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   :PG.Title: Vecchie storie d'amore
   :PG.Released: 2012-01-20
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Adolfo Albertazzi
   :DC.Title: Vecchie storie d'amore
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1895
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Vecchie storie d'amore
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Vecchie storie d'amore
      
      Author: Adolfo Albertazzi
      
      Release Date: January 20, 2012 [EBook #38628]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VECCHIE STORIE D'AMORE \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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   | :large:`ADOLFO ALBERTAZZI`
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   | :xx-large:`VECCHIE STORIE D'AMORE`
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   | :large:`BOLOGNA`
   | DITTA NICOLA ZANICHELLI
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   | Proprietà letteraria.
   |
   |
   | BOLOGNA, TIPI ZANICHELLI, 1895.

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..

    *Le passioni umane non mutano: mutano i costumi e le
    attitudini dello spirito nelle passioni e le sembianze dei fatti
    umani. A questo intesi. Per questo divagai con fantasia indulgente
    in quella che mi parve verità di costumi e della vita
    senza timore di riuscire un novellista immorale.*

    *E mando il libro a chi, se n'udrà lode non di volgo,
    penserà sorridendo: io volli che fosse scritto.*

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    | A. A.

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       | Mantova, 15 febbraio 1895.

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[pg!1]




I.
==

.. epigraph::

    «Con donne si dee contare di cose d'allegrezza
    e di cortesia e d'amore....»

[pg!2]

[pg!3]


IL VALLETTO OSTINATO
--------------------

[pg!4]

[pg!5]
Il castellano di Ripalta s'era allevato con
amore un valletto di nome Ugo e con desiderio,
esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,
attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere.
Né di quel bene del sire pe 'l valletto ingelosiva
madonna Ginevra, poiché la giovinezza di lei
fioriva sterile ed il ragazzo, tenuto quasi in conto
di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito.

Madonna viveva lieta; e l'amore del marito,
le cacce e il conversare colle sue donne e cogli
ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria del
castello non meno che le faccende casalinghe cui
essa accudiva umilmente, con fanciullesca mutabilità.
Cosí, come rideva quando le galline, che al
solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano
dietro, si disputavano in frotta avida e litigiosa
[pg!6]
il becchime che gettava loro, rideva se a
diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse
peggio che lo strappo il rattoppo: mentre cuciva
presso la finestra dalla quale scorgeva l'ampio
paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i
villani, giú nella valle, udivano limpide e schiette
le cadenze della sua bella voce.

Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra
era amata dai servi, quantunque fosse anche temuta
perché gli occhi del sire vedevano tutto con gli
occhi di lei e perché ogni capriccio di lei diventava
la volontà del sire: solo Ugo il valletto la
serviva baldanzoso e sicuro, e quando fallava sapeva
vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato
e mesto; ond'ella finiva con immergergli le dita
tra i capelli folti, per ridere. Ugo allora si divincolava
e la guardava in un'occhiata.

Veramente molte cose erano permesse ad Ugo:
poteva arrampicarsi su per gli alberi dell'orto a
inzepparsi di frutta; poteva ordire le piú strane
burle al vecchio maggiordomo o assestare un
pugno allo scudiero che gli minacciava un pugno;
[pg!7]
poteva spiare, dietro una porta, l'ancella che si
stava spogliando; ché, accusato alla padrona, la
padrona rideva, e accusato al padrone, il padrone
taceva.

Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto
parve mutare costume, e il signore notò lo
studio di lui a imitarlo affinché nessuno, neppure
madonna Ginevra, lo considerasse ancora un ragazzo.
E Ugo sentiva egli stesso mutarsi; sentiva
una smania di cose nuove, d'altri svaghi, d'altri
luoghi, d'altri pensieri, mentre la vita e la natura
che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose
sconosciute e gli suscitavano sensazioni nuove.
E mentre la forza sensuale si sviluppava in lui e per
l'istintiva penetrazione della pubescenza egli imparava
da tutta la natura il segreto dell'amore umano,
quel desiderio peranche indefinito gli avvolgeva
il cuore di una insolita tristezza e tenerezza.
Amava, già amava, e non sapeva chi amasse e
non sapeva d'amare.

Ma risalendo un giorno dalla valle al castello
(era di fitto meriggio e sotto la sferza del sole
il mondo dormiva un sonno mortale) Ugo a un
[pg!8]
tratto udí cantare lontana e dall'alto, simile ad
un'allodola, madonna Ginevra; e a un tratto
l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi sogni
acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona
viva: madonna Ginevra!

La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle
mani della padrona, al valletto tremavano le mani;
ed egli se n'accorse, ma non chinò lo sguardo
perché egli amava da uomo; senza paura, amava,
e senza vergogna.

Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente
innamorata ebbe allora da fantasticare! E secondando
i ricordi delle storie, che gli avevano raccontate
a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria
delle loro dame, e invidiando a sé stesso i pochi
anni che gli mancavano alla piena giovinezza,
s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna
l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore
di madonna Ginevra in un notturno assalto di
nemici.

Per altro, quell'ardore e il compiacimento
di quell'ardore patirono presto il freddo dell'ignara
incuranza di madonna, la quale aveva
[pg!9]
due grand'occhi solo per vedere, non per osservare;
e poiché egli non fallava piú, tal cura e tal
forza metteva nel servirla, essa non aveva neppur
piú ragione d'immergergli le dita tra i capelli.

Sino a quando la dama avrebbe ignorate le
sue pene?

Co 'l volgere dei mesi l'affetto di lui s'andò
come condensando a modi piú virili, di guisa che
la sua fantasia ubbidendo ai richiami e cedendo
agli impeti dei sensi riscaldati dal primo e precoce
calore della gioventú, l'abituava a desiderare
nella bella donna le delizie corporali e le gioie
della colpa: a poco a poco egli perdette la baldanza,
il coraggio, la fede del suo amore; e il
timore lo prese che il sire ne scoprisse il segreto
e l'intenzione. — Passarono dei mesi; passò un
anno. Ma quanto piú gli diminuiva la speranza,
tanto piú cresceva in lui la bramosia di essere
presto soddisfatto.

Madonna Ginevra era sempre bella e fresca:
rosa fresca in tutta la sua bella fioritura. E come
spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
[pg!10]
certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio
percepiva negli occhi e nel riso di madonna
gli assensi e le promesse! — Il desiderio sensuale,
non piú vago e dimesso ma deciso e tempestoso,
affaticava l'animo del valletto non piú riposato
nei primi propositi; e il pensiero di rimettersi al
futuro gli diveniva un ritegno insufficiente e un'attesa
intollerabile. Già si sentiva morire d'amore;
avrebbe alla prima buona circostanza rivelata
alla dama la sua passione pietosa e sconsolata.

Un mattino, montando il suo cavallo migliore
e seguito da scudieri in nuove vesti, il sire di
Ripalta partí per un torneo. Quantunque era
quello il giorno aspettato dal valletto con penoso
e lungo desiderio, tuttavia appena il sire fu
scomparso al basso del colle tra le macchie, egli,
nell'imminenza della sua felicità se l'assistesse la
fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non
volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere
ascolto, provò un turbamento grande di
paura. Pensava: «Prima di notte le dirò tutto.
Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?»

[pg!11]
E il sole cadeva ch'egli non aveva ancora
trovato il modo acconcio per incominciare. Ma
quando, a sera, s'accorse che la padrona era entrata
nelle sue stanze, non piú dubitando salí,
s'introdusse guardingo, spinse francamente quella
porta.

Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un
po' discinta, sedeva su la cassapanca: alzati, al
rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo e
componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e
sorridente disse: — Vieni, vieni. Che vuoi? Ad
Ugo, rinfrancato, venne súbito in mente la dimanda
che s'era proposto di far dopo e raccolto
che ebbe il fiato bastevole a non restare a mezzo: — Madonna — chiese —,
se chierico o cavaliere,
borghese o valletto, non importa chi, amasse da
gran tempo una bella donna, damigella o dama,
contessa o regina, non importa chi, e non avesse
cuore di dirglielo, sarebbe savio o stolto?

La dimanda piacque a madonna, lieta nonostante
l'assenza del marito, e per burlarsi del
ragazzo gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche
un valletto, purché fosse bello e valente come
[pg!12]
te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e
ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
almeno compassione.

Ugo con tutta l'anima bevve le parole buone
ed esclamò: — Madonna Ginevra, ecco colui!
Colui sono io! Quanto ho patito per voi! Aiutatemi,
madonna!

La dama non rise; non credé che il ragazzo
volesse burlarsi egli di lei perché gli scorse la
passione in faccia, e indispettita d'essersi lasciata
cogliere e offesa dall'audacia del valletto, gli
gridò: — Ah, ma tu sei matto! Che vai cicalando
con le tue fole? Che so io de' tuoi
amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa t'ho
risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il sire
quando glielo dirò! Vattene!

Stordito, gli occhi spalancati e disperati, Ugo
non si mosse; pure, nel tumulto della mente, ebbe
forza di cercare in un'idea la suprema invocazione
alla pietà della dama, l'affermazione estrema
del suo amore e una minaccia quasi di vendetta
all'acerbità di lei, e disse: — Voi mi sgridate
cosí e la colpa è vostra, che m'avete ferito cosí.
[pg!13]
Perché non mi uccidete? In fe' di Dio, io non mangerò
piú finché non mi avrete accontentato; — e
con un'angoscia che pareva lo strozzasse uscí di là.

Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh
che cosa gli è venuto in mente a quel ragazzo?»;
e, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripeté: «Che
cosa gli è venuto in mente?»; poi si distese
sotto le lenzuola e, come il marito era lontano,
s'addormentò senz'altro pensiero, co 'l riso su le
labbra.

Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe
sfogato tosto il suo rovello, per non piangere si
dimenò a lungo per il letto e non riuscí a chiudere
occhio prima d'essersi convinto che la prova la
quale si era imposta era degna d'un cavaliere
innamorato, se era prova che gli metteva in pericolo
la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe
fatica e quasi pena a riandare il fatto della sera
innanzi; capí d'aver commessa un'imprudenza;
credé fino d'aver commesso un grosso errore,
fino un'azione puerile; e si provò a dimenticare.
Non poteva: in che guisa comparire al cospetto
di madonna? E l'amore gli dié ragione; gli rinfocolò
[pg!14]
la fantasia; gli fece parere eroica la deliberazione
presa. Né si levò da letto; e quando furono
a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — e
segnava lo stomaco —; non posso piú mangiare.

Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non
ingola nulla — risposero; né egli cedette
ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo dí
una serva gli portò una tazza di latte appena munto,
spumante, che faceva voglia, e un'altra un ovo ancora
caldo, ma egli chiudeva gli occhi e rifiutava;
e anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli
porse, dondolandolo per il gambo, un grappolo
d'uva primiticcia con acini neri e grossi, vellutati
da una bianca nebbiolina, tra altri ancora
rossi ed in agresto. Egli lo divorò un momento
con gli occhi, resistette e lo respinse.

Allora il maggiordomo venne dove madonna
Ginevra, che quel giorno non cantava, ricuciva
un vecchio saio, e mentre egli ordinava alcune
cose per la stanza, quasi fra sé, disse:

— Tornerà il sire; ma non staremo allegri.

— Perché? — chiese con simulata indifferenza
la padrona.

[pg!15]
Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va
giú un granello d'uva.

Madonna Ginevra arrossí; si levò, e si recò
alla cameruccia del valletto.

Stava il valletto con le pálpebre abbassate
perché nel languore dell'inedia tutto ondeggiava
dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso stanco e
smorto smorto. Trasalí ai passi leggeri di madonna,
riconoscendola.

— Valletto Ugo, dormi? — ella chiese dolcemente.
Egli disse: — Per Dio, madonna, abbiate
mercede di me!

A che essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da
me non avrai mai grazia nella
maniera che domandi. Questa è la tua ricompensa
al bene che ti vuole il sire? È questo l'amore
che gli porti? Tornerà....

— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato
piú che ardito.

E la dama: — Tornerà e s'arrabbierà, e ti
romperà le ossa!

— Ma non mangerò — conchiuse Ugo.

La dama uscí co 'l proposito di dire ogni cosa
[pg!16]
al marito a pena fosse giunto; se non che, mentre
cuciva, cominciò a temere che egli la rimproverasse
d'avere tentata per capriccio e accarezzata
in qualche modo la folle passione del valletto: e
a nascondergli la verità non la rimprovererebbe di
non averlo sovvenuto con un medico e con medicine
e con premure? Non iscorgeva mezzo per
disimpacciarsi, quand'ecco s'udí il corno in lontananza
e uno scudiero venne ad annunziare che
il castellano arrivava in compagnia di piú ospiti.

«Chi sa — rifletté madonna Ginevra — che a
vedere il padrone non lo domi la vergogna? Indurrò
il sire a impaurirlo.» E quando nel tinello,
dove su la tavola, imbandita co 'l piú ricco vasellame,
fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo,
la moglie disse a lui: — È a letto da tre giorni,
e non vuole piú toccar cibo. Provatevi voi a rimettergli
il giudizio.

Il marito volle andare a vederlo, ed essa lo
seguí.

— Che hai? — domandò il sire entrando.

Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello
stomaco; e non mi va giú niente.

[pg!17]
— Non è vero! — ribatté súbito la dama. — Non
è vero! Per il male che ha potrebbe mangiare. — Poi
rivolta ad Ugo disse: — Ora io dirò al sire
perché digiuni da tre giorni. Mangerai?

— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose
quegli che raccoglieva gli spiriti a vincere,
morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque
quella risposta cosí franca e cui dava sospetto
l'aria misteriosa della moglie, già incolpava la moglie
d'alcun torto verso Ugo. Ma Ginevra aggiunse:

— Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella
mia camera mentre mi spogliavo... —; onde il
sire capí come il torto era proprio del ragazzo e — Perché? — le
domandò impaziente. E la dama
in vece tornò a chiedere al valletto: — Mangerai?

Il valletto, che era risoluto di morire, negò co 'l
capo, sospirando. — Io mi spogliavo — proseguí
la dama — e lui venne da me, tutto strano, a
domandarmi Imaginate!

— Insomma! — fece il sire.

— Mangerai? — ripeté la dama per l'ultima
volta; e per l'ultima volta — No! — ripeté forte
[pg!18]
Ugo che teneva fissi gli occhi negli occhi di madonna.
La quale allora per dir tutto, e tuttavia
a stento, riprendeva: — Mi richiese...; — ma
il marito senza piú badarle, come nella reticenza
comprendesse quanto imaginava, con collera scosse
il braccio del valletto e gli gridò bieco: — Che
cosa le chiedesti?

Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà
virile che l'amore rendeva ineluttabile: disperato
amore, piú forte della morte; e madonna
Ginevra ammirando tale fermezza minacciosa insieme
e supplichevole e temendo a un punto
stesso per sé e pe 'l valletto l'ira del marito che
minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla
pietà, dall'ammirazione e forse dall'amore (quel
ragazzo era un bel giovane) concepí un'idea
provvida e sagace.

— Mi chiese — rispose ella — il vostro falcone
pellegrino, che non dareste né a conte, né a principe,
né ad amico; e, per averlo, s'è impuntato
a digiunare.

Alle parole della donna il credulo marito contenne
l'ira; anzi rise e disse: — Oh! se il tuo
[pg!19]
male è questo, non voglio che tu ne muoia. Mangia,
mangia, valletto; e avrai il falcone. — Ed uscí.

Ma la donna prima d'andarsene si fece piú
presso ad Ugo, che la speranza aveva ravvivato
e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:

— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti
vorrò contento. — E meglio che con le parole
promise sorridendo con uno sguardo lungo e tenero
come una carezza.

Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.

[pg!21]


IL LEARDO
---------

[pg!22]

[pg!23]

I.
``

Nella notte, tra 'l gracidare delle rane e lo
stridere dei grilli, gli amanti, che la fossa divideva,
mescevano brame molte e piú promesse in
lieve suono di parole, come di sospiri.

Essa stava a una finestra del castello; egli di
qua dalla fossa, al margine ultimo. Cosí ogni notte,
perché ser Lapo, l'avaro signore del Farneto, non
consentiva l'amore della figlia con quel povero
cavaliere che era Raimondo di Santelmo; e all'albeggiare
Raimondo inforcava il suo fido e bel
leardo, e Giovanna lo accompagnava con gli occhi
intenti finché egli spariva per il bosco.

La boscaglia in quell'ora si svegliava e l'indefinita
letizia della vita universale al far del giorno
invadeva l'animo del cavaliere co 'l canto degli
uccelli, l'odore delle erbe e degli alberi, la frescura
[pg!24]
dell'aria: sussurravano le foglie, stormivano le
rame, cinguettavano le passere, chioccolavano i
merli, strillavano le gazze: murmuri, palpiti, fremiti;
voci e canti ed inni: un inno concorde e solenne
di gioia e di grazie della natura universa
al sole ed all'amore.

Il cavaliere non affrettava il cavallo. E le sembianze
dell'amata, mal certe al suo sguardo durante
il colloquio, allora gli s'avvivavano nell'imaginativa
sí che rivedeva piú bella la donna; le parole
di lei risonavano al suo orecchio piú dolci e
piú distinte e, come voleva la letizia dell'ora, egli,
che di lei non aveva per anche tócca una mano,
ne sognava l'intero possesso con ingannevole
gaudio. — Oh le morbide guance di rosa e le
carni gigliate e fresche!

Ma la notte, traversando la boscaglia alla volta
di Farneto, un'ambascia grave gli pesava su
l'animo, e quanto piú disperava di un lieto fine
al suo amore tanto piú ardeva dal desiderio di
rivedere almeno e di riudire Giovanna cosí, di
furto, la notte. E mentre cercava tra le fronde
spesse la vista delle stelle, scorgeva delle ombre
[pg!25]
nere che passavano tra i rami dei cerri e delle
querce: delle streghe, che l'accompagnavano con
mala intenzione, male augurando, sommessamente,
al suo povero amore; sommessamente.

Egli rideva forte, e gli avessero pure additato,
le streghe, la chiocciola d'oro dai pulcini tutti
d'oro, la quale, al dire della gente, si trovava
dentro il bosco, ch'egli avrebbe ben saputo rapirgliela,
al demonio!

Poi con desiderio intenso e disperato di Giovanna
affrettava il leardo per un sentiero che era
segnato dalle sole orme del leardo e che lo guidava
al suo amore piú presto e di nascosto.

[pg!26]

II.
```

Giovanna del Farneto tanto desiderava per marito
Raimondo di Santelmo quanto questi desiderava
lei per moglie; e se Raimondo si doleva
della sua sorte e minacciava di penetrare nel castello,
essa, per gran paura che le fosse ucciso
(giorno e notte vigilavano le guardie a custodia
del ponte: fonda e larga era la fossa, alta la cinta
e ferrate le finestre) gli si prometteva ancora e
gli si raccomandava di fidare in lei. Poi una notte
lo consigliò cosí:

— Mio padre non vuol maritarmi a voi perché
non siete ricco; vorrebbe se quel vostro zio di
Monveglio vi donasse delle sue terre: andate
dunque dallo zio a pregarlo che finga donarvi
delle sue terre, e noi, sposati che saremo, gliele
renderemo secondo patto giurato e stipulato. — Piacque
il consiglio al cavaliere, il quale, il dí appresso,
cavalcò alla volta di Monveglio.

Vi giunse che era tardi, e trovò lo zio molto
lieto, come uno che ha cenato bene e cenando
[pg!27]
ha bevuto vino buono, di quello che rischiara la
mente, ravviva lo spirito e intenerisce il core.

— Che volete, mio bel nipote? — domandò.
E intesa la richiesta, rispose súbito: — Sí sí, faremo
questo patto; e parlerò io a ser Lapo del
Farneto, che m'è vecchio amico. — Poi strizzando
gli occhi: — Ma di' — chiese —, è molto bella la
figliola di ser Lapo?

Raimondo rispose: — Innamorai di lei per
udita, e quando la vidi non me ne pentii. Voi la
vedrete.

[pg!28]

III.
````

Mentre ser Lapo del Farneto numerava delle
monete lucenti, che sembravano esser state battute
allora allora, e accarezzandole cogli occhi le ammucchiava
su la tavola, uno scudiero avvertí la
scolta che il signore di Monveglio veniva a trovare
il castellano. All'annuncio messer Lapo si
alzò puntando le mani sui bracciali del seggiolone,
e con quanta fretta gli era consentita dalle deboli
forze e dai malanni che gli intorpidivano le membra
ripose il tesoro nella cassapanca e diede l'ordine: — Ben
venga il vecchio amico!

I due, in rivedersi dopo tanti anni, dissimularono
entrambi la sorpresa di un sentimento maligno:
d'invidia il signore di Farneto perché egli,
scarno, smorto e male in gambe, scorse rubesto,
rubizzo e grasso quello di Monveglio; di gioia
questi per confronto del suo stato con quello dell'amico.
Ma Lapo chiamò la figliola, bramoso che
l'altro gli invidiasse almeno un bene ch'egli non
aveva; e il signore di Monveglio, vedendo la bella
[pg!29]
giovane, con gli occhi gaudenti ne scoprí le carni
gigliate e fresche; sentí di essa una súbita concupiscenza;
dimenticò il nipote e quindi lo ricordò,
ma per tradirlo.

— Voi avete una fortuna, che non ho io — disse
a ser Lapo quando Giovanna fu uscita. — Che
mi valgono i quattrini a me? — Indi
chiese: — La maritate?

Arcigno in viso, con tonò aspro, ser Lapo
rispose: — Essa è bella, savia e d'alto lignaggio:
a chi volete che la dia? — E si dolse del tempo
presente, quando non era piú cavaliere degno di
sua figlia. — Ma io — aggiunse l'avaro —, non
voglio dotarla prima di morire.

