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   :PG.Title: La famiglia Bonifazio
   :PG.Released: 2011-06-11
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   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Antonio Caccianiga
   :DC.Title: La famiglia Bonifazio
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 LA FAMIGLIA BONIFAZIO                          
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: La famiglia Bonifazio
      
      Author: Antonio Caccianiga
      
      Release Date: June 11, 2011 [EBook #36379]
      
      Language: Italian
      
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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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| Milano. Tip. Treves.

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[pg!1]




I.
==


Il capitano Bonifazio e il maestro Zecchini
erano sempre insieme, ma non andavano mai
d'accordo. Il primo era un uomo d'azione e non
da ciarle; ligio alla disciplina militare si era
abituato ad obbedire ciecamente; il secondo avvezzo
alla cattedra voleva sempre ragionare a
diritto o a torto, come faceva alla scuola. Egli
la pretendeva a filosofo, e amava la discussione;
l'altro si schermiva girando la posizione con tattica;
come nelle evoluzioni militari.

Ogni giorno alla stessa ora andavano a fare
la passeggiata per le strade più remote e tortuose
dei campi. Il capitano serio e silenzioso,
[pg!2]
il maestro col sorriso sarcastico sulle labbra,
coll'idea fissa nel principio fondamentale d'una
sua particolare filosofia, che soleva riassumere in
queste poche parole:—l'uomo è un asino. Egli
difendeva questa teoria a spada tratta ad ogni
occasione, e colla storia alla mano, cominciando
a citare la condotta di Adamo nel paradiso terrestre,
e proseguendo coll'esame di tutte le vicende
umane, dalla più remota antichità fino ai
nostri giorni.—Leggete la storia, egli ripeteva
sovente, non troverete che sommissioni di popoli
intieri alle violenze d'un solo individuo, o di
pochi; non vedrete che guerre, stragi, menzogne,
utopie delle quali gli uomini furono vittime. I
selvaggi hanno un capo che li comanda; in tutte
le antiche nazioni si trova la schiavitù, questa
degradazione dello stato umano; e perfino i popoli
moderni, i cittadini che si credono liberi,
portano sulle spalle un tal peso di obblighi e di
tasse, che supera di gran lunga la soma del
grano portata dall'asino del mugnaio.

I potenti, i padroni, quelli che mettono il basto
e la cavezza agli altri, hanno mandato alla
tortura la scienza, hanno arsa sul rogo la ragione,
hanno condannata al patibolo la giustizia
e la verità. E quegli stessi che si credono superiori
e indipendenti dalle potenze della terra
[pg!3]
sono schiavi delle loro passioni, sono vittime
dell'amore e dell'odio, dell'avidità o dell'orgoglio.
L'uomo è un asino! nessuno eccettuato, e non
vi sarà mai possibile di provarmi il contrario.

Il capitano crollava le spalle, e gli rispondeva
in francese:—*Mauvaise plaisanterie!*... e poi
traduceva:—Scherzi senza sugo! e rivolto al
maestro gli faceva le osservazioni seguenti:

—Voi avete sempre vissuto in questo villaggio,
come un ragno nel buco; io ho girato il
mondo a tappe militari, ho vissuto nelle grandi
capitali, ho ammirato le meraviglie del genio
umano, e la vostra assurda teoria mi fa ridere
di compassione.

—Voi mi parlate di eccezioni, le quali non
fanno che confermare la regola, gli rispondeva
il maestro. L'uomo di genio è tanto raro quanto
l'uomo felice. Conoscete la storiella della camicia
dell'uomo felice? Si voleva trovare questa
camicia, e pagarla a qualunque prezzo. Si
andò a cercarla in tutti i paesi della terra, la
difficoltà pareva insormontabile, quando finalmente
si è trovato l'uomo felice.... ma era senza
camicia!...

—Voi uscite dall'argomento. Ritorniamo alla
vostra assurda teoria. Io non avrei che a snocciolarvi
una lunga filza di genii per vedere se
[pg!4]
avreste il coraggio di trattarli da asini; ma mi
basterà citarvene uno solo;—e così dicendo, il
capitano Bonifazio si tolse la pipa dalla bocca,
si levò il cappello, alzò la testa, e sfolgorando
il compagno cogli occhi scintillanti, esclamò imperiosamente:—Ditemi
se Napoleone il grande
fu un asino?...

Il maestro pareva esitante, il capitano alzò il
bastone in atto di minaccia, l'altro ebbe paura
di quell'argomento perentorio e rispose in fretta:

—È un'eccezione!... un'eccezione!

Il capitano si calmò, fecero qualche passo in
silenzio, poi il maestro tirandosi alquanto in
disparte, soggiunse:

—Napoleone è un'eccezione!... tuttavia....

—Tuttavia?...

—Ma sì, tuttavia, dopo d'aver conquistata
quasi intieramente l'Europa, ha tutto perduto,
ed è andato a morire prigioniero, sopra uno scoglio
in mezzo dell'oceano!

La bomba era slanciata, e andò a colpire la
lingua del capitano che restò morta sul colpo.
Per salvare il resto dovette raccogliere tutte le
sue forze disperse, e quel giorno non parlarono
più della teoria prediletta del maestro.

Il capitano Bonifazio aveva militato sotto Napoleone,
ed era uno dei pochi reduci della catastrofe
[pg!5]
della Beresina. Testimonio dell'eroismo degli
Italiani nelle guerre del primo regno d'Italia
non poteva rassegnarsi alla dominazione austriaca,
e viveva ritirato in campagna, per non vedere i
Tedeschi, ed anche per incontrare il meno che
fosse possibile i suoi compatriotti che disprezzava
per la pecoraggine colla quale subivano il
giogo straniero.

Il maestro Zecchini era figlio d'un ricco signore,
il quale dopo di aver consumato quasi tutto
l'avito censo, era morto lasciandolo povero, e con
una educazione incompleta, per cui fu costretto
di fare il maestro comunale per vivere. Dallo sfacello
della sostanza paterna si era salvata una
fattoria, con pochi campi annessi, che divennero
il domicilio stabile del maestro, della cui modica
rendita viveva, colla giunta d'un misero stipendio.

Il capitano aveva ereditato dalla sua famiglia
parecchie buone terre ed una bella villa signorile,
nello stesso villaggio del maestro, vicino a Treviso,
nella pianura lodata fino dai tempi antichi
che ha per orizzonte le cime nevose delle Alpi,
e una verde cintura di colline sparse di castelli,
d'abazie a di villaggi.

Erano diventati entrambi agricoltori per forza;
uno avrebbe preferito il mestiere delle armi l'altro
[pg!6]
i piaceri della città, ma i casi della vita li
avevano costretti a rinunziare ai loro gusti e a
ritirarsi in campagna. L'amore dei campi venne
più tardi, dopo la lunga consuetudine, dopo le
attrattive della natura e la necessità del lavoro.
Il suolo coltivato attira il coltivatore il quale vi
si fissa, come l'albero colle radici.

Il capitano visse i primi anni nella solitudine;
dopo lo sbalordimento delle guerre napoleoniche,
dopo le prove ardimentose de' suoi commilitoni,
dopo i gloriosi fatti d'armi che onorarono gl'Italiani
in varie parti d'Europa, egli si trovava
sorpreso ed umiliato di dover sopportare la dipendenza
d'un popolo che giudicava inferiore, per
meriti militari e civili, ai suoi compatriotti; ridotti
in schiavitù da trattati diplomatici, non
contratti da essi anzi contrari alla loro volontà,
e pur troppo tollerati, con colpevole indifferenza
ed inerzia nei momenti decisivi.

L'antica repubblica veneta degenerata nel lungo
ozio e nella vita molle e gaudente, aveva lasciato
i caratteri fiacchi, e dopo le rapide prove dei vari
governi succeduti al suo dominio, i nobili e i
preti preferivano l'Austria: il grosso della popolazione
restava indifferente, mancava d'educazione
politica e di energia. I pochi avanzi degli
eserciti napoleonici sentivano troppo tardi il dolore
[pg!7]
della patria perduta, ed il bisogno dell'indipendenza
nazionale.

Il governo austriaco entrato come liberatore,
si era fissato stabilmente, passando dalle promesse
alle minaccie, perseguitando e condannando
come un delitto di Stato l'amore di patria,
ispirato dalla natura e dalla storia.

Agli ufficiali delle guerre europee, lasciati in
disparte, non rimaneva altro partito che quello
di consolarsi della schiavitù colla memoria dei
fatti compiuti, e colla lontana speranza di ritornare
in campo, a tempo propizio.

Erano rari superstiti di grandi avventure, ma
bastavano a tener viva la scintilla del patriottismo,
a spargere le idee, ad apparecchiare le
forze necessarie a rivendicare i diritti conculcati
della patria. E intanto raccontavano quella storia
di rapide e meravigliose conquiste, così precipitosamente
perdute, e ne raccoglievano le immagini
con religiosa devozione.

Tutte le pareti della casa del capitano Bonifazio,
erano ornate di gloriosi ricordi. Statue,
busti, ritratti di Napoleone, in tutti i costumi,
dal costume adamitico scolpito da Canova, fino a
quello col manto e la corona; ce n'erano a piedi,
a cavallo, e sul trono. Ma la preferita era la statuetta
di gesso, colla semplice divisa dei cacciatori
[pg!8]
della guardia, col piccolo cappello senza galloni,
cogli stivali alla scudiera, le braccia incrociate
sul petto, in atto d'osservazione.

C'erano grandi e piccoli quadri delle battaglie
più gloriose.

Montenotte, Lodi, Arcole, Rivoli, Marengo,
Cairo, Austerlitz, Jena, Wagram, Moskowa.

C'era una camera coi ritratti dei generali francesi
che ebbero titoli italiani. Massena duca di
Rivoli, Augeran duca di Castiglione, Victor duca
di Belluno, Moncey duca di Conegliano, Savary
duca di Rovigo, Mortier duca di Treviso.

Pochi ritratti di generali italiani, perchè molti
erano entrati nell'esercito austriaco.

In apposita stanza aveva raccolto le tremende
memorie della Russia. Un quadro rappresentava
l'incendio di Mosca; un altro una marcia di feriti
sulla neve, inseguiti dai Cosacchi; nel terzo
si vedeva la presa di Malo-Jeroslawetz eseguita
dalla divisione Pino, sostenuta dai cacciatori della
Guardia reale italiana. Il quarto era il passaggio
della Beresina. Fra le vedute c'erano i ritratti, dei
generali che più si distinsero in Russia, Davout,
Murat, Ney, il principe Eugenio, e qualche altro.

Nelle lunghe ore delle giornate piovose, il capitano
Bonifazio faceva il giro delle stanze, si
arrestava davanti ai suoi quadri, riviveva in quel
[pg!9]
passato, e nelle rare volte che era costretto di
recarsi a Treviso pe' suoi affari, si fermava per
le strade dove passavano i soldati austriaci, e
guardava con pietà quei poveri Croati negri e segaligni,
e le faccie bonarie dei Boemi, e alzava
le spalle pensando che Massena con 50,000 Francesi
non esitava ad attaccare 80,000 Austriaci,
comandati dall'arciduca Carlo, e li vinceva a
Caldiero; e nutriva un fastidioso disprezzo pei
suoi concittadini, che non si accorgevano nemmeno
di appartenere ad una nazione eroica, nella
quale gli pareva che un uomo con uno spiedo
avrebbe infilzato come tanti polli quattro o cinque
di quei poveri diavolacci, ma invece bastavano
due uomini e un caporale per scortare a
Vienna i furgoni delle svanziche, colle quali gli
Italiani del regno Lombardo-Veneto pagavano all'Austria
il diritto di possedere i propri campi
e le case dove erano nati.

E il capitano Bonifazio tornava alla sua villa
fosco annuvolato, e guai a chi gli capitava fra i
piedi.

Per soddisfare, almeno in parte, a quel bisogno
che sentiva di attività e di lavoro, vangava e
potava, piantava alberi e arbusti, vigneti e frutteti,
disegnava viali, sconvolgeva la terra, seminava,
trapiantava e mieteva.
[pg!10]

A poco a poco si avvide d'aver fatto un parco
magnifico, troppo superiore alla sua modesta
condizione, ma davanti allo stupendo spettacolo
della natura, dimenticava le umane miserie.
E talvolta combatteva la umiliante teorica
del maestro Zecchini, per semplice impulso della
propria dignità; ma pensando al doloroso destino
della patria, non poteva in tutto dar torto
al suo vicino di campagna, almeno nel fondo dell'anima.

Allora diventava più indulgente pel povero
maestro, sturava una bottiglia di vino vecchio, e
lo invitava a bere alla salute della patria. Zecchini
correva a chiudere l'uscio e le finestre, perchè
nessuno potesse udire la loro imprudenza. Il
capitano si accorgeva della paura del compagno,
stralunava gli occhi, atteggiava tutti i suoi lineamenti
al più profondo disprezzo, ritornava bisbetico
e dispettoso e pensava fra sè: «tacere le
proprie opinioni, nascondere come un delitto i
più naturali sentimenti, è una delle tristi necessità
di chi è costretto di vivere sotto il giogo»
e tracannando in fretta il suo bicchiere di vino,
suonava il campanello.

Poco dopo compariva Mosè per fare la solita
partita a terziglio col padrone, e il vicino. Mosè
fu uno degli ultimi coscritti di Napoleone, aveva
[pg!11]
servito il capitano al reggimento, e continuava
a servirlo fedelmente dal tempo che deposte le
armi, si erano ritirati in campagna. Era il vero
amico, e il più fido compagno del padrone, gli
faceva da segretario e da castaldo, da giardiniere
e da cuoco. Passavano la sera colle carte
in mano per evitare le questioni estranee al
giuoco; il capitano diffidava del maestro, il maestro
aveva paura del capitano; si guardavano in
cagnesco, e Mosè collocato fra loro rappresentava
il terreno neutro, e teneva in riguardo i due amici.... nemici.

Del resto non era possibile di indovinare il maestro
Zecchini; nessuno poteva dire con certezza
se fosse buono o cattivo; nessuno aveva potuto
leggere nel fondo della sua anima. I furbi sono
un prodotto della schiavitù. Colle autorità superiori
non mostrava che umiltà e riverenza, cogli
uomini indipendenti si lasciava sfuggire delle
espressioni liberali, col parroco era religioso, cogli
increduli scettico, chi lo diceva sciocco e chi
sapiente: il fatto sta che non aveva mai fatto
male a nessuno, ed anzi in varie occasioni si era
mostrato utile ai suoi scolari e ai loro parenti, col
consiglio e coll'opera.

Il capitano lo trovava nullo in politica, astuto
in società, utile in famiglia, pericoloso negli affari
[pg!12]
delicati, indispensabile per giocare alle carte;
e sapeva servirsene secondo i casi, perchè egli
aveva una tattica magistrale per utilizzare le varie
attitudini, senza compromettersi con nessuno.

Il maestro si prestava con premura a rendergli
parecchi servigi, andava a pagargli le prediali,
lo rappresentava negli affari di ufficio, chiamava
alla Pretura gli affittuali che non pagavano
il fitto, gli faceva ottenere il passaporto quando
ne aveva bisogno.

Ottenere il passaporto sotto il governo austriaco
non era impresa troppo facile. Nessuno aveva il
diritto di viaggiare, nemmeno all'interno dello
Stato, senza che il governo ne conoscesse il motivo,
e lo trovasse plausibile. Per raggiungere
l'intento giovava molto la prestazione d'un amico
che fosse in buona vista della polizia. In simili
casi, e in varie occasioni, l'amicizia di Zecchini
riuscì utilissima al capitano, il quale vivendo
incognito, ed essendo rappresentato sovente da
un individuo giudicato come suddito sommesso
e fedele, passava presso le autorità per uomo
inoffensivo, dal quale il governo nulla aveva a
temere.

E così il capitano Bonifazio congiurava senza
pericoli, e senza suscitare il minimo sospetto faceva
parte d'una vendita di carbonari. La sua
[pg!13]
corrispondenza politica non era mai affidata alla
posta, e gli arrivava sempre per mezzo di amici,
o di messi speciali. Nel mese di maggio del 1820
il capitano Bonifazio dovette recarsi in Polesine
per intelligenze con quei Carbonari, e poi a Milano
per riferire ai capi della setta lombarda.
Domandò il passaporto pel regno Lombardo-Veneto
col pretesto di fare un viaggio agricolo, nel
quale si proponeva lo studio di alcune colture
speciali, che facevano difetto nella provincia di
Treviso, come quelle del canape e dei prati a
marcita. Il maestro Zecchini fu chiamato alla Polizia
per le necessarie informazioni. Egli assicurò
il commissario che il signor Bonifazio era un
appassionato agricoltore, che aveva già introdotto
nella sua campagna delle eccellenti migliorie, e
che si disponeva a fare delle altre riforme, le
quali avrebbero senza dubbio aumentato il prodotto
delle terre, e servito di esempio ai vicini.

Il commissario assentiva col capo, e pensava:
«migliorando le terre si potranno accrescere le
imposte! questo è un uomo utile all'Impero!»
Poi domandava conto del carattere, delle abitudini,
delle relazioni del petente; e il maestro rispondeva:

—È un po' bisbetico, si occupa tutto il giorno
della coltura dei campi, del giardino, dell'orto;
[pg!14]
vive solo con un domestico, non riceve mai nessuno,
ha dell'ottimo vino, e fa un eccellente cucina;
io solo come vicino di campagna ho l'onore
di frequentarlo, e di profittare de' suoi cortesi
inviti.

«Chi mangia bene e beve meglio non fa l'umanitario,
e non si occupa di politica, pensava
il commissario; un uomo civile che vive ritirato
in campagna non può essere che un misantropo.»

—Andate pure, egli disse al maestro, non occorre
altro.

Il maestro curvò la schiena, che quasi toccava col
naso lo scrittoio, presentò all'impiegato superiore
i più rispettosi ossequi, uscì dalla stanza con ripetuti
inchini, salutò gentilmente anche l'usciere, che
aveva un'aria da sbirro, poi scese le scale lentamente,
col collo torto, e un beato sorriso sulle
labbra, pensando fra sè stesso: «l'uomo è un
asino, è un asino, è un asino!...»

E questo suo pensiero non proveniva dal benchè
minimo sospetto sulle intenzioni e la condotta
del capitano, che anzi teneva per vero
quanto aveva asserito; ma vedendo che occorrevano
tante cerimonie per ottenere il permesso di
circolare a proprie spese nel proprio paese, e che
tali cerimonie erano vane, perchè generalmente
la polizia veniva ingannata dalle domande, dai
[pg!15]
pretesti, e dalle informazioni, la sua teoria prediletta
gli tornava alla mente, e si compiaceva
di poter dare dell'asino al commissario nell'intimità
del suo cuore.

Pochi giorni dopo, il capitano Bonifazio, col
suo passaporto in piena regola, partiva pel Polesine,
visitava alcune fattorie rinomate, procurando
che l'I. R. Delegato Provinciale di Rovigo
venisse a saperlo, e poi senza che nessuno
l'avesse visto entrava in una casa colonica, nella
campagna deserta, e s'intratteneva per un paio
d'ore coi Carbonari venuti apposta da Ferrara,
per intendersi con lui sulle armi e le munizioni
da introdursi, per distruggere i governi dispotici,
dare all'Italia un governo costituzionale, o almeno
unire in vincolo federativo i varii governi
italiani, tutti però aventi per basi costituzione,
libertà di stampa e di culto, parità di leggi, monete
e misure.

Predisposta accuratamente la prossima rivolta
del Polesine, passava in Lombardia, visitava i
corsi d'acqua, i prati irrigatori e le marcite, facendo
parlare di lui come d'un veneto appassionato
agricoltore; poi scompariva per qualche ora,
si abboccava coi patriotti malcontenti, stringeva
la mano ai Carbonari lombardi, comunicava le
disposizioni delle vendite del Veneto, e veniva
[pg!16]
informato degli accordi presi coi fratelli del Piemonte.

Dopo quei ritrovi della setta, scriveva qualche
lettera al maestro Zecchini e la gettava alla posta
colla certezza che sarebbe aperta dalla Polizia
la quale violava tutti i segreti. Egli si godeva
a corbellare i commissari e il governo, parlando
di prati e di vacche svizzere, di canape e
di bachi da seta. Raccomandava all'amico le zucche
e le patate, e gli prometteva al ritorno le
più utili informazioni sulla coltura delle rape.

Dagli amici di Milano ebbe lettere di raccomandazione
per qualche coltivatore, e per qualche
possidente austriacante della Brianza, sempre
collo scopo d'ingannare la vigilanza della polizia;
e si recò a visitarli, occupandosi di vigneti
e di stalle, benedicendo i benefizii della pace, che
si godevano a merito del regime paterno dei buoni
Tedeschi. Prese alloggio in un grande albergo,
assunse delle informazioni che lo fecero conoscere
per esperto agricoltore.

Poi lasciando gran parte del suo bagaglio all'albergo,
e raccomandando all'albergatore le sue
preziose sementi di bietole, cavoli e carote, annunziò
una gita nei dintorni per visitare le colture,
e partì solo e pedestre, munito d'una semplice
valigietta alla mano. Prese la direzione opposta
[pg!17]
a quella che intendeva di seguire, e girando
per certi viottoli deserti, assicurandosi che nessuno
lo vedeva, trovò la sua strada, che lo condusse
in un angolo romito delle colline, ove sorgeva
una modesta casa di campagna quasi nascosta
dai tigli, dai platani, e dalle robinie.

Abitava in quella dimora un suo antico commilitone,
un valoroso colonnello degli eserciti
napoleonici, un fiero soldato, un ardente patriotta,
che non aveva mai potuto comprendere come gl'Italiani
si fossero rassegnati a subire l'umiliazione
d'un governo straniero. Acerrimo nemico dell'Austria,
egli congiurava come capo carbonaro contro
l'aborrito governo, ma sapeva operare con
tale avvedutezza che non comprometteva mai nessuno,
apparecchiava le riunioni, dirigeva la congiura
con sommo accorgimento, e metteva tanta
astuzia nel gabbare i sospetti del governo, nello
sviare le ricerche della polizia, nell'abbindolare
le commissioni speciali, che il suo grande maestro,
il generale Napoleone, non avrebbe impiegata
tanta avvedutezza nell'apparecchiare il piano
d'una battaglia.

Odone Palanzo era un antico cospiratore, ancora
giovinetto si era acceso di entusiasmo al
primo raggio della nascente libertà. La portentosa
discesa del San Bernardo, compiuta dall'esercito
[pg!18]
francese condotto dal generale Buonaparte,
la sua improvvisa comparsa in Italia, la battaglia
di Marengo che liberava il Piemonte e la
Lombardia dagli Austriaci, esaltarono lo spirito
liberale del giovane italiano, il quale detestava
il regime debilitante del governo straniero che
conservava sotto il giogo una popolazione rassegnata,
e non curante della sua sorte nè dell'onore
del paese.

Egli non rifiniva di ammirare e celebrare l'eroica
difesa di Genova, il carattere e le prodezze
dei vincitori dei Tedeschi, l'impassibilità di Massena
durante l'assedio, la fermezza di Lannes sul
campo di battaglia, la carica di cavalleria di
Kellermann, la risoluzione fortunata di Desaix.
E quando tre giorni dopo di quella famosa battaglia
Buonaparte entrava in Milano sul far della
sera, il giovane lombardo si trovava fra quella
folla plaudente che gettava fiori nella carrozza
del primo Console, che procedeva lentamente nelle
strade accalcate e illuminate a giorno.

Allora si arruolò come semplice soldato, quantunque
avesse moglie e una bambina, fece il giro
d'Europa, guadagnò i suoi gradi ad uno ad uno,
da caporale a colonnello, fu ferito in varie battaglie,
e non depose le armi che dopo l'ultima
campagna di Russia, dove ridotto all'estrema miseria,
[pg!19]
lacero, esausto dalla fame, e quasi cieco,
sarebbe morto sulla neve se non avesse incontrato
il capitano Bonifazio che lo sostenne, lo
guidò, lo nutrì di crusca bollita e di carne di
cavallo; e attraverso a mille pericoli poterono
entrambi ripassare la Beresina, dopo le più strane
venture. Giunti in Polonia come due fantasmi da
far paura a vederli, fecero una lunga dimora negli
ospitali, fino che ristabiliti in salute, ritornarono
a Parigi, e ripresero servigio fino alla caduta
di Napoleone.

Rimandati in patria, il capitano Bonifazio accompagnò
l'amico alla casetta di Brianza, dove
il colonnello lo presentò alla famiglia come il
suo salvatore.

La moglie era un'ottima donna; e la figlia
Maddalena, una bella ragazza, con due grandi
occhi che ne rivelavano la bontà, era stata allevata
dalla madre alle cure domestiche e rurali.
Entrambe vivevano modestamente colle rendite
di alcune terre che stavano intorno all'abitazione.
Vedevano poca gente, e assai di rado il
loro capo di casa, il quale di tratto in tratto compariva
all'improvviso, si fermava alquanti giorni,
e spariva. Scriveva poche lettere e laconiche,
sempre da nuovi paesi, da varie parti d'Europa.
Il colonnello aveva un fratello più giovane, che
[pg!20]
si fece parimenti soldato, e questi alla caduta
di Napoleone prese servizio nel piccolo esercito
piemontese.

Quando furono di ritorno dalla Francia invasa
dagli stranieri di varie regioni, il colonnello
volle che il capitano si riposasse alcuni giorni
nella sua casa, dove si godeva una pace serena,
in quel paradiso della Brianza. Quel silenzio,
quella solitudine sotto gli alberi, producevano
l'effetto d'un delizioso calmante negli animi ardenti
di quei soldati avezzi a tanti frastuoni e a
tante stragi. A poco a poco il loro spirito esaltato
dalle lotte si raddolciva, il loro sangue rallentava
il suo corso, il loro cuore si apriva a
nuove aspirazioni verso la tranquilla felicità della
pace domestica. Finalmente il colonnello sentiva
il bisogno di riposo, in quel nido fortunato, fra
il sorriso sereno d'una buona moglie, e la fiorente
gioventù d'una diletta figliuola.

Il capitano Bonifazio che aveva perduto tutti
i suoi parenti, si arrestava ben volentieri in quel
ridente soggiorno, prima di rientrare nella solitudine
e nell'isolamento che lo attendevano
nella sua casa deserta.

Gli occhi profondi di Maddalena lo colpivano
vivamente, la sua voce gli penetrava nell'animo,
i suoi lineamenti gli lasciavano nel cuore una
[pg!21]
indelebile impressione, ma egli non osava guardarla
che di soppiatto, quando era sicuro di non
esser veduto da lei; quella soave fanciulla gli
pareva cosa divina, e si giudicava troppo ruvido
soldato per credersi degno di meritare il suo
affetto.

I due commilitoni passavano alcune ore seduti
sopra un banco rustico del giardino, colla pipa
in bocca, rammentando le loro geste, e quando
passava Maddalena, Bonifazio si alzava in piedi,
ritirava in fretta la pipa, e faceva il saluto militare
come davanti un generale.

Alla sera quando si ritirava nella sua camera,
invece di andare a letto a dormire si sdraiava
sul canapè, pensava lungamente alla Maddalena,
ne faceva il paragone colle altre donne che aveva
incontrate nei vari stati d'Europa, e la trovava
più bella, più interessante e più adorabile di tutte.
Era stato piuttosto libertino, intraprendente, audacissimo
col bel sesso, e poteva vantarsi di ardite
conquiste tanto sui campi di battaglia che
nelle alcove; ma quelle erano donne, e questa era
un angelo, ed egli si trovava ospite da un amico,
del quale gli era sacra ogni cosa, e più di tutto
la famiglia.

Così passavano i giorni, e Bonifazio si lasciava
vivere in pace, in una specie di allucinazione, e
[pg!22]
di ebbrezza felice, e chi sa quando avrebbe pensato
di andarsene allorchè la lettera d'un avvocato
di Treviso lo chiamò al suo paese per affari
urgenti.

Il colonnello non voleva lasciarlo partire, le
signore lo pregavano di non abbandonarle, e gli
parve perfino di scorgere una lagrima che brillava
come un diamante nei grandi occhi di Maddalena;
ma la lettera era pressante, e poi sentiva
anche il bisogno di fuggire da quell'amore
soffocato che quasi quasi gli pareva un insulto
alla casa dell'ospite e dell'amico; e partì.

L'ultima parola del colonnello fu questa:—Siamo
intesi, *facite judicium et justitiam*.... e l'altro
rispose:

—*Pubblice felicitatis incrementum*....

Erano parole del diploma guelfo dei Carbonari.

Pochi giorni prima si erano abboccati coi fratelli
della setta, in un sito deserto, e avevano
giurato nuovamente di liberare la patria dal giogo
straniero, o di morire.

Nel viaggio di ritorno si arrestò a Brescia, Verona,
Vicenza, Padova; fece una scappata a Rovigo
e a Venezia, e in tutte queste provincie s'incontrava
coi federati, faceva dei proseliti, formava
nuovi centri carbonari, allargava le diramazioni
nei principali villaggi, e stringeva i nodi d'un'ampia
[pg!23]
rete che doveva serrare nelle sue maglie
l'aquila a due teste.

Poi rientrò tranquillamente nella casa paterna,
solo e disarmato, ma profondamente convinto che
presto o tardi ma di certo, l'Italia sarebbe unita,
libera e indipendente.
[pg!24]




II.
===


Erano passati sei anni da quella prima dimora
in Brianza, quando nel maggio 1820, il capitano
Bonifazio ricomparve per la seconda volta davanti
la casa del suo vecchio commilitone.

Non era ancora guarito della profonda ferita
ricevuta dai grandi occhi di Maddalena, e stupiva
che una così bella ragazza non si fosse ancora
maritata. Ma in quella solitudine!... egli
pensava, è come un fiore delle Alpi che sboccia,
profuma l'aria d'intorno, e muore senza che nessuno
lo veda.

Le accoglienze furono cordialissime. Il colonnello
e sua moglie lo abbracciarono come un fratello....
Maddalena impallidì.

Bonifazio vide il pallore della fanciulla, sentì
la mano di lei tremante nella sua, lesse ne' suoi
grandi occhi un sentimento di tenera affezione,
della quale non si era accorto al primo incontro.

E come poteva avvedersene se non osava guardarla?
[pg!25]
non era lei che doveva confessargli il suo
amore! Era partito all'improvviso, ed era rimasto
sei anni senza ritornare in Brianza; anzi
aveva paura di ritornarvi, e non sarebbe tornato
senza la politica.

La luce entrata per uno spiraglio non tardò a
diffondersi. Venne a sapere che non mancarono
alla fanciulla ottimi partiti, ma essa aveva respinto
inesorabilmente ogni domanda di matrimonio.
Si fece coraggio, incominciò a guardarla
negli occhi: essa non evitava quegli sguardi, anzi
vi corrispondeva con tale espressione che era il
linguaggio dell'anima, un linguaggio eloquente
per il cuore del capitano.

Egli aveva 34 anni, otto anni di vita militare
lo avevano reso robusto, sei anni di vita rurale
lo avevano ringiovanito. Ella ne aveva 25, era un
frutto maturo, conservato perfettamente dall'aria
pura dei campi. La sorte li riavvicinava, e tutto
li spingeva ad amarsi, le affinità naturali e domestiche,
la riconoscenza, le memorie e le abitudini
della vita.

