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   :PG.Title: Parvenze e sembianze
   :PG.Released: 2011-10-22
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Adolfo Albertazzi
   :DC.Title: Parvenze e sembianze
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1892
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Parvenze e sembianze
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Parvenze e sembianze
      
      Author: Adolfo Albertazzi
      
      Release Date: October 22, 2011 [EBook #37819]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PARVENZE E SEMBIANZE \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   | ADOLFO ALBERTAZZI

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   | PARVENZE E SEMBIANZE

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   | LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO
   | CHI DI GALLINA NASCE.....
   | GREGORIO LETI SPIRITO SATIRICO — PUNIZIONE
   | MOLTO RUMORE PER NULLA — SICUT ERAT......
   | I NOVELLATORI E LE NOVELLATRICI DEL “DECAMERONE„
   | LA NOVELLA DI FIORDILIGI

   |
   |

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   | BOLOGNA

   .. class:: center small

   | DITTA NICOLA ZANICHELLI
   | (:small-caps:`Cesare e Giacomo Zanichelli`)
   | MDCCCXCII

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			*Proprietà letteraria riservata*

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.. contents:: INDICE
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[pg!1]




LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO
======================================


[pg!3]
La corte di Carlo primo d'Angiò
dopo la strage di Tagliacozzo e
poscia che da un colpo di scure fu troncata
l'adolescente baldanza di Corradino di
Svevia, fioriva di nobili donne e baroni e
cavalieri e splendeva in magnificenza di conviti,
danze, tornei e feste mai piú vedute.

Ad una di tali feste messer Bertramo
d'Aquino, che tra i cavalieri del re aveva
lode di singolare valore e cortesia, conobbe
la moglie di messer Corrado, suo
amico di molti anni, la quale era bellissima
donna e si chiamava Fiola Torrella;
e cominciando egli subito a vagheggiarla,
in breve se ne innamorò di guisa che non
[pg!4]
poteva pensare ad altro. E giacché madonna
Fiola, non per freddezza di natura
o per amor del marito o per sincerità di
virtú, ma per diffidenza degli uomini e timore
di scandalo e troppa stima di sé medesima,
gli si mostrava aspra e fiera, messer
Bertramo si perdeva ogni dí piú nel
desiderio di lei e per lei giostrava, faceva
grandezze, vinceva ogni altro cavaliere in
gentilezza e liberalità.

Tutto invano: madonna era sorda alle
sue ambasciate, gli rinviava lettere e doni,
non gli rivolgeva pure uno sguardo. Ond'egli,
che oramai non sperava piú nulla, nulla piú
le chiedeva; e non sentendo alcun bene se
non in vederla, triste e sconsolato, ma sempre
con destrieri nuovi e mirabili, passava
tutti i giorni sotto alle finestre di lei e ogni
volta poteva vederla la salutava umilmente:
essa moveva altrove i begli occhi.

Un amico, il quale vantava grande esperienza
in conoscer le donne, confortava Bertramo: — O
madonna ha un altro amante,
ciò che non sembra da credere, o finirà con
innamorarsi di voi —. E Bertramo per mezzi
[pg!5]
sottili ebbe certezza che Fiola non aveva
altro amante; ma ella non cedeva, anzi diveniva
piú rigida; sí che quell'amico esperto
assai delle donne avrebbe dovuto ricredersi
se la fortuna, impietosita delle angoscie del
cavaliere, non avesse trovata una strana via
per aiutarlo.

Certo giorno messer Corrado condusse
la moglie e una gaia compagnia di cavalieri
e di dame alla caccia del falcone in una
villa che aveva poco lungi da Napoli; e
poi che con loro fu stato in piú parti senza
molta fortuna, giunto a una valletta, la quale
pareva fatta dalla natura per cacciarvi, disse
tutto allegro: — Ora vedrete se il mio sparviero
sa spennacchiare! — I cani si misero
presto sulla traccia delle starne e levandone
un bracco un fitto drappello, egli
fe' il getto e gridò: — Guardate! — Lo
sparviero, che era ben destro, scese di furia
sulle starne frullanti e le disperse; una
ghermí e stracciò e inseguí le altre, come un
soldato valoroso che piombi sur una schiera
di nemici e abbattutone uno fughi e persegua
i rimanenti.
[pg!6]
— Come Bertramo d'Aquino, mio capitano,
a Tagliacozzo — disse messer Corrado;
e per dar ragione del confronto tra
il suo caro sparviero e l'amico assai caro,
narrò di questo le belle prodezze quando
l'avea veduto irrompere impetuoso nel furor
della mischia.

— Certo — aggiungeva — non è alla
corte e fuori chi uguagli Bertramo in piacevolezza
di parlare, grazia di modi e generosità
e magnificenza d'animo; e anche il re
gli vuole gran bene. — E di Bertramo proseguiva
a narrare piú geste e vicende.

Madonna Fiola ascoltava attenta il marito
e le lodi al cavaliere che aveva posto
ardentissimo amore in lei le pungevano
l'animo di compiacenza, quasi lodi fatte alla
sua bellezza, se la sua bellezza aveva potuto
accendere senza misura uomo cosí perfetto;
e come le lusinghe della vanità nelle donne
possono tutto, anche piegare a sensi miti
le piú proterve, ella rivolgeva nel pensiero
quante pene aveva sostenute Bertramo;
quanto acerba noncuranza gli aveva dimostrata,
e le pareva d'aver fatto male.
[pg!7]

Potenza d'Amore! Essa già sentiva che
meglio che una durezza superba e una
fredda virtú soddisfaceva il suo orgoglio
l'innalzare a sé il piú ammirato dei cavalieri,
senza piú timore alcuno d'abbassarsi
a lui; nella esuberante sua giovinezza già
serpeva un desiderio vago di consolazioni
nuove e di nuove gioie suscitate e acuite,
per lo spirito e per i sensi, dalla forza della
passione e dalla fatalità della colpa. Perché
era fatale che amasse Bertramo d'Aquino,
se fino a quel giorno inutilmente aveva
voluto resistergli. Tutto quel giorno pensò
a lui; né sí tosto fu di ritorno a Napoli
che si pose al balcone bramosa che egli,
come soleva, passasse di là a riguardarla;
e con suo conforto lo vide giungere all'ora
usata. Ratteneva il bizzarro puledro e per
quetarlo gli passava la mano su 'l collo
scorso da un tremito: salutò la dama, la
quale smorta e palpitante risalutò e parve
sorridere, e a lui s'allargò il cuore e chiari
la faccia in subita allegrezza.

Cosí Bertramo fu pronto a scrivere una
lettera a madonna Fiola scongiurandola di
[pg!8]
commuoversi a misericordia e di procurargli
agio a parlarle; e n'ebbe risposta: a
lei era grato l'amore di lui, ma per l'onor
suo e del marito ella non poteva promettere
e concedere cosa che le chiedesse.
Riscrisse egli assicurandola che voleva solo
parlarle e che in ciò solo poneva la salvezza
della sua misera vita; ed ebbe risposta:
venisse, ma a parlare soltanto, una
prossima sera (e Fiola diceva quale) in
cui Corrado, di ritorno da una caccia lontana
e faticosa, sarebbe andato a dormire
per tempo.

Ecco finalmente la sera del convegno;
limpida sera estiva. Bertramo s'era dilungato
assai fuori della città quasi ad affrettare,
ad incontrare l'ora invocata e troppo
lenta a discendere; e quando le ombre confusero
le cose e le stelle si specchiarono nel
mare pensò: — Di già Fiola m'aspetta —;
ma non tornò a dietro, ma senti vivo il
piacere d'essere atteso, egli che dell'attesa
aveva patita tutta la pena. Pure il maligno
compiacimento fu breve e se ne dolse; rivolse
il cavallo e gl'infisse gli sproni nei
[pg!9]
fianchi: via, di aperto galoppo e di piena
gioia, come all'assalto!

Intanto Fiola, visto che ebbe il marito
addormentato nel profondo sonno della stanchezza,
consegnò due lenzuoli di tela finissima
alla piú fida delle sue donne, che andasse
a distenderli su 'l molle letticciolo
composto entro una casupola in fondo al
giardino per riposarvi nel tempo piú caldo;
ed essa corse a socchiudere la porta dalla
quale doveva entrare l'amante. Ascoltò:
nessuno. Allora dalle aiuole e dalle macchie
si die' a raccogliere le piú belle rose e
strappandone i gambi riponeva le corolle e
i petali freschi in un cestello che recava al
braccio: anche vi metteva fragranti vainiglie
e gelsomini, e quando il cestello fu colmo lo
porse alla fante e le disse: — Spargi questi
fiori su le lenzuola e acconcia ogni cosa;
e poco dopo che messere sarà venuto, fanne
cenno d'entrare. — E stette ad attendere.

Ma alla mente di lei, che con la fantasia
si spingeva da un pezzo a pregustare
le voluttà del suo dolce amore, balenò a
un tratto il dubbio non stesse per cadere
[pg!10]
nella vendetta di messer Bertramo, il quale
troppo duramente e troppo lungamente
aveva fatto soffrire; non dovesse, se messer
Bertramo mancasse per inganno al convegno,
esser fatta gioco di lui. E se egli
non era dell'animo che suo marito le avea
dipinto, non poteva ella, con acerbo dolore
e vergogna, divenire la favola non solo
di lui, ma de' suoi amici e di tutta la città,
ella, la virtuosa donna di messer Corrado?
Onde si vedeva accomunata dalla colpa e
dallo scherno a quante dianzi spregiava,
e si doleva d'esser caduta della sua casta
fierezza e malediceva al mal concepito affetto.

Ma ascoltò: — Eccolo! —, e rapida e
lieta fu incontro al cavaliere che entrava e
gli aperse le braccia sorridendo e sospirando:
— Ben venuta l'anima mia, per cui
sono stata tanto in affanno! —

Messer Bertramo la strinse forte: — Mercé
dunque del suo grande amore; pietà, o madonna
Fiola, dei suoi lunghi travagli! — Le
parole di lui erano ardenti non meno che gli
sguardi di lei, e a lui pareva che ella avesse
[pg!11]
una luce intorno il capo biondo, e a lei
sembrava ch'egli fosse ebbro d'amore.

Sedettero sotto un arancio fiorito scambiando
piú baci che motti, e come Fiola
pensava — Or ora la fante ci dà il segno
d'entrare —, messer Bertramo, il quale
nelle avide strette la sentiva tutta desiosa
e del suo bel corpo indovinava i segreti
mal difesi dalla veste sottile, poco piú tempo
attendeva a godere del piacere ultimo e
sommo. Ma meravigliandolo assai una tale
accondiscendenza in Fiola, egli volle conoscere
prima da lei perché fosse stata tanto
rigida seco e qual cagione l'avesse indotta
da poco a dargli un conforto sí grande.

Ella rispose: — Io non v'amava; ma
mio marito, un giorno che eravamo alla
caccia insieme con molti cavalieri e gentildonne,
osservando un nostro bravo falcone
precipitare addosso a una brigata di starne
e scompigliarle tutte, si sovvenne di voi e
disse che come il falcone alle starne aveva
visto far voi ai nemici nella battaglia. E recò
prove del vostro valore e di voi asseriva
che nessuno poté mai superarvi in cortesia
[pg!12]
e liberalità. Allora io ammirando l'animo
vostro mi pentii subitamente d'avervi fuggito
quasi mala cosa, e ora vi dono co 'l
mio cuore tutta me stessa. —

Udite le parole della donna, messer Bertramo
stette alquanto silenzioso e raccolto
in sé medesimo per improvvisa concitazione
di pensieri e di affetti diversi; poi, con uno
sforzo che parve e fu supremo, perché egli
rifiutava il bene non di quella sera, ma
della sua giovinezza, ma della sua vita, si
levò in piedi e disse:

— Non sarà mai ch'io offenda vostro
marito se egli mi ama cosí e se ha tanta
fede in me! — E tolte di seno alcune bellissime
gioie, le porse alla donna pregandola
di serbarle per sua memoria: — Per
memoria di voi, voi datemi ora un ultimo
bacio. —

Madonna Fiola Torrella turbata molto,
chi sa se per nuova ammirazione dell'animo
nobilissimo del gentiluomo o piú tosto per
vivo rammarico del perduto piacere, lo baciò
sulla bocca, e messer Bertramo, senza piú
toccarla, le disse addio e partí.
[pg!13]

-----

Sterne giungeva di rado al luogo per
cui si metteva in cammino; io a ciò che
mi propongo. Questa volta intendevo esaminare
in confronto della dura semplicità
e brevità onde Masuccio narrò primo il fatto
di messer Bertramo [1]_, la prolissità e la
pompa svenevole con la quale Gianfrancesco
Loredano secentista rifece e allargò, trasportandone
i personaggi ai suoi tempi, questa
storia d'amore [2]_; ma invece, non so
come e perché, la fantasia condusse me
pure a rinnovare e a diffondere l'antica
novella, e adesso, su 'l punto d'incominciare
il raffronto, ristò chiedendomi: A che cosa
gioverebbe il mio studio?

Veramente gli eruditi non si fanno sempre
questa dimanda.
[pg!15]




CHI DI GALLINA NASCE....
========================
[pg!17]

I.
--

Il dí che in Firenze per frenesia di
Francesco De' Medici era imposta
su 'l capo di Bianca Cappello la corona di
granduchessa, in Bologna Ercole e Alessandro
Bentivogli facevano “dinanzi a casa
loro correre a' cavalli dei Monari dodici
braccia di grossogron et una berretta di
panno in segno d'allegrezza„; ma Pasquino
domandava al conte Ulisse Bentivogli,
il quale da tre anni era marito a
Pellegrina figliola di Bianca e di Pietro
Bonaventura:

   | Si Cosmi titulos Virgo foedavit Hetrusca
   | Quid faciet meretrix, heu, *peregrina* tibi? [3]_,

[pg!18]
e nella interrogazione epigrammatica rideva
una profezia. Spiace per altro non conoscere
tutti i miracoli di cotesta contessa,
che, se vera la storia, un'ultima colpa condusse
a perire in età di trentaquattro anni
piú miseramente di sua madre.

Il matrimonio del Bentivoglio, celebrato
con gran pompa a Bologna il 24 agosto
1576 — recando la sposa allo sposo una
dote di trentamila scudi e una beltà ancor
puerile ma già meravigliosa [4]_ —, era stato
“di poca soddisfazione al paese„; onde il
conte avea presa dimora a Firenze. Pure il
23 febbraio 1578, in occasione d'una breve
gita di Bianca e Pellegrina a Bologna, “la
prima nobiltà della città, sí di cavalieri che
di dame„ era mossa ad incontrarle, “per
rispetto al Granduca, per essere la detta
Bianca sua cosa„ [5]_; cosí come ad onore
della figlia non piú d'una concubina, ma
d'una granduchessa, il 22 dicembre 1583
furono incontro ai coniugi Bentivoglio, di
ritorno per qualche mese alla patria, “quarantaquattro
carrozze di dame e gran numero
di cavalieri a cavallo, oltre li cavalli
[pg!19]
leggieri; et il Bentivoglio era a man
destra di Pirro Malvezzi, non ostante che
fosse senatore e de' collegi„ [6]_. Nell'aprile
dell'anno appresso Pellegrina si recò di
nuovo a Firenze per assistere alle nozze
di Vincenzo Gonzaga e di Eleonora De' Medici,
e solo il 13 febbraio 1588, ma questa
volta per sempre, riprese ad abitare in Bologna.

Con la fresca e fosca rimembranza della
morte di sua madre si contenne allora in
vita solinga? No, ché sentiva bisogno di distrazioni;
e a primavera di quell'anno medesimo
ebbe voglia, lasciando il marito a
casa, di fare una scappata a Venezia in allegra
compagnia di dame e gentiluomini;
e ad autunno, nella venuta de' duchi mantovani,
si compiacque d'apparire per grazia
e per fasto la prima gentildonna che fosse
in Bologna a quel tempo [7]_.

Ma se delle qualità vere della persona
e credute dell'animo suo avevano pure in
Firenze diffusa l'ammirazione Francesco
de' Vieri detto il Verino, dedicandole il
[pg!20]
*Discorso della grandezza et felice fortuna d'una
gentilissima et gratiosissima donna qual fu
Madonna Laura* [8]_, e maestro Fabrizio Caroso
offrendole tra i balli di sua composizione
una “cascarda„ con a tema musicale
un sonetto che comincia:

   | Luci beate ove s'annida Amore,
   | Vivi raggi del sol, dolci facelle
   | Che le piú gelide alme e le piú belle
   | Infiammate di santo e pure ardore [9]_

quegli che di lei ci lasciò il piú ingenuo ricordo
fu il poeta bolognese Cesare Rinaldi.

Nel 1590 egli le porgeva la terza parte
delle sue rime dicendole: “L'esser piaciuto
a V. Eccellenza Ill.ma di favorire talora
le sue rime della vista, della voce et
del giudicio suo, ripieno di tanta acutezza
et accortezza insieme, onde mostra la perfetta
cognizione che ha di ogni bella virtú,
mi ha facilmente indotto a credere che parimente
non debba sdegnare di riceverle se
nello uscir fuori a scorrere il mondo in
istampa, non meno create di dentro che
segnate di fuori del suo Ill.mo Nome, ora
ritornano tutte insieme nelle sue onoratissime
mani, donde sono partite, non altrimente
[pg!21]
che si faccia, come dicono, il fiume
Meandro, il quale favorito da tanti canori
et bianchissimi cigni alle sue rive con le
loro meravigliose armonie, pare che nello
scorrer il paese, ritorcendo il suo corso et
raggirando, colà se ne ritorni donde partí,
quasi allettato dalla dolcissima soavità dei
cigni, come.... (coraggio, che il periodo
finisce adesso e finisce bene!).... come le
mie rime da quella di V. Ecc.za Ill.ma, veramente
umano et candidissimo cigno in
ogni virtú et regal costume„ [10]_.

Candidissimo cigno in ogni virtú la figlia
di Bianca Cappello? Ohibò!; e le rime son
troppo “create di dentro„ co 'l nome di lei:

   | Cauto a gl'inganni Amor l'armi depose,
   |   L'ale agli omeri strinse e le coperse:
   |   Di *pellegrino* in forma ei mi s'offerse
   |   E *pellegrina* idea nel cor mi pose.
   | Or vo *pellegrinando*....
   |
   | A l'ombra di duo neri archi sottili
   |   Due *pellegrine* stelle il mondo ammira....
   |
   | Qual or io ti vagheggio,
   |   Pellegrina gentil, misto in te veggio
   |   Col celeste il mortai, *col nero il bianco*:

[pg!22]

(allusione, pare, alla sua bellezza):

   |   Sotto l'oscuro velo
   |   Scopro candor di Delo;
   |   Sotto la spoglia frale
   |   Scerno virtú immortale,
   |   Ond'al mirar non è l'occhio mai stanco;
   |   Miro e mirando i' godo, e 'n viso adorno
   |   Scorgo la terra e 'l ciel, la notte e 'l giorno....
   |
   | .... Quale al nascer di Palla alta e immortale
   |   Versò dorato nembo
   |   Sovra Rodi dal ciel l'eterno Giove,
   |   Tali e piú care a te piovvero in grembo
   |   Nel felice natale
   |   Nove grazie d'amor, bellezze nove.
   |   Folle chi mira altrove,
   |   Che 'l bello è in te raccolto,
   |   Vertú nel petto et onestà nel volto:
   |   S'impresse a mille il tuo valor nel seno,
   |   Quando coi pensier casti
   |   *Pellegrinasti*, o Pellegrina, al Reno.
   | Qui ten vivi al tuo sposo onesta e bella
   |   Sotto il soave giogo,
   |   Qual Penelope fida al caro Ulisse....

Ma durante l'assenza del “caro Ulisse„,
il quale nel 1595 fu con Antonio De' Medici
alla guerra in Ungheria [11]_, il poeta dovette
farse avvedersi come era fallace la virtú da
lui cantata immortale e come la non fida
Penelope sapeva intessere varie tele di colpe.
[pg!23]


II.
---

Nell'estate del 1598 su la famiglia Bentivoglio
passava con tragica ombra una
strana sciagura, che quarant'anni di poi
porgeva argomento a uno sciatto romanzo
di Girolamo Brusoni: la tragedia, se tale
quella sventura, era stata velata di mistero,
e il romanzo *La Fuggitiva* [12]_ lasciando
indovinare facilmente il nome dei personaggi
e dei luoghi, parve ralluminarla; però
esso ebbe, senza merito artistico, una grande
fortuna. Ma quanta parte del lavoro fu imaginaria?
Spoglio d'ogni particolare inutile
e d'ogni sfogo di secentismo ne resta questo.

— Ulisse Bentivoglio, a festeggiare la recente
nascita d'un figliolo, indisse una giostra
nella quale il fratello di lui, Francesco,
fu vinto solo da un incognito cavaliere:
Flaminio Malvezzi, “giovinetto di mediocre
fortuna ma di nobili spiriti„ e fatale amante
di Pellegrina, che fino a quel dí “era rimasta
indifferentissima degli amori„. Il valoroso
Malvezzi presto ammalò di passione
[pg!24]
e la contessa durante un'assenza del marito
lo consolò di baci; indi, in villa a Bagnarola,
di qualche cosa di piú; e tanto
andò la bisogna, come dice il Boccaccio,
che l'adulterio venne a conoscenza della
signora Isotta Manzoli, la zia del marito.
Ma i consigli di questa dama prudente
all'imprudente Pellegrina tornarono vani;
vane le esortazioni di Filippo Pepoli, quando
seppe anche lui la brutta faccenda, all'amico
Malvezzi, per salvare l'onore del povero
Bentivoglio; e alla fine una traditrice cameriera
rivelò la tresca al suo innamorato,
il figlio maggiore del conte! Il conte chiarito
di tutto dal figlio dié incarico a suo
fratello Francesco di ammazzargli o fargli
ammazzare il Malvezzi e ripose la sorte della
moglie in balía del granduca di Toscana.
Onde meglio sarebbe stato per Pellegrina
fuggire con l'altro suo amante, un Riario,
che inutilmente gliene avea fatta proposta,
perché un dí arrivò a Bagnarola Antonio
De' Medici ad assassinarla. —

Poco nel romanzo e meno, ma peggio,
nella storia.
[pg!25]

“Questa donna — Pellegrina — non
seppe contenersi nelle sue inclinazioni; il
perché da' figliuoli mal sopportata, fu con
motivo d'andare a spasso nelle valli d'Argenta
sommersa in quell'acque per opera
del figlio Francesco, che facendo nascere
l'accidente da un meditato ripiego lasciò
dar volta al legno ov'era, e la povera dama
restò miseramente, senza verun aiuto, sommersa„ [13]_.

Il drudo Flaminio Malvezzi trovò la
morte nel 1629 militando in Fiandra sotto
le insegne del marchese del Vasto [14]_: il
marito Ulisse morí nel 1618, già vedovo da
undici anni della seconda moglie Virginia
Olivi: dei cinque figli di Pellegrina, Giorgio
era stato ucciso a Firenze nel 1611 dal
cavaliere Lanfreducci [15]_; Francesco, il probabile
matricida, benché protonotario apostolico
e cavaliere di Malta, fu decapitato a
Roma in Torre di Nona il I dicembre del
1636 per mala vita e per aver offeso in
satire il papa Urbano VIII [16]_; Bianca, se
non finí tragicamente, fu cagione di tragedia,
sempre per quella necessità d'atavismo
[pg!26]
che l'esperienza fermò nell'adagio — Chi
di gallina nasce convien che raspi. —


III.
----

Andrea di Bartolommeo Barbazza fu,
chi credesse ai suoi ammiratori contemporanei,
un grand'uomo. Per l'esperienza
sua nelle “arti cavalleresche„ acquistò
nome come padrino in duelli, maestro e
giudice di campo in tornei e giostre, compositore
di querele non solo fra concittadini
ma sí fra ragguardevoli personaggi
stranieri che ricorsero fiduciosi al suo consiglio;
piú, quale cittadino benemerito ottenne
sommi onori in patria, a Bologna,
dove a venticinque anni, nel 1607, fu eletto
degli “anziani„ e rieletto nella stessa carica
nel 1616 e nel '28, e nominato senatore
nel '46 e nel '51 gonfaloniere; piú
ancora: egli ebbe lode di poeta “insigne„
e compose nientemeno che una “favola
tragicomica boschereccia„, *L'amorosa Costanza*;
una favola musicale, *Atlante*; un
“intermezzo per musica„, *Apollo e Dafne*;
[pg!27]
un volume di “lezioni accademiche„ e non
so quanti sonetti stampati qua e là per le
raccolte [17]_. Ma il gran fatto della sua vita
fu in partecipare alla liberazione di Giambattista
Marini incarcerato a Torino e la
grande opera sua in difender l'*Adone*: egli
fu protettore e amico del piú famoso poeta
del secolo XVII!

Tra le molte è memorabile questa lettera
che il Marini gli aveva scritta a Bologna
dopo lo spavento della pistolettata
del Murtola: “Veramente io confesso di
dover non meno alla memoria che V. S.
serba di me et al zelo che mostra alla mia
salvezza, che alla protezione della fortuna,
che con particolar privilegio mi liberò di sí
grave pericolo.... Son vivo, sig. Barbazza,
e godo piú di vivere nella grazia di V. S.
che nella luce del mondo; et credami che
vive un suo servidore prontissimo a spendere
in suo servigio quest'avanzo di vita
in quel fervore di volontà che si richiede
a tante obbligazioni. Io pensava di venire
in persona a servirla et a godere le delizie
del carneval bolognese, ma questo disturbo
[pg!28]
mi ha impedito.... Delle mie poesie non
ho che mandare a V. S., perché tutti i pensieri
mi son fuggiti dal capo al romor delle
archibugiate. Le Muse son come gli usignuoli,
i quali se mentre stanno a cantar
sopra un arbore sentono lo scoppio del
cacciatore, sbalorditi dalla paura non vi tornano
a trescar per un pezzo....„ [18]_.

Non è meraviglia dunque se il Barbazza
di ritorno di Francia co'l cardinale Ferdinando
Gonzaga, del quale a trent'anni era
divenuto maestro di camera e co'l quale
aveva viaggiato anche in Spagna; il Barbazza,
che da Caterina De' Medici aveva
ricevuto in dono una collana d'oro e la
croce dell'ordine di San Michele, e in Torino
riceveva omaggi come poeta e diplomatico
egregio, s'adoperò affettuosamente
a salvare il poeta dalle calunnie e dalla
prigione. Per amore del Barbazza il Gonzaga
s'uní con l'ambasciatore d'Inghilterra
a impetrar il perdono del duca, e il Marini
libero e grato chiamò Andrea “difensore
della sua riputazione„ [19]_.

E che meraviglia se piú tardi il letterato
[pg!29]
bolognese assalí l'autor dell'*Occhiale* nelle
*Strigliate a Tommaso Stigliani*, che stampò
co'l leggiadro pseudonimo di Roberto Pogommega? [20]_
Peccato che “per accidente„
rimanesse fuori da esse *Strigliate* questo Sonetto
“molto galantissimo„, come fu detto dall'Aprosio
che lo riferí nella sua *Biblioteca*:

   | Mentre, Stiglian, vo' pel tuo *Mondo* in busca
   |   E in lodarti il cervello mi lambicco,
   |   Trovo che 'l naso in ogni buco hai ficco
   |   Onde tanto saver non ha la Crusca.
   | È il tuo stil piú piccante di lambrusca
   |   E del tuo *Mondo novo* assai piú ricco,
   |   Onde pien di stupor tutto m'incricco,
   |   Ché il tuo splendor l'istesso Apollo offusca.
   | Han le tue rime cosí nobil metro
   |   Che qualora con esse altrui scorreggi
   |   Mi raccapriccio ed ascoltando impietro:
   | Che se canti d'amore o se guerreggi,
   |   O se rompi agli eroi su 'l fronte il pletro
   |   Nell'armonia con gli asini gareggi.


IV.
---

Nel 1613 Ferdinando Gonzaga rinunciando
al cappello cardinalizio e assumendo
nome e potere ducale concesse ad Andrea
Barbazza l'ufficio di cameriere segreto
[pg!30]
e l'onore di intimo consigliere. Ma
presto il poeta sentí noia della corte di
Mantova, e poiché aveva trentadue anni e
nell'amor delle muse non trovava tutti i
conforti che sono nell'amor delle donne,
venne a Bologna a prender moglie: una
figlia del conte Ulisse Bentivoglio Manzoli
e di Pellegrina Bonaventura, quella tal signora
famosa per errori e bellezza, pareva
fatta per lui. E la sera del 23 aprile 1614
fu conchiuso il matrimonio con rogito del
notaio Ercole Fabrizio Fontana, e tre giorni
dopo la contessina Bianca Bentivoglio e il
cavaliere Andrea Barbazza, testimoni i conti
Battista Bentivogli e Alessandro Barbazza,
si giurarono fede eterna nella chiesa di
San Martino Maggiore [21]_.

Né alla solennità delle nozze mancò
l'omaggio della poesia in forma d'un portentoso
sonetto epitalamico dell'immortale
Marini:

   | Vide Tebe due soli a le nefande
   |   Opre crudeli, allor che 'l fier Tieste
   |   Le mense formidabili e funeste
   |   Colmò di sozze e tragiche vivande.
   | [pg!31]
   | E due ne vide ancor Roma la grande,
   |   Quando l'esequie dolorose e meste
   |   Pianse di lui, ch'or nel seren celeste
   |   Fatto lucida stella, i raggi spande.
   | Ecco or su 'l picciol Reno a gli occhi nostri
   |   Non minor meraviglia il Ciel produce,
   |   Non d'orror ma d'onor prodigi e mostri.
   | Coppia, ov'arde valor, beltà riluce,
   |   Tu quasi un sole a noi doppio ti mostri,
   |   O de la fosca età gemina luce [22]_.