Allora parlò il signore di Monveglio, e parlò
in guisa che l'altro lo comprese disposto a prendere
una moglie senza dote. — Ma non sono piú
giovane — lamentava il signore di Monveglio.

— Mia figlia è savia — ribatté ser Lapo. E fu
conchiuso il parentado.

Durante la cena i vecchi amici discorsero della
loro giovinezza, ilare e rubicondo l'uno, l'altro
sempre scuro e sempre astioso. Neppure a ripensare
[pg!30]
la letizia della sua giovinezza ser Lapo poteva
ridere, quasi una colpa o sciagura della
virilità amareggiandogli la vecchiaia piena d'acciacchi
lo rimordesse fino d'essere stato giovane.
Pure dimandava anch'egli — Vi ricordate? —,
e narrava bei fatti anch'egli: i due vecchi narravano
fatti di liberalità e di cortesia e biasimavano
il tempo presente. Ma di quei due uno era
traditore e l'avaro, l'altro, era di tale coscienza
che non rideva mai.

Questi, dopo la cena, chiamò la figliola e — Sei
sposa — le disse; e accennando all'amico: — Messere
è il tuo sposo —; e quegli stringendo la
mano della giovane timida e confusa non sentí
quant'era fredda.

[pg!31]

IV.
```

Corse la fama che la bella Giovanna del Farneto
andava in moglie al vecchio sire di Monveglio;
e la gente compiangendo la donzella ne
ignorava tutta la sventura, ignorava che il suo
dolore era quale il segreto dolore di Raimondo
di Santelmo.

Le nozze s'annunciavano magnifiche. A un'abbazia
a mezza strada tra Monveglio ed il Farneto,
alla quale d'ogni parte dovevano convenire i parentadi
degli sposi, si sarebbe celebrato il matrimonio
una mattina presto; e messer Lapo, che
non poteva girare e cavalcare, avrebbe attesi gli
sposi nel castello al convito delle nozze.

Magnifiche le nozze; ma neppure la solenne
circostanza fece liberale messer Lapo, e per non
spendere nei cavalli che recassero le parenti e i
servi di scorta alla figliuola, egli mandò attorno
qua e là a domandarne in prestito. Di che avuta
notizia Raimondo di Santelmo desiderò che il suo
buon leardo, già ignaro testimone del suo amore
[pg!32]
lungo e sfortunato, fosse testimone a Giovanna
anche del dolore e della fede sua richiamandole
il ricordo di lui per ogni passo del cammino doloroso;
e inviò un valletto a chiedere di grazia
a messer Lapo che disponesse a palafreno della
sposa il suo cavallo. — È quieto — disse il valletto — e
la porterà soavemente.

Messer Lapo acconsentí. E la mattina delle
nozze, quando avanti giorno le fantesche vestivano
la povera Giovanna e gli scudieri allestivano
gli altri cavalli per la compagnia, e in tutto il castello
era un affaccendarsi rumoroso e gaio, il
leardo fu condotto da Santelmo. Al lume dei torchi,
per la finestra della sua stanza, messer Lapo vide
partire la compagnia, e guardò a lungo la figliola,
la quale gli parve bella e bene adorna; ma non
porse attenzione a come fosse bello e bene adorno
anche il leardo che la portava ambiante, dolcemente.

La cavalcata procedeva triste. I primi raggi
del sole si spegnevano in una nuvolaglia biancastra
e nell'aria plumbea non si moveva una foglia
di tutto quel bosco entro cui la strada penetrava
[pg!33]
perdendosi nel fondo fitto; non un uccello cantava
allegro; e la sposa sentiva cosí enorme il peso
della sua sventura che non aveva forza di piangere
e le mancava il respiro. La cavalcata procedeva
triste. Nel cielo, sopra, la nuvolaglia si
addensava a poco a poco e dinanzi l'aria si rabbuiava
sempre piú, quasi annottasse: però alcuno
della scorta, interrogato il tempo, proponeva di
tornare indietro.

— Siamo a mezzo viaggio: avanti! — dissero
gli altri. E la sposa, smarrita nel suo dolore
enorme la considerazione delle cose, non vedeva
e non udiva; non udiva che ripercuotersi nel
cuore il passo uguale del leardo: Raimondo!
Raimondo! Raimondo!

Già un rombo sordo passava per le nuvole
imminenti: cavalieri e dame incitarono destrieri
e palafreni e con paura tentavano di ridere. — Povera
sposa! L'acquazzone la coglieva per la
strada! — Infatti l'intemperie cominciò a risolversi
in gocce grosse e rade e poi in un'acqua
dirotta, crosciante, fragorosa. Nel fondo livido i
lampi guizzavano e s'inseguivano tra gli alberi
[pg!34]
che al bagliore parevano mostri sbigottiti, e il
tuono, dentro quel cielo e dentro quel bosco era
il rotolare d'un traino infernale.

Finalmente con strepito di schianto repentino
un fulmine stridette e scoppiò da presso ed il
leardo spaventato prese la corsa d'una furia: corse
cosí, non piú veduto, un lungo tratto della strada;
poi, non piú veduto, balzò dalla strada oltre un
rio e dietro un sentieruolo obbliquo; e la sposa,
avvinghiata alla criniera, cieca di terrore sembrava
tendesse lo sguardo ad un abisso nel quale s'aspettasse
di precipitare.

Quanto camminò il leardo traverso la boscaglia?
D'improvviso Giovanna riacquistando la vista delle
cose si scorse fuori del bosco, sotto il cielo terso
e luminoso e davanti a un piccolo castello bianco
e solatio. Il leardo nitrí. Dal castello uno scudiero
guardò e riconobbe il leardo; guardò il sire del
luogo, Raimondo di Santelmo, e riconobbe Giovanna;
e poiché fu abbassato il ponte lestamente,
Giovanna cadde dal cavallo nelle braccia di
Raimondo.

Ma lo scudiero aveva a pena dato da mangiare
[pg!35]
al cavallo madido di pioggia e di sudore che il
sire venne nella stalla e comandò: — Salta in
groppa e corri dal proposto di Sestale: che per
nessuna cosa al mondo manchi di essere qua
prima di notte.

Né era ancora notte quando, mentre le genti
del Farneto e di Monveglio ricercavano tuttavia
pe 'l bosco la donzella, il signore del Farneto e il
signore di Monveglio appresero che madonna
Giovanna, in cospetto di Dio e del prete di Sestale,
era divenuta moglie a Raimondo di Santelmo.

«Mi sta bene» disse quel di Monveglio;
ma l'altro bestemmiò Iddio e la sorte e la figliola.
E piú tardi, imparando il fatto del leardo, «Maledetto
quel cavallo! — gridò con rabbia —. Per
lui ho rinnegata la figliola e lascierò al diavolo
la mia roba.»

Ser Lapo, la notte, nei sogni torbidi osservava
un cavallo furioso con sópravi la figlia traverso
il bosco, e la visione e l'impressione dei sogni
perdurandogli nella mente turbata e affievolita,
egli ripeteva spesso anche di giorno: — Ah quel
cavallo! quel cavallo!

[pg!36]

V.
``

Un giorno d'autunno, in tanto che madonna
Giovanna e una fantesca distendevano il bucato
al sole, arrivò di corsa a Santelmo uno scudiero
del Farneto. — Madonna — disse —, messer
Lapo sta male e vuol vedervi. — Ciò udito madonna
Giovanna affollò lo scudiero d'inchieste e
Raimondo fece sellare il leardo.

Presero per via piú breve il sentiero occulto
che l'amore di Raimondo aveva tracciato dentro
il bosco. E andando, con l'anima in pena, la donna
si raffigurava il padre morente nella camera ove
egli era rimasto lieto un mattino ad attenderla
sposa e poi in un tormentoso abbandono era rimasto
dei mesi ad aspettare la morte; lo rivedeva
quale l'aveva veduto un giorno fanciulla portare
di peso dai servi entro la stessa camera, il volto
contraffatto e gli occhi gonfi e sanguigni, brutto,
pauroso; e a secondare cosí con la fantasia commossa
il ricordo lontano, sentiva quasi un conforto
risalendo piú addietro nelle memorie della puerizia,
[pg!37]
quando per virtú della sua gaja innocenza quetava
le ire del padre, ne raddolciva le asprezze e ne
dissipava forse i truci disegni: su 'l castello gravavano
leggende di misteri foschi. Essa, con la
visione precisa dalle cose infantili, ricorreva ora
per le camere ampie fredde e sonore; nella corte
chiusa da muraglie umide; nell'orto incolto; sotto
il porticato conventuale; attorno la cinta tutta
screpolata e macchiata di licheni e di muschi, e
chiamava il padre con strilli di terrore e di gioia;
ed egli con un pallido sorriso l'accoglieva nelle
sue braccia.

Ma ora egli moriva e forse era già morto senza
averla riveduta, dopo averla invocata e attesa
invano: forse era già morto! Ella guardò il marito
che le veniva appresso pensoso e silenzioso.

Sotto i piedi del leardo crepitavano le foglie
secche. Nel bosco era una tristezza lugubre.

-----

Giunti che furono al castello madonna Giovanna
corse dove ser Lapo, adagiato sopra un seggiolone
e sorretto da guanciali, traeva a stento il respiro
[pg!38]
presso un'ampia finestra. Il suo aspetto non
era piú quello di un tempo e non era quello che la
figliola s'era raffigurato: nel viso esangue traspariva
la sofferenza di un micidiale dolore per gran
tempo raccolto e protratto, ma l'anima, che aveva
conteso il corpo alla morte e per brev'ora aveva
vinto, quasi purificata dalla contesa e dalla vittoria
gli effondeva nel viso esangue una luce
nuova di bontà e di pietà. Gli occhi non piú irosi
e torvi guardarono con dolcezza placida, a lungo;
poi dalle labbra raggricciate e livide uscirono
finalmente parole miti e generose. E messer Lapo,
che aveva perdonato a' suoi figli, volle vedere
Raimondo, e riconoscendolo disse: — Muoio.

Seguí un silenzio d'alcuni minuti, eterno, e
rotto soltanto dai singhiozzi della figliola e dal
gorgoglioso respiro del padre. Poi questi, quasi
vaneggiasse o afferrasse in una riflessione estrema
un'estrema ricordanza, balbettò ancora: — Quel
cavallo.... quello....

O era l'ultima volontà di ser Lapo? Ordinando
di condurre nella corte, sotto la finestra, il leardo,
madonna Giovanna indovinava essa l'ultima volontà
[pg!39]
di ser Lapo? — Poco dopo il leardo raspava
giú nella corte, e la figlia china su 'l padre — È là — disse
tendendo la mano verso il cavallo.

Il vecchio alzò le pálpebre ed abbassò uno
sguardo dalla finestra; lo vide e parve che sorridesse:
ma le pálpebre non ricaddero sopra le
pupille spente.

— Padre! — gridò la donna.

Il sire di Farneto, morto, pareva che sorridesse.
[pg!40]

[pg!41]


LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO
--------------------------------------

[pg!42]

[pg!43]
La corte di Carlo primo d'Angiò, dopo la
strage di Tagliacozzo e poscia che da un colpo
di scure fu troncata l'adolescente baldanza di
Corradino di Svevia, fioriva di nobili donne e
baroni e cavalieri e splendeva in magnificenza di
conviti, danze, tornei e feste mai piú vedute.

Ad una di tali feste messer Bertramo d'Aquino,
che tra i cavalieri del re aveva lode di singolare
valore e cortesia, conobbe la moglie di messer
Corrado, suo amico di molti anni, la quale era
bellissima donna e si chiamava Fiola Torrella; e
cominciando egli súbito a vagheggiarla, in breve
se ne innamorò di guisa che non poteva pensare
ad altro. E giacché madonna Fiola, non per freddezza
di natura o per amor del marito o per
sincerità di virtú, ma per diffidenza degli uomini
[pg!44]
e timore di scandalo e troppa stima di sé medesima,
gli si mostrava aspra e fiera, messer Bertramo
si perdeva ogni dí piú nel desiderio di lei
e per lei giostrava, faceva grandezze, vinceva
ogni altro cavaliere in gentilezza e liberalità.

Tutto invano: madonna era sorda alle sue
ambasciate; gli rinviava lettere e doni; non gli
rivolgeva pure uno sguardo. Ond'egli, che oramai
non sperava piú nulla, nulla piú le chiedeva; e
non sentendo alcun bene se non in vederla, triste
e sconsolato, ma sempre con destrieri nuovi e mirabili,
passava tutti i giorni sotto alle finestre di
lei e ogni volta poteva vederla la salutava umilmente:
essa moveva altrove i begli occhi.

Un amico, il quale vantava grande esperienza in
conoscer le donne, confortava Bertramo: — O madonna
ha un altro amante, ciò che non sembra
da credere, o finirà con innamorarsi di voi —.
E Bertramo per mezzi sottili ebbe certezza che
Fiola non aveva altro amante; ma ella non cedeva,
anzi diveniva piú rigida; sí che quell'amico
esperto assai delle donne avrebbe dovuto ricredersi
se la fortuna, impietosita delle angoscie del
[pg!45]
cavaliere, non avesse trovata una strana via per
aiutarlo.

Certo giorno messer Corrado condusse la
moglie e una gaia compagnia di cavalieri e di
dame alla caccia del falcone in una villa che aveva
poco lungi da Napoli; e poi che con loro fu stato
in piú parti senza molta fortuna, giunto a una
valletta, la quale pareva fatta dalla natura per
cacciarvi, disse tutto allegro: — Ora vedrete se
il mio sparviero sa spennacchiare! — Presto i
cani si misero in traccia delle starne e levandone
un bracco un fitto drappello, egli fe' il getto
e gridò: — Guardate! — Lo sparviero, che era
ben destro, scese di furia sulle starne frullanti e
le disperse; una ghermí e stracciò e inseguí le
altre, come un soldato valoroso che piombi sopra
una schiera di nemici e abbattutone uno fughi e
persegua i rimanenti.

— Come Bertramo d'Aquino, mio capitano, a
Tagliacozzo — disse messer Corrado; e per dar
ragione del confronto tra il suo caro sparviero e
l'amico assai caro, narrò di questo le belle prodezze
[pg!46]
quando l'avea veduto irrompere impetuoso
nel furor della mischia.

— Certo — aggiungeva — non è alla corte
e fuori chi uguagli Bertramo in piacevolezza di
parlare, grazia di modi e generosità e magnificenza
d'animo; e anche il re gli vuole gran
bene. — E di Bertramo proseguiva a narrare piú
geste e vicende.

Madonna Fiola ascoltava attenta il marito e le
lodi al cavaliere, che aveva posto ardentissimo
amore in lei, le pungevano l'animo di compiacenza,
quasi lodi fatte alla sua bellezza, se la sua
bellezza aveva potuto accendere senza misura
uomo cosí perfetto; e come le lusinghe della vanità
nelle donne possono tutto, anche piegare a
sensi miti le piú proterve, ella rivolgeva nel pensiero
quante pene aveva sostenute Bertramo;
quanto acerba noncuranza gli aveva dimostrata,
e le pareva d'aver fatto male.

Potenza d'Amore! Essa già sentiva che meglio
che una durezza superba e una fredda virtú soddisfaceva
il suo orgoglio l'innalzare a sé il piú
ammirato dei cavalieri, senza piú timore alcuno
[pg!47]
d'abbassarsi a lui; e nella esuberante sua giovinezza
già serpeva un desiderio vago di consolazioni
nuove e di nuove gioie suscitate e acuite,
per lo spirito e per i sensi, dalla forza della passione
e dalla fatalità della colpa. Perché era fatale
che amasse Bertramo d'Aquino, se fino a quel
giorno inutilmente aveva voluto resistergli. Tutto
quel giorno pensò a lui; né sí tosto fu di ritorno
a Napoli che si pose al balcone bramosa che egli,
come soleva, passasse di là a riguardarla; e con
suo conforto lo vide giungere all'ora usata. Ratteneva
il bizzarro puledro e per quetarlo gli palpava
il collo scorso da un tremito: salutò la
dama, la quale smorta e palpitante risalutò e
parve sorridere, e a lui s'allargò il cuore e chiarí
la faccia in súbita allegrezza.

Cosí Bertramo fu pronto a scrivere una lettera
a madonna Fiola scongiurandola di commuoversi
a misericordia e di procurargli agio a
parlarle; e n'ebbe risposta: a lei era grato l'amore
di lui, ma per l'onor suo e del marito ella non
poteva promettere e concedere cosa che le chiedesse.
Riscrisse egli assicurandola che voleva
[pg!48]
solo parlarle e che in ciò solo poneva la salvezza
della sua misera vita; ed ebbe risposta: venisse,
ma a parlare soltanto, una prossima sera (e Fiola
diceva quale) in cui Corrado, di ritorno da una
caccia lontana e faticosa, sarebbe andato a dormire
per tempo.

-----

Ecco finalmente la sera del convegno; limpida
sera estiva. Bertramo s'era dilungato assai fuori
della città quasi ad affrettare, ad incontrare l'ora
invocata e troppo lenta a discendere; e quando le
ombre confusero le cose e le stelle si specchiarono
nel mare pensò: — Di già Fiola m'aspetta —;
ma non tornò a dietro, ma sentí vivo il piacere
d'essere atteso, egli che dell'attesa aveva patita
tutta la pena. Pure il maligno compiacimento fu
breve e se ne dolse; rivolse il cavallo e gl'infisse
gli sproni nei fianchi: via, di aperto galoppo e di
piena gioia, come all'assalto!

Intanto Fiola, visto che ebbe il marito addormentato
nel profondo sonno della stanchezza,
consegnò due lenzuoli di tela finissima alla piú
fida delle sue donne, che andasse a distenderli
[pg!49]
su 'l molle letticciòlo composto entro una casupola
in fondo al giardino per riposarvi nel tempo piú
caldo; ed essa corse a socchiudere la porta dalla
quale doveva entrare l'amante. Ascoltò: nessuno.
Allora dalle aiuole e dalle macchie si die' a raccogliere
le piú belle rose e strappandone i gambi
riponeva le corolle e i petali freschi in un cestello
che recava al braccio: anche vi metteva
fragranti vainiglie e gelsomini, e quando il cestello
fu colmo lo porse alla fante e le disse: — Spargi
questi fiori su le lenzuola e acconcia ogni cosa;
e poco dopo che messere sarà venuto, fanne cenno
d'entrare. — E stette ad attendere.

Ma alla mente di lei, che con la fantasia si
spingeva da un pezzo a pregustare le voluttà del
suo dolce amore, balenò a un tratto il dubbio
non stesse per cadere nella vendetta di messer
Bertramo, il quale troppo duramente e troppo lungamente
aveva fatto soffrire; non dovesse, se
messer Bertramo mancasse per inganno al convegno,
esser fatta gioco di lui. E se egli non aveva
l'animo che suo marito le avea dipinto, non poteva
ella, con acerbo dolore e vergogna, divenire
[pg!50]
la favola non solo di lui, ma de' suoi amici
e di tutta la città, ella, la virtuosa donna di messer
Corrado? Onde si vedeva accomunata dalla colpa
e dallo scherno a quante dianzi spregiava, e si
doleva d'esser caduta dalla sua casta fierezza e
malediceva al mal concepito affetto.

Ma ascoltò: — Eccolo! —; e rapida e lieta fu
incontro al cavaliere che entrava e gli aperse le
braccia sorridendo e sospirando: — Ben venuta
l'anima mia, per cui sono stata tanto in affanno!

Messer Bertramo la strinse forte: — Mercé
dunque del suo grande amore; pietà, o madonna
Fiola, dei suoi lunghi travagli! — Le parole di
lui erano ardenti non meno che gli sguardi di lei;
e a lui pareva che ella avesse una luce intorno il
capo biondo, e a lei sembrava ch'egli fosse
ebbro d'amore.

Sedettero sotto un arancio fiorito scambiando
piú baci che motti, e come Fiola pensava — Or
ora la fante ci dà il segno d'entrare —, messer
Bertramo, il quale nelle avide strette la sentiva
tutta desiosa e del suo bel corpo indovinava i
[pg!51]
segreti mal difesi dalla veste sottile, poco piú
tempo attendeva a godere del piacere ultimo e
sommo. Ma meravigliandolo assai una tale accondiscendenza
in Fiola, egli volle conoscere prima
da lei perché fosse stata tanto rigida seco e qual
cagione l'avesse indotta da poco a dargli un conforto
sí grande.

Ella rispose: — Io non v'amava; ma mio marito,
un giorno che eravamo alla caccia insieme
con molti cavalieri e gentildonne, osservando un
nostro bravo falcone precipitare addosso a una
brigata di starne e scompigliarle tutte, si sovvenne
di voi e disse che come il falcone alle starne aveva
visto far voi ai nemici nella battaglia. E ricordò
le prove del vostro valore e di voi asseriva che
nessuno poté mai superarvi in cortesia e liberalità.
Allora io ammirando l'animo vostro mi pentii
subitamente d'avervi fuggito quasi mala cosa, e
ora vi dono co 'l mio cuore tutta me stessa.

Udite le parole della donna, messer Bertramo
stette alquanto silenzioso e raccolto in sé medesimo
per improvvisa concitazione di pensieri e
d'affetti diversi; poi, con uno sforzo che parve
[pg!52]
e fu supremo, perché egli rifiutava il bene non di
quella sera, ma della sua giovinezza, ma della sua
vita, si levò in piedi e disse:

— Non sarà mai ch'io offenda vostro marito
se egli mi ama cosí e se ha tanta fede in me!
E tolte di seno alcune bellissime gioie, le porse
alla donna pregandola di serbarle per sua memoria,
e aggiunse: — Per memoria di voi, voi datemi
ora un ultimo bacio.

Madonna Fiola Torrella turbata molto, chi sa
se per nuova ammirazione dell'animo nobilissimo
del gentiluomo o piú tosto per vivo rammarico
del perduto piacere, lo baciò sulla bocca, e messer
Bertramo, senza piú toccarla, le disse addio e partí.

[pg!53]




II.
===

.. epigraph::

    «Sempre alla lussuria séguita
    dolore e penitenza....»

[pg!54]

[pg!55]


LA SALVAZIONE DI FRA' GERUNZIO
------------------------------

[pg!56]

[pg!57]
Da una cella nel monastero di Pentula frate
Gerunzio guardava in basso, lontano, sotto un
chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico,
né poteva pregar bene Iddio; e interrompeva
piú volte le preci rituali con preci sue, angoscioso
e lamentevole.

— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo,
perché lasci cieca l'anima mia? Perché tu, che
risuscitasti Lazzaro e il figliolo della vedova, non
risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi
non sgorgano lagrime degne di grazia come le
lagrime del ladro e dell'adultera e io perdo,
senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi abbandonare,
Signore! Fa, Signore, ch'io oda la
tua voce, la stessa mia voce nelle mie orazioni;
fa che io le senta, che io senta nell'anima le mie
colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! —

[pg!58]
Da una torre di Gerico, la città degli amori e
delle rose, una schiera di colombi levò il volo e
delineò nell'alto il giro della città; ma alla veduta
di quella tenue candida fila nel cielo azzurro
e di quel cielo azzurro il monaco Gerunzio rimase
intimidito quasi a un ammonimento, muto quasi
a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.

Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere,
vide una femmina nuda. Come lucide le
chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido!
Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà
d'una dea: era piena di grazia e rideva, tutta nuda.

-----

Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio.
La notte, nelle lunghe tenebre e nei brevi
sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi, nefandi,
e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza,
di nausea, di esecrazione per quella sua
carne che in guerra collo spirito riusciva a vincere
finché alla prima luce e serenità mattutina,
quando sembra che la divinità si ridesti in cuore
[pg!59]
agli uomini, egli non pregasse e si dolesse e appassionasse;
ma quando il sole diffondeva il calore
e la vita nel mondo, ecco apparirgli altre,
ben altre visioni, limpide, affascinanti, gioiose;
ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere giovinette
nella prima coscienza ed esperienza delle
impudicizie maschili; audaci etère sapienti d'ogni
voluttà carnale; indulgenti matrone nella piena
bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei
sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era
certo lo spirito della concupiscenza che opprimeva
la sua volontà sorprendendola nel sonno
e nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso
di bene cercava star tutto intento a sé
stesso, quale era la strana forza a cui l'arbitrio
suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio
della virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza
imaginativa del cervello, l'istinto che l'impugnava
e trionfava; e perciò pregava Iddio cosí affannosamente
e sinceramente. Invano. E una volta,
in disperazione, la testa fra le mani, si mise a
ragionare in questo modo:

— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei
[pg!60]
padri in elemosine e convertii le pietre preziose
in pane per i poveretti: campi e palazzi, cavalli
meravigliosi e vesti di seta che movevano ad
invidia i poveri e a gelosia i compagni, tutto
vendetti a soccorso di orfani e vedove, di piagati
e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria
e salute in estenuati ed infermi; e perché mi dicevano
bello, digiunai e imbruttii. A tutto feci rinuncia,
e adesso vorrei distormi da questa mia
carne, che non contengono flagellazioni e disagi,
e rendere il mio spirito a Dio. Dio, accogli il
mio spirito che si riposi in te! —

Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto
perverso — Non vuole? — disse —. E sia cosí! — Uscí
dal cenobio; si spogliò della tonaca; indossò
vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto
pastore si diresse alla volta di Gerico.

-----

Difficile via, un sentiero sopra e tra monti
scoscesi; ma nessuna fatica, anche piú grande
fatica, avrebbe mortificate le membra di frate
[pg!61]
Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso
avrebbe potuto oramai frenarne il passo il pensiero
lo sguardo, ed egli affrettava alla volta di
Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano
pareva il mare e il Carit argento limpido
sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro il
dorso delle montagne, si contenevano a vista minore,
non brillando meno di gioia, perché da tutto,
da un granito e da un salgemma che scintillasse coi
colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse
il verde cupo delle ginestre; da un uccello di
varie tinte che levasse il volo frusciando, i suoi
occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata
e accesa il senso della natura e della vita. E il
suo pensiero, già buio nella tribolazione dell'intima
battaglia e breve e pauroso nelle racchiuse
idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in
quell'ampia e lieta libertà del mondo, e si estendeva
e rafforzava: nell'attività dei nervi e dello
spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e
dalle vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere
e roso dalla bramosia vana della propria
dissoluzione, sembrava d'un tratto rifiorire, ritemprarsi
[pg!62]
di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e
di luce come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione
delle cose sparivano i terrori della
sua mente; s'era svestito del cilicio, ma anche si
svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata
e traviata la fantasia; ubbidiva allo stimolo dei
sensi, ma presentiva il benessere che verrebbe
a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa,
necessaria e umana colpa, la quale andava a commettere.

Scendeva — le montagne digradando a diventare
ubertose colline vestite di palma e dura e
tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante
divampava dietro le vette piú alte, il
colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi
ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo.
Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci
di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva
adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba
e d'anemoni, rose, viole e narcisi!

Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano,
meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la
cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio
[pg!63]
convesso temprato d'oro. La città di Erode,
distrutta due volte e due volte risorta, obliava
Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto
nel cospetto del Signore l'uomo il quale
imprenderà di riedificare questa città di Jerico!
Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore
e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol
minore!»

Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè.
Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città
idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli
entrò allegro in Gerico.

-----

Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo
e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la
soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra
e con la destra piegata su la sinistra, perché
se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre
altre, assise su guanciali in procace attitudine e
intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre,
rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da
[pg!64]
un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il
monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante,
gettò uno sguardo al sito infame e come
udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé:
nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi,
per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe
piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina
che l'aveva chiamato: Vieni!

Colei che stava su la porta si ritrasse quasi
per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che
era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —,
o pastore, che tu
hai buona moneta?

Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare.
Dal basso giungeva come un lamento lontano
la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un
ridere osceno.

Il monaco tese le braccia.

-----

Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore,
a questo s'impiaga d'improvviso la pelle
sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano
[pg!65]
su la piaga: corre per le ossa del peccatore
un sudor freddo, un lungo brivido, uno
spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga
si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche
verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò
la vista del lebbroso è orrenda come il tormento
di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere
le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro
di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo!
l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé
che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in
polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi
guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e
trema di spavento, perché vede il segno dell'ira
divina.

-----

Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí
germogliarsi su la pelle, súbito, dalla pianta dei
piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna: si
vide; e la meretrice urlò: — L'immondo! l'immondo! — Ma
allora Gerunzio non ebbe piú innanzi
[pg!66]
a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé
finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che
gli scioglieva la caligine dell'anima, gl'illuminava
il cuore e il pensiero colla verità oltremondana,
lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde
ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e
le mani tranquillo, sereno, sublime, disse a voce
alta:

— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione!

[pg!67]


*DIO LO VUOLE!*
---------------

[pg!68]

[pg!69]
Con soave accondiscendenza la giovinetta
avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con
sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il
capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi,
s'addormentò. Riccardo la sentiva cosí dormire;
la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal
contatto gli derivasse allo spirito commosso una
tenerezza mesta e un trepido senso di pietà: il
suo spirito riagitato da un sentimento piú antico
e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore
gli deprimeva dentro, già tremava e sbigottiva
in un presentimento di pene prossime e fatali.

Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri
apparecchiarsi al passaggio a cui il principe
Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano
stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli
[pg!70]
aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare
a combattere i nemici della fede. Ma egli
pensava che non poteva partire, per la sua donna.

Per le donne di Antiochia vendute all'incanto,
per i fanciulli ceduti schiavi agli schiavi,
per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano
i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i
fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati
dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva
partire.

Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi
di Maria in Antiochia e in Nazareth e sparsi
al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari scannati
i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé
e di Safad erano morti trucidati tutti ad uno ad
uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva
partire.

Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad
brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri
di Francia, di Spagna e Sicilia, già in terrasanta,
incontro a Maometto cantavano:

   | *Vexilla Regis prodeunt:*
   | *Fulget Crucis mysterium*

[pg!71]
Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore
del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare.
Pensava. Quando, ecco parergli che il buio
della camera s'estendesse senza limiti, enorme
come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi
smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco
nella nera oscurità balenare una luce viva da una
croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di
queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: — *Dio
lo vuole! Va!*

La moglie si destò atterrita al terrore di lui
ed egli, tornato in sé medesimo, affannosamente
le diceva della miracolosa visione. — Io ho
paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare
in questo passaggio —. Ma la donna tacque,
e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse
che non per sí breve letizia ella aveva sofferto
tanto nel suo lungo ed avversato amore e tante
rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco
e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere,
essa fu queta e persuasa alla volontà divina, e
toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:

[pg!72]
— Questo vi ricordi me e la mia fede e il
frutto dell'amor nostro se con il mio dolore potrà
crescere in me. —

Riccardo abbracciò la donna.

II.
```

Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al
lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano
il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto
di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi:
Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia
conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e
affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.

Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra;
e per recar innanzi i vessilli della croce
tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth
quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono
di fame o avvelenati dal miele dai frutti e
dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame.
A Nazareth le schiere decimate non trovarono
da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò
[pg!73]
che ritornassero: senza gloria di geste,
senza ricordi e speranza d'imprese generose,
tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo!
Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di
pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri,
non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione,
fuggí di Terrasanta.

E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni
d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero
poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia,
Riccardo dovette procacciarsi il pane con
umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú
la sua donna lontana.

San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche
la piú bella città della Siria: una città lussuriosa.
Ampio il porto, dove le navi europee
scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le
case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di
Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia,
di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone
erano magnifici, con vetriate che riflettevano il
sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano
per le vie incontrandosi con i mercanti di
[pg!74]
Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi,
Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il
sole da paramenti di seta e di sargia giostravano
i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose
e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio
tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando
Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate
in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono
dei compagni che erano stati ricordevoli
solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava
che Cristo dormisse affinché trionfasse la
gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco
la luce, la guida e il conforto della fiducia divina;
e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli
oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto,
che aveva posposto alla fede, risorse allora
a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la
fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio
di allietare un giorno con la ricchezza la sua
donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto,
protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione
propizia. Perciò, e perché non temeva piú
Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a
[pg!75]
prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia,
in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui
solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva
in una delle antiche virtú, una sola: viveva
casto. Egli guardava religiosamente l'anello della
sua donna.

III.
````

Un giorno, e non seppe né dove né come,
Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore,
e solo dopo assai tempo poté darsi pace di
questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo
perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo,
ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide
che la moglie d'un suo amico e compagno
di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio
a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero
fra di loro.

Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che
dalla attitudine disonesta e incomposta di quella
donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere
[pg!76]
la moglie nella sommissione vergognosa e
pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il
raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto
che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze,
la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò
repugnando; e di meraviglia la donna rise,
salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi
al suo amore e raccomandargli la fede in
lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello
spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla
fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione
dell'antico portento: — *Torna a Dio ed in
patria. Va!*

Cosí quella voce che l'aveva ammonito con
visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva
ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse
quest'altre parole: — *Se la tua donna potrà riconoscerti
e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato.* — Riccardo
fuggí dalla donna e recatosi
da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità
conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri
di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né
di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne
[pg!77]
piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave
che quel giorno stesso salpava da Acri.

IV.
```

Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della
patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi
nudi e il sangue infermo per il malore che già
lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo
viaggio ristando qua e là a domandare elemosina
e sospinge lo sguardo in cerca delle sue
montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come
ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi
bianca infuocata immutabile. Egli cammina.
Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi
i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina,
cammina.

Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai
visti, ma corre ai monti nativi che acquistano
linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura
la distanza alla meta: anche pochi giorni di
viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal
[pg!78]
male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina,
cammina.

Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici:
i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle
ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde:
in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora.
Non piú stanchezza, non male: mormora a costo
la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non
beve; un cane gli esce contro di furia, non
teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in
un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo
fine lo trascina ansante barcollante muto su per
l'erta al castello.

Nell'androne è una turba di miseri ai quali
ad uno ad uno la dama fa la carità con atto
umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre
nella cura pietosa e sorride: il pellegrino
muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono
di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve
ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate
Dio che mi torni Riccardo!

Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta
a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico
[pg!79]
con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle
braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo
bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un
grido di terrore e d'amore vedendo il marito
cadere, corpo morto, riverso.
[pg!80]

[pg!81]


DISPERAZIONE
------------

[pg!82]

[pg!83]
Di tre vergini, che in una casa presso la
chiesa di Rumello vivevano sole nella religione,
la piú giovane superava le due altre co 'l fervore
della sua fede. Ancora bambina, orfana di
genitori nobili, l'avevano condotta seco le due
altre e allevata fuori del mondo nel timor di
Dio; ed essa era cresciuta fanciulla serbando
la mente pura e l'animo semplice nella severa
e sincera abitudine della devozione. Neppure le
turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che
se talvolta le espressioni dei concetti mistici e
quei discorsi delle compagne intorno le nozze con
Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano
nell'imaginativa a suscitarle il sospetto
e quasi la sensazione del significato proprio, súbito
ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto
[pg!84]
moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva,
irradiato della sua luce eterea e sublime,
l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la
Madonna benediceva sorridendo e sorridevano
tutti intorno, tra i concenti di musiche arcane, i
santi e i cherubini.

Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni
mirifiche, il giorno, ora l'esaltavano a strane
gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo. Nel
gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva
a Dio e sentiva l'anima sua dilatarsi, rifulgere,
come dissolversi per la grazia del divino
amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento
sovrumano.

Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le
pareva piú lungi, troppo lungi, da lei; e per
fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava
il desiderio d'uscire dalla carcere corporea,
di tornare là ond'era venuta al mondo e dove
Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire, con
infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi
libera e lieta dalla terra? Non era ancora
degna di morire: il suo sposo troppo piú di lei
[pg!85]
aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli
occhi desiosi Egli aveva faticato sotto il peso
della croce e sanguinato da orribili ferite e pianto;
essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né
poteva bagnare l'anima nel sangue dell'agnello,
né provare entro la carne gli spasimi del Crocefisso:
mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso
nel sole che calava con un fulgore sanguigno
all'orizzonte.

-----

Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa
cantarono alcuni valenti cantori. Dal luogo nel
quale stava, non veduta, la vergine non vedeva
persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio
vago, l'udibile silenzio della folla ristretta
che prega e che ascolta; e salivano a lei ondate
d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita. Ripreso,
il canto si devolveva grande e solenne senz'avere
in sé modo alcuno che non convenisse a glorificare
Iddio; pure una voce tra le altre del coro piú alta
e piú snella la distraeva suscitandole come la pena
[pg!86]
d'un'antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta
e confortata in una dolcezza di ricordo
indefinito, o, piú tosto, il presentimento d'una pena
prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e
non sapeva quale. Senza che pensasse: non
madre, non parenti, nessuno, altro che Dio!, ella
sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel
suo cuore vuoto.

E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra
il murmure delle voci e delle opere, le giunse un
canto d'uomo e credé riconoscere il cantore dell'oratorio.
La voce dell'uomo non piú tenuta ai
modi lenti e fermi della salmodia seguiva il vario
ritmo della canzone, cosí dolce ad udire che la
vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole
d'amore, soavi, fervide, mirabili vennero a
lei, oltrepassarono e si dileguarono lontano nel
rumore torbido, lasciandole ora un'impressione
definita di meraviglia e di sbigottimento perché
da esse aveva compreso espandersi al sole e all'aria
libera tutta la felicità piena e baldanzosa
della vita umana; perché aveva veduto il giovane
che cosí cantava. Sbigottita, ella non si ritrasse
[pg!87]
quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta
da lui; meravigliata, non si ritrasse quando
s'accorse ch'egli lodava in lei la bellezza della
donna amata e l'attendeva e la cercava e la sollecitava
ad osservare in lei medesima la bellezza
della donna amata. E finalmente una forza, una
smania piú valida della sua volontà la spinse,
avvolta di lusinghe e non piú inconscia della
colpa, nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo
vicino, quell'uomo, udirlo vicino, essa soggiacque.

-----

Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in
sé le rimase uno stupore amaro: erano quelle le
segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile
segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della
nudità che fu conosciuta e si conobbe; della carne
che sentí la carne; della verginità svelata a forza
e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero
dell'ulteriore castigo che alla colpa sarebbe conseguito
visibile nel suo corpo, del castigo ultimo
[pg!88]
che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima
sua.

Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva
soggiogata. Ma non la paura della pena le era
pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe
voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire;
non l'odio di sé, per cui avrebbe voluto distruggersi:
non bastava. In ogni momento de' suoi
tristi giorni il pensiero del peccato commesso le
cadeva su l'anima come la goccia su la pietra
che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva
come un peso che cresceva cresceva a soffocarla.
Le sue labbra perdevano la voce e il cuore le
veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate
sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi
privi di lagrime e di luce, insensibile, l'ammiravano
le compagne; n'ammiravano la perfezione
dell'umiltà e della fede.

E non bastava. Ella doveva scorgere in sé
tutto il male dell'anima sua, considerarlo senza piú
rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua
e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare,
ella stessa, con sottile indagine, la propria
[pg!89]
colpa: — Peggio dell'adultera: l'adultera manca alla
fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste.
Peggio della meretrice: la meretrice avanti di darsi
a tutti gli uomini non si diede vergine a Dio. Peggio
del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima, la sua.
Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!

E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi
alla pena vigile e continua; si lasciava
strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che
aveva segnato del suo sangue il cammino per andare
a lui, che aveva quetato il dolore dell'adultera
e perdonato al ladrone e perdonato alla Maddalena,
diviso dal suo pensiero per sempre si celava
dentro di lei vendicatore assiduo e perenne
e la mordeva, la rodeva, la consumava, spietato,
lentamente. La ragione le veniva meno. Presso
lei, invisibile, chi rideva cosí? Chi parlava?

— Per serbare la verginità Agnese sostenne
d'essere esposta alle sozzure del lupanare e non
fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità
agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a
trascinare nel postribolo Lucia di Siracusa.

Un demone la derideva da presso, invisibile.

[pg!90]
— Regina, per serbare la verginità, patí la
stretta d'un cerchio di ferro e gli strappi di tanaglie
infuocate. Orsola e le sue compagne furono
trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono
vergini.

Il demone ghignazzava, allegro.

— A perdere la virginità Petronilla preferí morire
d'inedia; Domitilla fu bruciata viva.

Ghignazzava il demone.

— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....

E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase,
si contorse entro di lei mugghiando per la sua
bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti:
ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca
emetteva una schiuma bianca.

Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O
spirito malvagio, pártiti da questa serva
di Dio!

Ma essa nella convulsione urlò:

— Impura! io sono impura!

[pg!91]




III.
====

.. epigraph::

   | «Qui d'aventur velt traiter
   | il n'en doit nule entralaisser
   | qui bonne soit à raconter....»

[pg!92]

[pg!93]


AGNESINA
--------

.. class:: center

| Sec. XIII.

[pg!94]

[pg!95]

I.
``

Guglielmo Berlinghieri e Rinaldo Imberali
erano accesi l'uno e l'altro, ma piú il secondo,
d'una bella giovane che aveva nome Agnesina ed
era figliola d'una ricca e savia donna di Firenze.
Guglielmo, in cambio del suo amore riceveva sorrisi
e lusinghe, e Rinaldo invece irrisioni e dispetti;
e l'Agnesina che non amava niente Rinaldo
s'innamorava senza misura di Berlingieri.

Ciò suole avvenire; ma Rinaldo Imberali si
consumava per la ventura altrui e la propria infelicità,
e per il pensiero della fanciulla, non meno
trista che bella, smarriva i desideri e la fiducia
dell'età sua e fino la voglia di vivere; e sembrava
perdere anche la salute e la mente. Onde i suoi
comprendendo che il figlio, quantunque piú smemorato
nei dí che non vedeva la giovane, dal
[pg!96]
vederla traesse sempre esca nuova alla fiamma e
nuova ferita alla piaga, pregarono un amico, a lui
caro e fedele, di condurlo a un suo luogo vicino
a Firenze. Colà Rinaldo mostrò di acquetarsi il
giorno nelle caccie e nei diporti, ma la notte inforcava
di nascosto il cavallo e per accostarsi al
suo tormento vagava intorno la città. Ne scorgeva
una porta aperta? Egli v'entrava ansioso e angoscioso
a cercarvi la nota casa.

Avvenne frattanto che l'Agnesina si crucciò
con la madre, la quale, scoperti i segni e le risposte
di lei a Guglielmo e temendone, la teneva
rinchiusa, e tanto s'infastidí del rigore materno
che per mezzo della fantesca avvertí l'amante di
voler fuggire con lui. E la fantesca aggiunse: — A
notte fatta voi verrete a cavallo; ella sarà
pronta su l'uscio e si getterà in groppa: è leggera
e sa ben cavalcare.

Guglielmo rispose che di ciò era lieto; e su 'l
far della notte due suoi amici andarono per lui
alla porta della città affinché non la serrassero e
affinché, se bisognasse, potessero dargli aiuto e
accompagnarlo con i loro cavalli nella fuga; ed
[pg!97]
egli, al tempo che gli parve opportuno, passò dalla
casa dell'Agnesina. Ma la fanciulla, impedita dalla
madre che non dormiva, non era per anche discesa,
e neppure quando il cavaliere tornò a passare;
e il cavaliere credé aver troppa fretta e si
dilungò per la via.

