.. -*- encoding: utf-8 -*-

.. meta::
   :PG.Id: 37123
   :PG.Title: San Pantaleone
   :PG.Released: 2011-08-18
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Gabriele D'Annunzio
   :DC.Title: San Pantaleone
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1886
   :coverpage: images/cover.jpg

.. style:: title
   :class: center

.. style:: subtitle
   :class: center

.. role:: small-caps
   :class: small-caps
   
.. style:: topic
   :class: small

==============
San Pantaleone
==============

.. _pg-header:

.. container::
   :class: pgheader

   .. style:: paragraph
      :class: noindent

   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

   |

   .. _pg-machine-header:

   .. container::

      Title: San Pantaleone
      
      Author: Gabriele D'Annunzio
      
      Release Date: August 18, 2011 [EBook #37123]
      
      Language: Italian
      
      Character set encoding: UTF-8

      |

      .. _pg-start-line:

      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SAN PANTALEONE \*\*\*

   |
   |
   |
   |

   .. _pg-produced-by:

   .. container::

      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

      |

      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


.. container::
   :class: frontispiece

   .. image:: images/cover.jpg 
      :align: center
      
----
      
.. container::
   :class: titlepage

  .. class:: center large
  
  | GABRIELE D'ANNUNZIO.
  
  .. class:: center xx-large
  
  | SAN PANTALEONE.
  
  |
  |
  |
  
  .. class:: center small
  
  | FIRENZE,
  | G. BARBÈRA, EDITORE.
  | 
  | 1886.
  
----

  .. class:: center small
  
  | Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.
  
----

.. contents:: INDICE
   :backlinks: entry
   :depth: 1

----

[pg!1]



SAN PANTALEONE.
===============


I.
--

La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa
di pomice in polvere. Tutte le case a torno imbiancate
di calce avevano una singolare luminosità
metallica, parevano come muraglie d'una immensa
fornace presso ad estinguersi. In fondo, i
pilastri di pietra della chiesa riverberavano l'irradiamento
delle nuvole e si facevano rossi come
di granito; le vetrate balenavano quasi contenessero
lo scoppio d'un incendio interno; le figurazioni
sacre prendevano un'aria viva di colori e di
attitudini; tutta la mole ora, sotto lo splendore
del nuovo fenomeno crepuscolare, assumeva una
più alta potenza di dominio su le case dei Radusani.

Volgevano dalle strade alla piazza gruppi d'uomini
e di femmine vociferando e gesticolando. In
[pg!2]
tutti li animi il terrore superstizioso ingigantiva
rapidamente; da tutte quelle fantasie incolte mille
imagini terribili di castigo divino si levavano; i
commenti, le contestazioni ardenti, le scongiurazioni
lamentevoli, i racconti sconnessi, le preghiere,
le grida si mescevano in un romorío cupo d'uragano
presso ad irrompere. Già da più giorni quei
rossori sanguigni indugiavano nel cielo dopo il
tramonto, invadevano le tranquillità della notte,
illuminavano tragicamente i sonni delle campagne,
suscitavano li urli dei cani.

“Giacobbe! Giacobbe!” gridavano, agitando
le braccia, alcuni che fin allora avevano parlato a
voce bassa, innanzi alla chiesa, stretti in torno a
un pilastro del vestibolo. “Giacobbe!”

Usciva dalla porta madre e si accostava alli
appellanti un uomo lungo e macilento che pareva
infermo di febbre etica, calvo su la sommità del
cranio e coronato alle tempie e alla nuca di certi
lunghi capelli rossicci. I suoi piccoli occhi cavi
erano animati come dall'ardore di una passione
profonda, un po' convergenti verso la radice del
naso, d'un colore incerto. La mancanza dei due
denti d'avanti nella mascella superiore dava all'atto
della sua bocca nel profferire le parole e al
moto del mento aguzzo sparso di peli una singolare
[pg!3]
apparenza di senilità faunesca. Tutto il resto
del corpo era una miserabile architettura di ossa
mal celata nei panni; e su le mani, su i polsi,
su 'l riverso delle braccia, su 'l petto la cute
era piena di segni turchini, di incisioni fatte a
punta di spillo e a polvere d'indaco, in memoria
de' santuari visitati, delle grazie ricevute, dei voti
sciolti.

Come il fanatico giunse presso al gruppo del
pilastro, una confusione di domande si levò da
quelli uomini ansiosi. — Dunque? Che aveva detto
Don Cònsolo? Facevano uscire soltanto il braccio
d'argento? E tutto il busto non era meglio?
Quando tornava Pallura con le candele? Erano
cento libbre di cera? Soltanto cento libbre? E
quando cominciavano le campane a sonare? Dunque?
Dunque? — 

I clamori aumentarono in torno a Giacobbe;
i più lontani si strinsero verso la chiesa; da tutte
le strade la gente si riversò su la piazza e la
riempì. E Giacobbe rispondeva alli interroganti,
parlava a voce bassa, come se rivelasse dei segreti
terribili, come se apportasse delle profezie da lontano.
Egli aveva veduto nell'alto, in mezzo al
sangue, una mano minacciosa, e poi un velo nero,
o poi una spada e una tromba....
[pg!4]

“Racconta! racconta!” incitavano li altri,
guardandosi in faccia, presi da una strana avidità
di ascoltare cose meravigliose; mentre la favola
di bocca in bocca si spandeva rapidamente per la
moltitudine assembrata.


II.
---

La gran plaga vermiglia dall'orizzonte saliva
lentamente verso lo zenit, tendeva ad occupare
tutta la cupola del cielo. Un vapore di metallo in
fusione pareva ondeggiare su i tetti delle case;
e nel chiarore discendente dal crepuscolo raggi
gialli e violetti si mescolavano con un tremolío
d'iridescenza. Una lunga striscia più luminosa
fuggiva verso una strada sboccante su l'argine
del fiume; e s'intravedeva al fondo il fiammeggiamento
delle acque tra i fusti lunghi e smilzi
dei pioppetti; poi un lembo di campagna asiatica,
dove le vecchie torri saracene si levavano confusamente
come isolotti di pietra fra le caligini. Le
emanazioni affocanti del fieno mietuto si spandevano
nell'aria; era a tratti come un odore di bachi
putrefatti tra la frasca. Stuoli di rondini attraversavano
lo spazio con molto schiamazzo di
stridi, trafficando dai greti del fiume alle gronde.
[pg!5]
Nella moltitudine il mormorío era interrotto
da silenzi di aspettazione. Il nome di Pallura circolava
per le bocche; impazienze irose scoppiavano
qua e là. Lungo la strada del fiume non si vedeva
ancora apparire il traino; le candele mancavano;
Don Cònsolo indugiava per questo ad
esporre le reliquie, a fare li esorcismi; e il pericolo
soprastava. Il pánico invadeva tutta quella
gente ammassata come una mandra di bestie, non
osante più di sollevare li occhi al cielo. Dai petti
delle femmine cominciarono a rompere i singhiozzi;
e una costernazione suprema oppresse e istupidì
le coscienze al suono di quel pianto.

Allora le campane finalmente squillarono. Come
i bronzi stavano a poca altezza, il fremito cupo
del rintocco sfiorò tutte le teste; e una specie di
ululato continuo si propagava nell'aria, tra un
colpo e l'altro.

“San Pantaleone! San Pantaleone!”

Fu un immenso grido unanime di disperati che
chiedevano aiuto. Tutti, in ginocchio, con le mani
tese, con la faccia bianca, imploravano.

“San Pantaleone!”

Apparve sulla porta della chiesa, in mezzo al
fumo di due turiboli, Don Cònsolo scintillante in
una pianeta violetta a ricami d'oro. Egli teneva
[pg!6]
in alto il sacro braccio d'argento, e scongiurava
l'aria gridando le parole latine:

“\ *Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere
digneris. Te rogamus, audi nos.*”

L'apparizione della reliquia mise un delirio di
tenerezza nella moltitudine. Scorrevano lagrime da
tutti li occhi; e a traverso il velo lucido delle lagrime
li occhi vedevano un miracoloso fulgore celeste
emanare dalle tre dita in alto atteggiate a
benedire. La figura del braccio pareva ora più
grande nell'aria accesa; i raggi crepuscolari suscitavano
barbagli variissimi nelle pietre preziose;
il balsamo dell'incenso si spargeva rapidamente
per le nari devote.

“\ *Te rogamus, audi nos!*”

Ma, quando il braccio rientrò e le campane si
arrestarono, nel momentaneo silenzio un tintinnío
prossimo di sonagli si udì, che veniva dalla strada
del fiume. E avvenne allora un repentino movimento
di concorso verso quel lato; e molti dicevano:

“È Pallura con le candele! È Pallura che
arriva! Ecco Pallura!”

Il traino si avanzava scricchiolando su la ghiaia,
al passo di una pesante cavalla grigia a cui il
gran corno d'ottone lucido brillava, simile a una
[pg!7]
bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e
li altri si fecero in contro, la pacifica bestia si
fermò soffiando forte dalle narici. E Giacobbe, che
s'accostò primo, subito vide disteso in fondo al
traino il corpo di Pallura tutto sanguinante, e si
mise a urlare agitando le braccia verso la folla:
“È morto! È morto!”


III.
----

La trista novella si propagò in un baleno. La
gente si accalcava in torno al traino, tendeva il
collo per vedere qualche cosa, non pensava più
alle minacce dell'alto, colpita dal nuovo caso
inaspettato, invasa da quella natural curiosità feroce
che li uomini hanno in conspetto del sangue.

“È morto? Come è morto?”

Pallura giaceva supino sulle tavole, con una
larga ferita in mezzo alla fronte, con un orecchio
lacerato, con delli strappi per le braccia, nei fianchi,
in una coscia. Un rivo tiepido gli colava per
il cavo delli occhi giù giù sino al mento ed al
collo, gli chiazzava la camicia, gli formava dei
grumi nerastri e lucenti su 'l petto, sulla cintola
di cuoio, fin sulle brache. Giacobbe stava chino
sopra quel corpo; tutti li altri a torno attendevano;
[pg!8]
una luce d'aurora illuminava i volti perplessi;
e, in quel momento di silenzio, dalla riva
del fiume si levava il cantico delle rane, e i pipistrelli
passavano e ripassavano rasente le teste.

D'improvviso Giacobbe drizzandosi, con una
gota macchiata di sangue, gridò:

“Non è morto. Respira ancora.”

Un mormorío sordo corse per la folla, e i più
vicini si protesero per guardare; e l'inquietudine
dei lontani cominciò a rompere in clamori. Due
donne portarono un boccale d'acqua, un'altra
portò de' brandelli di tela; un giovinetto offerse
una zucca piena di vino. Fu lavata la faccia al
ferito, fu fermato il flusso del sangue alla fronte,
fu rialzato il capo. Sorsero quindi alte le voci,
chiedendo le cause del fatto. — Le cento libbre di
cera mancavano; appena pochi frantumi di candela
rimanevano tra li interstizi delle tavole nel fondo
del traino.

I giudizi, in mezzo al sommovimento, di più
in più si accendevano e s'inasprivano e cozzavano.
E come un antico odio ereditario ferveva contro
il paese di Mascálico, posto di contro su l'altra
riva del fiume, Giacobbe disse con la voce rauca,
velenosamente:

“Che i ceri sieno serviti a San Gonselvo?”
[pg!9]

Allora fu come una scintilla d'incendio. Lo
spirito di chiesa si risvegliò d'un tratto in quella
gente abbrutita per tanti anni nel culto cieco e
feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico
di bocca in bocca si propagarono. E sotto il rossore
tragico del crepuscolo, la moltitudine tumultuante
aveva apparenza d'una tribù di zingari
ammutinati.

Il nome del santo rompeva da tutte le gole,
come un grido di guerra. I più ardenti gittavano
imprecazioni contro la parte del fiume, agitando
le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti
accesi dalla collera e dalla luce, larghi e possenti,
a cui i cerchi d'oro delli orecchi e il gran ciuffo
della fronte davano uno strano aspetto di barbarie,
tutti quei volti si tesero verso il giacente, si
addolcirono di misericordia. Ci fu in torno al traino
una sollecitudine pietosa di femmine che volevano
rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli
cambiarono le strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono
d'acqua la faccia, gli accostarono alle labbra
bianche la zucca del vino, gli composero una
specie di guanciale più molle sotto la testa.

“Pallura, povero Pallura, non rispondi?”

Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la
bocca semiaperta, con una lanugine bruna sulle
[pg!10]
gote e su 'l mento, con una mite beltà di giovinezza
ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione
del dolore. Di sotto alla fasciatura della
fronte gli colava un fil di sangue giù per la tempia;
alli angoli della bocca apparivano piccole bolle
di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una
specie di sibilo fioco, interrotto, come il suono del
gargarismo d'un malato. In torno a lui le cure,
le domande, li sguardi febbrili crescevano. La cavalla
ogni tanto scoteva la testa e nitriva verso
le case. Un'atmosfera come d'uragano imminente
pesava su tutto il paese.

S'intesero allora grida femminili verso la piazza,
grida di madre, che parvero più alte in mezzo
al subitaneo ammutolimento di tutte le altre voci.
E una donna enorme, tutta soffocata di adipe, attraversò
la folla, giunse gridando presso il traino.
Come ella era grave e non poteva salirvi, s'abbattè
su i piedi del figlio, con parole d'amore tra
i singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce
rotta e con una espressione di dolore così terribilmente
comica che per tutti li astanti corse un
brivido e tutti rivolsero altrove la faccia.

“Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia!...”
gridava la vedova, senza finire, baciando i piedi
del ferito, attraendolo a sè verso terra.
[pg!11]

Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo,
aprì li occhi verso l'alto; ma certo non potè
vedere, perchè una specie di pellicola umida gli
copriva lo sguardo. Grosse lacrime cominciarono a
sgorgargli dalli angoli delle palpebre e a scorrere
giù per le guance e pe 'l collo; la bocca gli rimase
torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un
vano sforzo di favella. E in torno incalzavano:

“Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha
ferito? Parla! Parla!”

E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano
i furori, un sordo tumulto di vendicazione
si riscoteva, e l'odio ereditario ribolliva
nell'animo di tutti.

“Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo
a noi!”

Il moribondo aprì li occhi un'altra volta; e
come gli tenevano serrate ambo le mani, forse per
quel vivo contatto di calore li spiriti un istante
gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò, egli ebbe
su le labbra un balbettamento vago, tra la schiuma
che sopravveniva più copiosa e più sanguigna. Non
si capivano ancora le parole. Si udì nel silenzio
la respirazione della moltitudine anelante, e li occhi
ebbero in fondo una fiamma, poichè tutti li
animi attendevano una parola sola.
[pg!12]

“.... Ma.... Ma.... Ma.... scálico....”

“Mascálico! Mascálico!” urlò Giacobbe che
stava chino, con l'orecchio teso, ad afferrare le
sillabe fievoli da quella bocca di morente.

Un fragore immenso accolse il grido. Nella
moltitudine fu da prima un mareggiamento confuso
di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante
il tumulto gittò l'allarme, la moltitudine
a furia si sbandò. Un pensiero solo incalzava quelli
uomini, un pensiero che parea fosse balenato a
tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche
cosa per colpire. Su tutte le coscienze instava una
specie di fatalità sanguinaria, sotto il gran chiaror
torvo del crepuscolo, in mezzo all'odore elettrico
emanante dalla campagna ansiosa.


IV.
---

E la falange, armata di falci, di ronche, di
scuri, di zappe, di schioppi, si riunì su la piazza,
dinanzi alla chiesa. E tutti gridavano:

“San Pantaleone!”

Don Cònsolo, atterrito dallo schiamazzo, s'era
rifugiato in fondo a uno stallo, dietro l'altare. Un
manipolo di fanatici, condotto da Giacobbe, penetrò
nella cappella maggiore, forzò le grate di
[pg!13]
bronzo, giunse nel sotterraneo, dove il busto del
santo si custodiva. Tre lampade, alimentate d'olio
d'oliva, ardevano dolcemente nell'aria umida del
sacrario; dietro un cristallo, l'idolo cristiano scintillava
con la testa bianca in mezzo a un gran
disco solare; e le pareti sparivano sotto la ricchezza
dei doni.

Quando l'idolo, portato su le spalle da quattro
ercoli, si mostrò alfine tra i pilastri del vestibolo,
e s'irraggiò alla luce aurorale, un lungo anelito
di passione corse il popolo aspettante, un fremito
come d'un vento di gioia volò sopra tutte le
fronti. E la colonna si mosse; e la testa enorme
del santo oscillava in alto, guardando innanzi a sè
dalle due orbite vuote.

Nel cielo ora, in mezzo all'accensione eguale
e cupa, a tratti passavano de' solchi di meteore
più vive; gruppi di nuvole sottili si distaccavano
dall'orlo della zona, e galleggiavano lentamente
dissolvendosi. Tutto il paese di Radusa appariva
dietro come un monte di cenere che covasse il
fuoco; e, dinanzi, le masse della campagna si perdevano
con un luccichío indistinto. Un gran cantico
di rane empiva la sonorità della solitudine.

Sulla strada del fiume il traino di Pallura fece
ostacolo all'incedere. Era vuoto, ma conservava
[pg!14]
tracce di sangue in più parti. Imprecazioni irose
scoppiarono d'improvviso nel silenzio. Giacobbe
gridò:

“Mettiamoci il santo!”

E il busto fu posato su le tavole e tirato a
forza di braccia nel guado. La processione di battaglia
così attraversava il confine. Lungo le file
correvano lampi metallici; le acque invase rompevano
in sprazzi luminosi, e tutta una corrente
rossa fiammeggiava fra i pioppetti, nel lontano,
verso le torri quadrangolari. Mascálico si scorgeva
su una piccola altura, in mezzo alli olivi, dormente.
I cani abbaiavano qua e là, con una furiosa persistenza
di risposte. La colonna, uscita dal guado,
abbandonando la via comune, avanzava a passi rapidi
per una linea diretta che tagliava i campi. Il
busto d'argento era portato di nuovo sulle spalle,
dominava le teste delli uomini tra il grano altissimo,
odorante e tutto stellante di lucciole vive.

D'improvviso, un pastore, che stava dentro un
covile di paglia a guardare il grano, invaso da un
pazzo sbigottimento in cospetto di tanta gente armata,
si diede a fuggire su per la costa, strillando
a squarciagola:

“Aiuto! aiuto!”

E li strilli echeggiavano nell'oliveto.
[pg!15]

Allora fu che i Radusani fecero impeto. Fra i
tronchi delli alberi, fra le canne secche, il santo
di argento traballava, dava tintinni sonori alli urti
dei rami, s'illuminava di lampi vivissimi ad ogni
accenno di precipizio. Dieci, dodici, venti schioppettate
grandinarono in un balenío vibrante, una
dopo l'altra su la massa delle case. Si udirono dei
crepiti, poi delle grida; poi si udì un gran sommovimento
clamoroso: alcune porte si aprirono,
altre si chiusero; caddero dei vetri in frantumi,
caddero dei vasi di basilico, spezzati su la via. Un
fumo bianco si levava nell'aria placidamente, dietro
la corsa delli assalitori, su per l'incandescenza
celeste. Tutti, accecati, in una furia bestiale, gridavano:

“A morte! A morte!”

Un gruppo di fanatici si manteneva in torno a
san Pantaleone. Vituperii atroci contro san Gonselvo
irrompevano tra l'agitazione delle falci e
delle ronche brandite.

“Ladro! Ladro! Pezzente! Le candele! Le
candele!”

Altri gruppi prendevano d'assalto le porte delle
case, a colpi d'accetta. E come le porte sgangherate
e scheggiate cadevano, i Pantaleonidi saltavano
nell'interno urlando, per uccidere. Femmine
[pg!16]
seminude si rifugiavano nelli angoli, implorando
pietà; si difendevano dai colpi, afferrando le armi
e tagliandosi le dita; rotolavano distese su 'l pavimento,
in mezzo a mucchi di coperte e di lenzuoli
da cui uscivano le loro flosce carni nutrite di rape.

Giacobbe alto, agile e rossastro come un canguro,
duce della persecuzione, si arrestava ad ogni
tratto per fare dei larghi gesti imperatorii sopra
tutte le teste con una gran falce fienaia. Andava
innanzi, impavido, senza più cappello, nel nome di
san Pantaleone. Più di trenta uomini lo seguivano.
E tutti avevano la sensazione confusa e ottusa di
camminare in mezzo a un incendio, sopra un terreno
oscillante, sotto una vôlta ardente che fosse
per crollare.

Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i
difensori, i Mascalicesi forti e neri come mulatti,
sanguinari, che si battevano con lunghi coltelli a
scatto, e tiravano al ventre e alla gola, accompagnando
di voci gutturali il colpo. La mischia si
ritraeva a poco a poco verso la chiesa; dai tetti
di due o tre case già scoppiavano le fiamme; un'orda
di femmine e di fanciulli fuggiva a precipizio tra li
olivi, presa dal pánico, senza più lume nelli occhi.

Allora tra i maschi, senza impedimento di lagrime
e di lamenti, la lotta a corpo a corpo si
[pg!17]
strinse più feroce. Sotto il cielo color di ruggine,
il terreno si copriva di cadaveri. Stridevano vituperii
mozzi tra i denti dei colpiti; e continuo tra
i clamori persisteva il grido dei Radusani:

“Le candele! Le candele!”

Ma la porta della chiesa restava sbarrata, enorme,
tutta di quercia, stellante di chiodi. I Mascalicesi
la difendevano contro li urti e contro le scuri.
Il santo d'argento, impassibile e bianco, oscillava
nel folto della mischia, ancora sostenuto su le spalle
dei quattro ercoli che sanguinavano tutti dalla
testa ai piedi, non volendo cadere. Ed era nel
supremo voto delli assalitori mettere l'idolo su
l'altare del nemico.

Ora mentre i Mascalicesi si battevano da leoni,
prodigiosamente, su 'l gradino di pietra, Giacobbe
disparve all'improvviso, girò il fianco dell'edifizio,
cercando un varco non difeso per penetrare
nel sacrario. E come vide un'apertura a poca
altezza da terra, vi si arrampicò, vi rimase tenuto
ai fianchi dall'angustia, vi si contorse, fin
che non giunse a far passare il suo lungo corpo
giù per lo spiraglio. Il cordiale aroma dell'incenso
vaniva nella solitudine della casa di Dio.
A tentoni nel buio, guidato dal fragore della pugna
esterna, quell'uomo camminò verso la porta,
[pg!18]
inciampando nelle sedie, ferendosi alla faccia, alle
mani. Rimbombava già il lavorío furioso delle accette
radusane su la durezza della quercia, quando
egli cominciò con un ferro a forzare le serrature,
anelante, soffocato da una violenta palpitazione di
ambascia che gli diminuiva la forza, con de' bagliori
fatui nella vista, con le ferite che gli dolevano
e gli mettevano un'onda tiepida giù per
la cute.

“San Pantaleone! San Pantaleone!” gridarono
di fuori le voci rauche de' suoi che sentivano
cedere lentamente la porta, raddoppiando li urti e
i colpi di scure. A traverso il legno giungeva lo
schianto grave dei corpi che stramazzavano, il colpo
secco del coltello che inchiodava là qualcuno per
le reni. E un gran sentimento, simile alla divina
sollevazione d'animo d'un eroe che salvi la patria,
ferveva allora in quel pitocco bestiale.


V.
--

Dopo un ultimo sforzo, la porta si aprì. I Radusani
si precipitarono con un immenso urlo di
vittoria, passando su i corpi delli uccisi, traendo
il santo d'argento all'altare. E una viva oscillazione
di riverberi invase d'un tratto l'oscurità
[pg!19]
della navata, fece brillare l'oro dei candelabri, le
canne dell'organo, in alto. E in quel chiaror fulvo
che or sì or no dall'incendio delle prossime case
vibrava dentro, una seconda lotta si strinse. I corpi
avviluppati rotolavano su i mattoni, non si distaccavano
più, balzavano insieme qua e là nei divincolamenti
della rabbia, urtavano e finivano sotto
le panche, su i gradini delle cappelle, contro li
spigoli dei confessionali. Nella concavità raccolta
della casa di Dio, il suono agghiacciante del ferro
che penetra nelle carni o che scivola su le ossa,
quell'unico gemito rotto dell'uomo che è colpito
in una parte vitale, quello scricchiolío che dà la
cassa del cranio nell'infrangersi al colpo, il ruggito
di chi non vuol morire, l'ilarità atroce di chi
è giunto ad uccidere, tutto distintamente si ripercoteva.
E un mite odore svanito d'incenso vagava
su 'l conflitto.

L'idolo d'argento non anche aveva attinto la
gloria dell'altare, poichè un cerchio ostile ne precludeva
l'accesso. Giacobbe si batteva con la falce,
ferito in più parti, senza cedere un palmo del gradino
che primo aveva conquistato. Non rimanevano
che due a sorreggere il santo: l'enorme testa
bianca barcollava in un ondeggiamento grottesco
di maschera ubriaca. I Mascalicesi imperversavano.
[pg!20]

Allora san Pantaleone cadde su 'l pavimento,
dando un tintinno vivo e vibrante. Come Giacobbe
si slanciò per rialzarlo, un gran diavolo d'uomo
con un colpo di ronca stese il nemico su la schiena.
Due volte questi si rialzò, e altri due colpi lo rigettarono.
Il sangue gl'inondava tutta la faccia
e il petto e le mani; ma pure egli si ostinava a
riavventarsi. Inviperiti da quella feroce tenacità
di vita, tre, quattro, cinque bifolchi insieme gli
diedero a furia nel ventre d'onde le viscere sgorgarono.
Il fanatico cadde riverso, battè la nuca
su 'l busto d'argento, si rivoltò d'un tratto bocconi
con la faccia contro il metallo, con le braccia
distese innanzi, con le gambe contratte. E san Pantaleone
fu perduto.
[pg!21]




ANNALI D'ANNA.
==============


I.
--

Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una
delle case di Porta-Caldara, fu marinaio. Nella
prima giovinezza navigò per qualche tempo su 'l
trabaccolo *Santa Liberata*, dalla rada di Ortona
ai porti della Dalmazia, caricando legnami, frumento
e frutta secche. Poi, per vaghezza di cambiar
padrone, si mise al servizio di Don Rocco
Panzavacante, e su una tanecca nuova fece molti
viaggi in commercio d'agrumi al promontorio di
Roto, che è una grande e dilettosa altura su la
costa italica, tutta coperta da una selva di aranci
e di limoni.

Su i ventisette anni egli si accese d'amore
per Francesca Nobile; e dopo alcuni mesi strinse
le nozze.

Luca, uomo di statura bassa e fortissimo,
[pg!22]
aveva una dolce barba bionda intorno al viso colorito;
e, come le femmine, alli orecchi portava
due cerchietti d'oro. Amava il vino e il tabacco;
professava una devozione ardente per il santo
apostolo Tommaso; e, poichè era di natura superstizioso
e inchinevole allo stupore, raccontava
singolari avventure e meraviglie dei paesi d'oltremare
e novellava delle genti dálmate e delle
isole adriatiche come di tribù e di terre prossime
al polo.

Francesca, donna di gioventù già schiusa, aveva
della razza ortonese la floridissima carne e i lineamenti
molli. Ella amava la chiesa, le funzioni
religiose, le pompe sacre, le musiche dei tridui;
viveva in gran semplicità di costumi; e, poichè la
sua intelligenza era fievole, credeva le più incredibili
cose e lodava in ogni suo atto il Signore.

Dal congiungimento nacque Anna; e fu nel
mese di giugno del 1817. Siccome il parto veniva
difficile e si temeva di qualche sventura, il sacramento
del battesimo fu amministrato su 'l ventre
della madre, prima che uscisse alla luce l'infante.
Dopo molto travaglio il parto si compì. La creatura
bevve il latte dalle mammelle materne e
crebbe in salute e in letizia. Francesca scendeva
verso sera alla marina, con la poppante su le braccia,
[pg!23]
quando la tanecca doveva tornare carica da
Roto; e Luca sbarcando aveva la camicia tutta
odorosa dei frutti meridionali. Risalendo insieme
verso le case alte, si fermavano allora un momento
alla chiesa e s'inginocchiavano. Nelle cappelle già
ardevano le lampade votive; e in fondo, a traverso
i sette cancelli di bronzo, il busto dell'Apostolo
luccicava come un tesoro. Le preghiere invocavano
la benedizione celeste su 'l capo della figliuola.
Nell'uscire, quando la madre bagnava la fronte
di Anna con l'acqua della pila, li strilli infantili
echeggiavano a lungo per quelle navate sonanti
come grandi conche di metallo puro.

L'infanzia di Anna passava pianamente, senza
alcuno avvenimento notevole. Nel maggio del 1823
ella fu vestita da cherubino, con una corona di
rose e un velo bianco; e confusa in mezzo allo
stuolo angelico, seguì la processione tenendo in
mano un cero sottile. La madre nella chiesa volle
sollevarla su le braccia per farle baciare il santo
protettore. Ma, come le altre madri sorreggenti li
altri cherubini spingevano in folla, uno dei ceri
appiccò il fuoco al velo di Anna e d'improvviso
la fiamma avvolse il corpo tenerello. Un moto di
paura si propagò allora nella moltitudine, e ciascuno
tentava essere primo ad uscire. Francesca,
[pg!24]
se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore,
riuscì a strappare la veste ardente; si strinse
contro il petto la figliuola nuda e tramortita, e
gittandosi dietro ai fuggenti invocava Gesù con
alte grida.

Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo
in pericolo. Ella giaceva nel letto, con l'esile
faccia esangue, senza parlare, come fosse diventata
muta; e aveva nelli occhi aperti e fissi
un'espressione di stupore immemore più tosto che
di dolore. Dopo quel tempo, ogni commovimento
troppo vivo le produceva nei nervi una convulsione.

Quando la temperie era dolce, la famiglia scendeva
nella barca pe 'l pasto della sera. Sotto la
tenda, Francesca accendeva il fuoco e su 'l fuoco
metteva i pesci: l'odor cordiale delli alimenti si
spandeva lungo il Molo mescendosi al profumo
derivante dai verzieri della Villa Onofrii. Il mare
dinanzi era così tranquillo che si udiva a pena tra
li scogli il risucchio, e l'aria così limpida che la
punta di San Vito si vedeva in lontananza emergere
con tutto il cumulo delle case. Luca si metteva
a cantare, insieme con li altri uomini; Anna
faceva atto di aiutare la madre. Dopo il pasto,
come la luna saliva il cielo, i marinai apprestavano
[pg!25]
la tanecca per salpare. Intanto Luca, nel calore
del vino e del cibo, preso da quella sua naturale
avidità di narrazioni mirabili, cominciava
a parlare dei litorali lontani. — C'era, più in là
di Roto, una montagna tutta abitata dalle scimmie
e da *uomini dell'India*, altissima, con piante
che producevano le pietre preziose.... — La moglie
e la figlia ascoltavano, in silenzio, attonite. Poi
le vele si spiegavano lungo li alberi lentamente,
tutte segnate di figure nere e di simboli cattolici,
come vecchi gonfaloni della patria. E Luca
partiva.

Nel febbraio del 1826 Francesca si sgravò
d'un bimbo morto. Nella primavera del 1830 Luca
volle condurre Anna al promontorio. Anna era
allora su l'adolescenza. Il viaggio fu felice. Nell'alto
mare incontrarono una nave di mercanti,
una gran nave che faceva cammino per forza di
immense vele bianche. I delfini nuotavano nella
scía; l'acqua si moveva dolcemente in torno, scintillando,
come se sopra vi galleggiassero tappeti
di penne di paone. Anna seguì a lungo con li occhi
pieni di stupore la nave in lontananza. Poi
una specie di nuvola azzurra sorse su la linea
dell'orizzonte; ed era la montagna fruttifera. Le
coste della Puglia si designavano a poco a poco.
[pg!26]
sotto il sole. Il profumo delli agrumi veniva spandendosi
nell'aria gioviale. Quando Anna discese
su la riva, fu presa da un senso di letizia; e stette
curiosa a guardare le piantagioni e li uomini nativi
del luogo. Il padre la condusse nella casa di
una donna non giovane che parlava con una lieve
balbuzie. Restarono là due giorni. Anna vide una
volta il padre baciare la donna ospite su la bocca;
ma non comprese. Al ritorno la tanecca era carica
di aranci; e il mare era ancora mite.

Anna conservò di quel viaggio un ricordo come
di sogno; e, poichè per natura era taciturna, raccontò
non molte cose alle coetanee che la incalzavano
d'interrogazioni.


II.
---

Nel maggio seguente, alle feste dell'Apostolo
intervenne l'arcivescovo di Orsogna. La chiesa era
tutta parata di drappi rossi e di fogliami d'oro;
dinanzi ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade
d'argento lavorate dalli orefici per religione;
e tutte le sere l'orchestra sonava un oratorio
solenne con un bel coro di voci bianche. Il sabato
si doveva esporre il busto dell'Apostolo. I devoti
peregrinavano da tutti i paesi marittimi e interni;
[pg!27]
salivano la costa cantando e portando in mano i
voti, nel conspetto del mare.

Anna il venerdì fece la prima comunione. L'arcivescovo
era un vecchio venerando e mite: quando
sollevava la mano per benedire, la gemma dell'anello
risplendeva simile a un occhio divino.
Anna, a pena sentì su la lingua l'ostia eucaristica,
smarrì la vista per un'improvvisa onda di
gaudio che le irrigò i capelli con la dolcezza d'un
bagno tiepido e odoroso. Dietro di lei un sussurro
correva nella moltitudine; allato, altre verginelle
prendevano il sacramento e chinavano la faccia
su 'l gradino, in gran compunzione.

La sera Francesca volle dormire, com'è costume
dei fedeli, su 'l pavimento della basilica,
aspettando l'ostensione matutina del santo. Ella
era incinta da sette mesi, e molto l'affaticava il
peso del ventre. Su 'l pavimento i pellegrini giacevano
accumulati; dai loro corpi esalava il calore
e montava nell'aria. Alcune voci confuse uscivano
a tratti da qualche bocca inconscia nel sonno; le
fiammelle tremolavano e si riflettevano su l'olio
nei bicchieri sospesi tra li archi; e nei vani delle
larghe porte aperte scintillavano le stelle alla notte
primaverile.

Francesca vegliò per due ore in travaglio, poichè
[pg!28]
l'esalazione dei dormienti le dava la nausea.
Ma, determinata a resistere e a soffrire pe 'l bene
dell'anima, vinta dalla stanchezza, piegò alfine il
capo. Su l'alba si destò. L'aspettazione cresceva
nelli animi delli astanti e altra gente sopraggiungeva:
in ciascuno ardeva il desiderio d'essere
primo a vedere l'Apostolo. Fu aperto il cancello
esterno; e il romore dei cardini risonò nitidamente
nel silenzio, si ripercosse in tutti i cuori.
Fu aperto il secondo cancello, poi il terzo, poi il
quarto, il quinto, il sesto, l'ultimo. Parve allora
come una tromba d'uragano investisse la moltitudine.
La massa delli uomini si precipitò verso
il tabernacolo: grida acute squillarono nell'aria
mossa da quell'impeto; dieci, quindici persone rimasero
schiacciate e soffocate; una preghiera tumultuaria
si levò.

I morti furono tratti fuori all'aperto. Il corpo
di Francesca, tutto contuso e livido, fu portato
alla famiglia. Molti curiosi in torno si accalcarono;
e i parenti gemevano compassionevolmente.

Anna, quando vide la madre distesa su 'l letto
tutta violacea nella faccia e macchiata di sangue,
cadde a terra senza conoscenza. Poi, per molti
mesi fu tormentata dall'epilessia.
[pg!29]


III.
----

Nell'estate del 1835 Luca partiva per un porto
della Grecia su 'l trabaccolo *Trinità* di Don Giovanni
Camaccione. Siccome egli aveva nell'animo
un segreto pensiero, prima di navigare vendè le
masserizie e pregò i parenti d'accogliere Anna
nella casa fin che egli non tornasse. Di là a qualche
tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi
e d'uva di Corinto, dopo aver toccata la
spiaggia di Roto. Luca non era tra la ciurma; e
si vociferò poi ch'egli fosse rimasto nel *paese dei
portogalli* con una femmina amorosa.

Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente.
Una gran tristezza allora discese nella sua
vita. La casa dei parenti era sotto la strada orientale,
in vicinanza del Molo. I marinai venivano a
bere il vino in una stanza bassa, ove quasi tutto
il giorno le canzoni sonavano tra il fumo delle
pipe. Anna passava in mezzo ai bevitori portando
i boccali colmi; e il primo istinto de' suoi pudori
si risvegliava a quel contatto assiduo, a quell'assidua
comunione di vita con uomini bestiali. Ad
ogni momento ella doveva soffrire i motti inverecondi,
le risa crudeli, i gesti ambigui, la malvagità
[pg!30]
delle ciurme inasprite dalle fatiche della navigazione.
Ella non osava lamentarsi, poichè
mangiava il pane nella casa delli altri. Ma quel
supplizio di tutte le ore la rendeva ebete: una
imbecillità grave le opprimeva a poco a poco l'intelligenza
indebolita.

Per una naturale inclinazione affettiva dell'animo,
ella poneva amore alli animali. Un asino di
molta età era ricoverato sotto una tettoia di paglia
e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede
mansueto portava cotidianamente some di vino da
Sant'Apollinare alla tavernella; e se bene i suoi
denti cominciavano a ingiallire e le sue unghie a
sfaldarsi, e se bene il suo cuoio era già secco e
non aveva quasi più pelo, talvolta nel conspetto
d'una fiorita di cardi ridirizzava le orecchie e si
metteva a ragliar vivacemente in un'attitudine
giovenile.

Anna empiva di profenda la greppia e d'acqua
l'abbeveratoio. Quando il calore era grande, ella
veniva sotto la tettoia a meriggiare. L'asino triturava
i fili di paglia tra le mandibole laboriose,
ed ella con un ramo fronzuto faceva opera di pietà
liberandogli la schiena dalla molestia delli insetti.
Di tanto in tanto l'asino volgeva la testa orecchiuta,
per un rincrespamento delle labbra flosce
[pg!31]
mostrando le gencive quasi in un rossastro riso
animalesco di gratitudine e mostrando per un moto
obliquo dell'occhio nell'orbita il globo giallognolo
e venato di paonazzo come una vescica di fiele.
Li insetti turbinavano con un ronzio pesante su 'l
fimo; non dalla terra nè dal mare venivano romori
o voci; e un senso vago di pace occupava
allora l'animo della donna.

Nell'aprile del 1842 Pantaleo, l'uomo che guidava
il somiere al viaggio cotidiano, morì di coltello.
Da quel tempo ad Anna fu commesso l'ufficio.
Ed ella partiva su l'alba e tornava su 'l
mezzogiorno, o partiva su 'l mezzogiorno e tornava
su la sera. La strada volgeva per una collina
solatía piantata d'olivi, discendeva per una
terra irrigua messa a pasture, e risalendo tra i
vigneti giungeva alle fattorie di Sant'Apollinare.
L'asino camminava innanzi, con le orecchie basse,
a fatica: una frangia verde tutta logora e stinta
gli batteva le coste e i lombi; nel basto luccicavano
alcuni frammenti di lámine d'ottone.

Quando l'animale si soffermava per riprender
fiato, Anna gli dava qualche piccolo urto carezzevole
su 'l collo e l'eccitava con la voce; poichè
ella aveva misericordia di quella decrepitezza. Ogni
tanto strappando dalle siepi un pugno di foglie,
[pg!32]
le porgeva in ristoro; e s'inteneriva sentendo su
la palma il movimento molle delle labbra che ricevevano
l'offerta. Le siepi erano fiorite; e i fiori
del bianco spino avevano un sapore di mandorle
amare.

Su 'l confine dell'oliveto stava una gran cisterna,
e accanto alla cisterna un lungo canale di
pietra dove le vacche venivano ad abbeverarsi.
Tutti i giorni Anna faceva sosta in quel luogo;
ed ella e l'asino si dissetavano prima di seguire
il cammino. Una volta ella s'incontrò co 'l custode
dell'armento, che era nativo di Tollo e
aveva la guardatura un poco losca e il labbro leporino.
L'uomo le volse il saluto; e ambedue cominciarono
a ragionare dei pascoli e dell'acqua, e
poi dei santuari e dei miracoli religiosi. Anna
ascoltava con benignità e con frequenza di sorriso.
Ella era macilente e bianca; aveva li occhi
chiarissimi e la bocca stragrande, e i capelli castanei
pieganti in dietro tutti senza spartizione.
Nel collo le si vedevano le cicatrici rossicce delle
bruciature e le si vedevano le arterie battere d'un
palpito incessante.

Da allora i colloqui si reiterarono. Per l'erba
le vacche stavano sparse; e giacevano ruminando
o pascolavano in piedi. Quelle moventi forme pacifiche
[pg!33]
aumentavano la tranquillità della solitudine
pastorale. Anna, seduta su l'orlo della cisterna,
ragionava semplicemente; e l'uomo dal labbro
fesso pareva preso d'amore. Un giorno ella, per
un improvviso spontaneo rifiorir del ricordo, narrò
la navigazione alla montagna di Roto. E, poichè
la lontananza del tempo le ingannava la memoria,
ella diceva con suono di verità cose meravigliose.
L'uomo stupefatto ascoltava senza batter
le palpebre. Quando Anna tacque, ad ambedue il
silenzio e la solitudine d'in torno parvero più
grandi; ed ambedue restarono in pensiero. Venivano
le vacche, tratte dalla consuetudine, all'abbeveratoio;
e a tutte penzolava fra le gambe il
gruppo delle mammelle rifornite di latte dalla pastura.
Come esse avanzavano il muso nel canale,
l'acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e regolari.


IV.
---

Su li ultimi giorni di giugno l'asino infermò.
Non prendeva cibo nè bevanda da quasi una settimana.
I viaggi s'interruppero. Una mattina che
Anna discese alla tettoia, scorse la bestia tutta
ripiegata su lo strame in un avvilimento miserevole.
Una specie di tosse roca e tenace scoteva
[pg!34]
di tratto in tratto la gran carcassa malcoperta di
cuoio; su li occhi s'erano formate due cavità profonde,
come due orbite vacue; e li occhi parevano
due grosse bolle gonfie di siero. Quando
l'asino udì le voci di Anna, tentò levarsi: il corpo
gli traballava su le zampe e il collo gli si abbatteva
giù dalle spalle acute e le orecchie gli penzolavano
con i movimenti involontari e incomposti
di un enorme giocattolo che avesse guaste le commessure.
Un liquido mucoso gli colava dalle nari,
talvolta allungandosi in filamenti sino ai ginocchi.
Le chiazze nude nel pelame avevano il colore azzurrognolo
e quasi cangiante della lavagna. I guidaleschi
qua e là sanguinavano.

Anna, allo spettacolo, si sentì stringere da una
angoscia pietosa; e, poichè ella per natura e per
uso non provava alcuna repugnanza fisica in contatto
della materia immonda, si accostò a toccare
l'animale. Con una mano gli sorreggeva la mascella
inferiore, con l'altra una spalla; e così tentava
fargli muovere i passi, sperando in una qualche
virtù dell'esercizio. L'animale prima esitava,
squassato da nuovi sussulti di tosse; poi finalmente
prese a camminare per la china dolce che
scendeva al lido. Le acque, dinanzi, nella natività
del giorno biancheggiavano; e i calafati verso
[pg!35]
la Penna spalmavano una carena. Come Anna levò
il sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza,
l'asino per un fallo de' piedi anteriori stramazzò
d'improvviso. La gran macchina delle ossa
ebbe uno scricchiolío interno di rotture, e la pelle
del ventre e dei fianchi risonò sordamente e palpitò.
Le gambe fecero l'atto di correre; per l'urto,
dalla genciva uscì un poco di sangue e tra i denti
si diffuse.

Allora la donna si mise a gridare andando verso
la casa. Ma i calafati, sopraggiunti, in conspetto
dell'asino giacente ridevano e motteggiavano. Uno
di loro percosse co 'l piede il ventre del moribondo.
Un altro gli afferrò le orecchie e gli sollevò il
capo che ricadde pesantemente a terra. Li occhi si
chiusero; qualche brivido corse fra il pelame bianco
del ventre aprendone le spighe, come un soffio;
una delle gambe di dietro battè due o tre volte
nell'aria. Poi tutto fu immobile; se non che nella
spalla ov'era un'ulcera, si produsse un lieve tremito,
simile a quello che per la molestia d'un insetto
avveniva dianzi volontario nella carne vivente.
Quando Anna tornò su 'l luogo, trovò i
calafati che tiravano per la coda la carogna, e cantavano
un *Requiem* con false voci asinine.

Così Anna rimase in solitudine; e per lungo
[pg!36]
tempo ancora visse nella casa dei parenti ed ivi
appassì, adempiendo umili uffici, e sopportando con
molta pazienza cristiana le vessazioni. Nel 1845 li
accessi epilettici riapparvero con violenza; sparvero
dopo alcuni mesi. La fede religiosa in quell'epoca
divenne in lei più profonda e più calda.
Ella saliva alla basilica tutte le mattine e tutte
le sere; e s'inginocchiava abitualmente in un angolo
oscuro protetto da una gran pila di marmo
dov'era figurata con rozza opera di bassorilievo la
fuga della Sacra Famiglia in Egitto. Da prima
scelse ella forse quell'angolo attratta dal docile
asinello trasportante il pargolo Gesù e la Madre
alla terra dell'idolatria? Una quietudine d'amore
le discendeva su lo spirito, quando aveva piegate
le ginocchia nell'ombra; e la preghiera le sgorgava
puramente dal petto come da una fonte natale,
poichè ella pregava soltanto per la voluttà
cieca dell'adorazione, non per la speranza d'ottener
grazia di beni nella vita terrena. In lei il
desiderio del miglioramento, questo universal desiderio
umano, s'era andato spegnendo via via che
l'intelligenza svaniva, e che per le condizioni consuetudinarie
si semplificavano nell'organismo i bisogni.
Ella pregava, con la testa china sulla sedia;
e come i cristiani nell'accedere e nell'uscire attingevano
[pg!37]
con le dita l'acqua della pila, e si segnavano,
ella a quando a quando trasaliva, sentendo
su' capelli qualche stilla benedetta cadere.


V.
--

Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al
paese di Pescara, era prossima la festa del Rosario,
che si celebra nella prima domenica di ottobre.
La donna si mosse da Ortona a piedi, per
sciogliere un voto; e portando chiuso in un fazzoletto
di seta un piccolo cuore d'argento, camminò
religiosamente lungo la riva del mare; poichè
la strada provinciale non ancora in quel tempo era
praticata, e un bosco di pini occupava molta estensione
di terreno vergine. La giornata pareva dolce,
se non che nel mare le onde andavano crescendo,
ed all'estremo limite andavano crescendo in forma
di trombe i vapori. Anna avanzava tutta assorta
in pensieri di santità. Nel far della sera, come ella
fu su 'l luogo delle Saline, cadde d'improvviso la
pioggia, da prima pianamente e dopo in grande
abbondanza; così che, non essendovi in torno riparo
alcuno, ella n'ebbe le vesti tutte molli. Più
in qua, la foce dell'Alento portava acqua; ed ella
si scalzò per guadare. In vicinanza di Vallelonga
[pg!38]
la pioggia restò: ed il bosco dei pini rinasceva
serenante nell'aria con odor quasi d'incenso. Anna,
rendendo grazie nell'animo al Signore, seguì il
cammino del litorale ma con più rapidi passi, poichè
sentiva penetrarsi nelle ossa l'umidità malsana,
e cominciava a battere i denti pe 'l ribrezzo.

A Pescara, ella fu subito presa dalla febbre palustre,
e ricoverata per misericordia nella casa di
Donna Cristina Basile. Dal letto, udendo i cantici
della pompa sacra, e vedendo le cime delli stendardi
ondeggiare all'altezza della finestra, ella si
mise a dire le preghiere e a invocare la guarigione.
Quando passò la Vergine, ella scorse soltanto
la corona gemmata, e fece atto di mettersi
in ginocchio su i guanciali per adorare.

Dopo tre settimane guarì; e, avendole Donna
Cristina offerto di rimanere, ella rimase in qualità
di domestica. Ebbe allora una piccola stanza guardante
su 'l cortile. Le pareti erano imbiancate di
calce; un vecchio paravento coperto di figure profane
chiudeva un angolo; e fra i travicelli del
soffitto molti ragni tendevano in pace le tele laboriose.
Sotto la finestra sporgeva un tetto breve, e
più giù s'apriva il cortile pieno di volatili mansueti.
Su 'l tetto vegetava, da un mucchio di terra
chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco.
[pg!39]
Il sole vi s'indugiava dalle prime ore antimeridiane
alle prime ore del pomeriggio. Ogni estate
la pianta dava fiori.

Anna, nella nuova vita, nella nuova casa, a poco
a poco si sentì sollevare e rivivere. La sua naturale
inclinazione all'ordine si dispiegò. Ella attendeva
a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza far
parole. Anche, in lei la credenza nelle cose sopranaturali
ingigantì. Due o tre leggende s'erano per
antico formate su due o tre luoghi della casa Basile
e di generazione in generazione si tramandavano.
Nella *camera gialla* del secondo piano abbandonato
viveva l'anima di Donna Isabella. In un
ricettacolo ingombro, dove una scala discendeva a
gomito sino a una porta che non s'apriva da tempo,
viveva l'anima di Don Samuele. Quei due nomi
esercitavano un singolar fascino su i nuovi abitatori,
e diffondevano per tutto il vecchio edificio una
specie di solennità conventuale. Come poi il cortile
interno era circondato di molti tetti, i gatti
su la loggia si riunivano in conciliaboli e miagolavano
con una dolcezza inquietante, chiedendo ad
Anna li avanzi del pasto familiare.

Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina
morì d'una malattia urinaria, dopo lunghe settimane
di spasimi. Egli era un uomo timorato di
[pg!40]
Dio, casalingo e caritatevole; era capo d'una congrega
di possidenti religiosi; leggeva le opere dei
teologi, e sapeva sonare su 'l gravicembalo alcune
semplici arie di antichi maestri napolitani.
Quando venne il viatico, magnifico per numero di
ministri e per ricchezza d'arnesi, Anna s'inginocchiò
su la porta, e si mise a pregare ad alta voce.
La stanza si empì d'un vapor d'incenso, in mezzo
a cui il ciborio raggiava e raggiavano i turiboli,
oscillando come lampade accese. Si udirono singhiozzi;
poi le voci dei ministri, raccomandando
l'anima all'Altissimo, si sollevarono. Anna, rapita
dalla solennità di quel sacramento, perdè ogni
orrore della morte, e da allora pensò che la morte
dei cristiani fosse un trapasso dolce e gaudioso.

Donna Cristina tenne chiuse tutte le finestre
della casa, durante un mese intero. Continuava a
piangere il marito nell'ora del pranzo e nell'ora
della cena; faceva in nome di lui le elemosine ai
mendicanti; e, più volte nel giorno, con una coda
di volpe levava la polvere dal gravicembalo come
da una reliquia, emettendo sospiri. Ella era una
donna di quarant'anni, tendente alla pinguedine,
ancora fresca nelle sue forme che la sterilità aveva
conservate. E poichè ereditava dal defunto una
dovizia considerevole, i cinque più maturi celibi
[pg!41]
del paese cominciarono a tenderle insidie e ad
allettarla alle nuove nozze con arti lusingatrici. I
campioni furono: Don Ignazio Cespa, persona dolcigna,
di sesso ambiguo, con una faccia di vecchia
pettegola butterata dal vaiuolo e una capellatura
impregnata di olii cosmetici, con le dita
cariche di anelli e li orecchi forati da due minuscoli
cerchi d'oro; Don Paolo Nervegna, dottor
di legge, uomo parlatore e accorto, che aveva le
labbra sempre increspate come se masticasse l'erba
sardonica e su la fronte una specie di crescimento
rossastro innascondibile; Don Fileno d'Amelio,
nuovo capo della congrega, uomo pieno d'unzione
e di compunzione, un po' calvo, con la fronte sfuggente
indietro e l'occhio pecorinamente opaco;
Don Pompeo Pepe, uomo giocondo, amante del
vino e delle donne e dell'ozio, ubertoso in tutta
la corporatura e più nella faccia, sonoro nelle
risa e nelle parole; Don Fiore Ussorio, uomo di
spiriti pugnaci, gran leggitore di opere politiche
e citator trionfante di esempi storici in ogni disputa,
pallido d'un pallor terrigno, con una sottil
corona di barba intorno alli zigomi e una bocca
singolarmente atteggiata in linea obliqua. A costoro
si aggiungeva, ausiliare della resistenza di
Donna Cristina, l'abate Egidio Cennamele che volendo
[pg!42]
trarre l'erede ai benefizi della chiesa, osteggiava
con ben coperta astuzia d'impedimenti le
lusinghe.

La gran contesa, che sarà un giorno narrata
dal cronista per diffuso, durò molto tempo ed
ebbe molta varietà di vicende. E principal teatro
della prima azione fu il cenacolo, sala rettangolare
dove su la carta francese delle pareti erano
francescamente rappresentati i fatti di Ulisse naufragante
all'isola di Calipso. Quasi tutte le sere
i campioni si riunivano, in torno all'inclita vedova;
e facevano il giuoco della briscola e il giuoco dell'amore
alternativamente.


VI.
---

Anna fu candida testimone. Introduceva i visitatori,
tendeva il tappeto su la tavola, e a mezzo
della veglia portava i bicchierini pieni d'un rosolio
verdognolo composto dalle monache con droghe
speciali. Una volta ella sentì su per le scale
Don Fiore Ussorio gridare nel calor della disputa
un'ingiuria contro l'abate Cennamele che parlava
sommesso; e, poichè l'irreverenza le parve mostruosa,
ella da allora in poi tenne Don Fiore per
un uomo diabolico e al comparir di lui si faceva
[pg!43]
rapidamente il segno della croce e mormorava un
*Pater*.