Le dichiarazioni furono franche, e soldatesche.

—Maddalena, le disse un giorno il capitano,
l'immensa amicizia che sento per vostro padre,
è superata dall'amore che ho per voi; se vi degnate
di concedermi la vostra mano io sarò l'uomo
[pg!26]
più felice del mondo,—e così dicendo le sporse
la destra.

Essa depose, senza esitazione, la sua mano in
quella del capitano dicendogli:

—Per la vita!....

—Per la vita!... egli soggiunse, stringendosi
al petto quella mano, e vi depose un bacio rispettoso,
come suggello della santa promessa.

Poi si presentò subito al colonnello, rigido, diritto,
come quando andava a presentare il rapporto
nella vita militare, e gli disse:

—Mio colonnello, sono innamorato!

—Per la cinquantesima volta! gli rispose
l'amico.

—Per la prima volta! mio colonnello.

Il vecchio soldato sorpreso da uno scoppio improvviso
di risa, fece un'aspirazione così rapida,
che il fumo della pipa gli entrò in gola, lo fece
tossire, sputare, e bestemmiare con tanta violenza,
che pareva soffocarsi.

Quando tornò in calma, Bonifazio gli fece il
solenne giuramento, che la sua asserzione era la
pura verità. Era verissimo che aveva conosciuto
molte donne, ma non ne aveva amata seriamente
nessuna, o perchè nessuna aveva saputo meritarlo,
o perchè le continue marcie forzate non gli
lasciavano il tempo di dare l'importanza d'una
[pg!27]
passione ai suoi capricci passeggieri. Se n'era
persuaso nel 1814, quando s'era innamorato seriamente
per la prima volta, ma aveva amato in
silenzio per sei anni consecutivi, e finalmente si
era risolto di parlare....

—Ci hai messo del tempo!... gli rispose il colonnello,
hai perduto l'abitudine della furia francese,
hai contratto il contagio della flemma tedesca....

—Non mi credevo degno della donna amata,
non osavo alzare gli occhi fino a lei....

—E adesso li hai alzati?....

—E adesso domando la sua mano....

Il colonnello lo guardava fisso, e cominciava a
comprendere.

Allora il capitano riprendendo la sua posa militare
soggiunse:

—Ho l'onore di domandare al colonnello Odone
Palanzo la mano di sua figlia Maddalena.

Il colonnello si gettò nelle braccia dell'amico,
ridendo e piangendo, e gli mancava la parola
per la commozione.

Si recarono insieme dalla buona madre che accolse
la domanda con vera soddisfazione, e concertarono
ogni cosa di comune accordo. E quando
nei giorni successivi, e negli intimi colloqui colla
fidanzata, essa confessò a Bonifazio che lo amava
[pg!28]
fino dal loro primo incontro, e lo aspettava rassegnata,
colla speranza di rivederlo, risoluta di
non volere che lui o nessuno, egli non sapeva
darsi pace della sua dabbenaggine, e del tempo
perduto.

E scrisse una lettera al maestro Zecchini che
cominciava con le seguenti parole: «Faccio adesione
piena ed intiera alla vostra prediletta teoria;
sì, l'uomo è un asino! e me ne sono accorto
in questi giorni, studiando la verità sopra me
stesso.» Non si spiegava di più, passava ad altri
argomenti, raccomandava le sue coltivazioni,
ma le ultime parole del foglio confondevano il
maestro, il quale restava sbalordito da questa
conclusione: «ho il piacere di annunziarvi che
prendo moglie.»

Il povero Zecchini non sapeva che cosa pensare.

Intanto l'amore del capitano Bonifazio andava
di pari passo colla congiura. Al giorno godevano
il sole di maggio sotto la pergola dei gelsomini,
e vagavano per le colline, soffermandosi ad ammirare
i lontani orizzonti, e il sorriso di primavera
sulle rive dei laghi.

Alla sera il colonnello e il capitano uscivano
insieme col pretesto d'una lunga passeggiata militare,
e invece si recavano ai convegni notturni
dei Carbonari, tenuti in luogo sicuro.
[pg!29]

Era stato scelto a tale scopo un casolare incendiato
nella campagna deserta, vicino a un
bosco. I contadini rimasti senza tetto si erano
rifuggiati altrove. Dietro alcune macchie di alberi
i giovani apprendenti stavano in sentinella
per dare il segnale convenuto in caso di bisogno,
ai capi che si raccoglievano fra le rovine, al lume
delle stelle. Ciascuno portava un nome romano,
Sallustio, Orazio, Livio, Nerone, e molti di loro
non si conoscevano che con questo nome. La parola
di passo era: *libertà vendicata*. Colà il deputato
veneto dei *cavalieri guelfi* combinava gli accordi
coi *federali lombardi*, i quali corrispondevano
coi capi dirigenti degli *Adelfi* del Piemonte. La
*Costituzione latina* era il loro statuto, che conteneva
il piano fissato per effettuare una rivolta
armata. Fra gli ufficiali del disperso esercito italiano
i Carbonari si contavano a migliaia. Il colonnello
si teneva in corrispondenza segreta con suo
fratello Aristide, che annodava le relazioni della
setta di Lombardia colle società segrete di Torino.

La rivoluzione piemontese doveva scoppiare
nei primi mesi del 1821, d'accordo coi Napoletani
e i Lombardi.

Esauriti gli argomenti da trattarsi i congiurati
fissavano la notte pel successivo ritrovo, poi
uscivano dal nascondiglio alla spicciolata.
[pg!30]

Il colonnello e il capitano ritornavano a casa
fumando la pipa, parlando delle glorie passate,
delle presenti vergogne, e dell'immensa sventura
di vivere senza patria.

All'alba il capitano era alla finestra a respirare
l'aria mattutina e le soavi esalazioni dei
campi. Poi passava delle ore deliziose conversando
colla promessa sposa, e ammirando la perizia
che dimostrava nel disimpegno delle faccende
domestiche.

L'amore e l'amicizia gli avrebbero fatto dimenticare
la sua casa, e i suoi affari, se la politica
non lo avesse costretto alla partenza, per apportare
nel Veneto le decisioni prese dalle assemblee
dei Carbonari, e provvedere con ogni sollecitudine
ai prossimi avvenimenti.

Furono presto d'accordo nel fissare il tempo delle
nozze. Le donne chiesero sei mesi per apparecchiare
il corredo, gli uomini assentirono volontieri, colla
tacita speranza che fra sei mesi l'Italia sarebbe
libera dal dominio straniero, e che per allora, la
nuova famiglia italiana avrebbe una patria.

La separazione fu dolorosa, abbracci e lagrime
da ambe le parti, ma l'addio fu raddolcito dalla
promessa d'una assidua corrispondenza epistolare,
e dal ritorno nel novembre per celebrare le nozze.

Il viaggiatore non distolse gli occhi da quella
[pg!31]
casa diletta che all'ultima svolta lontana della
strada, e vide ancora un fazzoletto bianco che
sventolava fra quel gruppo d'alberi, dove aveva
lasciato il suo cuore. Rientrò all'albergo di Brianza
raccontando le meraviglie vedute nelle sue gite
agricole, nominò tutti i paesi, meno quello dove
aveva soggiornato, e partì per Milano carico
di sementi. Di là colle solite fermatine perfettamente
dissimulate, e colle relative conferenze
segrete coi principali centri carbonari, si diresse
a piccole giornate verso il Veneto.

Il maestro Zecchini e il fedele Mosè lo aspettavano
con curiosa ansietà. Forse ritornava colla
sposa! Era vero che non aveva dato alcuna disposizione
in proposito, ma la casa era in ordine,
e il parco era degno di ricevere qualunque signora.
Mosè non voleva credere a questo precipizio,
ma il maestro Zecchini non si sorprendeva
di niente, anzi si aspettava ogni bizzarria da quell'originale,
che gli aveva annunziato il suo matrimonio
con tanto laconismo.

Finalmente giunse una lettera che fissava il
giorno preciso del ritorno, e siccome il capitano
era esatto come un cronometro, così il domestico
e l'amico stavano ad aspettarlo sulla porta quando
si udirono i sonagli della vettura che riconduceva
il pellegrino.
[pg!32]

Le disposizioni da prendersi per il prossimo
matrimonio furono nuovo argomento di conversazioni
e di diverbi fra il maestro e il capitano.
Zecchini metteva fuori degli utili consigli per gli
arredi, Bonifazio lo canzonava; Mosè dava sempre
ragione al padrone, il quale dopo di aver ripetutamente
disapprovato i piani dell'amico finiva
qualche volta coll'adottare quei consigli che
aveva respinti con ironia e indignazione. Ma si
conchiudeva sempre la pace al tavolo del terziglio,
ovvero si cambiava argomento di discussione
raccogliendo le diatribe sulle carte da giuoco.
[pg!33]




III.
====


Durante l'estate venne apparecchiata la stanza
nuziale, e furono acquistati tutti gli arredi necessari
per abbellire la casa, e renderla degna
di accogliere una donna gentile. La corrispondenza
correva regolare fra gli sposi, e il capitano
seguitava ad occuparsi di agricoltura, e faceva
delle gite a Venezia e altrove, per completare i
mobili della casa, mascherando con studiate apparenze
le trame della congiura, e i ritrovi dei
Carbonari.

Non riceveva mai nessuno, e solamente in una
sera di settembre, sull'imbrunire, un signore
smilzo, in occhiali, si presentò al cancello della
villa, e chiese del capitano. Gli fu aperto da Mosè
che lo introdusse nel salotto, e corse a chiamare
il padrone.

Il capitano parve sorpreso assai di quella visita.
Rimasero un'ora in conferenza; poi, fatto
attaccare il cavallo, partirono insieme col legno
[pg!34]
di casa. Il padrone prendendo in mano le redini
e la sferza, avvisò Mosè che non sarebbe tornato
che dopo la mezzanotte, e dicesse al maestro che
era andato a ricondurre un amico, venuto a fargli
visita.

Un mese dopo questo fatto, insignificante in
apparenza, successero dei casi che impressionarono
fortemente il Bonifazio. Il maestro capitava
ogni sera colle novità del giorno: arresti di persone
stimate ed illustri di Milano, e in altre parti
di Lombardia, e del Polesine.

Si parlava dovunque di società segrete scoperte,
di Carbonari fuggiti o messi in prigione. Il capitano
crollava le spalle, tentennava la testa,
brontolava, voleva mostrarsi indifferente, ma poi
domandava le più minute informazioni. Quando
suonavano il campanello stava sopra pensiero
fino che non sapeva chi fosse; sbagliava le carte
e ne dava la causa al maestro, il quale sbalordito
dall'accusa fissava tanto d'occhi in faccia del capitano,
che lo rimbrottava di guardarlo in quel
modo, con quello sguardo da inquisitore. E si bisticciavano
più del solito.

Il giorno dopo, il capitano si chiudeva in camera,
lo si sentiva aprire degli armadi, scartabellare
delle carte, nelle ore che era solito di
stare in giardino.
[pg!35]

Quella sera, il maestro che veniva come il solito
a fare la partita, fiutava l'aria della stanza,
guardando intorno con inquietudine.

—Che cosa avete, che torcete il naso? gli chiedeva
il capitano.

—Sento un odore di bruciaticcio, gli rispondeva,
e guardo se c'è qualche cosa che prenda
fuoco.

—Sono delle vostre solite idee!... io non sento
niente.... non c'è niente.

—Eppure c'è qualche cosa di bruciato! insisteva
l'altro, andiamo a vedere.

Il capitano s'impazientava, montava in collera,
lo accusava d'essere un visionario, lo sgridava e
lo consigliava a desistere dalle sue inquietudini,
e l'obbligava a sedere in quiete, colle carte in
mano.

Ma la partita era turbata dalle insistenti aspirazioni
nasali del maestro, che continuava a dimenarsi
sulla seggiola, e a mostrarsi pauroso del
fuoco. Il capitano fremente lo tacciava d'uomo
ostinato, fino alla cocciutaggine.

Ma quando il maestro partì fece spalancare
tutte le finestre e le porte, affinchè uscisse ogni
odore sospetto, e volle che Mosè tirasse fuori
dalla stufa delle carte bruciate incompletamente,
e che le riducesse in cenere, ma persisteva nel
[pg!36]
sostenere che non ci poteva essere nessun odore
da fumo.

—Ma quel benedetto uomo, egli ripeteva, vuol
mettere il suo naso da per tutto!

Mosè, come al solito, dava ragione al padrone,
e vuotando la stufa delle carte bruciate, continuava
a dire che non c'era il minimo odore di fumo.

Poi il capitano diede degli ordini precisi e segretissimi,
per delle possibili contingenze. «Che
il cancello del giardino sia sempre chiuso a chiave,
anche di giorno, in modo che se qualche persona
vi si presentasse per entrare, sia costretta ad
aspettare che si vada a prender la chiave, da
lui stesso tenuta in saccoccia. La porticina in
fondo del brolo, che mette ai campi, sia sempre
aperta di giorno e di notte.»

Il matrimonio che doveva aver luogo in novembre
fu rimandato di comune accordo a tempo
più opportuno.

C'era pericolo imminente da ogni parte. Furono
prese infinite precauzioni per non entrare nelle
trappole tese dai nemici, ma non tutti i sorci
hanno gli accorgimenti necessari per evitare le
insidie, e burlarsi degli insidiosi; molti furono
accalappiati, ed era indispensabile di non muoversi,
di non dar segno di vita, per non eccitare
sospetti.
[pg!37]

Il maestro che ignorava la dilazione del matrimonio
aveva apparecchiato il suo bravo sonetto
per le nozze dell'amico, nel quale non mancò di
rammentare le prodezze guerriere dello sposo, e
la bellezza della sposa (che non aveva mai veduta)
per tirar fuori il solito paragone di Venere
e Marte. Gli pareva di aver fatto un lavoretto
abbastanza degno dell'occasione, e portò il manoscritto
alla I. R. Censura per ottenere il permesso
di stamparlo.

Non lo avesse mai fatto! il censore lo fece chiamare
in ufficio, gli diede una solenne lavata di
testa, e gli osservò:

—Anche senza badare all'indole sovversiva
di tutto il sonetto non potrei lasciar passare alcune
parole proibite, come Italia, patria, libertà;
e poi che diavolo si è messo in mente di parlare
di Buonaparte e di chiamare l'Italia una nazione?
dove vede la nazione?... mi dica....

Il maestro tutto confuso gli rispose:

—Sono stato trascinato dalle rime: Marte
Buonaparte; Napoleone-Nazione. Sapeva di far
piacere allo sposo che fu soldato di Napoleone.

—Peggio che peggio! Ella ignora dunque che
Napoleone Buonaparte fu nemico dell'Austria?...

—Fu genero del nostro venerato Sovrano, di
Sua Maestà l'Imperatore!...
[pg!38]

—Senta, le dò un consiglio da padre, lasci la
politica agli uomini di Stato.... e a chi ha voglia
di andare in prigione; e se vuol fare il poeta,
quantunque io non ne veda la necessità, lasci
stare i cavalli di battaglia, e salga al Parnaso
col modesto ronzino che serve al suo pievano per
andare alla congrega, e cavalchi tranquillamente
nella pacifica Arcadia, che non ha mai fatto male
a nessuno.

E così dicendo lacerò il sonetto incriminato, lo
gettò nel cesto, e congedò il poeta con uno sguardo
severo accompagnato da queste poche parole:

—Si tenga per avvertito!

Il maestro Zecchini uscì dall'ufficio di Censura
annichilato.

Gli tremavano le gambe, si riteneva fortemente
compromesso, vedeva già il commissario di polizia
e gli sbirri che picchiavano alla sua porta,
che lo perquisivano, lo arrestavano, lo conducevano
in prigione.

Corse difilato dal capitano a confessargli la sua
imprudenza, e a domandargli consiglio.

—Che cosa vi è passato per la mente? gli domandò
il Bonifazio, in collera. Ignorate dunque
che senza patria non si ha il diritto nè di scrivere,
nè di pensare? Avete commesso una vigliaccheria
degnandovi di sottomettere i vostri
[pg!39]
concetti alla censura, avete commesso una asinaggine
gettandovi volontariamente in bocca al
lupo. Non sapete che a Milano hanno soppresso
il *Conciliatore*? che hanno chiuso le scuole di mutuo
insegnamento?... Vi siete cacciato in un vespaio....
potreste essere arrestato.

—Ma io non ho fatto niente!...

—Appunto per questo siete in pericolo. Tutti
quelli che furono arrestati in questi giorni non
hanno fatto niente.... qualche leggerezza, qualche
imprudenza, qualche fanciullaggine come la vostra;
ma saranno condannati, perchè coloro che
agiscono seriamente, sanno farlo colle dovute precauzioni,
e l'Austria ne prenderà pochi. I generali
muoiono raramente in battaglia, sono i semplici
gregari che pagano per tutti. Ma pazienza
che voi andiate in prigione, il peggio si è che
compromettete gli amici con la pazzia dei sonetti,
che non servono a niente. Non siete uomo da
esporvi alle conseguenze d'un atto coraggioso, la
vostra tempra frolla non vi permette di sfidare
le crudeltà del dispotismo. Guai se vi manca ogni
mattina il vostro caffè nero, e i calzerotti di lana
l'inverno, il pancotto la sera, guai se vi togliessero
l'aria e il sole dei campi, e vi chiudessero
in un camerotto, colle balze agli stinchi per finire
i giorni sul tavolaccio del carcere duro!...
[pg!40]

Il povero Zecchini si coricò colla febbre, e battendo
i denti andava borbottando la sua massima
prediletta, come una giaculatoria in *articulo mortis*,
e questa volta intendeva parlare di sè stesso,
quando ripeteva con compunzione:—l'uomo è
un asino, un asino, un asino!...

Gli volle molto tempo prima di ricuperare una
discreta salute; e quando leggeva sulla *Gazzetta
di Venezia* dei nuovi arresti, sentiva un brivido
fra carne e pelle, gli pareva di vedersi in mezzo
ai Carbonari, e se li figurava tutti neri, le vesti,
il viso, e le mani, e faceva il più solenne giuramento
di mai più esporsi a simili pericoli, e
per evitare ogni occasione di compromettersi,
non voleva più vedere nessuno, e non frequentava
che una sola casa, quella del suo vicino, il
capitano Bonifazio.

Intanto i processi di Milano e di Venezia continuavano
le inchieste, e sempre nuove vittime
cadevano in mano dell'Austria.

Il capitano Bonifazio e il colonnello Palanzo
erano costretti di protrarre continuamente il matrimonio
nell'interesse di Maddalena, perchè nè
un fidanzato nè un padre potevano condannare
una giovane sposa a vincolarsi per la vita con
un uomo minacciato dalla prigione o dall'esilio.
E attendevano silenziosi e cauti che fosse cessato
[pg!41]
il pericolo, cercando di giustificare il ritardo
con facili pretesti, ammessi facilmente da chi non
vedeva altri motivi.

Ma tutto non isfuggiva alla perspicace penetrazione
delle donne; alcune parole colte a volo,
alcuni fatti sospetti che coincidevano coi dolorosi
avvenimenti del giorno le illuminavano abbastanza,
da renderle rassegnate al destino, come
ad una necessità ineluttabile.

Il più difficile per Bonifazio consisteva nel giustificare
il ritardo delle sue nozze presso il maestro
Zecchini, il quale s'interessava vivamente
alla sorte dell'amico, trovava opportunissimo il
matrimonio, si riprometteva dal medesimo una
conversazione più geniale, e non poteva credere
nè rassegnarsi ai pretesti che gli venivano presentati
dal capitano come i veri motivi della prolungata
dilazione.

E questo era nuovo argomento di dissenzione
fra i due vicini, per le osservazioni noiose da una
parte, e le risposte bisbetiche dall'altra.

Così passavano i mesi dolorosi pei fidanzati,
pieni di angoscie per le famiglie, con maneggi
segreti dei congiurati per stornare le minacce, e
per disperdere tutte le prove compromettenti per
coloro che erano liberi.

Tutto il 1821 trascorse nella caccia accanita
[pg!42]
degli inquisitori in cerca di congiurati, e nella
somma destrezza dei capi della setta per sottrarre
nuove vittime alla vendetta degli usurpatori, e
alla insidiosa procedura di giudici arrabbiati per
non poter cogliere nei loro tranelli che un numero
assai limitato di Carbonari.

In febbraio 1822 il lungo processo degli arrestati
era finalmente finito, e interessava ai capi
di assistere alla lettura delle sentenze delle povere
vittime, che si faceva sulla pubblica piazza.

A tale scopo il capitano Bonifazio partì per
Venezia col suo domestico, potendo aver bisogno
d'un uomo fidato, in quella dolorosa circostanza.

Era il 22 febbraio, una bella giornata serena,
il sole rallegrava la laguna e illuminava le case
e le botteghe in assetto di festa.

Mosè che ignorava il motivo del viaggio del
padrone, essendo libero fino a mezzogiorno, chè
a quell'ora doveva trovarsi in piazza, girovagò
tutta la mattina intorno a Rialto.

Passeggiando per la pescheria si fermava davanti
i banchi ad ammirare i pesci di tutte le
dimensioni e di tutti i colori, dal roseo al verde,
dal bianco al bruno, tutti brillanti di squamme
metalliche; e passando per l'erberia stava colla
bocca aperta davanti le botteghe rigurgitanti di
commestibili d'ogni genere, ornati di verdi fronde,
[pg!43]
e contemplava estatico i cestoni di frutta e di
erbaggi, le piramidi di aranci e di limoni, le valanghe
di bietole e patate, i mucchi di polli e di
selvaggina, i monti di carubbe, i barili d'uva
calabrese e di fichi secchi.

I mercanti vantavano ad alta voce le loro merci
ad eccessivo buon mercato, e invitavano i passanti
a non lasciarsi sfuggire la bella occasione;
chi cantava e chi urlava i nomi degli oggetti
messi in vendita, chi alzava in aria i campioni,
chi metteva il cesto sotto il naso dei passanti.
E una folla allegra e ciarlona di curiosi e di acquirenti
andava e veniva per la via fra quella
babilonia di gente e di prodotti di tutti i colori
e di tutti gli odori. Quando fu vicina l'ora fissata
dal padrone, Mosè dovette allontanarsi da
quel bizzarro e rumoroso spettacolo, e si avviò
verso la piazza.

Percorrendo le Mercerie si trovò fra gente affatto
diversa, che camminava in fretta, colla testa
bassa, verso un altro spettacolo.

Sotto l'arco dell'orologio si stentava a passare,
tutti andavano verso la piazzetta dove sorgeva
la berlina, un palco alto, con una colonna tronca
nel centro intorno alla quale girava una panca.
Una folla immensa si stipava al sole in mezzo ai
magnifici edifizi, davanti lo specchio della laguna.
[pg!44]
Tutta la guarnigione austriaca era sotto le armi,
non si vedevano che teste e baionette.

Comparvero fra gli sbirri, alcuni Italiani ammanettati,
salirono sul palco, e rivolti verso il
palazzo dei Dogi si udirono condannare a morte,
e al carcere duro per aver osato sognare l'indipendenza
della patria dallo straniero; e questa
sentenza veniva letta da un curiale austriaco da
quel palazzo, in quella piazza eretti da un popolo
libero, ove tutto attestava quattordici secoli di
indipendenza, contro un dominio usurpato da circa
nove anni senza l'assenso dei veri padroni.

Il terrore dominava quella folla, che assisteva
in silenzio all'orribile spettacolo. Alle parole «condannati
a morte» un fremito di sorpresa, di pietà,
di sdegno sorse dalla folla, ma subito dopo ritornò
il silenzio della paura.

Mosè non potendo trovare il padrone in quella
calca ritornò all'albergo, e quando vide il capitano
gli andò incontro con aria misteriosa e gli domandò:

—Ha veduto sulla berlina quel signore magrolino
cogli occhiali che è venuto a farle visita una
sera d'autunno, or son quasi due anni?!

—Non dirlo nemmeno all'aria, se un giorno
non vuoi vedermi al suo posto. Tutti quei condannati
sono veri galantuomini, vittime d'una imprudenza.
Volevano fare il bene, ma non sapevano
[pg!45]
farlo colla finezza indispensabile nella lotta
del diritto inerme contro la forza armata.

Mosè restò sbalordito, e pensava agli ordini
ricevuti dal padrone poco dopo la visita di quel
signore: il cancello del parco sempre chiuso, il
cancello del brolo sempre aperto! e cominciava
a capire qualche cosa, ma il capitano poteva essere
sicuro che il segreto delicato starebbe sepolto
per sempre in fondo al cuore dell'onesto e
fedele domestico.

Abortite le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte
e terminato l'infame processo dei Carbonari colle
barbare condanne, il paese, seminato di spie, scoraggiato
per le prove fallite, parve immerso in
un silenzio di morte. I vecchi patriotti rimasero
prostrati, scoraggiati di tentare nuove imprese;
i giovani si gettarono negli stravizi, nella vita
molle effeminata, che il governo straniero incoraggiava
in molte maniere per facilitarsi il dominio
d'uomini fiacchi e di anime corrotte.

Quella fu l'epoca fortunata dei teatri, delle ballerine
e delle mime, dei veglioni mascherati, dei
carnevali rumorosi, degli intrighi galanti, della
vita allegra e spensierata.

Duravano tuttavia le proteste contro il dominio
straniero, ma si limitavano a maledire o beffare
il governo, eludere le leggi, burlarsi della
[pg!46]
dabbenaggine di qualche Tedesco, degli spropositi
italiani dei Croati, a canzonare la ingenua
semplicità d'un soldato, a guardare in aria sprezzante
gli ufficiali dell'esercito austriaco.

Poi sorsero nuove sétte, ma coi capi cospiratori
viventi all'estero, pieni d'illusioni sulle condizioni
locali del paese, con forze immaginarie,
e con tentativi arrischiati che esponevano le vite
dei cittadini, moltiplicando le piccole sollevazioni
impotenti, e producendo nuove vittime.

Che cosa potevano fare i prodi soldati degli
eserciti napoleonici lasciati in disparte? i patriotti
intelligenti rimasti senza patria? Crearsi
una famiglia, educarla coi sani principii della giustizia,
vivere ritirati, apparecchiare i figli per
l'avvenire, attendere e sperare.

E così fece il capitano Bonifazio.

Andò in Brianza a sposare la sua Maddalena.
Le nozze ebbero luogo in primavera del 1822,
con semplicità patriarcale, senza feste, senza
chiassi, e senza sonetti, come conveniva in tempi
tristi, dopo dolorosi avvenimenti.

La sposa che aveva sempre vissuto in campagna
si trovò benissimo nella sua nuova dimora
nei dintorni di Treviso. La casa era più grande, il
possesso più esteso e più ricco; l'aspetto della pianura
era meno pittoresco delle colline di Brianza,
[pg!47]
ma l'orizzonte più ampio ed aperto, la campagna
bagnata da acque correnti, e l'aria pura ed elastica
che viene dalle Alpi e passa per l'immenso
letto del Piave apporta la salute, esilara lo spirito,
ed eccita l'appetito.

Il capitano riprese i suoi lavori agricoli e di
giardinaggio, la Maddalena assistita da Mosè e da
una fantesca, ordinò la casa; e così ebbe origine
la nuova famiglia Bonifazio, della quale abbiamo
raccolto la semplice istoria in queste povere
pagine.
[pg!48]




IV.
===


Talvolta i filosofi hanno il torto di ritenere
troppo assolute le loro teorie, se si contentassero
di limitarle al circolo ristretto della loro visualità,
avrebbero perfettamente ragione.

Per esempio: se il maestro Zecchini avesse proclamato,
che l'uomo è un asino, senza uscire dalla
sua scuola, nessuna autorità competente avrebbe
trovato un argomento valido per confutarlo: e
forse nemmeno lo stesso maestro avrebbe presentata
un'eccezione.

E infatti, studiando sè stesso, egli aveva sovente
l'occasione di confermarsi nel suo principio.

Appena ritornato dalla Brianza, il capitano
Bonifazio invitò a pranzo il maestro Zecchini
per presentarlo alla sposa, come amico e vicino
di casa. Il maestro rimase colpito dalla bellezza
lombarda della signora Maddalena, e per esprimere
la sua ammirazione in modo che gli pareva
[pg!49]
molto appropriato, cominciò a raccontare a tutti
i suoi amici e conoscenti che la sposa del capitano
aveva due occhi da carbonara. E questa fu
vera imprudenza, in un tempo, nel quale gli stessi
mercanti di carbone non avrebbero osato chiamarsi
col loro nome.

Guai se il capitano lo avesse udito! ma il maestro
contemplando quegli occhi bruciava in silenzio,
nascondeva le brace sotto la cenere, e
pensando al carattere vivace dell'amico celibe,
aveva doppia paura dell'amico ammogliato quantunque
costui avesse dei pensieri molto più gravi
di quello di sospettare del maestro Zecchini.

Malgrado tutte le precauzioni passibili, il primo
tempo di quel matrimonio non poteva essere tranquillo
e sereno, come sogliono essere tutte le lune
di miele. A certe suonate di campanello il capitano
lasciava trasparire un'involontaria apprensione,
come al tempo degli arresti, a certi rumori
notturni egli si alzava dal letto e andava
a spiare attraverso le gelosie. La giovane sposa
indovinava la causa di quelle inquietudini, e ne
divideva le ansietà.

Tale condizione di cose rendeva il capitano più
bisbetico del solito, e avendo ripreso le partite
serali delle carte, ad ogni errore commesso il
maestro andava soggetto a dei rabuffi che lo intimidivano;
[pg!50]
la buona signora si studiava di consolarlo
dei modi bruschi del marito con indulgenti
sorrisi, e sguardi incoraggianti, e l'asino
bruciava.

Dopo qualche tempo la partita di terziglio fu
abbandonata pel tresette. Il maestro pregato dal
capitano aveva trovato un quarto giuocatore;
certo Giacomo Pigna, fittaiuolo del paese, un po'
rozzo, ma galantuomo, laborioso ed allegro, e gran
bevitore. Egli capitava ogni sera fedelmente, anche
attraverso la neve e le bufere, per fare la
solita partita. Gettava il suo tabarro e il cappellaccio
a cencio sopra una seggiola dell'anticamera,
ed entrava intrepidamente nel salotto coi
capelli sulla fronte, l'occhio brillante, il naso violetto,
i zigomi accesi, un buon sorriso sulla bocca,
il ventre proeminente, e gli stivali sopra i calzoni.
Il capitano gli dava la mano, che egli non
osava stringere che debolmente, per riguardosa
modestia.

Prima di giuocare una carta si bagnava il pollice
in bocca, e alla fine d'ogni partita tirava
fuori la scatola di tabacco colla Madonna sul
coperchio, ne offriva agli uomini, diceva le sue
barzellette alla signora, e tirava su pel naso la
sua presa, con una profonda aspirazione.

