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   :PG.Title: Vae victis!
   :PG.Released: 2011-12-09
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Annie Vivanti
   :DC.Title: Vae victis!
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1917
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Vae victis!
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Vae victis!
      
      Author: Annie Vivanti
      
      Release Date: December 09, 2011 [EBook #38259]
      
      Language: Italian
      
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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   |
   | :large:`ANNIE VIVANTI`
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   | :xx-large:`VAE VICTIS!`
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   | :large:`ROMANZO`
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   | SECONDA EDIZIONE
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   | :small:`MILANO`
   | :small-caps:`Dott.` RICCARDO QUINTIERI — :small-caps:`Editore`
   | :small:`CORSO VITT. EM., 26`

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   | PROPRIETÀ RISERVATA
   | per tutti i paesi compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
   |
   | *Copyright 1917 by A. Vivanti Chartres.*
   |
   |
   | 10089
   |
   | Premiata Tipografia AGRARIA — Milano, Via Agnello, 8
   | Novembre 1917

----

[pg!1]




I.
==


La prima ad essere pronta fu Chérie. Si
gettò sulle spalle il lungo accappatoio a righe
e si chinò a sollevare Amour che le abbaiava
alle calcagne rosee e si torceva per l'impazienza
di uscire.

«*Au revoir dans l'eau*», disse la fanciulla
con allegro gesto di saluto alla piccola Mirella
e a Frida, la governante tedesca.

«Oh, Frida! *Vite, vite, dégrafez-moi!*» gridò
Mirella volgendo le spalle alla giovane donna
e indicandole con dito impaziente un gruppo di
fettucce annodate che le pendevano dietro.

«Parlate tedesco, l'ho già detto a tutt'e due.
Oggi è il vostro giorno di tedesco,» ammonì
Frida, sciogliendo con lentezza il groviglio di
nodi, mentre Mirella pestava i piedi per l'impazienza.

[pg!2]
Indi ritta in sottana e copribusto davanti allo
specchio la governante si tolse d'in cima al capo
ciò che le ragazze chiamavano il suo «Wurst.»
Nello specchio scorse Chérie che si avviava verso
la porta, e la richiamò, severa:

«Chérie! voi non andrete per la strada senza
calze e senza cappello!»

«Ma Frida, che storie! A Westende tutti
vanno al bagno così.» E Chérie levò in aria la
rosea gamba ben tornita sventolandola davanti
ad Amour per farlo abbaiare.

«Non importa come vanno gli altri. Voi non
andrete così;» disse Frida Rothenstein, e spazzolò
il suo bruno e lucido «Wurst» prima di
appenderlo accuratamente alla cornice dello
specchio.

«Allora, cosa siamo venuti qui a fare?» disse
Chérie imbronciata, lasciando cadere Amour e
dandogli un piccolo calcio col piede nudo. Amour,
offeso, si ritrasse sotto al letto.

«Siamo venute qui», sentenziò con teutonica
pesantezza Frida, «per godere delle salubri
gioie del mare, e non già per esporre sulle pubbliche
vie le nostre gambe denudate».

Mirella diede in uno scoppio di riso, e a quel
suono rassicurante Amour tornò fuori da sotto
al letto e ricominciò ad abbaiare.

[pg!3]
Chérie stringendosi nelle spalle traversò la
stanza e andò alla sedia dove aveva gettato in
tutta fretta le sue vesti. «Se metto i sandali, mi
pare che basterà.»

«No, non basta. Sandali e calze», disse Frida.
«E cappello», soggiunse, lanciando un'occhiata
severa a quella leggiadra testa china, da
cui pendevano in lunghi ondeggiamenti le chiome
fulvo-dorate.

Chérie si mise in fretta e furia le calze nere,
occhieggiando ridente a Mirella; e nulla poteva
esser più dolce a vedersi di quelle pupille rilucenti
traverso il velo dei capelli sciolti.

Eccola pronta; il largo cappello a pastorella
calcato sui baldi riccioli, Amour stretto
nuovamente sotto al braccio; e con un cenno
di commiserazione a Mirella — fremente d'impazienza
per dover aspettare Frida — ella corse
giù per la stretta scala di legno di Villa Esther
(*chez Madame Guillaume*) e fuori, col viso ridente
rivolto al mare.

La breve rue dei Moulins di Westende, per
metà non ancora fiancheggiata da fabbricati,
parte da un nuovo «hangar» per aeroplani e
conduce alla larga passeggiata asfaltata che
costeggia il mare. Chérie v'incontrò qualche altro
bagnante. Alcuni uomini tornavano dalla
[pg!4]
spiaggia, in maglia rigata, nude le gambe abbronzate,
con un asciugamano bagnato intorno
al collo e i capelli umidi appiccicati sulle gote.
Essi passarono accanto alla figuretta pittoresca
nel succinto costume da bagno rosso, senza
quasi guardarla; già, lungo tutta la spiaggia — da
Nieuport, venti minuti verso Ovest, fino ad
Ostenda, a mezz'ora verso Est — se ne vedevano
a centinaia di questi graziosi tipi di scolaretta
lanciati a volo sulle sabbie; mentre tutte
le «figlie di gioia» da Bruxelles, Namur e
Spa, aggiungevano la loro nota più acre e provocante
all'azzurra gaiezza della scena estiva.

Chérie, passando davanti al negozio di biciclette,
salutò con un cenno della mano Cirillo
Wibon, che inginocchiato davanti alla sua «pétrolette»
da corsa, ne lavava il naso lucente
colla tenerezza d'una nutrice e l'orgoglio di un
padre.

«Non scordate le due biciclette, alle undici,
sulla spiaggia», gridò Chérie in fiammingo, e
Cirillo sollevando rapidamente l'indice ai bruni
capelli fè cenno d'aver inteso.

Chérie proseguì quasi correndo traverso la
larga passeggiata e scese a salti gli scalini che
vanno alle sabbie, quelle vaste sabbie di Westende
da cui si vede un orizzonte di tre quarti
[pg!5]
di cerchio, quelle sabbie che vanno a perdersi
nelle tragiche dune deserte. Chérie si lasciò cadere
dalle braccia Amour che, fatto un ruzzolone,
si raddrizzò, scavò in fretta colle zampe
posteriori una breve serie di buchi nella sabbia
e poi si allontanò di trotto in cerca di certi suoi
odiati nemici contro cui nutriva foschi e perpetui
rancori: un levriere scarno e pretenzioso,
un impertinente fox-terrier, e un vilissimo cagnolino
nero, tremebondo, di cui i gusti e la
storia non comportano indagini.

Chérie s'inoltrò attraverso il mezzo chilometro
di arena asciutta nella quale i suoi piedi affondavano
ad ogni passo; giunta alla superficie
liscia che la marea scendente lascia dura e levigata,
tolse rapida accappatoio, cappello, sandali
e calze; e a passetti brevi, in punta de'
piedi corse nell'acqua. Lesta e leggera traversò
a piccoli salti le prime arricciature delle onde
finchè l'acqua non le cinse i ginocchi, e la gonnellina
rossa si gonfiò a pallone tutto intorno a
lei. E corse avanti con piccoli brividi e grida
di piacere, alzando le bianche braccia al di sopra
della testa, mentre l'acqua saliva e l'accerchiava
del suo fresco e forte abbraccio. Il sole
gettava una rete di brillanti sul mare di raso
celeste; e la fanciulla sentì improvvisa in sè come
[pg!6]
una cosa selvaggia e viva la gioia dell'esistenza.

Congiunse in alto la punta delle dita, e si
tuffò nelle scintillanti acque; indi ne emerse,
ricacciando dalla fronte colla manina bagnata i
bagnati capelli. E si spinse al largo, nuotando,
verso il cerulo orizzonte, sognando di nuotare e
nuotare così, per sempre, e andarsi a perdere
nell'infinita azzurrità del mondo.

Un aeroplano tornando da Blankenberghe a
Nieuport passò con iroso ronzìo, e Chérie si
volse e nuotò supina per vederlo meglio; lo salutò
agitando il braccio ignudo e sgocciolante.

Per un istante ebbe l'impressione che l'aeroplano
facesse un tuffo e stesse quasi per caderle
addosso; indi lo seguì collo sguardo, trattenendo
il respiro, inquieta per la salvezza del pilota,
finchè non si dileguò nella lontananza. Allora
si rivolse e riprese a nuotare, guardando
verso la spiaggia lontana, per vedere se appariva
Mirella.

Sì, sì! Ecco laggiù la stecchita siloetta di
Frida, e accanto a lei l'ancor più stecchita siloetta
di Mirella, di cui le esili gambette non avevano
percorso che dieci brevi aprili. La sua
chiara voce infantile trafisse l'aria.

«Chéri-i-e! Chéri-i-e! Torna indietro! Vieni
a prendermi!»

[pg!7]
E Chérie, con un sospiro, nuotò pianamente
verso la spiaggia.

Mirella le corse incontro, mandando a spruzzi
l'acqua con molti strilli d'allegria, mentre
Frida si fermò vicino alla riva dove l'acqua
era alta pochi centimetri. Ivi compì una serie
di riti igienici, bagnandosi prima la fronte,
poi il petto, e poi ancora la fronte e finalmente
sedendo solennemente nell'acqua il tempo di
contare da uno a cento.

Così, concluso il suo bagno, la governante tedesca — con
molte raccomandazioni gridate a
Chérie e Mirella che non l'ascoltavano — tornò
a casa a vestirsi.

Un'ora dopo ella apparve di nuovo sulla spiaggia,
correttamente abbigliata nel suo *Reformkleid*,
colla salsiccia di capelli asciutti riinstallata
a sommo della testa ancora umida. Girando
gli occhi intorno in cerca delle due fanciulle le
vide stese immobili sulla sabbia, supine, ad
occhi chiusi, sotto il sole cocente. Facevano
finta d'essere morte; e davvero, pensò Frida nel
guardarle così piccole e immote su quella immensità
sabbiosa, parevano due poveri esseri
affogati, due meschini brandelli d'umanità che
il mare avesse rigettato sulla sponda.
Prima ancora che arrivasse vicino a loro le
[pg!8]
passò d'accanto come una saetta Cirillo, il maestro
di bicicletta — l'uomo-scimmia, come lo
chiamavano le ragazze. Egli andava a tutta velocità — pedalando
su di una macchina e guidando
l'altra — verso quelle due piccole figure
sdraiate. Esse, appena lo udirono, balzarono in
piedi; e prima che Frida potesse arrivare a loro,
Mirella era già issata su una vecchia bicicletta
rugginosa, mentre Chérie — snella figuretta scarlatta,
i capelli aurati al vento, le braccia e le
gambe candide biancheggianti fuor del vestitino
rosso — filava via, già lontana, sulla sabbia elastica
e liscia.

«Non approvo», ansò Frida correndo a fianco
di Mirella, traballante sul suo ferravecchio
mentre l'uomo-scimmia le trotterellava dietro
reggendo il sellino, «non approvo questo andare
in bicicletta in costume da bagno....»

«Oh, Frida, smetti di sgridarmi, che mi fai
cadere,» gridò Mirella, e infatti, dopo varie terrificanti
oscillazioni, la bicicletta descrisse un
rapido semicerchio, e corse giù nel mare.

Mirella fu molto in collera con Frida e colla
bicicletta, e coll'uomo-scimmia; questi, ridendo
coi denti molto bianchi nella faccia molto nera,
la rimise in sella.

Frida si stancò presto di seguirli e andò a
[pg!9]
sedersi vicino ad una barca capovolta a leggere
«*Der Trompeter von Säkkingen*».

Säkkingen! Mentre gli occhi di Frida sfioravano
le pagine nitidamente stampate e s'indugiavano
sull'incisione d'un campanile e d'un ponte,
l'anima sua ritornava alla piccola città lontana,
sul Reno. Perchè Frida, come il famoso
trombettiere dello Scheffel, era oriunda di Säkkingen;
i suoi piedi, calzati di solide e quadre
scarpe tedesche, avevano barcollato, trotterellato,
corso, e passeggiato nelle diverse età di
sua vita, su quel famoso ponte coperto; ella
s'era affacciata, coi gomiti sul davanzale, a
quelle piccole finestre infiorate, mandando i suoi
sogni di fanciulla a navigare sulle acque sonnolenti
del Reno. Era passata, tutte le mattine andando
a scuola, davanti al monumento piccolo
e tozzo di Victor von Scheffel; ed ogni sera
tornando a casa aveva alzato gli occhi alle finestre
chiuse di quella bianca casa accanto al
ponte che era stata quella del poeta. Säkkingen — colle
sue strade bianche e pulite, la sua Kaffee-Halle
dipinta in bianco e celeste, le sue panetterie
olezzanti di freschi *Kuchen* e *Schnecken*....
Frida alzò gli occhi dal libro per gettare
uno sguardo pieno d'ira e di rancore sulle
danzanti acque del Mare del Nord, sulla piana e
[pg!10]
ridente spiaggia belga, sulle figurette lontane
di Chérie e di Mirella, sull'uomo-scimmia, e
perfino sullo scodinzolante Amour e i suoi compagni
d'iniquità. Li odiava tutti. Sì, li odiava.
Egoisti tutti quanti, volgari, frivoli, senza poesia
nell'anima. In questo paese non c'era senso
religioso; non c'era senso d'ordine; la cucina
era pessima... Frida scosse amaramente il capo:
«*Das Land das meine Sprache spricht....*», ella
mormorò, nostalgica e sospirosa.

Poi riprese il suo libro, e lesse le considerazioni
che faceva Hidigeigei, gatto e filosofo, intorno
alla primavera e all'amore:

   | *Warum küssen sich die Menschen?*
   | *Warum meistens nur die Jungen?*
   | *Warum diese meist im Frühjahr?...*

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Quella sera Mirella udendo il fischio del
portalettere andò ad aprirgli. Egli le consegnò
due lettere, e la bimba — nascondendone una
dietro alla schiena — tornò nel salotto dove
Frida e Chérie sedevano lavorando. Lesse ad
alta voce, con esasperante lentezza, l'indirizzo
dell'altra:

[pg!11]
«Mademoiselle — Chérie — Brandès — Villa — Esther....»

«Dà qui, dà qui», esclamò Chérie, allungando
la mano impaziente.

«E' di Lulù», disse Mirella, porgendo la lettera
a Chérie e tenendo l'altra ancora nascosta
dietro le spalle.

«*Lulù!* Che modo è questo di parlar di vostra
madre!» rimbrottò Frida.

«Ma se a lei piace!» rispose ridendo Mirella.
«Del resto anche Chérie la chiama così.»

«Chérie è sua cognata, non è sua figlia»,
sentenziò Frida; poi scorgendo d'un tratto l'altra
lettera in mano a Mirella: «Per chi è quella
lettera?»

«*Hochwolgeborenes Fräulein Frida Rothenstein*»,
declamò Mirella; ma Frida era già balzata
in piedi, e le strappò la lettera di mano.

«Uh, che sgarbata!» fece Mirella. «E chi è
che ti scrive? E' la nostra carta da lettere; ma
non è la scrittura di Lulù, e neppure di Papà.
Chi è che ti scrive tutte quelle sciocchezze di
hochwolgeboren sulla busta?»

Nessuno rispose. Con occhi intenti Frida e
Chérie leggevano le loro lettere. E Mirella continuò
il suo monologo. «Scommetto che è di
Fritz. Il domestico di Papà! Immaginiamoci!
[pg!12]
Una hochwolgeborene Signorina che riceve lettere
da un servitore!»

Frida non si degnò di rispondere; nè sollevò
gli occhi dal foglio che teneva in mano; eppure — Mirella
lo vedeva — non vi era che una riga
di scritto. Quattro o cinque parole, nulla più.
Ma Frida sedeva immobile, impietrita, come
se quel breve messaggio l'avesse mutata in una
statua di sasso.

Ed ora Chérie, che aveva finito di leggere la
sua lettera, sollevò il viso costernato.

«Frida! Mirella!... Sapete che cosa accade?
Dobbiamo tornare a casa domani.»

«Domani?» gridò Mirella. «Ma cosa dici?
Papà ha detto che dobbiamo star qui due mesi
e non siamo arrivate che quattro giorni fa!»

«Lo so. Ma la tua mamma scrive che si deve
tornare subito a casa. Hai sentito, Frida?»

Frida nè rispose, nè alzò gli occhi.

«Ma perchè? perchè?» ripeteva Mirella quasi
piangendo. «Ma dunque non lo sa Lulù che abbiamo
fissato di festeggiar qui il tuo compleanno?...
E che Lucilla e Jeannette e Cricri vengono
tutte qui apposta?»

«Lo sa, lo sa», rispose Chérie volgendo i
suoi dolci occhi perplessi dal visino sconcertato
di Mirella al volto impassibile di Frida. «Ma
dice.... dice che sta per scoppiare la guerra.»

[pg!13]
«La guerra? Ebbene? E che cosa c'entra con
noi la guerra?» esclamò Mirella risentita. «Oh,
che rabbia, che rabbia! E dire che avevo imparato
a nuotar tanto bene, toccando terra con
un piede solo!»

[pg!14]




II.
===


L'indomani il sole si alzò caldo ed iroso.
Era il trenta di luglio. Alle dieci Frida aveva
fatto tutti i bagagli.

Amour, confortato da un osso, fu messo nella
sua cesta da viaggio, dove stava assai pigiato;
ma un po' con carezze, un po' con qualche schiaffo,
il coperchio scricchiolante potè finalmente
essere chiuso sopra il suo dorso tondo.

Poi bisognò aspettare la carrozza, ordinata
per telefono ad Ostenda fin dalla sera innanzi.

Ma la carrozza non arrivava. Alle undici Chérie
corse all'ufficio del telefono e parlò, con molta
severità, alla Rimessa Boulant di Ostenda.

«*Eh bien?* Questa carrozza? L'abbiamo ordinata
per le dieci. Viene si o no?»

«Non viene», rispose una voce brusca.

«Non viene?!»

«Nossignora». Indi, in tono più sommesso,
quasi confidenziale: «E' stata requisita».

[pg!15]
«Cosa vuoi dire? Allora mandatene un'altra»,
disse Chérie. Ma Ostenda aveva tolto la comunicazione
e Chérie se ne tornò mortificata e attonita
a Villa Esther, dove Frida con aria fosca,
e Mirella piagnucolante, l'aspettavano sedute
sui bauli nella stretta anticamera di Madame
Guillaume.

«Non c'è carrozza», annunzio Chérie.

«Non c'è carrozza?» esclamò Frida.

«E perchè no?» chiese Mirella.

«Ma... non so; ne hanno fatto qualche cosa....»
rispose incerta Chérie. «Non ho capito
bene. «E' stata restituita.... o ripulita, o che
so io».

A mezzogiorno la buona Madame Guillaume
trovò un facchino che caricò i bagagli su una
carretta a mano e li trasportò alla stazione del
tram di Westende. E il tram portò le viaggiatrici,
e il bagaglio, e Amour nella sua cesta, ad
Ostenda, dove un altro facchino con un'altra
carretta a mano prese bagagli e cesta e li portò
alla stazione ferroviaria.

Videro subito che Ostenda aveva un aspetto
strano e nuovo. Le strade erano affollate, ma
non dalla solita folla di languide demi-mondaines
ed oziosi viveurs. No; le strade erano piene
di gente affaccendata, di soldati a piedi e a cavallo;
[pg!16]
automobili, motociclette, carri e furgoni
ingombravano le vie; e dietro a questi venivano
contadini conducendo a mano lunghe file di cavalli
e di muli.

Per la Rue Albert, con rapido passo di marcia,
scendeva un drappello di Guardie Civiche,
coi loro cappotti lunghi e l'incongruo cappello
duro da borghese fermato sotto il mento dalla
striscerella di cuoio. Gruppi d'ufficiali arrivati
ad Ostenda pochi giorni prima per le gare internazionali
di tennis, fermi all'angolo dell'Avenue
Léopold, parlavano tra di loro sommessi e
concitati.

«Ma che cos'hanno tutti?», chiese Mirella
mentre traversavano in fretta la Place St. Joseph
e il ponte, seguendo l'uomo coi bagagli, che
già spariva dentro all'affollata stazione.

Quasi in risposta alla sua domanda, due strilloni
passarono correndo e annunciando con
grida assordanti: «*Supplément.... supplément
de L'Indépendance.... Mobilisation générale...*»

«Ma, Frida!... vi sarà davvero la guerra?»
esclamò con ansia Chérie volgendosi a interrogare
con occhi inquieti l'arcigno profilo della
governante.

«Probabilmente,» rispose Frida; «tra la Russia
e la Germania».

[pg!17]
«Ah, lontano da noi!» rise la giovine Chérie
con una scrollatina di spalle; e corse avanti
a salvare il prezioso cestello scosso e dondolato
dalle rudi mani del facchino.

«Senti Amour, come piagnucola!» susurrò
Mirella, mentre, pigiate dalla folla, aspettavano
il loro turno davanti allo sportello dei biglietti.

«Guai a lui! Non deve farsi sentire», ammonì
Chérie. «Ufficialmente, è la nostra merenda».

Allora Mirella battè ripetutamente sullo scricchiolante
canestro il piccolo pugno inguantato,
mormorando: «*Couche-toi, tais-toi, vilain scélérat!*»
E la merenda ufficiale si ricompose nella
sua cesta e tacque.

Fu un viaggio indescrivibile. Il treno era stipato
fino alla soffocazione; pareva che tutta la
gente nel mondo volesse andare a Bruxelles;
ogni cinque minuti il loro treno si fermava per
lasciarne passare altri, più stipati ancora, che
passavano come fulmini roboanti lanciati verso
la capitale.

«Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella.
«Non credevo ce ne fossero tanti nel
mondo!»

Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante
cogli angoli della bocca rivolti in giù. «Nel
mio paese ce n'è qualcuno di più!» osservò.

[pg!18]
«Come? In Germania?... Ma certo non saranno
così belli!» gridò Mirella, sporgendosi dal
finestrino a salutare col fazzoletto, come tanti
altri facevano, una compagnia di lancieri che
passava al galoppo — lance in resta e pennacchi
ondeggianti — sulla strada polverosa costeggiante
la ferrovia.

Frida li degnò appena d'uno sguardo. «Dovreste
vedere i nostri Ulani,» disse. «Chissà,»
soggiunse, «che un giorno non li vediate davvero!»

Ma le ragazze non l'ascoltavano. Finalmente
si arrivava a Bruxelles.

Il viaggio da Ostenda era durato cinque ore
invece di due. E per più di un'ora dovettero
restar là, ferme, nel treno immobile nella stazione
di Bruxelles.

«Di questo passo non arriveremo mai a Liegi;
e tanto meno a Bomal», disse Chérie sgomenta,
mentre uno dietro l'altro i treni carichi di soldati
l'asciavano la stazione prima di loro, andando
verso l'Est. Qui si sarebbe detto che
tutta la gente al mondo volesse fuggire da Bruxelles
per correre alla frontiera orientale.

Ma tutto ha una fine. E venne anche il momento
in cui il loro treno si mosse, e uscì ansante
e sbuffante dalla Gare du Nord verso Louvain
e Tirlemont.

[pg!19]
Era quasi buio quando arrivarono a Liegi;
allorchè lasciarono la Gare Guillemain, la morbida
notte estiva avvolgeva già tutta la vallata
nei suoi drappi tenebrosi.

La piccola Mirella s'addormentò, col visino
smunto e sudicio di fuliggine poggiato al braccio
di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel
suo cantuccio, sognando l'azzurro mare di Westende;
ma gli occhi di Frida erano aperti e fissi
nel buio, mentre il treno entrava ed usciva
rombando dalle gallerie e passava fragoroso
sui ponti seguendo la curva nero-luminosa del
fiume Ourthe.

Là, dove l'Ourthe incontra il suo minor fratello,
l'Aisne, il treno rallentò, fremette, ebbe
un lungo sibilo, e si fermò.

«Bomal», annunzio il conduttore.

«Eccoci giunti; su, Mirella, svegliati!» gridò
Chérie guardando un istante dal finestrino e
poi volgendosi a calcare sulla testolina arruffata
e assonnata di Mirella il largo cappello a rose,
mentre Frida radunava in fretta i libri, le racchette
da tennis e gli ombrellini.

«Eccolo! Eccolo!» e Chérie agitò la mano
dalla portiera a salutare un'alta figura maschile
che percorreva con volto ansioso la piattaforma.
«Claudio! Claudio! siamo qui!»

[pg!20]
Claudio Brandès, un bell'uomo, d'una quindicina
d'anni più vecchio della sorella Chérie,
corse ad aprire lo sportello con un'esclamazione
di sollievo. «Ah, sia lodato Iddio, siete qui»,
disse, alzando Mirella tra le braccia come se
fosse una bambina piccola e portandosela sulla
spalla. «E così? State bene?... Avete tutto? Andiamo!»
E si avviò lungo la piattaforma a passi
così rapidi che Chérie e Frida stentavano a
tenergli dietro. «Oh, Mademoiselle», diss'egli
volgendosi a Frida, «se avete lo scontrino dei
bagagli, datelo a Fritz».

«Oui, Monsieur le Docteur,» rispose Frida
fermandosi a frugare nella borsetta. Indi si volse
e si guardò intorno in cerca del domestico,
Fritz, ch'ella non aveva ancora scorto.

Fritz Hollaender («Hollaender di nome e Hollaender
di nazionalità», com'egli soleva dire di
sè ogni volta che faceva una conoscenza nuova)
uscì improvviso dall'ombra e le fu davanti. Le
prese di mano il foglietto senza rispondere al
timido saluto di lei; nè parve accorgersi dello
sguardo interrogante ch'ella gli fissava in volto.
Senza una parola girò sui tacchi, e la sua massiccia
figura scomparve tosto nell'androne dei
bagagli.

La piccola comitiva era già all'uscita della stazione
[pg!21]
ed il treno con un ultimo fischio serpeggiava
via nel buio, allorchè Mirella d'improvviso
alzò la faccia dalla spalla di suo padre e diede
uno strillo. «Amour! Abbiamo dimenticato Amour!»

Era vero. Amour rattrappito e disgustato nel
suo canestro della merenda se ne viaggiava nella
notte verso il verde cuore delle Ardenne.

Vi fu un istante di muto sgomento, seguìto
da molti vicendevoli rimproveri.

«In fin de' conti, peggio per lui», disse Chérie
che era stanca e aveva fame. «E' colpa sua.
Perchè non ha abbaiato? Sapeva perfettamente
che si scendeva».

«Ma se gli abbiamo insegnato noi», singhiozzò
Mirella indignata «a far finta d'essere
una cosa da mangiare, quando si viaggia!»

«Via, via, Mirella, non piangere,» disse suo
padre. «Telegraferemo alla stazione di Marche
che lo fermino e ce lo rispediscano. Vedrai che
domani ce lo vedremo ricomparire più seccante
e scodinzolante che mai».

E così fu fatto.

Mentre attraversavano a piedi il silenzioso
villaggio di Bomal, Chérie chiese a suo fratello:
«Come mai Lulù non è venuta anche lei ad incontrarci?
Potevi condurla nell'automobile».

[pg!22]
Suo fratello esitò un istante prima di rispondere.
«Ho mandato via l'automobile», disse.

«Mandata via?» esclamò Chérie. «Perchè?».

«L'ho.... l'ho prestata a qualcuno», disse il
dottor Brandès.

«A chi?» chiese Mirella trotterellandogli accanto
appesa al suo braccio.

Egli ebbe un piccolo sorriso: «Al re,» rispose.

«Oh, Dio!» disse Mirella, «che idea! Non
era proprio un'automobile da prestare al re!...
Ne avrà certo lui delle migliori!»

«Ognuno dà quello che ha, in tempo di guerra,»
disse suo padre. «Sei stanca, uccelletto
mio? Vieni ti porterò in collo». E di nuovo la
sollevò e la portò in braccio come una bambinetta.

«Cos'è tutta questa tenerezza?» chiese Mirella,
mettendogli il braccio intorno al collo e
battendogli con la piccola mano sulle larghe
spalle. «Cos'hai da essere così affettuoso?»

Chérie si mise a ridere. «Ma non è sempre
affettuoso?» chiese, e alzò verso il suo grande
fratello uno sguardo pieno di adorazione.

«Sì, sì, è affettuoso», rispose Mirella, col
suo fare positivo. «Ma non così esageratamente».
E risero tutt'e tre.

[pg!23]
Frida, che li seguiva nell'ombra portando i
libri, le racchette e gli ombrellini, sentì di odiarli
di più perchè ridevano.

-----

Luisa Brandès — una sottile figura bianca
nella bianca luce lunare — li aspettava, ritta sulla
soglia di casa. Abbracciò Mirella e Chérie,
salutò affettuosamente Frida; poi fece dare a
tutte del latte caldo e dei biscotti e le mandò a
letto.

«Ma io voglio raccontare a Papà che a momenti
so nuotare, e che quasi so andare in bicicletta,»
protestò Mirella attaccandosi stretta alla
mano di suo padre.

«Glielo racconterai domani, tesoro mio»,
disse Luisa.

«Sì, domani», disse Claudio.

Ma il domani era nell'oscuro grembo degli
Dei.

La mattina seguente, quando Frida e le due
fanciulle scesero di buon'ora per la colazione,
furono stupefatte di vedere Luisa — ancora nell'abito
bianco della sera innanzi — seduta, sul divano,
colla faccia pallida e gli occhi rossi. Alle
loro domande essa rispose tremula che Claudio
era partito. Due ufficiali erano venuti a chiamarlo
[pg!24]
verso la mezzanotte.... gli avevano dato appena
il tempo di fare la valigia e prendere la
sua borsa d'istrumenti chirurgici — poi l'avevano
condotto via in gran fretta.

«Ma dove — dove è andato?» chiese Chérie.

«Non lo so,» rispose sua cognata e gli occhi
neri le si soffusero di pianto. «Parlavano di
mandarlo... non so... a un'ambulanza da campo...
o al Deposito Centrale....»

«Cos'è il Deposito Centrale?» domandò Mirella.

Ma poichè nessuno lo sapeva, nessuno rispose.

A quel punto entrò Marietta, la cameriera,
portando la colazione; e la seguiva sua madre,
Maria, la cuoca. Tutt'e due avevano gli occhi
rossi e appena interrogate si rimisero a piangere.
Maria narrò che all'alba erano venuti i
suoi due figli, Charles e Toinot, vestiti da soldato;
avevano detto addio a lei ed a Marietta;
il maggiore, Charles, che apparteneva al nono
reggimento fanteria partiva per Stavelot; e Toinot,
che non aveva ancora diciott'anni, s'era arruolato
volontario e l'avrebbero mandato Dio
sa dove.

«Certo,» soggiunse Maria, mentre le fitte lacrime
le rigavano la faccia travagliata, «non
[pg!25]
c'è ragione di piangere. Si sa che non c'è alcun
pericolo per il nostro paese. Ma tuttavia vedere
i propri figli che se ne vanno così... cantando
la Brabançonne.... come se andassero a morire» — la
voce le si ruppe in singhiozzi.

«Certo, mia buona Maria,» fece eco Luisa,
«non c'è ragione di piangere.»

E piansero tutte quante, amaramente e a lungo.
Anche Frida, colla faccia nel fazzoletto, singhiozzava — un
po' per fare come gli altri e
un po' perchè un profondo *Weltschmerz* le commoveva
il falso e sentimentale cuore tedesco.

Dietro suggerimento di Mirella si misero finalmente
a tavola, e prendendo il caffè si sentirono
un po' meglio. Visto che quasi tutti gli uomini
di Bomal erano partiti o dovevano partire,
fu un conforto per tutti il pensiero che Fritz
Hollaender, il domestico confidenziale del dottore,
essendo olandese, poteva rimanere. Certo
Fritz non era una persona molto amabile; era
anzi quasi sempre imbronciato e taciturno; ma,
come fece osservare Luisa, appunto per questo
si sentiva che era una persona di cui ci si
poteva fidare.

«Io» — disse la saggia Luisa, che aveva
ventott'anni ed era una fervida ammiratrice di
Georges Ohnet — «io mi fido sempre delle persone
[pg!26]
che parlano poco e vi guardano bene in
faccia quando rivolgete loro la parola.»

«A me Fritz non piace niente affatto,» dichiarò
Mirella. «Trovo odiosa la forma della
sua testa.»

«Non dir sciocchezze.» osservò Chérie.

«E detesto le sue orecchie,» soggiunse Mirella.

Frida, che stava inzuppando un *croissant* nel
caffè, alzò il capo. «Egli ha le orecchie che Iddio
gli ha date,» disse con le sottili labbra un
po' tremanti.

Tutte la guardarono stupefatte, ed ella, facendosi
di brace, abbassò il capo e rituffò il panino
nella tazza.

Dopo colazione Luisa andò a riposare per
qualche ora; Frida disse che aveva da scrivere
delle lettere, e si ritirò in camera sua; mentre
le due fanciulle decisero di andare alla Maisonnette
des Lilas a far visita alle loro amiche, Cecilia
e Jeannette Dorè. Bisognava decidere insieme
che cosa avrebbero fatto per festeggiare
il compleanno di Chérie il giorno 4 agosto.

Arrivate alla villetta di Madame Dorè, trovarono
Cecilia e Jeannette affaccendate intorno al
loro fratello Andrea, un biondo boy-scout di
quattordici anni.

[pg!27]
Cecilia gli cuciva sulla manica della blusa di
tela verde una striscia colle iniziali: *S. M.*

«Che cosa vuoi dire *S. M.*?» domandò Mirella.

«Vuoi dire *Service Militaire*,» rispose con
superbia Andrea.

«Ma guarda un po'!» esclamò Mirella, «e
dire che non hai ancora quindici anni!»

Andrea si passò con aria distratta la mano
nelle chiome. «Eh, già!» disse con fare di superiorità
negligente, «poichè gli altri uomini
se ne vanno tocca a noi di vegliare su di voi
donne;» e degnò d'uno sguardo di benevola
protezione la piccola Mirella che lo fissava estatica
d'ammirazione.

«Tieni fermo quei braccio,» disse Cecilia,
«se non vuoi ch'io ti punga!»

«Vostro padre dove è?» chiese Chérie. «E'
partito anche lui?»

«Sicuro,» rispose Andrea. «Fa parte della
Guardia Civica. L'hanno mandato alla Chaussée
di Louvain, non lontano da Bruxelles.»

«Che confusione! che agitazione!» esclamò
Jeannette, saltarellando per la stanza.

«Ma noi,» chiese Mirella — «contro chi combattiamo?»

«Non si sa ancora,» sentenziò Andrea. «Forse
contro i francesi; forse contro i tedeschi.»

[pg!28]
«E forse contro nessuno,» concluse Cecilia
tagliando coi denti il filo, e spianando colla mano
il bracciale ben cucito sulla manica del fratello.

«Eh, sì, probabilmente contro nessuno,» fece
eco Andrea, non senza un poco di rammarico
nella voce. «Già, nessuno oserà mai invadere
il nostro paese.»

«Andiamo in giardino!» disse Jeannette.

-----

Tale era l'anima del Belgio alla vigilia dello
spaventevole suo fato. Senza dubbio, in alti
lochi — nella Place Royale e nel Palais de la
Nation — vi era chi vegliava in preda a febbrile
angoscia, paventando e prevedendo l'immane
calamità; ma per tutto il resto del paese
non vi era che una certa irrequietezza quasi baldanzosa,
un senso d'aspettazione risoluta.

Nessuno dubitava che i sacrosanti diritti della
nazione non verrebbero rispettati; ciò nonostante — si
diceva — non era un male l'essere preparati
a tutto. E il paese si mobilizzava e s'armava.

Ma non v'era in quella dolce sera d'estate alcun
serio allarme nei cuori; nessuno — dall'ultimo
angolo del Lussemburgo, fino al più
remoto casolare delle Fiandre — mirando tramontare
[pg!29]
quell'ultimo sole del luglio 1914 sui
placidi campi di grano sognava che già nel crepuscolo
stava a falce alzata la Morte, che già sulla
soglia le nordiche belve appiattate e pronte al
balzo fremevano, fiutando sangue.... Nessuno,
nessuno sognava che di lì a quattro giorni su
quelle ridenti vallate delle Ardenne l'orda delle
jene germaniche sarebbe passata nel suo delirio
di furore, nella sua frenesia di strage.

.... Oh, ridenti vallate delle Ardenne!...

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Così, mentre nel villaggetto di Bomal, Chérie
e Cecilia, Jeannette e Mirella correvano pel
giardino soleggiato, a un lontano balcone di
Berlino si affacciava in quell'ora stessa un uomo
dalla barba grigia.

Ai suoi piedi ondeggiava una folla convulsa
e tumultuosa. Parlava, parlava l'uomo dalla
barba grigia. E prometteva sangue alle jene.

... Così, mentre le quattro soavi fanciulle progettavano
sorridenti la festa che avrebbero fatta
il quattro d'agosto, da quel balcone sulla Wilhelmstrasse
veniva pronunciata la sentenza che
determinava il loro fato e il fato dell'Europa.

«... Inviteremo Lucilla, Cricri e Verbena,»
diceva Chérie.

[pg!30]
«Distruggeremo quanti si porranno sulla nostra
via!» gridava l'uomo sul balcone.

«... Faremo musica,» diceva Jeannette.

«Abbatteremo su loro il nostro pugno di ferro,»
diceva l'uomo sul balcone.

«... E balleremo,» rise Mirella.

«E il nostro calcagno ferrato li schiaccerà,»
disse Von Bethmann Holweg.

-----

E le Jene Grigie ulularono.

[pg!31]




III.
====

*Dal diario di Chérie.*
-----------------------


Oggi è il primo d'agosto. Fra tre giorni avrò
diciott'anni.

A diciotto anni, dice Luisa, si è una vera signorina.
Non si portano più le treccie per le
spalle; anzi, io mi pettinerò come Cecilia: tutti
i capelli raccolti in cima al capo con un grande
pettine spagnuolo! A diciott'anni si può anche
portare dei gioielli, quando se ne hanno; e si
può mettersi del profumo, e pensare: chi mai amerò?....

Cecilia mi dice che stamattina ha veduto passare
Florian Audet. Era a cavallo, alla testa del
suo squadrone di Lancieri. Ritto in sella, così
bello e severo, pareva Lohengrin, dice lei. Forse
quest'anno, con tutto questo trambusto di
manovre e di mobilitazione, egli non si ricorderà
della mia festa.... Chissà?

[pg!32]
Oggi fa molto caldo.

Non abbiamo alcuna notizia di Amour. Povero
Amour! Che cosa gli sarà accaduto? Siamo
molto rattristate pensando alla sua sorte; e stanotte
Mirella è venuta in camera mia a dirmi
che non poteva dormire per il pensiero di certi
schiaffi che gli aveva dato quando non se li meritava.

-----

*Più tardi.* — Claudio scrive che il suo reggimento
ha ricevuto l'ordine di recarsi a Mons.
Dice che è possibile — ma non probabile — una
invasione del nostro paese. Ci raccomanda,
qualsiasi cosa accada, di essere molto calme e
coraggiose.

All'idea di dover essere calme e coraggiose
ci siamo talmente spaventate che non sappiamo
più dove dar della testa. Ogni qual volta il
campanello suona, ci figuriamo che è il nemico
che arriva, e ci mettiamo tutte a strillare.

(Sentenza da ricordarsi: Non dire mai a nessuno
di aver coraggio perchè questo mette
paura).

-----

*2 Agosto.* — Altra giornata torrida. Ah, se si
fosse a Westende! Com'era bello laggiù quando
si andava in bicicletta sulla sabbia nel vestito
[pg!33]
da bagno. Un giorno, ricordo, io arrivai fino
all'Yser. L'Yser è un grazioso canale azzurro
che separa Westende da Nieuport; sulla sponda
del canale sta un uomo con una barca che vi
traghetta a Nieuport per dieci centesimi. (Veramente
io quel giorno non volevo affatto andare
a Nieuport, poichè ero vestita da bagno.
D'altronde, non avendo tasche, non avevo neppure
i dieci centesimi).

Mi pare di non scrivere delle cose di grande
importanza in questo mio diario. Me lo ha regalato
mio fratello Claudio dicendomi che non
lo riempissi di futili sciocchezze. Ma cosa scriverci?
Qui, di fatti importanti non ne accadono
mai.

Non vi è nessuna notizia di Amour.

La Germania ha dichiarato la guerra alla
Russia. (Ecco, questo sarebbe un fatto importante,
ma mi pare più una notizia da giornali che
una cosa da mettere nel mio diario.)

Lulù afferma che la Germania ha tutti i torti,
ma noi, essendo neutrali, non dobbiamo dirlo.

-----

*Più tardi.* — Questo pomeriggio — essendo
oggi domenica — andremo a fare una gita.
Si va con Frida a Roche-à-Frêne a girovagare
tra le rocce. Verrà forse anche Lulù; e Fritz
[pg!34]
ci seguirà con un cesto di sandwich, latte e frutta.
E' stata Mirella a suggerirlo. Ha detto stamattina
a colazione: «Mammà! Adesso mi pare
che siamo stati tristi abbastanza. Abbiamo pianto
e strillato tutto ieri e ier l'altro. Oggi si potrebbe
andare in escursione a Roche-à-Frêne.»

Mirella è intelligentissima; e sarebbe anche
bella. Peccato che abbia i capelli che non si
arricciano.

-----

*Sera, tardi.* — Siccome niente d'importante è
avvenuto quest'oggi — eccettuata una sola cosa — descriverò
in questo diario la nostra escursione.

(Dirò subito la cosa importante: abbiamo veduto
Florian e mi ha promesso di venire senza
fallo a trovarci il giorno della mia festa.) Ora
dunque parliamo della gita. Eravamo quasi allegre
dopo essere state così tristi e spaventate
in questi giorni passati a causa della guerra.
Anche Lulù disse che era difficile pensare ad
avvenimenti spaventosi con un sole così gaio e
un cielo così bleu.

Frida per tutta la strada fu arcigna e silenziosa,
e continuamente rallentava il passo per
stare dietro a noi e vicino a Fritz. A proposito:
Lulù ci disse che se il contegno della
[pg!35]
Germania non fosse corretto tutti i tedeschi sarebbero
espulsi dal Belgio.

Questo vorrebbe dire che anche Frida se ne
andrebbe. Se così fosse non ce ne dispereremmo.
Essa è assai cambiata da qualche tempo in qua.
Non risponde quando le si parla; quando scherziamo
e ridiamo tra noi, essa ci guarda fisso
coi suoi occhi tondi e vitrei, che sembrano,
dice Mirella, quelli di un gatto randagio nella
notte.

«Guarda Frida che fa il gatto crepuscolare,»
dice Mirella ad ogni istante.

Questa similitudine di Mirella mi dà l'idea
che Frida possa essere innamorata, poichè ho
sentito dire che è l'amore che rende così strani
e pazzeschi i gatti nella notte.

Sarebbe assai romantico e interessante se
scoprissimo che Frida è innamorata!

Se non fosse che Fritz è un semplice servitore — mentre
Frida è una damigella di compagnia — direi
quasi ch'ella potrebbe essere innamorata
di lui. Egli però non la guarda mai se
non con un cipiglio da far paura.

A proposito di Fritz, oggi durante l'escursione
lo vidi fare una cosa molto strana.

Ci eravamo scostati dalla strada e si camminava
tra le roccie, quando a un dato punto scoprimmo
[pg!36]
una fonte d'acqua chiarissima, quasi
nascosta tra cespugli e felci. Mentre le altre proseguivano,
io ero rimasta indietro e mi arrampicavo
a cercare del capelvenere; vedevo da lontano
Fritz che aveva lasciato anche lui la strada
e veniva lentamente dietro a noi. Appena egli
scorse la fonte montanina vidi che si fermò di
botto, chinandosi a guardar l'acqua. Indi si tolse
rapidamente di tasca un taccuino, ne strappò
un foglio e guardatosi attorno come se temesse
d'essere veduto, vi scribacchiò qualche
cosa. Poi tornò indietro frettoloso. Giunto al
punto dove avevamo abbandonato la strada vidi
che fissava il foglietto bianco sul tronco di
un albero.

Mi venne in mente che potesse essere un messaggio
amoroso.... forse per Frida. E appena
egli fu ripassato scivolai giù per le rocce e corsi
a guardare. Sul foglio erano scritte due sole
parole: «*Trinkwasser — rechts.*»

Trovai la cosa molto strana. Non avevo mai
pensato che Fritz sapesse il tedesco. Fantasticando
ripresi il cammino e quando raggiunsi
Fritz stavo per domandargli il significato di
quel foglietto; ma appena egli mi vide parve così
sorpreso e incollerito che non osai parlargli.
Più tardi seguendo un sentiero nei boschi trovammo
[pg!37]
appiccicato su una roccia un altro foglietto
di carta. Vi stava scritto: «*Trinkwasser. — links.*»
Allora raccontai a Lulù ciò che avevo
visto ed essa andò difilata a Fritz a chiedergliene
la spiegazione. Fritz rispose che l'aveva
fatto per Frida; tanto perch'ella sapesse dove
trovare dell'acqua da bere. «Frida è un'anima
assetata,» soggiunse ridendo e mostrando una
quantità di piccoli denti da coniglio. Credo che
sia la prima volta che vedo ridere Fritz in tutto
questo tempo che è con noi. Confesso che non è
molto bello quando ride.

Ma — come ha detto Frida delle sue orecchie — egli
ha il sorriso che gli ha dato Iddio.

La gita a Roche-à-Frêne è grandiosa e fantastica.
Dopo la nostra merenda restammo sdraiate
sull'erba a guardare il cielo. Io forse sonnecchiai
un pochino perchè tutt'a un tratto mi parve
di essere a Westende quel giorno che l'aeroplano
mi passò sopra mentre nuotavo.... Udii
l'aspro ronzio del motore, ma stavolta m'impressionò
lo strepito, ch'era straordinario; certo
non ho mai udito un motore così rumoroso.
Aprii gli occhi e vidi l'aeroplano proprio sopra
di noi. Volava ad una grande altezza e aveva
una strana apparenza d'insetto. Sembrava
uno scarabeo. Era tutto bianco, con una larga
[pg!38]
striscia di celeste vivo sotto ogni ala. Notai anche
che le ali avevano una forma curiosa; non
erano diritte come quelle di tutti gli aeroplani
che ho veduto, bensì si curvavano all'indietro
come le ali degli uccelli.

Tutti guardavano in su e Mirella esclamò:
«Com'è bello! pare uno scarabeo bianco! E vedete
quelle striscie azzurre sotto le ali?...»

Allora accadde una cosa straordinaria. Fritz
che stava seduto un po' discosto da noi leggendo
un giornale, scattò in piedi. Egli è miope
e, nel balzo che fece, gli occhiali gli caddero dal
naso sull'erba. Allora si pose a gridare come
un forsennato: «I miei occhiali, i miei occhiali!»
E pestava i piedi; pareva impazzito. Per
colmo, ecco Frida che si precipita a cercarglieli
come se fosse la sua serva. Fritz gridava ancora:
«Come ha detto — come ha detto? Uno
scarabeo bianco?... con striscie azzurre sotto
l'ali?...» e Frida guardando in su diceva: «*Ja!
ja! ja!*» Parevano due pazzi.

L'aeroplano passò ronzando e sparve. Lulù
s'era levata in piedi; era pallidissima. Subito
dispose che tornassimo a casa; e per tutta la
strada non aprì bocca.

Fu mentre attraversavamo Luzaine che c'imbattemmo
in Florian. Era a cavallo e ricordai
[pg!39]
che Cecilia lo aveva paragonato a Lohengrin.
Io trovai che somigliava forse più a Carlo il
Temerario o a Cid el Campeador. Egli c'informò
che il suo reggimento era accampato sulle
sponde della Mosa in attesa d'ordini. S'aspettava
da un istante all'altro d'essere mandato
alla frontiera. Mentre egli ci narrava questo, il
suo cavallo — un sauro magnifico — s'impennava
e indietreggiava capriolando con passo di
danza, come un cavallo da circo. Lui stava in
sella, ritto e immobile, e mi sorrideva col sole
negli occhi.

Mi promise, che, se non lo mandavano al fronte,
sarebbe venuto senza fallo il giorno 4 a farmi gli
auguri. Anche se non gli concedevano che un'ora
sola di congedo. Gli ricordai che infatti egli non
aveva mai mancato di venire a trovarmi in quel
giorno; fin dal primissimo anno che arrivai in
casa di mio fratello Claudio.

Ricordo perfettamente quel primo compleanno.
Compivo — in quel lontano 4 di agosto — gli
otto anni, e avevo perduto un mese prima
il papà e la mamma a Namur.

Lulù mi dice ancor oggi che in quell'epoca ero
una piccola selvaggia, scontrosa e tremante nei
miei vestitini da lutto; piangevo sempre e avevo
paura di tutto e di tutti.

[pg!40]
Ebbene, in quel giorno del mio ottavo compleanno,
poichè non facevo che piangere e singhiozzare,
mio fratello Claudio ebbe l'idea di
mandare a prendere Florian, ch'è suo figlioccio,
pregandolo di provarsi a fare amicizia con me.
Ricordo, come oggi, Florian al suo entrare in
questa camera — proprio qui, in questa camera
d'ingresso dove ora sto scrivendo. — Mi
par di rivederlo, un ragazzo quattordicenne,
alto, coi capelli ricci e gli occhi di un azzurro
d'acciaio; mi sembra che assomigliasse un poco
ad Andrea; ma più in bello!

Era ciò che Lulù chiama: «un petit type
très-crâne.»

«Bonjour,» mi diss'egli nella sua voce chiara
e risoluta. «Io mi chiamo Florian. Detesto
le ragazze.» Mi parve strano che mi dicesse
questo, e smisi di piangere per dare in una risatina.
«Già,» continuò Florian guardandomi
con aria di disapprovazione, «le ragazze — o
stanno sempre a piagnucolare, o allora ridono
come tante oche.»

Io cessai subito di ridere; e smisi poi anche
di piagnucolare per non essere detestata da
Florian.

.... Questi ricordi mi passavano per la mente
oggi mentre lo guardavo; egli si chinava verso
[pg!41]
Luisa e le parlava a bassa voce, mentre il suo
cavallo continuava a fare il *passage*, roteando
e capriolando da una parte all'altra della strada.

Sì, egli somigliava davvero a un Charles le
Téméraire molto giovane; od anche a quel cavaliere
della leggenda che andò a svegliare la
«Belle au Bois dormant»...

-----

*3 Agosto.* — Siamo molto felici! Abbiamo
saputo che Amour è salvo. Si trova in custodia
del capo-stazione di Marche, e il nostro piccolo
amico Andrea andrà domattina prestissimo
a prenderlo. Andrea ci fa osservare che l'andare
a cercare i cani smarriti non è precisamente un
servizio militare; ma soggiunge che è dovere
di ragazzo esploratore il soddisfare i desideri
d'ogni dama che richieda il suo aiuto. Quindi
anche il rintracciare le loro bestie favorite non
è cosa indegna di un boy-scout. Ha anzi soggiunto
che per questa impresa porterà i colori
di Mirella; ed essa, molto lusingata, gli ha legato
intorno al braccio il nastro rosa un po'
sgualcito che porta in fondo alla treccia.

Abbiamo invitate Lucilla, Jeannette, Cecilia e
Cricri a venire da noi domani sera. Non sarà una
vera festa come l'anno scorso perchè tutto è antipatico
e disagevole a cagione dei tedeschi che
[pg!42]
si comportano così male. Per quanto neutrali
si sia, non si può a meno d'essere disgustati
di loro.

Credo che anche Frida si vergognasse oggi
a tavola, quando Lulù lesse ad alta voce ciò
che la Germania ha osato di fare. Figurarsi che
i tedeschi si sono permessi di mandare una nota
al nostro re proponendo — nientemeno! — ch'egli
li lasciasse passare attraverso al nostro
paese per arrivare alla Francia! Che insolenza!