Nella primavera del 1856, un giorno, mentre
su 'l greto della Pescara ella sbatteva i panni
lavati, vide una flotta di barche passare la foce
e navigar lentamente contro la forza dell'acqua.
Il sole era sereno; le due rive si rispecchiavano
in fondo abbracciandosi; alcuni ramoscelli verdi e
alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della
corrente, come simboli pacifici, verso il mare; e
le barche, aventi quasi tutte la mitria di san
Tommaso dipinta per insegna in un angolo della
vela, avanzavano così nel bel fiume santificato
dalla leggenda di san Cetteo Liberatore. I ricordi
del paese natale si svegliarono nell'animo della
donna con un tumulto improvviso, a quello spettacolo;
ed ella, pensando al padre, fu invasa da
un gran tenerezza.

Le barche erano tanecche ortonesi e venivano
dal promontorio di Roto con un carico di agrumi.
Anna, come le ancore furono gettate, si avvicinò
ai marinai; e li guardava con una curiosità benevola
e trepidante, senza far parole. Uno di loro,
colpito dalla insistenza, la ravvisò e la interrogò
familiarmente. — Chi cercava? Che voleva? — Allora
Anna, tratto in disparte l'uomo, gli chiese
[pg!44]
se non per caso egli avesse veduto al *paese dei
portogalli* Luca Minella, il padre. — Non l'aveva
veduto? Non stava ancora con *quella femmina*? — L'uomo
rispose che Luca era morto da qualche
tempo. — Era vecchio. Poteva campar di più? — Allora
Anna contenne le lacrime; volle sapere
molte cose. L'uomo le disse molte cose. — Luca
aveva strette le nozze con *quella femmina*; ne
aveva avuti due figliuoli. Il maggiore dei due navigava
sopra un trabaccolo e veniva qualche volta
a Pescara per negozi. — Anna trasalì. Un turbamento
indeterminato, una specie di smarrimento
confuso le occupava l'animo. Ella non giungeva
a ritrovar l'equilibrio e la lucidità del giudizio
dinanzi a quel fatto troppo complesso. Ella aveva
ora due fratelli dunque? Doveva amarli? Doveva
cercare di vederli? Ora che doveva dunque fare?

Così, titubante, tornò a casa. E dopo, per molte
sere, quando entravano nel fiume le barche, ella
andava lungo lo scalo a guardare i marinai. Qualche
trabaccolo portava dalla Dalmazia un carico
di asinelli e di cavalli nani: le bestie prendendo
terra scalpitavano; l'aria sonava di ragli e di
nitriti. Anna, nel passare, batteva con la mano le
grosse teste delli asinelli.
[pg!45]


VII.
----

Verso quel tempo ebbe in dono dal fattore di
campagna una testuggine. Il nuovo ospite tardo
e taciturno fu diletto e cura della donna nelle ore
d'ozio. Camminava da un punto all'altro della
stanza sollevando a stento dal suolo il grave peso
del corpo su le zampe simili a moncherini olivastri,
e, come era giovine, le piastre del suo scudo
dorsale, gialle maculate di nero, tralucevano talvolta
al sole con un nitor d'ambra. La testa coperta
di scaglie, compressa nel muso, giallognola,
sporgeva tentennando con una mansuetudine timorosa;
e pareva talvolta la testa di un vecchio
serpe estenuato che uscisse dal guscio di un crostaceo.
Anna prediligeva nell'animale i costumi:
il silenzio, la frugalità, la modestia, l'amor della
casa. Gli dava per cibo foglie di verdura, radici
e vermi, restando estatica a osservare il moto
delle piccole mandibole cornee dentellate nel lor
duplice margine. Ella, in quell'atto, provava quasi
un sentimento di maternità: eccitava pianamente
l'animale con le voci e sceglieva per lui le erbe
più tenere e più dolci.

Fu la testuggine allora auspice d'un idillio.
[pg!46]
Il fattore, venendo più volte al giorno nella casa,
s'intratteneva su la loggia a ragionare con Anna.
Ed essendo egli uomo d'umili spiriti, divoto, prudente
e giusto, godeva veder riflesse le sue pie
virtù nell'animo della donna. Per la consuetudine
sorse quindi tra i due a poco a poco una familiarità
amorevole. Ella aveva già qualche capello
bianco su le tempie, ed in tutta la faccia diffuso
un placido candore. Egli, Zacchiele, superava di
alcuni anni l'età di lei; aveva una gran testa
dalla fronte sporgente e due miti e rotondi occhi
di coniglio. Tutt'e due, nei colloqui, sedevano
per lo più su la loggia. Sopra di loro, fra i
tetti, il cielo pareva una cupola luminosa; e ad
intervalli i voli dei colombi domestici, bianchi
come il Paraclito, traversavano la quiete celestiale.
I colloqui volgevano su le raccolte, su la bontà
dei terreni, su le semplici norme della coltivazione;
ed erano pieni di esperienza e di rettitudine.

Poichè Zacchiele amava talvolta, per una ingenua
vanità naturale, di far pompa del suo sapere
in conspetto della donna ignorante e credula,
questa concepì per lui una stima ed un'ammirazione
senza limiti. Ella imparò che la terra è divisa
in cinque parti e che cinque sono le razze
[pg!47]
delli uomini: la bianca, la gialla, la rossa, la nera
e la bruna. Imparò che la terra è di forma rotonda,
che Romolo e Remo furono nutricati da
una lupa, e che le rondini su l'autunno vanno
oltremare nell'Egitto dove anticamente regnavano
i Faraoni. — Ma li uomini non avevano tutti un
colore, a imagine e somiglianza di Dio? Potevamo
noi camminare sopra una palla? Chi erano
i re Faraoni? — Ella non riusciva a comprendere,
e rimaneva così tutta smarrita. Però da allora
ella considerò le rondini con reverenza e le tenne
per uccelli dotati di saggezza umana.

Un giorno Zacchiele le mostrò una Storia sacra
dell'Antico Testamento, illustrata di figure. Anna
guardava con lentezza, ascoltando le spiegazioni.
Ed ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi,
Noè seminudo inginocchiato innanzi ad un altare,
i tre angeli di Abramo, Mosè salvato dalle acque;
vide con gioia finalmente un Faraone nel conspetto
della verga di Mosè cangiata in serpe, e la regina
di Saba, la festa dei Tabernacoli, il martirio dei
Maccabei. Il fatto dell'asina di Balaam la empì
di meraviglia e di tenerezza. Il fatto della coppa
di Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere
in lacrime. Ed ella imaginava li Israeliti camminanti
per un deserto tutto coperto di quaglie,
[pg!48]
sotto una rugiada che si chiamava la manna ed
era bianca come la neve e più dolce del pane.

Dopo la Storia sacra, preso da una singolare
ambizione Zacchiele cominciò a leggerle le imprese
dei Reali di Francia da Costantino imperatore
sino ad Orlando conte d'Anglante. Un gran
tumulto sconvolse allora la mente della donna: le
battaglie dei Filistei e dei Siriaci si confusero con
le battaglie dei Saraceni, Oloferne si confuse con
Rizieri, il re Saul col re Mambrino, Eleazaro con
Balante, Noemi con Galeana. Ed ella, affaticata,
non seguiva più il filo delle narrazioni, ma si
riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva passare
nella voce di Zacchiele i suoni di qualche
nome prediletto. E predilesse Dusolina e il duca
Bovetto che prese tutta l'Inghilterra innamorandosi
della figliuola del re di Frisia.

Erano le calende di settembre. Nell'aria temperata
dalla pioggia recente, si andava diffondendo
una placida chiarità autunnale. La stanza di Anna
divenne il luogo delle letture. Un giorno Zacchiele,
seduto, leggeva *come Galeana, figliuola del re Galafro,
s'innamorò di Mainetto e volle da lui la ghirlanda
dell'erba*. Anna, poichè la favola pareva semplice
e campestre e poichè la voce del lettore
pareva addolcirsi di accenti novelli, ascoltava con
[pg!49]
visibile assiduità. La testuggine si traeva in mezzo
ad alcune foglie di lattuga, pianamente; il sole su
la finestra illuminava una gran tela di ragno, e
li ultimi fiori rosei del tabacco si vedevano a traverso
la sottile opera di filo d'oro.

Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose
il libro; e, guardando la donna, sorrise d'uno di
quei sorrisi fatui che solevano increspargli le tempie
e li angoli della bocca. Poi cominciò a parlarle
vagamente, con la peritanza di colui che non
sa in qual modo giungere al punto desiderato.
Finalmente ardì. — Ella non aveva pensato mai
al matrimonio? — Anna alla domanda non rispose.
Stettero ambedue in silenzio ed ambedue sentivano
nell'animo una dolcezza confusa, quasi un
risveglio inconsciente della giovinezza sepolta e
un umano richiamo dell'amore. E n'erano turbati
come dal fumo d'un vino troppo forte che montasse
al loro cervello indebolito.


VIII.
-----

Ma una tacita promessa di nozze fu data molti
giorni dopo, in ottobre, nella prima natività dell'olio
d'oliva e nell'ultima migrazione delle rondini.
Con licenza di Donna Cristina, un lunedì
[pg!50]
Zacchiele condusse Anna alla fattoria dei Colli,
dov'era il frantoio. Uscirono da Portasale, a piedi,
e presero la via Salaria, volgendo le spalle al
fiume. Dal giorno della favola di Galeana e di
Mainetto, essi provavano l'un verso l'altra una
specie di trepidazione, un misto di temenza, vergogna
e rispetto. Avevano perduta quella bella
familiarità d'una volta; parlavano poco insieme e
sempre con un tal riserbo esitante, senza mai
guardarsi nel volto, con incerti sorrisi, confondendosi
talora per una subitanea espansion di rossore,
indugiando così in questi timidi bamboleggiamenti
d'innocenza.

Camminarono in silenzio, da prima, ciascuno
seguendo lo stretto sentiero asciutto che i passi
dei viandanti avevano praticato su i due margini
della via; e li divideva il mezzo della via fangoso
e segnato di solchi profondi dalle ruote dei veicoli.
Una libera gioia vendemmiale occupava le campagne:
i canti del mosto per la pianura si avvicendavano.
Zacchiele si teneva un poco in dietro, rompendo
a tratti a tratti il silenzio con qualche
parola su la temperie, su le vigne, su la raccolta
delle olive. Anna guardava curiosa tutti i cespugli
rosseggianti di bacche, i campi lavorati, le
acque dei fossi; e a poco a poco le nasceva nell'animo
[pg!51]
una letizia vaga, quale di chi dopo lungo
tempo sia dilettato da sensazioni già innanzi conosciute.
Come il cammino prese a volgere su
pe 'l declivio tra i ricchi oliveti di Cardirusso,
chiaramente le sorse nell'animo il ricordo di
Sant'Apollinare e dell'asino e del custode delli
armenti. Ed ella sentì quasi rifluirsi al cuore tutto
il sangue, d'improvviso. Avvenne allora in lei un
fenomeno. Quell'episodio obliato della sua giovinezza
le si coordinò nella memoria con una perspicuità
meravigliosa; l'imagine dei luoghi le si
formò dinanzi; e nella scena illusoria ella rivide
l'uomo dal labbro leporino, ne riudì la voce, provando
un turbamento nuovo senza sapere perchè.

La fattoria si avvicinava; fra li alberi soffiava
il vento facendo cadere le ulive mature; una zona
di mare sereno si scopriva dall'altitudine. Zacchiele
s'era messo a fianco della donna e la guardava
di tratto in tratto con una pia supplicazione
di tenerezza. — A che pensava ella dunque? — Anna
si volse, con un'aria quasi di sbigottimento, come
fosse stata colta in fallo. — A niente pensava. — 

Giunsero al frantoio, dove i coloni macinavano
la prima raccolta delle olive cadute precocemente
dall'albero. La stanza delle macine era bassa e
oscura; dalla vôlta luccicante di salnitro pendevano
[pg!52]
lucerne di ottone e fumigavano; un giumento bendato
girava una mola gigantesca, con passo regolare;
e i coloni, vestiti di certe lunghe tuniche
simili a sacchi, nudi le gambe e le braccia, muscolosi,
oleosi, versavano il liquido nelle giare, nelle
conche, nelli orci.

Anna si mise a considerare l'opera, attentamente;
e, come Zacchiele impartiva ordini ai faticatori,
e girava tra le macine, osservando la qualità
delle olive con una grave sicurezza di giudice,
ella sentì per lui in quel momento crescere l'ammirazione.
Poi, come Zacchiele dinanzi a lei prese
un gran boccale colmo e versando nell'orcio quell'olio
purissimo e luminoso nominò la grazia di
Dio, ella si fece il segno della croce, tutta compresa
di venerazione per l'opulenza della terra.

Venivano intanto su la porta le due femmine
della fattoria; e ciascuna teneva contro il seno
un poppante, e si traeva un bel grappolo di figliuoli
dietro le gonne. Si misero a conversare placidamente;
e, poichè Anna tentava accarezzare i fanciulli,
ciascuna si compiaceva della propria fecondità,
e con una ridente onestà di parole ragionava
dei parti. La prima aveva avuti sette figliuoli; la
seconda undici. — Era la volontà di Gesù Cristo;
e per la campagna poi ci volevano braccia.
[pg!53]
Allora la conversazione volse in materie familiari.
Albarosa, una delle madri, fece molte domande
ad Anna. — Ella non aveva avuto mai
figliuoli? — Anna, nel rispondere che non s'era
maritata, provò per la prima volta una specie di
umiliazione e di rammarico, dinanzi a quella possente
e casta maternità. Poi, cambiando il discorso,
ella tese la mano sul più vicino dei bimbi. Li altri
guardavano con li occhi ampi che pareva avessero
assunto un limpido color vegetale dallo spettacolo
continuo delle cose verdi. L'odore delle
olive infrante si spandeva nell'aria, ed entrava
nelle fauci ad eccitare il palato. I gruppi dei faticatori
apparivano e sparivano sotto il rossore
delle lucerne.

Zacchiele, che fino a quel momento aveva invigilato
su la misura dell'olio, si accostò alle donne.
Albarosa lo accolse con un volto festevole. — Quanto
voleva aspettare Don Zacchiele a prender moglie? — Zacchiele
sorrise con un po' di confusione, a quella
domanda; e diede un'occhiata sfuggente ad Anna
che accarezzava ancora il bimbo selvatico e fingeva
di non avere inteso. Albarosa, per una benevola
arguzia contadinesca, riunendo visibilmente
con l'ammiccar delli occhi bovini il capo di Anna e
quello di Zacchiele, seguitò le incitazioni. — Erano
[pg!54]
una coppia benedetta da Dio. Che aspettavano? — I
coloni, avendo sospesa l'opera per attendere al
pasto, facevano in torno cerchia. E la coppia, anche
più confusa per quella testimonianza, restava muta
in un'attitudine tra di sorriso tremulo e di pudica
modestia. Qualcuno dei giovini fra i testimoni,
esilarato dalla faccia amorosamente compunta
di Don Zacchiele, sospingeva con urti di gomito i
compagni. Il giumento nitrì, per fame.

Fu apprestato il pasto. Un'attività diligente
invase la gran famiglia rustica. Su lo spiazzo, all'aperto,
tra li olivi pacifici e in conspetto del sottostante
mare, li uomini sedevano alla mensa. I
piatti dei legumi conditi d'olio novello fumavano;
il vino scintillava nelle semplici forme liturgiche
dei vasi; e il cibo frugale dispariva rapidamente
entro li stomachi dei faticatori.

Anna ora si sentiva come assalire da un tumulto
di giubilo, e si sentiva d'un tratto quasi legata da
una specie di dimestichezza amichevole con le due
donne. Queste la condussero nell'interno della casa,
dove le stanze erano larghe e luminose benchè
antichissime: su le pareti le imagini sacre si alternavano
con le palme pasquali; provvigioni di
carni suine pendevano dai soffitti, i talami dal pavimento
si elevavano ampi ed altissimi con a canto
[pg!55]
le culle; da tutto emanava la serenità della concordia
familiare. Anna, considerando quell'ordine,
sorrideva timidamente a una dolcezza interiore; e
in un punto fu presa da una strana commozione,
quasi che tutte le sue latenti virtù di madre casalinga
e i suoi istinti di allevatrice fremessero e
insorgessero d'improvviso.

Quando le donne ridiscesero su lo spiazzo, li
uomini stavano ancora in torno alla tavola; Zacchiele
parlava con loro. Albarosa prese un piccolo
pane di frumento, lo divise nel mezzo, lo consperse
d'olio e di sale, e l'offerì ad Anna. L'olio
novello, allora allora gemuto dal frutto, spandeva
nella bocca un saporoso aroma asprino; ed Anna
allettata mangiò tutto il pane. Bevve anche vino.
Poi, come il vespro cadeva, ella e Zacchiele ripresero
il cammino del declivio.

Dietro di loro i coloni cantarono. Molti altri
canti sorsero dalla campagna, e si dispiegarono
nella sera con la piana larghezza di un salmo gregoriano.
Il vento soffiava fra li oliveti più umido;
un chiarore moriente tra roseo e violaceo indugiava
effuso pe 'l cielo.

Anna camminò innanzi, con passo celere, rasente
i tronchi. Zacchiele la seguì, pensando alle
parole ch'egli voleva dire. Ambedue, da poi che si
[pg!56]
sentivano soli, provavano una trepidazione infantile,
quasi un timore. A un punto Zacchiele chiamò
la donna per nome; ed ella si volse umile e palpitante. — Che
voleva? — Zacchiele non disse più
altro; fece due passi, giunse al fianco di lei. E così
continuarono il cammino, in silenzio, finchè la via
Salaria non li divise. Come nell'andare, essi presero
ciascuno il sentiero del margine, a destra e
a manca. E rientrarono a Portasale.


IX.
---

Per una nativa irresolutezza, Anna differiva
continuamente il matrimonio. Dubbi religiosi la
tormentavano. Ella aveva sentito dire che soltanto
le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno
alla Madre di Dio, nel paradiso. Dunque? Doveva
ella rinunziare a quella dolcezza celeste per un
bene terreno? Un più vivo ardore di devozione
allora la invase. In tutte le ore libere ella andava
alla chiesa del Rosario; s'inginocchiava innanzi al
gran confessionale di quercia, e rimaneva immobile
in quell'attitudine di preghiera. La chiesa era semplice
e povera; il pavimento era coperto di lapidi
mortuarie; una sola lampada di metallo vile ardeva
innanzi all'altare. E la donna rimpiangeva nell'animo
[pg!57]
il fasto della sua basilica, la solennità delle
cerimonie, le undici lampade d'argento, i tre altari
di marmo prezioso.

Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un
grande avvenimento. Tra la Confraternita capitanata
da Don Fileno d'Amelio e l'abate Cennamele,
coadiuvato dai satelliti parrocchiali, scoppiò la guerra;
e ne fu causa un contrasto per la processione
di Gesù morto. Don Fileno voleva che la pompa,
fornita dai congregati, uscisse dalla chiesa della
Confraternita; l'abate voleva che la pompa uscisse
dalla chiesa parrocchiale. La guerra attrasse e avviluppò
tutti i cittadini e le milizie del Re di Napoli,
residenti nel forte. Nacquero tumulti popolari;
le vie furono occupate da assembramenti di gente
fanatica; pattuglie armigere andarono in volta per
impedire i disordini; il conte arcivescovo di Chieti
fu assediato da innumerevoli messi d'ambo le parti;
corse molta pecunia per corruzioni; un mormorío
di congiure misteriose si sparse nella città. Focolare
delli odii la casa di Donna Cristina Basile.
Don Fiore Ussorio sfolgorò per mirabili stratagemmi
e per audacie novissime, in quei giorni di
lotta. Don Paolo Nervegna ebbe un grave spargimento
di bile. Don Ignazio Cespa adoperò in vano
tutto le sue blande arti conciliative e i suoi sorrisi
[pg!58]
melliflui. La vittoria fu contrastata con un accanimento
implacabile, fino all'ora rituale della
pompa funeraria. Il popolo fremeva nell'aspettazione;
il comandante delle milizie, partigiano dell'abbadia,
minacciava castighi ai facinorosi della
Confraternita. La rivolta stava per irrompere. Quand'ecco
giungere su la piazza un soldato a cavallo
latore di un messaggio episcopale che dava la vittoria
ai congregati.

L'ordine della pompa si dispiegò allora con
insolita magnificenza per le vie sparse di fiori.
Un coro di cinquanta voci bianche cantò gl'inni
liturgici della Passione; e dieci turiferari incensarono
tutta la città. I baldacchini, li stendardi,
i ceri per la nuova ricchezza empirono li astanti
di meraviglia. L'abate sconfitto non intervenne;
ed in sua vece Don Pasquale Carabba, il Gran
Coadiutore, vestito dei paramenti badiali, seguì
con molta solennità d'incesso il feretro di Gesù.

Anna, nel frangente, aveva fatto voti per la
vittoria dell'abate. Ma la suntuosità della cerimonia
la abbagliò; una specie di stupore la invase,
allo spettacolo; ed ella sentì gratitudine
anche per Don Fiore Ussorio che passava reggendo
nel pugno un cero immane. Poi, come l'ultima schiera
dei celebranti le giunse dinanzi, ella si mescolò
[pg!59]
alla turba fanatica delli uomini, delle donne e
de' fanciulli; e andò così, quasi senza toccar terra,
tenendo sempre li occhi fissi al serto culminante
della *Mater dolorosa*. In alto, dall'uno all'altro
balcone, stavano tesi i drappi signorili consecutivamente;
dalle case dei panettieri pendevano rustiche
forme d'agnelli materiate di fromento; ad
intervalli, nei trivi, nei quadrivi, un braciere acceso
spandeva fumo di aròmati.

La processione non passò sotto le finestre dell'abate.
Di tratto in tratto una specie di movimento
irregolare correva lungo le file, come se la
schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n'era
causa il contrasto tra il crocifero della Confraternita
e il luogotenente delle milizie, i quali ambedue
avevano ricevuto il comando di seguire un
itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva
usar violenza senza commetter sacrilegio,
vinse il crocifero. I congregati esultavano; il comandante
generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva
di curiosità.

Quando la pompa, in vicinanza dell'arsenale, si
rivolse per rientrare nella chiesa di San Giacomo,
Anna prese un vicolo obliquo e in pochi passi fu
su la porta madre. S'inginocchiò. Giungeva primo
verso di lei l'uomo portante il crocifisso gigantesco;
[pg!60]
seguivano li stendardi che tenevano l'altissima
asta in equilibrio su la fronte o su 'l mento,
atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi,
quasi in mezzo a una nuvola d'incenso, venivano
le altre schiere, i cori angelici, li incappati, le vergini,
i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo
era grande. Una specie di terrore mistico teneva
l'animo della donna.

Si avanzò su 'l vestibolo, secondo la consuetudine,
un accolito munito d'un largo piatto d'argento
per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora
fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre
parole contro la Confraternita, gittò violentemente
il suo cero nel piatto e voltò le spalle con piglio
minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo
silenzio si udì tintinnare la spada di colui
che si allontanava. Solo Don Fiore Ussorio ebbe
la temerità di sorridere.


X.
--

I fatti per moltissimo tempo occuparono l'attività
vocale dei cittadini e furono causa di turbolenze.
Come Anna era stata testimone dell'ultima
scena, alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella
raccontava sempre con le stesse parole, pazientemente.
[pg!61]
La sua vita da allora fu tutta spesa tra
le pratiche religiose, li uffici domestici e l'amore
della testuggine. Ai primi tepori d'aprile la testuggine
uscì dal letargo. Un giorno, d'improvviso,
sbucò di sotto allo scudo la testa serpentina e
tentennò debolmente mentre i piedi erano ancora
immersi nel torpore. I piccoli occhi rimasero coperti
a mezzo dalla palpebra. E l'animale, forse
non più consapevole d'essere captivo, si mosse
finalmente con un moto pigro e incerto, tastando
co' i piedi il suolo, spinto dal bisogno di trovarsi
il cibo come nella sabbia del suo bosco natale.

Anna, innanzi a quel risveglio fu invasa da
una tenerezza ineffabile e stette a guardare con
li occhi umidi di lacrime. Poi prese la testuggine,
la mise sul letto, le offerì alcune foglie verdi. La
testuggine esitava a toccare le foglie, e nell'aprire
le mandibole mostrava la lingua carnosa come
quella dei pappagalli. Li indumenti del collo e
delle zampe parevano membrane flosce e giallognole
di un corpo estinto. La donna a quella vista
si sentiva stringere da una gran misericordia; ed
eccitava al ristoro il bene amato, con le blandizie di
una madre pe 'l figliuolo convalescente. Unse d'olio
dolce lo scudo osseo; e, come il sole vi percoteva
sopra, le piastre pulite risplendevano più belle.
[pg!62]

In queste cure passarono i mesi della primavera.
Ma Zacchiele, consigliato dalla stagione novella
a maggiori impeti di amore, incalzò la donna
con così tenere supplicazioni che n'ebbe alfine
una promessa solenne. Le nozze si sarebbero celebrate
il giorno precedente la Natività di Gesù
Cristo.

Allora l'idillio rifiorì. Mentre Anna attendeva
alle opere dell'ago pe 'l corredo nuziale,
Zacchiele leggeva ad alta voce la storia del Nuovo
Testamento. Le nozze di Cana, i prodigi del Redentore
in Cafarnao, il morto di Naim, la moltiplicazione
dei pani e dei pesci, la liberazione della
figliuola della Cananea, i dieci lebbrosi, il cieco
nato, la resurrezione di Lazzaro, tutte quelle narrazioni
miracolose rapirono l'animo della donna.
Ed ella pensò lungamente a Gesù che entrava in
Gerusalemme cavalcando un'asina, mentre i popoli
stendevano su la sua via le vesti e spargevano
fronde.

Nella stanza l'erbe di timo odoravano su da
un vaso di terra. La testuggine veniva talvolta
alla cucitrice e le tentava con la bocca il lembo
delle tele o le morsicchiava il cuoio sporgente delle
scarpe. Un giorno Zacchiele, nel leggere la parabola
del Figliuol Prodigo, sentendosi d'improvviso
[pg!63]
qualche cosa di mobile tra i piedi, per un
involontario moto di ribrezzo diede co' i piedi un
urto; e la testuggine urtata andò a battere contro
la parete e rimase capovolta. Il guscio dorsale
si scheggiò in più parti; un po' di sangue
apparve in una delle zampe che l'animale agitava
inutilmente per riprendere la posizione primitiva.

Se bene l'infelice amante si mostrò atterrito
del fatto e inconsolabile, Anna dopo quel giorno
si chiuse in una specie di severità diffidente, non
parlò più, non volle più ascoltare la lettura. E così
il figliuol prodigo rimase per sempre sotto li alberi
delle ghiande a guardare i porci del suo
signore.


XI.
---

Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele
morì. La cascina dov'egli abitava, nei dintorni
dei Cappuccini, fuori di Porta-Giulia, fu invasa
dalle acque. Le acque inondarono tutta la
campagna, dal colle d'Orlando fino al colle di Castellammare;
e poichè avevano attraversato vastissimi
sedimenti d'argilla, erano sanguigne come
nella favola antica. Le cime delli alberi emergevano
qua e là su quel sangue melmoso ed estuoso.
[pg!64]
Per intervalli, dinanzi al forte passavano in precipizio
tronchi enormi con tutte le radici, masserizie,
materie di forme irriconoscibili, gruppi di
bestiami non ancora morti che urlavano e sparivano
e riapparivano e si perdevano in lontananza.
I branchi dei bovi, in ispecie, davano uno spettacolo
mirabile: i grossi corpi biancastri s'incalzavano
l'un l'altro, le teste si ergevano disperatamente
fuori dell'acqua, furiosi intrecciamenti di
corna avvenivano nell'impeto del terrore. Come il
mare era di levante, le onde alla foce rigurgitavano.
Il lago salso della Palata e li estuari si
riunirono co 'l fiume. Il forte divenne un'isola
perduta.

Nell'interno le vie si sommersero; la casa di
Donna Cristina ebbe la linea delle acque sino a
metà della scala. Il fragore cresceva di continuo,
mentre le campane sonavano a distesa. I forzati,
dentro le carceri, urlavano.

Anna, credendo in qualche supremo castigo
dell'Altissimo, ricorse alla salvezza delle preghiere.
Il secondo giorno, come salì su la sommità della
colombaia, non vide che acque e acque in torno
sotto le nuvole, e scorse poi de' cavalli sbigottiti
che galoppavano in furia su le troniere di San Vitale.
Discese, stupida, con la mente sconvolta; e
[pg!65]
la persistenza del fragore e l'oscurità dell'aria
le fecero smarrire ogni nozione del luogo e del
tempo.

Quando l'alluvione cominciò a decrescere, la
gente del contado entrò nella città per mezzo di
scialuppe. Uomini, donne e fanciulli avevano su la
faccia e nelli occhi una stupefazione dolorosa. Tutti
narravano fatti tristi. E un bifolco dei Cappuccini
venne alla casa Basile per annunziare che Don
Zacchiele se n'era andato *a marina*. Il bifolco
parlava semplicemente, narrando la morte. Disse
che in vicinanza dei Cappuccini certe femmine
avevano legato i figliuoli lattanti su la cima di
un grande albero per salvarli dall'acqua e che i
vortici avevano sradicato l'albero trascinandosi le
cinque creature. Don Zacchiele stava su 'l tetto
con altri cristiani in un mucchio compatto, urlando;
e il tetto stava già per sommergersi; e cadaveri
d'animali e rami rotti venivano già a urtare
contro i disperati. Quando finalmente l'albero
dei lattanti passò di là sopra, la violenza fu così
terribile che dopo il passaggio non si vide più
traccia di tetto nè di cristiani.

Anna ascoltò, senza piangere; e nella sua mente
percossa, il racconto di quella morte, con quell'albero
dei cinque bambini e con quelli uomini ammucchiati
[pg!66]
tutti sopra un tetto e con quei cadaveri
di bestie che andavano a urtar contro, suscitò una
specie di meraviglia superstiziosa simile a quella
suscitatale un tempo da certe narrazioni del Vecchio
Testamento. Ella salì con lentezza alla sua
stanza, e cercò di raccogliersi. Il sole modesto
splendeva su 'l davanzale; la testuggine in un angolo
dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un
cinguettío di passeri veniva dalli émbrici. Tutte
queste cose naturali, questa usuale tranquillità della
vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono.
Dal fondo di quella momentanea calma della conscienza
alfine sorse chiaro il dolore; ed ella chinò
la testa su 'l petto, in un grande sconforto.

Allora quasi un rimorso le punse l'animo, il rimorso
d'aver serbato contro Zacchiele quella specie
di muto rancore per tanto tempo; e i ricordi a uno
a uno vennero ad assalirla; e le virtù del defunto le
rifulgevano ora nella memoria più religiosamente.
Poichè l'onda del dolore cresceva, ella si alzò, andò
verso il letto, vi si distese bocconi. E i suoi singhiozzi
risonavano tra il cinguettío delli uccelli.

Dopo, quando le lacrime si arrestarono, la quiete
della rassegnazione cominciò a discenderle nell'animo;
ed ella pensò che tutte le cose della terra
sono caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla
[pg!67]
volontà del Signore. L'unzione di questo semplice
atto d'abbandono le sparse su 'l cuore un'abbondanza
di dolcezza. Ella si sentì libera da ogni inquietudine,
e trovò il riposo in quell'umile e ferma
confidenza. Da allora nella sua regola non fu che
questa clausula: — La soprana volontà di Dio, sempre
giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le
cose, sia lodata ed esaltata per tutta l'eternità. — 


XII.
----

Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada
del paradiso. E il giro del tempo per lei non fu
determinato che dalle ricorrenze ecclesiastiche.
Quando il fiume rientrò nell'alveo, uscirono per
ordine consecutivo di giorni molte processioni nella
città e nelle campagne. Ella le seguì tutte, insieme
con il popolo, cantando il *Te Deum*. Le vigne in
torno erano devastate; il terreno era molle e l'aria
pregna di vapori biondi, singolarmente luminosa,
come nelle primavere palustri.

Poi venne la festa d'Ognissanti; poi, la solennità
dei Morti. Grandi messe furono celebrate in suffragio
delle vittime dell'alluvione. Nel Natale Anna
volle fare il presepe; comprò un bambino di cera,
Maria, san Giuseppe, il bove, l'asino, i re Magi e
[pg!68]
i pastori. Accompagnata dalla figlia del sagrestano,
ella andò per i fossati della via Salaria a cercare
il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi
riposavano pingui di limo; la fattoria d'Albarosa
si vedeva su 'l colle, tra li olivi; nessuna voce turbava
il silenzio. Anna, come scorgeva il musco, si
chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto
delle fredde erbe le sue mani divenivano lievemente
violacee. Di tratto in tratto, alla vista di
una zolla più verde, le sfuggiva una esclamazione
di contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella
sedette su 'l ciglio del fossato, con la fanciulla. I
suoi occhi salirono pe 'l sentiero dell'oliveto, lentamente,
e si fermarono alle mura bianche della
fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora
ella chinò la fronte, assalita da un pensiero. Poi
d'un tratto si volse alla compagna. — Non aveva
mai veduto macinare le olive? — E cominciò a
figurar l'opera delle macine con molta prolissità di
parole; e, come parlava, a poco a poco le salivano
dall'animo altri ricordi, le venivano su la bocca
spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella
voce con un piccolo tremito.

Quella fu l'ultima debolezza. Nell'aprile del 1858,
poco dopo la Pasqua maggiore, ella infermò. Stette
nel letto quasi durante un mese, tormentata dall'infiammazione
[pg!69]
pulmonare. Donna Cristina veniva
la mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una
vecchia fantesca, che faceva pubblica professione
d'assistere i malati, le somministrava i medicamenti.
Poi la testuggine le rallegrò i giorni della
convalescenza. E come l'animale era estenuato dal
digiuno, ed era tutto aridamente pelloso, Anna vedendosi
macilente, e sentendosi anch'essa affievolita,
provava quella specie di appagamento interiore
che noi proviamo, quando una stessa sofferenza ci
accomuna alla persona diletta. Un tepore molle
saliva dalli émbrici coperti di licheni, verso i convalescenti;
dal cortile i galli cantavano; e una
mattina due rondini entrarono d'improvviso, batterono
l'ali in torno alla stanza e fuggirono.

Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa,
dopo la guarigione, era la Pasqua delle rose. Ella,
nell'entrare, aspirò il profumò dell'incenso cupidamente.
Camminò piano lungo la navata per ritrovare
il posto dove soleva prima inginocchiarsi; e si
sentì prendere da una súbita gioia, quando scorse
finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava
nel mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò
i ginocchi sopra, e si mise a pregare. La gente
aumentava. A un certo punto della cerimonia due
accoliti scesero dal coro con due bacini d'argento
[pg!70]
colmi di rose, e cominciarono a spargere i fiori su
le teste dei prostrati, mentre l'organo sonava un
inno giocondo. Anna era rimasta china, in una
specie di estasi che la beatitudine del misterio celebrato
e il senso vagamente voluttuoso della guarigione
le davano. Come alcune rose vennero a caderle
su la persona, ella n'ebbe un fremito. E la
povera donna nulla aveva provato nella sua vita
di più dolce che quel fremito di sensualità mistica
e il susseguito sfinimento di languore.

La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta
di Anna, e ritornò periodicamente senza alcun
episodio notevole. Nel 1860 la città fu turbata
da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte
i rulli dei tamburi, li allarmi delle sentinelle, i
colpi della moschetteria. Nella casa di Donna Cristina
si manifestò un più vivo fervore di azione
tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse
in un raccoglimento profondo, non prendendo conoscenza
delli avvenimenti pubblici nè di quelli
domestici, adempiendo ai suoi uffici con un'esattezza
macchinale.

Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu
evacuata; le milizie borboniche si sbandarono, gittando
armi e bagagli nelle acque del fiume; stuoli
di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni
[pg!71]
di gioia. Anna, come seppe che l'abate Cennamele
era fuggito precipitosamente, pensò che i nemici
della Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e
n'ebbe molto dolore.

Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo.
Lo scudo della testuggine crebbe in latitudine e
divenne più opaco; la pianta del tabacco annualmente
sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in
ogni autunno partirono per la terra dei Faraoni.
Nel 1865 alfine la gran contesa dei proci terminò
con la vittoria di Don Fileno d'Amelio. Le nozze
si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità
di conviti. E vennero allora ad ammannire
vivande preziose due padri cappuccini, Fra Vittorio,
e Fra Mansueto.

Erano costoro i due che di tutta la compagnia
rimanevano, dopo la soppressione, a custodire il
cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario invermigliato,
fortificato e letificato dal succo dell'uva.
Una piccola benda verde gli copriva l'infermità
dell'occhio destro, e il sinistro gli scintillava pieno
di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla gioventù
l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica
molta di cucina, i signori solevano chiamarlo in
occasione di festeggiamenti. Nell'opere aveva gesti
rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche
[pg!72]
le braccia villose; la sua barba si moveva tutta
ad ogni moto della bocca; la sua voce si frangeva
in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio
macilente, con una testa caprina da cui pendeva
una barbicola candida, con due occhi giallognoli
pieni di sommissione. Egli coltivava l'orto, e questuando
portava l'erbe mangerecce per le case.
Nell'aiutare il compagno prendeva attitudini modeste,
zoppicava da un piede; parlava nel molle
idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della
leggenda di san Tommaso, esclamava: — *Pe' li
Turchi!* — ad ogni momento, lisciandosi con una
mano il cranio polito.

Anna attendeva a porgere i piatti, li arnesi, i
vasellami di rame. Le pareva ora che la cucina
assumesse una sorta di solennità sacra per la presenza
dei due frati. Ella restava intenta a guardare
tutti li atti di Fra Vittorio, presa da quella
trepidazione che le persone semplici provano in
conspetto delli uomini dotati di qualche virtù superiore.
Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile
con cui il gran cappuccino spargeva su li
intingoli certe sue droghe segrete, certi suoi aromi
particolari. Ma l'umiltà, la mitezza, la modesta
arguzia di Fra Mansueto a poco a poco la conquistarono.
E i legami della comune patria e quelli
[pg!73]
più sensibili del comune idioma strinsero l'una e
l'altro d'amicizia.

Come essi conversavano, i ricordi del passato
pullulavano nelle loro parole. Fra Mansueto aveva
conosciuto Luca Minella e si trovava nella basilica
quando accadde la morte di Francesca Nobile
tra i pellegrini. — *Pe' li Turchi!*... — Egli aveva
anzi dato aiuto a trasportare il cadavere fino alle
case di Porta-Caldara; e si ricordava che la morta
aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane
d'oro....

Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto
fino a quel momento era rimasto confuso, vago,
quasi incerto, poichè forse la prima impressione
reale le era stata attenuata nel cervello dal lunghissimo
stupore inerte che aveva susseguito i
primi accessi epilettici. Ma quando Fra Mansueto
disse che la morta stava in paradiso perchè chi
muore per causa di religione va fra i santi, Anna
provò una dolcezza indicibile e si sentì d'un tratto
crescere nell'animo una immensa adorazione per
la santità della madre.

Allora, per un bisogno di rammentare i luoghi
del paese nativo, ella si mise a discorrere su la
basilica dell'Apostolo, minutamente, determinando
le forme delli altari, la positura delle cappelle, il
[pg!74]
numero delli arredi, le figurazioni della cupola, le
attitudini delle imagini, le divisioni del pavimento,
i colori delle vetrate. Fra Mansueto la secondava
con benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona
alcuni mesi innanzi, raccontò le nuove cose vedute. — L'arcivescovo
di Orsogna aveva donato
alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di
pietre preziose. La Confraternita del SS. Sacramento
aveva rinnovato tutti i legnami e i corami
delli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva fornito
una intera muta di parati consistente in pianete,
dalmatiche, stole, piviali, cotte.

Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di
vedere le nuove cose e di rivedere le antiche cominciò
a tormentarla. Ella, quando il cappuccino
tacque, si rivolse a lui con un'aria tra di letizia
e di timidezza. — La festa di maggio si avvicinava.
Se andassero? — 


XIII.
-----

Alle calende di maggio la donna, avuta licenza
da Donna Cristina, fece li apparecchi. Una inquietudine
le nacque nell'animo per la testuggine. — Doveva
lasciarla? o portarla seco? — Stette lungamente
in forse; e alfine decise di portarla, per
[pg!75]
sicurezza. La pose dentro un canestro, tra i panni
suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina
inviava a Donna Veronica Monteferrante, abadessa
del monastero di Santa Caterina.

Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in
cammino. Anna aveva su 'l principio il passo spedito,
l'aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti canuti,
le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il
frate zoppicava reggendosi a una mazza, e le bisacce
vuote gli penzolavano dalle spalle. Come
essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima
sosta.

Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso
nel suo profumo natale, voluttuosamente,
tra il sereno del cielo e il sereno del mare. I tronchi
gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte
le fonti della vita parevano aperte su la transfigurazione
della terra.

Anna sedette sopra l'erba; offerse al cappuccino
pane e frutta; e si mise a discorrere della
festività, ad intervalli, mangiando. La testuggine
tentava con le zampe anteriori l'orlo del canestro,
e la sua timida testa serpigna sporgeva e si
ritraeva nelli sforzi. Poi che Anna l'aiutò a discendere,
la bestia prese ad avanzare su 'l musco verso
un cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse
[pg!76]
sentendo in sè levarsi confusamente la gioia della
primitiva libertà. E il suo scudo tra il verde pareva
più bello.

Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali
e lodò la Provvidenza che dà alla testuggine
una casa e le dà il sonno durante la stagione dell'inverno.
Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano
nella testuggine un gran candore e una
gran rettitudine. Poi soggiunse: “Che penserà?”
E dopo un poco: “Li animali che penseranno?”

Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi.
Scendeva giù per la corteccia di un pino
una fila di formiche e si dilungava su 'l terreno:
ciascuna formica trascinava un frammento di cibo
e tutta l'innumerevole famiglia compiva il lavoro
con ordine diligente. Anna guardava, e le si svegliavano
nella mente le credenze ingenue dell'infanzia.
Ella parlò di abitazioni meravigliose che
le formiche scavano sotto la terra. Il frate disse,
con un accento di fede intensa: “Dio sia lodato!”
E ambedue rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi,
adorando nel loro cuore Iddio.

Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al
paese di Ortona. Anna battè alla porta del monastero
e chiese di vedere l'abadessa. All'entrare
si presentava un piccolo cortile con nel mezzo una
[pg!77]
cisterna di pietra bianca e nera. Il parlatorio era
una stanza bassa, con poche sedie in torno: due
pareti erano occupate dalle grate, le altre due da
un crocifisso e da imagini. Anna fu subito presa
da un senso di venerazione per la pace solenne
che regnava in quel luogo. Quando la madre Veronica
apparve d'improvviso dietro le grate, alta
e severa nell'abito monastico, ella provò un turbamento
indicibile come dinanzi all'apparizione di
una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon
sorriso dell'abadessa, ella compì il messaggio in
brevi parole; depose nel cavo della ruota le scatole,
ed attese. La madre Veronica le si rivolse
con benignità, guardandola dalli occhi ampi e castanei;
le donò un'effigie della Vergine; nel licenziarla
le tese la man signorile pe 'l bacio, a traverso
la grata, e disparve.

Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo,
le giunse un coro di litanie, un canto che
veniva forse da una cappella sotterranea, ugualissimo
e dolce. Mentre passava il cortile vide a sinistra
in cima al muro sporgere un ramo carico
di aranci. E, come pose il piede su la via, le parve
di aver lasciato dietro di sè un giardino di beatitudine.

Allora si diresse verso la strada Orientale per
[pg!78]
cercare i parenti. Su la porta della vecchia casa
una donna sconosciuta stava appoggiata allo stipite.
Anna le si avvicinò timidamente e le chiese
novelle della famiglia di Francesca Nobile. La
donna la interruppe: — Perchè? Perchè? Che voleva? — con
una voce dura e uno sguardo investigante.
Poi, quando Anna si palesò, ella le permise
di entrare.

I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati.
Restava nella casa un vecchio infermo, zi' Mingo,
che aveva sposato in seconde nozze *la figlia di
Sblendore* e viveva con lei quasi in miseria. Il
vecchio da prima non riconobbe Anna. Egli stava
seduto su un'alta sedia ecclesiastica di cui la
stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue mani
posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la
mostruosità della chiragra; i suoi piedi con un
moto ritmico percotevano il terreno; un continuo
tremore paralitico gli agitava i muscoli del collo,
i gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo
a fatica dischiuse le palpebre infiammate.
Finalmente si risovvenne.

Come Anna andava esponendo il proprio stato,
la figlia di Sblendore odorando il denaro cominciava
a concepire nell'animo speranze di usurpazione
e per virtù delle speranze diveniva in volto
[pg!79]
più benigna. Subito che Anna terminò, ella le offerse
l'ospitalità per la notte; le prese il canestro
dei panni e lo ripose; promise di aver cura
della testuggine; poi fece alcune querele compassionevoli
su la infermità del vecchio e su la miseria
della casa, non senza lacrime. Ed Anna uscì,
con l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia;
risalì per la costa, verso lo scampanío
della basilica, provando un'ansia crescente nell'appressarsi.

In torno al palazzo Farnese il popolo rigurgitava
tumultuario; e quella gran reliquia di pietra
sovrastava ornata di paramenti, magnificata dal
sole. Anna passò in mezzo alla folla, lungo i banchi
delli argentari artefici di arredi sacri e di
oggetti votivi. A tutto quel candido scintillare di
forme liturgiche il cuore le si dilatava per allegrezza;
ed ella si faceva il segno della croce dinanzi
a ogni banco come dinanzi a un altare.
Quando giunse alla porta della basilica e intravide
la luminaria e traudì il cantico del rito, ella non
più contenne la veemenza della gioia; si avanzò
fin presso il pulpito, con passi quasi vacillanti. Le
ginocchia le si piegarono; le lacrime le sgorgarono
dalli occhi allucinati. Ella rimase là, in contemplazione
dei candelabri, dell'ostensorio, di tutte
[pg!80]
le cose che erano su l'altare, con la testa vacua,
poichè dalla mattina non aveva più mangiato. E
le prendeva le vene una debolezza immensa; la
conscienza le veniva meno in una specie di annientamento.

Sopra di lei, lungo la nave centrale le lampade
di vetro componevano una triplice corona di fuochi.
In fondo, quattro massicci tronchi di cera
fiammeggiavano ai lati del tabernacolo.


XIV.
----

I cinque giorni della festa Anna visse così, dentro
la chiesa, dall'ora mattutina fino all'ora in cui
le porte si chiudevano, fedelissima, respirando quell'aria
calda che le metteva nei sensi un torpore
beatifico, nell'anima una felicità piena di umiltà.
Le orazioni, le genuflessioni, le salutazioni, tutte
quelle formule, tutti quei gesti rituali ripetuti incessantemente,
le avevano dato una specie di ottusità
contro ogni altra sensazione che non fosse
religiosa.

Rosaria, la figlia di Sblendore, intanto ne traeva
profitto, movendo la pietà di lei con false querimonie
e con lo spettacolo miserevole del vecchio
paralitico. Ella era una femmina malvagia, esperta
[pg!81]
nelle frodi, dedita alla crapula; aveva tutta la faccia
sparsa di umori vermigli e serpiginosi, i capelli
canuti, il ventre obeso. Legata al paralitico dai comuni
vizi e dalle nozze, ella insieme con lui aveva
disperse in breve tempo le già scarse sostanze, bevendo
e gozzovigliando. Ambedue nella miseria,
inveleniti dalla privazione, arsi da sete di vino e
di liquori ignei, affranti da infermità senili, ora
espiavano il loro lungo peccato.

Anna, con uno spontaneo moto caritatevole,
diede a Rosaria tutto il denaro tenuto per le elemosine,
tutti i panni superflui; si tolse li orecchini,
due anelli d'oro, la collana di corallo; promise
altri soccorsi. E riprese quindi il cammino
di Pescara, in compagnia di Fra Mansueto, portando
nel canestro la testuggine.

In cammino, come le case di Ortona si allontanavano,
una gran tristezza scendeva su l'animo
della donna. Stuoli di pellegrini volgevano per altre
vie, cantando: e i loro canti rimanevano a
lungo nell'aria, monotoni e lenti. Anna li ascoltava,
e un desiderio senza fine la traeva a raggiungerli,
a seguirli, a vivere così pellegrinando
di santuario in santuario, di terra in terra, per
esaltare i miracoli d'ogni santo, le virtù d'ogni
reliquia, le bontà d'ogni Maria.
[pg!82]

“Vanno a Cocullo,” le disse Fra Mansueto,
accennando co 'l braccio a un paese lontano. E
ambedue si misero a parlare di san Domenico che
protegge dal morso dei serpenti li uomini e le
semenze dai bruchi; poi d'altri patroni. — A Bugnara,
su 'l Ponte del Rivo, più di cento giumenti,
tra cavalli, asini e muli, carichi di frumento vanno
in processione alla Madonna della Neve: i devoti
cavalcano su le some, con serti di spighe in capo,
con tracolle di pasta; e depongono ai piedi dell'imagine
i doni cereali. A Bisenti, molte giovinette,
con in capo canestre di grano, conducono
per le vie un asino che porta su la groppa una
maggiore canestra; ed entrano nella chiesa della
Madonna delli Angeli, per l'offerta, cantando. A
Torricella Peligna, uomini e fanciulli, coronati di
rose e di bacche rosee, salgono in pellegrinaggio
alla Madonna delle Rose, sopra una rupe dov'è
l'orma di Sansone. A Loreto Aprutino un bue
candido, impinguato durante l'anno con abbondanza
di pastura, va in pompa dietro la statua di san
Zopito. Una gualdrappa vermiglia lo copre, e lo
cavalca un fanciullo. Come il santo rientra nella
chiesa, il bue s'inginocchia su 'l limitare; poi si
rialza lentamente, e segue il santo tra il plauso
del popolo. Giunto nel mezzo della chiesa, manda
[pg!83]
fuora li escrementi del cibo; e i devoti da quella
materia fumante traggono li auspicii per l'agricultura.

Di queste usanze religiose Anna e Fra Mansueto
parlavano, quando giunsero alla foce dell'Alento.
L'alveo portava le acque di primavera tra le vitalbe
non anche fiorenti. E il cappuccino disse della Madonna
dell'Incoronata, dove per la festa di san
Giovanni i devoti si cingono il capo di vitalbe,
e nella notte vanno su 'l fiume Gizio a *passar
l'acqua* con grandi allegrezze.

Anna si scalzò per guadare. Ella sentiva ora
nell'animo un'immensa venerazione d'amore per
tutte le cose, per li alberi, per le erbe, per li animali,
per tutte le cose che quelle usanze cattoliche
avevano santificato. E dal fondo della sua ignoranza
e della sua semplicità l'instinto dell'idolatria
insorgeva ora, per un fenomeno naturale, pienamente.

Alcuni mesi dopo il ritorno, scoppiò nel paese
un'epidemia colerica; e la mortalità fu grande.
Anna prestò le sue cure alli infermi poveri. Fra
Mansueto morì. Anna n'ebbe molto dolore; e
nel 1866, per la ricorrenza della festa, volle prendere
congedo e rimpatriare per sempre, poichè
vedeva in sogno tutte le notti san Tommaso che
[pg!84]
le comandava di partire. Ella prese la testuggine,
le sue robe e i suoi risparmi; baciò le mani di
Donna Cristina, piangendo; e partì questa volta
sopra un carretto, insieme con due monache questuanti.

A Ortona ella abitò nella casa dello zio paralitico;
dormì su un pagliericcio; non si cibò che di
pane e di legumi. Dedicava tutte le ore del giorno
alle pratiche della chiesa, con un fervore meraviglioso;
e la sua mente vie più perdeva ogni altra
facoltà che non fosse quella di contemplare i misteri
cristiani, di adorare i simboli, d'imaginare
il paradiso. Ella era tutta rapita nella carità divina,
era tutta compresa di quella divina passione che i
sacerdoti manifestano sempre con li stessi segni o
con le stesse parole. Ella non comprendeva che
quell'unico linguaggio; non aveva che quell'unico
ricovero, tiepido e solenne, dove tutto il cuore le
si dilatava in una pia securtà di pace, e li occhi le
s'inumidivano in un'ineffabile soavità di lacrime.

Soffrì, per amor di Gesù, le miserie domestiche;
fu dolce e sommessa; non mai profferì un lamento,
un rimprovero, o una minaccia. Rosaria le sottrasse
a poco a poco tutti i risparmi; e cominciò
quindi a farle patire la fame, ad angariarla, a chiamarla
con nomi disonesti, a perseguitarle la testuggine
[pg!85]
con insistenza feroce. Il vecchio paralitico
omai non faceva che emettere una specie di mugolío
rauco, aprendo la bocca entro cui la lingua
tremava, e da cui colava in abbondanza la saliva
continuamente. Un giorno, poichè la moglie avida
beveva innanzi a lui un liquore e gli negava il
bicchiere sfuggendo, egli si levò dalla sedia con
uno sforzo, e si mise a camminare verso di lei: le
gambe gli oscillavano, i piedi si posavano su 'l
terreno con un'involontaria percussione ritmica.
D'un tratto egli si accelerò, co 'l tronco inclinato
in avanti, saltellando a piccoli passi incalzanti,
come spinto da un impulso progressivo irresistibile,
finchè cadde bocconi su l'orlo delle scale, fulminato....


XV.
---

Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò
a chieder soccorso a Donna Veronica Monteferrante.
Come la povera donna già nelli ultimi tempi
faceva alcuni servizi pe 'l monastero, l'abadessa
misericordiosa le diede l'ufficio di conversa.

Anna, se bene non aveva li ordini, vestì l'abito
monacale: la tunica nera, il soggólo, la cuffia dalle
ampie tese candide. Le parve, in quell'abito, di
[pg!86]
essere santificata. E, da prima, quando all'aria le
tese le sbattevano in torno al capo con un fremito
d'ali, ella trasaliva per un turbamento improvviso
di tutto il suo sangue. E, da prima, quando le tese
percosse dal sole le riflettevano nella faccia un
vivo chiaror di neve, ella d'improvviso credevasi
illuminata da un baleno mistico.

