno seguente tornarsene a casa assai malcontento del colpo fallito. Non pochi vescovi tennero saldo pel re Carlo, e giunsero anche a scomunicar pubblicamente esso re Lodovico. In favor suo parimente si dichiarò Lottario re della Lorena, fratello dell'imperador Lodovico, il quale in quest'anno non potendo reggere alle istanze de' suoi baroni, ripigliò bensì in corte la regina Teotberga, ma, messe a lei le guardie, non la lasciava parlare se non con chi a lui parea.


   
Anno di Cristo DCCCLIX. Indizione VII.
Niccolò papa 2.
Lodovico II imper. 11, 10 e 5.

Erasi ritirato alle sue contrade di Germania il re Lodovico, dopo la sua da tutti biasimata spedizione contra del fratello re Carlo Calvo [Annal. Francor. Fuldenses.]; ma durava tuttavia il bollore della contesa e disunion fra loro. Di lui si parlava dappertutto con grande discredito. Però in quest'anno giudicò egli spediente d'inviare in Italia Teotone abbate di Fulda, affinchè presentasse all'imperador Lodovico suo nipote e al sommo pontefice Niccolò un manifesto, in cui si studiava di giustificar la guerra da lui portata in Francia, adducendo quelle ragioni che non mancano [687] mai a chi cerca d'ingoiare l'altrui, e spera anche d'abbagliar con parole il giudizio di chi è spettatore o uditor di tali tragedie. Fu l'abbate cortesemente accolto non meno dal papa che dall'imperadore presso i quali s'ingegnò il meglio che potè di purgar dall'infamia il suo re. Qual risposta contenessero le lettere ch'egli riportò ad esso re Lodovico, nol dice la storia. Ben si sa che si trattò forte in quest'anno d'accordo fra quei re, ma nulla si potè conchiudere, perchè Lodovico pretendeva di sostener nel possesso delle contee e de' beni da lui donati le persone che s'erano dichiarate in favor suo nel regno di Carlo; ma Carlo non vi volle mai acconsentire. Guanilone arcivescovo di Sens, che era stato uno dei maggiori traditori del re Carlo in quei torbidi, fu accusato per questo in un concilio, ma quel furbo uomo seppe trovar la maniera di rientrare in grazia di lui. Fu di parere Papirio Massone, seguitato poi dal cardinal Baronio, che da questo Guanilone i romanzisti franzesi e poscia gl'italiani prendessero il nome di Gano, che vien sempre rappresentato ne' romanzi per un perfido, o per un traditore. Certamente Gano si trova chiamato anche Ganelone in alcuni romanzi. Non è da sprezzare una tal coniettura, se non che Gano nei romanzi vien fatto di schiatta maganzese, cioè di Magonza, la quale città sempre è rappresentata per traditrice alla casa reale di Francia, ed uomo secolare, e non già arcivescovo, e non già a' tempi di Carlo Calvo, ma bensì a quei di Carlo Magno. L'autore ancora degli Annali di san Bertino [Annales. Francor. Bertiniani.] ci ha conservata la notizia seguente. Cioè che riuscì all'imperador Lodovico di farsi cedere con un trattato amichevole da Carlo re di Provenza suo fratello quella porzion di stati ch'egli godeva di qua dal monte Jura, e che abbracciava le città di Geneva ossia Ginevra, Losanna e Seduno, oggidì Sion, capitale [688] de' Vallesi, coi loro vescovati, contadi e monisteri. Ritenne Carlo in suo potere solamente lo spedale del Monte di Giove, e il contado pipincense, nome forse corrotto, di cui non trovo chi ne parli. Dagli stessi Annali abbiamo sotto questo anno che Nicolaus pontifex romanus de gratia Dei et libero arbitrio, de veritate geminae praedestinationis, et sanguinis Christi, ut pro credentibus omnibus fusus est, fideliter confirmat, et catholice decernit. Non ne fa menzione il cardinal Baronio, non ne apparisce vestigio fra le lettere di esso papa. Bollivano allora queste spinose controversie nella Germania e Francia tra Gotescalco, Ratranno monaco di Corbeia, Giovanni Scotto, Incmaro dottissimo arcivescovo di Rems, ed altri. È da dolersi che non restino tali scritti di questo dotto ed insigne pontefice. Intanto piena era di calamità la Francia per le incessanti rapine e stragi che vi commettevano i Normanni. Nè contenti que' barbari corsari di far provare la lor crudeltà alle città confinanti all'Oceano, passarono anche di qua dallo Stretto, e salendo su pel Rodano, vi saccheggiarono varie città, che punto non s'aspettavano una sì fatta visita; e senza volersi ritirare dal Mediterraneo svernarono dipoi alla sboccatura di quel fiume. Poco o nulla attendevano allora l'imperadore e i re della schiatta franzese ad aver forze in mare; ed in Francia e Germania, in vece di darsi vicendevole aiuto contra di quei cani, ad altro non pensavano che ad ingrandirsi colle spoglie de' fratelli o nipoti. Sarebbe da desiderare che fosse più chiaro il testo di Erchemperto [Erchempertus, His., cap. 25.] là dove racconta (sotto il presente anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino, ma forse più tardi), che terminata la nuova città di Capua, venne ad assediarla Guido jam dictus cum universis Tuscis; e diedele grandi affanni, perchè il popolo non voleva ubbidire, per quanto sembra, a Landone conte, [689] suo singolare amico, a cagione delle iniquità che commetteano i due suoi fratelli Landolfo vescovo e Landonolfo. Ma in fine furono costretti a piegare il collo sotto il giogo. Sora ed altre terre circonvicine, tolte a Landonolfo, in vigore dei patti furono consegnate a Guido: del che Landonolfo concepì tanta afflizione d'animo, che da lì a poco mori. Non s'intende bene come passasse questo affare. Cosimo della Rena [Rena, Serie de' Duchi di Toscana.] per le suddette parole di Erchemperto venne in sospetto che Guido in questi tempi duca di Spoleti fosse anche marchese della Toscana. Ma non merita questa propria locuzione che se ne faccia caso. Sappiamo che altri scrittori riputarono il ducato di Spoleti, ossia l'Umbria, parte della Toscana. Ed è poi chiaro che Adalberto I era allora duca e marchese d'essa Toscana, trovandosi egli nelle carte degli anni antecedenti e de' susseguenti in possesso di quel governo. Vo io nondimeno dubitando che questo assedio di Capua succedesse in uno degli anni susseguenti.


   
Anno di Cristo DCCCLX. Indizione VIII.
Niccolò papa 5.
Lodovico II imp. 12, 11 e 6.

Da un bel placito ch'io diedi alla luce [Rer. Italic, P. II, tom. 2, pag. 928.], tratto dalle memorie del monistero casauriense, vegniamo in conoscenza che l'imperador Lodovico per la Romania (oggidì Romagna) era venuto nel ducato di Spoleti pro justitiarum commoditate, et malignorum astutia deprimenda: al che egli giornalmente faceva attendere i suoi ministri. Giunto poi intra fines Haesinos, et Camertulos, cioè fra Jesi e Camerino, quivi ordinò che alzassero tribunale Vibodo vescovo di Parma (il quale troppo tardi vien supposto dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Parmensib.] succeduto nella cattedra parmigiana a Rodoaldo, cioè a chi non fu mai vescovo di Parma) e Adalberto [690] contestabile e Vepoldo conte del palazzo ed Eccideo coppier maggiore, con altri. Venne citato alla lor presenza Ildeberto conte, ad oppressiones, quas fecerat, emandandas. Aveva un certo Adalberto ceduto all'imperadore tutti i suoi beni posti in finibus Italiae, Tusciae, Spoleti et Romaniae; ma con riceverli poi di nuovo da lui a livello, sua vita natural durante. Quindi gli avea o donati o conceduti al suddetto Ildeberto conte, senza permission dell'imperadore; e però fu giudicato che quei beni tornassero in potere e dominio d'esso Augusto. Forse fu questo Ildeberto conte di Marsi. Tuttavia ho io sospettato altrove che egli possa essere stato duca di Camerino, perchè conti erano spesse volte appellati anche i duchi e marchesi. Un suo placito tenuto in Marsi [Antiquit. Ital., Dissert. VI.] nell'anno 850, si dice scritto anno comitatus ejus VII. E potrebbe essere che conte o duca ei fosse in compagnia di Guido, da noi veduto di sopra; perciocchè quel ducato soleva essere governato da due duchi, non so se in solido, oppure dall'uno di qua dall'Apennino e dall'altro di là, veggendosi da qui avanti due ducati di Spoleti e di Camerino. Ma non ci somministra la storia bastanti lumi per ben decidere questo punto. Sotto quest'anno s'ha dagli Annali di s. Bertino [Annal. Francor. Bertiniani.] che l'imperador Lodovico suorum factione impetitur, et ipse contra eos ac contra Beneventanos rapinis atque incendiis desaevit. Noi restiam qui al buio, perchè di questo fatto niuna spiegazione, anzi neppur memoria ci han lasciato i pochi scrittori d'Italia, de' quali si son salvate le storie. Forse nel ducato di Spoleti s'era suscitata qualche ribellione, e a questo fine colà si portò l'imperador suddetto. Ma del male fatto ai Beneventani in questi tempi niun'altra testimonianza ci resta che questa. Seguita poi a dire il suddetto storico bertiniano che i Danesi, cioè i Normanni, che aveano passato il verno alla [691] foce del Rodano, alla prima stagione vennero per l'Arno a Pisa, e quella città con altre presero, misero a sacco e devastarono. Se questo è vero, ben poca cura doveano allora avere gli Italiani di ritener ben fortificate e guernite di buone mura le loro città: che non volavano già, come gli uccelli per aria, quei Barbari; e le mura d'una città bastavano, massimamente in que' tempi, a fermar l'empito d'ogni più poderoso esercito. Sappiamo ancora dagli Annali di Fulda [Annal. Francor. Fuldenses.] che il verno di quest'anno fu sì fiero che Mare Jonium glaciali rigore ita constrictum est, ut mercatores, qui nunquam antea nisi vecti navigio, tunc in equis quoque et arpentis mercimonia ferentes Venetiam frequentarent. Qui si parla della città italica di Venezia, la cui laguna anche nel rigoroso verno del 1709 talmente aggiacciata si vide, che su pel ghiaccio dalle carrette e dai cavalli convenne portarvi le mercatanzie e le provvisioni del vitto.

Aggiungono gli Annali di Metz [Annal. Franc. Metenses.], che il suddetto imperador Lodovico in questo anno plurima bella strenuissime gessit adversus Sclavorum gentem. È ben da compiagnere la storia d'Italia, che ci lascia per tanto tempo digiuni de' fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli storici oltramontani; se non che Andrea, prete italiano e scrittore di questo secolo, nella sua storia breve [Andreas Presbyt., Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.] attesta anch'egli essere stata, domni Hludovici imperatoris anno X, Indictione octava, cioè nell'anno presente, tanta la neve caduta, e sì fuor di misura il freddo, che perì gran copia di seminato, e si seccarono le viti alla pianura, e gelò nelle botti il vino. Dopo di che, un cerio Uberto, dimentico dei tanti benefizii a lui fatti dall'imperador Lodovico, e dei giuramenti a lui prestati, unitosi coi Borgognoni, se gli ribellò. Spedì Lodovico [692] contra di lui Conrado colle sue milizie, e bisognò venire ad un fatto d'armi, in cui restò ucciso il suddetto Uberto, colla perdita ancora di molti dalla parte dell'imperadore. Ci fa poi sapere la storia ecclesiastica che cominciò a bollir forte la controversia della deposizione di santo Ignazio patriarca di Costantinopoli, e dell'intrusione di Fozio, per cui il vigilantissimo ed intrepido papa Niccolò non perdonò a diligenza, uffizii, preghiere e minacce, affin di medicar quella piaga. Spedì egli in quest'anno a Costantinopoli i suoi legati, perchè s'informassero ben di quegli affari. Fece anche istanza all'imperador Michele, perchè restituisse alla Chiesa romana i patrimonii di Calabria e Sicilia. Non men di rumore faceva allora la persecuzion di Lottario re di Lorena contra della regina Teotberga sua moglie, che nell'anno presente fu imputata di varii finti delitti; e quantunque ella si difendesse col giudizio dell'acqua bollente, qual rea fu cacciata dall'impudico marito in un monistero. Ma ella se ne fuggì di colà, e si ridusse in casa di Uberto suo fratello nel regno di Carlo Calvo. Ora paventando Lottario che Carlo non si movesse contra di lui, comperò la lega ed assistenza del re della Germania Lodovico suo zio, con cedergli tutta l'Alsazia. In questo anno ancora (se pur fece bene i conti Camillo Pellegrino) Erchemperto racconta [Erchempertus, Hist., cap. 27.] che Landone conte, ossia principe di Capua, colto da una grave paralisia, fu confinato in un letto. Sergio duca di Napoli, ciò inteso, senza mettersi pensiero delle convenzioni già seguite fra lui e i Capuani, assistito da un rinforzo datogli da Ademario principe di Salerno, mosse guerra al giovane Landone, che in difetto del padre aveva assunto il governo. Nè avendo rispetto alcuno alla festa di san Michele, celebrata con solennità dai Capuani, anzi da tutti i Longobardi, nel dì 8 di maggio, siccome tenuto per protettore da tutta quella nazione; e senza ricordarsi che in quello stesso giorno anticamente i Beneventani [693] aveano data una gran rotta ai Napoletani, mandò i suoi due figliuoli, cioè Gregorio maestro de' militi, e Cesario, coll'esercito di Napoli e di Amalfi all'assedio di Capua. Ma allorchè giunsero al ponte di Teodemondo, il giovanetto Landone coi Capuani, a guisa di un lione, sì bravamente gli assalì, che sbaragliolli, e fece prigioni ottocento di essi col suddetto Cesario.


   
Anno di Cristo DCCCLXI. Indizione IX.
Niccolò papa 4.
Lodovico II imp. 13, 12 e 7.

Reggeva in questi tempi la chiesa di Ravenna Giovanni arcivescovo, uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse. Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Nicolai I.] ne tesse il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva il sordo. Citato a comparire in Roma al [694] concilio, si vantava di non essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello [Agnell., Vit. Episc. Ravenn., P. I, tom. 2 Rer. Italic.]. Dicesi quivi celebrato esso concilio, pontificatus domni Nicolai summi pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima: note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850. Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato, corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa. Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati, perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro. Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad ognuno, e tornossene di poi a Roma.

Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della città Liutardo e i cittadini non volevano commercio con lui, neppure [695] lo stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non precedeva l'elezione fattane dal duca, cioè dal governatore della città, dal clero e popolo. Che non impedisse ai vescovi l'andata a Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora (aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva. Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra raunanza. [696] Abbiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 26.] che in quest'anno (per quanto crede Camillo Pellegrino) il vecchio Landone conte di Capua, cedendo alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuolo Landone a Landolfo vescovo di quella città, e a Pandone suoi fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente istigò Guaiferio, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura contra di Ademario principe di Salerno. Poco ben voleva ad esso Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], a cagion dell'avarizia non men sua che di Guimeltruda sua moglie, donna che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo d'essa città di Salerno Pietro figliuolo del medesimo Ademario. Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè si sa cosa ne divenisse. Ora Landolfo vescovo di Capua, quantunque avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra. Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno ancora dai diplomi rapportati [697] dal Margarino [Bull. Casin., tom. 2, Const. XXXVII et XXXVIII.] impariamo che Gisla figliuola dell'imperador Lodovico era in educazione nel monistero appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare, usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero di san Colombano di Bobbio ad Amalarico vescovo di Como, chiamato ivi abbas monasterii bobiensis; giacchè, siccome fu avvertito di sopra, s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza mettersi scrupolo, il resto.


   
Anno di Cristo DCCCLXII. Indizione X.
Niccolò papa 5.
Lodovico II imp. 14, 13 e 8.

Era in questi tempi tutta sconvolta la Francia e la Germania, parte per le interne discordie, parte per le continue scorrerie e crudeltà dei Normanni. Lodovico figliuolo del re Carlo Calvo si rivoltò contra del padre. Altrettanto fece in Germania Carlomanno contra del re Lodovico suo padre. Nella porzione della Pannonia suggetta ad esso re Lodovico, per attestato degli Annali bertiniani [Annal. Francor. Bertiniani.], si cominciò a provar la fierezza di una nazione dianzi incognita (Ungri erano costoro appellati), che saccheggiò il paese. Di razza tartarica erano questi Barbari, e pur troppo ne avremo a favellare andando innanzi, perchè li vedremo portar la desolazione anche alle contrade d'Italia. Ma gli autori parlano moltissimi [698] anni dopo di così barbara gente, talchè si può quasi mettere in dubbio l'asserzione d'essi Annali. Avvenne ancora che Baldoino, il quale era o fu dipoi conte di Fiandra, sedusse Giuditta figliuola del re Carlo Calvo, e nascostamente condottala via, la prese per moglie con gran risentimento del di lei padre. Carlo re d'Aquitania, altro figliuolo d'esso Calvo, anche egli fu in discordia col padre, per aver presa moglie senza saputa e licenza di lui. E Lottario re di Lorena, cedendo agli assalti della sfrenata sua concupiscenza, in quest'anno ripudiò con grave scandalo del Cristianesimo la legittima sua moglie Teotberga regina, e pubblicamente sposò la concubina Gualdrada, con aver guadagnata a questa risoluzione sacrilega l'approvazione di Guntario arcivescovo di Colonia, e di Teotgaudo arcivescovo di Treveri, e d'altri vescovi, tutti cortigiani ed estimatori più della grazia del principe che di quella di Dio. Ma in quasi tutta l'Italia si godeva allora buona pace, se non che era gravemente affannata la sacra corte di Roma per gli disordini delle chiese orientali, cagionati dall'intrusione di Fozio nella cattedra di Costantinopoli, e per la suddetta scandalosa risoluzione del re Lottario. L'infaticabil papa Niccolò avea spedito alla corte imperiale d'Oriente Rodoaldo vescovo di Porto e Zacheria vescovo d'Anagni, per sostener gli affari di santo Ignazio patriarca ingiustamente deposto e carcerato. Restò tradito da essi, perchè ebbe più forza in loro l'avidità dei regali, che la religione e la giustizia. Tornarono in Italia questi due legati pontificii, e il papa non avendo per anche scoperta la lor fellonia, si servì del medesimo Rodoaldo per inviarlo in Francia insieme con Giovanni vescovo di Ficocle (oggidì Cervia), affine di esaminar la causa del re Lottario e di Teotberga, e dei vescovi prevaricatori. Quivi ancora si lasciò vincere Rodoaldo dai copiosi doni a lui fatti, e tradì le rette intenzioni e speranze del papa. Mancò di vita Gisla sorella dell'imperador [699] Lodovico, badessa nel monistero nuovo, cioè di santa Giulia di Brescia. Vedesi nel bollario casinense [Bullar. Casinens., tom. 2, Constitut. XXXIX.] un diploma d'esso Augusto, con cui concede a quell'insigne monistero alcuni beni, affinchè si faccia ogni anno in avvenire l'anniversario della sua deposizione, e ne goda il refettorio delle monache. Ma forse invece di quinto kalendas junias, in cui si dice passata a miglior vita quella principessa, quivi si ha da leggere quinto kalendas januarias, cioè nel dì 28 di decembre dell'anno precedente, perchè il diploma è dato Brixia civitate pridie idus januarii o januarias dell'anno presente; e Lodovico asserisce seguita la di lei morte nobis astantibus. Per relazione di Erchemperto [Erchempert., Hist., cap. 29.], in questi ultimi tempi l'iniquissimo e scelleratissimo Seodan, o Saugdam (siccome ho già osservato questo nome vuol dire soldano), re o sia principe dei Saraceni, signoreggiante in Bari, uscendo di tanto in tanto colle sue squadre, andava mettendo a sacco tutte le contrade dei ducati di Benevento e Salerno, di modo che gran parte di quel paese restava disabitato. Per metter freno alla crudeltà di costoro, più volte fu invitato, e andò l'esercito franzese; ma o sia che non potessero, o che non volessero venire essi Franzesi alle mani con quella canaglia, dopo aver fatta una inutil comparsa, se ne tornavano alle lor case senza profitto alcun del paese. Però Adelgiso principe di Benevento s'appigliò al partito di comperar la pace da essi Barbari, con promettere loro una pensione annua, e dar loro ostaggi per sicurezza del pagamento.


   
Anno di Cristo DCCCLXIII. Indiz. XI.
Niccolò papa 6.
Lodovico II imp. 15, 14 e 9.

Fin qui poca sanità avea goduto Carlo re della Provenza, fratello dell'imperador [700] Lodovico; e giacchè non avea figliuoli, tanto il re Carlo Calvo suo zio, quanto Lottario re della Lorena s'erano precedentemente maneggiati per succedergli, caso che venisse a morire [Anastas. Biblioth., in Vit. Nicolai I.]. Arrivò appunto il fine di sua vita nell'anno presente. Lodovico imperadore, che stava cogli occhi aperti, volò in Provenza, e tirò dalla sua molti dei principali del paese. Ma eccoti sopraggiugnere anche Lottario re della Lorena, comune loro fratello, pretendente al pari di Lodovico a quella eredità. Si conchiuse che amendue se ne tornassero alle lor case, per tener poscia un amichevol placito, in cui si decidesse della lor controversia. E tal risoluzione fu eseguita. Succedette poi fra loro una concordia, per cui la maggior parte della Provenza toccò all'imperador Lodovico. Impiegò in questo anno i suoi paterni uffizii papa Niccolò presso del re Carlo Calvo, acciocchè perdonasse a Baldoino conte, che gli avea rapita la figliuola Giuditta, ed ottenne quanto desiderava. Gli perdonò il re, e credono alcuni che a titolo di dote gli assegnasse il paese oggidì appellato Fiandra; e certamente da questo Baldoino discesero gli antichi rinomati conti di quelle contrade. Avvertito dipoi esso pontefice [Idem, ibidem.], come un concilio tenuto a Metz nel regno della Lorena, que' vescovi venduti alla corte iniquamente erano proceduti nella causa della regina Teotberga, ed aveano palliato l'illegittimo matrimonio del re Lottario con Gualdrada, in un concilio romano cassò e riprovò il celebrato a Metz, scomunicò e depose i due suddetti arcivescovi di Colonia e di Treveri, che erano stati spediti dal concilio e dal re Lottario con isperanza di sorprendere colle lor relazioni il saggio ed avveduto pontefice; e cominciò a processare i legati apostolici Rodoaldo e Giovanni, subornati in quella congiuntura coll'oro. Se vogliam credere [701] a Reginone [Regino, in Chron.], agli Annali di Metz [Annal. Francor. Metens.] all'Annalista sassone [Annalista Saxo.], che hanno le stesse parole, si trovava in questi tempi l'imperador Lodovico nel ducato di Benevento, probabilmente ito colà per le preghiere de' popoli, troppo spesso divorati dai masnadieri saraceni. A lui ricorsero i due deposti e scomunicati arcivescovi, cioè Guntario e Teotgaudo; e gran rumore fecero, perchè venuti a Roma con salvocondotto di lui, erano stati sì maltrattati dal papa, con disonore del re Lottario, della regal famiglia, e di altri metropolitani, senza il consenso dei quali non si dovea procedere a sì fiera sentenza. In somma fecero quanto fu in loro potere per accendere un fuoco, di cui vedremo gli effetti nell'anno seguente. Ma perchè gli Annali suddetti han fallato in qualche punto di tale affare, e massimamente nel riferire sotto l'anno 865 quello che avvenne nel presente, perciò non si può con tutta certezza asserire che in questi tempi l'Augusto Lodovico dimorasse nel ducato di Benevento. Abbiamo nulladimeno nelle giunte da me pubblicate [Rerum Italicarum, P. II, tom. 2.] alla Cronica del monistero casauriense uno strumento d'acquisto di varii beni fatto da esso Augusto nell'anno presente nel dì 19 di dicembre in villa Rufano intus caminata, quam ipse Augustus ad cortem ipsam paraverat. Tal villa probabilmente era in quelle parti.


   
Anno di Cristo DCCCLXIV. Indizione XII.
Niccolò papa 7.
Lodovico II imp. 16, 15 e 10.

Tanto seppero dire i due scomunicati e deposti arcivescovi Guntario e Teotgaudo all'imperador Lodovico, quasichè il papa in condannarli avesse fatta una patente ingiuria a lui ed al re Lottario suo fratello, ch'egli montò in furore, [702] nè capiva per la rabbia in sè stesso [Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.]. Probabilmente cooperò a maggiormente accendere questo furore anche Giovanni arcivescovo di Ravenna, perchè sappiamo da Anastasio [Anastas., in Vit. Nicolai I.] ch'egli, siccome amareggiato per le cose dette all'anno 861, sosteneva quegli arcivescovi, e insieme con loro non cessò di far più passi falsi del papa e della santa sede. Non racconta Anastasio ciò che ne avvenisse, ma gli Annali bertiniani ce ne han conservata la memoria: cioè l'infuriato Augusto con Angilberga sua moglie, con quegli arcivescovi e con delle soldatesche se ne andò a Roma, per far quivi cassare dal papa la proferita sentenza; e se nol facea, coll'empio pensiero di fargli mettere le mani addosso. Presentito questo suo mal talento dal papa, ordinò una processione e un generale digiuno in Roma, per pregar Dio che ispirasse all'imperadore un sano consiglio e la reverenza dovuta ai ministri di Dio e alla sede apostolica. Giunse in quel tempo a Roma l'inviperito Augusto, e prese alloggio vicino alla basilica di san Pietro. Colà arrivò in quel punto la processione del clero e popolo romano, e nel salire che faceano le scalinate di san Pietro, eccoti scagliarsi contro di loro i soldati dell'imperadore, che con dar loro delle bastonate e con fracassar le croci e gli stendardi, li posero tutti in fuga. A questo fatto, diversamente nondimeno raccontato, allude un autore di poco credito, forse vivuto prima del mille, che sotto nome di Eutropio longobardo [Eutrop. Langobardus, de Imp. Rom.] fu citato e pubblicato da' nemici della Chiesa cattolica. Non mantengo io per vero e legittimo tutto quel ch'egli racconta di questi e d'altri fatti non succeduti a' giorni suoi. Tuttavia convien ascoltarlo dove dice che l'imperador Lodovico stava a san Pietro, il papa ai santi Apostoli; e perciocchè il pontefice facea far processioni [703] e cantar messa contra principes male agentes i baroni dell'imperadore furono a pregarlo di far desistere da queste preghiere. Nulla ottennero. Ora accadde che incontratisi in una di queste processioni, diedero delle bastonate ai Romani. Qui fugientes projecerunt cruces iconas, quas portabant, sicut mos est Graecorum e quibus nonnullae conculcatae, nonnullae diruptae sunt. Unde et imperator graviter est permotus in iram, et pro qua causa apostolicus mitior effectus est. Profectus est denique idem pontifex ad sanctum Petrum, rogans imperatorem pro suis talia patrantibus; et vix obtinere valuit. Jam itaque inter se familiares effecti sunt. Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 37.] anch'egli fa menzione di questa sacrilega violenza, ed attribuisce ad un tal fatto il gastigo di Dio che, siccome vedremo all'anno 871, provò esso imperador Lodovico. Seguitano poi a dire gli Annali bartiniani che il pontefice, intesa che ebbe la violenza suddetta, e che si pensava anche di mettere le mani addosso alla sacra sua persona, dal palazzo lateranense si portò in barca alla basilica di san Pietro, dove per due giorni e due notti stette senza prender cibo e bevanda.

Ma non si sa intendere come egli si ritirasse colà, dacchè lo stesso imperadore, per confession del medesimo autore, alloggiava allora secus basilicam beati Petri. Frattanto morì uno della famiglia dell'imperadore che avea spezzata la croce di sant'Elena, e lo stesso imperador fu preso dalla febbre. Giudicossi questo un avvertimento a lui mandato da Dio; e però inviò l'imperadrice al papa, perchè venisse a trovarlo; ed egli sulla di lui parola v'andò. L'abboccamento loro ben tosto rimise la concordia. Il papa si restituì al palazzo lateranense, e l'imperadore ordinò che i due arcivescovi se ne tornassero in Francia. Ma essi, prima di partirsi fecero gittare sopra il sepolcro di san Pietro un insolentissimo scritto contra del papa. L'imperadore [704] anch'egli da lì a pochi giorni se ne andò, con lasciare in Roma una infausta memoria delle uccisioni, delle ruberie e delle violenze fatte dai suoi a varie chiese, e a molte donne anche consecrate a Dio. Venuto a Ravenna, quivi celebrò la santa Pasqua, che nell'anno presente cadde nel dì 2 d'aprile. Non mi fermerò qui a raccontare gli avvenimenti dei due suddetti arcivescovi, nè un altro affare che bolliva ne' medesimi tempi di Rotado vescovo di Soissons, deposto da Incmaro arcivescovo di Rems. E solamente verrò dicendo che, secondo i suddetti Annali di san Bertino, i vescovi del regno di Carlo Calvo, contrarii a Rotado, spedirono i lor legati colle lettere sinodiche al papa; ma l'imperador Lodovico non li volle lasciar passare. All'incontro il re Carlo Calvo impedì a Rotado di venire a Roma, benchè egli avesse appellato alla sede apostolica; ma questi seppe trovar modo di fuggire con ricorrere all'Augusto Lodovico, per potere sotto l'ombra sua portarsi a Roma. Aggiungono essi Annali che in quest'anno lo stesso imperadore, trovandosi alla caccia, in volendo ferir colla saetta un cervo, fu da esso gravemente ferito. E che Uberto fratello della regina Teotberga, chierico coniugato, e, secondo gli abusi d'allora, abbate di san Martino di Tours, dopo aver occupata la badia di san Maurizio nei Valesi, ed alcuni contadi spettanti all'imperador Lodovico, padrone di quegli stati, fu ammazzato dagli uomini di esso Augusto. La regina Teotberga sorella d'esso Uberto, cacciata dal re Lottario, si ricoverò negli stati del re Carlo Calvo. Avea la morte rapito a Pietro doge di Venezia il suo figliuolo Giovanni anch'esso doge [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.]. Contra di lui tessuta fu in quest'anno una congiura da varii nobili, per cui restò ucciso, mentre stava celebrando la festa di s. Zacheria nella chiesa del monistero di quel nome. In luogo di lui fu eletto doge Orso Particiaco, [705] chiamato da altri Participazio. Tanto egli come il popolo diedero il condegno gastigo agli uccisori dell'innocente doge, con levarne alcuni di vita, e mandar gli altri coll'esilio in Francia. Questo doge fu poi creato protospatario da Basilio imperadore de' Greci, e in ricompensa di tal onore gli mandò in dono dodici grosse campane. Se crediamo al Dandolo, cominciarono solamente allora i Greci ad usar esse campane. Leone Allazio, uomo dottissimo, anch'egli insegnò che una volta presso i Greci cristiani non erano esse in uso; e l'invenzione delle medesime vien comunemente attribuita ai Latini. Cosa manifesta per altro è che anche ne' secoli pagani erano in uso i campanelli, non già le grosse campane, come oggidì.


   
Anno di Cristo DCCCLXV. Indizione XIII.
Niccolò papa 8.
Lodovico II imp. 17, 16 e 11.

Probabilmente succedette in questo anno ciò che abbiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 29.], le cui parole furono copiate dall'autore della Cronica del monistero di Volturno e da Leone Ostiense. Maielpoto gastaldo, cioè governatore di Telese, e Guandelperto gastaldo di Boiano nel ducato di Benevento, tali e tante preghiere adoperarono, che indussero Lamberto duca di Spoleti, e Garardo ossia Gherardo conte di Marsi, a voler colle loro armi dare addosso ai Saraceni. Tutti dunque insieme assaltarono que' Barbari, nel mentre che dal territorio di Capua e Napoli se ne tornavano a Bari, carichi tutti di bottino. Ma il feroce loro sultano con tal bravura li ricevette, che li mise tosto in iscompiglio e in fuga, con restare assaissimi cristiani morti sul campo, e molti altri condotti via prigioni, ai quali parimente fu di poi crudelmente levata la vita. Perirono in quella giornata, valorosamente combattendo, i due gastaldi suddetti col conte Gherardo. [706] Tali parole sembrano indicare che a Guido duca di Spoleti fosse succeduto Lamberto. Presero da lì innanzi i Saraceni maggior baldanza e rabbia, onde a man salva faceano scorrerie per tutto il ducato di Benevento, con distruggere dovunque giugnevano; e, a riserva delle principali città, luogo appena vi restò che non andasse a sacco. Toccò spezialmente questa disavventura a Telese, Alife, Supino, Boiano, Isernia e al castello di Venafro, che furono interamente disfatti. Arrivarono le loro masnade anche al suddetto monistero di san Vincenzo di Volturno [Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic. pag. 403.] che era dei più ricchi d'Italia, e tutto lo spogliarono con dissotterrare ed asportare il suo tesoro. Convenne anche pagar loro tre mila scudi d'oro, perchè perdonassero alle fabbriche, nè vi attaccassero il fuoco. Però giusto sospetto nasce che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 35.] senza fondamento scrivesse, essere stato in tal congiuntura incendiato quell'insigne monistero. Noi vedremo che molto più tardi gli succedette questa disgrazia. Per altro sappiamo da lui che que' monaci si rifugiarono e salvarono nel castello fabbricato da essi in vicinanza del monistero. Era in questi tempi abbate di monte Casino Bertario, uomo letterato, che compose molti trattati e sermoni, siccome ancora alcuni libri di grammatica e medicina, ed assaissimi versi scritti all'imperadrice Angilberga e agli amici suoi. Questi pensando ai pericoli in cui per l'addietro si era trovato il suo monistero per cagione de' Saraceni, nemici del nome cristiano e troppo amici delle sostanze dei cristiani, avea prima d'ora fatto cingere di forti mura e torri quel sacro luogo, ed in oltre cominciata alle radici del monte una città, che oggidì si appella San Germano. Giovò al monistero in tal congiuntura quella fortificazione, ma giovogli anche più il senno d'esso abbate; perchè appena ebbe sentore [707] dell'avvicinamento di quei crudi infedeli, pervenuti sino a Teano, che mandò a trattar con loro di composizione. Tre mila scudi d'oro pagò anch'egli, e coloro contenti se n'andarono. Intanto Landolfo vescovo e signore di Capua [Erchempertus, Hist., cap. 30.], dopo aver cacciato dalla città i suoi nipoti, figliuoli di Landone già conte, che si fortificarono in alcune castella, tutto dì andava ordendo nuove cabale, ingannando ora Guaiferio principe di Salerno, a cui Capua avrebbe dovuto ubbidire, ed ora Adelgiso principe di Benevento. Tirò poscia in Capua i suddetti suoi nipoti, affinchè facessero guerra agli altri suoi nipoti, figliuoli di Pandone. Seguì finalmente pace fra essi cugini, e tutti entrarono in Capua. Ma non mancò all'astuto prelato maniera di dividerli ed ingannarli, con sostenere a forza di queste arti la sua signoria anche nel temporale. Intanto spedì papa Niccolò in Lorena e Francia Arsenio vescovo d'Orta suo legato, che astrinse il re Lottario a richiamare e a ricevere in sua corte la regina Teotberga. Avea anch'esso vescovo indotta l'imperadrice Gualdrada a venire in Italia per presentarsi al sommo pontefice; e la medesima promessa avea riportato da Engeltruda, figliuola del conte Matfrido e moglie di Bosone conte, scomunicata dal papa, perchè fuggita dal marito viveva in un totale libertinaggio. Ma dietro alla strada si trovò da ambedue deluso. Gualdrada giunta sino a Pavia [Epist. 55 Nicolai I papae.], non passò oltre, richiamata dall'adultero re, che di nuovo cominciò a maltrattare la regina Teotberga; Engeltruda anch'ella se ne ritornò ai suoi stravizzi in Francia. Non dormiva intanto la imperadrice Engilberga, attendendo ad impetrar continuamente dei doni dall'Augusto suo consorte. Da un documento, che io diedi alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXII, pag. 241.], apparisce che nell'anno presente, o pure nell'antecedente, Gualberto vescovo di Modena, messo [708] dell'imperador Lodovico, la mise in possesso della corte di Wardestalla, oggidì Guastalla, città che poi passò sotto la signoria del monistero di San Sisto di Piacenza, fondato e dotato dalla medesima Augusta.


   
Anno di Cristo DCCCLXVI. Indizione XIV.
Niccolò papa 9.
Lodovico II imp. 18, 17 e 12.

Fin dall'anno 861 aveano i popoli pagani della Bulgaria abbracciato il Cristianesimo; e al loro re Bogori battezzato, che, assunto il nome di Michele, fedelmente conservava la ricevuta santa religione. Dio diede forza per superare una terribil congiura dei suoi grandi, che pentiti d'aver abbandonati gl'idoli, si rivoltarono contra di lui. Ora esso in quest'anno somma consolazione recò alla sacra corte di Roma per la spedizione de' suoi ambasciatori a papa Niccolò [Respons. Nicolai papae ad Consult. Bulg.], affin di ricevere da lui istruzioni intorno ad assaissimi punti della religione e della Chiesa. Giunti a Roma nel mese di agosto, con tutto amore ed onore furono accolti dal saggio pontefice, il quale poco appresso inviò in que' paesi Paolo vescovo di Populonia, e Formoso vescovo di Porto, acciocchè si studiassero di convertire il resto di quei popoli, ed ammaestrassero e cresimassero i già convertiti. Notò l'autore degli Annali di san Bertino [Annal. Francor. Bertiniani.] sotto quest'anno che il re de' Bulgari inviò a san Pietro l'armi stesse che egli portava allorchè trionfò de' suoi ribelli, colla giunta d'altri non pochi doni. Hludowicus vero Italiae imperator hoc audiens, ad Nicolaum papam misit, jubens, ut arma, et alia, quae rex Bulgarorum sancto Petro miserat, ei dirigeret. De quibus quidem Nicolaus papa per Arsenium ei consistenti in partibus beneventanis transmisit, et de quibusdam excusationem mandavit. Circa questi medesimi tempi anche nella Moravia si piantò e crebbe la fede di Cristo, e si [709] dilatò questa luce fino nella Russia; ma non dovettero i Russi tenerla salda, perchè sul fino del seguente secolo si truova la lor conversione al Cristianesimo, con riuscire poi stabile sino ai giorni nostri. Andrea Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.], dopo aver narrata la conversione de' Bulgari per opera di san Cirillo da Salonichi, apostolo de' paesi sclavi, attesta ch'esso Cirillo convertì alla fede Sueiopolo re della Dalmazia mediterranea, che abbracciava la Croazia, la Russia e la Bossina. Abbiamo poco fa inteso che l'imperador Lodovico si tratteneva nell'anno presente nel ducato di Benevento. Sopra di che è da sapere che que' popoli ridotti alla disperazione per gl'immensi continui saccheggi e per le incredibili crudeltà de' Saraceni, altro scampo non veggendo se non nell'aiuto dell'imperador Lodovico, sì da Benevento [Erchempertus, Hist., cap. 32. Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 36.] che da Capoa gli spedirono degli ambasciatori, scongiurandolo di accorrere in aiuto loro. Niuno ne spedì Guaiferio principe di Salerno, perchè non era in grazia d'esso Augusto, a cagion della deposizione e prigionia di Ademario principe da noi veduto di sopra. All'esposizione di tante miserie patite dai cristiani, si mosse a compassione l'Augusto Lodovico, e determinò di far guerra, ma non simile a quella degli anni precedenti, contra di que' cani. A tal fine non so se nel seguente, o pure nel presente, egli pubblicò quel rigoroso editto che Camillo Pellegrino diede alla luce [Peregrinus, Hist. Princip. Langobard., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. In esso vien intimata a tutto il popolo del regno d'Italia la spedizion militare verso Benevento, correndo l'indizione XV, che denota l'anno susseguente. Iter erit nostrum (dice ivi l'imperadore) per Ravennam, et immediate mense martii in Piscariam, et omnis exercitus italicus nobiscum. Tuscani autem cum popolo, qui de ultra veniunt, per Romam veniant ad Pontem Curvum, inde [710] Capuam, et per Beneventum descendant nobis obviam Luceria VIII kalendas aprilis. Queste ultime parole sembrano accordarsi poco colle prime. Ma se è vero che l'imperadore avea da muoversi nel marzo alla volta di Ravenna, per andare a Pescara nel ducato beneventano, convien supporre emanato quell'editto prima del marzo di quest'anno, giacchè è fuor di dubbio che nel giugno dell'anno presente egli era già pervenuto coll'armata a Monte Casino. E se fosse così, in vece di indictione quinta decima, si avrebbe a scrivere quarta decima. Ma ritenendo l'Indictione XV, l'intimazione apparterrà all'anno seguente, e si dovrà credere, che accortosi Lodovico nell'anno presente che non bastavano le ordinarie sue forze a schiantare quella mala razza, intimasse nel seguente l'insurrezione dell'Italia tutta per ultimare sì importante affare. Ho detto rigoroso quell'editto, perchè chiunque possedeva tanti mobili da poter pagare la pena pecuniaria d'un omicidio, era tenuto ad andare all'armata. I poveri, purchè avessero dieci soldi d'oro di valsente, doveano far le guardie alle lor patrie e ai lidi del mare. Chi meno di dieci soldi, era esentato. Se uno avea molti figliuoli, a riserva del più utile che potea restar col padre, gli altri tutti aveano a marciare. Due fratelli indivisi, amendue andavano. Se tre, il più utile si lasciava a casa. I conti e gastaldi non potevano esentare alcuno, eccettochè uno per lor servigio, e due per le lor mogli. Se più ne avessero esentati, la pena era di perdere le lor dignità. E se gli abbati e le badesse non avessero inviati all'armata tutti i lor vassalli, restavano privi della lor dignità, e que' vassalli perdevano il feudo e gli allodiali. Tralascio il resto. Son quivi destinati i conti e ministri per l'esecuzione di quest'ordine. Fra gli altri in ministerio Witonis Rimmo et Johannes episcopus de Forcona. Questo governo di Guido altro non può essere che Spoleti. In ministerio Verengari Hiselmundus episcopus. Il governo di Berengario non dovrebbe essere [711] stato il Friuli, perciocchè vivea tuttavia Eberardo suo padre duca di quella contrada. Abbiamo da Andrea prete [Andreas Presbyter, tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], scrittore italiano di questo secolo, che ad esso Eberardo duca o marchese del Friuli, di cui parleremo all'anno seguente, succedette Unroco suo figliuolo. Dopo la morte d'Unroco quivi comandò Berengario, anch'esso figliuolo d'Eberardo, che poi giunse ad essere re d'Italia, ed anche imperadore. Pare almeno che dalle parole suddette si possa ricavare che Berengario signoreggiasse in qualche marca. Di questo editto fa menzione anche Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.].

Ora l'imperador Lodovico con una formidabil armata, conducendo anche seco l'Augusta sua moglie Angilberga, per Sora entrò nel ducato di Benevento, e correndo il mese di giugno, arrivò al monistero di Monte Casino, dove fu magnificamente ricevuto dall'abbate Bertario, al quale confermò i privilegii di quel sacro luogo [Erchempertus, Hist., cap. 52.]. Colà fu a trovarlo Landolfo vescovo e signore di Capoa, che gli presentò le truppe del suo paese, ma col giuoco altravolta fatto, cioè con farle disertar tutte a poco a poco. Restò egli solo presso di Lodovico, quasichè niuna parte avesse nella fuga de' suoi. Ma l'imperadore sdegnato, ed assai conoscente che avea che fare con gente doppia, pensò ch'era meglio d'assicurarsi dei dubbiosi amici, prima di procedere contra de' patenti nemici. Però, senza badare alle scuse e ai lamenti del malvagio vescovo, passò ad assediar Capoa. Vi stette sotto ben tre mesi; soggiorno che costò ai Capuani la distruzione di tutti i loro contorni. E perciocchè non volle mai l'imperadore riceverli a patti, finalmente s'arrenderono a Lamberto conte, cioè al duca di Spoleti, uno dei generali dell'imperadore, che li trattò alla peggio da lì innanzi. Da ciò si conosce che Guido duca di Spoleti era [712] morto, con succedergli Lamberto suo figliuolo, come apparirà all'anno seguente. Per attestato dell'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 90. P. II, tom. 2 Rer. Italic.], Guaiferio principe di Salerno venne fino a Sarno ad incontrare l'Augusto Lodovico, il quale tosto gli fece istanza d'aver nelle mani il deposto principe Ademario da lui amato. Gli rispose Guaiferio: Che volete farne, signore, s'egli è già privo di luce? E tosto segretamente inviò ordine a Salerno che gli cavassero gli occhi. Portossi dipoi l'imperadore a Salerno, e vi fu ricevuto come sovrano: e di là passò ad Amalfi e a Pozzuolo, dove prese quei bagni, e sul finire dell'anno arrivò a Benevento, dove Adelgiso principe gli fece un suntuoso accoglimento. Nella Cronica di Volturno v'ha un diploma di questo imperadore, dato III idus junii anno, Christo propitio, XVII imperii Domini Hludovici piissimi Augusti, indictione XIV, et postquam cepit Capuam anno primo. L'indizione XIV mostra l'anno presente. Ma nel giugno dell'anno presente Capua non era peranche stata presa da lui, nè correa l'anno XVII dell'imperio, dedotto dalla coronazione romana. Però può credersi che in vece dell'indictione XIV, s'abbia quivi a scrivere indictione XV, cioè nell'anno susseguente. Nel presente, se pur sussistono le conghietture del padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedict., lib. 36, cap. 59.], lo stesso Augusto, desideroso di lasciare un'insigne memoria della sua pietà, ordinò che si fabbricasse da' fondamenti l'insigne basilica e monistero di Casauria nell'Abruzzo, in un'isola del fiume Pescara, oggidì nella diocesi di Chieti. Aveva egli molto prima adocchiato quel sito, posto allora nel ducato di Spoleti, siccome proprio per abitazione di monaci, cercanti in que' tempi più le solitudini che gli strepiti delle città; e dopo aver fatto acquisto di assai beni destinati al sostentamento de' servi di Dio, essendo capitato colà in occasion della sua spedizion verso Benevento, fece dar principio alla [713] fabbrica di quel monistero. Lo crede esso padre Mabillone appellato Casa aurea o per la suntuosità e ricchezza degli edifizii, o pure per la copia ed ampiezza de' suoi beni. Ma forse anche prima del monistero e della basilica si nominava Casauria quel luogo. Da un documento da me dato alla luce [Cron. Casauriens., P. II. tom. 2 Rer. Ital.], spettante all'anno 871, si vede un acquisto di beni fatto da esso imperador Lodovico in loco, qui dicitur Casauria, pago pinnensi. In un altro dell'anno seguente è nominata Ecclesia Trinitatis, quae sita est in insula prope Piscariae fluvium, quae dicitur Casauria, monasterium aedificatum esse debet. In un altro è menzionata insula, quae vocatur Casaurea. Però sembra che l'isola ossia il luogo desse il nome a quel monistero, e non giù che lo ricevesse. Tengo inoltre che solamente nell'anno 871 si fondasse quel monistero, siccome vedremo. Oggidì è esso ridotto in somma desolazione; ed è da stupire come le belle porte di bronzo della basilica tuttavia sussistenti abbiano potuto durar tanto contro la forza dei prepotenti, de' soldati e de' ladri.


   
Anno di Cristo DCCCLXVII. Indiz. XV.
Adriano II papa 1.
Lodovico II imp. 19, 18 e 13.

Michele imperador de' Greci, che avea dei gran conti a fare a Domeneddio, per aver accesa la guerra nella sua chiesa colla ingiusta deposizione di santo Ignazio patriarca di Costantinopoli, e coll'intrusione di Fozio, ebbe in questo anno il suo pagamento. Aveva egli nel precedente fatto levar di vita Barda Cesare, e per ricompensa creato suo collega nell'imperio ed Augusto l'uccisor di esso Barda, Basilio, Macedone, uomo di bassa nascita, ma provveduto di molte virtù, e più di fortuna. Ossia che Basilio avesse sicure testimonianze che si macchinava contro della sua vita, o che venisse il timor di cadere dall'ubbriachezza, vizio familiare d'esso Michele: la verità [714] si è, che Michele fu ucciso dalle guardie nel dì 24 di settembre dell'anno presente, e Basilio restò solo sul trono. Era questo novello Augusto uomo sommamente cattolico, e tale non tardò a farsi conoscere con cacciare dalla sedia patriarcale di Costantinopoli Fozio, e rimettervi sant'Ignazio; risoluzione che recò immenso giubilo alla Chiesa di Dio. In questo medesimo anno, nel dì 13 di settembre passò a miglior vita papa Niccolò I, e in lui la santa sede venne a perdere uno de' più dotti e zelanti pontefici che da gran tempo ella avesse avuto [Anastas. seu Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadriani II.]. Raunatisi poscia i vescovi, il clero, i nobili e il popolo romano, per passare all'elezion del successore, cadde questa nella persona d'Adriano II, prete cardinale del titolo di san Marco, che tosto fu portato al palazzo lateranense fra gli applausi sonori di tutta la città, ma non giù de' messi dell'imperadore, i quali per avventura si trovarono allora in Roma. S'ebbero questi a male di non essere stati invitati all'elezione: non già che loro dispiacesse il buon papa eletto, ma perchè parea che la loro esclusione ridondasse in poco rispetto all'Augusto, di cui teneano le veci. Ma si quetarono all'intendere che s'era ciò fatto non in dispregio dell'imperadore, ma per non introdurre il costume di dover aspettare i ministri imperiali all'elezione de' papi, la quale non ammetteva dilazione. In fatti quest'obbligo non v'era, nè si trovava praticato in addietro. Erano tenuti solamente i Romani ad aspettar l'approvazione imperiale dell'eletto: il che appunto anche in quest'occasione si eseguì. Lodò l'Augusto Lodovico con sue lettere l'elezion fatta e l'eletto; e certificato che non v'era intervenuta promessa alcuna di danaro, diede ben volentieri l'assenso per la consecrazione del nuovo pontefice. Confessa Guglielmo bibliotecario che soleano succedere dei disordini nelle sedi vacanti d'allora, e prevalendo le fazioni, [715] venivano cacciati in esilio non pochi ecclesiastici. Tutti sotto questo amorevolissimo papa se ne ritornarono liberi a Roma. Accadde nulladimeno in questa vacanza una calamità insolita. Lamberto figliuolo di Guido, duca di Spoleti (così è nominato da esso Guglielmo), tirannicamente entrò in Roma, senza penetrarsi qual pretesto egli usasse; e come se avesse trovata quella città ribelle all'imperadore, permise che fosse messa a sacco dai suoi sgherri. Non perdonò a monistero, nè a chiesa alcuna; e senza farne risentimento alcuno, lasciò che la sua gente rapisse non poche nobili fanciulle, sì entro che fuori di Roma. Furono perciò portate all'imperador Lodovico le doglianze de' Romani per tante iniquità, di maniera che tutti i Franzesi sparlavano di Lamberto, benchè fosse anch'egli di quella nazione; e non finì la faccenda che l'imperadore gastigò questo nemico della santa sede con levargli il ducato, ma non così tosto; siccome vedremo. Allorchè esso bibliotecario scrive che Lamberto apud Augustos piissimos Romanorum querimoniis praegravatus fuit, altro non si può intendere, se non che i Romani fecero ricorso a Lodovico solo imperadore in questi tempi, e all'Augusta Angilberga sua consorte. Trovavansi allora esiliati dall'imperadore medesimo Gaudenzio vescovo di Veletri, Stefano vescovo di Nepi, e Giovanni soprannominato Simonide, per false imputazioni loro date alla corte imperiale. In loro favore scrisse caldamente il pontefice, ed impetrò non solo ad essi la libertà, ma anche a molti altri Romani, che come rei di lesa maestà esso Lodovico Augusto avea fatto carcerare. Sparsesi poi un'ingiuriosa ciarla contra di questo buon papa, quasichè egli avesse intenzion di cassare ed abolire tutti gli atti di papa Niccolò suo predecessore, come fatti con zelo troppo indiscreto. Ma Adriano informato di questa calunnia, con tanta umiltà e destrezza la superò, che restò ognuno convinto della di lui retta intenzione [716] di non discostarsi punto dalle massime dell'antecessore. Giunsero poi a Roma i legati del nuovo imperador cattolico Basilio e del patriarca sant'Ignazio; e il papa mandò anch'egli a Costantinopoli i suoi: intorno a che è da vedere la storia ecclesiastica.

Venuta la primavera, l'imperador Lodovico [Erchempertus, Hist., cap. 33.], ammassato in Lucera ossia Nocera, città della Puglia, tutto l'esercito suo, si mosse contra de' Saraceni, con disegno di assediar Bari, capitale delle loro conquiste. Ma sì Erchemperto che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.] ci assicurano, che venuto l'esercito imperiale ad una giornata campale col sultano di quegl'infedeli, restò disfatta, e perì in quel conflitto non poca parte de' guerrieri cristiani. Quando l'editto citato all'anno precedente appartenga pure al presente, se ne intende la cagione. Giacchè alla brama di snidar da Bari e dalla Calabria gli occupatori Mori, che tuttavia durava nell'imperadore, si aggiunse lo stimolo di risarcir l'onore che avea patito non poco in quella battaglia, pare che nulla di più per quest'anno operasse il medesimo Augusto, e che si trattenesse in Benevento, aspettando miglior fortuna con un'armata di maggior polso. Nè si vuol ommettere ciò che gli Annali metensi [Annal. Franc. Metenses.] riferiscono all'anno presente. Cioè, che l'imperador Lodovico, risoluto di sterminare dal ducato di Benevento la pessima generazione de' Saraceni, che tanti affanni recava a quelle contrade, temendo che le forze del regno non bastassero all'intento suo, perchè possente era anche l'armata di que' Barbari, spedì ambasciatori a Lottario suo fratello re della Lorena, per pregarlo di un gagliardo rinforzo in questo bisogno della Cristianità. Lottario senza perdere tempo raunò un buon esercito, e colla maggior fretta possibile venne in soccorso del fratello, con essere poi seguite non poche [717] prodezze da parte dei Cristiani. Ma non apparisce altronde che Lottario in persona venisse a Benevento. E quegli Annali hanno l'ossa slogate, mettendo fuori di sito le azioni di questi tempi. L'aiuto suddetto prestato da Lottario all'Augusto Lodovico dee appartenere all'anno precedente, essendo certo che la morte di papa Niccolò, quivi riferita dopo il racconto suddetto all'anno 868, appartiene al presente. A quest'anno pare che s'abbia da riferire il testamento fatto da Eberardo duca del Friuli indubitatamente, quantunque egli s'intitoli solamente conte, e da Gisla sua moglie figliuola di Lodovico Pio imperadore, fatto in comitatu Tarvisiano in corte nostra Musiestro, imperante Ludovico Augusto domno anno regni ejus, Christo propitio, vicesimo quinto. Auberto Mireo [Miraeus, Cod. Donat., cap. 15.], che diedelo alla luce, lo credette scritto nell'anno 837. Ma quivi si parla non già di Lodovico Pio, bensì di Lodovico II imperadore, e dell'epoca del suo regno, il cui anno XXV cade nel presente anno. In esso testamento egli divide i suoi beni ad Unroco suo primogenito, a Berengario e a due altri suoi figliuoli. Probabilmente egli diede fine alla sua vita in quest'anno, ed è certo che succedette a lui nel governo del Friuli il suddetto Unroco, per attestato di Andrea prete [Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], scrittore di questo secolo. Mancato poi di vita Unroco, non so in qual anno, fu duca o marchese di quella contrada Berengario suo fratello, di cui ci sarà molto da parlare.


   
Anno di Cristo DCCCLXVIII. Indizione I.
Adriano II papa 2.
Lodovico II imp. 20, 19 e 14.

Un riguardevol concilio fu nel presente anno tenuto da papa Adriano in Roma, in cui venne lodato e confermato lo ristabilimento di sant'Ignazio nella sedia patriarcale di Costantinopoli, ed [718] abolito il conciliabolo e tutti gli atti di Fozio pseudo-patriarca. Abbiamo dagli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] un orrido accidente occorso in questi tempi al medesimo papa. Aveva egli, siccome pontefice di tutta benignità, sul principio del suo pontificato rimesso in grazia della santa sede quell'Anastasio parroco, ossia cardinale di san Marcello, che vedemmo di sopra all'anno 853 condannato nel concilio romano da papa Leone IV, e gli aveva restituita la carica di bibliotecario della santa Chiesa romana. Qual gratitudine o ricompensa riportasse il buon papa da questo Anastasio, uomo bensì delle prime e più nobili casate di Roma, ma anche superiore a tutti nelle iniquità si vide ben presto. Era tuttavia in vita Stefania, già moglie di Adriano, prima che egli abbracciasse col celibato la vita ecclesiastica, e restava di loro una fanciulla nubile, già promessa e legata con gli sponsali ad un nobile. Sul principio della quaresima Eleuterio, fratello del suddetto Anastasio, sollevò con ingannevoli modi quella donzella, e rapitala, seco contrasse il matrimonio con sommo sdegno e rammarico del pontefice suo padre. Probabilmente ebbe Adriano maniera di fargli levar la figliuola: il che mosse a tal rabbia l'inferocito Eleuterio, che entrato nella casa, dove essa dimorava colla madre Stefania, amendue più che barbaramente le scannò ed uccise; ma gli uffiziali della giustizia gli misero le mani addosso, di modo che non potè fuggire. Arsenio, padre di lui e del suddetto Anastasio, molto prima era ito a Benevento per procacciarsi il favore dell'imperador Lodovico, e spezialmente la protezion dell'imperadrice Angilberga, alla quale, perchè era donna innamorata più dell'oro che della giustizia, consegnò il suo tesoro. Ma sopraggiuntagli un'infermità che il portò all'altro mondo, andò per terra ogni suo negoziato. Ora il pontefice Adriano fece tanto che ottenne dall'imperadore dei messi ossia dei [719] giudici straordinarii, perchè fosse fatto processo e giustizia secondo le leggi romane contra del suddetto Eleuterio. Hadrianus papa apud imperatorem missos obtinuit, qui praefatum Eleutherium secundum legem romanam judicarent: il che, dice il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], fa intendere il supremo dominio dell'imperadore in Roma, e sembra autenticare ciò che lasciò scritto Eutropio longobardo [Eutrop. Presb. Langobardus, de Imp. Rom.], creduto scrittore del secolo susseguente, ma di poco peso, con dire che sotto gl'imperadori franchi inventum est, ut omnes majores Romae essent imperiales homines. In fatti fu processato Eleuterio, et a missis imperatoris occisus. Anastasio cardinale, perchè v'erano indizii che avesse esortato il fratello a quegli omicidii, nel concilio romano tenuto anno pontificatus domni Hadriani summi pontificis et universalis papae I, per IV idus octobris Indictione II (cominciata nel settembre di quest'anno) fu solennemente scomunicato, finchè comparisse a rendere conto de' reati, de' quali era inquisito. Scrisse in questo anno esso pontefice a Lodovico re di Germania una lettera [Labbe, Concilior., tom. 8.] pridie idus februarias, Indictione I, in cui parla con gran lode dell'imperador Lodovico, nipote di lui, perchè senza risparmiar fatica, nè caldo nè gelo, combatteva contro ai nemici del nome cristiano, e colle sue armi gli avea non poco abbassati, e restituita la pace ai paesi circonvicini. Però gli raccomandava di lasciare in pace i regni non solo d'esso Augusto, ma anche del re Lottario suo fratello, con aggiugnere delle minacce in caso di disubbidienza. Un'altra simile lettera fu scritta dal papa al re Carlo Calvo colla stessa premura per l'indennità degli stati di Lodovico Augusto e di suo fratello. Non è a noi pervenuto un esatto conto delle imprese fatte in quest'anno dallo stesso imperadore. Tuttavia pare che non si [720] abbia a dubitare ch'egli intraprendesse lo assedio oppure il blocco di Bari [Erchempertus, Hist., cap. 33. Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 36.] dove era il forte de' Saraceni. Diede il guasto a tutti i loro seminati; poscia passato a Matera, città ben fortificata da que' Barbari, la forzò a rendersi, e col fuoco la ridusse in un mucchio di pietre. Prese dipoi Venosa, e tanto ivi quanto in Canosa pose una forte guarnigione che assicurò dalle scorrerie saraceniche la parte occidentale del ducato di Benevento, e servì a maggiormente ristringere la città di Bari. Arrivò anche l'armata sua fino alla città d'Oria verso Oriente, ma senza sapersi se ne impadronisse, nè se la tenesse. Dopo di che se ne tornò a stanziare in Benevento con sua gran lode e plauso di tutti i fedeli.


   
Anno di Cristo DCCCLXIX. Indizione II.
Adriano II papa 3.
Lodovico II imp. 21, 20 e 15.

Celebre riuscì quest'anno a cagione del concilio generale [Labbe, Concilior., tom. 8.] celebrato in Costantinopoli per cura del sommo pontefice Adriano e di Basilio cattolico imperadore d'Oriente. Presidenti del medesimo furono Donato vescovo d'Ostia, Stefano vescovo di Nepi e Mariano diacono, legati della sede apostolica, e Ignazio patriarca di Costantinopoli. Vi si trattò dell'intrusione di Fozio e di tutti i suoi aderenti, con altri punti, intorno ai quali si possono consultar gli atti e la storia ecclesiastica del cardinal Baronio, il quale è da stupire, come si lasciasse trasportar cotanto a maltrattar la memoria dell'imperador Basilio, benemerito in questi tempi della santa sede e di tutta la Chiesa cattolica. Da Guglielmo poscia bibliotecario [Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadrian. II.], e dalla prefazione di Anastasio, allora bibliotecario della romana Chiesa al suddetto concilio, si raccoglie che in questi medesimi tempi fu [721] spedito alla corte dell'imperador greco da Lodovico, imperador d'Occidente, Suppone, ch'era in questi tempi arciministro della sua corte, e fu dipoi duca di Spoleti, con un altro legato, menando seco il suddetto Anastasio, credo per interprete, siccome persona intendente della lingua greca. Il motivo di tale ambasciata era di trattare di un matrimonio tra Costantino figliuolo dell'imperador Basilio, anch'esso creato Augusto e collega nell'imperio, ed una figliuola dell'imperador Lodovico. All'anno 851 io feci menzione di un'Ermengarda regina, la quale nell'anno 850, come costa dai documenti da me pubblicati [Chron. Casauriens., Part. II, tom. 2 Ital.] nelle giunte alla Cronica del monastero Casauriense, fece acquisto d'alcuni stabili. Potrebbe ella aver avuto per padre il suddetto imperador Lodovico; ma non pare ch'ella possa essere la stessa, delle cui nozze si trattava in quest'anno alla corte di Costantinopoli. Lascerò io volentieri una tal quistione alla decisione altrui. Parlano del suddetto trattato nuziale anche gli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.], con dire che Basilio imperadore Patricium suum ad Bairam (cioè a Bari) cum CCCC navibus miserat, ut et Ludoico contra Saracenos ferret suffragium, et filiam ipsius Ludoici a se desponsatam (non per lui, ma pel figliuolo Costantino, chiaramente attestandolo Anastasio) de eodem Ludoico susciperet, et illi in conjugio sibi copulandam duceret. Sed quadam occasione interveniente displicuit Ludoico dare filiam suam Patricio. A questo racconto si può aggiugnere quello dell'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., Paralip., cap. 8, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], il quale scrive che fu bene scongiurato l'imperador Lodovico dai principi di Benevento e di Salerno per l'esterminio dei Saraceni; ma ch'egli tardò di molto a muoversi. La spinta maggiore a lui data fu da Basilio imperador [722] de' Greci, il quale scorgendo l'impossibilità di levar colle sue forze sole dalle mani de' Saraceni la Calabria e la Puglia, spedì ambasciatori e molti regali all'Augusto Lodovico per invitarlo a questa impresa. Allora si mosse Lodovico con tutto l'esercito, ed arrivato a Roma, fece de' ricchi donativi alla basilica di san Pietro, e fu in tal occasione unto e coronato imperadore dal papa: dopo di che marciò alla volta della Campania. Ma questa coronazione non sembra sussistere, oppure indica quella di cui parleremo all'anno 872. Si potrebbe anche dubitare se Basilio spronasse l'imperadore Lodovico alla spedizion contra de' Saraceni nell'anno 866, perchè anche nell'anno 867 Michele Augusto era vivo e comandava, e da lui avrebbe dovuto venire l'ambasceria. Abbiam nondimeno detto, che vivente ancora Michele, e nell'anno 866, Basilio fu assunto al trono e dichiarato collega nell'imperio. Ora quello che si può tenere per certo si è, che Lodovico Augusto o trattò alla corte cesarea d'Oriente affin di ottenere soccorsi per mare contra de' Saraceni; oppure, che saputo dai Greci lo sforzo con cui egli era venuto contra di quegl'infedeli, Basilio già salito sul trono, mandatigli que' legati, mettesse in campo il matrimonio del figliuolo, e facesse una convenzione di concorrere anch'egli con un'armata navale alla lor distruzione. Soggiungono poi gli Annali bertiniani, che sdegnato il general greco, perchè non gli fosse stata consegnata la principessa da condurre a Costantinopoli, colle sue navi se ne tornò a Corinto.

Accostandosi poi il verno, l'Augusto Lodovico, nel ritirarsi dall'assedio di Bari, fu assalito alla coda dai Saraceni, che gli tolsero più di due mila cavalli, e con questi andarono alla Chiesa di san Michele nel monte Gargano, e le diedero il sacco, con far anche prigioni que' cherici, e molti altri iti colà per lor divozione. Un avvenimento sì infelice turbò non poco l'imperadore, il papa e i Romani. Aggiungono [723] ancora, che avendo l'arcivescovo d'Arles Rolando ottenuta da esso imperadore, allora padrone della Provenza, e da Angilberga Augusta sua moglie, non vacua manu, la badia di san Cesario, s'era portato all'isola di Camargue, allora ricchissima, dove quel monistero possedeva dei gran beni, e vi aveva in pochi dì alzata una spezie di fortezza con della sola terra. Ma eccoti giugnere i Mori, non so se dell'Africa, o della Spagna. In quella miserabil fortezza rifugiò lo sconsigliato arcivescovo, ed ivi fu colto da que' Barbari, che misero a fil di spada trecento dei di lui domestici o sudditi, e lui condussero ben legato in una lor nave. Pel suo riscatto fu convenuto di dar loro cento cinquanta libbre d'argento, altrettanti mantelli, altrettante spade ed altrettanti schiavi. Mentre di ciò si trattava, l'arcivescovo accorato si morì. Ciò veduto, i Saraceni furbi, per non perdere il riscatto, affrettarono il cambio, fingendo gran fretta di partirsi. Ebbero quanto era stato accordato; e messo in una sedia legato il cadavere del prelato defunto, vestito con gli abiti sacerdotali, co' quali era stato preso, lo portarono essi a terra, e depostolo con gran riverenza, se ne tornarono alle lor navi. Allora quei che aveano portato il riscatto, si accostarono per parlare all'arcivescovo, e rallegrarsi con lui, e il trovarono senza parola e senza vita. Altro non restò che di portarlo con urli e pianti al sepolcro ch'egli si avea preparato molto prima. Un altro accidente, anche più strepitoso, accadde in quest'anno in Italia. Lo raccontano varii scrittori [Lambertus Schafnaburgens. Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Hildesheim.], e spezialmente i suddetti Annali bertiniani, più copiosi degli altri. Sotto il presente anno, e non già nel precedente, Lottario re della Lorena, sempre, per così dire, ammaliato da Gualdrada, e bramoso di liberarsi dalla regina Teotberga e dalle censure, figurandosi di poter ammollire l'animo del sommo pontefice a forza di regali, e col venir egli in persona in Italia, aggiuntavi [724] ancora l'intercessione dell'imperador Lodovico suo fratello, si mosse nel mese di giugno, ed arrivò fino a Ravenna. Quivi s'incontrò nei messi speditigli dallo stesso imperadore per fargli sapere che se ne tornasse indietro, e rimettesse a tempo più opportuno quel suo biasimevol affare, stante il trovarsi troppo impegnato esso Augusto nell'assedio di Bari, cui amplius quam ducentas naves rex Graecorum in auxilium contra eosdem Saracenos festinato mittebat: Non istette per questo Lottario, troppo cotto dall'amor della druda. Andò a trovar l'Augusto fratello che era in campo sotto Bari, e tante batterie di preghiere e di doni adoperò, che indusse l'imperadrice Angilberga ad ottenere dall'Augusto marito ch'ella stessa seco venisse a Monte Casino, per far quivi un abboccamento col papa. Colà infatti, per interposizione dell'imperadore, si portò papa Adriano. Gli fece molti presenti Lottario, ma senza muoverlo per questo ad alcun atto sconvenevole alla disciplina cristiana. Impetrò bensì, per le istanze dell'imperadrice, che il papa gli desse nella messa solennemente cantata la sacra Comunione, ma con interrogarlo prima s'egli avea puntualmente eseguito quanto gli era stato prescritto da papa Niccolò suo antecessore, coll'essersi astenuta, e promettere d'astenersi in avvenire da ogni commerzio carnale coll'impudica Gualdrada: il che fu giurato e promesso da lui e dai suoi cortigiani, che pur sapeano tutti di spergiurare. Tornò il pontefice a Roma: colà ancora si portò Lottario, ma senza ricevere incontro alcuno; e senza che alcuno de' chierici gli facesse accoglienza veruna, visitò il sepolcro di san Pietro. Non potè impetrare che il papa gli cantasse la messa. Solamente nel lunedì desinò con lui nel palazzo lateranense, e fu regalato di una lena (forse una sorte di veste), di una palma benedetta e di una ferula, ossia baston pastorale. Ciò bastò per far tutto ringalluzzire lo sconsigliato principe; ed intanto il papa determinò di mandare in Lorena Formoso [725] vescovo di Porto, e un altro vescovo, per informarsi meglio degli andamenti passati d'esso re Lottario, affin di procedere secondo la giustizia. Partitosi da Roma il re arrivò a Lucca, dove fu sorpreso dalla febbre egli con tutti i suoi. Ne cominciò a morire oggi uno, e più altri ne' dì seguenti; e Lottario senza profittare di avvisi sì chiari a lui mandati da Dio, malato come era, passò fino a Piacenza, dove nel dì 10 di agosto infelicemente diede fine alle sue follie e alla sua vita. Fu seppellito il corpo suo dai pochi domestici a lui restati ignobilmente sotterra nel monistero, o, per dir meglio, nella chiesa di santo Antonino, posta allora fuori della città. Con giusto fondamento fu creduto da tutta la Cristianità un potente gastigo dell'ira di Dio.

Senza far caso la pia regina Teotberga dei tanti strapazzi a lei fatti dal real consorte fece dono di molti poderi ai sacerdoti dalla chiesa suddetta di sant'Antonino, acciocchè da lì innanzi facessero l'anniversario, e pregassero Dio per l'anima di lui, siccome costa da una lettera di Carlo Grasso imperadore, rapportata dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, pag. 448.]. Ritirossi poi questa regina a Metz, dove nel monistero di santa Glodosinde professò vita monastica, e vi morì badessa, per quanto si ricava da Giovanni abbate nella vita d'essa santa Glodosinde. Il Muzio, il padre Celestino ed altri autori bergamaschi han fatta di questa regina Teotberga una beata, con formarne una leggenda secondo la libertà de' secoli andati, da cui apparisce che la medesima fondò a Pontita nel territorio di Bergamo un monistero, dove santamente compiè la sua carriera. Con quali fondamenti e da quali antichi autori sia sostenuto un tal racconto, io nol so. Ben so che merita maggior fede l'asserzione del suddetto Giovanni abbate, che fiorì nel secolo decimo. Non così tosto arrivò in Francia la nuova che era morto il suddetto Lottario senza lasciar dopo di sè figliuoli legittimi, che il re Carlo Calvo si affrettò a prendere il possesso [726] del regno di lui. E gli riuscì di farsene coronare re nella città di Metz. Era allora infermo Lodovico re della Germania suo fratello. Dacchè si fu egli alquanto riavuto, mandò a far istanza per aver la sua parte di quegli stati. E intanto l'imperador Lodovico, intento alla difesa e al vantaggio della Cristianità, lontanissimo dalla Lorena, stava combattendo coi Maomettani Mori verso Bari, e tardò poco a sapere, dopo l'avviso della morte del fratello, l'altro ancora della occupazione del di lui regno. Ricorse a papa Adriano; e questi immediatamente spedì in Lorena e in Francia due vescovi suoi legati, cioè Pietro e Leone, con lettere ai vescovi e baroni di Francia, ordinando in esse che niuno osasse d'invadere, turbare, o tentar di occupare il regno del fu re Lottario, siccome cosa dovuta per diritto ereditario all'imperador Lodovico di lui fratello, intimando la scomunica a chi contravvenisse, ed altre pene ai vescovi consenzienti, o non resistenti a tale occupazione. Con questi legati anche Lodovico Augusto spedì Boderado, uno dei suoi principali ministri, per dire le sue ragioni, protestare e fare altri simili atti. Chiari erano i diritti dell'imperadore sopra quegli stati; meritava ben d'essere rispettata anche la sempre veneranda autorità del sommo pontefice, e massimamente proteggendo egli una causa palesemente giusta. Ma è gran tempo che la voglia e la comodità di occupare gli stati altrui sa andare di sopra alla religione, alla parentela e a tutti i dettami della giustizia. Carlo Calvo nulla si curò dei passi fatti dal papa e dal nipote Augusto, nulla dello sparlare che tanti e tanti dovevano fare di lui, perchè si prevalse della sua potenza contro di un nipote che non si potea difendere, perchè impegnato contra i nemici del nome cristiano; anzi salì in tal superbia, che, secondo gli Annali di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], dichiarò che, da lì innanzi voleva essere chiamato imperadore ed Augusto, perchè era possessor di due regni.

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Anno di Cristo DCCCLXX. Indizione III.
Adriano II papa 4.
Lodovico II imp. 22, 21 e 16.

Se nulla giovarono all'imperador Lodovico le sue ragioni e querele, benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece beffe il re Carlo Calvo suo zio, perchè non temeva di lui, troppo lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni [Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.], ebbero ben polso quelle di Lodovico re della Germania, fratello del medesimo re Carlo. Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra quegli stati, li divisero fra loro. Toccò a Lodovico re della Germania in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri, Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz, e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano. Pervennero in sua parte al re Carlo Calvo Lione, Besanzone, Vienna del Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante, l'Hannonia, [728] Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri: con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioè Vibodo vescovo di Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchè papa Adriano fece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli scrive [Labbe, Concilior., tom. 8.], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni. Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno, capo dei quali era Incmaro arcivescovo di Rems, uomo per dottrina e per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è detto di sopra, raccontano [729] gli Annali di Metz [Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.] che l'esercito inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne men quasi tutto. Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da preferir Camillo Pellegrino [Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che differì all'anno seguente la presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.

Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.] scrisse, e vien confermato da una lettera dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo anno ciò che narra Andrea prete italiano [Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.], ed autore di questi tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabria [730] sotto il dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loro Ottone conte di Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi, i quali adunato un esercito, diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage, liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città di Napoli. Era mancato di vita Sergio duca di quella città, in qual anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducato Gregorio il maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto prima maestro de' militi, ed è lo stesso che dire duca. Lasciò anche dopo di sè altri figliuoli, fra' quali Atanasio già creato vescovo di Napoli, uomo di santa vita, e Stefano vescovo di Sorrento [Johann. Diaconus, in Vit. S. Athanasii Episcopi Neapol. P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Finchè [731] visse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866 venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio, spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio vescovo, dichiarò duca e collega suo Sergio II suo figliuolo, al quale prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando, bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o, per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così quell'imperadore [Epist. Ludov. II apud Anonym. Salern. cap. 106.]: Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis toties Petri Apostolorum principis [732] fines furtim depraedari conantur, ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt. Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe. Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri, perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo anno, secondo la Cronica saracenica [Chron. Saracin., P. II tom. 2 Rer. Italic.], s'impadronirono i Mori dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.


   
Anno di Cristo DCCCLXXI. Indizione IV.
Adriano II papa 5.
Lodovico II imp. 23, 22 e 17.

Non potè più lungamente resistere all'armi cristiane l'assediata città di Bari. Da essa furono in quest'anno finalmente snidati i Saraceni. Lupo [733] protospata [Lupus Protospata, Chron., tom. 5 Rer. Ital.], che scrive presa quella città dai Franchi anno 868, Indictione prima, tertia die intrante mense februario, troppo sconciamente falla nell'anno. Ha bensì colpito nel mese, perciocchè Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Mechenii.], scrittore contemporaneo, nella sua breve Cronica, notò che dopo le sconfitte sopra riferite de' Saraceni, sequenti mense februario, quinto, (forse quarto) expleto anno, quod Bari possessam (obsessam) habebat dominus imperator, comprehendit soldanum, et reliquos Saracenos ibi consistentes interemit anno XXI, Indictione IV, cioè nell'anno presente. Che quella città non si rendesse per capitolazione, ma fosse presa per forza, si può raccogliere dalla strage allora fatta de' Saraceni. Se la scappò netta il loro sultano, fu, secondo la testimonianza dell'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 108.], perchè costui ritiratosi in una torre ben forte, chiamò Adelgiso principe di Benevento, che era intervenuto coll'imperador Lodovico a quell'impresa, e si arrendè a lui, salva la vita, con dirgli di meritarla bene, perchè aveva in suo potere una figliuola di esso principe, già datagli per ostaggio, e giurò di non averla toccata. Da ciò prese motivo Adelgiso di domandarlo con due compagni in grazia all'imperadore, che se ne contentò, ma male per lui. Costantino Porfirogenneta [Constantinus Porphirogenn., in Vit. Basil. Maced.], parlando della presa suddetta di Bari, scrive che quella città col suo territorio, e coi prigioni tutti venne in potere de' Romani, cioè de' Greci. Ma senza fallo s'inganna. Non apparisce che i Greci avessero parte nello acquisto di essa città; niun segno d'averla Lodovico ceduta all'imperador Basilio, si raccoglie dalla lettera che da qui a poco verrò allegando. Quel che è più, tanto Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 38.], quanto il sopraccitato [734] Lupo Protospata asseriscono che i Greci solamente dopo la morte dell'imperador Lodovico, siccome vedremo, entrarono in quella città. Dopo questa gloriosa impresa, aggiugne il suddetto Erchemperto, che l'Augusto Lodovico inviò la sua armata all'assedio di Taranto città tiranneggiata anch'essa dai Saraceni. All'anno presente pare che s'abbia a riferire col cardinal Baronio una lettera scritta dall'imperador Lodovico a Basilio imperadore de' Greci, e a noi conservata dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralipom., cap. 94.]. Forse i prosperi successi dell'Augusto latino, notificati al greco colla spedizion di due ambasciatori, mossero ad invidia Basilio, il quale perciò scrisse al medesimo Lodovico una lettera tutta tessuta di varie doglianze. La prima era del farsi Lodovico chiamare imperadore, pretendendo Basilio che questo nome, siccome ancor quello di Basileo, fosse riserbato ai soli imperadori d'Oriente con tacciare di novità l'uso che ne facea Lodovico, e con dire ch'egli dovea intitolarsi imperador dei Franchi, e non già de' Romani. Risponde saviamente l'Augusto Lodovico, che il nome di Basileo, significante re, si truova adoperato da tutte le antiche e moderne nazioni; che quello d'imperadore nella sua casa non è nuovo, avendolo goduto infino il suo bisavolo Carlo. Riconosce poi che dai Romani ne' suoi maggiori e in lui stesso, era venuto non solamente l'imperio, ma anche il regno di Francia, perchè essi erano stati unti re dai romani pontefici. Nisi, dice egli, Romanorum imperator essemus, utique neque Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumimus, apud quos profecto primo tantae culmen sublimitatis et appellationis effulsit, quorumque gentem et urbem divinitus gubernandam, et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam atque sublimandam suscepimus, ex qua re et regnandi prius, et postmodum imperandi auctoritatem prosapiae nostrae seminarium sumsit. Si stupisce poi come Basilio abbia [735] scritto, che mentre i suoi Greci tentavano di espugnar Bari, i Franzesi se ne stavano colle mani alla cintola mirandoli, senza porger loro aiuto, e con attender solo ai conviti. Quando manifesta cosa era che i Greci, dopo aver fatto i bravi con dar uno o due assalti, s'erano tosto avviliti, e segretamente tornati al loro paese; e intanto que' Franchi, che, secondo lui, attendeano solamente a divertirsi, aveano daddovero presa la città di Bari. Lamentasi poi l'imperador Lodovico, perchè Niceta patrizio, destinato da Basilio alla guardia del golfo Adriatico colla sua flotta, avea dato il sacco a molte terre della Schiavonia franzese, col pretesto che gli Schiavoni avessero spogliato i legati pontificii nel ritorno loro da Costantinopoli, benchè condotti sopra legni dello stesso greco imperadore. Duolsi, dico, gravemente perchè quei legati sieno stati sì malamente provveduti e guidati; e nulla finora delle robe loro restituito; e che Niceta abbia dato il guasto a varie castella di giurisdizione del medesimo Lodovico, ed inoltre abbia menata via prigione gran quantità di quegli innocenti popoli: iniquità tanto più intollerabile, utiisdem Sclavinis nostris cum navibus suis apud Barim in procinctu communis utilitatis consistentibus, et nihil sibi adversi aliunde imminere putantibus, tam impie domus suae quaeque diriperentur, sibique contingerent; quae si praenoscerent, nequaquam prorsus incurrerent. Perciò qualora Basilio non emendi il fatto, justae severitatis nostrae proxima ultio procul dubio subsequetur. Ci fan conoscere tali notizie, che tuttavia l'Istria e almen qualche parte delle città marittime della Dalmazia ubbidivano all'imperador d'Occidente. Riferisce Giovanni Lucio [Johann. Lucius, de Regn. Dalmat., lib. 2, cap. 1.] uno strumento fatto nella città di Spalatro, regnante in Italia Lothario Francorum rege per indictione XV, sub die IV non. martii, cioè nell'anno [736] 857, oppure 852. Mi giova ancor di produrre una iscrizione che tuttavia si legge nella città di Pola nell'Istria, ed è testimonio del continuato dominio dell'imperador Lodovico in quelle parti. Si mira esso sopra una porta laterale del duomo.

AN. INCARNT. DNI DCCCLVII.
IND. V. REGE LODOVICO IMP. AUG.
IN ITALIA. HANDEGIS HUJUS AECCE
ELEC P. ENE CONS. EPS. SED. AN. V.

Questo vescovo non fu conosciuto dall'Ughelli nel tomo quinto dell'Italia sacra.

Finalmente scrive nella sua lettera l'imperador Lodovico, dopo aver parlato dell'iniquo procedere de' Napoletani fautori dei Saraceni: Noveris, exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa, Saracenos Tarenti pariter et Calabriae nos mirabiliter humiliasse, simul et comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a mari prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a Panormo vel Africa suscipere multitudines. Perciò prega Basilio di voler inviare un competente stuolo di navi, che impedisca i trasporti de' Saraceni, con aggiugnere: Nos enim Calabria, Deo auctore, expugnata, Siciliam disposuimus, secundum commune placitum, libertati restituere. Queste gloriose imprese meditava l'imperador Lodovico contra de' Saraceni, formidabili allora alla Cristianità sì in Oriente che in Occidente, non men di quello che poi furono i Turchi, professori della lor legge, spezialmente dopo aver soggiogato i Saraceni medesimi. Ma sconcertate rimasero tutte le sue idee da una di quelle vicende che ben di rado succedono, ma pur succedono sulla terra, patria della corruzion degli animi e dei corpi. Dimorava tuttavia in Benevento esso Augusto, allorchè cadde in cuore al principe della terra Adelgiso il malvagio pensiero di metter le mani addosso alla di lui sacrata persona. Costantino [737] Porfirogenneta scrive [Constant. Porphyrogenn., in Vit. Basilii Maced.] che il sultano prigione in Benevento, uomo de' più furbi ed astuti del mondo, quegli fu che gli inspirò una sì detestabil risoluzione. Infatti anche l'Anonimo Salernitano [Anonymus Salernit., Paralipom., cap. 109.] attesta che Adelgiso si consigliò con lui sopra un affare di sì grande importanza: tanto s'era egli affratellato con quell'infedele. Il motivo di procedere a fare un atto sì palpabile di fellonia contra del suo sovrano variamente viene scritto dagli antichi storici. L'Annalista di Metz [Annal. Francorum Metenses.] dice ch'egli ciò operò Graecorum persuasionibus corruptus, e che a persuasione di lui molte città Samnii, Campaniae, et Lucaniae, a Ludovico recedentes, Graecorum dominationi se subdiderunt. A tali notizie l'imperador mosse l'esercito verso la capitale, cioè per andare a Benevento, città allora piena di ricchezze. Non l'aspettò Adelgiso, ma scaltramente gli venne incontro; protestò la sua fedeltà ed ossequio; giurò di non aver in guisa alcuna acconsentito alla ribellion di quelle città; fece anche giocar molti regali; laonde fu restituito nella grazia primiera. Passato dipoi l'imperadore contro delle città ribellate, tutte le ridusse all'ubbidienza, fuorchè Capua, che per essere forte di mura convenne stringerla con assedio. A tutti i contorni di essa città fu dato un terribil guasto. Veggendosi i Capuani ridotti a mal punto, pregarono il vescovo loro Landolfo di interporsi, ed alzato il corpo di santo Germano, processionalmente usciti di città, andarono a trovar l'imperadore, gridando misericordia. Mosso a pietà lo Augusto sovrano, loro perdonò; e in tal maniera scacciati i Greci, posta guarnigione nelle città prese, andossene dipoi a Benevento, dove gli succedette la disgrazia che or ora verrò raccontando. In essa città si truova egli nel dì 14 d'aprile dell'anno presente, come apparisce da [738] un suo diploma già pubblicato da me [Antiquitat. Italic., Dissert. XI, pag. 585.]. Ma non si può, se non difficilmente, prestar fede al racconto del suddetto autore, perchè oltre al non avere gli antichi scrittori italiani nulla detto, nulla conosciuto dell'assedio di Capua, nè dell'essersi data, come egli pretende, quella con altre città circonvicine ai Greci, lontano dal verisimile si scuopre che i principi di Benevento e i conti di Capua avessero voluto ammettere presidii greci nelle loro città, e massimamente stando in tanta vicinanza l'imperador Lodovico coll'armi in mano. Si vuol nondimeno confessare che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.] sembra accostarsi a tale opinione, allorchè dopo la presa di Bari scrive, che duo quidam comites nisi sunt in imperatorem insurgere. Quod quum cognovisset imperator, persecutus est eos usque Marsiam, ubi illi non audentes consistere, fugerunt Beneventum. Di questi due conti parleremo fra poco. Aggiugne, che l'imperadore in perseguitando que' due conti, arrivò ad Isernia, e volendo quella città resistere, la espugnò e prese. Poscia per Alife e Telese passò alla città di Sant'Agata, intorno al cui assedio si fermò per alquanti giorni. V'era dentro Isembardo gastaldo, cioè governatore perpetuo della medesima; buon per lui che Bassacio abbate di Monte Casino, per essere suo parente, impetrò a lui e alla città dall'imperatore perdono. Colà comparve Adelgiso principe di Benevento. Gittatosi a' piedi dell'Augusto sovrano, ottenne non solo per sè, ma anche per gli due conti suddetti, d'essere rimessi nella sua grazia. Ciò fatto, l'imperadore andò a Benevento a trovare una sciagura ch'egli mai non si sarebbe aspettato. Ma neppur qui possiam riposare sull'autorità dell'Ostiense. La ribellione di que' due conti, per attestato di Erchemperto, siccome vedremo, accadde dopo la disavventura occorsa all'imperadore, e per conseguente anche l'espugnazion di quella città. Ciò che [739] bensì possiam credere all'Ostiense, perchè concordemente asserito dagli altri antichi storici, si è, che le insolenze usate al popolo di Benevento, non già da Lodovico imperadore, principe assai buono, ma dalle sue milizie, e massimamente dall'imperadrice Angilberga sua moglie, principessa, in cui non si sapeva discernere se maggior fosse la superbia o l'avarizia, quelle furono che fecero perdere in fine la pazienza ad Adelgiso loro principe. Coeperunt Galli graviter Beneventanos persegui, ac crudeliter vexare: son parole d'Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 34.]. Quumque Beneventanos ostiliter insequeretur sua conjux, atque mulieres illorum omnimodis nimirum foedaret; et ipsa Beneventanos variis injuriis afficeret, asserens ad suos, quia minime se sciunt communire Beneventani clypeis, ec. Lo stesso viene asserito dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., Paralip., cap. 109.], per tacer d'altri autori. Cedreno [Cedren., in Annalib.] autor greco scrive, essere proceduta tutta la scena, che io son per raccontare, dai consigli e dalle cabale del soldano, che condotto prigione a Benevento, s'era intrinsecato con Adelgiso e collo stesso imperadore. E certamente che Adelgiso si consigliasse con costui, lo asserì anche l'Anonimo salernitano. Nel resto il racconto di Cedreno discorda dalla verità della storia, e meritano qui più fede gli storici latini.

Ora gli Annali di Metz c'insegnano avere Adelgiso principe di Benevento fraudolentemente persuaso all'imperador Lodovico di lasciar tornare alle loro case le milizie franzesi, perchè lo star più quivi era di loro incomodo e di gran danno ai suoi sudditi. Restò dunque con pochi Lodovico. Ma è maggiormente da prestar fede ad Andrea prete [Andreas Presbyter, Hist. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], storico italiano contemporaneo, che scrive aver Adelgiso profittato del tempo, in cui [740] erant Franci separati per castella, vel civitates fidentes absque ullo terrore, credentes fidei Beneventanorum. Però venuto il bisogno del loro aiuto, furono trattenuti dai Beneventani in maniera, che niun d'essi potè accorrere alla difesa del proprio padrone. Nel giorno 23 agosto, Indictione XI (si dee scrivere quarta), per attestato del suddetto Andrea, scoppiò la congiura de' Beneventani. Mentre l'imperadore dopo il mezzodì riposava, uniti andarono al palazzo per sorprenderlo. Corsero all'armi i pochi Franzesi di sua guardia; e svegliato l'imperadore da quel rumore, corse anche egli alla difesa. Adelgiso veggendo la resistenza, fece mettere il fuoco alle porte del palazzo, il che costrinse l'imperadore a ritirarsi colla moglie Augusta e alquanti de' suoi in una torre forte, dove per tre dì si difese: se pur questa torre non fu il palazzo medesimo. Negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.] si legge: Adelgisus cum aliis Beneventanis adversus ipsum imperatorem conspiravit, quoniam idem imperator factione uxoris suae eum in perpetuum exsilium disponebat. Et quum idem Adelgisus noctu super ipsum imperatorem irruere disposuisset, isdem cum uxore sua, et cum eis, quos secum habebat, quandam turrim valde altam munitissimam ascendit, et ibi per tres dies cum suis se defendit. Seguita poi a dire, che interpostosi il vescovo di quella città, ottenne di poter andarsene sano e salvo. Ma non così presto egli dovette ricevere la libertà, scrivendo Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 34.], autore di que' tempi, che Lodovico fu preso e messo in prigione; e mentre era in quello stato, consistente Augusto in custodia, Iddio mosse dall'Africa i Saraceni, e non tardò quaranta giorni a vendicar l'enorme strapazzo fatto al maggior principe della Cristianità, ch'esso Erchemperto chiama sanctissimum virum, salvatorem scilicet Beneventanorum provinciae. E Andrea prete lasciò scritto [741] che la di lui prigione durò fino a dì 17 di settembre. Ora le soldatesche sue s'erano intanto ammassate; cosa che diede molta appressione al principe Adelgiso, se pur ciò è vero, perchè Erchemperto diversamente ne parla. Giunse anche nuove che un poderoso esercito di Saraceni era sbarcato verso Salerno, sicchè si venne a capitolare la libertà del maltrattato Augusto. Fu convenuto che egli, la moglie, la figliuola Ermengarda e tutti i suoi con fortissimi giuramenti presi sopra le sacre reliquie, si obbligassero di non fare in alcun tempo nè per sè nè per altri vendetta alcuna di quel fatto, nè di entrare mai più con armi ed armata nel ducato di Benevento. Dopo di che gli fu permesso d'andarsene ovunque gli piacea. Soggiugne Erchemperto che Adelgiso bona ejus diripiens, ditatus est, cunctosque viros exercitales expoliavit, et ex bonis eorum onustatus est. Incredibile fu il rumore (e ben lo meritava il caso) che per l'Italia e fuori d'Italia si fece per questo insulto. D'altro non si parlava, dando alcuni ragione ad Adelgiso per cagion delle estorsioni ed insolenze praticate nella provincia beneventana dai Franzesi, e massimamente dall'imperadrice Angilberga; ma i più detestando la fellonia e la somma ingratitudine di costui, che pagava di questa moneta chi con tanti sudori di sangue e spese avea liberato lui e i suoi popoli dal giogo de' Saraceni. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XL.] un ritmo, allora composto che probabilmente si andava cantando per le piazze. Tali sono i primi tre pretesi versi:

Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia,

Quale scelus fuit factum Benevento civitas.

Lhuduicum comprenderunt sancto pio Augusto.

Corse velocemente la nuova, di questo tragico caso in Francia e Germania, per attestato degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] e di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], e colla giunta [742] che suol fare alle cose la fama, cioè con spacciare che l'imperadore Lodovico era stato, non solamente preso, ma anche trucidato dai Beneventani. Perciò chi degl'Italiani spedì al re Carlo Calvo in Francia, e chi al re Lodovico in Germania, invitandolo a venire a prendere l'eredità del creduto morto loro nipote.

Venne Carlo Calvo fino a Besanzone e di là spedì corrieri in Italia, per risapere più fondatamente la serie di questo sì strepitoso avvenimento, e uditane poi la verità, se ne tornò indietro. Lodovico re di Germania inviò anch'egli Carlo il Grosso suo figliuolo a tirar nel suo partito i popoli posti di qua dal monte Jura, sudditi dell'imperatore. Rimesso poi che fu in libertà esso Augusto, a dirittura sen venne nel ducato di Spoleti, sdegnato forte contro i due Lamberti. Son questi i due conti, de' quali parlò Leone Ostiense, forse con anticipar di troppo la loro rivolta. Certamente l'un di essi era duca di Spoleti; l'altro o fratello o nipote, se pur non v'ha errore nei nomi, perciocchè l'Ignoto casinense scrive [Ignotus Casinens., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]: Lampert filius Widonis, et Ildebert comites nisi sunt manus erigere contra Hludovicum imperatorem. Sed relata illorum fraude persecutus est eo Hludovicus usque Marsim. Siccome vedemmo di sopra all'anno 860, si truova in que' tempi un Ildeberto conte in quella contrade, non so se conte di Marsi, oppur duca di Spoleti o di Camerino. Ma più innanzi non s'incontra memoria alcuna di lui. Convien nullameno confessare che da Erchemperto [Erchempert., Hist., cap. 35.] chiaramente sono appellati ambo Lamperti comites, e dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 114.] ambo nominis unius Lamperti. Per me non credo che propriamente questi due Lamberti si ribellassero a visiera calata contra dell'imperador Lodovico, come si figurò il conte Campello [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.], benchè assistito [743] dal suddetto Ignoto casinense. Pare a me più verisimile che la collera contra di loro procedesse, perchè Lodovico o li sospettasse d'accordo con Adelgiso, o imputasse loro a fellonia il non essere accorsi, come portava l'obbligo loro, in sua difesa ed aiuto colle soldatesche di Spoleti, allorchè egli stava sotto il torchio in Benevento. Interea Landbertus (così dice l'Annalista bertiniano [Annales Francor. Bertiniani.]) cum alio Lamberto sentientes sibi reputari ab imperatore de his, quae in eum facta fuerant, ab eo discesserunt, et in partes Beneventi, quia praefatus Adelgisus eis conjunctus erat, perrexerunt. Erchemperto attesta che i Lamberti furono onorevolmente accolti in sua corte da Adelgiso. Nè sussiste, come vuole Leone Ostiense, che Lodovico Augusto da Benevento si ritirasse a Veroli, ed ivi si fermasse quasi undici mesi. Aveva egli mandata l'imperadrice a Ravenna acciocchè ivi tenesse la gran dieta del regno d'Italia. Nel giorno 22 di novembre di quest'anno in villa, quae dicitur Vico, ubi ipse Augustus praeerat, fece esso Augusto acquisto da un certo Sisenardo dell'isola appellata Casauria presso il fiume Pescara. Verso quelle parti sembra che fosse la villa di Vico. E in quest'anno appunto (piuttosto che nell'anno 886, come vuole il padre Mabillone) son io d'avviso che seguisse la fondazione del celebre monistero benedettino di Casauria, ordinato dall'imperador Lodovico in rendimento di grazie a Dio, che l'aveva liberato dal gravissimo pericolo incorso in Benevento. Se egli in quest'anno comperò quel sito, non si può ragionevolmente pensare ch'egli fabbricasse prima nel fondo altrui. Della nuova guerra portata in quest'anno dai Saraceni a Salerno parlerò all'anno seguente. Qui non voglio lasciar di dire che papa Adriano, il quale nell'anno precedente con tanto vigore adoperando anche le minacce avea scritto a Carlo Calvo re di Francia per sostenere i diritti dell'imperador Lodovico sopra la Lorena e per altri affari; nell'anno presente [744] dopo aver ricevute delle risposte alquante brusche, tutto si raddolcì, e cominciò a far degli elogi mirabili d'esso re Carlo in iscrivendogli. Fra l'altre cose è notabile nella lettera d'esso papa, rapportata dal cardinal Baronio, un pensiero ch'egli in somma confidenza notifica al medesimo re con dire [Epist. 34 Hadriani II. tom. 8 Concil. Labbe.]: Ut sermo sit secretior et literae clandestinae, nullique nisi fidissimis publicandae; vobis confitemur devovendo, et notescimus affirmando, salva fidelitate imperatoris nostri, quia si superstes ei fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit nobis quislibet multorum modiorum auri cumulum, nunquam acquiescemus, exposcemus aut sponte suscipiemus alium in regnum et imperium romanum, nisi te ipsum. Quem, quia praedicaris sapientia et justitia, religione et virtute, nobilitate et forma, videlicet prudentia, temperantia, fortitudine, atque pietate refertus, si contigerit te imperatorem nostrum supergredi, optamus omnis clerus, et plebs, et nobilitas totius orbis et urbis, non solum ducem et regem, patricium et imperatorem, sed in praesenti ecclesia defensorem, et in aeterna cum omnibus sanctis participem fore. Ma papa Adriano II non avendo potuto eseguir questa idea, la trasmise almeno al suo successore, che vedremo dichiararsi in favore del medesimo Carlo.


   
Anno di Cristo DCCCLXXII. Indizione V.
Giovanni VIII papa 1.
Lodovico II imp. 24, 23 e 18.

Giunse ai confini della vita in questo anno papa Adriano II. Restò di lui una gloriosa memoria sì per le sue virtù ed azioni lodevoli in servizio della sede apostolica e della Chiesa di Dio, come ancora della sua munificenza verso de' sacri templi e de' poverelli. E qui cominciano ad abbandonarci le vite de' sommi pontefici con grave danno della storia ecclesiastica e secolare di questi secoli. A lui succedette Giovanni VIII, dianzi arcidiacono della chiesa romana, senza precisamente [745] sapersi, come pensa il padre Pagi, in qual giorno seguisse la sua consecrazione. Nondimeno gli Annali bertiniani la mettono nel dì 14 di dicembre. Stavano intanto in cuore dell'imperador Lodovico due pungenti spine. L'una era l'occupazion del regno della Lorena, da lui giustamente pretesa; l'altra l'enorme affronto a lui fatto dall'ingrato principe di Benevento. Per quel che concerne al primo affare, egli, per attestato degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], spedì l'Augusta Angilberga sua moglie per trattarne coi due re suoi zii. Venne dopo Pasqua il re Carlo Calvo fino a san Maurizio per abboccarsi con lei, secondochè era stato concertato; ma inteso che la medesima era per andar prima a Trento per parlare con Lodovico re di Germania, se tornò indietro. Seguì infatti nella città di Trento il divisato abboccamento, e Lodovico cum Ilgerberga loquens (lo stesso è che Angilberga ed Angelberga), partem regni Lotharii, quam contra Carolum accepit, neglectis sacramentis inter eos pactis, sine consensu ac conscientia hominum quondam Lotharii, qui se illi commendaverant, clam reddidit. Inde utrimque sacramenta prioribus sacramentis, quae cum fratre suo pepigerat, diversa et adversa inter eos sunt facta. Fece poi sapere Angilberga al re Carlo che venisse a san Maurizio; ma Carlo insospettito, oppure avvertito di quanto essa avea pattuito col re Lodovico, ricusò d'andarvi. Inviò poscia ad esso re Carlo il vescovo Vibodo sotto pretesto d'amicizia, ma veramente per trattare con lui della restituzion degli stati del fu re Lottario. Carlo non si lasciò trovare da lui, o se pur l'ascoltò, rimandollo colle mani vuote. Qual parte della Lorena restituisse il re Lodovico al nipote Augusto, nol dicono gli storici. Se potessimo riposar sull'autorità di Gotifredo da Viterbo [Godefredus Viterbiensis, Pantheon.], dovette in fine anche il re Carlo venire a qualche composizione, scrivendo egli che imperator Ludovicus [746] ipsum regnum Lotharingiae cum Carolo patruo suo, habita inter se pactione, divesit. Ita tamen quod Ludovicus imperator Aquisgrani palatium cum sua portione haberit. Temo io che Gotrifredo abbia cambiati i nomi, e voglia parlar qui della divisione fatta da Lodovico re di Germania col fratello Carlo Calvo. Nè vo' lasciar di dire, che in riferir gli Annali il suddetto abboccamento del re Lodovico coll'imperadrice Angilberga, non dicono punto che la medesima fosse di lui figliuola, come ha preteso il Campi [Campi, Hist. Placent., ad ann. 874.] ed altri. Il Bouchet la credette figliuola di un duca di Spoleti; i Sammartani le diedero per padre Eticone Guelfo, figliuolo di Eticone duca di Svevia. Quanto a me tengo per tuttavia ascosa l'origine sua. E per le ragioni che ho altrove addotto [Antiq. Ital., Dissert. XI.], non la so credere figliuola naturale del suddetto Lodovico re di Germania, perchè dal medesimo è appellata in un diploma dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga, cioè solamente tenuta al battesimo. Nè erano allora in uso le dispense di sì stretta parentela, quale sarebbe stata quella di Lodovico II imperadore con Angilberga, mentre sarebbero stati in tal supposto primi cugini. A proposito poi di questa principessa, mal voluta da tutta la nobiltà d'Italia, massimamente a cagione de' gravi sconcerti accaduti all'Augusto consorte in Benevento, strano è quel che raccontano i suddetti Annali bertiniani, con dire: Quia primores Italiae Ingelbergam propter suam insolentiam habentes exosam, in loco illius filiam Winigisi imperatoris substituentes, obtinuerunt apud eumdem imperatorem, ut missum suum ad Ingelbergam mitteret, quatenus in Italiam degeret (cioè in Lombardia), et post illum non pergeret, sed eum in Italiam reversurum expectaret. Ipsa autem non obaudiens illud mandatum, post eum ire maturavit. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti.], indotto da queste parole, si figurò che Lodovico [747] imperadore ripudiasse Angilberga, la quale perciò si fece monaca. Ma non sussiste in guisa alcuna che si sciogliesse il legame del loro matrimonio, nè che Lodovico prendesse per moglie la figliuola di Guinigiso, chiamato da lui e da altri duca di Spoleti. Morì, siccome abbiam veduto di sopra, Guinigiso nell'anno 822. Una sua figliuola in quest'anno sarebbe stata troppo attempata per servire di moglie o di concubina ad un imperadore che abbisognava di successione. Però ivi si parlerà di una figlia di qualche altro Guinigiso, oppure di Guinigiso figliuolo del suddetto duca.

Da un placito della Cronica vulturnense [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Italic.] si conosce che l'imperador suddetto si trovava nel dì primo di gennaio dell'anno presente in Balva città dell'Abbruzzo. Abbiamo da un altro strumento aggiunto alla Cronica di Casauria [Chronic. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che nel dì 12 di aprile egli dimorava nel territorio di Rieti. Poscia, secondo gli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], nella vigilia di Pentecoste si portò a Roma: il che vien confermato da un suo diploma, registrato nella Cronica del monistero di Farfa [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], la cui data è questa: V kalendas junii, anno, Christo propitio, imperii domni Ludovici piissimi Augusti XXIII, Indictione V. Actum in civitate Roma, palatio imperatoris. Nel giorno solenne della Pentecoste egli fu coronato da papa Adriano, che allora vivea, cioè, a mio credere, egli ricevette la corona del regno della Lorena, o perchè parte gliene avea ceduta il re Lodovico suo zio, o perchè con questo atto egli intese conservare e fortificare i diritti suoi sopra quegli stati. Dopo la messa cantata fece insieme col suddetto pontefice una pomposa cavalcata sino al palagio lateranense. Fu in questa congiuntura (come s'ha da Reginone [Regino, in Chron.] e dall'Annalista [748] sassone [Annalista Saxo, tom. 1 Script. Eccardi.]), e non già nell'anno seguente, ch'esso Augusto in una gran dieta alla presenza del sommo pontefice espose le sue giuste doglianze contra di Adelgiso principe di Benevento, il quale perciò fu proclamato tiranno, nimico della repubblica e del senato romano, e dichiarata la guerra contro di lui. Slegò papa Adriano da tutti i giuramenti e da qualunque promessa fatta ad Adelgiso l'imperadore, riconoscendoli per atti nulli, perchè fatti per forza affin di salvare la vita, e perciò ridondanti in pregiudizio della salute pubblica. Contuttociò Lodovico, premendogli che nessuno de' suoi il potesse chiamare spergiuro, non volle procedere coll'armi contra di Benevento, ma lasciò questa incumbenza all'imperadrice sua moglie, la quale raunato l'esercito, si preparò per passare a quella volta. Pervenuta all'orecchio di Adelgiso la nuova di questa spedizione, tale sbigottimento prese, che se ne fuggì nell'isola di Corsica, dove per qualche tempo sconosciuto si fermò. Così quegli Annali. Ma senza fallo questa fuga di Adelgiso in Corsica è affatto favolosa. Noi il troveremo saldo nel suo principato, e non già figliuolo della paura, procedere contra de' Saraceni, i quali in questi medesimi tempi portarono l'eccidio ai ducati di Salerno e Benevento, e non privo di consiglio in sì scabrose contingenze. Nè apparisce che l'imperadrice suddetta passasse coll'armi nel beneventano, o che vi facesse prodezza alcuna. Vegniamo ora ai Saraceni. Dacchè costoro ebbero perduta la città di Bari, da vergogna e da rabbia commossi, misero insieme in Africa una nuova poderosa armata di quasi trenta mila combattenti, e nell'autunno dell'anno antecedente a dirittura diedero le vele verso Salerno. Volle Dio che mentre costoro faceano quel grande apparecchio di gente e di macchine per passare in Italia [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 110.], uno della lor nazione, per nome Arrane, ricordevole di un piccolo favore a lui compartito [749] da Guaiferio principe di Salerno, trovato in Africa un uomo da Amalfi chiamato Fluro, il pregiò in confidenza di far sapere da parte sua ad esso principe che fortificasse Salerno a tutto potere, perchè gli sovrastava una gran burrasca. Eseguì l'Amalfitano la commessione, e Guaiferio immantinente si diede a mettere in buon sesto le fortificazioni della sua città, e vi fece alzar tre fortissime torri ne' siti più pericolosi. Una fu fatta dai Capuani, allora sudditi suoi; la seconda dai Toscani, probabilmente negozianti in quella città; e quella di mezzo la fabbricarono i Salernitani stessi. Ricorse per aiuto ad Adelgiso principe di Benevento; e questi appena udì lo sbarco della flotta moresca, che comparve anch'egli a Salerno con quante forze potè. Tennero questi due principi consiglio insieme, e fu presa la risoluzione di uscire in campo contra d'essi, e di azzardare una battaglia. Ma avendo l'accorto Adelgiso ben considerata e scandagliata la moltitudine e possanza delle schiere nemiche, giudicò meglio di ritirarsi. Tornossene egli a Benevento, e i Saraceni attendati intorno alla città di Salerno cominciarono a stringerla con un ben regolato assedio, che durò moltissimi mesi anche dell'anno presente, e fu sostenuto nulladimeno con intrepidezza da Guaiferio e dal suo popolo. Per attestato dell'Anonimo salernitano, da cui ho preso questo racconto, confermato ancora da Erchemperto, quei Barbari nel tempo d'esso assedio uccisero innumerabili contadini e distrussero tutti i contorni di Salerno. Venuta poi la primavera, mandarono distaccamenti ne' territorii di Napoli, di Benevento e di Capoa, che diedero il sacco dovunque arrivarono, e desolarono una gran quantità di terre. Avea preso stanza il re loro Abdila nella chiesa de' santi Fortunato e Gajo; e quivi fatto porre il suo letto sopra l'altare, soleva sfogar la sua libidine colle misere fanciulle cristiane che i suoi andavano rapendo. Ordine dovette essere di Dio, che un giorno volendo costui [750] far forza ad una, cadde dall'alto della chiesa una trave, che stritolò l'infame tiranno, senza toccar l'innocente giovane cristiana. In suo luogo elessero i Saraceni per loro generale o re un altro chiamato Abimelec, uomo ardito e segace.

In tante angustie Guaiferio principe di Salerno, altro scampo non conoscendo, determinò d'implorare la misericordia dell'imperador Lodovico, e spedì a lui prima Pietro suo cognato, e poscia Guaimario suo figliuolo. In mal punto v'andarono. L'Augusto Lodovico, che era forte in collera con Guaiferio, perchè o credeva o sapeva essere il medesimo stato complice dell'ignominia a lui inferita in Benevento, non solamente niun soccorso loro accordò, ma feceli anche arrestare, e mandolli in esilio. Crebbe perciò la disperazione nei Salernitani, perseguitati di fuori dai Barbari, dentro dalla fame; se non che Marino duca di Amalfi mosso a compassione della lor disavventura, e riflettendo al pericolo della propria casa, se bruciava quella del vicino, destramente andò introducendo vettovaglia nell'assediata città, e incoraggiando quel popolo continuamente con isperanze e buone parole. Landolfo vescovo di Capoa si mosse anch'egli, e dopo tanti mali da lui fatti, per attestato di Erchemperto, questo almen fece di buono in vita sua: cioè andò in persona a Pavia a raccomandar l'infelice Salerno all'imperador Lodovico. Prostrato ai suoi piedi, con tal efficacia perorò, mostrando in qual pericolo sarebbe la cristianità cadendo Salerno, la gloria che ne acquisterebbe l'imperadore, le calamità non solo di Salerno, ma anche di tutte le circonvicine contrade, che il cristianissimo principe si diede per vinto, e dimenticato per allora il recente affronto a lui fatto, comandò che si allestisse un'armata e si mettesse in viaggio. Volle il buon imperadore intervenire anch'egli alla danza. Giunto che fu a Patenava in Campania, dove ricevette i legati di [751] varie città, e inteso che non lungi da Capoa s'era annidato un corpo di dieci mila Saraceni, se gli gittò a' piedi Guntario conte suo nipote, giovane di quindici anni, e tanto fece e disse, che impetrò da lui di poter andare ad assalire con parte delle truppe franzesi le nimiche masnade. Seco andarono i Capuani, e sì bravamente menarono tutti le mani contra di que' Barbari, che ne misero a fil di spada circa nove mila: segnalata vittoria, ma che costò la vita allo stesso Guntario con sommo dispiacere dell'Augusto suo zio. Che nel numero degli estinti lo storico aprisse di troppo la bocca, lo credo io, e verisimilmente lo crederanno molti altri. Mandò esso imperadore anche a Benevento un altro distaccamento dei suoi guerrieri, che unito coi Beneventani diede addosso ad un altro quasi ugual corpo di Saraceni, accampati in un luogo chiamato Mamma. Ancor questi furono messi in rotta, e poco men che tre mila d'essi rimasero estinti sul campo. Adelgiso principe si trovò a questa battaglia, seco avendo i due Lamberti rifugiati in Benevento, che mirabilmente il servirono in tale occasione. Erchemperto mette questa vittoria dei Beneventani (il che è ben più probabile) prima che l'imperador giugnesse in Campania colle sue milizie; ed aggiugne che i Capuani anche prima aveano tagliato a pezzi mille di quegli infedeli. Sul fine dell'anno presente riportarono l'armi cristiane tutti questi vantaggi. E nella Cronica saracenica [Chronic. Saracenic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] nell'anno presente si legge: Periit exercitus Moslemiorum in Salerniah. Nei documenti da me aggiunti alla Cronica di Casauria [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si comincia nell'anno presente a far conoscere Suppone II duca di Spoleti. Egli è veramente chiamato in alcune carte solamente conte, secondochè praticavasi anche in Toscana e in altri paesi; pure chiaramente in una carta, scritta nell'anno XXIII di Lodovico imperadore nel dì VI [752] di giugno, indizione V, cioè in quest'anno, si legge: Constat, me Suppo dux, filius quondam, Maurini, ec. E questi dallo autore della Cronica suddetta vien chiamato Suppo Piceni comes, qui et dux inscribitur, in imperatoris exercitu fulgidus. Già vedemmo all'anno 822 creato duca di Spoleti Suppone conte di Brescia. Essendo egli morto nell'anno 824, fu promosso Mauringo anche esso conte di Brescia. Fondatamente si può credere che Maurino e Mauringo sieno stati un personaggio solo; e quando ciò sia, par molto verisimile che Suppone II fosse figliuolo dello stesso Mauringo già duca di Spoleti, e che questo Mauringo avesse per padre Suppone I duca.

Ancor qui troppo diede spaccio alle sue fantasie il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.]. Si figurò egli che Lamberto duca di Spoleti per poco tempo perdesse quel dominio, e si rimettesse presto in grazia di Lodovico imperadore, senza che alcun fosse sostituito a lui in quel ducato. Ma è fuor di dubbio, siccome ho dimostrato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. VI.], che Lamberto ne fu cacciato nell'anno 871, nè lo ricuperò mai in vita di questo imperadore; e che Suppone II fu creato duca nello stesso anno 871, al vedere che nel novembre di quell'anno si truova missus Supponis comitis nelle contrade dell'Abbruzzo moderno. Solamente dopo la morte di Lodovico Augusto, e nell'anno 876, a Lamberto riuscì di riaver quel ducato. Quando poi si tratta in questi tempi di chi era duca di Spoleti, convien sempre riflettere che due furono i ducati di Spoleti; l'uno di là dall'Apennino, di cui Spoleti era capo; e l'altro di qua, che fu poi chiamato di Camerino. Però due solevano essere in un tempo stesso que' duchi, senza comparir chiaro se in solido amendue reggessero que' ducati, oppure se diviso fra loro fosse il comando e l'autorità. Parlammo di sopra di Atanasio vescovo di Napoli, rimesso in libertà [753] da Sergio II duca suo nipote [Vita S. Athanasii Episc. Neapol. P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Non potendo egli più reggere alle oppressioni che continuavano, dopo aver sigillato il tesoro della sua cattedrale, si ritirò nell'isola del Salvatore nell'anno 871. Andò nelle furie il duca Sergio, e mandogli a dire che rinunziasse il vescovato e si facesse monaco. Negò di farlo Atanasio, e allora Sergio spedì molte brigate di Napoletani e Saraceni per occupar l'isola e far prigione il santo vescovo; e costoro per nove giorni diedero varii assalti, ma indarno, a quel luogo. Dimorava allora in Benevento l'imperador Lodovico, a cui Atanasio fece segretamente intendere il particolare stato in cui si trovava. Allora Lodovico spedì immediatamente ordine a Marino duca di Amalfi, che accorresse in aiuto del perseguitato pastore. L'ordine fu puntualmente eseguito. Marino arrivato colà all'improvviso con venti barche d'armati, levò il buon prelato; e quantunque assalito fosse dai Saraceni e Napoletani nel ritirarsi, fece loro fronte sì vigorosamente, che li ruppe: e quanti Saraceni vennero alle sue mani tutti li mise a fil di spada. Allora Sergio diede il sacco a tutto il tesoro del vescovato; perlochè fu scomunicato da papa Adriano II allora vivente, e messo l'interdetto nella città di Napoli. Essendo stato condotto Atanasio in salvo a Benevento, fu graziosamente accolto da Lodovico; andò poscia a Sorrento; da lì a poco passò a Roma, dove fu alquanto trattenuto dal papa; e dappoichè intese che l'imperadore era uscito libero da Benevento, andò a trovarlo a Ravenna, oppur nella Sabina, come ha Pietro Diacono, e con esso lui tornò a Roma. Uno degli autori della sua vita contemporaneo attribuisce alle di lui forti preghiere ed ammonizioni la risoluzione presa da esso imperadore di dar soccorso all'assediata città di Salerno. Ito egli a Veruli, quivi cadde infermo, e nel dì 15 di luglio dell'anno presente passò a miglior vita. Il suo corpo, portato alla sepoltura [754] nel monistero di Monte Casino, fu poscia a' tempi di Atanasio II vescovo e duca di Napoli, nipote suo, trasferito a Napoli coll'accompagnamento di molte miracolose guarigioni. Si venera la sua memoria dalla chiesa di Napoli nel suddetto giorno 15 di luglio. Il cardinal Baronio, che dottamente negli Annali ecclesiastici fissò la sua morte nell'anno presente, non mostrò la medesima attenzione nel Martirologio romano [Martyrologium Romanum ad diem 15 julii.], dove il fa mancato di vita tempore Caroli Calvi, in vece di dire tempore Ludovice II.


   
Anno di Cristo DCCCLXXIII. Indizione VI.
Giovanni VIII papa 2.
Lodovico II imp. 25, 24 e 19.

Avea principalmente atteso nel verno di quest'anno l'imperador Lodovico a far fabbricare ed arricchire il monastero di Casauria [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Trovavasi egli tuttavia in Cività di Penna, o in quelle parti, nel marzo dell'anno presente, dove per via di cambio acquistò da Grimbaldo vescovo di Penna molte terre in insula Piscariae, ubi dicitur Casaurea. Lo strumento è scritto anno imperii ejus XXIV, et secundo anno Supponis comitatus, XXV mensis martii per Indiction. VI. Passò poi nel mese di maggio esso Augusto a Capoa, dove pro totius romani imperii commoditatibus commorans, universisque fere tam ecclesiasticis quam saecularibus potentibus viris congregatis, augustatem atque solemnem curiam celebravit: sono parole della Cronica casauriense. E quivi in favore del suddetto monistero diede due diplomi, l'uno scritto septimo calendas junias, indictione sexta. Actum Capua. L'altro pridie calendas junii. L'arrivo a Capua dell'Augusto Lodovico fu la salute di Salerno [Erchempertus, Hist., cap. 35.]. Immaginarono i Saraceni, fin allora ostinati nell'assedio di quella città, ch'egli potrebbe star poco a giugnere [755] colà colle sue armi, per fare i conti con loro. Perciò cominciarono a disporsi per la ritirata. Non la voleva intendere il re, ossia generale d'essi Abimelech [Anonymus Salern., Paralip., cap. 121.], con dire d'aver non poche segrete promesse che quella città poco potea stare a capitolare la resa. Ma ammutinati i suoi, gli misero le mani addosso, e legato il cacciarono in una nave, e se n'andarono tutti con lasciare sul campo una gran quantità d'arnesi e di grani, a cui il popolo di Salerno fece tosto, ma scioccamente, attaccare il fuoco, per paura che fosse finta la loro andata. Se n'andarono que' ladroni: male nondimeno per la Calabria, dove si ridussero; perciocchè non trovando quivi chi loro si opponesse, mentre i disattenti Greci lasciavano senza guarnigion quel paese, e regnava la divisione fra i popoli, tutta andò a sacco quella provincia. Erchemperto scrive che la Calabria a' suoi dì restava desolata, ut in diluvio. Per attestato nondimeno di quello storico e di Leone Ostiense, nel tornarsene i Saraceni suddetti in Africa, oppure in Sicilia, furono battuti da una sì fiera tempesta, che rimasero fracassate tutte le loro fuste. Stando intanto l'imperador Lodovico in Capua, ed informato che era morto Lamberto, soprannominato il Calvo, cioè uno di quei Lamberti che fuggirono da Spoleti, ardea di voglia di vendicarsi una volta di Adelgiso principe di Benevento, tenendosi assoluto dai giuramenti fatti. Cominciò pertanto a far dei preparamenti di guerra con disegno di passare a Benevento, ma senza palesarlo ad alcuno. Non dormiva Adelgiso; e siccome principe di non poca accortezza e provvidenza, da che vide tornare esso Augusto colle armi nella Campania, cominciò a premunirsi in casa e a cercar aiuti di fuori. L'Annalista bertiniano [Annales Franc. Bertiniani.] ci ha conservato le notizie seguenti. Cioè, trattò egli con Basilio imperador de' Greci, affinchè spedisse in Italia una flotta in soccorso suo, promettendo [756] di pagare a lui que' tributi che in addietro i duchi ossia principi di Benevento aveano pagato agl'imperadori francesi. Gustò Basilio questa proposizione, e non mancò d'allestire una forte squadra di navi, e di metterla in viaggio alla volta d'Italia. Attesta l'Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan., Paralipo., cap. 122.] che l'Augusto Lodovico condusse l'armata sua fin sotto a Benevento; ma che que' cittadini intrepidamente corsero alla difesa, ed altro non ne riportò l'imperadore se non delle villanie, beffeggiandolo quel popolo dalle mura. Procedeva la lor baldanza dall'avviso certo che i Greci venivano in loro aiuto. Arrivò infatti ad Otranto la flotta spedita da Costantinopoli sotto il comando di un patrizio: nuova che ruppe tutte le misure prese dall'Augusto Lodovico, e gli fece conoscere per impossibile l'adempimento de' suoi desiderii. Affin dunque di uscire senza vergogna di questo impegno, fece segretamente intendere a papa Giovanni, che desiderava la di lui venuta al suo campo, suggerendogli di mostrare che spontaneamente egli si fosse mosso da Roma per riconciliare con esso lui Adelgiso, mediante l'intercessione sua; giacchè Lodovico s'era prima lasciato intendere, anzi avea giurato, che non si leverebbe mai di sotto a Benevento, finchè non l'avesse preso. Egregiamente soddisfece il papa a questa incumbenza con farsi mediatore ad ottenere il perdono dall'imperadore; e questi poco appresso ritiratosi colle sue genti, lasciò in pace la città di Benevento.

Costantino Porfirogenneta [Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii.] ci racconta delle glorie favolose, allorchè scrive che per paura dell'armi greche il sultano de' Saraceni, abbandonato l'assedio di Benevento e di Capua, se ne tornò in Africa. Che vanto insussistente sia questo, si può raccogliere da quanto abbiam veduto finora. Ma possiam bene prestargli fede in parte, allorchè scrive che da lì innanzi que' principi conobbero [757] per loro sovrano l'imperador greco: il che va inteso del solo Adelgiso principe di Benevento, e non già del principe di Salerno, nè dei conti di Capua. Certamente Adelgiso non si fidò più nè di Lodovico Augusto nè dei Franchi, dopo il bruttissimo giuoco che aveva lor fatto. Abbiamo da Andrea prete [Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], vivente in questi tempi, che nel mese di agosto, multae locustae advenerunt de vicentinis partibus in finibus brescianis, deinde in cremonensibus finibus, inde perrexerunt in laudenses partes, sive etiam in mediolanenses. Erant enim una pergentes, sicut Salomon dixit: Locustae regem non habent, sed per turmas ascendunt. Devastaverunt enim multa grana minuta milii vel pannici. Crederei che a quest'anno appartenesse quanto narra Giovanni Diacono [Johann. Diac., Vit. Episc. Neap. Par. II, tom. 1 Rer. Ital.] nella vita di Atanasio II vescovo di Napoli, con dire: Hujus temporibus tanta locustarum densitas in Campaniae partibus, et maxime in hoc parthenopensi territorio exorta est, ut non solum segetes, sed etiam arborum folia, et herbarum olera viderentur esse consumta. Merita anche d'esser saputo che in questo medesimo anno, secondo gli Annali di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], si provò lo stesso flagello in Germania; anzi tale fu esso, che non mai prima un simile ne fu veduto: Nam vermes, quasi locustae, quatuor pennis volantes, et sex pedes habentes, ab Oriente venerunt, et universam superficiem terrae instar nivis operuerunt, cunctaque in agris et in pratis viridia devastabant. Erunt autem ore lato, et extenso intestino, duosque habebunt dentes lapide duriores, quibus tenacissime arborum cortices corrodere valebant. Longitudo et crassitudo illarum quasi pollex viri. Tantaeque erant multitudinis, ut una hora diei centum jugera frugum prope urbem Monguntiam consumerent. Quando autem volabant, ita totum aerem per [758] unius milliarii spatium velabant, ut splendor solis infra positus vix appareret. Quarum nonnullae in diversis locis occisae, spicas integras cum granis et aristis in se habuisse repertae sunt. Quibusdam vero ad Occidentem profectis, supervenerunt aliae, et per duorum mensium curricula paene quotidie suo volatu horribile cernentibus praebuere spectaculum. Aggiugne in fine questo autore, essersi anche raccontato che in Italia nel bresciano per tre notti era piovuto sangue: fole che si spacciavano e trovavano dappertutto dei compratori in que' secoli dell'ignoranza, ed ebbero anche credito ne' secoli della repubblica romana. Andrea prete, che allora visse in Lombardia, racconta veramente alcuni accidenti di quest'anno, che nel tempo di Pasqua per le foglie degli alberi parea che fosse piovuta terra; che una brina caduta a dì 4 di maggio nella pianura fece seccare i tralci delle viti; ma nulla seppe di quel sognato sangue. Era in questi tempi conte del sacro palazzo Eribaldo, costando ciò da uno strumento scritto nella città di Penna, allora ducato di Spoleti, non già nell'anno 874, come ha l'autore della Cronica Casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], ma bensì nel presente. Truovasi questo conte del sacro palazzo in altri atti sul fine dell'anno presente nel monistero casauriense. Colà ancora a solennizzare il santo Natale portò l'imperador Lodovico. In un placito tenuto da esso Eribaldo nel dì 24 dicembre si legge: Dum domnus Ludowicus gloriosus imperator de partibus Beneventi reverteretur, et venisset ad monisterium sanctae Trinitatis, quod est constructum in insula, quae dicitur Casa aurea. In quest'anno ancora è data una lettera [Baluz., Miscell., tom. 5.] di Giovanni VIII papa ad Annone vescovo di Frisinga, in cui gli raccomanda di spedire con sicurezza a Roma le rendite spettanti alla Chiesa romana in Germania, con aggiungere in fine: Precamur autem, ut optimum organum cum artifice, qui hoc [759] moderari et facere ad omnem modulationis efficaciam possit ad istructionem musicae disiciplinae nobis aut deferas, aut cum eisdem reditibus mittas. Ecco come la fabbrica degli organi avea preso gran piede e credito in Germania. Ma non già penso io per questo, come altri ha creduto, che ora solamente Roma cominciasse ad aver organi nelle sue chiese.


   
Anno di Cristo DCCCLXXIV. Indiz. VII.
Giovanni VIII papa 3.
Lodovico II imp. 26, 25 e 20.

Fermossi ancora nel verno di quest'anno l'imperador Lodovico in Capua, dove l'accortissimo vescovo di quella città Landolfo con tal disinvoltura s'introdusse nell'animo di lui [Erchempertus, Hist. cap. 36.], che quasi non vedea esso Augusto per altri occhi che per quei di questo prelato; e però ipsum tertium in regno suo constituit. Volle prevalersi Landolfo di un sì favorevol vento, ed appoggiato alle raccomandazioni dell'imperadore, che mostrava tanto affetto a lui, e un cuore sì alieno dai Beneventani, cominciò a trattare con credibil calore che il papa costituisse il vescovo capuano metropolitano di tutta la provincia di Benevento. Ma non gli venne fatta. Giovanni VIII probabilmente conoscendo che un tal passo avrebbe portato delle conseguenze troppo nocive alla Sede apostolica, perchè i Beneventani irritati avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Greci che aveano sottratto altre chiese in Calabria e Sicilia alla santa Sede, e non lascerebbono di fare lo stesso per quelle di Benevento, si guardò bene dall'acconsentire alle brame ambiziose del vescovo di Capua. Riuscì poi da lì quasi a cento anni tanto al vescovo capuano, quanto al beneventano di conseguir la dignità archiepiscopale. Ora l'Augusto Lodovico, dopo essere dimorato per lo spazio quasi di un anno in Capua, finalmente fu richiamato dai suoi affari in Lombardia. Lasciò in essa [760] città di Capua l'imperadrice Angilberga e la figliuola Ermengarda, e andossene a Ravenna, seco portando il corpo di san Germano vescovo di essa città di Capua, come attesta Leone Ostiense. Abbiamo nella Cronica casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] un suo diploma in favore del monistero di Casauria, dato tertio calendas majas, Indictione septima. Actum foris civitate Ravennae ad sanctum Apollinarem, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto. Anche il suddetto Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 39.] è testimonio che il medesimo Augusto, trovandosi nel monistero di santo Apollinare fuor di Ravenna, concedette un privilegio favorevole al monistero di Monte Casino. Colà son io d'avviso che andasse a trovarlo papa Giovanni per concerto fatto fra loro di abboccarsi amendue con Lodovico re di Germania nel territorio di Verona. Ci assicura in fatti la Cronica di Fulda [Chron. Franc. Fuldense.], che esso re Lodovico, dopo essere stato verso la metà d'aprile a visitar per sua divozione il monistero di Fulda, tenne dipoi una dieta generale in Triburia presso Magonza. Inde in Italiam per Alpes Noricas transiens, cum Hludowico nepote suo, et Johanne romano pontifice, haud procul ab urbe Verona, colloquium habuit. Cosa si trattasse in quel congresso, nol dicono essi Annali. Probabilmente vi entrarono le pretensioni dell'imperador Lodovico sopra il regno della Lorena. Potrebbe anche dubitarsi che vi si parlasse di chi dovea succedere nel regno d'Italia e nell'imperio, giacchè Dio non avea dato prole maschile ad esso Augusto Lodovico. In quest'anno, tutto ansioso esso imperadore di sempre più nobilitare il suo favorito monistero casauriense, impetrò da papa Giovanni il sacro corpo di san Clemente I papa e martire, e fecelo trasportare colà con gran solennità: laonde col tempo cominciò ad essere appellato da alcuni il monistero [761] di san Clemente. Il cronista casauriense pretende che sotto papa Adriano II fosse fatta questa traslazione. Ma che ciò seguisse a' tempi di Giovanni VIII, lo persuadono i documenti spettanti nell'anno presente a quel monistero, dove l'imperador Lodovico cominciava a far menzione di questo sacro acquisto. In un privilegio di esso Augusto [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], dato calendis septembris, Indictione octava. Actum Olonna in curte imperiali, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto, cioè nel presente anno, nomina il tempio della santissima Trinità in insula, quae Casa aurea vocitatur, ubi et almificum beatissimi pontificis et martyris Clementis corpus venerabiliter recondi fecimus. In un altro privilegio dato parimente in corte Olonna, delizioso palagio di villa non lungi da Pavia, dove molto godeva di far soggiorno questo imperadore, nel dì 15 d'ottobre egli conferma al monistero suddetto tutti i beni ad esso da lui donati sive infra romanam urbem, sive extra ipsam, seu etiam per totam Pentapolim, Tusciam et spoletinum ducatum, atque camerinum comitatum, necnon etiam firmanum, ascolinum, aprutinum, pinninum, seu teatinum territorium. Quivi miriamo distinto il contado di Camerino dal ducato di Spoleti. Contuttociò in un altro diploma, dato in quest'anno nel dì primo novembre in curte imperiali Olonna, egli torna a far menzione d'essi beni donati tam infra urbem Romam, quam extra ipsam romuleam urbem, per totam scilicet Campaniam, et per omnem Romaniam (oggidì Romagna), necnon et per ambos spoletanos ducatus, seu per totam Tusciam. Se erano due i ducati Spoletani, adunque d'un solo di Spoleti se n'erano già formati due; e l'uno d'essi fu appellato Marca di Camerino o di Fermo. In quest'ultimo documento ci fa lo stesso Augusto sapere di aver osservato un luogo atto agli usi monastici, chiamato Monnello, distantem ferme duobus milibus ab urbe [762] mantuana, e di aver quivi fondato e dotato un monistero di monaci pro animae nostrae remedio. Due altri diplomi d'esso Augusto, scritti parimente in corte Olonna nell'ottobre di quest'anno, si leggono nelle Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 935 et seq.].