Naturalmente il re ha risposto: — No! —

Siamo tutti usciti questo pomeriggio per recarci
al piazzale della chiesa ad acclamare il
nostro adorato sovrano. E' venuto Andrea a
dirci che tutta Bomal vi accorreva; difatti è
stata una bellissima dimostrazione. Eravamo
tutti entusiasti. Il Borgomastro fece un gran discorso,
poi cantammo la Brabançonne; ed infine
Monsieur le Curé invocò la benedizione del
cielo sul nostro paese e sul nostro re.

Tutti sventolavano i fazzoletti e c'era anche
chi piangeva. Era accorso tutto il paese — non
mancava nessuno. Solo Frida non volle venire
con noi; si tappò in casa vergognandosi, certo,
di essere tedesca. C'era anche Fritz; anzi Marietta
osservò ch'egli era veramente l'unico giovinetto
rimasto in Bomal. E' vero. Tutti gli altri
[pg!43]
o sono stati chiamati al servizio militare o
sono partiti volontari. La piazza oggi era gremita
di ragazze, di bambini e di gente molto
vecchia.

Confesso che mi fa piacere il fatto che Fritz
appartenga a noi. Avere un uomo in casa — come
diceva bene l'altro giorno Lulù — vi
dà un certo senso di sicurezza. Gliene riparlai
oggi mentre tornavamo a casa; ma Lulù scosse
nervosamente il capo. Pareva agitata e inquieta.
«Ma Chérie!» disse stringendomi convulsamente
il braccio, «non ti sei accorta come
Fritz è cambiato? Dacchè Claudio è partito egli
non si comporta più da domestico; non viene
mai a chiedere i miei ordini; e ier l'altro a
Roche-à-Frêne pareva un pazzo. — E pareva pazza
anche Frida,» continuò Lulù, guardandosi attorno
con gli occhi spauriti. «Non so, non so...
vorrei che Claudio tornasse!»

E' un fatto che c'è qualche cosa di strano nel
contegno di Fritz. Questa sera, per esempio,
quando ci portò il giornale rimase lì a guardarci
mentre l'aprivamo. Aveva un fare insolente
e le mani in tasca.

Io lessi forte dal giornale: «*I tedeschi entrano
nel granducato di Lussemburgo e s'impossessano
delle linee ferroviarie...*» All'esclamazione
[pg!44]
costernata di Lulù alzai gli occhi, e
allora scorsi Fritz che ci fissava con un risolino
strano. Sotto ai nostri sguardi stupiti egli
si tolse le mani di tasca; ma continuò a guardarci
fisso.

«Questa è una notizia spaventosa,» mormorò
Lulù.

Fritz disse: «Sissignora,» e aveva sempre
sul volto quel suo strano sorriso di coniglio.

Vi fu un istante di silenzio: poi Lulù sospirò
tra sè e sè: «Chi l'avrebbe mai detto?...
Dieci giorni fa nessuno pensava alla guerra...»

«Oh!» fece Fritz. «La signora si sbaglia.
C'era — c'era chi ci pensava.»

«Da dieci giorni...» balbettò Lulù.

«No. *Da dieci anni!*» rispose Fritz, con un
sinistro balenìo negli occhi.

Seguì un nuovo silenzio. Indi Lulù domandò
con voce-un po' tremante: «Vi disse qualche
cosa il padrone l'altra notte quando l'accompagnaste
alla stazione?... Lo lasciaste nel treno,
non è vero?»

«Sissignora,» rispose Fritz, secco.

«E che cosa vi disse?» ridomandò Luisa.

Fritz attese un gran pezzo prima di rispondere.
Poi crollò le spalle. «Ne disse tante di
cose.»

[pg!45]
«Ditemele!» ordinò Luisa. «Ripetetemi le
sue precise parole.»

Fritz si rimise le mani in tasca e si appoggiò
in atteggiamento insolente allo stipite della porta.
«Mi disse: — Fritz, tu sei un servitore devoto
e fedele! —» Ancora gli balenò sul volto
quello strano sorriso.

«Già...» mormorò Luisa impallidendo un
poco.

«Mi disse: « — Lascio qui tutto ciò che ho
di più caro — mia moglie, mia figlia, mia sorella....»

«Sì...» ansò Luisa.

«Mi disse» — e Fritz alzò la voce — «difendile,
Fritz, se vengono *quelle belve*. — Già. Ha
proprio detto così: *quelle belve!* — Quelle belve!»
egli ripetè forte e pareva volesse fulminarci
cogli occhi.

Lulù divenne bianca come un lino, ed anch'io
mi sentii venir freddo.

In quel mentre era entrata saltarellando la
piccola Mirella, e udì le ultime parole di Fritz.

«Ma di che belve parlate?» chiese lei, un poco
impressionata.

Fritz si rivolse alla piccina e la fissò con uno
sguardo terribile.

«Di belve feroci!» disse lui. «Belve
tedesche!... E ne sentirete le zanne!»

[pg!46]
Poi girò sui tacchi e se ne andò, lasciandoci
esterrefatte e mute.

-----

Che cosa significa tutto ciò?

Lulù ha scritto una lunga lettera a Claudio.
Ma gli giungerà? E se pur gli giunge, potrà egli
ritornare a noi?

[pg!47]




IV.
===

*Dal diario di Mirella.*
------------------------


Questo è un giorno importante: il quattro
agosto — giorno di nascita di Chérie. Lulù le
ha regalato un orologio d'oro e una sciarpa
di seta lunga lunga color cielo. Io le ho regalato
una scatola di cioccolatini, quasi piena.
Anche una testa di clown dipinta su un pezzo
di gomma; è una faccia molto comica che se
si preme di qua o di là fa delle boccacce e
delle smorfie. Le ho anche regalato il mio salvadanaio
vuoto, un po' rotto. Ma abbastanza
bello. E' foggiato ad elefante, e ciondola la testa
quando vi si mette dentro del denaro, e poi seguita
a ciondolarla per un pezzo come se ne
domandasse ancora.

Cecilia e Jeannette hanno mandato delle rose;
Lucilla e Cricri una scatola di fondants; Verveine
[pg!48]
Mellor, da cui non ci si aspettava nulla,
mandò un parasole rosso. Veramente non avevamo
invitato Verveine per questa sera perchè
abita così lontano, quasi fuori del paese; ma visto
il parasole, la inviteremo.

C'è mancato poco che mammà non lasciasse
venire nessuno, tanto essa e Chérie si tormentano
all'idea dei tedeschi; ma io ho pianto — e
so che detestano di vedermi piangere — allora
la mamma ha finito col dire che, dopo tutto,
lasciar venire quelle cinque ragazze che vediamo
tutti i giorni non era poi un ricevimento.
Dunque verranno; ed io metterò il mio vestito
rosa.

Il grande avvenimento di quest'oggi è stato
l'arrivo di Amour nel suo cesto con quattordici
franchi da pagare. Siamo molto contente di riaverlo;
Chérie ha detto ch'era quasi come se le
avessero regalato un cane nuovo per la sua festa.
L'unica contrarietà riguardo ad Amour è
che ha preso subito tra i denti la faccia di
gomma dipinta che io aveva regalata a Chérie
e non c'è stato verso di fargliela lasciare. E'
scappato via e si è nascosto per rosicchiarla in
pace. Difatti, quando l'abbiamo poi ritrovata
sotto al letto, tutti i colori erano stati leccati
via e non era più che un pezzo di gomma informe.
[pg!49]
Chérie mi assicura che le piace lo stesso,
e Marietta dice che può servire molto bene come
gomma da cancellare.

Marietta e Maria oggi se ne vanno; dicono
che hanno paura a star qui. Si portano via
poca roba e vanno a Liegi, dove si sentiranno
più al sicuro. Maria ha raccomandato che andassimo
via anche noi, e mammà ha detto che
se le cose arrivassero a quel punto, certamente
ce ne andremmo.

Mammà ha pianto due o tre volte oggi. E
Frida fa finta di essere ammalata e s'è chiusa
in camera sua. Da iersera non abbiamo più visto
Fritz. Insomma, tutto è molto spaventoso e
interessante. A pranzo dovremo servirci da noi
e non ci sarà gran che da mangiare perchè nessuno
ha fatto la cucina; ma non importa poichè
vi sono molte paste e dolci preparati per la festa
di questa sera. Anche delle tartine al foie-gras.
Tutto è bene accomodato con fiori su una
lunga tavola. Da bere avremo aranciata e granatina.
Dovevano esserci anche i gelati, ma il
pasticciere è andato a fare il soldato avant'ieri
e sua moglie dice che ha troppi fastidi e troppi
bambini per stare a fare i gelati. Essa ci raccontò
che suo marito con tanti altri soldati stavano
scavando dei fossi tutto intorno al Belgio
[pg!50]
per impedire ai tedeschi di entrare. Adesso
vado a vestirmi. Chérie si fa molto bella. Mette il
suo vestito di velo bianco come una sposa. Si fa
anche una pettinatura nuova, tutta a girigoggoli
che pare una torta — quella torta col rhum
che Frida chiama «Kugelhopf.» Mammà ha
promesso di farsi bella anche lei. Ha anche promesso
che fino a domani non penserà più alla
guerra nè ai tedeschi per non guastarci la
serata, perchè — come le ha fatto osservare
Chérie — non si compiono i diciotto anni che
una sola volta nella vita!

Adesso che ci penso, anche gli undici non si
compiono che una sola volta nella vita. Mi ricorderò
di dirlo anch'io il giorno del mio compleanno;
ho visto che mammà se ne è molto
commossa....

-----

Così scriveva Mirella seduta al tavolo in sala
da pranzo; e il suo atteggiamento — dalla testa
molto inclinata sull'omero, alla punta della lingua
sporgente e moventesi lentamente da un angolo
all'altro della sua piccola bocca socchiusa — dinotava
accuratezza e diligenza.

Dietro a lei la porta s'aprì senza grande strepito
e Fritz s'affacciò per un istante. Guardò
intorno, poi richiuse la porta e stette in ascolto
[pg!51]
sul pianerottolo; si udivano indistintamente dalla
camera da letto le voci sommesse di Luisa e
Chérie.

Fritz salì rapido al secondo piano e girò la
maniglia della stanza di Frida. Era chiusa a
chiave.

«Apri la porta,» comandò.

Frida obbedì. Non era la prima volta ch'essa
apriva la sua porta a Fritz.

«Come parli forte,» susurrò ella in tono di
rimprovero; e richiuse a chiave l'uscio. «Forse
ti avranno udito.»

«E quand'anche?» disse Fritz. «Udranno ben
altro.» Sedette ed accese una sigaretta. «Ah,
ecco! Da due anni faccio il servitore qui. Da
domani in poi diventerò il padrone.»

«Da domani!» balbettò Frida impressionata.
«Ma che cosa dici?»

«Dico che ci siamo! Ci siamo finalmente!»
esclamò Fritz, e il suo sguardo si levò lucido e
feroce, verso la finestra aperta al cielo d'occaso.

Già da tempo il sole tondo e rosso — il gran
sole d'agosto — era tramontato, ma il giorno
s'indugiava ancora come se gli dolesse di finire.
Là dove il cielo era più chiaro esso portava
nel seno la falciuola scolorita della luna nuova,
[pg!52]
come una pallida ferita per la quale il giorno
dovesse morire.

«Ci siamo, ci siamo!» ripetè Fritz. «E tu
tienti pronta alla partenza.»

-----

In quel giorno stesso l'uragano s'era già scatenato
sull'Europa. Le Jene Grigie si riversavano
sul Belgio dal Sud-Est. A Dohain, a Francorchamps,
a Stavelot l'orda cenerognola s'avanzava
inesorabile, onda su onda, spargendo
intorno la violenza e la morte.

Ma i cannoni non parlavano ancora. Nel villaggetto
di Bomal, discosto appena una ventina
di miglia, nulla se ne sapeva; e Luisa appuntando
una rosa nelle treccie lucenti di Chérie
diceva: «Domani penseremo alla guerra.»

Chérie la baciò e rise. Rise, ma con gli occhi
un poco pensierosi, mentre mirava nello specchio
la sua graziosa imagine. Poichè la giornata,
di un azzurro insolente, svaniva in una serata
d'azzurro tenue — e Florian Audet non
aveva ancora mantenuto la sua promessa.

Forse, pensò Chérie, il suo battaglione ha ricevuto
ordini di lasciare l'accampamento sulla
Mosa; forse egli è stato mandato alla frontiera.
Sospirò. Ah! s'ella avesse potuto rivederlo
ancora!... Se avesse almeno potuto dirgli
addio!...

[pg!53]
Ma ecco entrare a colpo di vento la piccola
Mirella, simile a un petalo di fior di pesco nel
vestitino di seta vermiglia. «Vieni, vieni, Chérie!
Hanno suonato alla porta!»

E poichè non c'era nessuno che potesse andare
ad aprire — Maria e Marietta erano partite,
Frida stava chiusa in camera sua, e Fritz
era sparito — le due fanciulle scesero correndo
ad aprire la porta a Lucilla e a Cricri, radiose
entrambe nelle loro vesti di mussola cilestrina.
Presto arrivarono anche Cecilia e Jeannette, e
poi Verveine, coi brevi riccioli al vento — e tutte
insieme colle bianche braccia intrecciate e le
chiare gonne ondeggianti salirono alla sala da
musica.

Verveine sedette al pianoforte, e le altre danzarono
cantando:

   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse,*
   | *«On y danse,*
   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse,*
   | *«Tout en rond*

[pg!54]
Attraverso le finestre spalancate le voci ridenti
si spandevano nella mite aria serale; e
un giovane soldato a cavallo che passava al
galoppo per la strada silenziosa del villaggio
udì la canzone ancor prima di giungere alla
porta del dottor Brandès. Era Florian Audet
che veniva a mantenere la sua promessa.

Egli saltò a terra, e gettando la briglia sopra
una punta della piccola cancellata, suonò
il campanello. Fu Luisa che scese ad aprirgli la
porta.

«Ah, Florian,» esclamò lieta, «come sarà
felice Chérie —» ma in quell'istante la luce dal
corridoio battè in pieno sul viso del giovane, ed
essa lo vide livido e stravolto. «Che cosa c'è?»
chiese, abbassando la voce.

«Devo parlarvi!» rispose Florian, traendola
in casa; entrò con lei nello studio del dottore
e chiuse la porta. Luisa sentì d'improvviso come
una gran pietra caderle sul cuore.

«Florian! dimmi... che cosa è accaduto? Vi
sono notizie peggiori?»

«Le peggiori possibili,» disse il giovane.
Indi i suoi occhi stupiti errarono sopra la graziosa
figuretta che gli stava di fronte. «Si può
sapere perchè siete vestita così?» Il volto gli
si contrasse in un sorriso d'amara ironia. «Cosa
c'è? Un ballo?»

[pg!55]
«Ma no, Florian...» balbettò Luisa. «Ma
sai pure che è la festa di Chérie...»

   | *«Sur le pont d'Avignon*
   | *«On y danse, on y danse....*

cantavano di sopra le voci giovanili.

Florian si coprì gli occhi. «Mio Dio,» mormorò...
«Quanta incoscienza! E come faccio
io a lasciarvi — come faccio?» Indi alzando lo
sguardo vide gli occhi spauriti di Luisa che lo
fissavano, e le prese la mano.

«Marraine,» disse. «Voi sarete coraggiosa — non
è vero? E' meglio che io vi dica come
stanno le cose.»

«Sì, Florian,» disse Luisa tenendo gli occhi
fissi su di lui mentre il colore le spariva
a poco a poco dal volto, lasciandolo di un pallore
latteo.

«Ebbene — il paese è invaso ad ogni punto.
Vi è già stato uno scontro a Verviers.»

«A Verviers!» gridò Luisa.

«Sì. E a Fleuron!»

Vi fu un silenzio.

Quindi Luisa domandò, quasi afona: «Che
cosa... che cosa accadrà? Cosa significa questo
per il nostro paese?»

«Significa rovina e strazio,» mormorò Florian
[pg!56]
a denti stretti. «Significa violenza, strage
e devastazione.»

Luisa fu presa da un tremito convulso e si
lasciò cadere su una seggiola. Florian girò su
e giù per la stanza. «Teniamo ancora Visé,»
mormorò soffermandosi. «Lo teniamo contro
Von Emmich e le sue jene infernali!... E quando
non potremo più tenerlo faremo saltare il ponte
della Mosa.»

Luisa ebbe un singulto; poi alzò gli occhi — i
grandi occhi che parevano macchie d'inchiostro
nella faccia scolorita. «Florian! Credi — credi
possibile che.... *costoro* vengano qui?»

«Tutto è possibile,» gemette Florian, «sì,
sì! Anche questo è possibile.» E guardando la
fragile figura davanti a sè e pensandola qui
sola con Chérie e Mirella, uno spàsimo gli attraversò
il viso.

«Ma tu resterai con noi!» esclamò Luisa, e
il suo sguardo si appoggiò sulla gagliarda figura
e sul maschio volto del giovane. «Quanto
tempo potrai restar qui?»

Florian dette in un'amara risata. «Quaranta
minuti,» disse. E vi fu un nuovo tragico silenzio.

Finalmente Florian si scosse. «Che ne è di
quell'Olandese — quel domestico fidato di Claudio?
Dov'è?»

[pg!57]
«Fritz?» esclamò Luisa, tremando. E subito
gli narrò la scena avvenuta la sera prima,
ed anche gli impressionanti eventi della gita a
Roche-à-Frêne.

Florian l'ascoltò con viso fosco, stringendo i
pugni. Quindi riprese a camminare in su e in
giù per la stanza. «Basta,» disse finalmente
con voce rauca. «Per gli errori passati non
c'è rimedio.» Poi si fermò davanti a Luisa.
«Avete promesso d'essere coraggiosa. Adesso
ascoltate ciò che vi dico — ed obbeditemi.»

Le diede istruzioni brevi e precise. Raccogliessero
subito le poche cose di maggior valore che
possedevano e lasciassero Bomal la mattina seguente
alla prim'ora. Si recassero a Bruxelles,
per la via di Marche e Namur — non per la via
di Liegi. «Rammentatevi!» ripetè Florian,
«non dovete passare per Liegi.» Nel caso che
non vi fossero treni, dovevano noleggiare una
carrozza o un carro — qualsiasi veicolo potessero
trovare; e se non potevano trovar nulla andassero
a piedi fino a Huy e di là a Namur
come meglio potevano.

«Avete capito?»

Sì, Luisa aveva capito.

«E perchè non partire adesso — questa sera
stessa?» suggerì Florian. «Potreste arrivare
a Tervagne stanotte, se attraversate i boschi....»

[pg!58]
«Stanotte!... Attraversare i boschi!...»

Luisa parve così terrorizzata a quelle parole
ch'egli non osò insistere. D'altra parte, egli riflettè,
potrebbe darsi che anche i boschi, stanotte,
fossero già percorsi da drappelli di Ulani.
No; meglio partire all'alba. Alle tre o le quattro
del mattino.

«E' inteso?»

Sì; era inteso.

«E....» chiese la tremante Luisa, «che cosa
faremo di Frida?»

«Non ve ne fidate!» esclamò Florian. «Tuttavia
conducetela con voi se vuol venire. Se no,
lasciatela stare. — Oh! e tenete chiuse le
porte! Tutte le porte. Chiuse a chiave e a catenaccio.»

«Sì.» Luisa tremava da capo a piedi come
una foglia al soffio della bufera.

«Avete denaro?»

Sì, sì, ne avevano del denaro.

«Sta bene. E adesso,» disse Florian — l'orologio
al suo polso l'avvertiva che venti dei
quaranta minuti erano già passati — «adesso
voglio parlare con Chérie.»

«Vado a chiamarla,» disse Luisa, e si mosse
trepidante. Quando fu alla porta si volse e l'interrogò
cogli occhi smarriti. «Che cosa devo
[pg!59]
dire a quelle bimbe?... Devo avvisarle del pericolo
che ci sovrasta?»

«Subito — ma subito!» gridò Florian; «e
mandatele a casa immediatamente.»

«Mio Dio! Mio Dio! Pietà di noi!» singhiozzò
Luisa. «E Mirella — cosa farà? Avrà
paura — piangerà...»

«Ma no, ma no. La piccola Mirella è coraggiosa
più di noi,» disse Florian. Poi, come Luisa
singhiozzava ancora andò da lei e le mise il
braccio attorno alle esili spalle. «Su! coraggio,
mia piccola madrina,» e si piegò sopra di lei
con tenerezza fraterna a baciarle la guancia pallida.

Luisa, singhiozzando, uscì.

Florian rimase solo per pochi istanti. Udì che
il canto di sopra si arrestò improvvisamente.
Indi dei passi rapidi e leggeri scesero correndo
le scale. La porta s'aprì e Chérie apparve sul
limitare.

Florian indietreggiò, e gli si fermò il respiro.
Ma come! Questa visione d'incanto, questa pura
bellezza nei bianchi, ondeggianti drappeggi — era
Chérie? la sua piccola amica Chérie? Ma
come, come mai si era essa così trasformata
dalla bambinetta scontrosa ch'egli aveva sempre
conosciuta, in questa eterea beltà floreale?...
[pg!60]
Chérie ben s'avvide della sua meraviglia, e ristette
ferma sulla soglia; timida, si velava le lattee
spalle con una sciarpa vaporosa che le fluttuava
intorno e le dava come un'aria di volo.
I suoi limpidi occhi erano levati a lui larghi di
azzurra e divina innocenza.

Un brivido scosse l'uomo che la guardava — un
brivido di presciente orrore. Non erano già
vicine le orde nemiche, briache di sangue e di
ferocia? Non stavano già aprendosi con violenza
la via verso questo fiore verginale?
Ed egli doveva lasciarla! lasciarla, sola, alla
mercè della loro brutalità? Di nuovo il brivido
terribile lo scosse; mentre quei limpidi occhi
ingenui lo fissavano, sorridenti.

«Chérie!» diss'egli con voce rauca. «Chérie!»
La trasse a sè, le alzò il viso delicato e
guardò profondamente dentro l'azzurra meraviglia
dei suoi occhi.

Essa non parlò; nè ebbero un battito le sue
ciglia. Offerse allo sguardo di lui tutta la trasparente
profondità della sua anima. Ed egli
ripetè ancora quella sola parola: «*Chérie!...*»

[pg!61]

|
|

I quaranta minuti erano passati. Vi fu un affrettato
congedarsi, un'ultima agitata parola di
avvertimento e monito; poi con un tintinnio di
speroni Florian era corso giù per le scale e
s'era slanciato in sella.

Girò la testa del cavallo, che s'impennava,
verso il Nord, e levò lo sguardo alle finestre.

Sì, erano tutte là a fargli cenno d'addio! Tutte
vicine, le teste bionde e le brune; gli occhi
ceruli e gli occhi neri lo seguivano....

«Ricordatevi,» gridò ancora Florian a Luisa,
«ricordatevi — dovete partire domattina all'alba!
Domattina all'alba!» E ancora mentre parlava,
quell'indicibile brivido lo riprese. Era forse
un presagio di ciò che l'indomani avrebbe
recato? Era forse una visione di ciò che la tragica
e sanguinosa aurora teneva in serbo per coloro
ch'egli lasciava, sole nella loro indifesa bellezza
e gioventù?...

Spronò il cavallo e partì.

Giunto in fondo alla strada egli si girò in
sella un'ultima volta a riguardare la casa; vide
che Chérie era corsa fuori sulla terrazza e stava
lì, ritta e bianca come un giglio nella luce lunare.

[pg!62]
Egli levò in alto la mano in segno di saluto.
Poi si volse e partì al galoppo.

Via! — via nella notte, via verso i tonanti
cannoni di Liegi e i sanguinanti campi di Visé!
Via, portando con sè quella visione di candida
e delicata bellezza.

E ripensò che non le aveva detto una parola
d'amore, nè le sue labbra avevano osato toccare
quelle di lei. No; la sua purità eterea lo aveva
intimidito; il nimbo della sua virginale giovinezza
era intorno a lei come un'armatura di
neve....

-----

Così — così egli la lasciò: pura, fragile e
dolce, bianca come un giglio, veduto in un
giardino sotto la luce lunare...

Così — così egli la lasciò.

[pg!63]




V.
==


Le fanciulle, nelle vesti di mussola e le scarpette
di raso, si sparpagliarono verso le loro
case come un volo di farfalle spaurite.

L'avevano sognato, o c'era stato proprio,
mentr'esse correvano sopra il ponte, un suono
profondo e rimbombante come tuono lontano?...
Ristettero ad ascoltare.

Sì.... eccolo di nuovo quel profondo fragore,
tuonante da lungi nella notte stellata.

«Jésus, Marie, St. Joseph, ayez pitié de
nous,» susurrò Jeannette, e le altre ripeterono
tremanti la invocazione. Quindi attraversarono
correndo il ponte e giunsero alle loro abitazioni.

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Luisa, Chérie e Mirella erano rimaste sole
nella casa deserta. Quando salirono a cercare
[pg!64]
di Frida trovarono la sua stanza vuota. Nulla
di suo vi rimaneva, soltanto due libri — il
«*Deutscher Dichterschatz*», e «*Der Trompeter
von Säkkingen*» — giacevano sulla tavola,
e il busto in gesso di Mozart stava ancora al suo
posto sul caminetto.

«Sarà sgusciata via mentre noi parlavamo
con Florian», disse a bassa voce Chérie volgendo
una faccia pallida e stravolta a Luisa
che girava lo sguardo stupefatto intorno alla
stanza vuota.

«Era una vipera,» osservò Mirella tenendosi
un po' più stretta al braccio di sua madre.
«E anche Fritz era un serpe.»

Al nome di Fritz Luisa fu scossa da un brivido.

«Fritz!... Non sarà tornato?» disse piano,
lanciando uno sguardo pauroso verso la finestra.
Di là del cortile si scorgeva ancora nella
semi-oscurità il fabbricato rustico dove il domestico
aveva la sua camera. «Che ci sia?...»

Nel silenzio che seguì tutte guardarono quelle
finestre chiuse e buie sopra il garage; e l'idea
che Fritz potesse essere là nascosto e in agguato
era assai inquietante.

«Bisogna andare a vedere,» disse Chérie,
tremante ma risoluta.

[pg!65]
Così — tenendosi vicinissime l'una all'altra,
e Luisa portando alta sopra la testa una lanterna — attraversarono
il cortile silenzioso.
Spinsero la porta di legno, socchiusa, e salirono
per le scale scricchiolanti alla camera di
Fritz.

Vuota! — Era vuota anch'essa.

Luisa tirò un tremulo sospiro di sollievo; ma
Chérie le additò il baule accanto al letto, e gli
abiti sparsi per la stanza.

«Si vede che ha l'idea di tornare,» susurrò
Chérie; e tutt'e tre tremarono a questo pensiero.
Allora scesero rapide, attraversarono il cortile
e rientrarono in casa. Si trassero dietro la pesante
porta d'ingresso che si chiuse con fragore;
ma quando vollero spingere il catenaccio
e chiudere a chiave trovarono che questa era
stata portata via, e la grossa spranga di ferro
era staccata dal battente.

Fu in quel momento che il primo rombo lontano
giunse alle loro orecchie.

«Che rumore è quello?» chiese Mirella, scotendo
il braccio di sua madre. «Rispondi!»

Chérie le prese la manina. «Niente.... era
niente,» disse rapida. «Andiamo su a preparare
le nostre cose...» E vedendo Luisa che stava
ancora davanti alla porta, impietrita come una
[pg!66]
statua colla lanterna in mano, le gridò: «Lulù!
Ti prego.... va in camera tua a radunare
ciò che vuoi portar via domattina.»

Luisa si volse e la guardò con occhi di sonnambula;
indi lentamente si mosse, ed obbedì.

.... Ardua cosa scegliere fra tutti gli oggetti
che ci circondano quelli da portarsi via, così,
nelle nostre due mani! Ah, queste cose inanimate
come ci crescono profondamente nel cuore, come
diventano, col passar degli anni, una parte
integrale della nostra esistenza!

Ma come? Si devono prendere solamente i
denari e pochi gioielli?... E non questo quadro?
Non queste lettere? Non questo dono prezioso
di chi non è più?... Non la massiccia argenteria
che per generazioni è stata nostra? Non il caro
velo delle nostre nozze?.... Non lo sgualcito libriccino
da Messa della nostra Prima Comunione?...
E non le preziose medaglie che commemorano
le campagne di guerra di nostro padre?
Nè i documenti che dimostrano chi siamo e
ciò ch'è nostro?...

Ma — e la gabbia con dentro i canarini che
dormono — lievi pallottole di lanugine dorata?
Si devono lasciarli qui a morire?... E il cane — il
fedele compagno che alza su di noi i suoi occhi
buoni e intelligenti?...

[pg!67]
«Ah! Amour, a qualsiasi costo, lo portiamo
con noi,» disse Chérie.

«Lo portiamo con noi...» ripetè trasognata
Luisa che errava come un'anima smarrita per
le stanze raccogliendo degli oggetti e poi rimettendoli
giù.

Un orologio lontano suonò le undici.

Mirella, ancora nel suo vestitino di mussola
rosa, s'era arrampicata sul letto di Luisa e sonnecchiava.

Ah!... Eccolo di nuovo quel rimbombo cupo,
tuonante, perdentesi in un lungo e minaccioso
brontolio....

«E' più vicino!» ansò Luisa, torcendosi le
mani. «E' più vicino!» E mentre ancora lo diceva,
ecco ripetersi il suono terribile — e più
vicino, infatti, e più cupo, più profondo, più
temibile.... Le vetrate della casa tremarono.

Mirella balzò a sedere sul letto cogli occhi
spalancati e lucenti. «Cos'è?» Poi gridò forte:
«Mamma! dimmi cos'è?»

Luisa accorse. «Zitta, cara, zitta,» disse chinandosi
su di lei e baciandola.

«Ma cos'è?» insistette la bambina. «Voglio
sapere! E' un temporale? O sono i nemici?»

«Ma no, piccola cara, no!» la rassicurò Chérie,
accorsa anch'essa. «Sono i nostri cannoni,
che sparano appunto per tenerli lontani.»

[pg!68]
Mirella lasciò ricadere il capo sul guanciale
e le chiome di seta bionda si sparsero tutt'intorno
al piccolo viso.

Dopo un attimo riaprì gli occhi.

«Ma vorranno venir qui, i tedeschi?»

Vi fu un silenzio. Poi Chérie disse: «Che
idea!» e Luisa soggiunse: «Mai più!»

«Ma... hanno voglia di venir qui?» insistette
Mirella, cogli occhi che si appesantivano.

«E che cosa verrebbero a fare, scioccherella?»
balbettò Luisa colle labbra pallide. «Che
cosa potrebbero volere in questo piccolo villaggio?»

«Ma già,» assenti Chérie. «Dormi, dormi,
Mirella, che l'alba sarà subito qui.»

Mirella chiuse gli occhi, e pensò ai tedeschi.
I tedeschi — secondo gli insegnamenti di Frida
e di un giornale umoristico settimanale chiamato
«*Fliegende Blätter*» — si distinguevano
in due categorie: Professori e Tenenti. I Professori
erano vecchi, calvi e comici; i Tenenti
erano giovani, aristocratici ed affascinanti. I
Professori erano così distratti che non sapevano
mai nè dove andassero, nè che cosa facessero;
i Tenenti erano così irresistibili che solo
a vederli tutte le ragazze di Germania cadevano
in deliquio, e morivano per essi di etisia e di
[pg!69]
amore. Frida talvolta ammetteva che vi era
qualche altro tedesco all'infuori di queste due
categorie. Vi erano dei poeti, per esempio, ma
questi erano già quasi tutti morti; vi erano delle
buone madri di famiglia, che facevano una conserva
chiamata Konfitür; vi erano dei camerieri
d'albergo che andavano all'estero.... Ma certamente,
pensò Mirella, i tedeschi che volevano
entrare nel Belgio questa sera erano i Tenenti
e i Professori....

Mirella si annidò più comodamente nei soffici
cuscini e si addormentò. Sognò che erano
proprio arrivati, che erano molto amabili e che
ammiravano molto il suo vestito rosa.

Un rombo assordante la destò — uno scoppio
immane con uno scrosciar di travi rotte e di
vetri frantumati.

Mirella balzò dal letto, e subito un lampo
l'acciecò, un altro rombo riempì l'aria.

Pareva che crollasse il mondo.

«Mirella!!» Le braccia di sua madre erano
intorno a lei, e Chérie si aggrappava ad entrambe.

«Andiamo via — andiamo via subito!» gridò
Chérie. «Cercheremo rifugio dal Borgomastro...
dal Parroco... Non stiamo qui, non stiamo
qui, sole!»

[pg!70]
«Sì... sì... andiamo...» balbettò Luisa. «Ma
chi ci porterà la roba?...»

«Che roba? Ma cosa dici?» gridò Chérie.
«Non possiamo prender nulla — nulla, Lulù! — Per
amor di Dio, andiamo!»

«Ma.... i denari?...»

«Fa presto!» gridò Chérie.

«Fa presto!» strillò anche Mirella battendo
i denti.

«Ma come possiamo...» balbettò Luisa, toccandosi
con mano tremula la gonna di trine,
«come possiamo andare per il mondo vestite
così?»

«Non importa — non importa — andiamo!
Facciamo presto! mio Dio! facciamo presto!...»

Ma Luisa sembrava paralizzata e impietrita
dal terrore.

«Adesso verranno... verranno,» mormorava
fissando con occhi folli la finestra frantumata.
Le pareva che nell'oscurità di fuori pulsassero
e tuonassero le tremende parole di Florian:
«Oltraggio, violenza e strage.... oltraggio, violenza
e strage.»

D'improvviso un gigantesco fascio di fiamme
si alzò nel cielo, illuminando la stanza d'un fantastico
bagliore. Quindi un'immane esplosione
scosse la casa fino alle fondamenta.

[pg!71]
Con un grido Luisa afferrò Mirella e si slanciò
fuori dalla stanza. Chérie le seguì scendendo
a precipizio le scale. Ma un'altra esplosione le
arrestò, folli di panico, sul pianerottolo. La
casa tremava, i vetri della scala cadevano in
mille frantumi intorno a loro.

Pazze di terrore si rifugiarono nella sala d'entrata.

-----

Passarono ore, od istanti?... Non lo seppero
mai.

A un tratto sopra l'assordante baccano percepirono
altri suoni. Erano voci — voci forti e
rauche — giù, nella strada. Un frastuono di
grida, di comandi secchi e gutturali, un clicchettìo
di sciabole e speroni.

«Lasciami — voglio guardar fuori,» ansò
Chérie, svincolandosi dalla stretta convulsa di
Luisa. E corse, barcollando alla finestra....

Indi volse a Luisa un volto stralunato.

«Eccoli. *Sono qui!*»

Mirella cacciò un urlo che si perdette nello
strepito crescente, e Luisa levò le mani al cielo.

«E' la morte — la morte» gemette, e strinse
tra le braccia la piangente Mirella.

«Taci! Taci!» susurrò Chérie. «Forse non
entreranno. Il portone è chiuso...» Ma pur mentre
[pg!72]
lo diceva sentiva tutta la fallacia di tale speranza.
«Ah! mio Dio!» E Chérie, barcollante
indietreggiò dalla finestra, aggrappandosi alle
tende per non cadere. «Luisa, c'è qualcuno che
apre la porta! *E' Fritz....* E' Fritz.... E' lui che
li fa entrare!»

Ed ecco già per le scale un trepestìo e un vociar
alto e rude tra il tinnir di sciabole e speroni.

Allora, quasi se l'imminente incombere del
fato l'avesse d'un tratto investita d'una forza e
dignità nuove, Luisa si raddrizzò alta e tragica
fra le due fanciulle tremanti, e con gesto
solenne tracciò sulla fronte ad entrambe il segno
della croce. Poi anch'essa si segnò; e con
le braccia intrecciate stettero immobili. Erano
pronte a morire.

Villanamente sbattuta da un calcio la porta
si aprì; dei militari in uniformi grigie apparvero
sulla soglia; altri gremivano l'andito spingendosi
avanti rumorosamente. Ma alla vista
delle tre figure allacciate si arrestarono e vi fu
un istante di silenzio; quindi un ufficiale — un
uomo alto, magro, dai baffi grigi — mosse un
passo davanti agli altri, ed entrò nella stanza.
Quelli dietro a lui si schierarono rigidi e impettiti
sul limitare, evidentemente aspettando
ordini.

[pg!73]
«*Tiens, tiens, tiens!*» fece l'ufficiale squadrando
le tre figure femminili da capo a piedi,
dalle chiome lucenti alle scarpette eleganti.
«Che quadro delizioso!» — e i suoi occhi sorridevano.
«Si direbbe che vi siete falle belle
per riceverci?» Il suo francese era perfetto; il
tono, benchè lievemente sprezzante, non era nè
rude nè scortese; i suoi occhi azzurri erano intelligenti
e un po' canzonatori. A dir vero non
sembrava una «jena infernale,» nè evocava l'idea
di violenza, d'oltraggio o di strage.

Nell'anima di Luisa una reazione improvvisa
successe alla tensione suprema di terrore. Le
parve di fondersi e svanire in un'onda ineffabile
di conforto e di speranza; e il sangue agghiacciato
le rifluì con un caldo palpito nel
cuore.

Frattanto l'ufficiale si era rivolto agli uomini
immobili dietro di lui — due di questi parevano
ufficiali di grado inferiore, gli altri otto o
dieci erano semplici soldati — e diede loro un
breve aspro comando in tedesco. Tutti salutarono,
rigidi; mentre i due ufficiali facevano un
passo avanti e si ponevano a lato del loro superiore.
Uno di costoro — un giovane alto, dagli
occhi chiarissimi — teneva un foglio di carta
in mano.

[pg!74]
Dietro l'ordine secco dell'ufficiale anziano egli
lesse ad alta voce quanto vi stava scritto.
L'ufficiale superiore, ascoltando quella lettura,
si guardava intorno; volgeva gli occhi dalla
finestra alla porta, poi all'altra porta, poi alla
breve scalinata ricoperta di tappeti rossi che
conduceva agli appartamenti superiori....

Chérie e Mirella — che capivano il tedesco — ascoltavano
stupefatte quella lettura. Era una
breve precisa descrizione della casa e dei suoi
inquilini.

«Abitazione di Claudio Leopoldo Brandès
dottore e ufficiale di riserva; età 34 anni; ammogliato
con prole. Sua moglie, sua figlia e
una sorella vivono con lui. Al pian terreno cinque
vani: cucine, studio del dottore, camera da
chirurgia e due sale d'aspetto; al primo piano,
quattro vani; ai piani superiori, nove vani. — Garage;
scuderia; rimessa (due cavalli, una motocicletta,
un'automobile — requisiti); cantine
e telefono. — *Das ist alles, Herr Kapitän.*»

«Uomini adulti in casa?» chiese il Herr Kapitän.

No. Queste donne soltanto.

«Dov'è questo dottor Brandès?»

Partito nella notte del 3 luglio.

«Per la frontiera?»

[pg!75]
No; probabilmente per la capitale. «Ma,»
soggiunse il giovane ufficiale, lanciando una fuggevole
occhiata alle tre donne, «sarà facile accertarsene.»

«Bene. E c'era un nostro incaricato qui?»
chiese il capitano.

«Sì. Un certo Fritz Müller di Löhrrach.»
Chérie fremette e strinse più forte la mano di
Luisa.

«Dov'è questo Müller?» domandò il capitano
guardandosi intorno.

«E' giù.... dabbasso: quel domestico,» spiegò
il tenente, «che ci aprì la porta».

«Incaricatelo dei biglietti d'alloggio;» ordinò
il capitano. «Si provveda per 125 uomini. Quanto
a noi —» prese di mano al giovane la carta
e la rigirò per guardare il piano della casa disegnato
a tergo del foglio — «vediamo un
po'... Tre stanze a questo piano... quattro di
sopra.... Glotz!» disse, volgendosi all'altro ufficiale,
un sottotenente giovanissimo che gli stava
dietro, muto e impalato — «Lei venga con
me. E porti due uomini.»

Glotz salutò rigido.

Il capitano gettò un'occhiata su Luisa e Chérie.
«Von Wedel» — l'ufficiale dagli occhi chiari
si mise sull'attenti — «tu starai qui.»

[pg!76]
Indi il capitano girò sui tacchi, salì impettito
i quattro gradini, e sparve per le scale, seguìto
dal sottotenente Glotz e due soldati.

Gli altri otto o dieci uomini rimasero nel vestibolo,
schierati in fila, rigidi e immobili come
tanti soldati di piombo.

Von Wedel con un colpo di piede chiuse l'uscio
in faccia a costoro; quindi si volse a contemplare
le tre donne lasciate in sua custodia.

Mosse lentamente, con passo deliberato, verso
di loro; ed esse indietreggiarono tenendosi ancora
per mano e levando su di lui gli occhi stellanti
e spauriti.

Egli era molto alto e molto largo di spalle e
torreggiava sopra le tre figurette tremanti.

Rimase, così, fissandole per alcuni istanti; i
suoi occhi chiarissimi andavano da Luisa a Chérie,
da Chérie a Mirella, poi tornavano a soffermarsi
su Chérie.

«Ebbene, colombelle?» disse alfine; e rise.
«Ci aspettavate dunque? Vi siete vestite da
festa per riceverci?» Nei tre paia d'occhi alzati
su di lui fluttuava molta paura.

Egli rise ancora, e mosse d'un altro passo
più vicino. Subito tutte e tre indietreggiarono.

«Ebbene? Perchè non rispondete?»

Luisa si avanzò d'un passo mettendosi davanti
[pg!77]
alle altre due, quasi in atto di difesa; poi
parlò con voce bassa e tremante:

«Signore.... spero... che voi e i vostri amici....
avrete la bontà di lasciare questa casa...
Come vede.... non siamo che donne, qui.... E
siamo sole...»

«Permetterete a noi di tenervi compagnia,»
fece in tono tra l'insinuante e l'ironico Von Wedel;
e soggiunse in aria d'amabile interrogazione:
«Vostro marito non è qui?»

«No,» disse Luisa, e al pensiero di Claudio
il suo labbro inferiore tremò, come quello d'un
bambino che sta per piangere.

«Ah, non è qui? Ne sono desolato;» disse
Von Wedel alzando un piede e poggiandolo,
nello stivale infangato, su una sedia di broccato
chiaro. «Aspetteremo che ritorni.»

«Ma,» balbettò Luisa «non torna stanotte.»

«Ah, no?... Che marito poco galante!» rise
l'ufficiale sporgendosi in avanti col gomito sul
ginocchio ripiegato, e i suoi occhi chiari e insolenti
che finora, anche parlando con Luisa,
erano sempre stati fissi su Chérie, errarono
sfrontatamente sopra la graziosa trepidante figura
della sua interlocutrice. «E dove sarebbe
andato?»

Egli lanciò la domanda con noncuranza, traendosi
[pg!78]
di tasca un portasigarette d'oro e togliendone
l'unica sigaretta che conteneva. «Mi pare
che il vostro domestico dicesse che l'avevano
mandato a Namur...»

«No, a Mons,» disse Luisa.

«Ah già, già — Mons!... Interessante città,
Mons.» Picchiò leggermente un'estremità della
sua sigaretta sul palmo della mano. «Già. Bella
cattedrale, quella di St. Waudru.... Ed è andato
solo?»

Mirella diede un pizzicotto a sua madre. «Taci,
mamma! Non dirlo.»

L'ufficiale l'udì e rise. Presala per un braccio
l'allontanò dolcemente dal fianco di sua
madre.

«Ma guarda, guarda!» disse, sempre ridendo,
«come siamo furbe e diplomatiche!» E
stringendole forte il piccolo braccio la fece indietreggiare
traverso tutta la stanza; indi, dandole
una lieve spinta la lasciò, e rivolse di nuovo
la sua attenzione alle altre due.

Luisa, che si era lanciata in soccorso di Mirella
ristette pallidissima, mentre dal fondo della
stanza Mirella, incolume e indoma, la rassicurava
cacciando fuori la lingua dietro le spalle
del nemico, in segno di sfida e di disprezzo.

Von Wedel fissava di nuovo Chérie, e sotto
[pg!79]
l'insolente insistenza di quello sguardo essa tremò
come una fiammella al vento.

«Perchè tremate?» chiese egli. «Avete paura
di me?»

«Sì,» mormorò la fanciulla, chinando il capo.

Egli rise. «Perchè? Non sono una belva feroce.
Ho forse l'aria di una belva feroce?» E
le andò più vicino.

Luisa con un passo si pose davanti a Chérie.
«Mia cognata, signore, è molto giovane, e non
è avvezza alle attenzioni degli estranei.»

«Buona donna,» replicò Von Wedel con tranquilla
insolenza, «andate un po' a prendermi
delle sigarette.».

E siccome Luisa lo fissava, sbigottita e immobile,
egli alzò alquanto la voce. «Sigarette,
ho detto. Preferibilmente turche. Vostro marito
certo ne avrà. Su! movetevi, buona donna.
*Eins, zwei, drei — marsch!*»

Per un attimo Luisa esitò; indi si volse e lasciò
la stanza; Mirella correndo la seguì.

Anche Chérie si lanciò per seguirle, ma Von
Wedel con un balzo le fu accanto e le afferrò il
braccio.

«Halt, halt!» fece ridendo. «Voi starete qui,
colombella; starete qui a discorrere con me.»

La fanciulla arrossì, impallidì e tremò.

[pg!80]
«Che colombella timida,» disse Von Wedel
curvandosi sopra di lei. «E come vi chiamate?»

«Chérie,» rispose essa, a voce così bassa che
quasi non si udiva.

«Come, come? *Chéri?* E' a me che lo dici?
Altrettanto a te, caruccia mia!»

E Von Wedel sedette sopra un angolo della
tavola chinandosi vicinissimo a lei. «Ma di che
cosa hai paura? E di chi hai paura?... Del capitano
Fischer?... Di me?... Dei soldati?...»

«Di tutti,» mormorò Chérie.

«Di tutti! Ma guarda un po'! E dire che
siamo così brava gente,» disse lui, e soffiò una
boccata di fumo in lungo getto davanti a sè;
poi buttò sul tappeto la sigaretta e la spense col
piede. «Ma non sai che non faremmo male ad
una mosca, noi? E neppure a un cane,» soggiunse
ridendo alla vista di Amour, che comparso
in cima agli scalini ne scendeva a piccoli
salti zoppicanti, mandando dei guaiti dolorosi.
«Tanto meno poi faremmo del male a un'adorabile
tortorella come te.»

Il cane, lamentandosi pietosamente, venne ad
appiattarsi ai piedi di Chérie.

Essa si chinò e lo prese tra le braccia. Evidentemente
la bestiola soffriva.

Von Wedel disse: «Che bravo cagnolino,»
[pg!81]
e allungò la mano per accarezzarlo, ma Amour
ringhiò mostrando i denti e l'ufficiale ritrasse
in fretta la mano.

Luisa riapparve portando delle scatole di sigari
e sigarette, e le depose sulla tavola. Mirella
che la seguiva scorse Amour tra le braccia
di Chérie è ne udì il minaccioso brontolìo.
Al suo accorrere la bestiola riprese il suo fioco
lamento.

Mirella lo guardò, gli toccò la zampa, poi volse
due occhi saettanti sull'ufficiale: «Cosa gli
avete fatto?» gridò, alzando in gesto quasi di
minaccia la piccola mano.

L'ufficiale diede in una risata. «Toh, toh!
che piccola Furia! che viperetta!» esclamò.
«Del resto puoi portartelo pur via quel cagnaccio!
A me le bestie non piacciono.»

A queste parole Chérie subito si mosse verso
la scala portando seco Amour, ma l'ufficiale la
trattenne.

«No, no, no, cara! Dà il cane alla piccola
Furia. — Tu resti qui con me!»

Chérie, mordendosi le labbra per non piangere
obbedì; indi si rifugiò accanto a Luisa,
mentre Mirella correva di sopra con Amour tra
le braccia. Essa lo portò nella camera di Chérie,
gli baciò la ruvida testa nera, gli accarezzò
[pg!82]
la povera zampa che pendeva come spezzata,
poi lo adagiò in un cantuccio bene accomodato
su di un cuscino.

Indi tornò giù, correndo, a vedere cosa succedeva.

Amour lasciato solo espresse la sua sofferenza
ed indignazione in lunghi urli e lamenti. Qualche
istante più tardi il capitano Fischer, seguìto
dal sottotenente Glotz e dai due soldati, scendendo
dal suo giro d'ispezione nei solai, udì
gli strazianti gemiti e si fermò sul pianerottolo.

«Cos'è questo rumore? Chi grida così?»
chiese rivolto a Glotz.

«Sarà quel cane, signor capitano, a cui avete
dato un calcio poco fa.»

«Orribile strepito,» disse il capitano. «Fatelo
cessare.»

Allora uno dei soldati entrò nella stanza — e
lo fece cessare.

Il capitano Fischer scese al primo piano seguìto
da Glotz.

Quando Von Wedel lo vide entrare si allontanò
da Chérie e si pose sull'attenti.

Di fuori era cessato già da tempo il rombo del
cannone, ma si udivano ogni tanto degli scoppi
d'arma da fuoco — improvvise scariche di fucileria
che cessavano di colpo com'erano principiate.

[pg!83]
I tre ufficiali parevano non badare a questi
rumori. Si erano radunati intorno al tavolo e
parlavano tra loro a bassa voce; il capitano dava
ordini secchi e concisi; Von Wedel ogni tanto
interrompeva domandando una cosa o un'altra;
mentre Glotz, rigido e diritto come un balocco
meccanico, diceva ad intervalli: «Ja, Herr
Hauptmann — ja, Herr Leutnant,» senza alcuna
espressione sul viso tondo, rosso e solenne.

Egli non aveva mai rivolto gli occhi sulle donne.
Pareva che per lui non esistessero.

Luisa, con Chérie e Mirella, si era rifugiata
in un angolo della stanza e tutt'e tre tenevano
fissi gli occhi pieni d'ansia sul gruppo degli
ufficiali.

«Chissà cosa dicono,» susurrò Luisa. «Cercate
di capire....»

Chérie tese l'orecchio.

«Stanno parlando... aspetta... dicono dove
andranno a dormire.»

Luisa giunse le mani. «Sta attenta, sta attenta...»

«Otto uomini staranno qui,» tradusse Chérie
rapida, a bassa voce, «quattro negli abbaini
e quattro giù al pian terreno.... Loro
stessi —»

«Ebbene? Cosa? Dimmi — dimmi —»

[pg!84]
«Andranno altrove.»

Luisa sussultò, premendosi le mani sul cuore.

«Aspetta... parlano del Cheval Blanc — aspetta...
aspetta! dicono» le pupille dell'ascoltatrice
si dilatarono «dicono che non vi possono
andare perchè l'albergo è in fiamme.»

A questo punto Von Wedel ruppe in una rumorosa
risata ed anche il capitano sorrise.

Solo il volto tondo di Glotz restò grave ed
impassibile come la faccia d'un bambino solenne.

«Cosa dicono?... Cosa dicono?» ansò Luisa.

Fu Mirella che tradusse: «Parlano del *Pfarrer* — del
signor Curato....»

Von Wedel diede un'altra risata. «*Der alte
Esel!... Seine eigene Schuld....*»

«Cosa? Cosa?» domandò Luisa.

«Il vecchio somaro... tutta colpa sua,» tradusse
Mirella.

Ed ora il capitano si curvava, guardandosi gli
stivali.