In Bianca riluceva la beltà della nonna e
della madre; era un angiolo, e ce l'attesta una
lista di “motti„ pubblicati anni dopo e ricopiati
poi dal Ghiselli, nella quale essa per un
verso solo ebbe lode piú grande che tutte le
belle gentildonne bolognesi del tempo suo.
Giacché poco importa che a Francesca
Sampieri convenisse dire:

   | Santi i costumi son, sante son l'opre,

e a Laura Pepoli:

   | Alma real degnissima d'impero,

e ad Orsina Leoni Magnani:

   | Al tuo presumer ben s'agguaglia il merto.

Non stimo grave danno non aver veduta
Isabella Angelelli

   | Nelle ruine ancor bella e superba;

[pg!32]
forse fu piena di grazia Benedetta Pinelli
Ercolani

   | Oh quanto è ritrosetta, oh quanto è schiva!,

e furon forse desiderabili Imelda Lambertini,

   | Primavera nel volto e nella testa,

e Pierina Legnani:

   | Bruna sei tu ma il bruno il bel non toglie;

dovette anche recare certa consolazione piegare
a soavi atti donne come Costanza Cospi,

   | Un sí bel viso, un cuor di tigre e d'orsa!;

Aurelia Marsili,

   | Beltà ch'asconde un cuor ritroso e schivo;

Laura dall'Armi,

   | Mirata de ciascun passa e non mira,

e la contessa Bianchi

   | Campeggiar d'occhi e fulgorar di sguardi;

né dovettero spiacere le carezze di Ginevra
Isolani

   | Oh bella man che mi trafigge il cuore!;

ma quale de' gentiluomini bolognesi non
avrebbe ceduto magari l'amore di tutte per
[pg!33]
l'amore della sola Bianca Bentivogli Barbazza

   | Alli spirti celesti in vista eguale —? [23]_

Dicono che Bianca Cappello ebbe i capelli
biondi e gli occhi neri (io non ricordo
la tela in cui la ritrasse il Bronzino);
il poeta Rinaldi pareva ammirare in Pellegrina
Bonaventura il candore della carnagione
nel lume dei neri occhi e nel riflesso
dei capelli neri; a Bianca Barbazza, rassomigliante
in questo alla madre piú che alla
nonna, fu pure attribuita la vivacità del
“nero e del bianco„ in altra serie di
“motti„, parte satirici e parte laudatori.
Eccone alcuni:

   | *Piombino da muratore* — Virginia Ricordati Maranini
   | *Il zibellino* — Dorotea Albanesa Bulgarini
   | *La mula del papa* — N. Simoni Peppia
   | *Il guardo soave* — Diana Barbieri Rinieri
   | *Il parapetto* — Caterina Caccialupi Alamandini
   | *La Ninfa* — Livia Rossi Fantuzzi
   | *La modesta* — Camilla Beri Bandini
   | *La tramontana* — Camilla Orsi Leoni
   | *La buona* — Camilla Orsi Ghisellieri
   | *La favorita* — Doratrice Oro Gambari
   | *La matrona* — Silvia Orsi Sampieri
   | [pg!34]
   | *La pensosa* — Valeria Lambertini Guidotti
   | *La buona notte* — Claudia Fantuzzi Paltroni
   | *Il delfino, La cassa di noce* — Camilla Fantuzzi Bandini
   | *Il buondí* — Clementina Orsi Ercolani
   | *Il falcone* — Orsina Foscherari Favi
   | *L'Armida, Il Giardino d'Amore* — Lodovica Amorini Campeggi
   | *La parlatrice* — Olimpia Guerrini Ghiselli
   | *La splendida* — Ippolita Campagni Ghiezzi
   | *Il bianco et il nero* — Bianca Bentivogli Barbazzi [24]_.

Ma le sembianze di Bianca Bentivogli
meritaron ben altro che l'insulsa indeterminatezza
di questi attributi! Ella, “sole di
beltà„, come la chiamò il Malvasia nella
*Felsina pittrice*, per arte di Guido Reni si rivide
immortale in figura d'una *Cleopatra* che
Andrea Barbazza acquistò, non so l'anno,
e Antonio Bruni credette di rendere in rima:

   | .... Non sembra in tela espressa,
   | Perché il pittor l'avviva, amor l'ancide;
   | Le dà spirto il pennel, l'angue l'uccide [25]_.

Cosí dunque, con lieve sforzo di fantasia,
possiamo imaginare Bianca nell'effusione di
tutto il giovanile splendore a quella festa che
né pure un anno dopo le sue nozze, al carnevale
[pg!35]
del 1615, fu data nel palazzo del
Podestà, e che per magnificenza d'apparati
e vestiari e novità d'invenzione e per la nobiltà
dei cavalieri che vi tornearono — con
essi anche il Barbazza e il fratello di Bianca
Alessandro — parve meravigliosa e degna
d'imperituro ricordo [26]_.

Ne era venuta l'idea a parecchi gentiluomini
i quali avendo ricercato una sera,
come solevano di frequente per passare
le ore, “qual fosse la piú espedita via d'acquistare
la grazia dell'amata donna„, né
essendo riusciuti ad accordarsi sulle varie
proposte, avevan risoluto di rimettersene al
giudizio delle armi. Detto, fatto; e per l'operosità
in ispecie di Gabriele Guidotti, che
inventò favola e macchine, curò l'allestimento
del teatro e instruí i cavalieri, il 2
marzo a un'ora di notte tutta l'eletta società
di Bologna poté convenire all'atteso
divertimento.

Tre ordini di gradini e tre ordini di
logge accolsero gli spettatori: nei gradi a
mezzodí le dame; di fronte a loro il cardinal
legato Capponi e i magistrati; a destra e
[pg!36]
a sinistra i cavalieri. Nella scena dell'azione
s'ergeva un tempio dorico circondato d'alberi;
nell'alto, al principio, s'aprí una nube
e apparve Giove in mezzo agli dei; e a lui
Venere, con a lato il figliuolo cui accennava,
chiese licenza di scendere in terra per
soccorso e consiglio delle misere donne.
Giove, manco a dirlo, assentí, e la nuvola si
rinchiuse. Ed ecco uscire dal tempio un coro
di sacerdoti, i quali si disponevano a sacrificare
alla dea un leone un capro e un drago,
quando a suono d'una musica sí dolce che — asserisce
uno il quale l'udí, non io — “tutti
gli spettatori sembrava ardessero del
soavissimo fuoco d'Amore„, comparvero
Venere e il figlio e l'amico di casa, Marte.
Amore liberò le belve dall'imminente sacrificio:

   | E questo altar or sia — *disse* —
   | Il tribunale ove porrò la seggia
   | Per giudicar de' cori
   | Quali sian di pene e premi
   | Meritevoli ardori.

Un Amorino venne a querelarsi al picciolo
Iddio di certa giovinetta che aveva
[pg!37]
abbandonato l'amante suo, ma poiché Venere
difese la colpevole e poiché Marte,
il quale aveva ragioni sue proprie di contraddizione
alla dea, sostenne il cavaliere
amante, bisognò trovare la fine del contrasto
in particolari certami e in un generale
torneo. Veramente ci fu ad intermezzo
la comparsa della Gelosia in forma
di larva orrenda con uno stuolo di “mostri
neri ignudi alati„ e “con uno strepito di
anime perdute„ in una voragine di fuoco;
ma come la femmina maligna non riuscí a
“mettere contagio nell'anima degli spettatori„ — asserisce
uno spettatore, non io — posso
risparmiarne la descrizione.

E siamo cosí al meglio dello spettacolo.
Arrivano due tamburini, ventiquattro paggi
con scudi, e sei staffieri con due azze, due
picche e due mazze; e dietro loro i cavalieri
padrini del mantenitore, Francesco Cospi
e Giovan Gabriello Guidotti; poi infine il mantenitore
di Venere, Alessandro Bentivoglio,
“vestito di morello e d'argento; calza intiera
con tagli di cordelle d'argento, foderate
di tela d'argento e morella, e strascinandosi
[pg!38]
dietro lunghissimo manto di seta
morella, ricamato di fiori d'argento e di
vari colori, tempestato di grosse gemme e
perle, con cimiero altissimo di piume in
pomposa mostra„. Di contro a lui, in una
pianura, sorge uno scoglio con sópravi una
donna — la Terra! —, che esorta le donne
ad amare e cantare le lodi di Amore e
quindi se ne va, mentre giunge una testuggine
(qualcosa come il cigno wagneriano)
recando con i loro padrini i due cavalieri
Florimanno e Ribano — Alessio e Giovanni
Orsi —, i quali vengono a sostenere “che la
virtú non è compagna d'Amore„. Ma mal
per essi, giacché Candauro, ossia il Bentivoglio,
li abbatte entrambi. E sparisce la
scena e apparisce il mare in cui s'eleva
Proteo a dire anche lui non so quali belle
parole: indi due altri cavalieri arrivano per
farsi vincere dal cavaliere di Venere. Seguono
due altri condotti da Iride, dei quali
pure avviene l'abbattimento, e poi....

“... udissi un rimbombo.... et il cielo incominciò
a rosseggiare, e balenando e fiammeggiando
in guisa che parea che egli
[pg!39]
veramente ardesse, e a poco a poco radunandosi
tutte quelle fiamme in globi, formarono
come nuvola di fiamme in mezzo della
quale udivasi la voce di persona, che rassomigliava
il Fuoco, e cosí diceva de' suoi
cavalieri:

   | E questi miei di vive fiamme ardenti,
   | Fiamme, che il loro Amor, che l'altrui sdegno
   | Si nutre al cor cocenti,
   | Non troveran da te pace e pietade,
   | Rigida inesorabile beltade?
   | Io qui con lor, donne gentili, vegno
   | Per palesarvi solo,
   | Nel fiammeggiante lor tacito aspetto,
   | Qual sia la pena e 'l duolo
   | De l'infocato petto....

“Dopo le quali parole chiusasi la nuvola,
continuamente spargendo raggi e faville di
odorate fiamme, venne ad abbassarsi infino
all'orizzonte, e quivi scoppiando con molti
tuoni e baleni, espose fuori.... (oh meraviglia!)....
il signor Andrea Barbazzi, cavaliere
dell'ordine di San Michele e giovane
di animo eguale alla grandezza del suo nascimento
et di vero valore, et insieme il signor
Ippolito Bargellini, non inferiore di generosità
[pg!40]
d'animo et di altezza di pensiero a
chi si sia, i quali erano vestiti superbamente
con calze intiere alla spagnuola, a tagli
di cordelle d'oro e d'argento, foderate di
tela d'oro ardente, con fiamme rosse, con
le facelle di fuoco ardente in mano, cimieri
altissimi fabbricati con piume rosse
e fiori d'oro, a guisa di lingue di fiamme,
che in forma di piramide ascendevano al
cielo....„. “Li seguivano due gran Ciclopi
ignudi, se non in quanto erano ricoperti
vagamente in parte nel petto e
nei fianchi da drappi dell'istesso colore
del quale erano vestiti i primi; portavano
due gran facelle nelle mani accese et pesanti
martelli, et avevano un sol grand'occhio
in mezzo la fronte; la faccia affumicata
e rabbuffati i crini, e barba folta,
sicché propriamente parevano Sterope e
Bronte che venissero dalla fucina di Volcano
e da gli incendii etnei ad accompagnare
i cavalieri ardenti„. E tanti altri
cavalieri successero che se ne composero
squadre e, seguendo il torneo generale, gli
eroi, sempre per divergenza d'opinioni intorno
[pg!41]
il miglior modo d'amare, “incominciarono
con li stocchi in tal maniera a
ferirsi che fecero impallidire i sembianti ed
agghiacciare di gelata paura il cuore a molte
di quelle bellissime dame„. Ma a conforto
di esse si fé innanzi Amore a comandare
tregua e quiete e a dar la sentenza pacificatrice:

   | Chi cerca, amando e oprando, amore e fama,
   | Merta il pregio d'Amore e sol ben ama.


V.
--

Può darsi che Bianca Barbazza vivesse
parecchi anni rattenuta in onestà dalla trista
rimembranza della madre sciagurata, ma alle
amiche le quali ne invidiavano la bellezza,
ai corteggiatori che non potevano sperare
trionfi su lei, a tutta quella società che l'attorniava
avida di pettegolezzi e di scandali
dové poscia e finalmente recare conforto la
voce d'un fatto sicuro: Bianca aveva per
amante il marchese Fabio Pepoli e traeva
una tresca con lui. Si riferiva il tempo e il
luogo de' loro segreti convegni e nelle conversazioni
[pg!42]
e nei ritrovi si coglievano senza
fatica le loro occhiate bramose e i sorrisi
e gli accenni; e il Pepoli ardendo di violenta
passione non avvertiva di procedere
cauto, e la dama o non sapeva frenare l'impeto
suo, o cieca anch'essa d'amore gli
consentiva senza troppi riguardi. Forse solo
il marito poeta non s'adombrava per la solerzia
del marchese in servirgli la moglie e
si spiegava ogni cosa con la libertà delle
“convenienze cavalleresche„; ma i fratelli
di lui, cui premeva intatto il “lustro„
della famiglia, osservavano bene e ascoltavano.
Però il conte Guido Antonio trovandosi
nell'estate del 1621 a certa festa di
ballo, alla quale erano pure gli amanti o si
discorreva di loro, disse abbastanza alto da
essere udito: — Provvederemo! — [27]_

I Barbazza non scherzavano e i loro
bravi erano usi “di fare all'archibugiate
ogni giorno„, onde Fabio Pepoli, messo in
guardia, volle prevenire il compimento della
minaccia con audace prontezza, e d'accordo
con gli amici Aldrovandi, Vizani e Riari
il 6 luglio su l'ora di notte venne in piazza
[pg!43]
san Domenico verso casa Barbazza: il luogo
era deserto; solo, un po' lungi dalla porta,
Guido Antonio se ne stava al fresco. E su
lui precipitarono i giovani cosí all'improvviso
che egli non fu in tempo a ritirarsi in
casa e dové schermirsi male armato ma con
cuor di leone: i colpi piovevano e uno lo
feriva al capo; egli indietreggiava urlando,
e indietreggiando stramazzò nella chiavica
ch'era in mezzo della strada. Cosí fu salvo,
perché gli assalitori persuasi d'averlo morto
fuggirono e sfuggirono ai fratelli del conte
giunti in soccorso. Guido guarí dopo poco
della ferita e per attendere a sicura vendetta — ebbe
il nome di *vendicatore prudente* — interruppe
il romore dell'accaduto asserendo
con tutti di ignorare chi l'avesse aggredito
e dando a credere d'essere stato còlto in
isbaglio.

Non passarono quattro mesi che Guido
Antonio incominciò dal mover questione
e dal ferire il conte Filippo Aldrovandi,
compagno di Fabio Pepoli nella bella impresa
contro di lui [28]_: quanto al Pepoli,
come malaccorto, avrebbe finito co 'l farsi
[pg!44]
egli provocatore. Infatti l'ultimo giorno di
gennaio del 1622 in via San Mamolo, dove
i cittadini carnescialavano al corso delle
maschere, Fabio s'imbatté in Guido Antonio
e susurrò qualche cosa all'orecchio d'un
amico, né, ad un secondo incontro, disse
piano queste parole:

— Conviene che m'imbatta sempre ad
incontrare questa razza di b.... f...! —

— Quest'è troppo: andiamo! — disse allora
il Barbazza a un suo *confidente*; e l'uno e
l'altro furono in due passi a casa a mascherarsi
da villani, e armati di *terzette* tornarono
nel corso. Il satellite avrebbe dovuto
sparar egli una archibugiata alle spalle del
Pepoli quando gli tornasse appresso, ma al
momento opportuno gli mancò il coraggio;
il conte allora mirò rapido e sí dritto che
colpi a morte il marchese; poscia si dileguò
tra la folla in confusione per l'accaduto,
corse a casa, depose gli abiti di maschera
e tornato subito in San Mamolo venne alla
farmacia della Pigna, dove giaceva il moribondo,
e con voce ferma eppure compassionevole: — Che
peccato — esclamò — che
[pg!45]
questo cavaliere abbia fatto una tal
fine! —

Ma tosto Guido Antonio, Astorre, Romeo
e Giacinto Barbazza con un loro zio, pei
quali tutti oramai spirava mal'aria in Bologna,
si nascosero in casa di Giambattista e
Aldobrandino Malvezzi, loro fratelli uterini,
e con l'aiuto di essi scalarono nella notte
le mura della città e si diressero a rifugio
in Piemonte. Troppo tardi l'indomani fu
per ordine del Cardinal Legato pubblicata
una grida che proibiva l'andare in maschera
“sotto pena di galera et altre pene„ e
furono chiuse le porte della città, ad eccezione
di quelle di Strada Maggiore e San
Felice, per le quali tuttavia non era concesso
d'uscire “senza bollettino, sotto pena
della vita„ [29]_.

Fabio Pepoli, dopo ventiquattr'ore di
strazio, spirava lasciando il dovere di vendicarlo
ai fratelli suoi Guido e Giampaolo.
I quali pregarono anzi tutto il Granduca
di Toscana d'intromettersi ad accertare
se i Malvezzi avessero per caso
avuto parte nell'assassinio del loro fratello:
[pg!46]
il Granduca indusse il Legato Ubaldini a
raccogliere prove che i Malvezzi non erano
colpevoli; poi egli e il cardinale, per amore
di pace, fecero giurare a Giambattista e
ad Aldobrandino Malvezzi “su l'onore di
veri cavalieri„, e il giuramento porre in
scrittura di notaio, che “non avevano dato
consiglio aiuto e favore alcuno, né con assistenza
né con qualsivoglia altro modo ad
eseguire l'assassinio di Fabio Pepoli„, e
che mai avrebbero porto “consiglio, favore
et aiuto ai signori Barbazza„, né
avrebbero mai offesi i Pepoli o “tentato
d'offenderli né per sé né per mezzo d'altri„
[30]_. Ma non giurarono, furbi!, di non
aver aiutati i loro parenti a fuggire. I Barbazza
scampati alla forca rimasero molti
anni alla corte piemontese: Astorre, il
quale ebbe su l'anima parecchi delitti, fu
condannato a morte in contumacia, ma ottenne
poi grazia nel 1659, “in riguardo
alla sua grave età„, pagando quattro mila
scudi [31]_; e la pace fra le famiglie dei Barbazza
e dei Pepoli non fu conchiusa che
morti Guido e Giampaolo Pepoli e solo per
[pg!47]
intromissione dei príncipi di Savoia e di
Toscana.

Quant'odio dall'amore di Bianca Bentivoglio!


VI.
---

E quanto misero il retaggio di Bianca
Cappello; retaggio di colpe, di sciagure e
drammi foschi! Ancora un mistero: la contessa
Barbazza nei sette anni che trascorsero
fra la morte del Pepoli e la sua morte,
quetò forse, per sconcia avidità dei sensi,
ricordi e rimorsi in nuovi amori, finché la
frenò e a poco a poco l'uccise il veleno
propinatole dai congiunti, o piú tosto patí
ella sette anni interi, da prima la cupa fantasia
rinnovandole giorno a giorno lo strazio
di quella scena — a un colpo d'archibugio
l'uomo amato cadere sanguinante e dolorare
e gemere tra una folla di maschere —
e poi, di pari, consumandola giorno a giorno
la corrosione lenta della tisi, se non del veleno
e della vendetta maritale? — “Il 15 ottobre
1629 morí Bianca Bentivoglio Barbazza
[pg!48]
d'una lunghissima e penosissima infermità,
che a poco a poco l'andò struggendo;
e non fu chi non dubitasse che non
le fosse stato dato il diamante a causa
della corrispondenza col marchese Fabio
Pepoli„ [32]_.

Troppo lasso di tempo sembra che fosse
tra l'offesa e il castigo; ma pure un fatto
aggraverebbe sopra Andrea Barbazza il sospetto
di uxoricidio: egli compose e pubblicò
una canzone, una canzone di ventinove
stanze, in morte di sua moglie [33]_.

   | Da sí vasto ocean d'amari affanni
   |   Ov'ondeggio caduto,
   |   Deh! chi recando aiuto
   |   Sia che mi tragga a riva? E chi consola
   |   Naufrago il cor tra le miserie e i danni?
   |   So ben che morte sola
   |   Può dar fine al martir, posa al cordoglio,
   |   Ma sol per piú morir, morir non voglio....

E nel secentesimo di questi e di quest'altri
versi sarebbe bastevole e facile prova di
ipocrisia e di mal tentato inganno:

   | Quando l'alma di lei che 'l Ciel mi diede
   |   Dal *casto* vel si sciolse
   | [pg!49]
   |   E 'l Ciel se la ritolse,
   |   Privo restai de l'anima e del core,
   |   Orbo di gioie e d'aspre cure erede;
   |   Ond'è solo il dolore
   |   Che mi sostiene e serba il petto vivo,
   |   Benché de l'alma io sia vedovo e privo....

Se non che seguono altri versi per cui converrebbe
supporre nel cavaliere Barbazza
una perversa sottigliezza a coprire il suo
delitto. Egli lamenta in un punto:

   | Vidi....
   |       .... la beltà che tanto amai
   | Farsi preda a maligno
   | Umor, che di sanguigno
   | Foco sparse il bel volto e del bel petto
   | Tinse il candore, e chiuse agli occhi i rai
   | In cui visse il diletto
   | E col diletto Amor, ch'ha per fortuna
   | D'aver la tomba ov'ebbe in pria la cuna....;

No! Io sono docile alla commozione della
poesia; io odio la malignità nella storia; io
credo al diarista Galeati: “Il 29 ottobre 1629
(data certa) morí l'illustrissima signora contessa
Bianca del conte Ulisse Bentivogli,
di febbre etica„. E con pena sincera do
fede a un povero marito che si duole,
privo degli occhi languidi consolatori e preganti
[pg!50]
consolazione della sua moglie soave,
cosí:

   | Quegli occhi, dico, a me sí dolci e cari,
   |   Ch'ancor nel duol sepolti
   |   In me vidi rivolti.
   |   Quasi ad uopo maggior languidi e mesti
   |   Pietà chiedendo in muti accenti amari....

Pietà! — gli aveva chiesto Bianca con i
brividi del malore e del rimorso; ed Andrea
le aveva perdonato, son certo, con gentile
misericordia di poeta; né, lei seppellita,
poté forse resistere a non piangere piú volte
nella chiesa del Corpus Domini e a pregare
spesso Santa Caterina de' Vigri, vicino al
cui corpo incorrotto è la tomba dei Bentivoglio,
che Iddio lo ricongiungesse alla pallida
e tremula fiammella della sua Bianca.

   | Canzone, imponi al canto, al pianto freno:
   |   Ben so ch'a me non lice
   |   La mia cara Euridice
   |   D'indi ritorre ove beata splende,
   |   Ch'ivi affanno non ha di duol terreno.
   |   Ma lieto amor l'accende
   |   Che 'n Dio la stringe e con devoto zelo
   |   Fa che m'inviti a rimirarla in Cielo.

Affettuoso uomo fu Andrea Barbazza:
tanto vero, che per il bene che egli volle
[pg!51]
alla sua nuora impudica, Settimia Mandoni,
le male lingue asserirono ottenesse il senatorato
ed altri uffici mercè i favori di lei [34]_
tanto vero, che a sessantasei anni s'accese
di Silvia Boccaferri, la quale egli, rimasto
vedovo quasi vent'anni di Bianca Bentivogli,
sposò in Santo Stefano il 30 maggio
del 1648.
[pg!53]




GREGORIO LETI SPIRITO SATIRICO
==============================
[pg!55]

I.
--

Non fu tutto merito e tutta colpa dello
zio vicario se Gregorio di giovane
scapestrato divenne uomo d'austeri costumi;
d'incredulo cattolico fidente calvinista e di
fanullone uno scrittore fecondissimo. Già
nella fanciullezza e giovinezza prima troppo
l'avevano fatto digiunare e dir *pater noster*
e servir messe e baciar mani sporche di
preti e di frati quelle due figure paurose
del padre Merenda e di Don Grassi. Poiché
da sua madre, Isabella Lampugnani, rimasta
vedova di Geronimo Leti governatore d'Antea,
era stato posto nel 1639 alla scuola
de' gesuiti di Cosenza, ed egli, irrequieto
[pg!56]
scolaro e incomposto chiericuzzo, era cresciuto
dai nove fino quasi ai vent'anni con
l'oppressione e il fastidio addosso del Grassi
per custode e del Merenda per precettore:
tanta oppressione e tale fastidio che quando
gli morí la madre e passò in Roma alla
tutela dello zio don Augusto, “non poteva
piú vedere né chiese né sacerdoti„ [35]_.

Lo zio, il quale era un po' petulante,
sí, ma in fondo un'ottima pasta d'uomo,
e vagheggiava pe 'l nipote la fortuna medesima
ch'egli aveva avuta nella prelatura,
avvedendosene, con che sbigottimento
s'imagini!, pensò dargli a maestro e guida
di coscienza quello sciocco del suo cappellano;
Non l'avesse mai fatto! Il cappellano
si mise a mortificare Gregorio nelle confessioni
frequenti e a gravarlo di sbadigliati
digiuni e rabbiose recitazioni d'offici, e
Gregorio, caduto dalla padella nelle bracie,
prese con maggiore ardire a ridere per le
strade in faccia ai preti e per le chiese ai
santi; a dire qualche porcheriòla; a leggere
libri proibiti e ad accarezzare le ragazze.
Per dire la verità, che colpa avea lui se
[pg!57]
le donne vedendolo “fresco, sano, robusto
e ben fatto della persona„, gli volgevano
occhiate lusingatrici e se egli, piú
tosto che ad attendere i beni del sacerdozio,
si sentiva “inclinato a godere la
dolcezza del maritaggio?„ Basta; còlta un
giorno nella chiesa vescovile una bella e
docile giovinetta e trattala pudicamente dietro
un banco le diede solo sette baci, e
poi, cosí per gioco, s'andò a confessare
dal cappellano; e questi in penitenza gli
ingiunse su 'l serio “di mangiare o almeno
ben masticare sette fila di paglia della lunghezza
ciascuna di un piede, per causa
che la confessione portava sette baci„. [36]_
Era dunque l'esorbitanza d'una ridicola e
proterva severità, e Gregorio stucco e ristucco
piantò lo zio e si recò a Milano
dai parenti della madre, presso cui stette
due anni.

Ma pur troppo don Augusto Leti saliva
rapido la scala degli uffici ecclesiastici, e
divenuto vicario d'Orvieto con in vista la
nomina a vescovo, volle ancora il nipote
con sé.
[pg!58]

Lo riebbe infatti, e cominciò ad esortarlo
con paterna dolcezza che, non avendo
beni sufficenti per vivere gentiluomo, si
facesse prete o alla peggio soldato, e onorasse
la famiglia nella maniera di suo padre.
Gregorio scuoteva la testa: Né armi
né brevario! Piú tosto medico o legale; ma
lo zio vicario, che con ragione aveva poca
fede nella scienza e nella legge umana,
scuoteva egli pure il capo sospirando e
scongiurando Iddio, e alla fine lasciò Gregorio
libero di sé e della roba sua: chi
avrebbe potuto frenarlo?

Il giovinotto lieto e avventato come un
puledro che si senta le briglie su 'l collo,
vagò alcun tempo per l'Italia e sprecò gran
parte dei quattrini lasciatigli dalla madre;
indi, com'era naturale, fece ritorno allo zio
già vescovo in Acquapendente, che l'accolse
tuttavia con bontà e con speranza di rimetterlo
per la strada buona. Ma in Gregorio
non c'era solo lo scapato, c'era l'incredulo,
e che guajo per monsignor vescovo avere
un nipote il quale non voleva piú comunicarsi!
[pg!59]

— Gregorio, Gregorio — gli diceva —:
se tu non pigli altra strada, o che tu morrai
eretico, o che sarai processato in qualche
inquisizione! — [37]_

Quand'ecco un giorno di settembre del
1658 monsignor vescovo cerca il nipote
e non lo trova; e una giovine, Antonia
Ferretti, che il nipote di monsignore aveva
fatta uscire di monastero con promessa di
matrimonio, cerca l'amante e non lo trova:
né lo zio seppe piú nulla di lui fino a che
apprese ch'egli si perdeva in Bologna nell'amore
d'una cantatrice; né la fidanzata
ebbe piú altra notizia di lui fino al dí in
cui le fu detto ch'egli era a Ginevra calvinista
e ammogliato! Tutto vero; perché
da Acquapendente Gregorio era corso ancora
qua e là in cerca di vita allegra, e
venuto a Bologna con la cantante e compiute
chi sa quali pazzie, aveva poi considerato
seco medesimo come seguitando di tal passo
avrebbe in poco tempo dato fondo a quel
po' di roba che gli rimaneva, e come il
meglio gli sarebbe stato recarsi a Parigi
per cercarvi fortuna alla corte. Cosí postosi
[pg!60]
subito in viaggio e giunto a Valenza,
vi aveva ottenuta la protezione del marchese
di Valavoir generale dell'armi francesi
in Italia; s'era inteso con un capitano
ugonotto a rilevare i mali della Chiesa di
Roma, e poscia s'era invaghito di portarsi
a Ginevra, luogo di paradiso per la libertà
del governo e per la rettitudine del calvinismo
che vi si professava. Rimasto a Ginevra
alcuni mesi dopo fatta l'abiura e passato
a Losanna, qua aveva stretta amicizia co 'l
celebre medico Guerin, padre d'una ragazza
bellissima diciottenne; e come il medico filosofo
l'innamorava sempre piú della riforma,
egli pian pianino innamorava di sé
la figliuola di lui, la quale presa in moglie
tre mesi dopo, s'era ricondotto in Ginevra.