Non volle essere da meno dell'imperador suo consorte l'Augusta Angilberga, e prese anch'ella circa questi tempi a fabbricare in Piacenza un riguardevol monistero di sacre vergini sub titulo dominicae resurrectionis, et in honore sanctorum martyrum Sexti, Fabiani, ec. [Idem, Dissert. VII, pag. 367.], dove poi pare che si facesse monaca, ma non professa, Ermengarda figliuola d'essi Augusti, come costa da una donazione fatta da essa nell'anno 890. Il tempo della fabbrica d'esso monistero si ricava da un diploma del suddetto imperadore dato in corte Olonna nel dì 15 d'ottobre dell'anno presente, con cui conferma la donazione dei beni a quel sacro luogo fatta da essa Angilberga. Il Locati [Locatus Hist. Placent.] e il Ripalta, scrittori piacentini, pretesero che la fondazione del suddetto monistero appellato poi di san Pietro, e divenuto uno dei più insigni della Lombardia, oggidì posseduto dai monaci benedettini, seguisse nell'anno 822, con error manifesto. Pretese poi Pietro Maria Campi [Camp., Istor. Eccl. di Piacenza all'ann. 852.] che l'imperadrice Angilberga desse principio a questa pia impresa nell'anno 852, con riferire a quell'anno un privilegio dell'imperador suo marito, dove dice che esso Augusto vuole infra muros placentinae urbis in honore sanctae resurrectionis monasterium unum sacrarum puellarum construere. Ma son chiaramente guaste le note cronologiche di quel diploma, che per altro è da me creduto documento legittimo. Veggasi un altro diploma d'esso Augusto, da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXVI, pag. 453.], dove sotto quest'anno si vide disegnata la fabbrica di quel monistero. [763] Dimorò almeno per qualche parte del presente anno essa imperadrice Angilberga in Capua. Di tal congiuntura si prevalse Landolfo vescovo di quella città [Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.], uomo che ordiva ogni dì delle nuove cabale, per far mettere in prigione Guaiferio principe di Salerno, contuttochè poco dianzi questo vescovo gli avesse prestato giuramento di suggezione e fedeltà per la città di Capua, ch'egli signoreggiava anche nel temporale. Ma per questo non gli venne fatto ciò che egli andava macchinando; perciocchè Guaiferio aiutato dagli amici fu rimesso in libertà, con dare per suoi ostaggi i figliuoli di Landone, cioè Landone e Landenolfo, suoi parenti, i quali Angilberga, tornando in Lombardia, condusse seco, e lasciolli confinati in Ravenna. Mette poi Girolamo Rossi [Pagius, ad Annal. Baron.] (seguitato in ciò dal padre Pagi [Baluz., Miscellan., tom. 5.]) un concilio tenuto in quest'anno da papa Giovanni in Ravenna, dove fu dato fine ad una lite insorta fra Orso doge di Venezia e Pietro patriarca di Grado. Ma il Rossi, che ha preso questo fatto dalla cronica di Andrea Dandolo, non badò che quello storico fa menzione di questo fatto dopo la morte di Lodovico II imperadore. Però più tardi s'ha da allogar questo concilio. All'anno presente bensì appartiene una lettera scritta da papa Giovanni VIII allo stesso imperadore, e pubblicata dal Baluzio [Erchempertus, Hist. cap. 36.]. Dovea Lodovico aver fatta istanza al papa perchè si restituissero alla chiesa di Ravenna alcuni monisteri da essa pretesi, e allora posseduti dal romano pontefice. Ora con queste parole gli risponde papa Giovanni: Monasterium sanctae Mariae in Comaclo, quod Pomposia dicitur, et monasterium sancti Salvatoris in monte Feretri, aliudque monasterium, quod vocatur sancto Probo, atque colonos in territorio ferrariensi et adriensi, et Gallicata, et Faventillam, ravennati [764] archiepiscopo non abstulimus; sed ea monasteria et loca ab antecessoribus nostris possessa reperientes possedimus, hactenusque jure nostro retinemus. Divenne col tempo uno de' più celebri monisteri d'Italia quello della Pomposa, massimamente dappoichè Ugo marchese d'Este l'arricchì di molti beni. Era in questi tempi arcivescovo di Ravenna Giovanni, quel medesimo che fu condannato nel concilio romano nell'anno 861. E che tuttavia durasse poco buona armonia fra lui e papa Giovanni, si può raccogliere da un frammento d'altra lettera scritta da esso papa all'imperadrice Angilberga, in cui le dice [Baluz., Miscell. tom. 5.]: Ad hoc usque malum crevit et incrassatum est, ut factione ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis complicibus, qui excommunicati et anathematizati a nobis jam sunt, Ravennam ingrederetur, et fidelium nostrorum res cum eis funditus raperet et devastaret, adeo ut claves civitatis Ravennae a vestarario nostro violenter subtraheret, et pro libitu suo, nescimus cujus auctoritate, ipsi archiepiscopo (quod numquam factum fuisse recolitur) potestative concederet. Adunque i ministri della santa Sede comandavano in Ravenna, giacchè presso di loro stavano le chiavi di quella città.


   
Anno di Cristo DCCCLXXV. Indiz. VIII.
Giovanni VIII papa 3.
Carlo II imperadore 1.

Sono scorretti i testi di alcuni antichi Annali, oppure han fallato i loro autori, allorchè riferiscono all'anno precedente la morte dell'imperador Lodovico II. La verità è ch'egli finì di vivere solamente nel dì 12 d'agosto dell'anno presente nel territorio di Brescia, e non già in Piacenza, nè in Milano, come alcuni han creduto. Però nella Cronica casauriense, data alla luce dall'Ughelli [Chron. Casauriens. apud Ughellium tom. 6, Ital. Sacr. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], sono scorrette le note cronologiche di un [765] diploma, dato III idus octobris, Indictione VIII, anno dominicae incarnationis DCCCLXXV. Si dee scrivere. DCCCLXXIV, perchè l'Indizione ottava ebbe principio nel settembre dell'anno precedente. Andrea prete italiano nella sua Cronichetta [Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.] scrive, che correndo l'indizione ottava, cioè in quest'anno, per tutto il mese di giugno si vide una cometa colla coda lunga. E che nel mese di luglio vennero i Saraceni, ed abbruciarono una città, ma con essere caduto il nome d'essa dal testo suo. Ha creduto taluno che qui si parli di Benevento; ma certo in Benevento non entrarono quegl'infedeli, nè quella città restò consunta dalle fiamme. Seguita a dire esso Andrea: Sequenti autem mense augusto Hludovicus imperator defunctus est pridie idus augusti in finibus brescianis. Antonius vere brescianus episcopus tulit corpus ejus, et posuit eum in sepulcro in ecclesia sanctae Mariae, ubi corpus sancti Filastrii requiescit. Anspertus mediolanensis archiepiscopus mandavit ei per archidiaconum suum, ut reddat corpus illud. Ille autem noluit. L'arcivescovo Ansperto la volle vinta, e si portò egli in persona a Brescia con Garibaldo vescovo di Bergamo, e Benedetto vescovo di Cremona, e con tutti i preti e il clero d'essa città. E fatto cavar di sotterra l'imperial cadavero, ed imbalsamatolo, il misero in una bara, e nel giorno quinto da che era morto, con [766] lunga processione, cantando i sacri inni, lo condussero a Milano. Confessa il suddetto Andrea prete, esser egli stato un di coloro che portarono per qualche spazio di strada il cataletto. Veritatem in Christo loquor, dice egli: ibi fui, et partem aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine, qui dicitur Oleo, usque ad flumen Addua. Hanno conghietturato il Menchenio e l'Eccardo che questo Andrea prete possa essere stato il medesimo che Andrea Agnello scrittore delle vite degli arcivescovi ravennati. Ma se, secondo i conti del padre Bacchini, Agnello nell'anno di Cristo 829 era in età di anni trentacinque, non è giammai verisimile che nell'anno 875 egli avesse spalle atte a portare quel peso. Dubito io piuttosto ch'egli fosse bergamasco, al vedere che dal fiume Oglio sino all'Adda, cioè per la diocesi di Bergamo, a lui toccò l'onore suddetto; e che poco appresso egli parla individualmente di ciò che fecero i Bergamaschi nella dissensione succeduta a cagion dell'imperio. Seguita egli poscia a dire, che condotto il cadavero d'esso imperadore a Milano, con grande onore e pianto fu seppellito nella chiesa di santo Ambrosio die septimanae ejus, cioè nel giorno settimo dopo la sua morte, con avere speso tre giorni nel viaggio, e non già nella settimana della festa di santo Ambrosio del mese di dicembre. L'epitaffio suo, che tuttavia ivi si legge, quantunque pubblicato da altri, mi sia lecito l'aggiugnerlo qui.

[767]

D.P.M
HIC.CVBAT.AETERNI.HLVDOVICVS
CAESAR.HONORIS
AEQVIPARAT.CVIVS.NVLLA
THALIA.DECVS
NAM.NE.PRIMA.DIES.REGNO
SOLIOQVE.VACARET
HESPERIAE.GENITO.SCEPTRA
RELIQVIT.AVVS
QVAM.SIC.PACIFICO.SIC.FORTI
PECTORE.REXIT
VT.PVERVM.BREVITAS.VINCERET
ACTA.SENEM
INGENIVM.MIRER.NE.FIDEM
CVLTVSVE.SACRORVM
AMBIGO.VIRTVTIS.AN
PIETATIS.OPVS
HVIC.VBI.FIRMA.VIRVM.MUNDO
PRODVXERAT.AETAS
IMPERII.NOMEN.SVBDITA
ROMA.DEDIT
ET.SARACENORVM.CREBRAS
PERPESSA.SECVRES
LIBERE.TRANQVILLAM.VEXIT.VT
ANTE.TOGAM
CAESAR.ERAT.CAELO.POPVLVS.NON
CAESARE.DIGNVS
COMPOSVERE.BREVI.STAMINA
FATA.DIES
NVNC.OBITVM.LVGES.INFELIX
ROMA.PATRONI
OMNE.SIMVL.LATIVM.GALLIA
TOTA.DEHINC
PARCITE.NAM.VIVVS.MERVIT.HAEC
PRAEMIA.GAVDET
SPIRITVS.IN.CAELIS.CORPORIS
EXTAT.HONORIS

Fu principe buono. Erchemperto monaco [Erchempertus, Hist. cap. 37.] altro non seppe trovar da riprendere in lui, se non lo sconcerto accaduto in Roma delle croci rotte, che narrammo all'anno 864, il quale si dee piuttosto attribuire all'insolenza de' suoi cortigiani che a lui; e il non aver fatto levar di vita il soldano de' Saraceni, allorchè costui nella presa di Bari si arrendè [768] ad Adelgiso principe di Benevento: il che non è un delitto, se non nella mente di chi sa poco di teologia, e meno di politica. Per altro abbiam l'attestato di Reginone, che così parla d'esso imperadore [Regino, in Chronico.]: Fuit iste princeps pius et misericors, justitiae deditus, simplicitate purus, ecclesiarum defensor, orphanorum et pupillorum pater, eleemosinarum largus largitor, servorum Dei humilis servitor, ut justitia ejus maneret in saeculum saeculi, et cornu ejus exaltaretur in gloria. Fra le leggi longobardiche si leggono anche le sue con varie giunte da me pubblicate [Rer. Ital. P. II, tom. 1.].

Niuna prole maschile lasciò dopo di sè l'imperador Lodovico. Restò di lui una sola figliuola, cioè Ermengarda, a lui partorita dall'imperadrice Angilberga, che la madre avea lasciata in Capua. E questo mancar di successori abili all'imperio cominciò a turbar la pace che per tanti anni s'era goduta in Lombardia pel buon governo di questo principe: anzi cominciò qui la rovina dell'Italia, che restò priva del sovrano abitante in essa, e così potente, che teneva in freno la prepotenza e l'ambizione degl'inferiori; laonde la discordia con gli altri malanni prese da lì innanzi possesso di questo regno. Due erano allora i concorrenti all'imperio e al regno d'Italia, siccome discendenti da Carlo Magno, cioè Lodovico re di Germania in età assai avanzata, e provveduto di tre figliuoli, ognun dei quali infetto di molte magagne: e l'altro era Carlo Calvo re di Francia suo fratello. Tutti e due attentamente vagheggiavano gli stati d'Italia. Or accadde, per testimonianza di Andrea prete [Andreas Presbyter., in Chronico.], che sul principio di settembre si raunò in Pavia la gran dieta de' principi d'Italia, cioè dei duchi, marchesi e conti d'allora, con esservi intervenuta la vedova imperadrice Angilberga. La risoluzione che presero, biasimata da esso Andrea prete, [769] fu di offerire il regno a tutti e due i suddetti re, senza che l'uno sapesse dell'altro: però amendue si accinsero a calare in Italia con quanto forze poterono frettolosamente raunare. Maggiore nondimeno fu la sollecitudine di Carlo Calvo. Senza aspettare invito alcuno degli Italiani, appena ebbe egli udita la morte del nipote Augusto, che si mise in assetto per venire a prendere questa pingue eredità. Secondo gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.], nel dì primo di settembre imprese il viaggio verso l'Italia, e con passare pel monistero di san Maurizio, cioè pel paese de' Vallesi, felicemente arrivato a Pavia, si diede a far maneggi per esser eletto re d'Italia. Abbiamo un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XI, p. 581.] dato nella stessa città di Pavia nel dì 29 di settembre, in cui non esprime l'anno primo del regno d'Italia, ma solamente l'anno primo della successione di Lodovico. Intanto Lodovico re di Germania spedì anch'egli alla volta d'Italia Carlo suo figliuolo, che gl'Italiani cominciarono a chiamare Carletto, ed oggidì più conosciuto sotto nome di Carlo Grasso ossia Carlo il Grosso. Giunto questi nel territorio di Milano, e inteso che Carlo Calvo suo zio era già entrato in Pavia, restò assai malcontento, e senza sapere qual partito prendere. Attesta Andrea prete, che con esso lui si unì Berengario, cioè il figliuolo d'Eberardo già duca del Friuli, vegnendo noi con ciò in cognizione ch'egli dovea già essere succeduto per la morte di Unroco suo fratello nel governo di quel medesimo ducato, o vogliam dire di quella marca. Vennero le soldatesche di Berengario nel bergamasco, commettendo non pochi disordini d'incendii e d'adulterii, di maniera che molti di que' paesani, lasciando le case e le sostanze alla discrezion di quella gente, se ne fuggirono o alla città, o alle montagne. Ricavasi ancora da una lettera [Epist. 42 Johannis papae VIII.] [770] di papa Giovanni VIII, ch'egli arrivato a Brescia, avea spogliato il monistero delle monache di santa Giulia di tutto l'oro sì d'esso sacro luogo che dell'imperadrice Angilberga, la quale avea colà rifugiato, come in ben sicuro asilo, il suo non piccolo tesoro, ammassato con far tanto gridar la gente. Come veramente passassero in tale occasione gli affari, non è facile il dirlo, stante la discordia degli Annali di san Bertino composti da un Franzese, e dei Fuldensi scritti da un Tedesco, cercando l'uno e l'altro di sostener l'onore, o di coprire i difetti della sua nazione, con adoperare, occorrendo, anche le bugie: difetto non già straniero negli scrittori di storie. Carlo Calvo, secondo i suddetti Annali bertiniani, uscito contra di esso Carlo Grasso, il mise in fuga, e costrinselo a ritirarsi. Anzi Andrea prete aggiunse che Carlo Calvo perrexit in Bajoariam; cioè portò le sue armi fino in Baviera: il che non saprei facilmente credere io. L'Eccardo pensò che questo fosse uno stratagemma di Carlo Calvo, al quale non riuscisse già di far fuggire il nipote Carlo, ma bensì di farlo retrocedere, per accorrere alla difesa della casa. Ma neppur sembrerà credibile che Carlo Calvo volesse passare in Baviera con lasciare in Italia un principe tedesco suo nipote, assistito dal duca ossia dal marchese del Friuli, che avrebbe potuto profittare della lontananza dello zio.

Comunque sia, Lodovico re di Germania inviò alla volta d'Italia Carlomanno, cioè un altro de' suoi figliuoli, con un'altra armata. Per attestato degli Annali di san Bertino, Carlo Calvo con forze maggiori gli andò incontro; e Carlomanno, conosciuto di non potere resistere allo zio, trattò con lui di pace, e dopo i giuramenti seguiti fra loro, se ne tornò in Germania. Laonde Carlo Calvo, sbrigato da questi ostacoli, ebbe l'agio convenevole per passare a Roma a ricevere la corona dell'imperio dalle mani di papa Giovanni. All'incontro abbiamo dagli Annali di [771] Fulda [Annal. Franc. Fuldenses.] che Carlo Calvo, tiranno della Gallia, balzò in Italia, ed aggraffò tutti i tesori che potè ritrovare, specialmente dell'imperador Lodovico II. All'avviso che Carlomanno calava in Italia, si fortificò alle chiuse delle montagne; ma Carlomanno molto ben seppe preoccupare i siti più difficili. Ora Calvo Carlo considerando che non si poteva sbrogliare da questo pericoloso impegno senza venire ad un fatto d'armi, siccome uomo più timido d'una lepre, ricorse al ripiego di guadagnare, con una gran somma d'oro e con regali d'innumerabili pietre preziose, l'animo di Carlomanno. E gli venne fatto. Giurò egli di ritirarsi tosto dall'Italia, e di lasciar questo regno alla disposizione di suo fratello Lodovico, purchè Carlomanno se ne tornasse anch'egli in Baviera. In fatti l'incauto giovane Carlomanno se n'andò, ed allora Carlo Calvo, nulla badando alle promesse nè ai giuramenti fatti, il più presto che potè marciò a Roma, dove con donativi corruppe il senato romano in guisa tale, che indusse papa Giovanni a dargli la corona dell'imperio. In questo racconto ha verisimilmente avuta qualche parte la passione o la diceria del volgo. Per altro Andrea prete, scrittore in ciò più autentico, attesta, che fatto al fiume Brenta un abboccamento fra Carlo Calvo e Carlomanno, rimase stabilita una tregua fra loro sino al mese di maggio: dopo di che Carlomanno se ne tornò in Baviera, e Carlo Calvo se n'andò a Roma, dove, fatti molti doni alla chiesa di san Pietro, ricevette il titolo e la corona imperiale da papa Giovanni. Reginone scrive ch'egli a forza di regali comperò l'imperio. Certamente pare che seguisse la tregua suddetta, ed avesse da restar pendente la controversia; ma Carlo Calvo non lasciò per questo di fare il negozio suo con burlare il troppo suo credulo nipote. In questo mentre lo stesso Lodovico re di Germania, credendosi di far desistere il fratello dall'acquisto dell'Italia, entrò coll'armi in Francia, e diede [772] il guasto ad un gran tratto di paese, senza che per questo volesse Carlo Calvo muoversi d'Italia. Non si sa bene se esso re Carlo da sè stesso assumesse il titolo di re d'Italia, e neppure se ne seguisse la formale elezione e proclamazione in Pavia. Abbiamo ben certo il tempo della sua coronazione imperiale in Roma. Invitato dal papa colla spedizione di quattro vescovi, arrivò egli colà nel dì 17 di dicembre, e poscia nel giorno solenne del santo Natale [Annales Francor. Bertiniani.] fu unto e coronato imperadore ed Augusto dal sommo pontefice Giovanni VIII. Reginone [Regino, in Chronico.] attesta ch'egli fece dei gran regali al papa e ai Romani. Nel giorno seguente, stando in san Pietro, esercitò la sua autorità col confermare i privilegii al monistero insigne di Farfa. Il suo diploma, riferito nella Cronica farfense [Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], è dato VII kal. januarii, anno XXXVI regni domni Caroli in Francia, et in successione Lotharii VI, et imperii ejus I. Actum in sancto Petro, Indictione IX. Feci menzione di sopra di un'operetta, attribuita ad Eutropio longobardo, di cui si servì il de Marca [De Marca, lib. 3, c. 11 de concord. sacerd. et imper.] per provare che Carlo Calvo in tal congiuntura cedette ai romani pontefici la sovranità sopra Roma. In fatti dice costui, che venuto esso Carlo a Roma, renovavit pactum cum Romanis, perdonans illis jura regni, et consuetudines illius, ec. Ma il padre Pagi pruova non sussistere una tale asserzione, avendo continuato gli Augusti il loro dominio in Roma stessa. E certo quell'autore, qualunque ei sia, conta nello stesso luogo dell'altre favole: cioè che Carlo Calvo donò loro anche patrias Samniae et Calabriae simul cum omnibus civitatibus Beneventi, e inoltre ad dedecorem regni totum ducatum spoletinum cum duabus civitatibus Tusciae, quod solitus erat habere ipse dux, idest Aritium et Clusium. La storia, siccome vedremo, non s'accorda con questo [773] racconto e con altre particolarità ch'egli soggiugne. Poichè per altro non son io lungi dal credere che papa Giovanni ottenesse allora non pochi vantaggi da un principe che avea un concorrente allo stesso mercato. Certo si ricava da una lettera d'esso papa Giovanni [Epistola 9 Johann. papae VIII.] che Carlo Calvo avea ceduto Capoa, non si sa con quali patti, alla Chiesa romana. Gli affari intanto del ducato di Benevento si trovavano in una cattiva positura. Dacchè l'imperador Lodovico II si ritirò da quelle contrade [Erchempertus, in Chron., cap. 38.], ripigliarono cuore i Saraceni, e giacchè restò sciolto il blocco di Taranto, che avea quasi ridotta quella città alla necessità di rendersi, a poco a poco si diedero a scorrere per gli territorii di Bari e di Canna, commettendovi le solite ruberie con alcune iniquità. Tre volte uscì in campo contra di costoro Adelgiso principe di Benevento; ma sempre se ne tornò indietro senza gloria e senza vantaggio alcuno. Però in quelle parti andarono a dismisura crescendo le sciagure, siccome vedremo.


   
Anno di Cristo DCCCLXXVI. Indiz. IX.
Giovanni VIII, papa 5.
Carlo II imperadore 2.

Per quanto s'ha dagli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.], Carlo Calvo imperadore soggiornò in Roma fino al dì cinque di gennaio, nel qual tempo papa Giovanni diede una bolla in favore del monistero di san Medardo di Soissons, riferita dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., tom. 3.], e scritta quarto nonas januarii per manum Anastasii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis quarto, imperante domno piissimo perpetuo Augusto Carulo, a Deo coronato magno imperatore anno primo, et post consulatum ejus anno primo, Indictione nona, cioè nella stessa guisa che si praticò cogli antichi Augusti. Partissi [774] dunque da Roma l'imperadore novello, e venuto a Pavia, colà convocò la dieta del regno d'Italia, che si tenne nel mese di febbraio. V'intervennero diciotto vescovi, alla testa de' quali era Ansperto arcivescovo di Milano, e Bosone fratello di Richilda imperadrice (poco dianzi da Carlo dichiarato duca di Lombardia, con dargli la corona ducale), e dieci conti, fra' quali Suppone, che tuttavia teneva il governo del ducato di Spoleti, e Boderado conte del sacro palazzo. Non dovea prima d'ora essere stato eletto e riconosciuto in dieta alcuna per re d'Italia esso Carlo Calvo. Per sicurezza sua, ed anche per conservare i suoi diritti ai principi di questo regno, volle l'Augusto Carlo che ne seguisse la solenne funzione. Le parole dell'accettazione son queste, secondo l'edizion più copiosa d'esso concilio [Rer. Ital. P. II, tom. 2.]: Jam quia divina pietas vos, beatorum Apostolorum, Petri et Pauli interventione, per vicarium ipsorum, domnum videlicet Johannem, summum pontificem, et universalem papam, spiritalemque patrem vestrum, ad profectum sanctae Dei Ecclesiae, nostrorumque omnium invitavit, et ad imperiale culmen sancti Spiritus judicio provexit: nos unanimiter vos protectorem, dominum, ac defensorem omnium nostrum, et italici regni regem eligimus, ec. Ed ecco come cominciarono anche i magnati del regno d'Italia ad eleggere il re loro: cosa praticata sempre sotto i re longobardi; ma, per quanto sembra, dismessa sotto i precedenti imperadori franzesi. Passato di poi Carlo Calvo in Francia, fece quivi tenere un concilio, ossia un'altra dieta in Pontigone, dove fu medesimamente riconosciuto per imperadore dai baroni della Francia, Borgogna, Aquitania, Settimania, Neustria e Provenza, nel giugno dell'anno presente. V'erano presenti i legati apostolici Giovanni vescovo di Tuscania e Giovanni vescovo di Arezzo. Vi comparve lo stesso Carlo, vestito pomposamente alla greca, e da essi legati gli furono presentati per parte del papa varii regali, fra' quali uno scettro e un [775] bastone d'oro, o pure indorato. In questi tempi la vedova imperadrice Angilberga menava sua vita nel monistero insigne di santa Giulia di Brescia, che il defunto Augusto consorte suo Lodovico II, giusta l'uso, o, per dir meglio, abuso d'allora, aveva a lei conceduto in commenda, ossia in governo, finchè ella vivesse. Da una lettera di papa Giovanni [Epist. 43 Johannis Papae VIII.], a lei scritta nell'anno seguente, pare che traspiri aver ella già preso l'abito monastico; ma questo non è certo, a creder mio. Siccome dicemmo, Carlomanno l'avea nel precedente anno spogliato del suo tesoro. Le restavano molte terre e stabili, a lei donati dall'Augusto consorte, e almen buona parte di questi ella intendeva di donare al monistero delle sacre vergini di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza. Ma perciocchè non si fidava delle mani rapaci dei re suoi parenti, che o signoreggiavano o aveano pretensioni negli stati, dove ella avea que' beni, però quest'anno ella si procacciò un diploma di protezione da Lodovico I re di Germania, dato XIII kal. augusti, anno XXXVIII regni domni Hludowici serenissimi regis in orientali Francia, Indictione VIIII. Leggesi questo nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.]. Non si sa ch'ella se ne procurasse un altro simile da Carlo Calvo imperadore, perchè non godeva molto della di lui grazia. Siccome accennai di sopra, in esso diploma Angilberga è appellata da Lodovico dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga: il che fa conoscere l'abbaglio preso dal Campi [Campi, Istor. Piacent., lib. 7.] in ispacciarla figliuola naturale del medesimo re Lodovico. Se crediamo agli Annali di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], Carlo Calvo montato in superbia, faceva intanto delle sparate contra d'esso re suo fratello, non solamente negando di volergli dar parte alcuna degli stati del defunto comune nipote Lodovico, ch'egli pretendeva, ma anche minacciando e vantandosi ridicolosamente di voler condurre tanta quantità [776] di cavalli, che bevendo tutta l'acqua del Reno, porgerebbono a lui comodità di passare per l'alveo asciutto di quel fiume. Avendo poscia udito che Lodovico si metteva in ordine per ben riceverlo, cadutegli le penne, mandò ambasciatori per trattar di pace. Ma il re Lodovico preso da mortale infermità, terminò i suoi giorni nel palazzo di Francoforte nel dì 28 d'agosto: principe che nella storia germanica di Reginone si meritò questo nobile elogio [Regino, in Chron.]. Fuit autem iste princeps christianissimus, fide Catholicus, non solum saecularibus, verum etiam ecclesiasticis disciplinis sufficienter instructus. Quae religionis sunt, quae pacis, quae justitiae ardentissimus exsecutor. Ingenio callidissimus, consilio providentissimus, in dandis, sive subtrahendis publicis dignitatibus discretionis moderamine temperatus, in praelio victoriosissimus; armorum quam conviviorum apparatu studiosior; cui maximae opes erant instrumenta bellica; plus diligens ferri rigorem quam auri fulgorem; apud quem nemo inutilis valuit; in cujus oculis perraro utilis displicuit; quem nemo muneribus corrumpere potuit; apud quem nullus per pecuniam, ecclesiasticam, sive mundanam dignitatem obtinuit; sed magis Ecclesiam, probis moribus et sancta conversatione; mundanam devoto servitio et sincera fidelitate. Gli è tenuta la Germania, specialmente per aver egli fondato quel vasto regno; e per questo, ma più per le sue virtù, tuttavia illius memoria in benedictione est. Lasciò dopo di sè tre figliuoli, cioè Carlomanno primogenito, Lodovico II e Carlo appellato il Grosso.

Tutto ringalluzzito l'imperador Carlo Calvo all'avviso della morte del fratello, allora fu che si tenne in pugno la conquista di tutto il paese toccato in parte ad esso Lodovico di qua dal Reno [Annal. Franc. Bertiniani. Annal. Francor. Metenses. Regino, in Chronico.]. Ammassato dunque un poderoso esercito, andò ad occupare Aquisgrana e [777] dipoi Colonia. Accorse nella ripa opposta del Reno Lodovico II con quanti armati egli potè in quell'angustia adunare; spedì ancora legati all'Augusto suo zio, pregandolo con tutta umiltà di ricordarsi della parentela, dei patti e giuramenti fatti nel dividere il regno di Lorena. La risposta assai galante fu, che i patti erano seguiti col fratello, e non già coi figliuoli del fratello. Allora Lodovico, benchè inferiore di forze, rivolto il timore in rabbia, animosamente passò di qua dal Reno, e fattosi forte nel castello di Adernaco, tornò ad inviare ambasciatori a Carlo con chiedere pace. Fece vista Carlo di volerla, e promise d'inviare a Lodovico i suoi messi per trattare di qualche accordo; ma nella seguente notte mise in armi tutte le sue schiere per improvvisamente assalire il nipote. Avvisato Lodovico segretamente di questo disegno da Guiliberto vescovo di Colonia, con ordinare che i suoi mettessero le camicie sopra il giuppone, coraggiosamente si mosse contro della nemica armata, che già era in marcia, e confidato in Dio, attaccò la zuffa nel dì 8 di ottobre. Toccò alla perfidia di Carlo Calvo quello che si meritava. Andarono vituperosamente in rotta le genti sue; molti furono gli uccisi, molti i prigioni, fra' quali un vescovo, un abate e quattro conti; e si arricchirono assaissimo tutti i vincitori; tanta fu la copia del bottino in oro, argento, merci e bagaglie. Crescevano intanto i guai della Italia a cagion de' Saraceni, i quali avendo tirato dall'Africa in Calabria de' gagliardi rinforzi, s'erano talmente ingrossati, che faceano paura a tutte le città cristiane del vicinato [Erchempertus, Hist., cap. 38.]. Venne a Taranto un nuovo lor generale, che, assunto il titolo di re, ed uscito in campagna, diede un terribile sacco al territorio di Benevento, di Telese e di Alifi. Volle di nuovo provar la sua fortuna contra di quegl'infedeli Adelgiso principe di Benevento; ma rimasto sconfitto, fu obbligato a comperarsi un po' di quiete col rimettere [778] in libertà il sultano, già fatto prigione col riacquisto di Bari. I due compagni di costui Annoso ed Abadelbach, dianzi spediti da lui a Taranto per trattare di qualche accordo, restarono colà, nè più fecero ritorno. Ora il popolo di Bari, veggendosi in pericolo di cader di nuovo in mano dei Mori [Lupus Protospata, in Chronico.], chiamarono da Otranto Gregorio generale dei Greci, che con un buon nerbo di truppe venne a prendere il possesso di quella città; ma, secondo la fede greca, mise tosto le mani addosso a quel governatore e ai principali cittadini, e li mandò a Costantinopoli. Andarono poscia i Greci colla spedizion di varie lettere pregando quei di Salerno, Napoli, Gaeta ed Amalfi di dar loro aiuto contra de' Saraceni. Ma cantavano ai sordi. Que' principi e popoli aveano fatta pace con que' Barbari; anzi unitisi con essi cominciarono colle lor navi ad infestar la riviera romana e il suo ducato. Papa Giovanni, le cui lettere si cominciano a leggere nel settembre di questo anno, essendo perite le precedenti, non avendo forze bastanti da opporre a questo torrente, si diede a tempestar con lettere [Epist. 1, 7, 21, etc. Johannis VIII Papae.] Bosone duca, lasciato da Carlo Calvo come vicerè in Italia, e poi lo stesso imperadore Carlo, con rappresentar loro lo stato miserabile in cui si trovava il paese intorno a Roma per le scorrerie de' Saraceni, e implorando l'aiuto loro. Acremente si lamenta egli ancora de confinibus et vicinis nostris, quos marchiones solito nuncupatis, che facevano anch'essi alla peggio contro gli stati della Chiesa. Vuol egli significare Lamberto e forse Guido suo fratello, duchi di Spoleti, e forse anche Adalberto marchese e duca di Toscana, in una lettera [Epist. 22 ejusdem.] scritta allo stesso Lamberto. Il prega di rimediare ai danni che da i di lui uomini venivano fatti a quei di san Pietro e di Guido: col qual nome se egli significa il fratello di Lamberto, si viene a conoscere ch'egli non avea parte [779] in quelle violenze. Ma Carlo Calvo, nulla curando le preghiere del papa, nè il debito suo, altra premura non aveva in questi tempi, che di spogliare, se avesse potuto, i nipoti suoi de' loro stati: nel che andarono falliti i suoi desiderii e disegni. Intanto que' principi si divisero fra loro l'eredità paterna [Regino, in Chron.]. A Carlomanno toccò la Baviera, la Pannonia, la Carintia, la Schiavonia e la Moravia; a Lodovico la Francia orientale, la Turingia, la Sassonia, la Frisia e una parte del regno della Lorena; a Carlo il Grosso l'Alemagna, cioè la Svevia, con alcune città della Lorena. Circa questi tempi la Russia, che a' nostri giorni per cura di Pietro il grande è salita in tanta potenza e credito, abbracciò la religione di Cristo [Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basil. Imper.], e cominciò ad avere un arcivescovo, spedito colà da sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli. Si scorge poi da un placito da me pubblicato nelle giunte della Cronica casauriense [Chronic. Casauriens. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.], che era stato tolto il governo di Spoleti a Suppone conte o duca di quella contrada; perciocchè nel presente anno si truova un decreto fatto in favore del monisterio di Casauria per jussionem domni Karoli imperatoris Augusti, et per jussionem Lamberti et Widonis comitum. Fu scritto quel documento anno domni Karoli piissimi imperatoris Augusti, anno imperii, in Dei nomine, primo, seu et temporibus Widonis comitis anno comitatus ejus primo, mense junio, per Indictionem IX. Sicchè Lamberto per grazia di Carlo Calvo imperadore ricuperò il ducato di Spoleti; e Guido suo fratello fu anch'egli fatto duca, e pare che signoreggiasse nel ducato spoletino di qua dell'Apennino, cioè in Camerino e Fermo. Truovasi poi negli anni seguenti memoria di Suppone conte nelle lettere di papa Giovanni VIII [Epist. 107 et 130 Johannis Papae VIII.], dalle quali si raccoglie che governava Milano, Pavia [780] e Parma; e però dovrebbe essere stato duca o marchese di Lombardia, come era dianzi Bosone, passato al governo della Provenza.


   
Anno di Cristo DCCCLXXVII. Indiz. X.
Giovanni VIII papa 6.
Carlomanno re d'Italia 1.

Fece nel marzo di quest'anno la vedova imperadrice Angilberga, stando in Brescia nel monistero di santa Giulia, l'ultimo suo testamento, pubblicato dal Campi [Campi, Hist. Ecclesiast. Piacent., lib. 7.], in cui lascia al monistero delle monache di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza, un'immensa quantità di beni, cioè case, poderi e ville, ivi chiamate corti, fra le quali si vede Campo Migliaccio nel modenese, Corte nuova, Pigognaga, Felina, Guastalla e Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Staziona, oggidì Anghiera sul Lago Maggiore; Brunago e Trecate nel contado di Burgaria, oggidì nel distretto di Milano, per tacere d'altri luoghi. Lascia altri beni per lo spedale degl'infermi e pellegrini, edificato in vicinanza d'esso monistero, secondo il costume d'allora, pochi essendo stati i monisteri che non avessero spedale pubblico, perchè o non si usavano, o rarissime erano quelle che oggidì chiamiamo osterie. E tutto ciò è donato pro remedio et mercede animae ejusdem clementissimi imperatoris (Lodovico II) domini et senioris mei, et meae. Si riserva, finchè vivrà, il patronato e il governo sì del monistero che dello spedale, con soggiugnere: Post meum vero obitum volo atque decerno, ut si Ermengarda unica mea filia religiosa veste induerit, ipsa provisionem ejusdem loci mea vice suscipiat, ec. Quod si illa, me de hac vita transeunte, religionis veste induta non fuerit, volo atque instituo, ut de ipso monasterio atque xenodochio, ec. nullam deminorationem faciat, ec. Questa sua ultima volontà la fece ella confermare da Giovanni VIII con bolla data kalendis augusti [781] per manum Johannis episcopi, missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno nostro Carolo, a Deo coronato magno imperatore, secundo, et post consolatum ejus anno secundo, indictione X. Quando si legge di Ermengarda in esso testamento, ci fa vedere che non doveva essere per anche seguito ciò che narrano gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.] all'anno precedente 876 con queste parole: Boso, postquam imperator ab Italia in Franciam rediit, Berengarii Everardi filii factione filiam Hludovici imperatoris Hirmengardam, quae apud eum morabatur, iniquo cortudio in matrimonium sumsit. Intorno a che è da avvertire che Berengario duca o marchese del Friuli, siccome dicemmo, s'era nell'anno 875 unito con Carlomanno contra di Carlo Calvo; ma essendo prevaluta in que' contrasti la fortuna di Carlo con divenire re d'Italia ed imperador de' Romani, questo duca, accomodandosi anch'egli al tempo, cangiò mantello, e strinse buona amicizia con Bosone duca, lasciato da esso imperadore al governo e alla difesa di Lombardia. Erasi per avventura ricoverata nella corte d'esso Berengario la poco fa nominata Ermengarda, unica figliuola del defunto imperador Lodovico II, stante la parentela che passava fra loro. Imperocchè Eberardo duca o marchese del Friuli, padre di Unroco e dello stesso Berengario, [782] aveva avuta per moglie Gisela o Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, e perciò sorella di Carlo Calvo Augusto, e zia paterna del suddetto imperadore Lodovico II. Nel testamento d'esso Everardo, che citai di sopra all'anno 867, manifestamente si vede che Gisla era il nome di sua moglie. Che poi questa principessa avesse per padre Lodovico Pio Augusto, e Giuditta imperadrice, lo negò bensì Adriano Valesio [Valesius, in Praefat. ad Panegyr. Berengarii.], ma si raccoglie da Agnello [Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 185.], scrittore contemporaneo, il quale nelle vite degli arcivescovi di Ravenna, dopo aver nominati i figliuoli d'esso Augusto a lui nati dall'imperadrice Ermengarda, seguita a dire: ad Carolum vero (cioè al Calvo) plus fertilem et opimam largivit partem; et Giselam filiam suam tradidit marito Curado (si dee scrivere Evrardo) piissimus homo (probabilmente in vece di piissimo homini). Hunc et hanc Judith Augusta parturit. Anche nello Spicilegio del padre Dachery [Dachery, Spicileg.] si legge una donazione fatta da essa Gisla, in cui nomina riverentemente Carlo Calvo suo fratello. Ecco dunque per maggiore chiarezza la tavola onde risulta la parentela di Ermengarda con Berengario.

[783]

LODOVICO PIO IMPERADORE
morto nell'anno 840.
                       
               
Carlo Calvo imperad. Lodovico re di Germania  Lottario imperadore morto nell'anno 855.   Gisela moglie di Eberardo duca del Friuli morto circa l'anno 867.  
                   
             
Carlomanno re d'Italia Carlo il Grosso imper. Lodovico II re di Germania Lodovico II. imper. morto nell'anno 875. Unroco duca o marchese del Friuli Berengario duca o marchese del Friuli, poscia re d'Ital. ed imperad.
     
 Ermengarda moglie di Bosone duca di Lombardia.  

Ora Bosone considerando la nobiltà di Ermengarda, figliuola di un imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era fratello dell'imperadrice Richilda, ed arbitro allora del regno d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di Fulda [Annal. Franc. Fuldenses.], i quali all'anno 878, parlando di Bosone conte (che così ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi), hanno le seguenti parole: Quia propria uxore veneno extincta, filiam Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat. Dovette essere il concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedova imperadrice Angilberga, nè presso i figliuoli di Lodovico I re di Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto, mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poi [784] ne avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedente Leone, nipote di papa Giovanni VIII, e Pietro, amendue vescovi e legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo [Epist. 7 Johannis Papae VIII.]: della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.

Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva egli digerire che Sergio II duca di Napoli cristiano avesse non solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per tentar pure di guadagnarlo [Epist. 38 et seqq. ejusdem.], consecrò vescovo di quella città Atanasio juniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è il viaggio, [785] del quale parla Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 39.], con aggiugnere che Lamberto duca di Spoleti e Guido suo fratello andarono in compagnia del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de' Saraceni Guaiferio principe di Salerno, Pulcare duca di Amalfi, e Docibile ipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me pubblicata [Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 831.]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono. Gagliardissime istanze parimente fece ad Aione vescovo di Benevento, affinchè inducesse il fratello, cioè Adelgiso principe di quel ducato, a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra l'altre cose [Epist. 45 Johannis Papae VIII.]: Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo filio nostro Lamberto glorioso duce (di Spoleti) qui nobis in omnibus haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus cum Agarenis habitum dissolvatur. E perciocchè esso papa intese che Gregorio imperial pedagogo era venuto in Calabria e a Bari con un'armata spedita dall'imperadore Basilio, anche a lui scrisse, pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso all'imperador Carlo Calvo, acciocchè menasse o mandasse delle forze bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue lettere in questo affare [Epist. 47 ejusdem.]. Aveva in questi tempi Adalardo vescovo di Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda, l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena, quod pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate monachis, applicavit; [786] e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso ad Ansperto arcivescovo di Milano, a Gualperto patriarca d'Aquileia e al clero di Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli: difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra di lui con dire: A che ci serve questo imperadore che si gloria d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior signore. Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui, e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la protesta di aver già eletto ed unto in imperadore Carlo figliuolo di Lodovico Augusto [Labbe, Concil., tom. 9.], una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque togatae, et secundum priscam consuetudinem: conferma e fa confermare da tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni, perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non aveano certo i precedenti [787] papi negli Annali de' Franchi conosciuto in lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti. Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse, per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni [Epist. 61 Johannis VIII Papae.] a Lamberto glorioso duca di Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il pontefice: Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt? Chiaramente poi protesta di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso, perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad esso papa un tal disegno, et ipsum imperatorem non credimus suum nos velle secretum latuisse. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto. Quum autem, Deo juvante, ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem majestatem oborta, sopita exstiterint: allora sarà amichevolmente accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano in questo fuoco i figliuoli di Lodovico I re di Germania, pretendenti anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa Giovanni XII kalendas novembris, Indictione XI, cioè nel dì 26 d'ottobre dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivi [788] si parla d'un imperador vivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno precedente, e in vece di Indictione XI, s'ha da scrivere Indictione X.

Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi. Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta sacra assemblea [Labbe, Concilior., tom. 9.], ciò costando da varie lettere del medesimo papa. Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo scrive [Dandol. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che si diede fine alla controversia insorta fra Orso doge di Venezia e Pietro patriarca di Grado, perchè questi ricusava di consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge, Domenico abbate del monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca, egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de' Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal popolo di Venezia eletto doge e collega del padre esso Giovanni. Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani, fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche agl'infedeli. A tale iniquità [789] il doge e popolo veneziano cercarono il rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a chiunque contravvenisse. Seguitava intanto Sergio II duca di Napoli a tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè voleva, per quanto gridasse papa Giovanni [Epist. 66 et 67 Johannis Papae VIII.], distorsene, ingannato dai consigli di Adelgiso principe di Benevento, e di Lamberto duca di Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo, nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio, irritato per questo, mosse guerra a Guaiferio principe di Salerno, che avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la faccenda. Atanasio vescovo di Napoli ascoltò volentieri in tal congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati, anche Landolfo vescovo di Capoa come principe signoreggiava quella città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura, fece prendere il duca Sergio suo fratello, e dopo avergli fatto cavar gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga dal dirsi quivi: Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionis [790] vobis procul dubio dirigemus. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo [Annales Franc. Bertiniani.]. Ricevette egli a Compiegne Pietro vescovo di Fossombrone e Pietro vescovo di Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia, col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato dall'imperadrice Richilda sua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che [Regino, in Chron.] fu data in moglie a Bosone duca Ermengarda figlia del fu Lodovico II Augusto. Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam, et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut more priscorum imperatorum regibus denominari videretur. Può patire delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone: perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi, per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già aver egli sognato [791] le nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.

Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti giugnere avviso che Carlomanno suo nipote, cioè il primogenito di Lodovico I re di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son queste: [Annales Francor. Fuldenses.] Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis effugere solebat. Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioè Ugo abbate, Bosone ed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano, subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea donato. [792] Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre. Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi seppellirono sotterra la botte col corpo stesso. Sic transit gloria mundi. Per ordine poi di Lodovico Balbo suo figliuolo e successore nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura. Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.] nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio, Indictione nona cioè nell'anno 876. Quumque idem Carolus imperator de Roma reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat, ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est. Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad patrem in Bajoariam reversus est. Due grossi errori son qui, e [793] tali, che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola. Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò, Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, che Karlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam arripuit per viam, quam venerat. Ma verisimilmente questo autore si lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.] un suo diploma, dato in favore dei monaci di san Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual persona potente) XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum in Curte Nova villa regia. Un altro pure [Ibid. Dissert. LXIV.], con cui dona una chiesa al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato da Angilberga Augusta, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è dato XIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium, Indictione XI. Un altro ancora in favore [Ibid. Dissert. LXX.] delle monache della Posterla di Pavia fu dato XII kalendas decembris anno, Christo propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI.

[794]

Se in tali documenti l'indizione comincia in settembre, come io credo, essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica casauriense [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge un suo diploma dato in Pavia XVII kalendas novembris anno secundo regni (cioè di Baviera), Indictione decima: il che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece di Indictione decima dovrebbe leggersi ivi undecima, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle Antichità italiche [Antiq. Ital. Dissert. XVII.] ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta queste note: Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie idus novembris, Indictione duodecima, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per anche re. Un altro è scritto: Anno II Karlomanni pridie nonas decembris, Indictione XIII, cioè nell'anno 879, se la indizione ha avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli, udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde [Epist. 63 Johannes Papae VIII.], che a suo tempo, cioè dopo il suo ritorno, [795] gl'invierà i suoi legati cum pagina capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae, vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis concedere. Il prega di non ammettere nè di ascoltare infideles nostros, nostraeque vitae insidiantes. La sua lettera è data nel novembre dell'anno presente. In un'altra [Epist. 72 Johannis Papae VIII.], a Lamberto glorioso conte scritta, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo pontefice, e che eos rebus et beneficiis contra nostram etiam voluntatem inconvenienter restituere debeatis. Vuol dire di Formoso vescovo di Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera [Epist. 68 ejusdem.] ancora gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia, per iter marinum, mostrando di andar colà per trattare col re Carlomanno intorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità; ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che terminasse l'anno [Annales Franc. Fuldenses et Bertiniani.], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) ad Incmaro arcivescovo di Rems [Marlot. Hist., Remens. lib. 3, cap. 34.], per manus Anastasii bibliothecarii, ci fa conoscere che fino a questi tempi visse Anastasio bibliotecario, scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmente [796] siam tenuti per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.


   
Anno di Cristo DCCCLXXVIII. Indiz. XI.
Giovanni VIII papa 7.
Carlomanno re d'Italia 2.

Non si può negare: papa Giovanni poco genio avea per gli figliuoli di Lodovico I re di Germania; era egli tutto portato verso la casa dei re della Gallia, ossia de' Franzesi. Non potè astenersi il cardinal Baronio dal disapprovare la facilità, con cui egli corse a dar la corona dell'imperio a Carlo Calvo. Ma chi non sa qual forza abbiano i regali, e massimamente se grandi? Fors'anche non altronde procedette la persecuzione da lui fatta a Formoso vescovo di Porto, uomo lodatissimo de' suoi tempi, se non dallo averlo scoperto aderente ai Tedeschi, contrario ai Franzesi. Andava ben egli barcheggiando, e coprendo questi suoi genii e contraggenii; ma i fatti contra suo volere levavano la maschera al cuore. Si venne pertanto a scoprire, per quanto si può conghietturare, qualche intenzione o maneggio suo per levare al re Carlomanno il regno d'Italia, o almeno per non volerlo imperadore. Non potea esso Carlomanno accudire in persona a questi affari, perchè sequestrato dalla malattia in Baviera; e però diede commessione a Lamberto duca di Spoleti e ad Adalberto duca di Toscana di far mutare pensiero ad esso pontefice. Ciò che operassero, udiamlo dagli Annali di Fulda [Annales Franc. Fuldenses.]: Lantbertus Witonis filius, et Albertus (lo stesso è che Adalbertus) Bonifacii filius, Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne pontifice, sub custodia retento, optimates Romanorum, fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt. Non si sa intendere il pretesto di una tale violenza, stante il non essere Carlomanno stato giammai imperador dei Romani, e il non essere tenuti i Romani a giurar fedeltà al re d'Italia; [797] perchè senza dubbio Roma col suo ducato non era compresa nell'italico regno. Seguita a dir quello storico, che dappoichè furono usciti di Roma que' due principi, il papa fece portare dalla basilica di san Pietro tutte le cose preziose alla lateranense, vestì di cilicio l'altare di san Pietro, fece chiudere tutte le porte d'essa chiesa, e a chiunque veniva dalle varie parti della Cristianità per far quivi orazione, non era permesso l'entrarvi: risoluzione che fu riprovata dai buoni fedeli. Ciò fatto, salito in nave, pel Mediterraneo passò in Francia, e vi si trattenne quasi tutto quest'anno. Abbiamo varie lettere [Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.] scritte da lui a Giovanni arcivescovo di Ravenna, il quale pare che in questi tempi fosse molto in grazia di questo pontefice; a Berengario conte, cioè al duca ossia marchese del Friuli, ch'egli chiama nato da regal prosapia, perchè figliuolo di Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, come fu detto di sopra; ad Angilberga Augusta; a Lodovico Balbo, figliuolo di Carlo Calvo e re di Francia; a Lodovico II re di Germania; e finalmente allo stesso re Carlomanno, con rappresentare loro i gravissimi insulti fatti da Lamberto e Adalberto alla sua persona. Fra le altre cose dice all'arcivescovo di Ravenna e a Berengario, essere venuto Lamberto a Roma; aver preso una porta, ed occupata in tal maniera la città, ut nobis apud beatum Petrum consistentibus (erasi ritirato il papa nella città Leonina) nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus beato Petro, ejusque vicario traditam, haberemus: parole che ci fanno intendere il sistema di Roma in questi tempi, cioè che i pontefici signoreggiavano in Roma, ma con podestà loro conceduta dagl'imperadori. Aggiugne aver esso Lamberto a forza di bastonate disturbata una processione fatta dai vescovi e dal clero a san Pietro: negato ai vescovi, sacerdoti e familiari del papa l'andarlo a trovare; introdotti in Roma senza licenza sua i [798] nemici ed infedeli suoi già scomunicati; dato il sacco a molti luoghi del territorio di san Pietro: per le quali iniquità ha fulminato contra di lui e di Adelberto marchese o duca di Toscana la scomunica. Scrivendo poi a Lodovico Balbo re di Francia, adopera colori e titoli non certo convenienti alla gravità e mansuetudine pontificia, contra del duca Lamberto; ed aggiugne essersi egli portato a Roma con Rotilde sua sorella, da lui caricata con uno indecente nome, cum moecha sorore Rotilde, cumque complice suo infido Adelberto marchione, immo patriae praedone, per farsi imperadore, come correa la voce: voce nondimeno smentita dai fatti. Si scorge poi da un'altra lettera di esso papa [Epist. 164 Johannis Papae VIII.] che Adelberto marchese avea per moglie Rotilde, e questa si vien ad intendere che era sorella di Lamberto duca di Spoleti, onorata con quel bel titolo da papa Giovanni. Prega Berengario di far sapere tali eccessi al re Carlomanno, perchè Lamberto ejus se voluntate jactat talia agere. Scrive poi una particolarità rilevante ad esso Carlomanno: cioè ch'egli era stato necessitato prima delle suddette violenze fattegli da' Cristiani ad accordarsi coi Saraceni, con pagar loro annualmente una pensione di venticinquemila mancusi, ossieno mancosi, in argento, moneta di questi tempi, trovandosi mancosi in oro e mancosi in argento.

Queste tribolazioni ed angustie, accompagnate ancora da minacce d'altre violenze, fecero risolvere papa Giovanni a passare in Francia, giacchè nudriva anche prima questa voglia, per implorare l'aiuto del re Lodovico Balbo. Andò per mare fino ad Arles, conducendo seco prigione Formoso vescovo di Porto, già da lui scomunicato, non fidandosi di lasciarlo in Roma. Bosone duca [Annales Francor. Bertiniani.], che comandava le feste in Provenza, gli fece tutte le maggiori finezze, e l'accompagnò per tutta la Francia, siccome uomo di mire altissime [799] suggerite a lui dall'ambizione non men sua che della moglie Ermengarda, figliuola di Lodovico II Augusto. Perchè Lodovico Balbo era infermo, gli convenne di andare a trovarlo a Troia, città della Sciampagna, dove tenne nel mese d'agosto un gran concilio, e fece confermar la scomunica contra de' duchi, cioè di Lamberto ed Adalberto, e contra di Formoso vescovo e di Gregorio nomenclatore. Coronò re di Francia il suddetto Lodovico, ma non già sua moglie per varii riguardi. Veggendo poi il poco capitale che potea farsi del medesimo re a cagion della sua poca sanità e del cattivo stato, in cui si trovava allora quel regno per le prepotenze e divisioni de' baroni e per le scorrerie de' Normanni, si attaccò il papa al suddetto Bosone duca di Provenza, che in compagnia della moglie Ermengarda per la Morienna e pel monte Cenisio il condusse sano e salvo a Torino, e di là a Pavia. Cosa manipolassero insieme esso papa Giovanni e Bosone, si raccoglie dagli Annali di Fulda, dove son queste parole: [Annal. Francor. Fuldenses.] Pontifex, assumto Bosone comite, cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum italicum de potestate Carlomanni auferre, et ei tuendum committere potuisset. E che tale fosse il disegno di papa Giovanni, e ch'egli pensasse a farlo re d'Italia, ed anche imperadore, non servirà poco a farcelo credere una lettera da lui scritta al re Carlo, cioè a Carlo il Grosso, in cui gli fa sapere che per consiglio ed esortazione del re Lodovico Balbo [Epist. 119 Johannis Papae VIII.] Bosonem gloriosum principem per adoptionis gratiam filium meum effeci, ut ille in mundanis discursibus, nos libere in his, quae ad Deum pertinent vacare valeamus. Quapropter contenti termino regni vestri, pacem et quietem habere studete: quia modo et deinceps excommunicamus omnes, qui contra praedictum filium nostrum insurgere tentaverint. Un atto di questa fatta, e parole tali dicono molto. Parimente [800] allorchè egli arrivò ad Arles, avea scritto [Epist. 92 Johannis Papae VIII.] alla vedova imperadrice Angilberga di aver quivi trovato: Bosonem principem generum vestrum, et filiam domnam Hermengardam, quos permissu Dei ad majores excelsioresque gradus modis omnibus, salvo nostro honore, promovere nihilominus desideramus. Giunto che fu papa Giovanni in Pavia, disegnò di quivi raunare nel dicembre un concilio col pretesto di trattar degli affari delle chiese, ma, secondo tutte le apparenze, per far broglio e procurar la deposizione del re Carlomanno, e nello stesso tempo l'assunzion di Bosone al regno d'Italia. A questo fine scrisse più lettere [Epis. 126, 127, etc. ejusdem.] ad Ansperto arcivescovo di Milano, chiamandolo a Pavia co' suoi suffraganei; lo stesso fece a Berengario duca del Friuli, a Wibodo vescovo di Parma, Paolo vescovo di Piacenza, Paolo vescovo di Reggio e Leodino vescovo di Modena, e ad altri vescovi e conti. La disgrazia volle che niuno v'andò, perchè niuno si attentò di comparire ad un concilio tale senza licenza del re Carlomanno, nel cui regno si volea far questa sacra adunanza, e forse contra di lui. Neppure vi andò Suppone illustre conte, forse allora duca e marchese di Milano e della Lombardia. Gli scrive il papa di essere maravigliato [Epistola 130 ejusdem.], cur, ut audisti nos in tuos honores (così erano chiamati i governi dei conti, marchesi e duchi) venisse, obviam non concurreris. Aggiugne: Unde cernimus quoniam istud non ex corde, sed pro fidelitate tui senioris (cioè perchè era fedele a Carlomanno suo signore) taliter feceris: quod ideo pepercimus. Contuttociò il prega ed esorta di lasciar ogni altro affare, di venire a trovarlo, incitans etiam alios, quibus apostolicas literas misimus, ut et ipsi similiter faciant. Accortosi dunque papa Giovanni che niuna buona piega prendevano le sue politiche idee, se ne tornò (probabilmente per la via di Genova e del mare) a Roma, [801] dove è degno di osservazione che fu scritto uno strumento con gli anni di Carlomanno, accennato dal Fiorentini [Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.], cioè colle seguenti note: Regnante Carolomanno rex, anno regni in Italia secundo, XV kalendas novembris, Indictione XIII. Actum civitate Leoniana Urbis Romae, beati Petri Apostoli. Bosone anch'egli si restituì in Provenza, e giacchè non gli era venuto fatto il colpo in Lombardia, cominciò altre macchine per l'ingrandimento suo, delle quali parleremo all'anno seguente. Perciocchè venne in quest'anno a morte Giovanni arcivescovo di Ravenna, in cui luogo fu immediatamente eletto Romano, il sommo pontefice, siccome padrone di quella città, scrisse [Baron., Annales Eccl.] al popolo di Ravenna di avere inteso che Lamberto duca di Spoleti macchinava di entrare in quella città. E però ordina ad essi, sotto pena di mille pisanti, di non permettere ch'egli, nè alcuno de' suoi uomini, sia ammesso entro la città. Che in questi tempi il re Carlomanno dimorasse in Baviera, lo abbiamo da varii documenti, e spezialmente in uno [Pagius, ad Annal. Baron.] scritto nel dì sesto d'ottobre, in cui concedè alla vedova imperadrice Angilberga alcuni beni. Era passato a miglior vita nell'ottobre dell'anno precedente sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli: accidente che aprì l'adito al già deposto Fozio di rimettersi su quel trono patriarcale [Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.], non senza biasimo di Basilio imperador dei Greci, che rialzò un uomo tale, dianzi sì solennemente riprovato in un general concilio della Chiesa tutta. Furono perciò attribuite dai buoni Cattolici a gastigo di Dio le disgrazie che ad esso Augusto accaddero di poi, con avergli la morte rapito Costantino suo primogenito, già creato imperadore, quel medesimo, a cui Lodovico II imperador d'Occidente avea promessa in isposa l'unica sua figliuola Ermengarda. Il cardinal [802] Baronio [Epistola 133, Johann. Papae VIII.] e il padre Pagi [Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.] differiscono la sua morte all'anno 879, non so ben dire, se con infallibil racconto.

E fin qui s'era mantenuta forte contro tutti gli sforzi de' Mori e de' Saraceni la città di Siracusa, capitale allora della Sicilia, per la valorosa difesa dei Greci che n'erano padroni. Ma in quest'anno assediata da que' Barbari, e con varie sorte di macchine battuta, quantunque i cittadini e la guarnigion greca facessero di gran prodezze nella difesa [Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.], fu miseramente presa, messa a fil di spada la maggior parte di que' Cristiani, e dopo un general sacco con incredibil bottino, perchè era città ricchissima, tutta data alle fiamme. Trovasi descritta questa miserabil tragedia da Teodosio monaco contemporaneo in una lettera già data alla luce da Rocco Pirro, e da me ristampata [Rer. Ital. P. I. tom. 2.]. Pretese l'abbate Carusi, uomo dotto, che la presa di Siracusa accadesse non già in quest'anno, ma bensì nell'anno 880. Tuttavia non paiono convincenti le ragioni che egli reca, e si vuol confrontarle con altre addotte dal padre Pagi, per provar succeduta questa perdita de' Cristiani nell'anno presente. Aggiungasi ora la testimonianza della Cronica saracenica, pubblicata dallo stesso Carusi, che parimente si legge in essa mia Raccolta, dove all'anno 878 sono le seguenti parole: Captae sunt Syracusae vicesimo primo maii, feria quarta. Cadde appunto il dì 21 di maggio del presente anno in mercordì. La perdita di Siracusa si tirò dietro quella di tutti gli altri luoghi fin allora conservati dai Greci in Sicilia, e tutti poi, per attestato di Cedreno [Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.], furono smantellati dai vittoriosi Mori, fuorchè Palermo, città che, scelta per loro fortezza, crebbe da lì innanzi in popolazione e grandezza, e divenne poi capo di quella sì riguardevol [803] isola; del che gran doglia provarono i Cristiani non men dell'Occidente che dell'Oriente.


   
Anno di Cristo DCCCLXXIX. Indiz. XII.
Giovanni VIII papa 8.
Carlo il Grosso re d'Italia 1.

Seguitava intanto Carlomanno re di Baviera e d'Italia a combattere con gl'incomodi della sua sanità [Annales Franc. Fuldenses.]. Sopraggiuntagli una paralisia, per cui perdè quasi affatto l'uso della parola, andava peggiorando il suo stato. Però i due re suoi fratelli Lodovico e Carlo Grasso, ossia il Grosso, cominciarono a fargli i conti sulla vita. Lodovico col pretesto di una visita portatosi in Baviera, di mano in mano che comparivano alla sua udienza i magnati di quel regno, si facea da loro promettere di non prendere per loro principe se non lui, qualora occorresse la morte del fratello. Carlo il Grosso all'incontro vagheggiava l'Italia, e si preparava per calare dal suo regno di Alemagna a procacciarsi questa corona. Teneva anche filo di trattati con papa Giovanni; e il papa gli dava buone parole, anzi implorava il suo aiuto contra dei Saraceni, senza lasciar nello stesso tempo di riconoscere per re l'infermo Carlomanno. Anzi impariamo da una lettera scritta da papa Giovanni [Epist. 155 et 237 Johann. Papae VIII.] ad Antonio vescovo di Brescia, e a Berengario conte, ossia duca del Friuli, che Carlomanno avea dichiarato esso papa suo vicario nel governo del regno d'Italia. Era intanto dallo stesso papa stato intimato un concilio da tenersi in Roma, con chiamarvi spezialmente i metropolitani di Milano e Ravenna coi loro suffraganei. Ma eccoti insorgere una gara fra il papa ed Ansperto arcivescovo di Milano, che andò a finire in una rottura. Ciò che pretendesse il pontefice Giovanni, si raccoglie da una lettera scritta a quell'arcivescovo. Erano le mire sue di raunar que' vescovi, per disporre, coll'assenso [804] loro, della corona del regno d'Italia. Et quia, scrive egli, Carolomannus corporis, sicut audivimus, incommoditate gravatus, regnum retinere jam nequit, ut de novi regis electione omnes pariter consideremus, vos praedicto adesse tempore valde oportet. Et ideo nullam absque nostro consensu regem debetis recipere. Nam ipse, qui a nobis est ordinandus in imperium, a nobis primum atque potissimum debet esse vocatus et electus. Il che era dire in buon linguaggio, che l'arcivescovo e gli altri prelati doveano intervenire a quel concilio per ricevere imperadore e re d'Italia chiunque avesse voluto il papa. Ma Ansperto, oltre al poter essergli stato vietato dal re Carlomanno di andare a Roma, verisimil cosa è che pretendesse spettante a sè ed ai vescovi del regno d'Italia l'eleggere il loro re, senza dipendere dal romano pontefice; giacchè per tanti anni sotto i re longobardi il regno d'Italia era stato indipendente da chi era imperador de' Romani; e circa ventisette anni l'avea tenuto Carlo Magno, senza essere imperadore. Anzi lo stesso Carlomanno, re allora d'Italia, non si sa che dipendesse punto dall'elezione del papa per acquistare questa corona. Aggiungasi che i principi secolari d'Italia, cioè i duchi, marchesi e conti, doveano anch'essi pretendere, almeno al pari de' vescovi, all'elezione del re; ed all'incontro parea che il papa li volesse esclusi da questo diritto. Può anche darsi che, per quanto era avvenuto in Pavia, già si sospettasse, o si sapesse rivolto l'animo di papa Giovanni in favor di Bosone duca, già da lui adottato per figliuolo, e che perciò Ansperto e gli altri fedeli alla casa reale di Francia dominante in Germania si tenessero lungi dall'andare ad un congresso, dove correano pericolo di essere astretti a far le voglie del papa. Abbiamo una lettera da esso romano pontefice scritta [Epist. 164 Johann. Papae VIII.] verso l'aprile di quest'anno Bosoni glorioso principi, da cui risulta che gli andava procacciando [805] degli aderenti e fautori in Italia; ed anche per questa mira dovette egli rimettere in sua buona grazia Adalberto duca e marchese di Toscana con Rotilda sua moglie, già abominati da lui nell'anno precedente. De parte quoque, dice egli, Adelberti gloriosi marchionis, seu Rotildae comitissae conjugis ejus, cognoscat nobilitas vestra, quod vobis in omnibus fideles et devotos amicos eos esse cognoscimus. Ideo rogamus, ut eorum comitata in provincia posita, sicut jam tempore longo tenuerunt, ita deinceps pro nostro amore securiter habeant. Questi contadi posti in Provenza li doveano avere avuti Adalberto e sua moglie dalla beneficenza di Lodovico II imperatore, cominciandosi con ciò a vedere che tali governi prendevano a poco a poco la forma dei feudi de' secoli susseguenti. L'assoluzione dalle censure data ad esso Adelberto si vede solamente nell'epistola scritta dal suddetto papa [Epist. 258 Johannis Papae VIII.] nel novembre dell'Indictione XIV dell'anno seguente. Al medesimo Bosone ancora è più che probabile che fosse indirizzata un'altra lettera del medesimo pontefice [Epist. 180 ejusd.], mancante del titolo, in cui sono le seguenti parole: Secretum, quod, Deo auxiliante, vobiscum Trecis existentes habuimus, immutilatum ac fixum nostro apostolico pectore, quasi quoddam thesaurum reconditum procul dubio retinemus; et totis, vita comite, nisibus illud, quantum in nobis est, alacriter optamus perficere. Quapropter si excellentiae vestrae libet, jam hoc ipsum ad effectum debetis perducere. Dà il titolo di eccellenza in altre lettere ad esso Bosone. Che secreto poi e concerto fosse questo che si doveva presto eseguire, cioè se riguardi il regno d'Italia, oppur l'occupazione del regno della Borgogna che seguì in questo medesimo anno, noi nol sappiamo. Più nondimeno probabile è il secondo.

Comunque sia, Ansperto arcivescovo di Milano non volle intervenire al concilio [806] tenuto in Roma nel mese di maggio: perlochè fu scomunicato da papa Giovanni. Poco dappoi nondimeno esso pontefice [Epist. 177, 181 et 196 Johann. Papae VIII.] gli scrisse, con ordinargli di venire all'altro concilio che s'avea da celebrare sul principio d'ottobre, dicendo fra l'altre cose: Hoc etiam tibi, tuisque suffraganeis omnibus admonitione nostra denunciamus atque praecipimus, ut cum eo, qui de regibus Francorum, Deo favente, Italiam fuerit ingressus, nullum absque consensu et unanimitate placitum facere praesumatis, Apostolorum canone capituli XXXV ita jubente atque dicente, ec. Strana cosa è il veder qui citato uno de' pretesi canoni degli Apostoli. E da ciò sempre più si scorge che nasceva la discordia fra il pontefice e l'arcivescovo dalle diverse pretensioni loro intorno al diritto di eleggere il re d'Italia. Non cessava intanto papa Giovanni di replicar le istanze [Epist. 186, 197 et 172 ejusd.] al re Carlomanno, perchè accorresse in aiuto della Chiesa afflitta dai Saraceni, maltrattata anche dai cattivi Cristiani. Altrettanto scriveva a Lodovico II re di Germania, e a Carlo Crasso re d'Alemagna loro fratello, facendo ora all'uno, ora all'altro sperare l'imperio. Non mancavano intanto altre gravissime faccende allo stesso papa, riguardanti la Chiesa di Dio. Era, come dicemmo, il deposto Fozio risalito sul trono patriarcale di Costantinopoli. Arrivarono a Roma i legati di Basilio imperadore e d'esso Fozio, per indurre il papa ad ammetterlo alla sua comunione: e venne lor fatto. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] benchè adduca delle ragioni per iscusare in ciò la troppa facilità di papa Giovanni, pure non può astenersi dal parlare con amarezza di lui, sino a figurarsi che la favola della papessa Giovanna prendesse origine da questa sua esorbitante condiscendenza in favore d'un personaggio si screditato: immaginazione, che neppure ha ombra di verisimiglianza alcuna. Ma non mancano [807] altri scrittori, che biasimando la rigidezza di que' sommi pontefici, i quali negli affari scabrosi niun temperamento vogliono ammettere, credono saggiamente concorso questo papa ad approvar l'elezione di Fozio, massimamente avendolo egli fatto con varie condizioni e riguardi, dei quali parla la storia ecclesiastica. Venne a morte in quest'anno Landolfo vescovo e conte di Capoa [Erchempertus, Hist., cap. 40.], con lasciar dopo di sè una trista memoria per le sue cabale, per la sua estrema ambizione, e per l'odio che portava ai monaci. Era solito a dire: Ogni volta che mi si presenta davanti agli occhi un monaco, m'aspetto in quel dì qualche gran disgrazia. Nel principato di Capoa gli succedette Pandonolfo suo nipote [Chron. Comit. Capuan., apud. Peregrin.]. Landolfo iuniore figliuolo di Landone, suo nipote, fu eletto vescovo di quella città. Ma Pandonolfo, chiamato da altri Pandenolfo, da lì a poco fatta prendere la sacra tonsura a Landenolfo [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 41.], suo fratello ammogliato, procurò che anch'egli fosse eletto, e mandollo a Roma a prendere la consecrazione dal papa. Quantunque Bertario abbate di monte Casino e Leone vescovo di Teano venissero anch'eglino a Roma per dissuadere il pontefice dall'ordinarlo, con predirgli dei gravi disordini, il papa non ne fece caso. Verificossi la predizione, perchè nacque fiera discordia fra i parenti e fra il popolo, che durò non poco; e i Saraceni, profittando della lor divisione, diedero un terribil sacco al distretto di Capoa. Perlochè il papa due volte fu obbligato a portarsi a quella città, e a prendere in fine (forse nell'anno seguente) il ripiego di dividerne il vescovato, costituendo Landolfo vescovo in Capoa vecchia e Landenolfo nella nuova. Anche Adelgiso principe di Benevento (non si sa bene, se in questo, o se nel precedente anno) terminò i suoi giorni, ma di morte violenta, perchè ucciso dai suoi generi, nipoti ed amici. In suo luogo fu [808] eletto Gaideri ossia Gaideriso, figliuolo di una sua figliuola. La discordia che, siccome dissi, si svegliò in Capoa per i due pretendenti a quel vescovato, fece ricorrere i figliuoli di Landone per aiuto a Guaiferio principe di Salerno, il qual prese la lor protezione, e mosse guerra a Pandonolfo conte di Capoa. Questi non avendo maniera di sostenersi, si raccomandò al papa, che scrisse lettere [Epist. 206 et 214 Johannis Papae VIII.] per trattenere Guaiferio dal molestare i Capoani, con intimargli anche la scomunica: flagello che si fa udire ben sovente nelle lettere di questo pontefice. Gli dice fra l'altre cose: Nam pro vestro, quum venerimus, amore, ipsum quem vultis capuanae plebi, antistitem ordinabimus, ut vester principalis honor imminutus permaneat: parole indicanti che sovrano di Capoa era il principe di Salerno, e che non dovea avere avuto effetto la donazione di quella città fatta da Carlo Calvo Augusto alla Chiesa romana. Certo in queste lettere papa Giovanni non mostra di pretendersi padrone in temporale di Capua. Un altro ricorso prima ancora di questo avea fatto Pandonolfo a Gaideriso principe di Benevento, e a Gregorio generale in Italia dell'imperador greco Basilio, con chiedere loro soccorso, e promettere al primo d'essi che venisse, di sottomettersi a lui e di giurargli fedeltà. Per due diverse strade giunsero costoro a Capoa, e si accamparono presso a quella città, in tempo che sopraggiunto ancora Guaiferio colla sua armata, si piantò anch'egli vicino all'anfiteatro. Restarono allora burlati da Pandonolfo il principe di Benevento e il generale de' Greci; e però se ne tornarono mal soddisfatti alle loro case. Seguitò per un pezzo Guaiferio a tenere assediata quella città, da dove uscì tutta la nobiltà e molti del popolo; ma venendo il verno senza ch'egli avesse potuto dar la lezione che volea a Pandonolfo, dopo aver desolato il paese, se ne tornò a Salerno. Veggonsi ancora lettere [809] di papa Giovanni [Epist. 209, 225 et 227 Johannis Papae VIII.] a Pulcari duca d'Amalfi. Si era questi impegnato di rompere i patti stabiliti coi Saraceni, e di difendere le terre della Chiesa romana: al qual fine papa Giovanni già avea sborsato diecimila mancosi d'argento. Perchè non avea attesa la promessa, il papa fece istanza per riavere il suo danaro, e sopra ciò scrisse ancora a Guaiferio principe di Salerno, con iscomunicar dipoi Pietro vescovo di quella città, e Pulcari e il popolo tutto, finchè rinunziassero all'amicizia degl'infedeli. Un'eguale scomunica minacciò ad Atanasio il giovane, vescovo di Napoli, se non si ritirava dall'alleanza contratta coi suddetti Saraceni.

Arrivò al fine de' suoi giorni nel dì 11 di aprile dell'anno presente, non senza sospetto di veleno, Lodovico Balbo, re solamente di Francia, e non già imperador de' Romani, come immaginarono il Sigonio e il cardinal Baronio. Presero quella corona i due suoi figliuoli Lodovico e Carlomanno, a lui nati da Ansgarde fanciulla nobile, che si crede da lui presa per moglie in sua gioventù, ma poi ripudiata per ordine del padre. Lodovico II re di Germania mosse lor guerra [Annales Francor. Fuldenses.], e per una convenzione acquistò una parte della Lorena. Furono questi torbidi che diedero il comodo a Bosone duca di Provenza di ben pescare in questa congiuntura, e di eseguire un disegno suo, non già nato allora. La moglie Ermengarda l'andava incitando, con dire [Annales Francor. Bertiniani.] che una pari sua, figliuola d'un imperador d'Occidente, e già sposata ad un imperador d'Oriente, non potea vivere, se non vedea sè stessa regina, e il marito re. Forse non avea egli bisogno di sì fatti sproni. Pertanto parte con promesse di abbazie, di benefizii ecclesiastici e di ville, parte colle minacce indusse i vescovi e primati della Provenza, e di una parie del regno della Borgogna, ad accettarlo e riconoscerlo per re. Probabilmente non gli fu di picciolo aiuto [810] Rostagno arcivescovo d'Arles, che il papa, consapevole, per quanto si può conghietturare, di questa risoluzione, avea decorato col titolo di suo vicario per la Gallia. In Mante presso a Vienna in una dieta di vescovi fu egli eletto e coronato re, con piantare in questa maniera un nuovo regno, appellato arelatense, oppure di Borgogna. Abbracciava questo la Provenza, il Delfinato, la Savoia, Lione col suo territorio, ed alcuni contadi della Borgogna. Pretende l'Eccardo [Eccard., Rer. Francor., lib. 31, p. 634.] che la città d'Arles riconoscesse allora per suoi re Lodovico II re di Germania, e Carlo il Grosso re d'Alemagna. Ma facilmente si può provare ch'essa apparteneva ai re della Gallia, e che loro fu usurpata con altri stati da Bosone. Però, secondochè attesta Reginone [Regino, in Chron.], Lodovico e Carlomanno re della Gallia e i lor successori perseguitarono sempre Bosone, ed ebbero in odio il suo nome e tutti i suoi sudditi. Ma egli, siccome persona di acuto intendimento e di rara destrezza, seppe così ben governarsi, che contra tutti i lor tentativi sempremai saldo si sostenne. Figurossi allora l'Eccardo suddetto che in quest'anno il re Carlomanno, figliuolo del re di Germania Lodovico I, si facesse portare in Italia, deducendolo da un diploma riferito dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.]. Ma non regge la sua conghiettura fondata sopra un documento copiato con poca accuratezza, e che dee riferirsi all'anno 877. Non permetteva la troppa afflitta sanità a questo principe d'imprendere un viaggio tale. È bensì fuor di dubbio che Carlo, appellato dai posteri Grasso ossia il Grosso, re d'Alemagna, suo fratello, calò in quest'anno in Italia. Ne abbiamo il riscontro negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.]. Mirava egli cadente il fratello; e però affrettossi a lasciarsi vedere in Italia per disporre gli animi dei principi e magnati di questo regno ad [811] eleggere lui per successore. E che in tali negoziati passasse d'intelligenza coi re suoi fratelli, cioè col suddetto Carlomanno e con Lodovico II, si può ricavar dagli stessi Annali, che riferiscono seguito fra loro un abboccamento in Orba, terra oggidì degli Svizzeri, prima ch'egli scendesse in Italia. Secondo i suddetti Annali, gli riescì di ottenere il regno italico. Ma quando precisamente seguisse la di lui elezione, noi saprei dire. Neppure nel dì 15 di novembre egli contava gli anni del regno d'Italia, se crediamo ad un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. LXX.] da me pubblicato, e dato XVII kalendas novembris anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXVIIII, Indictione XIII, anno vero regni regis Karoli tertio cioè terzo del regno d'Alemagna. Adunque neppure nel dì 16 di ottobre egli numerava gli anni del regno d'Italia. Veggasi il testamento di Ansperto arcivescovo di Milano, da me dato alla luce [Ibid., Dissert LVI.], dove son queste note cronologiche: Karlomannus, divina providentia ordinante, rex Longobardorum in Italia anno regni ejus secundo, decima die mensis septembris, ingrediente Indictione tertiadecima, cioè in quest'anno, riconoscendosi da ciò qual corso avessero in Milano le indizioni. Un altro testamento susseguentemente fatto dal medesimo arcivescovo vien accennato dal signor Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana [Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.], scritto nel dì XI di novembre, nell'anno primo di Carlo re, nell'indizione XIII, cioè nello stesso anno 879. Sicchè Carlo il Grosso dovette essere eletto e riconosciuto re d'Italia solamente sul fine di ottobre, o sul principio di novembre dell'anno presente. Un suo diploma in favor delle monache di santa Giulia di Brescia, che si legge nelle mie Antichità italiche, è dato IV kalendas januarii, Indictione XIIII, anno vero regni Carolis regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia, cioè nel dì 29 di dicembre dell'anno seguente 880. E perciocchè in quel dì correva l'anno [812] secondo del regno d'Italia, per conseguenza nello stesso dì dell'anno presente 879 egli era già re d'Italia. Intanto il sommo pontefice Giovanni VIII, giacchè Bosone adottato per suo figliuolo o avea fatto, o era vicino a stabilire il suo regno in Provenza e nella Borgogna, erasi accorto abbastanza che sopra l'uno dei due re fratelli, cioè sopra Lodovico II re di Germania, o sopra Carlo il Grosso re d'Alemagna dovea cadere la corona del regno d'Italia, perciò colà rivolse le mire sue. Che anche egli avesse mano in eleggere o far eleggere re d'Italia esso Carlo, sembra quasi che certo, perchè all'udirlo disposto di venire in Italia, gli scrisse [Epist. 217, 230 et 231 Johann. Papae VIII.], con ispedirgli Arnolfo suo consigliere, e pregarlo di accudire ai bisogni della Chiesa romana, troppo infestata dai cattivi Cristiani, e più dai pessimi Saraceni. In un'altra lettera, a lui scritta sul fine di novembre, si scorge essere già seguito concerto che il papa dovesse portarsi a Pavia, allorchè Carlo vi fosse giunto per trattar quivi di cose utili alla stabilità del regno; ed essendo venuta nuova che esso re Carlo era pervenuto a Pavia, senza che egli ne avesse dato avviso a Roma, nè inviati colà i suoi legati, di ciò il papa molto si maraviglia. Vuole perciò ch'egli spedisca i suoi ambasciatori a Roma con lettere onorevoli per la santa Sede: dopo di che esso papa si metterà in viaggio per andare a trovarlo, e a digerir con lui ciò che riguardava l'esaltazione della Sede apostolica, e l'onore non meno del pontefice che del re. Era forte in collera papa Giovanni contra di Ansperto arcivescovo di Milano, perchè questi, seguitato dagli altri vescovi e principi del regno longobardico, non avea voluto accordarsi con lui intorno all'elezione del re d'Italia. Siccome essi non entravano a far l'imperadore de' Romani, appartenendo ciò al papa e al senato romano: così pretendevano che neppur il papa entrasse egli a fare re d'Italia, credendo lor proprio questo diritto. Arrivò tant'oltre questa [813] gara e disunione, che per non avere Ansperto fatto caso della scomunica pontificia, papa Giovanni il dichiarò decaduto dal vescovato, e ne scrisse al re Carlo [Epist. 221, 222, 256 et 260 Johannis Papae VIII.], ed anche al clero di Milano, perchè passasse all'elezione d'un altro. Non mancò il re Carlo di scrivere in favore d'Ansperto; ma il papa se ne scusò, volendo che questo prelato andasse prima a Roma a dar le dovute soddisfazioni. Vedesi nondimeno cessato dipoi questo turbine. Ma per conto dell'elezione di Carlo il Grosso in re d'Italia, non essendovi vestigio che v'intervenisse nè in persona nè per mezzo di alcun legato il papa, sembra assai credibile che questa si eseguisse dai vescovi e primati del regno, senza volere dipendenza da lui. Anzi appunto, perchè Ansperto arcivescovo volle indipendentemente dal papa stesso procedere all'elezione di Carlo suddetto, possiam conghietturare che nascesse l'ira d'esso papa Giovanni contra di lui, fino a scomunicarlo, e a cercar di deporlo sotto altri pretesti: il che non ebbe effetto, veggendosi da lì a non molto rimessa la concordia fra loro.


   
Anno di Cristo DCCCLXXX. Indiz. XIII.
Giovanni VIII papa 9.
Carlo il Grosso re d'Italia 2.

Restò finalmente vinto dalle gravi sue infermità Carlomanno re di Baviera e d'Italia. Secondo gli Annali di Fulda [Annal. Franc. Fuldenses.], seguì la sua morte nel dì 22 di marzo. Leggesi appresso Reginone [Regino, in Chronico.] un elogio che cel rappresenta dotato di molte insigni qualità e virtù. Niuna prole legittima lasciò egli dopo di sè. Vi restò un solo figliuolo giovane di bellissimo aspetto, a lui partorito da Ludsvinda sua concubina, appellato Arnolfo, di cui avremo a parlar più d'un poco. All'avviso della morte del fratello, non fu pigro Lodovico II re di Germania a correre in Baviera, [814] dove, raunati tutti i baroni di quel regno, senza difficoltà tutti a lui si sottomisero. Contentossi egli che il bastardo Arnolfo ritenesse la Carintia, giacchè gliel'avea conceduta il padre. Trovasi il re Carlo Grasso in Pavia nel mese di aprile del presente anno, e non già del susseguente, come pensò il Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian., pag. 228.], ciò costando da due suoi diplomi in favore del monistero ambrosiano, dati anno regni in Italia primo. Nel mese di giugno i figliuoli di Carlo Calvo Augusto, cioè Lodovico e Carlomanno, i quali divisero in quest'anno il regno della Francia ossia della Gallia fra loro, camminarono ben d'accordo, e tennero un congresso nella villa di Gundolfo, a cui intervenne il re Carlo il Grosso, colà portatosi dall'Italia. Non vi potè essere il re Lodovico suo fratello, perchè impedito da malattia. Quivi spezialmente si trattò delle maniere di abbattere Bosone usurpatore della Borgogna e Provenza. Unitamente poi nel mese di luglio mossero l'armi contra di lui; gli tolsero la città di Mascon, e passati sotto Vienna del Delfinato, vi misero l'assedio. Dentro v'era con un buon presidio Ermengarda, moglie del re Bosone, che fece una gagliarda difesa per grandissimo tempo. Ma il re Carlo Grasso si fermò poco a quella impresa, chiamato da' suoi affari in Italia. Ch'egli fosse in Piacenza nel dì 23 di aprile dell'anno presente apparisce da un suo diploma, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 559.], ma senza aver allora avvertito che ivi il sigillo è di Carlo imperadore; il che non può stare, perchè egli era solamente re, e contava l'anno I del regno d'Italia. In esso diploma conferma i beni alla vedova imperadrice Angilberga. Abbiamo una lettera da papa Giovanni a lui scritta [Epist. 216 Johann. Papae VIII.], in cui gli ricorda d'averlo chiamato in Italia per l'utilità ed esaltazione della santa Sede apostolica, ad culmen [815] imperii, Deo propitio, volentes vos perducere. Aggiugne, che pel grande amore che gli portava, ad vos Ravennam pervenimus: cosa non mai praticata da' suoi antecessori, per isperanza di domar col suo braccio i nemici della Chiesa: Sed quia de his omnibus nihil apud magnitudinem vestram, ut volebamus, peregimus: revertentes prioribus pejora reperimus. Perciò il prega di spedire a Roma i suoi ambasciatori, per concertar con essi i patti e privilegii della Chiesa romana, prima che egli colà si porti in persona. Questa lettera nel registro vien riferita sotto il precedente anno 879. Piuttosto nel presente credo io seguito fra loro un tale abboccamento. Anche il Dandolo [Dandalus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] scrive d'esso re Carlo: Hic primo anno regni sui Ravennae existens, foedus inter Venetos et subjectos suos italici regni per quinquennium renovavit. Nel luglio poi di quest'anno un'altra lettera si legge scritta dal medesimo papa ad esso re Carlo, dove il loda per le sue buone intenzioni di accorrere in aiuto della Chiesa romana, afflitta allora più che mai dai Saraceni e da varii cattivi cristiani. Il prega di non prestar orecchio ai nemici dello stesso papa, con aggiugnere ch'egli s'era portato ad una certa corte, così esortato da Vibodo vescovo di Parma per parlare con Guido conte figliuolo di Lamberto; ma che questi lo avea burlato col non venire. E perchè il re Carlo temeva che il papa seguitasse a proteggere Bosone negli stati usurpati, papa Giovanni protesta di averlo abbandonato, dopo la tirannia praticata contro la casa reale di Francia, e di voler tenere solamente il re Carlo in luogo di figlio. Così questo politico papa andava navigando secondo i venti, e mutando giri ed idee. Dice in fine: Pro justitiis autem faciendis sanctae romanae Ecclesiae, ut idoneos et fideles viros e latere vestro nobis de praesenti dirigatis, obnixe deposcimus, qui nobis pariter cum missis nostris proficiscentibus, de omnibus justitiam [816] plenissimam faciant, et vestra regali auctoritate male agentes corrigant et emendent: cioè, come io credo, ne' confini dei ducati di Spoleti e di Toscana. La menzione poi fatta qui di Guido conte ossia duca di Spoleti, ci fa sufficientemente comprendere che o in questo o nel precedente anno fosse già mancato di vita Lamberto, veduto da noi in addietro duca di quella contrada, e scomunicato dal papa. Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Langob.] credette questo Guido figliuolo di Guido seniore, parimente duca di Spoleti. In fatti sì da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 58 et 79.] che dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., c. 135.] viene nominato Guido filius Guidonis senioris. Altrove lo stesso Erchemperto scrive: Defuncto autem Lamberto filio Guidonis senioris, filio suo (senza dargli il nome) Spoletum reliquit. Quo etiam decedente, Guido junior, Spoletum et Camerinum suscipiens, cum Saracenis in Sepino castrametatus pacem fecit, obsidibus datis. Dalle quali parole intendiamo, che morto Lamberto, un suo figliuolo gli succedette nel governo di Spoleti. E, questo parimenti mancato di vita, Guido, che dianzi era duca di Camerino, ottenne anche il ducato di Spoleti, e signoreggiò in ambedue que' ducati. Ma non si può fallare, credendo che Lamberto lasciasse un figliuolo appellato Guido, dacchè sopra ciò chiara è la testimonianza dell'epistola di papa Giovanni.

Tre Guidi duchi di Spoleti riconosce il conte Campelli [Campelli, Ist. di Spoleti, lib. 18.], diversamente da quel che fece Camillo Pellegrino. E non senza fondamento. In una sua lettera dell'anno 882 [Epist. 293 Johann. Papae VIII.] papa Giovanni scrive a Carlo il Grosso imperadore: De omnibus immobilibus rebus territorii sancti Petri, quas nobis Ravennae consistentibus, in praesentia serenitatis vestrae UTERQUE WIDO MARCHIO pro reinvestitione reddidit, nec unum recepimus locum. Adunque [817] nel tempo, in cui era seguito il congresso di Ravenna, cioè nel presente anno 880, i due ducati di Spoleti erano governati da due Guidi, l'uno de' quali sarà stato figliuolo di Lamberto, e l'altro fratello. Il figliuolo di Lamberto, secondo l'attestato d'Erchemperto, poco dappoi morì; e per conseguente Guido figliuolo di Guido, e fratello di Lamberto, quegli sarà stato che fra pochi anni vedremo re d'Italia ed imperador de' Romani. Abbiamo un'altra lettera di papa Giovanni [Epist. 252 Johannis Papae VIII.] al re Carlo Grasso, scritta nel dì 10 di settembre del presente anno, da cui risulta che si aspettava l'arrivo di lui a Roma; e il papa, dopo aver fatte nuove istanze per la spedizione di un legato dalla parte d'esso re, che prevenisse la di lui venuta affine di concertar le cose, passa a dolersi, perchè partitosi da Pavia, sia venuto nel territorio di Roma Giorgio nomenclatore, uomo già scomunicato, con un uomo di Guido duca; e quasi assicurato dall'autorità del medesimo re Carlo, si sia messo in possesso de' beni allodiali, quae ad jus sanctae romanae Ecclesiae (Carolo divae memoriae patruo vestro concedente) legaliter pervenerunt. Se erano que' beni, come pare che non s'abbia a dubitare, nel ducato romano, vegniamo a conoscere che gl'imperadori doveano ritenere il fisco in Roma in questi tempi, giacchè que' beni confiscati al suddetto Giorgio gli avea Carlo Calvo conceduti al papa. In un'altra lettera [Epist. 255 ejusd.] il pontefice fa sapere allo stesso re Carlo il Grosso, che l'armata navale de' Greci ha sconfitta la saracinesca, ma che non lasciano i Saraceni di fieramente infestare i contorni stessi di Roma, di modo che non osava la gente di uscir fuori di quella città. Questa vittoria i Greci la riportarono nel mare di Napoli, ciò costando da un'altra lettera di esso papa [Epist. 240 ejusd.], contenente le congratulazioni sue a Gregorio generale di Basilio imperador [818] de' Greci, a Teofilatto ammiraglio, e a Diogene conte, a' quali forte eziandio si raccomanda, perchè vengano con alquante navi nella spiaggia romana per dare addosso ai Saraceni, inumani divoratori di quella contrada. Finalmente crede il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] con altri che nel dicembre di questo anno s'incamminasse il re Carlo il Grosso a Roma, e nel giorno santo del Natale del Signore, secondochè attestano gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.], ricevesse dalle mani di papa Giovanni la corona imperiale, cioè fosse creato imperador de' Romani. Perchè Reginone [Regino, in Chronic.], Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chronic.] ed altri antichi storici seguitano l'epoca incominciante l'anno nuovo dalla natività del Signore, perciò si crede che registrassero la di lui coronazione cesarea nell'anno 881; al che non facendo mente il cardinal Baronio [Baron., Annales Ecclesiast.] ed altri, sino al Natale dell'881 differirono l'assunzione di questo principe alla dignità imperiale, ed evidentemente s'ingannarono. Imperocchè la lettera di papa Giovanni [Epist. 249 Johann. Papae VIII.] a lui scritta IV kalendas aprilis, Indictione XIV, cioè nel marzo dell'881, fa conoscere chiaramente ch'egli non aspettò al Natale di quell'anno a portare il titolo d'imperadore. Concorrono a confermar questa verità varii diplomi, da me posti in luce nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. VIII et XLI.], da' quali risulta che molti mesi prima del Natale dell'anno 881 questo principe contava nei suoi diplomi l'anno primo del suo imperio. Per altro ho io proposto varii dubbii intorno all'asserzione de' suddetti Annali bertiniani, i quali soli ci fan credere coronato imperadore Carlo Grasso nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, potendosi piuttosto giudicare che la coronazione sua in Roma seguisse ne' due [819] primi mesi dell'anno 881, siccome può vedersi nelle mie Dissertazioni [Antiq. Ital., Dissert. VIII et XLI.]. E qui si vuol rammentare un diploma d'esso Carlo Grasso re, e non peranche imperadore, dato, se ne crediamo a Pier-Maria Campi [Campi, Ist. Piacent., tom. 1, pag. 467.], V kalendas januarii, anno incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero regni domni Karoli regis in Francia V, in Italia II. Actum Placentiae. Qualora sussistano le note di questo documento, scritto, secondo noi, nel dì 28 di dicembre dell'anno presente 880, chiamato ivi 881 secondo l'era cristiana, allora usata da molti, che principiava l'anno nuovo al Natale, (e debbono sussistere, perchè altro simile documento ho io rapportato nella Dissertazione ottava delle Antichità italiche), noi abbiam quasi decisa questa controversia. Aggiungo, aver io dato fuori un altro simile diploma nella Dissertazione quarantesima prima, da me veduto originale nell'insigne monistero delle sacre vergini di santa Giulia di Brescia, dato IV kalendas januarii, Indictione XIV, anno vero regni Caroli regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia, cioè nel dì 29 di dicembre di quest'anno, anch'esso comprovante che nel dì di Natale d'esso anno Carlo Grasso non fu in Roma, nè ricevette la corona imperiale. Adunque avendo noi sufficienti pruove per credere dubbiosa od erronea l'asserzion degli Annali bertiniani, resta da vedere se sia verisimile l'opinion dell'Eccardo [Eccardus, Rer. Franciar., lib. 31.], il qual tenne celebrata la coronazione imperiale di Carlo Grasso in Roma nel sacro giorno dell'Epifania dell'anno seguente 881. In un decreto di Cadoldo già monaco d'Augia, e poi vescovo di Novara, pubblicato dal padre Mabillone [Mabillon., Anecdot., p. 427, edit. in fol.], viene ordinato ai monaci del monistero d'Augia di fare ogni anno con celebrazione di messe e recitamento di salmi l'anniversario della consecrazione di Carlo serenissimo terzo [820] imperadore augusto, allora vivente. Et haec commemoratio fiat in die consecrationis suae, idest Epiphaniarum die. Aggiugne esso Eccardo un diploma del medesimo Augusto, dato nell'anno 885, in cui ordina anch'egli che si facciano orazioni in annuali consecrationis suae die, hoc est, Epiphania Domini. Il suddetto Cadoldo, non conosciuto dall'Ughelli nella Italia sacra, avea per fratello Liutuardo vescovo di Vercelli e arcicancelliere di esso imperadore Carlo, che era l'arbitro di tutta la corte. Contuttociò il padre Affarosi [Affarosi, Istor. del Monistero di Reggio, Part. I.] cita una pergamena scritta in Reggio, regnante domno Karolo rex hic in Italia II, die IV mensis martii, Indictione XIV, cioè nell'anno seguente. Adunque nel dì 4 di marzo del venturo anno non peranche si sapeva in Reggio la coronazione romana imperiale di questo principe. Tralascio come scorretto uno strumento pisano dell'anno 885, in cui nel dì 24 di maggio correva l'indizione prima, e l'anno secondo dell'imperio di questo Augusto. Intanto sembra doversi credere che la consecrazione del dì dell'Epifania riguardi quella del regno d'Italia, e non già il principio dell'epoca dell'imperio. E se Carlo il Grosso si trovava in Piacenza nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, come potè egli mai colla sua corte essere in Roma nel dì 6 di gennaio del seguente anno? Ma questi imbrogli di cronologia procedono da documenti sospetti, oppur disattentamente copiati; e però non si sa dove fermare il piede. Tuttavia se non è certo il dì, pare almen certo l'anno in cui seguì la coronazione romana di questo principe; e però comincerò io a contar l'anno primo del suo imperio nell'anno seguente. Guaiferio, stato finora principe di Salerno [Erchemp., cap. 48. Anonym. Salern., Paralip., cap. 130.], in quest'anno per la sua disperata salute determinò di farsi monaco in monte Casino. Nel portarsi [821] colà, morì per strada, e fu seppellito in Tiano. Guaimario suo figliuolo gli succedette nel principato.


   
Anno di Cristo DCCLXXXI. Indiz. XIV.
Giovanni VIII papa 10.
Carlo il Grosso imperad. 1.

Per le ragioni di sopra addotte, tengo io per fermo che Carlo il Grosso conseguisse, non già nell'anno addietro, ma bensì nel presente da papa Giovanni la dignità e titolo d'imperador de' Romani. Nella Cronica farfense [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., p. 380.] da me pubblicata si legge un diploma di esso Carlo Grasso, confuso da quello storico con Carlo Magno, dato IV kalendas martii, anno, Cristo propitio, imperii domni Karoli praepotentis Augusti unctionis suae primo, Indictione XIV. Actum Aquis palatio. Se, come dissi ivi in un'annotazione, col nome di Aquis s'intendesse Aquisgrana, non potrebbe stare che allora questo Augusto si trovasse in quel luogo. E che neppure quivi si parli della città d'Acqui nel Monferrato, lo deduco io da un bellissimo placito che originale si conserva nell'archivio de' canonici d'Arezzo, e fu da me pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XXXI.] altrove. Da esso apparisce che Carlo il Grosso si trovava in Siena, assistente al medesimo placito, anno imperii idem domni Karoli primo, mense martio, Indictione quartadecima, cioè nel marzo dell'anno presente, nel tornare ch'egli faceva dalla coronazione romana. Adunque non potè egli sul fine di febbraio trovarsi nel Monferrato, come pretese a quest'anno l'Eccardo [Eccard., Rer. Germanic., lib. 31.]. Non s'accorda questo documento col pisano riferito di sopra, e quando questo sussista, parrebbe che nel febbraio o nel principio di marzo accadesse la coronazione romana di Carlo il Grosso. Veggasi ancora un altro diploma all'anno 896 qui sotto, dove s'incontra un Aquis, che era forse una corte [822] posta nel contado di Verona. Intanto l'Augusto Carlo in vece di procedere coll'armi sue, siccome il papa desiderava e sperava, alla difesa del ducato romano, troppo malmenato dai Saraceni, noi il miriam ritornato in Lombardia a prendersi il fresco. Da un suo diploma [Campi, Istor. Piacent., tom. I, pag. 466.] presso il Campi si scorge ch'egli era ritornato a Pavia V idus aprilis, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno imperii primo. Un altro da me dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. V.] cel fa vedere V kalendas maji anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero imperii ejus II (sarà scritto nell'originale anno I). In esso dic'egli, Berengarium ducem (del Friuli), et affinitate nobis conjunctum (perchè figliuolo di Gisla sua zia paterna) nostram deprecasse clementiam, quatenus cuidam capellano suo, Petrum nomine, concederemus quasdam res massaricias, ec. Non si sa che questo Augusto attendesse nell'anno presente ad impresa alcuna. Abbiamo bensì una lettera a lui scritta nel dì 29 di marzo [Epist. 269 Johannis Papae VIII.], nella presente Indizione XIV, da papa Giovanni, in cui gli rappresenta i gravissimi guai patiti allora dai Romani per cagion dei Saraceni, guai che andavano ogni dì più crescendo, e però lo scongiura di spedire, secondochè avea promesso, in loro aiuto un forte esercito, alla cui testa sia un generale mandato dalla corte sua: segno che il papa non si fidava dei duchi di Spoleti e Toscana. Ma non apparisce che Carlo il Grosso se ne prendesse gran pensiero, nè che inviasse gente a soccorrere l'afflitta Roma. Due diplomi d'esso Augusto nel dì 4 di dicembre in Milano, si leggono nelle mie Antichità italiche [Antiq. Italic., Dissert. XXXIV p. 49. et seq.]. Si raccoglie da un'altra lettera [Epist. 277 Johannis Papae VIII.], che manda esso pontefice all'imperadore Petrum, insignem palatii nostri super ista (si dee scrivere Superistam) deliciosum consiliarium nostrum, communemque fidelem, con Zacheria vescovo, [823] affinchè esso Augusto spedisca i messi pro recipiendis de omnibus, quae hactenus perperam acta fuerunt, justitiis, et emendationibus, ac pro totius terrae sancti Petri salute. Qui si raccomanda papa Giovanni, perchè vengano i messi dell'imperadore, acciocchè colla loro autorità si rimedii ai torti e danni inferiti alla Chiesa romana. Ma in un'altra lettera [Epist. 271 et 278 Johannis Papae VIII.] non avrebbe egli voluto che i messi imperiali fossero venuti ad esercitar la loro giurisdizione in Ravenna. Passavano dissensioni fra Romano arcivescovo di Ravenna ed alcuni nobili di quella città. Per mettergli in dovere procurò l'arcivescovo che l'imperadore inviasse colà Alberico conte, il quale, senza che il papa ne fosse consapevole, colla forza della giustizia diede sesto a quegli affari. Se l'ebbe molto a male papa Giovanni; perchè quantunque pel diritto della sua sovranità potesse l'imperadore inviar negli stati della Chiesa i suoi giudici, siccome si era praticato sempre in addietro, pure non potea piacere al papa padrone di Ravenna che i sudditi suoi senza saputa sua, e senza prima fare ricorso a lui, rivolgessero le loro istanze al tribunale e ai ministri d'esso Augusto. Perciò ne fece doglianza coll'arcivescovo, quasi che egli contra il giuramento prestato alla santa sede avesse operato; e non finì la faccenda, che fulminò sotto altri pretesti la scomunica contra del medesimo arcivescovo, il quale poi nell'anno seguente terminò i suoi giorni, come si ricava da una lettera [Epist. 304 ejusd.] scritta da esso papa ai Ravennati. Non so io mai intendere come Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] e l'Ughelli differiscano sino all'anno 889 la morte d'esso arcivescovo Romano. Convien credere difettosa in questi tempi la storia ecclesiastica di Ravenna, e che abbia avuto qualche ragione chi fra esso Romano e Domenico, succeduto nel suddetto anno 889, ha posto un Giovanni arcivescovo, e di più un Leone, [824] Ho anche inteso dal padre don Pier-Paolo Ginnani abbate benedettino, che nelle carte ravennati si sono scoperti alcuni arcivescovi non noti al Rossi. Un d'essi probabilmente sarà il successor di Romano.

Ora dalla lettera poco fa accennata, scritta al medesimo Romano, noi impariamo che papa Giovanni s'era portato a Napoli. Il motivo di questo viaggio risulta da varie altre sue lettere dell'anno presente [Epist. 216, 241 et 266 Johannis Papae VIII.]. Atanasio II vescovo insieme e duca di Napoli, per ambizione, per interesse, per cabale uomo tutto mondano, si compiaceva forte dell'amicizia dei Saraceni, perchè entrava a parte dei loro bottini, cioè degli assassinii che coloro andavano commettendo negli stati della Chiesa romana, di Capua e delle altre contrade cristiane. Più preghiere ed istanze avea fatto papa Giovanni; molto danaro avea sborsato; andò anche più d'una volta a Napoli, e dovette andarvi anche nell'anno presente apposta, anche per tentare in persona di rompere quella indegna lega. Nulla poi fruttando tanti passi, finalmente proferì contra di lui la scomunica. Ma questo vescovo, finita una tela di frodi, ne cominciava tosto un'altra. Chiamò egli dalla Sicilia [Antiquit. Italic., Dissert. V.] Sicaimo re ossia generale de' Saraceni, e il postò alle radici del monte Vesuvio. Per giusto giudizio di Dio fu egli il primo a farne la penitenza, perchè cominciarono que' cani a divorare spietatamente i contorni di Napoli, e per forza prendeano le fanciulle, i cavalli e le armi di quegli abitanti. Accadde nel gennaio dell'anno presente, come s'ha da una Cronichetta da me data alla luce [Erchempertus, Hist., cap. 49.], che Gaideriso principe di Benevento fu preso e posto in prigione dai suoi parenti, e in luogo suo fu fatto principe Radelchi ossia Radelgiso II, figliuolo del già principe Adelgiso. Senza sapersene il perchè, fu il deposto Gaideriso messo in mano dei Franzesi, cioè probabilmente del duca di Spoleti; ma ebbe la [825] fortuna di scappar dalle carceri e di rifugiarsi in Bari, città allora sottoposta ai Greci, i quali onorevolmente il mandarono a Costantinopoli. Basilio imperadore, oltre all'averlo benignamente accolto e regalato, il rimandò in Italia con dargli il governo della città d'Oria. Giunse in quest'anno al fin di sua vita Orso doge di Venezia, principe lodatissimo [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.] per la sapienza, pietà ed amor della pace. Sotto di lui s'ingrandì la città di Venezia con essersi fabbricata quella parte, allora isola, che si chiama Dorso duro. Per opera sua furono terminate le controversie vertenti fra i patriarchi di Aquileia e di Grado. Lasciò suo successore il maggiore de' suoi figliuoli appellato Giovanni, e già collega suo nel ducato. Questi spedì a Roma Badoario ossia Badoero suo fratello, acciocchè ottenesse da papa Giovanni il contado ossia governo della città di Comacchio. Ma risaputo il suo disegno, Martino conte di quella città gli stette alla posta, e ferito in una gamba il mise in prigione. Poco nondimeno stette a rilasciarlo con esigere da lui una promessa giurata di non fare in alcun tempo vendetta, nè di chiedere risarcimento della ingiuria, nè del danno patito. Tornato che fu Badoario a Venezia, morì di quella ferita, e di qua prese motivo Giovanni doge suo fratello di condurre l'armata sua navale contra di Comacchio, città ch'egli prese a forza d'armi; e quivi come in paese di conquista mise i suoi giudici; e dopo aver danneggiato i Ravennati, siccome consapevoli della prigionia del fratello, se ne ritornò a Venezia. Passava poi somma corrispondenza fra papa Giovanni e la vedova imperadrice Angilberga. Ma dacchè Bosone in Provenza e Borgogna si fece re, tali sospetti insorsero contra di questa principessa, allora dimorante in Piacenza nel suo monistero di san Sisto, o piuttosto di Brescia nel monistero di santa Giulia, che Carlo il Grosso fattala prendere, la mandò in Alemagna in esilio. Ora papa [826] Giovanni, allorchè esso Carlo fu in Roma a prendere la corona dell'imperio, s'interessò forte per la di lei liberazione. Ne ebbe la promessa, purchè se ne contentassero i due re di Francia Lodovico e Carlomanno. Loro dunque esso papa scrisse nel dì 12 di marzo di quest'anno [Epist. 263, 282 et 298 Johannis Papae VIII.], con rappresentare che Angilberga era sotto la protezione della Sede apostolica, e raccomandata a lui anche dal fu imperador Lodovico II suo marito, pregandoli perciò di volerla rimettere a Roma, dove tal guardia le metterebbe, che niun soccorso ella potrebbe recare al genero Bosone, nè alla figliuola Ermengarda, nè in parole nè in fatti. Una lettera circolare parimente scrisse il medesimo papa a tutti gli arcivescovi, vescovi e conti di Italia, acciocchè tutti concorressero ad impetrare questa grazia dall'imperadore, e che Angilberga fosse inviata a Roma, con dire: Nam sicut illud regnum in quo nunc illa sub custodia manet (cioè l'Alemagna) ejus est: ita et istud. Et sicut ibi custoditur, ne aliquod solatium vel consilium dare facereque possit Bosoni; ita et nos eam in tali loco habitare faciemus, quo nihil adversi moliri, nihilque valeat machinari contrarium ad hujus regni et imperii perturbationem. Intorno a ciò fece egli dipoi altre premure nell'anno seguente all'imperadrice Riccarda, moglie dell'Augusto Carlo il Grosso, alla quale ancora si raccomanda colle lagrime agli occhi, per avere i promessi aiuti da esso imperadore, stante il crescere tutto dì la possanza de' Saraceni a Roma, e il mancar poco che per la disperazione i Romani non facciano pace con quegl'Infedeli: pace nondimeno che sarebbe costata tesori.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXII. Indiz. XV.
Marino papa 1.
Carlo il Grosso imperad. 2.

Venne a morte in quest'anno Lodovico II re di Germania nel dì 20 di [827] gennaio [Annal. Francor. Fuldenses. Hermann. Contractus, in Chron. Regino, in Chron.]. Trovavasi allora l'imperador Carlo Grasso suo fratello in Italia, e vennero volando i corrieri ed ambasciatori non meno del regno germanico che della Lorena, invitandolo a quella pingue eredità, ed insieme a soccorrere il popolo cristiano in quelle parti, giacchè le fiere ed inumane squadre de' Normanni facevano quivi stragi e ruberie incredibili, e peggio erano per fare, udita che avessero la morte del re. In fatti riuscì loro in questi tempi di devastare i contorni del Reno a Coblentz, di prendere e dare alle fiamme le nobili città di Treveri e Colonia, e non pochi insigni monisteri. Noi troviamo questo imperadore nel dì 15 di febbraio dell'anno presente in Ravenna, dove pubblicò un insigne suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XV, p. 869.] in favor delle Chiese. Di là portossi il suddetto Augusto in Baviera, e poscia ito a Vormazia, tenne quivi nel mese di maggio la gran dieta del regno, dove da tutta la Germania e dalla parte della Lorena antica, a lui spettante, fu riconosciuto per loro signore e sovrano. E perciocchè egli era dianzi padrone e re dell'Alemagna, e re d'Italia, e imperador de' Romani, unita in lui una sì vasta estensione di stati, parve che un sì potente monarca facesse sperare al pubblico delle segnalate imprese. Ma l'esito fu ben diverso dalle speranze. Sul principio d'agosto anche Lodovico re di Francia fu rapito dalla morte, e ne' suoi stati succedette il re Carlomanno suo fratello. Aveva esso Carlomanno tenuta fin qui stretta d'assedio la città di Vienna del Delfinato. Fu essa in quest'anno obbligata a rendersi per capitolazione, il cui primo articolo fu, che la regina Ermengarda moglie del re Bosone, gloriosa per aver difesa quella città quasi due anni, resterebbe in libertà di andar colla figliuola dovunque a lei piacesse. Fu essa pertanto condotta ad Autun, dove comandava Ricardo, fratello del re suo consorte. [828] Nè si ha da omettere che in questo anno ancora fu rimessa in libertà la vedova imperadrice Angilberga, madre di essa Ermengarda: tante furono in favore di lei le istanze di papa Giovanni. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.], con terminare appunto il loro racconto in quest'anno: Engilbergam vero Ludovici Italiae regis uxorem, quam imperator in Alemanniam transduxerat, per Leudoardum vercellensem episcopum (arcicancelliere e consiglier d'esso Augusto) Johanni papae, sicut petierat, Romam remisit. È scritta a Suppone glorioso conte una lettera di papa Giovanni [Epist. 307 Johannis Papae VIII.], in cui lo avvisa di venirgli incontro al monte Cinisio, con pregarlo ancora di condur seco Ansperto arcivescovo di Milano, Vibodo vescovo di Parma, e l'imperadrice Angilberga, per trattare di gravi affari. Fece credere questa lettera al cardinal Baronio [Baron., Annales Eccl.], al Puricelli [Puricellius, Monum. Eccl. Ambrosian.] e ad altri, ch'esso pontefice meditasse in quest'anno di passare in Francia, ma che restasse interrotto dalla morte sua questo disegno. Nè s'avvide il dottissimo porporato che quella epistola è fuor di sito, ed appartiene all'anno 878, in cui papa Giovanni VIII non andava in Francia, ma di Francia ritornava in Italia per Clusas montis Cinisii, come s'ha dagli Annali bertiniani [Annal. Francor. Bertiniani.]. E perchè Suppone conte, siccome osservammo all'anno suddetto, non andò punto ad incontrarlo, se ne lamentò con lui esso pontefice in una lettera [Epist. 130 Johannis Papae VIII.]. Nè Angilberga Augusta era in questi tempi in Lombardia, nè in istato da potere portarsi all'Alpi della Savoia. Oltre di che, in essa lettera chiaramente dice il papa, ad Gallias properantes venimus, ut pacis atque unitatis vinculo regum corda connecteremus. Sicchè il papa era ito in Francia, nè, come si pretende, pensava d'andarvi. Pare [829] eziandio che all'anno presente piuttosto che all'antecedente si debba riferire la epistola [Epist. 279 Johannis Papae VIII.] scritta da esso pontefice a Carlo imperadore nel dì 11 di novembre, in cui gli dice d'avere con giubilo inteso che esso Augusto, postpositis ceteris, iter vestrum in Italiam recto tramite ordinatum habeatis. Et ut utinam non solum Papiae, verum etiam propius essetis, necessitas maxima deposcit; e ciò perchè gli stati della Chiesa romana erano più che mai involti nelle miserie per cagion de' nemici Saraceni, e di Guido duca di Spoleti, del quale parla nelle seguenti parole: Ceterum de Guidone Rabia, invasore scilicet et rapaci, vestra gloria subveniat; et cum de finibus nostris, ut aliquantulum populus noster relevari valeat, ejicere modis omnibus jubeatis. Questo Guido Rabbia altri non è che Guido duca di Spoleti, onorato di questo titolo dal papa per le sue continue insolenze. Da un'altra lettera [Epist. 286 ejusd.] del medesimo papa scritta allo stesso imperadore ricaviamo, che esso Augusto volea trovarsi in Ravenna nel dì della Purificazione della beata Vergine, per abboccarsi col papa, il quale bramava che almen quattro giorni prima Carlo si portasse colà, con prendere seco Suppone glorioso conte e Fedele comune. Non iscommetterei che questa lettera fosse dell'anno presente. Giudico bensì scritta in esso un'altra [Epist. 293 ejusd.], nella quale papa Giovanni fa intendere al suddetto Carlo Augusto d'essersi portato a Fano città della Pentapoli, e che v'era giunto anche Adalardo vescovo di Verona secundum vestrae delegationis jussum, et ibi praefati Widonis, et satellitum ejus, qui nostra violenter tulerunt ac retinuerunt, praesentiam praestolati sumus, quatenus vel inde omnis emendationis et justitiae coepto initio per ceteras urbes, de omnibus juxta clementiae vestrae decretum, recipiendo coram legato vestro justitias pariter proficisceremur. Ma Guido [830] furbescamente sempre si guardò dal comparire. Adalardo andò bensì per ipsas civitates, quae illorum gravamine opprimuntur, nella Pentapoli; ma a nulla giovò: il perchè prega l'imperadore di venir egli in persona: altrimenti non si può sperar riparo ai danni inferiti da Guido, e da' suoi aderenti e sgherri alle città di san Pietro. Anche di qui, siccome il padre Pagi [Pagius ad Annal. Baron.] osservò, si raccoglie tuttavia in vigore la sovranità ed autorità di questo imperadore negli stati della Chiesa. Ma si dee anche osservare che la Pentapoli era allora del dominio dei papi. Noi non tarderemo a vedere che il duca Guido non andò esente dal gastigo ch'egli si meritava.

Deesi qui parimenti far menzione di un'altra lettera [Epist. 199 Johannis Papae VIII.] scritta dal medesimo papa ad Anselmo arcivescovo di Milano, in cui racconta i suoi guai. Nos enim in hac terra tam Paganorum, quam malignantium Christianorum tanta persecutione patimur, ut has verbis explicare non valeamus. Inter innumeras rapinas, depredationes, et mala quam plurima, ad augmentum doloris nostri quidam sceleratus Longobardus nomine, homo Widonis marchionis, octoginta tres homines cepit; manibus singulis detruncatis apud narniensem civitatem, plures ex tali sunt incisione sine mora peremti. Ci fa intanto conoscere questa lettera che già avea terminata la carriera di sua vita Ansperto arcivescovo di Milano, già tornato in grazia del papa, e che gli era succeduto Anselmo. Leggesi presso il Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.] e nella Italia sacra dell'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.] l'epitaffio, tuttavia esistente in marmo, dell'arcivescovo Ansperto, la cui morte ivi si dice accaduta anno Incarnationis dominicae octingentesimo octogesimo secundo, septimo idus decembris, Indictione XV. Però il Puricelli mette francamente la sua morte nell'anno presente 882. Un [831] grande imbroglio veramente per la cronologia di questi tempi si è l'uso vario delle indizioni, che la maggior parte mutava nel settembre, quando altri davano principio alle medesime solamente nel principio dell'anno. Similmente ne' susseguenti secoli alcuno cominciava l'anno nostro volgare non già nel primo dì di gennaio, ma nel marzo dell'anno precedente, chiamato ab Incarnatione; il che specialmente fu in uso presso i Pisani. Altri, come i Fiorentini, davano principio all'anno ab Incarnatione nel marzo seguente del nostro anno volgare. Altri in fine, non dalla circoncisione, ma dal Natale precedente cominciavano l'anno. Ora certo è che l'indizione XV del suddetto epitaffio ebbe principio nel settembre dell'anno 881, e l'altro ottocentesimo ottantesimo secondo quivi enunziato non è secondo l'epoca nostra volgare, ma secondo il rito pisano, cioè, secondo noi, altro non è che l'anno 881 di Cristo: il che fu dottamente avvertito anche dal Sassi [Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.]. Imperocchè è fuor di dubbio che non già nell'anno 882, come credettero il Calchi, il Puricelli, l'Ughelli, ed altri, ma bensì nell'anno precedente 881 dovette dar fine a' suoi giorni l'arcivescovo Ansperto. La sopraccitata lettera di papa Giovanni fu scritta ad Anselmo nuovo arcivescovo di Milano nel mese d'agosto di quest'anno 882. Adunque non può esser mancato di vita Ansperto nel dì 13 di dicembre di questo medesimo anno. Quel poi che finisce di chiarir questa verità, è la morte di papa Giovanni, succeduta nel dì 15 o 16 dello stesso mese di dicembre dell'anno presente. Come dunque può aver esso pontefice scritto ad Anselmo successore d'Ansperto, e già consecrato arcivescovo, quando non si metta la morte d'esso Ansperto nel dicembre dell'anno precedente 881? Nè si dee tacere, dirsi nell'epitaffio dello stesso Ansperto:

[832]

MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT VRBI
DIRUTA. RESTITVIT DE STILICONE DOMVM.

Di qui possiam conghietturare che questo arcivescovo avesse anche il governo politico di Milano, e che perciò egli rifece le mura diroccate di quella città. Così cominciarono i vescovi di Lombardia a procacciarsi il governo e dominio delle città, e i loro voti a fruttare nelle elezioni dei re d'Italia, e spezialmente allorchè ci era più d'un pretendente. Gli arcivescovi di Milano, che erano i capi in tali congiunture, seppero ben profittarne, e ne aveano anche l'esempio de' romani pontefici. Ha già inteso il lettore il tempo in cui papa Giovanni VIII, pontefice infaticabile, e di molta finezza negli affari politici, di non minor forza nel governo ecclesiastico, ma vivuto in tempi ben infelici, e sempre in mezzo alle burrasche. Anzi, se vogliam prestar fede alla continuazion degli Annali fuldensi, pubblicata dal Freero, quanto fosse il mondo cattivo, lo provò egli più degli altri, perchè non naturale fu la morte sua. Romae (dice quell'autore con parole molto imbrogliate [Annal. Fuldens. Freheri.]) praesul apostolicae sedis Johannes prius de propinquo suo veneno potatus; deinde quum ab illo, simulque aliis suae iniquitatis consortibus, longius victurus putatus est, quam eorum satisfactum esset cupiditati, qui tam thesaurum suum, quam culmen episcopatus rapere anhelabant, malleolo, dum usque in cerebro constabat, percussus exspiravit. Sed etiam ipse constructor malae factionis, concrepante turba, stupefactus, a nullo laesus nec vulneratus, mortuus (non mora) apparuit. Non mancavano dei nemici in Roma stessa a questo papa, e s'è veduto come egli fra essi contava Formoso vescovo di Porto, Gregorio nomenclatore, Giorgio di lui genero, Stefano secondicerio, ed altri, de' quali esso pontefice parla in una lettera [Epist. 319 Johannis Papae VIII.] che fu letta [833] nel concilio pontigonense dell'anno 876. Era ben potente anche la fazione di questi. Ma quel che è più da deplorare, dopo la morte di questo pontefice, il quale niuna diligenza ommise per difendere e salvar Roma in mezzo ai guai che correvano allora, andò Roma, anzi l'Italia tutta peggiorando da lì innanzi, sino a trovarsi fra poco in uno stato di confusion mirabile, e massimamente nel secolo susseguente, siccome vedremo. Successore di papa Giovanni fu Marino, che dagli Annali suddetti vien chiamato arcidiacono della Chiesa romana, ma dagli Annali lambeciani (e pare ancora da una lettera di papa Stefano suo successore) si vede nominato vescovo, benchè non si sappia di qual sede. Era personaggio di gran credito, adoperato dai precedenti papi in cospicue legazioni, e a visiera calata opposto a Fozio patriarca di Costantinopoli; perlochè Basilio imperadore de' Greci nol volle poi riconoscere per papa, e sparlò forte di lui. Nella elezione e consecrazione sua non si sa che punto entrasse l'imperador Carlo il Grosso.

Durante quest'anno Sigifredo e Godifredo re, oppure generali de' Normanni, con una straordinaria moltitudine di que' corsari e masnadieri, venuti tutti dai contorni del mar Baltico, inondarono la bassa Germania, commettendo dappertutto immensi mali [Regino, in Chronico. Annales Fuldenses Freheri. Annales Lambeciani.]. Carlo imperadore, affin di reprimere quella diabolica nazione, raunato un potentissimo esercito di Longobardi, Bavari, Alemanni, Turingi, Sassoni e Frisoni, marciò contra di loro, ed assediò que' due generali in una loro fortezza. Se si ha a credere al continuator lambeciano degli Annali di Fulda, erano que' Barbari ridotti alla disperazione, mirando imminente la morte al vicino assalto de' Cristiani, quando eccoti quidam ex consiliariis Augusti Liutovaldus, pseudo-episcopus, ceteris consiliariis, qui patri imperatoris [834] assistere solebant, ignorantibus, juncto sibi Wicberto comite fraudolentissimo, imperatorem adiit, et ab expugnatione hostium pecunia corruptus deduxit, atque Gothefridum ducem illorum imperatori praesentavit. Quem imperator more achabico quasi amicum suscepit, et cum eo pacem fecit. Seguita poi a dire, che non ostante l'essere stati burlati da esso Gotifredo i soldati dell'imperadore, pure esso Augusto il tenne al sacro fronte, giacchè costui si esibì di farsi cristiano, e gli concedette il governo della Frisia, con obbligarsi a pagargli una specie di tributo da lì innanzi. Ma questo autore par bene che si lasciasse sovvertir dalla passione, o dalle dicerie del volgo, e che non sussistano tutte le particolarità del suo racconto. Liutvardo, dipinto qui con colori assai neri, fu vero vescovo di Vercelli, e si trova lodato in una sua lettera [Epist. 8 Johannis Papae VIII.] da papa Giovanni VIII, e negli Annali di Metz [Annales Franc. Metenses.]; nè v'ha apparenza alcuna ch'egli si lasciasse corrompere da danari. Raccontano poi gli Annali pubblicati dal Freero molto diversamente l'affare: cioè che un fierissimo temporale e la peste entrata nell'armata imperiale sconcertarono tutte le misure dell'imperadore. Però si venne ad una capitolazione. Sigefredo (ma dovea dir Gotifredo) si fece cristiano, e ben regalato si ritirò in Frisia. Aggiugne Reginone che gli fu anche promessa in moglie Gisla figliuola del fu re Lottario; e che Sigefredo, cioè l'altro generale, comperato col dono di un'immensa somma d'oro e d'argento, promise d'uscire del regno della Lorena; e in fatti se ne andò. Comunque nondimeno passasse un'impresa tale, che sul principio promettea mari e monti; certo è che da tutti per l'Augusto Carlo riputata fu una pace sì fatta al maggior segno vergognosa ed egli restò in concetto di principe dappoco e vile: concetto che in fine produsse la sua rovina. Non vo' io lasciar [835] passare questo anno senza riferire un fatto, di cui fa menzione il solo Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 43.]. Cioè che Pandonolfo conte ossia principe di Capoa pregò il papa di voler sottoporre al suo dominio la città di Gaeta, perchè i Gaetani allora servivano solamente al romano pontefice. Il che come fosse, non ben s'intende, perchè Gaeta avea il principe proprio, e lo stesso Ostiense altrove riconosce quella città per indipendente. Ottenne Pandonolfo quanto chiedea, e cominciò a strignere quella città. Ma Docibile duca di Gaeta non volendo sofferir questo scorno, mandò a chiamare i Saraceni abitanti in Agropoli, che vennero con un gran rinforzo a trovarlo. Pentito allora il papa del passo fatto, tanto si adoperò con buone parole e promesse, che Docibile, rotta la lega, cominciò con que' Barbari la guerra, in cui perirono assaissimi Gaetani. Si venne poscia ad un accordo, e Docibile assegnò a que' Barbari per loro abitazione un sito presso il fiume Garigliano, dove poi si fermarono per quasi quarant'anni colla desolazion di tutti i contorni. Crede il cardinal Baronio succeduto ciò nell'anno 879, ma non è ben certo. Leone ostiense narra questo fatto dopo la morte di Guaiferio principe di Salerno, accaduta nell'anno 880. Può perciò essere che appartenga ai tempi di Giovanni VIII papa. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralip., cap. 132.] scrive che Atanasio II vescovo e duca di Napoli, per liberarsi dalla scomunica che contra di lui esso papa Giovanni avea fulminata nell'anno 881, unitosi con Guaimario principe di Salerno e coi Capoani, cacciò i Mori da Agropoli, e che costoro uniti si ritirarono al Garigliano, et ibidem prolixa tempora nimium morarunt, et undique Capuam, Beneventum, Salernum, Neapolim affligebant. Sed Athanasius ad solitam vergens fallaciam, cum Agarenis pacem iniens, Salernitanorum fines fortiter [836] affligebat. Però il racconto di Leone ostiense si può dubitare se sia in tutto ben fondato. In quest'anno poi, secondo la relazione della Cronica di Volturno [Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic.], fu preso e dato alle fiamme dai Saraceni l'insigne monistero di san Vincenzo di Volturno, uccisi quei monaci, i quali aspettarono a piè fermo que' nemici del nome cristiano. Restò poi trentatrè anni derelitto e covile solamente di fiere quel sacro luogo. Tuttavia scrivendo quello storico, essere accaduto questo terribil guasto al monistero suddetto XIII kalendas novembris, feria tertia, queste note disegnano l'anno precedente 881, e non già il presente.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXIII. Indiz. I.
Marino papa 2.
Carlo il Grosso imperad. 3.

Nell'anno presente papa Marino, per quanto pretende il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], perperam facta Johannis papae rescindens, fra l'altre cose rimise nel suo vescovato Formoso vescovo di Porto, già condannato e deposto da papa Giovanni. Confessa il porporato Annalista di non sapere i motivi per cui papa Giovanni condannasse Formoso, che ci vien dianzi dalla storia ecclesiastica rappresentato come personaggio di merito distinto. Ma s'egli ciò ignorava, non doveva già sì francamente tacciar d'ingiustizia l'atto d'esso papa Giovanni. Inoltre poteva egli informarsi dei reati dati al suddetto Formoso da quel pontefice, perchè esposti da lui in una lettera [Epist. 319 Johannis Papae VIII.] scritta ai vescovi della Gallia e Germania, che fu letta l'anno 876 nel concilio pontigonense. Se fossero questi sì o no ben fondati, se giusta la sentenza, non si può ora formarne giudizio. Possiam credere che neppure mancassero motivi a papa Marino per assolverlo, o per fargli grazia. [837] Veggasi Ausilio [Auxilius, de Sacr. Ordin., tom. 17 Biblioth. Patrum.] scrittore contemporaneo, che attesta la restituzion di Formoso, e solamente disapprova il giuramento da lui estorto di non tornare in sua vita nè a Roma nè al vescovato. Seguitava in tanto Guido duca di Spoleti a nulla voler restituire del maltolto alla Chiesa romana; fors'anche alle iniquità passate ne aggiugneva delle nuove. Però papa Marino, dopo aver significata all'imperador Carlo il Grosso l'assunzione sua, istantemente il pregò di tornare in Italia per desiderio, anzi per necessità di abboccarsi con lui. Calò in Italia nel mese di maggio dell'anno presente esso Augusto, ed arrivato che fu a Mantova, Giovanni doge di Venezia per mezzo dei suoi ambasciatori impetrò da lui la rinnovazione de' privilegii, come costa dal documento rapportato dal Dandolo nella sua Cronica [Dandul., in Chronico., tom. 12 Rer. Ital.]. Concede ancora al patriarca di Grado e a tutti i vescovi, chiese e monisteri della sua metropoli justitiam requirendam de suis rebus in annos legales, secundum quod Ravennas habet Ecclesia. Fu dato quel diploma VI idus Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero imperii domni Caroli in Italia tertio, in Francia secundo. Actum Mantua. Fu determinato per luogo del congresso col papa l'insigne monistero di Nonantola, posto nel contado di Modena, cinque miglia lungi dalla città. Quivi, per attestato dell'Annalista freeriano [Annal. Franc. Fuldenses Freheri.], l'imperador Carlo accolse con tutto onore il sommo pontefice Marino, e concorsero colà varii magnati per ottener la conferma de' lor privilegii. Leggesi un suo diploma conceduto al monistero di Casauria [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] XII kalendas julii, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione prima, anno vero piissimi imperatoris Caroli tertio. Actum ad monasterium, quod nuncupatur [838] Nonantula. Un altro dato nel medesimo giorno e luogo per la pieve di Varsio sul piacentino, si trova presso il Campi [Campi, Ist. Piacent., tom. 1.]. Un altro dato VIII kalendas julii in favore del monistero di Farfa nello stesso luogo, viene accennato dal padre Mabillone [Mabill., Annales Benedict.]. E due altri in fine da me pubblicati [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV et XLI.], l'uno dato IX kalendas junii, e l'altro II kalendas julii. Actum monasterio Nonantulas. E qui non vo' lasciar di dire avere il suddetto Campi dato alla luce un altro diploma d'esso Augusto in favore de' nobili di casa Rizzola Piacentini, scritto XII kalendas martii anno ab Incarnatione dominica Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero domni Caroli regni V, impera autem III. Actum Papiae. Altronde si conosce la falsità di quel documento, ma più chiaramente si raccoglie dalla data, certo essendo che nel febbraio di quest'anno Carlo Grasso era in Germania, e non già in Pavia.

Quello che risultasse dal congresso tenuto in Nonantola dal papa e dall'imperadore, l'abbiamo dagli Annali che così ne parlano [Annales Francor. Fuldenses. Freheri.]: Ibi inter alia Wito comes Tuscianorum reus majestatis accusatur: quod ille profugus evasit. Dovea dire comes Spoletinorum, ovvero Spoletanorum, se non che altri antichi tennero l'Umbria per parte della Toscana. Tante dovettero essere le premure ed istanze di papa Marino, uniforme in ciò alle massime del suo predecessore, che l'Augusto Carlo mise al bando dell'imperio il suddetto Guido duca di Spoleti. Vero o falso che fosse, noi sappiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 79.] ch'egli fu accusato di avere spedito i suoi messi all'imperador de' Greci, con trattato di ribellarsi all'imperador d'Occidente, a aver preso danari per effettuare questo pensiero. Aggiugne esso storico che Guido fu preso [839] da Carlo III Augusto, e se non gli riusciva di scappare, vi andava il suo capo. Seguita poi a dire il suddetto Annalista: Sed tamen illa fuga totam italicam terram timore concussit: quia statim manu cum valida Gentilium de gente Mauritanorum foedera firmiter pepigit. Se Guido ricorse ai Mori ossia ai Saraceni, segno è ch'egli niuna alleanza avea dianzi intavolata coi Greci. Trovavasi in questi tempi alla corte dell'Augusto Carlo Berengario duca del Friuli, appellato da essi Annali consanguineus imperatoris, per le ragioni addotte di sopra all'anno 877. A questo principe fu data l'incumbenza di togliere il ducato di Spoleti a Guido, in cui favore dovea quel popolo aver prese le armi. Mittitur ad exspoliandum regnum Witonis. Ne prese egli una parte. Avrebbe fatto lo stesso del resto, se non fosse entrata nel suo esercito la peste: malore che si dilatò per l'Italia tutta, e giunse fino alla corte del medesimo imperadore. Per questa cagione fu obbligato Berengario a tornarsene indietro. Ma questa condanna ed esecuzione contra di Guido, per attestato degli Annali lambeciani [Annal. Fuldenses., Lambecii P. II, tom. 2 Rer. Italic.], si tirò dietro delle cattive conseguenze. Imperator (scrive quello storico) omne tempus aestivum mansit in Italia, animosque Optimatum regionis illius contra se concitavit. Fra questi probabilmente fu Adalberto duca e marchese di Toscana, perchè cognato di esso Guido. Nam Witonem, aliosque nonnullos exauctoravit, et beneficia, quae illi et patres et avi et atavi illorum tenuerant (il che fa vedere che i ducati, marchesati e comitati aveano già cominciato a prendere la forma de' feudi e a passar ne' figliuoli e nipoti) multo vilioribus dedit personis. Quod illi graviter ferentes, pari intentione contra illum rebellare disponunt, multo etiam plura, quam ante habuerant, sibi vindicantes. Che commozioni fossero queste, e quali effetti producessero, lo [840] tace la storia d'Italia. Tre diplomi di Carlo imperadore, dati alla luce dal padre Celestino [Celest., Istor. di Bergamo.], e poi ristampati dall'Ughelli [Ughell., tom. 4 Ital. Sacr. in Episcop. Bergam.] ci fan vedere questo imperatore in Murgola corte regia del territorio di Bergamo nel dì 30 di luglio. Prima di Natale passò egli in Germania, per provvedere ai Normanni che più che mai devastavano la Lorena e la bassa Germania.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXIV. Indiz. II.
Adriano III papa 1.
Carlo il Grosso imperad. 4.