Allora allora l'Agnesina poté correre a basso;
e indi a poco, palpitante e giuliva, udí accostarsi
un cavallo. Non era Guglielmo Berlinghieri; era
Rinaldo Imberali, il quale scorrendo come di solito
presso a Firenze, veduta quella porta aperta,
di null'altro in pensiero che del suo amore s'era
incamminato per la buia contrada. L'Agnesina
disse: — Son qui! —; e a Rinaldo nell'udire quel
motto e nell'osservare quell'ombra bianca nell'oscurità,
che gli faceva cenno della mano, sembrò
di sognare: spinse il cavallo all'uscio della casa
e colse in groppa, co 'l braccio, l'Agnesina.

Rinaldo punse il cavallo. Alla porta, i compagni
di Guglielmo, aspettando che l'amico, secondo
l'accordo, si fermasse a chiamarli, non
guardarono a chi trascorreva cosí in fretta e in
silenzio.

[pg!98]

II.
```

Il cielo era stellato, ma la strada, lontano dalla
città e da ogni casolare e campo, saliva ai monti
e s'internava tra due falde boschive e dense come
in una notte cupa.

Il cavallo, benché valido, accortosi del doppio
peso, rallentava il galoppo e sbuffava; e tuttavia
Rinaldo Imberali lo feriva degli sproni perché
salvasse il suo amore: l'Agnesina, che impaurita
chiudeva gli occhi e sentiva la frescura ventarle
i capelli, con le braccia stringeva piú forte il
petto del giovane; e il cuore di lui palpitava sotto
la destra di lei. Egli, quando a quando, rivolgeva
il viso e le susurrava su 'l capo: — Anima mia! — ed
ella taceva rabbrividendo; ma a un punto
l'Agnesina sospirò: — Guglielmo! —, e Rinaldo
comprese d'improvviso e allibí. Tacque: non sarebbe
stato da stolto perdere ciò che per sorte
aveva in suo potere? «Saprò trovare sí buone
parole — pensava — che m'ascolterà e l'avrò
[pg!99]
in pace prima di giorno; ma dove andremo?»;
mentre essa, che non ardiva domandargli «Dove
ci fermeremo?», si fidava tutta nel cuore che
sentiva battere sotto la sua mano.

La strada, dopo che i fuggitivi ebbero corso
forse dieci miglia, risaliva erta per una folta
e fosca abetaia, dove a Rinaldo parve di poter
riposare; ed ivi ristando legò il destriere a un
abete; poi, prese una mano della fanciulla e,
senza piú velare la voce, le disse: — Qui, anima
mia, saremo sicuri —. Alle parole di lui l'Agnesina
vide che non era Guglielmo e con un grido
di spavento, quasi riconoscesse un suo mortale
nemico, riconobbe Rinaldo. Rinaldo si mise a
supplicarla dicendo: — Agnesina, ascoltatemi e
non temete di me; ma alla fanciulla s'annodarono
in gola parole e singhiozzi, finché copertasi
con le mani il volto in atto di vergogna e
sciagura, proruppe in pianto.

— Ascoltatemi — supplicava Rinaldo fuori di
sé medesimo, perché temeva di perdere la nuova
speranza. — Voi mi chiamaste; io credetti che
alla fine v'avesse presa pietà di me e voleste
[pg!100]
darmi la maggior consolazione che uomo provasse
mai al mondo. Solo a mezza strada mi diceste:
«Guglielmo», e io m'accorsi dell'inganno; ma
allora che cosa potevo, che cosa dovevo fare?
Ricondurvi alla madre? Questo farò adesso, se voi
volete, e tosto che il cavallo abbia riavuto il respiro;
io vi ricondurrò, ma la madre, adesso come
allora, v'accoglierà con sospetti e n'avrete rimbrotti
e castigo.

Oh quanto l'Agnesina piangeva duramente
senza dare ascolto a Riccardo! Il quale proseguiva:

— La colpa non è stata mia, non vostra, non
di Berlinghieri: è stata della mia fortuna, che mi
ha condotto alla vostra casa prima di Guglielmo
e ora mi fa vedervi cosí! E voi credete che chi
vi vuole tanto bene potrebbe lasciarvi in simile
guaio se potesse consolarvi un poco?

L'Agnesina, ascoltando Rinaldo, piangeva sempre
duramente.

E Rinaldo, tuttavia concitato e tremante, continuò
a maledire la sorte per cui egli, anzi che
rallegrarsi, doveva affliggersi dell'avere in sua
mano la donna desiderata: ma poiché la fanciulla
[pg!101]
non si quetava, egli riprese a dire delle parole
savie.

Diceva con voce tenera: — Io non vi offenderò
mai, Agnesina. Voi, che non avete uguali
in bellezza, siete uguale nell'onestà ad ogni altra
piú gentil donna di Firenze ed io conosco che Guglielmo
mi sopravanza in valore e cortesia e che
meritava tutto da voi. Ma quando ce ne torniamo,
neppure Guglielmo vorrà persuadersi che io non
vi abbia tócca; e se la madre vi scaccerà, e se
Guglielmo non vi crederà, dove andrete voi, a chi
vi affiderete voi?

L'Agnesina piangeva meno duramente, meravigliata
delle oneste parole del giovane; e questi
se ne avvide e il conforto che ne ricevette lo rimise
nella concitazione di prima.

— Crudele vicenda di tre! — diceva —. Ma
dei tre io non avrò pace mai piú; io stolto, che
vi voglio bene come Guglielmo; e voi, non per
voi ma per Guglielmo, seguitate a piangere!

E le chiedeva perdono di quel suo amore
quasi di un'azione cattiva: le diceva i molti disagi,
le lunghe notti insonni, i gravi martíri patiti
[pg!102]
per lei, e gli sdegni dei suoi e gli scherni dei
compagni e i giochi e le feste che volentieri aveva
obliati per lei, fino a consumarsi per lei l'anima
e il corpo. Ma l'Agnesina pareva ascoltare un'altra
voce che le discorresse nel petto. L'ammoniva l'altra
voce di non trarre a morte Rinaldo; a pensare
ch'egli non aveva altra colpa che di amarla molto
e che colpevole era piuttosto Guglielmo, il quale
dimentico o falso non s'era trovato a prenderla
fuggente di casa; a considerare come bel giovane
fosse pure Rinaldo e in che onore la tenesse:
perché non raccogliere il piacere che da tempo
la sua giovinezza le prometteva, perché rimanere
lagrimosa e confusa quando alla lieve sventura
non era rimedio? Ond'ella passò il rovescio della
mano sui grand'occhi molli di pianto. Ma Rinaldo,
cieco e disperato di potere piegarla, irrompeva in
queste aspre parole:

— Meglio farei ad ucciderti perché altri non
abbia mai ciò che altri ti avrebbe súbito tolto;
pure io voglio che tu veda e creda a che mi hai
ridotto. Or dunque tu salirai su 'l cavallo, che è
docile, e andrai dove piú ti piacerà, ed io lascerò
[pg!103]
qui il mio corpo, carne buona per i corvi
e per i lupi.

Cosí dicendo toglieva dalla cinta il pugnale;
ma l'Agnesina lo rattenne inorridita e gridò: — Rinaldo,
non fate!

Rinaldo rimase sospeso guardandola come
uomo che sia fra la vita e la morte, come anima
che dubiti fra il paradiso e l'inferno; e l'Agnesina,
a cui Guglielmo Berlinghieri era del tutto
uscito dalla memoria, gli gettò le braccia al collo
vergognosa e sorridente e piena di desiderio e
di grazia.

Quando furono stanchi del piacere, s'addormentarono
stretti l'uno all'altra; e sognarono
d'essere cosí, stretti l'uno all'altra.

III.
````

Guglielmo Berlinghieri era tornato e ritornato
piú volte alla casa dell'amante meravigliandosi
del lungo e strano ritardo, finché dalla casa udí
delle grida e dei gemiti, e per chiarirsi dell'accaduto
[pg!104]
s'arrestò dinanzi la porta. La madre dell'Agnesina,
insospettita per lo scalpitío frequente
del cavallo di Guglielmo e levatasi, aveva scoperta
la fuga della figliuola; e la fantesca, che
aveva udito da un pezzo la corsa del primo cavallo,
scese anch'essa le scale, quasi ignara di
tutto, e al veder Berlinghieri solo presso l'uscio
cominciò anch'ella a piangere, a gridare *tradimento!
aiuto! corri corri!*, e a dire quel che sapeva.
Da che Guglielmo capí presto che il rapitore
non poteva essere se non l'Imberali; e corse
alla porta della città per richiedere e rimproverare
i compagni. Costoro risposero:

— Vedemmo un cavallo passare di trotto e
non potemmo conoscere chi vi fosse sopra. Saranno
lontani, ma la via è questa. — E per quella
via cavalcarono tutti e tre.

Quando giunsero all'abetaia, la luna, in ultimo
quarto, era in mezzo al cielo. Guglielmo vide
súbito il destriero di Riccardo e i tre pervennero
tosto ove il lume della luna, fra i rami e le foglie,
tremava sui due amanti felici. Alla vista i compagni
ammiccarono e Guglielmo afferrò il pugnale; ma
[pg!105]
l'uno disse: — Berlinghieri non ferirà un cavaliere
che dorme —, e l'altro, anche piú cortese, disse: — Noi
non consentiremo mai che tu faccia paura
a una fanciulla che giace cosí tranquilla —. E l'uno
e l'altro fermarono per le briglie i loro cavalli
ad un tronco; poi, come quelli che non provavano
angoscia di gelosia e si sentivano tutti rotti per
la corsa sfrenata, coricatisi su l'erba fresca a riposare,
dopo poco, tant'alta era la quiete del luogo,
s'addormentarono. Ma Guglielmo, legato egli pure
il cavallo a un abete, si sedé con piú desiderio di
vendicarsi che di dormire, e guardava la bella giovane
dormire cosí, e avrebbe voluto ricuperarla. Se
non che nessuno sa convincersi del proprio danno,
ed egli voleva anche convincersi dell'innocenza
di lei: forse ella aveva respinto l'amante con promesse
mendaci, e nella speranza di chi la liberasse
era stata presa dal sonno. E allora perché dormiva
Rinaldo e dormiva con faccia gioiosa? No: la
colpa della fanciulla pareva manifesta; ma essa era
una povera fanciulla e degna di scusa. Degno invece
di un'acerba vendetta era Rinaldo Imberali;
e quale migliore vendetta dell'aspettare che l'Agnesina,
[pg!106]
risvegliandosi già pentita del fallo, corresse
nelle braccia di lui, Berlinghieri? Veramente ella
poteva anche opporsi all'amore antico, e con che
scorno per lui, Berlinghieri! Ma Guglielmo ricordava
le prove di quell'amore, e incredulo, quasi
non vedesse ciò che vedeva, pensò che fingerebbe
di dormire anche lui per sorprendere gli
atti dell'Agnesina al ridestarsi e attendere ch'ella
piú facilmente, perché non rimproverata, minacciata
o pregata, tornasse a lui. Però dié tregua
ai pensieri, e a poco a poco — tant'alta era la
quiete del luogo — a quel suo affanno; a poco a
poco sentí la stanchezza e sentí il ristoro di quel
letto d'erba fresca e molle; e gli si annebbiavano
i pensieri, e gli sembrava che la ragione lo
aiutasse. A che penar tanto e tanto faticare per
una fanciulletta senza giudizio? Non lo chiamavano
belle donne a Firenze desiderose di lui?
Non era da pazzo correr dietro a dei pazzi?
E non era meglio dormire davvero?

La stanchezza..., l'alta quiete del luogo...,
l'erba fresca...; e Guglielmo Berlinghieri non
ebbe piú forza di rilevare le pálpebre.

[pg!107]