Appena fu risaputo ch'egli abitava in
quel covo di eretici, il povero zio e la povera
Ferretti gli scrissero amorosamente
che tornasse.

“Caro nipote, ritorna per darmi la vita
e non permettere che uno zio, un vescovo
di Santa Chiesa, uno che ti ha servito da
padre, muoia da un colpo scoccato, se non
[pg!61]
dal tuo braccio, dal tuo cuore..... Se hai
moglie conducila teco, perché tanto piú gloriosa
sarà la tua conversione„ — [38]_.

— “Corre voce che siete già maritato,
ma questo è dubbioso; ma quando vero
fosse, credo di poter meritare il vostro
amore nuziale quanto ogni altra, e voi sapete
che gli maritaggi degli eretici qui si
scancellano con l'acqua santa.... Venite
dunque, caro mio bene, care mie viscere,
caro mio cuore, per levare da qualche disperattione
la vostra serva che vi desidera
sposa„ [39]_.

Preghiere vane: meglio dello zio vescovo,
il babbo Guerin; meglio che Antonia era
Maria; meglio che il cattolicismo, il calvinismo,
e che Acquapendente, Ginevra; e
per Gregorio Leti era cominciata una vita
nuova di fede sincera, d'affetti domestici,
di operosità e d'austerità di costumi.

Già: per religione e amor della moglie il
libertino d'una volta diventò e si mantenne
rigido custode di sé stesso e ammonitore
della morale negli altri; di che dan fede le
molte sue lettere a chi caduto in fallo l'andò
[pg!62]
richiedendo di consigli e di protezione, e
accertano le prove di virtú ch'egli dié in assai
circostanze pericolose. Ed io credo, non
con molta ammirazione, ch'egli riuscisse a
resistere pure ai vezzi di quella singolare
donnina che dal Sainte-Beuve fu chiamata
la Manon Lescaut della corte di Luigi XIV;
di quella singolare donnina che ora lusinga
la mia fantasia, tarda ricercatrice di celebrate
beltà, con la bizzarria e la grazia e
il sorriso ond'ella nella vita breve passò
per tante colpe e vicende.


II.
---

Sidonia di Lenoncourt, orfanella del marchese
di Mariole, a quattordici anni vinse
la volontà del Re Sole negando di sposare
un fratello del ministro Colbert; ma poiché
un marito le bisognava, si cesse in moglie
a un nipote del maresciallo di Villeroy, il
marchese di Courcelles. E fu gran male: la
notte stessa delle nozze il marchese volgare
e cattivo l'avvertí ch'ei “pretendeva
fosse per riuscir piú savia della madre„;
[pg!63]
ella si ribellò all'insulto e non “si consumò
il maritaggio„, e poi inacerbitosi il dissidio,
un bel giorno, quando la gente diceva tuttavia
che “la signora Courcelles non aveva
ricevuto dal marito che il nome„, Sidonia
s'indusse a fuggire. Ahi che il marito la
raggiunse tre miglia fuori di Parigi e la “ritenne
piú stretta„! [40]_ Ma come la giovine
meditante vendetta acerba ebbe la ventura
d'accendere della sua bellezza nient'altri che
il Louvois, il famoso rivale del Colbert, e
s'avvide che se essa avesse consentito all'innamorato,
l'indegno marchese avrebbe
assentito in silenzio (troppo onore che il
ministro Louvois si accontentasse di sua
moglie!), oh allora ella, per riuscire a un
supremo trionfo, adoperò sagacia e fascino
e ogni arte a sedurre proprio un cugino
di suo marito, il bel cavaliere di Villeroy, e
riuscí infatti a strapparlo dalle avide braccia
della principessa di Monaco. La corte in cui
una somma ipocrisia velava una somma corruzione,
si levò a scagliar pietre su la fortunata
e audace peccatrice, e gl'intrighi della
principessa di Monaco e la rabbia del Louvois
[pg!64]
la fecero rinchiudere in quel convento
medesimo delle Figliuole di Maria dove gemeva
per odio maritale l'“illustre„ avventuriera
Maria Mancini, la nipote del cardinal
Mazarino.

È naturale che la Mancini accogliesse
in amicizia l'allegra compagna di sfortuna,
e come il sangue bolliva nelle loro vene e
bisognava sfogassero contro qualcuno il desiderio
vivo della ribellione, s'accordarono
subito in far ammattire quelle povere monache
che avevano l'obbligo di custodirle.
Quante birichinate facevano mai e di che
gusto rideva in apprenderle la maestà di
Luigi XIV!

Versavan l'inchiostro nelle pile dell'acqua
benedetta; s'aizzavano contro di notte,
pe 'l dormitorio, de' cagnolini e urlavan *tiäut*
(il grido dei cacciatori di cervi); riempivano
d'acqua delle grandi casse perché sfuggendo
e trapassando a poco a poco il piancito andasse
a sgocciolare sui letti delle suore nel
piano di sotto; snervavano le suore vecchie,
scelte per accompagnarle a passeggio, in
lunghissime e rapide corse; e cosí via. E che
[pg!65]
bene si volessero quelle due... — come dire? — aristocratiche
sgualdrinelle, provarono
l'una all'altra una sera che udendo rumore
di cavalieri attorno il convento di Chelles,
dove erano state trasportate dal chiostro
delle Figliuole di Maria, e credendo la Mancini
fosse il marito suo che venisse con
compagni a rapirla, s'aiutarono in fretta a
nascondersi; e poiché nella grata del parlatorio
era un buco, apertovi giorni innanzi
per dare ingresso a un pasticcio di lepre, allargarono
il buco e, con che stento Dio ve 'l
dica, passarono attraverso di quello. Ma
l'allarme fu falso; e però esse si disposero
zitte e chete a rientrare per la via medesima
onde erano uscite. La Courcelles rientrò con
discreta fatica; la Mancini invece rimase piú
d'un quarto d'ora tra due ferri della grata
che la stringevano alle costole in guisa da
non consentirle né di procedere né di retrocedere:
tira e tira, finalmente la Courcelles
l'ebbe a sé oramai svenuta del tutto.

Se non che a pena ottennero licenza
d'uscire libere s'inimicarono acerbamente;
né ciò poteva non accadere per la conformità
[pg!66]
degli animi e delle voglie, la quale le
condusse ad innamorarsi entrambe d'un
uomo medesimo: il giovane Cavoy. Tira e
tira, anche questa volta la vittoria fu per
Sidonia; e Maria andata un giorno al palazzo
dell'odiosa amica (pur nel seicento
le signore congiunte da un odio cordiale
non ripugnavano dal farsi visita) e ricevuto
l'annunzio che madama non era in
casa mentre alla porta stava in attesa la
carrozza del Cavoy, si vendicò rivelando la
tresca al signor di Courcelles. Cosí il marchese,
che faceva un po' la corte alla Mancini,
fu costretto a sfidare con un pretesto
qualunque il dolce amatore di sua moglie [41]_.

La notizia del duello, per cui il Cavoy
si buscò una non piccola ferita ad un braccio,
giunse tosto all'orecchio del re, il quale,
fiero in castigare i duellatori, comandò che
i due cavalieri, invano accorsi a pregarlo
di perdono, fossero condotti alla _`Conciergerie`
e la loro colpa fosse sottoposta al giudizio
del parlamento. I rivali allora a convincere
che s'eran battuti non per odio, ma
per “casuale rancontro„, e che anzi si
[pg!67]
volevano il piú gran bene del mondo, si
ridussero a dormire nella medesima camera;
traditore e tradito mangiarono e giocarono
insieme; e furono assolti [42]_.

Non sfuggí per contro a pena aspra Sidonia;
alla pena di sofferire nel castello di
Maine la sorveglianza della suocera vecchia
e malevola. Che fare a dispetto di questa?
Peggio di prima! Con chi? Con qualcuno — e
per darsi buon tempo trovò un paggio del
vescovo di Chartres, un giovine cosí valoroso
in distrarla, che delle sue distrazioni
ella ebbe presto segni visibili addosso. Inutile
dunque sottrarsi; e il marchese si richiamò
al parlamento: convinta adultera,
ella fu condannata a perpetua clausura co 'l
capo raso. Ma rimaneva tuttavia una speranza
in appellarsi al tribunale della Tournelle,
e ciò fece Sidonia; e frattanto riuscí
a fuggire dal carcere con uno strattagemma
assai semplice [43]_.

La sua cameriera, la quale aveva licenza
d'entrare e di uscire dalla prigione,
finse un doloroso mal di denti e per due
giorni si mostrò ai custodi co 'l viso tutto
[pg!68]
fasciato e nascosto tra i veli in modo che appena
le si vedevano gli occhi: il terzo giorno
la padrona usci in vece e in veste della
cameriera; né alcuno s'avvide di quell'inganno
prima che ella con la carrozza gli
abiti e i denari d'un antico amante si fosse
messa in sicuro. La serva fedele venne
condotta fuori del regno, e Sidonia, scampando
alla caccia del tristo marito, si recò
a Digione, e da Digione a Ginevra, dove
una mattina, nell'osteria dei tre Re, presentò
una lettera commendatizia a un noto
scrittore calvinista: Gregorio Leti.

— “Non crediate, signor Leti — gli
disse la procace e sagace marchesa —, che io
sia qui per male affare: la ragione è che il
mio marito mi vuole et io non lo voglio„.

Poverina! E che occhi, mio Dio!; che
voce, che bocca, che guancie, che.... Lasciamolo
dire al Leti stesso: “oh che
poppe! (certe cose si vedevano per indulgenza
della moda) oh che mammelle!„; e,
a raccogliere la descrizione di tutto il resto
in un'espressione sola, “che Paradiso terrestre!„ [44]_
[pg!69]

Ma il Leti era scialbo pittore, né alcuno
ritrasse meglio madame di Courcelles che
madame di Courcelles: il ritratto ch'essa si
fece è opera di cesello ardito arguto graziosissimo.

— “Confesserò che se non sono una
gran bellezza sono tuttavia una delle piú
amabili creature che si possan vedere: nell'aspetto
e nei modi non ho cosa che dispiaccia
e tutto in me par fatto per innamorare;
e le persone piú dissimili d'indole
e di animo si trovano d'accordo nel dire
che non si può vedermi senza volermi bene.
Sono alta, con figura mirabile, con bei capelli
bruni, proprio come convengono a rilevare
la freschezza e la bellezza della mia
carnagione, la quale per altro ha qua e là
dei segni non radi di vaiolo. I miei occhi
sono grandi, né celesti né neri, ma di certa
tinta fra le due singolarmente piacevole, e
nel tenerli un po' socchiusi, per abitudine,
non per affettazione, do al mio sguardo
una tenerezza e vaghezza senza pari. Ho il
viso d'una regolarità perfetta: è vero che
non ho la bocca molto piccola, ma non l'ho
[pg!70]
poi mica tanto grande. Qualcuno afferma
che nelle proporzioni giuste della bellezza
io difetterei per il labbro inferiore un poco
troppo sporgente; ma io credo mi facciano
questa censura perché non possono farmene
altre, e perdóno a quelli che dicono ch'io
non ho la bocca del tutto regolare, se per
loro è un difetto che mi dà un'ineffabile
grazia e una vaga vivacità nel riso e nei
moti del viso.

“J'ai enfin — nella traduzione il ritratto
perde, tardi me n'avveggo, colore e finezza — j'ai
enfin la bouche bien taillée,
les lèvres admirables, les dents de couleur
de perle; le front, le joues, le tour du visage
beaux; la gorge bien taillée; les mains divines;
les bras passables, c'est à dire un
peu maigres; mais je trouve de la consolation
à ce malheur par le plaisir d'avoir les
plus belles jambes du monde. Je chante
bien sans beaucoup de méthode; j'ai même
assez de musique pour me tirer d'affaire
avec les connaisseurs. Mais les plus grand
charme de ma voix est dans sa douceur et
la tendresse qu'elle inspire; et j'ai enfin
[pg!71]
des armes de toute espèce pour plaire, et
jusqu'ici je ne m'en suis jamais servie
sans succès. Pour de l'esprit, j'en ai plus
que personne; je l'ai naturel, plaisant, badin,
capable aussi des grandes choses, si
je voulais m'y appliquer. J'ai des lumières
et connais mieux que personne ce que je
devrais faire, quoique je ne la fasse quasi
jamais —„. [45]_

Gregorio Leti, adunque, rapito d'ammirazione,
ma pur senza sospetto o desiderio
di ricadere nelle antiche voglie, alloggiò la
marchesa in casa d'una signora per bene
e la introdusse nella miglior società ginevrina;
e come l'accompagnava egli per tutto,
forse tratto dalla vanità lusingata — per vederla
“era cosí grande il concorso nelle
strade che ci voleva mezz'ora a far cento
passi„, — anche si accese un pochino di
lei. Tuttavia capí presto che un abito nero
e semplice non poteva reggere in confronto
alle “casacche di velluto e alle spade d'oro
e d'argento„ delle quali fu ressa intorno a
Sidonia, e richiamatosi ancora a sé medesimo
riprese i “libri e gli scartafacci„
[pg!72]
ch'aveva banditi e continuò la vita di Filippo II. [46]_

Intanto madame di Courcelles trovava
impunemente e liberalmente offeriva il piacere
di agevoli amori e dominava in sovranità
di grazie e di spirito tutta Ginevra.
Regina, con mutabilità fanciullesca accarezzava
e incrudeliva: un capitano del reggimento
d'Orléans assunto tra gli altri ai
suoi baci e poi abbattuto quand'era piú
folle di gioia con inganni e disprezzo, si
vendicò dando a leggere le lettere di lei
agli amici; e fu una copia di queste lettere
che Chardon de la Rochette rinvenne e
diede alle stampe nel milleottocentotto.

Ma d'improvviso Sidonia lasciò la Svizzera,
riprese la via di Parigi, si fece rinchiudere
in carcere. Era morto il marchese
marito ed ella sperava, anzi sapeva per
certo che con la prigionia volontaria avrebbe
meritata “una sentenza onorevole che le
riacquistasse, diceva cosí per dire, la riputazione,
e, quel che le importava davvero,
una gran parte della sua dote„ [47]_.

Gregorio Leti, il quale forse non pensava
[pg!73]
piú a lei, trovandosi a Parigi nell'agosto del
1679 ricevette una letterina proprio di lei,
che tutt'allegra lo pregava d'una visita
“non piú corta d'una giornata„; ricordasse
che altra volta le aveva insegnato
essere opera di pietà visitare i prigionieri;
di piú, venisse a consolarla della morte di
suo marito, alla qual consolazione la troverebbe
“molto ben disposta„ [48]_.

Il Leti, che pure era disinvolto, che pure
in gioventú aveva baciate le ragazze in
chiesa, rispose con una misera lettera impacciandosi
a scherzare intorno la prigionia
di madama e alla libertà delle donne
francesi, e a dichiarare, tra molte lodi iperboliche
e proteste d'affetto, che non acconsentirebbe
alla visita domandata. Onde
a ragione la marchesa gli riscrisse chiamandolo
“debole d'animo„, e burlandolo
come uomo il quale “stava chiuso in
casa fino a sedici ore di ventiquattro per
scriver la vita dei morti„, e con un cuore
“piú piccolo di quello d'un polpastrello
negava di soffrire la clausura di dodici ore
con una dama in anima e in corpo.„
[pg!74]

Insomma, non cedere al desiderio e allo
spirito di lei era impossibile; ma Gregorio,
dibattuto fra la necessità di non parere ridevolmente
timido e il dubbio di non poter resistere
alla tentazione, volle prima porre in
sicurezza la sua continenza con una seconda
lettera: “Di grazia, Madama, diciamo la
cosa come passa, senza mascherarla: crede
ella che sia una buona opera d'andare a
visitarvi in prigione? Bagatelle!, anzi si corre
pericolo d'entrar, come l'apostolo Pietro,
santo nel pretorio di Pilato et uscirne carico
di colpe. E se una serva ebbe tanta
forza con un povero vecchiarello, che farà
una gran dama, di tanta grazia e di tanta
beltà, con uno che gode ancora il vantaggio
della virilità? Madama, la bellezza
in una dama è un dardo de' piú acuti et
una saetta delle piú fiere, et ivi farà la
piaga maggiore dove piú dura troverà la
pelle„ [49]_.

Cosí io penso che Sidonia di Lenoncourt
dové seguire d'un'occhiata compassionevole
il Leti uscente dalla sua gaia prigione
e ch'ella dové mormorare scrollando le
[pg!75]
spalle fra dispettosa e annoiata: “Quant'è
sciocco questo grande scrittore!„


III.
----

Perché egli era già divenuto in fama di
grande scrittore, e le sue opere levavan rumore
in tutta Europa: già avvolto di carezze
e di minacce, di ossequi e di calunnie, aveva
sperimentato, quantunque invano, come il
dire la verità o quel che gli sembrava la
verità, fosse travagliosa impresa. Ginevra,
dove, quasi in seconda patria, era stato ricolmo
d'onori, dove, primo italiano il quale
ne fosse parso degno, era stato fatto “cittadino
borghese„, non fu piú luogo per lui
dopo che ebbe dato di cozzo nell'“odio
teologico„ di quei “predicanti„; e perché
Luigi XIV lo lusingava di promesse se accettasse
la nomina di suo storico, nel 1680
si portò con la famiglia in Parigi. Ma nella
prima sua visita al ministro Colbert capí
che al re non piaceva uno storico calvinista,
e com'egli dichiarò che non sarebbe
andato mai dal padre La Chaise, il quale
[pg!76]
aveva ricevuto incarico di rimetterlo nel
“giron della Chiesa„, il ministro incollerito
l'avverti “che il re avrebbe trovato
presto la maniera di farvelo andare„. Cosí
il Leti, che, sia detto a sua lode, rinunciava
a un lauto stipendio per non rinunciare ai
suoi princípi, s'allontanò incontanente da
Parigi e a Calais s'imbarcò per l'Inghilerra. [50]_

Ed ivi Carlo II l'accolse con molta degnazione,
gli donò mille scudi e gli diede
incarico di scrivere la storia del regno inglese;
grave compito per altri che per il
Leti, il quale la condusse a termine in breve
tempo. Ma per avervi dette, al solito, cose
che era meglio tacere, e sopra tutto per
aver fatta certa profezia, “che se non si
portava impedimento acciò non cadesse in
successore cattolico la corona, si sarebbero
viste tragiche scene di dentro e di fuori„,
gli furon conceduti appena dieci giorni per
uscire dal regno.

Si rifugiò allora ad Amsterdam; e là
finalmente trovò tutta la libertà che desiderava;
ebbe l'ufficio di storiografo per gli
[pg!77]
Stati dell'Aja; ricevette onori piú che altrove:
ivi chiudeva il secolo decimosettimo
stampando la sua centesima opera e cominciava
il secolo decimottavo lavorando, in età
di settant'anni, quattordici ore al giorno intorno
la *Vita di Carlo V*, la quale finí poco
prima della vita sua, nel 1701.

Fibra di ferro ebbe costui!; e benché
anche adesso l'Italia non manchi di chi dà
troppo a stampare, non avrà piú mai, speriamo,
chi, per riuscire a comporre cento
volumi, resista come il Leti a scrivere tre
opere per volta consumando in ciascuna
due giorni della settimana, e in ogni settimana
faticando tre giorni dodici ore e tre
altri, sei. Veramente, a differenza di molti
instancabili scrittori odierni, non mancava
d'ingegno; e nelle storie procedendo audace
sin fuori della giustizia e feroce nelle satire
sin fuori dell'onestà, commoveva e seduceva
moltitudini di lettori. Né è strano che
molti, pure cattolici, gli volessero gran bene,
perché egli fu nella vita quale nelle opere:
aperto, e cosí naturalmente arguto e ardito
da movere incontro anche a gravissimi pericoli
[pg!78]
con sangue freddo e con motti ridevoli.

Quando si trovava a Ginevra gli giunse
un giorno questo avviso di Giuseppe Corso,
libraio romano provveditore della casa Panfili: — *Signor
Gregorio, perché l'amo, la
sua vita mi è cara: il Signor Principe Camillo
Panfili, ch'è persuaso già che V. S. sia
autore della Vita di donna Olimpia sua madre,
ha giurato di spender cento mila doppie
per farla pugnalare* —; ed egli, gettato l'angoscioso
biglietto nel fuoco, “acciò con
questo se n'estinguesse la memoria, e preso
un gran foglio di carta — e reale di piú,
per fargliela costar piú cara alla posta —„
rispose all'amico: — *Signor Gioseppe, il
Signor Principe Camillo è troppo benigno e
troppo economico per spender cento mila
doppie per farmi pugnalare, se con dieci potrebbe
farlo due volte.* — [51]_

In Londra, essendo la corte in tempesta
per colpa della sua storia, corse a lui, una
sera alle dieci, il fratello di sua moglie, il
quale atterrito l'avvisò da parte di milord
Cernis che il duca di York aveva dato ordine
[pg!79]
di assassinarlo: nel nome di Dio, guardasse
la sua persona!

— “E per questo vieni tu a svegliare il
mio sonno?„ — gridò egli al cognato; e
pieno d'ira lo coprí d'ingiurie; poi messolo
fuori della camera riprese a dormire mentre
quelli della famiglia stavano in pianti. L'indomani
non fu loro possibile impedirgli di
uscire, e agli amici che incontrandolo meravigliati
gli ripetevano sotto voce il consiglio
di lord Cernis, il Leti rispondeva ridendo: — “Il
signor duca ha il cuore troppo augusto
per risentirsi con la morte e con la
prigionia della morsicatura d'una mosca„. — E
cosí fece ogni volta che gli riferirono una
vendetta imminente.

Per tanta spontaneità e vivacità di spirito;
per la facilità sua a cogliere, l'attitudine ad
imaginare, la capacità a rendere tipi diversi
in azione sarcastica, Gregorio Leti fu certo
uno scrittore di satire singolare nel seicento
e per noi degno di molta considerazione.
È vero che ai nostri giorni niuno s'occupò
di lui convenientemente, forse perché le sue
satire derivano in gran parte la materia da
[pg!80]
pasquinate che si possono conoscere per
altra via; forse perché feriscono le colpe dei
papi e la corruzione de' sacerdoti alti e bassi
con un fine religioso o politico di cui oggi
è troppo difficile avvertire la sincerità e
l'importanza; forse, piú tosto, perché appariscono
in gran parte libelli osceni. Infatti — contraddizione
curiosa! — il calvinista riformato
pur ne' costumi è sconcio scrittore;
ma, e come avrebbe potuto battere i peccati
de' preti senza essere tale? Del resto, altri
vegga il danno ch'egli poté recare alla moralità:
a me basta dare a vedere ch'egli ebbe
forza e vena satirica e che meglio la rivelò
appunto nelle composizioni piú lubriche.

E meglio fra tutte, parmi, tant'è spietato
e giocondo e acuto per rappresentazione
di tipi, in quella intitolata.... — mal
titolo, e bisogna coraggio, o pudibondo lettore, — *Il
Puttanismo romano*. [52]_


IV.
---

Nell'agosto del 1666 sembrava che la santità
di Alessandro settimo (Fabio Chigi senese)
[pg!81]
si disponesse davvero ad esaudire
coloro che lo desideravano morto e ad
accontentare in ispecial guisa le donne,
cui gran mali eran venuti dal suo pontificato — “la
nazione senese ha per una
certa ragione d'istinto naturale.... diretta
e implacabile l'antipatia contro il sesso muliebre„ —, e
il 20 di quel mese stesso
per Roma corse lieta la voce che il papa
traeva gli ultimi respiri. Onde in quel dí
“si videro le patriarchesse del bordello„
e molte loro emule dell'aristocrazia “con
sollecita e esatta diligenza girar in diverse
pratiche, stringersi in diversi negoziati e
proponere diversi trattati per vedere in
ogni modo possibile di far succedere l'elezione
del nuovo Pontefice in alcuna creatura
loro, o almeno in alcuno delli soggetti
che per ragione di genio.... sapessero essere
aderenti al loro partito e se ne fussero
potute liberamente fidare....„

Come s'affaccendavano a ricercare le
compagne per le ville intorno la città e ad
inviare avvisi a quelle ch'erano a Frascati
e nei luoghi vicini. Rintracciatesi, si composero
[pg!82]
in gruppi e ciascun gruppo scelse
un nome di cardinale da proporre a pontefice.

Cosí “Madonna Angela Sala, serenissima
decana del bordello, con il suo squadron
volante s'adoprava.... per l'inclusione
del cardinale Spadino detto Santa Susanna„,
che “aveva gagliardamente assicurata la
loro fede„; Nina Barcarola in vece, nella
quale era riconosciuta da molte una certa
superiorità, essendo ella tutta cosa di Ravizza
prelato possente in Vaticano, chiedeva
voti per il Celsi protettore del suo Ravizza
e seduceva ad aiutarla Nina Pandolfina,
Nina delle Cannuccie, Maria Vittoria delle
Masse; tra le dame, quella detta la Regina
“si faceva avanti con la nominazione d'Azzolino
Maldachino„, ma la duchessa Mattei,
per ragioni d'igiene, preferiva il Bonelli,
“non ostante la sua ispida e irsuta fisonomia„:
l'Adrianella infervorandosi per il
Rospigliosi, “vecchio nel mestiere, faceto
nella conversazione, libero nel tratto„, contrastava
colla principessa di Rossano, a cui
solo l'Odescalchi pareva un “soggetto
[pg!83]
degno e un uomo di buona volontà„. Altre
sostenevano altri, ed era facile capire che
senza un lungo conclave non sarebbero riuscite
ad accordo. Però il giorno 22 centoquattro
donnine condotte da Angela Sala
vollero raccogliersi a congresso, sole, senza
le dame, nella via delle Vaschette.

Ma l'adunanza ebbe principio non buono,
perché gli “affezionati assistenti„ di quelle
signore “con cotal impeto fecero ressa
alla porta, che, non volendo l'un cedere....
luogo all'altro„, vennero alle mani e si
maltrattarono: il canonico Scotti restò tutto
pesto; l'abate Pizzisio perdette il naso; il
cardinale Acquaviva patí una stretta funesta
alle reni; monsignor Assarini n'usci
tutto spelato, e peggio ancora, monsignor
Altemps cadde all'indietro e la sua testa,
che non si fracassò per miracolo, s'enfiò
ad un enorme bernoccolo. Pur le “conclaviste„,
ottenuto finalmente il silenzio, incominciavano
la discussione, quand'ecco,
recando nuova cagione di rumore, entrare
con fare “sprezzante ma disinvolto„, assai
dame, le quali pretendevano aver parte
[pg!84]
al congresso; né fu picciol merito della
Regina se furono accolte in non trista maniera.
Anzi la Regina, la quale era parlatrice
larga e forbita, dopo aver proposto
e fatto stabilire che da quel dí in
poi “tanto le dame quanto le.... (quel
tal nome che ha assonanza con *dame*)
andassero al pari e senza alcuna immaginabile
distinzione, e che.... (quello stesso
nome al singolare) e *dama* volesse dire
l'istesso„, mise in campo l'elezione di Azzolino
o di Maldachino. Ella si teneva certa
che il primo concederebbe:

1.º una bolla che dichiarasse lecito ai
religiosi d'andare.... “senz'alcun disturbo
o pericolo„ a.... fare visite piacevoli;

2.º “la facoltà„ alle donne maritate o
libere “di cavarsi la fantasia„, immuni _`“da`
vergogna e da pena, quando e quanto loro
paresse„;

3.º l'espulsione da Roma di tutta la
“genia de' monsignori senesi„;

4.º.... — Ma questa io non la dico —.

Se dalla nomina dell'Azzolino si ricavava
tutto ciò, continuava la Regina delle
[pg!85]
dame, che importava s'egli era “una bestia
cosí brutta„, se aveva “un viso cosí
deforme, un tratto cosí rustico, una figura
cosí mal fatta?„ Ma quando costui non
soddisfacesse in alcun modo, ella garantiva
questi altri vantaggi da un papa Maldachino:

1.º diverrebbero padrone d'andar dove
loro piacerebbe, anche in palazzo con lui,
e rimarrebbero libere d'ogni angheria;

2.º libere anche da quegli “scrocconi„
in mano dei quali dovevano stare
durante le loro infermità;

3.º sarebbero istituite tra loro “le dignità
civili e di Rota, Signatura e Camera„,
ove entrerebbe una presidentessa a provvedere
contro le impertinenze dei prelati;

4.º un concistoro vedrebbe di _`stabilire`
che i papi pigliassero moglie.

E se Maldachino è brutto, ricordate, — aggiungeva
la Regina — che “le pere tanto
sono piú buone quanto sono piú brutte„.