Terminò colla vita il suo breve pontificato papa Marino nell'anno corrente, probabilmente nel mese di maggio. Gli fu immantinente sostituito Adriano III, di nazione romano. Questi, per attestato di Martin Polacco [Martin. Polonus, in Chronico.], di Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccl. tom. 11 Rer. Ital.], del Platina [Platina, Vit. Pontif. Roman.] e di altri autori, fece un decreto, che l'imperadore non s'intromettesse nell'elezion dei papi. Giudicò il padre Pagi [Pagius, Crit. Annal. Baron.] vero un tal atto, e che il cardinal Baronio credesse meglio di tacerlo. L'Eccardo il tiene all'incontro per una mera impostura. Ne dubito forte anch'io. L'elezione del romano pontefice s'era per tanti secoli addietro lasciata sempre in libertà del clero e popolo romano. Gl'imperadori occidentali, coll'esempio de' precedenti greci Augusti, solamente pretesero e stabilirono che si dovesse comunicar loro l'elezione fatta; e prima che da' messi imperiali non fosse portata la approvazion dell'eletto, era vietato il consecrarlo. Però il Sigonio ben informato di quest'uso [Sigonius, de Regno Ital., lib. 5.], nè apparendo che si fosse alterata la libertà dell'elezione, cambiò i termini del [841] preteso decreto, in vece di eleggere scrivendo consecrare. Ut pontifex designatus consecrari sine praesentia regis, aut legatorum ejus possit. Martino Polacco, il primo a parlarne, ha solamente: Hic constituit ut imperator non intromitteret se de electione. Qui si parla in generale dell'elezione d'ogni vescovo, e non dell'elezione de' soli papi. Qualche testo nondimeno, creduto dal Panvinio, ma senza fondamento, di Guglielmo bibliotecario, ha de electione domini papae. Quando anche Adriano III avesse formato un tal decreto, bene avrebbe fatto, nè sarebbe restato giusto titolo all'imperadore di dolersene, stante la libertà delle elezioni fin qui lasciata al clero e popolo. Nè questo toglieva agli Augusti l'altro loro diritto (io non cerco, se legittimo o illegittimo) di voler sospesa la consecrazione, finchè venisse il loro consentimento. Ma intanto mancando a noi più antiche ed autentiche pruove d'esso decreto, più sicuro è il sospenderne la credenza. Aggiugne il Sigonio [Sigonius, de Regno Italicae, lib. 5.] un altro decreto di questo medesimo pontefice, fatto ad istanza de' principi d'Italia: Ut moriente rege Crasso sine filiis, regnum italicis principibus una cum titulo imperii traderetur. Ma questo decreto, giacchè niun degli antichi scrittori ne ha parlato, si può francamente tenere per una mera immaginazion di qualche scrittore degli ultimi secoli, veduto dal Sigonio: quantunque sia verisimile che i principi italiani, all'osservar privo di figliuoli l'imperador Carlo il Grosso, seriamente pensassero ai loro vantaggi. Intanto esso Augusto se ne stava in Germania, occupato dal meditar le maniere di reprimere i Normanni che or qua or là portavano la strage e la desolazione, senza però abbandonar la cura dell'Italia, dove destinò le milizie bavaresi per andar contro al ribello Guido duca di Spoleti. Edictum est (scrive l'Annalista freeriano) Baiovvarios ad Italiam contra Witonem belligera manu [842] proficisci [Annales Fuldenses Freheri.]. Furono in più luoghi sconfitti dalle truppe cristiane i Normanni, e Carlo Augusto, dopo aver dato sesto ai suoi affari in Germania, specialmente quetate le turbolenze mosse da Zventeboldo re, ossia duca della Moravia, verso il fine dell'anno se ne tornò in Italia, e prosperamente celebrò il santo giorno del Natale in Pavia. Non si sa che il bandito e fuggito duca di Spoleti Guido veramente si valesse dell'armi de' Saraceni, e men di quelle de' Greci, per danneggiar le terre de' Cristiani. Attese egli piuttosto a placar l'animo dell'imperadore Carlo con fargli rappresentar le sue ragioni e giustificazioni. Tanto in fatti si maneggiò, che fu rimesso in sua grazia. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali del Lambecio [Annales Fuldenses Lambecii.]: Inde in Italiam profectus, cum Witone et ceteris, quorum animos anno priore offenderat, pacificatur. Sul principio di dicembre [Chronic., de Gestis Normann.] trovandosi Carlomanno re di Francia, ossia della Gallia, a caccia, da un cinghiale, oppure da una delle sue guardie, che l'aiutava ad uccidere quella fiera, involontariamente ferito, miseramente cessò di vivere, con lasciar dopo di sè un figliuolo solo di età di quattro anni, appellato dagli storici Carlo il Semplice, la cui legittima origine è messa in dubbio. Fu gran dibattimento fra i baroni del regno intorno all'accettare e dichiarar re questo fanciullo, incapace allora di comando, oppure di dare il regno all'imperador Carlo il Grosso; giacchè in questi due s'era ridotta la schiatta maschile di Carlo Magno. Solamente nell'anno venturo si venne alla risoluzion di questo dubbio [Regino, in Chronico.]. Ma non sì tosto pervenne ai Normanni la nuova della morte di quel re, che, senza badare ai giuramenti fatti, ruppero la pace, e cominciarono ad infierir come prima contra de' popoli della Gallia.

Aveva accennato Cosimo della [843] Rena [Rena, Serie de' duchi della Toscana, p. 119.] uno strumento scritto regnante domno nostro Carolo, divina favente clementia, imperatore augusto, anno imperii ejus quarto sexto kalendas junii, Indictione secunda. Actum Lucae: cioè nel dì 27 di maggio dell'anno presente. Intero io l'ho dipoi pubblicato [Antichità Estensi P. I. cap. 22.]. Contiene essa carta una donazione fatta da Adalberto marchese e duca di Toscana ad una chiesa da lui fondata presso al fiume Magra nella Lunigiana sotto il castello dell'Aulla: carta molto importante, perchè ci dà a conoscere chiaramente i genitori e i figliuoli di questo principe. Egli è chiamato Adalbertus in Dei nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii comitis, che noi trovammo all'anno 823 ed 828 conte di Lucca e marchese probabilmente ossia duca della Toscana. Fa Adalberto quella donazione per l'anima sua e di Bonifazio suo padre, et etiam pro salute bonae memoriae Bertae genitricis meae, sive pro salute animae Rotildis dilectae conjugis meae, che di sopra abbiam veduto sorella di Guido duca di Spoleti; seu et pro anima Anonsuatae olim conjugis meae, aut pro salute animabus filiorum meorum. Due sono i figliuoli che sottoscrivono la donazione con queste parole: Signo manus Adalberti comitis, filio suprascripti Adalberti comitis et marchionis. Signo manus Bonifacii ipsius filii Adalberti. E si noti che già il giovane Adalberto s'intitolava conte: segno che egli godeva il governo di qualche città. Vedremo, andando innanzi, i forti motivi di credere discendente da questi Adalberti duchi e marchesi di Toscana la nobilissima casa d'Este. Dopo il principato di tre anni fu nel presente anno Radelchi II, ossia Radelgiso principe di Benevento cacciato dal trono, e sustituito in suo luogo Aione suo fratello, correndo il mese d'ottobre [Lupus Protospata, in Chron. Erchemp., Hist., cap. 48 et 51.]. Circa questi tempi trovandosi l'armata de' Greci in [844] Calabria all'assedio di santa Severina, per soccorrere quel castello, accorsero a folla da Agropoli e dal Garigliano i Saraceni; ma i Greci valorosamente affrontatisi con costoro, li misero tutti a fil di spada. Dopo di che s'impadronirono di santa Severina e di Amantea, nidi in addietro dei Mori. Fanno menzione di questa vittoria Costantino Porfirogenneto [Constantinus Porphyrogenn. in Vit. Basilii.] e Cedreno [Cedren., in Annal. ad Niceph. Phoc.], con dire che generale dei Greci fu a quell'impresa Niceforo Foca patrizio, avolo di Niceforo Foca, che fu poi imperadore d'Oriente. Inoltre aggiugne esso Costantino, che presero la città di Tropea e forzarono i Mori a contenersi nella Sicilia. Fu ancora in questi, siccome ne' precedenti tempi, che Atanasio II vescovo e duca di Napoli (personaggio indegno del nome di cristiano, non che di vescovo, perchè più che mai collegato coi Saraceni nemici del nome cristiano, e fecondo di frodi e d'inganni) recò immensi danni alla città di Capoa e al suo territorio. Moriva egli di voglia di sottomettere al suo dominio quella città, e tentò più volte di sorprenderla. Ma non gli venne fatto. Intanto mancò di vita Landone il vecchio, conte ossia principe di quella città, e gli succedette Landenolfo suo fratello. Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.], seguitato in ciò dal cardinal Baronio [Baron., Annales Eccl.], mette sotto quest'anno la desolazion dell'insigne monistero di monte Casino, preso dai Saraceni dimoranti al Garigliano, dove presso all'altare di san Martino trucidarono Bertario abbate di quel sacro luogo: Pridie nonas septembris anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIV, Indictione secunda. Anche il testo di Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 61.] ha l'anno 884. Contuttociò temo io forte che non in quest'anno, ma nell'anno 883 toccasse la suddetta gran calamità a monte Casino, perchè l'indizione seconda, secondo l'uso più [845] comune d'allora, cominciava nel settembre dell'anno precedente. Oltre di che, per attestato di Angelo della Noce [De Nuce, in Notis ad Chronic. Leon. Ostiens.], si truovano documenti d'Angelario abbate, successor di Bertario, scritti nel maggio di quest'anno, corrente l'indizione seconda. Finalmente nella Cronica dell'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., Paralip., cap. 136.], da me data alla luce, si legge distrutto quel monistero nell'anno 883 e non già nel susseguente. Questo autore copiò Erchemperto, e di molto precedette Leone Marsicano.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXV. Indiz. III.
Stefano V papa 1.
Carlo il Grosso imperad. 5.

Restò decisa in quest'anno la controversia insorta fra i primati della Gallia, a chi dovesse consegnarsi il governo di quella monarchia [Rhegino, in Chronicon Fontanell.]. Ai più assennati il meglio parve di offerirlo all'imperador Carlo, siccome quello che per la sua età e per la potenza sua si credeva il più a proposito per sostener questo peso, ed atto più di ogni altro a rintuzzare l'orgoglio de' sempre più nocivi Normanni. A lui ubbidiva tutta la Germania, chiamata allora Francia orientale, a lui l'Italia, a lui buona parte della Lorena; e congiunte con queste forze quelle della Gallia, chiamata Francia occidentale, si poteva sperar vittoria di chiunque avesse voluto turbar que' regni. Ma questo imperadore, che veniva ad unir in sè tutta la monarchia di Carlo Magno, era ben lontano dall'imitare quel gran monarca, perchè non ne avea già ereditato nè la mente nè il valore. Andò egli dall'Italia a prenderne il possesso in quest'anno. Ma prima di portarsi colà, stando in Italia, per attestato degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.], tenne una gran dieta (probabilmente in Pavia) nel giorno dell'Epifania; e colà comparve Guido duca di Spoleti, che protestò con giuramento di [846] non aver mai mancato alla fedeltà da lui dovuta ad esso Augusto, e gli fu creduto. Così rientrò egli in grazia dell'imperadore e nel possesso dei ducati di Spoleti e di Camerino. Aveva esso Augusto determinata una gran dieta da tenersi in Vormacia; e volendo trovarvisi anche papa Adriano III, si mise in viaggio a quella volta; ma la morte gli troncò i passi dopo una breve malattia. Da una bolla di questo papa, pubblicata dal Campi [Campi, Istor. Piacent., tom, 1 Append.], in cui conferma ed accresce i privilegii ad Angilberga imperadrice Augusta, vedova di Lodovico II, pel monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, non intendiamo ch'egli tenne un concilio, non avvertito da altri, nell'aprile del presente anno. Probabilmente fu ciò in Roma, dove vedremo ch'egli lasciò il vescovo di Pavia. Dice fra l'altre cose: Inter haec ravennate archiepiscopo cum ticinense, et placentino, et reginense, et mutinense, cum mantuano, et veronense, cum laudense, et vercellense, aliisque coepiscopis nobiscum sanctam synodum celebrantibus, et tuae voluntati assensum praebentibus, volumus atque instituimus, ec. Nelle diocesi di questi vescovi erano situati i beni del monistero di san Sisto. Degno è perciò di osservazione che il papa concede quei privilegii e quelle esenzioni, perchè se ne contentano que' vescovi. Tale era il rito di que' tempi. La bolla è data XV kalendas maii per manum Gregorii nomenclatoris (probabilmente quel medesimo che papa Giovanni VIII avea scomunicato) missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno piissimo Augusto Carolo, a Deo coronato magno imperatore, anno ejus quinto, Indictione tertia. Osservisi in fine che in questo concilio intervenne il vescovo di Vercelli, cioè Liutvardo arcicancellier dell'imperio, che l'imperadore, per mio parere, avea inviato a Roma per muovere ed accompagnare il papa in Germania. Imperocchè, per quanto racconta il continuatore lambeciano [Annales Francor. Fuldenses Lambecii.] degli [847] Annali fuldensi, fu l'imperadore che invitò a quella dieta il papa, e fama era che il motivo fosse per deporre, senza ragione, alcuni vescovi a lui poco cari, e di far dichiarare suo erede e successore nei regni Bernardo suo figliuolo bastardo, a lui nato da una concubina: cosa che diffidando di potere eseguire da sè, giudicò di poterla ottenere coll'autorità del sommo pontefice Adriano III, il quale uscito di Roma, e valicato il Po, infermatosi passò a miglior vita, seppellito nel monistero di Nonantola. Così quello storico. Ma non sussiste che papa Adriano passasse il Po. Guglielmo bibliotecario [Guillelmus Bibliothec., in Vit. Stephani V Papae.], autor contemporaneo, ci assicura che questo pontefice super fluvium Scultennam in villa, quae Wilczachara nuncupatur, terminò i suoi giorni. Questa villa Vilzacara, posta nel distretto di Modena in vicinanza del fiume Scoltenna, con altro nome detto Panaro, oggidì si appella san Cesario, siccome costa da molti indubitati documenti de' secoli antichi. Per la vicinanza di quel luogo all'insigne badia di Nonantola, fu il suo cadavere portato colà alla sepoltura. Degna cosa di osservazione qui a noi si presenta, per conoscere sempre più la ignoranza de' tempi barbari in Italia. Perchè i susseguenti monaci nonantolani sapeano d'avere nella lor Chiesa il corpo d'un Adriano pontefice, col tempo immaginarono che fosse quello del celebre papa Adriano I, perchè amendue questi Adriani fiorirono l'uno a' tempi di Carlo Magno e l'altro di Carlo il Grosso. Cominciarono dunque a venerare Adriano III (credendolo il I) nel dì 8 di luglio qual santo, quantunque per santo non sia riconosciuto in alcuno degli antichi martirologii. Molti secoli sono, ebbe origine una tal credenza, e se ne veggono le pruove ne' monumenti rapportati dall'Ughelli [Ughell., tom. 2 Ital. Sacr. in Episcop. Mutinens.]. In essi vien detto che papa Adriano I morì nella terra di Spilamberto [848] del territorio di Modena confinante con San Cesario, e che fu seppellito in Nonantola.

Ad Carolum regem posthac quam pergere vellet,

Lamberti campo vitam finivit in amplo,

Qui propter casus Lamberti Spina vocatur.

Ma il padre Giam-Batista Solleri della compagnia di Gesù, uno de' continuatori degli atti de' santi del Bollando [Acta Sanctor., ad diem 8 julii.], dopo il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], ha chiaramente dimostrato che il solo Adriano terzo, e non già il primo, riposa ed è onorato nel monistero di Nonantola, avendo acquistato con poca fatica la canonizzazione dall'ignoranza dei secoli barbari.

Avea questo pontefice nel partirsi da Roma, per attestato del suddetto Guglielmo bibliotecario, lasciato al governo e alla difesa di quella città Giovanni vescovo di Pavia e messo dell'imperador Carlo, in tempi veramente disastrosi, perchè il territorio romano era poco dianzi stato devastato dalle pioggie, e vi regnava la carestia. Pervenuta dunque a Roma la nuova della di lui morte, raunatisi i vescovi, il clero e la nobiltà di quell'inclita città, concordemente elessero pontefice Stefano V, prete cardinale de' santi quattro Coronati, personaggio di rare virtù e della prima nobiltà di Roma. Poscia col suddetto Giovanni legato imperiale furono a prendere questo nuovo eletto, che nella seguente domenica fu consecrato. Ma egli trovò dipoi spogliata di tutti i suoi tesori ed arredi la guardaroba del sacro palazzo lateranense e delle basiliche romane, e vuoti i granai e le cantine: con che gli mancò la maniera di fare il donativo praticato dagli altri papi al clero e alle scuole di Roma, e di soccorrere al popolo, miseramente allora afflitto dalla fame. Crede il cardinal Baronio [Baron., Annales Eccl.] che questo saccheggio provenisse dall'iniquo costume già introdotto [849] in Roma, che, morto il papa, la sua famiglia dava il sacco al palazzo patriarcale del Laterano. Supplì il buon pontefice coi suoi beni patrimoniali al bisogno del popolo. Applicossi anche alla distruzione delle locuste, con dare cinque o sei denari a chiunque portava uno staio delle medesime uccise. Ma ciò non bastando, coll'acqua da lui benedetta fece spruzzar le campagne, e cessò affatto quel flagello. Notano gli Annali del Lambecio [Annales Franc. Fuldenses Lambecii. P. II. tom. 2 Rer. Italic.], che giunto l'avviso all'imperador Carlo il Grosso della consecrazione di esso papa Stefano V, andò in collera, perchè i Romani eo inconsulto illum ordinare praesumserunt. Però misit Luitwardum, et quosdam romanae sedis episcopos (che probabilmente aveano accompagnato papa Adriano III a Nonantola), ut eum deponerent: quod perficere minime potuerunt: Nam praedictus pontifex imperatori per legatos suos plusquam triginta episcoporum nomina, et omnium presbyterorum et diaconorum cardinalium, atque inferioris gradus personarum, necnon et laicorum principum scripta destinavit, qui omnes unanimiter eum elegerunt, et ejus ordinationi subscripserunt. Di qua deduce il padre Pagi che sia vero il decreto che dicemmo fatto da papa Adriano III intorno alla libertà di consecrare il nuovo romano pontefice, senza aspettare il consentimento dall'imperadore. Giovan-Giorgio Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 31.] di qua all'incontro deduce che quel decreto, non mentovato da alcuno dei più antichi storici, sia fattura de' secoli posteriori. Ma di ciò s'è detto abbastanza al precedente anno. Non bisogna confondere l'elezione colla consecrazione. Di qui certo apparisce che Carlo il Grosso non volle essere da meno degli altri Augusti suoi predecessori, pretendenti quasi un diritto della lor sovranità il consenso della consecrazione suddetta; e ch'egli sdegnato si figurò di poter deporre questo papa novello, [850] perchè gli dovette essere supposto che v'era stato del contrasto e del dubbio nell'elezion di lui. Ma certificato poi che questa era stata canonica, ed avendo, a mio credere, fatto i Romani valere lo aver essi operato tutto anche col consenso e coll'assistenza di Giovanni vescovo di Pavia, ministro dell'imperadore stesso, gli convenne desistere, perchè chi era canonicamente eletto e consecrato, non potea cessar d'essere vescovo o papa, se non per delitti canonici. Perchè in quest'anno Godifredo duca de' Normanni, a cui era stata data da Carlo Augusto in governo la Frisia, facea delle novità, e dava evidenti segni di ribellione, fu ingannevolmente tirato ad un abboccamento da Arrigo conte, uno de' principali ministri dell'imperadore, e tagliato a pezzi. Con simile inganno fu preso ed accecato Ugo figliuolo bastardo del fu Lottario re della Lorena, e cognato di esso Godifredo, principe che negli anni addietro avea con varia fortuna inquietato non poco quel regno, perchè preteso da lui. Neppur cessava in questi tempi Atanasio II vescovo di Napoli [Erchempertus, Hist., cap. 57.] di valersi ora dei Saraceni, ora de' Greci, per danneggiare non meno i Salernitani che i Capoani. Era suo nemico chiunque non si sottometteva alla sua immensa ambizione. Nella stessa settimana santa di quaresima, credendo di poter sorprendere Capoa, mentre il popolo era alle divozioni, spedì un esercito di Greci, Mori e Napolitani, che diedero la scalata alla città; ma ne furono bravamente respinti.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXVI. Indiz. IV.
Stefano V papa 2.
Carlo il Grosso imperad. 6.

Gli Annali di Fulda [Annal. Franc. Freheri.] ci fanno sapere che l'imperador Carlo celebrò la festa del santo Natale in Ratisbona, e poscia invitato da papa Stefano, se ne venne in Italia. Per varii affari spedì a [851] Roma Liutvardo vescovo di Vercelli suo arcicancelliere, il quale spezialmente ottenne che i vescovi, de' quali erano state devastate le chiese e diocesi dai Normanni nella Francia e Germania, bassa potessero essere istallati nelle chiese vacanti. Vennero nella domenica delle Palme a parole, e poi alle mani le guardie di esso Augusto in Pavia con que' cittadini. Molti de' primi restarono uccisi, molti de' Pavesi feriti, i quali per timore della vicinanza dell'imperadore, dimorante allora in Corte Olonna, si diedero alla fuga, e morirono nel cammino. Dopo Pasqua tenne esso Augusto una dieta generale in Pavia, terminata la quale s'incamminò per la Savoia alla volta di Parigi, città allora assediata da tutto lo sforzo dei Normanni. Truovasi descritto questo terribile assedio da Abbone [Du-Chesne, Rer. Francor., tom. 2.] monaco di san Germano de' Prati, che fu spettatore di tutta la tragedia. Era difesa la città da Odone conte d'essa, e da Roberto suo fratello, amendue figliuoli valorosi di Roberto il forte, dall'ultimo de' quali discende la real casa oggidì felicemente regnante in Francia. Venuto a Metz l'imperadore Carlo, colà arrivò il suddetto Odone conte, per implorare soccorso alla città assediata da molti mesi. Fu spedito un potente esercito, raccolto dalla Germania e dalla Lorena, comandato da Arrigo conte e marchese, general d'armi il più accreditato di questi tempi; ma questi nello spiare il campo dei Barbari, non badando alle fosse coperte, disposte da coloro intorno agli alloggiamenti, e caduto in una d'esse, restò quivi infelicemente ucciso sul fine di agosto. Si mosse in fine l'imperadore stesso alla volta di Parigi con un'altra più poderosa armata, e mentre ciascuno si stava aspettando qualche gran fatto d'armi colla sconfitta de' Normanni, eccoti giugnere con un gran rinforzo di gente in aiuto degli assedianti Sigefredo duca di quella nazione. Questo fece andar ritenuto lo Augusto Carlo dall'azzardar tutto in una [852] battaglia campale, e fu creduto meglio di trattar d'accordo. Erano anche stanchi i Normanni pel lungo ed infruttuoso assedio. Fu convenuto col grosso di quei Barbari, che si ritirassero a Sens per quartiere del verno, e che sborsate loro settecento libbre d'argento al mese di marzo, se ne uscissero del regno per tornarsene alle loro case. Non gloria, ma vergogna non poca universalmente riportò anche da questa impresa l'Augusto Carlo [Regino, in Chronico.], perchè, oltre al non avere operato cosa alcuna degna dell'imperiale maestà, lasciò in preda a que' crudeli pagani un gran tratto di paese. Sigefredo duca, non compreso nella detta convenzione, anch'egli colle sue masnade infierì contra di san Medardo, distrusse varii palazzi, e condusse in ischiavitù assaissimi Cristiani. Ritiratosi con gran fretta l'imperadore in Alsazia, quasi che avesse alla coda i nemici, fu assalito da una malattia, per cui quasi si dubitò della sua vita. Reginone, seguitato dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e dal padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin.], mette l'assedio di Parigi all'anno seguente; ma è fallato il suo testo. Abbiamo dagli Annali pubblicati dal Freero [Annales Fuldenses Freheri.] e dal Lambecio [Annal. Fuldenses Lambecii.] che insorse in quest'anno una grave discordia fra Berengario duca del Friuli, parente dell'imperadore, e Liutvardo vescovo di Vercelli. Per questa cagione portatosi Berengario in persona con una mano d'armati a Vercelli, diede il sacco al palazzo episcopale, e se ne tornò senza opposizione a casa. I motivi di questa nemicizia ed attentato ce gli ha conservati il continuator degli Annali di Fulda, dato alla luce dal suddetto Lambecio, autore nondimeno a cui non si può prestar fede in tutto, perchè appassionato forte contra di questo prelato. Vedremo in breve che gli Alemanni non perdonarono alle calunnie [853] per maggiormente screditarlo. Scrive egli, che dacchè Carlo il Grosso divenne re dell'Alemagna innalzò forte questo Liutvardo, uomo per altro di bassissima origine, fino a dargli la carica di arcicancelliere dell'imperio, e lasciarsi guidare da lui pel naso in tutti gli affari, di modo che Liutvardo era più onorato e temuto che l'imperadore medesimo. Sentendo egli la sua forza, rapì molte figliuole de' più nobili dell'Alemagna e dell'Italia, per accoppiarle in matrimonio co' suoi parenti. Giunse poi a tanta temerità, che fece levar per forza dal monistero di santa Giulia di Brescia una figliuola d'Unroco conte, già duca del Friuli e fratello di Berengario, e la diede per moglie ad un suo nipote. Le monache di quel monistero si misero a pregar Dio, e nella stessa notte che costui si pensava d'accostarsi alla fanciulla, cadde morto, per quanto fu rivelato ad una di quelle religiose, che lo raccontò poi all'altre; e la fanciulla restò intatta per questo: se pur ciò è vero, e non un mero lavoro di fantasia femminile.

Durante l'assedio soppraddetto di Parigi, impariamo da Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 1.] che Folco arcivescovo di Rems scrisse a papa Stefano pro Widone quoque affine suo, quem idem papa in filium adoptaverat, tam se, quam ceteros consanguineos suos, quibus id notificaverat, debitam exhibituros eidem Papae reverentiam. Aggiugne che nella risposta inviata ad esso arcivescovo il papa protestava: Memoriam quoque Widonis ducis gratissime se suscepisse, quem unici loco filii se tenere fatetur. Qui si parla di Guido duca di Spoleti, uomo di gran rigiri, di nazione franzese, e perciò parente d'esso Folco. Da ciò si conosce che egli, nemico dianzi de' precedenti romani pontefici, s'era ben introdotto nella grazia del presente papa Stefano, forse per quei segreti disegni che si verranno scoprendo nell'andare innanzi. Circa questi tempi sono io d'avviso che succedesse quando narra dello stesso duca Guido [854] Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 58.], storico de' tempi presenti: cioè, ch'egli si portò colla sua armata, mosso probabilmente dal papa, contra de' Saraceni postati al Garigliano; ruppe i loro trinceramenti, diede il sacco al loro campo; alquanti ne mise a fil di spada, e obbligò il resto a fuggirsi per le montagne. Essendosi dipoi accostato a Capoa, quel popolo per timore si sottopose al di lui dominio. Non sì presto si fu ritirato Guido da quelle contrade, che Atanasio vescovo di Napoli spedì le sue genti con una brigata di Greci a dare il guasto al territorio di Capoa. Ricorsero i Capoani per aiuto al suddetto Guido duca di Spoleti, ed egli colla sola voce della sua venuta a Capoa dissipò le soldatesche napoletane. Entrato poi in quella città, portossi ad abboccarsi con lui per gli affari correnti Ajone principe di Benevento. Guido, badando più alle suggestioni de' Capoani che alle leggi dell'onoratezza, fece prigione quel principe. Fors'anche uomo sì voglioso di dilatar le fimbrie delle sue signorie, non ebbe bisogno a ciò degl'impulsi altrui. In fatti conducendo seco esso Aione con buona guardia, si presentò alle porte di Benevento, che gli furono aperte, e prese il dominio ancora di quella città col mettervi de' suoi uffiziali. Di là passò a Siponto, e colà parimente entrò, con lasciar Ajone fuori della città ben custodito da' suoi soldati. Ma i Sipontini, forse ingannati da lui con delle false esposizioni, scoperto che il lor signore Aione era detenuto prigione, data campana a martello, presero i baroni di Guido, ed egli si rifugiò e chiuse in una della chiese di quella città. Se volle uscirne libero, gli convenne rimettere Aione in libertà; e nel seguente giorno, dopo aver giurato di non far vendetta di questo, gli fu permesso di tornarsene a casa, ma scornato e malcontento di sè medesimo Aione ricuperò Benevento; e Capoa la vedremo in breve nelle mani de' suoi principi. Diede fine alla sua vita in questo anno Basilio macedone imperadore dei [855] Greci, principe glorioso per varie sue imprese e virtù, ma biasimato per essersi lasciato sedurre da Fozio, autore dello scisma de' Greci, e per averlo rimesso nella sedia patriarcale di Costantinopoli. Lasciò suo successore nell'imperio Leone suo primogenito, già dichiarato suo collega ed Augusto, il quale non tardò a cacciare in esilio il suddetto Fozio, con far ordinare patriarca in luogo di lui Stefano suo fratello. Fu poi questo Leone imperadore per la sua letteratura e saviezza soprannominato il sapiente. Cominciò in questo anno [Erchemperto, Hist., cap. 61.] Angelario abbate di Monte Casino a riedificar quell'illustre monistero, già rovinato dai Saraceni. Portossi allora a visitar quel sacro luogo Erchemperto monaco e storico di quei tempi, e nel ritornare a Capoa cadde coi compagni in mano dei Greci, che li svaligiarono tutti, e presero i lor cavalli e famigli. Stavano in que' contorni i Greci, condotti da Atanasio II vescovo di Napoli, per danneggiare i Capoani. Gravissimi danni ancora recarono nel presente anno a varii paesi le tante inondazioni de' fiumi che portarono via le case e le ville. Ne parlano gli Annali germanici, ed anche il Dandolo [Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] attesta che si provò in Italia la stessa calamità. Se crediamo a quest'ultimo autore, fu in questi tempi che gli Ungri o Ungheri, gente uscita della Scitia, cioè della Tartaria, vennero la prima volta nella Pannonia, e cacciati da quelle Provincie, o piuttosto sottomessi gli Avari, chiamati anche Unni, se ne impadronirono, et usque hodie ibi manent. È cosa da avvertire, perchè questa nazione bestiale, che allora si nudriva di carni crude e beveva il sangue umano, per quanto narra esso Dandolo, si fece pur troppo sentire nei seguenti anni all'Italia. Da essa prese la Pannonia il moderno nome di Ungheria. Reginone [Rhegino, in Chronico.] ne comincia a parlare all'anno 889, siccome vedremo.

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Anno di Cristo DCCCLXXXVII. Indiz. V.
Stefano V papa 3.
Carlo il Grosso imperad. 7.

Trovavasi l'imperador Carlo dopo Pasqua a Guibelinga fra Maneim ed Eidelberga [Annales Francor. Fuldenses. Freheri.], quando comparve alla sua corte Berengario duca del Friuli, informato che gli soprastava una gran tempesta per la violenza usata in Vercelli contra di Liutvardo vescovo di quella città, da noi già veduto sì potente appresso di questo Augusto. Si seppe così ben maneggiare Berengario, che placò lo sdegno dell'imperadore, et magnis muneribus, contumeliam, quam in Liutwardum priori anno commiserat, componendo absolvit, come s'ha dagli Annali di Fulda presso il Freero. Sembra adunque ch'egli rifacesse a Liutvardo, e con usura, i danni recati a lui in Italia. Mancò di vita in quest'anno Bosone re di Provenza e della Borgogna inferiore nel dì 11 di gennaio. Restò di lui un figliuolo partoritogli da Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore, a cui fu posto il nome di Lodovico in onore dell'avolo materno. Abbiam veduto quanto odio portassero i re della Gallia e della Germania a Bosone, perchè usurpatore di sì bella parte della monarchia franzese. Ma Bosone favorito dalla propizia disposizione di questi tempi, si mantenne la corona in capo; e, quel che è più da stupire, il suddetto suo figliuolo Lodovico, che non potea aver compiuti i dieci anni, portossi nel presente anno alla corte dell'imperadore Carlo, per pagargli i tributi del suo ossequio, e dichiararsi suo vassallo. Piacque tanto all'imperadore quest'atto, che avuto anche riguardo alla parentela, l'accolse con singolare onorevolezza, e non finì la faccenda che l'adottò per suo figliuolo. Suscepit ad hominem (cioè per vassallo), sibique adoptivum filium constituit, dicono gli Annali suddetti. Se ne ricordi il lettore, [857] perchè questo Lodovico si farà conoscere dopo alquanti anni in Italia, e il vedremo anche imperador de' Romani. Andava intanto declinando in esso Carlo imperadore la sanità del corpo, e non men quella della mente. Aprissi con ciò una favorevol congiuntura per abbattere la fortuna di Liutvardo vescovo di Vercelli, a chiunque de' baroni e cortigiani o dall'invidia o dai giusti motivi era animato contra di lui. Verisimile è, che se Berengario duca era tuttavia alla corte, o almeno che gli amici suoi si sbracciassero per atterrar questa torre. L'arme, con cui ottennero il loro intento, fu la calunnia. Il continuator degli Annali di Fulda presso il Lambecio [Annales Fuldenses Lambecii.], che sparla forte di questo vescovo, giugne fino a dire ch'egli era eretico, e che sosteneva essere il Signor nostro Gesù Cristo unum unitate substantiae, non personae. Niente è più facile che il sognare od inventar tutto contra chi è in odio al pubblico. Ma quello che diede il crollo a Liutvardo, fu l'avere gli Alemanni nemici suoi fatto credere all'imperadore, che fra lui e l'imperadrice Riccarda passasse un'indecente amicizia, perchè egli praticava assai familiarmente con esso lei. Bastò questa sola ombra all'imperadore per cacciare vituperosamente da sè il dianzi sì caro e potente ministro, e per ispogliarlo di tutte le sue cariche, senza dar luogo a ragione alcuna in contrario. Da lì poscia a pochi giorni, fatta venir l'imperadrice nel consilio de' suoi ministri, vomitò anche contra di lei il suo sdegno, e con istupore di tutti protestò di non averla mai toccata in dieci anni di matrimonio passati con lei. Crebbe la maraviglia all'incontro all'udire Riccarda protestare, che non solamente il marito Augusto niun commercio aveva avuto con lei, ma neppure altra persona; e ch'ella era vergine, esibendosi di provare questa sua asserzione col giudizio di Dio, cioè o col duello da farsi da qualche campione per [858] lei, o dalla pruova dei vomeri infocati ch'ella stessa farebbe: riti praticati dall'ignoranza di questi barbari secoli, e disapprovati sempre dai saggi tra i Cattolici. Con ciò difese ella bastevolmente l'innocenza sua. Ma dopo la deformità di quest'atto, o non reggendo il cuore a Riccarda di abitar più con un consorte scimunito, o non volendola più lo stesso Augusto nella sua corte, ella si ritirò in Andela, monistero d'Alsazia, da lei fabbricato, dove santamente condusse il resto di sua vita, e dopo morte fu onorata qual santa.

Crescendo intanto i malori di esso Augusto, intimò egli una dieta generale del regno a Triburia pel prossimo novembre, affin di provvedere ai bisogni della monarchia; e probabilmente colla speranza, o almeno col desiderio di far accettare ai baroni per suo successore Bernardo suo figliuolo bastardo. La prima di quel tempo, per attestato degli antichi Annali [Annales Fuldens. Freherii.], molti de' principali baroni della Francia, Sassonia, Baviera ed Alemagna, non volendo più sofferire un principe sì screditato, e divenuto oramai affatto inetto al governo, fecero insieme congiura, ed invitarono al regno Arnolfo, figliuolo bastardo di Carlomanno già re di Germania e d'Italia. L'autore degli Annali lambeciani [Annales Fuldenses Lambecii.] ancor qui pretende che Liutvardo scacciato, come dicemmo, da Carlo Augusto, ricoveratosi in Baviera presso il medesimo Arnolfo, macchinasse con lui di deporre esso imperadore, e di prendere le redini del governo. Se ciò fosse vero, segno ben sarebbe che a Liutvardo non mancavano amici per tutta la monarchia de' Franchi. Comunque sia, verso la metà di novembre si tenne la dieta suddetta; tutti i baroni, e tutti infino i principali cortigiani, abbandonando il misero imperadore, riconobbero per re il giovane Arnolfo, creduto da essi il più abile al governo fra quei pochi che restavano della [859] discendenza maschile di Carlo Magno. In così abbietto stato rimasto questo Augusto, dianzi padrone di quasi tutto l'Occidente, ed allora vivo spettacolo della caducità delle cose terrene, che altro ripiego non seppe prendere, se non quello d'inviar molti regali al nipote Arnolfo, e di pregarlo che almeno gli concedesse alquanti luoghi in Alemagna per sostentamento suo, finchè Dio il lasciasse in vita; e gli ottenne, ma per poco tempo ne potè godere l'uso. Mandò anche il figliuolo Bernardo ad esso Arnolfo, che gli assegnò varii beni per suo retaggio. I principi e popoli della Gallia, tuttochè seguitassero ad essere flagellati dai Normanni, pure non concorsero punto nell'elezione d'Arnolfo, e presero, siccome dirò, altre risoluzioni. Per lo contrario i popoli della Francia orientale, della Sassonia, Turingia e Baviera, e di una parte della Schiavonia, accettarono per loro signore Arnolfo. Per conto dell'Italia, finchè visse il deposto Carlo il Grosso, niuna mutazion vi si fece, e solamente si tennero consigli e si formarono leghe per quello che già si prevedeva vicino. Cadde infermo in quest'anno Giovanni doge di Venezia, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], e non potendo accudire al governo, quantunque già fosse stato dichiarato suo collega nel ducato Orso suo fratello, tuttavia diede licenza al popolo di eleggersi un nuovo doge. E fu eletto Pietro Candiano nel dì 17 di aprile, uomo di gran senno e cuore negli affari della guerra. Questi procedette ostilmente contro gli Schiavoni; ma essendo egli restato ucciso nel mese di settembre in una zuffa, il doge suddetto Giovanni ripigliò il governo, e sopravvisse anche sei mesi e tredici giorni. Era signore di Capoa Landone conte [Erchempertus, Hist., cap. 63 et seq.]. Tra per esser egli uomo pigro e disattento, e perchè si trovava malconcio dalle febbri, per curar le quali si portò ad abitare in Teano, giunse a perderne [860] la signoria nell'anno presente nel dì dell'Epifania. Atenolfo suo parente, accordatosi prima con Atanasio II vescovo e duca di Napoli, che teneva mano a tutte le cabale di questi tempi, s'impadronì di Capoa, e, siccome avea promesso, si dichiarò vassallo del suddetto Atanasio, con dargli per ostaggio un suo figliuolo. Ma pentitosi dipoi, si raccomandò a Guido duca di Spoleti, il quale con tal forza ne trattò col vescovo suddetto, che fece restituirgli lo strumento dell'obbligazione, e rimandargli il figliuolo. Trattò poscia Atenolfo con papa Stefano di farsi suo vassallo, di dargli Gaeta ch'egli avea poco avanti presa con un'astuzia, e di aiutarlo contra de' Saraceni abitanti presso il Garigliano, col mandare a tal fine a Roma Maione abbate di san Vincenzo di Volturno, e Dauferio diacono. Ma stette poco a dimenticar la parola data, e nulla attenne di quanto avea promesso. Non mancavano già aderenti in Capoa a Landone conte, escluso già dal dominio di quella città, che l'invitavano a ritornarvi. Animato da questa speranza, un dì nascoso in una carretta entrò in essa città, e a dirittura andò al palazzo del vescovo, cioè di Landolfo juniore suo figliuolo, dove raunò tosto alquanti de' suoi fautori. Atenolfo, che non dormiva, sollecitamente si mise in armi, laonde si venne alle mani fra le due fazioni. Prevalendo quella di Atenolfo, Landone ebbe per grazia di potersene andar sano e salvo; ma i suoi, e fra gli altri il vescovo Landolfo, furono messi in prigione, e dopo non molto rimessi in libertà. Circa questi medesimi tempi, e forse vivente tuttavia l'imperador Basilio [Erchempertus, Hist., cap. 67.], Guaimario I principe di Salerno, si portò alla corte di Costantinopoli, ricevuto quivi con distinti onori, e creato patrizio dall'imperadore, se ne tornò poscia in Italia. Questo vuol dire che egli giurò fedeltà ed omaggio ai Greci. Una carta di molta importanza, benchè non assai corretta, ci ha conservato [861] l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Firman.], scritta da Teodosio vescovo di Fermo nell'anno presente, dove è riferito ii consenso omnium venerabilium episcoporum in ducatu spoletano degentium. Questi erano i vescovi di Rimini, Fossombrone, Ancona, Camerino, Sinigaglia, Spoleti, Fano, Pesaro, Umana, Perugia, Osimo, Rieti, Cagli, Lodone (non so che sia), Urbino, Nocera, Terni e Forlì: la qual ultima città forse è nome guasto. Ora ecco fin dove si stendesse allora il ducato di Spoleti, con cui andava unita la marca di Camerino, appellata poi di Fermo, e finalmente d'Ancona.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXVIII. Indiz. VI.
Stefano V papa 4.
Berengario re d'Italia 1.

Non sopravvisse molto alle sue disgrazie l'infelice deposto imperador Carlo il Grosso. Finì egli di vivere nel dì 12 di gennaio dell'anno presente, secondo Reginone [Rhegino, in Chronico.], oppure nel dì seguente, secondo gli Annali pubblicati dal Freero [Annales Fuldenses Freherii.], i quali aggiungono: Coelum apertum multis cernentibus visum est, ut aperte monstraretur, qui spretus terrenae dignitatis ab hominibus exuitur, Deo dignus coelestis patriae vernula mereretur feliciter haberi: quasi che egli spontaneamente per servire a Dio avesse dato un calcio alle umane grandezze. Aveano spaccio simili immaginazioni in questi secoli d'ignoranza. Più saggiamente parlò di lui, con isperar anche l'eterna sua salute, Reginone con dire: Fuit hic christianissimus princeps, Deum timens, et mandata ejus ex toto corde custodiens, ecclesiasticis sanctionibus devotissime parens, in elemosynis largus, orationi et Psalmorum melodiis indesinenter deditus, laudibus Dei infatigabiliter intentus, omnem spem et consilium suum divinae dispensationi committens: unde [862] et ei omnia felici successu concurrebant in bonum, ita ut omnia regna Francorum, quae praedecessores sui non sine sanguinis effusione cum magno labore acquisierant, ipse perfacile in brevi temporum spatio sine conflictu, nullo contradicente, possidenda perceperat. Quod autem circa finem vitae dignitatibus nudatus, bonisque omnibus spoliatus est, tentatio fuit, ut credimus, non solum ad purgationem, sed, quod majus est, ad probationem. Siquidem hanc, ut ferunt, patientissime toleravit, in adversis, sicut in prosperis gratiarum vota persolvens, et ideo coronam vitae, quam repromisit Deus diligentibus se, aut jam accepit, aut absque dubio accepturus est. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] scrive, essere stata credenza d'alcuni ch'egli morisse strangolato dai propri domestici. Non ci è cosa più facile in somiglianti casi che il sospettare e spacciar violenta la morte d'un principe, quasichè Arnolfo si volesse assicurare ch'egli mai non potesse risorgere a contrastargli il regno. Venne poi portato al monistero di Augia, e quivi seppellito il corpo suo. Ma il fine di questo imperadore fu il principio d'innumerabili mali per l'Occidente cristiano, che si scatenarono nella Germania, nella Gallia e nell'Italia, e talmente vi presero piede, che da lì innanzi per gran tempo massimamente l'Italia andò di male in peggio. Mercè del buon governo degl'imperadori carolini avea la Lombardia coll'altre vicine provincie goduta per più di cento anni un'invidiabil pace; ma eccoti entrar in essa la discordia e la guerra; crescere da lì innanzi l'ignoranza e la barbarie, e, quel che è peggio, introdursi ne' popoli ed anche negli ecclesiastici una sfrenata corruzion di costumi, in guisa che troveremo, andando innanzi, un secolo di ferro, e divenuti questi paesi un emporio di calamità e di vizii. Ora ecco come la vasta monarchia de' Franchi, dopo la morte di Carlo il Grosso, venne a dividersi in più pezzi. [863] Arnolfo, siccome dicemmo [Annales Fuldenses Freheri.], s'impadronì di tutta la Germania e di parte dell'antica Lorena, e ne fu proclamato re. Lodovico figliuolo di Bosone, ben assistito dai suoi popoli e dalla regina Ermengarda sua madre, tenne saldo il regno arelatense, cioè la Provenza e la Borgogna inferiore. Insorse un re nuovo, cioè Rodolfo, figliuolo di Corrado e nipote di un altro Corrado, che era stato fratello dell'imperadrice Giuditta, duca della Borgogna e marito d'Adelaide figliuola di Lodovico Pio Augusto. Occupò questi la Borgogna superiore, che abbracciava gli Svizzeri, i Grisoni, i Vallesi, Genevra e la Savoia, e si fece coronare re da que' vescovi. Nella Francia occidentale, voglio dir nella Gallia, dovette essere un lungo dibattimento di consigli per eleggere un nuovo re, stante l'essere vivo Carlo il Semplice, figliuolo non so se legittimo o illegittimo del re Lodovico Balbo, ma in età non ancor atta al governo, ed altri pretendenti per qualche attinenza di sangue alla real casa di Carlo Magno. Ma in fine Odone, chiamato Eudes nella moderna lingua franzese, conte di Parigi, figliuolo di Roberto il Forte, conte d'Angiò e fratello di Roberto II, cioè del propagatore della regnante oggidì real casa di Francia, personaggio di gran nome pel suo valore e per la difesa dianzi fatta di Parigi, creduto anche da alcuni scrittori figliuolo in seconde nozze della suddetta Adelaide figliuola di Lodovico Pio: questi, dico, siccome più utile ai bisogni del regno, riportò il pallio, e fu coronato re di Francia. L'autore degli Annali freeriani scrisse ch'egli usurpò la Gallia sino al fiume Loire, e l'Aquitania, parlando in questa maniera a tenore delle pretensioni di Arnolfo re di Germania, il quale come discendente maschio dei re carolini credeva di dover succedere anche nella Gallia, ad esclusione de' discendenti per via solo di donne. Anzi venuta la state, esso re Arnolfo si mise in procinto di muovere l'armi contro [864] la Francia. A questo fine venne a Vormazia, dove tenne una gran dieta; ma, secondo i sopra allegati Annali, Odone, salubri utens consilio, contestans se malle suum regnum gratia cum regis pacifice habere, quam ulla jactantia contra ejus fidelitatem superbire: veniensque humiliter ad regem, gratanter ibi recipitur. Rebus ab utraque parte, prout placuit, prospere dispositis, unusquisque reversus est in sua. E Reginone [Rhegino, in Chronico.], scrittor di questi tempi, dice che i Franzesi crearono Odone re cum consensu Arnulfi: dalle quali cose deducono i Tedeschi che intanto si contentasse Arnolfo di quella elezione, in quanto Odone gli dovette giurar fedeltà ed omaggio. Non era per passarla così bene Rodolfo, che, siccome dicemmo, s'era fatto re della Borgogna tras-jurana, perchè Arnolfo pieno di mal talento contra di lui, venuto in Alsazia, inviò un'armata per soggiogarlo. Scrive Reginone che crebbe la collera di Arnolfo contra di Rodolfo, perchè questi avea mandate lettere per tutta la Lorena, che s'era sottoposta ad Arnolfo, per eccitar que' popoli a prendere lui per re. Ma Rodolfo si salvò per le aspre montagne del suo dominio; ed Arnolfo dipoi e Zventeboldo suo figliuolo il perseguitarono finchè ebbero vita. Il che non si accorda coi suddetti Annali antichissimi del Freero. Secondo la relazione d'essi, Rudolfus, inito consilio cum primoribus Alamannorum, sponte sua ad regem (Arnolfum) urbem Radasponam usque pervenit, multaque inter illos convenienter adunata, ipse a rege cum pace permissus, sicuti venit, ad sua remeavit. Potrebbe essere che anche egli, dopo avere riconosciuto il suo regno da Arnolfo, ottenesse pace da lui; ma che dipoi insorgessero fra loro motivi di discordia, i quali non cessarono più, finchè visse Arnolfo, pieno di mal talento contra di questo re nell'anno 894.

Mi è convenuto di condurre il lettore a conoscere lo smembramento della [865] monarchia de' Franchi oltramonti, perchè quegli affari, per quanto vedremo, hanno gran connessione con quei della medesima Italia. Vegniamo ora a noi, cioè all'Italia stessa. Due erano i concorrenti a questo regno, cioè Berengario duca del Friuli e Guido duca di Spoleti. Berengario, siccome abbiam già dimostrato, aveva avuto per padre Eberardo, anch'esso duca del Friuli, principe di gran valore e pietà; e per madre Gisla figliuola di Lodovico Pio. Questa parentela col sangue reale di Francia porgeva a lui qualche titolo per pretendere la corona del regno d'Italia. Non son io peranche assai persuaso, che Berengario fosse di nazione salica, ossia franzese, perchè quantunque suo padre avesse gran copia di beni in Fiandra, pure ne possedeva anche in Lamagna e in Italia, come apparisce dal suo testamento [Apud Miraeum, Cod. Donat., cap. 15.], dove dona la libertà a tutti i suoi servi. Dal panegirista di Berengario [Panegyr. Berengarii P. I, tom. 2 Rer. Ital.] Guido duca di Spoleti vien chiamato gallicus heros, e Berengario italicus princeps, con aggiugnere che Dio a Berengario

. . . . . Latium concessit avitum.

Quanto ad esso Guido, sappiam di certo ch'egli era Franzese d'origine; e che fosse anche parente dei re della schiatta di Carlo Magno, se n'ha bastevol indizio, ma senza sapersi la precisa catena di tal parentela. Gli Annali del Freero [Annales Fuldenses Freheri.] e di Reginone [Rhegino, in Chron.] il chiamano figliuolo di Lamberto, anch'esso duca di Spoleti. Ma sembra più degno in ciò di credenza, siccome già accennai all'anno 880, Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 58.] storico italiano e contemporaneo, che cel rappresenta figliuolo di Guido seniore, duca parimente di Spoleti. Secondo questo autore, esso Guido, avuto che ebbe sentore qualmente Carlo il [866] Grosso era vicino agli ultimi respiri, cupiditate regnandi devictus, deceptusque a contribulibus suis, relinquens Beneventanam provinciam sibi subactam, et spolitensium ducatum, abiit Galliam regnaturus. Come Guido avesse ridotto Benevento sotto il suo dominio, nell'anno antecedente si è veduto coll'autorità di Erchemperto. Ma certamente Ajone era tornato in possesso di quel principato. Se si può prestar fede a Liutprando da Pavia [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.], storico del secolo susseguente, passava fra questi due potenti principi italiani, cioè fra esso Guido e Berengario, una stretta amicizia, ed era seguita convenzion fra loro, che qualora Carlo il Grosso imperadore terminasse i suoi dì, Guido si procaccerebbe il regno della Francia romana, cioè della Gallia, così appellata a differenza della Germania, chiamata Francia tedesca ed orientale; e resterebbe a Berengario il regno d'Italia. Scrive inoltre esso Liutprando che Guido, appena udita la morte dell'Augusto Carlo, Romam profectus est, et absque Francorum consilio totius Franciae unctionem suscepit imperii. Di questa coronazione romana di Guido niun altro storico ha fatta menzione, e Dio sa se sussiste. Tuttavia non è inverisimile, perchè Guido era tutto di papa Stefano V, e, siccome è detto di sopra, fu da lui adottato per figliuolo. Colla sponda dunque del romano pontefice, e tratto dalle speranze che gli porgeva Folco arcivescovo di Rems suo parente, il duca Guido se ne andò in Francia colla bocca aperta, credendo preparato per lui, o facile da acquistare quel regno. Forse in quel capo, pieno sempre d'ambiziosi disegni, v'era entrato quello di conquistare prima la Francia, per poter poi con quelle forze anche dispossessar chi signoreggiava in Italia, ed unir facilmente in questa maniera i due regni. Intanto Berengario duca del Friuli, trovandosi senza gagliardo alcuno competitore, fu pacificamente eletto re d'Italia da molti principi del regno. La città [867] di Padova ha per buona fortuna a noi conservato il panegirico di questo principe, composto da un contemporaneo poeta anonimo, dato alla luce da Adriano Valesio, e da me ristampato nella mia Raccolta Rerum italicarum. Un buon fanale per questi tempi è quell'operetta, benchè scura in alquanti siti. Ora da essa impariamo che Berengario, pregato dai baroni del regno italico, si portò a Pavia, e quivi prese la corona del regno, certamente per le mani di Anselmo arcivescovo di Milano; e ci è permesso di credere che allora si cominciasse ad usar la corona ferrea, conservata tuttavia nella basilica di san Giovanni Batista di Monza, che divenne poi celebre ne' tempi susseguenti, siccome ho dimostrato in una mia dissertazione [Anecdot. Latin. tom. 2.]. Così parla quell'anonimo panegirista:

His motus gressum precibus contendit ad urbem

Irriguam, cursim Ticini abeuntibus undis.

Sustulit heic postquam regale insigne coronam, ec.

Da' varii diplomi che restano del medesimo re Berengario, alcuni de' quali ho anch'io dati alla luce nelle mie Antichità italiane, noi siam condotti a credere che nel gennaio o febbraio del presente anno 888 Berengario salisse sul trono, e cominciasse a numerare gli anni del regno d'Italia. Da un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.] conceduto ad Angilberga imperadrice vedova, si raccoglie che nel dì 8 di maggio dell'anno presente, egli dimorava in Pavia, correndo l'anno I del suo regno. Ma non tutti i principi e popoli dell'Italia concorsero nell'elezione di Berengario, e nominatamente son io di parere che i ducati insigni di Spoleti e Camerino sospendessero il loro assenso, nè volessero riconoscere lui per re, finchè non apparisse se la fortuna si dichiarava in favore del duca Guido, che era passato in Francia. Gli Annali del Freero [Annales Fuldens. Freheri.] dicono ch'egli Galliam belgicam [868] (cioè il regno della Lorena) prout rex habere proposuerat. Il padre Daniello [Daniel, Hist. de France, tom. 2.] pretende che Folco arcivescovo di Rems, già da noi veduto parente d'esso Guido, avesse guadagnato a favore di lui alcuni vescovi e signori dei reami della Borgogna e Lorena; che perciò il medesimo Guido giunto a Langres, si fece quivi coronare da Geilone vescovo di quella città, e ch'egli condusse seco un'armata dall'Italia. Onde abbia preso tali notizie questo scrittore nol so immaginare. Gli autori da lui citati non ne parlano; e, per attestato di Frodoardo [Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 5.], Folco protestava di non aver promosso gli affari di Guido. Molto meno si sa, perchè esso padre Daniello francamente asserisse che il duca Guido era figliuolo di una figliuola di Pippino re d'Italia, figliuolo di Carlo Magno. Nè sussiste, a mio credere, il dirsi da Liutprando [Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.], che avendo Guido mandato innanzi alla città di Metz un suo scalco, per preparargli la tappa more regio, quel vescovo fece una gran provvisione di cibi; ma intendendo che lo scalco d'ordine di Guido volea pochissima provianda, una tale spilorceria gli fece mutar pensiero di favorir Guido, talmente che si dichiarò in favore d'Odone conte, che poi fu eletto re. La città di Metz riconosceva allora per suo signore Arnolfo re di Germania, se è vero che fosse quivi tenuto un concilio [Labbe, Concil., tom. 9.] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXXVIII, regni domni Arnulfi gloriosissimi regis primo, die kalendarum majarum, o martiarum. E però nè a Guido nè ad Odone potè essere favorevole Roberto vescovo di quella città.

Quel che è fuor di dubbio, il duca Guido chiarito fra poco delle vane speranze che l'aveano condotto in Lorena, invisus et inauditus dai suoi Franzesi, come scrive Erchemperto, se ne tornò mal contento in Italia. E giacchè non gli [869] era riuscito di afferrar parte alcuna della monarchia oltramontana de' Franchi, cominciò a rivolgere tutti i suoi pensieri alla conquista del regno d'Italia, e ad abbattere il già divenuto re Berengario. Questi intanto il meglio che poteva si andava assodando nel nuovo suo regno; ma era minacciato da Arnolfo re di Germania, che già ammannito un possente esercito, si disponeva a calare in Italia. Berengario, per attestato degli Annali del Freero [Annales Fuldenses Freheri.], hoc praecavens, ne italicum regnum cum tam valida manu ingressuro perperam pateretur, missis ante se principibus suis, ipse vero in oppido tarentino (ha da dire tridentino) regi se praesentavit. Ob id ergo et a rege est clementer susceptus, nihilque ei ante quaesiti regni abstrahitur. Excipiuntur Curtes Navium, et Sagum. Si può credere che anche Berengario riconoscesse dal re Arnolfo, come da suo sovrano, il regno d'Italia. Vuole l'Eccardo [Eccard., Rer. German., lib. 31.] che Navium significhi una villa situata sopra di Trento, ed appellata oggidì la Nave, e può stare: ma non giù che Sagum diventasse poi città, ora perduta, da cui trasse il suo nome Sagis, picciolo porto di Comacchio alle rive dell'Adriatico, appellato oggidì Porto di Magnavacca. Non può stare che Arnolfo si facesse cedere quel sito, troppo lontano da' confini de' suoi stati. Arnolfo se ne tornò indietro pel Friuli nella Carintia, dove celebrò il santo Natale, ma con una terribil perdita di cavalli, perchè entrata fra essi un'epidemia, ne fece un aspro macello. Io so che in questo medesimo anno gli Annali suddetti del Freero e Reginone (copiato poi da altri susseguenti storici) mettono la guerra succeduta fra esso Berengario re e Guido duca di Spoleti, che assunse anch'egli il titolo di re; e le due sanguinose battaglie, colle quali questi due emuli si disputarono la corona del regno d'Italia, prima ancora che seguisse l'abboccamento suddetto fra il re Arnolfo e Berengario. E che questi [870] autori tedeschi non possano aver fallato intorno a tali fatti, pare che non se ne abbia a dubitare, dacchè anche Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap 81 et 82.] storico italiano, il quale in questi tempi appunto terminò la sua storia, dopo avere scritto che l'armata navale de' Greci diede una rotta a quella de' Saraceni vicino allo stretto di Sicilia nel mese di ottobre dell'anno 888, aggiugne tosto: Hoc etiam anno reversus est Guido ad Italiam, quam principare cupit; sed obtinere nequit. In Italiam juxta civitatem brescianam cum Berengario et ipso duce conflictu utriusque partis acies crudeliter caesa est. Spolia autem caesorum a Berengario recollecta sunt. Pacti sunt tantum ad invicem usque in Epiphania, quae celebratur VIII idus januarii. Quum autem uterque se junxerint ad pactum, vel ad bellandum, quod deinceps egerunt, praesenti opusculo inseram. Qui finisce la storia di Erchemperto, con lasciar noi al buio di quel che poscia avvenne. Non si può negare: la storia d'Italia è qui imbrogliata non poco. Due battaglie senza dubbio si diedero da Guido a Berengario; la prima svantaggiosa e l'altra favorevole ad esso Guido. Per quanto apparisce dal panegirista di Berengario, passò non poco tempo fra l'una e l'altra. Non so io immaginare che Guido duca di Spoleti in un solo anno passasse in Francia, o, per dir meglio, nel regno della Lorena; quivi facesse maneggi per ottener quella corona, e dopo aver raunato molte brigate d'armati, ritornasse in Italia, e potesse mettere insieme un esercito per la prima giornata campale, e un altro per la seconda. Quel che è più, esso panegirista, autore se non contemporaneo, che almeno gode la presunzione d'essere stato non lievamente informato di quegli affari, sembra dire, che dopo essere stato eletto re Berengario, egli si godette quasi un anno di pace [Anonymus, in Paneg. Berengarii, P. I, tom. 2 Rer. Ital.]:

[871]

Annua vix toto rutilarunt sidera mundo

Pace sub hac.

E però, ciò posto, cadrebbe la guerra con amendue le battaglie suddette nell'anno seguente 889. Ma perchè il suo dire quasi un anno, ci lascia luogo a credere ritornato Guido in Italia negli ultimi mesi dell'anno presente; però mi figuro che gli restasse tempo di dare prima del verno una battaglia a Berengario. Confessa il poeta suddetto, non sì tosto essere giunto in Italia il duca Guido, che si diede ad allestir un'armata d'Italiani. Alcune brigate di Franzesi (l'abbiamo anche da Liutprando) avea egli seco condotto in Italia. Camerinos atque Spoletinos, fiducialiter, ut propinquos adiit, dice lo stesso Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.]. Berengarii etiam partibus faventes, ut infidos, pecuniarum gratia acquirit. Aggiugne il poeta, che specialmente la Toscana, la quale dianzi avea giurata fedeltà a Berengario, ribellata prese l'armi in aiuto di Guido. Nè è da maravigliarsene. Quivi, siccome vedremo, domina Adalberto II marchese e duca, suo nipote.

. . . . . . . Mala fide recessit

Sed penitus Tyrrhena manus, hostesque protervos.

Exueltans in regna tulit.

Potrebbono nondimeno tali parole intendersi dei soli Spoletini, perchè essi, come altrove ho detto, passavano allora per popoli di Toscana. Lo stesso poeta avea prima detto che Berengario ne' tempi addietro

. . . . . . stimolis quia mutos iniquis

Finibus absentes Gallos quaesivit Etruscis,

con alludere alla guerra fatta nell'anno 883 da esso Berengario al ducato di Spoleti per ordine di Carlo Grasso Augusto. Con queste armi s'incamminò contra del re Berengario il duca Guido. Trovavasi allora Berengario nel distretto, o nella città di Verona, trattando [872] d'aggiustamento col re Arnolfo; del che abbiam parlato di sopra.

. . . . Princeps aberat, pacemque parabat

Imperio, Veronae Athesis, qua culta salubris

Irrigat.

Però negli ultimi mesi dell'anno, e dopo l'abboccamento fatto con Arnolfo, dovette essere la mossa di Guido, incontro al quale marciò Berengario con quante forze anch'egli potè. Due senza dubbio furono le battaglie, ed amendue sanguinosissime, che seguirono fra questi due competitori.

Se vogliam credere a Liutprando, la prima fu alla Trebbia; fra pochi giorni succedette l'altra nel bresciano; e in tutte e due toccò a Berengario di soccombere. Non la seppe giusta: cioè nell'ordine di quelle giornate campali e nell'esito di esse s'ingannò. Il primo fatto d'armi tengo io che succedesse nel territorio di Brescia, e questo nell'anno presente, e colla peggio di Guido. L'altro nell'anno susseguente, e colla peggio di Berengario. Erchemperto, il quale, siccome abbiam veduto di sopra, diede fine alla sua storia sul finire dell'anno presente, non conobbe se non una battaglia fra Berengario e Guido; e questa accaduta nel contado di Brescia; e in essa caesorum spolia a Berengario recollecta sunt. Ciò vuol dire che il cimento riuscì di maggior vantaggio ed onore a Berengario. Viene confermata la stessa verità dall'anonimo panegirista, autore anch'esso degno di gran riguardo. Dal suo racconto apparisce che nel primo fatto d'armi non riuscì già a Berengario di sconfiggere il nemico, perchè la notte sopravvenuta disturbò il corso della vittoria. Tuttavia restò egli padrone del campo della battaglia: laonde nel giorno appresso Guido spedì ambasciatori a chiedergli la grazia di poter dare sepoltura ai suoi morti, che ascendevano ad alcune migliaia; e l'ottenne. Non altro conflitto che questo penso io che succedesse nel presente anno, perchè vi volle non poco di tempo a reclutare ed [873] aumentar le armate; e spezialmente asserendo Erchemperto che restarono i due emuli di fare un congresso nel dì della Epifania per trattar di qualche maniera di aggiustamento fra loro. Finchè non si scuopra qualche diploma che ci faccia veder Guido in Pavia nel fine di questo anno, o nel principio del susseguente, sembra più credibile ch'egli se ne impadronisse dopo la seconda battaglia nell'anno seguente. Mentre questi principi contrastavano sì aspramente fra loro, anche Ajone principe di Benevento era in faccende contra de' Greci. Gli era venuto fatto di ribellare ad essi il popolo di Bari coll'uccisione del presidio, e di rimettere quella città sotto il suo dominio. Nella Cronichetta [Antiquit. Ital., Dissert. V.] da me stampata altrove sotto quest'anno si legge: Perditio fuit facta in Varo per Graecos, cioè in Bari. Diede anche aiuto ad Atenolfo conte di Capoa, che si era sottomesso alla sua signoria [Erchempertus, Hist., cap. 73, 75, 77 et 80.], con essere cagione che questo principe non solamente ricuperò l'anfiteatro, già ridotto in fortezza da Atanasio II vescovo di Napoli, continuo martello de' Capoani, ma anche diede una rotta all'esercito di quel vescovo, con che rintuzzò non poco l'insoffribile di lui orgoglio. Fu forzato Atanasio a chiedere pace; ma le paci di questo mal unto vescovo fatte per un anno, non duravano nè pur dodici giorni. E intanto i suoi cari Saraceni abitanti al Garigliano, ovunque loro piaceva, divoravano tutti i contorni, nè davano esenzione alcuna agli stessi Napolitani, permettendo Iddio che costoro fossero il castigo di chi tutto dì si serviva d'essi per infestare i suoi vicini. Ora tornando al suddetto Ajone principe, recatogli l'avviso che Costantino patrizio e general de' Greci avea messo l'assedio a Bari, colle sue milizie e con un rinforzo de' Mori marciò per Siponto in aiuto di quella città. Arditamente attaccò la zuffa, e a tutta prima colla strage di moltissimi Greci parve che la [874] fortuna si dichiarasse in suo favore. Quando eccoti sopraggiugnere Costantino con tremila cavalli freschi, co' quali diede una tal rotta ai Beneventani, che quasi tutti vi rimasero o morti, o prigioni, e lo stesso Ajone stentò a potersi ritirare con pochi dei suoi in Bari. Cominciò egli dipoi a tempestar con lettere Atenolfo conte di Capoa per avere soccorso; ma questi era di nuovo in rotta col suddetto vescovo Atanasio, uomo di niuna fede; e laddove in addietro i Napoletani si tenevano sotto i piedi i miseri Capoani, prevalendo ora questi, davano il guasto a tutto il territorio di Napoli. Atenolfo in vece di recar aiuto all'assediato Ajone, stabilì una pace e lega col generale suddetto de' Greci. Non dissomigliante successo ebbero l'altre premure di Ajone per avere dei rinforzi dai Galli, cioè dal ducato di Spoleti e dai Saraceni. Quantunque promettesse loro monti d'oro, niuno si volle muovere per soccorrerlo, in guisa che veggendosi beffato da tutti, e troppo ridotto in angustie, gli convenne capitolar coi Greci, e rendere loro la città. Se ne tornò egli libero a Benevento con grandi minacce contra di Atenolfo e di Maione abbate di san Vincenzo di Volturno, perchè l'avessero in tanta necessità abbandonato e deluso. Secondo la testimonianza del Dandolo [Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.], passò in quest'anno all'altra vita Giovanni doge di Venezia, in cui luogo fu concordemente eletto doge Pietro tribuno, personaggio di tutta bontà, che da Leone imperador di Costantinopoli fu creato dipoi protospatario.


   
Anno di Cristo DCCCLXXXIX. Indiz. VII.
Stefano V papa 5.
Berengario re d'Italia 2.
Guido re d'Italia 1.

O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra il re Berengario e il duca Guido; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu perciò rimessa alla [875] decision dell'armi la contesa del regno. Accudirono dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi descritte dal panegirista suddetto [Anonym., Panegyr. Berengar. P. I, tom. 2 Rerum Italic.] le di lui schiere. Cinquecento fanti, calati dalla Francia, erano comandati da Ascario ossia Anscario fratello di Guido. Menava trecento cavalli Gaussino; altrettanti Uberto. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col nome di tyrrhena juventus non vuole il poeta disegnare Spoleti. Venivano appresso mille soldati di Camerino. Poscia Alberico con cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandio Rinieri con altre soldatesche, e Guglielmo che menava trecento corazze. Condottier di altrettante era Ubaldo, che fu padre di quel Bonifazio che noi vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino. Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario quante genti potè. Gualfredo, che era, oppure che fu poi creato marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poi Unroco con due altri fratelli, tutti figliuoli di Suppone già duca di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze. Marciavano Leutone e Bernardo suo fratello con mille dugento cavalli tedeschi. Poscia un Alberico con cinquecento altri cavalli, forse anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto il comando di un Bonifazio, di un Berardo, di un Azzo feroce e di un Olrico, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso all'Adriatico, oltre ad una gran [876] folla di rustiche milizie. Non è a noi possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso, del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce un diploma del medesimo Guido [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], scritto IX kal. maii anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae. Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui la Indictione VIII che non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente, convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si osservi che quivi Guido conta già l'anno II del regno: segno ch'egli, per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti di Bernardino de' conti di Campello [Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 9.], il quale, benchè vivesse e scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto, ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo succeduto sul piacentino. [877] Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio Berengario. Scrive Reginone [Regino, in Chronico.], che dopo insorta la gara fra questi due principi, tanta strages ex utraque parte postmodum facta est, tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum Wido victor existens, Berengarium regno expulit. Ma non sussiste che riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona. Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XVII.], le cui note sono: Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II, Indictione VIII. Actum Veronae. Il truovo io anche in Cremona, e padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo diploma pubblicato dal Margarino, e dato XV kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II. Indictione VII. Liutprando [Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.] attesta che nella seconda battaglia, quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit. Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano con altre città della Lombardia.

Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi [Pagius, in Annales Baron.] parli delle due suddette battaglie solamente all'anno 892. Senza [878] qualche fatto d'arme non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa elezione si truova dato alla luce nella mia Raccolta Rerum italicarum [Rerum Ital., P. I, tom. 2.], e di nuovo nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. III.]. Ricordano que' vescovi in esso decreto bella horribilia, cladesque nefandissimas fino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo) volentes nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac fraudulenter. Dicono di più che i nemici, superveniente perspicuo principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt; il che è da temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere eleggono praefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos in regem et seniorem, ec., giacchè egli si è obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere le rapine, e di volere la pace. Non si sa che il re Guido facesse altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla fortuna delle armi di lui. All'incontro Berengario è da credere che si applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la vedova imperadrice Angilberga presentendo o temendo che Arnolfo re di Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui affinchè le confermasse i beni da lei goduti [879] in esso regno; e a tal fine spedì in Germania Ermengarda sua figliuola, regina di Provenza, vedova del re Bosone. Vien rapportato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.] quel diploma, dato II idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen. Ma Ermengarda per altri più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo. Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a conoscere in Germania e in Italia gli Ungri, o vogliamo dire gli Ungheri. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata descritta da Reginone [Rhegino, in Chronico.] sotto quest'anno. La ferocissima gente, dice egli, degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia, cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo stabile; ma (a guisa degli Arabi) coi loro armenti e colle loro gregge vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari (benchè Tartari anch'essi di nazione), s'impadronirono di quel regno: di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e nella Carintia, uccidendo [880] pochi colle spade, ma molte migliaia di persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli, fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser vinto. Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì parte di questi loro costumi. Seguita a dire: Vivono a guisa di fiere, e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue. Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare. Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti. Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno [Cedren., in Annal.] dà a questa barbarica nazione anche il nome di Turchi, nome che si stendeva a non poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli antecedenti.


   
Anno di Cristo DCCCXC. Indizione VIII.
Stefano V papa 6.
Berengario re d'Italia 3.
Guido re d'Italia 2.

Abbiamo da Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.] che in quest'anno Arnolfo re di Germania ex verbis apostolici obnixe rogatur, ut Romam veniens Italiamque sub ditione sua retinens, a tantis eam eruat tyrannis. Era Stefano V pontefice di rara virtù, e non è improbabile che i malanni di Roma per cagion dei Saraceni, e quei dell'Italia per la guerra dei due re, il movessero a procurar la venuta d'Arnolfo. [881] Tuttavia sapendo noi quanta parzialità egli nudrisse per Guido re d'Italia, con apparenza ancora che coi suoi buoni uffizii l'avesse egli aiutato a montare sul trono, non pare sì facilmente da credere l'invito che qui si suppone da lui fatto ad Arnolfo di calare in Italia, e di levarla di mano dei due nemici regnanti. Anzi son io d'avviso che in questo racconto v'abbia dell'errore, essendo ben vera la chiamata, ma questa fatta nell'anno susseguente, oppure nell'anno 893, siccome vedremo, e non già nel presente; e da Formoso papa, e non già da Stefano, tuttavia vivente in quest'anno. Il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freherii.], pubblicati dal Freero, molto più antico di Ermanno Contratto scrive sotto quest'anno, ma fuor di sito, in parlando del re Arnolfo: A Formoso apostolico enixe rogatus interpellabat (scrivo interpellabatur) ut urbe Roma (si scriva urbem Romam) domum sancti Petri visitaret, et Italicum regnum a malis christianis, et imminentibus Paganis ereptum ad suum opus restringendo dignaretur tenere. Sed rex multimodis caussis, in suo regno increscentibus praepeditus, quamvis non libens, postulata denegavit. Copiò Ermanno Contratto queste parole, ed anche egli intese di nominar Formoso col nome di apostolico, e non già di parlare di papa Stefano. Ora certo è che Formoso solamente fu eletto romano pontefice nell'anno seguente, e per conseguente a quello si dee riferir l'invito fatto al re Arnolfo: se pur non volessimo immaginare che Formoso vescovo in questi tempi di Porto, e non per anche papa, avesse chiamato in Italia il re Arnolfo, col quale egli manteneva buona corrispondenza, ed era legato, siccome vedremo, con parziale affetto. Ma, siccome dissi, piuttosto nell'anno 893 si adoperò papa Formoso per tirare in Italia il re Arnolfo, e quivi perciò ne riparleremo. Attestano gli Annali suddetti, che trovandosi esso re Arnolfo in Forcheim dopo Pasqua nel mese di maggio [882] ibi ad eum filia Hludovvici italici regis, vidua Bosonis tyranni, magnis cum muneribus veniens honorifice suscepta, ac ad propria remissa est. Ma neppure questo fatto è rapportato al suo luogo. Da un diploma d'esso Arnolfo, che io ho accennato di sopra, abbiamo già appreso che la vedova imperadrice Ermengarda si trovò nell'anno precedente alla corte del re Arnolfo in Forcheim. Il motivo del suo viaggio e dei sontuosi regali portati al re Arnolfo, fu il desiderio che Lodovico figliuolo suo e di Bosone, già pervenuto ad età convenevole per governar popoli, assumesse il titolo di re del regno arelatense ossia di Provenza, ch'ella fin qui avea governato come tutrice a nome del figliuolo. Non voleva ella far questo passo senza licenza del re Arnolfo, principe potentissimo, che manteneva pretensioni sopra tutta la monarchia dei Franchi. E siccome Odone in Francia ossia nella Gallia, e Berengario in Italia, non si crederono sicuri del possesso dei loro regni, se prima non si furono accordati con esso Arnolfo: così Ermengarda ricorse a lui per avere il consentimento suo in favore del figliuolo; con riconoscere anch'ella il regno suddetto dipendente dalla sovranità del re della Germania. Però tornata ch'ella fu in Provenza, raunati i vescovi e baroni del regno, fece solennemente riconoscere per re, e coronar Lodovico suo figliuolo.

L'atto di questa elezione e coronazione si legge stampato nel corpo dei concilii [Labbe, Concil., tom. 9.], e si dice fatta quella raunanza e funzione anno Incarnationis dominicae DCCCXC, Indictione VII, cioè o nel fine del presente, o nel principio del corrente anno. Si vede che il buon papa Stefano con sue lettere aveva esortato tutti i vescovi di quel regno a costituire re Lodovico, nipote per via della madre di Lodovico II imperadore, al quale, come protestano que' prelati e baroni praestantissimus Carolus (il Grosso) Imperator jam regiam concesserat dignitatem (nell'anno [883] 887), et Arnulfus, qui successo ejus extitit, per suum scriptum, perque suos sagacissimos legatos, Reoculfum (oppure Theodolfum) videlicet episcopum, et Bertaldum fomitem, fautor regni, auctorque in omnibus esse comprobatur. Degne son di annotazione tutte queste notizie, per intendere come i re della Germania acquistassero e mantenessero dipoi la loro superiorità nel regno arelatense, e per conoscere questo Lodovico re per tempo, di cui la storia d'Italia avrà da parlare non poco, andando innanzi. Cosa operassero in quest'anno in Italia i due emuli re Berengario e Guido, difficilmente si può ricavar dalla storia assai digiuna in questi tempi delle cose nostre, e specialmente difettosa per la cronologia. Abbiamo presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Faesulan.] un diploma del re Guido, dato VII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCXC, Indictione VIII, anno domno Widone rege in Italia regnante primo. Actum in taurinensi comitatu. Cosimo della Rena [Rena, Serie de' duchi della Toscana, p. 122.] scrive che nell'originale di questo documento da lui veduto si legge Indictione VII, e che, ciò non ostante, torna esso nell'anno 890: cosa ch'io non so intendere. Quando veramente appartenga all'anno stesso 890, si vede che Guido metteva il principio del suo regno nell'889, e non già nell'888, come pare che risulti da un altro, da me citato di sopra. Ora in questo diploma dice il re Guido: Quia Adalbertus dilectus nepos noster et marchius, deprecatus est celsitudinem nostram, ut Zenovio sanctae ecclesiae fesulanae episcopo, ec. Certo è che qui si parla di Adalberto II marchese e duca della Toscana. Noi già vedemmo suo padre Adalberto I marito di Rotilde, sorella di Lamberto duca di Spoleti in un documento dell'anno 884. Convien credere che quando fu dato il diploma suddetto dal re Guido, fosse già mancato di vita esso Adalberto I, con succedergli nella Marca e nel ducato [884] della Toscana Adalberto II, di cui parla qui il re Guido. E con ciò si conferma che lo stesso re Guido fu fratello di Lamberto e di Rotilde, e figliuolo d'un altro Guido. Trovo io il re Berengario in Verona nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente, ciò apparendo da un suo diploma originale da me veduto nell'archivio del capitolo de' canonici di Reggio [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.]. Esso fu dato decima tertia kalendas novembris anno Incarnationis Domini DCCC et XC, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis III, Indictione IX. Mancò di vita in quest'anno Aione principe di Benevento, se vogliam credere ai conti di Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron. apud Peregr.]; e lasciò per suo successore Orso suo figliuolo, e non già suo fratello, ma di età non per anche atta al governo.


   
Anno di Cristo DCCCXCI. Indizione IX.
Formoso papa 1.
Guido imperadore 1.
Berengario re d'Italia 4.

Quale stretta corrispondenza passasse fra papa Stefano e Guido re d'Italia, l'abbiam già veduto di sopra. Seppe ben profittar Guido di questo favorevol vento; e però nulla paventando dalla parte di Berengario, scemato troppo di forze, s'inviò a Roma, e da esso papa impetrò d'essere creato e incoronato imperador de' Romani nell'anno presente, e non già nel seguente, come immaginò il cardinal Baronio [Baron., Annales. Eccl., ad ann. 892.] con altri. Il preciso giorno della sua coronazione, già dottamente avvertito dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 5.], fu il dì 21 di febbraio, ciò costando da un suo diploma da lui veduto, e poi pubblicato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.], e da un altro da me [Antiquit. Italic., Dissert. III et XXX.] dato alla luce, in cui Guido conferma ad Ageltruda imperadrice sua moglie, sorella del suddetto Ajone principe di Benevento, e [885] per conseguente figliuola del fu parimente principe Adelgiso, tutti i beni a lei appartenenti o per eredità o per donazione sua. Fu dato questo diploma kalendas martii, Indictione VIII, anno Incarnationis Domini DCCCXCI, regnante domno Widone in Italia anno regni ejus III, imperii illius die prima. Actum Roma. Abbiamo anche pubblicata dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.] una bolla del medesimo papa Stefano con cui sono confermati a Bernardo vescovo di Piacenza tutti i suoi privilegii e diritti. Fu essa scritta per manum Anastasii regionarii et scriniarii sanctae romanae Ecclesiae in mense februarii, Indictione nona. Data IV kalendas martias per manum Zachariae primicerii sanctae sedis apostolicae, imperante domno piissimo Augusto Wido a Deo coronato, magno, pacifico imperatore anno primo, et post consulatum ejus anno primo, Indictione nona, cioè nell'anno presente, e nel dì 26 di febbraio. Altre pruove ci sono che in quest'anno e mese ci fan conoscere indubitata la coronazione imperiale di Guido. Veggasi ancora uno strumento pisano, da me riferito altrove [Antiq. Ital., tom. 3, pag. 1039.]. Nella bolla di piombo pendente dai suoi diplomi, da me veduta, si mira nell'una parte il suo busto col capo coronato e con lo scudo, e all'intorno WIDO IMPERATOR AVG.; e nell'altra RENOVATIO REGNI FRANC.: dal che era ben lontano questo imperadore, neppur signore di tutta l'Italia. Se gli andavano bene gli affari, fors'egli avea la mira di far delle conquiste anche in Francia, siccome apparisce dalle lettere di Folco arcivescovo di Rems [Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 5.]. E correa voce in Francia che questo prelato, benchè si mostrasse tutto favorevole a Carlo il Semplice, pure tenesse segreta corrispondenza con esso Guido imperadore per tirarlo in Francia. Ma dopo questa funzione pochi mesi sopravvisse il buon papa Stefano V, certo essendo che egli passò nell'anno presente ad una vita migliore. Era in questi tempi sconcertata [886] di molto la buona armonia del clero e popolo romano per le due potenti fazioni che vi predominavano, cominciate negli anni addietro. Abbiamo da Liutprando [Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 9.] che seguì non lieve scisma nell'eleggere il novello papa. Concorse l'una parte del clero e popolo nella persona di Sergio diacono della Chiesa romana; ma allorchè egli saliva all'altare per essere consecrato, la contraria parte prevalendo, violentemente lo scacciò, e fece consecrar Formoso vescovo di Porto, da loro eletto e stimato assai pro vera religione, divinarumque Scripturarum et doctrinarum scientia. Ma s'inganna Liutprando. Questa elezione e caduta di Sergio accadde solamente nell'anno 898, siccome vedremo. Liutprando prende non pochi altri abbagli negli avvenimenti di questi tempi, perchè non succeduti ai suoi giorni. Ora noi troviam qui divisi i giudizii dei posteri. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] è tutto per Formoso, esaltando le sue molte virtù, e credendolo indebitamente già scomunicato da papa Giovanni VIII. Il padre Mabillone [Mabill., Saecul. V Benedict.] ed altri nol sanno credere esente da colpa, perchè adducono i motivi di quella scomunica, che non erano noti ai tempi del cardinal Baronio. Certamente pare che non mancasse l'ambizione di gustar in Formoso gli ornamenti della religione e della sacra letteratura, commendata in lui da Liutprando e da altri. Nè lasciò il partito contrario di fargli guerra, finchè egli visse, e peggio dopo la sua morte, siccome vedremo. Il suo avversario Sergio, non credendosi sicuro in Roma, si rifugiò in Toscana sotto l'ali di Adalberto II duca e marchese di quella provincia.

In quest'anno, se vogliamo stare all'opinione dell'Eccardo e d'altri, venne in Italia Zventebaldo, spedito con un esercito dal re Arnolfo suo padre in aiuto del re Berengario, che si trovava a mal partito; e fu assediata da essi, ma indarno, Pavia. Secondo me, appartiene un [887] tal fatto all'anno 893, dove ne parleremo. Pretende l'Eccardo che il suddetto Zventebaldo abbandonasse l'assedio di quella città nel mese di marzo del corrente anno, perchè il panegirista di Berengario [Anonym., Paneg. Bereng. P. I, tom. 2 Rer. Italic.] scrive che questo giovane principe chiamato da lui Sinibaldo alla maniera degl'Italiani,

It monitu regis patrias Sinibaldus ad oras:

Tertia vix lunae se cornua luce replerant.

Non appartengono a quest'anno quei versi, siccome dirò più abbasso; e poteva accorgersene lo stesso Eccardo al considerare che Guido fu coronato imperadore in Roma nel dì 21 febbraio del presente anno, e trovandosi colà, non poteva essere in Pavia, che fu assediata di febbraio; e noi sappiamo da Liutprando e dal panegirista suddetto che Guido in persona sostenne quell'assedio, e però non può essere succeduto nell'anno presente. Riportò bensì in quest'anno il re Arnolfo un'insigne vittoria contra de' Normanni. Reginone scrive che ex innumerabili multitudine vix residuus fuit qui ad classem adversum nuncium reportaret. Non c'è obbligazione di credergli tutto questo gran flagello. Per la morte di Ajone principe di Benevento restò quel principato in una somma debolezza con rimanere nelle mani di Orso suo figliuolo, inetto al governo, perchè fanciullo di soli sette anni. Di questa svantaggiosa situazione de' Beneventani ben consapevoli i Greci, non istettero colle mani alla cintola, bramosi ancora di far vendetta della guerra lor fatta dal defunto Ajone [Anonymus Salernitan., apud Peregrin. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. Avea poco dianzi Leone il Saggio imperador d'Oriente spedito per generale delle sue armi in Italia Simbaticio, appellato da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 49.] imperialis protospatarius, et [888] stratigo Macedoniae, Thraciae, Cephaloniae, atque Langobardiae. Davano i Greci il nome di Lombardia a quel tratto di paese ch'essi possedevano in Calabria e nella Puglia, e in altri siti del regno ora di Napoli. Ora costui mise l'assedio nel dì 13 di luglio dell'anno presente alla città di Benevento, ben conoscendo che l'imperador Guido, troppo impegnato nella Lombardia maggiore per la guerra tuttavia durante contra di Berengario, non avrebbe mosso un dito per disturbar quell'impresa. Fecero una lunga e vigorosa resistenza i Beneventani; ma in fine, perchè non aveano forze da poter fare sloggiare i Greci, nè altronde speravano aiuto, lusingati ancora dalle promesse di un soave trattamento, che Simbaticio andava loro con segrete ambasciate facendo penetrare: capitolarono la resa della città, dove pacificamente entrarono i Greci nel dì 18 d'ottobre, divenendo padroni di tutte le dipendenze di quel principato. In quest'anno ancora, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chronic., tom. 12, Rer. Ital.], Pietro doge di Venezia avendo spedito a Pavia i suoi ambasciatori a Guido Augusto, ab eo obtinuit privilegium in ea forma, qua praedecessores sui imperatores ducibus Venetiarum retroactis temporibus concesserant. Fu rapportato dal cardinal Baronio e dal padre Mabillone un diploma di Guido Augusto, dato in questo anno nel dì primo o nel dì 15 di novembre in Balva, città allora del ducato di Spoleti, dove era egli capitato, e Benevento redeuntes nostra cum conjuge, la quale gli partorì Lamberto suo figliuolo, che vedremo imperadore nell'anno seguente: per la qual grazia a lui conceduta da Dio egli dona al monistero volturnense una chiesa, e tanto oro quanto pesa il real fanciullo [Chron. Volturnens., P. II, tom. 1, Rer. Ital. pag. 430.]. Ho io prodotto alcune difficoltà intorno a questo documento, il quale, quando mai si supponesse nato Lamberto in quest'anno, vien certamente [889] da me creduto aprocrifo, perchè molto prima era venuto alla luce questo principe; oltre di che, non potè Guido tornare in tempi tali da Benevento che era in mano de' Greci.


   
Anno di Cristo DCCCXCII. Indizione X.
Formoso papa 2.
Guido imperadore 2.
Lamberto imperadore 1.
Berengario re d'Italia 5.

Non sembra già che Formoso papa fosse molto portato in favore di Guido imperatore; anzi, se dobbiamo credere al continuator degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.], pubblicati dal Freero, le cui parole ho citate all'anno 890, egli non fu sì tosto papa che invitò il re Arnolfo a calare coll'armi in Italia per liberarla dai cattivi cristiani, ossia dai tiranni, come scrive Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.] cioè da Guido e da Berengario, la nimicizia e guerra de' quali si tirava dietro la desolazion di buona parte delle contrade italiane. Ma probabilmente un tale invito è da riferire all'anno seguente. Contuttociò dovette questo pontefice accomodarsi alle vicende e circostanze de' tempi. Allorchè egli salì sulla cattedra di san Pietro, trovò già creato imperador dei Romani Guido, cioè chi in questi tempi esercitava giurisdizione sovrana in Roma stessa e negli altri stati della Chiesa romana. Però non potè negare ad esso Guido Augusto di dichiarare collega nell'imperio e di ornare colla corona imperiale Lamberto, figliuolo assai giovane del medesimo Guido. Le note cronologiche di varii diplomi dati da esso Lamberto in compagnia del padre, oppure da lui solo, ci guidano a conoscere che la di lui assunzione e coronazione seguì senza fallo nel presente anno: il che parimente si vede confermato dall'autore della Cronica casauriense [Chron. Casaurienses, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. [890] Del giorno preciso in cui gli fu conferita la corona augustale, ho io fatta ricerca nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXIV.], e benchè non l'abbia potuto con sicurezza accertare, tuttavia da un placito lucchese riferito dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] si può ricavare ch'egli prima del giorno quarto di marzo conseguisse il titolo d'imperadore. Fu scritta quella carta anno imperii domni Lamberti sexto, IV die mensis martii, Indictione XV, cioè nell'anno 897: note indicanti che prima del dì IV di marzo dell'anno corrente, dovette essere conferito a Lamberto in Roma il diadema imperiale. Ma avendo io quivi citato un'altra carta prodotta dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Append. ad Episcop. Aprut.], e scritta in anno quinto Lamberti imperatoris, mense martio, per Indictione XV, cioè nel medesimo anno 897, per accordar questo con quel documento si truova qualche difficoltà. Vegga chi vuole la suddetta mia Dissertazione [Antiquit. Ital., Dissertat. VIII.] nelle Antichità italiane. Aggiungo, vedersi un diploma [Ibidem, Dissert. XXIX.] di Guido Augusto suo padre, dato in Rosselle di Toscana nel dì 15 di settembre dell'anno presente, senza che vi si legga l'anno dell'imperio di Lamberto: il che non ben s'accorda col suddetto supposto. All'incontro ho io prodotto un altro diploma [Ibidem, Dissert. VI.] dell'archivio del monistero di santo Ambrosio di Milano, scritto kalendis mali, Indictione X, anno Domini DCCCXCII. Imperante domno Widone imperatore, regni ejus III, imperii illius II, anno Lantberti imperatoris I. Actum Ravenna: dove probabilmente, tornando da Roma, si trovarono questi due Augusti. Finalmente accennerò all'anno 895 un privilegio d'esso Lamberto, per cui apparisce che nel febbraio di quest'anno egli contava l'anno primo del suo imperio.

[891]

Dissi già che Odone conte di Parigi era stato eletto ed accettato dai popoli della Gallia, ossia della Francia occidentale, per loro re, a riserva dell'Aquitania che gli fu contraria. Era egli intento a ridur colla forza anche gli Aquitani alla sua ubbidienza, quando nel dì 28 di gennaio di quest'anno Foco arcivescovo di Rems, avendo commossa a ribellione non poca parte dei baroni franzesi, dichiarò e coronò re di quel regno Carlo il Semplice, figliuolo del re Lodovico Balbo. Si cominciò pertanto, non meno in quel paese, che si facesse in Italia, a guerreggiar fra i due pretendenti, e nell'uno e nell'altro regno a verificarsi il detto del Salvatore, che regnum in se divisum desolabitur. In una delle sue lettere citata da Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 5.], scrive il suddetto Folco arcivescovo, avere i suoi nemici sparsa voce ch'egli avesse intavolata quella ribellione e alzato al trono il giovanetto Carlo, per poi introdurre con tal pretesto in quel regno Guido imperadore, con cui veramente era Folco anima e corpo, e strettamente unito di parentela. Ma egli protesta che questa è un'indegna calunnia, nè essere un par suo, siccome uomo d'onore e nobilmente nato, capace di una cabala sì fatta. Furono poi cagione le funeste dissensioni di Guido e Berengario in Italia che i popoli italiani cominciarono circa i tempi presenti a fortificar le loro città e castella, poichè per la pace sì lungamente conservata in queste contrade sotto gl'imperadori carolini, i più viveano alla spartana. Ciò si raccoglie dall'esempio di Modena, nella quale Leodoino vescovo fece far varie fortificazioni alle porte, e nuovi bastioni ben provveduti d'armi, non già contra i padroni, cioè contra di Guido e di Lamberto Augusti qui allora signoreggianti, ma per difesa de' proprii cittadini, come costa dall'iscrizione da me riferita altrove [Antiquit. Italic., Dissert. I.], dove son questi versi:

[892]

HIS TVMVLVM PORTIS ET ERECTIS AGGERE VALLIS,

FIRMAVIT, POSITIS CIRCVM LATITANTIBVS ARMIS,

NON CONTRA DOMINOS ERECTVS CORDA SERENOS,

SED CIVES PROPRIOS CVPIENS DEFENDERE TECTOS.

Leggasi nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Volturnens., P. II, tom. I, Rer. Ital.] un privilegio conceduto a Maione abbate di quel sacro luogo da Giorgio protospatario imperiale e stratigo (cioè general dell'armi) della Cefalonia e Lombardia, a nome dei serenissimi imperadori, cioè di Leone ed Alessandro imperadori d'Oriente. In fine si scorge che anche egli, come era in uso di varii principi di allora, dice di aver bollato quel decreto con bolla di piombo, mense augusti, decima Indictione. Di questo Giorgio patrizio, che succedette a Simbaticio conquistatore nel precedente anno di Benevento, fa menzione, oltre all'Anonimo salernitano, una Cronichetta [Rer. Ital., P. I, tom. 2, pag. 279 et 291.] data alla luce da Camillo Pellegrino, con aggiugnere ch'egli o nel presente o nel susseguente anno andò a mettere l'assedio a Capoa; ma questa si dovette bravamente difendere, nè si sa ch'egli se ne impossessasse. Riferisce il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] a quest'anno le due sanguinose battaglie succedute fra i re Berengario e Guido, di sopra da noi vedute all'anno 888 ed 889. Non si può mai credere che Guido, da noi veduto negli anni addietro signoreggiante in Pavia e nella maggior parte della Lombardia, se ne fosse impadronito senza colpo di spada, e che si fosse differito fino a questi dì il provar le loro forze in qualche campale giornata. Oltre di che, Erchemperto ed altri storici si truovano contrarii ad una tale opinione. Vero è aver papa Formoso, per relazione di Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 2.], significato a Folco arcivescovo di Rems, che era per tenere un concilio generale in Roma die kalendarum martiarum Indictionis decimae, cioè [893] nell'anno presente, se pure non fu nel seguente, perchè si legge Indictionis undecimae nel testo pubblicato nella biblioteca de' Padri [Bibliotheca Patr., tom. 17.]. In quibus literis fatetur, Italiam tunc semel et secundo horrida bella perpessam, et paene consumtam: le quali parole cita il padre Pagi in confermazione della sua credenza. Ma da queste nulla si può conchiudere, perchè nei correnti tempi ancora continuò più che mai un'arrabbiata guerra fra questi due competitori. E noi vedremo all'anno seguente ridotto a sì mal termine Berengario, che fu costretto a cercar soccorso da Arnolfo re di Germania. Fra le leggi longobardiche [Rer. Ital., P. II., tom. 1.] se ne leggono alcune di Guido imperadore. Probabilmente furono fatte e pubblicate in quest'anno nella dieta generale degli Stati.


   
Anno di Cristo DCCCXCIII. Indizione XI.
Formoso papa 3.
Guido imperadore 3.
Lamberto imperadore 2.
Berengario re d'Italia 6.

Uomo inquieto e maligno era in questi tempi Zventebaldo duca della Moravia, chiamato anche re da talun degli storici. Di più benefizii l'avea colmato Arnolfo re della Germania, massimamente con dargli in feudo la Boemia. Scoprì costui nell'anno presente il suo mal talento contra dello stesso suo benefattore, laonde fu obbligato Arnolfo ad impugnar la spada per mettere in dovere l'ingrato. Ma non parendo a lui d'aver forze sufficienti per tale scabrosa impresa, chiamò in rinforzo suo i nuovi abitatori della Pannonia, cioè gli Ungheri, iniquissima e crudelissima gente, coi quali abbassò Zventebaldo, che fu costretto a rendersi tributario di Arnolfo, e a dargli per ostaggio un suo figliuolo, come s'ha da Reginone [Rhegino, in Chronico.]. Di questa risoluzione riportò egli gran biasimo fra i Cristiani, [894] perchè quella barbara schiatta imparò le vie di nuocere alle circonvicine contrade, ma specialmente portò dipoi la desolazione alla misera Italia. Prorompe qui in una escandescenza Liutprando storico [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 5.] contra di Arnolfo, con dire fra le altre cose: Hungarorum cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram, scelerum omnium non insciam, caedis et omnium rapinarum solummodo avidam in auxilium convocat: si tamen auxilium dici potest, quod paullo post, eo moriente, tum genti suae, tum ceteris in Meridie Occasuque degentibus nationibus grave periculum, immo excidium fuit. Quid igitur? Zventebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius: sed Domino solus. O caecam Arnulfi regis regnandi cupiditatem! O infelicem amarumque diem! Unius homuncionis dejectio fit totius Europae contritio. Quid mulieribus viduitates, patribusque orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus, populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis solitudines, caeca ambitio paras? Lascio il resto di quelle giuste doglianze. Intanto andavano in Italia di male in peggio gli affari del re Berengario, troppo soperchiato dalle maggiori forze di Guido imperadore [Idem, ibid., cap. 7.]. Altro ripiego non avendo, si rivolse egli al potentissimo e vittorioso re Arnolfo, con implorare il suo aiuto, e suggettarsi in tutto, se gli dava assistenza per atterrar l'avversario, e per fargli acquistar tutto il regno d'Italia. Pertanto spedì Arnolfo in Italia Zventebolco, ossia Zventebaldo o Zuenteboldo, suo figliuolo bastardo, con un poderoso esercito, che unito con quel poco che restava a Berengario, a dirittura s'inviò alla volta di Pavia per farne l'assedio. V'era dentro l'imperador Guido, uomo di accortezza militare e di non minor vigilanza provveduto. Avea egli barricato con buone palizzate le rive di un fiumicello che bagna quella città, e quivi disposto il suo accampamento in guisa tale, che l'esercito [895] nimico non potea nuocere al suo. Più giorni passarono senza che seguisse un menomo badalucco. Vi fu un Bavarese che ogni dì caricava di villanie gli Italiani, chiamandoli gente vile, che non osava di combattere, che non sapea stare a cavallo; e per maggior loro vergogna un dì gli venne fatto di levar di mano la lancia ad un Italiano, e di tornarsene con essa tutto fastoso al suo campo. Adocchiò la boria di costui Ubaldo, padre di quel Bonifazio, il quale poscia a' tempi di Liutprando storico fu marchese di Camerino e di Spoleti; nè potendo digerir l'affronto fatto da costui all'armata italiana, gli stette alla posta nel dì seguente, e imbracciato lo scudo, andò ad incontrarlo, e lasciatolo ben caracollare, all'improvviso se gli avventò dietro, e venuto seco a duello, gli passò colla lancia il cuore. Da questo fatto presero ardire gl'Italiani, terrore i Bavaresi. O sia che Guido in tale occasione si valesse della possente interposizione della regina pecunia, come vuole Liutprando; ovvero che il re Arnolfo richiamasse il figliuolo in Baviera, come scrive il panegirista di Berengario [Anonymus, Panegir. Berengarii, lib. 2.]: certo è che Zventebaldo se ne tornò colle truppe in Germania, senz'altro avere operato in profitto di Berengario che di raffrenare alquanto i progressi di Guido Augusto. Ma questi appena mirò allontanato dall'Italia quel temporale, che più che mai tornò ad incalzare l'emulo Berengario. Allora fu che Berengario personalmente passò in Baviera per rappresentare con più efficacia la prepotenza di chi era avversario non men suo che del re Arnolfo; e supplicò di calar egli stesso in Italia, per prendere possesso di questo regno, ch'egli poi riconoscerebbe come vassallo dalla di lui potente mano. Abbiamo inoltre dal continuator degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.] che anche papa Formoso con sue lettere, e colla spedizione di molti baroni d'Italia, sollecitò il re Arnolfo a questa spedizione, [896] lamentandosi ancora delle oppressioni fatte da Guido alla Chiesa romana. Missi autem (scrive quell'autore) Formosi apostolici cum epistolis et primoribus italici regni ad regem in Bajoaria advenerunt, enixe deprecantes, ut italicum regnum, et res sancti Petri ad suas manus a malis Christianis eruendum adventaret: quod tunc maxime a Widone tyranno affectatum est. Truovavasi allora il re Arnolfo in Ratisbona, e con tutta onorevolezza accolti que' baroni e regalati, li rispedì in Italia, promettendo di calarvi in breve anch'esso. Noi qui il vedremo frappoco, conducendo seco una formidabile armata. Il panegirista di Berengario, dopo avere raccontato che

In monitu regis patrias Sinbaldus ad oras,

seguita a dire:

Tertia vix lunae se cornua luce replerunt,

Hic laetus patriam postquam concessit ad aulam;

En Wido agmen agens iterum renovare furores

Accelerat. Contra ductor [Cioè Berengario.] depellere pestem.

Instruit arma pius, tantosque recidere fastus.

Nec latet Arnulfum, rursus succrescere bellum

Hesperia. Widonem etiamnum milite fretum

Affore, cervicesque procaci attollere fastu

Audiit, ec.

Perciò prese Arnolfo la risoluzion di venir egli stesso in Italia. Non vuol dunque dire tertia lunae cornua che nel mese di marzo dell'anno 891 Zventebaldo, chiamato Sinibaldo dal poeta, si ritirasse dall'assedio di Pavia, come ha creduto taluno; ma bensì che erano appena passati tre mesi dacchè esso Zventebaldo avea ricondotto dall'Italia in Baviera l'esercito paterno, quando l'imperador Guido più ferocemente che prima assalì il piccolo regno rimasto a Berengario, e che il re Arnolfo determinò di venirne a far la vendetta in persona. Attesta il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] d'aver veduto dei diplomi dati da esso Arnolfo anno DCCCXCIII, V idus novembris Veronae; e per conseguente, secondo lui, sul principio di novembre dell'anno presente. Non ne ho io mai [897] veduto alcuno. So bensì che in esso giorno V idus novembris, dell'anno presente Berengario si trovava in Verona, dove fece un dono all'insigne monistero di San Zenone [Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 217.]. Reginone [Rhegino, in Chronico.] poi pretende che Arnolfo solamente nell'anno seguente si movesse verso l'Italia; e il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.] più precisamente scrive che questo re celebrò il Natale di quest'anno (da cui i Tedeschi cominciavano a contar l'anno nuovo) in curte regia Weibilinga, cioè fra Maneim ed Eidelberga; e che dipoi intraprese il viaggio verso l'Italia. Abbiamo anche da Frodoardo [Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 8.], avere Folco arcivescovo di Rems dato avviso in quest'anno allo imperador Guido, che il suddetto re Arnolfo non volea pace con esso Guido. Verisimilmente accadde in quest'anno ciò che viene scritto dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus apud Peregrin., P. I, tom. 2, Rer. Italic.]. Dacchè i Greci s'erano impadroniti di Benevento e del suo principato, andavano spiando le maniere di sottomettere al lor dominio quello ancora di Salerno. Accadde che alcuni nobili salernitani banditi dalla lor patria vennero a fissar l'abitazione in Benevento. Segretamente costoro intavolarono un trattato con Giorgio patrizio, governatore di quella città, promettendo di farlo entrare a man salva in Salerno. Vi accudì il greco ministro, e fatta una massa di quanta gente potè dalla Calabria e dalla Puglia, sotto colore di voler portare le armi contra de' Saraceni abitanti al Garigliano, una notte s'istradò coll'esercito alla volta di Salerno, le cui porte gli furono spalancate da chi dentro tenea mano coi suddetti banditi. Era spedita per quella città; ma Pietro arcivescovo di Benevento ed altri nobili beneventani, o perchè loro non piacesse il maggiore ingrandimento de' Greci da loro malveduti, o perchè veramente temessero di [898] qualche trattato doppio, mostrarono renitenza ad entrare in quella città, e intimidirono talmente il generale de' Greci, che tutti frettolosamente se ne tornarono a Benevento, e in questa maniera restò salvo Salerno. Scoprì poi Guaimario I principe di quella città, i traditori, e contuttociò loro perdonò. In questi tempi Atenolfo conte e principe di Capoa teneva ora con Atanasio II vescovo di Napoli, ora con Guaimario, ed ora coi Greci, voltando vela a seconda dei venti. Di esso Guaimario ho io riferito [Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 755.] un diploma scritto all'anno 889, in cui fa alcuni doni ad una chiesa fondata da Guaiferio principe suo padre. S'intitola Guaimario imperialis patricius e dice d'essergli stato conceduto dagl'imperadori Leone ed Alessandro di poter fare e disfare, allegando firmissimum praeceptum bulla aurea sigillatum de' medesimi Augusti: il che fa intendere che in questi tempi il principato di Salerno era dipendente dai greci imperadori. Ma dappoichè gl'ingordi Greci tentarono d'impadronirsi di quella città, si può ben credere che Guaimario prendesse delle altre misure.


   
Anno di Cristo DCCCXCIV. Indizione XII.
Formoso papa 4.
Lamberto imperadore 5 e 1.
Berengario re d'Italia 7.

Se non era calato verso il fine del precedente anno in Italia il re Arnolfo con poderose schiere d'armati, certamente ci comparve sul principio di questo. Da Verona marciò alla volta di Brescia, che si dovette rendere; e proseguì il viaggio, accompagnato sempre dal re Berengario, verso la città di Bergamo [Annales Fuldenses Freheri.]. Era quivi conte, cioè governatore per l'Augusto Guido, Ambrosio, che non volendo mancare alla fedeltà dovuta al suo principe, e confidato nella forte situazione di quella città posta sul monte, e ben provveduta [899] d'armi e di forti mura e di una buona palizzata, si accinse alla difesa. Animati i Tedeschi dalla presenza e dalla voce dei due re, fecero delle maraviglie [Annales Fuldenses Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Quantunque i cittadini soddisfacessero a tutte le leggi del valore, anzi combattessero da disperati, pure si spinsero i nemici sotto le mura, e con gli arieti talmente le flagellarono, che si aprì una larga breccia, per cui entrò l'infuriata milizia, con dare il sacco a lei promesso all'infelice città nel dì 2 di febbraio della Purificazion della Vergine. Non si perdonò neppure ai sacri luoghi, neppure alle vergini consecrate a Dio, ed erano condotti i ministri del tempio quai bestie legati da chi non si ricordava d'essere cristiano. Tralascio l'altre iniquità accennate da Liutprando. Si rifugiò il conte Ambrosio in una torre. Pure fu preso e condotto davanti al re Arnolfo, che caldo per ira diede immediatamente l'ordine barbarico che fosse impiccato per la gola ad un albero; e questo fu puntualmente eseguito. Restò preso anche il vescovo Adalberto, e dato in custodia al vescovo Addone. La crudeltà usata in questa città sparse tal terrore fra l'altre di Lombardia e della Toscana, che niuno aspettò l'arrivo dell'esercito tedesco per rendersi ad Arnolfo. Così fecero Milano e Pavia, nella prima delle quali città, secondo la testimonianza di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 7.], egli lasciò per governatore Ottone duca di Sassonia, avolo di Ottone, poscia primo fra gl'imperadori di questo nome. Vennero i marchesi d'Italia in persona a sottomettersi al vittorioso re, fra' quali specialmente, per attestato degli Annali lambeciani, si contarono Adalberto II marchese e duca di Toscana, e Bonifazio suo fratello, e Ildebrando e Gerardo, marchesi di non so qual contrada. Sed praesumptuose se inbeneficiari ultra modum jactantes, omnes capti sunt, et in manu principis dimissi ad custodiendum: cioè pretesero di essere [900] investiti di varii o governi o feudi; e perchè non piacque ad Arnolfo la lor pretensione, li fece mettere in arresto, con accordar loro non molto dappoi la libertà, ma con esigere da essi il giuramento di fedeltà. Se ne fuggirono di poi Adalberto e Bonifazio, senza più far caso della promessa fede. Arrivò Arnolfo a Piacenza coll'esercito suo malconcio per la stanchezza e per le malattie; e di là passò circa la Pasqua al castello d'Ivrea verso d'Alpi, tenuto da Ansgero conte a nome dell'Augusto Guido, entro il quale stava un buon presidio, inviatovi da Rodolfo re della Borgogna superiore. Gran voglia nudriva Arnolfo di far del male a questo Ridolfo, e però con immense fatiche valicò le Alpi; ma senza profitto alcuno, perchè Ridolfo si ritirò fra le montagne degli Svizzeri, ridendosi delle forze dei Tedeschi. Che Arnolfo s'impadronisse d'Ivrea, tuttochè gli Annali non ne facciano menzione, lo raccolgo io da un suo diploma, da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XXI.], e dato XV kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCIIII, Indictione XII, anno regni Arnulfi regis in Francia VII. Actum Yporegiae. Se ne tornò Arnolfo per quella via in Germania, e spedì il figliuolo Zventebaldo ai danni di Rodolfo re, che lasciando devastare il paese piano, si ricoverò, come dissi, nei siti forti delle montagne. Strana cosa è che tanto il poeta panegirista [Anonym., in Paneg. Bereng., lib. 3.] di Berengario, benchè autore sì riguardevole, quanto Liutprando scrittore del seguente secolo mostrino di aver creduto che in quest'anno Arnolfo passasse anche a Roma, perseguitando l'imperador Guido, che s'era salvato in quelle parti. Ma si sono ingannati questi scrittori, e probabilmente il primo indusse in errore il secondo. Siccome vedremo, più tardi succedette quest'altro viaggio d'Arnolfo. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salernit. apud Peregrin.] attribuisce il ritorno d'Arnolfo in Germania alle malattie del suo esercito. Sed [901] idem fame et intemperie aeris compulsus reversus est ad propria. Che poi Arnolfo facesse nel presente anno le conquiste suddette per sè, e non già per Berengario, e che giugnesse a farsi eleggere re d'Italia, fu avvertito dall'Eccardo [Eccard., Rer. German., lib. 32.], mercè di un suo diploma riferito dall'Ughelli ne' vescovi di Chiusi, e dato in Roma IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, Anno regni Arnulfi regis in Francia nono, in Italia tertio. Un altro diploma di lui (il che fu parimente osservato dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigon. de Regn. Ital.]) presso il Puricelli [Puricellius, Monument. Eccl. Ambros.], fu dato V iduum martii die, anno domini DCCCXCIV, Indictione XII, anno VII regni domni Arnulfi serenissimi regis in Francia et in Italia primo. Actum Placentiae.

Vedemmo anche di sopra che i marchesi di Toscana e d'altre parti vennero a trovare Arnolfo per riconoscere da lui i loro governi e feudi, e che a lui, e non a Berengario, giurarono fedeltà. Ma non lascia d'essere strano il vedere chiamato in Italia Arnolfo da Berengario in aiuto suo, e Berengario al pari di Guido Augusto depresso da questo re. Potrebbesi qui sospettare che non fosse una vana diceria quanto lasciò scritto il Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] con dire: Arnulfus intravit Italiam, Berengarium regem cepit, Ambrosium comitem in furca suspendit, et Italia se sibi subdidit, et per montem Jovis in Galliam rediit. Non pare improbabile che questo ambizioso e feroce principe, allorchè vide la fortuna sì favorevole all'armi sue in Italia, si beffasse del re Berengario, e gli mettesse anche le mani addosso per assicurarsene: il che fatto, forzasse i principi in Pavia a consentir nella sua elezione in re d'Italia. Tuttavia a me non si può persuadere questo titolo di re d'Italia, assunto da Arnolfo, dacchè, per quanto abbiam veduto di sopra, nel diploma dato in Ivrea XV kalendas maii dell'anno presente egli [902] non nomina gli anni del regno d'Italia. Neppur fa menzione in un altro riferito dal padre Pez [Pez, Thesaur. Anecdot., tom. 1, Part. III, pag. 34.] e, dato II idus maii anno Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero VII (oppure VIII) regni Arnolfi piissimi regis. Actum Dripura. Similmente un altro da me prodotto altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.] ha queste note: Data kalendarum decembrium die, anno Incarnationis Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno regni Arnolfi regis VIII. Actum Papiae. Resta perciò da cercare perchè in quei diplomi, e non in questi, si veggano annoverati gli anni del regno d'Italia. E tanto più parrà difficile a credersi questo fatto d'Arnolfo, perchè troviam Berengario che nel dicembre dello stesso presente anno è padrone di Milano, e quivi esercita l'autorità regale, siccome costa da un privilegio suo pel monistero ambrosiano, riferito dal Puricelli con queste note: Data IV nonas decembris anno Incarnationis Domini DCCCXCIV, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis septimo, Indictione XIII. Actum Mediolani. Pareva non men di questo punto di storia imbrogliato l'altro della morte di Guido imperadore. Ma è già deciso essersi ingannato il cardinal Baronio nel differirla sino all'anno 899. Il Sigonio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri tengono per indubitato ch'egli per isputo di sangue terminasse i suoi giorni in quest'anno, arrivato ch'egli fu al fiume Taro fra Parma e Piacenza. Reginone [Rhegino, in Chron.] e l'Annalista di Metz [Annalista Metensis.] (l'uno d'essi ha copiato l'altro), Ermanno Contratto [Hermannus Contractus Canis.] ed altri rapportano a quest'anno il fine d'esso Guido. Così fa anche l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus apud Peregrin.]. Quel che è più, nel frammento del Continuatore freeriano [Annales Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che fu dato alla luce dal Lambecio, chiaramente si legge [903] sotto il presente anno: Wido italici regni tyrannus, morbo correptus obiit. Cujus filius Lantbertus eodem modo regnum invadendo affectatus est. Finalmente il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] accenna uno strumento scritto anno ab Incarnationis ejus octingentesimo nonagesimo quarto post ovilo domni nostri Widoni imperatoris anno primo, tertio kalendas januarii, Indictione decimatertia, cioè nel dì 30 di dicembre dell'anno presente; il che mette in chiaro non doversi rimovere dall'anno presente la di lui morte, contuttochè il panegirista di Berengario, Liutprando ed altri antichi scrittori la rapportino più tardi. E si osservi, come in Toscana non si contano in questi tempi gli anni di Lamberto imperadore, per non dispiacere, credo io, al re Arnolfo, a cui Adalberto II duca e marchese di quella provincia avea giurata fedeltà. L'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.] rapporta un diploma d'esso Guido Augusto, conceduto ad Agilolfo abbate di Bobbio, colle note seguenti: Dat. idus aprilis anno ab Incarnatione Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero regni ejus V. Actum Papiae. Crede l'Eccardo [Eccardus, Rer. German., lib. 32.] che qui sia stato adoperato l'anno pisano, cominciante nel dì 25 di marzo l'anno nuovo, con precedere circa nove mesi l'anno nostro volgare; e per conseguente che questo privilegio sia dato nell'anno presente 894. Ma non avvertì egli che nel dì 13 d'aprile di questo anno Arnolfo, oppur Berengario, e non Guido, dominava in Pavia. Oltre di che, l'Indizione XIII non può convenire all'aprile d'esso anno 894. Però quel diploma s'avrebbe da riferire all'anno 895, come ivi è scritto. Ma se abbiam detto che già nell'anno presente 894 Guido cessò di vivere, come può dunque egli aver comandato in Pavia nel dì 13 d'aprile dell'895? Aggiungasi che in quel diploma non si veggono notati gli anni del suo imperio contro il costume di tali documenti. Perciò [904] se il lettore prenderà diffidenza di quell'atto, non gli mancheranno ragioni. Dovette succedere la morte d'esso imperador Guido dopo il dì 12 di dicembre dell'anno presente, perchè uno strumento di Domenico arcivescovo di Ravenna accennato da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], è scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Formosi summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede tertio; imperante domno Widone a Deo coronato, anno quarto, die XII mensis decembris, Indictione XII. Ravennae. Si vede che in Ravenna l'Indizione si mutava solamente al principio dell'anno. E di qui si conferma che Guido era imperadore prima che Formoso fosse papa, e però fu egli coronato da Stefano V, e non già da Formoso, come pensò il cardinal Baronio.


   
Anno di Cristo DCCCXCV. Indizione XIII.
Formoso papa 5.
Lamberto imperadore 4 e 2.
Berengario re d'Italia 8.

Dappoichè fu partito d'Italia il re Arnolfo, noi non possiam giugnere a sapere se Milano, Pavia e il resto della Lombardia seguitassero almen per qualche tempo a star sotto il governo degli uffiziali da lui lasciati qui, o se tornassero sotto il dominio di Lamberto imperadore. Chi vuol qui prestar fede a Liutprando storico [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.], crederà tosto che Berengario, appena intesa la morte dell'Augusto Guido, passasse a Pavia, e s'impadronisse non men di quella che del resto del regno. Soggiugne esso storico: Sed quia semper Italienses geminis uti dominis volunt, quatenus alterum alterius terrore coerceant, Widonis regis defuncti filium, nomine Lantbertum, elegantem juvenem, adhuc ephoebum, minusque bellicosum, regem constituunt. Poscia aggiugne, che, non osando Berengario di stare a fronte di Lamberto, il quale s'era incamminato [905] con una grossa armata verso di Pavia, si ritirò a Verona, cedendo al più forte. Ma Liutprando ha la disgrazia d'essere stato un cattivo storico per conto degli affari non succeduti al suo tempo. Son chiari gli abbagli da lui presi in differir troppo la morte di Guido, in supporre che Lamberto solamente fosse dichiarato re, dappoichè mancò di vita suo padre, quando egli tanto prima era anche imperadore. Tralascio altri suoi falli: motivi tutti di non riposar sulla fede di lui per conto di questi avvenimenti, qualora non si veggano confermati da altri scrittori. Abbiamo nondimeno assai lume da un documento, riferito dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.], per intendere che Lamberto potè ricuperar, se non tutto, almen parte degli stati paterni nell'anno presente. Questo è un diploma d'esso imperadore, dato in Parma mense februario, Indictione XIII, anno vero imperii domni Lamberti serenissimi caesaris et imperatoris augusti quarto in Italia. Niuna menzione facendosi qui di Guido suo padre, ancor questo cel dà a conoscere mancato di vita. Di qui ancora si può raccogliere che nel mese di febbraio dell'anno 892 Lamberto numerava il primo anno del suo imperio. E s'egli era in Parma nel mese di febbraio dell'anno presente, segno è o che questa città si tenne forte per lui nella calata del re Arnolfo, il quale non arrivò che a Piacenza; ovvero ch'egli l'avea ricuperata dopo la di lui ritirata in Germania. E qui si vuol mentovare un altro suo diploma, già pubblicato da me [Antiquit. Ital., Dissert. VIII.] con queste note: Anno Incarnationis Domini DCCCXCV. Domni quoque Lantberti piissimi imperatoris quincto, VIII idus decembris, Indictione XIII. Actum Regiae civitatis, cioè nella città di Reggio, per quanto io vo credendo. Pare che qui sia adoperata l'era pisana, e che questo anno DCCCXCV abbia, secondo noi, da essere l'anno 894, e massimamente se l'indizione XIII vien presa dal settembre. [906] Certamente, siccome vedremo, non sembra verisimile che nel dicembre di quest'anno esso Augusto Lamberto soggiornasse in Reggio di Lombardia. Quel solo che a tal supposto si oppone, è quell'anno V dell'imperio, perciocchè possiam tenere per fermo che nel dì 6 di decembre dell'anno 894 correva solamente l'anno IV del suo imperio. Forse così sarà scritto nell'originale, il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] fa menzione di questo diploma all'anno 896. Che esemplare egli abbia veduto, nol so. E ben sarebbe da desiderare che chi prende a trattar tali materie, arrivato a questi dubbi ed ostacoli, potesse aver sotto agli occhi gli originali stessi, per poter giudicare se portino seco tutti i contrassegni della loro autenticità. Per quel che riguarda il re Berengario, abbiamo presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5. in Episcop. Veronens.] un suo diploma, dato sul principio di maggio in Verona, dove si parla del circo pubblico di quella città, una cui parte per la vecchiezza era caduta. Le note del documento son queste: IV nonas maii anno ab Incarnatione dominica DCCCXCV, anno vero regni Berengarii serenissimi regis IX. Indictione XIII.

Non cessava intanto Folco arcivescovo di Rems, per attestato di Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 3.], di impegnar papa Formoso in favore di Lamberto imperadore, che rimasto in età giovanile dopo la morte del padre, poco atto al governo de' popoli, abbisognava di assistenza da tutti i lati. Gli rispondeva il pontefice, de ipso Lamberto, patris se curam habere, filiique carissimi loco eum diligere, atque inviolabilem cum eo concordiam se velle servare. In un'altra lettera Formoso si rallegra col suddetto arcivescovo della di lui premura per gli vantaggi di Lamberto imperadore, asserens, se eum ipso tantam pacis et dilectionis habere concordiam, ut nequeant aliqua jam ab invicem pravitate sejungi. Ma per [907] disgrazia gran tempo è che bene spesso la lingua degli uomini non va d'accordo col cuore; e qui si può appunto dubitare che Formoso nella segreteria adoperasse un linguaggio differente dai desiderii dell'interno suo gabinetto. Ciò dico io, perchè gli Annali del Freero [Annales Fuldenses Freheri.] ci fan sapere in quest'anno che Arnolfo re di Germania fu di bel nuovo invitato da papa Formoso a ritornare in Italia, con promessa, per quanto si può credere, di crearlo imperadore ad esclusione di Lamberto. Iterum rex (così quello storico) a Formoso apostolico per epistolas et missos enixe Romam venire invitatus est. Arnolfo, dopo avere ascoltato il parere de' suoi vescovi, determinò questa seconda spedizione, e nel mese di settembre mosse l'esercito alla volta dell'Italia. Passato ch'egli ebbe il Po, divise l'armata in due corpi, l'uno de' quali inviò per la via di Bologna verso Firenze, coll'altro marciò egli per la via di Pontremoli fino alla città di Luni, la quale, se non è scorretto questo testo, non dovea per anche essere stata smantellata; e quivi solennizzò il santo Natale. Ma, siccome vedremo, non in Luni, ma bensì in Lucca ciò dovette avvenire. Probabilmente papa Formoso non si credeva assai sicuro, dacchè il suo emulo Sergio ricoveratosi in Toscana, molto s'era intrinsicato con Adalberto II, potentissimo duca e marchese di quella provincia, e la fazione di Sergio era tuttavia possente in Roma. Liutprando scrive [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.] che hoc in tempore Formosus papa religiosissimus a Romanis vehementer afflictabatur. Suppone egli ciò fatto, dappoichè, siccome vedremo, il re Arnolfo fu a Roma, colà chiamato dal papa; ma non è inverisimile che questa persecuzione cominciasse molto prima. Se un diploma di Arnolfo, da me accennato all'anno precedente, è legittimo, e niuna scorrezione v'ha, questo principe nel dì primo di decembre era in Pavia. Ma qui è da ascoltare Ermanno [908] Contratto [Hermann. Contract. in Chron. edition. Canisii.], che così scrive di Arnolfo all'anno presente: Per epistolas a Formoso papa rogatus, Italiam petiit; Berengariumque perterritum, ad deditionem venientem, regnumque pervasum Italiae reddentem, suscepit; et Waltfredo, Maginfredoque comitibus Italiam cis Padum distribuit, et omnia vastando, divisisque ad superum et inferum mare copiis, transiens ipse natalem domni Lucae celebravit. Adunque Arnolfo solennizzò il santo Natale non in Luni, ma bensì in Lucca, dove il marchese Adalberto II dovette accoglierlo. E di qui chiaramente apparisce che Berengario fu abbattuto da Arnolfo, il quale affatto lo spogliò di stati, perchè diede il ducato del Friuli a Gualfredo, e quello di Milano a Maginfredo. Finalmente è da avvertire che nel dì 4 di maggio l'imperador Lamberto si truova in possesso di Pavia, ciò apparendo da un suo diploma indubitato, da me ivi dato alla luce [Antiquit. Itali. Dissert. XLI, pag. 739.], in cui fa una donazione all'imperadrice Ageltruda sua madre: atto bastante a far conoscere suggetto a molti dubbii il diploma suddetto spettante al primo dì di dicembre dell'anno precedente, dove Arnolfo comparisce padron di Pavia.


   
Anno di Cristo DCCCXCVI. Indiz. XIV.
Bonifazio VI papa 1.
Stefano VI papa 1.
Lamberto imperadore 5 e 3.
Arnolfo imperadore 1.
Berengario re d'Italia 9.

Mentre il re Arnolfo col suo esercito svernava in Toscana, abbiamo dagli Annali di Fulda presso il Freero [Annales Fuldenses Freheri.] che si sparse voce, Berengarium nepotem ejus (cioè Berengario piuttosto zio che nipote suo) a fidelitate sua defecisse, et in Italiam jam per hoc reversum esse. Adalpertum videlicet marchionem Tusciae mutuis [909] colloquiis Berengarii, ne aliquo modo ad regis fidelitatem intenderet. Manca qui qualche parola: tuttavia si comprende avere Arnolfo avuto sentore che Adalberto II, duca e marchese di Toscana, e il re Berengario maneggiassero sott'acqua una ribellione contra di lui: il che conturbò non poco l'esercito suo e lui. Nè era senza fondamento tal fama. Il vedere che Arnolfo due volte era calato in Italia, non per aiutare, come si credeva, alcuni de' principi in essa dominanti, ma per soggiogarli tutti, non potea piacere neppure ai principi contendenti fra loro. Dalle parole ancora suddette potrebbe nascere dubbio che l'ambizioso e barbaro Arnolfo sotto qualche pretesto avesse confinato in Germania il re Berengario; e ch'egli, come se la vide bella, se ne tornò in Italia, con darsi poi a strignere lega col duca di Toscana, mal soddisfatto anch'esso del procedere d'Arnolfo. Ma nel Bullario casinense v'ha un suo diploma, dato V nonas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCXCVI, domni vero Berengarii regis IX. Actum Veronae. Questo ci fa vedere o ch'egli non era partito da Verona, o v'era ritornato, ed esercitava l'autorità regale. In questa ambiguità di pensieri prese Arnolfo la risoluzion di passare a Roma, per prendervi la corona dell'imperio, figurandosi che fatto questo passo, gli sarebbe più agevole il dissipar chiunque si scoprisse contrario ai suoi voleri. Per istrade cattive, e con gran perdita di cavalli arrivò colà. Ma in Roma ancora trovò quello che non si aspettava. Ageltruda vedova del defunto imperador Guido, donna di viril coraggio, per sostenere i diritti dell'Augusto Lamberto suo figliuolo, avea prevenuto l'arrivo di esso Arnolfo, e con un buon nerbo di gente entrata in Roma, s'era accinta alla difesa non men di quella gran città che della città Leonina. Parve irrisoluto Arnolfo alla vista di questo inaspettato ostacolo; ma veggendo irritate le sue squadre da qualche villania lor detta dai [910] Romani che guardavano le mura, e tutte avide di combattimento, diede l'ordine per un generale assalto. Liutprando narra un avvenimento [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.] che ha tutta la ciera d'una favola: cioè che scappando una lepre verso la città, accompagnata dalle grida grandi dell'esercito d'Arnolfo, cadde il cuore per terra ai difensori di Roma: del che accortisi i soldati di Arnolfo, diedero l'assalto alla città Leonina, e la presero. Per questo anche i Romani capitolarono la resa di Roma. Certo è che Roma venne per forza alle mani d'Arnolfo, e che papa Formoso, perseguitato, e forse imprigionato dalla fazione di Sergio, unita coll'Augusta Ageltruda, fu rimesso in libertà. Concertata dipoi la coronazione imperiale, tutto il senato romano colla scuola dei Greci e colle bandiere e croci andò a ricevere Arnolfo a Ponte Molle, e fra gl'inni e cantici sacri il condusse alla basilica vaticana, nelle cui scalinate si trovò papa Formoso, che con amore paterno l'accolse, ed introdottolo nel sacro tempio, quivi il creò ed unse imperadore Augusto, con porgli in capo l'imperial corona. Da lì a pochi dì Arnolfo, dopo aver dati molti ordini pel governo della città e per la sicurezza del pontefice, fece raunare in san Paolo il popolo romano, e da essi ricevette il giuramento di fedeltà secondo il rito antico. Tale fu quel giuramento: Juro per haec omnia Dei mysteria, quod salvo honore et lege mea, atque fidelitate domni Formosi papae, fidelis sum et ero omnibus diebus vitae meae Arnolfo imperatori, et numquam me ad illius infidelitatem cum aliquo homine sociabo. Et Lamperto filio Agildrudae (adunque era mancato di vita Guido Augusto suo padre, nè si trovò in questo sconvolgimento di cose, come vuole il panegirista di Berengario e Liutprando) et ipsi matri suae ad secularem honorem numquam adjutorium praebebo. Et hanc civitatem Romam ipsi Lamberto et matri ejus Agildrudae, et eorum [911] hominibus per aliquod ingenium, aut argumentum non tradam. S'era Ageltruda, per attestato di Reginone [Rhegino, in Chronico.], segretamente ritirata da Roma, allorchè furono per entrarvi le milizie d'Arnolfo. Presso il Campi [Campi, Istor. Piacent., tom. 1, Append.] si veggono due diplomi conceduti dal novello imperadore Arnolfo in favore del monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. È dato il primo VII kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno imperii ejus primo. Actum Romae. L'altro fu dato a richiesta di papa Formoso kalendis maii colle stesse note. Anche l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.] riporta un altro diploma d'Arnolfo, con cui conferma i suoi diritti al monistero di san Salvatore di monte Amiate. Ivi son queste note: Signum domni Arnulphi invictissimi imperatoris Augusti. Data IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno regni Arnulphi regis in Francia nono, Italia tertio. Actum Romae. Lascerò io considerare ai lettori, perchè questo diploma sia dato da Arnolfo, già dichiarato imperadore, senza poi far menzione in esso dell'anno primo dell'imperio; e se sia da credere ch'egli fosse dichiarato imperador de' Romani prima del dì 27 di febbraio di quest'anno, che fu bisestile. Noi abbiamo appreso dai suddetti due sicuri documenti del monistero piacentino che Arnolfo era in Roma nel dì primo di maggio; e gli Annali freeriani [Rhegino, in Chronico.] ci fan sapere che ipse XV tamdem die, postquam venerat, ab urbe digressus est. Adunque non potè il diploma amiatino essere dato nel febbraio. Forse invece di martii si avrà da leggere maii. Il padre Papebrochio e il p. Pagi, che fondarono su questo documento alcuni loro raziocinii, certamente non posarono il piè sicuro. Dopo le funzioni suddette, Arnolfo fece prendere [912] Costantino e Stefano, due de' principali baroni di Roma, come rei di lesa maestà, per avere introdotta in Roma l'imperadrice Ageltruda, e legati seco li condusse in Baviera: Urbem vero ad suas manus custodiendam Faroldo cuidam vassallo concessit.