«Cosa dice? Dimmi cosa dice —»

Chérie interpretò: «Dice che vuol levarsi dai
piedi il fango e il sangue —»

«Il fango — e il sangue!... Ma no — ma tu
fraintendi —»

Mirella saltò su: «No, no! Ha proprio detto
così. *Koth und Blut* — fango e sangue.»

[pg!85]
Un languore mortale come di deliquio colse
Luisa: le parve di sentire sollevarsi il pavimento,
poi affondarsi e crollare sotto di lei.

Ora Von Wedel aiutava il capitano a togliersi
la tunica, traendogli il braccio sinistro dalla
manica con molte precauzioni.

«Dice che è ferito,» susurrò Mirella.

«Ma che è cosa da nulla,» soggiunse Chérie;
«una scalfittura al braccio...»

Difatti il capitano Fischer, tolta la tunica,
stava rimboccando con molto riguardo la manica
della camicia, scoprendo l'avambraccio piagato
e sanguinante. Anche Von Wedel si chinò
a guardare la ferita scotendo il capo con aria
di grave inquietudine.

Il capitano guardò di sott'occhio Luisa e
le fece cenno col dito di avvicinarsi.

«*Gnädige....* venga qui, per favore.»

Luisa cogli occhi stralunati e la faccia terrea
obbedì.

«Vostro marito è medico, non è vero? Avrete
dunque in casa qualche antisettico.... del lisoformio?
Del sublimato?....»

Luisa fece cenno di sì.

«Allora portatemene, ve ne prego. E un po'
d'acqua, bollita, se ce n'è.»

Luisa si volse senza parlare e lasciò la stanza.

[pg!86]
«Mi pare molto stupida,» osservò Von Wedel
seguendola cogli occhi.

«Mi pare molto bella,» disse il capitano.

Luisa passò davanti ai soldati che affollavano
l'andito. Scese le scale, tenendosi una mano
alla fronte. Aveva le vertigini e le pareva di
camminare in sogno. Sarebbero rimasti qui, in
casa sua, tutta la notte questi uomini? Avrebbero
mangiato e dormito qui? Avrebbero seguitato
a darle degli ordini, ad occhieggiare
Chérie, a spaventare Mirella? Quanto tempo rimarrebbero?
Chissà? Forse una settimana....
forse un mese?...

Luisa entrò barcollando nello studio di suo
marito e accese la luce. Alla vista di quella stanza,
della poltrona di lui, del suo libro ancora
aperto sullo scrittoio, così come l'aveva lasciato
nella precipitosa partenza — Luisa si sentì torcere
il cuore in una morsa d'angoscia. «Claudio...
Claudio!...» singhiozzò. «Torna! Torna
a proteggerci!...»

Ma Claudio era lontano.

Trovò la piccola fiala azzurra delle pastiglie
di sublimato; versò dell'acqua distillata in una
bacinella; poi prese del cotone e un pacco di
garza. Quindi uscì, risalì le scale, passò ancora
davanti alla turba grigia dei soldati, ed
entrò nel salotto.

[pg!87]
Era vuoto. Dove erano andati? dove avevano
portato Chérie e Mirella?

Vacillando, inciampando, come acciecata dal
terrore, Luisa salì i quattro gradini che conducevano
alla sala di ricevimento. Dentro udì delle
voci, ed aprì la porta.

Il capitano Fischer, in maniche di camicia e
senza scarpe, stava sdraiato sul divano; Von
Wedel e Glotz in piedi accanto alla tavola ancora
tutta adorna di fiori per la festa, divoravano
a grandi bocconi dolci, focacce e sandwich.
Avevano gettati i loro elmetti grigi sul
pianoforte; i loro cinturoni ingombravano le
seggiole.

Luisa vide Chérie, tremante e pallida, addossata
al muro in un lontano angolo della stanza.

«Mirella dov'è?» gridò Luisa.

Chérie rispose: «E' andata disopra. Quell'uomo» — e
indicò il capitano — «l'ha mandata
a cercargli delle pantofole. Io volevo andare
con lei, ma non mi hanno lasciata....» La
voce le si ruppe in un singhiozzo.

«Dio di misericordia,» mormorò Luisa, «mi
pare tutto un sogno.....»

Il capitano, vedendo Luisa, si era rizzato a
sedere.

«Ah!» esclamò, «ecco la mia suora di carità!
[pg!88]
La mia dolce Samaritana!» E si alzò e
le andò incontro nelle sole calze e le prese dalle
mani la catinella.

Indi si guardò intorno, incerto dove posarla.
Finalmente tirò a se una poltrona di damasco
e vi depose la catinella d'acqua. «*So gut*,» disse.
«E qui, cosa abbiamo?»

Tolse di mano a Luisa la piccola fiala di sublimato
e ne lesse l'etichetta. — «Perclorato
di mercurio — grammi 1. — Benissimo.»

Aprì la boccetta; fece cadere sul palmo della
mano una delle pastiglie di color rosa vivo, e
la gettò nell'acqua.

«Ed ora, bella signora, volete aiutarmi? Volete
lavare la ferita del nemico? Del nemico...
ammiratore?»

Denudò l'avambraccio e si rimise sul divano,
facendo posto accanto a sè per Luisa. Ma quando
tentò di trarsela al fianco essa si svincolò e volle
rimanere in piedi davanti a lui.

«Ah! la belle Dame sans Merci!» citò ridendo
il capitano.

Luisa aveva immerso il cotone nell'acqua e
si chinava a lavare leggermente il braccio ferito,
allorchè la piccola Mirella entrò portando
in mano un paio di pantofole di suo padre.

Ristette sbigottita sulla porta vedendo sua
[pg!89]
madre, curva sopra il braccio di quell'uomo.
Il piccolo viso le si fece di fiamma. Gettando per
terra le pantofole corse a rifugiarsi nell'angolo
accanto a Chérie, e le nascose la faccia in seno.

«Toh! Toh! la viperetta!» esclamò Von
Wedel con una grossa risata, prendendo un altro
sandwich. «E da bere cosa ci date? Non
questi sciroppi, spero?» additando con disgusto
l'aranciata e la granatina. «Vogliamo dello
champagne! Eh, Glotz? Cosa ne dici? Piper
Heidsieck, Extra Dry.»

«E del cognac,» aggiunse Fischer che stava
esaminandosi il braccio. «Questa graffiatura
mi fa maledettamente male.»

Vi fu un istante di silenzio, indi Chérie facendo
un rapido passo verso la porta, disse:
«Vado a prendere il cognac.»

«Vengo anch'io,» esclamò Mirella.

«No, no, no, no!» rise Von Wedel afferrandole,
ciascuna per un braccio. «Voialtre volete
scappare! Conosco le vostre malizie. Niente
affatto. La viperetta starà qui. E la colombella» — si
chinò col viso vicinissimo a quello di Chérie — «la
colombella verrà con me a farmi vedere
dove si trova il cognac e lo champagne.»

«No! No! voglio venire anch'io!» strillò
Mirella avviticchiandosi al braccio di Chérie.

[pg!90]
«Tuoni e fulmini!» vociò Von Wedel, «che
piccolo scorpione! Qui, Glotz! tienla un po'
ferma — o meglio portala via, che mi dà sui
nervi!»

A queste parole Luisa smise di lavare la ferita
del capitano, e scoppiò in pianto.

Glotz che stava seduto a tavola mangiando
tranquillamente, si alzò, asciugandosi la bocca
in una delle serviette di carta velina. «So io
dov'è la cantina,» disse. «Ci sono passato nella
ronda col signor capitano. Se il signor capitano
permette andrò io stesso a cercare il cognac.»

Von Wedel lo guardò sdegnato. «Cosa t'immischi,
idiota?»

Ma Glotz uscì rapido dalla stanza, senza badare
a Von Wedel che lo ingiuriava sommesso.

Luisa frattanto singhiozzava ancora. Invano
il capitano le accarezzò la guancia dicendole
che a Mirella nessuno avrebbe fatto nulla; essa
continuò a piangere amaramente, disperatamente,
mentre gli fasciava il braccio.

Von Wedel avendola osservata qualche momento
si rivolse a Chérie. «Dimmi un po', che
parentela hai con quella Niobe piangente?»

«E' mia cognata,» rispose Chérie con un filo
di voce.

[pg!91]
«Eh? Cos'hai detto? Non capisco. Parla più
forte,» disse Von Wedel, seduto su un angolo
della tavola e accendendo un sigaro del dottor
Brandès.

«Mia cognata,» ripetè Chérie quasi afona.

«Tua cognata?» Von Wedel soffiò verso il
soffitto una boccata di fumo. «Caruccia!» E le
pizzicò il mento. «Ed io sarò tuo cognato; va
bene? — Ah! ecco lo champagne!» esclamò
vedendo spalancarsi la porta.

Ma non era lo champagne. Era un altro ufficiale,
vestito anch'egli di un'uniforme grigia e
senza alcun distintivo. Era rosso in faccia e tutto
sporco di polvere e di terriccio.

Salutò il capitano, fece un cenno di saluto a
Von Wedel; poi allentò il suo cinturone e buttò
l'elmetto grigio sul pianoforte vicino agli altri.

«Ah! finalmente, Feldmann,» disse il capitano
Fischer. «E così?... Cosa avete fatto?»

«Il mio dovere,» rispose il nuovo arrivato,
con una voce stranamente rauca.

«*Der Pfarrer?*...» chiese Von Wedel.

Il nuovo venuto annuì con un movimento del
capo e torse le labbra in una smorfia di disgusto,
«Già. E anche quel balordo di un boy-scout. — Era
lui,» soggiunse volgendosi a Fischer,
«che aveva sparato contro di voi.»

[pg!92]
«Ma no, non era lui,» ribattè impaziente il
capitano, stringendosi nelle spalle. «Vi ho detto
che era un vecchio.... da una finestra vicino
alla chiesa....»

«Può darsi. Basta; io non ho visto vecchi,
dichiarò il capitano Feldmann.» E questi civili
devono imparare la loro lezione. — Cos'avete
qui di buono?» E girò lo sguardo intorno
alla tavola. «Ho una fame da lupo.»

E ponendo uno sull'altro tre o quattro sandwich,
aprì una gran bocca e li mangiò.

«Infetto villaggio!» osservò poi a bocca piena.
«Potevamo benissimo tralasciare di venirci.»

«Niente affatto,» dichiarò Fischer in tono
severo.

«Basta, non discutiamo su ciò,» ribattè Feldmann.
«Tanto, domattina ce ne andiamo. — C'è
da bere?»

Chérie si era fatta di fiamma. Una sola cosa
aveva afferrato: sarebbero partiti l'indomani
mattina!!... Bisognava dare a Luisa questa
meravigliosa novella! Difatti glielo disse, rapida
e sommessa, in fiammingo.

Luisa che aveva terminato di fasciare il braccio
del capitano si rimise a piangere. Stavolta
erano lacrime di gioia.

[pg!93]
«Queste donne cosa sono?» chiese Feldmann
guardandosi attorno. «Paiono ballerine.»

«Quella,» fece Von Wedel additando Luisa,
«è la Niobe piangente; e quella» — indicando
Mirella — «è la piccola Furia. E questa» — prendendo
Chérie per il polso e tirandola a
sè — «e questa è la mia adorabile cognatina...»

«E questa è la Vedova Cliquot, '85» — interruppe
Glotz, entrando rapido con molte bottiglie
polverose in braccio, e intromettendosi
come per caso tra Chérie ed il suo tormentatore.

Gli uomini rivolsero subito tutta la loro attenzione
ai vini, e mandarono Glotz ripetutamente
in cantina a cercarne dell'altro.

Vollero del Martel; poi vollero del Kirsch;
poi del Pernod. Dopo di che vollero dell'altro
champagne, e degli altri sandwich che Luisa
andò a preparare. Poi vollero il caffè che Feldmann
insistette a voler fare lui stesso sopra
una lampadina a spirito. Rovesciarono la lampadina
sulla tovaglia, e i tovaglioli di carta velina
presero fuoco. Allora li gettarono per terra
e li spensero calpestandoli nel tappeto.

Von Wedel sedette al pianoforte e cantò:
«Traum durch die Dämmerung» mentre il capitano
con lamentìo fioco faceva il coro. Quindi
[pg!94]
Feldmann recitò una poesia. Essendo completamente
briaco, dovette chiamare Glotz e mettergli
un braccio intorno al collo per poter reggersi
in piedi; coll'altro braccio gesticolava, accompagnando
le parole:

   | *«Liebe Mutter, der Mann mit dem Kox ist da!*
   | *Schweig still, mein Sohn, das weiss ich ja.*
   | *Hab' ich kein Geld, hast du kein Geld,*
   | *Wer hat denn den Mann mit dem Kox bestellt?...»*

Fragorosi applausi accolsero questa declamazione:
Glotz soltanto, calmo ed impassibile,
col braccio di Feldmann avvinghiato al suo
collo, rimaneva immobile e taciturno guardando
davanti a sè con espressione vacua.

Da un pezzo non parevano badare più affatto
alle tre donne, raggruppate insieme nell'angolo
più lontano della stanza. Ma se appena
queste tentavano muovere un passo verso la
porta, subito Von Wedel, con un balzo delle
lunghe gambe, le fermava.

«Non si esce di qui. No, no, caruccie mie!
Non si esce di qui!»

E a un dato momento, fermando su di loro
lo sguardo ebbro e fluttuante dei chiarissimi occhi,
andò alla porta, la chiuse, ed intascò la
chiave.

Allora le tre creature spaurite si avviticchiarono
[pg!95]
più strette l'una all'altra e susurrarono colle
pallide labbra: «All'alba!... All'alba, andranno
via!...»

Ma l'alba — ahimè! — era lontana ancora.

A un dato momento il capitano Fischer sbadigliando
disse ch'era tempo di andare a dormire;
ma gli altri protestarono con alte voci bestemmiando
e dicendogli che era un vecchio gufo.
Fischer allora spiegò molto verbosamente
che la disciplina militare non li autorizzava a
chiamarlo un vecchio gufo. E chiamò anche
Luisa a testimonio che lo avevano chiamato un
vecchio gufo...

Ma in mezzo al suo discorso Feldmann si mise
a cantare a squarciagola: «Gaudeamus igitur»,
e poichè il capitano non riusciva più a
sentirsi parlare, finì col cantare anche lui.

«Su, tortorella, su!» esclamò Von Wedel avvicinandosi
con grandi passi barcollanti a Chérie
e reggendo due bicchieri colmi di champagne
nelle mani. «*Brüderschaft trinken!* Devi
bere alla fratellanza con noi.»

E le spinse in mano uno dei bicchieri, rovesciandole
il biondo vino per tutta la veste.

«Così,» — la tenne ritta di fronte a lui — «Ora
prendimi a braccetto, là, in faccia a me!» — infilò
il suo braccio sinistro sotto il braccio
sinistro di lei, ed alzò il bicchiere nella destra.

[pg!96]
Chérie si svincolò ansando e si rifugiò dietro
Luisa. Ma l'uomo la riafferrò brutalmente per
il braccio.

«Obbedienza!» ruggì stralunando gli occhi
torvi. «Adesso canterò: «*Lebe, liebe, trinke,
schwärme* — e tu sta attenta. Quando arrivo alle
parole «*froh mit mir*» devi battere tre volte
il tuo bicchiere contro il mio. Hai capito?»

«Lasciatemi! ve ne prego! Ve ne prego!»
pianse Chérie.

«*Froh — mit — mir!*» ripetè lui dondolandosi
sui piedi e fissandola truce traverso le palpebre
semichiuse.

E cantò:

   | *«Lebe, liebe, trinke, schwärme*
   | *Und erfreue dich mit mir.*
   | *Härme dich wenn ich mich härme*
   | *Und sei wieder*
   |   *froh —*
   |     *mit —*
   |       *mir!»*

Alle tre ultime parole cozzò il suo bicchiere
contro quello di Chérie.

«Bevi!» comandò con voce terribile. «Se
non bevi è un insulto che fai all'armata tedesca;
un insulto che va punito.»

[pg!97]
Con un singhiozzo Chérie si portò il bicchiere
alle labbra.

Luisa piangeva torcendosi le mani. «Vili...
vili....» gridava; mentre Mirella avvinghiata alle
sue vesti fissava con occhi sbarrati la scena.

Il capitano Fischer guardò di sottocchi Luisa.

«Mia Samaritana....» balbettò colla lingua
già spessa; «mia suora di carità...»

Si alzò e le si fece vicino con un ebete sorriso.
Mirella si scagliò contro di lui come una
piccola selvaggia.

«Andate via!» strillò. «Andate via!».

Il signor capitano la prese senza brutalità per
le esili spalle.

«Le piccole bambine....» borbottò, «a quest'ora...
devono essere a letto. Le mie bambine
sono già a letto da un pezzo.»

Luisa torse le mani convulse. «Vi supplico,
vi supplico! Abbiate pietà di noi! Lasciateci
andar via.... La casa è vostra, ma lasciateci andar
via...»

L'ufficiale la guardava con aria istupidita, arricciandosi
i baffi grigi. «E dove volete andare?»
domandò.

«Nelle nostre camere,» balbettò Luisa.

«Ma non ne avete voi di camere!» fece il
capitano, con un sorriso ambiguo. «Sono nostre
[pg!98]
le camere!» E piegandosi in avanti e spalancando
gli occhi, la fissò in modo assai significativo.

Luisa si guardò selvaggiamente attorno, come
un povero animale preso in trappola.

Essa vide Von Wedel e Feldmann che tenevano
in mezzo a loro Chérie e la forzavano a
bere nei loro bicchieri; vide Glotz che si girava
e rigirava sullo scanno del pianoforte, imbambolato
ed impassibile; e vide quest'uomo di fronte
a lei che si sporgeva avanti, che ammiccava lubrico
e suggestivo — così vicino che essa ne sentiva
in faccia l'alito caldo ed acre. Il nemico!
Era il nemico. L'uomo dai piedi imbrattati di
fango e di sangue.... ecco, egli tendeva la mano....
la toccava!

Allora Luisa cadde in ginocchio e trasse giù
a ginocchi anche la piccola Mirella. Tendendo
in alto le mani giunte, levò su di lui il volto rigato
di lagrime.

«Le vostre bambine — voi avete delle bambine
a casa vostra — ebbene, sono a letto, le
vostre bambine! Dormono!... Sono al sicuro...
Sono sane e salve, ben chiuse nella loro casa. — Che
Dio ve le guardi! Che Dio ve le protegga!
Ma voi, oh! abbiate pietà! Proteggeteci!
Abbiate cura di noi!... Siate buono — siate
[pg!99]
buono!» E cadde prona davanti a lui colla testa
a' suoi piedi, mentre la piccola Mirella, con
rapide lacrime che le scorrevano per il sottile
viso alzava lo sguardo implorante su di lui e
gli toccava la mano colla piccola mano tremante.

Egli abbassò lo sguardo su quelle due figure
inginocchiate ed aggrottò le ciglia.

Sì... è vero... Aveva pure a casa sua, in Mainz,
tre piccole bambine, tre buone bambolette bionde.
Eh, sì! Bene per loro che erano a Mainz e
non nel Belgio. Ma per Dio! Erano delle bambine
tedesche, quelle; mentre questa gente qui — Nemici
erano... erano belligeranti. Borghesi,
se si vuole, ma tuttavia belligeranti.

Il suo sguardo si abbassò su quel capo di donna
curva ai suoi piedi, su quella testa bruna,
su quelle esili spalle in sussulto.... Poi i suoi occhi
si volsero e si fermarono sul bianco viso infantile
che la bambina levava su di lui.

«Belligeranti....» brontolò; e tosto fece un
cipiglio più che mai fosco ed arcigno. Poi d'un
tratto il volto gli si contrasse; ebbe negli occhi
un tremolio annebbiato.

«Via dunque!» ordinò con voce secca e rauca. «Via!
Via subito! tutt'e due! Andatevene!
Nascondetevi. In cantina — in soffitta — dove
[pg!100]
volete... Non andate fuori. Le strade sono piene
di soldati ubbriachi. — Via!»

Luisa gli gettò le braccia intorno ai ginocchi
e glieli baciò; gli baciò i piedi, nelle pantofole
di Claudio, benedicendolo e piangendo di gratitudine;
e Mirella sorrideva col serafico volto
ancora inondato di lacrime e diceva: «Grazie!
Grazie! Grazie!...» senza neppur sapere di che
cosa lo ringraziasse.

«Ma — e Chérie?» Luisa ansante si volse a
guardare quella figuretta, smarrita e piangente
nella sua bianca veste, in mezzo ai due lubrici
uomini briachi. «Non possiamo lasciarla....»

«Portatela via con voi!» disse Fischer, e
traversando con passo risoluto la camera, prese
Chérie per un braccio e l'allontanò dai due
uomini.

«Ma come? Ma cosa fate, vecchio libertino?»
urlò Feldmann con una grossa risata. «Si può
sapere quante ne volete, voi? Non ve ne bastano
due, vecchio porcospino che siete? Per tutti
i diavoli! Questa qui la lascerete stare!»

«La lascerete stare anche voi altri,» tuonò
il capitano. «Io le ordino di andar via.» E Fischer
corrugò selvaggiamente le sopracciglia
tentando di ristrappare Chérie alla stretta di
Feldmann e di Von Wedel.

[pg!101]
«Olà! siete impazzito?» disse Von Wedel
andando vicinissimo a Fischer e guardandolo
dall'alto in basso con fare provocante e minaccioso.

«Ho detto di lasciarla stare,» sbuffò il capitano;
«questi sono i miei ordini. E voi, tenente
Von Wedel, se non mi ubbidite dovrete
rispondere a chi di ragione.»

«Vecchio scimmiotto! Vecchio cammello ammuffito!»
urlò Von Wedel. «Ah! ne dovrò rispondere,
io? Ma se siete ubbriaco, voi! Ubbriaco
fradicio. E sono ubbriaco anch'io. E me
ne infischio di voi e dei vostri ordini.»

E strappando il braccio di Chérie alla stretta
di Fischer, lo spinse violentemente all'indietro.

«I vostri ordini....» balbettò l'inebbriato Feldmann,
pronunciando a stento le parole e poggiando
la sua mano sulla spalla stessa di Fischer
per tenersi ritto, «i vostri ordini.... contraddizione
diretta con altri ordini... ordini superiori....
che abbiamo ricevuti. Vero?... eh,
Von Wedel?» E tentennò la testa, strizzando
l'occhio a Fischer. «Sigillo della Germania....
da imprimersi sul paese nemico.... Sigillo della
Germania.... Andatevene. Non venite qui a seccarci.»

[pg!102]
«Non fate il vecchio cammello,» soggiunse
Von Wedel col braccio intorno al collo di Chérie,
che vacillava, livida, tramortita, cogli occhi
semispenti.

«*Vae victis!* Se non siamo noi, sarà qualcun
altro.» E additando Glotz: «Sarà quello scimunito
lì! Guardatelo! Guardatelo già tutto arzillo
ed aspettante! *Arrectis auribus!*... Vero,
Glotz?... O allora saranno i nostri soldati ubbriachi,»
e additò la finestra infranta, nera breccia
aperta sul buio della notte. «Li sentite?...»

Fischer ascoltò. Di fuori i soldati mugghiavano
«*Die Wacht am Rhein*.»

Il ragionamento di Von Wedel gli parve persuasivo.

«*Vae victis!*» sospirò, ingurgitando un altro
bicchiere di cognac e sogguardando di traverso
Luisa che seguiva con occhi stralunati ogni sua
movenza. «Se non io.... Glotz.... o qualcun altro....
soldati ubbriachi....»

S'avanzò barcollando verso di lei che si aggrappava
disperatamente alla porta. «Guai ai
vinti, mia povera donna!... Sigillo della Germania....
ordini superiori.... — Perchè dovrei
fare il vecchio cammello?...»

.. clearpage::

[pg!103]

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PARTE SECONDA

[pg!104]

[pg!105]




VI.
===


E' piacevole cosa, in un mite pomeriggio settembrino,
starsene seduti nella verde quiete di
un giardino in Inghilterra. Piacevole è sorseggiare
il thè e discorrere del tempo e della guerra,
mentre i passerotti avventurosi vi saltellano
vicini sull'erba vellutata, e una lieve brezza vi
porta, misto a un profumo di reseda, il lontano
alito del mare.

Così pensavano nella loro anima pacata le
due sorelle, Miss Jane e Miss Julia Corry, volgendo
intorno gli occhi azzurri, sereni, soddisfatti
a mirare i prati, i passerotti, il servizio
d'argenteria, i crostini imburrati, e la loro
migliore amica Miss Lorena Marshall, venuta
da Harrow a prendere il thè con loro e di cui le
serene pupille brune riflettevano la stessa pacata
felicità.

[pg!106]
Tutte e tre avevano, sotto alle ravviate chiome
grige, il viso ancora giovane; tutte e tre avevano
entro il severo petto verginale un cuore
impressionabile e tenero; tutte e tre avevano attraversato
l'esistenza, contegnose ed impeccabili,
senza deviare mai dalla più rigorosa anglosassone
convenzionalità.

Erano sublimemente ingenue, divinamente caritatevoli,
e inflessibilmente austere.

«E' piacevole cosa, invero,» ripetè Miss Julia
colla sua voce in falsetto un po' querula.
Essa era la più giovane delle tre — aveva appena
quarantacinque anni — e sua sorella e l'amica
la trovavano di vedute assai moderne.
«Ammetto che anche sul Continente non si sta
male, se si passa l'estate nella Svizzera e l'inverno
a Montecarlo —»

«Oh! Julia, cosa dici!» interruppe scandolezzata
Miss Jane. «Perchè parli di Montecarlo?
Se non ci siamo rimaste che un quarto
d'ora?»

«Tanto peggio!» ribattè la ribelle Miss Julia.
«Dovevamo rimanerci di più. Il mare era
di un'azzurrità di sogno, e le *toilettes* di quelle
donne! — una rivelazione! Tuttavia, come dicevamo,
l'Inghilterra resta pur sempre....»

Noi tutti sappiamo ciò che resta sempre per il
[pg!107]
cuore delle inglesi l'Inghilterra. E nell'enumerazione
dei pregi e privilegi di quella beata
isola sarebbe trascorso piacevolmente tutto il
pomeriggio, se non veniva Barratt, il domestico,
ad annunziare l'arrivo di altre visite.

Era Lady Mulholland e sua figlia Kitty che
giungevano in dog-cart da Windford, ed ora
s'affrettavano attraverso il prato, colle gonne
fruscianti, i cappelli infiorati e le velette di trina
al vento.

Si rifece il thè per loro ed esse portarono la
loro nota nuova alla conversazione.

«Figuratevi che siamo state a trovare la signora
Davidson,» disse Kitty.

«A proposito, non pensate anche voi di prendervi
in casa qualche profuga?» chiese Lady
Mulholland a Miss Jane. «I Davidson ne hanno
presa una.»

«Ma come! I Davidson ne hanno presa una?»
esclamò Miss Marshall.

«I Davidson ne hanno presa una!» fecero
eco Miss Jane e Miss Julia Corry.

«Sicuro,» disse in tono un po' sarcastico Lady
Mulholland. «E mi pare che se loro si permettono
di tenerne una in quella meschina casa
che hanno, ce lo potremmo permettere anche
noi.»

[pg!108]
«Già; sono di gran moda oggi i rifugiati,»
osservò Kitty a Miss Lorena Marshall. «Tutte
le migliori famiglie ne hanno.»

«Sì, ma via! I Davidson!...» esclamò Miss
Marshall. «Come mai possono permettersi questo
lusso?»

«Hanno licenziata la cameriera,» spiegò
Lady Mulholland, «e fanno fare da sguattera
a questa povera donna belga.»

«Che a casa sua,» saltò su a dire Kitty, «era
una signora dell'aristocrazia. Molly Davidson
mi ha assicurato che è veramente una gran dama!
Marchesa, contessa, o che so io.»

«Già;» soggiunse sua madre. «Mi hanno
anche detto che i letti li rifà molto male.»

«Povera creatura!» sospirò Miss Jane.

«Secondo me,» proseguì Lady Mulholland,
«è assurdo che i Davidson si diano il lusso di
avere una contessa forestiera a rifare i loro letti,
mentre noi, che abbiamo delle discrete entrate
e delle case decenti, stiamo a guardare. — Grazie,
cara, due pezzi di zucchero. — Difatti,
oggi ho scritto al Comitato offrendo ospitalità
ad una famiglia di due o tre persone.»

«Quanto sei generosa!» esclamò Miss Jane;
e Miss Julia fece una timida carezza alla mano
grassoccia di Lady Mulholland che reggeva la
tazza di thè.

[pg!109]
«Noi altre, a dir vero, non ci avevamo ancora
pensato,» si scusò Miss Jane. «Ma se possiamo
in qualche modo soccorrere queste infelici,
lo faremo con molto piacere.»

«Oh, certo! Siete così angeliche!» esclamò
l'impulsiva Kitty, circondando d'un braccio robusto
le rigidette spalle di Miss Jane e schioccandole
un bacio sulla guancia.

Miss Jane arrossì di piacere.

«E allora, che passi si fanno per avere una
di queste profughe?» chiese Miss Lorena Marshall.
«Anch'io potrei trovar posto per qualcuna
in casa mia. Anzi, non mi spiacerebbe affatto.
Sono lunghe le serate per me che vivo
sola; e riprenderei volentieri un po' di conversazione
francese.»

Lady Mulholland, a cui ella s'era rivolta, indugiò
alquanto a rispondere; quindi in tono
piuttosto asciutto disse: «Potete scrivere al Comitato
per i rifugiati, a Kingsway; oppure al
Consolato Belga.» Vi fu una pausa. «I Davidson
devono averla avuta dalla Lega pel suffragio
femminile. La prevengo però,» soggiunse
guardando con occhio frigido la signorina Marshall,
«che il Comitato, a quanto mi si dice, è
particolarmente rigoroso. S'informa per filo e
per segno sul conto di coloro che vogliono i
[pg!110]
profughi. Non li manda, così, a chiunque ne
faccia domanda.»

Vi fu un nuovo silenzio; quindi Lady Mulholland
e sua figlia si alzarono e presero commiato.

A Miss Julia, che le accompagnò fino al cancello,
la signora osservò a bassa voce: «Ma
guarda un po' che impertinenza! Quella Miss
Marshall che ha il coraggio di voler prendersi
in casa una profuga! Lei!... Col suo passato!»

«Che passato?» chiese stupita Miss Julia,
spalancando gli occhi cilestri un po' sbiaditi.
«Che cosa dici mai?!»

«So ben io cosa dico,» ribattè l'amica con
una crollata del capo che fece fluttuare ai venti
il velo di trina bianca. «So ben io!... cara Julia,
credimi: quando si vive tanto tempo all'estero» — e
Lady Mulholland scosse vicino al naso di
Miss Julia un indice sapiente e ammonitore — «c'è
sempre qualche cosa sotto! Qualche gatta
che ci cova. — Dunque addio. Vi aspetto
mercoledì al thè in casa mia.»

E la gentildonna salì in carrozza seguita dalla
sorridente Kitty, lasciando Miss Julia muta ed
esterrefatta sotto gli alberi del suo giardino.

Dopo qualche istante di dolorosa riflessione
Miss Julia ritraversò il giardino colla fronte
pensosa e l'animo turbato. Ma come! Nè lei
[pg!111]
nè sua sorella si erano mai preoccupate del passato
di Miss Lorena Marshall. Era prudente
questo?

Miss Marshall a vero dire non evocava per
nulla l'idea di un passato; tanto meno di un
passato esotico, che alla mente di Miss Julia e di
Miss Jane si associava vagamente a un terribile
libro intitolato — «Pour lire au bain» — che
era loro capitato in mano, ed a certi lochi infernali
chiamati Bullier e Tabarin.

No; il pudico cappellino nero, correttamente
assiso sulla capigliatura color pepe e sale di Miss
Marshall non mostrava invero la più lontana
parentela con quei folli «petits bonnets» che si
buttano al disopra dei mulini in un momento
di giovanile ebbrezza. Le sue solide scarpe a
tacco basso e punta quadra respingevano risolutamente
ogni idea che il piede così giudiziosamente
calzato avesse potuto un tempo scendere
danzando la fiorita china del peccato.

«Secondo me, è una malvagia e crudele calunnia,»
mormorò Miss Julia; e appena fu sola
con la sorella gliene parlò.

Anche Miss Jane respinse sdegnata l'ingiuriosa
insinuazione, e quando nella serata il Reverendo
Smyth, curato di Pinner, venne per
discutere con loro i preparativi di un imminente
[pg!112]
concerto di beneficenza, le due sorelle confidenzialmente
chiesero la sua opinione. Da quanto
tempo conosceva egli Miss Marshall? Ne aveva
udito parlare prima ch'essa venisse a Pinner?
Gli pareva possibile ch'ella avesse un passato?
Un passato.... continentale?

Il giovane Reverendo sorrise, e disse che secondo
lui tale sospetto era ridicolo e poco caritatevole.

«Lei dirà, caro Mr. Smyth,» disse Miss Jane,
«che mia sorella ed io siamo due zitellone noiose,
dalle idee ristrette —» il curato fece un gesto
di cortese protesta.

«Già; bisogna compatirci. Siamo zitellone
noiose dalle idee ristrette,» ripetè Miss Julia.

Era questa una frase prediletta dalle due signorine
Corry; la dicevano ad ogni istante — un
po' per farsi contraddire e un po' per una
specie d'umiltà che sta assai vicina all'orgoglio.
Non era già un segno d'indubbia superiorità
il riconoscersi dei difetti? E poi questa «ristrettezza
d'idee», non è quasi sinonimo di «nobiltà
d'idee,» quando significa il giusto aborrimento
d'ogni volgarità e sconvenienza?

-----

Quando, il mercoledì seguente, le due signorine
Corry andarono a rendere la visita a Lady
[pg!113]
Mulholland trovarono la sala di ricevimento piena
di gente. Tutta Pinner e Hatch End e Harrow
si dava convegno ai thè di Park House.

Le due sorelle entrarono, un po' timide; Lady
Mulholland, molto circondata e prodigandosi
a tutti, le accolse con distratta gentilezza. Kitty,
gaia e affettuosissima, offrì loro con premura
il thè.

C'erano anche le Davidson. («Che pessimo
gusto hanno nel vestire,» osservò Miss Jane a
Miss Julia; «nessuno porta il raso per l'afternoon
tea!») Madre e figlia Davidson formavano
il centro di un gruppo di persone, e, rosse in
viso, stavano narrando la serie di guai avuti
con la loro profuga contessa belga.

«Anzitutto non era affatto contessa,» diceva
Dolly Davidson, con broncio puerile.

«E poi non era nemmeno belga,» soggiunse
la povera signora Davidson, scotendo il capo
piumato. «Mi stupisco che la Lega per il Suffragio
Femminile ce l'abbia mandata. Figuratevi
che ci confessò, partendo, d'essere una artista
di varietà, nata a Linz! E non sapeva parlare
che il tedesco e lo czeco. Dire che noi abbiamo
sempre creduto che parlasse fiammingo!»

Le ascoltatrici dissimularono appena sotto
un'apparenza di lieve commiserazione i loro sorrisi
[pg!114]
di giubilo. Ah, che meritata lezione! Ma
come?! Questa insignificante Clara Davidson
(Davidson padre aveva qualche oscuro impiego
nella city) si era data tante arie con quella sua
contessa! Ed ecco che doveva confessare d'aver
ospitata una canzonettista austriaca!

«Mia povera cara amica!» esclamò Lady
Mulholland. «Come avete fatto a liberarvene?»

«Ma...» balbettò la infelice signora Davidson
arrossendo, «venne un uomo — un brutto tipo — a
cercare di lei tardi l'altra sera, e fecero
molto chiasso in anticamera. Non so se litigavano
o altro...»

«Poi sono andati disopra tutt'e due,» aggiunse
la loquace Dolly Davidson. «La mamma
ha mandato su Reggy a chiamarli.» Reggy,
un torpido adolescente che in quel momento aveva
la bocca piena di torta, arrossì — «per
dire che dovevano scendere e andar via subito.
Ma Reggy rimase su, e quando sono salita io a
cercarlo l'ho trovato che guardava dal buco della
chiave.»

«Non è vero,» borbottò Reggy.

«Basta; abbiamo dovuto chiamare un policeman,»
concluse rapida la signora Davidson.
«E' stata una cosa veramente spiacevole.»

Il penoso silenzio che seguì fu rotto da Lady
Mulholland.

[pg!115]
«Confesso,» disse, «che non è senza trepidanza
ch'io attendo l'arrivo dei miei profughi.»

«Quanti ne aspetti, cara?» chiese Miss Julia
Corry.

«Quattro,» rispose lugubre Lady Mulholland.
«Se potessi mandare un contrordine!...»

«Ah, no!» esclamarono in coro tutte le amiche.
«Una volta che le hai invitate devi accettarle.»

-----

Arrivarono difatti il giorno seguente: una
madre, magra e insignificante, due ragazzotti
taciturni e grassi, e una ragazzina dall'aria furba,
con due occhi vividi da furetto.

Si chiamavano Pitou.

Dal giorno che avevano abbandonato la patria,
la casa e i beni — questi consistevano in
un piccolo Restaurant in un'oscura viuzza di
Bruxelles esalante un effluvio perenne di ragoût
di montone — i quattro esuli non si erano trovati
troppo male.

Appena sbarcati in Inghilterra avevano appreso
ch'erano degli eroi. Erano stati acclamati,
insieme ai loro compatrioti, quali salvatori d'Europa.
Con stupore non disgiunto da compiacenza
avevano ascoltato i discorsi pronunziati in
loro onore, nei quali si assicurava che la riconoscenza
[pg!116]
del mondo intero non avrebbe mai
ripagato il debito che la civiltà aveva contratto
verso di loro.

Non c'era quindi da stupirsi se questi profughi — come
molti altri — accettavano come
di diritto e colla massima naturalezza tutto ciò
che veniva loro offerto.

Mangiavano tutto il giorno — e nella notte
tenevano accanto al letto dei biscotti che all'indomani
buttavano via. Esigevano burro e marmellata
a tutti i pasti; mettevano zucchero nel
vino e acqua di fior d'arancio nel latte; si lagnavano
assai che il caffè non era buono.

Se faceva freddo si mettevano sulle spalle il
mantello di lontra di Lady Mulholland e le sciarpe
di seta di Kitty. Parlavano poco, e sempre
a bassa voce tra di loro.

Passavano gran parte della giornata nel salotto,
sdraiati in poltrona a sfogliare le riviste
illustrate. Scrivevano molte lettere e prendevano
i francobolli dal cassetto della scrivania di
Lady Mulholland.

Non ringraziavano mai di nulla.

Perchè avrebbero dovuto ringraziare?

Non avevano forse salvato l'Europa? Se non
erano loro, dove sarebbe a quest'ora il mantello
di lontra di Lady Mulholland? Se non era il
[pg!117]
Belgio a quest'ora sui divani di casa Mulholland
si sdraiavano gli Ulani; e verrebbero gli Ussari
della Morte a mangiarsi le conserve di casa
Mulholland, a servirsi di francobolli e a criticare
il caffè. *Comment donc!*

E non avevano essi, Pitou, per salvare l'Europa,
abbandonato tutto? La patria? La casa?
Gli affari?...

Ben presto il meschino Restaurant nel Passage
de la Pompe assunse nei loro appassionati
ricordi una magnificenza e un fasto di Grand
Hôtel. *Le souvenir, cet embellisseur*, con un
rapido gioco di prestidigitazione ne cancellava
la sudicia insegna, faceva sparire candele, limoni,
sardine e mosche dalla vetrina d'entrata,
costruiva qualche piano di più, una facciata a
colonne, e riempiva l'imponente fabbricato di
clienti ricchi e titolati.

«A proposito, come si chiamava il vostro
Hôtel?» chiese un giorno Lady Mulholland.
«Noi, andando a Spa, abbiamo pernottato a
Bruxelles; e mi ricordo che abbiamo alloggiato
in un eccellente Albergo. Il Britannique, o il
Métropole, o qualche cosa di simile.»

Madame Pitou si rivolse con un sospiro a sua
figlia che soleva fare da interprete:

«Toinon, dille tu il nome del nostro albergo,»
sospirò. «Traducilo dal francese.»

[pg!118]
E Toinon tradusse: «Ristorante Al Gaio Anatolio
o Alla Lepre Saporosa.»

«No; non Ristorante — Hôtel» corresse Madame
Pitou. «Hôtel *Alla Lepre Saporosa*.» E
sospirò profondamente.

Indi soggiunse: «Toinon, avvisa questa gente
che vogliamo un potage aux poireaux per
questa sera. Io non voglio nè posso più ingurgitare
quelle brodaglie nere che in questo paese
si ha il coraggio di chiamare minestra.»

[pg!119]




VII.
====


Ben presto in Pinner l'entusiastica infatuazione
per i profughi si calmò. Lo slancio di generosità
esagerata cadde; e quando nelle case
si riunivano le signore a lavorare per i soldati,
e a raffrontare i Belgi da loro ospitati, si notava
una mal celata amarezza in coloro che ne
avevano in casa, e un tono di sorridente compatimento
da parte di chi non ne aveva.

Si parlava dei profughi quasi come di una
malattia; un estraneo avrebbe potuto credere
che si trattasse degli orecchioni o delle febbri
malariche.

«Pare dunque che la povera Lady Osmond
li abbia.»

«Ma davvero?»

«Sicuro. Ed anche la povera signora Whitaker.»

«La signora Whitaker? E' possibile?»

[pg!120]
«Li ha, li ha, ve l'assicuro io. E mi dicono
che ne soffra assai.»

«Poveretta! Bisognerà ch'io vada a trovarla,»
disse Lady Mulholland, in tono di sincera
commiserazione.

Ma in quello stesso pomeriggio capitò da lei
precisamente la signora Whitaker.

«Ah, mia povera, cara Teresa,» cominciò
Lady Mulholland afferrandole le mani e stringendogliele
con eloquente simpatia. «Come
stai? Come ti senti? Ho saputo che anche tu...»

«Già, già,» e la signora Whitaker ritrasse
un po' stizzita la sua mano. «Te l'hanno detto
che li ho anch'io.» Vi fu un istante di silenzio.
«Te lo confesso, non me li aspettavo lugubri a
tal punto.»

«Lugubri?» esclamò Lady Mulholland. «Se
non è che questo....»

«Ti accerto che basta,» sospirò la signora
Whitaker. «Non puoi fartene un'idea. Sono
tre creature d'incubo.....»

Ma Lady Mulholland subito si lanciò in una
lamentosa narrazione delle proprie pene. «Mia
cara, si fanno prestare tutti i tuoi vestiti? Adoperano
tutta la tua carta da lettera? Comandano
loro il tuo pranzo? Danno ordini alla tua
servitù? Se no, non lamentartene.
[pg!121]
Figurati» — continuò fremente di sdegno — «la mia cuoca — una
perla! — mi ha dato adesso gli otto
giorni. E perchè? Perchè la mia profuga, Madame
Pitou, si è permessa di andare in cucina
alle quattro del pomeriggio a farsi un timballo
di riso coi funghi.»

«Possibile? Ah, mia povera Lucy!» disse la
signora Whitaker scotendo il capo e dissimulando
un sorriso. «No, questo le mie non lo
fanno. Si accontentano di star sedute negli angoli,
mute, immobili, spettrali, come tre fantasmi.
Un giorno che avrai tempo le verrai a
vedere.»

«Posso venire anche subito,» disse Lady
Mulholland con alacrità. «Ma sono convinta che
i miei Pitou sono mille volte peggiori.»

Sparì, e tornò quasi subito pronta ad uscire;
e con un'ultima raccomandazione a Kitty di
non permettere ai Pitou di far cucina in salotto
uscì frettolosa accanto alla signora Whitaker.

Presero la scorciatoia traverso i campi e giunsero
in pochi minuti alla Loggia delle Acacie.

«Che lingua parlano?» chiese a bassa voce
Lady Mulholland seguendo l'amica che si inoltrava
rapida sotto i castagni del viale.

«Non parlano affatto,» rispose quella. «E
confesso che avevo proprio contato su di loro
[pg!122]
per far fare alla mia Eva e a Giorgio un po' di
conversazione francese. Era anzi per questo che
le ho prese in casa.»

Si affrettavano pel viale allorchè, dal tennis-court
una graziosa figuretta venne loro incontro,
correndo traverso il prato. Era Eva Whitaker
e la seguiva il fratello Giorgio, bel giovane
in uniforme khaki.

«Ho battuto Giorgio per sei contro quattro!»
gridò Eva Whitaker agitando la racchetta in
segno di saluto.

«L'ho lasciata fare,» spiegò il fratello, «se
no, erano bronci per tutto il giorno.» E il giovane
tese ridendo la mano a Lady Mulholland e
accettò la carezza, piena di affettuoso orgoglio
che sua madre gli fece sulla guancia abbronzata.

«Che bel ragazzo!» mormorò Lady Mulholland;
e in cuor suo si rammaricò di non aver
condotto Kitty, quand'anche i Pitou avessero
approfittato della loro assenza per cuocere, come
già una volta, della testina di vitello in salsa
piccante sul fuoco della sala di ricevimento.

«Ed *essi*.... dove sono?» chiese la signora
Whitaker abbassando la voce e guardandosi
intorno.

«Non lo so,» rispose Eva. «In tutto il pomeriggio
non li ho veduti.»

[pg!123]
«Lo so io,» interpose Giorgio. «Sono laggiù
nel boschetto;» e additò una folta macchia
di roveri a fianco della casa.

«Va a chiamarle, figliolo caro,» disse sua
madre.

«No, grazie,» rispose lui.

«Vado io,» esclamò Eva. E corse traverso
l'erba, scansando le aiuole fiorite e falciando
l'erba colla racchetta.

«Deliziosa creatura,» esclamò con esuberante
entusiasmo Lady Mulholland seguendo cogli
occhi l'agile siloetta. Indi, fermando sulla maschia
figura di Giorgio uno sguardo anche più
ammirativo, ripensò a Kitty. «Bisognerebbe,»
sospirò, «che le nostre care figliole si vedessero
un po' più di sovente....»

La signora Whitaker lanciò sul profilo dell'amica
un'occhiata penetrante. «Furbacchiona intrigante,»
pensò tra sè; e forte disse: «Hai ragione,
carissima. Non appena Giorgio sarà partito
per Aldershot conto di vedere qui tutti i
giorni la tua Kitty.»

«Brutta maligna,» riflette Lady Mulholland;
e ad alta voce rispose: «Verrà con gioia. Si amano
tanto le nostre figliole!»

Giorgio si era avviato dietro alla sorella verso
il boschetto; ma già Eva riappariva — sola.

[pg!124]
«Vengono?» chiese da lontano sua madre.

Eva scosse il capo. «Non vogliono venire.»

«Come mai?» esclamò Lady Mulholland.

«E perchè no?» chiese la signora Whitaker.

Eva si strinse nelle spalle. «Non so perchè.
Ma la più grande ha scosso la testa e ha detto:
«Merci!»

Giorgio rise.

«E te ne stupisci, mamma?» Volse il bel
viso giocondo e schietto verso Lady Mulholland.
«Lei deve sapere che mia madre ne ha
fatto una specie di Esposizione Permanente. Già
tutta la contea di Sussex è venuta a guardarle.»

«Vado a prenderle io stessa,» dichiarò la
signora Whitaker. «Aspettate qui.» E s'avviò
risoluta verso il boschetto. Indi si fermò. «Di
un po', Giorgio! Tu che hai studiato quattro anni
il francese — è un mezzo parigino, sai, questo
figliolo! —» soggiunse all'amica; «insegnami
un po' come devo dire questa frase: «Spero
che mi farete la gentilezza di venire un momento
con me; desidero presentarvi ad una mia
carissima amica che s'interessa tanto alla vostra
sorte.»

Giorgio riflettè alquanto; poi tradusse:
«*Venné.*»

[pg!125]
«Ma come? Basta così?» chiese sua madre.

«Sì, sì; basta,» assicurò Giorgio.

La signora Whitaker si avviò ma Lady Mulholland
la raggiunse.

«Non sarebbe meglio che facessimo entrambe
un giretto in giardino.... passando casualmente
pel boschetto?»

E fecero così.

Giorgio le seguì a distanza, ed Eva gli si attaccò
al braccio; ella era molto superba del suo
bel fratello soldato.

Entrarono tutti nel boschetto, dove tre figure
vestite a lutto sedevano su una panca.

«Misericordia!» esclamò a bassa voce Lady
Mulholland. «Sono macabre davvero. Quasi
quasi mi sembrano peggiori dei miei Pitou.»

Le tre nere figure si levarono lentamente in
piedi; poi stettero immobili e silenziose. Lady
Mulholland si avvicinò sorridente, ma provò subito
uno strano turbamento quando i suoi occhi
incontrarono quei tre paia d'occhi cupi e profondi
che la fissavano senza sorriso. Anche lei
si trovò a fissarli come allucinata.

La signora Whitaker rivolse loro la parola
in inglese, parlando molto forte coll'idea di farsi
capir meglio. Ma pareva che non la udissero.
Certo non fecero alcun tentativo per rispondere
alle sue amabili osservazioni sul tempo.

[pg!126]
Lady Mulholland colpita dal lugubre aspetto
delle tre sventurate stese loro commossa la
mano.

Due di quegli spettri risposero al suo gesto
ponendo per un istante le loro mani inerti e
fredde nella mano di lei. Ma la terza — Lady
Mulholland si accorse con stupore che questa
era una bambina, benchè portasse come le altre
una lunga veste nera — nè si mosse, nè mutò
la fissità dello sguardo impietrito.

Vi fu un silenzio un poco imbarazzante. Allora
Lady Mulholland, facendo la sua più amabile
voce da società domandò: «E così? Come
vi piace l'Inghilterra?»

Nessuna risposta.

La signora Whitaker si volse a suo figlio:
«Giorgio mio, domandaglielo tu in francese.»

Il «mezzo parigino» si fece avanti — timido
come tutti gli inglesi davanti alle donne o al dolore.
Il rossore gli salì alla fronte abbronzata,
tossì e si schiarì la gola. Finalmente domandò
con impeto:

«*S'il vous plaît Londres?*»

Aveva rivolto questa interrogazione alla più
alta delle tre, ma essa lo guardò con occhi trasognati
e parve non capire. Vicino a lei stava la
bambina, ma anche questa nè rispose, nè parve
[pg!127]
avere udito; teneva i grandi occhi sbarrati, fissi
in volto alla sconosciuta signora Mulholland, nè
sembrava accorgersi che altri fossero intorno
a lei.

Giorgio si fece anche più rosso in viso e si
rivolse verso il terzo spettro. Tossì nuovamente,
e ripetè la sua domanda:

«*S'il vous plaît Londres?*»

Allora accadde una cosa strana.

Il terzo spettro — sorrise!

Fu un vero sorriso, un sorriso radioso, un
sorriso a fossette che trasformò subitamente
lo spettro in una fanciulla incantevole.

«*Merci. L'Angleterre nous plaît beaucoup;*»
diss'ella in francese per non offendere il suo
interlocutore. Poi soggiunse in un inglese timido
e corretto: «Abbiamo trovato che Londra
è molto bella.»

«Oh! guarda!» esclamò la signora Whitaker
in tono risentito. «Ma voi sapete dunque
l'inglese?»

E la sua voce esprimeva lo stupore e l'offesa
di chi vede altri adoperare senza suo permesso
una cosa di sua esclusiva proprietà.

«Un poco, signora,» mormorò la giovanetta.
E sotto lo sguardo austero della signora
Whitaker il soave sorriso svanì, le fossette sparvero
[pg!128]
e la fanciulla ridiventò il pallido spettro di
prima.

Le due dame con un cenno di saluto si allontanarono.

Giorgio ed Eva, dopo un momento d'esitazione
e d'imbarazzo, le seguirono.