Già ella, conchiuso il suo lungo e bel
discorso, s'era seduta, quando s'alzò l'Adrianella
e “con volto ridente, benché non
gran cosa, fatta una bella e graziosetta ma
[pg!86]
umil riverenza circolare„, cominciò a dire
che quanto aveva promesso Sua Maestà
tornava a solo utile delle.... signore pubbliche;
che la confusione delle dame con
esse non le piaceva affatto perché veniva
a perdere “tutta la fatica et tutta la diligenza,
che aveva usata in vita sua, di farsi
stimar da dama se bene non fosse, e di
esser creduta onesta se bene non era„,
e che a lei bisognava soltanto un po' di
dominio, il quale sperava dal Rospigliosi.
Ma Eleonora la Barcarola l'interruppe: la
signora Adrianella pensava troppo a sé,
dove ella, che pure aveva fatto Ravizza
quello che era, e molto avrebbe potuto
attendere dal Celsi, acconsentiva alla proposta
della Regina, desiderando il vantaggio
di tutte le compagne sue. E l'Adrianella
a rispondere poco a tono e a insistere
che fidarsi dei Celsi e dei Ravizza era
pazzia. Ma come Dio volle il battibecco tra
lor due finí e si fece avanti la “reverenda
madre decana„, la quale “dopo di aver
fatto da trenta smorfie di conto, cominciò
a dire il fatto suo....„. Costei, a differenza
[pg!87]
della Regina, discorreva balzellando
e con la sguaiata bonarietà e smaccata
gaiezza che è propria delle vecchie sue
uguali.

Per lasciare comprendere di quanta esperienza
era ricca si fece prima a raccogliere
la storia della sua vita; poi vantò lo studio
che poneva nel “formare„ e reggere le sue
allieve, e citava fatti; poi, accorgendosi di
andar per le lunghe prometteva di spicciarsi
in due parole.... Ella, Ciccia dello struzzo
venuta da Frascati e molt'altre avrebbero
dunque preferito il cardinale Santa Susanna,
in riguardo alla grande amicizia che le legava
all'abate Bernardino nipote di lui, ma
pur finivano con appagarsi del Maldachino.
Maldachino?: “zitto zitto! — diceva a voce
piú bassa e co 'l gesto di chi si prepara al
racconto d'un bel caso; e rammentava come
una volta lo vestirono da dama. Lo conosceva,
insomma, per un buon ragazzo e
non lo credeva “capace di distinguere il
ben dal male.„

“Non aveva appena questa finito con
altrettante smorfie, che incontanente ritornò
[pg!88]
a discorrere la Regina, e fatto prima un
nobile et erudito ringraziamento alle pronte
esibizioni della decana e.... stesasi ancora
in un lungo encomio sopra le di lei qualità...,
voltatasi alle altre....„ le richiese
della loro opinione. “Datesi quelle giovinotte
una guardata, scappò tra l'altre a
parlare la prima Nina Fiorentina con un
proemio di dicerie e di tratti poetici piacevolmente
infilzati, che parve una pasquella
che allora fosse uscita dalla cima di Monte
Alcino o da Pistoia, e poscia fatto un esame
generale a tutti li cardinali, e avendo ritrovato
a chi il collare torto, a chi li calzoni
corti, a chi il naso troppo piccolo, e chi troppo
stretto in cintura, volando or qua or là, si
posò alla fine sopra Bandinello. Al sentir
tal nome saltò fuori la paesana sua, che era
Margherita, e con uno strillo da disperata:

— Oh affè di Dio non si poteva dir meglio!;
cotesto costí vogliamo al certo, signor
sí!„ — Ma le altre gravemente tutte in coro:

— “È senese, nihil!, è senese, nihil!„ —
(allusione alla forma di procedimento che
“nelle cause de' miserabili„ seguiva ogni
[pg!89]
giorno “l'ignorantissima canaglia della Signatura
di Giustizia„).

Escluso il Bandinelli; la principessa di
Rossano adduceva le ragioni per cui le sembrava
migliore l'Odescalchi, quando la fece
ristare gran rumore di gente che veniva
dalla parte di strada: era la signora Nina
Stagnarina, la quale con un corteggio di
sgualdrinelle entrava a lamentarsi di non
aver ricevuto invito alcuno al conclave. Fu
pronta a sgridarla la Rossano e a farla tacere
ed uscire con ragioni molte e tali che
io non ripeto perché sbigottiscono anche
me; ma la principessa non poté subito riprendere
l'interrotto discorso tanto le “conclaviste„
si lamentavano d'essere stanche,
né ci volle meno del potere della Regina
per ricondurle al silenzio. Finalmente la
Rossano, con “un viso tra il brusco e il
dolce, fatto all'usanza d'una pizza da un
baiocco„, ebbe agio a ritesser le lodi dell'Odescalchi
“un uomo da bene, uno spirito
puro, un animo dotato di grandi virtú....„; — Un
gesuita falso! — gridò la Brigidaccia
impedendole di proseguire. Nuccia Belluccia,
[pg!90]
che aveva dalla sua Nuccia delle cannuccie,
si levò poscia ad esprimere il suo
desiderio di nominare “un buon fratone„,
e fu tratto in ballo fra Silvio de' Vecchi.

Piú tosto poi il Celsi! — esclamava
Nina Barcarola; e altre: — Meglio Santa
Susanna! — Meglio il padre Caravita! —

Era tempo di por termine al diverbio, e
ciò fece la Regina sospendendo il concistoro
al modo stesso — questo paragone
lo posso fare — onde ogni bravo presidente
termina ogni consiglio tumultuoso, e dicendo
che per quel giorno bastava essersi persuase
della difficoltà della questione, e che in altra
adunanza (la indisse per la settima prossima)
sarebbero venute a deliberare ultimamente.
E la Eleonora Adrianella, “la quale, per
esser tra l'altre forse la piú astuta e la piú
pratica delle cose del mondo, aveva in testa
di far riuscire la regola che a fare il Papa
ci vuole raggiro, e con ingannare il compagno
si gira tutta questa macchina del prelatismo,
si alzò a dire quattro barzellette per
licenziare il conclave„, trovando pur modo
di pungere un poco la fortunata Regina.
[pg!91]

Ma allorché levatesi tutte in piedi stavano
per andarsene, giunse d'improvviso
Stecchino principe del bordello, il quale,
“tutto affannato e afflitto, datosi di mano
al cappello e fatta una riverenza a mezza
luna con quelle sue gambe storte, cominciò
a mezzo il congresso, con mille sospiri e
quasi sommerso in un torrente di lacrime,
ad ululare in questa maniera: Siamo rovinati,
siamo spediti, oh poverini noi! Oh
disgrazie della natura, oh malvagità delle
stelle!: il Papa sta meglio! —

“Parve che a quelle misere, al suono
di queste voci, uscisse l'anima e svanisse lo
spirito„; e sola ad una rimase la forza di
interrogarlo. Ah! — egli si era introdotto
in Palazzo e già aveva saputo che “mancavano
pochi minuti alla comune felicità,
quando una straordinaria allegrezza di quei
matti di là dentro lo aveva fatto cadere
negli abissi delle miserie„.

E cosí avvenne che tutte quelle signore
se n'uscirono piangendo e lamentando dal
luogo ove eran entrate piene di letizia. — Ma
io dubito molto che questo riassunto
[pg!92]
possa lasciare in chi mi legge la vivace ed
efficace impressione che il piccolo libro lasciò
in me, nauseato lettore di cose del
seicento.

-----

In proposito del qual *Puttanismo* vo' riferire
un'altro aneddoto non inutile anch'esso
alla conoscenza del Leti e dei suoi
tempi.

Nel 1675, a Ginevra, fu spedita a Gregorio
Leti una lettera da certa Suor Agnese
Mansola, la quale godeva rinnovarglisi nella
memoria come colei che già molt'anni innanzi
aveva servita da cameriera la sorella
di lui, a Milano, e da lui stesso,
quando la chiamavano ancora Bellottola,
aveva ricevute non poche carezze. Ed essa
gli raccontava che morta la sua prima e
buona padrona era stata traviata da un marchese
e poi da un abate romano, il quale
l'aveva indotta a recarsi a Roma, ove in
breve era divenuta cortigiana famosa acquistandovi
il pomposo nomignolo di
[pg!93]
*Regal meretrice*. Ma in quell'anno del giubileo il
Signore le aveva tócco il cuore sí che aveva
fatto dono di dieci mila scudi al monastero
in cui s'era rinchiusa. — “Mi son riservati — ella
finiva — cento scudi romani, ch'è il
salario ricevuto dalla sua signora sorella, e
della metà ne farò dir messe per il riposo dell'anima
di questa e dell'altra preghiere al
Santo Spirito per la sua conversione, oltre
alle mie preghiere particolari„.

Il Leti rispose: “.... Di lei non ne avevo
inteso parlar minima cosa dalla morte in poi
della mia sorella, né mai avrei pensato che
Bellottola di Milano fosse fatta la Regal meretrice
di Roma, della quale ne avevo inteso
far conti tali, che aveano dato la volontà all'autore
del *Puttanismo di Roma* d'infilzarvela
dentro con gratiose maniere vantaggiose a tal
sua professione.... Le dirò intanto che per
una nuova convertita il mentir cosí sfacciatamente
mi dà da pensare. Mi scrive d'aver
abbandonato il peccato, in luogo di dire
ch'è stata dal peccato abbandonata. La mia
sorella è morta sono appunto trent'anni:
quattro di servizio, son trentaquattro, e ventuno
[pg!94]
che aveva quando entrò a servirla, son
cinquantacinque; et intanto si loda d'aver
abbandonato il peccato? Anzi doveva scrivermi
che per dispetto al peccato, che
l'aveva abbandonata erano quindici anni
(giacché in Italia, passati li quarant'anni, si
mandan le donne al diavolo), aveva presa
la risoluzione di far la penitente.... Non
so comprendere questo suo zelo di voler
salvar la mia anima per gli obblighi che
aveva alla mia sorella..... Perché non conservar
meco quest'obbligo.... co'l farmi suo
erede?; che senza scrupolo avrei ricevuta
l'eredità„. E consigliandola d'impiegare i
cento scudi romani, invece che in messe
e in preghiere, in elemosine, conchiudeva:
“Si ricordi talvolta che non è il giubileo
che l'ha convertita, ma la sua età„. [53]_


V.
--

Ma per tornare ad Alessandro settimo,
egli morí davvero poco dopo l'imaginato
conclave di quelle tali donnine, e della sua
morte e del suo viaggio all'altro mondo
[pg!95]
Gregorio Leti seppe e narrò assai cose piacevoli.
La qual satira — *Il sindacato di
Alessandro VII con il suo viaggio nell'altro
mondo*, [54]_ — è di quelle la cui essenza, tutta
di pasquinate, trova disposizione in una tela
semplice ma ingegnosa di fatti. Cosí mentre
il morto pontefice è spedito dritto dritto in
Purgatorio e là giú tenta invano di procedere
come in vita, e solleva gran discorsi
di sé, quassú in Roma passa dinanzi ai
Conservatori e a Pasquino e Marforio, l'uno
fiscale e l'altro scriba nel congresso, la
moltitudine di coloro che hanno da significare
i torti ricevuti da lui: monsignori
e cardinali tristi, de' quali non è stata appagata
abbastanza l'avidità e l'ambizione;
preti miserabili, vittime dell'ingordigia dei
maggiori; fidati impudenti rivelatori delle
proprie per rivelare le colpe altrui; _`gentiluomini`
stranieri pieni di nausea per la
politica e la corruzione di Roma: una fila
lunga di persone, a cui non manca espressione;
tra cui è anzi piú d'una macchietta
a tratti rapidi e vivaci.

I conservatori ascoltano in silenzio il
[pg!96]
racconto delle piccole colpe o dei delitti
nefandi; ma, per contro, discorrono assai
Pasquino e Marforio, il primo strapazzando
spesso i querelanti, e ammonendoli il secondo;
e dando l'uno notizie e argomento
di dispute all'altro: giacché lo scriba e il
fiscale, quantunque siano i due amici che
tutti sanno, non si trovano sempre d'accordo
per cagione del loro carattere molto
diverso.

Pasquino è sagace e senza paura e irascibile;
Marforio, meno pronto di testa, meno
sicuro d'animo, difficile ad infiammarsi:
l'uno, quando è il caso e può, cerca di
salvar capre e cavoli e s'imbroglia; e l'altro
si stizzisce. “Tu sei nato per farmi crepare,
Marforio, con queste tue procediture — dice
Pasquino —, le quali servono a farti stimare
un poco meno cattivo di me; ed in
fatti tutti parlano di Pasquino: Pasquino
qua e Pasquino là: le punture, le ferite, le
maldicenze ed ogni sorta di mormoro s'applica
a Pasquino; in somma non si parla,
quando si tratta di mala vita, che di Pasquino;
a tal segno che hanno dato titolo
[pg!97]
ad ogni sorta di satira, di *pasquinate*; ma
di te non si parla che poco o niente, e sinora
non s'è inteso mai dire *marforiata*.
E perché questo? Perché io parlo con libertà;
perché quello che ho nella bocca ho
nel cuore, e nel cuore non resta che quello
che va fuori dalla bocca; perché sono amico
degli amici e nemico dei nemici; perché
non faccio distinzione di qualità di persona,
menando al pari i grandi con i piccoli....;
ma tu, al contrario, vai sempre risarcendo
quello che rompi e cerchi di rompere quello
che mostri di risarcire..... Se io sapessi
fingere come fai tu, non averei la testa
rotta....„ —

Risponde Marforio ch'egli nacque non
ai tempi in cui nacque lui, ma quando i piú
“nascevano con due faccie, l'una ricevuta
dalla natura nel luogo ordinario e l'altra
dietro le spalle: non esser meraviglia se
ritiene della natura propria a molti di quelli
che è andato praticando.„
[pg!98]

Non meno piacevole e ugualmente intessuta
di pasquinate è l'*Ambasciata di Romolo
ai Romani* [55]_.

Gli annali sacri e profani di Roma, “già
compiuti da parecchie autorità per ordine
di Romolo„, erano letti ad alta voce in
cospetto di tutti i numi, i quali con diversa
commozione ascoltavano i grandi fatti e le
grandi sventure dell'alma città, e la gloria
a cui l'avevano innalzata con meravigliosa
alleanza la fortuna e la virtú, e le ruine in
cui l'avevano precipitata il papato, i barbari
e Carlo quinto, allorché Mercurio si presentò
tutt'afflitto alla suprema raunanza e, mancandogli
la voce, spiegò la causa del suo
dolore con fogli che dié a leggere a Romolo
stesso. Contenevano tre poesie di rammarico
in morte di Clemente nono; e dalla lettura
loro Romolo ricevette tanto cordoglio
che si mise a piangere, e cosí, con il capo
tra le mani, a pensare i mezzi di salvezza
per la sua città, su la quale minacciava di
nuovo la tirannia del nipotismo.

Andar egli a riporvi le cose nello stato
d'una volta in un tempo in cui “gli ecclesiastici
[pg!99]
non potevano soffrire altro dominio
che il proprio„, era certo impresa troppo
arrischiata: meglio spedire un ambasciatore
che sotto apparenza di consolare il popolo
romano per la morte del buon pontefice, ricercasse
s'ei fosse disposto a vivere nel regime
del paganesimo; e giacché agli ambasciatori
conveniva fasto e nobiltà, gli parve
ancor meglio inviarvi Remo suo fratello.
E Remo con una lettera “credenziale„
per i Romani e con gli ammonimenti del
fratello, e a capo d'una scelta comitiva, si
mise subito in viaggio. Aveva di piú, per
“non rincontrare in quei viluppi in che
sogliono cadere bene spesso quei ministri
che vanno a negoziare senza conoscere
l'umore delle nazioni„, una memoria intorno
“i costumi de' principali popoli d'Europa„.
Nella quale tra le altre cose, era
detto che:

in statura

   | il Tedesco è grande;
   | l'Inglese di bella presenza;
   | il Francese di bel garbo;
   | l'Italiano mediocre;
   | lo Spagnuolo spaventevole....

[pg!100]

In amore:

   | il Tedesco non sa l'arte d'amare;
   | l'Inglese ama bene in pochi luoghi;
   | il Francese ama per tutto;
   | l'Italiano sa come bisogna amare;
   | lo Spagnuolo ama bene.

In scienza;

   | il Tedesco sa come un pedante;
   | l'Inglese come un filosofo;
   | il Francese di tutto sa un poco;
   | l'Italiano sa come un dottore;
   | lo Spagnuolo è profondo....

In ingiurie e benefici:

   | il Tedesco non fa né bene né male;
   | l'Inglese fa bene e male;
   | il Francese scorda il bene e il male che fa e che riceve;
   | l'Italiano serve con affetto e si vendica con ira;
   | lo Spagnuolo ricompensa il bene e il male.

In pasti:

   | il Tedesco è un briaco;
   | l'Inglese è un ghiotto;
   | il Francese delicato;
   | l'Italiano sobrio;
   | lo Spagnuolo scarso....

In costumi:

   | Il Tedesco è rustico;
   | l'Inglese crudele;
   | [pg!101]
   | il Francese cortese;
   | l'Italiano civile;
   | lo Spagnuolo disprezzante....

In magnificenza:

   | il Tedesco è magnifico in privato;
   | l'Inglese in mare;
   | il Francese nella corte;
   | l'Italiano nella chiesa;
   | lo Spagnuolo nell'armi.

In bellezza:

   | il Tedesco è come una statua;
   | l'Inglese come un angelo;
   | il Francese come un uomo;
   | l'Italiano come può;
   | lo _`Spagnuolo` come un diavolo....

In presenza:

   | il Tedesco di rado ha bel garbo;
   | l'Inglese ha la vista né di savio né di matto;
   | il Francese un garbo stordito, et è in effetto;
   | l'Italiano ha la vista di savio et è matto;
   | lo Spagnuolo ha la vista di matto et è savio....

In matrimonio:

   | il Tedesco è padrone;
   | l'Inglese servidore;
   | il Francese buon compagno;
   | l'Italiano carceriere;
   | lo Spagnuolo tiranno.

[pg!102]

Le donne:

   | in Germania fanno risparmiare, ma sono fredde;
   | in Inghilterra sono regine e libertine;
   | in Francia dame e lascive;
   | in Italia prigioniere e cattive;
   | in Spagna schiave et amorose....

In viaggio:

   | il Tedesco viaggia per costume;
   | l'Inglese per capriccio;
   | il Francese per osservare i fatti d'altri;
   | l'Italiano per imparare;
   | lo Spagnuolo per necessità.

E Remo, da buon italiano, s'istruiva assai
viaggiando di cielo in terra, tanta gente
incontrava che gli dava a leggere satire
e tanti l'accompagnavano per discorrergli
delle tristi condizioni di Roma.

Meno male che giunto nella eterna città
fu consolato dall'elezione d'un ottimo cardinale
a pontefice: l'Altieri, che prese il nome
di Clemente primo.


VI.
---

Quest'anima satirica di Gregorio Leti,
anzi che infiacchirsi o addolcirsi, nella vecchiaia
[pg!103]
resistette e rincrudí, e oramai settantenne
egli diede fuori quella *Critica delle
lotterie*, per cui un ministro di Luigi XIV
fu indotto a dire: “So bene perché il re
di Francia ha fatto la guerra a tanti suoi
particolari nemici, ma non so trovar la ragione
che abbia possuto muovere il sig. Leti
a farla a tutto il genere umano.„ [56]_

Infatti, giú botte da orbo a príncipi, ad
ambasciatori, a generali; a tribunali, a senati,
accademie, università, eserciti, nazioni; a nobili
e a plebei; a ricchi e a poveri; a letterati
e ad idioti; a religiosi di ogni chiesa e
a increduli; a stampatori, a donne, a sé stesso.

E in tempi che per reo costume l'adulazione
e la viltà ruinavano la società tutta,
queste satire acerbe piacquero come opere
sincere e forti; né fastidiscono oggi chi le
riguardi; non foss'altro perché noi, gente
temperata e morale, ripugnamo sí dalla maldicenza
infamante e dagli scandali de' nostri
giorni, ma ci volgiamo poi con certo gusto
alla ricerca di vecchi scandali e infamie
vecchie; vecchie, siano pure, di due secoli.
[pg!105]




PUNIZIONE [57]_
===============
[pg!107]

Ammirata dell'opera fine e vivace
delle miniature la signora aveva
molte esclamazioni e troppe interrogazioni
per ciascuna pergamena che le ponevo sott'occhio: — Che
significa quest'allegoria? — Che
festa solenne sarà questa a cui concorre
sí lunga fila di dame e gentiluomini? — Chi
è questa regina che scesa dalla carrozza a
sei cavalli s'inginocchia dinanzi a un cardinale? — Che
bel teatro, e quanta gente,
e curiosi i comici in scena! Forse è un
teatro di Bologna? — Sono scienziati o
diplomatici costoro in grave radunanza?; — ond'io
piú d'una volta mi confusi a
[pg!108]
rispondere o non risposi, ed ella levò a
me gli occhi, ahi!, sorridenti, come le labbra,
di sottile sarcasmo. Però quando fummo
a una rappresentazione dello Studio ed ella
accennandomi gli scolari — Come bellini!
E come dovevano vivere lieti! — parve
desiderare qualche notizia intorno ai loro
costumi, e pure non sperarla da me, sentii
giunta finalmente l'occasione a punirla un
po' della curiosità sua e piú della sua malignità,
e cominciai:

— Vivevano lieti, ed è piú facile trovar
ricordi dei loro sollazzi e delle loro monellerie
che dei loro studi. Cosí, se ai giovani capaci
d'ogni gentile adoperare anche al principio
del seicento veniva in premio l'amore,
anzi tutto è da credere che le donne si
disponessero a compiangerli allorché traevano
la dolce pienezza dei suoni dal piú
leggiadro degli istrumenti: il liuto. Sonavano
pure il clavicembalo e la viola e
cantavano a libro commovendo con diverse
arie diversi affetti: l'arie lombarde accendevano
l'animo all'ardire, le napolitane
invece lo intenerivano, le francesi l'inacerbivano
[pg!109]
con veemenza, e le spagnole al
contrario lo rendevano mansueto; l'arie toscane
temperavano in cuore gli affetti. Ma
giacché le donne furono sempre crudeli a
pungere chi manchi di prontezza e sagacia
nei discorsi, gli scolari del secolo decimosettimo
cercavano con assai cura i motti
arguti e le parole soavi, le quali avevano
piú agio a profondere nei tardi giri e nei riposi
frequenti della *pavana*. Per questo la pavana
era sempre uno dei balli preferiti; ma
a porre in mostra la grazia e l'agilità della
persona tornavan meglio le *gagliarde* e ai
giovani che, come si diceva allora, facevano
professione di cappa e spada, conveniva
esperienza di molti altri balletti, tra cui alcuni
un po' licenziosi. Tale la *nizzarda*, per
cui i ballerini movevano in fretta tre passi
abbracciando la donna in guisa che pareva
la baciassero; ed io, signora....

— Non c'era educazione in quei tempi!

— Veramente in conversazione riusciva
non di rado piacevole certa grossolanità di
atti e di parole, e, per esempio, una dama
poteva punire con “una solenne pianellata„
[pg!110]
l'innamorato troppo audace in richiedere, e
quegli rispondere allegro: — “Buon destriero
non teme calcio di cavalla„ —, ma poi la
sottigliezza dei precetti a distinguere e rispettare
i vari gradi delle persone era
tanta che, stia certa, darebbe gran pena a
noi oggidí. Il tormento peggiore era forse
a girare in compagnia, perché passeggiando
uno con persona degna di deferenza doveva
sempre guardar di lasciarla alla parte
piú onorevole, la quale cambiava nei luoghi
diversi; e se in un giardino poteva
essere determinata dalla vicinanza della
porta d'ingresso, sotto un portico era invece
dal lato del muro, e in una sala dalla
disposizione degli usci e delle finestre. Per
strada, in Lombardia camminava a piú
onore colui che stava rasente il muro, dove
nelle città di Toscana e a Venezia sempre
colui che si teneva alla destra. E quando
tre andavano insieme, in mezzo stava la
persona di maggior grado, ma se i tre si
sentivano uguali, ognuno, secondo l'usanza
spagnola, prendeva il mezzo di tratto in
tratto e di tratto in tratto passava alle
[pg!111]
parti e l'orgoglio di tutti era salvo. Bensí
a spasso con un principe o con un gran
personaggio non si penava, perché, rimanesse
egli a destra o a sinistra, lo distinguevano
tutti egualmente. A cavallo, in due
o piú, d'estate riceveva onore chi precedeva;
d'inverno, chi seguiva gli altri: in
carrozza, il padrone secondava i gradi di
coloro che l'accompagnavano con l'ordine
dei posti; in camera, dinanzi al fuoco, faceva
sedere il visitatore nel sito mediano;
fuori o dentro la porta di casa.... La storia
è lunga, lunghissima poi per gl'intrecci di
regole e di eccezioni che il barocco galateo
stabiliva riguardo agli incontri per via, i
quali potevano essere tra maggiori, inferiori,
uguali; in istrada “propria„ o “altrui„;
tra persone a piedi e persone a cavallo;
tra carrozze recanti signori e carrozze vuote.

Bisognavan riguardi non pochi anche ai
conviti, in cui sarebbe stata offesa grande
alla gravità e all'assennatezza dei commensali
offrir loro ravanelli, cervella e sale; e
pe 'l sale era anzi un proverbio: “Né moglie,
né acqua, né sale a chi non te ne
[pg!112]
chiede non gliene dare„, quasi che essendo
male educati o ignorando l'adagio si potesse
offrire la moglie agli amici. Ma oggidí, signora....

— Non esca di carreggiata e parli un
po' piú degli scolari.

— *Contra pupillos omnia jura clamant*;
e alla “spupillazione„ — ciò era “la ricognizione
d'un paio di guanti o d'una dozzina
di stringhe di seta„ che i nuovi studenti
pagavano a quelli della nazione o città
ove andavano a studio, — conveniva acconsentire
per amore o per forza: ai neghittosi
erano rubati i ferraioli e svaligiate
le camere senza misericordia. Uccellavano
gl'incauti “pupillotti„ anche i bidelli, i
quali avendo una ricompensa da ogni scolaro
che si laureasse, conducevano al loro
dottore piú discepoli che potevano. Visitare
i lettori era dovere; piaceva gridar viva ad
essi nelle scuole e fin per le strade. Ma
piaceva anche a non pochi ridere, susurrare,
sbadigliare, zuffolare, discorrere forte,
stropicciare i piedi durante la lezione; onde
i maestri erano costretti piú d'una volta a
[pg!113]
scendere di cattedra: si vendicavano pungendo
con motti i disturbatori.

Per altro a quei tempi infelici non tutti
i lettori erano uomini di profonda dottrina
e molti si disprezzavano e mordevano
a vicenda. Cosí ad uno che disse a un suo
emulo: — “V'intendete di fagioli, non di
leggi —„ l'avversario rispose pronto: — “Sí
certo che m'intendo di fagioli, poiché non
a pena vi vidi, che per tale vi conobbi.„
Ma se gli scolari studiavano meno d'adesso,
non giocavano meno. I giochi del secolo
decimosettimo erano molteplici e leciti e illeciti:
tra questi, quello dei dadi; tra quelli,
il lotto, la *farinazio*, il *giretto* e la *morra*.
Gli scacchi e la dama dilettavano come
giochi “d'ingegno„; d'“ingegno e fortuna„
lo *sbaraglino*, la *primiera* e gli altri
di carte, per i quali giovavano certe norme
fissate in proverbi come: “Sette e fante
dalli a tutte quante„, e “ambasso fatti
avanti un passo„, e “non si può far
assi senza risicare„; d'“ingegno, fortuna
e agilità„, la palla, il pallone e il
maglio; solo d'agilità, ma piú convenienti
[pg!114]
“a soldati che a scolari„, la corsa ed il
salto.

Se non che agli scolari del seicento piacevano
altri giochi, e non badando che “si
trovano molti fiaschi rotti con le vesti
nove„ — il detto è d'allora — pericolavano
a smarrire la “grazia dell'aspetto„
e a ingiallare: ma ai dí nostri, o signora....

— Su quanti libri avrà sudato vossignoria
per apprendere tutte queste belle cose!; — e
stanca rifinita allontanava da sé le pergamene
maledicendole tacitamente.

Io volli compiere con la punizione la
lezione: — Al signor Annibale Roero, nel
1604 non per anche laureato dottore e tuttavia
occupato, com'egli scriveva, nel “viluppo
delle legali materie„, parve bene
rivolgere la sua esperienza e dottrina di
scolaro all'università di Pavia in profitto di
quelli che si disponessero allo studio del
giure, e imaginando sé stesso a ricevere
consigli e istruzione dal signor Saglijno Nemours,
dalla signora Caterina Roero Nemours
e dal conte Galeazzo Roero, per via
di quattro dialoghi diede l'“idea del perfetto
[pg!115]
scolare„. E poiché non solo raccolse
le norme seguendo le quali i giovani avvantaggiassero
di piú nella scienza, ma stese
ancora le regole a procedere saviamente e
gentilmente, nel libro dello *Scolare*, tra le
nobili sentenze di filosofi e di poeti e gli
umili proverbi, tra gli aneddoti antichi e
nuovi e i racconti di nuove burle, tra i
motti ridevoli e le risposte avvedute, restano
non poche notizie de' costumi ch'erano propri
alla miglior società nel principiare del
secolo decimosettimo. Signora, vuol leggere
il libro curioso?

— Grazie: preferisco Daudet.
[pg!117]




MOLTO RUMORE PER NULLA
======================
[pg!119]

I.
--

Questa, a linee brevi d'umile prosa,
la figurina di un giovane che a mezzo
il secolo decimosettimo derivasse dalle mode
francesi la virtú di piacere molto alle donne
e piú a sé medesimo.