IV.
```

Alla brezza dell'alba l'Agnesina sospirò e a
pena aprí gli occhi meravigliata di non trovarsi
alla sua camera, nel suo lettuccio, scorse quelli
che dormivano lí da presso. E Rinaldo, al muoversi
di lei desto anch'egli, scorse i nemici e
trasse l'arme; ma riflettendo ristette e disse:

— Perché li offenderei se non hanno offeso
noi? E per non offenderli, come impediremo che
ci inseguano e ci raggiungano?

Allora l'Agnesina gli tolse il pugnale di mano,
gli fe' cenno di tacere e leggera leggera, quasi
un'ombra, corse ai cavalli degl'inseguitori e ne
recise le redini; indi tornò da Rinaldo, che era
già in sella, e via entrambi su 'l loro veloce cavallo.
Scossi dal rumore della fuga e liberi e ricordevoli
piú della stalla che dei padroni, gli altri
destrieri balzarono uno qua uno là: balzò in piedi
Guglielmo, al rumore, gridando, e i compagni, fregati
che s'ebbero gli occhi, la prima cosa che
[pg!108]
videro furono le corregge recise; né seppero che
si dire. Guglielmo tutto smarrito e pieno di rabbia
quando riebbe la voce disse:

— Troveranno scampo e io non potrò piú
vendicarmi di Rinaldo e della sua druda!

A cui l'uno dei compagni:

— Piú ho da dolermi io che non riavrò mai
il mio cavallo, cosí buon sangue ha nelle vene e
cosí buone le gambe!

Ma il secondo, il quale era miglior filosofo
e di ingegno piú arguto, rise e conchiuse:

— E piú di voi mi dolgo io, perché d'ora in
avanti non potrò tener fede a donna alcuna s'ella
non sia prima innamorata d'altri e non fugga
meco per sbaglio!

[pg!109]


LA FANTASIMA
------------

.. class:: center

| Sec. XIV.

[pg!110]

[pg!111]
Ogni vecchio marito di moglie giovane vivrebbe
d'angoscia senza il conforto della religione;
e messer Tonio degli Albizeni pregava
molto e consumava molto tempo in esercizi spirituali,
sí che, nelle ore che gli rimanevano da
star con la moglie, il giorno non s'avvedeva di
nulla e la notte non si risentiva di nulla. Il mondo
diceva che madonna Lisa non era guardinga e
che le fiammeggiavano negli occhi le voglie non
sazie; ch'essa tutta cascante di vezzi trescava con
questo o con quello e che poco schifiltosa variava
troppo gli amori; ma messer Tonio bandiva i sospetti
con le orazioni e raccomandava al Cielo la
virtú di madonna: giorno e notte, nella sua camera,
egli manteneva accesa una piccola lampada
dinanzi un'imagine sacra; e, mallevadore il prete
[pg!112]
cui talvolta aveva espressi i suoi dubbi, quella
luce valeva a garantirgli l'incolumità del talamo.
Infatti nella stanza nuziale madonna Lisa non
aveva peccato mai: a pianterreno c'era una camera
da dormire, una camera in cui messer Tonio
ospitava gli amici e in cui egli non aveva messo
piú piede da quando s'era sparsa la voce che ci
si vedevano gli spiriti maligni. Madonna Lisa non
temeva gli spiriti, anzi non di rado li chiamava
lei là dentro; pure come il marito s'impauriva
leggendo nelle vite de' santi padri le descrizioni
delle orride forme assunte dal demonio per spaventare
gli anacoreti e vincerne la resistenza in
Dio, e recitava spesso delle giaculatorie che lo
difendessero dagli spettri, madonna Lisa biascicava
con lui senza ridere le giaculatorie contro gli
spettri.

In quel tempo era tornato a Forlí un giovane
di nome Guido Morlaffi, il quale allo studio in
Bologna piú tosto che a discutere il giure aveva
appreso a donneare e a burlare i mariti gelosi.

Di persona bella e gagliarda e di cervello balzano
e sagace, in tali arti era divenuto maestro
[pg!113]
con poca fatica; e con meno fatica raccontando
ai compagni le sue gaie vicende, che i compagni
narravano di qua e di là, agli occhi delle donne
di Forlí diveniva piú celebre che s'avesse avuta
in testa tutta la glossa d'Irnerio.

Ora, madonna Lisa degli Albizeni voleva esser
delle prime a esaminare come messer Guido si
fosse addotrinato in Bologna; né il suo era desiderio
difficile da esaudire. Già egli la vagheggiava;
ed ella incontrandolo per via lo guardava
come persona a cui si è pensato piú volte: alla
finestra l'attendeva mostrando d'attenderlo e gli
sorrideva con gli occhi. Poi al sorriso degli occhi
accompagnò il sorriso delle labbra; poi rispose
con segni: ella vedeva, ella capiva; e sospirava.

Guido Morlaffi cominciò dunque a scriverle
delle lettere tutte miele e tutte fiori, quali s'imparavano
solo a Bologna; e le gettava per la finestra;
senza fallare. A cui, per bocca d'una servicina,
la quale aveva istruita meglio a queste che alle
altre faccende, madonna Lisa rispose che essa
non aveva pace, tanto ardeva di lui, ma che il
marito le stava sempre tra i piedi: ciò perché le
[pg!114]
donne perbene debbono far parere gelosi e feroci
i mariti anche quando sono com'era messer Tonio.

— Appena potrà, mi manderà a chiamarvi — assicurava
la servicina. E un giorno venne a dire
a messer Guido: — Messer Tonio ha paura degli
spiriti, e voi?

— Dove sono? — domandò il Morlaffi.

Rispose l'altra: — In una stanza dove il sere
non entra mai e dove madonna vi farà entrare
questa notte a pena che il sere dormirà.

Messer Guido sospettò un inganno e chiese:

— Oh!, e madonna non ha paura lei?

— Non l'avrà con voi.

E il giovane promise che v'andrebbe. Né
mancò all'ora convenuta; e madonna Lisa, che
pareva angustiata e timorosa, quasi senza fiatare
l'introdusse nella camera buia degli spiriti; e
disse: — Non dorme ancora e bisogna aspettare.

Cosí messer Guido rimase un pezzo ad aspettare
al buio; e la donna non veniva mai, e neppure
gli spiriti. Egli sbuffava e imprecava a tutti
i mariti che non dormono e a tutte le mogli che
[pg!115]
non sanno addormentarli, quando finalmente udí
dei passi: i passi della servicina che con in mano
una lucerna veniva a dire come messer Tonio
non aveva sonno. Onde messer Guido, stucco e
ristucco, fece per andarsene. Ma non andò.

La serva di madonna Lisa era piccoletta e
rotondetta; era fresca e colorita, e a guardarla
dava l'idea d'una pera già matura quando è lí
che par che dica coglimi. A messer Guido, che
era stucco, bisognava attendere dell'altro; e nessuna
maggior noia che un'attesa prolungata per
chi fra tanto non faccia qualche cosa.

Che cosa fece messer Guido?

Talora accade che un ragazzo nel passare
presso un orto scorga una pera già matura la
quale in vista da uno dei rami piú carichi e piú
bassi par che dica coglimi; e il ragazzo s'arresta,
guata, si delibera, salta la siepe ed allunga la
mano: allunga la mano, ed ecco che il padrone
gli esce addosso infuriando e tempestando.

Ed ecco aprirsi la porta e comparire madonna
Lisa, la quale fermatasi di botto — Buon pro',
messere —, disse.

[pg!116]
La servicina aveva messo un grido e s'era
coperto il viso con le mani. E la padrona aggiunse,
piena d'ira:

— Ma dell'ingiuria vi pentirete tutt'e due! — E
tornò indietro; e allora fuggí anche la servicina;
di guisa che messer Guido rimase cosí,
senz'aver còlto nulla.

Della serva non gli rincresceva molto; ma
molto gli rincresceva di madonna Lisa, e del bene
perduto prima che goduto. A ricuperarlo — giacché
voleva ricuperarlo ad ogni costo e in quella notte
stessa —, egli chiese consiglio alla sua matta testa,
la quale gli ricordò che messer Tonio temeva
degli spiriti: indi l'idea. Subito dal letto, che là
era preparato, trasse via un lenzuolo, vi s'avvolse
da capo a piedi, e salite le scale brancicando ed
inciampando, piano piano si diresse ove di sotto
un uscio appariva un po' di luce. L'uscio cedette
all'impeto.

— Uh la fantasima! — urlò, balzando, messer
Tonio, il quale vegliava in orazione. A che la
Lisa si rivolse, e nello scorgere il Morlaffi in tale
foggia, co 'l viso deforme e gli occhiacci spiritati,
[pg!117]
quasi scoppiava per non ridere. Pure disse seria:

— Io non vedo nulla — e richiuse le palpebre.

— È là! È là! — ripeteva messer Tonio, e si
faceva di gran croci. Nella stanza, davanti all'imagine
sacra, ardeva la lucerna, ma con lume
cosí tenue e fosco che tra quel lume e il buio
dell'altra camera il mostro bianco, immoto e diritto
su la soglia, appariva immateriale e vano al
pari d'una larva.

Messer Tonio guardava con terrore, ma preso
dal fascino della visione sovrumana non poteva
distorre gli occhi da quegli occhi mostruosi; e
mentre si segnava con la destra, con la sinistra
scoteva madonna Lisa perché partecipasse al suo
terrore.

— Vuol parlare! Parla! — egli gemeva.

Lo spettro infatti allargava la bocca senza dir
nulla, quasi attingesse ed aspettasse la voce di
sottoterra; e con una voce che veniva da sottoterra
finalmente ululò: — Ohimè, messer Tonio,
ohimè! In purgatorio si sta male!

A messer Tonio pareva d'essere in purgatorio;
e — Odi tu? — egli gemette.

[pg!118]
— Io non odo nulla — rispose la donna —.
Voi sognate. Lasciatemi dormire.

— Non sei in grazia di Dio tu, e non odi
nulla! — mormorò il marito; e lo spettro ululando
proseguí: — Non per voi, messer Tonio,
vo attorno la notte; non per voi: cent'anni andrò
attorno la notte se la vostra donna non perdonerà
a chi l'offese.

— Perdona, perdona! — scongiurava messer
Tonio. E la moglie: — Ma voi siete ammattito
a leggere le storie dei Santi! Che cosa andate
dicendo?

— Mala femmina! — gridò l'altro vinto, nell'angoscia,
dalla rabbia; e la fantasima con voce
di lamentosa divenuta terribile, e con le braccia
tese, terribile, comandò: — Madonna Lisa, perdonate
agli offensori vostri!

— Perdona, perdona! — ripeté disperato e
piangente messer Tonio.

— A chi?

— Agli offensori tuoi!

— Bene — disse madonna Lisa —, io che
faccio sempre quello che volete e quel che non
[pg!119]
volete, se volete, perdonerò. Siete contento? E pareva
che ella interrogasse la fantasima invece che
il marito. Ma la fantasima, dopo avere aperta e
chiusa la bocca senza ringraziare, perché la sua
voce era tornata sottoterra, scosse le braccia come
due ali e lenta e lieve, lenta e lieve sparí nel buio.

Né ricomparve mai piú: madonna Lisa aveva
perdonato — anche alla servicina.
[pg!120]

[pg!121]


UN'OPERA DI PIETÀ
-----------------

.. class:: center

| Sec. XV.

[pg!122]

[pg!123]
Anastasio Bonesi, uno dei mercanti piú noti
a Bologna e in Romagna, aveva presa in moglie
una giovane di nome Valeria, la quale era bella,
di buoni costumi e cosí prudente ed accorta che
nelle faccende della mercatura aiutava e consigliava
essa stessa il marito. Cristina invece, la
sorella di Anastasio, era vana e di poca mente,
e credendosi non meno bella che la cognata e
sapendosi, al paragone, meno lodata di lei, avrebbe
voluto umiliarla, e per coglierla in fallo ne spiava
i passi, gli atti, i discorsi. Ma Valeria attendeva
ai figlioli e agli interessi della famiglia senz'altro
pensiero.

A Bologna viveva in quel tempo messer Anselmo
Canetoli, un giovane ricco e di nobiltà
[pg!124]
antica, al quale non isconveniva una lusinghiera
rinomanza nelle cose d'amore; e questi mentre
con due amici, una sera dopo i vespri, andava
a diporto per una contrada, imbattutosi in madonna
Valeria che insieme con la cognata e con
un figlioletto per mano tornava dalla chiesa vicina,
si fermò ad osservarla e disse: — Ecco la piú
bella donna che si possa vedere a Bologna; e io
non l'avevo mai vista!

— Ma è una mercantessa — disse uno degli
amici con tono beffardo. — Ed è onesta — aggiunse
un altro con tono ad un tempo provocatore
e maligno.

Messer Anselmo tacque e, quasi temesse l'accusa
d'una voglia troppo bassa per lui, non parlò
piú ad alcuno di quella plebea che aveva due occhi
stellanti e nell'aspetto e nelle forme gli pareva
avere la severità gentile di una matrona. Ma
quando la impressione prima della beltà di Valeria
gli si fu approfondita nell'animo e nella
fantasia cominciò a ricercarne e ad accarezzarne la
bella imagine, si risovvenne del sorriso co 'l quale
uno degli amici gli aveva detto — è onesta — e
[pg!125]
pensò che tal fama gli scuserebbe l'umiltà dell'impresa.

Si mise dunque a vagheggiare la donna e a
seguirla per ogni luogo e a passare sotto le finestre
di lei; ma ella non lo guardava, o lo guardava
senz'intenzione. Lieta invece lo vedeva e
l'attendeva la cognata Cristina, la quale convinta
d'avere acceso della sua bellezza un tal gentiluomo
non capiva piú in sé dalla gioia. Di che
messer Anselmo s'infastidiva come d'un impedimento
al suo scopo e tentava altre strade che
lo guidassero ad esso. Gli bisognavano piú cose
per il suo palazzo, e Anastasio lo condusse a
casa sua nel magazzino; ma Valeria non c'era.
Allora messere Anselmo riuscí a dimesticarsi una
vecchia in cui, come parente e donna di gran
religione, Valeria poneva molta fiducia, e l'indusse
a chiedere a madonna Valeria perché cosí
ripugnasse dal suo amore e perché, s'egli per
via le rivolgeva qualche parola, ella non gli rispondesse
neppure, o, se le mandava lettera alcuna,
la rifiutasse. La parente sedotta dall'oro
promise l'opera sua; e con molti preamboli e
[pg!126]
con lunghe ambagi cercò avvolgere il capo di
madonna, non già affinché si disponesse a commettere
il male, ma affinché non divenisse causa
di guai a sé e al marito con quell'aspra freddezza
che offendeva un signore quale Anselmo
Canetoli. Non poteva essa, pur resistendo, mostrare
almeno di compatirne il fervido amore?
Furon parole! Madonna Valeria rispose: — Ditegli
che io non gli voglio né bene né male: che
io ho da attendere alla mia famiglia e a nient'altro.
Lasciate che m'insidii o cerchi di farci del
danno: la verità è come l'olio; e, grazie a Dio,
non abbiamo bisogno delle sue ricchezze perché
io debba perdere il mio buon nome dietro le sue
smanie.

L'impresa diventava difficile, e piú degna di
messer Anselmo. Anzi lo turbarono l'orgoglio
ferito e la brama acuita da quel diniego cosí
placido e fermo e lo spinsero, benché esperto e
avveduto, all'assalto piú audace.

Co 'l pretesto di cercare Anastasio Bonesi s'introdusse
nella casa di lui in ora che la moglie
era sola. E alle sue preghiere e a' suoi lamenti
[pg!127]
e all'esagerazione stessa della sua passione madonna
Valeria non contrappose lo sdegno; non
contrappose nemmeno l'incredulità, oppose un rifiuto
freddo e quieto ma tenace e irremovibile.
L'assalto fu ributtato; e la volontà del giovane
baldanzoso urtando per la prima volta con una
volontà piú salda non si sostenne e non insisté:
egli si dissimulò la propria debolezza, rise e volle
dimenticare nei sollazzi e nelle orgie quello stolido
capriccio inesaudito. Ma quando piú la giocondità
e i piaceri gli fervevano attorno, gli appariva
piú bella la serena e severa imagine di
Valeria, e quasi per i sensi disposti ad altre gioie
gli penetrasse piú vivace e sottile il desiderio
di quel bene perseguito invano, tutte le dolcezze
gli tornavano amare, tutti gli svaghi gli recavano
un'intollerabile noia.

Chi ama di perfetto amore cerca con tutte le
forze dello spirito e dei sensi il possesso spirituale
e corporale della donna amata, e come se
quel primo possesso gli mancasse non gli gioverebbe
l'altro piacere, cosí quando non possa
riposare e ritemprare il fervore dello spirito
[pg!128]
nella soddisfazione della carne, anche chi bene
ama, soffre. Piú soffriva, disordinato amante che
solo al piacere sensuale limitava l'intento dell'amore
e della vita, il gentiluomo bolognese; e
mentre imaginava e meditava la bellezza di Valeria,
guardandola nel suo fisso pensiero, si diceva
con raffinata cupidigia: — Oh! solo una volta, e
poi, allora, o vivrei o morirei contento.

Ma per quanto si rimproverasse d'aver corso
troppo e si ripetesse che non era stato abbastanza
astuto e fermo, non ardiva ritentare l'impresa:
comprendeva che madonna Valeria non avrebbe
acconsentito mai, per ostinazione di coscienza o,
peggio, per ostinazione di natura. Cosí il pensiero
di lei s'impadroní solo e assoluto della sua
mente e diventò doloroso. Cosí le domande e i
sorrisi dei compagni, che gli leggevano in faccia
la cura segreta, a lui sembravano oltraggi; a lui
che un tempo aveva nascoste le proprie fortune
(giacché le fortune d'amore uscendo quasi per sé
medesime dal mistero, tanto piú acquistano pregio
quanto piú apparisce lo sforzo di tenerle celate),
riusciva ora d'umiliazione e vergogna dover mentire
[pg!129]
e lasciar travedere un'acerba sconfitta, quasi
la sconfitta d'un capitano reputato invincibile.

Si sottrasse agli amici; e rinchiuso in casa
s'abbandonò del tutto al suo cupo e inconsolabile
affanno. L'insonnia cominciò a consumarlo
e la febbre, una febbre sorda, a limargli le forze:
quell'idea fissa gli struggeva il cuore, la giovinezza,
la vita.

Meglio morire. Ma quando sentí che l'approssimava
la morte si riscosse, spaventato, in un
impeto di desiderio: — Vivendo, chi sa che per
grazia di fortuna non conseguisse un giorno, una
volta sola, il bene per cui s'era dato alla disperazione?

Ed egli sperava. Sperava e s'era ridotto a
tal punto per disperazione! Delirava.

Delirando, tra le forme confuse e strambe di
persone conosciute intorno a Valeria, una volta
sognò anche la vecchia bigotta, la parente del
mercante che egli si era amicata invano; e tornato
in sé stesso mandò per lei affinché ella testimoniasse
a Valeria della sua misera condizione.
Quella accorse, e a trovarlo piú morto che vivo
[pg!130]
capí come per suo profitto le rimaneva un tentativo
solo e innocente. — Messere — chiese —,
volete che madonna Valeria venga a vedervi? — Oh
sí! — rispose l'infermo —. Mi potrebbe
guarire!

Poco dopo la vecchia diceva a madonna con
aria di severità: — Valeria, tu sai che messere
Anselmo muore per amore di te. Per la sua
pazzia Dio lo castiga cosí; ma noi non dobbiamo
godere che abbia del male chi intendeva farci
del male: dobbiamo perdonare e venirgli in aiuto.
Io l'ho visto, l'ho udito, e per l'amore dei tuoi
figliuoli e per l'amore di Dio egli ti chiede d'andare
da lui. Vuoi acquistarti del merito visitando
un infermo e perdonando a chi cercava tirarti al
peccato? E tu va. Non vuoi? E tu mettiti in
pace con la coscienza e rimani.

Valeria tacque a lungo, riflettendo; poi sospirò
e disse: — Voi avete ragione: bisogna che
vada. — E incaricatala di tenere in ciarle Teresa
e di badare ai figlioli, si vestí in fretta e uscí di
soppiatto.

Intanto Anselmo attendeva, ma la speranza
[pg!131]
stessa gli era una fatica e una pena; e una sonnolenza
grave e fantasiosa l'avvolse. In questa
egli vide la morte. La morte, quale con freddo
terrore da fanciullo aveva spesso considerata dipinta,
tutta ossa, con uno sguardo nero nelle orbite
cave e profonde e con un infernale sorriso
tra le mandibole lunghe e dentute, s'avanzò scricchiolando
con la mano tesa, quasi per toccarlo
su 'l cuore, e pareva che dicesse: basta!

Egli si ritraeva con terrore freddo, gemendo.
Ma la mano del mostro ricadde; dalle orbite cave
gli lampeggiò una vivida luce come di due occhi
di donna, e per virtú di tal luce lo scheletro a
poco a poco rivestí umane forme e di donna innamorata
ricevette a poco a poco la sembianza,
il colore, il sorriso e una meravigliosa bellezza.

Al portento, l'infermo dié un grido di gioia;
e scorse china su lui madonna Valeria.

— Messere — ella diceva —, voi avete vinto
il piú duro assalto del male. — E gli tergeva la
fronte soavemente.

— Dio vi rimuneri il beneficio — mormorò
Anselmo, che si sentiva alleggerire e ristorare da
[pg!132]
una forza rinnovatrice di tutti gli spiriti. — Quel
giorno foste cattiva...; oggi, no.

La donna arrossí e disse: — Volentieri sono
venuta a vedervi; ma che cosa posso fare di piú?

Alla dimanda il viso di Anselmo tornò sofferente
ed egli rispose: — La mia vita è la vostra —.
E aggiunse: — Se mi contentaste solo
una volta, dopo non mi vedreste mai piú, non
udreste mai piú cosa alcuna di me.

— Voi non pensate all'anima vostra — ribatté
la donna —, all'anima mia!

Anselmo ripeté: — La mia vita è la vostra.
Per Cristo morto in croce, non dovreste ammazzarmi!

Tacquero; indi l'ammalato sospirò: — Lasciatemi
dunque morire —; e abbassò le palpebre
rifinito.

Madonna Valeria ebbe paura: cosí, con gli
occhi chiusi, nella penombra, l'infermo pareva un
cadavere; e a lei in quei minuti lunghi di angoscia
sembrò di sentire su la coscienza il peso del
delitto che ancora non aveva commesso. Ella si
dibatteva perché non voleva fallare, e avrebbe voluto
[pg!133]
concedere il bene invocato. E mentre pensava
udiva l'affanno di Anselmo. — «Cedendo il corpo
non salvava forse un uomo? E non cedendo l'anima
chi avrebbe potuto incolparla d'infedeltà?» Sopraffatta
da questo pensiero e vinta, disse con
voce tremante: — Messere, fra un mese, se vi
sarete rimesso, la sera del sette settembre, che
mio marito deve andare a Firenze, verrete da
me: vi prometto che v'aspetterò al portone dell'orto.
Ma giuratemi che non mi cercherete mai piú.

Anselmo Canetoli giurò lieto il patto che gli
salvava la vita. — Egli avrebbe, dopo, abbandonata
Bologna per sempre.

Ma appena fuori di quella camera e di quella
casa, quasi al lume e al rumore della strada ricuperasse
la conoscenza e la misura della realtà
e s'accorgesse d'essere stata còlta a un inganno,
madonna Valeria sentí il turbamento, l'amarezza,
il rimorso del fallo in cui era caduta, e giunta a
casa sua, piena d'ira e smaniosa cominciò a raccontare
alla vecchia ciò che pur troppo aveva
fatto e che pur troppo aveva detto. La parente
dissimulava la sua gioia tra le esclamazioni e i
[pg!134]
sospiri e la confortava. — In tal caso strano chi
si sarebbe comportata altrimenti? Dio il quale
perdona le colpe piú gravi, doveva perdonarle la
colpa leggera che aveva e avrebbe commessa a
fine di bene; — e, confortandola, per curiosità le
chiedeva tuttavia particolari del fatto e spiegazioni,
per cui apprese fino il giorno e il modo
stabilito al convegno. Anzi l'appresero in due,
giacché Cristina, che aveva vista la cognata uscire
pensosa e tornare con in faccia il segno d'una
sventura, fiutando il mistero s'era messa ad ascoltare
dietro una porta, e, come accade sempre a
chi ascolta di nascosto, imparò e indovinò proprio
quello che meno s'attendeva e voleva. Non di lei,
ma di Valeria messer Anselmo era stato ed era
preso al punto che Valeria, per compassione di
lui, avrebbe tra un mese disonorato il marito.
Arrabbiata pertanto e sconvolta dall'odio, deliberò
vendicarsi; e la sera di quel medesimo giorno
rivelò al fratello tutto quanto aveva appreso.

Anastasio alle parole di lei rimase come a un
colpo di mazza nella testa; ma tosto si riebbe e
si contenne; finse di non credere nulla; minacciò
[pg!135]
la sorella che guai a lei se ripetesse ad alcuno
una tale istoria, e, cosí gli premeva il suo nome
e cosí poca fede aveva nella segretezza e nella
benignità di sua sorella, pochi giorni dopo la
mandò a Pianoro presso un cugino.

Quetato in questo, Anastasio, che della parente
non dubitava, poté cercare il partito piú acconcio
per impedire che la moglie gli fallasse e nel medesimo
tempo per sorprenderne l'intenzione maligna
di cui voleva punirla; per scoprire la verità,
ma anche evitare uno scandalo e, non essendo
uomo uso a spada o a pugnale, evitare danni piú
gravi. E dopo molti disegni risolvette di travestirsi
e di penetrare egli nell'orto prima dell'amante,
la sera del convegno.

Oh come trascorrevano lenti i giorni pe 'l
povero uomo, e che fatica durava a celare il
suo travaglio! E madonna Valeria penava al pari
di lui. Ma non è donna cosí onesta che non
volga l'animo, sia pure in fugaci abbandoni,
agli stimoli e alle lusinghe della colpa, ed essa
udendo che messer Anselmo aveva ricuperato vigore
e salute e già usciva di casa, non poteva
[pg!136]
non sentire in sé stessa il merito di averlo guarito
e non pensare che molte belle donne ne sarebbero
state orgogliose. Pensieri cattivi; e per
scacciarli ella ricordava Anastasio e l'amore di
lui; e cosí ricordava anche il torto della sua brutta
promessa: onde con la ragione combattuta e la
coscienza affannosa, o non dormiva, la notte, o
non dormiva tranquilla.

Venne, come a Dio piacque, la mattina del
giorno temuto da madonna Valeria, sospirato da
Anselmo Canetoli e maledetto da Anastasio Bonesi;
e questi, detto addio alla moglie, con tutte
le sue robe se n'andò in un luogo poco lontano
ad aspettarvi l'ora di tornare travestito a casa.

Valeria socchiuse il portone dell'orto per
tempo. Ma il diavolo, che spesso si diletta di trascinare
con disagio ai suoi fini, mandò proprio
quella sera due mercanti romagnoli in cerca di
Anastasio Bonesi; e la donna, conforme il solito,
dovette ospitarli in casa sua. Preparata loro la
cena, ella uscí, e scorta l'ombra che supponeva
l'amante, gli si accostò risoluta dicendo piano: — Messere!

[pg!137]
Egli tese le braccia. Ed ella: — Siete guarito?

Anastasio rispose come meglio seppe, ma non
cosí piano e non con tale simulazione e sicurezza
che con súbito orrore la donna non scoprisse
in lui il marito. Nondimeno, riponendo la sua
salute nella sua sagacia, essa rifletté un istante
e riuscí a contrapporre un inganno all'inganno:
pregò l'altro di pazientare che certi suoi ospiti
romagnoli andassero a letto, sicché senza sospetto
lor due potessero restare insieme. E l'introdusse
nel magazzino, che chiuse a chiave; indi corse
nell'orto; aprí il portone, dietro il quale Anselmo
Canetoli già imprecava alla lealtà delle donne, e
facendogli segno di tacere e di seguirla, lo condusse
in una stanza vicina, dove l'affrettò a liberarla
dell'obbligo suo.

Ma come chi riarso di sete in un dí canicolare
brama un bicchiere di acqua attinta appena dal
pozzo, e se può averla, l'inghiotte avidamente e
ne domanda dell'altra, Anselmo Canetoli avrebbe
voluto bere ancora ancora alla coppa della voluttà;
e madonna Valeria, ch'era piena d'ira
perché Anastasio aveva dubitato di lei e aveva
[pg!138]
tentato di superarla in astuzia, e, d'altra parte,
sentiva di qual gioia aveva confortato il suo
amante, pensava: — Quanto bene mi vuole! Mio
marito che ha tal fede in me, si meriterebbe che
non lo lasciassi andare. — Cattivo pensiero, che
ella respinse con molta fatica. Poi disse: — Messere
Anselmo, mantenete la vostra parola: andate,
e non pensate piú a me.

Anselmo sospirò, la baciò e, vincendosi, le
ripeté ch'ella non l'avrebbe mai piú riveduto
ma che egli l'avrebbe ricordata in ogni luogo e
per sempre. E partí.

A Valeria restava da pacificare il marito, e
non solo per salvezza di sé, ma anche per conforto
di lui; né fu certo il desiderio di vendicarsi
che le consigliò uno strattagemma crudele.
Non trovò miglior strattagemma; e tutt'angosciosa
corse dove erano i mercanti e disse loro: — Messeri,
ajutatemi! Un giovane, che mi sta
attorno da un pezzo, ora è qui in casa con mala
intenzione. Voi gli insegnerete a non disturbare
le donne degli altri.

I due balzarono in piedi ed essa li accompagnò
[pg!139]
al magazzino dove entrati, quelli gridarono: — Ah
cane! Ah vigliacco! Ti daremo noi
l'andare attorno alle donne degli altri! — e, secondo
il costume dei romagnoli, non avevano
finito di minacciare che già tempestavano Anastasio
di pugni e di calci. Per farsi riconoscere,
il misero gridava bestemmiava pregava, e fu riconosciuto
dopo che era ben pesto; ma i mercanti
non lo riconobbero con meraviglia minore
del vederlo fra le braccia di madonna Valeria
demandando perdono e chiamando sua moglie la
piú virtuosa e piú saggia donna del mondo.

Madonna Valeria si fingeva stordita e chiedeva: — Come
siete voi qui? E quello a cui
doveva capitare ciò che purtroppo è capitato
a voi?

— Sta sicura — rispose allora Anastasio: — ho
chiuso io il portone dell'orto!

Cosí, finalmente, madonna Valeria poté dormire
tutta una notte d'un sonno tranquillo e pieno
e riposare la sua buona coscienza nell'opera di
pietà, la quale aveva compiuta: non quella d'aver
convinto in tal guisa il marito della sua virtú
[pg!140]
per risparmiargli la gelosia e la certezza del disonore; — non
quella: l'altra.

[pg!141]


PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO
----------------------------------

.. class:: center

| Sec. XVI.

[pg!142]

[pg!143]

I.
``

.. class:: right

| *Lettere di due amanti.*

Il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo,
tornato dopo lunga assenza a Venezia, incominciò
con lettere impronti e frequenti ad esagerare a madonna
Vittoria, come ogni amante che s'accinga
a una difficile conquista, la forza e le pene della
sua passione: per non darle noia, sette anni era
rimasto lontano da lei; tre anni aveva errato pe 'l
mondo in vana ricerca di svaghi: sperando che
ella almeno gli concedesse di svelarle a voce alcuni
segreti, con le fiamme nel cuore era tornato
in patria.

A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria,
la quale era moglie ad un giovane conte,
rispose per lamentarsi ch'egli le mandasse delle
ambasciate affidandole a servi: «La mia professione
[pg!144]
è sempre stata ed è di donna d'onore,
né mai mi sarebbe caduto nell'animo, che voi
aveste usato meco sí fatta discortesia. Basta, pazienza,
non resterò per questo di amarvi quale
fratello....»

Ma Alvise meritava scusa, e le scriveva:

«Che cosa posso far io, infelice, per disacerbare
il dolore ch'io sento dell'amarvi senza mercede?
E s'io non vi facessi, per qualche vostra
donna di casa, intendere i tormenti che per cagion
vostra sostegno, in che modo potrei io vivere?
Deh, anima mia, non vi sdegnate s'io paleso parte
di quell'ardore, il quale non potrei se non con
grandissimo pericolo della mia vita tener nascosto.
Ma se m'astringete co 'l comandarmi, son contento
d'obbedirvi.... Ben vi prego a concedermi tanta
comodità ch'io vi possa parlare, o vero a dimostrarmi
il modo di darvi alcuna lettera....»

Or dunque come la contessa scongiurava invano
messere Alvise ad esser prudente, a non
mostrare il suo ritratto ad alcuno, a non discorrere
[pg!145]
con alcuno di lei, a non mandarle ritratti
perché non voleva esser scoperta; come, non crudele
quale egli la chiamava, poteva dirgli in coscienza:
«Io vi amo, il che mi pare che non sia
male, nascendo dall'amore ogni buona operazione»,
qual fallo mai avrebbe commesso concedendogli
di parlarle, dietro la porta di casa, una
sola volta?

Cosí, per quel primo onesto colloquio e per le
lettere che Alvise le inviava ardentissime, doveva
penetrare nell'animo di madonna una gran dolcezza
d'amore puro, una gran compassione pe 'l
nobile giovane innamorato: e quando lo seppe
infermo in villa, gli scrisse tutta amorosa che
cercasse di venire a Venezia per rimettersi piú
facilmente; e poi, piú tardi, gli si mostrava ammirata
«dello splendore che senza pari ritrovava
in lui», e per lui pregava il Signore: anche
accettava e gli mandava e gli chiedea dei piccoli
doni.

Ma Alvise non viveva lieto, né la promessa
di lei, che «se è vero che di là come di qua vi
sia amore, e si ami, esso mio spirito in Cielo vi
[pg!146]
godrà», gli arrecava bastevole conforto; e avrebbe
voluto tornare a discorrere con lei. Temeva ella
nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando
che l'amore di lor due rimanesse «giusto fedele
e onesto» com'era incominciato, minacciò Alvise
di rifiutare le sue lettere: «Conosciuta la vostra
disonestà, mi sono spogliata di quell'amore ch'io
vi portava....»

A che, disperato, egli: «Poi che tanto vi
piace che dal mondo mi toglia, son contento di
soddisfarvi. E perciò mi risolvo, con la prima occasione,
d'andar in luogo tanto lontano che secondo
il desiderio vostro finisca i miei giorni.»

E madonna Vittoria, pentita e impaurita, un
giorno l'accolse in casa furtivamente: fu quello
il giorno della colpa. Da quel dí in avanti le lettere
di madonna Vittoria si susseguirono piene
di amarezza, di tristezza profonda, che derivava,
piú tosto che dai rimorsi, dal rimpianto pei lunghi
piaceri cui libera avrebbe potuto gustare; dall'amore
stimolato, esasperato dalla bramosia sensuale;
dal timore, quasi dal presentimento che tra
breve Alvise si sarebbe stancato di lei.

[pg!147]
Dopo ciascuno dei gioiosi convegni, che consentiva
l'assenza del marito, ella piangeva:

«Come foste partito mi gettai nel letto, e con
gli occhi del corpo (benché co 'l pensiero a voi)
m'addormentai: indi a poco svegliatami e ritrovatami
senza di voi, cominciai a pianger sí
forte che s'io non mi fossi nascosta sotto la
piega del letto averei senza dubbio svegliato
ognuno di casa.... La maninconia m'è sí cresciuta
che mi sento uscir fuora l'anima....»

Di lui era compresa cosí intimamente che a
ripensarne le parole ne riudiva la voce e dalla
voce ne riacquistava la sensazione intera: essa
si deliziava a martoriarsi finché si abbatteva in
una mortale angoscia.

«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a
questa si è cresciuta in me la confusione, ch'io
non so piú quello ch'io mi faccia. Le vostre dolcissime
parole mi sono rimase cosí vive nella
memoria che, se talor chiudo gli occhi, parmi di
[pg!148]
vedervi e di ragionar con voi; il che è cagione
che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi,
e mi ritrovo ingannata. Onde destatami, vergognata
di me stessa, sento tanta passione che mi
è forza di desiderar la morte per uscir una volta
di pene.... Troppo grave tormento è l'aver desiderio
di cosa amata piú che la propria anima,
e vedersene privo senza speranza di poter già
mai per lunghezza di tempo goderla!....»

Né conosceva ancora le pene della gelosia;
ma quando il marito tornò e cominciò a sospettare
e già alcuno dei vicini e dei conoscenti mormorava
della loro tresca, dovettero contenersi e
non vedersi che di rado. Quali altre donne vedeva
Alvise? Ove passava il giorno? A che feste
si recava?

Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e
per andare da madonna, avvertito da segnali di
richiamo, sfidava la vigilanza del marito e degli
altri, e giurava che tra le braccia di lei, nel tripudio
dei sensi e dell'animo, si sentiva davvero
felice. Felice era essa pure in quei momenti, anche
[pg!149]
perché si vendicava del marito il quale, mentre
ella era con Pasqualigo, «stava a piacere con
altrui»; ma l'invidia e la viltà la privarono pure
di consolazioni sí fugaci. Lettere anonime persuasero
il conte che la moglie lo tradiva e tentarono
persuadere madonna Vittoria che era ingannata
dall'amante: il Pasqualigo ebbe minaccie
di morte entro il termine di otto giorni se si ritrovasse
ancora una sera con Vittoria; e madonna
soffriva d'una gelosia divenuta un incomportabile
tormento.

Invano egli tentò di assicurarla che solo per
nascondere il vero amore simulandone un altro
corteggiava altra donna, giacché ella dubitava
ogni giorno piú e ripeteva di volere uccidersi;
ella che già per amore di lui non s'era curata
né «di parenti, né di fratelli, né di padre, né di
figliuoli».

— «Ma ditemi — egli le scriveva per frenarla —:
vi piacerebbe ch'io trasportato dall'appetito
e rotto ogni freno di ragione, venissi con
forza a levarvi di casa per torvi di mano di
[pg!150]
chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe
ch'io, spinto dal desiderio della salute e
contentezza vostra, uccidessi *lui*, onde mi convenisse
poi d'esser eternamente separato da voi,
la qual dite che prima di me morireste?....»

I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare
dei sospetti nel marito, il quale proibiva alla moglie
finanche di stare alla finestra, e fino a un
amico dava incarico di osservarla: a un certo
Fortunio.

Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto
di Vittoria era in possesso d'Alvise; piú
d'una volta era stato su 'l punto di sorprendere
gli amanti; forse egli era stato l'autore delle lettere
anonime e forse quegli che aveva trafugato
a madonna un pacchetto di lettere: di madonna
era lui pure acceso. Oltre Fortunio spiava Vittoria
una ribalda, cognata o suocera.

E il marito «tutto il dí gridava seco dicendole:
io ti darò tanta mala vita che ti farò anzi
ora morire —»

Essa era incinta. Non le era permesso svago
[pg!151]
alcuno; e, «per essere priva di ogni conversazione,
e, si può dire, confinata in casa, le conveniva
pensar sempre di quella cosa che piú le
era cara»; e cosí la violenza dei desideri diveniva
in lei uno spasimo, una frenesia.

«Ieri vi vidi in strada, e mi venne rabbia
grandissima di baciarvi, onde mi sentiva morire,
e credo certo che se *lui* non era in casa, io era
sforzata, rompendo ogni velo di onestà, di chiamarvi
ad alta voce — In somma, questa nostra
vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile
di poterla vivere lungo tempo....

«Misera e disavventurata! A che termine sono
giunta per amore, dal qual non può o non dovrebbe
nascere altro che buoni effetti e pur in
me non provo altro che passioni, tormenti e morte;
e se pur io potessi finire — sí come tante volte
ho desiderato e ora vie piú che mai bramo per
le disperazioni che nascono in me dal non potervi
abbracciare — sarei contenta....»

«Bisogna frenare gli appetiti, e scacciare certi
[pg!152]
pensieri dannosi» — esortava Alvise co 'l tono
dell'amante che può riflettere dopo essere stato
soddisfatto.

I mesi, intanto, passavano; e madonna Vittoria
sfogava appena per lettere i lunghi e duri affanni:

«.... Questo crudel matto di mio marito non
cessa di contrastar meco tutto il dí.... Durante
il parto.... io ho avuto disagio d'un uovo fresco....
Ma non manco al bambino di cosa alcuna....,
né posso pur patire di dilungarmi punto
dalla cuna per non lasciarlo piangere....»

Alle sofferenze di lei Alvise adduceva conforto
di parole; e, una volta, per parlarle si vestí da
donzella e, accompagnato da una donna, si pose
in chiesa, alla predica, nella stessa panca di lei;
ma poi, sospettato uomo, fu costretto ad uscire:
un'altra volta, mentre stava discorrendo con Vittoria,
essa fu sorpresa da uno di casa e acerbamente
sgridata e minacciata di morte. In tale
guerra, con troppo brevi tregue, l'amore di
messere Alvise si raffreddava e nell'inquietudine
[pg!153]
e nei pericoli (egli doveva guardarsi da' sicari;
e certo giorno ferí tre che l'assalirono per
via, e non azzardava ad andar fuori che accompagnato
da tre gentiluomini: madonna Vittoria
temeva che il marito l'avelenasse) le doglianze
e i raffacci degli amanti divenivano piú acerbi e
piú frequenti.

Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori
della sua repubblica; per lei aveva messo a rischio
l'onore offendendo, percuotendo e ferendo
non solo uomini e donne di basso stato, ma di
sangue nobile e alto: l'amò per tutta la vita attendendo
il guiderdone della divina maestà!»
E Vittoria, di rincontro: «Le vostre crudeltà sono
tante e tante che meritano che ciascuno le fugga!»

Alla fine egli le scrisse che per non accontentare
i suoi, i quali volevano s'ammogliasse,
partirebbe da Venezia: essa lo scongiurò che rimanesse,
magari s'ammogliasse, e lo minacciò:
«Vi avvertisco bene che vi potreste ancora chiamar
pentito; e tenetevi a mente queste parole
perché si verificheranno». — Ed egli rimase, e
n'ebbe premio di brevi gioie.

[pg!154]
Ma poi, d'improvviso, si decise ad andarsene.
Ella fe' giuramento di morte o libertà dal suo
amore; egli disse: — morrò ma parto —, e partí
davvero.

II.
```