Con l'andar del tempo, queste allucinazioni,
queste sensazioni illusorie a poco a poco aumentavano
di frequenza, diventavano più gravi; palesavano
nella divota la crescente decadenza dell'attività
cerebrale, in specie della volontà e della
ragione, e il predominio dell'attività spinale, di
un'attività inordinata e involontaria che produceva
fenomeni singolarissimi. Pareva che l'antica epilessia
risorgesse ora in quel corpo esaurito, unendosi
a un nuovo morbo e manifestandosi con forme più
mirabilmente complesse, dopo il lungo intervallo.
I disturbi di sensibilità avvenivano di preferenza
nella vista, nell'udito e nell'olfatto. L'inferma era
colpita a quando a quando da suoni angelici, da
echi lontani d'organo, da romori e voci non percettibili
alli orecchi altrui. Figure luminose le si
presentavano dinanzi, nel buio. Odori la rapivano.

Così pe 'l monastero una specie di stupore e
insieme d'inquietudine cominciò a diffondersi, come
[pg!87]
per la presenza di una qualche deità occulta, come
per l'imminenza di un qualche avvenimento soprannaturale.
Per cautela, la nuova conversa fu dispensata
da ogni obbligo d'opere servili. Tutte le attitudini
di lei, tutte le parole, tutti li sguardi furono
osservati, comentati con superstizione. E alcuni eccezionali
fatti morbosi in ultimo concorsero a formare
la leggenda della santità.

Su le calende di febbraio 1873, per un'alterazione
dei muscoli della laringe la voce di Anna
divenne singolarmente rauca e profonda. Come
l'alterazione crebbe fino a una totale paralisi dell'organo
vocale, Anna perdè la virtù della parola,
d'un tratto.

Questo fenomeno inaspettato sbigottì li animi
delle religiose. E tutte, stando in torno alla conversa,
ne consideravano con una trepidazione di
terrore li atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi
della bocca áfona, la immobilità delli occhi, d'onde
a tratti, per una pura causa meccanica, sgorgavano
profluvi di lacrime. I lineamenti dell'inferma, estenuati
dai lunghi digiuni, avevano ora assunto una
purità quasi eburnea; e tutte le trame delle vene
e delle arterie, tutte quelle glauche reticole sottocutanee,
ora trasparivano così visibili, e sporgevano
con così forti rilievi, e così incessantemente
[pg!88]
palpitavano che dinanzi a quella palesata vibrazione
della vitalità interiore una sofferenza strana
prendeva le monache, una specie di raccapriccio
simile forse in parte a quello che si prova al conspetto
di un corpo umano, in cui le escoriazioni
abbiano messo a nudo i tessuti.

Quando fu prossimo il *mese mariano*, un'amorosa
diligenza sollecitò le Benedettine al paramento
dell'oratorio. Si spargevano esse nel verziere claustrale
tutto fiorente di rose e fruttificante di aranci,
raccogliendo la messe del maggio novello per deporla
ai piedi dell'altare. Anna, tornata nella calma,
discendeva anch'ella ad aiutare la pia opera; e significava
talvolta con i gesti il pensiero che la
perdurante afonía le toglieva di esprimere. Una
mollezza tepidissima insidiava tutte quelle spose
del Signore, incedenti tra le fonti letifiche del profumo.
Fuggiva lungo un lato del verziere un portico;
e come nell'animo delle vergini i profumi risvegliavano
imagini sopite, così il sole penetrando
sotto li archi bassi ravvivava nell'intonico i residui
dell'oro bizantino.

L'oratorio fu pronto per il giorno del primo
ufficio. La cerimonia ebbe principio dopo il vespro.
Una suora salì su l'organo. Subitamente dalle
canne armoniche il fremito della passione si propagò
[pg!89]
in tutte le cose; tutte le fronti s'inclinarono;
i turiboli diedero fumi di belgiuino; le fiammelle
dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero
i cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche
e di supplichevole tenerezza. Come le voci salivano
con forza crescente, Anna nell'immenso impeto del
fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina;
agitò le braccia, volle rialzarsi. Le litanie s'interruppero.
Delle suore, alcune, quasi atterrite, erano
rimaste un istante nell'immobilità; altre davano
soccorso all'inferma. Il miracolo appariva inopinato,
fulgidissimo, supremo.

Allora a poco a poco allo stupore, al murmure
incerto, alle titubanze successe un giubilo senza
limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un fanatismo
d'adorazione. Anna, in ginocchio, ancora assorta
nel rapimento del miracolo, non aveva forse
conscienza di quel che in torno avveniva. Ma quando
i cantici con una maggior veemenza furono ripresi,
ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del
coro ad intervalli emerse; poichè le divote diminuivano
la forza delle loro voci per ascoltare quella
unica che dalla grazia divina era stata riconcessa.
E la Vergine nei cantici a volta a volta fu l'incensiere
d'oro, d'onde esalavano i balsami più dolci,
la lampada che dì e notte rischiarava il santuario,
[pg!90]
l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto
che ardeva senza consumarsi, lo stelo di Jesse
che portava il più bello di tutti i fiori.

Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero
in tutto il paese di Ortona, e dal paese in
tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio. E
il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina
Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna
dell'oratorio una veste di broccato d'argento e una
rara collana di turchesie venuta dall'isola di Smirne.
Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori
doni. L'arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una
visita gratulatoria, in cui rivolse parole di edificante
eloquenza ad Anna che “con la purità della
vita si era resa degna dei doni celesti.”

Da quel tempo la degradazione intellettuale nell'inferma
andò sempre crescendo, fino ad assumere
per lunghi intervalli una forma completa d'imbecillità
inerte. E pareva che dalla sua persona una
profonda influenza s'irraggiasse su le conviventi;
poichè in alcune fra queste si manifestarono disordini
psichici non lievi, e in tutte la divozione
raggiunse l'apice del fervore.

Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi fenomeni
che avevano anche una più grave apparenza
di cause divine. L'inferma, quando si avvicinava il
[pg!91]
vespro, senza alcun sintomo iniziale di attacco
convulsivo cadeva in uno stato di estasi con catalessia
che si prolungava per una mezz'ora o poco
più. Da quell'estasi ella sorgeva quasi con impeto;
e in piedi, conservando sempre la medesima attitudine,
cominciava a parlare, da prima lentamente,
e quindi gradatamente accelerando, come sotto l'urgenza
di un'ispirazione mistica. Il suo eloquio non
era che un miscuglio tumultuario di parole, di
frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che
ora per un inconsciente meccanismo si riproducevano,
frammentandosi o combinandosi senza legge.
Le native forme dialettali s'innestavano alle forme
auliche, s'insinuavano nelle iperboli del linguaggio
biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe,
inauditi accordi di suoni avvenivano nel disordine.
Ma il profondo tremito della voce, ma i cangiamenti
repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere
e discendere del tono, la spiritualità della figura
estatica, il mistero dell'ora, tutto concorreva a soggiogare
li animi delle astanti.

Li effetti si ripeterono cotidianamente, con una
regolarità periodica. Su 'l vespro, nell'oratorio si
accendevano le lampade; le monache facevano cerchia
inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra
incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi
[pg!92]
catalettica, i preludi vaghi dell'organo rapivano
li animi delle religiose in una sfera superiore. Il
lume delle lampade si diffondeva fievole dall'alto,
dando un'incertitudine aerea e quasi una morente
dolcezza all'apparenza delle cose. A un punto l'organo
taceva. La respirazione nell'inferma diveniva
più profonda; le braccia le si distendevano così
che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili
alle corde di uno stromento. Poi, d'un tratto, l'inferma
balzava in piedi, incrociava le braccia su 'l
petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi
d'un battistero. E la sua voce risonava nel
silenzio, ora dolce, ora lugubre, ora quasi canora,
il più delle volte incomprensibile.

Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono
di frequenza; si presentarono due o tre
volte la settimana; poi disparvero totalmente, lasciando
il corpo della donna in uno stato miserevole
di debolezza. E allora alcuni anni passarono,
in cui la povera idiota visse tra sofferenze atroci,
con le membra rese inerti dalli spasimi articolari.
Ella non aveva più alcuna cura della nettezza;
non si cibava che di pane molle e di pochi erbaggi;
teneva in torno al collo, su 'l petto, una
gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini,
di corone; parlava balbettando per la mancanza
[pg!93]
dei denti; e i suoi capelli cadevano, i suoi
occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti
che stanno per morire.

Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta
sotto il portico e le suore in torno coglievano
per Maria le rose, le passò dinanzi la testuggine
che ancora traeva la sua vita pacifica e
innocente nel verziere claustrale. La vecchia vide
quella forma muoversi e a poco a poco allontanarsi.
Nessun ricordo le si destò nella conscienza.
La testuggine si perse tra i cespi dei timi.

Ma le suore consideravano la imbecillità e la
infermità della donna come una di quelle supreme
prove di martirio a cui il Signore chiama li eletti
per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e
circondavano di venerazione e di cure l'idiota.

Nell'estate del 1881 alcune sincopi precedettero
la morte. Consunto dal marasmo, quel miserabile
corpo omai nulla più conservava di umano. Lente
deformazioni avevano viziata la positura delle membra;
tumori grossi come pomi sporgevano sotto un
fianco, su una spalla, dietro la nuca.

La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora,
un sussulto della terra scosse dalle fondamenta
Ortona. Molti edifici precipitarono, altri furono
offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono e
[pg!94]
s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona,
con pianti, con grida, con invocazioni, con gran
chiamare di santi e di madonne, uscì fuori delle
porte, e si raunò su 'l piano di San Rocco, temendo
maggiori pericoli. Le monache, prese dal pánico,
infransero la clausura; irruppero sulla via, scarmigliate,
cercando la salvezza. Quattro di loro portavano
Anna sopra una tavola. E tutte trassero
al piano, verso il popolo incolume.

Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi
clamori si levarono, poichè la presenza delle religiose
parve propizia. In ogni parte, d'in torno, giacevano
infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce,
donne stupide per la paura. Un bellissimo sole
mattutino illustrava le teste tumultuanti, il mare,
i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore i
marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per
nome, ansanti per la salita, rochi; e da Caldara
cominciavano a venire mandre di pecore e di bovi
con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine
guardiane, giumenti; poichè tutti temevano la solitudine,
e tutti, uomini e bestie, nel frangente si
accomunavano.

Anna, adagiata su 'l suolo, sotto un olivo, sentendo
prossima la morte, si rammaricava con un
balbettío fievole, perchè non voleva morire senza
[pg!95]
i sacramenti; e le monache d'in torno le davano
conforto; e li astanti la guardavano con pietà. Ora,
d'improvviso, tra il popolo una voce si sparse, che
da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell'Apostolo.
Le speranze risorgevano; canti di rogazione
risorgevano nell'aria. Come da lungi vibrò un luccichío,
le donne s'inginocchiarono; e con i capelli
disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le
ginocchia, in contro al luccichío, salmodiando.

Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì
le preghiere, udì l'annunzio; e forse in un'ultima
illusione travide l'Apostolo veniente, poichè nella
faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio.
Alcune bolle di saliva le apparvero su le labbra;
un'ondulazione brusca le corse e ricorse, visibile,
la parte inferiore del corpo; su li occhi le palpebre
le caddero, rossastre come per sangue stravasato;
il capo le si ritrasse nelle spalle. Ed ella così alfine
spirò.

Quando il luccichío si fece più da presso alle
donne adoranti, si chiarì nel sole la forma di un
giumento che portava in bilico su la groppa, secondo
il costume, una banderuola di metallo.
[pg!96]




L'IDILLIO DELLA VEDOVA.
=======================


Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto
vestito e con la faccia coperta d'una pezzuola
umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel letto,
quasi in mezzo alla stanza. Vegliavano, nella stanza,
la moglie e il fratello del morto ai due lati.

Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni.
Era una donna fiorita, di carnagione chiara, con
la fronte un po' bassa, le sopracciglia lungamente
arcuate, li occhi grigi e larghi e nell'iride variegati
come agate. Possedendo in grande abbondanza
capelli, ella quasi sempre aveva la nuca e le tempie
e li occhi nascosti da molte ciocche ribelli.
In tutta la persona le splendeva una certa nitidezza
di sanità e quella vivace freschezza che
danno alla cute femminile le lavande d'acqua ghiaccia
abituali. Un profumo allettante le emanava
dalle vesti.
[pg!97]

Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la
stessa età. Era magro, con nel volto il colore bronzino
di chi vive nella campagna al pieno sole. Una
molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i
denti forti e bianchi davano al suo sorriso una
bellezza virile; e li occhi suoi giallognoli lucevano
talvolta come due zecchini nuovi.

Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita
un rosario di vetro, l'altro guardando il rosario
scorrere. Ambedue avevano l'indifferenza che la
nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero
della morte.

Emidio disse, con un lungo respiro:

“Fa caldo, stanotte.”

Rosa sollevò li occhi, per assentire.

Nella stanza un poco bassa la luce oscillava
secondo i moti della fiammella che ardeva nell'olio
d'una lampada di ottone. Le ombre si raccoglievano
ora in un angolo ora in una parete, variando
di forme e di intensità. Le vetrate della finestra
erano aperte, ma le persiane restavano chiuse. Di
tratto in tratto le tende di mussolo bianco si movevano
come per un fiato. Su 'l candore del letto
il corpo di Biagio pareva dormire.

Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La
donna chinò di nuovo la testa, e ricominciò a scorrere
[pg!98]
il rosario lentamente. Alcune stille di sudore
le imperlavano la fronte, e la respirazione le era
faticosa.

Emidio, dopo un poco, domandò:

“A che ora verranno a prenderlo, domani?”

Ella rispose, nel natural suono della sua voce:

“Alle dieci, con la congregazione del Sacramento.”

Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva
il gracidare assiduo delle rane, giungevano a
quando a quando li odori delle erbe. Nella tranquillità
perfetta Rosa udì una specie di gorgoglio
roco escir dal cadavere, e con un atto di orrore si
levò dalla sedia, e fece per allontanarsi.

“Non abbiate paura, Rosa. Sono umori,”
disse il cognato, tendendole la mano per rassicurarla.

Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne,
stando in piedi. Tendeva li orecchi per ascoltare,
ma guardava altrove. I gorgoglíi si prolungavano
dentro il ventre del morto, e parevano salire verso
la bocca.

“Non è nulla, Rosa. Quietatevi,” soggiunse il
cognato, accennandole di sedere sopra un cassone
da nozze coperto d'un lungo cuscino a fiorami.
Ella sedette, a canto a lui, tenendolo ancora
[pg!99]
per mano, nel turbamento. Come il cassone non
era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.

Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse
di fuori in lontananza.

“Fanno le trebbie di notte, al lume della luna,”
disse la donna, volendo parlare per ingannar la
paura o la stanchezza.

Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la
mano, poichè quel contatto ora cominciava a darle
un senso vago d'inquietudine.

Ambedue ora erano occupati da uno stesso
pensiero che li aveva colti d'improvviso; ambedue
ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un
ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà.

-----

Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore,
su la collina solatía, al quadrivio. Sul limite
d'un campo di fromento sorgeva un muro alto costruito
di sassi e di terra argillosa. Dal lato di
mezzodì, che i parenti di Rosa possedevano, come
ivi era più lento e dolce il calor del sole, una famiglia
di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicavasi.
Alla primavera tutti li alberi fiorivano in
comunione di letizia; e le cupole argentee o rosee
o violacee s'incurvavano sul cielo coronando il
muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria
[pg!100]
e facevano insieme un ronzío sonnifero come d'api
mellificanti.

Dietro il muro, dalla parte delli alberi Rosa
in quel tempo soleva cantare.

La voce limpida e fresca zampillava come una
fontana, sotto le corone dei fiori.

Per una lunga stagione di convalescenza Emidio
aveva udito quel canto. Egli era debole e famelico.
Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa
furtivamente, celando sotto li abiti un gran pezzo
di pane, e camminava lungo il muro, nell'ultimo
solco del grano, fin che non giungeva al luogo
della beatitudine.

Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati,
e cominciava a mangiare. Mordeva il pane
e sceglieva una spiga tenera: ogni granello aveva
in sè una minuta stilla di succo simile a latte e
aveva un fresco sapore di farina. Per un singolar
fenomeno, la voluttà dell'alimentazione e la voluttà
dell'udito nel convalescente si confondevano
quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa.
Cosicchè in quell'ozio, tra quel calore, tra
quelli odori che davano all'aria quasi la cordial
saporita del vino, anche la voce femminile diveniva
per lui un naturale alimento di rinascenza e come
un nutrimento fisico ch'egli assimilava.
[pg!101]

Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione.
E, quando la guarigione fu compiuta, la
voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una virtù
di fascinazione sensuale.

Dopo d'allora, poichè tra le due famiglie la
dimestichezza divenne grande, sorse in Emidio uno
di quei taciturni e timidi e solitari amori d'adolescenza.

Di settembre, prima che Emidio partisse pel
seminario, le due famiglie riunite andarono in
un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il
fiume.

La giornata era molle, e i tre carri tirati dai
bovi avanzavano lungo i canneti fioriti.

Nel bosco la merenda fu fatta sull'erba, in
una radura circolare limitata da fusti di pioppi
giganteschi. L'erba corta era tutta piena di certi
piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile;
qua e là nell'interno discendevano tra il fogliame
larghe zone di sole; e la riviera in basso
pareva ferma, aveva una tranquillità lacustre, una
pura trasparenza ove le piante acquatiche dormivano.

Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per
la riva, altri rimasero distesi supini.

Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero
[pg!102]
a braccio e cominciarono a camminare per
un sentiero segnato tra i cespugli.

Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava
le foglie ai virgulti nel passaggio, morsicchiava
li steli amari, rovesciava la testa in dietro
per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il
pettine di tartaruga le scivolò dai capelli che d'un
tratto le si diffusero su le spalle con una stupenda
ricchezza.

Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere
il pettine. Nel rialzarsi, le due teste si urtarono
un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le mani,
gridava tra le risa:

“Ahi! Ahi!”

Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere
sin nelle midolle e sentendosi impallidire e temendo
di tradirsi.

Ella distaccò con l'unghie da un tronco una
lunga spirale d'edere, se l'avvolse alle trecce con
un attorcigliamento rapido e fermò la ribellione
su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi,
talune rossastre, mal contenute rompevano fuori
irregolarmente. Ella chiese:

“Così vi piaccio?”

Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere.
[pg!103]

“Ah, non va bene! Siete forse muto?”

Egli sentiva la voglia di cadere in ginocchio.
E, come Rosa rideva d'un riso scontento, egli si
sentiva quasi salire il pianto alli occhi per l'angoscia
di non poter trovare una parola sola.

Seguitarono a camminare. In un punto una alberella
abbattuta impediva il passaggio. Emidio
con ambo le mani sollevò il fusto, e Rosa passò
di sotto ai rami verdeggianti che un istante la
incoronarono.

Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi
stavano due bacini di pietra rettangolari. Li alberi
densi formavano in torno e sopra il pozzo una
chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda,
quasi umida. La vôlta vegetale si rispecchiava perfettamente
nell'acqua che giungeva a metà dei
parapetti di mattone.

Rosa disse, distendendo le braccia:

“Come si sta bene qui!”

Poi raccolse l'acqua nel concavo della palma,
con un'attitudine di grazia, e sorseggiò. Le gocciole
le cadevano di tra le dita, e le imperlavano la veste.

Quando fu dissetata, con tutt'e due le palme
raccolse altr'acqua, e l'offerse al compagno lusinghevolmente:

“Bevete!”
[pg!104]

“Non ho sete,” balbettò Emidio istupidito.

Ella gli gettò l'acqua in viso, facendo con il
labbro inferiore una smorfia quasi di dispregio. Poi
si distese dentro uno dei bacini asciutti, come in
una culla, tenendo i piedi fuori dell'orlo, e scotendoli
irrequietamente. A un tratto si rialzò,
guardò Emidio con uno sguardo singolare:

“Dunque? Andiamo.”

Si rimisero in cammino, tornarono al luogo
della riunione, sempre in silenzio. I merli fischiavano
su le loro teste; fasci orizzontali di raggi
attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco
cresceva in torno a loro.

Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.

Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva
in moglie Rosa.

Nei primi anni di seminario il cherico aveva
pensato spesso alla nuova cognata. Nella scuola,
mentre i preti spiegavano l'*Epitome historiæ sacræ*,
egli aveva fantasticato di lei. Nello studio,
mentre i suoi vicini, nascosti dai leggíi aperti, si
davano fra loro a pratiche oscene, egli aveva chiusa
la faccia tra le mani, e s'era abbandonato ad immaginazioni
impure. Nella chiesa, mentre le litanie
alla Vergine sonavano, egli dietro l'invocazione
alla *Rosa mystica* era fuggito lontano.
[pg!105]

E come aveva appreso dai condiscepoli la corruzione,
la scena del bosco gli era apparsa in una
nuova luce. E il sospetto di non avere indovinato,
il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto
che gli si offriva, allora lo tormentarono stranamente.

Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva
amato? Dunque egli era passato inconsapevole
a canto a una grande gioia?

E questo pensiero ogni giorno si faceva più
acuto, più insistente, più incalzante, più angustioso.
E ogni giorno egli se ne pasceva con maggiore intensità
di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia
della vita sacerdotale, questo pensiero divenne per
lui una specie di morbo immedicabile, e dinanzi
alla irremediabilità della cosa egli fu preso da uno
scoramento immenso, da una melanconia senza fine.

— Dunque egli non aveva saputo! — 

-----

Nella stanza ora il lume oscillava con più lentezza.
Di tra le stecche delle persiane chiuse entravano
soffi di vento meno lievi, e facevano un
poco inarcare le tende.

Rosa, invasa pianamente da un sopore, chiudeva
di tanto in tanto le palpebre; e come la testa
le cadeva sul petto, le riapriva subitamente.
[pg!106]

“Siete stanca?” chiese con molta dolcezza
il cherico.

“Io, no,” rispose la donna, riprendendo li spiriti,
ed ergendosi su la vita.

Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò
i sensi. Ella teneva la testa appoggiata alla parete:
i capelli le empivano tutto il collo, dalla
bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta
e regolare. Così ella era bella; e nulla in lei era
più voluttuoso che il ritmo del seno e la visibile
forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera.

— S'io la baciassi? — pensò Emidio, per una
suggestione improvvisa della carne guardando l'assopita.

Ancora i canti umani si propagavano nella
notte di giugno, con una certa solennità di cadenze
liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza
le risposte in diversi toni, senza compagnia
di stromenti. Poichè il plenilunio doveva essere
alto, il fioco lume interno non valeva a vincere
l'albore che pioveva copioso su le persiane, e si
versava fra li intervalli del legno.

Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi
occhi, scorrendo la linea rigida e nera del cadavere,
si fermarono involontariamente su la mano,
su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca,
[pg!107]
solcata di trame livide nel dorso; e prestamente
si ritrassero. Piano piano, nell'incoscienza del
sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la parete
un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato.
La reclinazione della bella testa muliebre fu
in atto dolcissima; e, poichè il movimento alterò
un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena
sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve
nel bianco, quasi come una foglia di viola nel latte.

Emidio rimase immobile, tenendo contro l'omero
il peso. Egli frenava il respiro per tema di destare
la dormiente, e un'angoscia enorme l'opprimeva
per il battito del cuore e dei polsi e delle terapie,
che pareva empire tutta la stanza. Ma, come il
sonno di Rosa continuava, a poco a poco egli si
sentì illanguidire e mancare in una mollezza invincibile,
guardando quella gola femminea che le collane
di Venere segnavano di voluttà, aspirando
quell'alito caldo e l'odor dei capelli.

Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi
tutto alla tentazione, egli baciò la
donna in bocca.

Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì
li occhi stupefatti in faccia al cognato, divenne
pallida pallida.

Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca;
[pg!108]
e stette là, con il busto eretto, tutta vigile, guardando
dinanzi a sè nelle ombre varianti, muta,
quasi immobile.

Anche Emidio taceva. Ambedue rimanevano
sul cassone da nozze, come prima, seduti a canto,
sfiorandosi con i gomiti, in un'incertezza penosa,
evitando con una specie di artificio mentale che
la loro coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse.
Spontaneamente ambedue rivolsero l'attenzione
alle cose esteriori, in quest'operazione dello
spirito mettendo un'intensità fittizia, concorrendovi
pure con l'attitudine della persona. E a poco
a poco una specie di ebrietà li conquistava.

I canti, nella notte, seguitavano e s'indugiavano
per l'aria lunghissimamente, e s'ammolivano
lusinghevolmente di risposta in risposta. Le voci
maschili e le voci femminili facevano un componimento
amoroso. Talvolta una sola voce emergeva
su le altre altissima, dando una nota unica, in torno
a cui li accordi concorrevano come onde in torno
al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli,
sul principio di ciascun canto, si udiva la
vibrazione metallica di una chitarra accordata in
diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano
li urti misurati delle trebbio in sul terreno.

I due ascoltavano.
[pg!109]

Forse per una vicenda del vento, ora li odori
non erano più li stessi. Veniva, forse dalla collina
d'Orlando, il profumo dei limoni, così possente
e così dolce e così sottilmente instigatore.
Forse dai giardini di Scalia originavano i profumi
delle rose, i profumi zuccherini che davano all'aria
il sapore d'un'essenza aromale. Montavano
forse dal padùle della Farnia le fragranze umide
dei gigli fiorentini, che respirate deliziavano come
un sorso d'acqua.

I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone,
immobili, oppressi dalla voluttà della notte lunare.
Dinanzi a loro la fiammella della lampada oscillava
rapidamente, e curvavasi fino a lambire l'esilissimo
cerchio d'olio, sul quale ancora galleggiava
alimentandosi. Come la fiammella ebbe un primo
stridore, i due si volsero; e stettero così, ansiosi,
con li occhi dilatati e fissi, a guardare la fiammella
che finiva di beversi le ultime stille. D'improvviso
la fiammella si spense. Allora, tutt'a un tratto,
con un'avidità concorde, nel tempo medesimo, essi
si strinsero l'uno all'altra, si allacciarono, si cercarono
con la bocca, perdutamente, ciecamente,
senza parlare, soffocandosi di carezze.
[pg!110]




LA SIESTA.
==========


I.
--

Donna Laura Albónico stava nel giardino, sotto
la pergola, prendendo il fresco all'ora meridiana.

La villa taceva, tutta grigia, con le persiane
chiuse tra le piante delli agrumi. Il sole raggiava
un calore e un fulgore immensi. Era la metà di
giugno; e i profumi delli aranci e dei limoni fioriti
si mescolavano all'odor delle rose, nell'aria
tranquilla. Le rose crescevano da per tutto, nel
giardino, con una forza indomabile. Le masse magnifiche
delle rose bianche si movevano, lungo i
viali, ad ogni soffio di vento, coprendo il terreno
con l'abbondanza della loro neve odorante. In certi
momenti l'aria, pregna dell'aroma, aveva un sapore
dolce e possente come quello di un vino prelibato.
Le fontane, invisibili tra la verzura, mormoravano.
A tratti, la cima mobile scintillante delli
[pg!111]
zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva,
riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi
producevano nei fiori e nelle erbe un fruscio e uno
scompiglio singolari, sembrando bestie vive che vi
corressero a traverso o vi pascolassero o vi scavassero
tane. Li uccelli, invisibili, cantavano.

Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava.

Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo
fine e signorile; il naso lungo, lievemente aquilino,
la fronte un po' troppo ampia, la bocca perfetta,
ancora fresca, piena di benignità. I capelli,
tutti bianchi, le si piegavano su le tempie e le
facevano intorno al capo una specie di corona.
Doveva essere stata molto bella, nella gioventù,
ed amabile.

Era venuta da due soli giorni in quella casa
solitaria, col marito e con pochi servi. Aveva rinunziato
alla villa magnatizia che sorgeva, sopra
un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo;
aveva rinunziato al mare, per quella campagna deserta
e quasi arida.

“Ti prego, andiamo a Penti,” aveva detto al
marito.

Il barone settuagenario era rimasto da prima
un po' sorpreso e stupefatto, a quello strano desiderio
della moglie.
[pg!112]

“Perchè a Penti? Che s'andava a fare a
Penti?”

“Ti prego, andiamo. Per mutare,” aveva insistito
Donna Laura.

Il barone, come sempre, s'era lasciato persuadere.

“Andiamo.”

Ora, Donna Laura custodiva un segreto.

Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata
da una passione. A diciotto anni aveva sposato
il barone Albónico, per ragioni di convenienza
familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone,
con molta prodezza; egli stava quasi sempre
assente dalla sua casa, poichè seguiva ovunque il
volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe
assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore
che aveva moglie e figliuoli, fu preso d'amore
per Donna Laura; e, come egli era bellissimo ed
ardente, vinse alfine ogni resistenza dell'amata.

Allora pe' i due amanti una stagione, passò
nella felicità più dolce. Essi vivevano nell'oblio di
tutte le cose.

Ma un giorno Donna Laura s'accorse d'essere
incinta; pianse, si disperò, rimase in una terribile
angoscia, non sapendo che risolvere, come salvarsi.
Per consiglio del marchese di Fontanella, partì
[pg!113]
alla volta della Francia; si nascose in un piccolo
paese della Provenza, in una di quelle terre solatie
piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma
dei trovatori.

Abitava una casa di campagna, circondata da
un grande orto. Li alberi fiorivano: era la primavera.
Fra i terrori e le nere malinconie, ella aveva
intervalli d'una indefinita dolcezza. Passava lunghe
ore seduta all'ombra, in una specie d'inconscienza,
mentre il sentimento vago della maternità le dava
a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in torno
a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee
le salivano alla gola e le mettevano per tutte le
membra una lassitudine immensa. Che giorni indimenticabili!

E, quando il momento solenne si avvicinava,
giunse, desiderato, Fontanella. La povera donna
soffriva. Egli le stava a canto, pallido in viso,
parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella
partorì di notte; gridava, fra li spasimi; si afferrava
convulsamente alla lettiera; credeva di morire.
I primi vagiti dell'infante la gittarono in
una stupefazione di gioia. Ella, supina, con la
testa un po' arrovesciata oltre i guanciali, bianca
bianca, senza più voce, senza più forza per tenere
aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani
[pg!114]
esangui, debolmente, in certi piccoli movimenti
vaghi, come fanno talvolta i moribondi verso la
luce.

Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco,
nel medesimo letto, sotto la medesima coperta, il
bambino. Era un essere fragile, molle, un po' rossiccio,
che vibrava d'una palpitazione incessante, di
una vita palese, e in cui le forme umane non avevano
certezza. Li occhi stavano ancora chiusi, un
po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco,
quasi un miagolio indistinto.

La madre, rapita, non si saziava di riguardare,
di toccare, di sentirsi su la guancia l'alito filiale.
Dalla finestra entrava una luce bionda e si vedevano
le terre provenzane tutte coperte di mèssi.
Il giorno aveva una specie di santità. I canti dal
fromento si avvicendavano, nell'aria quieta.

Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu
portato chi sa dove. Ella non lo rivide più. Ella
tornò alla sua casa; e visse col marito la vita di
tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento
sopraggiungesse a turbarla. Non ebbe altri figliuoli.

Ma il ricordo, ma l'adorazione ideale di quella
creatura ch'ella non vedeva più, ch'ella non sapeva
più dove fosse, le occuparono l'anima per
sempre. Ella non aveva che quel pensiero; rammentava
[pg!115]
tutte le minime particolarità di quei
giorni; rivedeva chiaramente il paese, la forma di
certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea
d'una collina che chiudeva l'orizzonte, il colore
e i disegni del tessuto che copriva il letto, una
macchia che stava nella vôlta della stanza, un piccolo
piatto figurato su cui le portavano il bicchiere,
tutto, tutto, chiaramente, minutamente. Ad ogni
momento il fantasma di quelle cose lontane le sorgeva
nella memoria, così, senza ordine, senza legame,
come nei sogni. A volte ella ne rimaneva
quasi stupita. Le tornavano dinanzi, precisi e viventi,
i volti di certe persone vedute laggiù, i
loro moti, un loro gesto insignificante, una loro
attitudine, un loro sguardo. Le pareva di avere
nelli orecchi il vagito della creatura, di toccare le
mani esilissime, rosee, molli, quelle manine che
forse erano la sola parte già tutta formata perfettamente,
simile alla miniatura d'una mano d'uomo,
con le vene quasi impercettibili, con le falangi segnate
di pieghe sottili, con le unghie trasparenti,
tenere, appena appena suffuse di viola. Oh, quelle
mani! Con che strano brivido la madre pensava
alla loro carezza inconsciente! Come ne sentiva
l'odore, l'odore singolare che ricorda quello dei
colombi nella prima piuma!
[pg!116]

Così Donna Laura, chiusa in questa specie di
mondo interiore che ogni giorno più assumeva le
apparenze della vita, passò li anni, molti anni,
sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto
all'antico amante notizie del figliuolo. Ella avrebbe
voluto rivederlo, sapere il suo stato.

“Ditemi dov'è, almeno. Vi prego.”

Il marchese, temendo un'imprudenza, si rifiutava. — Ella
non doveva vederlo. Ella non avrebbe saputo
contenersi. Il figlio avrebbe indovinato tutto; si sarebbe
valso del segreto per i suoi fini; avrebbe forse
rivelato ogni cosa.... No, no, ella non doveva vederlo.

Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni
d'uomo pratico, rimaneva smarrita. Ella non sapeva
imaginarsi che la sua creatura fosse cresciuta, fosse
già adulta, fosse già presso al limitare della vecchiaia.
Oramai erano passati circa quarant'anni
dal giorno della nascita; eppure ella nel suo pensiero
non vedeva che un bambino, roseo, con li
occhi ancora chiusi.

Ma il marchese di Fontanella venne a morire.

Quando Donna Laura seppe la malattia del vecchio,
fu presa da un'angoscia così penosa che una
sera, non potendo più resistere allo spasimo, uscì
sola, si diresse verso la casa dell'infermo, perchè
un pensiero tenace la sospingeva, il pensiero del
[pg!117]
figlio. Prima che il vecchio morisse, ella voleva
conoscere il segreto.

Camminò lungo i muri, tutta raccolta, come
per non farsi vedere. Le strade erano piene di
gente; l'ultimo chiarore del tramonto faceva rosee
le case; tra una casa e l'altra un giardino appariva
tutto violaceo di lilla in fiore. Voli di rondini,
rapidi e circolari, s'intrecciavano nel cielo luminoso.
Frotte di bambini passavano a corsa, con
grida e con richiami. Talvolta passava una femmina
incinta, a braccio del marito; e l'ombra della
sua gonfiezza si disegnava su 'l muro.

Donna Laura pareva incalzata da tutta quella
gioconda vitalità delle cose e delle persone. Ella
affrettava il passo, fuggiva. Li splendori vari delle
vetrine, delle botteghe aperte, dei caffè le davano
alli occhi un senso acuto di dolore. A poco a poco
una specie di stordimento le occupava la testa;
una specie di sbigottimento le prendeva lo spirito. — Che
faceva? Dove andava? — In quel disordine
della conscienza, le pareva quasi di commettere
una colpa; le pareva che tutti la guardassero, la
indagassero, indovinassero il suo pensiero.

Ora la città s'invermigliava alli ultimi rossori
del sole. Qua e là, dentro le cantine, i cori del
vino si levavano.
[pg!118]

Come Donna Laura giunse alla porta, non ebbe
forza di entrare. Passò oltre, fece venti passi; poi
ritornò in dietro, ripassò. Finalmente varcò la soglia,
salì le scale; si fermò, sfinita, nell'anticamera.

Nella casa c'era quell'animazione silenziosa di
cui i familiari circondano il letto di un infermo.
I domestici camminavano in punta dì piedi, portando
qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi
a bassa voce, nel corridoio. Un signore calvo, tutto
vestito di nero, attraversò la sala, s'inchinò a Donna
Laura, ed uscì.

Donna Laura chiese a un domestico, con la voce
omai ferma:

“La marchesa?”

Il domestico indicò rispettosamente col gesto
un'altra stanza a Donna Laura. Quindi corse ad
annunziare la visita.

La marchesa apparve. Era una signora piuttosto
pingue, con i capelli grigi. Aveva li occhi pieni
di lacrime. Aperse le braccia all'amica, senza parlare,
soffocata da un singulto.

Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando
li occhi:

“Si può vedere?”

Profferite le parole, strinse le mascelle per reprimere
un tremito violento.
[pg!119]

La marchesa disse:

“Vieni.”

Le due donne entrarono nella stanza dell'infermo.
La luce ivi era mite; l'odore di un farmaco,
un odore singolare, empiva l'aria; li oggetti
segnavano grandi e strane ombre. Il marchese di
Fontanella, disteso nel letto, pallido, pieno di rughe,
sorrise a Donna Laura, vedendola. Disse lentamente:

“Grazie, baronessa.”

E le tese la mano ch'era umidiccia e tiepida.

Egli pareva aver ripreso li spiriti d'un tratto,
per uno sforzo di volontà. Parlò di varie cose, curando
le parole, come quando stava sano.

Ma Donna Laura, dall'ombra, lo fissava con
uno sguardo così ardente di supplicazione che egli,
indovinando, si volse alla moglie.

“Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione,
come stamattina.”

La marchesa chiese licenza, ed uscì, inconsapevole.
Nel silenzio della casa si udirono i passi
di lei allontanarsi su i tappeti.

Allora Donna Laura, con un moto indescrivibile,
si chinò su 'l vecchio, gli prese le mani, gli
strappò le parole con li occhi.

“A Penti.... Luca Marino.... ha moglie, figli....
[pg!120]
una casa.... Non lo vedere! Non lo vedere!” balbettò
il vecchio, a fatica, preso quasi da un terrore
che gli dilatava le pupille. “A Penti.... Luca
Marino.... Non ti svelare.... mai!...”

Già la marchesa veniva, con il medicamento.

Donna Laura sedette; si contenne. L'infermo
bevve; e i sorsi scendevano nella gola con un gorgoglio,
a uno a uno, distinti, regolari.

Poi successe un silenzio. E l'infermo parve
preso da sopore: tutta la faccia gli si fece più
cava; ombre più profonde, quasi nere, gli occuparono
le occhiaie, le guance, le narici, la gola.

Donna Laura si accommiatò dall'amica; se ne
andò, trattenendo il respiro, pianamente.


II.
---

Tutte queste vicende ripensava la vecchia signora,
sotto la pergola, nel giardino tranquillo.
Che cosa ora dunque la tratteneva dal rivedere
il figlio? Ella avrebbe avuto la forza di reprimersi;
ella non si sarebbe svelata, no. Le bastava di rivederlo,
il figlio suo, quello ch'ella aveva tenuto
sulle braccia un giorno solo, tanti anni a dietro,
tanti, tanti anni! Era cresciuto? Era grande? Era
forte? Era bello? Com'era?
[pg!121]

E mentre così interrogava sè stessa, nel fondo
del suo spirito ella non giungeva a raffigurarsi
l'uomo. Sempre in lei l'imagine dell'infante persisteva,
si sovrapponeva ad ogni altra imagine,
vinceva con la nitida chiarezza delle sue forme
ogni altra forma fantastica che tentasse di sorgere.
Ella non preparava l'animo, si abbandonava
debolmente al sentimento indeterminato. Il
senso della realtà in quel momento le mancava.

— Io lo vedrò! Io lo vedrò! — ripeteva in sè
stessa, inebriandosi.

Le cose in torno tacevano. Il vento faceva incurvare
i roseti che, passato il soffio, seguitavano
a muoversi pesantemente. Li zampilli scintillavano
e guizzavano, tra il verde, come stocchi.

Donna Laura stette un poco in ascolto. Dal silenzio
sorgeva non so qual grandezza che le infuse nell'animo
quasi uno sgomento. Ella esitò. Poi si mise
pe 'l viale, da prima con passi rapidi; giunse al
cancello tutto abbracciato dalle piante e dai fiori;
sostò, per guardarsi in dietro: aprì. Dinanzi a lei
la campagna si stendeva deserta sotto il meriggio.
Le case di Penti in lontananza biancheggiavano su
l'azzurro del cielo, con un campanile, con una cupola,
con due o tre pini. Il fiume si svolgeva nella
pianura, tortuoso e lucentissimo, toccando le case.
[pg!122]

Donna Laura pensò: — Egli è là. — E tutte le
sue fibre di madre vibrarono. Animata, riprese a
camminare, guardando dinanzi a sè con li occhi
che il sole fastidiva, non curando il calore. A un
certo punto della strada cominciarono li alberi,
magri pioppetti tutti canori di cicale. Due femmine
scalze, ciascuna con un cesto su 'l capo, venivano
incontro.

“Sapete la casa di Luca Marino?” chiese la
signora, presa da una voglia irresistibile di pronunziare
quel nome a voce alta, liberamente.

Le femmine la guardarono, stupefatte, soffermandosi.

Una rispose, con semplicità:

“Noi non siamo di Penti.”

Donna Laura, malcontenta, seguitò la via, provando
già un poco di stanchezza nelle povere membra
senili. Li occhi, offesi dalla luce intensa, le facevano
vedere alcune mobili macchie rosse nell'aria. Un
leggero principio di vertigine le turbava il cervello.

Penti si avvicinava sempre più. I primi tuguri
apparvero tra molte piante di girasoli. Una femmina,
mostruosa per l'adipe, stava seduta sopra
una soglia; ed aveva su quel gran corpo una testa
infantile, li occhi dolci, i denti schietti, il sorriso
placidissimo.
[pg!123]

“O signora, dove andate?” chiese la femmina,
con un accento ingenuo di curiosità.

Donna Laura si accostò. Aveva il volto tutto
infiammato e la respirazione corta. Le forze erano
per mancarle.

“Mio Dio! Oh mio Dio!” gemeva ella, reggendosi
le tempie con le palme. “Oh mio Dio!”

“Signora, riposatevi,” diceva la femmina ospitale,
invitandola ad entrare.

La casa era bassa ed oscura; ed aveva quell'odor
particolare che hanno tutti i luoghi dove
molta gente agglomerata vive. Tre o quattro bambini
nudi, anch'essi col ventre così gonfio che parevano
idropici, si trascinavano su 'l suolo, borbottando,
brancicando, portando alla bocca per
istinto qualunque cosa capitasse loro sotto le mani.

Mentre Donna Laura seduta riprendeva le forze,
la femmina parlava oziosamente, tenendo fra le
braccia un quinto bambino, tutto coperto di croste
nerastre tra mezzo a cui si aprivano due grandi occhi,
puri ed azzurri, come due fiori miracolosi.

Donna Laura domandò:

“Qual è la casa di Luca Marino?”

L'ospite co 'l gesto indicò una casa rossiccia,
all'estremità del paese, in vicinanza del fiume,
circondata quasi da un colonnato di alti pioppi.
[pg!124]

“È quella. Perchè?”

La vecchia signora si sporse per guardare.

Li occhi le dolevano, feriti dalla luce solare, e
le palpebre le battevano forte. Ma ella stette qualche
minuto in quell'attitudine, respirando con fatica,
senza rispondere, quasi soffocata da una sollevazione
di sentimento materno. — Quella dunque
era la casa del suo figliuolo? — Subitamente, per
una involontaria operazion dello spirito, le apparvero
dinanzi l'interno della stanza lontana, il
paese di Provenza, le persone, le cose, come nel
bagliore di un lampo, ma evidenti, nettissimi. Ella
si lasciò ricadere su la sedia, e rimase muta, confusa,
in una specie di ottusità fisica proveniente
forse dall'azione del sole. Nelli orecchi aveva un
ronzio continuo.

Disse l'ospite:

“Volete passare il fiume?”

Donna Laura fece un cenno inconsciente, incantata
da un turbinio di circoli rossi che gli si
producevano nella retina.

“Luca Marino porta uomini e bestie da una riva
all'altra. Ha una barca e una chiatta,” seguitò
l'ospite. “Se no, bisogna andare fino a Prezzi a
cercare il guado. È tant'anni che fa il mestiere!
È sicurissimo, signora.”
[pg!125]

Donna Laura ora ascoltava, facendo uno sforzo
per raccogliere tutte le sue facoltà sensorie che
si disperdevano. Ma pure, dinanzi a quelle novelle
del figliuolo, restava smarrita; quasi non comprendeva.

“Luca non è del paese,” riprese la femmina
grassa, trascinata dalla nativa loquacità. “L'hanno
allevato i Marino che non avevano figliuoli. E un
signore, non di qui, gli ha dotata la moglie. Ora
vive bene; lavora; ma ha il vizio del vino.”

La femmina diceva queste cose ed altre, con
semplicità grande, senza malizia per l'origine sconosciuta
di Luca.

“Addio, addio,” fece Donna Laura, levandosi,
presa da un vigore fittizio. “Grazie, buona donna.”

Porse a uno dei bimbi una moneta: ed uscì
alla luce.

“Per quella viottola!” le gridò dietro, indicando,
l'ospite.

Donna Laura seguì la viottola. Un gran silenzio
regnava intorno, e nel silenzio le cicale cantavano
a distesa. Alcuni gruppi d'olivi contorti e
nodosi sorgevano dal terreno disseccato. Il fiume,
a sinistra, brillava.

“Ooh, La Martinaaa!” chiamò una voce, in
lontananza, dalla parte del fiume.
[pg!126]

Quella voce umana d'improvviso fece a Donna
Laura un'impressione singolare. Ella guardò. Su 'l
fiume navigava una barca, a pena visibile tra il
vapor luminoso; e un'altra barca, ma a vela, biancheggiava
a maggior distanza. Nella prima barca
si scorgevano forme d'animali: erano forse cavalli.

“Ooh, La Martinaaa!” richiamò la voce.

Le due barche si avvicinavano l'una all'altra.
Quello era il punto delle secche, dove i barcaiuoli
pericolavano quando il carico pesava.

Donna Laura, ferma sotto un olivo, appoggiata
al tronco, seguiva con lo sguardo la vicenda. Il
cuore le palpitava con tanta violenza che le pareva
i battiti empissero tutta la campagna circostante.
Il fruscio dei rami, il canto delle cicale, il lampeggio
delle acque, tutte le sensazioni esteriori la
turbavano, le mettevano nello spirito un disordine
quasi di demenza. L'accumulamento lento del sangue
nel cervello, per l'azione del sole, le dava ora
una visione leggermente rossa, un principio di vertigine.

Le due barche, giunte a un gomito del fiume,
non si videro più.

Allora Donna Laura riprese a camminare, un
po' barcollante, come un'ebra. Le si presentò dinanzi
un gruppo di case riunite in torno a una specie
[pg!127]
di corte. Sei o sette mendicanti meriggiavano
ammucchiati in un angolo: le loro carni rossastre,
maculate dalle malattie della cute, uscivano
di tra i cenci; nei loro volti deformi il sonno aveva
una pesantezza bestiale. Qualcuno dormiva bocconi,
con la faccia nascosta tra le braccia piegate a cerchio.
Qualche altro dormiva supino, con le braccia
aperte, nell'attitudine del Cristo crocifisso. Un nuvolo
di mosche turbinava e ronzava su quelle povere
carcasse umane, denso e laborioso, come sopra
un cumulo di fimo. Dalle porte socchiuse veniva
un romore di telai.

Donna Laura attraversò la piazzetta. Il suono
de' suoi passi su le pietre fece risvegliare un mendicante
che si levò su i gomiti e, tenendo li occhi
ancora chiusi, balbettò macchinalmente:

“La carità, per l'amore di Dio!”

A quella voce tutti i mendicanti si risvegliarono,
e tutti sorsero.

“La carità, per l'amore di Dio!”

“La carità, per l'amore di Dio!”

La torma cenciosa si mise a seguitare la passante,
chiedendo l'elemosina, tendendo le mani.
Uno era storpio e camminava a piccoli salti, come
una scimmia ferita. Un altro si trascinava su 'l sedere
puntellandosi con ambo le braccia, come fanno
[pg!128]
con le zampe le locuste, poichè aveva tutta la
parte inferiore del corpo morta. Un altro aveva un
gran gozzo paonazzo e rugoso che ad ogni passo
ondeggiava come una giogaia. Un altro aveva un
braccio ritorto come una grossa radice.

“La carità, per l'amore di Dio!”

Le loro voci erano varie, alcune cavernose e
roche, altre acute e femminine come quelle delli
evirati. Ripetevano sempre le stesse parole, con lo
stesso accento, in un modo accorante.

“La carità, per l'amore di Dio!”

Donna Laura, così inseguita da quella gente mostruosa,
provava una voglia istintiva di fuggire, di
salvarsi. Uno sbigottimento cieco la teneva. Avrebbe
forse gridato, se avesse avuta la voce nella gola.
I mendicanti le instavano da presso, le toccavano le
braccia, con le mani tese. Volevano l'elemosina, tutti.

La vecchia signora si cercò nella veste, prese
delle monete, le lasciò cadere dietro di sè. Li affamati
si fermarono, si gittarono avidamente su le
monete, lottando, stramazzando sul terreno, dando
calci, calpestandosi. Bestemmiavano.

Tre rimasero con le mani vuote; e ripresero a
seguitare la vecchia incattiviti.

“Noi non l'abbiamo avuta! Noi non l'abbiamo
avuta!”
[pg!129]

Donna Laura, disperata per quella persecuzione,
diede altre monete, senza volgersi. La lotta fu tra
lo storpio e il gozzuto. Ambedue presero. Ma un
povero epilettico idiota, che tutti opprimevano e
dileggiavano, non ebbe nulla; e si mise a piagnucolare,
leccandosi le lacrime e il moccio che gli
colava dal naso, con un verso ridicolo:

“Ahu, ahu, ahuuu!”


III.
----

Donna Laura infine era giunta alla casa dei
pioppi.

Ella si sentiva sfinita: le si offuscava la vista,
le tempie le battevano forte, la lingua le ardeva;
le gambe sotto le si piegavano. Dinanzi a lei, un
cancello stava aperto. Ella entrò.

L'aia circolare era limitata da pioppi altissimi.
Due delli alberi sostenevano un cumulo di paglia
di fromento, tra mezzo a cui uscivano i rami fronzuti.
Poichè in giro l'erba cresceva, due vacche
falbe vi pascolavano pacificamente battendosi con
la coda i fianchi nutriti; e tra le gambe a loro
penzolavano le mammelle gonfie di latte, colorite
come frutti succulenti. Molti arnesi di agricoltura
stavano sparsi pe 'l suolo. Le cicale, in su li alberi,
[pg!130]
cantavano. Nel mezzo, tre o quattro cuccioli giocavano
abbaiando verso le vacche o inseguendo le
galline.

“O signora, che cerchi?” chiese un vecchio,
uscendo dalla casa. “Vuoi *passare*?”

Il vecchio, calvo, con la barba rasa, teneva
tutto il corpo in avanti su le gambe inarcate. Le
sue membra erano deformate dalle rudi fatiche,
dall'opera dell'arare che fa sorgere la spalla sinistra
e torcere il busto, dall'opera del falciare
che fa tenere le ginocchia discoste, dall'opera del
potare che curva in due la persona, da tutte le
opere lente e pazienti della coltivazione. Egli, dicendo
l'ultima parola, accennava al fiume.

“Sì, sì,” rispose Donna Laura non sapendo che
dire, non sapendo che fare, smarrita.

“Allora vieni. Ecco Luca che torna,” soggiunse
il vecchio, volgendosi al fiume dove navigava a
forza di pertiche una chiatta carica di pecore.

Egli condusse la passeggiera, a traverso un
orto irrigato, fin sotto a una pergola dove altri
passeggieri attendevano. Camminando innanzi, egli
lodava le verzure e faceva pronostici, per consuetudine
di agricoltore invecchiato tra le cose della
terra.

Volgendosi a un tratto, poichè la signora restava
[pg!131]
muta come se non udisse, vide che ella aveva
li occhi pieni di lacrime.

“Perchè piangi, signora?” le chiese con la
stessa tranquillità con cui parlava delle verzure.
“Ti senti male?”

“No, no.... niente....” mormorò Donna Laura
che si sentiva morire.

Il vecchio non disse altro. Egli era così indurato
alla vita, che i dolori altrui non lo commovevano.
Egli vedeva tutti i giorni, tanta gente diversa
*passare*!

“Siedi,” fece, come giunse alla pergola.

Là tre uomini della campagna attendevano, uomini
giovani, carichi di fardelli. Tutt'e tre fumavano
in grosse pipe, mettendo nel fumare una attenzione
profonda, come per gustarne intera la
voluttà, secondo il costume della gente campestre
nei rari diletti. Ad intervalli, dicevano quelle lunghe
cose insignificanti che l'agricoltore ripete senza
fine e che appagano lo spirito di lui tardo ed angusto.

Guardarono un poco, stupefatti, Donna Laura.
Poi ripresero la loro impassibilità.

Uno di loro avvertì, tranquillamente:

“Ecco la chiatta.”

Un altro aggiunse:
[pg!132]

“Porta le pecore di Bidena.”

Il terzo:

“Saranno quindici.”

E si levarono, insieme, intascando le pipe.

Donna Laura era caduta in una specie di stupidimento
inerte. Le lacrime le si erano fermate
su i cigli. Ella avea perduto il senso della realità.
Dov'era? Che faceva?

La chiatta urtò leggermente contro la riva. Le
pecore, strette le une contro le altre, belavano intimidite
dall'acqua. Il conduttore, il traghettatore
ed il figlio le aiutavano a discendere a terra. Le
pecore, appena discese, facevano una piccola corsa;
poi si fermavano, si riunivano e si mettevano a
belare ancora. Due o tre agnelli saltellavano su le
gambe lunghe e deformi, _`tentando` i capezzoli materni.

Compiuta la bisogna, Luca Marino fermò la
chiatta. Poi a grandi passi lenti salì la riva, verso
l'orto. Era un uomo di quarant'anni circa, alto,
magro, con la faccia rossiccia, calvo alle tempie.
Aveva baffi di colore incerto e una manata di peli
sparsa disugualmente per il mento e per le guance;
l'occhio un po' torbido, senza alcuna vivacità d'intelligenza,
venato di sanguigno, come quello dei
bevitori. La camicia aperta lasciava vedere il petto
[pg!133]
velloso; un berretto carico d'untume copriva la
testa.