«Ma guarda che ipocrisia! Che falsità!» esclamò
sdegnata la signora Whitaker. «Non
mi hanno mai detto che capivano l'inglese!»

«Già. Avranno voluto scoprire tutti i vostri
fatti di casa,» commentò Lady Mulholland.

Un mormorio indistinto uscì dalle labbra di
Giorgio. Ma Lady Mulholland si convinse d'aver
frainteso. Impossibile che quel caro ragazzo
avesse detto «Vecchia pettegola!»

In tutti i modi non potè accertarsene, perchè
il giovane senza dir altro era entrato in casa.

«Non credo affatto che siano ipocrite,» asserì
Eva. «Mi sembrano piuttosto intontite, sbalordite
ancora dalle sofferenze, dal viaggio....
Povere creature! Non m'ero accorta che fossero
così giovani. Hai visto, mamma? La più piccola
è proprio una bambina.» Fece una piroetta
sui tacchi ed esclamò: «Io torno da loro a
discorrere un pochino.»

«No!» fece sua madre secca e recisa. «Resterai
qui.»

[pg!129]
Quella sera, allorchè il signor Whitaker tornò
dalla città, la sua diletta figliola Eva aveva molte
cose da raccontargli; e anche Giorgio, che di
solito aveva un contegno piuttosto distratto e indifferente,
degnò interessarsi alla conversazione.

«Figurati! I fantasmi hanno parlato, babbo!»
gridò Eva correndogli incontro nell'anticamera.
Poi, attaccatasi al suo braccio lo
trasse in salotto e lo fece sedere in poltrona.
«Ti assicuro — una rivelazione! Non sono fantasmi!
E te lo dirà anche Giorgio. Sono tutte
giovani; e ce n'è una che è bellissima. Vero,
mamma?»

Ma sua madre non rispose, nè alzò gli occhi
dal lavoro.

Fu il signor Whitaker che parlò.

«Al Comitato mi hanno detto che erano ottime
persone — moglie, sorella e figlia di un
dottore.»

«Misericordia! E sembrano pezzenti!» fece
Eva.

«Sembrano spaventa-passeri,» disse Giorgio.

«Anche il console belga,» continuò il signor
Whitaker, «mi ha detto che erano persone
distintissime. Teresa,» soggiunse guardando
sua moglie, «credo che avremmo dovuto insistere
perchè prendessero i loro pasti con noi.»

[pg!130]
«Ma se ho insistito,» rispose un po' aspra
la signora. «Mi hanno risposto che preferivano
mangiare da sole.»

«E allora rispettiamo il loro desiderio,» concluse
il signor Whitaker, aprendo una rivista
commerciale.

«Ma pensa, papà,» seguitò Eva, issandosi
sul bracciolo della poltrona e carezzando i capelli
un po' radi di suo padre; «pensa! la più
piccola — quella cogli occhi così spauriti — è
sordomuta.»

«Chi te l'ha detto?» chiese la signora Whitaker
alzando gli occhi dal lavoro. «Sua
madre?»

«No; me l'ha detto quell'altra — quella delle
fossette, che parla inglese. Ah! quanto è carina
quella! Vero, Giorgio?»

«Si chiama Chérie,» osservò il fratello.

«Si può sapere chi t'ha detto il suo nome?»
chiese severamente la signora Whitaker posando
in grembo il lavoro e fissando gli occhi inquisitori
sul figliolo.

«Me l'ha detto lei,» rispose questi, senza
scomporsi.

«Te l'ha detto lei?» ripetè sua madre. «Io
non sapevo che tu facessi della conversazione
con quelle donne.»

[pg!131]
«Non ho fatto conversazione. L'ho incontrata
in giardino, l'ho fermata e le ho chiesto: «Come
vi chiamate?» E lei mi ha risposto «Chérie.»
Ecco tutto.»

«Un nome curioso,» osservò il babbo.

«Caro Anselmo; la questione non è lì —»

Ma Anselmo non seppe mai la questione dove
fosse, perchè il sonoro appello del gong li
mandò tutti nelle loro camere a vestirsi per il
pranzo.

Quella sera, dopo il pranzo, Eva andò come di
consueto nel salotto attiguo e aprì il pianoforte;
suo padre, in poltrona in sala da pranzo colle
doppie porte aperte, la vedeva e ne udiva la
musica mentre gustava tranquillamente il suo
bicchiere di Porto e la sua pipa.

«Che cosa ti suono stasera, papà? — Rachmaninoff?»

«No. Quello che hai suonato ieri,» disse il
signor Whitaker accomodandosi meglio nella
poltrona, mentre il domestico sparecchiava silenziosamente
la tavola.

«Ma è precisamente Rachmaninoff, angelo di
un papà,» rise Eva aprendo il magnifico Erard.

Giorgio le si avvicinò e si chinò a dirle qualche
cosa sottovoce.

«Sì! sì!» esclamò Eva. «Dillo alla mamma.»

[pg!132]
«Diglielo tu,» fece Giorgio; e tornò in sala
da pranzo a sedere accanto a suo padre, accendendo
una sigaretta.

La signora Whitaker si fece un poco pregare;
ma Eva, che sapeva essere molto carezzevole
e persuasiva ottenne il consenso chiesto.

Uscì correndo dalla stanza, e ritornò quasi
subito conducendo seco le tre figure nero-vestite;
e poichè queste ristavano esitanti sulla soglia,
essa infilò amichevolmente il suo braccio sotto
quello della riluttante «Chérie.»

«Avanti, avanti! *Venné!*»

E i tre fantasmi entrarono.

Parevano fantasmi davvero con quei tre visi
pallidi, quegli occhi fissi, e l'andatura a scatti
come sonnambule.

Sedettero mute, in fila, lungo il muro. Eva
andò al pianoforte e suonò.

Suonò il preludio di Rachmaninoff.

Quando l'ebbe terminato le tre ascoltatici
nè si mossero, nè parlarono. Allora con arpeggiante
preludio Eva passò alla Barcarola di Godard;
ma la dolce malinconia di quella musica
non strappò alle tre ombre nè un commento,
nè un gesto. Il Carnevale di Schumann non le
rallegrò; nè le commosse la Sonata al Chiaro
di Luna.

[pg!133]
Infine Eva chiuse il pianoforte.

Allora le due più alte si alzarono, s'inchinarono
in silenzio ed uscirono, conducendo per
mano come si conduce una cieca la più piccola,
il cui pallore sembrava ancor più spettrale, il
cui silenzio pareva ancor più profondo del loro.

«Infelici! Infelici!» mormorò il signor Whitaker
seguendole con occhio commosso. «Teresa
mia, guarda che non manchino di nulla.
E quanto a voialtri» volgendosi ad Eva e a
Giorgio «spero che avrete sempre tutti i riguardi
per queste sventurate che abbiamo l'onore
di ospitare. Giorgio,» soggiunse volgendosi
al suo bel figliolo con un cipiglio che intendeva
essere assai severo, «ho notato che tu
le guardavi molto. Non farlo più. La sventura
è sensitiva e non vuole essere osservata.»

Giorgio mormorò che non le aveva affatto
guardate e se ne andò, imbronciato. Eva mise
le braccia intorno al collo del babbo e gli scoccò
sulle guancie quei baci rumorosi ed infantili
ch'egli tanto amava.

«Vero papà, che posso andare da loro a discorrere
un pochino?» gli susurrò.

«E perchè no?»

Eva non aspettò altro e se ne andò correndo
nel momento stesso in cui sua madre alzando
[pg!134]
gli occhi dal suo lavoro domandava: «Che
cosa c'è?»

«Ho mandato Eva a fare un po' di compagnia
a quelle infelici,» disse suo marito. «E'
nostro dovere il cercare di sollevarle, anche
moralmente, quelle disgraziate! Veramente, Teresa,»
sospirò, «non ho mai veduto uno spettacolo
più desolante!»

La signora Whitaker si levò, agitata.

«Dove vai?» le chiese suo marito.

«A richiamare Eva,» rispose la signora.

Il signor Whitaker le prese la mano e la
trattenne.

«Ma che idea, Teresa? Perchè non vuoi che
quella bambina segua gli impulsi generosi del
suo cuore?»

Sua moglie volse verso di lui gli occhi azzurri
e turbati — begli occhi irlandesi che vent'anni
fa a Dublino.... Ma quella è un'altra storia.

«Anselmo, tu non capisci. Eva non è più una
bambina.»

«E che c'entra?»

«C'entra.... Insomma, non voglio che stia
con quelle donne.»

Il brav'uomo si raddrizzò con viso severo.
«Teresa, vuoi ch'io ti creda senza cuore?»

La fronte di lei si colorò fin sotto le morbide
[pg!135]
chiome ancora bionde, pacatamente e rigidamente
divise nel mezzo della fronte.

«Pensa ciò che vuoi,» disse. «Io ti confesso
che a me quelle donne dispiacciono e fanno paura.»
E leggendo lo sdegno e lo stupore nel viso
di lui, continuò:

«Sì, sì! paura. Non so... mi pare che qualche
cosa di sinistro aleggi intorno a loro. Quando
vedo Eva avvicinarle, parlare con loro... mi
vien freddo — come se la nostra figliola entrasse
in un mondo buio e sconosciuto. Ah! che
cosa avranno veduto — che cosa avranno subìto
quelle donne? E tu, Anselmo, vuoi mettere
a contatto di questi sinistri misteri la candida
anima di tua figlia?»

Suo marito la fissava attonito, senza rispondere.

«So che mi credi cattiva, Anselmo; so che
mi credi fredda e senza cuore —»

«Un po' severa lo sei...» disse Anselmo approfittando
subito di questo stato d'animo e di
cose.

«E guai se non lo fossi con voi altri tre,» disse
la signora Whitaker, e gli occhi azzurri lampeggiarono.

Anselmo non osò proseguire su quella via.

«Mi pare che dovresti essere più gentile, più
tenera per queste sventurate.»

[pg!136]
«Lo so. E lo vorrei. Vorrei poter essere gentile
ed affettuosa, vorrei incoraggiare i figlioli
alla bontà verso di loro. Ma c'è qualche cosa — qualche
cosa negli occhi di quelle donne, che
mi fa orrore. E non posso, non posso vedere
Eva a contatto con loro. Non so spiegarti questo
istinto — ma è più forte di me.»

Vi fu un breve silenzio.

«Non ti nascondo,» disse suo marito, «che
a me sembra un istinto egoista e crudele.»

Ella si alzò in piedi e di nuovo una vampa
dolorosa le salì alla fronte.

«Dovremo dunque sacrificare la purezza d'animo
di nostra figlia a queste estranee? Immolare
a loro la sua ignoranza del male? E' possibile
che sia nostro dovere incoraggiare dei rapporti
che potrebbero strappare dai suoi occhi il
candido velo dell'innocenza?»

«Non lo so,» rispose grave il signor Whitaker.
«Mi pare che qui ci troviamo di faccia
ad uno dei mille problemi creati dalla guerra.
Un problema minore se si vuole, ma tuttavia un
problema. Secondo me, una ragazza che oggi
è chiamata a curare i feriti — i feriti nel corpo
e nell'anima — non può più vivere nella bella
e puerile ignoranza d'una volta... La vera carità
non può essere cieca. Per poter compatire
[pg!137]
le miserie umane bisogna conoscerle.» E come,
con un gesto di dolore, sua moglie protestava,
«Teresa,» continuò, «è questo un altro sacrificio
che noi genitori dobbiamo portare in olocausto
alla guerra. Dobbiamo dare non soltanto
la vita dei nostri ragazzi — ma, se ci viene
richiesta, anche la santa innocenza delle nostre
figlie.»

«E' crudele, è crudele!» esclamò la signora
Whitaker.

«Sì. La guerra è crudele. E la vita è crudele.
Ma non aggiungiamo, tu ed io, altre crudeltà
alle umane tristezze!» Egli le posò una mano
affettuosa sulla spalla. «Se per poter fare il bene,
nostra figlia deve conoscere il male — così
sia. Muoia l'incoscienza nel suo cuore, purchè
vi nasca qualche cosa di più nobile — la pietà.»

Vi fu un altro silenzio; un lungo silenzio.

Indi la signora Whitaker prese la mano di
suo marito, e la baciò.

[pg!138]




VIII.
=====


Eva, frattanto, salite le scale, andò a battere
leggermente all'uscio dello studio, trasformato
ora in un salotto per le rifugiate.

Nessuno rispose; ed ella, stette un momento
incerta. Poi udì una voce che diceva tra i singhiozzi:
«Mirella! Mirella!»

Era tale la disperazione in quella voce che la
fanciulla con subitaneo impulso girò la maniglia
e socchiuse l'uscio.

Nel cerchio di luce sotto la lampada, un quadro,
quasi biblico nella sua tragica bellezza, apparve
ai suoi occhi e la fermò incantata sulla
soglia.

La più giovane delle profughe — la pallida
bambina — stava ritta e immobile coi lunghi
capelli che le cadevano lisci e lucenti come acqua
aurata intorno al viso; guardava fissa dinanzi
a sè, rigida come una statuetta di marmo. Prostrata
[pg!139]
a' suoi piedi — e le lunghe vesti nere si
spandevano come un cerchio di lutto intorno a
lei — era la maggiore delle tre, il volto e le
braccia levate in gesto disperato verso la figuretta
immota. Era la sua voce singhiozzante
quella che Eva aveva udito. E in piedi accanto
a loro, tenendo alto tra le mani giunte un piccolo
crocifisso d'oro, l'altra — la giovanetta che
aveva sorriso — pregava: «*Sainte Vierge, aidez-nous!
Mère de Dieu, faites le miracle!*»

Ma immobile, senza udito, senza sguardo, la
bambina per cui le donne pregavano rimaneva
ritta e rigida, cogli occhi spalancati fissi nel
vuoto.

Eva sentì serrarsi il cuore e indietreggiò, richiudendo
piano la porta. Indi, dopo un istante
d'esitazione tornò a bussare, un po' più forte.

Quasi subito una voce tremante rispose:
«*Entrez.*»

Ora erano in piedi tutte e tre, ma la più grande
aveva ancora il volto rigato di lagrime.

«Non vorrei disturbarvi,» balbettò Eva sulla
soglia. «Venivo per restare un pochino con voi.»

La seconda, quella che capiva l'inglese, si fece
subito innanzi con un pallido sorriso riconoscente.

«Grazie, signorina, ne saremo felici.» Ed
Eva entrò e chiuse la porta.

[pg!140]
Vi fu un silenzio; poi Eva, con gesto timido
e rigidetto, stese la mano alla maggiore: «Non
pianga!» disse.

Ah! Come queste parole aprono il varco alle
lacrime! Benchè pronunciate in una lingua
a lei straniera, la dolorante donna le comprese
e il fiotto di pianto risgorgò.

«*Lulù! Lulù! Ne pleure pas,*» scongiurò
l'altra; e volgendosi ad Eva spiegò:

«E' per la sua bambina che piange — la sua
bambina che non vuole più parlarle.»

Eva si sentì stringere il cuore. «E' proprio
muta?» chiese a bassa voce, contemplando quel
visino, serafico e scolorito come un pallido affresco
di Frate Angelico.

«Non sappiamo. Non si riesce a capire.... E'
da più di un mese che non ha mai sorriso e non
ha mai parlato.» La dolce voce della giovinetta
ruppe in un singhiozzo. «Sembra che non ci
oda, che non ci riconosca....» S'avvicinò alla
bambina, e ne carezzò il sottile volto: «*Mireille,
petite Mireille! dis bonsoir à la jolie
dame!*»

Ma Mirella rimase muta, tenendo fissi gli occhi
in qualche cosa che nessun altro vedeva.

Allora anche Eva le si avvicinò e prese tra
le sue la manina inerte della bimba.

[pg!141]
«Mirella,» chiamò piano. Gli occhi azzurri
parvero fluttuare, si volsero per un attimo verso
Eva, ma subito lo sguardo si smarrì di nuovo,
vacuo e vago, nel vuoto.

«Ma che cosa le è accaduto?» chiese Eva
colla gola serrata in un singhiozzo. «Che cosa
l'ha ridotta così?»

«Lo spavento,» rispose breve la giovanetta,
mordendosi le labbra.

E non disse altro.

«Spavento di che?» insistè Eva colla inconscia
crudeltà della giovinezza e del desiderio di
consolare.

«Sono venuti... i nemici... in casa nostra,»
balbettò quella che si chiamava Chérie. «Le
hanno fatto paura....» E di nuovo le sue labbra
tremanti si serrarono mentre una vampata
di rossore le inondava il volto. Poi il colore
svanì, lasciandola d'un pallore cereo con un'ombra
bistrata intorno agli occhi.

«Furono crudeli con lei? Le fecero del male?»
chiese palpitante Eva; e volgendo gli
occhi su quella misteriosa figuretta immobile,
l'animo suo, colpito, realizzò per la prima volta
il significato della parola *guerra*.

«No, no! non le fecero male. A lei non fecero
niente. Ma ebbe tanto spavento —» circondò
[pg!142]
con un braccio le esili spalle della bambina;
e tacque.

«E allora?»

«E allora, perchè gridava, la presero.... e
la legarono.... a una ringhiera.»

«La legarono a una ringhiera?! Che infamia!»
esclamò Eva. «Che crudeltà!»

«Ah, sì! Erano crudeli,» mormorò la fanciulla
e il memore terrore le riapparve negli occhi.
Poi si volse, quasi per cercar rifugio, all'altra
donna, quell'alta e nera figura silenziosa
che fissava con occhi sognanti il fuoco.

«Luisa!» invocò a voce bassa. Ma quella non
si mosse.

«Ma voi,» continuò Eva, appassionata di sapere
di più, «avevate paura anche voi?»

«Sì. Avevo paura.»

«Allora cosa avete fatto? Siete fuggita?»

«Non so... non ricordo. Non ricordo nulla...»
ansò la fanciulla. E tale era il terrore e l'angoscia
in quel giovane viso che Eva non osò chiedere
altro.

«Perdonatemi,» balbettò. «Forse non avrei
dovuto parlare di queste cose... Mi perdonate?...
Ditemi che mi perdonate... *Chérie!*»

[pg!143]




IX.
===


Le placide giornate di settembre passarono;
la tranquilla atmosfera inglese, il sano vitto inglese,
e la saggia ospitalità inglese — che consiste
nel non occuparsi dei propri ospiti, ostentando
piuttosto un completo oblìo della loro esistenza — tutto
concorse a compiere dei blandi
miracoli su quelle tre anime sventurate.

Non già che Mirella ritrovasse la parola; ma
Luisa, giorno per giorno, potè notare con palpitante
cuore il rifiorire del color di rosa su quelle
guancie diafane e vide gradatamente sparire da
quegli occhi l'espressione straziante di terrore.

Mirella non piangeva mai, e non sorrideva
mai. Sembrava vagare nell'ombra della vita,
muta, inconscia e serena.

Ma la vita e la gioia ritornarono frementi e
pulsanti nel giovane cuore di Chérie, rivelandosi
[pg!144]
in tremuli sorrisi, in qualche parola alata
di gaiezza. Presto furono risate trillanti e un
correre per il giardino con passo lesto e leggero....

Sovente accadeva a Luisa, seduta alla finestra
dello studio accanto a Mirella, di lasciar
cadere il lavoro sulle ginocchia per seguire cogli
occhi stupiti la figuretta di sua cognata, che
volava qua e là per il campo del tennis con una
leggerezza di farfalla. Luisa si trovava ad ascoltarne,
sorpresa, la voce dolce e gaia che si era
così presto intonata alla favella inglese.

E l'animo suo si riempiva di meraviglia. Come....
come aveva fatto Chérie a scordare così
presto? Non aveva dunque più pensiero per il
fratello e per il fidanzato, combattenti laggiù
nelle sanguinose pianure d'Ypres? Come, come
poteva essa correre, distrarsi, ridere, mentre
non si avevano notizie nè di Claudio nè di
Florian? Mentre forse — ahimè! — giacevano
entrambi in qualche lontana vallata del Belgio
morti — morti — colle faccie rivolte al cielo.
E come, ah! come mai poteva ella aver scordato
ciò che avvenne in quella notte d'orrore — non
più di qualche settimana fa?

Sovente allora — quasi che un tenero istinto
le parlasse al cuore — Chérie si volgeva improvvisa
[pg!145]
e guardava su. Guardava quei due
pallidi volti incorniciati dalla finestra, tra le foglie
rosso-dorate d'un rampicante autunnale. Allora
gettava via la racchetta e senza una parola
ai compagni di gioco, correva in casa, e su nella
stanza da studio, a gettarsi ai piedi di Luisa
con singhiozzi e un diluvio di lagrime.

«Mirella!... Florian!... Claudio!...» i tre
nomi diletti le sgorgavano dalle labbra in accenti
disperati, e a stento Luisa poteva consolarla,
baciandola, ravviandole i riccioli scomposti,
carezzandole la fronte accaldata e le guancie
lagrimose, e riaccompagnandola alfine ella
stessa in giardino.

Mirella le seguiva, lieve e silenziosa, come
un serafino che camminasse in sogno....

Infine non fu soltanto per consolare Chérie
che Luisa ritrovò in quei primi giorni d'esilio il
suo sorriso. Anche in cuore a lei entrava, timida
ospite, la speranza.

V'erano notizie migliori dal Continente; tutta
Europa era sorta in armi e combatteva con loro
e per loro. Già erano giunte le prime gloriose
nuove della battaglia della Marne. Poi, un giorno,
arrivò un messaggio da Florian!

Apparve nella colonna degli annunci sulla prima
pagina del «Times»; e il signor Whitaker
[pg!146]
stesso — seguìto solennemente dalla signora
Whitaker, da Eva e da Giorgio — volle portarlo
disopra alle loro ospiti.

Nelle brevi righe di quell'annuncio Florian
diceva di essere sano e salvo, di aver veduto
Claudio, che stava anch'egli bene. Dava un indirizzo
al quale li pregava di voler scrivere se
fortuna volesse che questo messaggio cadesse
sotto i loro occhi.

Luisa e Chérie si abbracciarono, piangendo
di gioia. Claudio e Florian erano salvi! Salvi!
E un giorno sarebbero venuti in Inghilterra a
prenderle. Forse, chissà! tra un mese o due la
guerra sarebbe finita...

Da allora in poi tutte le notti Luisa sognò ad
occhi aperti il ritorno di Claudio. Si figurava
il suo arrivo, il suono dei suoi passi sulla ghiaia
del giardino, la sua voce nell'atrio.... e poi — poi
le sue forti braccia intorno a lei — Ah!
mio Dio! con un sussulto essa ricordava Mirella!

Mirella!...

No — no! Con un grido Luisa si drizzava a
sedere sul letto. No! No! Mirella doveva guarire,
guarire prima che Claudio la vedesse. Egli
non dovrebbe sapere mai ciò che era accaduto.
Non bisognava dirgli nulla. Nulla. — Mai.

[pg!147]
Oppure?... Si doveva dire?...

Questo dubbio divenne un'ossessione, una tortura.
Doveva essa dirgli tutto — o tacere?

Perchè, perchè, l'avrebbe dovuto dire? Per
spezzargli il cuore?...

E allora tornava all'angoscia di prima. No,
bisognava tacere. Bisognava far guarire Mirella,
far guarire Mirella, prima che suo padre la rivedesse!
Sì, sì! Il Dio di misericordia la farebbe
guarire!

Mirella ritroverebbe quella sua voce striduletta
e cara, quel suo riso acuto e gaio con cui
sempre accoglieva il ritorno del babbo....

Il sorriso e la voce di Mirella! Dov'erano?
Chi li teneva in serbo? Se li erano presi i Santi
del Paradiso? Ma che se ne facevano loro della
voce e del riso d'una povera bambinetta umana?
E Luisa cadeva in ginocchio cento volte al
giorno, pregava Dio, la Vergine e i Santi che
rendessero a Mirella la sua voce e il suo sorriso.

Ah, Sant'Agnese certo l'avrebbe aiutata! o la
piccola Santa Filomena — martirizzate entrambe
a tredici anni....

E Luisa pregò. Pregò piena di fede e di speranza,
per molti giorni; e poi pregò, piena d'angoscia
e di disperazione, per molte settimane....
Poi, d'improvviso, non pregò più.

[pg!148]
Da un giorno all'altro il suo viso si trasformò.
Le morbide linee parvero improvvisamente scolpite
nella pietra.

Ora quando sedeva, sola faccia a faccia con
Mirella, i loro occhi s'incontravano ed avevano
la stessa fissità tragica, lo stesso vacuo stupore;
però, mentre dallo sguardo della bambina era
svanita l'espressione di spavento, ecco il terrore
era entrato negli occhi della madre.

Una paura nuova, una ossessione nuova, teneva
l'anima smarrita di Luisa. E coll'alba d'ogni
novella giornata ingigantiva quel dubbio,
cresceva quella certezza di sventura e d'orrore.

-----

«Luisa! cara! Che cos'hai? Sei malata?»
le chiese un giorno Chérie notandone lo stanco
atteggiamento ed il pallore mortale.

«No, cara, no,» disse Luisa. «Non ho nulla.
E — *tu*?»

Ella fece questa domanda all'improvviso, volgendosi
e figgendo le pupille ardenti in viso alla
fanciulla.

«Io?... Che strana idea! Perchè me lo domandi?»

«Ma rispondi! Ti senti bene?» insisteva Luisa.
«Giorgio Whitaker.... mi disse...» Luisa
riusciva appena a parlare «... che l'altro giorno
[pg!149]
ti eri sentita male.... che avevi avuto — non so — come
uno svenimento...»

«Oh!» fece Chérie ridendo e scrollando le
spalle. «Che stolto quel ragazzo a venirtelo a
dire! Ma se non è stato nulla!» E come Luisa
la fissava, stranamente, intensamente, ella spiegò:
«Giorgio ed Eva m'insegnavano a giocare
al hockey... e tutt'a un tratto mi venne come un
abbaglio agli occhi.... uno stordimento — e
caddi. Ma era niente, ti assicuro, proprio niente.
Mi avviene spesso di provare un po' di vertigine
e di nausea.... Ma perchè diventi pallida? Se
ti dico che non è nulla! Sono un poco anemica,
e nient'altro. Davvero, davvero!» ripeteva ridendo,
e abbracciando Luisa. «La prova migliore
è che ho sempre una fame da lupo!»

E ribaciò Luisa, e se ne corse via a passo di
danza, a cercare quel «Mister George» per sgridarlo
d'aver raccontato delle storie.

Lo sguardo di Luisa la seguì — angosciato,
profondo, scrutatore.

[pg!150]




X.
==


Il Reverendo Smyth aveva organizzato un
concerto di beneficenza in favore dei profughi
ospitati dalle varie famiglie di Pinner. Il concerto
avrebbe luogo nel salone della scuola,
l'ultima domenica di settembre. Il ricavato sarebbe
andato diviso tra i rifugiati belgi del vicinato,
ai quali furono pure mandati dei biglietti
d'invito.

Le due prime file di posti erano riservate esclusivamente
per loro.

Già da qualche settimana ferveva intensa l'agitazione
tra i dilettanti che avevano offerto il
loro concorso. Miss Sophy Slepper, la vicina dei
Whitaker, doveva cantare «Goodbye» di Tosti
e «Il Bacio» di Arditi; essa passava le sue
giornate in alterni gargarismi e gorgheggi; e
sovente l'ascoltatore non riusciva a distinguere
quale delle due cose ella stesse facendo.

[pg!151]
Infine la gola le si irritò a tal segno che
dovette rinunciare al concerto; e il Comitato si
recò a pregare Madame Mellon di cantare in
sua vece.

Madame Mellon, bruna, grassa ed amabile signora,
dichiarò che era pronta a qualunque
cosa: e così sul programma al «Goodbye» e
al «Bacio» venne sostituita «la Habanera» della
Carmen — ben noto pezzo di resistenza di
Madame Mellon.

Questa sguernì per l'occasione il suo più bel
capello — modello parigino — per averne la
rosa di velluto rosso da mettere nei capelli.

«Ma come!» esclamò la povera Miss Slepper
in un bisbiglio roco — ell'era andata generosamente
a trovare la sua rivale per sentire un po'
come stava di gola — «Ma come! Avete forse
idea di cantare la Carmen in costume?!»

Madame Mellon, ampia ed equanime davanti
allo specchio, inarcò le folte sopracciglia «Ma...
non precisamente,» disse provandosi la rosa
prima sulla tempia sinistra, e poi accanto all'orecchio
destro, «non precisamente in costume.
Ma bisognerà pur dare, anche nell'abbigliamento,
quel tocco spagnolo... quel non so che di
folle e di felino che la romanza esige... Non vi
pare, cara?»

[pg!152]
Miss Slepper strinse le sottili labbra in un
sorriso acidulo e beffardo.

«Ho fatto accorciare la mia veste di merletto
nero,» continuò Madame Mellon: «e vi ho aggiunto
una nota di colore audace qua e là....»

E accennava all'esuberante petto e ai poderosi
fianchi.

«Metterò una cintura scarlatta, con un nodo
qui. Quanto a questa rosa forse, come la Carmen
di Merimée, la terrò fra i denti entrando.
Sarà di molto effetto. Avevo anche pensato,»
soggiunse, «di avere in mano una sigaretta
accesa. Ma mio marito e il Reverendo Smyth
me l'hanno sconsigliato.»

   | «*L'amor, sel sappia il mio bel damo*»

gorgheggiò giocosa nella ricca e pastosa voce
di contralto. E la povera Miss Slepper si sentì
contrarre in gola per l'invidia le sue note asprette
di soprano, che le raschiavano l'ugola come
tanti pezzetti di vetro rotto....

Giorgio Whitaker doveva eseguire qualche
gioco di prestigio che aveva imparato in un libro
intitolato: «La Magia in Famiglia.» Li aveva
eseguiti varie volte in casa con grande destrezza
e successo; ma il giorno del concerto
sentì a un tratto mancargli la bella e balda sicurezza
[pg!153]
di sè. Girava per la casa dicendo a
tutti: «Ho idea che stasera farò una figura
barbina.» E nessuno aveva il tempo o la voglia
di contraddirlo.

Circa mezz'ora prima che si dovesse partire
egli si trovò con Chérie nell'atrio, aspettando
gli altri che stavano ancora vestendosi.

Chérie indossava una veste prestatale da Eva,
una veste di mussola bianca con nastri celesti
che Giorgio conosceva bene, e gli faceva provare
verso di lei un vago senso di fraterna tenerezza.
Sua sorella e sua madre erano ancora
disopra a fare toletta, ed anche Luisa non era
ancora scesa, avendo dovuto mettere a letto
Mirella e raccomandarla — in un inglese più
febbrile che corretto — alle cure di Mary, la
cameriera.

«Farò una figura da perfetto imbecille,» ripetè
Giorgio per la millesima volta fissando con
cupo sguardo Chérie. «Lo sento nelle ossa.»

«Ma no,» lo incoraggiò essa.

«Ma sì,» asserì Giorgio rabbiosamente. «Ho
le mani umide e diaccie. Non potrò far niente.»

«Peccato!» sospirò Chérie scotendo la vezzosa
testa.

«Sentite... sentite un po' che mani,» disse
Giorgio stendendogliele perchè essa le toccasse.

«Poveretto!» disse Chérie.

[pg!154]
«Ma sentitele!» insistè Giorgio. «Sono gelide.»

E Chérie colla punta d'un dito gli toccò la
mano.

«Gelide, davvero,» affermò con profonda
commiserazione. E allora Giorgio rise, e rise
anche lei.

«Vi assicuro,» confessò il prestigiatore, «che
sono nervoso; straordinariamente nervoso. Ho
anche il batticuore.»

«Possibile!» fece Chérie.

«Sì, sì, un terribile batticuore,» disse Giorgio;
e sospirò profondamente. «Ricordatevi che
ve l'ho detto. Farò una figura barbina.»

-----

La fece.

Il primo numero del programma era il suo;
e quando egli apparve fu salutato da applausi
prolungati ed entusiastici. Ma appena la sala
si fu accomodata in un silenzio pieno d'aspettativa,
il panico lo colse.

Svariate cose gli scapparono subito dalle maniche;
oggetti inattesi che non avrebbero dovuto
ancora presentarsi gli facevano capolino dalle
tasche; quando voltava le spalle gli si vedeva
la schiena gonfia di oggetti nascosti; e per colmo
di sventura delle bandierine apparvero e si spiegarono
[pg!155]
di moto proprio molto prima del tempo,
e in certe parti della persona dove non è solito
esporre bandiere.

Sua madre guardandolo, era tutta in un bagno
di sudor freddo. Eva aveva chiuso gli occhi
e pregava il cielo che la finisse presto.

Ma non finiva. Quelle bandiere che avrebbero
dovuto essere la chiusa patriottica e trionfale
della sua rappresentazione essendo apparse
al bel principio, pareva ora all'angosciato
Giorgio che non vi fosse più modo di finire. Tirò
avanti, smarrito, colla gola arida, frugando qui,
abbrancando là, trovandosi nelle mani un cappello
a cilindro, un fazzoletto e un uovo, senza
la più lontana idea di che cosa ne avrebbe fatto.

Chérie da principio lo aveva seguìto con serietà
ed attenzione, ma quando egli, incontrando
improvvisamente il suo sguardo, lasciò cadere
l'uovo — le parve di dover ridere o morire.

Quando poi una palla da tennis gli cadde dalla
manica ed egli andò carponi a cercarla sotto
il pianoforte a coda, mentre la bandiera britannica
gli scendeva lentamente da sotto alla
marsina e si svolgeva solenne dietro a lui — Chérie
si sentì mancare. E rise, rise nascondendo
la faccia tra le mani, rossa la fronte, rosso
[pg!156]
il collo, colle sottili spalle sussultanti, mentre
Luisa le dava bruscamente di gomito susurrando:
«Sta ferma!... Non ridere!... Non ridere,
che ti guarda!»

Difatti Giorgio uscendo di sotto il pianoforte
vide subito quella figuretta scossa dalle risa in
prima fila; e le mani gli divennero più umide
e la gola più secca.

Finalmente il Reverendo Smyth nelle quinte,
per porre fine alla prolungata angoscia di Giorgio
e del pubblico, si diede ad applaudire rumorosamente;
e l'umiliato prestigiatore se ne andò
rapidamente, mentre dalla tasca posteriore
della sua marsina sporgeva il capo, con occhio
curioso e perturbato, un coniglio.

Dietro le quinte il Reverendo tentò di confortarlo:

«Ma via! Non disperarti così. Non c'è poi
stato tanto male!» disse giovialmente battendogli
sulle spalle. «Ti ha fatto confondere quella
scioccherella che rideva in prima fila!»

«Ma no; ma niente affatto!» dichiarò Giorgio
asciugandosi il sudore. «E' stato quel maledetto
uovo.»

«Ah, già! l'uovo,» disse il Reverendo coprendosi
la bocca col programma.

«E quando mai m'è venuta l'idea del coniglio!
[pg!157]
Si dimenava come un ossesso, mi faceva
un solletico insopportabile.... E' stato lui che
ha fatto venir giù la bandiera —»

«Già. La bandiera,» mormorò il Reverendo.

«Basta,» disse l'infelice Giorgio; «bisognerà
spiegare che ho fatto così apposta. Che questo
doveva essere un numero buffo....»

«Non occorre spiegarlo,» disse il crudele Reverendo.

Ma già cominciava il secondo numero. Madame
Mellon era uscita sul palcoscenico colla
rosa in bocca e la mano sull'anca. Il suo gomito
rosso e possente appariva ignudo tra le
brevi maniche e i guanti troppo corti.

Madame Mellon ricordandosi di dover essere
folle e felina volgeva in giro gli occhi sfolgoranti
d'appassionata vivacità spagnuola.

Al pianoforte il timido e miope signor Mellon,
dopo molte aggiustature dello sgabello scricchiolante,
prese il suo posto e cominciò. Ma aveva
appena attaccato nervosamente le prime
note delle battute d'introduzione, che la «Habanera»
irruppe turbolenta dal petto di Madame
Mellon. Con uno scoppio di voce ella informò
l'uditorio che l'amore era un misterioso
augello....

Il signor Mellon, che aveva ancora da suonare
[pg!158]
tre battute d'introduzione, si confuse, perse
il segno, andò avanti un poco brancolando
mollemente tra gli accordi sbagliati — poi si
fermò e volse alla moglie un viso sbalordito.

Seguì una breve discussione a bassa voce,
ciascuno rimproverando l'altro d'aver sbagliato — ella
chiedendogli perchè non andava avanti,
e lui spiegando che lei avrebbe dovuto aspettare
ancora quattro battute.

Ricominciarono. E per la seconda volta Madame
Mellon informò il suo uditorio che l'amore
è un misterioso augello.

Con impeto latino, con molto ansar del seno
e fiammeggiar delle pupille, ella dichiarò con
selvaggia noncuranza:

   | «*Se tu non m'ami — ebben io t'amo!*»

e le parole: «*E se mai t'amo dêi tremar per te!*»
sembrarono acquistare sulle sue labbra un significato
di minaccia nuova e temibile.

E ancora una volta Chérie che aveva ascoltato
seria e composta le prime battute, fu presa da
un accesso d'irrefrenabile ilarità, e dovette nascondere
il viso fra le mani, scossa da uno spasmodico
accesso di riso.

Luisa guardò Chérie; poi guardò Madame
Mellon; ed ecco che lei pure fu colta da una voglia
di ridere quasi isterica. Le labbra serrate
[pg!159]
fra i denti, le narici frementi, ella si tenne rigida
e dritta, cogli occhi fissi sul palcoscenico,
ma le sue spalle susultavano, e le lagrime le
scorrevano pel viso.

Certo Madame Mellon vide quelle due colpevoli
in prima fila; ma ne distolse con disprezzo
lo sguardo. Il suo canto si fece più forte, più
impetuoso e più stonato. Le sue note si libravano
crescenti di un semitono, in strida selvaggie
sommergendo il timido accompagnamento
del povero signor Mellon che arpeggiava querulo
tre battute dietro di lei.

Gli altri profughi accorgendosi che Chérie e
Luisa ridevano si volsero a guardarle; i ragazzi
Pitou cominciarono a ridacchiare, ma furono
rapidamente ricondotti alla serietà da qualche
ben assestato pizzicotto materno.

Il numero che seguiva era una danza; una specie
di danza di Salomé — modificata e moderata
per uso inglese — ed eseguita da Miss Tilly
Prim.

Quando Miss Prim mise fuori dalle quinte
pudicamente i piedi e le gambe nude, e s'avanzò
angolosa e arridente negli scarsi drappeggi, anche
la signora Pitou fu presa da un irrefrenabile
parossismo di risa, e dovette lasciare che i
piccoli Pitou si torcessero dall'allegria, mentre
[pg!160]
ella nascondeva il viso paonazzo nel fazzoletto.
In breve tutti i profughi furono presi dal contagio
di un'insensata ilarità. Ogni gesto di Miss
Prim, ogni suo passo di danza, ogni suo sorriso
svenevole e promettitore evocava nuovi convulsivi
accessi di risa. Ella danzava ignara e
passionale; mentre ogni sua piroetta, ogni salto
che scoteva con sordo tonfo il palcoscenico faceva
ondeggiare dalle risa tutti gli occupanti delle
due prime file.

Quelli immediatamente dietro a loro se ne avvidero.
Poi altri. Si cominciò a sussurrare per
la sala che i profughi ridevano.

In breve tutto l'uditorio allungò il collo per
vedere questi indegni e ingrati stranieri, a beneficio
dei quali il concerto veniva dato, e che
stavano scioccamente ridendo come tanti mentecatti.

La inconsapevole Miss Prim stava appunto
rialzandosi da un atteggiamento di genuflessione,
con un sorriso estatico e due macchie nere
sulle ginocchia, allorchè scorse il ragazzo Pitou
che si torceva in silenziosa allegria all'estremità
della prima fila. Gli occhi di lei vagarono
allora lungo tutta la prima e la seconda fila, ed
ella vide tutte quelle faccie sconvolte dalle
risa, tutti quegli atteggiamenti spasmodici e
quelle spalle in sussulto.

[pg!161]
Lanciando su di loro una sguardo di sdegno
ineffabile, ella rientrò altezzosa, colle sue gambe
nude, nelle quinte.

Il signor Mellon seguitò ad arpeggiare un pochino,
trepido, sul pianoforte, e poi egli pure si
alzò e si affrettò a sparire dalla più vicina uscita.

Dietro le scene gli artisti erano riuniti in un
congresso d'indignazione. Vi erano sul programma
altri undici numeri, ma nessuno voleva
più prodursi.

Qualcuno propose che il Reverendo Smyth si
presentasse e facesse un discorso breve, ma
tagliente; ed egli si avanzò infatti fino a metà
del proscenio, ma tornò indietro non avendo
nulla di pronto da dire; ed anche perchè la vista
di quei profughi che si dimenavano nelle risa
lo sconvolse.

Quanto a loro, il vederlo apparire e sparire
non servì certo ad alleviare la loro condizione
che ora rasentava l'isterismo collettivo.

Finalmente, dopo un rapido consulto dietro
le quinte, la buona Miss Johnson si lasciò persuadere
a uscir fuori a cantare i «Pifferi di
Pan.»

Ripassò in fretta mentalmente le parole:

   | *«Torna il Dio Pan*
   |   *su questa terra in fiore...*

[pg!162]
E poi il ritornello:

   | *«Quale mai suon di giubilo*
   |   *Echeggia da lontan?*
   |
   | *«Ah! Sono i folli pifferi,*
   |   *I lieti, folli pifferi,*
   |
   | *«I folli allegri pifferi,*
   |   *I pifferi di Pan.»*

Intanto il signor Mellon, colla gola arida per
il nervosismo e la paura di quanto Madame Mellon
potesse avere a dirgli a concerto terminato,
era andato a trangugiare un bicchiere di birra
al buffet, nella sala di ginnastica.

Quando Miss Johnson si presentò alla ribalta
vide che il signor Mellon non era al pianoforte
per accompagnarla; lo attese qualche momento
con dignitosa calma; indi rientrò nelle quinte
da una parte, al momento stesso in cui il signor
Mellon — asciugandosi la bocca — usciva
frettoloso dall'altra.

Allora ci volle del bello e del buono per placare
Miss Johnson, e persuaderla e spingerla
fuori una seconda volta. E tutto ciò la confuse
tanto che dimenticò tutte le parole e dovette
contentarsi di fare dei suoni inarticolati finchè
non arrivò al ritornello.

Qui si sentì salva.

   | [pg!163]
   | *«Ah! sono i polli fifferi...»*

cominciò. C'era o non c'era qualche cosa di sbagliato
in quelle parole?

   | *«I pieti polli fifferi —»*

Miss Johnson girò intorno gli occhi stralunati,
che cosa stava cantando?

   | *«I polli —»*

gridò disperata sul là diesis acuto.

E la voce le mancò per il resto.

«Misericordia!» mormorò la afona Miss
Slepper alla signora Whitaker che le sedeva
vicino. «Che voce stridula!»

«Già,» assentì la signora Whitaker. «E che
strana canzone! I polli fifferi — che cosa saranno
mai?»

-----

Inutile negarlo. Il concerto era un fiasco.

L'esecrabile contegno dei profughi e il contagio
del loro ridere insensato aveva dato luogo
ad una specie d'isterismo che si era propagato
per tutta la sala. L'intero uditorio aveva finito
col cedere ad una ilarità pazzesca e irrefrenabile.

Ogni numero del programma veniva accolto
da risa soffocate, talvolta addirittura da strilli
[pg!164]
di risa frenetiche dalla parte più giovane del
pubblico.

Il Reverendo — che anche lui a dire del signor
Mellon era stato trovato convulso ed esausto
su di una panca in un'aula vuota della scuola — fece,
alla fine dello spettacolo un discorsetto
breve ma caustico.

«Sarà colpa nostra e dei nostri troppo modesti
talenti,» disse, «se non abbiamo saputo che
destare le facoltà risive dei nostri ospiti forestieri...
Ad ogni modo,» concluse, «ho il piacere
di annunciare che la somma raccolta è di
lire sterline 16, sette scellini, e sei pence.»

I profughi se la svignarono umiliati e vergognosi;
e per molto tempo furono trattati come
paria da tutta la contea di Surrey.

-----

Quanto agli artisti, da quel funesto giorno in
poi nessuno ha mai più osato pronunciare la
parola «concerto» in presenza di Madame Mellon,
di Miss Johnson o di Miss Prim.

[pg!165]




XI.
===

*Diario di Chérie.*
-------------------


Lulù è malata ed io sono molto in pensiero
per lei. Ne sarà causa questo clima inglese,
perchè a dir vero anch'io non mi sento bene
come mi sentivo a Bomal. Provo spesso uno
strano malessere, un indescrivibile senso di languore;
e talvolta ho delle vertigini in cui tutto
sembra turbinare intorno a me.

Poi per certe cose e certe persone provo una
invincibile ed irragionevole antipatia. A pranzo
mi accade che quando Mary porta in tavola delle
vivande o dei dolci che nei primi giorni del mio
arrivo qui mi parevano eccellenti, provo un tale
orrore che devo stringere i denti e fare un
grande sforzo per non alzarmi e fuggire dalla
stanza.

Ma ciò che vi è di peggio è che anche verso
le persone più care provo la stessa inspiegabile
[pg!166]
avversione. C'è per esempio Giorgio Whitaker,
così gentile e buono.... ebbene, non so dire ciò
che soffro quando egli mi si avvicina. E' come
un brivido di terrore che mi percorre alla vista
delle sue spalle gagliarde, delle sue mani forti
ed abbronzate, de' suoi occhi grigi che pure mi
guardano con tanta bontà. Non so spiegarmi
questo senso di raccapriccio invincibile ed irragionevole.

Che le ansie ed angoscie patite nei mesi scorsi
mi abbiano sconvolto il cervello?...

Ma torniamo a Luisa. Vedendola da qualche
giorno così pallida e smarrita mi dicevo che
certo stava in pena per Claudio, da cui non avevamo
più notizie. Ma ecco che l'altro giorno ci
è giunta da lui una cara lettera, allegra e rassicurante.
Ebbene — da quel momento in poi
Lulù sembra star peggio di prima.

E' vero ch'egli è stato ferito ma — come scrive
egli stesso — c'è quasi da rallegrarsene, poichè
la ferita non è grave, e nell'Ospedale a Dunkerque
egli è lontano da pericoli maggiori.

E' stato colpito al ginocchio e potrà forse rimanere
zoppo. Ma — dice lui — questo che
cosa conta? Di salute, grazie al cielo, sta perfettamente
bene.

Naturalmente m'aspettavo che Lulù partisse
[pg!167]
subito per andarlo a trovare. Era facile ottenere
il permesso, e Claudio le ha anche mandato
i denari per il viaggio. Invece no; Luisa
non ci pensa neppure. Anzi piange e si dispera
ogni volta che gliene parlo.

Di notte poi non dorme mai.

Siamo vicine di stanza e quando mi accade
di svegliarmi nella notte, la sento di là che piange,
o che prega a bassa voce, o che cammina
in su e in giù.

Oggi le ho chiesto perchè, perchè non vuole
andare a vedere il povero Claudio? Ah! al suo
posto, se sapessi dov'è Florian — chi mai mi
tratterrebbe dal raggiungerlo?...

Ma ella scuote il capo, e piange, e il suo viso
è pieno di terrore.

Le ho chiesto se è a causa di Mirella che gliene
manca il coraggio. «Hai forse paura di dovergli
dire che la povera piccina non parla più?»

«Sì, sì, sì,» singhiozza lei. «Ho paura, ho
paura di dirgli ciò che è accaduto per ridurla
così.»

«Ma lo sa pure, cara,» insisto «che i nemici
vennero a Bomal; lo sa pure che saccheggiarono
la nostra casa; che uccisero il vecchio parroco
ed il povero Andrea...»

«Sì, questo lo sa;» mi risponde Luisa cogli
[pg!168]
occhi stralunati fissi nei miei. «Ma non sa —»
E tace.

«Che cosa non sa?»

Ella mi trae a sè stringendomi convulsamente
le braccia, e i suoi occhi si sprofondano nei
miei con un'insistenza di demente.

«Ma — Chérie! — Ma è possibile.... che tu
abbia scordato?...»

Scordato? In verità ho scordato molte cose.
Vi sono delle lacune nella mia memoria, dei
larghi spazi vuoti che, per quanto mi torturi il
cervello, non riesco a colmare. Tratto tratto un
fugace ricordo, una visione sconnessa mi balena
innanzi come una folgore — ma subito tutto
si confonde, si cancella, svanisce.... Ed è come
se una fitta nebbia bianca mi calasse sullo spirito.
Quando cerco di riafferrare ciò che ho
intraveduto, non esiste più. E più non ricordo
ciò che ho ricordato.

«Dimmi, Luisa! dimmi — che cosa ho io
scordato?»

Ma ella mi fissa con quegli occhi tragici, ossessionati,
e susurra:

«Taci, taci, mia povera Chérie.» E mi posa
la mano fredda sulle labbra come se volesse
chiudermele.

Ma io voglio, voglio ricordare. Voglio riordinare
[pg!169]
i miei pensieri e scrivere in queste pagine
tutto ciò che di quei giorni e di quelle notti terribili
mi è rimasto nella memoria.

Da un punto in poi ricordo tutto. Non so
quando nè come fuggimmo da casa nostra....
ma mi ritrovo con Luisa e Mirella nascosta nei
boschi; affamata, assetata, battendo i denti
per la febbre e il terrore. Il mio primo ricordo
è di aver visto, attraverso gli alberi, il
campanile della nostra chiesa ardere come
una torcia, e vacillare, e crollare in una densa
nube di fumo e di fiamme.... Eravamo appiattate
in un fosso, coi ginocchi nell'acqua, le
teste chine sotto a un folto di rovi che ci laceravano
il viso e le mani — udivamo da lontano
il furioso galoppo degli ulani. Si avvicinavano....
si avvicinavano sempre più — finalmente
li scorgemmo tra il fogliame fermarsi a
pochi passi da noi.

In un cespuglio poco discosto erano accovacciati
i due bambini della vedova Duroc, Carletto
e Nino.

Ebbene noi vedemmo quei soldati — sì, li
vedemmo e mi par di vederli ancora! — stritolare
col calcio dei loro fucili i piedini di quei
miseri bimbi, — beffeggiandoli poi, invitandoli
con grossolane risate a «scappare a casa!...»
[pg!170]
Finchè vivo non mi uscirà dagli occhi quella
visione: i due ragazzetti che si dibattevano strillando
nella stretta di quegli uomini che, tenendoli
per le spalle, li forzavano a star ritti — mentre
due altri colpivano, pestavano quei piccoli
piedi che si affondavano sanguinanti nel
terreno....

Da quel punto in poi ricordo tutto. Ma prima?...
Prima?

Quella nebbia bianca mi riempie il cervello,
ora si sposta un poco, ora si solleva per un attimo....
poi torna ad avvolgere tutto in una impenetrabile
nebulosità.

Cosa vuol dire Luisa quando mi chiede se ho
scordato? Voglio forzarmi, forzarmi a ricordare.

Ritorniamo alla sera del mio compleanno: il
quattro agosto. Vengono le nostre amiche. Si
canta e si balla.

   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse,*
   | *«On y danse....»*

Poi arriva Florian. — E riparte.

Ecco! l'ultima cosa che chiaramente, luminosamente
ricordo, è quella sua partenza. Netto
[pg!171]
e preciso — come un alto-rilievo scolpito nel
mio cervello — io lo veggo ritto in sella laggiù
in fondo alla strada. Si volge, mi saluta colla
mano....