La lontananza parve spegnere affatto l'antica
fiamma nel cuore di messere Alvise; ma
bastò ch'egli ritornasse a Venezia perché la vista
di madonna Vittoria gli ravvivasse nell'anima,
dalle poche faville che v'erano rimaste, tutto il
fuoco d'un tempo. Se non che trovò madonna
Vittoria cambiata al bene e molto sicura contro
le tentazioni nella sua virtú.

«Mentre che siete stato lontano (essa gli
scriveva), per non perdere l'anima insieme co 'l
corpo...., ho pregato Iddio che rompa il fisso
pensiero che di voi avea.... e fui esaudita....»

Egli non credette. Ed essa:

[pg!155]

.... «Io conosco il vostro amore verso me
fuori di ogni mio merito ardentissimo, e confesso
d'aver ricevuto da voi tanta quantità di cortesia,
che quando anche spendessi mille volte la vita
per voi non pagherei la minor di quelle; ma
perché io mi sono deliberata di voler rimettere
tutte queste vanità corporali, rivolger l'animo a
Dio e riconoscerlo per mio Signore vivendo
vita cristiana, confessandomi e comunicandomi ai
tempi ordinari, vi prego che non vogliate romper
questo mio proponimento co 'l molestarmi
ogni ora con vostre lettere....»

Egli non le credeva ancora, e sollecitato dal
rifiuto voleva riaccenderla e ridestarne i sensi evocando
i ricordi con tutti gli artifici del suo miglior
stile di poeta:

«Deh, anima mia, riduciamoci a memoria
il piacere che da' nostri cuori fu sentito quando
eravamo insieme. Ricordiamoci del raddoppiar
de' baci nelle partenze, delle voci da caldi, spessi
e non lunghi sospiri interrotte; del pender collo
[pg!156]
a collo, e dei giuramenti, e delle promesse fatte
di viver sempre nell'oggetto amato. Sovvengaci
del vegghiar notti intere, né si partano già mai
da i nostri cuori le lagrime calde e amare che
talora e per allegrezza e per timore erano sparse
da gli occhi nostri e poscia raccolte dalle labbra
amate....»

Invano: non pentimento, non rimorsi l'avevano
cambiata cosí, ma la colpa di lui che era
stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto
neppure una lettera; e non s'era cambiata cosí,
come diceva: ella aveva un amante. Un giorno
Alvise non seppe, vide che nell'altana ove si
biondeggiava i capelli al sole, ella accoglieva
Fortunio. Fortunio lo scrittore delle lettere anonime!
Fortunio il delatore!

Essa negò! Ma Fortunio per vanagloria e
paura a un tempo disse al Pasqualigo: — è
vero —; e lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva
tratto a lei. Madonna Vittoria dovè confessare,
e confessò senza vergogna, con audacia, con impudenza:

[pg!157]

«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia
e ch'io rimasi tra tanto duolo che come
morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine
disperata, veggendo che non vi curavate né anche
di consolarmi con una semplice carta, caddi in
tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire e mi risolsi,
vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni
sorte di malia per liberarmi di tante angoscie.
Ma ragionato sopra di ciò con una mia amica,
fui consigliata a lasciare quello e a fare elezione
d'altro amante, e tante belle ragioni mi furono
dette da lei e tanto instabile e crudele mi foste
dipinto, che facile cosa fu il farmi accostare alla
sua opinione. Risoluta adunque di vendicarmi per
questa via e di liberarmi insieme da tante noie,
attesi l'occasione, la quale non sí tosto mi venne
ch'io l'abbracciai nel modo ch'avete inteso da
quel crudele, che piú tosto dovea patir morte
che confessarvi le cose passate tra lui e me....
Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto ch'io
spenga affatto l'amor vostro e sí m'accenda di
lui che non abbia mai requie....»

[pg!158]

Pazienza! Ed essa perdonava a quel perfido:
l'amava, e nell'amore nuovo e nell'abiezione non
avrebbe avuto piú un pensiero, una parola, uno
sguardo per Alvise Pasqualigo!

Alvise non sopportò l'abbandono deciso ed
assoluto della donna che aveva amato troppo e
troppo a lungo; non volle rassegnarsi alla vendetta
di madonna Vittoria; non si riebbe, e la
gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignità
d'un uomo. Nessun innamorato fu mai un
mendico cosí sordido come Alvise Pasqualigo, il
quale scriveva di tali lettere:

«Se voi vedeste com'io sto, forse che
m'avreste compassione, se ben pochissimo mi
amate. Di grazia, trovate modo ch'io possa darvi
alcuna lettera, che so ben io che avete molte
comodità. E se è possibile, sí come io son certo,
fate ch'almeno per una volta sola io venga a voi
(non dico ad abbracciarvi, ché troppo indegno
mi giudicate e troppo vile mi tenete), ma ch'io
venga a baciar la terra dove voi tenete i piedi...»

[pg!159]

Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i
ricchi doni, le sue lettere, il suo ritratto.

Ed egli:

«O mio amore infinito, o donna ingrata!
E qual altro sarebbe stato quello che non avesse
scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocché
foste stata conosciuta per quella che sete? Voi
meritavate pure ch'io scoprissi il vostro adulterio
a vostro marito....; ma io non voglio che la fragilità
del vostro petto e l'errore di donna poco
savia mi faccia far atto indegno di me. Anzi tanta
discortesia che m'avete usata voglio ricompensar
con doppia gratitudine procurando fino co 'l proprio
sangue di coprir la vostra vergogna.... Voglio
che conosciate l'amor mio vedendo ch'io
non posso patire di vedervi patire danno o vergogna
alcuna: anzi per accrescer il vostro contento
e acciò che voi possiate godervi il vostro
amante, voglio esser cagione che vostro marito
vada a star fuori qualche giorno. Vi avvertisco
bene e vi prego ad operar piú cautamente di
quello che fate, perché non vi è alcuno in quelle
[pg!160]
contrade che non sappia il modo che tenete per
raccoglier i vostri amanti nelle braccia....»

Proprio cosí: egli «voleva essere il mediatore
a' suoi diletti e procurar comodi alle sue dolcezze,
contentandosi, in premio del suo lungo affaticare,
che il bene che gli toglieva la sua crudeltà privandolo
di lei, gli fosse concesso dal vedere che
per suo mezzo godeva felice....»; contentandosi
«di essere amato da fratello, pur che talora gli
fosse concesso di vederla e di ragionarle con
quell'amore che sogliono i fratelli famigliarmente....»

Per prudenza essa permise questo, e un giorno
che voleva andare nell'altana passando di tetto
in tetto egli fu preso a sassate come un ladro:
come un mortale nemico era odiato da madonna.

«Voi, secondo ch'io bramo, vi lasciate vedere
ogni giorno, ma vi mostrate sí colma d'orgoglio
che men noia mi apporterebbe il non
vedervi. S'io vi saluto, voi vi volgete ad altra
parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi mostrate;
[pg!161]
ond'io posso dire, e in verità, d'essere odiato
a morte....»

Peggio: era burlato.

«La mia mala fortuna vuole che io abbia
gli occhi d'Argo acciò ch'io vegga la cagione
della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non
posso, che voi m'inganniate, ma che i vostri
amanti mi burlino, non patirò già mai. Se gli
avete cari fate che mi lascino stare e che si
contentino di godervi....»

Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira
contro l'amante, se non contro la donna, se non
contro sé stesso, non avrebbe potuto scuoterlo e
sollevarlo? No: una volta a vedere madonna Vittoria
alla finestra con faccia ridente e Fortunio
sotto, che le rispondeva, «spinto da furor geloso»
e attaccata questione, ferí il drudo, ma
scongiurò Vittoria che gli perdonasse!

Il qual fatto atterrí la donna e l'indusse a
posporre il nuovo amore al terrore dello scandalo
e dell'infamia. Rispose:

[pg!162]
«Il solo rispetto mio doveva por freno ad
ogni vostra voglia, né amandomi doveva aver
maggior forza lo sdegno che l'amore; ma poi
che le cose passate non hanno rimedio e che mi
chiedete perdono, io ve ne faccio grazia....»

L'invitò a sé: «Anima mia, vi prego che
veniate a me quanto prima potete perché io mi
sento morire per desiderio di vedervi....»

E, per convincerlo, gli mandò fino copia della
lettera con cui diceva addio a Fortunio e in cui
Alvise poté leggere di queste cose:

— «Ho ricevuto ieri una vostra lettera, né
tale io credeva vederla. Pazienza! La mia mala
fortuna sempre m'aggiunge angoscie agli affanni
che mi tormentano acciò sempre misera e infelice
io viva.... Appena posso credere alla vostra
mano e agli occhi miei perché troppo sicura
viveva del vostro amore. Ora, mancatami ogni
speranza né trovando alcun rimedio a' casi miei,
voglio farvi conoscere quanto vi ho amato; del
che buonissimo testimonio vi potrà essere l'aver
[pg!163]
veduto che io ho consentito alle vostre voglie;
cosa ch'io non volsi già mai concedere ad altri....
Voi potreste rispondermi che non mi pregaste
ad amarvi e che voi, mosso dai miei lamenti, per
non mi dispiacere avete voluto compiacermi e che
non amore o qualità vostre m'indussero ad amarvi
con tanto affetto, ma solo un istinto naturale di
femminil cuore, che solo appetisce ciò che le vien
conteso, mi sforzò a questa servitú.... Io vi replico
che m'abbandonai ad amarvi vinta da certe
qualità che mi pareva di scorger in voi....»

E finiva: — «Mentre avrò vita vi averò nel
mio pensiero....»

Allora, solo allora il Pasqualigo sentí tutta la
depravazione di madonna Vittoria e l'abiezione
sua e gli parve di capire tutta la falsità di lei che,
come aveva mentito con lui prima e con l'altro
dopo, adesso mentiva di nuovo seco: non rifletté
che s'ella era cosí corrotta la prima colpa ricadeva
in lui; non ricordò che per amor suo madonna
aveva pianto, e con un pretesto spezzò l'ignobile
legame. La disse Messalina e Pasife e agli oltraggi
[pg!164]
aggiunse l'accusa ch'ella avesse incaricato un
sicario d'ammazzarlo.

Egli era salvo. E con le sue pubblicò le lettere
di lei.

[pg!165]


LA DAMA FALLACE
---------------

.. class:: center

| Sec. XVII.

[pg!166]

[pg!167]

I.
``

Mentre il duca Odoardo Farnese, i Francesi
e il duca di Savoia assediavano Valenza, don
Alfonso della Torre, il quale era tra gli ufficiali
d'Odoardo, ricevette la notizia che suo zio il
marchese di Cortemaggiore era morto lasciando
a lui, come a giovane savio ed a nipote affettuoso,
ogni suo avere; ond'egli, da nipote affettuoso,
dimostrò un ineffabile dolore, e da giovane
savio deliberò tra sé di godere al piú presto di
quella fortuna inattesa. Infatti appena i collegati
ebbero tolto, per disperato, l'assedio, egli corse
a Parma, ed ivi diede tosto troppe prove di prepotenza
e di grandezza: capestrerie, fastosi sollazzi,
amori, brighe, soprusi. Né continuò poco
cosí; ma quando il duca fu uscito dai travagli
della guerra e riprese il retto governo dello stato,
[pg!168]
chiamò a sé, un giorno, il giovane e turbolento
cavaliere e gli propose il dilemma o d'ubbidire
alle sue leggi per restare in Parma, o d'andarsene
da Parma per non ubbidire alle sue leggi.