“Ahuf!” esclamò egli d'un tratto, in faccia
alla pergola, fermandosi su le gambe, aperte e nettandosi
con le dita la fronte stillante di sudore.

Passò dinanzi ai passeggieri, senza guardarli.
In tutti i suoi gesti e in tutte le sue attitudini
era incomposto e quasi brutale. Le mani, enormi,
gonfie di vene sul dorso, le mani avvezze al remo
parevano essergli d'impaccio. Egli le teneva penzoloni
lungo i fianchi e le dondolava camminando.

“Ahuf! Che sete!...”

Donna Laura stava come impietrita, senza più
parole, senza più conscienza, senza più volontà.

Quello era il suo figliuolo! Quello era il suo
figliuolo!

Una femmina gravida, che aveva già una figura
senile, disfatta dal lavoro e dalla fecondità, venne
a porgere al marito assetato un boccale di vino.
L'uomo bevve d'un fiato. Poi si asciugò le labbra
col dorso della mano e fece schioccare la lingua.
Disse, bruscamente, come se la nuova fatica gli
fosse dura:

“Andiamo.”

Insieme co 'l primogenito, ch'era un grosso fanciullo
di quindici anni, preparò il legno; mise tra
[pg!134]
il bordo e la riva due tavole per rendere agevole
ai passeggieri l'imbarco.

“Perchè non monti, signora?” fece il vecchio
di dianzi, vedendo che Donna Laura non si moveva
e non parlava.

Donna Laura si levò, macchinalmente, e seguì
il vecchio che le diede aiuto nel salire. Perchè saliva
ella? Perchè passava il fiume? Non pensò; non
giudicò l'atto. Il suo spirito, così colpito, rimaneva
ora inerte, quasi immobile in un punto. — Quello
era il figlio. — E a poco a poco ella sentiva in se
qualche cosa estinguersi, vanire: sentiva nella mente
a poco a poco farsi una gran vacuità. Non comprendeva
più niente. Vedeva, udiva, come in un
sogno.

Quando il primogenito di Luca venne a lei per
chiedere la mercè del traghetto, prima che la barca
si staccasse dalla riva, ella non intese. Il fanciullo
scoteva nel concavo delle mani le monete ricevute
da uno dei passeggieri; e ripeteva la domanda a
voce più alta, credendo che la signora fosse sorda
per la vecchiezza.

Ella come vide li altri due uomini mettere la
mano in tasca e pagare; imitò quell'atto, risovvenendosi.
Ma diede un maggior valore.

Il fanciullo volle farle intendere ch'egli non
[pg!135]
poteva renderle l'avanzo, perchè non l'aveva. Ella
ebbe un gesto inconsciente. Il fanciullo prese tutto
il danaro, con una smorfia di malizia. I presenti
sorrisero, di quel sorriso astuto che hanno li uomini
campestri in conspetto di un inganno.

Uno disse:

“Andiamo?”

Luca, che fin allora stava intento a tirar l'áncora,
spinse la barca che si mosse dolcemente
su l'acqua gorgogliante. La riva parve fuggire,
con le canne e con i pioppi, ed incurvarsi come
una falce. Il sole incendiava tutto il fiume, appena
inclinato verso il cielo occidentale dove sorgevano
vapori violetti. Si vedeva ora su la riva un gruppo
di gente che gesticolava; ed erano i mendicanti
a torno all'idiota. A tratti, col vento giungevano
anche lembi di parole e di risa simili a un'agitazione
di flutti.

I rematori, nudi il busto, vogavano a gran forza
per superare il filo della corrente. Donna Laura
vedeva il dorso di Luca, nero, dove, le costole si
disegnavano e colava a rivoli il sudore. Teneva li
occhi fissi, un po' dilatati, pieni d'ebetudine.

Uno dei passeggieri avvertì, prendendo sotto il
banco le sue robe:

“Ci siamo.”
[pg!136]

Luca afferrò l'áncora e la gittò alla riva. La
barca ridiscese con la corrente per tutta la lunghezza
della corda; quindi si fermò, con una stratta.
I passeggieri furono a terra, d'un salto; ed aiutarono
la vecchia signora, tranquillamente. Quindi
si rimisero in cammino.

La campagna da quella parte era coltivata a
vigneti. Le viti, piccole e magre, verdeggiavano in
filari. Alcuni alberi interrompevano qua e là il
piano, con forme rotonde.

Donna Laura si trovò sola, perduta, su quella
riva senz'ombra, non avendo più conoscenza di sè
che per il battito continuo delle arterie, per un
romorío cupo ed assordante nelli orecchi. Il suolo
sotto i piedi le mancava e pareva affondarsi come
fango o arena, ad ogni passo. Tutte le cose in
torno turbinavano e si dileguavano; tutte le cose,
ed anche là sua esistenza, le apparivano vagamente,
lontane, dimenticate, finite per sempre. La follia
le prendeva la mente. Ella, d'un tratto, vide uomini,
case, un altro paese, un altro cielo. Urtò in
un albero, cadde su una pietra; si rialzò. E il suo
povero corpo di vecchia traballava in moti terribili
e insieme grotteschi.

Ora, i mendicanti dall'altra riva avevano eccitato
per dileggio l'idiota a passare il fiume a
[pg!137]
nuoto ed a raggiungere la donna per aver l'elemosina.
Essi l'avevano spinto nell'acqua, dopo
avergli strappati i cenci di dosso. E l'idiota nuotava
come un cane, tra una pioggia di sassate che
gl'impedivano di tornare a dietro. Quelli uomini
deformi fischiavano e urlavano, prendendo diletto
nella crudeltà. Essi, come la corrente traeva l'idiota,
arrancavano lungo la sponda e imperversavano.

“Affoga! Affoga!”

L'idiota, con sforzi disperati, prese terra. E
così ignudo, poichè in lui era morto con l'intelligenza
il sentimento del pudore, si mise a camminare
verso la donna, di traverso, com'era suo costume,
tendendo la mano ad ogni tratto.

La demente, rialzandosi, vide; e con un moto
di orrore e con un grido acutissimo si diede a correre
verso il fiume. Sapeva quel che faceva? Voleva
morire? Che pensava ella, in quell'attimo?

Giunta all'estremo limite, cadde nell'acqua.
L'acqua gorgogliò, si chiuse pienamente; e tanti
circoli successivi partirono dal luogo della caduta
e si allargarono in lievi ondulazioni lucide e si
dispersero.

I mendicanti dall'altra riva gridavano verso
una barca che si allontanava:

“Oh Lucaaa! Oh Luca Marinooo!”
[pg!138]

E correvano verso la casa dei pioppi a dare la
novella.

Allora, come seppe il caso, Luca spinse la barca
verso il luogo che gl'indicavano, e chiamò La Martina
che se ne veniva placidamente con il suo legno
in balia della corrente.

Disse Luca:

“C'è un'annegata, laggiù.”

Non si curò di raccontare il fatto o di parlare
della persona, poichè non amava le molte
parole.

I due fiumátici misero i legni a paro e remigarono
con calma.

Disse La Martina:

“Hai tu provato il vino nuovo di Chiachiù?
Ti dico!...”

E fece un gesto che rappresentava l'eccellenza
della bevanda.

Luca rispose:

“Non ancora.”

Disse La Martina:

“Ne prenderesti una goccia?”

Luca rispose:

“Io sì.”

La Martina:

“Dopo. Ci aspetta Jannangelo”
[pg!139]

Luca:

“Va bene.”

Giunsero al luogo. L'idiota, che poteva meglio
indicare il punto, era fuggito, e in mezzo alle vigne
era stato preso da un accesso di epilessia. All'altra
riva i curiosi cominciavano a radunarsi.

Disse Luca al compagno:

“Tu ferma la tua barca e salta nella mia. Uno
rema e l'altro cerca.”

La Martina così fece. Egli remava su e giù per
una ventina di metri, e Luca tentava il fondo del
fiume con una lunga pertica. Ogni tanto Luca, sentendo
qualche resistenza, mormorava:

“Ecco.”

Ma s'ingannava sempre. Finalmente, dopo molte
ricerche. Luca disse:

“Questa volta c'è'.”

E chinandosi e inarcando le gambe per far
forza, sollevò piano piano il peso all'estremità della
pertica. I bicipiti gli tremavano.

La Martina chiese, lasciando il remo:

“Vuoi che t'aiuti?”

Luca rispose:

“Non importa.”
[pg!140]




LA MORTE DI SANCIO PANZA.
=========================


Quando entrò Donna Letizia tenendo l'infermo
su le belle braccia carnose con un'attitudine di
misericordia lacrimevole, tutte le figlie accorsero
a torno intenerite ed esalarono la gentil pietà dell'animo
in querele gemebonde. Le voci femminili
risonavano così nella stanza confusamente, tra i
romori che dal traffico della strada salivano per
le vetrate aperte; e al compianto delle fanciulle
si mescevano in quel punto le interiezioni d'un
cerretano magnificatore d'acque angelicali e di
polveri mirifiche.

Il cane, su le braccia della signora, ebbe allora
un lieve tremito che gli corse per tutto il
dorso fino alla estremità della coda; tentò di sollevare
le palpebre, di volgere alle carezze que' suoi
enormi occhi pieni di gratitudine. Moveva la testa
in certi sforzi penosi, come se le corde del collo
gli si fossero irrigidite; aveva la bocca semiaperta,
[pg!141]
da cui il lembo della lingua tenuta tra i due
denti sporgenti usciva come una foglia vermiglia
solcata di venature violacee. E una bava molle
gl'inumidiva il mento, quella piccola parte della
mandibola inferiore dove la rarezza dei peli lasciava
apparire la pelle rosea. E la fatica del respiro
a volte gli s'inaspriva in una specie di raucedine
sibilante, mentre le narici d'ora in ora si
disseccavano e prendevano l'aspetto duro e scabro
di un tartufo.

“Oh, Sancio, povero Sancio, che t'hanno fatto?
Povero bibì, eh? Povero vecchio mio!...”

Le commiserazioni delle fanciulle sensibili si
facevano via via più tenere, finivano in un balbettío
pargoleggiante di parole senza significato,
di suoni lamentevoli, di lezi carezzevoli. Tutte
volevano passar la mano su la testa dell'animale,
prendere una delle zampe, toccare le narici. Donna
Letizia sorreggeva il dolce peso maternamente;
e le sue dita grasse e bianche, di cui le falangi
parevano gonfie quasi per un morbo, le sue dita
vellicavano pianamente il ventre di Sancio, s'insinuavano
tra il pelo.

Nella stanza entrava la luce del pomeriggio
e il fresco della marina, a traverso le tende verdognole.
Otto stampe colorite, chiuse in cornici
[pg!142]
nere, adornavano le pareti coperte di una carta
a fiorami gialli. Sopra un vecchio canterale del secolo
XVIII, con la lastra di marmo roseo e le
borchie di ottone, posava tra due piccoli specchi
retti da sostegni d'argento un trionfo di fiori di
cera in una campana di cristallo. Sopra il caminetto
scintillava una coppia di candelabri dorati,
con le candele intatte. Un automa di cartapesta,
raffigurante un macacco in abito moresco, meditava
immobile dall'alto d'uno di quei tavolini intarsiati
che vengono di Sorrento. Molte seggiole
con su fa spalliera vignette di favole pastorali, un
canapè di stile *Empire*, due poltrone moderne, concorrevano
alla discordia delle forme e dei colori.

-----

Come l'infermo venne adagiato in grembo di
una delle poltrone, ci fu nella stanza un intervallo
di silenzio. Sancio si levò un momento in
piedi tremando, si rigirò più volte cercando una
positura meno dolorosa, nella irrequietudine della
sofferenza, tentò di poggiare la testa su uno dei
bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette
così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a
fatica, come preso da una sonnolenza improvvisa.
Su 'l petto largo la pelle abbondante gli faceva,
con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia;
[pg!143]
sopra la collottola le crespe erano più grandi
e più tonde; i lembi delle labbra ai lati della mandibola
superiore pendevano flosciamente; e il povero
animale aveva ora nella malattia quel non
so che di grottesco insieme e di compassionevole
che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e
dall'asma.

Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano
mute, invase da un rammarico immenso,
colpite da un presentimento della sventura; poichè
Sancio era stato per molti anni la loro cura
amorosa, l'oggetto delle loro blandizie e dei loro
vezzi, lo sfogo innocuo delle loro mollezze e delle
loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio era
nato e cresciuto nella casa: e con quelle forme
tozze e pesanti di razza imbastardita, con quelle
rotondità di bestia eunuca oziosa e golosa, a poco
a poco aveva nelli occhi tondi uno sguardo pieno
di umanità e di devozione; agitava vivamente il
tronco della coda nelle ore di gioia, reggendosi
su tre gambe sole e tutto raggomitolandosi con
un singolare tremolio del pelame e trotterellando
con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo
all'erbe primaverili.

I belli ricordi ora travagliavano li animi delle
fanciulle.
[pg!144]

“E il medico quando viene?” chiese, con la
voce impaziente, Vittoria, la figlia minore; che
aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca
di cipria e su la fronte una larga frangia di capelli
rossi.

L'infermo a tratti metteva una specie di gemito
fioco aprendo li occhi e volgendo in torno lo
sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce,
fatto più umano dall'increspamento nervoso delli
angoli delle palpebre e da due linee brune che li
umori sgorganti avevano segnato sotto le orbite.
E come Donna Letizia tentava fargli prendere un
cucchiaio di zuppa ristoratrice, egli agitava fuor
della bocca la lingua flessibile in tutti i sensi per
lo sforzo dell'inghiottire è non poteva chiudere le
mascelle irrigidite.

Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore
Zenzuino che era finalmente salito. Ed entrò
nella stanza un signore dalla bella faccia lucida
di giovialità e di sanità.

“Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per
morire” esclamò una voce flebile.

Il medico guardò in torno tutta quella dolente
famiglia che egli aveva nutrita d'arsenico, di ferro
e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico per tanti
anni in vano; ed ebbe un lieve lampo di sorriso
[pg!145]
a traverso li occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo
con una curiosità d'uomo ricercatore, disse
molto lentamente:

“Credo sia un caso di paralisi della mandibola
e delle glandole salivari sotto-mascellari. La
malattia che ha sede in un'alterazione nervosa centrale
probabilmente delle meningi e che per la sua
eziologia può dipendere da una causa ereditaria
parassitaria, è d'indole progressiva. Il processo
che tende a diffondersi, andrà parzialmente e progressivamente
privando il corpo, organo per organo,
della sua funzionalità; finchè giunto in breve
ad agire su 'l centro di una delle funzioni vitali,
sia della circolazione che della respirazione, produrrà
la morte....”

Le terribili parole barbare misero un'ambascia
suprema nelli animi; e le guance floride di Donna
Letizia in un momento impallidirono.

“Io credo che abbia influito su lo sviluppo del
morbo l'alimentazione,” soggiunse Don Giovanni,
senza pietà.

A quella specie di accusa, il rimorso cominciò
a tormentare le fanciulle che sempre per la golosità
di Sancio erano state piene d'indulgenza
colpevole. E Vittoria, con un atto di sconforto
ineffabile, chiese:
[pg!146]

“Non c'è' dunque rimedio?”

“Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un
cerotto vescicatorio alla nuca,” rispose il dottore
licenziandosi in ultimo amabilmente.

-----

Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava
su l'orlo, non avendo la forza di spiccare il
salto, implorava l'aiuto con li occhi fievoli che
già si velavano come due acini d'uva nera suffusi
dalla pruina argentea della maturità. Ne' suoi
tratti il dolore a poco a poco metteva dei cavi e
delle ombre senili; le tinte rosee del muso, dove
i peli erano lunghi e radi, pareva si corrompessero
divenendo quasi giallastre; le orecchie mozze avevano
di tratto in tratto un tremolio leggerissimo;
e nello stesso tempo un brivido passava a traverso
il pelame bianco visibilmente.

Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle,
che per crudeltà della sorte ereditava dal
padre il pio naso borbonico e la fronte leprina,
si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra
le mani delicate per posarlo a terra.

Sancio prima rimase fermo un istante, senza
poter muovere i passi, con il dorso arcuato, e la
testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro;
poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo
[pg!147]
stento doloroso di un animale ferito alle due cosce.
Forse aveva sete, perchè quando gli fu accostata
la scodella tentò di lambire con la lingua il
liquido. Ma, come la paralisi crescente già gl'impediva
anche quell'atto, dopo sforzi inutili ed irosi
egli volse piegando su le gambe posteriori e con
una delle zampe davanti cominciò a battersi la
mascella, quasi per rimuovere alfine di là quell'ostacolo
che gli faceva tanto dolore.

E l'attitudine era così vivamente umana e li
occhi erano così pieni di supplicazione e di disperazione
umana, che d'un tratto Donna Letizia
scoppiò in un pianto:

“Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto,
povero bibì mio!...”

In tutte le fanciulle la commozione raggiunse
il supremo grado. Vittoria raccolse il morituro,
lo portò su 'l canapè, chiese le forbici; era necessario
un eroismo; bisognava infine esperimentare
il rimedio, ad ogni costo.

“Isabella, Maria, le forbici! Venite!”

Tutte trepide e pallide, si chinarono in torno a
Sancio, che aveva di nuovo socchiuse le palpebre
e alitava il fiato ardente nelle mani della soccorritrice.
E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò
a tagliare il pelo sulla nuca dell'animale,
[pg!148]
pianamente, arrestandosi di tratto in tratto, mettendo
via via un soffio sulla parte rasa. Una specie
di cherica irregolare si veniva allargando nella
grassezza della collottola; e il tonsurato assumeva così
un nuovo aspetto miserevolmente buffonesco.
Le tende del balcone, investite dalla brezza,
s'inarcavano come due vele. I clamori della strada
salivano in confuso, vivi e giulivi; una prospettiva
di case plebee s'intravedeva al fondo in una
doratura pallida di tramonto; e un merlo fischiava.

-----

Allora discese dalle camere superiori Natalia,
la bella nuora di Donna Letizia, con un bimbo
sulle braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva
la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di
vene, li occhi chiarissimi, le narici diafane, tutta
in somma la dolcezza di sangue d'una donna bionda,
tra una nera ribellione di capelli; e aveva
nella persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza
semplice, quella felice placidità quasi direi
bovina, quella specie di freschezza lattea delle giovani
madri che nutriscono con la propria mammella
il figliuolo.

A pena ella vide il cane tonsurato, un impeto
così spontaneo d'ilarità la invase, che non potè
ritenere le risa entro la chiostra dei denti:
[pg!149]

“Ah, ah, ah, ah, ah!...”

Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero
Sancio moriva? — Le innupte sensibili volsero
un acre sguardo d'indignazione alla cognata
irreverente e crudele. Ma questa, con una lieta
incuranza, si appressò per tendere il bimbo verso
l'animale. E il bimbo seminudo agitava le piccole
mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando
di naturale gioia e barbugliando suoni
incomprensibili nella bocca rorida ancora della
bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere
la testa mansueta a quei cercamenti,
aveva ancora nelle membra inferme una esitazione
di festevolezza e nelli occhi un supremo barlume
di bontà conoscente.

“Povero Sancio Panza!” mormorò alfine Natalia
ritraendo il figliuolo che stava per bagnarsi
di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le
labbra per piangere, ella fece due o tre giri
nella stanza, cullandolo e palleggiandolo; poi, fermatasi
dinanzi all'automa, volse la chiave del
meccanismo.

Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre,
attorcigliò la coda, tutto animandosi internamente
al suono della gavotta *Louis XIII*, di Victor
Felix. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza
[pg!150]
d'amore moveva l'aria e la testa di Natalia, per
ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo
squisito dei pelargonii entrava dai vasi del balcone
aperto.

Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico
del vescicante su la nuca, egli scoteva di
tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in
basso, con un lamentio fievole. La lingua, ritirata
fra i denti, violacea, quasi anzi nerastra, aveva
già perduta ogni facoltà di moto. Li occhi, ora,
coperti da una specie di membrana turchiniccia e
umidiccia, non conservavano altra espressione di
spasimo che quella dell'apparir rapido d'un lembo
bianco alli angoli delle orbite. La bava si produceva
più copiosa e più densa. L'asfissia pareva
imminente.

“Oh, Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio
muore?” proruppe, con la voce piena d'acredine
e di lagrime, Isabella.

La gavotta non si poteva interrompere prima
che la forza data dalla chiave alla macchina fosse
esaurita. Le note continuavano, lente e molli, a
spandersi sull'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo,
intanto, cominciavano a penetrare nell'interno
e le tende sbattevano nella frescura.

Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi,
[pg!151]
non reggendo più allo strazio, uscì. Tutte le figlie
la seguirono, a una a una, piangendo, con i teneri
petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità
si fece da presso al moribondo.

E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon
Sancio spirò, *in musica*, come l'eroe di un melodramma
italiano.
[pg!152]




IL COMMIATO.
============


La visione del paesaggio nomentano gli si
apriva dinanzi ora in una luce ideale, come uno
di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere
visibili di lontano per un irradiamento che
si prolunga dalle loro forme. La carrozza chiusa
scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie
delle antiche ville patrizie passavano dinanzi
alli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con
un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto
si presentava un gran cancello di ferro, a traverso
il quale si vedeva un viale fiancheggiato di alti
bussi, un chiostro di verdura abitato da statue
latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là
raggi di sole ridevano pallidamente.

Elena taceva, avvolta nell'ampio mantello di
lontra, con un velo su la faccia, con le mani
chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il
[pg!153]
sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia
preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la
forma del braccio di lei. Ambedue si credevano
lontani dalli altri, soli; ma d'improvviso passava
la carrozza nera di un prelato, o un buttero a
cavallo una torma di chierici violacei, o una
mandra di bestiame.

A mezzo chilometro dal ponte ella disse:

“Scendiamo.”

Nella campagna la luce fredda e chiara pareva
un'acqua sorgiva; e, come li alberi al vento
ondeggiavano, pareva per un'illusione visuale che
l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.

Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su 'l
terreno ineguale:

“Io parto stasera. Questa è l'ultima volta....”

Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli,
su la necessità della partenza, su la necessità
della rottura, con un accento pieno di tristezza.
Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra.
Ella seguitava. Egli interruppe, prendendole
la mano e con le dita cercando tra i bottoni la
carne del polso:

“Non più! Non più!”

Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti.
Ed egli, presso alla donna, in quella solitudine
[pg!154]
alta e grave, si sentì d'improvviso entrar
nell'anima come l'orgoglio d'una vita più libera,
una sovrabbondanza di forze.

“Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora....”

Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica
tormentandole la pelle con un moto inquieto
in cui era il desiderio di possessi maggiori.

Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo
ubriacavano come calici di vino. Il ponte era da
presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il
fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza
della sua sinuosità. De' giunchi s'incurvavano
su la riva, e le acque urtavano leggermente
alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse
le lenze.

Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi.
Le parlava dei primi giorni, del ballo al palazzo
Farnese, della caccia nella campagna del Divino
Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna
lungo le vetrine delli orefici o per la via Sistina
tranquilla e signorile, quando ella usciva dal
palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le offerivano
nei canestri le rose.

“Ti ricordi? Ti ricordi?...”

“Sì.”
[pg!155]

“E quella sera dei fiori, quando io venni con
tanti fiori.... Tu eri sola, a canto alla finestra:
leggevi. Ti ricordi?”

“Sì, sì.”

“Io entrai. Tu ti volgesti a pena, tu mi accogliesti
duramente. Che avevi? Io non so. Posai
il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu incominciasti
a parlare di cose inutili, senza volontà e
senza piacere. Ma il profumo era grande: tutta
la stanza già n'era piena. Io ti veggo ancora,
quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro
ci affondasti tutta la faccia, aspirando. La faccia
risollevata, pareva esangue, e li occhi parevano
alterati come da una specie di ebrietà....”

“Segui, segui!” disse Elena, con la voce fievole,
china su 'l parapetto, incantata dal fáscino
delle acque correnti.

“Poi, su 'l divano: ti ricordi? Io ti ricoprivo
il petto, le braccia, la faccia, con i fiori, opprimendoti.
Tu risorgevi continuamente, porgendo la
bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Tra la tua
pelle e le mie labbra sentivo le foglie fredde e
molli. Se io ti baciavo il collo, tu rabbrividivi per
tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi
lontano. Oh, allora.... Avevi la testa affondata nel
gran cuscino del mostro d'oro, il petto nascosto
[pg!156]
dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e nulla
era più amoroso e più dolce che il piccolo tremito
delle tue mani pallide su le mie tempie.... Ti
ricordi?”

“Sì. Segui!”

Egli seguiva, crescendo nella tenerezza. Inebriato
delle sue parole, egli giungeva a credere
ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla luce,
andavasi chinando all'amante. Ambedue sentivano
a traverso le vesti il contatto indeciso dei corpi.
Sotto di loro, le acque del fiume passavano lente
e fredde alla vista; i grandi giunchi sottili, come
capigliature, vi s'incurvavano entro ad ogni soffio
e fluttuavano largamente.

Poi non parlarono più; ma guardandosi, sentivano
nelli orecchi un remore continuo che si
prolungava indefinitamente portando seco una parte
dell'essere loro, come se qualche cosa di sonoro
sfuggisse dall'intimo del loro cervello e si spandesse
ad empire tutta la campagna circostante.

Elena, sollevandosi, disse:

“Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere
acqua?”

Si diressero allora verso l'osteria romanesca,
passato il ponte. Alcuni carrettieri staccavano i
giumenti, imprecando ad alta voce. Il chiarore dell'occaso
[pg!157]
feriva il gruppo umano ed equino, con
viva forza.

Come i due entrarono, nella gente dell'osteria
non avvenne alcun moto di meraviglia. Tre o quattro
uomini febbricitanti stavano in torno a un braciere
quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro,
di pelo rosso, sonnecchiava in un angolo, tenendo
ancora fra i denti la pipa spenta. Due giovinastri,
scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi
nelli intervalli con uno sguardo pieno d'ardore
bestiale. E l'ostessa, una femmina pingue,
teneva fra le braccia un bambino, cullandolo pesantemente.

Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere di
vetro, la femmina le mostrava il bambino, lamentandosi.

“Guardate, signora mia! Guardate, signora
mia!”

Tutte le membra della povera creatura erano
di una magrezza miserevole; le labbra violacee
erano coperte di punti bianchicci; l'interno della
bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva
quasi che la vita fosse di già fuggita da quel piccolo
corpo, lasciando una materia su cui ora le
muffe vegetavano.

“Sentite, signora mia, le mani come sono
[pg!158]
fredde. Non può più bere: non può più inghiottire;
non può più dormire....”

La femmina singhiozzava. Li uomini febbricitanti
guardavano con occhi pieni di una immensa
prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri fecero
un atto d'impazienza.

“Venite, venite!” disse Andrea ad Elena,
prendendole il braccio, dopo aver lasciato su 'l
tavolo una moneta. E la trasse fuori.

Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell'Aniene
ora andavasi accendendo ai fuochi dell'occaso.
Una linea scintillante attraversava l'arco;
e in lontananza le acque prendevano un color bruno
ma pur lucido, come se sopra vi galleggiassero
chiazze d'olio o di bitume. La campagna accidentata,
simile ad una immensità di rovine, aveva
una general tinta violetta. Verso l'Urbe il cielo
cresceva in rossore.

“Povera creatura!” mormorò Elena con suono
profondo di misericordia, stringendosi al braccio
d'Andrea.

Il vento imperversava. Una torma di cornacchie
passò nell'aria accesa, in alto, schiamazzando.

Allora, d'improvviso, una specie di esaltazione
sentimentale prese l'anima di quei due, in conspetto
[pg!159]
della solitudine. Pareva che qualche cosa
di tragico e di eroico entrasse nella loro passione.
I culmini del sentimento fiammeggiarono sotto
l'influenza del tramonto tumultuoso. Elena si arrestò.

“Non posso più,” ella disse, ansando.

La carrozza era ancora lontana, immobile, nel
punto dove essi l'avevano lasciata.

“Ancora un poco, Elena! Ancora un poco!
Vuoi ch'io ti porti?”

Andrea, preso da un impeto lirico infrenabile,
si abbandonò alle parole.

— Perchè ella voleva partire? Perchè ella voleva
ora spezzare l'incanto? I loro *destini* omai
non erano legati per sempre? Egli aveva bisogno
di lei per vivere, delli occhi, della voce, del pensiero
di lei.... Egli era tutto penetrato da quell'amore;
aveva tutto il sangue alterato come da
un veleno, senza rimedio. Perchè ella voleva fuggire?
Egli si sarebbe avviticchiato a lei, l'avrebbe
prima soffocata sul suo petto. No, non poteva essere.
Mai! Mai! — 

Elena ascoltava, a testa bassa, affaticata contro
il vento, senza rispondere. Dopo un poco, ella
sollevò il braccio per far cenno al cocchiere di
avanzarsi. I cavalli scalpitarono.
[pg!160]

“Fermatevi a Porta Pia,” gridò la signora,
salendo nella carrozza insieme all'amante.

E con un movimento subitaneo si offerse al
desiderio di lui che le baciò la bocca, la fronte,
i capelli, li occhi, la gola, avidamente, rapidamente,
senza più respirare.

“Elena! Elena!”

Un vivo bagliore rossastro entrò nella carrozza,
riflesso dalle case color di mattone. Si avvicinava
nella strada il trotto sonante di molti cavalli.

Elena, piegandosi sulla spalla dell'amante con
una immensa dolcezza di sommessione, disse:

“Addio, amore! Addio! Addio!”

Come ella si risollevò, a destra e a sinistra
passarono a gran trotto dieci o dodici cavalieri
scarlatti tornanti dalla caccia della volpe. Il duca
Grazioli, passando rasente, si curvò in arcione per
guardare nello sportello.

Andrea non parlò più. Egli sentiva ora tutto
il suo essere mancare in un abbattimento infinito.
La puerile debolezza della sua natura, sedata la
prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime.
Egli avrebbe voluto piegarsi, umiliarsi, pregare,
muovere la pietà della donna con le lacrime.
Aveva la sensazione confusa e ottusa d'una
[pg!161]
vertigine; e un freddo sottile gli assaliva la nuca,
gli penetrava la radice dei capelli.

“Addio,” ripetè Elena.

Sotto l'arco di Porta Pia la carrozza si fermava,
perchè il signore discendesse.
[pg!162]




LA CONTESSA D'AMALFI.
=====================


I.
--

Quando, verso le due del pomeriggio, Don Giovanni
Ussorio stava per mettere il piede su la
soglia della casa di Violetta Kutufà, Rosa Catana
apparve in cima alle scale e disse a voce bassa,
tenendo il capo chino:

“Don Giovà, la signora è partita.”

Don Giovanni, alla novella improvvisa, rimase
stupefatto; e stette un momento, con li occhi spalancati,
con la bocca aperta, a guardare in su,
quasi aspettando altre parole esplicative. Poichè
Rosa taceva, in cima alle scale, torcendo fra le
mani un lembo del grembiule e un poco dondolandosi,
egli chiese:

“Ma come? ma come?...”

E salì alcuni gradini, ripetendo con una lieve
balbuzie:

“Ma come? ma come?”
[pg!163]

“Don Giovà, che v'ho da dire? È partita.”

“Ma come?”

“Don Giova, io non saccio, mo.”

E Rosa fece qualche passo nel pianerottolo,
verso l'uscio dell'appartamento vuoto. Ella era
una femmina piuttosto magra, con i capelli rossastri,
con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini.
I suoi larghi occhi cinerognoli avevano
però una vitalità singolare. La eccessiva distanza
tra il naso e la bocca dava alla parte inferiore
del viso un'apparenza scimmiesca.

Don Giovanni spinse l'uscio socchiuso ed entrò
nella prima stanza, poi entrò nella seconda, poi
nella terza; fece il giro di tutto l'appartamento,
a passi concitati; si fermò nella piccola camera
del bagno. Il silenzio quasi lo sbigottì; un'angoscia
enorme gli prese l'animo.

“È vero! È vero!” balbettava, guardandosi
a torno, smarrito.

Nella camera i mobili erano al loro posto consueto.
Mancavano però su 'l tavolo, a piè dello
specchio rotondo, le fiale di cristallo, i pettini di
tartaruga, le scatole, le spazzole, tutti quei minuti
oggetti che servono alla cura della bellezza muliebre.
Stava in un angolo una specie di gran bacino
di zinco in forma di chitarra; e dentro il
[pg!164]
bacino l'acqua traluceva, tinta lievemente di roseo
da una essenza. L'acqua esalava un profumo sottile
che si mesceva nell'aria col profumo della cipria.
L'esalazione aveva in sè qualche cosa di
carnale.

“Rosa! Rosa!” chiamò Don Giovanni, con la
voce soffocata, sentendosi invadere da un rammarico
immenso.

La femmina comparve.

“Racconta com'è stato! Per dove è partita?
E quando è partita? E perchè? E perchè?” chiedeva
Don Giovanni, facendo con la bocca una
smorfia puerile e grottesca, come per rattenere il
pianto per respingere il singhiozzo. Egli aveva
presi ambedue i polsi di Rosa; e così la sollecitava
a parlare, a rivelare.

“Io non saccio, signore.... Stamattina ha messa
la roba nelle valige; ha mandato a chiamare la
carrozza di Leone; e se n'è andata senza dire
niente. Che ci volete fare? Tornerà.”

“Torneràaa?” piagnucolò Don Giovanni, sollevando
li occhi dove già le lacrime incominciavano
a sgorgare. “Te l'ha detto? Parla!”

E quest'ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso
e rabbioso.

“Eh.... veramente.... a me m'ha detto: — Addio,
[pg!165]
Rosa. Non ci vediamo più.... — Ma.... in somma....
chi lo sa!... Tutto può essere.”

Don Giovanni si accasciò sopra una sedia, a
queste parole; e si mise a singhiozzare con tanto
impeto di dolore che la femmina ne fu quasi intenerita.

“Don Giovà, mo che fate? Non ci stanno
altre femmine a questo mondo? Don Giovà, mo
vi pare?...”

Don Giovanni non intendeva. Seguitava a singhiozzare
come un bambino, nascondendo la faccia
nel grembiule di Rosa Catana; e tutto il suo corpo
era scosso dai sussulti del pianto.

“No, no, no.... Voglio Violetta! Voglio Violetta!”

A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè
tenersi di sorridere. E si diede a lisciare il cranio
calvo di Don Giovanni, mormorando parole di consolazione:

“Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io....
Zitto! Zitto! Non piangete più, Don Giovannino.
La gente che passa può sentire. Mo vi pare, mo?”

Don Giovanni a poco a poco, sotto la carezza
amorevole, frenava le lacrime: si asciugava li occhi
al grembiule.

“Oh! Oh! che cosa!” esclamò, dopo essere
[pg!166]
stato un momento con lo sguardo fisso al bacino
di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un raggio.
“Oh! Oh! che cosa! Oh!”

E si prese la testa fra le mani, e due o tre
volte oscillò come fanno talora li *chimpanzè* prigionieri.

“Via, Don Giovannino, via!” diceva Rosa Catana,
prendendolo pianamente per un braccio e
tirandolo.

Nella piccola camera il profumo pareva crescere.
Le mosche ronzavano innumerevoli in torno
a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il riflesso
dell'acqua nella parete tremolava come una
sottil rete di oro.

“Lascia tutto così!” raccomandò Don Giovanni
alla femmina, con una voce interrotta dai singulti
mal repressi. E discese le scale, scotendo
il capo su la sua sorte. Egli aveva li occhi gonfi
e rossi, a fior di testa, simili a quelli di certi
cani di razza impura. Il suo corpo rotondo, dal
ventre prominente, gravava su due gambette un
poco volte in dentro. In torno al suo cranio calvo
girava una corona di lunghi capelli arricciati, che
parevano non crescere dalla cotenna ma dalle
spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli
con le mani inanellate, di tanto in tanto, soleva
[pg!167]
accomodare qualche ciocca scomposta: li anelli
preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice,
e un bottone di corniola grosso come una fragola
gli fermava lo sparato della camicia a mezzo
il petto.

Come uscì alla luce viva della piazza, provò di
nuovo uno smarrimento invincibile. Alcuni ciabattini
attendevano all'opera loro, lì accanto, mangiando
fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno
di Garibaldi, continuamente, ricominciando sempre
da capo, con una persistenza accorante.

“Servo suo. Don Giovanni!” disse Don Domenico
Oliva passando e togliendosi il cappello
con quella sua gloriosa cordialità napoletana. E,
mosso a curiosità dall'aspetto sconvolto del signore,
dopo poco ripassò e risalutò con maggior larghezza
di gesto e di sorriso. Egli era un uomo che aveva
il busto lunghissimo e le gambe corte e l'atteggiamento
della bocca involontariamente irrisorio.
I cittadini di Pescara lo chiamavano Culinterra.

“Servo suo!”

Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava
a fermentare poichè le risa dei mangiatori
di fichi e i sibili del merlo lo irritavano, al secondo
saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse,
credendo quel saluto un'irrisione.
[pg!168]

Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.

“Ma.... Don Giovà!... sentite.... ma....”

Don Giovanni non voleva ascoltare. Camminava
innanzi, a passi lesti, verso la sua casa. Le fruttivendole
e i maniscalchi lungo la via guardavano,
senza capire, l'inseguimento di quei due uomini
affannati e gocciolanti di sudore sotto il solleone.

Giunto alla porta. Don Giovanni, che quasi
stava per scoppiare, si voltò come un aspide, giallo
e verde per la rabbia.

“Don Domè, o Don Domè, io ti do in capo!”

Ed entrò, dopo la minaccia; e chiuse la porta
dietro di sè con violenza.

Don Domenico, sbigottito, rimase senza parole
in bocca. Poi rifece la via, pensando quale potesse
essere la causa del fatto. Matteo Verdura, uno dei
mangiatori di fichi, chiamò:

“Venite! venite! Vi debbo dire 'na cosa
grande.”

“Che cosa?” chiese l'uomo di schiena lunga,
avvicinandosi.

“Non sapete niente?”

“Che?”

“Ah! Ah! Non sapete niente ancora?”

“Ma che?”

Verdura si mise a ridere; e li altri ciabattini
[pg!169]
lo imitarono. Un momento tutti quelli uomini sussultarono
d'uno stesso riso rauco e incomposto, in
diverse attitudini.

“Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?”

Don Domenico, ch'era tirchio, esitò un poco.
Ma la curiosità lo vinse.

“Be', pago.”

Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare
sul suo desco le frutta. Poi disse:

“Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta,
sapete?... Quella del teatro, sapete?...”

“Be'?”

“Se n'è scappata stamattina. Tombola!”

“Da vero?”

“Da vero, Don Domè.”

“Ah, mo capisco!” esclamò Don Domenico,
ch'era un uomo fino, sogghignando crudelissimamente.

E, come voleva vendicarsi della contumelia di
Don Giovanni e rifarsi dei tre soldi spesi per la
notizia, andò subito verso il *casino* per divulgare
la cosa, per ingrandire la cosa.

Il *casino*, una specie di bottega del caffè, stava
immerso nell'ombra; e su dal tavolato sparso di
acqua saliva un singolare odore di polvere e di
muffii. Il dottore Panzoni russava abbandonato
[pg!170]
sopra una sedia con le braccia penzoloni. Il barone
Cappa, un vecchio appassionato per i cani zoppi
e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente
su una gazzetta. Don Ferdinando Giordano
moveva le bandierine su una carta rappresentante
il teatro della guerra franco-prussiana. Don Settimio
De Marinis discuteva di Pietro Metastasio
col dottor Fiocca, non senza molti scoppi di voce
e non senza una certa eloquenza fiorita di citazioni
poetiche. Il notaro Gajulli, non sapendo con
chi giocare, maneggiava le carte da giuoco solitariamente
e le metteva in fila sul tavolino. Don Paolo
Seccia girava in torno al quadrilatero del biliardo,
con passi misurati per favorire la digestione.

Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che
tutti si voltarono verso di lui, tranne il dottore
Panzoni il quale rimase tra le braccia del sonno.

“Sapete? sapete?”

Don Domenico era così ansioso di dire la cosa
e così affannato che da prima balbettava senza
farsi intendere. Tutti quei galantuomini in torno
a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con
gioia un qualche strano avvenimento che alimentasse
alfine le loro chiacchiere pomeridiane.

Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da
un orecchio, disse impazientito:
[pg!171]

“Ma che v'hanno legata la lingua, Don Domè?”

Don Domenico ricominciò da capo la narrazione,
con più calma e più chiarezza. Disse tutto;
ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio; aggiunse
particolarità fantastiche; s'inebriò delle
parole, “Capite? capite? E poi questo; e poi
quest'altro....”

Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre,
volgendo i grossi globi visivi ancora stupidi
di sonno e russando ancora pe 'l naso tutto
vegetante di nei mostruosi. Disse o russò, nasalmente:

“Che c'è'? Che c'è'?”

E con fatica puntellandosi al bastone, si levò
piano piano e venne nel crocchio per udire.

Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva
nella bocca, una storiella grassa a proposito
di Violetta Kutufà. Nelle pupille delli ascoltatori
intenti passava un luccicore, a tratti. Li occhiolini
verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come
immersi in un umore. Alla fine, le risa sonarono.

Ma il dottor Panzoni, così ritto, s'era riaddormentato;
poichè a lui sempre il sonno, grave
come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase
a russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul
petto: mentre li altri si disperdevano per tutto
[pg!172]
il paese a divulgare la novella, di famiglia in famiglia.

E la novella, divulgata, mise a remore Pescara.
Verso sera, co 'l fresco della marina e con la
luna crescente, tutti i cittadini uscirono per le vie
e per le piazzette. Il chiaccherío fu infinito. Il
nome di Violetta Kutufà correva su tutte le bocche.
Don Giovanni Ussorio non fu veduto.


II.
---

Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese
di gennaio, in tempo di carnevale, con una compagnia
di cantatori. Ella diceva d'essere una greca
dell'Arcipelago, di aver cantato in un teatro di
Corfù al conspetto del re delli Elleni e di aver
fatto impazzire d'amore un ammiraglio d'Inghilterra.
Era una donna di forme opulente, di pelle
bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente
carnose e piene di piccole fosse che apparivano
rosee ad ogni moto; e le piccole fosse e le anella
e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile
rendevano singolarmente piacevole e fresca e
quasi ridente la sua pinguedine. I lineamenti del
volto erano un po' volgari: li occhi castanei, pieni
di pigrizia; le labbra grandi, piatte e come schiacciate.
[pg!173]
Il naso non rivelava l'origine greca: era
corto, un poco erto, con le narici larghe e respiranti.
I capelli, neri, abbondavano su 'l capo. Ed
ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni
parola, ridendo quasi sempre. La sua voce spesso
diventava roca, d'improvviso.

Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano
nell'aspettazione. I cantatori forestieri furono
ammirati per le vie, nei loro gesti, nel loro
incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine.
Ma la persona su cui tutta l'attenzione converse
fu Violetta Kutufà.

Ella portava una specie di giacca scura orlata
di pelliccia e chiusa da alamari d'oro; e su 'l capo
una specie di tôcco tutto di pelliccia, chino un
po' da una parte. Andava sola, camminando speditamente;
entrava nelle botteghe, trattava con un
certo disdegno i bottegai, si lagnava della mediocrità
delle merci, usciva senza aver nulla comprato:
cantarellava, con noncuranza.

Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri,
grandi scritture a mano annunziavano la rappresentazione
della *Contessa d'Amalfi*. Il nome di
Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie.
Li animi dei Pescaresi si accendevano. La sera
aspettata giunse.
[pg!174]

Il teatro era in una sala dell'antico ospedal
militare, all'estremità del paese, verso la marina.
La sala era bassa, stretta e lunga, come un corridoio:
il palco scenico, tutto di legname e di
carta dipinta, s'inalzava pochi palmi da terra;
contro le pareti maggiori stavano le tribune, costruite
d'assi e di tavole, ricoperte di bandiere
tricolori, ornate di festoni. Il sipario, opera insigne
di Cucuzzitto figlio di Cucuzzitto, raffigurava
la Tragedia, la Commedia e la Musica allacciate
come le tre Grazie e trasvolanti su 'l ponte a
battelli sotto cui passava la Pescara turchina. Le
sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della
platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano
il resto.

Verso le sette la banda comunale prese a sonare
in piazza e sonando fece il giro del paese;
e si fermò quindi al teatro. La marcia fragorosa
sollevava li animi al passaggio. Le signore fremevano
d'impazienza, nei loro belli abiti di seta. La
sala rapidamente si empì.

Su le tribune raggiava una corona di signore
e di signorine gloriosissima. Teodolinda Pumèrici,
la filodrammatica sentimentale e linfatica, sedeva
a canto a Fermina Memma, la *mascula*. Le Fusilli,
venute da Castellammare, grandi fanciulle dalli occhi
[pg!175]
nerissimi, vestite di una eguale stoffa rosea, tutte
con i capelli stretti in treccia giù per la schiena,
ridevano forte e gesticolavano. Emilia D'Annunzio
volgeva a torno i belli occhi castanei con un'aria
di tedio infinito. Mariannina Cortese faceva segni
col ventaglio a Donna Rachele Profeta che stava
di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele
Carabba ragionava di tavolini parlanti e di
apparizioni. Le maestre Del Gado, vestite tutt'e
due di seta cangiante, con mantellette di moda
antichissima e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze
d'acciaio, tacevano, compunte, forse stordite
dalla novità del caso, forse pentite d'esser
venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii
tossiva continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle
rosso; bianca bianca, bionda bionda, sottile sottile.

Nelle prime sedie della platea sedevano li ottimati.
Don Giovanni Ussorio primeggiava, bene
curato nella persona, con magnifici calzoni a quadri
bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con
alle dita e alla camicia una gran quantità di oreficeria
chietina. Don Antonio Brattella, membro
dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la
grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo
auricolare sinistro ch'era grosso come un'albicocca
acerba, raccontava a voce alta, il dramma
[pg!176]
lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo
dalla sua bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana.
Li altri sulle sedie si agitavano con maggiore o
minore importanza. Il dottore Panzoni lottava
in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto
in tanto faceva un remore che si confondeva con
il *la* delli stromenti preludianti.

— Pss! psss! pssss! — 

Nel teatro il silenzio divenne profondo. All'alzarsi
della tela, la scena era vuota. Il suono d'un
violoncello veniva di tra le quinte. Uscì Tilde, e
cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una
torma di allievi e di amici, e intonò un coro. Poi
Tilde si avvicinò pianamente alla finestra.

   | Oh! come lente l'ore
   | Sono al desio!...

Nel pubblico incominciava la commozione, poichè
doveva essere imminente un duetto di amore.
Tilde, in verità, era un *primo soprano* non molto
giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura
biondastra che le ricopriva insufficientemente
il cranio; e, con la faccia bianca di
cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata
che fosse nascosta dentro una parrucca
di canapa.
[pg!177]

Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come
aveva il petto singolarmente incavato, le gambe
un po' curve, rassomigliava un cucchiaio a doppio
manico, su 'l quale fosse appiccicata una di quelle
teste di vitello raschiate e pulite che si veggono
talvolta nelle mostre dei beccai.

   | Tilde! il tuo labbro è muto,
   | Abbassi al suol gli sguardi.
   | Un tuo gentil saluto,
   | Dimmi, perchè mi tardi?
   | È la tua man tremante....
   | Fanciulla mia, perchè?

E Tilde, con un impeto di sentimento:

   | In sì solenne istante
   | Tu lo domandi a me?

Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del
cavaliere Petrella deliziavano le orecchie delli uditori.
Tutte le signore stavano chinate su 'l parapetto
delle tribune, immobili, attente; e i loro
volti, battuti dal riflesso del verde delle bandiere,
impallidivano.

   | Un cangiar di paradiso
   | Il morir ci sembrerà!

Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli
ch'era un uomo corpulento e truculento e
zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli cantava
[pg!178]
fiorentinamente, aspirando i *c* iniziali, anzi
addirittura sopprimendoli talvolta.

   | Non sai tu che piombo è a ippiede
   | La atena oniugale?

Ma quando nel suo canto nominò alfine *d'Amalfi
la contessa*, corse nel pubblico un fremito. La contessa
era desiderata, invocata.

Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio
Brattella:

“Quando viene?”

Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto
la risposta:

“Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto
secondo! Nell'atto secondo!”

Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una
certa impazienza. Il sipario calò fra applausi deboli.
Il trionfo di Violetta Kutufà così incominciava.
Un mormorio correva per la platea, per le
tribune, crescendo, mentre si udivano dietro il sipario
i colpi di martello dei macchinisti. Quel lavorio
invisibile aumentava l'aspettazione.

Quando il sipario si alzò, una specie di stupore
invase li animi. L'apparato scenico parve meraviglioso.
Tre arcate si prolungavano in prospettiva,
illuminate; e quella di mezzo terminava in
[pg!179]
un giardino fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi
qua e là, e s'inchinavano. La contessa d'Amalfi,
tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico
regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella
faccia, entrò a passi concitati.

   | Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia
   | N'è piena ancor....

La sua voce era disuguale, talvolta stridula,
ma spesso poderosa, acutissima. Produsse nel pubblico
un effetto singolare, dopo il miagolio tenero
di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due
fazioni: le donne stavano per Tilde; li uomini,
per Leonora.

   | A' vezzi miei resistere
   | Non è si facil giuoco....

Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei
passi, una procacità che inebriava ed accendeva
i celibi avvezzi alle flosce Veneri del vico di
Sant'Agostino e i mariti stanchi delle scipitezze
coniugali. Tutti guardavano, ad ogni volgersi della
cantatrice, le spalle grasse e bianche, dove al gioco
delle braccia rotonde due fossette parevano ridere.

Alla fine dell'*a solo* li applausi scoppiarono
con un fragore immenso. Poi lo svenimento della
contessa, le simulazioni dinanzi al duca Carnioli,
[pg!180]
il principio del duetto, tutte le scene suscitarono
applausi. Nella sala s'era addensato il calore; per
le tribune i ventagli s'agitavano confusamente,
e nello sventolio le facce femminili apparivano e
sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una
colonna, in un'attitudine d'amorosa contemplazione,
e fu rischiarata dalla luce lunare d'un *bengala*,
mentre Egidio cantava la romanza soave,
Don Antonio Brattella disse forte:

“È grande!”

Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo;
si mise a battere le mani, solo. Li altri imposero
silenzio, poichè volevano ascoltare. Don Giovanni
rimase confuso.

   | Tutto d'amore, tutto ha favella:
   | La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....

Le teste delli uditori, al ritmo della melodia
petrelliana, ondeggiavano, se bene la voce di Egidio
era ingrata; e li occhi si deliziavano, se bene la
luce della luna era fumosa e un po' giallognola.
Ma quando, dopo un contrasto di passione e di
seduzione, la contessa d'Amalfi incamminandosi
verso il giardino riprese la romanza, la romanza
che ancora vibrava nelle anime, il diletto delli uditori
fu tanto che molti sollevavano il capo e l'abbandonavano
[pg!181]
un poco in dietro quasi per gorgheggiare
insieme con la sirena perdentesi tra i fiori.

   | La barca è presta..... deh vieni, o bella!
   | Amor c'invita.... vivere è amar.

In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero
Don Giovanni Ussorio che, fuori di sè, preso da
una specie di furore musicale ed erotico, acclamava
senza fine:

“Brava! Brava! Brava!”

Disse Don Paolo Seccia, forte:

“'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!”

Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite,
smarrite. Le maestre Del Gado scorrevano il rosario,
sotto le mantelline. Teodolinda Pumèrici rimaneva
estatica. Soltanto le Fusilli conservavano
la loro vivacità e cinguettavano, tutte rosee, facendo
guizzare nei movimenti le trecce serpentine.

Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde
che le donne proteggevano, non le rampogne di
Sertorio a Carnioli, non le canzonette dei popolani,
non il monologo del malinconico Egidio, non
le allegrezze delle dame e dei cavalieri ebbero
virtù di distrarre il pubblico dalla voluttà antecedente. — Leonora!
Leonora! — 

E Leonora ricomparve a braccio del conte di
[pg!182]
Lara, scendendo da un padiglione. E toccò il culmine
del trionfo.

Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni
d'argento e di fermagli enormi. Si volse verso
la platea, dando un piccolo colpo di piede allo strascico
e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi, inframezzando
le parole di mille vezzi e di mille
lezi, cantò fra giocosa e beffarda:

   | Io son la farfalla che scherza tra i fiori....

Quasi un delirio prese il pubblico, a quell'aria
già nota. La contessa d'Amalfi, sentendo salire
fino a sè l'ammirazione ardente delli uomini e la
cupidigia, s'inebriò; moltiplicò le seduzioni del
gesto e del passo; salì con la voce a supreme altitudini.
La sua gola carnosa, segnata dalla collana
di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.

   | Son l'ape che solo di mèle si pasce;
   | M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel....

Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con
tale intensità che li occhi parevano volergli uscir
fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un po' di
bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro
dell'Areopago di Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che
disse, in ultimo:

“Colossale!”
[pg!183]


III.
----

E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.

Per oltre un mese le rappresentazioni dell'opera
del cavaliere Petrella si seguirono con favore crescente.
Il teatro era sempre pieno, gremito. Le acclamazioni
a Leonora scoppiavano furiose ad ogni
fine di romanza. Un singolar fenomeno avveniva:
tutta la popolazione di Pescara pareva presa da
una specie di manía musicale; tutta la vita pescarese
pareva chiusa nel circolo magico di una
melodia unica, di quella ov'è la farfalla che scherza
tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in tutti
i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti li
stromenti, con una persistenza stupefacente, quella
melodia si ripeteva; e l'imagine di Violetta Kutufà
collegavasi alle note cantanti, come, Dio mi
perdoni, alli accordi dell'organo l'imagine del
Paradiso. Le facoltà musiche e liriche, le quali nel
popolo aternino sono nativamente vivissime, ebbero
allora una espansione senza limiti. I monelli
fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori
provavano. Donna Lisetta Memma sonava l'aria
su 'l gravicembalo, dall'alba al tramonto; Don Antonio
Brattella la sonava su 'l flauto; Don Domenico
Quaquino su 'l clarinetto; Don Giacomo
[pg!184]
Palusci, il prete, su una sua vecchia spinetta rococò;
Don Vincenzo Rapagnetta su 'l violoncello;
Don Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola
D'Annunzio su 'l violino. Dai bastioni di Sant'Agostino
all'Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana,
i vari suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano.
Nelle prime ore del pomeriggio il
paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi
incurabili. Perfino li arrotini, affilando i coltelli
alla ruota, cercavano di seguire con lo stridore del
ferro e della cote il ritmo.

