.. -*- encoding: utf-8 -*-

.. meta::
   :PG.Id: 37986
   :PG.Title: L'Imperatore Giuliano l'Apostata
   :PG.Released: 2011-11-11
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Gaetano Negri
   :DC.Title: L'Imperatore Giuliano l'Apostata
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1902
   :coverpage: images/cover.jpg

.. style:: title
   :class: center

.. style:: subtitle
   :class: center

.. role:: small-caps
   :class: small-caps

.. role:: large
   :class: large

.. role:: xx-large
   :class: xx-large

.. role:: x-large
   :class: x-large

.. role:: small
   :class: small

.. role:: smallit
   :class: small italics

.. |tb| unicode:: U+2766

===============================================================
L'Imperatore Giuliano l'Apostata
===============================================================

.. _pg-header:

.. container:: pgheader language-en

   .. style:: paragraph
      :class: noindent

   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

   |

   .. _pg-machine-header:

   .. container::

      Title: L'Imperatore Giuliano l'Apostata
      
      Author: Gaetano Negri
      
      Release Date: November 11, 2011 [EBook #37986]
      
      Language: Italian
      
      Character set encoding: UTF-8

      |

      .. _pg-start-line:

      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'IMPERATORE GIULIANO L'APOSTATA \*\*\*

   |
   |
   |
   |

   .. _pg-produced-by:

   .. container::

      Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

      |

      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


.. container:: coverpage

   .. image:: images/cover.jpg
      :align: center

[pg!iii]

.. container:: titlepage

   .. class:: center

   | :large:`GAETANO NEGRI`
   |
   |
   | :x-large:`L'IMPERATORE`
   |
   | :xx-large:`GIULIANO L'APOSTATA`
   |
   | STUDIO STORICO
   |
   | :smallit:`Seconda Edizione riveduta ed ampliata`
   |
   |
   |
   | ULRICO HOEPLI
   | :small:`EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA`
   | MILANO
   | —
   | 1902

----

.. container:: verso

   .. class:: center

   | PROPRIETÀ LETTERARIA
   |
   |
   | :small:`Milano 1901 — Tipografia Umberto Allegretti. — Via Larga, 24`

----

.. contents:: INDICE
   :backlinks: entry
   :depth: 1

[pg!vii]

.. toc-entry:: Prefazione

*PREFAZIONE*
============

*Nel presentare questo nuovo mio libro ai miei pochi
ma cortesi lettori, io vorrei rinnovare l'espressione di
un desiderio, già manifestato nei miei volumi antecedenti.
Io vorrei che essi fossero persuasi che non c'è, nel mio
pensiero, neppur l'ombra di un'inclinazione tendenziosa.
Per me la storia non ha interesse, se non è trattata con
uno spirito e con un metodo rigorosamente oggettivo. Se
lo scrittore si giova della storia per dare sfogo alle sue
preconcette preferenze, se vuol forzare i fatti alla giustificazione
delle sue teorie, potrà scrivere un'opera interessante
ed eloquente, potrà scagliare un libello od imaginare
un romanzo, ma non scriverà una storia.*

*Tale concetto deve applicarsi alla storia delle religioni,
come a quella di qualsiasi altro fenomeno dello
spirito umano. Lo studio, la narrazione di un episodio
religioso non dev'essere nè un'apologia nè un attacco;
dev'essere un'imparziale, serena, diligente esposizione
degli avvenimenti e delle cause che li hanno prodotti.*
[pg!viii]
*Questo metodo di critica perfettamente oggettiva non
deve offendere nessuna coscienza, per quanto delicata,
poichè una religione, quale sia l'origine sua, viene pure
a contatto con gli uomini, ed è quindi necessariamente
perturbata, oscurata dall'elemento umano, e soggetta a
tutte le vicissitudini che quell'elemento subisce col passar
dei secoli. Anche l'acqua di un fiume sgorga limpida
come un cristallo dalla vena montana, ma poi, scorrendo
sul fondo della valle, serpeggiando per la fertile pianura,
attraversando le popolose città, s'intorbida e s'inquina
pei detriti impuri che le cadono in seno. Risalga alle
scaturigini genuine chi vuol confortarsi coi suoi salutari
lavacri.*

*Generalmente la storia dei fatti religiosi si fossilizza
o nell'ammirazione irragionevole di tutto, anche di ciò
che non può esser ammirabile, perchè è il prodotto dell'azione
disturbatrice che l'uomo vi ha esercitata, od in
un'avversione non meno irragionevole anche di ciò che
dev'essere rispettato, perchè è l'espressione genuina dell'irresistibile
aspirazione dell'anima umana all'infinito.
Quanto più in un paese è scarsa la coltura e mancante
il senso critico, tanto più è prevalente questo modo esclusivo
e falso di giudicare gli avvenimenti nella loro attinenza
col fenomeno religioso. E, in conseguenza di questa
ristrettezza di giudizio, non è più possibile lo studio oggettivo
del processo di azione e reazione per cui passa lo
spirito umano nei suoi successivi adattamenti alla forma
religiosa. È la faccia umana del fenomeno religioso, è
l'osservazione delle alterazioni che il sentimento religioso
subisce nell'ambiente intellettuale e storico da cui è circondato
che esercita una singolare attrattiva sullo studioso
delle leggi che determinano l'evoluzione dell'uomo
e della società. Chi riesce ad applicare alla coscienza
umana, nei suoi rapporti col fatto religioso, una lente
che non sia colorita da nessun pregiudizio di affermazione
o di negazione, riesce, insieme, a scoprirne le più
intime fibre, ad isolarne i tessuti più profondi e delicati.*
[pg!ix]

*L'essere razionale si distingue dal bruto perchè, potendo
assorgere, mercè le sue facoltà di astrazione e di
riflessione, al concetto di causa, pone davanti a sè due
problemi dalla cui soluzione dovrebbe scaturire la spiegazione
e la ragione dell'universo, il problema della morte
ed il problema dell'esistenza del male. Le religioni antiche
davano una soluzione vaga ed incerta del primo, e
non ne davano alcuna del secondo. Prometeo che osava
agitare questo problema era un ribelle che Giove inchiodava
sul Caucaso. Le religioni antiche, ispirandosi ad
una tendenza essenzialmente ottimista, attenuavano il problema
del male, non ne sentivano tutta la portata e la
tragica difficoltà. Ben le vide e le sentì il Cristianesimo,
che fu la religione della sventura e del dolore. Ma il
Cristianesimo non lasciò l'uomo piangente e sgomentato
davanti all'esistenza del male, poichè, scrutando il problema
della morte, vide nella morte il processo di redenzione
dal male. Quest'idea, in cui era la chiave del
mistero del mondo, parve divina all'umanità assetata
d'ideale, afflitta ed oppressa dalla prepotenza e dall'iniquità
trionfante. Quest'idea ha dato al Cristianesimo una
vittoria che sembra senza ragione a chi non sa comprendere
che la ragione si trova nella rispondenza del Cristianesimo
con le più profonde esigenze dell'umana coscienza.
Ma quest'idea, ottenuta che ebbe la vittoria sulle religioni
e sulle dottrine dominanti nel mondo antico, divenuta, a
sua volta, dominatrice, non ha potuto conservarsi nella
purità della sua ispirazione genuina e dovette adattarsi
al mondo che l'aveva abbracciata, lasciando oscurare
quella virtù redentrice che ne aveva fatta la forza e le
aveva guadagnato il cuore umano.*
[pg!x]

*Lo studio che qui si presenta prende il Cristianesimo
appunto nel momento in cui, dalle angustie di segreti ed
isolati recessi, esce e si allarga come un fiume regale
sul campo immenso dell'impero romano. Distendendosi
su terreni isteriliti, di nuovo li fertilizza con le sue acque
fecondanti, ma prende e trascina con sè una parte delle
brutture da cui erano contaminati.*

*Era naturale che in questo momento, in cui ancora
non era scomparso del tutto quel complesso di forze su
cui si innalzava l'antica civiltà, questa tentasse di dare
l'ultimo guizzo ed, approfittando del traviamento a cui
il Cristianesimo, divenuto un istituto mondano, cominciava
ad essere in preda, volesse rinnovare il combattimento,
nella fiducia di riuscirne vincitrice.*

*Questo movimento dello spirito antico che resiste un'ultima
volta all'invasione del Cristianesimo e ridesta gli
antichi ideali si è personificato in un curioso ed enigmatico
personaggio, l'imperatore Giuliano. Ora è una grande
fortuna per lo storico il trovar concentrate nel foco di
una sola persona tutte le passioni che hanno determinato
l'indirizzo, provocato l'atteggiamento dell'anima umana,
in un dato momento della sua evoluzione. La storia non
è viva, non è chiara, non è sicura se non quando può
esercitarsi intorno all'individuo e può cogliere nella sua
coscienza il riflesso diretto degli avvenimenti e delle idee
diffuse nel mondo.*
[pg!xi]
*La storia che vaga da astrazione in
astrazione, che incede nell'aria rarefatta di principî e di
generali affermazioni, che è una scienza di concezioni
aprioristiche, crea, come la metafisica, dei grandi edifici
che, appena sorti, svaniscono, simili a quelle figure fantastiche
di cui scorgiamo, talvolta, il profilo nelle nuvole
spinte dal vento sull'azzurro del cielo. Tutta la scienza
ormai la scienza dell'uomo come quella della natura, è
la scienza dei fatti. L'ipotesi non vale se non come una
preparazione alla scoperta del fatto, e la teoria deve seguire,
non precedere il fatto. La storia, anch'essa, deve
essere, sopratutto, una ricerca di fatti ed un'analisi
psicologica dell'uomo. Noi dobbiamo ricreare, quanto più
è possibile, nella storia, il dramma umano, rivivere nel
pensiero, nel sentimento, nelle passioni della persona
umana in un punto determinato del tempo, in un determinato
conflitto di speranze e di timori, d'ire e di affetti,
d'illusioni e di realtà.*

*È ciò, appunto, che io ho tentato di fare col personaggio
tanto curioso ed interessante dell'imperatore Giuliano.
Non ebbi per lui nessun preconcetto di simpatia
o di esecrazione. Ho cercato esclusivamente di comprenderlo,
scrutando i moventi che lo avevano spinto al suo
folle tentativo, ricreando l'ambiente in cui era vissuto,
riguardando, infine, il mondo che lo circondava, attraverso
l'atmosfera di quegli stessi pregiudizî in cui era cresciuto.
Da uno studio siffatto balza fuori una figura
vivente e si apre uno spiraglio da cui si scopre un lembo
di realtà.*

*Nello scrivere questo libro io non ebbi altro scopo,
fuor di questo puramente oggettivo, e ci vorrebbe una
larga dose di buona, dirò meglio, di cattiva volontà,
per vedercene un altro.*
[pg!xii]
*Chi ha un temperamento critico
sa guardare i fenomeni morali con quello stesso disinteresse
speculativo con cui guarda i fenomeni fisici, con
quella stessa necessaria imparzialità con cui il chimico
analizza una sostanza e l'astronomo determina l'orbita
di un corpo celeste. Una cosa è il sentimento ed un'altra la
ragione. La causa vera del disordine che perturba i giudizî
umani è che gli uomini portano il sentimento là dove non
dovrebbero portare che la ragione. Errore funesto, ma non
più funesto dell'errore di quei pensatori i quali credono
che la ragione esaurisca l'universo e non s'accorgono,
per la brevità del loro sguardo, che essa lascia pur sempre
una larga striscia d'ignoto, dove il sentimento regna
assoluto ed invincibile dominatore.*

   | :smallit:`Aprile 1901.`

.. class:: right

:small-caps:`G. Negri.`

----

.. clearpage::

[pg!xiii]

.. image:: images/ill-00.jpg
   :align: center

.. class:: center

   | GIULIANO
   | nel busto d'Acerenza

.. toc-entry:: Il Busto d'Acerenza

IL BUSTO D'ACERENZA
===================

Acerenza, diventata, in questi giorni, famosa in Italia
pel disastro della frana che l'ha colpita, è una piccola città
della provincia di Potenza, posta sulla vetta di un'isolata
montagna che s'innalza alla confluenza del Bradano col Signone.
Acerenza ha il privilegio singolare di possedere il
busto colossale dell'imperatore Giuliano. E, ciò che è propriamente
un colmo di stranezza, il busto dell'apostata imperiale
è collocato su di un alto pinnacolo della sua cattedrale, come
l'imagine del santo protettore della città. Le indicazioni precise
intorno a quel busto furono date, credo, la prima volta
da Francesco Lenormant [#]_. Acerenza pare fosse una delle
poche città che cordialmente parteggiavano per la restaurazione
politeista tentata da Giuliano. Il giovane imperatore
vi doveva essere grandemente onorato. Un frammento d'iscrizione
che si legge su di una pietra impiegata nella costruzione
della cattedrale e che doveva appartenere al piedestallo
di una statua, dice: «Al riparatore del mondo
romano, al nostro Signore, Claudio Giuliano Augusto,
[pg!xiv]
principe eterno». Ed un secondo frammento di un'altra
iscrizione più monumentale, portante alcune lettere del
nome di Giuliano, fu letta dal Lenormant sulla soglia di
una delle cappelle della cattedrale. È dunque assai probabile
che il busto in marmo d'imperatore romano che adorna
il vertice della cattedrale stessa rappresenti appunto Giuliano,
ed abbia appartenuto ad una statua colossale che
gli abitanti d'Acerenza avevano innalzata in suo onore.
La probabilità è accresciuta dalla circostanza che facilmente
si può spiegare il bizzarro equivoco pel quale l'apostata
maledetto si è trasformato in un santo venerato. Il patrono
della cattedrale d'Acerenza è San Canio, vescovo di Juliana,
in Africa, il cui corpo, si narra, fu portato in Lucania
dai Cristiani che fuggivano dall'Africa cacciati dai
Mussulmani. «Ora — dice il Lenormant — il rapporto
delle proporzioni rispettive sembra indicare che il frammento
d'iscrizione in onore di Giuliano, formante la
soglia di una delle cappelle, proviene dal piedestallo della
statua. Quel frammento presenta solamente le lettere
VLIAN. Se, come è probabile, i due avanzi furono estratti
dal suolo nel medesimo tempo, i preti d'Acerenza, fra
il 1090 ed il 1100, più preoccupati di San Canio che dell'imperatore
Giuliano, avranno completata l'iscrizione mutilata
in quella di *Julianensis episcopus*, e l'Apostata fu d'un
colpo trasformato in martire ed in protettore celeste». Questo
ritratto di Giuliano, già tanto interessante per la sua storia
curiosa, lo è anche pel valore intrinseco dell'opera, per
l'espressione intensa di vita e per una certa grandiosità
potente che c'è nell'insieme. Pare anzi strano che, in
un'epoca in cui l'arte era in piena decadenza, ci fosse uno
scultore capace di plasmare una figura con sì semplice vigoria.
Lo scultore ha voluto rappresentare non il pensatore,
ma il soldato. Il capo è cinto da un serto d'alloro, e il corpo
è coperto dal paludamento militare. Se questo è Giuliano
[pg!xv]
noi dobbiamo vedervi Giuliano vittorioso, alla testa delle
sue legioni.

.. [#] *A travers l'Apulie et la Lucanie* par :small-caps:`F. Lenormant`, Vol. I,
   pag. 271 e seg.

Dissi, se questo è Giuliano, perchè, malgrado le indicazioni
affermative del Lenormant, che hanno avuto testè
la conferma di un insigne archeologo, Salomone Reinach,
in una comunicazione da lui letta all'Istituto di Francia,
qualche dubbio non può a meno di sorgermi nell'animo.
In primo luogo, mi pare non possa esservi alcuno che
abbia qualche dimestichezza con gli scritti di Giuliano, il
quale non provi un'impressione di stupore nel vedersi davanti
questo ritratto. Ma come? Il pensatore, lo scrittore
che aveva passata tutta la sua giovinezza sui libri, il filosofo
ed il teologo sottile ed inquieto, lo studioso infaticato
che, anche in mezzo alle cure della guerra, si alzava,
nel cuor della notte, per leggere i suoi autori e comporre i
suoi trattati, il sognatore utopistico che non pensava che alla
rivoluzione morale del mondo, alla creazione di un Stato
religioso di cui egli sarebbe il pontefice massimo, avrebbe
avuto i lineamenti e l'aspetto di questo Romano d'antico
stampo, di questo soldato risoluto, quadrato e robusto nella
mente come nel corpo, di quest'uomo a cui, certo, possiamo
attribuir la forza della volontà ed il vigore dell'indole, ma
a cui parrebbe del tutto estranea quella mescolanza di
idealità e di pedanteria che era così caratteristica dello
spirito di Giuliano? Se questo è il suo ritratto genuino,
v'era tutta una parte di lui che non traspariva nel suo
volto, che rimaneva nascosta nei penetrali più segreti dell'anima.
In questa effigie potrei riconoscere l'eroe di Strasburgo,
il duce audace del passaggio del Tigri, ma invano
vi cerco lo scrittore modesto ed arguto della lettera
a Temistio, il moralista severo del frammento sui doveri
del sacerdozio, il poeta pungente, ingegnoso e dotto
del *Misobarba*.

Ma confrontiamo l'imagine d'Acerenza coi ritratti scritti
[pg!xvi]
che ci hanno lasciato Gregorio di Nazianzo ed Ammiano
Marcellino. Come vedranno i lettori che vorranno addentrarsi
in questo mio libro, il profilo tracciato da Gregorio
non è in alcun modo conciliabile con questo busto di vigoroso
soldato. Gregorio ci presenta un giovane convulso, una
specie di epilettico dallo sguardo vagabondo, dal collo dondolante,
dai lineamenti mobilissimi, dall'atteggiamento incerto
ed instabile, una figura interessante, che però non ha
nemmeno il più lieve vestigio di quella maestà fiera, ma posata
e sicura, che splende sul volto dell'eroe d'Acerenza. È vero
che Gregorio era ispirato dall'odio contro Giuliano così
che egli ne ha disegnato il ritratto coll'intenzione di farne
la caricatura. Ma non bisogna, però, dimenticare che Gregorio
ha convissuto lunghi mesi con Giuliano sui banchi
della medesima scuola; pertanto, data anche l'intenzione
di farne la caricatura, ci doveva pur essere, nella caricatura,
un fondo di verità. Se non che, si potrebbe forse
osservare che Gregorio ha conosciuto Giuliano giovanissimo,
prima che la dura vita di soldato, da lui condotta in Gallia,
lo avesse invigorito e trasformato in un uomo d'azione,
e non è da ritenersi impossibile una corrispondente trasformazione
della sua figura.

D'importanza capitale è la descrizione d'Ammiano che
ha accompagnato Giuliano in Persia e che, quindi, ce lo
presenta quale era negli ultimi tempi della sua vita. — *Mediocris
erat statura, capillis perquam pexis et mollibus,
hirsuta barba in acutum desinente vestitus, venustate oculorum
micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant, superciliis
decoris et naso rectissimo, ore paulo majore, labro inferiore
demisso, opima et incurva cervice, umeris vastis et latis,
ab ipso capite usque unguium summitates liniamentorum recta
compage.* — Questa descrizione d'Ammiano corrisponde, in
gran parte, al ritratto d'Acerenza. Abbiamo i capelli lanosi
e molli, abbiamo gli occhi singolarmente vivaci ed
[pg!xvii]
espressivi, il naso diritto. Ma non mi pare sufficientemente
indicata, almeno dalla fotografia che qui è riprodotta, la
sporgenza del labbro inferiore; c'è la robustezza ma non
la curvatura del collo, e manca la caratteristica barba da
caprone, accennata da Ammiano, la quale, come vedremo
a suo luogo, è un *personaggio* importante del *Misobarba* di
Giuliano stesso. Si risponde a quest'ultima difficoltà, affermando
che Giuliano ha lasciato crescere la barba, solo
dopo il suo ingresso a Costantinopoli, tanto è vero che,
come sappiamo da Ammiano, nei primi giorni della sua
dimora in quella città, egli faceva ancora chiamare un barbiere
*ad demendum capillum*. Ora, se il ritratto, come è
probabile, è stato eseguito a Costantinopoli, lo scultore non
avrà visto nel suo modello che una barba incipiente, la quale,
pertanto, non poteva ancora aver acquistata la forma puntuta.
La risposta all'obbiezione sarebbe certo ingegnosa, ma
io vorrei osservare, in primo luogo, che Ammiano dice che
il *tonsor* venne *ad demendum capillum* non già *ad demendam
barbam*. Ora se è vero che sotto l'espressione generica di
*capillum* può intendersi anche la barba, non è men vero
che Ammiano stesso, nella descrizione di Giuliano, distingue
nettamente le due cose ed i due nomi. In secondo luogo,
senza entrare, a proposito di Giuliano, in una discussione
per la quale bisognerebbe appellarsi alla competenza di un
barbiere, io vorrei dire che la barba del ritratto d'Acerenza
copre le guancie, ma lascia quasi scoperto il mento,
e mi par quindi assai difficile che quella barba potesse, in
poco tempo, diventar puntuta. Un'ultima difficoltà che mi
si presenta è che Giuliano era poco più di trentenne, quando
entrava imperatore a Costantinopoli. Ora, al personaggio,
rappresentato dal busto d'Acerenza, mi pare si possa, senza
fargli torto, attribuire abbondantemente una diecina d'anni
di più.

Malgrado questi dubbi che mi son sorti alla vista della
[pg!xviii]
fotografia del ritratto, io non esito ad ornarne questo povero
mio libro. Anche nell'ipotesi che non sia un ritratto
preso dal vero a Costantinopoli, ma un lavoro fatto in
Italia, con indicazioni non tutte esatte, la genialità, la vita
che vibra in esso lo rendono singolarmente interessante.
Noi vediamo in questo lavoro, in cui si sente una mano
appassionata, come il riflesso dell'ammirazione e della
simpatia che l'audace restauratore dell'Ellenismo aveva
destate ai primi passi della sua carriera imperiale.

E poi quale esempio parlante della profonda ironia delle
cose umane! L'imagine del più grande nemico che abbia
avuto il Cristianesimo, trasformata in quella di un santo,
accoglie e trasmette al cielo le preghiere di quei Cristiani
ch'egli tanto disprezzava ed aborriva! Io cercava un motto
che, posto in fronte al libro, riassumesse il significato della
storia di Giuliano. Il busto d'Acerenza è il più eloquente
dei motti!

----

.. class:: small

Salomone Reinach ha testè pubblicato, nella *Revue Archéologique*,
una dotta ed interessante memoria sul ritratto di Giuliano.
Nella prima parte di quella memoria egli mette in chiaro l'errore
pel quale le due statue esistenti a Parigi, l'una al Museo
delle Terme, l'altra al Museo del Louvre, rappresentanti un
personaggio togato e barbuto, si credettero il ritratto di Giuliano,
mentre lo devono essere di qualche retore o di qualche
filosofo. Nella seconda l'insigne archeologo discorre del busto
d'Acerenza, ed insiste sull'autenticità assoluta del ritratto, cercando
anche di dissipare alcuni dei dubbi che io ho sollevato.
Però, anche ammesso come tolte redicalmente le difficoltà dell'espressione
del busto, in cui è nascosta tanta parte dell'indole
di Giuliano, e l'altra dell'età provetta dell'uomo che vi è rappresentato,
resta pur sempre la difficoltà che la barba non ha
[pg!xix]
la forma caratteristica della barba da caprone, ed è già così
abbondante e cresciuta sulle guance, e così scarsa sul mento, da
rendere molto difficile un cambiamento di disposizione, nel
breve tempo che si frappone fra la data del ritratto e l'ingresso
di Giuliano in Antiochia.

.. class:: small

La memoria del Reinach è ornata da tre grandi e belle fotografie
prese dal vero in Acerenza. Quella che dà la testa di
profilo è di una bellezza propriamente singolare. La perfezione
dei lineamenti, la profondità dello sguardo, l'impostatura del
collo sulle spalle, l'equilibrio di tutta la compagine, se davvero
appartenevano al Giuliano reale, dovevan far di lui, anche fisicamente,
il tipo ideale dell'eroe. Si capisce subito, guardando
questa bella testa, la simpatia che l'imperatrice Eusebia ha sentito
per lui. Ma abbiam proprio, qui, Giuliano? O piuttosto,
l'idealizzazione della sua figura, fatta da uno scultore geniale che
plasmava l'imagine di un uomo che non aveva visto, che conosceva
per la descrizione altrui, e che egli ricreava seguendo, più
che altro, la visione della sua mente? Io devo dire che l'interessante
dissertazione di Salomone Reinach, per quanto erudita,
non mi ha completamente liberato dall'esitanza di cui fui
colto fin dal primo momento che ho posto gli occhi sul busto
d'Acerenza e di cui ho dato ragione nel mio breve discorso.

   | :smallit:`Luglio 1901.`

[pg!1]

.. _`Introduzione`:

.. toc-entry:: Introduzione

INTRODUZIONE
============

La sorte toccata all'imperatore Giuliano è davvero
miseranda. Nessuna figura, nella decadenza dell'impero,
più originale, più interessante, più attraente della
sua. Ma la tradizione ecclesiastica gli è stata terribilmente
nemica; gli ha impresso il marchio dell'apostata
e, con questa qualifica, lo ha condannato all'abbominio
ed all'oscurità. Come ciò avvenisse s'intende.
La Chiesa agiva con un'intenzione polemica. A lei
premeva sopratutto di rendere odioso un uomo che
aveva tentato di ferirla a morte. Come sempre nella
polemica, la verità doveva cedere il posto alla passione
ed all'interesse partigiano. Ma lo storico ed il critico
non devono lasciarsi stordire e confondere dai clamori
della polemica; il loro compito è di anatomizzare oggettivamente
e con una intiera imparzialità il fatto
o l'uomo che hanno sulla loro tavola d'esperienza e
d'osservazione, cercando di cogliere il vero nella sua
essenziale realtà.

.. _`Giuliano l'apostata`:

Ora, è chiaro che le invettive e le maledizioni della
Chiesa non tolgono che, nell'imperatore Giuliano
l'uomo e l'azione siano singolarmente interessanti.
[pg!2]
Non vi può essere studio storico più attraente del ricercare
le origini, le cause, le conseguenze della restaurazione
politeista a cui il giovane imperatore ha
posto mano. Quelle invettive e quelle maledizioni non
possono nascondere il vero a chi appena guardi la
storia e i documenti; e il vero è che Giuliano fu un
uomo per eccellenza geniale, un uomo che, dopo aver
passate l'adolescenza e la giovinezza immerso negli
studi, da cui, ad ogni istante, lo distraeva l'aspettazione
di essere trucidato ad un cenno dello scellerato
cugino che sedeva sul trono imperiale, investito, improvvisamente,
di un supremo comando militare, in
una posizione che pareva disperata, si rivela, in breve
tempo, generale di altissimo valore, e conduce una
campagna meravigliosa, coronata da splendide vittorie.
La sua vita pubblica è chiusa nel breve ciclo di otto
anni, dal 355, l'anno in cui è mandato nelle Gallie a
fronteggiare le invasioni germaniche, al 363, l'anno
in cui cade sul campo di battaglia combattendo eroicamente
i Persiani. Questi otto anni furono tutti spesi
in una vita agitata, piena di avventure e di preoccupazioni
amministrative e militari. Eppure, il giovanissimo
imperatore, che doveva morire a trentadue
anni, non abbandonò mai i suoi studi, non interruppe
mai la sua attività letteraria, e trovò il modo e il
tempo di essere uno degli uomini più colti del suo
secolo, e l'ultimo scrittore, il più brillante, il più
acuto, della decadenza greca. Austero di costumi,
infervorato di aspirazioni ideali, meravigliosamente
versatile d'ingegno, eccellente in ogni cosa a cui rivolgesse
le sue cure, Giuliano è un'apparizione meritevole
di profonda investigazione, è una figura, come
or si direbbe, suggestionante. Certo, il suo tentativo
di porre un argine all'avanzare del Cristianesimo, e di
[pg!3]
ricondurre lo Stato al culto politeista, era errato nel
principio, e rivelava uno spirito guidato da fantasmi
filosofici più che da un esatto apprezzamento delle
condizioni morali ed intellettuali del tempo. Ma nulla,
appunto, di più interessante che l'investigare le cause
per le quali uno spirito tanto acuto e pronto sia caduto
in così grave errore; nulla di più curioso che il
seguirlo nei suoi sforzi per dar vita al suo ideale, che
il raccogliere, dal suo labbro e dai suoi scritti, le intenzioni
da cui era mosso, gli scopi a cui mirava, le
speranze e i disinganni da cui era accompagnato.

.. _`La Chiesa e Giuliano`:

La Chiesa è stata assai più feroce contro Giuliano
che contro qualsiasi degli imperatori che pur l'hanno
perseguitata col ferro e col fuoco. Eppure Giuliano, che
aveva iniziata una sistematica restituzione del Politeismo,
non ha versata, di sua iniziativa, una goccia di
sangue per la causa che gli stava a cuore assai più delle
sue imprese guerresche e delle sue riforme amministrative.
Anzi, come vedremo, proclamava ufficialmente il
principio della tolleranza e non voleva le conversioni
forzate. Ma la Chiesa era ispirata da un istinto sicuro.
Sentiva che la persecuzione, dopo tutto, era una forza
per lei ed uno strumento di vittoria. Quanto più
perseguitata, tanto più potente. S'era ormai avvezza
ad affrontar impavida la violenza, ma essa si arretrò
spaventata davanti a questo giovane che, dal trono
imperiale, predicava il ritorno al Politeismo, in nome
della ragione e della morale. Era una cosa tanto nuova
ed inaspettata che essa vi vide un pericolo maggiore
di quello che fosse nella realtà. Nessuno dei persecutori
del Cristianesimo era mai entrato nel merito del Cristianesimo.
Lo si perseguitava perchè lo si credeva pericoloso
per la società e per lo Stato, ma nessuno s'incaricava
di esaminarlo nelle sue basi filosofiche e storiche.
[pg!4]
Il lavoro critico di Celso era rimasto presso che
isolato. Ora, qui si presentava un imperatore, il nipote
di Costantino, il quale si dichiarava apostata del
Cristianesimo e pretendeva di giustificare la propria
apostasia con la dimostrazione dell'irragionevolezza e
della mancanza di base storica di una religione che
ormai pareva vittoriosa d'ogni resistenza. Nulla poteva
riuscire più offensivo alla Chiesa, la quale s'era già avvezza
a dominare sovrana assoluta, ed a cui, pertanto,
doveva parere intollerabile ogni discussione sulla sua
autorità. Il giavellotto di un Persiano la tolse, in breve,
da ogni preoccupazione, ma non cancellò la memoria
del paventato ed odioso tentativo, ed essa se ne vendicò
condannando il nome di Giuliano all'obbrobrio e
la sua storia ed i suoi libri ad un immeritato oblio.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

In questo nostro studio, noi cominceremo col dare
una rapida occhiata alla vita di Giuliano. Poi esamineremo
l'ambiente religioso e filosofico in cui venne
a trovarsi. Ci fermeremo più a lungo sull'impresa da
lui tentata di restaurare il culto politeista e le antiche
idee religiose. Noi troveremo, cammin facendo,
molte occasioni di interessanti considerazioni sulla
natura dei movimenti religiosi, sugli effetti che producono
e sulle ragioni tanto delle loro vittorie quanto
delle loro sconfitte.

Giuliano può essere studiato nella sua vita, nel
suo spirito, nelle sue azioni, con una larghezza di
notizie e con una approssimazione al vero assai maggiore
di quanto avvenga generalmente pei personaggi
della storia antica. Ciò deriva, in primo luogo, dall'esistenza
di tre fonti di singolare importanza, tutte contemporanee
[pg!5]
al personaggio di cui parlano, e sono le
storie di Ammiano Marcellino, i discorsi di Libanio
e quelli di Gregorio di Nazianzo; in secondo luogo,
e sopra tutto, dalla conservazione degli scritti dello
stesso Giuliano, che sono la più interessante rivelazione
di quello spirito inquieto.

.. _`Ammiano Marcellino`:

Ammiano Marcellino, nato da nobile famiglia, in
Antiochia, entrò, giovinetto ancora, nella carriera
delle armi, ebbe alti uffici, e prese parte ad importanti
imprese. Nel 350, fu, dall'imperatore Costanzo,
destinato ad accompagnare il generale Ursicino, a cui
era affidata la difesa dell'Oriente. Nel 354 venne a
Milano, con lo stesso Ursicino, e seguì costui nelle
Gallie, onde domare la ribellione di Silvano. Ucciso Silvano,
fu rimandato in Oriente dove era ancora quando
Giuliano prese il posto di Costanzo. Egli fu un devoto e
fedele ammiratore del giovane sovrano e lo accompagnò
nella spedizione di Persia. Avvenuta la catastrofe di
Giuliano, pare che Ammiano abbandonasse la carriera
militare, e si ritirasse a vita riposata in Roma, dove,
come sappiamo da una lettera di Libanio, scrisse le
sue storie che ci giunsero in condizione frammentizia.
Ammiano Marcellino è un testimonio prezioso per la
serena imparzialità del suo giudizio. Scrittore mediocre
e pesante, dal punto di vista letterario, ma coscienzioso,
esatto, espertissimo di cose militari, legato a
Giuliano da un'ammirazione affettuosa, che però non
gli cela la percezione del vero, anche quando il vero
non torna a lode del suo eroe, Ammiano ci ha lasciata
una narrazione in cui si può riporre una fede
sicura. Se non che, soldato nell'anima, ed uomo d'azione
per eccellenza, Ammiano, sebbene non fosse cristiano,
non sentiva interesse alcuno per l'opera di restaurazione
religiosa, iniziata da Giuliano, e, pertanto,
[pg!6]
si occupa quasi esclusivamente del capitano e del
principe. Il filosofo ed il pontefice non appaiono che
di sfuggita nelle pagine dell'onesto storico. Tuttavia,
l'imagine del giovane imperatore vien fuori vivente
dalla sua schietta pittura, così che il lettore è condotto
a risentire per l'eroe, di cui si seguono le gesta,
un po' della devozione, pur temperata da qualche rimprovero,
a cui s'ispira il narratore nel suo racconto
e nei suoi giudizi.

.. _`Libanio`:

Libanio fu uno dei personaggi più cospicui del
mondo ellenico nel secolo quarto. Nativo egli pure,
al pari di Ammiano, di Antiochia, Libanio, letterato
e retore insigne, empì della sua attività letteraria i
grandi centri dell'Oriente, Costantinopoli, Nicomedia,
Antiochia, durante i regni di Costanzo, di Giuliano,
di Valente e di Teodosio. Professore di retorica, tenne,
per incarico governativo, pubblica scuola in ognuna di
quelle città, ed a lui accorrevano i giovani, onde addestrarsi
in quell'arte tutta formale che costituiva l'insegnamento
letterario dell'epoca. Entusiasta amatore
delle tradizioni elleniche, Libanio odiava il Cristianesimo
e non vedeva la salute del mondo che nel ritorno
all'antico. Egli era esclusivamente un letterato, un
oratore; mancava affatto di spirito filosofico. I suoi
discorsi non sono che esercizi d'eloquenza, assai interessanti
per le cose che narra e per la pittura dell'ambiente,
ma vuoti di pensiero. Libanio era un
abile artefice di frasi. Spirito leggiero, impressionabile,
vanitoso, ebbe una vita agitata, combattuto da rivali,
costretto a mutar la sede del suo insegnamento
da Costantinopoli a Nicomedia, poi di nuovo a Costantinopoli
e finalmente ad Antiochia, ora perseguitato,
ora esaltato, ma pur sempre vittorioso di tutti e
di tutto per la grande fama di cui godeva e per l'autorità
[pg!7]
di un nome, rispettato da tutti gli uomini colti
del suo tempo.

Libanio ora è troppo dimenticato. I suoi scritti numerosissimi,
il suo ricco epistolario, conservati, caso
raro, in gran parte, sono una delle cose più vive della
letteratura antica, e dànno una rappresentazione parlante
della società dell'impero d'Oriente, nel secolo
quarto. È curioso il vedere come la decadenza dello
spirito e della letteratura greca fosse stata meno rapida
e meno profonda della decadenza dello spirito e
della letteratura latina. Mentre questa si era spenta
del tutto, per non risorgere che con gli scrittori ecclesiastici,
nell'Oriente erano rimasti accesi dei vivissimi
focolari di movimento intellettuale, e si conservavano
tradizioni letterarie che rendevano possibile l'apparizione
di scrittori come Giuliano e Libanio. Quest'ultimo,
spirito, come dissi, superficiale, ma brillante e
mosso, molte volte, da un'ispirazione schietta, ci ha
lasciati, in quei suoi discorsi, generalmente troppo
lunghi e peccanti nella composizione, delle pagine
veramente belle e sentite.

Aveva conosciuto Giuliano giovinetto, se non di
persona, almeno di fama, ed aveva come tanti altri,
riposte le sue speranze in lui. Era, dunque, naturale
ch'egli salutasse, con vero entusiasmo, l'astro
del nuovo imperatore, appena sorto sull'orizzonte, ed
approvasse ed aiutasse, con tutta l'anima, la sua impresa
di restaurazione ellenica. Ed è pur naturale che
l'improvvisa caduta di tante speranze lo gittasse in
una profonda desolazione. Di questi suoi sentimenti di
gioia e di dolore Libanio ci lasciò l'eloquente espressione
in sette discorsi, di cui quattro scritti durante
il breve regno di Giuliano. Due di questi, il *Saluto*,
pronunciato all'entrata di Giuliano in Antiochia, e
[pg!8]
l'altro *All'imperatore console*, scritto in occasione del
consolato di Giuliano, sono inni di gioia per l'inaugurazione
della nuova primavera ellenica, voluta dal
geniale imperatore. Altri due di quei discorsi, l'*Ambasciata*
e il *Discorso dell'ira*, sono destinati a riconciliare
l'irritato Giuliano con la frivola e *frondeuse*
Antiochia. Due altri, *Il Lamento solitario* e la *Necrologia*,
sono gridi di dolore per la morte dell'eroe. La
*Necrologia* è una vera storia di Giuliano. Il piangente
Libanio narra lungamente tutta la vita dell'imperatore.
È un documento fondamentale per chi
voglia studiare Giuliano ed il suo tempo. Il discorso
*Della vendetta* fu scritto sedici anni dopo la morte di
Giuliano, e diretto all'imperatore Teodosio, quando
questi fu chiamato da Graziano ad assumere l'impero
d'Oriente. Libanio, completamente illuso sulle tendenze
del giovane e sconosciuto Teodosio, lo eccita a vendicare
Giuliano, come solo mezzo per indurre gli Dei
a fermare il corso delle calamità che minacciavano l'oscillante
impero. Questi discorsi di Libanio sono una
miniera di notizie intorno a Giuliano, ma sono sopratutto
preziosi come una rappresentazione dell'impressione
prodotta da Giuliano, e dall'aura di simpatia e
di speranza che lo circondava, lo eccitava, e gl'impediva
di percepire la verità. Certo, Libanio è un uomo di
partito, un ellenista appassionato, e non ha la piena
sicurezza di giudizio che si ammira nel mediocre ma
equilibrato Ammiano Marcellino. Tutto quello che dice
Libanio deve essere ricevuto con beneficio d'inventario,
ed esaminato con un granello di sale, ma, in ogni
modo, non è possibile farsi un'idea chiara e precisa di
ciò che è stato e di ciò che ha voluto fare Giuliano,
se non si leggono gli scritti di questo suo devoto
amico ed appassionato ammiratore.

[pg!9]

.. _`Gregorio`:

All'estremità opposta a quella in cui si trova Libanio,
noi vediamo Gregorio di Nazianzo, che fa parte,
insieme a Basilio ed a Gregorio di Nissa, di quel terzetto
di grandi teologi ed oratori, al quale è dovuta
la vittoria finale dell'ortodossia nicena. Nato a Nazianzo,
in Cappadocia, nel 330, Gregorio era coetaneo
di Giuliano, e si trovò insieme a lui in Atene, dove
furono condiscepoli di studio. Ma Gregorio era tanto
infervorato di Cristianesimo, quanto l'altro d'Ellenismo,
e, sebbene Giuliano prudentemente nascondesse le sue
tendenze, queste furono indovinate da Gregorio che
concepì tosto una viva antipatia pel compagno. Tale
antipatia si convertì ben presto in un odio veramente
feroce. Gregorio aveva acquistata, come vescovo, ma
sopratutto come oratore, un'altissima posizione nel
mondo ecclesiastico, e questa posizione, aumentando
la sua responsabilità, lo faceva più implacabile pel
nemico del Cristianesimo. A ciò si aggiunga che la
grande coltura del suo spirito lo rendeva maggiormente
sensibile al pericolo che il nuovo genere di guerra,
iniziato da Giuliano, creava alla religione cristiana.
La morte di Giuliano, che fu per gli ellenisti un
colpo terribile e desolante, fu pei Cristiani, e, sopratutto,
pei Cristiani letterati e filosofi, come Gregorio,
un sollievo inaspettato che li liberava dal
più spaventoso degli incubi, ed essi innalzarono un
grido di gioia. Nessun grido più esultante e più
spietato di quello di Gregorio nei due discorsi infamanti,
nelle due colonne infami, come egli stesso li
chiama, da lui scritti contro Giuliano, quando ne fu
conosciuta la morte. In questi discorsi, Gregorio non
è uno storico, e molto meno un giudice; è un polemista
terribile, ispirato da un furore che gli toglie
del tutto la serenità dell'occhio e del giudizio, ma un
[pg!10]
polemista dall'ampio volo, e di una eloquenza che
trascina. Se Libanio ci rappresenta l'impressione d'esultanza
che Giuliano aveva prodotta nel mondo ellenico,
Gregorio ci rappresenta ancor più vivamente
l'impressione d'orrore prodotta nel mondo cristiano.
Le esagerazioni dell'amore e dell'odio, dell'ammirazione
e dell'aborrimento si correggono a vicenda, e
ne esce una figura rispondente alla verità.

.. _`Libanio e Gregorio`:

Non vi può essere esempio più curioso della relatività
soggettiva dei giudizii umani. Ecco qui due uomini,
due contemporanei, di ingegno aperto, di grande
coltura, due, infine, fra le più eminenti personalità
del loro tempo. Sono essi, e l'uno e l'altro, venuti a
contatto con un principe audace, in balia dei più strani
capricci della sorte, un principe che ha empito il mondo
delle gesta compiute nella sua brevissima, meteorica
esistenza. E l'uno e l'altro parlano di quel principe
in solenni discorsi, tenuti quando egli era morto,
quando della sua opera nulla era rimasto, quando,
pertanto, nè il lodarlo poteva recar vantaggio, nè il combatterlo
poteva avere un interesse polemico. Ebbene,
e l'uno e l'altro sono così esaltati, anzi, acciecati dalla
passione che, mentre per l'uno quel principe è un miracolo
di virtù, per l'altro è un mostro d'ignominia.
Intorno alla sua memoria, i partiti continuarono, per
qualche tempo, a tenzonare. Di Giuliano può dirsi
davvero che, in vita, è stato

   | segno d'immensa invidia
   | e d'indomato amor.

Egli aveva sollevata una tempesta. Le onde di quella
tempesta palleggiarono furiosamente il suo cadavere, e
lo gittarono sulla spiaggia sfigurato e dilaniato. Che
dobbiamo noi fare, per ricomporre quella figura, nella
[pg!11]
sua realtà? Guardare a ciò ch'egli stesso ci ha detto
e ci ha narrato della sua vita, delle sue speranze,
dei suoi disinganni. Lì, noi avremo un ritratto genuino,
lì, riconosceremo l'uomo vero, con le sue doti meravigliose
e con le sue debolezze, e avremo liberato il nostro
giudizio dalle imprecazioni appassionate del Cristiano
come dalle fallaci apoteosi del Pagano.

.. _`scritti di Giuliano`:

Non tutti gli scritti di Giuliano giunsero fino a noi.
Tuttavia ne abbiamo in quantità sufficiente per essere
pienamente illuminati sul valore dell'uomo e dello
scrittore. Rapidissimo dettatore, come vivacemente ce
lo dipinge Libanio [#]_, non vi erano preoccupazioni di
guerra o di governo che lo distogliessero dal comporre
discorsi, trattati, satire, lettere, in cui versava, con
un talento naturale, al quale mancava solo il tempo
di adoperare la lima, tutta la pienezza del suo spirito
versatile. È in questi scritti che si raccoglie il pensiero
genuino di quel giovane inquieto che sprecava,
nel correr dietro al più ingannevole miraggio le forze
di un ingegno acuto e di un'anima generosa.

.. [#] *Liban., edit. Reiske*, I vol. 580, 15.

Gli scritti di Giuliano non hanno tutti il medesimo
valore. Abbiamo, da una parte, i discorsi panegirici
ch'egli componeva sulla falsa riga della retorica della
scuola, la quale poneva tutta l'arte e l'eloquenza in
un arido ricettario di formole. Sono, come vedremo,
l'espressione di un opportunismo spiegabile, ma, certo,
non lodevole nel giovane e sospettato principe. Abbiamo
poi i discorsi filosofici, un affettato e poco organico
ammucchiamento di dottrine e di simboli, raccolti
nell'insegnamento neoplatonico. Questi discorsi,
al pari dei panegirici, sono pesanti ed artifiziosi, e,
[pg!12]
considerati come esercizi letterari e filosofici, hanno,
per sè stessi, uno scarso valore. Ma sono preziosi
come un saggio delle tendenze e delle abitudini che
dominavano nelle scuole del tempo, e, sopratutto, come
una dimostrazione del simbolismo mistico con cui il
Politeismo si andava piegando alle esigenze del monoteismo,
e cercava di lottare col Cristianesimo vittorioso.

Accanto a queste esercitazioni scolastiche, abbiamo
i discorsi d'occasione, le satire e le lettere. Qui rivive,
davvero, uno spirito originale di cui la pedantesca
educazione non aveva illanguidito il fiore, uno
spirito che portava, in ogni cosa, una prontezza di
percezione, un'impressionabilità geniale, un'acutezza
di visione e di giudizio che danno alla sua parola
un'espressione vibrante di schiettezza e di verità. È
qui che bisogna studiare Giuliano, e quando ricordiamo
che questo scrittore brillante, talvolta profondo e talvolta
poetico, questo satirico acuto, questo pensatore
meravigliosamente versatile e dotto, questo erudito pel
quale non solo la sua diletta letteratura ellenica ma
anche l'odiata letteratura cristiana non aveva segreti,
questo lettore appassionato ed instancabile di
Omero, di Bacchilide, di Platone, era quello stesso giovane
condottiero di cui il fedele Ammiano Marcellino
ci narra le stupende imprese guerresche e ci descrive
l'indomabile valore, non possiamo esitar nell'affermare
che egli è stato, malgrado l'errore fondamentale della
sua vita, una delle figure più cospicue che abbiano
illustrata la decadenza fatale dell'antica società.

La storia di Giuliano deve esser fatta con queste
quattro fonti che, essendo contemporanee, hanno un
valore insuperabile. Le altre narrazioni delle gesta
di Giuliano o son giunte a noi in una condizione troppo
[pg!13]
frammentizia e guasta, per essere documenti sicuri, o
provengono, per la massima parte, da scrittori che
sono posteriori almeno di un secolo a Giuliano, e quindi
non meritano che scarsa fede.

.. _`Eunapio`:

Sarebbero assai interessanti, per la conoscenza di
Giuliano, le storie di Eunapio, che, nato nel 347, può
ritenersi contemporaneo e testimonio delle gesta del
giovane imperatore, sebbene egli stesso ci dica che
era in età troppo fanciullesca — κομιδῆ παῖς — per formarsene
un giudizio diretto. Eunapio era un fervente
ammiratore di Giuliano, e della sua ammirazione le
sue storie dovevano dar continue prove. Ma, appunto
per ciò, ci pervennero rovinate da ciechi fanatici e
ridotte a frammenti poco importanti, perdita tanto più
deplorevole perchè Eunapio aveva avuto a sua disposizione
le Memorie del medico Oribasio, uno dei più
fidi amici di Giuliano.

Ma Eunapio ci ha lasciate, in un altro suo libro,
nella *Vita dei Sofisti*, delle brevi biografie, direi meglio,
dei bozzetti dei principali fra i filosofi neoplatonici, in
mezzo ai quali fu educato Giuliano. Sebbene egli sia un
ben misero scrittore, e, direi quasi, indegno dei tesori di
erudizione, che vi dedicarono il Boissonade ed il Wyttenbach,
pur egli ha, per la storia di Giuliano, il pregio
incomparabile di essere, lui pure, un contemporaneo.
Infatti, sebbene appartenesse alla generazione posteriore
a quella di Giuliano, egli conobbe personalmente
quasi tutti gli uomini di cui ci fa il ritratto, ed anzi, fu
parente ed allievo di Crisanzio, uno dei maestri di Giuliano.
Noi, pertanto, troviamo in lui delle notizie preziose.
Leggendo le vite di Edesio, di Crisanzio, di
Prisco, di Oribasio, sopratutto quella di Massimo, il
*superuomo* di quel piccolo mondo, ci sentiamo trasportati
nell'ambiente della società neoplatonica, con una
[pg!14]
vivacità d'impressione assai maggiore di quella che
raccogliamo dalla lettura degli storici e dei critici delle
epoche posteriori.

.. _`Altre fonti`:

Un altro storico bizantino, entusiasta di Giuliano,
è Zosimo. Egli dimostra un retto senso critico nel dare,
per la conoscenza di Giuliano, una suprema importanza
agli scritti stessi dell'imperatore a preferenza di qualsiasi
altra fonte. Però, poco o nulla aggiunge a quanto
già sappiamo pel racconto di Ammiano. Ma è pur sempre
un'autorevole testimonianza della profonda impressione
di grandezza che Giuliano aveva lasciata nel suo
rapido passaggio sulla scena del mondo.

Gli storici ecclesiastici che si sono occupati di
Giuliano, appartengono tutti, escluso il solo Rufino,
al secolo successivo a quello di Giuliano. Scrivendo,
perciò, in un'epoca tanto lontana dagli avvenimenti
che narrano, in un ambiente favorevole alla fioritura
della leggenda, mancanti affatto d'ogni prudenza letteraria,
spinti ad accarezzare i pregiudizii dello spirito
pubblico, a cui era odioso ogni ricordo di Paganesimo,
quegli autori non possono costituire per noi delle fonti
sicure. Rufino il quale, come dissi, era più vicino a Giuliano,
scrisse la continuazione della storia ecclesiastica
di Eusebio e la condusse fino al 395. Il suo racconto
della reazione di Giuliano è breve ed incompleto. Ma
è scritto con uno spirito di relativa tolleranza, e pare
che egli non conoscesse, o, se li conosceva, non ha
seguiti, i giudizi del terribile Gregorio.

L'ariano Filostorgio, che non ci è pervenuto che in
frammenti rimaneggiati, e Teodoreto, negli scritti dei
quali la storia è soffocata dalla leggenda, non sono,
per gli storici di Giuliano, di nessuna utilità. Importantissime
sono, invece, le due storie ecclesiastiche di
Socrate e di Sozomene.

[pg!15]

.. _`Socrate e Sozomene`:

Socrate, vissuto verso la metà del secolo quinto,
sotto il regno di Teodosio II, scrisse, lui pure, una
continuazione della storia ecclesiastica di Eusebio. Nel
suo libro, interessante più come un segno delle opinioni
del tempo che come critica dei fatti, troviamo
narrato, con molti particolari, l'episodio della reazione
di Giuliano. Socrate è uno storico intelligente e misurato.
Certo, i discorsi di Gregorio hanno esercitato
sovra di lui una grande influenza, ed egli riferisce
molti fatti evidentemente leggendari o ingranditi dalla
leggenda. Ma, pure, non si può dire che Socrate sia
acerbo nei suoi giudizii. Nel suo insieme, la storia
di questo scrittore equilibrato è un documento che
non può esser trascurato da chi vuole studiare la vita
di Giuliano.

Sozomene, di poco posteriore a Socrate, ha rifatto
la storia di quest'ultimo, aggiungendo qua e là, qualche
nuova notizia e, sopratutto, intensificando gli elementi
leggendari. Qui non è il luogo di discutere il valore
rispettivo di Socrate e di Sozomene, ma è innegabile
che Socrate è una personalità letteraria ben più alta;
per quanto riguarda la storia di Giuliano, Sozomene
non si distingue dal suo predecessore se non per averne
abbandonata la relativa temperanza.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Critica moderna`:

La vita e le opere dell'imperatore Giuliano sono
assai studiate dalla storia e dalla critica moderna, e
ricca è la letteratura che si occupa di lui. Lasciando
anche da parte quegli studi necessariamente sommarii
che si trovano nelle storie generali, come quella fondamentale
del Gibbon sulla decadenza dell'impero romano,
[pg!16]
o quella recentissima del Villari sulle invasioni
barbariche, noi abbiamo numerosi saggi illustrativi di
qualche punto speciale delle imprese e del pensiero
di Giuliano, ed abbiamo anche brillanti articoli, come
quello famoso dello Strauss, che prendeva occasione
dalla storia del combattuto apostata per comporre un
trasparente tessuto di allusioni al romanticismo medioevale
del re Federico Guglielmo. Ma un libro che,
tenendo conto di tutto il lavoro critico, cerchi di far rivivere
intiera la figura enigmatica di Giuliano e di rappresentarla
sotto i suoi vari aspetti, finora non esiste [#]_.

.. [#] Dissi *finora*, perchè un libro di Paul Allard: *Julien l'Apostat*,
   1899, di cui è uscito un primo volume, pare voglia colmare
   la lacuna. Ma la grande difficoltà che si incontra nel parlar di
   Giuliano è quella di serbarsi assolutamente imparziale. Se lo storico
   è un credente appassionato, non può non guardare con una
   preconcetta antipatia, più o meno celata, quest'audace ribelle,
   prostrato dalla maledizione della Chiesa; se lo storico è un libero
   pensatore, è trascinato a nascondere a sè stesso i gravi difetti e
   gli errori del suo eroe. E non mi pare che l'Allard, per quanto
   critico dotto e sereno, sia affatto esente da quel pregiudizio di
   antipatia che a lui viene dal punto di vista ortodosso da cui
   guarda e scrive.

Fra gli eruditi più insigni che si sono occupati di Giuliano,
il primo posto va dato al Neumann, il quale, con
mirabile acutezza, ha saputo ricostruire, sulla confutazione
che ne aveva fatto Cirillo, almeno una parte del
trattato di Giuliano contro i Cristiani, parte piccola, ma
pur preziosissima per la conoscenza del pensiero di Giuliano [#]_.
Preciso e sereno è il libro del Naville, sulla filosofia
di Giuliano [#]_. Ricchissima di notizie ed eccellente
[pg!17]
per l'indicazione delle più piccole e nascoste fonti è la
storia del Mûcke [#]_. Ma la mancanza di critica sicura
nei giudizi toglie molto del pregio al faticoso lavoro.
Interessanti, per la storia delle imprese militari di
Giuliano, sono le recenti ricerche del Kock intorno
alla campagna di Gallia ed ai rapporti fra Giuliano e
Costanzo [#]_; ed istruttivo per la vasta conoscenza delle
fonti è il lavoro del Vollert intorno alle opinioni di
Giuliano [#]_. Elegante, rapido, abbellito da una facile
dottrina è il capitolo su Giuliano nell'opera di
Gaston Boissier [#]_. Ma, fra le cose moderne, i due
scritti migliori intorno a Giuliano, sono, a parer mio,
l'articolo dell'Harnack, in cui il grande erudito, con
mano maestra, traccia il profilo dell'apostata imperiale,
ed indica l'indirizzo generale del suo pensiero [#]_
e il libro del Rode sulla reazione di Giuliano
contro la Chiesa cristiana [#]_. Quest'ultimo, che è un
opuscolo di poco più di cento pagine, è un vero capolavoro
pel rigore della ricerca, per la logica serrata
della dimostrazione, per la precisione, direi quasi, matematica
del ragionamento. Non guarda tutto Giuliano,
non lo studia che da un solo aspetto. L'uomo, il soldato,
l'amministratore non figurano in quel libro; non
si vede che il nemico del Cristianesimo, il restauratore
dell'Ellenismo. Sebbene talvolta si possa uscir, come
vedremo, dallo schema da lui disegnato, si deve pur
[pg!18]
sempre riconoscere che è impossibile dominar meglio
tutti i fattori di un problema storico e rappresentarli
in un quadro più evidente.

.. [#] *Juliani Imp. librorum contra Christ. quæ supersunt.* Lipsia, 1880.

.. [#] *Julien l'apostat et sa philosophie.* Paris, 1877.

.. [#] *Flavius Claudius Julianius nach der Quellen.* Gotha, 1896.

.. [#] *Kaiser Julian. Seine Iugend und Kriegsthaten.* 1900.

.. [#] *Kaiser Julians religiose und philosophisce uberzeugung.* 1899.

.. [#] *La fin du paganisme.* Paris, 1894.

.. [#] *Real-Encyklopedie: Julian der Kaiser.* Leipzig, 1880.

.. [#] *Geschichte der Reaction Kaiser Julians.* Jena, 1877.

Ma, se io accenno a questi libri, e molti altri ne dovrei
menzionare, sia direttamente relativi a Giuliano,
sia ai personaggi che son venuti a contatto con lui,
od alle quistioni che fervevano al suo tempo, io voglio
soggiungere che non è su questi libri che è fatto il
mio [#]_. Io ho attinto alle fonti originali e, su di esse,
mi son formata la mia convinzione. Fu la forte impressione
che su me produsse la conoscenza degli scritti
di Giuliano, la singolare originalità della sua figura,
e la possibile applicazione degli insegnamenti che provengono
dalla sua storia alla evoluzione del sentimento
religioso, che mi spinsero ad intraprendere uno studio
che certamente ha in sè gli elementi di un vivo interesse.

.. [#] Il mio libro era già stampato, quando io venni a conoscenza
   di uno studio di Alice Gardner: *Iulian philosopher and
   emperor*, London 1899. — È uno studio di piacevole lettura, elegantemente
   composto, che esaurisce, riassumendola, tutta l'azione
   di Giuliano, e che rivela un senso giusto ed acuto del valore
   delle varie fonti.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il fenomeno storico`:

Ma, prima di addentrarci in questo studio sulla vita
e sullo spirito di Giuliano, guardiamo ancora alla singolarità
del fenomeno storico ch'egli ci presenta. Da
mezzo secolo il Cristianesimo aveva trionfato. Quattro
imperatori, Costantino e i suoi tre figli, lo avevano abbracciato
e ne erano diventati i fervidi sostenitori. La
[pg!19]
Chiesa aveva prese le abitudini di dominatrice assoluta
ed ormai più non si contestavano i suoi diritti. La
somma del movimento politico ed intellettuale pareva
fosse nelle mani dei suoi vescovi. La stessa
profonda divisione fra l'ortodossia atanasiana e l'Arianesimo
era indizio di un organismo già abbastanza
forte e sicuro per darsi il lusso di scissure e di traviamenti
che erano indizio di vitalità esuberante.
Se, nelle campagne, con la tenacità delle popolazioni
lontane dai focolari dove si elabora il pensiero, si perdurava
nel culto antico, nelle grandi città i templi
erano abbandonati e l'immensa maggioranza degli abitanti
era convertita al Cristianesimo. Tutto, infine,
indicava una condizione di cose che pareva rendesse
inammissibile un ritorno al passato, la ripresa di una
posizione che si doveva credere definitivamente abbandonata.
Quand'ecco, ascende al trono dei Cesari un
giovane imperatore, unico erede di quella famiglia imperiale,
a cui il Cristianesimo doveva il suo riconoscimento
ufficiale, e questo giovane si accinge alla
restaurazione del Politeismo ellenico. Egli è guidato
non già da un intento puramente politico, come gli
antichi persecutori, ma, bensì, da un concetto razionale.
Egli conosce a fondo il Cristianesimo in cui è
nato ed educato, e conosce a fondo l'Ellenismo a cui
lo hanno iniziato le sue letture e lo studio dei neoplatonici
del suo tempo. Egli vede e constata gli effetti
reali che il Cristianesimo ha avuto per la moralità
del mondo in cui vive, e, da tutto ciò, deduce la conseguenza
che l'Ellenismo è preferibile al Cristianesimo,
e che il suo dovere d'imperatore è di favorire il ritorno
all'antico e d'impedire il diffondersi di una religione
che portava con sè la distruzione di una gloriosa
civiltà. Ora, quando noi riflettiamo che Giuliano aveva
[pg!20]
un ingegno forte e nutrito, un animo eroico, un carattere,
per eccellenza, virtuoso, non possiamo attribuire
ad un capriccio, ad una leggerezza o all'impulso
di tendenze viziose quella sua strana risoluzione. Noi
siamo condotti a pensare che sia stata il frutto di un
ponderato proposito che trovava nelle condizioni dell'ambiente
la sua spiegazione ed anche, in parte, la
sua giustificazione. Per venire in chiaro sulla genesi
di sì strano fenomeno, noi dobbiamo entrare nell'analisi
della vita di Giuliano e delle idee che dominavano
nel suo spirito ricercatore ed inquieto.

[pg!21]

.. _`La vita di Giuliano`:

.. toc-entry:: La vita di Giuliano

LA VITA DI GIULIANO
===================

Flavio Claudio Giuliano, nacque nel 331, in Costantinopoli,
da Giulio Costanzo, fratello dell'imperatore
Costantino e da Basilina, che apparteneva ad una
nobile famiglia bitinica, congiunta con uno dei principi
della Chiesa, Eusebio, vescovo prima di Nicomedia,
poi di Costantinopoli. La madre moriva pochi mesi
dopo la nascita del figlio, che perdeva anche il padre,
quando appena aveva compiuti i sei anni. L'imperatore
Costantino, morendo nel 337, lasciava tre figli,
Costantino, Costanzo e Costante. Questi tre figli, degni
di un padre il quale, sebbene avesse abbracciato il
Cristianesimo, eguagliava per la disinvoltura nei delitti
domestici, i più efferati dei suoi predecessori [#]_,
iniziarono il regno con lo sterminio dei parenti, di
Giulio Costanzo, loro zio e padre di Giuliano, del figlio
maggiore di costui, di un altro zio, e di tre cugini,
figli di un altro fratello di Costantino.

.. [#] :small-caps:`Görres`, *Die verwandten morde Costantin's des grossen*. — Zeits.
   für wissens. Theol. 1887.

La responsabilità di tali delitti pesa tutta su Costanzo,
[pg!22]
a cui era toccato il governo dell'Oriente e che
risiedeva a Costantinopoli, dove avvenne la strage.
Costanzo ha cercato più tardi di scusarsi di quell'orribile
misfatto, di cui si pentiva, attribuendone la causa
ad una rivolta militare [#]_. Ma la scusa non è ammissibile,
perchè l'esercito non aveva nessun interesse
nella scomparsa di quegli eventuali pretendenti, mentre
Costanzo, per natura sospettoso di tutti e di tutto,
e traviato da cortigiani che volevano guadagnarsene
l'animo e la fiducia, doveva facilmente essere indotto
ad un delitto che, del resto, era nelle tradizioni della
famiglia. E, se anche si volesse tener per valida la
frase di Eutropio, il quale dice che la cosa avvenne
*Costantio sinente potius quam iubente*, è chiaro che si
avrebbe affermata una di quelle ipocrisie che salvano
le apparenze, ma lasciano intatta la realtà.

.. [#] *Iuliani imp. quæ supersunt* — recensuit Hertlein, pag. 349,
   10 sg.

.. _`Fanciullezza ed adolescenza`:

Non furono risparmiati, in questo eccidio, che i due
ultimi figli di Giulio Costanzo, Gallo e Giuliano, ritenuti,
pel momento, innocui per la loro tenera età.
«Costantino — scrive Libanio — morì di malattia,
ma la spada fece strage di tutta la sua famiglia,
tanto dei padri quanto dei figli. Il fratellastro di
Giuliano, maggiore d'anni di lui, scampò dall'eccidio,
salvato da un'infermità che si credeva gli avrebbe
data la morte, Giuliano dall'età, perchè appena slattato» [#]_.
Qui c'è una grave inesattezza, perchè
Giuliano, nato nel 331, aveva sei anni alla morte di
Costantino.

.. [#] *Libanii orationes* — recensuit Reiske, Vol. I, 524, 19 sg.

Quei tre scellerati Costantiniani vennero ben presto
alle mani fra di loro. Costantino fu ucciso nel 340.
[pg!23]
Rimasero Costante che tenne per sè l'Occidente, e
Costanzo che regnò sull'Oriente, finchè, ucciso anche
Costante dall'usurpatore Magnenzio nel 350, Costanzo
ebbe nelle sue mani tutto l'impero.

Durante questi tragici avvenimenti, il piccolo Giuliano
cresceva a Costantinopoli, presso la famiglia
materna, educato, come narra Ammiano, sotto la direzione
del vescovo Eusebio di cui era lontano parente [#]_.
Se non che, assai più che l'influenza del vescovo,
sentì quella del pedagogo a cui fu affidato all'età di
sette anni, ed a cui, certo, è dovuta la prima piega
del suo spirito impressionabile e vivace. Quel pedagogo
era un eunuco, già vecchio assai, che l'avo
di Giuliano, come questi ci narra nel *Misobarba* [#]_,
aveva dato maestro a Basilina, la madre di Giuliano,
[pg!24]
quando era fanciulla, onde guidarla nella lettura di
Omero e di Esiodo. Mardonio, così si chiamava, doveva
essere un letterato pieno di ammirazione per la
coltura e per le tradizioni elleniche. Libanio lo chiama
«insigne custode di sapienza» [#]_. Nella frivola e cristiana
Costantinopoli, costui cercava di avviare il discepolo
all'esercizio delle più severe virtù, opponendo
alle abitudini corrotte e molli del mondo in cui viveva
il rigore ideale della filosofia e della saggezza ellenica.

.. [#] *Amm. Marcell. libri qui supersunt* — recensuit Gardthausen,
   Vol. I, 285, 12. Per verità dalla frase di Ammiano risulterebbe
   che Giuliano fu educato da Eusebio in Nicomedia. Ma, siccome Eusebio,
   nel 338 o 339, passava dalla sede di Nicomedia a quella di
   Costantinopoli, bisognerebbe ammettere che il vescovo ha educato
   ed istruito Giuliano negli anni della sua infanzia, cosa poco verosimile.
   È, invece, naturale che l'arianeggiante Eusebio, venuto
   a Costantinopoli, come uomo di fiducia di Costanzo, fosse incaricato
   dell'educazione del principe giovanetto. Probabilmente,
   Ammiano, sapendo che Eusebio era stato educatore di Giuliano,
   con la solita inesattezza degli scrittori antichi, ha confuso il
   soggiorno, fatto da Giuliano, assai più tardi in Nicomedia, con
   un supposto soggiorno anteriore, che non è provato da nessun
   altro documento, e che è, in fondo, già dimostrato impossibile
   dallo stesso Ammiano, quando dice che Giuliano, ritornando imperatore
   a Nicomedia, ritrovò le antiche conoscenze da lui fatte
   durante la sua educazione sotto Eusebio. Quali conoscenze poteva
   aver avute un bambino non ancora settenne?

.. [#] *Iulian.*, 454, 15.

.. [#] βέλτιστος σωφροσύνης φὐλαξ (Lib. I, 525, 13).

Ma qui noi lasceremo la parola allo stesso Giuliano,
il quale, nel *Misobarba*, ci fa una vivace descrizione
del sistema educativo, tenuto con lui dal suo pedagogo.
Onde dare al lettore la possibilità di comprendere, nel
suo vero significato, questo brano interessante, dobbiamo
dirgli, precorrendo le future analisi, che il *Misobarba*
è una satira pungente diretta dallo sdegnato
imperatore contro gli abitanti di Antiochia, a cui egli
era venuto in uggia per la severità dei suoi costumi.
Non bisogna, dunque, dimenticare che il discorso di
Giuliano è ironico dalla prima all'ultima parola. «A
me — dice Giuliano agli Antiochesi, deplorando ironicamente
l'educazione avuta — l'abitudine non
permette di lanciare d'ogni parte tenere occhiate,
onde parervi bello, non nell'anima, ma nel volto.
Eppure, voi avete ragione! I molli costumi sono la
vera bellezza dell'anima. Ma il mio pedagogo mi insegnò
a tenere gli occhi a terra, quando andavo a
scuola. Io non vidi mai teatro prima che avessi il
mento chiomato più del capo. E mai, per fatto mio,
ma, tre o quattro volte, per ordine dell'imperatore
mio parente. Perdonatemi dunque. Io offro al vostro
[pg!25]
odio chi lo merita più di me, il mio uggioso pedagogo,
il quale, anche allora, già mi contristava, insegnandomi
a battere una sola strada. Egli è il vero
colpevole del contrasto in cui mi trovo con voi,
perchè egli elaborava e quasi scolpiva, nell'anima
mia, ciò che allora non era affatto di mio gusto, ma
che, a forza d'insistere, finì per farmi parer gradito,
abituandomi a chiamare serietà l'essere rozzo,
saggezza l'essere insensibile, e forza d'animo il resistere
alle passioni, e il non trovarvi piacere alcuno.
Figuratevi che, spesso, per Giove e per le Muse,
quel mio pedagogo, mi ammoniva, quando era ancor
fanciulletto, dicendomi: — Non lasciarti trascinare
dai tuoi coetanei, che frequentano i teatri, ad appassionarti
per gli spettacoli. Ami le corse dei cavalli?
Ve ne ha una bellissima in Omero. Prendi il libro
e leggi. Ti parlano di mimi e di danzatori? Lascia
dire. Danzano assai meglio i giovanetti Feaci. E là
tu troverai il citarista Femio ed il cantore Demodoco.
E il leggere, in Omero, certe descrizioni d'alberi
è più dilettevole che il vederli nel vero. *Io vidi
a Delo, presso l'ara d'Apollo, un rampollo giovinetto
di palma erigersi al cielo.* E leggerai della selvosa
isola di Calipso, dell'antro di Circe, e del giardino
di Alcinoo. Tu ben sai che nulla di più bello potrai
mai vedere.

«Forse, voi desiderate che io vi dica il nome e
l'origine di quel mio pedagogo. Egli era barbaro,
per gli dei e per le dee. Scita d'origine, ed aveva
il nome di colui che persuase Serse a far guerra
alla Grecia. Portava quella qualifica, tanto onorata
e rispettata venti mesi or sono, ora adoperata
per offesa e per disprezzo, voglio dire ch'egli
era eunuco, allevato dal mio avo, onde spiegasse a
[pg!26]
mia madre i poemi di Omero e di Esiodo... Avevo
sette anni quando fui dato a costui. Da quel giorno,
egli mi educò, seguendo sempre un sol metodo d'insegnamento.
E, non volendo, egli stesso, conoscerne
altri, e non permettendolo a me, riuscì a rendermi
odioso a voi tutti. Ma ora, finalmente, se vi pare,
libiamo alla sua memoria e facciamo pace. Egli non
sapeva che io sarei venuto a voi, nè, dato anche che
io venissi, che avrei avuto un tanto impero, quale
me lo diedero gli dei, facendo violenza, credetemelo,
ed a chi doveva trasmetterlo, ed a chi doveva
riceverlo... Ma si faccia la volontà degli dei. Forse
se il pedagogo avesse previsto tutto ciò, avrebbe
preso qualche provvedimento, affinchè io potessi sembrarvi
aggraziato. Ma ora come mi sarebbe possibile
deporre e dimenticare quelle rozze abitudini che furono
coltivate in me? L'abitudine, si dice, è una
seconda natura. Combattere la natura, è grave cosa,
distruggere il lavoro di trent'anni è più grave ancora,
sopratutto quando è stato compiuto con tanta
fermezza. — E sia così — imagina Giuliano che gli
rispondano gli Antiochesi — ma perchè mai ti viene
in mente di ingerirti negli affari e di far da giudice?
Certo anche questo non ti insegnò il pedagogo, il
quale non sapeva che tu avresti regnato. — Mi ammaestrò — risponde
Giuliano con acerba ironia — quel
vecchio esecrabile, che voi, ben a ragione, vituperate,
come il vero responsale della mia condotta [#]_.
Ma sappiate che lui pure era ingannato da
[pg!27]
altri. Certo, più volte, nella commedia, giunsero a
voi questi nomi, Platone, Socrate, Aristotele, Teofrasto.
Ebbene, quel vecchio stolido, persuaso da costoro,
persuase me pure, quando era giovinetto ed
amante dello studio, che, se io fossi diventato, in ogni
cosa, loro imitatore, sarei, insieme, diventato migliore
di ogni altro uomo» [#]_. Da questo brano
tanto interessante ed avvivato dalla più pungente
ironia, risulta che il vecchio Mardonio educava il suo
allievo imperiale in un'aura di puro ellenismo. Nessun
precetto, nessun esempio cristiano era posto davanti
al fanciullo, il quale si abituava a vedere l'origine di
ogni virtù negli insegnamenti degli antichi poeti e
pensatori del Politeismo, e la causa della decadenza,
della corruzione e del vizio nel prevalere del Cristianesimo,
quale a lui si rivelava nel mondo ecclesiastico
e cortigiano di Costantinopoli. Questa educazione
spiega il nascere delle prime tendenze del fanciullo,
ed è la chiave della frase di Ammiano che ci dice
come: *a rudimentis pueritiæ primis inclinatior erat erga
numinum cultum, paulatimque adulescens desiderio rei
flagrabat* [#]_.

.. [#] Mi pare evidente che Giuliano qui non parli più di Mardonio,
   ma di altra persona che era nota agli Antiochesi. Ma
   chi era questo vecchio? Probabilmente Giuliano allude a qualcuno
   dei suoi maestri di Nicomedia, e la posizione eminente in cui
   pare si trovi il vecchio fa pensare a Massimo.

.. [#] *Iulian.*, 452, 16 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, Vol. I, 271, 4 sg.

Questa educazione, che doveva lasciar tracce profonde
nell'animo impressionabile del fanciullo, fu presto
interrotta. Morto, nel 342, il vescovo Eusebio che
aveva l'ufficiale sorveglianza del piccolo principe,
sorveglianza, del resto, da lui esercitata in modo affatto
superficiale, così da non accorgersi che il pedagogo
segretamente piegava l'animo dell'allievo all'antipatia
pel Cristianesimo, l'imperatore, pauroso, fors'anche,
[pg!28]
di veder sorgere un rivale nel fanciullo che
cresceva sotto gli occhi di tutti, nella capitale dell'impero,
lo mandava insieme al fratello Gallo, salvato,
lui pure, dall'eccidio dei Costantiniani, in una
specie di reclusione, in un solitario castello della Cappadocia,
chiamato Macello, descritto dallo storico ecclesiastico
Sozomene come un luogo di delizie [#]_. I due
giovanetti vissero sei anni in quel ritiro, circondati
da schiere di servi, ma fuori affatto del movimento
intellettuale e politico del mondo. Giuliano ricorda
quegli anni con grande amarezza nel suo discorso agli
Ateniesi. «Che dirò io di quei sei anni, passati in un
podere altrui, senza che nessun estraneo potesse avvicinarsi
a noi, o che potesse avvicinarci alcuno dei
nostri antichi conoscenti? Vivevamo esclusi da ogni
efficace insegnamento, da ogni libera conversazione,
nutriti fra lo splendore dei servizi domestici, ma costretti
ad esercitarci coi nostri servi, come se fossero
nostri compagni, poichè nessun nostro coetaneo era
ammesso vicino a noi» [#]_. Giuliano osserva che,
mentre suo fratello Gallo, in conseguenza delle abitudini,
prese in quel soggiorno, divenne rozzo e violento,
egli fu salvato dal germe di filosofia, e vuol
dire di dottrina ellenica, che già esisteva in lui. Ma
non dobbiamo prendere letteralmente le parole di Giuliano.
Se era vero che la splendida prigione dei due
giovani era chiusa ad ogni soffio di influenza filosofica
e politeista, pare, invece, che, intorno ad essi, energicamente
si esercitasse l'insegnamento dottrinale del
Cristianesimo.

.. [#] *Sozomeni hist.* — illustravit Valesius, 483.

.. [#] *Iulian.*, 350, 2 sg.

[pg!29]

È assai interessante il leggere ciò che dice della
reclusione dei due principi Gregorio di Nazianzo. Non
è possibile una più recisa contraddizione con le affermazioni
di Giuliano, non è possibile un più radicale
travisamento della verità, per intento polemico. Gregorio
rappresenta il perfido Costanzo come un modello
di bontà, e Giuliano come un mostro d'ingratitudine.
Ora, quando si ricorda che Costanzo, oltre
ai suoi delitti domestici, alla sua condotta crudele,
determinata dall'influenza dei cortigiani e degli eunuchi,
era stato il più forte sostenitore dell'Arianesimo,
per lui trionfante, possiamo misurare dalle lodi che
Gregorio gli profonde, mentre avrebbe meritato i più
acerbi rimproveri da parte di un Cristiano, e Cristiano
ortodosso, tutta l'ira feroce che il tentativo di Giuliano
aveva sollevata nei dominatori della Chiesa, i
quali hanno, per un istante, paventato di perdere la
vittoria, a sì caro prezzo acquistata.

Narra dunque Gregorio [#]_ che Costanzo aveva voluto
salvare Gallo e Giuliano dall'eccidio di tutti
gli altri Costantiniani, avvenuto senza che egli ne
avesse colpa, onde farsene compagni ed aiuto nell'esercizio
dell'impero. Pertanto l'umanissimo imperatore
li fece educare, con tutto lo splendore di un
trattamento regale, in una delle sue ville — così descrive
Gregorio il domicilio coatto di Macello — circondandoli
con uomini sapienti e religiosi. E i due giovanetti
erano tanto infervorati nel culto divino da assumere
gli uffici del clero, così che leggevano al popolo
congregato i libri sacri, e dimostravano uno zelo speciale
nel culto dei martiri. Se non che Gallo — dice
[pg!30]
Gregorio — violento nell'indole, era sincero nella sua
pietà. Giuliano, invece, nascondeva, sotto l'apparente
devozione, le perfide tendenze dell'animo [#]_. E Gregorio
racconta una storia miracolosa. I due fanciulli,
Gallo e Giuliano, si erano accinti a costrurre due santuari
ai martiri, gareggiando nel dispendio e nel lavoro.
L'opera di Gallo fu presto condotta a compimento, ma
quella di Giuliano veniva sempre interrotta, perchè sconquassata
dai movimenti del suolo, indizio che i martiri
rifiutavano l'omaggio di chi doveva più tardi rinnegarli.
I due fratelli si esercitavano anche in dispute
retoriche e filosofiche, e Giuliano prendeva sempre, e
con calore più vivo del conveniente, la parte dell'Ellenismo,
col pretesto di esercitarsi a trovare argomenti
per la tesi più debole, ma, in realtà, per esercitarsi a
combattere la verità [#]_. In mezzo alle esagerazioni ed
alle leggende, si riscontra anche qui, come in quasi
tutte le notizie di Gregorio, un fondo di verità; vi sono,
nei suoi discorsi, dei lampi che danno alla figura di
Giuliano un rilievo vivente.

.. [#] *Gregorii Nazianz. opera — Parisiis, 1630*, orat. 3, 58.

.. [#] κρύπτων εν επιεικείας πλάσματι το κακοήθες. 59.

.. [#] πρωφάσει δῆθεν ὤς τὁν ἢττω γυμνάζων λόγον, τὸ δε ὀντως γυμνασίᾳ κατα τῆς αληθείας 61.

Che, del resto, l'alto clero cristiano non perdesse
di vista quei rampolli imperiali, lo rileviamo da Giuliano
stesso, il quale, in una lettera scritta quando già
era imperatore, ricorda che il vescovo Giorgio d'Alessandria
gli mandava a Macello, ond'egli li ricopiasse,
alcuni dei volumi della sua ricca biblioteca [#]_.
È strano, assai strano che questa educazione, esclusivamente
cristiana, continuata per un quinquennio,
[pg!31]
abbia, bensì, servito a dare a Giuliano una conoscenza
singolarmente profonda dei libri del Vecchio e del
Nuovo Testamento, ma, insieme, non sia riuscita che
ad acuire, nell'animo del giovanetto, l'antipatia per la
religione in cui veniva allevato. Ciò non può spiegarsi
che, per la spaventosa corruzione in cui era caduto, in
Oriente, il Cristianesimo ariano. Ariano era Costanzo,
ariani i prelati che frequentavano la corte e che occupavano
le sedi più cospicue. E si comprende come l'animo
di Giuliano, già imbevuto degli austeri insegnamenti del
suo pedagogo Mardonio, e già inclinato a veder nell'Ellenismo
la fonte di una pura, perfetta moralità, si
sollevasse indignato contro lo spettacolo a cui assisteva
e coltivasse, nel segreto dell'anima, mentre prendeva
parte ai servizii del culto cristiano, propositi di rivolta.
Se, invece di un Eusebio, di un Giorgio e degli altri
ecclesiastici ariani che lo circondavano, egli fosse venuto
a contatto con un Atanasio, con un Ambrogio,
con un uomo, infine, che sapesse tener immune il Cristianesimo
dai veleni inquinatori del tempo, forse
si sarebbe volto da tutt'altra parte di quella che ha
preferita. Lo stesso odio che, giunto al fastigio della
potenza, e quando già era irremissibilmente compromesso,
sentì per Atanasio, il solo personaggio cristiano,
contro il quale, come vedremo più tardi, iniziasse
un procedimento di persecuzione, ci prova come
egli sentisse tutta la differenza che esisteva fra il Cristianesimo
ariano e l'ortodossia atanasiana e vedesse
che quest'ultima costituiva lo scoglio contro cui
avrebbe urtato la nave dell'Ellenismo.

.. [#] *Iulian.*, 488, 16.

Federico Rode, in un libriccino, tenue di mole, ma
denso di pensiero e di erudizione [#]_, non è di questo
[pg!32]
parere. Egli dice: «Anche fatta astrazione della circostanza
che non già il vero Arianesimo, ma, bensì,
l'Arianesimo temperato di Eusebio dominava alla
Corte e quindi anche nell'educazione di Giuliano,
dobbiamo insistere sulla circostanza che Giuliano,
nella sua polemica, attacca non già l'Arianesimo,
ma tutto il Cristianesimo ed anzi specialmente gli
Atanasiani. È cosa affatto vana il discutere se Giuliano
avrebbe potuto diventare proclive al vero insegnamento
di Gesù, poichè dove, al suo tempo,
avrebbe egli potuto trovare quell'insegnamento?
Presso Atanasio, no di certo. Prevenendo la teologia
critica del secolo decimonono, già Giuliano aveva
constatata la grande differenza che correva fra il
Cristo degli scritti primitivi del Nuovo Testamento
e il Dio del Simbolo niceno».

.. [#] *Geschichte der Reaction Kaiser Julians*, 32.

Tutto ciò sarebbe vero se Giuliano avesse abbandonato
il Cristianesimo, perchè si fosse urtato contro
le difficoltà razionali che gli offriva la metafisica cristiana
paragonata alla dottrina originaria di Gesù.
Certo, in questo caso, l'ortodossia atanasiana non
avrebbe giovato meglio dell'Arianesimo a tener in
carreggiata lo spirito indagatore di Giuliano, anzi,
gli sarebbe, forse, stata più aspra ad ingoiare. Ma
Giuliano ritornò all'Ellenismo, non già per effetto di
riflessioni filosofiche, ma per ragioni di sentimento,
e, certo, una delle prime, fra queste, era il disgusto
che gli metteva lo spettacolo della corruzione di cui
il Cristianesimo era contaminato, corruzione riconosciuta
eloquentemente dallo stesso Gregorio, il quale
non esita ad affermare che i Cristiani perdettero nella
prosperità la gloria acquistata nelle persecuzioni e nelle
sciagure [#]_.

.. [#] *Gregor. Naz.*, Orat. 3, 62.

[pg!33]

Ora, è innegabile che tale corruzione era assai più
avanzata nell'Arianesimo, la religione della corte di
Costanzo, che nell'ortodossia la quale si stringeva intorno
alla grande figura di Atanasio. Nell'ortodossia il
Cristianesimo aveva conservato una parte almeno
della sua efficacia moralizzatrice, e, se questa efficacia
si fosse esercitata, fin dai primordi dell'educazione,
sullo spirito del giovanetto Giuliano, lo avrebbe forse
guadagnato ad una religione che sarebbe stato costretto
a rispettare.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Giuliano a Costantinopoli ed a Nicomedia`:

Erano passati cinque anni dal principio della reclusione
a Macello, quando l'imperatore Costanzo, mosso
dalla difficoltà di tenere, nelle sole sue mani, tutto
l'impero, cambiava, d'un tratto, di condotta verso i
cugini, e chiamava il maggiore, Gallo, all'altissimo
ufficio di Cesare, che, secondo la gerarchia stabilita
da Diocleziano, voleva dire vice-imperatore, la prima
figura nell'impero dopo quella dell'Augusto, del capo
supremo. Giuliano, nello stesso tempo, era richiamato
a Costantinopoli. Qui, a quel che ci narrano Socrate
e Sozomene d'accordo con Libanio, gli si pose al fianco
il sofista cristiano Ecebolio, un curioso personaggio, il
quale passava, con tutta disinvoltura, dal Cristianesimo
all'Ellenismo, a seconda degli umori dell'imperatore
regnante [#]_. Ecebolio seguiva gli ordini di Costanzo,
ed, insieme agli eunuchi di corte, cercava di
disciplinare l'ingegno inquieto dell'allievo, e ciò con
grande dispiacere di Libanio, il quale avrebbe voluto
[pg!34]
spargere, lui, il buon seme in quell'anima generosa, e
doveva, invece, constatare che un malvagio sofista era
stato prezzolato ad infondere nel giovanetto il disprezzo
degli dei [#]_.

.. [#] *Socratis hist.*, illustr. Valesius, 151.

.. [#] *Liban.*, I, 526, 9 sg.

Se non che, i progressi di Giuliano negli studi
e la simpatia ch'egli destava cominciarono ad insospettire
Costanzo. «Temendo, dice Libanio, che una
città grande, e che esercitava una grande influenza,
non fosse sedotta dalle virtù del giovane, e ne venisse
a lui qualche pericolo, si risolve di mandarlo
a Nicomedia, che non presentava eguali pericoli, e
gli diede facoltà di istruirsi». La paura è cattiva
consigliera. Risoluzione più imprudente non poteva
esser presa da Costanzo, perchè Nicomedia era allora
il focolare principale dell'Ellenismo, e vi dimorava
appunto Libanio, il principe dei retori del tempo,
il *leader*, come or si direbbe, del partito ellenista,
Libanio che, com'egli stesso dice, aveva preferita la
pace serena di Nicomedia alla perigliosa tempesta
di Costantinopoli. È vero che Costanzo, nel mandare
Giuliano a Nicomedia, gli aveva imposto, dietro
i consigli di Ecebolio, di non esser mai presente ai discorsi
di Libanio. Ma il giovane entusiasta se li comperava
scritti e li leggeva avidamente. Ed il retore, con
una scusabile vanità, ci narra che era tanta la prontezza
d'ingegno di Giuliano che, malgrado l'imposta
separazione del maestro e del discepolo, questi riusciva
ad imitarne lo stile, meglio degli scolari che gli stavano
d'intorno, così che, anche negli scritti posteriori,
si risente la parentela coi suoi [#]_.

.. [#] *Idem*, 1, 527, 10 sg.

[pg!35]

All'influenza di Libanio un'altra si aggiungeva
ancor più efficace, ed era quella dei filosofi neoplatonici,
Edesio, Crisanzio, Eusebio, Massimo, il più importante
di tutti, i quali vivevano in Nicomedia o in
altre non lontane città dell'Asia. Qui è propriamente
il momento psicologico della carriera di Giuliano.
Presso quei filosofi, che lo iniziavano ad un sistema
in cui la conservazione dell'antico si univa
alla soddisfazione di quelle esigenze di pensiero che
avevano promossa l'apparizione del Cristianesimo, e
che poi il Cristianesimo stesso aveva rese più forti,
il ventenne Giuliano sentì chiara ed irresistibile la sua
vocazione, e si convertì con profondo entusiasmo al
culto degli dei. Per quanto la cosa fosse tenuta segreta,
pur qualche indizio ne trapelava. «Dalla bocca
d'ogni ben pensante, esclama Libanio, s'innalzava
la preghiera che quel giovanetto diventasse il signore
dell'universo, e fermasse la rovina del mondo e soccorresse
gli infermi, lui che sapeva risanarne i mali» [#]_.

.. [#] *Liban.*, I, 159, 2 sg.

Libanio e Socrate si accordano nell'attribuire al filosofo
Massimo il merito, secondo il primo, la colpa,
secondo l'altro, della conversione di Giuliano. Massimo
era ritenuto come un santo dal politeismo. Eunapio [#]_
narra che, entrando egli una volta nel tempio di Diana,
in Efeso, la statua della dea sorrise di compiacenza,
e si accese la lampada ch'essa teneva in mano. Giuliano
si esaltava in questa atmosfera di misticismo;
ma doveva nascondere i suoi entusiasmi, perchè la
notizia di ciò che faceva era giunta a Costanzo, il
quale subito se ne insospettiva, e Giuliano, per non
[pg!36]
cadere in disgrazia, ciò che, sotto Costanzo, voleva
dire essere trucidato, dovette riprendere nell'apparenza
la vita e gli esercizi del cristiano. Ma il suo spirito
era irremissibilmente compromesso nell'Ellenismo. Il
seme che il vecchio Mardonio aveva deposto in lui,
maturato dall'odio contro il persecutore della sua famiglia,
dalla reazione contro il sistema di uggiosa
compressione in cui era stato allevato, dal rimpianto
delle glorie antiche che andavano svanendo, da un'aspirazione
ad un'alta moralità che dal Cristianesimo cortigiano
non poteva essere soddisfatta, aveva trovato
nel Neoplatonismo dei suoi maestri, mescolanza curiosa,
come vedremo a suo tempo, di razionalismo platonico
e di misticismo superstizioso, l'ambiente opportuno
per svolgersi e crescere, così da soffocare ogni altro
rampollo intellettuale che in lui fosse stato trapiantato.
Dal soggiorno in Nicomedia, nel 351, al giorno in
cui partendo dalla Gallia, ribelle contro Costanzo,
apertamente invocava gli dei dell'antico Olimpo, dovevano
passare ben dieci anni. Ma, in questi dieci
anni, il politeista ellenico, che rimase nascosto in Giuliano,
attingeva, dal segreto, un crescente fervore, e
non cessava un istante dal corroborarsi con maggiore
fermezza nella presa risoluzione.

.. [#] *Eunapii ritas sophistarum* recensuit Boissonade, 50.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Uccisione di Gallo`:

Giuliano rimase, per tre anni, tranquillo, assorto
negli studi, quando nel 354, improvvisamente, si vide
di nuovo _`travolto` nei pericoli e nelle agitazioni. Costanzo,
riprendendo le antiche abitudini, e prestando
orecchio alle insinuazioni dei cortigiani che lo circondavano,
faceva assassinare, a Pola, Gallo, il fratellastro
[pg!37]
di Giuliano, da lui, tre anni prima, chiamato alla
dignità di Cesare. Nel suo manifesto agli Ateniesi,
Giuliano parla, con ardente indignazione, di questo
delitto di Costanzo. Egli ammette che Gallo fosse uomo
rozzo e violento, ma ne attribuisce, come vedemmo,
la causa all'educazione che aveva ricevuto. In ogni
modo ciò non scusa la scelleraggine di Costanzo, il
quale «per le istigazioni di un eunuco, di un ciambellano,
e più ancora per quella del capo dei cuochi,
consegnò ai suoi più feroci nemici, perchè lo
uccidessero, il cugino, il Cesare, il marito di una
sua sorella, il padre della nipotina, del quale egli
stesso aveva prima sposata la sorella, al quale era
legato da tanti doveri di parentela!» [#]_. Lo sdegno
di Giuliano è naturale e spiegabile. Però, per essere
completamente nel vero, bisogna aggiungere, ciò che
Giuliano tace od, in parte, attenua, onde colorire a
suo modo il quadro, che Gallo era un vero Costantiniano,
un uomo di una crudeltà stolta e sfrenata,
il quale, nei pochi anni in cui ha governato l'Oriente,
avendo al fianco la moglie Costantina, un vero demonio,
degna figlia di Costantino e degna sorella di Costanzo,
aveva sparso a torrenti il sangue. Ammiano
dice che fra i due fratelli, Gallo e Giuliano, correva la
medesima differenza che era corsa fra i figli di Vespasiano,
di cui Tito era un esempio mirabile di temperanza
e di saggezza, Domiziano un mostro di ferocia [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 351, 18 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, Vol. I, 43, 3.

.. _`Giuliano a Milano poi ad Atene`:

Era naturale che Costanzo, avendo ucciso Gallo,
non volesse lasciar libero Giuliano, e ne temesse le
possibili vendette. Infatti, lo chiamava a Milano e lo
[pg!38]
teneva sette mesi sotto rigorosa custodia, e non sarebbe,
certo, sfuggito alla morte, sebbene da gran tempo non
avesse avuto relazioni col fratello, se, come egli ci
dice «qualche dio, volendo salvarlo, non gli avesse
procurata la benevolenza della bella e gentile Eusebia» [#]_.
L'intervento di Eusebia, la moglie dell'imperatore,
dà un'aria romanzesca a questa parte della
vita di Giuliano. L'entusiasmo con cui il perseguitato
principe parla della sua protettrice, e il coraggio con
cui essa seppe difenderlo dai numerosi nemici che
Giuliano aveva fra i cortigiani di Costanzo, fanno credere
che non solo la causa della giustizia e della pietà,
virtù sconosciute alla corte dell'imperatore, ma un affetto
più profondo e personale muovesse Eusebia nella
sua provvidenziale iniziativa. Ammiano ci narra, lui
pure [#]_, che Giuliano sarebbe certamente perito,
per le nefande istigazioni dei cortigiani — *nefando
adsentatorum cœtu perisset urgenter* — se, per un'ispirazione
divina, non fosse intervenuta Eusebia. Costei
primieramente ottiene che Giuliano sia allontanato
da Milano e mandato, per qualche tempo, a Como, poi
finalmente riesce a persuadere Costanzo a concedergli
un'udienza. La cosa non era facile perchè Costanzo
stesso non pareva inchinevole al colloquio col cugino,
e poi perchè il maestro del palazzo, eunuco potentissimo
presso l'imperatore e nemico acerrimo di Giuliano,
cercava di tirar le cose in lungo, pel timore
che i due cugini nel vedersi, si riconciliassero [#]_.
Pare che, nell'udienza, Giuliano, certo, con l'aiuto
[pg!39]
di Eusebia che aveva preparato il terreno, riuscisse
a scolparsi [#]_. Il fatto è che fu rimandato libero, e
che gli si permise di andare a ritirarsi in un piccolo
podere di Bitinia, ereditato dalla madre, il solo possesso
che gli fosse rimasto, perchè l'onesto Costanzo — ὁ
καλὸς Κωνστάντιος — dopo avergli ucciso il padre,
gli aveva portati via tutti i beni paterni [#]_. Ma
qui non finiscono i benefici di Eusebia che teneva, sul
suo protetto, gli occhi aperti. Giuliano era in viaggio
per la Bitinia, quando, egli non sa precisamente il
come, ma crede per le calunnie del suo nemico, si
riaccendono i sospetti nell'animo di Costanzo. Eusebia
ne prende occasione per rendere a Giuliano un nuovo
servizio e, per lui, il più gradito. Ottiene dal marito
che muti la destinazione del possibile pretendente,
ed invece di mandarlo nel lontano Oriente dove potrebbe
preparare la vendetta di Gallo, lo condanni a
*domicilio coatto* ad Atene. Era davvero un correre
incontro al desiderio di Giuliano. Il giovane entusiasta
punto non si incaricava di politica imperiale,
non aveva nè ambizioni di regno, nè desiderio di ricchezze
e di vendette. Egli non chiedeva che di poter
sprofondarsi ne' suoi studi, non aveva che una passione,
quella dei libri, non aveva che un'intensa aspirazione,
vedere la Grecia, la sua vera patria, ch'egli
amava di intenso affetto [#]_; la sede ancora brillante
di quella coltura ellenica a cui egli aveva dedicata la
sua vita.

.. [#] *Iulian.*, 351, 27 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, 1, 47, 3.

.. [#] *Iulian.*, 353, 10 sg.

.. [#] *Iulian.*, 152, 2 sg.

.. [#] *Idem*, 352, 10 sg.

.. [#] *Idem*, 152, 11 sg.

Giuliano non fu lasciato che pochi mesi ad Atene,
[pg!40]
ma questi pochi mesi hanno avuto, come lo affermano
i suoi contemporanei, una grande influenza sull'animo
suo. Egli teneva ancora celate le sue convinzioni religiose,
ma ciò non gli impediva di infervorarsi negli studi
ed anche nella conoscenza dei Misteri, che costituivano
il principale atto di culto di quel simbolismo politeista
di cui Giuliano voleva fare la religione del mondo. Eunapio,
Socrate e Sozomene insistono tutti sull'importanza
che ebbe, nella vita di Giuliano, la sua dimora in Atene.
Ma i due narratori più autorevoli ed interessanti sono,
come sempre, Libanio e Gregorio. Libanio dice che,
presentatosi Giuliano ai professori di Atene, e offertosi
ad un esperimento, si trovò che ne sapeva più
dei maestri, così che «solo di tutti i giovani che accorrevano
ad Atene, ne ripartiva, avendo insegnato
più che imparato. Pertanto si vedevano continuamente
intorno a lui degli sciami di giovani, di vecchi,
di filosofi, di retori. A lui guardavano anche gli dei,
ben sapendo ch'egli avrebbe risollevato il patrio culto.
Quando parlava era, insieme, ammirabile e modesto,
poichè, checchè dicesse, subito arrossiva. Di questa
sua mansuetudine tutti godevano, e i migliori traevano
profitto dai suoi insegnamenti. E il giovinetto
aveva intenzione di vivere e di morire in Atene, e
ciò gli pareva il colmo della felicità» [#]_.

.. [#] *Liban.*, I, 532, 4 sg.

Nulla di più curioso che il contrapporre a questo
ritratto disegnato da Libanio il ritratto disegnato da
Gregorio. Costui, che, come sappiamo, era coetaneo
di Giuliano, si trovava pure ad Atene, per addestrarsi,
nell'università letteraria di quella città, in quell'arte
oratoria ch'egli doveva, più tardi, adoperare,
[pg!41]
con tanta genialità, a difesa dell'ortodossia nicena.
Gregorio e Giuliano erano condiscepoli; il futuro teologo,
vivendo al fianco del futuro apostata, aveva
agevole occasione di scrutarne l'animo e di studiarlo
in ogni sua mossa, per quanto Giuliano cercasse
ancora di tener celate le tendenze e le convinzioni
già in lui radicate. Nel ritratto disegnato da Gregorio
è evidente l'intenzione ostile del pittore che
vuol darci un'imagine odiosa. Ma, con tutto questo,
a me non pare che il ritratto possa dirsi una caricatura.
C'è un'espressione di verità nella figura che
balza fuori dalle pagine del polemista. La vita così
singolare ed agitata di Giuliano, le contraddizioni di
cui è piena, la subitaneità delle sue risoluzioni, il suo
eroismo disperato, la versatilità inquieta del suo ingegno,
si accordano, forse, assai meglio coll'imagine
turbata, enigmatica, un po' convulsa che ci presenta
Gregorio che coll'imagine serena e sorridente tratteggiata
da Libanio. «Io — dice Gregorio, scrivendo
dopo la morte di Giuliano — aveva, già da tempo,
sospettato di lui, fin da quando mi trovavo in Atene.
Era egli venuto colà, poco dopo la catastrofe di suo
fratello, avendone ottenuta licenza dall'imperatore.
Due erano i motivi che gli facevano desiderare quel
soggiorno; il primo, il lodevole, era di conoscere la
Grecia e le sue scuole, l'altro, che non si diceva e
che solo a pochi era noto, era di conferire segretamente
coi sacerdoti e con gli impostori, poichè l'empietà
non si sentiva ancor sicura del fatto suo. Fu
allora appunto che io divenni un sagace indovino
del carattere di lui, quantunque io non sia di coloro
che hanno a ciò una naturale disposizione. Ma
mi aveva fatto indovino l'anomalia del suo contegno
e la singolarità delle sue distrazioni. A me parevano
[pg!42]
indicare nulla di buono il collo dondolante, le spalle agitate,
l'occhio vagabondo, che intorno intorno guardava,
e che aveva in sè qualche cosa del maniaco, il piede
vacillante e che sembrava mal lo reggesse, le narici
spiranti orgoglio e disprezzo, i lineamenti del volto ridicoli
ed altezzosi, il riso immoderato e scoppiettante,
i cenni di assenso e di diniego senza ragione, la parola
che s'interrompeva ed a cui sembrava mancasse
il fiato, le domande disordinate e irragionevoli,
non migliori le risposte, intralciantisi le une le altre,
senz'ordine di ragionamento. Ma perchè discendere
a tanti particolari? Io lo vidi prima che agisse
quale poi lo conobbi nell'azione. E, se fossero presenti
alcuni di coloro che allora mi ascoltavano, attesterebbero
senza esitanza la verità di ciò che dico.
E ricorderebbero che, alla vista di quegli indizii, io
esclamai: Quale mostro l'impero romano nutre nel
suo seno! — Ma allora io fui chiamato ed imprecato
falso profeta!» [#]_. Che vi sia, in questa descrizione,
una buona dose di esagerazione, non è dubbio. Essa
contrasta troppo recisamente, non solo con quanto
dice Libanio, ma, ciò che più importa, con la descrizione
dell'onesto ed imparziale Ammiano. Ma, lo ripeto,
vi deve essere anche qualche cosa di vero. La
figura di Giuliano qui è vivente. Se non che, Gregorio
vuol vedere le manifestazioni di un mattoide in ciò
che altro non era se non il contegno sospettoso di un
uomo che doveva gelosamente celare i suoi sentimenti,
di un uomo che si sapeva circondato da nemici, di
un uomo in cui la prudenza, consigliata dalla ragione,
si trovava in lotta costante con l'audacia naturale
[pg!43]
dell'anima. Ma come è drammatico ed interessante
l'incontro, nella scuola di Atene, di questi due giovani,
destinati a diventare terribilmente nemici l'uno
dell'altro, e che già si spiavano a vicenda con quell'acume
che dà l'odio istintivo. Se Gregorio fu singolarmente
sagace, Giuliano, al quale la già lunga
esperienza della sua vita tribolata acuiva la prontezza
dell'ingegno, non lo sarà stato meno del suo condiscepolo,
e, certo, avrà presentito in Gregorio uno dei
futuri difensori del Cristianesimo. Il suo contegno inquieto,
tutto a scatti ed a mosse incoerenti, era probabilmente,
almeno in parte, un artifizio per nascondere
agli occhi scrutatori del compagno il segreto della
sua anima di ellenista fervente, i suoi propositi e le
sue speranze.

.. [#] *Gregor. Naz.*, orat. IV, 121-22.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Mentre Giuliano studiava ad Atene, maturavano
per lui inaspettati destini. Una congiura militare, supposta,
più che scoperta, a Sirmio, in Pannonia [#]_, la
rivolta di Silvano nella Gallia, domata con la proditoria
uccisione di Silvano stesso [#]_, e le continue devastazioni
perpetrate dai Germani nella Gallia indifesa,
avevano spaventato Costanzo. Ondeggiante fra il sospetto
e la fiducia, stiracchiato fra diversi consigli, spinto
finalmente dalla grandezza del pericolo, e, certamente,
premuto da Eusebia, l'imperatore chiamò a Milano
il cugino Giuliano [#]_. Con quanto dolore lo studente
[pg!44]
abbandonasse Atene, ce lo narra egli stesso nel suo
manifesto agli Ateniesi. «Quale torrente di lagrime
io versassi e quanti gemiti, tendendo le mani verso
l'Acropoli vostra, e pregando Minerva di salvare il
supplice e di non abbandonarlo, lo possono attestare
molti di voi che l'hanno veduto, e più di tutti la
stessa dea a cui io chiedeva di farmi morire in Atene,
prima che partissi. Ma la dea mostrò col fatto di
non voler tradire il suo devoto, poichè mi fu sempre
guida e mi circondò di custodi, chiamando degli angeli
dal Sole e dalla Luna» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, Vol. I, 49.

.. [#] *Idem*, Vol. I, 59.

.. [#] *Idem*, Vol. I, 64. — *Iulian.*, 352, 24 sg.

.. [#] *Iulian.*, 354, 13 sg. ἡγήσατο γὰρ ἁπανταχοῦ μοι και
   παρέστησεν απανταχόδεν τοὺς φύλακας ἐξ Ηλίου και Σελήνης αγγέλους λαβοῦσα.

.. _`Ritorno a Milano`:

Giunto a Milano, si ferma in un sobborgo, e non
vuole entrare nella Corte imperiale, malgrado le insistenze
dei cortigiani che, presaghi della sua prossima
fortuna, gli stavano al fianco, e lo costringevano
a meglio curare le vesti ed il contegno, così da
trasformare lo studente di filosofia in un soldato ed
in uomo di corte [#]_. Eusebia, intanto, cercava, con
mezzi ripetuti, di infondergli coraggio e confidenza in
lei. Egli vorrebbe, invece, persuaderla a rimandarlo da
Milano, e le scrive una lettera, anzi una supplica, che
finiva così: «Possa tu aver figli, eredi dell'impero, possa
dio concederti tutto quanto desideri, ma rimandami a
casa più presto che puoi» [#]_. Poi riflette a ciò che sta
per fare, teme di compromettersi, inviando a Corte una
lettera per la moglie dell'imperatore. Nel silenzio della
notte prega gli dei di rivelargli ciò che deve fare, e gli
dei gli annunciano che, se manda quella lettera, è un
[pg!45]
uomo morto. Allora Giuliano fa a sè stesso un ragionamento
che a lui pare tanto persuasivo, da riprodurlo
intieramente nel manifesto agli Ateniesi. «Io penso
di oppormi agli dei, e pretendo di giudicare di ciò che
devo fare meglio di coloro che sanno tutto. Eppure,
la saggezza umana, applicata alle cose presenti, non
riesce che a stento ad evitar gli errori... ma la saggezza
divina va all'infinito e, tutto vedendo, insegna la via
diretta e agisce pel meglio. Gli dei sono gli autori di
ogni cosa ed attuale e futura. È, dunque, naturale
che essi conoscano il presente. E tosto mi avvidi
che ragionavo meglio di prima. E pensando ai nostri
doveri, soggiunsi: Tu ti sdegneresti, se qualcuno degli
esseri che tu possiedi ti privasse del suo servizio, o
chiamato se ne fuggisse via, fosse anche un cavallo,
una pecora, un bue. E tu che sei uomo, e non degli
ultimi e dei più vili, vuoi privare di te stesso gli dei
e ti rifiuti a ciò per cui essi vogliono usarti? Guarda
di non agire stoltamente e di non offendere la giustizia
divina. Invece di strisciare e di adulare per timore
della morte, gittati nelle mani degli dei; fa ciò che
vogliono e lascia loro la cura di te stesso, come faceva
anche Socrate. Prendi le cose come vengono;
riferisci tutto a loro, nulla acquista o afferra per te
stesso, ma ricevi, senza esitanza, ciò che essi ti danno.
Io mi convinsi che questo ragionamento, ispiratomi
dagli dei, era il più sicuro ed il più conveniente ad
un uomo equilibrato, poichè il correre ad un pericolo
manifesto, per timore delle future insidie, mi sembrava
cosa davvero avventata. Cedetti dunque ed obbedii,
e così, in breve, mi si gettò intorno il nome e la
clamide di Cesare» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 353, 26 sg.

.. [#] *Idem*, 355, 3.

.. [#] *Iulian.*, 355, 14 sg.

[pg!46]

Che era avvenuto per porre Giuliano in una tensione
d'animo così grande e penosa? Ce lo narra
Ammiano Marcellino [#]_. Giuliano, come dicemmo, era
stato chiamato a Milano, perchè il complotto di Sirmio
e la ribellione di Silvano avevano ridestati i sospetti
di Costanzo. Quando Giuliano fu a Milano, ogni timore
di congiura era sventato, e Silvano era caduto
ed ucciso. Ma le inquietitudini dell'imperatore risorgevano
e, questa volta, per ben più gravi ragioni.
L'uragano barbarico, che, circa un secolo dopo, doveva
rovesciarsi sull'impero, faceva sentire sempre più vicini
i suoi fragori minacciosi. I Germani passavano il Reno,
devastavano le terre orientali della Gallia, ed apparivano
come un pericolo, come una forza che l'impero
non era più capace di fronteggiare. Costanzo non era
uomo da prendere in mano la somma delle cose e di
porsi alla testa dell'esercito. Ma pur sentiva che le
circostanze richiedevano uno sforzo supremo e il prestigio
della suprema autorità.

.. [#] *Amm. Marcell.*, 64.

.. _`Giuliano Cesare`:

Eusebia, la protettrice fervida di Giuliano, sa cogliere
l'occasione e consiglia al marito di chiamare il
giovane cugino a partecipare al governo dell'impero,
nominandolo Cesare, ed investendolo di pieni poteri
per l'amministrazione e per la guerra nelle Gallie. I
cortigiani tentano di opporsi alla nascente fortuna del
giovane Costantiniano, facendo balenare agli occhi di
Costanzo i pericoli che possono venire dall'avere al
fianco un collega d'impero, e gli ricordano la recente
esperienza del *cesarato* di Gallo. Ma Eusebia insiste e
vince ogni resistenza, e Giuliano è dall'imperatore nominato
Cesare. Dalle parole che abbiamo riportato di
[pg!47]
Giuliano stesso parrebbe ch'egli avesse grandi esitanze
ad accettare l'altissimo ufficio, perchè in lui rimaneva
vivissima la diffidenza verso l'imperatore. Ma, come
vedemmo, la fede nella saggezza della provvidenza,
che vuol dire la fede in sè stesso, lo risolve a non
resistere al suo destino, ed a lasciarsi avvolgere dalla
clamide di Cesare.

Questo così radicale mutamento nella fortuna di Giuliano
che, da principe perseguitato, passa, d'un colpo,
ad essere collega dell'impero, in condizioni estremamente
difficili, ispira qualche sospetto sulle intenzioni
di Costanzo. Libanio addirittura le dichiara perverse.
«Ed onde alcuno non si meravigli — egli scrive — che
io chiami nemico di Giuliano chi se lo univa
nell'impero, dirò quale fosse la ragione di tale unione.
Non è già che colui vedesse con piacere un altro
sul trono imperiale, e con le vesti purpuree; chè
anzi, nemmeno in sogno, avrebbe sopportato quella
vista. E perchè dunque fece un altro partecipe del
suo potere? Da ogni parte egli era premuto dai barbari,
ma sopratutto verso occidente. Un generale non
bastava a rimettere le cose a posto, si sentiva il
bisogno di un imperatore che fermasse la corrente.
Ora, non volendo l'imperatore accorrere lui, e, d'altra
parte, essendo necessario che si prendesse un collega,
egli elegge, lasciando in un canto tutti gli altri,
colui che aveva tanto offeso, certo, non dimentico
di tutto il sangue versato, ma pure più fiducioso
di chi poteva accusarlo che di quelli che dovevano
essergli grati. Nè si ingannò.... Ma tosto egli
sentì un pentimento irragionevole di quanto aveva
fatto, e, in conseguenza di ciò, gli pose al fianco,
coll'ufficio di consiglieri, non già esortatori, ma intralciatori
[pg!48]
di ogni bella azione» [#]_. Ammiano che,
probabilmente, era testimonio oculare, descrive la cerimonia
solenne con cui, in Milano, fu data a Giuliano
l'investitura dell'ufficio di Cesare. L'imperatore
Costanzo, in presenza dell'esercito, tenne un discorso
lusinghiero e incoraggiante per Giuliano. I soldati accolsero,
con immenso entusiasmo, il nuovo Cesare, e
battevano, in segno di gioia, lo scudo sul ginocchio.
Fiammeggiante della porpora imperiale, egli rientrò
nella reggia, seduto nel medesimo cocchio dell'imperatore.
Ma, durante la via, sussurrava il verso omerico

   | Mi ha colto la morte _`purpurea` e il destino onnipotente.