Erasi ritirata l'imperadrice vedova Ageltruda nella città di Spoleti. Mosse a quella volta Arnolfo con pensiero di coglierla o di scacciarla di là. Ma sopravvenutagli una grave infermità di capo (Reginone le dà il nome di paralisia), in vece di accudire a questa impresa, ebbe da pensare a scappar d'Italia, dove non si fidava più di fermarsi, per gli tanti nemici ch'egli aveva, o si era fatto colle sue crudeltà e co' suoi ambiziosi disegni. Però con isforzate marcie il più tosto che potè, prima del fine di maggio, si ritirò dipoi per la via di Trento in Baviera, seco conducendo la pericolosa malattia onde era stato assalito. Secondochè lasciò scritto Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 9.], fu attribuito questo suo malore alla sagacità della suddetta Augusta Ageltruda, assediata da esso Arnolfo nel castello di Fermo, perchè le riuscì di guadagnar coll'oro un domestico del medesimo Arnolfo, e di fargli dare un sonnifero che gli sconcertò la testa e la sanità in maniera, che non si riebbe mai più. Ma questa è verisimilmente una diceria, divulgata fra il popolo che troppo inclina a credere soprannaturali, o effetti della umana malizia, alcuni mali, massimamente de' gran signori. Altre cose soggiugne dipoi Liutprando, cioè che Guido re (questi era imperadore e morto molto prima) prese ad inseguire il quasi fuggitivo Arnolfo. E che esso Arnolfo, giunto che fu a monte Bardone sul Parmigiano, determinò di cavar gli occhi a Berengario, per tenere più sicuramente da lì innanzi l'Italia. Ma avvertitone Berengario da un amico suo cortigiano, se ne scappò frettolosamente a Verona: [913] dopo di che tutti gl'Italiani cominciarono a sprezzare Arnolfo. Parimente racconta Liutprando, che, giunto esso Arnolfo a Pavia, e svegliatasi una sedizione del popolo, fu fatta tanta strage della di lui gente, che n'erano piene le cloache tutte di quella città. E perciocchè Arnolfo non potea passar per Verona, marciò pel Piemonte ad Ivrea, città governata da Anscario marchese, uomo timidissimo, che s'era dianzi ribellato. Giurò allora Arnolfo di non partirsi prima di sotto a quella città, se non aveva nelle mani Anscario. Ma i cittadini, fatto uscir di città Anscario, per poter veridicamente giurare che egli era fuggito, ottennero da Arnolfo di restare in pace. Finalmente dice Liutprando, che Arnolfo pel Mongivì e per la Savoia passò ai proprii paesi. Tutte immaginazioni e tradizioni false, perchè il continuatore degli Annali di Fulda, autore contemporaneo, e però più degno di fede, attesta, siccome abbiam veduto, che Arnolfo da Spoleti a dirittura venne a Trento, ed uscì d'Italia prima che fosse spirato il mese di maggio. In somma la storia di questi tempi si truova assai maltrattata dai più antichi scrittori. Falla di molto anche la Cronica di Reginone [Rhegino, in Chronico.], che sotto quest'anno ci vuol far credere accaduta la morte di Lamberto imperadore, e l'entrata in Italia di Lodovico figliuolo di Bosone re di Provenza. Chiaramente vedremo la falsità di tali racconti, nè è da credere che vengano da Reginone. Le stimo io giunte, disordinatamente fatte alla di lui Cronica, quantunque il padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin. ad hunc annum.] ed altri le prendessero per buona moneta. Lasciò Arnolfo, prima di abbandonare l'Italia [Annales Fuldenses Freheri.], Rotoldo suo figliuolo bastardo al governo di Milano, credendo in tal guisa di tenere in ubbidienza il popolo d'Italia. Ma gl'Italiani alzarono il capo, e Ratoldo fu costretto a tornarsene [914] pel lago di Como in Germania. Lamberto imperadore, per quanto si può scorgere, non fu pigro ad accorrere in queste parti e a ripigliare il possesso di Milano e di Pavia col rimanente della Lombardia. Maginfredo ossia Magnifredo conte di Milano, ed anche marchese della marca di Milano, come si può dedurre da Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, edition. Canis.] dall'anno 895, perchè avea tenuto forte pel partito del re Arnolfo, ebbe, d'ordine di Lamberto, tagliata la testa; e ad un suo figliuolo e ad un suo genero toccò la pena di perdere gli occhi. Vo' io credendo che in questa occasione patisse dei grandi affanni la città di Milano, perchè a' tempi di Landolfo seniore, storico di Milano [Landulphus senior, Hist., tom. 4, Rer. Italic.] del secolo undecimo, durava la tradizione che un Lamberto re d'Italia avea fatto un aspro trattamento alla città di Milano, con averla assediata e presa con inganno, dove poi fece un'orrida strage dei cittadini, distrusse i palagi, le torri e l'altre belle fabbriche e fortificazioni di quella nobil città. Pieno di favole e d'anacronismi è questo racconto di Landolfo, copiato poi da Galvano Fiamma [Flamma, Manipul. Flor., tom. 11, Rer. Ital.], perchè suppone vivuto questo re Lamberto circa l'anno 570, e prima che i Longobardi calassero in Italia: sbaglio inescusabile, e testimonio della somma ignoranza di que' secoli, perchè solamente circa cento ottanta anni dappoi fiorì questo Landolfo. Dice egli ancora che Ilduino era allora duca di Milano, e che Lamberto fu poi ucciso alla caccia in un bosco con una spina da Azzo figliuolo di questo Ilduino. Tuttavia chiara cosa è che egli intende di parlare dell'imperador Lamberto, siccome apparirà dalla maniera della sua morte. E però dalle sue popolari fole abbastanza traluce ch'esso Lamberto dovette maltrattare non poco la città di Milano a cagion di sua ribellione. Ordinariamente [915] non sono senza qualche fondamento simili tradizioni de' popoli. Anche il re Berengario dal canto suo (giacchè venne in questi tempi a mancar di vita Gualfredo duca e marchese del Friuli, che ribellatosi a lui s'era dato ad Arnolfo) ritornò in possesso di Verona e del Friuli, con istendere il suo dominio fino all'Adda; con che si può credere che Brescia ancora e Bergamo venissero alla di lui ubbidienza. Ho io pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. LXVIII.] un suo diploma dato pridie kalendas decembris, anno Incarnationis Domini Jesu Christi DCCCXCVI, regni vero domni Berengarii serenissimi regis IX, per Indictionem XV. Actum Corte Aquis. Vedemmo di sopra all'anno 881 un diploma di Carlo il Grosso, scritto Aquis Palatio. Non so se abbia che fare con questa Corte Aquis, la qual senza fallo non può essere Aiqui città del Monferrato, perchè fin là non si stendeva la giurisdizione di Berengario.

I disgusti dati dai Romani a papa Formoso, prima che giungesse a Roma Arnolfo, ed accresciuti a dismisura dappoichè egli se ne fu partito, il fecero finalmente soccombere al peso degli affanni, se pure non intervennero mezzi anche più violenti per troncare il corso di sua vita, perchè egli era incorso nell'odio non solo della maggior parte di quel popolo, ma anche di Lamberto imperadore, contra del quale aveva esso pontefice alzato al trono imperiale il germanico re Arnolfo. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] dopo Onofrio Panvinio, differì la morte di questo papa sino al dicembre dell'anno presente, fondato sull'asserzione di Adamo Bremense, che scrivea circa l'anno 1080 la sua storia. Ma il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annales Baron.] con addurre due bolle di papa Stefano VI suo successore, date nell'agosto e settembre di quest'anno, ha mostrata la insussistenza di tale opinione. Quel che è più, [916] il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldens. Freherii.] pubblicati dal Freero, autore, per quanto pare, contemporaneo, scrive mancato di vita questo pontefice die sanctae Paschae. Ed Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.] anche egli scrive che Formoso papa die Paschae obiit. Ma neppur questo si può credere, qualora esistano i due diplomi, dati da Arnolfo imperadore in Roma sul fine di aprile e nel dì primo di maggio pel monistero di san Sisto, che si sono accennati di sopra. Nel dì 4 di aprile cadde la Pasqua nell'anno presente. Confessando il medesimo Annalista freeriano che Arnolfo non si fermò in Roma più di quindici dì, ed essendo egli stato senza dubbio coronato imperadore da papa Formoso, per necessità non dovette accader la sua morte nel dì di Pasqua. Lo storico suddetto freeriano ne fa menzione solamente, dappoichè Arnolfo fu ritornato in Germania. Può essere che un dì si scuopra qualche documento, onde venga assai lume per decidere questo punto. Intanto è certo che a papa Formoso, dopo tre giorni di sede vacante, succedette Bonifazio VI, pontefice efimero, perchè non più che quindici giorni durò il suo pontificato. La podagra quella fu che il portò all'altro mondo, secondo gli Annali freeriani suddetti; nè fu già cacciato dalla sedia, come pretende il cardinal Baronio, tuttochè veramente Giovanni IX papa nel concilio romano dell'anno 898 riprovasse la di lui elezione. Si venne pertanto ad eleggere un nuovo papa, e questi fu Stefano VI, di fazione contraria al defunto papa Formoso. Sulle prime mostrò egli di approvare l'operato da lui nella persona d'Arnolfo, con riconoscere anch'egli per imperadore, come costa da una sua bolla citata dal padre Pagi, e data nel dì 20 d'agosto dell'anno precedente, imperante domno piissimo Augusto Arnulfo a Deo coronato magno, imperatore, anno primo. Ma da lì a poco o perchè fosse cacciato di Roma il ministro [917] lasciatovi da Arnolfo, o per gli potenti maneggi di Lamberto Augusto, e per l'inclinazione dello stesso papa, riconobbe egli Lamberto per legittimo imperadore. Un'altra sua bolla rapportata dal padre Dachery [Dachery, Spicileg., tom. 3.], si vede scritta sotto l'indizione XV, cominciata nel settembre di quest'anno, imperante domno nostro Lamberto piissimo Augusto, a Deo coronato magno imperatore. Otto mesi poi dopo l'assunzione sua arrivò questo pontefice ad un eccesso che renderà sempre detestabile la memoria sua nella Chiesa di Dio; perchè egli fatto disotterrare il cadavero di papa Formoso, e con una ridicola funzione degradatolo in un concilio non assistito dallo Spirito Santo, lo fece gittar nel Tevere, e dichiarò nulle tutte le sue ordinazioni, e in primo luogo quella dello stesso Formoso. Intorno a ciò è da vedere la storia ecclesiastica e la difesa di Formoso negli opuscoli di Ausilio, il quale ci ha conservata una notizia fra l'altre: cioè, che in un concilio tenuto in Ravenna, dove intervennero quasi tutti i vescovi d'Italia, era stata riconosciuta legittima ed approvata l'ordinazione di Formoso, ancorchè egli dal vescovato di Porto fosse passato alla cattedra di san Pietro. Appartiene a quest'anno la mutazione seguita nel principato di Benevento, raccontata dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. I, tom. 2, Rer. Ital.], da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 49.] e da altre Cronichette presso Camillo Pellegrino. Non potevano più sofferire i Beneventani l'orgoglioso governo de' Greci, dominanti nella loro città. Comunicarono essi i lor desiderii a Guaimario I principe di Salerno; e questi a Guido duca e marchese di Spoleti. Passò all'assedio della città lo stesso Guido con copioso esercito, e per molto tempo la strinse. Veggendosi a mal partito Giorgio patrizio, quivi governatore per Leone imperador de' Greci, incitò i cittadini alla difesa. Altro non cercavano essi; e però [918] prese l'armi tanto i Greci che i Beneventani, uscirono di città, per dare addosso ai nemici; ma secondo il concerto fatto, quei di Benevento si diedero alla fuga, ritornando nella città, e seco trassero nella mischia le genti di Spoleti. Giorgio patrizio, se volle salvar la vita, pagò cinquemila soldi d'oro, e fu lasciato andare. Restò in potere di Guido duca quella città col suo principato. Ma chi è questo Guido? Lo stesso Anonimo salernitano il credette quel medesimo che abbiam veduto re d'Italia ed imperadore, con iscrivere ch'egli tenne per un anno e mesi nove quel principato, e che portatosi in occasion della morte di Carlo il Grosso Augusto, adeptus est regalem dignitatem. Beneventum namque imperatrix Racheltruda nomine (Ageltruda vuol dire) regendum suscepit, et praefuit Beneventanis anno uno et octo mensibus. In eamdem urbem ingressa est pridie kalendas aprilis, ec. Sicchè, secondo questo autore, il conquistatore di Benevento fu Guido imperadore, e prima ancora di essere creato re d'Italia: il che vuol dire che la conquista di Benevento da lui fatta cadrebbe nell'anno 887. Ma ciò non può sussistere, quanto al tempo, perchè, siccome abbiam veduto, i Greci entrarono in possesso di Benevento nell'anno 891, e ne stettero padroni quasi quattro anni. Immaginò il conte Campelli [Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 19.] che questo Guido fosse figliuolo secondogenito di Guido imperadore creato duca di Spoleti nell'anno 891, e che egli nell'anno 894 assediasse Benevento, e se ne impadronisse nell'anno 895. Nè è senza qualche fondamento la sua opinione per quel che dirò. Tuttavia meglio avrebbe fatto questo autore col guardarsi dal produrre i sogni suoi dappertutto come verità contanti, e dal descrivere i fatti da lui immaginati, quasichè coi proprii occhi gli avesse veduti. Egli mette anche fuor di sito la morte di Guido imperadore, e differisce quella di Lamberto Augusto suo figliuolo fino all'anno 910, [919] che è uno spaventoso anacronismo contro la storia di questi tempi.

Potrebbe in vero sospettarsi che Guido duca e marchese di Spoleti, di cui fanno menzione le Croniche suddette, fosse stato il medesimo Guido imperadore, il quale nell'anno 894, qualche mese prima della sua morte, impiegasse le forze sue in conquistar Benevento. Pure un anonimo cronista beneventano assai chiaramente racconta che dopo la morte d'esso Augusto entrò Guido duca e marchese in Puglia, e vi conquistò Benevento, dove era già morto Giorgio patrizio, e comandava Teodoro Turmoca: e che Guaimario I principe di Salerno avea per moglie una sorella di Guido per nome Jota. Però possiam conghietturare che questo Guido fosse fratello, o almeno parente di Lamberto imperadore. S'erano impadroniti i Greci di Benevento nell'anno 891. Secondo le Cronichette pubblicate da Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Langob., Part. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 320 et seq.], tribus annis, novemque mensibus et diebus viginti dominatio Graecorum tenuit Beneventum, Samniique provinciam. Post hoc Guido marchense introivit in Beneventum. Ci conducono tali notizie ad intendere che nell'anno 894 Guido duca di Spoleti cacciò i Greci da Benevento. Vi stette egli padrone anno I, et mensibus VII, oppure, come ha l'Anonimo salernitano e il beneventano, anno uno et mensibus octo, ovvero novem: dopo il qual tempo fu ceduto il principato beneventano a Radelchi II ossia Radelgiso fratello dell'imperadrice Ageltruda. Da due diplomi d'esso Radelgiso, che si leggono nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], sufficientemente si può dedurre ch'egli nell'anno presente 896 cominciò a contare gli anni del suo principato in Benevento. Nella suddetta Cronica abbiamo un placito tenuto da Lodovico gastaldo in beneventano palatio in praesentia domnae Ageltrudis imperatricis Augustae, et domni Radelchis principis. Verisimilmente [920] appartiene esso al presente anno. Portò opinione il suddetto Camillo Pellegrino che Radelgiso II ricuperasse la signoria di Benevento nell'anno 898. Ma certo fallò nei suoi conti. L'Anonimo beneventano da lui pubblicato scrive: postea vero praefata imperatrix anno uno, et octo mensibus expletis, postquam Graji Benevento fuerant expulsi, in eadem ingressa est pridie kalendas aprilis, et paulo post longe superius nominatus Radelchis fratrem suum beneventano principatui restituit, qui fere duodecim annis ab eo fuerat expulsus. Nell'anno 884, siccome è detto di sopra, Radelchi ossia Radelgiso II cadde dal dominio di Benevento. Adunque avendolo dopo quasi dodici anni ricuperato, cadde tal fatto nell'anno presente. E perciocchè in quella città nell'anno 894 ebbe fine il dominio de' Greci, e Guido duca vi signoreggiò un anno ed otto mesi, dopo i quali, venuta l'imperadrice Ageltruda a Benevento, ne rimise in possesso il fratello Radelgiso; per conseguente nell'anno presente si dee credere restituito a lui il principato beneventano. Quest'atto dipoi fa ch'io sospetti non essere stato il suddetto duca Guido figliuolo d'essa Ageltruda Augusta, come immaginò il conte Campelli, perchè, secondo il costume delle cose umane, non avrebbe ella tolto al figliuolo quell'insigne dominio per darlo ad un fratello, e massimamente per averlo esso Guido tolto colle sue forze dalle mani de' Greci. Nè si dee tacere che questo Guido duca di Spoleti, appena impadronito di Benevento [Anonym. Benevent., P. I., tom. 2 Rer. Ital., pag. 280.], mandò in esilio Pietro vescovo di quella città, che pure l'avea aiutato a farne l'acquisto. Se l'ebbero forte a male i Beneventani. Però da lì a quattro mesi pentitosi Guido di questa sua imprudente azione, andò in persona a Salerno, dove s'era rifugiato questo virtuoso prelato, ed avendolo placato, il ricondusse a Benevento, con praticar poscia verso di lui tutti gli atti di una vera benevolenza. Aggiugne inoltre che praedictus Marchio [921] Spoletium perrexit, imperatorem Lambertum, ejusque matrem imperatricem cernere cupiens; ibant enim Romam ad Apostolorum limina, et idem ire gestiebat. Danno ancora tali parole qualche indizio che questo Guido marchese non fosse fratello di Lamberto imperadore. Nell'anno presente si ha dal medesimo Cronista e dall'Anonimo beneventano, che andando Guaimario I [Anonymus Salernit., P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 293.], principe di Salerno colla consorte Jota alla volta di Benevento per visitare il duca Guido suo cognato, fermatosi nella città di Avellino, vi ebbe la mala notte. Perciocchè Adelferio, gastaldo d'essa terra, per fama corsa che Guaimario macchinasse di farlo imprigionare, mise in prigione lo stesso Guaimario, e nel dì seguente gli fece cavar gli occhi. A questo avviso il duca Guido mosse l'armi sue contro di Avellino, e tanto tormentò colle macchine di guerra e coll'assedio quella città, che Adelferio s'indusse a mettere in libertà l'accecato Guaimario, e la maltrattata principessa sua moglie, che se ne tornarono a Salerno non con quella allegrezza con cui se n'erano partiti. Trovossi dipoi questo Adelferio in compagnia de' Capuani, allorchè, secondo il solito, marciavano a saccheggiare il territorio di Napoli, e fu preso dai Napoletani in una scaramuccia. Guaimario spedì immantenente calde istanze ad Atanasio vescovo e duca di Napoli, per avere costui nelle mani, e a fine di farne vendetta. Ma Adelferio ebbe maniera di fuggirsene e di salvarsi. Succedette in questo anno una sanguinosissima guerra [Annales Fuldenses Freheri.] fra gli Ungheri e i Bulgari. In due battaglie restarono sconfitti gli ultimi. Vennero alla terza, che fu sommamente rabbiosa. Vi perirono da ventimila Bulgari a cavallo (del quale numero io non vo' far sicurtà), maggiore nondimeno fu la strage senza dubbio degli Ungheri, perchè loro toccò di andare sconfitti. Ma presto vedrem costoro risorgere più che [922] mai possenti e fieri, e portar la rovina anche alla misera Italia.


   
Anno di Cristo DCCCXCVII. Indiz. XV.
Romano papa I.
Lamberto imperadore 6 e 4.
Arnolfo imperadore 2.
Berengario re d'Italia 10.

In un placito [Antiq. Ital., Dissert. X.], ch'io ho dato alla luce, si conosce che in quest'anno l'autorità di Lamberto imperadore veniva riconosciuta in Toscana, e che passava buona armonia fra lui e Adalberto II, duca e marchese di Toscana. Fu quel giudizio tenuto in Firenze anno domni Lamberti, Deo propitio, sexto, IV die mensis marci, Indictione quintadecima: il che fa conoscere che nel dì 4 di marzo dell'anno 892 Lamberto era già stato alzato al trono imperiale. Chi tenne quel placito, si conosce dalle seguenti parole: Dum ad praeclaram potestatem domni Lamberti piissimi imperatoris missus directus fuisset in finibus Tusciae, Amedeus, comes palatii; et cum venisset civitate Florentia in domum episcopii ipsius civitatis, in atrio ante basilica sancti Johannis Baptistae inibi resideret una simul cum Adelbertus marchio, singulorum hominum justitias faciendas, ec. Da questo Amadeo, che godeva l'insigne carica di conte del palazzo nel regno d'Italia, ha creduto taluno che possa essere discesa la real casa di Savoia, perchè il nome d'Amadeo nel secolo undecimo si truova in essa. Non è sprezzabile la conghiettura; ma sola non basta a fissar cosa alcuna per quella genealogia. Nella parte della Borgogna signoreggiata dal re Ridolfo convien cercare gli antenati di questi nobilissimi principi, sapendosi ch'essi di colà passarono in Italia. Lume troppo debole è un nome, per poter credere che Lamberto si valesse per un sì riguardevol posto della sua corte di un principe di straniera contrada. Abbiamo dal panegirista di [923] Berengario [Anonym., in Paneg. Bereng., P. I, tom. 2 Rer. Ital.] che seguì pace e concordia fra il suddetto Lamberto Augusto e Berengario re in un congresso tenuto in Pavia nell'anno precedente. Aggiugne egli appresso che Lamberto più volte andò cercando pretesti per rompere questa pace: il che probabilmente avvenne nell'anno corrente. Ecco le sue parole:

O juvenile decus, si mens non laeva fuisset!

Saepe datas voluit pacis rescindere dextras

Fraudibus inventis. Sed enim ratione sagaci

Deprehendis pater alme [Berengario.] dolos, ac murmura temnis.

Che esso Berengario si trovasse in Ceneda nell'anno presente, l'abbiamo da un suo diploma riferito nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 97.]. Fece in quest'anno Stefano VI papa un fine indegno del sacrosanto suo grado, ma frutto dell'iniquità da lui praticata contro la memoria di papa Formoso in disonore della santa Chiesa romana. Talmente restarono stomacati i Romani del sacrilego strapazzo da lui fatto del cadavero di quel pontefice, il cui elogio si può leggere nell'operetta d'Ausilio e presso altri scrittori, che fatta fra loro congiura, gli misero le mani addosso, e cacciatolo in una prigione, quivi da lì a poco lo strangolarono. Frodoardo così ne scrive:

Captus et ipse, sacraque abjectus ab aede, tenebris

Carceris injicitur, vinclisque innectitur atris,

Et suffocatum crudo premit ultio leto.

E nell'epitaffio fattogli dipoi da papa Sergio III, e rapportato dal cardinal Baronio, si legge lo stesso.

[924]

CVMQVE PATER MVLTVM CERTARET
DOGMATE SANCTO,
CAPTVS, ET A SEDE PVLSVS
AD IMA FVIT.
CARCERIS INTEREA VINCLIS
CONSTRICTVS, ET IMO
STRANGVLATVS NERBO,
EXVIT ET HOMINEM.

Pretende il padre Pagi che a questo pontefice s'abbia da riferire un decreto, a noi conservato da Graziano [Gratianus Dist. XXXIII, cap. 28.], e dal cardinal Baronio rapportato all'anno 816, e non già ad uno degli antecessori Stefani: cioè che si rimettesse in uso il divieto di non consecrare il nuovo papa eletto senza la licenza e approvazione dell'imperadore regnante. Il decreto è questo: Quia sancta romana Ecclesia, cui auctore Deo praesidemus, a pluribus patitur violentias, pontifice obeunte: quae ob hoc inferuntur, quia absque imperiali notitia pontificis fit consecratio, nec canonico ritu et consuetudine ab imperatore directi intersunt nuncii, qui scandala fieri vetent: Volumus, ut quum instituendus est pontifex, convenientibus episcopis et universo clero, eligatur, praesente senatu et populo, qui ordinandus est. Et sic ab omnibus electus, praesentibus legatis imperialibus consecretur. Nullusque sine periculo sui, juramenta vel promissiones aliquas nova adiventione audeat extorquere, nisi quae antiqua exigit consuetudo, ne Ecclesia scandalizetur, et imperialis honorificentia minuatur. Vien chiamato canonicus ritus quel costume. Tale non parve poi, siccome vedremo, nel secolo undecimo. Ma è ben più probabile che questo papa Stefano non facesse questo decreto, e che s'ingannasse Graziano con attribuirlo ad un altro papa Stefano, quando esso indubitatamente si legge nel concilio di Ravenna nell'anno seguente celebrato da papa Giovanni IX. Il giorno preciso, in cui fu levato dal mondo questo pontefice, è tuttavia ignoto. Bensì è [925] certo ch'egli ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Romano. Due sue bolle, rapportate dal Baluzio [Baluz., in Append. ad Marcam Hispan. de Marca.], ci assicurano ch'egli era papa nel mese d'ottobre del presente anno, essendo scritte idibus octobris, imperante domno nostro piissimo perpetuo augusto Lamberto a Deo coronato magno imperatore anno VI, et post consulatum anno VI, Indictione prima. Per attestato del Dandolo, questo papa mandò il pallio archiepiscopale [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.] a Vitale II, patriarca di Grado. Se vogliam creder alla farraggine indigesta della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 763.], in questi tempi fiorì Ammolo ossia Ammolone vescovo di Torino, di cui quell'autore narra un fatto assai strano. Lamberti regis tempore fuit Maginfredus, quem interfecit; nec non et Ammulus episcopus taurinensis, qui ejusdem civitatis turres et muros perversitate sua destruxit. Nam inimicitiam exercens cum suis civibus, qui continuo illum a civitate exturbarunt, fuitque tribus annis absque episcopali cathedra. Qui postmodum pace peracta reversus, et manu valida cinctus, destruxit, sicut diximus. Fuerat haec siquidem civitas condensissimis turribus bene redimita, et arcus in circuitu per totum deambulatorios, cum propugnaculis desuper atque antemuralibus. Veramente i vescovi aveano già acquistate forze tali e ricchezze, che già cominciavano non pochi d'essi a prendere un'aria principesca; e però non è tanto difficile a credere questa gara e vendetta fra quel vescovo e i cittadini. Che poi questo Ammolone vescovo di Torino veramente vivesse in questi tempi, lo abbiamo dal concilio romano tenuto nell'anno seguente da papa Giovanni IX, apparendo da un frammento di esso, dato alla luce dal padre Mabillone [Mabill., Append. ad Rer. Ital.], che esso Ammolone v'intervenne, [926] e fu uno de' più zelanti per la memoria e gloria di papa Formoso.


   
Anno di Cristo DCCCXCVIII. Indizione I.
Teodoro II papa 1.
Giovanni IX papa 1.
Lamberto imperadore 7 e 5.
Arnolfo imperadore 3.
Berengario re d'Italia 11.

Succedette in quest'anno ciò che narra Liutprando istorico [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.] di Adalberto II, duca e marchese di Toscana: cioè, ch'egli insieme con Ildebrando molto potente conte (non si sa di qual città) si ribellò da Lamberto imperadore, e raunata una competente armata, s'incamminò alla volta di Pavia. Tantae quippe (dice egli) Adalbertus erat potentiae, ut inter omnes Italiae principes, solus ipse cognomento diceretur dives. Aggiugne ch'egli avea per moglie Berta, la quale in prime nozze con Teobaldo conte di Provenza avea partorito Ugo conte e marchese, che vedremo all'anno 926 essere creato re d'Italia. Questa altera donna figliuola del già Lottario re della Lorena, quella fu che spinse il marito a prendere le armi contra dell'Augusto Lamberto. Passato per monte Bardone, giunse egli col suo poco agguerrito esercito tino a Borgo san Donnino fra Parma e Piacenza. Intanto avvertito di questa mossa Lamberto, mentre godeva il divertimento suo favorito nella foresta di Marengo, senza aspettar che si unisse l'armata sua, con soli cento cavalli venne frettolosamente incontro ad Adalberto. Trovata la di lui gente immersa in un profondo sonno per aver votate nel giorno innanzi le botti, le diede addosso, e sopra quanti arrivò, sfogò la collera sua. Ildebrando ebbe la fortuna di salvarsi colla fuga. Non così avvenne al duca della Toscana. Colto in una greppia, dove s'era appiattato, e condotto alla presenza di Lamberto, che gli diede solennemente la berta, fu condotto prigione [927] con altri a Pavia. Gli autori più antichi ci descrivono l'imperador Lamberto, come giovane di non molto cuore e di minore sperienza nell'armi; e qui Liutprando cel fa conoscere un Marte. Contuttociò si può ben credere che Liutprando nella sostanza del fatto non si sia ingannato. Era in Pavia esso Lamberto nel dì 27 di luglio di quest'anno, siccome costa da un privilegio da lui conceduto ai canonici di Parma, e da me dato alla luce con queste note: [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.] VI kalendas augusti anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII, (sarà l'anno pisano, cioè secondo l'era volgare anno 898) domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VI, Indictione I. Actum Papiae urbe ticinensi. Dopo soli quattro mesi di pontificato, per quanto si crede, papa Romano passò a miglior vita. In luogo suo fu eletto Teodoro II, pontefice che non tenne la sedia di san Pietro più di venti giorni, ma che meritava per le sue virtù di tenerla lunghissimo tempo. Di lui così scrive Frodoardo [Frodoardus, de Romanor. Pontif., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]:

Dilectus clero Theodorus pacis amicus,

Bis senos (denos) romana dies, qui jura gubernans,

Sobrius et castus, patria bonitate refertus,

Vixit pauperibus diffusus amator et alter.

Hic populum docuit connectere vincula pacis;

Atque sacerdotes concordi, ubi junxit honore,

Dum propriis revocat disjectos sedibus, ipse

Complacitus rapitur decreta sede locandus.

Si venne ad un'altra elezione. Elesse una parte del popolo Sergio prete, il quale, se vogliam credere a Liutprando, era anche stato, siccome già dicemmo, eletto nell'anno 891, in concorrenza di papa Formoso, e poi rifugiato in Toscana sotto la protezione di Adalberto II duca. Ma più possanza ebbe il partito contrario, da cui fu non solamente eletto, ma consecrato Giovanni IX. E questi poi cacciò in esilio tanto il suddetto Sergio, quanto altri Romani di lui fautori:

[928]

Pellitur electus patria quo Sergius urbe,

Romulidumque gregum quidam traduntur abacti.

Così scrive Frodoardo. E però si comprende che non già nell'anno 891 seguì la elezione e la decadenza di Sergio, ma bensì nell'occasion di questa sede vacante. Nell'epitaffio del suddetto Sergio, che arrivò finalmente anch'egli ad essere papa, si legge che questo Giovanni IX papa fu un usurpatore del pontificato:

Romuleosque greges dissipat iste lupus.

Comunque sia, toccò a Sergio il di sotto in questa occasione, e le poche memorie che restano di Giovanni IX, cel danno a conoscere per uomo molto saggio e pio. Siccome egli era della fazione di papa Formoso, così ebbe principalmente a cuore di risarcire il di lui onore. A tal fine poco dopo la consecrazione sua raunò un concilio in Roma, dove furono stabiliti alcuni capitoli, da' quali si ricava non poca luce per conoscere il sistema di questi tempi [Labbe, Concil., tom. 9.]. Prima d'ogni altra cosa fu annullato il concilio tenuto da papa Stefano VI contra del defunto papa Formoso, e condannati alle fiamme i suoi processi e decreti, come affatto illegittimi e disordinati, perchè fatti contra di un cadavero che non può dir le sue ragioni. Dato fu il perdono al clero che intervenne a quel sinodo; e decretato che la traslazione d'esso Formoso dal vescovato di Porto al papato non passasse in esempio, perchè era vietato dai canoni il passaggio da una chiesa all'altra senza qualche grande necessità della Chiesa; e però non si ammettevano allora vescovi al pontificato romano. Furono approvati e rimessi nel loro grado tutti i vescovi, preti e cherici ordinati dal suddetto papa Formoso; confermata l'elezione ed unzione di Lamberto imperadore; riprovata ed annullata [929] la barbarica di Arnolfo, quae per subreptionem extorta est. Fu ratificata la scomunica contra Sergio, Benedetto e Marino, preti della Chiesa romana, e contra Leone, Pasquale e Giovanni, diaconi della sede apostolica, siccome principali promotori della scandalosa procedura contra di papa Formoso; ed intimata la medesima censura a chiunque ad capiendum thesaurum avea tratto dal sepolcro il cadavero d'esso papa, e poi gittato nel Tevere. Miriamo dipoi in questo concilio il decreto che dal padre Pagi vien creduto fatto da Stefano VI papa, e già riferito all'anno precedente, intorno al non consecrare il nuovo papa eletto, se non coll'approvazione dell'imperadore e alla presenza de' suoi legati. Erasi già introdotto l'abbominevole abuso, che morendo il papa, correva il popolo a dare il sacco al palazzo pontificio, con passare anche un tal furore addosso ad altri luoghi entro e fuori di Roma: il che avea servito d'esempio per fare lo stesso ad altre città. Fu proibito un tale eccesso: Quod qui facere praesumserit, non solum ecclesiastica censura, sed etiam imperiali indignatione feriatur.

Terminato questo concilio, si portò papa Giovanni a Ravenna, per abboccarsi coll'imperadore Lamberto, e trattar seco di concerto de' comuni bisogni. Si raunò quivi ancora un concilio di settantaquattro vescovi, e v'intervennero i due suddetti primi luminari della Cristianità. Uno dei capitoli ivi stabiliti è questo per parte dell'imperadore, bastevolmente indicante la di lui sovranità. Si quis Romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat; et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo, vel redeundo, vel morando, inquietare praesumat, donec liceat imperatoriae potestati eorum causas, aut personas, aut per nos aut per missos [930] nostros deliberare. Qui autem eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam rerum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint, imperialis ultionis indignationem incurrat. Fra gli sconcerti degli anni passati dovea essere stato messo ostacolo in Roma a chi volea ricorrere e appellare al tribunale dell'imperadore. Lamberto volle che sussistesse nell'antico suo vigore questo suo diritto. Conferma inoltre l'imperadore privilegium sanctae romanae Ecclesiae, quod a priscis temporibus per piissimos imperatores stabilitum est. Volle dipoi il pontefice che Lamberto Augusto, i vescovi e baroni approvassero il concilio romano, poco dianzi pro causa domni Formosi sanctissimi papae, non invidiae zelo, sed rectitudinis gratia canonice peractum. E perciocchè negli stati della Chiesa romana per gli anni addietro erano state commesse immense ruberie, incendii e violenze; perciò fece istanza all'imperadore, ut alia impunita non dimittatis. Soggiunge: Ut pactum, quod a beatae memoriae vestro genitore domno Widone, et a vobis piissimis imperatoribus, juxta praecedentem consuetudinem, factum est, nunc reintegretur, et inviolatum servetur. Chiamavasi Patto la signoria di Roma, dell'Esarcato e della Pentapoli, che chiunque desiderava d'essere imperadore, confermava per patto ai romani pontefici con un nuovo diploma. Forse il barbaro re Arnolfo mancò alla giusta confermazione di questi patti. Dice inoltre il papa che erano stati alienati illecitamente alcuni beni patrimoniali, ed anche alcune città, ed altre cose contenute in esso Patto, senza esprimere se da' suoi predecessori oppure dagl'imperadori; ed esige che tali alienazioni sieno annullate nel concilio. E perciocchè in addietro s'erano fatte in territoriis beati Petri delle adunanze illecite dai Romani, Longobardi ed anche Franzesi, contra apostolicam et imperialem voluntatem; vuole che con un decreto dell'imperadore e del sinodo sieno proibite [931] per l'avvenire. Finalmente espone il papa lo stato miserabile cui era ridotta la santa Chiesa Romana, perchè non le restavano rendite da mantenere il clero, e da aiutare i poverelli; ed avendo egli trovata quasi distrutta la patriarcal basilica lateranense, avea ben inviato gente per tagliar travi da risarcirla, ma ne era stato impedito dai malviventi d'allora il tagliamento. Però scongiura l'imperadore, acciocchè dia mano a quella fabbrica, e adoperi l'autorità sua per rimettere in migliore stato la Chiesa romana. Fa questo concilio conoscere che questo papa Giovanni era personaggio di vaglia, ma eletto al governo della nave in tempi troppo burrascosi, che peggiorarono anche di più andando innanzi.

Per altro abbiamo dal panegirista di Berengario [Anonymus, in Panegyrico Berengarii.] che ne' due precedenti anni e nel presente ancora si godè in Italia una buona pace e un felice raccolto delle campagne:

Tertia mox tamen hunc Latio produxerat aestas.

Ubere telluris potientem pace sequestra.

Ma non giunse al fine di quest'anno l'imperadore Lamberto, giovane dotato di bellissime doti, di costumi pudici, e di grande espettazione, se fosse più lungamente vivuto, come s'ha da Liutprando. Dilettavasi egli forte della caccia, e il suo luogo favorito per tal sollazzo era il bosco di Marengo nel territorio dove fu poi fabbricata la città d'Alessandria. Dura tuttavia un castello in quelle parti che porta il nome di Marengo, mentovato da Leandro Alberti e dal Magino. Quivi nel dì 30 di settembre confermò egli a Gamenolfo vescovo di Modena i privilegii della sua chiesa, con un diploma accennato dal Sigonio, e pubblicato dipoi dal Sillingardi, che si legge ancora presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.]. Esso fu dato anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, domni quoque [932] Lamberti piissimi imperatoris VII, pridie kalendas octobris Indictione secunda. Un altro diploma d'esso Lamberto ho io esposto alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.], dato nel dì 3 di settembre, in favore della chiesa d'Arezzo, che ha le medesime note del precedente. Sul principio dunque d'ottobre dovette succedere la non naturale morte del suddetto imperador Lamberto. Era egli alla caccia, e cadutogli sotto il cavallo, mentre a briglia sciolta perseguitava non so qual fiera, l'infelice principe si ruppe il collo e morì. Ecco le parole del suddetto panegirista di Berengario:

. . . . . . . Studio jam vadit in altos

Venandi lucos, cupiens sibi mittier aprum

Informem, aut rapidis occurrere motibus ursum;

Avia sed postquam nimio clamore fatigant

Praecipites socii, ipse uno comitante ministro.

Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,

Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,

Abrumpens teneram colliso gutture vitam.

Questa fu la pubblica voce che si sparse allora della maniera di sua morte, lo attesta anche Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.] con dire: Ajunt sane, hunc regem, dum in luco Marinco venaretur (est enim ibidem mirae magnitudinis et amoenitatis lucus, adeo venationibus aptus) et sicut moris est, apros effreni consectaretur equo, cecidisse, collumque fregisse. Ma soggiugne appresso, esserci stata un'altra fama, creduta da lui più verisimile, e divulgata dappertutto. Cioè, che avendo Lamberto fatto decapitare Maginfredo conte di Milano a cagion di sua ribellione, conferì quel posto ad Ugo di lui figliuolo, che Maginfredo o Magnifredo vien appellato anch'egli nell'antico codice della cesarea biblioteca, e colmollo anche d'altri benefizii, affinchè dimenticasse la disgrazia occorsa a suo padre. Anzi perchè in questo giovinetto all'avvenenza si univa un nobile ardire, se gli affezionò talmente esso Lamberto, che il voleva sempre ai suoi fianchi, nonchè in sua corte. Trovandosi soli amendue alla caccia, aspettando [933] che passasse qualche cinghiale, fu preso Lamberto dal sonno; e allora Ugo, prevalendo più in lui l'ira per la morte del padre, che il favore di Lamberto, e la memoria de' benefizii ricevuti e del giuramento prestato, con un bastone gli ruppe il collo, facendo poi correre voce che la caduta da cavallo gli avesse abbreviata la vita. Stette nascoso per alcuni anni il fatto, ma presentossi occasione in cui lo stesso Ugo lo rivelò al re Berengario. Anche l'autore della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] lasciò scritto, che per mano del figliuolo dell'ucciso Maginfredo conte tolta fu la vita a Lamberto, mentre erano alla caccia. Spina Lamberti era chiamata una volta la terra che oggidì ha il nome di Spilamberto vicina al Panaro e a San Cesario, e nel distretto di Modena. Di sopra vedemmo all'anno 885 che l'antico monaco nonantolano, da cui abbiamo la vita d'Adriano I papa, pretese così nominato quel luogo a casu Lamberti, con aver anche creduto altri scrittori che Lamberto fosse stato con una spina tolto di vita da Ugo. Ma queste son favole troppo leggermente nate, e che non meritano d'essere confutate.

Altro non ci voleva che questo impensato accidente per far risorgere la fortuna del re Berengario. Strano ben può sembrare uno strumento d'acquisto fatto da Everardo vescovo di Piacenza della metà della Rocca di Bardi, scritto [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.], Berengario rege, anno regni ejus in Italia decimo, mense augusto, Indictione prima. All'agosto dell'anno presente appartiene questa indizione; e però potrebbe dedursi di qua che fosse prima mancato di vita l'imperador Lamberto, e che Piacenza già ubbidisse al re Berengario: il che non si può accordare colle notizie recate di sopra. Ma quella carta o patisce delle difficoltà, oppure non fu assai attentamente letta, e stampata per conseguente con qualche sbaglio. Certo nell'agosto dell'anno presente 898 correva [934] l'anno undecimo, e non già il decimo, del regno di Berengario; e però nulla si può stabilire con quest'atto dubbioso, se pur non è qualche cosa di peggio. Ora portata al re Berengario la nuova del morto suo emulo, non si fece egli pregare a volare a Pavia, dove fu senza aperta opposizion ricevuto, con darsi a lui tutte l'altre città già signoreggiate da Lamberto. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Regiens. Append.] un suo diploma in favore di Azzo vescovo di Reggio, VIII idus novembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XI, Indictione I. Actum Papiae palatio regio. Trovò egli, per testimonianza di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.], carcerato in essa città di Pavia Adalberto II duca e marchese di Toscana, con altri. Li rimise egli tutti in libertà e in possesso de' loro governi e beni; e perciò anche la Toscana cominciò a riconoscerlo per suo re e sovrano. Vi restava il ducato di Spoleti, che potea fare resistenza, perchè al governo di quelle contrade dimorava tuttavia la vedova imperadrice Ageltruda, madre del defunto Lamberto Augusto. Si trattò amichevolmente di concordia; e da un importante diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], esistente nell'archivio di San Sisto di Piacenza, si comprende che Berengario guadagnò quell'altera donna, col concederle, secondo i corrotti costumi di questi tempi, due monisteri a disposizione di essa, e col confermarle tutti i beni suoi propri, o a lei donati sì dal marito Guido, che dal figliuolo Lamberto. Il diploma fu dato kalendis decembris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCXCVIII, anno vero regni Berengarii gloriosissimi regis XI, per Indictionem II. Actum civitate Regiae: cioè, a mio credere, in Reggio di Lombardia. Sotto essa carta Berengario aggiunse di suo pugno le seguenti parole: Promitto ego Berengarius rex tibi Ageltrudae, relictae [935] quondam Widoni imperatoris, quia ab hac hora, ut deinceps, amicus tibi sum, sicuti recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua praeceptalia concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto imperatoribus, nec tollo, nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste. C'è motivo di credere che per tal via il ducato di Spoleti venisse all'ubbidienza del re Berengario. Forse anche seguitò Ageltruda a governar quel ducato, giacchè non s'ode più parlare di Guido duca e marchese, di cui fu fatta menzione all'anno 896. Sul principio di questo, Odone, re di una parte della Francia, morendo, aprì la strada a Carlo il Semplice, re dell'altra, d'impadronirsi di tutto il regno. Intanto Arnolfo re di Germania per le sue infermità languiva, nè operò più cosa degna di considerazione. Molto meno pensava all'Italia. E se lo Struvio [Struvius, Hist. German., in Vita Arnulfi.] col prendere senza esame le parole di Liutprando storico, giunse a scrivere ch'egli in questo anno per la terza volta calò in Italia, e perseguitò Guido imperadore, non mostrò già discernimento critico, e tanto meno dopo aver detto innanzi che lo stesso Guido qualche anno prima era mancato di vita. Varii altri moderni scrittori hanno asserito lo stesso, ma loro mancavano que' tanti lumi che ha dipoi guadagnato la storia, e de' quali poteva e dovea valersi questo autore tedesco.


   
Anno di Cristo DCCCXCIX. Indizione II.
Giovanni IX papa 2.
Berengario re d'Italia 12.

Soggiornava in Pavia il re Berengario nel marzo dell'anno presente, dove concedette varii privilegii da me [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII et LXVII.] dati alla luce. Il primo in favore della chiesa di San Nicomede nel distretto di Parma, spedito VIII idus martias, cioè nel dì 8 d'esso mese. Un altro V idus martias, ossia nel dì 11 di marzo, alle monache della Posterla di Pavia. Un altro per le [936] medesime dato V kalendas aprilis, ossia nel dì 28 di marzo, anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno regni domni Berengarii gloriosissimi regis XII, Indictione II. Ma con errore, dovendo essere anno DCCCXCVIIII. Actum Papiae; perchè nel marzo dell'anno 898 Berengario non era padrone di Pavia, nè è credibile che la di lui cancelleria ora adoperasse l'era fiorentina, ora la pisana, ora la volgare. Pareva pure, che omai ridotto tutto il regno d'Italia sotto il governo di un principe solo, principe amorevole e di cuor sincero, s'avesse qui a godere un'invidiabil quiete. Ma andò ben diversamente, se vogliam credere al Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.], al padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] e ad altri moderni scrittori; perchè in questo medesimo anno cominciò per l'Italia una tela di gravissime sciagure, se pur la storia mancante ed imbrogliata di questi tempi ci lascia discernere il vero. Durava tuttavia in alcuni de' principi italiani, già della fazione di Guido e Lamberto imperadori, l'avversione a Berengario, rimontato pienamente sul trono. S'avvisarono costoro di chiamare in Italia Lodovico re di Provenza [Struvius, Hist. German., in Vita Arnulf.], figliuolo di Bosone e di Ermengarda, cacciandogli in capo delle pretensioni su questo regno, per essere stata Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore. Quel che parve più strano, fu che Adalberto marchese d'Ivrea si fece capo e promotore di questa mena, ancorchè egli avesse per moglie Gisla figliuola del medesimo re Berengario, la quale gli avea partorito un figliuolo appellato Berengario dal nome dell'avolo materno. Vedremo a suo tempo questo giovane Berengario divenire re e tiranno dell'Italia. Volle dunque Lodovico re di Provenza provar la sua fortuna, e calò in Italia con un'armata de' suoi Provenzali. Ma certificato che il re Berengario veniva ad incontrarlo con forza molto maggiore, avvilitosi, non tardò a pentirsi della cominciata impresa, e, [937] secondo l'osservazione del Vangelo, spedì segreti messi a Berengario per trattare di pace. Non ripugnò Berengario, siccome uomo di buona legge, ed essendosi contentato che Lodovico con forte giuramento si obbligasse di non mai più tornare in Italia, per qualunque chiamata o istanza che gli fosse fatta dai nemici d'esso Berengario, gli permise di tornarsene indietro sano e salvo. Fu in questa congiuntura ben assistito il re Berengario da Adalberto II potentissimo marchese di Toscana, dianzi guadagnato con molti regali. Si attribuì al gagliardo soccorso suo la facilità con cui Berengario si sbrigò da questo pericoloso impaccio. Ma, siccome vedremo, non si può ammettere in quest'anno la prima venuta del re Lodovico in Italia, e, per le ragioni che si addurranno, si dee essa riferire all'anno susseguente. Un altro avvenimento di maggiore importanza pare che s'abbia da riferire all'anno presente, cioè il primo ingresso, ossia la prima scorreria in Italia della crudelissima nazione degli Ungheri, chiamati anche Unni e Turchi da alcuni scrittori, e nominatamente dal suddetto Liutprando. Se non falla l'autore della Cronica di Nonantola, i cui frammenti furono pubblicati dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.], anno DCCCXCIX, venere Ungari in Italiam de mense augusti, Indictione III, octavo kalendas octobris junxerunt se Christiani cum eis in bello ad fluvium Brentam, ubi multa milia Christianorum interfecta sunt ab eis, et alios focavere, et venerunt usque da Nonantulam, et occidere monachos, et incenderunt monasterium, et codices multos concremavere, atque omnem depopulati sunt locum. Praedictus autem venerabilis Leopardus abbas cum cunctis aliis monachis fugere, et aliquamdiu latuere. Sicchè, secondo questo autore, nel dì 24 di settembre, in cui correva l'Indizione III, fu data la battaglia dai Cristiani agli Ungheri pagani al fiume Brenta, con immensa strage e totale sconfitta de' primi; [938] dopo di che vennero fino all'insigne monistero di Nonantola sul distretto di Modena, e dopo avergli dato il sacco, lo consegnarono alle fiamme. Tuttavia perchè il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.] riferisce all'anno seguente questa memorabil calamità degl'Italiani, può restar dubbio che piuttosto a quello che a quest'anno appartenga l'entrata prima degli Ungheri, e la rotta data al popolo cristiano. E tanto più perchè pare che gli Ungheri solamente dopo la morte di Arnolfo re di Germania alzassero la testa, e cominciassero a portar la desolazione non meno alla Germania che all'Italia. Certo è che sul fine di quest'anno esso Arnolfo diede fine ai suoi malori colla sua morte. Vedremo all'anno susseguente come si parli di questa irruzione degli Ungheri in una lettera scritta dai vescovi tedeschi a papa Giovanni IX. Intanto si vuole qui accennare un diploma del re Berengario, copia del quale, conservata dai monaci benedettini di Modena, fu da me data alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 155.]. In esso re Berengario conferma tutti i privilegii e beni del predetto monistero nonantolano a Leonardo abbate, e in fine si legge: Datum XIIII kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII, domni autem Berengarii gloriosissimi regis XII, Indictione II. Actum Curtis nostrae Vilzachara, cioè nel castello oggidì appellato san Cesario nel modenese, vicino a Nonantola. Quivi nulla si parla degli Ungheri, perchè più di un mese dappoi, secondo il suddetto storico di Nonantola, succedette l'infelice giornata campale con essi alla Brenta.


   
Anno di Cristo DCCCC. Indizione III.
Benedetto IV papa 1.
Lodovico III re d'Italia 1.
Berengario re d'Italia 13.

Fu in quest'anno, per attestato degli Annali pubblicati dal Freero, e di [939] Reginone [Rhegino, in Chronico.], eletto dai vescovi della Germania per loro re Lodovico figliuolo legittimo del defunto Arnolfo, benchè in età puerile; e di tale elezione diedero essi avviso a papa Giovanni con una lettera che si legge nella Raccolta de' concilii [Labbe, Concil., tom. 9.]. Zventebaldo ossia Zventeboldo, fratello bastardo d'esso Lodovico, era già in possesso del regno della Lorena. Se gli ribellarono quei popoli con darsi a Lodovico; perlochè insorse la guerra; ma rimasto ucciso in un fatto di armi esso Zventebaldo, finì presto quel rumore. Abbiamo nella suddetta Raccolta dei concilii un'altra lettera scritta al medesimo papa Giovanni dai vescovi della Baviera, che dee appartenere all'anno presente, non potendosi differir più tardi, quando sia certa, siccome pare, la morte di papa Giovanni IX in questo medesimo anno. E tanto più perchè vi si dice già eletto il nuovo re Lodovico: il che, siccome abbiam detto, accadde nel principio dell'anno corrente. Quivi sono menzionati progenitores serenissimi senioris (ora diciam signore) nostri, Ludovici videlicet imperatoris. Qualche guastatore degli antichi testi in vece di regis avrà quivi posto imperatoris; non essendo probabile che tal titolo si desse a quel re fanciullo, perchè dai soli romani pontefici questo si conferiva, nè si sa che alcuno in questi tempi l'usurpasse in pregiudizio de' papi. Infatti di sotto è mentovato juvenculus rex noster. Pretendono que' vescovi affatto calunniosa la voce sparsa, ch'essi avessero fatta pace con gli Ungheri, atque, ut in Italiam transirent, pecuniam dedisse. Soggiungono appresso: Quando vero Hungaros Italiam intrasse comperimus, pacificare cum eisdem Sclavis, teste Deo, multum desideravimus, quatenus tamdiu spatium darent, quamdiu Langobardiam nobis intrare et res sancti Petri defendere, populumque christianum divino adjutorio redimere liceret. Et nec ipsum ab eis obtinere potuimus. [940] In fine con un poscritto aggiugne Teotmaro arcivescovo juvavense, ossia di Salisburgo: Sed quia Dei gratia liberata est Italia, quando citius potero, pecuniam vobis transmittam. Essendo mancato di vita papa Giovanni IX, a cui si dice scritta questa lettera, avanti il settembre dell'anno presente, conseguentemente prima di quel tempo erano per la prima volta venuti a devastar l'Italia i fierissimi Ungheri. Laonde o nell'anno presente o nel precedente s'ha da mettere il principio di questa orribil tempesta, che per tanti anni dipoi flagellò e devastò la misera Italia. Il continuatore degli Annali pubblicati dal Freero [Annales Fuldenses Freheri.] sotto quest'anno, nel quale egli depose la penna, scrive, che mentre i Bavaresi uniti coi Boemi davano il guasto alla Moravia, Avari qui dicuntur Ungari, tota devastata Italia (manca qualche parola) ita ut occisis episcopis quamplurimis, Italici contra eos depellere molientes, in uno praelio uno die ceciderint viginti millia (numero forse troppo ingrandito). Ipsi namque eadem via, qua intraverunt, Pannoniam regressi sunt. Reginone, o, per dir meglio, qualche suo continuatore poco perito della cronologia, riferisce all'anno seguente, cioè fuor di sito, come ha ancor fatto di altri avvenimenti, la deplorabil rotta data dagli Ungheri all'esercito degl'Italiani. Ma, per quanto s'è detto, appartiene quella calamità o al presente o all'antecedente anno. Gens Hungarorum, scrive questo autore, Langobardorum fines ingressa, caedibus, incendiis ac rapinis crudeliter cuncta devastat. Cujus violentiae ac belluino furori quum terrae incolae in unum agmen conglobati resistere conarentur, innumerabilis multitudo ictibus sagittarum periit; quamplurimi episcopi et comites trucidantur. Aggiugne che Ludmardo (vuol dire Liutuardo) vescovo di Vercelli, già da noi veduto ministro favorito di Carlo il Grosso imperadore, e in fine suo nemico, volendo [941] scappare dalla crudeltà di questi Barbari, che doveano essere arrivati fino a Vercelli, mentre conduceva seco gl'immensi tesori da lui raunati nel suo ministero di corte, disavvedutamente incappò nei medesimi masnadieri ungheri, che gli tolsero la vita, e più volentieri le di lui ricchezze.

Ma il racconto più individuato dei primi affanni recati dagli Ungheri all'Italia s'ha dallo storico Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 4.]. Certamente egli falla nella cronologia, perchè dopo aver narrata la morte di Arnolfo re di Germania e l'assunzione al trono di Lodovico suo figliuolo, succeduta nell'anno presente, ed altri avvenimenti de' susseguenti anni, seguita a scrivere così: Paucis vero interpositis annis, quum nullus esset, qui in orientali ac australi plaga Hungaris resisteret (nam Bulgarorum gentem atque Graecorum tributariam fecerant) immenso innumerabilique collecto exercitu miseram petunt Italiam. Appresso narra la prima irruzion di costoro in Italia. Verso la metà di marzo entrarono pel Friuli, e senza fermarsi nè ad Aquileia, nè a Verona (ch'egli chiama munitissimas civitates non senza maraviglia di chi legge, perchè Aquileia atterrata da Attila non si sa che risorgesse mai più, e lo confessa altrove [Idem, ibidem.] lo stesso Liutprando), passarono alla volta di Ticino, quae nunc alio excellentiori vocabulo Papia vocatur, quasichè quella città prendesse questo nome dai papi, dall'ammirativo papae, come alcuni gramaticucci han sognato, o fosse patria pia. Sorpreso dalla comparsa di queste non mai più vedute genti straniere il re Berengario, spedì tosto pressantissimi ordini per tutta la Lombardia, Toscana, Camerino e Spoleti, e radunò un esercito tre volte più copioso di quello degli Ungheri. Con queste forze andò contra de' Barbari, i quali accortisi dello svantaggio, rincularono fino all'Adda, e passaronlo a nuoto [942] colla morte di molti. Inseguiti sempre dall'esercito cristiano, giunsero al fiume Brenta, dove abbiamo anche veduto che l'Anonimo nonantolano mette la battaglia funesta al popolo italiano. Quivi trovandosi alle strette, mandarono al re Berengario supplicandolo di volerli lasciar andare in pace, con esibirsi di restituire tutti i prigioni e tutta la preda, e di obbligarsi di non ritornare mai più in Italia: al qual fine gli darebbono in ostaggio i loro figliuoli. Non dovea sapere Berengario il proverbio: A nemico che fugge, fagli i ponti d'oro. S'ostinò egli in non volere dar loro quartiere, figurandoseli tutti già scannati o presi. Portata questa inumana risposta agli Ungheri, li trasse alla disperazione, ingrediente efficace per accrescere il coraggio nelle zuffe. Però risoluti di vendere ben cara la vita loro, improvvisamente vennero ad assalire i Cristiani che dolcemente attendevano a bere e mangiare, senza aspettarsi una tal improvvisata. Non fu quello un fatto d'armi; fu un macello di chiunque non ebbe buone gambe; e a niuno si perdonò: tanto erano inviperiti que' cani. Da lì innanzi niuno degl'Italiani ebbe più cuore di far fronte a costoro, che vittoriosi scorsero dipoi per la Lombardia, e sul finir dell'anno si riducevano in Ungheria, per tornar poscia nell'anno appresso in Italia. Non potè di meno, che per questa imprudenza, e per sì lagrimevol perdita fatta o nel presente anno o nel precedente, non restasse screditato ed avvilito il re Berengario; e possiam conghietturare che anche da questo sinistro di lui successo prendesse animo Lodovico re di Provenza per condurre, come io credo, la prima volta l'armi sue in Italia. Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 10.] scrive, che nato qualche dissapore fra Berengario e Adalberto II marchese di Toscana, questi, ad istigazione specialmente di Berta sua moglie, donna al maggior segno ambiziosa, mosse gli altri principi d'Italia ad invitare [943] il suddetto re Lodovico alla conquista di questo regno. È anche da credere che nel trattato avessero mano i Romani, giacchè si osserva che Berengario non potè ottener la corona imperiale, e questa poi fu sì facilmente conceduta al suddetto Lodovico. Anche il panegirista di Berengario attesta [Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.] che il promotore di questa venuta del re Lodovico fu Adalberto marchese di Toscana con dire:

Quarta igitur Latio vixdum deferbuit aestas,

Hac ratione iterum solito sublata veneno

Bellua, Tyrrhenis fundens fera sibila ab oris,

Sollicitat Rhodani gentem: cui moribus auctor

Temnendus Ludovicus erat, sed stirpe legendus;

Berengario genesi conjunctus quippe superba.

Come poi questo poeta parli qui di un anno quarto, dopo aver detto che nell'anno terzo Lamberto Augusto terminò sua vita, non si sa ben comprendere. Dall'anno 896, in cui stabilirono pace insieme Lamberto e Berengario, si può intendere che corsero tre anni, nel terzo de' quali, cioè nell'anno 898, Lamberto diede fine a' suoi giorni. Pel quarto, in cui Lodovico re di Provenza calò in Italia, pare ch'egli intenda l'anno 899, e che non abbia conosciuto o abbia confuso le due diverse venute di questo re mentovate da Liutprando, con dirne una sola. Comunque sia, in quest'anno è certa la discesa d'esso Lodovico in Italia; e questa la credo io la prima sua venuta. Accenna il Sigonio due diplomi [Sigonius, de Regn. Ital., lib. 6.] dati dal re Berengario in Verona IV idus martias, e XIII kalendas novembris dell'anno presente. E due altri dati dal re Lodovico pridie idus octobris in corte Olonna, e pridie kalendas novembris del medesimo anno in Piacenza. Quest'ultimo si legge presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 Append.]. Ho io prodotto altrove [Antiquit. Italic., Dissert. III.] un privilegio da lui conceduto nel febbraio dell'anno seguente a Pietro vescovo di Arezzo, da cui si ricava, che [944] dataglisi la città di Pavia, quivi in una gran dieta de' vescovi, marchesi e conti del regno d'Italia (circa il principio di ottobre dell'anno presente), Venientibus vobis (dice egli) Papiam in sacro palatio, ibique electione, et omnipotentis Dei dispensatione, in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris inferiorisque personae ordinibus facto, ec. Nè perdè egli tempo per andare a Roma, dove gli dovea già essere stata promessa la corona e il titolo d'imperadore. In un altro suo diploma, parimente da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. X, pag. 582.], egli comparisce in Olonna presso a Pavia nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, e conta l'anno primo del regno d'Italia.

Aveva intanto la morte rapito il buon papa Giovanni IX, e in luogo suo era stato sustituito papa Benedetto IV. Prima del dì 31 d'agosto convien credere che seguisse l'elezione e consecrazione di questo pontefice, dacchè abbiamo una sua bolla spedita pel vescovo di Lione Angrino, e data [Labbe, Concil., tom. 9.] II kalendas septembris anno domni Benedicti papae primo, anno II post obitum Landeberti imperatoris Augusti, Indictione III, cioè nell'anno presente. E in quest'anno medesimo credette il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], e credeva anch'io una volta, che Lodovico avesse conseguito in Roma la corona e il titolo imperiale; ma, per le ragioni che addurrò, ciò avvenne solamente nell'anno appresso. Reginone [Rhegino, in Chronico.], o, secondo me, chi fece senz'ordine di cronologia delle giunte alla storia di Reginone, scrive all'anno 897 avvenimenti che debbono appartenere all'anno presente: cioè, che inter Ludovicum et Berengarium in Italia plurimae congressiones fiunt; multa certaminum discrimina sibi succedunt. Novissime Ludovicus Berengarium fugat, Romam ingreditur, ubi a summo pontifice coronatus, imperator appellatur. Altre memorie non ci restano per [945] chiarire, se veramente in quest'anno succedessero tali combattimenti fra Lodovico e Berengario. E qui si osservi che il buon Liutprando non fa menzione alcuna della promozion di Lodovico alla dignità imperiale, ed assai mostra di non averne avuta contezza: il che ci dee rendere cauti a credere tutto quanto fu scritto da lui de' tempi alquanto lontani dall'età sua. Accadde nell'anno presente mutazion di dominio nel principato di Benevento [Anonym. Benevent. apud. Peregr., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. Radelchi ossia Rodelgiso II principe di quella contrada, assai facea conoscere la sua semplicità e debolezza con lasciarsi governare alla cieca da un certo Virialdo, uomo di malignità sopraffina. Costui trattava alla peggio i Beneventani, moltissimi ne cacciò in esilio, e costoro si ricoveravano tutti a Capoa sotto la protezione di Atenolfo conte e signore di quella città. Aveva Atenolfo, siccome personaggio attento a' suoi interessi, fatto dei gran maneggi per ottenere una figliuola di Guaimario I principe di Salerno, in moglie per Landolfo suo figliuolo, ma senza mai poterla spuntare, tuttochè si esibisse di riconoscere lui per suo sovrano, come aveano fatto in addietro i conti di Capoa. A queste nozze sempre si oppose Jota, sorella del fu Guido duca di Spoleti e moglie d'esso Guaimario, la quale per essere ex regali stemmate orta, abborriva d'imparentarsi con chi ella pretendeva suddito suo. Vi si opposero anche i parenti d'esso Atenolfo, banditi e dimoranti in Salerno. Il perchè, stanco di questi rifiuti, fece Atenolfo pace con Atanasio II, vescovo e duca di Napoli, ed accasò il figliuolo Landolfo con Gemma figliuola d'esso Atanasio. Intanto i fuorusciti beneventani andavano stuzzicando e animando Atenolfo ad occupar la città e il principato di Benevento, e menarono così accortamente questo trattato, che una notte rotte le serrature di quella città, v'introdussero Atenolfo; e dopo aver preso Radelgiso, [946] concordemente col popolo proclamarono principe esso Atenolfo, il quale con umili maniere e molti doni seppe ben cattivarsi in breve l'amore di que' cittadini. L'Ughelli, seguitando la scorta di alcuni storici napoletani, mette la morte del suddetto Atanasio II, vescovo di poco gloriosa memoria, ed anche duca di Napoli, nell'anno 895. Ma probabilmente egli visse oltre a quell'anno; e se la di lui figliuola Gemma fosse stata presa per moglie in quest'anno dal figliuolo di Atenolfo (parendo verisimile che suo padre Atanasio fosse allora vivo), converrebbe differir la morte di questo vescovo almen sino all'anno presente. In luogo di lui certo è che Gregorio (nipote suo, se non erro) fu creato duca di Napoli. Da uno strumento riferito dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, Append.] si vede che in quest'anno nel dì 25 di settembre per Indictione quarta domna Ageltruda olim imperatrix augusta fa un cambio con Majone abbate di San Vincenzo del Volturno, acquistando una corte e chiesa posta nel piacentino, e ch'essa continuava ad abitare nel ducato di Spoleti.


   
Anno di Cristo DCCCCI. Indizione IV.
Benedetto IV papa 2.
Lodovico III imperadore 1.
Berengario re d'Italia 14.

Noi diam principio ai secolo decimo dell'era cristiana, secolo di ferro, pieno d'iniquità in Italia per la smoderata corruzion de' costumi non meno ne' secolari, che negli ecclesiastici: motivi a noi di ringraziar Dio, perchè ci abbia riserbati ai tempi presenti, non già esenti dai vizi ed abusi; ma tempi aurei in paragone di quelli. Non come pretesero il cardinal Baronio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri, fu conferita a Lodovico re di Provenza e d'Italia la corona imperiale in Roma dal pontefice Benedetto IV, nell'anno 900, ma bensì nel febbraio dell'anno presente, come avvertì il [947] Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.], e fu confermato dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad eumdem Sigonium.] bibliotecario dell'ambrosiana. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. lib. V, in Episc. Comens.], e più correttamente il padre Tatti, un diploma di questo principe, dato in favore della chiesa di Como a Liutprando vescovo di quella città e suo arcicancelliere, XV kalendas februarii, die, anno Incarnationis Domini DCCCCI, Indictione IV, anno autem Ludovici largissimi (forse gloriosissimi) regis in Italia primo. Actum Baloniae. Si dee scrivere Boloniae. Un altro ne ho io prodotto [Antiquit. Italic., Dissert. XXI.] della donazione della corte di Guastalla fatta da esso re al monistero di San Sisto di Piacenza, dato XIV kalendas februarii anno Incarnationis dominicae DCCCC (quando non si adoperi l'anno fiorentino e veneziano, cosa che a me par difficile, si dee scrivere DCCCCI) Indictione IV, anno primo regnante Hludovico gloriosissimo rege in Italia. Actum Bolonia civitate. Adunque nel dì 14 di gennaio del presente anno era tuttavia Lodovico in Bologna, ed usava il solo titolo di re. Passò dipoi a Roma, dove nel mese di febbraio niuna difficoltà trovò ad essere innalzato al trono imperiale, e coronato da papa Benedetto IV. Mi si rende verisimile che i voti del pontefice e del senato romano concorressero volentieri in questo principe, perchè Berengario per lo scacco matto a lui dato dagli Ungheri avea perduto il credito; e Lodovico all'incontro per l'unione del regno di Provenza con quello d'Italia veniva creduto più possente e più atto dell'altro a sostener questo governo e a difendere gl'Italiani dagli Ungheri e dai Saraceni. Dappoichè Lodovico ebbe conseguita l'imperial dignità, tosto ne esercitò l'autorità in Roma stessa, con alzar ivi tribunale, e decidere le cause di chiunque a lui ricorreva per ottenere giustizia. Così usavano di fare anche gli altri precedenti novelli imperadori. È celebre in [948] questo proposito un giudicato che già il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, Append.] diede alla luce, scritto anno imperii domni Ludovici primo, mense februarii, Indictione quarta, cioè nell'anno presente. Il suo principio è questo Dum domnus Ludovicus serenissimus imperator augustus a regale dignitate Romam ad summum imperialis culminis apicem per sanctissimi ac ter beatissimi summi pontificis et universalis papae domni Benedicti dexteram advenisset; atque cum eodem reverentissimo patre cum sanctissimis romanis seu italicis episcopis, adque regni sui ducibus et comitibus, ceterisque principibus, ec. in palacio, quod est fundatum juxta basilica beatissimi Petri principis Apostolorum, in Laubia magiore ipsius palacii pariter cum eodem summo pontifice, in judicio resedisset, ec. Sicchè ragion vuole che si riferisca al febbraio di quest'anno, la coronazione romana di questo principe in Roma, dove era egli tuttavia nel dì 2 di marzo, come risultata da un suo diploma [Antiq. Ital., Dissert. XIX pag. 49.], da me pubblicato, dove si legge l'anno I dell'imperio. Ch'egli poi si ritrovasse in Pavia sul fine dell'anno apparisce da un altro suo privilegio, in cui concede alla chiesa di Como la badia della Coronata, posta vicina al fiume Adda, quella stessa che fu fondata da Cuniberto re de' Longobardi. Il diploma [Ughell., tom. 5, in Episcop. Comens.] è dato VII idus decembris anno Incarnationis Domini DCCCCI, Indictione IV, anno autem regni Ludovici serenissimi imperatoris in Italia primo. Non può sussistere un diploma che viene accennato dall'Ughelli [Idem, ibidem, in Episcop. Vercellens.] come dato da Berengario Papiae anno DCCCCI, sexto idus julii, Indictione IV, anno ejusdem regis XIII. In quest'anno Berengario non fu padrone di Pavia. L'anno XIII del suo regno correva nell'anno precedente, e a questo si dovrà riferire il diploma con correggere del pari l'indizione, se pur non si tratta di un documento apocrifo. [949] Se la guerra continuasse, o se qualche battaglia si desse fra questo nuovo imperadore e il re Berengario nell'anno presente, non si può raccogliere dalle troppo scarse memorie di que' tempi. Sappiamo che riuscì al primo di cacciar l'altro fuori d'Italia; ma in qual anno preciso questo avvenisse, non ci è permesso di accertarlo. Il cardinal Baronio si trovò alla descrizion di questi tempi sì confuso, che disavvedutamente inciampò in non pochi anacronismi per volersi scostare dal Sigonio, che qui più accuratamente pose al suo sito e distinse gli avvenimenti. Ancorchè, siccome abbiam detto di sopra all'anno 896, a Guaimario I principe di Salerno fosse stata data una buona lezione che dovea umiliarlo, allorchè gli furono cavati gli occhi; pure ritornato alla sua residenza, non cessò mai d'essere superbo e crudele. Tante ne fece, che perduta la pazienza, il popolo si mise a stuzzicare Guaimario II suo figliuolo, già dichiarato nell'anno 893 collega nel principato dal padre, acciocchè egli solo assumesse il governo. Non caddero in terra queste esortazioni. Fu preso con buona maniera il cieco e vecchio Guaimario, e confinato nella chiesa di san Massimo, fondata da lui stesso: con che il figliuolo da lì innanzi signoreggiò solo, e con soddisfazione del popolo tutto. Però dai Salernitani il primo vien chiamato Guaimarius malae memoriae, e il secondo bonae memoriae. Abbiamo dalla Cronica arabica cantabrigense [Chronicon. Arab. P. I, tom. 2 Rer. Ital.] che Abul-abbas generale dei Saraceni in Sicilia cepit Panormum, et caedes magna fuit die octavo mensis septembris. Ma lascia di dir questo autore, se Palermo fosse allora in mano di qualche ribello del re moro, oppur de' cristiani greci, i quali nondimeno non ci resta vestigio che ricuperassero quella città, da che fu per la prima volta loro tolta dai Saraceni. In quest'anno ancora Atenolfo, principe di Benevento e signore di Capoa, [950] prese per suo collega nel principato [Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] Landolfo suo figliuolo. Era in questi tempi conte del palazzo e conte di Milano Sigifredo, siccome apparisce da un suo placito [Antiq. Ital., Dissert. XII, pag. 717.] tenuto in Milano nella corte del duca. Secondochè ho io dimostrato altrove [Ibidem. Dissertat. VII.], nella corte dei re longobardi la principal dignità dopo la regale veniva considerata quella del conte del palazzo, appellato anche sacro palazzo, perchè a lui in ultima istanza si riferivano tutte le cause del regno, stendendosi perciò la di lui autorità anche nelle città delle marche del Friuli, della Toscana e di Spoleti, ma non già al ducato di Benevento.


   
Anno di Cristo DCCCCII. Indizione V.
Benedetto IV papa 3.
Lodovico III imperadore 2.
Berengario re d'Italia 15.

Da un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XXI.] esistente nell'archivio de' canonici di Reggio abbiamo che nel dì 12 di febbraio di quest'anno Lodovico imperadore soggiornava in Pavia. Le note son queste: Dat. II idus februarii, anno Domini DCCCCII, Indictione V, anno primo imperante domno Hludovico in Italia. Actum Papiae. Di qui ancora apparisce che la coronazione romana di questo imperadore dovette succedere dopo il dì 12 di febbraio dell'anno precedente. Anche il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] ne cita un altro d'esso Lodovico, dato IV idus maii, anno regni sui in Italia secundo, Christi DCCCCII, ma senza far menzione dell'anno dell'imperio. E nell'archivio archiepiscopale di Lucca vi ha uno strumento scritto IV kalendas junii, anno II imperii Ludovici, Indictione V. Non si può giugnere a conoscere in quale degli anni, dappoichè Lodovico re di Provenza si impadronì del regno d'Italia, riuscisse a lui di cacciar Berengario fuori non solo [951] di Verona, ma anche di tutta l'Italia. Crede il Sigonio che ciò avvenisse nel precedente anno. Comunque sia, pare indubitata cosa che Berengario ne fu cacciato; ed egli ritiratosi in Baviera presso il giovane Lodovico re di Germania, stette quivi ad aspettar qualche favorevole vicenda del mondo, per riacquistare il perduto regno. Se vogliam riposare sulla opinione del Sigonio, seguitata e fiancheggiata dal padre Pagi, dal Leibnizio, dall'Eccardo e da altri, in questo medesimo anno Berengario la ricuperò, e seguì la tragedia di Lodovico III imperadore suddetto, descritta dal poeta panegirista di Berengario [Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 4.], da Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.], Reginone [Rhegino, in Chronico.] ed altri antichi storici. Racconta Liutprando, che dopo aver Lodovico conquistata l'Italia, e visitate varie sue Provincie, gli venne voglia di vedere anche la Toscana. A questo fine da Pavia passò a Lucca, dove con impareggiabil magnificenza fu accolto da Adalberto II duca e marchese di quella provincia. Restò ammirato esso imperadore al trovar quivi tante truppe, tutte ben in ordine, e nella corte d'esso Adalberto una sì gran suntuosità e proprietà, e le immense spese fatte da quel ricchissimo principe per onorarlo. Gli scappò pertanto detto in confidenza ai suoi domestici: Questo Adalberto s'avrebbe da chiamare piuttosto re che marchese, perchè in nulla è da meno di me, fuorchè nel nome. Riportato questo motto al duca Adalberto e a Berta sua moglie, donna accortissima, trovarono essi sotto queste parole nascoso il tarlo d'invidia; e però Berta da lì innanzi alienò da Lodovico l'animo del marito e degli altri principi d'Italia. Passò dalla Toscana a Verona l'imperador Lodovico, e quivi si mise a dimorar con tutta pace, avendo probabilmente licenziata parte dei suoi soldati, o messili a quartiere per la campagna. Scrive il panegirista di Berengario, aver esso Lodovico [952] sottomessa Verona colle città circonvicine, perchè Berengario malconcio per una molesta quartana non potè fargli resistenza. E che andato Lodovico a quella città, ricompensò i suoi soldati con donar loro una gran quantità di poderi, togliendoli forse ai cittadini. Senza timore dipoi quivi se ne stava, perchè era venuta nuova, forse apposta fatta disseminare dallo stesso Berengario, che l'emulo Berengario era sloggiato dal mondo.

Nil veritus: metuenda nimis quia sustulit ipsum

Fama Berengarium lethi discrimina passum.

Ma non era morto nè dormiva Berengario. Ben informato egli dello stato delle cose da que' cittadini che tenevano per lui, e specialmente da Adelardo vescovo della città, che l'esortò a venire, per testimonianza di Reginone: prima ben concertato l'affare, una notte giunto con grossa brigata d'armati alle mura di Verona, vi fu introdotto, e sul far del giorno diede all'armi. Lodovico se ne fuggì in una chiesa. Scoperto e preso, fu presentato a Berengario, che forte il rimproverò per la mancata fede, e per aver rotto il giuramento di non ritornare in Italia; e, ciò non ostante, dopo avergli fatto cavar gli occhi, perdonò la vita allo spergiuro avversario, e lasciollo anche ritornar liberamente in Provenza. Nel panegirico di Berengario probabilmente l'adulazione fece dire a quel poeta, che contro la volontà di Berengario i suoi partigiani tolsero la vista a Lodovico. Giovanni Bracacurta, che forse avea per tradimento ceduta Verona a Lodovico, colto in una torre, restò tagliato a pezzi. I soldati provenzali, all'avviso di questa disavventura, tutti se n'andarono chi qua chi là dispersi, e Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario, diede loro addosso nel voler passare l'Alpi.

Dopo questo fortunato colpo non fu difficile al re Berengario di ricuperare il regno d'Italia, al quale si può ben senza fatica credere che l'orbo Lodovico imperadore [953] fu obbligato di rinunziare, se volle la libertà di ritornarsene oltramonti. Che poi nell'anno presente avvenisse colla caduta del nemico principe il risorgimento del re Berengario, sembra che non s'abbia a dubitarne. Nell'archivio del capitolo di Modena tuttavia si conserva un diploma originale d'esso Berengario, già pubblicato dal Sillingardi, e poi dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.], dato interventu Hegilulfi episcopi a Gotifredo vescovo di Modena, VII Idus Augusti anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis decimo quinto per Indictionem V. Actum civitate Papiae. Ho io inoltre pubblicato [Antiquit. Ital., Dissertat. XIV.] un altro suo diploma, dato in favore di Pietro vescovo di Reggio, XVI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XV, Indictione V. Actum palatio ticinensi, quod est caput regni nostri. Sicchè dee mettersi per cosa certa che riuscì nel mese di luglio al re Berengario di ricuperare il regno, e di far mutar paese all'Augusto Lodovico. Vedremo, andando innanzi, altre pruove concorrenti a persuaderci la sussistenza di questa opinione, e che si vede autenticata ancora da Leone Ostiense là dove scrive [Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.]: Ludovicus Bosonis regis provinciae filius regnavit annis tribus: cioè preso il principio del suo regno dalla elezione, siccome dicemmo, seguita in Pavia l'anno 900. Contuttociò insorgono tali difficoltà, non già intorno alla depression di Lodovico, ma sì bene intorno all'acciecamento suo, che, secondo me, convien credere molto più tardi balzato affatto dal trono d'Italia, e insieme privato degli occhi esso Lodovico. Queste le ho già esposte altrove [Antiquit. Italic., Dissert. XIV.], e le addurrò anche nel progresso di questi racconti. Altro, per quanto a me sembra, non accadde in [954] quest'anno, se non che prevalse la fortuna di Berengario, aiutato da Adalberto duca di Toscana: laonde l'Augusto Lodovico fu obbligato a ritirarsi in Provenza con giuramento di più non tornare in Italia. Abbiamo poi da Lupo Protospata [Protospata, in Chronico., tom. 5, Rer. Ital.], che nell'anno presente Ibrahim re de' Saraceni africani venne a Cosenza nella Calabria, e vi morì colpito da un fulmine. Altra Cronica arabica [Chronicon Arabic. Ismaelis Abulfeda.] mette la sua morte per disenteria nell'anno presente, o pur nel seguente, e la dice succeduta in Sicilia.


   
Anno di Cristo DCCCCIII. Indizione VI.
Leone V papa 1.
Cristoforo papa 1.
Lodovico III imperadore 3.
Berengario re d'Italia 16.

Seguì nell'anno presente la fondazione del monistero di S. Savino, fatta in Piacenza da Everardo vescovo di quella città. Dice questo vescovo nello strumento [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.] che la chiesa di questo santo era dianzi fuori di Piacenza, e ch'egli pensava di quivi fabbricare un monistero di Benedettini: Haec itaque vota dum ferventi amore cuperemus explere (heu proh dolor!) supervenit misera horridaque gens infelicium paganorum, qui hostili gladio corpora trucidantes, igneque furoris ecclesias Dei cremantes, concremaverunt pariter praefatam beati Savini ecclesiam. Aggiugne, cioè che per timore che i pagani suddetti, gli Ungheri, non tornassero un'altra volta ad infierire contra di quel sacro luogo, avea fabbricata entro la città la chiesa e il monistero di S. Savino: notizie tutte che ci fan conoscere seguita la prima funestissima irruzione degli Ungheri in Italia nell'anno 899, o nel 900. Lo strumento è scritto Regnante domno Berengario gratia Dei rege anno regni ejus in Dei nomine sextodecimo, III kalendas aprilis., Indict. VI. Actum Placentiae. [955] Per conseguente vegniamo ad intendere che il re Berengario nel fine di marzo dell'anno presente signoreggiava in Piacenza, ed era già stato da lui abbattuto e cacciato fuor d'Italia Lodovico III imperadore. Anche il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] e Cosimo della Rena [Rena, Serie de' duchi di Toscana.] osservarono che nell'anno 903 e 904 sono segnati gli strumenti di Lucca coll'anno XVI e XVII del re Berengario; e però veggiamo confermata la medesima verità. Abbiamo inoltre due privilegii conceduti dallo stesso re Berengario all'insigne monistero di Bobbio, e già dati alla luce dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.]. Il primo fu scritto III idus septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCIII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVI, Indictione VII, Actum apud ecclesiam sancti Petri corte nostra Fulcia. L'altro fu dato XII kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCIII, regni domni Berengarii XVI. Actum in Papia civitate palatio ticinensi. Però non pare che resti dubbio intorno all'essere stato in questi tempi signore di Pavia e del regno d'Italia il re Berengario ad esclusione di Lodovico III imperadore, soprannominato dai susseguenti scrittori l'Orbo, per distinguerlo dagli altri Augusti di questo nome. Finalmente ho io pubblicato un bellissimo placito [Antiq. Ital., Dissert. VII.] tenuto in Piacenza anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, XV, mense januario, Indictione sexta, da Sigefredo conte del sacro palazzo. Che quivi allora si trovasse anche il re Berengario, si ricava dal principio del placito: Dum in Dei nomine civitate Placentia ad monasterium sanctae Resurrectionis Jesu Christi domnus gloriossimus Berengarius rex praeerat. Da questo documento ancora apprendiamo che Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore e della regina Angelberga, e madre di Lodovico re di Provenza ed imperadore vivente, s'era fatta [956] monaca in san Sisto di Piacenza, ed era allora badessa di quel monistero.

Venne a morte nell'anno presente Benedetto IV papa. Se non fosse Frodoardo che ci ha lasciato qualche memoria de' romani pontefici di questo disgraziato secolo, noi non sapremmo le rare doti e virtù di un tale papa. Merita d'essere riferito ancor qui l'elogio ch'egli ne fa con dire [Frodoardus, de Roman. Pont., P. II, tom. 2, Rer. Ital.]:

Tum sacra consurgunt Benedicti regmina quarti

Pontificis magni, merito qui nomine tali

Enituit, cunctis ut dapsilis atque benignus.

Huic generis necnon pietatis splendor opimus

Ornat opus cunctum. Meditatur jussa Tonantis.

Praetulit hic generale bonum lucro speciali.

Despectas viduas, inopes vacuosque patronis,

Assidua ut natos propria bonitate fovebat,

Mercatusque polum, indignis sua cuncta refudit.

Gli succedette nella cattedra di san Pietro Leone V, ma non durò neppur due mesi il suo pontificato. Secondochè s'ha da Vicenzo Belluacense, da Martino Polacco, da Tolomeo da Lucca, dal Platina e da altri, Crisoforo suo prete o cappellano il cacciò in prigione, ed occupò egli la sedia apostolica. Fa il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad annum 900.] un giusto lamento sopra l'infelice ed obbrobrioso secolo, di cui ora andiamo parlando, con attribuire specialmente la sorgente di tanti disordini e mostri, che si videro sul trono di Pietro, alla prepotenza de' principi secolari, che vollero mischiarsi nell'elezione de' romani pontefici, concludendo in fine: Nihil penitus Ecclesiae romanae contingere posse funestius, tetrius nihil atque lugubrius, quam si principes saeculares in romanorum pontificum electionem munus immittant. L'osservazione del saggio e zelante porporato è bella e buona, e noi dobbiam desiderar che sempre duri la libertà ben regolata e da tanti secoli introdotta nel sacro collegio de' cardinali di eleggere il romano pontefice. Ma qui è fuor di sito l'epifonema dello zelante Annalista; [957] perchè i malanni della sedia apostolica in questi tempi vennero dai Romani stessi, e non dai principi secolari. Per lo contrario in que' secoli, ne' quali il clero e il senato, i militi, cioè i nobili, e il popolo romano aveano tutti mano nell'elezione del sommo pontefice, nascevano bene spesso contese e scismi, non fu già creduto un abbominevol ripiego che i buoni imperadori adoperassero il loro consenso per frenare in questa guisa le gare, le fazioni e le prepotenze degli elettori. Abbiam veduto che il buon papa Giovanni IX conobbe canonico e necessario questo freno. Abbiamo anche veduto tanti buoni ed ottimi papi eletti in addietro; nè si può dire che nuocesse alla santa Sede l'esservi intervenuto il consentimento degli Augusti. Anzi allorchè non vi furono imperadori o non ebbero essi alcuna parte nell'elezion de' nuovi pontefici, e Roma si trovò piena di mali umori, allora succederono i disordini più grandi, come si può conoscere consultando la storia della Chiesa. Lodiamo dunque i principi buoni e i tempi presenti, e biasimiamo i principi cattivi di tutti i tempi; e rendiamo grazie a Dio che da tanti anni in qua camminano di sì buon concerto le elezioni de' romani pontefici, e questi buoni, e questi di edificazione, e non più di scandolo al popolo di Dio, senza che vi sia bisogno di freno ai disordini per mezzo della potenza secolare. Se Roma avesse allora avuto in Italia un imperadore, non sarebbe succeduta la deforme scena di Cristoforo, che illegittimamente si assise sulla cattedra pontificia, piuttosto tiranno che vero pontefice. Riferisce il Dachery [Dachery, Spicileg., tom. 6.] una bolla di questo papa Cristoforo, scritta nel fine dell'anno presente in favore della badia di Corbeia, Indictione VII, septimo kalendas januarii, imperante domno nostro piissimo Augusto Lodovico a Deo coronato imperatore sanctissimo. Si osservi questo nominar tuttavia imperadore Lodovico III, il quale pur vien creduto, [958] siccome abbiam detto, che accecato fosse spinto fuori d'Italia.


   
Anno di Cristo DCCCCIV. Indizione VII.
Sergio III papa 1.
Lodovico III imperadore 4.
Berengario re d'Italia 17.

Da un privilegio conceduto al monistero di San Vittore di Marsiglia, e pubblicato dai padri Martene [Martene, Veter. Scriptur., tom. I.] e Durand, noi impariamo che Lodovico imperadore soggiornava in Arles in Provenza nel dì 21 di marzo dell'anno presente, essendo dato quel diploma XI kalendas maii, anno Domini DCCCCIV, Indictione septima, anno quarto, imperante domno nostro Illudovico. Actum Arelate. All'incontro noi troviamo in Verona il re Berengario nel dì 4 d'aprile di questo medesimo anno, ciò costando da un suo diploma originale da me veduto nell'insigne monistero di san Zenone di quella città, e pubblicato con queste note [Antiquit. Ital., Dissert. XIV.]: Data pridie nonas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCIV, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVII, Indictione VII. Actum Veronae. Ne abbiamo un altro già dato alla luce dal Sillingardi e poi dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.], cioè un privilegio conceduto a Gotifredo vescovo di Modena, dato VIII kalendas julias, anno Incarnationis Domini DCCCCIV, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XVII. Actum urbe ticinensi. Così sta nel suo originale. Un altro ancora spedito XVIII kalendas julii di quest'anno, Actum villa Itazani, si legge nell'archivio de' canonici di Modena. Perciò possiam conietturare che la pace per quest'anno continuasse in Italia, nè fosse turbato il re Berengario nel possesso dell'italico regno. Egregiamente già ha provato il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.] che nel presente anno fu [959] cacciato dal trono pontificio l'usurpato re Cristoforo, e in suo luogo eletto e consecrato Sergio prete, cioè quel medesimo che dianzi nell'anno 898 vedemmo eletto papa in concorrenza di papa Giovanni IX. Ebbe più polso in esso anno 898 la fazione opposta; laonde egli senza poter giugnere alla consecrazione, fu necessitato a mutar cielo e a fuggirsene in Toscana, dove stette nascoso per sette anni. Bisogna qui ascoltar Frodoardo, scrittore di questi tempi [Frodoardus, de Roman. Pontificib., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], che ne parla nella seguente maniera:

Sergius inde redit, dudum. qui lectus ad arcem

Culminis, exsilio tulerat rapiente repulsam.

Quo profugus latuit septem volventibus annis.

Hinc populi remeans precibus, sacratur honore

Pridem adsignato. quo nomine tertius exit

Antistes, Petri eximia quo sede recepto

Praesule, gaudet ovans annis septem amplius orbis.

Sicchè non è vero ciò che scrisse Liutprando istorico dell'elezion di Sergio nell'anno 891, nè che a lui prevalesse quella occasione papa Formoso. Ciò avvenne, come ho detto, solamente all'anno 898; e però convien ripetere che Liutprando, a cui per altro siam tanto obbligati per la storia d'Italia di questo secolo, non può negarsi che non l'abbia molto imbrogliata ne' fatti accaduti, prima ch'egli nascesse, perchè li scrisse solamente per altrui relazione. L'han seguitato alla cieca i susseguenti storici, perchè negli affari d'Italia non aveano di meglio da poter consultare. Si scatena qui contra Sergio il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 908.] con parlarne all'anno 908, sino al quale egli differisce l'ingresso del medesimo Sergio nel papato, con dargli i titoli di nefandus, quem audisti in Formosum papam ita saevisse. Potens iste armis Marchionis Tusciae Adalberti, homo vitiorum omnium servus facinorosissimus omnium, quae intentata reliquit? Invasit iste sedem Christophori. Ab omnibus non [960] legitimus pontifex, sed conclamatur invasor. Se il porporato Annalista avesse potuto vedere a' suoi di ciò che di Sergio scrive Frodoardo, oltre ad altre memorie venute dopo di lui alla luce, avrebbe insegnato alla sua penna maggior moderazione contra di questo pontefice. Certo non fu egli esente da' vizii, ma non giunse mai agli eccessi che qui gli vengono attribuiti. Fidossi qui troppo il cardinale di Sigeberto, come anche prima avea fatto il Platina. Ma Sigeberto forte s'ingannò con addossare a Sergio l'iniquissimo procedere di papa Stefano VI contra del cadavero e delle ordinazioni di papa Formoso. Nè sussiste che Sergio colla potenza dell'armi di Adalberto duca di Toscana usurpasse la sedia pontificia. Fu egli richiamato a Roma precibus populi romani, e affin di deporre Cristoforo, cioè un ingiusto occupatore del pontificato. Certo è finalmente che Sergio fu riguardato da tutta la Chiesa di Dio come vero e legittimo pontefice, e non già come usurpatore della sedia di s. Pietro. Vedremo a suo luogo l'epitaffio di questo papa che va d'accordo coll'asserzione di Frodoardo. Per testimonianza dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.], il deposto Cristoforo si fece monaco, ed ebbe tempo da far penitenza dei falli della sua ambizione. Secondo i conti di Camillo Pellegrino e del padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin. lib. 41, num. 25.], il nobilissimo monistero di Monte Casino, circa ventidue anni prima smantellato dai Saraceni, in quest'anno per cura di Leone abbate si cominciò a rifabbricare, affinchè vi tornassero ad abitare i monaci, i quali dopo la rovina di quel sacro luogo aveano eletto il loro soggiorno in Teano. Potrebbesi credere che sul fine di quest'anno ritornasse in Italia con grandi forze l'imperador Lodovico III, quando fosse stato esattamente copiato dal Campi il decreto dell'elezione di Guido vescovo di Piacenza [Campi, Istor. di Piacenza tom. 1, Append.], fatta dopo la [961] morte di Everardo, con queste note: Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCIV, Indictione VIII, imperante domno Hludovico serenissimo imperatore anno quinto. Ma di ciò parleremo all'anno seguente, siccome ancora di Guido parlerà la storia andando innanzi. Basti per ora osservare che essendo qui nominato Lodovico Augusto, si comprende ch'egli, e non già il re Berengario, signoreggiava allora in Piacenza. Ciò servirà di lume per quello che verremo dicendo all'anno seguente.


   
Anno di Cristo DCCCCV. Indizione VIII.
Sergio III papa 2.
Lodovico III imperadore 5.
Berengario re d'Italia 18.

Sul fine dell'anno precedente, siccome ho detto, dovette succedere la seconda venuta in Italia di Lodovico III Augusto, non già orbo, ma tuttavia guernito d'un paio d'occhi sani e veggenti. E in quest'anno poi crebbe la sua felicità, ma che andò a terminare in una grave miseria, con essere avvenuto tutto quel che abbiamo narrato di sopra all'anno 902. Era dalla sua Adalberto II duca di Toscana; avea questi tratto nel suo partito varii altri principi d'Italia; in guisa che essendo venuto Lodovico con grandi forze, e mancando al re Berengario quelle dei principi suoi vassalli, fu astretto a dar luogo a questa prepotente tempesta, con perdere non solo Pavia e Milano, ma anche Verona, e con doversi ritirare in esilio fuori d'Italia. Si trovava egli [Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.] VII kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCV. domni vero Berengarii invictissimi regis XVIII Indictione VIII, in valle Pruviniano juxta plebem sancti Floriani. Dove sia questa valle, altri più pratico di me lo dirà. S'aggiunse, secondo il panegirista di Berengario [Anonym., Paneg. Bereng., in lib. 4.], che un'indiscreta quartana rendè esso Berengario inabile alla difesa e ad [962] accudire al bisogno sì pressante de' proprii affari. Dacchè egli si fu messo in salvo, Lodovico si portò a Verona, dove prestando fede, alla voce o accidentalmente corsa o maliziosamente sparsa, che Berengario fosse morto, se ne stava senza buone guardie e senza sospetto, quasi che fosse oramai terminata ogni disputa del regno. Questa sua trascuratezza animò Berengario e la sua fazione ad entrare furtivamente di notte in Verona, dove colto lo sconsigliato Lodovico, gli fece dipoi buon mercato con solamente privarlo degli occhi. Che in quest'anno, e non già nell'anno 902, accadesse la di lui venuta e rovina, ecco le ragioni che ce lo han da persuadere, da me dedotte prima d'ora nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. XIV.]. Siccome poco fa avvertii, abbiamo presso il Campi la carta dell'elezion di Guido vescovo di Piacenza, fatta da quel clero e popolo, e scritta [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCIIII, Indictione octava imperante domno Hludovico serenissimo imperatore anno V. Probabilmente il Campi non ha con assai attenzione copiata quella carta, e in vece dell'anno presente DCCCCV, ha letto DCCCCIV, essendo certo che l'anno quinto di Lodovico Augusto appartiene a quest'anno. Fors'anche ha trascurato il mese, che non si suole ommettere, e che avrebbe dato a noi maggior lume per conoscere meglio il tempo di questa elezione. Ma ne abbiam tanto, che non si può fallare in riferendola al fine dell'anno precedente, in cui correva l'Indizione ottava, oppure all'anno presente. Cominciamo dunque a conoscere che in Piacenza v'era riconosciuto per padrone non già Berengario, come vedemmo all'anno 903, ma bensì Lodovico III imperadore. Ho io poi prodotto [Antiq. Ital., Dissertat. XIV.] due atti di Andrea arcivescovo di Milano. L'uno informe e senza sottoscrizioni, fatto anno Incarnationis Domini [963] nongentesimo nonagesimo sexto, pontificatus vero suprataxati domni Andreae archiepiscopi sexto, mense julio, Indictione octava. Ma senza fallo si dee scrivere nongentesimo quinto, perchè in questo correva l'anno sesto di esso Andrea, eletto arcivescovo nell'anno 900, e nel luglio di questo medesimo anno correva l'indizione ottava. Più corretto è l'altro consistente in un placito tenuto dal medesimo arcivescovo in Belano sul lago di Como, e da Ragifredo giudice del sacro palazzo, amendue missi domni imperatoris, e scritto anno imperii domni Hludovici imperatoris quinto, mense julio, Indictione octava. E che nel dì 4 di giugno del presente anno esso Lodovico imperadore si trovasse in Pavia, lo raccolgo da un suo privilegio, sottoscritto da Arnolfo notaio ad vicem Liutuardi episcopi (di Como) et archicancellarii. Datum pridie nonas junias, anno Incarnationis dominicae DCCCCV, Indictione VIII, anno V, imperante domno Hludovico glorioso imperatore in Italiam. Actum Papiae.

Però giusto fondamento a noi si porge per credere finalmente che in questo anno ritornato per la seconda volta l'Augusto Lodovico in Italia, niun caso facendo del giuramento verisimilmente prestato a Berengario nell'anno 902, allorchè fu costretto a ritornarsene in Provenza, riconquistasse Pavia, Milano e Piacenza, o, per dir meglio, tutta la Lombardia, e cacciasse ancor fuor di Verona il re Berengario allora infermo. Secondo i documenti originali da me veduti e dati alla luce, si truova Berengario nell'ultimo dì di luglio e nel primo di agosto del presente anno in Tulles, corte posta sul lago di Garda, dove a petizione di Bertila regina e moglie, e di Ardengo vescovo di Brescia ed arcicancelliere, concedette alcuni beni a certi suoi famigliari. Il primo è scritto II kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCV, regni domni Berengarii piissimi regis XVII (si dee scrivere XVIII), Indictione octava. Actum Tulles. Il secondo fu dato kalendis [964] augusti con altre simili note, e coll'anno XVIII del regno di Berengario. Trovossi egli inoltre nel dì V d'agosto in Peschiera sullo stesso lago, dove fece un dono al monistero di san Zenone di Verona [Antiq. Ital., Dissert. XLI.], III nonas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCV, domni vero Berengarii piissimi regis XIX (va scritto con una unità di meno XVIIII), Indictione octava, Reginone scrive [Rhegino in Chron.] che in mense augusto haec mutatio regni facta est. Ma Galvano Fiamma [Flamma, in Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.] notò che Berengario XII kalendas augusti entrò di notte in Verona, e colse nella rete l'incauto suo avversario. E così appunto avvenne, ciò risultando dal suddetto diploma dato da Berengario in Peschiera, dove egli dice: Omnium noverit solertia, Johannem quemdam, qui alio nomine Braccacurta vocitabatur, nostrae olim fidelitati offensum, in qua etiam perdurans comprehensus est, et mulctatus, cujus res omnisque substantia legali judicio nostrae fuit ditioni subjecta, ec. Per buona ventura il panegirista di Berengario [Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.] ci ha conservata questa medesima notizia, chiaramente comprovante che nel tempo appunto del ricuperamento di Verona, e dell'acciecamento di Lodovico Augusto, questo Giovanni Braca-corta infedele fu preso in una torre, e tagliato a pezzi. Ecco le sue parole:

Tu ponens etiam Curtum-Femorale Johannes,

Alta tenens turris, si forte resumere vitam

Sis potis: hinc traheris tamen ad discrimina mortis,

Et miser in patria nudos truncaris arena.

Sicchè oramai tocchiam con mano, in vigore delle addotte pruove, che appartiene al presente anno la seconda comparsa in Italia d'esso Lodovico, e la felicità delle sue armi, la quale poi andò a terminare in una sonora disavventura, per cui gli convenne tornar senza occhi [965] in Provenza. Anche l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Rer. Ital.], Mariano Scoto [Marian. Scottus, in Chronico.] ed Ottone Frisingense [Otto Frisingensis, in Chronico.] riferiscono all'anno 905 la scena suddetta; e però non si dee questa rimuovere dall'anno presente. La cronologia di Sigeberto è affatto difettosa in questi tempi, massimamente per le cose d'Italia. Giugne [Sigebertus, in Chronico.] egli a differir la disgrazia suddetta di Lodovico sino all'anno 915. È stato di parere il padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 51.] che Grimaldo ossia Grimoaldo marchese, nominato in alcuni diplomi di Berengario da me dati alla luce, governasse in questi tempi la marca del Friuli, appellata anche veronense, perchè Berengario, prima d'essere re, nella nobil città di Verona avea fissata la sua residenza.


   
Anno di Cristo DCCCCVI. Indizione IX.
Sergio III papa 3.
Lodovico III imperadore 6.
Berengario re d'Italia 19.

Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo scrive [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e [966] diedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di Venezia. Ma Pietro doge, facendosi loro incontro coll'armata navale, li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo, ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata [Rer. Ital., P. II, tom. 2.], e scritta da un autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che questa inumana gente ex horrendo Scytharum genere originem ducens, cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in Italia, Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos, Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur. Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat, amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat. Questi erano i flagelli della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuani [967] e Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.

S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto Liutprando, dalla Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital.] e da altre antiche storie. Racconta esso Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 1.], che alcuni anni prima di questo venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati dalla tempesta, approdarono ad una villa posta in Italicorum, Provincialumque confinio, chiamato Frassineto. Questo luogo il mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti [Beretti, Dissert. Chorogr., tom. 10 Rer. Italic.] lo crede situato fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra, e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia. Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel Monferrato, ed in quest'anno [968] passarono fino alla Novalesa sopra Torino, con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero. Presentita la lor venuta, Donniverto abbate co' suoi monaci e col tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital., p. 731.], hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant, tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est.


   
Anno di Cristo DCCCCVII. Indizione X.
Sergio III papa 4.
Lodovico III imperadore 7.
Berengario re d'Italia 20.

Seguito io a notar gli anni di Lodovico III imperadore, quasichè quell'orbo principe continuasse a tener qualche dominio in questi parti. Ma dappoichè la mala fortuna il colse in Verona, la verità è, che di lui non si fece più conto alcuno in Italia, e cessò di comparire il suo nome negli atti pubblici. Ritenne egli nondimeno il titolo d'imperadore nella sua Provenza, finchè visse, ma senza giurisdizione alcuna in Roma, e molto meno nel regno d'Italia. Probabil cosa è che in quest'anno a papa Sergio III ruscisse di ridurre a perfezione la fabbrica della già caduta patriarcal basilica lateranense. È da stupire come il cardinal Baronio niuna menzione abbia fatto di questa impresa, gloriosa alla memoria d'esso pontefice. Forse il mal animo ch'egli portava contra di Sergio, non glielo lasciò avvertire, ancorchè il Sigonio diligentemente [969] l'avesse notato prima [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.]. Onde poi avesse egli tratta questa notizia, non appariva. Ma avendo il padre Mabillone [Mabill., Append. ad Ord. Rom.] dato alla luce un opuscolo di Giovanni Diacono juniore, ora abbiamo il fonte di una tal verità. Già vedemmo nel concilio di Ravenna, tenuto nell'anno 898, rammemorata la caduta di quell'insigne basilica, per la fabbrica della quale si affaticava papa Giovanni IX. Scrive esso Giovanni Diacono che la medesima andò in rovina a' tempi di Stefano sesto papa, et fuit in ruinis dissipata et comminuta usque ad tempus, quo revocatus est domnus Sergius presbyter et electus de exsilio, et consecratus est Romanorum, tertius praesul. Parole, dalle quali sempre più vegniamo ad intendere, che Sergio non fu un usurpatore del soglio pontificio, come suppone esso cardinal Baronio, i cui Annali, non si può negare, si trovano circa questi tempi confusi e difettosi non men per la cronologia de' papi e degl'imperadori, che per gli falli dall'ora. Seguita a dir quello scrittore: Post ordinationem igitur suam domnus Sergius III papa tristabatur nimium super desolationem, nobilissimi hujus templi. Non enim erat spes neque solatium de restauratione illius. Quumque omnibus esset desperatio de ejus desolatione, et humanum deesset auxilium: ad divinae pietatis conversus juvamen, in qua semper habuit fiduciam, incipiens ab antiquis laborare fundamentis, fine tenus opus hoc consummavt, et decoravit ornamentis aureis et argenteis. Va poi quello storico annoverando ad uno ad uno quegli ornamenti, conchiudendo con queste parole il suo ragionamento: Haec omnia devotus tibi praeparavit, et non cessabit, dum spiritus ejus rexerit artus, praeparare et offerre tibi domnus Sergius papa tertius: il che ci fa conoscere che il suddetto autore vivea e scriveva in questi tempi. Se fosse stata composta e fosse arrivata fino a' dì nostri la vita di papa Sergio, tengo io per fermo che il troveremmo [970] ben diverso da quello che troppo facilmente suppose e pretese il padre degli Annali ecclesiastici.

In questi tempi, secondo le storie germaniche [Continuator Rheginonis et alii.] portarono gli Ungheri la desolazione alla Baviera. Vennero con loro alle mani i Cristiani di quella contrada, ma ne restarono sconfitti, e di loro fu fatta una terribile strage. Dilettavasi non poco circa questi tempi Atenolfo principe beneventano di soggiornare in Capoa, antica patria e dominio suo [Anonymus Salernit., Paralipom., P. I tom. 2 Rer. Ital., p. 296.]. Lasciava egli per governatore di Benevento Pietro vescovo di quella città, come persona, di cui si fidava assaissimo. Una fazion di Beneventani poco contenta del governo di Atenolfo, si servì di questa occasione per tentar l'animo del vescovo, offrendogli il dominio della città e del principato. Non accettò egli l'offerta, ma neppur la sprezzò, e tutto tenne nascosto ad Atenolfo. Ma questi ne fu avvertito dalla fazion d'altri che gli era fedele; e perchè non cessava questa mena, all'improvviso Atenolfo cavalcò a Benevento, imprigionò alcuni de' congiurati, e cacciò in esilio il vescovo che si ritirò a Salerno, dove Guaimario II, principe nemico d'Atenolfo, con onore l'accolse, e da lì innanzi, finchè visse, generosamente il mantenne a tutte sue spese. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 5 in Episcop. Astens.] una bolla di Sergio papa in favore del capitolo de' canonici d'Asti, fondato in questi tempi da Audace vescovo, data in mense majo, Indictione decima, anno, Deo propitio, pontificatus domni Sergii summi pontificis IV, che appunto cade nell'anno presente; il che fa conoscere quanto sbagliasse il cardinal Baronio negli anni di Sergio III. Ma certo dovea dormire l'Ughelli, quando, dopo aver confessato che Audace vescovo d'Asti fu posto in quella cattedra nell'anno 904, vuole con questa bolla correggere Anastasio bibliotecario e il Baronio, i [971] quali mettono la morte di Sergio II papa nell'aprile dell'anno 847, quum ex hoc diplomate constet Sergium II mense majo decimae Indictionis adhuc in vivis fuisse, quasichè Sergio III fosse Sergio II. Abbiam di grandi obbligazioni all'Ughelli, ma sarebbe da desiderare che la sua Italia sacra fosse interamente rifatta da capo a piedi, come in Francia si fa della Gallia sacra de' Sammartani, essendo ben da lodare la ristampa e correzione fattane dal signor Coleti, ma non bastando questa al bisogno.


   
Anno di Cristo DCCCCVIII. Indizione XI.
Sergio III papa 5.
Lodovico III imperadore 8.
Berengario re d'Italia 21.

Cosa vergognosa era che i Saraceni si fossero annidati presso al Garigliano in sito tutto circondato dagli stati di principi cristiani, e pur continuassero a quivi abitar con tanta pace, e senza che alcun li turbasse, anzi con turbar eglino e desolare tutto il vicinato. Abbiamo nulladimeno da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.] che Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, uomo di gran senno, presso a poco circa questi tempi volle tentare, se si fosse potuto snidar di colà quella razza d'iniqui masnadieri. Fatta pertanto lega con Gregorio duca di Napoli, e con gli Amalfitani, popoli allora indipendenti da Napoli, e che si eleggevano anch'essi il loro duca, e contribuendo tutti la lor quota di gente, unì un buon esercito e marciò contra di essi Mori. Formato un ponte di navi vicino al traghetto sopra il fiume Garigliano, e venuto di qua, cominciò la guerra. Ma una notte, mentre i suoi facevano poco buona guardia, uscirono dai lor trinceramenti i Saraceni, e assistiti dai perfidi cittadini di Gaeta diedero addosso al corpo avanzato dei collegati con ucciderne molti, e inseguir gli altri fino al ponte. Quivi fecero [972] testa i Cristiani con tal vigore, che obbligarono il nemico a retrocedere in fretta verso i suoi alloggiamenti. Di più non ne dice Leone Ostiense: segno che dovette sfumare in nulla questo sforzo di Atenolfo. Ma ancor di qui si conosce che i tanti guai recati dagli Africani per tanti anni a quelle contrade d'Italia in buona parte son da attribuire alla poca armonia, anzi discordia di que' popoli e principi cristiani, e, quel che è peggio, alla malvagità d'alcuni; perchè mai non mancò fra essi chi proteggesse ed anche aiutasse quegli assassini, per profittar del guadagno ch'essi facevano colla rovina degl'infelici ed innocenti popoli. Non si sa se in questo anno gli Ungheri facessero scorreria alcuna in Italia. Egli è ben certo, secondo il Continuatore di Reginone, con cui va d'accordo Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron. edition. Canisii.], che costoro devastarono la Sassonia e la Turingia, perchè non passava anno che questa maledetta schiatta non portasse la desolazione a qualche provincia cristiana. In quest'anno ancora, oppure nel seguente, per quanto si ricava dalla Cronica arabica cantabrigense [Chron. Arab., P. II, tom. 1, Rer. Ital.], fu mandato in Sicilia dal re de' Mori d'Africa un nuovo emir, ossia generale di armata, il quale raunato un esercito di Siciliani e di Mori, s'impadronì della città di Taormina nel dì primo d'agosto, giorno di domenica. Ma il dì primo d'agosto nè in quest'anno, nè nel seguente cadde in domenica. Nella Cronica del monistero di Volturno si legge [Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1, Rer. Ital., pag. 415.]: Civitas Rhegium a filio regis Afar capta est. Urbs Taurimenis capta est a Saracenis. Rex vero Africes super Cosentiam residens noctu quodam Dei judicio mortuus est. Non son così corte tali notizie, che non possano darci qualche lume per la storia della Sicilia e della Calabria.

[973]


   
Anno di Cristo DCCCCIX. Indizione XII.
Sergio II papa 6.
Lodovico III imperadore 9.
Berengario re d'Italia 22.

Veggendo Atenolfo principe di Benevento che non bastavano le forze sue a sterminare i Saraceni, divenuti da gran tempo insoffribili per la loro permanenza al Garigliano, giacchè costoro riceveano rinforzi dalla parte del Mediterraneo: al che egli non avea riparo, nè potea far capitale degli aiuti de' Napoletani, i quali navigavano con più bandiere, e molto men de' Gaetani che davano braccio a quella canaglia: si avvisò di ricorrere a Leone il Saggio imperadore d'Oriente, per implorare soccorso da lui. A tal fine intorno a questi tempi spedì a Costantinopoli [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.] il suo primogenito e collega nel principato Landolfo, con rappresentargli tutti i malanni sofferti da' Cristiani in tanti anni addietro per cagion dei Saraceni, e con supplicarlo d'inviare una potente armata per estinguere una volta questo incessante incendio. Ebbe piacere il greco Augusto di sì fatta richiesta, e più di chi la portò; perchè si lusingò che fosse venuto il buon vento di rimettere in vigoria l'antica sovranità degli imperadori greci nel principato di Benevento, che sotto gl'imperadori carolini avea fatto naufragio. Promise tutta l'assistenza a Landolfo, e ordinò che si allestisse un'armata navale per questa spedizione. Nell'anno presente, per attestato degli Annalisti tedeschi [Continuator Rheginensis, Hermannus Contractus, in Chronico. Annalista Saxo.], gli Ungheri sfogarono la lor crudeltà contra dell'Alemagna, ossia della Svevia. Può essere che il re Berengario, adoperando il buon segreto dei regali, tenesse questa mala gente lungi dall'Italia. Tuttavia, se non ci vennero, era continuo il timore che ci venissero. Riccardo Cluniacense [974] nella sua Cronica [Richardus. Cluniacensis, in Chron.] asserisce (quanto a me, io credo senza fondamento) che costoro fere quotannis, quasi ogni anno venivano a visitar l'Italia per radere quello che era restato intatto negli anni precedenti. Comunque sia, i popoli della Lombardia cominciarono da lì innanzi a fortificar le loro città e castella, giacchè, per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 6.], omnia Hungari regni (italici) loca saeviendo percurrunt. Neque erat qui eorum praesentiam, nisi munitissimis forte praestolaretur locis. Altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXVI.] ho io provato che verso questi tempi appunto il re Berengario concedette licenza a Risinda badessa della Posterla in Pavia di fabbricar delle castella nelle tenute del suo monistero, ad Paganorum deprimendas insidias, e insieme pro persecutione et incursione Paganorum. Anche Adalberto vescovo di Bergamo ottenne dal medesimo re di poter fortificare quella città che era minacciata maxima Suevorum Ungarorum incursione. E sotto lo stesso re i canonici di Verona concederono la facoltà di far delle fortificazioni al castello di Cereta pro persecutione Ungarorum. Altri simili esempli ci vengono somministrati dalle memorie rimaste negli archivii.


   
Anno di Cristo DCCCCX. Indizione XIII.
Sergio III papa 7.
Lodovico III imperadore 10.
Berengario re d'Italia 23.

Fra le giunte da me fatte alla Cronica casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2, Rer. Ital.] abbiamo un placito tenuto sotto quest'anno nel mese di novembre in un luogo appellato Corneto da Waldeperto, chiamato vicecomes Alberici marchionis. Per quanto si può scorgere, questo luogo era situato nel distretto di Cività di Penna, che nei tempi d'allora apparteneva alla marca di [975] Camerino, perchè v'intervengono Scabini de Pinne. Veniamo perciò a comprendere chi fosse allora marchese della marca di Camerino, ciò un Alberico. E da tal notizia prendono lume i versi del poeta panegirista di Berengario [Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 2.], il quale fra gli altri che condussero soldatesche in rinforzo di Guido allora re d'Italia contra del re Berengario nell'anno 888, oppure nell'889, annovera ancora Alberico, con dire:

. . . . . . . Pariterque cohors camerina superbit

Munere natorum, subigitque in bella sodales

Mille. Sua virtute, magis sed prole supinus

(Post monstrata fides) centeno milite laetus

Pauper adhuc Albricus abit, jamjamque resultat

Spe Camerina. Utinam dives sine morte sodalis.

Son certamente assai scure queste parole. Potrebbe talun credere che quell'Alberico conte, il quale nell'anno 776 intervenne alla dieta di Pavia, per eleggere o confermare Carlo Calvo re d'Italia, fosse il medesimo che vien qui mentovato dal poeta. Ciò nondimeno è punto assai dubbioso per la troppa distanza dell'età; ma par bene che non resti dubbio, che l'Alberico nominato qui dal poeta suddetto divenisse poi marchese di Camerino. Militava egli nell'anno 888, oppure 889, in favore di Guido contra di Berengario, e già sperava il governo di quella marca:

. . . . Jam jamque resultat

Spe Camerina....

Poscia dovette egli abbracciare il partito di Berengario:

Post monstrata fides....

E in ricompensa fu fatto marchese di Camerino. Prima era povero Signore:

Pauper adhuc Albricus abit.....

Divenne poscia ricco coll'avere ucciso il suo compagno, cioè probabilmente [976] chi era duca di Spoleti, ed aver egli occupato anche quel paese. Non ci dà la storia luce alcuna per poter discifrar questi oscuri fatti. Più scuro ancora è il senso di quelle parole:

Sua virtute, magis sed prole supinus.

Vo io credendo che supinus sia adoperato per significare un arrogante ed altiero. Seneca usò in questo senso il vocabolo supinus. E quando ciò sia, vedremo a suo tempo che un Alberico marchese da Marozia ebbe un figliuolo appellato anch'esso Alberico, il quale divenne poi principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Potrebbe essere che il primo di questi Alberighi fosse il medesimo Alberico marchese di Camerino, da noi veduto nel placito suddetto. Concorre a farcelo sospettare il nome e la dignità ancora. Negli stati della Chiesa romana noi non sappiamo che alcuno de' governatori portasse il titolo di marchese. Era questo solamente in uso nei regni d'Italia, Germania e Francia. Però non mancherebbe probabilità a chi volesse credere che Alberico marchese di Camerino fosse marito di Marozia. E qualora il panegirista di Berengario avesse scritto quel suo poemetto dopo la morte di lui (del che ragionevolmente dubito io, e prima di me dubitò il padre Pagi) potrebbe parere che fosse chiamato da lui Alberico prole supinus, cioè superbo per aver procreato Alberico principe di Roma, e Giovanni XI pontefice romano. Da un diploma da me dato alla luce apparisce che nel dì 27 di luglio [Antiquit. Ital., Dissert. XXII, pag. 245.] il re Berengario si trovava in Pavia, e che tuttavia era vivente la regina Bertila sua moglie, poichè ad istanza sua egli donò una corte ad Anselmo glorioso conte di Verona suo compadre e consigliere. Fu dato il diploma VI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIII, Indictione XIII. Actum in curte Rodingo. Due [977] placiti parimente da me pubblicati [Antiquit. Italic., Dissert. XIX et IV.] cel fanno vedere nel mese di novembre in Cremona. Il principio d'uno è questo: Dum in Dei nomine civitate Cremona, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, ec. Fu scritto quel documento anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo tertio, mense novembri, Indictione quartadecima, cominciata nel settembre. In quest'anno Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, conoscendo per qualche incomodo di sua salute che si avvicinava il tempo di pagare il tributo della natura, ed avendo inviato il maggiore de' suoi figliuoli, cioè Landolfo, alla corte imperiale di Grecia, affinchè, se veniva la morte, altri non s'intrudesse nel principato, dichiarò suo collega coll'assenso del popolo il minore de' suoi figliuoli, cioè Atenolfo II. Ciò si ricava dai diplomi di questi due fratelli, molti dei quali si veggono dati alla luce. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò in fatti Atenolfo I la sua carriera nel mese di aprile di quest'anno, ed ebbe per successori nel principato i suddetti suoi due figliuoli, principi di gran giudizio, perchè attesero per loro conto a smentire il proverbio del rara est concordia fratrum. Diedero in quest'anno [Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chronico et alii.] gli Ungheri una gran rotta all'armata di Lodovico re di Germania; e così la lor fierezza e fortuna si facea largo dappertutto. Seguitava il re Berengario a tenerseli amici, e con ciò difendeva l'Italia.


   
Anno di Cristo DCCCCXI. Indizione XIV.
Anastasio III papa 1.
Lodovico III imperadore 11.
Berengario re d'Italia 24.

Mancò di vita in quest'anno nel mese di maggio Leone il Saggio imperadore dei Greci [Cedrenus, Leo Grammaticus et alii.], e gli succederono nell'imperio Alessandro suo fratello e Costantino [978] Porfirogenito, suo figliuolo di età puerile. Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib 5.] cita uno strumento scritto in Ravenna anno octavo Sergii pontificis, Indictione quartadecima. Perciò il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] fondatamente scrisse che Sergio III papa condusse sua vita fino a qualche mese dell'anno presente. Frodoardo anch'egli, siccome è detto di sopra, attesta [Frodoardus, de Roman. Pont., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che questo pontefice tenne la sedia di san Pietro annis septem amplius. Finalmente il Lambecio [Lambecius, Rer. Hamburg., lib. 1.] pubblicò un'altra bolla del medesimo papa scritta in kalendis junii, anno pontificatus domni Sergii summi pontificis et universalis papae VIII, Indictione XIV. Perciò resta assai accertato il tempo di sua morte. Era in sì mal concetto questo papa presso il cardinal Baronio, che, riferendo esso porporato [Baron., in Annal. Eccles.] il di lui epitaffio, conservato a noi da Pietro Mallio [Petrus Mallius, de Basil. Vatic., in Actis Sanctor., tom. 7.], non vi seppe trovare, benchè scrittore di tanto discernimento, se non Sergio I papa morto nell'anno 701. Ma indubitata cosa è che esso appartiene a questo pontefice, sì per le notizie che contiene, come ancora perchè uniforme a quanto scrisse di lui Frodoardo, siccome abbiam veduto di sopra. L'epitaffio è questo, che a' tempi di Pietro Mallio, cioè nel secolo duodecimo, tuttavia si conservava nella basilica vaticana:

LIMINA QVISQVIS ADIS PETRI METVENDA BEATI,

CERNE PII SERGII EXCVBIASQVE PETRI.

CVLMEN APOSTOLICAE SEDIS IS IVRE PATERNO

ELECTVS TENVIT, VT THEODORVS OBIT.

PELLITVR VRBE PATER. PERVADIT SACRA IOHANNES,

ROMVLEOSQVE GREGES DISSIPAT ISTE LVPVS.

EXVL ERAT PATRIA SEPTEM VOLVENTIBVS ANNIS

POST MVLTIS POPVLI VRBE REDIT PRECIBVS.

SVSCIPITVR PAPA. SACRATA SEDE RECEPTA

GAVDET. AMAT PASTOR AGMINA CVNCTA SIMVL.

HIC INVASORES SANCTORUM FALCE SVBEGIT

ROMANAE ECCLESIAE IVDICIISQVE PATRVM.

[979]

Nel primo pentametro in vece di EXCVBIAS s'ha da leggere EXVVIAS. Nel secondo si accenna Teodoro II papa morto nell'anno 898. Nel terzo esametro l'autore dell'epitaffio parla di Giovanni IX papa. Ma ciò che rendè sì esoso Sergio III al piissimo cardinal Baronio, fu l'essere noto che egli fu scomunicato dal pontefice Giovanni VIII; ma fu poi anche assoluto dai papi successori. Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.] ed altri suoi copiatori il tacciano, perchè infierì contra il cadavero e le ordinazioni di papa Formoso. Abbiam detto ciò essere falsissimo. Nè entrò egli come ladro, ma come pastore a reggere la greggia di Cristo. Quel solo che può giustamente fargli discredito, si è, che Maria soprannominata Marozia, nobilissima patrizia romana, ma anche donna di vita disonesta in questi tempi, se vogliam prestar fede alla mala lingua di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.], ex papa Sergio Johannem, qui post Johannis ravennatis obitum sanctae romanae Ecclesiae obtinuit dignitatem, nefario genuit adulterio. Così lasciò scritto quello storico, ma solo garante di questa indignità, e copiato poi alla cieca dai susseguenti scrittori. Può essere che egli dica il vero. Contuttociò, si potrebbe dimandare se s'abbiano a prendere come verità contanti tutte le laidezze e maldicenze, delle quali è sì vago nella sua storia Liutprando. Prestava egli fede a tutte le pasquinate e a tutti i libelli infamatorii di quei tempi, che neppure allora mancavano.

Durava in Roma una fazione contraria a papa Sergio III, e si può lecitamente sospettare che questa spargesse delle velenose dicerie in aggravio della di lui persona e fama. Son ben persuaso che Marozia desse non poche occasioni di scandalo a Roma, e ne vedremo a suo tempo le pruove; ma a poter asserire con franchezza ch'essa da Sergio procreasse Giovanni, che poi tenne la cattedra di san Pietro, di gran pruove ci vogliono. [980] A buon conto di questo Giovanni XI papa così scrive Leone Marsicano, ossia l'Ostiense, storico del secolo susseguente [Leo Ostiensis, in Chron., lib. I, cap. 61.]: Defuncto Agapito papa secundo, Johannes undecimus natione romanus, Alberici Romanorum consulis filius, illi in pontificatum succedit. Falla l'Ostiense in dire che Giovanni XI succedesse ad Agapito; siccome anche poco accuratamente scrisse Liutprando che Giovanni XI succedette a Giovanni X. Ma in fine Leone Ostiense può a noi servire di testimonio, essere stata la tradizione di Roma che Giovanni XI fosse figliuolo di Alberico console de' Romani e marchese, e non già di Sergio III papa. E Marozia è da credere che fosse moglie del medesimo marchese Alberico. Veggasi anche l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernit., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], scrittore di questo medesimo secolo, il quale notò che papa Giovanni XI fu figliuolo cujusdam Alberici patricii. E se fosse certo, come vuole il padre Pagi all'anno 908, che nella vita di santo Ulderico vescovo di Augusta, in vece di Marino si avesse da leggere Sergio papa, avrebbe esso Sergio avuto il dono della profezia. Ora a Sergio III succedette nel pontificato Anastasio III. Fece in quest'anno [Antiquit. Ital., Dissert. XXII.] Anselmus gratia Dei comes comitatu veronense, et filius bonae memoriae Waldoriensis Francorum genere, nel suo ultimo testamento una donazione di varii beni monasterio sancti Silvestri sito in comitatu motinense, ubi vocabulum est Nonantulas. La carta è scritta regnante domno nostro Berengario rege hic in Italia, anno vicesimo quarto sub die de mense septembris, Indictione XV. Ebbero poco dappoi cura i monaci di far confermar questa sua disposizione dallo stesso re Berengario, che ci scuopre dov'egli allora dimorasse. Fu dato il diploma V kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIV, Indictione quintadecima. [981] Actum Papiae. Tornò probabilmente di quest'anno in Italia Landolfo principe di Benevento e di Capoa, e si diede col minor fratello, cioè con Atenolfo II, a governar saggiamente i suoi popoli. Portò seco da Costantinopoli l'illustre titolo di patrizio: del che si vede che egli si gloriava ne' suoi diplomi. Questo nondimeno dà abbastanza a conoscere aver egli suggettati gli Stati suoi alla sovranità degli imperadori greci, i quali, con compartire lo stesso onore e titolo a Gregorio duca di Napoli e a Giovanni duca di Gaeta, andarono slargando la loro autorità e dominio in quelle parti d'Italia. L'ultimo anno fu questo della vita di Lodovico re di Germania [Marian. Scotus, Hepidannus, Hermannus Contractus et alii.]. Morì in età giovanile, senza aver presa moglie, senza lasciar figliuoli. Concorrevano i voti dei baroni in Ottone duca di Sassonia, che fu avolo di Ottone I Augusto, ma egli, colle scuse della vecchiaia, ricusò questo peso, e consigliò di appoggiarlo a Conrado ossia Corrado duca della Francia orientale, che in fatti fu eletto re. Che questi nudrisse delle pretensioni sopra l'Italia, si può dedurre da quanto lasciò scritto Eccardo con dire [Echeardus, de Cas. Monast. S. Galli, cap. I.]: Hattonem moguntinum (archiepiscopum) in Italiam, jus regium exacturum, tendentem Constantiam devenisse, et rediisse divitem ab Italia ditissimum. Verisimilmente il re Berengario smorzò con dei regali fatti a questo arcivescovo un principio di nuovo incendio. E dipoi Corrado ebbe di pensare alla casa propria per cagion degli Ungheri, che di tanto in tanto portavano le stragi e i saccheggi ora ad una provincia ed ora ad un'altra del regno germanico.

[982]


   
Anno di Cristo DCCCCXII. Indiz. XV.
Anastasio III papa 2.
Lodovico III Imperadore 12.
Berengario re d Italia 25.

Mercè del saggio governo del re Berengario continuò la quiete e pace nel cuor dell'Italia in questi tempi, perchè egli sapeva rendersi benevoli gli allora formidabili Ungheri, trattenendoli dal tornare in Italia. Duravano solamente gli affanni nella Campania per le scorrerie dei Saraceni abitanti presso al fiume Garigliano, e ne' confini del Piemonte e delle circonvicine parti, a cagion degli altri Saraceni spagnuoli che dimoravano in Frassineto. Tornarono in quest'anno gli Ungheri a devastar la Sassonia e Turingia. Ma nella Gallia, dove per tanti anni addietro i Normanni, peste del genere umano, aveano riempiute tutte le occidentali provincie d'incendii, ruberie e morti, finalmente si cominciò a respirare [Gementicens., Hist. lib. 2, cap. 17.] col ripiego preso di cedere a Rollone, capo di que' masnadieri, quel tratto di paese che cominciò ad appellarsi Normandia. A questo s'indusse Carlo il Semplice re della Gallia per le istanze de' suoi baroni. Rollone, con abbracciare la religion cristiana, e ricevere il santo battesimo, in cui gli fu mutato il proprio nome in quello di Roberto, condusse anche il popolo suo a rinunziare agl'idoli, e diede principio ad un insigne ducato in quelle parti. Noi vedremo, nel secolo susseguente, la lor nazione in grand'auge anche in Italia. Mancò di vita nel presente anno Rodolfo I re di Borgogna [Hermannus Contract., in Chron.], e in luogo di lui assunse il governo di quel regno Rodolfo II suo figliuolo. Questo principe ancora si lascierà vedere in Italia da qui a pochi anni, e farà parlar di sè stesso. Possedeva il celebre monistero della Nonantola, secondo l'uso di questi tempi, fra gli altri monisteri da sè dipendenti, uno d'essi situato nel distretto di Trivigi, [983] e fondato da Gherardo conte più di cento anni prima [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Tarvis.]. Nella irruzione degli Ungheri restò affatto distrutto quel sacro luogo, e seppellito nelle rovine il sepolcro de' santi martiri Senesio e Teopompo, i corpi de' quali ivi riposavano. Ebbe premura Pietro abbate nonantolano che questi sacri pegni fossero trasportati a Nonantola; e una tal traslazione fu fatta nell'anno presente, come ha il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.] e il catalogo degli abbati nonantolani da me dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. LXVII.]. Leggesi presso l'Ughelli descritta essa traslazione da un antico scrittore. Fu questo l'ultimo anno della vita di Pietro Tribuno doge di Venezia. Il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] ripruova l'avere alcuni scritto ch'egli fu un principe iniquo e pessimo, e che per gli suoi demeriti fu ucciso dal popolo, sapendosi da autentiche scritture aver fatta lega in lui la benignità colla saviezza, e ch'egli, dopo aver pacificamente governato il suo popolo per ventitrè anni e ventitrè giorni, era di morte naturale mancato. Per elezione del popolo fu sustituito in suo luogo Orso Particiaco, ossia Participazio II, soprannominato Paureta. Inviò questi da lì a poco alla corte di Costantinopoli Pietro suo figliuolo a significare al greco Augusto la promozione sua. Probabilmente era allora imperadore Costantino Porfirogenito fanciullo, perchè in quest'anno morì Alessandro suo zio. Molte finezze, molti regali ricevette il veneto giovine; e ornato ancora del titolo di protospatario se ne tornava tutto contento a casa, quando sui confini della Croazia fraudolentemente si trovò preso da Michele duca di Schiavonia, spogliato di quanto avea, e consegnato a Simeone re dei Bulgari. Se volle Orso doge riavere il figliuolo, fu necessitato a spedire in Bulgaria Domenico arcidiacono di Malamocco, che con grandissimi doni il riscattò, e in benemerito fu dipoi creato [984] vescovo della sua chiesa. Abbiamo dagli storici greci [Curopalata, Simeon Logotheta et alii.] che il suddetto re dei Bulgari in questo medesimo anno con un copioso esercito passò ad assediar Costantinopoli; ma conosciuto che troppo duro era quell'osso, diede orecchio a chi trattò di pace; laonde carico d'oro e di altri regali se ne tornò alle sue contrade. Trovandosi il re Berengario in Pavia, diede facoltà, siccome accennai di sopra, a Resinda badessa del monistero di Posterla di poter fabbricare castelli, cioè fortezze nelle ville e tenute del suo monistero [Antiquit. Ital., Dissert. XXVI, pag. 467 et 469.], cum bertiscis, merulorum propugnaculis, aggeribus, atque fossatis, omnique argumento, ad paganorum deprimendas insidias. Vuol dire per difendersi dalla pessima generazion degli Ungheri pagani. Anche nell'anno precedente avea Berengario accordata una simile facoltà a Pietro vescovo di Reggio, come costa da altro suo diploma. Di qua poi venne che specialmente per la Lombardia più di prima si cominciarono a fabbricar fortezze, rocche, torri e castella ben munite in tal copia, che nel secolo susseguente si mirava in queste contrade, per così dire, una selva di questi luoghi forti; ed ogni signorotto, non che i marchesi, conti ed altri signori potenti, n'era provveduto.


   
Anno di Cristo DCCCCXIII. Indizione I.
Landone papa 1.
Lodovico III imperadore 13.
Berengario re d'Italia 26.

Circa questi tempi succederono delle rivoluzioni in Sicilia. Quivi signoreggiavano da gran tempo i Mori, o vogliam dire i Saraceni africani. Erasi non picciola parte d'essi ribellata al re dell'Africa loro signore, e nell'anno 909, per quanto si raccoglie da una cronica araba [Chronic. Arabicum, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], cacciarono e mandarono in Africa il governatore ivi messo dal re. In [985] quest'anno fecero loro amira, ossia generale, Korhab; laonde per domare costoro fu spedita nell'anno seguente dall'Africa un'armata navale, ma il figliuolo di Korhab uscito all'incontro d'essa coll'armata de' Siciliani, pose la nemica in rotta, e l'incendiò. Tanto son brevi quelle memorie, che solamente a tentone si può dar conto di quegli affari. Credo il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 6.], seguitato in ciò dal padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], che in quest'anno circa la metà di ottobre Anastasio III papa terminasse i suoi giorni. Frodoardo [Frodoardus, de Roman. Pontificib.] scrittore di questi tempi, dopo aver narrata la morte di papa Sergio III, seguita a dire:

. . . . . . . . . Quo rebus ademto

Humanis, in Anastasium Sacra concinit aula.

Tertius hoc praesul renitet qui nomine Romae,

Sedis apostolicae blando moderamine rector,

Sentiat ut Christum veniae sibi munere blandum.

In luogo suo fu eletto papa Landone, a noi solamente noto pel nome, senza sapersi alcuna azione di lui. Fece in questi tempi Corrado re di Germania, non senza ingratitudine, guerra ad Arrigo duca di Sassonia, che fu padre di Ottone Augusto il Grande: ma nulla vi guadagnò. Ebbe maggior fortuna nel regno della Lorena, di cui s'era impadronito Carlo il Semplice re di Francia [Chronic. breve sancti Galli.], e ne staccò almeno l'Alsazia. Nella Cronichetta amalfitana [Antiq. Ital., tom. 1, pag. 210.], da me data alla luce, noi troviamo in questi tempi duca d'Amalfi Mansone, il quale dopo sedici anni di governo diede l'addio al secolo e si fece monaco. Nel dì 10 d'agosto dell'anno presente era in Pavia il re Berengario, dove donò al monistero delle monache della Posterla [Ibid., Dissert. XI, pag. 587.] una parte del muro di quella città.

[986]


   
Anno di Cristo DCCCCXIV. Indizione II.
Giovanni X papa 1.
Lodovico III imperadore 14.
Berengario re d'Italia 27.

Ci assicura Girolamo Rossi di aver veduto uno strumento scritto in Ravenna a' tempi di papa Landone [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] nonis februarii, Indictione secunda. Perciò egli era vivo nel febbraio dell'anno presente. Di lui così scrive Frodoardo [Frodoardus, de Roman. Pontific.]:

Lando dein summam Petri tenet ordine sedem.

Mensibus hanc coluit sex, ut denisque diebus,

Emeritus patrum sequitur quoque fata priorum.