A ciò don Alfonso avrebbe dovuto rispondere
co 'l sussiego che gli conveniva: — Altezza,
io possiedo anche un feudo fuori delle vostre
terre —; eppure, trattenuto da certa sua riflessione,
egli chinò il capo e tacque.

Di che meravigliandosi e dolendosi quasi di
un'umiliazione sua il conte Gabrio Gabrii, che gli
era intimo amico, gli disse Don Alfonso: — Oggi
capirai che se io metterò il giudizio a posto non
sarà tutto merito di Sua Altezza.

E nel pomeriggio, condotto l'amico al giardino
della sua casa, da un punto dal quale si scorgeva
chi era nel giardino attiguo disse a bassa voce: — Guarda!

Una dama leggendo un libro passeggiava all'ombra;
e come fu condotta dal sentiero presso
il muricciolo di confine, levò gli occhi e al profondo
saluto che le fece don Alfonso risalutò,
senza ristare, con garbo signorile. Una dama bellissima.
[pg!169]
Il Gabrii sorrise, attese ch'ella si fosse
allontanata ed esclamò:

— Varrebbe la pena di mettere la testa a
posto; ma io credo che tu, questa volta, la perderai
del tutto!

[pg!170]

II.
```

La dama posò il romanzo. Nella sua mente
piena di quell'avida lettura le viragini e i cavalieri
continuarono a scambiare colpi di spada e
prove eroiche e i príncipi a perseguire le donzelle
traverso strane e confuse vicende di battaglie,
di rapimenti e di naufragi; ma nel suo
cuore, dai discorsi piú galanti e dalle pagine piú
sentimentali, era penetrata una tentazione sottile,
un'eccitazione dolce ad un amore tuttavia sconosciuto.

Fanciulla quasi l'avevano data in moglie a
un cavaliere milanese, tanghero e geloso; a
pena vedova i congiunti del marito, per carpirle
una parte dell'eredità, l'avevano rinchiusa
a forza in un convento, e da poi che era fuggita
dal convento in casa della vecchia dama che le
voleva il bene d'una madre, il Palmenghi figlio
della dama, per non essere compromesso e per
sottrarla all'ira dei congiunti, la costringeva a
una vita peggio che di chiostro. O piú tosto, invaghitosi
[pg!171]
di lei, il Palmenghi aspettava agio di
sposarla?

Da Scilla in Cariddi!; e altro confortatore
della sua giovinezza sognava Domitilla (questo
il suo nome): ella sognava una grande passione
che le consentisse il dominio dell'amante in guisa
d'aver poi uno schiavo in suo marito; e il Palmenghi
era un geloso carceriere quando ancora
non le aveva proposto di sposarla!

Sospirando, Domitilla riprese il libro. Ma il
suo pensiero oramai ripugnava dalla lettura e
seguiva imagini sue, un'imagine che da alcuni
giorni cercava il suo cuore e l'accarezzava per
entrarvi; e don Alfonso della Torre, il giovine
e bello e perfetto cavaliere di cappa e spada, le
sorrideva con un inchino profondo di saluto. Ella
non aveva il dubbio di non piacere a don Alfonso
della Torre: anzi s'era avveduta che la corteggiava;
ma, quando pure le riuscisse innamorarlo,
riuscirebbe al piú, a divenirgli moglie? Divenirgli
moglie! E la sua fantasia correva, correva. Egli era
ricco e superbo; onde una gloria l'avvincerlo e
una fortuna il possederlo. Se non che lo dicevano
[pg!172]
anche intemperante, violento, infido colle donne,
e non le conveniva disgustare il Palmenghi per
avventarsi a una speranza incerta e a un pericoloso
tentativo. Rifletté, poi levandosi risoluta e
sicura: — A innamorarlo — pensò — basta la
bellezza; lo avvilupperò con l'arte e con l'inganno
e avrò lo schiavo!

E si guardava nello specchio della sala: era
bellissima.

[pg!173]

III.
````

La dama che ogni giorno passeggiava nel
giardino del Palmenghi, rispose cortese alle prime
dimande di don Alfonso, ma guatandosi attorno
quasi paurosa che ci fossero altri ad ascoltarla;
disse che aveva nome Vittoria, che era sorella
del Palmenghi e vedova da poco tempo di un
gentiluomo milanese: non piú; ma negli occhi e
nel viso essa aveva l'ombra e l'impronta d'un
dolore sempre presente al suo spirito, e dalla
circonspezione con cui ella si conteneva, s'arguiva
che qualcuno l'invigilava. Qual colpa di
lei o d'altri la teneva vittima di quella tirannia
occulta? qual cura l'affliggeva turbandone la meravigliosa
e fresca bellezza? Don Alfonso non
poté sapere di piú, ma se il giovanile desiderio
di un'avventura galante l'aveva condotto nel
giardino le prime volte, nel solito luogo, all'ora
solita, ve lo trasse di poi il desiderio acre e virile
di far dispetto a qualcuno e di affrontare un
[pg!174]
pericolo; e quindi ve lo trasse, con tutta la forza
e con tutti i lacci, l'amore.

E quell'accensione lenta, nuova per lui, divampò
cosí nel suo cuore che non ebbe piú requie:
e il suo animo rimase conquiso, occupato,
umiliato da quella donna la cui bellezza s'elevava
e raffinava con lo strano contorno della pietà e
del mistero. Egli fece e le ripetè molte proteste,
ma la dama o taceva inquieta o rideva mestamente;
ed un giorno in cui egli insistette per ottenere
una parola, una parola sola, ella disse: — Io
non ci penso a rimaritarmi.

Don Alfonso non le chiedeva questo o non
le chiedeva tanto. Allora la dama lo guardò fissa
per leggergli il pensiero negli occhi; poi soggiunse: — Che
cosa domandereste a una dama
nobile ed onesta? — Una parola! soltanto una
parola! — La dama gli sorrise.

In fine, un altro giorno, ella si dolse perché
le bisognava interrompere la consuetudine di quei
piacevoli colloqui.

— Impossibile! — esclamò don Alfonso. — Voglio
vedervi, udirvi! Chi può impedirmelo?

[pg!175]
— Io — essa rispose —; se no, voi, don Alfonso,
mi recherete danno.

Né alle domande di lui aggiunse spiegazione
alcuna, ma si mosse come per andarsene. Allora
egli si contenne, la supplicò e promise d'essere
prudente; e la dama quasi per premiarlo gli concesse
di scriverle e di nascondere le lettere in
un crepaccio della cinta: ivi, potendo, gli lascerebbe
le risposte. Tacquero; e dalle loro pupille
le anime loro si guardarono tremule e accese,
interrogando.

— Voi m'amate! — disse don Alfonso.

— Sí — disse la dama; e ne' suoi occhi luccicarono
le lagrime.

[pg!176]

IV.
```

Certo che essa l'amava, senza piú titubare
don Alfonso intese al fine del suo amore; e le
ripulse della dama non lo frenavano, non l'intimidivano
gli ostacoli; ed essa gli scriveva invano:
«Vorrei, ma non posso».

Egli un giorno, stanco, le scrisse cosí: — O la
sera sarebbe venuta da lui, nel giardino, ad udire
quel che aveva a dirle, od egli, alla prima buona
circostanza, la porterebbe via a forza.

Domitilla, com'ebbe letto il biglietto, sorrise
all'idea d'essere rapita di notte in una carrozza
trascinata da due veloci cavalli e scortata da
ceffi spaventosi; ma la ragione la distrasse dalle
fantasie romanzesche, e poiché l'amante si ribellava,
comandava, minacciava, il meglio era
non badargli — se pure, a tirar troppo, la corda
non si fosse rotta. No, meglio era andare da
lui — se pure al convegno, per debolezza sua,
non fosse seguíto ciò che sarebbe seguíto al rapimento. — *Parcere
subiectis et debellare superbos!*
[pg!177]
Domitilla, la sera tardi, s'attenne alle norme
che l'amante le aveva scritte; e don Alfonso, ricevutala
da una scala nel giardino, non stentò a
persuaderla che entrasse nella sua casa. — «Soggiogare
il ribelle e, dopo, nel perdono, acconsentirgli»
aveva determinato a sé stessa Domitilla;
ed entrando disse in tono ostile, súbito:

— Per voi io comprometto, questa sera, il
mio onore. Del vostro amore quali prove avete
date voi a me?

— Io vi amo — rispose don Alfonso.

La dama senza badargli continuava: — Voi
m'avete fatta una proposta indegna, l'insensata
minaccia d'impossessarvi di me con la violenza!
Ma io non vi temo; v'ascolto. Che volete?

Già alle prime parole di lei cosí avversa nell'aspetto
e nella voce il cavaliere aveva perduta
la riflessione del disegno che s'era preparato in
mente; e alle ultime lo turbò il dubbio che la
dama nascondesse un'arma; onde, umile, le chiese:

— Vittoria, che cosa debbo fare io per voi?

— Nulla, se non potete soffrire e non sapete
dominarvi!

[pg!178]
Allora egli si lamentò di lei: egli soffriva da
troppo tempo, egli soffriva di quell'amore che
gli pareva tenebroso ed aspro quasi un delitto o
una condanna; e da lei non aveva conforto se
non di poche parole vane; non aveva speranza
e confidenza alcuna. — Desiderate che io soffra.
E avete detto che mi amate!

— Io vi amo — ripeté essa; e ai lamenti
contrappose gli aforismi appresi nei romanzi. — Non
è amante degno chi non rinunci la propria
volontà a quella dell'amata; né v'ha amore
buono che non sia combattuto dalla sorte; né è
passione nobile e pietosa in chi non sia pronto
ad ogni sacrificio, al sacrificio della vita stessa.

Il rimprovero offese don Alfonso. Esclamò: — La
mia vita non è vostra? Ogni mio pensiero,
da quando vi ho veduta, ogni mio desiderio non
è in voi? Non vorrei io liberarvi ad ogni costo
della tirannia che v'affligge? Un cerchio di ferro
vi stringe e vi soffoca: vorrei spezzarlo, e v'avvolgete
nel mistero e mi fuggite; vorrei consolarvi
o dividere nel vostro segreto i vostri affanni,
e mi fuggite! Che amore è il vostro?

[pg!179]
— Un amore onesto, paziente, generoso!

Don Alfonso tacque con uno sforzo palese
per contenere il diniego contro il quale la dama
era agguerrita: nel dibattito l'ira deformava la
bellezza della donna ed egli che aveva creduto
d'ottenerla presto in pace, quella sera, pativa
come sentisse dileguarsi un sogno di felicità.
Perciò egli taceva. Ed ella, quantunque quel silenzio
non la sbigottisse molto, per lasciar trapelare
un po' di barlume agli occhi dell'amante,
proseguí.

— In quest'amore io aveva riposto il conforto
d'affanni vecchi e nuovi: ad esso confidavo l'avvenire:
per il bene di esso, il mio e il vostro
bene, mi credevo costretta a nascondervi ciò che
cercate di scoprire, a celarvi ciò che cercate di
sapere, quasi dubitaste di qualche mia azione indegna.
Voi ignorate le lagrime che mi costa il
solo sospetto dell'amore che vi voglio; e non
mi vedete quando vi sospiro, non mi udite quando
vi chiamo a me, non mi sentite in voi come io
sento voi in me. Mi sono ingannata. Voi, voi mi
avete ingannata turbando cosí per gioco e per
[pg!180]
sfogo della vostra giovinezza la poca quiete che
la sorte mi lasciava. Ma se non m'avete compresa,
non m'avete meritata, don Alfonso! Addio
dunque.

E stupita ora ch'egli non fiatasse, andò all'uscio
per uscire: l'uscio era chiuso a chiave.
Si rivolse, di bianca divenuta livida.

Il cavaliere disse orgoglioso e solenne: — Voi
siete in mia balia. Ma don Alfonso della Torre vi
difende proponendovi il suo nome, il suo cuore, la
sua nobiltà. — E le si accostò tendendole la mano.
La dama non sorrise: piú fiera, piú solenne di
lui, rifatta bellissima da quell'orgoglio superiore,
ella disse: — Per difendermi basta il mio nome,
puro come il vostro, e la mia nobiltà, piú antica
della vostra, don Alfonso della Torre!

No: ella non aveva nessun'arma; tremava e,
tanto il cuore le batteva, ansimava quasi il respiro
le mancasse. E vinse lei.

Ai suoi piedi il cavaliere domandava perdono
con le piú umili e dolci parole che la passione
gli suggeriva e con gli occhi ansiosi cercava
nell'aspetto di lei il segno del perdono, come la
[pg!181]
speranza della sua vita. Essa ascoltava rasserenandosi
a poco a poco, e infine su quell'ira domata,
quell'orgoglio avvilito, quella fierezza abbattuta,
essa sorrise e sollevò lo schiavo a baciarla
nella bocca.

[pg!182]

V.
``

Domitilla non aveva a pena goduto del suo
trionfo che si dié colpa d'essere stata troppo debole
ed arrendevole; e quantunque non dubitava
della parola di don Alfonso, temeva che egli appagato
nel desiderio e già pentito si disamorasse,
o almeno non giudicasse grande quant'ella voleva
la grazia ottenuta quella notte. Essa l'amava;
ma per dominarlo le bisognava che l'ardore di
lui fosse piú vivo del suo stesso ardore; e per
acuirne o riagitarne le brame e inretirlo piú strettamente,
le bisognava farle stentare la ripetizione
e l'intero possesso della voluttà.

Gli scrisse il giorno dopo: «Guardatevi, ché
è in pericolo la vostra vita.»

Don Alfonso, il quale non aveva paura di pericolo
conosciuto e certo, a quell'avviso cominciò
quasi sgomento a imaginare ogni piú strano affronto
ed ogni danno che potesse fargli il nemico
nascosto e sconosciuto; e come da un pezzo sospettava
fosse il Palmenghi il carceriere della
[pg!183]
dama, cosí suppose che il Palmenghi, scoperto il
trascorso della dama, cercasse vendicarsi: non
usciva se non armato e seguíto da piú servi
e comandava di vigilare presso la casa del vicino.
Di che questi s'avvide presto; né avendo
ragioni proprie d'inimicizia con il Della Torre,
credette a un accordo fra i parenti di Domitilla,
che l'odiavano a morte, e don Alfonso; e si
guardava anch'egli. I servi dell'uno e dell'altro
si guatavano in cagnesco. La rissa avvenne, e
quando già Domitilla, dimentica del suo biglietto,
aveva ripreso a scrivere all'amante e a confortarlo.

Un giorno don Alfonso veniva verso la porta
del Palmenghi, sulla quale due figure di bravi
stavano in attitudine spavalda; e poiché egli fu
passato, quelli risero in faccia ai due fidi che gli
erano di scorta. Offesa ai servi, offesa al padrone:
don Alfonso fe' un cenno e i suoi attaccarono
gli altri.

Alle grida il Palmenghi uscí con la spada in
pugno, e allora don Alfonso s'avventò su di lui
rapido, in un attimo, e lo colpí al cuore; poi in
[pg!184]
due salti entrò nel suo palazzo e dalla pusterla
del giardino corse alla casa di Gabrio, che era
poco lungi. E mentre l'amico l'aiutava a cambiar
vesti perché cambiasse aria, egli gli raccomandava
di ottenergli il perdono della dama, che credeva
aver privata del fratello e che presto o
tardi, se gli perdonasse, farebbe sua moglie. Gli
raccomandava di indurla a scrivergli a Torino,
dove sperava recarsi; di provvedere a che giungessero
a lei le sue lettere e di adoperarsi,
quando fosse tempo, ad ottenergli dal duca la
grazia di quell'omicidio che aveva commesso
quasi involontariamente. Gabrio promise.

Don Alfonso all'imbrunire fuggí da Parma.

[pg!185]

VI.
```

Quando tra amici ch'ebbero comuni sentimenti,
abitudini, piaceri e desideri si frammette
la donna amata da uno di lor due, è imposto
anche un limite alla loro antica comunanza: oltre
tale limite è la donna, di cui non si può discorrere
o si deve discorrere poco e con riguardo;
è il possesso, conosciuto solo in apparenza, che
non si può scrutare, toccare, valutare. E troppo
di frequente, per una voglia suscitata da invidia
e gelosia insieme, accade che l'amico pensi dinanzi
alla donna dell'amico: — M'ha detto che
l'ama e che gli appartiene anima e corpo; non
altro. Quali parole gli mormorano quelle labbra,
intimamente? quali sorrisi gli porge quella bocca?
quali baci? Agli occhi di lui che lusinghe, che
promesse hanno quegli occhi? e quali carezze e
abbandoni molli e resistenze incitatrici e segrete
voluttà trova egli tra le sue braccia? Piú: che
forza o che arte misteriosa congiunge essa alla
bellezza per carpirne il cuore e trarlo seco, avvinto,
[pg!186]
nel cammino della sua vita? — Chi studia
di rispondersi tenta di tradire l'amicizia.

L'ufficio di confortatore riuscí penoso, da
prima, a Gabrio Gabrii, perché la madre del Palmenghi,
vecchia rimbambita, o lo scambiava co 'l
figliolo, o gli chiedeva: — Dicono che l'hanno
ammazzato. E vero? —; e perché la dama di
don Alfonso piangeva, con lui, dolorosamente.
Domitilla in fatti soffriva, non già accusandosi
della tragedia avvenuta, per caso, dopo i suoi
inganni, ma pensando che aveva perduto a un
tempo stesso due amanti: quello che essa amava
e quello che la proteggeva.

Nondimeno Gabrio ebbe pazienza, e Domitilla
era cosí leggiadra che lo scoprirne la vera storia
non distolse il gentiluomo dall'usare con lei i
modi piú cortesi e le parole piú affettuose. D'altra
parte, la dama ammirava in Gabrio tanta dolcezza
d'animo e piacevolezza di costumi; e trovando
nei discorsi di lui da ammirare anche sé
medesima, non sempre senza intenzione gli spiegava
co' suoi vezzi il perché l'amico Don Alfonso
s'era invischiato e perduto nel suo amore.
[pg!187]
Chi non avrebbe perduta la testa come don
Alfonso?

Ma: — Lontano dagli occhi, lontano dal cuore — sospirava
Domitilla; e il Gabrii rispondeva che mancatogli
oramai ogni speranza di tornare a Parma,
il povero amico cercava forse dimenticarsi delle
persone fide, che non si dimenticavano di lui.

Frattanto don Alfonso, il quale mandava lettere
e non riceveva piú notizia di nessuno, dubitava
che qualche sciagura fosse intervenuta a
Gabrio, temeva che Gabrio tacesse per tacergli
qualche sventura della dama, supponeva fino d'essere
stato abbandonato dall'amante e dall'amico.
E nel ricordo, irremovibile dal suo pensiero,
l'amaro e nero ricordo di quel fatto pe 'l quale
viveva nell'esilio, sorgeva insistente e tormentoso
in atto di dolore e di maledizione la bella
donna ch'egli amava, ch'egli invocava, desto e
nei sogni, sempre; né ardiva figurarsela, pure
nell'avvenire, innamorata d'altri.

La verità don Alfonso l'apprese tardi. Incontrò
un giorno certo gentiluomo della sua città che
era venuto in missione per il duca Odoardo alla
[pg!188]
corte di Torino, e gli domandò nuova dell'amico
Gabrio.

Rispose il gentiluomo:

— Ha sposata la dama che si diceva sorella
del Palmenghi.

— Vittoria! — gridò don Alfonso, cui parve
ricevere d'un coltello nel cuore.

— Vittoria facile per i suoi amanti — disse
l'altro sorridendo del motto —; ma essa ha nome
Domitilla.

Don Alfonso n'aveva imparato abbastanza, e
dissimulando quel che pativa dentro, volle sapere
di piú: chiese piú cose, e infine che cagione si
fosse data in Parma alla sua rissa co 'l Palmenghi. — Che
l'uno di voi era geloso dell'altro, o che
Domitilla spinse l'uno a liberarla dell'altro. Ma
un terzo ha goduto.

Cadutagli la benda dagli occhi, don Alfonso
credé scorgere anche oltre la verità vera. L'amore
della dama per lui era dunque stato uno svago,
un sollazzo cominciato colla bugia del nome ambiguo
che quella, cosí per gioco, aveva assunto,
e proseguito per una tragedia fino al tradimento:
[pg!189]
già prima d'avvolgere lui in quegli inganni ella
forse amava Gabrio! Forse questa era stata la
pena segreta che un tempo aveva sorpresa in lei!
La rivedeva, adesso, come nel giorno che gli aveva
detto d'amarlo, lagrimosa, e come nella sera della
dedizione, vittoriosa e vinta; la vedeva, lei che
gli aveva accesa nelle vene la febbre della voluttà,
fremere ora di voluttà tra le braccia di
Gabrio, obliosa, sorridente, perfida.

Cercò imagini diverse: Gabrio che cadeva ferito
sanguinando e Domitilla che gemeva nella
solitudine d'un chiostro; e meditò la vendetta, la
preparò con brama feroce, la pregustò con gioia
feroce.

Il conte e la contessa Gabrii tornavano una
sera dalla loro villa a Parma, quando, a una svolta
della strada, un uomo tese il braccio armato di
pistola verso il cocchio.

— Gesummaria! — fece a pena il conte, ricevendo
il colpo.

Chi aveva tradito l'amicizia s'era meritato di
morire; chi aveva tradito l'amore meritava di
vivere, sola, nel rimpianto e coi rimorsi.
[pg!190]

[pg!191]


IL POLSO
--------

.. class:: center

| Sec. XVIII.

[pg!192]

[pg!193]
Difficile dire se il conte La Fratta amasse
piú sé medesimo o la marchesa Arnisio; ma
giacché per acquistarsi dal mondo la lode di cavaliere
perfetto nella stima di lei e per secondare
gli stimoli del cuore insisteva da un anno a servire
con cura paziente e con indulgente costanza
una dama cosí mutabile di pensiero e di animo,
egli certo amava troppo sé stesso e oltre il necessario
a un cavalier servente egli amava l'Arnisio.