.. [#] *Liban.*, I, 378-79.

Per confermargli sempre più il suo favore, Costanzo
gli dava in moglie la sorella Elena. Dopo un mese di
festeggiamenti, ai primi di Dicembre del 355, Giuliano
partì per la Gallia. Costanzo lo accompagnava fin oltre
il Ticino, a mezza strada fra Lomello e Pavia [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 67.

Così narra Ammiano, e da lui non discorda Giuliano
stesso nell'elogio dell'imperatrice Eusebia ch'egli
scrisse per attestarle la sua riconoscenza, elogio nel
quale il nuovo Cesare, come negli altri due discorsi
diretti all'imperatore Costanzo, cela, sotto la maschera
della devozione, i suoi veri sentimenti. Egli pure narra
le pompe solenni e i donativi ricevuti, specialmente
da Eusebia. Ed insiste su di un pensiero tanto gentile
dell'imperatrice che basta a dimostrarci come,
fra lei e Giuliano, dovessero correre relazioni confidenziali
ben più strette di quanto appare dai discorsi
ufficiali. «Io voglio, egli scrive, rammentare uno dei
[pg!49]
suoi doni, perchè ne ho avuto un singolare godimento.
Siccome essa sapeva che io avevo portati
con me pochissimi libri, nella speranza e nel desiderio
di ritornarmene a casa il più presto possibile,
così me ne diede tanti e di filosofia e di storia e
di retorica e di poesia da soddisfare largamente il
non mai saziato mio desiderio dei loro colloqui, e
da trasformare la Gallia in un Museo di libri greci.
Non staccandomi mai da quel dono, non è possibile
che mi dimentichi della donatrice. E, quando
io parto per una spedizione di guerra, ho meco uno
di quei libri come un viatico della marcia» [#]_. Giuliano
si esalta nell'esprimere l'ammirazione per la
sua protettrice. «Quando io giunsi al suo cospetto,
mi parve di vedere, in un tempio, ritta la statua
della saggezza. La riverenza empì l'anima mia, ed
inchiodò, per qualche tempo, i miei occhi al suolo,
finchè essa mi esortò ad aver coraggio. — Le presenti
cose, — disse — le hai da noi. Il resto lo
avrai da Dio, pur che tu sia fedele e giusto con
noi. — E non disse di più, sebbene sappia fare discorsi
al pari dei più insigni oratori. Licenziatomi
dall'udienza, io rimasi pieno di stupore e di commozione,
parendomi di aver udita la voce stessa della
saggezza, tanto dolce e mellifluo era alle mie orecchie
il suono della sua loquela» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 159, 4 sg.

.. [#] *Idem*, 158, 8 sg.

Ma, se cordiali e delicati erano i favori di Eusebia
pel giovane principe, non pare davvero che fossero tutte
sincere le dimostrazioni di fiducia di cui lo circondava
l'imperatore. Nel manifesto agli Ateniesi, Giuliano afferma
[pg!50]
che la sua prigionia, diventando Cesare, si fece
più grave, tale e tanto era lo spionaggio con cui lo
seguiva, ad ogni passo, il sospettoso Costanzo. «Quale
schiavitù — egli esclama — era la mia, quali e quante,
per Ercole, le minacce sospese, ogni giorno, sulla mia
vita! Vegliate le porte, vegliati i portieri, esaminate
le mani dei famigliari, caso mai taluno mi recasse
un bigliettino degli amici, servi stranieri. Appena
potei condurre meco quattro famigliari, pel mio servizio
più intimo, di cui due ancora giovinetti, due
già adulti. Di questi, uno che conosceva la mia devozione
per gli dei, seguiva con me, in segreto, le
pratiche del culto, ed io gli aveva affidata la custodia
dei miei libri; l'altro era un medico, il quale,
solo dei miei molti amici e compagni fedeli, aveva
potuto seguirmi, perchè non si sapeva che mi fosse
amico [#]_. Era tanto il mio timore che io credetti di
dover proibire, con mio dolore, a molti miei amici,
di venirmi a vedere, trepidando di diventar causa
di sciagura per loro e per me. Del resto, Costanzo
mi mandò con soli 360 soldati, nel paese dei Celti,
a mezzo inverno, non tanto per comandare gli eserciti
che là si trovavano quanto per obbedire ai loro
generali, perchè aveva scritto loro e raccomandato
di guardarsi da me più che dai nemici, caso mai io
tentassi qualche novità» [#]_.

.. [#] Eunapio ci dà il nome di questi due. Il servo fedele era
   Evemero, il medico Oribasio. *Eunap.* 54.

.. [#] *Iulian.*, 357, 2 sg.

I difensori che Costanzo ha trovato fra gli storici
moderni [#]_ mettono in dubbio la verità delle notizie
[pg!51]
date da Giuliano stesso. Ora, io voglio ammettere che
ci possa essere qualche esagerazione e qualche tinta
troppo caricata. Così non sembra giusto il trovare una
ragione di lamento nell'esiguità della scorta militare
che accompagnava Giuliano. Questi non doveva condurre
in Gallia un nuovo esercito, doveva andarvi a
prendere il comando degli eserciti che già vi erano.
Ora, ciò posto e posto anche che il viaggio di Giuliano
si faceva tutto in paese amico e tranquillo, una schiera
di 360 uomini bastava all'uopo. Ma, quando Giuliano
si lamenta di avere intorno a sè nemici e spie, deve
esser nel vero, e gli avvenimenti che seguirono il
suo arrivo in Gallia, l'ostilità latente, ma efficace,
ch'egli trovò presso i suoi generali dimostrano chiaramente
le intenzioni non schiette di Costanzo. Certo,
costui aveva paura dei Germani, ma aveva paura anche
del cugino imperiale. Avrebbe voluto salvare la Gallia,
ma avrebbe voluto, insieme, che Giuliano non uscisse
dall'impresa con troppo onore. In fondo, se Giuliano
fosse stato sconfitto, così da liberarlo d'un possibile
e temuto rivale, la sconfitta sarebbe parsa a lui una
sciagura non priva di qualche conforto. E che l'impresa
dovesse finire così, c'erano buone ragioni per crederlo.
Chi mai poteva imaginare che quel principe di venticinque
anni, che aveva passata tutta la sua vita fra sacerdoti
e filosofi, che non si era mai occupato di cose
militari, che, per la sua completa mancanza di contegno
soldatesco, aveva destata l'ilarità e mosso gli scherni
della corte di Costanzo, sarebbe stato capace di guidare
un esercito? E la spedizione si presentava sotto tristi
auspici. A Torino, giungeva a Giuliano la notizia che
Colonia era stata presa e distrutta dai Germani, ed
egli, comprendendo la gravità del pericolo, esclamava
che a lui non rimaneva che di ben morire.

.. [#] :small-caps:`Kock`, *Kaiser Julian*. — :small-caps:`Allard`, *Julien l'Apostat*.

[pg!52]

.. _`Giuliano in Gallia`:

Ma la popolazione della Gallia lo accoglie col più
vivo entusiasmo. Egli entra a Vienna, presso Lione,
allora la sede del governo della Gallia, fra turbe festanti
e rinfrancate dalla presenza di un principe della
famiglia regnante. E qui Ammiano ci trasmette un
curioso episodio. In mezzo alla folla acclamante, una
vecchia cieca chiede chi fosse colui che così si salutava, — Il
Cesare Giuliano — le si risponde. — Ecco colui,
essa esclama, che restaurerà i templi degli dei! — [#]_.
Era una voce che già era corsa, era presentimento,
era l'espressione di un desiderio, nutrito da una parte
del popolo? Il vero è che, in Giuliano, si sentiva l'eroe
che avrebbe agitato il mondo delle cose e il mondo
delle idee.

.. [#] *Amm. Marcell.*, Vol. I, 67, 29.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Il governo che Giuliano ha fatto della Gallia per
un quinquennio è un episodio glorioso in mezzo alla
decadenza dell'impero, ha segnato un momento in cui
quella decadenza, di cui era imminente il vorticoso
precipitare, è stata, per un attimo, fermata. Giuliano
vi è apparso addirittura meraviglioso. La saggezza
ed il valore con cui ha saputo condurre le lunghe ed
ardue imprese contro i Germani, e rigettarli al di là
del Reno, lo rende degno di essere eguagliato ai più
grandi capitani dell'antichità. Qui si rivela tutta la
genialità di un uomo che era nato con l'attitudine
del comando e col talento delle grandi combinazioni
militari. Ah, se Giuliano non si fosse esaltato e traviato
nelle follie del neoplatonismo, e s'egli avesse
[pg!53]
avuto più preciso e sicuro il sentimento della realtà,
che ammirabile imperatore sarebbe mai stato! Non
fu che una meteora brillante, passeggera ed evanescente,
quando avrebbe potuto essere uno dei fattori
efficaci della storia umana, un vero e grande reggitore
di popoli! Ma, dal punto di vista psicologico
e drammatico, è appunto questa strana unione di un
idealista esaltato, pieno il capo di ubbie mistiche e di
idee fisse, e di un capitano geniale, di un soldato
eroico, di un amministratore provetto che costituisce
l'interesse della figura di Giuliano. C'è del Marco
Aurelio in lui. Ma un Marco Aurelio eccessivo, squilibrato,
intemperante. La genialità in Giuliano è assai
più viva, in Marco Aurelio è più profondo il sentimento.
L'imaginazione, che in Marco Aurelio era fredda e
frenata, ed in Giuliano ardente e mobile, ha giocato
a quest'ultimo un brutto tiro, facendogli credere vive
ancora idee e cose, morte per sempre. E, siccome
Giuliano, all'opposto di Marco Aurelio, sentiva assai
più la forma che la sostanza delle cose, egli è corso
dietro ai fantasmi della sua mente, sciupando miseramente
la sua meravigliosa fortuna e le doti stupende
che la natura gli aveva largite.

Ed ora diamo una rapida occhiata a ciò ch'egli
fece in Gallia, prima di toccare il punto che più ci attrae
nella sua vita, la tentata restaurazione del Paganesimo.
Non potremmo formarci un concetto preciso
ed un'imagine vivente dell'uomo, se non guardassimo,
per un istante, al guerriero ed al duce che, uscendo
dai santuari neoplatonici di Nicomedia e d'Efeso e
dalla scuola d'Atene, prese in mano le redini di un'aspra
guerra, ed ha condotto le sue schiere da vittoria in vittoria.
Il misurato Ammiano Marcellino, che esprime
l'impressione dei suoi contemporanei e che fu testimonio
[pg!54]
oculare delle gesta di Giuliano, si abbandona
all'iperbole ed alla retorica, quando parla del giovane
principe, e vede in lui un miracolo voluto da una legge
divina. «In un batter d'occhio — egli dice — Giuliano
tanto splendette da esser giudicato, per la prudenza,
un nuovo Tito, eguale a Traiano pei successi guerreschi,
clemente come Antonino, e, nelle indagini
astruse della mente, paragonabile a Marco Aurelio,
ad emulare il quale egli intendeva i suoi atti ed i
suoi costumi». Ed Ammiano ben a ragione stupisce
quando ricorda che quel giovane «dalle tranquille ombrie
delle accademie, non già dalla tenda militare,
tratto fuori fra la polvere di Marte, atterrava la Germania
e, pacificate le regioni del gelido Reno, uccideva
e incatenava i re barbari anelanti alla strage» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 77, 14 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Giuliano passò l'inverno del 356 ad orientarsi nella
sua nuova posizione, ad acquistare le necessarie nozioni
di amministrazione e di pratica militare. Egli
non sdegnava di addestrarsi nei più umili esercizi,
ripetendo, di quando in quando, come consolazione ed
incoraggiamento, il nome di Platone. Egli dava un mirabile
e nuovo esempio di temperanza e di operosità.
Sistematico ordinatore del suo tempo, e ciò spiega la
mole immensa di lavoro da lui compiuto, si alzava,
di notte, dal rozzo giaciglio su cui riposava, e divideva
in due parti le ore che lo separavano dal mattino.
Prima di tutto, segretamente innalzava una prece
a Mercurio, eccitatore del pensiero, poi curava gli
[pg!55]
affari di Stato, il governo della provincia, i preparativi
di difesa e di offesa. Esauriti gli affari, Giuliano si
sprofondava nei suoi studi prediletti di filosofia, che,
a nessun prezzo, voleva dimenticare, poichè per lui
costituivano l'oggetto più interessante della vita. Ed,
insieme alla filosofia, si occupava di poesia, di storia
e si esercitava nella lingua latina. Giuliano era nutrito
di poesia. Coi grandi antichi, Bacchilide era il
suo autore favorito. E, pur troppo, alle scuole elleniche
del tempo, s'era anche imbevuto di quella retorica
formale e pedantesca che era la nota caratteristica
della letteratura del tempo [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 82, 5 sg. II, 40, 2.

Nell'estate del 356, Giuliano apre la sua prima
campagna. Udendo che Autun era minacciata dagli
invasori, vi accorre, la libera, poi con marcia fulminea,
raggiunge la valle del Reno, la percorre da Strasburgo
a Colonia, dove entra trionfatore, e dove stringe la
pace coi re dei Franchi, atterriti da sì subitaneo e
fortunato attacco [#]_. In questa prima campagna parrebbe
che Giuliano operasse d'accordo con un altro
corpo d'armata, il quale, guidato dall'imperatore stesso,
sarebbe disceso dalla Rezia e dall'alto Reno verso
l'Alsazia. Ciò si dovrebbe dedurre da una notizia
che Ammiano ci dà in modo affatto incidentale [#]_.
È strano che di questa mossa dell'imperatore nè Ammiano
nè Giuliano parlino nell'esposizione delle gesta
compiute durante l'estate del 356. In ogni modo, la
mossa dell'imperatore, se anche avvenuta, non ebbe
conseguenze importanti, e Giuliano, all'aprirsi dell'anno
[pg!56]
seguente, si trovò sulle braccia, in tutta la sua grandezza,
l'impresa di liberare la Gallia dalle invasioni
germaniche.

.. [#] *Idem*, I, 80, 6 sg.

.. [#] *Idem*, I, 100, 25 sg.

Giuliano va a prendere i quartieri d'inverno a Sens,
dove, come dice Ammiano, portando sulle sue spalle
la mole delle guerre che d'ogni parte dilagavano, si
divide in molteplici cure per fronteggiare l'offesa, e
per assicurare il vitto ai suoi soldati. Qui egli corre
un ben grave pericolo, perchè i barbari, conoscendo
la scarsità delle sue forze, lo assediano strettamente.
Avrebbe potuto essere aiutato da Marcello, un luogotenente,
che, con la cavalleria, trovavasi poco discosto.
Ma Marcello era uno di quei generali che avevano avuto
da Costanzo l'incarico non di soccorrere, bensì di sorvegliare
Giuliano. Obbediente alla consegna, lo lasciò
solo alle prese con le difficoltà della situazione. Ma la
fiera resistenza di Giuliano scoraggia gli assedianti
che, dopo un mese, si ritirano vergognosi e tristi pel
loro completo insuccesso. Giuliano depone dal comando
l'indegno Marcello, e costui corre a Milano ad accusarlo,
confidando nella disposizione di Costanzo, il cui
orecchio era sempre aperto alle accuse dei delatori.
Ma Giuliano lo seppe prevenire, mandando a Milano
il suo fidato Euterio, il quale prese con tanta efficacia
le sue difese davanti all'imperatore, che, almeno
per questa volta, le calunnie dei cortigiani e
dei delatori rimasero inascoltate. Ed, anzi, a Giuliano
venne affidato, senza restrizione e senza imposizioni
d'altri generali, il comando supremo dell'esercito [#]_.
Se non che la campagna del 357 minacciò di condurre
ad un disastro, per la slealtà di un altro luogotenente,
[pg!57]
Barbazio, che si lasciò sconfiggere dai Germani, per
accorrere lui pure ad accusare Giuliano [#]_. Ma le sue
arti vennero a smarrirsi davanti alla grande battaglia
che Giuliano guadagnava, presso Strasburgo, sulla coalizione
dei principali re delle tribù germaniche, condotta
dal più potente di essi, il re Conodomario.

.. [#] *Iulian.*, 359, 1.

.. [#] *Amm. Marcell.* I, 95, 7 sg.

Ammiano e Libanio sono concordi nel giudizio
sulla condotta di Barbazio, debole ed insieme ispirato
dall'odio contro Giuliano. Ma, nel racconto dei fatti,
il retore e lo storico molte volte dissentono, perchè
evidentemente attingono a fonti diverse, e, per verità,
la fonte di Libanio pare, questa volta, preferibile a
quella di Ammiano. Ammiano narra [#]_ che Barbazio,
piuttosto che prestare a Giuliano alcune delle navi da
lui preparate per costrurre i ponti sul Reno, le abbrucciò
tutte. Libanio, invece, ci dice che Barbazio,
volendo agire indipendentemente da Giuliano, aveva costrutto
un ponte di barche, onde invadere le terre dei
Germani. Ma i barbari, anticipando di quindici secoli la
trovata degli Austriaci alla battaglia di Essling, gittarono
nella corrente del fiume, a monte del ponte, grandi
ammassi di legnami, che, venendo ad urtare contro le
barche, le sconquassarono, le affondarono, e le distrussero.
Barbazio, che non era un Napoleone, fuggì spaventato
coi suoi 30,000 uomini, inseguito dai barbari [#]_.

.. [#] *Idem*, I, 96, 13 sg.

.. [#] *Liban.*, I, 539, 5 sg.

La ritirata di Barbazio aveva sollevati gli animi dei
Germani, e fattili sicuri di una completa vittoria sull'esercito
di Giuliano. Da un disertore eran venuti a
sapere che il Cesare non poteva opporre alla coalizione
[pg!58]
dei sette re barbari che 13,000 uomini [#]_. Pertanto
Conodomario, che guidava l'armata barbarica,
risolvette di dare un gran colpo e di stabilirsi sulla
sinistra del Reno, impadronendosi, con la distruzione
del piccolo esercito romano, di tutta la Gallia orientale.
Ma le speranze di Conodomario, pur giustificate
dalla difficile condizione in cui la defezione di Barbazio
aveva lasciato Giuliano, furono mirabilmente
sventate dal geniale eroismo del Cesare. Bisogna leggere
in Ammiano la lunga descrizione di questa battaglia,
per ammirare la genialità soldatesca, la presenza
di spirito, l'eroismo del giovane condottiero.
L'esercito romano non era che la metà dell'esercito barbarico.
Conodomario, «il nefando incendiatore della
guerra — dice Ammiano — portante sul capo un elmo
fiammante, guidava l'ala sinistra, audace e fidente
nella gran forza delle sue membra, sublime sul cavallo
spumeggiante, brandendo un giavellotto di spaventosa
grandezza, cospicuo pel luccicare dell'armatura» [#]_.
I barbari avevano la certezza della vittoria. Tentare la
battaglia era, da parte dei Romani, prova di singolare
audacia. Ma Giuliano, questo filosofo, questo teologo,
questo mistico e fantastico pensatore era, per
un miracolo che non so quando mai siasi altre volte
verificato, un uomo d'azione di strana potenza. Sul
campo di battaglia, insieme alla prontezza del colpo
d'occhio, aveva, in sommo grado, la facoltà di infondere
nei soldati la fiducia, l'ardore della pugna, l'entusiasmo
e la gioia del pericolo. Queste doti che rifulgono
di singolar luce nella campagna di Gallia,
[pg!59]
ricomparvero non meno brillanti nella guerra contro
i Persiani e sono uno dei lineamenti principali del
carattere di Giuliano. Così avvenne che la battaglia
di Strasburgo, voluta da lui e condotta con la più
abile audacia, finì con una spettacolosa vittoria. L'esercito
barbarico fu in parte ucciso nel combattimento,
in parte gittato nel Reno. Il terribile re Conodomario,
che tentava di fuggire e di nascondersi, fu fatto prigioniero,
e, mandato da Giuliano a Costanzo, fu rinchiuso,
a Roma, in un carcere sul Monte Celio, dove
moriva [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 98, 11.

.. [#] *Idem*, I, 102, 23 sg.

.. [#] Ammiano, che non prese parte alla campagna della Gallia,
   ci dà una descrizione così dettagliata della battaglia di Strasburgo,
   da non lasciar dubbio ch'egli adoperava la fonte di un
   testimonio oculare. Ora, da due frammenti di Eunapio ed anche,
   forse, da un passo di Zosimo (3, 2, 8), si può dedurre che doveva
   esistere una narrazione, scritta da Giuliano stesso, e, forse
   non solo di questa battaglia, ma anche di una parte almeno
   della sua campagna contro i barbari. Del resto anche il medico
   Oribasio, che era al fianco di Giuliano, aveva lasciato
   delle memorie di ciò che aveva veduto, υπομνήματα di cui Zosimo
   fece uso.

Di questa vittoria memorabile Costanzo ebbe più
dispetto che piacere. Alla corte di Milano si chiamava
Giuliano, per ischerno, Vittorino. I cortigiani finsero
di dare tutto il merito alle sapienti disposizioni dell'imperatore,
e costui si prestò alla stolta adulazione,
per modo da lasciare, negli atti imperiali, una relazione
della battaglia di Strasburgo, nella quale egli figurava
come il tattico glorioso della giornata, dimenticandovi
affatto il nome e le gesta di Giuliano «che,
dice Ammiano, egli avrebbe profondamente nascosto,
se la fama non sapesse tacere le cose gloriose,
[pg!60]
sian pur molti coloro che le vogliono oscurare — *ni
fama res maximas vel obumbrantibus plurimis silere
nesciret*» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 110, 25 sg.

Giuliano, per raccogliere i frutti della sua vittoria,
passa il Reno, e si spinge nel cuore della Germania,
cacciando davanti a sè i barbari atterriti da tanta
audacia. E, finalmente, ricostrutto e munito un castello,
innalzato da Traiano e poi abbandonato, e stabilita
una tregua di dieci mesi con quegli stessi re che avevano
combattuto a Strasburgo, ritorna nella Gallia e
va a svernare a Parigi. In tutta questa campagna fu
così meraviglioso il valore di Giuliano che, dice Ammiano,
quasi si può credere a coloro i quali pretendevano
che egli cercasse la morte, perchè preferiva
cadere combattendo piuttosto che condannato, come il
fratello Gallo. Ma una tale spiegazione non vale, continua
Ammiano, perchè Giuliano, diventato imperatore,
si illustrava con atti che non furono meno meravigliosi
ed eroici [#]_.

.. [#] *Idem*, I, 115, 5 sg.

Nei quartieri invernali di Parigi, nella breve sosta
che gli è concessa dalla guerra, a che pensa Giuliano?
A rivedere i conti finanziari della Gallia, a discutere
con Florenzio, il prefetto del pretorio, come sarebbe
a dire il ministro delle finanze, per dimostrargli che
la Gallia non può tollerare nessun aumento di imposte,
e che, del resto, non ve n'era bisogno, perchè
il bilancio bastava a tutte le spese necessarie. Il ministro
rivolge i suoi reclami all'imperatore e questi
esorta Giuliano ad aver fiducia in Florenzio. Ma Giuliano
è irremovibile; non vuole neppur leggere lo
[pg!61]
scritto contenente le proposte di Florenzio, ed, in un
momento di sdegno, lo scaglia a terra. Così, per la
sua fermezza, la Gallia è salvata dalla rovina [#]_. A ragione
i popoli della Gallia eguagliavano l'amministrazione
di Giuliano ad un sole sereno che risplendeva
dopo squallide tenebre.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 116, 12 sg.

Il dissenso fra Giuliano e Florenzio, che fu certo
una delle cause principali della sfiducia e dei rinascenti
sospetti di Costanzo, aveva la sua origine in una ragione
più personale di quella che fosse la pubblica
amministrazione. Florenzio, seguendo le abitudini del
tempo e del governo imperiale, rubava. L'intemerato
Giuliano non poteva tollerare la cosa; da qui il proposito,
in Florenzio e nei suoi colleghi, di liberarsi dell'incomodo
principe. Un episodio, narrato da Libanio,
illustra la situazione. «Avvenne — narra maliziosamente
Libanio — che un cittadino accusasse di
furto un magistrato. Florenzio, come prefetto, faceva
da giudice, e, pratico com'era del rubare, ed essendo
già stato comperato, espresse il suo sdegno contro
l'accusatore, sentendosi compromesso col suo compagno
d'arte. Ma, siccome l'ingiustizia era palese,
e se ne parlava in pubblico, e ne prurivano le orecchie
dell'autore, egli chiamò giudice il principe stesso.
Questi, sulle prime, si rifiutò, dicendo che non era
cosa di sua competenza. Ma Florenzio insistette, non
già perchè volesse una sentenza giusta, ma perchè
credeva che Giuliano l'avrebbe pronunciata d'accordo
con lui, anche se si trattasse di un'ingiustizia. Ma,
quando vide che la verità gli stava più a cuore dei
riguardi per lui, ne ebbe gran dispiacere, e calunniando,
[pg!62]
con lettere, quel personaggio che aveva la
massima fiducia di Giuliano [#]_, lo fece espellere dalla
reggia, come se traviasse il giovane principe al quale,
invece, faceva da padre» [#]_.

.. [#] Costui era Sallustio.

.. [#] *Liban.* I, 549, 18 sg.

Noi dobbiamo tener conto di questi fatti singolari
che ci rappresentano Giuliano come uno degli uomini
più illuminati, più coscienziosi, più giusti che
abbia avuto l'antichità. Da questi fatti noi dovremo
poi trarre le naturali conseguenze, quando vorremo
giudicare, nella sua reale consistenza, l'azione per cui
egli è stato come infamato davanti alla posterità, voglio
dire il tentativo di restaurazione del Paganesimo.

Le due campagne susseguenti del 358 e del 359
furono, per Giuliano, una serie di successi, pei quali
l'audace e fortunato generale, non pago di liberare la
Gallia, penetrava nel cuore della Germania, e sottometteva,
ad una ad una, le più bellicose tribù. La
slealtà dei nemici, che non tenevano i patti, se non
atterriti dai castighi, e la difficoltà degli approvvigionamenti,
la cui mancanza una volta rivoltava a Giuliano
i suoi fidi soldati [#]_, gli creavano, ad ogni passo,
ostacoli ed impacci da scoraggiare ed abbattere qualsiasi
abile condottiero. Ma egli non perdeva mai la
presenza di spirito, la sicurezza del colpo d'occhio,
l'opportunità dell'audacia, e così riesciva a portare la
pace, l'ordine, la prosperità in regioni, ormai da lunghi
anni sconvolte e che vivevano sotto la minaccia perpetua
di invasioni disastrose. È bello udire con che
legittima alterezza, ma, insieme, con quanta dignità,
Giuliano parla dei suoi successi militari. «Nei due
[pg!63]
anni seguenti (la battaglia di Strasburgo) — egli
scrive agli Ateniesi — i barbari furono del tutto
espulsi dalla Gallia, moltissime città furono risollevate,
e navi, in quantità, giunsero dalla Brettagna.
Io riunii una flotta di seicento navi, di cui
quattrocento da me costrutte in meno di dieci mesi,
e con esse risalii il Reno, impresa non lieve, a cagione
dei barbari che abitavano le sponde. Florenzio,
anzi, credeva la cosa tanto impossibile ch'egli prometteva
a quei barbari una mercede di due mila
libbre d'argento, pur di aver libero il passo. Costanzo,
avendo avuta notizia dell'offerta, mi scrive di darvi
esecuzione, a meno che a me paresse troppo vergognosa.
E come non lo sarebbe stata, se tale pareva
anche a Costanzo, pur avvezzo a patteggiare coi barbari?
Ma io non diedi nulla, e marciando contro di
essi, con la difesa e l'assistenza degli dei, occupai il
paese dei Salii, e scacciai i Camavi, avendo predati
molti buoi e donne e fanciulli [#]_. Così li atterrii tanto
coi preparativi delle mie invasioni, che tosto mi mandano
ostaggi, e assicurano il libero passaggio dei viveri.
Sarebbe troppo lungo l'enumerare, e lo scrivere,
ad una ad una, tutte le cose che io feci in quattro anni.
Le riassumo. Tre volte passai il Reno: ricuperai dai
barbari venti mila nostri prigionieri che si trovavano
oltre il Reno; in due battaglie ed in un assedio
[pg!64]
presi migliaia di uomini, nel fiore dell'età; mandai
a Costanzo quattro schiere di fortissima fanteria, tre
un po' più deboli, due coorti di cavalieri valorosissimi;
ora, per la grazia degli dei, io posseggo tutte
le città, avendone riprese poco meno di quaranta» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 129, 21 sg.

.. [#] In questa campagna contro i barbari renani è interessante
   il racconto di Zosimo (3, 7) da cui risulta che Giuliano
   seppe approfittare dell'aiuto offertogli da un brigante famoso,
   di nome Carietto, episodio curioso di cui tacciono Giuliano ed
   Ammiano, forse, per non attenuare lo splendore eroico delle
   gesta cesaree. Questo Carietto fu poi aggregato regolarmente
   all'esercito romano (Amm. II, 94, 9).

.. [#] *Iulian.*, 360, 10 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Pronunciamento militare`:

Or siamo giunti al momento fatale della vita di
Giuliano. Sta per maturare l'evento che deve portarlo
al vertice della potenza. Mentre il Cesare, nella Gallia
e nella Germania, correva di vittoria in vittoria, Costanzo,
in Oriente, si dibatteva fra le più gravi ed
ingloriose difficoltà, in conseguenza della guerra che,
da tanti anni, ferveva contro i Persiani e che minacciava
di diventar un disastro per l'impero. L'animo
meschino e perverso di Costanzo s'ingelosiva del cugino.
Temendo che la continuazione dei suoi trionfi
potesse sollevarlo ad aspirazioni d'impero, Costanzo,
istigato da Florenzio, a quel che narra Ammiano [#]_,
pensa di troncargli le ali. A tale intento, manda a
Parigi il tribuno Decenzio, coll'ordine a Giuliano di
spedirgli, in Oriente, la parte migliore delle sue truppe,
le legioni degli Eruli, dei Batavi, dei Petulanti e dei
Celti, raccomandando di non frapporre indugi, così
che quei soldati possano giungere in tempo di prender
parte alla campagna della prossima primavera contro
i Parti alleati dei Persiani. Il generale Lupicino doveva
condurre quelle truppe. Giuliano prevede che
l'ordine dell'imperatore non può eseguirsi senza contrasto
e senza pericoli. Quei soldati barbari avevano
[pg!65]
preso volontario servizio, a condizione di non abbandonare
i loro paesi. Era certo che si sarebbero rifiutati
a lasciarsi portare nel lontanissimo Oriente, a morire
lungi dalle loro famiglie. Lupicino, intanto, era assente,
mandato, molto prima, da Giuliano, in Inghilterra,
e Florenzio, prevedendo il temporale, si era ritirato
a Vienna, e indugiava ad accorrere alla chiamata
di Giuliano. Questi si trovava senza consiglieri,
solo ad assumere la responsabilità, pressato da Decenzio,
che sentiva il pericolo dell'indugio. Infatti,
nelle legioni, correva un libello anonimo in cui fra le
altre cose si diceva: « — Noi, come colpevoli e condannati,
siamo cacciati agli estremi confini della
terra, e le nostre famiglie, che, dopo tante sanguinose
battaglie, liberammo dalla prigionia, saranno
serve per sempre ai Germani» [#]_. Letto questo
libello, Giuliano, onde togliere ciò che pareva fosse
pei soldati il maggior sacrifizio, dispone che le famiglie
possano seguirli e fornisce i mezzi di trasporto.
Decenzio insiste affinchè, dai luoghi circostanti, in
cui erano alloggiate, le legioni siano concentrate a
Parigi, donde prendere le mosse. Così si fa, e, raccolte
le truppe nei sobborghi di Parigi, Giuliano le
visita, le esorta, parla ad uno ad uno a quei soldati
che personalmente conosce, e cerca di animarli con
la previsione della liberalità dell'imperatore e dei
premi che li aspettano. Poi raccoglie i capi ad un solenne
banchetto, da cui questi si ritirano tristi e commossi,
perchè la fortuna inclemente li privava, insieme,
di sì giusto condottiero e della loro terra natia [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 201, 15 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 203, 15 sg.

.. [#] *Idem*, I, 204, 4 sg.

[pg!66]

Tutto pareva ormai tranquillo, ed ogni pericolo di
resistenza sventato, quando, nel cuore della notte, le
legioni prendono le armi ed, accorrendo al palazzo, lo
circondano in modo che nessuno possa fuggire. Con
grida immense, proclamano Giuliano *Augusto*, cioè,
Imperatore, e, al primo albeggiare, lo costringono a
presentarsi e raddoppiano, alla sua vista, il festoso
clamore. Invano Giuliano tenta di calmarli, promettendo
loro che non avrebbero passate le Alpi, ed assicurandoli
del perdono di Costanzo. I soldati s'infuriano
di più, e, alzatolo sugli scudi, vogliono che
si ponga in capo il diadema imperiale. Egli non ne
ha. Ebbene, s'incoroni con una collana di sua moglie.
Ma un ornamento femminile non conviene come emblema
d'impero. Si prenda il pettorale dorato di un
cavallo. Peggio ancora. E, allora, un vessillifero dei
Petulanti, strappandosi una collana che portava come
segno del suo grado, ne circonda il capo di Giuliano.
Questi, che non ha potuto resistere alla pressione
dei soldati, si ritira incerto, stupefatto, esitante
nella reggia. Ma ecco che, il giorno seguente, fra i
soldati, si diffonde la voce che Giuliano è stato segretamente
trucidato. E tosto riprendono le armi e
furiosi corrono alla reggia, e non si acquetano finchè
il nuovo imperatore non viene al loro cospetto, rifulgente
delle insegne del potere. Da quel momento,
Giuliano assume apertamente la sua posizione, parla
ai soldati come imperatore, loro ricorda le imprese insieme
compiute, dichiara di confidare intieramente
nella loro lealtà, e promette ricompense e promozioni.
Egli spera ancora di evitare la guerra civile e di
trovare un accordo con Costanzo, ma è risoluto a non
indietreggiare, e si dice sicuro di sè stesso e della
sua sorte. Anzi, ai più intimi racconta che, nella notte
[pg!67]
antecedente alla sua proclamazione, gli era apparso
il genio dell'impero, e gli aveva detto: «Più di una
volta, o Giuliano, io occupai il vestibolo del tuo
palazzo, nell'intento di accrescere la tua dignità,
ma sempre mi ritirai quasi respinto. Se anche ora
non mi accogli, malgrado il parere concorde di tanti,
io me ne partirò mortificato e mesto. Ma, tientelo
bene in mente, io teco non sarò mai più!» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 208, 10 sg.

Di questi avvenimenti interessanti noi abbiamo il
racconto, scritto da Giuliano stesso. Nel manifesto,
da lui mandato al Senato ed al popolo d'Atene, nel
momento in cui, rotto ogni indugio, egli moveva contro
Costanzo, il nuovo imperatore narra come sia avvenuta
la sua proclamazione. Quel racconto, che ci fa
rivivere nella realtà, è, nelle sue linee principali, in
completo accordo con quello che ci lasciava Ammiano.
Dice Giuliano come egli fosse circondato da spie e da
calunniatori, di cui nomina i principali, Pentadio,
Paolo, Gaudenzio, Luciniano. A costoro si aggiunge
anche Florenzio, in causa dei disaccordi finanziari di
cui già trovammo notizia in Ammiano ed in Libanio.
Costoro, primieramente, ottengono da Costanzo che
sia allontanato il più fidato amico di Giuliano, Sallustio,
che conosceva tutti i segreti di lui, e poi istigano
l'imperatore a portargli via l'esercito. «Costanzo,
forse solleticato dall'invidia delle mie imprese, mi
scrive una lettera piena di offese per me, e di minacce
pei Celti. E comanda che, senza distinzione,
quasi tutte le truppe migliori, siano condotte via
dalla Gallia, e affida l'esecuzione dell'ordine a Lupicino
ed a Gentonio, e mi ammonisce di guardarmi
[pg!68]
bene dall'oppormi ad essi. Ma come dirvi ora ciò che
gli dei hanno fatto per me? Io aveva in animo — gli
dei stessi mi sian testimoni — di gittar via tutti
gli splendori e le cure del regno, e di vivere in riposo,
lontano dagli affari. Ma aspettava che giungessero
Florenzio e Lupicino, il primo dei quali era a Vienna,
l'altro in Brettagna. Intanto, cominciava una grande
agitazione nei cittadini e nei soldati, e, in una città
vicina, si spargeva, nelle legioni dei Petulanti e dei
Celti, un libello anonimo, in cui si diceva assai male
dell'imperatore; si lamentava l'abbandono della
Gallia; e lo scrittore deplorava, insieme, le offese
che mi erano fatte. Quel libello produsse in tutti
una viva impressione, e i partigiani di Costanzo insistettero,
presso di me, con tutte le loro forze, onde
facessi partire i soldati, prima che simili scritti si
spargessero nelle altre legioni. Non aveva intorno
a me nessuno che mi fosse benevolo, ma solo Nebridio,
Pentadio, e Decenzio che era venuto a comunicarmi
gli ordini di Costanzo. Diceva io che
conveniva aspettare Lupicino e Florenzio, ma essi
non approvano e affermano che bisogna agire subito,
se non voglio agli antichi sospetti aggiungere, come dimostrazione,
questo nuovo esempio. E continuavano: — Se
tu ora spedisci i soldati, il merito sarà tuo.
Venuti quei due, Costanzo non darà il merito a te, ma
a loro, e tu sarai accusato... — Si aprivano a me due
strade. Io voleva andare per l'una, essi mi costringono
a prendere l'altra, nel timore che quanto era
avvenuto potesse essere pei soldati un principio di
rivolta, e diventare causa di un completo disordine.
E, per verità, quel timore non era del tutto irragionevole.
Infatti, vennero le legioni, ed io, secondo i
presi accordi, andai incontro, e loro annunciai l'imminente
[pg!69]
partenza. Passò un giorno, durante il quale io
nulla conobbi delle loro risoluzioni. Lo sanno Giove,
il Sole, Marte, Minerva e tutti gli dei, che, fino
alla sera, non mi venne neppur l'ombra di un sospetto.
Non fu che tardi, dopo il tramonto, che mi
giunse qualche notizia, ed ecco, d'un tratto, la reggia,
è circondata, e tutti gridano, mentre io penso a ciò
che si dovesse fare, e non credo a me stesso. Io mi
trovava solo in una camera vicina a quella di mia
moglie, allora ancor vivente. Di là, guardando il
cielo, da un'apertura nella parete, mi prosternai a
Giove. Diventando sempre più forte il rumore, e
gridando tutti, giù nelle sale della reggia, io supplicai
il dio di darmi un segno, ed egli me lo diede,
e mi rivelò che doveva cedere e non oppormi alla
volontà dell'esercito. Malgrado questo segno, io non
fui pronto ad arrendermi, ma resistetti finchè mi fu
possibile, e non accettai nè il titolo nè la corona.
Se non che, mentre a me non riusciva di acquietare
nessuno, gli dei, i quali volevano che tutto ciò avvenisse,
eccitavano i soldati sempre di più, e ammollivano,
invece, la mia risoluzione, così che, verso
l'ora terza, non so qual soldato, strappandosi una
collana, me ne circondò il capo, ed io entrai nella
reggia, sospirando, come lo sanno gli dei, dal profondo
del cuore. Io ben sapeva che doveva affidarmi
al segnale divino, ma mi doleva assai il parere di
non serbarmi, sino alla fine, fedele a Costanzo.

«V'era, intorno alla reggia, molto turbamento. Gli
amici di Costanzo, pensando di cogliere una buona occasione,
mi tendono un'insidia, e distribuiscono del
danaro ai soldati, nell'aspettazione di una di queste
due cose, o di vederli dividersi gli uni dagli altri, o
gittarsi tutti quanti apertamente contro di me. Essendosi
[pg!70]
accorto di questo segreto maneggio uno degli
ufficiali di servizio di mia moglie, me ne dà tosto
notizia, e, quando vede che io punto non me ne incarico,
infuriato come un epilettico, si pone a gridare
sulla piazza: — Soldati, stranieri, cittadini, non
tradite l'imperatore! — Ed ecco che i soldati si
esaltano, e tutti, con le armi, corrono alla reggia.
Vedendomi vivo, lieti come chi, contro ogni speranza,
ritrova un amico, mi circondano, mi abbracciano,
mi portano sulle spalle, ed era cosa degna di vedersi,
tanto parevano pieni di entusiasmo. Quando
mi ebbero in mezzo, mi chiesero di consegnar loro
gli amici di Costanzo, onde punirli. Quale lotta io
dovetti sostenere per salvarli, lo sanno gli dei!» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 363, 26 sg.

Era proprio completamente sincero Giuliano in
queste sue dichiarazioni di innocenza, in queste sue
affermazioni di sorpresa e di meraviglia? Si può dubitarne,
senza fargli gran torto. La condotta di Costanzo
verso di lui era tale da non lasciargli alcun
dubbio sulla sorte finale che lo aspettava. Se avesse
fatto partire i suoi soldati, egli era un uomo perduto.
A lui non restava altra difesa che la ribellione
agli ordini ricevuti. Onde salvarsi, doveva dimostrare
a Costanzo di avere a sua disposizione una forza maggiore
della sua. Che, in tutte quelle esitazioni, in
quelle suppliche agli dei, in quelle ripetute proteste,
ci sia un po' di commedia, è naturale il supporlo.
Ammiano ci racconta, e Giuliano ci conferma con
gran calore, che gli dei gli avevano chiaramente manifestato
il loro volere con un miracolo. Ma questi
miracoli così opportuni non si verificano se non per
[pg!71]
coloro che li aspettano, onde sanzionare ciò che già
hanno risoluto di fare. I soldati adoravano questo
mistico filosofo al quale i gravi studi non impedivano
di essere sempre il primo nei pericoli e negli stenti,
e che li aveva condotti di vittoria in vittoria. Già,
sul campo di battaglia di Strasburgo, avevan voluto
proclamarlo imperatore [#]_. Allora recisamente rifiutava
perchè le circostanze non erano tali da costringerlo
all'alternativa di ribellarsi o di perire. Ma
i suoi continui successi, in guerra ed in pace, anzichè
attenuare, avevano inviperiti i sospetti e la gelosia di
Costanzo, così che, per salvarsi, l'eroico Cesare si
trovò trascinato ad incoraggiare, se non a provocare,
quella proclamazione ad Augusto, a cui, due anni prima,
si era risolutamente opposto.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 110.

Che Giuliano nutrisse il presentimento ed il desiderio
del suo alto destino, e che, pertanto, non sia
stato del tutto estraneo al movimento soldatesco che
lo ha portato al trono, si vede anche dalla lettera,
diretta al fidato suo medico Oribasio, datata dagli
ultimi tempi del suo *cesarato* [#]_. Il sogno che vi è
narrato è troppo chiaro per non essere l'espressione
di un pensiero che già covava nella mente del sognatore.
«Il divino Omero dice che due sono le porte
dei sogni, e che, quindi, diversa è la fede che meritano
le loro predizioni. Ma io credo, che tu, questa
volta più che altra mai, hai veduto bene nel futuro.
Poichè io stesso oggi ho avuto una visione simile
alla tua. Mi pareva di vedere un alto albero, piantato
in una vastissima sala, piegarsi a terra, e, dalle sue
[pg!72]
radici, sorgere un altro piccino, tutto a fiori. Io
era in gran pena pel piccino, temendo che lo si
recidesse col grande. Mentre mi avvicino, ecco il
grande albero è disteso al suolo, ma il piccino è
ritto e guarda il cielo. A tale vista, ansioso esclamai: — Quell'albero
è caduto! E c'è pericolo che
neppure il rampollo possa salvarsi! — Allora, uno,
che mi era del tutto sconosciuto, disse: — Guarda
bene, e fatti coraggio. La radice è rimasta nella
terra, e il piccino è salvo e si consoliderà sicuramente».

.. [#] *Iulian.*, 494, 20 sg.

Che questo medico Oribasio abbia avuto una parte
importante nei maneggi che precedettero l'elezione di
Giuliano, e che egli abbia adoperata la sua influenza
ad accendere nel principe l'aspirazione alla dignità
imperiale, non è improbabile, ed è affermato esplicitamente
da Eunapio nella vita di Oribasio stesso [#]_. Parrebbe,
anzi, che Oribasio, nelle memorie da lui lasciate,
si vantasse della parte avuta nell'avventura,
aumentando la responsabilità dell'iniziativa in Giuliano,
più di quello che ammettono Giuliano stesso
ed Ammiano, pei quali la ribellione non sarebbe stata
che un atto di necessaria difesa. Un fatto curioso e
che può essere sintomatico è che Giuliano, a quel che
narra Eunapio [#]_, fece venire dalla Grecia in Gallia
il gran sacerdote dei Misteri, l'ierofante, come si chiamava,
e non si risolvette alla ribellione se non dopo
aver compiuto con lui, nel massimo segreto, i riti sacri.
Oribasio e il fido Evemero erano soli nella confidenza.
Conoscendo l'animo superstizioso di Giuliano, reso
[pg!73]
ancor più superstizioso dagli insegnamenti avuti da
Massimo, ben si comprende come egli volesse consultare
gli dei, prima di risolversi, e come, quindi, gli
riuscisse preziosa l'opera dell'ierofante. Ma la circostanza
d'averlo fatto venire dalla Grecia a Parigi non
può a meno di far nascere il sospetto della premeditazione.
In ogni modo, son troppo scarsi i dati per
poter innalzare con essi un edificio sicuro. Il meglio
per noi è di attenerci alle narrazioni così precise e
vivaci che troviamo nel Manifesto agli Ateniesi e nella
storia dell'onesto ed imparziale Ammiano.

.. [#] *Eunap.*, 104.

.. [#] *Idem*, 53.

Quei moderni difensori di Costanzo, di cui già
parlammo, e primo fra questi il Koch, in quel suo
studio che è scritto con critica acuta e con grande
erudizione, voglion vedere, nella rivolta di Parigi, una
commedia di Giuliano, il quale vi avrebbe trovato il
pretesto per ribellarsi apertamente all'imperatore. Se
non che, pur non badando a quell'accento di verità
che risuona nella parola di Giuliano, l'analisi, dirò
così, psicologica degli uomini e della situazione persuade
ogni osservatore spregiudicato, e che non sia
ispirato dal demone dell'ipercritica, che il torto, in
questo storico dissidio fra i due cugini, è intieramente
dalla parte di Costanzo. Prima di tutto ricordiamo come
sia impossibile togliere a quest'ultimo la responsabilità
di quello spaventoso delitto che fu la strage della
famiglia costantiniana, da lui voluta o tollerata alla
morte del padre Costantino, quel delitto per cui Giuliano
poteva pubblicamente chiamarlo «l'assassino del
padre mio, dei fratelli, dei cugini, potrei dire il carnefice
di tutta la nostra comune famiglia e parentela» [#]_.
[pg!74]
Contro un uomo siffatto sono giustificate le più nere
prevenzioni. Sospettoso di tutto e di tutti, Costanzo
era sempre pronto ad aprire l'orecchio ai calunniatori.
Primo, fra questi, quell'eunuco Eusebio, che gli
stava al fianco, come ispiratore d'ogni suo atto, che
lo spingeva sempre più avanti nella crudeltà, a cui
naturalmente tendeva, e che fu il suo cattivo genio [#]_.
Costui lo aizzava contro Giuliano, in cui vedeva un
temibile successore all'impero. Provava per lui quell'odio
che le anime basse hanno naturalmente per
gli uomini generosi e forti. Eusebio rappresentava
la corruzione e il vizio regnanti nella Corte; Giuliano
l'onesta semplicità e la rettitudine dello studioso,
vissuto, lungi dagli intrighi, nell'ambiente puro di
aspirazioni ideali. Eusebio doveva guardare l'avvicinarsi
di Giuliano come il principio della sua rovina.
Egli, pertanto, non cessava dal versar veleno nell'animo
del credulo e perverso Costanzo. Se non fosse
stata la salutare azione dell'imperatrice, Giuliano
non sarebbe scampato ai sospetti del cugino. Certo,
quei sospetti tacquero, per un istante, sotto la minaccia
crescente delle invasioni germaniche, e Costanzo
si lasciò persuadere dalla moglie a mandare il cugino
in Gallia. E vogliamo anche ammettere che, sulle
prime, fosse in buona fede, poichè, dopo tutto, ciò
che più importava pel momento era di metter freno
all'irrompere dei nemici. Ma i sospetti dovevano riaccendersi
pei successi ottenuti da Giuliano e per la
gloria che a lui ne veniva. E ripresero forza le influenze
malvage che attorniavano l'imperatore, influenze
che, scomparsa per morte la bella Eusebia,
[pg!75]
non avevano più ritegno. A me non par dubbio
che l'ordine improvviso e sconsigliato con cui Costanzo,
d'un tratto, chiamava in Oriente la parte
migliore dell'esercito di Gallia fosse ispirato dal desiderio
di mandar Giuliano a perdizione. Certo, la
posizione di Costanzo, in Oriente, dopo la caduta
d'Amida era scabrosa [#]_, e la Mesopotamia correva
pericolo di essere interamente invasa dai Persiani.
Ma non erano i soldati che mancavano a Costanzo,
mancava una saggia direzione della guerra, direzione
resa impossibile dalle insinuazioni calunniatrici degli
eunuchi che circondavano l'imperatore, dei quali Ammiano
ci fa una così curiosa pittura [#]_. In ogni
modo, se Giuliano era riuscito, col suo valore, a rigettare
i Germani al di là del Reno ed a ridare la pace
alla Gallia, la sua posizione rimaneva pur sempre
pericolosa, e non era dubbio che, lasciata la Gallia
non sufficientemente difesa, le invasioni sarebbero ricominciate [#]_.
Costanzo, lasciando il Cesare indebolito
davanti al pericolo risorgente, voleva ch'egli pure
avesse la sua parte della vergogna di cui la caduta
di Amida lo aveva coperto in Oriente.

.. [#] *Iulian.*, 362, 8 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 269, 6 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 198, 5 sg.

.. [#] *Idem*, I, 153, 20 sg.

.. [#] *Idem*, I, 217, 20 sg.

Ma la considerazione più forte è che Giuliano, se
non fosse stata evidente l'intenzione ostile dell'imperatore
contro di lui, non si sarebbe ribellato, perchè
non avrebbe avuto nessun interesse a farlo. In posizione
eminente, unico rampollo della famiglia di Costantino,
giovanissimo, pieno di gloria, adorato dai
soldati, Giuliano non aveva che da aspettare. Costanzo,
[pg!76]
più vecchio di lui di quindici anni, non aveva
figli. L'impero gli sarebbe caduto nelle mani naturalmente,
mentre la ribellione lo esponeva ai pericoli di
una guerra civile, la quale assai probabilmente sarebbe
finita con la sua catastrofe. Pare, pertanto, non
possa esser dubbio che Giuliano sia stato trascinato
alla ribellione dalla necessità della propria salvezza.
Piuttosto che abbandonarsi alla sorte che gli pendeva
sul capo, decise di affrontare il pericolo. Può darsi
che, nei preparativi della ribellione, egli abbia avuto
una parte maggiore di quella che vorrebbe far credere.
Ma sarebbe ingiustizia il farne risalire a lui la responsabilità.

Di ciò io sono tanto convinto che non esito a credere
nella sincerità dei tentativi di accordi e di transazione
da lui fatti con Costanzo, onde evitare la
guerra civile. Era troppo grande il rischio, troppo incerta
la sorte di un urto fra i due rivali, perchè Giuliano,
nella temperanza e nella chiarezza del suo giudizio,
non dovesse cercare ogni mezzo per evitarlo. E
che egli lo facesse, con accettabile larghezza di proposte,
lo dimostra Ammiano e lo confermano le parole
stesse di Giuliano.

Ammiano ci dà il testo della lettera che Giuliano
scrisse a Costanzo per dargli notizia degli avvenimenti
e proporgli condizioni accettabili. Le condizioni
erano queste. — Costanzo doveva riconoscere e sanzionare
quanto era avvenuto; Giuliano si obbligava
a mandargli ogni anno degli aiuti d'uomini e di cavalli.
Costanzo avrebbe nominato il Prefetto del pretorio,
come a dire il primo ministro della Gallia, ma
tutti gli altri impiegati militari e civili sarebbero stati
nominati da Giuliano. Nel finire la sua lettera, Giuliano
dimostra l'inopportunità ed il pericolo del disegno di
[pg!77]
portare in Oriente le truppe galliche, abituate ai loro
paesi ed ancor necessarie alla difesa della Gallia stessa,
ed esprime la speranza che la concordia dei due principi
giovi alla loro gloria ed alla salute dell'impero [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 215, 10 sg.

I due messi di Giuliano, Pentadio ed il fidato Euterio,
raggiungono Costanzo a Mazaca, città della
Cappadocia, occupato nei preparativi della guerra persiana.
Avuta comunicazione, in udienza solenne, della
lettera di Giuliano, Costanzo si accende di terribile
sdegno, e scaccia gli ambasciatori non volendo nè
chiedere nè udir nulla. E manda, come suo ambasciatore
a Giuliano, il questore Leona con una lettera, in
cui gli ingiunge di contenersi nei limiti della concessa
autorità di Cesare, e, in prova della sua risoluzione
di non cedere nulla dei suoi diritti, gli presenta un
lungo elenco di nuove nomine ai diversi uffici del governo
della Gallia [#]_. Giuliano, che egregiamente sapeva
rappresentare la sua parte di pretendente e di
ribelle, riunisce, nel campo militare, i soldati e i cittadini
e fa leggere l'editto di Costanzo. Giunta la lettura
al punto in cui era detto che a Giuliano doveva
bastare l'autorità di Cesare, un immenso e terribile
clamore s'innalza d'ogni parte, e gridano tutti, soldati
e cittadini: — Giuliano Augusto come lo vogliono
la Provincia, l'esercito e la repubblica! — Leona se
ne parte vedendo la posizione disperata. Giuliano, in
relazione alle condizioni da lui stesso offerte, accetta
Nebridio come prefetto del pretorio. Ma cancella tutte
le altre nomine di Costanzo, e sceglie, di sua autorità,
gli impiegati degli altri uffici [#]_.

.. [#] *Idem*, I, 219, 15 sg.

.. [#] *Idem*, I, 219, 29 sg.

[pg!78]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

L'instancabile Giuliano non riposa nella nuova e
suprema dignità di cui è rivestito. Prima che ricominci
l'inverno, ripassa il Reno e conduce una rapidissima
e fortunata campagna contro alcune tribù di
Franchi, e poi, disposte le opportune difese, va a
svernare a Vienna.

Nell'inverno dal 360 al 361, Giuliano è ancora incerto
di prendere l'iniziativa della guerra contro Costanzo.
Intanto egli celebra, con grande pompa, il
quinto anniversario del suo governo nella Gallia, e
si mostra al popolo ed ai soldati, cinto il capo di un
diadema splendido di gemme. Se non che, in mezzo
a questi festeggiamenti, lo coglie una grave sciagura,
la morte della moglie Elena, avvenuta, per effetto di
un lento veleno, propinatole, al dire di Ammiano [#]_,
tre anni prima, in Roma, dalla gelosa Eusebia, non
tanto, narra lo storico, per ucciderla, quanto per impedirle
di mai aver figli. Terribile accusa la quale
rischiara di fosca luce il dramma d'amore che pare
segretamente intessuto nella burrascosa esistenza del
filosofo imperiale [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 94, 13 sg.

.. [#] Il mistero della morte di Elena fu, dai nemici di Giuliano,
   adoperato contro la sua memoria, allora che il vilipenderla divenne
   un titolo di onore e di favori. Noi sappiamo da Libanio
   come un certo Elpidio, il quale aveva cercato di creare imbarazzi
   a Giuliano quando era nella Gallia, e di sollevargli contro l'esercito
   (*Liban.*, II, 321, 10 sg.), spargesse la calunnia che Elena
   fosse stata avvelenata da un medico del seguito di Giuliano, per
   volere di Giuliano stesso. Libanio insorge, con tutta la forza della
   sua onesta affezione, contro la stolta menzogna, e, siccome se
   ne faceva propagatore, in Antiochia, un suo amico e discepolo,
   Policleto, egli rompe ogni relazione con lui, e non lo riceve più
   in casa sua (*Liban.*, II, 316 sg.). A questo Policleto dirige un
   discorso per dimostrargli la stoltezza dell'accusa e l'indegnità del
   calunniatore Elpidio, uomo spregevole per ogni rispetto, che
   aveva tentato di tradire Giuliano, e da lui era stato perdonato.

[pg!79]

A troncare l'incertezza e la preoccupazione di Giuliano,
sorge un fatto nuovo, pel quale egli acquista
la convinzione di trovarsi esposto al più grave pericolo.
Scopre che Costanzo congiurava, a suo danno,
coi re barbari, così che, se non pigliava pel primo le
mosse, quando ancor gli accordi non erano maturi,
avrebbe finito per trovarsi circondato da ogni parte,
e costretto a combattere insieme gli eserciti germanici
e l'esercito di Costanzo, coalizzati contro di lui. Egli
aveva potuto impadronirsi della corrispondenza fra
Costanzo ed il re Vadomario, e, con un tranello, era
anche riuscito a far prigioniero quel re ed a sventare
la trama [#]_. «Costanzo — scrive Giuliano agli Ateniesi — istigava
i barbari contro di me, mi chiamava
suo nemico, e li pagava affinchè devastassero
la Gallia. Scriveva ai suoi luogotenenti in Italia di
guardarsi da coloro che venivano dalla Gallia, e
comandava che si raccogliessero, nelle città vicine
ai confini della Gallia, trecento miriadi di medimmi
di grano, ed altrettanto ne faceva preparare nelle
Alpi Cozie, come se volesse marciare contro di me.
Queste non son parole, son fatti constatati. Io ebbi
in mano, portate dai barbari stessi, le lettere ch'egli
scriveva, e mi impadronii delle preparate provviste» [#]_.
È vero, continua Giuliano, che Costanzo mandava a
[pg!80]
lui il vescovo Epitteto a promettergli la vita salva e
sicura. Ma non faceva parola di accordo e di riconoscimento
dei fatti compiuti. E, quanto ai giuramenti
di Costanzo, questi erano per Giuliano tanto labili
come se scritti sulla cenere. D'altra parte, conclude
Giuliano «se, per voler rimanere nella Gallia e per
evitare il pericolo, io mi fossi trovato chiuso d'ogni
parte, circondato dagli eserciti barbari e preso di
fronte dai suoi, io era perduto, e perduto con vergogna,
ciò che, pei saggi, è ancor peggio di qualsiasi
sciagura» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 234, 18 sg.

.. [#] *Iulian.*, 367, 27 sg.

.. [#] *Iulian.*, 369, 20 sg.

Forse, nell'accusa che Giuliano muove a Costanzo
di stringere segretamente accordi coi barbari a suo
danno, c'è un po' d'esagerazione. Stando al racconto
d'Ammiano, tutto si riduce all'episodio di Vadomario,
e la corrispondenza fra Costanzo ed i re barbari che
Giuliano dice d'aver avuto in sua mano sarebbe rappresentata
dalla sola lettera di Vadomario, che pur
parrebbe, a quanto ne riferisce Ammiano, di non
grande importanza. È vero che anche Libanio [#]_ dà
molto peso all'episodio e vi vede l'indizio di una
vasta congiura. Ma Libanio, sempre interessante come
pittore d'ambiente, non merita gran fede come narratore
di fatti, perchè la retorica, troppo spesso, gli
prende la mano. Certo, è probabile che Costanzo non
rifuggisse dall'idea di avere, in qualche barbaro, un
alleato contro l'aborrito cugino, e più probabile ancora
che l'astuto Vadomario corresse incontro al desiderio
dell'imperatore. Ma è lecito credere, senza fare
un gran torto al nostro eroe, che, nelle sue relazioni
[pg!81]
posteriori, ingrandisse di molto le cose, onde trovarvi
la giustificazione della propria condotta. Se, del resto,
Costanzo non aveva ancora compiuto quel delitto di
lesa patria, egli aveva tutta la capacità del delinquere.
E Giuliano ben lo sapeva.

.. [#] *Liban.*, I, 558, 1 sg.

Durante questi mesi di incertezza, passati a
Vienna, Giuliano tenne una condotta religiosa che gli
è attribuita a colpa grave, come un atto di pretta
impostura. Egli era ancora esitante sul momento opportuno
di accendere la guerra civile, ma la riteneva
ormai inevitabile. Era, dunque, naturale che cercasse
di avere, intorno a sè, il maggior numero di fautori,
di non crearsi dei nemici che lo disturbassero
nella preparazione dell'impresa. Ora, Giuliano, come
noi sappiamo, era, già da tempo, convertito al Paganesimo.
Per quanto, per ragioni di prudenza, tenesse
celata la cosa, pure se ne buccinava intorno,
e gli amici dell'antico ne traevano argomento di compiacenza
e di speranza. Ma, nelle circostanze difficili
in cui si trovava, Giuliano non voleva inimicarsi i Cristiani
i quali, probabilmente, già sussurravano contro
di lui e ne temevano la vittoria. Ed egli credette necessario
di dar loro una soddisfazione che disarmasse
il sospetto. Nel giorno dell'Epifania, solennemente
festeggiato dai Cristiani di Vienna, Giuliano entrò nel
loro tempio e fece atto pubblico di preghiera al dio
cristiano: «\ *feriarum die, quem celebrantes, mense Januario,
Christiani Epiphania dictitant, progressus in
eorum ecclesiam, solemniter numine orato, discessit*» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 233, 12 sg.

Non si può negare che, in quel momento, la ragione
di Stato fosse prevalente, nell'animo di Giuliano,
[pg!82]
sulla voce della coscienza. E non c'è dubbio
che, dal punto di vista religioso, quell'azione sia stata
riprovevole. Giuliano non era solo un politico, era un
filosofo, un pensatore. La sua coscienza di pensatore
e di filosofo doveva protestare contro la transazione.
Ma, talvolta, nella vita, le contraddizioni s'impongono
e diventa impossibile il sottrarvisi; in quel momento
supremo della vita di Giuliano, l'imperatore ed il filosofo
venivano ad urtarsi, e la forza delle cose voleva
che l'imperatore facesse tacere il filosofo.

.. _`Guerra Civile`:

Ma questo filosofo, se si può usare tale parola per
un mistico entusiasta, riprendeva, nel secreto, la rivincita.
Giunto l'istante della risoluzione suprema,
Giuliano, prima di riunire i soldati onde annunciar
loro la sua partenza per l'Oriente e la guerra dichiarata
contro Costanzo, fa segretamente un sacrifizio
a Bellona [#]_. Poi, sentendosi come consacrato
e sicuro per l'arrischiata impresa, si presenta all'esercito.
Espone il piano di attraversare l'Illiria e di giungere
nella Dacia, mentre quelle regioni erano sprovviste
di difesa. Là prenderà consiglio su quanto converrà
di fare. Chiede ai soldati di serbarsi fedeli a
lui che già li ha condotti a tante vittorie. Il discorso
di Giuliano è accolto con immenso applauso [#]_; i soldati,
brandendo le spade, giurano solennemente di esser
pronti a dar la vita per lui. E, dietro i soldati, tutti i
capi e tutti gli impiegati. Il solo Nebridio non volle seguirlo,
dichiarandosi troppo legato a Costanzo da antichi
benefici ricevuti. Giuliano salva dall'ira dei soldati
l'onesto *legittimista*, ma, quando, rientrato nella reggia,
[pg!83]
lo vede venirgli incontro e chiedergli che, in segno
di benevolenza, conceda a lui di stringergli la destra,
gliela rifiuta, con un'ironia, non priva d'amarezza,
dicendo: — «Credi tu, forse, di poter esser salvato ai
tuoi amici a cui tanto premi, se si saprà che tu hai
toccata la mia mano? Vattene da qui, e dove vuoi,
sicuro» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 286, 19 sg. — *Iulian.*, 369, 1 sg.

.. [#] *Idem*, I, 238, 12 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 239, 1 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Giuliano sul Danubio`:

Risoluta l'impresa contro Costanzo, Giuliano l'eseguisce
con una rapidità fulminea e con un'audacia
che rivela quale mirabile uomo d'azione diventasse
all'occorrenza questo meditabondo sognatore. Non
lascia indifesa la Gallia, e la consegna, col grosso
dell'esercito, alle mani fidate ed abili di Sallustio. Poi,
volendo far credere che si avanzasse sopra Costantinopoli
con forze immense, divide i suoi soldati in
tre squadre, di cui l'una, sotto il comando dei generali
Giovino e Giovio, doveva attraversar l'Italia settentrionale;
l'altra, guidata da Nevitta, passar per la Rezia;
egli poi, con un manipolo fidato, toccata Basilea, per
la selva nera, giungeva alla riva del Danubio [#]_. La
percorreva, finchè, trovato navigabile il fiume, continuava
su di esso il suo viaggio, non fermandosi in
nessuna città o accampamento, perchè a lui ed alla
piccola sua truppa bastavano le provviste che portavano
con sè. Intanto, nell'Italia e nell'Illiria, si spargeva
la fama che Giuliano, annientati i nemici di
Gallia e di Germania, si avanzava con poderoso esercito,
e questa voce bastava a gittar lo sgomento e
[pg!84]
la confusione, ed a far fuggire dalle loro sedi, in
quelle regioni, due dei più alti funzionari di Costanzo,
già compromessi davanti a Giuliano, cioè, il noto Florenzio
e Tauro che aveva tenuto mano agli accordi
di Costanzo coi re barbari [#]_.

.. [#] *Idem*, I, 243, 23 sg.

.. [#] *Iulian.*, 268, 10.

Libanio narra come Costanzo, non ammettendo
nessuna possibile conciliazione, munisse tutte le vie
per le quali Giuliano poteva venire dalla Gallia in
Oriente. «Ma questi, lasciando che i suoi nemici custodissero
le vie comuni, ne percorse una, insolita e
breve, e piena di ostacoli, come se Apollo lo guidasse
e gli appianasse i passi difficili. Così, sfuggito
a coloro che dovevano fermarlo, al momento opportuno,
apparve, quasi sorgendo dall'abisso, simile ad
un pesce, scampato dalla rete, che si nasconde sotto
le onde del mare, non visto da quelli che stanno
sul lido» [#]_. Altrove il retore esprime tutta la meraviglia
dei contemporanei per l'audace novità della
via, scelta da Giuliano. «Che dobbiamo — egli esclama — ammirar
di più? O la tua vigilanza, o il valore
dei seguaci, o la nuova via, per la quale, navigando
quasi sempre, mentre ti si aspettava per terra, desti
segno del movimento a cosa compiuta, o la navigazione
attraverso genti barbariche, o la bellezza dei
doni che ti portavano sulle sponde del fiume, onde
la tua flotta, navigando, si avvicinasse, a loro? Io
amo il Danubio, che a me par più bello del bell'Enipeo,
più utile del fecondo Nilo, perchè ha sostenuto,
sulle sue onde propizie, le navi che portavano
al mondo la libertà» [#]_.

.. [#] *Liban.*, I, 388, 8 sg.

.. [#] *Idem*, I, 417, 2 sg.

[pg!85]

Sul basso Danubio, a Sirmio, la capitale della provincia,
trovavasi Lucilliano, il quale, raccolti, in fretta
e in furia, dalle città vicine, i pochi soldati che poteva,
pensava di resistere all'inaspettato invasore. Ma
Giuliano, giunto a Bononea, l'attuale Bonistar, vicina
a Sirmio, nell'oscurità della notte, scende a terra, e
manda Dagalaifo a sorprendere Lucilliano. Il colpo
riesce completamente, e Lucilliano è condotto al cospetto
di Giuliano. Il generale di Costanzo è stupefatto
e tremante, ma Giuliano cortesemente gli presenta
a baciare la porpora imperiale. E Lucilliano,
rassicurato ed inorgoglito: — È impresa — esclama — incauta
e temeraria, o imperatore, arrischiarti con pochi
in estranee regioni! — E a lui Giuliano con amaro
sorriso: — Serba, risponde, per Costanzo queste parole
di prudenza. Io ti ho sporta l'insegna della mia
maestà non già perchè voglia i tuoi consigli, ma perchè
tu finisca d'aver paura — [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 244, 8 sg.

Nella notte stessa, Giuliano si avanza verso Sirmio.
Ed ecco i cittadini tutti e i soldati gli escono incontro
con fiaccole e fiori, gridandolo Augusto e conducendolo
alla reggia. Lieto di questo primo e grande successo,
Giuliano, facendo uno strappo alla sua severità,
offre al popolo uno spettacolo di corse. Ma, al terzo
giorno, impaziente di riposo e di indugio, corre ad
occupare il passo di Succi, nei Balcani, ond'essere
padrone della strada di Costantinopoli, e lo consegna
alla difesa del fido Nevitta. Ridisceso a Nissa, provvede
all'amministrazione della seconda Pannonia, che
ormai è in suo potere, chiamando a reggerla lo storico
Aurelio Vittore, e manda un manifesto al Senato
[pg!86]
di Roma, onde accusare Costanzo, annunciare e giustificare
la sua assunzione all'impero [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 246, 10 sg.

Intanto la posizione militare di Giuliano diventava
inquietante. Egli aveva trovate, a Sirmio, due legioni
della cui fedeltà verso di lui non era sicuro. Ed egli
ebbe il pensiero di liberarsene, mandandole in Gallia.
Ma quelle legioni non gradivano punto la nuova destinazione
e non la gradiva nemmeno il loro capo Nigrino,
natio della Mesopotamia. Esse partirono da
Sirmio, ma, giunte ad Aquileja, chiusero le porte della
città e si dichiararono, d'accordo con gli abitanti, partigiane
di Costanzo [#]_. Aquileja era città fortissima,
il cui assedio avrebbe voluto gran tempo. Giuliano
ordina a Giovino, che arrivava dall'Italia col grosso
delle truppe, di fermarsi intorno ad Aquileja e di
stornare, in qualche modo, il pericolo. Ma, intanto,
si oscurava l'orizzonte nella Tracia stessa. Le truppe
di Costanzo si riordinavano, e si avvicinavano al
passo di Succi, sotto la condotta di Marziano. Se Costanzo
arrivava dall'Oriente, prima che Giuliano avesse
avuto vittoria degli eserciti vicini, quest'ultimo era
perduto. Per verità Libanio non dubita che, anche nel
caso di una battaglia fra i due cugini, la vittoria
sarebbe stata per Giuliano. «Se anche si fosse dovuta
risolvere la lite col ferro, lo scioglimento non sarebbe
stato diverso. Solo sarebbe corso il sangue, ma
poco e vile. Poichè, all'infuori di poche schiere, guadagnate
da Costanzo, tutti i soldati vivevano per
te, e pareva che a te corressero per esser da te ordinati
e condotti» [#]_. Ma Giuliano non partecipava
[pg!87]
affatto a tale sicurezza, probabilmente ispirata a Libanio
dall'adulazione ed anche dall'affetto pel vincitore.
Giuliano, anzi, sentiva la gravità estrema della
sua posizione. Risolve d'abbandonare, pel momento,
l'espugnazione di Aquileja a cui penserà più tardi,
e chiama presso di sè l'esercito indugiante nell'Illiria,
esercito fedele e provato nelle ardue _`campagne` barbariche.
Con un'attività veramente geniale di capitano
e di organizzatore [#]_, si prepara ad una guerra
disperata, quando un improvviso avvenimento disperde
la tempesta, e lo solleva, d'un colpo e senza contrasto,
al sommo della fortuna.

.. [#] *Idem*, I, 247, 12 sg.

.. [#] *Liban.*, I, 415, 18 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 252, 15 sg.

Mentre Giuliano si avvicinava come usurpatore a
Costantinopoli, Costanzo trovavasi ad Edessa, impigliato
nella guerra contro i Persiani. Ad Edessa arrivava
l'annuncio che Giuliano, rapidamente percorsa
l'Italia e l'Illiria, aveva già occupato il passo di Succi
e stava per invadere la Tracia. Lo stupore ed il furore
si alternano nell'animo di Costanzo, ma egli non
era uomo di perdersi di coraggio nelle discordie domestiche
e civili. Raccoglie l'esercito, espone il tradimento
di Giuliano e lo invita a punire il ribelle [#]_.
L'esercito lo acclama, ed egli, composte pel momento,
come meglio poteva, le difficoltà persiane, manda
avanti, con buon nerbo di truppe, i due generali Arbizione
e Gomoario, quest'ultimo nemico personale
di Giuliano, col proposito di seguirli da presso. Infatti
va ad Antiochia, ed impaziente d'ogni indugio, insofferente
di riposo, turbato da oscuri presentimenti,
riparte tosto per Tarso. Le fatiche, l'ira, l'emozione
[pg!88]
lo avevano scosso. A Tarso è colto da lieve febbre.
Ma egli afferma che il moto deve giovargli, e va avanti
e giunge, per via faticosa, a Mopsucrene, al confine
della Cilicia. Ne vuol ripartire il giorno dopo, ma non
può per la violenza della febbre, e, in breve, muore,
designando, si narra, col solo atto generoso di tutta
la sua vita, successore suo il cugino, il ribelle Giuliano.
Appena spirato Costanzo, si riuniscono i capi
dell'esercito, e risolvono di mandare a Giuliano due
ambasciatori, Teolaifo ed Aligildo, i quali, in nome
dell'esercito stesso, lo invitassero ad assumere, senza
indugio, la signoria di tutto l'impero [#]_.

.. [#] *Idem*, I, 255, 13 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 258, 13.

Giuliano, avuta l'inattesa ambasciata, *in immensum
elatus*, come dice Ammiano, non pone tempo in
mezzo, e muove, con tutti i suoi soldati e con seguito
di gente innumerevole, verso Costantinopoli.
Era una letizia, un trionfo non mai veduto. Sembrava
la processione di un dio. Il passaggio dalle ansie di
una guerra terribile, combattuta per l'impero, alla
pacifica consacrazione col consenso di tutti, era stato
tanto rapido da parere un miracolo. «Quando, narra
Ammiano, si seppe, a Costantinopoli, del suo prossimo
arrivo, uscì ad incontrarlo il popolo tutto, senza
distinzione di sesso e di età, quasi credesse di vedere
un'apparizione celeste. Ricevuto, alle Idi di
dicembre, fra i devoti omaggi del Senato e gli applausi
delle turbe popolari, in mezzo a schiere d'armati
e di togati, Giuliano procedeva fra una moltitudine
ordinata, e tutti gli occhi si volgevano a lui, non
solo per curiosità, ma con grande ammirazione. Sembrava,
infatti, un sogno che questo giovane, di figura
[pg!89]
esigua, già illustre per eroiche imprese, dopo lotte
sanguinose con re e con popoli, passando, con non
mai vista prestezza, da città in città, dovunque arrivava,
avesse facile dominio e pronta adesione d'uomini
e di cose, e, finalmente, ad un cenno divino,
assumesse l'impero senza nessuna jattura della pubblica
fortuna» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 266, 23 sg.

Chi mai avrebbe detto che quel sogno, in meno
di due anni, sarebbe scomparso, e che questo giovane,
a cui pareva si aprisse un avvenire fecondo di gloria
e di fortuna, sarebbe, in men di due anni, perito, non
lasciando di sè altro ricordo se non quello di aver
miseramente sciupate le sue forze e le sue doti meravigliose
in un folle tentativo di restaurazione religiosa!

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Giuliano imperatore a Costantinopoli`:

Giuliano, entrato trionfante a Costantinopoli, volle,
per prima cosa, purificare l'ambiente politico e morale.
Ma qui egli non ebbe la mano felice, o, almeno, non
si mostrò immune dalle abitudini del suo tempo. Si
lasciò trasportare dal sentimento della vendetta e sanzionò
le condanne pronunciate da una commissione
inquirente, da lui nominata, per giudicare gli uomini
più influenti del regno di Costanzo, nei quali egli sapeva
o supponeva d'aver avuto dei nemici personali.
L'onesto Ammiano deplora acerbamente alcune di
queste condanne, e ne dà colpa principale ad Arbizione,
generale di Costanzo, uomo infido e perverso,
che Giuliano aveva avuto il torto di chiamare presso
[pg!90]
di sè e che, con gli eccessi del rigore e coll'acuire i
rancori di Giuliano, cercava di guadagnarsi la grazia
del nuovo padrone. Questo triste episodio è una macchia
della carriera di Giuliano. Però, siccome i denigratori
di Giuliano prendono da ciò argomento ad
oscurarne la fama, osserveremo, in primo luogo, che
Giuliano, per quanto uomo superiore, pure apparteneva
al suo tempo, e, se anche noi vorremmo vederlo
più generoso, non possiamo dimenticare che, venuto
dopo imperatori crudelissimi come Costantino e Costanzo,
egli, in un momento solo e in minima parte,
ne ha seguito l'esempio. Delle cinque condanne a
morte da lui sanzionate, tre, quelle di Apodemio,
di Paolo e dell'eunuco Eusebio, sono approvate anche
da Ammiano, tanti e tali erano stati i delitti di quei
cortigiani di Costanzo. La condanna di Palladio non
appare sufficientemente giustificata, e veramente riprovevole,
secondo Ammiano, fu quella di Ursulo,
ufficiale preposto alle elargizioni imperiali, che, per la
sua parsimonia, era caduto in odio dell'esercito, durante
le campagne persiane di Costanzo [#]_. Certamente,
Ursulo fu vittima di una vendetta di Arbizione,
e Giuliano, con colpevole debolezza, non ha
avuto il coraggio di salvarlo. E ne sentì rimorso, e
cercò di rovesciare la responsabilità dell'ingiustizia
commessa sugli infrenabili risentimenti militari [#]_,
e, come narra Libanio [#]_, ne risarcì la memoria, col
lasciare alla figlia una gran parte dei beni paterni.
All'infuori di queste, non vi furono altre condanne
[pg!91]
a morte. Quei molti nemici che non avevano cessato
di scagliare contro di lui accuse e calunnie furono
condannati semplicemente all'esiglio, ciò che dà occasione
a Libanio di esaltare la clemenza di Giuliano
che li ha risparmiati e si è accontentato di mandarli
a vivere nelle isole, dove «aggirandosi solitari avranno
imparato a trattenere la lingua» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 222, 5 sg.

.. [#] *Idem*, I, 268, 21.

.. [#] *Liban.*, I, 573 sg.

.. [#] *Liban.*, I, 573, 10 sg.

Ma, se tali rappresaglie, per quanto giustificate,
in parte dai costumi del tempo, e in parte anche dagli
spiegabili risentimenti di Giuliano, così ferocemente
combattuto in tutta la sua vita, non son certo a lodarsi,
e se decisamente riprovevole fu la condanna di
Ursulo, pare, invece, degna di encomio la prontezza
con cui ha ripulito la Corte di Costantinopoli delle
turbe di parassiti che vi vivevano con lauti stipendi
ed ammucchiavano ricchezze scelleratamente guadagnate [#]_.
Ammiano, che non risparmia i rimproveri
al suo eroe, osserva che è stato troppo precipitoso in
quest'opera di risanamento e che non ha mostrato lo
spirito indagatore e prudente del filosofo. Ma la pittura
ch'egli fa della corruzione della Corte di Costanzo può
giustificare la radicale epurazione compiuta da Giuliano.
Tale epurazione è considerata da Libanio come
uno degli atti più lodevoli di Giuliano. La descrizione
che il retore d'Antiochia tratteggia della Corte di
Costanzo è ancor più spaventosa di quella di Ammiano.
«Vi si vedeva una folla oziosa, sfacciatamente
mantenuta, mille cuochi, in numero non minore i
barbieri, ancor più numerosi i coppieri, sciami di
scalchi, di eunuchi, più fitti delle mosche sugli armenti
[pg!92]
in primavera, e innumerevoli vespe d'ogni specie.
E ciò s'intende, perchè per gli oziosi e pei ghiottoni
non v'era rifugio tanto sicuro come l'esser iscritti
fra i servitori dell'imperatore» [#]_. E tutta questa
turba viveva e prosperava di prepotenze e di eccessi [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 269, 13 sg.

.. [#] *Liban.*, I, 565, 12 sg.

.. [#] Socrate, lo storico ecclesiastico, parlando dell'epurazione
   fatta da Giuliano coll'espellere dalla reggia le turbe di cuochi,
   di barbieri, di eunuchi, di parassiti d'ogni genere, nota come
   pochi lodassero tali atti del giovane imperatore, mentre i più
   li biasimavano, perchè col diminuire la magnificenza della reggia,
   diminuiva insieme il prestigio dell'impero, ed aggiunge un'acuta
   osservazione; un imperatore, egli dice, può fare il filosofo, però
   con temperanza e misura, ma il filosofo che vuole far l'imperatore,
   passa il segno e cade negli spropositi. (*Socrat.* 139).

Finalmente Giuliano potè dare esecuzione al voto
più ardente del suo cuore, a quel voto che era il segreto
movente d'ogni sua azione. «Venuto il tempo
di far ciò che voleva, rivelò gli arcani del suo petto,
e, con decreto esplicito ed assoluto, stabilì che si
aprissero i templi, che si presentassero le vittime
agli altari, e si restaurasse il culto degli dei. E, per
rendere più efficaci queste disposizioni, chiamava
alla reggia i vescovi dissidenti dei Cristiani, con le
loro plebi, e cortesemente li ammoniva che, sopite
le discordie, ognuno, senza paura, servisse la propria
religione. Giuliano ciò faceva nella convinzione che
la licenza avrebbe aumentate le discordie, e così egli
non avrebbe avuto, più tardi, a temere una plebe unanime
contro di lui. Sapeva, per esperienza, che non vi
sono belve tanto feroci contro gli uomini, quanto
lo sono i Cristiani fra di loro» [#]_. Ritorneremo, più
[pg!93]
avanti, su questo atto tanto curioso per un imperatore
che voleva restaurare il paganesimo. Ora, seguiamolo
nella sua vita politica.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 271, 4 sg.

Con la sua mirabile attività, Giuliano, nei mesi di
sua dimora a Costantinopoli, attendeva all'amministrazione
della giustizia e non trascurava le cose militari,
munendo di opportune difese e di validi presidii
il corso del Danubio, contro i possibili attacchi dei
Goti. Lo consigliavano alcuni a tentare un'impresa
contro questi barbari, così da debellarli per sempre.
Ma egli diceva di voler nemici migliori, ed era, come
or vedremo, guidato da un pregiudizio che lo doveva
condurre alla rovina.

Intanto la fama della sua potenza e della sua saggezza
si spandeva per tutto il mondo, ed a lui giungevano
ambascerie dalle più lontane regioni, dall'India
e dal misterioso Oriente, dal Settentrione e dalle regioni
del Sole apportatrici di omaggi e doni, chiedenti
pace ed amicizia [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 273, 11 sg.

Ma Giuliano non era uomo da vivere contento e
tranquillo in una così grande fortuna. Egli sognava
ardue imprese e gloria. Erano, come già vedemmo,
due uomini in lui, il pensatore e l'uomo d'azione, i
quali portavano, nell'esercizio delle loro facoltà, la
medesima irrequietudine e la medesima intensità di
vita. Il pensiero di risollevare l'Ellenismo, oggetto del
suo più vivo affetto, non bastava a riempire la sua
esistenza. Il soldato, il capitano volevano la loro parte,
e lo spingevano a qualche grande impresa. Ora, Giuliano
era uomo del suo tempo, e partecipava alle antiche
tradizioni del mondo greco-romano, ed a quel
pregiudizio che, insieme al bisogno di fuggire dalla
[pg!94]
città che gli ricordava i suoi delitti [#]_, aveva indotto
Costantino a trasportare la capitale dell'impero
da Roma a Bisanzio, il pregiudizio che il centro di
gravità del mondo civile fosse l'Oriente, per cui lì
si richiedevano le maggiori difese, lì era il maggior
pericolo, lì doveva conservarsi e salvarsi la civiltà.
Le invasioni e i tumulti barbarici, che costringevano
gli eserciti imperiali a lotte continue al nord
delle Alpi e lungo le rive del Reno e del Danubio,
non erano che episodi gravi talvolta, ma che pareva
non avrebbero mai compromessa la compagine dell'impero.
Giuliano, che pur aveva combattuto, per
cinque anni, corpo a corpo, coi Germani, non aveva,
neppur lui, misurata la grandezza del pericolo, non
aveva presentita la vicina rivoluzione del mondo. Nutrito,
fino al midollo, di coltura ellenica, riviveva nel
tempo in cui la Grecia aveva salvata la civiltà occidentale,
resistendo con immortale eroismo alle armate
di Dario e di Serse. L'idea di rinnovare quelle
lotte gloriose e di sconfiggere la potenza persiana, che
riappariva minacciosa, aveva per lui un'irresistibile
attrattiva. Eppure, egli era vittima di un'illusione.
La Persia era una forza pressochè esaurita, e che,
in ogni modo, sarebbe stata sempre incapace di porre
a serio repentaglio la sicurezza dell'impero. Ben
altro era il pericolo barbarico. Un imperatore di genio
avrebbe dovuto cercare di andar alla radice del male,
togliendo l'impero alla minaccia di invasioni distruggitrici.
Se Giuliano, seguendo l'illuminato consiglio
che dalla Gallia gli mandava il fido Sallustio [#]_,
avesse lasciato in pace i Persiani, e poi, passando il
[pg!95]
Danubio, avesse radicalmente domati i Goti, e collocato,
nel centro della Pannonia, un organismo di
civiltà e di colonizzazione che impedisse il movimento
delle orde orientali sui popoli germanici e il
conseguente spostamento di questi dalle loro sedi,
egli avrebbe, forse, davvero salvata la civiltà. Oppure,
avrebbe potuto ritornare nella sua Gallia, e,
padrone assoluto di tutte le forze dell'impero, far
di questa un punto di partenza, per l'invasione e
la soggezione della Germania, promuovendo a rovescio,
cioè, verso la Persia e verso l'India, il movimento
di emigrazione che riuscì fatale all'impero
ed alla civiltà. Ma Giuliano non vedeva, non pensava
che la Persia. Nel 337 il re Shapur o Sapore, come
lo chiama Ammiano, aveva presa l'iniziativa della
guerra contro l'impero, e Costanzo, durante il suo
regno, era stato continuamente afflitto da quella
preoccupazione, perchè la guerra si trascinava malamente,
senza mai venire ad una definitiva conclusione.
Quando Giuliano, apertamente ribelle, mosse contro
il cugino, questi, come sappiamo, potè volgersi contro
di lui, perchè esisteva col re Sapore una tregua, se
non per accordo stabilito, almeno per tacita intesa.
Ma le cose eran rimaste in una condizione di incertezza
da giustificare, nell'apparenza, l'impresa che
Giuliano desiderava di compiere. La campagna infelice,
condotta da Costanzo contro i Persiani, nella
quale, malgrado la grandezza dei preparativi, egli
non aveva data altra prova che di debolezza e di
paura, aveva siffattamente aumentato il prestigio del
nome persiano da paralizzar del tutto l'energia dell'esercito
imperiale. Libanio [#]_ fa una vivace pittura
[pg!96]
dell'avvilimento dei soldati, prodotto dalla coscienza
che essi avevano della superiorità dei Persiani.
«Era tanto e così fondato in essi il timore dei
Persiani, accumulatosi in molti anni, da potersi dire
che essi li temevano anche dipinti». È certo che
questa condizione dello spirito militare fu, per l'eroico
Giuliano, uno stimolo a gittarsi nell'impresa,
col proposito di risollevarlo mercè il vigore della condotta
e l'esempio del valore, come, infatti, gli riuscì.
«Questi uomini così avviliti quell'eroe, li condusse
contro i Persiani. Ed essi lo seguirono, memori ancora
dell'antico valore, e persuasi di attraversare intatti
anche il fuoco, pur che seguissero i suoi consigli».

.. [#] *Zosimi Historiae* — recensuit Reitemeier, pag. 151.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 316, 15 sg.

.. [#] *Liban.*, I, 593, 5 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Giuliano ad Antiochia`:

Risoluto di portarsi, col suo esercito, sull'Eufrate,
l'imperatore lascia, nell'estate del 362, Costantinopoli,
e va prender dimora ad Antiochia, onde esser più
vicino al teatro della guerra, e farne il centro dei grandi
preparativi che, nella sua sapienza delle cose militari,
ben sapeva necessari all'audace impresa. Percorre,
nel viaggio da Costantinopoli ad Antiochia, una regione
a lui nota e cara. Si ferma a Nicomedia, e
piange col popolo la rovina della già splendida città,
presso che annientata dal terremoto, e rivede antichi
amici e compagni di studio. Tocca Nicea, e fa una
gita a Pessinunte onde visitare e venerare l'antico
santuario della Madre Cibele. E qui, nella notte, l'infaticabile
uomo scrive il suo lungo discorso intorno
alla Madre degli dei, uno dei principali documenti
della sua dottrina mistica e mitologica. Poi, passando
per Ancira e Tarso, entra in Antiochia, *orientis apicem
pulcrum*, come la chiama Ammiano che vi era
[pg!97]
nato, accolto fra immense acclamazioni, che lo salutavano
come un astro salutare novellamente acceso in
Oriente.

Giuliano rimase ad Antiochia dall'agosto del 362
al marzo del 363. Questi pochi mesi costituiscono uno
degli episodi più interessanti della vita di Giuliano.
Antiochia era una città di piaceri e di lusso. La sua
popolazione mobile d'animo, leggera, rumorosa e maldicente,
di null'altro desiderosa che di svaghi e di
spettacoli, aveva accolto con entusiasmo il giovane
imperatore, perchè aveva supposto di trovare in lui
un promotore di divertimenti, un esempio di dissolutezza.
Il disinganno è stato profondo ed acerbo. Giuliano
amministrava la giustizia con somma equità e
temperanza; egli stesso si occupava delle condizioni
economiche della città, regolava i prezzi delle derrate,
curava l'approvvigionamento, provvedeva ai bisogni
edilizî, era infine, un sovrano esemplare, ma viveva,
insieme, con sì grande severità di costumi, mostrava un
tale aborrimento degli spettacoli pubblici, si sprofondava,
con una così assorbente intensità di volere e di
lavoro, nei suoi doveri civili e militari, che i frivoli Antiochesi
passarono ben presto dalla meraviglia allo
scherno ed al disprezzo. Quel giovane che rifiutava
tutte le mollezze del lusso orientale, che affettava la
rozzezza nel portamento e nel vestire, che portava la
barba, che non aveva nessuno dei requisiti che essi si
erano imaginati di trovare in lui, divenne per loro
cordialmente antipatico e, siccome ben si sapeva che
l'impertinenza sarebbe rimasta impunita, i poetastri
e i libellisti approfittarono dell'indulgenza dell'imperatore
e sparsero per Antiochia satire ed epigrammi
che formavano la delizia della frivola città. Ma Giuliano,
se non ha puniti gli impertinenti, come altri
[pg!98]
sovrani avrebbero fatto, ne prese una vendetta allegra,
che sarà, più tardi, argomento del nostro studio.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Finalmente, compiuti con ansia febbrile i preparativi,
distribuite le truppe nelle varie stazioni, fatti
immensi e solenni sacrifici a Giove, nel marzo del
363, Giuliano parte da Antiochia diretto all'Eufrate.
Poco prima di partire, aveva ricevuta una lettera del
re di Persia, il quale, sgomentato dalla fama guerresca
del giovine imperatore, lo pregava di accogliere una
sua ambasceria e di comporre, con un trattato, il loro
dissidio. «Tutti — scrive Libanio — applaudendo e compiacendoci,
gridavamo che accettasse. Ma egli, gittando
via con disprezzo la lettera, disse che sarebbe
stato il più vile dei partiti il venir a trattative col nemico,
mentre giacevano al suolo tante città distrutte.
E rispose non esservi bisogno di ambasciatori, giacchè
fra breve, egli stesso, sarebbe venuto a vedere il
re...» [#]_. Superba risposta, indizio eloquente del completo
acciecamento, della folle ostinazione dell'apostata
invasato che la mano di Dio, dicevano i Cristiani,
spingeva al precipizio. Al re d'Armenia, suo alleato,
raccomanda di tenersi pronto per eseguire gli ordini
che verrà a ricevere. Nel lasciar Antiochia, nomina
prefetto di Siria un severo amministratore, Alessandro,
affermando che solo la severità ed il rigore potevano
tener in pace l'insolente città, ed alla folla che lo
accompagnava alle porte, e gli augurava felice ritorno,
[pg!99]
pentita del suo contegno verso di lui, rispondeva acerbamente
che non l'avrebbero mai più veduto, perchè,
ritornando dalla Persia, avrebbe svernato a Tarso.
Non pare che gli Antiochesi si rassegnassero a questa
specie di decapitazione, minacciata alla loro città,
poichè da una lettera di Giuliano a Libanio, in cui
narra il suo viaggio fino ad Jerapoli, vediamo che a
Litarbo, la sua prima tappa, fu raggiunto dal Senato
d'Antiochia, col quale egli ebbe una segreta conferenza.
Giuliano non ne dice il risultato, riservandosi
di parlarne a Libanio, se gli dei gli concederanno
il ritorno [#]_. Ma è certo che vi si trattò della pace fra
l'imperatore e la città; pace, la cui conclusione stava
tanto a cuore del retore antiochese che, onde promuoverla,
scriveva due discorsi, l'uno agli Antiochesi, per
indurli al pentimento delle offese fatte all'imperatore,
l'altro all'imperatore stesso per indurlo al perdono.

.. [#] *Liban.*, I, 577, 7 sg.

.. [#] *Iulian.*, 516, 4.

.. _`Giuliano in Persia`:

Con la sua consueta rapidità, Giuliano passava l'Eufrate
e giungeva a Carra, donde partivano due strade,
di cui l'una, attraversando la Mesopotamia, da Ovest ad
Est, raggiungeva il Tigri, l'altra scendeva al Sud lungo
l'Eufrate. Manda per la prima Procopio e Sebastiano
con 30,000 uomini, dice Ammiano [#]_, con 18,000, dice
Zosimo [#]_, onde difendere il suo fianco, ed unirsi, se
possibile, ad Arsace, il re d'Armenia, ed egli stesso,
con un esercito di 65,000 uomini, discende all'Eufrate.
Da Carra va a Callinice, dove celebra la festa solenne
della Madre degli dei e riceve l'ambasceria dei Saraceni
che si prosternano devoti innanzi a lui. Indi arriva
a Circesio, al confluente dell'Abora coll'Eufrate.
[pg!100]
Qui assiste all'arrivo dell'immensa flotta, da lui allestita,
che comprende mille navi onerarie, cariche di
provviste e di strumenti bellici, più cinquanta altre
da combattimento, ed altre ancora coi materiali da
ponte [#]_. A Circesio, Giuliano riceve una lettera del
fido Sallustio, da lui nominato prefetto della Gallia, che
lo supplica di non avventurarsi in un'impresa funesta,
di non commettere un errore che potrebbe essere irreparabile.
Giuliano non dà retta alla voce del lontano
amico. Ma, nel suo campo stesso, intorno a lui,
v'era un partito contrario alla spedizione. E questo
partito cercava d'influire sull'animo di Giuliano, interpretando
in modo sfavorevole alla spedizione tutti
i segni, tutti gli indizi che l'accompagnavano. Nella
restaurazione del Paganesimo, inaugurata da Giuliano,
la superstizione teneva, come vedremo, un posto eminente.
Il misticismo neoplatonico, che si fondava sull'ingerenza
continua del soprannaturale nelle cose
del mondo e che era tutto un complesso di miti e di
simboli, dava un'enorme importanza alla scienza augurale.
L'uomo, pur che ne tenesse la chiave, avrebbe
potuto leggere, nei segni che lo circondavano, il suo
futuro, e prenderne un consiglio infallibile. Giuliano
aveva, dunque, con sè una schiera di auguri e d'interpreti,
ai quali, ad ogni istante, ricorreva. Ora, è
curioso che costoro gli dessero sempre delle spiegazioni
tendenziose, miranti allo scopo di fermare l'impresa.
Quegli auguri non hanno che presagi di disastri e di
morte. È, dunque, evidente che quelle loro interpretazioni
rispondevano a desideri ed a convinzioni che
correvano almeno in una parte del campo di Giuliano.
[pg!101]
Ed è poi più curioso ancora il vedere come Giuliano,
il quale aveva l'idea fissa di andar avanti, sa interpretare
quei medesimi segni in un senso opposto e favorevole
al desiderio suo. Per troncar ogni esitanza, Giuliano
raccoglie l'esercito intorno a sè, e pronuncia un
discorso infiammato, al quale i soldati, specialmente
le fidate e provate legioni galliche, rispondono con
acclamazioni e gridi di entusiasmo [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 311, 14.

.. [#] *Zosimo*, 228, 1 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 312, 20 sg. *Zosimo*, 229, 1 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 319, 1 sg.

Il racconto di questa spedizione persiana, che ci è
fatto da Ammiano, il quale ne era parte e ci narra
ciò ch'egli stesso ha veduto, è una delle relazioni più
interessanti che l'antichità ci ha tramandate, e non
è indegna di figurare presso i *Commentari* di Cesare
o l'*Anabasi* di Senofonte. La narrazione di Ammiano
è, in qualche parte, completata dal racconto che ne
fa Zosimo [#]_ che attingeva, evidentemente, oltre che
ad Ammiano, a qualche altra fonte, e da quanto narra
Libanio, nel discorso necrologico. Quest'ultimo non
ha la pretesa di dare una relazione, rigorosamente
militare, come quella d'Ammiano, od una narrazione
ordinata, per quanto sommaria, come quella di Zosimo,
ma ci presenta pitture ed episodî che riproducono vivacemente
l'uomo, il paese e l'ambiente.

.. [#] *Zosimo*, 226-264.

Ciò che più attrae, in tutti questi racconti, è lo
spirito genuinamente eroico che muove Giuliano in
ogni suo atto, in ogni sua parola. La sapienza del capitano
che tutto prevede ed a tutto provvede, il valore
incomparabile del guerriero, la magnanimità del
vincitore, la comunione completa della sua vita con
quella dei suoi soldati, l'arte con cui sa affezionarseli,
[pg!102]
ora rimproverandoli, ora lodandoli, ora esaltando la
grandezza dell'impresa a cui si sono accinti, sono doti
preziose che, unendosi in lui, fanno di lui una delle
più cospicue e nobili figure della storia, certo la più
nobile nella decadenza dell'impero.

Ma che profondo errore era mai quello che trascinava
Giuliano nella sua folle impresa! Egli diceva al
suo esercito: — «Io porrò sotto il giogo i Persiani,
e così avrò restaurato lo scosso orbe romano!» — Era
questa una specie di suggestione che tutti gli imperatori,
buoni e cattivi, si trasmettevano l'un l'altro.
E, intanto, mentre essi sciupavano le forze in questa
inutile impresa, si addensava, nelle misteriose regioni
del Settentrione, il turbine che tutto e tutti avrebbe
travolto.

Avute in dedizione, quasi senza combattere, le
città di Anatha e di Macepracta, Giuliano trova la
prima ostinata resistenza nella fortezza di Pirisabora
sull'Eufrate. L'imperatore vi compie prodigi di valore,
gittandosi egli stesso sotto la testuggine degli scudi, e
sconquassando le porte della città, mentre dall'alto
precipita una tempesta di proiettili. Ma, resistendo
i difensori, fa costrurre una macchina gigantesca, la
quale incute loro tale spavento da persuaderli alla
resa e ad invocare la sicura magnanimità del vincitore,
il quale, presa Pirisabora, continua il suo
cammino vittorioso, atterrando ogni ostacolo, superando
le difficoltà della marcia in un terreno frastagliato
dai canali d'irrigazione ed artificialmente
inondato [#]_. Assedia la città di Maiozamalca, presso
[pg!103]
la quale sarebbe caduto trucidato, durante un'arrischiata
perlustrazione da lui stesso eseguita per riconoscere
la posizione, se, con singolare prontezza e
valore, non si fosse difeso [#]_. Non riuscendo a vincere,
con le sue macchine, la resistenza della fortezza,
vi entra, per mezzo di un cunicolo sotterraneo,
e se ne impadronisce. Superato questo punto di forte
difesa, Giuliano, abbattendo tutti gli ostacoli che gli
si paran davanti, giunge ad un immenso canale, già
scavato da Traiano per mettere in comunicazione navigabile
l'Eufrate col Tigri. Libanio ci dice che Giuliano
già conosceva, per lo studio dei documenti, l'esistenza
di questo canale, così che i prigionieri, da
lui interrogati, trovarono inutile di fingere l'ignoranza
alle sue domande, e gli rivelarono tutti i dettagli della
costruzione [#]_. I Persiani avevan chiuso e parzialmente
otturato il canale. Ma a Giuliano quella via era preziosa,
onde entrare, con tutta la flotta, nel Tigri. Egli,
dunque, fa riaprire il canale, in cui fluiscono le acque
dell'Eufrate, portando le navi imperiali, ch'egli fa seguire
dall'esercito, il quale, passato su di un ponte
il canale, va ad accamparsi sulla destra del Tigri. La
sinistra era fortemente difesa dai Persiani e di difficile
accesso. Ma l'audace imperatore pensa di assalirla e
di conquistarla. Tutti i suoi capitani sconsigliano
l'imprudente tentativo. Giuliano non si smuove. Di
notte, manda alcune navi, con pochi volonterosi audaci,
a sorprendere il campo nemico. Ma il nemico è
vigile, e, gittando materie incendiarie, infiamma le navi.
Il grosso dell'esercito che, sull'altra sponda del Tigri,
[pg!104]
aspettava ansiosamente il cenno per imbarcarsi, crede
perduto il drappello valoroso. Quand'ecco Giuliano, con
la sua solita prontezza di spirito, percorrendo la fronte
e gridando: — Vittoria, vittoria! Quelle fiamme sono
il segno convenuto che il colpo è riuscito, che la riva
è nostra — trascina con sè i soldati che si precipitano
alle navi, ed, attraversato il Tigri, si trovano
di fronte i Persiani, e sono costretti a combattere [#]_.
Ne viene una grande battaglia che, dopo molte ore,
si risolve in una completa vittoria per l'esercito romano.
Giuliano che, durante la giornata, aveva compiuto
prodigi di valore e di abilità tattica, può ormai
credersi al termine di una gloriosa campagna che rammenta
i fasti antichi e pare segni veramente il rifiorimento
dell'impero.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 11, 22 sg. — *Zosimo*, 243, 7 sg. — *Liban.*,
   I, 597-98.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 12, 33 sg. — *Zosimo*, 245, 1 sg.

.. [#] *Liban.*, 604, 10 sg.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 22, 15 sg. — *Zosimo*, 255-58.

Ma qui avviene un fatto strano, impreveduto, un
fatto terribilmente funesto che basterebbe, anche solo,
a provare come fosse poco equilibrata la mente di
quel giovane geniale. La campagna si poteva dire guadagnata.
Giuliano si trovava alle porte di Ctesifonte, la
capitale persiana. Questa città era difesa da un esercito
sconfitto; il prestigio militare di Giuliano era,
per sè stesso, l'arma più potente. In ogni modo, il
vincitore di Pirisabora, di Maiozamalca, l'audacissimo
fra i condottieri non poteva arretrarsi davanti all'ultimo
sforzo. Che fa, invece, Giuliano? Si ferma cinque
giorni ad Abuzata, presso il campo della sua vittoria,
e vi raccoglie un consiglio di guerra. E questo è unanime
nel dissuadere l'imperatore a tentare la presa
di Ctesifonte, perchè, si dice, sarebbe pericoloso impegnare
l'esercito in questa operazione, mentre potrebbe
[pg!105]
sopraggiungere il re Sapore, col suo esercito, che, fino
allora, era stato lontano dai luoghi dell'azione [#]_. Quel
Giuliano che non dava mai retta ai consigli altrui,
che non obbediva nemmeno agli auguri, se non quando
predicevano ciò ch'egli desiderava, che, malgrado le
preghiere, gli scongiuri di tutti i suoi generali, aveva
tentato l'arrischiatissimo passaggio del Tigri, questa
volta si arrende e rinuncia, per un pericolo ipotetico,
a quell'ultimo atto della guerra che pareva dovesse
esserne il termine glorioso. Ciò vuol dire che
l'abbandono di Ctesifonte era già prestabilito nell'animo
di Giuliano. Ma perchè? Forse l'inquieto avventuriero
era già stanco dell'impresa persiana, che
ormai gli sembrava troppo facile, o, almeno, aveva
perduto per lui il fascino dell'ignoto. La gloria di Alessandro
balenava ai suoi occhi. Le sue aspirazioni
non si fermavano all'Eufrate ed al Tigri; i fiumi
dell'India lo chiamavano con un'attrattiva potente
appunto perchè vaga e lontana. — Tendeva il pensiero
ai fiumi dell'India — dice Libanio [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 25, 22 sg. — *Zosimo*, 258.

.. [#] *Liban.*, I, 610, 3. ἔτεινε τον λογισμὸν πρὸς τοὺς Ινδῶν
   ποταμούς.

Ora, la difficoltà di procedere alla presa di Ctesifonte
era un buon pretesto per slanciare l'esercito nell'avventura
di un'impresa in terreni ignoti. Infatti,
se era difficile andar avanti, era non meno difficile
tornare indietro, facendo risalire alle molte navi la
corrente del Tigri e dell'Eufrate. Ci sarebbe voluto,
dice giustamente Libanio, la metà dell'esercito, impiegata
al rimorchio, ciò che avrebbe lasciata indifesa
agli assalti dei Persiani tutta la spedizione [#]_. Ed allora
[pg!106]
Giuliano fa questo piano, ancor più folle che audace — abbandonare
le vie fluviali che erano state fino
allora la sua base d'operazione, bruciare la flotta
con tutte le provviste, onde impedire che cadesse in
mano del nemico, e gittarsi nell'interno del paese,
dove sapeva di trovare terre fertili, erbaggi e messi
abbondanti. Senza credere all'esistenza di quel complotto
persiano, di cui parla Gregorio di Nazianzo [#]_,
e di cui egli, con scherno vittorioso, addita, in Giuliano,
la vittima stolta, si può ammettere la probabilità,
riconosciuta anche da Ammiano [#]_, che guide
ignoranti o false abbiano illuso e traviato l'infelice
imperatore, sempre troppo facile a credere ciò che gli
andava a genio. Stabilito il piano, con quella prontezza
di risoluzione, che era un elemento di riuscita
nelle buone idee, ma un precipizio di rovina nelle cattive,
Giuliano lo mette in esecuzione. Abbrucia tutta
la flotta con le sue immense provviste, non conservandone
che dodici da portar seco per la costruzione dei
ponti, ed abbandona, con tutto l'esercito, la sponda
sinistra del Tigri.

.. [#] *Idem*, II, 610, 10.

.. [#] *Gregor. Naz.*, 115, D.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 26, 5.

La stella di Giuliano è tramontata. Egli non ha
che pochi giorni di vita, e son giorni di ansie terribili,
glorificati da un eroismo che nella sventura
giganteggia. Le guide lo tradiscono, e l'esercito erra
senza direzione. La sua posizione è resa gravissima
dalla condotta del nemico. I Persiani, veduto l'errore
di Giuliano che si era, da sè stesso, privato
della sua base d'operazione, si guardan bene dal
venire a nuova battaglia, ma sistematicamente si
[pg!107]
accingono ad incendiare ed a distruggere le erbe ed il
grano delle regioni circostanti, così da affamare l'esercito
romano, il quale soffriva insieme pel calore eccessivo,
per le morsicature degli insetti e per la piena
delle acque [#]_. Non giungendo gli aspettati aiuti dall'Armenia,
Giuliano, vedendo impossibile mantenere
il suo proposito, si risolve di ritirarsi piegando al
Nord, per modo da raggiungere paesi più temperati,
che avrebbero offerto all'esercito il necessario sostentamento.
La marcia dei Romani procede per alcuni
giorni difficilmente, in un paese devastato, disturbata
continuamente dai Persiani che attaccano la retroguardia
o i drappelli isolati. L'esercito del re Sapore
segue ormai da presso i Romani in ritirata, e l'enorme
polverio che si solleva all'orizzonte è indizio
della sua presenza. Finalmente, nel piano di Maranga,
si viene a battaglia [#]_. È bello leggere in Ammiano,
che assisteva alla battaglia, la descrizione dell'esercito
persiano, in cui si trovavano due figli del re e molti
satrapi, delle armature meravigliose, degli arcieri infallibili,
degli elefanti spaventosi. Davanti a questo
pauroso spettacolo, Giuliano riacquista tutta la sua
prontezza di spirito e l'audacia sicura del *concitato
imperio*. Per impedire ai famosi arcieri persiani di far
strage da lontano dei suoi soldati, raccoglie in un
denso nucleo gli invincibili fantaccini di Roma e
della Gallia, e fa una carica a fondo sulla fronte del
nemico che non sostiene l'urto e si volge in fuga,
lasciando il terreno coperto di morti. Una grande vittoria,
ma una vittoria inutile. Pei tre giorni consecutivi
[pg!108]
l'esercito di Giuliano sta tranquillo negli accampamenti,
per ristorarsi e curar le ferite. Nella
notte del terzo giorno, Giuliano, che partecipava a
tutti gli stenti dei suoi soldati, si alza dal duro giaciglio.
Come al solito — mirabile serenità di spirito — stava
scrivendo e meditava su di un libro
di filosofia, quand'ecco gli appare un fantasma. È
quel medesimo Genio che a Parigi, nella notte della
sua proclamazione, gli aveva imposto di accettar la
corona imperiale. Giuliano or lo rivede, ma mesto
e col volto dimesso uscir dalla tenda e abbandonarlo.
Il forte uomo non si scoraggia. Sia fatta la volontà
degli dei, egli dice in cuor suo, ed esce a cielo scoperto,
ed ecco una stella cadente, di singolare splendore,
attraversar il cielo e svanire. All'alba egli chiama
gli aruspici etruschi per chieder loro che voglia dire
l'apparizione di quella stella evanescente. È un segno
funesto, rispondono gli aruspici. Ogni impresa, ogni
tentativo deve, per quel giorno, essere sospeso [#]_.
Ma Giuliano, che era superstizioso più per sistema
che per convinzione, e che non mancava mai di
interrogare gli auguri, salvo a far ciò che già prima
aveva deliberato, muove l'esercito, appena è chiaro
il giorno. La lunghissima schiera era già in marcia,
con opportune difese sui fianchi, e Giuliano si trovava
all'estrema avanguardia, quando gli si reca
l'annuncio che la retroguardia è stata assalita dai
Persiani. L'imperatore senza indugiare a vestirsi la
corazza, afferra uno scudo, vola a portar aiuto
ai suoi quando ecco apprende che anche l'avanguardia,
da lui appena lasciata, è stata assalita. Ritorna
[pg!109]
indietro per rinfrancarla ed ordinarla, ed ecco
anche il fianco riceve l'urto del nemico. Ma il mirabile
guerriero è dovunque si addensa il pericolo, incoraggia,
dispone, guida all'assalto, e riesce, ancora
una volta, a porre in fuga l'esercito persiano. Giuliano,
ormai certo della vittoria, si slancia all'inseguimento,
ed alzando le braccia, dimentico di essere disarmato,
eccita i soldati a tenergli dietro, quando un'asta, scagliata
mai si seppe da chi, trapassandogli il braccio,
va a conficcarsi nel petto. Egli cerca di strappare il
ferro, ma cade da cavallo ed è portato nella tenda.
Dopo alcuni istanti, calmatosi lo spasimo, l'eroe vuol
ritornare alla battaglia, ma le forze gli mancano e ricade.
Intanto la notizia del disastro, diffusasi come un lampo,
nell'esercito che adorava il suo imperatore, lo infiamma
d'ira e di dolore, e lo spinge alla vendetta. I Persiani
sono respinti con perdite enormi, e Giuliano può morire
in pace.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 27, 17 sg.