Venne egli perciò a morte in questo anno, ed ebbe per successore Giovanni X papa, dianzi arcivescovo di Ravenna, il quale, siccome apparirà da una sua bolla che accennerò all'anno 917, prima del dì 19 di maggio dell'anno presente fu eletto e consecrato papa, e non già nell'anno 912, come fu d'avviso il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 912.]. La penna satirica di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.] ha sommamente screditata la memoria ancora di questo Giovanni romano pontefice. Racconta egli che Teodora, scortum impudens, madre di Marozia soprammentovata, ed avola materna di Alberico, che vedremo a suo tempo signore o tiranno di Roma, era la padrona assoluta di Roma, romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat. Se è vero quanto con tali parole vuol dire Liutprando, un gran processo è questo contra della nobiltà e del popolo di Roma, che tanta possanza lasciava ad un'impudica femmina. Capitò a Roma Giovanni, speditovi da Pietro arcivescovo di Ravenna. Se ne invaghì Teodora. Venne in quel tempo a morte il vescovo di Bologna, e Giovanni fu eletto per successore in quella chiesa. Ma paulo post ante hujus diem consecrationis [987] venne a morte il suddetto arcivescovo di Ravenna, e l'ambizioso Giovanni, per esortazione e mezzo di Teodora, lasciata andare la chiesa di Bologna, locum ejus contra sanctorum patrum instituta sibi usurpavit. Aggiunge Liutprando, che modica temporis intercapedine, Deo vocante, qui eum injuste ordinaverat papa, defunctus est. Theodorae autem Glycerii mens perversa, ne amasii ducentorum milliarium intercapedine, quibus Ravenna sequestratur a Roma, rarissimo concubitu potiretur, ravennatis hunc sedem archiepiscopatus coegit deserere, romanumque (proh nefas) summum pontificium usurpare. Che Giovanni per gli forti maneggi di questa femmina fosse trasportato sul trono di san Pietro, non ho difficoltà a crederlo. Che fosse anche universalmente biasimato questo suo passaggio dalla chiesa di Ravenna a quella di Roma, ne son più che persuaso. Era contro la disciplina ecclesiastica de' vecchi tempi. I canoni, ed anche l'ultimo concilio romano dell'anno 898 riprovavano tali traslazioni, per frenare in tal guisa la cupidità ed ambizione de' vescovi. Ma non si può già senza ribrezzo ascoltare il cardinal Baronio, allorchè chiama Giovanni X pseudopapam, nefarium invasorem, meretricis viribus Romae pollentem. Non è già simile l'entrare in una chiesa per via della simonia, e il farvi passaggio da un'altra chiesa. Roma aveva allora bisogno di un papa di gran senno e coraggio. Tale fu creduto l'arcivescovo di Ravenna, e in casi di bisogno cedono le leggi della disciplina ecclesiastica. Ed essendo stato Giovanni eletto senza scisma, e riconosciuto dalla Chiesa universale per legittimo e vero papa, il mettere oggidì in dubbio il suo pontificato, non dovrebbe essere permesso, siccome punto che potrebbe tirarsi dietro delle brutte conseguenze. Poichè, quanto al dirsi da Liutprando, che per motivo d'impudicizia Giovanni fu da Ravenna condotto alla cattedra di san Pietro, so che chi è avvezzo a credere piuttosto il male che il bene, [988] anzi truova agevolmente anche nelle azioni più buone il male, immantenente lo crederà. Ma non così, chi sa a quante dicerie del volgo è sottoposta la vita dei grandi. Attesta lo stesso Liutprando di aver ricavata questa notizia dalla vita della suddetta Teodora, ut testatur ejus vita. Buon testo sicuramente per ispacciar somiglianti iniquità senza pericolo di ingannarsi. Da quella vita, ossia da quell'infame romanzo, avrà anche imparato Liutprando che poco dopo essere stato promosso Giovanni all'arcivescovato di Ravenna, passò al sommo pontificato. Modica temporis intercapedine, dice egli. Ora sappia il lettore averci dato Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] degl'indubitati riscontri che fin dall'anno 905 Giovanni cominciò a governar la chiesa di Ravenna. Id, scrive egli, monumenta Ursiani tabularii complura testantur. Venne egli al romano pontificato nell'anno presente 914. E pure l'autor di quella satirica vita, ovvero Liutprando, ci dice, che non potendo sofferire l'impudica Teodora la troppa lontananza del drudo, modica temporis intercapedine, il fece passare al soglio pontificio. Come prestar fede ad autori sì mal informati e sì inclinati alla maldicenza? Uno strumento e un diploma abbiamo nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], spettanti a Landolfo ed Atenolfo principi di Benevento e di Capoa. Il primo fu scritto anno imperii domni nostri Constantini septimo, et quinto anno patriciatus domni nostri Landulfi, necnon et quinto anno domni nostri Athenulfi principis, mense novembri, tertia Indictione. Actum Capuae. Se l'indizione comincia, come io credo, nel settembre, sono spettanti all'anno presente, e ci conducono a conoscere che Landolfo era stato creato patrizio dal greco imperadore prima della metà di novembre dell'anno 911, e similmente Atenolfo suo fratello creato collega nel principato. Veggendo noi parimente mentovati gli [989] anni di Costantino VIII imperatore d'Oriente in Capoa, viene a confermarsi la sovranità rimessa in Benevento e Capoa dall'Augusto greco. Si scorge ancora che dall'anno 911, e non già dal 912, come volle il padre Pagi, si cominciarono a contare gli anni del di lui imperio.


   
Anno di Cristo DCCCCXV. Indiz. III.
Giovanni X papa 2.
Lodovico III imperadore 15.
Berengario imperadore 1.

Lasciò scritto il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che quarto Conradi (re di Germania) anno Saraceni Italiam graviter premunt. L'anno quarto d'esso Corrado correva nel presente; e però ci si porge fondamento di credere che in quest'anno i Saraceni, abitanti presso il Garigliano, facessero qualche funestissima scorreria nella Campania e nel ducato romano, e desolassero le chiese e famiglie degl'infelici Cristiani. Assai verisimile inoltre è che Giovanni X papa, uomo di gran mente e cuore, siccome fra poco il vedremo appellato dal panegirista di Berengario, prendesse di qui la risoluzione di crear imperadore il re Berengario. Da questo passo, quanto io vo conghietturando, s'era guardata finora la corte di Roma, perchè viveva tuttavia l'orbo imperadore Lodovico, che quantunque nulla s'impacciasse degli affari d'Italia, e niun conto di lui facesse Roma e l'Italia, ciò non ostante, conservava il titolo d'imperadore, nè i papi amavano di levargli questa ombra di diritto e di dignità. Ma vinse il bisogno, e fece mutar sistema. Non si potea più tollerare l'insolenza e crudeltà dei Mori del Garigliano, che si divoravano tutte le rendite delle terre pontificie, e facevano languire nella povertà i papi d'allora. Nè Berengario dovea sentirsi voglia di far delle spese in condurre una armata allo esterminio di quegl'infedeli, dando probabilmente per risposta ai pontefici, che ricorressero per aiuto al [990] loro imperadore in Provenza. Ora Giovanni papa inviò al re Berengario una ambasciata con molti regali, pregandolo di venir a liberar da que' cani gli spolpati stati della Chiesa, e i circonvicini ancora. Gli esibì eziandio la corona imperiale, per maggiormente animarlo all'impresa. Finora Berengario era stato solamente re d'Italia, nè avea voluto adoperar la forza per ottener l'altra corona, come attesta il suo panegirista, con dire [Anonymus, in Panegyr. Berengarii, lib. 4.]:

Summus erat pastor tunc temporis urbe Johannes,

Officio affatim clarus, sophiaque repletus,

Atque diu talem meritis servatus ad usum.

Ebbe ben più conoscenza di questo papa, Giovanni esso panegirista che non l'ebbero Liutprando e il cardinal Baronio, ed ecco come diversamente egli ne parla, aggiugnendo:

Quatenus huic prohibebat opes vicina Charybdis,

Purpura quas dederat majorum sponte beato,

Limina qui reserat castis rutilantia, Petro.

Cioè i vicini Mori il privano delle terre che la pietà degli antichi imperadori aveva donato alla Chiesa romana. Seguita a dire:

Dona duci [Cioè a Berengario.] mittit, sacris advecta ministris.

Quo memor extremi tribuat sua jura diei

Romanis, fovet Ausonias quo numine terras,

Imperii sumturus eo pro munere sertum;

Solus et occiduo Caesar vocitandus in orbe.

Cioè gli manda dei donativi, scongiurandolo colla memoria del dì del giudizio di liberar le terre dei Romani, e di rimettere in essi quella pace ch'egli facea col suo buon governo godere al resto dell'Italia, promettendogli la corona imperiale per questo. Truovo io nell'aprile di questo anno il re Berengario in Pavia, ciò apparendo da un bellissimo placito [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.] quivi tenuto, anno regni domni Berengarii [991] regis, Deo propitio, vigesimo octavo, mense aprilis, Indictione tertia. Che v'intervenisse lo stesso re, l'abbiamo dalle prime parole, che son queste: Dum in Dei nomine in Viridario juxta palacio domni regis hujus ticinensis, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, et suum generalem tenebat placitum, ec. È per altro riguardevole quel placito per la notizia ch'esso ci porge, come Radaldo illustre conte e marchese (non so di qual marca) godeva in benefizio una parte dei beni del monistero di san Colombano di Bobbio, per concessione dei re, i quali pagavano e ricompensavano allora con iscandalo i servigi dei loro uffiziali colla roba delle chiese: il che si praticava in molti paesi cristiani. Non contento di ciò, aveva anche occupata una corte appellata Barbada, benchè spettante alla parte riserbata all'abbate e ai monaci per loro sostentamento. Ne fece querela Teodelassio abbate, e fu sentenziato che gli fosse restituita la sua corte. Leggesi medesimamente presso il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1. Apped.] un diploma dato dal re Berengario in questo stesso anno, VII kalendas augusti. Actum in Sinna. Che luogo sia questo, nol so. Un altro ancora vien rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergomens.], dato kalendis septembris del medesimo anno. Actum cucte Curciano. Neppur questa so io dir dove fosse. Seguita poi a dire il panegirista che Berengario, intesa ch'ebbe l'ambasciata e volontà del papa, si diede a raunar l'armata per portarsi a prendere l'imperial corona, ed impiegarsi in servigio di lui:

Talibus evictus precibus, jubet agmina regni,

Queis cum bella tulit, queis cum sacra munera pacis

Affore, quae tanti gressum comitentur honoris.

Disposte le cose, Berengario si mise in viaggio alla volta di Roma. Un rozzo [992] placito, già accennato dal Fiorentini e da me poi dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. X.], ci fa vedere fin dove egli fosse giunto nel dì 10 di novembre, cioè fuori di Lucca. Fu scritta quella carta originale, da me avuta sotto gli occhi, anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo octavo, decimo die mensis novembris, Indictione quarta, cioè nell'anno presente, essendo cominciata nel settembre l'indizione quarta. Le prime parole del placito son queste, concepute con istile del secolo d'oro della latinità: Dum domnus Berengarius serenissimus rex pro timore Dei et statum omniumque sanctarum Dei ecclesiarum electorum populo hic italicis abitantibus, animaeque suae mercedem justitiam adimplendam partibus Romam iret, cumque pervenisset infra Tuscia foris hanc urbem Luca, ec. Sicchè per tempo scorgiamo non sussistere l'opinione del Sigonio e del Baronio, che tennero conferita la corona dell'imperio ad esso Berengario nel settembre dell'anno presente. E che egli fosse coronato imperadore nel dì del santo Natale dell'anno presente, ne son io persuaso per le ragioni che addurrò qui sotto. Tuttavia perchè il panegirista di Berengario differisce la coronazione romana di Berengario sino alla ventura Pasqua, anch'io mi riserbo di parlarne all'anno seguente. Abbiamo poi dalla Cronica arabica cantabrigense [Chron. Arab. P. II, tom. 1, Rer. Ital.] che in Sicilia nell'anno presente, oppure nel seguente, primo die mensis januarii egressa classis Benkorhab (probabilmente ribello del re dei Saraceni africani) adversus Romaeos (cioè contra de' Greci) in loco, Halayanah dictum, periit in mari. Sicchè una fiera tempesta mandò a male con quella flotta tutti i disegni di quegl'infedeli.

[993]


   
Anno di Cristo DCCCCXVI. Indizione IV.
Giovanni X papa 2.
Berengario imperadore 2.

Se vogliamo fidarci del panegirista di Berengario, questo principe, accostandosi la festa della resurrezione del Signore (che nel presente anno cadde nel dì 24 di marzo), s'incamminò verso Roma a prendere la corona dell'imperio, secondo il concerto fatto con papa Giovanni. Si legge con piacere descritta da esso panegirista [Anonym., in Panegyr. Berengar., lib. 4.] quella magnifica funzione. All'udir che s'avvicinava alla regal città il futuro imperadore, uscì il senato e popolo con tutte le scuole delle diverse nazioni che si trovavano in Roma, Greci, Sassoni, Franzesi e simili, portando le lor bandiere ed insegne. In cima a quelle dei Romani si vedevano teste finte di fiere, cioè di lioni, lupi e draghi:

. . . . Namque prius patrio canit ore senatus,

Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum.

Tutti cantavano nella lor lingua le lodi di Berengario. Gli ultimi della processione erano i nobili giovani romani, fra i quali Pietro fratello del papa, e il figliuolo di Teofilatto console, i quali, dopo aver baciato i piedi a Berengario, gli diedero il ben venuto, e il complimentarono a nome della città. Stava il sommo pontefice Giovanni sulle scalinate di san Pietro, vestito degli abiti pontificali, col clero, aspettando il principe che veniva fra l'immensa calca del popolo sopra bianca chinea a lui inviata dal papa. Smontò Berengario, e, al salire delle scalinate, alzossi dal faldistorio papa Giovanni, e seguì fra loro con baci e toccamento di mani un festoso abbracciamento. Stavano chiuse le porte della basilica vaticana, nè si aprirono finchè Berengario non ebbe giurato di confermare, creato che fosse imperadore, tutti quanti gli stati e beni che la pia munificenza [994] degli antichi imperadori avea donato alla Chiesa romana. Fatte le preghiere al sepolcro di san Pietro, passò il principe al palazzo lateranense, dove gli era apprestata una lauta cena. L'entrata sua pare che succedesse nel sabbato santo. Venuto poi il solennissimo giorno di Pasqua di resurrezione, procederono papa Giovanni e Berengario alla basilica vaticana, superbamente addobbata, fra gli strepitosi viva dell'innumerabil popolo. Quivi fu unto, quivi fu coronato imperador de' Romani Berengario con corona d'oro, ornata di gemme; furono cantate le acclamazioni votive del clero e popolo; e intimato il silenzio, fu letto ad alta voce il diploma, con cui il novello Augusto conservava alla Chiesa romana e ai sommi pontifici tutti gli stati e beni ad essa conceduti da' suoi predecessori, coll'intimazione delle pene contra chiunque ne turbasse il possesso e dominio ai successori di san Pietro. Ciò fatto, Berengario esercitò la sua pia magnificenza con superbissimi regali d'armi, vesti e corone d'oro, tempestate di gemme, non solamente alla basilica di san Pietro, ma anche all'altre della città, e, come si può credere, anche al papa, al clero, al senato e ai militi di Roma. In tale occasione ancora gran copia di moneta si gittava al popolo, siccome ho io dimostrato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. III, pag. 108.]. E qui l'anonimo poeta termina il panegirico di Berengario, con invitare i giovani poeti a cantare il resto delle azioni di questo nuovo imperadore:

Et post imperii diadema resumite laudes.

Adriano Valesio, che fu il primo a trar dalle tenebre questo poema istorico, prezioso frammento per la storia dello scuro secolo presente, fu di parere che il poeta fosse contemporaneo di Berengario. Ma, all'osservare ch'egli ha preso qualche abbaglio in punti importanti di storia, de' quali dovrebbe essere stato meglio [995] informato chi rappresenta sè stesso poeta vecchio sul fine, non so io farmi a credere ch'egli, vivente Berengario, componesse quel poema. Parrà intanto inverisimile che dopo la morte di Berengario alcuno avesse intrapresa questa fatica. Pure non è fuori dei limiti del possibile che Berengario suo nipote, divenuto poi re d'Italia, si prendesse la cura di far tessere le lodi dell'avolo Augusto.

Ha già provato il padre Pagi con sode ragioni non sussistere l'opinione di chi riferì al settembre dell'anno precedente la coronazione romana di Berengario. Altre pruove ne ho addotte anche io di sopra, siccome pure nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. LVI.]. Che poi seguisse nel dì di Pasqua dell'anno presente quella maestosa funzione, dovrebbe a noi bastare la chiara asserzione della Cronica casauriense [Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] e del panegirista suddetto, che così ne scrive [Anonymus, in Panegyrico Berengarii.]:

Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigis

Luce, Deus qua factus homo processit ab antro

Tumbali, perflat......

Tuttavia son io persuaso che non nella Pasqua dell'anno presente, ma nel Natale dell'anno precedente, Berengario fosse innalzato al trono imperiale. Ne addurrò le pruove all'anno 921 e 924. Intanto, dopo aver noi veduto ch'egli era in Toscana nel dì 10 di novembre, incamminato alla volta di Roma, non pare che dovesse tardar tanto ad arrivarvi, e che piuttosto nel Natale egli avesse conseguito il diadema imperiale. Nè già dice il Fiorentini ch'egli seguitasse sino al marzo dell'anno 916 ad essere chiamato re, ma solamente dice che nel marzo si comincia a trovar memoria dell'imperio suo nelle carte di Lucca. Abbiam detto essere stato uno dei motivi, per gli quali fu promosso Berengario alla corona imperiale, il bisogno del suo aiuto per isterminare i Saraceni [996] dal Garigliano. Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.] fece credere al Sigonio, al Baronio e ad altri che questa gloriosa impresa seguisse nell'anno 915, correndo il mese di agosto. Ma o egli fallò, o è scorretto il suo testo. Per confessione sua, il principale influsso per distruggere quel nido di assassini venne da papa Giovanni X, qui ex episcopatu ravennate triennio ante romanam sedem invaserat. Solamente in quest'anno ebbe principio il terzo anno del pontificato d'esso papa Giovanni; e però in questo dee essere succeduto l'esterminio di quegl'infedeli. Lupo protospata [Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.] l'attestò anch'egli, scrivendo: Anno DCCCCXVI exierunt Agareni de Gariliano. Ora abbiamo da Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 14.] e dal suddetto Ostiense che Giovanni papa, premendogli forte di snidare dal Garigliano i Saraceni, fin qui creduti invincibili, spedì alla corte imperiale di Costantinopoli per ottenere un'armata navale, la qual chiudesse la via del mare a quella canaglia, e impedisse i soccorsi che poteano sperare dall'Africa. Trasse in lega Landolfo principe di Benevento e di Capoa, Gregorio duca di Napoli e Giovanni duca di Gaeta, a' quali due ultimi Niccolò patrizio, soprannominato Picingli, generale dei Greci, portò l'onore del patriziato. Che anche l'imperador Berengario contribuisse non poche forze per quell'impresa, si può lecitamente conghietturare, e massimamente scrivendo l'Ostiense che papa Giovanni una cum Alberico marchione, cum valida pugnatorum manu, volle in persona intervenirvi, per maggiormente animare il popolo cristiano. Già dicemmo che Alberico era marchese di Camerino, e, secondo le apparenze, anche duca di Spoleti, e però vassallo di Berengario. Par credibile che egli guidasse le truppe date dall'imperadore; e da Liutprando sappiamo che le genti di Camerino e di Spoleti non mancarono a quella gloriosa spedizione. Diviso [997] questo fiorito esercito, da due bande strinse i Saraceni, tenendo forte l'assedio o blocco per tre mesi: tempo che bastò ad affamar que' Mori, i quali non potendo più reggere, attaccato il fuoco a tutte le lor case ed arnesi, sbucarono impetuosamente fuori de' loro recinti, e scapparono chi qua chi là per le montagne e selve vicine. Ma gl'inseguirono con tal diligenza ed ostinazione i Cristiani, che di coloro niuno vi rimase che non fosse o ucciso, o preso vivo, o fatto schiavo. Per questa gloriosa impresa incredibile fu il gaudio dei fedeli di Cristo in Roma e negli altri circonvicini paesi, e lode ne riportò papa Giovanni, tuttochè non a tutti paresse proprio che un vicario di Cristo pacifico si portasse in persona ad assistere a quella sanguinosa danza, e desse egli il primo un esempio di praticar lo stesso ad altri. Intanto l'imperador Berengario venne da Roma verso la Lombardia. Un suo diploma presso il Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2, pag. 40.] fu dato VIII kalendas junii, anno Domini DCCCCXVI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIX, imperii autem sui primo, Indictione IV. Actum curte Sina: luogo a me ignoto. In esso concede a Berta dilettissima figliuola sua, e badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, la facoltà di fabbricare un castello sulla riva del Ticino, cum bertiscis, spizatis, turribus, et merulorum propugnaculis, fossatis, atque aggeribus, omnibusque argumentis eidem castello necessariis. Il timore degli Ungheri, siccome dissi, facea prendere queste precauzioni agli Italiani. Un altro suo diploma in favore di Pietro vescovo d'Arezzo e della sua chiesa, da me pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XVII.], si vede dato X kalendas junii coll'altre sopra riferite note, e in fine Actum in civitate Ravenna. Nella Cronica arabica cantabrigense [Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] è notato sotto quest'anno che i Siciliani deposero Benkorhab, e il mandarono in Africa, dove egli e il figliuolo [998] morirono. Pare che costui si fosse sollevato in Sicilia contra del re de' Mori, e che preso ed inviato in Africa, pagasse colla testa la pena della sua ribellione. Spedì il re africano nel mese d'agosto dell'anno presente una potente armata navale in Sicilia per estinguere quel fuoco, il quale verisimilmente fu cagione che in questi tempi la nazione saracenica da quelle parti non infestasse l'Italia.


   
Anno di Cristo DCCCCXVII. Indizione V.
Giovanni X papa 4.
Berengario imperadore 3.

Giacchè non si può saper l'anno preciso della morte di Adalberto II duca e marchese di Toscana, il Sigonio, il Contelori ed altri per coniettura l'hanno assegnata all'anno presente. Però in questo ne fo menzione anch'io. Mancò di vita questo rinomatissimo principe, come s'ha dal suo epitaffio, tuttavia esistente in Lucca, e rapportato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.],

IN SEXTO DECIMO SEPTEMBRE NOTANTE CALENDAS.

Secondo le conietture da me addotte nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 22.], da lui discese la nobilissima casa d'Este. Un passo scorretto di Liutprando è stato cagione che di questo ricchissimo e glorioso principe abbiano parlato con discredito molti moderni scrittori, e principalmente il cardinal Baronio. Favellando esso storico di Marozia nobilissima romana, ch'egli ci vuol far credere donna prostituta, scrive [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.] ch'essa ex Alberto marchione Albericum (genuit) qui nostro post tempore romanae urbis principatum usurpavit. Ma Adalberto, dimorante in Toscana, nulla ebbe che far con Marozia abitante in Roma. In vece di Adalberto, Liutprando scrisse ex Alberico marchione; e lo può scorgere il lettore stesso in osservar quest'altre parole del medesimo autore, [999] dove dice [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.]: Habuerat Marozia filium nomine Albericum, quem ex Alberico marchione ipsa genuerat. E l'antico scrittore della Cronica di Farfa [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital. Anonymus Salernitanus, Paralipomen., Part. II, tom. 2 Rer. Ital.], che ebbe davanti agli occhi quella di Liutprando, anch'egli scrive che Marotia ex Alberico marchione habuit Albericum, qui post ejusdem urbis accepit principatum. Altre pruove di questa verità io tralascio, ristringendomi a dire che s'hanno da cassare alcune partite non sussistenti della penna del cardinal Baronio e d'altri contra la memoria del duca Adalberto II, non verificandosi neppure ch'egli avesse mano nell'elezione de' papi, come pensa il cardinale suddetto, il quale disavvedutamente ancora ci rappresentò Alberico principe di Roma, nato da esso Adalberto II e da Teodora sorella di Marozia, quando è fuor di dubbio che il giovane Alberico fu figliuolo di Alberico marchese e di Marozia patrizia romana. Ebbe questo duca Adalberto II per moglie Berta, figliuola di Lottario re della Lottaringia, ossia dell'antica Lorena, che gli procreò tre figliuoli, cioè Guido, Lamberto ed Ermengarda. Essendo mancata di vita Gisla, figliuola dell'imperador Berengario, moglie di Adalberto marchese d'Ivrea, fu essa Ermengarda presa per moglie da esso marchese d'Ivrea. Dopo la morte del duca Adalberto nel ducato della Toscana, per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.], filius ejus Wido a Berengario rege marchio patris loco constituitur. Sicchè Guido, se in quest'anno morì suo padre, cominciò a governare il ducato della Toscana.

Secondochè riferisce il Browero [Browerus, Antiquit. Fuldens., pag. 284.], fu in questi tempi spedita da papa Giovanni X una bolla ad Aicone abate di Fulda in Germania. Essa è data XIIII kalendas junii, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis et universalis decimi papae in sacratissima [1000] sede beati Petri apostoli quarto, imperante domno pissimo augusto, a Deo coronato magno imperatore, anno secundo, et patriciatus (se pur non ha da dire, come io credo, post consolatum) anno secundo, Indictione quinta. Ecco lo stile osservato anche sotto gli antichi imperadori sovrani di Roma. Dalla Cronica casauriense [Chronic. Casauriense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.] impariamo, che nell'anno presente l'augusto Berengario dovette portarsi a Camerino, da dove andò poi a visitare l'insigne monistero di san Clemente di Casauria fondato da Lodovico II imperadore. Quivi confermò i privilegii a quel sacro luogo. Il diploma è dato XII kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis nongentesimo septimodecimo, domni vero Berengarii piissimi regis vicesimo octavo, imperii autem sui secundo, Indictione quinta. Actum in Piscaria. L'indizione quinta (quando non fosse stato scritto nell'originale VI piuttosto che V) qui corre sino al fine dell'anno: il che è cosa rara. Ma forse quel documento contien dei difetti, non sussistendo che in quest'anno corresse l'anno XXVIII del regno di Berengario, come stampò il padre Dachery, ma si bene l'anno XXX. Il Valesio [Valesius, in Notis ad Panegyr. Berengar.], in citar questo diploma, scrisse anno tricesimo, probabilmente correggendo l'errore del testo. Però si può anche dubitar dell'indizione. Se non si opponessero le ragioni addotte nell'anno precedente, questo trovarsi Berengario a a Pescara mi avrebbe fatto dubitare che l'esterminio de' Saraceni piuttosto in questo che in quell'anno fosse succeduto. E a persuaderlo potrebbe ancora concorrere la stessa Cronica casauriense, se fosse vero che Ittone abbate casauriense avesse dato principio al suo governo nell'anno 916, come vien preteso nella stampa d'essa Cronica; perchè ivi è scritto che a' tempi di questo abbate i Saraceni diedero un fierissimo sacco al monistero di Casauria, e distrussero tutte le castella e i poderi di quel sacro luogo. Ma non [1001] si può con sicurezza attenere in questo ai racconti di quello scrittore. Appartiene parimente all'anno presente un diploma del medesimo imperadore, ch'io già pubblicai [Antiquit. Ital., Dissert. VII.]. Conferma egli a Berta sua figliuola, che abbiam già veduta badessa del monistero di santa Giulia di Brescia, il monistero di san Sisto di Piacenza con tutti i suoi beni, secondo gli abusi di que' tempi. Fu dato quel diploma VI kalendas septembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXVI, domni vero Berengarii piissimi regis XXXVIII, imperii autem sui secundo, Indictione V. Actum in curte Sinna. Ma l'Indizione V mostra l'anno DCCCCXVII. Forse qui il cancelliere si servì dell'anno pisano. Ma neppure in questo documento dovrebbe essere l'anno XXXVIII del regno, essendo fuor di dubbio che allora correva l'anno XXX. Si vede qui che allora Odelrico marchese era conte del sacro palazzo. Questo personaggio il revedremo fra poco. Per quanto abbiamo dalla Cronica arabica [Chronicon Arabicum, P. II, tom. I Rer. Ital.] sopraccitata, già spedito dall'Africa con un'armata navale Abusaid Aldaiph in Sicilia, nel dì 28 di settembre ebbe maniera di entrare in Palermo. Poscia nel dì 17 d'ottobre foedus percusserunt Siculi cum Ben-Ali Vava Assaario contra Abusaid Aldaiph, et obsessa est Panormus sex menses, et defecit in ea sal, ita ut salis uncia duobus tarenis vendi coeperit. Si vede che tuttavia durava la ribellion dei Mori in Sicilia contro il re loro, e i Siciliani tenevano coi ribelli.


   
Anno di Cristo DCCCCXVIII. Indiz. VI.
Giovanni X papa 5.
Berengario imperadore 4.

Benchè molti sieno gli scrittori sì antichi che moderni, i quali riferiscono all'anno seguente la morte di Corrado re di Germania, pure Epidanno [Epidannus, in Chron.], Ermanno [1002] Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.] ed altri [Marian. Scottus, in Chronico et alii.] storici, seguitati in ciò dal padre Pagi, dall'Eccardo e da altri moderni, la mettono accaduta nell'anno presente, prima del Natale del Signore. Fu principe di gran valore, e di non minor prudenza e pietà. Contra degli Ungheri ebbe più volte da sfoderar la spada, e continuò la guerra contro di Arrigo duca di Sassonia, chiamato dagli storici, per distinzione dagli altri Arrighi, l'Aucupe, cioè l'Uccellatore. Pure, venuto a morte, anteponendo l'amore del pubblico bene alle private sue passioni, egli fu che consigliò ai principi del regno germanico di eleggere per suo successore lo stesso Arrigo, principe ben meritevole di quella dignità [Continuator Rheginonis, in Chronico.]. A questo fine gl'inviò lo scettro, la corona e gli altri ornamenti reali. Da un diploma, da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.], apprendiamo che l'imperador Berengario si trovava in Pavia nel dì 20 d'aprile dell'anno presente, dove confermò ai canonici di Padova i lor privilegii e beni. Leggonsi ivi queste note: Data XII kalendas maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXVII; domni vero Berengarii piissimi regis XXXVI, imperii anno III, Indictione VI. Actum civitate Papiae. Ma si dee scrivere anno DCCCCXVIII, seppure non si vuol ricorrere all'anno pisano: il che difficilmente m'induco io a credere. Son guasti ancora gli anni del regno, perchè allora era in corso l'anno XXXI. Ho io parimente pubblicato [Ibid., Dissert. IX.] un bel placito, tenuto in Milano anno imperii domni Berengarii imperatoris tercio, mense aprilis, Indictione VI, cioè nell'anno presente. Il suo principio è questo: Dum in Dei nomine civitate Mediolani, curte ducati in laubia ejusdem curtis in judicio resideret Berengarius nepus et missus domni et gloriosissimi Berengarii serenissimi imperatoris avio et senior ejus, qui in comitatu mediolanense ab [1003] ipso imperatore missus esset constitutus, tamquam comes et missus discurrens, ec. Questo Berengario era figliuolo di Adalberto marchese d'Ivrea, e di Gisla figliuola dell'Augusto Berengario. Noi il vedremo a suo tempo re d'Italia. La corte del ducato, che si vede in Milano, significa il palazzo, dove solevano abitare i duchi. In altre città s'incontra la corte ducale, che vuol dire lo stesso. Le carte poi di questi tempi ci fanno vedere in Roma e nel suo ducato molti nobili che insieme sono appellati consoli e duchi, siccome ho mostrato altrove [Antiq. Ital. Dissert. V, pag. 161 et seq.]: probabilmente consoli, perchè membra del senato romano, il quale tuttavia durava; e duchi, perchè governatori di qualche città. Riuscì in quest'anno, oppure nel seguente, ai Siciliani e Mori ribelli [Chron. Arab., P. II, tom. 1, Rer. Ital.] di costringere alla resa nel dì 12 di marzo la città di Palermo dopo sei mesi d'assedio, con lasciare la libertà al presidio africano. Salem fu creato Amira, ossia governator generale della Sicilia. E sul fine dell'anno venne fatto ai Mori di occupare anche la città di Reggio in Calabria.


   
Anno di Cristo DCCCCXIX. Indizione VII.
Giovanni X papa 6.
Berengario imperadore 5.

È involta in un gran buio per questi tempi la storia d'Italia, non restando nè storie nè atti per gli quali si venga in cognizione di quel che operarono i papi, l'imperadore e gli altri principi d'Italia. Ci ha nulladimeno conservata Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.] una notizia che mi sia lecito di riferire all'anno presente. Cioè che nacquero dissensioni fra l'imperador Berengario e Guido duca di Toscana; che questi insieme colla duchessa Berta sua madre fu preso e messo in prigione in Mantova. Ma che non potendo Berengario cavar dalle mani dei governatori fedeli ad essa Berta le città e castella della [1004] suddetta Toscana, rimise in libertà Guido e la madre. Bertha autem (sono le sue parole) Adalberti uxor cum Widone filio post mariti obitum, minoris non facta est, quam vir suus, potentiae. Quae tum calliditate et muneribus, tum hymenaei exercitio dulcis, nonnullos sibi fideles effecerat. Ma se Liutprando vuol tutte le principesse d'allora donne prostitute, senza che i mariti se ne alterassero punto, ci è ben permesso di ripetere ch'egli era una mala lingua, nè merita fede la satira sua. In età almeno di sessanta anni si trovava Berta in questi tempi; e questo autore è dietro a farci vedere ch'ella adescasse amanti e fedeli colle sue dissolutezze. Seguita poi a dire: Unde contigit, ut dum paulo post a Berengario simul cum filio caperetur, et Mantuae in custodia teneretur, suas civitates et castella omnia Berengario minime reddiderit, sed firmiter tenuerit, eamque postmodum de custodia simul cum filio liberavit. Null'altro sappiamo che questo poco di quell'avvenimento, con ignorarne i motivi e la maniera, con cui la duchessa Berta e Guido suo figliuolo restarono presi dall'Augusto Berengario. Circa questi medesimi tempi Landolfo ed Atenolfo II principi di Benevento e di Capoa ebbero guerra coi Saraceni, e l'ebbero ancora coi Greci padroni di Bari e di altre città. L'autore della Cronica di Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] cel fa sapere con queste parole: Ilis temporibus supradicti principes multa cum Saracenis et Graecis certamina habuerunt; sed Dei misericordia victoriam acceperunt. In Sicilia, per attestato della Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] sul fine di quest'anno, o pur nel seguente, si fece tregua fra Salem governator moro e il popolo di Taormina: dal che scorgiamo che duravano le turbolenze in quell'isola, e vedremo che per molto tempo ancora tennero in esercizio le forze del sultano dei Mori, il quale intanto raunò [1005] un possente esercito per mare e per terra, senza che si conosca, se per ispedirlo in Sicilia, o pur verso altra parte. Sotto quest'anno scrive Frodoardo: [Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.] Hungari Italiam, partemque Franciae, regnum scilicet Lotharii, depraedantur. Da alcuna altra storia non abbiamo notizia di questa incursione degli Ungheri in Italia. Pure si può credere. Stavano i popoli della Lombardia circa questi tempi in continua apprensione della venuta di questi cani. Ho io renduta pubblica la preghiera [Antiq. Ital., Dissert. I.] che allora quel di Modena faceva a san Geminiano suo protettore, acciocchè egli intercedesse da Dio,

Ut hoc flagellum, quod meremur miseri,

Coelorum Regis evadamus gratia.

Nam doctus eras Attilae temporibus

Portas pandendo liberare subditos.

Nunc te rogamus, licet servi pessimi,

Ab Ungarorum nos defendas jaculis.

Leggonsi ancora altri versi per incitare il popolo a far buona guardia in que' calamitosi tempi.


   
Anno di Cristo DCCCCXX. Indiz. VIII.
Giovanni X papa 7.
Berengario imperadore 6.

Ricavasi da un diploma, da me dato alla luce [Ibid., Dissert. LXIII.], che l'imperador Berengario, stando in Pavia nel dì 26 di settembre di quest'anno, confermò tutti i privilegii alla chiesa di Parma e ad Aicardo vescovo di quella città, chiamato Hercardo dall'Ughelli, interveniente Odelrico gloriosissimo marchione nostro. Non so io dire se Odelrico, il quale sosteneva ancora il grado di conte del sacro palazzo, fosse marchese del Friuli, o pure di Milano. Fu dato quel diploma VI kalendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXXIII, imperii autem sui V, Indictione VIIII (cominciata nel settembre). [1006] Actum Papiae. Un altro suo privilegio, dato medesimamente in Pavia nel dì 6 di settembre [Antiquit. Ital., Dissertat. XI pag. 583.], ho io tolto alle tenebre. A questo medesimo anno dovrebbe appartenere un documento dello stesso Berengario [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.], in cui dona alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza una picciola badia di santa Cristina posta in Pavia, ad intercessione di Grimaldo glorioso conte, e per gli meriti di Guido vescovo di essa città di Piacenza. Dicesi dato quel diploma XIII kal. januar. anno dominicae Incarnationis DCCCCXXI, domni vero Berengarii piissimi regis XXIV, imperii autem sui quinto, Indictione nona. Actum Veronae. Ma nel dì 20 di dicembre dell'anno 921 correva l'anno VI, e non già il V, per le ragioni addotte all'anno 916. Perciò o qui viene adoperato l'anno pisano, anticipante l'anno volgare, o pure ivi si ha da scrivere anno DCCCCXX, nel cui dicembre correva l'Indictione IX, e potea forse correre l'anno XXXIV del regno. Truovasi parimente nella cronaca farfense una confermazione di tutti i privilegii conceduti all'insigne monistero di Farfa, fatta dal medesimo imperadore. Il diploma porta queste note [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]: Datum II kalendas julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXX, domni vero Berengarii XXVIII (si dee scrivere XXXIII), regni imperii autem V. Actum in curte Olonna. Fra l'altre cose egli conferma a quel monistero quidquid Albericus marchio in idem monasterium aliqua inscriptione condonavit in comitatu Firmano. Anche di qui può trasparire che il marchese Alberico, altre volte nominato di sopra, fosse marchese di Camerino, ed anche duca di Spoleti, giacchè il monistero farfense era nel ducato spoletino. L'autore della suddetta Cronica fa menzione della marca di Fermo. La stimo io una cosa stessa colla marca di Camerino. Attesero in questi tempi gli abbati di monte Casino, di san Clemente [1007] di Casauria e di Volturno a rimettere in piedi i lor monisterii già distrutti dai Saraceni. Merita poi d'essere rammentata la donazione della corte di Prato Piano, posta nel piacentino, che Berengario Augusto fece in quest'anno alla diletta sua moglie Anna. Per intercessione di Guido vescovo di Piacenza e di Odelrico inclito marchese. Il diploma, da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XX.], ha queste note: Data VI idus septembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXXIII, imperii autem sui VI, Indictione VIIII. Actum Papiae. Ma qui dee essere scorretto l'anno VI dell'imperio, e in suo luogo s'ha da scrivere anno V. Ho io altrove [Ibid., Dissert. LXVI.] citato uno strumento autentico, da me veduto in Reggio, con queste note: Berengarius gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus quinto, decimo kalendas decembris, Indictione nona, cioè nell'anno presente. Come poi diplomi, che han tutta la ciera di originali, contengano sì fatti sbagli, non si sa così facilmente intendere. Moglie dell'Augusto Berengario era negli anni addietro Bertila. Noi qui ora troviamo Anna, a cui nondimeno non è dato il titolo di Augusta. Scrive il panegirista di Berengario una rilevante particolarità circa l'anno 889 [Anonymus, in Panegyrico Berengarii lib. 2.].

. . . . . . Pariter tria fulmina belli

Supponidae coeunt: regi sociabat amico,

Quos tunc fida satis conjux: peritura venenis,

Sed postquam haustura est inimica hortamina Circes.

Era congiunta in primo matrimonio col re Berengario Bertila, probabilmente figliuola di Suppone, veduto da noi duca di Spoleti nell'anno 872. Ch'ella fosse vivente anche nell'anno 910, s'è osservato di sopra. Di qui impariamo ch'essa fu levata dal mondo col veleno, e pare che per la sua infedeltà tanto male le avvenisse. Dovette Berengario passare alle [1008] seconde nozze con prendere questa Anna. Se inoltre le desse il titolo di Augusta, nol saprei dire.


   
Anno di Cristo DCCCCXXI. Indizione IX.
Giovanni X papa 8.
Berengario imperadore 7.
Rodolfo re d'Italia 1.

Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Episcop. Veronens.] il testamento di Noterio ossia Notekerio vescovo di Verona, fatto, imperante domno nostro Berengario imperatore, anno sexto, sub die decimo de mense februarii, Indictione IX. Se questo atto è autentico, e se accuratamente trascritto dall'Ughelli, noi vegniamo a conoscere che Berengario non dovette ricevere la corona e il titolo imperiale nella Pasqua dell'anno 916, ma bensì prima del dì 10 di febbraio di esso anno; e con insorgere un sospetto che ciò seguisse nel Natale dell'anno 915, ed aver fallato il panegirista di Berengario, sulla cui relazione fondati alcuni hanno assegnata la di lui coronazione alla Pasqua suddetta dell'anno 916. Ma perchè l'Ughelli troppe volte porta scorretti i documenti nella sua Italia sacra, non possiam qui riposar sulla sola sua fede. Se un dì uscirà alla luce qualche diploma o strumento, scritto ne' mesi di gennaio e febbraio dell'anno 916 e dei susseguenti, finchè visse Berengario, allora si potrà meglio accertare questa partita. Il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital. ad ann. 918.] attestò di averne veduto uno, dato regni sui trigesimo primo, imperii vero quarto, VII kalend. januarii, Indictione VII, cioè nel dì 26 di dicembre dell'anno 918. Il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annales Baron.] vuole che s'abbia, secondo i suol conti, a legger ivi imperii vero tertio. Ma se il Sigonio seppe ben leggere, e se autentico era quel diploma, vegniamo in cognizione che appunto nel dì di Natale dell'anno 915 accadde la coronazione [1009] romana di Berengario. Veggasi un altro documento qui sotto all'anno 924. Aggiungasi ancora che nell'indice delle carte dell'insigne archivio dell'arcivescovo di Lucca è notato un livello, dato da Pietro vescovo nell'anno II di Berengario Augusto nel dì 14 di marzo Indict. V, cioè nell'anno 917. Adunque prima della pasqua dell'anno precedente Berengario dovea avere ricevuta la corona dell'imperio. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.], che circa questi tempi gli Ungheri usciti della Pannonia empierono di desolazione la Moravia e la Boemia, con uccidere ancora il duca di quella contrada. Vennero poi nella Croazia, e, passato il castello di Leopoli, trovarono Gotifredo ed Ardo duchi insieme col patriarca di Aquileja (secondo i conti dell'Ughelli dovrebbe essere Orso) che attaccarono battaglia con loro; ma sfortunatamente, perchè quei due duchi vi lasciarono la vita, e il patriarca, mercè di un buon cavallo e degli speroni si ridusse in salvo. Diedero i barbari vincitori un sacco universale alla Croazia e Stiria; se ne tornaron pieni di bottino nella Pannonia, e di là passarono a far la stessa danza nella Bulgheria. Seguì parimente nell'aprile di quest'anno un fatto d'armi presso la città di Ascoli fra Landolfo principe di Benevento e di Capoa, ed Ursileo ossia Orseolo, generale dei Greci, che vi restò morto. Ne fa menzione Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.] con queste parole: Anno 921 interiit Ursileo Stratigo in praelio de Asculo mense aprilis, et apprendit Pandulfum Apuleo. Secondochè osservò Camillo Pellegrino, qui si dee leggere Landulfus Apuliam. E che questo principe ritogliesse ai Greci la Puglia, si ricava da Liutprando [Liutprandus, in Legationib.], che scrive, principem Landulphum septennio potestative Apuliam sibi subjugasse. Benchè l'imperador Berengario placidamente governasse [1010] il regno d'Italia, pure i mali che in quei tempi guastavano troppo di leggieri la pubblica quiete ed armonia, non gli permisero di goder più lungamente della pace. In quest'anno appunto succedette, a mio credere, ciò che vien narrato da Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.]. Venuto a morte Gariberto arcivescovo di Milano, se volle Lamberto eletto suo successore entrar in possesso di quella chiesa, gli convenne, secondo i pessimi abusi d'allora, comperare il consenso dell'imperadore con buona somma di danaro, avendone egli esatta tanta quanta se ne solea dare ai camerieri, ai portieri e ai custodi de' pavoni e degli altri uccellami della corte. Se l'ebbe forte a male il novello arcivescovo, e cominciò tosto a meditarne la vendetta. Accadde che Adalberto marchese d'Ivrea, benchè genero dello stesso Berengario, Odelrico marchese e conte del sacro palazzo, benchè tanto beneficato da esso imperadore, e Gilberto potente e valoroso conte segretamente tramarono una ribellione contra del medesimo Augusto Berengario. Insospettitosene egli, fece mettere le mani addosso ad Odelrico, e il diede in guardia all'arcivescovo Lamberto, per prendere poi quelle risoluzioni che fossero credute più convenienti alla giustizia. Da lì a qualche giorno mandò Berengario dei messi con ordine all'arcivescovo di rimettere in mano di lui il prigioniere. La risposta ch'egli diede, fu, che se un par suo consegnasse alla giustizia alcuno, a cui si dovesse levar la vita, egli opererebbe contro i canoni, e meriterebbe di perdere il vescovato. Di più non occorse all'imperador Berengario per iscoprire il mal animo di Lamberto; e tanto più si assicurò della di lui intelligenza e lega coi ribelli, perchè egli senza licenza alcuna d'esso Berengario rimise in libertà Odelrico.

Allora fu che il marchese Adalberto, esso Odelrico e Gilberto conte determinarono di chiamare in Italia un altro [1011] principe per atterrar Berengario [Liutprand., Hist., lib. 2, cap. 16.], e rivolsero gli occhi a Rodolfo II ossia Ridolfo, re della Borgogna appellata Transjurana, che comandava alla Savoia, agli Svizzeri e ad altri circonvicini paesi. Non mancava a questo re l'ambizione, cioè la sete di ingrandirsi, innata in quasi tutti i principi, e con questa voglia andava congiunta la potenza, accresciuta dall'aver egli presa per moglie Berta figliuola di Burcardo duca potentissimo della Suevia. Cominciarono pertanto questi tre congiurati un trattato segreto col suddetto re Rodolfo per farlo venire in Italia. Ma mentre costoro sulla montagna di Brescia battevano un dì consiglio per condurre a fine la meditata impresa, ne fu avvertito l'imperador Berengario. Portò il caso che in questo medesimo tempo erano calati in Italia due re, ossia due capitani degli Ungheri, appellati Dursac e Bugat, per salassare la misera Lombardia; i quali perciò mandò a pregare, che se gli voleano bene, andassero a fare una visita a que' suoi ribelli. Non vi fu bisogno di speroni a quella gente, avida di sangue e di bottino. Volarono sul Bresciano per vie sconosciute, ed arrivarono inaspettati al luogo di quella combricola. Uccisero e presero molti di coloro. Odelrico conte del palazzo bravamente difendendosi lasciò ivi la vita. Adalberto marchese e Gilberto conte furono del numero de' prigionieri. Il primo uomo non bellicoso, ma fornito di una mirabil sagacità ed astuzia, vedendo che non v'era maniera di scappare, gittate via l'armi e tutti gli ornamenti preziosi, e vestitosi da semplice soldatello, si lasciò prendere dagli Ungheri. Interrogato chi fosse, rispose d'essere un fantaccino d'un uomo d'armi, e li pregò di farlo menare ad un castello appellato Calcinaia dove teneva i suoi parenti che il riscatterebbono. Condotto colà, e non conosciuto, fu a vilissimo prezzo comperata la di lui libertà da Leone, uno dei [1012] suoi soldati. Gilberto riconosciuto per quel che era, ben bastonato, e mezzo nudo, fu presentato all'Augusto Berengario. Se gli gittò egli tosto a' piedi per implorar la sua misericordia; ma trovandosi senza brache, e mostrando quelle parti che la verecondia insegnò a nascondere, commosse al riso tutti gli astanti. Era Berengario principe sommamente portato alla clemenza, e questa volta ancora ne volle lasciare un illustre esempio con perdonare a costui. Dopo averlo fatto vestire d'abiti convenevoli al suo grado, il lasciò andare con dirgli di non volere da lui giuramento alcuno; ma che s'egli tornasse a rivoltarsi contra del suo sovrano, se ne aspettasse pure il gastigo da Dio. Di questa sua soverchia indulgenza ebbe ben tosto a pentirsi Berengario; perciocchè l'ingrato Gilberto appena fu ritornato ad Ivrea, che istigato dagli altri ribelli se n'andò in Borgogna a spronare il re Rodolfo, affinchè colle sue forze calasse in Italia. Nè passarono trenta giorni, che Rodolfo, avendo mosse l'armi sue a questa volta, si diede a detronizzar Berengario. Le scene di questi ribelli le credo io succedute nell'anno corrente. Ed appunto nel settembre od ottobre di questo medesimo anno son io d'avviso che esso Rodolfo venuto in Italia, e impossessatosi di Pavia, quivi fosse eletto re dai principi suoi parziali. Le ragioni si vedranno andando innanzi. Un placito tenuto in Ravenna da Onesto arcivescovo di essa città, e da Odelrico vassallo e messo dell'imperadore Berengario, da me dato alla luce [Antiq. Italic., Dissert. XXXI, pag. 969.], non so io dire se appartenga all'anno presente, perchè le note cronologiche si scuoprono guaste. Ben so che può esso far conoscere che in questi tempi in Ravenna e nel suo esarcato esso Augusto esercitava giurisdizione e signoria, nè apparisce che ivi i romani pontefici ritenessero il temporal dominio.

[1013]


   
Anno di Cristo DCCCCXXII. Indiz. X.
Giovanni X papa 9.
Berengario imperadore 8.
Rodolfo re d'Italia 2.

Se crediamo a Frodoardo [Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.], solamente in quest'anno dovette comparire in Italia coll'esercito suo Rodolfo re di Borgogna, scrivendo egli: Berengario Longobardorum (dovendo dire Romanorum) imperatore regno ab optimatibus suis deturbato, Rodulfus cisalpinae Galliae rex ab ipsis in regnum admittitur. Ma io tengo che la calata in Italia di Rodolfo e l'elezione sua in re d'Italia succedessero negli ultimi mesi dell'anno precedente. Il Dandolo scrisse [Dandul., in Chron., tom. 12, Rer. Ital.]: Rodulfus regnum Italiae obtinuit anno Domini DCCCCXXI, qui invitatus ab Italicis in Lombardiam venit, et Berengarium regem bellando vicit, et sic regnum obtinuit. So non essere questo autore di tale antichità da poter decidere tal controversia; ma, a buon conto, ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.] un diploma di Rodolfo, che ci assicura che egli nel dì 4 di febbraio dell'anno presente era già dichiarato re d'Italia, e pacificamente soggiornava in Pavia, dove confermò ad Aicardo vescovo di Parma la badia di Berceto. Fu dato quel diploma II nonas februarii anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXXII, Indictione X, regnante domno nostro Rodulfo rege in Burgundia XI, in Italia I. Datum Ticini civitate, ad intercessione di Lamberto arcivescovo di Milano e di Adalberto marchese d'Ivrea. A questa elezione non dovette consentire Guido duca di Toscana, perchè si veggono tuttavia notati gli anni di Berengario in una carta dell'archivio archiepiscopale di Lucca, scritta anno VII Berengarii imperatoris pridie halendas majas, Indictione X, cioè nell'anno presente; ed altri susseguenti [1014] atti continuano col medesimo stile. Riuscì dunque a Rodolfo re di occupar Pavia, e di farsi eleggere e coronare re di Italia dal suddetto arcivescovo e dai principi ribelli dell'imperador Berengario. Si ricoverò esso Berengario a Verona, e quivi si sostenne coll'aiuto degli Ungheri, che verisimilmente in questa congiuntura, ad istanza sua, vennero in Italia. Frodoardo chiaramente dopo le parole sopra allegate aggiugne: Hungari actione praedicti Berengarii, multis captis oppidis, Italiam depraedantur. Perciò Rodolfo dovette contentarsi delle conquiste fatte, senza turbare Berengario nel possesso di Verona, e conseguentemente nel ducato del Friuli. Truovasi in Pavia Rodolfo nel dì 7 di dicembre dell'anno presente, seppure, secondo l'era pisana, non è da riferire al precedente, ciò apparendo da un suo diploma [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], in cui conferma ai canonici di Parma i lor privilegii. Fu esso dato VI idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XII, Indictione X. Actum Papiae. L'Indizione X corrente nel mese di dicembre, secondo l'uso più comune d'allora, indica l'anno precedente. Un altro simile diploma, ma differente nelle note, vien rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergom.], dato III nonas decembris anno Incarnationis dominicae DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XI, Indictione XI. Actum Papiae. Come vi possa essere tal divario fra atti spediti nello stesso tempo dalla medesima cancelleria, chi mel sa dire? Per me credo l'un di essi difettoso. Nell'ultimo di questi privilegii, conceduto ad istanza di Lamberto arcivescovo di Milano, di Guido vescovo di Piacenza, di Benedetto vescovo di Tortona e di Gilberto illustre conte, diletti consiglieri suoi, Rodolfo concede ad Adalberto vescovo di Bergamo e a' cittadini di poter fortificare la [1015] loro città già distrutta, quae nunc maxime Suevorum et Ungarorum incursione turbatur.


   
Anno di Cristo DCCCCXXIII. Indiz. XI.
Giovanni X papa 10.
Berengario imperad. 9.
Rodolfo re d'Italia 3.

Non mancava all'Augusto Berengario nè coraggio nelle sue avversità, nè partito di aderenti e fedeli pronti ad impiegar la vita in difesa di lui. Fra questi specialmente si contava Guido vescovo di Piacenza [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17 et seq.], il quale poco fa abbiam veduto che era uno de' consiglieri del re Rodolfo in Pavia. Il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, lib. 8.] notò che nell'anno 922 uno strumento fu scritto in quella città di Piacenza, correndo il mese di maggio e la decima indizione, con gli anni di Rodolfo re d'Italia: il che fa conoscere che Piacenza allora ubbidiva a lui. Ma in altre due carte, scritte nello stesso anno e sotto la stessa Indizione, e amendue in presenza di Guido vescovo, si fa menzione di Berengario imperadore, correndo l'anno settimo del suo imperio; segno che il vescovo Guido e Piacenza erano tornati all'ubbidienza di lui. Anzi da questi atti si può ricavar pruova che i due diplomi da me accennati, come spediti nel precedente anno in Pavia, possano appartenere (almeno l'uno d'essi) piuttosto all'anno 921, come io sospettava. Perciocchè, come potè sul fine dell'anno 922 essere Guido in Pavia consigliere del re Rodolfo, quando noi già il troviamo passato nel partito di Berengario, correndo l'indizione decima, cioè probabilmente prima del settembre d'esso anno 922? E se così fosse, il principio del regno di Rodolfo in Italia sarà stato nel fine dell'anno 921, come io già conjetturai, e non già nell'anno susseguente. Aggiugne il Campi, che sotto il dì 18 di maggio dell'anno presente 923 si vede altro strumento [1016] scritto con gli anni di Rodolfo in Piacenza. Sicchè dovea già Rodolfo avere ricuperata quella città. Intanto l'imperador Berengario, adunate quante forze potè, volle tentar la fortuna di una battaglia, che troppo svantaggiosa in fine riuscì per lui. La rapporto io all'anno presente sulla testimonianza di Frodoardo, che ne scrive così: [Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.] Rodulphus cisalpinae Galliae rex, quem Italici, abjecto rege suo Berengario, in regnum receperant, cum ipso Berengario conflixit, eumque devicit, ubi mille quingenti viri cecidisse dicuntur. È narrato questo fatto d'armi da Liutprando colle seguenti circostanze. S'incontrarono le due armate nemiche a Fiorenzuola tra Piacenza e Borgo San Donnino, nel dì 29 di luglio, e quivi vennero alle mani con un conflitto tanto più detestabile, perchè per la diversità delle fazioni si videro imbrandire il ferro i padri contra de' figliuoli, i figliuoli contra de' padri, i fratelli l'un contra dell'altro.

. . . . Acer avus lethum parat ecce nepoti

Sternendus per eum....

Sembrano queste parole indicar Berengario imperadore, che dovette in quella giornata avere per avversario il suo stesso nipote Berengario, figliuolo di Gisla figliuola sua e di Adalberto marchese d'Ivrea. Di grandi prodezze vi fece l'Augusto Berengario, non minori il re Rodolfo. Ma finalmente si dichiarò la vittoria in favore del primo, e andò rotto tutto il campo del re borgognone. Avea questo re maritata con Bonifazio conte potentissimo, che divenne poi marchese di Spoleti e di Camerino, Gualdrade sua sorella, donna per beltà e per saviezza illustre, che era anche vivente allorchè Liutprando scrivea le sue storie. Comparve questo Bonifazio insieme con Gariardo conte, menando seco un buon corpo d'armati, in soccorso del re suo [1017] cognato, ed avrebbe desiderato di entrare anche egli nel primo fuoco di quella battaglia. Ma siccome personaggio di rara astuzia, giudicò meglio di tenersi in agguato, aspettando l'esito del combattimento, per dare addosso a quei di Berengario, caso che vincessero e si sbandassero, cioè per far quello che tante volte è avvenuto in simili casi o per la poca accortezza de' generali, o per la disubbidienza de' soldati troppo ansiosi del bottino. E così appunto avvenne, talchè i berengariani di vincitori divennero vinti. Jam Rodulphi, dice Liutprando, paene omnes milites fugerant, et Berengarii dato victoriae signo colligere spolia satagebant: quum Bonifacius atque Gariardus subito ex insidiis properantes, hos tanto levius quanto inopinatius sauciabant. Gariardo accettava chiunque se gli rendeva prigione. Bonifazio a niuno dava quartiere. Mutata perciò la faccia della fortuna, e tornati alle bandiere i soldati fuggitivi di Rodolfo, facilmente sconfissero l'armata di Berengario, con tanta strage nondimeno dell'una e dell'altra parte, che, se vogliamo prestar fede a Liutprando, a' suoi dì pochi uomini di arme restavano in Italia. Fuggissene l'imperador Berengario a Verona. Rodolfo allora, nulla temendo più dell'abbattuto avversario, dopo questa vittoria, diede una scorsa in Borgogna, colà richiamato da varii suoi premurosi affari.


   
Anno di Cristo DCCCCXXIV. Indiz. XII.
Giovanni X papa 11.
Rodolfo re d'Italia 4.

Altra via non seppe trovare l'imperador Berengario per sostenersi in capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi, stati in addietro sì [1018] fedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di Berengario [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente, dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli occhi e poi [1019] stampato [Antiq. Ital., Dissert. XIX.] uno stromento originale, esistente nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note: Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino e Pietro vescovo di Lucca, con avere Guido duca inviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l'anno ottavo, e non già il nono, del suo imperio. Ma se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellato Milone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea voluto Milone mettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere il [1020] suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola. Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.

Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di ricuperar quella città, capo del regno, il re Rodolfo verisimilmente più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme anche Giovanni ottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece Frodoardo [Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.], scrittore allora vivente: Hungari ductu regis Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque necatur. Atque ex illa paene innumerabili [1021] multitudine ducenti tantum superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque civitatis vacuae redimentes, ec. Interea Berengarius Italiae rex a suis interimitur. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la lagrimevole rovina di quella bella città [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.], e assegna il tempo preciso della medesima con dire: Usta est infelix olim formosa Papia anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione XII, feria VI, hora III. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice egli) non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet. Per attestato del suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le Alpi in Francia. Rodolfo re di Borgogna e d'Italia si trovava allora di là da' monti, ed unito con Ugo conte di Vienna serrò questi malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.

Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse tosto a lui Giovanni vescovo di Cremona, già cancelliere dell'Augusto Berengario, per raccomandargli la sua chiesa, a paganis, cioè dagli Ungheri, et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam. Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza di Beato vescovo di Tortona ed arcicancelliere, non conosciuto [1022] dall'Ughelli, e di Aicardo vescovo di Parma, suo auriculario, cioè consigliere. Ha queste note il diploma: [Antiq. Ital., Dissert. LXXI.] Data V calendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de Granne. Concedette egli ancora con un altro diploma a Guido vescovo di Piacenza [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.] un sito delle mura della città di Pavia, per potervi fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al re. E quivi truovasi appunto anche nominata casa sanctae lunensis ecclesiae. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato in quest'anno Rodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima: probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua munificenza verso il suddetto Aicardo vescovo di Parma, con donargli la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel diploma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.] VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in Italia IV. Actum Papiae. Un altro ancora fu dato da lui in Verona [Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.] pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in Italia III; e un altro parimente dato nella stessa città e giorno coll'indizione XIIII. Ma dee essere XIII. V'ha della discordia fra questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di lui anno quarto, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per intercessione [1023] di Ermengarda inclita contessa e di Bonifazio valorosissimo marchese, che Rodolfo chiama nostrae regiae potestatis consiliarios. Era Ermengarda moglie di Adalberto marchese d'Ivrea, di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese. Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse investito. Siamo assicurati da Liutprando [Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.] che a' tempi suoi egli fu marchese di Camerino e di Spoleti; ma non sappiamo già se conseguisse in questi tempi quell'insigne governo. Alberico marchese da noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglie Gualdrada sua sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata [Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.] le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire: Capta est Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres; reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes. Abbiamo parimente dalla Cronica arabica di Sicilia [Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che venuto in quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria la Rocca di Santagata.

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Anno di Cristo DCCCCXXV. Indiz. XIII.
Giovanni X papa 12.
Rodolfo re d'Italia 5.

O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del presente, ne' quali correva l'anno quarto di Rodolfo re d'Italia, Orso Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], spediti per suoi ambasciatori ad esso re Domenico vescovo di Malamocco e Stefano Caloprino, ottenne da lui la confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che Rodolfo in quel diploma declaravit, ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. In fatti è antichissimo il diritto di battere moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo si ricava che era già in uso la moneta veneta, nè sussistere che da Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina. Questi era Ugo duca e marchese della Provenza, figliuolo di Teobaldo conte e di Berta, nata da Lottario re della Lorena, e della famosa Gualdrada, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze fu essa Berta maritata con Adalberto II, soprannominato il Ricco, duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], tuttavia esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] la creda fattura de' secoli posteriori. Una [1025] sorella d'essa Berta per nome Ermengarda morì anch'essa, e fu seppellita in Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e da me altrove [Collectio Nova vet. Inscription., p. 1885.]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al secondo marito due figliuoli maschi, cioè Guido, che dopo la morte del padre fu duca di Toscana, e Lamberto, di cui parleremo a suo tempo. Procreò eziandio una femmina appellata Ermengarda, che già abbiam veduta maritata con Adalberto marchese d'Ivrea dopo la morte di Gisla sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico Liutprando ci descrive [Liutprandus, lib. 3 Hist., cap. 2 et seq.] questa principessa per la più prostituta donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona d'Italia, con Berta sua madre allora vivente, con Guido duca e Lamberto suoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e colla marchesana Ermengarda, che comandava a bacchetta in Lombardia. E non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il marchese d'Ivrea Adalberto suo marito. [1026] Gran dissensione bolliva fra i principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi. Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone, s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonato [1027] dagli altri [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò a Burcardo potentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed uomo bestiale, la cui figliuola Berta egli avea già presa per moglie. Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea, Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito: Qui, disse ai suoi familiari, si potrà formare una fortezza, che terrà in freno non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia. Poi vicino alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'arcivescovo Lamberto. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio, [1028] furono tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.

Da Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron. edition Canisii.] e da Artmanno monaco [Hartmannus, in Vita S. Wiboradae.] sappiamo che dopo la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della Suevia, aveva commesse varie iniquità, et in Italiam ingressus, dum totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque insperato obitu miserabiliter vitam finivit. Migliore forse del suocero non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno 926 [Frodoardus, in Chronico.]. Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur, expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero. Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926. Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno, sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare che Burcardo fu ucciso a filiis Bertae; cioè da Guido duca di Toscana e da Lamberto suo fratello, coll'aiuto di Ermengarda marchesana d'Ivrea, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si dee ora tacere un'importante particolarità del suddetto Guido duca di Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza imperadore, cioè senza quel freno in cui [1029] la tenevano gli Augusti sovrani, governata solo da papa Giovanni, ma in tempi che non si avea quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella città, del suo ducato e d'altri paesi: Maria, soprannominata Marozia, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere. Guido duca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib,. 3, cap. 4.], non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con Marozia ci danno abbastanza a conoscere che Alberico marchese, da noi veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita. Martino Polacco [Martin. Polonus, Chron. Rom. Pont.], Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucensis, Hist. Eccl.], il Platina [Platina, de Roman. Pontif.], il Sigonio [Sigon., de Regno Italiae.] ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata discordia fra papa Giovanni X ed Alberico marchese, fu forzato l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani, chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono carichi [1030] di bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani trucidarono il marchese Alberico. Non truovo io vestigio alcuno nè in Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse maniera per farlo levare dal mondo. Marozia dipoi per conservare l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare col tirar in essa città Guido marchese e duca di Toscana, e prenderlo per marito. Noi vedremo che essa avea partorito ad Alberico marchese suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa, con passare alle seconde nozze.


   
Anno di Cristo DCCCCXXVI. Indiz. XIV.
Giovanni X papa 13.
Ugo re d'Italia 1.

Ricevette in quest'anno l'Italia un nuovo re, cioè Ugo marchese e duca, e non già re di Provenza, come osservò il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.]. Se vogliam credere allo storico Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 5.], molte virtù concorrevano in questo principe. Fuit rex Hugo, dice egli, non minoris scientiae quam audaciae, nec inferioris fortitudinis quam calliditatis. Dei etiam cultor, sanctaeque Religionis amatorum amator; in pauperum necessitatibus curiosus; erga ecclesias sollicitus, religiosus. Philosophosque viros non solum amabat, verum etiam fortiter honorabat. Qui etsi tot virtutibus clarebat, mulierum tamen illecebris eas foedabat. Così Liutprando, che da fanciullo fu paggio nella corte d'esso [1031] re Ugo, ma forse non dovette allora per la sua età saper bene scandagliare le qualità di questo principe. Noi, pesando le di lui azioni nel progresso della storia, inclineremo piuttosto a crederlo un picciolo Tiberio, una solennissima volpe ed un vero ipocrita, che per fini umani mostrava gran venerazione alle chiese e persone sacre, ma poca nelle sue operazioni verso Dio e verso la giustizia. Non solamente tirò egli, stando in Provenza, nel suo partito Lamberto arcivescovo di Milano e buona parte dei principi d'Italia, e specialmente i suoi fratelli uterini, ma anche lo stesso papa Giovanni X, facendo credere a tutti ch'egli porterebbe in Italia il secolo d'oro, e principalmente sosterrebbe l'autorità del papa entro e fuori di Roma. Dagli effetti ce ne accorgeremo. Venuto per mare, sbarcò egli a Pisa, quae est Tusciae provinciae caput (lo dice Liutprando), ed appena giunto colà, vi comparvero gli ambasciatori di papa Giovanni, anzi vi concorsero a braccia aperte quasi tutti i principi d'Italia, per accogliere questo creduto novello ristoratore del regno, ed invitarlo a prendere la corona ch'egli vagheggiava da tanto tempo. Passò dipoi a Pavia, dove concordemente fu eletto re, ed appresso coronato in Milano nella basilica ambrosiana dal suddetto arcivescovo Lamberto. Non è sì facile il determinare, non dirò solamente il giorno e il mese, ma neppur l'anno in cui questo principe ottenne il titolo e la corona di re. Il Sigonio fu d'opinione [Sigonius, de Reg. Ital., lib. 6.] ch'egli giugnesse a Pisa nel luglio di questo anno, e poscia in Milano fosse innalzato al trono. Il signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigonium.] bibliotecario dell'ambrosiana inclinò a crederlo creato re fra il maggio e l'agosto dell'anno precedente 925, e ne addusse alcune ragioni. Ho io all'incontro osservato dei combattimenti fra gli stessi diplomi di questo principe, o per colpa de' copisti, o perchè alcuni d'essi esistenti negli archivii [1032] paiono bene a prima vista originali, ma tali non sono in fatti, ed alcun d'essi è anche fattura di falsarii. S'aggiugne l'imbroglio altre volte accennato di tre diverse ere dall'Incarnazione, cioè dell'anno volgare preso dal dì 25 di dicembre, o dal primo di gennaio, e dell'anno pisano e del fiorentino; oltre a quello delle indizioni ora mutate nel settembre, ed ora sul principio dell'anno nostro. In questa controversia ecco ciò che io sono andato osservando.

Due diplomi originali, da me veduti in Verona, già sono alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.]. L'uno ha queste note: Data anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVIII pridie idus februarii, Indictione prima, regni vero domni Hugonis gloriosissimi regis secundo. Actum Verona. L'altro ha le medesime note, a riserva dell'essere stato dato XVIII kalendas martii; e in questo tuttavia si conserva il sigillo di cera coll'effigie d'esso Ugo coronato e barbato, e colle lettere intorno Ugo GRA DI REX. Quel XVIII kalendas martii ha qualche cosa di straniero, ma non ne mancano esempli. Adunque nel dì 12 di febbraio dell'anno 926 non dovette peranche Ugo aver presa la corona del regno d'Italia. Un placito lucchese ha parimente queste note [Ibid., Dissertat. X.]: Anno regni domni Hugonis, ec. quintodecimo, VIII kalendas aprilis Indictione quartadecima, cioè nel dì 25 di marzo dell'anno 941: dalle quali note risulta che neppure nel dì 25 di marzo questo principe avea cominciato a contar gli anni del suo regno. Un altro diploma conforme a questi ho io prodotto altrove [Ibid., Dissert. LXII.], dato VII kalendas aprilis dello stesso anno 941. E nell'archivio de' canonici di Modena v'ha uno strumento di donazione fatto a Gotifredo vescovo, regnante domno Ugho rex ic in Italia anno quinto, de mense aprilis, Indictione quarta, cioè nell'anno 931, che conferma la verità suddetta. Rapporta l'Ughelli un altro diploma [1033] dato [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.] anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVII, decimotertio kalendas martii, Indictione XV, anno Hugonis primo, che va d'accordo con gli antecedenti. Ne riferisce poi un altro dato IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX regni Hugonis IV, Indictione II. Se non vi ha errore in questo documento, vegniamo a conoscere che prima del dì 12 di maggio dell'anno 926 Ugo fu promosso alla dignità regale. Ma forse ivi sarà scritto regni anno III, trovando io altre memorie indicanti che neppure nel dì 7 di giugno dell'anno 926 egli contò l'anno primo del regno. Uno strumento dell'archivio dei canonici di Modena è scritto: Regnante domno nostro Ugho rex ic in Italia anno tercio, de mense julio, Indictione quintadecima, cioè nell'anno 927. Adunque nel mese di luglio dell'anno 925 si truova che egli avea già conseguita la corona del regno d'Italia. Un altro è scritto regnante domno nostro Hugo, gratia dei rex in Italia anno octavo, et regnante domno nostro Lottario filio ejus, gratia Dei rex ic in Italia anno tertio, et dies XII de mense julio per Indictione VI, cioè nell'anno 933. Queste note significano che egli era già re nel dì 12 di luglio dell'anno 926. Uno strumento, riferito dal padre Tatti [Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.], fu scritto: Ugo gratia Dei rex. Anni regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quarta, cioè nell'anno 931: fa conoscere che nel maggio del 926 egli non era per anche re. Sicchè dopo tanto scandaglio sembra potersi decidere che il regno di questo principe cominciò nell'anno presente 926 nel mese di giugno, o poco prima, o poco dopo. Truovasi poi esso Ugo [Antiq. Ital., Dissertat. XV, p. 851.] in Verona VII idus augusti dell'anno presente, come costa da un altro suo diploma, in cui è espresso l'anno primo del suo regno. Chi avendo sotto gli occhi le carte di qualche antico e dovizioso [1034] archivio, le esaminerà con pazienza, potrà più sicuramente decidere questo punto di controversia.

Intanto non è improbabile che accadesse nei primi mesi dell'anno presente l'ultima venuta in Italia del re Rodolfo, e la morte di Burcardo duca di Suevia, narrata sotto quest'anno da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico.]: del che abbiamo favellato nell'anno precedente. Per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.], dacchè fu entrato Ugo in possesso del regno, post paululum Mantuam abiit: ubi et Johannes papa ei occurrens, foedus cum eo percussit. Questa lega di papa Giovanni col re Ugo non si può attribuire ad altro che alla speranza che questo principe gli desse braccio per sostenere il suo dominio in Roma. Andava quivi probabilmente ogni dì più venendo meno la di lui autorità a cagion di Marozia, assistita dalle forze di Guido marchese e duca di Toscana, marito suo, laonde il papa cercò questo appoggio, ma appoggio sopra di un principe che non avea se non un solo interesse, cioè quello della propria grandezza. Nel dì 12 di novembre di quest'anno il re Ugo trovandosi in Asti, confermò a quel vescovo [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Astens.] tutti i suoi privilegii e beni. Secondo la Cronica arabica di Cantabrigia [Cronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], il re de' Saraceni facendo guerra ai Cristiani in Calabria, prese un luogo nominato Urah, che forse è Oria, caduta, secondo il Protospata, nelle mani di quegl'infedeli nell'anno 924. Poscia fece tregua coi Calabresi, ed ebbe per ostaggio Leone vescovo siciliano, governatore allora della Calabria. Attesta inoltre il suddetto Protospata [Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.] che in quest'anno comprehendit Michael Sclabus Sipontum mense julii. E Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] ne parla anch'egli con iscrivere: [1035] Venerunt Sclavi in Apuliam, et civitatem Sipontum hostili direptione et gladio vastaverunt. Sicchè quelle contrade non men dai Saraceni che dagli Schiavoni miseramente infestate si truovano in questi tempi.


   
Anno di Cristo DCCCCXXVII. Indiz. XV.
Giovanni X papa 14.
Ugo re d'Italia 2.

Attese in quest'anno l'accorto re Ugo a trattar amicizia e lega con tutti i vicini potentati. Pensò ancora a spedire ambasciatori alla corte imperiale di Costantinopoli, e scelse per tale incumbenza il padre di Liutprando storico [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 5.], siccome persona di gran credito per l'onoratezza de' suoi costumi e per essere bel parlatore. Andò questi, e fu ben ricevuto da Romano allora imperador de' Greci. Liutprando non fa menzione se non di lui, quasichè il primo fra i greci Augusti non fosse in que' tempi Costantino VIII figliuolo di Leone il Saggio. Nè si sazia d'encomiar esso Romano, come principe dotato di valore non ordinario, e di pietà, liberalità e prudenza, che non avea pari. Portò questo ambasciatore dei gran regali a quella corte. Ma ciò che riuscì più caro all'Augusto Romano, fu che essendo stato assalito nel viaggio esso ambasciatore da alcuni Sclavi, o vogliam dire Schiavoni, ribelli all'imperio greco, gli riuscì di farli prigioni e di presentarli vivi in Costantinopoli all'imperadore, che ne fece gran festa. Non così avvenne per un altro bizzarro regalo portato a lui d'Italia. Consisteva questo in due cani, non so se corsi o mastini, o pur di altra fatta, certo incogniti in quelle parti. Queste bestie, allorchè furono presentate all'imperadore, al vedere quella strana figura, quasi mirassero non un uomo, ma un mostro, a cagion dell'abito de' greci imperadori, che tuttavia comparisce nei bassi rilievi e nelle monete d'allora, troppo straniero agli occhi di [1036] genti e bestie avvezze all'Italia, con poca creanza s'avventarono contra di sua maestà imperiale; e se non erano presi colle braccia da molti, faceano un bruttissimo scherzo al dominator de' Greci. Tornò poscia in Italia tutto contento questo ambasciatore al re Ugo; ma stette poco ad ammalarsi, e scorgendo di non poterla scappare, si ritirò in un monistero, secondo l'uso di que' tempi, e preso l'abito monastico, da lì a quindici giorni passò da questa all'altra vita, con lasciare il figliuolo Liutprando in età fanciullesca. Stando in Pavia, confermò il re Ugo [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.] nel dì 17 di febbraio dell'anno presente i privilegii ai canonici di Parma. Crebbero intanto le calamità de' Cristiani in Calabria per la potenza de' Saraceni. Secondo la relazione di Lupo protospata [Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Italic.], assediarono que' Barbari Taranto; e quantunque una valorosa difesa facessero que' cittadini, pure toccò loro in fine di soccombere. Anno 927 (scrive egli così) fuit excidium Tarenti patratum; et peremti sunt omnes viriliter pugnando; reliqui vero deportati sunt in Africam. Id factum est mense augusti in festivitate sanctae Mariae. Romoaldo salernitano [Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7, Rer. Ital.] riferisce all'anno 926 questa disavventura de' Tarentini, e l'attribuisce agli Ungheri, scrivendo che dopo la presa di Siponto fatta dagli Sclavi, non post multum temporis Ungri venerunt in Apuliam: et capta Auria civitate ceperunt Tarentum. Dehinc Campaniam ingressi, non modicam ipsius provinciae partem igni ac direptioni dederunt. Il Protospata è scrittore più antico di Romoaldo.


   
Anno di Cristo DCCCCXXVIII. Indiz. I.
Leone VI papa 1.
Ugo re d'Italia 3.

Non sapeva accomodarsi papa Giovanni X alla prepotenza di Marozia e di [1037] Guido duca di Toscana di lei marito, che si andavano usurpando tutto il governo temporale di Roma [Liutprand., Hist., lib. 3, cap. 12.]. Dovea bollir forte la discordia fra loro, e verisimilmente il pontefice, uomo di petto, non lasciava intentato mezzo alcuno per sostenere i suoi diritti, ed abbattere questi perturbatori della sua sì ben fondata autorità. Andò a terminar questa dissensione in un sacrilego enorme eccesso. Secretamente Guido e Marozia raunarono una mano di sgherri, che entrati un dì nel palazzo lateranense, sugli occhi dello stesso papa trucidarono Pietro di lui fratello, specialmente odiato da Guido; e messe le mani addosso allo stesso pontefice, il cacciarono in una scura prigione. Non passò molto che l'infelice pontefice quivi terminò i suoi giorni, o sopraffatto dal dolore di sì indegno strapazzo, o pure come correa fama a' tempi di Liutprando, perchè con un cuscino il soffocarono. Si sarebbe aspettato il lettore che il cardinal Baronio avesse qui aguzzata la penna contra di sì esecranda iniquità, e contra dei suoi sacrileghi autori. Tutto il contrario. Grida egli, quasi esultando: Sic igitur dignum suis sceleribus finem accepit invasor et detentor injustus apostolicae sedis Johannes, ut qui per impudicam feminam sacrosanctam apostolicam sedem violentus arripuit, aeque per impudicam mulierem ejectus et conjectus in carcerem, ea simul cum vita caruerit. Ma e se fossero ciarle e voci inventate dagl'ingiusti nemici di questo papa Giovanni, quelle che il solo Liutprando lasciò scritto del suo ingresso nel pontificato: che sarebbe da dire della sentenza proferita qui contro la memoria di un romano pontefice, accettato e venerato per tale da tutta la Chiesa di Dio, e che lodevolmente esercitò il pontificato, e solo per sostenere i diritti temporali della santa sede incontrò l'odio de' cattivi e dei prepotenti, e restò in fine soperchiato da essi? Veggasi ciò che il medesimo Baronio dica agli anni 955 e 963 di Giovanni XIII papa, che [1038] per varie ragioni non era da paragonare con Giovanni X. Non mi stendo a dire di più, bastando rapportar qui ciò che ne scrisse Frodoardo [Frodoardus, de Roman. Pont.]. I suoi versi son questi:

Surgit ab hinc decimus scandens sacra jura Johannes.

Rexerat ille ravennatem moderamine plebem.

Inde petitus ad hanc romanam percolit arcem.,

Bis septem qua praenituit paulo amplius annis.

Pontifici hic nostro legat segmenta Seulfo.

Munificisque sacram decorans ornatibus aulam

Pace nitet dum, patricia deceptus iniqua,

Carcere conjicitur, claustrisque arctatur opacis.

Spiritus at saevis retineri non valet antris;

Emicat immo aethra decreta sedilia scandens.

In questi medesimi tempi fioriva e scriveva Frodoardo, e la testimonianza sua vale ben più di quella di Liutprando, che era allora un ragazzo, e cresciuto poscia in età, pescò le notizie di questi tempi nei libelli infamatorii e romanzi d'allora. E s'egli fosse ben informato di quegli affari, basta leggere ciò ch'egli dopo il suddetto empio fatto soggiugne: Quo mortuo, ipsum Marotiae filium nomine Johannem, quem ex Sergio papa meretrix ipsa genuerat, papam constituunt. Ma questa è una spropositata asserzione. Imperocchè di certo sappiamo che dopo Giovanni X fu eletto e consecrato papa Leone VI nel mese di giugno, secondo i conti del padre Pagi. E dopo Leone venne papa Stefano VII, e dipoi Giovanni figliuolo di Marozia. Ora vatti a fidare di Liutprando. Frodoardo differisce la morte di papa Giovanni X sino all'anno seguente. Abbiam veduto che esso papa fu patricia deceptus iniqua, cioè da Marozia; ma nella Storia Frodoardo stesso [Idem. in Chronic. tom. II Rer. Francis Du-Chesne.] asserisce che Guido duca di Toscana, fratello del re Ugo, ebbe mano in quella empietà. Una carta esistente nell'archivio archiepiscopale di Lucca, e da me veduta, porta le seguenti note cronologiche: Hugo gratia Dei rex anno regni ejus, Deo propitio, secundo, ipsa die [1039] kalend. januarii Indictione prima, cioè nel dì primo di gennaio del presente anno, confermandosi che Ugo non conseguì il regno nell'anno 925. Contiene quel documento una permuta di beni fatta da Pietro vescovo di Lucca, et Wido dux direxit missos suos, per chiarire che non interveniva danno o frode in quel contratto: dal che intendiamo ch'egli soggiornava allora in Lucca. Circa il mese di settembre dovette il re Ugo fare una scorsa ai suoi Stati di Provenza. Abbiamo questa particolarità a noi conservata dal sopraddetto Frodoardo. Heribertus comes, dice egli, cum Rodulfo (re di Francia) proficiscitur in Burgundiam obviam Hugoni Italiae regi. Aggiugne ancora che Hugo rex habens colloquium cum Rodulfo, dedit Heriberto comiti provinciam viennensem vice filii sui Odonis. Però il re Ugo, vedendo di non poter tener quegli Stati, dovette farne un sacrifizio alla potenza di Eriberto conte di Vermandois, arbitro allora del regno di Francia. Rapporta il padre Dachery [Frodoardus, de Roman. Pontific.] un diploma d'esso re Ugo, dato pridie idus novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVIII, regni vero domni Hugonis piissimi regis tertio, Indictione prima. Da questo ricaviamo il tempo in cui egli era in Vienna, e che o non avea ceduto per anche quegli Stati, oppure gli avea ceduti con ritenersi la sovranità. Nella Cronica d'Amalfi [Dachery, in Spicileg., tom. 3 postrem. edition.], correndo questi tempi, noi troviamo duca di quella città ed imperial patrizio Mastaro figlio del già duca Mansone. Il titolo di patrizio fa intendere che quella città continuava a riconoscere la sovranità de' greci imperadori.

[1040]


   
Anno di Cristo DCCCCXXIX. Indiz. II.
Stefano VII papa 1.
Ugo re d'Italia 4.

Non più di sette mesi e cinque giorni durò il pontificato di Leone VI papa, attestandolo Frodoardo [Antiquit. Ital., Dissert. V, pag. 210.] con questi versi, dopo aver parlato della morte di papa Giovanni X:

Pro quo celsa Petri sextus Leo regmina sumens,

Mensibus haec septem servat, quinisque diebus,

Praedecessorumque petit consortia vatum.

Però il padre Pagi, che il fa creato papa circa il fine di giugno dell'anno precedente, il crede per conseguente morto intorno al dì 3 di febbraio dell'anno presente. Ma il suddetto Frodoardo, col riferire sotto quest'anno la morte di papa Giovanni X carcerato, può far dubitare di questi conti, non essendo probabile che i Romani eleggessero un pontefice novello, se prima non furono accertati che, coll'essere mancato di vita Giovanni, era vacante la sedia di san Pietro. Johannes papa (dice egli) quum a quadam potenti femina, cognomine Marocia, principatu privatus sub custodia detineretur, ut quidam, vi, ut plures astruunt, actus angore defungitur [Idem, in Chronico.]. Che anche Leone VI fosse imprigionato e morisse in carcere, l'ha bensì scritto il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], ma senza addurne autore, o pruova alcuna. Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.] trecento anni prima del Baronio scrisse: De hoc nullae historiae aliqua gesta tradunt, quia modicum sedit, sed quod in pace quievit, nullam tamen tyrannidem exercuit. Ora è fuor di dubbio che a Leone VI nel romano pontificato succedette Stefano VII, le cui azioni restano tuttavia seppellite nel buio di quell'ignorante [1041] secolo. Abbiamo poi dal suddetto Frodoardo che in questi tempi viae Alpium a Saracenis obsessae, a quibus multi Romam proficisci volentes, impetiti revertuntur. Venivano questi malanni ed impedimenti dai Saraceni, che s'erano ben fortificati nel luogo di Frassineto ai confini dell'Italia e Francia, da dove infestavano tutte le circonvicine provincie. Non si sa bene l'anno preciso, in cui Guido duca di Toscana passò da questa all'altra vita. Tuttavia giacchè Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.], dopo aver narrata la morte di Giovanni X papa, scrive: Wido vero non multo post moritur, fraterque ejus Lambertus ipsi vicarius ordinatur; si può fondatamente conietturare che in quest'anno succedesse il fine dei suoi giorni. In luogo d'esso fu creato duca di Toscana Lamberto suo fratello. Noi troviamo in Pavia il re Ugo nel mese di maggio, ciò apparendo da un suo diploma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.] spedito in favore di Sigefredo vescovo di Parma e della sua chiesa. IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX, regni vero domni Hugonis piissimi regis quarto (più probabilmente tertio) Indictione II, Actum Papiae. Landolfo principe di Benevento e di Capoa, tuttochè creato patrizio dagli imperadori greci, ebbe di quando in quando delle liti con essi, e fece lor guerra. In questo anno ancora per attestato di Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.], unitosi egli con Guaimario II, principe di Salerno, guerreggiò contro i Greci, ciò apparendo dalle parole di quello scrittore: Anno 929, Indictione II, Pandulphus (vuol dire Landulphus) et Guaimarius principes Langobardorum intraverunt Apuliam, dove i Greci erano specialmente padroni di Bari. Abbiamo inoltre dalla Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che Saclabio generale de' Saraceni in Sicilia, il quale nel precedente anno avea presa Zarmina, in questo excursionem [1042] fecit usque ad Alancaberdam (si crede che voglia dire Langobardiam, cioè il ducato beneventano), et multos captivos cepit, nullam tamen civitatem expugnavit. Inducias tamdem unius anni fecit cum Calaurensibus.


   
Anno di Cristo DCCCCXXX. Indiz. III.
Stefano VII papa 2.
Ugo re d'Italia 5.

Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche estensione parlato dei fatti d'Ugo re d'Italia. Ma ne parla egli senza assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato Gezone [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo appellato Pietro, vescovo di Como, e una figliuola per nome Raza maritata in Gilberto conte del sacro palazzo. Gezone era una sentina di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere, se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia; [1043] e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di ordinare segretamente a Leone vescovo di Pavia, nemico anch'esso di Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città, e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia, ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre di quest'anno in favore di Sigefredo vescovo di Parma, fu da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia [Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], Saclabio generale de' Saraceni in questo anno excursione in Calauriam facta, cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia. Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti, ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non già [1044] che nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia, l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal Baronio.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXI. Indiz. IV.
Giovanni XI papa 1.
Ugo re d'Italia 6.
Lottario re d'Italia 1.

Per maggiormente assicurarsi la corona sul capo e conservare ne' suoi discendenti il regno d'Italia, il re Ugo dichiarò in quest'anno collega e re Lottario suo figliuolo, natogli da Alda sua moglie defunta; e concorsero coi lor voti in questa elezione tutti i principi e baroni nella dieta del regno. Credette il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] che ciò seguisse nell'anno 932. All'incontro Girolamo Rossi [Rubeus, Istor. Ravenn., lib. 5.] asserì che questo principe fu promosso alla dignità regale nell'anno precedente [1045] 930, per aver veduto nell'archivio di Ravenna strumenti scritti, dice egli, in quell'anno col regno di Ugo e Lottario. Prese il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] con ambe le mani una tale asserzione, e la stabilì per cosa indubitata. Ma s'egli avesse fatto mente a tanti altri documenti che restano di Ugo e Lottario, si sarebbe anche egli trovato confuso, come son io, in accertare il principio del regno di Lottario. Vero è che dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.] bibliotecario dell'Ambrosiana sono allegate varie memorie indicanti conferito il titolo regale a Lottario nell'anno 930. Ma egli stesso ne accenna dell'altre che cominciano il regno di lui nell'anno presente, con aver anche immaginata una lodevol maniera di sciogliere questo gruppo, supponendo due epoche diverse di Lottario, la prima dell'elezione, e la seconda della coronazione. È ingegnoso il trovato; ma se ci erano popoli che non riconoscevano il re d'Italia, se non dappoichè egli era coronato, e se la coronazione fu di tale importanza che recava il compimento all'essenza dei re in quei tempi: non si saprà sì facilmente intendere come dopo l'elezione si differisse cotanto il prendere la corona. Io per me confesso di aver qualche diffidenza dei documenti che mettono il cominciamento del regno di Lottario nell'anno 930. I diplomi scritti con lettere d'oro non sono in molto credito presso di me; non mancano carte false negli archivii; e le legittime per colpa o de' secondi notai, o de' copisti, o degli stampatori, non di rado sono giunte a noi con delle slogature. Ora ancorchè n'abbia anch'io veduto di quelle, dalle quali si può arguire innalzato al trono regale Lottario nell'anno 930, ed alcuna per avventura se ne legga nelle mie Antichità italiche; pure così abbondante è il numero di quelle che mettono il principio del suo regno nell'anno presente 931, che più sicuro tengo il fermarmi in questa [1046] opinione. Ho io pubblicato un bel placito [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI et X.], cioè uno de' più certi monumenti dell'antichità, tenuto in Pavia stessa, anno regni domni Hugoni et Lotharii filio ejus gratia Dei reges, Deo propicio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona, cioè nell'anno 935. Un altro placito si vede tenuto in Lucca, anno domini Ugoni quintodecimo, domni Lotharii vero decimo, hoctavo kalendas aprilis, Indictione quartadecima, cioè nell'anno 941. Il primo ci fa conoscere Lottario nel settembre dell'anno 931 re, e il secondo cel mostra non per anche re nel marzo dello stesso anno. Nell'archivio dei canonici di Modena uno strumento fu scritto, Domnus Hugo, et Lothario filio ejus gratia Dei regis hic in Italia. Domno Hugo anno octavodecimo, et domno Lothario anno terciodecimo, V kalendas januarias per Indictione secunda, cioè nell'anno 943. Adunque neppure nel dì 28 di decembre dell'anno 930 Lottario era salito sul trono. E che neppure nel dì 4 di marzo del 931 egli godesse del titolo regale, si raccoglie da una carta scritta in Lucca anno XIX, regni Lotharii regni, IV nonas martii, Indictione VIII, cioè nell'anno 950. Veggansi altri documenti da me rapportati nelle Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. IX, XXXIV, XXXVI, LXII, etc.], che neppur nell'aprile dell'anno 931 aveva avuto principio il regno di Lottario. Da queste notizie non discordano le pubblicate dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr.] e dal Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.], benchè non sempre esattamente copiati sieno i loro documenti, dimodochè dee parer più sicuro il fissare nell'anno presente il principio dell'epoca del regno di Lottario figliuolo del re Ugo. E tanto più ciò si troverà certo, quanto più si rifletterà ad uno strumento dato alla luce [1047] dal padre Tatti [Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.], dove son queste note cronologiche. Ugo gratia Dei rex anno regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quinta, cioè nell'anno presente di maggio. Adunque non era per anche in uso epoca alcuna di Lottario prima del corrente maggio. Che poi verso il fine del maggio stesso egli salisse al trono, può ricavarsi da una carta pecora dell'archivio del monistero milanese di santo Ambrosio, scritta Hugo et Lothario filius ejus divina ordinante providentia regis anno regni praedicto Hugoni quinto, Lotharii primo, mense magio, Indictione quarta. Credesi che in quest'anno mancasse di vita Lamberto arcivescovo di Milano. Quel clero e popolo si figurava di poter eleggere, secondo l'inveterato costume, dal grembo de' suoi parrochi o canonici nazionali il successore; ma i maneggi e la potenza del re Ugo s'interposero, e furono obbligati ad eleggere per quella cattedra uno straniere. Questi fu Ilduino franzese, parente del medesimo re, che eletto già vescovo di Tongres in concorrenza di un altro, soccombendo nella contesa, era negli anni addietro venuto a cercar migliore fortuna in Italia [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 11.]. Essendo venuto meno nell'anno 928 Noterio ossia Notecherio, vescovo di Verona, tanto si adoperò il re Ugo, che istallò in quella sedia Ilduino, oppure gliene fece solamente godere le entrate. Ma non terminò l'ambizione di questo prelato, nè la politica del re Ugo, a cui premeva di avere un arcivescovo di Milano tutto suo: sebben pare che Raterio, di cui parleremo, metta in dubbio la volontà del re stesso in questo affare. Certo è che Ilduino passò dalla chiesa di Verona alla più insigne e più pingue ambrosiana; giacchè più non si badava ai canoni che vietavano le traslazioni de' vescovi. Aveva egli, allorchè venne in Italia, condotto seco Raterio monaco di Liegi, uomo celebre in questi tempi ob religionem, septemque [1048] artium liberalium peritiam, come dice Liutprando, di cui avremo occasion di parlare andando innanzi. Fu spedito lo stesso Raterio a Roma [Ratherius, in Epist., in Spicileg. Dacherii.], per ottenere dal sommo pontefice l'approvazione dell'arcivescovato d'Ilduino e il pallio. Riuscì felicemente in questo negoziato il valente monaco, e non dimenticò i suoi propri affari, perchè, per confessione sua, insieme col pallio e colle bolle pontificie in favor d'Ilduino allatae sunt et literae domni papae tunc temporis Johannis gloriosae indolis, quibus continebantur ejusdem preces, totiusque romanae ecclesiae, uti ego Veronensibus darer episcopus. Perciò o nell'anno presente, o nel susseguente, dovette Raterio entrare in possesso della chiesa di Verona.

Ma avendo noi udito che questo monaco portò lettere di Giovanni papa, convien ora raccontare che in quest'anno cessò di vivere Stefano VII papa, di cui Frodoardo scrive così [Frodoardus, de Roman. Pontificib.]:

Septimus hinc Stephanus praefulget in annos,

Aucto mense super, bisseno ac sole jugato.

Gli succedette Giovanni XI figliuolo di Marozia. Ha questo papa anch'egli la disgrazia d'essere appellato pseudopontifex dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.], che unicamente, come fecero tant'altri, si appoggiò sulle maldicenze di Liutprando storico. Troppo stomaco fece allo zelante porporato l'aver questi detto ch'esso Giovanni era nato da Marozia e da Sergio III papa. Ma siccome abbiam detto di sopra all'anno 910, ragionevolmente si possono queste credere calunniose voci sparse da' nemici contro la fama e memoria di Sergio. Marozia era moglie, secondo tutte le apparenze, di Alberico marchese; e di esso Alberico vien chiamato da altri scrittori figliuolo esso Giovanni XI, creato papa in quest'anno. Che se il Baronio scrive essere egli stato portato al pontificato [1049] dalla prepotenza di Guido marchese di Toscana, marito posteriore di Marozia, non s'abbia a male, se gli rispondiamo, essere questi sogni suoi ed immaginazioni, non sostenute dalla testimonianza di alcun antico scrittore. E tanto più, perchè, siccome abbiam detto, pare che il suddetto Guido duca e marchese già fosse mancato di vita nell'anno 929. Per altro si può credere che Marozia non lasciasse in ozio la sua possanza per far cadere in capo al figliuolo la tiara pontificia, e seguitar ella a comandar le feste in Roma, come avea fatto in addietro. Ma di questo si ha da domandar conto ai Romani d'allora che, avviliti o effeminati, si lasciavano così aggirar da una donna. Per altro non sapendosi succeduta allora violenza alcuna, ragion vuole che legittima fosse l'elezion di Giovanni XI, ed egli in fatti fu riconosciuto per vero papa da tutta la Chiesa, e chiamato dal vivente allora Raterio pontifex gloriosae indolis; laonde al tribunale del sacro Annalista non conveniva di dichiararlo pseudopontefice ed intruso contra il sentimento della Chiesa universale e della storia.

Abbiamo da Frodoardo [Frodoardus, in Chron.] che in questo anno, Graeci Saracenos per mare insequentes usque ad Fraxenedum saltum, ubi erat refugium ipsorum, et unde egredientes Italiam sedulis praedabantur incursibus, Alpibus etiam occupatis, celeri Deo propitio internecione proterunt, quietam reddentes Alpibus Italiam. Di questo fatto, glorioso all'armi greche ed utile all'Italia, non resta vestigio in alcun'altra istoria. Nè si creda già il lettore che venisse fatto ai Greci di schiantar quella mala razza da Frassineto. Seguitarono que' malandrini ad abitar ivi, e ad infestar come prima l'Italia e la Provenza: e tornerà in breve occasion di parlarne. Oltre a quest'anno non si può differire una strepitosa iniquità del re Ugo [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 13.]. Reggeva la Toscana allora Lamberto duca, uomo bellicoso [1050] e capace di gran fatti. Il credito di questo principe, suo fratello uterino, era una spina sugli occhi al re Ugo, per timore che i principi d'Italia ribellandosi portassero alla corona esso Lamberto. Aveva inoltre Ugo un fratello dal lato del padre, appellato Bosone, che ardentemente vagheggiava il ducato della Toscana. Che dunque fece questa volpe regale? Sparse voce che Berta duchessa di Toscana sua madre non aveva partorito alcun figliuolo al duca Adalberto suo marito; ma che presi dei figliuoli nati da altre donne, cioè Guido, Lamberto ed Ermengarda, avea finto di averli essa partoriti, per poter continuare la sua autorità dopo la morte del marito. Bisognò ben supporre stranamente semplice e scimunito Adalberto duca, che non si avvide di questa invenzione. Ciò fatto, il re Ugo stette poco ad intimare al duca Lamberto che non ardisse di appellarsi più suo fratello. Non seppe Lamberto digerir questa calunniosa voce, e fece sapere al re d'essere pronto a provare in duello che tanto egli come esso Ugo erano venuti alla luce per la medesima madre. Allora il re destinò un certo giovane appellato Teduino per suo campione, affin di decidere coll'armi a nome suo questa controversia. Seguì il combattimento, in cui restò vincitore Lamberto; e ciò in que' tempi, ne' quali il duello per pazza opinione de' popoli veniva creduto un manifesto giudizio di Dio intorno alla verità o falsità delle accuse, servì a comprovare l'innocenza del vincitore Lamberto. Liutprando crede inventata questa calunnia dal re Ugo, perchè egli era già in trattato di accasarsi con Marozia, e cercava di levar di mezzo l'impedimento della parentela, essendo ella stata moglie di Guido marchese di Toscana suo fratello. Restò confuso il re Ugo, ma non lasciò per questo di continuar la persecuzione contro il fratello Lamberto; e tanto seppe fare che l'attrappolò, ed avutolo nelle mani, gli fece cavar gli occhi, e toltogli il ducato della Toscana, lo conferì a Bosone suo fratello. Per attestato del [1051] Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], questo Bosone si truova nell'anno seguente marchese della Toscana. Liutprando scrive [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.] che a' suoi tempi vivea tuttavia l'infelice Lamberto, qui nunc usque lumine privatus superest. Così in altre mani passò il ducato della Toscana, tolto con sì enorme superchieria alla schiatta dei Bonifazii ed Adalberti, gloriosi e potenti duchi di quella provincia. Ma non perciò credo io che finisse la lor prosapia, con avere addotto conghietture fortissime ed atte a persuadere, che [Antichità Estensi, P. 1, cap. 22 et seq.] da alcuno di quei due principi, cioè o da Guido o da Lamberto marchese di Toscana, e figliuoli di Adalberto II il Ricco, oppure da Bonifazio fratello d'esso Adalberto II, sia discesa la nobilissima stirpe dei marchesi d'Este, che poi nel secolo undecimo diramata, fiorisce tuttavia nella real casa di Brunsvic, regnante in Inghilterra e Germania, e nella casa dei duchi di Modena. Siccome ho io provato con sicuri documenti, cominciano in questi tempi a trovarsi gli antenati della gloriosa prosapia che poi fu appellata de' marchesi d'Este. Si truovano essi ornati del titolo di marchesi; e quantunque io non abbia potuto scoprir finora documento alcuno chiaramente comprovante la lor connessione coi suddetti antichi marchesi di Toscana; pure tali conghietture concorrono, che difficilmente si potrà fallare in tenendo i principi estensi per discendenti da essi. Lo stesso Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.] pare che indichi avere il duca Guido avuto dei figliuoli da Marozia patrizia romana, perchè detestando le nozze del re Ugo colla medesima, scrive ch'essa non potea valersi della legge ebraica, concedente all'un fratello di suscitare il seme dell'altro fratello defunto senza figliuoli, e perciò dice:

[1052]

Immemor aspiceris praecepti caeca Johannis,

Qui fratri vetuit fratris violare maritam.

Haec tibi Moyseos non praestant carmina vatis,

Qui fratri sobolem fratris de nomine jussit

Edere, si primus nequeat sibi gignere natum.

Nostra tuo peperisse viro te saecula norunt.

Ma che divenne di questi figliuoli di Guido? Altri ne potè avere Lamberto suo fratello, ed altri anche Bonifazio loro zio paterno, giacchè i Longobardi tutti soleano prendere moglie, non essendo in uso fra loro le primogeniture. Noi troviamo ricreato e conservato negli antenati della casa d'Este, viventi in questi medesimi tempi e dipoi, il nome di Adalberto, il titolo di marchese, la lor potenza, i lor beni e giuspatronati in Toscana, massimamente ne' contadi di Arezzo, Pisa e Luni, prima che venissero in Lombardia. Però fra le tenebre di questi secoli non poco lume si ha per conghietturare i principi estensi diramati dagli antichi Adalberti marchesi di Toscana. Restò per le iniquità del re Ugo depressa questa nobil prosapia, ma noi la vedremo dopo la di lui morte risorgere con non minor lustro di prima.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXII. Indiz. V.
Giovanni XI papa 2.
Ugo re d'Italia 7.
Lottario re d'Italia 2.

Possedeva quietamente il re Ugo il regno d'Italia, e dimorava in Pavia IV kalendas madii di quest'anno, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 57.]. Ma gli pareva poco, se non arrivava anche al dominio di Roma, come avevano fatto tanti altri suoi predecessori. Conobbe che altro mezzo non v'era per ottenere l'intento, che il guadagnar l'animo di Marozia, onnipotente in quella città. Se vogliam credere a Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.], che teneva questo furbissimo re per uom santo, fu Marozia stessa che dopo la morte di Guido suo marito, spediti a lui ambasciatori, [1053] l'invitò a Roma, con offerirgli sè stessa in moglie, e il dominio della città, per così dire, in dote. Andò il re Ugo in quest'anno a quell'inclita città, accolto cortesemente dai Romani; fu ammesso in castello di sant'Angelo da Marozia, che n'era la padrona; e confidato in questa fortezza, lasciò fuori di città l'esercito suo. Ch'egli sposasse Marozia, e si mettesse in possesso di Roma, abbastanza si raccoglie dallo stesso Liutprando, il quale detesta come incestuose tali nozze, dacchè Marozia avea dianzi avuto per marito Guido duca di Toscana, fratello uterino d'esso re Ugo. Qui chiede tosto il lettore, se Ugo, che facea tanto l'uomo dabbene, veramente s'involse ad occhi aperti in quell'incesto, oppure se ottenne dispensa della parentela dal papa. Altro non so dir io, se non che non apparisce che allora fossero fatte dispense. E che probabilmente Ugo si servì per contraere quelle nozze di un galante suo trovato, cioè di far credere che Guido non era suo fratello, siccome abbiam già veduto. Si può ancora chiedere, perchè Ugo, che avea in pugno Roma e il papa, cioè Giovanni suo figliastro, non si facesse dichiarare e coronar imperador de' Romani. Forse non ebbe tempo da compiere questo suo verisimil desiderio; e si truova ancora qualche antica memoria, in cui egli è chiamato imperadore, ma senza aver mai conseguita la corona romana, mentre in tutti i susseguenti suoi diplomi egli usa sempre il titolo di re, e non mai d'imperadore. Ora dacchè Ugo fu in possesso di Roma, se vogliam credere a Liutprando, cominciò a mostrar poca stima della nobiltà romana. Peggio avvenne. Un dì ebbe il giovane Alberico, figliuolo di Marozia e di Alberico marchese, ordine dalla madre di dar da lavar le mani al re suo padrigno; ma con sì poco buon garbo colla brocca gli votò l'acqua nelle mani, che Ugo gli lasciò andare un man rovescio sul volto. Levatosi di lì Alberico, fatta raunanza di molti nobili romani, rappresentò [1054] loro la tracotanza di questo novello re, il quale se sui principii trattava sì villanamente un par suo, cosa non avrebbe fatto nel progresso del tempo in danno e vituperio de' Romani? Con queste parole, e con altre in detestazion dei Borgognoni, sì fattamente accese gli animi d'essi nobili, che data campana a martello, e messo tutto il popolo in armi, chiusero le porte, e andarono ad assediare il re in castello sant'Angelo, senza dargli tempo d'introdurre le sue milizie. Tal fu la paura del bravo re Ugo, che neppur credendosi sicuro in quella fortezza, si fece calar giù per le mura del castello fuori della città, e volò a trovar le sue truppe, colle quali assai scornato marciò tosto fuori del ducato romano. Servì questa occasione al popolo romano, stanco d'essere signoreggiato da una donna, per dichiarar loro principe e signore il suddetto Alberico, giacchè se avessero renduto il governo a papa Giovanni, come era di dovere, Marozia avrebbe continuato a governar ella sotto nome del figliuolo pontefice. Anzi Alberico per maggiormente assicurare il suo dominio, mise in prigione la stessa Marozia sua madre, e tenne in maniera le guardie al papa suo fratello, che nulla poteva operare senza saputa e consentimento di lui. Siamo tenuti di queste particolarità a Frodoardo, il quale sotto l'anno seguente scrive nella Cronica [Frodoardus, in Cron. apud Du-Chesne.], che tornati da Roma i messi della chiesa di Rems, Pallium Artaldo praesuli deferunt, nuntiantque, Johannem papam filium Mariae, quae et Marocia dicitur, sub custodia detineri a fratre suo nomine Alberico, qui matrem quoque suam Marociam clausam servabat, et Romam contra Hugonem regem tenebat. Ripete lo stesso nella storia della chiesa di Rems con dire [Idem, in Chronic. Remensi, lib. 4, cap. 24.]: Artoldus episcopus post annum ordinationis suae pallium suscipit, missum sibi per legatos ecclesiae remensis a Johanne papa filio Mariae, quae et Marocia dicebatur, [1055] vel ab Alberico patricio fratre ipsius papae, qui eumdem Johannem fratrem suum in sua detinebat potestate, et praedictam matrem ipsorum in custodia clausam tenebat; Hugonem quoque regem Roma depulerat. Ed allora, a mio credere, fu che si scatenò liberamente la satira contro della depressa Marozia e di papa Giovanni suo figliuolo, con aggiugnere ai veri vizii di quell'ambiziosa donna gli altri inventati dalla maldicenza, per giustificare in qualche maniera l'usurpazione del dominio di Roma, e le risoluzioni prese da Alberico contra di una madre e di un fratello papa. Servirono poi a Liutprando quelle pasquinate per denigrar la fama dei papi d'allora. Probabilmente in quest'anno fu promosso alla cattedra episcopale di Verona Raterio monaco, ma contro il volere del re Ugo, il quale unicamente consentì all'ordinazione sua, per non dispiacere alla corte di Roma, che l'avea caldamente raccomandato, e per isperanza ch'egli, aggravato da particolari indisposizioni, sloggerebbe presto dal mondo. Ma Raterio guarì, e fu consecrato. Allora Ugo, secondochè attesta lo stesso Raterio [Ratherius, in Epist. ad Johannem papam.], iratissimus redditur; juravit per Deum (nec est mentitus) quod diebus vitae suae de ipsa ordinatione non essem gavisurus. Misit ergo in pitaciolo certam quantitatem stipendii, quod tenerem de rebus ecclesiae; de ceteris exigens jusjurandum, ut diebus illius, filiique sui amplius non requirerem. Ego intelligens, quanta absurditas ex hoc consequeretur, non consensi. Ed ecco come si abusassero allora i principi del secolo della lor potenza, con disporre a lor talento dei beni delle chiese; e se il re Ugo fosse quel principe sì pio e timorato di Dio che Liutprando ci vorrebbe far credere. Paggio egli allora del re Ugo scrive di sè stesso [Liutprandus, lib. 4, cap. 1.]: Ea tempestate tantus eram, qui regis Hugonis gratiam vocis mihi dulcedine acquirebam. Is enim euplioniam magnopere diligebat, in qua me coaequalium [1056] puerorum nemo vincere poterat. Truovasi nel dì primo di luglio dell'anno presente in Lucca esso re Ugo, dove [Ughell., Ital. Sacr., tom. 1, in Episcop. Lucens.] admonitione karissimi fratris nostri Bosonis illustrissimi marchionis (già creato marchese di Toscana) dona ai canonici di Lucca una corte pro remedio animarum Adalberti marchionis, et Bertae serenissimae comitissae matris nostrae. Così quel buon re, dopo averla infamata colla calunnia dei parti supposti. Il diploma fu dato kalendis julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXII, regni autem domni Hugonis piissimi regis sexto, Lotharii item regis secundo, Indictione quinta. Actum in civitate Lucae. Non so se Ugo andasse allora a Roma, oppure se ne venisse. In questo anno, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], Orso Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, veggendosi oramai vecchio, dato un calcio al mondo, si fece monaco. In luogo suo fu eletto doge Pietro Candiano II, figliuolo di Pietro Candiano I doge. Questi pel suo valore e saviezza accrebbe non poco la potenza de' Veneziani con assuggettar varii popoli confinanti, e far lega con altri. Mandò tosto alla corte di Costantinopoli Pietro suo figliuolo con assaissimi regali, ed ottenne da quegli Augusti la dignità di protospatario.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXIII. Indiz. VI.
Giovanni XI papa 3.
Ugo re d'Italia 8.
Lottario re d'Italia 3.

Truovo io parimente nel gennaio di quest'anno il re Ugo in Toscana. Stando egli in Arezzo, confermò ai canonici di quella città, precibus karissimi fratris nostris Bosonis incliti marchionis, i beni lasciati da Pietro vescovo ai medesimi canonici, e che loro avea confermato serenissimus avus noster Lotharius imperator, padre di Lottario re della Lorena, [1057] da cui era nata Berta sua madre. Fu quel privilegio [Antiq. Ital., Dissert. LXII.] dato anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIII, XVI kalendas februarii, regni autem domni Hugonis piissimi regis VIII, dominique Lotharii item regis III, Indictione VI. Actum in domo sancti Donati. Quindi si può ricavare che Ugo già fosse re nel gennaio dell'anno 926. Ma non è sicuro questo documento. Ho ben io messo qui l'anno 933, ma parmi che l'originale non fosse ben chiaro in questa nota. E poi come accordar questo diploma coll'altro dell'anno precedente? Ivi nel dì primo di luglio 932 correva l'anno sesto del regno d'Ugo, e qui nel dì 17 di gennaio del 933 corre l'anno ottavo. V'ha anche dell'errore negli anni del regno di Lottario. Per l'affronto poi ricevuto da Alberico patrizio di Roma, e dal popolo romano nell'anno antecedente, si rodeva il cuore il re Ugo, e non tardò a cercarne vendetta con passare all'assedio della stessa Roma. Trovò chi non era figliuolo della paura. Diede bensì il guasto al paese, ma non gli riuscì di condurre i Romani ad aprirgli le porte, e neppure a far capitolazione alcuna. In poche parole si sbriga Frodoardo con iscrivere [Frodoardus, in Chron. tom. II, Rer. Franc. Du-Chesne.] sotto quest'anno: Hugo rex Italiae Romam obsidet. E Liutprando racconta ch'esso Ugo [Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 1. Duc. Burgund., lib. 2.] qualiter Romam, ex qua ejectus turpiter fuerat, posset acquirere, cogitabat. Collecta itaque multitudine, proficiscitur Romam: cujus quamquam loca et provincias circum circa misere devastaret, eamque ipsam quotidiano impetu impugnaret, ingrediendi eam tamen effectum obtinere non potuit. Potrebbe anche credersi succeduto in quest'anno, e forse prima, ciò che il medesimo Liutprando racconta [Idem, lib. 3, cap. 13.].

Cioè che i principi d'Italia, malcontenti di avere sopra di sè un re che ad [1058] una somma malizia avea cominciato ad unire la crudeltà, con avere specialmente privato sotto indegno pretesto della vista e del ducato Lamberto marchese di Toscana suo fratello, si avvisarono di richiamare in Italia il già detronizzato Rodolfo II re di Borgogna. Ugo, che tenea delle spie dappertutto, lo seppe; e spediti a Rodolfo i suoi ambasciatori, gli fece uscir di cuore questa voglia, con cedergli parte degli stati ch'egli possedeva in Provenza, prima di venire al regno d'Italia, avendo all'incontro ceduto quel re ad Ugo qualsivoglia sua pretension sopra l'Italia. Così restò egli libero dal timore da quella parte. Pretendono il Du-Chesne [Du-Chesne, de Duc. Burgund., lib. 2.] e il Buchè [Buchè, Histoire de Provence, lib. 6.] che per tale accordo Rodolfo II acquistasse la Savoia, il Delfinato ed altri paesi di Provenza sino al mare di Marsiglia. Ma sarebbe da vedere se la Savoia fosse dianzi di Rodolfo oppure di Ugo. E che Ugo avesse già ceduto ad altri il marchesato di Vienna si è di sopra veduto. Pretendono inoltre quegli scrittori che Ugo ritenesse in suo potere la città d'Arles col suo contado; e certamente noi il vedremo tornare in Provenza, e quivi esercitar dominio. Vogliono ancora che Rodolfo desse allora Alda ossia Adelaide sua figliuola per moglie a Lottario re figliuolo del re Ugo. Può essere che fra le condizioni del loro accordo vi fosse ancor questa; potrebbe anche dubitarsi che seguissero gli sponsali dell'uno coll'altra; ma che in questi tempi si accoppiasse Adelaide con Lottario, non sussiste. Vedremo all'anno 938 le loro nozze. E qui si vuol avvertire che Lottario non era per anche in età capace di unirsi con donna. Il monaco di Bobbio [Mabill., Saecul. Benedict., tom. 2.], che scrisse i miracoli operati da Dio per intercession di san Colombano abbate di quell'insigne monistero, e vivea in questi medesimi giorni, racconta un fatto non indegno di memoria. Aveano alcuni potenti, [1059] specialmente Guido vescovo di Piacenza, occupata una gran quantità di beni al monistero di Bobbio; iniquità che era alla moda in que' sì sconcertati tempi dell'Italia e della Francia. Allorchè il re Ugo fu divenuto padrone di questo regno, la regina Alda sua moglie condusse in Italia un nobile e saggio uomo, appellato Gerlenno, con pensiero di dargli un vescovato. Fu questi creato arcicancelliere del regno da Ugo. Suum sigillum ei tribuit, summumque cancellarium esse praecepit. Io il truovo solamente cancelliere nell'anno 929, ma comparisce poi ne' seguenti anni arcicancelliere. Venuto a morte Silverado abbate di Bobbio, il re diede quella badia in commenda a Gerlenno, che neppur era monaco. E questi trovato il monistero dianzi sì ricco, allora sì smilzo, più volte si raccomandò al re Ugo, affinchè obbligasse quegli usurpatori alla restituzion de' beni. Sed rex potestative ea non valebat ab eis auferre. Metuebat enim eos, ne si aliquid contra eorum voluntatem ageret, regni damnum incurreret: quia scimus etiam contra eum saepius rebellasse. Di qui ancora si conosce come fossero corrotti gli animi e i costumi dei principi sì secolari come ecclesiastici d'allora. Adunque l'accorto re gli diede per parere di condurre a Pavia il corpo di san Colombano, perchè a quella vista si commoverebbono gli usurpatori. Così fu fatto, forse circa l'anno 929 o 930, e quel sacro deposito fu esposto nella chiesa di san Michele. Allora Lotharius bonae indolis puer, filius praedicti regis, quem Alda regina sua genuit, magnis febribus arebatur. Qui jubente patre ad supradictam ecclesiam in ulnis adductus est. Per intercessione del santo riacquistò egli la sanità. Ricuperarono i monaci ancora alcuni dei lor beni, ma non già gli occupati dall'indurato vescovo di Piacenza. Dal che si può intendere che il re Lottario era tuttavia di tenera età circa questi tempi. Abbiamo dal sopra allegato Frodoardo sotto il presente anno che i [1060] Saraceni abitanti in Frassineto meatus Alpium occupant, atque vicina quaeque depraedantur. Fece parimente fine al corso di sua vita in quest'anno Guaimario II principe di Salerno [Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], con lasciar suo successore Gisolfo suo figliuolo in età di soli quattro anni, a cui fu dato per tutore Prisco.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXIV. Indiz. VII.
Giovanni XI papa 4.
Ugo re d'Italia 9.
Lottario re d'Italia 4.

Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] all'anno 932 e l'Annalista sassone [Annalista Saxo, tom. 1 Hist. Eccard.] all'anno 933 raccontano un fatto che forse è da riferire all'anno presente. Dacchè i principi d'Italia non poterono muovere contra del re Ugo Rodolfo II re di Borgogna, nè c'era speranza di poter tirare in Italia Arrigo glorioso re di Germania, perchè egli avea troppe faccende in casa propria, e si sa da Liutprando che il re Ugo non risparmiava regali per tenerselo amico; si rivolsero ad Arnolfo duca di Baviera e di Carintia, facendogli credere che l'Italia, s'egli veniva con una buona armata, era di facile conquista, per l'avversione conceputa da molti contra del re Ugo [Liutprandus, lib. 3. cap. 14.]. Liutprando narra questo avvenimento, ma senza assegnarne il tempo secondo il suo costume. Calò Arnoldo per la valle di Trento, che era da quella parte la prima marca dell'Italia, e venne a Verona, le cui porte gli furono aperte da Milone conte della città e da Raterio vescovo: essi almeno furono creduti dei principali a chiamarlo in Italia. Non istette colle mani alla cintola il re Ugo. Ammassato il suo esercito, lo spinse a quella volta. Accadde che uscito di Gussolengo un corpo di Bavaresi, s'incontrò con un altro d'Italiani, e venuto alle mani, [1061] restò talmente disfatto, che taluno appena coll'aiuto delle gambe potè portarne la nuova agli altri. Bastò questo poco per isbalordire Arnoldo, il quale conosciuto che non era sì molle il terreno, come egli s'era figurato, determinò di tornarsene in Baviera per rifare ed accrescere l'esercito, e rimettere ad altra stagione questa impresa. Pensò ancora di condur seco Milone conte. Ma questi penetrato il disegno, restò in forse di quel che avea da fare. In Baviera per conto alcuno non voleva andare; pericoloso era il portarsi al re Ugo. Tuttavia elesse l'ultimo partito, e questo gli dovette servire per giustificarsi e per cancellare i sospetti formati contra di lui. Arnolfo se ne tornò in Baviera, menando seco il fratello di Milone e i di lui soldati prigionieri. Presentatosi il re Ugo a Verona, la riebbe senza difficoltà, e fatto prendere il vescovo Raterio, il confinò in una prigion di Pavia, dove ebbe tempo da poter descrivere graziosamente i salti della sua buona e rea fortuna. Pretende egli in una lettera [Ratherius, in Epist., tom. 1, Spicileg. Dachery postrem. edit.] scritta a papa Giovanni XIII che ingiusto fosse il gastigo, e che il re Ugo prendesse pretesto dalle rivoluzioni di Verona per nuocere a lui secondo la suggestion del suo odio. Cepit me, dice Raterio, retrusit in custodiam in quadam Papiae turricula; non dico sine mea culpa, sed citra legem ita haec egit, et sine audientia. Dicat heic quisque quod volet; temerariis enim judiciis juxta Augustinum plena tunt omnia. Diede in quest'anno il re Ugo un diploma in confermazione dei beni posseduti dai canonici di Modena [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Mutinensi.]. Le note son queste: Datum XII kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIV, regni autem domni Hugonis invictissimi regis octavo, et domni Lotharii item regis tertio, Indictione septima. Qui è adoperata l'indizione nostra volgare, che cominciata nel gennaio procede per tutto l'anno.

[1062]


   
Anno di Cristo DCCCCXXXV. Indiz. VIII.
Giovanni XI papa 5.
Ugo re d'Italia 10.
Lottario re d'Italia 5.

Non ho io ben potuto chiarirmi se quel Bonifazio conte, che noi vedemmo di sopra all'anno 924 chiamato in aiuto da Rodolfo re di Borgogna e d'Italia, fosse fin d'allora promosso alla dignità di marchese, ed avesse in governo il ducato di Spoleti e la marca di Camerino. Liutprando scrisse [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17.] ch'egli nostro tempore Camerinorum et Spoletinorum extitit marchio: il che ci può far dubitare che molto più tardi a lui fosse conferito quell'illustre governo. Nè è molto verisimile che Ugo re promovesse questo Bonifazio, ch'era cognato del suddetto re Rodolfo. Egli è ben fuor di dubbio che in questi tempi signoreggiava nelle marche di Spoleti e di Camerino un Teobaldo ossia Tebaldo, di cui scrive il medesimo Liutprando [Idem, lib. 4, cap. 4.]: Theobaldus heros quidam, proxima regi Hugoni affinitate conjunctus, Camerinorum et Spoletinorum marchio erat. Questo Teobaldo è poi chiamato nipote suo da esso re Ugo [Idem, lib. 5, cap. 2.]. Bolliva tuttavia la guerra fra Landolfo principe di Benevento e i Greci, e si trovava il primo a mal partito, non so ben dire se in quest'anno, oppure in alcuno degli antecedenti. Comunque sia per conto del tempo, abbiam di certo che ricorse Landolfo per aiuto a questo duca ossia marchese di Spoleti e di Camerino, il quale con grandi forze unitosi a lui, e venuto ad un fatto d'armi coi Greci, loro diede una rotta. Non tennero questi da lì innanzi la campagna, ma attesero a difendersi nelle castella di loro giurisdizione. Liutprando, persona che si dilettava forte di tagliare i panni addosso agli altri, e di rallegrare i suoi lettori con delle galanti, ma forse non sempre vere [1063] avventure, ne conta qui una alquanto oscena, e le fa i ricci colla sua piacevole eloquenza. Cioè che Teobaldo quanti Greci gli capitavano alle mani, tutti li faceva castrare, lasciandoli poi ire in pace, e con ordine di dire al loro generale, che sapendo egli quanto preziose e care cose fossero alla corte dell'imperadore di lui padrone gli eunuchi, gli faceva que' regali, e che se ne aspettasse molti più andando innanzi. Accadde che un dì usciti di un castello i Greci coi terrazzani, fecero una zuffa con quei di Teobaldo, e ne restarono molti prigioni. Si preparava la festa a questi infelici, quando dal castello giunse alle tende infuriata una giovane donna, moglie di uno di essi, che presentatasi a Teobaldo, seppe così ben dire le sue ragioni, e perorare i suoi diritti sopra il corpo e le membra del marito, che mosse a riso tutta la brigata, e le riuscì di avere sano e salvo il suo uomo. In qual anno precisamente succedesse questa guerra di Landolfo e di Teobaldo contra de' Greci, non si può dichiarare.

Circa questi tempi, per relazione del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], avendo i Comacchiesi messi in prigione alquanti Veneziani, Pietro doge di Venezia spedì contro di loro un'armata, che presa la città, la diede alle fiamme, uccise molti di que' cittadini, e condusse il rimanente a Venezia. Furono questi poi rilasciati con promessa di essere da lì innanzi sudditi della repubblica veneta. A questi tempi ancora dovrebbe appartenere la venuta in Italia di Manasse arcivescovo di Arles, di cui parla Liutprando [Liutprandus, lib. 4, cap. 3.]. Questo ambizioso prelato, non contento del grado e gregge suo, siccome parente del re Ugo, venne a pescar maggiori grandezze in Italia. Il re, che per politica amava di esaltare i suoi parenti e nazionali, gli assegnò le rendite delle chiese di Verona, Trento e Mantova, e il fece anche marchese di Trento con iscandalo di tutti i fedeli. Avendo, siccome dicemmo, ripigliata forza i Saraceni [1064] abitanti in Frassineto, può essere che in quest'anno avvenisse ciò che narra il suddetto Liutprando [Liutprandus, lib. 4, cap. 2.]. Cioè che alcune brigate di que' manasdieri calarono fino ad Aiqui nel Monferrato; ma raunatisi i Cristiani di quelle contrade, con tal bravura diedero loro addosso, che neppur uno ne scampò dalle loro spade. In Genova si vide scaturire una fontana coll'acque color di sangue. Fu creduto sangue ciò che verisimilmente fu un accidente naturale, e preso perciò come un presagio di qualche calamità. Nè maggiore infatti poteva avvenire a quel popolo; perciocchè nell'anno stesso venuti dall'Africa colla loro armata i Mori, entrarono in quella città all'improvviso, e tagliarono a pezzi tutti i cittadini, con riserbar solamente le donne e i fanciulli, che furono condotti schiavi in Africa insieme col bottino di tutte le chiese e case di Genova. Pietro bibliotecario, Martin Pollaco e il Belluacense scrivono accaduta così funesta disgrazia nell'anno I di Giovanni XI papa, cioè nell'anno 931. Non so qual fede meritino simili scrittori. Liutprando, di gran lunga più antico di loro, la mette più tardi. Leggesi nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.] un bellissimo placito, che ci fa intendere che il re Ugo avea fabbricato un palazzo nuovo in Pavia, dove anche dimorava nel dì 18 di settembre del presente anno. Il suo principio è questo: Dum in Dei civitate Papia in palacium noviter aedificatum ab domnum Ughonem gloriosissimum rex in caminata dormitorii ipsius palacii, ubi ipse domnus Ugo, et Lotherio filio ejus gloriosissimi reges praeessent, in eorum praesentia Enesaribo comes palatii, ec. In vece di Enesaribo, che fu mal copiato, si dee scrivere esset Sarilo, ciò riconoscendosi dalle sottoscrizioni, dove è Sarilo comes palatii. Fu scritto quel documento, che ne contien degli altri, anno regni domni Hugoni et Lothario, filio ejus gratia Dei reges, Deo propitio, domni Hugoni decimo, [1065] Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona, cioè nell'anno presente. Vien parimente rapportato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] un altro privilegio da esso re conceduto alla badia di Tolla sul piacentino, dato VIII kalendas januarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVI, domnorum autem piissimorum regum, Hugonis videlicet X, Lotharii vero V, Indictione octava. Actum Papiae. Era in uso presso di molti di dar principio all'anno nuovo nel Natale del Signore; però questo anno 936, secondo noi, fu il 935. Ma non so già intendere come ivi sia l'indizione ottava, che dovea camminare sino al fine dell'anno, quando s'è nel precedente documento veduto che in Pavia stessa l'indizione nona aveva avuto principio nel settembre. Bisognerebbe in tali occasioni aver sotto gli occhi le carte pecore originali, per poterle meglio esaminare. Trovandosi poi nel suddetto placito, tenuto in Pavia, presente Anscharius marchio quondam Adelberti, idemque marchionis filio, si può credere che il re Ugo, come scrive Liutprando [Liutprandus, lib. 5, cap. 2.], quia Theobaldus marchio (di Spoleti) hominem exuerat, Spoletinorum ac Camerinorum marchionem l'avesse già costituito. Egli era fratello di Berengario marchese d'Ivrea, ed uomo di grande ardire. Ne avea paura il re Ugo, e però il mandò al governo di Spoleti e di Camerino, per tenerlo lontano da sè.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXVI. Indiz. IX.
Leone VII papa 1.
Ugo re d'Italia 11.
Lottario re d'Italia 6.

Giunse al fine de' suoi giorni in questo anno papa Giovanni XI, e se mancasse di morte naturale, o in altra guisa, non ne abbiamo lume alcuno nella storia. Ecco ciò che di lui lasciò scritto Frodoardo scrittore di questi tempi [Frodoardus, de Roman. Pontificib.]:

[1066]

Nato patriciae [Di Marozia.] hinc cedunt pia jura Johanni,

Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur,

Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,

Fratre a patricio juris moderamine rapto.

Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco [Al re Ugo.]

Tradere conantem, decimum sub claustra Johannem

Quae dederat, claustro vigili et custode subegit.

Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit.

Papaque obit, nomen geminum [Quinctum.] fere nactus in annum.

Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo scrittore, modo sacra ministrans in vece di tantummodo, quasichè Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio, ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da' suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo [Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Fran. Du-Chesne.] sotto quest'anno che Johanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei servus Romae papa constituitur. Queste parole congiunte con altre riflessioni fatte dal padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin., lib. 43.] intorno ai brevi di questo pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità, e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a questo sublime grado da Alberico principe di Roma, perchè si sapeva ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava, [1067] Frodoardo, che finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa Leone, così ne parla:

Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,

Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,

Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,

Culminaque evitans, dignusque nitore probatur

Regminis eximii, Petrique in sede locatur.

Ac geminans dono cumulatum muneris almi

Pergere laetantem amplexu dimisit honoro.

Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustum

Attollat, servetque diu....

Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento di Leone abbate di Subiaco si legge nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.], scritto anno, Domino propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis sexti (dovrebbe dire septimi) papae I, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica il suddetto Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.]: Hugo Italiae rex Romam nisus capere, afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit. È da credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperò Odone abbate santo e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma dal [1068] buon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san Polo di Roma. Giovanni monaco [Mabill., Saecul. V Benedict., in Vita S. Odonis, lib. 2.], e discepolo di esso santo Odone, nella di lui vita così scrive: Sub idem tempus Italiam missi sumus a Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem. Più sotto aggiugne: Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille (Odo) intra extraque discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare, quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem tueri a tanta obsidione. Ma forse non è certo che in quest'anno santo Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando [Liutprandus, lib. 4, c. 1.], che non parla se non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive, che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico, gli propose di dargli in moglie Alda sua figliuola, e di tenerlo da lì innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè pace con lui.

Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito duca di Toscana per via d'iniquità Bosone fratello del medesimo re. Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per paura [1069] di lei s'erano ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti, essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì aveva essa partorito al marito, una delle quali, Willa anche essa di nome, fu maritata con Berengario figliuolo di Adalberto marchese d'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per quanto ne scrive Liutprando [Liutprandus, lib. 4, cap. 1.], pervenne all'orecchio del re Ugo che Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male a Willa. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò che Willa sua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana ad Uberto figliuolo suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine, giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di mantenerne molte alla turchesca. Al placito [1070] tenuto in Pavia nell'anno precedente, e da me accennato di sopra, oltre ad Azzone rinomato vescovo di Vercelli, e a Baterico vescovo d'Ivrea, intervenne ancora Ubertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis. Sicchè egli portava già il titolo di marchese, e dovea governar qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde.], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese tuttavia Bosone duca in Toscana nel dì sei di luglio del 936, si sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto. Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.], che sotto quest'anno scrive: Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia mittit. Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vita Arrigo re di Germania, principe per le sue molte virtù e per varie segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioè Ottone il grande, di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra le carte del monistero vulturnense [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1. Rer. Ital.] una se ne legge, scritta regnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii per Indictionem nonam. Actum in Marsi. Erano i Marsi nel ducato di Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto le note, cioè s'ha da scrivere anno V Lothario, essendo certo che Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la dignità regale.

[1071]


   
Anno di Cristo DCCCCXXXVII. Indiz. X.
Leone VII papa 2.
Ugo re d'Italia 12.
Lottario re d'Italia 7.