Il parco diventava sempre più rigoglioso, abbellito
[pg!51]
di nuove piantagioni di alberi e di arbusti
ornamentali, le macchie si arricchivano di fiori
elegantissimi, l'orto aveva degli erbaggi stupendi,
e il cortile sorvegliato dalla padrona di casa era
popolato di numerosi pollami, d'anitre, tacchini
e colombi.

Un anno dopo le nozze un fortunato avvenimento
allietò la famiglia, i parenti e gli amici,
la nascita d'un figlio maschio, al quale venne
imposto il nome di Gervasio. Due anni dopo ne
nacque un altro, che fu chiamato Stefano; e così
la famiglia cresceva, e viveva abbastanza felice,
una vita tranquilla e regolare, come un paese
senza storia.

I bambini vennero allevati all'aria aperta, con
una semplice vesticciuola, un cappello di paglia,
e gli zoccoletti di legno: giuocavano tutto il giorno
sotto i boschetti e sull'erba, e correvano incontro
alla madre, colla bocca aperta, come i pulcini.

Ebbero i primi insegnamenti dal maestro Zecchini
sempre innamorato platonicamente della
loro mamma, ed essa educava i loro cuori all'amore
di Dio, dei genitori e del prossimo, con elevati
sentimenti. Il babbo li voleva robusti e patriotti
e li indirizzava per questa via. Divenuti grandicelli
frequentarono le scuole di Treviso, modificate
dall'insegnamento domestico. Il governo austriaco
[pg!52]
per assicurarsi dei soggetti rispettosi faceva
leggere e imparare a memoria nelle scuole
il libriccino intitolato *I doveri dei sudditi*.

Il capitano faceva osservare ai suoi figli che
la stessa natura ci ispira l'amore della patria,
che la patria non può essere felice senza la libertà
e la giustizia, e se non era giusto che un
cittadino comandasse in casa altrui, così non poteva
esser giusto che un popolo s'imponesse ad
un'altra nazione. Ristabilita la vera base del diritto,
dimostrava che quei pretesi *doveri dei sudditi*
non erano altro che gli *obblighi degli schiavi*,
ed indicava la prudenza necessaria per condursi
alla scuola, eccitandoli a farsi uomini per vendicare
la patria.

E invece di limitare le loro conoscenze alle nozioni
di storia imposte dal programma austriaco,
spiegava ai suoi figli la storia universale, ove
l'Austria faceva una figura secondaria e insignificante,
e talvolta odiosa; poi li voleva istrutti
minutamente sulla storia d'Italia, dalla più remota
antichità fino ai nostri giorni, perchè imparassero
a conoscere i grandi avvenimenti, i
fatti gloriosi che onorano il nome della patria
davanti al mondo, rilevando in pari tempo tutti
gli errori, tutti i torti, i vizii, i delitti che conducono
i popoli alla schiavitù. E si fermava con
[pg!53]
somma compiacenza a certi nomi, e spiegava le
azioni generose che li avevano resi immortali.

Li addestrava a tutti gli esercizii del corpo,
alla scherma, al tiro a segno, alla ginnastica.

—Verrà il giorno che potrete utilizzare tutte
le vostre conoscenze e tutte le vostre forze,—egli
diceva loro;—impiegatele sempre a favore
della giustizia e della libertà, a vantaggio dei
buoni contro i malvagi,—e rivolto a sua moglie
soggiungeva:—Questa è la migliore congiura
che possa riescire a liberarci dal governo
straniero.

E scriveva ai parenti di Brianza i progressi
dell'educazione dei figli, i loro costumi intemerati,
e gli animi audaci, ma onesti. È facile immaginare
come egli spiegasse la storia di Napoleone,
davanti i ritratti e i quadri di casa. Erano
racconti che facevano venire la pelle d'oca; ma
a poco a poco lo spirito bellicoso li metteva in
voglia di menar le mani, sentivano vergogna di
vedersi dominati dagli stranieri, e ascoltavano a
bocca aperta le geste di quei generali che rotta
la spada prendevano in mano un fucile e trascinavano
i soldati contro la mitraglia, mettevano
in fuga il nemico colla baionetta, e restavano illesi
in mezzo alla mischia.

Gervasio, secondando il gusto dominante del
[pg!54]
padre si era dato con passione all'agricoltura e
al giardinaggio. Coltivava dei bei fiori, ne faceva
dei mazzi magnifici, e li presentava a sua madre
nei giorni delle feste natalizie ed onomastiche.
Piantava degli alberi nelle occasioni solenni, come
modesti monumenti della vita domestica.

Stefano amava lo studio, leggeva molto, annotando
le cose che gli parevano degne d'essere
rilette.

Il maestro Zecchini li amava come figliuoli,
ringiovaniva giuocando con loro; talvolta lo canzonavano
per la sua teoria, ma con maniere scherzose
che non potevano offenderlo.

—Aspettate, e mi darete ragione col tempo,—egli
diceva;—siete giovani senza esperienza,
e giudicate le bestie dal pelo. È un errore! bisogna
che la bestia sia morta per pronunziare
un giudizio esatto delle sue qualità. Ci sono degli
animali di tutti i colori, ma senza la pelle tutte
le bestie sono eguali.

Giacomo Pigna aveva un figlio, Giuseppe, col
quale i ragazzi andavano a caccia, ora in montagna
ed ora in palude, e così si esercitavano alle
marcie e al tiro, con grande soddisfazione del
capitano.

Di tratto in tratto si facevano degli inviti alla
villa, per mangiare cogli amici il lepre o la selvaggina.
[pg!55]
In quelle occasioni il vecchio Pigna alzava
il gomito fuor di misura, e quando era brillo
ne diceva delle grosse, che facevano ridere la
brigata. Allora il maestro guardava gli amici
strizzando un occhio, per dimostrare che l'occasione
era favorevole all'applicazione della sua
teoria.

Questa vita semplice e laboriosa, rallegrata da
festicciuole di famiglia, durò parecchi anni, senza
che nessun avvenimento importante venisse a
turbarla. Le aspirazioni liberali crescevano nel
silenzio, lo spirito nazionale era coltivato dalle
letture di buoni libri, ma lo si teneva nascosto
nell'intimità, come un'arma proibita. Il bisogno
d'indipendenza era penetrato anche nel popolo,
e le condizioni d'Europa lo favorivano. Nel giorno
memorabile 22 marzo 1848, fu scosso il giogo per
la prima volta, con unanime slancio, nella Lombardia
e nella Venezia.

L'insurrezione di Milano fu irresistibile, gli
Austriaci dovettero ritirarsi nelle fortezze del
quadrilatero; il resto del paese fu libero per
quella serie di fatti complessi che fecero cadere
rapidamente il dominio austriaco, con poco spargimento
di sangue.

A Venezia pochi cittadini audaci, secondati
dalla popolazione, ottennero il medesimo risultato.
[pg!56]
Pareva una corrente elettrica che gettasse a terra
il governo sbalordito. Ma esso raccolse l'esercito
e si apparecchiò alla rivincita; mentre la nazione
esaltata dalla facile vittoria, priva d'esperienza e
di senno politico si abbandonava alla gioia del
trionfo, e non pensava ai pericoli imminenti. Sorsero
dovunque i governi provvisori, incominciarono
le pacifiche dimostrazioni, i proclami ampollosi,
seguiti da tutte le esitazioni della inesperienza.

Il capitano Bonifazio era soddisfatto della caduta
del governo straniero, ma desolato delle declamazioni
che mantenevano il paese nelle più
pericolose illusioni.

—Armi, disciplina ed unità di comando ci
vogliono, egli esclamava, non vane ciarle, e mal
fondate speranze. Gli Austriaci si concentrano
per organizzarsi, attenderanno dei rinforzi da
Vienna, e un giorno usciranno dalle fortezze, e
riprenderanno il terreno perduto. Bisogna circondarli,
combatterli e vincerli. Bisogna abbandonare
le questioni accademiche sulla forma di
governo più opportuna all'Italia, mentre il paese
è ancora occupato da un esercito agguerrito di
stranieri tenaci alla preda. Bisogna ripudiare la
rettorica, è inutile scrivere degli indirizzi umanitari
ai fratelli Ungheresi, ai fratelli Boemi, ai
[pg!57]
fratelli Croati, i quali non domanderebbero di
meglio che tornarsene a casa in santa pace, ma
che la mano ferrea dell'Austria saprà conservare
sotto le armi, e slanciarli alla facile riconquista
d'un popolo disarmato.

Il maestro Zecchini che era stato pronto a
metter fuori del balcone la bandiera tricolore,
ascoltava attentamente i discorsi del capitano Bonifazio,
li trovava molto ragionevoli, si pentiva
dell'entusiasmo dimostrato nei primi giorni, ed
alla prima pioggia ritirò la bandiera per non
sciuparla, ma dopo tornato il sole finse di dimenticarla
in un angolo della casa; avrebbe voluto
anche sopprimere la coccarda, ma chi non
la portava era creduto una spia, ed arrischiava
la pelle. Egli prese il suo partito; si mostrava
taciturno coi sospetti, modesto coi timidi, audace
cogli esaltati, gridava cogli urloni, declamava coi
barbassori, e abbondava nel senso di tutti per
vivere d'accordo con ciascheduno.

Il capitano Bonifazio si recò a Treviso coi figli
per prendere le armi contro il nemico.

Trovò il governo provvisorio composto di tredici
persone (cattivo numero!). Mancava il denaro,
quantunque ci fossero due ministri di *contabilità*
e *finanze*; mancavano le armi e i soldati,
ma c'erano due incaricati alla *milizia* e un ministro
[pg!58]
di *diplomazia e guerra*, un abate all'*istruzione
pubblica*, un canonico al *culto*, un avvocato
alla *consulta*, due ingegneri alle *pubbliche costruzioni*,
un avvocato all'*amministrazione comunale*,
un altro alla *Polizia*, e l'avvocato Presidente del
governo, per mettere in moto questa gran macchina
provinciale, e governare un popolo che non
contava novantamila abitanti.

E pubblicavano, dice uno storico contemporaneo,
«annunzi, disposizioni, decreti, proclami,
consigli a tenore delle circostanze, mostrandosi
però sempre sicuri nel buon esito dell'impresa.»
(*Semenzi*).

La città era in festa, le case pavesate, le contrade
illuminate, l'entusiasmo dei cittadini si manifestava
in mille forme diverse. E così avvenne
in ogni città e borgata del Lombardo-Veneto liberato
dagli stranieri. Ma le aberrazioni della gioia
furono brevi, sufficienti però a dimostrare all'Europa
l'odio degli Italiani per il dominio straniero.

Provenienti da varie regioni d'Italia entravano
in città le più bizzarre milizie, in costumi pittoreschi:
elmi romani e medioevali, pennacchi
napoleonici, durlindane dell'Orlando furioso, fiocchi,
galloni, giacche di tutte le parti del mondo,
cappelli calabresi, romagnoli, trasteverini, napolitani
e siciliani.
[pg!59]

Il capitano Bonifazio fu subito nominato istruttore
e organizzatore della milizia, i suoi figli si
arruolarono nei volontari, i quali ignoravano ancora
il mestiere del soldato, quando furono mandati
ad affrontare i primi scontri dell'esercito austriaco
che scendeva dal Friuli, preceduto dei
soliti Croati.

Giovani studenti trasformati repentinamente
in artiglieri, operai divenuti fantaccini in pochi
giorni, resistettero intrepidamente al primo fuoco,
si batterono con coraggio, e sparsero il loro sangue
per la libertà.

I Tedeschi bombardarono Treviso, che dopo
la coraggiosa resistenza ottenne una delle capitolazioni
più onorevoli delle guerre di indipendenza.
Quei giovani soldati uscirono dalla
città cogli onori militari, conservando le armi
e i bagagli, con due pezzi di cannone, regalati
dal generale austriaco «in contrassegno
della particolare sua stima per la buona condotta
durante il combattimento, e perizia nel
maneggio delle armi.» (*Capitolo III della Capitolazione*).
«I sudditi austriaci arruolati nelle
truppe italiane, saranno considerati come emigrati.»

Ed ecco che cominciava una nuova iliade di
mali per gli Italiani, e la nazione tornava ad essere
[pg!60]
invasa ed oppressa dalle forze preponderanti
degli invasori stranieri.

Mentre le milizie italiane uscivano dalla porta
Santi quaranta (ora Cavour), gli Austriaci entravano
dalla porta di San Tommaso (ora Mazzini).

Nella villa suburbana del capitano Bonifazio
la povera Maddalena restava sola a piangere la
partenza del marito e dei figli, che non aveva potuto
abbracciare.

Il maestro Zecchini e Mosè cercavano invano
di consolarla facendole credere che sarebbero
presto ritornati, ma il suo cuore di donna la avvertiva
che i suoi cari starebbero assenti lungamente,
esposti a mille pericoli; e al suo dolore
di moglie e di madre si aggiungeva quello di
buona italiana, che vedeva la patria rioccupata
dagli stranieri.

Quale solitudine, qual vuoto in quella casa, e
in quel parco dopo la partenza de' suoi cari! Una
parte della cavalleria austriaca aveva preso alloggio
nelle case di campagna intorno la città,
le scuderie erano piene dei cavalli nemici, e i
soldati inquieti andavano e venivano con volti
arcigni e truce aspetto.

Ecco il santuario domestico invaso dagli stranieri,
che non hanno nulla di sacro nel paese
conquistato. Si prendevano le frutta come fossero
[pg!61]
in casa propria, calpestavano le colture, legavano
agli alberi i cavalli che coi denti rosicchiavano
le corteccie.

Maddalena che conosceva la passione del marito
e dei figli per quelle belle piante, allevate
con tante cure, piangeva disperata per non poter
arrestare quella devastazione.

Il maestro Zecchini trovò il modo di rendersi
utile alla povera donna ed agli amici assenti,
andando a parlare ad un colonnello che cercava
un comodo alloggio in mezzo ai suoi soldati. Gli
si presentò col cappello in mano, in attitudine
riverente, e gli disse:

—Se Vostra Eccellenza desidera un magnifico
alloggio non ha che comandarmi; io sono il maestro
del villaggio, e non ho altro desiderio che
quello di servirla bene.

Il colonnello volle vedere, lo seguì, e fu soddisfattissimo;
e quando fu bene installato accolse con
benevolenza un rispettoso reclamo che gli fu fatto
dal maestro in favore degli alberi del giardino.

I soldati coi cavalli ricevettero l'ordine di sgombrare
immediatamente, e di ritirarsi nelle adiacenze,
con l'obbligo di mai più mettere i piedi
nel parco, e una sentinella fu collocata in sito
opportuno colla consegna di non lasciar passare
alcuno, e di sorvegliare la proprietà.
[pg!62]

Partito quell'ufficiale superiore ne venne un
altro dello stesso grado, e così di seguito. La tradizione
conservò l'abitudine dell'alloggio riservato,
e così fu preservato dalla devastazione quel
delizioso soggiorno.

Ma intanto i proprietari vagavano raminghi per
le terre d'Italia, invase per ogni parte da eserciti
nemici.

Milano ricadeva in mano dell'Austria, e tutto
il sangue sparso dagli Italiani in quei mesi di
lotta e di ansietà non valse a liberarli dalla invasione.

La sola Venezia resisteva eroicamente, e i Bonifazio
si recarono colà, per contribuire alla difesa.

Le vicende dell'assedio di Venezia sono forse
la più bella pagina nella storia della nostra emancipazione.

Questa gloriosa città, tradita ed oppressa, che
si ridesta alla libertà, dopo l'umiliazione del dominio
straniero, che lacera e insanguinata si
difende contro un nemico potente, combatte valorosamente,
intrepida fra le rovine delle fortificazioni,
che estenuata dalla fame, decimata dal
coléra e dalle bombe, decide di *resistere ad ogni
costo*, offerse un esempio di tale fermezza indomabile,
che le guadagnò l'ammirazione del mondo.
[pg!63]

I Bonifazio furono fra quelli eroi che presero
parte alla sortita di Mestre, e che difesero Marghera
fino che fu ridotta ad un mucchio di rovine.
Ma il vecchio soldato di Napoleone fu il solo
che potè ritirarsi incolume in città dopo di aver
combattuto per tanti giorni in mezzo ad un diluvio
di palle.

Gervasio rimasto fra gli ultimi sulla breccia fu
ferito alla mano destra e Stefano ebbe una gamba
traforata da una palla; e passarono gli ultimi
tempi dell'assedio all'ambulanza.

Finito l'ultimo pane nero, e l'ultima carica di
cannone, Venezia dovette cedere senza esser
vinta.

Al momento della capitolazione i due fratelli
erano ancora convalescenti. Tennero consiglio col
padre, il quale pensando alla povera donna che
non li aveva visti da più d'un anno, desiderava
che volessero tornare entrambi a casa con lui.
Per Stefano non ci poteva esser dubbio, poichè
non era in caso di tenersi in piedi senza l'aiuto
d'un bastone, ma Gervasio storpiato alla mano
destra si rifiutò recisamente di ritornare a vivere
sotto il governo austriaco, preferì di condannarsi
all'esilio. Il padre non volle insistere, nella speranza
d'un pronto risveglio della nazione e d'un
ritorno alle armi.
[pg!64]

La separazione fu dolorosa. Gervasio s'imbarcò
in un bastimento francese, e il vecchio soldato,
sostenendo sotto il braccio il più giovane dei
suoi figli ferito, ritornò alla sua villa.

Povera Maddalena!... quando li vide entrare
pallidi e magri, col suo Stefano ferito, e senza
Gervasio, fu costretta di sostenersi ad un albero
per non cadere; poi fatto animo e ripreso fiato
si gettò nelle braccia loro esclamando:

—Dove è Gervasio?...

—È partito.... risposero, ma speriamo di rivederlo
fra poco....

—È morto! essa gridò con accento straziante,
il mio povero Gervasio è morto!... sarebbe qui
di sicuro se non fosse morto!...

Non voleva persuadersi che fosse partito, che
avesse preferito l'esilio alla casa paterna, alle
cure di sua madre!

—Ha preferito l'esilio all'umiliazione di vivere
sotto il giogo dei nostri nemici, come tanti altri
suoi compagni, le disse il marito; ma le cose non
possono durare a questo modo,—e manifestando
tutte le illusioni di quel tempo, si studiava di
provare l'impossibilità d'un lungo dominio austriaco
in Italia, perchè i popoli coraggiosi possono
tutto quello che vogliono; ma Maddalena
non lo ascoltava più, baciava teneramente il suo
[pg!65]
Stefano, lo interrogava ansiosamente sulla ferita
che gl'impediva di camminare, lo fece sedere in
una poltrona, apportò dei ristori ai poveri viaggiatori
sfiniti dai lunghi patimenti, dalla fame,
dalla fatica del viaggio, in quello stato.

Appena saputo il loro ritorno accorse anche
il maestro Zecchini, e non finiva mai d'interrogarli
sui più minuti particolari del memorabile
assedio; si mostrò desolato per tante sventure,
e voleva sostenere che bisognava rassegnarsi al
destino, che era finita per sempre, che sarebbe
assolutamente impossibile di vincere la potenza
austriaca. Il capitano lasciò andare un pugno
così violento sul tavolo che fece saltare i piatti
e i bicchieri, e così incominciarono nuovamente
le diatribe fra i due vecchi amici, che dopo l'assenza
ritornavano a vivere insieme, sempre inseparabili,
e sempre discordi.

Intanto il Gervasio navigava verso la Francia,
e pochi giorni dopo sbarcava a Marsiglia coi
molti esiliati di Venezia, i quali si dispersero
in vari paesi.

Egli partì per Parigi colla speranza di trovare
un'occupazione per non vivere a carico della famiglia.
Ma in quel tempo la capitale francese rigurgitava
di emigrati d'ogni parte d'Europa; le
varie rivoluzioni del quarant'otto vi avevano gettato
[pg!66]
i loro naufraghi, che cercavano un rifugio.
Tutte le passioni umane, e i diversi partiti politici
si concentravano nel cervello del mondo;
la vita era una lotta di forze contrarie che si
agitavano convulse fra gli amari disinganni del
passato, e le più esagerate illusioni dell'avvenire.

Ad un'anima mite e senza ambizioni, come
quella di Gervasio, la vita tumultuosa rendeva
più doloroso l'esilio. Dopo lunga aspettativa gli
venne offerta una cattedra di lingua italiana in
Bretagna. Non esitò ad accettarla perchè sentiva
anche il bisogno di quella pace campestre nella
quale era stato allevato, e che gli mancava affatto
nel movimento turbinoso della moderna babilonia.

Ma il clima umido e triste della Bretagna accresceva
la sua malinconia, e la vita solitaria gli
faceva sentire doppiamente tutte le amarezze della
nostalgìa. Non vide mai sorgere quel sole opaco
dietro le nebbie, senza che il suo pensiero non
lo trasportasse alla casa paterna; e la vedeva da
lontano, illuminata dallo splendido sole d'Italia,
e gli pareva di udire lo stormir delle fronde dei
suoi boschetti, il pigolìo dei passeri al crepuscolo,
credeva di respirare l'olezzo di quelle piante, e
sentiva l'aria pura dei monti e del Piave, che
gli sbatteva il viso, quando appariva il balcone
[pg!67]
della sua cameretta così piena di ricordi. La modesta
stanza di Bretagna non aveva nulla che
sorridesse alla memoria dell'emigrato; e i prospetti,
l'aria, gli accenti, le esalazioni, tutto gli
rammentava l'isolamento, e la lontananza della
patria.

I giorni delle feste solenni erano i più dolorosi.
Tutti si raccoglievano lietamente alla mensa
di famiglia, il povero emigrato viveva solo, colla
memoria delle affettuose cure materne, delle abitudini
domestiche del padre e del fratello, e della
perduta compagnia degli amici.

Bisognava cercare degli altri derelitti per fare
insieme società.

Conobbe allora i Ravelli, emigrati lombardi. La
famigliuola si componeva del padre vedovo, del
figlio Battistino, che fu ferito al Tonale difendendo
quel passo alpino coi volontari, e di sua
sorella Angelina, una buona ragazza di diciotto
anni. Scambiavano fra loro le amarezze e i conforti
comuni, dividevano i timori e le speranze,
e quelle eterne illusioni degli esuli, sempre distrutte
dagli avvenimenti, e sempre rinascenti
dalle stesse rovine. Ogni primavera speravano
il ritorno in patria per il prossimo autunno, ogni
autunno per la ventura primavera; ma ogni volta
che si credevano vicini al porto, una burrasca
[pg!68]
inaspettata li rigettava in alto mare. Tornato
il cielo sereno, esaminavano l'orizzonte, e ad ogni
nuvoletta lontana pronosticavano l'uragano che
doveva sconvolgere l'Europa, far trionfare la libertà,
e restituirli al loro paese; ma un venticello
importuno rasserenava il cielo. Si lamentavano
della indifferenza di tutte le nazioni per ciò
che violava i loro diritti e il loro onore, vedevano
in ogni piccolo alterco diplomatico un'offesa
sanguinosa che rendeva indispensabile la guerra,
aspettavano ansiosamente la dichiarazione desiderata;
ma la pace si andava consolidando a loro
dispetto, e l'esilio temporaneo diventava domicilio
stabile degli emigrati. E così passavano gli anni,
e intanto l'amicizia e l'amore fiorivano anche sulla
terra straniera.

Gervasio divenne intimo di casa Ravelli, fu il
compagno inseparabile di Battistino, e non tardò
a sentire per l'Angelina una profonda simpatia
che a poco a poco si trasformò in reciproca affezione.

Allora la primavera di Bretagna parve più
bella ai giovani innamorati, che aprendo l'animo
ai sentimenti e ai pensieri concordi, si creavano
una nuova patria sul suolo straniero, la patria
dell'amore, e così trovavano più ridenti quelle
verdi campagne, più vaghi i fiori, meno fosco
[pg!69]
l'orizzonte, meno pallido il sole, e le notti azzurre
e brillanti di stelle più belle delle notti italiane.

Vivere insieme per amarsi sempre, e dimenticare
tutto il resto, questa divenne l'unica aspirazione
dei loro cuori.

Dopo uno scambio di lettere colle rispettive
famiglie in Italia, furono fidanzati; pochi mesi
dopo si celebrò il matrimonio, e la terra di Bretagna
parve un paradiso terrestre ai due sposi,
nell'ebbrezza dell'amore soddisfatto.

Passati dieci mesi venne alla luce un bel maschio,
che per comune consenso dei due nonni
fu battezzato col nome di Silvio, in segno di simpatia
verso l'amico carbonaro, che fu prigioniero
allo Spielberg, e di protesta contro il dominio
straniero.

Pareva che la felicità sorridesse pienamente
alla nuova famiglia, quando una febbre insidiosa
assalì la puerpera, e mise subito in dubbio ogni
speranza. I sintomi più minacciosi si succedettero
con terribile rapidità, e la malattia finì in
pochi giorni con un lutto spaventoso.

L'infelicissimo marito perdette la sua diletta
compagna nel primo anno di matrimonio, il neonato
perdette la madre nel primo mese di vita.

Sotto il colpo inaspettato dell'improvvisa sventura,
lontano dai cari parenti, fra il suocero e il
[pg!70]
cognato al pari di lui disperati, Gervasio risentì
tutto il peso dell'esilio e dell'isolamento.

La donna morta fu portata al cimitero colla
sua candida veste di sposa; il bambino fu messo
a balia; i Ravelli affranti dal dolore abbandonarono
il paese, il povero esule rimase solo, fra
una culla e una tomba, a piangere la sua cara
compagna scomparsa;—solo senza patria, e senza
famiglia!...
[pg!71]




V.
==


Anche la famiglia Bonifazio si sentì colpita
crudelmente dalla sventura del figlio. Alle lagrime
dell'esule corrisposero da lontano le lagrime
dei parenti, privi del conforto di stringere
fra le loro braccia affettuose il povero orfanello
e il padre desolato.

Così l'esilio colpisce sempre da due parti;
tanto chi resta, che chi si allontana soffre egualmente,
senza il sollievo del reciproco conforto,
senza l'amara consolazione di piangere assieme.

Stefano guarito dalla sua ferita, andava spesso
a Treviso, ove aveva molti amici. Un bel giorno
girovagando per le strade della città, fu colpito
dall'aspetto di una di quelle ragazze del popolo,
tanto famose in tutto il Veneto per la rara bellezza
dei lineamenti, per l'abbondanza dei capelli,
la grazia della persona e l'eleganza del
vestito. Si direbbero nate in mezzo al lusso d'uno
splendido appartamento, e invece non sono che
[pg!72]
una curiosa aristocrazia della classe operaia, le
contessine del popolo. Dove abbiano imparato
a darsi quell'aspetto disinvolto, ed alzare quegli
sguardi alteri di principesse, nessuno lo sa.
Escono dalle povere catapecchie ove abitano,
come da un palazzo signorile, scendono maestosamente
dalle loro scalette di legno, come se
fossero gli scalini del trono, raccogliendo, colla
piccola mano coperta di guanti, e con flessuosa
destrezza, gli svolazzi della veste, per lasciar
vedere la elegante calzatura a talloni, portando
con certa alterigia la testina graziosamente pettinata,
e adorna d'un velo nero puntato con
grandi spilloni. Camminano con franca andatura,
portando l'ombrellino di seta, e il ventaglio, e
vanno dalla sarta o dalla modista, ove dopo una
lunga pratica giungono a guadagnare venti soldi
per dodici ore di lavoro.

La ragazza seguìta da Stefano, aveva sulla
nuca una treccia di morbidi capelli color castagno,
acconciata in molti giri, da destare l'invidia
dei più avveduti parrucchieri che le offersero
invano molto denaro per acquistarla, dicendole
che una treccia posticcia avrebbe prodotto
lo stesso effetto, e che i capelli crescendo più
rigogliosi, essa poteva farsene una rendita lucrosa,
senza che nessuno se ne accorgesse. Era
[pg!73]
la povera figlia d'un falegname, ma non volle
mai tagliare i suoi capelli per nessun prezzo;
quella era la sola sua ricchezza, la sua corona,
e non l'avrebbe ceduta per tutto l'oro del mondo.
Suo padre le dava torto, perchè i parrucchieri
lo avevano sedotto colla promessa irresistibile
di certe bottiglie d'un vino delizioso, che gli
avevano fatto assaggiare in un bicchierino, e che
gli era sembrato un balsamo di lunga vita.

Ogni mattina la ragazza si metteva allo specchio
coi capelli disciolti giù per le spalle, che
arrivavano fino al ginocchio, e quella ricchezza
la rendeva orgogliosa, perchè la più gran signora
della città non poteva comperarli per nessun
prezzo.

Poi faceva colazione con due soldi di pane e
latte, si vestiva con eleganza, e correva al suo
magazzino. Lungo la strada tutti si voltavano a
guardarla, ed essa era beata.

Stefano non fece attenzione a quei capelli,
che potevano anche essere posticci, ma fu sedotto
dal sorriso degli occhi, dalla dolce espressione
dei lineamenti, dalla bocca attraente, che
indicava somma bontà e cuor contento, quantunque
fosse un po' troppo grande in proporzione
delle altre linee del viso.

La seguì parecchie volte dal magazzino alla
[pg!74]
casa, essa se ne avvide, e gli fece comprendere
con uno sguardo che non disdegnava quell'omaggio,
e che trovava il giovinotto di suo gusto.
Egli non tardò molto ad esprimerle modestamente
la sua rispettosa ammirazione, e le
oneste intenzioni che lo animavano. Essa in principio
si mostrò molto incredula, gli fece capire
che era povera, e lo pregò di lasciarla in pace,
di non voler renderla infelice per un capriccio.

Stefano la rassicurò con solenni promesse, e
così non tardarono a prendere la dolce abitudine
di vedersi spesso, di passeggiare insieme in luoghi
solitari, nella più cordiale intimità, coll'espansione
di pensieri e sentimenti che sono il
melodioso linguaggio dell'amore.

L'affetto che i Bonifazio provavano pel figlio
assente, pareva che volesse manifestarsi con doppie
cure sul figlio vicino; l'indole soave e il carattere
onesto del giovane lo rendevano degno
della loro affezione.

Egli non tardò molto a rivelare alla madre il
suo amore per la Beppina, mostrandole il desiderio
di farla sua moglie, e la buona madre predispose
favorevolmente il marito.

Il capitano Bonifazio, al contrario di molti
padri, era sempre preoccupato dal timore che
suo figlio potesse innamorarsi d'una signora.
[pg!75]
L'educazione delle ragazze nelle ricche famiglie
cittadine gli metteva spavento, e diceva a sua
moglie:

—Se Stefano vorrà prender moglie, la nostra
quiete sarà in pericolo. Che cosa faremo noi di
una sposa cittadina colle nostre abitudini campagnuole?
Vorrà essa adattarsi alla semplicità
di questa vita? che cosa farà tutto il giorno alla
villa? vorrà essa occuparsi delle cure domestiche
recando qualche sollievo alle tue fatiche,
quando la età avanzata ti farà sentire il bisogno
di riposo? Avvezza alle visite oziose, ai
teatri, agli spettacoli, alla società elegante, potrà
essa sopportare senza noia la solitudine, le
sciocchezze del maestro Zecchini, le asinaggini
dei Pigna, padre e figlio?