.. [#] *Idem*, II, 31, 13 sg. — *Zosimo*, 261.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 33, 15 sg.

Chi ha scagliato contro Giuliano l'asta mortale?
Il sospetto di un tradimento non è del tutto escluso.
Infatti, Ammiano ci narra che, alcuni giorni dopo,
trovandosi i Persiani sopra un'altura da cui potevan
mandare e frecce e parole ai nemici, li insultavano
*verbis turpibus*, chiamandoli uccisori del migliore
dei principi, perchè, aggiunge lo storico, era
corsa la voce che Giuliano fosse perito per arma romana — *Iulianum
telo cecidisse romano* — [#]_. E, naturalmente,
da parte degli amici dell'imperatore,
nacque subito il sospetto che il colpo partisse da un
cristiano. Guardiamo, infatti, ciò che narra Libanio.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 47, 20.

La morte di Giuliano è narrata da Libanio in modo
[pg!110]
concorde con quanto sappiamo da Ammiano. Anch'egli
ci dipinge l'imperatore che, nel fitto della battaglia,
spinge il cavallo là dove vede maggiore l'impeto del
nemico, e manda manipoli di soldati in aiuto dove
appare il bisogno, e distribuisce i migliori fra i suoi
duci nei punti più combattuti. La vittoria era sicura.
«Ahi, esclama Libanio, o dei, o demoni, o mutamenti
della fortuna, a quali ricordi io mi vedo condotto! Non
è meglio che io mi taccia, e fermi il discorso alla
sua parte più gradita?» [#]_. No, continua l'oratore,
è meglio che io parli, onde far cessare una notizia non
vera intorno alla morte dell'imperatore. Questa notizia è
che Giuliano sia stato ferito da un giavellotto persiano.
Libanio crede, come or vedremo, che il colpo sia partito
da uno dei suoi, ed egli ci fa intendere da un cristiano.
Dunque, narra Libanio, i Persiani, stanchi e sfiduciati,
stavano per ritirarsi, col proposito di mandare
l'indomani a trattar della pace. Se non che, essendo
nata un po' di confusione nell'esercito vincitore, perchè
una parte si era spinta troppo avanti in confronto
dell'altra che stava ancora sulla difesa, ed insieme
oscurandosi il campo di battaglia pei nuvoli di polvere
che un vento improvviso sollevava, Giuliano, seguito
da un solo soldato di servizio, correva avanti
per riallacciare le due parti dell'esercito che si erano
slegate, quando un giavellotto lo colpisce, disarmato com'era,
ed, attraversandogli il braccio, gli entra nel
fianco, e gli infligge una ferita mortale. «L'eroe cadde
per terra, e vedendo uscir con impeto il sangue, e
pur volendo nascondere il fatto, risaliva tosto a cavallo,
e siccome il sangue rivelava la ferita, gridava
[pg!111]
di non spaventarsene, che non era mortale. Così diceva,
ma fu vinto dal fato crudele». Ma chi è stato
il feritore? chiede Libanio. Non è stato un Persiano,
perchè, sebbene grandi premi fossero promessi a chi
avesse provato di aver scagliato il colpo, nessuno
si presentò. «Essi, dice amaramente Libanio, ci lasciarono
cercare, in mezzo a noi, l'uccisore». E
qui viene l'insinuazione contro i Cristiani. «L'uccisore,
continua Libanio, dobbiamo cercarlo fra coloro
ai quali pesava che Giuliano vivesse — ed eran
quelli che vivevano contro le leggi — che già prima
lo avevano insidiato, e che ora, potendolo fare, avevano
compiuto il misfatto, mossi dal loro animo
perverso, il quale si sentiva impotente sotto il regno
di lui, sopratutto in ciò che si riferiva alle onoranze
degli dei, che essi contrastavano».

.. [#] *Liban.*, I, 612, 10 sg.

Sedici anni dopo, Libanio, nel discorso diretto all'imperatore
Teodosio, appena chiamato a reggere l'Oriente,
per muoverlo a vendicare Giuliano, ritorna alla
carica, e, non conoscendo ancora le tendenze cristiane
del nuovo imperatore, lo eccita contro i Cristiani, additandoli
come i colpevoli. Egli dice che Giuliano fu
ferito da un certo Tajeno — ταιηνός τις — che obbediva
a un comando superiore, e che si aspettava una
ricompensa da coloro a cui premeva che l'eroe morisse [#]_,
e che, in mezzo al pianto generale, ridevano
di così grande sciagura. L'allusione ai Cristiani
nelle parole di Libanio, è chiara ed evidente;
anzi, probabilmente, in origine, non era un'allusione,
ma un'affermazione esplicita, perchè quel ταιηνός τις è
così singolare, e, nei codici, così oscillante da render
[pg!112]
molto probabile la supposizione che mani cristiane abbiano
alterato il primitivo χριστιάνος τις. Che, del resto,
Giuliano fosse stato ucciso per istigazione di coloro
a cui premeva fosse abolito il culto degli dei, perchè,
finchè questi erano in onore, si sentivano soffocati [#]_,
era, secondo Libanio, cosa notoria. Sulle pubbliche
piazze, negli angoli delle vie, si sussurrava come era
stato composto il dramma [#]_. Ma il silenzio voluto
dai successori di Giuliano aveva impedito la rivelazione
della verità.

.. [#] οῖς ην ἑν σπουδῆ τὸν ἄνδρα αποθάνειν. — *Liban.*, II,
   32, 1 sg.

.. [#] ων τιμωμένον απεπνίγοντο. — *Liban.*, II, 48, 1 sg.

.. [#] Και νυν ῆσαν οὶ ὲν γονίαις λέγοντες ὃπως ἃπαν τὸ
   δρᾶμα συνετέθη.

Queste accuse di Libanio non hanno nessuna sicurezza
di indicazione precisa, ed hanno contro di sè
il silenzio assoluto di Ammiano e di Zosimo che,
non avendo alcun interesse a tacere le colpe dei Cristiani,
non avrebbero esitato a farsene rivelatori,
quando fossero provate. D'altra parte, nulla vieta di
supporre che, nella confusione della battaglia, fra i
nembi di polvere che, a quel che dicono tutti i narratori,
oscuravano l'aria, l'imperatore sia stato casualmente
colpito da un'asta che non era diretta a lui.
Però dobbiamo anche riconoscere che non è fuori affatto
d'ogni probabilità la supposizione che l'uccisore
sia stato un Cristiano, militante fra i soldati imperiali.
L'odio dei Cristiani contro questo imperatore che minacciava
di strappar loro di mano la vittoria, già conseguita
sul mondo antico, era così grande da rendere possibile
qualunque eccesso. Del resto, il mondo, cristianizzato
nell'apparenza, lo era così poco nella realtà che i delitti
di sangue non ispiravano nessuna ripugnanza ed erano,
[pg!113]
talvolta, non solo tollerati, ma giustificati e lodati
dai Cristiani stessi. Di ciò sono prova luminosa le
parole dello storico ecclesiastico Sozomene, il quale
scriveva circa un secolo dopo la morte di Giuliano.
Egli riproduce il passo di Libanio, e poi soggiunge:
«Libanio, così scrivendo, vuol farci capire che l'uccisore
di Giuliano deve essere stato un cristiano. E,
forse, è vero. Poichè non è improbabile che taluno di
quelli che si trovavano nell'esercito abbia pensato
che i Greci e gli uomini in generale hanno sempre
portato al cielo gli uccisori dei tiranni, come quelli che
corrono il pericolo di morire per la libertà di tutti, e così
animosamente riescono di aiuto ai cittadini, ai congiunti,
agli amici. Chi mai, dunque, potrebbe mover
rimprovero a chi diventa intrepido pel suo dio e per
la religione che gli è cara?» [#]_. E Sozomene continua
dicendo che egli pure nulla sa di sicuro, ma che non
c'è dubbio che l'uccisione è avvenuta per volere divino.
E narra di visioni miracolose e di predizioni
che attestano chiaramente l'intervento della divinità.

.. [#] *Sozomen.*, 517.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Morte di Giuliano`:

La morte di Giuliano, come è descritta da Ammiano,
che si trovava nell'esercito, e probabilmente
ne è stato testimonio, fu degna di sì grande eroe [#]_.
Raccolti intorno a sè gli amici e i famigliari, sgomenti
e in lagrime, egli rivolge loro un discorso, certo, ritoccato,
da Ammiano, ma che pur riproduce i pensieri
[pg!114]
ed i sentimenti del morente imperatore. Giuliano è
lieto di morire, ed accoglie, senza lamenti, il volere
divino. «È venuto, egli dice, per me il momento, o
amici, di separarmi dalla vita, che io, come un debitore
di buona fede, esulto di restituire alla natura.
Convinto di ciò che dicono i filosofi, che l'anima
vale assai più del corpo, io penso che dobbiamo, non
già dolerci, ma rallegrarci ogniqualvolta il meglio si
secerne dal peggio. Penso, insieme, che gli dei ad
alcuni uomini piissimi hanno largita la morte, come
il sommo dei premi. Ed io considero come un prezioso
favore di non aver dovuto soccombere ad ardue
difficoltà, nè di essermi mai abbassato o prosternato,
conoscendo per prova come i dolori premono gli
ignavi, ma son vinti dagli impavidi. Ed io non mi pento
di nessuna cosa che abbia fatto, nè mi stringe il ricordo
di nessun grave delitto, sia di quei tempi in
cui stava relegato nell'ombra e negli angoli, sia di
quelli in cui presi in mano l'impero. Gli dei paternamente
me lo largirono, ed io, credo, lo conservai
immacolato, reggendo con temperanza le cose civili,
e facendo guerra, solo a ragion veduta, sebbene non
sempre la prosperità si accompagni alla convenienza
dei consigli, perchè le potestà divine hanno in loro
arbitrio gli eventi delle imprese. Persuaso che lo
scopo di un giusto impero sia la felicità e la salute
dei sudditi, fui sempre propenso, come sapete, ad
una condotta equanime, e, coi miei atti, ho sterminata
la licenza, corruttrice dei costumi e delle cose.
Lieto ed intrepido, dovunque la repubblica, come
madre imperiosa, mi gittava, io stetti fermo, avvezzo
a calpestare il turbine del caso. Io venero il sempiterno
nume che mi fa morire non già per clandestine
insidie, o pel tedio di lunga malattia, o per
[pg!115]
condanna altrui, ma mi concede questa splendida
dipartita dal mondo, nel pieno corso di fiorenti glorie».
E qui gli mancano le forze, e finisce augurando la
scelta felice di chi gli deve succedere. Poi placidamente
distribuisce ai suoi più fidi le cose sue, si addolora
di saper morto in battaglia l'amico Anatolio,
amorevolmente rimprovera i piangenti che lo circondano,
ed, imposto loro il silenzio, si intrattiene con
Massimo e con Prisco della natura sublime dell'anima,
e tranquillamente spira. Libanio che descrive, lui pure,
la morte eroica di Giuliano, esclama: «La scena era
simile a quella della prigione di Socrate. I presenti parevano
i discepoli che avevano circondato Socrate. La
ferita sostituiva il veleno, eguali le parole, eguale
l'impassibilità di Socrate e quella di Giuliano» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 37, 19 sg.

.. [#] *Liban.*, 614, 10 sg.

In questa morte, mirabile per ogni rispetto, che è
la rivelazione di uno spirito nobilissimo e puro, una
cosa è particolarmente a notarsi, il silenzio assoluto
su di ciò che aveva pur formato la preoccupazione
maggiore di Giuliano, la questione religiosa. Ed è veramente
singolare ch'egli non abbia tentato di opporsi
alla probabile eventualità che a succedergli fosse chiamato
un imperatore cristiano, e che, pertanto, tutti i
suoi sforzi di restaurazione dovessero restare senz'effetto
alcuno. Ma probabilmente Giuliano, quando moriva,
aveva perduto ogni illusione nell'efficacia del
suo tentativo. Finchè egli era vissuto nella semibarbara
Gallia, ed aveva tenuto chiuso nel suo petto il
segreto della sua fede, Giuliano poteva illudersi sulle
tendenze dominanti nel mondo greco. Ma, il giorno
in cui, diventato imperatore, potè solennemente inaugurare
la restaurazione da lui tanto desiderata, segnò
[pg!116]
il principio del suo disinganno. Egli era troppo acuto
per non accorgersi che il mondo non era con lui.
In quell'amara satira che è il *Misobarba*, c'è il dolore
di un sogno svanito. E, forse, l'avventatezza
eroica con cui si è gittato nella folle spedizione persiana,
e la voluttà con cui ha cercata la morte, sono
l'espressione disperata del rammarico senza conforto
di vedere del tutto fallito lo scopo essenziale della sua
vita e del suo regno.

Una leggenda formatasi molto tempo dopo la morte
di Giuliano, e raccolta da Teodoreto, uno scrittore della
metà del secolo quinto, narra che Giuliano, sentendosi
ferito a morte, gridasse: — O Galileo, vincesti! — Νενίκηκας,
Γαλιλαιε. — Nessuno dei contemporanei di Giuliano
conosce questo grido di dolore che sarebbe uscito
dal petto dell'apostata caduto nel duello terribile da
lui tentato col Cristo. Il fatto solo di non trovarlo in
Gregorio, il quale, da quel grande oratore e polemista
ch'egli era, non avrebbe mancato di tessergli intorno
un ricamo di periodi eloquenti e sonori, basterebbe a
provare l'origine leggendaria e relativamente tardiva
della notizia. D'altra parte, il racconto di Ammiano,
il quale assisteva alla morte di Giuliano, e la descrizione
di Libanio ci dimostrano come Giuliano, nella
sua ultima ora, non avesse altra preoccupazione fuorchè
quella di morire da filosofo, sereno e lontano da ogni
pensiero di cure terrestri. Il grido disperato che gli si
pose in bocca sarebbe stata una stonatura nella calma
solenne della scena socratica di cui Giuliano ha voluto
circondare il suo giaciglio di morte. Ma, se quel grido
non è stato pronunciato, deve essere stato pensato dal
ferito imperatore. Nessuna illusione poteva ormai restargli.
La causa da lui difesa era, per sempre, atterrata.
Egli stesso, nella pienezza della sua potenza e
[pg!117]
della sua energia, non era riuscito ad aver ragione del
Cristianesimo trionfante. Lui spento, nessun ritegno
sarebbe stato possibile alla catastrofe precipitante della
antica civiltà. Ultimo eroe dell'Ellenismo, ne aveva
rialzata la bandiera e, per alcuni istanti, l'aveva di
nuovo sventolata. Ma quella bandiera ricadeva con
lui, e ricadeva per sempre. — Vincesti, o Galileo!

Ma come può spiegarsi e giustificarsi il tentativo
di Giuliano? Prima di rispondere a questa domanda,
bisogna investigare cosa fosse diventato il Cristianesimo,
quando fu ufficialmente riconosciuto, e quali
fossero le forze morali ed intellettuali che gli si contrapponevano.
Forse, allora, riusciremo a comprendere
come un uomo, il quale ha portato sul trono imperiale
un tesoro di virtù e d'intelligenza, abbia potuto
credere che l'abbattere il Cristianesimo e il risollevare
l'Ellenismo fosse un'impresa doverosa e degna di lui.
Il valore dell'uomo è l'elemento che rende estremamente
interessante lo strano episodio di cui egli è
stato l'eroe.

[pg!119]

.. _`La discordia nel Cristianesimo`:

.. toc-entry:: La discordia nel Cristianesimo

LA DISCORDIA NEL CRISTIANESIMO
==============================

La Chiesa, negli anni precedenti la sua vittoria
finale, si era profondamente trasformata per effetto
della lenta elaborazione de' suoi elementi, avvenuta
fra le intermittenti persecuzioni del secondo e del
terzo secolo, ed aveva colmato l'abisso che la separava
dal mondo. Nella morale, era discesa dalle pure
altezze del Vangelo e del Cristianesimo primitivo e
si era avvicinata allo stoicismo; nella filosofia, aveva
costrutto un grande edificio teologico, adoperandovi i
materiali del platonismo; nel culto, aveva plasmato
le sue cerimonie su quelle dei Misteri. Infine, era riuscita
ad organizzare un Cristianesimo pratico ed accettabile
dal mondo. Una parte considerevole del suo
patrimonio intellettuale era di origine estranea. Ma
essa aveva saputo così intimamente collegarlo con ciò
che aveva di essenzialmente proprio e speciale, da assicurare
la continuità del suo progressivo svolgimento,
pur conservandosi rigorosamente distinta dall'ecclettico
Paganesimo.

Il Paganesimo, perduto il senso dell'origine naturalistica
dei suoi miti, tendeva, anch'esso, col Neoplatonismo
all'affermazione dell'unità divina. Ma tale
[pg!120]
tendenza non poteva esser soddisfatta che dal Cristianesimo,
il cui monoteismo aveva un'efficacia di attrazione
assai maggiore del monoteismo simbolico del
Paganesimo, e poteva esser accolto e compreso anche
dagli umili. Certo, il Paganesimo neoplatonico aveva,
lui pure, l'ideale del ritorno al divino, il sentimento
della immediata vicinanza di Dio, ma gli
mancava la possibilità di determinare quell'ideale, di
dar vita a quel sentimento, nella persona di una apparizione
storica, che ne fosse insieme la garanzia e
la più pura rappresentazione. Pertanto, lo svolgimento
del pensiero religioso nel mondo antico, durante
il secondo ed il terzo secolo, ha, certamente,
servito a prolungare l'agonia del Paganesimo, ma
doveva condurlo a morire, o presto o tardi, nelle
braccia del Cristianesimo, perchè riconosceva e promoveva
delle aspirazioni che dal Cristianesimo erano
acquetate assai meglio che da lui. Si aggiunga che il
Cristianesimo aveva saputo creare una forte organizzazione
disciplinare, mentre il Paganesimo aveva una
compagine molle, in cui i diversi culti non erano determinati
da nessuna rigorosa disciplina. Il Paganesimo
era una vera anarchia religiosa. Nel Cristianesimo,
invece, ogni comunità costituiva uno speciale
organismo che obbediva al suo Vescovo, e tutte insieme
costituivano un complesso di forze che diventava
facilmente l'espressione e lo strumento di un'unica
volontà. Certo, non erano mancate le divisioni,
le discordie, gli scismi nella giovane Chiesa, ma non
erano che accidenti passaggeri, i quali non intaccavano
la solidità sostanziale dell'organizzazione ecclesiastica,
ed erano destinati a sparire quando una forte
volontà indicasse la via del ritorno all'unità.

.. _`Costantino`:

Questa forte volontà apparve, la prima volta, al
[pg!121]
principio del secolo quarto, nell'imperatore Costantino
e nel grande Atanasio, e riapparve definitivamente efficace,
al finire del secolo stesso, nell'imperatore Teodosio
e nel vescovo Ambrogio.

Diamo ora una rapidissima occhiata a questo secolo
di lotte, nel cui mezzo viene a cadere il curioso tentativo
di Giuliano. Non è a credere che nella condotta
di Costantino verso il Cristianesimo, condotta che,
iniziatasi col famoso editto di tolleranza, datato da
Milano, nel 313, ed emanato da lui e dal collega Licinio,
riuscì poi, a poco a poco, alla costituzione di
una Chiesa di Stato, fosse neppur l'ombra del sentimento
religioso. Certo, era una fiaba quella che correva,
fra i pagani, molti anni dopo la morte di Costantino,
cioè, che costui si fosse piegato al Cristianesimo,
perchè assicurato che la nuova religione aveva
il potere di lavar via ogni colpa, così che anche gli
uomini più scellerati, se si convertivano ad esso, diventavano
immediatamente puri [#]_. E Costantino doveva
purgarsi dei più orrendi delitti domestici, l'uccisione
del figlio Crispo e della moglie Fausta. Sozomene
osserva giustamente che quegli atroci delitti furono
perpetrati da Costantino, alcuni anni dopo aver abbracciato
il Cristianesimo, e, pertanto, non è possibile
vedere in essi il movente dell'atteggiamento preso da
Costantino verso la religione fino allora perseguitata [#]_.
Curiosa e sintomatica cosa che nè Sozomene nè altri
degli scrittori ecclesiastici trovi in tale circostanza una
ragione per dubitare della serietà morale della conversione
di Costantino. Era costui un abile politico, che
[pg!122]
non conosceva scrupoli. Sorto sulle rovine di tutti i
suoi colleghi e rivali, testimonio della completa inefficacia
della persecuzione di Diocleziano, egli vide
nella Chiesa uno strumento che, ben organizzato, sarebbe,
nelle sue mani, riuscito prezioso. Comprese l'esaurimento
del Paganesimo e la forza crescente del
Cristianesimo e volle usarne a proprio vantaggio. «Ha
compreso che a lui riuscirebbe utile il credere in un
altro dio» [#]_ così spiega Libanio la conversione di
Costantino. E, certo, il retore qui colpisce nel vero.

.. [#] *Zosimo*, 150.

.. [#] *Sozom.*, 331.

.. [#] *Liban.*, II, 161. — ηγησάμενος αύτῳ λνσιτέλειν ἕτερόν
   τινα νομίζειν θεὸν.

Costantino, dunque, si accinse ad ordinare economicamente
e dogmaticamente la Chiesa, in modo da
esserne sempre il padrone. Uomo, per eccellenza,
appassionato e violento, non poteva, in nessun modo,
partecipare all'idealità cristiana. Voleva che il Cristianesimo
rappresentasse, nell'impero da lui ricostituito,
quel medesimo ufficio che, nello Stato antico,
era rappresentato dal Paganesimo che si spegneva,
fosse, cioè, un'arma ed una sanzione per l'autorità
del sovrano. Per riuscire a tale risultato era necessario
che la Chiesa non fosse dilaniata dalle discordie interne,
e si organizzasse in una perfetta unità di dottrina
e di disciplina. — A nulla ti gioverà l'impero — diceva
Costantino morente al figlio Costanzo — se
non otterai che Dio sia da tutti adorato in modo
concorde — [#]_. In ventiquattro anni Costantino aveva
percorsa una lunga strada. L'editto di Milano affermava
l'assoluta libertà dei culti sulla base di una
fede deista, comune a tutte le religioni. Ma l'opportunismo
[pg!123]
politico trasformò ben presto il filosofo liberale
in un dogmatico intransigente. Se non che, non
era agevole ottenere l'unità di dottrina, perchè il Cristianesimo,
cresciuto di forza, aveva germogliato in
una vegetazione di scismi e di eresie che ne soffocavano
il tronco. Onde impedire che il male diventasse
irreparabile, e per crearsi quello strumento di cui
aveva bisogno, Costantino ebbe l'idea di dare ai Parlamenti
ecclesiastici, che già si riunivano per discutere
i punti controversi, l'autorità di istituzioni di Stato,
le cui deliberazioni avessero forza di legge. L'istituzione
dei Sinodi o Concili imperiali fu un tratto geniale
della politica di Costantino, che ebbe un'immensa
importanza nella vita e nello svolgimento della
Chiesa.

.. [#] *Sozom.*, 432.

.. _`Dissenso iniziale`:

La gran lotta che Costantino trovò fervente nel
Cristianesimo era quella che si combatteva intorno
all'eresia ariana, in cui era propriamente compromesso
il principio fondamentale della teologia cristiana. La
suprema difficoltà contro la quale veniva ad urtare il
pensiero cristiano, nel momento in cui, ellenizzandosi,
da una religione di sentimento si trasformava in una
religione dottrinaria e metafisica, era quella di conservare
il monoteismo, data, nel Cristo, l'esistenza di
una seconda persona divina. L'idea della personalità
divina del Cristo aveva ricevuta la sua sanzione definitiva
il giorno in cui si fusero insieme i due concetti
del Cristo e del *logos*. Nelle genuine tradizioni ebraiche,
il Cristo od il Messia era un personaggio umano che doveva
ridare ad Israele la potenza e la prosperità, mentre,
nel pensiero ebraico, che si era, dirò così, platonizzato
al contatto della filosofia greca, avvenuto in Alessandria,
il *logos*, il Verbo, era il principio razionale con
cui Dio aveva creato il mondo e vi si manifestava.
[pg!124]
Pertanto, se il Messia doveva rivelarsi in una apparizione
umana, ciò non si poteva pensare del *logos*, il
quale, nella filosofia greco-ebraica, non era che il simbolo
di un'idea, di una forza ontologica ed astratta.
Nessun pensatore ebraico avrebbe mai osato fare di
questo simbolo un personaggio divino, staccato da
Dio. Ora, questo passaggio dal simbolo alla persona
si verificò nel momento in cui l'attribuito di *logos* fu
dato al personaggio storico di Gesù, che era già
stato rivestito del carattere di Messia. Per tal modo,
la figura di Gesù, raccogliendo in sè l'ufficio messianico
e la personificazione del *logos*, si poneva come
intermediaria fra Dio e l'uomo, con un contorno non
ben definito, in cui l'umano e il divino si confondevano,
come il bianco ed il nero nel papiro che brucia,
giusta la similitudine dantesca. Quella figura dava
una mano ad Israele e l'altra all'Ellade e, quanto
più si avvicinava a questa, quanto più si intensificava
in essa il carattere di divinità distinta, e tanto maggiore
diventava il pericolo a cui il monoteismo si trovava
esposto.

Le eresie gnostiche tendevano a spingere il Cristianesimo
in questa direzione, in fondo alla quale esso
avrebbe ritrovato il Politeismo. Ma il movimento fu
trattenuto dall'azione prudente ed efficace dei primi
scrittori sistematici della Chiesa, dagli apologeti, i
quali, preoccupati sopratutto dell'azione redentrice
compiuta dal Cristo, tarpavano le ali della fantasia
metafisica e, nell'intensa contemplazione del problema
morale, chiudevano gli occhi al problema filosofico.
Ma questo si presentò, in tutta la sua grandezza, nella
seconda metà del secolo terzo, quando il Cristianesimo
alessandrino, con Clemente e sopratutto con Origene,
si slanciò, a vele spiegate, nel gran mare della speculazione
[pg!125]
ellenica. Sarebbe difficile trovare un esempio
di altro pensatore che, al pari di Origene, abbia esercitata
tanta influenza sulla dottrina che si è svolta
dopo di lui. Per tale rispetto, egli è davvero paragonabile
a Platone. Si può dire che, per più di due secoli,
la teologia scientifica non ha fatto che aggirarsi
intorno alle tesi da lui poste. La sua dottrina, pur
modificata e temperata, formò il substrato su cui si è
poi innalzato l'immane edificio della dogmatica cristiana.
Quella sua dottrina, eminentemente platonica,
non è che un'allegoria ideale e spiritualista, la quale affievolisce
ed altera essenzialmente il contenuto storico
del Cristianesimo genuino. Per Origene, come, prima
di lui, per Clemente, e come, dopo di lui, per la filosofia
neoplatonica, il *leitmotiv* è quello del logos, del
verbo cosmogonico, cioè, del logos concepito come
potenza generatrice del mondo. Origene distingue il
mondo delle sensazioni [#]_ e il mondo delle idee [#]_.
Il logos è l'idea delle idee, l'origine dei fenomeni, lo
strumento di creazione. Ma questo strumento fu da
Dio creato, in un dato punto del tempo, e gli è subordinato.
L'identità del logos con Dio non solo non
è voluta, ma è esclusa nel sistema d'Origene, perchè,
in esso, l'esistenza del logos non è che il primo grado
del processo cosmologico, non è che il primo effetto il
quale diventa, a sua volta, la causa degli effetti susseguenti.
Ed è nella conoscenza sempre più profonda
e chiara di quel processo che sta per Origene la redenzione
dell'uomo. Ad Origene si applica egregiamente
il giudizio che di lui faceva il neoplatonico
[pg!126]
Porfirio, dicendo che «sebbene vivesse da cristiano,
ellenizzava nella scienza delle cose e della divinità,
e vestiva di miti stranieri la dottrina dei
Greci» [#]_.

.. [#] κόσμος αισθητός.

.. [#] κόσμος νοητός.

.. [#] *Euseb. histor.* recognovit Schwegler, 219.

L'importanza e lo sviluppo potente che aveva
preso la dottrina del logos, inteso come un'essenza
divina, generato da Dio, ma da lui divisa ed a lui
subordinata, faceva rinverdire, sotto forma più scientifica
e più misurata, le tendenze gnostiche delle più
antiche eresie, e conduceva di nuovo il Cristianesimo
sull'orlo del Politeismo. Contro questa dottrina sorse,
o almeno si determinò meglio, una dottrina radicalmente
diversa, che ebbe il nome di monarchianismo,
la quale, pur conservando viva l'azione redentrice del
Cristo, teneva ferma la fede nell'assoluta unità personale
di Dio, e, pertanto, era avversa ad ogni speculazione
che potesse condurre ad una duplice o trina
divinità. Il monarchianismo si divide in due scuole,
il monarchianismo dinamico ed il monarchianismo modalistico,
la prima delle quali affermava l'umanità essenziale
di Gesù, affermando insieme che in lui era
stata viva l'ispirazione diretta, la forza dinamica di
Dio; la seconda credeva nella incarnazione del Padre
stesso e considerava il Cristo, apparso sulla terra, come
un *modo*, come una rivelazione del Dio supremo ed unico,
il quale non si era scisso, nè aveva prodotta od emanata
nessuna divinità secondaria, ma si presentava
nella sua inalterabile unità. Il monarchianismo dinamico
aveva avuto, nella seconda metà del secolo terzo,
per suo rappresentante un uomo geniale. Paolo di
Samosata, vescovo d'Antiochia, il quale potè affrontare
[pg!127]
gli avversari, che lo accusavano di eresia e di
abitudini mondane [#]_, finchè ebbe la protezione di Zenobia,
regina di Palmira, nel cui nome governava Antiochia.
Ma, vinta Zenobia da Aureliano, caduta Antiochia,
nel 272, in potere dei Romani, il vescovo
battagliero dovette cedere il posto ai suoi rivali, e la
sua dottrina venne, in apparenza, soffocata. Ma essa
rimase come un germe latente che poi si è svolto ed
ha fruttificato nell'Arianesimo.

.. [#] *Euseb.*, 277, 20 sg.

Il monarchianismo modalista era una dottrina antica
che già si era affermata, in Roma, nella prima metà
del secolo terzo. Preoccupata del pericolo inerente nel
concetto di una personalità divina, la quale, nel logos-Cristo,
si affermava staccata dal Dio supremo, quella
dottrina tendeva a ricomporre l'unità assoluta, confondendo
insieme il Padre col Figlio, e facendo del
Figlio null'altro che una personificazione, una ipostasi
del Padre. Questa dottrina che veniva a ferire le idee,
pur metafisicamente assai modeste, dominanti nel Cristianesimo
occidentale, trovò appoggio nei vescovi di
Roma, Zefirino e Callisto. Da qui una lotta, di cui
gli eroi antimonarchiani furono, in Roma, Ippolito,
in Africa, Tertulliano. Numerosi, d'altra parte, i combattenti
per l'unità assoluta di Dio, conosciuti anche
sotto il nome di *patripassiani*, per indicare che,
nelle sofferenze del Cristo, essi vedevano le sofferenze
del Padre. Ultimo e più importante, fra tutti costoro,
fu Sabellio, dal quale il monarchianismo prese, come
setta eretica, il nome definitivo di Sabellianismo. Sabellio
agitava il vessillo del rigoroso monoteismo. Il
Padre, il Figlio, lo spirito erano una sola essenza, non
[pg!128]
erano che tre nomi applicati ad un essere solo. Posto
fra Ippolito e Sabellio, il vescovo Callisto, sebbene
inclinasse ai monarchiani, trovò una formola di conciliazione
che non accontentò i partiti rivali, ma che,
terribilmente oscura e tutta composta di frasi contradditorie,
pose il mistero e l'incomprensibile come
elementi essenziali della teologia, ed aperse la strada
alla dogmatica della futura ortodossia.

Infatti, l'uscita dalle difficoltà in cui si dibatteva,
in sul nascere, la teologia cristiana non poteva trovarsi
che nell'unione forzata del monarchianismo, il
quale, affermando l'unità di Dio, era il cardine della
nuova fede, coll'origenismo il quale, con le sue molteplici
personalità divine, rispondeva alle esigenze metafisiche
della mente greca. Le grandi lotte del terzo e
del quarto secolo furono appunto il crogiuolo da cui è
sgorgata la corrente di una dottrina, composta dalla
fusione di due metalli essenzialmente eterogenei e forzatamente
uniti. Il duello fra l'eresia ariana e l'ortodossia
nicena fu l'ultimo atto di questo gran dramma
teologico in cui la società antica, nell'agonia dell'impero,
ha esaurite le sue forze, e da cui doveva venire
la legge che ha dominato, fino al secolo nostro, sul
pensiero dell'umanità.

L'Arianesimo, il quale può dirsi la continuazione del
monarchianismo di Paolo di Samosata, ebbe la sua radice
nella scuola di Luciano d'Antiochia. Costui, discepolo
ed amico di Paolo di Samosata, tenne, nei primi anni
del secolo quarto, un posto eminente nel Cristianesimo
orientale. E la fama e l'autorità del suo nome crebbero
ancora dopo la sua morte, avvenuta nel 312,
per essere egli stato una delle ultime vittime delle
persecuzioni imperiali. Condotto da Antiochia a Nicomedia,
egli pronunciò, davanti all'imperatore Massimino,
[pg!129]
un'orazione in difesa della sua fede, e poi eroicamente
moriva. Quest'uomo eccellente in ogni cosa,
e pieno di dottrina sacra, come dice Eusebio [#]_, ebbe
presso di sè tutti i futuri eroi dell'Arianesimo, lo stesso
Ario fra i primi, e non è improbabile che la memoria
del martire che li aveva istruiti, ed aveva dato loro
sì mirabile esempio, abbia infiammata la loro passione
per la causa da essi sostenuta. Però Luciano mescolava
molt'acqua metafisica al vino razionalista di
Paolo di Samosata. Per lui il logos-Cristo, se non era
un dio umanizzato, non era nemmeno un uomo divinizzato;
era un essere intermedio, la prima creatura,
creata da Dio, dal nulla e nel tempo, coll'ufficio di
promuovere il resto della creazione, di rivelare agli
uomini il Padre celeste, di offrir loro, con la vita e
con la morte, un esempio di perfezione assoluta.

.. [#] *Euseb.*, 342, 10 sg. — τοῖς ιεροῖς μαθήμασι συγκεκροτημένος.

Tali le correnti, dal cui urto doveva sprigionarsi
la scintilla incendiatrice; da una parte i lucianisti, i
quali, pur riconoscendo la posizione speciale del Cristo,
non ne ammettevano la divinità sostanziale; contro
ad essi gli origenisti che ne ammettevano la divinità,
ma ne affermavano, insieme, la subordinazione; contro
ambedue queste schiere una terza, i sabelliani, che
vedevano nel Cristo la persona del Padre. Questi tre
partiti, chi per un verso chi per l'altro, rappresentavano,
nel Cristianesimo, la tendenza razionale. Ma
v'era un quarto partito, ed a questo era riserbato l'avvenire,
il partito di quelli che volevano la distinzione
delle persone divine, ma non volevano la subordinazione
dell'una all'altra, e le riconfondevano nell'unità
dell'essenza. Questi ponevano il mistero. Ma, appunto
[pg!130]
perchè sollevavano l'anima umana al di sopra delle
contingenze razionali, avevano una forza d'attrazione
che loro assicurava la vittoria finale.

.. _`Ario`:

Chi fece scattar la scintilla, che ha poi messo fuoco
a tutto il mondo cristiano, ed ha avvolto, per più di
un secolo, l'umanità in un terribile incendio di passione
teologica, fu un uomo singolare e interessante,
il presbitero Ario. Devoto discepolo ed ammiratore
di Luciano, fervido d'ingegno e d'energia, scrittore,
poeta, dialettico acuto, affascinatore potente, pieno di
combattività coraggiosa, il giovane lucianista da Antiochia
era venuto ad Alessandria, dove era stato eletto
presbitero dal vescovo Alessandro. Per qualche tempo
vescovo e presbitero procedettero di pieno accordo, ma
il fuoco covava sotto la cenere, poichè ad Ario, imbevuto
com'era della dottrina di Luciano, non poteva
garbare la tendenza teologica d'Alessandro che a lui
pareva inclinasse al sabellianismo. Un giorno, narra
Socrate, Alessandro, alla presenza di tutti i presbiteri e
di tutto il clero, tenne un gran discorso, teologizzando,
per far pompa di dottrina, intorno alla Trinità, ed
insegnando che nella Trinità esiste l'unità [#]_. Parve
ad Ario di aver ormai l'occasione di insorgere contro
il vescovo. Egli lo accusò acerbamente di sabellianismo.
«Se il padre, egli disse, generò il figlio, il generato
ebbe un principio di esistenza. Da ciò è manifesto
che vi fu un tempo in cui il figlio non era. E ne
viene di necessità che deve aver avuto la sua esistenza
dal nulla». Intorno a queste proposizioni, in
cui sta tutto l'Arianesimo, che facilmente venivano
[pg!131]
accettate per la loro chiarezza, divampò l'incendio
teologico. Ma Alessandro tenne testa al pericolo. Egli
aveva al fianco un altro giovane presbitero, Atanasio,
che, forte d'animo, largo di mente, era, per Ario, un
rivale di cui non poteva aver ragione. E, forse, in fondo
a questa grande guerra teologica che si combatteva
intorno all'essenza stessa del Cristianesimo, altro non
era che la rivalità e l'antipatia reciproca di due giovani
dominatori ed insofferenti, i quali non potevano
convivere nel medesimo nido.

.. [#] *Socrate*, 8. — φιλοτιμότερον περὶ τῆς αγίας τρίαδος, εν
   τριάδι μονἀδα εῖναι φιλοσοφῶν, ἑθεολόγεί.

Alessandro, pertanto, riuniva un concilio dal quale
solennemente faceva destituire Ario e i suoi fautori,
e mandava a tutti i vescovi della cristianità «agli
amati ed onorandi colleghi della Chiesa cattolica,
dovunque si trovino» [#]_ una lunga circolare in cui
insisteva sugli errori d'Ario e ne giustificava la condanna.
Ma Alessandro commise l'imprudenza, forse
voluta, di nominare, nella sua circolare, Eusebio, vescovo
di Nicomedia, come uno degli eretici pericolosi.
Ora Eusebio, lontanamente imparentato con la famiglia
Costantiniana, era un uomo potentissimo, che non
si poteva acquietare ai rimbrotti di Alessandro [#]_. Irritato
egli prese apertamente le parti d'Ario e, raccolto
il parere di altri vescovi concordi con lui, impose
al collega di cassare la sentenza che condannava Ario.

.. [#] *Socrate*, 9. — τοῖς αγαπητοῖς καὶ τιμιωτάτοις συλλειτουργοῖς
   τοῖς απανταχου της καθολικῆς εκκλησίας.

.. [#] *Socrate*, 12. — *Sozom.*, 348.

In mezzo alla discordia che infiammava tutto l'Oriente,
ecco appare Costantino col suo *Quos ego*. Proprio
al momento in cui sperava di aver acquistato
uno strumento prezioso, lo strumento gli si spezza
[pg!132]
in mano. Padrone solo ed assoluto del mondo, egli
credette che la sua parola avrebbe sedata l'ira, e, da
Nicomedia, scrive ad Alessandro e ad Ario una lettera
che è un modello di ragionevolezza e di senso
pratico, per indurli a porsi d'accordo ed a metter fine
ad una lotta teologica che portava il discredito nel
Cristianesimo, e lo rendeva oggetto di scherno agli
increduli [#]_. Ma le passioni erano ormai troppo accese.
Atanasio ed Ario soffiavano nel foco, ed il *Quos ego*
dell'imperatore non valse ad acquetare l'atmosfera.

.. [#] *Socrate*, 13.

Quali fossero i punti essenziali della dottrina di
Ario, lo sappiamo da lui stesso che l'aveva esposta
in un trattato, scritto in parte in versi, da lui intitolato
*Thalia*, e di cui rimangono alcuni brani nella
confutazione che ne fece Atanasio. Ario si dice perseguitato
per essersi opposto all'affermazione che il
figlio sia eguale al padre e che da lui emani, che vi
sia unità di sostanza fra il generato ed il generante,
e che l'uno e l'altro abbiano coesistito, fuori d'ogni
principio e fuori del tempo. Dio solo, che è diventato
Padre per la produzione del Figlio, non è generato,
avendo l'essere in sè stesso. Inesprimibile nella
sua essenza, non ha eguali. L'uomo non può che determinarlo
negativamente, dicendo che non è generato,
che non ha un principio sopra o prima di sè. Il
Figlio cade, pertanto, al di fuori dell'essenza divina.
L'indicazione del figlio come logos, verbo, saggezza
di Dio, è per Ario impropria, perchè il logos, saggezza
e ragione di Dio, non è che una facoltà inerente alla
sua essenza. Ario così combatteva la tendenza della
teologia origenica a porre, col mezzo del logos, una
[pg!133]
seconda e pur sempre divina ipostasi, e rendeva impossibile
ogni evoluzione del concetto di Dio. Il Figlio
non appartiene alla sostanza del Padre. È la creatura
creata dalla volontà di Dio dal nulla — εξ οὺκ ὄντων — per
procedere alla creazione del mondo. Non è vero
dio — αληθινός θεός. — La dignità divina, che Ario gli
riconosce, gli viene dal dono di Dio, gli viene dalla
divinizzazione, conseguente alla partecipazione della
sapienza e del logos di Dio.

.. _`Atanasio`:

Contro la dottrina di Ario, il vescovo Alessandro
certamente sotto la dettatura di Atanasio, sosteneva
l'inseparabile unità del Padre e del Figlio. Il Figlio,
il logos, sta nel seno del Padre e, come creatore di
tutte le cose, non può esser creato dal nulla. Per la
sua eterna essenza egli è in perfetta opposizione col
creato, e, per tale rispetto, non vi può esser differenza
fra Padre e Figlio. E non può essere diversamente,
perchè il Padre fu sempre eguale a sè stesso, ed ebbe
sempre in sè il suo logos, la sua sapienza, il suo Figlio.
Questi è Figlio non già per una posizione, per
una θέσει, dall'interno all'esterno, ma per la natura
stessa della divinità paterna. Padre e Figlio sono
un'unità assoluta. Il rapporto misterioso pel quale il
Figlio, per una parte si distingue dal padre, per
l'altra è uno con lui per l'eternità e per l'essenza, è
espresso dalla generazione del Figlio dal Padre, che
indica una derivazione dell'uno dall'altro, ma una
derivazione che è fuori d'ogni concetto di tempo. È,
del resto, un rapporto inesplicabile all'uomo.

Data la premessa di voler esprimere l'inesprimibile,
è certo che queste formole alessandrino-atanasiane, in
cui si risente il soffio dell'origenismo platonico, hanno
un valore metafisico assai più alto delle formole ariane,
le quali, col loro apparente razionalismo, non danno
[pg!134]
ragione di nulla. Non vi può essere una teologia razionale.
Ogni pretesa di fondare la teologia sulla ragione
conduce ad un disastro inevitabile. La teologia
diventa tanto più accettabile quanto più si allontana
dalla ragione per avvolgersi nel mistero. Se gli Ariani
fossero risolutamente usciti dal pensiero metafisico per
ricollocarsi nella semplicità del Vangelo, essi avrebbero
avuta un'aspirazione veramente originale. Ma
dal momento che essi conservavano la teologia metafisica
coi suoi misteri, solo volevano somministrarla
a dosi più tenui, e tali da parer tollerabili alla
mente umana, essi erano predestinati ad essere sconfitti
dai loro rivali i quali, intensificando le formole
dell'incomprensibile e del mistero, inebbriavano l'uomo
e lo sollevavano in un aere in cui aveva come la visione,
il presentimento del sovrannaturale, quella visione
e quel presentimento di cui le pagine ispirate
di un S. Agostino furono poi l'eloquente manifestazione.

Costantino, visto vano ogni tentativo di far posare
gli animi con le sue esortazioni personali, consigliato
da Osio, vescovo di Cordova, che gli stava al fianco,
ed era il suo ministro per gli affari teologici, prese
nel 325 il partito di raccogliere, a Nicea, un grande
Concilio, coll'incarico di stabilire la formola definitiva
della fede, nell'intenzione di dare alla deliberazione
del Concilio l'autorità e la forza della volontà imperiale,
e di imporre, per tal modo, la _`concordia`, che,
con la persuasione, non riusciva ad ottenere.

Il Concilio di Nicea fu un'assemblea obbediente
al _`volere` di Costantino, e compose una formola la
quale doveva essere accettata da tutti i partiti. Ma
la cosa non andò sulle prime senza molte difficoltà ed
aspre lotte. Gli Ariani, guidati da Eusebio di Nicomedia,
[pg!135]
il futuro istitutore di Giuliano, presentarono
la loro formola lucianistica. Ma la maggioranza di
trecento vescovi la respinse. Allora i semiariani, gli
origenisti si fecero avanti con una nuova formola,
proposta da Eusebio di Cesarea, la quale, prestandosi
all'equivoco ed evitando ogni troppo precisa determinazione,
avrebbe potuto accontentar tutti. Ma il partito
che poi, più tardi, doveva rappresentare l'ortodossia,
non si lasciò guadagnare, ed istigato da Osio,
il consigliere intimo di Costantino, che fu l'anima di
tutte le combinazioni che avvenivano nel retroscena
del Concilio, propose una terza formola, o meglio una
correzione della formola eusebiana, e vi incluse la famosa
parola ομοούσιος, consostanziale, la quale esprime
l'assoluta identità ed unità di sostanza del Padre e del
Figlio [#]_. Malgrado che questa parola sollevasse gravi
opposizioni e perchè nuova, inusata affatto nel vocabolario
teologico, e perchè pareva fortemente intinta
di monarchianismo sabelliano, e quindi destinata a far
scomparire la personalità del Cristo, pure le opposizioni,
per quanto ragionevoli, cedettero davanti alla
volontà di Costantino. Nel diffondere e nell'imporre
la deliberazione del Concilio, Costantino mise uno zelo,
un'energia, un ardore oratorio ed epistolare che dimostra
come egli vedesse, nell'acquetamento delle ire
teologiche, un supremo affare di Stato. Ed egli volle
dare al Concilio la sanzione del suo intervento personale
e di pompe fastose e perfino di banchetti che
ne accrescessero il lustro e l'importanza davanti al
popolo [#]_. L'imperatore s'illudeva di aver stabilita la
[pg!136]
pace della Chiesa e creato quello strumento di governo
di cui sentiva il bisogno.

.. [#] *Socrate*, 19.

.. [#] *Sozom.*, 357.

.. _`Ortodossia vittoriosa`:

Ma l'illusione svanì presto. La formola nicena diventò
un nuovo tizzone di discordia. L'Oriente ecclesiastico
era già troppo essenzialmente ariano ed
origenista, perchè potesse ingoiare, senza resistenza,
il duro boccone che l'imperatore gli presentava. Costantino
sentì di non poter tenere la posizione, e,
sebbene persistesse a fare ed a ricevere dichiarazioni di
ortodossia, cominciò a cambiar sistema coi più illustri
anatemizzati dal Concilio di Nicea, e riammise nel suo
favore Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea [#]_.
E, poco dopo, circuito da reti pretesche e femminili,
finì per permettere allo stesso Ario il ritorno in Alessandria [#]_.
Ma, Costantino non aveva pensato che,
ad Alessandria, era diventato vescovo Atanasio, ed
Atanasio non era uomo da piegarsi ai voleri suoi,
e da accondiscendere ad una riconciliazione coll'aborrito
rivale. Dall'incontro dei due uomini venne infatti
un rinfocolamento d'ire, di dispute, di accuse
reciproche, fra cui Costantino ondeggiava, pur inclinando
sempre più dalla parte d'Ario e d'Eusebio.
E, forse, sarebbe avvenuto un completo rivolgimento
della posizione, se la morte improvvisa e misteriosa
d'Ario [#]_ non avesse privato il suo partito del massimo
sostegno, e impressionato fortemente l'animo
di Costantino. Questi moriva l'anno seguente, lasciando
la Chiesa assai più divisa di quanto lo fosse
prima del Concilio di Nicea, e lacerata da ire e da
[pg!137]
passioni tanto feroci da togliere ogni fascino al Cristianesimo,
agli occhi di un osservatore disinteressato [#]_.
La divina e semplice religione del Vangelo
era diventata un campo di dispute furiose, e molte
volte sanguinose, intorno a vuote sottigliezze metafisiche.

.. [#] *Socrate*, 36.

.. [#] *Idem*, 50.

.. [#] *Idem*, 62.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 271, 15.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Costanzo, successo al padre nell'impero d'Oriente,
sentì che la forza maggiore era dalla parte degli Ariani,
ed, essendo assai più libero di suo padre, perchè non
compromesso, come lui, nella deliberazione di Nicea,
non esitò di seguire i consigli di Eusebio, da lui
chiamato, da Nicomedia, alla sede di Costantinopoli,
ed esigliò Atanasio da Alessandria. Ma la teologia
degli imperatori era dominata dalle necessità politiche.
Ora, mentre Costanzo, in Oriente, prendeva in mano
la causa dell'Arianesimo, Costante, l'altro figlio di
Costantino, teneva alta, in Occidente, la bandiera
dell'ortodossia, ed era tanto infervorato da minacciare
la guerra al fratello, se non richiamasse Atanasio,
che si era rivolto a lui [#]_. E Costanzo, per non aggiungere
alle difficoltà che lo amareggiavano nella campagna
contro il re di Persia le difficoltà interne di una
lotta teologica col fratello, temperò la foga del suo
Arianesimo, ripose Atanasio, nel 346, nella sede di
Alessandria, e con ripetute e cortesi lettere lo fece
venire alla sua presenza, sebbene l'acuto uomo non
avesse molta fede nella sincerità dell'imperatore [#]_.

.. [#] *Socrate*, 88.

.. [#] *Idem*, 89.

[pg!138]

Gli avvenimenti mostrarono quanto fossero fondati
i sospetti di Atanasio. Infatti, ucciso Costante dal
ribelle Magnenzio, il fratello Costanzo, diventato solo
imperatore, senza ostacoli e senza paure, riprese la
primitiva sua politica ecclesiastica, e tosto scacciava
Atanasio da Alessandria, dove era appena rientrato,
ed anzi lo avrebbe anche ucciso, se il vescovo, avvertito
del pericolo, non si fosse salvato, fuggendo a
tempo dalla città. Ma Costanzo non si fermò nella
sua persecuzione. Raccolto nel 355, in Milano, un Concilio
solenne, volle che pronunciasse una sentenza di
condanna, per la quale Atanasio più non potesse ritornare
in Alessandria. Contro tale sentenza insorsero
coraggiosamente tre vescovi occidentali, Paolino di
Treviri, Dionisio d'Alba ed Eusebio di Vercelli. E il
concilio di Milano si sciolse, dopo aver fornito ancora
maggior esca all'incendio che già spaventosamente
divampava.

Se non che i vincitori di Atanasio non si conservarono
uniti, e la discordia si accese ben presto nel
loro campo. Gli Ariani puri, guidati da Aezio, un irrequieto
ed audace personaggio che avremo più tardi
occasione di meglio conoscere, non si accontentavano
di affermare la personalità distinta del Padre e del Figlio,
ma volevano il Figlio dissimile dal Padre per la
sostanza. Gli Ariani origenisti, i semiariani, come si
chiamavano, dei quali era anima Basilio d'Ancira, pur
tenendo distinte sostanzialmente le due persone, affermavano
l'eguaglianza delle due sostanze. Fra questi
semiariani e gli atanasiani ferveva la lotta intorno ad
un *i*. Infatti mentre gli atanasiani volevano che il Figlio
fosse ομοούσιος col Padre, cioè, ne avesse la stessa
sostanza, i semiariani, interponendo un *i*, dicevano
che il Figlio era ομοιούσιος, cioè, aveva una sostanza
[pg!139]
distinta ma simile a quella del Padre. Questi Ariani
moderati inclinavano evidentemente a trovare una
transazione con gli Atanasiani. Quel famoso *i* che
essi introducevano nell'epiteto, inventato a Nicea, era
la loro difesa contro il pericolo paventato di veder
sparire, insieme alla distinzione delle sostanze, anche
quella delle persone, delle ipostasi, come dicevano,
ciò che sarebbe stata una caduta nel monarchismo
sabelliano. Quando questa distinzione delle persone
fosse posta al sicuro, era prevedibile che sarebbe avvenuta
la conciliazione delle due parti. Se non che,
prima di arrivarci, bisognava attraversare un ultimo
periodo di dispute confuse ed ardenti. L'imperatore
Costanzo, sempre più infervorato di Arianesimo, non
accettava nessuna transazione, ed escludeva, come sospetta,
qualsiasi formola che, pur conservando la dualità
e la subordinazione delle ipostasi, ammettesse, non
già l'identità, ma l'eguaglianza della sostanza. La
Corte di Costanzo era tutta ariana, ed ariani intransigenti,
per quanto larvati, i vescovi che vi erano
ascoltati. In quella trovata dell'*i* essi vedevano piuttosto
un tranello che una difesa. Ma pure l'Arianesimo
rigoroso non era più sostenibile, battuto oramai
da ogni parte. Costanzo, per far mostra di moderazione,
esigliava Aezio, il duce degli Ariani. Un bisogno,
un desiderio di pace cominciava ad imporsi.
I Concilî si succedevano ai Concilî, in Oriente ed in
Occidente, le formole alle formole, tutto il mondo
cristiano non risuonava che di interminabili discussioni,
in cui la sottigliezza stessa degli argomenti
diventava scintilla di nuove discordie, senza che mai
si potesse venire all'invocata chiusura. La pietra
dello scandolo per gli Ariani, più o meno ipocritamente
mascherati, era quella parola ουσία — sostanza — che
[pg!140]
si trovava nella formola degli Ariani origenisti e transigenti.
Davanti a quella parola, i vescovi che stavano
al fianco di Costanzo e lo circuivano coi loro intrighi,
Valente, Ursacio, Germinio, Acacio, sentivano farsi
più viva la diffidenza e strepitavano. Basilio d'Ancira
ed i suoi compagni, che avevano inventato quel famoso *i*,
riuscivano ancor più sospetti degli atanasiani puri.
Quei vescovi cortigiani volevano trovare una formola
che li distinguesse, in apparenza, dagli Ariani intransigenti,
caduti ormai, con Aezio, ufficialmente in
discredito, ma che pure assicurasse loro la vittoria
sugli aborriti rivali ed impedisse il possibile risorgimento
della dottrina nicena. Per la loro influenza e
per opera loro si formò un nuovo partito, il partito
*omoico*, il quale ammetteva che il Figlio fosse simile
al Padre, secondo la volontà, — κατὰ τὴν βοὑλησιν — ma
non voleva, in alcun modo, che si accennasse
lontanamente ad un'eguaglianza di sostanza. Questo
partito si affermò, la prima volta, a Sirmio, nel 359,
con una formola che diceva genericamente il Figlio
simile *in tutto* al Padre. Ma anche quell'*in tutto*, quel
κὰτα πὰντα che, per la sua indeterminatezza, non aveva
valore, fu poi escluso, pei maneggi degli arianeggianti,
nella formola definitiva, uscita dai sinodi tempestosi
di Rimini e di Seleucia. La somiglianza del Figlio
col Padre non ebbe altra determinazione che quella
contenuta nelle parole — *secondo le scritture,* — messe
lì come un talismano il quale impedisse che la formola
venisse alterata [#]_. Costanzo, nell'anno antecedente
la sua morte, prima di partire da Costantinopoli, imponeva
[pg!141]
alla Chiesa questa formola opportunista, per
la quale s'illudeva di comporre, mercè una transazione
politica, un profondo dissidio dottrinale.

.. [#] ὅμοιον λέγομεν υιὸν τῳ πάτρι ως λέγουριν αι θεῖαι
   γράφαι και διδάσκουσι. — *Socrate*, 126.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Quando Giuliano prese in mano le redini dell'impero,
egli trovava questa situazione di cose, una pace
imposta sulla base dell'opportunismo. Era chiaro che
questa pace non aveva la condizione della durata. Ma
Giuliano, nell'interesse della sua causa, ne precipitò
la rottura. Egli, come vedremo meglio a suo luogo,
dichiarava di essere affatto estraneo ai partiti ed alle
dispute teologiche dei Cristiani, e permetteva, quindi,
il ritorno nelle loro sedi ai vescovi esigliati da Costanzo,
che erano, appunto, i malcontenti e dell'una
parte e dell'altra. Le previsioni di Giuliano si avverarono;
la ricomparsa di quegli uomini battaglieri
sulla scena teologica riaccese le discordie e le dispute.
Ma non ne venne la conseguenza ch'egli aveva sperata,
cioè, lo sfacelo dell'odiato Cristianesimo. Atanasio,
ritornato ad Alessandria, per esserne ricacciato
da Giuliano col solo atto di aperta intolleranza di cui
siasi macchiato, risollevava tosto, con la sua indomabile
energia e col suo spirito agitatore, il suo partito,
e riponeva in difficili condizioni il vittorioso Arianesimo.
Durante i tre anni passati in esiglio, il vecchio
difensore dell'ortodossia nicena, sebbene lontano dal
campo di battaglia, aveva partecipato alle emozioni
della lotta, e con una serie di scritti ardenti, dogmatici,
storici, apologetici, aveva tenuto alto il coraggio
degli amici e ricordato ai nemici ch'egli ancor viveva.
Già in questi scritti del vecchio ma non stanco atleta
si rivela la tendenza ad offrire la mano agli sconfitti
[pg!142]
partigiani della ομοιουσία, della somiglianza fra la sostanza
del Padre e quella del Figlio e ad attenuare
le differenze che li distinguevano dai partigiani della
ομοουσία, della identità fra le due sostanze. Nel preveduto,
possibile accordo fra l'ortodossia e la frazione
origenista dell'antico Arianesimo, oramai in aperta
ostilità con la frazione intransigente, egli sentiva trovarsi
la condizione della vittoria sull'eresia trionfante
nella Corte di Costanzo e nel mondo ufficiale [#]_. Morto
Giuliano, l'eroico vescovo, rimasto padrone del campo,
con una temperanza di giudizio e di condotta, che
mostra quanta e quanto vera fosse la sua grandezza,
piegò apertamente alla conciliazione. In Occidente il
movimento conciliativo era promosso da due scrittori
di grande ingegno, Ilario, detto l'Atanasio dell'Occidente
e Mario Vittorino, il filosofo neoplatonico
di cui Agostino ci narra la commovente conversione [#]_.
In Oriente il movimento ebbe un prezioso aiuto in
quei tre insigni personaggi della Chiesa che si chiamavano
i tre Cappadoci, Basilio il grande, Gregorio di
Nissa e Gregorio di Nazianzo, il nemico acerrimo di
Giuliano. L'origenica eguaglianza dell'essenza nel
Padre e nel Figlio venne a trasformarsi nell'atanasiana
identità, ma venne, insieme, solennemente
proclamata la distinta trinità delle persone. Così fu
fondato il dogma essenziale della metafisica cristiana — una
sola sostanza in tre persone — μἴα οὐσία ὲν τρίσιν
υποστάσεσιν.

.. [#] :small-caps:`Gummerus`, *Die homöusianische partei*, 1900.

.. [#] *Confess.*, 8, 2 sg.

Questa formola divenne con Teodosio legge suprema,
non solo della Chiesa, ma anche dello Stato, che minacciava
[pg!143]
il castigo del suo braccio a chi ardisse disobbedirla,
e così l'intolleranza religiosa entrò nel
mondo e vi cominciò il suo regno funesto. In Occidente
l'ortodossia nicena si diffuse e pose facilmente
radice, perchè l'Occidente, durante la gran disputa,
era sempre stato favorevole ad Atanasio. L'unico episodio
acuto fu la lotta sostenuta da Ambrogio contro
la reggente imperatrice Giustina che aveva portata a
Milano una tardiva simpatia per l'Arianesimo, e aveva
cercato di raccogliere, alla sua Corte, i dispersi partigiani
della vinta dottrina. Ma Ambrogio che già, con
Graziano, antecessore e fratellastro del fanciullo Valentiniano
2º, di cui Giustina era madre e tutrice,
aveva fatto trionfare l'ortodossia, e spinto lo Stato
nella via dell'intolleranza, si pose arditamente a fronte
dell'imperatrice, e forte della devozione del popolo,
ne ebbe facile vittoria. E l'Arianesimo, nel mondo
romano, fu spento, e dato all'ortodossia un impero
che non fu scosso nemmeno allorquando l'Arianesimo
ricomparve sulla scena del mondo, riportato dai Goti
e dai Longobardi. Il gran dramma teologico, i cui
elementi si erano elaborati nel secolo terzo, e in cui lo
Stato, a Nicea, entrò con Costantino come attore principale,
si chiuse col finire del secolo quarto. Ambrogio
ha compiuta l'opera che Atanasio aveva iniziata. Costantino
voleva istituire un'ortodossia religiosa che fosse
uno strumento dello Stato. Graziano e Teodosio ne
fecero una potenza a cui lo Stato servì di strumento.
E il pensiero umano rimase imprigionato per sempre.

La vittoria dell'ortodossia nicena, alleatasi colla
destra origenica dell'Arianesimo, fu un avvenimento
di suprema importanza che ha determinato l'indirizzo
del Cristianesimo per lunga serie di secoli. Da quella
vittoria è stato creato il Cristianesimo metafisico,
[pg!144]
scientifico e dogmatico. Se avesse trionfato la dottrina
di Paolo di Samosata che era poi quella dell'Arianesimo
puro, la semplice dottrina che affermava l'esistenza
di un Dio padre, rivelato da un uomo divinizzato
per la sua virtù, non sarebbero stati possibili nè
S. Agostino nè S. Tomaso. La semplicità della concezione,
accessibile e comprensibile a tutti, avrebbe
tolta la necessità di ardue e complicate costruzioni
dogmatiche. Ma quella dottrina, appunto per la sua
semplicità, non poteva soddisfare le esigenze dello
spirito greco-latino, sitibondo di fantasie metafisiche,
e infervorato dell'idealismo platonico che Plotino,
Porfirio e i neoplatonici avevano riacceso nel mondo
del pensiero. Origene fu il primo e vero legislatore
della metafisica cristiana ch'egli plasmò coi materiali
del Neoplatonismo. Questa metafisica era una cosmologia
in cui le idee, sotto la forma delle ipostasi divine,
conservano quella stessa funzione che hanno
nel sistema di Platone. La cosmologia origenica era
già, per sè stessa, fantastica, complicata e misteriosa.
Ma, alleandosi con l'ortodossia nicena, divenne ancora
più ardua a comprendersi, o, diremo, la parola
esatta, divenne più irrazionale, poichè, dal momento
che quell'ortodossia negava affatto la subordinazione
del logos a Dio, ed affermava l'assoluta unità di sostanza
nelle persone, che pur si volevano conservare
distinte, essa, come già dissi, intensificava il mistero.
Da qui la creazione elaborata, in ogni sua
parte, dalla gran mente di S. Agostino, di una religione
metafisica, cosmologica, incomprensibile, la quale,
perchè incomprensibile, dovette imporsi come un dogma
che non si discute, di cui la Chiesa possiede sola la
chiave. E così fu sepolta la pura, la divina ispirazione
del Vangelo. La Chiesa divenne signora assoluta del
[pg!145]
pensiero umano, che solo in essa poteva trovare la
conoscenza del vero, che fuori di essa non avrebbe
incontrato che l'errore e la perdizione.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Corruzione della Chiesa`:

Mentre nel mondo del pensiero teologico e nelle
grandi discussioni dei Concilî ferveva questo movimento
pel quale si innestavano le idee platoniche sul
tronco del monoteismo e si creava una dogmatica tutta
a tesi incomprensibili e, appunto per questo, imposte
come articoli di fede, il Cristianesimo, diffondendosi
in tutti gli strati sociali, si sostituiva al Paganesimo,
paganizzandosi e diventando idolatra. E così doveva
essere, perchè le condizioni intellettuali dell'umanità
non si erano affatto mutate, e, pertanto, rimaneva
inalterato, nel pagano e nel cristiano, il modo di concepire
la divinità e la sua azione sul mondo. I Santi
e i Martiri presero il posto delle antiche divinità, e
il culto si modellò sui riti politeisti, seguendo, sopratutto,
la traccia dei Misteri. «Il Cristianesimo, dice
il Müller, ha assorbito il Politeismo ed ha preso il
posto che questo lasciava vuoto. Le rovine del mondo
antico si ricompongono a nuova vita nella Chiesa.
La vita religiosa del popolo e le cerimonie ecclesiastiche
sono l'immediata continuazione della vita e
delle cerimonie antiche. Non v'ha interruzione.
L'aspetto del mondo rimane il medesimo. La religiosità
del popolo si esprime, come già nel Paganesimo,
nel regolare e corretto adempimento dei doveri
rituali, e quanto più ricche sono le forme del
culto, e tanto più soddisfatto vi si sente il popolo.
Il Cristianesimo ha appena graffiata la pelle del
mondo antico. Solo in pochi viveva la coscienza che
[pg!146]
il Cristianesimo non deve abbandonarsi a questa
tendenza, che il cristiano è chiamato piuttosto ad
un'intima ed immediata comunione con Dio, e questa
coscienza li conduce all'ascetismo» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Müller`, *Kirchengeschichte*, p. 206.

Costantino, volendo farsi della Chiesa un aiuto, e
crearsene uno strumento di potenza, le diede ricchezze
e privilegi, e indirettamente la trasformò radicalmente.
Essa non fu più quella confraternita religiosa, composta
di poverelli, spesso perseguitata, senza alcuna influenza
mondana, che si appagava di un culto semplice,
celebrato fra umili e domestiche pareti. Trionfante,
sentì il bisogno, onde imporsi alle turbe, del lusso
che attira, delle leggende che consolidano la fede.
Essa approfittò, nella sua evoluzione, dello spirito dei
tempi, si mondanizzò al contatto del Paganesimo, e
ne prese molte delle abitudini. Da qui, il fasto, il lusso,
la gerarchia numerosa che già si osserva nel quarto
secolo. Sviluppò la sua liturgia, formulò, nei Concilî,
i suoi dogmi, li sostenne con furore, ed istituì le sue
feste. La vita del clero e del vescovo non poteva esser
quella della Chiesa primitiva. Diventò corrotta e lussuosa.
Ammiano descrive i vescovi cittadini che «arricchiti
con le oblazioni delle matrone, percorrono le
vie assisi nei cocchi, vestiti splendidamente, amatori
di banchetti abbondanti, così da superare le mense
regali» [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 100.

La Chiesa accettò le divisioni dell'amministrazione
romana, le prese le sue idee di gerarchia, e sentì il
desiderio di avere un gran numero di funzionari. La
preoccupazione delle cure mondane le fece dimenticare
[pg!147]
quell'amore della debolezza e della povertà che
era stato in origine la sua forza d'attrazione. Una religione
semplice, un Dio supremo, creatore del cielo
e della terra, un redentore dell'umanità non potevano
bastare ad uomini avvezzi alla molteplicità dei santuari
e degli dei. La Chiesa, pertanto, fu condotta a
riconoscere delle divinità secondarie e più umane a
cui rivolgere le preghiere, e sentì la necessità di istituire
un culto secondario a fianco di quello che si rendeva
al Dio supremo. Così nacque il culto dei santi.

L'antica religione, con le sue numerose divinità,
continuò, dunque, a vivere, sotto il velo di questo culto.
Il santo raccolse intorno a sè quegli stessi adoratori
che prima si rivolgevano agli antichi numi pagani. Il
santo adempì tutti gli uffici loro. Come Mercurio, egli
aiuta le imprese, custodisce le proprietà, come Esculapio
ridona la salute. Il culto dei santi finì per diventare
la sola e vera religione del popolo, al quale i dogmi
restavano ignoti. È con questo culto che il Cristianesimo
potè sostituirsi al Paganesimo, di cui prendeva
le forme. In tutte le manifestazioni esteriori della religione
il Paganesimo trionfa. Non c'è stato nemmeno
un combattimento fra il Paganesimo ed il Cristianesimo
per la maggiore o minor prevalenza della
superstizione e del formalismo; il primo si è introdotto
nel secondo alla chetichella, facendo continui
progressi, man mano che i fedeli aumentavano, ed,
al fine della conquista, si trovò che la Chiesa si era,
senz'avvedersene, trasformata e che il suo culto esterno
non era, in fondo, che la restaurazione del culto antico [#]_.

.. [#] :small-caps:`Müller`, *Kirchengeschichte*, 199 sg. — :small-caps:`Harnack`, *Dogmengeschichte*,
   II, 413 sg. — :small-caps:`Hatch`, *Griechentum und Christentum*. — :small-caps:`Marignan`,
   *La foi chrétienne*.

[pg!148]

La paganizzazione del Cristianesimo, che avveniva
nella dogmatica e nel culto, si verificò, ben presto,
anche nei costumi appena il Cristianesimo diventò religione
riconosciuta e dominante e conquistò le masse.
La tenacia con cui si curavano i beni, si volevano i
godimenti della terra non rimase per nulla indebolita
dalla conversione degli uomini al Cristianesimo. Esser
pagani o cristiani, pel risultato morale, era tutt'uno.
Si poteva quasi dire che il Paganesimo si era, in
parte, purificato col gittare sul Cristianesimo alcuni
dei suoi peggiori elementi. Ed era naturale che ciò avvenisse.
Con gli imperatori cristiani, l'essere cristiano
era una condizione necessaria al successo nella vita.
Per restar pagani ci voleva della virtù ed una forte
convinzione. Lo spettacolo che offriva la Corte dei
Costantiniani, quella di Costanzo, per esempio, con
gli intrighi che vi dominavano, con gli eunuchi che
vi avevano signoria assoluta, con gli eccidî neroniani
che vi si perpetravano, mostrava il naufragio morale
a cui era fatalmente andato incontro il Cristianesimo,
dal momento in cui, dall'essere la religione
di una minoranza perseguitata, diventò la religione
riconosciuta dello Stato. Finchè il Cristianesimo richiese
ed usò tutte le forze di quella minoranza nella
lotta di resistenza contro la persecuzione, esso moralizzò
potentemente l'uomo, sollevandolo al sentimento
di un'eroica virtù. Ma il Cristianesimo, allorquando
vittorioso potè adagiarsi nella sicurezza e nella pace,
lasciò l'uomo libero di ritornare all'esercizio delle sue
passioni e di rivolgere al male tutte le energie che
non erano più assorte in un combattimento supremo.
Così avvenne che il mondo e l'uomo, per essere
diventati cristiani, non si mutarono affatto. Anzi,
a rendere peggiore la condizione degli animi e delle
[pg!149]
cose, si aggiunse un fenomeno affatto nuovo, quello
dei partiti e delle ire teologiche. Le metafisiche, nel
mondo antico, erano semplicemente delle opinioni. Ma
il Cristianesimo ellenizzato fece della metafisica un
dogma indiscutibile. Da qui la conseguenza dell'intolleranza
dottrinale, perchè la fede nel dogma diventava
la condizione della salvezza, e siccome ogni
partito pretendeva di essere in possesso della verità
assoluta, così si sentiva nel diritto e nel dovere di
combattere, non solo con la ragione, ma con la violenza,
l'errore degli altri. Lo spettacolo delle discordie
teologiche era tanto scandaloso che Ammiano Marcellino,
come vedemmo, non esitava ad affermare che i
Cristiani si laceravano gli uni gli altri con la ferocia
delle belve.

.. _`Ascetismo monacale`:

Se non che, nell'intima natura del Cristianesimo,
era tanta forza, e quella sua natura rispondeva così
efficacemente a determinate esigenze dell'anima umana
che era inevitabile venisse una reazione contro il suo
abbassamento alle condizioni della vita e del mondo.
E la reazione prese forma e corpo nel monachismo.
L'ascetismo, cioè, la rinuncia al mondo, per isolarsi
e per sublimarsi nelle contemplazioni ideali, non era
cosa ignota all'antichità. Ma la novità cristiana fu
l'organizzazione di una società monacale che in sè
realizzasse l'ideale cristiano nella sua purità. Si ebbero
così due Cristianesimi; il Cristianesimo che, vivendo
della vita di tutti, doveva corrompersi ed abbassarsi
al livello dell'umanità che lo praticava, e
il Cristianesimo che, appartandosi dal mondo, nella
solitudine organizzata dei conventi, teneva acceso
l'ideale delle aspirazioni e delle virtù di cui il Vangelo
era il codice divino. Il monachismo, come ogni
cosa umana, finì per traviare dalla purezza dell'ideale
[pg!150]
e per accordarsi con le esigenze mondane, diventando,
esso pure, uno strumento di passioni e di
interessi terrestri. Ma, in origine, fu una reazione
salutare, la quale ha salvato il Cristianesimo, perchè
ne ha tenuta viva la forza d'attrazione, quando fu
spenta quella che gli veniva dall'esempio dell'eroismo
perseguitato. Le esigenze della vita cittadina, domestica,
civile, abbassavano il Cristianesimo al livello
del Paganesimo a cui succedeva. Il monachismo creava
un'organizzazione in cui quelle esigenze scomparivano,
e, per tal modo, sosteneva il Cristianesimo nella sua
altezza ideale. Quanta fosse l'efficacia dell'esempio
monacale per promuovere la conversione al Cristianesimo,
alla fine del secolo quarto, lo vediamo dal famoso
racconto di Pontiziano, nelle *Confessioni* di S. Agostino,
e dall'impressione che questi ne ha ricevuto [#]_.

.. [#] *Confess.* — Lib. 8.º

Il movimento monacale trovò appoggio e favore in
Atanasio e nel partito ortodosso, mentre l'Arianesimo
lo guardò con antipatia e con sospetto. Qui ci appare
una delle ragioni per le quali ad Atanasio rimase la
vittoria finale. L'Arianesimo rappresentava il razionalismo
ma, insieme, l'impoverimento del Cristianesimo.
L'idealità mistica e il sentimento morale vi andavano
completamente perduti. Il Cristianesimo veniva adattato,
senza freni e senza reazioni salutari, ai bisogni
del vivere sociale ed agli interessi mondani. Diversa
era l'attitudine dell'ortodossia. Ambrogio spingeva, è
vero, Graziano e Teodosio sulla via dell'intolleranza,
ma non esitava ad affrontare il violento e potentissimo
Teodosio, per chiamarlo al pentimento delle sue colpe.
Invece i vescovi ariani o semiariani, che avevano circondato
[pg!151]
Costantino e più ancora Costanzo, cercavano,
nell'indulgenza pei delitti degli imperatori, una
ragione di influenza e di successo. Il partito atanasiano
conservava, assai meglio del partito rivale, il
sentimento dell'essenza morale del Cristianesimo. Perciò,
esso favorì il monachismo come una protesta contro
la mondanità invadente, ed è per ciò che le più belle,
le più grandi figure, in questo periodo di lotta teologica,
si trovano tutte nelle schiere dell'ortodossia
nicena.

Il monachismo, che s'iniziò in Egitto, dove trovava
il terreno preparato dall'ascetismo praticato dai
devoti d'Iside e di Serapide, poteva diventare un pericolo
per la Chiesa, quando la protesta fosse diventata
aperta ribellione. Ma l'ortodossia vittoriosa ebbe su di
esso un'azione sapientemente moderatrice e lo contenne
nei limiti di un'affermazione religiosa che conservò
accesa e visibile la fiamma dell'ideale cristiano. Però,
se il monachismo ha indubbiamente giovato a salvare
il pericolante ideale cristiano, ha pure indirettamente
contribuito a mondanizzare la Chiesa, perchè ha stabilito
una divisione ben netta e precisa fra coloro che
seguivano, in tutta la loro purezza, i principî cristiani
e coloro che li adattavano agli interessi terrestri.
Questo adattamento diventava, fino ad un certo punto,
legittimato dall'esistenza, nel seno della Chiesa, di
un'organizzazione che si era assunto l'ufficio di adempire,
nella sua perfezione, la legge del Cristo, e che,
pertanto, pareva autorizzasse tacitamente a trasgredirla
coloro che di essa non facevano parte.

.. _`Apparenza di conversione della società`:

Questo così rapido corrompimento del Cristianesimo,
diventato vincitore e costituitosi in autorità riconosciuta,
è uno dei fatti più suggestivi, anzi, più chiaramente
istruttivi che ci presenti la storia umana. Il
[pg!152]
Cristianesimo aveva posto un principio affatto nuovo
e propriamente sublime, quello dell'eguaglianza degli
uomini, da cui veniva il dovere dell'amore e del rispetto
vicendevole, principio e dovere che avevano avuta la
suprema sanzione nel supplizio ignominioso di un dio
che si era sacrificato per la salvezza dell'umanità.
Questo principio che era la negazione della base su
cui si fondava la società antica ha attratto a sè le
turbe innumerevoli degli oppressi e degli infelici, e
ha dato a quella società una scossa a cui non ha
saputo resistere. Ma il Cristianesimo si è poi dimostrato
affatto impotente a rimodellare, su quel principio,
una nuova società. La società cristianizzata non
fu moralmente migliore della società pagana, di cui
aveva allentata tutta la compagine politica e civile.
S'era, naturalmente, addolcita la schiavitù [#]_, ma la
Chiesa, diventata potente, ben si guardò dall'abolirla.
L'abolizione non venne dal Cristianesimo vittorioso,
ma dalle invasioni barbariche, per le quali una nuova
forma di servitù, la servitù della gleba, prendeva il
posto della servitù personale [#]_.

.. [#] :small-caps:`Allard`, *Julien l'Apostat*, 329.

.. [#] :small-caps:`Negri`, *Meditazioni vagabonde*, 439.

L'inettitudine del Cristianesimo vittorioso a trasformare
il mondo e la società coi principî che pure
erano il fondamento della sua dottrina ci dimostra che
il progresso umano sulla via della civiltà deve conseguire
da cause diverse di quelle contenute in una
predicazione, in un insegnamento puramente morale.
Quali siano queste cause cercheremo alla fine di questo
libro. Per ora noi ci limitiamo a ricreare l'ambiente
in cui si svolse il tentativo di Giuliano. Vedemmo
[pg!153]
come il Cristianesimo, appropriandosi il pensiero filosofico,
lo avesse intensificato così da accendere intorno
ad esso le più forti passioni, da farne la questione
suprema, da sostituire, nel fondamento della fede, il
dogma al sentimento. Se non che, siccome questo fervore
di pensiero metafisico, questa brama di spiegazioni
trascendentali non erano esclusivi al Cristianesimo,
ma rispondevano ad una speciale condizione
dello spirito umano in un determinato momento della
sua evoluzione, così noi li ritroviamo anche nel campo
nemico, dove si manifestavano in un sistema parallelo
a quello della dogmatica cristiana, in un sistema che
permetteva la trasformazione del Politeismo antico in
una religione la quale, col suo simbolismo metafisico,
poteva pretendere ed illudersi di combattere e di vincere
il Cristianesimo. Di questa filosofia religiosa Giuliano
era il più fervente discepolo. In essa egli trovava le
ragioni, l'ispirazione e le armi per la sua guerra contro
il prevalere del Cristo. Prima, dunque, di narrare le
vicende di quella guerra, guardiamo, per un istante,
la dottrina di cui il futuro apostata s'era segretamente
nutrito, mentre intorno a lui risuonava il frastuono
delle dispute che squarciavano la Chiesa nascente.

[pg!155]

.. _`Il Neoplatonismo`:

.. toc-entry:: Il Neoplatonismo

IL NEOPLATONISMO
================

.. _`Essenza del Neoplatonismo`:

La diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento
come religione di Stato, il suo progressivo
adattamento alle esigenze ed alle condizioni del tempo,
e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno
dilaniato, durante l'elaborazione di un corpo di dottrina,
affermato come ortodossia dogmatica, ecco gli
elementi che compongono il quadro della società greco-romana,
per tutto il corso del secolo quarto. Se non
che la società non si lasciava trasformare senza qualche
resistenza, e tentava di contrapporre alla costruzione
metafisica e religiosa del Cristianesimo un sistema che,
sostituendosi al Politeismo naturalistico e razionale,
od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito
nuovo, tenesse in piedi l'antica compagine di tradizioni,
di pensiero, di organizzazione sociale. Questo sistema
fu il Neoplatonismo. Qui notiamo subito, come, del resto,
abbiamo, più sopra, già veduto, che il Neoplatonismo,
alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo
Dio nel soprannaturale, dichiarando che il misticismo
era la sola via per la quale l'uomo potesse unirsi a un
[pg!156]
Dio incomprensibile appunto perchè soprannaturale, è
stato la matrice da cui è uscita la teologia cristiana. Non
erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con sfiducia
e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche
intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano
la suprema preoccupazione di salvare il monoteismo
evidentemente compromesso. Ma l'ortodossia la quale,
mescolandosi all'origenismo temperato, mise poi capo,
passando per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori,
a S. Agostino, non fu che uno schietto Neoplatonismo.
Fra il Neoplatonismo cristiano ed il Neoplatonismo
ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il
primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una
perfetta oggettività storica ed un'incomparabile efficacia
d'attrazione; il secondo teneva in piedi le divinità
antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale
e le riduceva alla condizione di puri simboli.
Era chiaro che, per questo rispetto, il vantaggio era
tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il grande interesse
che presenta il tentativo di Giuliano è quello,
appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia
identica, in fondo, a quella del Cristianesimo, opporre
al Dio cristiano gli antichi dei dell'Olimpo ellenico.
Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il Cristianesimo
aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione
e creare una teologia, una dogmatica politeista,
la quale, organizzandosi in una gerarchia ecclesiastica,
potesse rivaleggiare col Cristianesimo nella ricchezza
della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme,
conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le
tradizioni antiche, salvasse la civiltà ellenica, l'Ellenismo,
com'egli diceva, dalla catastrofe che, per effetto
del Cristianesimo, gli pendeva sul capo.

[pg!157]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

L'apparizione del Neoplatonismo e l'immensa azione
che ha esercitato sullo spirito umano è un fenomeno
di suprema importanza nell'evoluzione del pensiero e
della civiltà. Il Neoplatonismo rappresenta il fallimento
completo del razionalismo platonico ed aristotelico e
di tutte le scuole che erano successe ai due grandi
organizzatori della filosofia antica. Questa si era affermata
sul concetto della distinzione assoluta della materia
e dello spirito, del sensibile e dell'intelligibile,
e, si era accinta, ragionando sull'idea, sullo spirito,
sull'intelligibile, a ricostrurre idealmente il mondo,
con una fiducia completa nella ragione astratta, nella
solidità di creazioni ideali, innalzate coll'ammucchiamento
di materiali logici cavati dalla miniera del pensiero,
ma non esposti al fuoco dell'esperienza e dell'osservazione.
Il risultato di questo immane lavoro
altro non poteva essere che la formazione di miraggi
razionali, che scomparivano quando l'osservatore cambiava
il punto di vista, così che l'umanità, dopo lunga
serie di secoli, sentì il bisogno di qualche cosa che
meglio acquietasse le sue ansie e le sue aspirazioni.
Allora, nell'anarchia dei sistemi che metteva capo ad
uno scetticismo senza uscita o ad una rassegnazione
eroica ma sconsolata, apparve il Neoplatonismo, il
quale prese da Platone lo spirito, l'idea, Dio, ma non
già per vedervi un principio essenzialmente razionale
con cui muovere alla ricerca della verità, bensì per
affermarlo come un principio, per eccellenza, soprarazionale
e soprannaturale, in cui la verità giace irremissibilmente
nascosta.

La conoscenza razionale, pel Neoplatonismo, non
[pg!158]
è che un gradino intermedio fra la percezione dei
sensi e l'intuizione del soprannaturale. L'idea suprema
non si ritrova già in ciò che costituisce il contenuto
reale e conoscibile del pensiero, ma in ciò che ne è
la base invisibile, il fondo inscrutabile. Il trascendente
è posto come la suprema realtà. Le forme intelligibili
non sono che i mezzi transitori pei quali l'energia
dell'essere trascendente e senza forma si espande nel
mondo. Tale affermazione del soprarazionale e del soprannaturale,
come origine e ragione del mondo, aveva
la necessaria conseguenza che l'uomo, non potendo
avvicinarglisi col mezzo della ragione, si sentiva costretto
a rivolgersi alla fantasia, la quale poi lo portava
al misticismo ed alla superstizione, e siccome,
nella vita umana, l'unione con Dio difficilmente si
raggiunge con le sole forze dell'anima, così si riconosceva
necessario l'aiuto esterno delle religioni positive.
Pertanto, il Neoplatonismo divenne, sopratutto nello
svolgimento che ebbe nel secolo quarto, una filosofia
per eccellenza religiosa, una filosofia che venerava e voleva
tener vive tutte le religioni antiche, rinnovandole,
però, coll'interpretazione simbolica dei loro miti naturalistici.
E il Neoplatonismo non sentiva che quel
rinnovamento non voleva dire la restaurazione, ma,
bensì, la rovina delle antiche religioni, le quali erano
da lui forzate ad un ufficio inadatto alla loro natura,
erano propriamente otri vecchie che dovevano
scoppiare per la pressione del vino nuovo che vi si
versava dentro. Infine, il Neoplatonismo, nel secolo
quarto, era un Cristianesimo senza il Cristo, un Cristianesimo
che non aveva una divinità storica e reale,
e che metteva, al luogo di questa, i vuoti fantasmi
di divinità del tutto esaurite, le quali ormai non potevano
avere altra esistenza che quella di fantocci insulsi
o di simboli incomprensibili.

[pg!159]

Se non che, io qui vorrei fare un'osservazione che
risulterà meglio chiarita nel progresso di questo studio,
ed è che il Cristianesimo ha vinto il Neoplatonismo
non solo per effetto delle sue virtù, ma anche per
quello de' suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai
primi suoi tempi, si era costituito disciplinarmente
e si era creata un'organizzazione gerarchica. Fu l'esistenza
di questa gerarchia che persuase Costantino a
farsi un'alleata della Chiesa cristiana, la quale da quell'alleanza
ebbe il suo riconoscimento, diventando uno
degli elementi costitutivi del complicato e putrido organismo
dell'impero romano-bizantino. Ma il Cristianesimo
doveva necessariamente pagare la sua vittoria
coll'infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la potenza
mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo
come l'ideale della moralità cristiana andasse
a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî degli asceti. Il
Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo organizzarsi,
ed era rimasto allo stato di un'opinione, di
un'aspirazione, di una dottrina personale, non offriva
all'Impero nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e
l'Impero lo sprezzò. Il tentativo di Giuliano di interessare
il Neoplatonismo nell'Impero, come lo zio Costantino
vi aveva interessato il Cristianesimo, fu incompreso
e considerato dagli uni come lo scherzo innocuo
di un idealista, dagli altri come il delitto di
uno sciagurato apostata. Ma il punto più curioso di
questa storia è che il Neoplatonismo, essendo rimasto
appartato nella solitudine dei suoi Misteri e delle sue
meditazioni, aveva conservata un'apparenza di idealità
che il Cristianesimo, al contatto del mondo, aveva
necessariamente perduta. Pertanto, il tentativo di
Giuliano di restaurare il Politeismo contro il Cristianesimo
ebbe, per quanto la cosa possa parere strana,
[pg!160]
anche il significato di una restaurazione morale. Fu
questa una delle ragioni, e non certo l'ultima, per
cui quel tentativo cadde miseramente. I dissensi fra
Giuliano e gli Antiochesi, così amaramente narrati
nel *Misobarba*, vennero appunto dal fatto che il neoplatonico
e severo imperatore voleva correggere e moralizzare
la cristiana e corrotta città. E gli Antiochesi
non avevano nessuna inclinazione a seguire le esortazioni
del moralista imperiale, e trovavano assai più
di loro gusto il cristiano Costanzo, con le sue turbe
di eunuchi, di parassiti, di giocolieri, con le sue feste
ed i suoi teatri, che l'ellenico Giuliano il quale divideva
il suo tempo fra le cure dello Stato e i libri e
si chiudeva in una specie di filosofico ascetismo.

L'insuccesso del Neoplatonismo religioso, tragicamente
constatato nella catastrofe di Giuliano, non
portò, come conseguenza, l'insuccesso filosofico, chè
anzi il Neoplatonismo ebbe la sua rivincita nella teologia
ortodossa. I suoi numi simbolici son caduti davanti
al Dio cristiano, ma il Cristianesimo dogmatico
si è imbevuto della sua dottrina e ne ha fatta la sua
metafisica, e questa ha soffocato con le sue propagini
l'albero divino del Cristianesimo evangelico, e gli ha
impedito di portare i genuini suoi frutti.

Ma vediamo meglio cosa fosse, nella sua essenza,
questa filosofia neoplatonica che fu il *vitale nutrimento*
dell'apostata imperiale.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

La decadenza del mondo antico, la dissoluzione
delle sue basi morali e religiose, lo scetticismo filosofico
prodotto dalla successione di sistemi i quali,
non avendo nessun substrato di verità, si distruggevano
[pg!161]
l'un l'altro, tutte queste cause che agevolarono
la diffusione del Cristianesimo, avevano, insieme, promosso
un movimento parallelo nel pensiero greco verso
una percezione immediata ed estatica della divinità,
la quale ravvivava, simbolizzandolo, l'antico Politeismo
e rispondeva alle esigenze ed alle aspirazioni morali
che agitavano e tormentavano l'anima umana. Da
questo movimento di pensiero e di spirito è uscito,
nella prima metà del secolo terzo, il Neoplatonismo, il
quale, nel nome e con elementi tolti alla dottrina di
Platone, creava un nuovo sistema filosofico che poneva,
a principio dell'universo e della natura, il soprannaturale,
e trascinava poi la ragione a sprofondarvisi,
abdicando ai suoi diritti. La storia del Neoplatonismo
si divide in tre periodi; il primo, quello
della fondazione del sistema e del suo svolgimento
teorico, per opera di Plotino, va dal 200 al 270; il secondo,
il più interessante per lo studio nostro, quello
della sua elaborazione pratica e dell'applicazione al
rinascimento del Politeismo, dal 270 al 400. Vi posero
mano, successivamente, Porfirio, Giamblico e i suoi
discepoli, fra i quali Giuliano; il terzo periodo, dal
400 al 529, è quello della scuola d'Atene, in cui, per
opera specialmente di Proclo, il Neoplatonismo si spoglia
dell'apparato mistico e diventa un sistema didattico,
che ebbe una grande importanza storica, perchè
fu con le sue forme che la filosofia greca, esigliata da
Atene per un decreto di Giustiniano, passò nell'Oriente,
dove più tardi fu raccolta e salvata dagli Arabi
che la trasmisero alla scolastica medioevale.

.. _`Origine del Neoplatonismo`:

Il fondatore del Neoplatonismo fu Ammonio Sacca
di Alessandria, un cristiano riconvertitosi al Paganesimo.
Egli non lasciò scritti ma il suo grande valore
è dimostrato dagli scolari illustri ch'egli ebbe, il cristiano
[pg!162]
Origene [#]_ e Plotino, il quale afferma di aver
trovata la verità e la pace nell'insegnamento diretto
del suo grande maestro. Ma, se Ammonio fu il creatore
del Neoplatonismo, Plotino ne fu il rivelatore,
coi numerosi scritti che ci pervennero ordinati e pubblicati
dal suo allievo Porfirio.

.. [#] Queste notizie son date da Porfirio, in un brano del suo
   Trattato contro i Cristiani, riprodotto da Eusebio (Lib. 6, cap. 19).
   Quest'ultimo confuta, in parte, Porfirio, sostenendo che Ammonio
   è sempre rimasto cristiano. I critici moderni (Zeller. 3,
   450, 459) dimostrano erronea la confutazione di Eusebio, ma, da
   parte loro, pongono in dubbio la relazione di Origene con Ammonio,
   e credono possibile un equivoco fra l'Origene cristiano
   ed un altro Origene, pure scolaro di Plotino. Ma la testimonianza
   di Porfirio a me pare fortissima. Porfirio era quasi contemporaneo
   di quei personaggi, ed egli aveva le sue notizie
   dalla fonte diretta di Plotino, che aveva vissuto nella scuola di
   Ammonio.

Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l'anima
umana dalla degradazione in cui è caduta per essersi
alienata dal principio da cui trae l'origine. L'ispirazione
della sua filosofia sta in questo desiderio di una
perfetta unione con la divinità, nello sforzo incessante
di uscire dalle condizioni del finito e del limitato.
Plotino vuol insegnare la via per cui l'uomo può ricongiungersi
a Dio, vuol descrivere il processo pel
quale l'universo, derivato dalla suprema unità, vi ritorna
e vi si riconfonde.

.. _`Plotino e Porfirio`:

Plotino pone l'unità assoluta della causa prima.
Di questa causa prima, che è l'Essere per eccellenza,
noi sappiamo solo che è infinita, che è all'infuori di
ogni possibile determinazione, così che noi possiamo
dire di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come
[pg!163]
causa attiva, essa genera, pur rimanendo sempre
eguale a sè stessa mentre la corrente del divenire
sgorga da lei. Il molteplice deriva dall'uno per un
processo dinamico di trasmissione di forza. L'Essere
primo è la matrice da cui tutto viene, è lo scopo a
cui tutto tende. Ma, se l'Essere è presente in tutto
l'universo, l'universo costituisce una serie lineare di
manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua,
mano mano che è maggiore la lontananza dall'origine,
e finisce per spegnersi nel non-essere.

In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero,
dalla ragione, che è poi il logos filoniano e cristiano.
Nell'atto che il pensiero generato, nell'uscire dall'unità
dell'Essere, si volge ad esso e lo riflette, si formano
un contemplante ed un contemplato, un pensante ed
un pensato, un conoscente ed un conoscibile, il νοῦς
e il κόσμος νοητός.

Fra l'idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone
lo spirito che, per una parte, è mosso ed illuminato
dall'idea, per l'altra è a contatto col mondo corporeo
da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme,
uno in quanto è il soffio che anima l'universo intiero,
molteplice in quanto raccoglie in sè tutte le anime
parziali, le quali poi sono buone o cattive, a seconda
che sentono o non sentono il desiderio di ricongiungersi
e riconfondersi coll'unità divina.

Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal
mondo soprannaturale, perchè, in opposizione a quello,
è molteplice, disarmonico e contradditorio, una caricatura
della vera realtà. La materia è il puro nulla
che non può esser pensato se non astraendo da ogni
forma e determinazione, è la negazione delle idee che
sono le sole realtà, è l'origine del male, il πρῶτον κακόν.
Ma Plotino, da vero panteista, non viene perciò al
[pg!164]
concetto gnostico e pessimista della creazione del
male, fatta da un dio secondario, da un Arimane, in
opposizione al dio supremo. Per lui, il mondo è perfetto
così com'è, rappresenta un'evoluzione necessaria.
Il male deve esistere onde esista il bene, deve esistere
la materia onde l'anima, discendendo dall'unità
ideale, possa sentire l'aspirazione di ritornarvi, e di
chiudere, per tal modo, il ciclo dell'esistenza.

Ma come mai l'anima potrà risalire all'unità divina
da cui è discesa? A ciò è indispensabile la virtù, la
quale purifica l'anima e la riconduce all'idea. Ma non
basta che l'uomo sia senza peccato per potersi propriamente
ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile
nel rapimento estatico dell'uomo puro. Il pensiero, per
sè stesso è incapace di questo rapimento, perchè il
pensiero non conduce che all'idea. Il pensiero non è
che una preparazione all'unione con Dio. Solo nella
condizione di perfetta passività e riposo può l'anima
conoscere e toccare l'Essere primo. L'anima, pertanto,
comincia a contemplare la molteplicità e l'armonia
delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al
mondo delle idee; finalmente, in un impeto supremo,
dimentica ogni cosa, e si trova faccia a faccia con Dio,
con la fonte della vita, col principio dell'essere, coll'origine
del bene. Gode, in quel punto, la suprema
felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando
sarà liberata dal corpo, la sua contemplazione non sarà
più interrotta.

Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte,
questi rapimenti che lo ponevano nell'immediata presenza
di Dio. Il suo discepolo Porfirio, nella vita
ch'egli scrisse del maestro, così narra: «A quest'uomo
ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che
è primo e che è al di là dell'intelligibile, Dio apparve
[pg!165]
sebbene non abbia forma alcuna e non sia
visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel
pensato. Egli non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi
ed unirsi a Dio, che è sopra tutti. Questo
fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che
io era con lui, e non già per una potenza esterna,
ma, bensì, per un'energia che non si esprimeva. Sul
punto di morire, disse che si accingeva a portare il
divino che è in noi nel divino che è nell'universo,
ed esalò lo spirito» [#]_.

.. [#] φήσας πειρᾶσθαι τὸ εν ημῖν θεῖον ανάγειν πρὸς τὸ εν
   τῷ παντὶ θεῖον, αφῆκε τὸ πνεῦμα.

Se non fosse l'intonazione panteista delle ultime
parole, forse le più belle e più profonde parole che
abbia pronunciate l'uomo morente, l'entusiasmo mistico
di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino,
e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande
analogia con quel rapimento estatico pel quale, il più
gran teologo dell'ortodossia, contemplando, un giorno,
il cielo e il mare dalla finestra della sua casa d'Ostia,
si sentì, d'un tratto, sollevato alla presenza di Dio.

La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere
essenzialmente religioso. Essa è, in tutte le sue parti,
penetrata dal pensiero di Dio e dall'aspirazione di
unirsi a lui. I punti di contatto col Cristianesimo sono
evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha l'identità
dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto,
si comprende primieramente per la piega che aveva
preso il pensiero filosofico del tempo, e poi per la circostanza
che i due fondatori della metafisica cristiana
e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino,
erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca.
[pg!166]
Ma pure, malgrado tanta analogia, esisteva fra i due
sistemi, possiamo dire, fra le due religioni, un'antipatia
profonda, conseguenza del fatto che il Neoplatonismo
era il frutto del genuino albero ellenico, mentre
il Cristianesimo era il frutto di quell'albero su cui si
era innestato il monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo
era profondamente panteista. L'eterno processo evolutivo
che dall'unità dell'Essere discende alla molteplicità
dei fenomeni, per ritornare all'unità, questo
processo che rappresenta, per Plotino, l'origine e il
successivo annullamento del male, esclude il concetto
di una creazione voluta e di un governo cosciente del
mondo, esclude la responsabilità dell'esistenza del
male, attribuita alla libertà umana, esclude la necessità
di un processo di redenzione e di una fine del
mondo. Il Cristianesimo, con le sue esigenze e con
le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una
antifilosofica negazione dell'eterna necessità, dell'ordine,
dell'armonia dell'universo, come un irragionevole
disconoscimento di quanto avevan detto di buono
e di bello i grandi uomini del passato, come un'affermazione
pessimista che portava con sè lo sconvolgimento
dell'ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava
la storia del mondo in un tragico processo
di creazione, di colpa, di redenzione. Il Neoplatonismo
leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la necessità
divina, inalterabile, perfetta dell'armonia del
Tutto. Il panteismo neoplatonico s'inalberava davanti
all'individualismo monoteistico del Cristianesimo. Vedendo
Dio dovunque, trovava, nel politeismo e nella
mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle varie
manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino
fosse lontano dalla stravaganza superstiziosa dei suoi
successori, egli pure collegava la magia e la mantica
[pg!167]
al concetto ed al sentimento della continua presenza
della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi,
facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione
filosofica e religiosa. Il Cristianesimo annunciava
un monoteismo preciso ed un Dio che aveva
una determinata personalità storica, e poi si affaticava
a rivestire e l'uno e l'altro con quei medesimi concetti
filosofici che formavano la trama del pensiero neoplatonico.
C'era, dunque, fra i due sistemi, eguaglianza
nell'essenza del pensiero, e differenza nel modo di
sentire la religione e di dar forma al pensiero nella
manifestazione religiosa. Ed in questa differenza stava
appunto la forza del Cristianesimo, il quale presentava
all'uomo assetato di divino delle imagini determinate
e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti simboli
del Neoplatonismo scomparivano

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Nei discepoli e successori di Plotino apparve più
manifesta la tendenza a promuovere, nel Neoplatonismo,
un rinascimento ed una restaurazione delle antiche
religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra
quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò
le opere del maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene
lontano dalla profondità speculativa di Plotino, egli
fu il vero iniziatore del rinnovamento del Politeismo.
Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo
dell'anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi
a Dio. Siccome tale ricongiungimento deve
procedere per tre gradi, prima nello spirito, poi nell'idea
e finalmente nell'Essere supremo, così il Politeismo, con
la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare
efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando
[pg!168]
i miti ed i culti irragionevoli e rozzi, ed affermando
che il Dio supremo si onora col silenzio e coi
puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le antiche
religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione
una manifestazione simbolica e di una verità necessariamente
relativa, ognuno può, anzi, deve onorare la
divinità secondo il costume del proprio paese. Porfirio,
pertanto, riconosceva i diritti di tutte le religioni nazionali,
delle barbariche come delle elleniche, ed anche
dell'ebraica, considerata, appunto, come religione di
una data nazionalità. Ma egli aborriva l'esclusivismo
cristiano che, in nome di una verità assoluta, voleva
abbattere tutte le forme di culto che non erano le sue,
e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della coltura
ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che
andò perduto, contro il Cristianesimo, per dimostrare la
mancanza di solidità della pretesa sua base storica e
la scarsa credibilità dei suoi documenti. Egli considerava
Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano
stati completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli
che ne avevano fatto una divinità.

.. _`Porphyrius`:

In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da
speculazione pura si trasformava in religione positiva,
Porfirio ha mosso i primi passi, ma il razionalismo assai
chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto, oltre
il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice
di lui, infatti, S. Agostino «*Porphyrius quamdam quasi
purgationem animæ per theurgiam, cunctanter tamen
et pudibunda, quodam modo, disputatione, promittit.
Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam
negat, ut videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis
et philosophiæ professionem, sententiis alternantibus,
fluctuare*». I suoi successori, primo fra i quali, Giamblico,
e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e finalmente
[pg!169]
Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole
panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni
mistiche, pretesero di comporre e di opporre al
Cristianesimo una religione simbolica, tutta appoggiata
alla più irragionevole e ripugnante superstizione. Giuliano
ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una religione
di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni
morali ed intellettuali di Giuliano e la religione da lui
praticata una contraddizione singolare ed, insieme, interessante.
Questa contraddizione spiega come il tentativo
del giovane imperatore fosse disperato, e dovesse
metter capo alla vittoria definitiva del Cristianesimo.

.. _`I maestri di Giuliano`:

Per avere un'idea precisa dei moventi che ispirarono
Giuliano in quel tentativo, giova far la conoscenza
della piccola consorteria neoplatonica che si
adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano,
come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del
suo soggiorno in Nicomedia, e vi trovò la consacrazione
definitiva delle tendenze che gli aveva inoculate il suo
primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci offre Eunapio,
nelle *Vite dei Sofisti*, sebbene scarse, e dettate
senza l'ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a
far rivivere, davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.

Il personaggio principale, anzi, il fondatore del
Neoplatonismo trasformato in religione teurgica, fu
Giamblico, scolaro di Anatolio e di Porfirio, vissuto
ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza, conosciuto
anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere
che ancor si conservano e che quest'ultimo gli avrebbe
dirette. Dalla breve biografia che leggiamo in Eunapio [#]_
parrebbe che Giamblico fosse propriamente
[pg!170]
considerato come un mago, un esecutore di miracoli,
per verità molto sciocchi, e che in ciò consistesse il
suo massimo valore. Ma Eunapio è un povero di spirito,
ed egli impoverisce anche quelli che pure intende
illustrare. Di Giamblico si conservano ancora
alcuni scritti e molte testimonianze che permettono
di fare di lui un giudizio più conforme al vero, e di
meglio apprezzare l'importanza della sua produzione
filosofica [#]_. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il
filosofo a cui preme la logica dei ragionamenti dottrinali,
quanto il teologo che mira a dare un fondamento
speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già Porfirio
aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal
suo lato fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato,
con maggiore insistenza, a questo punto di
vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del suo scopo
più religioso che filosofico, aveva creduto necessario
l'aiuto degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico
che riponeva scarsa fiducia nelle forze dell'uomo. Le
chiare e semplici categorie del sistema plotinico non
bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa spaventosamente
complicata e confusa per la moltiplicazione
delle ipostasi dell'unità divina. Nel suo fantastico
pensiero ogni momento razionale si concretizza in una
ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di non poter
meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola,
suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto
figure distinte tutte le funzioni che esprimono la sua
essenza ed i suoi rapporti col finito. Tale sminuzzamento
dell'unità ideale, tale successiva degradazione
dall'uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo
[pg!171]
di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico.
L'importanza storica della dottrina di Giamblico sta
nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in Plotino,
era stato un'affermazione ideale del trascendente e del
soprannaturale, diventò una teologia mistica che si
mise risolutamente a servizio di una religione positiva.

.. [#] *Eunap.*, 10-19.

.. [#] :small-caps:`Zeller`, *Die Philosophie der Griechen*. — 3º v., 678 sg. — :small-caps:`Ritter
   et Preller`, :small-caps:`Historia philosophiæ græcæ`. — 546 sg.

Nel gruppo degli scolari e successori di Giamblico
pare che il più cospicuo fosse Edesio. Costui era stato
destinato dal padre al commercio, e mandato in Grecia
a far pratica. Ma ne ritornò filosofo, con grande sorpresa
e sdegno del padre. Il giovane seppe però ottenere
il perdono e la licenza di recarsi presso Giamblico
a perfezionarsi nelle dottrine filosofiche. Dispersa
la scuola di Giamblico, Edesio, seguendo le indicazioni
di un miracoloso presagio, si era ritirato nella solitudine
di una vita pastorale [#]_. Ma i giovani che
anelavano di essere da lui istruiti, andarono a disturbarlo
nel suo ritiro, e, non permettendo che tanta
sapienza fosse sciupata sulle rupi e in mezzo agli alberi,
lo costrinsero a ritornare nel consorzio umano.
Edesio acconsentì a malincuore, e, passando in Asia,
si stabilì a Pergamo, dove aprì una scuola la cui fama,
sempre secondo il credulo ed entusiasta Eunapio, toccò
il cielo.

.. [#] *Eunap.*, 27.

Le figure più salienti di quella scuola erano Massimo,
Eusebio, Crisanzio e Prisco. Il primo, al dire
di Eunapio che, giovanetto, aveva conosciuto Massimo
già in tarda età, destava una profonda impressione
in quanti lo vedevano per la bellezza della figura,
il lampeggiare degli occhi, l'armonia della voce,
la fluidità della parola. Ambizioso ed inquieto, ebbe
[pg!172]
una vita agitata, chiusa tragicamente. Egli ha esercitato
su Giuliano un'azione potente, e, con Mardonio,
può dirsi il vero autore dell'indirizzo religioso
e filosofico del principe. Massimo era tutto infervorato
di ritualismo magico, e fu uno dei più efficaci cooperatori
della trasformazione del Neoplatonismo in religione
teurgica. Era una specie di santo, provvisto della
potenza di far miracoli. Interessante e sommamente
istruttivo, per la rappresentazione dell'ambiente, è il
contrasto che esisteva fra Massimo ed Eusebio. Quest'ultimo
inclinava a razionalizzare il Neoplatonismo,
e provava una viva antipatia per le superstizioni magiche
e teurgiche in cui la filosofia si sprofondava,
perdendo il suo carattere speculativo. Ma egli aveva
paura di Massimo. Leggiamo in Eunapio che Eusebio,
quando Massimo era presente, evitava di usare l'acutezza
della propria logica, tutta ad artifizii ed intrecci
dialettici. Ma, quando era assente, rifulgeva come un
astro, scomparso il raggio del sole [#]_. Il contrasto
fra Eusebio e Massimo appare, in tutta la sua luce,
nel singolare e sintomatico episodio dei rapporti fra
Eusebio e Giuliano. Il giovane principe, assetato di
sapienza, era venuto a Pergamo, attrattovi dalla fama
di Edesio, e voleva che costui lo istruisse. Ma Edesio
era e si sentiva vecchio. — Io vorrei poterti far da
maestro, gli diceva, ma il corpo non risponde più ai
voleri dell'anima. Io ti consiglio di rivolgerti ai miei
scolari. Lì potrai proprio fare una scorpacciata di ogni
scienza e dottrina [#]_. Io vorrei che fosse qui Massimo,
ma è andato ad Efeso, e Prisco partì per la Grecia.
[pg!173]
Ma ci sono Eusebio e Crisanzio, ascoltando i quali più
non ti rincrescerà che io sia vecchio. — Giuliano naturalmente
segue il consiglio. Ma si accorge di qualche
cosa di oscuro e di inquietante nelle sue relazioni con
quei due maestri. Infatti, Crisanzio, che era un ammiratore
ed un seguace di Massimo, non pareva completamente
d'accordo con la dottrina di Eusebio, sebbene
non si compromettesse a contraddirlo. Quest'ultimo, un
giorno, dopo aver istruito Giuliano nell'interpretazione
degli antichi filosofi, gli dichiara che la verità è tutta lì,
e che le magie e le incantagioni le quali illudono i sensi
sono opera degli stregoni che ingannano coll'aiuto di
potenze materiali. Giuliano, insospettito, e non riuscendo
a comprender bene il significato ed il perchè
di questo avvertimento con cui Eusebio chiudeva le
sue spiegazioni, prende a parte Crisanzio — O caro
Crisanzio, gli dice, tu che conosci la verità, dimmi
cosa vuol dire questo epilogo delle spiegazioni di Eusebio. — Ma
Crisanzio, che era uomo prudente per
eccellenza e non voleva farsi dei nemici, si chiude
in un profondo riserbo. — Faresti meglio, risponde,
a chiederlo ad Eusebio stesso. — Ed Eusebio, interrogato
direttamente da Giuliano, per fargli capire
cosa egli intendesse per magia, gli fa questo racconto.
«Massimo, diventato per la forza del carattere e dell'ingegno,
spregiatore delle nostre dimostrazioni, precipitando
in una specie di mania, un giorno, di buon
mattino, ci riunì nel tempio di Diana, e si circondò
di molti testimoni. Quando fummo raccolti, dopo
esserci inchinati alla Dea — sedete, ci disse, o carissimi
compagni, guardate ciò che va a succedere,
e constatate di quanto io sia al di sopra di tutti. — Ci
sedemmo, e Massimo bruciava un grano d'incenso,
e cantava, fra sè, un certo inno, quand'ecco
[pg!174]
la statua comincia a sorridere, poi a ridere apertamente.
Noi mandammo gridi di stupore a questa
vista, ma nessuno si mosse e parlò, perchè subito si
accesero le lampade che la dea porta in ambo le
mani, e la fiamma apparve più ratta delle nostre parole.
Noi ci ritirammo, colpiti, pel momento, di quello
spettacolo miracoloso. Ma tu non devi ammirarlo
come io non l'ammiro, e comprendere piuttosto che
cosa ben più grande è la purificazione per mezzo
della ragione» [#]_. Quest'ultime parole di Eusebio
rivelano uno spirito singolarmente acuto, uno di
quei razionalisti imperterriti, rari sempre, rarissimi
nell'antichità, quando ancor non esisteva la scienza
positiva, i quali, davanti al miracolo, sanno negar
fede alla testimonianza dei sensi. Ma Giuliano era
tutt'altro uomo, e la sua condotta verso Eusebio vale
più di qualsiasi altro indizio a illuminarci sull'indole
del suo spirito. Aveva, infatti, Eusebio appena finito di
parlare, che Giuliano, — addio, esclama, attendi pure
ai tuoi libri, quanto a me tu mi indicasti ciò che cercava, — ed
abbracciato Crisanzio, parte per Efeso, in
cerca di Massimo, e, trovatolo, pende da questo nuovo
maestro, e tenacemente si attacca alla sua dottrina.
A Massimo, che, evidentemente, era un uomo che
sapeva cogliere le occasioni per farsi strada, non parve
vero di aver per allievo un principe costantiniano,
perseguitato sì, ma pur sempre sui gradini del trono,
e si pose con ardore ad istruirlo, ed a farsene un devoto
e, non bastando da solo a soddisfare l'insaziabile
curiosità del giovane, chiamava presso di sè l'amico
Crisanzio, e, fra loro due, hanno fatto di Giuliano
[pg!175]
quel mistico entusiasta pel quale religione e filosofia
si confondevano nella più credula superstizione.
Diventato imperatore, Giuliano chiamò a Costantinopoli
Massimo e Crisanzio. Massimo accorse immediatamente,
ricevuto con straordinaria dimostrazione di
rispetto da Giuliano. Ma Crisanzio, amante com'era
del quieto vivere, e più previdente di Massimo, perchè
meno ambizioso, non si lasciò smuovere, per quante
preghiere gli mandasse Giuliano, il quale aveva cercato
di aver dalla sua la moglie del filosofo. Intanto,
Massimo, a Costantinopoli, viveva circondato e pressato
dagli adoratori dell'astro sorgente, che non gli
lasciavano un momento di pace, così che doveva
cercar l'aiuto di qualcuno che lo sollevasse, in parte,
dalle tante cure. Ed, ostinandosi Crisanzio nel suo
rifiuto, venne il filosofo Prisco. E Massimo e Prisco
non abbandonarono più l'imperatore, lo seguirono
nella campagna di Persia, e noi li trovammo sotto
la tenda, al fianco del ferito eroe, che, in sereni ed
alti colloqui, si preparava alla morte. Caduto Giuliano,
la vita di Massimo si protrasse in una tragica
vicenda. Perseguitato, spogliato e torturato da Valente
e dai suoi soldati, poi salvato da Clearco che lo
rimise nelle grazie dell'imperatore, finalmente cadde
in sospetto di aver partecipato ad una congiura e
fu decapitato ad Efeso [#]_. Massimo ha esercitata
un'influenza grandissima e risolutiva sullo spirito inquieto
e mistico di Giuliano, il quale lo riconosce nel
suo discorso contro il cinico Eraclio, ed attribuisce
al «sommo filosofo», che lo ha istruito, tutto il merito
della sua iniziazione nella vera filosofia [#]_. Questo
[pg!176]
Massimo, se è interessante per la sua fedeltà entusiastica
a Giuliano, è, considerato nel suo insieme, un personaggio
antipatico. Ciarlatano, superstizioso, gonfio di sè
stesso, anelante al potere ed alla preminenza, con un'aria
d'ispirato e di superuomo, egli destava intorno a sè odii
e rancori, che, appena scomparso il suo protettore, lo
hanno trascinato alla rovina. Eunapio racconta di lui un
episodio tragicomico che, certo, non serve ad attenuare
quel senso di repulsione che proviamo per questa specie
di mago del Neoplatonismo, malgrado le terribili sciagure
che lo hanno colpito verso il termine della sua
burrascosa carriera. Mentre Massimo era torturato dagli
sgherri di Valente, la moglie appassionata e coraggiosa
era presente ed angosciata. Massimo le sussurra: — Moglie
mia, va a comperarmi un veleno, dammelo e liberami. — Ed
essa tosto se ne va, e ritorna col veleno,
ma, non volendo sopravvivere al marito, chiede
di bere prima di lui; beve, e, sul colpo, muore. Ma
Massimo non bevve! — ὁ δε Μάξιμος ἕπιεν ουκέτι. — [#]_.