Fu quest'anno funestissimo alla Campania; perciocchè, secondo l'attestato di Leone Ostiense [Leo Ostiensis, in Chron. lib. 1, cap. 55.], Indictione decima, venientes innumerabiles Hungari super Capuam, omnia in circuitu ipsius depraedati sunt. Similiter etiam Beneventi fecere, usque Sarnum et Nolam discurrentes et devastantes omnia; cunctamque Liburiam peragrantes, iterum Capuam reversi per duodecim dies in Campo Galliano commorati sunt. Fecero prigioni molti degli uomini sudditi del monistero di Monte Casino, per riscattare i quali convenne ai monaci d'impiegar molti sacri arredi e vasi d'argento della lor chiesa. Gonfii que' Barbari dal non trovare opposizione alcuna alle loro rapine, si avanzarono entro al paese de' Marsi, commettendo anche ivi incendii e saccheggi. Ma i Marsi uniti coi Peligni gli aspettarono in agguato ad un sito, e piombando loro addosso, quasi tutti li misero a fil di spada, con levar loro tutto il copiosissimo bottino dianzi fatto. Pochi di que' masnadieri ebbero la fortuna di sottrarsi alle loro spade e di tornarsene al loro paese. Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron.] mette questa irruzion degli Ungheri all'anno precedente 936. Se più a lui che all'Ostiense s'abbia a credere, non saprei dirlo. Vero è che da Frodoardo, da Witichindo e da alcuni altri scrittori si sa che in questo medesimo anno un nuvolo d'Ungheri, passati per la Baviera, diedero un terribil guasto all'Alsazia e a tutto il regno della Lorena con arrivar fino all'Oceano. Ed Ermanno Contratto scrive [Herman. Contract., in Chronic. edit. Canis.] che anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, Ungari Franciam, et [1072] Alemanniam, et Galliam usque ad Oceanum, Burgundiamque devastantes, per Italiam redierunt. Ma non c'è apparenza alcuna che gli Ungheri guastatori delle provincie oltramontane venissero fino a Capua con un giro sì lungo. Quei, passando per l'Italia, se ne tornarono sani e salvi al lor paese: laddove gli altri che saccheggiarono la Campania e Benevento lasciarono per la maggior parte la vita in quelle contrade. Però diverse dovettero essere le brigate degli uni e degli altri. Lascerò ch'altri decida se a questo anno, oppure al precedente, appartenga un giudicato di Capua, riferito nella Cronica del monistero vulturnense [Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], e scritto vigesimo septimo anno imperii domni Constantini imperatoris, et XXXVI anno principatus domni Landulfi gloriosi principis, et XXVII anno principatus domni Atenulfi eximii principis, mense septembri, Indictione X. Ne fo io menzione, affinchè dagli anni di Costantino VIII imperadore de' Greci, registrati ne' documenti di Capua, si riconosca che doveva essere ristabilita la pace fra la corte imperiale di Costantinopoli e i principi di Benevento e Capua, cioè di Landolfo ed Atenolfo. Arrivò in quest'anno al fine de' suoi giorni Rodolfo II, re di Borgogna, quel medesimo che era stato re di Italia, attestandolo Frodoardo [Frodoardus, in Chron.], il Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis.], Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chronic.] ed altri. Lasciò dopo di sè Corrado suo figliuolo, che gli succedette nel regno, e Adelaide figliuola, di cui parleremo all'anno seguente. Presso il padre Tatti [Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.] abbiamo un privilegio conceduto nella città di Como dai re Ugo e Lottario ad Azzone vescovo di quella città, in cui compariscono queste note cronologiche: Datum XVII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, domni Hugonis piissimi regis XI, Lotharii [1073] vero filii ejus item regis VII, Indictione X. Actum Cumis civitate. Questo documento, diversamente dall'allegato nell'anno precedente, ci fa riconoscere già creato re il giovane Lottario nel dì 15 di giugno dell'anno 931. Secondo me, in quel della Cronica del Volturno, e non in questo, v'ha dell'errore. Abbiamo dalla Cronica arabica [Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che continuavano in Sicilia le dissensioni e sedizioni fra i Cristiani e Mori. Quivi è notato che nel presente, oppur nel susseguente anno, il popolo di Gergenti si rivoltò contra di Salem generale del re dell'Africa in quell'isola. Adunò questi un'armata, e passò ad assediare Osra. Colà ancora accorsero con tutte le loro forze gli Agrigentini, e misero in rotta il nemico esercito; e di là passarono fin sotto Palermo, con dare a quella città varii assalti. Ma usciti i Mori coi Palermitani, comandati dal generale Salem, sbaragliarono gli assedianti, e buon pro a chi ebbe migliori gambe. Era in questi tempi console e duca di Napoli Giovanni. Da un'altra Cronica arabica di Abulphedà [Idem, ibidem.] si ricava che nell'anno 936 Amiras Siciliae, qui dicitur Salem, multis molestiis et injiuriis vexavit Siculos, ita ut Agrigentini coacti sint expellere milites regis. Tum rex Africae misit exercitum circumseditque civitatem. Agrigentini vero petierunt succursum ab imperadore Constantinopolis, qui statim eis allegavit praesidium. Perduravit adhuc obsidio usque ad annum 329 aegirae (Christi vero 940). Credesi che in quest'anno ad Ilduino arcivescovo di Milano defunto succedesse Arderico canonico milanese. Arnolfo storico racconta [Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.] che desiderando il re Ugo di mettere in quella sedia un suo figliuolo (creduto da me quel Teobaldo di cui fa menzione Liutprando), nè potendo per la di lui poca età ottener l'intento, fece eleggere arcivescovo [1074] questo Arderico, uomo vecchio, per isperanza che tardasse poco ad uscire di vita. Scorgendo poi ch'egli non avea gran fretta d'imprendere quel viaggio, fece in una dieta di Pavia attaccar lite dai suoi coi Milanesi, per levar dal mondo con questa frode l'arcivescovo. Ma Arderico ebbe la fortuna di salvarsi. Restaronvi nondimeno morti novanta nobili milanesi; e il re Ugo dipoi per penitenza diede alla chiesa di Milano la badia di Nonantola posta sul modenese, quae propter nonaginta sui juris curtes sic vocata perhibetur. Questo si può credere un tessuto di fole, mischiato di qualche verità. Indubitata cosa è che la ricchissima badia di Nonantola fu formata e magnificamente dotata due secoli prima di questo.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXVIII. Indiz. XI.
Leone VII papa 3.
Ugo re d'Italia 13.
Lottario re d'Italia 8.

Dopo la morte di Rodolfo II re di Borgogna, il re Ugo intavolò un trattato di nozze col re Corrado di lui successore, e lo conchiuse nell'anno presente, se crediamo al padre Mabillone [Mabillon., Annal. Benedict. ad hunc annum.] e al padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.]. Cioè essendo egli vedovo per la morte della regina Alda sua moglie, e riguardato per insussistente e nullo il suo matrimonio con Marozia patrizia romana, egli prese per moglie Berta [Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 6.] vedova del suddetto re Rodolfo. Stabilì ancora il matrimonio del re Lottario suo figliolo con Adelaide figliuola del medesimo re Rodolfo, donna che per la sua santità e per le sue avventure divenne poi celebratissima nelle storie. Di che età fosse allora questa regal fanciulla, allorchè andò a marito, l'abbiamo dalla vita di lei, scritta da santo Odilone abbate di Clugnì [Vita S. Adelhaidis apud Canisium et Surium, ad diem 16 decembris.]: Quum adhuc esset, dic'egli, [1075] juvencula, et sextumdecimum aetatis suae ageret annum, Deo donante, adepta est regale matrimonium, juncta scilicet regi Lothario, Hugonis ditissimi regis italici filio. La ragione per cui i suddetti scrittori giudicarono appartenere a quest'anno il matrimonio di Adelaide, è fondata sullo strumento dotale che tuttavia si conserva in Pavia nell'archivio dell'insigne monisterio di san Salvatore, e fu dato alla luce dal Margarino [Margarinius, in Bullar Casinens., tom. 2, Constit. XLIX.]. Da esso pare che tanto il re Ugo, quanto il re Lottario si fossero portati in Borgogna per ultimar quelle nozze. Fu scritto il diploma pridie idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVIII, regni vero domni Hugonis XII, filii ejus Lotharii item regis VII, Indictione XI. Actum Curte, quae Columbaris dicitur. Ma queste note tutte indicano l'anno 937, essendo certissimo che nel dì 12 di dicembre d'esso anno correva l'anno XII di Ugo e il VII di Lottario. L'indizione XI doveva aver avuto principio nel settembre di esso anno. Però qui o è fallato l'anno, o esso è l'anno pisano; e quel 938, secondo me, ha da essere il nostro 937. Se poi quelli fossero gli sponsali solamente, oppure lo effettivo matrimonio, ne parleremo all'anno 950. Certo è che quivi Lottario dona ad Adelaide cinque corti, fra le quali son riguardevoli quella di Marengo, e l'altra di Olonna, oltre ancora a tre badie, secondo i costumi corrotti d'allora. La dote tutta a lei costituita da esso Lottario ascende a 4580 mansi di terra: dono veramente da re, se non v'entrassero anche i beni della Chiesa. Aggiugne Liutprando che il re Ugo perduto dietro alle concubine, non solamente mancò dell'amor maritale verso la nuova sua moglie Berta, ma in tutte le maniere mostrò averla in abbominazione. E che nella mandra d'esse sue concubine fu specialmente distinta dalla di lui parzialità Bezola, di vilissima nazione sveva, che gli partorì non solamente Bosone, creato [1076] vescovo di Piacenza dopo la morte di Guido nell'anno 940, ma anche Berta maritata poi a Romano juniore imperadore greco. Inoltre amò forte Roza, figliuola di quel medesimo Gualberto a cui egli avea fatto tagliare il capo, la quale gli partorì una bellissima figliuola; e finalmente Stefania romana, da cui ebbe un figliuolo Teobaldo, fatto dipoi arcidiacono della chiesa milanese. Era Ugo sì screditato presso d'ognuno per questa sua sfrenata patentissima disonestà, che il monaco autore della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] lasciò correre una scandalosa diceria, che con tutta l'infame vita di questo re non dee meritar fede presso gli assennati lettori. Dopo aver egli detto che Ugo era uomo di estrema astuzia e malizia, e che teneva spie per tutte le città per indagar chi parlava male di lui, il che tal timore sparse in tutti, ut minime auderent palam loqui de eo, sed more scurrarum per calamos fossos ad invicem loquentes, sic insidias parabant ei; seguita poi a dire che Ugo ebbe un figliuolo appellato Lottario, al quale, giunto che fu alla convenevol età, diede moglie. Iste namque obtemperans monitis patris, conjugem accepit. Pater vero post dotem succensus face luxuriae, nurum vitiat, antequam ad filii perveniat thalamum. O nefas! o libido indomita! ec. Continuò in questo anno la guerra fra i Siciliani rivoltati e i Saraceni dominanti in quell'isola [Chronic. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Sulle prime restarono in un fatto d'armi vincitori i Siciliani, sconfitti poscia in un altro. Venne dall'Africa un nuovo generale de' Mori con un copioso esercito a Palermo, e cominciò a smantellar le mura e le porte di quella città; la qual novità fu cagione che quei di Gergenti si ribellarono. Leggesi nel Bollario casinense [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XLVIII.] un diploma di Ugo e Lottario, dato in favore del monistero delle sante Flora e Lucilla d'Arezzo, pridie kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIX, [1077] regni domni Hugonis anno XII, filii ejus Lotharii regis VII, Indictione XI. Corrisponde all'anno presente l'indizione XI. Per conseguente, l'anno 959 dee essere secondo l'era pisana, cioè a dire il nostro 938. Ma che nel dì 31 di maggio di esso anno 938 corresse l'anno XII di Ugo e il VII di Lottario, nol so credere. Forse quel diploma è dell'anno 937.


   
Anno di Cristo DCCCCXXXIX. Indiz. XII.
Stefano VIII papa 1.
Ugo re d'Italia 11.
Lottario re d'Italia 9.

Pretende il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, n. 3.], che rinnovandosi di mano in mano le gare fra il re Ugo ed Alberico principe di Roma, fosse di nuovo chiamato a Roma in quest'anno santo Odone abbate di Clugnì, per aggiustar le differenze fra questi due emuli guerreggianti. Ne parla veramente la di lui vita, e si vede che quel santo abbate andò a Pavia, e fu alloggiato nel monistero di san Pietro in coelo aureo. Ma non è ben chiaro il tempo de' suoi viaggi a Roma. Fra gli altri gravissimi disordini di questo infelice secolo assai considerabile fu quello della non solo snervata, ma abbattuta disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri d'Italia, per colpa specialmente dei re, che o vendevano le badie agli ambiziosi e simoniaci monaci, o le concedevano in commenda alle regine, ai vescovi, ed anche ai secolari, in ricompensa dei loro servigi. Specialmente andò per questo in malora il nobilissimo monistero di Farfa posto nella Sabina. Gregorio monaco, autore della Cronica farfense [Cron. Farfens. P. II tom. 2 Rer. Ital.], attesta che quel sacro luogo era salito sì alto tanto nello spirituale che nel temporale, ut in toto regno italico non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae, cioè il nonantolano posto nel contado di Modena, che patì anch'esso le disgrazie medesime in questi infelici tempi. Era [1078] abbate di Farfa Ralfredo. Due scellerati monaci Campone ed Ildebrando col veleno se ne sbrigarono. Ildebrando portatosi a Pavia, ottenne a forza di danaro quella badia dal re Ugo per Campone, il quale in ricompensa diede a goder quattro buone celle, cioè quattro piccioli monisteri dipendenti dal farfense, ad Ildebrando. Per un anno stettero d'accordo questi due falsi monaci; poscia vennero alle mani fra loro. Ildebrando, guadagnati con danaro gli uomini della marca di Camerino ossia di Fermo, s'impossessò di Farfa. Campone, con esibir più danaro a que' medesimi, cacciò l'altro; e senza contare altre sue iniquità, attese a mettere al mondo de' figliuoli e delle figliuole, che tutte arricchì e dotò coi beni del monistero. Serva questo picciolo saggio ai lettori per conoscere la corruttela di que' tempi infelici. Ora abbiamo dal suddetto autore della Cronica di Farfa, oppur da una relazione di Ugo abbate d'esso monistero una particolarità che fa onore ad Alberico principe allora di Roma, facendolo vedere pio riformatore del monachismo d'allora. Erat autem, dice egli, tunc temporis Albericus Romanorum princeps gloriosus, qui comperta hujus monasterii crudeli devastatione, quam pessimus praedictus abbas Campo satagebat exercere, valde condoluit, et sicut alia monasteria, sub suo constituta dominio, ad regularem normam, quam amiserant in paganorum devastatione praedicta, ita et hoc coenobium reducere studebat. Pertanto mandò egli de' monaci regolari a Farfa; ma Campone co' suoi mal avvezzati monaci non li volle ricevere, e poco vi mancò che la notte non facesse levar loro colle coltella la vita. Tornati che furono questi a Roma, Alberico salito in collera, spedì gente armata che ne scacciò l'indegno Campone, il quale si ritirò a Rieti. Dal che si può dedurre che Farfa e la Sabina erano in questi tempi della giurisdizione del ducato romano. Pose Alberico in Farfa un esemplarissimo abbate, cioè Dagiberto, e gli fece rendere tutti beni del monistero; [1079] ma questi da lì a cinque anni attossicato dai pessimi monaci lasciò di vivere. Tale era allora in assaissimi luoghi la corruzione del dianzi sì fiorito monachismo.

La morte in questo anno rapì a Venezia il suo doge, cioè Pietro Candiano II, uomo di gran vaglia e prudenza [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Aveva egli fra le altre sue imprese indotta la città di Giustinopoli, oggidì Capodistria, a pagar censo a quella di Venezia. E perciocchè Wintero marchese d'Istria aveva imposto ai mercanti veneziani delle insolite gabelle, ed altre gravezze a chi di loro possedeva beni nell'Istria, senza che giovassero le lamentanze di questi, saviamente il doge pubblicò un editto che proibiva a tutti i Veneziani d'andare in Istria, e a quei d'Istria di venire a Venezia. Allora il marchese e i suoi popoli, tornati in sè, implorarono la mediazione di Marino patriarca, di Grado, il quale s'interpose col doge, e ridusse a' primieri patti e ad una buona concordia amendue le parti. Fu poscia eletto doge Pietro Badoero, il quale dicono che era figliuolo di Orso Particiaco ossia Participazio, già doge di Venezia, volendo ancora che fosse la stessa casa quella de' Particiaci e dei Badoeri. Secondo la Cronica arabica [Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], seguì una battaglia in Sicilia fra i Mori e quei di Agrigento, ossia Gergenti, colla peggio de' primi. Tornato a Palermo il generale de' Mori, pose una contribuzione alla città, e fatto venire un buon rinforzo di truppe dall'Africa, s'impadronì di Butera, d'Assaro, e di qualche altra fortezza in Sicilia. Passò in quest'anno a miglior vita Leone VII, con danno della Chiesa, per essere stato pontefice di gran pietà e zelo della religione. Ebbe per successore Stefano VIII di nazione romano, per attestato di Pandolfo pisano e d'altri [Rer. Ital., P. II, tom. 3.]. Non so io intendere come mai scrivesse il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.]: [1080] Quum a Romanis, posthabitis cardinalibus, esset electus opera Ottonis regis, tyrannorum in se odium concitavit. Dovette provenir questa immaginazione dall'aver egli prestato fede a Martin Polacco, che il fa di nazion tedesco. Ma questa è asserzione insussistente. Non poteva allora Ottone re di Germania avere tal possa in Roma da far eleggere un papa. Che poi non fossero ammessi alla di lui elezione i cardinali, niuno degli antichi storici lo attesta; nè sappiamo che questo eletto non fosse un di essi. Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] accenna uno strumento di livello fatto da Pietro arcivescovo di Ravenna a qualche persona particolare, e non già, come suppone il padre Pagi, la confermazione de' privilegii della chiesa di Ravenna, fatta dal papa al suddetto arcivescovo con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Stephani summi pontificis, ec. anno primo, regnante domno Hugone piissimo rege anno XIIII, sed et domno Hlotario ejus filio item rege anno nono, die XXIX octobris, Indictione XIII Ravennae, cioè nell'anno presente. Ci assicura il suddetto Rossi che in altre carte ravennati di questi tempi si veggono notati gli anni di Ugo e Lottario. Segno è questo, che non avendo potuto il re Ugo vincerla coi Romani per ottener la corona dell'imperio, s'era impadronito dell'esercato. Ed io temo che il nome del papa entrasse in quegli atti solamente per costume e riverenza verso il pontificato romano, e non già perchè Ugo lasciasse il temporal dominio di quelle contrade ai papi. Vedremo che ai tempi di Ottone il grande la santa Sede ricuperò l'esarcato.


   
Anno di Cristo DCCCCXL. Indiz. XIII.
Stefano VIII papa 2.
Ugo re d'Italia 15.
Lottario re d'Italia 10.

O sia che il re Ugo non si fidasse di alcuno, e di chi gli entrava in sospetto egli macchinasse tosto la rovina; oppure che [1081] veramente stanchi i principi d'Italia non potessero più soffrir sul trono questa volpe coronata: certo è che esso re Ugo la prese contra di Berengario marchese d'Ivrea, contra d'Anscario duca e marchese di Spoleti e Camerino, fratello del medesimo Berengario, per sospetto, oppure per certa cognizione che amendue d'accordo tramassero centra la di lui corona. La tragedia, se vogliam credere al catalogo dei duchi di Spoleti posto innanzi alla Cronica di Farfa [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], dovette succedere nell'anno presente, essendo ivi scritto: DCCCCXL Anscharius marchio obiit. Spedì dunque il re Ugo in primo luogo alla volta di Spoleti Sarilone, ossia Sarlione, borgognone [Liutprandus, lib. 5, cap. 2 et 3.], uomo non guerriero, ma di rara accortezza, e però assai atto al bisogno. Sarilo e Sarlius si truova egli chiamato, ed è quel medesimo che si truova nelle vecchie carte appellato Sarilo comes palatii, perchè esercitava l'insigne carica di conte del sacro palazzo. Gli diede il re un buon nerbo di soldatesche per poter operare colla forza, e vi aggiunse un altro più potente rinforzo, cioè una gran somma di denaro, per potersene valere a tirar dalla sua i popoli di Spoleti, con ordine ancora di ricorrere per aiuto alla vedova del fu duca Teobaldo, che era nipote del medesimo re Ugo. Andò Sarlione, ed eseguì puntualmente quanto gli era stato comandato. Mise in punto una buona armata, ma Anscario, quantunque si vedesse troppo inferiore di forze, pure si accinse da valoroso ad un fatto d'armi. Gli riuscì di sbaragliar la prima schiera de' nemici ma non potendo reggere all'arrivo di due altre schiere, dopo aver fatto grandi prodezze di sua persona, caduto col cavallo in un fosso, quivi trafitto da molte lance e dardi lasciò la vita. Portata questa nuova al re Ugo, ne fece gran festa, e in ricompensa del buon servigio dichiarò Sarlione marchese di Spoleti e Camerino. Di questo affare si scuopre mal [1082] informato Gregorio monaco autore della suddetta Cronica di Farfa [Chronic. Farfens., pag. 475. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], con iscrivere che bellum magnum commissum est pro contentione marchiae firmanae inter Ascherium et Sarilonem (quasi che Spoleti e Camerino fossero denominati marca di Fermo). In qua praevalens Sarilo interfecit Ascherium, et obtinuit marchiam. Fin qui cammina bene, ma non ciò che egli soggiunge con dire: Contra quem Hugo rex exarsit magno furore, persequens illum pro eodem Ascherio germano suo. Et quum esset idem Sarilo in quodam reclusus tuscano oppido, videns se nulla ratione illum effugere posse, noctu indutus monachilem vestem, et summo diluculo, ligato in gutture fune ejus, se potestati tradidit. Et motus rex misericordia super eum, perdonavit ei ipsam culpam, ac praeposuit eum super cuncta monasteria regalia intra fines Tusciae et firmanae marchiae. Trovò questo monaco fra le carte dell'archivio farfense Sarilone abbate di quel monistero, e sel figurò divenuto monaco. Ma costui fu duca e marchese di Spoleti e Camerino, ed ottenne anche, secondo l'iniquità di quei tempi, in governo ossia in commenda la badia di Farfa. Potrebbe ben conietturarsi che in progresso di tempo Sarilone decadesse dalla grazia del re Ugo (giacchè ci voleva ben poco), e ch'egli il perseguitasse e deponesse; e che questo monaco confondesse poi le azioni e i tempi in raccontare quel fatto.

Ci restava da abbattere Berengario marchese d'Ivrea fratello del suddetto Anscario [Liutprandus, Hist. lib. 5, cap. 4 et seq.]. Non si mostrò punto corrucciato con lui l'astuto re Ugo, anzi affettando gran benevolenza, nel venire ch'ei fece alla corte, l'accolse con distinte carezze. Ma nel consiglio segreto fu determinato di cavargli barbaramente gli occhi. Trovossi presente a questa risoluzione il re Lottario, che viene da Liutprando appellato parvulus, et necessariarum [1083] sibi rerum adhuc ignarus puer. E siccome fanciullo di buona indole, non reggendogli il cuore di veder quella crudeltà, secretamente ne fece avvertire Berengario, il quale non perdè tempo a fuggirsene fuor d'Italia con ricoverarsi presso di Ermanno duca di Suevia. Per altra strada mandò anche verso Lamagna Willa sua moglie, benchè gravida di nove mesi, e vicina al parto, che ebbe tanta forza e coraggio da valicare a piedi quell'aspre montagne. Ma non potè prevedere il regal fanciullo Lottario che, col salvare gli occhi a Berengario, preparava a sè stesso la perdita del regno e della vita, siccome vedremo. Ermanno duca di Suevia presentò poi Berengario ad Ottone re di Germania, che l'onorò e regalò non poco, e sel tenne ben caro nella sua corte. Giunta questa nuova al re Ugo, spedì ambasciatori ad Ottone, pregandolo di non ammettere Berengario suo nemico, e di non somministrargli aiuto alcuno, con esibirgli in ricompensa una gran somma d'oro e d'argento. Ma il re Ottone, che forse avea per tempo delle mire sopra l'Italia, gli rispose di non aver bisogno delle altrui ricchezze, e di non poter negar ricovero e sussidio a chi ricorreva alla clemenza sua. Nel Bollario casinense [Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. L.] si legge un diploma di Ugo e Lottario, in cui confermano il comitato ossia il contado e governo temporale di Bobbio a quel monistero e a' suoi abbati, con esser ivi nominato Liutfredus comes et abbas bobbiensis. Sarebbe da ricercare se questo Liutfredo fosse monaco, oppure secolare, che con titolo di conte governasse quella contrada, e di abbate il monistero di san Colombano. Molto più sarebbe da esaminare il dirsi ivi che i re longobardi, Rotari, Ariberto e Liutprando, e gl'imperadori e re carolini praefato coenobio comitatum bobbiensem cum toto suo honore tradiderant et firmaverant. È difficile [1084] il credere in tanta antichità abbati conti di città. Ecco le note cronologiche di quel diploma che stanno a martello: Dat. tertiodecimo kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXL, regni nostri domni Hugonis piissimi regis XIV, Lotharii autem filii ejus item regis IX, Indictione decimatertia. Actum in praefato bobiense coenobio. Abbiamo da Frodoardo [Frodoardus, in Chron.] che in quest'anno una gran brigata d'Inglesi e Francesi, incamminata per divozione alla volta di Roma, fu costretta a tornarsene addietro, occisis eorum nonnullis a Saracenis. Nec potuit Alpes transire propter Saracenos, qui vicum monasterii sancti Mauritii occupaverant. Se qui è indicato il monastero agaunense di san Maurizio ne' Vallesi, aveano dilatato ben lungi quegl'infedeli assassini di strada il loro potere. Ricavasi ancora dalla Cronica arabica di Sicilia [Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che portatosi l'esercito de' Mori all'assedio di Calata Bellota, nel mese di novembre, fu messo in rotta da quei di Gergenti, che vi presero tutte le tende degl'infedeli. Aggiugne Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che in questo medesimo anno 940, introierunt Ungari vel Unni in Italiam mense aprilis. Et factum est praelium in Matera a Graecis cum Longobardis cum Stratigo Imogalapto, et negavit (pro necavit) cum Pao in mari. Probabilmente Landolfo principe di Benevento e Capua l'avea rotta di nuovo coi Greci; ma queste troppo brevi memorie non ci lasciano ben discernere le particolarità, e neppur la sostanza di que' fatti. Osserva Camillo Pellegrino [Peregr., Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che fino a quest'anno si truova nelle carte memoria di Atenolfo principe anch'esso di Benevento e di Capua, e fratello di Landolfo, e poi non più: il che può far conietturare ch'egli nell'anno presente desse fine a' suoi giorni.

[1085]


   
Anno di Cristo DCCCCXLI. Indiz. XIV.
Stefano VIII papa 3.
Ugo re d'Italia 16.
Lottario re d'Italia 11.

Attesta Liutprando [Liutprandus, lib. 5, cap. 1.] non aver mai il re Ugo dimessa la voglia, nè deposta la speranza di acquistare il dominio di Roma, ossia il titolo e la corona d'imperador de' Romani; e tuttochè avesse data in moglie ad Alberico principe di Roma Alda sua figliuola, pure non cessò mai di molestarlo e di fargli guerra. Quem, dice egli, quotannis graviter opprimebat gladio et igne, quae poterat universa consumens, adeo ut civitates, praeter Romam, in qua ipse consederat, omnes auferret. Sed et ipsam sine dubio tum depopulando, tum cives muneribus corrumpendo conquisivisset, nisi occulta et justa justi Dei sententia illi prohibuisset. Ci si porge motivo di credere che il re Ugo in quest'anno in persona coll'esercito suo infestasse il ducato romano, al vedere un suo diploma, spedito nella Campania in favore del monistero di san Vincenzo del Volturno, con queste note [Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]: Dat. XIII kalendas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCXLI, regni vero domni Hugonis piissimi regis XV, Lotharii vero X, Indictione XIV. Actum in Campania juxta oppidum Romaniae. Secondo i miei conti, nel luglio del presente anno avrebbe dovuto correre l'anno XVI di Ugo, e l'XI di Lottario. Però forse appartiene esso diploma all'anno precedente e all'indizione XIII. Nel marzo di quest'anno si truovano i due re in Lucca, dove donarono ai canonici di quella città due corti con un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXII.] dato VII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCXLI, regni vero domni Hugonis regis XV, filii ejus Lotharii item regis X, Indict. XIV. Actum Lucae. Erano i due re in quella città, come si [1086] ricava da un placito da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. X.], incamminati alla volta di Roma. E che veramente il re Ugo in quest'anno facesse guerra ad Alberico principe di Roma, e fosse in que' contorni, come si può credere, coll'armi, si raccoglie da un suo diploma [Ibidem, Dissert. XVII.], in cui dona all'insigne monistero dì Subiaco, posto nel ducato romano, la corte Sala. Fu esso scritto VII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLI, regni vero domni Hugonis piissimi regis XV, Lotharii vero item regis X, Indictione XIV. Actum juxta Romam in monasterio sanctae virginis Agnes. Ancor qui occorrono le medesime difficoltà che ho poco fa accennate intorno al diploma vulturnense; ma il documento ci assicura che Ugo verso il fine di giugno era sotto Roma. Abbiamo inoltre un'illustre pruova del di lui passaggio per Pisa in un placito, da me pubblicato, il cui principio è questo [Ibidem, in eadem Dissertat.]: Dum in Dei nomine civitate Pisa ad curte domnorum regum, ubi domnus Hugo et Lotharius gloriosissimis regibus praeessent, subtus vites, quod Topia (un pergolato) vocatur, infra eadem curte in judicio resideret Ubertus illuster marchio et comes palacii, singulorum omnium justitias facendas ac deliberandas, resedentibus Leo vulterrensis, Adelbertus lucensis sanctarum Dei ecclesiarum venerabilibus episcopis, ec. Fu scritto quel giudicato anno regni idem domni Hugoni quintodecimo, Lotharii vero decimo, XIV die mensis marcii, Indictione quartadecima, cioè nell'anno presente. Viene accennato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] un altro placito tenuto in questi medesimi tempi da Uberto marchese di Toscana in Lucca, con questo principio: Dum in Dei nomine in civitate Luca ad curte domni Hugonis regis in solario ipsius curtis, ubi domnus Ugo et Lotharius filio ejus gloriosissimis regibus praeerant in capitela, ubi ec. longanea solarii, prope ecclesiam [1087] sancti Benedicti, et prope capella ipsius solarii, quae vocatur sancti Stephani, in judicio residerat Hubertus marchio, et comes palatii, ec. Dal che intendiamo che Uberto, figliuolo bastardo del re Ugo, era allora non solamente marchese della Toscana, ma eziandio conte del sacro palazzo. Circa questi tempi più che mai infierivano i Saraceni abitanti in Frassineto ai confini dell'Italia e della Provenza [Liutprandus, lib. 5, cap. 4.]. Aveano, come ho accennato di sopra, occupati nell'Alpi tutti i passi che guidano dalla Francia in Italia, con essere giunti sino al monistero agaunense di san Maurizio, situato nel paese oggidì appellato de' Vallesi. Studiava il re Ugo le maniere di snidar que' crudi masnadieri, e conoscendo di mancargli le forze per mare, giacchè in que' tempi gl'imperadori e re d'Italia poco attendevano ad aver armate navali, prese la risoluzione d'inviare ambasciatori a Costantino e Romano imperadori de' Greci, per pregarli di volere a lui somministrare una competente flotta di navi con fuoco greco, acciocchè, mentre egli per terra andasse ad assalir que' Barbari ne' loro siti alpestri, esse incendiassero i legni dei Mori, ed impedissero che non venisse loro soccorso dalla Spagna. Secondo la Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], riuscì finalmente ai Mori signoreggianti in Sicilia di prendere dopo tanto tempo la già ribellata città di Gergenti. Allora il governator moro per assicurarsi dei Siciliani fece smantellar assaissime fortezze di quella isola, e menò schiavi in Africa moltissimi di quegli abitanti.


   
Anno di Cristo DCCCCXLII. Indiz. XV.
Marino II papa 1.
Ugo re d'Italia 17.
Lottario re d'Italia 12.

Che tuttavia sul principio di questo anno fossero in bollore le controversie intorno al dominio di Roma fra il re Ugo [1088] ed Alberico patrizio e console dei Romani, si raccoglie da Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.], che lasciò scritte queste parole: Domnus Odo abbas pro pace agenda inter Hugonem regem Italiae, et Albericum romanum patricium, apud eumdem regem laborabat. Abbiam già veduto di sopra che santo Odone abbate di Clugnì due altre volte era stato chiamato in Italia per questo medesimo affare. Temo io che non più di due volte egli ci venisse. Mi si rende probabile che seguisse pace o tregua fra questi due competitori al vedere tornati di questo anno in Lombardia i due re, ossia il solo re Ugo. V'ha un loro diploma [Antiq. Ital., Dissert. VII.], con cui, ad intercessione d'Uberto inclito marchese e conte del nostro sacro palazzo, e di Elisiardo illustre conte, confermano i lor beni ai canonici di Reggio. Esso fu dato quarto idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni vero domni Hugonis regis XVII, Lotharii XIII, Indictione XV. Actum Papiae. Con altro diploma furono confermati da essi re, per interposizione di Ambrosio vescovo di Lodi ed Adeverto vescovo di Padova, tutti i beni della sua chiesa. Ivi s'ha queste note [Ibidem, Dissert. XXXIV.]: Datum octavo kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni vero domni Hugonis XVI, Lotharii vero XI. Actum in Garda oppido. Parve a me originale quel diploma. Ora sembrano a me scorretti gli anni dei due re, e forse anche manca ivi l'indizione, la quale non si soleva ommettere. Scrive inoltre sotto questo stesso anno il suddetto Frodoardo: Idem vero rex Hugo Saracenos de Fraxinido eorum munitione disperdere conabatur. Pertanto dovrebbe appartenere all'anno presente ciò che scrive Liutprando [Liutprandus, lib. 5, cap. 5 et 7.]: cioè che avendo Romano imperadore d'Oriente inviato uno stuolo di navi a requisizion del re Ugo, questi le incamminò per mare a Frassineto. L'arrivo di esse colà, e il [1089] dare alte fiamme tutte le barche de' Saraceni che quivi si trovarono, fu quasi un punto stesso. Ugo nel medesimo tempo arrivò per terra a Frassineto colla sua armata. Pertanto non si fidando i Barbari di quella lor fortezza, l'abbandonarono, e tutti si ridussero sul monte Moro, dove il re gli assediò. Avrebbe potuto prenderli vivi, o trucidarli tutti; ma per un esecrabil tiro di politica se ne astenne. Tremava egli di paura che Berengario, già marchese d'Ivrea, fuggito in Germania, non sopravvenisse in Italia con qualche ammasso di Tedeschi e Franzesi. Però, licenziata tutta la flotta de' Greci, capitolò con gli assediati Saraceni di metterli nelle montagne che dividono l'Italia dalla Svevia, acciocchè gli servissero di antemurale, caso mai che Berengario tentasse di calare con gente armata in Italia. Non è a noi facile l'indicare il sito dove a costoro fu assegnata l'abitazione. Solamente sappiamo che a moltissimi Cristiani, i quali incautamente da lì innanzi vollero passar per quelle parti, tolta fu la vita da que' malandrini: il che accrebbe l'odio e la mormorazione degl'Italiani contra di questo re, il quale lasciò la vita a tanti scellerati, affinchè potessero levarla a tanti altri innocenti. Secondo i conti del padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.], ai quali credo ben fatto l'attenersi, mancò di vita nell'anno presente Stefano VIII papa. Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.], Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] ed altri lo attestano. Dal solo Martino Polacco abbiamo [Martin. Polonus, in Chron.] che egli fuit mutilatus a quibusdam Romanis: il che ha fatto immaginare ai susseguenti storici ciò avvenuto per ordine di Alberico principe di Roma. Ma non è Martino autore di tale antichità e credito, che la sola parola di lui ci abbia da legare il cervello. Se crediamo ad esso Martino, questo papa Stefano fu anche natione Germanus; e pure nel catalogo ben più antico de' papi, posto [1090] avanti alla Cronica del Volturno [Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], e dal Dandolo [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.] e da altri, egli è chiamato Stephanus VII romanus. Un avvenimento tale nella persona di un sommo pontefice avrebbe fatto dello strepito, e ce ne sarebbe menzione presso di qualche storico di que' tempi. A Stefano succedette Marino II papa di nazione romano, erroneamente chiamato Martino da alcuni scrittori anche antichi e dallo stesso Martino Polacco. Che questi fosse posto nella cattedra pontificia prima del dì 4 di febbraio dell'anno seguente, si conosce da una sua bolla pubblicata dal padre Dachery [Dachery, in Spicileg.] e dato II nonas februarii, anno pontificatus domni nostri Marini summi pontificis, ec. anno I mense februarii, Indictione I. Anzi era anche in possesso del pontificato nel dì 21 di gennaio di esso anno 943, ciò costando da altra sua bolla prodotta dal padre Tatti [Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 12.], e data XII kalendas februarii, anno pontificatus domni nostri Marini summi pontificis, ec. secundo, Indictione II, cioè nell'anno 944. Però con tutta ragione si può credere innalzato Marino II in quest'anno al romano pontificato. La misera Sicilia, per attestato della Cronica arabica [Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], in questi tempi si trovava in gran confusione, perchè il furto e l'ingiustizia dappertutto godeano passaporto, e i più potenti opprimevano i più deboli. In Venezia il doge Pietro Badoero, secondochè dice il Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.], finì di vivere in quest'anno, e conferita fu la sua dignità a Pietro Candiano III. Si legge nelle mie Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. XII.] un diploma di Ugo e Lottario, in cui si confermano ad Aribaldo vescovo di Reggio tutti i beni e privilegii della sua chiesa, dato quarto idus augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni vero domni Hugonis regis XVI, Lotharii XII, Indictione XV. Actum Papiae. [1091] Ma nel dì 12 d'agosto di quest'anno correva l'anno XVII di Ugo re. Leone Ostiense [Leo Ostiensis, in Chron., lib. 1, cap. 57.] cita un diploma di questi re, che Angelo della Noce asserisce dato idus majarum anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni domni Hugonis regis XVII, Lotharii XIII, Indictione I. Datum in palatio ticinensi. Ma ancor questo è fallato, perchè l'indizione I appartiene all'anno seguente, seppur non si ricorre all'anno pisano. In una Cronica manuscritta, da me veduta, del monistero di Subiaco, si legge memoria di un placito tenuto nel dì 27 d'agosto di quest'anno da Alberico principe di Roma, in cui fu decisa una lite vertente fra Leone abbate di Subiaco ed alcuni cittadini di Tivoli.


   
Anno di Cristo DCCCCXLIII. Indiz. I.
Marino II papa 2.
Ugo re d'Italia 18.
Lottario re d'Italia 13.

In questi tempi maneggiò il re Ugo il matrimonio di Berta sua figliuola, a lui nata da Bezola sua concubina, e giovane di bellezze rare, con Romano figliuolo di Costantino Porfirogenito imperadore dei Greci [Liutprandus, lib. 5, cap. 5.]. Allorchè questo imperadore mandò la flotta in aiuto del re Ugo, fece istanza per avere una delle di lui figliuole legittime. Di queste Ugo niuna ne avea, e però gli esibì la bastarda o spuria; nè la città di Costantinopoli la rifiutò. Ebbe esecuzione questo trattato nell'anno seguente. Ma intanto in Germania altro che nozze andava manipolando Berengario marchese d'Ivrea contra del medesimo re Ugo [Idem, ibidem, c. 8.]. Fece egli più istanze al re Ottone per ottenere un corpo di milizie da condur seco in Italia; ma le fece indarno, perchè non mancavano impegni e bisogni ad Ottone in casa propria; ed oltre a ciò peroravano in favore d'Ugo i regali che di tanto in tanto egli ne andava ricevendo. Trovavasi con Berengario [1092] un gentiluomo per nome Amedeo, che Liutprando chiama apprime nobilem, personaggio di singolar destrezza ed accortezza ornato. Questi il consigliò di rivolgere le sue speranze ai principi d'Italia, sapendo che tutti erano malcontenti del re Ugo, perchè d'ordinario non conferiva le cariche, i governi e i vescovati, se non ai figliuoli delle sue concubine e ai Borgognoni, e continuamente esiliava i nobili italiani; e pel suo aspro governo, peggio che il lupo dalle pecore, era odiato dai popoli. Si esibì egli di venir a scoprire gli animi dei principi d'Italia; e in fatti travestito da pezzente, col bordone e la tasca, sen venne in compagnia di que' poveri pellegrini che andavano per divozione a Roma. Segretamente s'abboccò con assaissimi vescovi, conti e nobili potenti dell'Italia, e spiò i lor sentimenti intorno al re Ugo, aprendosi ancora con quelli che conobbe più portati alla di lui rovina. Ma non potè sì celatamente condurre l'impresa, che non ne avesse sentore il re Ugo, siccome quegli che manteneva spie dappertutto. Volarono gli ordini di cercarne conto, ma Amedeo andava mutando abiti: si tinse con pece la bella e lunga barba, che, secondo gli usi d'allora, anch'egli portava; facea cambiar colore ai capelli; ora era zoppo, ora cieco, ora assiderato; e in una di queste figure si presentò anche al re in compagnia degli altri poveri, e ne ebbe per limosina una veste. Dappoichè ebbe terminate le sue faccende, informato delle perquisizioni che d'ordine del re si faceano alle chiuse sopra tutti i passeggieri, per istrade disastrose e fuor di mano felicemente se ne tornò in Germania, dove fece a Berengario il rapporto delle sue commissioni eseguite. Ancorchè Lupo protospata riferisca all'anno 942 la morte di Landolfo I principe di Benevento e di Capua, pure Camillo Pellegrini [Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.], diligentissimo scrittore delle memorie de' principi longobardi, osservò trovarsi ancora nei primi mesi di [1093] quest'anno menzione di lui negli strumenti antichi. Credesi dunque ch'egli terminasse la vita nell'anno presente nel dì 10 d'aprile. Aveva egli dichiarato nell'anno 940 suo collega nel principato Landolfo II suo figliuolo, il quale, dopo la morte del padre, tardò poco a proclamar principe e collega Pandolfo ossia Pandolfo I suo figliuolo, che fu poi soprannominato Capo di ferro. Abbiamo nella storia sacra di Piacenza [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] un diploma (non so ben dire se documento sicuro o no) di donazione fatta in quest'anno da Ugo e Lottario alla chiesa di sant'Antonino d'essa città di Piacenza colle seguenti note: Data V idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLIII, regni vero domni Hugonis piissimi regis XVII, Lotharii XIII, Indictione I. Actum Placentiae. Ma dee essere Lotharii XII, come si scorgerà da un altro documento spettante alla medesima chiesa, e dato nel giorno VII idus martii del 945. Nè è da credere che il re Ugo, come si legge in questo diploma, desse il titolo d'imperadore a Lottario avolo suo materno, seppellito in essa chiesa di sant'Antonino con dire: Pro Dei amore et animae avii nostri Lotharii imperatoris, cujus corpus infra basilicam sancti Antonini martyris humatum quiescit. Sapeva Ugo che l'avolo suo Lottario era stato solamente re della Lorena e non mai imperadore. Vedesi presso il suddetto Campi una donazione fatta da Bosone vescovo di Piacenza e figliuolo bastardo del re Ugo alla chiesa di san Fiorenzo in Fiorenzuola con queste note: Hugo et Lothario filio ejus, gratia Dei reges, anno regni eorum Hugonis, Deo propitio, septimodecimo, Lotharii vero tertiodecimo, VII die mensis junii, Indictione prima, cioè nell'anno presente.

[1094]


   
Anno di Cristo DCCCCXLIV. Indiz. II.
Marino II papa 3.
Ugo re d'Italia 19.
Lottario re d'Italia 14.

Non lasciavano gli Ungheri il favorito lor mestiere d'infestar colle scorrerie, saccheggi e stragi tutti i paesi circonvicini, ora comparendo addosso ai Greci, ora in Germania e Francia, e talora ancora in Italia. Circa questi tempi, per testimonianza di Liutprando [Liutprandus, lib. 5, cap. 8.], il re Ugo per levarsi d'addosso questo flagello che si facea troppo spesso sentire in Italia, stabilì pace con loro, comperandola nondimeno con dieci moggia di danari, seppur non è una esagerazione di quello storico. Si obbligarono costoro di uscir d'Italia, e di non ritornarci più, con dare ostaggi della loro promessa. Ugo con sì belle parole rappresentò loro il gran bottino che farebbono in Ispagna, paese dovizioso ed intatto, che con una guida loro data da esso re presero la strada a quella volta. Sperava Ugo che non tornerebbono mai più indietro; ma costoro essendosi trovati in cammini aspri e senz'acqua, per timore di morire di sete, dopo aver dato delle buone coltellate alla guida, di nuovo comparvero in Italia, da dove poi passarono in Ungheria [Idem, ibid., cap. 9.]. Intanto si effettuarono le nozze di Berta figliuola del re Ugo con Romano figliuolo dell'imperador greco Costantino, giovane di quattordici anni. Per attestato del Continuator di Teofane [Continuat. Theophan., n. 46, in Roman. Lecap.], fu spedito a levarla in Lombardia Pascalio protospatario e duca della Lombardia, cioè degli stati che i greci Augusti possedevano nel regno oggidì appellato di Napoli. Sigefredo vescovo di Parma fu scelto dal re per condottiero della figliuola alla corte di Costantinopoli, dove arrivò nel mese di settembre, seco portando [1095] un superbissimo treno di giocali e regali. Secondo il costume de' Greci, fu mutato a questa principessa il nome di Berta in quello d'Eudossia, oppure d'Eudocia; e scrivono che dopo cinque anni ella mancò di vita con fama che il marito non l'avesse mai toccata. Abbiamo nell'Italia sacra [Ughell., Ital. Sacr., tom. 1 in Episcop. Camerin.] uno strumento di dotazione, fatta da Eudo vescovo di Camerino della chiesa di santa Maria nel castello di Santa Severina, che ci dà cognizione di una particolarità non altronde a noi nota. Fu scritta quella carta anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXLIV, regnante domno Hugone nonodecimo anno, et filio ejus Lothario quinctodecimo, excellentissimis regibus, temporibus Huberto filio ejus inclito marchioni atque piissimo duci anno secundo per Indictione tertia, civitate Camerina. Manca il mese; ma l'indizione III indica alcuno degli ultimi quattro mesi dell'anno presente. Forse invece dell'anno XV di Lottario sarà stato ivi anno quartodecimo. Di qui noi impariamo che, non contento il re Ugo di aver creato Uberto, suo figliuolo bastardo, conte del sacro palazzo, e marchese e duca della Toscana, gli conferì ancora nell'anno precedente 943 il ducato di Spoleti e la marca di Camerino, con profusione di grazie sopra la medesima persona. Adunque Sarlione o Sarilone, che già vedemmo in possesso di quelle contrade, dovea essere o morto, o incorso nella disgrazia del re Ugo (cosa ben facile sotto un sì sospettoso regnante), ed avere perduto que' governi. Viene accennata sotto quest'anno dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, § 63.] una bolla di papa Marino II confermatoria di tutti i privilegii e beni del celebratissimo monistero di Monte Casino. Essa fu scritta in mense januario per Indictionem secundam. Datum XII kalendas februarii, anno, Deo propitio, pontificatus domni nostri Marini summi pontificis, ec. secundo in mense januario, Indictione [1096] secunda. Un'altra simil bolla in favore del monistero di san Vincenzo del Volturno si legge nella Cronica d'esso monistero [Chronicon Volturnense, P. II, tom. I Rer. Ital.] in mense martio, Indictione secunda, anno pontificatus domni Marini summi pontificis secundo. Nella stessa Cronica abbiamo la confermazione dei beni spettanti al monistero suddetto nel ducato di Napoli, scritta imperante domno nostro Constantino magno imperatore anno XXXVI, sed et Romano magno imperatore anno XXIII, die prima mensis februarii, Indictione secunda, Neapolim. Queste note, indicanti, per cagion dell'indizione, l'anno presente, non si accordano con gli anni che dal Du-Cange [Du-Cang., Famil. Byzant.] e dal padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] sono attribuiti a Costantino Porfirogenito e a Romano Lecapeno. Nè corrispondono a quelle d'altri documenti della medesima Cronica. Ma di qui almen ricaviamo che durava in Napoli la sovranità de' greci Augusti; ed essere stato allora principe e duca di quella illustre città Giovanni col figliuolo Marino, creato anch'esso duca, siccome fan fede le seguenti parole: Nos Johannes in Dei nomine eminentissimus consul et dux pro vice nostra, quam et pro vice Marini ducis filii nostri, qui infra aetatem esse videtur.


   
Anno di Cristo DCCCCXLV. Indizione III.
Marino II papa 4.
Ugo re d'Italia 20.
Lottario re d'Italia 15.

Fecero i due re, stando quest'anno in Pavia, donazione di una corte alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza. Il diploma che si può leggere presso il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], fu scritto V idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis piissimi regis XIX, Lotharii vero XIV, Indictione [1097] tertia. Actum Papiae. Camminano egregiamente queste note. Dice ivi il re Ugo che quella corte nobis obvenit per cartulam donationis ab Ardingo venerabili mutinensis ecclesiae episcopo. Questo Ardengo vescovo di Modena non fu conosciuto dal Sillingardi, nè dall'Ughelli, e però si dee riporre nel catalogo dei vescovi modenesi fra Gotifredo e Guido. Nei diplomi di Berengario imperadore si vede che un Ardengo vescovo fu suo arcicancelliere sino all'anno 921. Quando questi non fosse stato vescovo di Brescia, dovrebbe tenersi per quel medesimo Ardengo vescovo di Modena, di cui si fa menzione in questo diploma. Leggesi ancora un altro diploma [Antiquit. Ital., Dissert. VIII.] di essi re, scritto IIII nonas martii coll'altre suddette note; come ancora un placito [Ibidem, Dissert. IX.], tenuto in Reggio sextodecimo kalendas aprilis, colle medesime note. Abbiamo poi presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.] una conferma di beni fatta nella metà d'agosto da essi re ai canonici di Vercelli, idibus augusti anno Incarnationis dominicae DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis XX, Lotharii vero XV, Indictione III: documenti che tutti servono a farci conoscere l'epoche di questi re cominciate negli anni 926 e 931. Fin qui aveva tenuto saldo la fortuna e la politica del re Ugo, ma finalmente tutto andò in fascio. Le iniquità non poche da lui commesse, il tirannico suo governo, l'avarizia, per cui aggravava forte i popoli, il non fidarsi degli Italiani che il contraccambiavano col non fidarsi punto di lui, e il conferire i posti ai soli stranieri, a' quali anche con facilità li levava, furono le cagioni ch'egli fu rovesciato dal trono [Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 12.]. Con poche truppe calò dalla Suevia Berengario marchese d'Ivrea il sospirato da tutti, perchè da tutti creduto ch'egli solo potesse liberar l'Italia dall'odiato re Ugo. Venne [1098] dalla parte di Trento. Da Manasse arcivescovo d'Arles, che aveva ingoiato ancora i vescovati di Trento, Verona e Mantova, e governava inoltre la marca di Trento, era stato posto per castellano d'una fortezza chiamata Formigara un cherico suo fido per nome Adelardo. Con questo cherico abboccatosi Berengario, s'impegnò di fare arcivescovo di Milano esso Manasse, qualora egli esser volesse in aiuto suo, e di dare ad esso Adelardo il vescovato di Como. Prese l'esca l'ingrato ed ambizioso Manasse, e non solamente cedette a Berengario quella fortezza, ma cominciò anche a far grandi maneggi per tutta Italia in favore di lui. Corse ben presto per le città di Lombardia la fama dell'arrivo di Berengario. Milone conte di Verona, che, chiamato alla corte dal re Ugo per sospetti, era segretamente osservato dalle guardie, fingendo di non avvedersene, diede ad esse una lauta cena; e quando vide ognuno ben abborracciato ed immerso nel sonno, con un solo scudiere scappò. Giunto a Verona, fece immantinente saperlo a Berengario, e il ricevette in quella città. A Milone tenne dietro Guido vescovo di Modena, che, allettato dalla promessa di un buon boccone, come dice Liutprando, maxima illa abbatia Nonantula, quam et tunc acquisivit, animatus, si ribellò, e col suo credito si tirò dietro una gran folla d'Italiani. A questo avviso accorse il re Ugo coll'esercito, e pose l'assedio a Vignola, castello d'esso vescovo, e (mi sia lecito il dirlo) patria mia. Anche oggidì ha questa terra, presso il fiume Panaro, una forte rocca con tre alte torri; e dovea anche allora essere luogo ben fortificato, perchè, per quanti sforzi Ugo facesse, non potè espugnarlo. Nel testo stampato di Liutprando scorrettamente si legge Niveola. Ha da essere Vineola, e così hanno i manoscritti.

Mentre il re Ugo attendeva a questo assedio, invitato Berengario dall'arcivescovo Arderico, se n'andò a Milano, dove a gara, [1099] abbandonato Ugo, concorsero i potenti Italiani, tutti per ismugnere da lui qualche governo, o podere, o monistero, o vescovato. Berengario, allora poverissimo, con larga mano a chi prometteva, a chi dispensava la roba non sua, studiandosi di contentare chiunque si dichiarava per lui. Quantunque restasse in sì gran burrasca assai costernato l'animo del re Ugo, pure corso a Pavia, prese il buon partito [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.] d'inviare il figliuolo Lottario a Milano, per pregare non solamente Berengario, ma il popolo tutto, che se loro non piaceva di avere più per re esso Ugo, almeno per amore di Dio tenessero per re il suo giovinetto figliuolo, che nulla avea loro fatto di male, e che essi potrebbono allevare e governare come meglio loro piacesse. Fece tal impressione e compassione nella dieta di Milano la presenza ed umiltà di Lottario, prostrato davanti alla croce, che corsi ad alzarlo, il proclamarono di nuovo loro re e signore. In questo mentre non credendosi il re Ugo sicuro, uscì di Pavia con tutto il suo immenso tesoro, e s'inviava verso le Alpi per uscire d'Italia: quand'ecco gli giugne avviso che erano contenti gl'Italiani di averlo tuttavia per re. Venne questa inaspettata risoluzione dall'accorto Berengario, come poi si seppe, non piacendo a lui che Ugo portasse oltre a' monti tanta copia di oro e d'argento, con cui avrebbe potuto tirar in Italia i Borgognoni ed altri popoli, per riacquistar colla forza il perduto regno. Era in questi tempi vescovo di Brescia Giuseppe, prelato giovane d'età, vecchio di costumi. Berengario, che faceva già parlar di sè tutta l'Italia (avvisandosi ciascuno di mirare in lui un nuovo Davidde, un nuovo Carlo Magno), cominciò ben tosto a farla da tiranno. Senza motivo alcuno, senza consiglio de' vescovi, tolse a Giuseppe quella chiesa, e conferilla ad Antonio, che la tenne fin l'anno 960. Tuttochè con giuramento avesse promesso al [1100] soprammentovato Adelardo il vescovato di Como, pure per amore dell'arcivescovo di Milano lo conferì ad un certo Waldone, che, per testimonianza di Liutprando, fece un mondo di mali in quella diocesi con saccheggi delle campagne, con acciecamenti di varie persone; e ad Adelardo diede la chiesa di Reggio. Fu vicino ancora a cacciar dalle loro sedie Bosone vescovo di Piacenza, figliuolo spurio del re Ugo, e Liutfredo vescovo di Pavia; ma guadagnato segretamente con oro da essi, mostrò di lasciarli per amore di Dio in pace. Queste sue sregolate processure le racconta in un fiato Liutprando, ma io non farei la sicurtà che tutte succedessero in questi tempi. Anzi quando sussistesse uno strumento di Adelardo vescovo di Reggio, da me pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. LXII.], e scritto anno domni Hugonis serenissimi regis XIX Lotharii vero filii ejus similiter rex XIV kalendis januarii, Indictione II, (non so bene, se spettante all'anno 943, o 944, perchè v'ha del difetto in queste note) traballerebbe l'asserzione di Liutprando intorno alla persona d'esso Adelardo, oltre al sapersi da Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1.], che Adelardo fu amicissimo di Adelaide moglie del re Lottario, e l'aiutò contra di Berengario. Scrive sotto quest'anno Frodoardo: [Frodoardus, in Chronico.] Hugo rex Italiae regno depulsus a suis, et filius ipsius in regnum susceptus est. Ma che restasse tuttavia in Italia per qualche tempo con titolo di re esso Ugo non se ne può dubitare, e lo confessa dipoi lo stesso Frodoardo.


   
Anno di Cristo DCCCCXLVI. Indiz. IV.
Agapito II papa 1.
Ugo re d'Italia 21.
Lottario re d'Italia 16.

Sotto il presente anno scrive Frodoardo [Idem, ibidem.]: Hugo rex Italiae a suis in regnum recipitur: il che ci può far credere [1101] che succedesse sul principio di quest'anno parte di quello ch'io ho raccontato nel precedente. Aggiugne poco dappoi quello storico: Marinus papa decessit, et pax inter Albericum patricium et Hugonem regem Italiae depaciscitur. Certo è che papa Marino II fu chiamato da Dio a miglior vita in quest'anno, ed ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Agapito II di nazione romano. Quel depaciscitur vuol dire in buon latino che seguì finalmente pace fra il re Ugo ed Alberico patrizio, ossia principe di Roma; perciocchè Ugo, veggendosi omai ridotto in basso stato, lasciò andar le vecchie pretensioni, e convertì per forza in amicizia la nimistà fin qui sostenuta con Alberico suo genero; ma senza pro. Imperocchè gli Italiani, secondo l'attestato di Liutprando storico [Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 14.], lasciarono bene il titolo di re ad esso Ugo e Lottario, ma coi fatti neppur li consideravano come conti. All'incontro Berengario riteneva bensì il nome di marchese d'Ivrea, ma presso di lui stava tutto il potere e l'autorità regale. Questo suo ascendente e un'aria di gran cortesia, accompagnata da un credito di molta liberalità, furono le cagioni che i genitori d'esso Liutprando, di nazione Pavese, giudicarono rara fortuna il poter accomodare ai servigii di lui il figliuolo, allora assai giovane, ma di buon talento, amator delle belle lettere, e perito nella lingua latina e greca. Bisognò nondimeno comperar con immensi regali il di lui impiego, consistente nell'essere segretario delle lettere d'esso Berengario. Ei ad serviendum (dice egli) me tradunt: cui etiam immensis oblatis muneribus, secretorum ejus conscium, ac epistolarum constituunt signatorem. Ma del suo lungo e fedel servigio mal pagato ben fu col tempo il misero Liutprando; e però non cessa d'inveire contra d'esso Berengario e di Willa ossia Guilla sua moglie, ch'egli ci vuol anche far credere adultera, secondo il consueto tenore della sua penna. [1102] Peggio ancora ne avrebbe detto, se avesse continuata la sua storia, e se questa fosse a noi pervenuta intera.

Qualche mutazione dovette seguire in questi tempi nel ducato di Spoleti e nella marca di Camerino, se non c'inganna il catalogo dei duchi di Spoleti [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], posto avanti alla Cronica di Farfa, dove leggiamo: Anno DCCCCXLVI Bonefatius et Thebaldus duces: il che sembra indicare che non più signoreggiasse ivi Uberto figlio del re Ugo, ma bensì Bonifazio e Tebaldo suo figliuolo. Lo stesso autore di quella Cronica, dopo aver narrata la morte di Alberico principe di Roma, avvenuta nell'anno 954, fa menzione marchionis Thebaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. E in un altro catalogo degli abati di Farfa è registrato Radfredus presbyter et abbas temporibus Hugonis regis, et Hlotharii filii ejus, et Theobaldi ducis. Seguita poi, Campo presbyter et abbas temporibus Hugonis et Hlotharii filii ejus regum, et domni Leonis papae, et Bonifacii et Thebaldi filii ejus ducum. Pertanto abbiamo bastevol fondamento di credere, che non piacendo al marchese Berengario tanto accrescimento di potenza in Uberto figliuolo bastardo del re Ugo, il quale al ducato della Toscana aveva aggiunto quello di Spoleti e la marca di Camerino, facesse in maniera ch'egli si contentasse del primiero, e fosse creato Bonifazio duca e marchese di Spoleti e di Camerino. Ebbe questo Bonifazio un figliuolo appellato Teobaldo, il quale abbiam già detto trovarsi duca e marchese di quelle contrade nell'anno 954. Di sopra, all'anno 893, ci comparve mentovato da Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 7.] un Ubaldo padre di quel Bonifazio, qui post nostro tempore Camerinorum, et Spoletinorum extitit marchio. Similmente fu da noi trovato all'anno 923 in aiuto del re Rodolfo questo Bonifazio, scrivendo il medesimo Liutprando [Idem, lib. 2, cap. 18.]: Dederat rex Rodulfus Waldradam [1103] sororem suam, tam forma, quam sapientia, quae nunc usque superest, honestam matronam, conjugem Bonifacio comiti potentissimo, qui nostro tempore Camerinorum ac Spoletinorum extitit marchio. Si può ora chiedere in qual tempo questo Bonifazio conseguisse le marche di Spoleti e di Camerino. Tengo io per fermo che solamente nell'anno presente, e ciò per le ragioni da me addotte nelle Antichità italiche [Antiquit. Italic. Dissert. VI et XXII.]. Quivi ancora ho fatto conoscere che questo medesimo Bonifazio fu di nazione ribuaria, e si può credere che fosse suocero del suddetto Uberto marchese di Toscana. Per attestato di san Pier Damiano [Petrus Damian., lib. 7, epist. 12.], Ubertus marchio, pater Hugonis marchionis (di Toscana) filius naturalis regis Hugonis, Guillam majoris Bonifacii marchionis filiam conjugali sibi foedere copulavit. Chiama egli Bonifazio maggiore il soprannominato Bonifazio marchese di Spoleti e di Camerino, perchè vedemmo che un suo nipote chiamato anch'esso Bonifazio fu poi marchese (e probabilmente di Camerino) nell'anno 1009, e questi, secondo san Pier Damiano, doveva essere Bonifazio minore.

Intanto veggendo il re Ugo sè stesso caduto in troppo dispregio presso gl'Italiani, e fors'anche paventando peggio da Berengario e da altri ch'egli ingiustamente aveva aggravati ed offesi, determinò in fine la sua ritirata fuori d'Italia [Liutprandus, lib. 5, cap. 14.]. Pertanto dopo aver finto di far pace con Berengario, per mostrar anche una somma confidenza con lui, raccomandò alla di lui fede, e come ad un caro amico, il figliuolo Lottario. Andossene dipoi in Provenza, seco portando gl'immensi suoi tesori: il che non si accorda con quanto s'è detto di sopra, cioè col ripiego preso da Berengario, affinchè non passasse tanto oro di là da' monti, se non che Ugo era più furbo dello stesso Berengario. Ch'egli non fosse più in Italia [1104] nel dì 19 di maggio, si può raccogliere da una donazione fatta dal re Lottario [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Append.] alla chiesa di Reggio, senza far menzione alcuna del padre. Il diploma fu dato XIV kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVI, anno domni Lotharii XVII, per Indictione IV. Actum Papiae. Nulladimeno ho io veduto nell'archivio arcivescovile di Lucca una carta pecora scritta anno XXI Hugonis, et XVI Lotharii regis, tertio nonas augusti, Indict. IV, cioè nell'anno presente, immaginandomi io che alcuni seguitassero a chiamarlo re anche dopo la di lui ritirata dall'Italia.


   
Anno di Cristo DCCCCXLVII. Indiz. V.
Agapito II papa 2.
Lottario re d'Italia 17.

Trovandosi in Provenza l'abbattuto re Ugo, Raimondo principe d'Aquitania, commosso dalla fama delle asportate ricchezze, gli fu alla vita, con esibirsi di metter insieme un grosso esercito, bastante ad atterrar Berengario e a rimetterre lui sul trono. Tante glie ne disse, che giunse a cavargli dai cofani, e più dal cuore, una gran somma di danaro. Si seppe in Italia questa sparata di Raimondo. Liutprando, che era allora ai servigi di Berengario, scrive che se ne fecero le risate, essendo assai nota la viltà di quella gente, la quale in fatti nulla poi operò in aiuto d'esso Ugo. Aggiugne lo stesso storico che Ugo da lì a non molto diede fine a' suoi giorni, con lasciare il tesoro suo a Berta sua nipote, vedova di Bosone conte d'Arles, sposata poco prima dal medesimo Raimondo, indegno per la sua sparutezza d'una sì bella moglie. Si può credere succeduta in questo anno la morte sua, perchè nelle Cronichette dei re d'Italia, da me date alla luce [Anecdot. Latin., tom. 2.], si legge ch'egli regnavit annos XXI expletos, et menses IX, et dies III. Computando gli anni che dopo lui regnò [1105] Lottario suo figliuolo, viene a cadere la morte sua nel dì 24 d'aprile del presente 947. Scrive Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 61.], che Ugo lasciato il regno al figliuolo, in Burgundia cum omni thesauro suo, et universis divitiis recessit, ibique monasterium de propriis sumptibus ditissimum construens, quod sanctus Petrus de Arte nuncupatur, in eodem monachus est effectus. Ma si tien per fermo che l'Ostiense abbia fallato in credere fabbricato dal re Ugo quel monistero; ed, oltre a ciò, il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict. ad annum 945.] mette in dubbio il di lui monacato. Nulla di questo dice Liutprando, che meglio seppe le azioni di lui; ma bensì dice che Ugo, tornato in Borgogna (sotto il qual nome si comprendeva allora anche la Provenza), brevi est viam universae carnis ingressus. Non è improbabile, che veggendo egli imminente la morte, vestisse l'abito monastico: che questo era uso d'allora. Restato intanto in Italia il re Lottario, poco impaccio si dovette prender in governar i popoli, perchè governato da Berengario marchese d'Ivrea: cioè agnello consegnato alla custodia del lupo. Abbiamo sotto quest'anno dal Protospata [Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.], che introierunt Ungari in Italiam, et perrexerunt usque Hydruntum. Et Platopidi (generale de' Greci) sedit in civitate Cupersani. Et fuit eo anno boum interitus per omnem terram. Anche alla Lombardia circa questi tempi toccò un'indiscreta visita degli Ungheri, per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 15.], essendo comparso in queste contrade Tassi re di que' Barbari con un copioso esercito. Berengario colla forza non delle armi, ma di gran quantità d'oro, il fece ritornare addietro; e non già coll'oro suo, ma con quello che raccolse dalle chiese e dal povero popolo, con avere imposto un testatico di un denaro d'argento per cadauna persona; e lo pagavano infino i fanciulli lattanti dell'uno [1106] e dell'altro sesso. Colla somma di tanto argento raccolto, con cui meschiò del rame, fece battere dieci moggia di denari, co' quali soddisfece all'accordo stabilito con gli Ungheri e per sè ritenne da buon economo tutto quanto egli avea tolto alle chiese. Non par credibile, per la lontananza de' paesi, che questo fosse il corpo d'Ungheri, di cui poco fa parlò Lupo Protospata, e che arrivò ad Otranto. Nella storia arabica di Abulphedà si legge [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che in quest'anno Almansore re de' Saraceni africani diede l'isola di Sicilia in feudo ad Alassano figliuolo di Alì, che fu obbligato a far una gran guerra in quelle parti, ma con buon successo, perchè ridusse quasi tutta quell'isola sotto il suo dominio. Un'altra Cronica arabica asserisce che costui mise buon ordine in tutta la Sicilia, governandola con singolar rettitudine.


   
Anno di Cristo DCCCCXLVIII. Indiz. VI.
Agapito II papa 3.
Lottario re d'Italia 18.

In quest'anno ancora truovo io Lottario che esercita l'autorità reale. Ad istanza di Deodato vescovo di Parma, egli dona alcuni poderi ad un certo Liudono suo vassallo, con diploma [Antiquit. Ital., Dissertat. LXVI.] spedito XIV kalendarum februariarum anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVII, anno vero Lotharii regis XVII, Indictione VI. Actum Papiae. Qui vo io credendo adoperato l'anno fiorentino e veneto. Presso a quei popoli l'anno DCCCCXLVII correva fino al dì 25 marzo del nostro anno 948. Ne vedremo altri esempli fra poco. Un altro suo diploma ho io prodotto [Ibidem.], dato XVIII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVIII, regni autem domini Lotharii piissimi regis XVIII, Indictione VII. Actum Parmae. Qui ha da essere l'indizione VI. Dona esso re, a richiesta di Attone ossia di Azzo, vescovo celebre [1107] di Vercelli, tre corti ai canonici di Parma, cioè due poste nel distretto di Parma, e Guilzacara (oggidì san Cesareo) in finibus mutinensibus, sub Strata Regia non longe a fluvio Scultenna. Aggiungasi un altro suo diploma pubblicato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], in cui, a petizione di Guido vescovo di Modena e di Adelardo vescovo di Reggio, conferma tutti i lor beni ai canonici di Piacenza. Le note di quel documento sono le seguenti: Data ibidus februarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVIII, regni vero domni Lotharii XVII, Indictione sexta. Actum Mediolani. Qui è l'anno nostro volgare; ma chi sa che l'originale non abbia l'anno fiorentino DCCCCXLVII? Finalmente un altro diploma ho io dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXVI.] che ci fa vedere esso re in Lucca nel dì V di luglio dell'anno presente, correndo l'anno XVIII del suo regno, come ha l'originale, e non già XVII come per error del copista fu stampato. È un privilegio conceduto interventu et petitione Aledrami incliti comitis. Questi è forse Aleramo, che fu poi primo marchese del Monferrato. Si può credere che il re Lottario, al vedersi così abbandonato alla discrezione di Berengario marchese di Ivrea, consigliato dai suoi, ricorresse alla protezion di Costantino Porfirogenito imperador d'Oriente; giacchè Berta sua sorella era maritata in Romano juniore, figliuolo d'esso Augusto, e dichiarato anch'egli collega nell'imperio, correndo il mese di luglio dell'anno presente. Liutprando [Liutprand., lib. 6, cap. 1.] ci assicura avere esso imperador Costantino, per mezzo di Andrea conte della curia, inviate lettere a Berengario, colle quali gli significava che avrebbe con piacere veduto qualche ambasciatore di lui, per fargli conoscere quanto amore egli portasse alla di lui persona. Chiaramente poi e caldamente gli raccomandava d'essere ben fedele al [1108] giovane re Lottario, di cui sapeva ch'egli era aio e governatore. Già si dovea temere o prevedere quel che da lì a non molto avvenne. Berengario, che nulla volea spendere del suo in tale ambasceria, s'avvisò di proporre questo viaggio ed impiego allo stesso Liutprando, allora segretario suo, come ben pratico della lingua greca. Perciò indusse il di lui padrigno, uomo facoltoso, a far gustare questa scelta al figliastro, e a provvederlo ancora di tutto il bisognevole per sì fatta spedizione, con promettere mari e monti all'uno e all'altro. Non si sa l'anno preciso in cui Liutprando eseguì tal commessione; ma si può conietturare nel seguente. Certo è ch'egli nel dì 25 di agosto uscì di Venezia in nave, e nel dì 17 di settembre arrivò a Costantinopoli. Si presentò all'imperadore colla sola lettera datagli da Berengario, piena anche di bugie; e perciocchè l'avaro Berengario niun regalo gli avea dato da presentare all'imperadore, ed egli osservò quanti ne avessero portati a quella corte gli ambasciatori di Ottone re di Germania e del re saraceno di Spagna; non volendo egli essere da meno, avendo provveduto di sua borsa varie preziose robe, a nome di Berengario le presentò a quel monarca. Racconta egli dipoi le maraviglie da lui vedute in Costantinopoli, ed alcune magnificenze di quella corte, e con interrompere sul più bello del racconto la sua storia. Probabilmente egli ne avrà scritto di più; ma non sarà giunto fino ai dì nostri. Restano solamente due altri pezzi della sua fatica, riguardanti i tempi di Ottone il grande, de' quali mi varrò a suo tempo. Ma intanto per questa mancanza viene a restare in un gran buio la storia d'Italia. Nell'archivio di Lucca si legge uno stromento, scritto anno XVII Lotharii regis, VIII kalendas aprilis, Indictione VI, cioè nell'anno presente, ma dovrebbe essere l'anno XVIII.

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Anno di Cristo DCCCCXLIX. Indiz. VII.
Agapito II papa 4.
Lottario re d'Italia 19.

Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico.] mette sotto quest'anno la morte del re Lottario, e fu in ciò seguitato dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.]. Ma indubitata cosa ella è ch'egli mancò di vita solamente nell'anno seguente. Noi il troviamo tuttavia vivo e regnante nel dì 11 di decembre di quest'anno, in cui fu scritto uno strumento, pubblicato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] con queste note: Lotharius gratia Dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, nonodecimo, XI die intrante decembri, Indictione octava, cominciata nel settembre. Troveremo anche de' suoi diplomi nel seguente anno. Da gran tempo era in controversia l'arcivescovato di Rems, combattuto da due antagonisti, cioè da Artaldo ed Ugo, per colpa dei principi e re di questi tempi, i quali, mettendo la mano nel santuario, deponevano i legittimi prelati, e ne sustituivano degli altri a loro capriccio. Marino legato della santa Sede, spedito colà da papa Agapito [Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 35.], in un concilio tenuto in Engeleim l'anno precedente, avea rimesso in quella sedia Artaldo indebitamente deposto. Nel presente anno, per attestato di Frodoardo [Idem, in Chronico.], Agapitus papa synodum habuit apud sanctum Petrum, in qua damnationem Hugonis episcopi apud Ingulenheim factam confirmavit; excommunicans etiam Hugonem (duca di Francia) principem, donec Ludovico regi satisfaciat. Anche la chiesa archiepiscopale di Milano era per questi tempi involta in un grave disordine. Il Puricelli [Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.] e i padri Ughelli e Papebrochio tengono che in quest'anno finisse di vivere Arderico vecchio arcivescovo di quella città. Il Sigonio, la cui asserzione è sostenuta dal testo della storia di Arnolfo antico [1110] storico milanese [Arnulf., Mediolan. Hist., tom. 4 Rer. Ital.], riferisce la di lui morte all'anno 947, ed altri la mettono nel 948. Comunque sia, l'ambizioso arcivescovo d'Arles Manasse, che divorava anche le chiese di Trento, Verona e Mantova, assistito, come si può credere, o dal re Lottario suo parente, o piuttosto da Berengario marchese, secondo le promesse a lui fatte, fu eletto arcivescovo da una parte del clero e popolo di Milano. Ma stette forte un'altra non men vigorosa parte in eleggere e volere arcivescovo Adelmanno prete milanese. Niun d'essi, per cagione di questa discordia, giunse mai ed esser consecrato o riconosciuto per legittimo pastore di quella insigne chiesa. Non lasciarono per questo i due pertinaci competitori di mettere le mani sopra le rendite dell'arcivescovato; anzi vennero a qualche accordo con partirle fra loro: il che produsse un incredibil danno ad essa chiesa, perchè ora l'uno ora l'altro andarono svaligiando il tesoro della medesima, che era dei più riguardevoli d'Italia, con servirsene a sostener le loro gare e pretensioni. Simili sconcerti di questo miserabil secolo abbondavano allora in altre chiese, e in assaissimi monisteri d'Italia. Secondo la Cronica arabica [Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], in questo anno i Siciliani tramarono una congiura contra di Assano, signore, o vogliam dire governatore di quell'isola. Ma scoperto il trattato, e presi i capi della fazione, pagarono colle lor teste la pena di questo mal condotto affare. Truovasi ancora nella Cronica di Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] un atto di Leone abbate di quel monistero, scritto anno tricesimo sexto regnante domno Constantino magno imperatore, et decimo anno principatus domni Landulfi gloriosi principis (di Benevento e Capua), et anno sexto principatus domni Pandulfi filii ejus, mense julio, septima Indictione, cioè nell'anno presente. Altri documenti abbiamo in essa Cronica, dove sono annoverati gli [1111] anni di Costantino imperadore dei Greci, che vanno coerenti con questo. È da vedere come il padre Pagi metta sotto l'anno presente l'anno XXXVII e XXXVIII di esso imperadore.


   
Anno di Cristo DCCCCL. Indiz. VIII.
Agapito II papa 5.
Lottario re d'Italia 20.
Berengario II re d'Italia 1.
Adalberto re d'Italia 1.

Ci si presenta tuttavia vivo e regnante in quest'anno il re Lottario, ciò apparendo da una pergamena da me veduta nell'archivio insigne dell'arcivescovato di Lucca, e scritta anno XIX Lotharii regis, quarto nonas martii, Indictione VIII. Abbiamo parimente rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., lib. 5, in Episc. Comens.] e dal Tatti [Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.] un diploma di esso Lottario, dato pridie kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCL, regni vero Lotharii XX. Actum Papiae. Ma questo infelice principe, dotato d'ottimi costumi, e degno di vivere e regnar lungamente, fu rapito dalla morte nel più bel fiore dell'età sua. Leone Ostiense [Leo Ostiensis, in Chronic. lib. 1, cap. 61.] altro non dice, se non che in subitam phrenesim incidens, ultimam diem explevit. Ma Frodoardo scrittore di questi tempi [Frodoardus, in Chronico.] riferisce la voce comune che allora corse, cioè che Berengario col veleno lo spedisse all'altra vita. Berengarius, dic'egli, quidam princeps Italiae, veneno (ut ferunt) necato Lothario rege Hugonis filio, rex Italiae efficitur. Lo stesso volle dire lo storico Liutprando [Liutprand., Hist., lib. 5, cap. 4.], allorchè dopo aver narrato che il giovinetto Lottario salvò Berengario dall'ira del padre, aggiugne: Sed oh! quod sibi decipulam Lotharius praeparavit, futuri ignarus videre non potuit. Dum enim Berengario consuluit, qui regnum et vitam auferret, sibimet praeparavit. Abbiamo il [1112] giorno certo della di lui morte dalla Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Così scrive di Lottario quell'autore: Hic dum aliquando de Papia veniret Taurinum cum uxore sua (la regina Adelaide) feria quarta, quae est XII die (manca qui, a mio credere, kalendas) mensis novembris, praeceptum dedit Arduino marchioni (creduto marchese di Susa) abbatiae bremetensis. Qui non post multum tempus mortuus est, transacto vix spatio unius mensis, feria sexta, quae est X kalendas decembris, et Mediolanum vectus: ibique tumulatur in sepulchro sui genitoris. Ma non sussiste che Ugo suo padre fosse seppellito in Milano; possiamo bensì tenere per fermo che il re Lottario nel dì 22 di novembre di quest'anno, giorno di venerdì, terminasse i suoi giorni, perchè con tale asserzione si accorda anche l'antica Cronichetta dei re d'Italia da me data alla luce [Chron. Regum Italiae, tom. 2 Anecdot. Latin., et tom. 4 Rer. Ital.], dove è scritto, che post decessum ipsius Ughonis regnavit ipse Lautharius anno III expletos, et menses VII, et dies II. Obitavit die veneris, qui est decimo kalendas decembris, civitate Taurinensium.

Per attestato della medesima Cronichetta, stette vacante ventiquattro giorni il regno d'Italia, essendo probabilmente occorso questo tempo per radunare i principi italiani, dall'elezione de' quali dipendeva il conseguimento della corona. Finalmente tanti furono i maneggi dell'accorto Berengario marchese d'Ivrea, nipote del fu imperadore Berengario per parte di Gisla sua madre, che tanto egli quanto Adalberto suo figliuolo furono eletti re, e coronati nel dì 15 di dicembre di quest'anno, giorno di domenica, nella chiesa di san Michele maggiore di Pavia. Le parole della Cronichetta son queste: Die dominico, XV die decembris in basilica S. Michaelis, quae dicitur major, fuerunt electi et coronati Berengarius et Adalbertus [1113] filius ejus in regibus. Cadde appunto la domenica nel dì 15 dì dicembre di quest'anno; e però resta fisso il principio dell'epoca di Berengario e di Adalberto re d'Italia; nè è da ascoltare chi diversamente ne ha scritto. Erano questi principi di nazione salica, e però di origine franzese. La regina Adelaide vedova del re Lottario restò in Pavia. È considerabile ciò che scrive sant'Odilone nella di lei vita [Odilo, in Vita S. Adalheidis apud Canis.]. Dopo aver detto ch'essa regina non partorì a Lottario se non una figliola appellata Emma, che fu poi maritata nell'anno 966 con Lottario re di Francia, padre di Lodovico V, re parimente di Francia, seguita a dire: Supradicto vero Lothario ante annum circiter tertium, postquam dominam Adelheidam duxerat, defuncto, remansit ipsa vidua viro, destituta maritali consilio. Se dunque Adelaide, non per anche compiuti i tre anni del suo matrimonio, restò vedova per la morte del re Lottario, non sussiste l'opinione de' padri Mabillone e Pagi, che all'anno 938 (siccome accennammo di sopra) riferiscono le di lei nozze. Convien conchiudere inoltre che il diploma esistente in san Salvatore di Pavia indica solamente i di lei sponsali conchiusi sul fine dell'anno 937, in tempo ch'essa per la sua tenera età non dovea essere atta alle funzioni maritali. Giunta poi all'età di sedici anni nell'anno 947, allora dovette effettuarsi il matrimonio suo col re Lottario. E importa bene il conoscere l'età di questa memorabil principessa, perchè in breve la vedremo sposata da un gran monarca, e poscia imperadrice gloriosa. Scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Italic.] sotto quest'anno che i Greci obsederunt Asculum, et obtinuerunt.

[1114]


   
Anno di Cristo DCCCCLI. Indiz. IX.
Agapito II papa 6.
Berengario re d'Italia 2.
Adalberto re d'Italia 2.

Il Sillingardi [Sillingardus, in Catalogo Episcopor. Mutinens. edito anno 1606.] diede già alla luce un diploma dei re Berengario e Adalberto, che si legge anco appresso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Mutinens.]. Le note di quel documento son queste: Datum decima die kalend. februar. anno dominicae Incarnationis DCCCCL, regni vero piissimorum Berengarii et Adalberti regum primo, Indictione nona. Actum Papiae. L'indizione nona corrente nel febbraio di quest'anno, e distesamente scritta, fa conoscere che qui si parla dell'anno 951, e che vi è adoperato l'anno fiorentino e veneto, il quale corre sino al dì 25 di marzo dell'anno nostro volgare. Dicesi ivi fatta la donazione di quattro castella a Guido vescovo di Modena, che aveva molto cooperato all'esaltazione di Berengario, interventu ac petitione Odeberti marchionis, atque Magnifredi comitis. M'è incresciuto forte di non poter coi miei occhi vedere questo diploma, esistente allora nel dovizioso archivio del capitolo de' canonici di Modena, ma oggidì smarrito o perduto. Perciocchè, siccome ho provato nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 15 et seq.], questo Odeberto ossia Otberto, illustre marchese e principe di questi tempi, è uno de' progenitori della nobilissima casa di Este. Ne fo ora solamente menzione, per parlarne poi ex professo, andando innanzi. Anche il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] cita un diploma dei suddetti re in favore del monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, dato anno DCCCCL, regni vero domni Berengarii, et domni Adalberti piissimorum regum primo, Indictione nona. Non cita il mese, ma sarà il gennaio o febbraio di [1115] quest'anno, riconoscendosi anche ivi adoperato l'anno fiorentino, giacchè Indictione nona indica infallibilmente l'anno volgare DCCCCLI. Nell'anno presente ancora, per testimonianza del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], il re Berengario stando nella Corte Olonna, renovavit foedus inter Venetos et subjectos suos; et eorum civitatum fines, ab urbibus italici regni distinxit, et a Venetis quadragesimam solummodo debere declaravit. Diede poi principio al suo governo il re Berengario con una iniquità che fece incredibile strepito per tutta l'Italia e Germania. Era, come dissi, rimasta in Italia Adelaide vedova del re Lottario, giovanetta di diciannove in venti anni, in cui non si sa se maggior fosse la bellezza, o la pietà e saviezza. Ossia che Berengario temesse che ella, passando alle seconde nozze con qualche principe, potesse turbargli il dominio di questo regno, o ch'egli, bramando di maritarla col figliuolo Adalberto, la trovasse troppo renitente a questa alleanza, stante l'avversione da lei conceputa contra chi comunemente si credea che avesse tolto di vita il re suo consorte: la verità si è che Berengario, passando dalle dolci alle brusche, rinserrò la misera ed innocente principessa in una prigione.

Non sussiste ciò che il Sigonio scrive, che essendo Adelaide in possesso di Pavia, Berengario fu necessitato ad espugnar quella città. Fu quivi egli eletto re, siccome vedemmo, e ne prese allora la signoria, e quivi diede anche i diplomi suddetti. Nè Pavia, come vuol Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], era città dotale di essa Adelaide. Vien riferita dal Browero [Browerus, Annal. Trevir., lib. 9.] una memoria posta nella cattedrale di Treviri con queste parole:

[1116]

XII. KALENDAS MAII
CAPTA EST ADELHEIDIS IMPERATRIX
CVMIS A BERENGARIO REGE
XIII. KALENDAS SEPTEMBRIS
LIBERAVIT, DOMINVS
ADELHEIDAM REGINAM A VINCVLIS.

La credo fattura de' secoli posteriori; potrebbe nondimeno essere che contenesse qualche verità. Che questa regina fosse imprigionata, non già nel lago di Como, ma bensì nella rocca di Garda sul lago Benaco, oggidì lago di Garda, l'abbiamo da Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, tom. 5 Rer. Ital.]; e pare che così porti il contesto delle sue avventure. Parimente l'Annalista sassone [Annalista Saxo, tom. 1 Corp. Hist. Eccard.], pubblicato dall'Eccardo, scrive che Berengario Adeleidem XII kalendas maii captam Cumis depraedavit, et in custodia media (scrivi et inedia) lacrymabiliter afflixit. E leggonsi tali parole anche in Ditmaro [Ditmarus, Chronic., lib. 2.] autore più antico. Forse qui fu ricavata l'iscrizione di Treviri. Per altro falla l'Annalista sassone rapportando la prigionia di Adelaide all'anno 949, quando essa non può essere seguita se non nell'anno presente 951; perchè Berengario fu eletto re solamente nel dì 15 decembre dell'anno precedente 950, nè sì subito dovette egli mettere le mani addosso alla sfortunata regina. Ora de' mali trattamenti fatti ad Adelaide non meno da lui che da Willa ossia Guilla sua moglie, donna che anche da Liutprando ci viene dipinta per un vaso di tutti i vizii, ne abbiamo un buon testimonio, cioè sant'Odilone [Odilo, in Vita S. Adelheidis apud Canis.] abbate di Clugnì, e personaggio confidente di questa medesima santa principessa. Postquam, dice egli, mortuus esset Lotharius vir ejus, honorem italici regni adeptus est quidam vir nomine Berengarius, qui habebat uxorem nomine Willam. A quibus innocens capta, [1117] diversis angustiata cruciatibus, capillis caesariei distractis, frequenter pugnis exagitata et calcibus; una tantum comite famula, ad ultimum tetris inclusa carceribus, divinitus postmodum, ordinante Deo, imperialibus est sublimata culminibus. E la monaca Rosvida [Hrosvitha, de Gest. Oddon.], poetessa di quel secolo, che narra a lungo questa scena, attesta che Adelaide fu anche spogliata di tutte quante le sue gioie, vesti ed altre suppellettili.

Secondochè s'ha dal suddetto Donizone, per molto tempo stette confinata Adelaide con una sola damigella in fondo di una torre. Ma essendo riuscito ad un prete appellato Martino di fare una apertura nel muro di quella prigione, oppure, come altri vogliono, con una cava fatta sotterra, una notte la cavò fuori, e dopo aver vestita lei e la sua damigella da uomo, trovò un pescatore che in una barchetta li condusse tutti e tre ad una selva contigua al lago di Garda, a cui Odilone dà il nome di palude; dove fra quegli alberi o fra quelle canne si appiattarono, ma con pericolo di morir di fame, se un pescatore non avesse loro somministrato del pesce. Fu spedito il prete dalla regina ad Adelardo vescovo di Reggio, in cui essa confidava non poco, per ottener soccorso; il vescovo raccomandò questo affare ad Attone (lo stesso è che dire Azzo), il quale riconosceva in feudo dalla chiesa di Reggio la fortezza di Canossa. Convien ora sapere che questo Azzo, bisavolo della rinomata contessa Matilde, di cui avremo assai da parlare, era figliuolo di Sigifredo appellato da Donizone

Princeps praeclarus lucensi de comitatu;

il quale co' suoi figliuoli si protesta di nazione longobarda. Venuto Sigifredo in Lombardia, crebbe in potenza e ricchezze, ed oltre a due altri figliuoli che stabilirono due doviziose case in Parma, ebbe il suddetto Azzo, chiamato anche [1118] nelle vecchie carte Adalbertus, qui et Atto, che più de' fratelli s'ingrandì, e fra gli altri beni acquistò dal suddetto Adelardo vescovo di Reggio in feudo Canossa, dove fabbricò una inespugnabil fortezza. È situato questo celebre luogo nelle prime montagne del distretto di Reggio, verso il fiume Enza. Ivi s'alza ben in alto un sasso, tutto isolato, la cui sommità con buone mura e torri fortificata non avea paura nè di assalti, nè di macchine militari; e però, purchè la vettovaglia non mancasse, si rideva la guarnigion di Canossa anche delle più grandi armate. Prese Alberto Azzo l'impegno di soccorrere la perseguitata regina; e messa a cavallo una mano de' suoi armati, andò con essi in persona a levar Adelaide, e condussela a Canossa. Lo attesta anche il suddetto santo Odilone con dire che supervenit quidam clericus, qui ejus fuerat captivitatis et fugae socius, nuncians adesse exercitum militum armatorum, qui eam cum gaudio accipientes, deduxerunt secum in quoddam inexpugnabile castrum. Scrive Donizone [Donizo, lib. 1, cap. 1.] che Alberto Azzo diede avviso di questa sua risoluzione a papa Giovanni, il quale la lodò. Aggiugne aver esso Alberto Azzo trattato con Ottone re di Germania per dargli in moglie Adelaide; ed essendo segretamente venuto Ottone a Verona, gliela condusse colà; ed egli, sposatala, seco la menò in Germania: il che non sussiste, siccome vedremo. Seguita poi a dire Donizone, che scoperto l'affare da Berengario, spedì l'esercito all'assedio di Canossa. E questo assedio, se vogliam credere a Leone Ostiense, durò ben tre anni [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 61.]. Lo stesso si legge nella Cronica della Novalesa [Chronic. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Di qui poi han preso motivo alcuni moderni scrittori, e fra gli altri il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], di credere assediata in quest'anno Adelaide entro Canossa, e di dire che si sono ingannati [1119] i suddetti storici parlanti di un assedio di sì lunga durata. Ma non hanno avvertito (l'avvertì bensì il Sigonio) che l'assedio di Canossa vien raccontato da Donizone come impresa fatta dappoichè il re Ottone ebbe sposata e condotta in Germania Adelaide. Però fu così ben condotta la fuga di questa regina e il suo passaggio a Canossa, che non ne ebbe sentore il re Berengario, se non dappoichè fu calato in Italia Ottone il grande. Per altro Leone Ostiense e Donizone hanno disavvedutamente confuse le circostanze dell'affare. Viveva allora papa Agapito II, e non già papa Giovanni. Le nozze di Adelaide furono celebrate in Pavia, e non già in Verona. Rosvida, più antica che Donizone di un secolo, neppur ella racconta che Adelaide fosse assediata in Canossa, e solamente dice che fu ricoverata da Adelardo vescovo di Reggio in una sua forte città, volendo significare Canossa, dove essa fu servita con tutto onore, finchè Ottone calò in Italia, e la fece andare a Pavia. Ora, tornando indietro, si dee mettere per cosa certa che fece gran rumore anche nella corte di Ottone il grande re di Germania la crudeltà di Berengario, e la sventura e prigionia dell'innocente regina. Bisogna eziandio supporre, come troppo verisimile, che Ottone fosse informato del luogo ove ella era celata, per avergliene scritto o ella, o il vescovo Adelardo, oppure Azzo signore di Canossa. Nè mancarono alcuni di lui cortigiani, che conoscendo di vista le rare doti di questa principessa, il consigliarono a prenderla per moglie, giacchè la regina Editta sua consorte era mancata di vita cinque o sei anni prima, con aggiugnere ancora che, così facendo, egli poteva aprirsi la strada a conquistare il regno d'Italia.

Preparossi dunque per tale spedizione il re germanico. Mandò innanzi Lodolfo suo figliuolo, il quale, se vogliam credere al continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, ad ann. 951.] e all'Annalista [1120] sassone [Annalista Saxo, in Chronico.], trovò dappertutto degli ostacoli e degl'incomodi, perchè niuna città o castello il volle ricevere; e tutto ciò per colpa di Arrigo duca di Baviera suo zio paterno, che portando invidia agli avanzamenti del nipote, per tre anni andò facendo sapere agl'Italiani quanto si macchinava in Germania, ed alienava quanti poteva in Italia dall'amore di lui. Ma temo che si sieno ingannati questi autori in riferir tali circostanze. Certamente Rosvida [Hrosvitha, de Gestis Oddoni.], istorica di questo secolo, scrive tutto il contrario, dicendo di Lodolfo:

Perpaucis secum sociis secreto resumptis

Italiam petiit, fortique manu penetravit.

Exhortans patris imperio populum dare collum;

Moxque redit, clarum referens sine Marte triumphum.

Calò poscia il re Ottone, fingendo (come vuole Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 2.], e dopo lui l'abbate urspergense [Urspergensis, in Chronico.]), di fare un viaggio di divozione a Roma, e all'improvviso s'incamminò verso Pavia, che gli aprì le porte. Niuna opposizione fu fatta dal re Berengario, perchè egli solamente attese a salvarsi in un suo forte castello. Ma è ben da maravigliarsi come così accorto principe, quale era Berengario, si lasciasse cogliere sì all'impensata, e pare piuttosto da credere che il re Ottone conducesse seco un gagliardo esercito, o che tenesse di grandi intelligenze in Italia. Arrivato egli a Pavia, ed impadronitosi di quella città, fece tosto sapere alla regina Adelaide il suo desiderio di vederla, insinuandole ancora, colla giunta di molti regali, l'intenzion sua di averla per moglie. Colà portossi Adelaide, incontrata fuor della città dal suddetto duca di Baviera Arrigo, e poi ricevuta con tutto onore dal re Ottone. Sì Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.] come Rosvida, e gli altri antichi [1121] storiografi ci assicurano che le nozze di esso re vedovo colla giovane vedova Adelaide solennemente si celebrarono nella stessa città di Pavia. Il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], fidatosi dell'iscrizione sopraccitata di Treveri, vuol sostenere che circa il mese d'agosto seguì il loro matrimonio. Ma egli s'appoggiò ad una memoria dubbiosa, e quando pur questa contenga verità, altro non se ne può dedurre, se non che Adelaide ebbe nel dì 20 d'agosto la fortuna di salvarsi dalla prigione di Garda, e non già che in quel mese ella arrivasse al talamo del re Ottone. Che tuttavia nel dì 22 di settembre di quest'anno Berengario e Adalberto signoreggiassero in Pavia, ne fa fede un loro diploma, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.], con queste note: Data X kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum Papiae. Così nella Cronica di Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] si ha un altro loro diploma dato VI kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum in plebe sancti Marini. Che stesse pochi dì appresso ad entrare in Pavia il re Ottone, ne abbiamo il riscontro in un diploma [Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.] d'esso re, dato VI idus octobris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi nongentesimo quinquagesimo primo, Indictione decima, anno regni Otthonis regis in Francia decimosexto, in Italia primo. Actum Papiae. Un altro simile ne esibisce il Puricelli [Puricellius, Monument. Eccles. Ambrosian., num. 172.], dato nel medesimo giorno. E qui si vuol osservare che Ottone cominciò ad intitolarsi re d'Italia, quasichè Berengario e Adalberto fossero affatto decaduti dal loro diritto. Celebrò egli dipoi il santo Natale in Pavia; ed allora fu, secondo l'Annalista [1122] sassone [Annalista Saxo, tom. 1 Eccard.], ch'egli cum suis fidelibus in Italia Papiae natale Domini celebravit, et celebratis juxta magnificentiam regalem nuptiis, sicque dispositis negotiis proficiscitur inde, ec. Abbiamo dalla Cronica arabica [Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che nel dì 2 di luglio dell'anno presente venne dall'Africa a Palermo un nuovo generale d'armi moro, appellato Saclabio, forse quello stesso che era stato nell'anno 950, oppure un suo figlio, menando seco una buona armata da valersene per terra e per mare, ed assai cammelli. Assano padron dell'isola, uniti i Siciliani con questi Africani, passò al castello di Riva, che si trovò abbandonato dagli abitanti. Assediò Geragia ma essendo osso duro, accordò pace a quel popolo, con ricevere gli ostaggi della lor fede; e fece poi lo stesso con quei di Cassana. In questi tempi, per testimonianza di Frodoardo [Frodoardus, in Chronic.], i Saraceni, che già furono cacciati da Frassineto, tenevano occupati i passaggi dell'Alpi, di manierachè chiunque volea venire dalla Francia, o dagli Svizzeri e Grigioni, in Italia, era costretto a pagar loro una somma tassata di danaro. Aggiugne che gli Ungheri in quest'anno, passando per l'Italia, arrivarono in Aquitania, dove per tutta la state commisero grandi ruberie e ammazzamenti di persone; e che poi, ripassando per l'Italia, se ne tornarono alle case loro. Non dovea già succedere passaggio alcuno di questi masnadieri, che non lasciassero dappertutto segni della loro avidità e barbarie.


   
Anno di Cristo DCCCCLII. Indizione X.
Agapito II papa 7.
Berengario II re d'Italia 3.
Adalberto re d'Italia 3.

Ci ha conservata il suddetto Frodoardo una particolarità dei disegni del re Ottone: cioè ch'egli legationem pro susceptione sui Romam dirigit. Qua non [1123] obtenta, cum uxore in sua regreditur. Dovette il re Ottone tentare se papa Agapito volesse concedergli la corona imperiale, giacchè al vasto regno della Germania pareva ormai aggiunto quello ancora dell'Italia. Ma fece male i suoi conti. Alberico patrizio era tuttavia padrone di Roma, nè voglia si sentiva di deporre quel manto sì luminoso. Si può credere che le risposte date colla negativa dal pontefice ad Ottone, fossero dettate dal medesimo Alberico. Truovo io il re Ottone sul principio del febbraio di quest'anno tuttavia dimorante in Pavia, dove confermò tutti i beni al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza con un diploma [Antiq. Ital., Dissert. LXV.] dato VIII idus februarii, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCLII, Indictione decima, anno vero domni Ottonis in Italia primo, in Francia XVI. Actum Papiae. Ma insorsero liti in essa città di Pavia fra Lodolfo figliuolo del re Ottone ed Arrigo duca di Baviera fratello del medesimo Ottone, che misero di mal umore quel giovane principe. S'aggiunse ancora che egli s'indispettì non poco per le nozze del re Ottone suo padre [Ditmarus, Chronic., lib. 2. Uspergensis, in Chron.]. Era Ottone in età alquanto avanzata, nè di maschi avea se non quel figliuolo, a lui nato dalla moglie Editta, prima d'essere re. Concepì Lodolfo un timore, e timore anche non mal fondato, che se dal secondo matrimonio nascessero figliuoli, questi potessero disputare la successione al regno, perchè nati dal padre re. Perciò in collera partitosi da Pavia prese il cammino verso la Sassonia, dove cominciò a macchinar delle novità contra del padre. Questo accidente foce risolvere il re Ottone a tornarsene in Germania. Lasciò in Pavia Corrado duca di Lorena suo genero (maritato con Liutgarda sua figliuola) con sufficienti milizie per guardia di quella capitale contro i tentativi di Berengario. E, giunto in Sassonia, quivi [1124] celebrò la santa Pasqua. Ma Berengario che la sapeva lunga, non volle già impugnar l'armi contra di un re di tanta possanza, e a cui mostrava egli molte obbligazioni, per le finezze usategli in tempo del suo esilio. Mise egli il suo studio in guadagnarsi, come si può sospettare, con de' segreti regali il cuore del duca Corrado, governator di Pavia. Il consiglio ch'esso Corrado gli diede, fu di gittarsi alla misericordia del re Ottone. Da un principe sì magnanimo si poteva sperar tutto. Abbracciato questo parere, e preventivamente, come si può conietturare, avvertito di tal risoluzione il re Ottone, Corrado stesso condusse in Germania Berengario. Stette Berengario tre giorni senza poter ottenere udienza da Ottone: del che si offese non poco il duca Corrado, dappoichè egli con buona fede l'aveva imbarcato in questo affare. Se l'ebbe anche a male il principe Lodolfo, siccome quegli che sposava tutti gl'interessi di Corrado suo cognato. Finalmente Berengario giunse alla presenza del re Ottone; si esibì pronto a far tutto quanto piacesse alla maestà sua; e restò conchiuso che nella dieta, la qual si dovea tenere nella città d'Augusta, si terminerebbono i suoi affari, siccome in fatti avvenne. Scrive il Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.], seguitato dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, in Chron.], che Berengario sulle prime nihil de his, quae voluit, obtinuit; sed machinatione Henrici ducis fratris, vix vita et patria indulta, in Italiam rediit: unde Chunradus dux multum offensus a debita regis fidelitate defecit. Potrebbe essere che Berengario in vigore del salvocondotto se ne tornasse in Italia colle mani vote per allora. Scrivendo poi Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.] che ipse quoque Otho post celebrationem Papiam regreditur, io non so credere questo ritorno di Ottone in Italia. Forse in vece di Otho si ha ivi da scrivere Berengarius. [1125] Comunque sia, Berengario e Adalberto, coll'intervenire dipoi alla dieta di Augusta, acconciarono i fatti loro col re Ottone.

Abbiamo da Vitichindo [Witichindus, Histor., lib. 3.] scrittore contemporaneo, e dall'Abbate Urspergense [Urspergensis, in Chron.] in che consistessero le cose accordate da Ottone a Berengario: cioè contentossi il re che Berengario col figliuolo seguitasse ad essere re d'Italia, ma con riconoscere da lui questo regno in feudo, e con giurargli fedeltà e suggezione. Il giuramento fu prestato solennemente in faccia di tutta la corte e di tutta l'armata: dopo di che Berengario dimissus cum gratia et pace in Italiam remeavit. Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 2.] aggiugne, ch'egli reginae (cioè di Adelaide) iram supplici venia placavit, bonaque cum pace patriam revisit. E la monaca Rosvida [Hrosvitha, de Gest. Oddonis.] conferma la stessa verità con iscrivere di Berengario:

Hunc regem certe digno suscepit honore,

Restituens illi sublati culmina regni,

Ista per certe tantum sub conditione,

Ut post haec causis non contradiceret ullis

Ipsius imperio, multis (sotto pene) longe metuendis,

Sed seu subjectus jussis esset studiosus.

Hoc quoque sollicitis decrevit maxime dictis,

Ut post haec populum regeret clementius ipsum,

Quem prius imperio nimium contrivit amaro.

Qui se complendis simulans promptum fore jussis,

Ocyus abscessit, patriam laetusque petivit.

Finalmente Liutprando [Liutprandus, in Legationib.] nell'anno 968 diceva al greco imperadore: Berengarius et Adalbertus sui milites (vassalli) effecti, regnum italicum sceptro aureo ex ejus manu susceperunt, et jurejurando fidem promiserunt. E di qui ebbe principio il diritto preteso dai re di Germania sopra l'Italia. E fin allora succedette una mutazione degna di molto riguardo, cioè che il re Ottone riservò per sè le marche di Verona e di Aquileia, le quali immediatamente diede in governo ad [1126] Arrigo duca di Baviera suo fratello. Lo attesta dipoi il suddetto Continuatore di Reginone [Continuat. Rheginonis, in Chronic.], con tornare sul buon sentiero, e scrivere che Berengario col figliuolo Adalberto regiae se per omnia in vassallitium dedit dominationi, et Italiam iterum cum gratia et dono regis accepit regendam. Marca tantum veronensis et aquilejensis excipitur, quae Heinricho fratri regis committitur. Lo stesso viene asserito dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, in Chronico.], e da Ottone vescovo di Frisinga [Otto Frisingensis, lib. 6, cap. 19.] nella sua Cronica. Un gran capezzone in questa maniera fu posto al re Berengario; ma egli, ciò non ostante, di cattivo che era, diventò peggiore. Noi il troviamo insieme col figliuolo Adelberto nel dì 9 di settembre dell'anno presente in Pavia, ove diede un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 909.] in favore di Ramberto abate d'Asti. Come se la passasse Uberto duca di Toscana, figliuolo bastardo del già re Ugo, dacchè Berengario si fece arbitro, e poi anche divenne re d'Italia, niuna memoria ce lo addita. Perchè appunto in questi tempi non s'incontra il di lui nome nelle carte della Toscana, può insorgere qualche sospetto che Berengario l'avesse abbattuto, come persona di cui poco si avesse a fidare. Ma o sia ch'egli pacificamente continuasse in quel dominio, o che vi fosse rimesso dopo la venuta in Italia del re Ottone: certo è, che s'incontra memoria di lui in quest'anno in uno strumento da me renduto pubblico [Ibid., Dissert. XXII.] e scritto in Lucca anno ab Incarnationis ejus nongentesimo quinquagesimo secundo, quinto nonas magii, Indictione decima. Non vi compariscono gli anni del re per gl'imbrogli che erano allora in Italia. Manifestus sum ego Uberto marchio, legem vivente saliga, bonae memoriae domni Ugoni regi. Segno può essere questo ch'egli governasse allora la Toscana col titolo di marchese, [1127] ma da lì innanzi se ne perde la memoria. Ho io parimente data alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. V.] una donazione fatta al monistero di Subiaco da Benedetto console e duca, anno, Deo propitio, pontificatus domni Agapiti summi pontificis et universalis junioris (cioè secondo) papae in sacratissima sede beati Petri apostoli VII, Indictione decima, mense madio, die XXIV. Dal che risulta che Agapito prima del dì 24 di maggio nell'anno 946 avea conseguito il pontificato romano. Da questo poi e da altri simili documenti dei papi d'allora scorgiamo che Alberico lasciava ai romani pontefici l'onore d'essere nominati negli atti pubblici, come se fossero eglino i padroni di Roma e del suo ducato, quando si sa di certo ch'egli la faceva da principe assoluto nel temporale di quegli Stati.


   
Anno di Cristo DCCCCLIII. Indiz. XI.
Agapito II papa 8.
Berengario II re d'Italia 4.
Adalberto re d'Italia 4.

Insorse in quest'anno un'aspra e scandalosa guerra in Germania, perchè Lodolfo figliuolo del re Ottone si ribellò al padre; e collegato con Corrado duca della Lorena suo cognato, e con altri principi della Germania, prese l'armi specialmente centra di Arrigo duca di Baviera suo zio paterno, siccome disgustato per più ragioni contra di lui. Fu dunque necessitato il re Ottone a procedere coll'armi contra del figliuolo e del genero. Succederono sanguinosi assedii, saccheggi di città, coll'altre pensioni di una guerra arrabbiata, che io, come avventure fuori d'Italia, lascerò raccontare ad altri. Se non falla Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.], ebbe origine questo fuoco dall'essere nato al re Ottone dalla regina Adelaide un figliuolo maschio, e corsa voce che il padre avesse destinato questo frutto delle sue seconde nozze alla successione del regno, quando egli l'avea già promessa a Lodolfo, [1128] con avergli anche fatto giurar fedeltà dai baroni. Intanto il re Berengario tornato in Italia, per quanto scrive il Continuator di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chron.], di tutte le sue disavventure incolpava episcopos, et comites, ceterosque Italiae principes; omnesque eos odiis et inimicitiis insequens, inimicissimus sibi effecit. Fra quelli che particolarmente s'erano tirato addosso l'odio di Berengario ci fu Alberto Azzo signore di Canossa, dopo essere venuto esso re in chiaro, aver egli ricoverata e nascosa Adelaide nella sua forte rocca, onde ebbe principio la depressione sua. Però ne andava Berengario meditando la vendetta; ma il rispetto del re Ottone, che aveva assicurato della sua protezione Azzo, il riteneva. Quand'eccoti accendersi in Germania la guerra suddetta, la quale non lasciava luogo ad Ottone di pensare all'Italia. Allora fu che Berengario spedì l'esercito suo all'assedio di Canossa, e non già allorchè Adelaide s'era colà ricoverata. Trovò quivi Azzo ben provveduto di vettovaglia per una lunga difesa. Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, c. 1, tom. 5, Rer. Ital.] ci assicura che al re Ottone fu condotta da Azzo la regina Adelaide:

. . . . . . Quae regi tunc quoque nupsit:

Conjuge suscepta redit ad propriam modo terram,

Attoni spondens, quod de se maxima posset.

Poscia vien raccontando che Berengario, il quale finchè Ottone non fu arrivato in Verona (o piuttosto in Pavia), non conobbe ove fosse occultata Adelaide, fieramente adirato contra di Azzo, si portò ad assediarlo in Canossa. Ora non avendo egli potuto intraprendere questo assedio, dappoichè Ottone era calato in Lombardia, perchè altro aveva egli da pensare in quel rovescio di fortuna, resta che solamente dappoichè egli fu restituito nel regno, e vide impegnato il re Ottone nelle interne turbolenze de' suoi [1129] stati, allora scaricasse la sua bile contra di Azzo. Ma Canossa era inespugnabil fortezza; altra via non restava per impadronirsene, che di soggiogarla colla fame, e a questo avea ben provveduto Azzo. Scrive Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.] all'anno 951: Malachianus fecit praelium in Calabria cum Saracenis, et cecidit. Ma l'autore della Cronica arabica cantabrigense [Chron. Arab., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] mette questo fatto sotto l'anno presente con iscrivere: Egressi sunt exercitus (dei Saraceni) in Calauriam, et obviam facti Melgiano, eum in fugam egerunt. Aggiugne che gli abitanti di Ramaza e Pietra fecero in tal occasione schiavi molti Cristiani, e gl'inviarono in Africa. Questo Malachiano, o Megliano, assai si conosce che era generale de' Greci. Gareggiavano tuttavia i due eletti, ma non mai consecrati arcivescovi di Milano, cioè Manasse e Adelmanno, con intanto furiosamente malmenare i beni e il tesoro di quell'insigne chiesa. Stanchi i Milanesi di questo scandaloso contrasto, o per amore o per forza gl'indussero a cedere: con che restò aperto il campo all'elezione di un nuovo arcivescovo, e questi fu Walperto ossia Gualberto. Utrisque (scrive Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 4, tom. 4 Rer. Ital.] storico milanese) sponte vel invito cedentibus, sedem tenuit Walpertus solus. Nel margine del manoscritto estense di quella storia è scritto che l'elezione di Gualberto accadde nell'anno 953. Rapporta il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] un decreto di questo arcivescovo, scritto anno Incarnationis Domini DCCCCLIII pontificatus autem domni archipraesulis Walperti decimo, mense julio, Indictione V (dovrebbe essere VI): note che l'indicano creato vescovo dopo il luglio dell'anno presente 953, se pure l'indizione V non mostra piuttosto l'anno precedente. E poi conviene accordare quest'atto con un altro riferito [1130] dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 4 nov. edit.], dove s'incontra nell'aprile di quest'anno Gualberto già arcivescovo.


   
Anno di Cristo DCCCCLIV. Indiz. XII.
Agapito II papa 9.
Berengario II re d'Italia 5.
Adalberto re d'Italia 5.

Continuò in quest'anno l'incendio della guerra civile in Germania, e vi si mischiarono anche gli Ungheri, chiamati in loro aiuto da Lodolfo duca di Alemagna ossia di Suevia, figliuolo del re Ottone, e da Corrado duca di Lorena. Non pochi di costoro lasciarono la vita in quelle parti, per attestato di Frodoardo [Frodoardus, in Chron.]: ceteri per Italiam revertuntur in sua. Altrettanto scrive il Continuatore di Reginone. Continuò ancora in Italia lo stretto assedio della rocca di Canossa, dove intrepidamente si sosteneva Alberto Azzo, con isperanza che o il re Ottone od altri accorresse un dì in soccorso suo. Accenna Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] uno strumento scritto in Ravenna anno octavo Agapiti papae, regnante Berengario et Adalperto ejus filio anno IV regni eorum, Indictione XII, cioè nell'anno presente. Cita eziandio un concilio tenuto in quella città nell'anno susseguente, correndo l'anno V d'essi re l'indizione XIII: memorie tutte che ci scuoprono che anche questi due re, non men di Ugo e di Lottario, dominavano in Ravenna e nel suo esarcato, tuttochè tali stati non appartenessero al regno d'Italia. Roma era stata usurpata ai papi da Alberico; i re d'Italia fecero anch'essi un somigliante giuoco all'esarcato. Che poi il suddetto Rossi scriva che Adalbertus rex Ravennam sedem constituit regni praecipuam; ed avendo maltrattato i mercatanti veneziani, fu sconfitto da Pietro Candiano valoroso doge di Venezia; ed in tal congiuntura, perchè il popolo di Comacchio avea prestato aiuto al re Adalberto, i Veneziani portatisi a quella città, [1131] dopo il sacco la spianarono in maniera, che dopo molti secoli durò fatica a rialzare il capo: noi crederemo veri tali racconti, qualora se ne adducano legittime pruove, con allegar memorie antiche o autori non lontani dal secolo di cui parliamo. A buon conto nulla di ciò seppe il Dandolo, vecchio scrittore delle cose venete, nè altri che hanno scritto prima del Rossi. Terminò in quest'anno il corso di sua vita Alberico patrizio e principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Nel catalogo posto davanti alla Cronica di Farfa [Chronicon Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge: Anno DCCCCLIV, Albericus princeps Romae obiit. E Frodardo storico di questi tempi lo conferma con dire sotto il presente anno: Albrico patricio Romanorum defuncto, filius ejus Octavianus, quum esset clericus, principatum adeptus est. Sicchè il dominio temporale di Roma fu occupato da questo Ottaviano, che in breve vedremo salire anche sul trono pontificio. Ad istanza di Gualberto arcivescovo di Milano, fu fatto in quest'anno un privilegio a Brunengo vescovo d'Asti da Berengario e Adalberto re. Vien esso rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episc. Astens.] con queste note: Data decimo kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCLIV, regni vero Berengarii et Adelberti IV, Indictione XII. Actum Papiae. L'arcicancelliere qui nominato è Guido vescovo, cioè il vescovo di Modena, che dopo il suddetto Brunengo dovette circa questi tempi conseguire quell'illustre dignità, continuata dipoi anche sotto Ottone il grande.


   
Anno di Cristo DCCCCLV. Indiz. XIII.
Agapito II papa 10.
Berengario II re d'Italia 6.
Adalberto re d'Italia 6.

Fu d'avviso il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] che in quest'anno papa Agapito desse fine ai suoi giorni. Eruditamente han provato [1132] i padri Papebrochio [Papebrochius, in Conatu Chron. Hist.] e Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] ch'egli menò sua vita sino a qualche mese dell'anno seguente. Ciò ancora si deduce da uno strumento ferrarese, da me veduto, in cui sono queste note: Anno, Deo propicio, pontificato domno Agapito summo pontifice, et universali papae in apostolica sacratissima beati Petri apostoli Domini sede anno decimo, sicque regnante domno Berengario rege, et Adalbertus ejus filius in Italia anno sexto, die undecimo mense januario, Indictione quartadecima Ferrarie, cioè nel dì 11 di gennaio dell'anno seguente. Durava tuttavia l'assedio della rocca di Canossa, intrapreso dal re Berengario, che, per testimonianza di Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], v'intervenne in persona, ed avea presa la sua stanza in un luogo appellato Lavacchiello, risoluto di non partirsi di lì, finchè non veniva in suo potere quell'ostinata fortezza. Si attediava di questa troppo lunga prigionia Alberto Azzo quivi ristretto, e spesse volte per ricrearsi scendeva dall'alto in un certo sito, da dove parlava coi principali dell'esercito nemico. Venne pensiero a Berengario di attrappolarlo in quel sito; ma Azzo una notte avvertito da una delle sentinelle nemiche di quel che si trattava, non più da lì innanzi si attentò di lasciarsi vedere. Gli venne poi fatto di spignere una notte fuori della rocca uno de' suoi famigli, e d'inviarlo al re Ottone in Germania con lettere compassionevoli, supplicandolo d'aiuto, e rammentandogli le promesse di protezione a lui fatte. Ma Ottone neppur in quest'anno potè accudire agli interessi d'Italia, perchè avea troppi nemici addosso nelle proprie contrade. Era sul fine del precedente anno seguita la pace fra lui e Lodolfo suo figliuolo, e Corrado suo genero; e quand'egli pur si credeva di poter attendere alla sola guerra che gli restava con gli Schiavoni, eccoti un esercito innumerabile d'Ungheri inoltrarsi [1133] fino ad Augusta. A giudizio d'ognuno, questo gran nuvolo di armati pareva invincibile; ma il prode re Ottone sì animosamente, ed ordinatamente, benchè troppo inferiori forze avesse, gli assalì, che li mise in rotta [Annalista Saxo, Continuat. Rheginonis. Frodoardus, in Chron. Ditmar., lib. 2.]. Una sterminata quantità restò vittima delle spade; altri lasciarono la vita nel fiume Lech; pochi in fine se ne salvarono; di maniera che da dugento anni in addietro non s'era riportata una vittoria sì strepitosa e compiuta. Ma in quel terribil conflitto restò morto il suddetto Corrado duca di Lorena. Diede anche fine in quest'anno ai suoi giorni Arrigo duca di Baviera, fratello del re Ottone, principe che in ambizione e crudeltà non si lasciava vincere da alcuno. Scrivono che egli fece castrare l'arcivescovo di Aquileia, e cavar gli occhi a quello di Salisburgo. Lasciò dopo di sè un figliuolo, che da' moderni viene appellato Arrigo il Rissoso, a cui il re Ottone conferì il ducato, e col tempo si ribellò ad Ottone II imperadore.

Attese ancora in quest'anno il re Ottone alla guerra contro gli Schiavoni, e di questi parimente riportò vittoria: con che crebbe in immenso la gloria di lui, e il timore in tutti i popoli confinanti alla Germania. Gli nacque eziandio nell'anno presente dalla regina Adelaide Ottone II, che fu poi imperadore, con somma allegrezza del padre e de' sudditi suoi. Circa questi tempi Pietro Candiano III, doge di Venezia [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] col consiglio ed assenso del popolo creò suo collega Pietro, uno de' suoi figliuoli; ma questi, sprezzando le ammonizioni del padre, alzò bandiera contra di lui, e si venne un dì all'armi nella piazza di Rialto fra la sua fazione e quella del padre. Era per soccombere il giovane, se il vecchio doge non gli otteneva in dono la vita. Ma per soddisfazione della giustizia e del popolo il mandò in esilio; e in questa congiuntura i vescovi, il clero e popolo fecero [1134] un decreto con giuramento di non ammetterlo mai più per doge nè in vita, nè dopo morte del padre. Secondochè scrive il Dandolo, andò il giovane Pietro a ritrovare Guido marchese, figliuolo del re Berengario, che accoltolo cortesemente, il presentò al re, et ad spoletanam marcham debellandam secum duxit. Poscia ottenuta licenza da Berengario di vendicarsi de' Veneziani, venne a Ravenna, dove con sei navi armate prese vicino al porto di Primaro sette navi venete che cariche di merci andavano a Fano. Non è da sprezzare questo racconto del Dandolo, il quale si servì di antiche storie, ora indarno da noi desiderate, somministrandoci egli un barlume per conoscere che il re Berengario tentò di levare il ducato di Spoleti a Teobaldo o Tebaldo, che n'era, siccome vedemmo, allora in possesso, per darlo a Guido suo figliuolo. Pare nondimeno che il Dandolo riferisca questo sconvolgimento all'anno 958, o 959, perchè scrive che Pietro doge (morto nel 959) post filii creationem non plus quam duobus mensibus et quatuordecim diebus vixisse fertur. Ma un sì poco tempo non convien molto a tutta quella serie di cose.


   
Anno di Cristo DCCCCLVI. Indizione XIV.
Giovanni XII papa 1.
Berengario II re d'Italia 7.
Adalberto re d'Italia 7.

Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Agapito II, pontefice, le cui rare virtù e gesta è da dolere che non sieno state tramandate dalla penna di alcuno ai posteri, oppure non sieno giunte sino ai dì nostri. Aveva Ottaviano, dopo la morte di Alberico patrizio suo padre, occupata la signoria di Roma; fu consigliato dai suoi di occupare anche la sedia di san Pietro; nè gli fu difficile l'ottenere l'intento. Venne dunque creato papa; ma, per quanto osserva il cardinal Baronio, in età impropria ed incapace di sì sublime e sacrosanta dignità, perchè [1135] forse non arrivava all'età di diciannove anni. Egli nell'anno 963 si vedrà tuttavia chiamato [Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.] puer dall'imperadore Ottone. Scaldasi forte, e giustamente, contra di sì fatta elezione il cardinale annalista, ma con saggiamente conchiudere, che essendo questo novello papa stato accettato dalla Chiesa universale per vero e legittimo pontefice, per tale ancora si dee ora riconoscerlo. Non sarebbe stato se non bene che il dottissimo porporato avesse fatto uso di questa massima per alcuno ancora de' precedenti pontefici. Certo è poi che Ottaviano in questa occasione mutò il proprio nome in quello di Giovanni XII; e però vien creduto il primo che introducesse l'uso di cambiare il nome de' novelli papi, con servirsi poi di due nomi, cioè d'Ottaviano nelle cose temporali e di Giovanni nelle spirituali: rito osservato in parte anche oggidì dai papi. È anche fuor di dubbio che non ha fondamento alcuno il dirsi da alcuni storici, essere stata la potenza di Alberico patrizio suo padre che promosse al pontificato questo suo figliuol giovinetto; perciocchè sappiam di certo che Alberico avea cessato di vivere nell'anno 954. E pure anche Gregorio monaco, autore della Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.], che vivea nel secolo susseguente, lasciò scritto che Alberico principe migrante, filius ejus Johannes, qui patre vivente papa ordinatus est, ec. Ho io prodotta altrove [Antiquit. Ital., Dissert. V.] una donazione fatta al monistero di Subiaco da Graziano console e duca, e scritta anno Deo propitio pontificatus domni Johannis summi pontificis et universatis XII papae in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, Indictione XV, mense novembrio, die XIIII, cioè nell'anno presente.

Fu in quest'anno devastata da una terribil pestilenza la Germania. Contuttociò il re Ottone, che oramai respirava [1136] dalle guerre interne o vicine, pensò a reprimere l'insolenza del re Berengario, che ad onta sua perseguitava Alberto Azzo, raccomandato suo. A questo fine scelse Lodolfo ossia Litolfo suo figliuolo, con cui s'era pacificato, e lo spedì in Italia con una armata [Annalista Saxo, ad hunc ann.]. Era l'assediata Canossa già in agonia, vicina a rendersi per la fame, quando si seppe l'arrivo di Lodolfo a Verona: il che incoraggiò i difensori. A grandi giornate passò Lodolfo il Po e venne alla volta di Canossa, perlochè senza aspettarlo se ne andarono con Dio gli assedianti. Confessa Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 1.] che l'assedio di quella fortezza durò semis simul et tribus annis, e che fu incominciato dappoichè Ottone colla regina Adelaide fu ritornato in Germania. Però non si può immaginar altro, se non che la liberazione di Canossa accadesse in quest'anno per la venuta e pel soccorso di Lodolfo. Per altro, convien confessare che Leone Ostiense e lo stesso Donizone, siccome autori del secolo susseguente, avendo preso dalla tradizion dei vecchi gli avvenimenti di questo tempo, confusero non poco il vero col falso. L'Ostiense s'ingannò, scrivendo che la regina Adelaide fosse per tre anni assediata in Canossa. Ingannossi forte anche Donizone con iscrivere che Ottone il Grande calò in persona a liberar Canossa; e che, venuto alle mani col re Berengario nel prato di Fontana, lo sconfisse, l'ebbe vivo nelle mani, ed inviollo prigione in Germania, dove terminò i suoi giorni; e che poscia fu creato re Alberto (lo stesso è che Adalberto) suo figliuolo, il quale tornò all'assedio di Canossa. Aggiugne ancora, che spedito dal re Ottone in Italia il duca Litolfo suo figliuolo, restò ucciso in una battaglia di man propria da esso re Alberto: il che inteso Ottone, frettolosamente con una armata venne in Italia, e qui fu creato re d'Italia ed imperadore. Somma confusion di tempi e di fatti si scuopre in [1137] questo racconto, per quel che vedremo. Per ora sappiamo di certo coll'autorità dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, ad hunc ann.] e di Frodoardo [Frodoardus, in Chronico, ad ann. 957.], che Lodolfo nel corso di questo anno in Italiam ad comprimendam Berengarii tyrannidem dirigitur, et in brevi expulso Berengario, totius Italiae possessor efficitur. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] anche egli scrive sotto il presente anno: Liutolfus dux Italiam hostiliter invasit, fugatoque Berengario et filio ejus, Papia urbe, provinciaque potitus est. Arnolfo storico milanese del secolo susseguente [Arnulf., Hist. Mediolanens. lib. I, cap. 6.] non discorda da tali scrittori, con dire che Berengario, odiato dagl'Italiani principalmente per la crudeltà sua, e per l'avarizia di Guilla sua moglie, non si attentò di venire a battaglia con Litolfo spedito dal padre in Italia; sed ingressus, quod dicitur sancti Julii, inexpugnabile municipium (nel lago d'Orta distretto di Novara) resedit invalidus. Dice di più, che tradito da' suoi Berengario, fu dato in mano di Litolfo; ma che questi con eroica magnanimità il lasciò andar libero, volendolo vincere coll'armi e non colla perfidia. Altro che questo a noi non suggerisce intorno ad un tale avvenimento la storia d'Italia. Se allora succedesse la battaglia accennata da Donizone nel prato di Fontana, in cui egli (con errore, a mio credere) fu sconfitto e preso il re Berengario, nol saprei dire. Credo eziandio che Litolfo conquistasse parte della Lombardia, ma non già tutta l'Italia, come scriveva l'Annalista sassone. Il Continuatore di Reginone non altro dice, se non che egli totius paene Italiae possessor efficitur.

[1138]


   
Anno di Cristo DCCCCLVII. Indiz. XV.
Giovanni XII papa 2.
Berengario II re d'Italia 8.
Adalberto re d'Italia 8.

Andavano prosperando in Italia l'armi di Litolfo duca di Lamagna, figliuolo del re Ottone, e già pareva che, abbattuto Berengario col figliuolo, non potesse più risorgere: quando l'improvvisa morte di esso Lidolfo troncò il filo alla fortuna e vita di lui, e fece mutar aspetto alle cose d'Italia. Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.] cel rappresenta passato da parte a parte in una battaglia dalla lancia del re Adalberto. Ma più fede merita chi il dice morto in altra maniera. Febre correptus, scrive Epidanno [Epidannus, in Chronic.] nella sua Cronica. E Froduardo [Frodoardus, in Chronico.]: Liudulfus Othonis filius, qui paene totam obtinuerat Italiam, obiit, sepeliturque Moguntiae apud sanctum Albanum. Ed Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.]: Liutolfus dux commissa pugna Adalpertum vincit, cunctisque sibi una cum regno Italiae subjugatis, ipse eodem anno apud Plumbiam immaturo obitu vita decessit, et magno multorum luctu Moguntiae sepultus est. Non so se qui si parli di Plombia terra della diocesi di Novara. Ditmaro [Ditmarus, in Chronic., lib. 2.] ci ha conservato il dì della sua morte, con iscrivere, non senza qualche differenza dagli altri scrittori circa il motivo della sua venuta in Italia: Liudulfus regis filius, malorum depravatus consilio, rursum rebellavit, patriaque cedens, Italiam perrexit; ibique quum annum ferme unum esset, octavo idus septembris (proh dolor!) obiit. Hujus corpus a sociis ejusdem Moguntiam delatum, lugubriter in ecclesia Christi martyris Albani sepultum. Vanno concordi questi autori in asserire seppellito il corpo del suddetto principe in Magonza, nè si oppongono a Donizone, il [1139] quale attesta che le viscere di lui ebbero sepoltura nella chiesa di san Prospero di Antognano, vicino al prato di Carpineto sul Reggiano, ma il corpo imbalsamato fu mandato in Germania al re Ottone suo padre. Facilmente s'intende ancora che la mancanza di questo principe si tirò dietro il risorgimento dei re Berengario e Adalberto, i quali, tornati che furono i Tedeschi nelle loro contrade, dovettero senza fatica rimettersi in possesso delle città perdute. Ma si vuol aggiugnere essere corso in Italia un sospetto che Berengario avesse procurata a Litolfo la morte con quei mezzi a' quali può ricorrere solamente chi è servo dell'iniquità. Postea vero, scrive Arnolfo storico milanese, pius ille Liutulfus perfidia Langobardorum fertur veneno necato. Nelle giunte da me fatte alla Cronica del monistero di Casauria [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge uno strumento di terre concedute a livello da Ilderico abbate di quel sacro luogo ad Attone, ossia ad Azzo conte, scritto regnantibus domno Berengario, et Adelberto filio ejus regibus, anno regni eorum in Dei nomine VII, et temporibus Teobaldi ducis et marchionis anno ejus IV, mense junii, per Indictionem XV. Abbiamo qui assai luce per conoscere che in questi tempi era il governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino appoggiato a Teobaldo ossia Tebaldo. Egli, siccome di sopra osservai all'anno 946, era figliuolo di quel Bonifazio di nazione ripuaria, che era stato duca anch'esso e marchese di quelle contrade. Numerandosi qui l'anno quarto del suo ducato, convien credere che nell'anno 953, o 954 mancasse di vita Bonifazio suo padre, e che egli succedesse nel governo di quegli stati. L'autore della Cronica farfense [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.] fa parimente menzione sotto questi tempi marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. Nella Sabina è situato il monistero di Farfa; e la Sabina era allora [1140] compresa nel ducato di Spoleti. Abbiamo poi dalla Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che venuto nell'agosto dell'anno precedente in Sicilia un generale moro, appellato Ammar, dopo avere svernato in Palermo, uscito di colà nella primavera, passò in Calabria. All'incontro arrivato in Sicilia Basilio ammiraglio de' Greci, vi spianò la moschea di Riva, e prese la città di Termine; e venuto alle mani con Assano moro, signore dell'isola nella valle di Mazara, misero a filo di spada molti di quegli infedeli.


   
Anno di Cristo DCCCCLVIII. Indiz. I.
Giovanni XII papa 3.
Berengario re d'Italia 9.
Adalberto re d'Italia 9.

Perchè Ottone il grande re di Germania, dopo la morte di Lodolfo suo figliuolo, succeduta in Italia, niuna inquietudine recasse ai re Berengario e Adalberto, potrebbe taluno chiederlo; e si potrebbe rispondere che Berengario dovette placarlo in qualche maniera. Ne è anche un contrassegno il vedere che esso Berengario, quantunque per le ragioni vecchie, e per la venuta del suddetto Litolfo, a cui aderì tosto Alberto Azzo, dovesse nudrire rabbia e mal talento verso di questo bisavolo della contessa Matilda, pure il lasciò in pace, per riguardo, come si può conghietturare, ad Ottone di lui protettore. Anzi è da osservare, che se non prima, almeno in quest'anno esso Alberto Azzo porta il titolo di conte, cioè di governatore probabilmente di qualche città. Ciò costa da uno strumento da me prodotto [Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.], scritto Berengarius et Adelbertus filio ejus gratia Dei reges, anno regni eorum, Deo propicio octavo, mense novembris, Indictione secunda: indicanti l'anno presente. In esso strumento Atto filius quondam idemque Attoni de comitatu parmense, qui professus sum ex natione mea lege vivere [1141] Longobardorum, vende alcuni beni ad Alberto, qui et Atto comes, consobrino meo, filius quondam Sigefredi de comitato lucensi. Fu stipolato quello strumento in loco insula Judiciaria parmensis. Potrebbe essere che a questi tempi appartenesse ciò che narra l'autore della Cronica farfense. Quel tiranno e dilapidatore dell'insigne monistero di Farfa, Campone abbate, di cui parlammo all'anno 939, era tuttavia vivo, ed opprimeva quel sacro luogo. Giovanni XII papa cominciò ad abborrirlo, sicut et suus pater, cioè Alberico patrizio. E nol lasciando tornare al governo del monistero, creò in sua vece abbate di Farfa un certo Adamo, oriundo della città di Lucca, se pure non vuol dire di Lucania. Ma perchè in questi tempi per la maggior parte i monisteri di Italia, seminarii una volta di virtù, erano divenuti sentine di vizii, esso Adamo ben tosto si scoprì non da meno del suddetto Campone. Pro publico autem stupri scelere, in quo detentus est a militibus papae Johannis, et marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. Per esimersi dal gastigo gli convenne alienar due corti ed altri fondi spettanti a quel monistero. Lupo protospata [Lupus Protospata, Chron.] all'anno 955 notò che Mariano generale dei Greci venne in Puglia. Sotto quest'anno poi, oppur nel seguente, l'autore della Cronica arabica [Chron. Arabic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] della Sicilia lasciò scritto che Assano saraceno, signore di quell'isola, transfretavit et ivit obviam fratri suo Ammar. Et fugit coram eo Marianus Strategus, abducta tamen navi e navibus Moslemiorum. Aggiugne appresso che quell'armata navale di Mori, nel tornare di settembre in Sicilia, andò tutta a male, e fu d'uopo farne una di nuova. Circa questi tempi Attone vescovo di Vercelli, grande ornamento di quella chiesa per la sua letteratura e pietà, diede fuori il suo trattato De pressuris Ecclesiae, dove espone il mal trattamento che si facea dei vescovi, con permettere a tutti di accusarli, [1142] con esigere da essi che in mancanza di pruove prendessero il giuramento, ed accettassero il duello da farsi con qualche loro campione. Riconosce per canoniche e come vegnenti da Dio le elezioni de' vescovi fatte dal clero e popolo. Ma i principi poco timorati di Dio, sprezzando queste regole, volevano che la lor volontà prevalesse in eleggere i sacri pastori. E quali mai? Si rifiutavano i meritevoli eletti, e conveniva prendere i prediletti da loro, ancorchè indegni, non considerando essi il merito del sapere e della bontà de' costumi, ma solamente le ricchezze, il parentado e i servigii. E se non vendevano le chiese per denaro, le davano nondimeno in pagamento della servitù prestata da essi, o dai lor parenti alla corte. Però si vedevano fanciulli alzati al vescovato, e si obbligava il popolo a dar testimonianze favorevoli a questi sbarbatelli, che appena avevano imparato a memoria qualche articolo della fede, per potere rispondere, benchè tremando, all'esame: il quale era tuttavia in uso piuttosto per formalità, che per chiarire la scienza d'essi. Ed ecco qual fosse in questi tempi lo stato miserabile delle chiese d'Italia.


   
Anno di Cristo DCCCCLIX. Indiz. II.
Giovanni XII papa 4.
Berengario re d'Italia 10.
Adalberto re d'Italia 10.