Di sotto il cappellaccio bigio, povero di
falde e ricco di nastri e fiocchi a vari colori,
l'onda dei capelli, naturali o finti, diffusa
su 'l largo collare; diffusa su lo stomaco
e sfuggente dall'apertura del farsetto di
“gialdiccio„, la camicia sottile e candida;
i calzoncini strettissimi, verdi, a liste di
passamani, trattenuti da lucide stringhe sotto
il ginocchio; e quindi le calze rosse o bianche
[pg!120]
(bianche ne' partigiani dei Francesi e
rosse degli Spagnoli) a seconda dell'opinione
politica. Ma al diavolo la politica!; e
per seguire in tutto la moda di Francia,
meglio che le scarpette coperte in punta
da grandi rose di seta e d'oro, due stivalacci
coi calzari a rovescioni su 'l collo del piede.

E come belle le mani senza guanti, la
sinistra poggiata all'impugnatura della breve
spada e la destra, con un grosso anello di
giavazzo nero nell'indice e un anellino
d'argento o di rame nell'estremità del mignolo,
intesa talvolta ad appuntare i baffi
rivolti in su a punti interrogativi! Le donne
rispondevano con sorrisi, ma secondo una
canzonetta, forse maligna, pretendevano
troppo:

   | Con le donne d'oggidí
   | Ci vuol altro, per mia fé
   | Che portar raso o tabí!
   | Stracciato e nudo
   | Se 'n vada il drudo,
   | Ché amor vero, allor sarà
   | Se per vestir altrui si spoglierà! [58]_

Tuttavia i donnaioli non andavan nudi
per strada, anzi, potendo, vestivano in conformità
[pg!121]
delle mode, che allora “variavano
come la stagione„ [59]_. Però se è difficile seguire
le vicissitudini delle foggie negli abiti
degli uomini, i quali, per esempio, a distanza
di pochi anni sostituirono ai calzoni stretti
“bragoni scialacquati„, a mala pena si
può cogliere la volubilità della moda femminile
ne' suoi momenti piú singolari; e se
è noto che a metà del secolo il guardinfante,
ricoverto di lunghe gonne e sottogonne,
era in uso comune ed utile a nascondere
gravidanze legittime ed illegittime
e piú d'una volta amatori furtivi, e in uso
comune erano i corsetti a “basche„ con le
maniche a sboffi e le ampie gollette di
pizzo, non è poi facile rendere idea del
come mutassero e rimutassero le forme secondarie
e le cose minori d'una *toilette*
compiuta. Anche accadeva troppo spesso
che qualche dama vaga di novità apparisse
vestita e acconciata in maniera diversa dalle
altre e traesse tosto molte altre ad imitarla.

Cosí fece quell'una vista e ritratta da
don Agostino Lampugnani, la quale portava
[pg!122]
in testa un cappello di feltro con la falda
tenuta a rovescio da un fermaglio di gioie;
alla persona, una casacca alla francese di
seta colore incarnatino, intessuta d'oro con
maniche corte e con fiocchi di camicia
bianchissima fuori dei gomiti; una gonna
all'inglese d'“ormesino cangiante„, succinta
tanto da lasciar vedere le gambe coperte
da calze di seta color porpora; nei
piedi, scarpette di raso con un dito di tacco
e con due gran rose pur esse di color porpora;
nelle mani, guanti logori e stracciati
per porre in vista numerosi e preziosi anelli;
al collo, un monile di granati; a un solo
orecchio, “un pendente d'odorata mistura
nera„; e a sinistra del petto un pugnale
e a destra un piccolo archibugio a ruota.
Dio ne scampi dal rinnovamento di moda
sí fatta!

E neppure risorga mai piú l'usanza che
in certo periodo del seicento costrinse le
signore a farsi salassare per derivarne pallore
e magrezza e a mangiare una terra
detta *bolarmico* per cui l'avorio dei denti
rimanesse “incastonato d'ebano„: aberrazione
[pg!123]
di gusto, che ebbe forse a causa e
scusa il rovello delle gentildonne al vedersi
imitate ed emulate dalle umili cittadine nella
profusione della biacca e del minio su 'l viso e
su 'l seno. Odiose borghesi, le quali smaniavano
di copiare le dame in tutto! Almeno al
tempo in cui usavano i manti era come stabilito
per legge che le gentildonne li portassero
di seta e le “cittadine e mercadantesse di
criniletto; e guai a quella di queste che si fosse
arrischiata di portarlo di seta, perché era
certa che le sarebbe stato strappato d'attorno„,
e talvolta per mano delle dame medesime!
“Usanza — aggiunge il Ghiselli — [60]_
che sarebbe da desiderarsi che fosse stata
mantenuta, ché non si vedrebbe al presente
quella confusione che produce quel trattamento,
ch'accomunato a tutti piú non fa
comparire quella bella distinzione fra le
persone di diversa condizione; contro l'uso
d'oggidí, nel quale piú non si conosce dalla
suntuosità del vestire una dama da una
moglie di uno speziale o di qualch'altro
uomo di piú bassa condizione.„
[pg!124]


II.
---

Scrittori che deridessero e sferzassero
le mode barocche e le costumanze corrompitrici
abbondarono pure nel secolo decimosettimo,
ma per arte e per ironia acuta e
fremebonda, che fa rammentare il Parini [61]_,
Gabriello Chiabrera superò tutti in due
de' suoi sermoni e piú mirabilmente in quello
all'amico Jacopo Gaddi:

   |   Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campi
   | Della fredda Lamagna ami battaglie
   | La gioventude, e sia disposta all'armi,
   | Negar non oso, e negherò via meno
   | Che dentro i dicchi della bassa Olanda
   | Si rimirino popoli feroci....
   | Dico che nella Fiandra e nella Francia,
   | E che dovunque il sol mostra i capegli.
   | Nascono destre da vibrare un'asta.
   | Da stringere una spada, ed avvi gente
   | Da piantar palme sulla lor Tarpea:
   | Tutto vi posso dir; bella fanciulla
   | Appiattar non si deve, e similmente
   | Però cosí parlai: ma d'altra parte
   | Forte contrasterò che né per Fiandra,
   | Né per dovunque il sol mostra i capegli,
   | [pg!125]
   | Gente leggiadra mirerai, che agguagli
   | La leggiadria dell'italica gente.
   | Chi muoverassi a contraddirmi? E dove
   | Calzar potrassi una gentil scarpetta?
   | Un calcagnetto sí polito? Arroge
   | I bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.
   | Che di Mercurio sembrano i talari.
   | Io taccio il feltro de' cappelli tinto
   | Oltre misura a negro; e taccio i fregi
   | Sul giubbon di ricchissimi vermigli.
   | Chi potrà dir de' collarini bianchi
   | Piú che neve di monte? Ovvero azzurri
   | Piú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?
   | Ed acconci per via che non s'asconde
   | Il gruppo della gola, anzi s'espone
   | Alle dame l'avorio del bel collo?
   | Lungo fòra a narrar come son gai
   | Per trapunto i calzoni, e come ornate
   | Per entro la casacca in varie guise
   | Serpeggiando sen van bottonature.
   | Splendono soppannati i ferrajoli
   | Bizzarramente, e sulla coscia manca
   | Tutto d'argento arabescati; e d'oro
   | Ridono gli elsi della bella spada.
   | Or prendasi a pensar quale è a mirarsi
   | Fra sí fatti ricami, in tale pompa.
   | Una bionda increspata zazzeretta
   | Per diligente man di buon barbiere
   | Con suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modo
   | Vi sfavilli la guancia sí vermiglia,
   | Che può vermiglia ancor parer per arte;
   | E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,
   | [pg!126]
   | E non men fortunata Italia mia,
   | Di quella Italia che domava il mondo
   | Quando fremean le legïon romane!...

Nel sermone a Francesco Gavotti il
Chiabrera feriva in vece le donne, dubitoso
che per le vanità delle mode e per
le pompe e i sollazzi, la loro onestà potesse
restar “salda in piede„:

   | .... Io rimiro le donne oggi far mostra
   | Di sua persona avvolte in gonne tali,
   | Che stancano le man di cento sarti.
   | Men ricamato stassi infra le nubi
   | L'arco baleno: io tacerò dell'oro.
   | Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oro
   | Sparso di belle gemme i crini attorti.
   | Negletta fra' suoi veli appar l'Aurora
   | Sorta dall'Oceáno. Io già non nego,
   | Che assai sovente la beltà del viso
   | Fa tradimento alla mirabil pompa.
   | Or sí fatta donzella è non contenta
   | Di sua statura, ma levata in alto
   | Su tre palmi di zoccoli gioisce
   | Di torreggiare, e per non dare un crollo,
   | E non gire a baciar la madre antica,
   | Se ne va da man destra e da man manca
   | Appuntellata su due servi, ed alza
   | Il piede, andando, come se 'l traesse
   | Fuor d'una fossa; onde movendo il passo
   | È costretta a contorcer la persona,
   | [pg!127]
   | E a ben dimenar tutto il codazzo.
   | O Democrito antico, ove dimori?
   | Ove sei gito? A sí leggiadre usanze
   | Giungi carrozze da città, carrozze
   | Per la campagna, seggiole, lettiche,
   | Staffieri, paggi. Il padre di famiglia
   | I golfi passerà per mezzo il verno
   | Su frale nave mercatando, ovvero
   | Con l'armi in dosso seguirà l'insegne
   | Fra mille rischi, e ne' palazzi alteri
   | Serva farà sua libertate a' cenni
   | D'aspro signor, per adunar moneta;
   | E poi disperderalla in compir voglie
   | E soddisfar vaghezze della donna?
   | La donna darà legge? avrà la briglia
   | D'ogni governo in mano?....

Ci voleva proprio il coraggio d'Arcangela
Tarabotti per sostenere che le donne
del tempo di lei e del Chiabrera erano in
tutto schiave agli uomini!


III.
----

Povera Tarabotti! A undici anni per volontà
del padre suo, duro uomo di mare, era
stata costretta a vestir l'abito di monaca nel
convento di Sant'Anna in Venezia; a cambiare
il bel nome di Elena in quello brutto
[pg!128]
d'Arcangela; a porgere un vóto quando in
lei “diversa dalla lingua e dagli atti esteriori,
altro intendeva la mente„. Cosí “fino
alla consecrazione„ era rimasta “monaca
di nome, ma non d'abito e di costumi;
quello pazzamente vano e questi vanamente
pazzi„ [62]_: consacrata, nella condanna della
sua calda giovinezza; nello strappo pur dai
sogni di quelle gioie che avrebbe voluto
gustare, quante gliene suggerivano la fantasia
ed i sensi; nella racchiusa e muta disperazione
d'ogni bene, d'ogni conforto avvenire,
aveva imparato a scrivere, la monacella,
e aveva studiato assai per richiamarsi un
giorno con le sue opere alla giustizia e alla
pietà del mondo. E riuscita che fu a comporre
*La semplicità ingannata*, *La tirannia
paterna* e *L'inferno monacale*, le parve d'aver
tratta per l'infelicità sua e per quella di
mille altre sciagurate sue eguali, un'aspra
vendetta della crudeltà dei genitori, di una
barbara costumanza, di una legge fatta contro
la natura per l'amore di Dio. Ai due
ultimi libri non fu data licenza di stampa,
quantunque s'adoprasse per essa Vittoria
[pg!129]
Medici della Rovere granduchessa di Toscana:
il primo usci a Leida solo nel 1654
e fu proibito da papa Innocenzo decimo perché
tra l'una citazione e l'altra di storia sacra,
tra l'uno e l'altro ragionamento sconclusionato,
erano scatti d'odio contro i parenti
che sacrificavano le figliuole alla clausura.

— “Com'è possibile, o ingannatori, che
chiudiate in seno un cuore cosí crudele, che
soffra di tormentar il corpo delle vostre
figliuole, che pur son vostre viscere, con
perdita forse della lor anima....; e che con
la loro procuriate di precipitar anco le vostre
medesime negli abissi dell'inferno, come
rei di colpa mortalissima, per aver violentata
la volontà di quelle, alle quali Iddio
l'ha conceduta libera?.... Voi, tiranni
d'averno, aborti di natura, cristiani di nome
e diavoli d'operazioni...., pretendete d'esser
scrutatori di quei cuori che non si vedono
se non da gli occhi di Dio, e disponete
con pazza pretensione sino dell'arbitrio
di quelle creature che pur anche stanno
chiuse nell'alvo materno, senza aspettare
ch'esse vi dichiarino a qual stato le inclini
[pg!130]
il loro genio, senza pensare quale iniquità
sia lo sforzare l'altrui istinto„.

Questo e gli altri due libri passavano manoscritti
di mano in mano, recando all'autrice
lodi di scrittori famosi, che le si professavano
divoti, e biasimi di frati maligni,
che l'accusavano di farsi bella d'opere
d'altri. Ma nel 1633 il cardinal Federico
Cornaro patriarca di Venezia ebbe voglia
di convertire al bene e alla rassegnazione la
suora ventottenne divenuta oramai una ribelle
pericolosa, e co' suoi consigli e rimproveri
raggiunse l'intento: d'allora in poi Arcangela
intese a scrivere cose buone: *Il
paradiso monacale*; *La luce monacale*; *La
via lastricata per andare al Cielo*; *Le contemplazioni
dell'anima amante*; *Il purgatorio
delle mal maritate* [63]_. E si diede a compiere
buone opere, tra cui piú la dilettava
quella di maritar le novizze. Fra le sue
lettere sono parecchie del tema di questa:
“La novizza assolutamente non vuole il....;
ella dice che quarant'anni son troppi per
una giovanetta.... Per ella (!) è piú proporzionato
un giovinetto bello, vivace et
[pg!131]
affaccendato, che un uomo sodo e mezzo
buffalo, qual'è il vedovo propostole. V. S. Illustrissima
sa il suo bisogno; provveda di
cosa a proposito, se vuole la mancia....„

Anche doveva sdegnarsi se, come io
credo le accadesse, qualcuno s'innamorava
di lei: certo metteva in burletta un tal B...
(fosse il frate Brusoni, che era e dicevano
suo amico e che — vedremo pur questo — dopo
averle fatti grandi servigi s'inimicò con
lei?), un tal B., il quale forse temperando
l'amore con lo scherzo, o piú tosto, ciò
che non era strano in quei tempi, adombrando
l'amore con versi oscuri e bizzarri,
le inviava de' cosí fatti sonetti:

   | Lucido mio piropo! E quando mai
   |   Potrò stemprarti in olocausto il core?
   |   Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,
   |   Oroscopo fatal del pronto ardore.
   | Io t'offersi la fede e già passai
   |   Per smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,
   |   Sollecito amatore il pié portai
   |   Sotto i vestigi tuoi ricco d'onore.
   | Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoro
   |   Funerato fra bende oscure e nere,
   |   E mentr'io t'amo piú languisco e moro!
   | [pg!132]
   | Vessillario son io di tue bandiere;
   |   La fiamme mie velate alzo al martoro,
   |   Solennizzando il cor vittorie intiere [64]_.

Ma benché pentita e ammalata la Tarabotti
persistette ad amare, se non gli uomini,
il mondo, e piú la sua fama di scrittrice.
E quando a quarantasette anni si
sentí vicina a morire scrisse alla amica Betta
Polani: “Perché il peregrinaggio della mia
vita è giunto alli ultimi confini di questo
mondo, a voi, che siete stata assoluta padrona
della parte piú cara di me stessa,
mando li miei scritti, che sono le piú care
cose ch'io abbia e che mi rincresca di lasciare.
Direi che fossero bruciati, ma qua
dentro non ho di chi fidarmi. *Le contemplazioni
dell'anima amante*, *La via lastricata del
Cielo*, e *La luce monacale* sieno stampate,
se cosí piace a voi; il resto sia gettato nel
mare dell'oblio: ve ne prego in visceribus
Christi.... Amatemi se ben morta, e addio
per sempre„ [65]_.

Oh s'ella avesse potuto trar seco nella
tomba tutte le copie di quell'*Antisatira in
risposta al* Lusso Donnesco *del signor Francesco Buoninsegni*,
[pg!133]
che per poco non le aveva
sciupata ancora vivente quella celebrità a
cui, approssimandola la morte, desiderava
lasciare il suo nome per l'età sua e per
l'avvenire!

Udite pettegolezzo, il quale, tanto era
vano il seicento, parve rumore di gravi casi.


IV.
---

Nel 1638, alla stagione che il vin nuovo
ribollisce nelle botti, venne voglia ai signor
Francesco Buoninsegni, detto da un contemporaneo
l'“Apollo di Siena„, di scrivere
una satira “menippea„ contro il
“lusso donnesco„, la quale dovea, credo,
servirgli a un discorso nell'Accademia degli
Intronati [66]_. Egli cominciando con l'avvertenza
dell'Ariosto:

   | Donne, e voi che le donne avete in pregio.
   | Per Dio, non date a questa istoria orecchia,

giocherellava a motti insulsi e con uno stile
saltellante e barcollante, per sciocca simulazione
[pg!134]
d'ebbrezza, intorno la vanità delle
donne e delle loro mode al tempo suo, e
gli sembrava di pungere piú vivamente con
questi che furon tenuti per sali finissimi.

— Si sa che mezzo di vittoria a quelle
che “s'impiegano nelle onorate ambascerie
d'amore„ son le promesse di gemme, oro
e vesti, perché le donne cedono tutto al
lusso e al vestire, che testimonia “la pena
dell'antico peccato„. Ed è giusto indossino
abiti di seta, la quale è “vomito d'un
verme„, se esse sono “vermi i quali rodono
il cuore degli amanti„, e se possono
dirsi un “vomito delicato della natura„.
Per le pianelle tutte dorate e sí alte che
con la coda coprono una mezza donna di
legno, potrebbero anche imaginarsi trasformate
in alberi da un novello Ovidio; ma
giacché i loro capelli, che sono posticci, non
potrebbero divenir frondi, meglio è chiamarle
il rovescio del colosso di Nabuccodonosor:
hanno i piedi d'oro e il capo di
legno. Anche, perché ai cenci che si legano
in capo sormontano “un'attrecciolatura di
perle orientali„, e perché le perle e il sale
[pg!135]
“escono da uno stesso padre„, consentite
si affermi ch'esse dove non han sale mettono
perle.

L'arguzia meriterebbe un castigo al signor
Buoninsegni, ma egli né pure ha da temere
pianellate dalle donne, le quali “hanno
piú vigore nelle gambe per istrascinar le ingenti
pianelle che forza per avventarle„; e
però segue a burlare l'acconciatura alla moda
del capo femminile rammentando un poeta:

   | I corpi delle donne
   | Che corrono alla festa
   | Con cosí ricche gonne,
   | Con tante gioie in testa,
   | Son cappanne di fieno
   | Coperte con pazzissimo lavoro
   | Di tegole, di perle e doccie d'oro.

Non basta: un paragone piú sottile, che
fece fortuna, è tra le donne e un mazzo di
carte. Di queste *il matto da tarocchi* risponde
alla testa di quelle: quelle hanno i
*denari* e li sciupano nelle gioie; le *spade*
piccoline le portano tra i capelli e tengono
uno spadino ai fianchi; nascondono i *bastoni*
sotto i ciuffi; attaccano *coppe* alle borse dei
[pg!136]
mariti; e cosí via. Né il satirico scrittore
smette di saltellare fino a che si ricorda essere
inutile discorrere contro le donne, alle
quali non bastano ad aprire gli orecchi,
non che i consigli ed i frizzi, i lunghi e i
gravi pendenti. —

Questa “satira menippea„ pervenne
alle mani del padre Angelico Aprosio da
Ventimiglia, dottissimo uomo ma di testa
corta, il quale ne inviò copia al senatore
Loredano affinché procurasse le fosse fatta
una risposta da pubblicarsi con essa; e
Giambattista Torretti, per preghiera del Loredano,
al quale una moltitudine di scrittori
s'inchinava come a un maestro e a un
Mecenate, compose una *Controsatira* “modestissima„
e tale “che non mosse alcuno a
scrivergli contro„ [67]_. Ma cinque anni dopo
ad Arcangela Tarabotti, che nel monastero
di Sant'Anna leggendo e scrivendo mitigava
i tormenti delle memorie vecchie, dei nuovi
desideri e dell'isterismo, fu recato da alcune
dame il brutto scherzo del Buoninsegni; ed
essa, la monacella che già aveva sostenuto
contro un altro scrittore, in pseudonimo
[pg!137]
Orazio Plata, non essere le donne di natura
inferiore agli uomini, divampò d'ira a scorgerle
tanto schernite pei loro difetti e pei
loro gusti.

— “Oh scellerata ed impervertita mente
degli uomini, ai quali mancando forse il
potersi impiegare in iscrivere fatti egregi
et racconti virtuosi, poiché al nostro secolo
vi sono pochissimi di loro che operino
azione degna di immortalità, quasi tutti si
danno ad oltraggiare e sprezzare le nobili
operationi donnesche!„. [68]_ — E pare
di vederla e udirla inveire contro il Buoninsegni
nella sua fantasia a cospetto di lei
con l'attitudine d'un delinquente.

— Ah sí!, le donne veston di seta perché
sono vermi? portano perle perché mancano
di sale? Vermi gli uomini “che rodono
l'onor delle donne e hanno tarlata la loro
libertà„; e, quanto alle perle, esse sono
“proporzionate al candore e alla purità dell'animo
loro„, precisamente come del nero
dei loro vestiti, che a voi, signor Buoninsegni,
pare un mezzo di seduzione, è ragione
“quella mestizia che le tiene oppresse,
[pg!138]
per esser sottoposte alla tirannia
degli uomini e ai loro indegni capricci„.
E le pianelle alte sono un'“invenzione lodevole„,
giacché per queste le donne “van
sempre sollevate dal suolo e tendono al
Cielo„; e se han dorate le pianelle, “se
l'infima parte è d'oro, che sarà il resto?„
Gli uomini, non le donne, cerchino le loro
qualità e le loro cose in un mazzo di carte.
Per i *denari* infatti si disonorano; con le
*coppe* si ubbriacano; e portano *spade* dorate
ai fianchi, gli Orlandi!; e riversano i *bastoni*
su le spalle delle mogli sciagurate. E poi
nei *tarocchi* sono i loro ritratti con le facce
da *diavolo, appiccato, bagatelliere, amore*
falso. — Capo di legno alle donne? Teste
di legno hanno i mariti, signor Buoninsegni;
ma già voi procedete troppo a sofismi.
“Ah se alle femmine non fosse diniegata
l'applicazione alle scienze bensí si sentirebbero
concetti non sofistici e mendicati paradossi!„
Del resto — aggiungeva suor'Arcangela —,
“ad ogni ora può provarsi se
le donne han piú forza nelle gambe o nelle
braccia!„ —
[pg!139]

Cosí dunque la Tarabotti si sfogò in
un'*Antisatira* oppugnando ogni frizzo dell'“Apollo
di Siena„ e mettendo ella in
burletta le mode degli uomini, che portavano
zazzere comprate a contanti, si profumavano
alla francese e per far apparire
belle e grosse le gambe si riempivano le
calze di bambagia; e l'*Antisatira* mandò a
vedere al cognato Pighetti. Il quale la lesse
con l'Aprosio ed entrambi trovandola “ripiena
di mille spropositi e di non poche impertinenze„ [69]_,
cercarono di dissuadere
l'autrice dallo stamparla. Di che la Tarabotti
pativa e s'inquietava con l'Aprosio.

“Essendo V. S. parziale del Buoninsegni
mi vorrebbe senza lingua per lui, e perciò
va dissuadendomi col dar nome di satire e
di duelli impropri ad una buona religiosa
la verità tanto grata a Dio„; ma quanto alla
sua esortazione d'esser “buona religiosa„,
“spero di giungere nel coro de' Serafini,
non che d'essere annoverata nel catalogo
delle Santissime Vergini, delle cui sacre
bende allor che mi cinsi il capo, non solo
fui riposta nel lor numero, ma ancora annoverata
[pg!140]
fra le martiri„. [70]_ Insomma, come
ella era deliberata a “diriger sempre le
sue parole a dire la verità delle malizie
degli uomini„, i due censori dovettero accontentarsi
che essa stampasse l'*Antisatira*
con qualche mutazione e con qualche complimento,
cosí, per indorare la pillola, all'autore
della “satira menippea.„.

Ma se la Tarabotti era monaca, l'Aprosio
era frate, e come tale sentiva imperioso il
bisogno di non darsi per vinto; ond'è che
rivedendo a mano a mano le bozze le quali
la Tarabotti mandava a correggere al Pighetti,
gongolando e zitto zitto egli preparava
una difesa del Buoninsegni che abbattesse
l'oltracotanza della suora. Compose,
consapevole il Pighetti, *La maschera scoperta*;
ma presto dovette apprendere per
essa che se il resistere alle donne è impresa
difficile, è tempo perduto prendersela
con le monache. *La maschera scoperta*,
quando fu sbrigata dal revisore per il Sant'Uffizio,
passò a Luigi Quirini, segretario
dello studio di Padova; e questi, prima di
dar l'ultimo permesso di pubblicazione, la
[pg!141]
diede a leggere a quella buona lana del
frate Girolamo Brusoni, allora in carcere
per colpa di apostasia: né il Brusoni si
distrasse solo con la lettura del manoscritto,
ma ne prese copia, e uscito di prigione
pochi dí dopo, corse a cederla, o,
se è vero quel che dice l'Aprosio, a venderla
alla Tarabotti, “per ritrovar qualche
sovvenimento alla sua fame.„ [71]_ Onde la
Tarabotti diede in ismanie; e come alcuni
dicevano che l'*Antisatira* — già pubblicata
e dedicata alla granduchessa di Toscana — non
era scritta da lei, parendo loro troppo
ben fatta, ed altri asserivano che doveva
proprio esser sua, essendo zeppa di strafalcioni
nelle sentenze e nei ricordi classici,
addio fama di donna illustre se anche fosse
stato concesso all'Aprosio di mandare alle
stampe la *Maschera scoperta*!

A riparare l'ultimo colpo bisognava dunque
il soccorso di quanti potenti le volevano
bene, e scriveva al Loredano invocandolo
come “protettore benigno e difensor valoroso
del senso donnesco„; al granduca di
Parma Ferdinando Farnese assicurandolo
[pg!142]
della tristizia dell'Aprosio, “predicatore
delle glorie del vino, confessore de' bugiardi.
Mecenate degli ubbriachi„, [72]_ — cioè del
Buoninsegni; — scriveva per aiuto a molti
altri, e alla fine ottenne quel che desiderava:
*La maschera scoperta* non fu pubblicata. Imaginate
voi l'ira dell'Aprosio? Io l'imagino
per le lettere che gli inviava la monacella, la
quale sembrava corbellarsi di lui e affermava
con una piccola bugia ch'ella non s'era
adoperata affatto “nella sua patria o fuori„
a ch'egli non potesse stampare scritti contro
di lei. — “Io non pretesi altro da Lei
che fosse levato il mio nome da quell'opera
(*La Maschera*), acciò che la commedia della
*Maschera discoverta* non finisse in tragedia
per qualcuno„. [73]_ — Capite? In tragedia!
Ma il Pighetti, per riaversi nella stima
della cognata, che l'aveva creduto “promotore„
della *Maschera* e gli aveva scritto:
“le ferite che si danno alle spalle sono
da traditore e le parole che si dicono in assenza
di coloro di cui si parla non possono
offendere„, dovette interporsi tra il frate
e la monaca, perché quello desistesse dal
[pg!143]
vendicarsi di questa e dal minacciarla: infatti
l'Aprosio s'accontentò d'allargare la
materia della *Maschera*, e dandole sembianza
d'una censura “non contro le donne, ma
le vanità e i vizi in generale„, compose
*Lo scudo di Rinaldo, ovvero lo specchio del
disinganno*, che vide la luce nel 1646. Veramente
nello *Scudo*, opera in cui l'autore
biasimava il lusso del suo e di tutti i tempi
riferendo brani d'innumerabili scrittori antichi
e contemporanei, se non mancavano
rimproveri agli uomini perché mettevan la
parrucca, lasciavan crescere lunghe le unghie
e tormentavano “li mustacchi„, erano piú le
frecciate alle donne, le quali coprivan la
fronte e scoprivan le poppe, si tingevano i
capelli o ne assumevano di posticci, s'imbellettavano,
facevano mostra d'orecchini e
di zoccoli ridicoli. Tuttavia nella prefazione
la Tarabotti riceveva lode di scrittrice famosa,
e nel capitolo settimo ella poteva rileggere
l'elogio che già le aveva fatto in
latino il Pighetti: — “La purissima penna
di cui ti servi, un angiolo deve aver tratto
per te dalle sue ali„. —
[pg!144]

Se non che era appena quetato un frate
quando un altro si fece addosso ad Arcangela,
e fu, chi lo crederebbe?, l'amico
suo Girolamo Brusoni. Perché l'assalisse
negli *Aborti dell'occasione* io non so bene;
so che una volta la Tarabotti gli chiedeva
scusa scrivendogli: — “Può aver
peccato in me una bile, che mossa dal male
continuato che tengo attorno, cagiona in
me una certa rabbietta ch'alle volte mi farebbe
precipitare„; — e che un'altra volta
si doleva con lui: —.“Quando mi capitarono
nelle mani *Li aborti dell'occasione*,
allora mi conobbi d'avvantaggio tradita....
S'ella però ha cosí operato per rendermi la
pariglia d'un inganno scherzevole dovea
star nelli limiti....„ — [74]_

Che piú? Avanti di morire l'infelice
suora ebbe ancora da difendere le donne
proprio dagli scherni di quel cavaliere ch'ella
avea chiamato “protettore del sesso donnesco„:
il Loredano, il quale per certa
accademia compose sei sonetti satirici non
tutti blandi e né pure arguti come questo
che segue:
[pg!145]

*S'allude al costume della Spagna di donare il
condannato all'ultimo supplicio alla donna pubblica che
lo chiede per marito.*

   | Con li occhi chiusi e con le man legate,
   |   Assicurato con infami scorte,
   |   Veniva un meschinel condotto a morte
   |   Perch'avea in chiesa bastonato un frate.
   | Quando mossa una femmina a pietate
   |   Gridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —
   |   A questo dire s'allargò la corte
   |   E poneva il paziente in libertate.
   | Ma il reo con una faccia gioviale
   |   Ricusò di tal grazia il benefizio
   |   E corse ad incontrar l'ora fatale.
   | Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficio
   |   Ché se la forca è un tormentoso male
   |   La moglie è in verità maggior supplicio. [75]_

Ma il piú acerbo avversario d'Arcangela
fu Lodovico Sesti (Lucido Ossiteo),
che nel 1656 stampò a Siena una *Censura
dell'Antisatira* dedicandola al granduca
Mattia di Toscana. Cotesto “accademico
Aristocratico„ tra le altre cose diceva alle
donne che non conveniva loro il darsi alle
lettere perché “la sella disdice al somaro„;
che gli uomini “usavan la parrucca per
coprire i difetti cagionati dai loro regali„;
[pg!146]
che esse ostentavano il seno perché “si
mostra la mercanzia che si vuol vendere„,
e rifacendo il famoso confronto delle carte
da gioco aggiungeva che le donne

   | Sono nate
   | Sol per esser mescolate,
   | E si vede al paragone
   | Chi le mescola piú piú n'è padrone.
   | Ma dotto nell'arte,
   | Sia pur delle carte,
   | Chi primiera con queste unqua non fa?
   | Chi nella borsa sua flusso non ha.