Sparisce. Io resto sulla terrazza, sola. Riveggo
ai miei piedi la fila dei nostri vasi di garofani
rossi; e le due piante di grandi margherite
che sembrano così stranamente bianche
nella verdognola luce del crepuscolo; sento ancora
nell'aria il fine profumo dei garofani.

Io sono lì nella mia veste di velo bianco, e
sulle spalle ho la sciarpa di seta celeste regalatami
quella mattina da Luisa.... Ma ecco la
voce gioconda di Mirella che mi chiama! Vengono
tutte correndo a cercarmi — Lucilla e Cricri,
Verveine, Cecilia e Jeannette....

Poi, d'un tratto — *il cannone*! Ah, quel primo
rombo lontano!...

Le ragazze sono fuggite pallide e tremanti
alle loro case. E noi restiamo sole, Luisa, Mirella
ed io — sole, perchè Frida e Fritz —

Aspetta! Che cosa mi ricordo di Fritz? Che
egli apre la porta al nemico — ? no; non è quello.
E' un'altra cosa... una cosa che mi spaventa
ancora di più — ma non so che cosa sia. Mi
pare di vedere Fritz che ride....

E' strano che sempre quando ricordo Fritz,
[pg!172]
lo vedo che ride. E' appoggiato a una porta....
e c'è una tenda.... Già. Mi pare di vedere una
tenda rossa, strappata, che pende accanto a lui;
ed egli ride, ride rovesciando la testa all'indietro....
Perchè mai ride così? E' di me che
ride? Perchè? Che cosa accade per farlo ridere
di me?... Ecco! ecco la nebbia bianca che
scende e ingolfa Fritz. Non lo vedo più.... E'
svanito. Non mi riesce trattenerne l'imagine...
tutto dilegua e svanisce.

Ma — prima ancora di questo? Vediamo;
devo pur ricordare altre cose prima di questo!
Torno indietro.

I cannoni tuonano, la casa trema, un gran fascio
di fiamma s'alza nel cielo.... Poi uno scroscio,
un'esplosione — ed è come se il mondo
crollasse intorno a noi.

Ed ecco la casa si riempie di soldati; i nemici
s'impadroniscono delle nostre stanze — i
loro cinturoni ingombrano le seggiole, i loro
elmetti sono buttati sul pianoforte.... Vi è fra di
loro un giovane alto, cogli occhi molto chiari....

Già. Un giovane alto, cogli occhi molto
chiari....

Avanti, Chérie. Ricordati, ricordati!...

Questi uomini parlano con insolenza, ci ordinano
di fare questo e quello.

[pg!173]
Luisa piange. Uno di loro è ferito — vedo il
sangue sul cotone inumidito che Luisa gli ravvolge
intorno al braccio... e adesso — mio
Dio! — torna la confusione nella mia mente,
scende quella nube bianca sul mio cervello....

Santa Vergine, sollevatela! Toglietela! e fatemi
ricordare!

Due di quegli uomini mi sono vicini, mi soffiano
in viso il fumo delle loro sigarette; vogliono
ch'io beva nei loro bicchieri.... Io piango....
Non voglio. E loro mi forzano... minacciano
non so che cosa... *Eins, zwei, drei!*...

Gli occhi chiari dell'uno sono vicinissimi ai
miei.... minacciosi, impellenti.

Ho paura — e bevo.

Essi cantano, ridono, e uno di qua, uno di
là mi fanno bere, e bere ancora — dello champagne
freddo e spumante, del cognac che brucia
come il fuoco — finchè mi vengono tali vertigini
che sento il pavimento ondeggiare sotto
i miei piedi....

Piango e piango, e chiamo Luisa; ma ella
non è più nella stanza.

Vedo Mirella appiattata in un angolo che mi
fissa, bianca in viso, terrorizzata.

«Mirella! Mirella!» le grido ed ella dà un
balzo e si slancia verso di me, strillando come
[pg!174]
una creatura impazzita; ma l'uomo dagli occhi
chiari l'afferra per i polsi e ride.

Quell'altro — uno degli altri, non so quanti
siano — uno che aveva i capelli rossi ed aveva
declamato non so che cosa in tedesco, si sdraia
sul divano e s'addormenta.

Ma un altro ancora — ricordo che aveva una
faccia tonda, ricordo che gli altri lo insultavano
ed imprecavano contro di lui — mi si avvicina
e mi susurra qualche cosa all'orecchio. Non ho
paura di lui.... so che cerca di aiutarmi. Ma mi
sento così male, la testa mi gira a tal punto che
non capisco ciò che mi dice. Egli mi spinge
verso l'uscio, e mi dice in tedesco: «*Geh! Geh!
Mach dass du fort kommst!*» E ancora mi spinge,
gridandomi: «Ma vattene dunque! Corri — la
porta è aperta!»

Ma io mi volgo per vedere cosa fanno a Mirella.

La vedo che tiene in mano un bicchiere rotto
e tenta colpirne in viso l'ufficiale alto, mirando
a quegli occhi chiari, quasi volesse acciecarli.
Egli ha un po' di sangue sulla gota e sul mento,
ma ride ancora — ride. Ora si china e afferra
la mia sciarpa celeste ch'è caduta in terra;
prende Mirella e colla sciarpa le lega le braccia
dietro la schiena, e l'avvolge, l'avvolge tutta
finchè ella non può più muoversi....

[pg!175]
Poi.... Aspetta! — Aspetta! lasciate che ricordi!...
poi prende una delle cinture di cuoio
rimaste sulla poltrona e con quella attacca la
bambina alla ringhiera — a quella breve ringhiera
di ferro che conduce al primo pianerottolo.
Ecco, sì. — Lo vedo che la trascina e la
solleva su per quei quattro gradini; butta via
con un calcio il vaso da fiori cinese ch'è sull'ultimo
scalino, per avvicinarsi meglio alla ringhiera...
e vi attacca colla cintura di cuoio la
bambina... Ah! quel piccolo viso folle che si
volge verso di me! Ah, quelle braccia legate!...

Sento ch'egli dice in tedesco — e ride, e
ride — «*Da bleibst du... und schaust zu!*» La
ucciderà? Mio Dio! La ucciderà? No. Ripete
ancora: «Starai a vedere — starai a vedere!»

Che cosa vuol fare? Vuole uccidere me? Uccidermi
sotto agli occhi della bimba?...

Adesso mi si avvicina.... Ancora la nebbia
bianca.... la nebbia bianca mi cala sul cervello!
Vedo l'altro ufficiale, quello che aveva tentato
di spingermi verso la porta — *Glotz!* Sì! si chiamava
Glotz! — ebbene, lo vedo gettarglisi contro,
afferrarlo per le braccia e cercare di fermarlo,
di trattenerlo lontano da me.... Allora
mi slancio in soccorso di Mirella, cerco di slegarla,
di strapparla di lì, di liberarla.... Non
[pg!176]
posso, non posso, non ho forza! E lei piange,
piange.....

Glotz mi grida ancora in tedesco: «Va via!
Va via!» e vedo che lotta coll'altro per darmi
il tempo di fuggire.

Allora fuggo. Salgo le scale inciampando e
cadendo ad ogni scalino, gridando: «Luisa!
Luisa!» Arrivo, non so come, alla sua porta. E'
chiusa! E dentro odo dei rumori — il respiro affannoso
d'un uomo e parole rauche e concitate.
Convulsa, soffocata da un indefinibile orrore
mi precipito verso la mia stanza. — Mi chiuderò
dentro, aprirò le finestre e chiamerò aiuto....

Sulla soglia di camera mia, con un sussulto
mi fermo. Cos'è, cos'è che giace là sul limitare?
Una cosa informe, nera... in una pozza di sangue! — Amour!

E' Amour — morto! col cranio sfracellato.

Mentre lo sto a guardare odo dei passi che
salgono correndo le scale. E' lui — è quell'uomo
dagli occhi chiari — che viene a cercarmi!
Mi getto innanzi alla cieca coi piedi che
sdrucciolano nel sangue di Amour, e mi nascondo
dietro le tende dell'alcova dove sono appese
le mie vesti.

L'uomo si ferma sulla soglia e guarda intorno.
Vede il cane morto sul limitare e con
[pg!177]
un'esclamazione di ribrezzo cerca di spingerlo
in là col piede. Dà un'occhiata in giro alla stanza;
gli sembra vuota; allora si volta e se ne va
pel corridoio; lo sento aprire altre porte, battere
col pugno all'uscio di Luisa, donde una voce
d'uomo gli risponde. Poi lo sento correre su,
all'ultimo piano, in cerca di me.

Striscio fuori dal mio nascondiglio, incespico
in quella terribile cosa che una volta era Amour,
e scendo a precipizio giù per le scale e
nel salotto. Mirella è ancora lì, legata alla ringhiera,
il suo viso è rovesciato all'indietro, è livida,
sembra una morta.

Ed è sola. — Non c'è che l'ufficiale dai capelli
rossi che giace addormentato sul divano. Mi
viene un'idea! Attraverso la stanza, che mi ondeggia
sotto ai piedi come un mare, vado alla
mensola dove Luisa ha lasciato la fiala del sublimato,
l'afferro, l'apro, mi riempio le mani di
quelle pastiglie rosse. — poi corro alla tavola.

C'è un calice ancora quasi colmo di champagne...
vi lascio cadere le pastiglie — poi mi
volto perchè sento qualcuno scendere le scale.
Eccolo! E' lui. E' apparso in cima alla gradinata,
accanto a Mirella. Mi vede e ride.

«Ah! la colombella che voleva sfuggirmi!...»

Io gli sorrido, indietreggiando verso la parte
[pg!178]
della tavola dove ho posato il bicchiere. Egli si
passa la mano sulla fronte, sui capelli. Ha il
viso acceso: certo beverà ancora —

E si accosta barcollando a me, mi cinge con
un braccio la vita — coll'altra mano — sì!...
sì!.... prende il bicchiere.

E ancora questo rivedo nella mia memoria,
chiaro come se vi fosse scolpito con un coltello:
quell'uomo alto che mi sta a fianco, che mi
tiene stretta a sè — ed alza il calice di champagne
alle labbra. Trattengo il respiro. Beverà!

No! Si è arrestato, come impietrito e guarda
dentro al bicchiere.

Il suo sguardo è fisso, senza espressione.
Guarda in fondo al bicchiere quella sostanza
colorata da cui salgono e si svolgono delle lenti
spirali di colore, tingendo di rosa vivo il pallido
vino ambrato.

Per un tempo che a me sembra un'ora, un'eternità,
egli fissa così il fondo del calice, poi
quelle sue iridi chiare si volgono lentamente verso
di me. Ed è quella l'ultima cosa ch'io vedo.

Nel deliquio in cui piombo e m'affondo porto
ancora con me il ricordo di quegli occhi chiari,
di quello sguardo fisso — odo vagamente lo scroscio
del bicchiere ch'egli getta lontano da sè....
poi sulle mie braccia è la stretta delle sue mani
ardenti.... E nulla più.

[pg!179]
Odo Mirella che strilla e strilla.... mi dibatto
disperatamente contro le tenebre che m'avvolgono....

Poi, più nulla....

Più nulla.

.. class:: center

| .  .  .  .  .

La nube che grava sul mio cervello, fluttua,
si dirada.... si risolleva.

E' trascorso un istante?... Un'ora? Un'eternità?...
L'ignoro! Sento che qualcuno mi solleva....
mi trasporta....

Mi sento la testa violentemente rovesciata all'indietro,
sento i capelli tesi sulla mia fronte
come se qualcuno me li strappasse....

Ed ora il mondo è pieno di orrori indefiniti,
di tortura, di strazio lacerante....

E ripiombo nel nulla.

Fritz?... E' allora che lo vedo guardarmi, e
ridere? Ritto, vicino a un cortinaggio rosso, mi
pare che parli con qualcuno, ma i suoi occhi
non si staccano da me, e ride.... ride....

Ancora una volta, l'incoscienza, come una caverna
nera, m'inghiotte.

[pg!180]

-----

Mi ridesta la voce di Luisa. Pare che mi chiami,
mi chiami da lontano....

Poi quella voce si fa più forte... più vicina — ecco!
grida il mio nome. Ed apro gli occhi.

Sì, Luisa è china sopra di me. Mi solleva, mi
ravvolge in uno scialle, mi trae con sè... Dove
andiamo? Non so. Luisa mi porta fuori di casa,
e via per un viottolo sassoso che conduce ai
boschi.

Non è giorno e non è notte. Forse è l'alba.

Una sete terribile mi consuma, un malore indescrivibile
mi dilania, e sempre Luisa mi trascina
avanti, e avanti ancora. Non posso andar
oltre. Appoggio la fronte al tronco d'un albero,
e la sua rude corteccia mi lacera tutto il viso
quando sdrucciolo e cado a terra, abbattendomi
sull'erbe umide e sul musco.

Piango e mi lamento....

«Zitta! Per amor del cielo! non farti sentire!»
E' la voce di Luisa. «Nasconditi,» susurra,
«nasconditi. Giù!... giù!» E mi trascina
dentro un fosso umido, pieno di spini.

E' allora che odo il galoppo di cavalli e un
clamore di voci rudi e gutturali. Mio Dio! Eccoli.
S'avvicinano. Passano —

[pg!181]
No — si sono fermati.

Hanno trovato i due ragazzetti della vedova
Duroc nascosti nei cespugli. Carletto che ha
sei anni impugna il fucile di legno, e con riso
spavaldo fa il gesto di mirare.....

In un attimo tre o quattro uomini sono balzati
di sella per punire i ragazzi....

I ragazzi sono puniti.

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Ripartono.... Ma il martirio di quei bambini
ha richiamato alla mia mente il ricordo di Mirella.
«Mirella!» grido. «Cos'hanno fatto di
Mirella?»

«Zitta, zitta! Mirella è qui.»

«Mirella è qui? Ma come?... Non è morta?
E allora chi — chi è morto?»

«Nessuno, nessuno è morto,» mi dice Luisa.
«Calmati. Siamo tutte e tre qui.»

«No — no — no! Qualcuno è morto. So che
qualcuno è stato ucciso. Io lo so. Chi è? Sono
io! E' forse Chérie che è morta?»

Le braccia di Luisa mi stringono, il suo viso
è così vicino al mio che sento le sue lagrime
scorrere sulle mie guancie....

E per un'ultima volta la nebbia vaga e vellutata
discende sul mio spirito, cancella ogni ricordo
ed ogni pensiero.

[pg!182]

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Quando mi sveglio sono a bordo di un battello
in alto mare. Tutto all'intorno l'acqua verdognola
spumeggia e mugghia, s'innalza e si sprofonda.

Tanta gente ci sta d'intorno; e sono tutti derelitti
come noi. Guardano il cielo e il mare con
occhi di desolazione...

Da lungi biancheggiano le scogliere d'Inghilterra...

[pg!183]




XII.
====

*Diario di Chérie.*
-------------------


*2 Novembre — Giorno dei Morti.*

E' strano; eppure anche ora di quando in
quando mi riprende quella idea fissa — l'idea
che in quella notte sia morto qualcuno.

E — cosa più strana ancora — non mi riesce
di liberarmi dal pensiero che sono io, io stessa
che fui uccisa; io, Chérie, che non esisto più.

Non posso descrivere questa sensazione. Sarà
certo una forma di debolezza cerebrale, di
aberrazione provocata dalla scossa morale che
abbiamo sofferto. E' quello che il buon dottore
inglese — chiamato a vederci tutt'e tre, ma specialmente
per tentare di guarire Mirella — chiama
«trauma psichico». Egli dice che Mirella
soffre di trauma psichico: vuoi dire che la sua
anima è stata ferita.

[pg!184]
Ebbene io, talvolta, provo la sensazione che
l'anima mia non solo sia stata ferita, ma uccisa,
assassinata mentre ero svenuta in quella notte
di terrore.

Mi pare che non sia io — non la vera Chérie,
ma un fantasma, uno spettro che mi assomiglia
e porta il mio nome — colei che passeggia
per questi placidi parchi inglesi, che parla e
sorride, che bacia e conforta Luisa, che prega
per Claudio e per Florian.

Florian!... Florian! Dove sei? Che forse anche
tu sia morto? Che questo senso d'annientamento,
d'irrealità in me, non sia che un presagio,
un avvertimento della tua vera morte?

Ah! mio diletto dagli occhi azzurri, mio gaio
e temerario eroe, sei tu forse già fuori della
vita? Se io pur andassi peregrinando per tutta
la terra non ti troverei forse mai più?

Ah! fossimo anche noi raccolte sotto l'ala
quieta e sicura della Morte — Luisa ed io e la
povera Mirella; tutte e tre stese nel buio e nel
silenzio con gli occhi chiusi e le calme mani
incrociate....

Tante volte lo penso. Che dolce cosa sarebbe
se potessimo tutt'e tre fuggir via — fuori dell'esistenza,
come riuscimmo a fuggire dal bosco
in quella notte! Se potessimo silenziosamente
[pg!185]
sparire dalla vita, sfuggendo ai lunghi
giorni e alle notti paurose; alle estati infocate
e agli squallidi inverni; alla giovinezza febbrile
e alla vecchiaia desolata; sfuggire all'esilio
e alla nostalgia, alla fame e alla sete, all'amore
e all'odio!... Ah! dolce giacere in pace
sotto gli alberi ondeggianti del piccolo cimitero
di Bomal, col cuore tranquillo e gli
occhi chiusi. E accanto a noi, come una marmorea
statua di giovane guerriero, Florian — Florian
quale io l'ho conosciuto e amato, Florian,
bello, fiero e fedele!

.... Ma Claudio? che cosa farebbe solo nel
mondo il povero Claudio?

Claudio tornerà zoppicando dalla guerra, o
troverà devastata la sua casa, troverà sua moglie
che trema di lui, e la sua bambina che non
può più parlargli, e sua sorella che, pur essendo
viva, sente d'essere stata uccisa nel sonno....
Ah, povero Claudio! Meglio, forse, se non tornasse.

|
|

Oggi è venuto di nuovo il dottor Reynolds.
E' stata Luisa a mandarlo a chiamare; poi,
quand'è venuto, non ha voluto vederlo. Si è
[pg!186]
chiusa nella sua camera e nessuno ha potuto
persuaderla a scendere.

Così ho dovuto condurre io la piccola Mirella
nel salotto dove egli colla signora Whitaker
ci aspettava.

Parlavano insieme con una certa animazione
quando ho picchiato alla porta; certo ho sentito
la voce della signora Whitaker che parlava
concitata. Ma appena siamo entrate ella non ha
più detto nulla. Ho notato però che mi guardava
da capo a piedi in un modo molto strano. Allora
m'è spiaciuto d'avere indosso la vecchia
veste nera di Luisa, invece del bel costume nuovo
che questa buona gente mi ha fatto fare un
mese fa. E' un bel vestito, ma — non so come
mai — non mi riesce più di agganciarlo, tanto
m'è stretto al collo e alla cintura!

E a questo proposito ricordo una cosa.
Quando la signora Whitaker l'altro giorno disse
che desiderava mi visitasse il dottore, io risi
e l'assicurai che dovevo avere ben poco male
dal momento che ingrassavo tanto. Lei però
non rise; anzi mi guardò fissa senza rispondere,
con un'aria strana.

Certo c'è qualche cosa di nuovo, di curioso
nell'atmosfera di questa casa. Non so che cosa
sia. Tutti sono silenziosi, un po' freddi; direi quasi
[pg!187]
che sembrano impacciati quando ci parlano.
Certo sono assai meno cordiali d'una volta. Eva,
non si sa il perchè, è stata mandata via; già da
due settimane si trova a Hastings in casa d'amici.
Giorgio, che fa il corso d'allievo ufficiale a
Aldershot, viene a casa ogni sabato e resta fino
a lunedì. Ma non ci rivolge quasi mai la parola.
Lo vedo girellare davanti alla casa o vagare malinconico
per il giardino — quel triste giardino
tutto sgocciolante di pioggia — sferzando collo
scudiscio l'erba molle e le piante sfiorite. Sovente
egli si volge a guardar su alla mia finestra,
e si direbbe che voglia parlarmi; ma se io al
davanzale lo saluto con un cenno del capo, o gli
sorrido, egli mi fissa un momento serio serio,
e poi s'allontana. Ho come un'idea che sua madre
gli abbia vietato di parlare con noi. Un
giorno egli aveva chiesto a Luisa e a me di leggere
del francese con lui, e ne eravamo assai
contente. Ma subito sua madre lo chiamò e gli
parlò a lungo. D'allora in poi egli non è più tornato
nel nostro salottino.

Chissà! saranno probabilmente stanchi di averci
per casa. Non c'è da farsene meraviglia.
Siamo delle creature così tristi e dolenti! E
poi, abbiamo tutte qualche infermità. Io stessa,
se non ingrassassi a questo modo, penserei che
[pg!188]
vado tisica tanto mi sento debole, affranta e svogliata.
Ho orrore del cibo, ed ho dei dolori lancinanti
al petto. Già, sono anemica; questo lo
so. Tuttavia non ho tosse. Quindi speriamo che
non sia nulla di grave.

Oggi, dunque, quando siamo entrati in salotto
il buon dottore ha preso il polso di Mirella
e le ha parlato con dolcezza. Ma frattanto
non staccava gli occhi da me; ed anche la signora
Whitaker mi guardava.

Poi il dottore mi ha fatto varie domande; e
mentre gli dicevo tutto ciò che mi sentivo, lui
tossicchiava e diceva: «Uhm... Già... Sicuro.»

Finalmente ho visto che dava un'occhiata alla
signora Whitaker; questa si è alzata subito ed
è uscita conducendo via Mirella.

Rimasto solo con me, il dottore mi ha fatto
cenno d'accostarmi, poi mi ha preso con molta
dolcezza la mano.

«Mia povera figliola,» disse, «avete qualche
cosa da confidarmi, non è vero?»

Lo guardai spaventata e perplessa. «Perchè,
perchè dice questo?»

Egli non rispose ed io m'impressionai più ancora.
«Sono molto malata, dottore? Sto forse
per morire?»

«Ma no, ma perchè dovreste morire?» disse
[pg!189]
lui. «Non si muore —» poi s'interruppe e
tacque.

«Ma cosa c'è? Si tratta forse di Mirella? Ha
qualche cosa di grave Mirella?» chiesi tremando.

«Ora parliamo di voi, non di Mirella,» ribattè
il dottore è la sua voce mi parve quasi severa.
E aspettò un poco ch'io parlassi, ma io non
sapevo che cosa dire. Finalmente dopo aver tossito
con aria impacciata riprese: «Mia povera,
cara figliola. Io sono vecchio.... sono padre....»
E di nuovo s'interruppe come se stentasse ad esprimersi.
«Conosco tutte le miserie e tutte le
tristezze della vita. Potete confidarvi in me.»

«Oh! grazie!» risposi. «Lo so. Lo credo.»

Vi fu un altro lungo silenzio. Pareva sempre
ch'egli aspettasse.

Infine si alzò e il suo volto mi parve singolarmente
freddo e austero.

«Forse preferite parlare colla signora Whitaker?...»

«Ma no, ma perchè?» feci io trasognata.

Ed eccolo di nuovo a fissarmi con quell'aria
d'aspettativa, mentre io guardavo lui, attonita
e imbambolata.

A un tratto prese i guanti e il cappello. «Ebbene,
signorina, io non posso forzare le vostre
[pg!190]
confidenze. Seguite la vostra strada a modo vostro.»
E uscì dalla stanza.

Io restai di sasso. Che confidenze dovevo fargli?
Che strada dovevo seguire a modo mio?
E perchè — perchè sembrava in collera con me?

Nell'aprire la porta per tornare alla mia camera,
lo udii che parlava nell'atrio colla signora
Whitaker. «Pur troppo sono sicuro di non
sbagliare» diceva; «ma non c'è modo di farla
entrare nell'argomento.»

Non capisco nulla. In quale strano mondo di
sogni viviamo?

-----

*Più tardi.*

E' chiaro che tutti si aspettano che io dica
qualche cosa. Io non so che cosa. La signora
Whitaker mi guarda sempre con un'aria di attesa;
e non lei sola: ciò che vi è di più strano è
che anche Lulù ha l'aria di aspettare non so
che cosa da me. Vi sono talvolta dei lunghi silenzi
tra di noi, e quando alzo gli occhi la vedo
che mi guarda con una strana fissità, una specie
di intensa, inquieta attesa di cui non riesco ad
afferrare il significato.

[pg!191]

-----

*Notte tarda*.

Ed ecco la incomprensibile fine ad una giornata
incomprensibile. La signora Whitaker poco
fa è entrata in camera mia; non aveva bussato,
ed io stavo in ginocchio a dire le mie preghiere;
e piangevo.

Allora, con un gesto impulsivo di bontà e
di tenerezza, mi ha presa tra le braccia. «Povera,
povera bambina!» disse, e mi baciò. Poi,
quasi facesse eco a ciò che aveva detto quest'oggi
il dottore, soggiunse: «Chérie, io capisco
tutto. Io sono mamma.....» S'interruppe commossa.
«E tu non devi credermi severa e fredda
come a volte voglio sembrare.»

Aveva le lacrime agli occhi; io le afferrai la
mano e gliela baciai. Ella allora sedette e mi
trasse a sedere su di uno sgabello vicino a lei.

«Dimmi, dimmi tutto, cara. Io comprenderò
tutto.»

Allora le ho detto tutto. Le ho detto come sto
in pena per Luisa e per Mirella; le ho detto di
Claudio all'ospedale....

«Sì, sì, questo lo so,» disse lei con un'ombra
d'impazienza negli occhi. «Prosegui.»

Allora le ho parlato anche di Florian. Ho detto
quanto era buono e bello, e che eravamo fidanzati.
[pg!192]
E piansi amaramente narrandole la mia
paura ch'egli possa essere morto.

Ella mi sollevò il viso tra le mani e mi guardò
profondamente negli occhi.

«E' stato lui?» chiese.

Io non compresi ed ella ripetè la sua domanda.

«E' stato lui —» esitava come cercando l'espressione — «è
stato lui a farti torto?»

«Torto? Perchè?» domandai. Ella mi guardava
fisso negli occhi ed anch'io la guardavo
cercando di comprendere cosa intendesse dire.

«Ti ha ingannata?»

«Ingannarmi, lui? Oh, no!» esclamai..«Florian
non inganna. Egli è leale e fedele come un
santo!»

Ero quasi sdegnata ch'ella avesse potuto farmi
una simile domanda. Florian che non ha mai
guardato, non ha mai pensato ad altra donna
che a me! Ingannarmi!

«Basta,» diss'ella levandosi improvvisamente,
e la sua espressione di dignità un po' fredda
mi ricordò di nuovo il contegno del dottor Reynolds.
«Se fosse stato l'oltraggio del nemico
sono certa che me l'avreste detto. Non insisterò
più oltre. Questo solo vi dirò — che mentre
avrei potuto compiangere la sventura, non so
perdonare la mancanza di sincerità.»

[pg!193]
E mi lasciò.

Io mi domando se sono io che sogno, o se
la gente in questo paese è incomprensibile e pazzesca?

[pg!194]




XIII.
=====


Luisa guardò in faccia la sua sventura — e
tremò. Non vi era più dubbio, non vi era più
speranza. Novembre! Il terzo mese era passato.
Ciò ch'ella aveva temuto più della morte, avveniva.
L'oltraggio subito si perpetuava in lei.
L'onta si era fatta eterna, la violenza si era fatta
umana. Il delitto viveva — viveva! e le pulsava
in seno.

Nel cuor della notte ella si levò a sedere nel
letto. La realtà orribile l'aveva colpita come una
percossa al cuore.

Rimase così al buio, coi denti serrati, le mani
premute alle tempia; poi scivolò dal letto e stette
immobile in mezzo alla stanza. Tutta la casa
dormiva. Ella era sola, sola col suo orrore e
la sua disperazione.

Come poteva sottrarsi all'orribile cosa che
portava in sè? Come sfuggire a sè stessa?

[pg!195]
Accese la luce e andò con rapidi passi allo
specchio. E si guardò.

Si guardò a lungo facendo cenno di sì col capo,
come una mentecatta; e la sua imagine riflessa,
lunga e bianca nella camicia da notte,
le faceva cenno di sì. Era vero. Ecco, ella ne riconosceva
tutti i noti segni: quei lineamenti stirati,
quegli occhi stanchi ed irrequieti, quella
faccia che sembrava già troppo piccola in confronto
al corpo — tutto tutto quell'aspetto spaurito,
dolente — era la maternità! La maternità.
Ciò ch'ella e Claudio avevano tanto desiderato,
tanto sospirato — un altro figlio — ecco, ora
le veniva concesso. La natura accordava alla
violenza ciò che aveva negato all'amore. Nell'esasperazione
della tortura, nel parossismo dell'odio,
la materia aveva risposto e fiorito.

Coi denti stretti, coi pugni chiusi ella guardava
quell'imagine, guardava quel suo fragile
corpo in cui si compiva l'eterno mistero della
vita.

Notava la subdola preparazione della sua muliebrità
per l'adempimento della sua missione:
la curva già più marcata delle sue forme, e la
trama delicata delle cerulee vene sul candor
latteo del collo e del petto.

Con un gemito di creatura ferita ella nascose
il volto tra le mani.

[pg!196]
Mia Dio! Che cosa fare? Che cosa fare?
Come in un baleno ella rivide la faccia convulsa,
ubbriaca del nemico china sopra di lei...
E con un grido che destò di soprassalto Chérie
nella camera attigua, Luisa cadde a ginocchi
presso il letto.

Liberarsene, liberarsene!... o morire!

-----

Allora cominciò per Luisa la disperata corsa
alla liberazione, la straziante ossessione dei tentativi
di scampo.

Si levava ogni giorno all'alba e camminava
per ore ed ore, noncurante dell'intemperie, affannandosi
per aspre salite e ripide discese, correndo
per affaticarsi e stremarsi; finchè madida
di sudore, esausta, si abbatteva affranta...

A nulla giovò. Allora si decise di andare a
Londra. Inventò ogni sorta di scuse per andarci
sola; e in quell'enorme, crudele deserto di strade
ignote, di folla ignota ella vagò in cerca di oscure
farmacie. Tornava portandosi a casa delle
medicine venefiche, delle bevande pericolose che
le davano crampi e convulsioni, che la lasciavano
malata, esausta, colla bocca amara e il viso
spettrale.

Tutto era vano. La natura proseguiva inesorabile
il suo corso.

[pg!197]
Allora si decise di chiedere aiuto alle donne
che sui giornali promettevano assistenza; e andò
tremante ad esporre a loro il suo caso.

Ma esse non la conoscevano; era straniera e
probabilmente senza danaro. Nessuno volle ascoltarla,
nessuno volle soccorrerla.

Finalmente Luisa si decise a consultare un
medico. Il primo a cui si rivolse era un giovane
svizzero, rigido, onesto e rude. Egli minacciò
di denunciarla al suo Consolato, e la mise alla
porta.

Allora ricorse a un dottore francese di cui qualcuno
le aveva detto che era amabile e cortese.
Difatti egli l'ascoltò, benevolo, se pure con un
sorrisetto non scevro di malizia.

Già!... Ve n'erano molti di questi casi dolorosi....
Era quasi difficile credere che fossero
tutti genuini!... Andiamo, andiamo! Si trattava
qui veramente della violenza dell'odiato
nemico?... O non era forse responsabile qualche
*bon ami*? Qualche affascinante «Tommy» od
ufficialetto inglese? Suvvia, era troppo naturale — e
il dottore le prese la mano — quando si
era *ravissante* come lei, con quelle guancie infocate
e quegli occhi ardenti.... Ah! con quegli
occhi si ha *le diable au corps, n'est-ce-pas*?

Luisa, comprendendo, era balzata in piedi fremente
[pg!198]
di disgusto e d'ira. Allora egli cambiò
tono e l'avvertì che se osava ripresentarsi a lui
l'avrebbe denunciata alle autorità.

Col coraggio della disperazione Luisa andò
da varî dottori inglesi; e quando si trovò davanti
a loro non osò dire quello che desiderava.
Essi le ordinarono dei calmanti e dei ricostituenti.
Se mai ella osava narrare loro la
sua storia, o non la credevano, o scotevano malinconicamente
il capo raccontandole a loro volta
dei casi che avevano conosciuti simili al suo,
od altre storie di barbare atrocità. Luisa doveva
interessarsi al fato dei bambini di Visè cui
erano state mozzate le mani; doveva commuoversi
per il soldato di Hertfordshire cui avevano
strappato gli occhi.... Poi pagava cinque
scellini (se era un medico della City) o due lire
sterline (se era un medico di Harley Street) e
se ne tornava a casa con una ricetta di sedativi
e tonici.

Allora Luisa decise che bisognava morire.
Non vi era rimedio, bisognava morire. Aveva
paura della morte. Si sentiva legata alla vita da
un duplice istinto, il suo e quello della creatura
che viveva in lei. Ah! come tenacemente si aggrappava
quell'essere alla vita! Non voleva morire,
quell'immonda creatura — no! non voleva
[pg!199]
morire e liberarla. Si attaccava con tutte le fibre
alla sua esecrata esistenza.

Ben sapeva Luisa che cosa sarebbe accaduto
se portava fino al termine questo suo martirio!
Sveglia, ogni notte, ella si figurava ciò che nascerebbe
da lei, immaginava vivente questo essere
concepito nell'odio e nell'orrore. E lo vedeva
un mostro, una cosa informe e demoniaca,
una cosa fantastica e terrorizzante che a guardarlo
agghiaccia il sangue!... Tale sarebbe la
creatura che nascerebbe da lei, ch'ella dovrebbe
carezzare e nutrire, — e recare tra le braccia
andando incontro a suo marito quand'egli tornava
zoppicante dalla guerra!...

Ossessionata e pazza, ella si figurava quell'incontro
in mille modi — tutti terribili, tutti indicibilmente
spaventosi.

Vedeva Claudio venirle incontro sulle sue
grucce, fissarla incredulo senza capire.... Vedeva
Claudio che impazziva.... Claudio che alzava la
gruccia e sfracellava il cranio della creatura
immonda, come era stato sfracellato il cranio
di Amour.... *Amour!* Ah! quel terribile Amour
ch'ella aveva veduto morto in quell'alba nefasta...

E Luisa tentennava la testa o parlava tra sè e
sè. Già... già! fu quella, quella la prima cosa
che videro i suoi occhi quando uscì barcollando
[pg!200]
dalla camera dove l'oltraggio si era compiuto!
E la spaventosa visione la perseguitava
ancora: bastava che chiudesse gli occhi per
vedere Amour — un ammasso nero e sanguinante,
col cervello che gli schizzava dal cranio — Ah,
mio Dio! E se questa visione orrenda
l'avesse a tal punto impressionata che il bambino...?
Silenzio! Questa era la pazzia; ella si
sentiva impazzire.

Dunque bisognava morire.

Morire? Come morire? E quando fosse morta
che cosa ne sarebbe di Mirella e di Chérie?

Chérie! All'idea di Chérie un nuovo torrente
di pensieri invase il cervello vaneggiante di Luisa.
Chérie! Che cosa aveva Chérie?

Non aveva essa pure quell'espressione irrequieta
e strana, quei lineamenti stirati, quel
viso ansioso e troppo piccolo in proporzione del
corpo? Era possibile — era possibile che la
mala sorte avesse colpita anche lei?

Allora Luisa si sforzò di ricordare, di ricordare
quegli eventi di cui pure avrebbe pagato
colla vita l'oblio. Cogli occhi chiusi, le membra
scosse da brividi, ella impose a sè stessa di rivivere
le ore più fosche della sua vita....

L'alba del cinque agosto.

.... La casa vuota, silenziosa. Gli invasori sono
partiti.

[pg!201]
Luisa, uno spettro livido nel grigio pallore
dell'aurora, esce barcollando dalla sua camera...
passa con un sussulto davanti ad Amour
sulla soglia della camera di Chérie.... Poi scende
vacillando le scale.

Ed ecco, accasciata ai piedi della ringhiera di
ferro — Mirella! Mirella ancora colle braccia
legate, colla piccola bocca aperta, ansando breve,
a tratti, come un uccellino che sta per morire...

Luisa la solleva, slega e scioglie la sciarpa
che la stringe, le spruzza dell'acqua sul viso....
e Mirella apre gli occhi.

Ma quelli non sono gli occhi di Mirella! Vi
è delirio e frenesia in quelle pallide iridi che si
volgono lente intorno alla stanza, che vagano
indecise e che d'un tratto si fermano su un punto,
folli, intente.

Che cosa mai guardano con quell'espressione
di indicibile terrore?

La madre segue quello sguardo e vede una
porta — la porta drappeggiata da una tenda
rossa che dà in una camera da letto. E' questa
una camera poco usata dove talvolta un ospite
o un paziente di Claudio ha dormito. Ed è su
questa porta che lo sguardo allucinato di Mirella
si fissa. E' aperta la porta; la tenda rossa
pende strappata....

[pg!202]
Luisa guarda — poi guarda ancora; e non si
muove. La luce elettrica là dentro è ancora accesa,
una seggiola è rovesciata sul limitare, e
là, là sul letto giace qualcuno.... E' Chérie!
Chérie nel suo vestito di velo bianco — Luisa
vede che è tutto lacero e macchiato di sangue — Chérie,
colle braccia alzate e le mani legate alla
sbarra del capo-letto. Il largo nastro rosa le è
stato strappato dai capelli per legarle così le
mani sopra al capo. Ha la faccia graffiata e sanguinante.
E' immobile. Sembra morta.

... Ah! come trovò Luisa la forza di sollevarla,
di richiamarla alla vita, piangendo su lei e su
Mirella, correndo disperata, folle, dall'una all'altra
delle due creature?

Le aveva vestite, inviluppate di scialli. Era
riuscita, ora trascinandole, ora portandole, a
scendere con loro le scale, a trarle fuori — fuori
da quella casa profanata!

Che cosa fare? Doveva chiamare aiuto? Doveva
andare gridando la loro vergogna e la loro
disperazione per le vie del villaggio?

No, no, no! Che nessuno le veda, che nessuno
sappia mai ciò che è accaduto a loro.

.... Ma che rumore era questo — questo galoppo
di cavalli per le vie deserte del villaggio?
Ah! sono loro, sono gli ulani!... bisogna fuggire!
fuggire!

[pg!203]
Gemendo, barcollando, incespicando, ella sollevò,
portò quelle due creature inconscie per
il viottolo sassoso che conduce ai boschi....

-----

E quivi, la mattina seguente, una pattuglia di
soldati belgi le trovò.

[pg!204]




XIV.
====


Il Ministro episcopale di Maylands, il reverendo
Ambrogio Yule, era nel suo studio intento
a scrivere l'articolo mensile per la «Northern
Ecclesiastical Review.» Il soggetto lo interessava:
«Le Nostre Domeniche Peccaminose.»
Pensieri e parole gli scorrevano facili;
condannava con focosa penna le conversazioni
frivole, l'assenza dalla chiesa, la frequentazione
dei cinematografi e, in generale, il contegno festivo
deplorevole dell'anglosassone gioventù.

Scriveva rapido e fluente nella bella calligrafia
nitida di cui assai si compiaceva.

Un bussar lieve alla porta l'interruppe.

«Cosa c'è?» chiese, non senza un'ombra di
impazienza.

«C'è una signora che desidera parlarle,» disse
Parrot, la cameriera, affacciata all'uscio.

«Una signora? Chi è? Tutti dovrebbero sapere
che oggi non ricevo.»

[pg!205]
«Scusi, signore. E' una di quelle persone forestiere
che stanno in casa della signora Whitaker.»

«Ah, va bene. Fatela entrare in salotto ed avvertite
la vostra padrona.»

«Scusi, signore,» insistette timidamente la
cameriera, «questa signora ha chiesto proprio
di Lei. Ha detto che desiderava» — un lieve
sorriso balenò sull'amabile volto di Parrot mentre
citava l'inglese esotico della straniera — «che
desiderava parlare al Signor Ecclesiastico
in persona.»

«Va bene,» sospirò rassegnato il Vicario.
«Fatela entrare.»

Collocò un ferma-carte sulle sue cartelle, si
alzò e andò al caminetto; ivi in piedi colle spalle
al fuoco attese la sua visitatrice.

Questa entrò — una figura alta, vestita di nero — e
fissò sul Vicario due pupille di fuoco e
di velluto, risplendenti in un viso pallidissimo.

«Signora, vogliate accomodarvi,» disse il
Reverendo. «In che cosa vi posso servire?»

«Perdoni ...» balbettò la straniera, sommesso,
«posso parlarvi in francese?»

«*Mais certainement, Madame*,» fece il cortese
prelato che, venti o trent'anni prima, aveva
studiato *sur place* con benevola attenzione le domeniche
peccaminose del Continente.

[pg!206]
La signora sedette e tacque. Portava dei guanti
di filo nero e stringeva nervosamente tra le
mani un fazzoletto, girandolo e rigirandolo fino
a ridurlo una pallottola sgualcita. L'amabile ministro
protestante, col capo leggermente piegato
sull'omero, attese che parlasse. Ma poichè perdurava
il silenzio si decise a chiederle in francese:

«Ella sta qui a Maylands? In casa della signora
Whitaker, se non erro? Mi pare di averla
incontrata talvolta con due giovanette....»

«Sì; mia figlia e mia cognata.» La donna
parlava così piano ch'egli dovette piegarsi in
avanti per afferrarne le parole.

«Già, già, perfettamente.» Il vicario riunì
insieme le punte delle dita, poi le scostò, poi le
picchiettò lievemente insieme aspettando ulteriori
schiarimenti. Ma la signora taceva ed egli
si decise ad interrogarla.

«Posso chiederle il suo nome?»

«Luisa Brandès.»

«Ah, perfettamente. Già.» Un altro silenzio.
«E.... il di Lei consorte?» Il viso del Reverendo
già si atteggiava ad un'espressione di condoglianza.

«E' in un ospedale a Dunkerk — ferito.»

Il Vicario scosse la bella testa grigia. «Triste,
[pg!207]
triste, invero,» mormorò. «Ed Ella desidera
probabilmente che io l'assista ad andarlo a trovare?»

«No!» La parola uscì quasi come un grido
dalle labbra della donna, ed improvvise lagrime
le soffusero gli occhi, le scesero per le
guancie e le caddero sulle mani giunte — quelle
povere mani inguantate di nero.

«E allora?...» interrogò il Ministro colla testa
ancora più inclinata sull'omero.

Luisa sollevò le nere ciglia e fissò lo sguardo
angosciato su quella bella faccia benigna che le
stava dinanzi; vide quella fronte blanda e benevola,
quelle labbra sottili e strette, e le mani
bellissime — il Vicario sapeva di avere le mani
bellissime — colla punta delle dieci dita leggermente
unite. E Luisa sentì nell'animo la certezza
che se avesse domandato a costui pietà,
protezione o denaro — tutto ciò le sarebbe accordato.
Ma sentì pure che ciò ch'ella stava per
implorare da lui avrebbe incontrato una inesorabile
ripulsa. Tuttavia non potè, nè volle indietreggiare.
Ella ripetè a sè stessa che questo
sarebbe stato l'ultimo passo, l'ultimo sforzo che
avrebbe tentato per ottenere soccorso. Non era
egli il sacerdote, il rappresentante del divino
Potere e della divina Pietà?

[pg!208]
Con un singulto si fece il segno della croce,
cadde in ginocchio davanti a lui e gli afferrò la
mano. «*Mon Père*...» balbettò — non altrimenti
soleva ella rivolgersi al vecchio curato di
Bomal, trucidato in quella notte indimenticabile — «ah!
mon Père —»

Il prete inglese e protestante ritrasse bruscamente
la mano da quella stretta.

«Vi prego, signora, di non parlarmi così.
Vi prego inoltre di rialzarvi e di mettervi a sedere.»
E tra sè e sè sospirò: «Ahimè! Come
sono melodrammatiche queste razze latine! Povera
donna! Come se tutta questa teatralità fosse
necessaria per venire a chiedermi qualche
sterlina, o per annunciarmi che non va d'accordo
con quella buona e irascibile signora
Whitaker!»

Luisa, fattasi prima rossa e poi pallida si era
prontamente rialzata. «Perdonate...» mormorò,
profondamente mortificata.

E allora anche il buon Vicario si fece rosso
e la coscienza gli rimorse per averla trattata
con tanta rudezza.

In quel momento si aprì la porta ed entrò la
signora Yule, mite donna dalla fronte serena
e dagli occhi di bontà. Era con lei il dottor Reynolds,
che portava in mano la sua borsa chirurgica
di pelle nera.

[pg!209]
«Oh!» esclamò la moglie del Vicario, scorgendo
Luisa. «Scusami, Ambrogio. Non sapevo
che tu avessi visite.»

«Vieni, cara,» disse il reverendo Yule, «vieni
a far conoscenza con Madame Brandès, una
signora belga che sta in casa dei nostri amici
Whitaker. Essa è venuta a consultarmi per qualche
cosa che la riguarda....» Poi, volgendosi al
dottor Reynolds: «Dunque, Reynolds, come
hai trovato il nostro ragazzo?»

«Bene! Benissimo! Lo rivedrete tra poco
rompersi il collo in qualche altro match di
foot-ball,» rise quello. Poi soggiunse più serio:
«Non si tratta, te lo accerto, che di una stiratura
di tendine. Cosa da nulla assolutamente.»

La signora Yule era andata incontro a Luisa
colla mano tesa.

«Sono felice di conoscerla,» disse cordialmente.
«Resterà con noi a prendere il thè, non
è vero? Anche mia figlia Mary sarà così contenta
di vederla — non già» soggiunse, e la voce
le si velò — «non già che essa possa vederla
davvero. Forse avrà sentito dire che la mia cara
bimba è cieca....»

«Cieca!» esclamò in un singulto Luisa.

Come un'onda immensa il dolore del mondo
sembrò sommergerle il cuore. Ella sentì terribile
e insopportabile la tristezza della vita.

[pg!210]
«Cieca!» ripetè. E chinando improvvisa il
viso tra le mani scoppiò in pianto.

Il cuore della signora Yule fremette; i suoi
occhi materni avevano notato subito l'aspetto
affranto, la linea rivelatrice di quella mesta figura.
Le si accostò rapidamente e le prese ambo
le mani.

«Suvvia, cara! Venga, venga qui accanto al
fuoco. Vuole togliersi il cappello? Sa... questo
clima inglese... fa proprio male a chi non vi è
abituato,» mormorava la soave donna con quella
specie di timidezza che gli anglo-sassoni provano
sempre di fronte all'emozione altrui. Anche
i due uomini avevano voltate le spalle e discorrevano
tra loro vicino alla finestra.

La signora Yule strinse fra le sue quelle mani
inguantate di nero. Che cosa conta, pensava,
se quello scoppio di pianto fu provocato dalle
condizioni di salute di quest'infelice, dai suoi
nervi sovreccitati, o da qualche suo proprio intimo
dolore?... Il fatto restava ch'essa era scoppiata
in lacrime alla notizia della sventura di
Mary. L'anima della signora Yule ne fu tocca.
Nè mai più lo scordò.

Sedette accanto a Luisa e le parlò in francese
affettuosamente:

«Voi siete belga, cara signora? Pensate che
[pg!211]
io sono stata in collegio a Bruxelles.» Infatti il
suo accento francese era perfetto, diverso dal
parigino soltanto per quel vezzo che hanno i valloni
di chiudere le vocali alla finale delle parole.
«Già da tempo sarei venuta io stessa a vedervi
e pregarvi di fare amicizia colla mia Mary» — e
le strinse di nuovo la mano — «di cui la disgrazia
ha tanto afflitto il vostro tenero cuore;
ma, come avrete forse saputo, mio figlio si è fatto
male al foot-ball, e da parecchie settimane io
non esco di casa. — Un momento, dottore!»
soggiunse, vedendo che questi si accommiatava
da suo marito. «Voglio presentarvi alla signora
Brandès....» E, volta a Luisa, «Ecco,» disse,
«il nostro miglior amico — il dottor Reynolds.
Un angelo d'uomo, e uno scienziato valente.»

«Ci conosciamo,» disse il dottor Reynolds
stringendo la mano a Luisa e guardandola bene
in viso con que' suoi occhi miopi e penetranti.
«La figlioletta di Madame Brandès,» soggiunse
rivolto alla signora Yule, «è una mia piccola
paziente.»

«Ah, davvero?» disse quella.

Vi fu un momento di silenzio; poi il medico,
volgendosi al Vicario, abbassò la voce:

«E' un caso pietosissimo. La loro abitazione
è stata invasa, e pare che la bambina ne abbia
[pg!212]
avuto un terribile spavento. Fatto sta che ha perduto
la ragione e la favella. E' un caso veramente
doloroso.»

Fu la signora Yule cui questa volta le vivide
lagrime di pietà riempirono gli occhi. Con uno
slancio di tenerezza si chinò improvvisamente
e baciò la pallida guancia dell'esiliata.

Allora, come al bagliore d'una folgore, s'illuminò
il buio nell'anima di Luisa. Essa sentì
che ora o giammai doveva svelare il suo segreto;
ora o giammai doveva tentare l'ultimo
sforzo, la suprema lotta per la liberazione e la
vita.

Le sue nere pupille andavano dai dolci occhi
della signora Yule, ancora nuotanti nel pianto,
alla faccia grave e pietosa del dottore. E la
speranza come una cosa viva le corse nel cuore.
Il sangue le affluì alle guancia.

Balzò in piedi.

«Dottore!...» balbettò «Signora!... Devo dire...
devo parlare....»

Si coprì il volto.

«Parlate, cara,» disse dolcemente la signora
Yule.

Il Vicario mosse un passo innanzi. Guardò
incerto da Luisa a sua moglie, poi il dottore.
«Forse desiderate che io vi lasci....»

[pg!213]
Ma Luisa gli stese una mano tremante. «Ah,
no!» supplicò. «Voi siete il medico dell'anima.
Ed è tanto malata l'anima mia!»

«Sono onorato della vostra confidenza, signora,»
disse, grave e cortese. E sedendo accanto
a Luisa, aspettò che parlasse.

Nè aspettò invano. Coll'eloquenza della disperazione,
colla veemenza della follia, Luisa
mise a nudo l'anima torturata, rivelò la storia
del suo martirio.

In quella stanza tranquilla, nella placida sicurtà
di quella religiosa dimora inglese furono
rievocate le scene orrende di strage, d'orgia e
di brutale violenza, nelle quali il nemico coi
piedi lordi di fango e di sangue aveva calpestato
l'anima di tre creature inermi. L'oltraggio
fu ricompiuto dinanzi agli ascoltatori inorriditi.

Luisa era sorta in piedi — una figura alta,
nera, con viso spettrale. Era dessa la Tragedia
vivente, lo Spirito della Femminilità che la guerra
strazia ed infrange; era ella il Cordoglio del
Mondo.

Ella si gettò ai piedi della signora Yule con
le braccia tese, con gli occhi fuori dell'orbite:

«Signora! Signora! Voi che siete donna dovete
capire — capire che cosa è stata quella
notte.... colla porta aperta.... i soldati ubbriachi
[pg!214]
nella casa!... Ah! vorrei nascondere la faccia
sotto terra quando ci penso...»

«Povera donna!» mormorò convulsa la signora
Yule.

«Mille volte al giorno,» proseguì Luisa,
«ringrazio Iddio che la mia bambina — ammutolita
per chissà quale spavento! — non possa
domandarmi: Mamma! cos'hai? Mamma, che
cosa pensi? Dovrei dirle: «Penso che sono
maledetta tra le donne, che sono indegna di alzare
la fronte. Penso che porto nel mio seno un
essere immondo che renderà eterna l'onta che
ho patito —»

«Coraggio, figlia mia,» disse grave il Reverendo
ponendole una mano sul capo chino.