Era assai vecchio Pietro Candiano III doge di Venezia; a questa malattia si aggiunse la grave afflizione provata per la ribellione di Pietro suo figliuolo, che servì ad affrettargli la partenza da questo mondo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Non fu egli sì presto morto, che raunato il gran consiglio del popolo, dove intervennero anche i vescovi ed abbati, tutti deliberarono di voler per loro doge quel medesimo Pietro IV che essi prima aveano giurato di non ammettere al loro governo. Però a gara con quasi trecento barche se n'andarono a [1143] Ravenna a levarlo, e pomposamente ricondottolo a Venezia, di nuovo il crearono doge. Accadde probabilmente in questo anno un fatto, di cui ci ha conservata una breve memoria l'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. II. tom. 2 Rer. Ital.]. Cioè che Giovanni XII papa, il quale comandava tanto in temporale che spirituale in Roma, ebbe delle dissensioni con Pandolfo e Landolfo II principi di Benevento e di Capua, ch'esso istorico chiama figliuoli di Landolfo I, ma con errore, perchè Pandolfo fu figliuolo e non fratello di Landolfo II, il quale fin dall'anno 943 l'avea dichiarato collega nel principato. Ora papa Giovanni dum esset adolescens, atque vitiis deditus, undique hostium gentes congregari jussit in unum, et non tantum romanum exercitum, sed et tuscos spoletinosque in suum suffragium conduxit. Nè i popoli di Spoleti, nè quei della Toscana erano allora sudditi del papa, e però gli dovette egli trar seco in lega. A questo avviso Landolfo principe di Benevento mise in armi tutti i suoi Capuani, ed incontanente spedì a Salerno, pregando Gisolfo principe di quella terra di accorrere in aiuto suo. Venne Gisolfo con fiorito esercito e gran salmeria. Non ci volle di più per fare abortire tutti i disegni di papa Giovanni; perciocchè dum Romani, Spoletinique et Tusci adventum principis Gisulfi reperissent, magno metu percussi, suos repetunt fines. Aggiugne il medesimo storico, che da lì a qualche tempo papa Giovanni per suoi ambasciatori fece intendere a Gisolfo suddetto di voler contraere lega con lui. Venne Gisolfo da Salerno a Terracina, conducendo seco un nobilissimo corteggio, e colà portatosi anche il papa, stabilirono tra loro la desiderata lega. In somma dice questo scrittore salernitano, essere stato in tanto credito Gisolfo principe di Salerno, che tanto i Greci che i Saraceni, Franzesi e Sassoni si studiavano di averlo per amico, e niuno si attentava a toccare gli stati di lui. Ho io data [1144] alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.] una donazione da lui fatta alla chiesa di san Massimo, fondata in Salerno a domino Guaiferio principe bisavio nostro, come egli dice. Lo strumento fu scritto in anno vigesimo quinto principatus nostri de mense aprilis, Indictione II, cioè nell'anno presente, se quelle note furono ben copiate. Leggesi parimente nelle Antichità italiche [Ibid., Dissert. II.] un diploma dei re Berengario e Adalberto, dato VIII kalendas novembris, anno Incarnationis Domini DCCCCLVIII, regni vero domnorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum VIIII, Indictione III. Actum Papiae. Anche questo documento appartiene all'anno presente. Non si sa già a quale sia precisamente da riferire una lettera scritta dal soprallodato Attone, ossia Azzo vescovo di Vercelli in questi tempi, personaggio di sacra letteratura ornatissimo, come dimostrano l'opere sue date alla luce dal padre Dachery [Atto Vercellensis, Epist. 11, in Spicileg. Dachery.], e tanto più degno di stima, quanto più era comune allora l'ignoranza in Italia. Tutti si lamentavano, ma specialmente i vescovi, dell'aspro governo del re Berengario, e si può credere che studiassero le maniere di sgravarsene. Ora Berengario, a cui non mancavano spie, per assicurarsi della fedeltà d'essi prelati, volle obbligarli a dargli degli ostaggi. Sopra ciò Attone scrisse ai vescovi suoi confratelli (giacchè non era loro permesso di raunarsi), per udire il loro sentimento intorno a questa novità. Egli intanto giudiziosamente propone il suo con riconoscere l'obbligo della fedeltà dovuto a' suoi sovrani, ma con sostenere che non si dee far quello che non hanno fatto i predecessori; nè essere giusto l'esporre gli ostaggi a' pericoli della vita, perchè i vescovi se non si trattenessero per timore di Dio dal mancare al loro dovere, molto men se ne guarderebbero per timore di nuocere agli ostaggi. Nel catalogo [1145] dei duchi di Spoleti, posto davanti alla Cronaca di Farfa, [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] prima dell'anno 960 si vede menzionato Trasmundus dux, il quale si può credere succeduto in quel ducato dopo la morte o per altra mancanza di Teboaldo duca e marchese di quella contrada. All'anno 981 noi troveremo creato duca e marchese di Spoleti e Camerino un Trasmondo, senza potersi chiarire se sieno diverse persone, e forse l'un figliuolo dell'altro, o se pure fuor di sito avesse il Cronista farfense parlato di un Trasmondo duca verso questi tempi.


   
Anno di Cristo DCCCCLX. Indizione III.
Giovanni XII papa 5.
Berengario II re d'Italia 11.
Adalberto re d'Italia 11.

Non ha la storia d'Italia autore alcuno da cui si possa ricavare in che consistessero gli aggravii fatti dal re Berengario a quasi tutti i principi d'Italia, ed in particolare al romano pontefice. Ch'egli ne facesse, e molti ed intollerabili, si può argomentare da quanto lasciarono scritto gli antichi storici, fra i quali Liutprando, dove racconta [Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.], che regnantibus, immo saevientibus in Italiam, et, ut verius fateamur, tyrannidem exercentibus Berengario atque Adelberto, Giovanni XII papa spedì per i suoi legati ad Ottone il grande re di Germania Giovanni cardinal diacono ed Azzone notaio, oppure archivista, con pregarlo che per amore di Dio e dei santi apostoli Pietro e Paolo volesse liberar lui e la santa Chiesa romana dalle griffe di questi due re, e rimetterla nella sua primiera libertà. Dietro ai legati pontificii arrivò in Sassonia Gualberto arcivescovo di Milano, che appena vivo s'era potuto sottrarre alla rabbia di Berengario e Adalberto, protestando di non poter più sofferire la loro crudeltà, e molto men quella di Willa ossia Guilla moglie di Berengario, [1146] che contro le leggi ecclesiastiche volea sostenere come arcivescovo di Milano Manasse arcivescovo d'Arles, il quale altronde si sa che seguitava tuttavia ad intitolarsi arcivescovo di Milano. In oltre sopraggiunse Gualdone vescovo di Como, e non già di Cuma, come si pensò il padre Pagi, lamentandosi anch'egli di varie oppressioni a lui fatte dai due re suddetti e dalla regina Willa. Aggiugne Liutprando: Venerunt et nonnulli alterius ordinis ex Italia viri, quos inter illustris marchio Otbertus cum apostolicis cucurrerat nuntiis, a sanctissimo Othone tunc rege, ut dixi, nunc augusto Caesare, consilium, auxiliumque expetens. Lo stesso abbiamo dal Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.], le cui parole, rapportate ancora dall'Annalista Sassone [Annalista Saxo.], sono le seguenti sotto quest'anno: Legati quoque ab apostolica Sede veniunt Johannes diaconus, et Azo scriniarius, vocantes regem ad defendendum Italiam et romanam rempublicam a tyrannide Berengarii. Waltbertus etiam archiepiscopus mediolanensis, et Waldo cumanus episcopus, et Opertus marchio, Berengarium fugientes, in Saxonia regem adeunt. Sed et reliqui paene omnes Italiae comites et episcopi, literis eum autem legatis, ut ad se liberandos veniat, exposcunt. Convien qui por mente a questo Oberto marchese, indubitato ascendente della real casa d'Este, che mireremo anche diramata nella real casa di Brunsvich dominante in Germania e nella gran Bretagna. Noi vedemmo questo principe nell'anno 951, caro al re Berengario, e suo confidente. Ma Berengario, facile a farsi dei nemici, era anche più facile a perdere gli amici. Non potendo più il marchese reggere alle aspre ed ingiuste maniere di lui, ricorse anch'egli al re Ottone. Siccome si dimostrerà, questo marchese Oberto non è già lo stesso che Uberto figliuolo bastardo del re Ugo, e marchese di Toscana, del quale Uberto non parlano più [1147] da qui innanzi le carte antiche di Lucca. Noi troveremo il nostro Oberto sotto Ottone il grande, uno de' primi personaggi nella sua corte e di tutta l'Italia; laddove Uberto marchese di Toscana fu da esso Ottone cacciato in esilio.

Se mi vien chiesto di qual marca avesse allora il governo il suddetto Oberto, non so rispondere, per mancanza di lumi. So bene (e lo vedremo andando innanzi) ch'egli, mancato di vita circa l'anno 975, lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Adalberto ed Oberto II, amendue marchesi. E questo Adalberto, siccome costa da uno strumento lucchese, citato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 4.], e da me poi pubblicato nelle Antichità estensi [Antichità Estensi P. I, cap. 21.] vien chiamato Adalbertus marchio, filio bonae memoriae Obberti, et nepos bonae memoriae Adalberti, qui fuit similiter marchio. Sicchè padre di questo Oberto, chiamato illustre marchese da Liutprando, fu un altro marchese Adalberto; e però, secondo i miei conti e per le osservazioni già addotte in essa opera, concorrono fortissime conietture a farci credere il padre d'esso Oberto discendente da uno dei due Adalberti duchi e marchesi di Toscana, o per via di Bonifazio figliuolo di Adalberto I, o per quella di Guido o di Lamberto figliuoli di Adalberto II duchi anch'essi di Toscana. Sotto i re Ugo e Lottario fu perseguitata e depressa la prosapia d'essi Adalberti; ma sotto Berengario, e maggiormente poi sotto Ottone il Grande, si rialzò nella persona del mentovato marchese Oberto, con durar tuttavia per misericordia di Dio nelle nobilissime due case regnanti che testè ho accennato. Ora tornando ad Ottone I re di Germania, dovette ben parergli saporito l'invito a lui fatto da tanti principi di acquistare non solamente il regno d'Italia, ma anche la corona dell'imperio romano; e però in questo anno egli accudì alle provvisioni necessarie [1148] per calare con forza e decoro in Italia nell'anno vegnente. Truovasi una donazione fatta dal re Berengario alla regina Willa ossia Guilla sua moglie [Antiquit. Ital., Dissertat. XIX.], interventu ac petitione Widonis marchionis, nostrique dilecti filii. Fu dato quel diploma octavo die kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCLX, Indictione quarta regni vero domnorum Berengarii, et Adalberti regum decimo. Actum vero Papiae. Sotto questo medesimo anno racconta il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Pietro Candiano IV doge di Venezia, insieme con Buono patriarca di Grado, con Pietro vescovo di Olivola, ossia di Venezia stessa, con Giovanni vescovo di Torcello, e con gli altri vescovi, clero e popolo, rinnovò il decreto già fatto da Orso I doge, di non far da lì innanzi mercatanzia degli servi ossia degli schiavi cristiani. Cioè da gran tempo costumavano i mercatanti veneziani di comperare dai corsari schiavoni o ungheri, dei poveri cristiani fatti schiavi, e poi li rivendevano ai Saraceni o ad altre nazioni pagane. Circa l'anno 877 fu proibito questo infame traffico dai dogi e dal clero e popolo di Venezia con pene temporali e spirituali. Ci fu bisogno ancora in quest'anno di rinnovar lo stesso divieto, con proibire nel medesimo tempo il portar lettere d'Italiani, o di Tedeschi ai Greci, o al loro imperadore, ad istanza forse del re Berengario, a cui non doveano piacere simili intelligenze. Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], oltre all'assedio di Canossa fatto dal re Berengario, o sciolto nell'anno 946, ne racconta un altro succeduto dipoi, od intrapreso dal re Adalberto, ma con imbrogliare i tempi, perchè scrive essere venuto in Italia Litolfo figliuolo del re Ottone, per le cui forze restò libera Canossa. Ucciso poi, com'egli vuole, Litolfo in una battaglia, Alberto Azzo signore di quella rocca scrisse immediatamente al re Ottone che [1149] scendesse in Italia, perchè questa sarebbe sua: e che Ottone

. . . . . . confestim multos secum inde revexit

Italiam secum, quem pacifice petierunt

Cuncti Lombardi, sibi dantes oppida gratis.

Questo secondo assedio, secondo lui, durò tempora per bina, ternos mensesque, cioè, se so ben intendere, due anni e tre mesi. Conosce il lettore che v'ha degli sbagli nella narrativa di Donizone. Ma posto che sussista il suddetto secondo assedio, ed assedio anch'esso ben lungo, parrebbe che dovessimo crederlo incominciato nell'anno 959, e terminato nell'anno 961, allorchè un gran temporale venne dalla Germania in Italia.


   
Anno di Cristo DCCCCLXI. Indiz. IV.
Giovanni XII papa 6.
Berengario II re d'Italia 12.
Adalberto re d'Italia 12.

Quando sia originale, come sembrò a me, un diploma [Antiq. Ital., Dissert. LXV.] dei re Berengario e Adalberto, conceduto a Martino abbate della Vangadizza presso all'Adigetto, dove io osservai tuttavia il sigillo di cera col nome di quei re, noi troviamo essi regnanti in Verona sul fine di maggio del presente anno. Fu dato quel diploma tertio kalendas junias, anno Incarnationis Domini DCCCCLXI, regni vero domni Berengarii, atque Adalberti piissimorum regum XI, Indictione IV. Actum Veronae. Quel che è più, essendo stato questo diploma interventu ac petitione Ugonis marchionis Thusciae, noi vegniamo a conoscere che Uberto marchese di Toscana, o avea pagato il debito della natura [Antichità Estensi, P. I, cap. 15.], o, come vogliono alcuni, era fuori d'Italia cacciato in esilio; e che Ugo suo figliuolo, il quale poi riuscì uno de' principi famosi d'Italia, era succeduto a lui nel possesso e governo della Toscana; ed avere san Pier Damiano imbrogliata, siccome vedremo, co' suoi racconti la storia della Toscana. [1150] Vien anche rapportata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.] la fondazione del monistero di Grassano nella diocesi di Vercelli fatta da Aledramo marchese, figliuolo di Guglielmo conte, e da Gerberga figliuola del re Berengario. Questi vien creduto il primo marchese del Monferrato, da cui derivò la schiatta di que' principi sì celebri, siccome vedremo nella storia de' secoli susseguenti. Quello strumento ha queste note: Berengarius et Adalbertus ejus filius, gratia Dei reges, anno eorum, Deo propitio, undecimo, mense augusti, Indictione quarta, cioè nell'anno presente, nel cui mese di agosto troviamo tuttavia dominanti questi due re. Vedesi anche appresso il Guichenon [Guichenon, Bibliothec. Sebus., Centur. I, num. 83.] un diploma di Ugo e Lottario re d'Italia, che nell'anno 938 donano Aledramo comiti quamdam cortem, quae Forum nuncupatur, sitam super fluvium Tanar. Si può tenere per lo stesso Aledramo che con titolo di marchese comparisce da lì innanzi. Intanto stava forte a cuore al re Ottone la spedizion d'Italia; ma prima d'intraprenderla volle assicurar la corona della Germania in capo ad Ottone primogenito suo. Adunata dunque in Vormazia la dieta generale del regno, fu con unanime consenso de' baroni e del popolo eletto re di Germania, e coronato Ottone II suo figliuolo [Continuator Rheginonis, in Chronico. Hermannus Contract, in Chron. Annalista Saxo, in Chron.]. Ciò fatto, e raccomandato a Guglielmo arcivescovo di Magonza, suo fratello, esso figliuolo, ch'era allora in età di sette anni, tornò Ottone il Grande in Sassonia, e dopo aver dato buon ordine agli affari, per la Baviera e per la valle di Trento calò coll'esercito suo in Italia, ubi omnes paene comites et episcopos obvios habuit, et, ut decuit, ab eis honorifice susceptus, potestative, et absque ulla resistentia Papiam intravit. Trovò quivi distrutto da Berengario il palazzo dei re, forse per un pazzo gastigo dato da lui ai cittadini, ed [1151] ordinò che si rifacesse. Intanto Berengario e Willa sua moglie e i lor figliuoli si chiusero in varie fortezze, senza osar di comparire coll'armi in campagna per opporsi ai felici progressi del re germanico.

Si può molto bene accordar questa relazione con ciò che l'Anonimo Salernitano [Anonymus Salernit., P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 299.] lasciò scritto, dicendo che il re Adalberto cum magno apparatu, populoque nimis valido Clusas venit, cioè alla Chiusa nella valle dell'Adige, quatenus cum Ottone certamen iniret. Feruntque plurimi, ut sexaginta millia pugnatorum cum rege Adelverto fuissent. Stette ivi questo esercito un dì e una notte, senza che udissero avvicinarsi il nemico; quand'eccoti molti di que' conti, cioè de' governatori delle città, dissero fuor dei denti ad Adalberto che il pregavano di portarsi a Pavia per fare intendere al re Berengario suo padre di cedere ad esso Adalberto il governo del regno, perchè loro intenzione era di non istar più sotto il comando di lui. Se acconsentiva, erano pronti a combattere con tutte le lor forze contra chi veniva in Italia per torgli il regno, se no, si sarebbono dati al re di Germania, siccome risoluti di non più sopportare la crudeltà di Berengario; e di sua moglie. Andò Adalberto; trovò il padre disposto alla rinunzia; ma Willa sua madre, femmina delle più perverse e triste che sieno mai state create al mondo, non si volle lasciar in alcuna maniera smuovere, e disturbò l'affare. Portata da Adalberto la risposta ai conti, ciò servì ad accrescere la loro collera; e però all'istante partendosi da lui colle lor genti, se ne tornarono cadauno alla sua città. Di qui è che senza contrasto alcuno entrò il re Ottone in Italia, e a dirittura passato a Pavia, vi trovò spalancate le porte. Non tardò la maggior parte de' principi e delle città d'Italia ad eleggere e a riconoscere per suo signore il re Ottone nella dieta tenuta a questo [1152] fine in Milano. Landolfo seniore [Landulf. Senior., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16, tom. 4 Rer. Ital.] storico milanese del secolo susseguente così ne scrive: Otto ab omnibus in regnum cum triumphis Mediolani electus, sublimatus est. Seguita poi a descrivere la coronazione fatta nella basilica ambrosiana di Milano, con queste parole: Walperto (arcivescovo) mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit, perficientibus atque celebrantibus clericis, omnibusque ambrosianis ordinibus divinarum solemnitatum mysteriis, Walpertus magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis cum manipulo subdiaconi (si osservi l'antichità di questo rito) corona superimposita (cioè la corona del ferro, in cui non dovea sapere Landolfo, come sanno oggidì quei di Monza, che v'era innestato un chiodo del Signore, perchè l'avrebbe detto, come lo disse della lancia) adstantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus decentissime et mirifice Ottonem regem collaudatum et per omnia confirmatum, induit atque perunxit. Spedì intanto il re Ottone a Roma Attone ossia Azzo abbate di Fulda, con ordine di preparar gli alloggi e tutto quanto occorreva per la sua venuta a Roma, giacchè era d'accordo con papa Giovanni XII che gli sarebbe conferita la corona imperiale.

Da gran tempo, cioè dall'anno 823, occupavano i Saraceni l'isola di Creta, oggidì Candia. Venne in pensiero a Romano juniore imperador de' Greci di riacquistarla, e spedì a quella impresa Niceforo Foca nell'anno precedente. Di molte prodezze quivi fece questo generale [Leo Diaconus, Hist. apud Pag. Lupus Protospata, in Chron.], e finalmente nel presente anno [1153] gli riuscì di prendere la capitale, e di ridur tutta l'isola alla divozione del greco Augusto: motivo di somma consolazione ed allegrezza, non solo ai Cristiani d'Oriente, ma all'Italia tutta. Diversa era ben la sorte dell'isola di Sicilia in questi tempi. Per attestato della Cronica arabica [Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], Assano signore di essa isola seco condusse in Africa optimates Siculorum (cioè, per quanto vo io conghietturando, i figliuoli giovanetti dei nobili siciliani) et instituit eos in religione Amir Al-Mumenin, hoc est imperatoris fidedelium, seu Mahometanorum, qui res eorum auxit, et benefecit eis. Dovette in questa maniera la religion cristiana ricevere un gran crollo in Sicilia sotto il giogo dei Saraceni. Sul fine di maggio dell'anno presente fece partenza da questa vita Landolfo II principe di Benevento e di Capua [Peregr., Hist. Princip. Langob. P. I, tom. 2 Rer. Ital.], con succedergli Pandolfo soprannominato Capodiferro, già dichiarato suo collega nel principato nell'anno 943, e Landolfo III, amendue suoi figliuoli.


   
Anno di Cristo DCCCCLXII. Indizione V.
Giovanni XII papa 7.
Ottone I imperatore 1.
Ottone II re d'Italia 1.

Celebrò il re Ottone la festa del santo Natale dell'anno precedente in Pavia: e poscia si accinse al viaggio di Roma. Leggesi presso Graziano [Gratian., Dist. LXIII, cap. 33.], negli Annali baroniani [Baron., in Annal. Eccles.] e in altri libri il giuramento fatto da lui in favore di papa Giovanni prima di passare colà. Si permittente domino, dice egli, Romam venero, sanctam romanam Ecclesiam, et te rectorem ipsius exaltabo secundum posse meum; et numquam vitam, aut membra, et ipsum honorem, quem habes, mea voluntate, aut meo consilio, aut meo consensu, aut mea exhortatione perdes. Et in [1154] romana urbe nullum placitum, aut ordinationem faciam de omnibus, quae ad te, aut ad Romanos pertinent, sine tuo consilio. Et quidquid in nostram potestatem de terra sancti Petri pervenerit, tibi reddam. Et cuicumque regnum italicum commisero, jurare faciam illum, ut adjutor tibi sit ad defendendam terram sancti Petri secundum suum posse. Ha il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] provato non essere stato Ottone il grande, divenuto che fu Augusto, da meno de' suoi predecessori, con avere acquistata la sovranità di Roma, e lasciatone l'utile dominio al romano pontefice. Anche di ciò è una pruova il dirsi ch'egli in Roma non terrà alcun placito e giudizio, nè pubblicherà editto alcuno intorno a cose spettanti al papa e al popolo romano, senza ascoltare il consiglio del medesimo papa. Accompagnato dunque dall'esercito e da gran folla di vescovi e baroni, precedendolo per tre giornate l'arcivescovo di Milano Gualberto, s'inviò alla volta di Roma Ottone [Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6. Continuator Reginonis, in Chronico.]. Giunto colà, fra le acclamazioni d'immenso popolo fu con tutto onore ed amore accolto da papa Giovanni XII. Ci è stato conservato da Epidanno [Epidamus, in Annalibus.] il giorno in cui con incomparabil magnificenza seguì la di lui coronazione per mano del papa, e gli fu conferito il titolo e l'autorità d'imperadore Augusto. Ipse, dice egli, a papa Octaviano benedicitur in purificatione sanctae Mariae, die dominico. Così l'imperio romano, ch'era stato vacante fin qui dopo la morte di Berengario Augusto, passò nei re di Germania, oppure, come alcuni vogliono, tornò ai re franchi, essendochè la Germania tuttavia portava il nome di Francia, e lo stesso Ottone si intitolava re della Francia, cioè dell'orientale, venendo la Gallia sotto nome di Francia occidentale. In tal occasione papa Giovanni e tutto il popolo romano, per attestato di Liutprando, giurò sopra [1155] il corpo di san Pietro di non mai tenere aderenza alcuna coi deposti re Berengario e Adalberto. All'incontro, per asserzione del suddetto Liutprando, o, per dir meglio, del suo continuatore, Ottone a papa Giovanni XII, non solum propria restituit, cioè l'occupatogli dai re precedenti d'Italia, verum etiam ingentibus gemmarum, auri, et argenti muneribus ipsum honoravit. La Cronica reicherspergense, Teoderico da Niem, il Goldasto ed altri rapportano alcuni decreti che si dicono fatti in tal occasione, e dipoi, intorno all'elezione de' papi, alle investiture de' vescovi, e alla restituzione di beni e diritti fatta all'imperadore. Sono manifeste imposture de' secoli posteriori, che non meritano d'essere confutate. Leggesi parimente presso al cardinal Baronio, e in altri libri, il diploma di Ottone, confermatorio di tutti gli stati e beni della Chiesa romana: documento nondimeno che non va esente da varie difficoltà, siccome ho altrove accennato [Piena Esposizione per la Controversia di Comacchio.]. Fra l'altre cose si veggono ivi confermate a san Pietro le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato spoletano e beneventano, e la città di Napoli, per tacere d'altri paesi, che per l'addietro non mai furono dipendenti nel temporale dal romano pontefice; ed erano governati da principi, vassalli degl'imperadori d'Occidente o dei re d'Italia, oppure degli Augusti greci, e seguitarono ad esser tali.

Dopo il soggiorno di pochi dì in Roma, passati in feste col romano pontefice, e in dar buon sesto a quegli affari, se ne tornò indietro il novello imperadore Ottone, ed arrivato a Lucca, quivi concedette ad Uberto vescovo di Parma il comitato ossia il governo di quella città [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.], con un diploma dato III idus martii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, anno vero imperii domni [1156] Ottonis serenissimi Augusti primo. Indictione V. Actum Liviae. Il nome di Livia dovrebbe significar Forlì; ma sì abbondanti di spropositi sono o per negligenza dell'Ughelli, o per colpa de' copisti, o per isbagli degli stampatori, i documenti da lui inseriti nell'Italia sacra, che in vece di Liviae credo io scritto ivi Lucae. Leggesi in fatti nelle mie Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. LXII.] un diploma d'esso Augusto, dato in favore de' canoni di Lucca nello stesso giorno, cioè III idus martii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, anno vero imperii domni Ottonis primo, Indictione V. Actum Lucae. Però per la Toscana e per Lucca, e non già per la Romagna, se ne tornò l'Augusto Ottone a Pavia, dove celebrò la santa Pasqua. Ho io prodotto un altro suo diploma [Ibidem, Dissert. LXXI.] in favore di Norberto abbate di san Pietro in coelo aureo di Pavia, dato, a mio credere, in quella città V idus aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, imperii vero domni imperatoris Hottonis Augusti piissimi I, Indictione V. Actum.... ie. Quivi stando, esercitò la sua liberalità verso altre chiese del regno, e verso i conti, marchesi ed altri baroni che s'erano mostrati più fedeli alla sua corona, ed attaccati al suo servigio. Gli scrittori milanesi riferiscono dei gran beni e stati da lui conferiti a Gualberto arcivescovo di Milano e alla sua chiesa. Si può certamente credere che molto più sfavillasse la sua gratitudine verso chi era stato il principal promotore dei di lui avanzamenti in Italia. Conseguì in tal congiuntura Liutprando, le cui storie ho tante volte allegato, il vescovato di Cremona, dopo essere stato varii anni alla corte di Ottone in Germania, perchè o esiliato, o perseguitato dal re Berengario. Anche Donizone [Donizo, in vita Mathild. lib. 1, cap. 1, tom. 5 Rer. Ital.] attesta che Alberto Azzo signore di Canossa, a cui tante obbligazioni avea la divenuta imperadrice Adelaide, [1157] fu ben rimunerato dall'Augusto Ottone. Ecco le sue parole:

Muneribus magnis Attonem ditat, et altis

Cui nonnullos comitatus contulit ultro.

Per quem regnabat, nil mirum, si peramabat.

Ho io nelle annotazioni a questi versi, e nelle Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. VIII.], dimostrato, come egli fu creato conte, cioè governatore perpetuo di Reggio e di Modena nello stesso tempo. Truovansi inoltre memorie d'esser egli stato promosso a maggior dignità, perchè ci comparisce ornato col titolo ancora di marchese. E qui specialmente ebbe principio lo straordinario ingrandimento dei maggiori della famosa contessa Matilda, di cui fu bisavolo lo stesso Adalbertus qui et Atto comes. Medesimamente fra gli altri, sui quali sparse generosamente le grazie sue l'Augusto Ottone, ci fu Oberto illustre marchese, progenitor degli Estensi, cioè quel medesimo principe che noi vedemmo all'anno 960 maltrattato dal re Berengario, e passato in Germania ad invitare Ottone alla conquista del regno d'Italia. Cioè fu egli assunto all'insigne carica di conte del sacro palazzo, la cui autorità non solo era eminente nella corte dell'imperadore, ma si stendeva anche per tutto il regno, essendo al di lui tribunale sottoposti anche i conti, i marchesi e duchi, cioè i principi di quei tempi. Ne accennerò le pruove andando innanzi.

Abbiamo poi dal Continuatore di Reginone [Continuator Reginonis, in Chron.], le cui parole paiono copiate dall'Annalista sassone, che mentre l'imperador Ottone tornava da Roma a Pavia, Berengarius in quodam monte, qui dicitur ad sanctum Leonem, plurimis undique secum copiis attractis, se munivit. La fortezza di san Leone era ed è situata nell'Umbria, ducato allora di Spoleti, nel contado di monte Feltro, oggidì san Leo. E però altri scrivono che Berengario fu assediato in Montefeltro. Et Willa in lacu Majori, in quadam insula, quae dicitur [1158] ad sanctum Julium, se inclusit. Ma s'inganna questo autore, mettendo l'isola di san Giulio nel Verbano, ossia nel lago Maggiore. Essa è nel lago d'Orta nella diocesi di Novara. Filii vero ejus Adelbertus et Guido huc illucque vagabantur. Quasdam tamen munitiones cum suis sequacibus adhuc possidebant, hoc est Grad (si dee scrivere Gardam nel lago Benaco, chiamato oggidì di Garda fra Brescia e Verona) et Travallium (forse valle Travaglia nelle montagne verso il lago Maggiore) et insulam in lacu Cumano: luogo già da noi veduto per la sua fortificazione famoso ne' tempi precedenti. La prima applicazione del novello Augusto fu di assediar Willa nell'isola di san Giulio. Ben s'immaginava egli di trovar con esso lei i tesori ammassati con tante estorsioni negli anni addietro, e verisimilmente non s'ingannò. Quasi due mesi durò quell'assedio, e vi faticarono non poco gli arcieri e frombolatori dell'armata. Fu obbligata in fine Willa a rendersi. Ebbe compassione e rispetto al di lei sesso l'imperadore; e dopo averla, come si può conghietturare, ben pelata, le donò la libertà. Essa con quanta fretta potè, andò a trovare il marito Berengario a monte Feltro, con adoperar poi tutta per quanto potè la feminina eloquenza, affinchè egli non si rendesse ad Ottone. Rapporta il cardinal Baronio [Pagius, in Annal. Eccles.] una donazione fatta da esso Augusto ai canonici di quell'isola in rendimento di grazie a Dio, perchè quoddam castellum, videlicet insulam sancii Julii per Berengarium regem ab episcopatu novariensi sublatam, nastrae subdiderit ditioni. Il diploma è dato IV kalendas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, anno imperii primo, Indictione V. Actum in Villa, quae dicitur Horta prope lacum ejusdem S. Julii. Però quell'isola non era nel lago Maggiore. Sul fine di settembre si truova l'imperadore in Pavia, dove intuitu amatissimae nostrae conjugis Aleyde (si dee scrivere Adelheidae) imperatricis, [1159] conferma a Brunengo vescovo d'Asti i privilegii della sua chiesa [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.]. Il diploma è dato VIII kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, Indictione VI, anno imperii serenissimi imperatoris Othonis primo. Actum Papia civitate. Fuor dell'uso di simili documenti quivi si veggono sottoscritti Obsertus (si dee scrivere Otbertus) sacri palatii comes, cioè Oberto marchese, progenitor degli Estensi, come abbiam detto di sopra, e Wido mutinensis episcopus con altri vescovi. Questo Guido vescovo di Modena è quello stesso che sotto i re Berengario e Adalberto aveva esercitata l'eminente carica di arcicancelliere. Conviene ben credere ch'egli fosse uomo di gran destrezza e maneggi, e che sapesse far giocare i regali, e voltare mantello a tempo, perchè seppe ottener il medesimo riguardevolissimo posto sotto l'Augusto Ottone. Ne fa fede lo stesso diploma, a cui si sottoscrive Autherus cancellarius ad vicem Widonis episcopi, et archicancellarii. Godeva già questo prelato, cioè divorava la ricchissima badia di Nonantola, posta nel contado di Modena sotto il re Berengario, siccome costa dalle memorie di quel monistero, da me pubblicate altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.]. Da che fu venuto un nuovo padrone a comandare in Italia, non trascurò egli, secondo gli abusi d'allora, di farsi donare e confermare da esso la medesima badia. Ne ho io pubblicato il diploma [Ibidem, Dissert. LXXIII.], dato a contemplazione dell'imperadrice Adelaide Widoni sanctae mutinensis ecclesiae venerabili episcopo, dilectoque nostro fideli archicancellario, II nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, Indictione VI, anno imperii serenissimi Ottonis imperatoris primo. Actum Papia civitate. In essa città di Pavia celebrò Ottone la festa del santo Natale; e, per quanto ho io osservato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 16.], [1160] abbiamo fondamento di credere ch'egli facesse in quest'anno eleggere re d'Italia Ottone II suo figliuolo, già eletto re di Germania. Veggansi ancora nella storia del monistero di Polirone alcuni documenti [Bacchini, Istoria del Monistero di Polirone, Append.], ne' quali vanno concordi gli anni dell'imperio di Ottone I, con quei del regno di Ottone II.


   
Anno di Cristo DCCCCLXIII. Indiz. VI.
Giovanni XII papa 8.
Ottone I imperadore 2.
Ottone II re d'Italia 2.

Subito che la stagione addolcita lo permise, e dopo aver solennizzata la santa Pasqua in Pavia, si portò l'imperador Ottone I all'assedio della rocca altissima di san Leo nel monte Feltro, dove s'era chiuso Berengario colla moglie, e probabilmente si trovava bloccato da molto tempo. Non si potea quell'inespugnabil fortezza prendere se non col mezzo di un blocco [Contin. Regin., in Chron. Annal. Saxo, in Chron.]; e però questo, se non prima, certo in questi tempi fu formato assai stretto, con prendere tutti i passi, per i quali si potesse andare o uscir di quella rocca. Spese ivi tutta la state Ottone, e ne abbiamo anche le pruove in varii diplomi conceduti da lui in quel sito. Uno ne ho io dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. LXX.] in favore de' canonici di Reggio, scritto V kalend. julii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIII, Indictione VI, anno vero imperii magni Othonis imperatoris Augusti II. Actum in Monte Feretri ad Petram sancti Leonis. Un altro parimente ne ho dato altrove [Ibidem, Dissert. XLII.]. Guido vescovo di Modena, ed arcicancelliere dell'imperadore, non dimenticò in tal congiuntura i vantaggi, ed impetrò da esso Augusto, per interposizione di Adelaide imperadrice, tutti i beni che in qualsivoglia maniera erano stati appartenenti Widoni quondam [1161] marchioni, seu Conrado, qui et Cono dicitur, filiis Berengarii, seu Willae ipsius Berengarii uxoris, eorumque matris, tam in comitatu motinense, seu bononiense. Il diploma [Sillingardus, in Catalogo Episcopor. Mutinens. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.], tuttavia esistente col suo sigillo di cera nell'archivio de' canonici di Modena, fu dato II idus septembris colle altre note suddette: Actum in Monte Feretri ad Petram sancti Leonis. Molto prima ancora i canonici d'Arezzo riportarono da esso Augusto la conferma dei lor beni e privilegii con un altro diploma dato VI idus mai. Actum in Monte Feretrano ad sanctum Leonem. Rapporta il Guichenon [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.] una donazione fatta da esso Augusto Aymoni comiti, creduto da lui marchese di Susa, con queste note: Data III idus augusti, anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo tertio, Indictione sexta, imperii serenissimi Ottonis imperatoris XXVII. Actum Papiae. Non era allora in Pavia Ottone, nè correva l'anno XXVII dell'imperio. Che dunque s'ha da dire di quel diploma?

Ma mentre si trovava impegnato Ottone in questo assedio, gli venne avviso di una improvvisa mutazione seguita in Roma. Neppur io so dire se sia di Liutprando, oppure d'altro autore, una giunta che si legge alle di lui storie, dove si tratta a lungo di questo strepitoso affare. Ora questo autore [Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 6.] racconta, che trovandosi sul principio di quest'anno in Pavia Ottone Augusto, molti, che prima per timore aveano taciuto i difetti e vizii di papa Giovanni XII, ricorsero a lui mettendogli in considerazione che a lui toccava di provvedere al decoro della Chiesa romana, oscurato dalle dissolutezze e dagli scandali di questo giovane papa, che senza freno alcuno attendeva a sfogarsi negli adulterii, con far divenire un postribolo il palazzo lateranese. Aggiugnevano ancora ch'egli teneva corrispondenze [1162] con Adalberto figliuolo di Berengario, benchè da lui prima odiato, perchè gli recava suggezione e timore il conoscere Ottone per principe dabbene e rigoroso, e al contrario sperava maggior libertà, se risorgessero Berengario e Adalberto. Non fidandosi l'imperador Ottone di queste relazioni, mandò alcuni suoi confidenti a Roma per sapere il netto di tali accuse. Trovarono essi più di quel ch'era stato rapportato; e tornati alla corte dell'imperadore, nulla tacquero de' disordini che correano in Roma. Allora l'imperadore, siccome principe savio e ricordevole del benefizio ricevuto di fresco, solamente rispose: Puer est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum. Spero, eum objurgatione honesta, suasione liberali, facile ex illis sese emersurum malis. Gli spedì dunque alcuni dei suoi, che amorevolmente l'ammonirono e il pregarono di rimettersi nel buon cammino; ed intanto Papiae navem conscendit, ac per Eridani alveum Ravennam usque pervenit. Indeque progrediens, montem Feretranum, quod oppidum sancti Leonis dicitur, in quo Berengarius et Willa erat, obsedit. Colà mandò papa Giovanni due suoi nunzii, cioè Leone, che fu poi papa, e Demetrio nobile romano, i quali fatta scusa degli eccessi da lui commessi, ne promisero la correzione. Ma che gli fosse venuta in fastidio l'ammonizione imperiale, lo fece tosto conoscere, perchè cominciò ad attaccar lite, quasichè Ottone coll'assedio di Montefeltro gli volesse occupare uno degli stati della Chiesa romana. Al che rispondeva l'imperadore: Omnem terram sancti Petri, quae nostrae potestati subjecta est, promisimus reddere; atque id rei est, quod ex hac munitione Berengarium cum omni familia pellere nitimur. Quo enim pacto terram hanc ei reddere possumus, si non prius eam ex violentorum manibus erectam potestati nostrae subdimus?

Così andava prendendo piede l'incendio, quando eccoti giugnere sicuro avviso all'imperadore che Adalberto, invitato [1163] dal papa, era giunto a Cività Vecchia, e di là era passato a Roma, ricevuto con grande onore da esso pontefice Giovanni. Allora Ottone s'avvide che era disperato il negozio; e lasciata parte delle sue genti al blocco di san Leo, col resto dell'armata s'incamminò alla volta di Roma, chiamatovi dai Romani stessi. Il papa, al vedere avvicinarsi questa visita, comparve armato come un san Giorgio; ma poi stimò meglio di fuggirsene fuor di Roma insieme con Adalberto. Colà poi entrato l'imperadore senza opposizione, anzi con allegrezza dei Romani, che uscirono ad incontrarlo, si fece prestar giuramento da tutti gli ordini di non eleggere, nè consecrare da lì innanzi papa alcuno senza il consentimento di esso Augusto e del re Ottone suo figliuolo. Dopo di che, per soddisfare alle preghiere dei vescovi e del popolo, fu raunato sul principio di novembre un concilio nella basilica di san Pietro, dove intervennero moltissimi vescovi d'Italia e di Germania, molti cardinali e uffiziali della Chiesa e del popolo romano, e furono prodotte le accuse contra di papa Giovanni XII. Due volte fu citato il papa a comparire e a giustificarsi. Altra risposta non diede egli, se non che aveva inteso come si erano dietro a fare un altro papa; e che quando mai ciò osassero, li scomunicava tutti. Giunse il concilio a deporre Giovanni, e in suo luogo sostituì Leone protoscriniario, personaggio di conosciuta probità, laico nondimeno: il che era contro i canoni. Può, se vuole, il lettore ricorrere al cardinal Baronio e a Pietro de Marca, che con assai ragioni ripruovano l'operato da quei vescovi, e tengono per un conciliabolo quell'adunanza, e per illegittimo papa Leone VIII, che così si fece egli chiamare. Ma sarebbe forse da desiderare che lo stesso porporato Annalista non avesse, peggio ancora che que' vescovi, screditato l'ingresso di papa Giovanni XII nel pontificato, fino a tenerlo per illegittimo successore di san Pietro, con [1164] dire [Baron., Annal. Eccles., ad ann. 955 et 960.] che egli usurpò il pontificato, e che abortivum istum tunc parturiit Romae tyrannis vi pollens, armis omnia audens atque subvertens, ut nullo pacto dicendus tunc fuerit legitimus iste pontifex, in cujus electione lex nulla sit suffragatura, sed omnia vis et metus impleverint, ec. Più sotto ancora vien chiamato da lui Johannes assertus papa. Fermossi qualche tempo dipoi l'imperador Ottone in Roma, e per non essere d'aggravio alla città, mandò sotto san Leo buona parte delle sue truppe, alquante solamente ritenendone per guardia sua. Celebrò in essa città il santo Natale, ed ebbe la consolazion d'intendere che il forte castello di Garda sul lago Benaco, ossia di Garda, era venuto in potere de' suoi. Nè si dee tacere che esso imperadore nell'anno presente, prima di portarsi coll'esercito a Roma, verso il fine di agosto andò a Capua, dove con grande onore e magnificenza dovette essere accolto da Pandolfo Capodiferro, chiamato Pandolfo nei suoi diplomi, e da Landolfo III fratelli, principi di quella città e di Benevento. Solevano da gran tempo questi principi anteporre il loro soggiorno in Capua a quello di Benevento: il che fu cagione che Capua si andò a poco a poco ingrandendo, e Benevento venne calando. Dell'andata colà dell'imperadore ne abbiamo le pruove in un suo diploma, con cui conferma al monistero di san Vincenzo di Volturno tutti i suoi beni e privilegii [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.], dato XI kalendarum septembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIII, imperii vero domni Ottonis piissimi imperatoris I (si de scrivere II), Indictione VI. Actum Capua Civitate. Un altro si legge ivi dato nel medesimo giorno e mese, ma coll'Actum civitate Cumis, forse scritto invece di Capua, se pure in quello stesso dì Ottone non potè giugnere a Cuma. Talvolta nondimeno l'actum s'è veduto diverso di tempo e di luogo [1165] dal datum. Ricavasi dalla Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che nel mese di maggio del presente anno Acmed, figliuolo di Assano signore della Sicilia, raunati i suoi Mori coi Siciliani, andò all'assedio della città di Taormina, e talmente la strinse e bersagliò, che nel dicembre la costrinse alla resa, togliendola non so dire se ai Greci, oppure ai Siciliani ribelli.


   
Anno di Cristo DCCCCLXIV. Indiz. VII.
Benedetto V papa I.
Ottone I imperadore 3.
Ottone II re d'Italia 3.

Dimorava tuttavia sul principio di quest'anno in Roma l'imperador Ottone, quando si scoprì una congiura preparata contra di lui. Papa Giovanni XII avvertito delle poche forze ch'esso Augusto avea ritenuto seco in Roma, mandò persone sotto mano, che con grandi promesse di ricompense istigarono moltissimi Romani a prendere l'armi contra di lui. Tirò ancora nel suo partito non pochi castellani del ducato romano. Già era destinato il dì 3 di gennaio allo scoppio della mina. Ne fu avvertito l'imperadore. Ossia, come vuole il continuator di Reginone [Continuator Reginonis.], che egli preoccupasse l'insulto de' Romani, o, come vuole il Continuator di Liutprando [Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 11.], ch'egli s'opponesse così coraggiosamente coi pochi suoi veterani soldati all'empito dei nemici, i quali con carra aveano barricato il ponte del Tevere, che ne fu fatta grande strage, e più ancora di male sarebbe seguito, se non si fosse interposto l'eletto papa Leone VIII. A requisizione sua perdonò egli ai Romani, restituì loro gli ostaggi, e raccomandato alla lor fede il suo papa, uscì di Roma, per venire nelle marche di Spoleti e di Camerino, dove intese che si trovava il già re Adalberto. Intanto la rocca di san Leo capitolò la resa. Berengario e Willa sua [1166] moglie presi d'ordine dell'imperadore, furono inviati prigioni a Bamberga in Germania. Con queste parole racconta quel fatto Arnolfo storico milanese [Arnulf., Mediolan. Hist., tom. 4 Rer. Ital.]: Berengarium ipsum, arce quadam robusta munitum, diuturna vallans obsessione subegit, filiis circumquaque dispersis, Widone Adelberto, et Conone. Illum vero cum filiabus et conjuge captum secum devexit in Sueviam, ubi non multo post in amaritudine animae diem clausit extremum. Maneggiavasi intanto papa Giovanni per tornar in casa, e seppe così ben adescare i Romani, che infatti l'introdussero in città. Allora si trovò in gran pericolo il papa dell'imperadore, cioè Leone VIII. Tuttavia ebbe la fortuna di poter uscire di Roma, ma spogliato di tutti i suoi mobili e arredi, e si ricoverò nel campo dell'imperadore stesso. Susseguentemente radunato nel dì 26 di febbraio un concilio, i cui atti si leggono presso il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] e nelle raccolte dei concilii [Labbe, Concil., tom. 9.], fu dichiarato Leone VIII occupatore illegittimo del trono pontifizio, deposti i suoi ordinatori, e ridotti per misericordia al primo lor grado gli ordinati da questo falso pontefice. Per tali novità e per gli giuramenti sì mal osservati dal popolo romano, fremeva di collera l'Augusto Ottone, e massimamente gli trafisse il cuore l'avviso delle vendette fatte da papa Giovanni, con far tagliare la mano destra a Giovanni cardinal diacono, e la lingua, due dita e il naso ad Azzone primo archivista; con far flagellare Otgerio vescovo di Spira, e con altri simili sfoghi della sua collera. Multa caede primorum in urbe debacchatus vien detto da Gerberto, che fu poi papa, nel concilio di Rems dell'anno 992. Però si diede Ottone ad ammassar l'esercito per tornare a Roma. Dio in questo mentre liberò Roma e la Chiesa da così scandaloso pontefice. Una malattia di otto giorni il portò via, senza ch'egli [1167] potesse ricevere i sacramenti della Chiesa. Dopo di che i Romani, niun caso facendo delle promesse giurate di non consecrare alcun papa eletto senza l'assenso dell'imperadore, elessero e fecero consecrar papa Benedetto cardinale diacono, con giurare nello stesso tempo di non abbandonarlo e di sostenerlo contro la potenza dell'imperadore. Maggiormente irritato da questo atto l'Augusto Ottone, strinse coll'assedio Roma; la tempestò colle petriere ed altre macchine; e impedendo l'entrata de' viveri, talmente l'affamò, che il popolo fu astretto a ricorrere alla di lui misericordia, nulla avendo servito l'essersi lo stesso papa Benedetto affacciato alle mura per minacciare la scomunica all'imperadore e a tutto il di lui esercito.

Adunque nel dì 25 di giugno entrò l'imperadore in Roma; rimise nella sedia pontificia Leone VIII, fece convocare un concilio ossia conciliabolo, dove comparve cogli abiti pontificali anche il nuovo papa Benedetto V, a cui fu chiesto come avesse, contra il giuramento prima prestato all'imperadore, osato di entrar nella cattedra di san Pietro. Confessò egli di aver peccato, ed implorò la misericordia dell'imperadore. Ciò fatto, si spogliò del pontificale ammanto, e consegnò il suo pastorale a Leone VIII, che lo fece mettere in pezzi. Fu a lui permesso di stare nell'ordine de' diaconi, coll'esilio in Germania. Torno a dire, che sono invenzioni de' secoli posteriori alcuni decreti che la Cronica reicherspergense [Chron. Reicherspergense.] ed altri han rapportati, come emanati da questo concilio o conciliabolo, ne' quali si trovano esorbitanti concessioni di autorità all'imperadore sì nello spirituale che nel temporale della Chiesa romana. Il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.], il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] ed altri han saggiamente rigettate simili imposture. Partissi dopo [1168] la festa di san Pietro da Roma l'imperador Ottone per tornarsene in Lombardia [Continuator Reginonis, in Chronico. Annalista Saxo apud Eccardum.]; ma vide nel viaggio assalito il suo esercito da una terribil peste, la quale fece incredibile strage non men dei nobili che degl'ignobili. Fra gli altri vi lasciarono la vita Arrigo arcivescovo di Treveri, Gervico abbate di Wirtzburg, e Gotifredo duca di Lorena. Alla mano di Dio, sdegnato per le violenze usate da Ottone in Roma, fu da molti attribuito questo gastigo. Cessata finalmente la peste, si ridusse l'Augusto Ottone in Lombardia, dove pel tempo dell'autunno si divertì colla caccia. Il cammino ch'egli dovette tenere nel suo ritorno, fu per la Toscana, stante d'aver egli fatta una donazione ad un monistero in Lucca nel dì 29 di luglio, come costa da un suo diploma, da me divolgato [Antiq. Ital., Dissert. XIV.], actum Lucae IV kalendas augusti. Riuscì in quest'anno ad Adalberto figliuolo di Berengario di aver nelle mani Dodone cappellano d'esso Augusto, e di condurlo prigione in Corsica, ma da lì a non molte il rimise in libertà. Venne anche fatto a Gualdo ossia Gualdone vescovo di Como di espugnar l'isola, fortezza situata nel lago Lario, o vogliam dire di Como, con ismantellare poscia tutte quelle fortificazioni, ma senza potere rimettere in grazia dell'imperadore Azzo, che sotto questa promessa gli avea ceduto quel forte luogo. Vien accennato da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 4.] un diploma dell'imperadore Ottone in confermazione di tutti i privilegii e beni dell'insigne monistero di monte Casino; e questo si vede pubblicato dal padre Gattola [Gattola, Hist. Abbat. Casinens.] colle seguenti note: Data XII kalendas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIV, Indictione VII, anno imperii magni Ottonis imperatoris Augusti tertio. Actum in Villa [1169] Paterno, in comitatu pennense. Di qui intendiamo che Ottone nel febbraio dell'anno presente dimorava tuttavia nella marca di Camerino. E si noti il titolo di magno, che non si suole ordinariamente vedere in altri diplomi d'esso imperadore. Come si ha dalla storia veneta del Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.], in quest'anno Pietro Candiano IV doge di Venezia spedì ad esso imperadore Giovanni Contarino e Giovanni Denco ossia Dente, suoi ambasciatori, ed ottenne la conferma de' soliti patti e privilegii del clero e popolo di Venezia. Due placiti ho io riferito altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 16.], e tenuti, in quest'anno da Otberto marchese e conte del sacro palazzo, progenitor dei principi estensi, in Pavia e in Lucca. Cosmo della Rena ha incautamente confuso questo principe con Uberto marchese di Toscana. Vedesi esso Otberto ancora chiamato in un di que' placiti Aubertus marchio, et comes palacii; ma egli nella sottoscrizione si chiama Otbertus. Uberto veniva da Hucbertus, oppure da Humbertus, nome diverso da Otbertus.


   
Anno di Cristo DCCCCLXV. Indiz. VIII.
Giovanni XIII papa 1.
Ottone I imperadore 4.
Ottone II re d'Italia 4.

Dopo avere l'Augusto Ottone celebrato in Pavia il santo Natale dell'anno precedente, e dato buon sesto agli affari d'Italia, tosto s'incamminò, per attestato del Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chron.], alla volta della Germania. Gli vennero all'incontro ai confini il re Ottone II e Guglielmo arcivescovo di Magonza, suoi figliuoli. Seco condusse in quelle parti lo sfortunato papa Benedetto V, e il consegnò ad Adalago arcivescovo di Amburgo con ordine di ben custodirlo. Attesta Adamo bramense [Adam Bremensis, lib. 2, cap. 6 Hist.] che archiepiscopus illum magno cum honore usque ad obitum ejus [1170] detinuit. E che a' suoi dì si diceva essere stato questo papa uomo santo e letterato. Igitur apud nos in sancta conversatione vivens, aliosque sancte vivere docens, quum jam, Romanis poscentibus, a Caesare restitui debuisset, apud Hammamburg in pace quievit. Cujus transitus III nonas julii contigisse describitur. Abbiamo da Ditmaro [Ditmaros, in Chron. lib. 4.] che a' tempi di Ottone III fu riportato a Roma il corpo d'esso papa, il quale avea predetto di dover morire in Amburgo, e che finattantochè non fossero riportate a Roma l'ossa sue, sarebbe stato quel paese desolato dai circonvicini pagani, nè vi si godrebbe mai pace: il che si verificò a puntino. Le parole sopra riferite di Adamo bremense ci danno a conoscere che prima di papa Benedetto V era mancato di vita Leone VIII, lasciato in Roma qual papa dall'imperadore Ottone. Morì egli in fatti in quest'anno, per attestato del Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.]; e i Romani, per paura di disgustar l'imperadore, spedirono in Sassonia due ambasciatori, cioè Azzo protoarchivista, e Marino vescovo di Sutri, pro instituendo quem vellet romano pontifice. In tal congiuntura dovettero fare istanza per riavere il legittimo papa, cioè l'esiliato Benedetto V. Ed aveano anche, secondo il suddetto Adamo, indotto l'imperadore a concederlo, ma nol permise la morte sua, accaduta mentre s'era dietro a questo maneggio. Però Ottone, che li avea onorevolmente accolti, li rispedì a Roma, e con loro accompagnò Otgerio vescovo di Spira, e Liuzo vescovo di Cremona. Altri non è questo Liuzo se non Liutprando storico, tante volte nominato di sopra, che divenuto vescovo di Cremona, non lasciava di frequentar la corte di Ottone, siccome personaggio di vaglia e molto a lui caro. I nomi in questi secoli barbari si trovano molto alterati nel linguaggio de' popoli. Conrado diviniva Conone; Azzo si mutava in Attone; Enrico cangiavasi in Enzio; Adelaide si pronunziava [1171] per Adela, Alda, Adeleita, Adelgia; Cunegonda si convertiva in Cuniza, e simili, siccome ho io avvertito altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XLI.]. Seguita a dire quello storico, che giunti a Roma i suddetti ambasciatori e personaggi, tunc ab omni plebe romana Johannes narniensis ecclesiae episcopus eligitur, sedique apostolicae pontifex inthronizatur. L'antico rito era, che il clero e popolo romano, dappoichè era morto e seppellito il papa, immantinente passavano ad eleggere il successore; ma nol consecravano prima d'averne dato avviso agl'imperatori, o ai loro ministri in Italia, e ricevutone il placet. Troppi esempli ne abbiam veduto in addietro. Per lo contrario, le parole sopra riferite paiono indicare che neppure godessero ora i Romani la libertà dell'elezione, e che possa esser vera la facoltà che alcuni pretendono data od Ottone il Grande e a' suoi successori di eleggere il papa. Ma non è da credere che Ottone il Grande commettesse questo atto tirannico. E noi qui intendiamo, perchè non fu secondo il costume immediatamente eletto il successore di Leone VIII. Era tuttavia vivo il vero papa Benedetto V, nè altro papa si poteva o doveva eleggere dai Romani. Morto quello, e tornati con tal nuova a Roma gli ambasciatori coi vescovi suddetti, non già dall'imperadore, nè dai suoi ministri, ma ab omni plebe romana, cioè dal clero e popolo, fu eletto papa Giovanni XIII. Non passò poi l'anno presente che questo novello pontefice, ossia perchè trattasse con troppa altura i baroni romani, oppure perchè non volesse che i Romani mal avvezzi nei tempi addietro si usurpassero la giurisdizione a lui spettante, si tirò addosso l'odio loro; in guisa che un dì preso dal prefetto di Roma (uffizio insigne a' tempi degli antichi imperadori, che si torna ad udire ancora in questi) e da un certo Roffredo, e cacciato di Roma, fu messo prigione in una fortezza della Campania, oppure mandato in esilio colà.

[1172]

Non mancarono alla Lombardia in quest'anno altre novità. Adalberto figliuolo di Berengario, per molti parziali e corrispondenti che tuttavia conservava in Italia, si lasciò vedere in Lombardia, e ci dovette suscitar qualche ribellione. Avvisatone l'imperadore, spedì Burcardo duca d'Alemagna con delle soldatesche, e con ordine di andare a trovar questo turbatore del regno, dovunque egli fosse. Questi, per testimonianza del Continuatore di Reginone, cum Langobardis imperatoris fidelibus et Alemannis visum per Padum navigavit, et illis, ubi eum audierant esse partibus, navim applicuit. In vece di quel visum per Padum, che è un errore de' copisti o degli stampatori, l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] ha per jusum et Padum, che è un altro sproposito. Si dee scrivere jusum per Padum, giù per Po; voce nei barbari tempi e infino da santo Agostino [S. Augustinus, Tract. VIII in Epist. S. Johann.] usata. Nell'uscir dalle barche dietro quel fiume, le truppe imperiali furono assalite da Adalberto e da' suoi. Ma restò estinto sul campo con alquanti Guido fratello d'esso Adalberto, e il resto diede a gambe. Adalberto anch'egli si salvò nelle montagne, dove si tenne ben ascoso da lì innanzi. Burcardo all'incontro se ne tornò in Germania, e portò all'imperadore la nuova di questa vittoria. Fece anche rumore un altro fatto in Lombardia. Interim (seguita a dire il Continuator di Reginone [Continuator Rheginonis. Annalista Saxo.], con cui va d'accordo l'Annalista sassone) Guido metensis episcopus vulpina calliditate imperatori fidelem se simulans, ipsique infideles se proditorium jactans, legatione Adalberti fungens, in Saxonia imperatorem aggreditur, nec tamen visu aut allocutione ipsius participatur: cum dedecore redire permissus, infra Alpes ultra Curiam comprehenditur, et Saxoniam remissus in Sclavis custodiae mancipatur. Ma ancor qui un errore corso nelle copie [1173] o nelle stampe di tale istoria ci ha nascoso chi fosse questo Guido vescovo. Non già egli fu metensis episcopus, come ha il testo suddetto, perchè allora Adalberone, oppure Teodorico reggeva la chiesa di Metz; ma bensì mutinensis (voce che, probabilmente abbreviata nell'originale, non fu osservata nè intesa dal copista, e da lui presa per quella di Metensis) episcopus. Mutinensis episcopus appunto si legge nell'Annalista sassone. Ed è quel medesimo Guido vescovo di Modena che abbiam veduto di sopra occupatore della ricchissima badia di Nonantola, ed arcicancelliere non meno sotto i re Berengario e Adalberto, che sotto il medesimo Ottone Augusto. Non so già io credere ch'egli passasse in Germania come ambasciatore di Adalberto, perchè un uomo sì scaltro, e ministro sì eminente dell'imperadore, non par capace d'un salto sì fatto. Dovette egli piuttosto tener qualche filo di corrispondenza con Adalberto; e ciò scoperto, divenne sospetto alla corte cesarea. Mi si rende verisimile ch'esso si portasse colà per far credere (non so se con verità o con falsità) all'imperadore, che l'intelligenza sua con Adalberto era stata per iscoprire chi fossero i partigiani d'esso Adalberto in Italia, e chi quei che macchinavano ribellione contra dell'imperadore. Ma nel cuore di Ottone prevalsero i sospetti formati contra di lui, e massimamente perchè forse non lungi dal distretto di Modena s'era lasciato vedere Adalberto allorchè si azzuffò poco dianzi con Burcardo duca di Alemagna. Però gli negò l'udienza, e dopo averlo licenziato, il fece poi prendere di qua da Coira nelle Alpi, e mandollo prigione non so in quale fortezza. Così cessò egli d'essere arcicancelliere. Ma noi il troviamo poscia nel concilio di Ravenna dell'anno 967 [Labbe, Concilior., tom. 9.], vivo e sano: segno, che se fu posto in prigione, seppe anche uscirne, e dovette sopravvivere sino all'anno 969, perchè in esso la città di Modena ricevette [1174] un vescovo nuovo, cioè Ildebrando. La carica di arcicancelliere vedesi da qui innanzi esercitata da Uberto vescovo di Parma.

Abbiamo da Lupo protospata sotto questo anno [Lupus Protospata, in Chronico.] che introivit Manuel patricius in Siciliam, et ibi mortuus est: cioè morì questo generale dei Greci in una sanguinosa battaglia, ch'egli ebbe coi Saraceni dominatori della Sicilia. Ne fa menzione Liutprando nella descrizione della sua ambasciata [Liutprandus, in Legation.], di cui parleremo più abbasso, con dire che Saraceni animati ante triennium cum Manuele patricio, Nicephori (imperadore de' Greci) nepote, juxta Scyllam et Charibdi in mare siculo bellum pararunt. Cujus immensas copias quum prostravissent, ipsum comprehenderunt, capiteque truncato suspenderunt. Cujus socium et commilitonem (cioè Niceta eunuco) quum caperent, quia neutrius erat generis, occidere sunt dedignati, sed vinctum ac longa custodia maceratum tanti vendiderunt, quanti nec ullum hujusmodi mortales sani capitis emerent. Più a lungo vien descritta questa funesta avventura da Leone diacono presso il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.]. Secondo lui, Niceta eunuco patrizio comandava alla fanteria, Manuello patrizio alla cavalleria, uomo di caldo ingegno e di sregolato ardire. Sbarcate che ebbero amendue in Sicilia le lor milizie, trovaron da principio favorevole alle lor armi la fortuna, perchè si arrenderono le città di Siracusa, di Termine, Taormina e Lentini. Ma usciti di nuovo in campagna, mentre disordinati inseguivano per luoghi disastrosi i fuggitivi, caddero nelle imboscate de' Mori: laonde pochi se ne contarono che non restassero o messi a fil di spada, o fatti schiavi. Le lor navi ancora per la maggior parte rimasero preda de' vittoriosi Saraceni. Di questa spedizione cotanto sfortunata fa menzione Cedreno; ed io vo credendo che sia la stessa che vien [1175] narrata nella storia saracenica di Abulphedà [Hist. Saracen. Abulphedà, P. 1, tom. 2 Rer. Ital.] sotto l'anno 961, o 962, con dire che undique romanae venere classes (erano appellati per lo più Romani i Greci) propugnandi causa; et post exitiosum bellum vicere Muslemii, qui plusquam viginti milia Romeorum necarunt, cunctaque arma et illorum substantiam devastarunt. Altri autori hanno parlato di questo fatto all'anno 964.


   
Anno di Cristo DCCCCLXVI. Indiz. IX.
Giovanni XIII papa 2.
Ottone I imperadore 5.
Ottone II re d'Italia 5.

Era disgustato forte l'imperadore Ottone contra de' Romani a cagion degli affronti fatti a papa Giovanni XIII, il quale si trovava tuttavia o confinato in una prigione, o esiliato nella Campania. Non si poteva scusar la ribellione, perchè si usurpavano l'autorità temporale, di cui erano da gran tempo giustamente in possesso i romani pontefici; e l'ardir loro feriva anche l'imperador loro sovrano. Perciò Ottone determinò di tornare in Italia per rimediare a sì fatti disordini [Continuator Rheginonis, in Chron.], ed anche per tagliare il cor a certe trame che Adalberto figliuolo di Berengario andava tuttavia ordendo o mantenendo in Lombardia. Ed appunto si venne a scoprire anche in Germania che un certo Udone conte di quelle contrade, irritato contra di Gualdo ossia Waldone vescovo di Como, perchè questi non avesse impetrata grazia dall'imperadore ad Attone ossia ad Azzo già assediato nell'isola del lago di Como, si preparava a venire in Italia con risoluzione di cavar gli occhi al suddetto vescovo. Aveva a questo fine intelligenza segreta con Adalberto. Fu preso e condannato; ma ottenne il perdono, con giurare di non mettere mai più piede in Italia. Dopo la metà di agosto tenne l'Augusto [1176] Ottone una gran dieta in Germania, e poi per l'Alsazia e per Coira calò in Lombardia. Portava egli seco una lista di quei che nell'anno precedente aveano o palesemente o segretamente abbracciato il partito di Adalberto. Fra essi era Sigolfo vescovo di Piacenza con alcuni conti. Portatisi questi ad ossequiare l'Augusto sovrano, fece lor mettere le mani addosso, e li mandò prigioni oltre a' monti, chi nella Francia orientale e chi in Sassonia. Fece venir freddo ai Romani la comparsa dell'imperadore in Italia, e l'apprensione del suo rigore; e figurandosi di acconciar le cose con poca spesa, liberarono il papa con richiamarlo a Roma, e chiedergli perdono delle ingiurie. Vuole il Continuator di Reginone che Giovanni XIII papa, da che venne cacciato di Roma, stesse imprigionato in qualche fortezza della Campania. Ma Leone ostiense [Leo Ostiensis, in Chron., lib. 2.] suppone ch'egli solamente fosse mandato in esilio con dire: Johannes papa Roma pulsus exilio, Capuam venit, et a memorato principe Pandulfo rogatus, tunc primum in eadem civitate archiepiscopatum constituit. Se ciò è vero, e se in quest'anno la chiesa di Capoa fu eretta in arcivescovato, egli non altro soffrì che l'esilio in Campania; oppure messo in libertà prima di tornarsene a Roma, andò a Capoa, dove accrebbe l'onore a quella chiesa. Ma altri tengono eretta Capoa in arcivescovato nell'anno 968. Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron., edition. Paris.] all'anno 969 (cioè fuor di sito) racconta che hoc tempore Rofredus comes et Petrus praefectus cum aliis quibusdam Romanis Johannem papam comprehensum, et in castellum sancti Angeli retrusum, et in exsilium demum in Campaniam missum per decem et amplius menses affligunt; donec Rodfredo occiso a Johanne quodam Crescentii filio, ad suam sedem vix tamdem relaxatus rediret. Durò dunque più di dieci mesi l'esilio di papa Giovanni, e [1177] verisimilmente egli ritornò alla sua sedia nel settembre dell'anno corrente.

Verso il fine parimente di quest'anno arrivò l'imperadore Ottone a Roma, e quivi celebrò le feste del santo Natale. Nota il Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chron.] che in questo medesimo anno Berengarius quondam Italiae rex exsul moritur et in Babemberg regio more sepelitur. Willa ossia Guilla sua moglie, prima che il corpo di lui fosse dato alla sepoltura, si fece monaca in Bamberga. Due loro figliuole nubili erano state prima con tutto decoro messe dall'imperadore in corte presso l'imperadrice Adelaide. De' due figliuoli maschi d'esso Berengario, cioè di Adalberto e di Conrado, che restarono vivi e in libertà, ne parleremo anche all'anno 968. S'ingannò forte l'abbate urspergense [Urspergensis, in Chronico.], allorchè scrisse che Adalberto con Berengario suo padre fu condotto prigione a Bamberga. Intanto non voglio ommettere che esso Adalberto lasciò dopo di sè un figliuolo appellato Ottone Guglielmo [Sammarthani, in General. Franc. Brondellus, in Geneal. Franc.]; e che Gerberga moglie d'esso Adalberto rimasta vedova, si rimaritò con Arrigo duca di Borgogna. Questi poi venuto a morte senza lasciar figliuoli proprii, fece passare quel ducato nel figliastro, la cui discendenza durò anche molto tempo in insigne onore. In un diploma di Arrigo I imperadore dell'anno 1014, rapportato dal Guichenon [Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, c. 39.], egli si vede appellato Ottho qui et Wilelmus comes, filius Adalberti, nepos Berengarii regis. Poc'attenzione per altro fu quella del Guichenon [Idem, cap. 89.] medesimo, allorchè riferì all'anno presente una donazione che si dice fatta da Ottone II imperadore a Manfredo marchese di Susa, con questa data: XI kalendas novembris anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo sexto, Indictione I, anno vero tertio Ottonis. Nel presente anno neppur [1178] era nato, nè era per nascere Ottone III. Nè Ottone III imperare coepit anno salutis 973, come scrive esso Guichenon. Nè l'indizione prima si accorda col suo anno terzo. Manca eziandio il luogo del suo dato diploma. Però quello è documento o apocrifo, o molto informe. Era in questi tempi re di Francia Lottario, ed abbiamo da Frodoardo [Frodoardus, in Chronic. apud Du-Chesne.] ch'egli nell'anno presente uxorem accepit Emmam filiam regis quondam italici, cioè di Lottario re figliuolo del re Ugo. Essendosi rimaritata in Ottone Augusto Adelaide madre di questa principessa, è da credere che lo stesso imperadore si adoperasse molto per procurar così illustri nozze alla figliastra. Il medesimo Frodoardo nella Cronica virdunense [Idem, in Chronic. Virdunens., pag. 157.] ripete lo stesso con dire Lotharius rex Francorum Emmam Lotharii regis Italiae, et Adeleidis post imperatricis filiam, duxit uxorem.


   
Anno di Cristo DCCCCLXVII. Indiz. X.
Giovanni XIII, papa 3.
Ottone I imperadore 6.
Ottone II imperadore 1.

Attese sul principio di quest'anno l'imperadore Ottone, stando in Roma, a processar que' Romani che aveano sì maltratato papa Giovanni XIII. Il Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chron.] altro non dice, se non che excepto praefecto urbis, qui aufugerat, tredecim ex majoribus Romanis, qui auctores expulsionis domni Johannis papae videbantur, suspendio interire jussit: pruove, dice il padre Pagi, del suo supremo dominio in Roma [Pagius, in Crit. Baron.], esercitato alla guisa dei suoi predecessori. Aggiugne il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 966.], con citare una giunta fatta ad Anastasio bibliotecario, che Ottone mandò oltre ai monti in esilio i consoli, fece impiccare per la gola i tribuni, e cavar dal sepolcro [1179] il cadavero di Roffredo prefetto della città, che fu squartato in varii pezzi. Quel prefetto, che era succeduto a Roffredo, posto nudo sopra un asino con un otre in capo, fu ignominiosamente menato per la città, frustato, e poi cacciato in prigione. Noi non sappiam tutto l'operato da lui; pure ne sappiam tanto, che possiam conghietturare che la giustizia di lui comparisse presso di molti crudeltà. Lo stesso Niceforo Foca imperador de' Greci rinfacciò a Liutprando ambasciator d'Ottone nell'anno seguente, che esso Ottone [Liutprandus, in Legation.] Romanorum alios gladio, alios suspendio interemit, oculis alios privavit, exsilio alios relegavit. Ma Liutprando rispose che Ottone insurgentes contra, et domnum apostolicum, quasi jurisjurandi violatores sacrilegos, dominorum suorum apostolicorum tortores, raptores, secundum decreta romanorum imperatorum Justiniani, Valentiniani, Theodosii, et ceterorum, caecidit, jugulavit, suspendit, et exsilio relegavit. Quae si non faceret, impius, injustus, crudelis, tyrannus esset. Ma Carlo Magno non fece così; ed Ermanno Contratto scrive [Hermannus Contractus, in Chronic.] che Ottone Romam veniens injurias domini papae graviter in auctoribus sceleris, partim exsiliis, partim patibulis, variisque poenis et abominationibus judicavit. Non ha conosciuto il cardinal Baronio, e neppur altri, fuorchè il Sigonio, un concilio di assaissimi vescovi italiani ed oltramontani, celebrato sul principio di quest'anno in Roma da papa Giovanni XIII. D'esso ci ha conservata memoria un diploma di Ottone il Grande, con cui vengono confermati tutti i suoi beni e privilegii all'insigne monistero di Subiaco. L'ho io pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. LXV.], e porta queste note: Data tertio idus januarias, anno dominicae incarnationis DCCCCLXVII, imperii vero domni Ottonis piissimi Caesaris V, Indictione X. Dice ivi l'imperadore che Giorgio abbate di Subiaco venit in gremium Basilicae beati Petri [1180] Apostolorum principis, ubi cum domno Johanne XIII papa, sanctae synodo pro utilitate ejusdem ecclesiae, et venerabilium locorum intereramus, circum sedentibus cum ravennate archiepiscopo plurimis episcopis ex romano territorio, atque Italiae, et ultramontano regno, necnon praesente capuano principe, qui et marchio Camerini et Spoletini ducatus. Si noti quest'ultima partita, di cui parleremo fra poco. Del suddetto concilio romano si ha anche da intendere il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], allorchè scrive che Pietro Candiano IV doge di Venezia nell'anno nono del suo ducato, cioè nel presente, mandò per suoi ambasciatori Giovanni Contareno e Giovanni Venerio diacono Johanni papae, et Ottoni imperatori, Romae existentibus in synodo ibi congregata; e che, mostrati, i privilegii della chiesa di Grado, fu decretato in esso concilio ch'essa fosse chiesa patriarcale e metropoli di tutta la Venezia. E lo stesso Ottone le confermò i suoi privilegii con un diploma a parte. Terminato questo concilio, l'imperadore, secondochè s'ha dal Continuator di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.], pel ducato di Spoleti venne a Ravenna, dove celebrò la Pasqua in compagnia del sommo pontefice Giovanni XIII. Actum in loco, qui dicitur sancto Severo, ubi domnus Otto praeerat, X kalendas madii, Indictione X, si legge in uno strumento rapportato dal padre Bacchini [Bacchini, Ist. del Monistero di Polirone, Append.]. Quivi ancora nel mese d'aprile tenuto fu un concilio d'assaissimi vescovi, i cui atti, siccome ancor quelli del concilio romano, non son giunti fino a' dì nostri. Solamente si sa che furono ivi fatti molti decreti ad utilitatem sanctae Ecclesiae; e il Continuator di Reginone scrive che l'imperadore apostolico Johanni urbem et terram Ravennatium, aliaque complura, multis retro temporibus romanis pontificibus ablata reddidit; eumque inde Romani cum magna laetitia remisit. Cioè Ugo, Lottario [1181] e Berengario re d'Italia nulla aveano lasciato godere dell'esarcato ai papi; e lo stesso Ottone ne avea ritenuto anche egli fin qui, oltre al sovrano, l'utile dominio. Per quello che dirò all'anno 970, motivo ci resta di dubitare che Ravenna fosse restituita al papa. Tuttavia Liutprando [Liutprandus, in Legationib.] nell'anno seguente 968 rispose al greco imperadore che l'Augusto Ottone I sanctorum Apostolorum vicariis potestatem et honorem omnem contradidit.

Ciò fatto l'imperadore andò in Toscana, per attestato del Continuatore suddetto. L'Annalista sassone [Annalista Saxo.] aggiugne ch'egli in partes Tusciae et Lucaniae secessit, cioè nel ducato di Benevento. Certo è ch'egli fu in Toscana nel mese di giugno, ciò apparendo da un placito tenuto dal marchese Otberto conte del sacro palazzo, da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. 1. cap. 16.], e tenuto locus nuncupante prope monte Vultrario, quod est infra comitatu voloterense, ubi domnus Hotto imperator Augustus praeerat. Il documento fu scritto anno imperii domni Hottoni imperatore Augustus, et item Hotto filio ejus gratia Dei rex sexto, XII die mense junii, Indictione decima. Se poscia Ottone passasse verso Benevento, nol so dire. Abbiamo bensì un diploma d'esso Augusto presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Benevent., tom. 8.], che cel rappresenta nella stessa città di Benevento nel dì 13 di febbraio dell'anno presente, e ci dà a conoscere ch'egli non andò a dirittura da Roma a Ravenna. Esso privilegio fu dato in favore della chiesa di Benevento: Idibus februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVII, imperii vero domni Ottonis piissimi Caesaris VI, Indictione X. Actum in civitate Beneventi. Ci conduce poi questo medesimo atto ad intendere che Pandolfo Capodiferro e Landolfo III suo fratello già aveano riconosciuto l'alto dominio dell'imperadore sopra i loro principati [1182] di Benevento e Capoa, e s'erano dichiarati suoi vassalli, con abbandonare i Greci. Però Niceforo Foca imperador greco nell'anno seguente ebbe a dire a Liutprando vescovo di Cremona e ambasciator di Ottone [Liutprandus, in Legation.]: Principes autem, capuanam scilicet, et beneventanum, sancti nostri imperii olim servos, nunc rebelles, servituti pristinae (Otto) tradat. Ma Pandolfo la seppe fare da buon mercatante, perchè in ricompensa di questa sua soggezione aveva ottenuto dall'imperadore di esser creato anche duca di Spoleti e marchese di Camerino. Fu di parere Camillo Pellegrino [Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.] che Pandolfo solamente nell'anno 969 conseguisse così buon boccone. Ma ci restano documenti sicuri, indicanti che prima anche dell'anno presente, egli arrivò a conseguirlo. L'abbiam poco fa veduto intervenire al concilio romano nel dì undici di gennaio del presente anno con i titoli di duca e marchese. Oltre a ciò, nelle giunte da me fatte alla Cronica casauriense [Chron. Casauriense, P. II, tom, 2 Rer. Ital.] abbiamo un bel placito, tenuto in villa Mariani, campo juris proprietatis sanctae Firmanae ecclesiae, residente Pandulfo duce et marchione, e scritto anno ab Incarnatione Domini Jesu Christi DCCCCLXVII, et imperante domno Ottone imperatore Augusto, anno imperii ejus VI, mense februario, per Indictionem X. Il nome di duca e di marchese riguarda il ducato di Spoleti e la marca di Camerino, nella quale era compresa la città di Fermo, trovandosi anche la stessa marca talvolta appellata marca di Fermo. Leggesi un altro placito nella Cronica del Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], tenuto nell'anno seguente in territorio marsicano, che era allora parte del ducato di Spoleti, ubi sedebat domnus Pandolfus gloriosus princeps (di Benevento, oppur solamente di Capoa), dux (di Spoleti) et marchio (di Camerino) scritto in anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCLXVIII, [1183] anno imperii magni Ottonis Augusti in anno septimo, et Otto imperatoris filius insimul cum eo in anno primo, et IV kalendas septembris, Indictione undecima. Di qui ancora si scorge che Pandolfo non aspettò l'anno 969 per acquistare i governi di Spoleti e di Camerino. Era stato ne' tempi del re Ugo in possesso di questi due stati Uberto duca e marchese di Toscana suo figlio bastardo. Quando egli ne decadesse, e se per cagion del suo esilio, oppure per la sua morte, non si sa; e noi troviamo ben imbrogliata la storia de' suoi ultimi anni e il tempo della morte sua; del che ho io parlato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 15.]. Quel che è certo, Ugo suo figliuolo a lui succedette nel ducato della Toscana (non so dire in qual anno preciso), ma non già in quello di Spoleti, e neppur della marca di Camerino, quantunque col tempo egli arrivasse a dominar ancora in quelle contrade. Ci vien poi dicendo il Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.] che tanto papa Giovanni XIII, quanto l'imperadore scrissero lettere al giovane re Ottone II, invitandolo per la festa del santo natale a Roma.

Impiegò Ottone II alcuni mesi per mettere in buon ordine gli affari di Germania, al qual fine tenne anche una dieta de' principi in Vormazia. Ed essendosi finalmente messo in viaggio nel mese di settembre, accompagnato da Guglielmo arcivescovo di Magonza suo fratello, solennizzò la festa di san Michele in Augusta. E qui termina la continuazione degli Annali di Reginone. Seguita a dire l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] ch'esso re per la valle di Trento calò in Italia, e trovò in Verona l'Augusto suo padre, con cui celebrò la festa dell'Ognissanti. Poscia passando per Mantova, ed imbarcatisi in Po, giunsero a Ravenna, e dopo essersi fermati quivi per alquanto tempo, ripigliato il viaggio, arrivarono a Roma XI kalendas januarii nel dì 22 di dicembre; ma dee [1184] dire IX kalendas, cioè nel dì 24, incontrati tre miglia fuori di Roma dai senatori colle scuole portanti le lor croci ed insegne, e cantanti le lodi dell'imperadore. Si trovò papa Giovanni nelle scalinate di san Pietro a riceverli. Nel seguente giorno, cioè nella festa del santo Natale, Ottone II nella basilica vaticana fu proclamato imperadore Augusto, e ricevette dalle mani di papa Giovanni l'unzione e corona imperiale con gran plauso ed allegria non meno dei Tedeschi che dei Romani. Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 2.] all'incontro scrive che Ottone suo padre non si trovò allora in Roma: Æquivocus imperatoris junior, Otto, quem peperit inclyta mater Adelhaidis, in nativitate domini Romae imperator effectus est, patre jubente, ac tunc in Campania juxta Capuam commorante. Nè si dee tralasciare, che stando nell'aprile di quest'anno Ottone il Grande in Ravenna [Continuator Rheginonis in Chronico.], Niceforo Foca imperador de' Greci gli spedì degli ambasciatori con diversi regali, chiedendo pace ed amicizia con lui. Furono assai onorevolmente accolti e rispediti, forse con sole buone parole; perchè l'imperadore covava delle pretensioni sopra gli stati chiamati ora il regno di Napoli. Tuttavia, sperando egli di far meglio questo affare con inviare i suoi ambasciatori alla corte di Costantinopoli, scelse per tale incumbenza Liutprando vescovo di Cremona, a cui non mancava la lingua in bocca. Questi nell'anno susseguente s'incamminò a quella volta, portando specialmente la commission di chiedere per moglie del cesareo figliuolo Ottone Teofania figliuola di Romano juniore, già imperador d'Oriente. Sotto quest'anno scrive Lupo protospata: [Lupus Protospata, in Chronico.] Descendit Otho rex et senex, pater Othonis regis, qui pugnavit cum Bulcassimo Saracenorum rege, et interfecit eum, et in eo praelio perierunt quadraginta millia hominum. Ma pretende Camillo Pellegrini che questa sì strepitosa vittoria, in tempi tali [1185] non conosciuta da verun altro storico, sia narrata fuor di sito (siccome credo io che nel gran numero di que' Saraceni ammazzati il protospata slargasse esorbitantemente la bocca), e s'abbia essa da riferire all'anno 981, e a' tempi di Ottone II Augusto. Appartiene al presente anno un diploma [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato.] di Ottone I, in cui dona molte corti ad Aledramo ossia Aleramo marchese, il quale vien creduto che fosse il primo marchese della marca del Monferrato. Da lui poscia discese la famiglia di quei principi che fecero risonare il suo nome non meno in Occidente che in Oriente.


   
Anno di Cristo DCCCCLXVIII. Indiz. XI.
Giovanni XIII papa 4.
Ottone I imperadore 7.
Ottone II imperadore 2.

Ci resta la descrizione dell'ambasciata fatta da Liutprando vescovo di Cremona a Niceforo Foca imperadore di Oriente, a nome dei due Ottoni imperadori d'Occidente [Liutprandus, in Legation.], ed è un pezzo stupendo per que' secoli d'ignoranza, che fa più che mai conoscere quanto fosse spiritoso e lepido l'ingegno di questo vescovo. Giunse egli nel dì 4 di giugno del presente anno a Costantinopoli; fu mal ricevuto, maltrattato in varie maniere a quella corte. S'ebbe a male Niceforo Foca che Ottone s'intitolasse imperadore de' Romani, perchè, secondo lui, dovea chiamarsi solamente re, pretendendo riserbato a sè solo il titolo d'imperadore: pretensione che saltò fuori anche a' tempi di Lodovico II imperadore. Andò parimente in furia contra di papa Giovanni, il quale avea spedito anch'egli de' legati con lettere esortatorie per le nozze proposte con Ottone II chiamato imperadore. Ma quel che più scottava il greco Augusto Niceforo, a noi dipinto (non so se [1186] con tutta verità) da Liutprando come uomo a cui niun vizio mancava, era l'aver già inteso che i principi di Benevento e di Capua, in addietro vassalli e tributarii dei greci imperadori, si fossero sottomessi all'imperadore Ottone; e tanto più perchè era insorta paura che Ottone potesse e volesse anche toglier ai Greci gli stati dipendenti da essi in Puglia e in Calabria. Si vede da questa relazione che Adalberto e Corrado figliuoli del già re Berengario, erano ricorsi alla corte greca, e le faceano credere d'avere in Calabria o in Puglia sette mila corrazzieri da unire coll'armata navale che Niceforo pensava di spedire in Italia contro gli sforzi d'Ottone Augusto. Fra le molte insolenze, vanti e spropositate cose che Niceforo imperadore, o i suoi ministri dissero a Liutprando, il più ridicolo fu l'aver eglino preteso, che se Ottone voleva pure per moglie del figliuolo la regal principessa greca Teofania, avesse da cedere al greco augusto l'esarcato di Ravenna, Roma col suo ducato e il resto del paese, cioè Benevento e Capua, sino ai confini degli stati goduti dai Greci in Puglia ed in Calabria. Oppure, se cercava solo amicizia, senza trattar di parentela, che lasciasse libera Roma, cioè ch'egli si spogliasse del titolo e diritto imperiale sopra di Roma. Poichè per altro intendeva il greco imperadore di restituire ai papi tutto quel che loro era dovuto, purchè potesse ricuperare la sovranità sopra di Roma, e l'antica pretesa autorità nell'elezione dei nuovi papi. In questo mentre avvertito l'imperadore Ottone dell'indegno ricevimento del suo ambasciatore in Costantinopoli, e che Niceforo in vece di pace voleva guerra, e dava ricovero ad Adalberto e Corrado nemici suoi, e metteva in ordine una flotta, per inviarla contra di lui in Italia: vedendosi invitato al suo giuoco, senza perdere tempo, andò a mettere il campo sotto Bari, città allora sottoposta ai Greci. Di questo assedio fa menzione lo stesso Liutprando, ma con soggiugnere [1187] che alle sue preghiere Ottone l'avea poi levato:

Induperator enim Barium conscenderat Otto,

Caede simul, flammisque sibi loca subdere tentans

Sed precibus remeat romanas victor ad urbes

Inde meis:

Si dovea trovar in affanni Liutprando al veder cominciata la guerra, quand'egli era tuttavia in mano de' Greci che poteano voler vendicarsi sulla di lui persona. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] scrive che Ottone Apuliae fines venit, et valide eam dimicavit, et civitatem Bari aliquantulum obsedit, et quantum valuit undique constrinxit. Forse interpretando il Sigonio [Sigon., de Regno Ital. lib. 7.] alcune parole di Sigeberto storico, prese occasione di scrivere che i principi di Benevento e Capoa, ribellatisi ad Ottone, furono in aiuto de' Greci, e che dipoi astretti dalla forza tornarono all'ubbidienza dell'imperador latino. Ma Liutprando nella relazion della sua ambasciata, e i placiti di Pandolfo, da me rammentati all'anno precedente, fanno abbastanza intendere che esso Pandolfo e Landolfo suo fratello osservarono una buona armonia coll'Augusto Ottone, nè punto a lui si ribellarono in questi tempi. Cosa operassero in congiuntura di tali turbolenze i due figliuoli del fu re Berengario, non apparisce. Arnolfo storico milanese del secolo susseguente racconta [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 8, tom. 4 Rer. Ital.] che Corrado, si quietò, perchè Gotifredo creato dipoi arcivescovo di Milano nell'anno 975, oppure Ottone II imperadore gli dovette accordar qualche stato o pensione. Ma Adalberto non volle mai ascoltare trattato alcuno d'accordo, e finchè visse fu in armi contro gli Ottoni Augusti. Dei figliuoli di Berengario così scrive il suddetto Arnolfo storico: Quorum Widone interfecto, Conone pactione quieto, Adelbertus ceteris animosior diebus vitae [1188] omnibus factus est in diversa profugus. Contra di questi ebbe molta guerra il suddetto Gotifredo arcivescovo di Milano, siccome prelato molto fedele agl'imperadori Ottoni.

Appartiene all'anno presente, e non già all'antecedente, come immaginò l'Annalista sassone, una lettera scritta da Ottone primo Augusto ai baroni di Germania XV kalendas februarii in Campania juxta Capuam, e riferita da Witichindo [Witichindus, Annal., lib. 3. Annalista Saxo.], in cui fa loro sapere che aspettava gli ambasciatori del greco imperadore, con apparenza che venissero a chieder pace. Ma se altramente accadesse, sperava di tor loro coll'armi la Puglia e la Calabria. Che se poi si accordassero, e gli concedessero la moglie richiesta pel figliuolo, allora egli pensava di passare colle milizie sino a Frassineto, per isnidar di colà i Saraceni spagnuoli. Pareva che, secondo la relazion di Liutprando [Liutprand., Hist. lib. 5, cap. 5 et 7.], da noi veduta di sopra all'anno 942, avessero i Mori abbandonato quel sito; ma di qui si scorge che tuttavia ne erano in possesso, e che i lamenti dei popoli circonvicini aveano mosso l'animo di Ottone il Grande a liberarli da que' malandrini: il che poi non eseguì per la guerra insorta coi Greci, e per altri disturbi suoi. In fine d'essa lettera scrive Ottone: Filius noster in Nativitate Domini coronam a domno Apostolico in imperii dignitatem suscepit: parole che compruovano scritta quella lettera nel gennaio dell'anno presente. Nel dì primo di luglio parimente di quest'anno diede esso imperadore in favore del monistero di Monte Casino un diploma, accennato da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 4.] e pubblicato dal padre Gattola [Gattola, Histor. Monaster. Casinens. P. I.], con queste note: Data die kalendas julias anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo septimo, imperii vero domni Ottonis serenissimi Caesaris septimo, Indictione [1189] XI. Actum in Monte, ubi Staphulo Regis dicitur. L'anno VII di Ottone coll'indizione XI chiaramente indicano l'anno presente 968, e pure ivi si legge 967. Altro non si può pensare, se non che o il documento non sia autentico, e che l'antico copista sbagliasse scrivendo nongentesimo sexagesimo septimo in vece di dire octavo, oppure disattentamente copiasse il numero romano DCCCCLXVIII tal quale forse stava notato nell'originale; oppure che il cancelliere abbia fallato nell'anno, e forse anche nel nome del luogo il quale in un altro diploma, dato da esso Augusto al monistero di San Vincenzo del Volturno nel dì precedente di questo medesimo anno, vien chiamato Stabulum Regis. Le note di quest'altro diploma sono [Chron. Volturn., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]: Data pridie kalendas julias, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVIII, imperii vero domni Ottonis serenissimi Caesaris septimo, Indictione XI. Actum in Monte, ubi Stabulo Regis dicitur. Di simili sbagli commessi nelle segreterie e cancelliere de' principi, ne abbiamo più di un esempio; ed io tengo un breve originale di Sisto IV papa, scritto pontificatus nostri anno tertiodecimo, die VII aprilis MCCCCLXXXXIIII, quando ha da essere MCCCCLXXXIIII. Sul fine di quest'anno tornò indietro dalla sua ambasciata Liutprando vescovo di Cremona, mal soddisfatto dei Greci, e più del loro imperadore. Venne anche a morte Landolfo III principe di Benevento a Capoa [Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. Benchè lasciasse figliuoli, suo fratello Pandolfo Capodiferro occupò tutti gli stati dianzi da lui posseduti, con che crebbe di molto la di lui potenza. In questi tempi fu creato duca di Amalfi Mastaro juniore, fratello del precedente Mastari, e tenne quel governo solamente quattro anni, come si ricava dalla Cronichetta amalfitana, da me data alla luce [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 120.].

[1190]


   
Anno di Cristo DCCCCLXIX. Indiz. XII.
Giovanni XIII papa 5.
Ottone I imperadore 8.
Ottone II imperadore 3.

Secondo l'Annalista Sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], Ottone il Grande, dopo aver solennizzata la festa del santo Natale dell'anno precedente nella Puglia, fermossi tuttavia in quelle parti, e celebrò la Pasqua dell'anno presente in Calabria. Sono affatto scuri i fatti d'esso Augusto in quelle parti, dove egli si tratteneva, perchè tuttavia durava la guerra coi Greci, nè voleva egli permettere che i principi di Benevento e di Capua, divenuti suoi vassalli, restassero esposti allo sdegno dell'imperadore di Oriente. Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.] attribuisce a quest'anno una vittoria riportata sopra i Greci in Calabria da Guntero e Sigefredo uffiziali dell'Augusto Ottone. Che vittoria fosse questa, lo dirò fra poco. Lupo protospata [Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.] altro non dice sotto quest'anno, se non che introivit Otho rex in Apuliam mense martii; obsedit civitatem Bari irrito conatu. Abbiam veduto che ciò succedette nell'anno antecedente. Aggiunge: Et in alio anno intravit in Calabriam mense octobris, et sol obscuratus est mense decembris. Pare che questo accadesse nell'anno presente. In fatti abbiamo presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.] un suo diploma, dato XIV kalendas maii, anno Incarnationis dominicae DCCCCLXIX, anno vero domni Othonis serenissimi Augusti, octavo Indictione XII. Actum in Calabria in suburbio Cassano. In esso, a petizione di Uberto vescovo di Parma ed arcicancelliere, conferma Ottone ad Ingone suo vassallo tutti i beni da lui goduti in comitatibus bulgariensi, laumellensi, plombiensi, mediolanensi, evoriensi, papiensi, placentino, parmensi: e dice fra le altre cose: Cum nos in Calabria [1191] residebamus in confine atque planicie, quae est inter Cassanum, et Petram Sanguinariam, ibique nostro imperiali jure nostris fidelibus tam calabris, quam omnibus italicis, francisque atque theutonicis leges praeceptaque imponeremus, ec.; il che ci fa intendere la sovranità imperiale in quelle parti, senza che ivi si parli punto di alcun altro diritto o pretensione dei romani pontefici. Leggesi un altro diploma, spedito da esso Augusto in confermazione de' beni e privilegii del monistero di Casauria, dato kalendis maii, coll'altre note suddette [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Actum in suburbio Bivino oggidì Bovino. Trovasi in questi tempi Giovanni duca e console di Gaeta [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Append.], cioè principe di quella città, ma dipendente dai greci Augusti. Ora per tornare alla vittoria che dissi riportata dall'imperadore in Calabria, Witichindo [Witichinius, Hist., lib. 3.] e Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 2.] la raccontano in questa maniera. Fecero credere i Greci ad Ottone Augusto d'aver condotta la principessa richiesta in moglie pel giovinetto Ottone II; perlochè egli inviò in Calabria molta nobiltà con alcuni reggimenti di soldati a riceverla. Quando questi si credevano d'essere iti a far feste, all'improvviso i Greci si scagliarono loro addosso, non pochi ne uccisero e molti ne presero, che inviarono prigioni a Costantinopoli, con dar anche il sacco a tutto il loro bagaglio. Se a questo avviso fumasse per la collera Ottone il Grande, ci vuol poco a figurarselo. Diede ordine immantinente a Guntario e Sigefredo, valorosi suoi generali, che col fiore delle sue genti andassero a dimandar conto ai Greci di tanta iniquità. Volarono questi, sorpresero l'armata nemica; ne fecero gran macello, e a quanti presero tagliarono il naso, lasciandoli poi ire a lor comodo dove voleano. Posero in contribuzione tutta quella parte di Calabria e Puglia che apparteneva ai Greci, e carichi di bottino, d'allegria e di gloria se [1192] ne tornarono all'imperadore. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salernit., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 299.] scrive che Ottone Calabriae fines venit, incendiis et depraedationibus eam vehementer afflixit, et millia damna vel oppressiones gessit in principatu salernitano. Gisolfo principe di Salerno tenea allora coi Greci. Pretende Witichindo che questa nuova portata a Costantinopoli servisse di motivo al popolo di congiurare unitamente coll'iniqua imperadrice contra di Niceforo Foca imperadrice d'Oriente, a cui levarono la vita. Ma da altre cagioni ebbe origine la morte inferita nel dicembre di quest'anno a Niceforo: sopra di che si possono vedere gli storici greci [Curopalata. Leo Diacon. Cedrenus. Zonaras.]. Lupo protospata, Sigeberto ed altri il fanno ucciso nell'anno seguente, e questa sembra opinione meglio fondata. In luogo suo salì sul trono Giovanni Tzimisce, che ebbe assai a cuore di trattar d'amicizia con Ottone Augusto.

Tenuto fu quest'anno un concilio in Roma da papa Giovanni XIII. Gli atti ne sono periti; ma ne resta la testimonianza nella bolla dell'erezione della chiesa di Benevento in arcivescovato, fatta in esso concilio dal papa. Le note cronologiche di quella bolla son queste: [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Episcop. Benevent.] Data VII kalendas junii anno pontificatus domni nostri Johannis XIII papae IV, imperatoris Othonis majoris VII, et minoris II, Indictione XII, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIX. Pandolfo Capodiferro quegli fu che procacciò questo onore alla sua città di Benevento, e adoperò l'intercessione dell'imperadore, praesidentibus nobis, dice il pontefice, in sancta synodo acta ante confessionem beati Petri Apostolorum principis septimo kalendas junias, praesente domno Ottone gloriosissimo imperatore Augusto Romanorum, nostro filio, ec. hortatu benigno ipsius praefati domni Ottonis clementissimi imperatoris Augusti, [1193] ec. intervenientibus Pandulfo beneventanae et capuanae urbium principe, seu Spoleti et Camerini ducatus marchione et duce, simulque et Landulfo excellentissimo principe filio ejus, ec. Sicchè seguitava tuttavia Pandolfo a governare anche Spoleti e Camerino. Di lui racconta l'Anonimo salernitano il fatto seguente [Anonymus Saler., P. I. tom. 2 Rer. Ital. p. 299.]. Dacchè l'imperadore ebbe dato il guasto alla Calabria e al principato di Salerno, se no andò a Ravenna Pandolfo; il pregò di lasciargli un corpo delle sue truppe, per poter tentare qualche altra prodezza contra de' Greci, e l'ottenne. Con questo e co' suoi si portò sotto la città di Bovino; venne alle mani coi Greci, usciti della città, e li sconfisse. Ma sopraggiunto un rinforzo ad essi Greci, si attaccò di nuovo la battaglia, e Pandolfo preso nella mischia (di ciò si può dubitare non poco) fu inviato a Costantinopoli prigione. Dopo ciò Eugenio patrizio generale de' Greci spinse le sue armi contra gli stati di Pandolfo. Prese Avellino, e giunto a Capoa vi mise l'assedio, con saccheggiar intanto il paese e far prigioni quanti gli vennero alle mani. Si prevalse di tal congiuntura Marino duca di Napoli per danneggiare il più che potè il distretto di Capoa. Ma dopo quaranta giorni d'assedio, in cui inutilmente tormentata fu quella città dalle macchine di guerra, i Greci, per timore che non sopraggiugnesse l'armata imperiale di Ottone, se n'andarono con Dio, ritirandosi a Salerno, dove quel principe, cioè Gisolfo, che sembra collegato con essi, fece lor godere un delizioso trattamento. Arrivò in fatti a Capua l'esercito de' Tedeschi e degli Spoletini, e trovando sloggiati i nemici, passò coi Capuani a vendicarsi de' Napoletani. Renderono ben loro la pariglia. Ripresero Avellino, e ne fecero un falò, perchè s'era dato ai Greci spontaneamente. Ad Eugenio, patrizio greco, preso per la sua crudeltà dai suoi ed inviato a Costantinopoli, era succeduto Abdila patrizio. [1194] Questi, con quante forze potè, andò a trovar l'esercito cesareo verso Ascoli. Restò egli ucciso, e sbaragliata la sua gente colla morte di mille e cinquecento persone. Arricchirono forte delle spoglie de' vinti i vincitori. Se è vero tutto questo racconto, e massimamente la prigionia del principe Pandolfo, convien credere che tali fatti accadessero qualche settimana dopo il dì 20 di maggio, in cui abbiamo veduto il medesimo Pandolfo presente al concilio romano.


   
Anno di Cristo DCCCCLXX. Indiz. XIII.
Giovanni XIII papa 6.
Ottone I imperadore 9.
Ottone II imperadore 4.

Celebrò Ottone il Grande, per attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], il santo Natale dell'anno antecedente in Pavia. Del suo soggiorno in quella città anche nel dì 22 di gennaio dell'anno presente resta tuttavia sicura pruova in un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.], dato in favore del monistero veronese di santa Maria dell'Organo, XI kalendas februarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVIIII, imperii vero domni Ottonis VIII, Indictione XIII. Qui l'anno 969 è secondo l'era fiorentina e veneziana, e viene, secondo noi, ad essere l'anno 970, nel cui gennaio correva tuttavia l'anno ottavo del suo impero. Di là poi passò a Ravenna, e quivi solennizzò la Pasqua del Signore. Piaceva non poco all'Augusto Ottone quella magnifica città, e però quivi fece fabbricare un palazzo nuovo per abitazione sua, siccome costa da un placito ch'io ho dato alla luce nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.]. Cotale notizia sembra indicare che Ottone godesse non solamente il diretto e sovrano dominio, ma anche l'utile di Ravenna e del suo esarcato. Se non fosse stato così, difficilmente s'intenderebbe come egli fabbricasse a sè stesso un palazzo in [1195] suolo altrui. Abbiamo da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], che trovandosi in questo medesimo anno nella Romagna il suddetto imperadore, tenuto fu in Ferrara un placito, dove alla presenza di Adalberto vescovo di Bologna, di Uberto vescovo di Forlì, di Giovanni vescovo d'Imola, e di Leone vescovo di Ferrara, Pietro arcivescovo di Ravenna fece istanza di riaver Consandolo, ed altri beni spettanti alla sua chiesa. Vidensque Liuzius episcopus cremonensis (così ancora si chiamava Liutprando allora vescovo di Cremona) ea ad comitatum ferrariensem nulla omnino ex parte posse spectare, nullius juris, nisi ravennatis esse: Eccico nuntius Othonis Augusti pronuntiavit, probavitque, ea ravennatis esse ecclesiae.Liutprando che Eccico, chiamato Ezeca in altri documenti, erano messi spediti dall'imperadore Ottone per conoscere e giudicare intorno a questa differenza; e però scorgiamo l'autorità imperiale in quelle contrade. Da Ravenna portossi dipoi l'imperadore Ottone nel principato di Capua, dove diede un diploma pel nobilissimo monistero di monte Casino [Gattola, Hist. Monaster. Casin.] VIII kalendas junii. Actum in locum ubi Cellice (oppure Sillice) dicitur, capuano territorio. Truovasi poi esso Augusto nel settembre seguente, amministrante giustizia nel ducato di Spoleti. Nelle giunte da me fatte alla Cronica di Casauria [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si può leggere un giudicato del medesimo Augusto, e di Pandolfo duca e marchese di quelle contrade, giacchè questo monarca non isdegnava di assistere in persona ai placiti, e decidere le liti de' sudditi col parere dei ministri. Ivi è scritto, qualiter in territorio marsicano in campo Castiri ad ipsam civitatem marsicanam, dum in placito resideret domnus Otto magnus imperator serenissimus augustus, et Pandulfus dux et marchio pro singulorum hominum justitia fieri facienda, ec. Così usavano allora i monarchi amanti de' suoi popoli; e dovunque [1196] si trovavano, ed anche in campagna, alzavano tribunale, e, sommariamente ascoltate le ragioni delle parti, proferivano la convenevole sentenza. Fu esso placito tenuto ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi anno DCCCCLXX, anno imperii domni imperatoris Ottonis serenissimi Augusti IX, et Ottonis filii ejus III, mense septembri, Indictione XIV, cominciata in esso mese di settembre. Ed è qui considerabile il vedere che a quel medesimo placito assistè Ezeca duca, marchese e conte del palazzo. Non ho saputo immaginar finora, onde costui prendesse i titoli di duca e marchese, perchè chiaro si vede che allora Pandolfo Capodiferro era tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Nè egli si sottoscrive, se non con queste parole: Signum manus Ezecae comitis palatii. Per me penso che ivi sia egli chiamato così in fallo, perchè in un altro simil placito, tenuto nel medesimo luogo e tempo, e pubblicato nella Cronica del monistero di Volturno [Chronicon Vulturnens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], egli interviene, ma con essere solamente intitolato Ezzeca comes palatius, ossia palatii. Convien credere che in questi tempi contro il costume Ottone Augusto avesse due conti del sacro palazzo, essendo indubitato che nello stesso tempo era sostenuta questa medesima carica da Otberto marchese, progenitor degli Estensi. E ciò costa da un suo placito, tenuto in non so qual luogo [Antichità Estensi, P. I, cap. 16.]. Ivi è scritto: Dum in Dei nomine locus, qui dicitur Classo in terra Alberici filio bonae memoriae Aigoni, ubi domnus imperator praeerat, rexidisset in judicio Otbertus marchio et comes palatio, ec. Fu scritto quel giudicato, anno imperii donni Otto filio, ejus Deo propicio, tertio, Indictione quartadecima, cioè nell'anno presente. E notisi che quivi si trovava in persona lo stesso Ottone Augusto.

Se non falla l'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 300.], dovrebbe essere accaduto in [1197] quest'anno ciò ch'egli dopo il racconto dell'anno precedente seguita a scrivere, con dire che l'imperadore Ottone con una copiosa armata si portò ai danni de' Napoletani per gastigarli della crudeltà usata ai Capoani nel tempo del precedente assedio. Allora fu che se gli presentò davanti Aloara moglie di Pandolfo principe di Benevento e di Capua, insieme con Landolfo IV suo figliuolo, già dichiarato collega nel principato dal padre nell'anno 968, e gli raccomandò vivamente il marito, già condotto prigione a Costantinopoli. Ottone per costringere i Greci a liberarlo, o almen per farne vendetta, menò l'esercito in Puglia, fece dare il sacco al paese, e strinse coll'assedio la città di Bovino, i cui borghi furono dati in preda alle fiamme. Ma le mutazioni seguite in Costantinopoli influirono a far cessare la guerra. Perciocchè mentre Pandolfo si trovava ne' ceppi in quella città, Niceforo Foca, il quale si preparava a maggiormente angustiarlo, fu ucciso per congiura dell'iniqua sua moglie, ed alzato al trono Giovanni Tzimisce. Questi non volendo liti coll'imperadore Ottone, fece tosto mettere in libertà Pandolfo ed inviollo in Italia con precedente concerto che facesse desistere dalle ostilità Ottone. Informato dell'arrivo di Pandolfo a Bari, spedì subito l'imperadore ad Abdala patrizio, acciocchè senza perdere tempo gliel mandasse; il che fu eseguito; e tanto si adoperò poi Pandolfo, che Ottone fece fine alla guerra. Quando sussista tutto questo racconto, dovette prima del settembre ritornar libero in Italia esso principe di Benevento e Capoa, giacchè l'abbiamo poco fa veduto intervenire ai placiti tenuti di quel mese in Marsi. Venne dipoi l'imperadore a Roma, e quivi, per attestato dell'Annalista sassone, celebrò la festa del santo Natale. Ma io avrei volentieri veduto il giorno preciso, in cui nell'anno presente da esso Augusto Ottone tenuto fu un placito in Ravenna, rapportato dal padre Mabillone [Mabillon., Annal. Benedict. ad annum 971.], perchè [1198] presente al medesimo si trovò Pandolfo principe e marchese, per confrontare l'asserzion dell'Anonimo salernitano con esso documento. Ho detto di sopra che questo imperadore fece fabbricare un palazzo in Ravenna, e tal notizia vien confermata dal medesimo placito. Eccone le parole: Dum in Dei nomine Otto, divina providente clementia imperator Augustus, resideret in Regia Aula, non longe a moenibus Ravennae urbis sita, quam ipse imperator clarissimus in honorem sui claris aedificiis fundare praeceperat juxta rivum penes muros ipsius civitatis decurrentem, qui dicitur Muro-novo, tunc eo imperatore clarissimo ibi plurima sui imperii ordinante et disponente, ec. Questo soggiorno dell'Augusto Ottone in Ravenna, il palazzo ivi fabbricato, ed altri segni di dominio ivi da lui esercitati e continuati dai suoi successori, siccome vedremo, mi han fatto dubitare più volte se sussista quanto vedemmo di sopra all'anno 967 intorno alla restituzione che si dice da lui fatta a papa Giovanni XIII di Ravenna e del suo esarcato. Ma non ho assai lumi per poter ben decidere su questo punto. Ne parleremo andando innanzi. Diede nel novembre dell'anno presente papa Giovanni XIII in livello la città di Palestrina a Stefania chiarissima senatrice di Roma, come costa dallo strumento da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI, pag. 235.].


   
Anno di Cristo DCCCCLXXI. Indiz. XIV.
Giovanni XIII papa 7.
Ottone I imperadore 10.
Ottone II imperadore 5.

Ottone Augusto il Grande, che, siccome dissi, molto si dilettava di soggiornare in Ravenna, solennizzò in quella città, secondochè attesta l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccard.], la Pasqua dell'anno presente in compagnia dell'imperatrice Adelaide, la quale non si staccava mai dal suo fianco. Era ito a Roma santo Uldarico vescovo [1199] d'Augusta [Vita S. Udalrici, cap. 21 et 22.]. Nel tornare indietro, si portò egli a visitare in essa città amendue quegli Augusti, che con somma divozione e con distinte finezze l'accolsero. Ed è notabile [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] che Pietro arcivescovo di Ravenna in quest'anno circa il mese d'agosto spontaneamente rinunziò la sua chiesa, ed ebbe per successore Onesto arcivescovo. Aveva giù intavolata Pandolfo principe di Benevento la pace fra l'Augusto Ottone e Giovanni Tzemisce imperador de' Greci. Fra le altre condizioni di questo accordo v'era, che il greco Augusto desse in moglie al giovane imperadore Ottone II Teofania, figliuola di Romano juniore, e già imperador d'Oriente, e di Teofania, ossia Teofanone Augusta: il che dovette recar maraviglia ai politici d'allora, stante l'essere Teofania figlia di chi non era più imperadore. Però Ottone Augusto suo padre si crede che spedisse in quest'anno a Costantinopoli degli ambasciatori per prendere e condurre in Italia questa principessa; e, secondo il Sigonio [Sigonius, de Regn. Ital., lib. 7.], fu scelto per questa incumbenza Arnolfo I, creato in quest'anno arcivescovo di Milano. In tale opinione concorse anche il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.]. Ma essi incautamente confusero l'ambasceria di Arnolfo II arcivescovo, succeduta a' tempi di Ottone III, con questi tempi. Non parlano punto di questa funzione incaricata ad Arnolfo gli antichi storici milanesi. Abbiamo all'incontro da Ugo Flaviniacense [Hugo Flaviniacens., Chron. Virdun., p. 166.] che il corpo di san Pantaleone martire fu portato in Germania dall'arcivescovo di Colonia, cioè da Gerone, obtentum dono constantinopolitani imperatoris, quando pro ejus filia Ottoni II in matrimonio jungenda, jussu ejusdem Ottonis ad eumdem imperatorem legatus missus est cum episcopis duobus, ducibus et comitibus. Confessa [1200] Ditmaro [Ditmaros, in Chron., lib. 2.] che non mancarono persone nella corte dell'imperadore, che non solo disapprovarono questo maritaggio, forse per la ragione suddetta, o perchè parea loro che, stante questa lega ed amistà coi Greci, non sarebbe più permesso ad Ottone di togliere ad essi gli stati da loro goduti in Puglia e Calabria, come essi desideravano. Ma Ottone il Grande, senza far caso del loro parere, andò innanzi, e volle che si eseguisse il trattato, perchè verisimilmente egli pensava di maggiormente fiancheggiar le sue pretensioni colle ragioni di questa nuora; e ne vedremo anche gli effetti. Narra sotto quest'anno il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Pietro Candiano IV doge di Venezia, Vitale patriarca di Grado suo figliuolo, Marino vescovo olivolense, cioè di Venezia, e gli altri vescovi, clero e popolo di Venezia, per soddisfare all'imperador di Costantinopoli, il quale pensava a ricuperar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli, e che avea guerra coi Russiani Moscoviti, a' quali diede in quest'anno una gran rotta, fecero un solenne decreto che niuno de' Veneziani osasse di portar armi, ferro, legnami ed altri militari attrecci ai Saraceni, de' quali potessero valersi contra dei Cristiani, sotto pena di cento libbre d'oro; e chi non potesse pagar con danaro, pagasse colla testa: giustissimo divieto, confermato poi da molti susseguenti editti dei Cristiani, ma mal osservato anche oggidì. Abbiamo dall'Annalista sassone che Ottone Augusto celebrò il santo Natale di quest'anno in Ravenna. E dalla Cronica del monistero mosomense [Dachery Spicileg., tom. 2, novae edition.], che Adalberone arcivescovo di Rems, Natali Domini celebrato (in quest'anno), legatos suos Romam cum literis dirigit ad domnum Johannem papam, cognomento Albam Gallinam, qui a juventutis suae primis annis, reverentiae competentis, et dignitatis angelicae albebat canis. Di costume antichissimo sono i [1201] soprannomi, alcuni de' quali passarono col tempo anche in cognomi, e tale appunto era quel di Gallina bianca applicato a papa Giovanni, perchè fino dalla gioventù ebbe il crine bianco. Di questo uso ho io trattato nelle Antichità italiche [Antiq. Ital., Dissert. LXI et seq.].


   
Anno di Cristo DCCCCLXXII. Indiz. XV.
Benedetto VI papa 1.
Ottone I imperadore 11.
Ottone II imperadore 6.

In Roma celebrò Ottone Augusto la Pasqua dell'anno presente, secondo l'attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccard.]. Colà s'era egli portato per aspettarvi la regal nuora Teofana, o vogliam dire Teofania, che già era pervenuta in Italia con superbo accompagnamento, e magnifici regali da dispensare alla corte cesarea. Ottone le mandò incontro Teoderico vescovo di Metz. Di questo vescovo parla Sigeberto [Sigebert., in Vit. Theoderici I Episcop., Metens.] diacono nella sua vita, allorchè dice: Domno praesule Beneventum veniente, dum nurui imperatoris a Graecia venienti obviam missus esset, ec. Giunse a Roma questa regal principessa, fanciulla di rara avvenenza, e d'ingegno e facondia ben provveduta. Nell'ottava di Pasqua, cioè nel dì 14 di aprile, seguì il solennissimo matrimonio suo con Ottone II Augusto, arridentibus cunctis Italiae Germaniaeque primatibus, come scrive Ditmaro, e si fecero di grandi feste in così lieta congiuntura. Poscia l'imperadore col figliuolo e colla nuora, lasciando l'Italia in pace, s'inviò alla volta della Germania, da cui per tanto tempo era stato lontano. Nel passare per Ravenna, concedette un privilegio chiestogli da Onesto arcivescovo in favore del monistero di Classe [Antiquit. Ital., Dissertat. LXXII.], e dato anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXII, imperii vero [1202] domni Ottonis semper Augusti XI, alterius vero Ottonis V, Indictione XV. Acta Ravennae. Manca il giorno e mese o per dimenticanza del cancelliere, o per inavvertenza del copista. Ma si vede che era tuttavia vivo papa Giovanni XIII, col cui consenso, trattandosi di affare di Chiesa, Ottone proibisce l'alienazion de' beni di quel monistero. Tenne esso papa un concilio in Roma nell'anno presente, ciò apparendo da una sua bolla rapportata dal padre Dachery [Chronic. Monaster. Mosomens., apud Dachery, in Spicileg.], e data anno pontificatus VII, imperii domni Ottonis majoris XI, junioris vero V, in mense aprili, Indictione XV. Solamente pochi mesi dopo questo fatto sopravvisse questo dignissimo papa; e la sua morte, come si ricava dall'epitaffio suo presso il cardinale Baronio [Baron., in Annal. Eccles. ad hunc annum.], accadde nel di 6 di settembre. Ebbe verso il fine dell'anno per successore nella cattedra di san Pietro, non già Dono, come Ermanno Contratto ed altri, seguitati da esso cardinale, hanno scritto, ma, come c'insegna Sigeberto [Sigebertus, in Chronic.] con Martino Polacco [Martinus Polonus, in Chronic.], Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl.] ed altri, Benedetto VI di nazione romano. Durò la vacanza della santa sede circa tre mesi, come osserva il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad hunc. annum.], perchè convenne aspettare l'assenso degl'imperadori che erano allora in Germania. Ho io dato alla luce un placito tenuto nella villa di Gragio da Otberto marchese e conte del sacro palazzo, cioè da uno de' progenitori della casa d'Este [Antichità Estensi, P. I, cap. 16.], anno imperii domni Hottoni undecimo, imperii vero domni Hottoni filio ejus, Deo propitio, quinto, XIII kalendas septembris, Indictione XV, cioè nel dì 20 d'agosto dell'anno presente. Da esso documento risulta ch'esso marchese godeva con titolo di benefizio, secondo la biasimevol usanza di que' tempi [1203] il celebre monistero di san Colombano di Bobbio, a lui conferito de parte domnorum imperatorum.

Intorno a che è da osservare che circa a questi medesimi tempi era abbate di Bobbio Gerberto, di nazione franzese, famoso personaggio per la sua letteratura, per varie sue avventure, e per essere infine, siccome vedremo, giunto a conseguire il pontificato romano. Si sa da una sua lettera [Gerbertus, Epist. 17.], scritta verso l'anno 970, ch'egli fu promosso a quella ricchissima badia da Ottone I imperadore, e ch'egli ricevette il baston pastorale di quel monistero da papa Giovanni XIII. Di grandi vessazioni ebbe quivi Gerberto, e tali, che in fine gli convenne ritirarsi in Germania: il che fu principio della sua fortuna, perchè giunse ad essere maestro di lettere di Ottone III, poscia imperadore, ed entrò in più vaste carriere. Nelle lettere che restano di lui, si scorge che abbondavano i suoi nemici, ma niun vestigio c'è ch'egli si lagni del marchese Otberto, tuttochè per ragione di quell'appellato benefizio questi possedesse una parte delle rendite del monistero. Le sue principali querele erano contra di Pietro vescovo di Pavia, al quale scrive [Idem, Epist. 5.] come ad un usurpatore dei beni appartenenti a quel sacro luogo. A me non è venuta alle mani altra notizia dell'ulterior vita del suddetto principe, cioè del marchese Otberto. Ben so ch'egli nell'anno 975 non si contava tra i vivi, e che lasciò dopo di sè almeno due figliuoli, cioè Adalberto (lo stesso è che Alberto) ed Oberto II, amendue marchesi. Varie pruove ne aveva io addotto nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 15 e 20.], ma più individualmente si raccoglie da uno strumento, esistente nell'archivio archiepiscopale di Pisa, somministratomi dal fu chiarissimo padre abbate camaldolese don Guido Grandi, pubblico lettore in quella università, e da me pubblicato [1204] nelle Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. VII.]. Ivi Adalbertus et Obertus germani marchioni filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio, prendono a livello varii beni da Alberico vescovo di Pisa, regnante domno nostro Otto imperatore Augusto, filio bonae memoriae Ottonis imperator, anno imperii ejus in Italia octavo, idus octobris...... cioè nell'anno 975. Da Oberto II marchese discendono i principi estensi, siccome andremo vedendo. Lasciò Oberto I di grandi stati e beni ai suoi figliuoli, situati specialmente in varii contadi della Toscana, dove poi fu celebre la terra Obertenga. E più che altrove la sua potenza e ricchezza fu nella Luigiana: tutti indizii che Adalberto marchese suo padre discendeva dagli Adalberti da noi veduti duchi e marchesi potentissimi della Toscana, secondo le forti conietture da me recate nelle suddette Antichità [Antichità Estensi, P. I.]. Merita ancora d'essere qui rammentata la distruzione circa questi tempi seguita dei Saraceni, da tanti anni annidati in Frassineto ne' confini dell'Italia, che infestavano il vicinato, e mettevano in contribuzione chiunque osava di passare per le Alpi venendo o andando in Francia. La gloria di averli schiantati di colà è dovuta a Guglielmo conte di Provenza, fratello di Corrado re di Borgogna, che con un forte esercito gli assalì e sconfisse [Odilo et Syrus, in Vita S. Majoli apud Mabill. Annal. Bened.], liberando una volta da sì gran peso quelle contrade. Racconta ancora Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Italic.] un altro fatto d'armi dei Cristiani, succeduto in quest'anno contro i Saraceni di Calabria, che per noi resta involto in molte tenebre: Pugnavit, dice egli, Asto filius Trasmundi marchisi cum quatuordecim millibus Saracenorum. Caytus (sive dux) Bucobolus vocabatur; et Otto in subsidium misit sex millia suos, et vicit Asto persequens Agarenos usque Tarentum. Si dee scrivere Atto [1205] cioè Azzo, il quale ebbe per padre quel Trasmondo che noi vedemmo all'anno 959 duca e marchese di Spoleti: se pure (il che par poco credibile) non parlasse il suddetto autore per anticipazione di Trasmondo, che troveremo creato duca e marchese di que' paesi nell'anno 981, senza apparire se questo fosse diverso dall'altro. La città d'Amalfi ebbe nei tempi correnti per suo duca [Antiquit. Italic., tom. I, pag. 210.] Sergio imperiale patrizio, titolo a lui conferito dai greci Augusti. Salì egli a questa dignità con aver fatto levare la vita a Mastari precedente duca.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXIII. Indiz. I.
Benedetto VI papa 2.
Ottone II imperadore 7 e 1.

Fu questo l'ultimo anno della vita del vecchio Ottone imperadore. Trovavasi egli in Germania; avea celebrato il santo Natale dell'anno addietro in Francfort, la Pasqua del presente in Quintileburg [Witichindus, Ditmarus, Annalista Saxo et alii.], dove ricevette le ambascerie dei Boemi, Greci, Beneventani, Ungheri, Bulgari, Danesi e Slavi. Quivi ancora dimorando confermò i privilegii alla chiesa di Cremona con diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXI.] dato V kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, Indictione I, Imperii domni Ottonis XII, item Ottonis VI. Actum Quintileburg. La morte di Erimanno insigne duca di Sassonia l'attristò non poco. Passò a Merseburg, lasciando dappertutto segni della rara pietà. Giunto a Miminleve, quivi sorpreso o da accidente apopletico, o da altro frettoloso malore, dopo aver ricreata l'anima coi santi sacramenti, la rendè al suo Creatore nel dì 7 di maggio. Principe terror dei Barbari, che per le sue grandi imprese in guerra, per l'amore e propagazion della religione, per lo zelo della giustizia, e per altre luminose virtù, giustamente dopo Carlo Magno si acquistò [1206] il titolo di Grande. Fu portato il suo corpo alla sepoltura in Maddeburgo. Ancorchè Ottone II suo figliuolo già fosse coronato re di Germania e d'Italia, e solennemente creato imperadore de' Romani dal papa; contuttociò i principi della Germania confermarono di nuovo l'elezione sua. Questi, soprannominato il Rosso, nei primi suoi anni lasciossi alquanto trasportare alla via lubrica de' vizii, ma non tardò a rimettersi sul buon cammino. Abbondava allora la Germania di vescovi e di abbati santi che coll'esempio loro ispiravano l'amore delle virtù. Era anche una scuola di santità la stessa sua casa paterna, in cui l'avola Matilde, e la madre Adelaide meritarono d'essere riposte nel catalogo delle principesse sante, per nulla dire del piissimo suo genitore, di Brunone arcivescovo di Colonia suo zio paterno, di Guglielmo arcivescovo di Magonza suo fratello, e d'altri di quella regal famiglia, tutti per la singolare lor pietà e per molte altre virtù commendati nella storia di questi tempi. Godeva nell'anno presente l'Italia un'invidiabil pace. Rapporta Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] gli atti assai logori di un concilio tenuto nel dì 7 di settembre dell'anno presente da Onesto arcivescovo di Ravenna con alcuni vescovi suoi suffraganei e molti nobili nella terra di Marzaglia del contado di Modena vicino al fiume Secchia. Anche il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.] ne fa menzione sotto questo anno, citandone gli atti esistenti nell'archivio de' canonici di Modena, i quali diversi da quei del Rossi furono poi dati alla luce dal vescovo Sillingardi [Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.]. Tali sono le note cronologiche presso il Rossi: Temporibus domni Benedicti apostolici..... ejus in Dei nomine anno primo, imperante domno Othone piissimo anno VI, die nono septembris, Indictione II. Actum in loco, ubi dicitur Martialia, territorio mutinensi. Di qui e da altri atti apparisce che gli anni de' papi, anche fuor degli Stati della [1207] Chiesa, si contavano per venerazione al sommo pontificato. Presso al Sillingardi si leggono queste altre note: Anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, apostolatus domni Benedicti primo, imperii vero domni Othonis octavo, pontificatus domni Honesti ravennatis metropolitani tertio. In loco Marsaglia. Ma qui v'ha qualche sbaglio. In uno strumento del monistero di Subiaco s'incontrano queste note: Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis et universalis papae primo, imperantibus imperatoribus Ottone majori anno XII, et Othone minori ejus filio anno sexto, Indictione I, mense februario, die nona. Camminano ben queste note, perchè non era per anche mancato di Vita Ottone il Grande. Negli atti del Sillingardi litigava Adalberto vescovo di Bologna per alcuni beni pretesi della sua chiesa, e goduti da Uberto vescovo di Parma. In quei del Rossi alcuni nobili ravegnani pretendevano alcuni beni, come lor propri, esistenti nel Bolognese e in altri luoghi della Romagna; e il suddetto vescovo di Parma li sosteneva come a sè spettanti ex investituris magni Othonis imperatoris: il che fa intendere il dominio di Ottone I imperadore nell'esarcato. Uberto per essere stato arcicancelliere di esso Ottone ne dovea aver ben profittato. Morto che fu Ottone, chi si credea gravato gridò. Veggonsi ancora presenti a quel concilio alcuni conti dell'esarcato. Tali soleano denominarsi i governatori delle città del regno d'Italia. Nel suddetto archivio di Subiaco si conserva un'altra bolla con queste note: Data VI kalendas december, per manum Johannis Deo amabilis primicerei summe apostolice sedis, anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali pape in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, imperante domno nostro Ottone piissimo P. P. Augusto, a Deo coronato pacifico imperatore, Indictione II. Se questa indizione ha avuto principio nel settembre, abbiam qui l'anno presente 973, e da tale documento risulta che Benedetto VI [1208] avea dato principio al suo pontificato o sul fine del precedente anno, o sul principio di questo. Può essere poi che a questo medesimo anno appartenga ciò che viene raccontato dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. I. tom. 2 Rer. Italic.], cioè che Pandolfo Capodiferro, principe di Benevento, a cui non uscivano di mente i danni recati dai Napoletani al distretto di Capoa, unito insieme un esercito di Beneventani e Spoletini, andò a devastare il territorio di Napoli. Pensava anche di fare il medesimo giuoco a quel di Salerno; ma eccoti venire Gisolfo I principe di quella contrada con una buona armata de' suoi, e postarsi ad un luogo appellato Fiumicello, dove erano delle buone fosse, anticamente fatte, aspettando a piè fermo i Beneventani. Ciò veduto, Pandolfo se ne tornò a casa, senza recar altra molestia ai Salernitani.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXIV. Indiz. II.
Dono II papa 1.
Ottone II imperadore 8 e 2.

Duravano tuttavia i mali umori in Roma. Ad alcuni potenti non piaceva punto la dipendenza dall'imperador dei Romani, siccome avvezzi, prima che Ottone il Grande mettesse loro la briglia, ad una sregolata licenza in quell'augusta città. Pertanto, cessato che fu il timore d'esso imperadore Ottone per la sua morte accaduta nell'anno addietro, eglino senza mettersi pensiero del regnante imperadore di lui figliuolo, perchè lontano e giovane, passarono ad un'orrida iniquità. Bonifazio soprannominato Francone, figliuolo di Ferruccio, di nazione romano e cardinal diacono, ma uomo scelleratissimo, mise le mani addosso a papa Benedetto VI, cacciollo in prigione, e quivi crudelmente il fece dopo qualche tempo strangolare. Quindi non per legittima elezione, ma colla violenza, vivente anche lo stesso vero papa, occupò il pontificato romano, rendendosi perciò [1209] immeritevole d'essere annoverato fra i legittimi papi. Ma questo pseudo-pontefice e tiranno poco godè il frutto delle sue scelleraggini; perciocchè, secondo Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron., edition. Canis.], post unum mensem expulsus, Constantinopolim postea petiit. Secondo lui, fu Crescenzio figliuolo di Teodota che fece imprigionar Benedetto. Dal Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.] è chiamato Cencio, siccome ancora nella cronica del Volturno. Aggiugne il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] che Bonifazio prima di abbandonare Roma, spogliò del suo tesoro e di tutti i sacri arredi la basilica vaticana, e tutto portò con seco a Costantinopoli, coronando con questo gli altri suoi sacrilegii. Di questo fatto abbiamo anche menzione presso il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. E tali enormità commettevano e commisero anche prima e dipoi i Romani d'allora, contra dei quali sarebbono state più a proposito le doglianze del cardinal Baronio, che contro i principi di que' tempi infelici. Cacciato via l'usurpatore, se crediamo a Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], a Mariano Scoto [Marian. Scottus, in Chron.], a Martino Polacco [Martinus Polonus, in Chron.] e ad altri scrittori, fu alzato al trono pontificale Dono II, delle cui azioni nulla ci ha conservato l'antica storia, la quale anzi è confusissima nell'assegnare il tempo e la successione de' papi d'allora. Abbiamo dal suddetto Dandolo che in quest'anno Ottone II Augusto existens Verhelae (oggidì Verla nella Vestfalia, se pure non è Verda ossia Verden) privilegium concessit Audoino capellano et nuntio Vitalis gradensis patriarchae, confirmans gradensem ecclesiam metropolitanam, exemtiones et immunitates et libertates, quas Otto I eidem ecclesiae concesserat, per privilegium renovavit. Crede lo Struvio [Struv., Corp. Hist. Germ.] che [1210] nell'anno presente venisse in Italia il suddetto Ottone II, e andasse fino in Calabria, con allegare intorno a ciò l'autorità di Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.], il quale scrive: Sequenti anno, defuncto primo Ottone, Otto secundus imperator filius ejus cognomento Rufus, venit Capuam, et abiit Tarentum ac Metapontum, et deinde Calabriam: unde prospere ad sua reversus. Ma è certo che questo imperadore non si mosse di Germania nell'anno presente, perchè quivi impegnato per la guerra insorta fra lui ed Arrigo II il Rissoso, duca di Baviera, suo cugino [Sigebertus, in Chronico.]. Il sequenti anno dell'Ostiense riguarda la succession degli arcivescovi di Capoa, nè altro vuol indicare se non l'anno 980, in cui, siccome vedremo, Ottone II arrivò fino in Calabria. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, qui convien riferire una rivoluzione accaduta nel principato di Salerno, e narrata dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. Avea Gisolfo I principe di Salerno non solamente accolto, ma eziandio colmato di beni e d'altri benefizii Landolfo figliuolo di Atenolfo II principe di Benevento e suo cugino. Costui con esecrabil ingratitudine, sul fine dell'anno precedente, una notte con assai congiurati fece prigione il suo benefattor Gisolfo e la principessa Gemma di lui moglie, con varii loro attinenti, ed usurpossi il principato di Salerno. Marino duca di Napoli, Monsone duca di Amalfi teneano con esso Landolfo. Ne era afflittissimo il popolo di Salerno, perchè non poco amava il suo principe Gisolfo. Riuscì in quest'anno ad alcuni parenti del principe medesimo di muovere Pandolfo principe di Benevento in aiuto di lui, giacchè esso Pandolfo non avea caro che Landolfo suo parente alzasse la testa. Ed in fatti portatosi egli con un potente esercito sotto Salerno, talmente strinse quella città, che l'usurpatore coi suoi fu necessitato a capitolare. Fu rimesso in libertà [1211] Gisolfo, e riebbe il dominio suo. Per ricompensa di sì rilevante servigio recatogli da Pandolfo, giacchè non aveva figliuoli suoi proprii, adottò per suo figliuolo Pandolfo ossia Paldolfo, secondogenito del medesimo principe Pandolfo.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXV. Indiz. III.
Benedetto VII papa 1.
Ottone II imperadore 9 e 3.

Diede fine alla sua vita e al suo pontificato in quest'anno, oppure sul fine del precedente, Dono II papa, senza che apparisca notizia alcuna delle azioni sue, e col non essere ancora ben certo il tempo del suo pontificato. Ben si sa da alcune bolle che fu eletto papa in questo anno, se non prima. Benedetto VII, nipote di Alberico già principe o tiranno di Roma e vescovo di Sutri, giacchè più non si faceva conto de' canoni che vietavano ai vescovi il passaggio da una chiesa all'altra. Che egli entrasse nella sedia di san Pietro prima dell'aprile del presente anno, lo pruova il p. Pagi [Baron., Ecclesiast. ad ann. 992.], e possono anche persuaderlo altre memorie che citerò qui sotto all'anno 978. Che v'intervenisse ancora l'assenso e l'approvazione di Ottone II Augusto, asserita da alcuni scrittori, si può dedurre dalla vita di san Majolo abbate di Clugnì, là dove scrive [Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.] che esso imperadore unitamente con sant'Adelaide sua madre fece quanto potè per indurre il santo abbate ad accettar questo sublime impiego per rimediare agli scandali del disunito ed ambizioso popolo romano. Ma egli che cercava d'essere umiliato e non esaltato, tanto si seppe scusare, che si sottrasse alle loro istanze e preghiere: Non longo post tempore, scrive quell'autore, romana sede proprio viduata pastore, idem Dei famulus (Maiolo abbate) Ottonis secundi juncta cum matre prece, Italiam repetere a partibus est coactus Galliae. A matre tunc et filio honore [1212] susceptus dignissimo, ad culmen apostolicae dignitatis precibus impelli coepit continuatis, con quel che segue. Ora non essendo loro riuscito questo intento, fu poi eletto ed intronizzato il suddetto Benedetto VII, il quale non tardò a raunare un concilio, e a fulminar la scomunica contra del vivente e fuggito antipapa Bonifazio. Gerberto arcivescovo di Rems, e poi pontefice romano, negli atti del concilio di Rems, pubblicati dal cardinal Baronio [Syrus, in Vit. S. Majoli apud Mabillon.] così ne parla: Succedit Romae in pontificatu horrendum monstrum Malefacius (così nomina egli l'iniquo Bonifazio), cunctos mortales nequitia superans, etiam prioris pontificis sanguine cruentus. Sed hic etiam fugatus, et in magna synodo damnatus est. Possono tali parole lasciar qualche dubbio che Benedetto VII immediatamente dopo l'espulsione dell'iniquo Bonifazio e non già Dono II, fosse alzato al pontificato. Ma senza miglior lume non si può decidere una tal quistione.