.. [#] *Eunap.*, 49.

.. [#] έκεῖθεν ρύδην εμφοροῦ σοφίας απὰσης καὶ μαθημάτων.

.. [#] *Eunap.*, 50 sg.

.. [#] *Eunap.*, 63. — *Amm. Marcell.*, II, 170.

.. [#] *Iulian.*, 304, 21 sg.

.. [#] *Eunap.*, 59.

Un altro personaggio importante, e poco simpatico,
che stette fino all'ultimo al fianco di Giuliano, è
Prisco, lui pure della scuola di Edesio. Dottissimo,
così da avere in sommo della bocca tutta la dottrina
degli antichi, bellissimo della persona, era uomo
burbero e duro di modi. Non voleva discendere alle
discussioni e serbava la sua sapienza, dentro di sè,
come un tesoro, e chiamava scialacquatori coloro
che con facilità parlavano di filosofia. Edesio pare
fosse un amabile maestro che adoperava, nel suo insegnamento,
il metodo socratico, parlava con tutti ed
insinuava nei suoi discepoli la cortesia e un sentimento
[pg!177]
d'umanità [#]_. Passeggiando, per le vie di Pergamo,
accompagnato da una schiera di scolari, egli
appiccava discorso con tutti, con la venditrice di legumi,
col tessitore, col fabbro, col falegname. E, da
tutti e da tutto, traeva argomento di saggi insegnamenti.
Gli scolari godevano di tali conversazioni. Il
solo Prisco si ribellava, ed osava chiamare il maestro
traditore della dignità filosofica, ed un ciarlone che
gonfiava l'anima di ciance, e non cavava un ragno
da un buco. Era Prisco, dunque, un fior di pedante,
e non può dirsi che il povero Giuliano sia stato fortunato
nella scelta dei compagni filosofici che lo seguirono
nel suo breve regno. Però la pedanteria non
toglieva a Prisco la prudenza e la sagacia nella vita,
così che, in ciò ben diverso dell'avventato ed ambizioso
Massimo, riuscì a scampare dai pericoli che lo
minacciavano dopo la caduta di Giuliano, e si ritirò
in Grecia, dove visse fino a novant'anni, sempre chiuso
nel suo fare misterioso e cupo, ma ridendo, in cuor
suo, della debolezza umana [#]_.

.. [#] 66. — αρμονὶαν τὶνα και επιμέλειαν πρὸς τὸ ανθρώπειον
   εμφυτεύων τοῖς μαθηταῖς.

.. [#] \67. — γελῶν τὴν ανθρωπίνην ἀσθένειαν.

Sarebbe stata una gran fortuna per Giuliano se
egli avesse potuto trarre a sè, invece del _`ciarlatanesco`
ed orgoglioso Massimo e del pedante e ripulsivo Prisco,
l'amabile Crisanzio, il più equilibrato, il più dolce, il
più sensato degli allievi di Edesio. Non è a dire che
l'indirizzo filosofico di Crisanzio fosse buono e commendevole.
Basterebbe a provare che non lo era la sua
devozione per Massimo e pei riti teurgici. Nell'esordio
della sua educazione filosofica, Crisanzio si era gittato
[pg!178]
con passione alla dottrina di Platone e di Aristotele,
e vi era diventato così forte da non temere competitori,
e da riuscire vittorioso in qualsiasi discussione.
Ma poi, per l'influenza di Massimo, egli si sentì attratto
dalle dottrine pitagoriche e da quei riti teurgici
e divinatori che costituivano la religione neoplatonica,
e, in breve, vi divenne tanto abile da potersi
dire ch'egli vedeva il futuro meglio del presente,
quasi fosse in continua relazione con gli dei [#]_. Qui,
anzi, nacque un dissenso fra lui e Massimo, perchè
questi, nel suo orgoglio, pretendeva che la divinazione
del futuro si piegasse alla sua volontà ed ai suoi desideri;
Crisanzio, invece, seguiva umilmente gli indizî
divini. Ma, con tutto questo, Crisanzio era un uomo
di molto acume, e di chiaro buonsenso. Nella sua
ostinata resistenza agli inviti del suo antico allievo,
quando questi toccò il fastigio della fortuna, egli era
guidato non solo dai presagi, che diceva non favorevoli
al suo viaggio, ma ben anche da una sicura percezione
dell'imprudenza e della leggerezza con cui
l'imperatore si era accinto all'impresa di far rivivere
l'Ellenismo contro il Cristianesimo. Di ciò Crisanzio
ha dato una prova luminosa ed interessante, perchè,
venendo da un amico e da un correligionario, è un'implicita
condanna della condotta di Giuliano. Costui,
per nulla offeso dai ripetuti rifiuti del suo maestro,
volle dargli, prima di partire per la Persia, una dimostrazione
di affetto e di fiducia, e lo nominava
gran sacerdote di Lidia. Crisanzio accettò, ma esercitò
il suo sacerdozio in un modo curioso, e, certo,
poco consentaneo alle intenzioni di Giuliano. Mentre,
[pg!179]
in ogni parte dell'impero, si correva con ardore a
rialzare i templi, egli non ne fece nulla, e non disturbò
menomamente i Cristiani, così che quasi si può dire
che, in Lidia, non si conobbe la restaurazione del Politeismo.
Venne da ciò che allorquando, caduto Giuliano,
le cose tornarono nello stato di prima, nella
regione di cui Crisanzio aveva il governo spirituale,
non fuvvi turbamento alcuno, anzi regnò una pace
profonda, al cui confronto appariva ancor più singolare
e meraviglioso il turbine di passioni e di vendette
in cui era travolto il resto dell'impero [#]_. Si
comprende come, con tanta prudenza e con tanto
buon senso, Crisanzio, pur rimanendo ellenista fedele,
attraversasse tranquillamente un'epoca così agitata
da dispute religiose, e campasse fino alla più tarda
vecchiaia.

.. [#] *Eunap.*, 109.

.. [#] *Eunap.*, 111.

Un uomo che, certo, ebbe un'influenza risolutiva
sullo spirito di Giuliano, al momento psicologico della
sua ribellione a Costanzo, e che, probabilmente, mise
la mano nella preparazione del *pronunciamento* militare
che proclamò Giuliano imperatore, è il medico-filosofo,
Oribasio di Pergamo, appartenente, lui pure, al
cenacolo neoplatonico. Noi sappiamo che Oribasio fu
il solo degli amici di Giuliano che potè accompagnarlo
in Gallia. Egli lo volle con sè, come medico, ciò che
gli fu concesso, perchè s'ignorava l'amicizia esistente
fra i due. Già vedemmo la curiosa lettera nella quale
Giuliano narra all'amico un sogno, in cui è chiaro
il presagio della sua prossima fortuna, uno di quei
lieti sogni che non vengono se non a chi vivamente
desidera una cosa. Oribasio, insieme al fedele servo
Evemero, erano soli nella confidenza delle misteriose
[pg!180]
e sacre cerimonie che Giuliano praticava insieme al
gran sacerdote, da lui fatto venire a Parigi dalla Grecia.
Finalmente Eunapio, che dice di riservarsi di narrare
minutamente ciò che in quell'occasione aveva fatto
Oribasio, in una storia di Giuliano la quale poi non
ci è giunta, ha, nella vita di Oribasio, una frase
complessa e pregna di significato, che si presta a varie
interpretazioni, ma che pare accenni alla parte eminente
avuta da lui nella ribellione di Giuliano, perchè
dice che il valore di Oribasio era tanto che a lui riuscì
di far Giuliano imperatore [#]_. Avvenuta la catastrofe,
Oribasio fu mandato in esiglio presso i barbari, ma,
essendo prezioso a tutti, per la sua scienza medica,
gli riuscì di restar a galla nel naufragio dell'ellenismo,
ed anzi fu richiamato e rimesso in onore e nei possessi
di cui era stato spogliato.

.. [#] *Eunap.*, 104. — ό δὲ τοσοῦτον ἐπλεονέκτει ταῖς αλλαις
   ἀρεταῖς, ὥστε καὶ βασιλέα τόν Ιουλιανὸν απἐδειξε.

In questo gruppo di filosofi e di amici che erano
stati o maestri o compagni di Giuliano e che poi gli
si misero al fianco, durante la sua fortunosa carriera,
l'uomo più equilibrato e sicuro era Sallustio, il fidato
consigliere che già incontrammo, narrando la vita di
Giuliano, e che meglio conosceremo, leggendo la lunga
lettera che Giuliano gli scrisse al momento della loro
separazione. Scrittore e filosofo tanto abile e profondo
da saper comporre un chiaro e popolare riassunto delle
dottrine neoplatoniche, «per l'uso di coloro che possono
ancora esser guidati dalla filosofia e che non hanno
l'anima insanabilmente corrotta» [#]_ era insieme un
uomo di altissimo valore morale, di grande competenza
nelle cose militari ed amministrative, un uomo, infine,
[pg!181]
degno della fiducia che Giuliano riponeva in
lui. Sallustio si rispecchia in questa nobile sentenza:
«Gli uomini buoni ritornano agli dei, ma, se anche
ciò non fosse, la virtù per sè stessa, ed il piacere e
la gloria che vengono dalla virtù, ed una vita senza
tristezze e senza padroni, bastano alla felicità del
virtuoso».

.. [#] *Zeller*, V. 3, 734 sg.

Che un uomo, come Sallustio, abbia potuto affigliarsi
al cenacolo neoplatonico e seguirne le dottrine,
ci prova come, sotto alla fioritura di fantastiche superstizioni,
le quali poi erano, in fondo, l'espressione
del bisogno religioso dell'epoca, esistesse un nucleo
di pensiero e di sentimento sano e verace. L'Ellenismo
morente non dava solo bagliore di luce torbida
come quella che emanava dalla fantasia esaltata
di un Giamblico e di un Massimo, ma aveva ancora
una forza moralizzatrice, la quale gli conservava
il favore e la devozione di molti fra gli uomini migliori
e più colti. Non è vero che il meglio della società,
nel secolo quarto, fosse compreso nel Cristianesimo.
Il Cristianesimo vittorioso ed imperiale aveva ormai
attirato a sè il peggio. Ed alcuni fra gli uomini moralmente
forti combattevano ancora per la conservazione
della debellata, antica civiltà.

Insieme a questi maestri ed a questi uomini illustri,
Giuliano avrà avuto, a Nicomedia, a Pergamo,
ad Atene, presso di sè, compagni più modesti, il cui
nome si è perduto, e che gli avranno fatto una specie
di corte, attratti dalla dignità principesca ed anche
dalla forza e dal calore del suo ingegno e del suo
spirito. Alcuni dei biglietti e delle lettere di Giuliano
paiono, infatti, scritti a compagni di studio. Tali erano
indubbiamente Eumene e Fariano, ai quali Giuliano,
dalla Gallia, manda questa lettera così affettuosa e
[pg!182]
sensata, in cui si sente il ricordo degli insegnamenti
di Edesio e di Eusebio più che di quelli di Massimo e
di Prisco. Questi ultimi diventarono dominatori esclusivi
del suo pensiero più tardi, quando si trattò di
contrapporre religione a religione, miracolo a miracolo.

«A Eumene e Fariano». — «Se alcuno vi disse
esservi per l'uomo cosa più dolce e più utile del
filosofare tranquillamente e senza sopraccapi, colui,
ingannato, vi inganna. Se in voi rimane viva l'antica
inclinazione, e non si è spenta, d'un colpo, come
una fiamma già fulgida, io mi felicito con voi. Son
già passati quattro anni e tre mesi dal giorno in
cui ci separammo. Quanto avrei caro di constatare i
vostri progressi in questo tempo! Quanto a me, se
ancora parlo greco, c'è da stupire, tanto siamo
imbarbariti da questi luoghi! Vi raccomando di non
disprezzare gli esercizi di logica; non trascurate
la retorica e la lettura dei poeti. Però sia maggiore
il vostro interesse per la scienza, e ponete
ogni sforzo nello studio di Aristotele e di Platone.
Qui deve farsi tutto il vostro lavoro; qui la base,
la fondazione, le pareti, il tetto. Tutto il resto è
un accessorio. Ma anche a questo voi dovete attendere
con maggior cura di quella che pongano gli
altri nell'opera principale. Io, per la divina Giustizia,
vi consiglio tutto ciò, perchè vi amo come
fratelli. Foste un tempo miei compagni e assai diletti.
Se mi darete retta, io vi amerò ancor di più,
mentre sarebbe, per me, un dolore, se vedessi che
non mi obbedite. E dove va a finire un dolore continuato,
vi chiedo di non dirlo, perchè sento di poter
farvi un miglior augurio» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 565.

[pg!183]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Nel chiudere questo studio che ci ha mostrato l'ambiente
intellettuale in cui si è svolto lo spirito di
Giuliano, possiamo affermare, come conclusione, che
il Neoplatonismo e il Cristianesimo son apparsi allorquando
il sentimento di patria e di libertà politica, che
aveva fatta la forza della società antica, si andava
spegnendo, e la religione nazionale non aveva più
efficacia, e cadevano le idee che erano state i puntelli
della vita sociale, e diventava vivo il presentimento
di un'imminente catastrofe e viva, insieme, l'aspirazione
ad un rinascimento morale che ridonasse il
valore, l'interesse, il significato alla vita. A soddisfare
tale aspirazione, nacquero il Neoplatonismo
ed il Cristianesimo, che cercarono, e l'uno e l'altro,
di ridestare il sentimento del divino, riaccendendolo all'idea
di una rivelazione e di una conseguente unione
dell'anima umana con Dio. Ma il Neoplatonismo, che
non voleva staccarsi dalle tradizioni del pensiero ellenico,
cercava la rivelazione nell'ordinamento naturale
del mondo, e da qui saliva al concetto del soprannaturale
a cui si abbandonava in un'estasi di mistico
rapimento. Il Cristianesimo trovava la rivelazione
nella persona storica di Gesù, che rappresentava il
logos, il Verbo incarnato, ed aveva unito l'uomo a
Dio con un vincolo d'amore. Il Neoplatonismo voleva
guarire i mali del suo tempo con una speculazione che
comprendesse in sè tutti i tesori della filosofia greca,
ne fosse quasi il compendio ed il vertice. Il Cristianesimo
poneva un nuovo Dio, diffondeva la novella
di una celeste redenzione, proclamava l'eguaglianza
degli uomini nell'amore paterno di Dio. Il Neoplatonismo
[pg!184]
e il Cristianesimo erano, e l'uno e l'altro, gli
indizii che sorgeva un nuovo ideale a cui le forme
antiche sembravano insufficienti. Il Neoplatonismo ha
tentato di adattarle, quelle forme antiche, al nuovo
ideale. Il Cristianesimo le ha spezzate ed ha inaugurato
un nuovo mondo ed una nuova umanità. Dalla
eguaglianza del punto d'origine e degli scopi venne
che il Neoplatonismo potè introdursi nel Cristianesimo
e diventare il fattore principale della sua metafisica.
Nella diversità delle vie, per le quali l'uno e l'altro
volevano raggiungere quegli scopi, sta il profondo contrasto
che ha fatto dei Neoplatonici gli ultimi e più
ardenti difensori dell'Ellenismo contro l'azione dissolvente
che il Cristianesimo esercitava.

[pg!185]

.. _`L'atteggiamento di Giuliano`:

.. toc-entry:: L'atteggiamento di Giuliano

L'ATTEGGIAMENTO DI GIULIANO
===========================

Quando Giuliano prese in mano le redini dell'impero,
egli trovava il Paganesimo perseguitato ed oppresso,
ed il Cristianesimo profondamente diviso in
due partiti che si combattevano l'un l'altro, con crescente
ferocia. Noi vedemmo come il tentativo di Costantino
di fare della Chiesa unificata e concorde
uno strumento d'impero avesse trovato, nella inconciliabilità
dei partiti teologici, un ostacolo che la sua
mano potente non era riuscita a togliere. I figli di
Costantino, con le loro divisioni, diedero esca al fuoco
della discordia, perchè, mentre Costante, l'imperatore
d'Occidente, parteggiava per l'ortodossia nicena, Costanzo,
l'imperatore d'Oriente, stava con gli Ariani.
Diventato Costanzo solo imperatore, l'Arianesimo, sia
pure in una forma mitigata, trionfava su tutta la linea.
Costanzo esigliava dalle loro sedi i vescovi che rimanevano
fedeli alla formola nicena ed univa in
un'eguale persecuzione il paganesimo e l'ortodossia.
Ma, in questa, militavano spiriti troppo alti ed impavidi,
perchè si potesse ritenere duratura e senz'appello
la loro condanna. Non era una pace quella che
Costanzo aveva imposta alla Chiesa; era una tregua
[pg!186]
forzata, uno spegnimento momentaneo, in cui rimanevano
accesi i tizzoni, propagatori di rinnovato incendio.

.. _`Filosofia di Giuliano`:

In mezzo allo spettacolo di discordie e di lotte intestine
che offriva il Cristianesimo, e nella corruzione già
dominante nella società cristiana, specialmente nella
corte imperiale, Giuliano che, col fratello, era, per la
tenera età, scampato dall'eccidio di tutta la famiglia
costantiniana, perpetrato dal cugino Costanzo,
veniva, come narrammo, educato, a Costantinopoli,
da Mardonio che segretamente infondeva nell'animo
del fanciullo l'ammirazione per l'antica coltura ellenica,
ed, insieme, l'abitudine di considerare gli antichi
come i veri maestri della virtù, di vedere nei
loro esempi i modelli insuperabili del bello e del buono.
Mandato nella solitudine di Macello, circondato da sacerdoti,
in cui vedeva i suoi carcerieri ed i cortigiani
dell'odiato Costanzo, il giovinetto, sotto il velo di
una necessaria ipocrisia, si accendeva sempre più pei
suoi ideali. Che era il Cristianesimo per lui? La religione
dei suoi nemici, una religione che pareva
avesse autorizzato e sanzionato un eccidio spaventoso,
una religione che sapeva adattarsi ai viziosi e turpi
costumi di una Corte scellerata e che, di più, era corrosa
da lotte fraterne che turbavano la serenità degli
spiriti e la sicurezza della dottrina. Ma, forse, la sua
avversione al Cristianesimo sarebbe rimasta allo stato
latente, se, dalla paura sospettosa di Costanzo, egli
non fosse stato esigliato a Nicomedia. Qui, nel focolare
del Neoplatonismo che già aveva compiuta, nella
scuola di Giamblico, la sua evoluzione religiosa e superstiziosa,
Giuliano trovò quel complesso di dottrine
che gli rese possibile di organizzare il suo misocristianesimo
in un sistema filosofico e pratico, mentre l'influenza
[pg!187]
di Libanio e dei retori che lo circondavano lo
esaltava sempre più nella sua passione d'ellenismo.

Ora noi dobbiamo studiare quale fosse precisamente
la dottrina di Giuliano, quali le sue norme direttive
nell'impresa a cui si è accinto di restaurare il Paganesimo,
quale lo scopo essenziale a cui egli mirava.
Per questo studio, noi dobbiamo usare le opere stesse
di Giuliano. È Giuliano che, con la sua voce, deve
illuminarci sulle sue intenzioni e narrarci la storia
del suo infelice e così interessante tentativo. Primieramente
noi cercheremo di formarci un concetto delle
idee filosofiche che costituivano il fondo del pensiero
di Giuliano. Noi sappiamo ch'egli era un allievo di
Giamblico e di Massimo, cioè di quei maestri neoplatonici
che già avevano trasformato il sistema panteistico
di Plotino in un superstizioso misticismo che si
aggrappava all'antico Politeismo e tentava di ravvivarne
i miti, alterandone l'intima natura. Noi vedremo
quale sia stato il risultato di tale insegnamento sullo
spirito di Giuliano. In secondo luogo, dovremo osservare
la posizione di Giuliano in faccia al Cristianesimo,
il modo con cui lo comprendeva e lo combatteva
da un punto di vista dottrinale; e finalmente
i suoi atti e la sua condotta come restauratore del
Politeismo a religione di Stato. Lo studio che già
abbiamo fatto della vita di Giuliano, delle condizioni
della Chiesa ai suoi tempi, e della filosofia _`neoplatonica`
nelle sue tendenze e nei suoi principî essenziali,
ci renderà agevole la ricostruzione della figura
intellettuale del giovane imperatore.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Sarebbe un tentativo senza costrutto quello di fare
un'esposizione precisa e sistematica della filosofia di
[pg!188]
Giuliano, perchè Giuliano non ha avuto un sistema
ben chiaro e definito di idee, bensì, una congerie assai
confusa, determinata dalla cornice di misticismo neoplatonico,
in cui era contenuta. Il giovane imperatore,
morto a trentadue anni, non ha avuto il tempo di
dar forma precisa al suo pensiero, tanto più che, durante
l'adolescenza e la prima giovinezza, la sua vita
era stata sospesa ad un filo, ed egli si sapeva sempre
sul punto di esser trucidato dal crudele e sospettoso
cugino. Durante gli ultimi otto anni, improvvisato
generale ed amministratore, era stato continuamente
assorto nelle più gravi preoccupazioni, governare la
Gallia, respingere le incessanti invasioni germaniche,
poi tentar l'avventura dell'usurpazione del trono imperiale,
e finalmente accingersi a quella guerra contro
la Persia, nella quale doveva trovar la morte. È già
cosa meravigliosa come, in una esistenza così breve
e così agitata, egli abbia potuto pensare a scrivere
tanto. Ma il suo pensiero ed i suoi scritti dovevano
sentire gli effetti della vita tumultuaria ch'egli conduceva,
e mancare, pertanto, di ordinata disposizione
e di meditata correttezza. Egli stesso racconta di aver,
più volte, composte le sue dissertazioni filosofiche di
notte, onde approfittare del breve riposo dalle sue ingombranti
occupazioni, frettolosamente, senza soccorso
di libri, più per lo sfogo di un'anima traboccante di
idee e di impressioni che per uno scopo letterario o
didattico.

Ma una ragione più essenziale dell'aspetto congestionato
e confuso che hanno le idee di Giuliano sta
nella dottrina stessa a cui le attingeva. La filosofia
regnante nel mondo ellenico dei suoi tempi era il
Neoplatonismo, e noi vedemmo nel Neoplatonismo
una dottrina la quale sull'orme di Platone, ma con
[pg!189]
fantasia sbrigliata e tumultuosa, cercava nell'aria rarefatta
dell'ideale, o, diremo meglio, del soprannaturale,
la spiegazione della natura e della realtà. Ora,
il Neoplatonismo, appunto perchè affermava l'esistenza
del soprannaturale e vi collocava la causa prima della
natura, era una dottrina essenzialmente deista. L'ateismo
di Epicuro e di Lucrezio che, nel concetto
meccanico del mondo, escludeva l'azione del soprannaturale,
non era riuscito a farsi strada. Il Neoplatonismo
si trovava al polo opposto. Il problema, per la
speculazione filosofica, non era già quello di spiegare
l'esistenza dell'universo senza l'intervento di una causa
prima, soprannaturale e creatrice, ma quello, bensì, di
determinare i rapporti fra questa causa, che si affermava
*a priori*, e l'universo esistente. Ora, non potendo il
Neoplatonismo conservare il Politeismo schiettamente
naturalistico degli antichi, perchè non rispondeva alle
esigenze metafisiche e razionali del momento, e non
potendo, d'altra parte, accettare il Cristianesimo, che,
con la novità delle sue affermazioni, feriva tutte le tradizioni
della coltura ellenica e, col suo monoteismo,
inceppava le tendenze panteistiche della filosofia, esso
compose un Politeismo simbolico e mistico, pretendendo
trovarvi la rappresentazione dei processi creativi, e
lasciando, insieme, ad ogni credente la più sfrenata
libertà d'interpretazione. A quali eccessi di fantasia
e di superstizione quella libertà potesse condurre, noi
lo vedremo in Giuliano stesso. Ma qui vogliamo fare
una considerazione, che troverà le sue prove nell'analisi
del pensiero del nostro eroe. Parrebbe che, fra
le follie e gli eccessi della metafisica neoplatonica da
un lato e la corretta produzione della dogmatica ortodossa
dall'altro, dovesse esistere un'inconciliabile
opposizione. Eppure, in fondo in fondo, a ben guardare,
[pg!190]
l'opposizione è tutta nella fioritura esterna. Il
tronco che sostiene e l'una e l'altra è il medesimo.
Nell'una e nell'altra noi troviamo lo spiritualismo
platonico, con le idee preesistenti al mondo, con gli
intelligibili, come le chiama Giuliano. Nell'una e nell'altra,
il Dio supremo, soprannaturale per eccellenza
ed inconoscibile, crea il mondo, ciò che vuol dire dà
un'esistenza materiale alle idee pure, mercè un mediatore
divino, che si rivela agli uomini, il logos Cristo,
nella metafisica cristiana, il dio Sole nella teologia
di Giamblico e di Giuliano. Ecco, la fonte comune
da cui si spiccarono le due correnti, discendendo per
versanti diversi. La corrente cristiana s'inalveò ben
presto nel letto del monoteismo ortodosso. Atanasio,
Ambrogio, Agostino innalzarono, lungo il suo corso,
argini tanto alti e sicuri, da renderle impossibile il
traboccar fuori. La corrente neoplatonica, non trovando
nessun letto predisposto ed arginato, si sparse in infiniti
rigagnoli e finì per perdersi e sparire nelle sabbie
del deserto metafisico.

Il Neoplatonismo, abbarbicandosi al Politeismo,
avrebbe, dunque, voluto organizzarlo in un sistema simbolico
che rappresentasse la creazione, cioè, la discesa
del sovrannaturale nella natura. Ma la molteplicità dei
miti era d'impaccio insuperabile alla razionalizzazione
del Politeismo. Il Politeismo, nato dalla tendenza dei
primi uomini a personificare, in determinate divinità,
i fenomeni naturali, potè conservare la sua vita, anche
in epoche che avevano completamente perduta la coscienza
del suo significato primitivo, trasformandosi
in religioni nazionali e locali. Ma, allorquando il sentimento
ed il culto della patria si perdettero nella
grandezza dell'impero romano, il Politeismo non ebbe
più nessuna ragion d'essere e doveva perire. Gli
[pg!191]
sforzi dei neoplatonici, di Giamblico, di Massimo, di
Giuliano, per ravvivarlo ed infondergli uno spirito filosofico,
eran condannati ad essere infecondi e ad
esaurirsi in artifizi pedanteschi e puerili.

Tuttavia il tentativo di Giuliano è uno degli episodi
più interessanti della storia antica, primieramente
perchè è sempre interessante lo studio dei moventi
di un uomo di grande animo e di acuto ingegno, e
tale era, certamente, il giovane imperatore, e poi
perchè quel tentativo è la dimostrazione più chiara
della inevitabilità della vittoria finale del Cristianesimo.
Infatti, il movimento di Giuliano non fu un
movimento di reazione, come sarebbe stato quello di
ricondurre il Politeismo al significato di religione naturalistica,
o di ripristinare il culto patriottico di Atene
e di Roma. Giuliano non era un reazionario; non gli
è applicabile la qualifica di *romantico*, che gli danno
taluni, trovando una certa analogia fra lui e quegli
scrittori della prima metà del nostro secolo che adoravano
il Medio-Evo in piena modernità. Non è perdonabile
allo Strauss, se non come un artifizio letterario,
d'aver, in un libello famoso, adoperato il suo
nome, per scagliare una frecciata a quel re Federico
Guglielmo di Prussia che sognava di poter andar a
ritroso del pensiero del suo tempo. Giuliano era un
progressista; ma egli non voleva sacrificare al progresso
la coltura antica, di cui era fervente ammiratore,
e le tradizioni di civiltà che costituivano pel
genere umano un tesoro inestimabile. Egli, pertanto,
teneva in piedi il Politeismo su cui posava quella
coltura e quella civiltà, ma, tenendolo in piedi, lo
cristianizzava non solo sotto l'aspetto della metafisica,
ma anche, come or vedremo, sotto quello della morale
e della disciplina. Il tentativo di cristianizzare
[pg!192]
il Politeismo, pur di conservarlo in vita, non poteva
esser apprezzato se non da coloro i quali dividevano
l'amore di Giuliano per quel complesso di tradizioni,
di gloria e di poesia che, con un nome riassuntivo,
egli chiamava l'Ellenismo. Ma tale amore non era
che di pochi. Nel quarto secolo, la barbarie, anche
senza i barbari, era incipiente. Sulle masse, nelle quali
era esaurito il sentimento della patria, l'Ellenismo non
aveva presa alcuna, e, d'altra parte, gli uomini veramente
religiosi, gli uomini che, per la pace dell'anima,
sentivano davvero il bisogno di un Dio, come un Ambrogio,
un Agostino, pur facendo proprie le idee fondamentali
della filosofia neoplatonica, non potevano
che ripudiarne i miti confusi e stolti, ed inorridivano
davanti al ravvivamento di riti e di sacrifizî diventati
ormai assurdi ed odiosi.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il Re Sole`:

Fissati questi punti fondamentali, guardiamo un
po' più da vicino il pensiero di Giuliano. Il suo sistema
teologico è contenuto nelle due dissertazioni,
intorno al *Re Sole* la prima, alla *Madre degli Dei* la
seconda. Nella confusa esposizione della dottrina, non
è facile determinare la rispettiva competenza di questi
due personaggi, i quali, nella loro azione, s'intralciano
l'un l'altro. Ma, a tale determinazione, non pensava,
certo, nemmeno Giuliano, il quale, come egli stesso
ci narra, ha scritto quei trattatelli, di notte, fra mille
preoccupazioni di imperatore e di generale, con una
ispirazione affrettata, venuta da qualche impressione
fuggitiva. Il discorso sul *Re Sole* è dedicato a Sallustio,
e fu scritto in tre notti, col solo aiuto della memoria. — Se
l'amico Sallustio, egli dice, vuol avere qualche
[pg!193]
cosa di più profondo dovrà rivolgersi ai libri del divino
Giamblico, nei quali troverà il termine dell'umana sapienza.
Giuliano quel poco che sa, lo ha preso da lui.
Nessuno, per quanto si sforzi di dire cose nuove, non
riuscirà mai a dir cose che Giamblico non abbia dette.
Sarebbe, dunque, inutile scrivere dopo di lui, quando
lo si facesse con un intento scientifico; ma Giuliano
ha voluto comporre un inno in onore del Dio, e ha
cercato di parlare della sua natura, secondo le proprie
forze e meglio che poteva — [#]_. Seguiamolo nella sua
affannosa esposizione.

.. [#] *Iulian.*, 204, 4 sg.

La divinità suprema, il Dio intorno al quale l'universo
si organizza è il Sole, il Re Sole, come egli lo
chiama. In tale adorazione pel Sole, si sente, più ancora
che un precetto dottrinario, un'ispirazione genuina
e poetica, come appare dall'eloquente esordio
della dissertazione.

«Io affermo che questo discorso sarebbe conveniente
a tutte le creature

   | *che respirano e striscian sulla terra*

e partecipano alla vita, all'anima razionale ed all'intelligenza.
Ma conviene a me più ancora che
agli altri, perchè io sono un devoto del Re Sole. E
di ciò io posso dare le prove più evidenti. Mi sia
lecito, dunque, ricordare che, fin da fanciullo, io
sentii un amore vivissimo pei raggi del dio, ed alla
luce eterea mi rivolgeva con tutta l'anima, così
che non solo avrei desiderato di guardar sempre il
Sole, ma se, talvolta, di notte, io usciva sotto un
cielo puro e senza nubi, dimenticando ogni altra
[pg!194]
cosa, mi abbandonava alle bellezze celesti, non comprendendo
più ciò che mi si diceva e non badando
a ciò che faceva io stesso. Si sarebbe detto che
io avessi delle cose del cielo conoscenza e pratica
e che taluno avesse, a me giovanetto, insegnata
l'astrologia. Eppure, per gli dei, nessun libro che ne
trattasse era giunto alle mie mani, e non sapeva
nemmeno che esistesse quella scienza. Ma, perchè
io mi indugio a dir tutto questo, mentre avrei cose
ben più gravi a narrare, se volessi rivelare quali
erano allora le mie credenze intorno agli dei? L'obblio
copra quelle tenebre!» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 168-69.

Con questo inno entusiasta che manifesta un sentimento
assai vivo della natura, e rivela la disposizione
impressionabile del fanciullo, e con quel grido
d'orrore al ricordo dell'educazione cristiana in cui era
stato allevato, comincia Giuliano l'esposizione della
sua teologia. Ora, se noi cerchiamo di chiarire il pensiero
dello scrittore, liberandolo dalla terribile fraseologia
di scolastica neoplatonica in cui si avvolge, noi
troviamo un sistema trinitario che ha grande analogia
col sistema della metafisica ebraico-alessandrina.

Per Giuliano esistono tre mondi: il mondo degli
intelligibili, delle idee pure, dove regna il principio
supremo del sommo bene, il mondo degli esseri o divinità
intellettive, interposte fra le idee pure e la
materia, come lo sono gli angeli nel cielo cristiano o
l'uomo celeste nel sistema paoliniano. In questo
mondo intellettivo, il Principio supremo regna per
un'emanazione di sè stesso che è tutta spirituale, e
che ha la più stretta analogia col *logos* di Filone e
[pg!195]
d'Origene. Finalmente il mondo visibile e concreto,
in cui quell'emanazione assume una forma visibile anch'essa
che, per Giuliano, è il Sole, nel Cristianesimo
ortodosso il logos umanizzato.

Ora, se noi confrontiamo queste idee di Giuliano
col prologo del quarto Vangelo, che è poi la base della
metafisica cristiana, senza di cui il Cristianesimo, o
non sarebbe stato, o sarebbe stato tutt'altra cosa,
constatiamo meravigliati che, in fondo, l'acerrimo nemico
del Cristianesimo si moveva nel medesimo circolo
di idee in cui si trovavano coloro ch'egli combatteva.
È sempre quel medesimo concetto fondamentale
di un Dio supremo il quale emana da sè un principio
razionale, per cui il mondo è creato, e che vi
diventa attivo assumendovi una forma determinata e
visibile. Quando Giuliano, dopo aver parlato delle
due forme invisibili di Dio, dice — Questo disco solare
che appare come terza forma di Dio è causa
efficace di salvezza agli esseri sensibili — [#]_ non
abbiamo che a sostituire alla parola *disco* la parola
*logos* per aver una frase prettamente cristiana. E si
noti che la ragione per la quale Giuliano vede nel
Sole la rivelazione del Dio è ch'egli considera la
luce come il principio vitale e divino per eccellenza.
«La luce — domanda Giuliano — non è forse la
forma incorporea e divina di ciò che è potente senz'essere
materiale?» [#]_. Ebbene, l'analogia fra
la luce ed il principio di vita e di salvezza, fra la luce
[pg!196]
ed il logos, la troviamo continuamente nei libri cristiani,
ed è uno dei *motivi* su cui il quarto Vangelista
ricama con maggior insistenza le sue variazioni. «In
lui (nel logos) era la vita, e la vita era la luce degli
uomini.... — La vera luce, che illumina ogni uomo
era venuta nel mondo. Era nel mondo, e il mondo
era stato generato da essa, e il mondo non la conobbe» [#]_.

.. [#] τρίτος ὄ φαινόμενος οὑτοσὶ δίσκος ἐναργῶς αῖτιός ἐστι
   τοῖς αἰσθητοῖς τῆς σωτηρίας. *Iulian.*, 172, 19 sg.

.. [#] τὸ φῶς οὐκ εἶδός ὲστιν άσώματόν τι και θεῖον τοῦ κατ
   ἐνέργειαν διαφανοῦς. *Idem*, 173, 1.

.. [#] *S. Giovanni*, 1, 4-9.

Il fatto è che tutte queste idee, le quali si attaccavano
direttamente alla filosofia platonica, hanno costituita
la miscela da cui è uscita la metafisica cristiana
da una parte, il neoplatonismo dall'altra. Ma
gli ingredienti sostanziali son sempre quelli. Alessandria
fu il focolare nel quale, per opera di Filone e
della sua scuola, lo spiritualismo platonico ebbe la sua
saldatura col monoteismo ebraico. Il metafisico che
scrisse il quarto Vangelo, affermando solennemente il
monoteismo, salvò il Cristianesimo dalle eresie gnostiche
che pullulavano dal lievito platonico. Ma, nella
stessa Alessandria, lo spiritualismo platonico, non più
saldato al monoteismo, diede origine al simbolismo
mistico di Ammonio Sacca, di Plotino e di Porfirio,
il quale non si diversifica dal pensiero cristiano che
per la mancanza di una determinazione dogmatica
nelle sue linee fondamentali, e per la conservazione
della pluralità degli dei.

Ma, se vi ha una quasi identità di pensiero fondamentale
fra il Cristianesimo ed il Neoplatonismo,
v'ha, per un altro rispetto, una differenza, la quale
fu la causa vera della prevalenza del primo sul secondo,
ed è che il Neoplatonismo non è che una filosofia,
[pg!197]
il Cristianesimo è, sopratutto, una morale. Ci
basti prendere questo discorso di Giuliano, che vorrebbe
essere una specie di Vangelo neoplatonico, e
porlo accanto al Vangelo di Giovanni. Nel primo, lo
scrittore, dopo aver fatta la sua esposizione metafisica,
si perde in una così confusa e non saprei dire se più
pedantesca o più fanciullesca dissertazione sulle qualità
del dio Sole e sui suoi rapporti con le altre divinità
dell'Olimpo ellenico, da non riuscire, malgrado
i suoi sforzi, se non a comporre un arruffio di idee e
di parole che, certo, avrà lasciati storditi e poco convinti
i lettori ch'egli voleva convertire alla sua religione
solare. Il Vangelista, invece, nel suo prologo,
pone alcune tesi solenni che suonano come squilli di
tromba in un silenzio misterioso. Ma, chiuso il prologo
ed affermata l'identità del Cristo Gesù col logos,
la metafisica scompare. La relazione del Cristo con
Dio è quella umana del figlio col padre, e tutta l'azione
di Gesù non è che un esempio d'amore, come
tutte le sue parole non sono che un inno, che un'esortazione
all'amore. Certo, Gesù, nel quarto Vangelo,
non parla come Gesù nei Sinottici. Risuona, nella
sua voce, come un accento che non è terrestre. Il
logos non è più nominato, eppure si sente che non è
un uomo che parla. Ma, con tutto ciò, l'efficacia morale
di quei discorsi, di quel continuo e soave appello
ai sentimenti umani, è potente. Qui l'uomo, stanco
di una mitologia esaurita, poteva ritrovare l'impulso
a credere, ritrovare una fresca scaturigine di fede. Ma
il simbolismo di Giuliano, se anche poteva sorridere
a qualche fantastico sognatore, lasciava l'umanità indifferente
ed incredula. Il carattere dominante di questa
filosofia di Giuliano è l'oscurità che proviene,
non già dalla profondità del pensiero, ma dalla congestione
[pg!198]
di idee non digerite, e dallo sforzo di voler dar
forme determinate a concetti vaghi ed oscillanti.

Se havvi, in questa confusa filosofia, una teoria
fondamentale è ancor quella platonica della preesistenza
delle idee, di cui il mondo visibile, il mondo dei sensi,
è la riproduzione avvenuta per mezzo di un dio creatore,
che, per Giuliano, è emanato e staccato dal dio
supremo, e si rivela agli uomini sotto l'aspetto del
Sole. Le forme ideali devono preesistere alle forme
reali. Infatti «quando la sostanza, che si rivela generatrice
nella natura, si appresta a generare nella
bellezza ed a deporre un figlio [#]_, è necessario sia
stata preceduta dalla sostanza eternamente generatrice
nella bellezza ideale, la quale non produce
ad intermittenza, perchè ciò che è bello, lo è, nel
mondo ideale, da tutta l'eternità. Diciamo, dunque,
ancora, che la causa generatrice nei fenomeni deve
essere preceduta e guidata da un'idea innata nella
bellezza eterna, che il Dio tiene e dispone intorno
a sè, a cui distribuisce l'intelligenza perfetta, così,
che, come con la luce dà agli occhi la vista, così,
col modello ideale, che egli presenta e che è molto
più luminoso del raggio etereo, dà a tutti gli esseri
intelligenti la facoltà di conoscere e di esser conosciuti» [#]_.

.. [#] ύπεκτίθεσθαι τὸν τόκον.

.. [#] *Iulian.*, 188, 5 sg.

Questa teoria platonica della preesistenza delle
idee, che è la conseguenza della distinzione delle due
categorie dello spirito e della materia, si trova alla base
della metafisica cristiana e dello spiritualismo ortodosso,
e divenne più tardi il realismo della scolastica.
[pg!199]
Questa teoria ebbe un'ultima affermazione nella filosofia
rosminiana. Trovare un nesso fra Giuliano
e il Rosmini pare un colmo di stranezza, una specie
di sacrilegio. Eppure, chi ben guardi, in fondo in
fondo, il nesso intellettuale esiste, come esisteva fra
Giuliano e quei teologi dei Concilî ch'egli aborriva
e che poi lo hanno così ferocemente anatemizzato.
È che gli uomini non si uniscono e non si dividono
in ragione della somiglianza e del disaccordo delle
loro idee. Si uniscono o si dividono, a seconda che
il loro abito morale e le loro aspirazioni armonizzano
o discordano. Il Cristianesimo e l'Ellenismo,
per le idee e per le teorie che rappresentavano, si
equivalevano. Nè poteva essere diversamente, dal momento
che attingevano al medesimo serbatoio di idee,
rispondevano ad un medesimo momento dell'intelligenza
umana. Ma queste idee non erano che vesti le
quali coprivano delle tendenze morali completamente
diverse, alle quali si adattavano in modo da parere
errore umano da una parte, rivelazione divina dall'altra.
Eppure era sempre la medesima veste diversamente
piegata, o, con altra imagine, la medesima
vivanda diversamente condita! Il Cristianesimo,
il quale poneva nel mondo uno scopo di finalità morale
che, nel mondo stesso, non è raggiunto, perchè
il mondo è pessimo, spostava l'interesse umano dalla
terra al cielo, dal presente al trascendente, dalla vita
all'oltretomba. L'Ellenismo che non comprendeva
quello scopo di finalità morale, e pel quale, pertanto,
il mondo è ottimo, voleva conservato al presente
l'interesse dell'uomo, e conservato quell'immenso
tesoro di tradizioni, di poesia e di gloria che si era
accumulato nell'antichità e che il Cristianesimo vero
aborriva e malediva. Lo spiritualismo platonico, che
[pg!200]
era il prodotto dell'ambiente intellettuale dell'epoca,
serviva tanto all'uno che all'altro indirizzo.

Se non che il Cristianesimo, nel quarto secolo, si
era ormai tanto diffuso ed era così profondamente entrato
nelle abitudini sociali che anche i suoi nemici
dovevano seguirlo ed assumerne talvolta il linguaggio.
Da qui, in Giuliano, una specie di ardore nella preghiera,
come una fiamma mistica, che gli antichi non
conoscevano. Il discorso sul Re Sole finisce con un
inno. Giuliano si atteggia a devoto. Se si sente,
nelle sue parole, qualche cosa di artifizioso, di scolastico,
se non c'è l'estasi di Plotino che si sprofonda e
si annega in Dio, se non c'è lo slancio di S. Agostino,
vibrante dell'emozione di un'anima rapita in una divina
contemplazione, c'è pur sempre un sentimento religioso
più profondo di quello che animava i cultori del
Politeismo. «Mi concedano gli dei di celebrare più volte
le feste sacre, e me lo conceda il dio Sole, re dell'universo,
lui, che, procede, da tutta eternità,
dalla sostanza generatrice del bene, e sta in mezzo
agli dei intellettivi li riempie di armonia, di bellezza
infinita, di sostanza fecondante, di intelligenza perfetta,
e continuamente e senza fine d'ogni bene;
lui che, dall'eternità, brilla nella sede destinatagli
nel mezzo del cielo; lui che dà ad ogni essere visibile
la bellezza dell'idea; lui che riempie tutto
il cielo di tanti numi quanti ne comprende nella
sua intelligenza; lui che, in virtù della sua continuità
generativa e della potenza benefica emanante
dal suo corpo circolare, armonizza la compagine
di questa sede sublunare, prendendo cura
di tutta la schiatta umana e, in special modo, di
questo nostro Impero; lui che, dall'eternità, ha
creata la nostra anima, facendola sua seguace. Mi
[pg!201]
conceda, dunque, tutto ciò di cui l'ho pregato, e
mantenga, con benevolenza, la perpetuità dell'Impero.
Conceda a noi di ben riuscire nelle cose divine ed
umane, fin quando ci permetterà di vivere, e faccia
durare la nostra esistenza fin quando a lui piaccia,
e riesca utile a noi e giovevole alla prosperità delle
cose romane... Ancora una volta, io supplico il Sole,
re del Tutto, per la devozione mia, di essermi benevolo,
di darmi una vita felice, un pensiero sicuro,
un'intelligenza divina, e, infine, al momento destinato,
una liberazione tranquillissima dalla vita, e
mi conceda di ascendere e di restare presso di lui,
possibilmente in eterno, e, se ciò fosse superiore ai
miei meriti, almeno per molti periodi di anni numerosi» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 203, 4 sg; 205, 5 sg.

.. _`La Madre degli Dei`:

Insieme al discorso sul *Re Sole*, Giuliano ci ha
lasciato un altro trattato teologico, ed è il discorso, o
inno, come si voglia chiamare, alla *Madre degli Dei*,
che l'entusiasta imperatore scrisse, in una notte, a
Pessinunte, mentr'era in marcia per la spedizione
contro i Persiani. Lo scritto, faticoso e confuso come
tutte le manifestazioni filosofiche e teologiche di Giuliano,
comincia con una deliziosa e nota leggenda
che Giuliano ci racconta con la genuina semplicità
di un vero poeta. Qui vogliamo riprodurla, per mostrare
come, sotto al pedantesco e retorico allievo di
Libanio e di Massimo, esistesse uno spirito pieno di
grazia e di sentimento. Dopo aver detto che i Greci
tenevano in alto onore il culto di Cibele, la Madre
degli Dei, egli ricorda che i Romani, al tempo della
guerra contro Cartagine, cercarono, per consiglio della
[pg!202]
Pizia, di rendersela favorevole, e poi così continua:
«Nulla mi vieta di aggiungere qui una piccola storia.
Saputo l'oracolo, gli abitanti della religiosa Roma
deliberano di mandare un'ambasceria a chiedere ai
re di Pergamo, che allora possedevano la Frigia, ed
agli stessi Frigi, il santissimo simulacro della dea.
Ricevuto, quindi, il sacro carico, lo posero sopra
una larga nave oneraria, capace di navigare sicuramente
per l'ampio mare. Attraversati l'Egeo e l'Jonio,
costeggiata la Sicilia, ecco arriva alle foci del Tevere.
E il popolo usciva dalla città insieme al Senato,
e lo precedevano i sacerdoti e le sacerdotesse,
tutti e tutto nell'ordine conveniente, secondo i patrî
riti. E ansiosi guardavano la nave che correva col
vento in poppa, mentre intorno alla carena spumeggiavano
le onde solcate. Quando fu sul punto d'entrare,
tutti si prosternarono a terra, lì dove ognuno
si trovava. Ma la dea, come desiderosa di mostrare
al popolo romano che non è un sasso scolpito ed
inanimato ciò che arriva dalla Frigia, ma un oggetto
in cui sta una potenza grande e divina, appena la
nave tocca il Tevere, ecco la ferma, e la tiene immobile
come se, d'un colpo, avesse messo radice
nel letto del fiume. La tirano contro corrente, e
non si muove. Credendo che si fosse incagliata,
tentano di spingerla, ma non cede alla spinta. Le
si applicano tutti gli strumenti, ed è sempre immobile.
Allora cade un terribile ed iniquo sospetto
sulla vergine consacrata al santissimo sacerdozio, e
si accusa Claudia — tale era il nome di quella
santa — di non essersi conservata intatta e pura
alla dea, che apertamente manifestava il suo sdegno.
Claudia si copre di rossore, udendo il suo nome
ed il sospetto, tanto era lontana dal turpe ed illecito
[pg!203]
fallo. Poi, quando vede che l'accusa contro
di lei prendeva forza, slacciatasi la cintura, ne
cinge la punta estrema della nave, e, come ispirata,
comanda a tutti di trarsi indietro, e supplica
la dea di non abbandonarla in preda ad iniqui oltraggi.
Quindi, ad altissima voce, quasi desse un comando
navale: — Madre santa, esclama, se io son
pura, seguimi. — Ed ecco che la vergine non solo
smuove la nave, ma la trascina, per lungo tratto,
contro la corrente!... Io so, conclude Giuliano, che
alcuni, fra coloro che si dan l'aria d'esser saggi,
diranno che queste son fiabe da vecchierella. Ma io
preferisco credere alle tradizioni popolari piuttosto
che a questi eleganti, la cui animuccia potrà essere
acuta, ma mi ha l'aria d'esser anche ammalata» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 207, 5 sg.

Il discorso intorno alla Madre degli dei è interessante
perchè ci mostra il processo di interpretazione
mitica che Giuliano, discepolo dei neoplatonici, applicava
alle leggende antiche, onde razionalizzarle e
renderle accettabili alla metafisica idealista e spiritualista
che dominava nel pensiero del tempo.

Giuliano parte, nella sua interpretazione, dal principio
fondamentale della filosofia platonica, già da lui
affermato nel discorso sul Re Sole, cioè, l'esistenza
di un mondo ideale di cui il mondo materiale è il riflesso.
Le imagini degli esseri, come insegna Aristotele,
esistono rispecchiate nell'anima, ma vi esistono
idealmente ed in potenza. «Ma è pur necessario che
le imagini, prima di esistere in potenza, esistano in
azione. Dove le porremo? Forse nelle cose materiali?
È chiaro che queste vengono per le ultime.
[pg!204]
Non ci resta, adunque, che di cercare delle cause
ideali, preordinate alle materiali [#]_, dalle quali l'anima
nostra, subordinata e coesistente, riceve, come
uno specchio le imagini degli oggetti, le idee delle
forme, e le trasmette, per mezzo della natura, alla
materia ed ai corpi materiali» [#]_.

.. [#] λείπεται δὴ λοιπὸν ὰύλους αἰτίας ζητειν ενεργείᾳ προτεταγμένας
   τῶν ἐνὺλων.

.. [#] *Iulian., 212, 19 sg.*

Ora, il mito di Cibele o della Madre degli dei è,
per Giuliano, la rappresentazione simbolica del procedimento
pel quale l'idea si concretizza nella materia
e ritorna poi alla sua essenza primitiva. È noto che,
secondo la leggenda, Cibele, innamorata castamente
di Atti, gli aveva imposto di non conoscere donna
alcuna. Ma Atti s'era invaghito della ninfa Sangaride,
e, penetrando nell'antro, dimora di lei, le si era
congiunto. Da qui lo sdegno di Cibele, a placar la
quale, Atti aveva dovuto evirarsi, dopo di che egli
era stato riammesso agli onori di prima. È noto anche
che questa storia era, in origine, un mito naturalistico,
che rappresentava il succedersi delle stagioni, mito
che, come era avvenuto di tanti altri, era poi stato
umanizzato e drammatizzato dalla fantasia orientale
ed ellenica. Giuliano pretende di veder, in quel mito,
l'espressione di un concetto filosofico, e, per riuscire
a dimostrarlo, lo tormenta con una sottigliezza di interpretazione
bizzarra e faticosa. Tuttavia, anche qui
non è privo d'interesse il cogliere lo sforzo che questi
rinnovatori del Paganesimo andavan facendo per introdurre
nei miti antichi un pensiero che questi non
potevano contenere, per versare propriamente del vino
[pg!205]
nuovo in vasi vecchi, già rotti e screpolati. Riportiamo
qualche saggio di tale sforzo.

«Chi è, dunque, la Madre degli dei? È la scaturigine
di tutti gli dei ideali e creatori che governano
gli dei visibili; la dea che coabita e che genera
col gran Dio; grande anch'essa dopo il grandissimo,
la signora di ogni vita, la causa di ogni generazione,
che subito perfeziona ciò che ha fatto; che genera
senza sofferenze e crea, insieme al padre, tutti gli
esseri; vergine senza madre, partecipe del trono di
Dio, è madre di tutti gli dei, poichè accogliendo, in sè
stessa, le cause di tutti gli dei ideali e sovrannaturali,
divenne scaturigine di tutti gli dei conoscibili.
Questa dea e questa provvidenza si prese d'amore per
Atti» [#]_. Atti rappresenta, nel mito, il principio
creatore e generatore. Ora, la dea, nell'innamorarsi
di Atti, gli ingiunge di generare solo nell'idea, non
guardando che a lei che è il simbolo dell'unità, e di
fuggire ogni inclinazione alla materia. Ma Atti non
seppe restar fedele alla dea, e cadde quindi nella
procreazione delle forme materiali. Ora, è per richiamare
il principio generatore al mondo ideale, ed impedire
che esso si corrompa e si perda intieramente
nella materia, che la Madre degli dei, insieme al Sole,
che è, con lei, il principio provvidenziale e che nulla
può fare senza di lei, induce Atti all'evirazione, che
rappresenta la limitazione nella decadenza materiale
del principio generatore ed il suo ritorno al mondo
ideale. Se non ci fosse questa limitazione, voluta dalla
provvidenza, il principio generatore, delirante nei suoi
eccessi materiali, si sarebbe esaurito diventando impotente
[pg!206]
per le funzioni ideali [#]_. E Giuliano chiude
la sua singolare interpretazione del mito con queste
parole: «Il mito insegna a noi che, celesti per natura
nostra, siamo venuti in terra, ad affrettarci a
ritornare presso il Dio datore di vita, dopo aver
mietuto, nel soggiorno in terra, la virtù e la pietà.
Adunque, il segnale del richiamo che la tromba dà
ad Atti, dopo l'evirazione, lo dà anche a noi che dal
cielo cademmo in terra. Se Atti, coll'evirazione, limita
l'infinità delle sue cadute, a noi pure gli dei
comandano di evirarci, cioè, di limitare in noi stessi
l'infinità materiale, e di tendere all'unità formale e,
fin dove è possibile, all'unità essenziale. Che mai di
più giocondo, di più ilare di un'anima che fugge dal
turbine che in lei solleva l'insaziabilità dei desideri
e l'impulso della generazione e che si innalza agli
stessi dei? Ed Atti, che era uno d'essi, e che andava
più in là di quanto conveniva, non fu abbandonato
dalla Madre degli dei, che a sè ancora lo
volle e lo fermò nell'infinità delle cadute» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 215. 5 sg.

.. [#] *Iulian.*, 217, 8 sg.

.. [#] *Idem*, 219, 13 sg.

Giuliano, dopo essersi dilungato nella bizzarra esposizione
della leggenda divina, insiste sul carattere essenzialmente
mitico della stessa. «Non supponga
alcuno che io parli, come se tutto ciò fosse realmente
avvenuto, quasi che gli dei non sapessero quello
che facevano, o dovessero correggere i propri errori.
Ma gli antichi, sia guidati dagli dei, sia pensando
per sè stessi, scoprendo le cause degli esseri, le velarono
di miti strani, affinchè l'invenzione, con la
stranezza e con l'oscurità, ci spingesse alla ricerca
[pg!207]
della verità. Agli uomini volgari è sufficiente il simbolo
irrazionale, ma per coloro che si distinguono
per l'ingegno, la verità delle cose divine riuscirà
utile, solo quando la scopriranno dopo averla cercata,
coll'aiuto degli dei. Gli enimmi ci devono far riflettere
che dobbiamo indagarli, onde raggiungere, coll'osservazione,
la scoperta della suprema realtà, e ciò
non già per rispetto e fiducia nelle opinioni altrui,
ma bensì pel lavoro della nostra intelligenza» [#]_.
Il razionalismo rigoroso, che si rivela in questo brano,
avrebbe dovuto condurre Giuliano a constatare la
completa evaporizzazione delle sue divinità. Ma egli
voleva tener in piedi una religione, perchè la dottrina
neoplatonica, in cui era cresciuto, affermava
l'esistenza del sovrannaturale e, quindi, la necessità
di una religione positiva, e poi perchè egli voleva
essere il restauratore di un culto e di una fede capace
di tener testa al Cristianesimo. Da qui una singolare
contraddizione nelle sue manifestazioni ed un difetto
intrinseco nel sistema che gli rendevano impossibile
la vittoria sul Cristianesimo, il quale aveva, invece, un
dio così ben determinato, così chiaro, così storico, da
poter accogliere in sè il principio mitico e metafisico
del logos, senza perdere in nulla l'efficacia della sua
persona. Ma pure Giuliano si sforzava di conservare
agli dei, sui quali ragionava con una sottigliezza così
pedantesca e fantastica insieme, una sufficiente realtà,
per poterli adorare e supplicare. Già vedemmo le belle
parole con cui comincia e finisce il discorso intorno al
dio Sole. Ebbene, anche il discorso intorno alla Madre
degli dei finisce con una preghiera di credente infervorato.
[pg!208]
«O Madre degli dei e degli uomini, che siedi
sul trono di Dio, origine degli dei, tu che partecipi
alla pura essenza delle idee ed, accogliendo da queste
la causa del tutto, la infondi agli esseri ideali, dea
della vita e rivelatrice e provvidenza e creatrice
delle anime nostre, tu che hai salvato Atti e lo hai
richiamato dall'antro in cui s'era sprofondato, tu
che largisci tutti i beni agli dei ideali, e ne colmi
il mondo sensibile, deh, voglia tu concedere a tutti
gli uomini la felicità, di cui è vertice la conoscenza
degli dei, fa che il popolo romano cancelli la macchia
dell'empietà, e che la sorte favorevole gli conservi
l'impero per molte migliaia d'anni, fa che io
raccolga, come frutto della devozione per te, la verità
della scienza divina, la perfezione nel culto, la
virtù ed il successo in tutte le imprese politiche e
militari a cui ci accingiamo, e un termine della vita
senza tristezza e glorioso, insieme alla speranza di
venire presso di te» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 220, 8 sg.

.. [#] *Iulian.*, 232, 13 sg.

Non è questa forse una preghiera, la quale, omettendo
e modificando qualche frase, più che altro, ornamentale,
avrebbe potuto stare nella bocca di un
cristiano? Non vi si sente, in fondo, un'identica ispirazione?
Questa invocazione alla Madre degli dei viene,
è vero, dopo un lungo discorso, nel quale la personalità
della dea, passando attraverso i filtri delle spiegazioni
mitiche, è intieramente svaporata, così che
la preghiera a lei rivolta si perde nel vuoto. Ma,
quando si ricorda che questa preghiera è stata scritta
da un uomo che si era accinto alla più arrischiata delle
imprese e che stava per affrontare i supremi pericoli,
[pg!209]
non si può vedere, in queste supplicazioni, una vana
declamazione, ci si sente una parola che esprime un
sentimento vero. Il sentimento si modifica nell'espressione
a seconda della forma che assume, ma non era
meno vivo il sentimento religioso in Giuliano che
aveva fatto apostasia dal Cristianesimo di quello che
fosse in molti di coloro che al Cristianesimo si convertivano.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il discorso contro Eraclio ed il simbolismo divino`:

La teoria del valore e del significato dei miti ha
nel sistema di Giuliano una somma importanza, anzi,
è la chiave di vôlta che gli impedisce di sfasciarsi.
Nel panteismo neoplatonico, non potevano trovar sede
le divinità e le favole del Politeismo. Dirò di più; il
grande concetto plotinico, pel quale l'universo è l'estrinsecazione
di un unico e supremo principio che si
manifesta con le idee rispecchiate dalle forme concrete,
poteva condurre ad una meditazione estatica
sulla divinità, ma difficilmente avrebbe potuto accordarsi
con una religione positiva. Ed infatti Plotino,
come narra Porfirio nella vita del maestro, talvolta si
sublimava nella visione divina, senza per questo partecipare
a nessun culto determinato. Ma i suoi successori,
spinti, in parte, dalle condizioni psicologiche
del tempo, in parte dalla necessità di preoccupare un
posto che altrimenti sarebbe stato preso dal Cristianesimo,
vollero creare una religione positiva e, non
avendo a loro disposizione nessuna figura divina determinata
e storica, presero le antiche divinità del
Politeismo, e pretesero che si rendesse loro un culto di
sacrifizî e di preghiere, affermando insieme non essere
quelle divinità che meri simboli di concetti filosofici.
[pg!210]
In questa strada nessuno è andato più avanti di Giuliano
che era tutto, direi imbevuto di dottrina metafisica
mal digerita, e che, insieme, come imperatore
nemico del Cristianesimo, voleva porre in piedi una
vera religione di Stato, la quale impedisse lo sfacelo
dell'Ellenismo.

Giuliano non credeva affatto nella realtà oggettiva
delle personificazioni del Politeismo. In un graziosissimo
e scherzoso biglietto ad un amico egli scrive:
«L'Eco per te è una dea ciarliera, e consorte di Pane.
Io non dico di no. Poichè quand'anche la Natura
mi insegnasse che l'Eco è un suono della voce che,
ripercosso, passando per l'aria, ritorna all'orecchio,
pure, consentendo alle credenze degli antichi e dei moderni
non meno che alle tue, voglio concedere che sia
una dea» [#]_. Ma se Giuliano, come appare da queste
parole, sapeva, con la sua acuta intelligenza, disciogliere
il mito nella affermazione del fenomeno naturale,
lo conservava come simbolo di concetti filosofici, e
nulla gli stava tanto a cuore quanto il giustificare razionalmente
tale trasformazione. La tesi, già toccata
nel discorso intorno alla Madre degli dei, è ampiamente
svolta in uno degli scritti più curiosi di Giuliano,
il discorso contro il cinico Eraclio.

.. [#] *Iulian.*, 564.

Questo discorso che contiene molte pagine piene
di spirito e di garbo, ma che manca, come quasi
tutti gli scritti di Giuliano, del *fren dell'arte*, è interessante
specialmente per due ragioni, la prima
perchè vi troviamo esposto il concetto che Giuliano,
sull'orma dei neoplatonici, si formava del mito e del
significato della leggenda mitologica, la seconda perchè,
[pg!211]
con una assai bella ed assai chiara allegoria,
egli racconta la propria storia, dà la giustificazione
della sua condotta e formola, come oggi si direbbe,
il suo programma imperiale.

Dietro a questo discorso deve esserci un antefatto
che non conosciamo, ma che si può imaginare con
molta approssimazione alla verità. Giuliano, diventato
imperatore, doveva incontrar l'opposizione di tre sorta
di nemici; primieramente s'intende, dei Cristiani, poi
di quei Pagani ai quali non garbava punto la trasformazione
mitica che il neoplatonico imperatore voleva
imporre all'antica religione, alle semplici, intelligibili
ed umane favole d'un tempo, finalmente di tutti coloro
i quali, interessati nella corrotta amministrazione
dell'impero, sentivano il danno delle riforme iniziate
dall'inquieto legislatore. Il cinico Eraclio stava fra
coloro che non ammettevano l'interpretazione filosofica
della mitologia ellenica, non comprendevano lo
sforzo di Giuliano per infondere in quella uno spirito
nuovo che le permettesse di fronteggiare il Cristianesimo.
Il cinismo, fin dal tempo del suo fiore, con
Antistene e con Diogene, era stato una filosofia essenzialmente
pratica, che voleva insegnar all'uomo ad accontentarsi
del meno possibile, a vivere in un'ascetica
indifferenza per tutti i godimenti materiali. Essa stava
lontana, in un atteggiamento sospettoso, dalle speculazioni
metafisiche, e riduceva la sua dottrina filosofica
a pochi aforismi morali. Ma, nel procedere dei
tempi, ciò che il Cinismo aveva avuto di buono, il rigore
della vita e dei costumi, passò allo Stoicismo, e il
Cinismo degenerò in una caricatura, in una dottrina
da ciarlatani che se ne servivano per ingannar la gente,
e vi trovavano una fonte di illeciti guadagni. I neocinici
erano naturalmente nemici di Giuliano, di cui
[pg!212]
odiavano l'indirizzo speculativo e la pura morale. Giuliano
li ricambia di santa ragione. Nel discorso contro
i *Cinici ignoranti*, come in quello contro Eraclio, egli
ne smaschera i vizii, le bassezze, le turpitudini, dimostra
la meschinità della loro dottrina, la quale avrebbe
impacciata l'evoluzione mitologica che costituiva per
l'Ellenismo l'elemento indispensabile della sperata vittoria.
E Giuliano, infatti, con astiosa arguzia, vede
nei Cinici degli alleati dei Cristiani, ed insiste sui
tratti di somiglianza che, secondo lui, esistono fra le
due sette [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 290, 7 sg.

Eraclio aveva tenuto un discorso, in una grande
assemblea, presente l'imperatore, nel quale, pare,
aveva dato corso alle sue facoltà inventive, per comporre
delle favole che offendevano, secondo Giuliano,
il concetto della divinità. L'imperatore, sciolta l'assemblea,
prende sdegnato la penna e scrive un'invettiva
contro l'empio bestemmiatore, per dimostrare
quale sia l'ufficio del mito, e come si devano interpretare
le leggende relative agli dei. Il discorso, come
dissi, è lunghissimo, pieno di allusioni che non sempre
si possono comprendere e di spiegazioni mitiche tormentate
e confuse. Ma è pur sempre interessante e
sintomatica l'intenzione da cui lo scrittore è mosso
di polemizzare, anche indirettamente, col Cristianesimo,
creando dei simboli che potessero prendere
il posto del dio cristiano. Ciò appar chiaro nella interpretazione
ch'egli dà della storia d'Ercole e di
Bacco. Come non vedere un tentativo di cristianizzare
la figura d'Ercole plasmandola su quella di
Gesù, quando egli dice che Ercole passava a piedi
[pg!213]
asciutti il mare, ed aggiunge: «Che mai era impossibile
ad Ercole? Che mai non obbediva al suo divino
e purissimo corpo? Gli elementi tutti non obbedivano,
forse, alla potenza creatrice e perfezionante
della sua intelligenza incorruttibile? Il sommo
Giove... lo fece salvatore del mondo, poi lo sollevò
sulle fiamme del fulmine, fino a sè, e gli comandò
di venire come figlio presso di lui, sotto il segno
divino del raggio eterno. Voglia Ercole essere propizio
a me ed a voi!» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 284, 19 sg.

Tutte le spiegazioni che Giuliano dà dei miti posano
sopra un concetto fondamentale ch'egli cerca di
esporre, sebbene soggiunga che la sua vita di soldato
e le urgenti occupazioni da cui è premuto non gli
lasciano il tempo di maturare convenientemente le
sue idee [#]_. «La natura, egli dice, ama nascondersi,
e la parte nascosta della sostanza degli dei non
sopporta di essere gittata, con nude parole, nelle
orecchie impure. Ma l'essenza ineffabile dei misteri
giova anche non compresa; essa salva le anime
e i corpi, e provoca la presenza degli dei. Così avviene
coi miti, i quali, attraverso i loro velami, e
per mezzo di enimmi, versano le cose divine nelle
orecchie della maggior parte degli uomini, incapaci
di riceverle nella loro purezza» [#]_. In queste
parole è contenuto il principio fondamentale che Giuliano
ha attinto agli insegnamenti dei suoi maestri neoplatonici.
Gli uomini sono nella maggior parte, incapaci
di comprendere la verità divina. I miti sono la veste di
[pg!214]
cui si copre quella verità per diventare accessibile alla
mente umana. Il filosofo deve scrutarli, onde cogliere
il nucleo di scienza e di realtà soprannaturale che in
essi è celata. Giuliano, certo, ha posto propriamente
il dito sulla questione, quando afferma che le forme
positive della religione non sono che simboli coi quali
l'uomo cerca di render ragione a sè stesso dell'esistenza
e della natura dell'universo. Ma il suo errore
fu di credere di poter creare, con una teoria siffatta,
una religione determinata. Egli non ha compreso dove
stava la superiorità del Cristianesimo sul Neoplatonismo.
La figura del Cristo si prestava, anch'essa, a
tutte le interpretazioni simboliche, ma non si lasciava
disciogliere perchè possedeva una vera e propria realtà
storica ed oggettiva e, pertanto, rimaneva come un
punto solido intorno a cui una religione positiva poteva
cristallizzarsi. Nella mitologia di Giuliano, invece, ogni
realtà scompariva e non restavano che delle confuse
larve metafisiche, alle quali poi ripugnava il culto
grossolanamente materiale con cui si voleva che fossero
adorate.

.. [#] *Idem*, 280, 1 sg.

.. [#] *Idem*, 280, 15 sg.

Dissi che questo discorso contro Eraclio è interessante
anche perchè Giuliano vi racconta la propria
storia. Egli dice di voler mostrare coll'esempio come
si deva comporre un nuovo mito, e narra una lunga
parabola, la quale è trasparentissima e, sotto un velo
leggero, ci presenta le cause e la giustificazione dell'usurpazione
tentata da Giuliano e di tutta la sua
condotta, ottenuto che ebbe l'impero. L'allegoria è
chiara, narrata con eleganza e con snellezza, ed è rivelatrice
della profonda onestà dell'anima di Giuliano
e dell'altissimo concetto ch'egli si faceva dei suoi
doveri. L'imperatore Costantino, al quale il nipote
non poteva perdonare il rivolgimento avvenuto nelle
[pg!215]
condizioni del Cristianesimo, è da lui rappresentato
come un uomo ignorante e violento che aveva accumulate
immense ricchezze. Ma, mancando affatto
d'ogni metodo di governo, credendo che la forza
potesse tener il luogo della scienza e della virtù, non
aveva nemmeno pensato ad educare i suoi figli per
l'ufficio che avrebbero un giorno tenuto. Così avvenne
che, lui morto, i numerosi eredi, venuti a discordia
gli uni con gli altri, sparsero di rovine, di
stragi e di delitti il podere paterno. Questo spettacolo
toccò il cuore di Giove, il quale chiamò il Sole, per
indurlo ad uscire dallo sdegnoso abbandono in cui
aveva lasciata l'empia casa dell'uomo potente. Chiamate
a consiglio anche le Parche, la Santità e la Giustizia,
Giove rivela il suo proposito di salvare, in
quella casa, un fanciulletto che sta per essere soffocato,
se non si viene in suo pronto aiuto. Quel fanciullo
dovrà essere il riparatore di tanti mali che Giove
deplora. Il Sole è lieto di questa risoluzione del Padre,
perchè egli vede ancora accesa, nel fanciulletto,
una scintilla del fuoco divino, così che, insieme a Minerva,
si accinge ad educarlo alla virtù ed al sapere.
Ma, toccata l'adolescenza, il futuro salvatore, vedendo
coi suoi occhi la grandezza dei mali, conoscendo la
sorte toccata ai suoi parenti ed ai suoi cugini, stava
per precipitarsi nel Tartaro, quando il Sole e Minerva
lo addormentano e con un sogno lo distolgono dal suo
proposito. Svegliatosi, egli si trova in un luogo deserto,
dove gli appare Mercurio che gli addita una via
facile e fiorita, la quale lo conduce presso un monte altissimo,
sulla cui vetta sta il Padre degli dei. «Chiedi,
dice Mercurio, ciò che vuoi. A te, o fanciullo, scegliere
il meglio». «Giove padre, esclama il giovanetto,
mostrami la via che conduce a te». Ed ecco
[pg!216]
il Sole gli si appressa e gli annuncia ch'egli deve
ritornare fra i perversi da cui è fuggito. Piange il
giovane e prevede la sua morte. Ma il Sole gli fa
cuore e gli rivela ch'egli è destinato a purgar la terra
da tutte le empietà che la contaminano. Egli deve
confidare in lui, in Minerva, in tutti gli dei. L'erede,
solo rimasto, di tutto (è l'imperatore Costanzo)
circondato da pastori malvagi (e sono i vescovi), lascia
andar tutto in rovina, sprofondandosi nei piaceri
e nell'ozio. Pertanto egli stesso, il Sole, insieme a Minerva,
per volontà di Giove, porranno lui, il giovanetto,
al posto dell'erede e lo faranno governatore di
ogni cosa. E la parabola finisce coi saggi consigli che
il Sole e Minerva danno al loro protetto. Per verità
se, invece dei nomi di divinità greche, si avessero
quelli di angeli o di santi, si riconoscerebbe un'intonazione
prettamente cristiana nelle ultime parole del
Sole: «Va, dunque, con buona speranza, poichè
noi saremo sempre con te, io e Minerva e Mercurio
e con noi tutti gli dei che sono nell'Olimpo,
nell'aere e sulla terra, finchè sarai rispettoso per
noi, fedele agii amici, benevolo coi sudditi, imperando
su di essi e guidandoli al meglio. Non renderti
mai schiavo delle passioni tue nè delle loro....
Va, dunque, per tutta la terra, per tutto il mare,
obbedendo, senza esitanza, alle nostre leggi, e mai
nessuno, nè degli uomini, nè delle donne, nè dei
famigliari, nè degli estranei ti induca ad obbliare i
nostri comandi. Se tu li osserverai, sarai amato da
noi, rispettato dai nostri buoni devoti, temuto dagli
uomini perversi e male ispirati. Sappi che questo
corpo carnale ti fu dato onde tu possa compire tale
ufficio. Noi vogliamo purgare la tua casa, per rispetto
de' tuoi avi. Ricordati che tu hai un'anima immortale,
[pg!217]
procreata da noi e che, se tu ci seguirai, sarai
fra gli dei e contemplerai, insieme a noi, il Padre
nostro» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 303, 3 sg.

Che singolare figura è mai questa dell'imperatore
Giuliano! Come mai dal ceppo di Costantino è uscito
questo nobile e generoso rampollo? V'ha in questa
lunga parabola, di cui qui non ho dato che lo scheletro,
l'espressione di un sentimento alto e puro, che non poteva
venire che da un'anima profondamente onesta ed
aperta al buono ed al bello. E si guardi lo strano fatto!
Furono, appunto, i Costantiniani scellerati che favorirono
il Cristianesimo e fu il solo Costantiniano generoso
ed onesto che tentò il salvataggio del Paganesimo!
È che il Cristianesimo, in più di tre secoli di esistenza,
roso dalle eresie, diventato ricco e potente, s'era trasformato
in una istituzione mondana, in una religione tutta
di forme, ed aveva perduta gran parte della sua
efficacia morale. Tanto è vero che già, come reazione
contro la crescente mondanità del Cristianesimo, era
apparso nel suo seno l'ascetismo monacale, in cui
rivivevano, in parte, gli ideali dei primi tempi cristiani.
Il Cristianesimo ufficiale, in cui gli Ariani si
accapigliavano cogli Atanasiani, ed avevano la supremazia
negli onori e nelle ricchezze, era già in avanzata
corruzione, quando i favori imperiali, togliendolo dai
pericoli e dalle difficoltà dell'esistenza, ne accelerarono
il pervertimento. Non bisogna dimenticare che Costantino
fu uno sciagurato, reo dei più gravi delitti, primo
fra i quali l'uccisione del figlio Crispo. Ma egli era
un avventuriero fortunato, abile, dal colpo d'occhio
sicuro, il quale comprese che, dopo l'insuccesso completo
[pg!218]
della persecuzione di Diocleziano, la più sistematica
di tutte, all'impero non rimaneva altra uscita
che di allearsi col nemico che non aveva potuto vincere.
Da qui l'editto di Milano e poi l'istituzione di
una Chiesa dello Stato ed il Concilio di Nicea. Costanzo,
che era scellerato non meno del padre, senza
avere neppur l'ombra del suo ingegno, contribuì grandemente
al progressivo inquinamento del Cristianesimo.
Giuliano, davanti a tale spettacolo, si ribellò. Il Cristianesimo,
fatto partecipe dell'autorità imperiale, non
l'aveva moralizzata; s'era, anzi, prestato al suo corrompimento.
«Il podere va in rovina — esclama Giuliano,
nella sua allegoria. — Pochi sono i pastori onesti;
per la maggior parte sono predatori e feroci. Divorano
e vendono le pecore del padrone e rovinano
le sue mandre». Ora, Giuliano era un idealista,
il quale aveva passata la sua prima gioventù fra i
terrori di una morte sempre imminente, nell'odio dei
cortigiani cristiani che circondavano lo sciagurato cugino,
nello studio, nel culto appassionato della letteratura
e della filosofia greca e di tutto quel complesso
di tradizioni, di dottrina, di gloria che egli comprendeva
sotto il nome d'Ellenismo. Egli, pertanto doveva
sentirsi nascere in cuore prima il sospetto, poi l'aborrimento
per la religione che voleva prenderne il posto
e che si atteggiava a terribile nemica di ciò ch'egli
adorava. Nell'inesperienza delle forze vere che reggono
il mondo, inebbriato dai fantastici dottrinari che gli
stavano al fianco, Giuliano credette di poter portare
rimedio ai mali di cui era testimonio con un ritorno
all'antico, accompagnando questo ritorno con una riforma
la quale piegasse l'antico alle esigenze dello
spirito nuovo. Ora, quando si considera il valore intellettuale
veramente grandissimo di Giuliano, valore
[pg!219]
che si rivela in tutta la sua azione di generale, d'amministratore,
di scrittore, non può esser giudicato leggermente
il suo tentativo, quasi fosse una follia romanzesca
e giovanile. Giuliano per l'animo e per
l'ingegno, valeva incomparabilmente di più degli imperatori
cristiani che lo hanno preceduto e che lo
hanno seguito. Eppure mentre questi si sono abbandonati
alla corrente, egli solo ha tentato di andare a
ritroso. Bisogna, dunque, dire che questo movimento
di Giuliano rispondesse a qualche cosa, a qualche
aspirazione, a qualche idea grande e realmente sentita.
Il vero è che l'iniziativa di Giuliano fu l'ultimo
sforzo, e il solo sforzo razionalmente fatto, per salvare
la civiltà. Dissi più su che Costantino, visto l'insuccesso
della persecuzione di Diocleziano, aveva creduto
conveniente per la salvezza dell'impero di allearlo col
nemico che non poteva debellare. Ma Costantino,
uomo rozzo ed ignorante, non poteva comprendere
che il Cristianesimo, nella sua essenza, era l'antitesi
più recisa dell'antica civiltà per cui se, alleato coll'impero,
avrebbe avuta un'azione più lenta nella sua
efficacia distruggitrice, non l'avrebbe, per questo, resa,
a lungo andare, meno esiziale. Nell'abbraccio col Cristianesimo
l'impero doveva rimaner soffocato. Il Cristianesimo,
imprimendo alle energie morali un indirizzo
opposto a quello che avevano avuto nel mondo
greco-romano, creando nuove aspirazioni e distruggendo
le antiche, dissolveva propriamente la società
e preparava gli elementi di una nuova formazione.
Giuliano comprese, o almeno genialmente intuì, che,
per salvare l'impero non si doveva abbracciare il Cristianesimo,
come aveva fatto Costantino, e nemmeno
perseguitarlo, come Diocleziano, ma bisognava crear
qualche cosa che rispondesse, in parte, a quelle esigenze
[pg!220]
le quali trovavano soddisfazione nel Cristianesimo,
e che, nel medesimo tempo, conservasse le basi
del pensiero e della civiltà antica. Per questo, egli ha
iniziato quel movimento che io ho chiamato la cristianizzazione
del Paganesimo. Certo, questo movimento
era destinato a non riuscire, per due ragioni.
Prima di tutto, il mondo voleva una religione. Non
potendo più credere nel Politeismo antropomorfico e
nazionale, non avrebbe creduto nemmeno nel Politeismo
mitico, così confuso ed ingarbugliato, che Giuliano
prendeva dal Neoplatonismo e con cui si illudeva
di poter soddisfare le aspirazioni religiose dei suoi
contemporanei. Sarebbe stato più facile persuaderli ad
adorare ancora Apollo, auriga del sole, che il nuovo
dio Sole, in cui la dottrina mitica vedeva una rivelazione
luminosa della Trinità creatrice. In secondo
luogo, quale fosse il valore intellettuale e morale del
movimento, esso veniva troppo tardi. Noi non abbiamo
nessuna statistica la quale ci dica in quale proporzione
si dividessero i Cristiani e i Pagani, nel quarto secolo,
nel mondo romano. Ma basterebbe la promulgazione
dell'editto di Costantino a persuaderci che i Cristiani
dovevano essere in numero enorme. Certo, il Politeismo
resisteva ancora, specialmente nelle campagne,
come lo dimostra il nome stesso di *pagani*, inventato
dai Cristiani. Ma questi avevano ormai il sopravvento
ed occupavano gli uffici e le alte cariche.
La conversione non era più solo una quistione di coscienza
e di fede, ma un affare ed un atto di abilità.
Ora, era evidentemente impossibile fermare una spinta
che era stata impressa da secoli, sospendere una frana
che, rotolando dal monte, si era enormemente ingrossata.
Forse, il Cristianesimo si poteva arrestare al suo
apparire. Malgrado l'incomparabile energia di Paolo
[pg!221]
che lo aveva divelto dalla natia Palestina, per portarlo
in tutto il mondo, malgrado la geniale fantasia del
quarto Vangelista che aveva saputo impadronirsi del
pensiero antico, il Cristianesimo, senza lo scellerato
e stolto capriccio di Nerone, si sarebbe, forse, spento
nell'oscurità. Fors'anche, il tentativo di Giuliano, di
riformare il Politeismo, iniziato, due secoli prima, con
più prudente temperanza speculativa, da un Trajano,
da un Antonino, da un Marco Aurelio, avrebbe potuto
interrompere il progresso della propaganda cristiana.
Ma, ai tempi di Giuliano, l'impresa era del tutto disperata.
Il non averlo compreso dimostra quale anima
entusiasta fosse nel giovane imperatore, e come egli
s'ingannasse sul valore di ciò che voleva distruggere
e di ciò che voleva sostituire. Ma, in ogni modo,
l'idea da cui era mosso, lo scopo a cui tendeva,
gli venivano da un animo generoso e innamorato di
cose grandi e belle. La sua impresa fu l'ultimo guizzo
di un mondo che andava morendo.

Può parer singolare che nella bella allegoria, che
ci ha dato il motivo di questa digressione, Giuliano
si atteggi apertamente a restauratore della fortuna
dell'impero, compromessa dai suoi antecessori, mentre
non accenna che a parole coperte alla sua guerra al
Cristianesimo e non fa nessuna esplicita dichiarazione.
Certo, quei pastori che sciaguratamente consigliano
il padrone e gli rovinano il gregge sono cristiani
e probabilmente son vescovi; le empietà di cui
il Sole raccomanda a Giuliano di purgare la terra sono
le chiese e le tracce del culto cristiano. Più chiara e
più acerba è l'allusione alla distruzione dei templi antichi,
sostituiti nella venerazione dei devoti dalle sepolture
dei martiri. «Si distrussero dai figli i templi,
già prima disprezzati dal padre e privati degli ornamenti,
[pg!222]
che i loro stessi antenati vi avevano posti.
In luogo dei templi distrutti, costrussero dei sepolcri
e vecchi e nuovi, spinti come da una voce interna
e dal fato stesso, poichè, dopo breve tempo, essi
dovevano aver bisogno di molti sepolcri, in punizione
di aver trascurati gli dei» [#]_. Qui Giuliano accenna,
senz'ombra di equivoco, a Costantino ed ai
suoi figli. Tuttavia, questa cura singolare di non parlare
apertamente dei Cristiani in un'allegoria che è
data come il programma del suo governo, è indizio
che l'imperatore voleva andare, per gradi, nella sua
azione e non si arrischiava di comprometterla con dichiarazioni
che gli avrebbero sollevate potenti opposizioni.
Ciò dimostra, anche, ch'egli sentiva, in petto,
le difficoltà dell'impresa e che, almeno quando scriveva
questo discorso, comprendeva la necessità di
muovere il passo con molta prudenza.

.. [#] *Iulian.*, 296, 2 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il trattato contro i Cristiani`:

Giuliano, essendo stato, fin dalla fanciullezza, perfettamente
chiuso ad ogni influenza che lo potesse
piegare ed aprirgli l'anima al fascino del Cristianesimo,
era nelle condizioni di spirito e di pensiero necessarie
per poterlo scrutare criticamente e per analizzare, da un
punto di vista affatto oggettivo, gli elementi di cui si
componeva, le tradizioni su cui si appoggiava. Infatti,
il Cristianesimo partecipa necessariamente a quella
condizione caratteristica di tutte le religioni, di essere,
cioè, intangibili, perfette, provate, evidenti per chi ci
crede *a priori*, e di sfasciarsi, come nebbia al sole, per
[pg!223]
chi le guardi senza la lente di una fede preventiva. Tutte
le religioni, passate e presenti, hanno la certezza di
un fatto constatato per chi le professa, e paiono addirittura
assurde a chi ne sta fuori. Non c'è uomo,
per quanto pieno di sè stesso, il quale non si senta
costretto ad ammettere che, talvolta, possa aver ragione
chi ha un'opinione diversa della sua. Ma non
c'è Cristiano al quale possa mai passar pel capo la
possibilità di credere nella religione di Maometto o
di Budda, e che non sappia addurre le più evidenti
ragioni per dimostrarne l'irragionevolezza assoluta.
Ma non c'è Maomettano o Buddista il quale non si
trovi, in faccia al Cristianesimo, nelle medesime condizioni
in cui il Cristiano è in faccia a loro, e che
sia sprovvisto di ragioni per non credere in ciò in cui
crede il Cristiano. Questi crede che il Cristo sia risorto,
perchè lo trova affermato in un dato libro, il
Maomettano crede che Maometto abbia avuta una rivelazione
divina, perchè lo trova affermato in un altro
libro. Ma la fiducia nell'uno o nell'altro di questi libri
non può che essere l'effetto di un sentimento *a priori*.
Chi non ha tale sentimento trova subito che le prove
dell'una o dell'altra affermazione non sono sufficienti.

Che qualsiasi religione appaia irrazionale a chi non
crede *a priori* è la conseguenza del fatto che la religione
si assume un compito che è superiore alla ragione,
quello cioè di rappresentare i rapporti esistenti
fra un essere soprannaturale, che si suppone esistere
fuori del mondo, e il mondo che sarebbe da lui creato.
Per eseguire un tal compito, superiore alla ragione,
l'uomo non può che adoperare la propria ragione. Ma
è chiaro che adoperar la ragione per rappresentare ciò
che è al di sopra e al di fuori della ragione non può
condurre che ad una rappresentazione la quale dovrà
[pg!224]
rivelarsi irrazionale a chi la guardi senza la lente di
una fede preventiva. A noi pare irrazionale la religione
dei Giapponesi; ma ai Giapponesi pare irrazionale il
Cristianesimo. Un vecchio scrittore giapponese, Hakusaki,
il quale, nel 1708, conobbe un missionario italiano,
andato al Giappone, lasciò scritto che questo
straniero era un uomo saggio e buono, ma che diventava
matto quando parlava di religione. «Che dobbiamo
pensare, scrive Hakusaki, dell'idea che un
dio non ha potuto redimere un'umanità perduta da
un peccato (di cui, del resto, non si vede la gravità),
un'umanità che è opera sua, punita per aver trasgredita
una legge che era pure sua opera, se non facendosi
uomo, tremila anni più tardi, sotto il nome di
Gesù e soffrendo una morte ignominiosa? Che storia
puerile! Un giudice sovrano non può, forse, addolcire
le pene da lui promulgate od anche far grazia
al condannato, senza, per questo prendere il suo
posto in mezzo ai tormenti?».

Il ragionamento di Hakusaki, che pare tanto evidente
a chi non crede, non ha neppur l'ombra dell'efficacia
per chi porta in sè stesso la fede, come un elemento
costitutivo della propria organizzazione morale.
Non comprende, affatto, il fenomeno essenziale della
religione chi s'illude di poterlo combattere con logici
ragionamenti. Questi ragionamenti che sembrano al
razionalista armi invincibili, sono pel credente un
*telum imbelle*. Il credere non è l'effetto di un'*operazione*,
ma, bensì, di una *disposizione* della mente. E
questa disposizione rimane intangibile a qualsiasi dimostrazione
razionale. Un ragionamento analogo a
quello di Hakusaki è stato fatto dai polemisti pagani,
ma, davanti a quel ragionamento, insorgeva la coscienza
dell'umanità assetata di redenzione, ansiosa di una
[pg!225]
palingenesi che la facesse uscire dalle tenebre del peccato
e della sventura. L'inesplicabilità del processo
di redenzione diventava una ragione di credere in
esso, appunto perchè la ragione appariva insufficiente,
impotente a redimere l'uomo. Fu lo scandalo della
croce che ha convertito Paolo. Ricordiamo le sue grandi
parole: «Non ha forse Dio istupidita la sapienza del
mondo? Poichè il mondo non conobbe Dio per mezzo
della sapienza, volle Dio salvare i credenti colla
stoltezza dell'annuncio. Gli Ebrei chiedono dei prodigi,
i Greci cercano la sapienza, noi annunciamo
Cristo crocifisso, uno scandalo per gli Ebrei, una
stoltezza pei Greci, ma per noi eletti, Ebrei e Greci,
Cristo forza di Dio e sapienza di Dio». Ed agli Hakusaki
del suo tempo, Tertulliano rispondeva coi meravigliosi
paradossi: *Crucifixus est dei filius; non pudet,
quia pudendum est. Et mortuus est dei filius; prorsus
credibile est, quia ineptum est. Et sepultus resurrexit;
certum est, quia impossibile est* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Tertull.`, *De Carne Chr.*, 5, 898.

Giuliano, che era cresciuto in un ambiente nel
quale non si credeva al Cristianesimo, non durava fatica
a porre il dito sulle contraddizioni dottrinarie e
storiche delle tradizioni cristiane. E, siccome egli non
era immunizzato dall'antidoto della fede, quelle contraddizioni
erano per lui una prova evidente della debolezza
del Cristianesimo. Egli s'illudeva che bastasse
additarle, perchè il Cristianesimo cadesse, e non comprendeva
che tutte le sue dimostrazioni critiche, urtando
contro la rupe della fede, non riuscivano nemmeno
a scalfirla. La critica della religione non attecchisce
se non là dove il pensiero scientifico ha tolta,
[pg!226]
o, almeno, attenuata la necessità di avere una religione
positiva, cioè, nell'uomo moderno. Ma nulla era
più lontano dal tempo e dalle abitudini intellettuali
di Giuliano che il pensiero scientifico. Ciò è tanto
vero che egli, pur pretendendo di abbattere, con le
armi della critica, il Cristianesimo, metteva in piedi
una religione che all'assalto di quelle armi non avrebbe
resistito neppure un istante.

Giuliano, essendo dunque perfettamente libero da
ogni predisposizione di sentimento favorevole al Cristianesimo,
si accinse a fare, contro di esso, la sua
opera di critico demolitore. Compose un trattato contro
i Cristiani, in cui discuteva le ragioni del Cristianesimo,
dal punto di vista della storia e della filosofia,
e cercava di provarne l'essenziale debolezza. Questo
trattato andò completamente perduto, al pari di quelli
di Celso e di Porfirio, scritti col medesimo scopo. Libri
siffatti dovevano essere, pei Cristiani, troppo irritanti,
perchè questi potessero tollerarne la conservazione; la
loro distruzione è la conseguenza naturale di una spiegabile
intolleranza. Però, del trattato di Giuliano, come
di quello di Celso, si potè rintracciare qualche reliquia
sufficiente a darci un'idea del lavoro. Tanto Celso,
quanto Giuliano, ebbero due potenti confutatori. Il
primo fu discusso e contraddetto da Origene, il secondo
da Cirillo d'Alessandria verso la metà del secolo
quinto. Ora, dal testo dei confutatori è possibile ricostruire,
almeno in parte, il testo confutato. Teodoro
Keim ha fatto questo lavoro pel trattato di Celso;
il Neumann lo ha fatto pel trattato di Giuliano, con
uno di quegli sforzi meravigliosi di critica che sono
resi possibili dalla moderna erudizione. Se non che
dell'opera stessa di Cirillo, che pare constasse di una
ventina di libri, non rimangono che dieci, e questi
[pg!227]
dieci sono intieramente dedicati alla confutazione del
primo libro dell'opera di Giuliano che pare fosse composta
di tre. Non è dunque che un frammento che il
Neumann è riuscito a ricostruire. Ma questo frammento
è prezioso e basta a darci un'idea dell'indirizzo
polemico del suo autore.

Il trattato contro i Cristiani sarebbe stato scritto,
a quel che narra Libanio, nella sua orazione funebre,
durante il soggiorno dell'imperatore in Antiochia. Noi
sappiamo che Giuliano dimorò in Antiochia, dall'Agosto
del 362 al Marzo del 363, tutto intento ai preparativi
per la funesta spedizione di Persia. Ebbene, in mezzo
a tali gravissime preoccupazioni, l'infervorato giovane,
approfittando delle lunghe notti invernali, narra Libanio,
scriveva, per dimostrare ridicola e vana la fede
dei Cristiani, un libro che, sempre al dire di Libanio,
era più poderoso di quello stesso che aveva dettato, al
medesimo scopo, il vecchio di Tiro, cioè, Porfirio [#]_.
Certo, la circostanza di aver scritto, in un momento
ansioso, un libro così grave, trovando, insieme, il
tempo di comporre la brillante satira, il *Misobarba*, è
la prova più luminosa della singolare versatilità di
Giuliano e della sua profonda conoscenza del nuovo
e del vecchio Testamento. Vogliamo anche ammettere,
con Libanio, che il trattato di Giuliano riuscisse più
erudito di quello stesso di Porfirio, ma ci pare assai
probabile che l'esistenza del trattato di Porfirio abbia
giovato potentemente al suo successore, pel quale poi
erano sacri tutti gli insegnamenti e tutte le parole
dei suoi maestri neoplatonici. Ci pare proprio incredibile
che, senza il libro di Porfirio, che gli doveva
[pg!228]
servire di falsariga, Giuliano riuscisse, nei pochi ed
agitati mesi della sua dimora in Antiochia, a comporre
il suo.

.. [#] *Liban.*, I, 581, 17 sg.

Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo,
è riuscito a ricomporre la trama del primo libro di
Giuliano. Si comprende come il lavoro del critico, per
quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un
lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun
dato preciso nè sulla interezza nè sull'ordine
delle citazioni contenute nel testo della scrittura confutante.
Però, la lettura del libro di Giuliano, quale
risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico,
pur lasciando qualche dubbio sui dettagli dell'ordinamento,
ci dà una chiara nozione dei concetti fondamentali
su cui si svolgeva l'argomentazione di Giuliano
e del valore dell'argomentazione stessa. Noi troviamo
anche qui quella singolare miscela di acume,
di spirito, di critica razionale e, insieme, di pregiudizio
e di superstizione che è caratteristica di Giuliano e
che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti.
Però, a giudicare dal frammento che possediamo, il
trattato contro i Cristiani doveva esser l'opera più
pensata di Giuliano, quella in cui l'acutezza del critico
demolitore si esercitava sicuramente, perchè più
libera da preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo
avesse potuto esser demolito dall'analisi
critica delle sue basi e dei suoi documenti, il libro di
Giuliano avrebbe fatto l'ufficio di un piccone robusto.

Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel
suo valore intrinseco, ma perchè, come documento
storico, ha un grande interesse e contiene, esposte da
Giuliano stesso, le cause razionali della sua apostasia.
Qui l'apostata attacca direttamente il Cristianesimo.
Gli imperatori antecedenti lo avevan combattuto col
[pg!229]
ferro e col fuoco. Egli crede possa bastare il vigore
dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni punti, non gli
manca l'acume e la dottrina. Ma un giudice veramente
imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano,
avrebbe potuto dirgli: *Medice, cura te ipsum*.

Il libro così comincia: «Pare a me conveniente
esporre a tutti gli uomini le ragioni da cui fui convinto
che la stolta dottrina dei Galilei è un'invenzione
messa insieme dalla perversità umana. Non
avendo in sè nulla di divino e, servendosi della inclinazione
dell'animo verso ciò che è mitico, fanciullesco
e irrazionale, riuscì a far passare per vere
le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .

«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come
venne a noi primieramente l'idea di Dio. Quindi
confrontare ciò che intorno alla divinità si dice,
presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò, interrogare
coloro che non sono nè Greci nè Ebrei,
ma appartengono all'eresia dei Galilei, per qual motivo
preferirono alla nostra la dottrina degli Ebrei,
e di più perchè non stettero fermi su questa, ma se
ne separarono per seguire una via propria. Non accettando
nulla di ciò che noi Greci abbiamo di bello
e di buono e nulla di ciò che gli Ebrei ebbero da
Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri
furono attaccati come da un demone perverso, l'empietà
dall'intolleranza ebrea, la vita scostumata e
turpe dalla nostra leggerezza ed intemperanza, ed
osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Neumann.` — Iulian, Libr. contra Christ. quæ supersunt, 163.

In questo piccolo proemio son posti i due punti
[pg!230]
fondamentali su cui si svolge tutta la polemica di
Giuliano, primieramente la superiorità del politeismo ellenico
nel monoteismo ebraico, che egli crede essere
un'applicazione errata di un principio essenzialmente
vero; in secondo luogo la contraddizione in cui cadono i
Cristiani, i Galilei, come egli sempre li chiama, con
intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano di
derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla
religione ebraica, la offendono poi nei suoi concetti
più essenziali.

Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e
sapeva cogliere prontamente il punto debole dell'avversario.
Per combattere il monoteismo ebraico egli
si ferma sul suo difetto propriamente fondamentale,
che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente
nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio
del genere umano, è il Dio di un dato e piccolo popolo.
Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un Dio
siffatto a Dio unico di tutta l'umanità? È possibile
che il creatore di tutti gli uomini abbia serbati i suoi
favori ad una così esigua, impercettibile minoranza?
Questo ragionamento è la chiave di volta di tutta la
confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare,
coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso
propriamente far del suo Dio il Dio esclusivo degli
Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal principio,
siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto
il popolo eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma
anche Paolo. Costui, a seconda della convenienza,
cambiava le sue convinzioni intorno a Dio, come i
polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli
scogli a cui si attaccano, ed or sosteneva che solo
agli Ebrei è data l'elezione divina, ed ora voleva
persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo: — «Dio
[pg!231]
non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti,
sì, di tutte le genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe
domandare a Paolo, perchè mai Dio largì solo
agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la
legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche
Gesù. A noi, invece, nessun profeta, nessun sacerdote,
nessun maestro, nessun messo della sua tardiva
benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi
o, se volete, per migliaia d'anni, di tutti coloro che
dall'Oriente all'Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno,
nella loro ignoranza, adoravano gli idoli,
e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola
schiatta, la quale, da meno di duemila anni, abita
la Palestina. Se egli è Dio e creatore di tutti perchè
ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di
questo Dio dell'universo, voi soli, o solo taluni della
vostra razza, siate riusciti a formarvi un concetto
razionale?». [#]_

.. [#] *Neumann*, 177, 7 sg.

Questi argomenti di Giuliano non sono privi di
acume. Ma è cosa sintomatica dell'ambiente intellettuale,
in cui Giuliano scriveva, ch'egli non si accorgesse
che il sistema da lui posto innanzi, come l'espressione
della verità, era altrettanto irrazionale e assai più
puerile di quello ch'egli combatteva. Il politeismo
neoplatonico, quale era uscito dalle elucubrazioni di
Giamblico, di Massimo e degli altri entusiasti successori
di Plotino, era un politeismo di secondo grado.
Affermava un Dio supremo, unico, creatore di tutto,
ma, sotto questo Dio, si collocavano degli Dei minori,
per mezzo dei quali avveniva il processo creativo,
e nei quali Giuliano vedeva poi le divinità protettrici
[pg!232]
delle diverse nazionalità. Egli, quindi, non aveva difficoltà
a riconoscere anche il Dio ebraico, ma ne faceva
una di queste divinità secondarie, con le quali credeva
di poter spiegare le diversità esistenti da popolo a popolo,
delle quali altrimenti non riusciva a trovar ragione.
Certo, non è il caso di soffermarci a dimostrare
quanto siano fanciullesche queste fantasie. Ma è interessante
il leggere almeno una pagina di Giuliano per
veder come, laddove manchi la conoscenza sicura e
scientifica della realtà, la mente umana erri, senza
bussola, nel mare dell'imaginazione, e si lasci subito
riavvolgere dalla nebbia ch'essa crede d'aver dissipata.
«Confrontate — dice Giuliano, dopo aver confutato il
monoteismo ebraico — a questa dottrina la dottrina
nostra. I nostri maestri affermano che il creatore è
padre e re dell'universo, ma ch'egli distribuisce i
popoli fra divinità etniche o locali, ciascuna delle
quali tiene il governo a seconda della propria natura.
Poichè nel padre tutto è perfetto ed unico, ma
negli dei parziali variano le facoltà le une dalle altre.
Così, Marte governa i popoli bellicosi, Minerva i
bellicosi e sapienti insieme. Mercurio i prudenti più
che gli audaci; infine i popoli condotti da divinità
nazionali seguono la tendenza essenziale di ognuna
di esse. Ora, se l'esperienza non confermasse la nostra
dottrina, essa sarebbe un'invenzione od un artifizio
stolto, la vostra, invece, dovrebbe lodarsi.
Ma se, invece, l'esperienza di tempi infiniti sta a
prova di ciò che affermiamo, mentre nulla concorda
con le vostre idee, perchè conservate tanta smania
di dispute? Ditemi, di grazia, quale sia la causa per
la quale i Celti ed i Germani sono coraggiosi, i Greci
e i Romani civili ed umani, ma, insieme, d'animo
fermo e guerresco, gli Egizî più prudenti e più industriosi,
[pg!233]
i Siri imbelli e molli, timidi e leggeri,
ma pronti nell'apprendere? Se di tale diversità
fra i popoli non si vuole vedere causa alcuna e
si afferma che essa si verifica automaticamente,
come mai si potrebbe poi credere che il mondo
sia governato dalla Provvidenza? Che se, invece,
si vogliono porre delle cause, mi si dica e mi si
insegni, come farle risalire ad un solo creatore.
È chiaro che la natura umana ha posto a sè stessa
le leggi che le erano adatte, civili ed umane laddove
dominava la benevolenza, rozze ed inumane
dove tale era l'indole dei costumi. Poichè i legislatori
ben poco aggiunsero, coll'educazione, alla disposizione
primitiva.... Perchè dunque tale differenza
fra i popoli nei costumi e nelle leggi?» [#]_.

.. [#] *Neumann*, 179.

In fondo, la difficoltà contro cui s'urtava Giuliano
esiste realmente, quando si ponga una creazione voluta,
con una finalità prestabilita. L'inesplicabilità
dell'organizzazione dell'universo, quando lo si imagini
pensato a priori da una volontà cosciente, è sentita
da Giuliano in tutta la sua realtà. È veramente acuta,
ed originale nell'antichità, l'osservazione che non sono
le leggi che fanno gli uomini, ma gli uomini che fanno
le leggi, ciò che viene a dire che la morale non ha
nulla d'assoluto; è un fenomeno relativo alle condizioni
preesistenti degli uomini e dei tempi. Che tutto
ciò sia inesplicabile, data una volontà creatrice e cosciente,
che l'ammettere questa volontà sia un cadere
in una rete di contraddizioni è tanto chiaro che gli
uomini hanno finito per trovare che il solo modo di
uscire dalla difficoltà era di porre il mistero, poi chiudere
gli occhi ed ingoiarlo. Ma Giuliano non voleva
[pg!234]
accontentarsi di spiegazioni che non spiegavano, e,
pertanto, ne cercava una che fosse, o che, almeno, gli
paresse soddisfacente. Ma siccome la difficoltà è assolutamente
insuperabile, perchè il concetto antropomorfico
della divinità, il quale impone di cercare la
causa della creazione, è anche quello che impedisce di
trovarne una che sia ragionevole, così egli cade necessariamente
in una spiegazione tanto scipita da essere la
prova più evidente del completo esaurimento in cui
era finito il Politeismo.

L'origine di queste divagazioni neoplatoniche è il
*Timeo* di Platone. Giuliano, nel suo trattato, non
manca di porre a raffronto la cosmologia platonica
con quella di Mosè, per trarne argomento a dimostrare
la maggiore ragionevolezza della creazione per
gradi e per gerarchie divine, proposta da Platone, in
confronto alla creazione per atto diretto di un creatore
unico, ed è evidente che la sua teoria degli dei
etnici e locali è una variazione del tema platonico.
Chiarita, secondo Giuliano, la posizione del monoteismo
ebraico in faccia al politeismo ellenico, e dimostrato
l'errore degli Ebrei di considerare come Dio
unico e supremo quello che non era che un Dio secondario
e parziale, il polemista passa a svolgere il
secondo dei suoi concetti fondamentali, e vuol dimostrare
il torto dei Cristiani che non seppero stare nè
con gli Ebrei nè coi Greci e l'insostenibilità della
loro pretesa di derivare da una religione della quale
la loro dottrina è la più aperta negazione. «Voi siete
come le sanguisughe, — dice Giuliano ai Cristiani; — avete
succhiato, da ogni parte, il sangue infetto e
avete lasciato il puro.... Voi invidiate agli Ebrei
l'ira e l'odio, e rovesciate i templi e gli altari, e
trucidate non solo coloro che rimangono fedeli alle
[pg!235]
patrie leggi, ma anche gli eretici che pur professano
i vostri stessi errori, solo perchè, nella loro
piangente adorazione del morto [#]_, non seguono,
in tutto il vostro rito. E tutto questo è opera vostra,
poichè nè Gesù nè Paolo ve lo hanno comandato.
E la ragione è che essi non hanno sperato
mai che voi arrivaste a tanta potenza. Erano ben
contenti, se riuscivano ad ingannare qualche ancella
o qualche schiavo, i quali, a loro volta, ingannassero
donne ed uomini del valore di Cornelio e Sergio, dei
quali se uno solo è ricordato fra gli illustri dell'epoca
dite pure che io sono, in tutto, un mentitore» [#]_.

.. [#] Intende il dio ucciso e sepolto.

.. [#] *Neumann*, 199.

Ma almeno si fossero i Cristiani serbati fedeli alla
dottrina ebraica. No, afferma Giuliano; essi si allontanarono
da questa più ancora che dalla nostra. L'empietà
cristiana si compone della superbia ebraica e
della leggerezza ellenica. Prendendo dalle due parti
non ciò che hanno di buono ma ciò che hanno di
peggio, si hanno tessuta una veste di vizî. «A dire
il vero, voi vi siete compiaciuti di esagerare la scioperataggine
nostra, e avete creduto bene di adattare
i vostri costumi a quelli degli uomini più abbietti,
mercanti, esattori, ballerini e ruffiani» [#]_.

.. [#] *Idem*, 208.

Chi mai potrebbe supporre, a priori, che i Cristiani,
la cui religione aveva la sua ragion d'essere in una
reazione contro l'immoralità del mondo greco-romano,
fossero in tre secoli, diventati più immorali di coloro
che avrebbero dovuto correggere, così che il polemista
pagano poteva combatterli in nome della morale offesa?
[pg!236]
Non vi ha prova maggiore per illustrare la
tesi che la morale non è un elemento esterno che si
introduce, dal di fuori, nell'uomo; è bensì il prodotto
di tutto il suo essere intimo. Il Cristianesimo
apparve moralizzatore, nei primi tempi, perchè i Cristiani,
durante le persecuzioni, rappresentavano una
selezione. Quando il Cristianesimo vittorioso si generalizzò
dovette adattarsi all'ambiente dell'epoca, e si
corruppe. Non fu il Cristianesimo che ha moralizzata la
società; fu la società che ha corrotto il Cristianesimo.