E terminava la *Censura* esortando la Tarabotti
“che per l'avvenire misurasse le
sue forze, prima di cimentarsi con gl'ingegni
di prima classe.„

Vano consiglio! La suora era morta da
quattro anni.
[pg!147]




SICUT ERAT....
==============
[pg!149]

Quell'onesto e tranquillo sorriso che
di fra i baffetti e il pizzo esce a rischiarare,
meglio de' grossi occhi, una faccia
lunga e magra quanto la faccia di Carlo
quinto, e quell'umile dito che accenna all'alto
del ritratto, ove, entro una raggiera
di sole, alcuni V, iniziale di *veritas*, spiegano
le parole scritte fuori all'intorno *“et in cælo
sicut in terra„*, insistendo nella mia fantasia
vi si trasformano a importuni segni di minaccia.

Pace, o don Secondo Lancellotti, accademico
Insensato, Affidato et Humorista!
Io, pur di fuggire ai colpi del vostro scherno
[pg!150]
e della vostra mano ossuta, parlerò di voi
e con voi ai protervi che osano trarre la
cattività d'oggidí in paragone alla bontà
d'altri tempi.

-----

Anche adesso, come nel 1623, quando
l'abate don Secondo scriveva, “son le povere
donne per avventura piú de gli uomini
soggette al mormorio de gli *oggidiani*,
quasi che *oggidí* elle sieno piú che fossero
mai vanissime, con tanti sbellettamenti o lisci,
e tante sorti di vesti e per istravaganza
e per valuta esorbitanti, e di rovina a' poveri
mariti et alle proprie case„; ma non
sanno essi gli *oggidiani* che san Girolamo,
sant'Ambrogio, Cipriano, Grisostomo e Gregorio
Nazianzeno attestano con acerbe rampogne
che pur del loro tempo “non solo
le maritate, ma le vergini mille sbelletti et
impiastri si gettavano su 'l viso„, adoperando
in ispece il purpurisso, la cerussa e
lo stibio. E rimproverando alle signore la
cura soverchia dei capelli e la smania di
[pg!151]
averli biondi, non sanno che un re dei Persiani
ed Elio Vero s'attaccarono al mento
una barba proprio d'oro e che l'usanza di
biondeggiarsi la testa al sole, per testimonianza
di Tertulliano, era fin delle donne
germane e galle. Della rabbia che deriva
alle donne per la vista dei capelli bianchi
rimane a confondere i brontoloni un aneddoto
di Macrobio intorno a Giulia figlia di
Augusto, la quale, còlta dal padre mentre
si strappava capelli bianchi dinanzi allo
specchio e da lui interrogata se desiderasse
piú tosto venir prima canuta o calva, rispose
che prima canuta. Onde Augusto l'ammoní
dicendo: — Perché allora ti rendi calva
cosí giovane? — E ai tempi d'Ovidio le
romane si facevano recare di Germania le
capigliature!

— “E che diremo di tant'oro che portano
addosso *oggidí*, per collane, manigli,
pendenti, orecchini...., sí che molte fiate
v'è di quelle non hanno altro al mondo che
quello che si vede loro attorno alla persona,
et ormai non è differenza fra l'artigiane
e le nobilissime delle città?„ Ripeteremo,
[pg!152]
o meglio, se sapessero il latino dovrebbero
ripeter quelli che son sempre in doglianze,
quanto in proposito dicevano Plauto, Ovidio,
Properzio e Plinio, — Ah ora è spinto
tropp'oltre il lusso degli abiti? Ma, e le
vesti di porpora, di bisso o d'altro, che movevano
i predicozzi dei soliti santi Ambrogio,
Girolamo, Giovanni, etc., e di cui
lasciò la descrizione Clemente Alessandrino?
E quelle delicatissime e sottilissime vesti, ricordate
forse con dei brividi da Tertulliano,
sotto le quali traluceva la carne del petto
e delle spalle?

Finiamola dunque con le citazioni e coi
lamenti, e com'è vero il proverbio che “bisogna
comportare l'amico co' suoi difetti„,
cosí, osserva don Lancellotti, “è necessario,
se vogliamo vivere in questo mondo,
già che vi siamo stati mandati, comportar le
donne con le loro imperfezioni„.

-----

— “Che non si fa e commette *oggidí* per
questa benedetta roba? Chi non vede come
[pg!153]
*oggidí* è guasto il mondo? Non si può piú
trattare *oggidí* co' mercanti, artigiani, bottegai.... Non
ti dicono mai il vero. Non ti
osservano mai quel che promettono. Ti vendono
una cosa per l'altra. Tutte le mercanzie
sono falsificate....„ Cosí, proprio come
nel 1892 e nel 1623, ai bei tempi di Salomone,
d'Osea e di Grisostomo, i quali ci
tramandarono memoria della loro esperienza
intorno ai ladronecci commessi dai mercanti
ingannando con la lingua, e con la mano
“numerando, misurando e pesando poco
giustamente„. E a conforto delle anime
semplici che si turbano “quando sentono
che fallisce qualche mercante o banchiero,
ma fallisce, come si dice, co 'l danaro in
mano„, ecco un raccontino del Fulgoso,
scrittore cinquecentista:

“Avendo inteso Castruccio Castracani,
signore di Lucca, che un mercante ricco
sotto nome di fallimento s'era ritirato e
non compariva piú, e che poco da poi, promessa
non so che somma a' creditori, era
tornato al banco o traffico, et aveva cominciato
a fabbricar un gran palazzo, lo
[pg!154]
fece metter in prigione e con un bando
chiamati a sé tutti quelli ch'avevano d'avere,
comandò che fusse loro soddisfatto e
l'avanzo se lo pigliasse il pubblico, e poi
fece impiccare il marcante per la gola....„
La qual severità, notava il Fulgoso, quando
fosse in uso oggigiorno — se pure non
mancasse il numero necessario di carnefici — conterrebbe
molti dal rubare, e, noto io,
non permetterebbe a piú d'un cassiere di
scappare in America a fare il galantuomo.

-----

— “Non potrei mai ridire quante volte
io mi sia meravigliato in udendo gli uomini
giungere al termine di dolersi fino che le
stagioni dell'anno non corrono piú *oggidí*
come solevano....; che si fanno molte variazioni
di tempi in poco tempo, ora di
nebbie, ora di pioggie; quando di venti,
quando di nevi; questa mattina ne travaglia
il freddo, questa sera affanneranne il caldo;
oggi il sereno rallegra, dimani rattrista il
torbido....„
[pg!155]

Nei diboscamenti trovan la prima causa
di tali vicissitudini le gravi e culte persone
alla fine del secolo decimonono, ma al
principio del secolo decimosettimo la trovavano
in vece.... nella riforma che avea
fatto del calendario papa Gregorio tredicesimo!

“Pochi giorni appunto sono che una
persona di sessant'anni affermava ricordarsi
benissimo che bisognava già sul principio
di maggio alleggerirsi di vesti e che *oggidí*,
o da quel tempo che quel papa mutò
l'anno, chi ben volesse, non può per lo
freddo che talvolta segue fino al giugno....„
Ma a toglier d'inganno *oggidiani* simili
a costui, don Secondo radunò ricordi di
strane stagioni e particolarmente di rigidissimi
inverni da Cesare, Livio, Orosio;
da Matteo Villani, dal Corio, dal Giovio,
dal Bembo, dal Ghirardacci etc., e dal Sigonio
questo che vale per tutti: “L'inverno
fu atrocissimo e seccò gli alberi e le
viti. Il ghiaccio del Po fu grosso di 15
braccia, che però gli uomini per due mesi
continui con le carra e bestie cariche ci
[pg!156]
passavano senza paura alcuna, anzi per
ispasso ci ballavano e giostravano l'uno
contro l'altro sicuramente„.

-----

Un disinganno anche per le mamme che
all'osservazione ingenuamente sagace del
bimbo o della bimba prorompono tutte
amore in una risata e dopo un movimento
della testa, il quale significa — che ne
dite? —, commentano serie serie: — I ragazzi
d'una volta non erano certo cosí
acuti e furbi. — Pur troppo, aggiunge il
nonno, “il mondo va sempre di male in
peggio e ne sa piú oggidí un putto di
dieci che già un uomo vecchio di sessanta
o settant'anni„. Ma don Lancellotti allora
sorride e tende il dito alla verità: “Se
fosse vero che l'istessa malizia precorresse
piú oggidí gli anni di quello che faceva,
e che andasse tuttavia crescendo e precorrendo,
seguirebbe che non solo si potrebbe
pensare che si fosse per giungere, ma — stando
che piú di 1500 anni sono dicevano
[pg!157]
il medesimo, come asserisce Orazio, — che
saremmo già a tal termine che un putto
d'un anno e manco assai starebbe a fronte
di sapere e d'operare con molti attempati„.
E con un ragionamento press'a poco uguale
induce a ricredersi coloro i quali pensano che
gli uomini “sono *oggidí* piú deboli e di statura
piú piccoli di quello che mai fossero„.

-----

San Giovanni Grisostomo, poveretto!, si
riscaldava in particolar modo perché i giovanotti
eleganti del suo tempo avevano
“certi lacci, o fiocchi che fossero, di seta
alle scarpe„, e si doleva del loro “specchiarsi,
pettinarsi, farsi i ricci e profumarsi
come le donne„; Ateneo e Seneca rimproveravano
ai loro coetanei “le delicatezze
del camminare e dell'adornarsi fuori di ordine
e di misura„, e pure il Petrarca e san
Bernardo si scagliavano contro le vanità
maschili. Poi si verrà a dire:

“Quanto ci vuole *oggidí* per vestirsi
ognuno da par suo! Costano un occhio i
[pg!158]
drappi e i panni e siamo venuti a termine
che par vergogna ad una persona di mezzana
condizione il non vestir di seta, che
già prima né anche i gentiluomini ben
ricchi quasi l'adopravano. Quante foggie
hanno trovate questi benedetti sartori; quante
vanità sono introdotte *oggidí* da questi oltramontani,
e tutte subito abbracciate da
questa nostra curiosa imitatrice de gli abiti
forestieri e sciocca Italia!„

-----

Manca voglia, ozio e carta, ma molt'altre
belle cose proverebbe don Secondo
con la sua meravigliosa erudizione. Proverebbe
come sia storia vecchia anche il digiuno
di Succi, poiché “Alberto Magno
scrisse aver diligentissimamente osservato
in Colonia un donna per trenta giorni essersi
astenuta di mangiare e bere niente,
et un uomo cinquanta giorni, eccetto che
un giorno sí e l'altro no pigliava un poco
d'acqua o di vino„; proverebbe come non
è nuova la filantropia di quei medici che
[pg!159]
dimandano solo un centinaio di lire per un
consulto, giacché anche Pietro d'Abano,
medico padovano del secolo decimoquarto,
“quando aveva da uscire della città per
qualche infermo, non voleva manco di 50
fiorini„, e dimostrerebbe “che *oggidí* non
si veggono piú infermità di prima„; “che
l'eccesso del dar titoli, non solamente
a' signori e príncipi, ma piú quasi a' privati
non è sí proprio d'*oggidí*, come comunemente
si crede„; “che l'uso della neve o
del ghiaccio la state non ha da rinfacciarsi
al nostro secolo come eccessiva delizia
d'*oggidí„*; “che 'l comun lamento intorno
alle gran doti, le quali bisogna dare alle
fanciulle o per maritarle o per rinchiuderle
ne' chiostri, non ha tal fondamento di ragione,
che ciò debba computarsi per miseria
d'*oggidí....„*

L'*Hoggidí, o vero il mondo non peggiore
né piú calamitoso del passato* [76]_ è in
somma un gran bel libro per chi sia convinto
come sono io che

   | ciò che fu torna e tornerà nei secoli.

[pg!161]




I NOVELLATORI E LE NOVELLATRICI DEL *DECAMERONE*
================================================
[pg!163]

.. epigraph::

   | .... per nomi, alle qualità di ciascuna
   | convenienti o in tutto o
   | in parte, intendo di nominarle.
   |
   |   *Introd. al Decam.*


Le novellatrici e i novellatori del *Decamerone*,
che io seguii spesso, ad
ascoltarne i racconti piacevoli, ne' lieti diporti,
tornano pur ora con imagini pronte e
sicure e vivaci alla mia memoria: li accenno
cosí come li rivedo seduti a novellare la
prima giornata.


I.
--

Prima la regina, *Pampinea* [77]_.

Ella, piú adulta, è anche piú esperta e
[pg!164]
riflessiva delle altre sei donne; come Panfilo,
il quale le siede a lato, è tra gli uomini
il maggiore in età e il piú avveduto e assennato:
per questo l'uno e l'altra si distinguono
dai loro compagni; si distinguono
tra loro per ciò, che Pampinea, come donna,
è piú sagace, Panfilo è di pensieri piú profondi.

È Pampinea che nel tempio consiglia le
compagne di cercare con la vita allegra
fuori Firenze scampo alla peste e conforto
ai dolori che ad esse ha apportati; e tiene
meraviglioso e lungo discorso, nel quale
movendo dai consigli della fredda ragione,
che induce l'uomo a conservare per ogni
modo la vita, s'allarga ad esporre la tristizia
dei tempi presenti e la malvagità che
si è introdotta negli animi, e, avvertendo che
“nulla si disdice piú a loro l'onestamente
andare che faccia a gran parte dell'altre
lo stare disonestamente„, descrive in fine
i piaceri e le bellezze della campagna con
tale vivacità ed ardore, che niuna delle amiche
le resiste dubbiosa, ma tutte lodano il suo
consiglio con desiderio di seguitarlo. È lei
[pg!165]
che propone d'accettare a compagni Panfilo,
Dioneo e Filostrato, e va essa a pregarli
lieta ed ardita a che “con puro e fratellevole
animo a tenere loro compagnia si debbano
disporre„; e ad istanza di lei, perché le cose
le quali sono senza modo non possono durare,
si elegge un re ogni giorno, e si delibera
di trascorrere il tempo non giuocando,
ché nel gioco “l'animo dell'una delle parti
convien che si turbi„, ma novellando.

Pampinea ama dilungarsi, per ammonire
e far riflessioni, nei preamboli alle novelle
che narra e per notare i difetti suoi e degli
altri e rilevare quanto per esperienza ha
appreso o ciò che le sembra che meglio
convenga.

Cosí per la novella di maestro Alberto
discorre della vanità e loquacità femminile,
e rampogna e consiglia; per la novella di
Alessandro Agolanti, che giacque con la
figlia del re d'Inghilterra, della quale ei divenne
marito, considera come la fortuna è
mutabile; per la novella del savio re Agilulf
e del palafreniere ardito e avveduto corregge
i curiosi indiscreti: dimostra la verità di un
[pg!166]
proverbio narrando il miracolo dell'angelo
Gabriello, e narrando dello scolare che fu
burlato e burlò, prova che l'arte è dall'arte
schernita, onde è poco senno dilettarsi di
schernire altrui. Assorge anche con la novella
del buon re Piero a princípi di retto
governo politico.

Pampinea ammette che amore possa guidare
a gravi pericoli, ma tiene sciocca cosa
il pensare che amore tragga altrui dal senno
e “quasi chi ama faccia divenire smemorato„;
e la canzone ch'ella canta n'assicura
che pure amando sa serbarsi donna savia e
prudente. Il suo amore è senza pene, senza
timori: ella ha la certezza di essere riamata,
la consolazione di “possedere il suo
volere„ in questo mondo e la speranza di
aver pace nell'altro per quella intera fede
che porta a chi ama: ella è gioiosa e con
la sua gioia allieta le compagne che sono
afflitte, e né pur vuole acconsentire alla
tristezza che Filostrato ricerca nelle novelle
al dí del suo reggimento.
[pg!167]


II.
---

Come Dioneo che siede appresso a Fiammetta,
*Panfilo* [78]_, che il primo giorno sta
accanto a Neifile, dev'essere di Neifile
l'innamorato. Ella infatti canta per volere
di lui, ed egli — fatto re — concede ad
essa, ciò ch'ella tiene per grand'onore, di
dare prima svolgimento all'altissimo tema
della decima giornata, ed egli loda piú
d'ogni altro la leggiadra novella di lei.
Panfilo e Neifile sono due amanti felici; piú
felici di Dioneo e di Fiammetta, perché
Dioneo, dubitando nella veemenza della sua
passione di non essere amato quanto egli
ama, è spinto ad invocare la pietà della
sua donna, e Fiammetta, nell'ardore dell'amor
suo soffre per gelosia. Ma come
Neifile, Panfilo non ha ragione di rammaricarsi
d'Amore, giacché esso è anche per lui
soavità, gioco, allegrezza, e la letizia che
[pg!168]
gli trabocca dall'animo e gli appare su 'l
chiaro viso è tale che a lui

   | ogni parlar sarebbe corto e fioco
   | pria n'avesse mostrato pure un poco.

Se non che sin nell'entusiasmo del
canto, ch'egli leva pieno di gioia, riflette
e pensa che quand'anche potesse, non dovrebbe
dimostrare il suo piacere, “il quale
se fosse sentito da altri gli tornerebbe in tormento„,
e che non sarebbe creduto qualora
dicesse il tempo e come poté indurre a baci
ed a carezze la sua donna. Panfilo, al contrario
di Dioneo, riflette sempre, e ammonimenti
morali egli trae dalla considerazione
di Dio e della virtú: ammonimenti di religione — ad
esempio — reca nel racconto
di ser Ciappelletto; di virtú, nella storia dell'Andreuola
alla quale si avverò il sogno
fosco; dei doveri verso gli amici, nella novella
del Saladino. E porge prove di senno ed
avvedutezza se dica i casi della figlia al Soldano
di Babilonia, goduta in quattro anni
da nove uomini e maritata poscia come vergine
al re del Garbo, o della Niccolosa che
[pg!169]
dormí con l'amante mentre sua madre ostessa
giacque con altri che con suo marito, o di
Lidia che moglie a Nicostrato e amante di
Pirro fu sí audace e lasciva.

Questo giovane assennato e osservatore
sottile non resta od è lasciato in disparte,
come asserisce il Landau, ma anzi è dai
compagni avuto quasi tacitamente a capo;
ed infatti egli che è primo a novellare, è
coronato re dopo tutti, come colui che essendo
ultimo potrebbe emendare il difetto
degli altri reggenti e novellatori. E re ordina:
“Domani ciascuno di voi pensi di
ragionare sopra questo, ciò è: di chi liberamente
ovvero magnificamente alcuna cosa
operasse intorno ai fatti d'amore, o d'altra
cosa„.

Ma se Panfilo, a quando a quando rigido
ammonitore, non si abbandona alla licenza
onde Dioneo parla, non è però piú castigato
di Filostrato, e come lui con voluttuosa
compiacenza cede alle lubriche frasi e si
spinge alle frasi oscenuccie; e pur predicando
“quanto sieno sante, quanto poderose,
e di quanto ben piene le forze d'amore, le
[pg!170]
quali molti, senza saper che si dicano, dannano
e vituperano a gran torto„, racconta
novelle d'amore poco sante e di poco ben
piene: ciò perché Panfilo non deve solo
contrapporre la saggezza propria alla leggerezza
di Dioneo, ma rallegrare pur egli
le belle donne che stanno ad ascoltarlo. Ad
esse egli si rivolge ubbidientissimo coi nomi
piú dolci, e le chiama amorose e graziose
e reverende e dilettose e carissime. Egli
per esse e con esse non ha gli ardimenti
di Dioneo e gl'impeti di Filostrato; è gentile
sempre; è tutto amorevolezza.


III.
----

*Neifile*, [79]_ “non meno di cortesi costumi
che di bellezza ornata„, è giovinetta
fra le giovani donne: ha diciott'anni,
e di fanciulla diciottenne l'irrequietezza e
la giocondità, la fede religiosa, la pietà
per i forti dolori, l'ammirazione per la potenza
d'amore; ha le paure e le audacie:
[pg!171]
timorosa quando intravvede pericoli alla sua
onestà; audace ogni qual volta, per non parere
ingenua ed inesperta, vuol mostrarsi a
dentro nei misteri dell'amore e nella conoscenza
della vita. La irrequietezza dell'animo
suo manifesta quand'è fatta regina, proponendo
con brevi parole di cambiare di stanza,
e comandando prestamente per essere tosto
ubbidita e prestamente volendo si ragioni
per non perder tempo; né si cura mai
di preparare con lunghi preamboli alle sue
novelle l'animo di chi l'ascolta. E per le
gaie novelle diffonde l'allegrezza che le sale
dal cuore: racconta essa di Martellino, che
si finge rattratto; di Chichibio cuoco che la
paura fa di spirito pronto; di Cecco giocatore
che rimane in camicia per via.

Niuna delle donne sente come Neifile la
pietà religiosa: con la novella di Abraam
giudeo essa prova come Dio si “dimostra
verità infallibile allorché coloro, che di lui
dovrebbero dare testimonianza con le opere
buone, fanno il contrario„; con quella di
Martellino avverte come male è “beffare
quelle cose che sono da riverire„, e tiene
[pg!172]
fin disposizione di Dio s'ella in alcun giorno
deve dar principio ai racconti, e da Dio
spera aiuto quand'anche debba narrare le
burle di una moglie al marito geloso: poi
fatta regina, esorta di attendere nel venerdí
e nel sabato, piú tosto che a novelle, a
preghiere al Signore.

E di che gentile pietà debb'essere capace
l'animo suo, se con tanta dolcezza
dice il fiero caso di Girolamo che morí a
lato all'amata!

D'amore parla con quell'entusiasmo e
quel timore quasi religioso che è proprio
delle giovinette soltanto. L'amore è fatale,
ed è impossibile soffocarlo nel cuore in cui
si è acceso, e male è il tentare di soffocarlo,
ché, o si spegne da sé medesimo, o non si
spegnerà mai: “Oh meravigliosa cosa è a
pensare quanto sieno difficili ad investigare
le forze d'amore„! Ma amore è mite con
lei, e di che gioia le sia prodigo ella giovinetta,
“tutta letizia nella stagione novella„,
confida alla sua fresca canzone e
ai fiori cui parla, paragonando il suo innamorato
ad un fiore, e ai sospiri che non
[pg!173]
“aspri e gravi„ ma “soavi e caldi„ le
fuggon dal petto. Tale è Neifile; e le paure
sue e la sua rattenutezza di fanciulla che
ama, palesa fin da principio, nel tempio,
quando Pampinea si rallegra per la venuta
di Dioneo, di Filostrato e di Panfilo.

“Neifile tutta nel viso divenuta per vergogna
vermiglia, per ciò che alcuna era
di quelle che dall'un de' giovani era amata,
disse: Pampinea, per Dio guarda ciò che
tu dichi; io conosco assai apertamente
niun'altra cosa che tutta buona dir potersi
di qualunque s'è l'uno di costoro,
e credogli a troppo maggior cosa, che
questa non è (ciò è di accompagnarle
fuori Firenze), sofficienti, e similmente
avviso loro buona compagnia et onesta
dover tenere, non che a noi, ma a molto
piú belle e piú care che noi non siamo.
Ma perciò che assai manifesta cosa è,
loro essere d'alcune, che qui ne sono,
innamorati, temo che infamia e riprensione,
senza nostra colpa o di loro, non
ce ne segua, se gli meniamo„.

E come vaga e cara quando, coronata
[pg!174]
regina da Panfilo, diviene rossa in volto e
resta smarrita con gli occhi bassi, finché
cessa il rumore delle lodi che a lei levano
ammirando gli astanti! Pure essa, cosí modesta
sino a che Dioneo non inanimisce lei
e le altre donne con le lascive novelle e
non è indotta ad imitare le compagne, queste
poi quasi vince in ardire con la risposta
che dà a Filostrato dopo la novella del diavolo
messo all'inferno.


IV.
---

*Filomena* [80]_, “bella e grande della persona
e nel viso piú che altra piacevole e
ridente„, è piú volte lodata quale discretissima
giovane, e la discrezione sua prova
subito alla proposta che Pampinea fa di lasciare
Firenze, osservando:

“Donne, quantunque ciò che ragiona
Pampinea, sia ottimamente detto, non è
perciò cosí da correre come mostra che
[pg!175]
voi vogliate fare. Ricordovi che noi siamo
tutte femine, e non ce n'ha niuna sí fanciulla,
che non possa ben conoscere come
le femine sieno ragionate insieme e senza
la provedenza d'alcuno uomo si sappiano
regolare.„

Per questa qualità dell'animo suo ella
gode raccontare come giudiziosamente procedé
la donna che senza infamia fece il
confessore inconsapevole mezzano al suo
amore, e come cauti procederono i fratelli
di Lisabetta colpevole nell'uccidere il drudo
di lei; gode narrare con quale avvedimento
madonna Francesca si levò d'addosso due
che l'amavano contro al suo piacere, e Beatrice
ingannò e fe' bastonare il marito Egano
da Ludovico suo amante. Alle novelle premette
anch'essa qualche volta osservazioni
e consigli, ma al contrario di Pampinea, non
parla mai troppo. Né pure al pari d'Emilia
e d'Elisa s'accende e s'adira discorrendo
de' religiosi, ma a proposito di un confessore
burlato, s'accontenta di notare scherzando:
“Vo' farvi accorte che eziandio i
religiosi, ai quali noi, oltre modo credule,
[pg!176]
troppa fede prestiamo, possono essere
sono alcuna volta, non che dagli uomini,
ma da alcune di noi *cautamente*
beffati.„

Questa cura costante di serbare certa
misura è in Filomena non solo allorché
racconta, ma sempre, in ogni suo atto, in
ogni suo discorso. Cosí quand'è coronata
regina da Pampinea, vincendo tosto, per
non parere melensa, la confusione in cui
resta un momento, afferma ai compagni:
“Non solo il mio giudizio, ma anche il vostro
vo' seguire„; e co 'l tema che ella dà,
“qualora non spiaccia„, a svolgere per
novelle, toglie ragione cosí di dolore soverchio
come di riso smodato: desidera si
ragioni di chi “da diverse cose infestato,
sia oltre alla sua speranza, riuscito a lieto
fine„. E quando dalla dolcezza della canzone
in cui lamenta la lontananza del novo
amante sarebbe tratta a svelare tutto quanto
in passato ha goduto e tutto quanto si ripromette
di godere per l'avvenire, presto
sa dominarsi:

   | Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,

[pg!177]

— canta all'amante —

   | Non so s'io sarò sciocca
   | Com'io or fui a lasciarti partire.
   | Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,
   | E della dolce bocca
   | Convien ch'io soddisfaccia al mio desire:
   | *D'altro non voglio or dire....*

Né è a maravigliare se cantando lascia
comprendere che del novello e piacevole
amore ha sentito piú avanti che la sola
vista, poiché la sua non è la riserbatezza
d'una affettata modestia; ed ella che a Neifile,
sbigottita allorquando Pampinea esorta a
prendere per compagni gli amanti di alcune
di esse, risponde: “Dov'io onestamente
viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza,
parli chi vuole in contrario, Iddio
e la verità per me l'armi prenderanno„,
ella può bene anche arrischiarsi a dire
quando accenna al godimento ch'ebbero due
amanti una notte: “Prego Iddio per la sua
santa misericordia, che a tali notti conduca
me e tutte le anime cristiane che voglia ne
hanno.„
[pg!178]


V.
--

.. epigraph::

   | Dioneo re del drappello
   | Le Grazie afflisse....

*Dioneo* [81]_, che il Boccaccio animò della
franchezza, della vivacità, dell'ardore suo
proprio, meglio che il re è l'anima del
drappello.