La povera Maddalena lo consolava facendogli
osservare che la città era vicina, che i giovani
avrebbero potuto fare una vita conforme ai loro
gusti, e i vecchi si sarebbero dedicati ad allevare
i bimbi, e a governare la casa, senza cambiare
le abitudini di nessuno. Ma il capitano
non era persuaso e pronosticava mille disturbi,
in tal modo che quando Stefano gli annunciò il
suo progetto, ne fu lietissimo, e volle subito vedere
la ragazza.

La Beppina avvertita in tempo di questa visita
[pg!76]
aveva messo in ordine la povera dimora, e
li aspettava ansiosamente fingendo di lavorare,
seduta davanti al balcone, adorno di alcuni vasi
di fiori, che le erano stati regalati da Stefano.

La visita fu breve, ma decisiva. Pareva che il
capitano ne fosse più innamorato del figlio, tanto
si mostrava entusiasta del soave sorriso di quel
bel volto. Esso la trovò modesta e gentile, graziosa
e intelligente, e ritornò a casa contento
per darne l'annunzio a sua moglie, pronosticandole
dei giorni felici, ed una vecchiaia tranquilla,
con una figlia di più, la più cara e simpatica
che si potesse mai desiderare, e diceva a Stefano:

—Facciamo presto; a domani la domanda al
padre, e quanto prima le nozze.

E fu secondato in ogni suo desiderio. Al giorno
seguente il falegname Morato non andò a bottega,
e attese il capitano, dopo di essersi rasa
la barba e vestito da festa, secondo gli ordini
della figlia.

All'ora fissata i Bonifazio furono esatti, e in
poche parole si trovarono d'accordo. Alla cortese
domanda del capitano, il Morato rispose:

—Sono anni cattivi, siamo povera gente, mia
figlia non ha nè dote, nè corredo....

—A questo ci pensiamo noi, soggiunse il capitano.
[pg!77]
Facciamo presto; io non vi domando altro,
prima di tutto perchè non mi piacciono le
cose lunghe, e poi perchè sono vecchio, e vorrei
vedere un nipotino, prima di chiudere gli
occhi per sempre.

—Non parliamo di malinconie, gli rispose il
falegname, con naturale buon senso. Siamo a
vostra disposizione, riconoscenti dell'onore.

Fissarono l'epoca delle nozze, il capitano baciò
in fronte la Beppina, e i due giovani si mostrarono
molto lieti degli accordi.

Stefano scrisse al fratello, raccontandogli minutamente
tutti i particolari del suo amore, vantandogli
le buone qualità della sposa, senza nascondere
la sua povertà.

Poco tempo dopo arrivava dalla Francia una
cassa pieni di arredi da donna con una lettera
di Gervasio, nella quale egli si congratulava col
fratello per il prossimo matrimonio, e gli faceva
mille scuse se osava spedirgli il corredo della
sua povera defunta, ancora nuovo, per l'immatura
sua morte. «Non saprei farne un uso migliore,
egli scriveva, la tua sposa non se ne offenda
se la tratto fino da questo momento come
sorella; fra fratelli che si amano quello che è
dell'uno è anche dell'altro. Vivi felice in famiglia,
intanto io pregherò il cielo che ci conceda
[pg!78]
di rivederci presto, per poter vivere tutti uniti
in casa nostra, nella nostra patria, colla nostra
famiglia, tutte cose preziose che ci vennero tolte
dalla usurpazione straniera.»

Al tempo fissato si fecero le nozze. Il capitano
accompagnò Stefano a Treviso di buon mattino,
e dopo la celebrazione del matrimonio, montarono
in carrozza colla sposa e suo padre e tornarono
alla villa. La buona Maddalena li aspettava
sulla porta, Beppina si gettò nelle sue
braccia.

—Hai trovato la madre che ti mancava, disse
alla nuora, baciandola in fronte.

Dopo una breve refezione fra soli parenti,
Stefano condusse la sposa a fare un giro pel
parco. Avvezza al chiuso ambiente della sua cameretta
in una casa vecchia di città, in una contrada
di povera gente, le parve di passeggiare
in paradiso. Attraverso le fronde passavano pochi
raggi di sole, che segnavano degli sprazzi
d'oro sulla sabbia dei viali. Il silenzio dei boschetti
era rallegrato da qualche gorgheggio d'un
capinero, accompagnato dal mormorio delle acque
cadenti d'una cascatella sul lago. Dalle macchie
di rose, dai caprifogli e dai gelsomini che
si arrampicavano sui muri emanava un soave
profumo che imbalsamava l'aria. La ricca vegetazione
[pg!79]
nel suo pieno vigore esalava degli aliti
vitali, raccolti da tutte le forze unite della natura,
dalla terra e dall'acqua, dalla luce, dalle
foglie e dai fiori. Un'arcana voluttà serpeggiava
nelle vene e inebbriava i sensi.

Vagarono, ora bisbiglianti ed ora silenziosi,
nella soave armonia delle commozioni e dei pensieri,
sotto ai boschetti e sui prati di quell'incantevole
giardino fino che udirono le campane
dei villaggi vicini che suonavano il mezzogiorno.
Era l'ora destinata al pranzo di famiglia coi parenti,
e pochi amici. La stanza era adorna di
fiori, la tavola apparecchiata con garbo, ma a
quella mensa c'era un vuoto doloroso che ricordava
la tristezza dell'esule lontano, gettava un
velo di malinconia sulla gaiezza delle nozze, e
faceva spuntare una lagrima sugli occhi della
madre, mentre si atteggiava al sorriso.

Tuttavia gli amici festeggiando gli sposi con
ripetute libazioni fecero echeggiare un po' d'allegria
alla fine del pranzo. Il maestro Zecchini
diventava loquace, papà Morato, volendo sostenersi
con gravità, si teneva diritto con uno sforzo,
e pareva diffidente delle sue gambe, il vecchio
Pigna aveva due occhietti rossi e brillanti come
rubini, suo figlio, con un sorriso immobile e costante,
cogli occhi fissi, e due macchie rosse
[pg!80]
sulle guancie, mostrava il volto d'un ebete colla
testa di legno. Dopo il caffè gli sposi presero
congedo dai parenti e dagli ospiti e partirono
per Venezia ove avevano fissato di passare i
primi giorni del matrimonio.

Ritornati in famiglia presero le abitudini regolari,
e la giovane si mostrò degna della sua
buona ventura. Affettuosa coi suoceri, gentile
cogli amici, d'indole facile e allegra, si faceva
amare da tutti. Stefano ne era più innamorato
di prima, e le buone qualità che le aveva trovate
gli facevano giudicare con indulgenza quei
piccoli nonnulla che saltano fuori col tempo e
colla intimità. L'amore è un vetro appannato
attraverso il quale appariscono le figure piane
come nelle ombre; il matrimonio è un cristallo
trasparente che lascia vedere gli oggetti in rilievo,
con tutti i loro pregi e difetti.

Le belle qualità dell'animo, scoperte nella Beppina,
compensarono Stefano della educazione incompleta,
e la vista di quei capelli meravigliosi,
che credeva prima un ornamento aggiunto alla
natura, lo rese indulgente sull'ortografia e la
grammatica, che mancavano alla sposa come il
corredo.
[pg!81]




VI.
===


Dopo un anno circa di matrimonio la Beppina
diede alla luce una bella bimba, che somigliava
alla mamma. Furono tutti contenti. La nonna
ringiovaniva per fare la bambinaia, il nonno era
beato che non fosse nato un maschio in quei
tempi funesti, quando si richiedeva il sangue di
nuove vittime per riscattare la patria.

—Abbiamo già un nipote, nato in esilio, diceva
il capitano, che un giorno dovrà fare il
soldato, non sarà dunque mai al nostro fianco;
questa bambina che è una vera delizia, sarà il
sostegno della nostra vecchiaia.

—E poi l'uomo è un asino! soggiungeva il
maestro.

Il capitano alzava le spalle indispettito, corrugava
la fronte, faceva gli occhi severi, atteggiava
la bocca all'ironia, e interrogava:

—Se l'uomo è un asino, che cosa sono le
[pg!82]
donne?... che cosa sono le mogli, le figlie, le sorelle
degli asini?...

E il maestro rispondeva tranquillamente:

—L'uomo è un asino, e le donne sono donne!...
La storia ce lo insegna; essa ci parla di sovrani
che furono belve, di guerrieri che furono eroi, e
non dice che le loro mogli fossero nè bestie, nè
eroine, erano donne. La donna non è simile all'uomo,
sono gli uomini stessi che la giudicarono
un essere inferiore, e fecero le leggi in conseguenza
di tale giudizio.... ed anche in questo si
mostrarono asini per eccellenza!...

Il capitano gli voltava le spalle brontolando,
e gli teneva il broncio fino all'ora della solita
partita a tresette.

Stefano era felice di vedere sua moglie ristabilita
in salute, ed era soddisfatto della contentezza
degli altri. E quando vedeva la sua Beppina
allattare la neonata, la gli pareva una delle più
belle madonne di Rafaello. La bimba fu battezzata
col nome di Maria. Ma anche in seno d'una
esistenza felice, Stefano non dimenticava mai i
principii succhiati col latte, e sviluppati in tutta
la loro forza dalla educazione paterna, dalle lotte
del quarant'otto, e dai successivi avvenimenti
della patria. Nessun galantuomo viveva indifferente
alle faccende del giorno, nè si chiudeva in
[pg!83]
casa con sentimenti da egoista, abbandonando
l'avvenire della patria alla fatalità del destino.
Tutti i buoni Italiani apportavano la loro pietra,
e apparecchiavano le fondamenta della futura
nazione.

Stefano andava a Treviso a vedere gli amici,
e s'informava esattamente di tutto quello che
veniva tentato per l'emancipazione del paese.

Era il tempo dei Comitati secreti e del prestito
di Mazzini.

Come in tutte le parti soggette all'Austria,
così anche a Treviso i patriotti corrispondevano
segretamente cogli emigrati in Piemonte e in
Francia, e apparecchiavano l'avvenire.

La piccola Maria cominciava a camminar sola,
correva incontro ai nonni, balbettava le prime
parole, era la tenerezza di tutti.

Venuto l'inverno la famiglia raccolta passava
le sere nel salotto, ciarlando, giuocando alle carte
e leggendo, la bambina dormiva tranquillamente
nella sua cunetta di vimini, perchè la madre voleva
tenersela sotto gli occhi fino all'ora di andare
a letto, e allora se la portava in braccio,
nella stanza, e la metteva nel suo letticino senza
svegliarla.

Se venivano gli amici facevano la partita alle
carte e il capitano litigava col maestro. Maddalena
[pg!84]
cercava di mitigare le irritazioni, di giustificare
gli errori, non si lamentava mai degli
sbagli di Pigna che giuocava con lei, molto peggio
del maestro col capitano; Stefano stava a
guardarli, la Beppina lavorava nei vestitini della
sua bimba. Quando erano soli il capitano giuocava
agli scacchi con Stefano, o metteva in ordine
i cartocci delle sementi, mentre suo figlio
leggeva ad alta voce un buon libro, e le donne
agucchiavano. Una sera di gennaio la pioggia
cadeva a scrosci, il vento fischiava fra gli alberi,
la famiglia era sola, raccolta nel tepore della
stufa, quando si udì una scampanellata che indicava
molta fretta.

—Sarà il maestro Zecchini che si bagna, disse
il capitano.

Mosè corse ad aprire. Due sconosciuti domandarono
se il signor Stefano Bonifazio era in casa.

—Sì, signori, rispose il domestico, vengano
avanti; e dopo di averli introdotti nell'atrio, domandò
chi doveva annunziare.

Uno di loro rispose:

—Pregatelo di uscire un momento, abbiamo
bisogno di dirgli una parola.

Mosè entrò nel salotto col volto turbato, dicendo
che c'erano di fuori due figure antipatiche
che volevano parlare col signor Stefano.
[pg!85]

Stefano impallidì, il capitano se ne avvide e
gli disse:

—Andiamo a vedere.

Uscirono insieme, lasciando le donne inquiete,
nell'ansietà di un pensiero sospettoso.

Erano due impiegati di Polizia, un commissario
col suo assistente.

Il primo mostrò l'ordine superiore, l'altro uscì
a cercare le guardie che aspettavano dietro al
cancello. Fecero una rigorosa perquisizione, misero
sottosopra la casa, raccolsero varie lettere
di Gervasio, dei documenti, delle carte varie, ne
fecero un pacco e vi apposero il sigillo, raccolsero
tutte le armi e ne fecero un fascio, poi intimarono
l'arresto di Stefano.

Ogni opposizione era vana. Il capitano frenava
a stento lo sdegno che lo agitava. Le signore
sulla porta del salotto, guardate a vista, supplicavano
invano che a motivo della burrasca, aspettassero
fino al mattino. Il commissario fu irremovibile,
e intimò la partenza.

Stefano corse a dare un bacio alla sua bambina,
che dormiva tranquillamente, poi si gettò
nelle braccia della moglie che svenne.

La adagiarono sul canapè. Maddalena che voleva
soccorrerla, non sapeva quello che si facesse;
era fuori di sè, e barcollava.
[pg!86]

Il capitano cercava un'arma per fare un massacro,
ma erano già tutte scomparse; le avevano
portato fuori col pacco delle carte. Nella confusione
generale, due sbirri presero Stefano sotto
le braccia e lo trascinarono, seguiti dagli altri
poliziotti, fino ad una vettura che aspettava a
piccola distanza della casa. Lo fecero entrare nel
calesse, tutti si collocarono nello stesso veicolo,
chi dentro e chi fuori, e sferzati i cavalli partirono.

In casa la desolazione e lo squallore erano
succeduti alla pace d'un'ora prima. Beppina colle
mani nei capelli, coricata sul canapè, chiamava
il suo Stefano, mandando dei singhiozzi convulsi
che parevano soffocarla. Maddalena in ginocchio
se la stringeva al seno, piangendo dirottamente,
il capitano col volto sconvolto, girava per la
casa come un pazzo, senza sapere dove andava;
Mosè lo seguiva col lume in mano senza parlare.

Il primo a riprendere il dominio di sè stesso,
fu il vecchio soldato, ma tutti i suoi ragionamenti
riuscirono vani; nè la madre, nè la moglie, potevano
consolarsi di tanta sventura; ascoltando
gli scrosci della pioggia e i sibili del vento di
quella orribile notte, pensavano ai patimenti fisici
e morali del povero arrestato durante il viaggio,
[pg!87]
e poi negli orrori della prigione; conoscevano i
processi lunghi e insidiosi dell'Austria, paventavano
delle sue crudeltà; i genitori erano rimasti
senza figlio, la moglie senza marito, la figlia
senza padre! ogni felicità era scomparsa da quella
casa, quella gente onesta e tranquilla non aveva
diritto di amare il suo paese, nè di volerlo libero
dagli stranieri, i quali si credevano in diritto di
punire severamente i più nobili sentimenti della
natura e dell'umana dignità.

Quella notte tutti vegliarono, oppressi dall'angoscia,
spaventati dall'avvenire.

Il giorno seguente si sparse la notizia di molti
arresti fatti nella stessa notte. Accorsero gli
amici, ma nessun conforto poteva consolare quegli
infelici caduti vittime di tale sventura.

I prigionieri erano partiti per Mantova. Stefano
fu gettato solo in una cella angusta, umida,
oscura ed infetta, e pensava ai suoi cari, alla
disperazione della moglie e della madre, all'afflizione
del padre, alla bambina, alla casa, alle
dolci abitudini domestiche. Quel cambiamento
repentino di vita, quel rapido trapasso dalle gioie
serene della famiglia, alle torbide agitazioni d'un
processo pericoloso, dall'aria profumata d'un
parco all'afa nauseabonda del carcere, era un
colpo troppo violento per restare senza conseguenze
[pg!88]
sopra un giovane felice ed avvezzo all'aria
libera dei campi.

Quando i patemi d'animo, che lacerano il
cuore, sono accompagnati da tutte le angustie
del corpo, la natura umana soccombe.

Dopo un accesso violento di disperazione, di
furore e di lagrime, Stefano cadde sfinito sul
fetido pagliericcio della prigione, e gli parve di
essere stato sepolto vivo. Pensava alla vita passata
come ad un altro mondo, abitato in un'epoca
lontana, prima d'essere precipitato in fondo d'un
precipizio. Provava una sete ardente accompagnata
da affanni e da nausea.

Fu trascinato davanti il giudice inquisitore
colla febbre; le arterie delle tempie gli battevano
come due martelli. Non intendeva le domande
che gli venivano indirizzate, rispondeva
con sdegnoso disprezzo, con pungente ironia, gli
pareva di trovarsi fra le unghie adunche d'una
belva feroce che stesse per divorarlo.

Ritornato nella sordida cella fu visitato dal
medico che lo trovò coi lineamenti immobili, colla
lingua e i denti fuliginosi, in una prostrazione
di forze completa; rispondeva lentamente, con
parole insensate. Il medico conobbe i primi sintomi
d'una febbre tifoide, e ordinò che fosse subito
trasportato all'infermeria. Il povero infermo
[pg!89]
non se ne avvide nemmeno. Gli comparvero sul
volto delle macchie rosse che sparivano sotto la
pressione delle dita.

Passò più d'un mese in questo stato, poi cominciò
a peggiorare, e aveva perduto i sensi da
qualche giorno, quando alle ripetute istanze della
famiglia fu concesso di visitarlo.

I parenti partirono subito per Mantova. Il
giorno dopo del loro arrivo, il capitano colla
faccia sparuta, ma fiera, conduceva la moglie e
la nuora, che parevano uscite da una tomba, e
camminavano sostenendosi reciprocamente, attraverso
gli squallidi e infetti corridoi della prigione,
sotto la scorta d'un attuario e d'un secondino.
Il malato non conobbe nessuno, i poveri parenti
non videro che una faccia cadaverica, coperta
da un sudore viscido, con un respiro affannoso,
che era il solo segnale di vita che gli restava.

La Beppina cadde su quel sordido pagliericcio,
perdendo i sensi, ed anche la povera madre stava
per venir meno. Uscirono dalla infermeria, Maddalena
sostenuta dal marito, e la Beppina trasportata
da due infermieri. Adagiarono le misere
donne in una carrozza che le condusse all'albergo.
Chiamato subito un medico, la Maddalena
fece uno sforzo sovrumano per assistere la nuora,
reggendosi appena sulle gambe.
[pg!90]

Beppina era incinta di quattro mesi. Quando
giunse alla villa il permesso di visitare il moribondo,
i genitori pronti a partire, avevano fatto
una vivissima opposizione al viaggio della nuora,
della quale conoscevano la condizione pericolosa,
peggiorata dalla disperazione per la prigionia del
marito, e dalle gravi notizie sulla sua malattia,
che erano state comunicate da Mantova. Ma ogni
resistenza fu vana; non valsero nè le ragioni
persuasive del medico, nè i più affettuosi consigli
dei suoceri, essa si irritava talmente contro
chiunque volesse impedirle di rivedere il suo
Stefano, che in fine parve meno pericoloso il
condurla con loro che il lasciarla a casa in preda
della disperazione.

Partì in uno stato di grande debolezza, con violente
palpitazioni di cuore, ma si sostenne durante
il viaggio a forza d'energia, la quale la
resse fino alla porta dell'infermeria, ma la abbandonò
totalmente all'aspetto dell'ammalato, ridotto
in tale stato che era appena riconoscibile.

Coricata nel letto dell'albergo, all'arrivo del
medico la misera donna aveva già abortito, e la
violenta emorragia cominciava a svenarla. Non le
mancarono le cure più sollecite ed affettuose, ma
il medico non dissimulava la gravità del pericolo,
e diceva al capitano:
[pg!91]

—Caro signore, le carceri politiche hanno ucciso
più donne che prigionieri. Questi resistono
con vigore alle prove tremende, perchè sono animati
da un altissimo sentimento che sostiene il
loro coraggio, ma le madri e le spose soccombono
colle viscere straziate dalla violenza che le privò
dei figli e dei mariti. Nella condizione di vostra
nuora colpita atrocemente nel giorno dell'arresto,
quest'ultima scossa terribile fu un colpo
mortale.

E pur troppo riuscirono vani tutti i tentativi
fatti per salvarla.

L'anemia progrediente andò esaurendo d'ora
in ora tutte le forze vitali, e alfine dovette soccombere.

L'ultima mattina la povera inferma, sentendo
la morte imminente, volle baciare i suoi cari, raccomandò
caldamente all'affetto della suocera la
sua piccola Maria, mostrò il più vivo desiderio
di ricongiungersi al suo Stefano, in una vita di
oltre tomba, e rivolti al cielo gli occhi languenti
spirò.

Il volto della povera morta pareva di marmo
greco, il suo pallore risaltava maggiormente sulle
morbide treccie di capelli che furono il suo diadema
di sposa, e la sua corona di martire. Pochi
giorni dopo moriva anche Stefano nel Castello
[pg!92]
di San Giorgio, e così sfuggiva al patibolo di
Belfiore ove sarebbe perito con tanti eroi della
patria.

Il vecchio carbonaro accompagnava al sepolcro
i due figli morti alla distanza di pochi giorni, e
li faceva collocare uno presso dell'altro, piangendo
di dolore, fremendo di sdegno, e invocando
dal cielo la pace ai defunti, il castigo di Dio sui
despoti della terra; e la libertà alle nazioni, che
hanno saputo guadagnarsela con tanti sacrifizi
di vittime umane.
[pg!93]




VII.
====


La notizia di questa catastrofe colpì tutta Italia
come una calamità nazionale; si sparse dovunque,
ridestò l'odio degli esuli che soffrivano lontani
dal focolare domestico, portò la desolazione a
Treviso e in Brianza, ove i parenti e gli amici
appresero con orrore la rapida morte dei loro
cari, che parve a tutti lo schianto di due fiori
prodotto dalla violenza d'un uragano. A tale sventura
si aggiunsero le relazioni dell'infame processo,
i patimenti di chi languiva nel carcere, i
supplizi che lo seguirono, e tutto insieme accumulava
le maledizioni degli oppressi sugli oppressori.

I due poveri vecchi che in così breve spazio
di tempo avevano perduto i due diletti figliuoli
involati violentemente alla pace domestica, compiute
le onoranze funebri, ritornarono piangenti
alla loro casa, ove un'orfanella innocente li aspettava
[pg!94]
colle braccia protese invocando il ritorno
della sua buona mamma, e del babbo.

La nonna Maddalena dovette assumere gli uffici
di madre, e dissimulare la grave disgrazia
all'infelice bambina, essa che aveva tanto bisogno
di piangere.

Il capitano scriveva lettere di fuoco al figlio
superstite, perchè gli esuli si agitassero anche in
Francia, e spingessero quella nazione a non tollerare
più oltre in Italia la infamia della dominazione
straniera, e aiutassero gli schiavi ad infrangere
quelle catene che li rendeva impotenti
alla rivendicazione dei loro diritti.

Da ogni parte venivano voci di speranza, ma
il frutto non era maturo.

Intanto le disgrazie accasciavano i vecchi. Il
capitano curvava la schiena sotto il peso degli
anni aggravati dal dolore. Soffriva delle vertigini
che lo esponevano a cadere, se non trovava un
sostegno. Il maestro Zecchini lo consigliava a
consultare un medico, il Bonifazio alzava le spalle
con dispetto e non gli dava retta.

—Avete bisogno d'un salasso, insisteva a dirgli
il maestro.

—Il salasso bisogna farlo all'esercito austriaco,
abbondante fino allo svenimento, e allora sarò
sicuro di guarire.
[pg!95]

La piccola Maria cresceva in salute ed in grazia,
sotto quegli alberi maestosi che colle loro
ombre avevano protetta l'infanzia di suo padre,
ed avevano consolato i giorni più lieti della breve
esistenza di sua madre. La bimba giuocava coi
fanciulli della sua età, e coglieva fiori e farfalle
intorno a quei viali tortuosi che erano stati percorsi
dai suoi genitori nel tempo felice.

Il maestro Zecchini le insegnava a leggere
sui vecchi libri che avevano servito al suo
babbo ed allo zio Gervasio; ma quando la bambina
si rifuggiava sui ginocchi della nonna, mostrandosi
annoiata della monotona cantilena del
maestro, implorando la grazia di ritornare ai suoi
diletti infantili, la buona donna la liberava subito
dal peso della lezione, e la rimandava libera
ai boschetti del parco.

—A che cosa serve l'istruzione per chi non ha
patria? essa diceva a Zecchini, a che cosa hanno
servito tanti studi al mio povero Stefano? se fosse
stato un ignorante, sarebbe ancora con noi.

—È vero! pur troppo è vero! rispondeva il
maestro, il diritto, la ragione, la scienza sono
impotenti contro la forza brutale. Contro le baionette
non valgono che i cannoni, e il nostro popolo
subisce la dura _`tirannide` senza rivoltarsi.—L'uomo
è un asino!... condotto colla cavezza e
[pg!96]
spinto col bastone, cammina rassegnato da vera
bestia da soma.—E dopo qualche sospiro, riprendeva:—Tuttavia
l'istruzione è l'unica arma
che ci resta. Bisogna istruirsi per saper distinguere
il male dal bene, l'intelligenza e la coltura
aprono tutte le strade, è un dovere di tutti
istruirsi; non solo gli uomini, ma anche le donne.
Avete torto di incoraggiare la bimba a trascurare
lo studio....

—Che sia felice almeno nella infanzia, interrompeva
la Maddalena; chi sa a quale sorte è
riservata nell'avvenire!... i pochi giorni felici
sono tutti guadagnati.

Così la bambina, secondata dalla nonna, cresceva
ignorante, ma bella come la sua mamma,
della quale aveva i capelli abbondanti, il sorriso
degli occhi, e la bocca un po' grande, ma affettuosa.

Essa, che adorava la nonna, si prestava però
volentieri per assisterla nelle faccende domestiche,
le piaceva di stare in cucina ad ammannire
le vivande, imparava prontamente ad apparecchiare
a condire ed a cuocere le varie pietanze,
e a sorvegliare i fornelli. Faceva grande attenzione
alle faccende della casa, voleva che la
nonna la lasciasse fare da sola, era contentissima
quando riusciva bene, e che il nonno le faceva
[pg!97]
un elogio, per qualche manicaretto elaborato dalle
sue tenere mani.

E imparò presto a cucire, a rammendare la
biancheria, a inamidarla e stirarla a dovere. Faceva
bene la pulizia delle camere, metteva tutto
in assetto con attenzione, le piaceva l'ordine in
ogni cosa.

Si annoiava soltanto quando le mettevano in
mano un libro, o la facevano scrivere; allora
sbadigliava, faceva delle smorfiette, e si rassegnava
soltanto per contentare il nonno, che non
divedeva l'opinione di sua moglie sull'istruzione,
ed esigeva questo sacrifizio come un dovere indispensabile.
La nonna difendeva sempre Maria,
che non aveva voglia di studiare.

—Lasciala in pace, diceva a suo marito, lascia
che sia felice, le donne più felici sono quelle
che sanno meno.

—Non dir sciocchezze... rispondeva il capitano,
una donna ignorante è una vera disgrazia!...
il maestro ha ragione.

—Il maestro ha torto. Se l'uomo è un asino,
come egli asserisce, non è necessario che la donna
sia sapiente....

—Tanto gli uomini che le donne devono distinguersi
dai bruti colla istruzione. Gli asini
tirano il carretto carico, e i padroni li fanno
[pg!98]
camminare a legnate; se gli asini fossero istrutti
caccierebbero a calci il padrone.

E così dicendo se ne andava maneggiando il
bastone come fosse una sciabola, usciva nel parco
borbottando fra i denti le più tremende minaccie
contro il governo, abbatteva furiosamente
le capsule dei papaveri per dare uno sfogo a
quella collera impotente, che avrebbe voluto tagliare
in quel modo le teste dei nemici.

La bambina gettava i libri, e correva in fondo
al parco per sfuggire alla seccatura dello studio,
ed alle prediche del nonno.

Così passarono alcuni anni fino che un carbonaro
di Bologna, entrato nell'Assemblea nazionale
francese, e poi salito sul trono imperiale
dello zio, alzava lo stendardo delle nazionalità,
promettendo l'emancipazione d'Italia, alla quale
aveva giurato di contribuire, facendo parte della
setta italiana nella vendita bolognese nel 1831.

È facile immaginare l'entusiasmo del capitano
Bonifazio quando lesse il Proclama di Napoleone
III che voleva l'Italia «libera dalle Alpi
all'Adriatico.» Il carbonaro trivigiano andava
ripetendo ad alta voce, e in uno stato di esaltazione,
alcune frasi che lo avevano colpito:
«Andiamo su questa terra classica, illustrata
da tante vittorie, a ritrovare le traccie dei nostri
[pg!99]
padri.» Tutta la sua gioventù ritornava a
rifiorire, tutte le aspirazioni della sua vita di
cospiratore si avvicinavano al trionfo, tutto l'odio
accumulato nel suo petto andava a sfogarsi
colla vendetta del figlio e della nuora uccisi
collo stesso colpo dall'aborrito governo austriaco.

Il vecchio soldato di Napoleone I si sentiva
ringagliardire alle parole di Napoleone III, e la
spina dorsale curvata sotto il peso degli anni
dolorosi, si rialzava rigogliosa alla scossa elettrica
scoppiettante nelle solenni promesse. Egli
era vicino ai settantatrè anni ma gli pareva di
essere ancora abbastanza robusto da poter portare
un fucile, e intanto nell'impazienza d'un
primo assalto, egli percorreva le camere a passo
di marcia, armato del suo bastone, la sola arma
che gli era stata lasciata dall'Austria, e si arrestava
davanti i ritratti di Napoleone I, facendogli
il saluto militare. All'arrivo del maestro
si gettò nelle sue braccia; questi fu sorpreso e
beato di tanta intimità, che non aveva mai ottenuta
nei lunghi anni della loro relazione, passati
brontolando sopra ogni argomento.

La vecchia Maddalena temeva che suo marito
diventasse matto in quello stato d'orgasmo e di
esaltazione irrefrenabile.

Il vecchio Pigna, tenendo per mano il figlio
[pg!100]
di suo figlio, un bambino di otto anni, lo condusse
per la prima volta in casa Bonifazio a
vedere i quadri delle battaglie di Napoleone,
per fargli capire che cosa fosse la guerra.

Il capitano gli dava le spiegazioni necessarie.
Il piccolo Andrea col naso in aria, gli occhi
sbalorditi, la bocca aperta, guardava ora le battaglie
ed ora il capitano, ed aveva più paura
di costui, gesticolante con furore, che degli eserciti
combattenti nei quadri fra i morti e i feriti.

La Maria venne a prendere per mano il piccolo
Andrea, che era circa della sua età, e lo condusse
in giardino per liberarlo dagli assalti del nonno.

Il vecchio Pigna si fregava le mani in segno
di giubilo, pensando che il nuovo governo avrebbe
diminuite le imposte e il prezzo del sale, sperando
che la guerra avrebbe fatto aumentare il
valore del frumento, dell'avena, del vino, del
fieno, come al tempo della guerra in Crimea.

Ogni momento entrava qualche nuovo curioso
per aver notizie della Lombardia. Il capitano
non salutava nessuno, ma gettava in aria il berretto,
e lo metteva in cima al bastone, alzandolo
in segno di tripudio, e diceva a Zecchini:

—È venuto il tempo del salasso!