Ma, continua Giuliano insistendo sulla differenza
esistente fra Cristiani ed Ebrei, i Cristiani riconoscono
di esser diversi degli Ebrei contemporanei, ma affermano
di essere rigorosamente Ebrei secondo i precetti
posti dai profeti e secondo quelli di Mosè. E Giuliano
entra in una discussione che dimostra la conoscenza
esatta e minuta ch'egli aveva della letteratura ebraica.
Egli afferma, con la testimonianza dei testi, che Mosè
non poteva predire la venuta del dio Gesù, dal momento
che assolutamente non ammetteva che un
solo ed indivisibile Dio. Egli ha parlato di profeti, di
angeli, di re, giammai di un dio che discendesse in
terra. Giuliano coglie in contraddizione i Cristiani
perchè, onde andar d'accordo con Mosè, fanno discendere
Gesù da Davide e, insieme, lo fanno concepito
dallo Spirito Santo. Perciò essi hanno inventata la
genealogia davidica di Giuseppe, ma non seppero
far concordare i due Vangeli che la presentano. Che
se poi i Cristiani pretendessero di credere anch'essi
in un solo Dio, cadrebbero nella più aperta contraddizione
col testo del Vangelo di Giovanni, che da
nessun'arte d'interpretazione potrà mai essere messo
d'accordo coi testi mosaici [#]_.

.. [#] *Neumann*, 213.

[pg!237]

Ma, anche nei riguardi del culto e dei sacrifizi, i
Cristiani si distaccano dagli Ebrei non meno che dai
Greci. Infatti, secondo Giuliano, Mosè stabilisce nel
*Levitico* una procedura di sacrifizî che per nulla si
distingue da quella dei sacrifizî greci. E, se anche
fosse esatto, ciò che Giuliano afferma non essere, che
gli Ebrei più non sacrificano, ciò dipenderebbe solo
dalla circostanza che non esiste più il tempio di Gerusalemme,
che era il luogo dove solo potevano compiersi
i riti solenni. Ma i Cristiani, che non hanno
questa obbligazione di colleganza fra il rito ed una
sede determinata, non hanno ragione alcuna di non
compiere le cerimonie prescritte. Il vero è che gli
Ebrei, salvo il principio dell'unicità di Dio, si assomigliano
in tutto ai Greci, mentre i Cristiani si allontanano
dagli uni e dagli altri. Non ammettono le
forme del culto che i Greci e gli Ebrei concordemente
vogliono; non riconoscono l'infinita pluralità del politeismo
ellenico, ma, affermando una trinità divina, non
riconoscono nemmeno il monoteismo ebraico [#]_.

.. [#] *Neumann*, 216 sg.

In tutta questa argomentazione è chiaro che Giuliano,
quando vuol dimostrare che i Cristiani hanno
torto di non voler sacrificare come i Greci e gli Ebrei,
è un polemista meschino e pedantesco, ma, quando
afferma che i Cristiani, con la loro trinità divina, offendono,
insieme, il monoteismo rigoroso degli Ebrei
e il politeismo largo dei Greci, e si collocano in una
posizione razionalmente non sostenibile, egli è, almeno
nell'apparenza, nel vero. È tanto nel vero che
il dogma della trinità, come vedemmo, non fu accettato
se non con ripugnanza grande dagli spiriti conseguenti
alle premesse del monoteismo, e fu il tizzone
[pg!238]
che accese le terribili lotte che, dal terzo al quinto
secolo, hanno squarciato il Cristianesimo nascente. E
finì per essere accolto come un mistero inscrutabile.

Giuliano passa poi a dimostrare come i Cristiani,
affermando che la legge ebraica fosse perfettibile, si
pongano nella più aperta contraddizione con ciò che
ha scritto Mosè, così che è del tutto insostenibile la
loro pretesa di vedere nella religione d'Israele l'origine
e la base del Cristianesimo. Ma c'è di più. Ed
è che i Cristiani, non paghi di porsi in contraddizione
con gli Ebrei da cui si dicono usciti, contraddicono
sè stessi, poichè, nei Vangeli, egli dice, vi sono affermazioni
inconciliabili fra loro, e la dottrina del logos incarnato
nel Cristo, rappresentante una persona divina,
che è un'invenzione di Giovanni, invano la cercate
in Matteo, in Marco, od in Luca. Questa argomentazione
è condotta in modo da dimostrare che il polemista
imperiale conosceva assai bene la letteratura cristiana
e, se non fosse la passione d'odio che lo accieca, si
potrebbe quasi dire che, talvolta, nel suo metodo, c'è
il sentore della critica moderna [#]_.

.. [#] *Neumann*, 221 sg.

Ma, certo, questo sentore non c'è nell'invettiva
contro i Cristiani pel loro culto pei sepolcri. Non si
accontentano, egli dice, di adorare il morto Gesù, vogliono
adorare anche quelli che son morti dopo di
lui, ed hanno ingombrato ogni luogo di sepolcri e di
monumenti, sebbene in nessun loro libro si dica che
sia dovere di aggirarsi intorno ai sepolcri e di adorarli.
Con queste parole Giuliano accenna al culto che i
Cristiani professavano pei loro martiri, a cui innalzavano
santuari sulle rovine dei templi abbandonati o
[pg!239]
distrutti. Questo culto lo irritava in un modo particolare,
e la ragione della sua irritazione va cercata
in parte, forse, in un sentimento estetico, ma, forse, più
ancora nella grande efficacia che quel culto esercitava
sull'imaginazione dei credenti. Egli, dunque, con cavilli
pedanteschi, si affatica a dimostrare che quel culto
non era voluto da Gesù che adoperava i sepolcri come
termine di confronto di cose turpi, ed afferma che i
Cristiani onorano i sepolcri, solo per cavarne una
potenza di malefizî magici [#]_.

.. [#] *Neumann*, 225.

Ma i Cristiani fanno ciò che Dio e Mosè e i Profeti
hanno riprovato, e poi si ricusano di sacrificare
agli altari, quando l'episodio di Caino e di Abele,
rettamente interpretato, dovrebbe persuaderli che Dio
aggradisce i sacrifizî di offerte viventi. E perchè i
Cristiani non si circoncidono? Paolo ci parla della
circoncisione del cuore. Ma il comando di Dio, nella
Genesi, è troppo esplicito, perchè sia possibile eluderlo,
senza mancare alla legge. E Gesù ha dichiarato
di venire non ad alterare la legge, ma a compirla. — «Ah,
voi dite che vi circoncidete nel cuore! — esclama
Giuliano con acerba ironia. — E avete ragione,
perchè fra voi, lo si vede, non esiste nessun
malvagio, nessun scellerato! Bella davvero la vostra
circoncisione del cuore!». Il vero è che i Cristiani
disobbediscono apertamente ai precetti del loro
stesso Maestro [#]_.

.. [#] *Idem*, 228 sg.

Giuliano finisce il primo libro del suo trattato, il
solo di cui siansi conservate le reliquie, ritornando
sull'accordo esistente, secondo lui, fra il politeismo
ellenico ed il monoteismo ebraico, e sull'identità dei
[pg!240]
riti e dei procedimenti di sacrifizio e di predizione vigenti
nelle due religioni. Egli illustra questa sua affermazione
con la storia di Abramo, coi processi di
interpretazione, pei quali il patriarca riusciva a comprendere
le promesse di Dio ed i segni celesti che
ne assicuravano l'adempimento, e trova che tutto ciò
ha una grandissima analogia coi processi della mantica
greca, e che è un gran torto dei Cristiani l'averli
abbandonati. Giuliano dimostra anche qui la singolare
conoscenza ch'egli aveva della letteratura biblica ed,
insieme, l'arguzia di uno spirito educato ad una logica
tutta formale. Ma qui si constata, ancora una volta,
l'assoluta mancanza di scienza positiva e la spaventosa
superstizione di questi riformatori del Politeismo.
È cosa dolorosa il vedere un eroe, come Giuliano, un
uomo di così meravigliosa versatilità intellettuale da
riuscire a scrivere un trattato, come questo, di erudizione
teologica, in mezzo alle preoccupazioni di una
guerra gigantesca da lui personalmente condotta, cadere
in sì miserabili pregiudizî, mostrare una così puerile
fiducia nell'esercizio di riti stolti, di sacrifizî sanguinosi,
di presagi meteorici, e finir col dire: «La
verità non si può riconoscere dalla pura parola; bisogna
che alla parola segua un segno efficace, il
quale, con la sua apparizione, garantisca pel futuro
l'avvenimento della predizione [#]_».

.. [#] *Neumann*, 232. τὴν δὲ ὰλήθειαν ουκ ἔνεστιν ιδεῖν έκ
   ψιλοῦ ρήματος, αλλὰ χρή τι καὶ παρακολυυθῆσαι τοῖς λόγοις
   εναργὲς σημεῖον, ὄ πιστώσεται γενόμενον την εις τὸ μέλλον
   πεποιημένην προαγόρευσιν.

Qui, certo, c'è un enorme peggioramento in confronto
di Marco Aurelio, degli stoici, di Platone, di
[pg!241]
tutta, infine, la filosofia greca. La causa di ciò sta
nell'influenza del Neoplatonismo, il quale aveva collocato
il soprarazionale ed il soprannaturale al luogo
degli dei naturalistici del Politeismo antico, e lo
aveva imposto, come un incubo al mondo ed alla natura,
senz'esser riuscito a determinarlo in un essere
supremamente morale come aveva fatto il Cristianesimo.
Venne da ciò che il soprannaturale, ravvivando,
per un istante, con un soffio artificiale, gli dei naturalistici
del mondo antico, ne rese più intensa l'azione
in tutti i momenti della vita, ed ha fatto della superstizione
la chiave di vôlta della religione. Anche il
Cristianesimo non seppe tenersi immune dalla superstizione,
anzi vi cadde spaventosamente, e non potè
in parte liberarsene che all'aurora della scienza positiva.
Però, per quanto oscurata, l'idealità morale di
una figura divina, come quella di Gesù, potè servire
quale un farmaco che risanava lo spirito infermo
di errori e di paure stolte. Ai tempi di Giuliano, il
Cristianesimo poteva considerarsi come una reazione
contro la follia della superstizione politeista. Quando
si passa dal soprannaturale di Giuliano a quello di
Ambrogio o di Agostino si ha l'impressione di una
vera liberazione, e si comprende come il tentativo di
restaurazione politeista, per quanto giustificato e nobilitato
dall'amore della coltura ellenica, non avesse neppure
la più lontana probabilità di vittoria [#]_.

.. [#] Un piccolo brano del trattato di Giuliano, non compreso
   fra quelli confutati da Cirillo, venne testè pubblicato da due
   eruditi del Belgio, i signori Bidez e Cumont, in un loro saggio — *Sur
   le tradition manuscrite des lettres de Julien* — il quale dovrebbe
   essere l'introduzione di una desiderata edizione veramente
   critica delle lettere dell'Imperatore. Quel brano trovasi in un
   frammento di una confutazione che Areta, vescovo di Cesarea, nel
   10º secolo, avrebbe scritto del trattato di Giuliano, frammento
   scoperto in una biblioteca di Mosca. Con questo testo il :small-caps:`Neumann`
   (*Theol. Liter. Zeitung*, 1899) è riuscito a ricomporre il passo genuino
   di Giuliano, che probabilmente apparteneva al secondo libro del
   trattato giulianeo. Il breve passo è interessante come prova della
   sottigliezza del polemista, il quale, ricordando l'affermazione del
   Vangelo di Giovanni che il logos è venuto a toglier via dal mondo
   il peccato, e mettendola in faccia al disordine ed alle discordie
   di cui era stato causa l'introduzione del Cristianesimo, disordine
   e discordie già previste dai Vangeli sinottici, tende a ferire la
   dottrina della divinità del logos, ad a porre in contraddizione
   il quarto Vangelo coi tre primi.

[pg!242]

.. _`Celso e Giuliano`:

Noi non possiamo confrontare il trattato di Giuliano
con quello di Porfirio che, come dicemmo, è
perduto, ma possiamo farlo con quello di Celso che ci
fu conservato, almeno in parte, nella confutazione
di Origene, sulla quale Teodoro Keim ha fatto il medesimo
lavoro di ricostituzione che il Neumann esegui,
più tardi, per lo scritto di Giuliano, sulla confutazione
di Cirillo [#]_.

.. [#] :small-caps:`T. Keim`, *Celsus wahres wort* — 1893.

Questi due attacchi filosofici contro il Cristianesimo,
eseguiti a circa due secoli di distanza l'uno dall'altro,
poichè lo scritto di Celso appartiene agli ultimi anni
di Marco Aurelio, ci mostrano come il fondo della polemica
fosse rimasto sempre eguale. È sempre la filosofia
platonica che vede nel Politeismo un'esplicazione
molto più larga e più vera delle sue idee fondamentali
sulla divinità e sul mondo che nel ristretto monoteismo
ebraico e cristiano; è sempre l'accusa mossa
ai Cristiani d'essersi separati dagli Ebrei da cui pretendono
di derivare; è sempre la dimostrazione dell'impossibilità
di accettare le leggende su cui il Cristianesimo
si fonda. Se non che, durante i due secoli
[pg!243]
che corsero da Celso a Giuliano, lo spirito greco,
privo com'era dell'àncora sicura della conoscenza oggettiva
e dello spirito scientifico, si era slanciato, a
vele spiegate, nel gran mare del misticismo, e si era
costituita, come vedemmo, nel Neoplatonismo, una filosofia
religiosa, basata sull'idea dominante e schiacciante
del soprannaturale. Pertanto, la differenza filosofica
fra Giuliano e Celso è che il primo va molto
più avanti del secondo nell'interpretazione simbolica
del Politeismo, ed è in possesso di una dogmatica
mitica che manca al suo predecessore. D'altra parte,
ai tempi di Giuliano, il canone del Nuovo Testamento
era già stabilito e d'uso corrente, cosa che ancor non
era, od almeno appena cominciava ad essere, ai tempi
di Celso, e ciò dava una maggiore padronanza a Giuliano
delle fonti del Cristianesimo e gli permetteva
di servirsi del quarto Vangelo per dimostrare la contraddizione
di quelle fonti, cosa che Celso non poteva
fare, o, almeno, non ha fatto. Aggiungiamo
poi che Giuliano, educato nel Cristianesimo, aveva
una profonda conoscenza non solo del Nuovo ma
anche del Vecchio Testamento e l'adoperava nella
sua polemica con un'abbondanza di citazioni ed una
sicurezza che, certo, non poteva domandarsi a Celso,
la cui mente era rivolta a tutt'altri studi, e che,
dopo tutto, combatteva il Cristianesimo, di cui ancor
non sentiva la minaccia, come una disprezzabile stoltezza.
Lo scritto di Celso è l'opera di un letterato che
si diverte nella sua confutazione; lo scritto di Giuliano,
quella di un polemista che combatte per la vita. Se
non che, Celso era uno spirito filosofico ben più largo
e più geniale di Giuliano e, se questi lo vince nell'argomentazione
a base di ermeneutica dei testi, Celso
gli è di molto superiore nell'acume intuitivo delle vaste
[pg!244]
speculazioni, senza dire che non ci dà lo spettacolo di
quella spaventosa superstizione che è la macchia più
grave di Giuliano e del suo Politeismo neoplatonico.
Celso considera il Cristianesimo come una dottrina
che ha portato gli antichi ed invecchiati miti della
divinizzazione di un uomo sopra una figura non degna
di esserne ornata. Egli afferma che l'idea di una redenzione
avvenuta in un punto della storia non si
accorda colla giustizia e coll'amore divino, che non
può esser limitato ad un'efficacia tanto parziale. Celso
oppone alla teologia della salvezza l'immutabile ed
eterno ordinamento della natura, in cui il male ed il
peccato, determinati dalla materia, hanno il loro posto
necessario, e l'uomo non appare per nulla affatto
come lo scopo del mondo. In queste negazioni della
posizione antropocentrica dell'uomo, antropomorfica
della divinità, Celso potrebbe quasi dirsi un precursore
del pensiero moderno. Egli esce in queste parole:
«L'universo non è fatto per gli uomini, come non è
fatto pei leoni, per le aquile o pei delfini, ma tutto
contribuisce a rendere questo mondo, come opera di
Dio, perfetto e completo in ogni sua parte. Pertanto,
le cose non sono disposte per essere proprietà le une
delle altre, bensì per essere un'opera complessa, per
essere, infine, l'Universo. E Dio è nell'Universo, e
mai la Provvidenza non lo abbandona, e mai l'Universo
diventa peggiore, e Dio, attraverso il tempo,
mai non si ritira in sè stesso, e mai non si irrita per
causa degli uomini, come non si irrita per causa delle
scimmie o delle mosche. E non minaccia mai gli esseri,
dei quali ognuno, per sua parte, ha la propria
sorte determinata» [#]_.

.. [#] *Keim*, 63.

Ecco una pagina che Giuliano, col suo antropomorfismo
[pg!245]
soprannaturale, non avrebbe mai scritta.
Come pure non avrebbe mai scritta la frase profonda
di Celso, il quale, dopo aver accennato alle strane ed
incredibili divinizzazioni, constatate, presso i più diversi
popoli, di uomini vissuti in mezzo a loro, divinizzazioni
identiche a quelle che i Cristiani hanno
fatto di Gesù, esclama: «Tanto può la fede, quale essa
sia, purchè posseduta in prevenzione» [#]_. Frase in
cui sta propriamente la chiave che apre i segreti della
storia delle religioni, e della quale Celso stesso, forse,
intuiva ma non comprendeva tutta la profondità.

.. [#] *Keim*, 39, «Τοσοῦτον ποιεῖ ὴ πίστις οποία δὴ προκατασχοῦσα».

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il Politeismo cristianizzato e le Pastorali di Giuliano`:

Noi, dunque, abbiamo visto come Giuliano cercasse
di rovinare il Cristianesimo, dimostrando la debolezza
della sua base storica e le contraddizioni in cui cadeva
con le premesse da cui pretendeva discendere. Ma,
se Giuliano si fosse limitato a questo lavoro negativo,
il suo tentativo non avrebbe avuto nulla di speciale
in confronto a ciò che avevan fatto Celso e Porfirio e
forse altri ancora rimasti ignoti. Ora, Giuliano voleva
fare qualche cosa di più. Voleva tener ritto il
Politeismo antico, che per lui rappresentava l'Ellenismo,
la civiltà, la coltura ellenica, contro la novità
cristiana che minacciava distruggerlo, ma, per tenerlo
ritto, voleva cristianizzarlo nella morale e nella costituzione
ecclesiastica. Sentiva la necessità di ravvivare
la società con uno spirito nuovo, e credeva di
poterlo infondere nelle forme vecchie, nella cui rovina
egli vedeva la catastrofe della civiltà. Qui sta propriamente
l'originalità del movimento tentato da Giuliano.
[pg!246]
Questo feroce nemico del Cristianesimo faceva
propaganda di tutte le virtù che il Cristianesimo insegna,
la temperanza, il rispetto delle cose sacre,
l'onestà nella vita pubblica e privata, l'odio della ricchezza,
la cura delle cose dello spirito, l'amore del
prossimo e, sopratutto, la carità. Il Cristianesimo era
così poco riuscito ad infondere queste virtù nella società
del Basso Impero che, diventando religione ufficiale,
aveva dovuto rinunciarvi, ma, insieme, aveva
creato il monachismo come una serra calda in cui
quelle virtù si conservassero sotto la fervida azione
di un ascetismo rigoroso. Giuliano pretese di rifar, lui,
l'opera del Cristianesimo, affidandola al Politeismo, a
cui dava l'ufficio di moralizzare la società. Egli cadeva
nell'errore comune a tutti i riformatori religiosi
e morali, quello cioè, di credere che una società,
come un individuo, si moralizzi con gli insegnamenti
e con le prediche. La moralizzazione non può essere
che la conseguenza di un determinato ambiente intellettuale
in cui l'individuo e la società vengono a trovarsi.
Non fu la Riforma che ha moralizzato i popoli
germanici, ma la Riforma è stata, essa stessa, l'effetto
di una disposizione preesistente nel carattere e nelle
abitudini di quei popoli, i quali avevano vivo il sentimento
della dignità umana, sentimento che, nei popoli
latini, si era del tutto estinto. Perciò il Cristianesimo,
non essendo riuscito a moralizzare il mondo, perchè il
mondo non era maturo pel suo grande principio della
solidarietà umana, aveva semplicemente scosse le basi
della civiltà. Ebbene, Giuliano voleva salvare il Politeismo
per salvare, insieme, la civiltà ellenica, e voleva,
malgrado il suo odio pel Cristianesimo, in cui vedeva
il nemico acerrimo di quella civiltà, cristianizzare il
Politeismo per farne uno strumento di rigenerazione
[pg!247]
morale. L'irragionevolezza dell'impresa non deve nascondere
la nobiltà dell'illusione in cui viveva Giuliano
e la grandezza dello scopo a cui tendeva con tutte le
forze del suo versatile ingegno.

Quali fossero, sotto il rispetto pratico, le intenzioni
di Giuliano, nell'organizzazione del suo Politeismo
cristianizzato, si rileva da tre importanti documenti,
il lungo frammento di lettera ad un ignoto [#]_, la lettera
ad Arsacio, sacerdote di Galazia [#]_, e un frammento
di altra lettera a Teodoro, per investirlo di un
alto ufficio sacerdotale [#]_. Quest'ultimo frammento si
crede possa essere unito al primo, così da formare un
tutto interrotto da breve lacuna. Esaminiamoli con
attenzione, perchè contengono la parte più curiosa
della riforma di Giuliano. E qui noi vedremo uno
spettacolo strano; un condottiero eroico, un avventuriero
audace che scende ai più minuti dettagli di
organizzazione ecclesiastica e che scrive delle *pastorali*,
le quali mostrano come egli prendesse sul serio
la sua missione di riformatore religioso. È che Giuliano
metteva in tutto ciò che faceva una singolare serietà
ed oggettività di proposito. Napoleone che, fra le
preoccupazioni del soggiorno di Mosca, prepara il regolamento
del Teatro francese è, certo, un esempio
di meravigliosa versatilità. Ma Napoleone era un colossale
egoista. Le cose non lo interessavano se non
in quanto si riferissero a lui od al suo dominio.
Non aveva che un ideale, sè stesso, e, pertanto, la
sua intelligenza era uno strumento che non lavorava
che per lui. Ma Giuliano era altra tempra d'uomo.
Egli si era creata una missione nel mondo, e il compierla
[pg!248]
era per lui il più imperioso dei doveri. Tutta
la singolare versatilità del suo ingegno era applicata
a quello scopo ideale. In Giuliano l'uomo pratico era
ammirabile, ma quest'uomo pratico era posto al servizio
di un idealista fervente. È questo un connubio che
dà alla figura del giovane imperatore un così strano
e, direi quasi, enigmatico risalto.

.. [#] *Iulian.*, 371-392.

.. [#] *Idem*, 552-555.

.. [#] *Idem*, 585-588.

Il frammento di lettera al sacerdote ci mostra come
Giuliano volesse avere un sacerdozio pagano il quale
realizzasse l'ideale di virtù che il clero cristiano si
poneva davanti agli occhi, salvo a non seguirlo.

Al principio del frammento noi troviamo una violenta
e crudelmente ironica allusione ai Cristiani.
«Su coloro che non venerano gli dei impera la schiatta
dei demoni malvagi, dai quali molti di quegli empi
son resi furenti, così che cercano di morire, quasi
fossero certi di volare al cielo, quando dalla violenza
si spezzi la loro vita. Altri abitano i deserti invece
delle città, sebbene l'uomo sia, per natura, un animale
socievole e domestico, dominati anch'essi dai
demoni malvagi che li trascinano in quella misantropia.
E quegli empi si abbandonano volontariamente
ad essi, ribellandosi agli dei eterni e salvatori.»
Ecco, dunque, come Giuliano giudicava i
martiri e gli eremiti, i quali pure rappresentavano,
in tutta la sua forza e purezza, l'ideale cristiano.
È che questo ideale contrastava radicalmente coi
concetti fondamentali del pensiero e della civiltà antica.
Il Cristianesimo partiva dall'aborrimento del
mondo presente e passeggero per arrivare alla conquista
del mondo soprannaturale ed eterno. Ed è perciò
che il Cristiano genuino professava l'abbandono e la
rinuncia alle cose del mondo, ed aspirava alla morte
per rendersi sempre più puro dalle turpitudini della
[pg!249]
vita terrestre e per affrettare il raggiungimento della
felicità promessa. È per questo che il Cristiano genuino,
il Cristiano dei primi tempi, volava al martirio; è per
questo che, allorquando il Cristianesimo, diventato
potente ed entrato nell'organismo sociale, si piegò
alle necessità della vita e si corruppe, si disegnò subito
una reazione contro questo movimento fatale e
nacque il monachismo, il quale, nelle sue origini, rappresentava
la rinuncia completa alle transazioni volute
dalla convivenza sociale, e conservava intatto il
principio ispiratore del Cristianesimo. Ora, l'uomo antico,
pel quale la realtà era tutta nel presente, mentre
le visioni dell'oltretomba non erano, invece, che larve
e sogni, non riusciva a comprendere quel principio
che pur costituiva l'essenza del Cristianesimo, il quale
a lui pareva il prodotto di un vero pervertimento
del giudizio, una follia che sconvolgeva l'ordine sociale,
e contrastava con la natura e coi fini dell'uomo.
E Giuliano che era rimasto un uomo antico,
un greco schietto, non poteva che sentire una cordiale
antipatia per la tendenza pessimista del genuino spirito
cristiano, e giudicava pazzi furiosi e pericolosi
tanto i martiri che, ai suoi tempi, non c'erano più,
quanto gli eremiti ed i monaci che cominciavano a popolare,
nel nome del Cristo, le solitudini dell'Oriente.

Fatto questo piccolo sfogo contro i Cristiani, Giuliano
procede nelle sue raccomandazioni ai sacerdoti.
Questi devono dare l'esempio dell'obbedienza alle
leggi divine; da quell'esempio gli uomini impareranno
ad obbedire alle leggi dello Stato. Ora, secondo
Giuliano, il primo dovere dei sacerdoti è di essere
caritatevoli. E qui pare proprio di udir parlare un
buon Cristiano. C'è una specie d'unzione, nel suo
discorso, che rivela un'influenza ignota alla schietta
[pg!250]
antichità. Gli dei, dice Giuliano, danno continue prove
del loro amore per gli uomini. E gli uomini, non vorranno
amarsi ed assistersi fra di loro? Si vogliono
accusar gli dei della miseria che si verifica nel mondo.
Ma, se chi ha volesse dare agli altri, in proporzione
delle sue sostanze, la miseria più non sarebbe. Lui,
Giuliano, è sempre stato contento del bene che ha
potuto fare, e ne ha trovato un vantaggio anche per
sè. Ed a coloro che gli potrebbero osservare esser
facile a lui, imperatore, dar questi consigli, ricorda
di essere stato, lui pure, povero, e d'aver fatto parte
ai bisognosi del suo esiguo avere. E qui egli esce
in queste parole, le quali, più ancora che cristiane,
sono propriamente evangeliche, e potrebbero essere
attribuite a Gesù, sebbene scritte dal suo più feroce
nemico. «Dobbiamo render comuni le cose nostre a
tutti gli uomini, più liberalmente ai buoni, e poi a
tutti i tapini ed a tutti i poveri, quanto richiede il
bisogno loro. Direi anzi, per quanto possa parere un
paradosso, che è cosa santa dar vesti ed alimenti
anche ai nemici, perchè noi diamo all'uomo non
diamo al carattere [#]_». E continua, con parole quasi
ancora più belle: «Ed io credo che si devono usare
tali provvidenze anche a coloro che si trovano in
carcere. E questo amor del prossimo non è d'ostacolo
alla giustizia. Fra i molti rinchiusi in carcere,
alcuni saranno colpevoli ed altri innocenti. Ora, ciò
che noi dobbiamo temere non è già di usare pietà
ai malvagi per causa degli innocenti, ma bensì di
agire senza pietà verso gli innocenti per causa dei
malvagi». Di queste gemme che sembrano cavate
[pg!251]
dalla intatta miniera evangelica, ne troviamo sparse
in tutte le opere di Giuliano. Così egli dirà: «A me
par meglio, per ogni rispetto, salvare un malvagio
con mille buoni, che rovinare i mille buoni per un
solo malvagio» [#]_. E in altro luogo: «Quali ecatombe
possono valere la santità, di cui il divino Euripide
cantava, chiamandola — Santità, santità, veneranda
dea! — ? Non sai forse che tutte le cose, e grandi e
piccole, offerte agli dei, con spirito di santità, hanno
la medesima efficacia, e che, senza quello spirito, non
solo il sacrifizio di cento buoi, ma il sacrifizio di mille
altro non è che un vano sciupìo?» [#]_. Parole ammirabili,
tanto più ammirabili in bocca di un imperatore,
e che pur caddero nel vuoto. Perchè delle parole
analoghe a queste, o almeno ispirate ad un analogo
sentimento, in bocca di Gesù, hanno portata la
rivoluzione nel mondo? Perchè l'umile ed ignorato
Maestro di Palestina ha sollevata l'umanità, e il potente
imperatore ha parlato al deserto? Non per altra
ragione se non per questa che, per cambiare l'orientazione
dello spirito umano, per fare della pietà un
dovere e per dare, almeno per un istante, alla debolezza
la vittoria sulla forza, ci voleva l'apparizione di
un dio, e di un dio che, col suo esempio e con la sua
persona, illustrasse i suoi insegnamenti. L'errore di
Giuliano fu nel non aver compreso che a lui mancava
la forza per compiere quel rinnovamento morale che
era nei suoi ideali. Si richiedeva un dio per potervi
riuscire. Ma gli dei del Paganesimo erano completamente
esauriti e vuotati d'ogni realtà. Ci voleva un
dio nuovo. È vero che l'accettazione di questo dio
avrebbe portata con sè la rovina di quel tesoro prezioso
[pg!252]
che era l'Ellenismo. Ma era un sacrificio inevitabile.
Rinnovare l'Ellenismo, voleva dire togliergli la
sua ragion d'essere.

.. [#] *Iulian.*, 374. φαίην δ’ἅν, εἰ καὶ παράδοξον είπεῖν, ὅτι και
   τοῖς πολεμίοις ἐσθῆτος και τρυφῆς ὄσιον ὰν εἵν μεταδιδόναι.
   Τῷ γὰρ ανθρωπίυῳ και ού τῷ τρόπω δίδομεν.

.. [#] *Neumann*, 191.

.. [#] *Iulian.*, 277.

Giuliano presenta anche un altro argomento a sostegno
della sua propaganda di carità, ed è l'unità
della specie umana, per cui gli uomini son tutti fratelli [#]_.
Poi procede a raccomandare la venerazione
e il culto delle imagini divine, appoggiando i suoi precetti
alla necessità che hanno gli uomini, creature
corporee, di rappresentare sotto forma materiale anche
gli esseri spirituali [#]_. Qui Giuliano entra in un lungo
e sottile ragionamento, rivolto sopratutto contro l'obbiezione
che i profeti degli Ebrei avevano opposta al
culto degli idoli, pretendendo di dimostrarne l'irragionevolezza
col fatto della distruggibilità degli idoli
stessi. Ma allora, esclama acutamente Giuliano, che
diranno i profeti degli Ebrei del loro tempio che è
stato tre volte abbattuto, e che oggi ancora non è
rialzato? E Giuliano, il quale, nella guerra contro
i Cristiani, diventati molti e potenti, favoriva gli
Ebrei, ormai pochi ed innocui, poichè in essi trovava
degli alleati naturali, osserva ch'egli non accenna
a quel fatto per recar offesa agii Ebrei. Tutt'altro,
tanto è vero che, anzi, stava pensando di
ricostruirlo, lui, il tempio di Gerusalemme, in onore
del dio che vi si adorava. Egli usa di quell'esempio
solo per dimostrare agli Ebrei che tutto ciò che è
creato dall'uomo deve perire e che, pertanto, è vana
l'obbiezione dei loro profeti. L'errore di costoro, degno
di vecchierella imbecillita, soggiunge Giuliano, sempre
nell'intento di accarezzare gli Ebrei, non toglie nulla
[pg!253]
alla grandezza del loro dio, perchè un dio grande può
avere degli interpreti inabili. E tali furono i profeti e
i sacerdoti degli Ebrei, i quali non seppero purificare
l'anima loro con le dottrine da cui pure erano circondati,
nè aprire gli occhi inciprigniti, nè dissipare la
nebbia che li avvolgeva, in mezzo alla quale la luce
pura della verità appariva loro come qualche cosa di
indistinto e di spaventoso. Oh quanto inferiori, esclama
Giuliano, ai nostri poeti sono quei maestri della scienza
di Dio! [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 375. ἄνθρωπος γαρ ανθρώπῳ και εκὼν και ἂκων
   πᾶς έστι συγγενής.

.. [#] *Idem*, 377.

.. [#] *Iulian.*, 359 sg.

Se non che, continua Giuliano, non basta onorare
i templi e le imagini degli dei, bisogna anche curare
la dignità ed il benessere dei sacerdoti, i quali, pregando
e sacrificando per noi, sono gli interpreti nostri
presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta,
per sè stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo,
impone, insieme, a chi lo porta, dei doveri
speciali. Quali sono questi doveri? Il sacerdote deve
condurre una vita esemplare, una vita che possa essere,
in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima
di tutto, onorare e servire gli dei, come se gli dei fossero
presenti e lo vedessero, anzi, spingessero il loro
sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino ai nostri
più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè
udir nulla di turpe; non basta ch'egli si astenga dalle
empie azioni, ma anche dalle parole e dall'udizione
di discorsi siffatti. Non deve leggere autori licenziosi;
fugga sopratutto dai comici antichi. Si attenga solo
ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al rispetto
degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo
e Zenone [#]_. E anche da questi prenda solo
quegli insegnamenti che si riferiscono alla vera natura
[pg!254]
degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai
poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero
e combattessero a vicenda, quelle favole che hanno
fatto tanto torto ai poeti stessi, e che furono abilmente
usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili Galilei.
E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza
di sceglier bene le letture del sacerdote. «Da quel
che si legge viene negli animi una certa inclinazione,
e da questa, a poco a poco, nascono i desideri, e
poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la
quale bisogna prepararsi prima».

.. [#] *Idem*, 385 sg.

Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano
pone Epicuro e Pirrone e ringrazia gli dei che hanno
lasciato distruggere una parte dei loro libri. Nulla di
più sintomatico di questo decreto di Giuliano che pone
all'indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che
guidava Giuliano, l'odio pel razionalismo portato nella
conoscenza e nell'interpretazione dell'universo, è quello
ancora che è legge per la Congregazione dell'Indice
che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come vedremo
meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione
voluta da Giuliano era affatto superficiale, perchè egli
partecipava all'indirizzo intellettuale del suo tempo,
ed avversava il concetto scientifico non meno dei metafisici
neoplatonici e dei teologi cristiani.

Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore
che prendeva sul serio il suo ufficio di pontefice
massimo, deve non solo astenersi dai discorsi e dai
libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri
tentatori, perchè è il pensiero che trascina la
lingua. Egli deve conoscere tutti gli inni in onore
degli dei, e fare le sue preghiere, pubblicamente e
privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all'alba
ed al tramonto. Durante il periodo del suo servizio
[pg!255]
nel tempio, che, in Roma, è di trenta giorni, egli deve
stare nel tempio, purificarsi coi riti prescritti, non andare
nella sua casa privata, nè sulla piazza, non vedere
i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e
servendo gli dei. Compiuto il periodo e ritornato alla
vita comune, potrà visitare qualche amico ed assistere
anche a qualche banchetto, scegliendo però le case
dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche
volta sulla piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi
di opere di beneficenza. Quando è nel servizio
divino, il sacerdote deve usare vesti splendidissime;
ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto
e senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch'egli adoperasse
a scopo di stolta vanità ciò che riceve per onorare
gli dei. Il portare in mezzo alla gente i vestimenti
sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al
contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono
contaminati [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 388 sg.

Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo
teatrale. Se fosse stato possibile ricondurre il
teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo avrebbe
tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente
astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non
solo deve star lontano dal teatro, ma non deve farsi
amico o lasciar venire alla sua porta nessun attore o
danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma
solo a quelli ai quali è vietato alle donne non solo di
prender parte ma anche di assistere [#]_.

.. [#] *Idem*, 390.

Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla
posizione ed alla ricchezza dei candidati, ma solo a
due cose, che, cioè, il futuro sacerdote sia un uomo
amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio
[pg!256]
del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di
casa al culto degli dei; sarà indizio del suo amor del
prossimo, se egli, di buona voglia, soccorrerà i poveri
anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano
esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo
aver gran cura di questo esercizio di filantropia,
perchè qui forse troveremo il rimedio ai nostri
mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano trascurati
dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei
scaltramente si applicarono a questa filantropia, e
diedero forza alla peggiore delle azioni coll'apparenza
delle provvide cure. Come coloro che tendono agguati
ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll'offrir
loro, due o tre volte, la focaccia, poi, quando son
riusciti ad allontanarli dalla casa, li gittano su di
una nave, e li rapiscono, e così per un pezzettino di
dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura,
nel medesimo modo costoro, cominciando da quello
che essi chiamano l'amorevole servizio dei pasti in
comune, trascinarono molti nell'empietà...» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 391.

Qui s'interrompe la lettera di Giuliano, come è
giunta a noi. Probabilmente i copisti non hanno voluto
riprodurre le frasi ingiuriose che l'imperatore
avrà scagliato contro i Cristiani.

A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo,
l'altro frammento che costituisce la lettera 63ª,
nell'epistolario di Giuliano. In essa, l'imperatore, dopo
aver fatta ad un certo Teodoro professione d'amicizia e
commentata la circostanza di aver avuto il medesimo
maestro, probabilmente Massimo, gli dice di volergli
affidare un ufficio di molta importanza, nel quale l'opera
sua potrà essere di grande giovamento, ed egli
potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente
[pg!257]
e speranze ancor maggiori per l'avvenire. E, per avvenire,
Giuliano intende l'al di là della morte. Egli
dice, a questo proposito, di non esser di coloro i quali
credono che le anime si sperdano insieme col corpo,
sebbene di ciò non si possa avere nessuna certezza,
e si debba lasciarne la cura e la conoscenza solo agli
dei. E poi continua:

«Ma qual'è quest'ufficio che io dico di volerti affidare?
Quello d'essere a capo di tutti i servizî sacri
dell'Asia, sorvegliare i sacerdoti d'ogni città, e distribuire
ad ognuno ciò che gli spetta. Il superiore
deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere
poi la cortesia e l'amorevolezza per coloro che
ne son degni. Chi offende gli uomini e non è rispettoso
per gli dei ed è prepotente deve esser
corretto con franchezza o punito con severità. Di
ciò che convenga fare per il culto in generale,
fra breve tu sarai istruito insieme agli altri. Ma
fin d'ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene
ad obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste
cose, come lo sanno gli dei, ma sono, quanto è
possibile, prudente e fuggo le novità, direi quasi,
in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine,
convinto che convenga serbarsi fedeli alle antiche
leggi che, come è manifesto, ci furono date dagli
dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non sarebbero
tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate
e guaste dal prevalere dell'avarizia e del vizio, bisogna
rifarsi da capo e tornarle in onore. Quando,
dunque, io osservava le molte nostre trascuranze
verso gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa
degli impuri e viziosi costumi, il rispetto a loro dovuto,
io mi addolorava fra me stesso, tanto più
constatando come coloro che seguono il precetto
[pg!258]
della pietà (ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da
incontrar per essa la morte, da soffrire ogni privazione
ed anche la fame, piuttosto che assaggiare
carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo,
invece, tanto negligenti in tutto quanto si riferisce
agli dei, da dimenticare le patrie consuetudini, da
ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli Ebrei
i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti
a Dio, perchè adorano un dio veramente potentissimo
e benefico, il quale governa il mondo e che noi pure
veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene
non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano,
cioè, nel non riconoscere gli altri dei, per venerarne
uno solo, e nel credere di essere stati i
prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta stoltezza
dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che
professano l'empietà galilea, affetti da una malattia.....».

Qui il frammento s'interrompe, ma è ragionevole
la supposizione che una qualche frase, ora perduta,
lo unisse al testo che abbiamo più su analizzato. Ritorneremo
su questo frammento, quando avremo guardato
il terzo dei documenti relativi all'organizzazione
della Chiesa politeista, ma notiamo subito come qui
si ritrovi, in tutta la sua forza, l'espressione della
simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo
già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero
le ragioni teoriche su cui egli posava quel suo sentimento.
Ma qui troviamo una nuova ragione, ed è la
tendenza profondamente conservatrice e tradizionale
degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora,
Giuliano, che pure, nell'essenza della sua azione, era
un riformatore, perchè il suo Politeismo, come vedemmo,
è tutt'altra cosa del Politeismo naturalistico
[pg!259]
dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di
Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore.
Egli voleva conservar intatta tutta la compagine
esterna della civiltà ellenica e nulla gli era tanto
odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di sconvolgere
tutto e di far casa nuova nello spirito umano.
La protezione e la simpatia per gli Ebrei costituivano
una buona carta nel gioco di Giuliano contro i Cristiani,
ed egli l'adoperava con singolare abilità. Per
verità, se v'era popolo che aborrisse il Politeismo, il
popolo ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano
più ancora i Cristiani, e, pertanto, diventavano, per
Giuliano, degli alleati preziosi. La restaurazione del
culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato
nessun danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato
un fiero colpo al Cristianesimo, il quale pretendeva
di essere l'erede dell'ebraismo. Inoltre, Jahve era un
dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell'epoca ellenica
e romana, volessero estenderne il dominio e l'adorazione
a tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario
a Gerusalemme, e restava quello che era sempre stato,
il dio di un popolo determinato. Ora, un dio localizzato
non faceva paura a Giuliano, perchè in quella
localizzazione era implicita la possibilità di altri dei,
presso altri popoli ed in altri santuari.

Il documento più singolare della politica di Giuliano
verso gli Ebrei, l'abbiamo nel manifesto diretto
a quel popolo, nel momento in cui l'imperatore era
sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo
nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più
sintomatici della fine abilità di questo mistico entusiasta,
di questo eroico avventuriero:
[pg!260]

   | «Giuliano al popolo degli Ebrei».

«Ancor più grave che il giogo della vostra antica
schiavitù è diventato per voi l'obbedire a decreti
non pubblicati, e il versare una somma indicibile
d'oro a profitto dell'erario. Io stesso l'ho constatato
coi miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio
i ruoli conservati presso di noi. Perciò io frenava
ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza fermai
la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i
ruoli che vi riguardavano, conservati nel nostro
tesoro, di modo che diverrà impossibile d'ora innanzi
scagliare contro di voi tale minaccia d'iniquità. Di
tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo,
degno di memoria, quanto quei barbari nella
intenzione ed empî nell'anima che sedevano alla sua
mensa, e che io, prendendoli nelle mie mani, ho annientato
scagliandoli nel baratro, così che più non sia,
presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini.
Di più io voglio pregare il vostro fratello
Giulio, il venerando patriarca, ed esortarlo a metter
fine a quell'imposta che voi chiamate *apostolica* ed a
non permettere che alcuno tormenti il popolo coll'esazione
di simile tributo. Così il mio regno sarà per voi
intieramente libero da cure, e, godendo la pace, innalzerete
preci ancor più vive pel mio regno a Dio
ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi
con la sua destra immacolata. Poichè avviene che
coloro i quali sono assorti in qualche cura, hanno
la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo
le mani supplichevoli. Coloro, invece che son liberi
di cure si allietano di fare, con tutta l'anima, preghiere
e supplicazioni pel bene dell'impero a Dio
grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella
[pg!261]
via dell'ottimo, come noi desideriamo. Questo voi
dovete fare, affinchè, condotta a buon fine la guerra
contro i Persiani, io possa ricostruire, col mio lavoro,
la santa città di Gerusalemme da voi fondata,
che da tanti anni desidero vedere, e, in essa,
insieme a voi, fare omaggio all'onnipossente» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 512.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.

Di singolare importanza, per la conoscenza delle
intenzioni di Giuliano, è la lettera da lui diretta ad
Arsacio, gran sacerdote di Galazia. Eccola:

«L'Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo,
per colpa di coloro stessi che ne fanno parte.
Eppure la situazione è per gli dei splendida e grande,
migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai
avrebbe osato sperare, in breve tempo, una tanta
e tale conversione? Ma noi non dobbiamo credere che
ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto che
al progresso dell'empietà hanno grandemente giovato
l'amorevolezza con gli ospiti, la cura dei sepolcri
e l'ostentata santità della vita. Ebbene, è
necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto
ciò. E non basta che tu lo faccia; ma lo devono
fare tutti i sacerdoti della Galazia. Tu devi o rimbrottarli
o persuaderli ad essere zelanti, oppure destituiscili
dal servizio divino, se mai non conducessero
agli dei le mogli, i figli, i servi, e tollerassero
[pg!262]
che servi e figli e mogli non venerassero gli dei e
preferissero l'ateismo alla pietà. Poi esorta il sacerdote
a non frequentare il teatro, a non bere nelle
taverne, a non darsi a nessun'arte ed occupazione
o riprovevole o turpe. Onora gli obbedienti, scaccia
gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi ospizî,
onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia,
e non solo coloro che son dei nostri, ma chiunque
abbia bisogno di aiuto. Come tu possa provvedere
a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno
siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento
e sessantamila sesti di vino. Un quinto di tutto ciò
conviene sia dato ai poveri che fanno servizio nei
templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono
di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che
degli Ebrei nessuno chieda soccorso, che gli empi
Galilei alimentino, insieme ai loro poveri, anche i
nostri, e che questi debbano parer privi d'ogni nostro
soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire
a tale servizio, e i villaggi greci a dare agli
dei la primizia dei frutti. Cerca di abituare gli Ellenisti
a queste beneficenze, insegnando loro che
così si faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad
Eumene — da Giove ci vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto,
non lasciamo che gli altri ci vincano
nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci
della nostra inerzia, e procediamo sempre più nella
pietà verso gli dei. Se io udissi che tu fai questo,
ne sarei lietissimo.

«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro.
Comunica con essi, il più delle volte, per lettera.
Quando entrano nella città, nessuno dei sacerdoti
vada loro incontro, e, se si presentano ai templi,
l'incontro avvenga nell'atrio. Nessun soldato li preceda
[pg!263]
nel tempio. Segua chi vuole; poichè, dal momento
che il magistrato ha toccato la soglia del
tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu
solo, lo sai, comandi dentro il tempio; così vuole
la legge divina» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 552 sg.

In questa lettera si presenta davvero un curioso
fenomeno ed è quello di un uomo che odia ferocemente
degli avversari, coi quali, invece, dovrebbe andar
d'accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la
morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono
un indirizzo che, assai meglio di quello de' suoi
amici e partigiani, si avvicina al suo, non esita a
dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale
accusa, la verità. Ma perchè quest'odio cordiale contro
gente con la quale egli avrebbe dovuto andar d'accordo
e ch'egli poi, malgrado le sue feroci declamazioni,
cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere
la considerazione che vien fuori da tutto lo
studio che stiamo facendo. Giuliano sentiva che il dio,
venuto dalla Palestina, anzi, dalla Galilea, come egli
diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali,
gli dei sorti dal sacro suolo dell'Ellade, avrebbe radicalmente
rovinato l'Ellenismo. E l'Ellenismo, con
tutto il suo complesso di tradizioni e di coltura, stava
troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse rinunciarvi,
perchè non dovesse considerare come suoi nemici
coloro che ne scuotevano la base. Volendo, pertanto,
opporsi all'avanzarsi del dio galileo, che egli
pur sentiva meglio rispondente ai bisogni dell'umanità,
e ben più vivo di tutto l'antico Olimpo, Giuliano ha
tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare
nel Politeismo le abitudini e l'indirizzo morale
[pg!264]
di cui il Cristianesimo era o, diremo meglio, avrebbe
dovuto essere il propagatore. In tale impresa d'impossibile
riuscita, il giovane entusiasta mostra una
singolare intensità di convinzione e di volontà, certo,
degne di rispetto, ma che non ci impediscono di sorridere
quando, come in questa lettera tanto curiosa,
noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d'Afrodite
con un accento e con esortazioni che non sarebbero
state fuor di luogo sulle labbra di un Ambrogio
o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli delle
loro città.

Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana,
la quale si plasmasse sugli esempi o, più ancora,
sui precetti della Chiesa cristiana. Ma egli voleva
anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di sopra
del potere dello Stato, come appunto voleva essere la
Chiesa cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di
ortodossia atanasiana. Questo era un concetto del
tutto nuovo nell'ellenismo. Nel mondo greco-romano,
il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere
politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal
momento che la religione era un'istituzione per eccellenza
nazionale e politica. Roma voleva il culto
degli dei, non già per qualche ragione metafisica o
sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità
nazionali vedeva un'affermazione della potenza dominatrice
dello Stato romano. Ma il Cristianesimo genuino
staccava la religione dallo Stato, e ne faceva un'istituzione
che gli era superiore ed indipendente. Ora,
dalla lettera ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva
a dare una eguale posizione al Politeismo riformato,
ed a considerare la religione come un potere a cui
l'autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche
questa, una conseguenza della trasformazione metafisica
[pg!265]
che gli dei antichi avevano subìta nell'elaborazione
del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi possiamo
concludere che, se Giuliano, invece di due anni,
avesse regnato venti o trenta, e se, per un'ipotesi
impossibile, il suo tentativo di restaurazione pagana
fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato
nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate
anch'esse sul soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente
ad una teocrazia. Solo che, invece di una
teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia mitriaca.

In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento
del riformatore che non è compreso e che ha,
nella riuscita della sua impresa, minor fiducia di quella
che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva
cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico
e portava con sè un'insanabile contraddizione.
Se il Politeismo avesse avuta la possibilità di cristianizzarsi,
non sarebbe sorto il Cristianesimo. L'ispirazione
fondamentale del Politeismo era radicalmente
opposta a quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva
la glorificazione del mondo e della vita terrestre,
il Cristianesimo l'abbominio dell'uno e dell'altra. Il
Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo
non guardava che al cielo. Il Politeismo era la
religione della forza e del godimento, il Cristianesimo
la religione della debolezza e della sventura. Dall'uno
e dall'altro di questi punti di partenza venivano norme
di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del
tutto diversi. Era possibile, anzi era inevitabile che
il Cristianesimo, al contatto con la società del tempo,
si corrompesse, così che le virtù, che avrebbero dovuto
da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi
nell'ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente
[pg!266]
impossibile che il Politeismo abbandonasse ciò che
costituiva l'intima sua essenza per assumere forme e
tendenze che a questa erano fondamentalmente ripugnanti.
Il Politeismo cristianizzato non poteva essere
che il Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione
politeista, iniziata da Giuliano, contro cui Gregorio
di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno versato
tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora
passaggera, la quale si è spenta, senza lasciare dietro
a sè nemmeno il più leggero pulviscolo.

[pg!267]

.. _`L'azione di Giuliano contro il Cristianesimo`:

.. toc-entry:: L'azione di Giuliano contro il Cristianesimo

L'AZIONE DI GIULIANO CONTRO IL CRISTIANESIMO
============================================

Finchè Giuliano visse sotto le minacce di Costanzo
o come suo rappresentante nel Governo della Gallia,
egli tenne celate le sue idee, la sua fede ed i suoi
eventuali propositi, dato che un giorno avesse in
sua mano la somma delle cose. Durante tutti quegli
anni di necessario infingimento, il giovane entusiasta,
che, in mezzo alle cure della guerra e del governo,
non dimenticava mai lo studio e la meditazione, s'infervorava
nel suo amore per l'Ellenismo, nel suo desiderio
di poterlo salvare dalle minacce del Cristianesimo
invadente, con un ardore intimo, reso, direi
quasi, più intenso dall'impossibilità di espandersi
apertamente. Ma egli non si è mai compromesso con
un atto che potesse poi _`creargli`, nella pericolosa posizione
in cui si trovava davanti a Costanzo, difficoltà
insuperabili. Anzi, noi abbiamo veduto come, già creato
imperatore dai suoi soldati, mentre però ancora non
s'era risoluto alla guerra civile e sperava in un accordo
con Costanzo, partecipasse, con una prudenza
tanto grande che può dirsi simulazione, alla festa solenne
dell'Epifania.

[pg!268]

.. _`Tolleranza religiosa e rigori amministrativi`:

Ma, quando, svanita ogni illusione di accordo,
Giuliano si gettò nell'avventura, che doveva parer
disperata, di marciare contro Costanzo, egli depose
la maschera, e, risoluto di giocare il tutto pel tutto,
si rivelò restauratore della religione antica. Non è
ben chiaro ch'egli facesse atto pubblico di fede politeista,
prima della sua partenza dalla Gallia, ma,
durante il viaggio dalla Gallia a Sirmio, diede apertamente,
con una certa ostentazione, alla sua spedizione
il carattere di un'impresa posta sotto il patrocinio
degli dei. Giuliano stesso ce lo dice, in una
lettera da lui diretta al suo venerato maestro, il filosofo
Massimo, e scritta, appunto, mentre egli era in
marcia verso i Balcani. In mezzo alle cure urgenti
da cui è premuto, Giuliano è grato agli dei che gli
permettono di poter scrivere a Massimo, e che spera
gli permetteranno di rivederlo. Egli protesta, e chiama
in testimonio gli dei, di esser diventato imperatore
contro la sua volontà [#]_. Poi, con quella facilità e
grazia di descrizione che gli è naturale, racconta l'incontro
da lui fatto, con un inviato di Massimo stesso,
e gli esprime tutta l'ansia che aveva provata al pensiero
dei pericoli ai quali il maestro e l'amico del
Cesare ribelle poteva esser esposto. Infine chiude la
lettera parlando del favore con cui gli dei accompagnano
la sua impresa che si compie senza violenza
e con grande facilità, e così finisce: «Noi adoriamo
gli dei apertamente, e la maggior parte dell'esercito
che mi accompagna è devoto ad essi. Noi
sacrifichiamo in faccia a tutti, ed offriamo agli dei
il dono di molte ecatombi. Gli dei mi comandano
di santificare ogni mia azione, ed io obbedisco con
[pg!269]
tutta l'anima, ed essi mi assicurano grandi frutti
della mia impresa, pur che si persista» [#]_. Qui
si sente la fiducia e l'entusiasmo del riformatore
che è ai primi suoi passi, ed a cui tutto par facile e
pieno di speranze. Basteranno pochi mesi a fargli perdere
le illusioni, così da indurlo a scrivere quello sfogo
di amarezza che è il *Misobarba*!

.. [#] ώς πρῶτον αὺτοκράτωρ ἄκων έγενόμην ἱσασιν οὶ θεοι.

.. [#] *Iulian.*, 356, 19 sg.

Morto il cugino, Giuliano, proclamato imperatore,
pel consenso di tutti, fatto il solenne ingresso in Costantinopoli,
diede alla sua volontà la sanzione della
legge. «Scomparso — scrive Ammiano Marcellino — ogni
pericolo ed acquistata la facoltà di fare tutto
ciò che volesse, Giuliano aperse i segreti del suo
cuore e, con chiari e precisi decreti, stabilì che si
spalancassero i templi, si presentassero le vittime
agli altari, si restituisse il culto degli dei» [#]_.

.. [#] *Ammian. Marcell.*, I, 271, 8 sg.

Che Giuliano prendesse queste risoluzioni, appena
avuta la piena libertà d'azione, era nell'ordine naturale
delle cose. Ma quale è stata la sua condotta nei
rapporti col Cristianesimo, in cui vedeva un odiato
nemico col quale iniziava un duello mortale? Qui è
il punto più interessante dello studio che stiamo facendo
sulla persona e sulle azioni dell'imperatore Giuliano.
La prima mossa ch'egli fece indicò chiaramente
l'indirizzo che intendeva di prendere. Mentre
provvedeva alla riapertura dei templi ed alla restaurazione
del culto pagano, chiamava nel suo palazzo
i capi della Chiesa cristiana, divisa, come sappiamo,
in due partiti che si detestavano a vicenda,
ed, in presenza della plebe cristiana, ammessa anch'essa
al cospetto dell'imperatore, li ammoniva cortesemente,
[pg!270]
affinchè, sopite le discordie, ognuno servisse
la propria religione, senza paura di nessun
divieto — *ut, discordiis consopitis, quisque, nullo vetante,
religioni suæ serviret intrepidus* — [#]_. Con questo
discorso ai Cristiani di Costantinopoli, Giuliano
riprendeva quel principio di tolleranza religiosa che,
inaugurato da Costantino col decreto di Milano, poi
da lui dimenticato, doveva spegnersi con Giuliano per
non risorgere che dopo quindici secoli di completo oscuramento.
A tale principio, Giuliano è rimasto fedele
in tutta la sua breve carriera. I polemisti e gli storici
cristiani, Gregorio di Nazianzo, Socrate, Sozomene,
Rufino, si battono i fianchi per porre in cattiva luce
l'azione dell'imperatore, ma non riescono, in nessun
modo, a farne un persecutore. Certo, qualche atto di violenza
è avvenuto, durante il breve suo regno. Ma era
la conseguenza inevitabile delle passioni partigiane e
delle abitudini del tempo. L'acerbo Gregorio insinua
che Giuliano era lieto di lasciar mano libera al popolo,
per riservare a sè stesso la parte più nobile di chi vuol
convertire con la persuasione, e afferma che il suo scopo
era di far violenza ai Cristiani, senza però dare ad
essi l'opportunità di atteggiarsi a martiri [#]_, ciò che,
in realtà, equivale al riconoscimento, da parte del
polemista, che non è constatabile nessuna violenza,
voluta dall'imperatore. Rufino deve pur ammettere
che Giuliano, più astuto dei suoi predecessori, invece
delle inutili crudeltà, applicava le lusinghe, i premi, le
esortazioni. E Socrate che usa la parola *persecuzione*,
dichiara ch'egli comprende, sotto quel nome, qualsiasi
[pg!271]
atto che possa disturbare, anche nel più lieve
modo, delle persone tranquille [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 271, 15.

.. [#] *Gregor.*, orat. 3ª, 72-74.

.. [#] *Socrat.*, 151.

Certo, gli storici ecclesiastici ci narrano alcuni
episodi, da cui risulterebbe giustificata la taccia di persecutore
attribuita a Giuliano. Ma, non bisogna dimenticare
che quegli storici scrivevano un secolo
dopo la morte di Giuliano, quando la leggenda si era
già formata, e che, privi, com'erano, di ogni senso
critico, quanto più una notizia era inverosimile, e
tanto più era loro accetta. Di alcune di quelle storie
il carattere leggendario è troppo evidente, perchè si
possa, in alcun modo, prenderle sul serio; di altre,
che forse contengono qualche elemento di verità, non
si deve far risalire la responsabilità all'imperatore.
Che Giuliano, avuto il potere in sua mano, tendesse
ad usarne a vantaggio della causa ch'egli difendeva,
che, pertanto, nei suoi giudizî, non adoperasse coi
due partiti, una bilancia assolutamente eguale, che
le sue preferenze pei Pagani si rivelassero con segni
manifesti, lo si può riconoscere e si può anche scusare,
perchè, infine, Giuliano era un uomo che mirava
ad un determinato scopo, ed era inevitabile che,
nello studio per raggiungerlo, si lasciasse trascinare
qualche passo più in là di quello che una rigorosa
imparzialità avrebbe voluto. Ma questa non può
dirsi persecuzione. La persecuzione consiste nel ricercare
e nel punire gli avversari solo perchè avversari,
nel prendere l'iniziativa di atti diretti a distruggerli,
nell'usare la violenza come arma regolare e legittima.
Ora, di ciò non è traccia nella condotta di Giuliano.
Se fu presa, durante il suo breve regno, qualche misura
di rigore, ciò fu opera quasi sempre di prefetti
[pg!272]
che interpretavano, a loro modo, l'intenzione dell'imperatore,
e, quello che più conta, fu la conseguenza
di tumulti e di disordini, di cui i Cristiani avevano
la colpa principale. Così, dato anche che fosse esatta
la notizia, in parte evidentemente leggendaria, riferita
da Socrate, del martirio di Teodulo e di Taziano, per
ordine del prefetto della provincia di Frigia, bisogna
notare che quei due, infiammati di zelo, si erano posti
alla testa di una sommossa di Cristiani e, penetrando
in un tempio appena riaperto nella città di Mero,
avevano spezzate tutte le statue degli dei [#]_. Pretendere
che il governo di Giuliano assistesse impassibile
ad azioni come questa, e chiamarlo persecutore,
perchè un suo magistrato ne ha puniti gli autori,
è cosa da polemista, non è cosa da storico.

.. [#] *Socrate*, 153.

Giuliano, come tutti i riformatori si sarà illuso
che il giorno in cui egli potesse manifestare la sua
idea ed inaugurare un'era nuova, il mondo gli sarebbe
caduto ai piedi. Ma, invece, toccato il potere, egli
trovò un'inaspettata resistenza e sentì che l'impresa
era assai più ardua di quanto imaginasse. Da qui un
turbamento nel suo giudizio, ed un sentimento di irritazione
che diede una certa asprezza alla sua azione,
nell'ultimo periodo nel suo regno. Ma non si può dire
ch'egli rinnegasse mai i principi razionali a cui s'era
ispirato e che partecipasse al cieco pregiudizio che
aveva promosso la spietata e stolta persecuzione degli
imperatori precedenti. Del resto, la moderazione di
Giuliano è riconosciuta, esplicitamente, come osservammo,
dallo stesso Socrate, il quale dice che Giuliano,
avendo constatato che le recenti vittime della
persecuzione di Diocleziano erano onorate dai Cristiani
[pg!273]
e che, col loro esempio, li eccitavano ad affrontare il
martirio, prese una via diversa. Depose la crudeltà di
Diocleziano, ma non per questo si astenne dal perseguitare,
perchè, soggiunge Socrate, «io chiamo persecuzione
il disturbare, in qualsiasi modo, la gente
tranquilla» [#]_.

.. [#] «διωγμὸν δὲ λεγω οπωσοῦν ταράττειν τοὺς ῄσυχάζοντας».

Ora i modi con cui Giuliano disturbava la gente
tranquilla ed esercitava la sua persecuzione sarebbero
stati, secondo Socrate, il famoso divieto ai Cristiani
di insegnare lettere greche — e di questo parleremo,
più avanti, — il non volere nella reggia, presso la
sua persona, dei soldati cristiani, il non voler affidare
ai Cristiani il governo delle provincie, il cercar
di persuadere, con le blandizie e coi doni, i Cristiani
oscillanti a ritornare al culto degli dei, e, finalmente,
l'essersi procurato un tesoro di guerra, per la
spedizione di Persia, col mezzo di multe inflitte ai
Cristiani che si ostinavano a non convertirsi. Di questi
modi di persecuzione, è chiaro che solo l'ultimo potrebbe
dirsi propriamente riprovevole, sebbene sempre
assai lontano dall'abituale atrocità degli imperatori
che davvero avevano perseguitato. Ma di questo provvedimento
tirannico non abbiamo nessuna prova contemporanea,
nessun accenno nè in Libanio, nè in Ammiano,
nè in Giuliano stesso. Che ci sia stato qualche
atto di prevaricazione è assai probabile, ma una propria
e vera legge che ponesse i Cristiani in una difficile
condizione finanziaria non esistette che nella
fantasia degli storici posteriori.

Sozomene, come al solito, si attiene all'esposizione
di Socrate, amplificandola ed intensificando il colorito
leggendario. Le scene di martirio, da lui narrate, anche
[pg!274]
se fossero veritiere, non si potrebbero far risalire alla
responsabilità dell'imperatore, senza porre in contraddizione
con sè stessi Socrate e Gregorio, i quali riconoscono
la tolleranza di Giuliano, pur attribuendola
ad un calcolo perfido. Una notizia interessante che troviamo
in Sozomene è quella dell'abolizione dei privilegi
di cui godeva il clero cristiano, abolizione che, certo,
sarà stata considerata acerba persecuzione. Giuliano
tolse ad esso l'esenzione di cui godeva delle imposte e le
prebende di cui era stato investito da Costantino e da
Costanzo, ed obbligò i suoi membri a rientrare, se
chiamati, nei consigli comunali, ciò che era quasi
sempre un forte gravame, per la responsabilità dei
singoli consiglieri nel pagamento delle tasse e delle
spese municipali, un gravame a cui i cittadini cercavano
ansiosamente di sfuggire. Questa persecuzione
amministrativa è lamentata da Sozomene, come poco
meno dannosa della crudeltà degli antichi imperatori.
Ma la storia imparziale deve pur riconoscere che il
meno che Giuliano potesse pretendere, dal momento
che voleva restaurare il Paganesimo, era di togliere
i privilegi dei Cristiani e di porre tutti i cittadini sul
piede dell'eguaglianza [#]_.

.. [#] *Sozom.*, 488.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

La tolleranza di Giuliano è dimostrata e commentata
da Libanio, nel discorso necrologico, in modo da
non lasciar dubbio che essa costituisse propriamente,
per l'imperatore, un principio fondamentale di condotta.
[pg!275]
Dopo aver narrato come Giuliano rendesse i
dovuti onori alla salma del suo nemico Costanzo,
Libanio ci dice ch'egli inaugurava il culto degli dei
«rallegrandosi di coloro che lo seguivano, deridendo
gli oppositori, tentando di persuadere, ma non lasciandosi
mai indurre a far violenza» [#]_. Eppure,
continua Libanio, non gli mancavano gli eccitamenti
a rinnovare le sanguinose persecuzioni d'un tempo,
ma Giuliano stette fermo, convinto che «non è col
ferro e col fuoco che si può imporre la rinuncia
ad un falso concetto degli dei, poichè se anche la
mano sacrifica, la coscienza rimprovera [#]_ ed allora
si ha un'ombra di conversione, non già un cambiamento
di opinione [#]_. E poi avviene che, più tardi, costoro
ottengono il perdono, mentre quelli che furono
uccisi, vengono onorati al pari degli dei. Persuaso
dunque di tutto ciò, e vedendo che dalla persecuzione
la causa dei Cristiani ha giovamento, se ne
astenne. Coloro che volevano il bene, egli li addusse
alla verità, ma non fece violenza a quelli
che amavano il male [#]_..... Egli godeva nel visitare
le città che avevano conservati i templi, e le
credeva meritevoli dei suoi benefici; quelle che, in
tutto o in parte, si erano staccate dal culto degli
dei, egli le riteneva impure, ma dava loro, come
agli altri sudditi, ciò di cui avevano bisogno, certo
non senza dispiacere» [#]_.

.. [#] *Liban.*, I, 562, 10.

.. [#] κᾲν ὴ χείρ θυη, μέμφεται ὴ γνώμη.

.. [#] ἔστι σκιαγραφία τις μετάβολῆς, οὖ μετάστασις δὁξης.

.. [#] *Liban.*, I, 562, 23 sg.

.. [#] *Idem*, I, 565, 3.

[pg!276]

Giuliano, nella sua carriera, non ebbe che un solo
momento di rigore eccessivo, al dire dello stesso Ammiano,
un momento in cui lasciò libero sfogo allo
sdegno che gli si era accumulato nel cuore. Entrato
in Costantinopoli, trovò il palazzo imperiale pieno
dei cortigiani di Costanzo. Costoro formavano una casta
che, fattasi opulenta con le spoglie dei templi e con
ogni abuso, dava un esempio spaventoso di corruzione,
di lusso e di vizio [#]_. Giuliano li cacciò via,
con una precipitazione che, secondo l'onesto Ammiano
Marcellino, gli tolse la serenità del giudizio
e la possibilità di qualsiasi scelta. Ma, insieme a
costoro, Giuliano trovava gli alti ufficiali e consiglieri
di Costanzo, primo, fra tutti, quello sciagurato
eunuco Eusebio, che era stato l'istigatore dell'assassinio
di Gallo e il più implacabile nemico ch'egli
avesse presso il cugino. Giuliano non seppe trattenere
il desiderio della vendetta, e nominò una commissione
inquirente e giudicante, a cui deferirli, e questa, credendo
di seguire le intenzioni dell'imperatore, infierì
contro gli accusati, macchiando di sangue, non sempre
giustamente sparso, l'esordio del regno [#]_.

.. [#] *Ammian. Marcell.*, I, 269, 13 sg.

.. [#] *Idem*, I, 267, 7 sg.

La corte di Costanzo era stata tutta cristiana,
perchè Costanzo era un cristiano intollerante, che non
avrebbe permessa, vicino a sè, la presenza di un cortigiano
che fosse rimasto fedele alla religione antica,
e cristiani erano, dunque, gli intimi suoi consiglieri
di cui Giuliano si prese vendetta. Ma ci voleva davvero
l'acciecamento partigiano di Gregorio per insinuare che
Giuliano, nell'infliggere le pene, era spinto non già
dall'odio contro i consiglieri di Costanzo quanto dall'odio
[pg!277]
contro i Cristiani, come se fosse possibile che
l'imperatore iniziasse una persecuzione sanguinosa
proprio nei giorni in cui chiamava i Cristiani alla
sua Corte, per invitarli alla concordia e per annunciar
loro la piena e sicura libertà di culto! Che i cortigiani
di Costanzo fossero cristiani e che, da questa circostanza,
Giuliano traesse una ragione per condannare,
nel suo giudizio, anche il Cristianesimo, è chiaro e
naturale. Ma ciò non toglie che, nella sua condotta,
egli fosse mosso da sentimenti in cui il parteggiamento
religioso non entrava per nulla. Ciò vediamo, in tutta
luce, in una lettera da lui diretta all'amico Ermogene,
proprio nei giorni in cui aveva nominata la
Commissione inquirente: «Permettimi di esclamare,
come un parlatore poetico. — Oh! io che non sperava
d'essere salvato, non sperava di udire che
tu sei scampato dall'idra dalle tre teste! — Per Giove,
non credere che io parli di Costanzo! Costui era
quello che era. Voglio parlare di quelle belve che
erano intorno a lui e che spiavano tutti, e che lo
rendevano ancor più crudele: e sì che, per sè stesso,
non era affatto mite, sebbene a molti paresse tale.
Ma a lui, dal momento che è morto, sia lieve la
terra, come si dice. Quanto a coloro, Giove lo sa,
io non vorrei che avessero a soffrire contro giustizia.
Ma, siccome si presentano molti accusatori, io ho
istituito un tribunale. Tu, intanto, amico mio, vieni,
e cerca di affrettarti più che puoi. È già da tempo che
io supplico gli dei che ti possa vedere, ed ora che
tu sei salvo, con massima letizia ti esorto a venire« [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 503.

E in un'altra lettera, deplorando certi soprusi sofferti
[pg!278]
dagli Ebrei, Giuliano ne dà la responsabilità a
coloro che «barbari nel giudizio, empi nell'anima, sedevano
alla sua mensa, e che io, prendendo nelle
mie mani, ho annientati, scagliandoli nel baratro,
così che io non abbia più a sopportare nemmeno la
memoria della loro scelleraggine» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 503, 10 seg.

È indubitabile, pertanto, che anche questo, che pure
fu il solo atto duro e spietato, commesso da Giuliano,
non può dirsi, per nessun modo, un episodio di persecuzione.
Giuliano, come vedremo dalle sue lettere,
è rimasto fedele al principio da lui posto, inaugurando
il suo regno, il principio della tolleranza religiosa.
Questo principio armonizzava con le tendenze del suo
spirito equanime e ragionatore, al quale ripugnava la
violenza. Egli aveva l'amore della discussione e del
dibattito logico, e, del resto, doveva comprendere,
anche senza il recente insuccesso di Diocleziano, come
dovesse riuscire del tutto inefficace, anzi, impossibile
una persecuzione contro una religione che aveva ormai
invasa, certo, più della metà dell'impero. Ma noi crediamo,
però, che vedesse pur bene ed acutamente Ammiano
Marcellino, quando attribuiva la tolleranza religiosa
di Giuliano anche ad un calcolo di abilità opportunista [#]_.
Le discordie intestine del Cristianesimo
erano un lievito potente di dissoluzione, erano l'impedimento
più forte alla costituzione di una Chiesa
che potesse imporsi con un'autorità assoluta ed indiscussa.
La tolleranza era una virtù che il Cristianesimo
ignorava affatto, una virtù che era in contraddizione
con le sue tendenze essenziali, una virtù che
[pg!279]
diventava per lui un vizio. L'intolleranza dogmatica
era un fenomeno nuovo nel mondo, era la conseguenza
necessaria del fatto che, intorno al nucleo monoteista
della fede, si formava un complesso di dottrine metafisiche,
le quali venivano a far parte integrante
della religione, come una manifestazione di verità divina.
Da qui la conseguenza che l'eresia diventava
una colpa, che i dissensi intestini nel Cristianesimo
non potevano essere tollerati, e che i Cristiani
di parti avverse si guardavano e si combattevano
gli uni gli altri, con un odio assai maggiore di
quello che tenevano in serbo pei Pagani. Ora, Giuliano,
abilmente, ed era arte di buona guerra, volle
e seppe approfittare di tale condizione di cose per indebolire
il nemico. E, siccome l'Arianesimo, avendo
stretta alleanza con Costanzo, era diventato potentissimo,
era diventato una vera religione di Stato, che
aveva perseguitati e cacciati in bando i vescovi atanasiani.
Giuliano non esitò un istante a pubblicare
un decreto con cui concedeva agli esigliati la facoltà
del ritorno in patria [#]_, non dubitando, e con ragione,
che, dal contatto delle due parti, si sarebbe
immediatamente riacceso il foco delle ire e delle lotte.
Qui stava propriamente il pericolo pel Cristianesimo.
E Giuliano qui mostrava una grande acutezza. Se
Giuliano fosse ritornato vittorioso dalla Persia ed
avesse avuto un lungo regno, il Cristianesimo, abbandonato
a sè stesso, divorato dalle sue discordie, poteva
consumarsi e forse trasformarsi essenzialmente.
Il Cristianesimo, fosse ariano, fosse atanasiano, aveva
ormai bisogno del braccio imperiale. Il Cristianesimo,
tralignato dalle sue origini, non poteva vivere che a
[pg!280]
patto d'essere intollerante. E l'intolleranza, per essere
efficace, richiede d'aver per sè la forza materiale. La
morte prematura di Giuliano rese possibile, pochi anni
dopo, a S. Ambrogio di dare, con l'aiuto di Graziano
e di Teodosio, la vittoria definitiva al dogmatismo
cattolico.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 271, 17 sg.

.. [#] *Iulian.*, 559, 18 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Le lettere di Giuliano, fra le quali, insieme a confidenze
amichevoli, troviamo decreti e manifesti imperiali,
ci danno il modo migliore e più sicuro di penetrare
nelle intenzioni di lui e di giudicare la sua
condotta nelle sue relazioni coi Cristiani. Che, malgrado
l'odio cordiale che sentiva per questi, Giuliano
volesse astenersi da ogni atto di violenza contro la
loro persona e non esitasse a condannar questi atti,
quando avvenivano all'infuori della sua volontà e per
effetto di passioni popolari, è dimostrato dai più chiari
documenti. Ad Artabio egli scrive: «Per gli dei, io
voglio che i Galilei non siano uccisi nè maltrattati
contro giustizia, nè che abbiano a soffrire
danno alcuno. Dico solo che si devono tenere in
maggior conto gli adoratori degli dei, poichè, la
stoltezza dei Galilei ci manderebbe in rovina, se
non fossimo salvati dalla benevolenza degli dei» [#]_.
E in un manifesto diretto agli abitanti di Bostra,
in occasione di minacciati tumulti fra Cristiani e
Pagani, così conclude: «Mettetevi d'accordo e nessuno
commetta violenza od ingiustizia. I traviati
[pg!281]
non devono offendere chi adora gli dei rettamente e
giustamente, secondo le norme date a noi da tutta
l'eternità, e gli adoratori degli dei, dal canto loro,
non devono assalire le case di quelli che errano più
per ignoranza che per convinzione. Dobbiamo persuadere
ed istruire gli uomini con la ragione, non
già con le percosse, con le violenze o coi tormenti
del corpo. Ora, come già da tempo, io esorto coloro
che procedono nella via della vera pietà di non recar
danno alle turbe dei Galilei, di non dar loro addosso,
di non far loro violenza. Noi dobbiamo non già
odiare, ma compiangere coloro che hanno una cattiva
condotta nelle cose di suprema importanza. Ora,
il massimo dei beni è la pietà, e il massimo dei mali
è l'empietà. Coloro che, abbandonando il culto degli
dei, si son dati a quello dei morti e delle reliquie
trovano in sè stessi il loro castigo. Noi dobbiamo
compiangerli, come compiangiamo chi è affetto da
qualche malattia, mentre ci rallegriamo di quelli che
dagli dei furono liberati e salvati» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 485, 14 sg.

.. [#] *Iulian.*, 562, 5 sg.

Certo, non si può essere più espliciti, più ragionevoli
e temperati, dirò anche, più moderni di quello
che è Giuliano nelle sue dichiarazioni: più moderni,
perchè il principio di tolleranza religiosa, posto dal
restauratore del Paganesimo, non doveva rivivere se
non quando fosse caduto l'impero del dogmatismo infallibile.
Ma Giuliano doveva trovare qualche difficoltà
ad applicare intieramente quel suo principio, in mezzo
alle accese passioni popolari. I Cristiani, diventati,
dopo Costantino, dominatori della posizione, eran diventati
a loro volta persecutori, ed avevano, in più
luoghi, distrutti e saccheggiati i templi antichi. Era,
[pg!282]
dunque, inevitabile che nascesse nei Pagani tornati
al potere, il desiderio della rappresaglia. Ma la situazione,
già intricata per sè stessa, lo diventava ancor
di più per le discordie intestine del Cristianesimo, discordie
che, come notammo, tornavano a vantaggio
di Giuliano, ma che pure egli non poteva lasciar divampare,
senza ferir quel principio di rispetto e tolleranza
reciproca che doveva essere il perno della sua
politica religiosa. Come Giuliano si destreggiasse in
mezzo a queste difficoltà, lo vediamo nell'episodio dell'uccisione
del vescovo Giorgio d'Alessandria.

.. _`L'episodio del vescovo Giorgio`:

Sotto il regno di Costanzo era governatore d'Alessandria
un suo fidato consigliere, Artemio, e vescovo
l'ariano Giorgio. L'uno e l'altro, per le loro delazioni
al sospettoso imperatore e per la tirannia crudele del
loro governo, erano odiati dal popolo di una città, la
quale, come dice Ammiano Marcellino, il verace narratore
dell'episodio [#]_, era sempre pronta alle sommosse,
appena se ne presentasse l'occasione. Successo
Giuliano, egli fece venire a Costantinopoli Artemio,
che, trovato reo di grandi delitti, fu condannato
a morte. Gli Alessandrini, che avevano, per
qualche tempo, vissuto nel timore di un possibile ritorno
di Artemio e di una ripresa del suo crudele arbitrio,
avuta la notizia della sua morte, insorsero contro
il vescovo Giorgio, il quale poi era specialmente odioso
alla parte pagana della popolazione alessandrina, perchè
eccitava i Cristiani alla distruzione dei templi. Giorgio
fu miseramente massacrato dalla turba furente, e lo
furono con lui due suoi compagni di fede e di intrighi,
Draconzio e Diodoro. I cadaveri furono bruciati, e le
ceneri disperse nel mare, pel timore che le loro tombe,
[pg!283]
come quelle dei martiri, diventassero luoghi sacri. Ammiano
osserva che i Cristiani, se avessero voluto,
avrebbero potuto impedire il misfatto, ma rimasero,
invece, spettatori inerti. Probabilmente questi inerti
Cristiani erano i fautori di Atanasio, ai quali la morte
dell'ariano Giorgio non sarà stata sgradita.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 289, 28 sg.

Giuliano, che confondeva in un odio solo, e col
solo nome spregiativo di Galilei, Ariani ed Atanasiani,
non doveva, dal suo punto di vista di restauratore del
Paganesimo, essere scontento di una così chiara prova
dello zelo degli Alessandrini. Ma egli era imperatore
e si atteggiava a reggitore imparziale e giusto. Non
poteva, quindi, lasciar passare impunito il delitto. E
Ammiano ci narra che, infatti, egli era risoluto a infliggere
il meritato castigo. Ma gli amici, che gli stavano
al fianco, e che, come sempre avviene, erano più
imperialisti dell'imperatore, lo persuasero a limitarsi
all'invio di un editto, che rimproverasse gli Alessandrini,
lasciandoli, nel fatto, impuniti. Questo editto,
che ci è conservato integralmente, è di un grande interesse
per la conoscenza di Giuliano e del suo indirizzo
governativo:

«L'imperatore Cesare Giuliano Massimo Augusto
al popolo degli Alessandrini».

«Se anche voi non rispettate il vostro fondatore
Alessandro e, meglio ancora, il grande e santissimo
dio Serapide, come mai, vi domando, non
vi venne il pensiero del vostro dovere davanti all'Impero
ed all'umanità? Aggiungerò anche il pensiero
di noi, che gli dei tutti e, fra i primi, il grande
Serapide, credettero degni di governare la Terra? Di
noi, che avevamo il diritto di istituire il processo
contro coloro che vi avevano offeso? Ma, forse, vi
trasse in inganno l'ira e la passione, la quale è solita
[pg!284]
a fare il male ed a sconvolgere il giudizio, così
che voi, malgrado il vostro impulso che, sulle prime
vi aveva ben consigliato, siete poi corsi a trasgredire
la legge, e non vi vergognaste di commettere,
tutti insieme, quei delitti, che, giustamente, condannaste
negli altri.

«In nome di Serapide, ditemi, per quale colpa inferociste
contro Giorgio? Risponderete, certo, che
egli eccitava contro di voi Costanzo, e introdusse un
esercito nella città sacra, e indusse il governatore
dell'Egitto ad impadronirsi del tempio più venerato
del dio, violando le imagini, le offerte votive e gli
ornamenti sacri. Contro di voi che, infiammati di
uno sdegno ben naturale, tentavate di difendere il
dio, dirò meglio, la proprietà del dio, il governatore,
iniquamente, illegalmente ed empiamente, mandò i
suoi soldati, temendo, più che Costanzo, Giorgio, il
quale lo sorvegliava, se mai si comportasse con voi,
non già tirannicamente, ma con temperanza e civiltà.
Irritati, perciò, contro quel nemico degli dei che era
Giorgio, avete deturpata la sacra città, mentre voi
potevate consegnarlo ai voti dei giudici. E così non
vi sarebbe stata uccisione nè delitto, ma giustizia
perfetta, che avrebbe difeso voi innocenti, e punito
quello scellerato sacrilego, e, insieme, resi saggi tutti
gli altri, quanti sono, che non rispettano gli dei, e
non hanno riguardo a città come la vostra, ed a
popoli fiorenti, e ritengono la crudeltà quasi un'appendice
della loro potenza. Confrontate questa mia
lettera con quella che vi mandai, ora è poco tempo,
e vedete la differenza! Quante lodi io vi faceva! E
anche ora vorrei lodarvi, ma non lo posso, per la
vostra trasgressione. Il popolo vostro ha osato, come
i cani, sbranare un uomo; e poi non si è vergognato
[pg!285]
di innalzare agli dei delle mani lorde di sangue! Ma
Giorgio, voi dite, meritava questo castigo. Certo, io
rispondo, anzi uno più grave e più acerbo. Per causa
vostra, voi direte. Lo ammetto. Ma se voi diceste,
per mano vostra, io direi di no. Poichè vi sono leggi
che ognuno di voi deve onorare ed amare. E, se avviene
che taluno le trasgredisce, voi, nella vostra
maggioranza, dovete seguirle ed obbedirle, e non traviare
da ciò che in antico fu provvidamente istituito.
Siete ancora fortunati, o Alessandrini, di aver commessa
la colpa vostra, sotto l'impero mio, poichè, per
rispetto alla divinità e per riguardo al mio zio e mio
omonimo, che ha governato l'Egitto e la vostra città,
io serbo per voi una benevolenza fraterna. Ma una
autorità rigorosa e pura tratterebbe l'audacia colpevole
del popolo come una grave malattia che
bisogna risanare con acerba medicina. Eppure io
vi presento, per le ragioni che ho testè dette, ciò
che vi sarà ben più grato, esortazioni e ragionamenti,
dai quali ben so che voi sarete persuasi, se voi siete,
come mi si dice, Greci d'antica stirpe e se di quella
origine rimane ancora la traccia mirabile e gentile
nell'animo vostro e nelle vostre abitudini.

«Ciò si renda noto ai miei cittadini di Alessandria» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 488.

Quando si riflette che questo editto è uscito dalla
penna del più convinto nemico che abbia avuto il
Cristianesimo, non è possibile non vedervi un esempio
di moderazione e di padronanza delle passioni. Il
vescovo Giorgio doveva essere doppiamente odioso
a Giuliano, e come cristiano intollerante, e come
amico e confidente di Costanzo. Pertanto la sommossa
[pg!286]
degli Alessandrini poteva esser considerata da lui come
una prova di zelo e di devozione, come la dimostrazione
più solenne del favore che la restaurazione, da
lui iniziata, trovava nella capitale del commercio e
del pensiero d'Oriente. Ma Giuliano, fedele al suo
programma, non vuole nè sangue, nè violenze, nè
turbolenze. Egli, certo, non permetteva la violenza
dei Cristiani che correvano a perseguitare chi non
credeva ciò che essi credevano, ma non permetteva
nemmeno la violenza dei Pagani che da sè stessi si
facevano giustizia. L'ordine nella tolleranza reciproca
era il suo programma, ed egli ancor s'illudeva che il
Paganesimo avesse in sè tanta forza d'attrazione che,
riposto nella libertà della sua azione e del suo svolgimento,
avrebbe visto ritornare a lui le turbe guarite
del loro traviamento!

.. _`Disordini popolari e i Cristiani persecutori`:

Se non che l'ordine nella tolleranza non era facile
a conservarsi, in mezzo alle passioni esaltate. L'esempio
degli Alessandrini fu seguito, a quel che narra Sozomene [#]_,
in altre città, a Gaza, ad Aretusa di
Siria, dove avvennero tumulti e scene di sangue, promosse
da Pagani che si vendicavano di Cristiani, mentre
altrove i Cristiani, non spaventati, anzi, parrebbe, irritati
dall'inaspettata risurrezione del Politeismo, si
riponevano con maggior ardore a distruggere i templi.
Il fatto più grave fu quello di Cesarea di Cappadocia,
dove la popolazione, in grande maggioranza, cristiana,
dopo aver abbattuti i templi di Giove e di Apollo,
distruggeva, regnante Giuliano, il tempio della Fortuna [#]_.
L'imperatore non rispose alla sfida che con
[pg!287]
castighi, certo, assai gravi, ma d'indole amministrativa.
Depose il Prefetto della Cappadocia, confiscò i
beni delle chiese cristiane, impose una multa pesante
e tolse alla città i suoi privilegi. Ma sarebbe ingiustizia
il dare a tale procedimento il carattere di una
persecuzione. Dato il compito ch'egli si era imposto,
Giuliano poteva lasciar tranquilli i suoi nemici, ma
non poteva permettere che impunemente gli si ribellassero,
e lo ferissero in ciò che più gli stava a cuore.

.. [#] *Sozom.*, 492 sg.

.. [#] *Idem*, 487 sg. — *Gregor.*, 91.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Coloro che accusano Giuliano di violenza e di persecuzione
per questi atti di difesa dimenticano che il
Cristianesimo, appena ottenuta, con Costantino, la
vittoria, non seppe sottrarsi alle condizioni dei tempi
e dei costumi, e divenne tosto persecutore a sua volta.
Come saggio della intolleranza dei primi imperatori
cristiani e della persecuzione da loro iniziata, valga
questo decreto di Costanzo e Costante, promulgato
nell'anno 353. «Decretiamo che, in ogni luogo ed in
ogni città, siano chiusi i templi, che nessuno vi
possa entrare, e che sia negata agli empi la licenza
di delinquere. Vogliamo che tutti si astengano dal
far sacrificio. Se taluno perpetrasse qualche cosa di
simile sia ucciso con la spada vendicatrice. Decretiamo
che le sostanze dell'ucciso siano attribuite al
fisco, e vogliamo che siano puniti i governatori delle
Provincie che fossero negligenti nel reprimere i delitti» [#]_.
Certo, nè un Decio nè un Diocleziano potevano
[pg!288]
far meglio. Ma il documento più interessante
per farci conoscere l'oppressione esercitata dai Cristiani
sui Pagani, è il discorso *intorno ai templi* diretto
da Libanio all'imperatore Teodosio. Sebbene
questo discorso sia posteriore di alcuni anni al regno di
Giuliano, pure esso dipinge una condizione di cose
che, già da tempo, esisteva, ed è sintomatico dello
stato degli animi in mezzo al conflitto di due religioni
ancora rivali. L'origine del discorso è questa. L'imperatore
Teodosio, con parecchi decreti, e specialmente
con uno diretto al Prefetto d'Oriente, Cinegio, nel
385, aveva confermata la disposizione dei precedenti
imperatori, vietante i sacrificî. Tollerava però la continuazione
di alcuni riti, come l'incensamento e la
preghiera, e non aveva imposta e nemmeno incoraggiata
la distruzione dei templi. Ma i Cristiani, tale
incoraggiamento, pare lo trovassero nella logica delle
cose, e, quindi, senza aspettare nè leggi, nè ordini
imperiali, si ponevano all'opera di abbattere i templi,
fra i quali insigni monumenti, coprendo, coll'apparenza
del fanatismo religioso, privati interessi ed avidità
di guadagno. Contro tale abuso Libanio innalza
la sua voce in un discorso da lui diretto all'imperatore,
la cui data può determinarsi nei sei anni che
corsero dal 385 al 391 [#]_.

.. [#] Vedansi, insieme a questa, le leggi contenute nel *Codice
   Teodosiano*, sotto il titolo *de paganis, sacrificiis et templis*. — *Liban.*,
   II, 148 sg.

.. [#] *Liban.*, II, 153.

Leggendo quel discorso si raccolgono le prove della
decadenza, della corruzione morale in cui era precipitato
il Cristianesimo, appena diventato dominatore.
Questa impressione, che abbiamo già raccolta da tutti
i documenti contemporanei, è confermata fortemente
dal discorso di Libanio. Perchè costui potesse rivolgersi
ad un imperatore, di fede cristiana, e quale
[pg!289]
imperatore! accusando così esplicitamente i Cristiani,
e in particolare modo i chierici ed i monaci, di ogni
sorta di soprusi, per la smania del lucro, bisogna pur
dire che la verità dell'accusa fosse, almeno in parte,
tanto lampante, da togliere ogni pericolo per chi osasse
esporla e dichiararla. Noi vediamo, in Libanio, come
il Politeismo si fosse ritirato dalle città nei campi,
dov'era gelosamente conservato dai coloni, dagli agricoltori,
i quali, con la tenacità della gente semplice
e lontana dai perturbamenti sociali, adempivano le antiche
cerimonie e chiamavano le note e care divinità
a proteggere i loro lavori. È contro costoro che maggiormente
si esercitava la prepotenza del clero cristiano
che poi si arricchiva di spogliazioni, compiute in nome
di un principio divino! Queste sono rivelazioni preziose.
Per comprendere un movimento, come quello
tentato da Giuliano, bisogna, dunque, ricordare che
il Cristianesimo, perdendo affatto il suo carattere di
rivendicazione morale e di sublime eroismo, si era abbassato
alle condizioni del tempo, ed era diventato,
nella realtà, una religione alla cui ombra pullulavano
tutte le passioni e tutti i vizî che essa, se avesse effettivamente
rigenerata la società, avrebbe dovuto
estinguere.

Ma, prendiamo qualche fiore dal mazzo di scherni
e di accuse che ci offre Libanio. «Tu — egli dice, rivolgendosi
a Teodosio — tu non hai ordinato che si
chiudessero i templi, nè che nessuno vi avesse accesso,
nè che si allontanassero dagli altari il fuoco
e l'incenso o l'onore di altri profumi. Ma quella
gente, vestita di nero, che mangia più degli elefanti,
e che, per le ripetute bicchierate, dà un gran da
fare a coloro che, quando canta, la provvedono di
vino, e nasconde tutto ciò sotto una pallidezza artificiale,
[pg!290]
ad onta della legge, o imperatore, corre ai
templi, alcuni portando bastoni e sassi e ferri, altri
senza di ciò, nell'intento di adoperare le mani e i
piedi. Quindi abbattono i tetti, scavano le pareti,
strappano le statue, spezzano gli altari. E i sacerdoti
devono o tacere o morire. Distrutti i primi
templi, corrono ai secondi, poi ai terzi, e, contro la
legge, accumulano trofei su trofei. Ciò si osa fare
nelle città, ma molto più nei campi... Li percorrono,
come torrenti, devastandoli, sotto il pretesto di distruggere
i templi. E quando, in un campo, hanno
abbattuto il tempio, è come se ne spegnessero ed
uccidessero l'anima. Poichè, o imperatore, i templi
sono l'anima dei campi, e furono il primo nucleo
delle costruzioni cresciute, attraverso molte generazioni,
fino allo stato presente. E nei templi son
poste le speranze degli agricoltori per la prosperità
degli uomini, delle donne, dei figli, dei buoi, delle
seminagioni e delle messi. Un campo che ha sofferto
tale danno, è rovinato, ed è perduta, insieme alle
speranze, la confidenza degli agricoltori. Vano credono
il loro lavoro, quando son privati degli dei che lo
rendono proficuo... Così l'audacia di quella gente, che
si esercita scelleratamente nei campi, conduce ai più
deplorevoli risultati. Dicono di far guerra ai templi;
ma la guerra si risolve nel rubare, nello strappare
ai poverelli ciò che loro appartiene, le loro provviste,
raccolte dal suolo, pel loro nutrimento, e se ne partono,
portando via, come conquistatori, le spoglie
dei debellati. E non basta, chè si appropriano la
terra del primo malcapitato, dicendo che è terra sacra,
e così molti, per questa parola falsa, son privati dei
beni paterni. Ed essi, che pretendono di servire, così
dicono, col digiuno il loro dio, gozzovigliano nei
[pg!291]
mali altrui. E se poi gli sventurati, andando alla
città, si lamentano col Pastore (così chiamano un
uomo tutt'altro che buono) ed espongono le loro
sofferenze, il Pastore loda gli offensori e licenzia gli
offesi, dicendo che hanno fatto un guadagno nel non
aver sofferto di più. Eppure, o imperatore, anche
questi infelici fan parte del tuo impero, e son tanto
più utili dei loro offensori, di quanto i lavoratori son
più utili degli oziosi. Quelli son simili alle api e
questi ai calabroni. Appena essi hanno notizia di
qualcuno che possegga un campicello di cui lo si può
spogliare, tosto affermano che colui sacrifica e fa cose
riprovevoli, e che bisogna far impeto contro di lui, ed
ecco entrano in scena i *moralisti* [#]_, poichè questo è
il nome che danno ai ladri, se pure io non dico
troppo poco, poichè i ladri cercano di nascondersi,
e negano ciò che osano fare, e si ritengono offesi
se li chiami ladri. Ma quelli invece si vantano di
ciò che fanno, e sono rispettati, e lo narrano a chi
lo ignora, e affermano di essere degni di premio.....
E perchè mai, o imperatore, tu raccogli tanta forza,
e prepari le armi, e chiami a consiglio i generali, e
li spedisci dove maggiore è il bisogno, e a questi
scrivi, a quelli rispondi? E perchè queste nuove
mura, questi lavori estivi? A che mira, a che serve
tutto ciò per le città e pei campi? A vivere senza
timore, a riposare tranquillamente, a non esser turbati
dalle minacce dei nemici, ad esser certi che, se
alcuno ci venisse addosso, se ne andrebbe dopo aver
subìto più che recato danni. E dunque se, mentre
tu raffreni i nemici esterni, alcuni tuoi sudditi maltrattano
altri che sono pure sudditi tuoi, e non permettono
[pg!292]
loro di godere dei beni comuni, non è, forse,
vero che essi offendono la tua provvidenza, la tua
saggezza e le tue cure? Non è, forse, vero che, con
le loro azioni, essi fan guerra alla tua volontà?» [#]_.

.. [#] οί σωφρονίσται.

.. [#] *Liban.*, II, 164, 2 sg. È interessante il vedere come il
   giudizio di Libanio sull'opera rapace del clero e dei monaci si
   accordi con quello di Zosimo il quale dice che costoro «col pretesto
   di dar tutto ai poveri hanno impoverito tutti» (449). Chi
   fossero i σωφρονίσται è chiarito da una legge di Teodosio del 392.
   Sono quei *defensores* e quei *curiales* ai quali l'imperatore commette
   la cura di vegliare all'osservanza del suo divieto d'ogni
   culto pagano, e di deferire ai giudici i trasgressori. Il discorso
   di Libanio è rimasto senza effetto, anzi ebbe un risultato opposto
   a quello che egli ne sperava. Infatti, mentre dalla sua parola appare
   che, se eran vietati i sacrifici, non lo era il rito dell'incensamento,
   la legge del 392, posteriore al discorso lo vieta esplicitamente,
   e minaccia la confisca di tutti i luoghi dove l'incenso
   avesse fumato: *«omnia loca quae turis constiterit vapore fumasse
   fisco nostro adsocianda censemus»*.

In questo appello, nel quale lo scherno si unisce
all'invettiva ed al ragionamento, Libanio ci pare davvero
eloquente e pieno di abilità. E si sente nella parola
dell'oratore un accento di verità, il sentimento
di un diritto offeso, il grido dei vinti ingiustamente
calpestati. Gli uomini non mutano nelle loro passioni.
I Cristiani, diventati vittoriosi, avevano preso il posto
dei dominatori di prima, e rinnovavano, in nome di
un nuovo principio, quei procedimenti e quegli eccessi
che già erano stati compiuti, in nome di un principio
opposto. E Libanio, da pagano perseguitato, confuta
energicamente l'argomento che i Cristiani persecutori
presentavano a difesa delle loro violenze, cioè, che
con esse costringevano i Pagani a convertirsi. Con
tale procedimento, dice Libanio, non si ottengono che
[pg!293]
conversioni di apparenza. Ed allora, esclama Libanio,
quale vantaggio ne avranno i Cristiani, se i nuovi
convertiti lo saranno a parole, ma nol saranno a fatti?
«In cose di questa natura bisogna persuadere e non
costringere. Colui che, non potendo persuadere, usa
la violenza, sebbene creda di riuscire, in realtà non
riesce a nulla» [#]_. Ma la colpa di questa tristissima
condizione di cose non è di Teodosio, pel quale
l'abile e prudente Libanio non ha che parole di lode,
ma di un perfido consigliere. E par che Libanio voglia
indicare Cinegio, prefetto d'Oriente, marito di Acantia,
matrona che godeva fama di santità. «Questo
uomo ingannatore, empio e nemico degli dei, e
crudele e avaro, funesto alla terra che lo riceve,
godendo di una fortuna irragionevole e male usandone,
è servo della moglie, a cui compiace in ogni
cosa, a cui tutto subordina. E costei deve, a sua
volta, obbedire a coloro che le si impongono, e che
fanno pompa di virtù coll'indossare vesti di lutto,
anzi, per pompa ancor maggiore, vesti di quella tela
di cui i tessitori fanno i sacchi. Questa combriccola
inganna, illude, agisce sotto mano, e dice il falso» [#]_.
Curioso, davvero, questo quadretto di un prefetto d'Oriente
che è guidato dalla moglie, la quale, a sua
volta, è guidata dai monaci! E come è strana la diversità
dei giudizî degli uomini, a seconda del colore
della lente passionale con cui guardano gli oggetti!
Libanio vede la perfidia ed il ridicolo, là dove un
Gregorio ed un Atanasio avranno veduto l'espressione
più pura della santità delle intenzioni e della
condotta!

.. [#] *Liban.*, II, 178.

.. [#] *Idem*, 194, 10 sg.

[pg!294]

Ma Teodosio, dice Libanio, non ha mai emanata
nessuna legge che sanzionasse questi eccessi. «Tu non
hai mai imposto questo giogo all'anima umana. E
se credi che il culto del tuo dio sia preferibile al
culto degli altri, non hai dichiarato che questo
sia un'empietà, e che giustamente lo si possa vietare».
Chè, anzi, egli chiama presso di sè, come consiglieri
e commensali, uomini notoriamente devoti agli dei, e
non diffida di un amico, perchè ripone negli dei le sue
speranze. E, ricordando Giuliano, la cui imagine non
è mai lontana dal pensiero di Libanio, egli esclama:
«tu non ci perseguiti, imitando colui che, coll'armi
ha sconfitti i Persiani, ma coll'armi non ha perseguitati
quelli dei suoi sudditi che gli erano nemici.» [#]_.

.. [#] *Liban.*, 202, 10 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`L'incendio del tempio d'Apollo`:

Durante il soggiorno di Giuliano in Antiochia avvenne
un fatto che lo ha singolarmente irritato. Non
v'era cosa che fosse più ripugnante a Giuliano del
culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei loro
martiri, dei loro uomini illustri. Questa adorazione dei
morti, com'egli la chiamava, offendeva il suo senso
estetico di antico greco, gli pareva assurda, e probabilmente
gli era odiosa come uno dei mezzi più efficaci
per esaltare gli animi in un'aspirazione devota.
Quando viene a toccare di questo culto dei morti, egli
ha sempre qualche parola di disprezzo o di sarcasmo,
e, più ancora, che la distruzione delle chiese, egli desiderava
la scomparsa o l'abbandono di quelle tombe
che erano diventate luoghi sacri. Tale era appunto la
[pg!295]
tomba del martire Babila che si trovava nel sobborgo
di Dafne, presso Antiochia. Quel sobborgo era un
luogo di delizie per la bellezza delle piante e dei fiori,
per la vista e la giocondità dell'aura. La leggenda
narrava che lì la ninfa Dafne, fuggendo da Apollo, si
fosse trasformata in lauro. E questa memoria, congiunta
all'eccitante amenità del luogo, faceva dei boschetti di
Dafne il ritrovo degli amanti. «Chi — dice Sozomene — passeggiava
per Dafne, senz'essere accompagnato
da un'amante, era considerato come un uomo stolto
e rozzo» [#]_. E, in mezzo a quei boschi, sorgeva la
più bella statua d'Apollo, e vicino uno splendido
tempio di marmo, dedicato al dio.

.. [#] *Sozom.*, 508; ῳ γαρ διατρίρη έκτος έρωμένης ἐν Δὰφνῇ
   ετΰγχανεν, ηλΐθιος τε και ἄχαρις εδόκει.

Se non che, quando Gallo, il fratello di Giuliano,
fatto Cesare da Costanzo, e investito del governo
d'Oriente, si stabilì in Antiochia, gli venne il pensiero,
da quell'esaltato cristiano ch'egli era, di togliere
il prestigio a quel famoso santuario dell'Ellenismo, e,
per riuscirvi, pensò di costrurre, in faccia al tempio
d'Apollo, un tabernacolo e di portarvi le reliquie del
martire Babila. Pare che lo scopo, voluto da Gallo,
fosse stato raggiunto. La presenza delle reliquie del
martire, chiamando nei boschetti profumati di Dafne
le turbe devote dei Cristiani, allontanava gli amanti,
e spargeva un'aria di tristezza in cui spariva il sorriso
del raggio apollineo.

Avvenuta la rivoluzione religiosa, Giuliano, entrato
in Antiochia, volle restituire all'antico splendore
il tempio ed il culto d'Apollo, e ciò non poteva farsi
se non si trasportavano altrove le reliquie del martire,
che deturpavano il luogo sacro. Ed infatti ordinò che
si eseguisse il trasporto. Quest'ordine fu causa di
[pg!296]
una grande dimostrazione dei Cristiani d'Antiochia,
i quali, al dire di Sozomene, accompagnarono in
folla, cantando salmi, per quaranta stadi, la cassa
dove giaceva il martire. Giuliano fu per questa dimostrazione
irritatissimo e si sarebbe lasciato andare
ad atti di rappresaglia, se non fosse stato rimesso
sulla buona strada dal prefetto Sallustio. Se
non che, pochi giorni dopo, un terribile incendio divorava
il tempio d'Apollo. I Cristiani affermarono
che un fulmine mandato da Dio aveva posto in fiamme
il tempio, ma Giuliano non dubitò un istante a
darne la colpa ai Cristiani. Con grande amarezza egli
ricorda, nel *Misobarba*, questo fatto, e pone a raffronto
la condotta degli Antiochesi con quella di
altre città in cui si rialzavano i templi e si distruggevano
le tombe degli atei, cioè dei Cristiani, e si
giungeva contro questi ad eccessi ch'egli deplorava.
Gli Antiochesi, invece, rovesciavano gli altari appena
rialzati, e la mitezza con cui egli li ammoniva
a nulla aveva giovato. «Infatti, quando noi facemmo
trasportare il cadavere, quelli di voi che non rispettavano
le cose divine, consegnarono il tempio del dio
agli sdegnati pel trasporto delle reliquie, e questi,
non so se nascosti o no, accesero quel fuoco che
negli stranieri destò orrore, e nel vostro popolo piacere,
e che lasciò e lascia ancora indifferente il vostro
Senato!» [#]_. E, forse, fu sotto l'impressione di
questo fatto che Giuliano diede l'ordine, con un decreto
riportato da Sozomene, di distruggere due santuari
di martiri che si costruivano, in Mileto, presso
il tempio di Apollo [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 466, 1 sg.

.. [#] *Sozom.*, 511.

[pg!297]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Richiamo dei Cristiani esigliati`:

Tutte queste violenze parziali, che hanno un carattere
episodico e che non erano che l'inevitabile
rappresaglia vicendevole di due partiti pressochè equivalenti,
non bastano a togliere il fatto sostanziale
della tolleranza religiosa che Giuliano confidava di
poter usare come lo strumento più efficace della restaurazione
da lui iniziata. Noi abbiamo già parlato
di quel provvedimento così interessante e così caratteristico,
preso da Giuliano, del richiamo in patria dei
Cristiani, esigliati da Costanzo, in causa dei dissensi
teologici. Nelle lettere di Giuliano, _`troviamo` notizie
veramente curiose ed istruttive intorno a quel provvedimento.

Il partito che aveva dominato alla corte di Costanzo
non era quello dell'Arianesimo puro, ma, bensì, di un
Arianesimo opportunista, il quale non ammetteva la
consostanzialità del Padre e del Figlio, voluta da Atanasio
e dal Concilio di Nicea, ma non affermava nemmeno
la distinzione e la subordinazione del Figlio al
Padre voluta dagli Ariani schietti. Costanzo, come
sappiamo, aveva accettata la così detta formola *omoica*,
che diceva esser il Figlio simile al Padre, secondo le
Scritture, e vietava ogni analisi e determinazione
di tale somiglianza. Costanzo impose questa formola
ai due Concilî di Rimini e di Seleucia, nel 359, e
poi mandò in esiglio tutti i vescovi, tanto dell'estrema
destra atanasiana, quanto dell'estrema sinistra ariana,
che non si piegavano ad essa. Giuliano li richiamava,
tutti insieme, senza distinzione. Però è singolare la
diversità di trattamento ch'egli usa verso due eroi di
[pg!298]
quelle lotte teologiche, il diacono Aezio che rappresentava
l'Arianesimo intransigente, ed il grande Atanasio,
il legislatore del Concilio di Nicea. Al primo,
Giuliano manda questo biglietto [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 522.

«Io richiamai dall'esiglio tutti coloro, quali essi
siano, che da Costanzo furono esigliati, per la stoltezza
dei Galilei. Quanto a te, non solo ti richiamo,
ma, ricordando la nostra antica conoscenza e consuetudine,
t'invito a venir da me. Tu potrai servirti
pur di giungere al mio accampamento, della vettura
di Stato e di un cavallo di rinforzo».

Chi era quest'Aezio che Giuliano tratta con speciali
riguardi? Era una vecchia conoscenza dell'imperatore.
Ma guardiamolo, per un istante; poi gli porremo
accanto la grande figura di Atanasio, e così
avremo davanti a noi due profili caratteristici del tipo
cristiano del secolo quarto. Aezio, Siro di origine, si
era dato, in gioventù, alle arti più varie. Era stato
fonditore di metalli, poi medico, ed, a poco a poco,
si era fatto conoscere per l'inquietudine del suo
spirito e per la singolare attitudine alle discussioni
teologiche che erano la passione intellettuale
del tempo. Se dobbiamo creder a Socrate, egli era
assai più versato nella dialettica di Aristotele che
nella conoscenza degli scrittori cristiani, e professava
il disprezzo per Clemente ed Origene [#]_. Allontanato
da Antiochia come disturbatore della pace
religiosa, Aezio, soggiornando in Cilicia e, specialmente,
a Tarso, strinse amicizia coi seguaci delle
idee lucianiste e ne divenne un apostolo ardente.

.. [#] *Socrat.*, 108.

[pg!299]

Ritornato poi in Antiochia, Aezio si fa amico del
presbistero Leonzio che apparteneva alla medesima
scuola lucianista. Corre poi ancora in Cilicia, quindi
ad Alessandria, a disputare con gnostici e manichei,
finchè, diventato Leonzio vescovo di Antiochia,
ritorna a metterglisi al fianco, ed è fatto diacono.
Ma egli desta intorno al vescovo tale un turbinio
di discordie e di dispute, che Leonzio è costretto
a tenerlo lontano dalle sacre funzioni, conservandogli,
però, l'ufficio d'insegnante. Pare che egli prendesse
parte, nel 351, al Sinodo di Sirmio, dove avrebbe
ferocemente combattuto gli Atanasiani. Questi avrebbero
cercato di muovere contro di lui i sospetti di
Gallo, il fratello di Giuliano, che, come sappiamo, era
stato dall'imperatore Costanzo eletto alla dignità di
Cesare. Ma non ci sarebbero riusciti. Infatti Aezio è
tanto padrone della situazione e della fiducia di Gallo
che costui lo manda, più volte, come suo confidente,
al fratello Giuliano. Da qui la relazione fra il principe
ed il diacono ariano, e gli speciali riguardi ch'egli ha
per lui, appena salito al trono. Gregorio di Nissa accusa
Aezio di essere stato consigliere di Gallo nell'uccisione
del prefetto Domiziano e del questore
Monzio, delitto orribile che poi ebbe per conseguenza
la catastrofe di Gallo. Ma quale fede si possa avere
nella narrazione del vescovo atanasiano, non è dato
saperlo, poichè atanasiani ed ariani si accusavano, gli
uni gli altri, senza punto scrupoli. Nel 356 Aezio va
ad Alessandria, il gran focolare delle ire teologiche,
e prende posizione come un ariano intransigente e
di estrema sinistra, e vi parla e scrive come uno dei
capi di un giovane Arianesimo. Richiamato in Antiochia
dal vescovo Eudossio, lo compromette per modo, con la
sua politica irritante, che i semiariani finiscono per aver
[pg!300]
buon gioco sull'animo di Costanzo, ed ottengono l'allontanamento
del vescovo e l'esiglio di Aezio in Frigia.
Un anno dopo, nel 360, avendo Costanzo, risolutamente
presa in mano la formola omoica, con cui
s'illudeva di imporre la pace ai partiti che squarciavano
la Chiesa, si accrebbero i rigori contro Aezio che
dal Sinodo di Costantinopoli fu dichiarato decaduto
dal suo diaconato, e dall'imperatore confinato in Pisidia.
Venuto al trono Giuliano, le sorti di Aezio volsero
al meglio. Richiamato dall'esiglio, dichiarata nulla
la sua deposizione, fu riconsacrato da un sinodo
raccolto in Antiochia, insieme ad altri Ariani. Il focoso
polemista morì, probabilmente, poco dopo, perchè
di lui non si ha più traccia.