— “Fra voi tutte, discretissime e moderate,
io, qual sento anzi dello scemo che
no, facendo la vostra virtú piú lucente col
mio difetto, piú vi debbo esser caro che se
con piú valore quella facessi divenir piú
oscura.....„ — dice egli, umile e carezzevole,
alle belle donne innanzi di raccontare l'ultima
sua novella, quasi che loro non fosse
piaciuto subito il primo giorno in cui uscito
di Firenze con esse ad esse dichiarò: — “Io
non so quello che de' vostri pensieri voi
v'intendete di fare; li miei lasciai dentro
dalle porte della città..... E per ciò voi a
sollazzare et a ridere et a cantare con meco
[pg!179]
insieme vi disponete (tanto dico quanto alla
vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate
che io per li miei pensieri mi ritorni
a starmi nella città tribolata.„ — Però
a movere la temperata allegria di Panfilo,
ad animare l'allegria che Filostrato trova a
fatica, ad assicurare l'allegria delle donne
spesso dubitanti, egli apporta la schietta
ardita irresistibile allegria dell'animo suo.

Ma all'occasione, e specie allorché le
donne stimano proterva e temeraria la licenza
del suo parlare, e temono per la loro
onestà, Dioneo, non piú scemo, dimostra com'esse
s'ingannino se credono ch'ei non
sia capace di pensare e sentire nobilmente.
Cosí se desidera che presto finiscano le dolorose
novelle di cui Filostrato si compiace,
è perché non solo alle donne, ma anche a
lui “le miserie degl'infelici amanti contristano
gli occhi ed il petto„; e se, fatto re,
dà al novellare un tema che pare troppo
arrischiato, egli prova che non deve pentirsi
d'averlo scelto. — “Donne, io conosco
ciò che io ho imposto, non meno
che facciate voi, e da imporlo non mi poté
[pg!180]
istornare quello che voi mi volete mostrare,
pensando che il tempo è tale che, guardandosi
e gli uomini e le donne d'operar
disonestamente, ogni ragionare è conceduto...
La vostra brigata, dal primo dí infino a
questa ora stata onestissima, per cosa che
detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno
si sia maculata, né si maculerà, collo
aiuto di Dio...... Et a dirvi il vero, chi sapesse
che voi vi cessaste da queste ciance
ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe
che voi in ciò foste colpevoli, e perciò ragionare
non ne voleste„. — E questo giovane
che affligge le Grazie narrando di Paganino
da Monaco e di Alibech, di Pietro di Vinciolo
e dell'incantesimo della cavalla, allorché
l'oscenità gli sfugge, “arrossa un po' per
vergogna„ e gli dispiace d'“esser troppo
bene compreso„. Ma le donne, “rosse nel
viso, l'una all'altra guardando, appena dal
ridere potendosi astenere, l'ascoltano sogghignando„;
e ad esse è caro: Lauretta
canta con lui, ed egli accompagna co 'l liuto
il canto d'Emilia, e da Filomena regina ottiene
una grazia; onde Fiammetta è gelosa.
[pg!181]
Ride Dioneo della gelosia di lei e per gelosia
non soffre egli; non troverebbe anzi
nel suo amore ragione alcuna di rammaricarsi
se, tant'è ardente il suo affetto, non
lo turbasse il timore che l'amata Fiammetta
non conosca bene l'alto suo desio e la sua
intera fede.

   | ........ non so ben, se 'ntero è conosciuto
   | L'alto disio che messo m'hai nel petto,

(dice ad Amore)

   |   Né la mia intera fede,
   |   Da costei, che possiede
   |   Sí la mia mente, che io non torrei
   |   Pace fuor che da essa, né vorrei.
   | Perch'io ti prego, dolce signor mio.
   |   Che gliel dimostri, e facciale sentire
   |   Alquanto del tuo foco
   |   In servigio di me; ché vedi ch'io
   |   Già mi consumo amando e nel martire
   |   Mi sfaccio a poco a poco.....


VI.
---

*Fiammetta*, “i cui capelli eran crespi,
lunghi e d'oro, e sopra li candidi e delicati
omeri ricadenti, et il viso ritondetto con un
[pg!182]
colore vero di bianchi gigli e di vermiglie
rose mescolati, tutto splendido, con due
occhi in testa che parevan d'un falcon pellegrino,
e con una boccuccia piccolina le
cui labbra parevan due rubinetti„, Fiammetta,
quale vive nel *Decamerone*, ha pure
tutta la leggiadria regale della donna che
nel *Filocopo* presiede alla brigata intesa a
risolvere le difficili questioni della scienza
d'amore; ha pure la grazia della ninfa che
“con atti d'autorità pieni, lieta e ridente„
narra nell'*Ameto* come si concedette all'affetto
di Galeone, e pur ha non poco della
donna appassionata e gelosa che nel doloroso
romanzo si strugge per l'abbandono
del suo Panfilo.

Non piú fidente giovinetta quale è Neifile,
ella sa “come Amore vince tutte le
cose„, e canta e lamenta:

   |   ...... perciò ch'io m'avveggio
   | Che altre donne savie son com'io,
   | I' triemo di paura,
   | E pur credendo il peggio,
   | Di quello avviso in altre esser disio,
   | Ch'a me l'anima fura (*cioè del suo amante*);
   | E cosí quel che m'è somma ventura,
   | [pg!183]
   |   Mi fa isconsolata
   |   Sospirar forte e stare in vita ria.
   | Se io sentissi fede
   |   Nel mio signor, quant'io sento valore,
   |   Gelosa non sarei......

Ma tra le amiche del *Decamerone* ella
riesce ad attutire il tormento della gelosia
e a scacciarne il cupo pensiero, e
narra di cortesie e d'amori, lieta in viso
e ridente come tra le compagne dell'*Ameto*.
E ricorda: “Noi siam qui per aver festa,
e buon tempo.„ Via dunque ogni cagione
di dispiacere! — e pur raccontando di Tancredi
ella è mal disposta al tema dato da
Filostrato; — via tutto ciò che possa inacerbire
gli spiriti! — e dopo la novella dello
scolare, la cui severità ha trafitta lei e le
compagne, osservando prima come la vendetta
non dev'essere soprabbondante, narra
l'allegra istoria dei due che si accomunarono
le mogli —; via anche ciò che possa
muovere leggermente ad ira! — e la decima
giornata, quando nella nobile gara di chi
narri azioni piú nobili, gli animi delle compagne
s'accendono disputando, essa innanzi
di dire la sua novella ammonisce: “Splendide
[pg!184]
donne, io fui sempre in opinione che
nelle brigate come la nostra è, si dovesse
sí largamente ragionare che la troppa strettezza
della intenzione delle cose dette non
fosse altrui materia di disputare. Il che molto
piú si conviene nelle scuole tra gli studianti
che tra noi, le quali appena alla rócca et
al fuso bastiamo.„

Cosí Fiammetta, dopo le tristi, dà tema
alle felici novelle: “Ciò che ad alcuno
amante dopo fieri o sventurati accidenti felicemente
avvenisse.„ D'amore ogni suo
pensiero, e amore è la sua vita; né fa commento
alcuno a quello che racconta se non
per consigliare chi ama o chi è per amare.

Al modo stesso che nel *Filocopo* risolve
la questione di Pola, se piú alta debba essere
la condizione dell'amata o dell'amante,
asserendo che “quantunque la donna sia
ricca, grande e nobile piú che 'l giovane
in qualunque grado, o dignità si sia, ella
deggia piú tosto dal giovane essere amata,
che quella che alcuna cosa ha meno di lui„,
facendosi a narrare la prima novella del
*Decamerone* afferma: “Quanto negli uomini
[pg!185]
è gran senno il cercar d'amar sempre donna
di piú alto lignaggio ch'egli non è, cosí
nelle donne è grandissimo avvedimento il
sapersi guardare dal prendersi dallo amore
di maggiore uomo ch'ella non è.„ — Bene
dunque Fiammetta figlia di re e Dioneo
figlio di mercante fiorentino possono amarsi
e di amore pari a quello di messer Guglielmo
e della dama di Vergiú, dei quali
cantano insieme le gioie e gli affanni.


VII.
----

*Emilia* [82]_ non imita Pampinea considerando
le passioni umane e i casi della vita
e traendo dalle considerazioni sue ammaestramenti
utili e morali; non ostenta la prudenza
e la discrezione di Filomena, e come
mostra di non comprendere dolori quali
sono quelli di Lauretta e di Elisa, vorrebbe
far credere di non curare godimenti quali
sono quelli che consolarono e consolano
Fiammetta e Neifile: per arte di seduzione
[pg!186]
vuole persuadere che dall'amore di sé deriva
un piacere di cui nulla e nessuno la
può privare, e sí fatto che ad altro amore
non pensa e d'altro amore non ha né pur
coscienza d'aver desiderio:

   | Io son sí vaga della mia bellezza,
   |   Che d'altro amor giammai
   |   Non curerò, né credo aver vaghezza.

Civettuola! Non s'avvede poi che con
l'impeto onde magnifica il prepotente amore
della Simona accerta che non le dispiacerebbe
punto di essere risottomessa alla
forza di quella passione di cui si vanta
ribelle, né, per quanto astuta, s'invigila
sempre in guisa da non tradire talvolta
un desiderio o i ricordi: cosí, nella sesta
giornata còlta in distrazione da Elisa regina
deve pur confessare “soffiando non altrimenti
che se da dormir si levasse, che un
lungo pensiero molto l'ha tenuta lontana.„
Ma, del resto, quale spontanea e graziosa
vivacità e franchezza nel suo carattere!
Canta prima di tutte e quando racconta è
impossibile dimenticarsi che lei sola può
parlare in quel modo; e però lo scrittore
[pg!187]
lascia che per sé medesima si faccia conoscere,
e si cura solo d'avvertire innanzi la
sua prima novella ch'essa narra *baldanzosamente*
e di ripetere innanzi alla decima,
l'ultima — quasi ad imprimere meglio il
carattere di lei ripetendo la parola la quale
ne raccoglie l'intera espressione — “che
prese a raccontare *baldanzosamente*, quasi di
dire desiderosa.„

Di novellare desiderosa non si perde in
preamboli. Rapida sempre, alle volte è incisiva
nel suo discorrere, e ne' suoi racconti
quasi sempre è un personaggio che dell'animo
suo ha l'ardimento e la forza: però
sembra di comprendere la compiacenza di lei
quando narra l'animosa difesa di Giannotto
in conspetto a Corrado, o la veemenza con
cui Tebaldo in conspetto alla amata donna
maledice ai preti ed ai frati, dei quali ancora
non bisogna perdonare le ingiurie, o
la fierezza di madonna Dianora in presenza
al barone amante e la fortezza con cui ella
sostiene la pena che la sua stessa baldanza
le ha procurata.

Dunque bene Dioneo si rivolge a lei affinché,
[pg!188]
date a narrare le burle che le mogli
fanno ai mariti, tolga ogni titubanza alle
compagne cominciando per prima i racconti
dei ridevoli casi con la libertà delle
frasi ridevoli, e bene Emilia, che male “si
restringe sotto qualunque giogo„, fatta regina,
lascia, “come buoi al prato„, le compagne
libere al tema.


VIII.
-----

*Filostrato* “tanto viene a dire quanto
uomo vinto ed abbattuto da amore„ [83]_.
E di Troilo — il carattere del quale è forse
il piú bello del *Filostrato* — non fu mal
detto: “Natura ardentissima, non conosce
né patria né religione: non ama e non vede
che Griseida. Quasi ogni giorno si slancia
animoso nel campo dei Greci in cerca di gloria
per illustrarsi agli occhi della sua bella.
È l'amore che lo rende eroe. [84]_„ Troilo,
non piú eroe di poema, ma ancora spirito
ardente, nato per combattere e per soffrire,
[pg!189]
rivive di vita reale nella lieta compagnia
del *Decamerone*.

Quando è coronato re dice alle donne:
“Amorose donne, per la mia disavventura,
poscia che io ben da mal conobbi, sempre
per la bellezza d'alcuna di voi stato sono
ad amor soggetto; né l'essere umile, né
l'essere ubbidiente, né il seguirlo in ciò che
per _`me` s'è conosciuto alla seconda in tutti
i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per
altro abbandonato, e poi non sia sempre di
male in peggio andato: e cosí credo che
io andrò di qui alla morte.„ E a lui piace
si ragioni di coloro “li cui amori ebbero
infelice fine.„ Pur mentre le novelle si svolgono
fiere tutte, tranne quella di Pampinea,
come il suo amore, egli cade in profondi
pensieri e al terminare di esse esprime con
lamentevoli parole e con rigidi atti com'egli
per amore arda e soffra, e ogni ora “mille
morti senta, né per tutte quelle una sola
particella di diletto gli sia data.„ Cosí
quando, vinto ed abbattuto dalla passione,
nella canzone ch'egli canta per volere di
Fiammetta regina invoca la morte, non esagerato,
[pg!190]
non inverosimile, ci sembra il suo
dolore.

   | Null'altra via, niun altro conforto
   | Mi resta piú che morte alle mie doglie:
   | Dàllami dunque omai,
   | Pon fine, Amor, con essa alli miei guai
   | E 'l cor di vita sí misera spoglia......

Quale è la donna nel cui viso, allora
che Filostrato resta di cantare, appare il
rossore della colpa e del rimorso? Le tenebre
della sopravvenuta notte nascondono
quel rossore, né io so distinguer tra le
sette giovani colei ch'è traditrice e crudele.
Emilia, la quale potrebbe per la leggerezza
sua aver somiglianza con la Griseida del
*Filostrato*, non parmi, poiché ella asserisce
che “amare merita piú tosto diletto che
afflizione a lungo andare„; non Lauretta,
cui non possono riferirsi le parole di Filostrato:

   | Fa costei lieta, morend'io, signore,
   | Come l'hai fatta di nuovo amadore;

giacché Lauretta rimpiange un morto amante
e vive malcontenta di lui che l'ama al presente.
Forse è Filomena, la discreta Filomena,
[pg!191]
che le compagne invidiano appunto
pe'l “nuovo e piacevole amore.„

Avvertito da Fiammetta che non gli è
concesso di rattristare troppo a lungo gli
altri con i suoi travagli, dopo la quarta giornata
il giovane, infelice chiede perdono alle
gaie donne e si propone di ridere e di
muovere a riso. Però narra la novella dell'usignolo
che fu preso dalla figlia, di Ricciardo
Manardi, e di Filippa adultera che
si liberò con un motto della pena di morte,
e di Peronella, e di Calandrino pregno, e del
giudice cui furono tolte le brache: torna la fierezza
e la nobiltà dell'animo suo a dominare
la stupenda novella di Mitridanes e Natan.


IX.
---

*Lauretta* [85]_ allorquando si prepara alla
novella di Landolfo Ruffolo, la quale benché
contenga grandi miserie ha “splendida
riuscita„, si rivolge agli ascoltanti con
[pg!192]
queste parole: “Ben so che pure a quelle
miserie avendo riguardo, con minor diligenza
fia la mia udita, ma altro non potendo,
sarò scusata.„ E quando Filostrato re le
chiede di cantare: “Signor mio — risponde —,
delle altrui canzoni io non so,
né delle mie alcune n'ho alla mente che sia
conveniente a sí lieta brigata: se voi di
quelle che io ho volete, io dirò volontieri.„

Ella parla in tono umile e accarezza con
molte lodi le compagne, in ispecie la piú
ardimentosa, Emilia; è timida e, per abitudine,
dolcissima; eppure in udirla affidare
quello che pensa e sente di sé alla sua
canzone apparirebbe tutt'altra.

   | Niuna sconsolata
   |   Di dolersi ha quant'io,
   |   Che 'n van sospiro lassa innamorata.
   | Colui che muove il cielo ed ogni stella
   |   Mi fece a suo diletto
   |   Vaga, leggiadra, graziosa e bella,
   |   Per dar qua giú ad ogni alto intelletto
   |   Alcun segno di quella
   |   Biltà, che sempre a lui sta nel cospetto;
   |   Et il mortal difetto,
   |   Come mal conosciuta,
   |   Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.

[pg!193]

E, seguitando, dal ricordo del morto
amante che

   |   ......... volentieri
   | Giovinetta *la* prese
   | Nelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,

tratta a considerare la presunzione e la fierezza
del suo innamorato che di lei è geloso
a torto, s'abbandona al dolore e all'ira
ed esclama:

   | ........ io lassa quasi mi dispero,
   | Cognoscendo per vero,
   | Per ben di molti al mondo
   | Venuta, da uno essere occupata.
   | Io maledico la mia sventura,
   | Quando, per mutar veste,
   | Sí, dissi mai..........

E rimpiange la vita oscura e l'oscuro
amore d'un tempo, e prega l'amico, il quale
ella ha in Cielo, che ridivenga pietoso di
lei e da Dio le impetri di andare a lui.

Dal contrasto tra la franca e sdegnosa
sincerità di questa canzone, per cui alcuno
della compagnia ripensa maligno il detto
milanese “meglio un buon porco che una
bella tosa„, e la dolce e timida umiltà dei
[pg!194]
suoi discorsi, Lauretta sorge su viva, mirabilmente.
Non è in essa il tipo della donna
che loda gli altri sperando a sé guiderdone
di lodi maggiori, e innanzi agli altri si
umilia bramando la levino essi a grande
stima, finché, nel timore di essere disprezzata
e nella certezza di non essere da quello
stesso che ama pregiata sí come merita,
caccia l'usata modestia ed incolpando la
tristezza altrui, accesa d'ira e cieca di orgoglio,
esagera le proprie virtú? Impeti
questi di animo debole; ed essa è infatti
cosí debole che adiratasi, se ne pente, e
per riaversi d'ogni cattivo giudizio, il giorno
dopo si pone a considerare negli altri il
proprio difetto e i danni partoriti dall'ira, e
cerca scusarsi scusando la fragilità femminile:
“...... Se ragguardar vorremo, vedremo che
il fuoco di sua natura piú tosto nelle leggiere
e morbide cose s'apprende, che nelle
dure e piú gravanti; e noi pur siamo (non
l'abbiano gli uomini a male) piú delicate
che essi non sono e molto piú mobili.„

Mobile ad ogni affetto, essa finisce la novella
di Tofano esclamando: “E viva amore,
[pg!195]
e muoia soldo e tutta la brigata!„, con commozione
di gioia pari a quella d'entusiasmo
con cui l'incomincia: “O Amore, chenti e
quali sono le tue forze! chenti i consigli, e
chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale
artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare
quegli dimostramenti che fai tu subitanei
a chi seguita le tue orme?....„

Tale, s'io l'ho ben veduta, è Lauretta.


X.
--

*Elisa* [86]_, anzi acerbetta che no, “non
per malizia, ma per antico costume„, è
d'animo molto sensibile e nell'abbandono
in cui la lascia l'uomo da lei amato è la
causa del suo dolore inconsolabile.

   | ..... Et è sí cruda la sua signoria,
   |   Che giammai non l'ha mosso
   |   Sospir né pianto alcun che m'assottigli.
   | Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,
   |   Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:
   |   Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;
   |   Onde 'l viver m'è noia, né so morire....

[pg!196]

È Elisa dolorosa che racconta la miserevole
istoria di Gerbino e della figlia del
re di Tunisi, i quali innamorarono l'uno
dell'altra per udita, senz'essersi veduti mai;
ella è che descrive le sofferenze del mite
conte d'Anversa; ella è che avvolge di sospirosa
pietà il racconto del puro e veementissimo
amore il quale fu tra la figlia
del conte d'Anversa e il figlio della dama
inglese.

Ma, come accade, Elisa è inasprita dal
suo stesso dolore, sí che quasi a vendetta
di sé, la quale si lascia commovere dall'infelicità
altrui e dal ricordo della sua infelicità,
ama le novelle di cui i personaggi
han l'animo pieno d'acerbità e d'amarezza:
tutta festevole ripete le parole con cui la
Guasca scosse il re pusillanime; esalta la
severa e pronta risposta di Guido Cavalcanti
agli amici beffardi, e il modo onde la
monaca si liberò dal castigo che la badessa
volea infliggerle; e d'un'acre gioia avviva
il racconto della lezione che Ghino di Tacco
diede all'abate di Cligní. Piú, Elisa regina
comanda che argomento alle novelle sia la
[pg!197]
prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle
esse ed altri possano trarre vantaggio.

È acerba quando, prima di novellare,
ammonisce, e, ad esempio, avanti la novella
dello Zima essa dice: “Credonsi molti,
molto sapiendo, che altri non sappia nulla,
li quali spesse volte, mentre altri si credono
uccellare, dopo il fatto sé da altri essere
stati uccellati conoscono„; e avanti quella
della badessa caduta in peccato: “Assai
sono li quali, essendo stoltissimi, maestri
degli altri si fanno e castigatori; li quali,
come voi potrete comprendere per la mia
novella, la fortuna alcuna volta, e meritamente,
vitupera.„

Se, ne' rari oblii dell'intima cura, è pronta
al riso, piú pronta è allo sdegno: ride infatti
piú delle compagne ai princípi delle
oscene canzoni che Dioneo vorrebbe cantare,
ma tosto lo minaccia dell'ira sua; nello
stesso modo che dopo aver riso di gran
cuore al litigio fra Licisca e Tindaro, Licisca,
la quale troppo lo prolunga, minaccia
di bastonate. Ed è Elisa che irrompe come
[pg!198]
niuna delle sue compagne sarebbe capace,
e per due volte, contro i frati ed i preti.

-----

Il *Decamerone* è veramente, come già altri
affermò, un romanzo d'amore con vita e vicende
di personaggi: vivono essi nel libro
immortale e non per azioni, ma per i loro
discorsi, per le canzoni e per le novelle
rivelano e rilevano i loro caratteri.

Il Landau dopo avere a pena accennato
alle figure di Dioneo e di Fiammetta, di
Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche
gli altri narratori sembra che sieno stati
realmente, e la maggior parte di essi rappresenta
nella descrizione del poeta un carattere
determinato„; ma invece il Körting
avvertiva un carattere determinato solo
in Fiammetta. A conforto di quel che pensava
il Landau il signor Camillo Antona-Traversi
ripeté le parole del Carducci:
“Quei giovani e quelle donne, pur nella
lieta concordia con cui servono all'officio
di narratori, sono gente viva, hanno un
[pg!199]
carattere spiccato ciascuno, e ne improntano
la loro narrazione„, e, sempre per
oppugnare il Körting, non accorgendosi poi
di contraddire in certo modo al Carducci
e di dar ragione e torto a tutti e due i
critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci
personaggi del *Decamerone*, piú che persone,
sono dieci leggiadrissime macchiette disegnate
da mano provetta, sotto cui si rivela
il grandissimo e geniale artista. [87]_„ No, no,
non macchiette: i dieci personaggi del *Decamerone*
sono proprio dieci persone leggiadrissime!
[pg!201]




LA NOVELLA DI FIORDILIGI
========================
[pg!203]

Iroldo amava Tisbina come già Tristano
amò la regina Isotta, e quanto
bene Isotta volle a Tristano, Tisbina voleva
ad Iroldo: per questo vivevano lieti e contenti.
Ma in digrazia d'entrambi la bella
dama, trovandosi un giorno con molte persone
a un suo giardino in Babilonia, ebbe
vaghezza di certo gioco pe'l quale alcuno,
nascostole il capo in grembo e levata una
mano dietro il dorso, dovea indovinare
chiunque veniva a batterlo su la palma; e
secondo la sorte e la vicenda del gioco
anche Prasildo s'inginocchiò dinanzi a Tisbina
e le posò il capo nel grembo. Prasildo
era un gentile e valoroso barone.
[pg!204]
Nella soave positura egli si sentí dunque
accendere improvviso in cuore un fuoco di
cui mai aveva sentito l'uguale; una sí viva
fiamma che per timore avrebbe voluto non
dovere piú rialzarsi, e cercava di non indovinare;
e questa fu la prima radice della
sua passione senza conforto. In breve a tal
partito lo condussero Amore e l'altera resistenza
di Tisbina che un dí, piena l'anima
di tristezza, si ridusse in un boschetto a
piangere e a meditar di morire.

— Udite voi, fiori, — diceva con lamentevole
voce — e voi, piante, e tu, sole, le
mie parole estreme, e vedete la mia cruda
fine; ma che nessuno la sappia, perché
colei che mi vi forza potrebbe ricevere incolpazione
di crudeltà, ed io pur sí crudele
l'amo e l'amerò ancora nell'altro mondo. —

Cosí trasse la spada dal fianco, e pallido
per la morte imminente chiamò piú volte
Tisbina, quasi nel nome di lei il paradiso
si dovesse aprire al suo spirito. Ma Tisbina
si trovava per caso proprio là presso a
lui; giacché venuta a caccia in quel luogo
con Iroldo, l'uno e l'altro avevano ascoltate
[pg!205]
le querele dell'infelice giovane e con
tanta pietà, che quando egli ripeté il suo
nome, ella si fece innanzi di tra le fronde
e, come ivi fosse giunta allora allora, tutt'ansiosa
e tremante gli disse queste parole:

— Prasildo, se tu m'ami non mi abbandonare,
ché sono in pericolo dell'onore
e della vita; e io ti faccio sicuro del mio
bene se tu compirai ciò che mi vuole e ti
domando. —

Bisogna sapere che oltre la selva di
Barberia era l'orto dove Medusa custodiva
il tronco del tesoro dai rami d'oro e dai
pomi di smeraldo, e che Medusa era una
rea femmina la quale a vederla ammaliava
in guisa da togliere ogni piú salda ricordanza
del tempo trascorso; onde Tisbina,
per consiglio di Iroldo, disse a Prasildo
ch'avea gran necessità d'un ramo del prezioso
tronco.

Ma un assai cattivo consiglio aveva dato
Iroldo alla sua donna, sapendosi bene che
l'amore vince tutte le cose.
[pg!206]

-----

Ricorderete come anche madonna Dianora
sdegnosa dell'amore di messer Ansaldo
Gradense, pensasse liberarsi di lui con domandargli,
se voleva gli compiacesse, un giardino
di gennaio bello come di maggio, e
come messer Ansaldo, pur comprendendo
che nella richiesta era una cosa quasi impossibile,
tanto s'adoprò e ricercò che un negromante,
a condizione di grandissima mercede,
la mattina del primo dí di gennaio
fece apparire un giardino quale era desiderato.
Quanto patí allora madonna Dianora!;
e a lungo avrebbe pianto la sua onestà
perduta, se messer Ansaldo, in udire la
generosità del marito di lei, che la mandò a
lui affinché, non trovando via di sciogliersene,
osservasse la data parola, generosamente
non l'avesse sciolta dell'obbligo contratto
per sua poca considerazione.

-----

Prasildo, dunque, speranzoso d'amore,
senza por tempo in mezzo e avanzando sé
[pg!207]
stesso d'ardire e di desiderio si pose in
viaggio; traversò in nave il mar Rosso e
giunse ai monti di Barca. Ivi, a sua gran
fortuna s'imbatté in un vecchio pellegrino,
il quale udita la cagione del suo viaggio gli
insegnò la maniera di compier l'impresa:
entrasse nel giardino di Medusa dalla porta
della Povertà recando uno specchio in cui
Medusa si scorgesse riflessa non già co 'l
viso candido e vermiglio, che dimostrava
per malia, ma con la faccia, che aveva per
natura, di serpe orribile e feroce, e cosí
la facesse fuggire atterrita di sé medesima
dalla custodia dell'albero d'oro; spiccato il
ramo, uscisse per la porta della Ricchezza
lasciando un po' del ramo all'Avarizia, la
quale alla Ricchezza sta sempre d'accanto.
Ciò fece il barone, e poté tornare in patria
tutto giulivo; poté far sapere alla dama
amata ch'egli era pronto a mostrarle il
ramo d'oro di cui l'aveva richiesto. All'annunzio
Tisbina fu ferita da acuto cordoglio
e stesasi su 'l letto ruppe in lamenti
della sua sorte e dell'amante, e pur questi,
come l'udí lamentare e n'apprese la ragione,
[pg!208]
pianse e si dolse senza misura. Stringeva
al seno Tisbina sua e confondendo le sue
lagrime con quelle di lei diceva invano che
meritava pena egli solo, perché egli stolto
l'aveva fatta fallire, e che morire toccava
a lui solo: la dama voleva la morte con
lui a pena che avesse attesa la promessa a
Prasildo. Pertanto i due amorosi infelici
ordinarono di bere il veleno che un medico
saggio ed antico preparò loro in sí
fatta tempera, che avrebbe dovuto privarli
dell'anima con singolare dolcezza. Prima
Iroldo sorbí metà della tazza, poi la porse
alla dama senza guardarla, ed ella la vuotò
fino al fondo. E dire che fu per lei un
martirio piú grande il dovere andare a
Prasildo!; e nondimeno v'andò.

— Per mantenere ciò che ti giurai perdo
l'onore ma anche la vita — gli disse
quand'egli scorgendola patita e lagrimosa
volle allietarla con belle parole; e alla fine
il barone apprese quel che non avrebbe mai
voluto apprendere. Di che afflitto oltremodo,
rimproverò Tisbina d'aver dubitato della sua
cortesia e l'assolse del giuramento; e poiché
[pg!209]
ella tra breve sarebbe morta, seco
stesso deliberò di seguitare il suo esempio.

Non era cosa nuova che due amanti si
dessero la morte, ma sarebbe stata nuova
che tre morissero per un solo amore: se
non che il medico antico e saggio essendo
venuto in sospetti si recò dal barone allorché
questi, partita la dama, stava per compiere
il suo divisamento, e a tempo poté
accertarlo che non già un veleno, bensí un
mite narcotico aveva preparato a Tisbina.