Non s'accordano gli storici tedeschi nell'assegnar l'anno in cui Arrigo II duca di Baviera fu colla forza astretto ad umiliare il capo all'Augusto Ottone II suo cugino. Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] parla di ciò sotto l'anno precedente, Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] sotto il presente, ed Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] più tardi. Oltre a ciò, secondo l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], fece questo imperadore guerra con gran valore e fortuna ai Danesi. Sigeberto ciò riferisce all'anno susseguente. Credesi che presente terminasse il corso di sua vita Arnolfo arcivescovo di Milano, il quale ebbe per successore Gotifredo. Questi, per attestato di Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediolanens., lib. 1, cap. 8.], nipote del suddetto Arnolfo, a tutta prima fu rigettato dal clero e popolo, perchè non era nè prete, nè diacono, ma solamente suddiacono. Finalmente [1213] superò tutti gli ostacoli regiae fidelitatis gratia, perchè o era stato promosso da Ottone II Augusto, o per interposizione di lui si placarono gli oppositori. Questi poi ebbe guerra, come di sopra fu accennato, con Corrado ed Adalberto figliuoli del fu re Berengario, che tuttavia viveano e teneano vive le lor pretensioni. Si quietò Corrado per via d'accordo; ma Adalberto, finchè ebbe fiato, tenne l'armi in mano; tutti fatti, come si può credere, succeduti in Lombardia. Sotto quest'anno ancora notò Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronic.] che Ismael (sarà un capitano dei Saraceni) interfectus est, et Zacherias (sarà un generale de' Greci) Botuntum cepit, cioè la città di Bitonto, in cui forse prima dominava Pandolfo principe di Benevento: notizie troppo scure per poter conoscere la storia di que' paesi. E il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital. lib. 7.] parimente nota che Bononienses, orientibus in urbe seditionibus, turres privatas condere; Urbevetani consules creare coeperunt. Ma il Sigonio avrà ciò preso da qualche storia degli ultimi tempi, non punto valevole ad informarci di questi tenebrosi tempi. Che si potesse allora dar principio alle torri private de' nobili nelle città d'Italia, non avrei difficoltà a crederlo. Ma tengo ben certo che niuna per anche delle città d'Italia avea introdotto l'uso de' consoli coll'autorità e balìa che troveremo ne' due secoli susseguenti.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXVI. Indiz. IV.
Benedetto VII papa 2.
Ottone II imperadore 10 e 4.

Dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] sotto il presente anno abbiamo che Arrigo II duca di Baviera, appellato da' moderni il Rissoso, fu posto, come oggidì diciamo, al bando dell'imperio, e privato del ducato, ed anche scomunicato per la sua ribellione all'imperador suo cugino. Ritirossi [1214] egli in Boemia, mettendosi sotto l'ali di Boleslao II duca di quel paese. Prese motivo di qui l'imperador Ottone di far guerra alla Boemia, ma con poca fortuna la fece. Sorpreso dai Boemi un corpo di Bavaresi ch'erano venuti al servigio di Ottone, fu per la maggior parte tagliato a pezzi. A questo avviso, se ne tornò indietro assai confuso l'imperadore, ma pieno di rabbia e di desiderio di vendicarsene. Per testimonianza del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], una fiera tragedia accadde in quest'anno in Venezia. Avea Pietro Candiano IV doge di Venezia sotto varii pretesti ripudiata sua moglie, con obbligarla a farsi monaca nel nobilissimo monistero di san Zaccheria. Quindi passò ad accasarsi con Gualdrada, sorella di Ugo duca e marchese di Toscana, che gli portò in dote assaissimi poderi, servi e serve, verisimilmente verso i confini del Ferrarese. Per difesa di questi beni che erano fuori del dominio veneto, egli assoldò molti soldati italiani: il che accrebbe la sua baldanza in maniera, che cominciò a trattar con troppo rigore il popolo di Venezia, ed attaccar facilmente brighe coi vicini. Dicono ch'egli ferrariensis castelli populum debellavit; opiterginum quoque castrum igne comsumtum devastari jussit; nonnullaque alia se objurgantibus aspera intulit. Ma finì male l'alterigia sua. Venuto egli in odio a tutto il popolo, e formata una congiura contra di lui, questa scoppiò nell'anno presente. L'assalirono un dì, e perchè non poteano espugnare il palazzo, dov'egli si difendeva con alquanti soldati, seguitando lo sconsigliato parere di Pietro Orseolo, vi attaccarono il fuoco. Le fiamme non solamente distrussero il palazzo, ma anche le chiese di san Marco, di san Teodoro e di santa Maria Zobenigo, e più di trecento case. Pietro doge nel fuggire fu preso, e unitamente con Pietro suo figliuolo infante trucidato dai principali della città. Nel dì 12 d'agosto fu eletto doge il suddetto Pietro Orseolo, personaggio di rara pietà e di costumi [1215] veramente cristiani, il quale s'applicò tosto a rifare il palazzo ducale e il tempio di san Marco, e a governare con singolare carità e giustizia il popolo suo. Da san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vita Sancti Romualdi.], che narra questo avvenimento, tali notizie prese lo stesso Dandolo. E merita d'essere notato dirsi dal medesimo san Pier Damiano che Pietro Orseolo dalmatici regni adeptus est principatum, ovvero, ch'egli dalmatici ducatus gubernabat habenas; il che potrebbe far credere che i Veneziani già fossero in possesso della Dalmazia. Ma noi vedremo che molto più tardi la Dalmazia venne sotto il dominio dei Veneziani. Il Damiano per anticipazione parlò così, perchè a' suoi giorni la Dalmazia ubbidiva a quell'inclita repubblica. Veggasi qui sotto all'anno 997. All'anno presente notò Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che obsederunt Saraceni Gravinam, sed irrito conatu; e che Giovanni Zimisce imperador glorioso de' Greci diede fine alla sua vita, con succedergli Basilio e Costantino, figliuoli di Romano juniore già imperadore: il che viene attestato anche da altri scrittori delle cose greche: nè si dee tralasciare che nell'anno presente stabilì pace e lega Sicardo conte, e tutto il popolo della città di Giustinopoli, oggidì Capodistria, col suddetto Pietro Orseolo, appellato ivi gloriosissimus Venetiarum dux. Lo strumento rapportato dal Dandolo ha le seguenti note: Imperante domino nostro domino Ottone serenissimo imperatore anno quarto (coll'epoca incominciata dopo la morte del padre) XII mensis octobris, Indictione V, cominciata nel settembre; e perciò nell'anno presente, e non già nell'anno secondo, come pensò il Dandolo, perchè sussiste che egli fosse creato doge nel presente. Di qui poi abbiamo che l'Istria tuttavia riconosceva l'imperador d'Occidente per suo sovrano.

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Anno di Cristo DCCCCLXXVII. Indiz. V.
Benedetto VII papa 3.
Ottone II imperadore 11 e 5.

Cominciarono almeno in quest'anno, e continuarono nel seguente, le discordie fra Ottone II Augusto e Lottario re di Francia, a cagion del ducato della Lorena. Non sono concordi gli antichi storici, cioè Ermanno Contratto, Sigeberto, l'Annalista sassone ed altri, in assegnare i tempi di quelle militari imprese. L'Annalista suddetto [Annalista Saxo, apud Leibnitium et Eccardum.] racconta sotto il presente anno, ed altri sotto il seguente, ciò ch'io sono ora per dire. Perchè Lottario avea data la Lorena a Carlo suo fratello, e questi s'era collegato coll'imperadore, Lottario in collera portò l'armi sue in Lorena, e dato il sacco al palazzo di Aquisgrana, sedia del regno, e ad altri luoghi, se ne tornò indietro. Ottone irritato forte da queste violenze del re suo cognato, per attestato di Sigeberto [Sigebertus, in Chron. ad ann. 978.], cum inestimabili exercitu prosecutus, condicto die, scilicet kalendis octobris Franciam intravit, quam usque ad kalendas decembris pervagatus, fines Remensium, Laudunensium, Suessionum, et Parisiensium, diversa caede vastavit, ecclesiis tantum Dei omnium immunitate concessa. L'Annalista sassone scrive ch'egli usque Parisius nullo sibi obsistente pervenit. Ma nel tornare indietro, allorchè ebbe da valicare il fiume Assona, colto dall'armata di Lottario, vi perdè buona parte del bagaglio e della preda. Lascerò ch'altri decida, se questa guerra appartenga al presente o al susseguente anno. Secondochè scrive il suddetto Annalista, prima che seguisse questa rottura fra l'imperadore e il re Lottario, il deposto duca di Baviera Arrigo II occupò la città di Passavia. Vi accorse Ottone Augusto, assediò lui nella medesima, e in fine l'obbligò a [1217] sottomettersi al suo volere. E Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] lasciò scritto a questo medesimo anno: Incenderunt Agareni civitatem Oriae, et cunctum vulgus in Siciliam deduxerunt. Altri tengono succeduto più tardi questo fatto. Vien rapportato dal Margarino [Margarin., Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LVIII.] un diploma di Ottone II Augusto, come spettante all'anno presente, colle seguenti note: Datum IV nonas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVII, Indictione V, regni vero domni Ottonis XVI, imperii XI. In esso dichiara egli conte di Bobbio l'abbate di quell'insigne monistero, come erano stati in addietro altri abbati. Ma altrove [Antichità Estensi. P. I, cap. 21.] ho io dubitato della legittimità di questo diploma, al vedere sì anticamente investito l'abbate per annulum aureum de jam dicto comitatu, e al trovar qui l'anno XI dell'imperio, il quale cominciava a decorrere solamente nel Natale dell'anno presente. Però l'Ughelli tralasciò l'anno di esso imperio, ed aggiunse: [Ughell., Ital. Sacr., 4 in Episcop. Bobiens.] Actum Noviomaga in palatio imperatoris. Sono ivi citati per testimonii l'arcivescovo di Magonza, Rinaldo vescovo di Pavia, Giovanni vescovo di Piacenza, ed altri. Non si solevano allora registrar ne' diplomi imperiali i nobili testimonii. Tal costume fu introdotto più tardi. Vescovo era allora di Piacenza Sigolfo e non Giovanni, come s'ha dalle carte accennate dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], il quale stranamente si studia d'accordare con esse l'anacronismo di questo diploma. Comunque sia, quivi s'incontrano le seguenti parole: Quaecumque igitur Adalbertus vel Opizo marchiones, vel eorum sequaces, in praefato comitatu, et ejus pertinentiis agere vel facere praesumpserunt, nisi de expressa licentia et libera voluntate comitis memorati, volumus irrita fieri atque cassa. Abbiamo veduto all'anno 972 provato con un autentico strumento, ed io ho prima d'ora con [1218] altre pruove nelle Antichità estensi dimostrato, che fiorivano in questi tempi Adalberto ed Oberto II marchesi, figliuoli del marchese Oberto I, dal secondo dei quali discende la nobilissima casa d'Este. E in una pergamena lucchese dell'anno 1011 s'incontra [Antichità Estensi, P. I. cap. 16.] Adalbertus marchio filio bonae memoriae Oberti, qui Oppitio: del che fo io menzione, acciocchè si sappia che il medesimo Oberto II era anche appellato Obizzo. Nella stessa maniera s'incontrerà Adalbertus, qui et Azzo, ed altri simili esempli si truovano nelle memorie di quei tempi. Però Azzo ed Obizzo divennero poi nomi de' principi estensi susseguenti, e andarono a poco a poco in disuso quei di Oberto e di Adalberto, che è lo stesso che Alberto.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXVIII. Indiz. VI.
Benedetto VII papa 4.
Ottone II imperadore 12 e 6.

Agli anni precedenti e a parte ancora di questo appartiene un racconto di Andrea Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]. Scrive egli che Vitale patriarca di Grado, figliuolo dell'ucciso doge Pietro Candiano IV, per consiglio di alcuni Veneziani, Saxoniam ad Imperatorem properans, de occisione sui genitoris quaerelam exposuit, et remedium imploravit. Quem imperator devote suscipiens sibi condoluit, et eum secum manere rogavit. Aggiugne appresso che anche Gualdrada già moglie d'esso doge ucciso, e sorella di Ugo duca e marchese di Toscana, lege salica desponsata, perchè veramente discendente da padre ed avolo franzesi, fece anch'ella ricorso con buone raccomandazioni alla imperadrice Adelaide, per inquietare il doge novello e i Veneziani. Ma Pietro Orseolo doge destramente trattò con essa imperadrice, e per via d'una composizione quietationem obtinuit subsequenter, per imperatricem approbatam Placentiae, Dominico Carimano Venetorum nuntio procurante. Abbiamo dall'Annalista [1219] sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.] che in quest'anno Adelheidis imperatrix cum filia Athelheide abbatissa in Italiam profecta est propter quasdam discordias inter se et filium factas. Però si può credere che in questi tempi seguisse l'accordo suddetto approvato in Piacenza dalla suddetta Augusta. Noi abbiamo da Siro monaco [Syrus, in Vit. S. Majoli apud Mabill.] che Ottone II Augusto concepì tanta alterazion d'animo contra della piissima imperadrice sua madre, quasi in rei publicae dilapidatricem, forse perch'ella spendeva molto in limosine, e in ornare o dotar le chiese. Ma Odilone abbate di Clugnì [Odilo, in Vit. S. Adelheidis.] nella vita di questa santa imperadrice scrive, che non mancando alla corte chi la metteva in disgrazia del figliuolo Augusto (e fra queste si può sospettare, per quanto dirò altrove, che vi entrasse la nuora Teofania), essa Adelaide non in Italia si ritirò, ma bensì nel paterno regno della Borgogna, ubi a fratre scilicet Chuonrado (re di quella contrada), et nobilissima Mathilde ejus conjuge, fu ben ricevuta. E perciò tristabatur de absentia ejus Germania; laetabatur in adventu ejus tota Burgundia; exultabat Lugdunum, quondam philosophiae mater et nutrix: necnon et Vienna nobilis sedes regis. Da ciò inferisce il padre Mabillone che s'ingannasse l'Annalista suddetto sì nel raccontar la venuta in Italia di santa Adelaide, come ancora nell'anno, pretendendo egli che ciò seguisse solamente nell'anno 980, in cui san Maiolo abbate riconciliò l'Augusta madre col figlio. Ma avendo noi qui l'asserzione dello storico sassone, e inoltre quella del Dandolo, che dovette prendere la notizia dell'accordo seguito fra Gualdrada e Pietro Orseolo doge dallo strumento fatto in Piacenza coll'interposizione dell'imperadrice, abbiamo assai fondamento di credere quell'Augusta venuta di Germania in Italia, da dove poi dovette passare a Vienna di Francia.

[1220]

Dal Dandolo suddetto vien susseguentemente scritto, e più diffusamente esposto da san Pier Damiano [Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.] e da altri che hanno scritta la vita di san Pietro Orseolo, cioè del soprallodato doge, attendendo egli alle opere di pietà, siccome uomo di santa vita, ma conoscendo d'aver dei nemici che macchinavano contro di lui, e provando anche i rimorsi per l'uccisione del suo antecessore: capitò a Venezia Guarino abbate di san Michele di Cusano in Guascogna, che non difficilmente persuase al buon doge di dare un calcio al mondo, e di abbracciar la vita monastica. In fatti nella notte del dì primo di settembre dell'anno presente Pietro Orseolo, senza far parola di ciò nè colla moglie Felicita, nè con Pietro suo figliuolo, nè con alcuno de' suoi domestici, uscì segretamente di Venezia, accompagnato da Giovanni Gradenigo e da Giovanni Morosino suo genero, personaggi anch'essi di rara pietà, e da Romoaldo celebre monaco di Ravenna, e poi santo institutore dell'ordine camaldolense, e da Marino insigne anacoreta, s'inviò in Francia, e quivi nel monistero suddetto di san Michele prese l'abito monastico, e passò quivi diciannove anni, crescendo di virtù in virtù; di modo che dopo morte, risplendendo anche per varii miracoli, fu in quel monistero ed in Venezia onorato qual santo. A Pietro Orseolo succedette in quest'anno nel ducato di Venezia Vitale Candiano, fratello dell'ucciso Pietro IV doge. A questo avviso tornò a Venezia Vitale patriarca di Grado suo nipote, che dianzi dimorava nella marca di Verona. E perciocchè questo prelato avea sommamente screditato i Veneziani presso l'imperadore Ottone II, fu spedito dallo stesso suo zio doge in Germania per rimetterli in grazia: il che egli felicemente eseguì. Mancò di vita nell'anno presente Gisolfo I principe di Salerno [Camill. Peregr., Hist. Princip. Langob., P. I, tom. 2 Rer. Ital.], e succedette a lui in [1221] quel principato Pandolfo, secondogenito di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento e Capua, adottato per figliuolo da esso Gisolfo nell'anno 974. Ma Pandolfo assunse anch'egli il titolo di principe di Salerno, e volle governar quegli stati insieme col figliuolo; in guisa che possedendo i principati di Benevento, Capoa e Salerno, e reggendo inoltre il vasto allora ducato di Spoleti e la marca di Camerino, quasi la metà dell'Italia stava sotto il dominio suo, ed egli era senza comparazione il più potente principe d'Italia. Nè si dee tralasciare che tutti quei principi erano di nazion longobarda, e s'intitolavano Langobardorum gentis principes.

Tali ancora furono i due marchesi Oberti progenitori della casa d'Este, e i lor successori si gloriavano d'essa nazione. Tali parimente furono gli antenati della celebre contessa Matilda. Fioriva tuttavia in questi tempi Adalberto ossia Alberto Azzo, conte di Modena e di Reggio, e bisavolo della stessa contessa. Si truova egli vivente anche nell'anno 981, come si ha da un suo contratto riferito nel Bollario casinense [Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXI.]. Aveva egli due figliuoli, cioè Tedaldo, che fu successore ne' suoi beni e stati, e Gotifredo che fu vescovo di Brescia, vivente anche il padre. Moglie d'esso Alberto Azzo era Ildegarde, donna piissima, la quale, per attestato di Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], fabbricò il monistero di san Genesio di Brescello, oggidì ridotto in commenda. Fortificò egli maggiormente la Rocca di Canossa, vi fondò ed arricchì la chiesa di santo Apollonio, in cui stabilì una collegiata di canonici, mutata dipoi in un monistero di Benedettini, anch'esso passato dipoi in commenda. In alcuni strumenti di Tedaldo marchese suo figliuolo si truova anche lo stesso Alberto intitolato marchese. Leggesi ivi [Bacchini, Istoria del Monistero di Polirone, Append.] Theudaldus marchio, filio quondam [1222] Adelberti itemque marchio, qui professo sum ex natione mea lege vivere Longobardorum. Ma ci è ignoto di qual marca sì l'uno che l'altro fossero investiti. Al presente anno Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico, edition. Canis.], Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] ed altri rapportano la guerra seguita fra Ottone II Augusto, e Lottario re di Francia, siccome ancora la depressione di Arrigo II duca di Baviera. Sono di esso Ermanno queste parole: Heinricus dux Bajoariae, et alius dux, augustensis quoque episcopus Heinricus, rebellantes imperatori, capti et exsilio mancipati sunt. Ducatumque Bajoariae Otto dux Suevorum cepit. Era questo Ottone figliuolo di Litolfo, da noi già veduto primogenito di Ottone il Grande imperadore. Confermò l'Augusto Ottone in quest'anno i beni e privilegii della chiesa di Cremona con un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.] dato XIV kalendas majas, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII, regni vero domni Ottonis imperatoris Augusti XVIII, imperii vero XI, Indictione VII. Actum corte, quae Altestet dicitur. L'indizione ha da essere sesta.

Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] sotto l'anno presente, come egli crede, rapporta così imbrogliate e scure alcune notizie spettanti a Ravenna, che non se ne può ben comprendere il senso. Cita egli uno strumento, in cui Uberto vescovo di Forlì ed alcuni arcipreti concedono ad Onesto arcivescovo di Ravenna viginti manentes (erano contadini obbligati con una specie di servitù al servigio de' lor padroni) con tutte lor le vigne e beni, eo ordine, condicioneque, ut si per apostolicos sanctae romanae Ecclesiae, aut per Othonem imperatorem, media pars de districtione urbis Ravennae, et comitatus decimani, quem ipse (Hubertus) cum Lamberto fratre, Honesto (archiepiscopo) dederat, subtracta fuisset, nec restituere intra sex [1223] menses ipse, neque Lambertus posset, Honesto fas esset manentes, qui supra scripti sunt, bonaque, quae ad Hubertum et Lambertum ibidem pertinerent, omnia tenere, possidereque. Lo strumento fu scritto anno pontificatus domni Benedicti summi pontificis sexto, sicque imperante domno Othone, a Deo coronato in Italia anno XI, die II mensis octobris, Indictione VI, in loco, qui dicitur Conversito, territorio ariminensi. Non si sa intendere come nel dì 2 di ottobre dell'anno presente potesse correre l'anno sesto di Benedetto VII papa. Altre memorie abbiamo che indicano lui creato papa nell'anno 975; e però come mai può convenire all'anno presente l'anno VI del suo pontificato? Nell'archivio del monistero di Subiaco si legge uno strumento, scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici, et universali VII, papae IV, imperante domno Ottone a Deo coronato pacificus imperator anno XI, Indictione VI mensis martii die sexta, cioè nell'anno presente. Un altro fu scritto anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali VII papae in sacratissima Sede beati Petri II, imperatoriis domni Ottoni pissimi et perpetuo Augusto a Deo coronati, anno nono, Indictione IV, mensis januarii die X, cioè nell'anno 976. Ritornando ora alle parole dello strumento accennato dal Rossi, è considerabile il dirsi, che se dal papa o dall'imperadore fosse tolta all'arcivescovo Onesto media pars de districtione Ravennae, et comitatus decimani (ceduto all'arcivescovo Onesto dal vescovo Uberto, e da Lamberto suo fratello), in tal caso esso arcivescovo resti padrone degli uomini e beni soprannotati. Può essere che fosse in disputa la signoria di Ravenna fra il romano pontefice e l'imperadore. Ma giacchè abbiam rapportato dei documenti spettanti alla cronologia pontifizia, non vo' finirla senza avvertire, che nell'archivio poco fa menzionato del monistero insigne di Subiaco si trova un'altra bolla con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni [1224] Benedicti summi pontifici, et universali septimi papae in sacratissima Sede beati Petri Apostoli tertio, imperii domni Ottonis magni imperatori anno decimo, Indictione V, mense aprilis die XXVIII, cioè nell'anno 977. Ora, dai suddetti documenti risulta che Benedetto VII fu assunto al pontificato o sul fine dell'anno 974, o sul principio del 975. All'incontro in Ravenna si truova esso papa promosso al pontificato un anno o due prima. Il padre don Pier Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo raccoglitore delle memorie antiche di Ravenna, ha scoperto due strumenti, l'uno scritto anno pontificatus domni Benedicti decimo, imperante Ottone in Italia anno XV, die XXIV decembris, Indictione X. Ravennae, che indica l'anno 982, regnante Ottone II Augusto. L'altro fu scritto anno pontificatus domni Benedicti octavo, die XI aprilis, per Indictionem VIII, cioè nell'anno 980, da' quali strumenti veggiamo anticipato d'uno o di due anni il principio del di lui pontificato. Che è qui da dire? Altro io non so immaginare, se non un ripiego, che io nondimeno sono il primo a confessar poco verisimile. Cioè che i Ravegnani confondessero insieme i due Benedetti, cioè il sesto e il settimo, con credere che il primo uscito di carcere avesse continuato a sedere nella cattedra di san Pietro, e che perciò attribuissero all'uno anche gli anni dell'altro, mentre succedettero sì da vicino l'uno all'altro. Fors'anche tali carte potrebbono far dubitare che Benedetto, da noi chiamato sesto, non fosse strangolato, ma risorgesse.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXIX. Indiz. VII.
Benedetto VII papa 5.
Ottone II imperadore 13, 7.

Per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], Vitale Candiano, creato doge di Venezia nell'anno precedente, dopo aver passato solamente un anno e due mesi nel governo colla sanità sempre languente ed afflitta [1225] da varii malori, infermossi gravemente; e però quattro giorni prima di morire, fattosi portare al monistero di sant'Ilario, quivi preso l'abito monastico, e fatta la professione, passò a miglior vita. Tale era allora il pio costume di molti, persuasi di assicurarsi in tal maniera l'eterna loro salute. E resta tuttavia qualche vestigio di quest'uso nell'abito religioso, con cui molti, e non men de' buoni che de' cattivi, si fanno portare alla sepoltura, eleggendo allora alcuni ciò che forse sprezzarono e derisero in loro vita. Fu in luogo di Vitale proclamato doge di Venezia Tribuno Memmo, persona assai facoltosa, sotto il quale per poca sua cura accaddero varii scandali e sconcerti in quella nobil città. Perciocchè nata nimicizia fra i Caloprini e Morosini, potenti famiglie di Venezia, i primi un giorno, spalleggiati dal medesimo doge, presero l'armi contra degli altri, che ebbero la fortuna di salvarsi, fuorchè Domenico Morosino, che restò vittima del furor de' nemici. Io non so onde abbia tratto il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] ciò che egli racconta sotto l'anno presente. Cioè che insorse una gran guerra in Italia, quippe Basilius et Constantinus imperatores turpe rati, se vetere tot annorum Apuliae, Calabriaeque fuisse possessione dejectos, Sarracenis, quos nuper Creta exegerant (abbiam veduto che l'isola di Candia fu ritolta ai Saraceni l'anno 961 sotto Romano juniore imperadore) magna mercede conductis, Italiam invaserunt, et Barrio, ac Matera expugnatis, Apuliam primum, deinde, nemine prohibente, Calabriam receperunt. Ma a chi ritolsero i Greci quelle contrade? Se i Saraceni erano in loro aiuto, dalle mani di chi le avran ricuperate i Greci? A me non è venuto sotto gli occhi antico scrittore alcuno, che parli di sì fatto avvenimento. E noi vedremo in breve i Saraceni potenti in Calabria. Lupo Protospata sotto quest'anno scrive [Lupus Protospata, in Chron.]: Occidit [1226] Porphyrius Protospata Andream episcopum oriensem mense augusti. Altra avventura di conseguenza non dovette egli sapere. E poscia all'anno 982 nota che la città di Bari fu consegnata ai Greci: come dunque se ne impadronirono in quest'anno? Per altro è certo che pochi anni prima aveano i Greci perduta la città di Bari, e seco, come si può credere, la Puglia. Cedreno l'attesta [Cedrenus, in Annal.], favellando di Basilio e Costantino Augusti greci: In Italia, dice egli, quidam, vir potens, unus de iis, qui Barim incolebant, nomine Meles, concitatis Longobardis, contra Romanos (tal nome attribuivano a sè stessi i Greci) movit. Quumque imperator adversus hunc misisset Basilium Argyrum Sami, et Contoleonem Cephalleniae praefectos, Meles illustri eos praelio vicit, multis caesis, haud paucis captis, reliquis turpi fuga vitam tutatis. È da stupire come Lupo Protospata nulla parli di questo fatto, quando sia vero. Tanto l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.], quanto il Bordoni [Bordon., Thesaur. Eccles. Parmens.] rapportano a quest'anno un privilegio conceduto a Sigefredo vescovo di Parma con queste note: Data nonis aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIX, Indictione VII, anno tertii Othonis regni regnante sexto. Actum Quitelemburgi: senza punto badar essi che Ottone terzo non era per anche nato in quest'anno, e che allora regnava Ottone secondo imperadore, e non già suo figliuolo, e che l'indizione VII non s'accorda coll'anno VI di Ottone III. Sarà forse un diploma vero, ma alterato dai copisti ignoranti. Mansone imperiale patrizio ed antipato, cioè proconsole, si truova duca di Amalfi [Antiq. Ital., tom. 1, pag. 210.]. Questi nell'anno 892 fu degradato da Oferio suo fratello, il quale, dopo avere regnato un anno e nove mesi, mancò di vita, e diede adito al suddetto Mansone di riassumere il governo di Amalfi.

[1227]


   
Anno di Cristo DCCCCLXXX. Indiz. VIII.
Benedetto VII papa 6.
Ottone II imperadore 14 e 8.

Era fin qui durata la nimicizia di Ottone II imperatore con Lottario re di Francia, a cagione della Lorena, provincia allora di grande estensione fra la Germania e la Gallia. In quest'anno ebbe fine. Seguì un abboccamento fra loro, e, per attestato di Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 3.], Lutharius rex cum filio suimet, ac muneribus magnificis ad Ottonem venit, et sibi satis faciens, amicitiam ejus firmiter acquisivit. Così hanno altri scrittori [Annales Hildeshemenses. Annalista Saxo.]. E Sigeberto aggiugne [Sigebert., in Chron.], che rex Lotharius Lotharingiam abjurat. Ma il continuatore di Frodoardo [Continuator Frodoardi, apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.] scrive che Ottone Augusto riconobbe quel paese in feudo dal re di Francia: Lotharius rex Francorum contra voluntatem principum regni sui Remis pacificatus est cum Othone imperatore, deditque Othoni in beneficium Lotharingiae ducatum: quod magis corda praedictorum principum contristavit. Lascerò io disputare intorno a questo punto gli eruditi franzesi e tedeschi; perchè quel continuatore non è di tale antichità da potersi riposar sul suo detto. In questa maniera avendo l'Augusto Ottone assicurata la quiete della Germania, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Stavagli ai fianchi l'imperadrice Teofania sua moglie, che gli andava mettendo in capo delle pretensioni sopra gli stati posseduti dai greci Augusti in Italia, per esser ella figliuola d'un greco imperatore: con che s'invogliò il marito di tentare la conquista. Se si ha da credere ad un continuatore della Cronica di Frodoardo [Idem, Ibidem.] presso il Du-Chesne, fu egli in oltre chiamato in Italia dal papa, per provvedere ai mali umori che [1228] più che mai serpeggiavano in Roma: Evocatus a papa, ut Ecclesiae succurreret, in Italiam, ubi Apuliam et Calabriam Italiae provincias ad jus imperii Graecorum appendentes, ad imperium romanum conatus transferre. In quest'anno, per testimonianza dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], la suddetta imperadrice Teofania partorì all'Augusto marito un figliuolo, appellato Ottone III, che fu poi re ed imperatore. Calò dunque in Italia Ottone II imperadore nell'autunno dell'anno corrente, e, giunto a Pavia, quivi si pacificò colla santa imperadrice Adelaide sua madre. Non van d'accordo su questo punto santo Odilone abbate [Odilo, in Vita S. Adelheidis.] di Clugnì, e Siro monaco abbate d'esso monistero [Syrus, in Vita S. Majoli.] prima di Odilone. Secondo il suddetto Odilone, pentito l'imperadore dei disgusti dati alla madre, spedì a Corrado re di Borgogna e a san Maiolo dei messi, con pregarli d'interporsi per la riconciliazione, e di condurre Adelaide a Pavia. Venne ella in fatti a quella città, abboccossi col figliuolo, ed amendue non senza lagrime si pacificarono. Siro all'incontro scrive che non attentandosi alcuno dei buoni cortigiani di aprir bocca in favor d'Adelaide, sollecitato san Majolo da molti, si portò alla corte, e con generosa franchezza talmente ne parlò all'imperadore, ch'egli si diede per vinto, e andò a gittarsi a' piedi della madre. Nelle annotazioni alle leggi longobardiche [Rer. Ital., P. II, tom. 1.] ho io scritto che questa riconciliazione seguì in Verona nell'anno 983. Ma essa è indubitatamente da riferirsi all'anno presente. Da Pavia passò l'Augusto Ottone a Ravenna, dove, per relazione dell'Annalista sassone, celebrò il santo Natale. Della sua permanenza in quella città ne abbiamo anche la testimonianza in un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.] da me dato alla luce, in cui egli confermò ai canonici di Parma [1229] interventu ac petitione dominae nostrae matris Adelaidae, (già riconciliata con lui) tutti i loro privilegii, V kalendas januarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXX, Indictione nona, regni vero domni Ottonis XXII (dovrebbe essere XX) imperii autem ejus XIII (dee essere XIIII, facile errore del copista). Actum Ravennae. Vuole il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] che Ottone, appena arrivato in Italia, tenesse nel mese d'agosto una solennissima dieta dei principi italiani in Roncaglia sul Piacentino, dove si fece giustizia di chi avea mosse sedizioni in Italia, e furono conferiti feudi a varie persone, e fra le altre a Lanfranco Bracciforte piacentino. Aggiugne che Tedaldo, figliuolo di Alberto Azzo conte ed avolo della contessa Matilde, fu dichiarato marchese di Mantova. Ma nulla di ciò sussiste. Nel dì 7 di ottobre era tuttavia di là da' monti l'imperadore Ottone II, come con un suo diploma pruova il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 980.]. In que' tempi non v'era marchese di Mantova. Senza dubbio Tedaldo portò il titolo di marchese, ma con restare tuttavia ignoto onde a lui venisse questa denominazione. Ed è una favola quella del Bracciforte.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXI. Indiz. IX.
Benedetto VII papa 7.
Ottone II imperadore 15 e 9.

Era tuttavia in Ravenna l'Augusto Ottone II nel dì 15 di gennaio, citando il Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] un suo diploma, dato XVIII kalendas februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXI, Indictione IX, regni XX, imperii XIV. Ravennae. Passò dipoi a Roma per attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], in compagnia delle Auguste, cioè di Adelaide sua madre e di Teofania moglie, e vi solennizzò la Pasqua. Confermò all'insigne monistero di Farfa i [1230] suoi privilegii con un diploma [Chronicon Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] dato III nonas maii, anno dominicae Incarnatione DCCCCLXXXI, Indictione VIII (scrivi VIIII), imperii autem ejus XIV. Actum Romae. Un altro suo diploma in favor del monistero di Casauria fu spedito XIV kalendas maii nell'anno suddetto, Indictione nona, regni vero domni Ottonis secundi vicesimo primo, imperii autem ejus decimoquarto. Actum Romae in palatio juxta ecclesiam beati Petri Apostoli, cioè fuor di Roma, dove soleano abitar gli imperadori, allorchè andavano a quella augusta città. Lo stesso pure praticavano in Ravenna, in Milano ed in altre città, abitando fuori d'essa, credo io, per loro maggior sicurezza, e quiete ancora dei cittadini. Susseguentemente nel mese d'agosto confermò tutti i privilegii e beni al celebratissimo monistero di Monte Casino. Il suo diploma, che tuttavia originale col suo sigillo di cera si conserva nell'archivio casinense, dato alla luce dal padre abbate Gattola [Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.], si vede spedito VIII idus augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXI, imperii vero domni secundi Ottonis imperatoris Augusti quartodecimo Indictione nona. Actum Cevice. Quivi è degno d'attenzione ciò che dice quest'imperadore in confermare ad Aligerno abbate tutte le tenute del monistero casinense in ambobus ducatibus nostris spoletino atque firmano, seu infra omnes fines nostri regni italici. Il ducato di Fermo, appellato anche Marca di Fermo, altro non è che il ducato ossia la Marca di Camerino. Or di qua si vegga, se possa sussistere che i due Ottoni primo e secondo avessero donato, ossia confermato, alla santa Chiesa romana cunctum ducatum spoletinum, seu beneventanum. Ognun sa, per conto del beneventano, che esso era in questi tempi de' suoi proprii principi, i quali riconoscevano ora i greci, ora i latini imperadori per loro sovrani, senza che mai niuno de' papi se ne lamentasse, o vi [1231] pretendesse. Così i due ducati ossia le due marche di Spoleti e di Camerino dipendevano dai soli imperadori d'Occidente, ed erano parti del regno d'Italia; e i re e gl'imperadori vi mettevano al governo i duchi di mano in mano; il che appunto succedette nell'anno presente, imperciocchè venne a morte Pandolfo Capodiferro, potentissimo principe di Benevento e Capua, che per molti anni era anche stato duca di Spoleti e marchese di Camerino. Dopo l'aprile, e prima del mese di giugno di quest'anno egli terminò i suoi giorni, e fu seppellito in Capua. A Landolfo IV suo primogenito toccò il principato di Benevento e Capua; a Pandolfo ossia Paldolfo secondogenito restò il principato di Salerno. Per conto di Spoleti e di Camerino, siccome vedremo, questo pervenne a Trasmondo duca e marchese, nominato nelle croniche di Farfa e del Volturno. Trovavasi in Capua l'Augusto Ottone nell'ultimo dì di settembre, allorchè confermò una gran copia di beni donati al nobil monistero di san Salvatore di Pavia dall'imperadrice Adelaide sua madre, piissima fondatrice di quel sacro luogo. Il diploma fu dato [Margarinius, Bullar. Casines., tom. 2, Constitut. LX.] pridie kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXI, Indictione X, regni domni secundi Ottonis XXIV, imperii quoque XIV. Actum Capuae. Gli anni del regno sono scorretti, nè si accorda questo diploma colla dotazione fatta più tardi di esso monistero dall'Augusta Adelaide. Attese in questi tempi l'imperadore Ottone ad ammassar gente, e a far tutti i preparativi per cominciar la guerra coi Greci. Ma perchè Pandolfo principe di Salerno doveva essere ora dipendente da essi, Ottone, per attestato di Romoaldo salernitano [Romuald. Salernit., Chron., tom. 7, Rer. Ital.], assediò quella città, e la prese: Veniens Salernum obsedit, cepitque illam expugnans: sono parole di quello storico. Ed Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] scrive a quest'anno: [1232] Otto imperator peragrata Italia, Campaniam, calabrosque fines cum exercitu ingreditur. Lasciò scritto Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Italic.] sotto quest'anno, che fecit praelium Otho rex cum Saracenis in Calabria in civitate Cotruna, et mortui sunt ibi quadraginta millia Poenorum (enorme slargata di bocca) cum rege eorum, nomine Bulcassimus. Ma questa notizia è fuor di sito, conoscendosi che appartiene all'anno seguente; ed è anche alterata di molto. Così egli narra all'anno 982 la morte di Ottone II, la quale pure accadde solamente nel 983.

Ci vien poi dicendo Gotifredo da Viterbo [Godefredus Viterbiensis, Panth. de Othone II.], che prima che Ottone II tornasse in Italia, erano qui insorte fra i popoli, e massimamente in Roma, varie sedizioni. Arrivato ch'egli fu a Roma in collera, sentì le doglianze de' popoli, notò i rei; ed un giorno, fatto un solenne convito, in cui si trovarono tutti i principi e baroni, e circondato il luogo dalle sue guardie, mentre erano sul più bello dell'allegria, intimò il silenzio a tutti. Quindi ordinò che si leggesse il processo dei delinquenti, a cadaun dei quali immediatamente fu spiccato il capo dal busto:

Qui meruit, damnatur ibi poena capitali.

Sanguine nobilium jam mensa potest maculari.

Otho sibi capita vult quasi fercula dari.

Humani capitis dum mensa cruore medescit.

Non minus ante datis Rex imperat undique vesci.

Da Gotifredo prese queste notizie il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.], come buona moneta, e le inserì nei suoi Annali. Ma s'ha da tenere per certo che queste son tutte fandonie, almeno per quel che riguarda Ottone II imperadore. Al più al più potrebbe aver dato motivo a questa favola Ottone III suo figliuolo, per l'operato suo in Roma: del che parleremo a suo luogo. E che lo stesso Gotifredo imbrogli qui i fatti del terzo [1233] Ottone con quei del secondo, si scorge dal dire egli che Ottone II portò da Benevento il corpo di san Bortolomeo apostolo: il che sappiamo attribuito dai vecchi scrittori ad Ottone III, tuttochè neppur questo sussista. Ora non parlando alcuno degli antichi storici della sopraddetta rigorosa, anzi orrida giustizia, che avrebbe fatto grande strepito nel mondo: non è bastante farcela credere l'autorità di Gotifredo, lontano da questi tempi, e scrittore dell'anno 1190. Abbiamo poi dall'Annalista Sassone [Annalista Saxo.] che il suddetto imperadore celebrò la festa del santo Natale in Salerno: il che ci vien sempre più assicurando che in quest'anno egli se ne impadronì colla forza dell'armi. Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.] dice ch'egli solennizzò essa festa in Roma. Ma qui non se gli può prestar fede. Nella Cronica del monistero del Volturno [Chron. Vulturnen., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] abbiamo un bel placito tenuto ipso die lunae, quinto die intrante mense decembrio, Indictione X super salernitanam civitatem, in qua residebat supradictum imperatorem cum suis honoralibus hostiliter, anni Domini DCCCCLXXXI, imperii vero domni secundi Ottoni XIIII. Cadde appunto in quest'anno il dì quinto di dicembre in lunedì; e però abbiamo che allora l'imperadore era ad oste sotto Salerno, ed avendolo preso prima del Natale, quivi dovette celebrar quella festa. A questo anno parimente dovrebbe appartenere un diploma d'esso Ottone, conceduto ai canonici di Lucca [Antiquit. Italic., Dissert. LXII.] XII kalendas januarias, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXII, Indictione X, anno regni secundi Ottonis XXV, imperii quoque ejus XV. Actum justa civitatem Salernum. Sono scorrette queste note. L'anno, per mio avviso, ha da essere DCCCCLXXXI. Quando nulladimeno fosse dato nell'anno susseguente, di qui apprenderemmo che anche nell'anno appresso l'imperadore celebrò il Natale del Signore in Salerno: [1234] cosa nondimeno ch'io peno a credere. Nè si dee tralasciare ciò che scrive l'autore della Cronica di Casauria [Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], cioè che nell'anno presente dominus Otto imperator ex romulea egressus urbe, et aedificata sibi regali domo in campo, qui vocatur de Cedici, toto ipso aestivo tempore ibi perendinans mansit. Era questo luogo nel territorio di Marsi, ciò apparendo da un placito, da me aggiunto alla medesima Cronica, tenuto in territorio Marsicano in ipso campo de Cedici, ubi erat ipsa casa domni Ottonis aedificata, ubi residebat in placito Gislebertus venerabilis episcopus (di Bergamo), ec. Esso placito fu celebrato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Cristi DCCCCLXXXI, anno imperatoris magni Ottonis filii quondam Ottonis imperatoris Augusti XIV, die mensis augusti, Indictione IX Actum in Marsi. Adamo abbate di Casauria vinse quivi una lite di beni. Truovasi ancora nella Cronica del monistero di santa Sofia [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8.] un diploma d'esso Augusto, impetrato da Gregorio abbate di quel sacro luogo, e dato XV kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis 997, imperii vero domni secundi Ottonis XIV, Indictione X. Actum in civitate beneventana in palatio regio. Ma è grossamente fallato l'anno, e s'ha da scrivere anno DCCCCLXXXI. Ho detto di sopra che il principato di Benevento e di Capua, dopo la morte di Pandolfo Capodiferro, fu governato da Landolfo IV suo figlio. Aggiungo ora che in quest'anno coll'espulsione d'esso Landolfo IV, Benevento pervenne alle mani di Pandolfo II figliuolo di Landolfo III, cioè di un fratello del suddetto Capodiferro. Anche Pandolfo II principe di Salerno [Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.] era stato spossessato di quel principato da Mansone duca di Amalfi, il quale con Giovanni I suo figliuolo il tenne per due anni. E quantunque Ottone II assediasse e prendesse quella città, siccome abbiam veduto, pure tanto sapere ebbero, che [1235] restarono amendue confermati in quel principato.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXII. Indiz. X.
Benedetto XII papa 8.
Ottone II imperad. 16 e 10.

Nel catalogo del monistero nonantolano [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], da me dato alla luce, viene scritto che in quest'anno fu conferita questa insigne badia a Giovanni archimandrita greco, ed è importante la notizia per imparare a conoscer per tempo un volpone che arrivò in fine ad occupar la stessa cattedra di san Pietro, siccome vedremo. S'era questo astuto calabrese mirabilmente introdotto nella confidenza dell'imperadrice Teofania, greca anche essa di nazione. Ed informato che buon boccone fosse quello della badia nonantolana, goduto in addietro da alcuni vescovi, valenti cacciatori de' beni de' monaci, l'impetrò, secondo i perversi costumi d'allora, dall'imperadore. Nella copia del diploma da me veduta e pubblicata mancava la data [Ibidem, Dissert. LXIII.]; ma è da osservare come sia ivi dipinto questo ipocrita. Dopo aver detto l'imperadore che quel monistero, in comitatu mutinense constructum, quod Nonantula vocatur, omnibus aliis majus, et quod olim exemplar bene vivendi, et sanctae conversationis fuerat reliquis, paene jam annullatum, atque fondo tenus depopulatum iniquorum pravitate hominum eo quod per longa curricula annorum, era stato senza veri abbati, e non essersi trovato fra i monaci alcuno atto a quel governo, soggiugne: Posthac consultu sapientium reduxi oculos meos ad aulicos, inter quos quemdam archimandritem et consecretalem meum, Johannem nomine, reperi, probis moribus ornatum, pudicum, sobrium, docibilem, graeca scientia non ineruditum, totiusque prudentia, et sanctitatis fulgore praeclarum. Quem consilio virorum illustrium, Deumque timentium, et electione fratrum in jam dicto monasterio [1236] commanentium, a nostro cubili, et necessariis consiliis abstrahentes, super nominatis fratribus in patrem et rectorem praefecimus. Osservisi come la badia nonantolana vien chiamata la più grande, s'io non erro, di tutte l'altre d'Italia. Ottima fu qui l'intenzione dell'imperadore, ma andando innanzi, scorgeremo che santo uomo fosse questo archimandrita Giovanni. Nel mese di marzo del corrente anno si truova l'imperadore Ottone II in Taranto, dove conferma ad Odelrico vescovo di Cremona i beni della sua chiesa. Le note del diploma son queste [Antiquit. Ital., Dissert. LXII.]: Datum XVII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXII, Indictione X, regni domni secundi Ottonis XX, imperii autem XIIII (si dee scrivere XVI). Quivi ancora egli dimorava XIV kalendas majas, come si raccoglie da altro suo diploma [Ibid., Dissert. V.] in favore di Giovanni vescovo di Salerno da me pubblicato. Scrive Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.], che Ottone venit Capuam et abiit Tarentum, ac Metapontum, et deinde Calabriam, unde prospere ad suas reversus. Anno Domini DCCCCLXXXIII iterum magno exercitu congregato cum Saracenis in Calabriam dimicaturus descendit. Ma non v'ha grande esattezza in queste parole, o, per dir meglio, nel testo che abbiamo. L'anno è ivi fallato certo, essendo che nel presente, e non già nel susseguente, seguì la battaglia di cui seguita esso ostiense a parlare.

Romoaldo salernitano racconta [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], che Ottone II da Salerno per Brixiam (forse Brutios) et Lucaniam in Calabriam perrexit, et apud Stylum Calabriae oppidum cum Saracenis pugnavit, eosque devicit, Rhegium quoque cepit. Anche Lupo Protospata, siccome abbiam veduto all'anno precedente, nota che la battaglia d'esso imperadore coi Saraceni riuscì favorevole ai Cristiani, e che vi restarono [1237] sul campo quaranta mila Mori; nel che, siccome dissi, ognun vede ch'egli aprì di troppo la bocca. Ma s'ingannarono questi ed altri autori non meno nel fatto che nel tempo. Non si può staccare dall'anno presente il fatto d'armi succeduto fra Ottone Augusto e i Mori; ed in questo non restò vincitore, ma vinto l'imperador d'Occidente. Abbiamo da Ditmaro [Ditmarus, lib. 3.], da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], da Epidanno [Epidannus, in Chron.], dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.] e da altri il vero racconto di questo infelice avvenimento. Intorno a che è da sapere che i greci Augusti Basilio e Costantino, dacchè penetrarono l'intenzione dell'imperadore Ottone II, di voler assalire gli Stati da loro posseduti in Puglia e Calabria, gli spedirono ambasciatori per distornarlo da sì fatta impresa. A nulla avendo servito le loro esortazioni e preghiere, si rivolsero per aiuto ai Mori di Sicilia e d'Africa, promettendo loro buon soldo e regali. A questo invito si leccarono le dita i Saraceni, di nulla più vogliosi che di poter mettere liberamente il piede nella Calabria: se pure la guerra di Ottone non fu ancora contra di loro, come possedenti qualche città o fortezza in quelle parti. Pertanto, raunata una possente flotta navale, accorsero a sostenere gl'interessi dei Greci, e fors'anche i loro proprii. Avea l'imperador Ottone anche egli un gagliardo esercito dei suoi Sassoni, accresciuto da un buon rinforzo di Bavaresi ed Alemanni. In persona era venuto Ottone duca di Baviera e di Svevia, figliuolo del già Litolfo suo fratello, a militar sotto il di lui comando. Oltre a ciò, concorsero alla di lui armata i Beneventani, Capuani, Salernitani ed altri popoli dell'Italia. La sua prima impresa fu l'assedio di Taranto, città difesa e tenuta dai Greci: eamque, come dice Ditmaro, viriliter in parvo tempore oppugnatam devicit. Proseguì il viaggio in Calabria per [1238] azzuffarsi coi Mori. A tutta prima li mise in fuga, ed obbligò a ritirarsi in una città. Usciti poi costoro con bella ordinanza in campo, si attaccò la crudele battaglia. Gran macello fecero i Cristiani di quegl'infedeli, sbaragliarono i loro squadroni, fecero fuggire i restanti. Ma mentre i Cristiani sbandati son dietro a raccogliere le spoglie del campo, eccoti, a mio credere, comparir di nuovo raccolti e schierati i Saraceni, che senza trovar resistenza, misero a fil di spada quanti dei Cristiani vennero loro alle mani, e restarono padroni del medesimo campo. Perirono in quell'infelice conflitto non già il suddetto Ottone duca di Alemagna e di Baviera, come vuole il Sigonio, perchè egli tornò in Germania, e quivi mancò di vita nel presente anno, ma bensì Arrigo vescovo d'Augusta, Vernero abbate di Fulda, siccome ancora, per attestato di Leone Ostiense, Landolfo principe di Benevento e di Capua, con Atenolfo marchese (forse di Camerino) suo fratello, ed altri principi, vescovi e conti. Altri ancora restarono prigioni, e convenne loro riscattarsi con gran somma d'oro. Quorum unus (scrive Epidanno) erat vercellensis episcopus, carcere diu maceratus apud Alexandriam d'Egitto. Le memorie della chiesa di Vercelli presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.] portano che circa questi tempi Pietro II vescovo di quella chiesa andò per sua divozione ai luoghi santi d'Oriente, e fu preso e tenuto gran tempo in prigione. Tornato poscia a Vercelli, dopo la morte fu aggregato al catalogo dei beati. Ma s'egli per disavventura, secondo gli abusi de' secoli barbari, fosse ito alla guerra, e fra i combattenti avesse voluto far da prode (il che non si può ora chiarire), non sarebbe un tal santo approvato dalla Chiesa di Dio. Succedette questa campale sfortunata battaglia, secondo Ditmaro, III idus julii, e senza fallo in questo anno, come s'ha dai suddetti scrittori.

[1239]

Indarno pretende il padre Gattola [Gattola, Histor. Monaster. Casinens.] che Landolfo IV, principe di Benevento fosse tuttavia vivente nel novembre dell'anno presente, e che perciò si debba trasferire la battaglia suddetta, in cui egli perì, all'anno seguente. Dee patire qualche difetto il diploma da lui addotto, ed esso apparterrà all'anno precedente, potendosi raccogliere dai documenti da me pubblicati nella Cronica del monistero di Volturno [Chronicon. Vulturni., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che Landenolfo suo fratello dopo il luglio dell'anno presente cominciò a reggere il ducato di Benevento, e che per conseguente era mancato di vita Landolfo IV. Scrisse il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] che i Romani e Beneventani tenendo davanti agli occhi le crudeltà esercitate in Roma da Ottone II, sul principio di quel fatto d'armi decamparono, lasciando colla lor ritirata esposto il rimanente dell'esercito cesareo alla disgrazia che da lì a poco avvenne; laonde nell'anno seguente Ottone sfogò la sua collera contro di Benevento con assediarlo, prenderlo, diroccarlo e trasportarne il corpo di san Bartolomeo. Ma il Sigonio troppo incautamente seguitò qui Gotifredo da Viterbo [Gotifredus Viterbiens., in Panth.], parlante della crudeltà di Ottone, della presa di Benevento, e dell'asportamento del sacro corpo suddetto: che son tutte fole mancanti affatto di verità. Se Landolfo IV principe di Benevento lasciò la vita in quella funesta battaglia, come si può credere che i suoi l'abbandonassero? Anzi Ottone conservò la sua grazia a quella città, contentandosi che Aloara madre d'esso Landolfo governasse da lì innanzi quel ducato unitamente con Landenolfo altro di lei figliuolo, i diplomi dei quali cominciano a comparir da qui innanzi. Ora tornando all'imperador Ottone II, dacchè egli vide sbaragliato e la maggior parte tagliato a pezzi dai Saraceni l'esercito suo, cercò scampo dalla [1240] parte del mare [Ditmarus, in Chron., lib. 3.], e adocchiata una galea, ossia grossa nave di Greci, venuta a raccogliere i tributi in Calabria, spinse il cavallo nell'acqua, e fu da un soldato schiavone, che il riconobbe, introdotto in essa. Datosi anche a conoscere segretamente al capitan della nave, il pregò ed ottenne che gli lasciasse spedire un messo all'imperadrice Teofania, perch'ella manderebbe montagne di danaro e regali per riscattarlo. Stava essa Augusta nella città di Rossano, patria di quel Giovanni archimandrita, che abbiam già veduto divenuto abbate di Nonantola. E ben informata di quel che avesse ad operare, allorchè comparve la nave greca, fece uscir di Rossano una gran frotta di giumenti tutti carichi di some, credute piene d'oro e di regali preziosi. In alcune barchette, dove erano dei bravi soldati vestiti da marinari, s'accostò alla nave greca Teoderico vescovo di Metz, per conchiudere il negozio e il cambio. Condotto sulla proda l'Augusto Ottone, allorchè si trovò alla vista dei suoi, fidandosi del suo ben saper nuotare, spiccò un salto, e lanciossi in mare, e perchè volle ritenerlo per la veste uno dei Greci, si guadagnò da uno dei soldati tedeschi una stoccata, che il fece cadere indietro, e mise spavento a tutti gli altri, in guisa che l'imperadore nuotando, e seguitato dalle barchette dei suoi, arrivò in salvo al lido. Rimasti i Greci tutti confusi, se n'andarono con Dio, altro non portando seco che un rimprovero alla lor balordaggine. Arnolfo, storico milanese del secolo susseguente, vuole [Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.] che i Greci restassero in altra guisa burlati: cioè mostrò Ottone di voler seco la moglie colle sue damigelle, assicurando che porterebbono un'immensa somma d'oro e d'argento con loro. Quumque foret permissum, viros adolescentes muliebriter superindutos, subtus autem accinctos mucronibus cautissime venire mandavit. Ubi vero ingressi sunt [1241] navem, illico irruentes in hostes, evaginatis ensibus, indifferenter quosque trucidant. Interim saltu percito prosiliens imperator in pelagus, natando evasit ad littus liber et laetus. Unde terrefacti transiverunt hostes ad propria. L'anonimo scrittore della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] anch'egli parla di questo fatto con alcun'altra circostanza. Giunto poscia l'Augusto Ottone a Capua, per attestato di Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.], firmavit principatum relictae Pandulfi (Capodiferro) principis Aloariae, et filio ejus Landenulfo: dal che si può scorgere chi fosse riconosciuto allora per sovrano di quegli Stati. Comparirà all'incontro che dagl'imperadori d'Occidente punto non dipendeva in questi tempi il popolo di Venezia; perciocchè abbiamo la fondazione del nobile monistero di san Giorgio nella città di Venezia, data alla luce dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., t. 5, in Venet. Patriar.]. Vedesi scritto quello strumento anno ab Incarnat. Redemptoris nostri DCCCCLXXXII, imperatoribus dominis Vasilio et Constantino fratribus populo romano (questi ed altri simili sbagli son frequenti nell'Italia sacra. Qui s'ha scrivere, come risulta dalla Cronica del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], fratribus filiis quondam Romani imperatoris) magnis et pacificis imperatoribus, anno autem imperii eorum post obitum Johannis Cimistei (scrivi Zimiski) undecimo die XX decembris, Indictione XI. Rivoalti. Appena ritornato dalla battaglia di Calabria sano e salvo in Germania il sopra mentovato Ottone duca di Baviera, quivi diede fine alla sua vita. Il ducato dell'Alemagna ossia della Suevia toccò a Corrado [Annalista Saxo.], e quel della Baviera nell'anno seguente ad Arrigo figliuolo di Bertoldo, essendo tuttavia in prigione il già deposto Arrigo, cugino germano di Ottone II Augusto. Mancò di vita in quest'anno Giovanni [1242] duca di Napoli, per quanto s'ha da san Pier Damiano [Petrus Damian., Epist. V., cap. 13.].


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXIII. Indiz. XI.
Giovanni XIV papa 1.
Ottone III re di Germania e d'Italia 1.

Tenuto fu nell'anno presente un riguardevol placito in Roma, da me già dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. VII.], anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universalis papae VII, anno nono sive domno Ottone II magno imperatore suae coronationis quintodecimo anno, sed et hujus aprilis mensis Indictione XI. In vece di quintodecimo avrebbe da essere scritto sextodecimo, se pur qui si parla, come si avrebbe a parlare, della coronazione romana. Il luogo placito fu in basilica beati Petri Apostolorum principis intro hospitale, in eo usualis est nominati papae dormiendum. Presedeva il pontefice Benedetto con varii vescovi, abbati ed uffiziali della Chiesa romana, coll'intervento di Giriberto vescovo di Tortona, e di Pietro vescovo di Pavia; is enim ambobus (come scrive quell'ignorante notaio) per consensu pontifici, ac jussione imperatoria, cura audiendi veritatem eo missi sunt, stante l'essere il monistero di Subiaco litigante con quel della Cava, sotto la protezion dell'imperadore. Fu ivi sentenziato in favore dei monaci di Subiaco. Intanto abbiamo da Sigeberto [Vita S. Adalberti, in Actis Sanct., ad diem 23 aprilis.], che trovandosi tutti i baroni di Germania e d'Italia afflitti e costernati per la rotta loro data dai Greci e Saraceni in Calabria, sola imperatrix (Theophania) feminea et graeca levitate insultabat eis, quod ab exercitu suae nationis victi essent Romani: ac per hoc caepit primatibus exosa haberi. All'incontro l'Augusto Ottone non capiva in sè stesso per la rabbia e pel dispetto del danno [1243] ed affronto recatogli dai suddetti suoi nemici, ed altro non ruminava che le maniere di farne una sonora vendetta [Ditmarus, in Chron.]. Venne dunque a Verona con pensiero di metter insieme un più poderoso esercito. A questo fine intimò una dieta generale della Germania e dell'Italia in essa città di Verona. Nel testo di Ditmaro si legge che anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII imperator Veronae placitum habuit. Ma si dee scrivere DCCCCLXXXIII. Così ancora ha l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], che fedelmente va copiando Ditmaro. In essa dieta filius imperatoris (cioè Ottone III fanciullo in età di circa quattro anni) ab omnibus in dominum eligitur. Ma perciocchè egli non ricevette allora la corona del regno d'Italia, però si truovano molti atti pubblici da lì innanzi senza il suo nome. Fu in questa occasione che si fecero e pubblicarono le leggi di Ottone II, aggiunte alle longobardiche; giacchè continuava il costume che i re e gl'imperadori non promulgavano leggi senza saputa e consentimento degli stati. Dalla prefazione d'esse abbiamo [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che intervenne a quella dieta cum omnibus Italiae proceribus anche Corrado re di Borgogna, zio materno di esso Ottone II Augusto, chiamato, come si può credere, affinchè egli pure contribuisse soccorsi per la gran guerra che si meditava di fare contra de' Greci e Saraceni. Strane ben compariscono quelle leggi agli occhi nostri oggidì, e s'hanno con tutta ragion da riprovare; ma in que' secoli d'ignoranza e di barbarie sembrano non solo giuste, ma necessarie. Secondo le precedenti leggi, qualora veniva prodotto qualche strumento o testamento comprovante l'acquisto di beni, se mai da contrarii litiganti veniva rigettato come falso, bastava che chi l'allegava in suo favore giurasse, toccati i santi Vangeli, che esso strumento era legittimo e vero, per [1244] ottener tosto sentenza favorevole dai giudici: tanta era la venerazione che si aveva al giuramento. Ma in pratica se ne provavano dei pessimi effetti. Abbondavano in que' tempi i falsarii, che imbrogliano anche oggidì il criterio degli eruditi con certe carte e diplomi che restano negli archivii. Abbondavano del pari le persone di buono stomaco, alle quali nulla costava il prendere un giuramento falso. Massiccio dunque era il disordine in pregiudizio dei giusti acquirenti o possessori di beni. Fin l'anno 962 ad Ottone I Augusto ne fu dato richiamo dai principi d'Italia nel concilio romano. Per consiglio d'esso Ottone e del papa, se ne differì il rimedio al concilio che si celebrò nel 967 in Ravenna. Ma neppur ivi si venne a risoluzione alcuna, ob quorumdam principum absentiam: tanto è vero ciò ch'io diceva del necessario lor consenso per le leggi. Nella dieta dunque tenuta in quest'anno in Verona, si rimediò ad un tale sconcerto, ma con un rimedio peggior del male. Cioè fu determinato, che se taluno accusasse altrui di carte, titoli o giuramenti falsi, si decidesse la controversia col duello; senza badare che il duello è un tentar Dio, e un mezzo sproporzionato ed infedele per iscoprir la verità delle cose, e che si dava ai più forti il comodo di occupar facilmente le sostanze dei men forti. Ma non le conoscevano allora queste verità, quantunque alla stessa dieta non mancasse un gran numero di vescovi ed abbati, per la persuasione, in cui erano, che Dio, come protettore della verità e dell'innocenza, la dichiarasse nel duello, chiamato perciò giudizio di Dio.

Il tempo della dieta di Verona dovrebbe essere stato il giugno dell'anno presente, giacchè un diploma di Ottone II Augusto in favore della chiesa di Liegi, rapportato dal padre Martene [Marthene, Veter. Scriptor., tom. 1.], e dato XVII kalendas julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI [1245] anno vero regni secundi Ottonis XXV, imperii autem XV. Actum Veronae. L'anno dell'imperio ha da essere il XVI; l'anno del regno non so come possa essere il XXV. E ne dubiterò, finchè mi si mostri un'epoca, da me non conosciuta fin qui, ed anche ignota al chiarissimo padre don Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, lib. 2, cap. 4.], che diligentemente tratta delle epoche degli Augusti tedeschi. Vero è nondimeno che di sopra ne abbiam veduto due altri simili esempli. Ci farà un altro diploma intendere dove passasse l'imperadore Ottone dopo la dieta di Verona. Questo è confermatorio dei beni del monistero di santa Maria in Palatiolo di Ravenna [Bullar. Casinens., lib. 2, Constit. LXII.], e con tale autorità formato, che abbastanza indica il dominio d'esso Augusto in quella città. Fu esso dato pridie idus julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVIII (dee essere XVI). Actum Ravennae. Ma prima di congedarsi da Verona, svegliò l'Augusto Ottone dei pensieri sdegnosi contra dei Veneziani, a cagion dell'uccisione del loro doge Pietro Candiano. Attesta nondimeno il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che avendo spedito Tribuno Memmo doge alcuni ambasciatori a Verona in quest'anno, il placò, e ne riportò la conferma dei patti. Ho io dato alla luce [Piena Esposizione, pag. 125.] il diploma d'essi patti, fatto dallo stesso Augusto ad esso Tribuno doge, dove son distinte le terre sottoposte al doge di Venezia da quelle del regno d'Italia. Merita osservazione di dirsi da esso imperadore: Ili sunt ex nostro scilicet jure: Papienses, Mediolanenses, Cremonenses, Ferrarienses, Ravennates, Comaclenses, Ariminenses, Pisaurienses, Cesenatenses, Fanenses, Senogallienses, Anconenses, Humanenses, Firmenses, et Pinnenses, Veronenses, Gavallenses, Vicentinenses, Montesilicenses, Paduanenses, [1246] Tervisianenses, Cenetenses, Forojulienses, Istrienses, et cuncti in nostro italico regno. Poi seguita ad annoverare i popoli dipendenti dal doge di Venezia. E perciocchè egli non distingue punto dal resto delle città del regno Ravenna, Ferrara, Comacchio, ec., segno è ch'erano in questi tempi incorporate nel regno di Italia, nè sussistesse che Ottone I Augusto avesse restituito l'esarcato ai papi ed aver egli perciò fabbricato il palazzo regale presso a Ravenna, come s'è veduto di sopra. Ma non andò molto che i Caloprini ed altri nobili veneti, nemici dei Morosini, si portarono a Verona, ed insinuarono ad Ottone Augusto la maniera di sottomettere Venezia all'imperio suo, con esibirgli anche Stefano Caloprino una buona somma d'oro, se il dichiarava poscia doge. Di più non ci volle, perchè l'imperadore, pieno di mal talento contra chiunque dipendeva dai greci Augusti, vietasse con pubblico bando a tutte le terre del suo imperio e regno di portar da lì innanzi vettovaglie a Venezia, e ai Veneziani di metter piede nelle terre dell'imperio. Il popolo ancora di Capodargere si ribellò ad essi Veneziani, e si diede all'imperadore, con riconoscere da lui Loreo ed altri siti. Inoltre il vescovo di Belluno occupò varii beni del veneto dominio. Allora fu che Tribuno doge fece dirupar le case di tutti que' cittadini che erano ricorsi all'imperadore, e mettere in prigione le mogli e i figliuoli loro. Male e peggio sarebbe andata pe' Veneziani, se non succedeva colla morte di Ottone un gran cambiamento di cose. Ma avanti di narrar questa morte, conviene accennare che esso imperadore andò prima a Pavia, dove IX kalendas septembris prope fluvium Ticinum diede un diploma al monistero di Volturno [Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Di là passò nei principati di Benevento e Capua. L'autore della Cronica di Casauria scrive [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che anno ab [1247] Incarnatione Domini DCCCCLXXXIII, Indictione XI, quum domnus Otto secundus imperator in Apuliam profectus, et Ottone filio suo coronato (ma non sì presto) apud Varim (cioè Bari) civitatem maneret, Johannes Pinnensis episcopus, ec. Ma forse v'ha dell'errore. Veggasi il Giudicato nelle giunte alla Cronica suddetta. Ci somministra ancora la Cronica del Volturno due altri diplomi del medesimo Augusto in favore di quel monistero, amendue dati II iduarum novembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVI. Actum Capuae. Ma forse questi son da riferire all'anno precedente. Ancor qui abbiamo l'anno XXVI del regno. Negli originali talmente sarà stato scritto XXIII, che i copisti l'abbiano, siccome è facile, preso per XXVI. Veggonsi in essa Cronica volturnense altri diplomi che servono alla correzione di questi medesimi documenti. Anzi il cardinal Baronio, [Baron., in Annal. Eccl.] riferendo questo diploma, legge anno XXIII.

Ora tutti questi movimenti di Ottone II Augusto erano per unire un formidabil esercito da condurre specialmente contro de' Saraceni. Pensava infino di andarli a trovare in Sicilia. Disponens (scrive Arnolfo milanese [Arnulf. Mediolan., lib. 1, cap. 9.]), aequoreas undas potestative cum omni transmeare Italia, per universum regnum dilatat militandi praeceptum. Altrettanto abbiamo da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.]. E lo storico Epidanno [Epidannus, in Chron.] aggiugne una diceria del volgo: cioè ch'egli intendeva di fare un ponte sullo stretto della Sicilia, per passare in quell'isola, come altrove fece Dario (vuol dire Serse) re di Persia per portare la guerra in Grecia. Ma venuto esso imperadore a Roma sul principio di dicembre, quivi infermatosi (chi immagina per afflizion d'animo, e chi per ferita mal [1248] curata), diede fine ai suoi giorni. Abbiamo da Ditmaro [Ditmarus, in Chron.], ch'egli, sentendo avvicinarsi il suo fine, fece quattro parti del suo tesoro: la prima per le chiese; la seconda ai poveri; la terza a Matilda sua sorella, badessa piissima di Quidelinburg, e la quarta agli afflitti suoi cortigiani: Factaque latialiter (cioè in lingua latina o romana) confessione coram apostolico, ceterisque coepiscopis atque presbyteris, acceptaque ab eis optata remissione, VIII idus decembris ex hac luce subractus est, terraeque commendatus, ubi introitus orientalis paradisi domus sancti Petri cunctis patet fidelibus, et imago dominica honorabiliter formata venientes quosque stans benedicit. Leone ostiense aggiunge che il corpo suo fu seppellito in labro porphyretico, che durava tuttavia a' tempi del cardinal Baronio insieme coll'immagine del Salvatore nell'atrio della basilica vaticana. Questo sepolcro di porfido fu poi levato da Paolo V pontefice a cagion della fabbrica nuova. Così la morte sul più bel fiore dell'età troncò la vita e le imprese meditate da questo principe, che prometteva di uguagliar la gloria del padre, se più lungo fosse stato il corso de' suoi giorni. L'autore della vita di santo Adalberto [Vita II S. Adalberti, in Actis Sanctor. ad diem 23 april.] gli dà la taccia di molta ambizione e di poco senno. Aveva egli, alquante settimane prima, inviato in Germania l'unico suo figliuolo Ottone III, per quivi ricevere la corona del regno germanico. In fatti, secondo la testimonianza di Ditmaro, in die proximi Natalis Domini ab Johanne archiepiscopo ravennate, et a Willigiso moguntino, in regem consecratur Aquisgrani. È notabile che l'arcivescovo di Ravenna facesse la prima figura in quella solenne funzione. La Cronica d'Ildesheim dice [Annal. Hildeshemenses.] ch'egli per unctionem Johanni ravennatis archiepiscopi in die natalis Dominis unctus est in regem. Ma appena terminata la gran [1249] festa, eccoli arrivar la nuova della morte dell'Augusto suo padre, che tutte sturbò quelle allegrezze. Che in quest'anno ancora giugnesse al fin di sua vita Benedetto VII sommo pontefice, e gli succedesse Giovanni XIV, verisimilmente lo persuaderan le ragioni che addurrò all'anno seguente. Fu discacciato in quest'anno dai Salernitani Mansone lor principe con Giovanni I di lui figliuolo, e in luogo di essi fu creato principe di Salerno Giovanni II, figliuolo di Lamberto, forse della schiatta degli antichi duchi di Spoleti.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXIV. Indiz. XII.
Giovanni XIV papa 2.
Ottone III re di Germania e Italia 2.

Fu susseguita la morte di Ottone II imperadore da gravissimi sconcerti nella Germania [Ditmarus, in Chronic., lib. 3. Sigebertus, in Chron. Annales Hildeshemenses.]. Venne fatto da Arrigo II, già duca di Baviera, figliuolo di Arrigo I, cioè di un fratello di Ottone il Grande, di uscir di prigione, oppure di tornar dall'esilio in cui si trovava. Aveva il defunto Ottone II Augusto raccomandato il suo tenero figliuolo Ottone III alla cura di Guarino arcivescovo di Colonia; ma entrato Arrigo duca in quella città, con pretendere che a lui spettasse, secondo le leggi, la tutela del re fanciullo, glielo levò dalle mani. La mira nondimeno d'esso Arrigo era di occupare per sè la corona del regno germanico: al qual fine si guadagnò con assai regali non pochi principi e grandi di quelle contrade, e quei massimamente che l'imperadrice Teofania colle sue imprudenti doglianze avea disgustato. Non finì la faccenda, che nel dì di Pasqua in Quidilingeburg, dove era concorsa gran folla di baroni, si fece esso Arrigo dai suoi parziali proclamare re di Germania. Dallo Struvio [Struv., Corp. Hist. German.] è chiamato questo Arrigo Henricus Henrici rixosi filius: se con ragione, lascerò [1250] deciderlo agli eruditi tedeschi. Dimorava tuttavia in Roma l'Augusta Teofania, afflittissima per la perdita del consorte, quando gli arrivò l'amaro avviso del miserabile stato in cui si trovava anche il re Ottone suo figliuolo. Volò per questo a Pavia a trovar l'imperadrice Adelaide suocera sua, lasciata già dal figliuolo al governo di quella città e della Lombardia. Colle lagrime deplorarono amendue le disavventure della loro augusta casa; poscia senza perdersi d'animo passarono in Germania, dove si misero alla testa di quanti stavano tuttavia fedeli al loro figliuolo e nipote. Dichiararonsi ancora in loro favore [Annalista Saxo.] Lottario re di Francia e Corrado re di Borgogna, tuttochè Gisla figliuola di Corrado fosse maritata col suddetto Arrigo duca. Prevalse in fatti il partito di Ottone III, e si venne ad una convenzione, per cui III kalendas julii fu da esso Arrigo consegnato il re fanciullo all'Augusta Teofania sua madre. In questo mentre nel dì 10 di luglio dell'anno presente, se vogliamo riposar sull'asserzione del cardinal Baronio e del padre Pagi, terminò il corso di sua vita Benedetto VII papa, per quanto si ricava dall'epitaffio suo, rapportato da esso cardinale annalista. Fu in suo luogo sustituito Pietro vescovo di Pavia, che assunse il nome di Giovanni XIV. Egli era stato in addietro arcicancelliere dell'imperadore Ottone II, e il suo nome s'incontra nei diplomi di lui, da me accennati negli anni precedenti. Ma a me sembra assai più probabile che nell'anno precedente seguisse la vacanza della Chiesa romana. Vero è che i diplomi del monistero volturnense ci rappresentano nel novembre del 985 Pietro vescovo di Pavia, che fu poi papa Giovanni XIV, tuttavia arcicancelliere di Ottone II. Ma non son documenti per conto delle note cronologiche assai sicuri. E che essi appartengano all'anno 982, ne può fare la spia l'indizione XI, perchè nel novembre dell'anno 983, secondo l'osservazione del [1251] cardinal Baronio dovea essere la XII. Per conto poi dell'epitaffio di Benedetto VII converrebbe esaminare, se veramente sia fattura di autore contemporaneo, e non dei tempi posteriori, come io sospetto, e se venga riferita la di lui morte all'indizione XII con sicurezza dal marmo, e non già da qualche copia trovata nei manuscritti. Le ragioni ch'io ho di diversamente credere, son queste. L'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccard.] presso l'Eccardo, e il Cronografo sassone [Cronographus Saxo, apud Leibnitium, in Accession. Hist.] presso il Leibnizio scrivono all'anno presente 983, che Ottone II dopo la dieta di Verona Romam revertitur, ac domnum apostolicum digno cum honore romanae praefecit Ecclesiae. Questo non si può intendere se non di Pietro vescovo di Pavia, alzato al pontificato col nome di Giovanni XIV. Sembra anche difficilissimo che il clero e popolo romano, liberato dalla soggezione di Ottone II Augusto rapito dalla morte, fosse concorso ad eleggere papa un vescovo straniero; ma ciò fu ben facile, essendo tuttavia vivo e presente in Roma lo stesso Ottone. Aggiungasi, vedersi citata dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast. ad ann. 984.] una memoria tuttavia esistente in marmo, e scritta tempore Johannis XIIII papae, mense februario, Indictione XII, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIIII. Adunque nel febbraio di quest'anno era già creato papa Giovanni XIV, e per conseguente possiam presumere l'assunzione sua al trono pontifizio succeduta nell'anno precedente. Strana cosa è che il cardinal Baronio, lavorando sul supposto, che in quest'anno 984 Benedetto VII morisse, e gli succedesse Giovanni XIV, facesse a questa tavola di marmo la seguente annotazione: Sed mendose nonnihil, ut manifeste appareat, loco anni octogesimi quarti legendum octogesimi quinti, et loco Indictionis duodecimae, legendum decimae tertiae, ut convenire [1252] Johannis papae sedis tempori possit. Anzi nulla si ha da mutare, e da questo contemporaneo ed autentico monumento si ha, per lo contrario, da inferire che l'epitaffio di Benedetto VII papa fu composto dai monaci, riconoscenti la fondazione del lor monistero da esso papa, molti anni dappoi, e perciò fallace in assegnar l'anno preciso della sua morte.

Ma dopo nove mesi di pontificato finì sua vita papa Giovanni XIV, e dall'epitaffio, rapportato dal cardinal Baronio (se pure ricavato fu dal marmo e non dai manoscritti), si raccoglie che la sua morte avvenne nel dì XX d'agosto. Ma se quest'epitaffio era in san Pietro, chieggo io, perchè nol rapportasse Pietro Mallio [Petrus Mallius, tom. 7. Junii Act. Sanctor. Bolland.], il quale tanti secoli prima raccolse le memorie della basilica vaticana, e nol conobbe punto e nol riferì? Secondo i conti d'esso Baronio, questo papa Giovanni morì nell'anno susseguente; secondo i miei nel presente. L'autore della Cronica del Volturno [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], cioè Giovanni monaco, il quale fiorì nel secolo susseguente, scrive così nel catalogo posto avanti alla sua Cronica: Johannes XIV papiensis annos (scrivi menses) IX. Iste in castello sancti Angeli retrusus, famis crudelitate necatus est anno DCCCCLXXXIV, Indictione XII. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico, edition. Canis.] racconta così orrenda iniquità di questi tempi colle seguenti parole: Anno 984. Romae Johannes XIV, qui et Petrus Papiae prius episcopus, sedit mensibus VIII, eumque Bonifacius Verrucii (o Ferrucii) filius, prius relegato Benedicto, male ordinatus, de Constantinopoli quo fugerat, reversus, comprehendit, et in castellum sancti Angeli relegatum fame, et ut perhibent, veneno enecuit, atque sedem invasit. Però da quest'anno non s'avrebbe da rimuovere la morte di Giovanni XIV. Già abbiamo [1253] veduto all'anno 974, che Bonifazio figliuolo di Ferruccio, mostro d'iniquità, dopo avere a forza di sacrilegii e di crudeltà occupata la cattedra di san Pietro, costretto a fuggirsene, ricoverossi in Costantinopoli, seco portando il tesoro di san Pietro. Appena costui ebbe intesa la morte di Ottone II che il teneva in briglia, celatamente sen venne a Roma, e colla fazione de' suoi parziali preso papa Giovanni XIV, il fece più che barbaramente morir di fame o di veleno in castello sant'Angelo, ed esporre il suo cadavere alla vista del popolo, deploratore di sì indegno spettacolo. Poscia questo tiranno di nuovo si assise sul trono pontifizio. Ma non vi durò, secondo i codici vaticani, più di quattro mesi, oppure di undici, per quanto ha Ermanno Contratto e la Cronica del Volturno, co' quali va d'accordo Romoaldo Salernitano. Mi attengo io a questo ultimo, perchè vedremo questo empio usurpatore del pontificato, tuttavia vivente nel marzo dell'anno venturo. Nella Cronica suddetta del Volturno si legge uno strumento di livello conceduto da Rofredo abbate del monistero volturnense ad Attone ossia Azzo conte, con queste note: Ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt anni DCCCCLXXXIV, temporibus domni Transemundi dux et marchio, et ducatus ejus secundo, et dies mense october, per Indictione XIII. Actum Capuae. Fu ben fatto lo strumento in Capua; ma perchè si trattava di un conte del ducato spoletino, e di beni posti nel territorio di Penna compreso nel medesimo ducato, perciò non si contano gli anni di Landolfo principe di Capua, ma bensì quei di Trasmondo duca di Spoleti, e marchese di Camerino, ossia di Fermo. Di qui dunque apprendiamo che nell'anno antecedente 983, oppure sul fine dell'anno 982, Trasmondo fu creato duca e marchese da Ottone II Augusto, senza apparire che altri dopo la morte di Pandolfo Capodiferro ottenesse que' due ducati, ossia quelle marche. Perchè non ho fatto menzione in addietro di ciò che scrive Lupo [1254] Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], ora qui la farò. Anno (scrive egli,) DCCCCXXXII tradita est civitas Barii in manus Chalechyri patricii, qui et Delphina, a duobus fratribus Sergio et Theophylacto mense junii XI die. Et Otho rex obiit Romae. Ma essendo certo che la morte di Ottone II accadde nell'anno precedente 983, perciò anche il tempo della resa di Bari ai Greci dovrebbe appartenere a quell'anno stesso. Abbiamo veduto di sopra che Ottone II fu in Bari nell'anno 983. Se ciò è vero, non può stare il tempo che qui il Protospata accenna. Anzi a me pare assai probabile che solamente dopo la morte di esso imperadore i cittadini di Bari si dessero all'uffiziale de' Greci, giacchè non aveano più da temere di lui. Aggiugne esso storico: anno DCCCCLXXXIII apprehendit praedictus Delphina patricius civitatem Asculum in mense decembri. Può esser che vi sia errore nel tempo; ma a buon conto impariamo, che dopo essere mancato di vita Ottone II Augusto, i Greci stesero le ali in Puglia, e s'impadronirono fin della città di Ascoli. Pretende l'Ughelli, [Ughell., Ital. Sacr., tom. 7.] che in quest'anno la chiesa di Salerno fosse alzata da papa Benedetto VII al grado archiepiscopale. Solamente cita, ma non rapporta la bolla d'esso papa, come pure era di dovere: e però non si può giudicare intorno al tempo di tale erezione. Quel che è certo, Amato, vivente in questi tempi, fu il primo arcivescovo di quella città, e principe ne era allora Giovanni II.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXV. Indiz. XIII.
Giovanni XV papa 1.
Ottone III re di Germania e d'Italia 3.

Tenea tuttavia nel mese di marzo dell'anno presente il tiranno antipapa Bonifazio, parricida di due pontefici, occupata la sedia di san Pietro, del che ci assicurano gli strumenti accennati da [1255] Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], e scritti in Ravenna anno nongentesimo octogesimo quinto a partu Virginis, qui annus ibiprimus Bonifacii pontificis maximi, Indictione XIII, idibus martii scribitur. Ma non tardò la morte a mettere fine alla vita e alle scelleraggini di questo falso papa. Colto da improvviso accidente, passò a rendere conto di sè al tribunale di Dio. Era costui talmente in odio al popolo romano, che la plebe preso il di lui cadavero, lo strascinò per le strade della città [Baron., in Annal. ad hunc annum.], e trafitto da mille colpi di lancie, lo lasciò insepolto nel campo dove era la statua di Marco Aurelio imperadore. La mattina seguente venuti i cherici, e trovato si vergognoso spettacolo, gli diedero la sepoltura. Truovasi qui più dell'usato imbrogliata e scura la cronologia de' sommi pontefici. Mariano Scoto, Gotifredo da Viterbo, Martino Polacco, l'autore della Cronica del Volturno ed altri mettono per successore di Bonifazio un Giovanni romano, chiamato da alcuni figliuolo di Roberto, convenendo tutti ch'egli sedette quattro mesi nel pontificato. Quel che è strano, a questo figliuol di Roberto fanno dipoi succedere Giovanni di nazione romano, figliuolo di Leone prete, nato nel rione delle Galline bianche. Quest'altro Giovanni, indubitato romano pontefice, si truova poi nelle memorie di questi tempi sempre appellato Giovanni XV. Ma se il precedette un altro Giovanni figliuolo di Roberto, come non assunse egli il nome di Giovanni XV, che osserviamo nel suo successore? Si avvisò il padre Papebrochio [Papebrochius, ad Conat. Chron. Hist.] d'aver trovato lo scioglimento di questo gruppo con immaginare che Giovanni figliuolo di Roberto fosse solamente eletto, e non consecrato. Ma chi registra il nome di lui nel catalogo dei romani pontefici, nol distingue dagli altri veri pontefici, anzi gli dà il nome di Giovanni XV. Nè si cominciavano a contar gli anni del pontificato, se non dopo la [1256] consecrazione. Perciò altri autori antichi o moderni tralasciano questo Giovanni figlio di Roberto, e così ancora fece il cardinal Baronio. Ma fosse o non fosse papa per quattro mesi esso Giovanni, noi abbiam di certo che circa questi tempi, e, secondo tutte le verisimiglianze, nell'anno presente fu eletto e consecrato papa Giovanni appellato XV, figliuolo di Leone, il quale per molti anni dipoi governò la Chiesa di Dio. Veggasi ancora ciò che dirò qui sotto all'anno 993. Secondo l'Annalista sassone [Annal. Saxo, apud Eccard.], Arrigo già duca di Baviera, che nell'anno addietro aveva usurpato il regno al piccolo re Ottone III, in quest'anno divino instinctu ad se reversus, et vana exaltatione se dejectum conspiciens, veniente rege (Ottone) in Franconevord, illuc ipse adveniens in cospectu totius populi, complicatis manibus, humilis habitu et actu, vera compunctus poenitentia, regiae se tradidit potestati. Fu ricevuto con tutto onore, e gli fu restituito il grado di duca, e per conseguente il ducato di Baviera. Anzi vedremo ch'egli ebbe per giunta col tempo anche il ducato della Carintia e la marca di Verona; di modo che Ottone III ebbe da lì innanzi tra i suoi più fedeli questo Arrigo, come appunto richiedeva la stretta lor parentela. Fu anche restituito ad esso Ottone III il regno della Lorena da Lottario re di Francia: con che di bene in meglio andavano prosperando i di lui affari. Abbiamo da Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che in questo anno fu mandato dagl'imperadori greci al governo della Puglia Romano patrizio, la cui residenza possiam credere che fosse in Bari.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXVI. Indiz. XIV.
Giovanni XV papa 2.
Ottone III re di Germania e d'Italia 4.

Cita il padre Mabillone [Mabillon., Annal Benedict. ad hunc annum.] una bolla di papa Giovanni XV, con cui conferma [1257] tutti i beni e privilegii del monistero di san Pietro in caelo aureo, dove riposa il corpo di sant'Agostino dottore della Chiesa, a Pietro abbate di quel sacro luogo. Fu essa data VIII kalendas februarii per manum Johannis episcopi nepesini, anno primo Johannis XV papae, Indictione XIV. Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 15.] anch'egli accenna uno strumento scritto in Ravenna anno secundo pontificatus Johannis XV, mense decembri, Indictione XV, cioè nel dicembre dell'anno presente. Ne cita un altro stipulato anno tertio Johannis XV pontificis, Vidus julias, Indictione I. Ravennae, cioè nell'anno 988: notizie tutte che confermano assunto esso Giovanni XV al pontificato prima del dicembre e dopo il luglio dell'anno 985. A questo anno 986 l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Genuens.] e il suddetto padre Mabillone riferiscono una donazione fatta da Adelaide imperadrice, (che per errore di stampa, credo io, è chiamata da esso Ughelli Ottonis III imperatoris uxor) al monistero di san Fruttuoso del contado di Genova. Le note cronologiche son queste: Tertius Otho Dei gratia imperator Augustus, anno imperii ejus, Deo propitio, tertio, prima die aprilis, Indictione XIV. Actum in sancto Fructuoso. Ma Ottone III non era per anche imperadore, nè è mai da credere che in uno strumento pubblico, che si dice sottoscritto dalla piissima Adelaide Augusta, e da Wiligo ossia Wiligiso arcivescovo di Magonza, gli fosse dato il titolo d'imperadore. Dice ivi Adelaide di far quella donazione pro anima praedicti quondam domini Othonis imperatoris viri mei, seu mercede, et pro fomento filii mei Karoli, quem Dominus Deus et Salvator noster Jesus Christus reddidit mihi de fluctibus maris turbidi vivum et sospitem, per merita beatissimi Fructuosi, et per orationes bonorum virorum ibidem Domino famulantium. Niuno per anche ha saputo che l'Augusta Adelaide avesse un figliuolo chiamato Carlo; e se l'avesse [1258] avuto, pare impossibile che la storia non ne avesse fatta menzione. Da Lottario re d'Italia ella non ebbe che una figliuola appellata Emma, per testimonianza di santo Odilone [Odilo, in Vit. S. Adelheidis.], e da Ottone I certamente non ebbe un Carlo. Potrebbe dirsi che in vece di Karoli si ha qui da leggere Ottonis, cioè di Ottone II, che nell'anno 982 vedemmo, che gittatosi in mare, si salvò dai nemici. Ma egli era già mancato di vita. Però che si da ha dire di questo diploma? Venne a morte in quest'anno Lottario re di Francia, a cui succedette Lodovico V suo figliuolo, chiamato nelle storie il Dappoco. La regina Emma, che poco fa dissi figliuola dell'imperadrice Adelaide, passò di gravi affanni dopo la morte del marito Lottario, perchè accusata al figliuolo Lodovico di pratica scandalosa con Adalberone vescovo di Laon: sopra che si veggono due lettere da lei scritte alla madre Adelaide e all'Augusta Teofania fra quelle di Gerberto. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che nell'anno presente i Saraceni fecero un'invasione in Calabria. Comprehenderunt Saraceni sanctam Chiriachi (cioè sanctae Cyriacae) civitatem, et dissipaverunt Calabriam totam. E l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccard.] racconta che il fanciullo re Ottone III con possente esercito andò contra la Schiavonia occidentale. Colà venne a trovarlo Misecone duca di Polonia con gran seguito di soldatesche, ed oltre all'avergli presentato un cammello con altri regali, se ipsum etiam subdidit potestati illius, cioè si dichiarò suo vassallo; et tunc simul pergentes, devastaverunt totam terram incendiis, et depraedationibus multis. Aveva questo duca per moglie Dobrova, sorella di Bolislao duca di Boemia, principessa cristiana, la quale tanto seppe fare, che indusse il marito ad abiurare il paganesimo, e ad abbracciare la santa religione di Cristo; il che fu cagione che la Polonia cominciò a dar luogo al Cristianesimo. [1259] Anche la Russia ossia la Moscovia circa questi tempi abbracciò in parte la religione cristiana.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXVII. Indiz. XV.
Giovanni XV papa 3.
Ottone III re di Germania e d'Italia 5.

Celebre è quest'anno per la morte del giovane Lodovico V re di Francia, già raccomandato alla cura di Ugo Capeto duca di Francia, senza lasciar figliuoli dopo di sè. Della stirpe regale di Carlo Magno ci restava tuttavia Carlo duca di Lorena, zio paterno d'esso Lodovico. Contuttociò esso Ugo Capeto, prevalendosi del mal animo che aveano i primati della Francia contro d'esso Carlo, perchè legato d'interessi col re germanico, si fece proclamar re di Francia, e coronare sul principio di luglio. Da lui per diritta linea maschile discende il cristianissimo regnante re di Francia Luigi XV. Seguitò poi la guerra fra lui e il suddetto Carlo con varia fortuna: del che potrà informarsi chi vuole dalla storia di Francia. In quest'anno portarono di nuovo i Sassoni la guerra nel paese degli Slavi: unde illi compulsi, regis (cioè di Ottone III) ditioni se subdunt, et castella juxta Albiam restaurantur, sono parole dell'Annalista d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] e sassone. Perchè non si sa in qual anno precisamente succedesse la persecuzione fatta in Roma a papa Giovanni XV, chiamato da vari autori XVI, sarà a me lecito il farne qui menzione. Il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.] ne parla all'anno 993; il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] all'anno 985. Martino Polacco [Martinus Polonus, in Chron.], Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., de Roman. Pontif.] ed altri narrano che questo papa fu persona molto dotta, e compose alcuni libri. Ma perchè non cessavano in Roma le [1260] fazioni, Crescenzio patrizio di quella città, che col titolo di console avea in suo potere castello sant'Angelo, si diede a perseguitarlo, in maniera che fu costretto il buon papa a fuggirsene di Roma, e a ricoverarsi in Toscana, della qual provincia era allora duca e marchese Ugo, figliuolo di Uberto, e nipote d'Ugo già re d'Italia. Di là cominciò Giovanni a sollecitare il giovinetto re Ottone III di calare in Italia, altro mezzo non conoscendo per rimediare alla sfrenata licenza de' Romani, che quella di creare un imperadore. Ciò inteso da Crescenzio, e non essendo smarrita la memoria della giustizia fatta da Ottone il Grande, e fors'anche dal secondo, mandò a pregare il papa che se ne tornasse alla sua sedia. In fatti Giovanni XV si portò a Roma, dove esso Crescenzio col senato fu a dimandargli perdono. Da lì innanzi ebbe quiete il papa dal popolo romano. Per le suddette molestie inferite a questo pontefice si può credere scritto da Romoaldo salernitano [Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che ai tempi d'esso Giovanni XV Romani capitanei patriciatus sibi tyrannidem vendicavere; cioè usurparono al papa il dominio temporale di Roma. Il cardinal Baronio se la prende spesso contro i principi d'allora, senza mai riconoscere da chi venivano gli sconvolgimenti di Roma e della cattedra pontificia, cioè dai Romani stessi. Aggiugne esso Romoaldo che in quest'anno i Saraceni saccheggiarono la Calabria. Forse racconta egli qui ciò che Lupo protospata scrisse all'anno precedente.


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXVIII. Indiz. I.
Giovanni XV papa 4.
Ottone III re di Germania e d'Italia 6.

Circa questi tempi, come notò il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], i Caloprini nobili veneziani, [1261] i quali già vedemmo che erano iti con alcuni lor fazionarii a stuzzicar l'imperadore Ottone II contra di Tribuno loro doge, e contro la libertà della lor patria, veggendo per la morte d'esso Augusto svaniti tutti i loro disegni, tanto si raccomandarono all'imperadrice Adelaide, dimorante allora in Pavia, ch'ella interpose la sua autorevole protezione presso il suddetto doge, affinchè potessero con sicurezza tornare a Venezia. L'ottennero essi, con aver il doge mandato quattro persone che giurarono la loro salvezza. Ma da lì a non molto i Morosini lor nemici stettero alla posta, allorchè i tre figliuoli di Stefano Caloprino venivano dal palazzo ducale in una gondola, e li trucidarono. Il doge mostrò di non avervi colpa; ma il popolo credette ciò che volle; e chi fu morto, non resuscitò. Sotto quest'anno racconta Romoaldo Salernitano [Romual. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che i Saraceni assediarono, presero e distrussero la città di Cosenza. Aveva scritto sotto l'anno precedente Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che nella città di Bari, suddita allora de' Greci, il popolo sollevatosi contra Sergio protospata (era questa una dignità conferita dalla corte di Costantinopoli, come di primo capitano), l'uccisero nel mese di febbraio. Nell'anno presente, Indictione prima depopulaverunt Saraceni vicos barenses, et viros ac mulieres in Siciliam captivos duxere. Intorno ancora a questi tempi si dilatò forte in Lombardia l'ordine monastico, specialmente per la venuta a Pavia e per gli santi esempli di Majolo abbate di Clugnì. Era allora il monachismo in Italia in somma depressione. Pochi monisteri si contavano, dove fiorisse la regolare disciplina. Nella maggior parte de' monaci, massimamente se i lor monasteri erano piccoli, o se grandi, ridotti in commenda, compariva una deplorabile depravazion di costumi. Trovavansi talvolta dei piissimi abbati e dei religiosissimi monaci; ma noi poco [1262] sappiamo delle loro virtù, e meno delle opere loro in servigio e profitto spirituale de' popoli. Si vede bensì dalle memorie che restano, essere stato l'ordinario e comune studio degli abbati e monaci d'allora di acquistar tutto dì dei nuovi stabili, ed anche degli stati, cioè delle castella e ville, che andavan poi a finire nel sic vos non vobis di Virgilio. Ingegnavasi ancora cadauno de' potenti monisteri di avere, per quanto potea, degli altri monisteri subordinati a sè per tutta l'Italia, o almen delle celle, ossia de' priorati nelle varie città, o ne' lor contadi, dove poi teneano un priore, e talvolta alcuni pochi monaci, i quali se ne stavano in gaudeamus, perchè disobbligati dal rigore della disciplina.

Giovò non poco la venuta del santo abbate Majolo, perciocchè, oltre all'aver egli riformato alquanti vecchi monisteri, s'invogliarono molti di fabbricarne dei nuovi, ne' principii de' quali certo è che fioriva la pietà e il buon esempio. Però intorno a questi tempi la santa imperadrice Adelaide aggiunse [Odilo, in Vita S. Adelheidis.] un riguardevol monistero all'antichissima chiesa di san Salvatore di Pavia, non sussistendo una antichità di lunga mano maggiore, che da taluno gli viene attribuita. In Parma sorse il monistero di san Giovanni, in Brescello quello di san Genesio, in Milano quello di san Celso, in Genova quello di san Siro, in Firenze la badia di santa Maria, in Reggio quello di san Prospero, oggidì san Pietro; in Padova l'insigne di santa Giustina, per tacer d'altri. In Modena aveva Ildebrando vescovo [Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.] conceduta ad un monaco Stefano nell'anno 983 l'antica chiesa di san Pietro, posta allora fuori della città. I monaci nonantolani, che assorbivano un'immensa copia di beni ne' territorii di Modena, Cologna, Ferrara, Verona ed altre città, mirando di mal occhio la disposizion di un nuovo monistero in lor vicinanza, destramente spinsero un loro monaco [1263] per nome Pietro, che si unì con esso Stefano alla cura della chiesa suddetta. Quando poi Pietro se la vide bella, rubò all'altro monaco la bolla episcopale, e tentò con danari il soprallodato vescovo per aver egli la metà di quella chiesa; ma il prelato, detestando la furberia del monaco nonantolano, il cacciò via, e confermò [Antiquit. Ital., Dissert. LXV.] in quest'anno a Stefano il possesso di quella chiesa: il che fu principio del monistero di san Pietro, tuttavia florido in questa città, e fondato nell'anno 996 dal vescovo di Modena Giovanni. Degno è ancora d'osservazione ciò che racconta Arnolfo [Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 994.] monaco di santo Emmerammo: cioè che nella sola Roma si contavano quaranta monisteri di monaci e venti di monache, professanti tutti o quasi tutti la regola di san Benedetto, e sessanta collegiate di canonici; tanto s'era dilatato l'ordine monastico e l'istituto de' canonici. Dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.] e dal Tatti [Tatti, Annali Eccl. Com.] è rapportato un diploma dato da Ottone III in favore di Adelgiso vescovo di Como, con queste note Datum III nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXVIII, Indictione II, imperii domni Othonis quinto. Actum in palatio Renesbohe. Non avvertì l'Ughelli che questo privilegio non potè mai competere ad Ottone III, il quale non era per anche imperadore. Il Tatti bensì lo riferì all'anno 978, e ad Ottone II Augusto. Ma, siccome osservò il chiarissimo padre Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, p. 206.], neppur così vengono guarite le piaghe di questo documento, in cui è anche da avvertire quel titolo strano: Otho tertius gratia Dei gubernator, seu imperator.

[1264]


   
Anno di Cristo DCCCCLXXXIX. Indiz. II.
Giovanni XV papa 5.
Ottone III re di Germania e d'Italia 7.

Tanto dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], quanto da quello d'Ildeseim [Annal. Hildesheim.], abbiamo che in questo anno Theophania imperatrix mater regis (cioè di Ottone III) Romam perrexit, ibique Natalem Domini celebravit, et omnem regionem regi subdidit. Per la tenera età e per la lontananza del re Ottone III, pur troppo aveano cominciato i popoli dell'Italia a calcitrare e a suscitar delle sedizioni, siccome verrò dicendo più innanzi. Ancorchè la santa imperadrice Adelaide, stando in Pavia, comandasse e si studiasse di tener quieti i popoli, pure non era assai temuta e rispettata la di lei autorità. Venne con più polso in Italia l'Augusta Teofania, e di qui impariamo che essa dovette rimettere in miglior sesto gli affari. Ma non si dee tacere che l'archimandrita calabrese Giovanni, da noi veduto di sopra creato abbate del ricchissimo monistero di Nonantola, seppe ben far fruttare in suo favore l'intrinsichezza ch'egli godeva presso la suddetta imperadrice Teofania, siccome uomo intendente della lingua greca, ed originario di Calabria. Passò in questo anno a miglior vita Sigualdo vescovo di Piacenza [Campi, Istor. di Piacenza, T. 1.], e l'accorto Greco colla protezione dell'Augusta fu promosso a quella chiesa, quantunque, per attestato del Cronografo sassone [Chronographus Saxo editus a Leibnitio.], fosse stato eletto vescovo un uomo degno, ch'egli fece discacciare. Nè di ciò contenta la sua ambizione, giacchè in quel secolo era divenuto alla moda il far dei nuovi arcivescovati, ottenne da papa Giovanni XV che Piacenza fosse eretta in arcivescovato, con levarla di sotto alla giurisdizione del metropolitano di Ravenna. Ha [1265] recato maraviglia a taluno, ed è sembrato errore, il trovar questo Giovanni arcivescovo di Piacenza; ma di tal verità non si può dubitare. Leggesi presso il Campi una permuta da lui fatta in Pavia col mastro di quella zecca, in cui esso è appellato domnus Johannes archiepiscopus sancte placentine ecclesie, et abbas monasterii sancti Silvestri, siti Nonantule. Lo strumento fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi nongentesimo ottuagesimo nono, tertio die mensis genuarii, Indictione secunda. Il non veder qui fatta menzione degli anni del re Ottone III, siccome neppure nello strumento d'Ildebrando vescovo di Modena, citato all'anno precedente, e neppure un altro, accennato da Cosimo della Rena [Cosmo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.], e in altri della Cronica del Volturno [Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], mi fa restar sospeso in pensare come Ottone III fosse re anche d'Italia, e non entrasse, secondo il costume, il suo nome ne' pubblici documenti. Forse perchè non era stato per anche coronato. Lascerò decidere ad altri questo punto; poichè per altri documenti si vede che Ottone III signoreggiava in questi tempi come re in Italia.

Ma prima di abbandonare il suddetto strumento di Giovanni arcivescovo di Piacenza, si vuol osservare che, in conformità del buon rito che si praticava allora in molti luoghi, affinchè nelle permute non venisse danno alle chiese, furono inviati estimatori pubblici a riconoscere il valore dei beni che s'aveano a permutare. Però quivi si legge: Et ad hanc previdendam commutationem accesserunt super ipsis rebus ad previdendum Ilderadus misso donni Teodaldi marchio, et comes comitatu motinense, et Adelbertus clericus misso eidem donno Johanni archiepiscopo. Perchè il monistero di Nonantola era ed è situato nel territorio di Modena, e qui si trattava di permutar [1266] dei suoi beni, perciò, d'ordine del conte ossia del governator perpetuo di Modena, andarono gli estimatori pubblici a raccogliere il valor delle terre da permutarsi. Ma Tedaldo, avolo della celebre contessa Matilda, è inoltre appellato marchio. Di che marca era egli marchese? Così nell'anno 975 (come da strumento [Antiq. Ital., Dissert. VII.] da me pubblicato apparisce) si truovano in Pisa Adalbertus et Obertus (progenitore della casa d'Este) germani marchioni, filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio. A qual marca comandavano questi due marchesi? L'una delle due vo io conghietturando: cioè o che già fossero istituite delle marche minori, e che, per esempio, Modena con altre circonvicine città formasse una marca, da cui Tedaldo prendesse il titolo di marchese; e che la Lunigiana, in cui possedeano tanti stati i maggiori della casa d'Este, siccome vedremo, anch'essa desse il titolo marchionale ai due suddetti Adalberto ed Oberto fratelli: oppure che gl'imperadori conferendo il titolo di marchese ai principi che possedeano molti stati, come terre e castella, gli esentassero con ciò dalla giurisdizione dei marchesi maggiori, concedendo loro l'autorità marchionale sopra i medesimi Stati. Veggiamo in questi tempi ancora introdotti i conti rurali, cioè signori di qualche castello, esentati dalla giurisdizione dei conti delle città. Così a poco a poco s'andarono trinciando le marche e i contadi non meno in Italia che in Germania. Questi son punti scuri; e giacchè ci manca la chiara luce della verità, si debbono ammettere come buona moneta le conietture fondate sopra il verisimile. Scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] sotto questo anno che descendit Johannes patricius (governator greco della Puglia), qui et Ammiropolus, et occidit Leonem Cannatum, et Nicolaum Critis, et Porphyrium: probabilmente dei principali di Bari. In questi tempi noi ritroviamo duca di Spoleti [1267] e marchese di Camerino Ugo marchese di Toscana: il che è degno di osservazione. Da quel dominio dovea essere decaduto Trasmondo, oppure egli era solamente marchese di Camerino. Ce ne assicura un placito [Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.], pubblicato dal padre Gattola, e tenuto in territorio Apruciense, anno nongentesimo octuagesimo nono, et mense julio, per Indiccio secunda. A quel giudizio presedeva Guglielmus comes missus domni Ugoni dux et marchio. Si sarebbe desiderata più attenzione in Pier Maria Campi, autore per altro benemerito delle lettere per la sua Storia ecclesiastica di Piacenza, allorchè produsse un diploma di Ottone III [Campi, Stor. Eccles. di Piacenza, tom 1.], con cui crea militi i Bracciforti, cittadini di Piacenza, e dà loro in feudo Vicogiustino con varie esenzioni. La data del privilegio è questa: Datum XV kalendas decembris, anno Incarnationis Domini 989, Indictione prima, anno vero domni Ottonis III, imperii ejus quinto. Actum Placentiae in ecclesia sanctae Brigidae. Testibus praesentibus Getone duce Boemiae, Geufredo duce Bavariae, et Henrico comite de Lauzomonde. Nè si avvide il buon Campi che Ottone III non era per anche imperadore, nè era venuto in Italia per questi tempi, nè correva l'indizione prima nell'anno presente 989, per nulla dire di que' testimoni e d'altre particolarità di quel finto documento.


   
Anno di Cristo DCCCCXC. Indizione III.
Giovanni XV papa 6.
Ottone III re di Germania e d'Italia 8.

Abbiamo detto che l'imperadrice Teofania colla sua venuta in Italia mise o rimise alla divozione del re Ottone III suo figliuolo que' popoli che voleano vivere senza briglia. La Cronica del monistero del Volturno [Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] ci somministra una pruova [1268] dell'autorità da lei esercitata in Italia per un diploma suo spedito in protezione d'esso monistero, quarto nonas januarias anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, Indictione II, anno vero tertii Ottonis regnantis III. Actum Romae, dove ella avea celebrato il santo Natale. Ma si dee scrivere Indictione III, e per conto degli anni del regno si ha da scrivere anno VII. Tuttavia, siccome fu osservato in alcuni atti accennati di sopra, non si contavano per anche gli anni del regno di Ottone III in Italia. Un altro più importante documento [Antiq. Ital., Dissertat. XXXI, pag. 959.] ho io dato alla luce, cioè un placito tenuto, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis V, die XIII mense martii, Indictione III, foris civitate Ravenne, in vico, qui dicitur Sablonaria, post tribunal palatii, quod olim construere jussit domnus Hotto imperator. Notabili son queste parole, ma più ancora le seguenti: Dum resideret, Deo annuente, Johannes archiepiscopus sanctae placentine ecclesie in generali placito, simul cum eo Hugo gratia Dei episcopus sancte hansdeburgensis ecclesie jussione domne Theofana imperatris, ec. Un tale atto finisce di chiarire che l'esarcato di Ravenna, non so se per qualche accordo seguito coi romani pontefici, o per altre ragioni, era divenuto parte del regno d'Italia; e che da gran tempo non ne erano più in possesso i romani pontefici. Ottone III non per anche avea conseguito la corona e il diritto degl'imperadori; e pure Teofania sua madre fa da padrona in Ravenna, mandandovi i suoi ministri a tenere pubblicamente giustizia, senza che si sappia che ne facessero doglianza i papi. Ed ora s'intende perchè Ottone il Grande avesse quivi fabbricato di pianta un palazzo regale per sè e per gli suoi successori. Dobbiamo anche al padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedict. ad hunc annum.] la memoria di un diploma d'essa imperadrice, dato in favore del monistero di Farfa, affinchè gli fosse restituita la cella di santa Vittoria, posta nel territorio [1269] di Camerino. Fu ottenuto questo diploma interventu Johannis archiepiscopi ravennatis, et Hugonis principis, cioè di Ugo duca e marchese di Toscana e di Spoleti, che faceva la sua corte alla vedova imperadrice. Le note di quel documento, come cosa rara, meritano d'essere qui rammentate. Datum kal. aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, imperii domnae Theophanu imperatris XVIII, Indictione III, Ravennae. L'epoca di Teofania non è giù presa, come pensò il suddetto padre Mabillone, dall'anno della morte di Ottone II suo consorte, ma bensì, come avverti il dottissimo padre Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, pag. 224.], dall'anno delle sue nozze, cioè dal 972. Intanto osserviamo che questa principessa la faceva non da imperadrice, ma da imperadore. Tornossene ella in quest'anno in Germania per assistere al re Ottone III suo figliuolo nel governo degli stati. Secondochè racconta Romoaldo salernitano [Romualdus Salernit., Chron. tom. 7 Rer. Ital.], anno DCCCCXC stella a parte Septemtrionis apparuit, habens splendorem, qui tenebat contra Meridiem, quasi passum unum. Et post paucos dies iterum apparuit eadem stella a parte Occidentis, et splendor ejus ad Orientem tendebat. Et non post multos dies fuit terraemotus magnus, qui plures evertit domos in Benevento et Capua, multosque homines occidit, et in civitate Ariano multas ecclesias subvertit. Civitas quoque Frequentus paene media cecidit. Civitatem vero Consanam prope mediam cum episcopo subvertit, multosque homines oppressit. Ronsem totam cum ejus hominibus submersit. Viene anche da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 11.] narrata questa disavventura con aggiugnere: In Benevento Viperam dejecit, et subvertit quindecim turres, in quibus centum quinquaginta homines mortui sunt. Angelo della Noce fu di parere che col nome di Vipera sia indicato un castello di questo nome nel territorio [1270] di Benevento. Credo io piuttosto che Leone significhi una figura di vipera che tuttavia i Beneventani nella stessa loro città tenessero alzata sopra qualche colonna, o fabbrica alta: superstizione ereditata dagli antichi Longobardi. Simulacrum, quod vulgo Vipera nominatur, cui Langobardi flectebant colla [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in episcop. Benevent.], si legge nella vita di san Barbato vescovo di Benevento. Pare che sino a questi tempi durasse quella superstiziosa statua o figura in essa città. Ma avendo noi veduto all'anno 663 che per opera di quel santo prelato fu atterrata, si può sospettare che almeno il luogo dove essa fu ritenesse quel nome, e in alcuni non fosse ben estinta quella ridicola persuasione che dal mantenimento di quel luogo dipendesse la felicità e salvezza della città, in quella guisa che gli antichi Romani pensarono dell'altare della Vittoria, i Troiani del Palladio, i Fiorentini della statua di Marte, ed altri simili.


   
Anno di Cristo DCCCCXCI. Indizione IV.
Giovanni XV papa 7.
Ottone III re di Germania e d'Italia 9.

Abbiamo dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], che Ottone III coll'Augusta Teofania sua madre celebrò con solennità ed allegria la santa Pasqua in Quidelingeburg in Sassonia. Intervennero a tal festa Marchio Tuscanorum Hugo, et dux Polonorum Miseco cum pluribus regni princibus, diversa munera ad obsequium imperatoris (non era per anche imperadore) deferentes. Ugo marchese e duca di Toscana con grandi ricchezze e potenza accoppiava una non minore accortezza; e volendosi ben mettere in grazia di Ottone III e di sua madre, non tornò sì tosto in Italia, ma continuò a far la sua corte a que' regnanti, finchè giunsero a Nimega. Quivi infermatasi l'imperadrice [1271] Teofania, da morte immatura fu rapita nel dì 16 di giugno dell'anno presente Presso Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 4.] la sua morte è posta sotto il precedente anno, ma per errore dei copisti. L'Annalista sassone, Ermanno Contratto, Lamberto da Scafnaburgo, che copiavano la Cronica di Ditmaro, dovettero ben vedere che anch'egli sotto il presente anno notò la morte della suddetta imperadrice. Era questa greca principessa donna di spiriti virili, di bella ed onesta conversazione, molto caritativa verso de' poveri e delle chiese; sapeva cattivarsi l'affetto di chi ella voleva, ed insieme tener basso chi alzava la cresta; utilissima perciò nel governo degli stati al figliuolo. Un solo difetto viene in lei riprovato da sant'Odilone [Odilo, in Vit. Sanct. Adelheidis.]: cioè, che quantunque ella fosse utile ed ottima per gli altri, socrui tamen (cioè a sant'Adelaide) fuit ex parte contraria. Ad postremum vero cujusdam Graeci (probabilmente vuol intendere di Giovanni arcivescovo di Piacenza) aliorumque adulantium consilio fruens, minabatur ei, quasi manu designando, dicens: Si integrum annum supervixero, non dominabitur Adhelhaida in toto mundo, quod non possit circumdari palmo uno. Quam sententiam inconsulte prolatam, divina censura fecit esse veracem. Ante quatuor hebdomadas graeca imperatrix ab hac luce discessit. Augusta Adalhaida superstes, felixque remansit. All'avviso della defunta nuora la piissima imperadrice Adelaide si portò dall'Italia in Germania per consolare l'afflitto nipote Ottone III, e per dare assistenza alla di lui età bisognosa tuttavia di consiglio nel governo del regno. E quivi ille eam matris instar secum tamdiu habuit, quoad usque ipse protervorum consilio juvenum depravatus, tristem illam dimisit. Sicchè ella malcontenta si restituì all'Italia (non so in qual tempo), lasciando il re nipote in balìa ai trasporti della sua gioventù. Fin qui avea Tribuno Memmo doge di Venezia [1272] governato il suo popolo senza operar cose che gliene guadagnassero l'affetto [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Gli stava non poco a cuore che Maurizio suo figliuolo succedesse a lui nel governo, e perciò lo spedì a Costantinopoli con isperanza, che ritornando condecorato da quegli Augusti di qualche illustre dignità, più facilmente otterrebbe il suo intento. Ma cadde intanto malato esso doge, e sentendo accostarsi il suo fine, si fece portare al monistero di san Zacheria, e quivi preso l'abito monastico, dopo sei giorni terminò di vivere. Non già il di lui figliuolo, ma bensì Pietro Orseolo II fu creato in suo luogo doge di Venezia. Egli era figliuolo di quel Pietro Orseolo che già vedemmo doge, e poi passato alla vita monastica in Francia, dove per le sue virtù si guadagnò il titolo di beato e di santo. Questi fu principe di gran senno, e talmente attento ai vantaggi della sua patria, che Venezia a' suoi di crebbe sommamente di potenza e decoro. All'anno precedente 990 racconta il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] le rivoluzioni seguite in Milano fra Landolfo arcivescovo e il popolo di quella città. Il signor Sassi nelle annotazioni [Saxius, in Adnotation. ad eumdem.] fu di parere ch'esso Landolfo venisse promosso a quell'arcivescovato nell'anno 980, come in fatti è notato nel Codice estense della Storia di Arnolfo milanese [Arnulf., Hist. Mediol., tom. 4 Rer. Ital.]; e che nel 982 succedessero quelle dissensioni, per le quali Ottone II imperadore, secondo lui assediò Milano nell'anno 983. Io non m'arrischio a proporre alcuno di tali fatti, perchè circa il tempo la storia ci lascia nelle tenebre, e mi prendo la libertà di narrar qui le sollevazioni suddette con qualche barlume di verisimiglianza, che trovandosi troppo giovane il re Ottone III, e morta la madre sua, e passata in Germania l'avola sua Adelaide, potesse allora il popolo di Milano prendere l'armi contra del suo [1273] arcivescovo. Ora il fatto è in questa maniera narrato da Landolfo seniore [Landulf. Senior, Hist. Mediol., tom. 4 Rer. Ital.] storico milanese.

A' tempi di Ottone I era potentissimo in Milano Bonizone da Carcano. Essendo vacata la chiesa di Milano per la morte di Gotifredo arcivescovo nell'anno 980, costui a forza d'oro procurò quell'arcivescovato dall'imperadore per suo figliuolo Landolfo contro la volontà di tutto il clero e popolo milanese, al quale apparteneva l'elezione. Crebbe perciò di giorno in giorno sempre più l'odio universale contra di lui. Interea Landulphus paucis commoratus annis, patre ejus male mortuo a quodam Tazonis vernula suo in lecto, ad Ottonem imperatorem cursu veloci fugiens tetendit. Istigato l'imperadore (questi era Ottone II) venne all'assedio di Milano. Per una visione ritornò in sè stesso Landolfo, e chiamati dalla città molti nobili, stabilì un infame accordo con essi, concedendo loro in feudo o a livello le dignità della chiesa e le pievi della sua diocesi: con che egli ritornò quieto alla sua cattedra, e l'Augusto Ottone se ne andò in Liguria. Ma nulla parlando Arnolfo milanese, scrittore più esatto e contemporaneo d'esso Landolfo nel secolo susseguente, di un tale assedio, e nulla dicendone gli scrittori tedeschi, che pure van registrando tutte le più riguardevoli azioni di Ottone II, io non so che s'abbia a creder a Landolfo storico per conto d'esso assedio. Però meglio fia l'attenersi qui al racconto d'esso Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 10.], che con altre circostanze ci rappresenta quegli avvenimenti. Dice adunque, che succeduto Landolfo, nativo del castello di Carcano, a Gotofredo arcivescovo, per la troppa insolenza del padre e del fratello cominciò a tirarsi addosso l'odio del popolo, coll'abusarsi del dominio della città, di cui forse era conte, o vogliam dire governatore. Congiurò contra [1274] di lui la plebe, ma i nobili erano in favore di lui. Quibus assidue rixantibus grande commissum est in urbe certamen. Vedendo Landolfo di non potere reggere alla forza del popolo, lasciato nella città il padre suo decrepito, si ritirò fuori coi nobili, ai quali, per tenerli saldi nel suo partito con farli suoi vassalli, distribuì molti benefizii dei cherici e beni della sua Chiesa, Iterum autem collecto ex diversis partibus agmine, conflixit eisdem cum civibus in campo Carbonariae, ubi facta est plurima caedes utrinque: a quo bello aegre divertit hac etiam vice. In civitate autem quaedam (scrivi quidam,) vernula, audita domini sui nece, accurrens, patrem praesulis lecto jacentem cultro transfixit. Ma non andò molto, che frappostesi varie persone sagge, seguì concordia e pace fra Landolfo e il popolo. L'arcivescovo in emenda de' suoi peccati fece fabbricare in Milano il monistero di san Celso, dove poi venendo a morte, volle essere seppellito. Qui non c'è parola nè di Ottone II, nè di assedio da lui fatto di Milano; e però potrebbono essere succeduti cotali sconcerti durante la lontananza e minorità di Ottone III. Circa questi medesimi tempi anche il popolo di Cremona recò non pochi affanni ad Odelrico vescovo di quella città; perciocchè ecclesiae suae terram potestative invaserunt, ac illam (forse illum) devestierunt; atque sub obtentu, seu occasione commendationis atque facticii, clericos illius, ac laicos suo regimini juste et legaliter deditos, ec. injuste depraedantes, eamdem ecclesiam coarctando ac depraedando, multis calamitatibus opprimebant. Tutto ciò si legge in un diploma di Ottone III [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.] dell'anno 996. Fatti tutti che son degni d'attenzione, poichè di qui si scorge il principio della libertà e indipendenza che a poco a poco andarono poi procacciando a sè stessi i popoli d'Italia con una strepitosa mutazion di cose, di cui andremo di mano in mano ravvisando [1275] il progresso. Rapporta il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] un placito tenuto in civitate Placentia in solario proprio donni archiepiscopi sanctae placentinae ecclesiae, dove in judicio residebat domnus Joannes vir venerabilis archiepiscopus sanctae placentinae ecclesiae, missus donni Ottonis regis. Dal notaio fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXCI, decimotertio kalendas februarii, Indictione quarta. Noi ancor qui troviamo in uso l'autorità regale di Ottone III in Italia, ma non giù notati negli atti pubblici gli anni del suo regno. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che fecit bellum Asto comes cum Saracenis in Tarento, et ibi cecidit ille cum multis Barensibus. In vece di Asto, un altro codice e l'Anonimo barense hanno Otto comes; ma si dee scrivere Atto comes. Medesimamente in quest'anno Ugo Capeto re di Francia, sdegnato contra di Arnolfo arcivescovo di Rems, il fece deporre dai vescovi in un concilio tenuto in quella città, ma senza che fosse approvata una tal risoluzione dalla santa Sede. In suo luogo fece egli ordinare Gerberto, che noi già vedemmo abbate di Bobbio, in ricompensa di essere stato maestro del re Roberto suo figliuolo, e per la stima della di lui rara letteratura. Vedremo poi fin dove arrivò la fortuna di questo personaggio.


   
Anno di Cristo DCCCCXCII. Indizione V.
Giovanni XV papa 8.
Ottone III re di Germania e d'Italia 10.

Dacchè fu alzato alla dignità ducale in Venezia Pietro Orseolo II, siccome persona di grande attività e senno, spedì tosto a Costantinopoli i suoi legati, ed ottenne dagl'imperadori Basilio e Costantino la bolla d'oro contenente la conferma di tutte le libertà ed esenzioni godute in addietro dal popolo di Venezia per tutto l'imperio d'Oriente. Studiossi ancora di [1276] stabilir buona amicizia con tutti i principi de' Saraceni, a' quali per tal effetto mandò ambasciatori. Ma particolarmente ebbe cura di far confermare al re Ottone III i vecchi patti. Si legge nella Cronica del Dandolo [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.] il diploma di tal conferma, conceduta da esso re interventu et petitione nostrae dilectissimae dominae aviae Adelheidae imperatricis Augustae: il che fa conoscere che la santa imperadrice tuttavia dimorava in Germania nella corte del re suo nipote. E il diploma è dato XIV kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCXCII, Indictione V, anno vero domni Ottonis III regnantis nono. Actum Molinhusen. Asserisce Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che in quest'anno si provò una terribil carestia per tutta l'Italia. Non già nell'anno 991, come stimò il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.], ma bensì nel fine del presente, diede fine ai suoi giorni Aloara principessa di Capua, già moglie di Pandolfo Capodiferro, la quale fin qui col figliuolo Landenolfo [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.] virilmente avea governato quegli Stati. Siccome osservò il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.], ella avea fatto ammazzare un suo nipote conte, per paura ch'egli col suo credito potesse occupare il principato a' suoi figliuoli: perlochè san Nilo abbate le predisse che mancherebbe la stirpe sua, siccome in fatti da lì a non molto avvenne.


   
Anno di Cristo DCCCCXCIII. Indiz VI.
Giovanni XV papa 9.
Ottone III re di Germania e d'Italia 11.

Nell'archivio dell'insigne monistero di Subiaco sì legge uno strumento scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Johanni summi pontificis et universali XV papae in sacratissima sede beati Petri apostoli septimo, Indictione V, mensis februarii [1277] die tertia, cioè nell'anno precedente. Ma questo mese non s'accorda con quanto s'è accennato all'anno 985 intorno al tempo della elezione di questo papa. Più si confà un altro scritto anno octavo, Indictione VI, mensis julii die octava, cioè nell'anno presente. Appena furono passati quattro mesi dopo la morte di Aloara principessa di Capua [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.], che in essa città di Capua nel dì 20 d'aprile di quest'anno scoppiò una congiura di malvagi contra di Landenolfo principe suo figliuolo, per cui egli restò miseramente privato di vita presso la chiesa di san Marcello. Era parente di Landenolfo Trasmondo conte teatino, ossia di Chieti, e marchese, cioè, a mio credere, quel medesimo che di sopra dicemmo duca di Spoleti, o almeno marchese di Camerino. Si accinse questi a vendicar la morte dell'ucciso principe, e dopo due mesi con un competente esercito, accompagnato da Rinaldo ed Oderisio conti di Marsi, pertossi all'assedio di Capua. Vi stette sotto quindici dì, nel qual tempo diede il guasto al territorio, cioè gastigò in vece de' rei gl'innocenti; e senza far altro se ne ritornò a casa. Per attestato della Cronica del Volturno [Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], entrò la peste in Capua con tal furia, che appena restò in vita la terza parte del popolo. Giunta intanto la nuova dell'assassinamento suddetto alla corte di Ottone III in Germania, venne un ordine ad Ugo marchese di Toscana di farne rigorosa vendetta. Adunque Ugo, ammassate le forze sue, ed unitele con quelle di Trasmondo e dei conti suddetti, tornò ad assediare più strettamente Capua, tanto che obbligò quei cittadini a dargli in mano i malfattori, cioè gli uccisori del suddetto Landenolfo [Petrus Damian., Opuscul. 57, cap. 3.]. Sei d'essi ne fece impiccar per la gola; gli altri con varie pene ricevettero il pagamento de' loro misfatti. Restò principe di Capua Laidolfo fratello minore del medesimo Landenolfo.

[1278]

Attese circa questi tempi Pietro Orseolo II doge egregio di Venezia a ristorare la città di Grado, le cui fabbriche venivano meno per l'antichità [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.]. La cinse di mura dai fondamenti; vi fabbricò il palazzo ducale presso alla torre occidentale, e fece riporre in segreti luoghi sotterra i corpi de' santi di quella cattedrale. E perciocchè Giovanni vescovo di Belluno seguitava ad occupar certi beni e diritti de' Veneziani, e non voleva arrendersi nè alle ambasciate nè alle lettere dello stesso re Ottone, proibì il savio doge ogni commercio del suo popolo colla marca di Trivigi. Bastò questo ripiego per metter in dovere i Bellunesi, i quali non potendo più ricevere sale, nè altre mercatanzie, domandarono pace ai Veneziani, e l'ottennero, allorchè il re Ottone venne in Italia. Credesi che a quest'anno appartenga la dotazione della badia di santa Maria dei Benedettini, fondata in Firenze [Puccinelli, Vita di Ugo. Ughelli, Ital. Sacr., tom. 3.] da Willa contessa, ivi chiamata filia domni Bonifacii, qui fuit marchio, cioè di Spoleti. Era essa stata moglie di Uberto duca e marchese di Toscana, ed era madre del vivente allora marchese di Toscana Ugo. Le duchesse e marchesane per lo più usavano il solo nome di contesse. Lo strumento fu scritto con queste note: Otho gratia Dei imperator Augustus, filius domni Othonis, anno imperii ejus XI, pridie kalendas junii, Indictione VI, cioè nell'anno presente, secondochè pensò l'Ughelli, e dopo di lui il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict. ad ann. 989.]. Ma doveasi por mente che Ottone III non era per anche giunto alla corona imperiale, nè in questi secoli alcun re tedesco portò mai il titolo d'imperadore, se non dopo d'essere stato coronato dal sommo pontefice. Però quello strumento è più antico, e s'ha da riferire all'anno 978, nel cui giugno correva [1279] l'anno XI dell'imperio di Ottone II e la Indizione VI. Abbiamo da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 12.] che i monaci di monte Casino fabbricarono varii monisterii in Toscana ex Hugonis marchionis largitione et concessione, fra' quali il suddetto di santa Maria in Firenze. Terminò i suoi giorni in quest'anno [Hermannus Contract., in Chron., edition. Canis.] Corrado re di Borgogna, fratello della piissima imperadrice Adelaide, ed ebbe per suo successore Rodolfo suo figliuolo, appellato dagli storici il Dappoco. Tenne parimenti in questi tempi un placito in Verona Arrigo duca, padre di santo Arrigo imperadore, che governava allora non solamente il ducato di Baviera, ma quello ancora della Carintia colla marca di Verona. [1280] L'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.] rapporta i suoi titoli scorrettamente, e si dee leggere così: Domnus Henricus dux Bavariorum, seu Karentanensium, atque istius marchiae Veronensium. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi nongentesimo tertio....... de mense novembri, Indictione septima. Pretendeva Ocberto (piuttosto Otberto) vescovo di Verona che gli fossero stati usurpati de' beni a Theodaldo olim marchione, cioè dall'avolo della contessa Matilde, che si vede allora molto ben vivo; nè so perchè v'entri quell'olim, se pur non dee dirsi una delle disattenzioni dell'Ughelli. Perchè Tedaldo marchese citato non comparve, fu decretato il possesso di que' beni al vescovo. Ecco chi era governatore della marca di Verona in questi tempi.

FINE DEL VOLUME III.

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DCLXIII DCLXIV DCLXV DCLXVI DCLXVII DCLXVIII DCLXIX DCLXX DCLXXI DCLXXII DCLXXIII DCLXXIV DCLXXV DCLXXVI DCLXXVII DCLXXVIII DCLXXIX DCLXXX DCLXXXI DCLXXXII DCLXXXIII DCLXXXIV DCLXXXV DCLXXXVI DCLXXXVII DCLXXXVIII DCLXXXIX DCXC DCXCI DCXCII DCXCIII DCXCIV DCXCV DCXCVI DCXCVII DCXCVIII DCXCIX DCC DCCI DCCII DCCIII DCCIV DCCV DCCVI DCCVII DCCVIII DCCIX DCCX DCCXI DCCXII DCCXIII DCCXIV DCCXV DCCXVI DCCXVII DCCXVIII DCCXIX DCCXX DCCXXI DCCXXII DCCXXIII DCCXXIV DCCXXV DCCXXVI DCCXXVII DCCXXVIII DCCXXIX DCCXXX DCCXXXI DCCXXXII DCCXXXIII DCCXXXIV DCCXXXV DCCXXXVI DCCXXXVII DCCXXXVIII DCCXXXIX DCCXL DCCXLI DCCXLII DCCXLIII DCCXLIV DCCXLV DCCXLVI DCCXLVII DCCXLVIII DCCXLIX DCCL DCCLI DCCLII DCCLIII DCCLIV DCCLV DCCLVI DCCLVII DCCLVIII DCCLIX DCCLX DCCLXI DCCLXII DCCLXIII DCCLXIV DCCLXV DCCLXVI DCCLXVII DCCLXVIII DCCLXIX DCCLXX DCCLXXI DCCLXXII DCCLXXIII DCCLXXIV DCCLXXV DCCLXXVI DCCLXXVII DCCLXXVIII DCCLXXIX DCCLXXX DCCLXXXI DCCLXXXII DCCLXXXIII DCCLXXXIV DCCLXXXV DCCLXXXVI DCCLXXXVII DCCLXXXVIII DCCLXXXIX DCCXC DCCXCI DCCXCII DCCXCIII DCCXCIV DCCXCV DCCXCVI DCCXCVII DCCXCVIII DCCXCIX DCCC DCCCI DCCCII DCCCIII DCCCIV DCCCV DCCCVI DCCCVII DCCCVIII DCCCIX DCCCX DCCCXI DCCCXII DCCCXIII DCCCXIV DCCCXV DCCCXVI DCCCXVII DCCCXVIII DCCCXIX DCCCXX DCCCXXI DCCCXXII DCCCXXIII DCCCXXIV DCCCXXV DCCCXXVI DCCCXXVII DCCCXXVIII DCCCXXIX DCCCXXX DCCCXXXI DCCCXXXII DCCCXXXIII DCCCXXXIV DCCCXXXV DCCCXXXVI DCCCXXXVII DCCCXXXVIII DCCCXXXIX DCCCXL DCCCXLI DCCCXLII DCCCXLIII DCCCXLIV DCCCXLV DCCCXLVI DCCCXLVII DCCCXLVIII DCCCXLIX DCCCL DCCCLI DCCCLII DCCCLIII DCCCLIV DCCCLV DCCCLVI DCCCLVII DCCCLVIII DCCCLIX DCCCLX DCCCLXI DCCCLXII DCCCLXIII DCCCLXIV DCCCLXV DCCCLXVI DCCCLXVII DCCCLXVIII DCCCLXIX DCCCLXX DCCCLXXI DCCCLXXII DCCCLXXIII DCCCLXXIV DCCCLXXV DCCCLXXVI DCCCLXXVII DCCCLXXVIII DCCCLXXIX DCCCLXXX DCCCLXXXI DCCCLXXXII DCCCLXXXIII DCCCLXXXIV DCCCLXXXV DCCCLXXXVI DCCCLXXXVII DCCCLXXXVIII DCCCLXXXIX DCCCXC DCCCXCI DCCCXCII DCCCXCIII DCCCXCIV DCCCXCV DCCCXCVI DCCCXCVII DCCCXCVIII DCCCXCIX DCCCC DCCCCI DCCCCII DCCCCIII DCCCCIV DCCCCV DCCCCVI DCCCCVII DCCCCVIII DCCCCIX DCCCCX DCCCCXI DCCCCXII DCCCCXIII DCCCCXIV DCCCCXV DCCCCXVI DCCCCXVII DCCCCXVIII DCCCCXIX DCCCCXX DCCCCXXI DCCCCXXII DCCCCXXIII DCCCCXXIV DCCCCXXV DCCCCXXVI DCCCCXXVII DCCCCXXVIII DCCCCXXIX DCCCCXXX DCCCCXXXI DCCCCXXXII DCCCCXXXIII DCCCCXXXIV DCCCCXXXV DCCCCXXXVI DCCCCXXXVII DCCCCXXXVIII DCCCCXXXIX DCCCCXL DCCCCXLI DCCCCXLII DCCCCXLIII DCCCCXLIV DCCCCXLV DCCCCXLVI DCCCCXLVII DCCCCXLVIII DCCCCXLIX DCCCCL DCCCCLI DCCCCLII DCCCCLIII DCCCCLIV DCCCCLV DCCCCLVI DCCCCLVII DCCCCLVIII DCCCCLIX DCCCCLX DCCCCLXI DCCCCLXII DCCCCLXIII DCCCCLXIV DCCCCLXV DCCCCLXVI DCCCCLXVII DCCCCLXVIII DCCCCLXIX DCCCCLXX DCCCCLXXI DCCCCLXXII DCCCCLXXIII DCCCCLXXIV DCCCCLXXV DCCCCLXXVI DCCCCLXXVII DCCCCLXXVIII DCCCCLXXIX DCCCCLXXX DCCCCLXXXI DCCCCLXXXII DCCCCLXXXIII DCCCCLXXXIV DCCCCLXXXV DCCCCLXXXVI DCCCCLXXXVII DCCCCLXXXVIII DCCCCLXXXIX DCCCCXC DCCCCXCI DCCCCXCII DCCCCXCIII

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Peregrinus/Peregrinius, Regino/Rhegino e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Per facilitare la consultazione è stato aggiunto un indice alla fine del testo.