Noi non sappiamo se Aezio abbia accettato l'invito
dell'imperatore che, mentre lo chiamava a sè,
qualificava di stoltezza il Cristianesimo, ma, se ha
accettato, non è riuscito a farlo parteggiare a favore
dell'Arianesimo. Giuliano era affatto indifferente ed
imparziale per tutte le sette cristiane ch'egli confondeva
in un odio comune. E che di tale odio gli
Ariani avessero la parte a loro spettante, ce lo prova
una lettera, scritta in occasione di tumulti promossi,
in Edessa, dagli Ariani, che è tanto giusta nella sua
ispirazione quanto acerba nella sua ironia.

«Ad Ecebolio. — Io tratto i Galilei tutti con tanta
mitezza e filantropia che nessuno ebbe mai a soffrire
violenza, e non voglio che siano trascinati al tempio,
o costretti a cosa alcuna contraria alla loro intima
convinzione. Ma quelli della Chiesa ariana,
inorgogliti della loro ricchezza, assalirono i Valentiniani,
e commisero, in Edessa, disordini tali, quali
non dovrebbero mai verificarsi in una savia città.
Se non che, siccome una legge mirabilissima insegna
[pg!301]
loro che bisogna esser poveri per aver più facile
l'accesso al regno dei cieli, così, per aiutarli, noi
comandiamo che tutti i beni della Chiesa degli Edesseni
siano confiscati e distribuiti ai soldati, e le sue
terre aggregate ai nostri domini. Per tal modo, impoveriti,
diverranno saggi ed otterranno lo sperato
regno dei cieli!» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 547.

Bisogna, dunque, dire che la sua cortesia per Aezio
avesse proprio solo un movente di simpatia personale,
e non possiamo dedurre che Giuliano arianeggiasse, ciò
che sarebbe stato veramente inesplicabile, dato che,
nella corte semiariana di Costanzo, egli aveva avuto
i suoi più fieri avversari. Tuttavia, il personaggio che
destava, nell'imperatore, la più implacabile antipatia,
si trovava nel campo opposto, ed era nientemeno che
il grande Atanasio, il fondatore dell'ortodossia cattolica.
Questi due uomini, geniali l'uno e l'altro, di cui
l'uno rappresentava il passato e l'altro l'avvenire,
l'uno l'Ellenismo risorgente, l'altro il Cristianesimo
dominatore, erano incompatibili l'uno all'altro. Il
fatto che Giuliano tanto si incollerisce contro Atanasio,
che era stato una vittima di Costanzo, mostra
che, malgrado la sua giovinezza, egli conosceva a
fondo gli uomini e vedeva dove stava il pericolo. Egli
sentiva che la forza del Cristianesimo non stava già
nel corrotto Arianesimo, sebbene dominasse sovra
metà del mondo cristiano; ma bensì, nell'energia entusiasta
del partito che, sventolando il vessillo del
mistero mistico della Trinità, si stringeva intorno alla
grande figura del vescovo d'Alessandria. Se Atanasio
fosse scomparso, l'ortodossia cattolica non si sarebbe
fondata, e il Cristianesimo non avrebbe avuta quella
[pg!302]
organizzazione che lo fece traviare dal suo carattere
originale, ma che pur gli era necessaria per vivere.

Per comprendere l'importanza del duello fra Giuliano
ed Atanasio, diamo un'occhiata alla figura di
quest'ultimo.

Nessuna esistenza più burrascosa e più eroica di
quella d'Atanasio. Un romanziere, di fervida fantasia,
un Sienkiewicz, potrebbe costruirgli intorno un epico
racconto. Nulla può servire a dare un'idea viva
dell'ambiente del secolo quarto meglio che lo studio
di questa grande figura e delle sue tempestose avventure.
L'uomo era grande davvero, era un carattere
dominatore per eccellenza, una tempra inflessibile di
combattente, un'anima dal volo largo e potente. C'è
molta analogia fra Atanasio ed Ambrogio. Ma Ambrogio
si è trovato in condizioni assai meno difficili e
pericolose. Ambrogio non trovò contrasti nell'esercizio
della sua autorità, fuor che durante la reggenza di
Giustina. Ma il vescovo era troppo forte in confronto
all'imperatrice, per poter dubitare della vittoria finale.
All'infuori di quest'urto passaggero, Ambrogio dominò
sovrano, ed ebbe, nella guerra contro l'Arianesimo,
a sua disposizione l'aiuto del potere imperiale.
Graziano e Teodosio furono due strumenti nelle sue
mani, coi quali egli è riuscito ad erigere l'ortodossia
cattolica a religione dello Stato. Atanasio, invece,
ebbe una vita di lotte incessanti e gigantesche. Egli
aveva l'impero contro di sè. Se si eccettui Costantino,
ai tempi del Concilio di Nicea, e il fuggevole Gioviano,
egli ebbe persecutori tutti gli imperatori che vide succedersi
nella sua lunga vita, sul trono di Costantinopoli,
Costanzo, Giuliano, Valente.

Nato negli ultimi anni del secolo terzo, Atanasio
passava la sua prima giovinezza in Alessandria, al
[pg!303]
fianco del vescovo Alessandro, di cui fu l'ispiratore
in quei primi dissensi fra il vescovo ed il presbitero
Ario, che poi condussero alla guerra civile nel
seno del Cristianesimo. Al Concilio di Nicea, Atanasio
era già una figura dominante, e l'Arianesimo potè
vedere in lui il più poderoso dei suoi nemici. Morto
Alessandro, fu eletto nel 328 vescovo di Alessandria.
Ma l'opposizione del clero che arianeggiava si
destò così energica, e tali furono le accuse che piombarono
sul capo del neoeletto, che Costantino, il
quale, intanto, visto l'insuccesso della politica ortodossa,
stava piegando all'Arianesimo, chiamò l'accusato
a giustificarsi prima davanti a lui a Nicomedia,
poi, rinnovandosi ancora le accuse, davanti ad un
Concilio raccolto a Cesarea, nel 334. Ma Atanasio indugiò
a presentarsi e, sottomano, riusciva a persuadere
Costantino della sua innocenza ed a riguadagnarsene
il favore. Se non che, i suoi nemici avevano
giurata la sua rovina. Eusebio di Nicomedia, il futuro
educatore di Giuliano che viveva presso l'imperatore,
lo indusse a convocare, nel 335, un altro sinodo a
Tiro, che giudicasse il vescovo d'Alessandria. Questi
si presentò al Concilio, con un seguito imponente di
cinquanta vescovi, ma, convintosi che l'assemblea
avrebbe sentenziato contro di lui, non aspettò il verdetto
di destituzione, e s'imbarcò per Costantinopoli,
fidando nell'influenza della sua persona sull'animo di
Costantino. Nè s'ingannava, chè l'imperatore, posto
fra il Concilio ed Atanasio, inclinava più a questo
che a quello, quando Eusebio mosse al rivale una
nuova accusa, questa volta, d'indole non teologica, e
tale che doveva far grande impressione sull'animo
dell'imperatore; accusò Atanasio di aver minacciato
di far sospendere l'annuale provvista di granaglie che
[pg!304]
da Alessandria giungeva a Costantinopoli. Costantino
non volle più udire Atanasio, e, senz'altro, lo esigliò
a Treviri, in Germania, dove, del resto, trovò cortese
accoglienza dal figlio dell'imperatore, ed un ardente
collega di opinioni teologiche nel vescovo Massimino.

Morto Costantino nel maggio del 337, Atanasio ritornò
trionfante in Alessandria, e riprese il suo ufficio.
Fu il segnale di una nuova tempesta. Atanasio, che,
certo, non era un uomo tollerante, depose dagli uffici ecclesiastici
tutti coloro che erano stati suoi avversari e li
sostituì con amici, infiammando sempre di più la collera
degli Ariani. Sul trono di Costantinopoli sedeva
Costanzo, semiariano, il quale non vedeva che con
gli occhi di Eusebio. Mandò, pertanto, ad Alessandria
un nuovo vescovo Gregorio, e lo fece accompagnare
da una scorta militare, onde imporlo con la forza se
si trovasse resistenza. Infatti, la venuta di Gregorio
fu causa di sommosse e di scene di violenza. Ma Atanasio
vedendo inutile ogni sforzo, nel marzo del 340,
partiva, pel suo secondo esiglio, e si recava a Roma
presso il vescovo Giulio. In Occidente, Atanasio trovava
amici ed appoggio, cominciando dall'imperatore
Costante che, diversamente del fratello Costanzo, era
propenso all'ortodossia. Per cinque anni, l'infaticabile
Atanasio, protetto dall'imperatore, si agita a difesa
ed a gloria della fede da lui professata con sì eroica
convinzione. A Milano, nelle Gallie, ad Aquileja, egli
è il legislatore religioso. Ma, intanto, anche in Oriente,
le cose volgevano al meglio per lui. Costanzo, stimando
conveniente di non staccarsi troppo aspramente
dal fratello, accennava ad un più mite contegno;
così che, morto nel 345 il vescovo Gregorio, Atanasio
potè presentarsi a Costanzo in Antiochia, ed
[pg!305]
ottenere da lui di esser ripristinato nella sua sede di
Alessandria. Nel 346, egli, infatti, vi rientrava fra il
giubilo del popolo. Ma la pace ebbe breve durata.
Morto Costante nel 350, Costanzo non ebbe più ritegno
a parteggiare per l'Arianesimo. E, di conseguenza,
ricominciò la guerra contro Atanasio, accusato di essere
il disturbatore della tranquillità della Chiesa.
Vari tentativi per impadronirsi della persona del vescovo
riuscirono vani pel minaccioso atteggiamento
della popolazione alessandrina. Ma, finalmente, nella
notte del 9 febbraio del 356, il governatore Siriano,
con buon nerbo di soldati, riesce a penetrare nella
chiesa, dove il vescovo celebrava un servizio divino.
Ne viene un sanguinoso tumulto, durante il quale
Atanasio sparisce. Gli Ariani, vittoriosi, riprendono
tutti gli uffici che erano stati costretti ad abbandonare,
e alla sede vescovile è nominato quel Giorgio, di cui
abbiamo già fatta la triste conoscenza.

Durante questo terzo esiglio, che durò dal 356 al
361, Atanasio visse negli eremi dell'alto Egitto, ritornando,
però, di nascosto, più volte in Alessandria,
dove egli alimentava il suo partito con gli scritti che
andava componendo nella sua feconda solitudine.
Per verità, se si dovesse prestar fede a Sozomene, il fiero
vescovo avrebbe passato meno duramente questo lungo
periodo di rinnovata persecuzione. Narra lo storico
che Atanasio rimase in Alessandria, nascosto presso
una vergine di singolare bellezza, di tale bellezza che
nessuna donna d'Alessandria poteva esserle eguagliata.
Ma riproduciamo le parole di Sozomene che
ci presentano uno strano manicaretto di santità e
di romanzo, una miscela che a noi pare eterogenea,
e che pur riusciva prelibata ai palati letterari del secolo
quarto. «A quanti vedevano quella vergine, essa
[pg!306]
appariva un miracolo, ma coloro che ci tenevano
alla fama di temperanza e di saggezza la fuggivano,
pel timore che si sospettasse di loro. Poichè era
proprio nel fiore dell'età, e supremamente dignitosa
e modesta... Ora, Atanasio, mosso a salvarsi da
una visione divina, si rifugiò presso quella vergine.
E, se io investigo l'evento, mi par proprio di vedervi
la mano di Dio, il quale non voleva che gli amici
di Atanasio soffrissero molestia, se mai alcuno volesse
interrogarli intorno a lui o costringerli a giurare,
mentre, intanto, Atanasio se ne stava nascosto
presso colei, la cui bellezza era troppo grande per permettere
il sospetto che il sacerdote potesse trovarsi
con lei [#]_. Essa lo ricevette con coraggio e lo salvò
con la prudenza, e fu una custode così fedele ed una
servente così premurosa, da lavargli i piedi, da provvedere
essa sola al cibo, ed a tutte le altre cose che la
natura ci rende indispensabili negli urgenti bisogni [#]_.
Di più si procurava dagli altri i libri che gli erano
necessari. E malgrado che ciò durasse lunghissimo
tempo, nessuno dei cittadini di Alessandria mai lo
seppe» [#]_.

.. [#] η το μεν κάλλος ου συνεχώρει υπονοεῖσθαι ενθάδε διάγειν
   τον ιερέα.

.. [#] και ὄσα φὑσις υπομένειν βιάζεται εν ταῖς κατεπειγόυσαις
   χρείαις.

.. [#] *Sozom.*, 489

Del resto, sia che Atanasio si rifugiasse nei nascondigli
del deserto, sia che rimanesse celato nei
penetrali della casa verginale della bellissima fanciulla,
la sua azione e la presenza erano spiritualmente sentite
nell'ambiente eccitato di Alessandria; così che il
vescovo Giorgio, il quale, come sappiamo, era un imprudente,
non aveva la vita tranquilla, ed era, ad
[pg!307]
ogni istante, esposto alle sommosse di una popolazione
irritata contro di lui, finchè giunto al trono Giuliano,
le ire ammassate scoppiarono terribili e lo trascinarono
alla catastrofe, alla quale gli Atanasiani assistettero
impassibili e, probabilmente, conniventi.

Pubblicato il decreto di Giuliano che permetteva il
rimpatrio ai vescovi esigliati dall'ariano suo antecessore,
Atanasio, non solo ritornò in Alessandria, ma
rioccupò, senz'altro, il seggio vescovile, e riprese, con
rinnovata energia, la sua azione di propaganda e di
combattimento.

.. _`Atanasio perseguitato`:

Ora, la condotta di Atanasio disturbava la politica
di Giuliano, il quale voleva tenere i due partiti cristiani
sul piede d'eguaglianza, e di reciproca tolleranza,
nella previsione che si sarebbero indeboliti a vicenda.
Ma nulla era più lontano dalle sue intenzioni che il
dar mano forte all'ortodossia per vincere l'Arianesimo,
e nessuno, pertanto, poteva essergli più sospetto e più
odioso dell'ardente Atanasio. Egli, pertanto, s'inalberò
davanti alla ricomparsa brillante del vescovo d'Alessandria
e sentì di non poterla tollerare. Vide in Atanasio
un nemico più forte di lui, che avrebbe reso vano il
tentativo a cui aveva dedicata la sua vita, e decise
di soffocarlo. Cominciò la persecuzione col pretesto
che Atanasio era uscito dalla legge. Infatti l'imperatore
aveva, con un editto, concesso il rimpatrio dei
Cristiani esigliati, ma, in quell'editto, non era detto
che potessero riprendere il governo delle rispettive
chiese. Atanasio, invece, non aveva esitato un istante
a mettersi al posto del massacrato Giorgio. Ed ecco
che Giuliano manda tosto questo nuovo decreto agli
Alessandrini. «Un uomo, esigliato da tanti decreti
di tanti imperatori, avrebbe dovuto aspettare una
speciale autorizzazione, prima di rientrare in patria,
[pg!308]
e non già offendere, con audacia e con follia,
le leggi, quasi non avessero valore. Noi abbiamo
concesso ai Galilei, esigliati da Costanzo, non già
il ritorno nelle loro chiese, ma, bensì, il ritorno in
patria. Ed ora apprendo che l'audacissimo Atanasio,
gonfiato dall'abituale impudenza, ha ripreso quello
che essi chiamano il trono vescovile, ciò che non è
poco sgradevole al pio popolo di Alessandria. Noi,
pertanto, gli ordiniamo di uscire dalla città, immediatamente
nel giorno in cui avrà ricevuto questa
lettera, che si deve considerare come un segno della
nostra mitezza. Ma, s'egli rimane, noi gli decreteremo
maggiori e più molesti castighi». [#]_ Pare che
Atanasio restasse, malgrado le minacce, ed, anzi, non
pago di combattere gli Ariani, facesse opera di feconda
propaganda presso i Pagani, guadagnando al Cristianesimo
sopratutto le donne. Giuliano, furente, manda
al governatore dell'Egitto, Edichio, questo biglietto:

.. [#] *Iulian.*, 514.

«Se non volevi scrivermi d'altra cosa, dovevi però
scrivermi di quel nemico degli dei che è Atanasio,
tanto più che ti è noto ciò che, già da tempo, fu
da me saviamente stabilito. Io giuro pel grande Serapide
che se, prima delle calende di Decembre,
quell'Atanasio, nemico degli dei, non se n'è andato
dalla città, anzi, da tutto l'Egitto, io imporrò alla
provincia da te amministrata una multa di cento
libbre d'oro. Tu sai quanto io sia lento nel condannare,
ma molto più lento nel perdonare, se ho una
volta condannato».

Pare che fin qui, Giuliano, dettasse il suo decreto
ad un segretario. Preso da un subitaneo impulso di
sdegno, afferra lui lo stilo, e scrive: «Di mia propria
[pg!309]
mano. — A me duole assai essere disobbedito. Per
tutti gli dei, nulla potresti farmi di più grato che
lo scacciare, da ogni angolo d'Egitto, Atanasio,
quello scellerato che ha osato, me imperante, battezzare
le donne greche di illustri cittadini. Sia
perseguitato!» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 484.

Nel primo decreto agli Alessandrini, l'imperatore
comandava che Atanasio fosse bandito dalla città.
Ora, ciò non gli basta, deve esser esigliato da tutto
l'Egitto. E questo nuovo ordine, trasmesso al governatore
con quel biglietto di poche frasi iraconde, è
poi svolto largamente in questo proclama al popolo
d'Alessandria:

   | «Giuliano agli Alessandrini».

«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro
che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il
castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente
ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella,
voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio.
Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio
protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina
dell'Egitto... (qui il testo s'interrompe...) voi
non volete il bene della città; siete una parte ammalata
di essa, che osa di appropriarsene il nome.

«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini,
se anche uno solo di voi confessasse di essere Galileo.
I padri degli Ebrei anticamente furono servi
degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver
soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò
[pg!310]
l'Egitto), voi offrite, agli sprezzatori delle
patrie leggi, a coloro che anticamente avete incatenati,
la vostra volontaria servitù. Nè vi ricordate
della vostra antica prosperità, quando tutto l'Egitto
era unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene.
Ma coloro che introdussero presso di voi questa nuova
rivelazione, di qual benefizio, ditemelo, furono promotori
per la vostra città? Vostro fondatore fu un
uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per
Giove, non assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure
agli Ebrei che pur valgono tanto più di loro.
Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono
forse paternamente la vostra città come figlia prediletta?
La fecero forse prosperare coi discorsi di
Gesù, o le procurarono l'opulenza di cui ora è felice,
con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando
noi romani diventammo signori della città, rimovendo
i Tolomei che governavano male, Augusto,
presentandosi a voi, diceva ai cittadini: — Abitanti
di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto
la vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —

«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra
città furono largiti dagli dei d'Olimpo, io taccio per
non andar per le lunghe. Ma, potete voi, forse,
ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non
già a pochi uomini, o ad una sola schiatta o città,
ma a tutto il mondo insieme? Forse voi soli non vi
accorgete del raggio che emana dal Sole? Non sapete
che la primavera e l'inverno provengono da
lui? Che da lui hanno vita gli animali tutti e le
piante? Non comprendete di quanti beni vi sia datrice
la Luna che da lui nasce e ch'egli ha fatta sua
ministra in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi
[pg!311]
dei? E credete che debba essere per voi verbo di
Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno
visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino
dall'eternità, contempla e venera, e che, venerato,
benefica, il gran Sole, io dico, l'imagine vivente ed
animata e razionale ed operosa del Tutto intellettivo...».
Qui il testo s'interrompe e noi perdiamo
la chiusa dell'entusiastico inno. Ma poi continua:

«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete
a me che la percorro dal ventesimo mio anno,
ed è ormai un dodicennio, coll'aiuto degli dei.

«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere,
ne avrete gran gioia. Se voi vorrete restar fedeli alla
stoltezza ed all'insegnamento di uomini malvagi,
intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio.
Son già troppi i discepoli di lui che possono
confortare le vostre orecchie, se hanno il solletico
o sentono il bisogno di empie parole. Così si limitasse
al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio
insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone
capaci e non vi è difficoltà di scelta. Chiunque voi
scegliate nella folla, per ciò che riguarda l'insegnamento
delle Scritture, non sarà inferiore a colui che
voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per
qualche sua altra abilità (poichè mi dicono che l'uomo
sia un intrigante), e per questo mi rivolgeste le vostre
preghiere, sappiate ch'io lo scaccio dalla città
proprio per questo, perchè l'uomo che vuole metter
le mani in tutto, è per natura, disadatto a governare,
tanto più se non è nemmeno un uomo, ma un
omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede
d'esser sempre in pericolo di vita, ed è causa di
continui disordini. Pertanto, onde impedire che ciò
avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla
città, ed ora da tutto l'Egitto.

[pg!312]

«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 556.

Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano.
Da quell'uomo sperimentato ed acutissimo che
egli era, e che aveva attraversati ben altri pericoli
ed avventure, comprese la vanità del tentativo di
Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla
moltitudine che lo circondava piangendo — «Fatevi
coraggio, disse, non è che una nuvoletta, e presto
sarà scomparsa» [#]_. Mirabile vaticinio, pronunciato
al momento in cui Giuliano dominava in tutta la sua
giovanile potenza, e che rivela, con la calma e serena
sicurezza della parola, la grandezza di mente di un
uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di
un Gregorio e di un Cirillo.

.. [#] *Socrat.*, 152. — *Sozom.*, 500.

Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante
e prezioso per penetrare nell'animo e nelle intenzioni
di Giuliano. Non è, certo, privo di abilità l'artifizio
polemico col quale lo scrittore cerca di far vergogna
agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei
discendenti degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano
tenuto in servitù il popolo ebreo. Egli si meraviglia profondamente
che gli Alessandrini possano essere caduti
in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio
una figura, priva affatto d'ogni importanza storica,
come quella di Gesù, che essi e i loro padri non avevano
mai veduto, mentre contemplano, ogni giorno,
il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente
il dio supremo! Siccome Giuliano era affatto
chiuso al fascino che emana dal Vangelo, per lui la
[pg!313]
storia di Gesù non era che una favola, composta di
elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente
irrazionali. Ed egli si stupiva che si potesse avere un
parere diverso del suo. Ma, pure, malgrado quella sua
convinzione, che qui si rivela, nell'inno al Sole, con
parole tanto sentite, da essere una prova della sua
sincerità, Giuliano non si lascia distogliere dalla
prestabilita tolleranza. Deplora la cecità degli Alessandrini,
e, per ragioni di antipatia personale, non
vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza.
Ma, non impedisce che i Cristiani d'Alessandria
vengano istruiti nella loro dottrina, e seguano i
molti maestri di cui possono disporre. A lui pare veramente
inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli
Alessandrini sentano il desiderio del solletico della
parola cristiana; ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento,
col solo divieto di udire la parola di Atanasio.
Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva
pel vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di
quest'ultimo, ed è la dimostrazione parlante del valore
singolare dell'insigne personaggio. E, certo, c'è,
in Giuliano, l'ira del partigiano che vede davanti a
sè un nemico che è più forte di lui e ch'egli non riesce
a domare. L'uccisione del vescovo Giorgio, che pareva
fosse un sintomo del ritorno degli Alessandrini all'Ellenismo,
non aveva servito che a ridare ad Atanasio
la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace
la propaganda cristiana. Era, dunque, naturale
ed umano che Giuliano s'irritasse di questa condizione
di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma, nell'aver
dato alla sua collera il carattere di una lotta personale,
Giuliano ha dimostrato come anche l'insuccesso
ed il disinganno non riuscissero a spingerlo ad una
persecuzione sistematica e generale.

[pg!314]

L'argomentazione di Giuliano, in questo proclama
agli Alessandrini, è proprio sintomatica del suo pensiero.
La civiltà antica, con tutte le sue glorie, le sue
tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così prezioso
ch'egli non sa comprendere come si possa accogliere
una dottrina che non la riconosce, che ha
origini ad essa estranee, e che, se vittoriosa, finirà
per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La tradizione
sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido
passato cancellato per sempre? E cancellato dall'intrusione
di un elemento straniero? Ma chi potrebbe
porre a raffronto il valore di questo elemento straniero
con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano,
per far sentire l'umiltà disprezzabile dell'origine della
nuova dottrina, non chiama i Cristiani che col nome
di Galilei. È possibile che da un piccolo, ignorato,
barbaro cantuccio dell'immenso impero venisse una
forza capace di combattere e di vincere le più luminose
e potenti tradizioni? È possibile che i Galilei
fossero più sapienti e più forti dei Greci? È possibile
che gli Alessandrini dimentichino Alessandro e i
Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine,
quel complesso d'uomini, di leggi, di religione,
di storia su cui si è innalzata la loro civiltà, la loro
ricchezza, la loro fortuna? Perchè mai abbandonano
queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire
la chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea,
straniero affatto al mondo greco e romano, di un uomo
oscuro, conosciuto per non altro che per incerte e confuse
notizie, senza sapienza, senza forza, che si è lasciato
miseramente uccidere? Non è questa una suprema
follia?

Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer
valida a chi non credeva nel Cristianesimo, non aveva
[pg!315]
valore alcuno per chi già credeva. Il credere non è cosa
di ragionamento, di convenienza o di opportunità. La
fede nasce per un impulso spontaneo dell'anima umana
che sente il bisogno di soddisfare speciali aspirazioni,
e non v'ha ragionamento che valga a spegnerla quando
sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami di Giuliano
ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non
giungevano a toccar un'anima che già avesse sentito
il fascino del Cristianesimo, e che, attratta da altri
ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali trovavano
la loro soddisfazione. D'altronde, era troppo tardi.
Un discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato
compreso, ed avrebbe forse avuta una certa efficacia,
pronunciato, da un Marco Aurelio, due secoli prima,
quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua
maestà, ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella
metà del secolo quarto, quando il Cristianesimo era
già stato ufficialmente riconosciuto ed era padrone di
mezzo il mondo, quel discorso doveva far l'effetto di
una voce fioca che veniva da una grande lontananza
e che non aveva la forza di destare eco alcuna nell'anima
di quelli a cui giungeva.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il vescovo di Bostra`:

Nel duello con Atanasio, la condotta di Giuliano,
per quanto possa, in parte, essere scusata, peccò di
eccesso, e prese l'aspetto di una persecuzione individuale.
Un altro caso in cui Giuliano ha lasciato trasparire
un odio che lo trascinava all'ingiustizia fu
quello del vescovo di Bostra. Noi sappiamo come uno
dei primi atti di Giuliano fosse stato il richiamo dei
vescovi, esigliati da Costanzo, i quali appartenevano,
per la massima parte, al partito atanasiano. Ed abbiamo
[pg!316]
anche osservato come, sotto a quel decreto, che,
certo, era, in sè stesso, un atto di tolleranza, fosse
probabilmente il desiderio e la speranza che il contatto
dei capi dei due partiti, in cui si divideva il
Cristianesimo, accendesse di nuovo un incendio di discordia,
il quale consumasse la potenza della Chiesa.
Le previsioni dell'acuto imperatore si avverarono tosto.
Il richiamo degli esigliati fu il segnale dello scatenamento
di una nuova tempesta. Ora, Giuliano, volle
approfittare, pe' suoi scopi, di tale tempesta. Nella
lotta contro il Cristianesimo, gli premeva, sopratutto,
di scuotere l'influenza dei vescovi. Abbattuta questa,
gli sarebbe stato più facile impadronirsi delle plebi. E
le discordie intestine gli suggeriscono un artifizio, di
cui la lettera ai cittadini di Bostra ci fornisce un curioso
esempio. L'imperatore si rivolge alla popolazione cristiana
di quella città per dichiarare che non la tiene
responsabile dei disordini che vi avvengono. La responsabilità
è tutta dei vescovi che infiammano animi
acciecati ed ignari. Ma non si deve credere che i vescovi
stessi siano mossi da zelo religioso. Tutt'altro.
Se fosse così, essi dovrebbero essere contenti della
clemenza e dell'imparzialità di Giuliano, che restituisce
la pace alla Chiesa. Ma il vero è che quella
clemenza e quell'imparzialità tolgono ad essi ed a
tutto l'alto clero il mezzo di abusare della loro posizione,
di arricchirsi a spese degli altri, di commettere
soprusi, di appropriarsi ciò che appartiene
ai loro rivali. Le plebi cristiane devono aprire gli
occhi e non cadere nel tranello che i vescovi tendono
loro, per farsene uno strumento di bassa cupidigia.
Se non che, questo artifizio della polemica imperiale pareva
potesse difficilmente applicarsi a Tito, il vescovo di
Bostra, il quale aveva esercitata un'opera di pacificazione,
[pg!317]
e, credendo ingenuamente di farsi un merito presso
Giuliano, gli aveva scritto per dirgli che, sebbene i Cristiani
costituissero la maggioranza della popolazione,
egli, con le sue esortazioni, li aveva trattenuti dal far
danno a chicchessia. Questa frase imprudente dà all'imperatore,
perfidamente abile, il modo di tentar di
rovinare il povero vescovo. Egli cita, nella sua lettera,
la frase isolata, e ne deduce la conseguenza che il vescovo
ha voluto darsi tutto il merito della tranquillità
dei cittadini di Bostra, i quali, se non ci fosse
stato lui, avrebbero tumultuato e non obbedirono che
di mala voglia alle sue ingiunzioni. Tito, conclude
Giuliano, è stato un calunniatore ed i Bostreni devono
cacciarlo dalla loro città.

Ma riportiamo questa lettera curiosa, di cui ci son
già note le esortazioni alla tolleranza religiosa [#]_:

.. [#] Pag. [pg 281]_.

   | «Agli abitanti di Bostra».

«Io credeva che i capi dei Galilei dovessero sentire
maggior gratitudine per me che per colui che
mi ha preceduto nel reggere l'impero. Poichè, regnando
costui, molti di loro furono esigliati, perseguitati,
imprigionati, e furono uccise turbe intiere
dei così detti eretici, così che a Samosata, a Cizico,
in Papfagonia, in Bitinia, in Galazia, e in molti altri
luoghi, si distrussero dalle fondamenta villaggi intieri.
Ora sotto il mio impero, avviene l'opposto.
Gli esigliati furono richiamati, e coloro, i cui beni
erano stati confiscati, li riebbero per effetto di una
nostra legge. Ebbene, essi vennero a tale eccesso di
furore e di stoltezza che, dal momento che ad essi
non è più dato di tiranneggiare, nè di continuare le
lotte che si erano accese fra di loro dopo che avevano
[pg!318]
oppressi gli adoratori degli dei, infuriati d'ira,
danno mano alle pietre, ed osano agitar le turbe e
tumultuare, empi verso gli dei, ribelli ai nostri decreti,
che pur sono ispirati a tanta benevolenza. Noi
non permettiamo che nessuno sia, contro volontà,
trascinato agli altari, e dichiariamo apertamente che,
se qualcuno spontaneamente vuol partecipare ai nostri
riti ed alle nostre libazioni, deve prima purificarsi,
e supplicare gli dei punitori. Tanto siamo lontani
dal permettere che uno qualsiasi di quegli empi
o voglia o supponga di essere presente ai nostri riti
sacri, prima di aver purificata l'anima con le preghiere
agli dei, e il corpo con le lustrazioni di legge.

«Or dunque è manifesto che le turbe, ingannate
dal clero, tumultuano appunto perchè è tolta a questo
l'impunità. Infatti a coloro che esercitavano la tirannia
non basta di non pagare il fio del male che
hanno fatto, ma, desiderando di riavere l'antico
potere, ora che non è più lecito ad essi di far da
giudici, di scrivere testamenti, di appropriarsi le
eredità altrui e di prender tutto per sè, eccitano
ogni disordine, e, versando, per così dire, fuoco sul
fuoco, osano aggiungere ai mali antichi mali maggiori,
e trascinano le moltitudini alla discordia.
Parve dunque a me di proclamare e di render manifesto
a tutti con questo decreto il dovere di non
tumultuare insieme al clero, di non lasciarsi persuadere
a scagliar sassi ed a disobbedire ai magistrati.
Del resto, a tutti è concesso di riunirsi finchè vogliono,
e di far tutte quelle preghiere che loro piacciono.
Ma non devono lasciarsi trascinare ai tumulti,
se non vogliono subirne la pena.

«Io credo opportuno di dichiarar ciò, in ispecial
modo alla città dei Bostreni per la circostanza che
[pg!319]
il vescovo Tito e i chierici che son con lui, in un
memoriale che mi mandarono, accusano la popolazione
di essere inclinata al disordine, sebbene essi
l'esortassero a non tumultuare. Ecco la frase che è
scritta in quel memoriale e che io aggiungo a questo
mio decreto — «Sebbene i Cristiani eguagliano nel
numero i Greci, pure, trattenuti dalle nostre esortazioni,
non disturbarono nessuno, in nessuna cosa». — Così
il vescovo parla di voi. Voi vedete che egli
dice che la vostra buona condotta non viene dalla
vostra inclinazione, che anzi si direbbe che voi foste,
vostro malgrado, trattenuti dalle sue esortazioni.
Dunque, di vostra iniziativa, cacciatelo dalla vostra
città come un accusatore vostro, e mettetevi, tutti
insieme, d'accordo, e non ci siano nè contrasti nè
violenze» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 559 sg. — *Sozom.*, 501.

Giuliano chiude la sua lettera con quegli ammonimenti
ad una reciproca tolleranza che già conosciamo [#]_.
Ma la saggezza di quei consigli non toglie che la condotta
di Giuliano verso Tito sia ancor più grave e
riprovevole della sua condotta verso Atanasio. Con
quest'ultimo era guerra aperta e, dal punto di vista
di Giuliano, guerra giustificata. Ma l'artifizio da lui
usato contro il vescovo di Bostra è di un'ipocrisia che
lascia una macchia sul carattere di lui. È interessante
ed istruttiva, in questa lettera, la descrizione dei costumi
del clero Cristiano, che era stato completamente
corrotto dalla posizione dominante in cui si trovava.
La sete di rapidi guadagni, la smania del potere, la
tendenza all'intrigo erano così palesi e generali che
il polemista pagano ne poteva trarre argomento e sostegno
[pg!320]
ed a giustificazione della guerra da lui mossa al
Cristianesimo. Giuliano pone molto abilmente la quistione. — Vedete,
egli dice, io ho resi alla Chiesa dei
Galilei degli incontestabili benefici. Ho richiamato gli
esigliati, ho ridonato i beni confiscati, ho cercato di
porre fine alle violenze che la dilaniavano. Ebbene,
invece di trovare gratitudine, ho raccolto il risultato
di essere da tutti, senza distinzione, più odiato del
mio predecessore che pur aveva ferocemente perseguitata
una parte di quella Chiesa a vantaggio dell'altra.
Ciò perchè non già la pace ed il rispetto reciproco
desiderano i capi della Chiesa, ma l'impunità nella
prepotenza e nel sopruso. Il mio sistema di governo,
che vuole l'ordine, la tolleranza delle opinioni e delle
credenze e l'obbedienza intiera alle leggi, è odioso a
tutti coloro che si sentono legate le mani, e preferirebbero
l'arbitrio e la violenza perchè ne sanno trarre
soddisfazione dei loro interessi. — Non erano corsi che
sessant'anni dalla persecuzione di Diocleziano, quando
il Cristianesimo sanguinante raccoglieva nel suo seno
tutto l'eroismo di cui è capace il genere umano, ed
ecco che pochi decenni di sicurezza e di prosperità lo
hanno ridotto ad essere un'istituzione così piena di
vizî, così facile ai soprusi, signoreggiata dalle passioni
del lucro e del potere, da permettere a chi vuole combatterla
di atteggiarsi a difensore dei deboli, a vindice
della morale offesa. Dato anche che, nelle parole
di Giuliano, si senta un artifizio di malevolenza, quelle
parole dovevano avere una base di verità. Se non
l'avessero avuta, l'argomentazione del polemista sarebbe
riuscita del tutto inefficace. L'ideale divino del
Cristianesimo primitivo, plasmandosi nelle forme della
realtà, si era miseramente sciupato, e si era inoculati
i vizî che era venuto a strappare.

.. [#] Pag. [pg 281]_.

[pg!321]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`La legge scolastica`:

Io credo d'aver dimostrato, con la scorta dei documenti,
che la persecuzione di Giuliano o non avvenne
che nella fantasia degli scrittori che lo combattevano
o si ridusse ad atti di difesa, non sempre, è
vero, corretti e leali e, forse, talvolta, spinti all'eccesso
dallo zelo intempestivo di qualche prefetto. Ma vi ha
un atto di Giuliano, un atto autentico che ha sollevata
la più ardente indignazione dei Cristiani contemporanei,
e che, anche ora, è considerato da molti storici
come la prova dell'intolleranza persecutrice dell'apostata
imperiale. Quest'atto è la promulgazione
della legge per la quale egli intendeva vietare ai maestri
cristiani d'insegnare, nelle scuole pubbliche,
lettere greche. L'immensa importanza che si è data
a quest'atto, che, dopo tutto, non aveva che un carattere
amministrativo, mostra come lievi dovessero
essere le preoccupazioni per la supposta violenza del
nuovo persecutore. Ma, in ogni modo, la mossa di
Giuliano è sintomatica di un indirizzo di pensiero e
di tendenze che, per la prima volta, si fa vivo nel
mondo antico, ed è l'indirizzo che doveva poi metter
capo alla censura letteraria. Già vedemmo come Giuliano
raccomandasse ai suoi sacerdoti di non leggere
Epicuro. Ebbene, col suo decreto, egli vuole impedire
che i libri sacri del Politeismo siano, nella scuola, letti
e spiegati da maestri incapaci, a suo parere, di comprenderne
l'ispirazione ed il significato.

Ora, appunto perchè l'atto di Giuliano è sintomatico
di un nuovo atteggiamento dello spirito umano,
[pg!322]
dobbiamo esaminarlo nella sua origine e nella sua essenza,
e cercare di formarcene un giudizio preciso,
basato sulla conoscenza oggettiva delle condizioni, in
mezzo alle quali è apparso. E, prima di tutto, dobbiamo
guardare alla posizione che la religione aveva
presa, in mezzo alla società greco-romana del secolo
quarto, dopo la promulgazione dell'editto di Costantino.

L'editto, datato da Milano, nel 313, con cui Costantino,
insieme al collega Licinio, riconosce l'esistenza
legale del Cristianesimo, è un documento che
farebbe grandissimo onore allo spirito filosofico dell'imperatore,
se, con tutta la sua condotta successiva,
egli non avesse dimostrato che quel decreto non era
già il prodotto di un pensiero meditato, ma semplicemente
una mossa di politica opportunista.

L'impero romano, come tutti gli Stati del mondo
antico, aveva una religione nazionale, i cui atti erano
la sanzione, la consacrazione della sua esistenza. Se
non che il Politeismo, appunto perchè affermava la
molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere,
vicino agli dei nazionali, anche gli dei stranieri,
pur che il loro culto si piegasse a quegli atti
esterni da cui l'autorità dello Stato aveva il necessario
riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto
appunto perchè vietava ai suoi fedeli di compiere
quegli atti, e quindi appariva come un'istituzione
politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel
decreto di Costantino è propriamente singolare ed
originale non è già la proclamazione del principio
di tolleranza per tutti i culti, poichè, come dissi,
la tolleranza sta nell'essenza stessa del Politeismo, ma
bensì nell'abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di
ogni religione di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve
accontentarsi di un puro deismo, di un deismo così razionale,
[pg!323]
che gli sono affatto indifferenti le modalità
del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è
appunto perchè Costantino vuole che, nell'interesse
dell'impero e dell'imperatore, questo Dio sia pregato
da tutti gli uomini, che la sua legge afferma la completa
libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al compimento
di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme
esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato
non ha nessuna ragione di preferire, di far propria una
forma piuttosto che un'altra. Ciò che preme allo Stato
ed all'imperatore non è già che gli uomini preghino
in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra
lo Stato ed una determinata religione è del tutto spezzato.
Il principio ispiratore del decreto di Costantino
è propriamente — *libera Chiesa in libero Stato*. — «Noi
diamo — scrive Costantino ai governatori delle
provincie — ai Cristiani ed a tutti libera scelta di
seguire quel culto che preferiscono, affinchè la divinità
che è nel cielo possa esser propizia a noi ed
a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un
ragionamento sano e rettissimo, noi siamo indotti a
decretare che a nessuno sia negata la facoltà di seguire
le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo
che ad ognuno sia concesso di applicarsi a
quella religione che a loro pare più conveniente,
onde la divinità possa assisterci, in ogni congiuntura,
con la sua usata benevolenza..... Noi — continua
l'imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo
vivamente il nostro decreto
alle tue cure, per modo che tu comprenda come sia
nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta
facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta
libertà è data da noi ad essi, tu vedrai come
la medesima libertà dev'essere data ad ogni altro
[pg!324]
che voglia partecipare agli atti della religione che
gli è propria. È una conseguenza manifesta della
pace dei tempi nostri che ognuno sia libero di scegliere
e di venerare quella divinità che preferisce.
Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio
di culto e nessuna religione abbia da voi il più piccolo
impedimento... Seguendo questa via, noi otterremo
che la provvidenza divina, di cui già, in molte
occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente
e per sempre propizia.» [#]_.

.. [#] *Euseb.*, 375.

Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore,
uno degli atti più razionali che siano mai usciti
dal potere legislativo, anzi, si può dire che la legislazione
di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai
andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino
l'ispirazione di quello strano decreto, il quale, mentre
riconosceva nel Cristianesimo il diritto di vivere e di
esercitare il proprio culto, gli negava l'affermazione
di ciò che costituisce il suo principio essenziale, l'affermazione
di una verità dogmatica ed assoluta, non lo
sapremo mai. Che esistesse, fra i Pagani fedeli all'idolatria
ed alla superstizione del Politeismo ed i Cristiani
che, con la loro religione metafisica, andavan
creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione,
un partito che militava sotto la bandiera di un
Cristianesimo razionalmente deista, si può, forse, dedurre
dalle parole di Ammiano. Nel mettere in ridicolo
la mania teologica di Costanzo, il nostro storico
dice che costui confondeva con una superstizione scipita
la religione cristiana *absolutam et simplicem* [#]_. Questi
due epiteti che, sul labbro di un Politeista, suonavano
una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza
[pg!325]
dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione
deista, un Cristianesimo stoico di cui troviamo
la prima professione nell'*Ottavio* di Minucio Felice. Il
decreto di Costantino deve essere nato in questo ambiente
di religione razionale e, perciò, opposta al
dogmatismo invadente. Se non che, la prontezza con
cui Costantino ha abbandonato quel suo sereno ed
illuminato razionalismo dimostra che non era la manifestazione
di una convinzione formatasi nella sua
coscienza, ma il portato del consiglio altrui. Infatti
Costantino, appena si accorse che il Cristianesimo
poteva diventare nelle sue mani una forza efficace,
si affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e,
discendendo dalla vetta del suo deismo razionale,
diede al Cristianesimo, ora ortodosso ora arianeggiante,
il valore di una vera e propria religione di
Stato, la quale, appunto perchè traeva la sua ragion
d'essere non più da una necessità politica, ma, bensì,
da una verità dogmatica, escludeva e perseguitava le
altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo
con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel
Cristianesimo da lui riconosciuto, il modo diventò
tosto la condizione del pregare. Chi non pregava in
un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli precipitarono
in questo movimento che ebbe poi con Teodosio
la sanzione solenne e definitiva.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 263.

Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante
in materia religiosa, non poteva collocarsi neppur
lui al punto di vista del decreto di Costantino, perchè
egli pure voleva una religione di Stato, e tale era per
lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo
tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era
uomo del suo tempo e non gli si poteva chiedere di
far rivivere un decreto che il suo autore stesso non
[pg!326]
aveva eseguito, che era stato per lui una dichiarazione
affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta
pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo
riconosciuto come religione essenzialmente dogmatica
una religione che non lo fosse meno. Da qui veniva
la necessità di impedire che si diffondesse ciò
che per lui era un errore, sopratutto quando l'errore
si giovava dei mezzi che lo Stato forniva. La legge
scolastica da lui promulgata si ispirava a tale ordine
di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva
armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola
ora attentamente per vedere se, dato il punto di partenza
da cui muoveva Giuliano, essa può dirsi intollerante
o tirannica.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo
col riprodurre letteralmente la famosa legge,
emanata da Giuliano, nell'anno 362, pochi mesi prima
ch'egli partisse da Costantinopoli per Antiochia, a
prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva
eroicamente perire. La legge dice così:

«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti
prima nei costumi, poi nell'eloquenza. Ora siccome
io non posso esser presente in ogni città, così
ordino che chiunque voglia darsi all'insegnamento,
non balzi d'un tratto e temerariamente in quell'ufficio — *non
repente nec temere prosiliat ad hoc munus* — ma,
approvato dal giudizio dell'autorità, ottenga
un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio
comunale) — al quale non manchi il consenso degli
ottimi cittadini. Questo decreto sarà poi riferito a
[pg!327]
me per esame, affinchè l'eletto si presenti alle scuole
delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più
alto titolo d'onore — *hoc decretum ad me tractandum
refertur ut altiore quodam honore nostro judicio studiis
civitatum accedat*».

Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si
riferisce esclusivamente alle scuole municipali, che
erano poi le scuole pubbliche. Nel secolo quarto, l'insegnamento
ufficiale era pressochè intieramente affidato
alle città, che mantenevano a loro spese le scuole, e
dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro
consigli. Di ciò abbiamo prove infinite, [#]_ ma basterebbero
a dimostrarlo l'autobiografia di Libanio, in cui
quel famoso professore di retorica narra le sue continue
peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di Nicomedia
e d'Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si
parla così di frequente delle contestazioni sempre risorgenti
fra le autorità cittadine e gli insegnanti, ai
quali quelle autorità lesinavano lo stipendio, cosa questa
che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti poi
è noto come quel giovane, ardente d'animo e d'ingegno,
che diventò poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto
perchè le autorità cittadine del luogo, dovendo
eleggere un maestro di retorica e non trovando nella
città nessuno che fosse di loro aggradimento, si rivolsero
a Simmaco, il prefetto di Roma, *ut illi civitati
rhectoricæ magister provideretur*, e Simmaco mandava
Agostino.

.. [#] :small-caps:`Sievers` — *Das leben des Libanius.* :small-caps:`Boissier` — *La fin du
   Paganisme.*

Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano
quelle sottili distinzioni di competenza che
[pg!328]
complicano l'organismo della nostra società, così la
circostanza che le scuole fossero mantenute a spese
delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali,
non toglieva che, in teoria ed in diritto, fossero insieme
scuole cittadine e scuole di Stato, e che l'elezione
del maestro discendesse, dirò così, schematicamente
dall'autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto
in disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non
si occupavano delle scuole se non in occasioni straordinarie
o per fatti completamente eccezionali. Ora, Giuliano,
che era l'uomo più colto del suo tempo, voleva
riassumere la cura di vegliare l'istruzione pubblica,
richiamare i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio
dei loro doveri, e non solo riaffermare ma usare il proprio
diritto col riserbarsi la revisione di tutte le elezioni
magistrali che quei Consigli facevano.

Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se
anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi
di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa
non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione
del pubblico insegnamento. Ma è proprio il
caso di dire che il veleno sta nella coda. L'imperatore
riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti,
e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti
di un più alto titolo d'onore. Ma la cosa,
nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione
d'ordine generale, esisteva un'intenzione
precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere
uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento
generico dell'amministrazione scolastica.
La revisione delle nomine dei maestri, ch'egli esplicitamente
si riserbava, doveva essere nelle sue mani
il mezzo per escludere dall'insegnamento i maestri che
fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un
[pg!329]
mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l'accompagnava
con una specie di circolare che a noi è
arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual
fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega,
lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti
ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare
e di discutere perchè conservano ancora, come oggi
si direbbe, un sapore d'attualità.

Ma, prima d'entrare nell'esame dei ragionamenti
di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che
hanno mosso l'imperatore a promulgare la sua legge.
Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai
giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la
terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un
imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora
di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato
nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma
da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova
religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere
le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed
ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere,
con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un
provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare
assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi
e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero
è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto
di Milano e l'insediamento di Giuliano, servendosi
del braccio di Costantino e de' suoi figli, era diventato
dominatore, si era ormai impadronito di tutto
il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora,
e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità
che s'intrecciava nella vicenda dei lavori campestri,
le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte
convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani,
[pg!330]
erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo,
fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il
Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante
della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente
ellenizzarsi. Era fatale che, nell'ambiente di
una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor
non viveva che delle memorie e delle abitudini
del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se
non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore
palestiniano della divina semplicità evangelica andasse
perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi
col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che,
dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo
movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla
cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi,
diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole
di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri
cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli
stessi banchi della scuola d'Atene, la più illustre fra
le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al
fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio;
i concilî, che si seguivano senza posa, onde
tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava
la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva
a colpi d'eloquenza; infine il Cristianesimo si
era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci
dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso
fosse guidato dall'istinto della lotta per la vita. Direi,
anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè
vi portava un impeto giovanile che, certo, più non
poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico.
È vero che la letteratura greca decadeva più
lentamente della letteratura latina, e mandava ancora
nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di
[pg!331]
Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue
lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s'incontrano,
talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella
letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c'è un volo
ben più largo, c'è una vita ben più intensa. Se noi
poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio
tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle
due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si
avventa contro l'odiato imperatore, è innegabile che,
anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta
al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se
noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di
scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino,
hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata,
riconosciamo tosto come l'Ellenismo entrasse
quale elemento costitutivo dell'opera loro, fosse
diventato uno strumento indispensabile della predicazione
cristiana.

Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione
potentemente costituita, appunto perchè aveva saputo
ellenizzarsi, plasmandosi nelle forme del pensiero antico.
Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto
combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana
contro il Cristianesimo non era stata, da Nerone
a Diocleziano, che una *coercitio*, che un provvedimento
di polizia, una misura d'ordine pubblico contro una
setta che si credeva pericolosa. Ma tali procedimenti
non si possono seguire che da una maggioranza contro
una minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa
maggioranza le parti generalmente s'invertono, i perseguitati
diventano a loro volta persecutori. Nel Cristianesimo
l'inversione si era già iniziata coi figli di Costantino.
Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare
i Cristiani che costituivano, se non la maggioranza,
[pg!332]
circa una metà dei suoi sudditi, s'era messo in capo di
convertirli con le buone, di persuaderli con l'esempio e
coi ragionamenti a ritornare all'antico. E, con queste
idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse
di virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva,
egli stesso, trattati e discorsi di teologia, e componeva
preghiere ferventi, e diramava, se la parola mi è concessa,
delle *pastorali*, piene di buoni consigli e che
rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito
bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione
necessaria per essere un cristiano. Ma, le terribili
vicende della sua fanciullezza, la minaccia continua
di esser trucidato negli anni della prima gioventù,
l'educazione ellenica avuta, in Costantinopoli,
dal suo primo pedagogo, l'azione dei maestri, in mezzo
a cui s'era più tardi trovato a Nicomedia, lo spettacolo
disgraziato della Corte cristiana di Costanzo, l'antagonismo
naturale contro il cugino in cui vedeva
l'uccisore del padre, del fratello, degli altri suoi congiunti,
la corruttela del clero ariano che gli si era
messo al fianco, finalmente un sentimento vivissimo
della coltura e dell'arte greca lo avevano chiuso alle
attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare
su di uno spirito alto ed aperto come il suo. Padrone,
come nessun altro, della letteratura cristiana,
ch'egli scrutava con l'occhio del nemico, Giuliano si
era accinto all'impresa di persuadere il mondo che il
Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al
Politeismo, ma ad un Politeismo riformato metafisicamente
con le dottrine simboliche del Neoplatonismo,
moralmente e disciplinarmente secondo regole ch'egli
attingeva al serbatoio di quella religione stessa che
voleva distrutta.

Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed
[pg!333]
i suoi allievi avevano messo in onore, Giuliano credeva
nella verità del Politeismo, trasformato in un
mistico simbolismo; e i racconti della mitologia ellenica
diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed
Esiodo erano per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani.
Egli era, quindi, convinto che quei libri, letti
e studiati con amore e senza prevenzioni ostili, dovevano
esercitare un'azione irresistibile ed essere il più
efficace strumento di riconversione all'antico. Eppure,
era forza constatare che la lettura di quei libri non
opponeva una barriera all'invasione del Cristianesimo.
Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene
perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole
pubbliche, sono in mano di maestri cristiani i quali
o non li comprendono, o li contraddicono con la loro
condotta fuori delle scuole, o ne fanno argomento di
dileggio e d'offesa. — Egli, dunque, pensò che uno
dei provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che
egli potesse prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù
agli effetti di quel pervertimento, e deliberò,
pertanto, di impedire ai maestri cristiani di salire sulle
cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava
la sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al
pubblico insegnamento, se non fosse stato, dall'imperatore
stesso, confermato nell'ufficio, ciò che equivaleva
a dire che nessun maestro cristiano avrebbe
avuta la necessaria conferma. La conseguenza naturale
del provvedimento di Giuliano, quando avesse
potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato quello
di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli
di dosso quella veste letteraria con cui si presentava
al mondo civile, e lo guadagnava alla sua dottrina.
Si comprende, pertanto, come il Cristianesimo
del secolo quarto insorgesse contro questa legge come
[pg!334]
contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco
che gli fosse mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata
la persecuzione di Diocleziano, il Cristianesimo
l'avrebbe affrontata impavido, sicuro di trovarvi una
nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di
levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo
riempiva di sdegno e di spavento. Certo, S. Paolo, pel
quale la sapienza del mondo non era che stoltezza,
avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il Cristianesimo,
come vedemmo, s'era trasformato; era diventato
una potenza mondana, doveva adoperare le armi di
questo mondo, e la coltura ellenica era un'arma indispensabile.
«Donde mai — esclama Gregorio — donde
mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti
venne il pensiero di togliere ai Cristiani l'uso dell'eloquenza?
Fu Mercurio, come tu stesso hai detto,
che te lo pose in mente? Furono i demoni malvagi?...
A noi, tu dicevi, spetta l'eloquenza, a noi il parlar
greco, a noi che adoriamo gli dei. A voi l'ignoranza
e la rozzezza, a voi pei quali tutta la sapienza si
riassume in una parola: credo!» [#]_. Lo storico ecclesiastico
Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che
pur riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione
violenta e sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore
perchè, egli dice, con quella legge voleva impedire
che i Cristiani, acuendo la loro lingua, potessero
rispondere ai ragionamenti dei loro avversari [#]_. Ma il
giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino.
Costui, che non era cristiano, e sentiva una
viva ammirazione per Giuliano, col quale aveva militato,
[pg!335]
colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli
commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto
inclemente, meritevole di esser coperto da perenne
silenzio — *obruendum perenni silentio* [#]_. — Ora,
Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un
onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre,
il quale non prendeva nessun interesse alle
quistioni religiose. Non era cristiano, ma non era
nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente,
il quale, col suo buon senso, deplorava che
un uomo tanto geniale e valoroso, come Giuliano, si
fosse impigliato nella rete delle dispute teologiche, e
sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli
erano state largite. Quel suo giudizio è interessante
appunto perchè non può essere il frutto di un meditato
giudizio personale, ma, bensì, l'eco dell'opinione
pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e
tanto diffusa ed energica da trascinare con sè anche
il voto di un pagano indifferente.

.. [#] *Gregor.*, orat. 3, 97.

.. [#] *Socrat.*, 151

.. [#] *Amm. Marcell.*, I. 289.

La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei
contro l'editto di Giuliano passò in giudicato anche
pei secoli seguenti, divenne un verdetto irrivedibile,
ed oggi ancora costituisce uno dei capi d'accusa contro
l'utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile
dal punto di vista dell'apologia cristiana,
può sostenersi se guardata con la serena imparzialità
del critico, da un punto di vista puramente oggettivo?
Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo
collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare
che, convinto della bontà del Politeismo, egli
voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque, naturale
[pg!336]
ch'egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere
all'azione invadente del suo nemico. Fin qui nessuno,
mi pare, potrebbe condannarlo. La condanna non sarebbe
giustificata se non quando fosse provato che i
mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell'usare dei
mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è
andato al di là dei limiti che gli erano imposti dal
rispetto delle opinioni altrui.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Giuliano ha previsto l'accusa ed ha scritto la sua
circolare per confutarla. La temperanza della parola e
delle ragioni non ha servito che a guadagnargli la
taccia d'ipocrita. Quell'infelice Giuliano non riusciva
mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un
atto d'impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente
era un ipocrita. Il vero è che Giuliano
era un uomo che aveva la passione del ragionamento,
uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro
di sè per chiarire le ragioni di quello che fanno, che
non sono mai paghi, se non quando riescono a provare,
non solo agli altri, ma anche a sè stessi, la razionalità
della loro condotta. Nel caso, che stiamo
esaminando, egli non aveva nessun bisogno d'essere
ipocrita. Nulla poteva opporsi all'esecuzione della sua
legge, di cui non doveva render conto a nessuno. E
poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero
avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili
pei Pagani. Ma egli ha voluto, propriamente, fondare
la sua legge su di una base razionale, di cui ha
tracciate le linee nella sua famosa circolare.

[pg!337]

L'affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si
svolge il filo del suo ragionamento, è che non vi deve
essere contraddizione fra l'insegnamento dato da un
uomo e la sua fede e la sua condotta, e che, pertanto,
non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani
adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri
che erano i testi sacri del Paganesimo. Ciò costituiva,
per Giuliano, una vera mostruosità morale.

I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed
Esiodo e gli altri autori dell'antichità dovevano dimostrare,
con la pratica della vita, di credere nella pietà
e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano tale
convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello
stipendio, insegnavano il falso. Ma seguiamo passo
passo l'argomentazione di Giuliano. «Noi crediamo — egli
scrive — che la buona educazione si trovi non
già nell'euritmia delle parole e dell'eloquio, ma,
bensì, nella disposizione di una mente sana che ha
un concetto vero del buono e del cattivo, dell'onesto
e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo
ed insegna in un altro, è tanto lontano dall'essere
un educatore quanto dall'esser un uomo onesto. Nelle
piccole cose, il disaccordo fra la convinzione e la
parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre
un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un
uomo la pensa in un modo ed insegna proprio l'opposto
di ciò che pensa, la sua condotta è simile a
quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei
perversi, i quali raccomandano più che possono le
cose che sanno cattive, ingannando ed adescando
con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò
che hanno di guasto».

Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale,
pel quale i Cristiani, avendo convinzioni diverse
[pg!338]
da quelle degli autori antichi, non avrebbero
dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non
potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli
ed a seguirne le dottrine, a meno di riconoscere
che essi erano simili a mercanti disonesti che cercano
di ingannare i compratori e di vendere loro una merce
per un'altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto,
continua Giuliano «è necessario che tutti quelli
che si danno all'insegnamento abbiano buoni costumi
(e per *buoni costumi* Giuliano intende l'esercizio
palese del Paganesimo) e portino nell'anima
delle opinioni le quali non contrastino con quelle
professate in pubblico». Qui è un punto veramente
capitale dell'argomentazione di Giuliano. Egli pone,
come ammesso, il principio che il maestro nella scuola
non può dare un insegnamento, il quale non si accordi
col sentimento pubblico, e ne deduce la conseguenza
che il maestro non deve poi, con la sua condotta e colle
sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè
stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più
doveroso per coloro che hanno l'insegnamento della
gioventù e l'ufficio di spiegare gli scritti degli antichi,
siano essi retori, siano grammatici o meglio
ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono
esser maestri non solo di eloquenza, ma anche di
morale... Certo — continua con acerbo sorriso Giuliano — io
li lodo per questa loro aspirazione a sublimi
insegnamenti, ma li loderei di più, se non si
smentissero e si condannassero da sè, pensando una
cosa ed insegnandone un'altra. Ma come? E per
Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per
Tucidide, per Isocrate, per Lisia gli dei sono la
guida di tutta l'educazione. E non si credevano alcuni
di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse?
[pg!339]
«A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano
le opere loro non onorino gli dei che essi onoravano.
Ma, se a me pare assurdo, non dico per
questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani.
Io li lascio liberi di non insegnare ciò che
non credono buono, ma, se vogliono insegnare, insegnino
prima coll'esempio, e poi convincano gli allievi
che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro
che commentano e di cui, fuori di scuola, condannano
l'empietà, la stoltezza e gli errori verso gli dei fu
quale essi dicono».

Giuliano insiste sulla necessità dell'accordo fra
la condotta esterna del maestro e l'insegnamento da
lui dato nella scuola. Il maestro, con gli esercizi del
culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in
cui credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi.
Se non lo fa, egli implicitamente condanna gli autori
che deve insegnare ad ammirare. E in questo
caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento
che i maestri vivono col guadagno ricavato
dagli scritti di coloro, vengono a riconoscere di essere
avidi di un guadagno vergognoso e pronti a
tutto, per amore di poche dramme».

Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri
veramente cristiani. Egli suppone ci siano anche dei
maestri pagani nel cuore, ma che, pel timore degli imperatori
che sedevano sul trono prima di lui, e, in generale,
per una ragione di opportunismo, trascuravano
il culto degli dei. A costoro egli dice: «Certo, fino
ad oggi, vi erano delle ragioni per non entrare nei
templi, e la paura che, d'ogni parte, ci pendeva addosso,
rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina
intorno agli dei. Ma ora che gli dei ci hanno
donata la libertà, è assurdo che gli uomini diano l'esempio
[pg!340]
di ciò che non giudicano buono. Se, dunque,
essi credono nella saggezza di coloro di cui seggono
interpreti, gareggino con loro nella pietà verso gli
dei. Ma se, invece, sono convinti dei loro errori
intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino
nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e
Luca, i quali fanno una legge, a chi da loro è persuaso,
di star lontani dalle sacre cerimonie».

Fermiamoci un istante, prima di procedere alla
chiusa del documento. È veramente curioso, ed è una
prova della passione che altera tutti i giudizî relativi
a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza religiosa
la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita
e chiara. Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel
caso ch'egli avesse proibita la propaganda cristiana,
ch'egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed alla
diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l'opposto.
Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte
ed esorta i loro maestri ad entrarvi per leggere coi
fedeli i libri in cui sta la loro dottrina. Quando noi
pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell'amore
della causa pagana e ch'egli era un imperatore onnipotente
e che combatteva il Cristianesimo per ragioni
dogmatiche, dobbiamo riconoscere che non solo non
era intollerante, ma ch'egli ha dato un esempio veramente
meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto,
egli offre la mano al mondo moderno, passando
al di sopra del Medio Evo e dei secoli seguenti. Questa
condotta di tolleranza assoluta è affermata anche nelle
ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in
me — esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io
vorrei che le vostre orecchie, e la vostra lingua si
rigenerassero, come voi direste, mercè quella dottrina
a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed
operi d'accordo con me, di partecipare per sempre.

[pg!341]

«Questa sia legge generale per tutti gli educatori
e maestri. Ma nessuno dei giovani che voglia entrare
nelle scuole venga escluso. Poichè non sarebbe ragionevole
chiudere la buona strada a fanciulli che
ancor non sanno da quale parte rivolgersi, come non
lo sarebbe il condurli, con la paura, e contro loro
voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa parer
lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti.
Ma è posta per tutti la tolleranza di tale
malattia, e, gli ignoranti, noi dobbiamo istruirli, non
dobbiamo punirli» [#]_.

Da tali parole rimane naturalmente confutata l'accusa
che dagli scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano,
di aver, cioè, vietato ai giovani cristiani di frequentare
le scuole dove s'insegnavano lettere greche.
Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda
che i maestri; i giovani son liberi d'andar dove
vogliono. Sarebbe stato, del resto, inconcepibile che
un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia nell'efficacia
persuasiva degli scrittori antichi, avesse
chiusa ai giovani cristiani quella che a lui pareva la
più diretta e più sicura via della conversione.

Liberato così il terreno delle accuse basate sull'equivoco,
esaminiamo il ragionamento fondamentale di
Giuliano, per analizzarne il valore. Egli parte dalla
premessa che fra la convinzione e l'insegnamento di
un uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale
premessa non può che essere approvata da ogni
persona ragionevole e coscienziosa. Da quella premessa
egli trae la conseguenza che non potevano leggere e
spiegare agli allievi Omero e gli altri autori antichi
quei maestri i quali non credevano negli dei in cui
[pg!342]
aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a questa
conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno
può passar pel capo di prendere sul serio la
teologia d'Omero. Noi ammiriamo lo stile e l'arte
d'Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla
parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica,
se può interessare il critico, come documento letterario
o storico, per la coscienza nostra è cosa morta. Ma
non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in
posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora
credere, e si credeva effettivamente nella verità
del Politeismo; la lotta fra il Politeismo ed il Cristianesimo
ferveva ancora intensamente, ed egli aveva
presa in mano la causa politeista e voleva restaurare
il culto antico. Quindi, per lui, i libri della cultura
politeista erano propriamente testi sacri, ed era ben
naturale ch'egli li volesse rispettati. Ora, si potevano
dare due casi; o i Cristiani, spiegando nelle scuole i
testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento
ed occasione per combattere il Politeismo, che
era la dottrina fondamentale di quei testi, ed essi offendevano
una religione, che lo Stato e le città riconoscevano,
con le armi stesse che lo Stato e le città
mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il
posto di maestri, per avidità di guadagno, per essere,
come dice Giuliano, αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle
scuole, una dottrina, e ne praticavano un'altra fuori di
scuola, ed essi davano uno spettacolo che a Giuliano
sembrava incoerente ed immorale.

.. [#] *Iulian.*, 544 sg.

Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento
italiano che regge l'istruzione religiosa nelle
scuole elementari, e che fu dettato da quell'ingegno
finissimo ed equilibrato che era Aristide Gabelli, si
ispira all'identico principio che fu posto, la prima volta,
[pg!343]
da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal
momento che il catechismo entra nella scuola, deve
essere affidato a persone che credono alla dottrina che
vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al solo maestro
davvero competente che è il sacerdote, poichè,
può essere quistione discutibile se il catechismo deva
entrare nelle pubbliche scuole, ma, una volta entrato,
è cosa che ripugna ad ogni coscienza onesta il lasciarlo
cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di confutazione
o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una
medesima cosa. — Io non voglio, diceva, che i libri nei
quali, ad ogni pagina, si parla degli dei di Grecia e
di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede ancora,
siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere
la fede in quegli dei. — Per verità, mi par difficile
essere un persecutore più ragionevole e più mite!

Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione
si complicava e diventava più grave per la circostanza
che i libri che Giuliano voleva togliere loro di mano,
erano i soli testi di cui si servisse l'insegnamento. Il
mondo antico non conosceva la scienza, nel senso
moderno della parola. L'insegnamento, nelle scuole,
si riduceva alla retorica, con la quale non si imparava
che a diventar oratore, ad adoperare quelle forme letterarie
di cui il pensiero, sia politico, sia giuridico,
sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso.
Quest'arte non si acquistava che sugli esempi
della letteratura antica, per cui l'impedirne l'uso ai
maestri cristiani era propriamente un escluderli, in
modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti,
dei maestri che avevano grande fama, Proeresio ad
Atene e Simpliciano a Roma, non volendo piegarsi a
nessun atto di apostasia, avevano dovuto abbandonare
del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva
[pg!344]
esser ben lieto di questa circostanza, che gli dava il
mezzo di raggiungere lo scopo d'imbarbarire il Cristianesimo.
Era un caso fortunato per lui, e del quale
egli aveva il diritto di usare, come di un'arma di buona
guerra, che dal principio di probità intellettuale, da
lui posto, derivassero conseguenze di un'importanza
sostanziale. Egli rimandava i Cristiani ai libri genuini
del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i libri genuini
del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe
permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito
da un maestro pagano; Giuliano non voleva che una
sorte analoga toccasse, per parte dei Cristiani, ad
Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto
ciò, non è punto ferita.

Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa,
con la sua legge, come veniva da lui interpretata,
può dirsi che non offendesse la libertà d'insegnamento?
La quistione è delicatissima e non può
esser sciolta a colpi di maledizioni eloquenti, come
facevano gli antichi polemisti, perchè essa involge il
gran problema dei diritti e dei doveri dello Stato,
problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà,
del resto, finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo,
prima di tutto, che la legge di Giuliano si riferiva
alle scuole delle città, che rappresentavano propriamente
l'insegnamento pubblico, mantenuto a spese
delle città stesse, e, quindi, dato l'ordinamento amministrativo
e finanziario dell'Impero, era un vero insegnamento
di Stato, dipendente dall'autorità suprema
dell'imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che l'insegnante
non doveva avere opinioni che fossero in
urto con quelle dello Stato. Egli non si ingeriva delle
opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei
Cristiani, ma non ammetteva che, nelle scuole dello
[pg!345]
Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che
ne scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano
potrebbe determinarsi così — lo Stato è un organismo
creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto,
assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle
sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo
scopo di offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo
ragionamento è tanto vitale che, ai tempi
nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni
della coltura, resiste ancora, e si trovano gli
argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno,
che vive nell'ambiente della civiltà scientifica, conquista
gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone
fondamentale che l'intelligenza è padrona assoluta di
sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non
può aver un'opinione da imporre agli altri, e deve
lasciar libero il campo alla discussione ed alla diffusione
di tutte le dottrine. Non ci può essere nè una
fisica, nè un'astronomia, nè una filologia di Stato. Ma,
si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si
tratti di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto
per quelle dottrine le quali influiscono direttamente
sulle tendenze morali dell'individuo e ne determinano
la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo
destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui
pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo
egli pure costretto ad entrare, come un combattente
interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere
di aprire la porta di casa sua ad un nemico e
di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano.
Lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di difendere
la propria organizzazione. E come lo potrebbe
quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai
suoi nemici, egli vincolasse la propria, ed affidasse
[pg!346]
l'esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono
abbattute?

Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge
di Giuliano, e che tendono a far sentire e prevalere
l'azione dello Stato nell'insegnamento che è dato a
spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive
che le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata
dal ministro Waldeck-Rousseau, per chiudere
le carriere dello Stato a chi non sia istruito
dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la
legge testè votata dal Parlamento francese, che toglie
la facoltà d'insegnamento a quelle corporazioni religiose
che non ne abbiano avuta speciale autorizzazione.
Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno divertente,
e che prova in modo luminoso l'ironia delle cose
umane, che reazionari e radicali si accusano a vicenda
per la scelta dei metodi di governo, quando questi
tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni e gli
altri, ad adoperare i metodi identici appena s'accorgono
che sono a loro vantaggio. Giuliano non voleva che,
nelle scuole pubbliche del suo tempo, i giovani fossero
educati da maestri necessariamente nemici dello
Stato pagano ch'egli voleva conservare. Il ministro
francese non vorrebbe che le pubbliche carriere dello
Stato repubblicano, ch'egli governa, fossero aperte
a giovani che escono da scuole in cui si insegni ad
odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge
francese s'innalza il medesimo grido di protesta che
ha accolto, or son diciasette secoli, la legge di Giuliano.
Eppure, c'è, nell'una e nell'altra, una base razionale.
Si potranno dire leggi inopportune, non mi
pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una
legge che soffocasse la libera espansione delle idee,
non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato
[pg!347]
cerca di impedire che le idee che gli sono avverse
riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui
forniti. Il maestro o l'impiegato che, nella scuola o
negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo
Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno
spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo
Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga.
Ma ciò naturalmente non è mai riconosciuto da coloro
che si dicono offesi, perchè, nelle quistioni d'ordine
morale, il giudizio necessariamente rimane offuscato
dalla passione, e non c'è come l'atteggiarsi a vittima
per far credere, ed anche per credere, d'aver ragione.
È questa, chi ben guardi, una considerazione che
dovrebbe trattenere chi ha in mano il potere dal prendere
dei provvedimenti i quali, per quanto razionali
e giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei
risultati opposti a quelli che se ne aspettano. L'imperatore
Giuliano, che pure non aveva l'intenzione di
far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri
dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a
coloro ch'egli voleva combattere l'opportunità di gridare
alla persecuzione. La sua mossa, pertanto, è stata
infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi nemici,
perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per
chi deve esercitare un'azione morale, il miglior modo
d'essere forte.

[pg!348]

[pg!349]

.. _`Il disinganno di Giuliano`:

.. toc-entry:: Il disinganno di Giuliano

IL DISINGANNO DI GIULIANO
=========================

L'infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava
a sè stesso un doloroso disinganno. Egli doveva,
ben presto, persuadersi che tutti i provvedimenti,
da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto
gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene
voluta e diretta dall'imperatore stesso, non aveva
che scarsissimi risultati. Il mondo anche là dove non
esisteva fervore cristiano, era indifferente alla restaurazione
del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava
nel vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le
prove di tale condizione di cose e, col suo ingegno
arguto, ne comprendeva tutto l'amaro significato. Ad
un amico di Cappadocia, scrive [#]_: «Mostrami, in
tutta la Cappadocia, un sol uomo che sia genuinamente
ellenico, poichè finora io non veggo che gente
la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che
vogliono non sanno come fare». E nella chiusa di
quella lettera al gran sacerdote di Galazia, di cui già
[pg!350]
conosciamo le istruzioni relative all'organizzazione del
sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in
aiuto degli abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno
propizia la Madre degli dei; se la trascureranno,
non solo ne avranno rimprovero, ma, per
quanto acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio
sdegno

   | A me nè accor, nè rimandar con doni
   | Lice un mortal che degli Eterni è in ira!

«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi
di loro, ad essere unanimemente devoti della Madre
degli dei» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 484.

.. [#] *Iulian.*, 555.

.. _`Indifferenza generale`:

Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella
città stessa dove sorgeva il santuario della Dea che
era la figura principale del Politeismo rinnovato, Giuliano
si vedesse costretto a pungere lo scarso zelo
degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!

Ma particolarmente interessante, anche per questo
rispetto, è la graziosissima lettera che Giuliano scrive
a Libanio, per narrargli la marcia da Antiochia, a Jerapoli [#]_.
Al termine della prima tappa, a Litarbo,
Giuliano è raggiunto dal Senato d'Antiochia, a cui
dà udienza nella casa dove alloggia. Probabilmente gli
Antiochesi desideravano placare lo sdegnato imperatore
che, abbandonando Antiochia, aveva dichiarato di non
voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della
conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio,
nel caso ancor non lo sapesse, quando si rivedranno.
[pg!351]
Da Litarbo va a Beroe, dove rimane un giorno
per visitare l'Acropoli, sacrificare a Giove un toro
bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al
culto degli dei. Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra
il triste e l'ironico, «tutti lodarono il discorso, ma
ben pochi furono convinti, e questi lo erano già
prima del mio discorso!».

.. [#] *Idem*, 515.

Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole,
paragonabile solo a Dafne, il sobborgo di Antiochia,
prima che bruciasse il tempio d'Apollo. La
bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso,
il modesto palazzo imperiale, il giardino che
lo circonda, meno splendido di quello d'Alcinoo, ma
simile a quello di Laerte, le aiuole piene di legumi e
di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da
ogni parte s'innalzano i profumi dell'incenso, e da
ogni parte sacrifizi e pompe solenni. Ma anche qui
l'incontentabile imperatore, a cui lo zelo religioso non
lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è
del tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l'agitazione,
eccessivo il lusso di quelle feste. Gli dei devono esser
onorati con tranquilla dignità. Egli provvederà più
tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso Giuliano
vedeva in quell'eccesso di manifestazioni il desiderio
di gittargli polvere negli occhi, più che una
prova di sincera devozione. Finalmente arriva a Jerapoli.
Qui è ricevuto da Sopatre, l'allievo e il genero
del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La
sua gioia è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche
caro, perchè, avendo ospitati Costanzo e Gallo,
pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha saputo
resistere e non fu preso dal morbo [#]_.

.. [#] οὐκ ὲλήφθη τῆ νὁσῳ.

[pg!352]

Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive
a Libanio, perchè gli sarebbe impossibile metter tutto
in una lettera. Ma, tanto per dargli un'idea di ciò che
fa, gli narra di aver mandato un'ambasciata ai Saraceni
per averli alleati e di aver organizzato un servizio
di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali
militari, di aver riunita una quantità di cavalli e di
muli pei trasporti e di aver raccolte barche fluviali
piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga a tutto
ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque
e le letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non
fu mai più intensamente occupato.

Del resto, la prova più evidente dell'insuccesso di
Giuliano, ce la dà Ammiano Marcellino. Costui non
era cristiano. Sarebbe, dunque, a supporsi che, scrivendo
la storia dell'imperatore apostata, avesse parole
di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse
in Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto
ciò. Ammiano è, per questo rispetto, di una glaciale
indifferenza. Egli ha qualche parola di scherno pei
Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più
che le bestie feroci, ma non prende nessun interesse
all'opera di Giuliano la quale, si vede, non era per lui
che un esercizio, un'ubbia fors'anche, di filosofo, a cui
non valeva la pena di dar molta attenzione. Ed anzi
trova, come vedemmo, eccessivo, *inclemens*, il decreto
che toglie ai maestri cristiani l'uso dei libri pagani e
non esita a manifestare la sua disapprovazione per le
manie rituali del fervente imperatore. Ora, se tale era
Ammiano, un uomo che, per la sua coltura, si deve
supporre particolarmente devoto alle memorie antiche,
è facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l'ostilità
che Giuliano avrà trovata nella massa sociale, a
cui gli ideali dell'Ellenismo erano divenuti del tutto
[pg!353]
estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che
dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo
cenacolo neoplatonico. Per vedere apprezzata l'opera
sua dobbiamo rivolgerci al discorso necrologico
composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le glorie
di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in
terra il sentimento religioso che ne era stato esigliato [#]_.

.. [#] *Liban.*, 249.

.. _`Il caso di Pegasio`:

Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo
ai suoi disinganni. Grande doveva esser la sua gioia,
quando qualche personaggio cospicuo della Chiesa ritornava
nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò
pare avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente
profondo, in tutti, il sentimento della vanità completa
del tentativo di Giuliano e dell'esaurimento del Politeismo.
Il solo caso che si conosca è quello del vescovo
Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una
lettera che è una delle più preziose del suo epistolario,
anche come vivace pittura d'ambiente. Pare che Giuliano
avesse sollevato a qualche dignità sacerdotale
il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità
di qualche puro ellenista. L'imperatore così risponde [#]_:

.. [#] *Iulian.*, 603.

«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente
accolto Pegasio, se non ci fossimo assicurati che
anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non
era alieno dal riconoscere e dall'amare gli dei. Ed
io non ti dico ciò perchè l'abbia udito da coloro che
son soliti parlare per amore o per odio, chè anzi, anche
intorno a me, si era cianciato molto di colui, così
che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare
più di qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando,
[pg!354]
chiamato da Costanzo all'esercito, io mi
era messo in viaggio, partendo da Troade, prima di
giorno, arrivai a Ilio, sull'ora del mercato. Egli mi
venne incontro, e, dicendo io di voler visitare la
città — ciò mi serviva di pretesto per entrare nei
templi, — mi si offerse per guida e mi condusse dovunque.
Ed agì e parlò in modo, da far nascere il
dubbio ch'egli non fosse ignaro de' suoi doveri verso
gli dei.

«V'ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore,
dove, in un piccolo tempietto, si vede la sua statua
di bronzo. Di contro hanno collocato il grande Achille,
a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che
parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti
gli altari, e lucida d'unguenti la statua
d'Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che vuol dir
ciò? — dissi — Gli abitanti d'Ilio seguono ancora i
riti degli dei? — Voleva, non parendo, scrutarne
l'opinione. — Ed egli — Che v'ha di strano, se essi
onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come
noi onoriamo i nostri martiri? — La similitudine
non era opportuna, ma l'intenzione, scrutata in quel
momento, era lodevole. Dopo ciò — Andiamo, io
dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno
di buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua
mano il tempio, e mi mostrò, con premura, come
cosa che gli stesse a cuore, che tutte le sacre imagini
erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti
a fare gli empi, nè si fece sulla fronte il segno
della croce, nè mormorò, come quelli, da solo a solo.
Poichè il colmo della teologia presso coloro sta in
queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni
e segnarsi la croce in fronte.

«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio
[pg!355]
tacerti un terzo che mi viene in mente. Egli mi
seguì al santuario d'Achille, e me ne mostrò intatto
il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto.
Ed egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto
ciò vidi io stesso. Seppi poi da coloro che ora gli
sono nemici che, segretamente, pregava e si prosternava
al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo
quando ancora io non facevo professione di fede che
in privato? Della disposizione di ciascuno di noi
verso gli dei, quale testimonio più sicuro degli stessi
dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote,
se sapessimo ch'egli peccasse in qualche cosa
verso gli dei? Se, in quei tempi, sia per vanità di
potere, sia, com'egli più volte ci disse, per salvare
i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse,
solo nelle parole, di seguire l'empietà (infatti non
fece altro danno ai templi che di gettar giù qualche
pietra dal tetto, onde poi gli fosse lecito di salvare
il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo
ripugnanza a trattarlo in modo da render
lieti i Galilei che vorrebbero vederlo soffrire? Se
hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo,
ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente
prestino orecchio a noi che li invitiamo
al bene. Se noi respingiamo quelli che spontaneamente
vengono a noi, nessuno seguirà la nostra
chiamata...».

Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato.
Probabilmente egli avrà avuto il sentore delle tendenze
ellenistiche di Giuliano. Prevedendo l'eventualità di
veder chiamato al trono, malgrado la gelosia di Costanzo,
un giorno forse non lontano, quest'unico
superstite erede della famiglia di Costantino, l'astuto
vescovo ha voluto preparare il terreno ad una sua futura
[pg!356]
evoluzione, ma ciò senza compromettersi con
le autorità dominanti. L'arte con cui ha saputo insinuarsi
nell'animo di Giuliano, dire senza dire, è
assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo come tutti
gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare,
ed ha scambiato uno scaltro intrigante ed una scena
da commedia per un uomo serio e per le prove di una
convinzione profonda. Le reclute ch'egli faceva fra i
disertori del Cristianesimo non potevano essere che di
uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori
ch'egli loro accordava protestavano i suoi amici ed i
suoi partigiani, ma l'infelice imperatore, nella povertà
dei risultati, doveva accontentarsi di ogni parvenza
di successo, e trovar nell'impostura una ragione di
ricompensa.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Il Misobarba`:

Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano,
la troviamo negli amari sfoghi del *Misobarba*.
Il *Misobarba*, μισοπώγων, è il capolavoro di Giuliano.
Negli altri suoi scritti, eccettuate, s'intende, le lettere,
alcune delle quali bellissime, si sente troppo il
retore, il letterato scolastico che scrive una specie di
compito, sulla falsariga di determinati modelli. Il *banchetto
dei Cesari*, è, come vedremo, una satira non priva
di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e
manca di spontaneità e d'ispirazione genuina. Nel
*Misobarba*, Giuliano parla proprio *ex abundantia cordis*,
e la sua satira, oltr'essere una pittura vivissima della
corruzione di una grande città nel basso Impero,
è propriamente rivelatrice dell'indole dell'uomo e
del sovrano, e dell'imbarazzata posizione in cui egli
era venuto ad impigliarsi. E l'arte dello scrittore non
[pg!357]
è piccola, poichè, da un capo all'altro di questo lungo
libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere
l'ironia con la quale accusa sè stesso e prende,
contro di sè, le parti dei suoi denigratori. E quante
trovate di spirito! che scoppiettio di frizzi, quante digressioni
divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta
amarezza e quale disinganno!

L'antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa
dell'offeso imperatore è questo. Giuliano, dopo
esser rimasto per quasi un anno a Costantinopoli, ne
partiva nell'estate del 362 onde recarsi ad Antiochia
e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione
contro il re di Persia. Visitata Nicomedia, dove
egli aveva passata una parte della sua adolescenza e
che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto, attraversata
Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi
la dea Cibele, la Madre degli dei, e scrivervi, in una
notte, la sua mistica dissertazione, per Ancira e
Tarso giungeva ad Antiochia, dov'era accolto da
un'immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo
astro dell'Oriente [#]_. Ma il favore popolare subito si
spense e, fra l'imperatore e gli Antiochesi, si manifestò
un disaccordo radicale. Giuliano, anche in mezzo
ai grandi preparativi per la spedizione persiana, non
dimenticava l'obbiettivo ch'egli aveva posto al suo
regno, la restaurazione del Paganesimo moralizzato.
Ora, Antiochia, città in cui il Cristianesimo aveva
posto radice fin dai tempi apostolici, era quasi tutta
cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle
città più corrotte, più molli, più viziose dell'Oriente.
Giuliano, con lo zelo imprudente del riformatore e del
[pg!358]
predicatore religioso, urtò di fronte le abitudini, i pregiudizî,
gli abusi che vedeva nella grande città. E
questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva
di rialzare riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava
apertamente i costumi licenziosi, che affettava
il disprezzo per gli spettacoli teatrali, per le
corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi
effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva
gli interessi di chi stava in alto e degli affaristi di
cui pare fosse gran numero fra le sue mura. Giuliano,
in luogo dell'entusiasmo religioso che ardeva nel suo
petto, trovava, negli Antiochesi, un'indifferenza ostile,
e, per di più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze
moralizzatrici urtavano contro gli usi inveterati
e la ormai irreparabile decadenza dello spirito pubblico.
Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una crescente
tensione di spirito, da una parte e dall'altra.
Ma gli Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la
volontà di una aperta ribellione. Era, in essi, l'arguzia
e la sottigliezza del Greco, ed essi l'adoperavano a
deridere l'imperatore. L'aria severa di Giuliano, il suo
fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata,
sopratutto la sua barba che era un'apparizione
insolita in mezzo alle faccie rasate ed effeminate degli
Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi. Correvano
per la città dei libelli in versi che mettevano
in ridicolo l'imperatore ed erano il divertimento di
quella popolazione, per eccellenza, leggiera e *frondeuse*.
Se Giuliano fosse stato un tiranno, od anche solo un
sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai facilmente
vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli
scherzi irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno
antico, ma probabilmente lo farebbe anche
qualche sovrano moderno. Ma Giuliano, spirito mite
[pg!359]
e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi,
un modo assai curioso ed insolito in un imperatore;
rispose alle satire degli Antiochesi contro di lui con
una satira sua contro gli Antiochesi. E chi avrebbe
detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più
efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col
carcere o con la morte, i suoi offensori, costoro sarebbero
stati tosto dimenticati o glorificati come martiri,
mentre egli, col suo spirito, ne ha imbalsamata la memoria
e l'ha offerta al sorriso perenne dei posteri.
Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato
fedele ed affezionato di Giuliano, di cui ammira la
virtù e l'ingegno, non approva la pubblicazione del
*Misobarba* che a lui sembra una satira esagerata ed
imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui
pure, e quindi inclinato a scusare i suoi concittadini,
e poi, scrittore pedantesco, non aveva il sentimento
della bellezza letteraria. Egli, probabilmente, avrà
ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi
seguiva l'indirizzo scolastico della retorica de' suoi
tempi, ma, certo, non comprendeva la grazia di questo
scritterello, dove Giuliano, liberatosi dai ceppi della
scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo talento
di poeta.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 287, 3 sg.

Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati
lettori offrendo loro la traduzione di molta parte
del *Misobarba*. Come tutti gli altri scritti di Giuliano,
questo libello manca del lavoro della lima ed è disordinato
nella composizione. Ma ha il merito prezioso
di esser cosa propriamente viva, sgorgante di getto
dalla vena aperta. La personalità dello scrittore balza
fuori, con le sue originali ed agitate movenze, dalle
pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo
parlante un pezzo della vita pubblica del secolo
[pg!360]
quarto. La maledizione della Chiesa ha soffocato questo
libriccino, per tante ragioni, meritevole di studio.

.. _`Analisi della satira`:

Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare
che, da un capo all'altro, essa è uno scherzo
ironico ed amaro, e che Giuliano prende contro di sè
le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole
facendole proprie, e, certamente, caricandone l'espressione [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 433, sg.

«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte
molte canzoni graziose; a lui il fato aveva
concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè ad Archiloco
concesse il dio di volgere la Musa alla letizia
ed al piacere. Costretti, per molte ragioni, ad
essere tristi essi usavano della poesia, per rendere
più sopportabili a sè stessi le invettive che il demone
loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta
di accusar per nome coloro che io non ho offesi, e
che pur mi sono malevoli, e l'uso che or regge l'educazione
degli uomini liberi mi vieta di far canzoni,
poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la
poesia di quello che paresse, un tempo, l'arricchirsi
ingiustamente. Ma, per questo, io non intendo rinunciare,
fin dove mi è possibile, all'aiuto delle
Muse. Io mi ricordo d'aver udito i barbari, lungo
il Reno, cantar con voci che poco si discostavano
dal gracchiare dei corvi; eppure essi prendevano
diletto di quelle canzoni; poichè pare che l'essere
sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti
di esser piacevoli a sè...... Ed io pure canto per
le Muse e per me. La mia canzone, per verità, sarà
in prosa, e conterrà molte contumelie, non contro
[pg!361]
gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge
me lo vieta? — bensì contro il poeta e lo scrittore
stesso. E nessuna legge vieta di scriver lodi o rimproveri
verso di sè. Se non che, io non ho ragione,
per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar
me stesso e, invece, ho molte ragioni di rimproverarmi,
a cominciar dall'aspetto [#]_. Poichè a questo mio
volto, per natura non bello, nè piacevole, nè grazioso,
io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta
questa folta barba, quasi per vendicarmi della
natura che non mi ha fatto leggiadro. Ed io tollero che
i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una
foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente
o di bere a gran sorsi, perchè devo star bene in
guardia di non ingoiare, col cibo, anche i peli. Quanto
al non poter essere baciato e al non baciare, poco
mi dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la
mia barba è assai incomoda, non permettendo di
premere labbra pure a labbra lisce, ciò che fa il
bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme
a Pane ed a Calliope, cantano Dafni. Ma voi
dite che si potrebbero, coi miei peli, intrecciar delle
corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi
possiate strapparli e che la loro durezza non faccia
male alle vostre infingarde e morbide mani..... Ma
non mi basta la ruvidezza del mento, anche il capo
è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e
le unghie, e le dita ho assai spesso nere d'inchiostro.
Che se poi volete sapere una cosa che non ho
mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto, come
[pg!362]
quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non
mi son mai curato, per rozzezza e trascuranza, di
renderlo, come nessun'altra parte del corpo, liscio e
morbido. — Ma parliamo d'altro. Non contento d'aver
un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli
davvero. È tanta la mia rozzezza che io sto lontano
dai teatri, e dentro il palazzo imperiale non ammetto
la rappresentazione teatrale che una volta sola, all'anno
nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che
paghi un tributo e che sgarbatamente consegni il poco
che ha ad un padrone esigente.... È già questo un
segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere
dell'altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori
il mercato. Ci vado di rado, nelle feste degli
dei, e non vi passo il giorno, come solevano fare il
cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito,
tutt'al più, a sei corse, certo non come uno che ami
la cosa, ma, per Giove, come uno che non ci si interessa
affatto, son ben lieto d'andarmene. Ma chi
potrà dire quante sono le mie offese contro di voi?
Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non
è tale da satollarmi mi fanno un carattere acerbo
ed ostile ad una città che ama divertirsi. Ma se io
ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un errore
grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo
mi indusse a far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare
a riempirlo di molti cibi».

.. [#] Non si dimentichi che Giuliano, per artifizio d'ironia,
   ripete, quasi confermandoli, gli scherzi dei suoi denigratori.

E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una
sola volta, di vomitare il pranzo, cosa che, a quel che
pare, gli Antiochesi usavan fare, come si narra dei
Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella
sua cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per
disordine di cibo. Tutt'altro. Ma per aver riscaldata,
con la brace, la camera in cui si trovava, dalla quale
[pg!363]
imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e nausea.
La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell'inverno
gallico e della Senna gelata e della vigorosa
barbarie degli abitanti.

«Così — continua Giuliano — [#]_ in mezzo ai Celti,
io, come l'*Uomo rozzo* di Menandro, procurai incomodi
a me stesso. Ma la ruvidità dei Celti se ne compiaceva;
è ragionevole, invece, che se ne sdegni una
città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori,
molti i flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini,
e nessun rispetto pel sovrano. Gli uomini
deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da coraggiosi,
come voi siete, il coricarsi al mattino e il
far orgia alla notte. Così voi dimostrate di sprezzare
le leggi non già colle parole ma coi fatti.... — E
tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi — che
la tua rozzezza e la misantropia e la durezza
potessero armonizzarsi con questi costumi? O il più
sciocco e il più odioso di tutti gli uomini, è, dunque, così
stolta e inetta in te quella che gli ignobili chiamano
tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare
ed abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè,
prima di tutto, cosa sia la saggezza non sappiamo;
ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo cosa fa. Che
se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che
dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar
da eguali gli eguali, sopportare la loro eccellenza, curare
e provvedere che i poveri non siano offesi dai
ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene tante
volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare
anche questi serenamente e non irritarsi, e non cedere
[pg!364]
all'ira, ma frenarla, come conviene, ed esser prudenti;
e se qualcuno aggiungesse anche esser opera di saggezza
l'astenersi in pubblico da ogni piacere poco conveniente
e poco lodevole, nella persuasione che non
può esser saggio nel segreto della casa chi pubblicamente
non soffre freni e si diletta nei teatri; se questa
è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai noi
pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto,
di udire il nome di servitù, nè verso gli dei nè verso
le leggi. È dolce la libertà in tutto. E quale ironia?
Tu dici di non essere il padrone, e non tolleri quel
nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte
di coloro che ne avevano antica abitudine a non
usarlo come odioso al principe, e poi ci obblighi a
servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai
meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto,
noi fossimo liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo
nelle cose? E non basta; tu tormenti i ricchi,
costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e trattieni
i poveri dall'esser delatori. Rinviando gli attori,
i mimi e i suonatori tu hai rovinata la nostra
città, così che di te non ci resta altro di buono che
la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette
mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare
colle processioni delle vecchierelle che si aggirano
intorno ai sepolcri [#]_. Noi abbiamo, del resto,
cercato di ottener il medesimo effetto col nostro buon
umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con
le frecce. E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili
dei Persiani, se tremi davanti ai nostri scherni?».

.. [#] *Iulian.*, 440, 10 sg.

.. [#] Qui Giuliano deride il culto dei sepolcri dei martiri, praticato
   con fervore dai Cristiani e da lui considerato come ridicola
   superstizione.

[pg!365]

Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo
sulle intenzioni e sull'animo di Giuliano. Non è a
dire che gli Antiochesi avessero contro di lui una prevenzione
sfavorevole o che gli negassero l'applauso.
È proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso
profondo. Essi non entravano affatto nello spirito
della riforma religiosa che tanto gli stava a cuore
e che, anzi, costituiva l'obbiettivo supremo del suo
regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva
e lo accompagnava di grida e di applausi. Ma
Giuliano era assai più colpito della mancanza di rispetto
verso il luogo sacro che della festosa accoglienza
che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo rimproverava.
Gli scettici Antiochesi, veri figli di una
civiltà che moriva, non comprendevano questo strano
imperatore, e ridevano di lui. «Tu entri nei templi — così
li fa parlar Giuliano [#]_ — o uomo rozzo, sgarbato
ed odioso in tutto. La folla corre, anch'essa, per
amor tuo, nei templi e specialmente i magistrati, e
ti accolgono, come nei teatri, con grida ed applausi.
E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che
fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e
parli alle turbe e rimproveri acerbamente quelli che
gridano, dicendo: — Di rado voi venite nei templi
per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite
di disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene
di pregare compostamente e di chiedere in silenzio
i favori degli dei. .....Ma voi, invece degli
dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli
dei, adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa
sarebbe non adulare nemmeno gli dei, ma servirli
[pg!366]
saggiamente. — .....Tollera, adunque, d'esser odiato
e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento
che tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che
ti vedono nei templi. È evidente che tu proprio non
puoi adattarti nè alle convenienze, nè alla vita, nè
ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe
sopportare anche questo, che tu dormi tutta la notte
solitario, e non vi ha nulla che ammollisca il tuo animo
duro ed uggioso? Tu chiudi, d'ogni lato, la porta
alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di
questa vita, e ti fai un piacere di ciò che gli altri
detestano. E poi ti sdegni se te lo si dice! Dovresti
piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza, con
gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti
i peli dalle guance, e ad offrire, a questo popolo
amante del ridere, qualche spettacolo, a cominciar
da te stesso, che gli sia gradito, mimi, suonatori,
donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza,
si possano scambiar per donne, uomini così privi di
peli, non solo sulle guance, ma in tutto il corpo,
da esser più lisci delle donne stesse, feste, processioni,
non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna
aver del contegno. Di queste ce n'è abbastanza,
ne siam proprio satolli. L'imperatore sacrificò
una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio
della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello
di Cerere; non ricordo quante volte entrò in quello
d'Apollo, — nel tempio tradito dalla trascuranza
dei custodi, distrutto dall'audacia degli empi. — Viene
la festa siriaca, e l'imperatore tosto si presenta
al tempio di Giove; poi viene la festa comune, e
l'imperatore di nuovo al tempio della Fortuna; si
astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza
le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi
[pg!367]
dunque può tollerare un imperatore che frequenta
con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe lecito di
disturbare solo di quando in quando, una volta o due
gli dei, e di celebrare quelle feste che possono essere
comuni a tutto il popolo, ed a cui possono prender
parte anche quelli che non conoscono gli dei,
e dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero
piaceri e godimenti, che ognuno potrebbe
allegramente cogliere contemplando uomini danzanti,
e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso
a tutto ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi
congratulo delle vostre felici disposizioni
d'animo, ma non sono scontento di me stesso, poichè,
per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son
care. Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito
contro coloro che vituperano il mio metodo di vita.
Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io aggiungo,
per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso
verso contro di me, ed è giusto che lo faccia dal
momento che non seppi comprendere quale fosse,
dall'origine, il costume di questa città. Eppure io
son convinto che nessuno de' miei coetanei ha letti
più libri di me».

.. [#] *Iulian.*, 433, 15 sg.

E qui Giuliano racconta la nota storia d'Antioco
che si era innamorato della matrigna, per dedurne la
conseguenza che gli abitanti di una città, che da Antioco
aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita
al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli
dice con uno spirito scherzoso ma amaro insieme [#]_ — non
si può mover rimprovero ai posteri
se cercano di gareggiare col fondatore e con l'omonimo,
[pg!368]
poichè come gli alberi si trasmettono le loro
qualità, tanto che i rampolli assomigliano in tutto
al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini,
i costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».

.. [#] *Iulian.*, 449, 3 sg.

Ed è così che i Greci sono il migliore dei popoli,
e gli Ateniesi i migliori fra i Greci. «Ma se essi serbano,
nei costumi, l'imagine dell'antica virtù, è naturale
che ciò avvenga anche ai Siri, agli Arabi, ai
Celti, ai Traci, ai Peonii, ai Misii, che son fra i Traci
e i Peonii, sulle sponde del Danubio. Ora, da questi
è venuta la mia schiatta e da questa venne a me
l'indole rozza, severa, intrattabile, indifferente agli
amori, immobile nei propositi. Io, dunque, primieramente
chiedo scusa per me, ma in parte la scusa
vale anche per voi che siete attaccati ai patri costumi.
Non è già per offendervi che io vi applico il
verso d'Omero — Mentitori ma eccellenti saltatori
nei balli. — Al contrario, è per lodarvi che io dico
che voi conservate l'amore delle patrie abitudini. E
anche Omero voleva lodare Autolico, dicendo, in
questo senso, che superava tutti — nell'esser ladro
e spergiuro. — Sì, io pur amo la mia ruvidità, la
mia sgarbatezza, il mio non piegarmi facilmente, il non
regolare i miei affari a seconda di chi prega o di chi
inganna, il non cedere alle grida; sì, tutte queste
vergogne, io le amo... Ma, se ci penso, trovo in me
ben altre colpe. Recandomi in una città libera, ma
che non tollera il disordine della capigliatura, io vi
entrai senza farmi tagliare i cappelli e con la barba
lunga, come se mancassero barbieri. Volli parere un
vecchio brontolone e un rozzo soldato, quando avrei
potuto, con un po' d'arte, esser preso per un fanciullo
avvenente, e parer giovanetto, se non per
l'età, per l'aspetto e la freschezza del volto.... — Tu
[pg!369]
non sai mescolarti agli uomini, ed imitare il polipo
che si fa simile al sasso su cui vive... Hai forse dimenticato
quanta differenza coi Celti, coi Traci, e
gli Illirici? Non vedi quante botteghe ci sono in
questa città? Tu ti rendi inviso ai mercanti, non
permettendo loro di vendere le loro merci al prezzo
che loro garba, tanto al popolo quanto agli stranieri.
I mercanti accusano dell'alto prezzo i proprietari
di terre. Tu ti fai nemici anche questi, obbligandoli
ad agire secondo giustizia. E i magistrati
della città che partecipano al duplice rimprovero,
come pure si allietavano di mietere i vantaggi di
una parte e dell'altra, e come proprietari e come
mercanti, ora naturalmente sono scontenti, vedendosi
strappato, da ambo le parti, l'eccesso del guadagno.
E, intanto, questo popolo sirio, non potendo
nè ubbriacarsi nè ballare, s'irrita. E tu credi di
nutrirlo abbastanza, offrendogli grano a suo piacere?
Grazie mille, ma non vedi che non si trova più nella
città nemmeno un'ostrica?..... Non sarebbe meglio
passeggiare pel mercato, profumandolo d'incensi e
condursi dietro fanciulle aggraziate, che attirerebbero
gli sguardi dei cittadini e cori di donne, quali tutti
i giorni vediamo in mezzo a noi?».

A questa domanda che il pungente scrittore mette
in bocca ai suoi avversari, egli risponde facendo quel
racconto interessante della sua educazione che noi già
conosciamo [#]_. Anche qui le parole di Giuliano vanno
prese in senso ironico, e i rimproveri che pare egli
faccia all'eunuco Mardonio, a cui era stata affidata la
sua fanciullezza, esprimono, invece, l'ammirazione e
[pg!370]
il rispetto di Giuliano per quest'uomo, a cui è dovuta
la piega che ha poi preso il suo spirito.

.. [#] Pag. [pg 24]_.

Giuliano, avendo narrata la sua educazione, continua
dicendo come, appunto dallo studio degli antichi
e specialmente di Platone, egli abbia imparato
che il principe ha il dovere di guidare il suo popolo,
con l'esempio e con la dottrina, all'esercizio della
virtù.

«Ma — rispondono gli Antiochesi [#]_ — per ragione
di prudenza, tu dovresti astenerti dal costringere
la gente a seguire la giustizia, e dovresti, invece,
permettere ad ognuno di far ciò che vuole o
ciò che può. L'indole della nostra città è questa;
vuole esser molto libera. E tu, non comprendendola,
vorresti governarla con saggezza? Ma non vedi
quanta e quale, presso di noi, è la libertà fin degli
asini e dei cammelli? I cammellieri e gli asinai li conducono,
sotto ai portici, come se fossero gentili fanciulle.
Le vie a cielo scoperto e le piazze si direbbe
non sian fatte per esser percorse dagli asini col basto;
questi vogliono passar sotto i portici, e nessuno
lo vieta loro, onde sia rispettata la libertà! Ecco come
la nostra città è libera! e tu vorresti che i giovani
fossero tranquilli, e pensassero a ciò che a te piace,
o almeno dicessero cose che a te piace udire? ma
essi sono avvezzi alla libertà del divertirsi, e lo fanno
sempre senza ritegno.

.. [#] *Iulian.*, 458, 10 sg.

«I Tarantini — continua Giuliano — pagarono,
una volta, il fio dei loro scherzi ai Romani, perchè,
essendo ubbriachi, nella festa di Bacco, offesero
un'ambasciata di questi. Ma voi siete molto più felici
dei Tarantini, godendovela, non già pochi giorni,
[pg!371]
ma tutto l'anno intiero, offendendo invece di ambasciatori
stranieri, il vostro imperatore e questo
per i peli che ha sul mento e per la sua effigie sulle
monete. Benissimo, o saggi cittadini, e voi che siete
gli autori dei motteggi, e voi che li udite e vi divertite.
Poichè è chiaro che a quelli dà piacere il
dire e a questi l'udire quei frizzi. Di tale concordia
io mi compiaccio; voi fate proprio una sola città,
così che non sarebbe nè conveniente nè desiderabile
di frenare ciò che vi è di infrenabile nei giovani.
Sarebbe, proprio, un portar via, un recidere la
testa della libertà, se si togliesse agli uomini di dire
e di fare ciò che loro garba. Pertanto, ben sapendo
che in tutto dev'essere libertà, voi prima permetteste
alle donne di fare il piacer loro, così da esser
con voi senza freno alcuno. Poi lasciaste loro l'educazione
dei figli, pel timore che, sottoposti a più severa
disciplina, diventassero simili a schiavi, e imparassero,
adolescenti, a rispettare i vecchi, e quindi,
prese queste cattive abitudini, finissero per rispettare
anche i magistrati, finalmente perfezionandosi
non già nell'esser uomini, ma nell'esser servi,
diventassero saggi, temperati, educati e si rovinassero
del tutto. Ebbene, che fanno le donne? Conducono
i figli ai loro altari [#]_, per mezzo del piacere,
che è lo strumento più accetto e più prezioso
non solo con gli uomini, ma anche con le belve.
Oh, voi felici, che, in tal modo, vi siete proprio ribellati
ad ogni servitù, prima verso gli dei, poi
verso le leggi, in terzo luogo verso di noi, custodi
delle leggi. Ma sarebbe cosa stolta, da parte nostra,
se, mentre gli dei non si curano di questa libera
[pg!372]
città e non la puniscono, noi ne avessimo sdegno e
molestia. Poichè ben sapete che gli oltraggi della
città son comuni a noi ed agli dei. — Nè il X, nè
il K, si dice, hanno mai fatto del male alla città. — Questo
enimma della vostra sapienza ci riusciva assai
duro, ma, avendo trovato degli interpreti, apprendemmo
che quelle lettere erano il principio di
nomi, e che l'una voleva dire Cristo, l'altra Costanzo.
Lasciate che vi parli proprio a cuore aperto. Una
colpa ha Costanzo verso di voi, ed è di non avermi
ucciso dopo avermi fatto Cesare. Ah, concedano gli
dei a voi, a voi soli, fra tutti i Romani, di goder
di molti Costanzi, e più ancora dell'ingordigia dei
suoi amici!.... Io dunque ho offeso la maggior parte
di voi, quasi direi, tutti voi, il Senato, i mercanti,
il popolo. Il popolo s'irrita contro di me, perchè,
essendo in maggioranza, anzi, tutto, dato all'ateismo [#]_
mi vede attaccato ai patri riti del culto divino,
i potenti perchè sono impediti di vendere a
caro prezzo le merci, tutti poi insieme perchè io, sebbene
non li privi nè dei danzatori nè dei teatri, mi
curo di queste cose meno che delle rane nelle paludi.
Non è, dunque, naturale che io rimbrotti me stesso,
offrendo tante ragioni di odiarmi?».

.. [#] S'intendono gli altari cristiani. Si noti l'atroce insinuazione.

.. [#] Intende per ateismo il Cristianesimo.

E qui Giuliano narra con molto spirito e con fine
ironia l'episodio della venuta di Catone ad Antiochia,
e dell'offesa fattagli dai cittadini, e soggiunge [#]_.
«Non c'è, dunque, da meravigliarsi, se oggi io ho
da voi un eguale trattamento, essendo un uomo di
tanto più rozzo, più duro, più incivile di lui, di
quanto i Celti lo sono dei Romani. Perchè colui,
[pg!373]
nato in Roma, vi giunse alla vecchiezza. Me, tocca
appena l'età virile, raccolsero i Celti, i Germani e
la selva Ercinia, e là trascorsi gran tempo, come un
cacciatore che non vive che con le belve, trovandomi
con gente che non ha l'abitudine di accarezzare e
di adulare, e che vuole semplicemente e liberamente
essere con tutti sul piede dell'eguaglianza. Così
dopo che l'educazione fanciullesca e la conoscenza
che feci, da adolescente, del pensiero di Platone e
di Aristotele mi aveva reso inadatto a mescolarmi
al popolo, ed a cercar la felicità nel diletto, mi trovai,
al momento dell'indipendenza virile, in mezzo alle
più bellicose e più valorose fra le nazioni, le quali
non conoscono Venere copulatrice e Bacco ubbriacatore,
se non per far figli o per estinguere col vino
la sete..... I Celti, per la somiglianza dei costumi,
tanto mi amavano da voler non solo prender l'armi
per me, ma mi davano i loro averi, e mi obbligavano
di accettarli, per quanto io chiedessi poco, ed
in ogni cosa eran pronti ad obbedirmi. E, ciò che
più importa, il mio nome di là giunse fino a voi, e
tutti mi acclamavano valoroso, prudente, giusto, non
solo forte in guerra, ma abile a governare durante
la pace, affabile, mite. Ma voi da qui rispondete
in primo luogo che io sconvolgo le cose del mondo — eppure
io ho la coscienza di non aver nulla sconvolto
nè volente nè nolente — poi che con la mia
barba si possono far corde, e che io faccio guerra
al X e che voi rimpiangete il K. Che gli dei protettori
di questa città ve ne concedano due!».

.. [#] *Iulian.*, 463, 15 sg.

L'indifferenza degli Antiochesi, di cui era stata
prova l'incendio, appiccato, si diceva, dai Cristiani,
del gran tempio d'Apollo, era propriamente invincibile.
Per meglio descriverla, l'autore del *Misobarba*
[pg!374]
ci fa questo racconto, in cui Giuliano non si accorge
di cadere nel ridicolo per l'eccesso del suo zelo [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 467, 1 sg.