Com'era tempo di carnevale, nella sala del
teatro fu dato un festino pubblico.

Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala
fiammeggiava di candele steariche, odorava di mortelle,
risplendeva di specchi. Le maschere entravano
a stuoli. I pulcinella predominavano. Sopra
un palco, fasciato di veli verdi e constellato di
stelle di carta d'argento, l'orchestra incominciò
a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.

Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e
pareva un conte di Lara più grasso. Un berretto
azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva
la calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso
gli ondeggiava su le spalle, gallonato d'oro.
L'abito metteva più in vista la prominenza del
[pg!185]
ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi
di olii cosmetici, parevano una frangia artificiale
attaccata intorno al berretto ed erano più
neri del consueto.

Un pulcinella impertinente, passando, strillò
con la voce falsa:

“Mamma mia!”

E fece un gesto di orrore così grottesco, dinanzi
al travestimento di Don Giovanni, che in
torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina,
tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta,
simile a un bel fiore di carne, rideva d'un riso
luminosissimo, dondolandosi fra due arlecchini
cenciosi.

Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto.
Egli cercava Violetta Kutufà; voleva prendersi
Violetta Kutufà. I sarcasmi delle altre maschere
lo inseguivano e lo ferivano. D'un tratto egli s'incontrò
in un secondo gentiluomo di Spagna, in un
secondo conte di Lara. Riconobbe Don Antonio
Brattella, ed ebbe una fitta al cuore. Già tra quei
due uomini la rivalità era scoppiata.

“Quanto 'sta nespola?” squittì Don Donato
Brandimarte, velenosamente, alludendo all'escrescenza
carnosa che il membro dell'Areopago di
Marsiglia aveva nell'orecchio sinistro.
[pg!186]

Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due
rivali si guardarono e si osservarono dal capo alle
piante; e si mantennero sempre l'uno poco discosto
dall'altro, pur girando tra la folla.

Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione.
Violetta Kutufà entrava.

Ella era vestita diabolicamente, con un dominò
nero a lungo cappuccio scarlatto e con una mascherina
scarlatta su la faccia. Il mento rotondo
e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a
traverso un sottil velo. Li occhi allungati e resi
un po' obliqui dalla maschera, parevano ridere.

Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero
ala al passaggio di lei. Don Antonio Brattella
si avanzò, leziosamente, da una parte. Dall'altra
si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà
ebbe un rapido sguardo per li anelli che brillavano
alle dita di quest'ultimo. Indi prese il braccio
dell'Areopagita. Ella rideva, e camminava con
un certo vivace ondeggiare de' lombi. L'Areopagita,
parlandole e dicendole le sue solite gonfie
stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel
discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella
rideva e si piegava verso di lui e premeva il braccio
di lui, ad arte, perchè li ardori e li sdilinquimenti
di quel brutto e vano signore la dilettavano.
[pg!187]
A un certo punto, l'Areopagita, ripetendo
le parole del conte di Lara nel melodramma petrelliano,
disse, anzi sommessamente cantò:

“Poss'io dunque sperarrrr?”

Violetta Kutufà rispose, come Leonora:

“Chi ve lo vieta?... Addio.”

E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si
staccò dal cavaliere affascinato e si attaccò _`all'altro`
che già da qualche tempo seguiva con occhi
pieni d'invidia e di dispetto li avvolgimenti
della coppia tra la folla danzante.

Don Giovanni tremò, come un giovincello al
primo sguardo della fanciulla adorata. Poi, preso
da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella
danza. Egli girava affannosamente, con il naso su 'l
seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro,
la piuma gli si piegava, rivi di sudore misti
ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie.
Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine.
Due mani lo sorressero; e una voce beffarda
gli disse nell'orecchio:

“Don Giovà, riprendete fiato!”

Era la voce dell'Areopagita. Il quale a sua
volta trasse la bella nella danza.

Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato
su 'l fianco, battendo il piede ad ogni cadenza,
[pg!188]
cercando parer leggero e molle come una piuma,
con atti di grazia così goffi e con smorfie così
scimmiescamente mobili che in torno a lui le risa
e i motti dei pulcinella cominciarono a grandinare.

“Un soldo si paga, signori!”

“Ecco l'orso della Polonia, che balla come
un cristiano! Mirate, signori!”

“Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?”

“'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!”

Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a
ballare.

In torno a lui altre coppie giravano. La sala si
era empita di gente variissima; e nel gran calore
le candele ardevano con una fiamma rossiccia, tra
i festoni di mortella. Tutta quell'agitazione multicolore
si rifletteva nelli specchi. La Ciccarina, la
figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle
Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella
folla l'irraggiamento della loro fresca bellezza
plebea. Donna Teodolinda Pumèrici, alta e sottile,
vestita di raso azzurro, come una madonna, si
lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in
anella le fluttuavano su li omeri. Costanzella Caffè,
la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici
e la più bionda, volava da un'estremità all'altra
in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli
[pg!189]
quasi fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia
senza pari, aveva il busto di seta sostenuto
da un solo nastro che contornava l'appiccatura del
braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una
macchia scura sotto le ascelle. Amalia Gagliano,
la bella dalli occhi cisposi, vestita da maga, pareva
una cassa funeraria che camminasse verticalmente.
Una specie di ebrietà teneva tutte quelle
fanciulle. Esse erano alterate dall'aria calda e
densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella
formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico.

La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini
conducenti alla sala dei rinfreschi.

Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta
a cena. L'Areopagita, per mostrare d'essere
in grande intimità con la cantatrice, si chinava
verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio
e poi si metteva a ridere. Don Giovanni non
si curò del rivale.

“Venite, contessa?” disse, tutto cerimonioso,
porgendo il braccio.

Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini,
lentamente, con Don Antonio dietro.

“Io vi amo!” avventurò Don Giovanni, tentando
di dare alla sua voce un accento di passione
[pg!190]
appreso dal *primo amoroso giovine* d'una compagnia
drammatica di Chieti.

Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva
a guardare il concorso della gente verso il banco
di Andreuccio che distribuiva rinfreschi gridando
il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre.
Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio
polito, un naso che si curvava su la sporgenza
del labbro inferiore poderosamente; e somigliava
una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno
la forma d'una testa umana. I mascherati mangiavano
e bevevano con una cupidigia bestiale,
spargendosi su li abiti le briciole delle paste dolci
e le gocce dei liquori.

Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:

“Signò, comandate?”

Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo,
senza parenti prossimi; cosicchè tutti si mostravano
servizievoli per lui e lo adulavano.

“'Na cenetta,” rispose. “Ma!...”

E fece un segno espressivo per indicare che la
cosa doveva essere eccellente e rara.

Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro
si tolse la mascherina dal volto ed aprì un poco
su 'l seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto
la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace.
[pg!191]
Per l'apertura del dominò si vedeva una
specie di maglia rosea che dava l'illusione della
carne viva.

“Salute!” esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi
dinanzi alla tavola imbandita e sedendosi,
attirato da un piatto di aragoste succulente.

E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese
posto, senza complimenti; sopraggiunse Don Giustino
Franco insieme con Don Pasquale Virgilio
e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì.
Dopo molto rigirare tortuoso, venne anche Don
Antonio Brattella. Tutti costoro erano per lo più
i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano
in torno una specie di corte adulatoria; gli
davano il voto nelle elezioni del Comune; ridevano
ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per antonomasia,
*il principale*.

Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta
Kutufà. I parassiti si misero a mangiare, chinando
sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, ogni frase
di Don Antonio Brattella veniva accolta con un
silenzio ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni
veniva applaudita con sorrisi di compiacenza,
con accenni del capo. Don Giovanni, tra
la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era
benigna, poichè sentiva l'oro; e, ormai liberata
[pg!192]
dal cappuccio, con i capelli un po' in ribellione
per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla
sua naturale giocondità un po' clamorosa e puerile.

D'in torno, la gente movevasi variamente. In
mezzo alla folla tre o quattro arlecchini camminavano
su 'l pavimento, con le mani e con i piedi;
e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia
Solofra, ritta sopra una sedia, con alte le braccia
ignude, rosse ai gomiti, agitava un tamburello.
Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica,
gittando brevi gridi; e un gruppo di giovini
stava a guardare con li occhi levati, un poco
ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala inferiore
giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano
che comandava le quadriglie con gran bravura:

“\ *Balancez! Tour de mains! Rond à gauche!*”

A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà
diveniva amplissima. Don Nereo Pica, Don Sebastiano
Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della
corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo
D'Amelio, Don Camillo D'Angelo, Don Rocco
Mattace. Molti estranei d'in torno stavano a guardar
mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano.
Di tanto in tanto, dalla tavola si levava
uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in
[pg!193]
tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino
si riversavano.

Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente
i calvi, per far ridere Violetta. I parassiti
levavano le facce arrossite; e sorridevano, ancora
masticando, al *principale*, sotto la pioggia
nivea. Ma Don Antonio Brattella s'impermalì e
fece per andarsene. Tutti li altri, contro di lui,
misero un clamore basso che pareva un abbaiamento.

Violetta disse:

“Restate.”

Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico
in quinari.

Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche
un brindisi a gloria di Violetta e di Don Giovanni,
in cui si parlava persino di *sacre tede* e di
*felice imene*. Egli declamò a voce alta. Era un uomo
lungo e smilzo e verdognolo come un cero. Viveva
componendo epitalami e strofette per li onomastici
e laudazioni per le festività ecclesiastiche.
Ora, nell'ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca
senza ordine, vecchie rime e nuove. A un certo
punto egli, non reggendosi su le gambe, si piegò
come un cero ammollito dal calore; e tacque.

Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente
[pg!194]
accalcavasi in torno alla tavola, come ad uno spettacolo.

“Andiamo,” disse Violetta, a un certo punto,
rimettendosi la maschera e il cappuccio.

Don Giovanni, al culmine dell'entusiasmo amoroso,
tutto invermigliato e sudante, porse il braccio.
I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e si levarono
confusamente, dietro la coppia.


IV.
---

Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un
appartamento in una casa di Don Giovanni, su la
piazza comunale; e una gran diceria correva Pescara.
La compagnia dei cantori partì, senza la
contessa d'Amalfi, per Brindisi. Nella grave quiete
quaresimale, i Pescaresi si dilettarono della mormorazione
e della calunnia, modestamente. Ogni
giorno una novella nuova faceva il giro della città,
e ogni giorno dalla fantasia popolare sorgeva una
favola.

La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla
parte di Sant'Agostino, in contro al palazzo di
Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le sere
le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.
[pg!195]

Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata
di carta francese su cui erano francescamente
rappresentati taluni fatti mitologici. Due
canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due
lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana
oscuro stendevasi lungo la parete opposta, tra due
portiere di stoffa simile. Su 'l caminetto s'alzava
una Venere di gesso, una piccola Venere de' Medici,
tra due candelabri dorati. Su i canterali posavano
vari vasi di porcellana, un gruppo di fiori
artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro
di frutta di cera, una casetta svizzera di
legno, un blocco d'allume, alcune conchiglie, una
noce di cocco.

Da prima i signori avevano esitato, per una
specie di pudicizia, a salire le scale della cantatrice.
Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni esitazione.
Anche li uomini più gravi facevano di
tanto in tanto la loro comparsa nel salotto di Violetta
Kutufà, anche li uomini di famiglia; e ci
andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo,
come se andassero a commettere una piccola
infedeltà alle mogli loro, come se andassero in un
luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano
in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza
e per giustificarsi; ridevano tra loro e si
[pg!196]
spingevano i gomiti l'un l'altro, per incoraggiamento.
Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte
e il canto della contessa d'Amalfi e le voci
e li applausi delli altri visitatori li inebriavano.
Essi erano presi da un entusiasmo improvviso;
ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile;
salivano risolutamente, pensavano che infine
bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni
del piacere.

Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di
grande convenienza, erano quasi cerimoniosi. Violetta
accoglieva con gentilezza i nuovi venuti ed
offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi
venuti rimanevano un po' attoniti, non sapevano
come muoversi, dove sedere, che dire. La conversazione
si versava su 'l tempo, su le notizie politiche,
su la materia delle prediche quaresimali, su
altri argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe
Postiglione parlava della candidatura del principe
prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna;
Don Antonio Brattella amava talvolta discutere
dell'immortalità dell'anima e d'altre cose edificanti.
La dottrina dell'Areopagita era grandissima.
Egli parlava lento e rotondo, di tanto in
tanto pronunziando rapidamente una parola difficile
e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che
[pg!197]
una sera, prendendo una bacchetta e piegandola,
disse: “Com'è *flebile!*” per dire flessibile; un'altra
sera, indicando il palato e scusandosi di non poter
sonare il flauto, disse: “Mi s'è infiammata tutta
la *platea!*” e un'altra sera, indicando l'orificio
di un vaso, disse che, perchè i fanciulli prendessero
la medicina, bisognava spargere di qualche
materia dolce tutta l'*oreficeria*.

Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito
incredulo, udendo raccontare fatti troppo singolari,
saltava su:

“Ma, Don Antò, voi che dite?”

Don Antonio assicurava, con una mano su 'l
cuore:

“Testimone *oculista!* Testimone *oculista!*”

Una sera egli venne, camminando a fatica; e
piano piano si mise a sedere: aveva un reuma
*lungo il reno*. Un'altra sera venne, con la guancia
destra un po' illividita: era caduto *di soppiatto*, cioè
aveva sdrucciolato battendo la guancia su 'l terreno.

“Come mai, Don Antò?” chiese qualcuno.

“Eh guardate! Ho perfino un *impegno* rotto,”
egli rispose, indicando il tomaio che nel dialetto
nativo si chiama *'mbígna*, come nel proverbio *Senza
'mbígna nen ze mandé la scarpe*.

Questi erano i belli ragionari di quella gente.
[pg!198]
Don Giovanni Ussorio, presente sempre, aveva delle
arie padronali; ogni tanto si avvicinava a Violetta
e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con
familiarità, per ostentazione. Avvenivano lunghi
intervalli di silenzio, in cui Don Grisostomo Troilo
si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva
come un macacco tisico portando ambo le mani
alla bocca ed agitandole.

La cantatrice ravvivava la conversazione narrando
i suoi trionfi di Corfù, di Ancona, di Bari.
Ella a poco a poco si eccitava, si abbandonava
tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava
di amori principeschi, di favori regali, di avventure
romantiche; evocava tutti i suoi tumultuari
ricordi di letture fatte in altro tempo: confidava
largamente nella credulità delli ascoltatori. Don
Giovanni in quei momenti le teneva addosso li
occhi pieni d'inquietudine, quasi smarrito, pur provando
un orgasmo singolare che aveva una vaga
e confusa apparenza di gelosia.

Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo
d'un sorriso fatuo.

Di nuovo, la conversazione languiva.

Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava.
Tutti ascoltavano, con attenzione profonda.
Alla fine, applaudivano.
[pg!199]

Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia
immensa prendeva li uditori, a quel suono,
uno sfinimento dell'anima e del corpo. Tutti stavano
col capo basso, quasi chino su 'l petto, in
attitudini di sofferenza.

In ultimo, uscivano in fila, l'uno dietro l'altro.
Come avevano presa la mano di Violetta, un po' di
profumo, d'un forte profumo muschiato, restava
loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora,
nella via si riunivano in crocchio, tenevano
discorsi libertini, si rinfocolavano, cercavano d'immaginare
le occulte forme della cantatrice; abbassavano
la voce o tacevano, se qualcuno s'appressava.
Pianamente se ne andavano sotto il palazzo
di Brina, dall'altra parte della piazza. E si mettevano
a spiare le finestre di Violetta ancora
illuminate. Su i vetri passavano delle ombre indistinte.
A un certo punto, il lume spariva, attraversava
due tre stanze; e si fermava nell'ultima,
illuminando l'ultima finestra. Dopo poco, una
figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i
riguardanti credevano riconoscere la figura di
Don Giovanni. Seguitavano ancora a discorrere,
sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano, dandosi
delle piccole spinte a vicenda, gesticolando.
Don Antonio Brattella, forse per effetto della luce
[pg!200]
d'un lampione comunale, pareva di color verde.
I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan
fuori una certa animosità contro la cantatrice che
spiumava con tanto garbo il loro anfitrione. Essi
temevano che i larghi pasti corressero pericolo.
Già Don Giovanni era più parco d'inviti. “Bisognava
aprire li occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!...
Puah! Ella sarebbe stata capace di
farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo....”

Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa
vitulina, assentiva:

“È vero! È vero! Bisogna pensarci.”

Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche
mezzo, escogitava stratagemmi, egli uomo pio,
abituato alle secrete e laboriose guerre della sacrestia,
scaltro nel seminar le discordie.

Così quei mormoratori s'intrattenevano a
lungo; e i discorsi grassi ritornavano nelle loro
bocche amare. Come era la primavera, li alberi
del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano
bianchi di fioriture, dinanzi a loro; e pei vicoli
vicini si vedevano sparire figure di donne.


V.
--

Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo
aver saputa da Rosa Catana la partenza di Violetta
[pg!201]
Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì
il suo pappagallo modulare l'aria della farfalla e
dell'ape, fu preso da un nuovo più profondo sgomento.

Nell'andito, tutto candido, entrava una zona di
sole. A traverso il cancello di ferro si vedeva il
giardino tranquillo, pieno di eliotropi. Un servo
dormiva sopra una stuoia, co 'l cappello di paglia
su la faccia.

Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con
fatica le scale, tenendo li occhi fissi ai gradini,
soffermandosi, mormorando:

“Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!”

Giunto alla sua stanza, si gettò su 'l letto,
con la bocca contro i guanciali; e ricominciò a
singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era grande.
Li alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano
a pena, nella quiete dell'ora. Nulla
di straordinario avevano le cose in torno. Egli
quasi n'ebbe meraviglia.

Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi
le attitudini, i gesti, le parole, i minimi
cenni della fuggitiva. La forma di lei gli appariva
chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo,
il dolore cresceva; fino a che una specie
di ebetudine gli occupò il cervello.
[pg!202]

Egli rimase a sedere su 'l letto, quasi immobile,
con li occhi rossi, con le tempie tutte annerite
dalla tintura dei capelli mista al sudore, con
la faccia solcata da rughe diventate più profonde
all'improvviso, invecchiato di dieci anni in un'ora;
grottesco e miserevole.

Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputa
la novella; ed entrò. Era un uomo d'età,
di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia,
d'onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene
incerati, simili a due aculei. Disse:

“Be', Giovà, che è questo?”

Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle
come per rifiutare ogni conforto. Don Grisostomo
allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con
unzione, senza parlare di Violetta Kutufà.

Sopraggiunse Don Cirillo D'Amelio con Don Nereo
Pica. Tutt'e due, entrando, avevano quasi
un'aria trionfante.

“Hai visto? Hai visto, Giovà? Noi lo dicevaaamo!
Noi lo dicevaaamo!”

Essi avevano ambedue una voce nasale e una
cadenza acquistata dalla consuetudine del cantare
su l'organo, poichè appartenevano alla Congregazione
del Santissimo Sacramento. Cominciarono
a imperversare contro Violetta, senza
[pg!203]
misericordia. “Ella faceva questo, questo e quest'altro.”

Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in
tanto un gesto per interrompere, per non udire
quelle vergogne. Ma i due seguitavano. Sopraggiunsero
anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo
Nervi, Don Federico Sicoli, Don Tito De Sieri,
quasi tutti i parassiti, insieme. Essi, così collegati,
diventavano feroci. “Violetta Kutufà s'era data
a Tizio, a Caio, a Sempronio.... Sicuro! Sicuro!”
Esponevano particolarità precise, luoghi precisi.

Ora Don Giovanni ascoltava, con li occhi accesi,
avido di sapere, invaso da una curiosità terribile.
Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo,
alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve
più desiderabile ancora e più bella; ed egli si
sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che
si confondeva col dolore. Subitamente, la donna
gli apparve nel ricordo atteggiata ad una posa
molle. Egli non la vide più che così. Quell'imagine
permanente gli dava le vertigini. “Oh Dio!
Oh Dio! Oh! Oh!” Egli ricominciò a singhiozzare.
I presenti si guardarono in volto e contennero
il sorriso. In verità, il dolore di quell'uomo
pingue, calvo e deforme aveva un'espressione così
ridicola che non pareva reale.
[pg!204]

“Andatevene ora! Andatevene!” balbettò tra
le lacrime Don Giovanni.

Don Grisostomo Troilo diede l'esempio. Li
altri seguirono. E per le scale cicalavano.

Come venne la sera, l'abbandonato si sollevò,
a poco a poco. Una voce femminile chiese, all'uscio:

“È permesso, Don Giovanni?”

Egli riconobbe Rosa Catana e provò d'un
tratto una gioia istintiva. Corse ad aprire. Rosa
Catana apparve, nella penombra della stanza.

Egli disse:

“Vieni! Vieni!”

La fece sedere a canto a sè, la fece parlare,
l'interrogò in mille modi. Gli pareva di soffrir
meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli
per illusione trovava qualche cosa della voce di
Violetta. Le prese le mani.

“Tu la pettinavi; è vero?”

Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo li occhi,
co 'l cervello un po' svanito, pensando all'abbondante
capellatura disciolta che quelle mani
avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non
comprendeva; credeva a qualche subitaneo desiderio
di Don Giovanni, e ritirava le mani mollemente,
dicendo delle parole ambigue, ridendo. Ma
Don Giovanni mormorò:
[pg!205]

“No, no!.... Zitta! Tu la pettinavi; è vero?
Tu la mettevi nel bagno; è vero?”

Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle
mani che pettinavano, che lavavano, che vestivano
Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi così
strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa.
Ma ella finalmente comprese; e da femmina accorta,
sforzandosi di rimanere in serietà, calcolò
tutti i vantaggi ch'ella avrebbe potuto trarre dalla
melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile;
si lasciò accarezzare; si lasciò chiamare Violetta;
si servì di tutta l'esperienza acquistata guardando
pel buco della chiave ed origliando tante
volte all'uscio della padrona; cercò anche di rendere
la voce più dolce.

Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra
aperta entrava un chiarore roseo; e li alberi
del giardino, quasi neri, stormivano. Dai pantani
dell'Arsenale giungeva il gracidare lungo delle
rane. Il romorío delle strade cittadine era indistinto.

Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia;
e, tutto smarrito, come se avesse bevuto
qualche liquore troppo ardente, balbettava mille
leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando
la sua faccia a quella di lei.
[pg!206]

“Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai,
Cocò!.... Se te ne vai, Ninì tuo muore. Povero
Nini!... Baubaubaubauuu!”

E seguitava ancora, stupidamente, come faceva
prima con la cantatrice. E Rosa Catana, paziente,
gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino
malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la
teneva contro la spalla; gli baciava li occhi gonfi
e lacrimanti; gli palpava il cranio calvo; gli ravviava
i capelli untuosi.

Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò
l'eredità di Don Giovanni Ussorio, che nel marzo
del 1871 moriva di paralisía.
[pg!207]




TURLENDANA RITORNA.
===================


La compagnia camminava lungo il mare.

Già pei chiari poggi litorali ricominciava la
primavera; l'umile catena era verde, e il verde
di varie verdure distinto; e ciascuna cima aveva
una corona d'alberi fioriti. Allo spirar del maestro
quelli alberi si movevano; e nel moto forse si spogliavano
di molti fiori, poichè alla breve distanza
le alture parevano coprirsi d'un colore tra il roseo
e il violaceo, e tutta la veduta un istante pareva
tremare e impallidire come un'imagine a traverso
il vel dell'acqua o come una pittura che lavata
si stinge.

Il mare si distendeva in una serenità quasi
verginale, lungo la costa lievemente lunata verso
austro, avendo nello splendore la vivezza d'una
turchese della Persia. Qua e là, segnando il passaggio
delle correnti, alcune zone di più cupa tinta
serpeggiavano.
[pg!208]

Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi
per i molti anni d'assenza era quasi intieramente
smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni il
sentimento della patria era quasi estinto, andava
innanzi senza volgersi a riguardare, con quel suo
passo affaticato e claudicante.

Come il camello indugiava ad ogni cespo d'erbe
selvatiche, egli gittava un breve grido rauco d'incitamento.
E il gran quadrupede rossastro risollevava
il collo lentamente, triturando fra le mandibole
laboriose il cibo.

— Hu, Barbarà! — 

L'asina, la piccola e nivea Susanna, di tratto
in tratto, sotto li assidui tormenti del macacco si
metteva a ragliare in suono lamentevole, chiedendo
d'esser liberata del cavaliere. Ma Zavalì, instancabile,
senza tregua, con una specie di frenesía di
mobilità, con gesti rapidi e corti ora di collera e
ora di gioco, percorreva tutta la schiena dell'animale,
saltava su la testa afferrandosi alle grandi
orecchie, prendeva fra le due mani la coda sollevandola
e scotendone il ciuffo dei crini, cercava
tra il pelo grattando con l'unghie vivamente e recandosi
quindi l'unghie alla bocca e masticando
con mille vari moti di tutti i muscoli della faccia.
Poi, d'improvviso, si raccoglieva su 'l sedere, tenendosi
[pg!209]
in una delle mani il piede ritorto simile
a una radice d'arbusto, immobile, grave, fissando
verso le acque i tondi occhi color d'arancio che
gli si empivano di meraviglia, mentre la fronte
gli si corrugava e le orecchie fini e rosee gli tremavano
quasi per inquietudine. Poi, d'improvviso,
con un gesto di malizia ricominciava la giostra.

— Hu, Barbarà! — 

Il camello udiva; e si rimetteva in cammino.

Quando la compagnia giunse al bosco dei salci,
presso la foce della Pescara, su la riva sinistra
(già si scorgevano i galli sopra le antenne delle
paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana
si arrestò poichè voleva dissetarsi al fiume.

Il patrio fiume recava l'onda perenne della
sua pace al mare. Le rive, coperte di piante fluviatili,
tacevano e si riposavano, come affaticate
dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio
era profondo su tutte le cose. Li estuarii risplendevano
al sole tranquilli, come spere, chiusi in
una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende
del vento, i salci verdeggiavano o biancheggiavano.

“La Pescara!” disse Turlendana soffermandosi,
con un accento di curiosità e di riconoscimento
istintivo. E stette a riguardare.
[pg!210]

Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita;
e si mise in ginocchio per attingere l'acqua
con il concavo delle palme. Il camello curvò il
collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L'asina anche
bevve. E la scimmia imitò l'attitudine dell'uomo,
facendo conca con le esili mani ch'erano
violette come i fichi d'India acerbi.

— Hu, Barbarà! — 

Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra
molli gli gocciolava l'acqua abbondantemente su
le callosità del petto, e gli si vedevano le gencive
pallidicce e i grossi denti giallognoli.

Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente
di mare, la compagnia riprese il viaggio. Cadeva
il sole, quando giunse all'Arsenale di Rampigna.

A un marinaio, che camminava lungo il parapetto
di mattone, Turlendana domandò:

“Quella è Pescara?”

Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie,
rispose:

“È quella.”

E tralasciò la sua faccenda per seguire il forestiero.

Altri marinai si unirono al primo. In breve
una torma di curiosi si raccolse dietro Turlendana
che andava innanzi tranquillamente, non curandosi
[pg!211]
dei diversi comenti popolari. Al ponto delle
barche il camello si rifiutò di passare.

— Hu, Barbarà! Hu, hu! — 

Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente,
scotendo la corda della cavezza con
cui ora egli lo conduceva. Ma l'animale ostinato
si coricò a terra e posò la testa nella polvere,
come per rimanere ivi lungo tempo.

I plebei d'in torno, riavutisi dalla prima stupefazione,
schiamazzavano gridando in coro:

“Barbarà! Barbarà!”

E, come avevano dimestichezza con le scimmie
perchè talvolta i marinai dalle lunghe navigazioni
le riportavano in patria insieme ai pappagalli e
ai cacatua, provocavano Zavalì in mille modi e gli
porgevano certe grosse mandorle verdi che il macacco
apriva per mangiarne il seme fresco e dolce
golosamente.

Dopo molta persistenza di urti e di urli, alla
fine Turlendana riuscì a vincere la tenacità del
camello. E quella mostruosa architettura d'ossa
e di pelle si risollevò barcollante, in mezzo alla
folla che incalzava.

Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano
allo spettacolo, sopra il ponte delle barche.
Dietro il Gran Sasso il sole cadendo irradiava per
[pg!212]
tutto il cielo primaverile una viva luce rosea; e,
come dalle campagne umide e dalle acque del fiume
e del mare e dalli stagni durante il giorno erano
sorti molti vapori, le case e le vele e le antenne
e le piante e tutte le cose apparivano rosee; e le
forme, acquistando una specie di trasparenza, perdevano
la certezza dei contorni e quasi fluttuavano
sommerse in quella luce.

Il ponte, sotto il peso, scricchiolava su le barche
incatramate, simile ad una vastissima zattera
galleggiante. La popolazione tumultuava giocondamente.
Per la ressa, Turlendana con le sue bestie
rimase fermo a mezzo il ponte. E il camello,
enorme, sovrastante a tutte le teste, respirava
contro il vento, movendo tardo il collo simile a un
qualche favoloso serpente coperto di peli.

Poichè già nella curiosità delli accorsi s'era
sparso il nome dell'animale, tutti, per un nativo
amore delli schiamazzi e per una concorde letizia
che sorgeva a quella dolcezza del tramonto e della
stagione, tutti gridavano:

“Barbarà! Barbarà!”

Al clamore plaudente, Turlendana, che stava
stretto contro il petto del camello, si sentiva invadere
da un compiacimento quasi paterno.

Ma l'asina d'un tratto prese a ragliare con sì
[pg!213]
alte ed ingrate variazioni di voci e con tanta sospirevole
passione che un'ilarità unanime corse il
popolo. E le schiette risa plebee si propagavano
da un capo all'altro del ponte, come uno scroscio
di scaturigine cadente giù pe' i sassi d'una china.

Allora Turlendana ricominciò a muoversi attraverso
la folla, non conosciuto da alcuno.

Quando fu su la porta della città, dove le femmine
vendevano la pesca recente dentro ampi canestri
di giunco, Binchi-Banche, l'omiciattolo dal
viso giallognolo e rugoso come un limone senza
succo, gli si fece innanzi, e, secondo soleva con
tutti i forestieri che capitavano nel paese, gli offerse
i suoi servigi per l'alloggiamento.

Prima chiese, accennando a Barbarà:

“È feroce?”

Turlendana rispose che no, sorridendo.

“Be'!” riprese Binchi-Banche, rassicurato, “ci
sta la casa di Rosa Schiavona.”

Ambedue volsero per la Pescería e quindi per
Sant'Agostino, seguiti dal popolo. Alle finestre e
ai balconi le donne e i fanciulli si affacciavano
guardando con stupore il passaggio del camello e
ammiravano le minute grazie dell'asinetta bianca
e ridevano ai lezi di Zavalì.

A un punto Barbarà, vedendo pendere da una
[pg!214]
loggia bassa un'erba mezzo secca, tese il collo e
sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un
grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su
la loggia chine; e il grido si propagò nelle logge
prossime. La gente della via rideva forte, gridando
come in carnovale dietro le maschere:

“Viva! Viva!”

Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo
e dall'aria della primavera.

Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza
di Portasale, Binchi-Banche accennò di
sostare.

“È qua,” disse.

La casa, molto umile, a un solo ordine di finestre,
aveva le mura inferiori tutte segnate d'iscrizioni
e di figurazioni oscene. Una fila di pipistrelli
crocifissi ornava l'architrave; e una lanterna coperta
di carta rossa pendeva sotto la finestra
media.

Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia
e girovaga; dormivano mescolati i carrettieri di
Letto Manoppello grandi e panciuti, i zingari
di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori
di caldaie, i fusari di Bucchianico, le femmine di
Città Sant'Angelo venute a far pubblica professione
d'impudicizia tra i soldati, li zampognari di
[pg!215]
Atina, i montagnuoli domatori d'orsi, i cerretani,
i falsi mendicanti, i ladri, le fattucchiere.

Gran mezzano della marmaglia era Binchi-Banche.
Giustissima proteggitrice, Rosa Schiavona.

Come udì i romori, la femmina venne su 'l
limitare. Ella pareva in verità un essere generato
da un uomo nano e da una scrofa.

Chiese, da prima, con un'aria di diffidenza:

“Che c'è'?”

“C'è qua 'stu cristiano che vuo' alloggio co' le
bestie, Donna Rosa.”

“Quante bestie?”

“Tre, vedete, Donna Rosa: 'na scimmia, 'n'asina
e 'nu camelo.”

Il popolo non badava al dialogo. Alcuni incitavano
Zavalì. Altri palpavano le gambe di Barbarà,
osservando su le ginocchia e su 'l petto i
duri dischi callosi. Due guardie del sale, che avevano
viaggiato sino ai porti dell'Asia Minore, dicevano
ad alta voce le varie virtù dei camelli e
narravano confusamente d'averne visti taluni fare
un passo di danza portando il lungo collo carico
di musici e di femmine seminude.

Li ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose,
pregavano:

“Dite! dite!”
[pg!216]

Tutti stavano a torno, in silenzio, con li occhi
un po' dilatati, bramando quel diletto.

Allora una delle guardie, un uomo vecchio che
aveva le palpebre arrovesciate dai venti del mare,
cominciò a favoleggiare dei paesi asiatici. E a poco
a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo
inebriavano.

Una specie di mollezza esotica pareva spargersi
nel tramonto. Sorgevano, nella fantasia popolare,
le rive favoleggiate e luminavano. A traverso
l'arco della Porta, già occupato dall'ombra,
si vedevano le tanecche coperte di sale ondeggiar
su 'l fiume; e, come il minerale assorbiva tutta
la luce del crepuscolo, le tanecche sembravano materiate
di cristalli preziosi. Nel cielo un po' verde
saliva il primo quarto della luna.

“Dite! dite!” ancora chiedevano i più giovini.

Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie
e le aveva provviste di cibo; e quindi era uscito
in compagnia di Binchi-Banche, mentre la gente
rimaneva accolta innanzi all'uscio della stalla, dove
la testa del camello appariva e spariva dietro le
alte grate di corda.

Per la via, Turlendana domandò:

“Ci stanno cantine?”.
[pg!217]

Binchi-Banche rispose:

“Sì, segnore; ci stanno.”

Poi, sollevando le grosse mani nerastre e prendendosi
co 'l pollice e l'indice della destra successivamente
la punta d'ogni dito della sinistra,
enumerava:

“La caudina di Speranza, la caudina di Buono,
la caudina di Assaù, la candina di Matteo Puriello,
la candina della cecata di Turlendana....”

“Ah,” fece tranquillamente l'uomo.

Binchi-Banche sollevò i suoi acuti occhiolini
verdognoli.

“Ci sei stato 'n'altra volta a qua, segnore?”

E, non aspettando la risposta, con la nativa
loquacità della gente pescarese, seguitava:

“La candina della cecata è grande e ci si
vende lu meglio vino. La cecata è la femmina
delli quattro mariti....”

Si mise a ridere, con un riso che gl'increspava
tutta la faccia gialliccia come il centopelle d'un
ruminante.

“Lu primo marito fu Turlendana, ch'era marinaro
e andava su li bastimenti del re di Napoli,
all'Indie basse e alla Francia e alla Spagna e infino
all'America. Quello si perse in mare, e chi sa
a dove, con tutto il legno; e non s'è trovato più.
[pg!218]
So' trent'anni. Teneva la forza di Sansone: tirava
l'áncore co' un dito.... Povero giovane! Eh,
chi va pe' mare quella fine fa.”

Turlendana ascoltava, tranquillamente.

“Lu secondo marito, doppo cinqu'anni di vedovanza,
fu 'n'ortonese, lu figlio di Ferrante,
'n'anima dannata, che s'er'unito co' li contrabbandieri,
a tempo che Napolione stava contro l'Inglesi.
Facevano contrabbando, da Francavilla infino
a Silvi e a Montesilvano, di zucchero e di cafè,
co' li legni inglesi. C'era, vicino a Silvi, 'na torre
delli Saracini, sotto il bosco, da dove si facevano
li segnali. Come passava la pattuglia, plon plon,
plon plon, noi 'scivamo dall'alberi....” Ora il parlatore
accendevasi al ricordo; ed obliandosi descriveva
con prolissità di parole tutta l'operazion
clandestina, ed aiutava di gesti e di interiezioni
vive il racconto. La sua piccola persona coriacea
si raccorciava e si distendeva nell'atto. “In fine,
il figlio di Ferrante era morto d'una schioppettata
nelle reni, per mano de' soldati di Gioachino
Murat, di notte, su la costiera.

“Lu terzo marito fu Titino Passacantando che
morì nel letto suo, di male cattivo. Lu quarto vive.
Ed è Verdura, bonomo, che no' mestura li vini.
Sentarai, segnore.”
[pg!219]

Quando giunsero alla cantina lodata, si separarono.

“F'lice sera, segnore!”

“F'lice sera.”

Turlendana entrò, tranquillamente, fra la curiosità
dei bevitori che sedevano a certe lunghe
tavole in giro.

Avendo chiesto da mangiare, egli fu da Verdura
invitato a salire in una stanza superiore ove
i deschi erano già pronti per le cene.

Nessun cliente ancora stava nella stanza. Turlendana
sedette e incominciò a mangiare a grandi
bocconi, con la testa su 'l piatto, senza intervalli,
come un uomo famelico. Egli era quasi intieramente
calvo: una profonda cicatrice rossiccia gli
solcava per lungo la fronte e gli scendeva fino a
mezzo la guancia; la barba folta e grigia gli saliva
fino ai pomelli emergenti; la pelle, bruna,
secca, piena di asperità, corrosa dalle intemperie,
riarsa dal sole, incavata dalle sofferenze, pareva
non conservare più alcuna vivezza umana; li occhi
e tutti i lineamenti erano, da tempo, come pietrificati
nell'impassibilità.

Verdura, curioso, sedette di contro; e stette
a riguardare il forestiero. Egli era piuttosto pingue,
con la faccia d'un color roseo sottilissimamente
[pg!220]
venato di vermiglio come la milza
dei buoi.

Alla fine, domandò:

“Da che paese venite?”

Turlendana, senza levar la faccia, rispose semplicemente:

“Vengo di lontano.”

“E dove andate?” ridomandò Verdura.

“Sto qua.”

Verdura, stupefatto, tacque. Turlendana levava
ai pesci la testa e la coda; e li mangiava così a
uno a uno, triturando le lische. Ad ogni due o
tre pesci, beveva un sorso di vino.

“Qua ci conoscete qualcuno?” riprese Verdura,
bramoso di sapere.

“Forse,” rispose l'altro semplicemente.

Sconfitto dalla brevità dell'interlocutore, il vinattiere
una seconda volta ammutolì. Udivasi la
masticazione lenta ed elaborata di Turlendana tra
l'inferior clamore dei bevitori.

Dopo un poco, Verdura riaprì la bocca.

“Il camello in che siti nasce? Quelle, due
gobbe sono naturali? Una bestia così grande e
forte come può essere mai addomesticata?”

Turlendana lasciava parlare, senza rimuoversi.

“Il vostro nome, signor forestiere?”
[pg!221]

L'interrogato sollevò il capo dal piatto; e rispose,
semplicemente:

“Io mi chiamo Turlendana.”

“Che?”

“Turlendana.”

“Ah!”

La stupefazione dell'oste non ebbe più limiti.
E insieme una specie di vago sbigottimento cominciava
a ondeggiare in fondo all'animo di lui.

“Turlendana!... Di qua?”

“Di qua.”

Verdura dilatò i grossi occhi azzurri in faccia
all'uomo.

“Dunque non siete morto?”

“Non sono morto.”

“Dunque voi siete il marito di Rosalba Catena?”

“Sono il marito di Rosalba Catena.”

“E ora?” esclamò Verdura, con un gesto di
perplessità. “Siamo due.”

“Siamo due.”

Un istante rimasero in silenzio. Turlendana
masticava l'ultima crosta d'un pane, tranquillamente;
e si udiva nel silenzio lo scricchiolio leggero.
Per una naturale benigna incuranza dell'animo
e per una fatuità gloriosa, Verdura non
[pg!222]
era compreso d'altro che della singolarità dell'avvenimento.
Un improvviso impeto d'allegrezza lo
prese, salendo spontaneo dai precordi.

“Andiamo da Rosalba! andiamo! andiamo! andiamo!”

Egli traeva il reduce per un braccio, a traverso
il fondaco dei bevitori, agitandosi, gridando:

“Ecc'a qua Turlendana, Turlendana marinaro,
lu marito de mógliema, Turlendana che s'era:
morto! Ecc'a qua Turlendana! Ecc'a qua Turlendana!”
[pg!223]




LA FINE DI CANDIA.
==================


I.
--

Donna Cristina Lamonica, tre giorni dopo il
convito pasquale che in casa Lamonica soleva essere
grande per tradizione e magnifico e frequente
di convitati, numerava la biancheria e l'argenteria
delle mense e con perfetto ordine riponeva ogni
cosa nei canterani e nei forzieri pe' i conviti
futuri.

Erano presenti, per solito, alla bisogna, e porgevano
aiuto, la cameriera Maria Bisaccia e la
lavandaia Candida Marcanda detta popolarmente
Candia. Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano
in fila su 'l pavimento. I vasellami di argento
e li altri strumenti da tavola rilucevano
sopra una spasa; ed erano massicci, lavorati un
po' rudemente da argentari rustici, di forme quasi
liturgiche, come sono tutti i vasellami che si trasmettono
[pg!224]
di generazione in generazione nelle ricche
famiglie provinciali. Una fresca fragranza di
bucato spandevasi nella stanza.

Candia prendeva dalle canestre i mantili, le
tovaglie, le salviette; faceva esaminare alla signora
la tela intatta; e porgeva via via ciascun
capo a Maria che riempiva i tiratoi, mentre la
signora spargeva nelli interstizi un aroma e segnava
nel libro la cifra. Candia era una femmina
alta, ossuta, segaligna, di cinquant'anni; aveva la
schiena un po' curvata dall'attitudine abituale del
suo mestiere, le braccia molto lunghe, una testa
d'uccello rapace sopra un collo di testuggine.
Maria Bisaccia era un'ortonese, un po' pingue,
di carnagione lattea, d'occhi chiarissimi; aveva
la parlatura molle, e i gesti lenti e delicati
come colei ch'era usa esercitar le mani quasi
sempre tra la pasta dolce, tra li sciroppi, tra le
conserve e tra le confetture. Donna Cristina, anche
nativa di Ortona, educata nel monastero benedettino,
era piccola di statura, con il busto un
po' abbandonato su 'l davanti; aveva i capelli
tendenti al rosso, la faccia sparsa di lentiggini,
il naso lungo e grosso, i denti cattivi, li occhi
bellissimi e pudichi, somigliando un cherico vestito
d'abiti muliebri.
[pg!225]

Le tre donne attendevano all'opera con molta
cura; e spendevano così gran parte del pomeriggio.

Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre
vuote, Donna Cristina numerando le posate
trovò che mancava un cucchiaio.

“Maria! Maria!” ella gridò, con una specie
di spavento. “Conta! Manca *'na cucchiara*....
Conta tu!”

“Ma come? Non può essere, signó,” rispose
Maria. “Mo' vediamo.”

E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero
ad alta voce. Donna Cristina guardava, scotendo
il capo. L'argentò tintinniva chiaramente.

“È vero!” esclamò alla fine Maria, con un
atto di disperazione. “E mo' che facciamo?”

Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato
prove di fedeltà e di onestà per quindici anni, in
quella famiglia. Era venuta da Ortona insieme con
Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo
parte dell'appannaggio matrimoniale; ed
oramai nella casa aveva acquistata una certa autorità,
sotto la protezione della signora. Ella era
piena di superstizioni religiose, devota al suo santo
e al suo campanile, astutissima. Con la signora
aveva stretta una specie di alleanza ostile contro
tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il
[pg!226]
santo dei Pescaresi. Ad ogni occasione nominava
il paese natale, le bellezze e le ricchezze del paese
natale, li splendori della sua basilica, i tesori di
San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche,
in confronto alle miserie di San Cetteo
che possedeva un solo piccolo braccio d'argento.

Donna Cristina disse:

“Guarda bene di là.”

Maria uscì dalla stanza per andare a cercare.
Rovistò tutti li angoli della cucina e della loggia,
inutilmente. Tornò con le mani vuote.

“Non c'è! Non c'è!”

Allora ambedue si misero a pensare, a far delle
congetture, a investigare nella loro memoria. Uscirono
su la loggia che dava nel cortile, su la loggia
del lavatoio, per fare l'ultima ricerca. Come
parlavano a voce alta, alle finestre delle case in
torno si affacciarono le comari.

“Che v'è successo, Donna Cristí? Dite! dite!”

Donna Cristina e Maria raccontarono il fatto,
con molte parole, con molti gesti.

“Gesù! Gesù! Dunque ci stanno i ladri?”

In un momento il remore del furto si sparse
pel vicinato, per tutta Pescara. Uomini e donne
si misero a discutere, a imaginare chi potesse essere
il ladro. La novella, giungendo alle ultime
[pg!227]
case di Sant'Agostino, s'ingrandì: non si trattava
più di un semplice cucchiaio, ma di tutta
l'argenteria di casa Lamonica.

Ora, come il tempo era bello e su la loggia
le rose cominciavano a fiorire e due lucherini in
gabbia cantavano, le comari si trattennero alle
finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo,
con quel dolce calore. Le teste femminili apparivano
tra i vasi di basilico e il ciaramellío pareva
dilettare i gatti in su le gronde.

Donna Cristina disse, congiungendo le mani:

“Chi sarà stato?”

Donna Isabella Sertale, detta la Faina, che
aveva i movimenti lesti e furtivi di un animaletto
predatore, chiese con la voce stridula:

“Chi ci stava con voi, Donna Cristí? Mi pare
che ho visto ripassare Candia....”

“Aaaah!” esclamò donna Felicetta Margasanta,
detta la Pica per la sua continua garrulità.

“Ah!” ripeterono le altre comari.

“E non ci pensavate?”

“E non ve n'accorgevate?”

“E non sapete chi è Candia?”

“Ve lo diciamo noi chi è Candia!”

“Sicuro!”

“Ve lo diciamo noi!”
[pg!228]

“I panni li lava bene, non c'è che dire. È la
meglio lavandaia che sta a Pescara, non c'è che
dire. Ma tiene lu difetto delle cinque dita.... Non
lo sapevate, commà?”

“A me 'na volta mi mancò due mantili.”

“A me 'na tovaglia.”

“A me 'na camicia.”

“A me tre paia di calzette.”

“A me due fédere.”

“A me 'na sottana nuova.”

“Io non ho potuto riavere niente.”

“Io manco.”

“Io manco.”

“Ma non l'ho cacciata; perchè chi prendo?
Silvestra?”

“Ah! ah!”

“Angelantonia? L'Africana?”

“Una peggio dell'altra!”

“Bisogna ave' pazienza.”

“Ma 'na cucchiara, mo'!”

“È troppo, mo'!”

“Non vi state zitta, Donna Cristí; non vi
state zitta!”

“Che zitta e non zitta!” proruppe Maria Bisaccia
che, quantunque avesse l'aspetto placido e
benigno, non si lasciava sfuggire nessuna occasione
[pg!229]
per opprimere o per mettere in mala vista
li altri serventi della casa. “Ci penseremo noi,
Donn'Isabbé, ci penseremo!”

E le ciarle dalla loggia alle finestre seguitarono.
E l'accusa di bocca in bocca si propalò
per tutto il paese.


II.
---

La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda
teneva le braccia nella lisciva, comparve su la soglia
la guardia comunale Biagio Pesce soprannominato
*il Caporaletto*.

Egli disse alla lavatrice.

“Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune,
súbito.”

“Che dici?” domandò Candia aggrottando le
sopracciglia, ma senza tralasciare la sua bisogna.

“Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune,
súbito.”

“Mi vuole? E perchè?” seguitò a domandare
Candia, con un modo un po' brusco, non sapendo
a che attribuire quella chiamata improvvisa, inalberandosi
come fanno le bestie caparbie dinanzi
a un'ombra.

“Io non posso sapere perchè,” rispose il Caporaletto.
“Ho ricevuto l'ordine.”
[pg!230]

“Che ordine?”

La donna, per una ostinazione naturale in lei,
non cessava dalle domande. Ella non sapeva persuadersi
della cosa.

“Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho
fatto io? Non ci voglio venire. Io non ho fatto
nulla.”

Il Caporaletto, impazientito, disse:

“Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!”

E se ne andò, con la mano su l'elsa della
vecchia daga, mormorando.

Intanto per il vico alcuni che avevano udito il
dialogo uscirono su li usci e si misero a guardare
Candia che agitava la lisciva con le braccia. E,
poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano
tra loro e dicevano motti ambigui che Candia non
comprendeva. A quelle risa e a quei motti, un'inquietudine
prese l'animo della donna. E l'inquietudine
crebbe quando ricomparve il Caporaletto
accompagnato dall'altra guardia.

“Cammina,” disse il Caporaletto, risolutamente.

Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò.
Per la piazza la gente si fermava. Rosa Panara,
una nemica, dalla soglia della bottega gridò con
una risata feroce:

“Posa l'osso!”
[pg!231]

La lavandaia, smarrita, non imaginando la
causa di quella persecuzione, non seppe che rispondere.

Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone
curiose che la volevano veder passare. Candia,
presa dall'ira, salì le scale rapidamente; giunse
in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:

“Ma che volete da me?”

Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento
turbato dalla voce aspra della lavandaia, e volse
uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità
sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella
scatola di corno:

“Figlia mia, sedetevi.”

Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era
gonfio di collera, e le sue guance rugose avevano
una palpitazion singolare.

“Dite, Don Sí.”

“Voi siete stata ieri a riportà' la biancheria
a Donna Cristina Lamonica?”

“Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa?
Tutto contato, capo per capo.... Non manca nulla.
Che c'è, mo'?”

“Un momento, figlia mia! C'era nella stanza
l'argenteria....”

Candia, indovinando, si voltò come un falchetto
[pg!232]
inviperito che stia per ghermire. E le labbra sottili
le tremavano.

“C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina
trova mancante 'na cucchiara.... Capite, figlia
mia? L'avete presa voi.... pe' sbaglio?”

Candia saltò come una locusta, a quell'accusa
immeritata. Ella non aveva preso nulla, in verità.

“Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi m'ha vista?
Mi faccio meraviglia di voi, Don Sí! Mi faccio
meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...”

E la sua indignazione non aveva fine. Ella più
era ferita dall'ingiusta accusa perchè si sentiva
capace dell'azione che le addebitavano.

“Dunque voi non l'avete presa?” interruppe
Don Silla, ritirandosi in fondo alla sua grande
sedia curule, prudentemente.

“Mi faccio meraviglia!” garrì di nuovo la
donna, agitando le lunghe braccia come due bastoni.

“Be', andate. Si vedrà.”

Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo
stipite della porta. Ella era diventata verde: era
fuori di sè. Mettendo il piede nella via, vedendo
tutta la gente assembrata, comprese che oramai
l'opinione popolare era contro di lei; che nessuno
avrebbe creduto alla sua innocenza. Nondimeno
[pg!233]
si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva,
dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò;
si mise a singhiozzare su la soglia.

Don Donato Brandimarte, che abitava a canto,
le disse per beffa:

“Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la
gente.”

Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno,
ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e
si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa,
architettava un metodo di difesa, cercava
nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso
per provare l'innocenza; arzigogolando
sottilissimamente, si giovava di tutti li spedienti
della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento
che persuadesse li increduli.

Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì;
volle andare prima da Donna Cristina.

Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia
ascoltò le molte parole di Candia scotendo
il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con
dignità.

Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti.
Ad ognuna raccontò il fatto, ad ognuna espose
la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo argomento,
aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi
[pg!234]
dinanzi alla incredulità e alla diffidenza;
e inutilmente. Ella sentiva che oramai non
era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento
cupo le prese l'animo. — Che più fare!
Che più dire!


III.
----

Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare
la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva
professione di magia e di medicina empirica
con molta fortuna. La Cinigia già qualche altra
volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva
ch'ella avesse segrete pratiche con i ladroncelli.

Donna Cristina le disse:

“Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía
forte.”

La Cinigia rispose:

“Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore.”

E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. — Il
cucchiaio si trovava in una buca, nel cortile,
vicino al pozzo.

Donna Cristina e Maria discesero nel cortile,
cercarono e trovarono, con grande meraviglia.

Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.

Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede
a percorrere le vie. Ella pareva più alta; teneva
[pg!235]
la testa eretta: sorrideva, guardando tutti nelli
occhi come per dire:

“Avete visto? Avete visto?”

La gente su le botteghe, vedendola passare,
mormorava qualche parola e poi rompeva in uno
sghignazzío significativo. Filippo La Selvi, che stava
bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè
d'Angeladea, chiamò Candia.

“'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!”

La donna, che amava i liquori ardenti, fece
con le labbra un atto di cupidigia.

Filippo La Selvi soggiunse:

“Te lo meriti, non c'è che di'.”

Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al
caffè. Tutti avevano su la faccia un'aria burlevole.

Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre
la donna beveva:

“L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia....”

E battè familiarmente la spalla ossuta della
lavandaia.

Tutti risero.

Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso,
unendo insieme l'indice della mano destra con
quello della sinistra, in un'attitudine grottesca, e
impuntandosi su le sillabe, disse:

“Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...”
[pg!236]

E seguitò a far de' gesti e a balbettare con
un'aria furbesca, per indicare che Candia e la
Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si contorcevano
nell'ilarità.

Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere
in mano. Poi, d'un tratto, comprese. — Non
credevano alla sua innocenza. L'accusavano di aver
riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo
con la strega, per non aver guai.

Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella
non trovava parole. Si gittò su 'l più debole, su 'l
piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di graffi. La
gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella
lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi
a un combattimento d'animali; ed aizzava
le due parti con le voci e con le gesticolazioni.

Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa,
cercava di fuggire, sgambettando come uno
scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della lavandaia,
girava con rapidità crescente, come un
sasso nella fionda, sinchè cadde con gran veemenza
bocconi.

Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò
tra i sibili; andò, a chiudersi in casa; si gittò
a traverso il letto, singhiozzando e mordendosi le
dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva
[pg!237]
più della prima, tanto più ch'ella si sentiva
capace di quel sotterfugio. “Come discolparsi ora?
Come chiarire la verità?” Ella si disperava, pensando
di non poter addurre in discolpa difficoltà
materiali che avessero potuto impedire l'esecuzione
dell'inganno. L'accesso al cortile era facilissimo:
una porta, non chiusa, corrispondeva al primo pianerottolo
della scalinata grande; per togliere l'immondizie
o per altre bisogne una quantità di gente
entrava ed usciva liberamente da quella porta.
Dunque ella non poteva chiudere la bocca alli accusatori
dicendo: “Come avrei fatto ad entrare?”
I mezzi per condurre a termine l'impresa erano
molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava
la credenza popolare.

Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione;
aguzzò l'astuzia; imaginò tre, quattro,
cinque casi diversi per spiegare come mai si trovasse
il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse
ad artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con
una ingegnosità singolare. Poi si mise a girare
per le botteghe, per le case, cercando in tutti i
modi di vincere l'incredulità delle persone. Le
persone ascoltavano quei ragionamenti capziosi,
dilettandosi. In ultimo dicevano:

“Va bene! Va bene!”
[pg!238]

Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva
annichilita. — Tutte le sue fatiche dunque erano
inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! — Ella,
con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto.
Passava le notti intere pensando sempre a
trovar nuove ragioni, a costruire nuovi edifizi, a
superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo
continuo sforzo, la sua mente s'indeboliva,
non sosteneva più altro pensiero che non fosse
quello del cucchiaio, non avea quasi più coscienza
delle cose della vita comune. Più tardi, per la
crudeltà della gente, una vera manía prese il cervello
della povera donna.

Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta
quasi alla miseria. Lavava male i panni, li perdeva,
li faceva strappare. Quando scendeva alla
riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano
raccolte le altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir
di mano le tele che rapiva per sempre la corrente.
Parlava continuamente, senza stancarsi mai,
della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie
giovani si mettevano a cantare e la beffavano nei
canti con rime improvvise. Ella gridava e gesticolava,
come una pazza.

Nessuno più le dava lavoro. Per compassione
le antiche clienti le mandavano qualche cosa da
[pg!239]
mangiare. A poco a poco ella si abituò a mendicare.
Andava per le strade, tutta cenciosa, curva
e disfatta. I monelli le gridavano dietro:

“Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun
la sapemo, zi' Ca'!”

Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta,
per raccontare la storia e per arzigogolare su la
discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo
le facevano fare tre, quattro volte la narrazione;
sollevavano difficoltà contro li argomenti; ascoltavano
sino alla fine, per poi ferirla con una sola
parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si
univa alle altre femmine mendicanti e ragionava
con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile.
Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la
pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da
un piede.

Nell'inverno del 1874 la colse un male. Fu
assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina
Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di
brace.

L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava
del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di
far de' gesti, per secondare la perorazione. La lebbrosa
le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.
[pg!240]

Nell'agonia, quando già li occhi ingranditi si
velavano come per un'acqua torbida che vi salisse
dall'interno, Candia balbettava:

“Non so' stata io, signó.... vedete.... perchè....
la cucchiara....”
[pg!241]




I MARENGHI.
===========


Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate
malferme. Scosse rudemente dalle spalle le
gocce di pioggia; poi si guardò in torno, togliendosi
dalla bocca la pipa e lasciando andare contro
il banco padronale un lungo getto di saliva,
con un atto di noncuranza sprezzante.

Nella taverna il fumo del tabacco faceva come
una gran nebbia turchiniccia, di mezzo a cui s'intravedevano
le facce varie dei bevitori e delle male
femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido, a
cui una untuosa benda verde copriva l'occhio destro
infermo d'una infermità ributtante. C'era
Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un omiciattolo
dal viso giallognolo e rugoso come un
limone senza succo, curvo nella schiena, con le
magre gambe sprofondate nelli stivali fino ai ginocchi.
C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati,
l'amico delli attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi,
[pg!242]
delle sonnambule, dei domatori d'orsi, di
tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma
nel paese per carpire alli oziosi un quattrino. E
c'erano le belle del Fiorentino; tre o quattro femmine
affloscite nel vizio, con le guance tinte di un
color di mattone, li occhi bestiali, la bocca flaccida
e quasi paonazza come un fico troppo maturo.

Passacantando attraversò la taverna e andò
a sedersi su una panca, tra la Pica e Peppuccia,
contro il muro segnato di figure e di scritture
invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo,
tutto dinoccolato, con una faccia pallidissima da
cui sporgeva il naso grosso, rapace, piegato molto
da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai
due lati come cartocci sinuosi, l'uno più grande
dell'altro; le labbra, sporgenti, vermiglie, e d'una
certa mollezza di forma, avevano sempre alli angoli
alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un
berretto che l'untuosità rendeva consistente e malleabile
come la cera, gli copriva i capelli bene
curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva
fin su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi
su la tempia. Una specie di oscenità e
di lascivia naturale emanava da ogni attitudine,
da ogni gesto, da ogni modulazion di voce, da
ogni sguardo di costui.
[pg!243]

“Ohe,” gridò egli, “l'Africana, una fujetta!”
percotendo il tavolo con la pipa d'argilla che al
colpo s'infranse.

L'Africana, la padrona della taverna, si mosse
dal banco verso il tavolo, barcollando per la sua
corpulenza grave; e posò dinanzi a Passacantando
il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo
con uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.

Passacantando d'un tratto, dinanzi a lei, cinse
co 'l braccio il collo di Peppuccia costringendola
a bere, e quindi attaccò la bocca a quella bocca
che ancora teneva il sorso del vino e fece atto
di suggere. Peppuccia rideva, schermendosi; e per
le risa il vino mal tracannato spruzzava la faccia
del provocatore.

L'Africana divenne livida. Si ritrasse dietro
il banco. Di mezzo al fumo denso del tabacco le
giungevano li schiamazzi e le mozze parole di
Peppuccia e della Pica.

Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia
il Fiorentino, tutto avvolto in un pastrano,
come uno sbirro.

“Ehi, ragazze!” fece con la voce rauca.
“È ora.”

Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra
li uomini che le perseguitavano con le mani e
[pg!244]
con le parole; se ne uscirono, dietro il loro padrone,
mentre pioveva e tutto il Bagno era un
lago melmoso. Pachiò, Magnasangue, li altri anche
se ne uscirono, a uno a uno. Binchi-Banche rimase
disteso sotto un tavolo, immerso nel torpore dell'ebrietà.
Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva
verso l'alto. Una tortora spennacchiata andava
qua e là beccando le briciole del pane.

-----

Allora, come Passacantando fece per alzarsi,
l'Africana gli mosse in contro, lentamente, con la
persona deforme atteggiata a una lusinghevole
mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da
una parte all'altra; ed una smorfia grottesca le
rincrespava la faccia plenilunare. Su la faccia ella
aveva due o tre piccoli ciuffi di peli crescenti dai
nei; una lanugine densa le copriva il labbro superiore
e le guance; i capelli corti, crespi e duri
le formavano su 'l capo una specie di casco; le
sopracciglia le si riunivano alla radice del naso
camuso folte; cosicchè ella pareva non so qual
mostruoso ermafrodito affetto di elefanzia o di
idrope.

Quando fu presso all'uomo, ella gli prese la
mano per trattenerlo.

“Oh, Giuvà!”
[pg!245]

“Che volete?”

“I' che t'hajie fatte?”

“Voi? Niende.”

“E allora pecche me dai pene e turmende?”

“Io? Me facce meravijia.... Bona sere! Nen
tenghe tembe da perde, mo.”

E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene.
Ma l'Africana gli si gettò alla persona,
stringendogli le braccia, e mettendogli il volto
contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole
delle carni, per un impeto di passione _`e` di gelosia
così terribilmente incomposto che Passacantando
ne rimase atterrito.

“Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che
te serve? Tutte te denghe; ma statte' nghe me,
statte' nghe me. Nen me fa muri di passijone....
nen me fa ì 'n pazzía.... Che te serve? Viene!
Píjiate tutte quelle che truove....” Ed ella lo trasse
verso il banco; aprì il cassetto; gli offerse tutto,
con un gesto solo.

Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse
alcune monete di rame tra cui luccicavano tre o
quattro piccole monete d'argento. Potevano essere,
insieme, cinque lire.

Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete
e si mise a contarle su 'l banco, lentamente,
[pg!246]
tenendo la bocca atteggiata al dispregio. L'Africana
guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo,
ansando come una bestia stracca. Si udiva
il tintinno del rame, il russare aspro di Binchi-Banche,
il saltellare della tortora, in mezzo al continuo
rumore della pioggia e del fiume giù per
il Bagno e per la Bandiera.

“Nen m'abbaste,” disse finalmente Passacantando.
“Ce vo' l'autre. Cacce l'autre, se no i' me
ne vajie.”

Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca.
Il ciuffo rotondo gli copriva la fronte, e sotto il
ciuffo li occhi bianchicci, pieni d'impudenza e
d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente,
involgendo quella femmina in una specie di fascinazione
malefica.

“I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate.
Quelle che truove, pijiatele....” balbettava l'Africana,
supplichevole, carezzevole, mentre la pappagorgia
e le labbra le tremavano, e le lagrime le
sgorgavano dalli occhietti porcini.

“'Mbé,” fece Passacantando, a voce bassa,
chinandosi verso di lei. “'Mbé, e t'acride che
i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?”

“Oh, Giuvanne.... E coma facce pover'ammè?”

“Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua.
[pg!247]
Maritete dorme. Quest'è lu momende. Va; se no
nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie!”

“Oh, Giuvanne.... I' tenghe pahure.”

“Che pahure e nen pahure!” strillò Passacantando.
“Mo ce venghe pure i'. 'Jame!”

L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche
che stava ancora disteso sotto la tavola,
nel sonno pesante.

“Chiudème prime la porte,” ella consigliò, con
sommessione. Passacantando destò con un calcio
Binchi-Banche, che per lo spavento improvviso
cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali
finchè non fu quasi trascinato fuori, nella
mota e nelle pozzanghere. La porta si chiuse. La
lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle
imposte, illuminò la taverna d'un rossore sudicio;
li archi massicci si disegnarono in ombra profonda;
la scala nell'angolo divenne misteriosa;
tutta l'architettura prese un'apparenza di scenario
romantico ove dovesse rappresentarsi un qualche
dramma feroce.

“'Jame!” ripetè Passacantando all'Africana
che ancora tremava.

-----

Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni
che sorgeva nell'angolo più oscuro, la femmina
[pg!248]
innanzi, l'uomo indietro. In cima alla scala
era una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra
una parete era incrostata una madonna di
maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva in un
bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per
voto. Le altre pareti copriva, come una lebbra multicolore,
una quantità d'imagini di carta in brandelli.
L'odore della miseria, l'odore del calore
umano nei cenci, empiva la stanza.

I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.

Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso
nel sonno, respirante con una specie di sibilo fioco
a traverso le gengive senza denti, a traverso il
naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva
posava di sbieco sopra un guanciale di cotone rigato;
su la bocca cava, simile a un taglio fatto
su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi
e ingialliti dal tabacco; e uno delli orecchi visibile
rassomigliava all'orecchio rovesciato di un cane,
essendo pieno di peli, coperto di bolle, lucido di
cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo,
scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze
delle varici. La mano adunca teneva un
lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.

Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo
[pg!249]
due marenghi avuti in lascito non si sa da qual
parente usuraio; e li conservava con gelosa cura
dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco,
come alcuni fanno di certi insetti muschiati.
Erano due marenghi gialli e lucenti; ed il vecchio
vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento
palpandoli nel prendere tra l'indice e il
pollice l'aroma, sentiva in sè crescere la passione
dell'avarizia e la voluttà del possesso.

L'Africana si accostò pianamente, trattenendo
il respiro, mentre Passacantando la incitava con
i gesti al furto. Si udì per le scale un rumore.
Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e
zoppa entrò saltellando nella stanza; trovò il nido
in una ciabatta, a piè del letto maritale. Ma come
ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito, l'uomo
con un moto rapido la serrò nel pugno, con una
stretta la soffocò.

“Ci sta?” chiese all'Africana.

“Sì, ci sta, sott'a lu cuscine....” rispose quella
mentre insinuava sotto il guanciale la mano.

Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un
gemito involontario, ed apparve tra le sue palpebre
un po' del bianco delli occhi. Poi ricadde
nell'ottusità del sopore senile.

L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace;
[pg!250]
spinse la mano d'un tratto, afferrò la tabacchiera;
e, con un moto di fuga, si rivolse verso
le scale; discese seguita da Passacantando.

“O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!...”
balbettava, abbandonandosi addosso all'uomo.

Ed ambedue si misero insieme, con le mani
malferme, ad aprire la tabacchiera, a cercare fra
il tabacco, le monete d'oro. L'acuto aroma saliva
loro per le narici; ed ambedue, come sentivano
l'eccitazione a starnutire, furono invasi d'improvviso
da un impeto d'ilarità. E, soffocando il rumore
delli sternuti barcollavano e si sospingevano.
Al gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana
insorgeva. Ella amava d'essere amorosamente
morsicata e bezzicata e sballottata e qua
e là percossa da Passacantando; fremeva tutta
e tutta si ribrezzava nella sua bestiale orridezza.
Ma, a un punto, prima si udì un brontolio indistinto
e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza.
E il vecchio comparve in cima alla scala, livido
alla luce rossastra della lanterna, magro scheletrito,
con le gambe nude, con una camicia a brandelli.
Guardava in giù la coppia ladra; ed agitando
le braccia gridava come un'anima dannata:

“Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!”
[pg!251]




MUNGIÀ.
=======


In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro,
a Fontanella, a San Rocco, perfino a Spoltore
e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento
e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai
presso la foce del fiume e in tutte quelle case di
creta e di canne, dove si accende il fuoco con i
rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama
di un rapsodo cattolico che ha un nome di pirata
barbaresco ed è cieco a simiglianza dell'antico
Omero.

Mungià comincia le sue peregrinazioni su i
principii della primavera e le termina nel mese di
ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, guidato
da una femmina o da un fanciullo. Tra la
grandezza e la forte serenità della coltivazione,
reca ora i lamentevoli canti cristiani, le antifone,
li invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio
[pg!252]
pe' i defunti. Come la sua figura a tutti è familiare,
i cani dell'aia non latrano contro di lui.
Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; ed
al segnale ben noto le vecchie madri escono in su
la soglia, accolgono onestamente il cantore, gli
pongono una sedia all'ombra di qualche albero,
gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni
cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora
alenanti, tergendosi il sudore con un gesto
semplice della mano. Rimangono fermi, in attitudini
di reverenza, tenendo li stromenti dell'agricultura.
Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi
essi hanno la deformità che le fatiche lente e pazienti
danno alle membra esercitate. I loro corpi
nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe,
sorgendo dal suolo nella luce del giorno paiono
quasi avere comuni con li alberi le radici.

Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente
e su le cose in torno una solennità di religione.
Non il sole, non i presenti frutti della terra, non
la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni
dei cori lontani bastano a difendere li animi dal
raccoglimento e dalla tristezza della religione. Una
delle madri indica il nome del parente morto a cui
ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre
il capo.
[pg!253]

Appare il suo cranio largo e splendente, cinto
di canizie; e tutta la faccia, simigliante nella
quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e vive
nel movimento del prendere a bocca il clarinetto.
Su le tempie, sotto la cavità delli occhi, lungo li
orecchi, e poi d'in torno alle narici e alli angoli
delle labbra mille grinze sottili e fitte si compongono
e si scompongono a seconda dell'inspirazione
ritmica del fiato nello stromento. Rimangono tesi
e lucidi e salienti li zigomi, solcati da venature
sanguigne simili a quelle che traspariscono in autunno
nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo
alle orbite, non si vede che il segno rossiccio della
palpebra inferiore rivolta. E su tutte le scabrosità
della pelle, su tutta quella meravigliosa opera d'incisione
e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla
vecchiezza, e di tra i peli duri e corti d'una barba
mal rasa, e nei cavi e nelle corde del collo lungo
e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi
direi per stille, come una rugiada su una zucca
piena di porri e di muffe, gioca in mille maniere,
vibra, si spenge, esita, dà talvolta a quella umile
testa inaspettate arie di nobiltà.

Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti
delle dita su le chiavette malferme, escono
suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una vita
[pg!254]
e quella inesprimibile apparenza di umanità che
acquistano le cose per l'assiduo uso in servigio
dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza untuosa;
i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di
piccoli ragni, sono ancora occupati dalle tele o
dalla polvere; le chiavette, lente, sono macchiate
di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece
chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono
le commessure; e ancora si veggono in torno all'orlo
li ornamenti della gioventù. Ma la voce è
debole e incerta. Le dita del cieco si muovono
macchinalmente, poichè non fanno che ricercare
quel preludio e quell'interludio da gran tempo.

Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi
alla prima falange dell'anulare e del medio, con
l'unghia del pollice depressa e violetta, somigliano
le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l
dorso le tinte di certi frutti malsani, un misto di
roseo, di giallognolo e di turchiniccio; su la palma
hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito e
dito la pelle escoriata.

Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare
il *Libera me Domine* e il *Ne recorderis*, lentamente,
su una modulazione di cinque sole note.
Nel canto, le terminazioni latine si congiungono
alle forme dell'idioma natale; di tratto in tratto,
[pg!255]
quasi con un ritorno metrico, passa un avverbio
in *ente* seguito da molte gravi rime; e la voce
ha una momentanea elevazion di tono; poi l'onda
si riabbassa e segue a battere le linee men faticose.
Il nome di Gesù ricorre spesso nella rapsodia;
e la Passione di Gesù è tutta narrata in
strofe irregolari di settenari e di quinari, non
senza un certo movimento drammatico.

I coloni in torno ascoltano con animo devoto,
guardando il cantore nella bocca. Viene talvolta
dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici
o di mietitori, secondo la stagione, a contendere
con la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto
musicale. Mungià, che ha fioco l'udito, continua
a cantare i misteri della morte. Le labbra gli
stanno aderenti alle gengive deserte, e gli comincia
a colar giù pe 'l mento la saliva. Egli imbocca
il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le
strofe. Così va sino alla fine. Sua ricompensa è
una piccola misura di frumento, o una caraffa di
mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.

Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e
macilenta, la schiena curva, i ginocchi volti un
poco in dentro. Porta in capo una grande berretta
verde e, in ogni stagione, su le spalle un
mantello chiuso alla gola da due fermagli di ottone
[pg!256]
e cadente a mezza coscia. Cammina a fatica,
talvolta soffermandosi per tossire.

-----

Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate
e le strade sono piene di fango o di ghiaia,
egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme con
un sartore che ha la moglie paralitica e con uno
spazzino che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola
o dalla rachitide. Nei giorni sereni, egli si fa
condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole,
sopra un macigno; e si mette a cantare il *De
profundis*, sommessamente, per esercizio della gola.
Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno cerchia.
Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi,
epilettici, lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di
croste, di cicatrici, senza denti, senza cigli,
senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste,
scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con
la bocca già appassita, taciturni, che covano nel
sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri
della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una
razza disfatta, quelle cenciose creature di Gesù,
vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano
come a un eguale.

Allora Mungià solleva la voce, per benignità
verso li ascoltanti. Giunge, trascinandosi a fatica
[pg!257]
per terra con l'aiuto delle palme munite d'un
disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si
ferma, tenendosi tra le mani il piede destro ritorto
come una radice. Giunge la Cinigia, una
figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile,
che ha il collo pieno di forunculi vermigli, su le
tempie alcuni riccioli grigi di cui ella par vana, e
tutto l'occipite coperto di peluria come quello delli
avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli
idioti che paiono essere nati dall'accoppiamento
di un uomo con una pecora, così manifeste ne' loro
volti sono le fattezze ovine. — Il maggiore ha i
bulbi visivi sgorganti fuor delle orbite, degenerati,
molli, d'un colore azzurrognolo, simili al
sacco ovale di un polpo che sia prossimo a putrefarsi.
Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente
gonfio, e paonazzo, simile a un fico.
Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce di
corda dietro la schiena.

Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino,
avente le palpebre arrovesciate come quelle
dei piloti che navigano per mari ventosi, olivastro
nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di
malizia e di fraudolenza palesante in lui l'origine
zingaresca. Giunge la Catalana di Gissi, una femmina
d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci,
[pg!258]
con su la pelle della fronte alcune macchie
simili quasi a monete di rame, sfiancata come una
cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti,
l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce
la sete. E giunge Jacobbe di Campli, il gran vecchio
dal pelame verdastro come quello di certi
artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre
Gargalà su 'l veicolo costrutto con rottami di barche
ancora incatramati. Giunge Costantino di Corròpoli,
il cinico, che, per una crescenza del labbro
inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio
di carne cruda. Altri giungono. Tutti gl'iloti
che hanno emigrato lungo il corso del fiume, dalli
altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo,
sotto il comun sole.

Mungià canta allora con una più varia ricerca
di modi, tentando altitudini insolite. Una specie
di orgoglio, un'aura di gloria gl'invade l'animo,
poichè egli allora esercita l'arte liberalmente,
senza prender mercede. Sale dalla turba dei mendicanti,
a tratti, un clamore di plauso ch'egli a
pena ode.

Al termine del canto, come il dolcissimo sole
abbandonando quel luogo ascende su per le colonne
corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il
cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono,
[pg!259]
per consuetudine, Chiachiù di Silvi, con il
piede ritorto fra le mani, e i fratelli Mammalucchi.
Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a
chi passa; mentre Mungià taciturno forse ripensa
i trionfi della giovinezza, quando Lucicappelle, il
Golpo di Gasoli e Quattòrece erano vivi.

-----

Oh gloriosa *paranzella* di Mungià!

La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi
tutta la valle inferiore della Pescara, una inclita
fama.

Sonava la viola ad arco il Golpo di Cásoli,
un omuncolo tutto grigiastro come le lucertole dei
tetti, con la pelle del volto e del collo tutta rugosa
e membranosa come i tegumenti d'una testuggine
cotta nell'acqua. Egli portava una specie
di berretto frigio che per due ali aderiva alli
orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo
su 'l piè della viola il mento aguzzo, martellando
le corde con le dita contratte, ostentando un visibile
sforzo nell'azione del sonare, come fanno
i macacchi dei saltimbanchi nòmadi.

Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone
appeso in su 'l ventre per mezzo d'una correggia
di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela
di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona
[pg!260]
un singolar predominio dei colori aranciati. Pareva
una di quelle figure monocromatiche dipinte,
su certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide.
Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore,
brillava una trasparenza tra castanea ed aurea; la
cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come
quelle dei vipistrelli, contro la luce tingevasi d'un
giallo roseo; le sue vesti erano di quel panno color
tabacco chiaro, che per solito adoperano i cacciatori;
e il vecchio violone, ornato di penne, di fili
d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie,
di conterie, aveva l'aspetto di non so quale artifizioso
stromento barbarico d'onde dovessero escire
novissimi suoni.

Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto
la sua immane chitarra a due corde accordate in
diapente, veniva ultimo con un passo di danza e
e di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era
il giocondo spirito della *paranzella*, il più verde
d'anni e di forze, il più mobile, il più arguto. Un
gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la
fronte, di sotto a una specie di tòcco scarlatto;
gli brillavano alli orecchi femminilmente due cerchi
d'argento: le linee della sua faccia formavano
un natural componimento di riso. Egli amava il
vino, i brindisi in musica, le serenate in onor della
[pg!261]
bellezza, le danze all'aperto, i conviti larghi e clamorosi.

Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo,
una festa votiva, un funerale, un triduo,
correva la *paranzella* di Mungià, desiderata, acclamata.
Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte
sparse di fiori di giunco e d'erbe odorifere, tra
le salve di gioia e le salutazioni. Cinque mule inghirlandate
recavano i doni. Un carro, tratto da
due paia di bovi con le corna avvolte di nastri e
con i dorsi coperti di gualdrappe, recava *la soma*.
Le caldaie, le conche, i vasellami di rame tintinnivano
alli scotimenti dell'incedere; li scanni, le
tavole, le arche, tutte quelle rudi forme antiche
delle suppellettili casalinghe, oscillavano scricchiolando;
le coperte di damasco, le gonne ricche di
fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte
quelle fogge di vestimenta muliebri risplendevano
al sole in un miscuglio di gaiezza; e una conocchia,
simbolo delle virtù famigliari, eretta su 'l
culmine, carica di lino, pareva su 'l cielo azzurro
una mazza d'oro.

Le donne della parentela, con su 'l capo un
canestro di grano e su 'l grano un pane e su 'l pane
un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in una
stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili
[pg!262]
alle canèfore dei bassorilievi ateniesi, cantando.
Come giungevano alla casa, presso il talamo, si
toglievano il canestro da 'l capo, prendevano un
pugno di grano e, a una a una, lo spargevano su
la sposa, pronunziando una formola d'augurio rituale
in cui la fecondità e l'abbondanza erano
invocate. Anche la madre compiva la cerimonia
frumentaria, fra molte lacrime; e con un panello
toccava alla figlia il petto, la fronte, le spalle, dicendole
parole di dolente amore.

Poi, nella corte, sotto un'ampia stuoia di canne
o sotto un tetto di rami, incominciava il convito.
Mungià, a cui non anche la virtù visiva era venuta
meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza,
diritto nella magnificenza di una sua zimarra
verde, e tutto sudante e fiammante e soffiante
entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni,
incitava i compagni con battere di piedi su 'l terreno.
Il Golpo di Cásoli fustigava la viola irosamente;
Quattòrece con fatica teneva dietro alla
crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso
il ventre passar li stridori dell'arco e delle
corde. Lucicappelle, erto la testa in aria, stringendo
con la sinistra in alto le chiavi della chitarra
e con la destra pizzicando le due forti
corde metalliche, sogguardava le femmine che ridevano
[pg!263]
luminose al fondo in tra la letizia delle
fioriture.

Allora il *Mastro delle cerimonie* recava le vivande
in amplissimi piatti dipinti; i vapori salivano
come una nebbia disperdendosi nel fogliame;
i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano
d'uomo in uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi
su la mensa, tra i pani cosparsi d'anice
e i formaggi più tondi che il disco della luna,
prendevano aranci, mandorle, olive; li odori delle
spezie si mescevano ai freschi effluvi vegetali;
e di qua, di là, entro bicchieri di liquori limpidi
i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli
o collane dai grossi acini avvolte come grappoli
d'oro. Su 'l finire, nelli animi una gran gioia bacchica
si accendeva; i clamori crescevano; fin che
Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano
un bicchiere colmo, cantava il bel distico rituale
che nei conviti della patria suol dischiudere ai
brindisi le bocche amiche:

   | Quistu vino è dòlige e galante;
   | A la saluta de tutti quante!

[pg!264]




LA FATTURA.
===========


Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente
i sette starnuti di Mastro Peppe
De Sieri, detto La Bravetta, tutti li abitanti di
Pescara sedevano alle mense e incominciavano il
pasto. Subito dopo, la maggiore campana vibrava
i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime propagavasi
nelle case.

Per molti anni La Bravetta diede al popolo
pescarese questo giocondo segnale cotidiano; e la
fama delle sue meravigliose starnutazioni si sparse
per il contado in torno e per le terre finitime.
Ancora tra il buon volgo la memoria n'è viva e
fermata in un proverbio, durerà lungamente nei
tempi a venire.


I.
--

Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di
qualche corpulenza, tozzo, con la faccia piena di
[pg!265]
una prospera stupidezza, con li occhi simili a quelli
d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria
espansione. E come aveva un naso molto
lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come
aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello
starnutire pareva una di quelle foche a proboscide,
che in conseguenza della pinguedine tremano tutte
come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche
di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza
dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini,
l'amore del sonno. Non poteva passare dall'ombra
al sole o dal sole all'ombra, senza che un
irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la
bocca e per le narici. Lo strepito, in ispecie nelle
ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè
si produceva in periodi determinati, serviva d'orario
a quasi tutti i cittadini.

Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto
negozio di maccheroni; ed era cresciuto in una
dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta,
tra il romore eguale dei buratti e delle ruote, fra
il tepore dell'aria invasa dal polverío delle farine.
Nella maturità egli s'era legato in nozze con una
tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da
allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva
preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta,
[pg!266]
orci, piatti, boccali, tutto lo schietto vasellame
fiorito di cui li artefici castellesi allietano le
mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e
quasi direi la religiosità di quelle forme immutate
da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente,
starnutando. E come la moglie era avara,
a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava
anche l'animo di lui.

Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume
un podere con una casa rurale, proprio in quel
punto dove la corrente rivolgesi formando quasi
un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo
rendeva, più che uve e cereali, gran copia d'erbaggi;
il frutteto si moltiplicava; e un porco si
impinguava annualmente, sotto una quercia ricca
di ghiande. In ogni gennaio La Bravetta andava
insieme con la moglie al podere, trattenendovisi
co 'l favore di sant'Antonio, per assistere all'occisione
e alla salatura del porco.

Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto
inferma, La Bravetta andò solo ad invigilare
il supplicio.

Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da
due o tre coloni, fu scannato con un coltello forbitissimo.
Risonarono i grugniti per tutta la solitudine
fluviatile; poi subitamente divennero fiochi,
[pg!267]
si persero nel gorgogliare caldo e vermiglio del
sangue che sgorgava dalla ferita slabbrante, mentre
il gran corpo dava li ultimi tratti. Il sole del novello
anno beveva dalla riviera e dalle terre umide
la nebbia. La Bravetta guardava, con una sorta di
dilettosa ferocia, l'occisor Lepruccio bruciare con
un ferro rovente li occhi del porco profondati nel
grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero
del molto lardo e del molto prosciutto futuro.

L'ucciso fu sollevato, a forza di braccia, sino
all'uncino d'una sorta di forca rusticale, e rimase
pèndulo con la testa in basso. Ivi con fasci di canne
accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme
crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del
giorno. Lepruccio in ultimo con una lama lucida
si diede a raschiar quel corpo nerastro che un
altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La
pelle, a mano a mano divenendo netta e tutta di
un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E Lepruccio,
che aveva una faccia rugosa e untuosa di
vecchia femmina con le campanelle d'oro alli orecchi,
stringeva le labbra nella bisogna, allungandosi
ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.

Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò
che i coloni deponessero il porco in un luogo
coperto. Mai, nelli altri anni, più meravigliosa mole
[pg!268]
di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in
cuor suo che la moglie non ivi fosse a rallegrarsene.

Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero
Matteo Puriello e Biagio Quaglia, amici, i quali
venivano dalla prossima casa di Don Bergamino
Camplone, prete dato alla mercatura. Erano costoro
gente di gaia vita, ricchi di consiglio, dediti alla
crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e, poichè avean
saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna
Pelagia, sperando in una qualche bella avventura
venivano a tentar La Bravetta.

Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in
su i quarant'anni; cacciatore clandestino; alto e
segaligno, con i capelli biondastri, la pelle del viso
giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola,
tutta la testa avente l'aspetto di una effige
di legno su cui fosse rimasta una traccia lievissima
dell'antica doratura. I suoi occhi, tondi, vivi
e mobili quasi per inquietudine come quelli delle
bestie corritrici, lucevano simili a due monete
nuove. In tutta la persona, vestita quasi sempre
di un certo panno di color terrigno, egli aveva le
attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei
lunghi cani barbareschi che pigliano le lepri a
corsa per le pianure.

Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece
[pg!269]
di statura mediocre, d'alcuni anni più giovine,
rubicondo nella faccia e tutto gemmante come un
mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar
virtù scimiatica di muovere indipendentemente li
orecchi e la pelle della fronte e la pelle del cranio,
per non so che vivacità di muscoli: e aveva
una tale versatilità di aspetti e una tal felice potenza
vocale di contraffazioni e così prontamente
sapeva cogliere il lato ridevole delli uomini e delle
cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo
che tutte le brigate pescaresi per amor
di allegria lo chiamavano e convitavano. Egli, in
questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando
la chitarra alle mense nuziali e alle pompe dei
battesimi. I suoi occhi brillavano come quelli d'un
furetto. Il suo cranio era coperto d'una sorta di
lanugine simile a quella del corpo spiumato di
un'oca grassa che ancora sia da abbrustolire.

Or dunque La Bravetta, come vide i due amici,
li accolse con cera festevole, dicendo loro:

“Qualu vente ve porte?”

E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete
furono iterate, egli traendoli nella stanza dove su
una tavola giaceva il mirabile porco, soggiunse:

“Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve
pare?”
[pg!270]

I due amici contemplavano il porco con una
silenziosa meraviglia; e il Ristabilito faceva un
cotal suo romore con la lingua contro il palato.
Ciávola chiese:

“E che ce ne vuo' fa'?”

“Le vuojie salà,” rispose La Bravetta con una
voce in cui sentivasi fremere tutta la ghiotta gioia
per le future delizie della gola.

“Le vuo' salà?” gridò d'improvviso il Ristabilito.
“Le vuo' salà? Ma, o Cià, si viste ma' 'n'ommene
chiù stupide di custù? A farse scappà l'uccasïone!”

La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi
vitulini ora l'uno ora l'altro delli interlocutori.

“Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette,”
continuò il Ristabilito. “Sta vote che esse
nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece
li quatrine.”

“Ma Pelagge? Ma Pelagge?” balbettava La
Bravetta, a cui il fantasma della moglie irata dava
già uno sbigottimento immenso.

“E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate,”
fece il biondo Ciávola, con un vivo gesto
d'impazienza.

La Bravetta inorridì.

“E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie?
[pg!271]
Pelagge nen me crede; me cacce, me mene....
Vu nen le sapete chi è Pelagge?”

“Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge!” squittirono
in coro motteggiando i due insidiatori. E
il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa
di Peppe e la voce acuta e stridula della
donna, rappresentò una scena di commedia in cui
Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto.

Ciávola rideva sgambettando in torno al porco,
senza potersi reggere. Il beffato, preso da un violento
impeto di sternuti, agitava le braccia verso
l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i
vetri della finestra tremavano. I fuochi dell'occaso
percotevano i tre diversi volti umani.

Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse:

“'Mbè, jamocénne!”

“Se vulete cenà nghe me...,” offerse, a bocca
stretta, Mastro Peppe.

“No, no, bello mio,” interruppe Ciávola, volgendosi
verso l'uscio. “Tu súghete Pelagge e sálate
lu porche.”


II.
---

Camminarono li amici lungo la riva del fiume.

In lontananza le barche di Barletta cariche di
[pg!272]
sale scintillavano come edifizi di preziosi cristalli;
e da Montecorno un serenissimo albore spandevasi
nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità
delle acque.

Disse il Ristabilito a Ciávola, soffermandosi:

“Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?”

Disse Ciávola:

“Eccome?”

Disse il Ristabilito:

“Le sacce i' come, si lu porche arremane addó
l'averne viste.”

Disse Ciávola:

“Embé, facémele! Ma, dapù?”

Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli
occhi brillavano come due carbuncoli schietti;
la sua faccia florida e rubiconda tra le orecchie
faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia.
Egli fece, laconico:

“Le sacce i'.”

Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino
Campione, nero in tra la pioppaia ignuda e
argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono
il passo verso di lui. E il prete, veduta la
lor cera giuliva, dimandò sorridendo:

“Che me dicéte de bbelle?”
[pg!273]

Comunicarono li amici in brevi parole il lor
proposito a Don Bergamino, il quale assentì con
molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a
bassa voce:

“Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere.
Vu sapete ca Peppe, da quande s'ha pijiate
chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha
fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbé, jémele
a pijà e purtémele a la taverne d'Assaù. Vu, Don
Bergamine, détece a beve a tutte e paghete sempre
vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza
caccià quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì
nu, dapù, putéme fa' mejie l'affare nuostre....”

Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il
prete vi s'accordò. Andarono insieme verso la casa
dell'uomo, distante due tiri di fucile; e quando
furono da presso, Ciávola diede la voce:

“Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne
d'Assaù? Ce sta lu prévete aqquà che ce paghe
na carráfe. Oheee!”

La Bravetta non pose indugio a discendere
su 'l sentiero. E tutti e quattro camminarono in
fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova
luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi
d'amore saliva ad intervalli. E il Ristabilito fece:

“O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?”
[pg!274]

In su la sinistra riva splendevano i lumi della
taverna d'Assaù ripercossi dall'acqua. Ora, come
il corso del fiume era ivi per solito assai dolce,
Assaù teneva un paliscalmo per traghettare li avventori.
Alle voci, si mosse in fatti il paliscalmo
e venne per l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti.
Quando tutti i quattro salirono, tra
amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe
prese a far traballare e scricchiolare il legno per
atterrire La Bravetta che in mezzo all'umidità fluviale
fu assalito da un nuovo impeto di starnutazioni.

Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia,
li amici moltiplicarono le risa e i clamori.
Ognuno mesceva da bere all'insidiato, a cui quel
buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, brusco,
quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva
agevolmente nel gorgozzúle.

“'N'atra carráfe!” ordinava Don Bergamino,
battendo il pugno in su 'l desco.

Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin
sotto li occhi e di gambe storto, recava le caraffe
arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone di
molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro
dei bicchieri. La Bravetta, con la lingua già
impedita, con li occhi già natanti nella favolosa
[pg!275]
gioia del vino, balbettava non so che laudi del
suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè
ascoltasse. Sopra di loro pendevano dalla
vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle;
le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.

Era buona ora di notte quando li amici ripassarono
il fiume, alla luna occidua. Nel discendere
su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra la
melma, tanto egli avea le gambe malferme e la
vista torbida.

Disse il Ristabilito:

“Facéme 'n'ópera bbone. Arpurtéme a la case
custù.”

E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle,
su per la pioppaia. Balbettava l'ebbro, travedendo
i tronchi biancicanti nella notte:

“Uh, quanta frate duminicane!...”

E Ciávola:

“Vann'a la cerche pe' sant'Antuone.”

E l'ebro, dopo un poco:

“O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale
n'abbaste. Coma facéme?”

Giunti all'uscio di casa, i tre congiuratori se
ne andarono. Mastro Peppe salì a grande stento
la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e
del sale. Poi, senza rammemorarsi d'aver lasciato
[pg!276]
aperto l'uscio, si gittò in su 'l letto pesantemente
tra le braccia del sonno, e inerte vi rimase.

Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro
alla cena di Don Bergamino, muniti di certi
ordigni ritorti, se ne vennero cautamente all'impresa.
Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto
smagliante di stelle; e un maestraletto gelido andava
soffiando per la solitudine. I due avanzarono
in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad
ora ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità
di Matteo Puriello in quell'occorrenza si esercitavano.

Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito
a pena potè trattenere una esclamazione di gioia
accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta quiete
regnava nella casa, se non che si udiva il profondo
russare del dormiente. Ciávola salì primo le scale,
seguíto dall'altro. Ambedue, al fievolissimo lume
che entrava pe' i vetri, scorsero subito la forma
vaga del porco in su 'l tavolo. Con infinita cautela
sollevarono il peso e pianamente lo trassero fuori
a gran forza di braccia. Stettero quindi in ascolto.
Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero
dalle aie, consecutivamente.

Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero,
con il porco in su le spalle, ridendo d'un riso
[pg!277]
lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva d'essere
giù per una bandita recando un grosso capo di
selvaggina predata. Come il porco era assai greve,
essi giunsero alla casa del prete alenanti.


III.
----

La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il
vino, si risvegliò; e stette su 'l letto un poco ad
allungar le membra e ad ascoltare le campane che
salutavan la vigilia di Sant'Antonio. Egli già, in
mezzo alla confusione del primo risvegliarsi, sentiva
nell'animo espandersi la contentezza del possesso,
e pregustava il diletto di veder Lepruccio
mettere in pezzi e coprir con sale le pingui carni
suine.

Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con
sollecitudine uscì su 'l pianerottolo, stropicciandosi
li occhi per meglio guardare. Su 'l tavolo non rimaneva
che qualche macchia sanguigna, e sopra
vi rideva il sole virginalmente.

“Lu porche? Addó sta lu porche?” gridò, con
una voce rauca, il derubato.

Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese
le scale, vide l'uscio aperto, si percosse la fronte,
irruppe fuori urlando, chiamando in torno a sè i
[pg!278]
lavoratori, chiedendo a tutti se avevano visto il
porco, se l'avevano preso. Egli moltiplicava le querele,
sollevava ognora più le voci; e il doloroso
schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse
fino alli orecchi di Ciávola e del Ristabilito.

Se ne vennero dunque costoro placidamente, in
accordo, per godersi lo spettacolo e per continuar
la beffa. E come furono giunti in vista, Mastro
Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante,
esclamò:

“Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu
porche! Uh, pover'a me! E coma facce mo? E
coma facce?”

Biagio Quaglia stette un poco a considerare
l'aspetto dell'infelicissimo, con socchiusi li occhi
tra la canzonatura e l'ammirazione, con china la
testa verso una spalla, quasi in atto di giudicare
un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:

“Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le
fi' bbone la parte.”

Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta
solcata di gocciole.

“Eh, sì, sì.... sta vote li si fatte propie da
furbe,” seguitò il Ristabilito, con una cert'aria di
confidenza amichevole.

Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo
[pg!279]
la faccia; e le lacrime nelli occhi pieni di stupore
gli si arrestarono.

“Ma, pe' di' la veretà, accuscì maleziose nen
te credeve,” riprese a dire il Ristabilito. “Brave!
brave! Me rallegre!”

“Ma tu che dice?” dimandò tra i singhiozzi
La Bravetta. “Ma tu che dice? Uh, pover'a me!
E coma facce mo a rijì a la case?”

“Brave! brave! Bena!” incalzava il Ristabilito.
“Dajie mo! Strilla forte! Piagne forte! Tírete
li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle créde'.”

E Peppe, piangendo:

“Ma i' diche addavére ca me se l'hann'arrubbate.
Uh die! Pover'a me!”

“Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu
strille, chiù te nome créde. Dajie! Angore! Angore!”

Peppe, fuor di sè pe 'l dispetto e pe 'l dolore,
sacramentava ripetendo:

“I' diche addavére. Che me pozza murì, mo,
súbbite, se lu porche nen me se l'hann'arrubbate!”

“Uh, povere 'nnucende!” squittì per ischerno
Ciávola. “Mettéteje lu ditucce 'mmocche. Coma
putéme fa' a crédete, se jere avéme viste lu porche
a là? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vulà?”

“Sant'Andonie bbenedette! È coma diche i'.”
[pg!280]

“Ma po' esse?”.

“Accuscì è.”

“Ma nen è cuscì.”

“È cuscì.”

“No.”

“Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I' so' mmorte.
I' nen sacce coma pozze fa' a rijì a la case. Pelagge
nen me crede”, e se ppure me crede, nen
me dà chiù pace.... I' so' mmorte!”

“'Mbé, ce vuléme créde,” concluse il Ristabilito.
“Ma bbade, Pe', ca Ciávule a jere t'ha 'nzegnate
lu juchette. E i' nen vulesse ca tu gabbísse
a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace....”

Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a
gridare, a disperarsi con una così pazza irruzion
di dolore, che il Ristabilito per pietà soggiunse:

“'Mbè, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere
su fatte, s'ha da truvà 'na maniere pe' armedià.”

“Quala maniere?” dimandò subito, rasserenandosi
tra le lacrime, La Bravetta, nel cui animo
la speranza risorgeva.

“Ecc'a qua,” propose Biagio Quaglia. “Certe,
une di quille che stanne pe' qua attorne ha avute
da esse; pecché certe n'hanne vinute dall'India
bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'?”

“Va bbone, va bbone,” assentì l'uomo, che
[pg!281]
stava trepido a udire, co 'l naso in alto tutto ancor
pieno d'umor lacrimale.

“Mo dunque (statte attende),” continuò il Ristabilito
che a quella credula attenzione prendeva
diletto, “mo dunque se nisciune ha vinute dall'India
bbasse pe' venirte a rubbà, cert'è che quaccune
di quille che stanne pe' qua attorno ha avute
da esse lu latro. No, Pe'?”

“Va bbone, va bbone.”

“Mo che s'ha da fa'? S'ha da raunà tutte
sti cafune e s'ha da sprementà cacche fatture
pe' scuprì lu latro. Scuperte lu latre, scuperte lu
porche.”

Li occhi di Mastro Peppe brillarono di desiderio;
ed egli si fece più da presso, poichè l'accenno
alla fattura aveva risvegliate in lui le native
superstizioni.

“Tu le sié; ce stanne tre specie de maggíe:
la bianche, la rosce e la nere, e ce stanne, tu le
sié, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa Schiavona,
Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a
scejie.”

Peppe stette un momento in forse. Poi si decise
per Rosaria Pajara che aveva gran fama d'incantatrice
e aveva operato in altri tempi cose
mirabili.
[pg!282]

“'Mbè, su,” concluse il Ristabilito, “nen ce
sta tembe da pérde. I' pe' te, propie pe' farte nu
piacere, vajie sine a lu paese a pijà quelle che ce
serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce da' tutte cose,
e me n'arvenghe, dentr'a sta matine. Damme li
quatrine.”

Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre
carlini ed esitando li porse.

“Tre carline?” gridò l'altro, rifiutandoli. “Tre
carline? Ma ce ne vo' pe' lu mene diece.”

A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi
uno sbigottimento.

“Come? Pe' na fatture, diece carline?”, balbettò
egli cercandosi con le dita tremule nella
tasca. “Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù.”

Disse il Ristabilito, secco:

“Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene
pure tu, Cià?”

I due compagni s'incamminarono verso Pescara,
di buon passo, pe 'l sentiero delli alberi, l'uno
innanzi, l'altro dietro. E Ciávola picchiava de' gran
colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per
dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero
al paese, si recarono nella bottega di un tal Don
Daniele Pacentro speziale con cui erano in familiarità;
ed ivi comperarono certi aròmati e droghe,
[pg!283]
facendone quindi comporre pallottole a guisa
di pillole grosse come noci, ben coperte di zucchero,
sciloppate e cotte. Subito che lo speziale
ebbe compiuta l'operazione, Biagio Quaglia (il
quale nel frattempo era stato assente) tornò con
una carta piena d'escrementi secchi di cane; e
di quelli escrementi volle che lo speziale componesse
due belle pillole, in tutto simili alle altre
per la forma, se non che confettate prima in áloe
e poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale
fece; e, perchè queste dalle altre si riconoscessero,
vi mise, per consiglio del Ristabilito, un
piccolo segno.

I due ciurmadori ripresero la via della campagna,
e furono alla casa di Mastro Peppe in su
l'ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto
affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le
alberelle il corpo lungo e sottile di Ciávola, gridò:

“'Mbé?”

“Tutte è all'ordene,” rispose in suon di trionfo
il Ristabilito, mostrando il cofano delle confetture
incantate. “Mo tu, già che ogge è la viggilie de
Sant'Andonie e li cafune fanne feste, arhunisce
tutte quante all'are per dajie a beve. Tu hi da
tené na certe butticelle de Montepulciane. Mitte
mane a quelle pe' ogge! E quande tutte stanne
[pg!284]
bene arhunite, penze i' a fa' e a dice tutte quelle
che s'ha da fa' e s'ha da di'.”


IV.
---

Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido
e chiarissimamente sereno, avendo La Bravetta
fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i
coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano
alti mucchi di paglia, che percossi dal sole
ornavansi d'un glorioso colore d'oro; quivi una
torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta,
con larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare;
li odori dello stabbio giungevano ad intervalli. E
tutti quelli uomini rusticani, aspettando di bere,
motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco
difformate dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi
e rossastri come vecchi pomi, con occhi resi
miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga
malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini
di gioventù, con nelle vesti rinnovate una manifesta
cura d'amore.

Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto
attendere. Tenendo in una mano la scatola delle
confetture, il Ristabilito ordinò che tutti si mettessero
in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece
[pg!285]
una breve concione, non senza una certa gravità
di voce e di gesti.

“Bon'uómmene!” disse, “nisciune de vu,
certe, sa pecché propie Mastre Peppe De Siere
v'ha chiamate a qua....”

Un moto di stupore, a questo strano preambolo,
si propagò in tutte le bocche delli ascoltanti; e la
letizia pe 'l promesso vino si mutò in una inquietudine
di diversa espettazione. Continuava l'oratore:

“Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e
vu ve putassáte lagna de me, ve vojie dice de che
se tratte, prime de fa' la spirienze.”

Li ascoltanti si guardavano l'un l'altro nelli
occhi, con un'aria smarrita; e quindi rivolgevano
lo sguardo curioso e incerto al cofanetto che l'oratore
teneva in una mano. Un d'essi, poichè il Ristabilito
faceva pausa per considerare l'effetto
delle parole, esclamò impaziente:

“Ebbè?”

“Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate
s'hann'arrubbate a Mastre Peppe nu bbone porche
che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen
ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu'
áutre, pecché nisciune venéve dall'India bbasse
p'arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!”

Fosse un giocondo effetto di questo peregrino
[pg!286]
argomento dell'India o fosse l'azione del tiepido
sole, La Bravetta cominciò a starnutire. I villici
si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse,
sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono
liberamente nell'aria, turbando la pace rurale.
L'ilarità risorse nelli animi, a quel fragore.
L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito
continuò, sempre grave:

“Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate
de darve a magnà certe bbone cunfette e de darve
a bere nu certe Montepulciano viecchie che j' ha
messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice
na cose. Lu latre, appone se mette mmocche lu
cunfette, se sente la vocche accuscì amare, accuscì
amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà?
O pure lu latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo'
cunfessà a lu prévete? Bell'uó, arspunnéte!”

“Nu vuléme magnà e beve,” risposero quasi
in coro li adunati. E un movimento corse fra
quella gente semplice. Ognuno, guardando il compagno,
aveva nelli occhi una punta d'investigazione.
Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere
una tal quale ostentazione di spontaneità.

Disse Ciávola:

“V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze.
Nisciune s'ha da puté nnascónne.”
[pg!287]

Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il
fiasco e i bicchieri, apprestandosi a mescere. Il
Ristabilito si fece dall'un de' capi, e cominciò a
distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde
dentature dei villani scricchiolavano e sparivano
in un attimo. Come egli giunse a Mastro
Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo porse;
e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.

Mastro Peppe, che fin allora era stato con
grandissimi occhi intenti a cogliere in fallo qualcuno,
si gittò in bocca il confetto prestamente,
quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare.
D'un tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente
verso li occhi, li angoli della bocca e le
tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso
gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti
i lineamenti della sua faccia ebbero una comune
mimica involontaria di orrore; e una specie di brivido
visibile gli corse dalla nuca per le spalle.
E subito, poichè la lingua non poteva sostenere
l'amaro dell'áloe e una resistenza invincibile saliva
dallo stomaco per la gola ad impedire l'inghiottimento,
il malcapitato fu costretto a sputare.

“Ohe, Mastre Pé, tu che ccazze fiè?” garrì
Tulespre dei Passeri, un vecchio capraro verdastro
e pelloso come una tartaruga di palude.
[pg!288]

Si rivòlse, a quella voce agra, il Ristabilito
che non anche aveva terminato di distribuire. Però,
vedendo La Bravetta tutto contorcersi, disse con
suon di benevolenza:

“'Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ècchene
n'áutre. 'Nglutte, Peppe!”

E con due dita gli cacciò in bocca la seconda
pillola canina.

Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di
sè fissi li occhi maligni e acuti del capraro, fece
un supremo sforzo per sostener l'amarezza; non
masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile
contro i denti. Ma, come al calore dell'alito
e all'umidore della saliva l'aloe si discioglieva,
egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero
come dianzi; il naso gli si empì di lacrime;
e certe gocciole grosse gli cominciarono a sgorgare
dal cavo delli occhi e a rimbalzar, come perle
scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.

“Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè?” garrì
di nuovo il capraro, mostrando in un suo ghigno
le gencive bianchicce e vacue. “Ohe, e queste mo
che signífeche?”
Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono
La Bravetta: alcuni con risa di beffa, altri con
parole irose. Le ribellioni di orgoglio subitanee e
[pg!289]
brutali che ha l'onore della gente campestre, le
severità implacabili della superstizione scoppiarono
d'improvviso in una tempesta di contumelie.

“Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettà la
cólepe a une de nu 'nghe 'na fatture fánze? Pe'
cujunà a nu? Pecché? Si' fatta male li cunde!
Latre, bbuciarde, naso, fijie de cane, fijie de p...!
A nu vu cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó!
Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. Fijie
de p...! Sangue de Criste, tu!”

E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri,
gridando le ultime ingiurie di tra i pioppi.

Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito,
le oche e La Bravetta. Questi, pieno di vergogna,
di rabbia, di confusione, con il palato ancora
morso dalla perversità dell'aloe, non poteva profferire
parola. Il Ristabilito stette a considerarlo
crudelmente, percotendo il terreno con la punta
del piede poggiato in su 'l tacco, scotendo per
ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile
suon di dileggio:

“Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette!
Dicco nu poche: quante ci si' fatte? Diece ducate?”
[pg!290]




IL MARTIRIO DI GIALLUCA.
========================


Il trabaccolo *Trinità*, carico di fromento, salpò
alla volta della Dalmazia, verso sera. Navigò lungo
il fiume tranquillo, fra le paranze di Ortona
ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano
fuochi e i marinai reduci cantavano. Passando
quindi pianamente la foce angusta, uscì
nel mare.

Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi
a fior delle acque, la luna piena pendeva come una
dolce lampada rosea. Le montagne e le colline,
dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto,
passavano le oche selvatiche, senza gridare, e si
dileguavano.