Avvenne pertanto che Prasildo corresse
a casa d'Iroldo, il quale di già risvegliatosi
gemeva accanto la sua donna in sembianza
di morta, e gli spiegasse come il succo bevuto
non era neppure nocivo e come la
dama era libera per suo volere dell'obbligo
verso di lui. Allora Iroldo sentí rifluirsi la
vita al cuore; e, tanto fu cortese, volle
vincere la generosità di Prasildo; volle che
la bella donna restasse di lui, ed egli incontanente
partí da Babilonia. Per vero Tisbina,
quando riebbe i sensi e seppe l'accaduto,
tramortí una volta e due; ma via!,
si rassegnò poi presto.
[pg!210]

   | Ciascuna donna è molle e tenerina
   | Cosí del corpo come de la mente;
   | E simigliante de la fresca brina
   | Che non aspetta il caldo al sol lucente:
   | Tutte siam fatte come fu Tisbina,
   | Che non volse altra battaglia per nïente,
   | Ma al primo assalto subito si rese,
   | E per marito il bel Prasildo prese.

-----

Cosí Fiordiligi finí la novella raccontata
a Rinaldo per distrarlo dalla noia del viaggio,
che entrambi avevano da percorrere in
groppa allo stesso cavallo, e dalla cupidigia
che gli potea venire della sua bellezza.
E Fiordiligi fu abile raccontatrice: la patetica
istoria scese canora dalle sue labbra,
disinvolta e atteggiata in leggiadria d'ottave,
e non già aspra per forma di stecchiti periodi
e non interrotta.

Ma s'io m'interruppi fu per un salto di
pensiero, per un lampo di memoria che mi
richiamò al Boccaccio; e, del resto, credo
che nel caso mio uno qualunque de' giovinetti
eruditi i quali si atteggiano a Rajna e a
Landau e spasimano alla ricerca delle fonti
non già di belli e regali fiumi, ma di arsi
[pg!211]
ruscelletti e di gore morte, e vagano in
oriente ed occidente e traversano secoli per
scoprire un riscontro casuale, pur che paia
necessario, a una frase o a una imagine;
uno qualunque di quei tanti che sanno tante
nuove cose di storia letteraria, affermerebbe
e insegnerebbe:

— Nel canto duodecimo, parte prima
dell'*Orlando*, il Boiardo imitò, parafrasò,
copiò la quinta novella della decima giornata
del *Decamerone*. E, come vuole la critica
positiva, si prova.

Messer Ansaldo Gradense fu “uomo
d'alto affare e per arme e per cortesia conosciuto
per tutto„, e Prasildo è “un
barone„.

   | Di Babilonia stimato il maggiore;
   | E certamente ciò ben meritava,
   | Ch'è di cortesia pieno e di valore.
   | Molta ricchezza, di ch'egli abbondava,
   | Dispendea tutta quanta in farsi onore;
   | Piacevol ne le feste, in arme fiero,
   | Leggiadro amante e franco cavaliero.

Madonna Dianora andò a casa di messer
Ansaldo “in su l'aurora, con due suoi famigliari
[pg!212]
innanzi e con una cameriera appresso„;
e quando Tisbina andò a casa di
Prasildo

   | Era di giorno e lei accompagnata.

Nota Gilberto che “quasi ogni cosa diviene
agli amanti possibile„, e Tisbina:

   | Deh quanto è pazza quell'alma che crede
   | Che amor non possa ogni cosa compire!;

e cosí via.

Prove di nessun valore; ma senza tener
conto di esse si può anche ammettere che
il Boiardo rammentasse il Boccaccio, e non
si può negare certa somiglianza nella concezione
generale del racconto e la quasi
identità nelle condizioni in cui son posti i
personaggi. Se non che quanta differenza
ne' tratti, nel colore, nell'atteggiamento tra
le figure del poeta e del novelliere, e quanto
diversa l'arte di questo dall'arte di quello!

Vedete: Tisbina è una creatura graziosa
nella sua dolcezza e debolezza. Per
amore non vuol concedere ad altri le
gioie che concede al suo amante e vuol
[pg!213]
morire con lui; non ama il barone, ma lo
compiange e l'ammira, e glielo dichiara fin
prima d'essere assoluta dalla sua promessa.
Dopo, gli dà un bacio e lo consola; ultimamente
gli si acconcia tosto e volentieri. — Dianora
è nobile donna, forte, sdegnosa.
Amava suo marito? Non è detto: per onestà
rifiuta i meravigliosi doni e disprezza la fama
dell'innamorato Gradense; per onestà, e non
per pietà, con domanda di cosa creduta impossibile
tenta indurlo a cedere dinanzi la
sua resistenza. Curiosa come ogni donna, si
reca a vedere il giardino a pena comparso
e lo loda, ma ritorna a casa afflitta “a quel
pensando a che per quello era obbligata„;
non pensando al cavaliere il cui fervente
amore ha potuto tanto; e se il marito non la
costringesse, sarebbe disposta a perdere piú
tosto la stima di donna leale che di moglie
onorata. Accompagnata e in su l'aurora, per
non esser vista, va a casa del barone, e senza
troppo ornarsi, perché il marito le ha fatta
raccomandazione di cercar via a disciogliersi
dalla promessa serbando puro il suo onore,
e primo mezzo a riuscire nell'intento ella
[pg!214]
pensa trovare nel mostrarsi poco piacevole:
miracolo della virtú che in questa donna
può piú della vanità!

Ogni altro mezzo adopera poi, senza pregare
né piangere, nelle sue poche parole
al barone. Gli dice: — “Né amor ch'io vi
porti, né promessa fede mi menan qui.... — Non
l'ama né pur ora, né l'amerà mai; e
piuttosto che acconsentire ai suoi desideri
mancherebbe alla parola data —... ma il
comandamento del mio marito, il quale,
avuto piú rispetto alle fatiche del vostro
disordinato amore che al suo e mio onore,
mi ci ha fatto venire.„ — Rileva la liberalità
del marito e incolpa l'amante; rileva che
suo marito è debole, ch'ella è forte; che
suo marito ha compassione di lui e che essa
no. Né altro concede ad Ansaldo se non
una dignitosa espressione di gratitudine: — “Niuna
cosa mi poté mai far credere,
avendo riguardo a' vostri costumi, che altro
mi dovesse seguir della mia venuta, che
quello ch'io veggio che voi ne fate; di che
io vi sarò sempre obbligata.„ —

E chi affermerebbe che Iroldo e Prasildo
[pg!215]
furono foggiati sui tipi stessi del marito
e dell'innamorato di Dianora?

Gilberto è ritratto d'uomo che è inflessibile
nell'adempimento del dovere; che riflette
e non può essere perturbato a lungo
dalle commozioni: si adira alla confessione
della moglie, ma tosto si frena e la rimprovera
mite; non inveisce contro il barone,
ma anzi affermando che quasi ogni cosa è
agli amanti possibile, sembra scusarlo, e certo
lo stima, se ha speranza che Dianora possa
ottenere da lui di non macchiare la propria
onestà. Leale cavaliere e sicuro della fedeltà
della moglie, nella scelta tra il disonore che
ella si ceda per una volta all'amante e il
disonore ch'ella manchi alla data parola,
non può restare a lungo dubbioso; e gode
e confessa di sentirsi capace di un sacrificio
che nessuno forse saprebbe compire. Lo
piega ad esso anche il timore del negromante,
è vero, ma senza questo tanta vigoria
d'animo non sarebbe un po' inverosimile?
Ansaldo arde d'amore e splende di
magnificenza e d'ogni lode, tuttavia Gilberto
non teme, perché sa che sua moglie potrà
[pg!216]
concedergli il corpo, l'animo no, e perché
sente, con sentimento il quale noi vantiamo
di moderna perfezione spirituale, che la
donna contaminata dall'amore di chi ella
non ama è ugualmente degna d'affetto e di
stima.

Ansaldo Gradense è il signore di grand'animo,
sicuro di sé in ogni parola e in
ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata
e volgare. Per la donna che ama
cerca e procura ciò che egli stesso credeva
impossibile; ma quando Dianora viene alla
sua casa, le muove incontro composto e rispettoso
e la prega, “se pure il lungo
amore il quale le ha portato merita alcun
guiderdone„, di dirgli la ragione della sua
venuta, giacché tal donna non deve esser
là per soddisfarlo del suo desiderio. E udita
la risposta di lei e sentita improvvisa la
invidiabile liberalità di Gilberto, subito scioglie
madonna Dianora del doloroso legame
e le raccomanda di rendere grazie al marito
che stima e amerà sempre come un
fratello.

Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri
[pg!217]
molto simili nella grazia dell'aspetto e
ugualmente appassionati e appassionabili e
poeticamente piú docili agli affetti che alla
ragione. Per compassione Iroldo suggerisce
a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e
venendo da lui il consiglio, è meno mirabile
la sua generosità quando prega la donna
(egli prega e non comanda come Gilberto) di
andare all'amante; per disperazione beve
il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo
a rimeritare Prasildo della sua cortesia; per
emulazione di generosità lascia Tisbina a
Prasildo.

Prasildo è timido come l'amico: va incontro
a Tisbina onorandola, ma non sa
che si fare per la vergogna, e l'assolve
del giuramento per provarle ch'egli non
ha mai voluto dispiacerle, piú tosto che per
riconoscenza della lealtà di lei e delle generosità
d'Iroldo.

In sostanza, nella novella di Fiordiligi
non è il meraviglioso rilievo dei caratteri, la
scultoria interezza delle figure ottenuta dal
Boccaccio, come seppe egli solo, con brevità
e semplicità di mezzi: essa è una gentile
[pg!218]
e pietosa narrazione e rappresentazione
di fatti per finzione poetica diffusi ed elevati
a tragica intensità: i personaggi del novelliere
predominano ai casi in cui vengono per
forza d'amore, per necessità di doveri, per
disposizione d'animo; dove i personaggi del
poeta soggiacciono alla forza dei casi loro e
nella gravità di essi e nell'urto violento delle
passioni smarriscono colorito e fisonomia.

In sostanza non mi pare che il Boiardo
abbia imitato troppo il Boccaccio. Ma che
poesia è la sua! E quanta dolcezza e freschezza
per tutto l'episodio, e che ingenua
espressione di passione umana, pur finamente
osservata, nell'invenzione romanzesca!
Iroldo in disperazione beve il veleno:

   | E poi che per metade ebbe sorbito
   | Sicuramente il succo venenoso,
   | A Tisbina lo porse sbigottito.
   | Non essendo di morte pauroso,
   | Ma non ardisce a lei far quell'invito,
   | Però, volgendo il viso lagrimoso,
   | Mirando a terra la coppa le porse,
   | E di morire allora stette in forse.
   |
   | Non del tossico già, ma per dolore,
   | Che 'l venen terminato esser dovria.
   | [pg!219]
   | Ora Tisbina con frigido core,
   | Con man tremante la coppa prendia,
   | E biastemmando la fortuna e amore,
   | Che a fin tanto crudel la conducia,
   | Bevette il succo ch'ivi era rimaso,
   | In sino al fondo del lucente vaso.
   |
   | Iroldo si coperse il capo e 'l volto,
   | Perché con gli occhi non volea vedere
   | Che 'l suo caro desío gli fosse tolto....

E che elegante mollezza di versi nelle
similitudini semplici e delicate! Prasildo si
strugge d'amore:

   | Ma quale in prato le fresche vïole
   | Nel tempo freddo pallide si fano
   | Com'il splendido ghiaccio al vivo sole.
   | Cotal si disfacea 'l baron soprano,
   | E condotto era a sí malvagia sorte
   | Ch'altro ristor non spera che la morte.

E quando riceve consolazione, ché né
egli né Tisbina morirà di veleno:

   | Come dopo la pioggia le vïole
   | S'abbattono e la rosa e 'l bianco fiore:
   | Poi quando al ciel sereno appare il sole,
   | Apron le foglie e torna il bel colore;
   | Cosí Prasildo a la lieta novella
   | Dentro si allegra e nel viso si abbella.

[pg!220]

-----

A dire la verità, strana e inaspettata riesce
la deliberazione e la ripetizione dell'atto
generoso per cui Iroldo lascia Tisbina, che
tanto ama e da cui è amato tanto, a Prasildo,
e fugge di Babilonia; ma al Boiardo
non bastava concludere, come il Boccaccio,
senza prove dell'amicizia seguita ne' due
cavalieri: al Boiardo bisognavano gli epici
tipi di amici perfetti, e Iroldo e Prasildo,
personaggi della novella di Tisbina, diverranno
personaggi vivi e attivi del poema;
e incorrendo a gravi pericoli, per vicendevole
salvezza a vicenda s'esporranno alla
morte.

-----

Erano già due lunghi anni che Iroldo, rimeritato
il liberale Prasildo con lasciargli
la parte dell'anima sua, andava pellegrinando
e dolorando pe'l mondo, quando un
dí pervenne al paese d'Orgagna. Vi regnava
Falerina la trista, che era maestra di tutte
[pg!221]
le frodi e di tutti gli incanti e all'ingresso
d'un vago giardino manteneva un serpente
voglioso di carne umana: per questo nessun
forestiero sfuggiva dalle lusinghe di lei e poi
dai denti del mostro. E anche il misero
Iroldo fu preso d'inganno, e da quattro mesi
attendeva in carcere insieme con molti miseri
cavalieri e dame il dí della morte nefanda.
Due vittime erano destinate ogni
giorno pe'l drago: un cavaliere e una dama.
Ma Prasildo fu in tempo ad apprendere, Dio
sa come, la sorte che aspettava il suo Iroldo,
e camminando giorno e notte venne in Orgagna
e propose gran somma d'oro al guardiano
di Falerina se gli liberava l'amico.
Invano. Con l'oro offerse sé stesso in cambio
di vittima, e il guardiano accettò, e Iroldo
fu libero.

Tuttavia Iroldo voleva morire egli pure,
perché il giorno che l'amico dovea essere
condotto alla belva, si mise in un boschetto
presso a una fonte ad aspettare ch'ei passasse
di là fra i custodi, e contro di essi
egli voleva combattere solo. Aspettando
piangeva, non già di sé, che sarebbe perito
[pg!222]
da valoroso per amore fraterno, ma della
sorte la quale per sua cagione toccava a
Prasildo; e Rinaldo, a caso in quel bosco,
l'udí lamentare e gliene chiese la causa.

Saperla e disporre il suo valore in premio
e salute d'una cosí ferma e santa amicizia
fu un punto; fu un punto per lui scorgere la
turba che con a guida il gigante Rubicane
traeva al supplizio un cavaliere e una dama
e piombare su quella e sbaragliarla. Ma di
bei colpi fu capace anche Iroldo, e la battaglia
presto finita. La donna era Fiordiligi,
che aveva raccontata a Rinaldo la
storia d'Iroldo e di Prasildo, e il cavaliere
era Prasildo; e i due amici si gettarono
l'uno tra le braccia dell'altro.

-----

Damone e Pizia. Meglio, per riguardo
all'origine della loro amicizia e fratellanza,
Iroldo e Prasildo rievocano a mente Gisippo
ateniese e Tito Quinzio Fulvo romano. Gisippo — ve
ne rammentate? — come sa
che Tito, l'amico suo di giovinezza e di
[pg!223]
studi, è preso della bellezza di Sofronia sua
fidanzata, fa ch'egli l'ottenga per inganno in
isposa. Ma poi, quando, trascorsi molti anni,
Gisippo arriva a Roma in povero stato e
crede che Tito non voglia riconoscerlo e a
fin di morire s'incolpa d'avere ucciso un
uomo, Tito “per scamparlo dice sé averlo
morto. Il che colui, che fatto l'avea, vedendo,
sé stesso manifesta, per la qual cosa da Ottaviano
tutti sono liberati....„

To'! — esclamerebbe adesso un piccolino
Livingstone della storia letteraria —:
anche la novella ottava della giornata decima
del *Decamerone* è una fonte dell'*Orlando
Innamorato*! —, e con gli occhi stanchi,
che san le ricerche, ravvivati di nuova
luce e di nuovo gaudio suderebbe alla scoperta
di prove.

Ma che prove! Potrà anche credersi che
il Boiardo si ricordasse pur di quest'altra
novella; non per ciò l'analogia dell'invenzione,
ch'è il meno, ha alcuna importanza,
se tra i due scrittori è tanto diversa la potenza,
l'attitudine, la fattura artistica, ch'è
il piú. Vedete in confronto di Iroldo e Prasildo,
[pg!224]
Gisippo e Tito. Questi sono d'animo
romano e di senno _`ateniese` e son dotti, come
scolari di Aristippo, a sottomettere il sentimento
alla ragione. Filosofi, tengono l'amicizia
per il piú gran bene; onde l'uno può
cedere la sposa all'altro e l'altro accettarla:
l'uno viene a tanta liberalità perché
le mogli non si trovano con la difficoltà
con cui si trovano gli amici; e l'altro acconsente
alla dedizione perché comprende di
acquistare dall'amico suo con l'amata donna
la vita stessa, essendo egli per mal d'amore
ridotto quasi a termine di morire.

Vedete in confronto di Tisbina, Sofronia
giovinetta.....

— E a che cosa giova tale studio?

Tardi giunge l'ironica domanda; alla
quale per altro io so rispondere a tempo
che il Boccaccio non è Masuccio e né pure
Matteo _`Boiardo` è Gianfrancesco Loredano, e
che, almeno a mio parere, i classici non si
sono studiati e ammirati mai abbastanza.
[pg!227]

|
|

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. [1] Masuccio Salernitano, novella XXI.

.. [2] *Novelle
   degli Accademici Incogniti*: par. II, nov. prima.


.. [3] Ant Fr. Ghiselli, *Memorie di Bologna antica*,
   manos. nella R. Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI,
   all'anno 1579 (23 giugno).


.. [4] Idem, anno 1576
   (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio 1564
   (Cicogna, *Iscrizioni veneziane*, T. II, p. 211): andò
   dunque sposa un mese piú che dodicenne.


.. [5] Rinieri,
   *Diario* (alla Bibl. Comunale di Bologna).


.. [6] Ghis.,
   T. XVII, anno 1583 (23 decem.); '84 (14 aprile), e T. XVIII,
   pagina 507.


.. [7] Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547
   e seg.).


.. [8] Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino,
   “dottore ordinario e lettor pubblico della filosofia e
   [pg!228]
   cittadino fiorentino„, dedicò anche ad Ulisse Bentivogli
   una sua *Lezione dove si ragiona delle idee et
   delle bellezze*.


.. [9] *Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso,
   diviso in due trattati*, Venezia, Ziletti, 1681.


.. [10] Pref.
   alle *Rime*, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.


.. [11] Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.

.. [12] Cito il mio libro *Romanzieri e romanzi
   del cinquecento e del seicento*, avvertendo il lettore che
   ne scrisse assai male il noto critico Zannoni nel fasc.
   XXIV della *Nuova Antologia* (1891), pag. 781-783. — Delle
   persone mascherate nella *Fuggitiva* diedero i
   nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri,
   ma non furono concordi a determinare quello dell'amante
   piú fortunato di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice
   il Montefani (*Spoglio delle famiglie bolognesi*, ms. nella
   R. Bibl. di Bologna), fam. *Bentivoglio*. — L'anno della
   morte di Pellegrina cercai inutilmente nelle memorie e
   nei diari bolognesi. Il cavalier Saltini, a cui mi rivolsi
   e a cui debbo grazie, suppone come probabile il 1598
   (estate) ed io tengo certa questa data, per piú ragioni
   che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il
   marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all'eredità
   de' beni di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu
   perché si sopisse il ricordo della sua fine. Infatti il notaio
   che redasse il rogito non sapeva pur egli la data
   della morte di Pellegrina e scriveva: *“.... cum multis
   annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et Ecell. dona
   Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„* (*Scritture
   della fam. Bentivoglio*: Archivio di Stato di Bologna).


.. [13] Ghiselli, op. cit., T. XXVI.

.. [14] Montefani, *Fam. Malvezzi*.

[pg!229]

.. [15] Galeati, *Diario* (Bibl.
   Com. di Bologna), all'11 maggio 1618; Ghiselli, T. XXII,
   al 23 dicem. 1611.


.. [16] Galeati, op. cit.

.. [17] Del Barbazza letterato e poeta e accademico
   Gelato, Incognito, della Notte, etc., dissero
   anche troppo il Fantuzzi (*Scrittori bolognesi*),
   il Mazzucchelli, l'Aprosio (*Biblioteca*, 1673, pag. 324-329);
   io, per il breve mio studio, credo d'aver detto
   abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare
   che il Barbazza fu anche autore d'un dramma — *Il
   Ratto di Proserpina* — recitato a Bologna nel 1640.
   Dimenticanza grave!


.. [18] Lett. del Marini, ediz. 1673,
   pag. 269.


.. [19] Vedi il Mazzucchelli e l'Aprosio (*Biblioteca*,
   pag. 324); e per le relazioni tra il Marini e
   il Barbazza, il Menghini, *Vita e opere di G. B. Marini* (Roma, 1888).


.. [20] *Spira, appresso Henrico Starckio*,
   MDCXXIX, in-12. Ma non *Roberto*, Robusto *Pogommega*.
   Errore gravissimo!


.. [21] Galeati, *Diar.* (*Appendice* I, pag. 8);
   Ant. Maria Carati, *Li matrimoni contratti in Bologna,
   fedelmente estratti da' loro originali parrocchiali*, T. I
   (ms. alla Bibl. Com. di Bologna). — Bianca ebbe in
   dote 40000 scudi.


.. [22] Fra gli *Epitalami* del Marini.

.. [23] Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.

.. [24] Ghiselli,
   T. XVIII, pag. 370 e seg.


.. [25] Malvasia, *Felsina
   Pittrice*, p. IV, pag. 42.


.. [26] Ghiselli, T. XXIII,
   pag. 462-579. A stampa: *Breve descrizione della festa
   nella gran sala del Sig. Podestà l'anno 1615, il dí 2
   di marzo*: Bologna, Stamperia Camerale.


.. [27] Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio
   [pg!230]
   e Fr. Maria Tagliaferri, *Diario* (alla Bibl. Universitaria
   di Bologna), pag. 51-52; Galeati, *Diario*, pagina
   21.


.. [28] G. B. Guidicini: *I Riformatori dello
   stato di libertà della città di Bologna dal 1394 al 1797*,
   T. III, pag. 47. Il Guidicini trascrisse dal Ghiselli la
   relazione dell'assassinio del Pepoli; errò ponendo il
   primo ferimento dell'Aldrovandi al 1620 anzi che al
   1621. L'Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto
   Barbazza dopo che il Pepoli fu ammazzato da Guido
   Antonio.


.. [29] Galeati, *Diario*, pag. 21.

.. [30] Ghiselli,
   T. XXIV, luogo cit.


.. [31] Galeati, *Diario* pag. 112.

.. [32] Ghiselli, T. XXVI.

.. [33] *Canzone del
   Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della
   Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629*:
   ms. nella Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna,
   1631: in-4.


.. [34] Guidicini, op. cit., pag. 52.

.. [35] Gregorio Leti: *Lettere sopra differenti materie* (Amsterdam, 1700: in-8) T. I, 30. — Una volta
   per sempre: Moreri, *Dizionario*; Niceron, *Mémoires*
   T. II, pag. 359-379.


.. [36] \G. L. *Lettere*, T. I, 32.

.. [37] *Lettere*
   cit., T. I, 21.


.. [38] *Lett.* cit., T. I, 24.

.. [39] *Lett.*
   cit., I, 13.


.. [40] Gr. Leti, *Lettere*, I, 195; Larousse, *Grand
   Dictionnaire Universel*.


.. [41] Larousse, op. cit.; — *Les
   Illustres Avanturieres dans les cours des princes (Cologne,
   chez Pierre du Marteau, 1706*) pag. 41; pag. 48.


.. [42] Gr. Leti, *Lettere*, I, 197.

.. [43] *Lett.* cit., I, 199.

[pg!231]

.. [44] *Lett.*, cit., I, 206.

.. [45] Larousse, op. cit.

.. [46] Leti, *Lett.*, I, 203.

.. [47] *Lett.* cit., I, 221.

.. [48] *Lett.* cit.; luogo cit.

.. [49] *Lett.* cit., I, pag. 226-229.

.. [50] *Lett.* Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584.
   Anche: Pref. alla *Monarchia di Luigi XIV*, di G. L.


.. [51] *Lett.* cit., T. II, pag. 45 e seg.

.. [52] *Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato,
   con l'aggiunta d'un dialogo tra Pasquino e
   Marforio sopra lo stesso soggetto, et insieme con il
   Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di
   Baltassaro Sultanini Bresciano* — Londar (sic) per
   Tomaso Buet, 1669.


.. [53] Leti, *Lett.*, II, pag. 318-323.

.. [54] .... *e Pasquino morto risuscitato*, senza
   luogo e nome di stamp., 1668: in-12.


.. [55] Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.

.. [56] Leti, *Lett.*, II, 3. — *Critica, storica, politica,
   morale, economica e comica su le Lotterie antiche
   e moderne*, Amsterdam, 1697.


.. [57] *Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l'Augusto
   Intento, ne' quali con piacevole stile a pieno s'insegna
   di fare eccellente riuscita ne' piú gravi studi, et la maniera
   di procedere honoratamente.* Pavia, G. B. Dismara,
   1604: in-8.


.. [58] *Della Carrozza di ritorno, o vero dell'esame
   del vestire e costumi alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina*
   [pg!232]
   (Agostino Lampugnani): Milano, Lodovico
   Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche la *Carrozza
   da Nolo* dello stesso: Venezia, Zenero; 1648:
   in-12. A proposito delle mode parigine del suo tempo
   il Marini scriveva una lettera curiosa a don Lorenzo
   Scoto. Vedi *Lettere del M.* (ediz. 1627), pag. 177. Delle
   mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse articoli
   la *Contessa Lara* nel periodico *La Tavola Rotonda* (1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida, *Mesdames
   nos aieules*, Paris, Librairie Illustrée,
   1890.


.. [59] Cosí Carlo Celano negli *Avanzi delle Poste*.

.. [60] Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.

.. [61] Vedi la *Storia del Giorno di G. Parini* scritta da G. Carducci.

.. [62] Cicogna, *Iscrizioni Veneziane*, I, 135.

.. [63] Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna,
   op. cit.


.. [64] Ang. Aprosio, *La Biblioteca
   Aprosiana* (Bologna, Manolessi, 1673), pag. 173; Tarabotti,
   *Lettere*, p. 207.


.. [65] Arc. Tarabotti, *Lettere
   famigliari e di complimento*: Venezia, Guerigli. 1650:
   in-12.


.. [66] Fu stampata con la *Controsatira* del
   Torretti prima dal Sarzina nel 1638, poi a Siena dal
   Bonetti nel 1656 insieme con la *Censura* del Sesti e
   l'*Antisatira* della Tarabotti.


.. [67] Aprosio, op. cit.,
   pag. 168.


.. [68] *Antisatira*, Venezia, Valvasense, 1644:
   in-12; ediz. cit. del 1656, pag. 54.


.. [69] Aprosio, op.
   cit., pag. 168.


.. [70] Tarabotti, *Lett.*, pag. 168.

.. [71] Aprosio, op. cit., pag. 169.

.. [72] Tarabotti, *Lettere*,
   pag. 313 e pag. 30.


.. [73] Tarabotti, *Lettere*, pag. 315
   [pg!233]
   e pag. 157.


.. [74] Tarabotti, *Lettere*, pag. 273 e
   pag. 298.


.. [75] G. F. Loredano; *Lettere* (Bologna,
   Longhi, 1674: in-12.), p. 182.


.. [76] Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di
   questo libro dié anche il Cantú: *Della letteratura italiana
   esempi e giudizi*, pag. 353.


.. [77] *La rigogliosa* — “Niuna il venti et ottesimo
   anno passato avea né era minor di diciotto.... Delle
   quali la prima, e quella che di piú età era, Pampinea
   chiameremo„. (*Introd. al Decam*.)


.. [78] Πᾶν φίλος = tutto amoroso.

.. [79] νέη φίλη = giovinetta amorosa.

.. [80] Amante del canto. — Nella favola, Filomena
   “con giudizioso procedimento„ avvertí Progne della
   colpa di Tereo.


.. [81] Διώνεος = venereo.

.. [82] Αἱμυλία = lusinghiera.

.. [83] Proemio al *Filostrato*.

.. [84] Camillo Antona Traversi nelle note al Landau — *Giovanni
   Boccacci, sua vita e sue opere* — pag. 548.


.. [85] Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„
   Lauretta “disse sí„ a un amante dal quale ora
   vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne fuggi da
   Apollo (v. pag. 193).


.. [86] Didone, la tradita.

.. [87] Lo stesso nell'opera cit., pag. 316.

-----

.. class:: center

   | **ERRORI DI STAMPA.**


*Seppelita*, pag. 50; *invitare*, pag. 73. In alcune
copie a pag. 129 si legge, nella seconda riga, *1634* in
vece di *1654*.

-----

.. clearpage::

.. class:: center

   | *Finito di stampare*
   | *il dì 2 maggio MDCCCXCII*
   | *nella tipografia di Nicola Zanichelli*
   | *in Bologna*.

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

			Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
			correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
			Le correzioni indicate a pag. 223 ("Errori di stampa")
			sono state riportate nel testo.
			Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo
			originale):

						| 66 — fossero condotti alla `Conciergerie`_ [Congerie]
						| 84 — immuni `“da`_ [mancante nell'originale]
						| 85 — vedrebbe di `stabilire`_ [stabibilire]
						| 95 — `gentiluomini`_ [gentitiluomini]
						| 101 — lo `Spagnuolo`_ [Spagnnolo]
						| 189 — per `me`_ [m'è] s'è conosciuto
						| 224 — e di senno `ateniese`_ [atienese]
						| 224 — Matteo `Boiardo`_ [Boiardi]

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PARVENZE E SEMBIANZE \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

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the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