Assicurava tutti dell'imminente liberazione; ed
esclamava:
[pg!101]

—L'Austria è finita!.... fra poco saremo a
Vienna!... Evviva i Napoleonidi!

Al primo indizio di guerra Gervasio aveva fatto
i bauli, e rinunziato alla cattedra, per ritornare
in patria. Ma prima di lasciare la Bretagna, il
padre ed il figlio erano andati a fare l'ultima visita
al cimitero, e genuflessi sulla tomba della
moglie e della madre, l'esule sentiva che l'affetto
e il dolore ci fanno mettere le radici anche nella
terra straniera, e non poteva staccarsi da quel
mesto soggiorno senza lasciarvi un lembo del
cuore. La povera defunta restava sola e non
avrebbe più l'omaggio delle lagrime e dei fiori
dei suoi superstiti. Pei morti sulla terra straniera,
il giorno della liberazione della patria,
l'esilio diventa isolamento. I parenti, gli amici,
i compagni ritornano al loro paese, ed essi rimangono
affatto soli.

Gervasio e Silvio partirono piangendo, e deplorando
di non poter portare con loro le ceneri
sacre della loro povera morta.

Erano anche dolenti di non poter rientrare in
patria colle armi alla mano, ma il padre era rimasto
storpio per la ferita del 48, e il figlio aveva
appena otto anni.

Il reduce difensore di Venezia anelava ardentemente
di riabbracciare i vecchi genitori, di consolarli
[pg!102]
colla presentazione di suo figlio, che avrebbe
occupato il posto del povero Stefano, e anelava
ansiosamente di rimettere il piede nell'eroica
città, alla quale aveva consacrata la vita, e della
quale dipingeva gl'incanti e il prestigio al figliuolo
che stava estatico ad ascoltarlo.

Attraversando la Savoja gli pareva che le Alpi
si fossero moltiplicate per ritardare il suo ritorno.
Finalmente giunsero a Torino e lo trovarono in
festa per la battaglia di Magenta che aveva aperta
la porta della Lombardia. Visitarono la capitale
del Piemonte con rispettosa riconoscenza, come
il tempio santo della rigenerazione nazionale.

Il 9 giugno, Gervasio scriveva a suo padre:
«Jeri siamo entrati a Milano, dopo gli eserciti
alleati che accompagnarono il re e l'imperatore,
i quali furono accolti con indescrivibile entusiasmo
dalla popolazione esultante. Silvio è felice
di trovarsi in Italia, e desidera vivamente di abbracciare
i suoi nonni; domani visiteremo quelli
di Brianza, e in breve tempo saremo in seno
della famiglia, per non dividerci mai più. E questo
pensiero mi consola in modo tale da farmi dimenticare
molti dolori sofferti nella troppo lunga
lontananza.»

Poi furono interrotte le comunicazioni, e non
corsero più nè le lettere nè le notizie stampate.
[pg!103]

Il 24 giugno nella villa Bonifazio si udiva il
rombo lontano del cannone. Tutti ascoltavano in
silenzio, il capitano era in uno stato di esaltazione
eccessiva, fremeva d'essere lontano dal combattimento,
si agitava convulso all'idea della vicina
liberazione, che gli rappresentava il trionfo
delle sue idee di patriotta, il meritato compenso
dei pericoli di cospiratore, la vendetta dei figli
perduti, la gioia di rivedere il suo primogenito,
lontano da tanti anni, e di conoscere alfine il nipote,
che continuava la discendenza mascolina
della famiglia. Maddalena sospirava fra le speranze
consolanti e le apprensioni dolorose, pensando
alla gioia di abbracciare il figlio e il nipote,
e palpitando per le nuove vittime della
guerra.

Maria girava pel parco col suo amico Andrea
Pigna, e i due ragazzi inconsci del solenne momento
si trastullavano coi giuochi infantili.

Il giorno seguente giunse la notizia della battaglia
di Solferino. Il maestro Zecchini ritornò
da Treviso con relazioni confuse, che lasciavano
incerti i risultati. Il capitano montò sulle furie
e lo coperse d'improperi, ma il povero diavolo
aveva fatto la pelle dura, dopo la lunga abitudine
col vicino. Maddalena, come al solito, cercava di
metter pace, ma questa volta i suoi tentativi riuscivano
[pg!104]
vani, suo marito si esaltava sempre più
e non voleva ammettere altro che vittorie e trionfi
d'Italia e Francesi, e sole disfatte d'Austriaci.

Più tardi giunsero alcuni particolari precisi.
La battaglia era stata micidiale da ogni parte,
il furore del cielo s'era aggiunto al valore degli
alleati, e dopo la strage guerresca l'uragano aveva
costretto gli Austriaci alla ritirata.

—Dunque fu una vittoria decisiva, esclamava
il capitano, adesso i nostri devono girare le fortezze,
ed entrare francamente nel Veneto; fra due
o tre giorni saranno a Treviso!...

E il maestro si arrischiava di rispondere:

—Taluno, che si pretende bene informato, asserisce
che i nostri non si muovono, e che l'Austria
riceve rinforzi.

—Baie! baie! urlava il capitano, baie fatte
spargere apposta dal governo per persuadere i
credenzoni e gli sciocchi....

—Ma a Treviso il governo non si muove, e a Venezia
si aspettò invano l'arrivo delle flotte riunite...

—Mi pare che siate troppo soddisfatto!...

—Anzi al contrario sono dispiacentissimo, ma....

—Non ci devono essere dei ma!... nè ci possono
essere altri dubbi, altre reticenze e incertezze
che quelle dei nemici della patria... e
delle spie!....
[pg!105]

Maddalena volgeva gli occhi supplichevoli verso
il maestro per farlo tacere, ed egli che era sempre
innamorato di quella santa donna, sopportava in
pace le ingiurie, abbassava la testa, e si rassegnava
al silenzio.

Il capitano dava un gran pugno sul tavolo e
usciva inviperito, per correre in traccia di più
consolanti notizie. Ma camminava barcollando
sorpreso dalle solite vertigini.

Frattanto la buona Maddalena metteva in assetto
le camere destinate al suo Gervasio, e a
Silvio, che amava tanto senza averlo veduto mai
altro che in fotografia, e raccoglieva con materna
sollecitudine tutte quelle cose che potevano tornare
gradite ad entrambi, per la memoria del
passato e le tradizioni di famiglia.

Il vecchio Mosè la secondava del suo meglio,
e contemplando i ritratti di Gervasio e di Silvio
si commoveva al pensiero di vederli giungere al
cancello, incontrati dai genitori e dai parenti, fra
il giubilo degli amici, dei concittadini, di tutti
coloro che amavano e stimavano Gervasio, del
quale gli chiedevano sempre le nuove.

Passarono alcuni giorni nell'incertezza, fino che
giunse la notizia dell'armistizio. La Maddalena
pregò il maestro e tutti di casa di nascondere la
brutta novità per non esacerbare i nervi di suo
[pg!106]
marito, ed anche colla speranza che fosse una
delle tante menzogne che circolavano in quei
giorni, e non avevano alcun fondamento.

Il capitano inquieto di quel silenzio uscì per
cercare delle notizie, ma appena giunto al cancello
vide un ragazzetto che gli veniva incontro
con un viglietto. Lo aperse rapidamente. Lo scritto
gli veniva da un amico fidato, e conteneva queste
poche parole: «Hanno firmata la pace. Il Veneto
resta all'Austria.»

—Tradimento!...—urlò il capitano. Fece due
passi, si fermò, voleva gridare ancora tradimento
ma non riuscì che a balbettare poche sillabe interrotte.
Alzò le braccia, e parve che cercasse
d'intorno un sostegno che gli mancò, era barcollante,
stramazzò a terra come se fosse colpito da
un fulmine, battendo la testa sul pavimento. Il
ragazzetto spaventato corse in tutta fretta a chiamar
gente.

Mosè si precipitò sul padrone, e mentre cercava
di fargli riprendere i sensi, bagnandogli la
fronte e ripetendo delle frizioni coll'aceto, gli altri
domestici accorsero in cerca del medico, il quale
non tardò a comparire. Il polso non batteva più,
gli mise una mano sul cuore.... il capitano era
morto.

La violenta commozione gli aveva fatto salire
[pg!107]
il sangue al cervello; l'apoplessia, e il colpo ricevuto
alla testa lo avevano ucciso.

Gervasio aspettava il momento di passare il
Mincio, quando ricevette la triste notizia. La pace
di Villafranca che lo privava della patria, gli
aveva rapito il padre.

Maddalena che attendeva da un giorno all'altro
il figlio e il nipote, perdette anche il marito; e
si trovò isolata nel dolore, con una bambina, che
le ricordava le passate sventure.

Sono disinganni che vanno fino allo spasimo e
al delirio. E non era la sola famiglia Bonifazio la
vittima del prolungato dominio straniero, ma centinaia
di famiglie venete restavano separate dai
figli; e molte rimasero senza patria e senza figli,
i quali erano morti sul campo di battaglia, difendendo
l'indipendenza del loro paese.

Furono giorni di lutto universale, da far disperare
della libertà e della vita, se l'incrollabile
fermezza degli Italiani non li avesse sostenuti
in mezzo a tante minaccie, davanti a tanti
pericoli, col voto costante di lottare sempre, senza
contarsi, contro tutti, fino che fosse raggiunto
lo scopo.

Il maestro Zecchini tentò di consolare il profondo
cordoglio della vedova, divenne la provvidenza
della famiglia, e il tutore della bambina.
[pg!108]
Si occupò dei funerali del capitano, che riuscirono
decorosi, dimenticò tutti i rabbuffi di lui,
per non ricordarsi che delle buone qualità del
vicino, faceva l'elogio del morto, con tutti gli
amici e conoscenti, come si fa sempre in tutte le
iscrizioni e in tutti i discorsi funebri.

La nonna Maddalena e Maria rimasero sole in
quella casa, che aveva tutto sacrificato pel paese,
e il cómpito della povera vedova le era chiaramente
definito: allevare Maria, conservare la modesta
sostanza al figlio e ai due nipoti; e dato
sfogo al dolore colle lagrime, dovette alfine rassegnarsi
al destino, e si accinse con coraggio a
fare il suo dovere.

Il maestro Zecchini la consigliava di collocare
la fanciulla in un buon collegio per educarla secondo
la sua condizione, o almeno di mandarla
in una buona scuola in città, ma la Maddalena vi
si rifiutò recisamente.

—Le donne, essa diceva, basta che sieno buone
padrone di casa.

Il maestro tentennava la testa, e le rispondeva:

—No, cara signora, questo non basta; adesso
si esige di più anche dalle donne, destinate alla
vita sociale. Maria avrà una buona dote, può fare
un buon matrimonio, e non deve restare ignorante.

—Io non soffrirò mai che Maria si allontani
[pg!109]
da casa, voglio averla sempre sotto gli occhi, non
devo abbandonarla, nè essere abbandonata dalla
sola creatura che mi resta....

—Ma qui in campagna, senza istruzione, non
potrà sposare che un uomo al di sotto della sua
condizione....

—Purchè sia felice che importa?.... credete
che in città sarebbe più felice?... Io ho vissuto
sempre in campagna, e non avrebbe mancato
nulla alla mia felicità senza le disgrazie della
politica....

—Ma se un giorno la stessa Maria vi facesse il
rimprovero di averla privata d'educazione, come
potreste consolarvi di questa accusa?...

—Non lo farà mai! Caro maestro, non si rimpiange
quello che non si conosce....

—Domando scusa. Io non conosco i milioni,
eppure deploro continuamente d'esserne privo.
Quante belle cose avrei fatto, se fossi stato milionario....

—Credete che i milioni vi avrebbero reso felice?
v'ingannate. Maria sarà felice, senza essere
tanto ricca. Ci penso io, ve lo prometto, io saprò
farne un'eccellente massaia; e suo marito, e i suoi
figli saranno bene contenti d'averla per moglie e
per madre.

—Lo voglia il cielo, ma non sono di questa
[pg!110]
opinione. Farete di Maria una brava massaia, ma
sarà una donna incompleta....

—Nulla è perfetto sulla terra! concludeva la
Maddalena.

E così andavano discutendo sovente fra loro, e
pareva destino che il migliore amico di casa Bonifazio
fosse sempre in contradizione prima col
marito e poi colla moglie, che non potevano star
senza di lui, trovandosi continuamente discordi.

Ma se le cure per la bambina erano incessanti
ed affettuose, le cure del giardino e del parco
erano totalmente abbandonate.

Maddalena da brava padrona di casa amava il
risparmio, e giudicava il lusso contrario all'economia,
non rifiutava mai di fare le spese pei campi
che aumentano la rendita, ma le ripugnava di
spendere pel giardino e pel parco. Preferiva occuparsi
dell'orto che forniva la cucina e la mensa
di eccellenti prodotti, trascurava la coltura delle
serre e dei fiori che le sembravano superflui. E
al posto delle piante rare dietro le invetriate faceva
distendere al sole le reste delle cipolle e
dell'aglio; in luogo dei vasi di gerani, e di viole a
ciocche che il capitano esponeva alle finestre, essa
vi metteva le zucche. Si compiaceva di avere dei
bei sedani bianchi, delle rape dolci, dei cavoli
giganti, dei poponi profumati e saporiti.
[pg!111]

Il resto lo confidava alla natura, e lasciava tutte
le piante ornamentali in piena libertà.

Ma chi credesse rovinato il parco sarebbe in
errore, esso non aveva fatto che cambiare di
aspetto, acquistando, dall'assoluto abbandono, una
bellezza artistica senza pari. Gli alberi che non
furono più tormentati dal coltello e dalla forbice
che limitavano la loro espansione, si erano vendicati
della passata disciplina gettandosi con
pieno vigore ad ogni eccesso di sfrenata vegetazione,
gli arbusti avevano invase le strade, le
sementi cadute da tutte le piante avevano germogliato
in un caos indescrivibile che presentava
l'aspetto d'una foresta vergine dove le bignonie,
le edere, le clematidi, e tutte le ampelidee si arrampicavano
sugli alberi e ricadevano in festoni.

I fiori moltiplicandosi senza freno erano usciti
dalle aiuole, avevano invaso il prato e i viali,
crescevano confusamente, e fiorivano in abbondanza
nell'anarchia. I rosai che non furono mai
regolati da nessun freno, erano saliti sulle piante
più robuste, andavano a cercare il sole fuori dei
rami del loro tutore, e fiorivano in alto ricadendo
pel loro peso naturale in nappe e frangie fiorite
come se ne vedono sulle scene del teatro in qualche
ballo fantastico. I venti e gli uragani scuotendo
violentemente tutte le fronde avevano compiuta
[pg!112]
l'opera della natura, infrante le cime di
qualche abete, lacerate alcune piante antiche, e
data l'ultima pennellata al quadro stupendo.

Per certi viali non si passava più, ma in compenso
erano sorti dei boschetti rigogliosi, con
tutto il vigore della natura indipendente, in un
terreno divenuto fertilissimo dal terriccio prodotto
da vari strati di foglie cadute e marcite al
posto, e si formarono delle macchie con viluppi
inestricabili di rami di varie piante, con foglie,
fiori e sementi della più bizzarra e capricciosa
complicazione, che formavano cupole e pergolati
che la più strana fantasia architettonica non
avrebbe saputo immaginare.

In cambio delle strade a curve studiate c'erano
dei sentieri formati naturalmente dal passaggio
dei contadini che andavano a falciare il fieno, o
attraversavano il parco per altri motivi; i padroni,
gli amici, i domestici passando sempre sulle stesse
traccie si formava la nuova strada.

Maria andava ad appiattarsi sotto quelle ombre,
e vi si faceva dei nidi fra i rami, per riposarsi
in compagnia d'Argo, un enorme cane di Terranuova,
più grande di lei, dal quale era amata colla
tenera affezione d'un protettore formidabile, che
secondava tutti i suoi capricci, intendeva le sue
parole, le serviva di morbido origliere, le lavava
[pg!113]
il viso colla lingua, e la avrebbe difesa validamente
da chiunque le si fosse avvicinato senza
il suo permesso.

Maria e il suo cane passavano delle ore deliziose
in quei nascondigli, dormivano, rosicchiavano
biscotti, giuocavano insieme, e talvolta si
udiva lo scroscio cristallino di risa della fanciulla,
eccitato da qualche ghiribizzo del suo fedele
compagno.

La nonna li lasciava in pace malgrado le censure
del maestro Zecchini, il quale odiava quel
cane, chè ora gli rubava il berretto per portarlo
in giardino, ora gli posava le zampe sporche da
fango sui calzoni nuovi, ora tornando dal bagno
che aveva fatto nel laghetto andava ad asciugarsi
il pelo al suo vestito. Ma la ricreazione della fanciulla
non durava tutto il giorno, ed era sovente
un meritato compenso alle ore impiegate nel disimpegno
delle cure domestiche, delle quali diventava
sempre più esperta. Dopo ammannita
una vivanda, apparecchiato il pranzo, e messa in
ordine la biancheria, fatte le mende, stirato il
bucato, la nonna lasciava Maria in libertà, Argo
saltava su dal suo giaciglio, abbaiando in segno
di contentezza, e i due amici si mettevano a correre
per il parco, entravano nel bosco, e sparivano.
[pg!114]




VIII.
=====


Così passavano i giorni, i mesi, gli anni, senza
avvenimenti, in una vita semplice, e relativamente
felice. Maria diventava una bella fanciulla, somigliava
sempre più alla sua povera mamma,
cresceva sana e rigogliosa come le piante del
parco. La nonna diventava sempre più vecchia,
nei suoi capelli grigi andavano crescendo i fili
d'argento, qualche dente spariva dalla bocca, gli
occhi le si offuscavano, e già non poteva più lavorare
senza occhiali, le prime rughe increspavano
la pelle delle tempie.

Il vecchio Mosè dopo la morte del capitano non
stava più bene, era come una marionetta alla
quale si fossero rotti dei fili che la fanno muovere,
egli che non aveva altra volontà che quella
del padrone, pareva istupidito dopo la partenza
della sua guida. Aveva perduto in gran parte la
vista e la memoria, era divenuto sordo e si accasciava
sempre più.
[pg!115]

Nella sua ultima malattia venne assistito dalle
padrone come da due sorelle o da due figlie. La
Maddalena insegnava alla Maria come si devono
soccorrere i malati, con affezione, con intelligenza,
in silenzio, senza far rumori intorno al
letto. La fanciulla aveva imparato a fare un brodo
speciale per quello stomaco debole, gli alzava la
testa con delicata attenzione, lo aiutava a cibarsi,
gli somministrava esattamente i rimedi prescritti
dal medico.

Dopo lunghe sofferenze, consolate dalle cure
assidue e dall'affetto delle signore, il povero vecchio
morì benedicendo la casa nella quale era
vissuto tanti anni onesto e laborioso, benedicendo
le sue padrone che amava teneramente, e lasciando
un addio cordiale al suo Gervasio e a Silvio, che
si doleva di non aver veduti prima di morire, ma
profetizzava che sarebbero ritornati presto alla
loro casa, in seno della madre affettuosa. E pronunziò
queste parole poco prima di morire, quantunque
in fondo non ci credesse gran fatto, ma
per finire la vita con un'ultima consolazione e
un augurio alla sua buona padrona. E morì povero,
avendo sempre soccorso i parenti col frutto
delle sue fatiche, senza aver mai abusato della
fiducia illimitata dei padroni.

Fu pianto come un fratello, ed ebbe dalla famiglia,
[pg!116]
che aveva servita fedelmente per tanti
anni, gli onori dei funerali e del sepolcro, come
se fosse stato uno stretto parente.

Quando il maestro Zecchini, dopo di averlo accompagnato
all'ultima dimora, fu di ritorno in
casa Bonifazio, per rendere conto della sua mesta
missione, la signora Maddalena asciugandosi gli
occhi gli disse:

—Caro maestro, adesso tocca a voi di trovarci
chi deve sostituirlo....

—È impossibile!... le rispose il maestro; quegli
uomini non si sostituiscono più. Non ci sono più
servitori.

—Ma dunque?!... che cosa dobbiamo fare?... ci
è impossibile di restare senza un domestico.

—Cercheremo, investigheremo... ma è difficile!
difficilissimo, non credo possibile di riuscire, come
sarebbe mio desiderio.

—Fra i tanti scolari che avete avuti, in tanti
anni di scuola?...

—Tutti asini, signora!... o birbanti.... o ladri....
o poltroni.... una generazione perversa!...

Tre giorni dopo questo dialogo il maestro Zecchini
entrava nella sala di casa Bonifazio, conducendo
per un orecchio un giovinotto col naso
camuso, coi capelli ricciuti sugli occhi, e lo presentava
alla signora:
[pg!117]

—Questa bestia fu mio scolaro per parecchi
anni. Non ha mai imparato nulla, nemmeno a fare
il male. L'ho perduto di vista da qualche tempo,
mi disse che ha servito a Treviso, e che adesso
è senza padroni. Se vuole provarlo posso assicurarla
che è figlio di gente onesta, e deve essere
incapace di fare delle cattive azioni, che nè io nè
i suoi parenti gli abbiamo insegnate.

Lo scimunito, lasciato libero all'orecchio, ridacchiava,
ora guardando il maestro ora la signora,
e facendosi girare il cappello fra le mani, attendeva
d'essere interrogato.

Dopo poche domande fu accettato a prova. Si
chiamava Nicola.

Mostrò un certificato che non lo asseriva nè
carne nè pesce.

In pochi giorni si avvidero che era proprio un
cretino, e fu rimandato.

Fatte nuove ricerche si presentò un certo Damiano,
ciarlone disinvolto che vantava onestà a
tutta prova. Raccomandandosi alla padrona che
gl'insegnasse ciò che non sapeva, mostrò buona
volontà d'imparare. Venne accolto a prova anche
lui. Appena entrato in servizio si mostrò svelto
e intelligente, ma Argo lo guardava con sospetto,
lo fiutava sovente ringhiando, tanto che Maria
disse al maestro:
[pg!118]

—Argo non è contento di Damiano, se a lui
non piace, vuol dire che non può fare per noi...

—Sicuro, le rispose il maestro; gli uomini possono
ingannarsi, ma i cani non hanno mai preso
un gatto per un lepre. State bene attente, siamo
in un tempo che non bisogna fidarsi di nessuno.

E così sorvegliando il nuovo domestico non
tardarono ad avvedersi che vendeva l'avena, facendo
digiunare il cavallo. Venne congedato. Subentrò
Michele, uomo onesto, e abbastanza esperto
nel servizio, ma un ubriacone di prima riga. Cesare
lo seguì. Non si ubriacava mai, ma era un
tal ghiottone che vuotava le casseruole sui fornelli,
beveva il brodo e vi sostituiva dell'acqua.
Anche questo fu messo alla porta. Ah! povero
Mosè come fu rimpianto, come si deplorava la
sua perdita ad ogni cambiamento! Finalmente
venne Pasquale, un vero macaco, col muso delle
scimmie antropomorfe: faccia rugosa, orecchie
piatte, narici aperte, labbra sottili e bocca enorme,
fronte ristretta, capelli neri ed irti come una
spazzola. Aveva i difetti e le buone qualità delle
bestie alle quali rassomigliava.

—Galantuomo?—puh! meno ladro degli altri.—intelligente?...—meno
balordo.—Laborioso?...—meno
pigro. Era suscettibile di qualche riconoscenza,
non era impertinente, aveva infatti varie
[pg!119]
qualità negative, e si rendeva tollerabile per la
grande necessità di non cadere dalla padella nelle
bragie. E così si tirava avanti.

Intanto Gervasio attendeva in Lombardia la
ripresa delle armi, mentre che i diplomatici raccolti
a Zurigo si studiavano di fabbricare una
pace, come i fanciulli, quando innalzano dei castelli
colle carte da giuoco.

Dopo la brutta sorpresa di Villafranca, coll'anima
lacerata da doppia sventura, la perdita
del padre e della patria, stupido e sbalordito
corse a rifugiarsi in Brianza col figlio per versare
in seno dei vecchi parenti la piena delle
amarezze. Trovò il nonno colonnello sdegnato
contro Napoleone, lo diceva indegno di portare
il nome dello zio, censurava aspramente la sua
condotta come generale in capo, e come alleato.
Diceva che l'atroce massacro di Solferino provava
la sua inettitudine come strategico, perchè
si poteva vincere senza quella immensa ecatombe,
manovrando con tattica avveduta, risparmiando
il sangue dei soldati, non precipitandoli come
una valanga davanti i cannoni e le baionette del
nemico. Ma dopo di aver vinto fermarsi a mezza
via! non raggiungere la meta solennemente annunziata!
era tale atto militare che non aveva
nome. Il colonnello invidiava la sorte del genero
[pg!120]
suo commilitone, che era morto all'annunzio della
fatale notizia, e oramai non sperava più di veder
realizzato il bel sogno della sua vita, l'Italia indipendente
dagli stranieri. Il vecchio soldato affranto
dall'età avanzata e dai disinganni vedeva
tutto nero, e dopo tanti tentativi falliti non aveva
più fede nei suoi concittadini.

Ma Gervasio non credeva possibile la assurda
confederazione progettata coll'Austria e col Papa,
e calmata l'esaltazione del primo momento, partì
per Milano per provvedere all'educazione del figlio
in attesa degli avvenimenti.

Milano liberata dagli Austriaci si mostrava
soddisfatta e si accingeva a trar partito dalla
libertà, fidente nell'avvenire; e intanto si facevano
le annessioni.

Silvio si trovava in un nuovo mondo nel movimento
elegante di Milano; e quando passeggiava
pel Corso si rammentava con pietà i semplici
costumi della Bretagna, i cappelli a larghe
falde sulle lunghe chiome, i panciotti rossi, le
giacchette lunghe, le uose fino al ginocchio, e ricordandosi
il clima uggioso, le strade deserte
piene di fango, i campanili acuminati sul fondo
grigio e nebbioso, era tutto lieto e ambizioso
della sua vera patria, e contemplava con viva
soddisfazione le candide gugliette del duomo che
[pg!121]
spiccano con tanta leggiadria sul fondo azzurro
del cielo lombardo.

Papà Gervasio e il suo Silvio passarono le vacanze
d'autunno in Brianza, in casa del nonno,
bisnonno, il quale magro istecchito, rugoso, calvo,
ma sempre colla pipa in bocca non era più che
l'ombra dell'antico colonnello del primo Napoleone
e del terribile Carbonaro del 1821. Però di
tratto in tratto agitava ancora le sue vecchie ossa,
e sprigionava qualche scintilla di quel fuoco che
lo aveva riscaldato negli anni vigorosi.

La politica era sempre il suo discorso prediletto,
seguiva tutti gli avvenimenti, li giudicava
severamente, ma ricominciava a sperare, prediceva
al nipote l'avvenire, e diceva al giovinetto
Silvio:

—Tu non avrai più da fare nè il soldato nè
il cospiratore. La nostra generazione compirà fra
breve l'indipendenza, oramai i destini d'Italia
sono evidenti.

Fu nella casetta del nonno in Brianza che Gervasio
conobbe personalmente il cugino Alessandro,
figlio di Aristide fratello del colonnello, che
era morto da qualche anno in Piemonte, ufficiale
nell'esercito.

Alessandro aveva seguita la carriera del padre
e dello zio, ed aveva fatte le sue prime armi alla
[pg!122]
battaglia di Solferino, col grado di tenente. Era
un bravo giovane, col quale il cugino passava
piacevolmente qualche ora, ciarlando dei parenti,
e delle faccende del giorno, e poi ne scriveva a
sua madre gli elogi. Silvio avrebbe potuto imparare
dalla conversazione del giovine ufficiale come
si deve servire il paese, ma preferiva giocare alle
boccie coi birichini del villaggio.

Invece il giovane Alessandro dava retta allo
zio, con rispettosa deferenza, e così questi due
individui, senza saperlo preludevano entrambi
alla futura generazione del regno, che si mostrò
seria nell'esercito; frivola, inquieta e malsana
altrove.

Quando i suoi tre nipoti, Gervasio, Alessandro
e Silvio gli stavano intorno, il vecchio continuava
le sue osservazioni, e i consigli, e diceva:

—Per uscire dalla schiavitù, per infrangere le
catene, come Spartaco, ci voleva forza di muscoli,
e audacia sfrontata, e non faceva male nemmeno
un po' di pazzia. Bisognava arrischiare tutto! ma
l'avvenire domanda più forze morali che materiali,
e la più seria assennatezza per consolidare
la conquista, e far uscire dalla libertà la potenza
e la prosperità del paese.

Il periodo eroico sarà fra breve finito, e comincierà
l'epoca dell'educazione e dell'istruzione,
[pg!123]
e allora saranno necessari i caratteri probi e onesti.
Al nostro tempo ci volevano dei rompicolli, dei
cospiratori, dei furbi, dei maneschi, bastava di
avere del sangue nelle vene. L'avvenire abbisogna
d'uomini onesti e sapienti, di scienza e lealtà. Le
conquiste si fanno colle mani, e si consolidano
col cervello.

E mentre passavano gli anni nell'aspettativa,
i vecchi cominciavano a cedere il posto ai giovani.
La nonna di Brianza morì di vecchiaia, il
colonnello la seguì da vicino. La povera Maddalena
legata al suo posto dalle cure domestiche,
dall'affetto alla sua Maria, divisa dai genitori
dal governo straniero, non ebbe la consolazione
di rivedere per l'ultima volta i suoi cari vecchi,
che passavano da questa vita senza malattie, come
lampade che si spengono per mancanza d'alimento.

Il testamento del colonnello fu l'equo complemento
della sua vita.

Lasciò la casa e pochi campi d'intorno al nipote
Alessandro: «colla certezza che conserverà
religiosamente le memorie e le tradizioni domestiche,
servendo fedelmente il paese in guerra ed
in pace, come i suoi padri, non chiedendo mai
verun compenso per aver fatto il proprio dovere.»

Tutto il resto della modesta sostanza spettava
all'unica sua figlia Maddalena Bonifazio, rappresentata
[pg!124]
dal figlio Gervasio nella liquidazione ereditaria,
che fu condotta a termine prontamente
dall'amichevole accordo dei due cugini.

Mentre avevano luogo questi piccoli avvenimenti
di famiglia, un avvenimento clamoroso sorprendeva
il mondo. Mille Italiani condotti da Garibaldi
conquistavano il mezzogiorno d'Italia, e
la patria andava rompendo le barriere che la dividevano
in varie parti contro natura; e il famoso
punto geografico di Metternich si andava
allargando, affermava la sua volontà, e proclamava
altamente i suoi diritti.