«Ah! ne avrò, ne avrò del coraggio! Affronterò
la morte con letizia, con gratitudine!» Si
volse al medico, che ascoltava impallidito e muto.
«Dottore, dottore! Se muoio non me n'importa.
Ma il delitto non deve vivere. Ciò che fu
concepito nell'odio e nell'orrore non deve, non
deve vedere la luce.»

Il dottor Reynolds indietreggiò, colpito:

«Signora!... Che cosa mi domandate?»

«Domando la liberazione,» gridò Luisa, «La
liberazione immediata, completa! E se voi, dottore,
non vi sentite di darmela — la Morte me
la darà!»

[pg!215]
E cadde bocconi ai piedi del medico, scossa da
singhiozzi spasmodici come nel parossismo d'un
attacco epilettico.

Il dottore la sollevò, l'adagiò sul divano, mentre
la signora Yule correva a cercare dell'acqua
e dell'aceto per bagnarle la fronte.

Ma il signor Yule fissava su quella figura di
dolore il suo occhio grave ed austero.

«Infelice donna,» mormorò. «Essa delira.
La sua ragione è scossa.»

«Eh, sì, caro amico,» mormorò il dottore,
lanciando sul sacerdote uno sguardo quasi impaziente.
«Dite bene: la sua ragione è scossa.
E' una creatura che sta sull'orlo della demenza.»
E il suo occhio esperto percorse la figura
tesa e irrigidita, scossa ancora tratto tratto da
un tremito convulso.

«E' un caso pietoso, un caso assai pietoso,»
ripetè il Vicario evitando d'incontrare lo sguardo
risoluto del medico. «Ella avrà le nostre
più fervide preghiere.»

«Ella avrà la nostra più valida assistenza,»
disse il dottore.

Come se questa parola fosse giunta allo spirito
di Luisa, essa fremette, sospirò ed aprì gli
occhi. La signora Yule era china sopra di lei,
il suo braccio protettore la circondava. Luisa
con un singhiozzo richiuse gli occhi.

[pg!216]
Il Vicario guardò fisso il dottore; poi traversò
la stanza e si fermò accanto al divano.

«Signora,» disse con voce dolce e grave a
Luisa. «Voi sarete coraggiosa, non è vero?
Noi siamo tutti qui per portarvi aiuto e conforto.»

Luisa aveva riaperto gli occhi. A queste parole
un'abbagliante raggio di speranza le illuminò
il viso.

Il Vicario continuò pietoso e grave.

«Tutta la nostra amicizia, tutta la nostra pietà,
vi è dovuta — e l'avrete. Se, com'è probabile,
la signora Whitaker non desiderasse più
ospitarvi, voi rimarrete in questa casa come una
figlia nostra, diletta e sacra. Avrete da noi tutte
le cure, tutte le tenerezze; sarete rispettata ed
onorata —»

Luisa ruppe in singhiozzi e afferrando la mano
della signora Yule la recò alle labbra.

«E nell'ora —» il Vicario si raddrizzò solenne
ed imponente — «e nell'ora del vostro supremo
martirio, voi non sarete abbandonata.»

Lenta, tremante Luisa si rizzò a sedere. «Che
cosa — che cosa dite?»

Lo fissava stravolta, cogli occhi che ardevano
come torcie nere nel viso color di cenere.

«Dico,» pronunziò solenne il prete, tenendo
[pg!217]
lo sguardo fermo e fisso sulla donna tremante;
«dico che perchè voi avete sofferto della nequizia
umana, non avete il diritto» — egli levò
la mano e la sua voce vibrò sonora ed imperiosa — «non
avete il diritto nè di proporvi, nè
di spingere altri, a commettere un atto delittuoso.»

Un profondo silenzio regnò nella stanza. L'autorità
sacerdotale reggeva il suo potente dominio.

«Un atto delittuoso!» ansò Luisa e si levò in
piedi, vacillando. «Ma non sarebbe maggiore
delitto spingermi alla morte? O voler forzarmi
a dare la vita ad un essere che non può, che
non deve vivere? Ah!» gridò con, violenza folle,
«ma io mi strapperò gli occhi prima di vederlo,
mi lacererò il petto prima di nutrirlo — e con
queste mani, se nasce, lo strangolerò!»

Il reverendo Yule, impallidendo, tese le mani.

«Donna, voi bestemmiate!»

«No, no! Non bestemmio,» gridò Luisa.
«Pensate... pensate.... che ho un marito...! che
m'ama.... che combatte per noi nelle trincee!
Che un giorno» — la voce le si spezzò in un singulto — «se
il cielo è pietoso — tornerà!» Vi
fu un attimo in cui nessuno parlò. «E non basta
dovergli dire che la sua bambina è impazzita
[pg!218]
e muta? Volete ch'io gli vada incontro recando
in braccio il figlio di un nemico?»

Un profondo silenzio tenne la stanza.

Allora Luisa, stralunata, nel rapido mormorio
della demenza, continuò:

«Ma io lo sento... lo sento che divento pazza
sotto quest'incubo! Pazza, pazza di terrore e
d'odio. Cerco di sfuggire a me stessa, di sottrarmi
alla velenosa cosa ch'è in me, che ogni
giorno prende maggior forza, ogni giorno diviene
più vitale, ogni giorno m'invade di più! Dottore!
dottore!» — con un grido gli cadde ai
piedi — «è un cancro — un cancro vivente ch'è
in me! Toglietemelo! Liberatemene!... o mi
darò la morte.»

Cadde prona ai piedi del dottore. Questi, pallidissimo
anch'egli, la sollevò.

Poi affidatala alle materne braccia della signora
Yule, che col viso inondato di lagrime
l'accolse, il medico si volse risoluto al sacerdote.

«Io non prenderò alcuna decisione affrettata,»
disse. «Ma se dopo ulteriore riflessione mi
convinco che — come uomo e come medico — debbo
intervenire ed interrompere il corso degli
eventi, non è detto che io non abbia a farlo.»

Il Vicario lo guardò atterrito.

[pg!219]
«Reynolds, mio buon amico! non dirmi dunque
che oseresti intervenire!»

Il dottore tacque. Luisa, con le pallide labbra
aperte, gli occhi smarriti e fissi sui due uomini,
aspettava la sua sentenza.

«A priori,» soggiunse il dottore studiando il
viso disfatto e il corpo macilento di Luisa, «a
priori credo poter asserire che le condizioni mentali
e fisiche di questa donna giustificano il mio
intervento.»

«Ah!» Fu un urlo di gioia delirante che
proruppe dalle labbra di Luisa. Ella si strappava
dal collo la veste, soffocata, cercando il respiro,
scossa da un riso frenetico e da singhiozzi, ripresa
da un nuovo violento spasimo isterico.

Dovettero riportarla sul divano; mentre la signora
Yule le bagnava le tempia, il dottore sciolse
nell'acqua un calmante: glielo forzò tra i
denti serrati; poi le sedette vicino, tenendole
l'esile polso.

In breve sentì che le pulsazioni disordinate si
facevano più ritmiche e i tesi muscoli si allentavano.
Si alzò e traversò la stanza.

Il sacerdote stava muto e immobile accanto
alla finestra, guardando fuori sullo squallido
giardino battuto dalla pioggia.

«Yule,» disse il dottore, «sarò desolato se
[pg!220]
per seguire il dettato della mia coscienza dovessi
perdere la tua amicizia — un'amicizia che
dura da quando dura la nostra vita, e che» — la
voce gli si spezzò — «mi è indicibilmente
preziosa.»

Il Vicario non rispose. Ma la signora Yule,
abbandonando Luisa che pallida come un cadavere
giaceva ad occhi chiusi sul divano, traversò
senza rumore la stanza e venne a mettersi accanto
al dottore — a colui che da tanti anni
aveva vegliato su lei e sui suoi cari, curando,
guarendo, confortando; colui che, quindici anni
prima, le aveva messo tra le braccia con tanta
mesta tenerezza la sua figliolina cieca.... Ella
gli si tenne vicina, tremante, col volto acceso, e
le sue labbra si movevano come in silenziosa
preghiera.

Suo marito, immobile, continuava a guardar
fuori nel nebbioso crepuscolo autunnale.

«Ma nessun vincolo d'amicizia, nessuno scrupolo
religioso,» continuò il medico, «devono
impedirmi di compiere ciò che sento essere mio
dovere. Yule, qui si tratta di ubbidire ai sentimenti
della più elementare umanità, che nel
caso attuale, coincidono esattamente cogli insegnamenti
della scienza. Date le condizioni in cui
trovo questa donna, devo tentare di tutto per
[pg!221]
salvare la sua ragione e la sua vita. — E così
farò.»

«E farete bene, sant'uomo che siete!» L'inattesa
esclamazione irruppe impetuosa dalle
labbra della signora Yule; e pur tremando sotto
lo sguardo stupito e sdegnato di suo marito
ella nè ritrasse, nè rimpianse quelle parole.

«Clara, tu hai detto un'empietà!» e nella
voce del prete tremava più che lo sdegno una
profonda sofferenza. «Non si infrangono impunemente
le leggi divine —».

Il dottore scattò:

«Ma via, Yule! Non è per legge divina che
quella sciagurata si trova oggi in queste condizioni.
Ogni legge divina e umana è stata infranta
dagli immondi bruti che la guerra ha scatenato!»

Il Vicario non rispose; e l'uomo di scienza
continuò:

«La legge divina dà alla donna il diritto di
selezione. Essa ha il diritto di scegliere chi
sarà il padre delle sue creature. E questo sacrosanto
diritto è stato violato.»

«E questo giustifica forse un delitto? Reynolds,
Reynolds — ti renderesti reo di un crimine?»

«Reo o non reo,» dichiarò il dottore, «davanti
[pg!222]
a questo caso sento l'obbligo di intervenire.»

Il Reverendo tremava, scuotendo le mani congiunte:
«Tu — tu uccideresti un essere umano?»

«Non è quasi ancora un essere umano,» fece
il dottore crollando impaziente le spalle. «Per
me, questa donna è afflitta da un morbo, da una
infermità. Porta in sè un male che va estirpato,
un male che corrompe ed avvelena le più profonde
sorgenti della vita. Se questa donna in
queste stesse condizioni fosse tisica, tu lo sai
che si ammetterebbe senz'altro l'intervento. Orbene,
essa è malata; essa è psicopatica. Il continuare
in queste condizioni mette a repentaglio
la sua vita e la sua ragione. Il dottore ha il diritto,
anzi, ha il sacrosanto dovere di salvarla — se
può.»

«A spese della vita umana ch'essa porta in
sè?» chiese il Vicario, colla voce soffocata.

«Sì, sì. A spese di questo germe di vita malefico
e intossicato.»

Il Vicario con gesto di orrore si portò la mano
alla fronte; ma lo scienziato, irremovibile, continuò:

«Se gli eventi seguissero il loro corso, tu lo
sai al pari di me ciò che ne risulterebbe. Ammetterai
[pg!223]
che la creatura concepita nella violenza
e nell'alcoolismo sarà probabilmente un anormale,
un degenerato, un epilettico.» Il dottore
additò il divano dove giaceva Luisa livida e svenuta.
«E la madre? Guardala! La madre andrà
al cimitero o al manicomio.»

Il Vicario non rispose. La signora Yule con
gli occhi pieni di lagrime e le mani tremanti gli
si avvicinò, ma egli distolse il viso e guardò fuori
sul giardino ormai quasi buio sotto la scrosciante
pioggia.

Finalmente si volse, austero e pallido, verso
il dottore:

«Reynolds, noi siamo dei vecchi amici, non
è vero? Orbene, con quanto affetto, con quanta
autorità ho, ti prego — ti comando di desistere
dal tuo proposito.» E poichè il dottore taceva,
soggiunse: «Ricordati, Reynolds, l'atto che stai
per compiere non è solamente immorale — è
anche illegale.»

«Se la tua coscienza, Yule, ti spinge a denunziarlo
all'autorità, fa pure.» E il dottore si chinò
sopra l'incosciente Luisa e le toccò la fronte
e il polso. «Quanto a me, farò il mio dovere.»

«Ed io farò il mio,» dichiarò tremando il
sacerdote.

«Che sarà — di pregare per loro!» implorò
[pg!224]
sua moglie, ponendogli le braccia intorno al
collo e tentando di trarre a sè quel viso severo e
doloroso.

Ma egli si sciolse dal suo abbraccio e senza
una parola uscì dalla stanza.

[pg!225]




XV.
===


Era calato il crepuscolo — il malinconico crepuscolo
di novembre — allorchè Luisa uscì dal
cancello del Vicariato e si affrettò verso casa
traverso i prati umidi e le campestri viottole deserte.

Non aveva voluto che la signora Yule l'accompagnasse
nè che la facesse accompagnare. Aveva
bisogno d'essere sola — sola a guardare in
faccia la sua felicità, sola colla sua nuova divina
estasi di gratitudine!

Ah! finiti, finiti i giorni di martirio, le notti
d'incubo e di terrore! A Luisa pareva di uscire
da una negra caverna in cui giacessero uccisi i
fantastici Mostri che l'avevano straziata — la
Vergogna dal volto fiammante, e l'Orrore che le
aveva conficcato gli artigli nelle carni, e la Pazzia
frenetica e ghignante...

[pg!226]
Libera, redimita, rinnovata, ella usciva con
passo alato nella vita, e vi trovava ancora fiorenti
per lei la giovinezza e la felicità.

Come un fiotto di luce le rifulsero nel cuore
tutte le fedi e tutte le speranze. Claudio sarebbe
tornato; il Belgio sarebbe liberato dall'invasore;
Mirella avrebbe ritrovata la parola — sì!
Mirella avrebbe ritrovata la dolce voce e il riso
trillante....

Chissà! forse era causa lei stessa della sventura
di Mirella; forse il negro abisso in cui vagava
l'anima materna aveva attirato nelle sue
profondità anche lo spirito della bambina....
Certo ora che Luisa usciva fuor dalle tenebre,
anche quel frale spirito infantile moverebbe con
lei verso la luce. Ah, sì! Certo tutte le gioie
erano possibili in questo mondo pieno di gioia.

Luisa affrettava il passo, lieve e lesta nella
nebbia crepuscolare, aspettandosi quasi di vedere
Mirella, già guarita, correrle incontro gaia e
garrula, chiamando: «Mamma!»

O forse le verrebbe incontro Chérie, lieta, agitata,
ad annunciarle la nuova che il miracolo
era avvenuto?...

Chérie!

Il nome, il pensiero di Chérie colpirono, il
cuore di Luisa con un urto improvviso. Sostò.
[pg!227]
Era come se una folata di vento autunnale avesse
spente la luce della gioia ch'era in lei. Ritta
tremante in mezzo alla via, ella sentì che il nembo
le si riaddensava d'intorno, che l'abisso la
riprendeva.

Chérie! Che cosa aveva detto di Chérie il dottore,
accompagnandola or ora al cancello del
Vicariato? Tenendole le mani in una stretta forte
che le prometteva salvezza e liberazione, quali
parole aveva egli pronunciate? Ella allora non
le udì, non le comprese, rapita nella sua travolgente
felicità e gratitudine; ma ora quelle
parole le ritornavano d'un tratto nella memoria,
ora le riudiva, le comprendeva.

Il dottore aveva detto guardandola fisso in
volto: «E che ne sarà di vostra sorella?»

Vostra sorella! Egli alludeva a Chérie. E che
ne sarebbe di lei? Ancora una volta Luisa sentì
quel tuffo nel sangue, come un sordo colpo datole
nel cuore.

Poichè ben sapeva ella ciò che il dottore intendeva
dire; ben sapeva ella che ne era di
Chérie.

Lo stesso abominio, lo stesso orrore, la stessa
sciagura.

Luisa chiuse gli occhi e strinse i denti. Se lo
stato di Chérie si faceva palese anche agli occhi
[pg!228]
degli estranei, come dubitare ancora, sperare
ancora? Fino ad oggi, tutta compresa nella sua
propria sventura, afferrata dal turbine delle sue
proprie angoscie, Luisa aveva risolutamente
chiuso gli occhi e il cuore ad ogni altro pensiero;
ciò che accadeva intorno a lei era parso senza
importanza, insignificante ed irreale come un
sogno. Se nello sfondo del suo pensiero aveva
pur sentito la minaccia di quell'altra sventura,
nella lotta di vita e di morte in cui si dibatteva
non si era fermata a domandarsi che ne
sarebbe di quell'altra anima che naufragava accanto
a lei, infranta e sommersa dalla medesima
procella.

Ma ora bisognava affrontare ancora questo
strazio. Bisognava rivelare a Chérie la verità,
aprirle gli occhi all'orribile sua sventura.

Poichè Luisa sapeva — per quanto incredibile
ciò potesse sembrare ad altri — che Chérie
era completamente ignara di quanto le era accaduto
in quella notte, in cui il terrore, l'ebrietà
e la violenza l'avevano piombata nell'incoscienza.
Non un barlume della verità, non una
favilla di comprensione aveva rischiarato la sua
inesperienza, non un alito di dubbio aveva sfiorato
la sua semplicità. Pura sebbene contaminata,
candida sebbene violata — ben di lei
[pg!229]
potevasi dire che aveva concepito senza peccato.

Luisa seguitò il suo cammino per la viottola
ormai immersa nell'ombra. La sua gioia celava
il volto davanti al dolore che doveva recare a
Chérie, alla ferita che doveva infliggere a quell'anima
innocente.

Ma ben presto ripensando al messaggio di conforto
e di speranza che al tempo stesso poteva recarle,
la gioia si ridestò cantando nel suo cuore.

Ed eccole — eccole al cancello le due dilette
figure aspettanti! La più alta cingeva col braccio
la più piccina, e Luisa corse loro incontro,
agile, colle braccia tese.

«Luisa!» esclamò Chérie, «dove sei stata?
E come sei raggiante! Anche nel buio e da lontano
ho visto il tuo sorriso!»

Luisa le baciò le fresche guancie, prese nella
sua la manina fredda di Mirella, e si avviò tra
loro verso casa. Ah, come brillavano allegre le
finestre illuminate! Come placido e sicuro era
questo loro asilo! Come generosi i cuori che le
ospitavano! Come lieta, dolce e bella era la
vita!

[pg!230]

-----

«Dimmi la verità, Lulù,» disse Chérie quella
sera, allorchè Luisa, avendo messo a letto
Mirella, ritornò nel loro salottino; i riflessi
del fuoco danzavano sulle gaie pareti e sulle tende
cremisi ben chiuse. «Dimmi la verità — tu
hai avute notizie! Tu sai qualche cosa di Claudio....
qualche cosa —» Chérie si fece rossa
dal niveo collo fino alla linea classica e delicata
della fronte — «di Florian! Sì, sì! Te lo leggo
in viso. Tu hai avuto notizie.»

Sì; Luisa aveva avuto notizie.

«Buone notizie?...»

Sì. Buone notizie. — Luisa sedette su di una
poltroncina accanto al fuoco e disse piano:
«Chérie.»

Quella venne rapida a mettersi ai suoi piedi;
i bagliori della fiamma le guizzavano sui capelli
fulvi e sul latteo ovale del viso.

«Chérie...» La voce di Luisa era trepida e
sommessa. Le pareva d'essere un carnefice; le
pareva di dover compiere un assassinio su qualcosa
d'infinitamente tenero e floreale, di dover
aprire a forza i petali chiusi di quell'anima ancora
infantile e riempirne il calice di veleno. I
vili le avevano violato il corpo; a lei pareva di
doverne violare l'anima.

[pg!231]
Chérie alzava verso di lei un viso radioso,
pieno di lieta aspettativa.

Come dirle? Come dirle?....

Luisa si chinò e coprì con una mano quegli
occhi fulgenti, interrogatori.

«Domani, Chérie!... Domani.»

[pg!232]




XVI.
====


La mattina seguente Chérie si svegliò presto.
Non le riuscì di capire che cosa l'avesse strappata
d'improvviso al sonno. Certo ella si trovò
desta a un tratto cogli occhi sbarrati, con ogni
nervo teso e vibrante in una specie d'aspettazione
intensa. Che cosa aspettava? Ella stessa non
l'avrebbe saputo dire. Era accaduto qualche cosa
che l'aveva svegliata, ed alla ora stava aspettando
che questa cosa si rivelasse, si ripetesse;
aspettava di riudire o di riprovare ciò che l'aveva
così di soprassalto destata. Ma la misteriosa
causa del suo improvviso risveglio, fosse
suono o sensazione, non si ripetè.

Chérie si alzò rapida, infilò i piedini nelle
babbuccie e andò alla finestra; appoggiò i gomiti
nudi sul davanzale e guardò nel giardino. Il suo
sguardo azzurro vagò sul prato luccicante di
pioggia, sugli alberi spogli che si disegnavano
neri e nitidi contro il cielo mattinale. Era un'alba
[pg!233]
grigio-rosata, d'una luminosità così soave
che si sarebbe detta di primavera e non d'autunno.
Vi era nell'aria pallida e radiosa come
una promessa di giornate serene.

D'un tratto Chérie si sentì invasa da quell'onda
di stordimento e vertigine che ormai era solita
provare. Il pavimento ondeggiò sotto ai suoi
piedi, e la mortale nausea che conosceva e temeva
le serrò la gola.

Poi questi fenomeni svanirono e Chérie si
sentì perfettamente bene; le parve anzi di provare
uno strano e lieto senso di benessere che
le era nuovo. Era una sensazione indefinita di
gioia — di gioia morale e fisica, era... che cosa
era? Era come una pulsazione lieve, un fremito
d'una dolcezza impossibile a definire. Ma
non appena questo strano senso la scosse, che
già era svanito. Allora Chérie si rammentò:
ecco ciò che l'aveva svegliata! Sì, era quello
stesso palpito strano ch'ella aveva sentito nel
sonno — quel lieve tremolio somigliante a un
batter d'ali, quasi che un altro cuore pulsasse
entro al suo.

Così strano, così nuovo, così profondo era
questo brivido di gioia ch'ella pensò per un momento
di correre in camera di Luisa a chiederle
che cosa potesse significare. Ma già la sensazione
[pg!234]
era cessata, lo stranissimo senso di gioia
fisica era svanito e a Chérie parve quasi impossibile
rammentare a sè stessa, tanto meno descrivere
ad altri ciò che aveva provato.

Chérie, certa di non poter più dormire, si vestì,
rapida e silenziosa per non destare Luisa,
avvolse le gracili spalle in uno scialletto e scese
nel giardino.

Quel mattino anche Giorgio Whitaker si era
svegliato di buon'ora. Erano questi i suoi ultimi
giorni di licenza prima di partire per il fronte,
ed egli aveva nell'animo una febbrile irrequietezza.
Sua sorella Eva doveva tornare da
Hastings quella mattina stessa; passerebbero insieme
questi ultimi due giorni felici prima della
sua partenza per quella meravigliosa e spaventosa
avventura ch'è la guerra.

Aveva obbedito al desiderio di sua madre e
non aveva più cercato di trovarsi o di discorrere
colle loro ospiti belghe. Invero era facile — troppo
facile! pensò Giorgio con un sospiro — evitare
ogni incontro con loro, poichè sembravano
farsi ogni giorno più timide e ritrose.
Giorgio appena le scorgeva, apparizioni fugaci,
dietro le loro finestre chiuse; tal'altra volta gli
era concessa una visione del capo lucente di
Chérie, chino sopra un lavoro o un libro presso
il balcone dello studio.

[pg!235]
Quel mattino mentre egli stava vigorosamente
spazzolandosi i folti capelli il suo sguardo distratto
errò sul giardino; allora scorse Chérie
collo scialletto bianco intorno alle spalle e un
libro in mano che se ne andava lenta pel viale
verso il pergolato. Giorgio buttò giù le spazzole
e finì di vestirsi in fretta e furia.

Dopo tutto — riflettè — erano queste le sue
ultime quarantott'ore in Inghilterra. Poi sarebbe
partito, partito per andare chissà dove, per ritornare
chissà quando! Forse non avrebbe più
avuto un'occasione come questa per vedere e
salutare la fanciulla belga. A dir vero, era un
po' presto per dirle addio; l'avrebbe poi incontrata
ad ogni istante nei giorni seguenti, poichè
Eva, tornando, soleva sempre tenersi d'accanto
la sua piccola amica straniera. Già; Eva aveva
un certo modo di passare il suo braccio sotto
quello di Chérie e di portarsela via, dicendo:
«Allons, Chérie!» che Giorgio, ripensandovi,
trovava molto simpatico. Non sarebbe spiaciuto
neppure a lui di prendere per il braccio bianco
e delicato la soave creatura e dirle: «Allons,
Chérie!...»

E si figurava lo stupore nei grandi occhi azzurri
e il rossor vivo sulle guancia delicate — forse
un corrugar sdegnato delle ciglia.... oppure,
[pg!236]
chissà? le sarebbe brillato nel volto soave
la fuggevole meraviglia del sorriso.

Corse giù per le scale e in giardino; in un
attimo fu sotto al pergolato, ma Chérie non c'era
più. La trovò che passeggiava lungo il laghetto
artificiale nel bosco; era immersa nella lettura
d'un libro.

«Buon giorno,» disse Giorgio in tono di eccessiva
naturalezza, quasi fosse cosa abituale
l'incontrarsi in giardino a quell'ora.

Ella, assai sorpresa, alzò il viso.

«Oh! buon giorno, Monsieur Georges!» e
la morbidezza francese dei «g» nel suo nome
suonò assai dolce al signor Giorgio.

«Che cosa fate levata così presto?»

«*Et vous?*» ribattè lei con quel suo breve,
vivido sorriso.

«Io... io... sono venuto a dirvi addio!»

«Addio? Ma come mai? Credevo non partiste
che domani sera?» esclamò Chérie.

«Perfettamente,» rispose Giorgio. «Ma io
amo fare le cose senza fretta. Perciò comincio
a salutare gli amici due giorni prima del tempo.»

E di nuovo gli piacque il rapido sorgere e sparire
del sorriso che le arcuava la bocca e le metteva
delle fossette nelle guancie.

«Allora — addio,» fece lei guardandolo per
[pg!237]
un attimo e presentendo che quella partenza l'avrebbe
lasciata più triste.

Egli le prese di mano il libro, e poi le stese
la mano destra.

«Addio!»

Chérie pose in quella di lui la sua mano piccola
e fredda. E Giorgio, poichè non trovava
altro da dire, ripetè: «Addio!»

«Addio,» rispose lei ridendo. «Ma adesso
bisogna che ve n'andiate. Non potete continuare
a dirmi addio, e restar qui.»

«Già;» ammise Giorgio. «Adesso me ne vado.»
Poi tossì per darsi un contegno, e soggiunse
con aria che voleva essere indifferente:
«Sarete ancora qui, quando ritorno dal fronte?
Ho idea che non vi piacerebbe vivere sempre in
Inghilterra.»

«Non lo so,» rispose Chérie, incerta. «A dir
vero non ci ho mai pensato.»

«Capisco,» ribattè Giorgio con qualche insistenza.
«Ma vi piace l'Inghilterra? O non vi
piace?»

«*S'il vous plaît Londres?*» citò essa alzando
a lui gli occhi ridenti.

Ah! certo, pensò Giorgio, non vi erano nel
mondo altri occhi colle ciglia così lunghe, altre
pupille così stellanti e raggianti!

«E' vero che per certe cose l'Inghilterra non
[pg!238]
mi piace,» ella osservò pensosa. «Per esempio,
le donne inglesi — non è che non mi piacciano...
ma non le capisco. Sembrano — come dire? — così
rigide, così aride d'anima....» Aveva staccato
un ramoscello di bacche invernali e con
esso giocherellava distratta camminando accanto
a lui. «Pare sempre che abbiano paura di
essere troppo espansive o troppo cortesi.»

«E' forse vero,» riflettè Giorgio.

«Appena arrivate qui, vostra sorella ce ne
parlò per metterci sull'avvisato. — Guardatevi
bene — disse — dal far vedere ad una donna
inglese che avete della simpatia per lei. Qui non
si usa; e sareste fraintese.»

«Perfettamente,» osservò Giorgio. «A noi
non piacciono le effusioni esagerate. Se siete
molto amabile si pensa subito che avete bisogno
di qualche cosa; che state per chiedere denari
o qualche altro favore.»

«Che strana idea!» esclamò Chérie.

«Eppure è così. Dovreste vedere mia madre
com'è squisitamente villana colla gente che incontra
per la prima volta! E' questo il segreto
dei suoi grandi successi in società.»

Chérie rise. Giorgio, dopo un momento di silenzio,
parlò esitante:

«E.... e gli uomini di questo paese? Vi piacciono
poco anche quelli?»

[pg!239]
«A dir vero non li conosco,» disse lei. «A
guardarli» — e volse lo schietto sguardo azzurro
in pieno su di lui — «a guardarli sono belli.»

Un vivido rossore tinse la fronte abbronzata
di Giorgio.

«E... e non vi verrebbe mai in mente, vero?
l'idea di.... di sposare un inglese?»

Chérie scosse il capo, e le lunghe ciglia batterono
sulle iridi stellanti. «Sono fidanzata,» disse
piano. E con una stretta al cuore, soggiunse:
«ad un soldato belga.»

«Ah. Già. Sicuro. Naturale,» disse Giorgio
in fretta.

Proseguirono a fianco l'uno dell'altro in silenzio.
Finalmente egli, non sapendo che cosa
dire, aprì il libro che ancora teneva tra le mani.

«Che cosa leggevate?... Poesia?»

Diede un'occhiata al frontispizio e vide scritto
le parole: «*Florian Audet à Chérie.*» Voltò subito
il foglio.

«Sì,» disse Chérie.

«Già... poesia...» ripetè Giorgio, «di Victor
Hugo. — Ma ecco un verso che pare scritto
per voi:

   | *«Elle était pâle et pourtant rose...»*

Si volse a guardarla: «Voi siete proprio
così.»

[pg!240]
Ella non rispose. Ancora, ancora quel batter
d'ali nel cuore? Cominciava ad impaurirsi. Che
fosse «angina pectoris» o qualche altra strana
e terribile malattia? Non le dava dolore, ma la
faceva vibrare da capo a piedi.

«Siete proprio *pâle et pourtant rose*, in questo
momento,» ripetè Giorgio guardandola. Poi
soggiunse con un po' d'amarezza nella voce e
rendendole il libro: «State pensando al giorno
in cui sposerete il vostro soldato belga?»

«Forse non vivrò fino a quel giorno,» mormorò
Chérie a voce spenta. Il fremito non cessava,
non cessava!

«Che idea!» esclamò Giorgio.

«E quanto a lui,» continuò Chérie con un
singhiozzo, «forse a quest'ora me l'avranno già
ucciso.»

«Ma no!» esclamò Giorgio. «Non dite questo.
Vive, vive certo. E voi vivrete. E sarete tanto
felici. — Quanto a me,» soggiunse rapido,
«io vado a divertirmi un mondo. Ho idea che
mi manderanno ai Dardanelli... I Dardanelli!
Che bel nome allegro! Pare uno scampanellìo
a festa.» E rise cacciandosi all'indietro i capelli
dalla fronte chiara ed aperta. «Mi piace l'idea
di andare ai Dardanelli.»

«Vi auguro fortuna,» disse Chérie guardandolo
[pg!241]
con un improvviso senso di tenerezza e di
rimpianto.

Avevano fatto il giro del lago ed ora tornavano
indietro sotto al pergolato in piena vista
delle finestre della villa. Sul balconcino dello
studio s'era affacciata Luisa. Chérie vide che
le faceva cenno colla mano, e corse sotto al balcone
alzando gli occhi.

«Mi chiamavi?»

«Ah, Chérie! Non sapevo dov'eri,» disse
Luisa, china sovra il parapetto, «e mi sentivo
in pena. Non vuoi venir su, cara? Ho da parlarti.»

«Ah, è vero! è vero!» esclamò Chérie, e i
suoi occhi lampeggiarono rammentando la promessa
fattale dalla cognata la sera precedente.
«Ora mi dirai...» Si volse a Giorgio. «Devo
entrare,» disse. «Dunque è venuto davvero il
momento di dirci addio!» E rise.

«Addio!» disse Giorgio, grave e un po' pallido.

«E perchè non diremmo arrivederci?» fece
Chérie colla mano in quella di lui.

«Ah, sì!» disse Giorgio guardandola intensamente.
«Diciamo arrivederci!»

«Arrivederci, signor Giorgio!... Arrivederci!»

E Chérie entrò in casa.

[pg!242]

-----

La sera seguente il giovane ufficiale partì.

Partì. E lo mandarono ai Dardanelli.

Nè vi fu mai su questa terra un «arrivederci»
per il signor Giorgio.

[pg!243]




XVII.
=====


Luisa uscì sul pianerottolo per aspettare Chérie.
La vide salire le scale un po' lenta e col
respiro affannoso: la trasse rapidamente nello
studio e chiuse l'uscio.

Mirella sedeva come al solito sulla poltrona
presso la finestra, col piccolo viso tranquillo rivolto
verso il cielo.

«Chérie,» disse Luisa traendola a sedere
presso di sè sul divano. «Ho da parlarti.»

«Lo so, lo so,» disse gaia Chérie. «L'ho
capito subito iersera quando t'ho vista tornare.
Dimmi, dunque, dimmi le buone notizie.»

Luisa tacque esitante.

«Parlami, Luisa.»

«Per me.... per me....» balbettò «sono buone
notizie. Per te, Chérie, sorellina mia, per te,
se non ti rendi conto di quanto ci accade — potranno
essere notizie terribili!»

[pg!244]
Chérie la guardò spaventata. «Che cosa vuoi
dire?» chiese quasi senza voce.

Luisa si portò la mano alla gola; si sentiva
soffocare; aveva la bocca arida. Non trovava nè
parole, nè voce per dare alla fanciulla aspettante
il messaggio di duplice onta.

«Chérie, mia diletta.... devo parlarti di quella
notte.... la notte della tua festa —».

Chérie sussultò. «Ah, no! Non parlarmene!
Hai detto quando arrivammo qui che lo dovevamo
scordare! Hai detto ch'era stato un sogno....
Perchè, perchè ne riparli!»

«Chérie,» disse Luisa a voce bassa «per
te, forse, per te.... è stato un sogno. Ma non
per me.»

La fanciulla s'irrigidì, fissandola tesa e intenta.
Che cosa intendeva dire?

«Luisa!... Hai detto che tutto era passato — hai
detto che tutto sarebbe come prima...»

«Sei certa, tu,» chiese Luisa abbassando la
voce e prendendole la mano, «sei certa tu, d'essere
come prima?» Chérie la guardava sbigottita,
senza comprendere. «Sei certa?» ripetè
ancora Luisa.

E dopo un breve silenzio quasi senza voce:
«Ti senti.... come prima?»

«Sì.... credo....» mormorò Chérie, spaurita
[pg!245]
ed esitante. «Non so... forse sono ancora un
poco anemica.... un poco scossa...»

«Io.... io non sono come prima.» Luisa pronunciò
le parole lentamente tenendo fissi i tragici
occhi sulla cognata.

«Perchè? Come? Cos'hai?» chiese Chérie
agitata.

«Io devo partire. Vado questa sera stessa col
dottore. Egli mi curerà. Egli mi guarirà.»

«Ti guarirà? Ma che male hai? Mi fai paura!»

Luisa si coprì il volto colle mani. «Come dirti?...
come dirti?... Ah, con quale brutalità devo
aprire i tuoi occhi alla vita!...»

E in quello stesso istante l'ineffabile brivido,
il fremito meraviglioso scosse di nuovo Chérie
e la fece balzare in piedi con gli occhi allucinati,
estatici, e le mani convulse strette al cuore.

«Ancora!... Ancora!... Luisa! Che cos'ho?
Che cosa sento?»

Illividita, trasecolante, Luisa la guardava.

«E' come.... un batter d'ali.... è come un palpito — che
non è.... del *mio* cuore....»

«Chérie! Chérie!»

«Che cos'è? — che cos'è?» balbettò Chérie
smarrita.

Le braccia di Luisa la circondavano, la stringevano
convulse. «E' la cosa terribile. E' la cosa
nefanda!... Chérie — tu sarai madre!»

[pg!246]
Chérie indietreggiò vacillante, le sue braccia
batterono l'aria come se stesse per cadere.

«Madre!» La sua voce era un soffio. «Madre!...
Io!» E stette immobile.

Dall'aperta finestra entrava un raggio di sole,
uno strale dorato che la innondava di luce e le
versava sulle chiome un nimbo rutilante di luminosità.
Una trasplendenza estatica era nel
fulgido azzurro de' suoi occhi.

Immobile, colle pallide mani protese e il liliale
volto alzato al cielo ella pareva ascoltare.
Quale voce ultra-terrena giungeva a lei? Quale
Annunciazione divina la trasfigurava così?

Stupita e tremante Luisa la guardava. E quasi
non osava parlare.

«Chérie!... — che cosa pensi con quel viso estatico?...
Chérie, angelo innocente, non temere!
Anche tu sarai salvata dall'onta e dal disonore.»

La fanciulla volse su lei le pupille splendenti.
Sembrava non comprendere.

Luisa si chinò verso di lei ansante. «Tu non
sarai la tragica madre d'una creatura ancor più
tragica —».

Ma Chérie colle mani in croce sopra il petto,
non ascoltava — non udiva. Nel consacrato atteggiamento
di verginale estasi ed umiltà, ella
ascoltava un'altra voce — la voce della creatura
[pg!247]
non nata, che a lei chiedeva il dono della
vita.

E a quella voce rispondeva il suo sangue, rispondeva
la sua anima, rispondeva l'istinto sublime
e trionfale della Maternità.

[pg!248]




XVIII.
======


Il dottor Reynolds mantenne la promessa fatta
a Luisa.

A Londra, in una clinica privata, l'opera spietata
e misericordiosa fu compiuta. La scintilla
di vita, non anco accesa fu spenta.

Dal profondo delle tenebre, dalla Vallata della
Morte, lentamente, con trepidi passi Luisa
risalì verso la vita.

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Durante i due mesi ch'ella fu nella clinica non
vide nè Chérie nè Mirella; ma la signora Yule,
affettuosa e tenera, veniva ogni giorno da Maylands
a portargliene notizie, narrando quanto
ella stessa e suo marito erano felici di ospitarle
al Vicariato.

Poichè nel giorno stesso in cui Luisa era partita
col dottor Reynolds dalla casa dei Whitaker,
il reverendo Yule vi era andato in persona
[pg!249]
e, con amabile autorità, vincendo le deboli riluttanze
della signora Whitaker, aveva preso le
due derelitte fanciulle sotto la sua protezione,
conducendole via con sè.

La signora Whitaker a dir vero non si era
troppo vivacemente opposta alla loro partenza;
ma aveva baciato colle lagrime agli occhi quelle
due pallide creature che partivano come erano
arrivate — mute, smarrite, poveri fuscelli travolti
dal turbine della guerra.

In casa del Vicario di Maylands le due sventurate
trovarono asilo, e la innocente Mirella e
la tragica Chérie furono ugualmente sacre al
suo cuore generoso.

Liliana Yule, la fanciulla cieca, ben presto le
adorò entrambe.

Soleva sedersi tra loro due, tenendo tra le sue
la mano di Mirella, ed ascoltava estatica i racconti
che Chérie le faceva della loro fanciullezza
nel Belgio.

Mai non si stancava di udire la descrizione
del Pensionnat des Demoiselles Thibaut, dove
Chérie era andata a scuola; e voleva la narrazione
di tutte le loro gite a Bruxelles, a Ostenda
e ad Anversa; fremeva ascoltando gli orrori delle
prigioni di Château Steen e le visite al campo
di battaglia di Waterloo, dove Chérie si era
[pg!250]
seduta sulla poltrona di Lord Wellington e aveva
bevuto il caffè nella storica camera da letto
di quel grande generale. Chérie doveva narrarle
la loro vita a Bomal; la breve vacanza a Westende,
dove imparavano ad andare in bicicletta
sulla sabbia, sotto la direzione dell'uomo-scimmia....
E qui i racconti di Chérie si fermavano.

Liliana coi suoi occhi chiusi e il viso intento
sempre alzato verso il cielo come alla ricerca
della luce, ascoltava; e la dolce espressione del
piccolo viso estatico faceva quasi mancare la
voce a Chérie, e le riempiva gli occhi di pianto.

-----

Un giorno arrivò una lettera da Claudio; egli
scriveva d'essere quasi guarito della sua ferita;
stava dunque per lasciare l'ospedale di Dunkerk
per tornare nel Belgio, alle retrovie. Egli
mandava il suo pensiero e la sua benedizione a
Luisa, alla piccola Mirella, a Chérie. Si sarebbero
ritrovati tutti insieme nei bei giorni che
presto sarebbero tornati. Chiedeva se avessero
notizie di Florian; egli stesso non ne riceveva da
gran tempo; l'ultima era stata una cartolina
mandata dalle trincee di Loos....

E in quello stesso giorno — era un grigio pomeriggio
di Dicembre e nevicava — Luisa,
uscita dall'ombra della Vallata della Morte venne,
[pg!251]
pallido fantasma, a battere alla porta del Vicariato.

E anche a lei fu aperta la casa ospitale e il
cuore generoso di coloro che l'abitavano.

Con tenerezza pietosa i suoi passi malfermi
vennero guidati al focolare, verso la piccola
Mirella che vi sedeva nella sua solita inconsapevole
serenità. Solo al vederla Luisa comprese
di quanto affetto la sua bimba era circondata.
Con un grosso cane di Terranova accucciato ai
suoi piedi, la piccina sedeva nella grande poltrona
di cuoio del reverendo Yule; i biondi capelli
divisi sulla fronte erano legati dalla signora
Yule con un nastro celeste; un braccialetto
d'oro, regalo di Liliana, le brillava sull'esile
polso.

Con un grido di tenerezza riconoscente Luisa
le si inginocchiò accanto, baciandole le manine
fredde, la bocca silenziosa, gli occhi che non
la riconoscevano.

«Mirella, Mirella! Parlami! Dimmi una parola!
Dimmi: Ben tornata, mamma!»

Ma le labbra della bimba restarono mute, la
sua voce era ancora una fontana chiusa.

L'uscio si aprì e Chérie entrò nella stanza — una
Chérie nuova agli occhi di Luisa, quasi estranea
nella sua tragica, matronale dignità.

[pg!252]
Luisa indietreggiò colpita alla vista di quel
mutamento. Poi con un singulto di appassionata
pietà le andò incontro e la chiuse tra le braccia.

Chérie con un sorriso ed un sospiro le celò
il volto in seno.

[pg!253]




XIX.
====


Le feste Natalizie passarono calme e solenni
versando il loro balsamo di pace nei cuori feriti
delle esiliate.

Ma un giorno ecco arrivare ai profughi belgi
rifugiati all'estero l'ordine di ritornare in patria.
Era un comando perentorio del Governatore
tedesco di Bruxelles a tutti coloro che possedevano
case o terreni nel Belgio. Queste proprietà
verrebbero confiscate se i possidenti non
si presentavano a reclamarle entro un brevissimo
termine di tempo.

Luisa entrò nella camera di Chérie colla lettera
in mano. Era atterrita e tremante. Chérie
ascoltò in silenzio la lettura.

«Ma Chérie! capisci — capisci che ci ordinano
di rientrare nel Belgio? Ti rendi conto di
ciò che significa questo per noi?»

«Significa — tornare a casa nostra,» mormorò
[pg!254]
la fanciulla con gli occhi bassi e un'improvvisa
vampata di colore sulle guancie
smunte.

«A casa nostra! Ma tu ricordi che cosa era
la casa nostra quando la lasciammo?» gridò
Luisa cogli occhi fiammeggianti.

«No,» disse Chérie. «Non ricordo.»

«Casa nostra! Senza Claudio!... Senza Florian!
e i nostri amici dispersi... straziati.... uccisi...
Ah!» gridò Luisa, e le lacrime, così facili
a scorrere nell'estrema debolezza fisica, le
rigarono il volto smagrito. «Casa nostra! — con
Mirella spettrale e silenziosa, e tu — e
tu! —» le nere pupille appassionate sfiorarono
per un istante la persona di Chérie e la vergogna
e il dolore la soffocarono. «Basta, basta! non
ne parliamo più. Non ne parliamo più.» E gettò
sul fuoco la lettera.

Ma non così potè distruggere il ricordo di quel
richiamo. La possibilità di ritornare in patria — possibilità
che fino allora era sembrata così remota,
così inverosimile — l'idea di ritornare al
focolare che avevano creduto di non rivedere mai
più, ora occupava la sua mente e quella di Chérie
ad esclusione d'ogni altro pensiero.

Quel rude comando di rimpatrio echeggiava
nei loro cuori giorno e notte destando lo struggimento
e la nostalgia.

[pg!255]
Luisa si trovava ogni notte a sognare quel
ritorno: sempre ne scacciava il pensiero con ira
e con paura, ma sempre quel pensiero tornava
a martellarle il cervello, a stringerle il cuore.

Appena chiusi gli occhi — ecco, si figurava
di partire da Maylands, di traversare la gelida
e turbolenta Manica, di sbarcare a Ostenda, di
passare per Louvain, Tirlemont, Liegi — e arrivare
a Bomal!... Traversava correndo le vie
del villaggio, giungeva al cancello di casa sua...
entrava, saliva le scale, apriva l'uscio della camera
di Claudio!... Con una scossa Luisa si destava
alla realtà. E un istante dopo ricominciava
il sogno.

A poco a poco la nostalgia come un enorme
serpe le si attorcigliò al cuore, serrandoglielo,
stritolandoglielo nelle sue spire, avvelenando del
suo morso virulento ogni ora della sua giornata.
La bramosia insostenibile di rivedere la sua
patria, di riudire la sua favella la strinse, la
straziò; e nulla potè più calmare quella sofferenza.
Ripensando la sua patria sanguinante
sotto il calcagno dell'invasore, più forte e più
struggente si faceva in lei quella tortura che si
chiama il male del paese.

Finalmente il senso dell'esilio le divenne intollerabile.
Tutto ciò che era inglese la urtava,
[pg!256]
la feriva; odiava la vista della gente inglese, il
suono delle voci inglesi, il modo di pensare inglese.
Nelle tempestose acque della Manica che
la separavano dalla sua patria dolorosa sentiva
sommerso ed affogato il cuore.

Dieci giorni dopo aver detto a Chérie di non
parlarne mai più. Luisa non pensava ad altro,
non sognava altro che quel ritorno a casa — alla
sua casa devastata, profanata. Ivi voleva rifugiarsi,
ivi aspetterebbe Claudio, nella fede, nella
speranza e nella preghiera. Si sentirebbe più
vicina a lui quando il deserto grigio di quelle
nordiche acque non li separasse più.

Là, nel giorno beato della liberazione e della
redenzione del Belgio, egli la troverebbe, ferma,
fedele, aspettante il suo ritorno. — Ah! certo,
certo quel giorno non poteva ormai più essere
lontano!

.... Ma ahimè, che direbbe Claudio trovando
la sua bambina, muta, inconscia, vagante nell'ombra
della vita come un piccolo spettro?...
trovando sua sorella Chérie —

Luisa, al pensiero di Chérie si torceva le
mani piangendo.

Una notte, torturata dall'insonnia, ella entrò
nella camera della cognata. Aveva aperto adagio
la porta per non svegliarla; ma Chérie non
[pg!257]
dormiva. Stava seduta accanto al fuoco cucendo
e canticchiando piano.

Appena vide Luisa balzò in piedi arrossendo,
e cercò di nascondere il lavoro che teneva in
mano. Ma Luisa lo vide. Era una mantellina
bianca da neonato che Chérie stava ricamando.
Allora anche le guancie pallide di Luisa si fecero
di fiamma.

«Chérie.» balbettò esitante, «ho pensato....
ho pensato... che cosa diresti se tornassimo davvero
a casa?»

«Ma sì, Luisa. Torniamo pure,» acconsentì
Chérie, colla blanda serenità di chi non ha altra
missione che l'attesa.

«Allora partiremo. Partiremo presto,» disse
Luisa febbrile. «Arrivate a Bomal, metteremo
la casa in ordine; la faremo bella per quelli
che torneranno...»

«Sì,» rispose quieta Chérie.

«Poichè torneranno! Torneranno, e ci troveranno
là ad aspettarli. Se pure la tempesta è
passata sopra di noi,» la voce le si ruppe in un
singhiozzo, «tuttavia Mirella guarirà — lo so,
lo sento. E tu, tu — oh, Chérie!» cadde a ginocchi
accanto alla fanciulla tremante — «tu
devi purificarti, redimerti.... sì! anche tu, anche
tu devi distruggere questa fonte di vergogna,
[pg!258]
d'odio e d'orrore... te ne prego, te ne supplico...»

Chérie volse a lei il volto grave, inesorabile,
ispirato.

«Luisa, nessuna tua parola, nessuna tua preghiera
può mutare l'animo mio. Ognuna di noi
è arbitra dei proprî destini. Ciò che per te è
vergogna, odio, orrore — per me è amore, meraviglia,
estasi. Non so spiegarlo; io stessa non
lo comprendo. Ma sento che prima di distruggere
volontariamente questa vita che porto in
me, mi strapperei il cuore — vivo e pulsante — dal
petto.»

Luisa tacque, impallidendo.

Ma troppo il pensiero del ritorno in patria le
stringeva il cuore.

«Chérie.... ma se torniamo a casa?... Pensa — pensa
che cosa dirà la gente che ci ha conosciute?»

Chérie sospirò e non rispose.

«E quando Claudio ritornerà — pensa, Chérie!
quando Claudio ritornerà!...»

Chérie abbassò il capo e non rispose.

Luisa le si fece più vicino. «E Florian? Hai
tu scordato Florian? Florian che ti ama?... che
vuol farti sua sposa?»

Gli occhi di Chérie si soffusero di lacrime, ma
ancora tacque.

[pg!259]
La voce di Luisa divenne quasi un grido.
«Chérie, ma non ricordi che il padre di questa
creatura è l'abbietto soldato ubbriaco che ti prese
e ti legò?... Non pensi che tu — belga — sarai
la madre di un figlio tedesco?»

.... Ma Chérie non ascoltava nulla, non pensava
nulla, non ricordava nulla.

Non udiva che una voce — la voce del figlio
non nato — che attendeva da lei il dono della
vita.

E quella voce le diceva che nelle superne lande
mattutine dove attendono le creature umane
che vivranno, non vi sono nè belgi nè tedeschi,
nè vinti nè vincitori. Non vi sono che gli innocenti
fiori dell'avvenire — le bianche colombe del
Signore, le candide agnella di Gesù...

.. clearpage::

[pg!261]

.. class:: center large

PARTE TERZA

[pg!263]




XX.
===


Il Feldwebel Karl Sigismund Schwarz giaceva
nel pendio interno di un cratere, sotto un cielo
vespertino cosparso di nuvolette rosse. Aveva
gli occhi chiusi, ma non dormiva. Stava dicendo
a sè stesso che bisognava muovere il braccio
sinistro. Aveva qualche cosa di anormale quel
braccio; un peso infinitamente grave pareva
schiacciarlo; se lo sentiva plumbeo e infocato.
Certo bisognava muoverlo; bisognava alzarlo e
agitarlo nella fresca aria serale perchè vi tornasse
la circolazione. Sì, sì, tra un momento
avrebbe mosso il braccio.

Presa questa decisione, Feldwebel Karl Sigismund
Schwarz si sentì in diritto di riposare
da tanto sforzo mentale, e si addormentò.

Si risvegliò più che mai deciso che bisognava
muovere il braccio. E per muovere il braccio cosa
bisognava fare? Dov'era questo braccio? E lui
stesso, Karl Sigismund Schwarz, dov'era?... E
[pg!264]
cos'era quel violoncello che gli suonava così da
vicino?... Se lo sentiva vibrare profondamente
nelle orecchie e nella testa: «Zuum... zuum-zuum...
zuum-zuum....»