A dire il vero a sua scusa ella esercitava tuttavia
su lui l'attrattiva dell'ignoto e del nuovo,
la virtú quasi d'un fascino arcano, quantunque,
a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
molte singolarità e usanze e malizie. Già
sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi
e quando fosse meglio accondiscendere a quello
[pg!194]
che le piacesse affermare; già aveva appreso a
distinguere su le sue labbra rosate tutti i gradi
di sprezzante pietà e d'ironia sottile che vi segnasse
il sorriso; già comprendeva tutto quanto
comandasse o esprimesse dalla sua abile mano il
ventaglio irrequieto: anche, tra lui e lei, quand'ella
aveva l'emicrania — ed era spesso —, l'esperienza
e la consuetudine avevano sancita una
specie di prammatica ai modi e ai discorsi d'entrambi;
e a lui toccava parlare di mille cose per
divagarne il pensiero doloroso e pesante e a lei
bastava rispondere, a diritto o a rovescio, no,
sempre no, o sí, sempre sí.

Questo ed altro il conte sapeva della marchesa;
ma una cosa non sapeva: se la marchesa
avesse il cuore o non l'avesse. "L'ha o non
l'ha?" egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi
ogni giorno piú nella ricerca dell'ignoto
n'era piú avvinto dal fascino e ogni giorno piú
s'innamorava della dama e di sé medesimo perché
con sua gloria resisteva a servirla.

Finalmente l'Arnisio agli scatti di stizza e alle
bizze nel brio e alle arie annoiate alternando gli
[pg!195]
accordi e i riposi e gli assensi cominciò ad accarezzarlo
di certe occhiate cosí lunghe e sentimentali
ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento
deriva dal cuore; dunque il cuore l'aveva.
Né il cuore della marchesa doveva battere per
altri che per lui, il quale da un anno la serviva
con cura paziente e con indulgente costanza: non
per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di quale
e quanto e quanto duraturo amore fosse capace
il cuore piccoletto della marchesa Arnisio, perché
ella non aveva con lui quelle espansioni compiute,
quei confidenti abbandoni e neppure quei moti
meditati o spontanei di gelosia che tutte le donne
amando o fingendo d'amare sogliono avere. E nello
studio La Fratta aguzzò cosí i suoi occhi e il suo
pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della
dama che, ahimè!, troppo credette d'apprendervi.

Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche
e le remissioni di donna usata alla vita; i capricci,
le allegrezze, le noie traevan forse cagione
non solo dall'indole sua bizzarra, ma da un intimo,
segreto travaglio che le eccitava e tribolava lo
spirito: lo sguardo di lei spesso stanco o vagante
[pg!196]
e la voce spesso velata e mesta dicevan forse il
suo spirito smarrito dietro un'inafferrabile bene,
finché con uno sforzo mal nascosto di volontà non
le riuscisse di riaversi o mentire, e allora abbondava
di cachinni e di frizzi, cattiva a un tempo e
vezzosa; l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece
che la simulazione d'un malanno alla moda poteva
essere la dissimulazione di un urgente rovello; gli
sdegni di lei contro lui non erano forse, come egli
aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace,
ma piú tosto non rattenuti impeti di sfogo sincero;
e quelle carezzevoli occhiate, quelle occhiate lunghe
e sentimentali, neanche potevano essere tardi e
magri compensi alle fatiche della sua servitú, ma
tutt'al piú erano segni di compassione per lui in
una confessione oramai manifesta: «Il cuore l'ho,
oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!»
Or bene: il conte La Fratta non disse alla marchesa
Arnisio come Publio a Barce:

   | Se piú felice oggetto
   |   Occupa il tuo pensiero,
   |   Taci, non dirmi il vero,
   |   Lasciami nell'error.
   | [pg!197]
   | È pena che avvelena
   |   Un barbaro sospetto;
   |   Ma una certezza è pena
   |   Che opprime affatto un cor;

no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sé,
che premevano l'animo del conte e vi si rafforzavano
senza confondersi, lo sospingevano ad
accertare la verità; l'uno, perché chi è innamorato
talora dubita a torto; l'altro, perché, se non
dubitasse a torto, egli ritraendosi a tempo non
compromettesse la sua dignità e la sua fama di
*cavaliere di spirito*.

Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira
il caso d'un patito che con zelante servitú
e con dabbenaggine inconscia riparasse l'amore
ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in
odio le satire. O, dunque, la marchesa amava
qualcuno di quelli che le farfaleggiavano intorno,
il quale, come minore di lui, ella non potesse assumere
a servirla senza scapito agli occhi del
mondo; o amava chi attendeva, incurante o ignaro
di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa;
e come anche non pregata essa l'avrebbe lasciato
[pg!198]
nel dubbio, ed egli non voleva restarci, egli interrogava
il mistero, scrutava, investigava. Ma
invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a
niuna persona e in niuna circostanza perdeva il
predominio di sé medesima; né mai, appuntando
i suoi sospetti su questo o su quello che a lei
fosse dintorno, il conte riusciva a sorprenderle in
volto ombra alcuna di rossore o di pallore, di smarrimento
o di vergogna. Il mistero per La Fratta
permaneva fitto, fosco, quasi spaventevole, e il
suo caso diveniva pietoso e tendeva a diventare
ridicolo.

Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate
Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente
arguta, e caro a tutte le dame di cui conosceva
le corde piú sensibili al tocco delle sue allusioni
e de' suoi frizzi, né men caro agli amici, cui giovava
d'esperienza e di senno.

L'abate consigliò: — Tastale il polso.

E La Fratta non comprendendo, quegli aggiunse: — Né
i palpiti del cuore né i battiti del
polso si possono frenare. Allorché ricorderai alla
marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore
[pg!199]
batterà piú forte e non potrai sentirlo, ma il suo
polso batterà piú in fretta e tu potrai sentirlo.

Al conte questa parve un'invenzione mirabile;
e l'abate continuò: — Non si falla. Però ricordati
che io confido la ricetta alla tua segretezza.

— Son cavaliere — rispose La Fratta. E corse
dalla marchesa Arnisio.

Essa, all'entrare del conte, era abbandonata
su 'l canapè con la testa reclinata mollemente e
la mano sinistra su gli occhi: ai passi lievi dell'amico
non si mosse, e al saluto di lui e al bacio
di lui su la sua destra rispose con un sorriso
ambiguo, meno soave che doloroso.

— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.

— Sí — rispose ella in tono flebile; e La
Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania
almeno quel giorno opportuna a' suoi fini.

— Chi l'avrebbe detto ierisera? — proseguí
egli, non per rammentare il tempo felice nella miseria
ma per avviarsi súbito alla meta. Nondimeno
ebbe prudenza e chiese ancora:

— Desiderate un po' di melissa?

— Sí — ripeté la marchesa, perché di prammatica
[pg!200]
quel giorno era il sí: trasse un breve sorso
dalla boccettina che l'amico le accostò alle labbra,
e respinse tosto la mano dell'amico.

Ma — Che sguardo febbrile! — disse questi
prima ch'ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi
a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei su
le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il
polso attentamente.

Toc... toc... toc...: nelle arterie, che rigavano
d'una trama azzurrina la bella carne bianca, il
sangue perveniva dal cuore pulsando all'avambraccio
in misura placida ed uguale.

— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva
il cammino). Corgnani giurava di perdere
a tarocchi perché lo costringevate a guardarvi,
tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne
d'avervi ravvisata a Versailles in una procace
figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi proclamò
che niuna dama di Parigi saprebbe ballar
meglio di voi il *paspié*. E ristando, per prudenza: — No — disse — non
avete febbre —. Pure, come
piú d'una volta aveva profittato dell'emicrania per
tenere a lungo nelle sue una mano della dama,
[pg!201]
ritenne invece il polso, e riandando le vicende della
sera innanzi, trascorsa con lei alla conversazione
di una dama illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi,
con abile arte poté nominare coloro di
cui aveva maggior sospetto. Ma il polso palpitava
sempre uguale e placido.

«Se non è questo, se non è quello, chi
sarà?» domandava intanto La Fratta a sé stesso.
«Quello non può essere; proviamo quest'altro.»

E proseguí nell'esame e nella tentazione a
quel polso ritmico e muto sinché ebbe camminata
invano la via che si era proposta. Oramai retrocedeva;
s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava
in nuovi dubbi; infine s'appigliò a chi
gli capitò dinanzi al pensiero:

— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per
l'Arboldi: sdilinquiscono tutt'e due, il duchino
e vostro marito.

Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse:
gli era parso; ma non era possibile che il sangue
di una dama come la marchesa Arnisio si commovesse
al ricordo di un vagheggino quasi adolescente.
Per altro la marchesa era sí strana....

[pg!202]
— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi
non preferirà quel bamboccio a un cavaliere qual
è vostro marito. — Non c'era piú dubbio! La marchesa
amava il duca, amava — strana donna! — il
frutto acerbo; e il polso che aveva confessato
era lí pronto a ripetere la confessione. Per prima
vendetta il conte voleva discorrere e burlarsi del
duchino affinché, magari, la capricciosa dama arrabbiasse
o, magari, piangesse, svenisse. Ma il
sangue nell'arteria rifluí placido ed uguale, e solo
allora trasecolando La Fratta ebbe un'idea, un
lampo, quasi un fulmine: — il marito?!....

Già: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso
precipitava, martellava, scottava. Come scottato,
il conte abbandonò il braccio della dama e balzò
in piedi: stupito, stordito non sapeva piú che si
dicesse. Diceva:

— Ma dunque, se l'abate Fantelli.... No: non
è possibile! — E quando si fu ricomposto, senza
esitare, rapido, asserí:

— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete
innamorata; ditemi, è vero?

[pg!203]
— Sí — rispose la dama; ma poteva essere il sí
di prammatica.

— Siete innamorata di vostro marito: è vero?

La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice,
ma la dama, la quale, meravigliata anch'essa,
era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, ebbe
tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e
scoperta dal conte, e sentí tant'odio per il conte,
che frenò la curiosità e tacque.

— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro
marito?

— Sí! — E questo non fu il solito sí; fu un
sí aspro, secco, trafiggente. L'altro continuò:

— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitú
solo in ubbidienza della moda?

— Sí!

—.... ed io vi ho annoiato sempre, sino ad
oggi, senza accorgermene?

— Sí!

La Fratta divenne rosso; ma era cavaliere, e
si contenne.

— Dunque — conchiuse — non vi annoierò
piú, signora marchesa! Solo permettetemi l'ultimo
[pg!204]
consiglio: se non volete far ridere il mondo non riferite
questo nostro colloquio all'abate Fantelli. — E
per un supremo sforzo di galanteria cercò di
baciare la destra dal polso febbrile e loquace: la
marchesa ritrasse la destra; ond'egli, senza inchinarsi,
uscí dalla camera.

Ma quando la portiera fu ricaduta dietro di lui,
la dama, alzatasi vispa e gaia come quella che da
un mese non aveva avuta emicrania, con un lungo
sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!

Indi si chiese: «Perché non dir tutto all'abate
Fantelli?»

Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da
che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione improvvisa.
«Gli dirò tutto — stabilí —; e che egli
rida e il mondo rida! Anzi!»

Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione
del mondo ella dava al marito una prova
d'amore sublime fino al sacrificio, sí che sollecitato
e disposto da quella al suo amore, il marito non
avrebbe piú repugnato — ella n'era certa — alle
altre prove e piú seducenti prove dell'amor suo.

Frattanto il cavaliere di ritorno dalla dura battaglia
[pg!205]
contemplava la gravità della propria sconfitta
e cercava rimedio a quello de' suoi affetti
che dolorava ferito: l'affetto di sé medesimo;
giacché l'altro pareva rimasto estinto di colpo.
Rifletteva il conte che raccomandando alla dama
di tacere aveva obliato la natura di lei e che
s'ella parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe
di lui e non di lei, della quale — cosí era
strana — nulla poteva sorprendere; ed egli considerava
fra sé il capriccio di lei; si stupiva di non
essersene accorto prima; si rassegnava a comprendere
quel capriccio meno enorme di quanto aveva
giudicato prima.

Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto,
pallido per sangue nobile da secoli, con dei modi
di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era
accesa a dispetto del mondo e del cavaliere servente?

E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto,
che ancora non era spento del tutto, sussultava
d'un ultimo spasimo. Peggio, assai peggio
che la derisione del mondo, la derisione della
[pg!206]
marchesa quand'ella innamorasse e seducesse suo
marito!

E il battuto, fugato, disperato La Fratta concepí
il disegno di salvare il suo decoro e la sua
dignità nella stima del mondo e nella stima della
marchesa.

Ond'éccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo
trovò per strada e al saluto di lui non fece né
parola né cenno; di che l'Arnisio gli chiese la
causa e della risposta fu sí poco contento da ammonire
La Fratta che non salutare chi merita rispetto
e onore è villania. Ma poiché la taccia di
villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria,
il conte trasse la spada: trasse la spada
il marchese; e al terzo colpo la lama del conte
segnò di rosso la destra dell'avversario.

Pronto questi strinse colla pezzòla di battista
il taglio che non era profondo, e poi domandò
senz'ira:

— Ora mi direte perché un cavaliere come siete
voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere come
sono io.

— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda
[pg!207]
che s'aspettava — per provarvi che se da
oggi in avanti non servirò piú vostra moglie e
non entrerò mai piú nella vostra casa, la colpa è
vostra.

Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne
capí meno di prima e ribatté:

— Spiegatevi!

E il conte:

— Vostra moglie è sdegnata meco e infastidita
della mia servitú perché io, e non voi, ho
scoperto ch'essa è innamorata di voi.

Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto
La Fratta alla rivelazione del polso; fors'anche
con uguale timore volse il pensiero al riso del
mondo, ed egli chiese con tono e impeto d'incredulità
e di sorpresa:

— In che modo avete saputo ciò? E ne siete
sicuro?

— Il modo — rispose dignitosamente La
Fratta — è un segreto dell'abate Fantelli; ma
di ciò sono tanto sicuro che solo per ciò un cavaliere
come son io ha potuto attaccar briga con
un cavaliere come siete voi.

[pg!208]
A tali parole il marchese sorrise e porgendo
la mano ferita all'amico

— Conte La Fratta — esclamò contento —, io
vi ringrazio!

[pg!209]




LE FONTI
========


I.
--

\1. *Fabliau de Guillaume au faucon.*

\2. *Fabliau du Vair Palefroi* e una favola di Fedro — La seconda
parte è d'invenzione.

\3. Masuccio Salernitano.


II.
---

1. *Prato Spirituale dei Santi Padri*, cap.\ :superscript:`o` XI: «.... nel monasterio
di Pentula era un frate a sé medesimo molto
intento e continente; ed essendo impugnato dallo spirito
della fornicazione, non potendo questa battaglia
sostenere, uscí dal monasterio e andò in Gerico per
satisfare alla sua concupiscenza; e súbito che e' fu entrato
nella cella della meretrice fu tutto leproso....»

2. *Gesta Romanorum* (*De constantia fidelis animae*): «.... post
gallicantum de lecto surrexit, intime firmamentum vidit,
in quo clare dominum nostrum I. C. inter stellas respexit
et dicentem: .... tempus est ut pro meo amore.... studeas
viriliter contra inimicos meos pugnare....» etc.
Ma d'invenzione sono il secondo e il terzo capitolo.

[pg!210]
3. *Vite dei Santi Padri*: «Una vergine ancella di G. C., la
quale stava insieme con due altre vergini, et eravi
stata ben sette anni, da un cantatore fu tanto sollecitata
e visitata che cadde con lui in peccato.... E venne
in tanto odio di lui e di sé che, quasi vergognandosi
di vivere, incominciò sí dura et aspra penitenzia che
poco meno che non s'uccise.»


III.
----

\1. *Novellino: Qui conta una novella d'amore.*

\2. *Fabliau: Le chevalier qui recouvra l'amour de sa dame.*

3. *Fabliau: Roman de un chevalier et de sa dame et de un
clerk.* — I lascivi novellieri erotici del '400 sono alcuni
volgarissimi; altri (ricordate il Piccolomini) sentimentali.
Riuscii a rendere questa disuguaglianza del sentire in
una novella sola?

4. La corruzione della passione erotica nel secolo XVI quali
novellieri resero meglio di queste *Lettere Amorose* di
Alvise Pasqualigo (Venezia, 1569)? [Vedi A. A. *Romanzieri
e Romanzi del cinq. e del seic.*] Ne' riferimenti
ho mutato solo la grafia.

\5. *Novelle degli Accademici Incogniti* (30ª, di F. Carmeni).

6. *Gesta Romanorum*: «Legitur, ut dicit Macrobius, quod
erat quidam miles qui habuit uxorem suam suspectam....»
Chiede, il soldato, consiglio al prete; il
quale «manum dominae accepit et pulsum suum tetigit;
deinde sermonem de eo fecit, cum quo erat scandalizata
et vehemens suspicio: statim pre gaudio pulsus
[pg!211]
incepit velociter moveri et calefieri.... Clericus, cum
percepisset hoc, incepit sermonem de viro suo habere,
et pulsus statim ab omni motu et calore cessabat.»

Fu scritta, quest'ultima, nel marzo del 1894.
[pg!212]

[pg!213]




NOTA
====


.... L'indagine psicologica, l'osservazione e lo studio del
fenomeno spirituale, l'analisi del sentimento sono la caratteristica
della nostra età e il tormento nostro. Questa curiosità
pretensiosa di conoscere noi stessi sembra penetrare dalla
scienza nella vita comune e divenire abitudine e sollazzo
dello spirito. Il cronista narra della ragazza che s'è avvelenata
e riferisce i particolari piú minuti del fatto; ma non ci
bastano essi, e vorremmo sapere quale successione di pensieri
dolorosi o folli, quale aberrazione di sentimento ed esagerazione
di passione erotica, quale cumulo di avverse circostanze
esteriori e che influenza di contorno ha condotto
quella femminetta al proposito insano.

Né ci sbigottisce e rattiene la profanazione dell'idealità;
anzi ci sembra d'innalzare noi stessi abbassando i grandi
uomini a noi se possiamo apprenderne a rilevarne i difetti
o le colpe. E non la sola vaghezza dell'ignoto, ma l'avidità
di conoscere in che guisa vivevano e come sentivano i nostri
avi induce gli studiosi a violare per gli archivi i segreti del
tempo e della morte e innamora le persone severe e cólte
alla storia dei costumi. Però l'efficacia della critica storica
è tanta che non si capirebbe senza avvertire questa ragione
remota della sua necessità.

[pg!214]
Ma l'arte quando esagera le tendenze dell'età sua si
pervertisce sempre e pervertisce e stanca: onde l'uggia del
romanzo psicologico decaduto a una specie di psicologia romanzesca;
onde il rimprovero che si muove pure ai poeti di
ricercar troppo e con morboso compiacimento le sensazioni
insolite, le esagerazioni sentimentali, le infermità psichiche
nella passione umana; e quindi anche il desiderio che l'arte
si ritempri ai modi degli artisti sani e validi, e, pur rinnovandosi,
anzi per rinnovarsi meglio, si rifaccia espressione
schietta e forte del sentire e della vita.

Del qual desiderio tenuto conto, e, d'altra parte, tenendo
conto della fortuna che seconda gli studi intorno il costume
antico, non sarebbe meraviglia se a qualche scrittore venisse
l'idea di rinnovare, con invenzione sua, il racconto del fatto
antico.... Ma qual norma dovrebbe seguire questo raccontatore
di novelle che ritraessero costumi e vita d'altri tempi
e la passione di tutti i tempi?

Per me, una delle due:

O la maniera arcaica, cosí nello stile come nello sviluppo
del racconto (prova d'arte riflessa, a diletto di pochi dotti:
già sfoggio in Balzac di maestria e di meravigliosa potenza
stilistica e fantastica, e, da noi, esercizio, affettazione di bello
stile nel Cesari, nel Colombo, nello Zambrini, nel Livaditi, in
altri, e, non è molto, grazioso capriccio di Ugo Fleres);

o (per prova d'arte spontanea, a diletto di tutti) la maniera
moderna: cioè, nulla d'arcaico nel racconto, se non,
intimamente, quanto bisogna a non offendere la rappresentazione,
la verità, la visione dell'antico e la realtà della storia:
dunque profittare d'ogni mezzo che noi abbiamo imparato e
conserviamo dell'arte vecchia perché nuovo in eterno; colorire
modernamente la forma, per quanto è possibile e conviene,
[pg!215]
e anche improntare il racconto di quell'osservazione e
spiegazione psicologica da cui oggi acquista verosimiglianza
e allettamento lo sviluppo della passione. Soltanto un'impronta,
s'intende; e a ciò si pretenderebbe un senso delicatissimo
di temperanza fra il vecchio e quello che può rimanere
moderno....

Ma rifarsi all'arte ingenua e primitiva dei trecentisti, del
Sacchetti, per esempio, adattando a quella loro bella semplicità
il moderno stile semplificato, non credo si possa
senza offendere il precetto oraziano, l'immutabile precetto
del *cor sincerum*.... Nessun grande artista si sottrasse mai
del tutto al suo tempo, pur quando ne avversò i gusti e ne
avvisò gli errori, e in arte non si saltano impunemente quattro
o cinque secoli....

.. class:: right

| A. A. (Da un articolo del *Fanfulla*
| *domenicale* n.\ :superscript:`o` 8, an. XVII).

.. clearpage::

[pg!219]

.. class:: center

| *Finito di stampare*
| *il dí 25 Febbraio MDCCCXCV*
| *nella tipografia della ditta Nicola Zanichelli*
| *in Bologna.*

----

[pg!220]

.. image:: images/marchio.jpg
   :align: center

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VECCHIE STORIE D'AMORE \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

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