La Massoneria si annetteva tutte le società segrete,
riordinava le loggie disperse, ed esercitava
la sua potente influenza sul Parlamento, che avendo
dichiarato «Roma capitale d'Italia» attendeva il
momento opportuno per occuparla. E dopo ceduta
Nizza e la Savoja, in compenso dell'assistenza
ricevuta dalla Francia, si trasportava anche la
capitale da Torino a Firenze fra le minaccie e
le adesioni, le aspirazioni, le proteste, e gli eccitamenti
dei vari partiti che bollivano confusamente
nella gran fornace della rivoluzione nazionale,
per fare l'Italia; come si fondono i metalli
di varie specie per ottenere il bronzo di Corinto,
per una statua immortale. L'Austria chiusa
nel quadrilatero, come un cane alla catena, non
[pg!125]
poteva più minacciare i vicini, e tutti pensavano
che il suo dominio era vicino alla fine. I giornali
parlavano con sicurezza dei futuri destini
d'Italia, e il popolo manifestava i suoi voti scrivendo
col carbone sui muri:—Vogliamo Roma
e Venezia—viva Vittorio Emanuele—viva Garibaldi.

L'anno 1866 cominciava con preludi d'inalterabile
tranquillità. Si parlava di trattati secreti
per la cessione del Veneto; Napoleone, aprendo
il Parlamento francese, il 22 gennaio, assicurava
che tutto prometteva la pace.

A Milano si celebrava ogni giorno qualche lieto
avvenimento, e la giovane generazione cresceva
fra i piaceri e le feste. Era una vita allegra piena
di musiche, di feste, di bandiere e di entusiasmi.
Silvio frequentava di preferenza gli studenti più
avanzati di lui, erano giovinotti pieni di grilli,
che facevano i critici letterari prima di aver compiuti
gli studi, e discutevano di politica andando
alla scuola.

Il giovane Bonifazio si sentiva elettrizzato dai
suoi compagni, sognava avvenimenti felici per la
patria e per sè stesso, si vedeva aperto l'adito
a tutte le soddisfazioni, e pensava che un giorno
avrebbe preso la sua parte nella vita pubblica,
e sarebbe diventato senza fatica, deputato, segretario
[pg!126]
generale e ministro. Prendeva una posa
grave come quella dei ritratti dei grandi personaggi,
si guardava nello specchio per vedere se
l'aspetto corrispondeva alle sue idee, e si doleva
grandemente di non vedersi ancora spuntare i
mustacchi. Si era scelto un buon sarto, guidato
dal consiglio dei colleghi più eleganti, e pensava
che un uomo mal vestito non avrebbe mai potuto
raggiungere le altezze ambite nelle sue fantasticaggini.
Esigeva dal parrucchiere che la scriminatura
fosse netta e perfetta, dalla fronte fino al
collo, perchè l'acconciatura del capo rivelasse la
finezza del cervello. Il bastonello nella tasca del
paletot, e il zigaro fra l'indice e il medio, completavano
il giovinotto precoce.

Il babbo lo trovava un po' troppo attillato, ma
non osava contrariarlo, vedendo che i suoi compagni
di scuola gli rassomigliavano quasi tutti,
e non volendo che fosse meno degli altri. Ma non
lo abbandonava mai; passavano insieme la sera
al caffè ed al teatro, col cugino Alessandro; e il
giovinotto doveva contentarsi di vedere il mondo
alla superficie, perchè l'oculatezza paterna gl'impediva
di seguire i compagni nei loro stravizi.

Nelle ore di scuola Gervasio restava solo, e allora
egli andava a passeggiare ai giardini, o visitava
gli stabilimenti d'orticoltura, pensando alle
[pg!127]
terre di famiglia, che un giorno sperava di coltivare
a suo modo, e faceva progetti di riduzioni,
semine e piantagioni, per quando sarebbe tornato
a casa sua. E questo felice avvenimento non poteva
tardare.

A tutte le proposte di congressi o di cessioni,
gli Italiani rispondevano coll'accrescere e perfezionare
l'armamento, e desiderosi di compiere l'indipendenza
e l'unità della patria, contrariavano
continuamente i segreti maneggi della politica, e
i vani progetti della diplomazia, diffidavano delle
scaltre blandizie, e non trovavano accettabile nessuna
proposta, tranne quella della totale emancipazione
dagli stranieri.

Furono inutili le proposte d'un disarmo generale,
inutili tutte le promesse e le minaccie, perchè
la nazione fremente ed ansiosa si agitava per
raggiungere il suo scopo finale, che oramai non
avrebbe più abbandonato.

Anche Vittorio Emanuele ambiva di terminare
ogni agitazione colle armi alla mano, ed apparecchiava
l'esercito; Garibaldi invocava armi e
volontari; tutta la nazione voleva combattere. L'alleanza
colla Prussia rese possibile la guerra, che
finalmente venne dichiarata con generale contento
il 20 giugno del 1866.
In quel giorno tanto desiderato scomparvero
[pg!128]
tutte le dissenzioni, tutte le discordie, tutti i partiti;
la nazione e il Parlamento furono unanimi.
Il re annunziò che riprendeva la spada per la libertà
del popolo e l'onore del nome italiano, facendo
all'Europa questa solenne promessa: «L'Italia
indipendente e sicura del suo territorio diventerà
un pegno d'ordine e di pace, e ritornerà
efficace strumento della civiltà universale.»

Dopo la battaglia di Custoza l'esercito italiano
passava il Po, ed occupava le provincie venete.

Il primo drappello giunse a Treviso il 15 luglio,
data incancellabile fra i ricordi più memorabili
di questa città. La campana del Comune
annunziò l'avvicinarsi dei soldati liberatori, la
bandiera tricolore sventolava in ogni casa, le bande
musicali suonavano l'inno nazionale, la folla immensa
acclamava la libertà, l'esercito, il re con
tale entusiasmo che pareva frenesia. Forse il capitano
Bonifazio e i morti per la patria scossi
dall'aria elettrizzata di quel giorno, trasalirono
nelle tombe.
[pg!129]




IX.
===


Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati
italiani, si arrestava davanti il cancello della villa
Bonifazio una carrozza da viaggio dalla quale
scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo
e la ferrovia essendo stati riservati all'esercito,
non fu possibile agli esuli di annunziare
la loro venuta. Le suonate di campanello e
i latrati di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti
i cancelli entrarono in casa commossi, si gettarono
nelle braccia di Maddalena che se li strinse
al seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente
tutti i superstiti della famiglia si trovarono
riuniti.

Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime,
lagrime di gioia e di tenerezza, sgorgate
dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e luttuosi,
sereni e strazianti, da tante speranze lungamente
nutrite invano, e alfine soddisfatte; lagrime
[pg!130]
miste ai baci e ai sorrisi. La vecchia madre
che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma
invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto
anni di assenza, che vedeva per la prima volta
il giovane nipote, il quale finalmente conosceva
la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e
sui capelli bianchi della madre tutte le angoscie
sofferte, che trovava un vuoto doloroso prodotto
dalla morte del padre, del fratello, della cognata,
e d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini
che si vedevano per la prima volta, tutte queste
affezioni, queste gioie, questi dolori, queste sorprese,
confusi insieme si fondevano in una tenerezza
che non aveva altra espressione che il
pianto.

A poco a poco vennero le confidenze, i racconti,
le storie. Quante domande, quanto desiderio di
espansione dopo sì lunga separazione, così grandi
avvenimenti, così atroci dolori!

Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri
avevano troncati, e che la patria vendicata
rendeva sacri e soavi nella intimità del santuario
domestico.

L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua
casa, sentiva il noto odore di quelle camere, riconosceva
quei mobili, quei quadri come antichi
amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno
[pg!131]
quelle pareti che gli raccontavano coi loro quadri
le prime impressioni dell'infanzia, che gli rammentavano
le gioie innocenti e le felicità della
vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense.
Tutto ciò era scomparso nell'esilio, si era
dileguato nell'età matura, come una nebbia che
svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.

La patria libera restituiva all'esule la sua casa,
ma come una bandiera dopo le battaglie, lacerata
dalle palle nemiche.

Al di fuori la natura aveva continuato il suo
lavoro. Gli alberi del parco erano diventati giganti,
avevano sorpassato il tetto della casa, il
loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni
trascorsi; gli arboscelli piantati in gioventù, dolci
ricordi di giorni felici, s'erano fatti robusti, e
portavano una bella chioma di rami rigogliosi.

Ma quale miscuglio trasandato e confuso di
fronde! quale abbandono di piante invadenti, quale
arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!

—Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la
storia delle burrasche della tua vita, scritta dalla
natura!

Tuttavia qualche angolo era conservato in buon
ordine: l'ajuola dei fiori coi quali si facevano i
mazzi per gli onomastici e i natalizi era ben coltivata
e fiorita. La macchia dei crisantemi dove
[pg!132]
si tagliavano i fiori autunnali per le ghirlande
del giorno dei morti era in ottimo stato; le tuberose
predilette che profumavano la casa nel
mese d'agosto erano ancora al loro posto. L'olivo
odoroso che imbalsamava l'aria era cresciuto rigoglioso.
Quel parco era proprio un libro scritto
da una potenza superiore, ed era sublime per chi
sapeva leggerlo come Gervasio, il quale si proponeva
di rispettarlo come stava, in onoranza
delle tradizioni domestiche.

—Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio
povero padre veniva a fumare la sua pipa; e mi
pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice
in mano, visitando le piante come si fa coi
soldati in un giorno d'ispezione; e nei tempi dolorosi
quando camminava colle mani dietro la
schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo
di questo parco conserva le sue orme, la coltura
del giardino era la sua occupazione prediletta,
egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella
natura, non si curava del resto, trovava la solitudine
migliore della società, e qualche volta anche
gli animali migliori degli uomini.

Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule,
gli amici accorsero ad abbracciarlo. Il
più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso
fu il primo a comparire, e stringendosi al seno
[pg!133]
Gervasio gli pareva di rivedere un figliuolo. Parlava
del povero capitano come d'un fratello perduto,
egli aveva dimenticato la loro discordia di
opinioni, e non si ricordava più che le varie vicende
d'una lunga intimità.

Il vecchio precettore provò somma consolazione
di riconoscere in Silvio un giovinotto che aveva
compiuti gli studi ginnasiali, e che si destinava
ad entrare in liceo.

—In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva,
ma l'educazione lo rende capace di grandi
cose.

Anche questa antica teoria del maestro risvegliava
le più lontane memorie giovanili nell'animo
commosso di Gervasio, il quale ammirava la fermezza
del vecchio nel conservare i suoi convincimenti,
e gli diceva:

—La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti
trascorsi non hanno ancora modificato
le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...

—Anzi, tutto mi conferma in questo principio,
ma so bene che la mia teoria non verrà mai adottata
nelle scuole come base filosofica, perchè vi
sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.

Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava:
se fosse vero!... A interrompere la discussione
vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il
[pg!134]
babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico
di Maria.

La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta
al Cimitero, ove portarono una ghirlanda sulla
tomba del padre e del nonno. E quando Treviso
celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri
della patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette
alla grandiosa cerimonia. Maddalena e Maria presero
posto fra le donne vestito a lutto, col capo
coperto da un velo nero, che occuparono sei file
di banchi disposti ai lati della grande navata
per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e
Silvio si collocarono in modo da veder bene le
cerimonie e da udire il discorso che venne pronunziato
in onore dei morti. La cattedrale era
tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone
d'alloro, avvolte in neri crespi. Un immenso
catafalco sorgeva nel centro, con analoghe iscrizioni,
fra immenso numero di cerei, in mezzo a
quattro grandi piramidi composte di canne di fucili,
baionette ed altre armi, dalle quali pendevano
degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi
nomi di tutte le battaglie nazionali dal 1848
al 1866.

La messa funebre fu eseguita a grande orchestra,
con degli a soli d'arpa che parevano voci
del cielo, e produssero un effetto meraviglioso
[pg!135]
mentre suonavano le campane di tutte le chiese,
si udivano le salve di moschetteria che partivano
dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di cannone
tirati a lunghi intervalli dalle mura.

All'orazione che rammentava i dolori e le speranze
d'Italia, e al suono dell'inno nazionale che
chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa
folla raccolta un fremito di commozione.

Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso
ebbe luogo la cessione ufficiale di Venezia al governo
italiano.

Gervasio volle trovarsi presente anche a questo
momento storico memorabile, e partì per Venezia
con suo figlio, per fargli vedere per la prima
volta la incantevole città, in così solenne occasione.

Quale spettacolo! quei soldati austriaci che
partivano erano rientrati dopo l'assedio fra lo
squallore dei morti nella città bombardata, che
dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che
dal coléra e dalla fame.

Nella folla raccolta in piazza, che attendeva
compatta la partenza degli stranieri c'erano ancora
dei vecchi che avevano vissuto sotto la gloriosa
repubblica, c'era molta gente che aveva
veduto i patriotti del 21, salire sulla berlina
eretta in piazzetta per condannarli alla morte,
[pg!136]
c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle
carceri e nell'esilio. Quando la bandiera italiana
fu issata sulle tre antenne di Cipro, Candia e
Morea, si udì un clamore che non era un grido
d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè
un urlo selvaggio, nè un applauso di trionfo;
era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia
di persone, una voce che fondeva in una
sola espressione tutte quelle passioni compresse,
ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un
grido dell'umanità che si espandeva fino alle
stelle. Questo grido della liberazione d'un popolo,
si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno intorno
alla terra.

Uno splendido sole illuminava le cupole moresche
di San Marco, brillava sull'oro dei mosaici,
e sulle invetriate rotonde della basilica, e
rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo.
Si udivano per l'aria le più soavi melodie, non
si vedevano che volti ridenti, che espressioni d'anime
soddisfatte.

Sono memorie indelebili che valgono cent'anni
di vita, rinforzano le membra infiacchite dei
vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno
obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del
servaggio.

Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e
[pg!137]
conduceva il suo Silvio a visitare Venezia, colla
devozione d'un pellegrino cristiano in Terra Santa.
Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte,
le chiese, i palazzi, i canali, e fino le casupole,
e gli spiegava la storia locale. Gli mostrava quel
popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori
figli del mare, quelle donnette goldoniane,
quelle gondole uniformi, quelle voci di venditori
ambulanti che cantavano l'annunzio della loro
merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i
canestrini del pesce fresco e delle ostriche.

Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione,
è una memoria famosa o una pennellata
pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.

Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca
diversa, un'arte stupenda, dei nomi illustri
di magistrati, di conquistatori o di artisti. Ogni
prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare,
sia un tempio di marmo e di mosaici,
sia un gruppo di case vecchie, scalcinate, o l'angolo
d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra,
e i camini del tetto illuminati dal sole
sul fondo turchino del cielo. Le calli più misere,
i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei
marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le
macchie d'umidità, e i licheni sulle colonne, sembrano
[pg!138]
tutti capricci fantastici d'un genio strambo,
che si divertì a intingere il pennello in tutti i
colori della tavolozza.

La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli
sbrendoli che si mettono ad asciugare in fianco
ai marmi preziosi, il pergolato di vite intorno
alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti
che la adornano di fiori, vi accendono il
fanaletto, e siedono bestemmiando ai piedi dell'altarino,
sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano
coi suoi prospetti, coi suoi odori, col
lusso dei suoi edifizii e le rovine delle vecchie
abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il
brutto, ed anzi è preferito dagli artisti nazionali,
i quali hanno una vera ripugnanza per le copie
dei monumenti più insigni, che abbandonano agli
artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle
case rotte, delle catapecchie e dei canali tortuosi,
che fanno ammirare dal mondo intiero. Chi desidera
una copia della facciata o dell'interno di
San Marco, una veduta della piazza, o della
chiesa della Salute, deve ricorrere agli artisti
d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando
pazientemente dei lunghi mesi davanti
il loro modello, colla più minuziosa esattezza.
L'artista veneziano non si presta a queste opere
monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di
[pg!139]
pazienza e di esattezza; egli vuole le linee interrotte,
i colori smaglianti, le pennellate franche,
la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e
fantastico.

Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla
guida del padre imparò ad ammirarla fino negli
angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati
da coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose
di questa incantevole sirena.

Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro
che era divenuto capitano, e passarono insieme
alcune ore girando per la città. Il buon lombardo
si lamentava delle viottole anguste, deplorava
le esalazioni dei canali, e l'incomodo dei
ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:

—Tu non ami Venezia!...

—Anzi mi piace moltissimo, ma.....

—Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia
con occhio profano; tu non la vedi!... Ciò che
mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi
monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi
colori, le esalazioni che tu disprezzi!...

Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla,
per le descrizioni che gli vennero fatte
fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la ammirava
alla maniera patema, e mostrava il desiderio
di abitarla per qualche tempo.
[pg!140]

Il buon padre gli promise di contentarlo.

—Adesso, gli disse, devi pensare agli studi
del liceo, ma quando avrai compiuto il corso legale,
ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica
di avvocato a Venezia.

Silvio era beato, ma il capitano Alessandro
non poteva comprenderlo; egli preferiva le ampie
strade di Torino, e le lunghe passeggiate in
campagna.

Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto
soddisfare i suoi gusti di cacciatore, ove sua
cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo.
Egli promise che avrebbe chiesto una licenza
di qualche giorno, e con questa bella promessa
il padre ed il figlio ritornarono a casa.

Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio
per metterlo al corrente delle abitudini di famiglia.

—Ti procurerò delle belle conoscenze, gli
disse, ti metterò a parte di alcuni miei segreti che
ti saranno utilissimi,—e precedendolo allegramente
entrò nel parco, invitandolo a seguirla.

Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati,
che lasciavano verso terra una stretta apertura:

—Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.

—Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di
scompigliarsi i capelli ben pettinati.
[pg!141]

—Hai paura? gli disse Maria, guardandolo
cogli occhi ridenti, e prorompendo in uno scroscio
di risa argentine.

—Dove mi conduci? le domandò Silvio.

—Nel mio nido prediletto, essa gli rispose,
vieni e sarai contento.

—E che cosa faremo nel tuo nido?

—Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....

Silvio la guardava fissamente, esitava ancora,
non capiva, gli seccava molto di cacciarsi dentro
quell'arruffio di rami intrecciati.

—Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....

—E tu non sai quello che si fa dentro ai
nidi?... Si mangia, si canta, si dorme, andiamo
non aver paura, vieni con me;—e così dicendo
si mise in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve.
E si udiva ancora la sua voce, che gli
gridava dall'interno:—Vieni avanti. Silvio non
voleva contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio,
abbassò la testa, ed entrò.

Se l'ingresso era angusto il nido era comodo,
e vi si stava benissimo tanto seduti che sdraiati.
Era fatto come un casotto da uccellanda.
I rami legati coi vimini formavano delle fitte
pareti che non lasciavano penetrare il sole. Il
sentore della terra e delle foglie fermentate, facevano
esalare un profumo boschereccio.
[pg!142]

Silvio guardando d'intorno con aria sospettosa
le disse:

—Dimmi un po' non ci sono delle biscie qui
sotto?

—Ma no di certo, essa gli rispose ridendo,
sta pur tranquillo. Le biscie stanno sotto terra
o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da
questa parte.

—E che cosa facciamo qui?

—Adesso te lo dirò, abbi un po' di pazienza.

Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse
due pomi, ne offrì uno al cugino, e si mise subito
a sbocconcellare l'altro con grande appetito.
Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino
voleva tagliarle il frutto.

—Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando
la bocca, metteva in lavoro i bei denti
bianchi che tagliavano meglio del temperino.

Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi,
ne infilò uno nella lama e glielo offerse. Essa
che aveva divorato il suo pomo, gradì anche
l'altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi
rifrugò nelle tasche, e tirò fuori un cartoccio di
biscottini, e si misero a sgranocchiarli. Silvio
cominciava a prender piacere a quella merendina,
a quell'ombra, a quella quiete, quando si
udirono dei passi sulle foglie secche del viale,
[pg!143]
e poi tutto d'un tratto, Argo ansante balzò come
una bomba nel nido, e colle sue goffe carezze
apportò il disordine, la confusione, e lo scompiglio.
Contento d'aver trovato la sua amica, si
mise a esprimerne la gioia leccandole il viso,
saltando, scodinzolando e abbaiando, sbattendo
la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le
zampe polverose sui calzoni.

Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente
fuori dal buco, e cominciò a spolverarsi col fazzoletto,
mandando al diavolo quella bestiaccia
impertinente che gli aveva insudiciato il vestito.
Maria lo seguì sgridando il cane, e ridendo della
sorpresa inaspettata, e della impressione disgustosa
che le pareva avesse prodotto sul cugino.

Passarono insieme a visitare il frutteto, ove
pendevano dagli alberi dei bei pomi rossi, delle
pere di varie tinte.

Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli
un pero carico di frutta, queste non si
mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore
erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.

E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il
migliore di tutti, almeno a mio gusto. Questo
pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito,
[pg!144]
quell'altro riesce benissimo nello *Strudel*, che il
povero nonno non voleva mangiare, perchè diceva
che è un piatto tedesco. Poi gl'indicava i
ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie,
e gl'insegnava gli alberi ove si raccoglievano le
frutta più belle. Fiancheggiando un filare di
fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i
migliori. Prendi questo verdino, assaggia quello
della goccia, e il nero di collina, e conchiudeva:
Adesso conosci i più squisiti, ma l'esperienza ti
renderà più esperto.

Poi visitarono le vigne. C'erano delle uve eccellenti,
il povero capitano ne aveva fatta una
raccolta stupenda.

Finita la passeggiata, Maria gli disse:

—Adesso passiamo alla presentazione dei miei
amici. Non ho bisogno di dirti tutti i pregi di
Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele
guardiano.

Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto
si avviarono verso la scuderia. Prima di entrarvi
si udì il nitrito di Falcone che aveva riconosciuto
i passi e la voce della padrona, e la invitava
ad entrare, un po' per affezione, e un
poco anche per interesse, perchè essa andava sovente
a trovarlo portandogli un pezzetto di pane
e dello zucchero.
[pg!145]

Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti
sotto al portico, quando s'avvide che i
due giovani andavano a visitare il cavallo, corse
ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva
certamente qualche cosa da nascondere. Quando
entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un
tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la
buona bestia ripetè l'allegro nitrito, le appoggiò
la testa sulla spalla, guardandola affettuosamente
coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento
colla zampa, per domandare qualche cosa.
Maria disse al cugino:

—Non gli manca che la parola. Egli distingue
benissimo gli amici dai nemici,—e così dicendo
fissava con disprezzo il domestico, che col suo
grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.

La fanciulla si diffuse a vantare le ottime
qualità di Falcone, e accarezzandolo si accorgeva
che era stato strigliato male, e ne faceva
l'osservazione a Pasquale, il quale si giustificava
accusando il fieno d'essere pieno di polvere.

Dalla scuderia passarono alla stalla delle
mucche e dei vitelli. Maria le designava tutte
per nome dicendone i pregi. *Mira* è una grossa
friburghese che fa un latte eccellente, *Macchia*
è sua figlia, è più bella della madre, ma meno
lattifera. La *Tirolese* con quell'occhio placido,
[pg!146]
sentimentale, è un bel tipo. *La Bianca* non manca
di buone qualità, ma la poverina cammina male.

Le buone bestie voltavano la testa a guardare,
e mettevano un lungo muggito, poi cacciavano
il muso nella greppia, o stavano ruminando.

Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla
con un salto, dicendo al suo compagno:

—Andiamo a visitare il pollaio.

Prima di entrarvi andò a prendere una manata
di becchime, poi aperse la porta del cortile.
Pareva di entrare nell'arca di Noè, c'era
ogni sorta di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti
e galline, capponi dalla ricca coda di colori
metallici, pollastre calzate e cappellute, e
un gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli
accesi, la cresta ritta, e due speroni da
fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava
ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le
foglie verdi di cavolo, guardando intorno con
occhio vigilante, chiamando le sue galline a beccare
i granelli scoperti.

Maria sparpagliò il becchime chiamando: *pire
pire pitte pitte*.

Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento
rumoroso accompagnato da accenti acuti,
rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso
di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si
[pg!147]
vide un accorrere ad ali spiegate, un saltellare,
uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare
furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva
si avanzavano le anitre dondolanti sulle
gambe corte, che ansiose di raggiungere i compagni
annunziavano il loro arrivo: quà quà quà.
Ultimi ad arrivare furono i tacchini, quei boriosi
perdevano una così bella occasione di satollarsi
per mettere in mostra la ruota della coda e le
ciliegie scarlatte della loro pappagorgia, come
i vanitosi della razza umana.

Uno stormo di colombi di tutti i colori era
disceso dalla colombaia, e svolazzava intorno
alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o
prendendole i granelli dalle mani.

La campanella del pranzo richiamò in casa i
due giovani. Il gatto che sapeva le ore meglio
degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone
della cucina, e fu l'ultimo presentato. Maria corse
ad accarezzarlo, ed egli arcuava il dorso e si
fregava al viso della fanciulla, facendo le fusa.

—Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti,
Mumut viene a riposarsi sul mio panierino di
lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta
va a coricarsi fra le gambe di Argo, il quale
non si muove più per non disturbarlo, e gli lava
il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della
[pg!148]
dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli
a coda lunga che rosicano il formaggio, mangiano
la farina e il butirro. Ma qualche volta
il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci
crudi; allora è il gabelliere che fa il contrabbando,
e la nonna va in collera.

Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni
della cuginetta, e degli ottimi consigli
che gli aveva dati sulle varie qualità delle
uve e delle frutta. Gervasio lodava le cure di
suo padre che non aveva lasciato un angolo di
terreno senza cultura. La nonna si asciugava una
lagrima pensando al suo vecchio compagno, era
soddisfatta di udirlo ricordare con riconoscenza
dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei due
nipoti, che formavano l'unica consolazione della
sua vita.

Alla fine dell'autunno arrivò alla villa il capitano
Alessandro, e fu accolto da tutti colle
più cordiali dimostrazioni d'affetto. Maddalena
non lo aveva più veduto dall'infanzia. Egli le
apportò di quei cari ricordi domestici raccolti
nella casa di Brianza, che sono i doni più preziosi
che si possono fare a chi visse lungamente
lontano dal tetto paterno.

Un ritratto in miniatura del colonnello colle
assise dei cacciatori della guardia imperiale, un
[pg!149]
ritratto di sua madre prima delle nozze. Alcuni
lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che
suo padre scrisse alla moglie da varie parti
d'Europa, nelle quali parlava con sommo affetto
della loro bambina.

Il mese che il capitano passò alla villa fu
lieto per tutta quella buona famiglia, che rimase
per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle
gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai
colli d'Asolo e di Conegliano, ai monti ed ai laghetti
di Ceneda e Serravalle, le due città congiunte
in una sola dal Re liberatore, che le diede
il nome famoso e immortale di Vittorio.

Tutti andavano a gara per divertire l'ospite
gradito, e intanto si divertivano con lui. Ai
primi di novembre egli partì, e Gervasio condusse
a Treviso suo figlio per cominciare gli
studi liceali, gli raccomandò di studiare, e di
tenere una buona condotta, e ritornò alla villa.

Era la prima volta che Silvio si trovava affatto
libero, e ne profittò subito per imparare
il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle
disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta
d'amici, e di sigari; andava ogni sera al teatro e
poi a cena, si coricava assai tardi, e alla mattina
dormiva profondamente, dimenticandosi le ore
delle lezioni, e così evitando la noia della scuola.
[pg!150]

Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò
fino dopo il principio del nuovo anno; a carnevale
nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia
quasi un mese. In giugno celebrò la festa
nazionale con una settimana d'ozio, e in luglio
aveva finito il primo anno, ed esaurito a
suo modo il programma dello studio, passando
anche agli esami.... pel buco della chiave, come
egli stesso confessava agli amici.

Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava
a spasso per la città a farsi vedere come
i tacchini della corte. Il cappello sull'orecchio
destro, il sigaro in bocca, si dava un'aria spaccona
da far ridere le mosche.

Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze,
di quella vita dondolona, di non vederlo
mai con un libro in mano, e si rammentava il
sistema diverso del tempo nel quale egli andava
alla scuola, l'appello dei professori, il rigore
degli esami, il bisogno di studiare che sentivano
gli studenti. Silvio gli rispondeva:

—Quello era un tempo di pedanti, adesso è
l'epoca della libertà!...

—Libertà dell'ignoranza! soggiungeva suo
padre. Noi ci siamo apparecchiati sui libri a liberare
la patria....

—E avete fatta della retorica e delle famose
[pg!151]
corbellerie, che vanno celebri nella storia, col
nome di *quarantottate*!

Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!...
il 1848 l'aveva lasciato storpio, aveva veduto coi
suoi occhi i morti di Marghera, e del Ponte, gli
pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la
guerra non fossero retorica, ma forse si era ingannato.
Egli pensava che la libertà ottenuta
avesse bisogno di coltura per conservarla, ma
suo figlio lo assicurava che il mondo cammina
da sè, e che si diventa dottori anche senza dottrina.

«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio,
vivo troppo lontano dal mondo per essere
in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito,
nè dar noia colle mie prediche all'unico
figlio.»

Talvolta s'intratteneva di questi suoi dubbi,
col vecchio maestro Zecchini, il quale gli rispondeva
colla sua invariabile convinzione:

—L'uomo è un asino!... va avanti fino a un
certo punto poi ritorna indietro; i figli sono sconoscenti,
i popoli sono ingrati, e dimenticano facilmente
i benefizii ottenuti con tanti dolori dai
loro padri. Io sono un vecchio testimonio dei
tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le lagrime
che vennero sparse dalla nostra generazione
[pg!152]
per ottenere la indipendenza. Adesso che
è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del
passato, e si apparecchiano all'avvenire con
fatua dabbenaggine. Ne vedremo col tempo le
conseguenze.

Gervasio abbassava la testa, e procurava di
distrarsi colle cure del giardinaggio e dei campi,
cercava di far conoscenza con delle persone che
dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione
al lavoro, non solo un vantaggio, ma eziandio
un vero piacere.

I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era
decrepito, il figlio gli pareva un uomo da nulla,
ma il figlio del figlio era un giovinotto dell'età
di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui
cominciò ad intrattenersi di colture, e a metterlo
a parte de' suoi progetti. Lo invitava a
pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi,
seminando, e trapiantando le pianticelle nei vasi.
Era amico di Maria, e la nonna gli voleva bene.
Per farsi un concetto preciso di questo giovane
richiese il parere del maestro Zecchini.

—I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti,
e grandi ignoranti; il giovane Andrea fu mio
scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi
pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo
da padre in figlio, senza sapere che cosa sia la
[pg!153]
terra, l'aria, l'acqua, la luce colle quali lavorano,
contrariando la natura, e ricavando meschini
prodotti.

Gervasio cercava d'istruire questo giovane
amico, ma gli trovava la testa dura, e si doleva
col maestro di quella tarda intelligenza.....

—Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava
il maestro. Contano sulle dita, ma non
fallano mai a loro danno.....

—Mi pare che s'interessi alla coltura dei
fiori..... diceva Gervasio.

—Perchè gli piacciono i desinari della signora
Maddalena. È un ghiottone che ama i buoni
bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei vostri
fiori.

Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del
povero vecchio, che pareva nato con un paio di
occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel
mondo.

Tuttavia dopo d'aver passato un paio d'anni
al contado, anche Gervasio era convinto che cittadini
e contadini italiani sono due popoli affatto
diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee
e costumi differenti. Questa anomalia, questo dualismo
della civiltà e dell'ignoranza selvaggia, del
lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo
alla vera unità nazionale.
[pg!154]

Tocca alla giovane generazione di fondere insieme
queste diverse nature, egli pensava, e mio
figlio sta apparecchiandosi all'ardua impresa.

Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava
allegramente sul prediletto bigliardo, mentre
il suo professore si sforzava a dimostrare agli
scolari, che «la coltura d'una nazione è la più
sicura garanzia della sua libertà.» Finiti gli
studi liceali, Silvio andò a Padova a studiare la
legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando
alla villa dopo il secondo anno di studio cominciò
ad accorgersi che sua cugina Maria era
proprio una bella ragazza. Guardandola negli
occhi gli sembrava di sprofondarsi in un lago
senza fondo, e sommerso in quel pelago soave
diventava muto come un pesce. Essa pure appariva
più impacciata del solito.

Correvano ancora come due fanciulli attraverso
i prati del parco, o sotto i boschetti, mangiavano
insieme le frutta seduti sull'erba, egli la
contemplava in silenzio, gli pareva la più bella
pesca matura della villa, l'avrebbe divorata viva
e la invitava a fare una merendina nel nido
come nei primi tempi, ma adesso ch'egli mostrava
di andarci tanto volontieri, e senza paura
delle biscie, essa non voleva andarci più, e furono
vane tutte le preghiere.
[pg!155]

Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori
più rari, ne faceva dei mazzetti eleganti e li
presentava alla cugina che se ne mostrava lieta,
e sapeva farli vivere lungamente, cambiando
spesso l'acqua del vaso, e gettandovi dentro del
carbone polverizzato.

Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca
sul nostro pianeta; e appena s'intravede
il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il serpente.
Silvio credette di vedere, con profondo
rammarico, che quello stolido di Andrea Pigna
gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli
studi universitari forse anche costui aveva fatta
la stupenda scoperta del suo sapiente compagno;
aveva trovato che Maria era una bella ragazza,
e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto
si rammentò la storia di Cristoforo Colombo,
e di Amerigo Vespucci, e pensando che
non è sempre il primo scopritore che dà il nome
alla scoperta, si sentì ferito nell'amor proprio, e
cominciò a guardare di mal occhio il supposto
rivale.

Così ebbe principio una burrasca nell'ambiente
ristretto della villa, prodotta dai nuvoloni che
si alzavano dal cervello dello studente. Il suo
odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto
del vero; ne sparlava con suo padre e con la
[pg!156]
nonna, ma tutti lo difendevano con simpatia, e
giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza
scorza mostrava delle buone qualità. Allora Silvio
parlando con Maria scherzava ironicamente sul
bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato
con indifferenza, si mosse a compassione, e
si mise ad osservarlo con interesse.

—Povero Andrea! essa diceva al cugino, è
così premuroso nel contentare lo zio, è così attento
ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri
fiori.

—Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a
quel ragazzo.

—Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti
da piccini, abbiamo giuocato insieme, è
figlio e nipote di vecchi amici di casa.

—Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente
concordi e felici, in questa valle di lagrime,
che è per voi un vero giardino di delizie!...

—Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni
enfatiche, ma hai torto di usare delle sgarbatezze
a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.

E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento.
Silvio guardava in cagnesco Andrea, il
quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti
[pg!157]
questi malumori furono causa di malintesi, di
equivoci, di risentimenti e di corrucci.

Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia,
e si credeva in dovere, per tutelare la propria
dignità, di nascondere l'amore nascente che covava
sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento
di tono del cugino, del suo linguaggio
bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava le spalle
e lo lasciava in disparte, e guardava il povero
Andrea con compassione e indulgenza, e tutto
ciò incoraggiava il giovine a contemplarla con
riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d'una
sincera affezione.
[pg!158]




X.
==


Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo
passarono gli ultimi anni di studio, e finalmente
Silvio ebbe la laurea, e si dispose a
fare la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua
promessa, e coll'aiuto degli amici, gli aveva trovato
un avvocato di Venezia che consentì di riceverlo
come praticante, lo accolse con cortesia,
e lo presentò alla sua famiglia, composta della
moglie e d'una figlia.

L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona
clientela che faceva prosperare il suo studio.
Silvio non tardò a persuadersi della somma utilità
della pratica che andava facendo nella trattazione
degli affari. Colla sua giovanile ingenuità
egli credeva che il merito dell'avvocato dovesse
consistere nella rapidità della procedura. Considerando
le lungaggini della giurisprudenza italiana,
colle infinite pratiche precauzionali per
[pg!159]
guarentire tutti i diritti, egli la trovava eccessivamente
diffusa e prolissa e pensava che la
condotta d'ogni causa dovesse studiarsi in modo
da correggere il difetto delle leggi, per soddisfare
le parti colla massima possibile sollecitudine.
Ma era tutt'altro. Gli bastò poco tempo
per accorgersi che l'avvedutezza dell'avvocato
consiste nell'arte di non precipitare le sentenze,
che potrebbero riuscire funeste senza le dovute
precauzioni. Bisogna che l'istruttoria sia ponderata
e completa, l'esame dei documenti scrupoloso,
è necessario di moltiplicare le conferenze,
di allargare le informazioni, di pesare gli atti,
di prevedere i sotterfugi degli avversari, di cercare
le prove, domandando proroghe sopra proroghe,
suscitando incidenti, promovendo dilazioni,
mettendo in campo tutti gli amminicoli possibili
per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare
le faccende, come una matassa arruffata,
che avvolga l'avversario in una rete di abilissimi
cavilli, e di argomentazioni imprevedute da
rendergli impossibile l'uscita.

E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo
con tali principii, moltiplicando all'infinito la
lista delle spese, per bolli, scritturazioni, consulti,
copie, corrispondenze, ma con piena rassegnazione
dei clienti che affluivano in gran numero
[pg!160]
attirati dalla rinomanza dell'avvocato, e
dalla speranza che il suo merito e la sua esperienza
troverebbero il modo di abbindolare i giudici,
facendo trionfare i loro torti come se fossero
buone ragioni. E facevano delle lunghe
anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze.
Cosicchè il denaro pioveva in abbondanza
ed avrebbe apportata la ricchezza se la casa
fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente
aveva un altro piano, e se la scala del piano inferiore
faceva salire l'oro alla cassa, la scala del
piano superiore lo faceva discendere e sparire.
Quella casa era una vera pompa aspirante e
premente; gli affari la riempivano, il lusso la
vuotava.

L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici,
ci perdeva gli occhi e i capelli, l'appetito ed il
sonno; e si consumava in quella vita sedentaria
e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto
delle sue fatiche svaporava con prodigiosa rapidità,
per pagare le polizze dei tappezzieri e dei
merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte.
Quella testa forense dell'avvocato era un vero
vulcano che sconvolgendo le viscere del mondo
giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di cappellini,
di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli,
nastri, fiori, svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni
[pg!161]
conflitto di diritti, d'ogni contratto di nozze e
d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio
di moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza
saperlo, lavoravano col medesimo risultato, quello
di dar da intendere al mondo lucciole per lanterne.
Mentre l'avvocato si scervellava sul codice
e sul dizionario onde trovare un articolo favorevole,
e un vocabolo opportuno per mascherare
una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio
cercava di raffusolarsi magistralmente per
nascondere le sue rughe, per far passare il fintino
per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata
per rotondità naturali.

Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri,
e nelle conversazioni serali ebbe campo di
studiare l'arte soprafina della signora Emilia,
come durante la giornata aveva potuto ammirare
l'abilità magistrale del dottore Annibale nel
maneggio degli affari.

Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna
in un angolo romito del salotto il giovane praticante
osservava attentamente quelle due figure
caratteristiche; una testa calva piena di pensieri
e una testa vuota fornita di ricciolini posticci,
che vivevano nel lusso a spese dei litiganti. E
pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza,
la mala fede, gl'inganni, le frodi, le
[pg!162]
rapacità della nostra vita civile forniscono questi
tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili
artistici, scelti nelle sale di _`Guggenheim` e
nell'officina di Besarel, questi vetri di Murano,
questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che profumano
il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»

Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella
bionda, leggiadra, snella ed eterea come un angelo
dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro
e quegli occhi turchini, quella vita di vespa,
quell'incesso leggiero di silfide!... quando muoveva
agilmente sul pianoforte le dita affusolate,
Silvio restava estatico a contemplarla, quando
in un giro di valzer essa scopriva gli stivalini
arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti,
egli si tirava indietro per paura di toccarla,
tanto gli pareva una divinità scesa dal cielo. La
prima volta che essa si degnò d'indirizzargli la
parola fu tanto confuso che le rispose una sciocchezza
che la fece ridere mostrando due file di
dentini meravigliosi per la regolarità ed il candore.
Ed essa s'avvide subito che quella timidità
proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta.
Suo padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio,
nato in Francia, in esilio, era stato educato
a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse
le buone qualità francesi e italiane, mostrava
[pg!163]
spirito e ingegno, ed era audace come
suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.

Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati,
quei mustacchietti giovanili sulla freschezza
del volto, quello spirito ecclissato dal
semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito
tutte le simpatie della fanciulla, e gli assicurò
la più indulgente amicizia.

A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine
lo rese sempre più facile. Allora Metilde
s'accorse che il giovinotto non mancava
di brio, e non tardò a trattenersi seco lui con
piacere in lunghe e geniali conversazioni, nelle
quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità
intellettuali che raddoppiavano l'effetto della
bellezza colla grazia d'un dialogo vivace, e dell'accento
veneziano, che la rendevano incantevole.
E davvero faceva onore al babbo che l'aveva
fatta istruire dai migliori professori. Essa aveva
corrisposto benissimo, imparando con pronta intelligenza,
e continuando a coltivarsi con buone
letture. E parlava con esatte cognizioni di storia
e di letteratura, giudicando coll'acuto buon senso
della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo
e personale che rendeva interessanti i suoi
giudizi. E faceva onore anche alla mamma che
[pg!164]
la vestiva a suo modo, come una bambola, ma
con supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio;
non contentandosi di scegliere le stoffe
e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma
ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi
facilitazioni procurate dai Grandi Magazzini del
Louvre, che spediscono gratis, disegni, modelli,
campioni, e gli oggetti scelti senza domandare
un soldo anticipato. A Venezia pagavano i clienti.

La signora Emilia aveva squadrato con un
colpo d'occhio il nuovo amico di casa, aveva veduto
subito che la sua biancheria era di manifattura
francese, che il taglio delle vesti era di
Milano, aveva saputo dal marito che il giovinotto
dimorava in una villa signorile nei dintorni di
Treviso, un piccolo Trianon, un parco all'inglese,
cogli alberi più alti del palazzo, con una vasta
estensione di bosco, una cascata, un lago, dei
frutteti, delle vigne, dei campi come se ne vedono
pochi. Dunque non ci potevano essere inconvenienti
a quella amicizia, quel giovane apparteneva
evidentemente ad una famiglia molto
ricca, e quindi era il ben venuto nella sua casa.
Qualche interrogazione sagace fatta ai conoscenti
e agli amici l'avevano anche perfettamente rassicurata
sulla condotta di lui.

Era un giovinotto che non frequentava che da
[pg!165]
Florian, non fumava che sigari d'avana, era carambolista
di prima forza, non c'era pericolo che
si rovinasse al giuoco, perchè perdeva di raro.
Si poteva dunque ammetterlo nella più stretta
intimità, ed invitarlo a pranzo senza riguardi.

Frattanto papà Gervasio scriveva a suo figlio:

«Ti raccomando l'economia. Tu mi assicuri che
la biancheria che hai fatto venire da Parigi ti costa
meno che se l'avessi acquistata a Venezia, sarà
benissimo, ma la tua nonna mi ha fatto delle
buone camicie, che mi vanno benissimo e costano
meno della metà. In quanto alla polizza del sarto
di Milano ti posso assicurare che è esorbitante,
e la durata delle stoffe, che tu credi che deva
compensarti del prezzo, è una vana illusione. La
nonna voleva che Maria ti facesse un paio di
guanti di lana, per star caldo, ma tua cugina
pretende che tu non vuoi portare che guanti di
pelle. Sai che non siamo ricchi, che il povero
nonno ci ha lasciati molti debiti che aggravano
le campagne, e con questi anni cattivi, colla malattia
delle uve, la siccità, le grandini, il prezzo
basso dei cereali, la miseria dei contadini, i possidenti
si trovano in pessime condizioni. Capisco
che la tua condizione esige una tenuta decorosa,
e che la moderna società ha molte esigenze; ma
procura di non passare i limiti, e pensa alle privazioni
[pg!166]
che ci siamo imposte per mantenerti a
Venezia.

«La mia salute non è perfetta, ho delle sofferenze
intestinali, ma col tempo e le cure passeranno
anche queste. Tutti gli altri di casa stanno
benissimo, e ti mandano i più affettuosi saluti.»

I giorni che gli capitavano di queste lettere
Silvio si sentiva invaso da profonda malinconia,
alzava gli occhi al soffitto ed esclamava:

—Ah! non essere milionario, è la più gran
disgrazia che possa toccare ad un uomo che deve
vivere in società!... Libertà, indipendenza, diritti
dell'uomo e del cittadino!... sono frottole che
fanno sbraitare gl'imbecilli, ma infine dei conti
non esiste nè libertà, nè indipendenza, nè nulla
di buono a questo mondo senza il denaro!... Mio
padre non è mai stato splendido, ma adesso che
è vecchio diventa avaro. Se la povera nonna non
mi aiutasse colle sue economie, se il bigliardo
non mi assicurasse dei vantaggi, colla sola mesata
paterna non mi sarebbe possibile di vivere
a Venezia nella buona società.

Una domenica mattina se ne andò a passeggiare,
solitario, sulle *fondamenta nuove*, in fondo
della città, e in quel deserto fumava un sigaro
da un soldo, e meditava sui destini dell'uomo....
senza soldi.
[pg!167]

L'acqua turchina batteva le rive, s'increspava
intorno alle isole, si perdeva in un lontano orizzonte
confuso col cielo. A diritta qualche barca
peschereccia colla vela riflessa nella laguna filava
orzando verso il mare; a sinistra i monti
che fanno corona al territorio trivigiano, con una
leggiera tinta violetta sfumavano nell'azzurro.
L'aria fresca che batteva sul viso era pregna dei
profumi iodiati delle alghe, e di sapori salini.

Quella quiete, quella solitudine, quei sentori,
quel prospetto che gli ricordava gli sfondi pittoreschi
del suo parco, trasportavano il pensiero
di Silvio alla casa paterna, alle cure serene, ai
piaceri semplici della vita domestica. Si ricordò
di Maria con tenerezza e con rimorso, pensò che
in quel ritiro suo nonno giuocava la vita per l'emancipazione
della patria, lo zio era stato sacrificato
allo stesso intento, la zia era morta di
dolore, suo padre era partito per la guerra e per
l'esilio, la nonna aveva passata l'esistenza nella
solitudine fra le ansie delle persecuzioni. Ah
quei poveri vecchi non avevano mai pensato
alla necessità dei milioni, non aspiravano che
all'indipendenza del paese, e vivevano modesti
e laboriosi sacrificando tutto a questo santo dovere!...

Colla mente attristata e il cuore malcontento,
[pg!168]
con una burrasca di pensieri nel cervello, ove i
progetti fantastici, lottavano colle idee sane, rivolse
i passi verso l'interno della città. Camminava
lentamente, col cappello sugli occhi e il
sigaro da un soldo fra i denti, senza guardare
in faccia la gente che incontrava per via, sempre
pensieroso, girando per un labirinto di calli strette,
nell'ombra umida fra le case, salendo e scendendo
gli scalini verdognoli e smussati dei vecchi ponti,
senza guardare nelle gondole che passavano sotto
col tonfo monotono dei remi che rompevano il
silenzio di quei poveri quartieri, e sparivano nei
canali tortuosi.

Dopo lunghi raggiri, giunse finalmente in calle
larga San Marco, svoltò per la merceria, e si
trovò sotto l'arco della Torre dell'Orologio. Il
sole che gli battè sul viso tutto d'un tratto
parve che lo destasse da una specie di letargo.
Alzò la testa, abbracciò collo sguardo il prospetto
della Piazzetta, il Palazzo ducale, le due colonne
del leone e di San Teodoro, la laguna, le barche,
l'isoletta di San Giorgio, tutto immerso in un
lago di luce abbagliante.

Una soave armonia echeggiava sulla piazza, un
cantico soave di voci celestiali s'innalzava nell'aria,
e dopo gli accenti variati d'un a solo melodioso,
prorompeva in un solenne rimbombo di
[pg!169]
tutti gli istrumenti, che pareva un inno trionfale.
Era l'ora della musica.

La piazza presentava l'aspetto d'una sala immensa,
percorsa da una fila di signore eleganti
che passeggiavano fra un corteggio di ammiratori.
Si udiva un fruscio di seriche vesti, si vedevano
tutti i colori che brillavano al sole fra
gli abiti scuri degli uomini. Si respirava un'atmosfera
artificiale mista di esalazioni confuse di
tabacco e di muschio.

Un cappellino capriccioso sopra una testa
bionda, fece evaporare immediatamente tutta la
tristezza dal cervello di Silvio. Addio pensieri
malinconici, addio progetti di severa resipiscenza.
Alla vista delle signore Ruggeri il giovane praticante
dello studio gettò in fretta il mozzicone
del sigaro da un soldo, si atteggiò al più grazioso
sorriso, abbassò rispettosamente il cappello
fino al ginocchio, strinse la mano all'avvocato,
presentò i suoi complimenti alla signora Emilia,
un sorriso ed un'occhiata alla signorina Metilde,
e si unì alla comitiva che passeggiava su e giù
dal fondo della piazza alla basilica, andando e
ritornando come tutti gli altri.

La viva luce che illuminava la chiesa pareva
che trasformasse i vetri rotondi delle grandi arcate
in tante medaglie d'argento, e le figure dei
[pg!170]
mosaici, a colori smaglianti, nuotavano nel fondo
d'oro, mentre le onde armoniose della musica
passavano sulla folla. Davanti a quei prospetti
e fra quelle melodie indistinte e confuse con
altre voci, le parole umane acquistano una espressione
singolare, specialmente fra la gioventù e
la bellezza, fra le seduttrici e i sedotti. I suoni
reboanti della musica incoraggiano le audacie
del dialogo e talvolta lo interrompono a proposito,
l'a solo sentimentale d'un soave istrumento serve
a meraviglia per accompagnare una frase gentile,
e ne rialza il valore. L'uomo può arrischiare
una dimostrazione velata, meglio che in un salotto,
perchè la donna può fingere di non udirla,
e i mariti, i babbi e le mamme, assordati dalle
trombe e dai tamburi, non l'odono di sicuro.
[pg!171]




XI.
===


Tutto quell'inverno fu rallegrato dai più deliziosi
passatempi. Le noie della pratica curiale
venivano lautamente compensate dai passeggi,
dalle conversazioni, dalle feste da ballo, dagli
spettacoli dei migliori teatri. Durante il giorno,
nello studio dell'avvocato, Silvio imparava come
si guadagna il denaro a spese dei litiganti, ed
ogni sera imparava a spenderlo nella buona società.
Il bisogno dei milioni, o almeno almeno
di qualche migliaia di lire, si faceva vivamente
sentire. S'era fatto degli amici che la pensavano
come lui, non erano ricchi, perdevano al giuoco,
si divertivano, e tuttavia non mancavano di denaro.
Dove diavolo andavano a trovarlo? Si mise
a studiarli a fondo, e a interrogarli:

—Avete trovato una miniera?...

—Sicuro, gli rispondevano, la miniera inesauribile
[pg!172]
delle umane miserie, delle corbellerie, delle
dabbenaggini, delle birbonate, e delle geste quotidiane
del genere umano!...

—Che cosa volete dire!... non capisco niente!
parlatemi più schietto, dove trovate il denaro per
divertirvi?...

—Nella stampa! gli risposero, in questa lupa
affamata, che divora ogni giorno tutte le nostre
ciarle, che consuma delle montagne di carta manoscritta,
ed è sempre insaziabile per quanto
inghiotta, e domanda continuamente dei nuovi
alimenti, ed è costretta di pagarli. Noi siamo i
fornitori della sua cucina.

—Vorrei potervi imitare, ma non sono letterato,
non so proprio nulla, non ho mai avuto il
tempo di studiare.

—Ma che letterati d'Egitto!... noi non siamo
più sapienti di te. Slamo del numero infinito dei
corrispondenti, che mandano della materia brutta...
ma molto brutta a tutti i giornali del mondo.
Non siamo capaci di scriver bene, con ponderazione
e misura, ma per improvvisare siamo eccellenti.
Chi scrive bene muore di fame, meno
rare eccezioni. La stampa paga sempre in ragione
inversa del volume. Un grosso volume in
ottavo produce meno d'un modesto in sedicesimo
il quale è meno pagato d'un articolo. La letteratura
[pg!173]
mena direttamente al fallimento, il giornalismo
è più promettente, e può condurre alla
ricchezza. Noi mandiamo ogni giorno le notizie
di Venezia alla capitale ed all'estero, e ne ricaviamo
qualche profitto. Il nostro uffizio di redazione
è la bottega di caffè, dove gettiamo sulla
carta tutte le ciarle del giorno, e senza nemmeno
rileggere lo scritto lo portiamo alla posta. Non
si guadagnano tesori, ma con tre o quattro giornali
quotidiani si vive. Basta scrivere ogni giorno
qualche novità....

—E quando non ce ne sono?

—Ce ne sono sempre!... È impossibile che
Venezia non fornisca qualche argomento alle
nostre ciarle. Politica, amministrazione, belle
arti, teatri, tutto ci serve. Quando non si sa parlare
a fondo di niente, si può scrivere di tutto
per sommi capi, degli articoletti divisi come le
strofe d'un sonetto. È un genere che piace. È
poi affatto impossibile che manchi un argomento
piacevole alla cronaca del giorno, un assassinio,
un fallimento, un furto, un suicidio, è impossibile
che una buona ragazza non faccia uno scapuccio,
e ci fornisca la materia per un articoletto
verista, è impossibile che un camino non
prenda fuoco, che la buon'anima d'uno spiantato
non si getti in laguna, che un qualche cassiere
[pg!174]
non fugga, che il diavolo non metta la coda in
qualche sito proibito. In caso disperato, anche
senza essere letterati non siamo tanto scemi da
non saper inventare una storiella spiritosa, che
diverta il pubblico per qualche giorno. Diceva
bene Balzac: «\ *pour le journaliste, tout ce qui est
probable est vrai*.» Noi non abbiamo corrispondenze
che con Roma e Milano, ma tu che sei nato
in Francia, e scrivi il francese meglio dell'italiano,
tu potresti guadagnare moltissimo mandando
delle corrispondenze a Parigi.

Silvio afferrò subito questa idea luminosa,
scrisse un gran numero di lettere promettendo
qualche cosa di nuovo e di interessante su Venezia,
inesauribile argomento di osservazioni
e di studi, che gli venivano in mente, ispirati
dall'amore che suo padre gli aveva comunicato
per questa città singolare. Portò le
sue lettere alla posta pieno di illusioni, ma
il giorno seguente dopo maturo esame, perdette
ogni speranza di buona riuscita, e perplesso
fra questi due estremi aspettò il risultato
della sua prova.

In quel tempo giunse alla villa Bonifazio l'annunzio
del prossimo matrimonio del cugino Alessandro,
che aveva lasciato il servizio nell'esercito
per prender moglie, e invitava a nozze i cugini.
[pg!175]
«L'esempio della vostra vita tranquilla mi
ha spinto a questo passo, egli scriveva, e l'esperienza
del mondo mi ha persuaso che se vi sono
dei giorni felici non si possono raggiungere che
nella intimità della vita domestica, e nella pace
della campagna. La casetta ereditata dallo zio
mi facilita l'intento. La mia Enrichetta sarà come
la Maddalena un'ottima moglie, e una brava padrona
di casa. Venite dunque ad assistere al mio
matrimonio, e la vostra cara presenza sarà il
migliore augurio che io possa desiderare per l'avvenire.»

Papà Gervasio soffriva troppo degli intestini
per fare quel viaggio, Maddalena, come al solito,
non voleva lasciare un solo giorno la sua Maria;
scrissero dunque a Silvio di partire per la Brianza
per rappresentare la famiglia alle nozze del cugino.
Ma Silvio, che non voleva allontanarsi da
Matilde in carnovale, prese il pretesto di affari
urgentissimi dell'avvocato che non gli permettevano
di assentarsi, si scusò col padre e col cugino,
e non si mosse da Venezia, aspettando
ansiosamente le risposte dei giornali. I primi riscontri
gli vennero dalle provincie. Lo ringraziavano
della sua ottima idea, accettavano la
sua corrispondenza con sommo piacere, dolenti
soltanto di non poterlo ricompensare che con
[pg!176]
una copia del giornale, il quale viveva della carità
di qualche benemerito del partito, che però
non bastava a salvarlo dai debiti, da cui era minacciata
continuamente la sua esistenza.

Un giornale di Parigi domandava un saggio
degli scritti proposti, e se fosse riuscita la prova
avrebbe accettato un articolo alla settimana, convenientemente
retribuito.

Un giornale di Roma accettava la corrispondenza
senza prove, e assicurava un assegno mensile.
Dagli altri nessuna risposta; le domande
di corrispondenza erano state gettate nel cesto.

Questo risultato gli parve inferiore alle prime
speranze, ma di gran lunga migliore di quel
fiasco completo, minacciatogli da troppa paura.

Si accinse al lavoro, e non gli mancarono gli
argomenti. Cominciò a parlare di feste e di spettacoli,
intrecciando le relazioni del presente colle
memorie del passato. Cercò di scoprire antiche
origini d'usi sociali, mise le fabbriche antiche a
paragone delle moderne, la basilica di San Marco
colla stazione della ferrovia, i marmi antichi col
gesso dei nostri giorni, il Ponte di Rialto coi
ponti di ferro, che cancellano i palazzi del Canal
Grande, come si cancella un conto sbagliato sopra
un registro. Osservò nei ritratti dei musei e nelle
medaglie le fisonomie degli antichi veneziani, e
[pg!177]
andò a cercarne le traccie nel popolo, e a forza
di studi comparativi giunse a stabilire un sistema
inverso di quello di Darwin, per dimostrare
la degenerazione della razza veneziana.
L'epoca del carnovale si prestava allo scherzo,
ed alla scoperta dei discendenti degli antichi.
Annunziò che il proprietario d'un caffè della
piazza portava tutti i lineamenti d'un doge, che
il gobbo che lustrava le scarpe scendeva sicuramente
da un inquisitore di Stato, dipinto da Paolo
Veronese. Il mercante di caramelli doveva essere
un nipote del Cardinal Bembo, una fioraia che
correva pei caffè era l'esatta riproduzione della
Zulietta dipinta da Rousseau «in vestito di confidenza.»

I famosi navigatori rispettati in tutti i mari
del mondo erano tralignati nei gondolieri che
non facevano che il giro dei canali, minacciandosi
da lontano. I discendenti del *maggior Consiglio*
andavano in maschera da pagliacci, un
erede di Marco Polo era vestito da Pantalone,
e un pronipote di Gasparo Gozzi indossava l'abito
appezzato dell'Arlecchino, i *Signori di notte*
suonavano nelle orchestre dei teatri, e i *Savi*
erano diventati matti.

In ogni relazione introduceva degli aneddoti
piccanti, e delle biografie piene di brio. Le sue
[pg!178]
corrispondenze facevano ridere, e questo fu un
vero successo, per la stagione di carnevale. Quando
venne la quaresima, volle che i suoi lettori facessero
un poco di penitenza, e allora andò a
spolverare gli antichi documenti degli archivi, e
le pergamene tarlate, e si mise a parlare di
storia. I suoi lettori si addormentavano col giornale
in mano negli angoli dei caffè. Egli comprese
subito che aveva trovato la chiave del
vero corrispondente, e che disponeva a suo talento
dell'animo dei lettori del giorno.

Venne pregato di mandare anche delle notizie
politiche, e fu l'inventore d'un nuovo genere
di corrispondenze che ottenne un vero successo
nel giornalismo, e fu prontamente imitato
da vari periodici. Ecco in che cosa consisteva
la sua invenzione.

Egli raccoglieva le notizie di vari giornali
francesi, sapeva ornarle d'una veste nuova, e le
mandava a Roma, d'accordo col giornale, come
corrispondenze di Parigi. E a Parigi mandava
corrispondenze da Roma, eseguite sullo stesso
stampo, coll'aggiunta di vari fatterelli curiosi
raccolti da qualche deputato in vacanza, da persone
che ritornavano da Roma, e da un signore
che parlava ad alta voce in uno stanzino del
caffè Florian, e che era sempre bene informato
[pg!179]
delle cose pubbliche, meglio del Questore e del
Prefetto.

In breve tempo Silvio divenne un vero *reporter*
di mestiere, curioso indagatore di novità, domandava
conferenze e colloqui con personaggi
illustri che giungevano a Venezia, commetteva
le più audaci indiscrezioni, e le sue lettere acquistavano
un credito, che gli veniva largamente
retribuito. E così passò il primo anno di pratica,
e l'inverno successivo, immerso nel lavoro, leggendo
tutto, e studiandosi di perfezionare la forma
letteraria per rendere più gradevoli i suoi scritti.
Le ore della sera, prima del teatro, erano tutte
dedicate alla famiglia dell'avvocato, a conversare
con Metilde, ad ascoltare la musica delle sue
parole, e del suo pianoforte, ad ammirare la
sua grazia e la sua coltura. E non volle mai
saperne di lasciare Venezia un solo giorno,
giustificandosi colla famiglia col pretesto dei
lavori legali che non gli lasciavano un'ora di
libertà.

Papà Gervasio, non potendo ottenere che suo
figlio andasse a passare qualche giorno in campagna,
gli faceva delle sorprese, recandosi a Venezia,
ma per poche ore, con un viglietto di andata
e ritorno.

Arrivava colla prima corsa, entrava tutto ansante,
[pg!180]
carico di cestelle e di sporte, nella camera
del figlio, che dormiva ancora.

Gli dava un bacio e poi si metteva a sciogliere
gl'involti, e sciorinava gli oggetti sul tavolo e
sul cassettone, e metteva in mostra le frutta
della stagione, e quelle che aveva saputo conservare.
In primavera erano fragoloni più grandi
delle noci, d'estate ciliege grosse come prugne,
prugne grosse come persici, persici grossi come
melagrani. D'autunno peri profumati meravigliosi,
pomi d'ogni forma e d'ogni colore dal piccolo
Appio dolce al *rainette* grigio del Canadà. Tirando
fuori i fragoloni, papà Gervasio diceva:

—Guarda *Mac-Mahon*, è una delle più grandi
varietà! guarda la *Regina Vittoria*, è delle più
saporite.

Mettendo in riga le pera e i pomi li voltava
sempre dalla parte più colorita, li puliva colla
palma della mano, li lucidava colla manica del
vestito e li nominava:

—Gnocco di Milano!—Generale Totleblen—Cardinale—Butirro
Napoleone!