Ah, un momento!... Ecco — adesso sapeva dov'era.
Era a Charlottenburg, nel Caffè des Westens
e il direttore d'orchestra — l'ungherese
Makowsky — suonava il contrabasso. Precisamente.
Zuum... zuum-zuum... Gli altri dell'orchestra
aspettavano il loro turno per cominciare...
Ma intanto cosa diavolo aveva al braccio?

Gemette forte e fece per alzarsi sul gomito
destro. Non vi riuscì. Ma nel volgere la testa
scorse a pochi passi da lui un uomo in uniforme
belga, steso a terra col profilo rivolto al cielo.

Ma allora — si disse Schwarz — non si era
a Charlottenburg? No; si era nelle Fiandre, vicino
a un'infetta città chiamata Ypres, e lui stava
sdraiato in una buca fatta da una mina.

Gettò di traverso un'occhiata al belga; poi
urlò forte:

«Olà! dite un po' — cos'ho io al braccio?»

Ma costui non rispose, nè si mosse; e Schwarz
riflettè che probabilmente non capiva il tedesco,
e che più probabilmente era morto.

Allora Karl Sigismund Schwarz si riabbandonò
supino, e stette ad ascoltare il contrabasso
che gli ronzava nella testa.

[pg!265]
Il tramonto purpureo era svanito in un crepuscolo
grigio, quando a sua volta il belga aprì
gli occhi. Sospirò e si rizzò a sedere; e vide
sdraiato accanto a sè, colle gambe tese e inerti,
con un braccio sfracellato e il volto incrostato
di sangue, un tedesco ferito.

Costui aveva gli occhi aperti, e il belga lo salutò
con un cenno del capo. «*Eh bien? Ça va,
mon vieux?*»

«*Verfluchter Schweinehund*,» rispose il tedesco.
E Florian Audet, non comprendendo l'improperio
gli fece un altro amichevole cenno col
capo.

Poi tacquero entrambi, occupato ognuno dai
propri pensieri.

Florian cercò di comprendere ciò che era accaduto.
Mosse prudentemente un braccio; poi
l'altro; poi i piedi e le gambe. Indi si spostò un
poco colle spalle. Tutto pareva sano. Non sentiva
che un dolore sordo alla nuca, una specie
di crampo che gli saliva fino alla sommità del
cranio. Del resto in complesso niente di male.

Oh, come mai si trovava qui? Riordinò alla
meglio gli sconnessi ricordi; c'era stato l'ordine
di attaccare... Lui e i suoi soldati si erano
slanciati sulla bianca via di Ypres, e traverso i
campi verso il sud.... poi — poi un formidabile
rombo, una scossa immane....

[pg!266]
Ed eccolo a giacere in questa buca, colla terra
smossa che ogni tanto gli scendeva a cascate
sulla testa e sulle spalle. Chissà il resto della
sua compagnia dov'era e come era andato l'attacco?...
Si udiva ancora, non molto lontano, il
fragore di spari.

Florian tentò di rizzarsi in piedi, ma pareva
che il terreno si alzasse con lui; non poteva staccare
le mani da terra. Il cratere e il cielo gli turbinavano
d'intorno e dovette tornarsi a sdraiare.

Sorse dal tonante oriente la notte, e spense il
crepuscolo.

Frattanto il Feldwebel Karl Sigismund
Schwarz era di nuovo nel Caffè des Westens.
Sì, sì, era perfettamente così. Il Caffè des Westens.
L'orchestra di centomila contrabassi gli
rimbombava nelle orecchie, ed egli batteva, a
tempo colla musica, il suo braccio pesante sul
marmo della tavola; e gridava al cameriere Max
che gli portasse qualche cosa da bere.

Max arrivava correndo e gli porgeva un vassoio
carico di bevande: grandi schoppen ghiacciati
di Münchener e Lager, e bicchieri colmi di
limonata gelida — scegliesse. Quale voleva?
E Karl non poteva decidersi. Colla gola arsa,
collo stomaco in fuoco dalla sete stava a guardare
quelle fresche bibite, le birre gelide, le limonate
[pg!267]
aspre e ghiacciate — e sentiva di non
poter prenderne una per non lasciare le altre.
Avrebbe voluto versarle tutte insieme sul fuoco
che gli ardeva dentro. Vediamo.... beverebbe
prima la birra — no, prima la limonata — no,
prima la birra....

D'un tratto si avvide che la Wasserleiche — (sapete
bene, la Wasserleiche del Caffè des Westens....
quella donna che chiamano «l'Annegata»
perchè ha l'aspetto così cadaverico, le
carni così verdognole, come se fosse rimasta
sott'acqua due giorni e poi ripescata...) ebbene,
l'Annegata si slancia sul cameriere e lo abbraccia.
E giù i bicchieri dal vassoio!... Ping! — pang! — giù
tutti! tutti fracassati! — Ping! — pang!

Quando mai si è sentito dei bicchieri fare un
fracasso simile?... E non restava più nulla da
bere; nulla — in tutto il mondo!...

Allora il Feldwebel Schwarz si mise a piangere.
Egli stesso si udiva gemere e mugolare
mentre l'Annegata gli pizzicava il braccio...

E poi non era Max che l'Annegata aveva abbracciato.
Già, quella non abbracciava mai gli
uomini. No; era la sua amica Mélanie, che adesso
stava lì anche lei e rideva colla bocca aperta
come ne aveva il vezzo, mostrando il palato roseo
[pg!268]
e i piccoli denti da lupacchiotto, bianchi
e aguzzi.

Il cameriere Max susurrò a Karl Schwarz che
se voleva qualche cosa da bere doveva fare la
corte a Mélanie. Allora per lusingare quella viperetta
Karl volle cantare la canzone della famosa
contessa sua omonima:

   | *«Unter Bäumen*
   | *«süsses Träumen*
   | *«liebte Gräfin*
   | *«Mélanie!»*

Ma, strano a dirsi, invece di quelle parole
gliene venivamo sulle labbra delle altre:

   | *«Die Flundern —*
   | *«Werden sich wundern.»*

Cantò innumerevoli volte questo brano di romanza
da Cabaret senza mai arrivare a finirla.
Il cameriere Max, sdraiato per terra in mezzo
ai bicchieri rotti, applaudiva rumorosamente.

Era insopportabile il fragore di quegli applausi;
gli penetravano nel cervello, gli spaccavano
il cranio.... e Mélanie frattanto non gli dava
nulla da bere. Allora cercò di abbracciarla,
ma l'Annegata, che non permetteva a nessuno
di abbracciare Mélanie, si slanciò su di lui rabbiosamente
e gli morse il braccio.

[pg!269]
Karl gridò per lo spasimo; e allora anche Mélanie
si curvò su di lui, mostrando i suoi denti
da lupo, ed anche lei lo morse al braccio.

Gli strappavano, gli sbranavano le carni; non
gli riusciva di liberare il braccio da quelle due
terribili creature.

«*Verdammte Sauweiber!*» urlò. E quell'urlo
stesso lo svegliò.

Vide il cielo notturno tempestato di stelle:
e là accanto giaceva ancora la figura prona del
belga. Probabilmente — pensò Karl — quelle
belve, Mélanie e l'Annegata, avranno azzannato
e sbranato anche costui. Bisognava tenerle lontane
ad ogni costo. Perciò egli dovette seguitare
a cantare colla sua gola arsa ed arida:

   | *«Die Flundern,*
   | *«Werden sich wundern...»*

   | *«Die Flundern*
   | *«Werden sich wundern...»*

Gli pareva che queste parole dovessero esercitare
qualche occulto potere contro le sue tormentatrici;
e così egli continuò a ripeterle per
tutta la notte.

[pg!270]

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Verso le due del mattino Florian Audet riaprì
gli occhi e girò il capo per guardarsi intorno.
La voce del tedesco ferito — una voce rauca e
rantolante — l'aveva strappato al sonno; o al
deliquio, forse. Ora, desto, si domandava vagamente
che cosa mai potessero significare quelle
parole continuamente ripetute: «*Die Flundern
werden sich wundern....*» Forse era qualche
frase nazionale, un grido di vittoria o di
sfida, come sarebbe: «La libertà o la morte!»
o «Tutto per la Patria!» Certo doveva essere
qualche cosa di simile.

Il suono mugolante di quelle parole gli si conficcò
nel cervello.

Girando appena il capo Florian vedeva, alla
sua sinistra, la figura supina del nemico, colle
molli gambe distese, i piedi abbandonati rivolti
in su negli scarponi gialli infangati, e udiva nel
respiro già rantolante il suono spezzato di quelle
parole: «Die Flundern.... werden sich wundern....»

Una subitanea immensa pietà lo invase, pietà
di quel corpo spezzato accanto a lui, pietà di sè
stesso, pietà del mondo intero. Con uno sforzo
eroico, poichè gli pareva di avere le membra
infrante, egli si volse sul fianco e si trascinò penosamente
vicino al moribondo.

[pg!271]
Quando l'ebbe quasi raggiunto riposò alquanto,
poi si cercò indosso la fiaschetta del cognac,
la trovò, l'aprì e tendendo il braccio l'accostò
al viso del morente.

«*Prends, bois!*» disse. Ma il tedesco non si
mosse ed in breve il respiro rantolante cessò.

Florian mosse le mani plumbee e si trascinò
ancora più vicino all'altro; con un immenso sforzo
riuscì a passargli un braccio sotto al capo
sollevandoglielo un poco. Allora, alla scialba luce
del giorno nascente, vide sgorgare da una
ferita che quell'uomo aveva alla testa un fiotto
scuro che gli piovve giù per la faccia.

Il tedesco aprì gli occhi: che cosa facevano
ora quelle donne diaboliche? Gli versavano del
vino caldo sulla testa?... Traverso quel tiepido
velo scarlatto gli occhi morenti fissavano Florian
pieni di infinito terrore e smarrimento.

Un'onda di mortale debolezza e nausea invase
Florian. Allentò il braccio, e su di esso ricadde
all'indietro la spaventosa testa insanguinata del
nemico. Florian si abbattè accanto a lui svenuto.

Così giacquero per lunghe ore, fianco a fianco,
come fratelli — il vivo e il morto, l'ufficiale belga
col braccio intorno al soldato tedesco. E così
due militi della Croce Rossa li trovarono nei
[pg!272]
brividi dell'alba, allorchè scesero a sdruccioloni
entro il pendio del cratere portando tra loro
una barella ripiegata.

Erano entrambi giovanissimi i due militi; avevano
troncato a mezzo i loro studi di filosofia
all'Università di Bonn allo scoppio della guerra,
lasciando da parte Kant e Hegel per intraprendere
un rapido corso di chirurgia. Il più giovane
dei due — che aveva i capelli biondi come il
miele — si dilettava a scrivere delle insensate
poesie latine ch'egli asseriva essere nello stile
di Lucrezio.

Deposero la barella. Stettero silenziosi e immobili
a guardare quelle due figure irrigidite
nel fraterno abbraccio; quell'atteggiamento narrava
tutta la storia dell'agonia. La mano di Florian
poggiava sul petto del tedesco morto tenendo
ancora nelle dita rilassate la fiaschetta
aperta del cognac; il volto sanguinoso del loro
camerata posava fidente sul braccio ripiegato
del nemico.

Un'emozione profonda strinse alla gola i due
che guardavano. Il più giovane — quello che
scriveva i versi latini — si chinò e pose la mano
quasi invocando una benedizione, sulla fronte
pallida di Florian.

Trasalendo si volse al compagno.

[pg!273]
«E' vivo!» esclamò.

L'altro a sua volta toccò la fronte del belga;
poi ne sollevò la mano inerte per sentirgli il
polso.

Inginocchiati accanto a lui gli versarono dell'acquavite
in bocca; indi con tutti i mezzi noti
alla scienza, muti, tenaci, persistenti lo contesero
alla morte; dopo qualche tempo un tremulo
soffio di vita alitò su quelle labbra cenericcie e
le spente pupille azzurre oscillarono in uno
sguardo vago.

I due tedeschi si rimisero subito in piedi. Finchè
il belga giaceva svenuto col braccio attorno
al collo del loro morto compagno, egli era per
loro un eroe e un amico. Ora, vivo, con gli occhi
aperti, era il loro nemico e prigioniero.

Gli rivolsero la parola, non scortesemente, in
tedesco; poi, un po' più bruschi, in francese. Ma
quegli non rispose. Una stupefazione torpida lo
teneva; sembrava paralizzato. Non poteva nè
parlare nè reggersi in piedi. Allora lo sollevarono
e lo posero sulla barella.

«Poveraccio,» mormorò il più giovane accomodandogli
lungo i fianchi le braccia inerti, e
indicando al compagno la manica dell'uniforme
belga inzuppata di sangue tedesco. «Poveracci!
Potevamo tralasciare di salvarlo. Per mandarlo
[pg!274]
a quell'inferno di Wittemberg, tanto valeva —»

«Già. Povero diavolo,» mormorò l'altro.

«Senti un po'» esclamò il biondo poeta, «e
se gli lasciassimo una via di scampo? Perchè
non abbandonarlo al caso?... Affidarlo al capriccio
della sorte?...

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Florian non seppe mai in qual modo e per
quali circostanze egli venne a trovarsi sdraiato
su una coperta da campo in una cascina per
metà demolita. Alzando il capo indolenzito per
guardarsi intorno vide accanto a sè, per terra,
una scodella di latte, una pagnotta e del cognac.
Vi era anche un pacchetto di sigarette,
qualche fiammifero ed una tavoletta di cioccolatta.
Bevve avidamente il latte, ingoiò un sorso
di cognac e si levò in piedi. Traballava e aveva
la vista torbida; una terribile vertigine gli dava
nausea allo stomaco; tuttavia potè reggersi in
piedi e stette così ritto qualche istante appoggiandosi
con una mano al muro calcinato. E
tutt'a un tratto si avvide di essere completamente
nudo. Intorno a sè non una traccia d'indumento,
non una vestigia della sua uniforme.
Nulla.

[pg!275]
In mezzo al pavimento stava un paio di scarpe
gialle e fangose che gli ricordavano quelle
vedute ai piedi del tedesco ferito sul pendio del
cratere. Queste scarpe e la coperta di lana grigia
stesa per terra, ecco tutto ciò che avrebbe
potuto mettersi indosso.

Nulla rimaneva di quanto era stato suo; perfino
il cognac era in una fiaschetta che non aveva
mai veduto.

Florian si guardò intorno nel luogo deserto;
notò le mura sbrecciate e crollanti, demolite da
bombe ed obici; in un angolo un aratro rotto
e rugginoso e qualche arnese agricolo poggiavano
al muro. Null'altro. Dopo breve riflettere
Florian si decise a mettere quelle scarpe. Poi
finì il latte, il pane e il cognac. Finalmente annodò
in un angolo della coperta la cioccolatta,
le sigarette ed i fiammiferi, poi avvolgendosi la
ruvida flanella grigia intorno al corpo uscì ad
affrontare il mondo.

Era un mondo vuoto e desolato. Sulla strada
fangosa che attraversava la pianura non si vedeva
che il gonfio cadavere di un cavallo. Giudicando
dal sole Florian si disse che potevano essere
le sette del mattino. Gli parve di riconoscere
la località: doveva trovarsi a due o tre chilometri
dal terreno di combattimento del giorno
[pg!276]
innanzi. Sì, ecco, lì, a sinistra, la via bianca e
diritta che va da Poperinghe a Ypres.... ben riconosceva
quel duplice filare di alberi...

Ed ora, dove andare? In quale direzione si
trovavano le linee belghe? Florian si sentiva ancora
assai debole, le ginocchia gli tremavano e
nel cervello vuoto non aveva che una confusione
di suoni insensati. Le parole che il tedesco morente
aveva continuato a ripetere per tutta la
notte gli ronzavano nella testa incessantemente,
ed anch'egli si trovava a mormorarle sommesso:
«Die Flundern werden sich wundern...»

Gli pareva di essere ancora nelle spire di un
sogno faticoso e incoerente. Doveva fare un
grande sforzo mentale per persuadersi che realmente
lui, Florian, s'aggirava per il mondo vestito
d'un paio di scarpe e d'una coperta da campo.
Probabilmente nulla di tutto questo era vero.
«Probabilmente» — si disse Florian — «io
sono ferito, sono in un ospedale con qualche lesione
al cervello, e questo è parte del mio delirio.»
Era inverosimile, era impossibile che
qualcuno potesse avergli rubato tutti i suoi abiti
lasciandogli in cambio il latte, la cioccolata e
le sigarette. Come conciliare la viltà da parte
di chi lo aveva derubato quand'era incosciente,
collo spirito di fraternità e di affetto dimostrato
[pg!277]
nell'avergli fatto trovare a portata di mano latte
e cognac, cioccolatta e sigarette?... Era tutta
una cosa assurda e fantastica.

«Di due cose, l'una,» ragionò Florian procedendo
nella direzione di un bosco che vedeva
non lontano, e inciampando ad ogni passo nella
sua coperta: «o sono stato la preda di un pazzo,
oppure sono io che in questo momento non ho
la testa a segno... («Die Flundern werden sich
wundern.»)

Dovette fare un enorme sforzo per non dire
quelle parole insensate ad alta voce; sentiva che
se le diceva sarebbe impazzito davvero. Gli pareva
che finchè se le teneva chiuse dentro al cervello
ne era padrone lui, ma guai se gli sfuggivano
di bocca: sarebbero diventate più forti di
lui, e certamente avrebbe continuato a dirle e
a ripeterle come quel povero tedesco delirante...
Ah, sì; decisamente non aveva il cervello a posto;
bisognava tenersi bene in freno. Non bisognava....
«Die Flundern werden sich wundern.»

D'un tratto vide uscire dal bosco dei soldati
a cavallo. Li riconobbe subito per una pattuglia
tedesca. Pensò di tornare indietro e nascondersi
nella cascina; ma ormai era tardi. Già l'avevano
scorto e venivano a grande galoppo verso di lui.

[pg!278]
«Basta; la partita è persa,» disse Florian tra
sè e sè; l'avrebbero preso. Già non poteva uccidere
nè sè stesso nè altri con un pezzo di cioccolatta
e un pacchetto di Josetti. Sostò, incrociò
le braccia e attese, ritto e immobile, il loro
arrivo. («Die Flundern werden sich wundern.»)

Gli otto o dieci cavalleggeri arrivavano al galoppo
e Florian potè notare anche da lontano il
loro sbigottimento alla sua vista. Gli gridarono
qualche cosa in tedesco, ma egli non rispose.
Ritto, come una statua egli disse a sè stesso che
incontrerebbe il suo fato con dignità.

Ma non aveva fatto i conti col suo grottesco
abbigliamento. Due soldati smontarono ed uno
di loro gli rivolse la parola in tedesco, mentre
tutti lo guardavano da capo a piedi con un largo
sorriso.

Ma l'altro — un giovane ufficiale — imponendo
bruscamente agli altri di tacere si volse a
Florian con fosco cipiglio e gli domandò in francese
cosa diavolo facesse vestito così.

«Dov'è la vostra uniforme?» chiese, aggrottando
minaccioso le ciglia.

Anche Florian aggrottò le ciglia e lo fissò senza
rispondere. Aveva deciso che non aprirebbe
bocca. («Die Flundern werden sich wundern.»)

L'ufficiale diede un ordine; due soldati lo presero
[pg!279]
per le braccia e gli strapparono da dosso
la coperta. Egli rimase così, nelle sole scarpe,
nudo alla grande luce del giorno, col viso, le
mani e i capelli imbrattati di fango. Era una
forte e magnifica figura d'uomo.

L'ufficiale e gli uomini avevano rivolto la
loro attenzione al nodo nell'angolo della coperta.
Lo sciolsero e vuotarono del suo contenuto quella
tasca improvvisata. Si guardarono l'un l'altro;
poi riguardarono l'uomo nudo. Il cioccolatto
era tedesco; le sigarette erano tedesche; le
scarpe erano tedesche. — E l'uomo cos'era?

«*Meschugge*,» mormorò il tenente, a spiegazione
non della nazionalità di Florian, ma della
sua condizione mentale.

«Meschugge! Meschugge!» Ripeterono gli
altri sghignazzando.

Tuttavia l'ufficiale sembrava incerto. Dopo aver
fissato lungamente Florian si volse a parlare
a bassa voce cogli altri. Florian capiva che
discutevano di lui. A quale decisione arriverebbero?
L'arresterebbero come un astuto belga
che, spogliatosi della sua uniforme, aveva
rubato le scarpe e la coperta ed ora si fingeva
muto e demente? O lo crederebbero un tedesco
ammattito e lo manderebbero in un ospedale?
Meglio se fosse così. Certo sarebbe più facile la
[pg!280]
fuga da un ospedale che da una prigione tedesca.
Una prigione tedesca!... Florian digrignò i denti.
Dall'atteggiamento dell'ufficiale Florian lo
giudicò incline a quest'ultima decisione.

«Die Flundern werden —»

A momenti lo diceva forte! Sentiva nel palato
una smania, un solletico, quasi una necessità
fisica di pronunciare quelle parole insensate.
Erano certamente quelle voci tedesche intorno
a lui, era il suono gutturale di quegli accenti
che gliele strappavano di bocca. Già le
sue labbra si movevano a formularle....

L'ufficiale l'osservava intento.

Invano Florian strinse le labbra, morse la lingua
tra i denti — d'improvviso le grottesche parole
gli scapparono dalla bocca: «*Die Flundern
werden sich wundern...*»

L'effetto di quella frase fu istantaneo e inatteso.
Tutti ruppero in un grande scoppio di risa;
persino il fosco volto dell'ufficiale si spianò
in un largo sorriso.

I soldati ripetevano le parole, commentandole.
«Avete sentito? *Die Flundern!...* Ah, bellissima!
Sarà stata una canzonettista dell'Ueberbrettel
a mettergli i topi nel cervello!» E si
smascellavano dalle risa, battendogli le spalle
nude e chiedendogli in quale Kabaret avesse lasciato
il cuore ed il senno.

[pg!281]
Di quanto dicevano Florian non capiva una
sillaba; ma questo capì: era salvo. Almeno per
il momento. Qualunque fosse il significato di
quelle parole, certo ad esse doveva la sua salvezza
e l'ilarità amichevole di quegli uomini.
Per quanto ancor confuso e debole, ebbe la lucidità
di prenderà un'immediata decisione: se
quelle parole l'avevano salvato non ne pronuncerebbe
altre.

E difatti fece così.

Un po' più tardi aggiunse un vocabolo di più
al suo repertorio: «Meschugge.» Florian stesso
non aveva la più lontana idea del significato
di «Meschugge,» ma lo udì pronunciare molte
volte dal tenente prussiano e dai soldati che lo
ricondussero, dignitosamente avvolto nella sua
coperta, alle linee tedesche.

«Die Flundern werden sich wundern,» e
«Meschugge.» Con queste sei parole, mormorate
a intervalli tre o quattro volte al giorno,
Florian passò incolume il fronte e le retrovie
tedesche; con questo frasario entrò in un ospedale
da campo prima, e poi in una infermeria
di Liegi.

Ufficiali e medici lo visitavano, ridevano, gli
battevano sulle spalle. «*Famoser Kerl!*» Qui
non c'era errore. Costui non poteva essere nè
[pg!282]
belga, nè francese, nè inglese. Giammai un forestiero
avrebbe potuto scegliere dal ricco vocabolario
tedesco proprio la parola «Meschugge,»
nè avrebbe scoperto nella letteratura poetica tedesca
il verso dei «Flundern.»

*Ach nein!* bisognava essere un autentico figlio
del Vaterland per capirne puranco il significato.
Questo bel matto arrivato fra loro in
costume adamitico e scarpe gialle era un Berlinese
purosangue!... *Er lebe hoch!*

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

E fu in questo modo che la famigerata Wasserleiche — l'Annegata
del Caffè des Westens — e
la sua amica Mélanie salvarono la vita ad un
valoroso ufficiale belga.

Ed è questa, probabilmente, l'unica buona azione
ch'esse abbiano mai compiuta nella loro
deplorevole e sciagurata esistenza.

[pg!283]




XXI.
====


Nei primi giorni di maggio, il lento fiume
Ourthe e la spumeggiante Aisne, incontrandosi
nei pressi di Bomal, si salutarono coi soliti frizzi
e spruzzi. «Eccoti qui, pettegola,» brontolò
l'Ourthe. «Non si può mai fare questa strada
in pace.»

«Sei tu che ti spingi vicino,» protestò l'Aisne.
«Guarda che gomito fai! Stammi più lontano.»

«Devo pur passare sotto il ponte,» borbottò
l'Ourthe.

«Anch'io!»

«Ah, vedo già che tu vuoi farmi straripare,»
gorgogliò l'altro stringendosi nelle sponde.

«Oh, guarda, guarda!» fece l'Aisne, per
cambiar discorso. «C'è una cicogna che passa
sopra di noi.

«E che me n'importa?»

«E' la cicogna che porta i bambini! Guarda — ne
ha uno nel becco!...»

[pg!284]
«Farebbe meglio a lasciarlo cadere,» brontolò
l'Ourthe; «qui sono molto profondo.»

L'Aisne che lo era poco non comprese il bisticcio.
«Come sei plumbeo,» disse, avvicinandosi
sempre più, sinuosa e serpentina. «Sarà
che vuol piovere.»

«Se piove,» mugghiò l'Ourthe, rabbrividendo,
«farai bene a stare nel tuo letto.»

«Io no!» esclamò l'Aisne. «Vengo nel tuo!»
E con un balzo gli fu accanto, tutta arricciata e
increspata.

«Oh, che ti pigli la Mosa!» spumeggiò l'Ourthe,
gonfio ed iroso.

.... E a Liegi la Mosa se li prese tutt'e due.

-----

La cicogna frattanto era volata alta sopra il
ponte di Bomal. Scese a cerchi digradanti sopra
la casa del dottor Brandès. Pose una zampa
sul tetto e si fermò.

Schiuse con precauzione il becco. «Apri gli
occhi, bambino umano,» disse: «Eccoci arrivati.»

[pg!285]




XXII.
=====


   | *«Rockaby, lullaby,*
   | *«bees in the clover...*»

cantava Nurse Elliot, facendo dondolare la culla
e guardando distrattamente dalla finestra
donde si scorgeva il campanile della chiesa di
Bomal e le cime ondeggianti degli alberi nel cimitero.

«Forse,» sospirò Miss Elliot, infermiera della
Croce Rossa Americana, «forse questa povera
creaturina starebbe meglio se dormisse già laggiù,
sotto quegli alberi....»

Quasi in assentimento il bimbo nella culla emise
un malinconico vagito. Allora Miss Elliot
ricominciò a ninnare la culla ed a cantare.

Il bambino rinunciò subito a gareggiare con
quella poderosa voce di contralto e per disperazione
si riaddormentò. Non era al mondo che
[pg!286]
da sette giorni e, a dir vero, non vi aveva trovato
gran che da rallegrarsi; Vi era molto trambusto
e canto, poco nutrimento e parecchi dolori
di qua e di là.

«Questa è la vita!» gli disse la cicogna che stava
ancora sul tetto, ritta su una gamba sola, a
riposarsi dal viaggio. «Potevi stare dov'eri!»

«Non si potrebbe tornar via?» pianse il piccino.
«Si stava assai bene nell'azzurra landa dell'inesistenza,
sdraiati nel calice d'un fiore di loto.»

La cicogna si strinse nelle ali e si pettinò le
piume col becco. «Abbi pazienza. La vita dura
poco.»

«Quanto tempo dura?» chiese il bambino
umano, un poco inquieto.

«Meno di cent'anni,» rispose la cicogna.

Allora il bambino pianse più di prima. «Ma
come? Ma perchè dura così poco?»

«Ah, questa stolta, illogica umanità, quanto
la disprezzo,» disse la cicogna; e volò via.

-----

Erano arrivate a Bomal dieci giorni prima,
Luisa, Chérie e Mirella, dopo un viaggio terribile
traverso l'Olanda e le Fiandre. Alla stazione
di Liegi Chérie stava così male da muovere
[pg!287]
a compassione anche le autorità, che permisero
a un'infermiera di accompagnarla fino a
Bomal. La buona Nurse Elliot ottenne dalla Croce
Rossa il consenso di rimanervi ad assistere
l'ammalata fino ad evento compiuto.

Al loro arrivo a Bomal Luisa non era andata
direttamente a casa. Le mancava il coraggio di
condurvi Mirella. Tremava — ella stessa non
sapeva di che. Avrebbe la bambina riconosciuto
quei luoghi? Quale effetto produrrebbe sulla
piccola anima sensitiva la scossa di tali ricordi?....
Luisa si sentì incapace di affrontare una
nuova emozione; le fatiche e le angoscie del viaggio
aggiunte alla tormentosa inquietudine, d'ora
in ora crescente, per lo stato di Chérie, l'avevano
affranta. Decise dunque di condurre Mirella
in casa della loro vecchia amica, Madame
Doré.

Incerta dell'accoglienza che ne riceverebbe,
tremante dei mutamenti che vi potrebbe trovare
dopo nove mesi d'assenza, Luisa battè con
tremante mano alla porta della «Maisonnette
des Lilas.»

Fu Madame Doré in persona che venne ad aprire.
Ma era questa veramente Madame Doré?
Questa donna dai capelli bianchi, dal volto stralunato,
che la fissava senza riconoscerla?

[pg!288]
«Madame Doré! Sono io, Luisa e la piccola
Mirella! — Non ci riconoscete?»

La donna sussultò. «Zitta, parla piano. Entra,
entra!» E prendendole il braccio la trasse
rapida nell'anticamera e chiuse a chiave e col
catenaccio la porta di casa.

Il suo sguardo era oscillante, smarrito, e di
tratto in tratto uno spasimo nervoso le contraeva
il volto.

«Oh, mia cara!» esclamò Luisa, e l'abbracciò
piangendo.

Madame Doré la condusse di sopra nella sua
camera da letto, ed anche là chiuse la porta a
doppio giro: aveva l'ossessione di essere costantemente
spiata e vigilata.

Allora sottovoce, tra il pianto, narrò a Luisa
la sua terribile storia — Andrea ucciso nella
notte del 4 agosto sul piazzale della chiesa;
Jeannette, quindicenne, preda della soldataglia
tedesca e morta in un ospedale di Bruxelles;
Cecilia fuggita in Inghilterra.

Ed a sua volta la triste donna apprese dalle
labbra di Luisa il loro triplice martirio.

Col cuore stretto da un'infinita pietà Madame
Doré accarezzava i morbidi capelli di Mirella.
«Sì, sì; lasciala pure con me. Puoi essere tranquilla
sul suo conto. Sarà anzi un grande conforto
[pg!289]
averla qui. Ah, se ci fosse anche Cecilia
che l'amava tanto!»

«Come mai Cecilia ha trovato il coraggio di
partire così, tutta sola?» chiese sommessa Luisa.

«Altre quattro donne di Bomal sono andate
con lei. Ve n'era una che aveva dei parenti nella
contea di Surrey... Qui Cecilia non poteva più
vivere,» singhiozzò la madre, «dopo la morte
di Jeannette e di suo fratello Andrea. —» Di
nuovo lo spasimo nervoso le contrasse il viso
macilento. «Tu sapevi di lui... che l'avevano
ammazzato a fianco del nostro povero curato in
quella notte....»

Sì, Luisa sapeva. E strinse forte tra le sue
le mani scarne e tremanti della vecchia amica.

Parlarono di tutti i loro amici e conoscenti.
Su tutti, su tutti era passata la procella, travolgendo,
rovinando quelle esistenze, mandandole
disperse per il mondo....

«Taci!» sussurrò improvvisa Madame Doré
afferrando il braccio di Luisa. «Ascolta! Ascolta!»

Fuori si udivano i passi cadenzati della soldatesca,
e un vociar rude, ed imprecazioni e risa.

«Li senti, i nostri padroni?» susurrò Madame
Doré stringendosi convulsa a Luisa. «Entrano
nelle nostre case quando vogliono, anche
[pg!290]
nel cuor della notte. Entrano e frugano da per
tutto; portano via i nostri denari; leggono le
nostre lettere; ci comandano, consultano a piacer
loro. A noi non è lecito nè parlare, nè pensare,
nè esistere senza il loro consenso e la loro
approvazione. Viviamo sotto la minaccia perenne
della prigione o della deportazione. E abbiamo
fame... si, abbiamo anche fame! Ah!
perchè, perchè non ho avuto il coraggio di partire
anch'io? Potevo rifugiarmi con Cecilia in
Inghilterra....»

«Era forse meglio,» disse Luisa a bassa voce.

«Che vuoi? Non ho osato abbandonare i miei
morti.... E poi mi sentivo così vecchia, così
vecchia e spaventata... Ed ora eccomi qui rinchiusa
nel Belgio come in un carcere — e Cecilia
è lontana e sola!»

Invano Luisa tentò confortarla con parole soavi
e tenere carezze. La vecchia donna era colpita
al cuore e desolata. Il solo fatto che Luisa,
quando era in Inghilterra, non aveva veduto Cecilia
nè avuto nuove di lei, le empiva l'animo di
sgomento. Chissà che ne era di Cecilia in quel
lontano paese, tra quella gente straniera!

«Non temete per lei,» la confortò Luisa.
«Non le accadrà alcun male. Gli inglesi sono
brava gente.» E, mentre lo diceva, un improvviso
[pg!291]
senso di rimpianto, di struggimento quasi
nostalgico le morse il cuore. Ah, invero gli inglesi — che
brava gente! L'Inghilterra! che
porto sicuro, che rifugio di salvezza! Come placida
e calma e forte nella sua cerchia di acque
grige!...

«Forse,» pensò Luisa ritornandosene sola
traverso il villaggio e cercando di schivare lo
sguardo di gente estranea e dei soldati tedeschi
che camminavano da padroni in mezzo alla via,
«forse era meglio rimanere in quel nostro lontano
esilio, e non tornar qui per essere alla mercè
delle belve che ci hanno conquistate...»

E ripensando a Jeannette, Luisa impallidì.

-----

Frattanto in casa del dottor Brandès l'energica
e attiva Miss Elliot non aveva perduto tempo.
Data una rapida rivista alla dimora saccheggiata
aveva constatato che, sebbene gli invasori
avessero portato via argenteria, quadri e ogni
altra cosa di valore, restava tuttavia intatta la
biancheria di casa, nè mancavano gli utensili
domestici più necessari.

Energica e gaia ella accomodò Chérie in un
letto candido, le spazzolò i bei capelli e glieli
raccolse in due lunghe treccie lucenti; le diede
da mangiare del pane e del latte; poi, chiuse le
imposte, con un bacio sulla fronte la lasciò.

[pg!292]
Indi si mise risoluta a ripulire la casa; bisognava
far sparire il disordine e la confusione
prima dell'arrivo di Luisa.

Dal pianterreno alla soffitta la casa era sparsa
di piatti sporchi, di bicchieri, di bottiglie, di
mozziconi di sigari e di sigarette. Materassi e
coperte colle impronte di scarpe fangose ingombravano
i pavimenti; cassetti e armadi erano
stati vuotati e il loro contenuto rovesciato per
terra. Stoviglie, brocche e catinelle d'acqua
sporca erano su tutti i mobili — sulle credenze,
sulle tavole, sulle sedie.

Miss Elliot pulì, spazzò, vuotò, strofinò, indi
aprì tutte le finestre, accese tutti i fuochi nei caminetti — e
quando Luisa, ansante e pallida,
battè al portone Miss Elliot le aprì con un sorrisetto
di soddisfazione. Indi la seguì di stanza in
stanza notando commossa il fluttuante raggio di
gioia che appariva su quel pallido viso alla vista
di tante cose note e care....

Ah, questa era casa sua! Casa sua!... E Luisa
guardandosi intorno nell'ambiente famigliare
sentì tornarle in cuore — trepida ospite desueta — la
speranza.

[pg!293]




XXIII.
======


Il bambino aveva già tre settimane, ed ancora
Chérie non aveva veduto nè amiche nè conoscenti;
nessuno era venuto a trovarle ed ella non
osava uscire. Di giorno si vergognava di farsi
vedere per le vie, e dopo il tramonto i regolamenti
dell'invasore vietavano agli abitanti di
Bomal di uscire dalle loro case.

Chérie tremava al pensiero di doversi incontrare
con qualcuno di conoscenza. Vero è che
ben pochi ne rimanevano nel villaggio; chi aveva
potuto partire, era partito. Gli uni si erano
rifugiati all'estero, gli altri si erano radunati
nelle grandi città, come Liegi o Bruxelles, sperando
forse di trovarvi libertà maggiore e di
sentirvi meno amaramente il loro stato di sottomissione
e di schiavitù.

Venne un giorno un telegramma che richiamava
Mary Elliot a Liegi. Era un soleggiato pomeriggio
[pg!294]
verso la fine di maggio, e l'infermiera,
chiusa la sua valigia, ripiegato il suo mantello,
si accinse alla partenza.

Chérie piangeva. «Restate ancora, Nurse Elliot,
restate ancora con me!...»

«Impossibile, mia cara,» rispondeva Miss Elliot,
che non voleva sembrare commossa. «Devo
tornare al mio posto a Liegi. Del resto qui non
avete più bisogno di me.»

«Oh! tanto bisogno abbiamo di voi!» pianse
Chérie. «Io mi sentirò così sola, così abbandonata!»

«Abbandonata? Col vostro bambino? Con vostra
cognata? Sciocchezze!» disse l'infermiera
in tono energico, scoccando un bacio sulla guancia
pallida di Chérie.

«Ma Luisa mi parla appena!» singhiozzò
quella, desolata. «Sapete pure ch'essa odia il
mio bambino e me!»

«Sciocchezze!» ripetè, Miss Elliot. Ma in cuor
suo sentiva che Chérie diceva il vero.

Era infatti impossibile non accorgersi dell'avversione
quasi morbosa che Luisa provava per
il povero piccolo intruso. Luisa stessa, per quanto
tentasse di vincere o di nascondere questo
sentimento non ci riusciva. Ogni lineamento di
quel minuscolo viso, ogni filo dei fini capelli
[pg!295]
d'oro chiaro, e la piccolissima bocca imbronciata,
e gli strani occhi d'un grigio chiarissimo — tutto,
tutto le era odioso, tutto le faceva orrore
e ribrezzo e paura.

Quando vedeva Chérie sollevarlo e baciarlo,
si sentiva impallidire; quando vedeva al petto di
Chérie quella piccola testa impaziente, e le manine
cercanti e tastanti sul giovane seno materno,
era presa da un senso di nausea e di esecrazione.
Per quanto ella dicesse a sè stessa che
questo era irragionevole e crudele, pure non
riusciva a vincere un sentimento che aveva le
sue radici nella più profonda essenza della sua
anima belga. Il suo odio era un istinto primitivo,
ingenito, come ingenito ed istintivo era l'amore
di Chérie per la sua creatura.

«Oh, sì, si, Mary! Luisa ci odia, ci odia entrambi,»
ripetè Chérie stringendosi con gesto
disperato le mani sul cuore. «Se mai per un
istante mi accade di scordare le nostre tristezze,
se gioco col piccino e gli sorrido, subito sento
gli occhi di Luisa fissi su di noi, ostili, implacabili.
Luisa ci odia. E tutti, tutti ci odieranno così.
Sì! Sì! Tutti ci guarderanno con quegli occhi
d'ira e di disprezzo. Ahimè! Dove, dove
andremo a nasconderci, io e quel povero piccolo
essere sfortunato?»

[pg!296]
E volse una sguardo lacrimoso alla porta della
camera che celava la culla.

Mary Elliot sospirò; poi si legò la cuffia sotto
al mento e si mise i guanti. Era pronta alla
partenza.

«Mia piccola amica,» disse gravemente ponendo
le due mani sulle esili spalle di Chérie,
«il fato, qualunque esso sia, lo dovrete affrontare.
E lo affronterete con coraggio.» La baciò
affettuosamente sulle due guancie. «Ed ora se
mi volete un po' di bene, se in questi tristi giorni
ho potuto confortarvi un poco — ecco venuto
il momento di compensarmene!»

«Ah, come — come potrò mai compensarvi?»
singhiozzò Chérie.

«Mettendovi il cappello, prendendo il vostro
bambino tra le braccia, ed accompagnandomi
alla stazione.»

«Alla stazione! Io!... col bambino! — oh,
no! Non me lo chiedete!» Una vampata di rossore
le era salita al viso.

In quel punto entrò Luisa pronta ad uscire.

«Sì,» ripetè l'infermiera fissando in volto a
Chérie i suoi occhi risoluti. «Mi accompagnerete
alla stazione — voi, vostra cognata ed il
bambino. Verrete tutti e tre a dirmi addio e ad
augurarmi buona fortuna.»

[pg!297]
«Ve ne supplico, non mi chiedete questo,»
mormorò Chérie.

«Lo chiedo,» disse Mary gravemente; «e voi
non me lo potete rifiutare. Non vi ho forse dato
molti giorni e molte notti di veglia e di cura?
E molto affetto e molta tenerezza? Ebbene, questo
è l'unico compenso che io vi chiederò.»
Si avvicinò ancor più a Chérie e la circondò col
braccio. «Ma non capite, cara, che prima o poi,
oggi o domani, dovrete pur decidervi a questo
passo che tanto vi spaventa? Non vorrete già
chiudervi per sempre fra queste quattro mura,
voi e il vostro bambino! Su dunque, prendete
il vostro coraggio a due mani e venite fuori ad
affrontare il mondo! Oggi — immediatamente — mentre
ancora io sono con voi.»

Chérie esitava, pallida e titubante. D'un tratto
si volse a Luisa:

«Tu — tu usciresti con me?»

Vi era tanta umiltà, tanta angoscia in quella
domanda che Luisa ne fu tocca.

«Ma certo, cara,» rispose. «Corri, corri a
vestirti.»

A quella risposta il cuore di Chérie ebbe un
palpito di gioia. Afferrò la mano di Luisa e la
baciò; poi corse rapida nella sua camera.

Indossò il modesto vestito nero che aveva portato
[pg!298]
nel viaggio dall'Inghilterra; ma il bambino
lo vestì con tutto ciò che aveva di più bello.
Gli mise il mantello bianco ricamato da lei, e
la cuffietta di merletti adorna di nastri celesti,
e le più eleganti scarpette a maglia di seta azzurra.
Poi lo prese in braccio e andò a mettersi
con lui davanti allo specchio.

Insomma, dopo tutto, era un gran bel bambino,
non è vero? Non si poteva dire che non
fosse bello come un cherubino. La gente avrebbe
forse potuto odiarlo non conoscendolo.... ma
appena l'avessero visto!...

Tremante, arrossente, sorridente, ella apparve
al cancello del cortile dove già Mary Elliot e Luisa
l'aspettavano. In mezzo a loro due uscì nella
via e s'avviò tremante. Assai giovane, assai commovente
ell'era, colle guancie vermiglie per l'emozione,
volgendo in giro gli occhi lucenti e timorosi.

Chissà se incontrerebbero qualcuno? Qualcuno
di loro conoscenza?....

Sì. Incontrarono Mademoiselle Veraender, la
maestra di scuola. Questa le guardò, trasalì,
poi facendosi di fuoco in viso, passò dall'altra
parte della strada. Poi incontrarono Madame
Linkaerst con sua figlia Clairette, compagna di
scuola di Chérie. La ragazza diede un'esclamazione
[pg!299]
di gioia nel riconoscerle, ma la madre la
prese bruscamente pel braccio e svoltò con lei
in una via laterale. Incontrarono quattro soldati
tedeschi che fumavano e parlavano ad alta voce
tra di loro; questi si fermarono a guardare con
curiosità l'infermiera della Croce Rossa americana;
poi guardarono Luisa; poi Chérie, col
suo bambino in braccio.

Uno di loro fece un'osservazione e gli altri
dettero in una grande risata. Si fermarono tutt'e
quattro in mezzo alla strada a guardare le tre
donne, e quello che pel primo aveva parlato,
fece con la mano un gesto di saluto a Chérie.

«*Was haben wir da? Ein Vaterlandskindlein,
gewiss!*»

E gettò un bacio al piccino.

Tre o quattro monelli che correvano dietro ai
soldati beffeggiandoli e imitando la loro andatura
arrogante, videro quel gesto e l'interpretarono
colla malizia che caratterizza il monello
d'ogni paese. Anch'essi si misero ironicamente
a gettare baci a Chérie e al bambino, gridando:
«*Petit boche, quoi?... Fi donc le petit Prussien!*»

Chérie tremava come una foglia.

Un uomo che passava, zoppo e non più giovane,
comprese la situazione e rincorse i ragazzi
[pg!300]
col suo bastone. Allora altra gente si fermò.
Qualcuno tra essi riconobbe Luisa e Chérie;
ma nessuno le salutò; nessuno sorrise al bambino
nella sua cuffietta coi nastri ceruli e il suo
mantello ricamato.... Tre o quattro oziosi seguirono
le donne fino alla stazione, ridacchiando
e lanciando frizzi grossolani ed insultanti.

|
|

Mary Elliot partì. Fu una triste separazione.

Allora Luisa e Chérie tornarono a casa silenziose,
facendo un gran giro per evitare le strade
più frequentate. Mentre risalivano il viottolo
ombroso dietro la casa, Luisa volse uno sguardo
alla cognata e si sentì stringere il cuore. Povera
piccola Chérie! Quanto era bambina ancora, nonostante
i suoi diciannove anni! E come triste,
spaurita e vergognosa! Come aiutarla? Quale
conforto porgerle? Quale speranza?

Nessuna! Nessuna! A meno che il bambino
morisse.

Ma perchè avrebbe dovuto morire quella nefasta
creatura? Non era esso forse frutto della
giovinezza potente e della brutale vitalità? Non
traeva il suo sostentamento dalle più pure sorgenti
della vita? Perchè avrebbe dovuto morire?
[pg!301]
No, il bambino vivrebbe — vivrebbe per
essere fonte di danni e di dolori, per portare
vergogna e tristezza a tutti. Vivrebbe a ricordo
eterno dell'oltraggio nemico, vivrebbe per tenere
accesa eternamente la fiamma dell'odio nei
loro cuori.

Chérie sentendo su di sè lo sguardo di Luisa
si volse a lei con un rapido palpito di speranza.

All'anima sua sensibilissima non era sfuggito
quel primo soffio passeggero di compassione e
di tenerezza. Che Luisa volesse rivolgerle una
parola di conforto e di pietà?... Che la vista
del povero piccolo innocente le avesse finalmente
toccato il cuore?

Ah, no! no! Ecco ancora negli occhi di lei
quel lampo di risentimento, quel fiammeggiare
terribile d'ira e di vergogna.

Abbassando ancor più il capo sul suo bambino,
Chérie affrettò il passo e rientrò in casa.

[pg!302]




XXIV.
=====


Dopo la partenza di Miss Elliot la casa sembrò
più che mai deserta e malinconica. Luisa stava
per lo più chiusa in camera sua e Chérie non
parlava mai. Già, con chi avrebbe parlato? E
di che cosa avrebbe parlato se non del suo bambino?

Altre mamme — rifletteva Chérie con amarezza — parlavano
tutto il giorno dei loro
bambini; anch'ella avrebbe voluto parlarne. Ma
chi le avrebbe dato ascolto?

A chi poteva essa raccontare tutte le meraviglie
che andava scoprendo di giorno in giorno
nella sua creatura? A chi dire che nei sogni il
piccino sorrideva sempre? (E questo, tutti lo
sanno, significa che gli angeli gli vengono a parlare!)
A chi mostrare la fossetta nel mento, le
fossette nei gomiti, i morbidi riccioli d'oro chiaro,
i piedini rosati come petali di eglantina?
Luisa stessa di tutte queste meraviglie non sapeva
nulla, nè Chérie osava parlargliene.

[pg!303]
No. Il silenzio — un silenzio profondo e crudele — era
intorno a quella povera culla.

Per timore che il bambino disturbasse Luisa,
Chérie aveva lasciato fin dai primi giorni la sua
camera, e dormiva nella stanza degli ospiti accanto
al salotto — quella stanza dalla portiera
rossa che, strano a dirsi, pareva non ridestare
in lei alcuna memoria.

Un giorno ch'ella vi sedeva malinconica, col
suo bambino tra le braccia, Luisa — che non
varcava quasi mai quella soglia — aprì l'uscio
ed entrò.

Con un sorriso di gioia Chérie alzò il viso per
darle il benvenuto, ma vedendo che Luisa distoglieva
lo sguardo da lei e dal bambino dormente,
non osò dir nulla.

«Vengo a dirti,» fece Luisa ad occhi bassi,
«che questa sera verrà qui Mirella. Vado adesso
da Madame Doré a prenderla.»

Chérie sussultò. «Mirella!... Mirella verrà
qui?»

«Pensavi forse ch'io volessi lasciarla eternamente
in casa d'estranei?» Gli occhi di Luisa si
riempirono di lacrime. «Ho sofferto già troppo
della sua lontananza.»

«Oh, lo so.... lo capisco,» balbettò Chérie.
«Ma... io — che cosa farò?»

[pg!304]
«Che cosa vuoi fare?» chiese con infinita
amarezza Luisa.

Chérie si chinò sul piccino. «Non so. Vorrei
che ci potessimo nascondere, il bambino ed io;
nascondere dove nessuno mai ci potesse trovare.»

Luisa non rispose. Sedette, volgendo altrove
il capo, cercando di non essere spietata, lottando
contro quel senso di feroce, implacabile rancore
di cui ella stessa era la prima a soffrire.

«Mirella verrà qui!» ripetè Chérie sommessa.
«E quando vedrà il bambino — che cosa
dirà?»

Luisa alzò il capo con un singulto di selvaggio
dolore. «Ah, non dirà nulla, povera Mirella!
Non dirà nulla.»

No! No! qualunque cosa accadesse, Mirella — quel
folletto un tempo così allegro e chiacchierino — non
direbbe nulla. Vedrebbe Chérie
con un bambino tra le braccia, e non direbbe
nulla. Vedrebbe sua madre inginocchiata davanti
a lei implorando una parola — e non direbbe
nulla. Vedrebbe tornare suo padre dalle
trincee — ed ella resterebbe muta. O forse, egli
non tornerebbe più, ed alla notizia della sua
morte ella non schiuderebbe il labbro.

Quest'altro bambino, questo intruso, questo
[pg!305]
essere aborrito e funesto, crescerebbe allegro e
sano, imparerebbe a parlare, imparerebbe il riso
ed il sorriso; chiamerebbe Chérie col dolcissimo
nome che a Luisa nessuno direbbe mai
più. Mentre Mirella....

Chérie si era alzata col piccino in braccio.
Trepida venne a inginocchiarsi ai piedi della
cognata.

«Luisa! Luisa!... Non puoi amarci un poco?
Non puoi perdonarci? Che cosa ti abbiamo fatto,
Luisa? Che cosa ti ha fatto di male questo
povero piccolo essere, perchè tu debba odiarlo
così? Non è per me, vedi, non è per me che
imploro la tua pietà, il tuo affetto. Io posso vivere
disprezzata e odiata, perchè so... perchè
capisco.... Ma per lui t'imploro, per lui! che
entra nella vita credendo di essere come tutti
gli altri bambini, credendo che tutti l'ameranno...
Ah, per lui ti supplico, t'imploro — una
parola di tenerezza, Luisa, una parola di benedizione!»

Aveva afferrato con mano tremante l'orlo della
veste di Luisa, e si chinava a baciarlo piangendo. «Luisa,
se tu mettessi la mano sulla sua
fronte e dicessi: «Iddio ti benedica!» credo
che io ne morrei di felicità. Non puoi dirle, Luisa,
queste tre parole che tutti dicono, anche ai
[pg!306]
più poveri, anche ai più reietti? «Iddio ti benedica!...»
Che cosa ti costa? Questa piccola preghiera,
la più breve di tutte — dilla, dilla per
lui!»