«Nel decimo mese cade la festa del vostro patrio
Iddio, e c'è l'usanza di accorrere a Dafne. Io pure
ci andai, movendo dal tempio di Giove Casio, nella
persuasione di godervi lo spettacolo della vostra ricchezza
e della vostra munificenza. E già imaginava,
dentro di me, come in un sogno, e la pompa e i sacrifici,
e libazioni e danze sacre ed incensi ed efebi, davanti
al tempio, preparati nell'anima all'adorazione
del dio, ornati, con magnificenza, di bianca veste. Ma,
quando entrai nel tempio, non vedo incenso, non
vedo offerte di frutti o di vittime. Io ne fui stupefatto
e credetti che voi foste fuori del tempio, ad
aspettare, onorando in me il gran sacerdote, che
io dessi il segnale. Ma quando chiesi al sacerdote
che cosa avrebbe sacrificato la città, celebrandosi la
festa annuale, egli rispose — ecco, io porto da casa
al dio un'oca; ma la città non ha preparato nulla. — Allora,
sdegnato, io rivolsi al Consiglio delle parole
severe, che è forse opportuno il ricordare. — È doloroso,
io diceva, che una sì grande città sia parsimoniosa
nel culto degli dei, come non lo sarebbe
l'ultimo dei villaggi del Ponto. Essa possiede grandi
porzioni di terreno, eppure or che giunge la festa
annuale del patrio dio, la prima volta dopo che gli
dei dispersero le nubi dell'ateismo, non sa offrire
nemmeno un uccello, essa che dovrebbe sacrificare
un bue per ogni quartiere, o, se questo non si può,
almeno presentare, in comune, un toro. Eppure
ognuno di voi scialacqua in privato nei banchetti e
nelle feste, ed io so di molti che sciupano il loro
[pg!375]
avere nelle orgie; ma, quando si tratta della salvezza
vostra e della vostra città, nessuno sacrifica
per proprio conto, e non sacrifica nemmeno il Comune
per tutti; soletto sacrifica il sacerdote, il quale,
invece, avrebbe, mi pare, il diritto di ritornarsene
a casa, portando seco una parte della grande quantità
di cose che voi dovreste offrire al dio. Poichè
gli dei vogliono che i sacerdoti li onorino colla buona
condotta, colla pratica delle virtù e coi servizî divini.
Ma è la città che ha l'obbligo di sacrificare e
in privato e in comune. Ora, ognuno di voi permette
alla moglie di portare ogni cosa ai Galilei, ed
esse, nutrendo col vostro danaro i poveri, fanno ammirabile
l'ateismo a tutti i bisognosi. E sono il
maggior numero. E voi credete di non far nulla di
male, trascurando di onorare gli dei. Nessun povero
si presenta ai templi. Non troverebbe, certo, di che
nutrirsi. Ma se uno di voi festeggia il proprio genetliaco,
ecco prepara sontuosamente il pranzo e la
cena, e invita gli amici ad una tavola assai ben
servita. Venuta la festa annuale, nessuno porta olio
al candelabro del dio, nè libazioni, nè vittime, nè
incenso. Io non so come vi giudicherebbe, se vedesse
la vostra condotta, un uomo saggio, ma io credo,
intanto, che ciò non piace agli dei».

Questo racconto di Giuliano e il discorso da lui
tenuto sono uno degli episodi più curiosi e più istruttivi
di questo libriccino pur tutto così interessante.
Povero entusiasta! Che disinganno profondo doveva
essere il suo davanti all'evidenza dei fatti ed alla prova
luminosa del completo insuccesso del movimento di
restaurazione da lui tentato. Il Politeismo era morto
e non c'era più nobiltà di mente nè virtù d'animo
capace di rianimarlo. La stessa corruzione di una
[pg!376]
grande città, la quale sapeva mantenere insieme e i
suoi guasti costumi e il Cristianesimo, mostrava che
il Cristianesimo, se aveva perduto della sua santità
aveva acquistata quella facoltà di adattamento agli
ambienti, senza di cui nessuna istituzione può vivere.
Giuliano voleva moralizzare il mondo con un
Politeismo riformato, trasportandovi le virtù che,
predicate dal Cristianesimo, non avevano punto fermata
la demoralizzazione sociale; impresa impossibile
dal punto di vista intellettuale, perchè il Politeismo
esaurito, come vedemmo tante volte, non
offriva nessuna base sufficiente ad una ricostituzione
religiosa, impossibile dal punto di vista morale, perchè
quell'alleanza del X col K, come diceva Giuliano,
di Cristo con Costanzo, di Dio con la società
corrotta, che a Giuliano pareva mostruosa, rispondeva
ai bisogni del tempo, ed era la formola che
ne esprimeva le esigenze. Ma come è grazioso, nella
sua comicità, l'incontro dell'imperatore, nel tempio
deserto d'Apollo, col povero sacerdote che porta l'oca
al dio delle Muse! E come è sintomatica l'ingenuità
di Giuliano di prendere questo episodio come punto
di partenza del suo discorso al Consiglio di Antiochia!
E quanta luce gitta sull'indole delle intenzioni
di Giuliano il fatto che il suo discorso è così imbevuto
di Cristianesimo che, in fondo, cambiando qualche
nome e qualche circostanza secondaria, avrebbe potuto
e potrebbe servire per un vescovo che rimproverasse
i suoi fedeli del loro poco zelo verso il culto
divino!

«Così — continua ironicamente Giuliano — [#]_ mi ricordo
di aver parlato... E feci, sdegnandomi con voi,
[pg!377]
una sciocchezza. Mi conveniva tacere, come molti altri
che eran venuti con me, e non prendermi brighe e non
sgridarvi. Ma io ero mosso da petulanza e da una
ridicola vanità. Poichè non è a credere che la benevolenza
mi ispirasse quelle parole; il vero è che
io correva dietro alle apparenze della devozione per
gli dei e della benevolenza per voi. E questa è ridicola
vanità. Io, pertanto, rovesciai sopra di voi
molti inutili rimproveri. E voi eravate nel vostro
diritto difendendovi e scambiando terreno con me.
Io mi scagliai contro di voi, davanti a pochi, presso
l'altare del dio, ai piedi della sua statua. Voi, invece,
sul mercato, in faccia al popolo, fra cittadini
disposti a divertirsene.... Furon dunque uditi da
tutta la città i vostri scherzi contro questa brutta
barba e contro colui che non vi ha mai mostrate e
non vi mostrerà mai delle belle maniere, poichè egli
non seguirà mai quel genere di vita che è già vostro,
ma che vorreste vedere anche nel principe.
Quanto poi alle ingiurie che, in privato ed in pubblico,
avete rovesciate su di me, deridendomi nelle
vostre strofe, dal momento che io stesso mi accuso
pel primo, vi permetto di farne uso con tutta sicurezza,
perchè, per questo, non vi farò mai nulla di
male, e non vorrò mai nè uccidervi, nè battervi, nè
imprigionarvi, nè multarvi. Anzi, udite. Poichè l'essermi
mostrato saggio insieme ai miei amici fu per
voi cosa ignobile e sgradita, nè son riuscito a presentarvi
uno spettacolo che vi piacesse, io mi risolvetti
a lasciare la città e ad andarmene altrove. Non
già che io sia convinto che piacerò a quelli presso i
quali andrò, ma, infine, credo preferibile, se anche
non riuscissi a parer loro giusto e buono, il distribuire
un po' a tutti l'uggia della mia presenza,
[pg!378]
e il non tormentare troppo questa felice città col
puzzo della mia temperanza e della saggezza dei
miei amici. Infatti nessuno di noi ha comperato da
voi un campo od un orto, nè costrusse case, nè prese
moglie, nè ci innamorammo delle vostre bellezze,
nè invidiammo la vostra ricchezza assira, nè ci distribuimmo
le prefetture, nè permettemmo gli abusi
ai magistrati, nè inducemmo il popolo a grandi spese
di banchetti e di teatri, il popolo che noi facemmo
così prospero che, libero dall'oppressione del bisogno,
ebbe agio di comporre le strofe contro i colpevoli
della sua prosperità. E noi non chiedemmo nè oro
nè argento, e non abbiamo aumentati i tributi. Anzi,
abbiamo condonato, insieme agli arretrati, il quinto
delle abituali imposte... A noi, dunque, parendo che
tutto ciò fosse lodevole, lodevole la mitezza e la
saggezza nel principe, pareva anche che, appunto
pei nostri provvedimenti, saremmo entrati nelle vostre
grazie. Ma poichè a voi dispiace l'ispido mio
mento, e la poca cura dei capelli, e la mia assenza
dai teatri, e la mia pretesa di un serio contegno nei
templi, e, più di tutto, la mia vigilanza nei tribunali,
e il mio rigore nel reprimere, nei mercati, la
rapacità del guadagno, volontieri ce ne andiamo
dalla vostra città. Poichè non mi parrebbe facile, or
che inclino all'età matura, evitare quel che accadde
al nibbio, come narra la favola. Si dice che il nibbio,
il quale aveva una voce simile a quella degli altri
uccelli, si mettesse in mente di nitrire come i puledri.
E così, avendo dimenticato il canto e non
imparato il nitrito, si trovò privo dell'uno e dell'altro,
e finì per avere una voce peggiore di quella
degli altri uccelli. E a me, io credo, accadrebbe la
stessa cosa, cioè, non saprei essere nè rozzo nè gentile,
[pg!379]
poichè io sono vicino, Dio volendo, voi lo vedete,
a quel momento in cui, come dice il poeta di
Teo, ai neri si mescolano i bianchi capelli!

.. [#] *Iulian.*, 469, 12 sg.

«Ma, per gli dei e per Giove protettore della città,
voi vi esponete alla taccia d'ingrati. Foste, forse,
talvolta, offesi da me, in pubblico od in privato? O
diremo che, non potendo aver giustizia, voi avete
adoperato i versi per trascinarci e vilipenderci sulle
piazze, come i comici trascinano Ercole e Bacco?
Non è, forse, vero che io mi trattenni dal farvi del
male, e non trattenni voi dal parlar male, così che
io mi vedo costretto a difendermi contro di voi?
Quale, dunque, la causa dei vostri insulti e del vostro
sdegno?... Quando io vedo che non ho, per
nulla, diminuite quelle spese popolari che soleva
prendere sopra di sè il tesoro imperiale, pur diminuendo
non poco le imposte, la cosa non diventa,
forse, enigmatica? Ma di ciò che io feci, in comune,
a tutti i miei sudditi, è meglio che io taccia, per
non parer che io canti i miei elogi, mentre aveva
annunciato di voler versare sopra di me fierissimi
vituperi. Conviene piuttosto esaminare la mia condotta
personale che, sebbene non meritasse la vostra
ingratitudine, pure fu leggiera ed irriflessiva, perchè,
lì, vi sono colpe di tanto più gravi delle precedenti,
cioè del disordine dell'aspetto e del riserbo negli
amori, di quanto, essendo più vere, fanno l'anima veramente
responsale. Primieramente io cominciai a
tessere le vostre lodi, con grande amorevolezza, senza
aspettar l'esperienza e non preoccupandomi del modo
con cui avremmo potuto intenderci. Ma, pensando
che voi eravate figli di Grecia, e che io stesso, sebbene
Trace d'origine, son Greco di educazione, ritenni
che ci saremmo reciprocamente amati. Fu il
primo errore di leggerezza».

[pg!380]

Giuliano rammenta alcuni fatti di amministrazione
e di elezioni, in cui si è palesato il suo buon volere,
ma che furono presi in mala parte dagli Antiochesi.
Poi continua [#]_:

.. [#] *Iulian.*, 476, 1 sg.

«Ma tutto ciò aveva poca importanza e non poteva
inimicarmi la città. Veniamo al fatto capitale, da
cui nacque questo grande odio. Appena qui arrivato,
il popolo, oppresso dai ricchi, cominciò a gridarmi
nel teatro: — Tutto è in abbondanza, ma tutto è
troppo caro. — Il giorno dopo, io ebbi un colloquio
coi maggiori della città, e cercai di persuaderli che
bisognava rinunciare ad un guadagno illecito, per
fare star meglio i cittadini e gli stranieri. Questi mi
dissero che avrebbero studiata la cosa, ma, dopo tre
mesi di aspettazione, l'avevano studiata sì poco che
nessuno ne sperava nulla. Quando io vidi che era
verace il grido del popolo e che il mercato era angustiato
non già per difetto di merce, ma per l'avidità
dei proprietari, stabilii e pubblicai un giusto
prezzo di ogni cosa. Vera abbondanza di tutto, di
vino, d'olio e del resto, ma il grano mancava, avendo
la siccità prodotta una forte carestia. Per questo, io
mandai a Calcide, a Jerapoli e alle altre città circonvicine
e ne feci venire quaranta miriadi di misure.
Consumato tutto questo, ne feci venire prima
cinque mila, poi sette mila, infine dieci mila di quelle
misure che qui si chiamano modii, e poi, tutto il
grano che mi era venuto dall'Egitto, lo diedi alla
città, mettendo per quindici misure il prezzo che prima
ci voleva per dieci... E intanto che facevano i ricchi?
Vendevano segretamente a maggior prezzo il grano
che avevano nei campi, e coi loro privati consumi
[pg!381]
aggravavano la condizione generale [#]_. ... Adunque
io caddi dalle vostre grazie perchè non permisi
che vi si vendesse il vino, i legumi e le frutta
a peso d'oro, nè che, a vostro danno, si trasformasse
in oro ed in argento il grano racchiuso
nei granai dei ricchi.... Ben sapeva che, così facendo,
non avrei piaciuto a tutti, ma a me nulla
importava. Poichè io credeva di dover venire in
aiuto del popolo danneggiato e degli stranieri, che
eran qui venuti per amor mio e dei magistrati che
erano con me. Ma ora che a questi conviene d'andarsene
e che la città è tutta di una sola opinione verso
di me — gli uni mi odiano, gli altri, pur nutriti da
me, mi sono ingrati — io andrò a stabilirmi presso
un'altra schiatta ed un'altra nazione..... Ma perchè
vi siamo odiosi? Forse perchè vi abbiamo nutriti col
nostro danaro, ciò che finora non era avvenuto a
nessuna città? E nutriti splendidamente. Forse non
punimmo i ladri colti in fallo? Mi permettete che
vi ricordi un caso o due, onde non si dica che tutto
è retorica ed invenzione mia? Si affermava che esistevano
circa tre mila lotti di terreno incolto, e voi
lo chiedevate; ma, avutolo, se lo distribuirono i non
bisognosi. Fatta un'inchiesta, si dimostrò che era
vero. Allora io, riprendendo quelle terre a coloro
che indebitamente le avevano, e non preoccupandomi
affatto delle imposte che non avevano pagate, sebbene
ne avrebbero dovuto pagare più degli altri, le
applicai ai più gravi servizi della città. E così gli
allevatori di cavalli per le vostre corse hanno, liberi
d'imposte, tre mila lotti di terra, e ciò in grazia
[pg!382]
mia. E a voi pare che, così castigando i ladri e i
malvagi, io metta sottosopra il mondo. Ed ecco che
il discorso mi ritorna là dove io voglio. Io sono veramente
colpevole di tutti i miei mali, avendo prodigato
i miei favori a chi non li aggradiva. E ciò
viene dalla mia leggerezza, non già dalla vostra libertà
di spirito. Nell'avvenire, io procurerò di esser
più prudente con voi. E a voi gli dei diano il contraccambio
della vostra benevolenza per me, e dell'onore
che pubblicamente mi avete reso».

.. [#] Vedi per questo episodio dei prezzi delle derrate, Libanio
   (επιταφ 587, 10 sg.), e Autobiogr. 85, 5.

Con quest'ultima frecciata si chiude la satira acerba.
Nell'ultima parte, il valore letterario mi pare si attenui
e l'ironia sfugge di mano allo sdegnato scrittore.
Ma è pur sempre oltremodo interessante, poichè ci rivela,
con esempi pratici, la premura, lo zelo amministrativo
di Giuliano, zelo che, evidentemente, ha superati,
talvolta, i confini della prudenza ed anche ha
trasgredite le leggi dell'economia politica.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Non pare, infatti, che siano state esclusivamente
religiose e morali le ragioni che hanno prodotto il
disaccordo profondo fra Giuliano e gli Antiochesi.
Ci fu anche un malinteso, o meglio, un disinganno
di cui la colpa risale all'ignoranza delle leggi economiche
che regnava sovrana ai tempi di Giuliano.
Qui dobbiamo riconoscere che quella prudenza amministrativa
e quel sicuro sentimento della realtà,
che aveva guidato Giuliano nel governo delle finanze
in Gallia, lo ha abbandonato, forse per lasciar libero
sfogo al desiderio eccessivo di guadagnarsi il favore
degli Antiochesi e di aprirsi una strada onde influire
[pg!383]
più facilmente sull'animo loro. Appena arrivato in
Antiochia, Giuliano ascolta il grido del popolo che
si lamenta dell'alto prezzo delle derrate. Esaminata
la cosa, e persuaso che la causa del fenomeno si trovava
nell'avidità di guadagno dei proprietari e dei
mercanti, l'imperatore invita l'autorità municipale a
provvedere. Ma passano tre mesi, e quel magistrato
non sa concluder nulla. Allora Giuliano entra in
scena; determina, per tutte le derrate, un prezzo
che non doveva superarsi e siccome il raccolto del
frumento era stato assai scarso, ne fa venire da altri
luoghi un'ingente quantità e ne stabilisce il prezzo
in una misura inferiore a quella che era voluta dalle
condizioni del momento. La violenza economica dell'imperatore
ebbe il risultato inevitabile di aumentare
i mali che voleva diminuire. Infatti, il mercato di Antiochia
si vuotò delle derrate che dovevano vendersi
ad un prezzo che non era conveniente pel venditore.
I ricchi proprietari vendevano, fuori d'Antiochia, a
caro prezzo il grano dei loro raccolti, e poi comperavano,
in Antiochia, ed usavano pel loro consumo il
grano che l'imperatore distribuiva a un prezzo vilissimo.
Da qui una immigrazione, dalle campagne nella
città, su vasta scala, e, infine, un disordine che tutto
disturbava, che spargeva il malcontento e l'irritazione
nell'alta classe della proprietà e del commercio, e rendeva
impopolare l'imperatore, il quale però attribuiva
ad opposizione partigiana ed a perversità di spirito
ciò che, in fondo, non era che la necessaria conseguenza
di un grosso sproposito. L'intenzione, in Giuliano,
era pietosa ed ispirata al sentimento dell'equità.
E si comprende come Libanio, nel suo discorso diretto
agli Antiochesi per persuaderli a pentirsi della loro
condotta verso l'imperatore, dicesse: «Io avrei voluto
[pg!384]
che voi ammiraste l'iniziativa dell'imperatore, per
quanto grandi fossero le difficoltà. Poichè egli mostrava
un'anima generosa, e voleva soccorrere la povertà,
e riteneva cosa dolorosa che alcuni godessero
nell'abbondanza, ed altri mancassero del necessario,
così che, nel mercato fiorente, non fosse concesso ai
poveri che di assistere al godimento dei ricchi» [#]_.
Ma la buona intenzione applicata con la completa
ignoranza delle leggi economiche finiva per ferire sè
stessa.

.. [#] *Liban.*, I, 492, 15.

Nell'ambiente che circondava Giuliano, i Cristiani
erano ritenuti come responsali delle difficoltà e delle
opposizioni che l'imperatore trovava in Antiochia. Il
discorso di Libanio, testè accennato, è interessantissimo
per questo rispetto. Corre intieramente sulla premessa
che i veri autori dell'opposizione degli Antiochesi
a Giuliano sono i Cristiani, e che il solo mezzo per
ottenere la riconciliazione è l'aperta conversione al
Paganesimo. Libanio non nomina mai i Cristiani,
quasi a lui ripugnasse di mettere in luce una setta
tanto odiosa e tanto colpevole, ma l'allusione è continua.
I segreti aizzatori della rivolta degli Antiochesi
contro le disposizioni economiche dell'imperatore
sono cristiani, e cristiani son coloro che impediscono
ai cittadini di esprimere il loro pentimento coll'abbandono
dei teatri, dei giuochi pubblici, della scioperataggine
abituale in Antiochia, e col ritorno ad atti
ispirati ad una vera pietà. «Sappiatelo bene, esclama
Libanio, non è col prosternarvi al suolo, nè coll'agitare
i rami d'olivo, nè coll'inghirlandarvi, nè con
le grida, nè con le ambascerie, nè coll'inviare un
oratore abilissimo, che voi spegnerete lo sdegno
[pg!385]
ma, bensì, con la rinuncia ai vostri cattivi costumi,
e coll'offrire la città a Giove ed agli altri dei, dei
quali già vi parlarono, molto prima dell'imperatore,
Esiodo ed Omero, fin da quando eravate fanciulli.
Ma voi riconoscete di dover tenere in gran conto quei
poeti nell'educazione, e ne recitate ai fanciulli i versi.
Però, nelle cose di maggior interesse, cercate altri
maestri e fuggite, or che sono aperti, da quei templi
di cui lamentavate la chiusura. E, se alcuno vi rammenta
Platone o Pitagora, voi mettete avanti, come
vostre autorità, e la madre e la moglie, e il cantiniere
e il cuoco, e ci parlate dell'ormai antica vostra
persuasione, e non vi vergognate di tutto ciò, ma vi
fate rimorchiare da coloro a cui dovreste dettar
leggi, e vedete, nel fatto di aver pensato male da
principio, una necessità di pensar male fino al termine.
Come se uno perchè ha avuto la rosolia nella
gioventù, dovesse conservare la malattia per tutte
le altre età. Ma perchè prolungherei questo discorso?
A voi la scelta, o di continuare ad essere odiati, o
di fare un doppio guadagno, coll'acquistare la benevolenza
del principe e col riconoscere gli dei che
davvero dominano nel cielo. Voi siete nella condizione
di guadagnare, voi stessi, in ciò appunto in
cui compiacete gli altri. Nell'apparenza date, ma in
realtà ricevete» [#]_.

.. [#] *Liban.*, I, 502, 1 sg.

Libanio vuol fare di Antiochia una città riconvertita
al Paganesimo e penitente. A questo prezzo egli
crede che potrebbe ottenere il perdono delle ingiurie
di cui si è resa colpevole verso l'imperatore. Il Cristianesimo
è, per Libanio, l'ostacolo maggiore, non solo al
ritorno al culto antico, ma anche all'epurazione dei
[pg!386]
costumi, al risanamento morale della città. E si vede
che, ancora nel secolo quarto, ed in una città, nella
quale il Cristianesimo era largamente diffuso, la forza
della nuova religione era negli strati più bassi della
società e nella influenza femminile. Com'è caratteristico
quel contrasto, in cui propriamente rivive tutta
la storia del Cristianesimo nascente, fra l'alta coltura
dell'aristocrazia intellettuale e l'umiltà delle forze che
le si opponevano. Platone e Pitagora, invocati dai
fautori dell'antico, si trovavan di contro le donne di
casa, il cantiniere, il cuoco! A questi retori, a questi
filosofi, tutti imbevuti dell'arte e del pensiero ellenico,
pareva scandaloso, assurdo, ridicolo quel contrasto fra
le più eccelse manifestazioni dell'ingegno umano e le
fantastiche e povere ubbie di ignoranti donnicciuole
e di vilissimi servi? Eppure Libanio e Giuliano, fra
i bagliori morenti del loro Ellenismo, non avevano
che una vista miope. Non sapevano discernere il fondo
un po' lontano delle cose. Quattro secoli di Cristianesimo
non avevano insegnato nulla ad essi. Credevano
che la religione fosse una quistione di ragionamento,
e si stupivano che le affermazioni del cuoco e
del cantiniere valessero più delle affermazioni di Platone,
e non sentivano che quelle, per quanto rozze,
venivano dalla conoscenza di un Dio vivente, queste,
per quanto sublimi, dalla presentazione di larve esaurite
e vuote.

.. _`Importanza del Misobarba`:

Il *Misobarba* è uno dei documenti più importanti e
più atti a farci penetrare nell'intimo significato del
tentativo iniziato da Giuliano. Per quanto la verità
sia stata velata e tradita dalla polemica cristiana, sta
il fatto, che or sembra paradossale, che l'imperatore
era mosso da un intento essenzialmente moralizzatore.
Il Cristianesimo non aveva, per nulla affatto, mutata
[pg!387]
o migliorata la condizione morale degli uomini. Antiochia
cristiana valeva Antiochia pagana, se pur non
era peggiore. Corrotti costumi, orgie, teatri, danzatori
e mimi, ecco lo spettacolo che offrivano i cristiani Antiochesi.
L'avversione che, in essi, destava Giuliano
veniva appunto dalla stridente opposizione che la morale
e la virtù del pagano imperatore facevano ai vizi
dei suoi sudditi cristiani. Il *Misobarba* ci fa toccare
con mano il fatto che Giuliano voleva salvare l'Ellenismo
che il Cristianesimo distruggeva, distruggendo
tutte le sue tradizioni di religione e di patria, ma,
nel medesimo tempo, voleva trovare nell'Ellenismo
quella forza morale per una riforma dei costumi e per
una rigenerazione dell'uomo interno che il Cristianesimo
non aveva saputo svolgere dai principî che pure
aveva posti. L'accoglienza che i corrotti Antiochesi
hanno fatto alle esortazioni dell'imperatore, e che così
vivacemente ci è descritta dall'imperatore stesso, è la
prova più evidente del carattere utopistico del suo
tentativo. Il Politeismo moralizzato non poteva riuscire
a rigenerare l'uomo, come non era riuscito il
Cristianesimo. L'uomo rimaneva quale lo volevano le
condizioni intellettuali del tempo. Non era la religione
che sapesse o potesse piegare le passioni umane;
erano piuttosto le passioni che sapevano piegare ed
adattare la religione, quale essa fosse, alle loro invincibili
esigenze.

[pg!388]

[pg!389]

.. _`Il principe e l'uomo`:

.. toc-entry:: Il principe e l'uomo

IL PRINCIPE E L'UOMO
====================

Nel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua
genialità, la natura singolare di questo principe entusiasta
che, sul trono dei Cesari, poneva a servizio
di un ideale irrealizzabile delle virtù di mente e d'animo
le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa,
avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano
avesse regnato a lungo, senz'altro scopo che la
difesa e l'organizzazione dell'impero, non avrebbe, lui
pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico,
ma l'avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors'anche,
impedito che si sfasciasse nella catastrofe barbarica.

.. _`Giudizi di Ammiano`:

Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la
comparsa di una meteora luminosa che, appena accesa,
si è spenta. Egli, quindi, non ebbe il tempo di
lasciare, nei fatti e nelle cose, l'impronta duratura
della sua azione. La sua memoria non vivrebbe che
nella caricatura che ne hanno disegnata gli scrittori
cristiani, e parrebbe quasi che l'opera sua si fosse limitata
alla guerra contro il Cristianesimo e ch'egli
fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero
rimasti i suoi scritti che sono lo specchio genuino del
[pg!390]
suo carattere, delle sue intenzioni, delle doti e dei
difetti del suo spirito eccelso. È vero che noi abbiamo
in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove dell'ammirazione
che Giuliano aveva destata nei suoi
contemporanei. Ma Libanio è sospetto, perchè troppo
interessato e compromesso nell'impresa della restaurazione
politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità
sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo,
a Socrate, a Sozomene, a tutta infine la tradizione
cattolica. Così la figura geniale di Giuliano
è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio dell'apostata,
e così si è dimenticato il fatto, che, dal
punto di vista psicologico e storico, è il più curioso
ed il più interessante di tutti, cioè, che questo sciagurato
apostata, che aveva tentato di soffocare il Cristianesimo,
era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente
virtuoso, il migliore degli uomini che siano sorti
sull'orizzonte della vita pubblica del Basso Impero.
Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo averne
narrata la morte eroica, l'elogio di Giuliano, ci dice [#]_
come fosse insigne per la castità e la temperanza della
vita, per la prudenza in ogni suo atto — *virtute senior
quam ætate, studiosus cognitionum omnium, censor
moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor,
mortalia omnia despiciens*. — Perfetta la sua giustizia,
mitigata dalla clemenza, mirabile la sua conoscenza
delle cose di guerra e l'autorità con cui governava i
suoi soldati, impareggiabile il valore con cui combatteva,
fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva
alle battaglie, al primo segno di incertezza.
Saggia e moderata la sua amministrazione, così da
[pg!391]
alleggerire i tributi, da comporre le liti del fisco coi
privati, da restaurare le finanze rovinate delle città,
da mettere, infine, un freno al disordine spaventoso
che regnava nell'avido e parassitico governo dell'Impero.
E l'onesto storico non dissimula i difetti del suo
eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una
certa leggerezza nel risolvere, un'eccessiva facilità ed
abbondanza di parola, che doveva essere, diciamo noi,
il riflesso di un'eccessiva impressionabilità, constatabile
anche in quelli, fra i suoi scritti, che sono l'effusione
schietta del suo spirito. Finalmente, e questo
era il difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile
del suo sistema filosofico, una tendenza alla
superstizione, per cui egli prestava alle esteriorità
della religione che voleva restaurare un'importanza
che spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle
cause che indebolivano la sua propaganda. Tale il ritratto
morale che Ammiano tratteggia del suo imperatore,
del quale descrive anche la figura forte ed
agile insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la
barba irsuta che finiva in punta, oggetto di scherno
per gli Antiochesi, e splendente per la bellezza degli
occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie della
mente — *venustate oculorum micantium flagrans, qui
mentis ejus argutias indicabant*.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 40, 29 sg.

Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che
sono la fonte schietta della verità, diamo ancora una
occhiata all'imagine che di lui ci lasciarono i suoi
due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo,
negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria,
il secondo di vituperarla, di lasciarla coperta di fango
e di vergogna. Nel corso del nostro studio noi abbiamo
già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma non sarà
fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo
qualche mazzo di notizie preziose.

[pg!392]

Cominciamo coll'osservare come, nei lamenti di
Libanio per la catastrofe di Giuliano, è impossibile
non sentire l'espressione di un sentimento vero e profondo,
tanto più quando si pensa che il *Discorso necrologico*
e la *Monodia* furono scritti quando già era
scomparsa ogni traccia del tentativo di restaurazione
pagana, quando il Cristianesimo dominava di nuovo
sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la
manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore,
costituire un pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio,
al pensiero che l'empio Costanzo «dominò sulla
terra, ch'egli contaminava, per quarant'anni, e poi
se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate
le sacre leggi, ha riordinate le buone istituzioni,
risollevate le dimore degli dei, riposti gli altari,
richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti
nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre
ed armenti, ora nella reggia ed ora fuori, ora di notte
ed ora di giorno, sospesa tutta la sua vita alle mani
degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo l'ufficio
minore dell'impero, e per un tempo ancor più breve
l'ufficio maggiore [#]_, se ne partiva, così che la terra,
che appena aveva gustato tanto bene, non se ne potè
saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri mali fosse
venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena
affacciatasi a noi, tosto si ritraeva, come in fuga.
Per Ercole, ciò è troppo acerbo, ed è l'opera di acerbi
demoni» [#]_. Poi Libanio, dopo aver ricordata la desolazione
dell'esercito, quando Giuliano, ferito a morte,
[pg!393]
ma ancor respirante, veniva trasportato dal campo di
battaglia alla tenda, e aver detto che le Muse piangevano
la morte del loro allievo e che la sventura cadeva
sulla terra, sul mare, sull'aere, esclama: «E noi tutti
piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i
filosofi piangono colui che spiegava la dottrina di
Platone, i retori l'oratore valente a parlare ed a scrutare
il discorso degli altri, i litiganti un giudice migliore
di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete
preda di coloro che avranno l'incarico di spogliarvi!
Oh, forza della giustizia che già precipita e che presto
più non sarà che un'ombra! Oh, magistrati, come sarà
vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei poveri
maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo!
Oh, schiere di soldati che perdeste un imperatore
il quale, nei campi, provvedeva ad ogni vostro bisogno!
Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo,
ed ora calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel
medesimo punto, acquistata e perduta la potenza ed
il vigore! Oh, rovina totale della terra!» [#]_.

.. [#] L'ufficio minore è quello di Cesare, il maggiore quello di
   Augusto.

.. [#] *Liban.*, 510, 5.

.. [#] *Liban.*, 516, 15.

A questo grido di dolore fa naturale contrasto il
ricordo delle speranze e delle aspettazioni che Giuliano
aveva destate. L'imperatore, dice Libanio, dava una
suprema importanza all'istruzione; anzi, egli credeva
che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne [#]_.
Per rimettere in onore l'istruzione completamente
trascurata, egli stesso scriveva discorsi e
trattati di filosofia. Voleva anche che le città fossero
governate da uomini colti, e li investiva dell'ufficio,
appena trovasse in essi qualche virtù dell'uomo di
[pg!394]
governo. C'è, davvero, un soffio poetico nell'entusiastica
pittura che Libanio ci fa del viaggio di Giuliano
da Costantinopoli ad Antiochia. L'imperatore è mosso
da un pensiero dominante, la restaurazione dell'Ellenismo,
e gode dei discorsi assai più che dei doni,
e piange di commozione, e si consuma in un'attività
prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto
un tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un
poeta. «Fioriva il giardino della sapienza, esclama
Libanio, e la speranza degli onori stava tutta nell'acquisto
della coltura.... Egli tutto si adoperava
onde rinverdisse l'amore delle Muse» [#]_. Era infine
una nuova primavera ellenica, una rifioritura di pensiero,
di abitudini, di idee che allietava gli spiriti
sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e dal
predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto
con quelle idee e con quelle abitudini. Per comprendere,
nella sua portata e nel suo significato, la restaurazione
tentata da Giuliano, dobbiamo cercar di
risentire le emozioni di questi superstiti amatori di
una civiltà che rapidamente scendeva al tramonto ed
a cui essi si illudevano di poter imprimere un movimento
a ritroso che la riconducesse all'antico splendore.

.. [#] νομίζων άδελφὰ λόγους τε καί θεῶν ιερὰ.

.. [#] *Liban.*, 575, 15.

Al movimento intenso di mente e di lavoro che
gli imponevano i suoi compiti di riformatore religioso,
di generale e d'uomo di Stato, Giuliano provvedeva
con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri e
con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto
ad assistere alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente
volgeva gli occhi altrove, onorando insieme
la solennità coll'esser presente ed i suoi pensieri
[pg!395]
coll'esser assorto in essi. Non v'era lotta, nè gara,
nè applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni.
Quando dava un banchetto, vi prendeva parte quanto
appena bastasse per dire che non era assente [#]_. E
della sua attività, egli ci fa questa interessante descrizione:
«Essendo sempre assai sobrio e non gravando
mai il ventre di peso eccessivo, egli, direi
quasi, volava di cosa in cosa, e, nello stesso giorno,
rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere
alle città, ai comandanti degli eserciti, agli amici
che partivano, agli amici che venivano, ascoltava
la lettura dei messaggi, esaminava le domande,
rendeva lente le mani degli scrivani in confronto
della velocità della sua lingua..... I suoi segretari
dovevano pur riposare, ma non lui, che passava
da un'occupazione all'altra. E quando cessava dall'amministrare
e pranzava, perchè bisogna pur vivere,
egli imitava le cicale, e, posando su mucchi
di libri, cantava, finchè il crepuscolo o la cura
degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era
ancor più scarsa del primo pasto, e breve il sonno
per questa tanta moderazione di cibo. E allora
venivano altri scrivani, che avevano passato sul
letto, il giorno, poichè era indispensabile questa successione
nei servizî, e questo darsi a vicenda il riposo.
Egli mutava le forme del lavoro, ma lavorava
sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni
di Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore,
da augure, da giudice, da generale, da soldato, ed,
in ogni cosa, da salvatore» [#]_. Le cure del regno
[pg!396]
non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi
studi prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così
a lui si rivolge, in altro luogo, Libanio — non
è solo il frutto del lavoro che facesti prima di diventare
imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare
per amor suo. L'impero non ti costrinse a trascurare
i libri. La notte è ancora nella sua prima parte,
e tu già canti più mattutino degli uccelli, e componi
i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».

.. [#] *Liban.*, 579, 5.

.. [#] *Idem*, 580, 10 sg.

E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente
apostrofe agli dei, interessante anche perchè
ci rivela di quali e di quante illusioni si pascesse lo
spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e
perchè ci si sente l'eco degli infervorati colloqui che
egli avrà avuto col suo imperatore, quando questi si
preparava, in Antiochia, a dare, con la sperata vittoria
sui Persiani, il suggello e la sanzione alla restaurazione
dell'antica civiltà.

«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le
vostre promesse? Perchè non avete fatto felice colui
che vi conosceva? Che potevate rimproverargli? Che
non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari?
Non costrusse i templi? Non onorò solennemente
gli dei, gli eroi, l'etra, il cielo, la terra, il mare, le
fonti, i fiumi? Non combattè coloro che vi combattono?
Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come
Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso
di Braside? Non salvò forse l'umanità che
stava per perire? Non fu nemico dei malvagi? Mite
coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti?
Quale grandezza di imprese! Quante espugnazioni!
Quanti trofei! Oh, fine indegno del principio!
Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe
fatto parte dell'impero romano, governata dalle nostre
[pg!397]
leggi, e avrebbe da qui ricevuti i suoi reggitori
e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e mutata
la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo,
in Susa, sofisti e retori educare, con grandi
discorsi, i figli dei Persiani, e i nostri templi, ornati
con le spoglie, portate di là, narrare ai posteri la
grandezza della vittoria, e il vinto stesso gareggiare
coi lodatori dell'impresa, ammirando questo, non ripudiando
quello, compiacendosi di una cosa, non
sdegnandosi di un'altra, e la sapienza, come una
volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere
il posto ai templi, e correre tutti spontaneamente
agli altari, rialzati da quelli stessi che li avevano
abbattuti, e quelli stessi praticare i sacrifizi che rifuggivano
dal sangue, e risorgere la prosperità delle
famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi,
poichè si dice che, in mezzo ai pericoli, egli
pregasse gli dei che la guerra finisse in modo che a
lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche
imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane
tutte le nostre aspettazioni, ed ecco che l'atleta, già
vicino alla corona, a noi giunge nascosto nella bara.
Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi vive!
Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo
regno un puro raggio di sole. Oh, città che fondasti!
Oh, città cadenti che risollevasti! Oh, sapienza che
alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di cui ti facesti
forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in
terra, per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione!
Oh, comune felicità cominciata appena e
subito finita! Noi soffriamo come un uomo assetato che,
portata alle labbra una tazza d'acqua limpida e fredda,
appena toccatala, se la vedesse strappar via» [#]_.

.. [#] *Liban.*, 617, 5 sg.

[pg!398]

Libanio così narra la conversione di Giuliano:

«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto
a regnare, ed essendo _`concordi` in questo le testimonianze
di quanti lo conoscevano, non volle (l'imperatore
Costanzo) che la sua fama si diffondesse in
troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E,
pertanto, lo manda a vivere a Nicomedia, città più
tranquilla. Questo fu il principio d'ogni bene per
lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una
scintilla di scienza divina, a stento sfuggita alle
mani degli empi. — Scrutando, dietro a questa, le cose
occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a Giuliano — ingentilito
dagli insegnamenti, il fiero odio
contro gli dei. Quando poi tu andasti nella Jonia,
e conoscesti un uomo che è creduto ed è saggio [#]_
e udisti ciò ch'egli insegnava intorno a quegli spiriti
che hanno composto e che conservano l'universo,
e mirasti la bellezza della filosofia, e gustasti
la più pura delle bevande, scotendoti di dosso l'errore
e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato
dalla nebbia preferisti la verità all'ignoranza, la
divinità legittima alla falsa, gli antichi numi a quello
che, da poco tempo, perfidamente s'era insinuato.
Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora
migliori sapienti (e anche qui si vede l'opera degli
dei che, col mezzo di Platone, ti ingrandirono l'intelligenza,
onde con alti concetti tu potessi accingerti
alla grandezza delle azioni) già forte, e per la fluidità
della parola e per la scienza delle cose, prima ancora
di poter giovare agli interessi sacri, tu accennasti che
non vorresti trascurarli, venuta che fosse l'occasione,
[pg!399]
piangendo su ciò che si era abbattuto, sospirando su
ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò che
era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava
vicino la futura salvezza nel dolore presente» [#]_.

.. [#] Probabilmente Libanio allude a Massimo.

.. [#] *Liban.*, 408, 5 sg.

Descritta l'azione salutare di Giuliano nella Gallia,
così esclama Libanio: «Certo, tu non avresti fatto
tutto ciò, senza l'aiuto di Minerva. Ma, avendo, fin
da quando partisti da Atene, quella dea compagna
nel consiglio e nell'azione, come lo fu per Ercole
contro il cane mostruoso, comprendesti ogni cosa
rettamente con la ragione, ed ogni cosa bene operasti
con le armi, non restando seduto nella tenda
ad udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti
avanti, ed agitando il braccio, e scotendo la lancia,
e brandendo la spada, incoraggiavi col sangue dei
nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese,
eroe nelle pugne» [#]_.

.. [#] *Idem*, 413, 10 sg.

Dalle pagine di Libanio esce fuori un'imagine attraente
e geniale. Ardente di spirito, appassionato dei
più nobili ideali, generoso ed eroico, il giovine imperatore
ci appare veramente degno dell'ammirazione e
dell'amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi
maestri, i suoi soldati. Certo, Giuliano era un uomo
squilibrato. La sua fantasia bollente e disordinata si
univa, in modo singolare, alla pedanteria del retore e
del formalista. Ma c'è in lui un soffio eroico, qualche
cosa di giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo
della civiltà ellenica, che tolgon via, dalla sua figura,
le macchie e i difetti, o, almeno, li celano sotto i
raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie
[pg!400]
rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche
nel ritratto dipinto da Libanio, ed è la macchia della
superstizione. Già lo dicemmo, più su, parlando del
Neoplatonismo. L'antichità era tutta superstiziosa.
Perchè non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto
seguire la strada aperta da Democrito, da Epicuro e
da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la strada opposta,
esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre
il soprarazionale e il soprannaturale alla ragione
ed alla natura, ciò che vuol dire rinunciare a trovar
le cause logiche degli effetti, ed a vedere in tutto
l'intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno
più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto,
nessuno, quindi, più di lui ardente promotore
di tutti quegli esercizi di culto con cui credeva di
guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama
Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di
sacrifizi, ed incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi
di paura. Ed erano pellegrinaggi e canti sulle cime
dei monti, e buoi che egli stesso, di sua mano, sacrificando,
offriva agli dei, e di cui poi banchettava
la gente. Ma, siccome non era facile all'imperatore
uscire, ogni giorno, dalla reggia per recarsi ai templi,
eppure nulla è più giovevole della continua convivenza
con gli dei, così egli aveva costrutto, nel
mezzo della reggia stessa, un santuario al dio che
conduce il giorno, e partecipava e faceva partecipare
gli altri ai misteri a cui si era iniziato, ed innalzava
altari separatamente a tutti gli dei. E la prima cosa
che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi,
coi sacrifici, agli dei» [#]_. E nella *Monodia*, piangendo
[pg!401]
la morte all'eroe, domanda: «Quale degli dei dobbiamo
accusare? Tutti egualmente perchè hanno trascurata
la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio
delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui
aromi, del molto sangue versato e di notte e di giorno.
Egli non era devoto agli uni e negligente degli altri,
ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere dai poeti,
e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori,
egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava
le are di buoi e di agnelli» [#]_.

.. [#] *Liban.*, 564, 15 sg.

.. [#] *Liban.*, 508, 10.

Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale,
e vi era tanto versato che gli auguri, narra Libanio,
lui presente, dovevano rigorosamente dire la
verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e scoprir
tutto [#]_. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese,
egli si facesse accompagnare da schiere di auguri, e
nulla tentasse senza aver prima _`esplorate` le viscere
delle vittime e il volo degli uccelli. E l'onesto Ammiano,
col suo buon senso, riconosce che l'imperatore
era dedito ad un'eccessiva ricerca di presagi, e più
superstizioso che legittimo osservatore del culto — *presagiorum
sciscitationi nimiæ deditus... superstitiosus
magis quam sacrorum legitimus observator* [#]_.

.. [#] *Idem*, 582, 10.

.. [#] *Amm. Marcell.*, II, 42, 30.

Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci
pare che in questo ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi,
nella rifioritura, da lui tentata, di riti puerili ed
assurdi, egli abbia propriamente fatto opera di reazionario.
Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo
è quello appunto di aver purificato il culto, di aver
liberati gli altari del ributtante spettacolo delle vittime
[pg!402]
sgozzate. Però, se guardiamo bene in fondo alla
quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che
riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e
da una parte e dall'altra, riassuntivo e simbolico nel
Cristianesimo, reale e continuo nel Paganesimo. Il
Cristianesimo, s'intende non quello del Vangelo, che
pone semplicemente l'idea sublime di un Dio paterno,
ma il Cristianesimo metafisico e dommatico, ha portato
nel culto reso alla divinità delle forme nuove ed assai
migliori, ma non ha portato un concetto veramente
nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un
arbitrio onnipotente che si placa a forza di vittime
non era stato strappato alla radice. Giuliano, anche
per questo rispetto, non è stato nè reazionario nè progressista.
Non ha fatto che vivere e muoversi nell'ambiente
intellettuale del suo tempo.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Giudizi di Gregorio`:

Malgrado questa nera macchia di superstizione e
di bigottismo, Giuliano, quale ci è dipinto da Ammiano
e dall'entusiastico Libanio, è una figura d'uomo
e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne
gli errori e le sventure, e proviamo per
lui quella simpatia e quell'ammirazione che sempre
ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci volgiamo a Gregorio
di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del
tutto diversa, ci appare davanti l'imagine di uno scellerato
e di uno stolto. L'eroe delle imprese di Gallia
e di Persia, l'uomo severo di principî e di costumi,
lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di
Gregorio, «quel drago, quell'apostata, quel gran macchinatore,
quell'Assiro, quel comune nemico e corruttore
di tutti, che ha versato sulla terra la rabbia
[pg!403]
e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le sue
parole inique [#]_. E gli scritti di Giuliano sono scellerati
discorsi e scherzi, la cui forza sta tutta nella
potenza dell'empietà, ed in una sapienza, son per
dire, da ignorante» [#]_.

.. [#] *Gregor.*, 49.

.. [#] *Idem*, 50. — άσοφος, ιν' οϋτως ονομάσω, σοφία.

È tanto l'odio di Gregorio per Giuliano che il pio
scrittore, onde poterlo, con ancora maggior efficacia,
accusarlo di perfidia, non esita a farsi l'entusiasta
apologista dell'imperatore Costanzo. Qui c'è un voluto
e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo
che l'ariano Costanzo era stato, non solo un feroce
persecutore dei Pagani, ma un persecutore non meno
feroce degli ortodossi, tanto che il grande Atanasio
aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene
Gregorio è così infervorato nell'esaltare il nemico di
Giuliano ch'egli osa scusare in lui il persecutore dei
suoi fratelli in Cristo, dicendo che l'imperatore non
era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell'unità
la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l'unione
nell'errore ariano era detestabile e funesta [#]_.
Ed egli attenua l'eresia di Costanzo, e ne attribuisce
la colpa agli altri. Parve, egli dice, che Costanzo desse
una scossa all'ortodossia [#]_. Ma tale apparenza è da
mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che
hanno ingannato un animo semplice e tutto infiammato
di virtù. E, dopo tutto, esclama il polemista, noi non
possiamo dimenticare ch'egli è figlio ed erede di colui
che ha dato il fondamento della potenza imperiale
[pg!404]
alla fede cristiana [#]_. E non possiamo dimenticare
che Costanzo moriva lasciando dominatore il Cristianesimo! [#]_.
Nulla più di queste lodi e di questo esaltamento
di un imperatore eretico, tirannico e crudele
fatto da uno dei principi della Chiesa, dimostra l'acciecamento
delle passioni, ed anche il traviamento morale
in cui il Cristianesimo era caduto.

.. [#] *Idem*, 64.

.. [#] την ὀρθὴν δὸξαν παρακίνεῖν ἔδοξεν.

.. [#] τὸν βαλλόμενον τὴν κρηπίδα της βασιλικῆς τῳ χριστιανισμῷ
   δυναστείας και πίστεως

.. [#] *Gregor.*, 119.

Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo
infernale intorno a cui si addensano le più oscure e
stolte leggende. Una volta, mentre stava sacrificando,
le viscere delle vittime gli si disposero in forma di
una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore,
ma l'empio apostata spiegò l'apparizione come un
simbolo della sconfitta del Cristianesimo [#]_. Un'altra
volta, Giuliano, guidato da un maestro dei sacri misteri,
discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni
orrendi, ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi.
Atterrito Giuliano, quasi senza pensarci, come difesa
contro i demoni malvagi, ricorre all'esorcismo a cui
era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della croce.
E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due
volte si ripete lo strano esperimento, due volte constata
Giuliano la potenza dell'esorcismo cristiano. Egli
è scosso; ma il maestro d'empietà che gli stava al
fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non
già perchè ebbero paura della croce, ma perchè ne
ebbero ribrezzo. — E Giuliano, persuaso da tale affermazione
del suo maestro, discende con lui nella caverna. — Leggende
[pg!405]
assurde ma sintomatiche, perchè
rivelano il lavoro della fantasia popolare ed insieme
la credulità e l'artifizio dei polemisti cristiani, i quali
trasformavano l'utopistico ellenista, di null'altro innamorato
che d'Omero e di Platone, in una figura
demoniaca che incuteva spavento nell'animo commosso
delle plebi cristiane.

.. [#] *Idem*, 70 sg.

Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano
un feroce persecutore. Ciò che più irritava, nell'atteggiamento
di Giuliano, i difensori del Cristianesimo
era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli
pretendeva di poter ricondurre il mondo all'Ellenismo
antico. Che si potesse in altro modo, che con la violenza,
combattere il Cristianesimo era, per quegli apologisti,
affatto inammissibile, ed essi vedevano, in quel
tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò
che il nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella
dimostrazione che, malgrado le apparenze, Giuliano
ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio è, in tale dimostrazione,
un polemista di singolare abilità. Egli
adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo
e dell'ironia, e tocca, molte volte, il vero. Infatti che,
nella mitezza di Giuliano, ci fosse una parte d'ipocrisia,
è ben naturale. Si può affermare, senza fargli
torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa
vanto, non viene tanto da un giudizio imparziale e
dal rispetto reale delle convinzioni altrui, quanto
dalla persuasione che la tolleranza fosse un'arma migliore
della persecuzione per raggiungere lo scopo che
gli stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce
affatto il vantaggio che, dall'atteggiamento
del pagano imperatore, veniva ai Cristiani. «Giuliano,
egli dice, dispone le cose in modo ch'egli perseguita,
parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l'onore
[pg!406]
che ci verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo» [#]_.
La differenza che corre fra Giuliano e gli
altri imperatori persecutori sta nel fatto che questi
perseguitavano lealmente, e con animo apertamente
tirannico, così che essi traevano gloria dalla violenza
che esercitavano, Giuliano, invece, è, nella sua persecuzione,
miserabilmente astuto e vile [#]_. «Giuliano» — afferma
Gregorio con un'acutezza che, sebbene avvelenata
dall'odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte,
il vero — «divideva in due sezioni la sua potenza,
quella della persuasione e quella della violenza.
Quest'ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava
al volgo delle città, di cui è più terribile
l'audacia perchè irragionevole e più feroce l'impeto.
E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col non
impedire le sommosse. L'ufficio più mansueto, e più
degno di un principe, quello della persuasione, lo
teneva per sè. Ma non riesciva a mantenervisi sino
al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come
non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata,
o all'Etiope il color nero.... Così colui fu,
pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la sua stessa umanità
era disumana [#]_, la sua esortazione violenza, la
sua cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva
parere di aver il diritto di far violenza dal momento
che non era riuscito a persuadere» [#]_.

.. [#] *Gregor.*, 72.

.. [#] *Idem*, 73.

.. [#] και ἦν λίαν απάνθρωπον αὺτῳ τὸ φιλάνθρωπον.

.. [#] *Idem*, 74.

In queste parole di Gregorio, c'è indubbiamente un
fondo di vero, abilmente usufruito dal polemista che
ha saputo opportunamente caricare le tinte, ed ha descritto
[pg!407]
come uno stratagemma voluto, come una condotta
premeditata ciò che era, più che altro, il portato
della necessità della situazione. Seguendo il filo di
quest'interpretazione necessariamente ostile, Gregorio
passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano,
che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere
l'imperatore direttamente responsabile, oppure esserne
giustificata la causa, e naturalmente ne fa
tanti capi d'accusa contro il nemico. Tutto questo è
necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è
la mirabile invettiva, in cui l'oratore pone a raffronto
le veraci virtù cristiane contro le fallaci ed apparenti
virtù pagane, e manda un grido di vittoria [#]_. Qui
parla veramente un uomo infervorato e pieno di entusiasmo
per la verità della causa ch'egli difende.
Quando tocca della gloria dei martiri, Gregorio trova
le più efficaci parole. Ma più interessante ancora è
quel brano in cui Gregorio, con un'originalità di pensiero
ed una forza di sentimento, di cui gli esausti
oratori d'Atene e d'Antiochia non avevano più nemmeno
il sentore, pone in luce le antitesi essenziali del
Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono dal contrasto
fra il concetto pessimista del mondo presente e
il concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi
per le quali il Cristiano vero gioisce e si gloria delle
pene terrestri come di un processo di iniziazione alle
felicità celesti, quelle antitesi che hanno la loro più
acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini
evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano
non sentisse il fascino di una così profonda e così
nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza dell'indurito
[pg!408]
pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi.
Gregorio s'ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto
cercare la causa dell'inesplicabile resistenza di Giuliano
nel fatto che quelle belle antitesi più non rappresentavano
la condizione vera del Cristianesimo, per le
cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste
e futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che
presentava uno spettacolo deplorevole di discordia e
di cupidigia. Certo il concetto morale che culminava
nell'apoteosi dell'umile e dello sventurato aveva dato
al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto
secolo, quel concetto era diventato una pura espressione
retorica, a cui per nulla affatto rispondeva la realtà.
Era, dunque, naturale che ad un animo educato nel
culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel
confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse,
nel ritorno ad essa, la salvezza del mondo.

.. [#] *Gregor.*, 76 sg.

Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando
vuole dimostrare che non era atto di buona politica
il tentar di ricondurre il mondo al Politeismo, perchè
oramai il movimento cristiano si era troppo largamente
diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo.
I successori di Costantino non potevano che seguirne
l'indirizzo. Il ritornare, sia pur temperandola nei modi,
alla politica di Diocleziano avrebbe indebolito ancor
di più l'impero, rendendogli avversa la maggioranza
dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare dell'opposizione
che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto,
come già dicemmo, le campagne erano, in gran
parte, rimaste fedeli al Paganesimo, e lo rimasero per
molto tempo ancora, se, circa trent'anni dopo la morte
di Giuliano, Libanio potè rivolgere all'imperatore Teodosio
il suo grande discorso sui templi onde supplicarlo
a difendere i templi campestri dal furore distruttore
[pg!409]
dei Cristiani [#]_. E l'esercito rimase sempre
intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio
affermi ch'egli abolisse il vessillo portante il
segno della croce [#]_. È vero che Gregorio ci narra di
un grande scandalo avvenuto nel campo; i soldati
cristiani si sarebbero presentati all'imperatore per restituire
il dono da lui ricevuto, nell'occasione del
suo anniversario, appena si accorsero che, col bruciare
un grano d'incenso, secondo il desiderio dell'imperatore,
al momento di ricevere il dono, avevano
commesso un atto di culto politeista. Giuliano non
avrebbe puniti i ribelli che coll'esiglio, non volendo,
dice Gregorio, fare dei martiri veri di coloro che, nell'intenzione,
già lo erano [#]_. Ma, in questo racconto,
Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni
di una scena solenne qualche episodio isolato, poichè
il vero è che, nell'esercito di Giuliano, non si è mai
manifestato il più lieve indizio d'indisciplina. Se,
anzi, v'è cosa che dimostri la potenza d'attrattiva
del giovane imperatore è la devozione ardente ed illimitata
che i suoi soldati avevano per lui. Durante
le campagne ardue e faticose di Gallia e di Germania,
nell'arrischiata avventura della ribellione a Costanzo,
nella grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia,
i soldati lo seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura.
E nulla ci dice che i soldati cristiani, e, certo, molti
ne avrà avuto l'esercito, oscillassero nella loro disciplina.
Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio
[pg!410]
e Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano,
sia uscito da mano cristiana, il mistero di cui
fu avvolta la cosa e la segretezza del complotto provano
come nessun proposito di opposizione potesse
mai aver probabilità di successo fra le schiere obbedienti
di Giuliano.

.. [#] *Liban.*, II, 164, 5 sg.

.. [#] *Gregor.*, 75.

.. [#] ινα μὴ μάρτυρας εργάσεται τοὐς ὂσον τὸ επ' αυτοῖς μάρτυρας. — *Gregor.*, 85 sg.

Fra gli atti di persecuzione attribuiti all'imperatore,
Gregorio pone, come già vedemmo, il famoso decreto,
scolastico. Ma abbiamo già discusso il valore del suo
giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare
i colpi ch'egli mena alla sua vittima, pel tentativo
di imitare, con le istituzioni del Paganesimo riformato,
le istituzioni del Cristianesimo. Gregorio deve
pur riconoscere l'umanità dell'iniziativa di Giuliano,
ma non riconosce la lealtà dell'intenzione. Giuliano,
dice Gregorio, ha voluto imitare quel generale assiro
il quale, non riuscendo ad espugnare Gerusalemme,
si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente
ebraico, onde adescarli coll'armonia della sua loquela.
Così Giuliano fondava scuole, ospizî e perfino monasteri,
voleva stabilire una gerarchia sacerdotale simile
alla cristiana, ed esortava all'esercizio della carità
verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio,
se sia stato un bene pei Cristiani che questo
tentativo di Giuliano di cristianizzare il Paganesimo
venisse fermato, in sul nascere, dalla morte dell'imperatore,
poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo
carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo
che le scimmie, per voler imitare gli uomini, si lasciano
pigliare, così sarebbe accaduto anche di lui che si sarebbe
impigliato nelle proprie reti, poichè le virtù cristiane
son parte intima della natura del Cristianesimo,
e «non son tali da potersi emulare da nessuno di coloro
che vogliono tener dietro a noi, essendo esse vittoriose
[pg!411]
non già per sapienza umana, ma per forza divina
e per la saldezza che viene dal tempo» [#]_.

.. [#] *Gregor.*, 102 sg.

Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo
scopo di dimostrare che Giuliano era un persecutore.
Siccome questo è uno dei punti più interessanti la
personalità dell'enigmatico imperatore, esaminiamolo
ancora una volta.

Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio
moderatore, la sua norma di condotta che gli impediva
di ricorrere alla violenza per ottenere il trionfo
della sua causa, non v'ha scrittore imparziale che lo
possa affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si
riuscirà mai a trasformare il neoplatonico sognatore
in un principe persecutore. Tuttavia, una tesi sostenuta
dall'acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un altro
scrittore, nell'ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano,
è che, nell'azione di Giuliano, vi sia stata una
specie di evoluzione, così che, cominciata sotto l'ispirazione
di una grande temperanza ed equanimità, sia
poi andata mano mano inacerbendosi per modo da
presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se
proprio non si possono identificare a procedimenti di
persecuzione, vi si avvicinano assai.

A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e
rispondente, più che altro, ad uno schema preconcetto.
Intanto, il regno di Giuliano fu così breve, da non
permettere un'evoluzione fondamentale del suo pensiero.
E poi quelle sue azioni non si lasciano affatto
disporre nell'ordine cronologico che si vorrebbe loro
imporre, per dedurre la conseguenza che Giuliano precipitava
alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi
[pg!412]
che, a torto, a nostro parere, ma che pure da uno
scrittore partigiano, come Gregorio, potevano essere
messi sotto la luce sinistra di una persecuzione religiosa,
la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne
proprio all'esordio del suo regno, mentre l'editto di
disapprovazione degli Alessandrini per l'uccisione del
vescovo Giorgio, fu scritto da Antiochia. Quanto alle
sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora di
questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante
il suo breve regno. Ma è impossibile il dire ch'egli le
fomentasse per infierire contro i Cristiani. Vedemmo,
anzi, come, in casi gravi, egli si appagasse di pene
puramente amministrative.

Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe
stato impossibile di rinnovare la persecuzione
classica degli imperatori precedenti. Come dicemmo
più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano
per *coercitio*, cioè per semplice misura di
polizia. I Romani non s'incaricavano punto della
dottrina dei Cristiani, poichè la persecuzione dogmatica
era ad essi ignota affatto, e non andavano nemmeno
a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano
colpevoli. I Cristiani erano considerati una
setta pericolosa allo Stato; quindi, in date occasioni,
l'autorità imperiale ne faceva, come oggi si
direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione
all'imagine dell'imperatore, li mandava al supplizio.
Ma questi procedimenti di polizia non sono possibili
che contro un'esigua minoranza. Il giorno in cui
la minoranza diventa maggioranza essa si ribella, e
ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo
di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è
ciò che i Cristiani avevano fatto, dopo che Costantino
ebbe data al Cristianesimo un'esistenza legale e riconosciuta.

[pg!413]

Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto,
non poteva più perseguitare i Cristiani col sistema
antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non
bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello
ch'egli potesse dare. Giuliano non poteva essere
un protettore del Cristianesimo. Egli lo combatteva,
voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di
fronte il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma,
e non si può volere che tenesse una condotta
che fosse in contraddizione con quel suo programma.
Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in
piedi i privilegi e le prerogative che avevano saputo
conquistare, durante il mezzo secolo del loro dominio.
I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed in Socrate,
protestavano contro questo ritorno all'antico. Dal punto
di vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la
condotta di Giuliano non era, per questo, persecutrice
o riprovevole. È con questi criterî che vanno giudicati
quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i
Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che
Giuliano si riponeva semplicemente nelle abitudini antiche
di governo e di eguaglianza fra i cittadini, come
egli doveva pur fare per realizzare il suo programma.
Nell'amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale,
che si diceva che la Giustizia, fuggita in
cielo, ritornava, lui imperante, in terra. Ed, anzi,
il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene
Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna,
quale fosse la religione di ognuno dei litiganti,
pure nessuna sua definizione di lite fu mai trovata
dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero
di aver deviato, o per religione o per qualsiasi
altro motivo, dal retto cammino della equità.
[pg!414]
*Nec argui unquam potuit ob religionem, vel quodcumque
aliud ab æquitatis recto tramite deviasse*» [#]_. Questa
dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale,
che pur non tace le colpe e i difetti del suo eroe, e
che era del tutto impervio ad ogni fanatismo religioso,
risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano fuor
che nel caso, affatto personale, della sua lotta con
Atanasio, non ha mai fatto opera di persecutore. Tutti
gli atti che i suoi nemici e gli scrittori ecclesiastici,
Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino, additano come
prove di persecuzione, non sono che provvedimenti
intesi a togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana,
la posizione privilegiata che le era stata creata. Ora,
il dare a tale condotta, la quale era nella logica dello
scopo che Giuliano si era prefisso, il colore di una
persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere
forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo,
mi pare sia l'effetto di un giudizio parziale, di
un giudizio mancante di oggettività, e che va a cercare
la colpa coll'intenzione prestabilita di trovarla.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 288.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido
di gioia per la catastrofe di Giuliano. Il terribile
oratore accumula sul capo del caduto tutti gli oltraggi
che gli fornisce la sua ricca fantasia o ch'egli
attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per
poter esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe
chiamarlo insieme Geroboamo, Acabbo, Faraone,
Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta della sua
[pg!415]
nella scoperta e nelle macchinazioni del male [#]_. E
di ciò è prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la
promessa da lui fatta di ricostruire il tempio di Gerusalemme,
promessa resa vana dal miracoloso intervento
di Dio. La narrazione della campagna di Persia
è irritante per lo spirito ingiusto e partigiano con cui
è fatta. Tutta la meravigliosa preparazione e l'abilità
singolare con cui l'imperatore riuscì a condurre trionfalmente
l'esercito fino a Ctesifonte è negata da Gregorio,
che attribuisce quel successo all'artifizio dei
Persiani che volevano attrarre il nemico nel cuore del
paese per meglio sconfiggerlo; taciuto è l'eroismo di
Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso. Gregorio
propriamente non sa a chi attribuire il merito
dell'uccisione di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità
che il colpo sia partito da mano cristiana. Ma
gioisce della morte dell'imperatore, come della salvezza
del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che
il suo corpo fosse gittato nascostamente nel fiume,
onde si credesse ch'egli fosse scomparso e salito al
cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come lo
spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità!
Ecco che diventa, nelle mani di un nemico, la scena
commovente e sublime che ci hanno descritta Ammiano
e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge
davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno,
eccessivi, e davanti a questa voluta caricatura
del personaggio storico, è, d'altra parte, impossibile
resistere all'impeto dell'eloquenza del trionfante oratore.
La chiusa del discorso di Gregorio risuona come
[pg!416]
un clangore di tromba che saluta la vittoria. «Dammi,
egli grida, dammi i tuoi discorsi imperiali e sofistici,
i tuoi irresistibili sillogismi, le tue meditazioni. Le
porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori dissero
a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere
l'eco dei tuoi canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga
l'ierofante la stola infame; sacerdoti,
indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica
immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di
disonore, risuoni il nostro nunzio di verità divina.
Si chiudano i tuoi libri falsi e magici; si aprano i
libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono
tanti apparecchi d'armi, tante invenzioni di macchine,
tante miriadi d'uomini, tante falangi? Fu più
forte la nostra preghiera e la volontà di Dio» [#]_.
Gregorio esulta all'idea di tutti i tormenti del Tartaro
ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano,
poi esclama: «Queste cose ti diciamo noi a cui
doveva essere vietata la parola, per quella tua grande
ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi
decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una
libera voce, che maledice la tua stoltezza. Non pensi
alcuno di trattenere le cataratte del Nilo, cadenti
dall'Etiopia nell'Egitto, nè i raggi del sole, se anche
per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua
dei Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta.
Questo ti dicono Basilio e Gregorio, i nemici
e gli oppositori del tuo tentativo che tu, sapendo
esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita,
la dottrina e la concordia, riservavi all'estremo cimento,
come un dono trionfale e splendido pei demoni,
[pg!417]
se mai avessimo dovuto riceverti ritornante
dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso
pensiero, di trascinar teco nel baratro...

.. [#] *Gregor.*, 111. — ου γαρ εγὲνετο ποριμώτερα φύσις εκείνης εἰς κακου εύρεσιν καὶ επίνοιαν.

.. [#] *Gregor.*, 126.

«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa
colonna più alta e più splendida
delle colonne d'Ercole. Queste son fisse in un
luogo e non sono vedute se non da chi là si reca.
Questa, essendo mobile, può vedersi dovunque e da
tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche al futuro, infamando
te e la tua impresa, ed insegnerà a non
osar mai una tanta ribellione a Dio, perchè ad
eguale misfatto seguirebbe eguale castigo» [#]_.

.. [#] *Gregor.*, 132 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Gli scritti di Giuliano`:

Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte
l'una all'altra che ci presentano di Giuliano questi
scrittori suoi contemporanei, per alcuni dei quali egli
era un nume raggiante d'ogni virtù, per altri un mostro
abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati
a conoscere il vero, se non avessimo gli
scritti di Giuliano stesso, sui quali non è difficile il
formarsi un concetto esatto dell'indole e delle doti
dell'uomo. Una gran parte di questi scritti venne già
da noi esaminata, nel corso di questo studio, e vi abbiamo
trovati gli indizî del suo modo di vedere nei
problemi della filosofia e della religione, e la spiegazione
della sua condotta nelle complicate condizioni
in cui si trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di
[pg!418]
entrare nell'intimo del suo spirito e sorprendere l'uomo.
Per questo non ci possono essere di nessun aiuto le
due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano,
in onore di Costanzo, quando rientrò nel favore del
cugino. Due brani, scritti sotto la pressione della prudenza
politica, non rispondenti, in alcun modo, alle
convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una
prova della decadenza in cui era precipitata la letteratura
greca, nelle scuole dei retori, dove l'arte
dello scrivere si riduceva all'applicazione di un determinato
formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni
degli esempi della storia e della letteratura
antica.

.. _`I panegirici di Costanzo`:

Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono
onorevoli per Giuliano. Si comprendono facilmente le
ragioni di opportunità che possono aver mosso il nuovo
Cesare a comporre quegli elogi. Portato improvvisamente
al vertice degli onori, rivestito di un'autorità
che lo rendeva quasi collega dell'imperatore, sorretto,
come egli si sentiva, dell'appoggio vigilante e possente
di Eusebia, egli poteva credere che si iniziasse un'era
nuova per lui. Da qui la necessità di non compromettere
nè il presente nè l'avvenire, e di guadagnarsi il
favore del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli
i primi frutti del suo ingegno e del suo studio.
Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche una parte grande
al ricettario scolastico ed enfatico della scuola retorica
a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi,
un'adulazione così eccessiva da farci un senso penoso,
sopratutto se ricordiamo ciò che Giuliano stesso narrava
pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè, ch'egli
si era subito accorto della malafede di Costanzo nell'attribuirgli
il nome ed il potere di Cesare, perchè si
trovava circondato da spie, guardato con sospetto dai
[pg!419]
generali del suo esercito, tenuto quasi come un prigioniero [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 277, sg.

Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran
potenza di dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime
in cui si trovava, potesse mandare questi inni
di ammirazione e di riconoscenza allo sciagurato cugino,
all'uccisore della sua famiglia! È un vero conforto,
quando, giunti al termine di queste declamazioni,
noi udiamo lo scrittore scusarsi di non dar le
prove della virtù di cui ha abbellita la figura di Costanzo,
col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo,
ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il
momento lo chiama all'azione [#]_, e quest'azione era,
forse, la grande campagna contro la coalizione germanica
guidata dal re Conodomario, quella campagna
che si chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo! [#]_.

.. [#] ἑμοί οὐ σχολὴ τἀς μουσας ἐπὶ τοσοῦτον θεραπεύειν, ἀλλ'
   ὤρα λοιπὸν πρὸς ἔργον τρέπεσθαι. *Iulian.*, 130.

.. [#] Il prof. R. D'Alfonso, in un suo saggio sugli scritti di Giuliano
   di cui non venni a conoscenza se non dopo pubblicato il
   mio libro, saggio che, per la padronanza delle fonti e per l'acume
   e l'imparzialità del giudizio, è un eccellente contributo agli studii
   giulianei, sostiene una tesi che a me pare un poco arrischiata, la
   tesi, cioè, che i panegirici di Costanzo siano stati scritti da Giuliano
   con un'intenzione d'ironia, così che, invece d'essere l'espressione
   di un opportunismo deplorevole, sarebbero un attacco acerbo, per
   quanto velato, contro il nuovo e sempre infido protettore. Ora,
   che Giuliano, nel segreto del suo pensiero, non prendesse sul
   serio le lodi smaccate ch'egli profonde al cugino, è cosa indubitabile.
   Ma ciò non basta a dare al suo discorso il carattere
   dell'ironia. Bisognerebbe, per questo, che, avendo qualche interesse
   a lasciar trasparire il suo vero pensiero, avesse scritto
   in modo che gli uditori o i lettori potessero coglierlo sotto una
   parola che dice l'opposto di ciò ch'egli intende. Ora, questi panegirici
   furono scritti nella luna di miele della conciliazione di
   Giuliano con Costanzo, il primo, probabilmente durante il suo
   soggiorno a Milano, il secondo, in Gallia, alla vigilia di una
   delle sue prime campagne. Giuliano aveva accettata la sua nuova
   posizione che faceva di lui il secondo personaggio dell'impero.
   Ciò posto, egli doveva ragionevolmente desiderare di consolidar la
   sua base e di guadagnarsi sempre più il favore dell'imperatore,
   o, almeno, di dissipare i sospetti che ancora potevano nascondersi
   nell'animo suo. Quale leggerezza sarebbe mai stata la sua, se,
   proprio nel momento in cui riceveva da Costanzo l'ufficio di Cesare,
   e lo teneva in suo nome, egli lo avesse offeso con le punzecchiature
   di una trasparente ironia! I due panegirici sono
   scritti, e in parte sono giustificabili, per lo scopo di sradicare la
   diffidenza che la coscienza delle proprie perverse azioni doveva
   destare in Costanzo. Il punto più delicato, nei reciproci rapporti
   fra i due cugini, doveva essere il ricordo della strage perpetrata
   da Costanzo, alla morte di Costantino, del padre e dei parenti
   di Giuliano. Ebbene, nel suo primo discorso, questi prende
   nettamente posizione, ripetendo in proprio nome la scusa sotto
   cui Costanzo attenuava il delitto. Giuliano parla dei saggi provvedimenti
   presi da Costanzo nell'assumere l'impero, e poi soggiunge
   questa frase: «se non che, forzato dalle circostanze,
   contro tua volontà non impedisti agli altri di commettere degli
   eccessi. — πλήν εἴ που βιασθεὶς ὑπὸ τῶν καιρῶν ἄκων ἑτέρους ἐξαμαρτανεῖν οὐ διεκώλυσας» (*Iulian.*, 19). Come dimostrammo
   nella nostra trattazione, questa scusa non scusava affatto
   Costanzo, ma, in ogni modo, gli dava la scappatoia per la quale
   sfuggire al biasimo, gittando sugli altri la responsabilità del
   misfatto. Questa spiegazione era ufficialmente ammessa, era una
   specie di dogma che, alla corte di Costanzo, bisognava accettare
   ad occhi chiusi. Giuliano, come lo dice nel manifesto agli Ateniesi,
   non ci credeva affatto. Ma ciò non toglie che la sua dichiarazione,
   al momento in cui l'ha fatta, dovesse essere considerata
   come una garanzia ch'egli dimenticava il passato, e
   deponeva ogni pensiero di vendetta, ogni sentimento di collera
   e d'orrore. Compiuto questo passo, che per Giuliano doveva essere
   il più difficile e ripugnante, al riconoscimento ipocrita della virtù
   di Costanzo, egli entrava, a vele spiegate e senza ostacoli, nelle
   acque della retorica adulatrice del suo tempo, e riempiva lo
   schema del panegirico ufficiale con una materia che, meno che
   per qualche punto del secondo panegirico, si trovava già *confezionata*
   nei magazzeni retorici della scuola.

   Ma, se egli non era sincero, voleva esser creduto tale, e,
   pertanto, l'intenzione ironica, a mio parere, deve essere esclusa
   dai suoi discorsi. Fino alla battaglia di Strasburgo, Giuliano
   credette di poter vivere in un pacifico componimento con Costanzo.
   E, dal canto suo, cercava d'infondere nell'animo del cugino
   la fiducia in lui e nell'opera sua e coi fatti e con le parole.
   Certo, Giuliano, nei suoi scritti posteriori vuole farci credere
   che, fino dal primo giorno, mentre egli passava trionfante, nel
   cocchio imperiale, per le vie di Milano, egli aveva il presentimento
   della verità e la certezza del tradimento di Costanzo.
   Ma noi non dobbiamo prendere alla lettera tutto ciò che l'abile
   polemista dice in sua difesa. E, d'altronde, dobbiamo fare una
   larga parte agli effetti della prospettiva storica, la quale diminuisce
   le distanze e ci fa vedere in iscorcio degli avvenimenti
   che, nella realtà, si distendono su di una lunga via. Credo, pertanto,
   di poter concludere che i due panegirici, sono stati scritti
   da Giuliano, nell'intento reale di far cosa grata a Costanzo, e
   rispecchiano un momento determinato della vita del nostro eroe.

[pg!420]

Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso
ufficiale è scritto anche il panegirico dell'imperatrice
Eusebia, che, in parte, già conosciamo. Qui
però si ode l'accento di un omaggio vero e l'espressione
[pg!421]
di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto
più segreto per questa donna insigne che aveva portato
in dote «un'educazione corretta, un'intelligenza
armonica, un fiore ed un'aura di bellezza da far
[pg!422]
impallidire le altre vergini, come le lucide stelle,
vinte dai raggi della luna piena, nascondono il loro
volto» [#]_. Ma del panegirico d'Eusebia toccheremo
più avanti, cercando di scrutare la natura dei rapporti
fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.

.. [#] *Iulian.*, 109.

Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che
hanno un intento prettamente dottrinario, e che, quindi,
non giovano alla nostra attuale ricerca. Ma, negli altri
scritti che ci son giunti, la genialità spontanea di Giuliano,
che già ci si è rilevata così originale nel *Misobarba*,
si presenta in tutta luce. Nel *Banchetto dei
Cesari*, nei discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto
nelle lettere, balza fuori l'uomo ed, insieme a
lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto che, coll'ispirazione
genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica
letteraria di cui era stato nutrito.

.. _`Il banchetto dei Cesari`:

Il *Banchetto dei Cesari* è una satira piena di spirito
e di saggezza, che fa onore a Giuliano, e come
scrittore e come uomo e come imperatore. In quella
satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di
cui mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova
grazia presso di lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile,
davvero, questo giovane trentenne, che, padrone del
mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta,
il più savio degli imperatori. E su questa preferenza
sono armonizzati tutti i giudizi dello scrittore, i quali,
se peccano, talvolta, di severità, sono sempre ispirati
da un alto sentimento morale ed espressi con sottile
arguzia.

Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale
era un dovere il ridere ed il divertirsi, non sapendo
fare nè l'una cosa nè l'altra, propone ad un amico di
[pg!423]
raccontargli un mito interessante. L'amico accetta, e
Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare
appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare
a banchetto gli dei e gli imperatori, su nell'Olimpo.
Gli dei, accettato l'invito, accorrono pei primi
e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto,
Sileno vicino a Bacco, ch'egli diverte coi suoi
scherzi e coi suoi frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano
gli imperatori, ad uno ad uno, e Sileno ha per tutti
una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e Sileno — «Guardati,
o Giove, che quest'uomo per amor del
comando, non pensi di portarti via il regno. Non vedi
come è grande e bello. Mi assomiglia, se non foss'altro,
nella calvizie». — Lo segue Ottaviano, che
cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è
rosso, ora è nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno
di piaghe e di ulceri, poi Caligola che gli dei non vogliono
vedere e che è cacciato via e scagliato nel
Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama:
«Fai male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo
tuo successore, senza i liberti Narcisso e Pallante.
Falli venir qui, e, con essi, anche la sposa Messalina,
poichè, senza di essi, non è che una comparsa
nella tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l'alloro.
E subito Sileno ad Apollo — «Costui si atteggia
ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò tosto la
corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato
è ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti,
tutti accusati e derisi, all'infuori di Nerva, di Marco
Aurelio, a cui però Sileno rimprovera l'indulgenza per
la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di Probo,
che non ha altro torto che l'eccessiva severità. Poi
viene il quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi,
quartetto armonico ed eccellente, se non ci fosse
[pg!424]
la nota discordante di Massimiano; finalmente a quest'armonia
succede un tumulto stridente. È Costantino
coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e
Magnenzio sono scacciati dagli dei.

Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta
di aprire un concorso per esame fra gli imperatori per
vedere chi di loro otterrebbe il premio degli dei. La
proposta è accolta, tanto più che Romolo già da tempo
desiderava di poter avere qualche suo successore presso
di sè. Ma Ercole pretende che si chiami anche Alessandro,
ciò che gli è concesso. Gli dei stabiliscono che
al concorso siano chiamati solo alcuni dei più insigni
imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano,
Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su
proposta di Bacco, anche Costantino, che, però, è
trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad ognuno
dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per
esaltare le proprie imprese. Questi discorsi sono scritti,
dal nostro poeta, con fine accorgimento. Giulio Cesare
ed Alessandro gareggiano fra di loro, per attribuirsi
la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che
le sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di
quelle d'Alessandro, questi ribattendo gli argomenti
dell'altro, ed insistendo, sopratutto, sulla circostanza
da lui affermata che la gloria di Cesare viene dall'imperizia
e dalla pochezza dell'ingegno del suo avversario,
Pompeo. Costui, si vede, non era nelle buone
grazie di Giuliano. Ottaviano vanta la saggia amministrazione
ch'egli ha fatto dell'impero, la fine della
guerra civile, l'aver dati alla potenza romana due
confini ben definiti, l'Istro e l'Eufrate, l'aver sanate
le piaghe che le guerre continue avevano inflitte allo
Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato
degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle
[pg!425]
imprese di guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la
temperanza del suo governo, e, con le sue parole guadagna
la simpatia degli dei. Gli succede Marco Aurelio,
e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo
questo stoico; chi sa quali paradossi, e che
meravigliose massime ci vorrà rivelare! — Ma Marco
Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me
non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare.
Se voi ignoraste le cose mie, sarebbe conveniente
che io ve ne istruissi. Ma siccome a voi nulla è nascosto,
così voi mi darete quel premio che io posso
davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente
saggio, come colui che sapeva quando
convenisse parlare e quando fosse bello tacere.» [#]_ — Finalmente
Costantino, rimasto sul limitare della sala,
non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese
siano inferiori a quelle degli altri. Ma, dovendo
dir qualche cosa, cerca goffamente di dimostrarsi
superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui
combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni
cittadini, come avevano fatto Cesare ed Ottaviano,
aveva vinto dei perversi tiranni. — Marco Aurelio,
egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha dimostrato
di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O
Costantino, tu ci presenti, come opera tua, i giardini
d'Adone. — E che vuoi tu dire, coi giardini
d'Adone? — Son quelli che le donne, in onore
dell'amante di Afrodite, compongono con vasetti, in
cui hanno piantate delle erbe. Verdeggiano per un
istante, e poi subito appassiscono!». — E Costantino
arrossì, comprendendo come ciò alludesse all'opera
sua [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 421, 19.

.. [#] *Idem*, 423, 10 sg.

[pg!426]

Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia
per lo zio e cercava di diminuirne la fama. Quest'antipatia
ha la sua naturale origine dalla posizione
che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può
parer singolare che in questo esame che gli imperatori
subiscono davanti agli dei, non si faccia alcun cenno
di ciò appunto che ai loro occhi doveva essere la colpa
maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva
dare a quel fatto, che per lui era un episodio
passeggero, per quanto empio, una importanza maggiore
di quella che a lui pareva avesse; fors'anche,
non voleva scemare l'effetto della frecciata finale che,
come vedremo, egli ha scagliata all'apostasia di Costantino.

Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso.
Ma gli dei non sono ancora soddisfatti, perchè, per
determinare il merito di ciascuno, non basta conoscere
le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver avuta
gran parte; bisogna conoscere l'intenzione con cui si
son fatte. E qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con
qual fine, dice egli ad Alessandro,
hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer
tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e
scherzoso discorso, conduce Alessandro a riconoscere
di non aver saputo vincere sè stesso. — E quale, fu,
domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? — Essere
il primo, e non solo non essere ma anche
non esser creduto secondo a nessuno. — Certo, osserva
Sileno, tu fosti il più potente dei tuoi concittadini.
Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto
ti atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto
che risponde di aver avuto a scopo della sua
vita il governar bene, e Traiano che afferma aver
avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma con
[pg!427]
maggior moderazione, sono anch'essi scherniti da Sileno.
Il solo Marco Aurelio, con la semplicità delle sue
risposte, vince i sarcasmi del satirico dio. — Quale a
te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio, esser la
scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. — Ma
cosa intendi, dice Sileno, per imitazione
degli Dei? — E Marco Aurelio — Aver meno bisogni
che sia possibile, e beneficare quanti più si può. — E
tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E
Marco — Io di nulla, e di ben poco questo
mio corpicciattolo. — Sileno, esaurita ogni risorsa,
cerca di imbarazzare il saggio imperatore, rammentandogli
le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il
figlio. Ma Marco Aurelio esce d'impiccio con una citazione
d'Omero ed invocando l'esempio dell'indulgenza
di Giove che ha insegnato a tollerar la moglie, ed
una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine,
se non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto
il turno di Costantino, questi è addirittura schiacciato
dagli scherni di Sileno, e gli dei finiscono per votare,
in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora Mercurio,
per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che,
per larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono
scegliersi un dio presso cui vivere protetti. Alessandro,
appena ciò udito, siede presso Ercole, Ottaviano
presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove
e Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere,
Traiano si accosta ad Alessandro. E qui viene la strana
chiusa che bisogna riprodurre con le parole stesse di
Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un archetipo
della vita, scorgendo, vicino a sè l'Incontinenza,
le corse incontro. Essa lo accolse dolcemente,
lo abbracciò, lo adornò di pepli brillanti, e lo condusse
alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che
[pg!428]
gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e
scellerati, venite a me con fiducia. Lavandovi con
questo poco d'acqua io vi renderò puri in un istante,
e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il
modo di purificarvi ancora, pur che vi battiate il
petto ed il capo. — Costantino fu ben lieto di star
con lui, e condusse via i suoi figli dal consesso degli
dei. Ma i demoni, vendicatori dell'empietà lo tormentarono,
lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio
del sangue che hanno sparso dei loro congiunti».

Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso,
ultimo degli imperatori, e si fa dire da Mercurio:
« — A te concedo di conoscere il padre Mitra. Tu
attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento
ed una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai
andartene, la buona speranza di aver per guida
un dio clemente» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 431, 8 sg.

Qui c'è davvero uno scherno atroce ed un'interpretazione
supremamente iniqua dell'ispirazione di
Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui l'indicazione — Gesù — non
si riferisce alla persona del Cristo
evangelico, ma ad una personificazione della religione
cristiana, quale era ai tempi di Giuliano, e quale a
lui si palesava. Ora, il vero è, come già l'abbiamo
osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per
nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di
Giuliano, ciò ci appare evidente dal fatto che fu possibile
allo scrittore di accusare Gesù di esser stato addirittura
il demoralizzatore del mondo. Il Cristianesimo
aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare
certe aspirazioni dell'anima umana al momento
[pg!429]
in cui era apparso. Ma il Cristianesimo non poteva
moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non si moralizzano
per effetto di una dottrina che venga loro
impartita dal di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni
dell'ambiente in cui vivono, e del quale è conseguenza
diretta l'idea tutta relativa della moralità.
Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data
quantità di doti buone o cattive che armonizzavano
con la tempra dei costumi esistenti; non è la morale
che crea i costumi, sono i costumi che creano la morale.
Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar
Cristiani si correva un grande pericolo, non lo
diventavano che coloro i quali erano suscettibili di un
esaltamento di convinzione, e di una disposizione eroica
al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano santi.
Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione
prima tollerata, poi dominante, esso divenne,
come tutte le altre religioni, una veste che si indossa,
ma che lascia intatto l'uomo che ne è ricoperto. Fra
i cristiani non meno che fra i pagani, v'erano i buoni
ed i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi.
S. Ambrogio sarà stato un uomo migliore di
Simmaco o di Libanio rimasti pagani, ma Giuliano,
rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile
quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene
convertiti al Cristianesimo. Ora, la corte scellerata,
per quanto cristiana, dei Costantiniani non poteva
non essere un focolare putrido di ogni fermento
abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino
gli assassini della sua famiglia, e li vedeva, insieme,
esaltati dai Cristiani e lavati d'ogni macchia, pel semplice
effetto di una conversione affatto formale. Da
qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni
speciali in cui aveva vissuto, diventa spiegabile. L'errore
[pg!430]
di Giuliano, errore, del resto, comune negli uomini,
fu quello di imaginare un responsale in ciò che
era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega
leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità
di ciò che era la conseguenza della natura
umana, posta in un determinato momento della
sua evoluzione [#]_.

.. [#] Io dissi più su (pag. [pg 121]_) come, fra i pagani, corresse la
   voce, riportata da Zosimo, che Costantino si fosse piegato in favore
   del Cristianesimo, perchè assicurato che questa religione
   aveva la facoltà di lavare le colpe commesse da un uomo. E
   nessuno avrebbe avuto maggior bisogno di Costantino di quel
   lavacro. Dissi anche che quella voce non poteva essere che
   leggendaria. Difatti Costantino ha perpetrato i suoi maggiori
   delitti domestici, l'uccisione della moglie Fausta, del figlio Crispo,
   del nipotino Liciniano, molti anni dopo l'editto di Milano, e,
   d'altra parte, desiderava così poco il lavacro purificatore, che
   ha ritardato fin sul letto di morte a chiedere il battesimo. Però
   è impossibile non riconoscere, nelle parole di Giuliano un'allusione
   a quella voce, e bisogna dunque concludere che, presso
   i Pagani contemporanei, essa fosse la spiegazione corrente della
   conversione di Costantino.

In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti
di Giuliano, non manca che il lavoro della lima, per esser
eccellente, egli ci dice quale sia secondo lui il dovere
di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del dovere
ch'egli comprende in una disapprovazione comune tutti
gli imperatori che l'hanno preceduto, eccettuando il
solo Marco Aurelio. Pare che anche le glorie guerresche
non trovassero grazia agli occhi suoi, e non costituissero
un merito per chi le avesse guadagnate.
Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore
pacifico, tutto intento a quella propaganda religiosa
[pg!431]
che era la sua più viva preoccupazione. Ma la
natura vinse la ragione ed egli dimostrò che, malgrado
le sue belle teorie, egli aveva molto di quell'Alessandro
a cui per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò
le sue frecciate. Questo neoplatonico incoronato era,
nel profondo dell'essere, un soldato, e le attrattive
della gloria avevano per lui un fascino ch'egli non
confessa, ma che era irresistibile. È così che il primo
suo pensiero, appena toccato il trono, fu di gittarsi
in quella folle guerra di Persia, che non era voluta
che dallo spirito di avventura e dal desiderio di
far stupire il mondo con un'impresa colossale. Quanto
fosse vivo ed impaziente quello spirito ce lo dice Libanio,
il quale, nel discorso necrologico, descrive l'ardore
di Giuliano nel correre a quell'impresa. A stento egli
concesse un breve indugio pur necessario all'istruzione
dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore
che alcuno potesse dire di lui, schernendolo, che egli
era della medesima famiglia del timido Costanzo. Il
re di Persia gli manda una lettera, proponendogli di
deferire ad una commissione arbitrale il componimento
delle discordie fra la Persia e l'Impero. Tutti scongiuravano
Giuliano di accettare la proposta. Ma egli,
gittando via la lettera, dichiara esser disonorevole il discutere
coi distruttori di tante città, e risponde al re
non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso,
fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta
che avrebbero, forse, data molti di quegli imperatori
a cui egli ricusa la sua ammirazione, ma che non sarebbe
uscita dal labbro del saggio Marco Aurelio, il
quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come
ogni cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente
e senza passione, ed avrebbe tanto preferito
astenersene ed impiegare il tempo nelle sue melanconiche
[pg!432]
meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed
anche la pedanteria si univano all'ardore giovanile
ed al desiderio d'azione, così da far di lui una delle
figure più originali, più ricche di contrasti e più interessanti
della storia.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Il lungo studio che abbiamo fatto dell'opera e degli
scritti di Giuliano ci ha già condotti ad aver un'idea
chiara della natura di questa personalità così interessante
e paradossale che ha illuminate, come di una meteora
passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per
affondare l'antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla,
senza aver cercato, nelle sue lettere, qualche
traccia più precisa delle sue doti e dei suoi difetti.
Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti
documenti della letteratura greca. Sventuratamente,
pur nel numero esiguo in cui son rimaste, ci pervennero
guaste, incerte nel testo, manomesse con
interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile
che, su di esse, come, del resto, sugli altri
scritti di Giuliano si esercitasse l'acume della critica
moderna, e se ne avesse un'edizione che le illustrasse
in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto,
storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi
retorici, altre sono editti e manifesti a città
e magistrati, e, queste, noi già le conosciamo. Molte
sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle impressioni
del momento, ed è in esse che naturalmente
si riflette più genuina l'anima che le dettava.

.. _`La lettera a Temistio`:

Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere
di Giuliano, diamo un'occhiata a due altri interessanti
suoi scritti, che stanno fra la lettera ed il trattato,
l'epistola a Temistio, e l'esortazione a Sallustio.

[pg!433]

Temistio era uno dei più insigni personaggi dell'epoca.
Scrittore e retore famoso, egli teneva scuola
a Costantinopoli, ebbe il favore di tutti gli imperatori
da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l'alto
ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz'essere ascritto
al cenacolo neoplatonico, egli era un ellenista fervente.
Ma, spirito alto e generoso, raccomandava sopratutto
la libertà del pensiero e la tolleranza religiosa. È famoso
il discorso tenuto, da lui pagano, all'ariano imperatore
Valente onde persuaderlo a desistere dalla
persecuzione contro i Cristiani ortodossi [#]_. In quel
discorso, Temistio si pone al punto di vista di quel
deismo razionale, indifferente delle forme del culto, a
cui s'era ispirato per un momento, Costantino, nel decreto
di Milano. Temistio deve aver esercitato una
buona influenza sull'animo di Giuliano.

.. [#] *Socrat.*, 205. — *Sozom.*, 565.

La lettera a Temistio è propriamente sintomatica
dell'indole del giovane imperatore e della disposizione
del suo spirito. Pare che Giuliano, appena salito al
trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le
incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto
della vita di studio a cui doveva rinunciare
per sempre. Temistio gli rispose, pare, con una certa
durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi
doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio
d'ozio e di pace. Giuliano non rimase sotto
i rimproveri dell'amico filosofo, e gli scrisse questa
lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori
cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza
ed onestà. Nulla di più caratteristico di un
tale intimo ed amichevole dibattito fra maestro e discepolo,
[pg!434]
nel quale quest'ultimo dà la ragione delle
sue incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni
che nutriva in cuore e che la sorte non gli permetteva
di realizzare. Certo, l'uomo che così sentiva e scriveva
non poteva essere il mostro infernale che Gregorio ha
voluto ritrarre nella sua *colonna infame*.

«Io prego con tutto il fervore — così comincia Giuliano — di
poterti confermare nelle speranze di cui mi
scrivi, ma temo di fallire alle esagerate aspettazioni
che di me tu fai nascere negli altri e più ancora in
te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser
mio dovere di gareggiare con Alessandro e con
Marco Aurelio, per non dire degli altri insigni per
virtù, mi prendeva un'agitazione ed un timore grandissimo
di parer del tutto privo del coraggio dell'uno
e di non raggiungere, nemmeno in piccola parte, la
perfetta virtù dell'altro. Ripensando tutto ciò, io mi
sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era
dolce ricordare i colloqui d'Atene, e non desiderava che
di cantare per voi, o amici, come coloro che portano
gravi pesi alleggeriscono cantando la loro sofferenza.
Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor
maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi
che Dio mi ha affidata quella stessa missione,
per la quale Ercole e Dionisio, da sapienti insieme
e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura
che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso
ogni pensiero di quiete e di riposo, io mi studî di
lottare in modo degno dell'aspettazione. E qui tu rammenti
i legislatori, Solone, Pittaco, Licurgo, e soggiungi
che ora si richiede da me, più ancora che da
quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste
parole rimasi stupito. Poichè io ben so che tu
non ti faresti mai lecito nè di adulare nè di mentire,
[pg!435]
e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura
non mi ha conferita nessuna qualità preclara,
fuori di una sola, l'amore della filosofia. E
qui taccio delle avverse vicende che finora hanno
reso del tutto inutile quel mio amore. Io, dunque,
non sapeva che pensare di quelle tue parole, quando
Dio mi suggerì che tu, forse, volevi incoraggiarmi
facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza
dei cimenti, in cui è travolta la vita dell'uomo politico.
Ma quel discorso mi distoglie da quella vita
assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo a navigare
il Bosforo, e non facilmente e di buon animo
neppur questo, si udisse predire, da qualcuno esperto
di arte divinatoria, ch'egli dovrà attraversare l'Egeo
o l'Jonio e avventurarsi in alto mare, e l'indovino
gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e
i porti, ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia,
lieto se scoprirai una nave da lontano e parlerai ai
naviganti, e più e più volte pregherai Dio di farti
toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine
della vita, così che tu possa consegnare intatta
la nave, e ricondurre sani e salvi i naviganti alle
loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra materna,
e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo
saprai che in quell'ultimo giorno — credi che colui
il quale ascoltasse tale discorso sceglierebbe per soggiorno
una città vicina al mare, o, piuttosto, dicendo
addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio,
tenendo a vile la conoscenza di uomini illustri e di
amici stranieri, di popoli e di città, troverebbe saggio
il detto di Epicuro, il quale ci insegna di vivere
nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto
ciò, hai voluto prevenirmi coll'involgermi nei tuoi
rimproveri ad Epicuro, e col combattere in lui la
[pg!436]
mia convinzione» [#]_. E Giuliano continua affermando
ch'egli non merita questi rimproveri indiretti del suo
maestro, perchè nessuno più di lui abborre la vita
oziosa. Ma è naturale ch'egli provi un'ansiosa dubbiezza
nell'assumere un ufficio pel quale si richiedono
doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio
della virtù. E la fortuna è doppiamente pericolosa,
perchè quando è avversa ci abbatte, e quando è favorevole
ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi
da questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano
afferma che la prosperità ha trascinato alla rovina e
Alessandro e i Persiani e i Macedoni e gli Ateniesi
e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i generali
dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca
a sostegno della sua tesi la testimonianza di Platone,
il quale, nelle meravigliose sue *Leggi*, dimostra il
potere che ha la fortuna nel governo delle cose
umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave,
ci insegna per mezzo di un mito, che l'uomo preposto
a regger i popoli deve cercare di avvicinarsi alla virtù
di un Dio. Dopo di aver citato il testo platonico,
Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo
integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene,
per natura, sia un uomo, deve diventare, per sua
volontà, un essere divino, un demone, gittando via
tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell'anima,
fuor di ciò che è necessario alla conservazione del
corpo. Or se un uomo, pensando a ciò, trema nel
vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti pare che
di costui possa dirsi che non desidera che l'ozio epicureo,
e i giardini e il sobborgo d'Atene, e i mirteti
[pg!437]
e la casetta di Socrate?» [#]_. Con una punta di
giusto risentimento verso il maestro Giuliano esclama: — Giammai
mi si vide preferire questi agi alle fatiche — e
rammenta l'angustia della sua giovinezza
tribolata, e le lettere che mandava a Temistio, quando,
a Milano, prima di partire per la Grecia, egli era
esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli,
lettere che «non erano piene di lamenti, e che non
rivelavano nè piccolezza d'animo, nè avvilimento,
nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola la
testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso
il giovane imperatore. C'è anche Aristotele, che si
accorda con Platone nel chiarire le grandi ed insuperabili
difficoltà che si trovano nel governo dei popoli,
e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze
della natura umana [#]_. E, dopo aver riprodotto e commentato
il testo di Aristotele, Giuliano continua: — «Per
tutti questi timori, io più volte mi lascio andare
a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non
già perchè mi hai posto a modello uomini illustri,
Solone, Licurgo, Pittaco, ma perchè mi consigli a
portar fuori la mia filosofia dalle pareti domestiche
a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in
causa della malferma salute, si esercita, a stento,
un pochino in casa, tu dicessi: — Ora, tu sei giunto
ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica, nello
stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti
d'ogni parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini,
di cui devi esser campione, ed alcuni dei
barbari che tu devi riempire di stupore, onde render
loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe
[pg!438]
a togliergli il coraggio ed a renderlo tremante prima
della gara. Ebbene, con le tue parole, tu ora mi hai
reso tale. E se io ho rettamente giudicato di tutto
ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere,
o se sbaglierò completamente, ben presto me lo
dirai».

.. [#] *Iulian.*, 328, 1 sg.

.. [#] *Iulian.*, 335, 12 sg.

.. [#] *Iulian.*, 337, 12 sg.

Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia,
ai rimproveri di Temistio che lo accusava di tiepidezza,
Giuliano, nel chiudere la sua lettera, non lascia
senza confutazione una delle affermazioni con cui
il maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla
coscienza del suo dovere, e, più ancora, all'amore della
iniziata impresa. Temistio, pare, gli aveva scritto che
la vita d'azione è preferibile e più onorevole della vita
contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto
di trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria
un'azione perenne. Giuliano, con un accento in
cui si sente il rimpianto di un ideale perduto, risponde:
«O caro capo, degno di tutta la mia venerazione,
io voglio parlarti di un altro argomento intorno
al quale la tua lettera mi ha lasciato incerto
e turbato. Io desidero di esser istrutto anche di ciò.
Tu dici che la vita attiva è più meritevole di lode
della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele» [#]_.
Ma Giuliano sostiene che il testo di Aristotele
non dice affatto ciò che Temistio vuol cavarne,
poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e dei filosofi
politici e, in genere, di quelli che fanno puramente
un lavoro mentale, ma non già degli uomini
lunatici, e molto meno dei re. Sì, dice Giuliano, gli
uomini più felici e più benefici sono i pensatori, e la
loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori.
[pg!439]
«Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose
ben più grandi di Alessandro... Chi mai fu salvato
dalle vittorie di Alessandro? Quale città per lui fu
meglio governata? Quale uomo diventato migliore?
Ne troveresti molti che per lui sono diventati più
ricchi, nessuno diventato più sapiente e più assennato,
se pur non è diventato più vano e superbo. Ma
tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia,
si possono dire salvati da Socrate» [#]_. Il filosofo,
conclude Giuliano, invocando, con figliale riverenza,
ad esempio la vita stessa di Temistio, confermando
con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi tale
quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e
più utile consigliere delle belle azioni di colui che le
impone coi decreti e con le leggi.

.. [#] *Iulian.*, 340, 20 sg.

.. [#] *Iulian.*, 342, 7 sg.

Per sentire quanto v'ha di strano e di interessante
in queste considerazioni e in quest'aspirazione alla
vita tranquilla e serena del filosofo, dobbiamo ricordare
che ci vengono da un uomo il quale si era accinto
alla più arrischiata delle imprese, un uomo che,
dal fondo della Gallia, era venuto, con una piccola
schiera, ai Balcani, onde strappare al cugino Costanzo
la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto, appena
raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento,
al desiderio di solitudine studiosa? Certo,
nè Giulio Cesare, passato il Rubicone, nè Bonaparte,
dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come Giuliano.
Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in
tutti gli scritti di Giuliano, una parte la quale non è
che un esercizio scolastico non lo si potrebbe negare.
Ma, pure, chi legge questa lettera sente che la tesi
[pg!440]
non è inventata a freddo, e riproduce veramente una
data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente
un'anima contemplativa. Non era un ambizioso; non
fu il desiderio del potere che lo spinse alla sua perigliosa
avventura. Se non ci fosse stato un movente
d'ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso
dalla Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati,
la dignità imperiale. La sua condotta, in Antiochia,
non fu quella di un uomo smanioso dell'applauso,
amante di popolarità, desideroso di allargare
e di consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un
uomo invasato di un'idea. Quest'idea, la cui realizzazione
gli si imponeva come un dovere, lo aveva
mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza
alle aspirazioni del suo animo, all'imagine di
felicità che gli brillava nella mente ansiosa di studio,
nella fantasia allucinata da mistiche aspirazioni. Egli
si considerava lo strumento necessario ad un determinato
programma, la restaurazione dell'Ellenismo, che
per lui voleva dire la restaurazione della saggezza e
della virtù. Vedemmo, nell'allegoria del discorso contro
Eraclio, [#]_ come questo programma fosse per lui l'espressione
di un ordine divino, come egli attribuisse al volere
degli dei e la salvezza sua e la designazione all'autorità
imperiale. Ed egli, certamente, credeva in
tutto ciò. Giuliano era propriamente esaltato nel suo
ideale e pronto a dedicargli tutte le forze dell'ingegno
e della volontà. Un gruppo d'uomini illustri, Sallustio,
Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva
in lui la sola speranza di salvezza dalla marea crescente
di Cristianesimo e di barbarie che minacciava
[pg!441]
di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava, temeva
solo ch'egli non si mostrasse abbastanza ardente nell'azione,
e non esitava a rimproverare di mollezza, lui,
l'eroe di Strasburgo, il generale infaticato, il sapiente
amministratore. E non è senza un lieve sentimento di
amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa
dignità ch'egli così chiude la sua lettera a Temistio:
«Il riassunto di questa mia lettera che è diventata
più lunga di quanto doveva è questo: — non
è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro
al piacere ed all'ozio, o ami l'agiatezza che io mi
lagno della vita politica. Ma, come dissi cominciando,
io so di non aver nè l'educazione adatta, nè l'attitudine
naturale, e di più ho il timore di far torto
alla filosofia che, pur tanto amando, io non acquistai,
e che, già d'altronde, non è onorata dai nostri contemporanei.
Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora respingo
i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio
mi conceda buona fortuna ed una saggezza degna
della fortuna! Ma io sento d'aver bisogno d'essere
aiutato prima di tutto dall'Onnipotente e poi con
ogni mezzo, da voi, o cultori della filosofia, ora che
io son chiamato a guidarvi e che per voi corro il cimento.
Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo
mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la
mia educazione e l'opinione che io ho di me stesso,
voi non dovete irritarvi per le mie parole. Io ho la
coscienza di non aver altra buona qualità se non
quella di non credere di essere un grand'uomo non
essendolo, e, quindi, vi supplico e vi scongiuro di
non chieder a me grandi cose, ma di affidar tutto
a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze,
e, nei felici momenti, sarò saggio e temperato, non
attribuendo a mio merito le opere altrui. Facendo
[pg!442]
risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò
la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli
la vostra».

.. [#] Pag. [pg 214]_.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`La lettera a Sallustio`:

La lettera a Temistio è un documento altamente
onorevole per Giuliano, è una prova parlante della
modestia e della serena tranquillità d'animo e di giudizio
del giovane imperatore. Non meno interessante
e adatta a rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano,
è l'altra lettera, da lui diretta a Sallustio, per
dirgli tutto il suo dolore nel vederlo partire e per cercare
qualche ragione di coraggio e di conforto. Sallustio
è il più insigne ed il più saggio degli uomini
che Costanzo aveva messo intorno al Cesare che andava
a rappresentarlo nella Gallia, ed il solo in cui
Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva veramente
amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi,
ottenuti da Giuliano, il perfido Costanzo deliberò
di richiamarlo, perchè, come ci dice Giuliano stesso,
nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa virtù
gli era divenuto sospetto [#]_. E lo storico Zosimo aggrava
l'accusa, affermando che il movente di Costanzo
era stata l'invidia degli allori guerreschi raccolti dal
cugino per aver seguiti gli insegnamenti del sapiente
consigliere [#]_. Comunque sia la cosa, il fatto è che
Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non
interruppe mai le sue relazioni coll'amico lontano, e
[pg!443]
quando fu sul punto di abbandonare la Gallia per
correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò per affidargli
il governo e la difesa di quella grande provincia.
Quanta e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio,
ci appare mirabilmente nel fatto ch'egli solo
comprese la follia ed il pericolo della spedizione di
Persia, ed all'imperatore che si era mosso per l'infausta
impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi
e di non correre alla rovina [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 362, 26. — διὰ τὴν ἁρετὴν εὐθέως αυτῷ γέγονεν
   ὕποπτος.

.. [#] *Zosimo*, 206, 6.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 316, 15 sg.

Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all'amico
il quale, in obbedienza al volere di Costanzo,
sta per abbandonarlo, c'è, come negli altri scritti, una
larga dose di quella retorica scolastica, che era l'ingrediente
uggioso per noi, ma indispensabile della
letteratura della decadenza ellenica. Ma, insieme, c'è
l'espressione di un affetto profondo e vero, e di una
raffinatezza di sentimento e di coltura che ci dimostra
come la consorteria — per usare una brutta parola
moderna — ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse
una selezione nella società già mezzo barbarica
del secolo quarto, e trovasse, in questa stessa
sua condizione di aristocratico intellettualismo, una
ragione di esistere.

Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose,
ed esprime il pensiero che le disgrazie, sopportate
con coraggio, trovano il rimedio in sè stesse,
perchè danno vigore al carattere dell'uomo. «Dicono
i saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano
a chi ha intelletto un benefizio che è più grande
del male. Così l'ape, dall'erba più acre che cresce
intorno all'Imetto, assorbe un dolce succo, e ne
[pg!444]
compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente
sani e robusti, abituati a nutrirsi comecchessia,
i cibi più aspri, talvolta, non solo sono innocui,
ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati,
per natura e per abitudine, e malaticci per
tutta la vita, anche i cibi più leggieri arrecano sovente
gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che hanno
cura del loro carattere, così da non averlo del tutto
infermo, ma moderatamente sano, se anche non potranno
aver la forza di Antistene e di Socrate, il
coraggio di Callistene, l'impassibilità di Polemone,
sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare
un conforto anche nelle più tristi congiunture» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 312, 7 sg.

Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena
l'amico che, con accento di sincera commozione,
esclama: «Ma, se io mi esamino, per constatare come
sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere
tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta
ch'io dovetti abbandonare il mio educatore. Poichè,
in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la memoria,
della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme
sostenemmo, della semplice e pura consuetudine,
della schietta e saggia conversazione, della nostra
associazione in ogni bella impresa, del nostro eguale
ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi
vivemmo, vicini l'uno all'altro, nell'eguale disposizione
d'animo, amici uniti nei costumi e nei desideri.
E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in mente il
verso d'Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè
io ora sono paragonabile a costui, ora che Dio
ti ha sottratto, come già fece con Ettore, fuori dai
[pg!445]
dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò
meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi
ben sapendo che io era vulnerabile solo nel
caso che riuscissero a privarmi della compagnia del
fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro
collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non
meno di me, appunto perchè tu ora partecipi meno
alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò, temi di più
per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non
veniva, per me, secondo a quello delle cose mie, ed
io sapeva che tu ti confortavi in egual modo con
me. E, pertanto, io mi addoloro assai, perchè a te
che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri,
tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore
e inquietudine» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 313, 1 sg.

Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla
difficoltà in cui verrà a trovarsi, di dover governare,
senz'amici intorno. Poi continua: «Ma non è già solo
per l'aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e
che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva
contro di noi dalla sorte e dagli avversari, ma bensì
per la minacciata mancanza d'ogni conforto e diletto
che io sento dilaniarmi il cuore. A qual'altro benevolo
amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo?
Di qual'altro procurarmi la sincera e pura intimità?
Chi ci consiglierà con saggezza, ci rimbrotterà con
benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza
arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l'amaro
dalla parola, come si toglie alle medicine ciò che
hanno di troppo aspro, e si lascia ciò che hanno di
utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia.
[pg!446]
E, privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti
varranno a persuadermi, ora che son quasi per
esalare l'anima nel desiderio di te e della tua affettuosa
saggezza, a non vacillare ed a sopportare coraggiosamente
ciò che Dio mi ha imposto?» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 315, 4 sg.

Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per
lui e per Sallustio, si rivolge agli esempi degli antichi,
e ricorda Scipione, Catone, Pitagora, Platone, Democrito,
che tutti sopportarono con rassegnazione l'assenza
degli amici. Poi, con un movimento che è proprio
tutto retorico, pone in bocca a Pericle, il quale,
partendo per la spedizione di Samo, dovette rinunciare
alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche
lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un
artifizioso discorso, di cui egli vuole applicare al caso
proprio i lunghi ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso,
così continua:

«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo,
liberamente cresciuto in libera città, ammoniva la
sua anima. Io, nato dagli uomini presenti, conforto
e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco
di attenuare l'amarezza del dolore, sforzandomi di
adattare qualche conforto ad ognuna delle imagini
tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla realtà
delle cose» [#]_.

.. [#] *Idem*, 322, 5 sg.

E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti
i guai che mi si presentano alla mente è che, d'ora
innanzi, io sarò lasciato solo, privo di ideale compagnia,
e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno
con cui io possa conversare con piena fiducia. Ma
[pg!447]
non mi è forse facile conversare con me stesso? O,
forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via anche il
pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare
contro mia volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come
lo scrivere sull'acqua, il cuocere una pietra, o lo
scoprir l'orma dell'ala dei volanti uccelli. Ebbene, dal
momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci
sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà.
Poichè non è possibile che un uomo, il quale si affida
all'Onnipotente, sia affatto trascurato ed abbandonato.
Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde
coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve
fare e lo distoglie da ciò che non deve. Così la voce
del demone seguiva Socrate e gli vietava di far ciò
che non doveva. E Omero, parlando d'Achille,
esclama — *gli pose nella mente* — indicando il Dio
che sveglia i nostri pensieri, quando la mente, rivolgendosi
sopra sè stessa, si immedesima con Dio,
senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente
non ha bisogno dell'orecchio per imparare, nè Dio
della voce per insegnare; così che la comunicazione
dell'Onnipotente con lo spirito avviene all'infuori
di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare
che Dio sarà presso di noi, e che noi saremo
uniti nello spirito, toglieremo al nostro dolore la sua
intensità».

Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo
così puro e sublime, Giuliano si diverte a seminar
la sua lettera di fiori retorici raccolti nelle reminiscenze
omeriche, e poi così la chiude:

«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato
solamente in Illiria, ma in Tracia, presso i Greci
che abitano intorno al mare, fra i quali nato e cresciuto,
io appresi ad amare vivamente gli uomini, i
[pg!448]
paesi e le città. E, forse, nelle anime loro non si
estinse ancora del tutto l'amore per noi, e, tu giungendo,
sarai accolto con gran festa, e darai loro in
ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io
non lo desidero e vorrei piuttosto che tu ritornassi
presto presso di noi. Ma, per ogni evenienza, io voglio
essere non impreparato e senza conforto, ed è
per ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno
venire, dopo avermi lasciato. Se mi confronto con
te, io mi metto fra i Celti, con te, che sei, fra i
primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù,
al vertice della retorica, non imperito della filosofia,
di cui solo i Greci penetrarono le parti più
ardue, inseguendo col ragionamento il vero e non
permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a
prodigi paradossali, come pur fa la maggior parte dei
barbari. Ma, comunque ciò sia, non insisto più oltre.
Te, poichè ormai io devo congedarti con parole di
augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un
dio benigno. Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio
degli amici ti guidi sicuramente sulla terra. Se tu
devi navigare, ti si appianino i flutti. Che tu apparisca
a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar
la gioia con la tua venuta, ed il dolore con la
tua partenza. Che Dio ti renda benevolo l'imperatore,
e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e ti
prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!

«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti
gli uomini buoni e saggi, e soggiungo — Salve e
vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni bene ed
il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 326, 8 sg.

[pg!449]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Giuliano portava, nei suoi affetti, l'entusiasmo di
un'anima infervorata in alti ideali. Coloro che militavano
nel suo campo, che erano partecipi dei suoi propositi,
delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano
da lui una specie di culto.

L'entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante
prove negli scritti di lui che abbiamo citati, si manifesta
nell'ammirazione illimitata, ardente, iperbolica
ch'egli sente pei suoi maestri, la quale lo trascinava
ad atti che a molti de' suoi stessi amici parevano
sconvenienti alla dignità dell'imperatore. Narra Ammiano
Marcellino [#]_ che un giorno, sedendo Giuliano
nel tribunale di Costantinopoli, gli si annunciò essere
giunto dall'Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio,
l'imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando
ogni cosa, e la causa stessa che stava giudicando,
corse fuori del palazzo, impaziente di incontrarsi
col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo baciava,
e con lui riverentemente ritornava nell'aula.
L'onesto Ammiano, che non partecipava alle mistiche
aspirazioni del suo imperatore, vede in quest'omaggio
eccessivo pubblicamente reso al filosofo una deplorevole
ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben
diverso è il giudizio di Libanio. Egli ammira, senza
restrizione alcuna, l'atto di Giuliano. Narra Libanio
che Giuliano aveva ripreso l'uso di prender parte alle
riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato,
[pg!450]
perchè non era oratore, mentre Giuliano
poteva rivaleggiare per l'eloquenza con Nestore ed
Ulisse. L'imperatore stava, dunque, un giorno, tutto
intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l'arrivo
di Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano
corre alla porta, provando la medesima impressione
di Cherefonte alla venuta di Socrate. Ma Cherefonte
era Cherefonte e si trovava nella palestra,
Giuliano era il padrone del mondo ed era nel tribunale
supremo. Così egli dimostrava come la sapienza
sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e
come tutto ciò che, in questa, c'è di buono è un
dono della filosofia. Accogliendolo ed abbracciandolo
come è costume dei privati fra di loro, o dei re pur
fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non
ne facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare,
non già l'uomo col luogo, ma il luogo coll'uomo.
Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in quale uomo
egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo
di colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè
ha fatto questo? Non solo, come alcuno potrebbe supporre,
per rendere a Massimo il contraccambio della
educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad educarsi
tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal
Sovrano è disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò
che da lui è onorato è da tutti seguito» [#]_. Ammiano
e Libanio partivano, nei loro giudizi, da punti
di vista opposti, e non avevano torto nè l'uno nè
l'altro. Ammiano, col suo buon senso d'impiegato
onesto, deplorava tutto ciò che poteva diminuire la
dignità apparente del principe; Libanio, ellenista fervente,
[pg!451]
ammirava l'omaggio reso dall'imperatore all'ideale
filosofico a cui si ispirava il rinascimento del
Politeismo. Ma Ammiano, il quale, praticamente, vedeva
assai meglio di Libanio, s'ingannava quando
supponeva che, nell'atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 273, 1 sg.

.. [#] *Liban.*, 574, 5 sg.

Nella personalità paradossale di Giuliano le più
opposte tendenze si trovavano riunite, senza escludersi
a vicenda, e sinceramente si manifestavano, a seconda
dei casi e degli eventi del momento. Il neoplatonico
fervente era schietto, quando, all'annuncio dell'arrivo
del venerato maestro, dimenticava di essere imperatore.
Le sue lettere sono riboccanti di espressioni di
ardente ammirazione per quei filosofi che lo avevano
iniziato ai misteri dell'Ellenismo rigenerato. Fra queste
lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico [#]_.

.. [#] Veramente l'autenticità loro è posta in dubbio dallo Zeller
   (680), perchè sulla fede di Eunapio (21) si afferma che Giamblico
   morisse vivente ancora Costantino, e, quindi, prima che
   Giuliano potesse conoscerlo. Ma Eunapio è uno storico tanto infelice
   e confuso che siamo autorizzati a dubitare dell'esattezza
   delle sue notizie. E, d'altra parte, non si comprende quale interesse
   potesse trovare un falsario ad inventare delle lettere di
   Giuliano a Giamblico, una volta avvenuta la catastrofe di Giuliano
   e cancellata ogni traccia del suo tentativo. D'altronde,
   quelle lettere, di cui or vedremo qualche saggio, portano così
   chiara l'impronta dello stile di Giuliano che a noi pare non si
   possa negarne l'autenticità. Forse non erano dirette a Giamblico,
   ma a qualche altro dei capi del movimento neoplatonico,
   a Massimo od a Crisanzio. Ma, non portando intestazione,
   un copista, di molto posteriore all'epoca, ingannato dall'iperbole
   delle lodi, vi metteva, di sua iniziativa, l'indirizzo al maestro
   sommo della scuola a cui Giuliano si vantava d'appartenere, alterando
   qua e là il testo, ed inserendo notizie, sopratutto nella
   lettera 40ª, che non rispondono ai fatti della vita di Giuliano.

.. _`Le lettere a Giamblico`:

Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo
della rarità delle sue lettere. Il principe
risponde che, se anche il rimprovero fosse meritato,
la ragione della sua colpa è tutta nella naturale timidezza
che lo prende al pensiero di corrispondere con
un tanto uomo, ed esclama: «O generoso, tu che sei
il salvatore riconosciuto dell'Ellenismo, tu devi scrivere
[pg!452]
a noi senza risparmio, e scusare, per quanto è
possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole,
quando lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo
sua natura, senza far distinzione di chi viene sotto
la sua luce, così tu, inondando di luce il mondo
ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori,
se anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti
rende il contraccambio. Anche Esculapio non guarisce
gli uomini per la speranza della ricompensa,
ma adempie dovunque il mandato filantropico che
gli è naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico
delle anime e delle menti, onde salvare, in ogni
modo, l'insegnamento della virtù, simile ad un buon
arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l'avversarlo,
esercita, per ogni evento, la mano. Certo
non è eguale il risultato per noi e per te, per noi
quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te, quando,
per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi.
Se anche scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un
gioco come di quei fanciulli omerici che, sul lido, lasciano
che si distrugga ciò che essi hanno costrutto
col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace
[pg!453]
di qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe
più caro ricevere una sola lettera di Giamblico che
tutto l'oro di Lidia. Se hai un po' d'affetto per chi
ti ama — e lo hai, se non m'inganno — guarda che
noi siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo
che tu rechi loro, e scrivici di continuo, e non indugia
ad alimentarci delle tue virtù» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 540, 16 sg.

Vediamo quest'altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere
una lettera del filosofo «..... io sono con te
anche se sei assente e ti veggo coll'anima come se
tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di te.
Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti,
a cui scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti,
quando testè mi si annunciò esser giunto un amico
apportatore di tue lettere, io era, da tre giorni, malato
di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da
non poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi,
appena mi si annunciò che, fuori della porta, v'era
chi recava la tua lettera, balzando in piedi, come
uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii
prima che giungesse. E appena io ebbi nelle mani
la lettera, lo giuro per gli dei e per quello stesso
affetto che a te mi lega, sull'istante fuggirono tutti
i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall'invitta
presenza del salvatore, tosto scomparve. Quando
poi, aperta la lettera, la lessi, imagina lo stato dell'anima
mia e la pienezza del mio piacere! Io ringraziava
e baciava quel carissimo spirito, come tu
lo chiami, quel veramente amorevole ministro delle
tue virtù, pel cui mezzo io aveva ricevuto i tuoi
scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un
[pg!454]
venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera,
la quale non solo mi procurava il piacere di
avere le tue notizie, ma anche mi sollevava dai miei
mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai, leggendo
quella lettera? Troverei parole sufficienti ad
esprimere il mio amore? Quante volte dal mezzo ritornai
al principio? Quante volte temetti di dimenticare
ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come
nel giro di una strofa, io univa la conclusione al
principio, ripetendo, come in un canto, alla fine del
ritmo, la melodia del principio! Quante volte portava
la lettera alle labbra, come una madre che bacia il
figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come
se abbracciassi la più cara delle amanti! Quante
volte, baciandola, ho parlato e guardato alla soprascritta
che portava, come un profondo suggello, la
traccia della tua mano, quasi per trovare nella forma
delle lettere l'impronta delle dita della tua santa
destra!... E, se mai Giove mi concedesse di ritornare
al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare,
tu non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai,
come un fuggitivo, ai tuoi banchi amati, trattandomi
come un disertore delle Muse, e correggendomi coi
castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena,
ma con animo grato, come la correzione provvidenziale
e salvatrice di un buon padre. Che se tu volessi
affidarti al giudizio che io farei di me stesso,
e mi concedessi di agire come voglio, o uomo insigne,
sarebbe per me una grande dolcezza l'attaccarmi
alla tua tunica, e così non ti lascerei mai, per
nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei
teco dovunque, come quegli uomini doppi che sono
descritti nelle favole. E le favole, probabilmente, in
quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in realtà,
[pg!455]
accennano a ciò che ha di più sublime l'amicizia,
figurando, nel legame dell'unione, l'omogeneità delle
anime dell'uno e dell'altro» [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 578, 21 sg.

Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa
lettera un po' di esaltamento fittizio, è impossibile
non udirvi l'eco di un sentimento vero. Nessun principe
ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò
che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava,
davanti all'Ellenismo, press'a poco nella posizione
dei primi cristiani, quando s'infervoravano per
un'idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era
un vero apostolato ch'egli intendeva di esercitare, un
apostolato in cui erano interessate le sorti dell'umanità,
e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per
lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento
di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un
senso di venerazione che faceva impallidire e piegava
al suolo la sua dignità d'imperatore. Giuliano era un
santo dell'Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante
a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da
quell'eroe ch'egli era, la morte. Egli, pertanto, come
tutti i santi, godeva nell'umiliarsi davanti alla grandezza
ideale degli annunciatori di quel principio di
fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa
un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei
maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto
era traviato dal puro panteismo del grande Plotino.
Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo,
nella mancanza di una figura divina e di un
culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi
e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In
[pg!456]
secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano
era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato
dell'antica civiltà, non era un pensatore preciso
e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici
del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile
fantasia. D'altronde, ciò che propriamente stava
a cuore di Giuliano era l'Ellenismo, la restaurazione
e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle
lettere, delle arti che avevano fatto l'ornamento e lo
splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel
Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado.
Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un
fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica
del Neoplatonismo il solo possibile surrogato
del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva
alla nuova potenza distruggitrice della sua materna
civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la
bandiera dei suoi mistici maestri.

.. _`Lettere agli amici`:

L'entusiasmo di Giuliano, per l'idea a lui diletta e
per gli uomini che la rappresentavano, è l'indizio sicuro
della tempra generosa ed eccitabile dell'indole
sua. Quest'indole si rivela nella maggior parte delle
sue lettere agli amici e si veste di una forma e di
uno stile *decadente*, come or si direbbe, di uno stile,
cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito,
il quale si compiace nell'elaborazione infaticata
delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce
per attenuare, con la sottigliezza dell'ingegno, l'espressione
efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in
Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive
in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per
esempio, questi bigliettini ch'egli scriveva a Libanio,
un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e
di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli
[pg!457]
un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano
gli scrive [#]_:

.. [#] *Iulian.*, 482, 21 sg.

«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo
giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive
che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare
il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui
a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me
dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso
e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le
Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu
mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il
poeta siciliano, che nell'aspettazione s'invecchia in
un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata
la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo,
in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di
scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua,
sebbene anche la lingua per mancanza d'esercizio,
sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o
fratello desideratissimo ed amatissimo».

E, ricevuto questo aspettato discorso, l'entusiastico
imperatore scrive a Libanio [#]_:

.. [#] *Idem*, 494, 1 sg.

«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di
pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi,
il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice
che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che
sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine,
che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».

E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato,
per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo,
[pg!458]
così scrive [#]_: «Il saggio Omero legiferò che
dobbiamo accogliere amorevolmente l'ospite che arriva
e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra
noi due, più assai della amorevolezza che viene dai
doveri dell'ospitalità, vale quella che deriva dalla
ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così
che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire
la legge d'Omero, se io avessi voluto trattenerti più
a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo
corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi
di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità
del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura
di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio,
tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».

.. [#] *Iulian.*, 537, 4 sg.

Quando l'affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa
e ricercata la frase, come in questo biglietto
ad Eugenio [#]_. «Si dice che Dedalo, plasmando ali
di cera ad Icaro, osasse coll'arte far violenza alla
natura. Io lodo l'arte di colui, pur non ne ammiro
il pensiero di affidare l'incolumità del figlio a
solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice
il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella
degli uccelli, io non volerei verso l'Olimpo o verso
l'amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri
monti, onde abbracciar te, o mia cura, come
dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi
legami del corpo umano, non vuole che io m'innalzi
al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo
e son con te per quanto io posso. E già, non per
altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non
[pg!459]
perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri
fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada.
Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai
eguali se non più forti l'ali delle parole, con cui tu
puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque,
come se fossi presente».

.. [#] *Idem*, 498, 10 sg.

Una lettera commossa è quella diretta all'amico Amerio,
il quale gli aveva annunciata la morte della moglie.
C'è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano
che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto
e di Marco Aurelio [#]_.

.. [#] *Iulian.*, 532, 10 sg.

«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi
scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi
esprimevi l'eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre
all'essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore
che una donna giovane, saggia, cara al marito e
madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo,
come una fiaccola splendidamente accesa e che, in
breve, perde la fiamma, è per me non meno triste
il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè
meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon
Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra
i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi
scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe
di fare un lungo discorso, per insegnargli che l'evento
è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile,
e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine
tutto quanto può essere, per un uomo ignorante,
conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un
uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente
tenergli dei discorsi che sarebbero buoni
[pg!460]
per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando
ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e
insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente,
di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è
ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco
consolatore, tu troverai un conforto all'angoscia, non
meno che nella tazza che, con eguale intento, la
donna di Sparta offriva a Telemaco.

«Si narra che Democrito d'Abdera, non riuscendo
a trovar parole che valessero a consolare Dario che
piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse
di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch'egli volesse
procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli
Dario di non risparmiar nulla di ciò che
gli avrebbe reso possibile l'adempimento della promessa,
egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva
di posseder già tutto quello di cui aveva
bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non
sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta
l'Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale
fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo
era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse
che, se egli avesse scritti sulla tomba della
moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni,
colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo
la legge della morte. Imbarazzato Dario non
riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata
qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come
era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole
degli uomini, ti lagni eccessivamente,
come se tu fossi il solo a provar tanta sventura,
mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate
generazioni che non abbia mai sofferto qualche
domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario,
[pg!461]
uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione,
dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco
e cresciuto con una saggia educazione, devi avere
in te stesso la medicina, e, se questa non s'invigorisse
col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».

Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare
l'amicizia cogli antichi compagni di studio, ed
era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l'intenzione
di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte.
All'amico Basilio che appunto gli aveva scritto per
annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera
gentile ed incoraggiante:

«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed
io aggiungo il detto della commedia — tu annunci
promesse d'oro. — Orsù, dunque, fa seguire
il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L'amico
riceverà l'amico. La comune e continua occupazione
negli affari pare molesta a coloro che non se
ne fanno un'abitudine. Ma coloro che hanno comuni
le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto,
come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno
mi agevola il mio compito, così che, non mancando
ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo
insieme, senza l'ipocrisia della Corte, della quale
sola credo che finora tu hai fatto l'esperienza, con la
cui veste i cortigiani, lodandosi l'un l'altro, si odiano
con un odio quale non l'hanno i nemici dichiarati.
Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a
vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà,
ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è
permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere
intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente.
Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me
[pg!462]
quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma,
forse, io ti stordisco di ciance e d'inezie, e faccio
una brutta figura, poichè io mi son lodato come
Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei
persuaderti ad approfittare dell'occasione per renderti
utile a me, con la tua presenza, da quell'uomo
saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere
di Stato. Quando avrai passato presso di noi
tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti
da noi, dove meglio ti parrà» [#]_.

.. [#] Il Basilio, a cui è diretta la lettera che abbiamo riprodotta,
   non può evidentemente essere Basilio il Grande, il vescovo di
   Cesarea, il compagno dei due Gregori nella lotta per l'unità
   della dottrina ortodossa. È vero che Basilio era stato compagno
   di Giuliano, insieme a Gregorio di Nazianzo, sui banchi della
   scuola d'Atene. Ma è chiaro che Giuliano non avrebbe mai potuto
   rivolgersi, in termini tanto amichevoli, ad uno dei più forti
   campioni del Cristianesimo e chiamarlo a consiglio presso di sè,
   senza dire poi che, in questa lettera, si parla di un giovane abituato
   all'ambiente cortigiano, indicazione che in nessun modo si
   potrebbe applicare a Basilio. Pertanto, questa lettera, indubbiamente
   autentica, è non meno indubbiamente diretta a tutt'altro
   Basilio che al Basilio cristiano.

   Ma nell'epistolario giulianeo si trova un'altra lettera (pagina
   596), la quale, invece, è indubbiamente diretta al Basilio
   cristiano, ma essa è, non meno indubbiamente apocrifa. La goffa
   presunzione a cui s'ispira questa lettera, che pare scritta da un
   volgare millantatore, non può attribuirsi a Giuliano di cui conosciamo
   la spiritosa modestia. Vi si odora tosto il falsario che
   scrive ad avvenimenti compiuti. Giuliano descrive in questa
   lettera, con gonfia iperbole, la grandezza della sua potenza,
   riconosciuta da tutti i popoli della terra, e disprezzata dal
   solo Basilio. Per punire costui del suo contegno ostile, gli impone
   di portargli un enorme contributo in danaro, di cui ha bisogno
   per l'imminente spedizione di Persia, e minaccia la distruzione
   di Cesarea, nel caso che il vescovo avesse l'audacia
   di disobbedirgli. Il contenuto e lo stile della lettera basterebbero
   a dimostrarne il carattere apocrifo. Ma la prova più evidente è
   data dalla chiusa, nella quale il falsario adopera a sproposito
   una notizia di Sozomene. Narra costui che Apollinare di Siria,
   un letterato cristiano, autore di traduzioni bibliche in versi greci,
   e di operette morali, fatte sullo stampo dei modelli classici, aveva
   scritto un trattato contro gli errori filosofici professati da Giuliano
   e dai suoi maestri. Giuliano, dice Sozomene, letto il trattato,
   avrebbe risposto ai vescovi che glielo avevano mandato con
   queste tre parole — Lessi, compresi, condannai. — E i vescovi gli
   avrebbero, a loro volta, risposto — Leggesti, ma non comprendesti,
   perchè, se avessi compreso, non avresti condannato. — E Sozomene
   aggiunge che questa risposta fu da alcuni attribuita a Basilio (Sozomene
   507). Ora, il falsario che ha inventata la lettera di Giuliano,
   vi ha appiccicate, come chiusa, le tre parole scritte dall'imperatore,
   in risposta al trattato di Apollinare, parole che lì
   sono affatto fuori di proposito, ed anzi riuscirebbero incomprensibili.

[pg!463]

Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera [#]_
con cui Giuliano fa dono all'amico Evarghio
di un suo campicello.

.. [#] *Iulian.*, 549, 18 sg.

«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo
podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia,
dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un
uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche
cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non
deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne
ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te
che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare
non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun
nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba
il paesaggio. Ma non mancano, per questo,
[pg!464]
i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti,
e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai
il mare della Propontide, e le isole, e la città
che ha il nome del grande imperatore; non porrai il
piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto
dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla
sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a
te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti.
Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando
un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo
delle navi e del mare! Quando io era giovanetto,
quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide
sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed
alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell'antico
soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi
ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza
d'agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso
e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar
pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo
ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora
di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è
un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto
non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui
un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio
col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe,
così ne preparai appena quanto bastasse per me e per
gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo
è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo,
ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico,
ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta
Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla
luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non,
rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».

Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in
[pg!465]
essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi,
e qualche cosa di squisito che non può esser
proprio che di un'anima aperta alle più vaghe impressioni.
Quanti pensieri saran passati per la mente del
giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra
una pagina e l'altra d'Omero, guardava il mare, le
navi e la lontana Costantinopoli! Quest'ultimo figlio
della Grecia risentiva in sè tutto l'incanto della civiltà
e del pensiero ellenico che una religione nemica,
la religione dei suoi persecutori, voleva annientare,
ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla
rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente
avevano cantati, e che tanta gloria avevan data
ad un mondo che oggi li ripudiava!

Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue
tempestose vicende, l'animo di Giuliano sapesse conservarsi
sereno ed aperto a tutte le impressioni della
natura e dell'arte. Egli si studiava di agire, in ogni
cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi
sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale.
I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza.
Ad un amico egli scrive [#]_: «Ci compiacciamo
di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi
di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l'unire
la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla
forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi
malvagi per la loro correzione, è opera, come io
credo, di un'indole e di una virtù non piccola. In
vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare
l'una cosa e l'altra al solo bene, poichè i più
saggi degli antichi giustamente credettero che tale
[pg!466]
deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere
sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello
desideratissimo ed amatissimo».

.. [#] *Iulian.*, 521, 11 sg.

La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente
ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono
in tutta luce nella lettera da lui diretta al
medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio,
in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo
aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi,
che già conosciamo, [#]_ Giuliano così continua:
«Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere
se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di
trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua
condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava
ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto
sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a
questo, non ammettendo quello, non credendo a
quest'altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro
che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle
farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi
le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva
io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era
stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso,
ma non concesso dalle presenti circostanze.
Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben
sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui
dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente
riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò
udito, si trattenne dall'agire con saviezza, per modo
che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non
avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena
[pg!467]
ragionevole. E allora come doveva comportarsi un
uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele?
Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri,
o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso
che, mentre si condannano a morire e si
privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano
le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare
le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi
ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci
diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per
questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia
buona coscienza. E, se anche _`dovessi` cedere il posto
ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio
viver poco ma bene, che molto e male». [#]_.

.. [#] Pag. [pg 71]_.

.. [#] *Iulian.*, 496, 15 sg.

Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente
a Florenzio ed all'episodio narrato da Libanio
che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella
identificazione della persona. Ma c'è quell'appellativo
di *eunuco* che non si sa spiegare, perchè Florenzio
aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo
nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio,
l'eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e
che tanto odiava il principe. E imaginano un'ispezione
che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell'imperatore
e che avrebbe dato origine agli urti con
Giuliano [#]_. La cosa è possibile, ma affatto fantastica,
ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος
sia qui semplicemente un insulto, senza essere un'indicazione
di una condizione reale.

.. [#] *Koch., Kaiser Iulian.* 449.

.. _`I libri di Giorgio`:

Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano
[pg!468]
cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo
nel corso di questo studio, si abbandonava
talvolta all'impeto della passione. Nè, certo, può essere
ammirata la sua condotta verso i consiglieri di
Costanzo all'indomani della sua vittoria, nè giustificata
la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza
noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati
e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve
ad illuminare la sua figura così complicata e piena di
contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura.
Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse
l'imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di
libri, al momento in cui da Milano partiva per la
Gallia, gli aveva data un'intiera biblioteca. Quando,
ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio,
l'imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata
di capo, [#]_ ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio
temerario il dire che, in fondo, non era stato
scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio
dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente
si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del
vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione
egli mette una foga che finisce per essere iniqua e
crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive
al prefetto d'Egitto [#]_: «Alcuni amano i cavalli,
altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,.
non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe,
dunque, assurdo che io lasciassi che se ne
impadronissero degli uomini, ai quali non basta
l'oro per satollare il loro amore della ricchezza
[pg!469]
e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi
farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai
tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia,
molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli
empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli
tutti quanti, se non fosse il timore di veder
distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu,
dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In
questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di
Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia,
sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse
d'ingannarti in questo affare, mettilo, senz'altro,
alla prova dei tormenti. Io conosco i libri
di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede,
infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli,
e poi me li riprese».

.. [#] Pag. [pg 283]_.

.. [#] *Iulian.*, 487, 11 sg.

Pare che il prefetto d'Egitto, che era quell'infelice
Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l'ira di Giuliano
per non essersi mostrato abbastanza vigoroso
contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico
di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e
che anche la tortura inflitta al segretario non avesse
giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell'epistolario,
quest'altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente
un impiegato dell'amministrazione egiziana [#]_. «Giorgio
aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri
di filosofia, d'ogni scuola, e molti di storia, e in
quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando
in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad
Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un
grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel
[pg!470]
rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi
giuramenti d'ogni specie, e, se si tratta di schiavi,
usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare
tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti
alcuni di quei libri a venire a riportarteli».

.. [#] *Iulian.*, 351, 20 sg.

Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un
uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e
della coltura, non è giustificabile, in nessun modo,
questa violenza di procedimento che lo fa diventare
tirannico e crudele. Qui, certo, c'è una grave macchia
sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico,
crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio
in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar
iniquo..... per amore dei libri! Qui, c'è tutto
l'uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua
meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si
trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva
organizzare l'ardua spedizione di Persia, cosa a cui si
applicava con tutta l'intensità di uno spirito nutrito
di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli
impedivano, come vedemmo nel *Misobarba*, di polemizzare
con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari
religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte
queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà,
tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di
aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del
vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più
lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte
già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi
giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri
che contenevano i tesori della sapienza antica, di
scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana,
onde combatterne più efficamente la dottrina,
sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle
[pg!471]
pompe imperiali, e fors'anche, della futura e sperata
vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore!
Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato
e di erudito non gli toglievano di essere un eroico
avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.

.. _`Provvedimenti amministrativi`:

Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia
religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina,
avrebbe saputo ricomporre l'impero sopra la base di un
saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto
in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto
con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici
aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più
chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che,
non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale
e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto.
Ed abbiamo anche veduto come uno de' suoi propositi
più fermi fosse di condurre l'amministrazione della
pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero
gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato,
e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui
le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia
lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna,
gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte
di cui erano caricati; se l'impresa di Persia richiedeva
ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l'imperatore
aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che
il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di
una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue
nelle vene ormai esauste dell'economia dell'impero.
L'epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta,
appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata
delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese
dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di
[pg!472]
Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti
finanziari ed è la più eloquente affermazione della
rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura
intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si
sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero
aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini
nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione,
cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti
imperatori avevano largiti appunto quei privilegi,
protestavano come se si trattasse di un'offesa ai loro
diritti, non può non essere cordialmente approvata da
ogni giudice imparziale.

Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui
vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la
sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato
ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva
discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle
preoccupazioni di condottiero e di riformatore.

Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti
che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza
di servirsi della vettura dello Stato. Nell'invito fatto
all'ariano Aezio di venire da lui, gli concede l'uso di
un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si
collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che
a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio
postale dell'impero. Le comunicazioni fra le varie
parti di un impero che comprendeva quasi tutto il
mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente
facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore
dell'amministrazione romana. Su quelle strade
era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri,
di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava
il traffico, come or si direbbe, governativo e
privato. La spesa del mantenimento del sistema postale
[pg!473]
era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano
le strade. Ora, l'abuso si era infiltrato, ben
presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti
il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da
disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali,
grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà
di passaggio gratuito, *evectiones*, e le finanze municipali,
già esauste, dovevano far le spese dei viaggi
dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il
regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza,
nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano
a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici,
in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore,
portavano, in special modo, lo scompiglio nell'andamento
della posta ed obbligavano i contribuenti a spese
enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l'intenzione
ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che
correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all'altro,
con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico»
ed aggiunge che Costanzo era tanto intento
nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico,
da recidere i nervi del sistema postale — *rei vehiculariæ
succideret nervos* [#]_. Libanio fa una curiosa descrizione
delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio
per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano.
Le autorità cittadine non potevano più reggere alle
esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche;
i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne
per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 263.

.. [#] *Liban.*, I, 569, 9 sg.

Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con
mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con
[pg!474]
legge le prestazioni dei servizi gratuiti, le *evectiones*.
Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle.
I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e
dovevano aver ricevuto, caso per caso, l'autorizzazione
dell'imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano
stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta
quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali,
che dovevano provvedere alle spese, erano
del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale
abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari
ed affermando essere egualmente pericoloso tanto
il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti.
E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una
cosa incredibile, cioè che i mulattieri
erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i
cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti,
ora soffrivano per l'eccesso dell'ozio» [#]_.
Fatta la dovuta parte all'iperbole dell'apologista, resta
sempre un merito grandissimo di Giuliano nell'aver
voluta e praticata una riforma così saggia e così civile.
La diligenza scrupolosa con cui l'applicava
si vede, appunto, nei pochi permessi per l'uso della
posta pubblica ch'egli concede a qualcuno degli amici
di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge
di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se
proprio era necessaria la parola diretta dell'imperatore
per avere un favore che, poco prima, entrava nelle
abitudini comuni.

.. [#] *Liban.*, I, 570, 11 sg.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso
impero, non è dunque meno ammirabile di
quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore
[pg!475]
di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore
da lui commesso, come amministratore, fu la violenza
economica esercitata sul mercato d'Antiochia. All'infuori
di questo errore, dovuto anch'esso alle buone
intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza
dell'assoluta ignoranza delle leggi economiche
in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel
troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non
giustifichi l'asserto di Libanio che, se il tempo gli
fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità
di tutto l'impero come aveva fatto di quella
della Gallia.

.. _`Giuliano ed Eusebia`:

Della rettitudine e della bontà dell'uomo privato ci
fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi
saggi, constatando che fine gentilezza d'animo
fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi
anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita
degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto
della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al
quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell'incertezza,
hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende.
Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano
coll'imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la
moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino,
pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di
Eusebia, accusi apertamente costei d'aver uccisa Elena,
per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il
buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo
scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche
come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le
quali Giuliano stesso avrebbe, con l'aiuto di un medico,
avvelenata la moglie [#]_. A Libanio riesce cosa
[pg!476]
facile il distruggere quest'ultima accusa. Ma il fatto
stesso che l'accusa si era sparsa, unito all'altro della
notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra
che, se non nel popolo, almeno nell'ambiente della
Corte, si sospettava che un dramma d'amore si fosse
intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi
nell'ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto
fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse
corso nel popolo, sarebbe giunto all'orecchio di Gregorio,
al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente
prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta
gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento
di un'eloquente invettiva [#]_.

.. [#] Pag. [pg 37]_ e sg.

.. [#] Fra i moderni, il solo Anatole France, per quello che io
   so, afferma la realtà dell'amore fra Giuliano ed Eusebia. *La nature
   du sentiment qui unissait Eusébie et Julien n'est guère douteuse... Tel
   qu'il etait, Eusébie l'aime* (Vie littéraire, 4, 252). — Lo spiritoso
   critico francese, quando scriveva quelle parole, non conosceva
   ancora il busto d'Acerenza. Se l'avesse conosciuto, avrebbe,
   forse, trovata nella prestante vigoria della figura di Giuliano,
   una ragione di più per credere nell'amore della bella imperatrice
   per lo sventurato cugino.

Se noi guardiamo un po' addentro in questo oscuro
episodio, troviamo che il sospetto può nascere non
tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina
Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena.
Giuliano, come sappiamo, [#]_ fu due volte a Milano, durante
il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel
354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per
esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non
fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi
mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355,
[pg!477]
per esser investito dell'autorità di Cesare, sempre per
l'influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante
queste due dimore, il principe potesse avere coll'imperatrice
relazioni segrete pare estremamente improbabile.
La corte di Costanzo era popolata di nemici
acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento
e che avrebbero colto al volo l'occasione per rovinare,
nell'animo dell'imperatore, l'odiato principe e, insieme a
lui, la donna audace della quale l'innamorato Costanzo
subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico
di Eusebia, parla di lei come di un'apparizione
divina, davanti alla quale egli prova un sentimento
di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si
sente la parola di un suddito devoto, non già quella
di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico
era un documento ufficiale e Giuliano non
poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto
dalla più elementare prudenza. Ma di importanza
capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel
manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare
una lettera all'imperatrice nei giorni in cui si trattava
della sua elezione a Cesare [#]_, pel timore che la lettera
potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente
la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano
scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle
dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la
parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a
velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli
quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così
poco confidenziali ch'egli non solo non poteva parlarle,
ma non osava nemmeno mandarle un biglietto.
[pg!478]
Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo
amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro
vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro,
dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia,
nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era
stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle
abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza,
portava in dote, come dice Giuliano, una retta
educazione ed un intelletto elegante [#]_. Sposata ad un
imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi
dignitari dell'Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà
seguito necessariamente l'indirizzo religioso di coloro
che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali
dovevano essere per l'Ellenismo in cui era cresciuta. Ora,
per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte,
vi dovevano essere note la sua passione per lo studio
e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto,
vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva
le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da
qui in lei il desiderio di salvarlo dall'uragano di barbarie
cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano
stesso, nel suo panegirico d'Eusebia, spiega appunto
in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli
dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè
ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo
nome era stato, non so come, applicato a me che,
certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai
di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non
trovo nè posso immaginare altra causa per la quale
mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi,
con ogni sforzo, per conservarmi intatta
la benevolenza dell'imperatore... [#]_» È ad Eusebia
[pg!479]
che Giuliano deve ciò ch'egli considera la sua più
grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a
sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo,
fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella
ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si
è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri
greci [#]_.

.. [#] Pag. [pg 37]_, sg.

.. [#] Pag. [pg 44]_, sg.

.. [#] *Iulian.*, 140, 5 sg.

.. [#] *Idem*, 154, 16 sg.

.. [#] Pag. [pg 41]_.

Noi siamo, dunque, in alto, in un'aria di pura intellettualità.
Eusebia e Giuliano ci appaiono come due
genii di poesia e di saggezza. Eusebia, nel panegirico
di Giuliano, si presenta circonfusa di un'aureola di santità:
è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto,
disegnato dal suo devoto e riconoscente ammiratore,
par di risentire un po' di quel fascino che la bella
imperatrice esercitava sui milanesi d'or son quindici
secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto
Eusebia alla corte di Milano e conosceva quanto essa
aveva fatto per Giuliano, non ha che parole di ammirazione
per la sua virtù, ed afferma, scrivendo di lei
già morta, che non aveva rivali per la bellezza del
corpo e dei costumi e che, nell'altissimo culmine in cui
si trovava, aveva saputo conservarsi umana [#]_. Ammiano
pare non sospetti di relazioni illecite fra Giuliano
ed Eusebia, ed attribuisce l'azione dell'imperatrice
in favore del perseguitato principe alla giusta
estimazione ch'essa faceva delle sue virtù. Ma, a turbare
la pura serenità di tale imagine, ecco che Ammiano
ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa
si trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa.
Noi già abbiamo accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo
rivederlo più attentamente, perchè si tratta di
chiarire un mistero che influisce sinistramente sul nostro
[pg!480]
giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo,
chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli
aveva dato in moglie la propria sorella Elena, onde render
più stretti i legami che lo univano al cugino, ritornato
nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano
stesso, era stato preparato da Eusebia [#]_. Elena, figlia
di quell'imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra
Zosimo, nel 326, da Costantino, in un'orribile tragedia
di gelosia [#]_, doveva avere, nel novembre del 355, non
meno di trent'anni. Pare, dunque, che Eusebia combinasse
un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena,
l'anno seguente, in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene,
Eusebia, narra Ammiano, avrebbe guadagnata la levatrice,
e questa, con un voluto errore di operazione
ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere.
Ma questo bel fatto pare non accontentasse Eusebia.
Costei avrebbe invitata Elena a venire dalla Gallia a
Roma, nell'occasione del solenne viaggio che, nel 357,
essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell'invito era
l'affettuosa premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti
romani; il motivo vero era di propinare all'infelice
un sottile veleno, pel quale dovesse abortire, ogniqualvolta
rimanesse incinta. Pare, che l'azione lenta
del veleno, minando l'organismo della donna, la conducesse,
tre anni dopo, a morte, morte misteriosa, appena
accennata da Ammiano e da Giuliano, e che,
dai nemici di quest'ultimo, gli fu, addirittura, attribuita,
quasi egli fosse stato l'avvelenatore della moglie [#]_.

.. [#] *Amm. Marc.*, I., 240.

.. [#] *Iulian.*, 159, 1.

.. [#] *Zosimo*, 150, 1. sg.

.. [#] Pag. [pg 76]_.

Tutte queste voci poco precise hanno l'aria di non
[pg!481]
essere che pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata
ai delitti. La gelosia dell'amante deve essere
esclusa, come causa determinante, perchè, davvero,
poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti
a distanza, senza l'inasprimento di passione che dà
la vicinanza e la vista dell'essere amato. La gelosia
della madre che, non avendo figli, — Eusebia non
ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la
cugina, si sarebbe rivelata, in un modo così atroce,
la prima volta, nel caso dell'infanticidio commesso
dalla levatrice, e in un modo così raffinato, la seconda
volta, coll'intrigo dell'invito a Roma, per propinare il
veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile
affatto in una donna come Eusebia di alta
coltura, e di animo tanto generoso da non esitar a
gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe
perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni
dei cortigiani potenti. È possibile che questa donna
che tanto aveva fatto per collocare Giuliano in una
posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue
virtù, fosse poi rosa dall'invidia, al pensiero che
quest'uomo da lei ammirato e salvato, avesse dei figli?
È possibile che di lei si possa dire «\ *tanta tamque diligens
opera navabatur ne fortissimi viri soboles appareret*»? [#]_.

.. [#] *Amm. Marcell.*, I, 94.

.. _`Giuliano ed Elena`:

Pertanto a me pare che l'ipotesi più probabile è
che Ammiano raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose
che, in odio di Eusebia, dovevano correre
nell'ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le ripetesse
senza tanti scrupoli, come, con una mancanza
di scrupoli ancora più grande, i nemici di Giuliano le
volgevano a danno ed in accusa diretta di lui. Però,
[pg!482]
dobbiamo ammettere che, se quelle voci calunniose
hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur
essere stato qualche fatto, qualche circostanza che
dava loro un'apparenza di credibilità. Ora, noi non abbiamo
nessun documento col quale ricostruire la storia
della relazione coniugale di Giuliano con la moglie
Elena. Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che
Elena è stata una donna infelice, una sposa trascurata.
Giuliano, che parla e scrive di tutto e di tutti
con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi
scritti, e pubblici e confidenziali, neppure una parola
per la moglie che pur gli fu compagna nei cinque
anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno del
suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per
dire che l'imperatrice lo combinò, poi nel manifesto
agli ateniesi ricorda che, nel momento in cui avveniva
il pronunciamento militare a Parigi e che i soldati
circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare,
al piano superiore, in una camera vicina a quella
di sua moglie, ancora vivente [#]_. Quel gelido *ancora
vivente* — ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la sola orazione funebre
di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a
Vienna, nell'inverno del 360, mentre il marito già si
atteggiava da imperatore, in pompe e feste solenni.
Il solo atto pietoso di Giuliano verso di lei fu di mandarne
la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un sepolcro
della via Nomentana, presso quello della sorella
Costantina.

.. [#] *Iulian.*, 366, 3 sg.

La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia
dei contemporanei e diede gli elementi per creare
intorno a lei una leggenda, per vedere il mistero ed
il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio
[pg!483]
naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono
creduti colpevoli ed autori di una morte, che la
sventura sola aveva, a poco a poco, avvicinata e prodotta.
La moglie di Giuliano è una di quelle pallide
figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all'orizzonte
della storia, circonfuse e come consacrate da
un'aureola di lento e segreto martirio. Sposata, già
matura, ad un uomo che non l'amava, cristiana ed
educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle
influenze elleniche, essa non poteva comprendere il
marito, e non era da lui compresa. Nessuna comunanza
intellettuale esisteva in quella coppia, unita da
un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva
avere dalla maternità le erano state rapite. Nell'aspro
soggiorno della Gallia, viveva in continue strettezze
e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi ognora più
minaccioso il pericolo dell'urto fra il marito ed il
fratello, l'urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata
e posta inutilmente, come simbolo di pace,
fra i due contendenti. Scoppiata la ribellione e proclamato
Giuliano imperatore, Elena non resse all'idea
della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi
preparativi, nei suoi piani, nei suoi sogni, non l'ascoltava.
Ed essa conosceva troppo il fratello, per non
essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto faceva
credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe
presa una terribile vendetta. Lacerata da queste
ansie crudeli, che la tormentavano nel segreto dell'anima,
Elena, struggendosi, si è consumata e sparve,
vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per
gittarsi nella tempesta della più audace avventura.

Possiamo, dunque, concludere, con l'imparzialità
di cui ci siamo fatto un dovere assoluto, che, se a Giuliano
non può esser imputato nessun delitto domestico,
[pg!484]
egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi,
assai probabilmente ha fatto l'infelicità della moglie.
Colpa per sè stessa assai grave, ma che pure, nella
storia dei mariti di tutti i tempi, non esclusi quelli
dell'oggi, può trovare qualche attenuante.

[pg!485]

.. _`Conclusione`:

.. toc-entry:: Conclusione

CONCLUSIONE
===========

.. _`Sguardo riassuntivo`:

Io diceva, cominciando questo studio, che nessun
destino è stato più miserando di quello di Giuliano,
perchè la Chiesa, da lui inutilmente combattuta, si è
vendicata coprendo di una maschera odiosa la sua nobile
figura e rendendo esecrato il suo nome, che pur
avrebbe avuto tanto diritto al rispetto ed all'ammirazione
dei posteri. Ma, dopo essere stati lungamente
nella sua compagnia, noi sentiamo farsi più viva la
commiserazione pel suo destino, perchè non vi ha,
forse, nella storia, altro esempio di tante e così splendide
doti completamente sciupate in una vana impresa.
Pochi fra gli uomini apparsi sulla scena del
mondo meglio di lui forniti di tutte le forze necessarie
ad esercitare sugli eventi un'azione duratura.
Nessun uomo più miseramente scomparso, senza lasciare
traccia alcuna di sè. L'opera di Giuliano è stata
passeggera e vana come il solco di una barca sulla
superficie dell'acqua. Appena passata la poppa, le acque
divise si riuniscono ancora ed il solco non è più rintracciabile.
Così appena Giuliano spirava là, nella sua
tenda, sulla pianura persiana, il suo tentativo effimero
svaniva nel nulla, e la storia riprendeva il cammino
[pg!486]
come s'egli non fosse mai esistito. Si può dire che il
Cristianesimo non si è nemmeno accorto della guerra
che Giuliano gli ha mossa. Non l'ha fermato, neppure
per un istante, nella sua propaganda, non ha influito,
in nessun modo, sul suo indirizzo e sulle sue ulteriori
manifestazioni.

La fortuna, sempre bizzarra, aveva, al tramonto
dell'Impero, posto sul trono dei Cesari, un uomo di
vivo ingegno e d'animo forte e retto. Ed egli non
ha servito a nulla! I suoi sforzi si sono esauriti nel
vuoto. Un'idea, completamente sbagliata, si era impadronita
di lui, ed ha piegata la sua azione in una
direzione in fondo alla quale avrebbe trovato il baratro.
Egli vi si è avanzato come un sonnambulo che
non ha la coscienza del mondo reale da cui è circondato.
Non c'è, nella storia, spettacolo più triste di
questo sciupìo di forze preziose, ma non c'è nemmeno
spettacolo più interessante, perchè lo studio delle cause
che hanno reso possibile il sorgere di una così grande
illusione in uno spirito pur così aperto ed intelligente
ci dà il mezzo di comprendere e di valutare, nella sua
portata reale, la rivoluzione religiosa che ha condotto
a rovina l'antica civiltà.

Quelle cause, noi le abbiamo scrutate e discusse
nel corso di questo lavoro. Ma non sarà inutile riassumerle
ed insistervi, poichè in esse sta tutto l'interesse
della vita di Giuliano e, nella loro analisi, sta
la ragione del lungo studio che abbiamo intrapreso.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`I due principî del Cristianesimo`:

Cerchiamo, primieramente, di abbracciare con uno
sguardo il gran quadro di cui abbiamo esaminate le
varie parti. Il Cristianesimo era riuscito vittorioso
[pg!487]
dell'antica civiltà, perchè aveva portati nel mondo due
principî essenzialmente novatori, i quali rispondevano
alle condizioni ed ai bisogni del tempo. In una mano
portava il monoteismo, diventato indispensabile ad un
mondo pel quale l'antico politeismo si era ormai vuotato
d'ogni sostanza; nell'altra mano portava una legge
morale che urtava contro l'antica organizzazione della
società basata sulla prepotenza della forza, una legge che
glorificava la debolezza e la sventura, ed avrebbe dovuto
inaugurare una nuova società basata sull'amore e sulla
coscienza della fratellanza umana. Se non che, il Cristianesimo,
adoperando come due leve quei due principî
novatori, ha potuto compiere la parte negativa
del suo programma, ha potuto smuovere dai cardini e
rovesciare l'antica civiltà, ma non ha potuto compiere
la parte positiva, così che il giorno in cui, uscito vincitore
dalla lotta secolare da lui eroicamente affrontata,
istituiva una nuova società, questa si fondava
ancora sulla prepotenza della forza, sulla violenza e
sul sopruso, e la sua legge divina rimaneva un ideale
luminoso, ma senza efficacia diretta sulle azioni dell'uomo.
Quale la ragione di questo strano fenomeno?
Perchè mai, abbattuta l'iniquità antica da un Vangelo
divino, sorgeva una nuova iniquità più tenebrosa
di quella che era stata combattuta e sconfitta? La ragione
di quel fenomeno storico è che l'imperativo categorico
di una legge morale non si trova già all'infuori
e al di sopra dell'umanità, si trova, bensì, dentro
di essa, nella condizione essenziale del suo spirito in
un dato momento storico, e nella conseguente necessità
della sua organizzazione. Non è la legge morale
che rinnova la società, è la società già rinnovata
che s'impone la legge morale. Ora, una società non
si rinnova, se non si rinnova il suo modo di comprendere
[pg!488]
sè stessa e l'universo. Fin quando esisteva il
concetto antropomorfico della divinità, ed il concetto
antropo e geocentrico dell'universo, l'umanità poteva
cambiar di veste, ma, nella sostanza, doveva rimanere
sempre eguale a sè stessa. Posto il concetto di un
Potere soprannaturale e soprarazionale, di un trascendente
dotato di un arbitrio assoluto, l'umanità avrebbe
sempre trovato il modo di eludere la legge che le era
pesante, di piegare quel Potere alle sue passioni, di
farlo venire a patti, di dare alla forma esterna il valore
di un compenso contrattuale. Il rinnovamento
della società non poteva verificarsi se non quando al
concetto di un arbitrio soprannaturale venisse a sostituirsi
il concetto del determinismo inalterabile di un
sistema naturale. Bisogna che l'umanità ponga sè
stessa e l'universo nel vero per organizzarsi con una
legge a cui non possa sottrarsi. La legge morale che
il Cristo ha rivelata è la più sublime di tutte, è, anzi,
assolutamente perfetta, ma quella legge, appunto perchè
moralmente basata sul vero, doveva rimanere inefficace
in un mondo intellettualmente basato sul falso.

Giuliano, venuto al trono dopo mezzo secolo di
Cristianesimo vittorioso, trovava il vizio ed il delitto
dominanti nella Corte, le lotte intestine squarcianti
la Chiesa ed il Clero, una profonda corruzione in
tutte le membra dell'impero cristiano. Egli s'illuse
di poter salvare la civiltà e di moralizzare il mondo, ritornando
all'antico e fondando una specie di Paganesimo
cristianizzato. Giuliano, pertanto, non può dirsi
un retrogrado perchè, da una parte, cercava di ridurre
ad un gerarchia monoteista il *panteon* ellenico, e,
d'altra parte, riconosceva il valore delle virtù che il
Cristianesimo avrebbe dovuto diffondere nell'umanità.
Ma non può dirsi nemmeno un ingegno novatore,
[pg!489]
perchè non ha saputo portare nel mondo nessun nuovo
principio intellettuale, non voleva che rivestire delle
forme antiche quegli stessi principî teologici e morali
che il Cristianesimo aveva proclamati, quei principî
che gli avevano data la vittoria. Per iniziare una rivoluzione
veramente geniale e feconda, Giuliano avrebbe
dovuto farsi promotore di una religione senza sacrifici
e senza culto, ed, intuendo la possibilità di sollevare
il mondo e l'uomo dal terrore di un arbitrio trascendente
ed assoluto e dai ceppi della superstizione,
avrebbe dovuto porre le basi di una civiltà che s'innalzasse
sulla ragione e sulla scienza. Ma di tutto ciò
Giuliano non ebbe nemmeno il più lieve sentore.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Assenza d'apparato dottrinario`:

Il Cristianesimo, quale è apparso in Palestina, nella
persona e nell'insegnamento del suo fondatore, era la
pura espressione di un sentimento morale, l'aspirazione
ad un ideale di giustizia, una protesta terribilmente
eloquente nella sua mitezza contro le iniquità del
mondo. La predicazione di Gesù, tanto originale pel
soffio affascinante di poesia che l'animava e per la
squisita semplicità della forma, continuava il solco
già iniziato dai grandi profeti del tempo della decadenza
d'Israele, i quali ponevano nella conversione
alla santità della vita la condizione del risorgimento
del loro popolo. Per Gesù, ed è qui che sta propriamente
la novità divina del suo Vangelo, la santità
della vita si esplicava nel concetto della fratellanza
di tutti gli uomini davanti ad un unico Padre, e, di
conseguenza, nella condanna della prepotenza e dell'abuso
della forza, nell'esaltazione degli umili, dei
sofferenti, degli offesi.

[pg!490]

Il primitivo insegnamento cristiano constava di due
buone novelle, per l'efficacia delle quali ha potuto
sprofondare le radici anche in quei suoli, che in apparenza,
non gli erano adatti, perchè mancanti di
ogni lavoro di tradizioni preparatorie. In primo luogo,
annunciava un'imminente trasformazione che avrebbe
cangiata la faccia del mondo, puniti gli oppressori,
sollevati gli oppressi. In secondo luogo, affermava la
rivelazione di una persona divina, che aveva avuta
un'esistenza storica, che era una persona ben determinata
e concreta, sulla cui esistenza non era alcun
dubbio, in cui, pertanto, si poteva credere con una
sicurezza, la quale faceva ormai completamente difetto
alle esaurite divinità dell'Olimpo ellenico. Con la prima
promessa, il Cristianesimo calmava la sete di giustizia
da cui era tormentato un mondo soffocato dall'abuso
della forza, eretta in diritto, mentre, con la rivelazione
del Cristo divino, rispondeva all'aspirazione di quello
stesso mondo di aver un Dio, in cui potesse credere,
da sostituire agli dei antichi, nei quali non credeva
più. E, quando poi si vedeva questo Dio prendere
sopra di sè tutte le miserie umane e morir perseguitato,
come l'ultimo degli schiavi, l'apoteosi della sventura
era compiuta, e il Cristianesimo diventava naturalmente
la religione a cui accorrevano tutti gli
infelici.

Pertanto, il Cristianesimo, nel periodo primitivo
della sua esistenza, era una religione essenzialmente
morale e tutta di sentimento. Paolo, è vero, appena
convertito, aveva cercato di dare una spiegazione razionale
al processo della redenzione. Mente logica per
eccellenza, Paolo non si è convertito, se non quando
quel processo fu ben chiaro in lui. Ma il pensiero paoliniano
rimase, per molto tempo, più che altro, un
[pg!491]
fatto personale, e non pare che abbia esercitata, se
non molto più tardi, una grande influenza sullo svolgimento
dottrinario del Cristianesimo. Era l'azione
della sua persona, del suo spirito, della sua volontà,
era l'annuncio della imminente rigenerazione del mondo
per la ricomparsa del Cristo, salvatore degli oppressi,
la buona novella che chiamava alla nuova dottrina le
turbe dei credenti. Per quasi un secolo e mezzo, il
Cristianesimo, si mantenne in questo ambiente di fede
semplice, all'infuori di ogni apparato di dottrina sistematica.
Coloro che si chiamavano Cristiani non
avevano di comune che una fede monoteista, fondata
sulla rivelazione di Dio, avvenuta nel Cristo, la speranza
di una vita eterna, garantita dal Cristo, e la coscienza
del dovere, assunto col battesimo, di tenere una
condotta rispondente all'esempio, lasciato dal Cristo.
Gli scritti cristiani, anteriori alla seconda metà del
secolo secondo, la διδαχή, la prima lettera di Clemente,
le lettere d'Ignazio, gli scritti di Papia, la lettera di
Barnaba, mostrano la completa assenza di ogni apparato
dottrinario nel Cristianesimo primitivo, il quale
non era, in fondo, che una norma di condotta appoggiata,
ad alcune verità e, sopratutto, ad alcune promesse
rivelate dal Cristo. Quei Cristiani primitivi
vivevano, con tutta l'anima, nella loro fede, e non sentivano
alcun bisogno di rappresentarsela con un complesso
di dottrine determinate. Qual'era la dogmatica
di quei Cristiani? Ce lo dice Barnaba [#]_. «Tre
sono i dogmi del Signore, la speranza... la giustizia... l'amore».
E nella chiusa della sua lettera, nel descrivere
[pg!492]
le due vie che si aprono al credente, la via
della luce e la via delle tenebre, egli traccia un programma
il quale non è che l'eco fedele della morale
evangelica, in cui non è neppur l'ombra di un principio
dottrinario [#]_.

.. [#] *Barnaba*, 1, 6 — τρία οῦν δόγματα εστιν κυρίοu, έλπίς, δικαιοσύνη, αγάπη.

.. [#] *Barnaba*, 18-21.

Una prova singolarmente interessante della povertà
delle dottrine filosofiche nel Cristianesimo genuino,
fino alla seconda metà del secolo secondo, la troviamo
nell'*Ottavio* di Minucio Felice. Al tempo degli Antonini,
e precisamente sotto il regno di Marco Aurelio,
durante il quale avvenne la composizione di quel dialogo,
il Cristianesimo cominciava ad aver le sue reclute
anche nella classe colta della società romana.
Minucio Felice era un avvocato di grido, un oratore
ciceroniano, uno scrittore elegante, un filosofo erudito.
La sua difesa del Cristianesimo ci dà, pertanto, una
idea esatta di ciò che fosse il Cristianesimo per quegli
spiriti colti. Ebbene, il Cristianesimo di Minucio Felice
non è che un deismo monoteista estremamente
semplice e razionale, che non conosce neppur le prime
linee di un sistema teologico e metafisico, che abborre
le esteriorità del culto, che pone in diretto contatto
con Dio la coscienza dell'uomo. «\ *Qui innocentiam
colit, deo supplicat; qui junstitiam, deo libat; qui fraudibus
abstinet, propitiat deum; qui hominem periculo
subripit, deo optimam victimam cedit. Hæc nostra sacrificia,
hæc dei sacra sunt. Sic apud nos religiosior
est ille qui justior*» [#]_. Era l'alta moralità del Cristianesimo,
era la razionalità dell'idea monoteista,
era, infine, la semplicità del culto, ciò che costituiva
[pg!493]
per gli spiriti eletti l'attrattiva del Cristianesimo nascente.
L'indole positiva dell'ingegno latino impediva
la fioritura dei parassiti metafisici.

.. [#] *Minucio F.*, 32, 3.

.. _`Gnosticismo`:

Se non che, nel mondo ellenico, il Cristianesimo
non poteva conservarsi in questo stato di semplicità
dogmatica. La mente greca era tutta imbevuta di speculazione
metafisica. Non era, dunque, possibile che
la religione, cioè un'istituzione in cui è rappresentato
il vincolo che unisce il mondo alla sua causa, potesse
conservarsi estranea alla metafisica. Era, anzi, fatale
che diventasse essa pure una metafisica. Questa sorte
era già toccata allo stesso Giudaismo che, pure, in
origine, al pari della religione di Maometto, era completamente
impervio alla speculazione filosofica. Bastò
che il Giudaismo si allargasse, con le sue colonie, nel
mondo greco, perchè dovesse piegarsi all'efficacia trasformatrice
del pensiero filosofico, e costituisse, sulla
base del logos filoniano, una vera e propria metafisica.
Fu in questo ambiente di ebraismo ellenizzato che lo
scrittore del Vangelo giovannico attinse l'identificazione
del Cristo col logos, e così aperse la porta alla
speculazione filosofica che doveva in breve impadronirsi
della religione. Il Gnosticismo fu il primo frutto
del connubio del Cristianesimo col mondo greco. Il
Gnosticismo cristiano, che probabilmente ebbe le sue
radici in un Gnosticismo ebraico, in cui era degenerata
la filosofia filoniana, fu una specie di Neoplatonismo
anticipato, una metafisica fantastica e curiosa
che si attortigliava intorno all'idea del logos, e la
soffocava con le sue frondi lussureggianti. Nel Gnosticismo,
il Cristianesimo, perdendo il suo carattere di
rivelazione di un principio rigeneratore dell'anima
umana, si trasformava in una complicata cosmologia,
in cui il processo di creazione si risolveva in un dualismo
[pg!494]
divino, fra i termini estremi si intrometteva
una gerarchia di spiriti e di divinità minori, sulla
quale primeggiava il logos, emanazione immediata del
Dio supremo.

Dissi che il Gnosticismo cristiano fu una specie di
Neoplatonismo anticipato. Ciò è esatto, nel senso che
l'uno e l'altro dei due sistemi, col mezzo delle molteplici
emanazioni divine, ricreavano un politeismo effettivo
sotto le ali di un monoteismo teorico. Ma ciò
non toglie che fra i due sistemi esistesse un'antipatia
profonda, perchè il Gnosticismo, innestandosi sul tronco
del Cristianesimo, ne aveva preso il concetto pessimista
con cui quest'ultimo giudicava il mondo. Ed,
anzi, non riuscendo a spiegare la creazione di un
mondo cattivo per parte di un dio buono, era caduto
nel dualismo, e dava ad un dio perverso la responsabilità
della creazione della materia. Il processo della
redenzione, compiuto dal logos disceso in terra, constava
appunto nella vittoria del dio buono, e nella conseguente
liberazione delle anime dalla servitù della
materia e del male.

Ora, nulla più odioso di questo sistema cosmologico
pel Neoplatonismo genuino, pel quale il mondo
è ottimo, perfetto in ogni sua parte, rappresenta una
fase di un processo evolutivo, in cui il bene e il male
hanno un valore relativo ed hanno ognuno, la loro
ragion d'essere, un processo al quale l'idea di redenzione
non può che essere estranea, perchè l'idea del
redimere implica la premessa di un errore e di una
colpa che il Neoplatonismo non vuole vedere nel mondo
e che a lui parrebbe irriverente al concetto di Dio. Il
Neoplatonismo, per bocca stessa di Plotino, ha combattuto
apertamente il pessimismo gnostico, ed è anzi,
probabilmente, su questa via ch'esso si incontrò col
[pg!495]
Cristianesimo, e lo ha poi conglobato nella stessa polemica
con cui combatteva il Gnosticismo [#]_.

.. [#] Si veda, su questo punto, il recentissimo studio di Carl
   Schmidt, *Plotin's Stellung zum Gnosticismus, 1901*.

.. _`Religione e filosofia`:

L'apparizione del Gnosticismo cristiano che minacciava
di ricondurre il Cristianesimo al Politeismo, ebbe
la conseguenza di far nascere, come antidoto della
dottrina falsa, una dottrina vera, d'aver quindi dato
origine ad una teologia ortodossa, la quale servisse
di strumento per rintuzzare gli errori gnostici. Ora, la
teologia ortodossa, finchè rimaneva nell'ambiente latino,
non poteva spiegare le ali a voli metafisici di
grande altezza. Per quanto avesse, anch'essa, come
punto di partenza l'idea del logos divino, pure non
era il processo cosmologico, ma, bensì, il processo di
redenzione che costituiva per lei l'essenza della religione.
Non è il logos creatore, ma il logos redentore
che ispira la teologia d'Ireneo e di Tertulliano. Ma,
nel Cristianesimo, ha prevalso lo spirito greco, e questo
ha sollevata la speculazione cristiana ad una vetta, su
cui, con Clemente d'Alessandria e con Origene, si
trasformò in un immenso sistema di metafisica cosmologica
che solo, per la presenza del Cristo redentore,
si distingueva dalla filosofia neoplatonica che le sorgeva
al fianco.

Noi abbiamo già veduto quale fosse, nelle sue linee
principali, il pensiero d'Origene, quali le conseguenze
che ne derivarono, quale lo svolgimento del pensiero
cristiano; abbiamo veduto come il Cristianesimo si
tramutasse in una dogmatica lussureggiante e come
il mondo sia stato travolto in una bufera di dispute
metafisiche, nella quale completamente si esauriva
[pg!496]
l'interesse religioso. Ora, questa trasformazione della
religione in scienza, o, diremo con parola più esatta,
in filosofia, fece sì che il requisito richiesto per esser
cristiano non fu più il riconoscimento di una data
norma di condotta morale e l'aspirazione ineffabile ad
unirsi col Dio padre, rivelato dal Cristo. Fu, bensì, il
riconoscimento della verità di un dato complesso di
dogmi filosofici, l'essere ascritto ad un dato sistema
dottrinario e scolastico. Questa curiosa ed essenziale
trasformazione ha condotto con sè l'impoverimento
morale del Cristianesimo. Nei tempi eroici del Cristianesimo,
per esser cristiani bisognava praticare date
virtù, come insegna Ottavio nel dialogo di Minucio
Felice; nel terzo e nel quarto secolo bisognava professare
una data dottrina. Lo sciagurato Costantino,
che s'era coperto di delitti, ed aveva uccisi il figlio e
la moglie, era, agli occhi del grande Atanasio, un
imperatore venerando, perchè aveva raccolto il Concilio
di Nicea ed aveva sostenuta la formola dell'ομοουσιος.
Nelle lotte teologiche che hanno, per tre secoli, dilaniata
la Chiesa, da una parte e dall'altra, non si
guardava, nel Cristiano, che una cosa sola, la professione
dottrinaria. Il programma del Discorso sulla
montagna e della lettera di Barnaba o della διδαχή
aveva ceduto il posto alle formole dogmatiche che i
Concilî si scagliavano l'uno contro l'altro e che venivano
raccolte dai partigiani delle guerreggianti dottrine.
In questa condizione di cose, in cui il Cristianesimo
si era intellettualmente ellenizzato, abbandonando
la sua prima natura, questa fu così completamente
dimenticata che, quando si volle ricreare, nel
mezzo dell'edificio teologico, un sistema di morale, non
si ritornò al Vangelo e nemmeno a Paolo, ma si ripresero
le tradizioni dello stoicismo greco e latino.
[pg!497]
Ambrogio stesso, scrivendo il suo libro dei *Doveri*, non
fece che ricopiare il libro di Cicerone, il quale, come si
sa, non era che un rifacimento del trattato dello stoico
Panezio. Se non che, ogni efficacia redentrice in un Cristianesimo
siffatto che, intellettualmente, si arrampicava
sulle rocce aride della metafisica, e moralmente
abbandonava il principio vivente dell'amore e della
fratellanza per risollevare la statua marmorea di una
virtù nutrita dell'idea astratta del dovere, non poteva
che spegnersi del tutto. Diventò una religione formalista,
e, quel che è peggio, una religione che poneva
la salvezza non più nel rinnovamento dell'uomo interno,
come voleva Paolo, ma nel riconoscimento di
esteriorità, tanto dottrinali che rituali, le quali, da
quella luminosa aspirazione all'ideale, con cui si era
affermata nel suo nascere, la tramutavano in una
complicata superstizione.

Ma il Cristianesimo non poteva perdere intieramente
l'efficacia moralizzatrice che gli aveva data
la sua forza primitiva e la sua ragion d'essere. La
trasformazione della Chiesa in un'organizzazione intellettuale
che non richiedeva che il consenso a determinate
dottrine, portò, di conseguenza, la secessione
di quegli spiriti che, nella religione, cercavano qualche
cosa di più, e che, pertanto, non potevano acconciarsi
alla mondanità opportunista di una religione ufficiale.
Costoro si ritraevano dal mondo e dalla vita sociale
e davano origine all'ascetismo monacale, che fu, come
già accennammo, il ricovero in cui vennero a rifugiarsi
le tendenze ideali che il Cristianesimo aveva gittate
nel mondo.

[pg!498]

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`Posizione di Giuliano`:

Ecco, dunque, lo spettacolo che offriva la società
cristiana, nella seconda metà del secolo quarto, quando
già si erano svolte le conseguenze del riconoscimento
del Cristianesimo, fatto da Costantino. Il Cristianesimo
si era pervertito per adattarsi alle esigenze della società
in cui entrava come elemento essenziale della
sua organizzazione. Gli ideali altissimi che aveva rivelati
al mondo, inapplicabili affatto alla vita reale di
quei tempi, già accennavano a separarsene nell'isolamento
dei monasteri, e il Cristianesimo non appariva,
a chi ne stava fuori, che come una forza distruttiva,
la quale, rovesciando tutte le tradizioni di patriottismo
e di coltura su cui si era innalzata l'antica civiltà, ne
rendevano inevitabile la catastrofe. Questo era il punto
di vista da cui guardava il Cristianesimo il filosofo
imperiale che, unico superstite della famiglia di Costantino,
saliva al trono dei Cesari. Innamorato, nel
fondo dell'anima, della civiltà ellenica, egli voleva
impedirne la rovina, considerava come un supremo
dovere il difenderla dai pericoli che terribilmente la
premevano. Per questo, egli odiava il Cristianesimo
il quale voleva, è vero, usufruire della sua eredità, ed
apprendere a parlare ed a scrivere secondo i suoi insegnamenti,
ma, nella realtà, la dissolveva e le toglieva
ogni forza di resistenza.

Pensatore educato alla scuola dei neoplatonici, Giuliano
trovava preferibile la dottrina di Plotino e di
Porfirio, ed, andando più in sù, la dottrina di Platone
a quella d'Origene e d'Atanasio che ne era la derivazione
intorbidata. Moralista severo, egli era disgustato
della corruzione in cui il Cristianesimo era caduto,
[pg!499]
appena assunto alla dignità di religione riconosciuta.
Tutte le passioni, tutti i vizî vi avevano libera
fioritura. Nè la Corte imperiale, nè le grandi città dell'Impero
erano state moralizzate dalla conversione al
Cristianesimo. La cristianissima Antiochia offriva a
Giuliano uno spettacolo scandaloso. Egli non poteva
tacere il suo stupore ed il suo sdegno, così da diventare
antipatico agli Antiochesi, assai più perchè rigido
censore dei loro costumi che perchè nemico della loro
religione.

In tale condizione di cose, parve a Giuliano che
egli dovesse e potesse risollevare le sorti della civiltà
antica, dell'Ellenismo, com'egli diceva, col ricostituire
il Politeismo e col volgergli di nuovo la corrente del
sentimento e delle abitudini popolari. Ma sentì di
non poter far questo, se insieme non iniziava la riforma
del Politeismo. Gli dei naturalistici e nazionali
dell'antico Olimpo greco-latino erano completamente
esauriti e nessuno poteva più credere in essi. Giuliano,
come vedemmo, li conservò, trasformandoli in altrettante
espressioni simboliche, aggruppate intorno ad
un unico principio divino, a sua volta rappresentato
dal Sole, che era per lui il re dell'universo. In ciò
Giuliano non era che un neoplatonico, seguace più di
Giamblico che di Plotino, e non era per nulla un novatore.
Ma ciò che è propriamente originale ed interessante
è che Giuliano, nel rinascimento dell'Ellenismo,
vedeva la vittoria di un alto principio di morale
e di virtù. Giuliano era un uomo, per eccellenza, virtuoso,
austero, alieno da tutti i godimenti mondani,
idealista di natura e di educazione. Ora, egli non riconosceva
affatto che il Cristianesimo fosse stato un
fattore di moralità. Se si esclude il precetto dell'elemosina
ai poveri, per la quale egli eccita i suoi seguaci
[pg!500]
ad imitare i Galilei, non vi ha virtù ch'egli
riconosca esercitata dai Cristiani. Non vedeva, sopratutto
in alto, fra i vescovi stessi, che avidità di
guadagno, ambizioni, lotte accanite, incontinenza e
violenza. Ed egli voleva ricondurre nella pratica della
vita quelle virtù che il Cristianesimo mondano lasciava
esulare nei cenobî. Qui sta propriamente la chiave
esplicativa del tentativo di Giuliano. Il Cristianesimo
non aveva moralizzato il mondo, egli credette di poterlo
moralizzare ravvivando l'Ellenismo, che per lui
conteneva la somma della sapienza, della bellezza e
della bontà.

.. _`Politeismo puritano`:

Per far questo, Giuliano voleva ricondurre il mondo
al Politeismo, ma ad un Politeismo essenzialmente riformato.
La religione, nel mondo antico, era propriamente
una funzione dello Stato. Un urto, una discordia,
una separazione fra la religione e lo Stato non era
neppure imaginabile; la religione era necessariamente
l'ancella dello Stato, perchè era lo strumento necessario,
il fattore indispensabile della sua conservazione.
Il Cristianesimo perseguitato portò nel mondo
il concetto di una religione che si costituisce come
una forza indipendente dallo Stato. Ma, appena fu
riconosciuto come religione ammessa nell'Impero, rivelò
la tendenza a sovrapporsi allo Stato, così da rovesciare
le parti e da fare della religione, organizzata
disciplinarmente nella Chiesa, la potenza dominatrice
dello Stato servo.

Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più
singolari del suo tentativo, volendo fare della sua religione
un istituto moralizzatore, volle, egli pure, separarla
dallo Stato, e tentò di organizzare una vera
Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio
di dottrina e di virtù. Noi abbiamo veduto, nell'analisi
[pg!501]
delle istruzioni date da Giuliano a personaggi cospicui
di quella sua Chiesa, come l'organizzazione
formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed
a quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere.
Dicemmo anche che, per la purezza delle
intenzioni e per la natura dei consigli, ch'egli dava
ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini
che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere
di Giuliano potrebbero considerarsi come pastorali di
qualche vescovo cristiano che s'ispirasse agli ideali
dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il
sentirvi, talvolta, un'eco genuina di quello stesso
Vangelo che Giuliano così cordialmente disprezzava.
Egli voleva propriamente fondare sulla santità la
sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un
soffio di epurazione morale. E per riuscire a questo,
nell'entusiasmo della propaganda, dava di cozzo nelle
abitudini e nei costumi del suo tempo. Giuliano
era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio
del puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva
venir in mente che ad un sognatore, educato
nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il mondo
si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una
morale severa, in nome di Bacco e d'Apollo, diventati
simboli di idee mistiche e filosofiche. La società,
che aveva, in sì breve tempo, corrotto il Cristianesimo,
non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare
e correggere dal Politeismo riformato. Ancora si
sarebbe capito il ritorno alla religione festosa e libera
dell'Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col suo
culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che
ne era stato la grazia, il fascino supremo, e non trovava,
all'infuori che nei pochi iniziati da cui era circondato,
che freddezza e scherno. Si comprende il suo
[pg!502]
scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che
si sfasciava in ogni sua parte, sotto l'azione del Cristianesimo
che le toglieva le tradizioni, gli ideali, le
credenze, tutto, infine, quel complesso di principî
di sentimenti che sono la ragion d'essere di una civiltà.
Ma, insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente
insinuato in tutti i meati, se posso così
esprimermi, dell'anima sociale e individuale che il ritorno
all'antico sarebbe stato impossibile, ed egli si è
accinto all'impresa, non meno impossibile, di cristianizzare
la società e la religione, senza farle diventar
cristiane. Egli vedeva che il Cristianesimo, nella metafisica
e nelle forme esteriori del culto, si avvicinava
al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel Neoplatonismo
e nei Misteri, al punto di poter dire che
ne era una copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli
la filosofia di Plotino e di Giamblico e i riti
dei Misteri, a cui quella filosofia serviva di base, aggiungendovi,
come un cemento che tenesse insieme
l'edificio, l'istituzione di una gerarchia sacerdotale,
la quale riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia
della Chiesa Cristiana. E così quel giovane entusiasta
ed illuso s'imaginava che avrebbe salvato
l'Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue
tradizioni, la sua poesia, le sue arti!

Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato
mancava ciò che formava la forza del Cristianesimo
e che gli dava la possibilità di vivere e di diventar
sempre più potente, anche quando il suo riconoscimento
ufficiale e la sua trasformazione in un
potere dello Stato, gli avevano tolto intieramente quel
carattere di protesta contro le iniquità del mondo che
era stato la fonte genuina del fascino da lui esercitato
al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di
[pg!503]
credere in un Dio; non era possibile che si appagasse
di larve, di simboli, di ombre metafisiche; voleva un
Dio, diremo così, storico, che gli fosse imagine, rappresentanza,
garanzia del Potere supremo che regge
l'universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio
esclusivamente nazionale e, sopratutto, se non ci fosse
stato l'ostacolo insuperabile della circoncisione, forse,
il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù sarebbe
stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo
questo possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente,
ha dovuto ellenizzarsi, facendo assidere presso
di sè il suo rivelatore, che diventava un figlio ed, insieme,
un intermediario fra lui ed il mondo. La grande
forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà
di quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla
storicità oggettiva della persona di Gesù. Il mondo
aveva in Gesù una rappresentazione divina, determinata,
precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e
della sua esistenza reale non era possibile dubitare.
La navicella della fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti
sistemi filosofici, aveva trovato il porto in cui
ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri teologici
con cui si gravava e si nascondeva quella figura
divina, quali fossero anche i traviamenti a cui le passioni,
i pregiudizi, gli errori degli uomini trascinavano
i principi essenziali del suo insegnamento, il Dio rimaneva
sempre vivente ed esercitava sulle anime
un'attrattiva irresistibile. Si pongano a confronto gli
inni infiammati d'amore che S. Agostino innalza a
Dio nelle sue *Confessioni* con le invocazioni di Giuliano
al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente
come il Cristiano vivesse nella verità del sentimento,
e quanto sforzo ragionato entrasse, invece, nell'entusiasmo
fittizio del Pagano. Così noi abbiamo visto
[pg!504]
come Giuliano s'irritasse pel culto che i Cristiani rendevano
ai sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro
che la memoria di coloro che col sangue avevano testimoniato
della loro fede doveva imprimere un continuo
eccitamento all'ardore della fede, e sollevare facilmente
all'ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale
efficacia potevano mai avere, davanti a queste imagini,
davanti al Cristo che era vissuto in un momento storico,
che aveva rivelate promesse divine con un linguaggio
umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi
fantasmi che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari
dei Misteri, e dalle mistiche elucubrazioni dei filosofi
neoplatonici? Se Giuliano fosse stato uno spirito veramente
religioso, uno spirito in cui la sete del divino
fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il
duello da lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse
senza speranza pel suo dio astrale, costretto a cedere
il campo, anzi, a svanire in faccia all'Uomo-dio che
lo affrontava nella pienezza della sua realtà.

.. _`Non comprese il principio di redenzione`:

Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non
sentì dove fosse propriamente la forza del Cristianesimo,
quale fosse la causa essenziale che gli aveva
data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del
mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate
nel principio di redenzione di cui il Cristianesimo era
il nunzio desiderato. Il Cristianesimo era una religione
pessimista nel senso che poneva il male come un fatto
inerente al mondo ed all'umanità, ma insegnava, insieme,
a redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze,
le aspettazioni dall'iniquità della terra alla giustizia,
al perdono, alla felicità del cielo. Una religione
non può essere veramente efficace sull'anima umana,
se non parte da un concetto pessimista. Quando il
mondo appare come un male, l'anima umana si attacca
[pg!505]
con passione alla promessa di un oltretomba felice.
La fede nella promessa le ispira la devozione, l'eroismo,
l'abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio,
all'ascetica voluttà dell'amore divino. Il concetto ottimista
uccide la religione, le toglie la sua radice più
profonda, la riduce a cerimonie festose, a riti formali
da cui l'anima è assente. Certo, un pensatore sublime,
come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo
perfetto, assurgere all'estatica visione di Dio,
ma la moltitudine non sa seguirlo, e rimane avvinta
alle preoccupazioni di una lieta mondanità.

.. _`Mancava, come il Cristianesimo, di spirito scientifico`:

Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo
era forte perchè era la religione degli infelici, la
religione della sventura e del pentimento: non seppe
penetrare nel concetto della redenzione che ne era la
pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali
nei numi simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo
redentore vinceva tutto e tutti, e si trascinava
dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale, con
una forza d'attrazione a cui nulla poteva resistere.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra
false apparenze, lo vollero giudicare. Giuliano desiderava
la conservazione del Politeismo, perchè vi vedeva
il balsamo che avrebbe salvato l'Ellenismo; ma non
voleva il Politeismo col significato naturalistico o con
le forme nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva
riformarlo, organizzarlo a seconda delle esigenze
dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un reazionario,
egli era però nell'antitesi più recisa con quel
che oggi si chiama il libero pensiero. In questo egli
era davvero l'uomo del suo tempo. Aveva un'inclinazione
[pg!506]
alle speculazioni metafisiche, ma aveva la negazione
dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui
riconosciuta la necessità dell'intervento continuo, diretto
della divinità in ogni fenomeno della natura, in
ogni avvenimento della vita. La superstizione pagana
da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura
della superstizione cristiana. Forse il politeismo di
Giuliano, se per un'ipotesi impossibile, fosse stato
vittorioso, sarebbe riuscito meno funesto alla scienza
del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia politeista
non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia
ortodossa che, per secoli, ha governato il mondo e fermato
il pensiero dell'uomo. Ma, certo, punto non entrava
nelle intenzioni di Giuliano di promuovere
la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come,
del resto, non l'avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun
sentore di ciò che fosse la scienza. Nè Epicuro, nè
Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli autori di
Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come
aveva servito a Platone, a Plotino, e come doveva
servire a S. Agostino ed a S. Tomaso, non ad altro
che ad affermare il soprarazionale e il soprannaturale,
ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero dell'uomo,
senza lasciargli uscita possibile per osservare
il mondo e conoscere la realtà. La civiltà antica declinava
e si spegneva, tanto nel Neoplatonismo quanto
nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione. Non restavano
che l'uomo in terra con le sue passioni, il trascendente
in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i
due termini estremi, tenebre impenetrabili.

Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare
privo di ogni geniale novità. Giuliano non era uno
spirito inventore. Egli credeva di poter salvare la civiltà
antica, serbandone vive le forme esterne, tenendo
[pg!507]
in piedi tutto l'apparato di istituzioni religiose che
ne avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era
raccolta tanta parte delle sue memorie, delle sue tradizioni,
delle sue abitudini. Ma egli non sapeva che,
se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento dell'antica
civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè
le mancava il principio essenziale del progresso,
e quindi non poteva riparare le perdite che il tempo
reca a qualsiasi organismo; era diventata decrepita,
aveva perduta ogni forza vitale, non poteva resistere
alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.

Il principio essenziale del progresso è la scienza,
non la scienza di ipotesi e di fantastiche concezioni
metafisiche, ma la scienza oggettiva che scopre e segue
il processo razionale da cui è determinata la fenomenalità
della natura. L'uomo, mercè la sua facoltà
d'astrazione, ricrea idealmente, nel suo pensiero, l'universo,
rappresentandolo in una serie di cause e di
effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed in
tale rappresentazione ideale si determina la vita dell'individuo
e della società. Ora, quando quella rappresentazione
è illusoria e fallace — e non può non esser
tale quando non è che il frutto di una ragione che si
nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della
vita necessariamente errata ed incapace di miglioramento,
che vuol dire di progresso, perchè, senza conoscenza
oggettiva, il vero rimane nascosto. La concezione
antropocentrica dell'universo e la concezione
antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere,
posto all'infuori e al disopra della natura e dell'umanità
che esso regge con un arbitrio assoluto,
posano sopra un'illusione della mente umana, e immobilizzano
la vita in una rete d'errori nei quali
quanto più cerca di districarsi e tanto più si avvolge.

[pg!508]

Il gittare in mezzo a questo errore fondamentale
di concepimento un principio morale, giusto e vero a
nulla giova, perchè la falsità della concezione in cui
vive la mente umana ne rende impossibile l'applicazione,
anzi lo sterilizza e lo corrompe. Quando s'imagina
che il mondo è governato da un Dio, fatto a somiglianza
dell'uomo, un Dio che si guadagna con le
preghiere, gli omaggi, le offerte, tosto le passioni
umane, che vogliono essere soddisfatte, cercano e trovano
la libertà del movimento in una religione formalista
che dà all'uomo il mezzo di ottenere da Dio la
desiderata impunità. Di ciò il Cristianesimo ha data
una prova meravigliosa. Il Vangelo era stato propriamente
la buona novella. Gesù era venuto a rivelare
quel sublime principio della fratellanza e della solidarietà
umana che è la sola fonte da cui può scaturire
la moralizzazione del mondo. Ma la fonte si è subito
ostruita. Il mondo non è stato punto moralizzato dal
Cristianesimo, il quale, per l'errata concezione metafisica
dell'universo e della divinità, è tosto diventato
una religione di forme esterne e di dottrine fantastiche
imposte come verità assolute, una religione, che, nelle
gesta della sua onnipotente gerarchia, è diventata la
negazione di sè stessa, ed ha data al mondo quella
società feroce, selvaggia, terribilmente appassionata,
senza pietà e senza amore, di cui la *Divina Commedia*
e i drammi di Shakespeare ci presentano il quadro vivente.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`La civiltà progressiva e la scienza`:

Giacomo Leopardi, allorquando, ancor giovanetto,
nella solitudine del natio borgo, si sprofondava, con
sì tragico abbandono, nella voragine sterminata dei
[pg!509]
suoi pensieri, scopriva nella ragione la causa del disordine
sociale, e la rendeva responsabile dell'umana
infelicità. Dalla ragione, dalla sola ragione venivano
tutti gli errori, in mezzo ai quali, l'uomo, staccandosi
dalla natura, s'era andato perdendo ed intricandosi,
come in una rete da cui non poteva liberarsi. Il Leopardi
trovava, in questa sua convinzione, la conferma
del mito biblico della caduta dell'uomo. Fu l'uso e
l'abuso della ragione che ha allontanato l'uomo dallo
stato di natura. In questo stato egli era guidato dall'istinto,
duce infallibile perchè limitato alla realtà
dei fenomeni; nello stato ragionevole, l'istinto cede il
posto alla ragione, la quale si pasce d'errori e di
larve ed imagina un mondo che non risponde alla
verità. Ed è supremamente interessante il vedere come
il Leopardi, scrutando, con singolare acume d'osservazione,
il problema del destino umano, trovasse,
nel suo sistema, la spiegazione del Cristianesimo e
della vittoria da esso riportata. Quando gli uomini furono
giunti ad un certo grado di coltura e di civiltà,
la ragione non bastò più a sè stessa, perchè scomponeva
e distruggeva, con le proprie mani, quelle illusioni
che aveva create e che erano indispensabili per
render tollerabile la vita all'uomo. L'umanità, pertanto,
sarebbe andata incontro ad una catastrofe, se non
fosse venuta una rivelazione divina, la quale, all'infuori
ed al di sopra della ragione, garantisce all'uomo
l'esistenza di un mondo ideale, senza la cui certezza,
la compagine umana, per l'effetto degli errori irreparabili
della ragione, si discioglie come un edificio senza
cemento.

Se non che, nel pensatore di Recanati sotto la
teoria sta pur sempre il sentimento del nulla, il sentimento
dell'*infinita vanità del Tutto*. Il mondo ideale,
[pg!510]
garantito dalla rivelazione, non è che un mondo di
necessarie illusioni. Da qui l'attitudine disperata dell'infelice
poeta che, riconosciuti gli errori della ragione,
non vedeva altra salvezza che in un'illusione
di cui, pur affermandola, dimostrava la vanità.

Ora il Leopardi era nel vero, quando additava nella
ragione, che crea un mondo ideale basato sul falso,
la causa dei mali e del disordine umano. Le società
animali sono infallibili, perchè condotte, nell'esercizio
delle loro funzioni, dall'infallibile istinto. Ma la società
umana, finchè la ragione vi agisce con un'interpretazione
errata ed illusoria della realtà, non potrà
organizzarsi che nella violenza, nel delitto e nella
sventura.

   | *Tantum religio potuit suadere malorum!*

è un verso che non si applica solo al sacrifizio d'Ifigenia.

Ma il Leopardi non seppe vedere che, se è vero che
la ragione, colle sue astrazioni premature ed arbitrarie,
ha la funesta facoltà di porre, alla compagine
del Tutto, delle cause arbitrarie e fallaci, da cui consegue
il danno di un'organizzazione umana basata
sull'errore, è pur vero che essa ha, insieme, la provvida
facoltà di correggere sè stessa, così che, a poco
a poco, sostituisce, nella spiegazione dell'Universo, il
concetto della legge al concetto dell'arbitrio, e, per
questa via, riesce a togliere alla divinità la veste antropomorfica,
di cui essa stessa l'aveva coperta, ed all'uomo
il pregiudizio antropocentrico che essa gli aveva
donato. L'Universo è un fatto razionale. Ma la ragione,
fin dai primi suoi passi, volendo e non potendo
spiegarlo razionalmente, lo idealizzava in un'illusione
irrazionale. Ora, non è nella rinuncia alla ragione e
[pg!511]
nella persistenza nell'irrazionale che può collocarsi la
salvezza del mondo e dell'umanità. Tale salvezza, come
lo attesta tutta la storia del progresso umano, sta
solo nel vero e nella luce crescente di un'idealità, che
razionalmente lo rappresenti e lo simboleggi.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

Fu infatti il pensiero scientifico che ha data una
nuova orientazione alla nave dell'umanità. Il giorno
in cui prese inizio il movimento verso un nuovo
orizzonte non venne a coincidere col giorno in cui
il Cristianesimo gittò nel mondo un nuovo principio
morale, per quanto perfetto e sublime esso fosse,
ma, bensì, con quello in cui la ragione cominciò a
squarciare il velo dogmatico che le toglieva la vista
della realtà, cominciò ad osservarla e sperimentarla
nella sua oggettiva consistenza. Copernico, Keplero,
Bacone, Galileo, Newton furono i nocchieri che piegarono
la nave dal solco fino allora seguito. Ma ci
vollero secoli ancora prima che la conoscenza razionale
della verità diventasse un fattore efficace di evoluzione
sociale. Il gran fatto del secolo decimonono, il fatto
pel quale può dirsi, per eccellenza, il secolo novatore,
è quello appunto di aver fondata l'organizzazione dell'umana
energia sulla base della scienza, che vuol dire
sulla base della verità.

La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un
fenomeno essenzialmente intellettuale. L'uomo non
esercita la virtù, che vuol dire non agisce pel rispetto
e per l'amore verso gli altri uomini, perchè questo
rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi;
è necessario, onde questo avvenga, che i doveri
della solidarietà umana gli si impongano, nell'ambiente
[pg!512]
in cui vive, con un determinismo casuale
a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l'uomo,
ricreando idealmente il mondo nel suo pensiero, prima
che albeggiasse la conoscenza scientifica, non ricreava,
col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che un tessuto
di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base
ideale, per quanto falsa, si organizzava la società. Il
Cristianesimo ha gittato nel mondo il principio della
fratellanza umana che, facendo tutti gli uomini solidali
gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il
regno della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava
le tenebre in cui brancolava la ragione, e, pertanto,
lasciava intatta la fallace creazione ideale, su cui si
fondava la compagine della società. La sua opera non
poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere
infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva
portata nel mondo, era isterilita dall'errore intellettuale
contro cui veniva ad urtarsi. Affinchè il principio
vero della solidarietà umana si evolva sicuramente è
necessario che l'umanità posi sul vero; è necessario
che il mondo ideale che essa porta nel pensiero riproduca
il mondo della realtà. Rendere possibile la
rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà,
ecco l'ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè
noi assistiamo al fenomeno in apparenza singolare,
eppur naturale nella sua essenza, che i principî morali
posti dal Cristianesimo, calpestati durante i secoli
nei quali il Cristianesimo dominava come religione
indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci
oggi che il Cristianesimo è diventato una religione
discutibile e discussa. Le virtù fondamentali del Cristianesimo,
la carità, la fratellanza, il rispetto dei deboli,
in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là,
in qualche anima eletta, nella cella di qualche cenobita;
[pg!513]
l'umanità ricorreva, di quando in quando, a
quelle virtù, come ad un empiastro pe' suoi mali. Ma
la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto,
incontestato del più forte. Oggi le cose
sono radicalmente mutate. La necessità delle virtù che
il Cristianesimo impone è sentita anche da coloro che
gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori
lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo,
corrano ancora, a grandi masse, le nuvole tempestose
e la società sia ancor tutta una lotta in cui la forza,
troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello spirito
non v'ha fenomeno più grande di questa permanenza
dell'ideale cristiano, per la quale quei principi
morali che furono posti dal Cristianesimo, venti secoli
or sono, e che ne costituiscono l'essenza, sono diventati
così potenti e luminosi che oramai non si può
imaginare una società, la quale non sia basata sovra
di essi, e si riconosce che il progresso sociale porta
con sè la loro applicazione.

L'uomo antico professava un concetto dell'universo,
attinto alla speculazione metafisica dei grandi pensatori
di Grecia. Il Cristiano professava un concetto della vita
orientato secondo la rivelazione divina di una norma
morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei
due concetti in un tutto organico. Tale riunione era
necessaria per la vittoria del Cristianesimo, ma, in
essa, il concetto morale fu sacrificato al concetto filosofico,
e ne venne una società in cui l'idealità morale
del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi
che avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto
filosofico dell'antichità davanti al concetto scientifico
del pensiero moderno, ecco riappare vivente il genuino
ideale cristiano, e riappare appunto perchè contiene i
germi di un'eterna verità.

[pg!514]

Questa cristianizzazione della società, che si manifesta
coll'orrore che oggi ispira la guerra, un tempo
condizione normale dell'umanità, e col sentimento
crescente dei doveri che avvincono l'uomo ai suoi simili,
così che cresce insieme il sentimento della responsabilità
che compete ad ognuno nella vita solidale
della società, è dunque, un fenomeno che indirettamente
dipende dall'indirizzo scientifico che nel
secolo decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza
razionale, della realtà, mettendo in fuga gli errori e
le larve, rende l'uomo capace di rappresentare idealmente,
nel suo pensiero, un universo vero, e, siccome,
in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà
di tutte le manifestazioni della vita acquista un'efficacia
sempre maggiore, così si crea una condizione
di cose in cui le verità morali intuite dal Cristianesimo
primitivo s'impongono come un dovere necessario,
come un imperativo categorico a cui l'uomo sempre
più difficilmente trova il modo di sottrarsi.

Se l'antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice,
alla poesia ed alle arti, avesse avuto lo spirito
scientifico, avesse potuto creare la scienza oggettiva,
la scienza che investiga l'universo con l'osservazione
e l'esperienza, scopre le leggi inalterabili che
lo reggono, e se ne serve per domare la natura ed
aggiogarla al proprio servizio, la civiltà non avrebbe
avuto oscuramento; le invasioni barbariche sarebbero
state respinte, e l'incivilimento del mondo, in luogo
di discendere in una curva profonda, per poi risalire
alla vetta del pensiero moderno, avrebbe seguito una
linea sempre ascendente, guadagnando alcuni secoli
al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo scientifico
nella civiltà antica pare strana quando si vede
come di quell'indirizzo essa abbia avuto il sentore.
[pg!515]
La mente d'Aristotele poneva il principio dell'esistenza
di una legge intrinseca all'universo, considerato come
il prodotto di un processo di moto investigabile e determinabile
dal pensiero umano. E quando ricordiamo
come Euclide avesse già affinato e perfezionato, in
grado eccellente, quello strumento indispensabile nelle
ricerche intorno alla natura, che è la matematica;
come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi
principali della meccanica e della fisica; come ad Erone
fosse già balenata l'idea di servirsi del vapore, quale
forza motrice; come Ipparco e Tolomeo avessero applicato
il calcolo alle osservazioni dei fenomeni celesti,
e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di anatomia
e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero
antico, dopo di essere arrivato fin sulla soglia
della conoscenza oggettiva, si è fermato, e non ha
saputo entrare nel santuario. La causa di tale funesta
fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità
di rinnovarsi e di progredire, l'ha condannata
ad un'inevitabile decadenza, io credo deva esser cercata
nell'organizzazione di quella società, basata essenzialmente
sulla schiavitù. La macchina del mondo antico
era alimentata dalla forza materiale dell'uomo stoltamente
sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la
conseguenza che, essendo il lavoro imposto e non giovando
a chi lo produceva, mancava l'impulso per giungere
da un risultato migliore ad un altro migliore ancora.
Tutto rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che
non contenevano nessun germe di continua e vitale trasformazione.
La scienza fornisce al lavoro i mezzi per
progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei mezzi,
reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via
dell'esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte
le conseguenze che vi sono latenti. L'ineguaglianza
[pg!516]
dei diritti umani e la conseguente mancanza della
libertà del lavoro produssero l'effetto che l'attività
umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a
percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la
quale, se avesse potuto svolgersi liberamente, avrebbe
trasformato il mondo ed avrebbe fatta partecipe la
società antica di quel continuo incremento nei mezzi
di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità
del progresso. Le società antiche erano basate unicamente
sulla robustezza dell'indole; ma l'indole, nelle
vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse percorsero
rapidamente a ritroso tutta la via su cui si
erano avanzate, e si consumarono in una decadenza
da cui nulla valeva a sollevarle.

Tale decadenza non era stata, in nessun modo,
rallentata dal Cristianesimo. Anzi, esso l'aveva precipitata,
sconvolgendo le basi religiose e patriottiche
su cui posava la vita civile dell'Impero. Il Cristianesimo
aveva razionalizzata la morale portando nel
mondo i principi della fratellanza e della giustizia,
ma non aveva razionalizzata la rappresentazione ideale
del pensiero umano, nella quale, anzi, aveva reso
ancor più forte e predominante il concetto del soprannaturale.

Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e
onnipotente, ha dato a questo concetto una forma vigorosamente
dogmatica e ne fece uno strumento per
rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e
per togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà
del pensiero e la libertà del lavoro sono, e l'una e
l'altra, fattori essenziali della conoscenza scientifica
della realtà; senza di essi non vi ha civiltà progressiva
e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non
conobbe la libertà del lavoro, il mondo cristiano non
[pg!517]
conobbe la libertà del pensiero. Pertanto, nè l'uno
nè l'altro di quei mondi ebbe una civiltà progressiva.
Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno
in cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo
comune, hanno aperta allo spirito umano la via per
giungere alla conoscenza razionale e per attenuare, se
non per distruggere radicalmente, le illusioni antropocentriche
ed antropomorfiche per cui l'uomo ricrea
nella sua mente, con un'imagine falsa, perchè basata
sovra un'idea errata, il mondo della realtà.

.. class:: center x-large noindent

|tb|

.. _`La condanna di Giuliano`:

L'impresa tentata dall'imperatore Giuliano di fermare
il Cristianesimo e di far tornare il mondo al Politeismo
ellenico, di sostituire l'Ellenismo al Cristianesimo,
è interessante perchè è un sintomo ed una
prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo
stesso, quando, al sicuro della persecuzione ed,
anzi, riconosciuto come istituzione legale e come strumento
di regno, non ebbe più intorno a sè quelle
condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l'impresa
di Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico
e storico. Dal punto di vista filosofico perchè non
indicava neppur lontanamente un pensiero che accennasse
ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del
tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente
diverso, di un pensiero che, nel fondo, restava
identico a sè stesso, tendeva, anzi, a sprofondare
sempre più la ragione umana nelle tenebre dense
e non rischiarabili dell'irrazionale ed a sostituire al
fecondo principio religioso del Cristianesimo lo sterile
formalismo di larve senza vita. Non ebbe nessun valore
storico, perchè passò come un sogno effimero;
[pg!518]
non lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non
fu che un segno dei tempi, un segno che il mondo
antico precipitava a rovina, e che, sulla rovina, sarebbe
rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei
barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere
reliquie di una civiltà di cui era stato l'unico erede,
dopo averla sconfitta, di quella civiltà per salvar la
quale l'infelice Giuliano aveva voluto risollevare dalla
tomba le schiere esauste degli Dei dell'Ellade.

.. _`Le attenuanti`:

Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire,
se rivela uno strano acciecamento in chi lo promuoveva,
se ci fa sorridere questo furore di misticismo superstizioso
in un uomo che pretendeva di combattere il
Cristianesimo, e sorridere non meno l'illusione di
questo pensatore che non si accorge di aggirarsi col
suo nemico in uno stesso cerchio di pensiero, se troviamo
riprovevole il pregiudizio intellettuale che non
gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del
Cristianesimo, il principio vivificatore che il Cristianesimo
portava nel mondo, non possiamo chiudere
l'animo nostro alla simpatia per l'uomo, che, scomparso
così giovane, ha trovato il tempo di lasciare,
in sè stesso, un mirabile esempio d'eroismo, d'entusiasmo
e di fede, che ha posto a servizio di un'idea
la sua fortuna e l'immenso potere da lui conquistato,
che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia, perseguitato
e misero nei primi anni giovanili, poi, d'un
colpo, al fastigio della gloria e della potenza, ha serbata
quasi sempre intatta la serena padronanza del
pensiero e della volontà, ha sempre tenuto fisso lo
sguardo all'idea che era il faro della sua vita. L'imperatore
Giuliano ci appare come un'imagine fuggitiva
e luminosa all'orizzonte, sotto cui era già tramontato
l'astro di quella Grecia, che era per lui la
[pg!519]
Terra santa della civiltà, la madre di quanto v'ha,
nel mondo, di bello e di buono, di quella Grecia che
con figliale ed entusiastico affetto egli chiamava la
vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα!

[pg!520]

.. toc-entry:: Indice della materia

INDICE DELLA MATERIA
====================

.. |Introduzione| replace:: :small-caps:`Introduzione`
.. |La vita di Giuliano| replace:: :small-caps:`La vita di Giuliano`
.. |La discordia nel Cristianesimo| replace:: :small-caps:`La discordia nel Cristianesimo`
.. |Il Neoplatonismo| replace:: :small-caps:`Il Neoplatonismo`
.. |L'atteggiamento di Giuliano| replace:: :small-caps:`L'atteggiamento di Giuliano`
.. |L'azione di Giuliano contro il Cristianesimo| replace:: :small-caps:`L'azione di Giuliano contro il Cristianesimo`
.. |Il disinganno di Giuliano| replace:: :small-caps:`Il disinganno di Giuliano`
.. |Il Misobarba| replace:: Il *Misobarba*
.. |Importanza del Misobarba| replace:: Importanza del *Misobarba*
.. |Il principe e l'uomo| replace:: :small-caps:`Il principe e l'uomo`
.. |Il banchetto dei Cesari| replace:: Il *banchetto dei Cesari*
.. |Conclusione| replace:: :small-caps:`Conclusione`

|Introduzione|_ pag. 1

    `Giuliano l'apostata`_, 2 — `La Chiesa e Giuliano`_, 3-4 — `Ammiano
    Marcellino`_, 5 — `Libanio`_, 6-8 — `Gregorio`_, 9 — `Libanio
    e Gregorio`_, 10 — Gli `scritti di Giuliano`_, 11-12 — `Eunapio`_,
    13 — `Altre fonti`_, 14 — `Socrate e Sozomene`_,
    15 — `Critica moderna`_, 16-17 — `Il fenomeno
    storico`_, 18-20.

|La vita di Giuliano|_ pag. 21

    `Fanciullezza ed adolescenza`_, 22-30 — `Giuliano a Costantinopoli
    ed a Nicomedia`_, 31-36 — `Uccisione di
    Gallo`_, 37 — `Giuliano a Milano poi ad Atene`_, 38-43 — `Ritorno
    a Milano`_, 44 — `Giuliano Cesare`_, 45-51 — `Giuliano
    in Gallia`_, 52-63 — `Pronunciamento militare`_,
    64-68 — `Guerra Civile`_, 82 — `Giuliano sul Danubio`_,
    83-88 — `Giuliano imperatore a Costantinopoli`_,
    89-95 — `Giuliano ad Antiochia`_, 96-98 — `Giuliano in
    Persia`_, 99-112 — `Morte di Giuliano`_, 113-117.

|La discordia nel Cristianesimo|_ pag. 119

    `Costantino`_, 120-122 — `Dissenso iniziale`_, 123-129 — `Ario`_,
    130-132 — `Atanasio`_, 133-135 — `Ortodossia vittoriosa`_,
    136-144 — `Corruzione della Chiesa`_, 145-148 — `Ascetismo
    monacale`_, 149-151 — `Apparenza di conversione
    della società`_, 152-153.

|Il Neoplatonismo|_ pag. 155

    `Essenza del Neoplatonismo`_, 156-160 — `Origine del
    Neoplatonismo`_, 161-162 — `Plotino e Porfirio`_, 163-168 — `I
    maestri di Giuliano`_, 169-184.

|L'atteggiamento di Giuliano|_ pag. 185

    `Filosofia di Giuliano`_, 186-191 — `Il Re Sole`_, 192-200 — `La
    Madre degli Dei`_, 201-209 — `Il discorso contro
    Eraclio ed il simbolismo divino`_, 210-221 — `Il trattato
    contro i Cristiani`_, 222-241 — `Celso e Giuliano`_,
    242-244 — `Il Politeismo cristianizzato e le Pastorali
    di Giuliano`_, 245-266.

|L'azione di Giuliano contro il Cristianesimo|_ pag. 267

    `Tolleranza religiosa e rigori amministrativi`_, 268-281 — `L'episodio
    del vescovo Giorgio`_, 282-285 — `Disordini
    popolari e i Cristiani persecutori`_, 286-293 — `L'incendio
    del tempio d'Apollo`_, 294-296 — `Richiamo dei Cristiani
    esigliati`_, 297-306 — `Atanasio perseguitato`_, 307-314 — `Il
    vescovo di Bostra`_, 315-320 — `La legge scolastica`_,
    321-347.

|Il disinganno di Giuliano|_ pag. 349

    `Indifferenza generale`_, 350-352 — `Il caso di Pegasio`_,
    353-355 — |Il Misobarba|_, 356-359 — `Analisi della satira`_,
    360-386 — |Importanza del Misobarba|_, 387.

|Il principe e l'uomo|_ pag. 389

    `Giudizi di Ammiano`_, 390-401 — `Giudizi di Gregorio`_,
    402-416 — `Gli scritti di Giuliano`_, 417 — `I panegirici di Costanzo`_,
    418-421 — |Il banchetto dei Cesari|_, 422-432 — `La
    lettera a Temistio`_, 432-442 — `La lettera
    a Sallustio`_, 442-448 — `Le lettere a Giamblico`_, 448-456 — `Lettere
    agli amici`_, 456-468 — `I libri di Giorgio`_,
    468-471 — `Provvedimenti amministrativi`_, 471-474 — `Giuliano
    ed Eusebia`_, 474-481 — `Giuliano ed Elena`_,
    481-484.

|Conclusione|_ pag. 485

    `Sguardo riassuntivo`_, 485-486 — `I due principî del Cristianesimo`_,
    486-489 — `Assenza d'apparato dottrinario`_,
    489-493 — `Gnosticismo`_, 493-495 — `Religione e filosofia`_,
    495-497 — `Posizione di Giuliano`_, 498-500 — `Politeismo
    puritano`_, 500-504 — `Non comprese il principio
    di redenzione`_, 504-505 — `Mancava, come il Cristianesimo,
    di spirito scientifico`_, 505-508 — `La civiltà
    progressiva e la scienza`_, 508-517 — `La condanna di
    Giuliano`_, 517 — `Le attenuanti`_, 518-519.

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

----

.. clearpage::

.. class:: center bold

Milano — :small-caps:`ULRICO HOEPLI, Editore` — Milano

    *Nella COLLEZIONE STORICA VILLARI sono finora
    pubblicati i volumi seguenti:*

    |

    **VILLARI P. Le invasioni barbariche in Italia.** 1901, di
    pag. XVI-480, con tre splendide carte geografiche. L. 6 50

    **ORSI P. L'Italia Moderna — Storia degli ultimi 150 anni.**
    1901, di pag. XVI-448, con 48 tavole e tre carte geografiche. L. 6 50

    **BALZANI U. Le Cronache italiane nel medio evo.** 1900,
    2ª edizione di pag. XII-323 L. 4 —

----

       | *In lavoro:*

    **ERRERA C. Storia delle scoperte geografiche.**

----

.. class:: center small

*Dirigere commissioni e vaglia all'Editore* **Ulrico Hoepli — Milano**

----

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (responsale/responsabile, principi/principî,
   sacrifizi/sacrifizî e simili), correggendo senza annotazione
   minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte
   integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali
   inesattezze ortografiche o grammaticali.
   Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo
   originale):

      | 36 — di nuovo `travolto`_ [trovolto] nei pericoli
      | 48 — Mi ha colto la morte `purpurea`_ [purperea]
      | 87 — provato nelle ardue `campagne`_ [compagne] barbariche
      | 134 — imporre, per tal modo, la `concordia`_ [concondia]
      | 134 — un'assemblea obbediente al `volere`_ [valore] di Costantino
      | 168 — `Porphyrius`_ [Porphyrias] quamdam quasi
      | 177 — trarre a sè, invece del `ciarlatanesco`_ [ciarlatenesco]
      | 187 — e della filosofia `neoplatonica`_ [neoplatica]
      | 267 — un atto che potesse poi `creargli`_ [creagli]
      | 297 — Nelle lettere di Giuliano, `troviamo`_ [troviano]
      | 398 — ed essendo `concordi`_ [concorde] in questo le testimonianze
      | 401 — senza aver prima `esplorate`_ [esplorata] le viscere
      | 467 — se anche `dovessi`_ [doversi] cedere il posto

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'IMPERATORE GIULIANO L'APOSTATA \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
=============================

We will update this book if we find any errors.

This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/37986

Creating the works from public domain print editions means that no one
owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and
you!) can copy and distribute it in the United States without
permission and without paying copyright royalties.  Special rules, set
forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to
protect the Project Gutenberg™ concept and trademark. Project
Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge
for the eBooks, unless you receive specific permission. If you do not
charge anything for copies of this eBook, complying with the rules is
very easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as
creation of derivative works, reports, performances and research.
They may be modified and printed and given away – you may do
practically *anything* with public domain eBooks.  Redistribution is
subject to the trademark license, especially commercial
redistribution.


.. _Project Gutenberg License:

The Full Project Gutenberg License
----------------------------------

*Please read this before you distribute or use this work.*

To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase “Project
Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
Project Gutenberg™ License available with this file or online at
http://www.gutenberg.org/license.


Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg™ electronic works
````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

**1.A.** By reading or using any part of this Project Gutenberg™
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or
destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your
possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound by
the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

**1.B.** “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg™ electronic
works. See paragraph 1.E below.

**1.C.** The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is in the public domain in the United
States and you are located in the United States, we do not claim a
right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting free
access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™ works
in compliance with the terms of this agreement for keeping the Project
Gutenberg™ name associated with the work. You can easily comply with
the terms of this agreement by keeping this work in the same format
with its attached full Project Gutenberg™ License when you share it
without charge with others.



**1.D.** The copyright laws of the place where you are located also
govern what you can do with this work. Copyright laws in most
countries are in a constant state of change. If you are outside the
United States, check the laws of your country in addition to the terms
of this agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
other Project Gutenberg™ work.  The Foundation makes no
representations concerning the copyright status of any work in any
country outside the United States.

**1.E.** Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

**1.E.1.** The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg™ License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg™ work (any work
on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

  This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
  almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
  re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
  with this eBook or online at http://www.gutenberg.org

**1.E.2.** If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
derived from the public domain (does not contain a notice indicating
that it is posted with permission of the copyright holder), the work
can be copied and distributed to anyone in the United States without
paying any fees or charges. If you are redistributing or providing
access to a work with the phrase “Project Gutenberg” associated with
or appearing on the work, you must comply either with the requirements
of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of
the work and the Project Gutenberg™ trademark as set forth in
paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.

**1.E.3.** If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
posted with the permission of the copyright holder, your use and
distribution must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and
any additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg™ License for all works posted
with the permission of the copyright holder found at the beginning of
this work.

**1.E.4.** Do not unlink or detach or remove the full Project
Gutenberg™ License terms from this work, or any files containing a
part of this work or any other work associated with Project
Gutenberg™.

**1.E.5.** Do not copy, display, perform, distribute or redistribute
this electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg™ License.

**1.E.6.** You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
any word processing or hypertext form. However, if you provide access
to or distribute copies of a Project Gutenberg™ work in a format other
than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official
version posted on the official Project Gutenberg™ web site
(http://www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or
expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a
means of obtaining a copy upon request, of the work in its original
“Plain Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include
the full Project Gutenberg™ License as specified in paragraph 1.E.1.

**1.E.7.** Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg™ works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

**1.E.8.** You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg™ electronic works provided
that

.. class:: open

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
  the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method you
  already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed to
  the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has agreed to
  donate royalties under this paragraph to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid within 60
  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
“Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
your equipment.

**1.F.2.** LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES – Except for the
“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the
Project Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a
Project Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

**1.F.3.** LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND – If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

**1.F.4.** Except for the limited right of replacement or refund set
forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

**1.F.5.** Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

**1.F.6.** INDEMNITY – You agree to indemnify and hold the Foundation,
the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