I sei uomini e il mozzo prima manovrarono
d'accordo per prendere il vento. Poi come le vele
si gonfiarono nell'aria tutte colorate in rosso e
[pg!291]
segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a
sedere e cominciarono a fumare tranquillamente.
Il mozzo prese a cantarellare una canzone della
patria, a cavalcioni su la prua.

Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo
sprazzo di saliva su l'acqua e rimettendosi in bocca
la pipa gloriosa:

“Lu tembe n'n ze mandéne.”

Alla profezia, tutti guardarono verso il largo;
e non parlarono, Erano marinai forti e indurati
alle vicende del mare. Avevano altre volte navigato
alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spálatro;
e sapevano la via. Alcuni anche rammentavano
con dolcezza il vino di Dignano, che ha il
profumo delle rose, e i frutti delle isole.

Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I
due fratelli Talamonte, Cirù, Massacese e Gialluca
formavano l'equipaggio, tutti nativi di Pescara.
Nazareno era il mozzo.

Essendo il plenilunio, indugiarono su 'l ponte.
Il mare era sparso di paranze che pescavano. Ogni
tanto una coppia di paranze passava a canto al
trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente.
La pesca pareva fortunata. Quando le
barche si allontanarono e le acque ridivennero deserte,
Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta
[pg!292]
per riposare. Massacese e Gialluca, poi ch'ebbero
finito di fumare, seguirono l'esempio. Cirù
rimase di guardia.

Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno
una parte del collo, disse:

“Guarda che tenghe a qua.”

Massacese guardò e disse:

“'Na cosa da niente. N'n ce penzà.”

C'era un rossore simile a quello che produce
la puntura di un insetto, e in mezzo al rossore
un piccolo nodo.

Gialluca soggiunse:

“Me dole.”

Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò
ad ingrossare. Il trabaccolo si mise a ballare sopra
le onde, trascinato a levante, perdendo cammino.
Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto
un piccolo grido, perchè ad ogni movimento brusco
del capo sentiva dolore.

Ferrante La Selvi gli domandò:

“Che tieni?”

Gialluca, alla luce dell'alba, mostrò il suo male.
Su la cute il rossore era cresciuto, ed un piccolo
tumore aguzzo appariva nel mezzo.

Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:

“'Na cosa da niente. N'n ce penzà.”
[pg!293]

Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo.
Poi si mise a fumare.

Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato
dal vento contrario, fuggiva ancora verso levante.
Il romore del mare copriva le voci. Qualche ondata
si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un
suono sordo.

Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse
come una cupola di fuoco. Ma poichè il vento cadde,
il trabaccolo rimase quasi fermo nella bonaccia; le
vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva
un soffio passeggiero.

Gialluca si lamentava del dolore. Nell'ozio, i
compagni cominciarono ad occuparsi del suo male.
Ciascuno suggeriva un rimedio differente. Cirù,
ch'era il più anziano, si fece innanzi e suggerì
un empiastro di mele e di farina. Egli aveva
qualche vaga cognizione medica, perchè la moglie
sua in terra esercitava la medicina insieme con
l'arte magica e guariva i mali con i farmachi e
con le cabale. Ma la farina e le mele mancavano.
La galletta non poteva essere efficace.

Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di
grano; pestò il grano, tagliuzzò la cipolla, e compose
l'empiastro. Al contatto di quella materia,
Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un'ora si
[pg!294]
strappò dal collo la fasciatura e gittò ogni cosa in
mare, invaso da un'impazienza irosa. Per vincere
il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra lungo
tempo. S'era levato il vento, e le vele palpitavano
gioiosamente. Nella chiara notte un'isoletta, che
doveva essere Pelagosa, apparve in lontananza come
una nuvola posata su l'acqua.

Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a
curare il male, volle osservare il tumore. La gonfiezza
erasi dilatata occupando gran parte del collo
ed aveva assunta una nuova forma ed un colore
più cupo che su l'apice diveniva violetto.

“E che è quesse?” egli esclamò, perplesso, con
un suono di voce che fece trasalire l'infermo. E
chiamò Ferrante, i due Talamonte, li altri.

Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un
male terribile da cui Gialluca poteva rimanere soffocato.
Gialluca, con li occhi aperti straordinariamente,
un po' pallido, ascoltava i prognostici. Come
il cielo era coperto di vapori e il mare appariva
cupo e stormi di gabbiani si precipitavano verso
la costa gridando, una specie di terrore scese nell'animo
di lui.

Alla fine Talamonte minore sentenziò:

“È 'na fava maligna.”

Li altri assentirono:
[pg!295]

“Eh, po ésse'.”

Infatti, il giorno dopo, la cuticola del tumore
fu sollevata da un siero sanguigno e si lacerò.
E tutta la parte prese l'apparenza di un nido di
vespe, d'onde sgorgavano materie purulente in
abbondanza. L'infiammazione e la suppurazione si
approfondivano e si estendevano rapidamente.

Gialluca, atterrito, invocò san Rocco che guarisce
le piaghe. Promise dieci libbre di cera, venti
libbre. Egli s'inginocchiava in mezzo al ponte,
tendeva le braccia verso il cielo, faceva i voti con
un gesto solenne, nominava il padre, la madre, la
moglie, i figliuoli. D'in torno, i compagni si facevano
il segno della croce, gravemente, ad ogni invocazione.

Ferrante La Selvi, che sentì giungere un gran
colpo di vento, gridò con la voce rauca un comando,
in mezzo al romorío del mare. Il trabaccolo si piegò
tutto sopra un fianco. Massacese, i Talamonte, Cirù
si gittarono alla manovra. Nazareno strisciò lungo
un albero. Le vele in un momento furono ammainate:
rimasero i due fiocchi. E il trabaccolo, barcollando
da banda a banda, si mise a correre a
precipizio su la cima dei flutti.

“Sante Rocche! Sante Rocche!” gridava con
più fervore Gialluca, eccitato anche dal tumulto
[pg!296]
circostante, curvo su le ginocchia e su le mani
per resistere al rullío.

Di tratto in tratto un'ondata più forte si rovesciava
su la prua: l'acqua salsa invadeva il
ponte da un capo all'altro.

“Va a basse!” gridò Ferrante a Gialluca.

Gialluca discese nella stiva. Egli sentiva un calore
molesto e un'aridezza per tutta la pelle; e la
paura del male gli chiudeva lo stomaco. Là sotto,
nella luce fievole, le forme delle cose assumevano
apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi
del flutto contro i fianchi del naviglio e li scricchiolii
di tutta quanta la compagine.

Dopo mezz'ora, Gialluca riapparve su 'l ponte,
smorto come se uscisse da un sepolcro. Egli amava
meglio stare all'aperto, esporsi all'ondata, vedere
li uomini, respirare il vento.

Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domandò:

“E mo' che tieni?”

Li altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere
i rimedi; ad alta voce, quasi gridando, per
superare il fragore della burrasca. Si animavano.
Ciascuno aveva un metodo suo. Ragionavano con
sicurezza di dottori. Dimenticavano il pericolo, nella
disputa. Massacese aveva visto, due anni avanti,
[pg!297]
un vero medico operare su 'l fianco di Giovanni
Margadonna, in un caso simile. Il medico tagliò,
poi strofinò con pezzi di legno intinti in un liquido
fumante, bruciò così la piaga. Levò con una specie
di cucchiaio la carne arsa che somigliava fondiglio
di caffè. E Margadonna fu salvo.

Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico
feroce:

“S'ha da tajià! S'ha da tajià!”

E faceva l'atto del taglio, con la mano, verso
l'infermo.

Cirù fu del parere di Massacese. I due Talamonte
anche convennero. Ferrante La Selvi scoteva
il capo.

Allora Cirù fece a Gialluca la proposta. Gialluca
si rifiutò.

Cirù, in un impeto brutale ch'egli non potè
trattenere, gridò:

“Muòrete!”

Gialluca divenne più pallido e guardò il compagno
con due larghi occhi pieni di terrore.

Cadeva la notte. Il mare nell'ombra pareva
che urlasse più forte. Le onde luccicavano, passando
nella luce gittata dal fanale di prua. La
terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una
corda per resistere contro i marosi. Ferrante governava
[pg!298]
il timone, lanciando di tratto in tratto
una voce nella tempesta:

“Va a basse, Giallù!”

Gialluca, per una strana ripugnanza a trovarsi
solo, non voleva discendere, quantunque il male
lo travagliasse. Anch'egli si teneva alla corda,
stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una
ondata, i marinai abbassavano la testa e mettevano
un grido concorde, simile a quello con cui
sogliono accompagnare un comune sforzo nella
fatica.

Uscì la luna da una nuvola, diminuendo l'orrore.
Ma il mare si mantenne grosso tutta la notte.

La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni:

“Tajiáte.”

I compagni prima s'accordarono, gravemente;
tennero una specie di consulto decisivo. Poi osservarono
il tumore ch'era eguale al pugno di un
uomo. Tutte le aperture, che dianzi gli davano
l'apparenza di un nido di vespe o di un crivello,
ora ne formavano una sola.

Disse Massacese:

“Curagge! Avande!”

Egli doveva essere il cerusico. Provò su l'unghia
la tempra delle lame. Scelse infine il coltello
[pg!299]
di Talamonte maggiore, ch'era affilato di fresco.
Ripetè:

“Curagge! Avande!”

Quasi un fremito d'impazienza scoteva lui e
li altri.

L'infermo ora pareva preso da uno stupidimento
cupo. Teneva li occhi fissi su 'l coltello,
senza dire niente, con la bocca semiaperta, con
le mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota.

Cirù lo fece sedere, gli tolse la fasciatura, mettendo
con le labbra quei suoni istintivi che indicano
il ribrezzo. Un momento, tutti si chinarono
su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese
disse:

“Cusì e cusì,” indicando con la punta del coltello
la direzione dei tagli.

Allora, d'un tratto, Gialluca ruppe in un gran
pianto. Tutto il suo corpo veniva scosso dai singhiozzi.

“Curagge! Curagge!” gli ripetevano i marinai,
prendendolo per le braccia.

Massacese incominciò l'opera. Al primo contatto
della lama, Gialluca gittò un urlo; poi, stringendo
i denti, metteva quasi un muggito soffocato.

Massacese tagliava lentamente, ma con sicurezza;
tenendo fuori la punta della lingua, per una
[pg!300]
abitudine ch'egli aveva nel condur le cose con
attenzione. Come il trabaccolo barcollava, il taglio
riusciva ineguale; il coltello ora penetrava più, ora
meno. Un colpo di mare fece affondare la lama
dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro urlo,
dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia
tra le mani dei beccai. Egli non voleva più sottomettersi.

“No, no, no!”

“Vien' a qua! Vien' a qua!” gli gridava Massacese,
dietro, volendo seguitare la sua opera perchè
temeva che il taglio interrotto fosse più pericoloso.

Il mare, ancora grosso, romoreggiava in torno,
senza fine. Nuvole in forma di trombe sorgevano
dall'ultimo termine ed abbracciavano il cielo deserto
d'uccelli. Oramai, in mezzo a quel frastuono,
sotto quella luce, una eccitazione singolare prendeva
quelli uomini. Involontariamente, essi, nel
lottare col ferito per tenerlo fermo, s'adiravano.

“Vien' a qua!”

Massacese fece altre quattro o cinque incisioni,
rapidamente, a caso. Sangue misto a materie biancastre
sgorgava dalle aperture. Tutti n'erano macchiati,
tranne Nazareno che stava a prua, tremante,
sbigottito dinanzi all'atrocità della cosa.
[pg!301]

Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare,
diede un comando a squarciagola:

“Molla le scòtteee! Butta 'l timone a l'ôrsa!”

I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono.
Il trabaccolo riprese a correre beccheggiando.
Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe
zone di sole battevano su le acque, sfuggendo
di tra le nuvole; e variavano secondo le vicende
celesti.

Ferrante rimase alla sbarra. Li altri marinai
tornarono a Gialluca. Bisognava nettare le aperture,
bruciare, mettere le filacce.

Ora il ferito era in una prostrazione profonda.
Pareva che non capisse più nulla. Guardava i compagni,
con due occhi smorti, già torbidi come quelli
delli animali che stanno per morire. Ripeteva, ad
intervalli, quasi fra sè:

“So' morto! So' morto!”

Cirù, con un po' di stoppa grezza, cercava di
pulire; ma aveva la mano rude, irritava la piaga.
Massacese, volendo fino all'ultimo seguire l'esempio
del cerusico di Margadonna, aguzzava certi
pezzi di legno d'abete, con attenzione. I due Talamonte
si occupavano del catrame, poichè il catrame
bollente era stato scelto per bruciare la piaga.
Ma era impossibile accendere il fuoco su 'l
[pg!302]
ponte che ad ogni momento veniva allagato. I due
Talamonte discesero sotto coperta.

Massacese gridò a Cirù:

“Lava nghe l'acqua de mare!”

Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva
a tutto, facendo un lagno continuo, battendo i
denti. Il collo gli era diventato enorme, tutto rosso,
in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni
cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre.
L'infermo provava difficoltà a respirare, a
inghiottire; e lo tormentava la sete.

“Arcummánnete a sante Rocche,” gli disse
Massacese che aveva finito di aguzzare i pezzi di
legno e che aspettava il catrame.

Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in
su, verso Sebenico, perdendo di vista l'isola. Ma,
quantunque le onde fossero ancora forti, la burrasca
accennava a diminuire. Il sole era a mezzo
del cielo, tra nuvole color di ruggine.

I due Talamonte vennero con un vaso di terra
pieno di catrame fumante.

Gialluca s'inginocchiò, per rinnovare il voto al
santo. Tutti si fecero il segno della croce.

“Oh sante Rocche, sálveme! Te 'mprumette 'na
lampa d'argente e l'uoglie pe' tutte l'anne e
trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme
[pg!303]
tu! Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie,
sante Rocche mi'!”

Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con
voce che pareva non fosse più la sua. Poi si rimise
a sedere, dicendo semplicemente a Massacese:

“Fa.”

Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un
po' di stoppa; e a mano a mano ne tuffava uno
nel catrame bollente e con quello strofinava la
piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura,
versò anche il liquido nelle ferite. Gialluca
non mosse un lamento. Li altri rabbrividivano,
in conspetto di quello strazio.

Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo
il capo:

“L'avet'accise!”

Li altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo;
e l'adagiarono sopra una branda. Nazareno
rimase a guardia, presso l'infermo. Si udivano di
là le voci gutturali di Ferrante che comandava la
manovra e i passi precipitati dei marinai. La *Trinità*
virava, scricchiolando. A un tratto Nazareno
si accorse d'una falla da cui entrava acqua; chiamò.
I marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti
insieme, provvedendo in furia a riparare. Pareva
un naufragio.
[pg!304]

Gialluca, benchè prostrato di forze e d'animo,
si rizzò su la branda, immaginando che la barca
andasse a picco; e s'aggrappò disperatamente a
uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:

“Nen me lasciate! Nen me lasciate!”

Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva
paura; balbettava parole insensate; piangeva; non
voleva morire. Poichè l'infiammazione crescendo
gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si
diffondeva anche pe 'l tronco a poco a poco, e la
gonfiezza diveniva ancora più mostruosa, egli si
sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca
per bevere l'aria.

“Portateme sopra! A qua me manghe l'arie;
a qua me more....”

Ferrante richiamò li uomini sul ponte. Il trabaccolo
ora bordeggiando cercava di acquistare
cammino. La manovra era complicata. Ferrante
spiava il vento e dava il comando utile, stando al
timone. Come più il vespro si avvicinava, le onde
si placavano.

Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra,
tutto sbigottito, gridando:

“Gialluca se more! Gialluca se more!”

I marinai corsero; e trovarono il compagno
già morto su la branda, in un'attitudine scomposta,
[pg!305]
con li occhi aperti, con la faccia tumida, come
un uomo strangolato.

Disse Talamonte maggiore:

“È mo'?”

Li altri tacquero, un po', smarriti, dinanzi al
cadavere.

Risalirono su 'l ponte, in silenzio. Talamonte
ripeteva:

“È mo'?”

Il giorno si ritirava lentamente dalle acque.
Nell'aria veniva la calma. Un'altra volta le vele
si afflosciavano e il naviglio rimaneva senza avanzare.
Si scorgeva l'isola di Solta.

I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del
fatto. Un'inquietudine viva occupava tutti li animi:
Massacese era pallido e pensieroso. Egli osservò:

“Avéssene da dice che l'avéme fatte murì nu
áutre? Avasséme da passà guai?”

Questo timore già tormentava lo spirito di
quelli uomini superstiziosi e diffidenti. Essi risposero:

“È lu vere.”

Massacese incalzò:

“Mbè? Che facéme?”

Talamonte maggiore disse, semplicemente:

“È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé
[pg!306]
ca l'avéme pirdute 'n mezz'a lu furtunale.... Certe,
n'arrièsce.”

Li altri assentirono. Chiamarono Nazareno.

“Oh, tu.... mute come nu pesce.”

E gli suggellarono il segreto nell'animo, con
un segno minaccioso.

Poi discesero a prendere il cadavere. Già le
carni del collo davano odore malsano; le materie
della suppurazione gocciolavano, ad ogni scossa.

Massacese disse:

“Mettémele dentr'a nu sacche.”

Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava
per metà. Legarono il sacco alle ginocchia, e le
gambe rimasero fuori. Si guardavano d'in torno,
istintivamente, facendo l'operazione mortuaria. Non
si vedevano vele; il mare aveva un ondeggiamento
largo e piano, dopo la burrasca; l'isola di Solta
appariva tutt'azzurra, in fondo.

Massacese disse:

“Mettémece pure 'na preta.”

Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono
ai piedi di Gialluca.

Massacese disse:

“Avande!”

Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono
scivolare nel mare. L'acqua si richiuse
[pg!307]
gorgogliando; il corpo discese da prima con una
oscillazione lenta; poi si dileguò.

I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il
vento. Fumavano, senza parlare. Massacese ogni
tanto faceva un gesto inconsciente, come fanno talora
li uomini cogitabondi.

Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo
avere palpitato un istante. La *Trinità* si mosse
nella direzione di Solta. Dopo due ore di buona
rotta, passò lo stretto.

La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi
una tranquillità lacustre. Dal porto di Spálatro
uscivano due navigli, e venivano incontro alla *Trinità*.
Le due ciurme cantavano.

Udendo la canzone, Cirù disse:

“Toh! So' di Piscare.”

Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante
disse:

“So' li trabaccule di Raimonde Callare.”

E gittò la voce.

I marinai paesani risposero con grandi clamori.
Uno dei navigli era carico di fichi secchi, e l'altro
di asinelli.

Come il secondo dei navigli passò a dieci metri
dalla *Trinità*, vari saluti corsero. Una voce gridò:

“Oh Giallù! Addò sta Gialluche?”
[pg!308]

Massacese rispose:

“L'avéme pirdute a mare, 'n mezz'a lu furtunale.
Dicétele a la mamme.”

Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo
delli asinelli; poi li addii.

“Addio! Addio! A Piscare! A Piscare!”

E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone,
sotto la luna.
[pg!309]




LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE.
===================================================


Verso gl'idi d'agosto (per tutte le campagne
il grano lavato si asciugava felicemente al sole),
Antonio Mengarino, un vecchio agricoltore pieno
di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del
Comune a giudicare sulle cose pubbliche, come udì
taluni consiglieri cittadini discorrere a voce bassa
del *cholèra* che in qualche provincia d'Italia andavasi
ampliando e udì altri proporre ordini a conservazion
della salute ed altri esporre timori, si
fece innanzi con un'aria tra di incredulità e di
curiosità ad ascoltare.

Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio
Citrullo della pianura e Achille di Russo dei colli;
e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi di tratto
in tratto a quei due con cenni delle palpebre e
[pg!310]
delle labbra come per avvertirli dell'inganno ch'egli
credeva si celasse nelle parole dei consiglieri signori
e del sindaco.

Finalmente, non più potendo trattenersi, disse,
con la sicurtà di un uomo che sa e vede molto:

“'Mbè, levàme ssti chiacchiere in tra di nu
áutre. Le vuleme fa' veni nu poche de culere, u
ne le vuleme fa' veni? Dicémecele 'n segrete, mo.”

A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri
furono da prima presi dalla meraviglia, e quindi
dal riso.

“Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue
de Crimie!” esclamò don Aiace, il grande
assessore, spingendo con la mano una spalla del
vecchio. E li altri, scotendo il capo o battendo
il pugno in su 'l tavolo sindacale, commentavano
la pertinace ignoranza dei cafoni.

“'Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi
chiacchiera quisse?” fece Antonio Mengarino, con
un gesto vivo, poichè sentivasi punto dall'ilarità
che le sue parole avevano suscitata. Nell'animo
di lui e in quello delli altri due agricoltori la diffidenza
e la nativa ostilità contro *la signoria* insorgevano.
— Dunque essi erano esclusi dai segreti
del Consiglio? Dunque ancora erano considerati
come cafoni? Ah, brutte cose, per la Majella!... — 
[pg!311]

“Facéte vu, Nu ce ne jame,” concluse il vecchio,
acre, coprendosi il capo. E i tre villici uscirono
dalla sala, con un passo pieno di dignità, in
silenzio.

Come furono fuori del paese, nella campagna
opulenta di vigne e di gran ciciliano, Giulio Citrullo,
soffermatosi per accender la pipa, sentenziò:

“Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma
va sgrizzenrie li cocce, pe' la Majelle!... I nin vulesse
esse lu sínnache.”

-----

Intanto nel territorio contadino il timore del
morbo imminente sconvolgeva tutti li animi. In
torno alli alberi fruttiferi, in torno alle viti, in
torno alle cisterne, in torno ai pozzi, li agricoltori
vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una
costanza instancabile. Nella notte colpi di fucile
frequenti turbavano il silenzio; i cani, aizzati, latravano
fino all'alba. Le imprecazioni contro i *Governanti*
scoppiavano di giorno in giorno con maggior
violenza d'ira. Tutte le pacifiche ed auguste
fatiche agresti erano intraprese con una sorta
d'incuria e d'insofferenza. Sorgevano dai campi
le canzoni di ribellione rimate all'improvviso.

Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate
[pg!312]
mortalità, confermando la credenza nei veleni.
Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di Fontanella,
avendo colto un uomo in cima a un albero
di fico e avendolo costretto a discendere,
videro che questi nascondeva una fiala piena di
un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero
inghiottire tutto l'unguento; e d'un tratto l'uomo
(ch'era uno dei Paduani) stramazzò, torcendo le
membra su 'l terreno, livido, con li occhi fissi,
con il collo teso, con alla bocca una schiuma.
A Spoltore, nel 37, Zinicche, un fabbro, uccise
in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino;
e le morti cessarono subitamente, il paese
fu salvo.

Poi, a poco a poco, le leggende si formavano
e di bocca in bocca variavano, e, se bene recenti,
divenivano meravigliose. Una diceva che al Palazzo
del Comune erano giunte sette casse di veleno
distribuito dai *Governanti* perchè fosse sparso nelle
campagne e mescolato nel sale. Le casse erano
verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il sindaco
aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar
le casse e liberare il paese. Un'altra voce
recava che al sindaco i *Governanti* davano cinque
ducati per ogni morto. La popolazione era troppo
grande: toccava ai poveri morire. Il sindaco stava
[pg!313]
facendo le liste. Ah, si arricchiva, *il figlio di Sciore*,
questa volta!

-----

Così il fermento cresceva. Li agricoltori al mercato
di Pescara nulla compravano, nè portavano
mercanzia in traffico. I fichi dalli alberi, giunti a
maturità, cadevano e si corrompevano su 'l suolo.
I grappoli rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi
notturni più non seguivano, poichè i ladri
temevano di cogliere frutti attossicati. Il sale,
l'unica merce presa nelle botteghe della città, era
prima offerto ai cani e ai gatti, per esperimento.

Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli
i cristiani morivano in gran numero. E al
nome di Napoli, di quel gran reame lontano dove
*Ggiuanne senza pahure* un dì trovò fortuna, le
immaginazioni si accendevano.

Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti
di Lombardia compravano le uve nostrali e
le portavano nei paesi del settentrione per trarne
vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa
e poco le gambe dei vendemmiatori si esercitarono
a danzare nel tino e poco si esercitarono al canto
la bocche femminili.

Ma, quando tutte le opere della raccolta furono
terminate e tutti li alberi furono spogliati dei loro
[pg!314]
frutti, cominciarono i timori e i sospetti a dileguarsi;
poichè oramai eran diminuite pe' i *Governanti*
le opportunità di spargere il veleno.

Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne.
Il terreno ora, nutrito d'acqua, andavasi
temperando pe 'l lavoro dell'aratro e per la seminazione,
co 'l favore dei dolci soli autunnali; e
la luna ne 'l primo quarto influiva su la virtù
dei semi.

-----

Una mattina, per tutto il territorio si sparse
d'improvviso la voce che a Villareale, presso le
querci di Don Settimio, su la riva destra del
fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato
in comune una minestra di pasta comprata;
nella città. L'indignazione irruppe da tutti li
animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai
s'erano pacificati in una securtà fiduciosa.

“Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha
vulute arnunzià a li ducato.... Ma a nu nen ce po
fa' niente mo, pecché frutte nen ce ne sta, e a
Pescare nen ci jeme.”

“Lu fije de Sciore joca na mala carte.”

“A nu ce vo fa' muri? 'Mbè, esse ha sbajate
lu tombe, povere Sciurione....”

“Addò le po mette la pruvelette? A la paste,
[pg!315]
a lu sale.... Ma la paste nu ne la magneme;
e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a
li cane.”

“Ah, Signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte?
Mannajia Crimie, ha da venì chilu journe....”

Così le mormorazioni si levavano da ogni parte,
miste ai dileggi e alle contumelie contro li uomini
del Comune e contro i *Governanti*.

A Pescara, d'un tratto, tre, quattro, cinque
persone del volgo furono prese dal male. Cadeva
la sera; e su tutte le case discendeva una grande
paura funerea, insieme con l'umidità del fiume.
Per le vie la gente si agitava correndo verso il
Palazzo comunale; dove il sindaco e i consiglieri
e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole,
salivano e scendevano le scale parlando tutti insieme
ad alta voce, dando contrari ordini, non sapendo
che risolvere, dove andare, come provvedere.
Per un naturai fenomeno, il commovimento dell'animo
si propagava al ventre.

Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi,
si mettevano a tremare e a battere i denti; si guardavano
in volto l'un l'altro; si allontanavano a
rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene
rimasero intatte.

Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del
[pg!316]
pánico fu sedato, le guardie cominciarono ad accendere
su i canti delle vie fuochi di zolfo e di
catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri
e le finestre; e l'inutile odore del bitume spandevasi
per la città sbigottita. Da lontano, come
la luna era serena, pareva che i calafati verso il
mare spalmassero carene allegramente.

-----

Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico.

E il male, serpeggiando lungo il fiume, s'insinuò
nei borghi della Marina, in quelli adunamenti
di casupole basse dove vivono i marinai e
alcuni vecchi dediti a piccole industrie.

Li infermi morirono quasi tutti, poichè non
volevano prendere i rimedi. Nessuna ragione e nessuna
esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un
gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito
di ánace, quando vide il bicchiere del medicamento,
strinse forte le labbra e cominciò a scuotere
il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese
ad eccitarlo con parole di persuasione; bevve egli
pe 'l primo la metà del liquido; e, dopo, quasi
tutti li assistenti accostarono la bocca all'orlo del
bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo.

“Ma vedi,” esclamò il dottore, “abbiamo bevuto
prima noi....”
[pg!317]

Anisafine si mise a ridere per beffa:

“Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve
pijate lu contravvelene,” disse. E, poco dopo, morì.

Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa
cosa. Il dottore, per ultima prova, gli versò a forza
tra i denti il medicinale. Cianchine sputò tutto, con
ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii
contro li astanti; tentò due o tre volte di levarsi
per fuggire; e morì rabbiosamente, dinanzi a due
gendarmi esterrefatti.

Le cucine pubbliche, instituite per concorso
spontaneo d'uomini caritatevoli, furono in su 'l
principio credute dal volgo un laboratorio di tossici.
I mendicanti pativano la fame più tosto che
mangiare la carne cotta in quelle pentole. Costantino
di Corròpoli, il cinico, andava spargendo i
dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle
cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile:

“A me nen mi ci acchiappo!”

La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il
timore. Ella, un poco esitante, entrò; mangiò a
piccoli bocconi, esaminando in sè stessa l'effetto
del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi
tutta ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia
e di piacere. Tutti i mendicanti attendevano
[pg!318]
ch'ella uscisse. Quando la rividero incolume,
si precipitarono per la porta; vollero anch'essi
bere e mangiare.

Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto,
nelle vicinanze di Portanova. Le caldaie bollono
nel luogo dell'orchestra, il fumo invade il palco
scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene
raffiguranti un Castel feudale illuminato dal plenilunio.
Quivi, su 'l mezzodì si raccoglie in torno
a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima
che l'ora scocchi, nella platea s'agita un brulichio
multicolore di cenci e si leva un mormorio
di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra
le figure già cognite. Io amo una tal Liberata
Lotta di Montenerodòmo, che ha una mirabile testa
di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e
di austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi
in su 'l cranio come un casco aderente. Ella tiene
fra le mani un vaso di vetro verde; e resta in
disparte, taciturna, aspettando d'essere chiamata.

-----

Ma il grande episodio epico di questa cronaca
del *cholèra* è la Guerra del Ponte.

Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare
Adriatico, tra i due comuni che il bel
fiume divide.
[pg!319]

Le parti nemiche si esercitano assiduamente
in offese e in rappresaglie, l'una osteggiando con
tutte le forze il fiorire dell'altra. E poichè oggi
è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè
Pescara ha già molta dovizia d'industrie, i Castellammaresi
da tempo mirano a trarre i mercanti
su la loro riva con ogni sorta di astuzie e
di allettamenti.

Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il
fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati
e trattenuti da ormeggi. I canapi e le gómene
s'intrecciano nell'aria artifiziosamente, scendendo
dalle antenne alte dell'argine ai parapetti
bassissimi; e dànno imagine di un qualche barbarico
attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse
scricchiolano al peso dei carri. Al passaggio
delle schiere militari, tutta la mostruosa macchina
acquatica oscilla e balza da un capo all'altro e
risuona come un tamburo.

Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda
di san Cetteo liberatore; e il santo annualmente
vi si ferma nel mezzo, con gran pompa
cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche
ancorate mandano i marinai.

Così, tra la vista di Montecorno e la vista del
mare, l'umile costruzione sta quasi come un monumento
[pg!320]
della patria, ha quasi in sè la santità
delle cose antiche e dà alli estranei indizio di
genti che ancora vivano in una semplicità primordiale.

Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi
cozzano su quelle tavole che si consumano sotto
i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le
industrie cittadine si riversano su la provincia teramana
e vi si spandono felicemente, oh con qual
gioia la parte avversa taglierebbe i canapi e respingerebbe
i sette rei battelli a naufragare!

Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il
gonfaloniere nemico con molto apparato di forze
campestri impedì ai Pescaresi il passaggio nell'ampia
strada che dal ponte si dilunga per gran tratto
congiungendo innumerevoli paesi.

Era nell'intendimento di colui chiudere la città
rivale in una specie d'assedio, toglierle ogni modo
di traffico ed interno ed esterno, attrarne al suo
mercato i venditori e i compratori che per consuetudine
praticavano su la destra riva; e, quindi,
dopo avere ivi oppressa in una forzosa inerzia ogni
arte di lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai
padroni delle paranze pescaresi venti carlini per
ogni cento libbre di pesce, mettendo come patto
che tutte le paranze approdassero e scaricassero
[pg!321]
alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse
fino al giorno della Natività di Cristo.

Ora, nella settimana precedente la Natività, il
prezzo del pesce suol salire a più che quindici
ducati per ogni cento libbre. Manifesta appariva
dunque l'insidia.

I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo
tenere inoperose le reti.

Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce
che una mortalità grande affliggeva Pescara. Si
adoperò per via d'amicizia a sollevare tutti li
animi della provincia teramana e li animi anche
dei Chietini contro la pacifica città dove il morbo
già era scomparso.

Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni
onesti viandanti che, usando d'un comun
diritto, prendevano la strada provinciale per recarsi
altrove. Lasciò che sulla linea di confine
un branco di suoi lanzichenecchi stesse dall'alba
al tramonto schiamazzando contro chiunque si avvicinava.

La ribellione cominciò allora a fermentare nei
Pescaresi, contro li ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva
la miseria e tutta la numerosa classe
dei lavoratori languiva nell'inerzia e tutti i mercanti
incorrevano in gravissimi danni. Il *cholèra*,
[pg!322]
scomparso dalla città, accennava a scomparire anche
dalla marina dove soltanto alcuni vecchi invalidi
erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di
salute, amavano riprendere le consuete fatiche.

I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio
Sorrentino, Pietro D'Amico. Per le vie la gente
si divideva in gruppi, ascoltava la parola tribunizia,
applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un
gran tumulto andavasi preparando fra il popolo.
Per eccitazione, taluni raccontavano il fatto eroico
del Moretto di Claudia. Il quale, preso dai lanzichenecchi
a forza e imprigionato nel lazzeretto ed
ivi trattenuto per cinque giorni senz'altro cibo
che pane, riuscì a fuggire dalla finestra; passò a
nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante di
acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e
di gioia.

Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolío
precursore della tempesta, si accinse a parlamentare
co 'l Gran Nimico castellammarese. È il sindaco
un picciolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente
ricciutello, con omeri sparsi di forfora,
con chiari occhietti esercitati alle dolci simulazioni.
È il Gran Nimico un degenere nepote del buon
Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante.
Il colloquio avvenne in terra neutrale; e
[pg!323]
presenti vi furono li illustri prefetti di Teramo e
di Chieti.

Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato
in Pescara per recare un messaggio a un
consiglier del Comune, si mise in cantina con atti
bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare.
Come lo videro i tribuni, gli corsero
sopra. Tra le grida e le acclamazioni della plebe
lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era
il tramonto su le acque luminosissimo; e il bèllico
rossore dell'aria inebriava li animi plebei.

Allora dall'opposta riva ecco una torma di
Castellammaresi, uscente di tra i salici ed i vimini,
darsi con molta veemenza di gesti ad inveire contro
l'oltraggio.

Rispondevano i nostri con eguale furia. E il
lanzichenecco imprigionato percoteva con tutta la
forza dei piedi e delle mani la porta della prigione,
gridando:

“Apríteme! Apríteme!”

“Tu adduòrmete a esse, e nen te n'incaricà,”
gli gridavano per beffa i popolani. E qualcuno crudelmente
aggiungevagli:

“Ah, si sapisse quante se n'hanne muorte a
esse dendre! Siente l'uddore? Nen te s'ha cumenzate
a smove nu poche la panze?”
[pg!324]

“Urrà! Urrà!”

Verso la Bandiera scorgevasi un luccichio di
canne di fucile. Il sindachetto veniva a capo di
un manipolo militare per liberar dal carcere il
lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del
Gran Nimico.

Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida
altissime si levarono contro quel vil liberatore di
Castellammaresi.

Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un
clamoroso accompagnamento di sibili e di contumelie.
Al lume delle torce, la gazzarra durò fin
che le voci non furon roche.

-----

Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò
svolgendo a mano a mano con nuove peripezie.
Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si
raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in famigliarità,
presi da una furiosa smania di parlare,
di gridare, di gesticolare, di manifestare in mille
diversi modi un unico pensiero.

Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando
una notizia. I gruppi si scioglievano, si ricomponevano,
variavano, secondo le correnti delle opinioni.
E, poichè su tutte le teste la libertà del
giorno era vitale e i sorsi dell'aria letificavano
[pg!325]
come sorsi di vino, si ridestò nei Pescaresi la nativa
giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far ribellione
in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto,
per il dispetto, per l'amore delle cose nuove.

Li stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano.
Qualunque accordo rimaneva inosservato a
causa di abili temporeggiamenti che la debolezza
del piccolo sindaco favoriva.

-----

Il mattino d'Ognissanti, verso la settima ora,
mentre nelle chiese si celebravano i primi uffici
festivi, i tribuni si misero in giro per la città,
seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi
e diveniva più clamorosa. Quando l'intero
popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino arringò. La
processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo
comunale. Le strade erano ancora azzurre nell'ombra
e le case erano coronate dal sole.

In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò.
Tutte le bocche scagliavano vituperii contro il leguleio;
tutti i pugni si levavano in attitudine di
minaccia; tra un grido e l'altro, certe lunghe oscillazioni
sonore rimanevano nell'aria, come prodotte
da uno stromento; e su la confusion delle teste e
delle vesti i lembi vermigli delle bandiere sbattevano,
come agitati dal largo soffio popolare.
[pg!326]

Su 'l comunal balcone non appariva alcuno. Il
sole discendeva a poco a poco dal tetto verso la
gran meridiana tutta nera di cifre e di linee su
cui lo gnomone vibrava l'ombra indicatrice. Dalla
Torretta dei D'Annunzio al campanil badiale torme
di colombi svolazzavano nell'azzurro superiore.

Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi
diede l'assalto alle scale del Palazzo. Il piccolo
sindaco, pallido e pavido, si arrese al volere
del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all'ufficio;
discese su la strada, tra i gendarmi, seguito dai
consiglieri. Uscì quindi dalla città; si ritrasse su 'l
colle di Spoltore.

Le porte del Palazzo furono chiuse. Un'anarchia
provvisoria si stabilì nella città. Le milizie,
per impedire l'imminente lotta tra i Castellammaresi
e i Pescaresi, fecero argine su l'estremità sinistra
del ponte. La turba, deposte le bandiere, si
avviò alla strada di Chieti; poichè di là era per
giungere il Prefetto chiamato in furia da un Commissario
reale. I proponimenti parevano feroci.

Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò
le ire. Nell'ampia strada venivano, uscenti
dalla chiesa, le femmine del contado tutte in vesti
di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi,
di filigrane d'argento, di collane d'oro. Lo
[pg!327]
spettacolo di quelle facce, rubiconde e gioconde
come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti
e le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve
tempo dell'aspettazione parve quasi dilettevole.

Su 'l mezzodì la vettura prefettizia giunse in
vista. Il popolo si dispose in semicerchio per chiuderle
la via. Antonio Sorrentino arringò, non senza
un certo sfoggio d'eloquenza fiorita. Li altri, fra
le pause dell'arringa, chiedevano in vari modi
giustizia contro li abusi, sollecitudine e validità di
provvedimenti nuovi. Due grandi scheletri equini,
ancora animati, scotevano di tratto in tratto le
sonagliere, mostrando ai ribelli le gencive pallidicce,
con una smorfia di derisione. E il delegato di polizia,
simile non so a qual vecchio cantator di teatro
che ancora portasse per divozione in torno al
volto una finta barba di druido, moderava dall'altitudine
del serpe l'ardor del tribuno, con cenni
gravi della mano.

Come il perorante nella foga saliva a culmini
di eloquenza troppo audaci, il Prefetto, sorgendo
su 'l predellino, colse il momento per interrompere.
Proferì una frase ambigua e timida che le grida
del popolo copersero.

“A Pescara! A Pescara!”

La vettura camminò quasi sospinta dall'onda
[pg!328]
popolare ed entrò in città; e, poichè il Palazzo
era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione. Dieci
nominati a voce dal popolo salirono insieme col
Prefetto, per parlamentare. La turba occupò tutta
la via. Impazienze qua e là scoppiavano.

La via era angusta. Le case riscaldate dal sole
irraggiavano un tepor dilettoso; e non so qual
lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino, dall'erbe
fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle
finestre, dalle mura bianche, dalla fama stessa del
luogo. Ha il luogo fama d'albergare le più belle
popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione
nella contrada si va perpetuando una
tradizion di beltà. La immensa casa decrepita di
Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e
di fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole
logge che sono esuberanti di garofani e che
si reggono su rozze mènsole scolpite di mascheroni
procaci.

A poco a poco, le impazienze della folla si
placavano. I parlari oziosi propagavansi da un capo
all'altro; dall'uno all'altro bivio.

Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte
villereccio, motteggiava ad alta voce sull'asinità e
l'avidità dei dottori che facevano morire li infermi
per prendere dal Comune una maggior mercede.
[pg!329]
Egli narrava certe sue cure mirabili. Una volta
egli aveva un gran dolore al petto ed era quasi prossimo
all'agonia. Poichè il medico gli proibì di bere
acqua, egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti
dormivano, si levò piano piano, cercò a tentoni la
conca, vi tuffò la testa e rimase lì a bevere come
un giumento, fin che la conca non fu vuota. La
mattina dopo egli era guarito. Un'altra volta egli
ed un suo compare, avendo da lungo tempo la febbre
terzana contro cui ogni virtù di chinino pareva
inutile, decisero di fare una esperienza. Si trovavano
su la riva del fiume, ed alla riva opposta
una vigna solatía li allettava con i grappoli. Si
spogliarono, si gittarono nelle fredde acque, tagliarono
la corrente, toccarono l'altra riva, si saziarono
d'uva; poi di nuovo attraversarono. La
terzana disparve. Un'altra volta, essendo egli infermo
di mal francioso ed avendo speso più di
quindici ducati vanamente in opera di medici e di
medicine, come vide la madre attendere al bucato,
fu colto da un pensiero felice. Tracannò, l'un
dopo l'altro, cinque bicchieri di lisciva; e si liberò.

Ma ai balconi, alle finestre, alle logge la bella
tribù muliebre si affacciava tumultuariamente. Tutti
li uomini dalla via levavano li occhi a quelle apparizioni
e restavano con la faccia al sole per
[pg!330]
guardare; e tutti, poichè la consueta ora del pasto
era già trascorsa, si sentivano la testa un
poco vacua e nello stomaco un languore infinito.
Brevi dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano.
I giovini gittarono motti salaci alle belle.
Le belle risposero con gesti schivi, con scuotere
di capo; o si ritrassero, o forte risero. Le fresche
risa di quelle bocche si sgranellavano come collane
di cristallo, cadendo su li uomini che già il
desio incominciava a pungere. Dalle mura il calore
s'irradiava più largo e mescevasi al calor
dei corpi agglomerati. I riverberi bianchissimi abbarbagliavano.
Qualche cosa di snervante e di stupefacente
discendeva su quella turba digiuna.

Apparve su una loggia, d'improvviso, la Ciccarina,
la bella delle belle, la rosa delle rose,
l'amorosa pèsca, colei che tutti han desiato. Per
un moto unanime, li sguardi si volsero verso di
lei. Ella, nel trionfo, stava semplicemente, sorridendo,
come una dogaressa dinanzi al suo popolo.
Il sole le illuminava la piena faccia di cui la carne
è simile alla polpa di un frutto succulento. I capelli,
di quel color castaneo di sotto a cui par trasparisca
una fiamma d'oro aranciato, le invadevano
la fronte, le tempia, il collo, mal frenati. Un nativo
fáscino afrodisiaco le emanava da tutta la
[pg!331]
persona. Ed ella stava semplicemente, tra due gabbie
di merli, sorridendo, non sentendosi offesa
dalle brame che lucevano in tutti quelli occhi intenti
a lei.

I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono
l'ali verso la loggia. La Ciccarina si ritrasse,
sorridendo. La turba rimase nella via, quasi abbacinata
dai riverberi, dalla vista di quella femmina,
dalle prime vertigini della fame.

Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una
finestra della Delegazione, disse con voce squillante:

“Cittadini, si deciderà la cosa fra tre ore!”

[pg!332]




L'EROE.
=======


Già i grandi stendardi di san Gonselvo erano
usciti su la piazza ed oscillavano nell'aria pesantemente.
Li reggevano in pugno uomini di statura
erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza,
che facevano giuochi.

Dopo la vittoria su i Radusani, la gente di
Mascalico celebrava la festa di settembre con magnificenza
nuova. Un meraviglioso ardore di religione
teneva li animi. Tutto il paese sacrificava la
recente ricchezza del fromento a gloria del patrono.
Su le vie, da una finestra all'altra, le donne
avevano tese le coperte nuziali. Li uomini avevano
inghirlandato di verzura le porte e infiorato le soglie.
Come soffiava il vento, per le vie era un ondeggiamento
immenso e abbarbagliante di cui la
turba s'inebriava.

Dalla chiesa la processione seguitava a svolgersi
[pg!333]
e ad allungarsi su la piazza. Dinanzi all'altare,
dove san Pantaleone era caduto, otto uomini,
i privilegiati, aspettavano il momento di sollevare
la statua di san Gonselvo; e si chiamavano: Giovanni
Curo, l'Ummálido, Mattalà, Vincenzio Guanno,
Rocco di Céuzo, Benedetto Galante, Biagio di Clisci,
Giovanni Senzapaura. Essi stavano in silenzio, compresi
della dignità del loro ufficio, con la testa un
po' confusa. Parevano assai forti; avevano l'occhio
ardente dei fanatici; portavano alli orecchi, come
le femmine, due cerchi d'oro. Di tanto in tanto
si toccavano i bicipiti e i polsi, come per misurarne,
la vigoria; o tra loro si sorridevano fuggevolmente.

La statua del patrono era enorme, di bronzo
vuoto, nerastra, con la testa e con le mani d'argento,
pesantissima.

Disse Mattalà:

“Avande!”

In torno, il popolo tumultuava per vedere. Le
vetrate della chiesa romoreggiavano ad ogni colpo
di vento. La navata s'empiva di fumo d'incenso
e di belzuino. I suoni delli stromenti giungevano
ora sì ora no. Una specie di esaltazione cieca prendeva
li otto uomini, in mezzo a quella turbolenza
religiosa. Essi tesero le braccia, pronti.
[pg!334]

Disse Mattalà:

“Una!... Dua!... Trea!...”

Concordemente, li uomini fecero lo sforzo per sollevare
la statua di su l'altare. Ma il peso era soverchiante:
la statua barcollò a sinistra. Li uomini non
avevan potuto ancora bene accomodare le mani in
torno alla base per prendere. Si curvavano tentando
di resistere. Biagio di Clisci e Giovanni Curo, meno
abili, lasciarono andare. La statua piegò tutta da una
parte, con violenza. L'Ummálido gittò un grido.

“Abbada! Abbada!” vociferavano in torno,
vedendo pericolare il patrono. Dalla piazza veniva
un frastuono grandissimo che copriva le voci.

L'Ummálido era caduto in ginocchio; e la sua
mano destra era rimasta sotto il bronzo. Così, in
ginocchio, egli teneva li occhi fissi alla mano che
non poteva liberare, due occhi larghi, pieni di terrore
e di dolore; ma non gridava più. Alcune
gocce di sangue rigavano l'altare.

I compagni, tutt'insieme, fecero forza un'altra
volta per sollevare il peso. L'operazione era difficile.
L'Ummálido, nello spasimo, torceva la bocca.
Le femmine spettatrici rabbrividivano.

Finalmente la statua fu sollevata; e l'Ummálido
ritrasse la mano schiacciata e sanguinolenta
che non aveva più forma.
[pg!335]

“Va a la casa, mo! Va a la casa!” gli gridava
la gente, sospingendolo verso la porta della
chiesa.

Una femmina si tolse il grembiule e gliel'offerse
per fasciatura. L'Ummálido rifiutò. Egli non
parlava; guardava un gruppo d'uomini che gesticolavano
in torno alla statua e contendevano.

“Tocca a me!”

“No, no! Tocca a me!”

“No! A me!”

Cicco Ponno, Mattia Scafarola e Tommaso di
Clisci gareggiavano per sostituire nell'ottavo posto
di portatore l'Ummálido.

Costui si avvicinò ai contendenti. Teneva la
mano rotta lungo il fianco, e con l'altra mano si
apriva il passo.

Disse semplicemente:

“Lu poste è lu mi'.”

E porse la spalla sinistra a sorreggere il patrono.
Egli soffocava il dolore stringendo i denti,
con una volontà feroce.

Mattalà gli chiese:

“Tu che vuo' fa'?”

Egli rispose:

“Quelle che vo' sante Gunzelve.”

E, insieme con li altri, si mise a camminare.
[pg!336]

La gente lo guardava passare, stupefatta.

Di tanto in tanto, qualcuno, vedendo la ferita
che dava sangue e diventava nericcia, gli chiedeva
al passaggio:

“L'Ummá, che tieni?”

Egli non rispondeva. Andava innanzi gravemente,
misurando il passo al ritmo delle musiche,
con la mente un po' alterata, sotto le vaste coperte
che sbattevano al vento, tra la calca che
cresceva.

All'angolo d'una via cadde, tutt'a un tratto.
Il santo si fermò un istante e barcollò, in mezzo
a uno scompiglio momentaneo; poi si rimise in
cammino. Mattia Scafarola subentrò nel posto vuoto.
Due parenti raccolsero il tramortito e lo portarono
nella casa più vicina.

Anna di Céuzo, ch'era una vecchia femmina
esperta nel medicare le ferite, guardò il membro
informe e sanguinante; e poi scosse la testa.

“Che ce pozze fa'?”

Ella non poteva far niente con l'arte sua.

L'Ummálido, che aveva ripreso li spiriti, non
aprì bocca. Seduto, contemplava la sua ferita, tranquillamente.
La mano pendeva, con le ossa stritolate, oramai perduta.

Due tre vecchi agricoltori vennero a vederla.
[pg!337]

Ciascuno, con un gesto o con una parola, espresse
lo stesso pensiero.

L'Ummálido chiese:

“Chi ha purtate lu Sante?”

Gli risposero:

“Mattia Scafarola.”

Di nuovo, chiese:

“Mo che si fa?”

Risposero:

“Lu vespre 'n múseche.”

Li agricoltori salutarono. Andarono al vespro.
Un grande scampanio veniva dalla chiesa madre.

Uno dei parenti mise a canto al ferito un secchio
d'acqua fredda, dicendo:

“Ogne tante mitte la mana a qua. Nu mo veniamo.
Jame a sentì lu vespre.”

L'Ummálido rimase solo. Lo scampanio cresceva,
mutando metro. La luce del giorno cominciava
a diminuire. Un ulivo, investito dal vento,
batteva i rami contro la finestra bassa.

L'Ummálido, seduto, si mise a bagnare la
mano, a poco a poco. Come il sangue e i grumi
cadevano, il guasto appariva maggiore.

L'Ummálido pensò:

— È tutt'inutile! È pirdute. Sante Gunzelve,
a te le offre. — 
[pg!338]

Prese un coltello, e uscì. Le vie erano deserte.
Tutti i devoti erano nella chiesa. Sopra le case
correvano le nuvole violacee del tramonto di settembre,
come figure d'animali.

Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava
quasi in coro, al suono delli stromenti, per
intervalli misurati. Un calore intenso emanava dai
corpi umani e dai ceri accesi. La testa d'argento
di san Gonselvo scintillava dall'alto come un faro.

L'Ummálido entrò. Fra la stupefazione di tutti,
camminò sino all'altare.

Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra
il coltello:

“Sante Gunzelve, a te le offre.”

E si mise a tagliare in torno al polso destro,
pianamente, in cospetto del popolo che inorridiva.
La mano informe si distaccava a poco a poco, tra
il sangue. Penzolò un istante trattenuta dalli ultimi
filamenti. Poi cadde nel bacino di rame che raccoglieva
le elargizioni di pecunia, ai piedi del patrono.

L'Ummálido allora sollevò il moncherino sanguinoso;
e ripetè, con voce chiara:

“Sante Gunzelve, a te le offre.”
[pg!339]




TURLENDANA EBRO.
================


Quando egli bevve l'ultimo bicchiere, all'orologio
del Comune stavano per iscoccare due ore
dopo la mezzanotte.

Disse Biagio Quaglia, con la voce intorbidata
dal vino, come i tocchi squillarono nel silenzio
della luna chiarissimi:

“Mannaggia! Ce ne vulemo i'?”

Ciávola, quasi disteso sotto la panca, agitando
di tratto in tratto le lunghe gambe corritrici, farneticava
di cacce clandestine nelle bandite del
marchese di Pescara, poichè il sapor selvatico della
lepre gli risaliva su per la gola e il vento recava
l'odor resinoso dei pini dalla boscaglia marittima.

Disse Biagio Quaglia, percotendo con i piedi
il cacciatore biondo, e facendo atto di levarsi:

“'Jamo, Purié.”

E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi,
smilzo e lungo come un cane levriere.
[pg!340]

“'Jamo; ca mo fanne lu passo,” rispose, levando
la mano verso l'alto, quasi in atto di auspicio,
poichè forse pensava a una qualche migrazione
di uccelli.

Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro
di sè la vinattiera Zarricante che aveva fresche le
gote e acerbe le poma del petto, volle abbracciarla.
Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia,
gridandogli una contumelia.

Su la porta, Turlendana chiese ai due amici
un po' di compagnia e di sostegno per un tratto
di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che facevano
un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando
e si allontanarono sotto la luna.

Allora Turlendana si fermò a guardare la luna
che era tonda e rossa come una bolla pontificia.
I luoghi in torno tacevano. Le case biancicavano
in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio,
su i gradini della porta.

L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione
alla tenerezza, tese la mano pianamente
per accarezzare l'animale. Ma l'animale, essendo
di natura forastico, diede un balzo e disparve.

Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo
tentò di versare su quello la piena della sua benevolenza
amorevole. Ma il cane passò oltre, senza
[pg!341]
rispondere al richiamo, e si mise in un canto del
trivio a rosicare certe ossa. Il romore dei denti
laboriosi udivasi distintamente nel silenzio.

Come dopo poco la porta della cantina si chiuse,
Turlendana rimase solo nel gran plenilunio popolato
di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua
mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi
di tutti li esseri circostanti. Tutti dunque fuggivano?
Che aveva egli fatto perchè tutti fuggissero?

Cominciò a muovere i passi incertamente, verso
il fiume. Il pensiero di quella fuga universale, a
mano a mano ch'egli andava innanzi, gli occupava
con maggiore profondità il cervello alterato
dai fumi bacchici. Avendo incontrato altri due cani
spersi, si fermò presso di loro quasi per esperimentare
e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono
a strisciarsi lungo i muri, con la coda fra
le gambe; e scantonarono. Poi, quando furono più
lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti
i punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino,
dall'Arsenale, dalla Pescheria, da tutti i luoghi
luridi e oscuri i cani erranti accorsero, come a un
suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù
di zingari famelici saliva fino alla luna.

Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine
gli si svegliava nell'animo vagamente,
[pg!342]
riprese il cammino con passi più spediti, di tratto
in tratto incespicando su le asperità del terreno.
Quando giunse al canto dei bottari, dove le ampie
botti di Zazzetta formavano cumuli biancastri simili
a monumenti, egli sentì un interrotto respirar
bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità
delle bestie omai lo teneva, egli si accostò da
quella parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare
di nuovo.

Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di
Michelangelo ansavano faticosamente su la mangiatoia.
Erano bestie decrepite che avevano logorata
la vita trascinando su per la strada di Chieti
due volte al giorno la gran carcassa d'una diligenza
piena di mercanti e di mercanzie. Sotto i
loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature,
le coste sporgevano come tante canne secche di
una tettoia in rovina; le gambe anteriori piegate
non avevano quasi più ginocchia; la schiena era
dentata come una sega; e il collo spelato, dove a
pena rimaneva qualche vestigio della criniera, si
curvava verso terra così che talvolta le froge senza
più soffio toccavano quasi le ugne consunte.

Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta.

Turlendana cominciò a fare;
— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! — 
[pg!343]

I cavalli non si movevano; ma respiravano insieme,
umanamente. E le forme dei loro corpi
apparivano confuse nell'ombra turchiniccia; e il
fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello
strame.

— Ush, ush, ush! — seguitava Turlendana, in
suono lamentevole, come quando spingeva Barbarà
ad abbeverarsi.

I cavalli non si movevano.

— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! — 

Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la
grossa testa deforme su 'l cancello, guardando dalli
occhi che rilucevano alla luna come ripieni d'una
acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile
a un lembo di pelle flaccida, scoprendo la
gengiva. Le froge ad ogni soffio ripalpitavano nel
tenerume umidiccio del muso, e si schiudevano
talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria
in una massa di lievito che fermenta, e si richiudevano.

Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne.
Perchè dunque s'era empito di vino, egli
così sobrio per consuetudine? Un momento, in
mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo
gli ricomparve dinanzi, la forma del camello
che giaceva su 'l terreno e teneva su la
[pg!344]
paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo
e si agitava debolmente di tratto in tratto mentre
ad ogni moto il ventre gonfio produceva il romore
d'un barile a metà pieno d'acqua.

Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia
del camello, con quelle scosse improvvise e
quelli strani singhiozzi rauchi che facevano sussultare
e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame
semivivo, e con quelli sforzi affannosi del
collo che si sollevava un istante per ricadere su
la paglia dando un romor sordo e grave mentre
le gambe si movevano quasi in atto di correre, e
con quel tremore continuo delli orecchi e quell'immobilità
del globo dell'occhio che pareva già
spento prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia
del camello gli ritornò nella memoria lucidamente
in tutta la sua miseria umana. Ed egli, appoggiato
al cancello, per un moto macchinale della bocca
seguitava a fare verso il cavallo di Michelangelo:

— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! — 

Con la persistenza inconscia delli ebri, con una
ebetudine crescente, seguitava, seguitava; ed era
una lamentazione monotona, accorante, quasi lugubre
come il canto delli uccelli notturni.

— Ush, ush, ush! — 

Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva,
[pg!345]
d'improvviso si affacciò alla finestra soprastante;
e in furia si diede a caricar di contumelie e di
imprecazioni il disturbatore.

“Fijie di.... vatt'a jettà a la Piscare! Vatténne
da ecche! Vatténne, ca mo pijie na varre.
Fijie di.... a turmendà li cristiani vuo' venì?
'Mbriache 'vrette! Vatténne!”

Turlendana si rimise a camminare, verso il
fiume, barcollando. Al trivio dei fruttaiuoli una
torma di cani stava in conciliabolo amoroso. Come
l'uomo si appressò, la torma si disperse correndo
verso il Bagno. Dal vicolo di Gesidio un'altra
torma sbucò e prese la via dei Bastioni. Tutto il
paese di Pescara, nel dolce plenilunio primaverile,
era pieno di amori e di combattimenti canini. Il
mastino di Madrigale, incatenato a guardia d'un
bove ucciso, di tratto in tratto faceva sentire la
sua voce profonda che dominava tutte le altre
voci. Di tratto in tratto, qualche cane sbandato
passava di gran corsa, solo, dirigendosi al luogo
della mischia. Nelle case, i cani prigionieri ululavano.

Ora, un turbamento più strano prendeva il cervello
dell'ebro. Dinanzi a lui, dietro a lui, in
torno a lui, la fuga imaginaria delle cose ricominciava
più rapida. Egli si avanzava, e tutte le
[pg!346]
cose si allontanavano: le nuvole, li alberi, le pietre,
le rive del fiume, le antenne delle barche, le case.
Questa specie di repulsione e di reprobazione universale
lo empì di terrore. Si fermò. Un gorgoglio
prolungato gli moveva le viscere. Subito, nella
mente scomposta, gli balenò un pensiero. — Il
lepre! Anche il lepre di Ciávola non voleva più
restare con lui! — Il terrore gli crebbe; un tremito
gli prese le gambe e le braccia. Ma, incalzato,
discese fra i salici teneri e le alte erbe su
la riva.

La luna piena, radiante, spandeva per tutto il
cielo una dolce serenità nivale. Li alberi s'inclinavano
in attitudini pacifiche alla contemplazione
delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne
emanava dal sonno del fiume sotto la luna.
Le rane cantavano.

Turlendana stava quasi nascosto tra le piante.
Le mani gli tremavano su i ginocchi. D'improvviso,
egli sentì sotto di sè muoversi qualche cosa
di vivo: una rana! Gittò un grido, si levò, si
diede a correre traballando, per mezzo ai salici,
in una corsa grottesca ed orrida. Pel disordine
de' suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto
soprannaturale.

A un avvallamento del terreno cadde, bocconi,
[pg!347]
con la faccia su l'erba. Si rialzò a gran fatica, e
stette un momento a riguardare in torno li alberi.

Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili
nell'aria, taciturne; e parevano inalzarsi fino
alla luna, per un prolungamento chimerico delle
loro cime. Le rive del fiume si dileguavano indefinite,
quasi immateriali, come le imagini dei paesi
nei sogni. Su la parte destra li estuari risplendevano
d'una bianchezza abbagliante, d'una bianchezza
salina, su cui ad intervalli le ombre gittate
dalle nuvole migratrici passavano mollemente come
veli azzurri. Più lungi, la selva chiudeva l'orizzonte.
Il profumo della selva e il profumo del mare
si mescolavano.

“Oh Turlendana! ooooh!” gridò una voce,
chiarissima.

Turlendana, stupefatto, si volse.

“Oh Turlendanaaaaa!”

E Binchi-Banche apparve, in compagnia di un
finanziere, su 'l principio di un sentiero praticato
dai marinai tra il folto dei salci.

“Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo?”
chiese Binchi-Banche avvicinandosi.

Turlendana non rispose subito. Si reggeva con
le mani le brache, teneva le ginocchia un po' piegate
innanzi; e nella faccia aveva una così strana
[pg!348]
espression di stupidezza e balbettava così miserevolmente
che Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono
in grasse risa.

“Va, va,” disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo
l'ebro per le spalle e incamminandolo verso
la marina.

Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il
finanziere seguitavano a distanza, ridendo e parlando
a voce bassa.

Ora la verdura terminava e incominciavano le
sabbie. Si udiva mormorare la maretta alla foce
della Pescara.

In una specie di bassura arenosa, tra due dune,
Turlendana sì incontrò con la carogna di Barbarà
non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto spellato,
era sanguinolento; le masse adipose della schiena
anche erano scoperte ed apparivano d'un colore
giallognolo; su le gambe e su le cosce la pelle
rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella
bocca si vedevano i due denti enormi, angolosi,
ricurvi della mandibola superiore e la lingua bianchiccia;
il labbro di sotto era, chi sa perchè, reciso;
e il collo somigliava ad un tronco di serpente.

Turlendana, in conspetto di quello strazio, si
mise a gridare scotendo la testa. Faceva un verso
singolare, che non pareva umano.
[pg!349]

— Ahò! Ahò! Ahò! — 

Poi, volendo chinarsi su 'l camello, stramazzò;
si agitò invano per rialzarsi; e, vinto dal torpore
del vino, rimase senza conoscenza.

Binchi-Banche e il finanziere, come lo videro
cadere, sopraggiunsero. Lo presero, l'uno da capo
e l'altro da piedi; lo sollevarono, e lo adagiarono
lungo su 'l corpo di Barbarà, atteggiandolo a un
abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due
operando.

E così Turlendana giacque co 'l camello, sino
all'aurora.
[pg!350]




SAN LÀIMO NAVIGATORE.
=====================


In un giorno di sole un pescatore discese alla
riva del mare con le nasse; e camminò così verso
austro, a piedi nudi, su l'arena ove il fiore salino
qua e là biancheggiava simile a un cristallo puro
e raggiante. Il silenzio era grande nell'ora, e le
acque a pena fluttuavano. Come l'uomo giunse al
punto in cui un ramo di fiume metteva foce nel
mare, si fermò per succingersi, poichè l'alveo qua
e là scoperto rendeva facile il guado. Un altro ramo
affluiva più lungi; e il paradiso del delta, pingue
d'alluvioni, in mezzo prosperava di piante e di
animali.

Volarono sopra il capo del guadante molti uccelli
ordinati in triangolo, giocondi al cantare, e
discesero tra li alberi. Onde l'uomo, allettato da
quella melodiosa delizia di richiami, sostò su l'altra
sponda; e piacevolmente poi andò premendo la freschezza
[pg!351]
dell'erbe con le calcagna use alla sabbia
torrida, mentre le sue pupille fastidite dal candor
salino si riposavano nel verde.

Una dolce deità di pace ora felicitava la selva:
da un albero all'altro saglienti si comunicavano i
cantici, s'aprivano a piè dei tronchi famiglie di fiori
versando aromi, e in alto tra li intervalli stellanti
delle fronde fioriva anche il cielo. Tutte le creature
in quel rifugio esercitavano liberalmente la
vita. Il suono de' passi tranquilli su i muschi meravigliava
nell'animo l'uomo; il quale così procedendo
per mezzo a quella mansuetudine di amori
si sentiva come da una pia unzione di balsamo lenire
la fatica delle membra e purificare.

Ma quando giunse egli al centro della selva; un
miracolo gli si offerse alli occhi. Giaceva su la
natural cuna dell'erbe un infante e sorrideva, teneramente
luminoso, in una forma tra di essere
umano candidissima e di fiore. Le carni si piegavano
in anella rosee ai polsi, ai malleoli, alla nuca;
e i piedi terminavano in quelle vaghe arborescenze
di cui li antichi artefici ornarono le statue di Dafne
cangiata in lauro. Li arbusti aromatici facevano in
torno al nato una musica d'orezzo, soave come il
murmure delle prime api nella stagione del miele.

Il pescatore, attonito, ristette. D'improvviso un
[pg!352]
vecchio con lunghe trecce di barba su 'l petto, con
su 'l capo una mitra d'oro, simile in vista a un patriarca,
sorse dalla terra.

“Raccogli il fanciullo, e recalo al tuo signore.
Tu vivrai lungamente in letizia, e i pesci riempiranno
le tue reti.”

Disse il vecchio; e subito sparve come un'ombra
nel sole.

Il buon pescatore si guardò in torno, stupefatto.
Li alberi stormivano, e un branco di caprioli passava
tra i frútici.

Egli riempì d'erbe uno de' suoi cesti, e sopra
vi adagiò l'infante. Rifece il cammino, a traverso
la selva, portando su la testa il peso. E poichè al
moto dei passi la culla di vimini ondeggiava, l'infante
si addormentò placidamente, lungo la riva
del mare.

-----

Ora viveva nel suo gran palagio il signore delle
terre marittime, su 'l declivio di un colle. Egli era
benigno co' i sudditi, come un padre co' i figliuoli;
prossimo al limitare della vecchiezza, egli era pacifico
e saggio nel timore di Dio.

Vasti pomari, pieni di tutti li alberi fruttiferi
e odoriferi, prosperavano dietro il palagio; mule e
cavalli nobili oziavano dinanzi alle greppie cariche
[pg!353]
di fieni e di biade; l'olio empiva i pozzi nei
sotterranei; tanta era la copia del fromento che
immensi granai stavano sempre aperti al piacere
di ognuno, liberal cibo anche alli uccelli del cielo,
e tanta era la copia delle uve che in autunno, nella
natività del vino, lunghe file di bestie da soma partivano
a traverso i dominii, recando la divizia del
liquore letificante.

Nell'interno i cortili marmorei, come li atrii di
un re, erano giocondi d'acque vive, di aranci, di
statue, di paggi e di cani. Corami preziosi incisi
di chimere e di draghi, incrostature di agate e di
diaspri, avori di liofanti e di liocorni ricoprivano
le pareti delle stanze; le suppellettili materiate di
legni, di metalli e di tessuti rari si riflettevano,
come in lucidi specchi, ne' pavimenti di musaico
polito. Grandi logge sorrette da ordini di colonne
in pietra numidica, coperte da tappeti di fiori e da
cortinaggi di foglie, si prolungavano in fuga giù
pe 'l declivio sino al limite della rada frequente di
pesci. Sotto una delle logge erano le mude, governate
da buoni maestri: ogni anno Candiotti, Sarmati
e Sassoni le provvedevano di cinquecento girifalchi,
e poi d'astori bianchi d'Africa, di sagri
tartari, di pellegrini d'Irlanda, di tunisenghi germanici,
di lanieri provenzani in grande abbondanza.
[pg!354]
Nel lato di settentrione spaziava il parco ricchissimo
di selvaggina, ove tra li altri animali prolificavano
diecimila cervi e sessantamila fagiani.

Uomini esperti in opera di canto e di stromenti
armonici dilettavano l'animo del signore e della sua
donna, serenavano le veglie, suscitavano gioia nei
conviti. Un unguentario componeva profumi. Un
monaco, che tra una gente d'Arabia aveva appreso
ad usare le virtù dell'erbe, coltivava i semplici, e
nei vegetali indigeni in vano cercava da tempo un
succo che rompesse la sterilità della matrice.

La donna del signore, infeconda, traeva i giorni
assorta in una nativa mestizia. I suoi occhi splendevano
come puro elettro. Sotto la tunica si designavano
le forme verginali giovenilmente. E quando
ella saliva i gradini di porfiro, levata le mani verso
l'altare, i capelli disciolti le inondavano la figura
estatica, e le davano un'apparenza di deità.

-----

Giunse al palagio l'infante, come un dono celeste.
E per tutte le terre si sparse la novella; e tutte
le genti soggette accorrevano.

Allora il sire magnifico bandì una luminaria conviviale.
In segno di felicità, corsero giù per il colle
fiumi di vino biondi e vermigli; si vuotarono vasi
di miele fragrante di timo; si assaporarono frutta
[pg!355]
grosse come una testa d'uomo; mille giovenchi furono
colpiti in un giorno, e fumigarono su le brage;
furono sgozzati settecento porci enormi come rinoceronti
ma di carni più tenere che la coscia d'un
agnello; cacciagioni e pescagioni furono prodigate
su vastissimi piatti d'oro, e dal ventre dei volatili
e dei pesci uscirono gemme, anelli, gioielli, monete
insieme con l'uva di Corinto, co' i pistacchi
d'Italia, con le noci, con le olive. Su 'l golfo arsero
fuochi di legni odoriferi, e faci illuminanti per
gran tratto il mare, così che galee veneziane e
saettie di corsali barbareschi da lungi videro il rossore,
e novellarono dell'incendio di una città favolosa.
Il vapore delle gomme balsamiche salì al
cielo in nembi; cantici di religione sonarono nell'aria,
più dolci di ogni aroma; e tutte le fronti
si cinsero di corone.

-----

L'infante si chiamò Làimo. Adagiato in una
cuna mirabile, fatta di una conchiglia rara che due
tritoni sorreggevano, egli volgeva in torno li occhi
aventi nel riso l'umido splendore argenteo della
polpa d'un fiore. Vennero le nutrici, femmine plebee
dal seno opimo, vermiglie di salute; ed egli ritrasse
dal loro latte la bocca. Soltanto una cerva fulva
lo nutricò. Questa mammifera mansueta restava a
[pg!356]
lungo presso il fanciullo, coricata a piè della cuna;
si cibava di fogliami teneri, di funghi, di fromento, e
beveva in un vaso di murra linfe pure. Al suo bramito
tremulo e dolce, una gioia di movimenti vivaci
animava le membra del poppante, e il piccolo anello
delle labbra si schiudeva spontaneamente nel riso.

Con una prodigiosa rapidità ascese Làimo dall'infanzia
alla puerizia. Egli ebbe la testa di un
dioscuro tutta nera di ricci simili a grappoli di
giacinti. Nel suo corpo rifulse la bellezza di un
giovane Bacco, l'armonioso componimento di una
statua fidiaca. Il torso era una viva opera di cesello,
poichè le coste si palesavano sotto la forma
nascente del torace; il gioco dei bicipiti nelle braccia
perfette come quelle dell'Antinoo incideva su le
spalle talune lievi cavità mobilissime; le reni si
insertavano ai lombi con un'inflessione serpentina
di gimnaste; le musculature delle gambe avevano
la lunghezza agile di disegno d'un efebo ateniese;
ai malleoli si collegavano piedi schietti e nervosi di
atleta corridore, terminanti in dita simili a un
gruppo di radici tenui; tutta la persona gioiva nell'equilibrio
della grazia e della forza, con mollezze
di cera ricoprenti fieri congegni di acciaio.

Così l'effigiò, in una lega di metalli nobili, un
artefice del quale ignoriamo la patria e il nome.
[pg!357]

Làimo non amò cavalli, nè falchi, nè cani. Egli
fu esperto nel trar d'arco più che un saettatore
parto; e pure giammai freccia d'argento della sua
faretra ferì tra li alberi una preda. Ma i grandi
combattimenti epici delli squali nel golfo, al tempo
delli amori, l'attraevano. E come gli giungeva
pe 'l silenzio meridiano il fragore, egli balzava di
gioia; e, preso l'arco, pianamente, non visto da
alcuno, scendeva giù per una corda di palmizio
nel parco e attraversava la selva fino al promontorio.

Due querci, simili a monumenti titanici dell'epoca
favolosa, componevano una porta di trionfo
alta duecento piedi. Il sole illustrava di candori
argentei le scorze centenarie; e di là dalla porta
i laberinti della foresta si inabissavano nell'ombra.

Il fanciullo su 'l limitare sostava, rapito nella
grandezza e nella dolcezza della solitudine. Poi,
come il fragore lontano lo riscoteva, egli, con una
agilità di veltro dietro un branco di lepri, insinuavasi
tra fusto e fusto, strisciava tra le erbe altissime,
saliva scalee fatte di radici, saltava ostacoli
di arbusti, piegava sotto i rami pesanti. Il fragore
del combattimento si faceva a mano a mano più
vicino e più terribile. D'un tratto il mare chiuso
[pg!358]
in un vasto anfiteatro di granito appariva splendidissimo,
e su le acque più di tremila squali battagliavano.

Era un magnifico spettacolo. Dall'alto del promontorio
il fanciullo seguiva con l'occhio tutte le
vicende della strage illustrata pienamente dalla
luce solare.

I pesci, enormi chimere d'acqua salsa, violacei
e verdi nel dorso, biancastri nel ventre, armati di
scudi ossei e d'un gran dente di narvalo, formavano
cumuli mobilissimi emergenti crollanti risollevantisi
con una rapidità indescrivibile. Il balenío
delle lunghe spade d'avorio, il luccichío dei corpi
oleosi, li sprazzi d'iride nelle scaglie delle code,
lo spumeggiamento immenso dell'acque, tutto quel
cieco furore di ferite, quell'odore acuto di grasso
e di sangue eccitavano il fanciullo.

I cadaveri, galleggianti co 'l ventre riverso dentro
cui l'avversario avea lasciato l'arma, erano
sbattuti dall'onda contro le pareti di granito.
Squali, con la mascella rotta e priva del dente,
uscivano dal folto della zuffa e dibattendosi nelle
scosse ultime della morte cangiavano i colori. Frammenti
d'avorio nel cozzo erano lanciati a grandi
altezze per l'aria. Avvenivano talvolta meravigliosi
intrecciamenti su la vetta dei cumuli. Talvolta
[pg!359]
coppie di combattenti si distaccavano dalla falange
e venivano a tenzone singolare, operando prodigi
di ferocia. Larghe chiazze sanguigne si dilatavano
in torno, dissipate poi dai colpi delle pinne e delle
code; e il numero delli uccisi, crescendo rapidamente,
avanzava quello dei superstiti.

Allora Làimo, dinanzi alla enormità dell'eccidio,
invaso da un fiero impeto tendeva l'arco e
cominciava a saettare. Le frecce acutissime penetravano
sino alla cocca nelle carni molli e un
istante vi oscillavano. Ma, poichè li squali non
curando le nuove ferite persistevano nell'accanimento
dell'ira, in breve tempo lo sterminio era
completo. La sollevazione delle acque placandosi,
le schiume si dissolvevano: la tenacità della vita
in quei corpi aveva ancora qualche battito supremo
di coda e di pinne, qualche debole sussulto nella
fessura delle branchie. Poi, dall'ondeggiar supino
di tutti i cadaveri si levava un intenso folgorío di
squame, e per li scoscendimenti dell'anfiteatro
lunghi colli nudi d'avoltori si tendevano su 'l
pasto.

-----

Così in Làimo li spiriti pugnaci si destarono;
e un desiderio di avventure per le terre d'oltremare
a lui crebbe nell'animo. Egli passava lunghe
[pg!360]
ore guardando la marea salire o le vele fuggire
in distanza nella luminosità delle grandi acque.

Talvolta seduto ai piedi della signora, in fondo
a una loggia, seguiva sopra uno stromento di tre
corde le canzoni dei marinari. Molte catene di fiori
pendevano giù per li intercolonnii: e dinanzi, nel
golfo calmo e tiepido, le testuggini marine dormivano
su 'l fiore dell'acqua dando al sole i larghi
scudi raggianti come un'ambra pura.

Làimo, d'un tratto, gittava da sè lo strumento
e scoppiava in lacrime, perchè avea visto apparire
la prora di una galea nel lontano.

Il sire e la sua donna, ignorando la causa di
tanta tristezza, per letiziarlo chiamarono alla corte
i più famosi buffoni e danzatori della cristianità;
bandirono per lui conviti ove i più rari cibi si
mangiarono tra suoni d'arpe e cori di fanciulle;
gli donarono cavalli coperti di bardature gemmanti
e ricchissime armi cesellate da orefici di gran nome;
aprirono nel parco una caccia in cui durante tre
giorni mille cervi furono uccisi e dugento capri e
novanta cinghiali.

Poi, quando Làimo alfine chiese un naviglio, il
sire adunò artefici navali d'ogni patria, li provvide
di legno di cedro, di lino d'Egitto e di metalli.
L'opera fu compiuta in dieci mesi.
[pg!361]

Era una galea con cinque ordini di remi. L'antenna
maggiore, più diritta e più inflessibile che
un pino del monte Ida, cerchiata di argento, coronata
d'un gran gallo fiammeggiante come un
faro, portava una gran vela quadrata e due vele
triangolari. Su la prua, dipinta ad encausto, il
corpo magnifico di una nereide torcendosi a seconda
della curvatura attingeva con i piedi la carena
e in un gesto atteggiato di grazia tendeva
all'alto le mani. Su per il bordo stavano scolpiti
agili putti bacchici che tutti insieme facevano componimento
di una danza. Il cedro immarcescibile
risplendeva ovunque tra li intarsi d'avorio e di
sandalo; tende di tessuti asiatici ondeggiavano su 'l
ponte ombrando letti di piume; e tutta la galea
aveva apparenza di un naviglio su cui qualche bel
re felice volesse goder l'amore delle sue spose.

Allora trassero molte genti dalle terre circonvicine,
pe 'l giorno della prova; e Làimo era in
vista luminoso di letizia, e il sire e la sua donna
gioivano.

Quando a forza di braccia la galea fu sospinta
nel mare, un grido immenso di meraviglia eruppe
dalla folla suscitando per tutto il golfo li echi. Il
mattino splendeva come in una conca di cristallo
e i fondi del mare trasparivano.
[pg!362]

Làimo dopo i teneri commiati salì su 'l ponte.
Cinquanta remigatori ignudi, stropicciati d'olio di
oliva e di polvere gialla, tutti vivi di muscoli,
stretti d'una corda la testa a fin che nello sforzo
le vene della fronte non scoppiassero, si curvarono
su' loro banchi; e la nave guizzò. Le genti dalla
riva e dai paliscalmi salutavano. Ma un subito
presentimento di sventura corse nell'animo del sire
e della sua donna, tra il lungo clamore delle salutazioni.

-----

La galea conquistava le lontananze, con una
crescente celerità di remeggio, inseguita dalle torme
dei delfini. Era il mare in calma; e i marinari,
come sogliono per alloggiamento della lor fatica,
a voce pari con la battuta dei remi cantavano. E
Làimo, poichè si sentì ventar su 'l volto l'amarezza
della salsuggine e ridere nell'animo a quei
canti una forte gioia d'imprese, non lentò d'incitar
con le voci e col gesto i remigatori. Egli dominava
eretto su la sommità della prua: sotto di
lui le schiene servili s'incurvavano come archi, i
bicipiti delle cento braccia nel guizzo enorme parevano
rompere la cute, le fronti si enfiavano di
vene violacee, tutte le membra stillavano.

Si mise il vento; fu spiegata la vela quadra
[pg!363]
che un istante palpitò malsicura: li uomini, rotti
dalla fatica, si accasciarono sotto i banchi all'ombra.
E il pilota, ch'era un erculeo vecchio della
terra di Natolia, chiomato come un barbaro, scorse
tre fuste di corsali appressarsi dalla parte di levante,
e disse, piegando i ginocchi davanti al
fanciullo:

“Volgiamo il timone al ritorno, mio signore.”

Làimo non udì il consiglio. I triangoli di lino
di Egitto furono liberati; la galea fece impeto. E
come dalla parte di levante le tre fuste venivano
in contro a gran forza di remi e si vedevano già
fuor de' bordi le bieche figure dei corsali, un subito
terrore invase la ciurma. Làimo, cinto da pochi
valenti, su l'alto della prua, atteggiato d'ira aspettava
che le fuste giungessero a un trar d'arco.
Il fischio della prima freccia mise un gran moto
di scompiglio tra i predatori: un d'essi precipitò
nell'acqua, colpito a mezzo della fronte. Altri, nell'urto
dell'investimento, precipitarono.

Allora avvenne una breve zuffa. I corsali di Cifalonia
vestivano cotte di maglia, erano agili come
gatti pardi, e gittavano urli rauchi vibrando i colpi.
Molti caddero per opera di Làimo, prima che le
loro mani toccassero la galea; molti si abbrancarono
alle corde e conquistarono a palmo a palmo
[pg!364]
il ponte. Qual vilissimo bestiame, la ciurma dei
servi dinanzi a quell'irrompere fuggiva o si prostrava,
con gemiti. Così che Làimo, sopraffatto dal
numero, senza più arme nel pugno, fu preso e vincolato.

Stettero i corsali lungamente poi a riguardarlo,
attoniti in vista; e, sgombrando i cadaveri, di lui
sommessi favellavano nel loro idioma.

-----

In breve tempo l'eroe soggiogò li animi di
quella gente predace. Un giorno nelle acque di
Brandizio egli, salito d'un balzo su una cocca di Genovesi
e separato per un colpo di mare dal legno
corsaresco, si tenne saldo su 'l ponte nemico combattendo
solo contro quaranta armati, uccidendone
buon numero in fascio con prodigiose ferite, tenendo
in distanza i rimanenti fin che non giunse
il soccorso a compir la vittoria. Dopo quella gran
prova, le ciurme di Cifalonia con furiose acclamazioni
lo elessero duce, e tutta la notte al lume del
fuoco greco banchettarono su la nave conquistata
e bevvero vino di Cipro tra molti canti bacchici.

Rapidamente la fortuna di Làimo crebbe e fiorì.
Tutti i corsali del Mediterraneo e del Mar Nero,
attratti dalla sua fama, vennero a ingrossare la
flotta. Egli divenne su i mari più potente dei re
[pg!365]
e delle repubbliche. Una terribile avidità di conflitti
e di pericoli lo animava: per iattanza appiccò
il fuoco alle galeazze del re di Spagna cariche
d'oro e andò a gittar le sue frecce in Malamocco.
Le ciurme gli obbedivano con impeti ciechi: per
seguire il suo grido passavano a traverso gli incendi,
si slanciavano contro selve di picche, si attaccavano
con le mascelle ai parapetti delle galee,
assaltavano mura sotto flutti d'olio bollente. Egli
saccheggiò le isole dell'Arcipelago: predò mandre
di bovi e di cavalli, camelli, tessuti, vini, fromenti,
tesori di gemme e di metalli; nulla tenendo per sè,
tutto prodigando ai seguaci.

Una volta inseguì una nave carica di trecento
fanciulle tra le più belle della Grecia e della Georgia,
comprate ed educate pe 'l Califfo da un mercante
di Bagdad; la raggiunse nelle acque di Scio,
e la predò. Poi, nella sera, dinanzi a un promontorio
coperto di pini, egli bandì per la sua flotta
un convivio. La selva di pini incendiata illuminò
e profumò di resina la festa; i corsali, che nelle
continue fazioni avevano sofferto castità, fecero allora
una furibonda orgia di amore. I bellissimi corpi
delle fanciulle passarono di braccia in braccia, tra
le risa roche e le diverse favelle, versando il piacere;
si bevve il vino dalle stesse bocche delli otri,
[pg!366]
si bevve nel concavo delli scudi e nei caschi di
rame; scoppiarono tra la gioia molte contese mortali;
l'alba vide le ultime insanie. E all'alba la
nave del mercatante, poichè fu novamente carica
delle trecento femmine, portò la non più vergine
merce al Califfo di Bagdad.

Un'altra volta Làimo liberò una regina chiusa
in una torre a cui le nubi cingevano la sommità.
Tenne l'assedio per tre giorni e per tre notti, combattendo
Saracini giganteschi armati di scimitarre
lunate. Molti legni gli s'infransero contro le scogliere
e molti uomini perirono prima che le porte
di bronzo cedessero. Egli appiccò quei cani d'infedeli
ai merli della torre e ricondusse la bella
nel regno, in una città che aveva case con tetti
d'oro e templi marmorei levantisi in alto come
scale di fiori.

Grandi festeggiamenti furono dati in gloria dell'armata
liberatrice e banchetti in cui quei truci
corsali mangiarono sotto rami di mirto e di lauro,
bevvero in crateri coronati di rose, si asciugarono
le mani in chiome di schiave asiatiche, si distesero
su tappeti magnifici a piè di fontane che li
deliziarono di una pioggia d'acque miste d'aromi.
La regina, presa d'amore, allettò Làimo con una
lenta mollezza di blandizie: era tutta luminosa ed
[pg!367]
odorosa naturalmente, le narici rosee le palpitavano
ad ogni minimo desío, la bocca le fioriva di
porpora, e i capelli le cadevano giù per il collo
simili a grappoli d'uve mature.

Ella provò tutti li incanti su 'l forte animo dell'eroe
per trattenerlo: cieca, una notte gli offerse
la gioia delle sue membra e all'alba rimase ebra
tra i guanciali, con la testa pendula fuori della
sponda, con li occhi spenti, le braccia morte. Ma
poi, quando file di dromedari e di camelli con i
lunghi colli carichi di musici e di danzatrici portando
doni discesero dalla reggia al mare, le navi
dell'eroe già dirigevano la prora per altri lidi.

-----

Così Làimo divenne grande e famoso; e fu celebrato
nei canti dei poeti per le corti e nelle leggende
dei marinari. Una repubblica d'Italia gli
inviò messaggi offrendogli il supremo imperio della
flotta col governo di due province. Il Cristianissimo
di Francia fece segrete pratiche per assoldarlo,
promettendogli alti uffici ed onori. I Selgiucidi
gli spedirono ambasciatori recanti su una
picca tre code di cavallo e gli offerirono la sultanía
di Rum, da Laodicea di Siria al Bosforo di Tracia
e dalle fonti dell'Eufrate all'Arcipelago.

Egli oppose superbi rifiuti; andò in cerca di nuove
[pg!368]
terre, di nuovi pericoli, di nuovi conflitti. Navigò
per mari tutti coperti di fuchi natanti, dove i remi
s'impigliavano come in masse di gramigne tenaci.
Traversò immensi spazi dove l'aria e l'acqua tacevano
in una immobilità di sonno, in un calore umido
e luminoso per mezzo a cui torme di uccelli ignoti
passavano simili a meteore. Incontrò scogli deserti,
lieti di piante vergini, cinti d'una candida corona
di corallo. Approdò a una terra abitata da uomini
scarni, co 'l ventre prominente, che si coprivano di
fango per difendersi dalle punture delli insetti, si
tingevano di cinabro i capelli, parlavano una lingua
dolce e sonora, e nulla amavano più del ballo e
delle canzoni. Vide paesi di cui li uomini, tutti dipinti
co 'l frutto del genipo, ornati le labbra e li
orecchi d'enormi dischi di legno, agilissimi, ferivano
nell'acqua a colpi di frecce i pesci addormentati
prima da succhi di radici velenose. Vide isolette
piene di una gente infetta d'elefanzía, infingarda,
che passava la vita fumando l'oppio, nutrendosi
di riso, e prendendo diletto ai combattimenti dei
galli e d'altri animali. Risalì correnti di fiumi dove
scimmie innumerevoli tra le pacifiche forme delli
ippopotami e delli elefanti schiamazzavano.

Tutti li indigeni dinanzi a lui si prostrarono,
offerendo in dono canne di bambù colme d'olio di
[pg!369]
cocco, frutti dell'albero del pane, legno di sandalo,
ambra grigia, ignami, cera, banane e canne di zucchero.
Alcuni portavano alli orecchi bastoni dipinti,
su la pelle avevano incise molte figure di
uccelli, e tenevano in mano archi lunghi dodici
piedi e scudi di cuoio di bufalo. Altri erano cinti
d'un perizoma di scorza, avevano la bocca e i
denti neri come l'ebano per l'uso delli aromi, i
capelli intrecciati di piume, e percotevano stromenti
composti di sei vasi di rame gradanti entro un
legno concavo.

Ora, essendo Làimo nelle acque di una terra selvosa,
i naturali in gran numero gli vennero in
contro sui paliscalmi con suoni e con cantici per offerirgli
i doni che si offrono agli dèi e per adorarlo.
Vigeva in quella terra la profezia di un antico
nume: “Io tornerò un giorno sopra un'isola galleggiante
che porterà cocchi, porci e cani.”

Quando Làimo ebbe attinto il lido, il re tra i
figli si avanzò verso di lui, gli gittò su le spalle
il manto, gli porse un elmo di piume, un ventaglio,
e innanzi gli depose pezzi d'oro, diamanti e perle.
Tutto il popolo mise alte grida; femmine quasi
ignude, dipinte d'ocra vermiglia, recarono piccoli
porci, noci e banane. Poi i grandi sacerdoti lentamente
uscirono dal folto delli alberi, portando i
[pg!370]
loro idoli coperti di drappi rossi. Erano questi
idoli una sorta di statue di vimini, enormi, con
occhi composti da gusci di noce neri, attorniati di
madreperle, con mascelle irte di molti denti di
cane in due ordini. Mentre le forme orride e nuove
ondeggiavano nell'aria tra li inni della religione,
una turba di danzatrici irruppe in torno all'eroe, e
danzò rapidamente al suono di un flauto, lungo
cinque piedi, che cinque uomini insieme sonavano.

-----

Làimo traversò tutta l'isola, in trionfo, come
fosse un bel dio, tornante fra i suoi popoli. I re si
inchinarono al passaggio, i sacerdoti prostrarono
la fronte nella polvere; il seguito delli elefanti e
dei cavalli carichi di doni si accrebbe a mano a
mano lungo la via, divenne innumerabile, occupò
la distesa di centosettanta miglia. Era la dovizia
delle terre in torno meravigliosa: le foreste si erigevano
ad eccelse altitudini, le urne dei fiori potevano
in sè nascondere il corpo di un uomo, i profumi
avevano la dolce forza letificante del vino e i
colori la vivezza del fuoco.

Su 'l limite di una boscaglia fluviatile le tigri
balzando dalle erbe si gittarono al ventre dei cavalieri.
Làimo, fulmineo, tese l'arco e con tal rapidità
le trafisse che quelle caddero prima d'aver
[pg!371]
raggiunta la preda, giacquero sulla schiena dibattendosi.
Un subito grido di gioia e di stupore corse
per le genti; e tutte lungo il cammino, cantando
nel loro idioma, ripetevano una parola: — *Mahadewa!
Mahadewa!* — 

Come il trionfo giunse alle rive del gran fiume,
ove mille templi facevano un immenso adunamento
di colonne e di statue, al novello dio i sacerdoti
mostrarono una scala di porfido sagliente per una
reggia, costruita di mattoni e di calce.

Era un edifizio quadrangolare, composto di tre
piani con intervalli adorni di rilievi di pietra. I
terrazzi, aventi una lunghezza di centocinquanta
piedi, sostenuti da ventidue pilastri, portavano
sculture di corpi umani, di tigri, di elefanti e di
buoi. Ad ogni lato dell'edifizio stava confitta nel
suolo una larga pietra in forma di testuggine: e
alla sommità, in torno a un serbatoio di acque, si
torcevano quattro tubi di bronzo in forma di serpi.
Scale di porfido si slanciavano rapide a riunire
le moli, discendevano, salivano, tra mille proboscidi
zampillanti; le sale ricevevano il giorno dall'oro
delle pareti; i giardini avevano fiori vermigli,
larghi in giro più di otto piedi, che pesavano quindici
libbre, e frutti di cui la polpa succulenta poteva
far sazi tre schiavi.
[pg!372]

Làimo visse colà, in riposo, cibandosi di un
aroma restaurante, ungendosi di olii odoriferi, vestendosi
di morbidi tessuti vegetali, e ad ogni
tramonto di sole inebriando con la presenza del
suo corpo radioso una gente estatica nei mille
templi. A lui cantavano i sacerdoti: — Noi t'invochiamo,
perchè tu sei il Signore degli dèi e delli
uomini! — 

Fanciulle di tredici anni, che avevano la pelle
diafana e gialla come l'ambra e lunghe sino ai
calcagni le chiome, erano a lui offerte dai padri;
ed egli molto si dilettava dell'amore. Bufali eccitati
con ortiche venefiche e tigri furiose combattevano
dinanzi a lui, dentro gabbie di bambù
ampie come circhi. Anche uomini contro uomini dinanzi
a lui combattevano con alte grida e con fragore
di stromenti percossi. Egli così deificato viveva
nell'oblio di tutte le melancolie umane.

-----

Ma un dì, mentre egli gioiva in diletti d'amore,
discese sopra il suo capo la colomba del cielo; e
un profondo fremito gli ricercò le viscere. Parvegli
allora di destarsi dopo un lungo sogno: i
suoi occhi si empirono di dolore, nelle sue forme
perfette discese una scarna vecchiezza. Le fanciulle
attonite lo riguardavano trascolorando, si coprivano
[pg!373]
le nudità con i capelli, poichè un'improvvisa
vergogna le coglieva dinanzi a lui.

Come il tramonto del sole era vicino, sotto la
reggia un immenso popolo tumultuando si fece ad
invocare il dio: — *Mahadewa! Mahadewa!* — 

Il sole, simile a un gran timpano polito, gittava
scintille su le vestimenta dei sacerdoti, invermigliava
le statue e le colonne, passando a traverso
i pilastri dei terrazzi incendiava tutto l'edifizio.

— *Mahadewa!* — 

Apparve finalmente Làimo. Egli era trasfigurato.
Un manto di scorza tessuta lo ricopriva, e si vedevano
le corde dei nervi nei solchi delle sue
braccia. Come egli tese le mani verso la folla, una
mite aura di pace aliò da quel gesto su tutte le
fronti. Li invocanti stupefatti si prosternarono; e
nel silenzio si udivano le fontane scrosciare sopra
le scale di porfido.

“O popoli del fiume,” gridò Làimo nel vivo
idioma di quella terra. “Ascoltate la mia voce, poichè
io vi reco una nuova legge.”

Un sussurro corse per tutte le genti, e nei dorsi
fu come un sommovimento di porci. I sacerdoti
sollevarono il capo.

“I vostri idoli sono argento ed oro, opera di
mani d'uomini; hanno bocca, e non parlano; hanno
[pg!374]
occhi, e non veggono; hanno orecchi, e non odono;
ed anche non hanno fiato alcuno nella loro bocca.
Simili ad essi sieno quelli che li fanno, chiunque
in essi si confida....”

“No, no, egli non è il nostro dio!” urlarono
i sacerdoti al popolo, interrompendo il profeta di
Gesù. E un gran tumulto agitò la folla: taluni balzarono
in piedi, altri rimasero prosternati. La voce
di Làimo crebbe, cadde dall'alto co 'l fragore del
tuono, e li echi dei templi sonori la ripercossero.

“Ascoltate la parola del vero Dio, uomini schernitori
che signoreggiate questo popolo, razza di
serpi, otri gonfiati, tamburi rimbombanti! Egli scenderà
su voi simile ad un flagello, dilanierà le vostre
carni, spargerà il vostro sangue su le pietre,
spezzerà le vostre ossa come vasi d'argilla, come
gusci di cocchi.

“Li artefici delle sculture son tutti quanti vanità,
e i loro idoli non giovano nulla; ed essi son
testimoni a se stessi che quelli non veggono e non
conoscono. Essi tagliano un tronco, ne prendono
una parte, e se ne scaldano, ed anche ne accendono
fuoco per cuocere il cibo; ed anche ne fanno un
dio, e l'adorano; ne fanno una scultura, e le s'inchinano,
e le volgono orazione, e dicono: — Liberami,
perchè tu sei il mio dio. — Essi non hanno
[pg!375]
conoscimento alcuno: e i loro occhi sono incrostati
per non vedere; e i loro cuori per non intendere....”

“Taci! taci!” imprecarono i sacerdoti, con gesti
d'ira, minacciosi nella faccia. Li idolatri ascoltavano;
altri da lungi accorrevano: ad ogni tratto un
clamor cupo si levava dalla turba, come un ribollimento
di flutti nel mare.

Il profeta continuò. Egli diceva di un Dio vivente,
di un Dio grande, giusto ed eterno.

“La terra trema per la sua ira e le genti non
possono sostenere il suo cruccio. Egli spande la sua
ira sopra le genti che non lo conoscono, e sopra le
nazioni che non invocano il suo nome. Ecco, il male
passerà da un'isola all'altra, e un gran turbine si
leverà dal fondo del mare; e in quel giorno li
uccisi non saranno raccolti, nè seppelliti: saranno
per letame sopra la faccia della terra.”

“Taci! taci!” gridavano li idolatri, tendendo
le mani, atterriti dalla profezia.

Ma la voce di Làimo divenne d'un tratto dolce
come il suono d'uno stromento di corde, distesa
come un canto di religione. Egli diceva d'una felicità
senza fine, d'una giustizia imperante su tutte
le genti, d'una grande letizia d'amore nel giardino
dei cieli.

“Scenderà il Dio, come pioggia sui campi di
[pg!376]
riso riarsi; farà ragione ai figliuoli del misero, ai
poveri afflitti, e fiaccherà l'oppressore. Il giusto
fiorirà; e vi sarà abbondanza di pace, fin che non
vi sia più luna. Le correnti del fiume trarranno
polvere d'oro; ruscelli d'acque vivificanti scorreranno
per l'erbe; ciascun albero darà molte libbre
di gomma odorifera e frutti; ciascun seme produrrà
ricchezze; e le tigri saranno mansuete, i rettili non
avranno più tossico, li elefanti e i bufali sosterranno
le fatiche della coltivazione. Il Dio signoreggerà da
un mare all'altro, e dal fiume fino alle estremità
della terra. I re delle isole gli pagheranno tributo,
tutte le nazioni gli daranno inni e incensi di belzuino;
poichè egli libererà il bisognoso che grida, e
il povero afflitto e colui che non ha alcuno aiutatore;
egli riscoterà la vita delli schiavi da frode
e da violenza, e il sangue loro sarà prezioso davanti
a lui....”

Così parlava il profeta, quasi cantando.

Le turbe delli idolatri, soggiogate dal fáscino
della voce, tacevano, con le fronti chine; e come
la pacificazione della luna scendeva su le foreste,
si spargeva per quelli animi un balsamo, una calma
piena di freschezza e di profumi.

Ora discese Làimo alla riva; e le genti lo seguitarono.
Ed egli camminava innanzi ammaestrando,
[pg!377]
e diceva di Gesù, del Dio novello che nacque da
una vergine, e che accomunò li uomini in una legge
d'amore.

“Egli è un Dio semplice e dolce: la sua faccia
risplende come il sole, e i suoi vestimenti sono
candidi come la luce. E tutto ciò che a lui verrà
chiesto con preghiere, sarà fatto.”

“Orsù,” gridò uno dei sacerdoti, “chiedi che
questa lancia dia fiori.”

Prese Làimo, con un mite sorriso, la lancia dalle
mani dell'uomo giallo, e la confisse dinanzi a sè
nel terreno. Subitamente dal ferro sbocciarono fiori,
per prodigio, e tutte le nari aspirarono l'effluvio.
Confusi, li idolatri riguardavano. Uno di loro gridò:

“Egli è protetto dai demoni! Egli ci farà
morire!”

Altri incalzarono:

“Parla, parla; giustifica il tuo potere!”

Un tumulto improvviso agitò di nuovo la turba.
I lontani, che non aveano veduto il prodigio, fecero
irruenza con grandi clamori; e i sacerdoti insinuandosi
tra corpo e corpo andavano istigando
le ire, ripetevano a gran voce:

“Egli è protetto dai demoni! Sia gittato nel
fiume!”

“Parla! parla!”
[pg!378]

Il profeta tentò salire su uno delli idoli di pietra,
per dominare la tempesta. Ma la profanazione audace
inasprì li idolatri. Uno d'essi trasse a terra
il profeta; altri si gittarono su di lui percotendolo;
altri gridarono:

“Al fiume! al fiume! Sia dato in pasto ai
gaviali!”

Làimo, lanciato nelle acque, riapparve incolume
a mezzo della correntía; e le frecce cadevano innocue
in torno a lui, come ramoscelli di belzuino.

-----

Ed egli così all'albeggiare giunse alla foce; e
sopra un tronco tutto ancora lieto di fogliame navigò
pe 'l mare, fino ad un'isola dove i naturali
erano uomini pieni di tumori e di gozzi, coperti di
pelle squamosa, infetti d'una serpigine biancastra
e d'una sorta d'elefanzía. Questa gente povera e pacifica
non faceva uso del fuoco; e per lo più si nutriva
di miele selvatico, di gomme, e dei nidi di certe
rondini indigene che prolificavano nelle caverne.

Fu accolto Làimo con segni di gioia, e gli furono
offerte patate dolci su foglie di palmizio. Ed
egli, poi che per dono del Signore ebbe conoscenza
di quell'idioma, parlava alli uomini e alle donne,
come un apostolo, e pazientemente li ammaestrava
in torno alle dottrine del Galileo. Molti infermi egli
[pg!379]
guarì per virtù di erbe e di fede; e a poco a poco
andò liberando l'isola dal flagello della lebbra, purificò
le scaturigini delle acque, diede insegnamenti
su l'accensione del fuoco, su la coltivazione delle
terre e su l'arte di edificare le case. Visse in grande
umiltà e in grande sofferenza, espiando le antiche
insanie, tormentato dai ricordi che per tutto gli
facevano udire lamenti di feriti e di moribondi,
vedere macchie di sangue su 'l suolo e ne 'l cielo.

Dopo lunga serie d'anni, quando i popoli dell'isola
prosperavano nel lavoro e nel buon culto di
Jesus, Làimo, che fuggiva la vita e che nulla alla
vita omai chiedeva, fu preso d'un tratto da un infinito
desiderio della patria. E poichè il buon Dio
per segni manifestò d'esaudire la preghiera, egli salì
su un tronco di banano ancora carico di frutti, e
si affidò alle onde.

Dinanzi al debole sostegno si apriva il mare in
calma; una torma di rondinelle indicava la via. E
il vecchio santo veniva predicando ai pesci che
tutti tenevano i capi fuori dell'acqua, e tutti in
grandissima pace e mansuetudine e ordine lo seguivano.
Diceva egli del Diluvio, e di Giona Profeta,
e d'altri singolari misteri.

Come dopo cinquanta giorni apparve la patria,
vide Làimo con molto dolore una deserta aridità
[pg!380]
di arene su i luoghi anticamente ubertosi. Le rondini
lo guidarono al paradiso del delta, ancora felice
di piante e di animali.

Colà, su 'l fiore dell'erbe, egli si mise in ginocchio,
per meditare, con le braccia levate al cielo
e le palme supine; e tenendo quella divota attitudine,
visse in un dolce rapimento d'estasi. Il tempo
gli consumava su le ossa le carni; e le edere verdi
gli si attorcigliavano per i fianchi, per il petto, per
le braccia; lentamente i caprifogli lo abbracciavano,
gli fiorivano in torno al collo, in torno ai polsi, in
torno alle caviglie sottili. I capelli di lui bianchi
cadevano; li occhi prendevano una durezza di pietra;
nelli orecchi i ragni in pace tessevano la tela,
e nella palma delle mani due rondinelle avevano
fatto il nido.

Molte primavere così trascorsero; e il santo ancora
viveva in estasi, poichè li uccelli pietosi scendevano
dai rami a porgli le bacche selvagge nel
cavo della bocca inaridita. Poi finalmente un giorno,
su 'l vespero, l'anima volò al cielo tra i cantici
delli angeli e il corpo si disfece in polvere come
un'urna di creta.

.. class:: center large

:small-caps:`Fine.`

[pg!381]

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
   correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
   Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il
   testo originale):

      | 132  —  `tentando`_ [tentanto] i capezzoli materni
      | 187  —  e si attaccò `all'altro`_ [all'all'altro]
      | 245  —  per un impeto di passione `e`_ [a] di gelosia
      
|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SAN PANTALEONE \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

A Word from Project Gutenberg
=============================

We will update this book if we find any errors.

This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/37123

Creating the works from public domain print editions means that no one
owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and
you!) can copy and distribute it in the United States without
permission and without paying copyright royalties.  Special rules, set
forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to
protect the Project Gutenberg™ concept and trademark. Project
Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge
for the eBooks, unless you receive specific permission. If you do not
charge anything for copies of this eBook, complying with the rules is
very easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as
creation of derivative works, reports, performances and research.
They may be modified and printed and given away – you may do
practically *anything* with public domain eBooks.  Redistribution is
subject to the trademark license, especially commercial
redistribution.


.. _Project Gutenberg License:

The Full Project Gutenberg License
----------------------------------

*Please read this before you distribute or use this work.*

To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase “Project
Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
Project Gutenberg™ License available with this file or online at
http://www.gutenberg.org/license.


Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg™ electronic works
````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

**1.A.** By reading or using any part of this Project Gutenberg™
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or
destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your
possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound by
the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

**1.B.** “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg™ electronic
works. See paragraph 1.E below.

**1.C.** The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is in the public domain in the United
States and you are located in the United States, we do not claim a
right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting free
access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™ works
in compliance with the terms of this agreement for keeping the Project
Gutenberg™ name associated with the work. You can easily comply with
the terms of this agreement by keeping this work in the same format
with its attached full Project Gutenberg™ License when you share it
without charge with others.



**1.D.** The copyright laws of the place where you are located also
govern what you can do with this work. Copyright laws in most
countries are in a constant state of change. If you are outside the
United States, check the laws of your country in addition to the terms
of this agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
other Project Gutenberg™ work.  The Foundation makes no
representations concerning the copyright status of any work in any
country outside the United States.

**1.E.** Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

**1.E.1.** The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg™ License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg™ work (any work
on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

  This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
  almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
  re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
  with this eBook or online at http://www.gutenberg.org

**1.E.2.** If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
derived from the public domain (does not contain a notice indicating
that it is posted with permission of the copyright holder), the work
can be copied and distributed to anyone in the United States without
paying any fees or charges. If you are redistributing or providing
access to a work with the phrase “Project Gutenberg” associated with
or appearing on the work, you must comply either with the requirements
of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of
the work and the Project Gutenberg™ trademark as set forth in
paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.

**1.E.3.** If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
posted with the permission of the copyright holder, your use and
distribution must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and
any additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg™ License for all works posted
with the permission of the copyright holder found at the beginning of
this work.

**1.E.4.** Do not unlink or detach or remove the full Project
Gutenberg™ License terms from this work, or any files containing a
part of this work or any other work associated with Project
Gutenberg™.

**1.E.5.** Do not copy, display, perform, distribute or redistribute
this electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg™ License.

**1.E.6.** You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
any word processing or hypertext form. However, if you provide access
to or distribute copies of a Project Gutenberg™ work in a format other
than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official
version posted on the official Project Gutenberg™ web site
(http://www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or
expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a
means of obtaining a copy upon request, of the work in its original
“Plain Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include
the full Project Gutenberg™ License as specified in paragraph 1.E.1.

**1.E.7.** Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg™ works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

**1.E.8.** You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg™ electronic works provided
that

.. class:: open

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
  the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method you
  already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed to
  the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has agreed to
  donate royalties under this paragraph to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid within 60
  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
“Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
your equipment.

**1.F.2.** LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES – Except for the
“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the
Project Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a
Project Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

**1.F.3.** LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND – If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

**1.F.4.** Except for the limited right of replacement or refund set
forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

**1.F.5.** Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

**1.F.6.** INDEMNITY – You agree to indemnify and hold the Foundation,
the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