Silenzio. Luisa non si mosse.

«Luisa,» singhiozzò disperata Chérie. «Pensa,
pensa ai giorni di dolore che verranno per
me e per lui. E non vuoi fargli un augurio? Non
vuoi che Dio lo salvi e benedica?... Ah, Luisa,
è troppo triste, è troppo crudele che nessuno,
nessuno abbia mai invocato una benedizione sopra
un bambino così derelitto e disgraziato!»

Gli occhi di Luisa si soffusero di pianto. Chinò
lo sguardo sul tenero viso del piccino — e
trasalì. Aveva incontrato lo sguardo strano di
quegli occhi chiarissimi fissi nei suoi.

Erano occhi crudeli. Erano gli stessi occhi
che l'avevano fissata beffardi e canzonatori dal
fondo della stanza, quand'ella a ginocchi davanti
all'oppressore implorava pietà. Sì; nel momento
supremo in cui le sue preghiere e quelle
di Mirella parevano aver commosso il cuore del
nemico — quegli occhi, quegli stessi strani occhi
grigio-chiari che ora vedeva aperti nel piccolo
volto di fiore, avevano lampeggiato su lei
freddi, ironici, spietati....

.... «*Il suggello della Germania deve essere
impresso sul paese nemico....*»

[pg!307]
Erano quegli occhi che avevano pronunciato
la sua condanna.

«Non posso, non posso benedirlo,» singhiozzò
Luisa. E distolse il viso.

[pg!308]




XXV.
====


Era calato il crepuscolo, e la nebbia sottile
saliva strisciante su dai due fiumi, allorchè Luisa
col capo avvolto in una sciarpa nera, uscì di
casa per andare alla Maisonnette des Lilas. Si
guardò intorno. Le strade erano deserte e quasi
buie. Per arrivare alla casa di Madame Doré
senza passare dal piazzale della chiesa dove a
quest'ora si riunivano a crocchi i soldati tedeschi,
Luisa decise di passare per la straduccia
scura e stretta detta Ruelle de la Bise. Già stava
per svoltarvi allorchè scorse in fondo al vicolo
una figura curva e sbilenca; era un contadino
fiammingo, che s'avvicinava lento e zoppicante.
Borbottava tra sè e sè, ed aveva un aspetto
così poco rassicurante sotto il cappellaccio di
feltro calato sugli occhi, che per evitarlo Luisa
preferì tornare indietro e attraversare la piazza.

I soldati che vi stavano raggruppati chiacchierando
[pg!309]
e fumando non badarono a lei ed ella
s'affrettò, quasi correndo, verso la casa dell'amica.

Nel suo cuore era nata una nuova ineffabile
speranza. Ella andava a prendere Mirella; l'avrebbe
ricondotta a casa. Per la prima volta da
quella terribile alba in poi, la fanciulletta si sarebbe
ritrovata nell'ambiente noto alla sua infanzia,
e — Luisa lo pensò con un sussulto — e
nella stanza stessa in cui si era compiuto il
suo martirio.

Ora, ritrovandosi d'improvviso in quell'ambiente
in cui il trauma psichico lo aveva tolto la
favella, non poteva darsi — Luisa quasi non osava
formulare nel suo pensiero la folle speranza — non
poteva darsi che Mirella sarebbe d'un
tratto guarita? Casi simili se ne erano pur dati.
Luisa ricordava d'aver sentito dire — o forse
l'aveva letto? — di persone dementi che ritrovavano
subitamente la ragione, di persone mute
che ritrovavano la favella sotto la scossa morale
di qualche grande emozione.

Col cuore in tumulto ella affrettò il passo per
le silenziose vie.

Frattanto, nella Ruelle de la Bise, l'uomo che
Luisa aveva scorto proseguiva zoppicante per
la sua strada. Uscendo dal vicolo egli volse a
[pg!310]
destra e si trovò di fronte alla casa del dottor
Brandès.

Si fermò di botto e guardò su. Le finestre erano
aperte, tutte aperte alla fresca aria vespertina.
A quella vista un fiero palpito di gioia gli
scosse il cuore. La casa era dunque abitata. Da
chi? Da chi? Erano tornate le esule? Erano
tornate sane e salve a Bomal? Claudio aveva
pur scritto che erano partite dall'Inghilterra per
tornarsene in patria.... Erano dunque qui — qui
a due passi da lui?

Un brivido di gioia scosse Florian Audet.

Era stata questa speranza che gli aveva ispirato
il coraggio di tentare un'impresa quasi impossibile — la
fuga dall'ospedale di Liegi traverso
il paese invaso. Era il pensiero di rivedere
Chérie che lo aveva sorretto in quel viaggio temerario
traverso tante miglia di terreno battuto
dalle pattuglie tedesche. Quando per la prima
volta in quell'ospedale, dove tutti parevano ancora
incerti se trattarlo da ammalato o da prigioniero,
gli era balenata l'idea della fuga, egli
l'aveva scacciata da sè, dicendosi che era una
follia del suo cervello indebolito. Ma sempre la
visione di Chérie pareva invocarlo; ella gli era
al fianco, fantasma incalzante, quando nel cuor
della notte colle mani lacere e sanguinanti egli
[pg!311]
lavorò ad allentare e sciogliere le maglie del reticolato
che sorgeva intorno all'infermeria; la
bianca sua mano lo aveva guidato per monti e
valli, la sua voce soave lo aveva confortato nelle
lunghe giornate senza cibo, nelle lunghe notti
di veglia; lo aveva incalzato a celarsi nei boschi,
ad accovacciarsi nei fossati, a traversare a nuoto
i fiumi, a scavalcare muraglie e roccie, a vincere
perigli d'ogni sorta, ad affrontare mille
morti per arrivare a lei.

Ed ora ella forse era là! Là in quella casa
davanti a lui — a portata della sua voce, in vista
de' suoi occhi! Là, dietro quelle gaie finestre
aperte!...

Florian ricordò come in quella sera fatale,
non anco un anno fa — ah, come la Morte e la
Devastazione erano passate sul mondo in quel
frattempo! — egli era venuto a galoppo per
queste vie tranquille ed aveva veduto, come ora,
le finestre spalancate alla blanda aria serale.
Come allora, gli parve di udire un coro di chiare
voci che cantavano:

   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse*
   | *«On y danse....»*

[pg!312]
Dette una rapida occhiata in giro, poi alzando
il capo, fischiò sommesso il ben noto motivo.

   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse*
   | *«Tout en rond....»*

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Chérie era rimasta sola col suo bambino che
le dormiva fra le braccia.

Ella aveva sentito uscire Luisa; l'aveva udita
chiudere la porta esterna; per un istante
anche il suono dei suoi passi che s'allontanavano
leggeri e frettolosi le era giunto all'orecchio,
tanto era silenziosa e deserta la via.

Ed ora Chérie era sola; sola coi suoi pensieri.

Ecco. Luisa andava a prendere Mirella. Tra
poco sarebbero ritornate insieme. Bisognava
venire ad una decisione. Che cosa doveva fare
Chérie? Come poteva incontrarsi con Mirella?
Andarle incontro col bambino tra le braccia?
Ah, mai, mai!

No, bisognava nascondersi, nascondersi col
bambino perchè Mirella non lo vedesse. Certo,
come diceva Luisa, la povera Mirella non avrebbe
detto nulla — nulla, cioè, che orecchio umano
[pg!313]
potesse percepire. Ma l'anima di Mirella che cosa
avrebbe detto? Chi poteva sapere ciò che Mirella
vedeva o non vedeva? Come essere certi
che non fosse capace di vedere, di ricordare, di
odiare, forse, come Luisa odiava? Ah, Chérie
sentì che tale odio — l'odio silenzioso di quella
piccola anima di mistero — sarebbe anche più
terribile, più impossibile a sopportare che non
l'esecrazione palese di Luisa.

Già, era possibile anche questo strazio. Mirella,
la piccola Mirella, vedendo quegli occhi
strani, chiarissimi, spalancati nel viso del bambino — forse
ricorderebbe.... Ricorderebbe l'uomo
che l'aveva martirizzata, che l'aveva torturata
e legata alla ringhiera, legata col piccolo
viso folle rivolto all'uscio.... già, proprio a
quest'uscio dalla tenda rossa....

Sì, potrebbe essere così. Il ricordo e l'orrore
tornerebbero alla mente smarrita di Mirella ogni
volta che scorgeva quei grandi occhi chiari del
bambino.... Chérie abbassò lo sguardo per vederli;
in questo momento erano dolcemente socchiusi,
mentre la testolina s'annidava assonnata
sul petto materno.

Chérie si chinò sopra la sua creatura, baciò
i biondi capelli e gli occhi assonnati e la piccola
bocca dolce. E che importava a lei se tutti l'odiavano?
[pg!314]
Essa lo amava, lo amava coll'amore di
tutte le mamme, lo amava d'un amore fatto
più grande dalla sofferenza, dalla disperazione,
dalla vergogna.

«Piccolo mio,» susurrò, «perchè non ci hanno
lasciati morire tutt'e due in quel mattino di
maggio, quando tu non eri ancora entrato nella
vita ed io ero già così vicina alla morte? Perchè
non ci hanno lasciati sparire, dileguare nell'eterna
pace, te ed io insieme, lontani da queste
tristezze e da queste pene?»

Ma il bambino dormiva sorridendo agli angeli.

E poichè era tardi, ed era l'ora di metterlo
nella culla, ella si levò e con passo leggiero e
colla guancia appoggiata al piccolo capo biondo,
se lo portò nella stanza vicina, allontanando
col gomito, nel passare, la tenda rossa che
pendeva sull'uscio.

«Ninna-nanna,» mormorò mettendolo nella
culla.

E mentre così faceva si trovò d'improvviso a
rammentare, senza una ragione, la sera del suo
compleanno; le veniva in mente — chissà perchè? — la
danza con Jeannette, Cricri, Cecilia....

Questo ricordo correva come un filo luminoso
[pg!315]
e sconnesso tra mezzo ai suoi foschi pensieri.
Come mai le ritornava alla mente in quest'ora?
Perchè mai riviveva così d'un tratto quella breve
ora felice che aveva preceduto la catastrofe
immane, lo scoppio della procella che l'aveva
travolta e ruinata?

Le fanciullesche parole di quella vecchia canzonetta,
ecco, le tornavano alla mente.

   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse*
   | *«Tout en rond.»*

Chérie sostò; un brivido la percorse. C'era
una ragione per quel ricordo. Qualcuno nella
strada fischiettava quella melodia.

Gli occhi le si riempirono di lagrime per i
ricordi che quel puerile motivo le rievocava in
cuore.

   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse*
   | *«On y danse*
   | *«Sur le pont*
   | *«D'Avignon*
   | *«On y danse*
   | *«Tout en rond.»*

[pg!316]
Piano e pur chiara la melodia persisteva. Non
cessava. Non si allontanava. Persisteva con
sommessa insistenza.

Chérie accomodò la coperta e i guanciali della
culla, si chinò a baciare il piccino; poi andò alla
finestra. Dovette rizzarsi in punta de' piedi per
guardar fuori, poichè quella stanza aveva una
finestrina ogivale, alta e tonda come quella della
cabina d'una nave.

Appena ella guardò fuori il fischiare cessò.
Laggiù nella via una figura si mosse staccandosi
dall'ombra del muro.

Il cuore di Chérie dette un balzo — poi si
fermò.

*Florian!*

[pg!317]




XXVI.
=====


Indietreggiò vacillante dalla finestre e si guardò
intorno, folle, smarrita, Florian! Era Florian!
Che cosa fare? Il bambino — dove nascondere
il bambino?

Il fischio sommesso riprese, ma più urgente
con una nota di fretta e d'ansia. Sì — sì — bisognava
far entrare Florian. Come mai era
giunto?... Certo lo minacciavano mille pericoli
laggiù sulla strada aperta...

Chérie abbassò gli occhi e si guardò. Guardò
la sua vestaglia bianca ancora slacciata sul
petto — tepido nido del pargolo lattante — e
l'allacciò colle mani che tremavano. Poi scorse
uno scialle nero di Luisa gettato sopra una seggiola;
se ne avvolse in fretta le spalle e corse
giù ad aprire.

Florian entrò rapido e chiuse subito la porta
dietro a sè. Che strano aspetto aveva con quel
[pg!318]
cappotto di tela cerata gialla, e il cappellaccio
calcato sulla testa! Chérie al primo sguardo lo
vide cambiato; le parve più alto, e scuro e scarno
in faccia.

Ora, chiusi nel vestibolo buio, ella non ne distingueva
più i lineamenti.

«Chérie!» Egli le aveva afferrato la mano
e gliela stringeva forte. «Sei tu, mia piccola
Chérie!...» Aveva la voce rauca per l'emozione.
«Dimmi — chi c'è qui con te?»

«Nessuno,» rispose lei.

«Nessuno? Ma come? Sei sola in casa?»

«Sì —» mormorò Chérie, ritraendo la sua
mano. «Cioè —» E tacque.

«Ma tu — vivi qui sola? Ma gli altri dove
sono? Luisa? Mirella?»

«Luisa è qui — è uscita... » balbettò Chérie.

Florian trasse un gran sospiro di sollievo.
«Ah, Luisa è qui!... Conducimi di sopra. Guarda
che ho poco tempo.» Si chinò per guardarla
meglio. «Cos'hai? T'ho fatto paura?»

«Sì,» rispose Chérie.

«Ma sei livida! Sei spettrale... Chérie —»
una nota d'ansia, di terrore nuovo gli vibrò nella
voce. «Cos'hai? Sei ammalata?»

«Sì,» ripetè Chérie e la sua voce era un
soffio.

[pg!319]
Egli non le chiese altro; la cinse col braccio,
sorreggendola nel salire le scale. La porta del
salotto era aperta e Florian entrò rapido guardandosi
intorno nella stanza famigliare.

«Ah, sia lodato Iddio,» disse piano, e traendo
seco Chérie che pareva quasi svenuta, chiuse
la porta.

Gettò su una seggiola il largo cappello lacero
e il lungo cappotto, ed apparve vestito di un'uniforme
di tela scura come Chérie ne aveva veduto
indosso ai feriti tedeschi.

«Vieni qui, accanto alla finestra — ch'io ti
veda.» E la trasse a sedere dove l'ultima luce
di quel crepuscolo di maggio le illuminava il
viso. «Dimmi, Chérie, dimmi! Che cosa hai
avuto?... Che ne è di te?»

Gli occhi di lui non si staccavano da quel pallidissimo
volto, dalle fragili forme ritrose, dal
chiarore delle chiome raggianti. «Dammi tutte
le notizie. Pur troppo non potrò restar qui molto —»
le strinse forte la piccola mano fredda — «sarebbe
pericoloso per voi e per me.... A
quest'ora le pattuglie batteranno tutta la regione
per ritrovarmi — e per ritrovare il cappotto
del giardiniere!» soggiunse con un rapido sorriso
che lo fece per un attimo rassomigliare al
Florian d'una volta. «Sono fuggito sette giorni
or sono dall'ospedale di Liegi —»

[pg!320]
«Dall'ospedale? Sei ferito?»

«No, affatto. Sono stato semplicemente intontito
da un'esplosione. I tedeschi m'hanno
trovato, m'hanno creduto «boche» e «meschugge» — che
in berlinese vuol dir pazzo — e da
tre settimane mi tengono a letto col ghiaccio
sulla testa....» E rise. «Forse nei primi giorni
sarò stato davvero un po' tocco nel cervello....
ti vedevo sempre là, ritta a' piedi del mio letto....
Ma dimmi, dimmi di te! Come stai? Come
sta Luisa?»

«Luisa sta bene.»

«E la piccola? E' qui?»

«Mirella?» Vi fu una pausa. «Sì, Mirella
è qui.»

Qualche cosa nella voce di lei lo colpi. «Che
cosa c'è? E' accaduto qualche cosa?»

Ella non rispose. Florian si sentì d'un tratto
il respiro più corto. La guardò. Gli parve improvvisamente
che questa timida creatura nella
sua veste bianca, nel suo scialle nero, fosse aliena
da lui, estranea a lui e avvolta nel mistero.
«Che cosa c'è stato?» ripetè. «Rispondi. — Luisa
dov'è?»

E si guardava intorno nella stanza amica,
morso al cuore da un cattivo presentimento.

«E' andata a prendere Mirella,» balbettò
Chérie.

[pg!321]
«A prendere Mirella? Dove? Perchè?»

Chérie alzò gli occhi — erano gli occhi di
preda inseguita — e li fissò in volto a lui.

«Mirella... non è più quella di prima.»

Florian si sentì stretto alla gola come se una
tigre l'avesse azzannato. «Cos'ha?»

«Non riconosce nessuno... » balbettò Chérie,
«e non parla più.»

«Non parla più?» Florian stentava a respirare.
«Che cosa — che cosa vuoi dire?»

«E' muta,» disse con un singulto Chérie.

«Muta!!...»

Ansante Chérie continuò: «Si è spaventata...
in quella notte... quella notte della mia festa...»

Non potè dir altro. Tacque. Ed anche Florian
improvvisamente non parlò più.

Il silenzio di lui sembrò cadere come una roccia
sul cuore di Chérie. Il sudore freddo le perlò
sulla fronte.

«Parla,» disse lui alfine con voce rauca.

«Sono venuti qui i nemici...»

«Lo so, lo so che attraversarono Bomal,»
gridò Florian soffocato. «Ma non vennero in
questa casa?»

Per tutta risposta Chérie lo guardò negli occhi.

E di nuovo cadde su loro il silenzio — il silenzio
fatidico, sinistro.

[pg!322]
Allora Florian si levò in piedi e si scostò un
poco da lei.

«Vennero in questa casa,» ripetè come se
parlasse in sogno. Aveva le labbra secche e la
gola arida; udiva la sua propria voce, e gli sembrava
remota, come se non appartenesse a lui.
«Che cosa — che cosa accadde a Mirella?... Le
fecero del male?»

«No. Aveva paura.... strillava.... allora l'hanno
presa... e l'hanno legata là, a quella ringhiera —»
additò colla mano tremante la balaustra
di ferro battuto a fogliami e fiori.

Ed anco una volta il terribile silenzio di Florian
le cadde sul cuore come un masso pesante,
soffocandola, togliendole il respiro e la vita.

Dopo molto tempo Florian si mosse. Indietreggiò,
scostandosi ancora più da lei; le sue
labbra si movevano senza ch'egli potesse pronunciare
le parole.

«E a te.... » la voce gli uscì rauca, a scatti,
di tra i denti chiusi, «a te?... Cos'hanno fatto?»

Silenzio.

Egli attese, attese a lungo, poi ripetè la domanda.

«A te — cos'hanno fatto?»

D'improvviso Chérie cadde in ginocchio e si
nascose il volto tra le mani.

[pg!323]
Con un ruggito di belva egli si slanciò su lei,
le afferrò i polsi, le strappò le mani dal viso.
«No! Non è vero!» urlò. «Non è vero! Dimmi
che non è vero!»

E frattanto sentiva con odio nella sua stretta
quei polsi delicati e pieghevoli, vedeva con furore
quella frale creatura accasciata davanti a
lui in tutta la sua debolezza, in tutta la sua femminea
acquiescente fragilità. Avrebbe voluto
sentirla d'acciaio e d'adamante, per poterla spezzare
e frantumare — per poterla stritolare e distruggere.

Prona a terra ai suoi piedi ella singhiozzava
e piangeva. Florian per non colpirla, per non
ucciderla serrava i pugni così stretti che le unghie
gli si conficcavano nelle palme.

Guardava quel capo chino, i capelli vaporosi,
la nuca bianca, le fragili spalle sussultanti....
Ah, Dio! Il nemico l'aveva avuta! Il nemico l'aveva
tenuta e forzata e posseduta!

Questa creatura che gli era parsa quasi troppo
sacra per il suo amore, questa eterea vergine
liliale di cui egli non aveva mai osato baciare
la fronte, i capelli, le labbra — aveva saziata la
bestiale voglia dell'invasore!... Immondi soldati
ubriachi avevano soddisfatto su di lei le loro
lubriche brame — ed eccola lì, spezzata, contaminata,
perduta!...

[pg!324]
Con un grido di creatura ferita egli levò al
cielo i pugni serrati; il sangue gli scorreva sui
polsi dalle palme lacerate, e le lagrime — le
lagrime roventi che corrodono l'anima d'un uomo — gli
scorrevano sul volto scarno e straziato.

Eccola lì, la creatura rovinata e infranta! Eccola
lì, prona davanti a lui; simbolo della sua
patria — della sua patria rovinata e devastata.

Perdute, perdute entrambe!... Spezzate, contaminate,
impure.

Ah, invano egli verserebbe per loro tutto il
suo sangue e tutte le sue lagrime. Nulla, nulla
più varrebbe a salvarle, nulla più varrebbe a
rialzarle nella loro primiera gloria e purità!

Perduta l'anima della donna, straziata l'anima
della patria!...

Iddio! dov'è la Tua giustizia? — Dov'è la
Tua pietà?

|
|

Scese su loro il grigio crepuscolo e velò
d'ombra il viso della donna che doveva terminare
la tragica confessione.

L'uomo non parlò più. Accasciato su di una
seggiola, colla fronte nelle mani, gli pareva di
essere morto — morto in un universo morto.

[pg!325]
Tutte le fiamme della sua ira, tutti i furori della
sua disperazione erano spenti. La sua anima era
ridotta in cenere. Non rimaneva più nulla. Nulla
per cui si dovesse vivere, combattere o pregare.

La donna gli stava ai piedi, singhiozzante.
Ma egli non udiva ciò ch'ella diceva. Una parola
soltanto — una parola continuamente ripetuta
gli martellava il cervello come batte il maglio
sul ferro rovente. «Il bambino... il bambino...»
Era la parola che ricorreva costantemente sulle
labbra di Chérie: «il bambino.»

«Se non fosse per il bambino, vedi — vorrei
morire,» piangeva essa e s'abbatteva colla
fronte a terra. «Ma come faccio a lasciare il
bambino? Un bambino così piccolo, così abbandonato!
Nessuno lo guarda, nessuno gli dice
mai una buona parola — mai! Anche Luisa diventa
crudele, diventa come una furia quando
vede il bambino. Mio Dio! Mio Dio! Come passeremo
nella vita lui ed io, tra l'odio, il disprezzo,
il dileggio di tutti? Di me importa poco, ma
che ne sarà del bambino?...»

Alzò a lui il viso stravolto e lagrimoso. «Ah,
forse aveva ragione Luisa! Avrei dovuto fare come
lei — strapparmelo dal seno prima che nascesse....»

Un brivido profondo scosse Florian.

[pg!326]
«Ma non potevo, no, non potevo! Vi era qualche
cosa in me di più forte della mia vergogna,
di più forte del mio dolore!... Era come se una
voce — la voce stessa di Dio — mi gridasse:
«*La maternità è sacra. Tu non ucciderai!*»

Florian abbassò lo sguardo su quella figura
prona. Era questa la piccola Chérie, la sua fidanzata?
Questa la Chérie dal sorriso luminoso,
dalle guance a fossette, la creatura eterea tra
fiore, farfalla e bimba ch'egli aveva conosciuta
e amata? Un gemito gli uscì dalle labbra. Ma
ella non l'udì, non se ne curò. Il dolore dell'uomo
non giungeva al cuore di lei fatto spietato
dalla imperiosa, inesorabile passione materna.

«Ah! lo vorrebbero morto — sì! Io lo so che
lo vorrebbero morto. E se potessimo fuggir via
dalla vita, lui ed io insieme, ne sarei contenta.
Ma come — come farlo morire? Quando apre
gli occhi e mi guarda, quando colle piccole mani
mi tocca la faccia, come posso io pensare a
fargli del male? Posso io forse colle mie mani
stringere quella tenera gola e soffocare l'alito
dolce della sua bocca?...»

Alzava a Florian gli occhi inondati di lagrime,
ma non vedeva Florian. Non vedeva che il
suo strazio materno, non vedeva che la sua
creatura, sangue del suo sangue.

[pg!327]
Disperata si torceva le mani. «E perchè, perchè,
non deve vivere lui? Vivere ed essere felice
come tutti gli altri bambini? Che cosa ha
fatto, povero innocente, per essere odiato, disprezzato,
maledetto?»

«Basta!» gridò Florian, «basta di lui —».

Ma ella non l'ascoltava, non l'udiva. Neppure
udiva la sfrontata fanfara tedesca che passava
sotto le finestre, lanciando al cielo vespertino
l'insolenza trionfante della «Wacht am Rhein.»

No, Chérie non udiva nulla, non si curava di
nulla fuorchè della creatura sua — sua, e del
nemico!

E Florian — soldato — si sentì ribollire il
sangue.

«Ed è questo» — gridò sdegnato — «questo
che tu trovi a dirmi, quando ritorno a te scampato
dagli artigli della morte? Questo, questo
tutto il tuo pensiero mentre la nostra patria sanguina,
straziata dagli immondi bruti che vi hanno
violate entrambe? Ah, maledizione su loro — maledizione
eterna su loro e sulla creatura —»

«No!» con uno strillo ell'era balzata in piedi
e gli copriva la bocca colle mani. «Noi no!
Non maledirlo!... Non maledirlo anche tu quel
bambino — che nessuno mai ha benedetto!»

«In nome del Belgio,» tuonò forsennato Florian,
[pg!328]
«in nome delle donne del Belgio violentate
e straziate, in nome dei loro figli torturati,
dei loro uomini trucidati — io maledico la creatura
a cui tu hai dato la vita. In nome dei nostri
cuori lacerati, in nome delle nostre città incendiate,
dei nostri focolari distrutti, dei nostri
altari abbattuti e profanati — lo maledico, lo
maledico! Nei nomi sacrosanti di Louvain, di
Lierre, di Mortsel, di Waehlen, di Herselt —»

I nomi sacri al martirio e alle fiamme gli sgorgavano
dalle labbra accrescendo la furia del suo
cuore. La donna gemeva, coprendosi gli orecchi
per non udire, per non udire quei nomi tragici
e famigliari — il rosario di fuoco e di strazio
del Belgio.

Stringendosi il capo fra le mani, ella piangeva:
«Che Iddio non ti ascolti! Che Iddio non ti
ascolti!»

Ma egli alzava la voce fremente nell'atroce litania:
«E Malines, e Fleron, e Notre Dame, e
Rosbeck, e Muysen —»

D'improvviso ristette. Un suono — un suono
gli aveva colpito l'orecchio. Che cos'era?

Era un breve grido — il breve, fievole grido
d'un neonato.

L'uomo ristette immobile, come impietrito.
Gli occhi iniettati di sangue parevano uscirgli
[pg!329]
dall'orbita tanto si fissavano ardenti sulla porta
drappeggiata di rosso, donde era venuta quella
voce.

Chérie, cieca di terrore, gli si gettò ai piedi
gemendo, abbracciandogli i ginocchi. «Pietà!
Abbi pietà! Uccidimi — ma non far male a lui!»

E sempre Florian restava immobile, come impietrito,
cogli occhi fissi sulla porta donde era
uscito quel suono. Le disperate parole di lei,
il suo pianto di terrore, non giungevano al suo
orecchio. Egli non udiva che un suono, non udiva
che quel grido querulo — il pianto del bambino.
Vincendo i lamenti della donna, vincendo
il frastuono dell'inno nemico che ancora frangeva
l'aria, vincendo il tuono delle armi e il
fragore della guerra, ecco saliva dalla terra questo
acuto grido di vita — il pianto dell'umanità.

E questo pianto gli entrò nel cuore come una
spada. Gli pareva che in esso fosse tutta la desolazione
e il dolore del mondo. Pareva dire tutta
la tristezza, tutta l'inutilità irrimediabile d'ogni
cosa.

Sdegno, ira e furore gli caddero dall'animo
come cose morte. E il bisogno di vendetta e la
bramosia d'uccidere — tutto si spense in lui, lasciandogli
il cuore silenzioso e vuoto.

La disperata donna che si aggrappava a lui
[pg!330]
vide i fieri occhi velarsi, vide la feroce bocca
tremare. Nel lungo silenzio che seguì ella comprese
che più nulla aveva da temere. E più nulla
da sperare.

-----

L'uomo si scosse alfine. «Povera Chérie!»
disse. «Povera, povera Chérie!»

La sollevò da terra; prese tra le due mani quel
viso pallido e disfatto; e lungamente la guardò
negli occhi: «Povera Chérie! Che ne sarà di
te?»

Chérie non rispose. Fissava su lui quegli occhi
di pianto, senza pensiero, senza comprensione,
senza speranza.

«Dimmi addio, Chérie, dimmi addio. E che
i nostri Santi ti proteggano.»

«Ah, dove vai? Dove vai?» singhiozzò lei.
«Perchè mi lasci?... Mio Dio!... Che cosa vuoi
fare?»

«Molto c'è da fare per me.» la voce di Florian
era grave e ferma. «Molto c'è da fare.»
E volse lo sguardo verso la finestra aperta, donde
giungeva ancora da lungi lo squillo della fanfara
tedesca.

Allora ella comprese che davanti a lei non
stava più colui ch'ella aveva conosciuto: Florian,
il compagno della sua giovinezza, l'amico,
[pg!331]
l'innamorato, era sparito. Qui non vi era che
il soldato — remoto da lei, estraneo a lei — il
soldato, solo, faccia a faccia col suo grande
dovere.

Con uno schianto ella sentì ch'egli le sfuggiva,
che lo perdeva per sempre; e la donna rinacque
in lei, la donna creatura d'amore, creatura di
spasimo e di passione.

«Ah, non lasciarmi, non lasciarmi, Florian,
amor mio! Mio diletto, non lasciarmi! Che cosa
farò al mondo senza di te? Se m'abbandoni che
cosa più mi resta?»

Quasi a risponderle, il debole grido della
creatura si levò di nuovo.

L'uomo non pronunciò parola. Grave, solenne,
alzò la mano e additò quella porta.

Chérie chinò il capo e si nascose il volto nelle
mani.

Giù nella via ripassava la fanfara.

   | *«Deutschland, Deutschland über Alles*
   | *«Über Alles in der Welt....*»

.. class:: center

| .  .  .  .  .

[pg!332]
Chérie era sola.

Il suo bambino piangeva ancora....

Allora, mansueta, ella si levò e andò a lui.

Ed umilmente riprese il suo posto — il posto
della donna — accanto alla culla.

[pg!333]




XXVII
=====


Gli squilli di tromba che ingiungevano agli
abitanti di Bomal di rientrare nelle loro case
echeggiavano già, mentre ancora Luisa si affrettava
traverso le vie del paese, ormai deserte
e buie. Teneva stretta nella sua la fredda manina
di Mirella, e le parlava a voce bassa, concitata,
come se la fanciulletta potesse comprenderla.

«Vedrai, vedrai, Mirella, ora quando entri in
casa tua, ti ricorderai di tutto. Appena avrai varcato
quella soglia, ecco, vedrò sorgere nei tuoi
occhi il ricordo, come un'aurora improvvisa.
Allora li volgerai a me, trasognata forse, come
chi si sveglia da un lungo sonno, come chi ritorna
da un lungo viaggio. E schiuderai le labbra
alla parola.»

«Ah! Quale sarà la tua prima parola, Mirella?
Forse quella più dolce di tutte, quella parola
[pg!334]
che tu sola mi puoi dire?... E colla parola
ritroverai le altre due soavi cose perdute: il sorriso
e il pianto. Come reggerà il mio cuore, Mirella,
quando ti vedrò sorridermi colle lagrime
negli occhi?....»

«La tua piccola anima, Mirella, ch'era volata
via, volata via come una rondinella spaventata
dalle infamie degli uomini, stasera tornerà quaggiù.
Mirella, Mirella, io so, io sento che questa
sera riudrò la tua voce.»

E Luisa affrettava il passo traendo con sè la
bimba silenziosa.

-----

(In quell'ora, sopra i lontani monti delle Ardenne,
sorse la grande fulgida luna di maggio).

-----

Arrivando davanti alla casa Luisa si accorse
con sorpresa che il cancello del cortile era aperto.
Chi mai poteva essere entrato o uscito
durante la sua assenza? Alzò gli occhi alle finestre:
erano aperte, ma buie. Il senso di timore,
quasi di panico che non le era mai lontano
dal cuore dacchè era ritornata nel Belgio,
la riafferrò come una mano di ghiaccio.

Era forse accaduto qualche cosa? Perchè Chérie
[pg!335]
non aveva acceso i lumi? E chi mai aveva lasciato
aperto il cancello?

Ma subito il pensiero di Mirella, la folle speranza
della sua guarigione — divenuta improvvisamente
quasi una delirante certezza — le rifiammeggiò
nel cuore, ed ogni altra cosa fu scordata.
Era sola nel mondo, sola con Mirella.....

Tenendo gli occhi fissi su quel piccolo viso
immoto, essa guidò i passi della bambina oltre
il cancello, e dentro al cortile, e traverso l'erbosa
spianata percorsa le mille volte dai piedini
saltellanti della bimba ne' suoi giocondi anni
infantili.

Ma sul calmo volto di Mirella non un fremito
passò; non una favilla si accese negli occhi sognanti;
e con un singulto Luisa strinse più forte
quella piccola mano inerte traendola rapidamente
verso il portone di casa.

Anche questo era socchiuso come se qualcuno
l'avesse lasciato così, nella fretta, immemore
degli ordini severi che volevano dopo il
tramonto tutte le porte chiuse.

Per un istante Luisa pensò di chiamare Chérie,
e interrogarla. Ma subito il bisogno di sentirsi
sola con Mirella, sola con quella piccola
anima al momento del suo risveglio, la trattenne.
Entrò con Mirella nel vestibolo, chiuse la
porta, e con gesto rapido accese i lumi.

[pg!336]
«Mirella!... Mirella!...» mormorò ansiosa.
«Guarda, cara ... non ricordi? Non ricordi?»

Le quiete pupille della bimba vagarono dagli
arazzi appesi alla pareti, alla panoplia d'armi
incrociate sopra l'arco del vestibolo; dall'antico
oriolo a pendolo, ai paesaggi invernali del
Van der Welde nelle loro cornici nere. Ma non
un raggio di rimembranza illuminò il suo viso
immobile, puro e bello come un fiore chiuso.

Col cuore in tumulto Luisa la cinse col braccio
e ne guidò i passi leggeri e incerti lungo il corridoio
e su per le scale.

L'uscio del salotto era aperto. Luisa con mossa
rapida illuminò la stanza.

Mirella, sulla soglia, trasalì; e quel lieve sussulto
mandò un fremito immenso nel cuore di
Luisa. Sostò, senza respiro, ad osservarla.

Certo, certo, la bimba doveva riconoscere
questa stanza: là, a destra, il grande camino
fiammingo, col vecchio sedile di quercia — qui
il breve tratto di scala colla balaustrata di ferro
battuto, che conduce alle camere superiori — e
là, di faccia, la porta drappeggiata di rosso....

Portata improvvisamente davanti alla scena
stessa del suo martirio, ecco — il velo dell'oblio
le sarebbe caduto dall'anima. Luisa lo sentiva,
Luisa lo sapeva. E attendeva trepida il sussulto,
[pg!337]
il grido col quale sua figlia si sarebbe rivolta
a lei, cadendole tra le braccia.

Nulla. Non avvenne nulla.

Per un fuggevole attimo un fluttuar vago, un
bagliore pallido come di paura aveva tremato
su quel piccolo volto calmo. Sì, la fanciulla aveva
trasalito sul limitare della stanza — si era
fermata d'improvviso cogli occhi fissi sulla tenda
che drappeggiava in lunghe pieghe rosse la
porta della camera di Chérie. Ma subito quel
fuggitivo raggio d'emozione era svanito, come
un piccolo lume che il vento spegne.

Poi — nulla più. Colle mani inerti, le braccia
pendenti lungo il corpo, i ceruli occhi senza
sguardo, ella rimase immota nel consueto atteggiamento
d'abbandono — bianca, eterea, irreale,
una creatura di serenità e di sogno.

E più che mai pareva un serafino stanco, che
avesse smarrita la via di ritorno al cielo.

Nell'anima materna la torcia fiammeggiante
della speranza cadde e si spense.

E il mondo per lei fu desolato e nero.

[pg!338]




XXVIII.
=======


Nella sua camera Chérie, inginocchiata presso
la culla, le aveva udite entrare. Si alzò lenta,
trepidante. Bisognava andare al loro incontro,
salutare Mirella.... dire a Luisa che Florian era
tornato — tornato.... e ripartito.

Il silenzio profondo nella stanza attigua la colpì.
Ella si chiese, movendo esitante verso l'uscio,
perchè mai Luisa non parlava? Era pur solita
a parlare con Mirella, a parlarle sempre con
quella tenera voce sommessa, con quel dolce
tono materno un po' insistente che pareva volere
ad ogni costo ridestare la mente assopita
della bimba.

Che cosa significava questo silenzio?

Non si udiva un soffio; pareva che la stanza
fosse vuota.

D'un tratto Chérie comprese. Luisa attendeva
silenziosa, immobile, che il miracolo si compiesse — attendeva
la prima parola di Mirella!

[pg!339]
Allora Chérie non osò più avanzare. Congiunse
le mani in atto di preghiera, e anch'essa attese.
Attese un suono, una parola, un grido.

Nulla. Il silenzio durava profondo.

S'udì infine il pianto di Luisa, un pianto sommesso
e desolato, e poco dopo i loro passi lievi
sul tappeto della scala.... Indi, di nuovo, il silenzio.

Chérie rimase immobile colla fronte appoggiata
allo stipite della porta chiusa.

Se ne erano andate. Luisa conduceva Mirella
nella sua camera... la metteva a dormire. E non
aveva chiamato Chérie! Non le aveva dato la
buona notte; non l'aveva chiamata a salutare
Mirella. No. Nessuno, nessuno aveva bisogno di
Chérie. Luisa, anche nel suo grande dolore, non
aveva pensato di chiedere conforto a lei. Era
andata via, sola con Mirella, a chiudersi nella
sua camera, a piangere le sue amarissime lagrime...
Avrebbe pianto, avrebbe pregato, avrebbe
dormito alfine — senza neppur sapere
che Florian era venuto.... senza sapere che se ne
era tornato via per sempre, senza sapere che il
cuore di Chérie era spezzato!...

Con un singhiozzo di appassionato dolore
Chérie si ritrasse dalla porta e si abbattè piangendo
presso la culla.

[pg!340]

-----

(Grande, diafana, luminosa, la luna di maggio
sorgeva dalle colline delle Ardenne; e salendo
come un disco opalescente nei cieli, trovò
la piccola finestra ogivale, e raggiò, blanda e
luminosa su Chérie e sul bambino dormiente).

-----

All'orologio della vecchia chiesa di Bomal
scoccarono le undici.

Sveglia nel suo letto, al buio, Luisa contò i
lenti rintocchi. Le onde sonore si spensero e
di nuovo nella camera silenziosa non si udì
che il lieve respiro di Mirella. Luisa ascoltò
quell'alito leggero e regolare. Poi pensò a Claudio,
e pregò Dio che lo salvasse da ogni male.
Ma per il suo ritorno non pregò.

Esausta dalle emozioni, alfine si assopì.

Ma Mirella non dormiva. Nonostante il suo
respiro tranquillo e regolare, i suoi occhi erano
aperti. Immobile nel buio ella ascoltava qualcosa
che lentamente si svegliava in lei: la Memoria.

.... L'orologio della chiesa battè le undici e
mezza. Luisa dormiva col respiro singhiozzante,
spasmodico di chi ha molto pianto prima di addormentarsi.

[pg!341]
La stanza era completamente buia, le imposte
chiuse, le tende calate. Silenziosa e sicura come
una sonnambula Mirella scese dal letto e traversò,
lieve fantasma bianco, la camera.

Trovò l'uscio, l'aprì silenziosamente, percorse
il corridoio e scese la scala — i passi dei piedini
ignudi cadevano sul tappeto con la leggerezza
di petali di fiore....

Dove andava? Quale pensiero la guidava così
per la casa oscura e silenziosa?

Il ricordo! — Il ricordo della porta drappeggiata
di rosso.

Null'altro vedevano i suoi occhi ossessionati,
null'altro ricordava il suo spirito allucinato — nulla
se non quella tenda rossa calata sopra una
porta chiusa. Doveva rivederla.... rivederla....
ricordarsi perchè, come, quando l'aveva già veduta.
Sì, bisognava rivederla.... *E se quella porta
si apriva* — A quel pensiero il terrore indefinito
in cuore di Mirella raggiungeva il parossismo — perchè
sapeva, sentiva che se quella
porta si apriva ella sarebbe morta.

Così, come sospinta da una forza irresistibile,
ella giunse all'ultimo breve tratto di scala — i
quattro larghi gradini costeggiati dalla ringhiera
di ferro — e qui si soffermò trasecolante.

Anche nel buio sapeva dov'era quella porta.
[pg!342]
Era là, di faccia a lei — nera sul nero sfondo
dell'oscurità.

Colle mani strette dietro la schiena, si addossò
convulsa alla ringhiera.

E rimase così, nella positura identica del suo
passato martirio; le pareva di essere legata,
le pareva di dover restar per sempre immobile,
cogli occhi fissi nel buio, verso quella porta — quella
terribile porta dalla tenda rossa....

.. class:: center

| .  .  .  .  .

Accasciata per terra accanto alla culla, col
viso tra le mani, Chérie aveva udito scoccare le
undici ore; poi il quarto, poi la mezza.

Per lei tutto era finito. La sua decisione era
presa. Ora che aveva riveduto Florian non c'era
altro da aspettare. Nulla più, nè gioia nè speranza,
poteva venirle dalla vita.

Che cosa avrebbero fatto al mondo lei e il suo
bambino? Nessuno aveva bisogno di loro. Nessuno
desiderava mai di vederli, di parlare con
loro; tutti li sfuggivano; tutti li disprezzavano.
Neppure Luisa aveva voluto invocare su di lui
una benedizione. No, era un bambino esecrato
e maledetto; era uno sventurato che portava sventura.

[pg!343]
Chérie si levò in piedi e s'appressò alla finestra — la
finestra tonda come quella della cabina
d'una nave — e la spalancò. La luce lunare
piovve per entro la stanza innondandola d'un
effuso, latteo chiarore.

«Luna, addio!» disse Chérie. «Addio, notte.
Addio, cielo. Addio, tutto!»

Poi si volse e tornò presso la culla. Si chinò
e sollevò tra le braccia il bambino che dormiva.

Come era tepido e tenero e piccolino! Non
bisognava che prendesse freddo — pensò istintivamente — e
si guardò intorno cercando qualcosa
con cui coprirlo. Prese dal cassetto una
grande sciarpa di seta celeste, e l'avvolse intorno
a sè ed al piccino: faceva fresco fuori in
quella bianca chiarità lunare, e dovevano andare
lontano.... bisognava passare il ponte sull'Ourthe
e scendere per l'altra riva del fiume,
attraversando tutta quell'erba alta e umida intorno
al vecchio mulino....

Più in là vi era un posto dove la sponda scendeva
meno ripida e la corrente era più forte;
ivi, chiudendo gli occhi e affidandosi a Gesù,
sarebbe entrata, correndo, nell'acqua....

Le pareva già d'esserci, tanto sentiva vivida
l'impressione che ne avrebbe avuto. Tante volte
a Westende l'anno scorso era corsa così dentro
[pg!344]
alle fresche onde increspate del mare.... Assai
bene se ne ricordava.

E adesso sentirebbe, come allora, l'acqua
fredda cingerle le caviglie, le ginocchia... poi
quel fresco e forte abbraccio le salirebbe alla
cintola, mozzandole il respiro... poi al petto...
poi alla gola....

Allora ella avrebbe stretto a sè con maggior
passione e maggior forza il suo bambino, gli
avrebbe posata la bocca sulla bocca per non
sentirlo piangere, e coll'ultimo alito avrebbe bevuto
il dolce respiro di quella piccola bocca, socchiusa
sempre ai baci, fragrante d'erbe e di
violette....

Alzò di nuovo lo sguardo alla finestra ogivale.
«Addio!» disse ancora una volta al cielo,
alla terra, alla vita. Poi risoluta volse le spalle
a quel cerchio di bianca luminosità.

Si avvolse meglio nella lunga sciarpa azzurra,
coprendosene il capo e le spalle, incrociandosela
sul petto ed avvolgendo nelle pieghe cerule anche
il bambino, che le posava ancor dormente
al seno.

Poscia, pianamente, aprì la porta. Davanti a
lei scendeva a lunghe pieghe la portiera rossa,
ed essa la scostò col braccio facendola correre
indietro sugli anelli. Dalla finestra rotonda dietro
[pg!345]
al suo capo si proiettava su lei un fascio
d'argentee lucentezze.

Così — tutta velata d'azzurro, diafana nella
luce lunare — ella mosse un passo innanzi.

Poi si fermò, trasecolante, impietrita.

Chi c'era là, nell'ombra? Chi stava immobile
là sulla scalinata, a pochi passi da lei?

*Mirella!...*

-----

Sì; Mirella era là, immota, quasi catalettica,
cogli occhi pazzi di terrore fissi su quella porta.
Quella porta si apriva — si apriva! Ecco — ecco — uno
spiraglio di luce bianca appariva
sotto alla tenda....

Ah! La porta era aperta... la tenda si scostava!...
Ora Mirella sarebbe morta. Lo sapeva!
Ciò che stava per vedere l'avrebbe uccisa,
come già una volta aveva uccisa l'anima sua.
Sì... sì... la tenda rossa si moveva ancora, lo
spazio di luce s'allargava....

Mirella ansava, soffocata, morente —

Quand'ecco in quella luce — oh, meraviglia!
oh, estasi infinita! — in quella luce apparve
una Visione!

Inondata dai raggi della luna, tutta velata di
rilucente azzurrità, stava una Madre col suo
Bambino. Dietro a lei brillava un grande cerchio
di luce.

[pg!346]
Ah, ben la conosceva Mirella quella dolce figura!
Rapita delirante, tese le mani giunte
verso lei.

Con quali parole doveva salutarla?... Le sapeva,
le sapeva, quelle parole; le ricordava....
le sentiva, salire su dal cuore, farle ressa alla
gola — ma le labbra convulse non le potevano
formulare.

Spasimando, torcendo le mani congiunte, Mirella
taceva — taceva mentre quelle parole si
aprivano come fiori di luce nella sua mente, risuonavano
come note d'organo nel suo cuore.

La visione si mosse, parve ondeggiare, trasalire....
Ah, sarebbe dunque svanita, svanita
per sempre? E Mirella ricadrebbe ancora nell'abisso
della solitudine e del silenzio?

Qualche cosa sembrò spezzarlesi nella gola — e
un grido, un grido acuto e vibrante le irruppe
dal petto. Ecco aperta, aperta la chiusa fonte
della sua voce! ecco dalle sue labbra fluire le
parole del saluto immortale:

«*Ave Maria!...*»

Ed ora l'eterea visione sorrideva, sorrideva
movendo verso di lei....

Soverchiata dall'estasi Mirella le cadde ai
piedi.

[pg!347]

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Luisa s'era svegliata di soprassalto, udendo
un grido... Che voce era quella?

Intorno a lei la camera era immersa nel buio,
ma Luisa sentiva d'essere sola, sentiva che Mirella
non era più accanto a lei. Dalla porta socchiusa
veniva un fioco chiarore.

Colla rapidità del lampo Luisa fu nel corridoio
e giù per le scale. Scendeva a precipizio.
Ma giunta all'ultimo pianerottolo — si arrestò
irrigidita.

Là, nell'effuso chiarore lunare stava una luminosa
forma nell'atteggiamento umile e sacro
della immortale Maternità.

Davanti a lei, inginocchiata, era Mirella.

E Mirella parlava.

«*Benedicta tu...*»

Chiare, spiccate, argentine cadevano dalle sue
labbra quelle parole: «*Benedicta tu...*»

La benedizione che Luisa e tutti avevano negata,
ecco — usciva ora quasi un annunzio profetico
da quelle labbra innocenti da tanto tempo
mute; risuonava come un decreto divino in quella
pura voce da tanto tempo silenziosa.

[pg!348]
Mirella era guarita! Guarita in grazia di Chérie
e del bimbo suo, figlio dell'onta, della violenza
e del dolore.

... Scossa da un brivido immenso Luisa cadde
a ginocchi presso la sua bambina, e ripetè
con lei le consacrate parole....

Tremante ed estasiata Chérie stringeva più
forte al seno la sua creatura piegando il capo
sotto l'ala di quella divina benedizione.

[pg!349]

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Ed ora addio — addio a Chérie, a Luisa, a
Mirella.

Esse vivono ancora nel lontano villaggetto
del Belgio aspettando, invocando l'alba della liberazione.
E con essa il ritorno della speranza,
della gioia, del perdono...

Intorno a loro tuona ancora la guerra; turbina
la procella.

Ma forse il termine del loro affanno non è
lontano.

|
|

.. class:: center

| :small-caps:`Fine.`

.. clearpage::

.. topic:: Opere di ANNIE VIVANTI

   | LIRICA L. 4, —
   |
   | I DIVORATORI (Romanzo) » 5, —
   |
   | CIRCE (Il romanzo di Maria Tarnowska) » 3,50
   |
   | L'INVASORE (Dramma in tre atti) » 3, —
   |
   | VAE VICTIS! (Romanzo) » 4,50
   |
   | ZINGARESCA » 3,50

----

.. class:: center

| GIUDIZI DELLA STAMPA
|
| SU
|
| **«CIRCE»**

   .. class:: small

   *Ettore Janni* nel **Corriere della Sera**.

   .. class:: small

   :small-caps:`Annie Vivanti` ha composto un'opera di spasimante umanità e di
   bellezza.... Col suo nobile ingegno e col suo istinto poetico, ha dato
   delle memorie di Maria Tarnowska una interpretazione che ha una sua
   poesia intrinseca.... un romanzo che appassiona di capitolo in capitolo,
   intensamente, che è tutto profumato, nel suo tetro groviglio di errori e
   di orrori, di passaggi candidi e luminosi....

   .. class:: small

   **Pall Mall Gazette.** — Documento umano di meraviglioso e soggiogante
   interesse.

   .. class:: small

   Una combinazione di poesia e di verità sui modello dato da Goethe...
   Narrazione di maestria vivida e potente.

   .. class:: small

   **Mail.** — Raramente accade di trovarsi dinnanzi ad un documento
   umano di così tragico e patetico interesse.

   .. class:: small

   **Times.** — :small-caps:`Annie Vivanti Chartres` ci ha dato un documento
   umano di straordinario fascino, uno studio dell'aberrazione del temperamento
   femminile e della psicologia del crimine che ci lascia turbati
   e atterriti.

----

.. class:: center

| GIUDIZI DELLA STAMPA
|
| SU
|
| **«I DIVORATORI»**

   .. class:: small

   **Herald.** — Qui ci troviamo davanti a quella rara cosa — un'opera
   di genio.

   .. class:: small

   **Telegraph.** — Questo meraviglioso libro è un'opera di bellezza
   creata da chi possiede il più grande dono dello scrittore — lo stile.

   .. class:: small

   **Daily Mail.** — Questo romanzo, scritto da un poeta, ha tutta la
   ossessionante potenza della Poesia.

   .. class:: small

   **The Times.** — Con questo libro :small-caps:`Annie Vivanti` ha compiuto un'opera
   stupefacente. Sciegliendo un tema finora non mai trattato da un
   romanziere essa ci ha dato un libro del più strano ed avvincente fascino.

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VAE VICTIS! \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
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practically *anything* with public domain eBooks.  Redistribution is
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Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
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the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

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Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
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Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

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U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
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  http://www.gutenberg.org
            
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