Tutti di casa caricavano il povero papà Gervasio
per spedire qualche dono al figliuol prodigo.
D'inverno Maria gli mandava delle eccellenti
conserve di frutta, in primavera le più belle varietà
di rose, d'autunno delle uve moscate color
[pg!181]
d'oro. La nonna prodigava le calze, le mutande, i
corpetti di lana, eseguiti colle sue mani, intrecciando
infiniti pensieri e qualche lagrima all'eterna
catena della maglia.

Silvio si vestiva ammirando e ciarlando, ringraziava
e domandava conto di tutti. Allora il
papà gli raccontava le sue piccole sofferenze intestinali
senza gravità, poi passava a narrargli
i grandi avvenimenti della villa.—Mumut era
scomparso improvvisamente di casa, Maria disperata
lo fece cercare invano per molti giorni;
è facile immaginarsi le sue angustie, i suoi sospetti
su certa gente alla quale non ripugna il
gatto in umido, purchè sia grasso. Non era possibile
di ritrovarlo. Finalmente il maestro Zecchini
lo vide accovacciato pacificamente in cima
al muricciolo dell'orto della vicina masseria. Una
passione sfrenata per una gatta dell'affittuale lo
teneva schiavo in quel sito, immemore delle cure
costanti di tua cugina, con ingratitudine colpevole.
Venne portato a casa che non era più riconoscibile,
magro consunto dalla passione, spelato
per le lotte sostenute coi rivali. Ora si è
abbastanza rifatto, ma conserva una morbosa malinconia
che gli impedisce di ritornare alla sua
naturale pinguedine. Ma adesso viene il più bello,
ascolta anche questa. Pasquale incaricato di fare
[pg!182]
le più minute indagini per rinvenirlo, mancava
ogni giorno di casa per lunghe ore, trascurando
il servizio, ma abbiamo scoperto che invece di
mettersi alla ricerca del gatto, egli andava a
dormire sul fieno.

—Non mi sorprendo, disse Silvio, la malafede
e la poltroneria sono del numero dei suoi difetti.

Quando Silvio era pronto facevano un giretto
per la piazza, andavano a respirare una boccata
d'aria salina sul ponte della Paglia, tornavano
alle Procuratie, e passavano al *Cavalletto*, ove
Gervasio faceva una colazione di pesce fresco,
in compagnia di suo figlio.

Dopo colazione ritornavano all'alloggio di Silvio,
facevano una scelta delle cose migliori portate
dalla campagna, e andavano a presentarle alla
famiglia dell'avvocato.

La signora Emilia riceveva papà Gervasio con
cordiali dimostrazioni di amicizia, gradiva moltissimo
quelle frutta, ne faceva mille elogi, diceva
di non averne mai vedute di eguali; e si
riconfermava sempre più nell'idea della ricchezza
dei Bonifazio, che potevano vantare simili prodotti.

Papà Gervasio gongolava agli elogi delle sue
colture, e rispondeva che, in fatto, quelle frutta
non si trovano in commercio, sono cose da dilettanti;
e invitava la signora a visitare la sua
[pg!183]
villa, e a passarvi alcuni giorni colla sua famiglia,
senza complimenti.

—Mille grazie del cortese invito; una volta
o l'altra ne profitteremo, prometteva la signora.

—Sarà un vero piacere, e un grande onore
per la nostra casa.

La bella Metilde ammirava i fiori, li disponeva
artisticamente nei vasi del salotto, cacciava i
suoi dentini d'avorio nei fragoloni, gustava un
po' di tutto, e proclamava con tanta grazia le
delizie di quelle frutta, che papà Gervasio le
avrebbe dato un bacio assai volontieri, e sentiva
il sapore di quei prodotti meglio che se li avesse
mangiati.

Capitava l'avvocato, ed erano nuove meraviglie,
chiamavano anche i giovani dello studio ad ammirare
quei prodotti della terra promessa. Dopo
le lodi delle frutta venivano fuori gli elogi del
figlio. Tutti ne dicevano un gran bene, meno la
signorina Metilde, che lo pensava più degli altri,
ma taceva per convenienza di ragazza bene
educata.

La signora Emilia parlava di Silvio come del
più caro amico di casa, e il più fedele; l'avvocato
mostrava di stimarlo un giovinotto di slancio,
di spirito pronto, e che da qualche tempo s'era
anche messo a studiare.
[pg!184]

Gervasio usciva da quella casa consolato, Silvio
lo accompagnava alla ferrovia, e mentre la gondola
li trasportava attraverso i canali, il padre
mostrava al figlio la sua soddisfazione, e largheggiava
di promesse e consigli.

—Continua a condurti bene, gli diceva, studia,
lavora, e procura di fare delle economie, perchè
gli anni sono sempre più cattivi, e cerca di contentare
l'avvocato e le signore.

Una volta, ritornato da una delle sue gite,
beato degli elogi che l'avvocato aveva fatti a
suo figlio, papà Gervasio andava ripetendo al
maestro Zecchini, e gli osservava:

—Dovete convenire che la vostra teoria pessimista
non è applicabile a mio figlio, e fregandosi
le mani aggiungeva: non tutti gli uomini
sono asini, caro maestro.

—Dipende.... gli rispondeva seriamente l'amico.

—Come dipende?... da che cosa dipende?...

—Dipende dal punto di vista dal quale partono
le osservazioni....

—Come sarebbe a dire?

—Ogni cosa ha la sua luce e le sue ombre.
Voi vedete vostro figlio dalla parte della
luce, e vi presenta un bell'aspetto; se lo guardaste
dall'altra parte, forse l'effetto sarebbe
diverso.
[pg!185]

—Ciò vuol dire in poche parole che non credete
ai meriti di mio figlio.

—Parlo in generale. Credo poco a tutte le
apparenze. La società impone ad ogni uomo una
veste morale che nasconde la sua natura. Per
conoscere a fondo un individuo bisogna esaminarlo
come si fa coi coscritti.

—E come si spoglia un uomo dalla sua veste
morale?

—È molto difficile, se non impossibile. L'unico
partito per giudicare un uomo con probabilità
di giustizia, è quello di aspettare che sia
morto. Allora sulla tavola anatomica si spoglia
il cadavere, si può fargli la sezione, si scoprono
tutte le macchie e tutti i malanni nascosti. Sapete
che pochissimi uomini muoiono di morte
naturale, la maggior parte perisce per qualche....
asinaggine. Dunque aspettiamo a giudicare gli
uomini dopo la morte.

—Caro maestro, conchiuse Gervasio, desidero
di potervi giudicare più tardi che sia possibile.

—Grazie tante, caro Gervasio.

Nella primavera del secondo anno Silvio ricevette
una lettera della nonna, la quale gli annunziava
che suo padre era a letto da qualche
giorno, essendosi aggravate le sue sofferenze intestinali.
[pg!186]

Corse subito alla villa. La malattia non presentava
alcun pericolo, ma vedendo che la sua
visita era riuscita molto gradita a suo padre,
egli decise di fermarsi qualche giorno in famiglia.

La campagna gli pareva un altro mondo dopo
il soggiorno prolungato di Venezia. Dai palazzi
di marmo che si specchiano nell'acqua agli alberi
del parco, dalla laguna solcata di barche ai
campi arati dai buoi, dall'orizzonte infinito della
marina al prospetto dei monti, la scena era intieramente
cambiata, e tutto si presentava ai suoi
sguardi con proporzioni diverse, e con aspetto
modificato da quello d'altro tempo. È il solito
effetto dei confronti. Chi visita Parigi per la
prima volta resta sorpreso dell'ampiezza e del
movimento delle strade, della larghezza della
Senna, e dei ponti. Ma se ritorna a Parigi da
Londra la città gli sembra più piccola e meno
popolosa; le strade diritte, i parchi grandiosi, i
bastimenti che passano sotto i ponti del Tamigi,
diminuiscono le proporzioni dei *boulevards* e fanno
gran torto alla Senna. Tornando da Venezia dopo
un lungo soggiorno e fermandosi in una città di
terraferma si subisce lo stesso effetto, tanto
quella città singolare non somiglia a nessun
altro paese.
[pg!187]

Silvio trovava la sua casa più piccola, le stanze
più basse e anguste, i mobili vecchi e di cattivo
gusto, le battaglie di Napoleone ridicole, i ritratti
dell'imperatore e dei suoi generali manierati
come tante teste di legno, il parco troppo
trascurato.

E la bella Maria?... oh povera Maria, quale
sorpresa!...

Come pettinava goffamente quei capelli abbondanti!
come vestiva senza garbo!... e quelle
mani rosse e quei piedi così grandi e mal calzati,
e quell'aspetto impacciato, e quella voce
ingrata, e quei movimenti sguaiati, e quelle
espressioni volgari!...

Essa accolse il cugino con una lagrima nel
sorriso, la bocca affettuosa, gli occhi ridenti,
ogni lineamento del suo viso indicava una gioia
mista di commozione trepidante.

—Dopo tanto tempo!... e forse per così poco!...

E lo osservava con muta sorpresa perchè le
pareva più serio, più elegante, più disinvolto, e
non osava interrogarlo, ma pure tradiva la curiosità
collo sguardo.

La nonna era invecchiata assai, bianca, deperita,
s'incurvava sempre più sotto il peso degli
anni, le scemavano le forze.

Maria, la sua brava allieva, faceva tutto da
[pg!188]
vera padrona di casa. Papà Gervasio vedendo che
sua madre non era più in caso di sostenere la
fatica, non voleva essere assistito che dalla nipote,
era la sua cara suora di carità, e gli faceva
anche da segretario, da cuoca, e da cassiera.
Ed essa dalla mattina per tempo fino a
notte inoltrata, saliva e scendeva rapidamente
le scale, sempre d'ottimo umore e di buona
volontà. Col suo mazzo di chiavi appeso alla
cintura del grembiale bianco di bucato, correva
qua e là, a somministrare l'occorrente a
tutti, a dare gli ordini, ad eseguire colle sue
mani le cose più delicate; il brodo ristretto
pel povero ammalato, le minestrine leggiere per
la nonna.

Tutti la invocavano da ogni parte, chi domandava
la panna per fare il butirro, chi voleva
la crusca per le mucche, chi l'avena pel cavallo.
Un affittuale veniva a fare un pagamento, un altro
a domandare una sovvenzione, essa riceveva, pagava,
notava, dava delle disposizioni opportune,
e dei buoni consigli.

Gli ammalati mandavano a chiedere un decotto,
i poveri la supplicavano d'un soccorso, ed
essa soddisfaceva tutti con bontà, e aveva sempre
in saccoccia un crostino per Falcone, un pezzetto
di zucchero per Argo, qualche seme di popone
[pg!189]
pei canarini. Uomini e bestie tutti le volevano
bene.

La nonna e Silvio in fianco al letto del malato
gli facevano compagnia, e il giovinotto osservava
attentamente le delicate attenzioni di Maria per
suo padre, il quale lodava la nipote per tutte le
sue buone qualità.

—Se tu sapessi come è buona, la mia Maria,
gli diceva il padre, come è brava, previdente,
solerte, peccato che non abbia avuto una bella
educazione.... la poveretta sa appena leggere e
scrivere, e fare un conto, ma non ha più un minuto
di tempo per coltivarsi....

—Ne sa più di quanto basta per diventare
un'ottima madre di famiglia, brontolava la nonna,
e per rendere felice l'uomo che sarà suo marito.

Osservandola minutamente, nei momenti che
essa non poteva vederlo, Silvio si persuadeva che
Maria era belloccia, buona, intelligente, operosa,
ma non poteva dissimularsi che era incompleta,
le mancava l'istruzione indispensabile a chi deve
vivere in società, e quell'arte elegante che insegna
alla donna a far valere i suoi pregi, o a nascondere
e sostituire le sue mancanze, mercè gli
indumenti esterni, e le cure speciali della persona.
Una bella statua mal vestita fa più triste
figura d'una marionetta uscita dalle mani esperte
[pg!190]
d'una modista eccellente; e qualche volta una
prima impressione è decisiva per l'esistenza.

È vero che quando ad un rapido sguardo succede
un esame più coscienzioso, si finisce a discernere
le apparenze dalla realtà, e il commercio
della vita scopre tutti i segreti, e rivela tanto i
vizii dissimulati che i pregi nascosti fra i quali
primeggiano quelli dell'anima. E infatti era impossibile
di vivere lungamente accanto a Maria
senza volerle bene, e senza trovarla bella, perchè
la bontà s'irradia sul volto e lo abbellisce meglio
dell'arte più raffinata.

Gli occhi ridenti e soavi di Maria penetravano
insensibilmente nel cuore di Silvio già predisposto
da quella simpatia che era nata nella intimità
degli anni giovanili, e che si ridestava
nelle abitudini della convivenza. Ma forse quell'affezione
nascente si sarebbe assopita, o trasformata
in amicizia, senza il soffio dell'invidia che
nell'animo acceso del cugino, produceva l'effetto
del mantice davanti il fuoco. Gli faceva rabbia
quel sornione d'Andrea che continuava ad aspirare
copertamente all'amore di Maria, dissimulando
quanto poteva le sue tendenze, perchè sentiva
di non essere corrisposto nè inteso, e non
voleva accrescere le difficoltà dell'impresa, nè
comprometterne il risultato, con intempestive dichiarazioni
[pg!191]
che lo esponessero ad essere allontanato
dalla famiglia. Ma Silvio, memore del passato,
e d'indole perspicace, non ebbe bisogno che
d'una occhiata per accorgersi che l'amico di casa
perseverava pazientemente nelle sue idee, le dissimulava
con prudente astuzia, aspettando il momento
opportuno per farsi avanti, con qualche
probabilità di successo.

Il giovane Bonifazio non poteva soffrire la ruvida
natura di quel gaglioffo, gli pareva che la
pretesa di farsi rimarcare da Maria fosse quasi
una sfida verso di lui, lo trovava stupido e audace,
e quei sentimenti gelosi gli rivelavano l'amore
per la cugina, e l'odio per Andrea.

A costui parve che Silvio volesse leggergli in
fronte i pensieri, e guardava in cagnesco il giovinotto
elegante, che contrariava la sua inclinazione.
Parlavano di raro fra loro; Silvio gl'indirizzava
la parola con sprezzante alterigia, Andrea
gli rispondeva poche parole, cogli occhi torbidi,
e i lineamenti contratti.

Parlando colla nonna e con suo padre, Silvio
pronunziò qualche parola sprezzante all'indirizzo
d'Andrea, ma si sentì confutare, con sommo rammarico.
Pareva anzi che il loro affetto per Pigna
fosse cresciuto, e mostravano di crederlo degno
di stima e di amicizia. Maria lo difendeva sempre
[pg!192]
colla più ingenua semplicità, e raccontava al cugino
tutti i piccoli servigi che quel giovane rendeva
alla famiglia, prestandosi cortesemente in
tante brighe noiose. Essi lo impiegavano continuamente
dentro e fuori di casa. Oltre l'assistenza
che dava allo zio nelle cure delle serre e
dei fiori, egli faceva acquisti e vendite per conto
loro, sorvegliava i coloni e i domestici.

Quest'ultima rivelazione illuminò lo spirito di
Silvio, come un lampo. Se costui sorveglia i domestici,
egli pensò, deve essere in uggia a Pasquale,
che non vorrebbe essere sorvegliato; ecco
dunque un alleato. Saprò qualche cosa da lui sul
conto di Andrea, e potrò servirmene all'uopo.
Silvio andò in scuderia a visitare Falcone al momento
della strigliatura, disse qualche parola
benevola al domestico per amicarselo, e cominciò
a chiedergli conto di alcune persone che frequentavano
la casa, per finire, con apparente indifferenza,
a domandargli d'Andrea.

Quel scimmiotto di Pasquale parlava del giovane
come di un orso. Era evidente che l'orso e
lo scimmiotto sentivano una ripulsione reciproca
e si evitavano. Lo scimmiotto accusava l'orso di
essere avaro: perchè non gli dava mai un soldo
di mancia; d'essere traditore: perchè svelava ai
padroni i suoi istinti rapaci; d'essere una spia:
[pg!193]
perchè sapendolo sciocco e rapace lo teneva d'occhio
affinchè non danneggiasse la famiglia amica,
verso la quale aveva delle obbligazioni e dei
doveri.

Anche dal maestro Zecchini non potè saperne
di più. Secondo il maestro, Andrea era uno degli
innumerabili asini usciti dalla sua scuola, nel
lungo esercizio delle sue funzioni dalle quali si
era finalmente ritirato, lasciando il mondo, poco
su poco giù, come lo aveva trovato alla prima
lezione.

—E credo fermamente, egli diceva, che gli
uomini saranno sempre gli stessi. Chi vive contento
di tutto e di tutti, chi non è mai contento
di niente e di nessuno.

—Eppure, gli osservava Silvio, siete vissuto
in epoche affatto diverse, e in tempi burrascosi,
siete passato dalla schiavitù all'indipendenza, dal
regime dispotico alla libertà, e anche gli uomini
avranno mutato le loro tendenze, i loro vizii, le
loro virtù....

—Niente affatto! gli uomini sono sempre gli
stessi. Tanto all'epoca del dispotismo straniero
quanto col regime della libertà si trovano i contenti
e i malcontenti; adesso, come nella mia
gioventù, ci sono società segrete e congiure, allora
si voleva scacciare il governo austriaco,
[pg!194]
adesso si vorrebbe rovesciare la monarchia; più
tardi si tenterà di mandare a rotoli la repubblica.
Si ottennero delle cose che parevano impossibili,
adesso se ne domandano delle altre che paiono
utopie. Ma l'impossibile e l'utopia sono parole
senza significato. Tutto è possibile a questo
mondo!.... ma niente è perfetto. Quando c'erano
i Tedeschi avevamo il vino in abbondanza e a
buon mercato, ma non si poteva star allegri sotto
la minaccia costante del carcere e della forca.
Adesso che siamo liberi, si potrebbe stare allegri,
ma non abbiamo più vino. Dispotismo o filossera,
Austriaci o peronospora, c'è sempre qualche
cosa che contrista la nostra esistenza! Adesso
non c'è più pericolo d'andare in berlina, i galantuomini
non sono più condannati al carcere
ed all'esilio, ma i contadini devono esiliarsi
spontaneamente, ed emigrare in America perchè
la terra non dà più da vivere, i piccoli
possidenti sono rovinati, i grandi sono minacciati
dal petrolio e dalla dinamite, dai nichilisti
e dagli anarchici che vogliono distruggere
la società.

E perchè tutto questo?... perchè l'uomo è un
asino, che si lamenta quando è legato alla greppia
colla cavezza, e appena lasciato libero mena
calci da disperato e calpesta da stolto la terra,
[pg!195]
sulla quale non sa vivere, nè lasciar vivere in
pace i suoi simili.

Sono vecchio, sono vicino a lasciare il mondo,
ho veduto delle cose tremende, ho assistito a
degli avvenimenti meravigliosi, eppure non ho
mai cambiato il criterio che mi sono formato
alla prima lettura della storia:—l'uomo è un
asino!...—Il vostro povero nonno andava in
collera quando udiva questa verità, ma non ha
mai saputo confutarla con validi argomenti. Vostro
padre ha sempre riso della mia ostinazione,
ma non ha mai osato discuterla sul serio; che
cosa ne pensate voi, caro Silvio, che avete studiato
tanto da diventare dottore, avvocato, e mi
dicono anche giornalista, ditemi francamente che
cosa pensate della mia teoria?

—Caro maestro, ho sempre udito dire che i
vecchi la sanno più lunga dei giovani, quindi sono
incompetente a pronunziare un giudizio sopra la
vostra sentenza. Ho poi imparato nella mia pratica
d'avvocato che tutto è possibile, anche l'impossibile;
che nessuno a questo mondo può essere
mai sicuro di avere completamente torto o
ragione, in qualsiasi questione. L'ingegno può
essere un'apparenza, la virtù un'opinione, l'utopia
una futura realtà. L'ideale può essere una verità,
il vero può essere un inganno; non c'è niente di
[pg!196]
positivo nè di sicuro nè di assoluto, e quindi
anche la vostra teoria non può essere che relativa....

—Capisco, capisco, siete uno scettico, non credete
nemmeno ad una delle verità più evidenti,
come l'asinaggine umana!

—Non credo alla generalità della vostra teoria,
ma non posso negare che credo all'asinaggine
d'una grande maggioranza della razza umana....

—Ebbene, basta così, mi avete dato completamente
ragione, senza accorgervene. Dopo immense
tribolazioni, dopo le rivoluzioni e le guerre
più sanguinose, abbiamo vinto, ci siamo liberati
da tutte le oppressioni, e per conservare la libertà
abbiamo adottato il sistema parlamentare,
il governo della maggioranza!... cioè il dominio
degli asini!!!...

Silvio diede una sghignazzata solenne, prodottagli
dalla logica del maestro. Ma vedendo che
era uscito dalla questione che lo interessava maggiormente,
e che non avrebbe potuto saperne di
più sul conto d'Andrea, prese congedo dal maestro,
il quale restando sempre serio, lo accompagnò
fino alla porta, gli strinse amichevolmente
la mano, e si ritirò.

Il medico si mostrava soddisfatto dei miglioramenti
progressivi della salute di papà Gervasio,
[pg!197]
la nonna e Maria se ne consolavano, il solo malato
non era contento, e coi cenni del capo mostrava
di non credere alle asserzioni del dottore.
Pareva che non avesse più fede nella vita, l'avvenire
lo preoccupava seriamente, faceva dei discorsi
melanconici. Conversando con suo figlio si
provò a persuaderlo delle magre risorse della
professione di avvocato, specialmente per un giovane
principiante, gli mostrò le amarezze e i pericoli
del giornalismo, e contrapponeva a queste
osservazioni le dolcezze della vita domestica, la
quiete salutare dei campi, mostrando il più vivo
desiderio che Silvio pensasse al sodo, prendesse
moglie, venisse a stabilirsi in casa, gli procurasse
questa consolazione prima di morire.

Silvio opponeva le stesse parole che aveva
udite altre volte da suo padre:—Oramai la terra
non dà che rendite meschine ed incerte, gli anni
diventano sempre peggiori, scarseggiano i prodotti,
si vendono a prezzi disfatti, e il ricavato
non basta per vivere, dopo pagate le imposte
sempre crescenti, e il numero infinito delle tasse.
Bisogna dunque avere una professione che supplisca
ai redditi deficienti; ed egli ne aveva due:
l'avvocatura e il giornalismo.

—Tutto questo va benissimo, rispondeva papà
Gervasio; ma se guadagni per due, tu spendi per
[pg!198]
quattro. Ho dovuto fare dei debiti per soddisfare
ai tuoi bisogni, ho incontrato dei mutui, ho gravato
le terre di ipoteche. Qui le spese sono piccole
e si possono limitare alle rendite; col risparmio
si riparano le perdite, con un lavoro
razionale si migliorano le terre, si accrescono i
prodotti, e vivendo con parsimonia e giudizio, si
possono attendere gli anni migliori, che dovrebbero
venire.

Silvio tentennava il capo, non pareva convinto
delle parole paterne, nè desideroso di sacrificare
la sua esistenza nella solitudine rurale, ma non
voleva scoraggiare il povero malato togliendogli
ogni speranza, distruggendo con una crudele negativa
tutti quei bei sogni di tranquilla vita
domestica. Prese tempo a riflettere, promise che
ci avrebbe pensato seriamente, e con vera _`abnegazione`.

E quando sedeva dirimpetto a Maria, davanti
al suo tavolinetto da lavoro, e la guardava negli
occhi profondi, e la faceva sorridere colle sue
ciarle, si sentiva avvolto come in un fluido misterioso,
in un'atmosfera affascinante che lo spingeva
all'adorazione, come un devoto in mezzo ai
profumi d'incenso davanti all'altare della Madonna.
Essa rammendava attentamente la biancheria,
egli pigliava in mano le forbici, tagliuzzava
[pg!199]
un pezzetto di carta, e contemplava la cugina
in silenzio. Argo ruzzava ai loro piedi, i
canarini cantavano un duetto con trilli e variazioni,
e Mumut faceva le fusa sulla finestra aperta,
dalla quale entravano gli effluvi del giardino, e
le onde odorose di primavera.

In tali momenti gli pareva possibile di passare
degli anni felici in quelle condizioni, in quell'aria,
in mezzo a quelle armonie di luce, di suoni
e di profumi, davanti a quella fanciulla vegeta
e forte.

Ciarlava di varie cose ora meste ora allegre,
ammirando quei sopracigli che s'inarcavano dalla
sorpresa, che si corrugavano all'idea del dolore,
e la mobilità di quella bocca che atteggiandosi
al sorriso scopriva i denti bianchi, o stringeva
le labbra in segno di dispetto, mettendo in luce
quella peluria di pesca matura.

Al racconto d'un fatto toccante un'ansia affannosa
le agitava il seno, e allora Silvio non
badava più al taglio del vestito, nè guardava
la calzatura, ma intendeva gli avidi sguardi dove
batteva quel cuore.

Il suono d'un campanello rompeva l'incanto,
la nonna o lo zio avevano bisogno di lei, Maria
scattava come una susta e spariva, e Silvio restava
con un palmo di naso.
[pg!200]

Così passavano i giorni. Intanto papà Gervasio
si alzò dal letto, e l'avvocato Ruggeri scriveva
lettere sopra lettere per chiamare al dovere il
suo praticante indiscreto.

Lo stesso suo padre lo spinse a partire, e dovette
rassegnarsi. Abbracciò la nonna e il papà, gli
promise ancora di pensare all'avvenire, strinse
affettuosamente la mano di Maria, salutò freddamente
Andrea, che lo vedeva allontanarsi con
somma soddisfazione, diede una mancia a Pasquale
e partì.

E strada facendo, sballottato nel carrozzone
della ferrovia, andava pensando a quella vita silenziosa,
a quelle buone creature che aveva lasciate,
e che si dileguavano a poco a poco nella
nebbia trasparente d'un passato vicino, e vedeva
ancora, come fra le nuvole, in un fondo verdognolo,
un convalescente ed una vecchierella, una
fanciulla ed un cane, l'orso e il scimmiotto i quali
lo accompagnavano con l'amore, con l'odio, coll'indifferenza,
e lentamente sparivano da lontano;
mentre gli si presentava davanti gli occhi
la vista della laguna increspata dalle brezze marine,
i gabbiani che volavano in giro rasentando
l'acqua, il sole del tramonto che tingeva di porpora
e d'oro gli alberi delle navi, le invetriate
delle case, le cupole e i campanili di Venezia.
[pg!201]




XII.
====


Metilde o Maria?... questa interrogazione martellava
continuamente il cervello di Silvio, e gli
toglieva la pace. Egli desiderava di contentare,
almeno in parte, suo padre, e di seguirne i consigli.
Nei vari disinganni della vita, ogni qual
volta ad una speranza delusa gli succedeva uno
scoraggiamento, quando vedeva una causa giusta
perduta, un'opinione onesta derisa, un'intrigante
che scavalcava un uomo di merito, si sentiva
spinto a fuggire in un ritiro tutte le ingiustizie
sociali, a ritornare a casa sua a piantar cavoli
in famiglia, e a prender moglie. Ma guardandosi
d'intorno non si trovava troppo incoraggiato al
passo fatale; il matrimonio gli faceva paura. Passeggiando
per Venezia incontrava dei fidanzati
inseparabili, sotto l'occhio vigilante della mamma.
Gli pareva che dovessero affrettare le nozze per
liberarsi da quel caro cerbero che spiava i loro
[pg!202]
dialoghi e quasi i pensieri. Come si amano! egli
pensava, come saranno felici di poter rifare queste
passeggiate, senza quell'intollerante testimonio
materno! Finalmente si celebrava il matrimonio,
facevano il loro viaggetto di nozze, ma
quando ritornavano a Venezia, il marito andava
da una parte, e la moglie dall'altra, e nessuno
li vedeva più insieme!

E poi dove trovare una moglie che corrisponda
a tutti gl'ideali del marito, che appaghi tutti i
suoi desideri, che contenti tutti i bisogni della vita?
Che sia amabile e brava in casa, che sia gentile
ed onesta con tutti? E se non ha questi pregi,
quali saranno le conseguenze di ciò che le manca?

«Ne conosco tante delle ragazze, pensava Silvio,
e quasi tutte belle, ma vedendole più volte,
e studiandole con attenzione e perspicacia, vi si
scopre sovente qualche difetto, invano dissimulato
da false apparenze. Donnine appariscenti,
ma senza profumo, come i fiori falsi del loro
cappellino, cervellini vani e leggieri come le
penne di struzzo, anime misteriose e furbette da
far paura ai più intrepidi. Non ne ho trovate che
due sole che mi attraggano con eguale prestigio,
ma anche queste non sono perfette; a quale delle
due devo dare la preferenza?—a Metilde o a
Maria?...
[pg!203]

«Metilde mi rappresenta la grazia e la coltura,
è la più bella bionda di Venezia, e la ragazza
più intelligente e più colta che possa soddisfare
il giusto orgoglio d'un marito. Essa mi inebbria
come un vino spumante, i suoi occhi, la sua voce
sono affascinanti, quando mi parla o si mette al
pianoforte, mi rapisce in estasi, mi fa echeggiare
nell'anima le più soavi melodie, io ho bisogno
di tutta la forza della mia volontà per
frenare quell'entusiasmo che mi spingerebbe a
stringerla fra le braccia, e a coprirla di baci, e
resto muto e immobile come un imbecille. Ma
questo gioiello della società veneziana non acconsentirebbe
mai di venirsi a nascondere ne'
miei boschi, segregata dal mondo che la ammira,
sacrificando la sua esistenza per un bellimbusto
della mia specie, contentandosi della mia capanna
e del mio cuore, nella solitudine del deserto domestico,
come una monachella in un chiostro.
Nemmeno per sogno!...

«Maria è una bella figlia della natura; è un'anima
sana in un corpo solido e scultorio. È donna
positiva, senza ideali, ma utile e buona, come
un'amandorla dolce dalla ruvida scorza. Ma santo
Dio! che pettinature! che vestiti! che stivalini!...
È un angelo in veste da camera!... Ma che sciocchezze!
un parrucchiere, una sarta e un calzolaio
[pg!204]
dei migliori ne farebbero prontamente un'altra
donna.... e che donna!...»

E divagava tutto il giorno con simili pensieri,
senza decidersi a nulla, senza saper sciogliere il
più arduo problema della sua vita:—Metilde o
Maria?...

Papà Gervasio ristabilito in salute andò a trovarlo
coi soliti doni. Silvio molto occupato nelle
sue corrispondenze ai giornali non potè accompagnarlo
in casa Ruggeri. Il babbo ci andò solo,
depose un involto in anticamera, e si fece annunziare
alle padrone nel salotto. La signora
Emilia, tutta a svolazzi, scuotendo i cincinnoli
della fronte, e dimenando i fianchi, con matronale
dignità, gli andò incontro per presentargli
le più gentili felicitazioni per la ricuperata salute.
Metilde sorridente seguì la madre, e gli
strinse cordialmente la mano. Finiti i soliti complimenti
lo invitarono a sedere.

—Le prego di concedermi un momento, disse
Gervasio, sederò dopo, prima di tutto ho una
presentazione da fare.... il migliore dei miei
figli!...

—Silvio! esclamò Metilde.

—Ma come? interruppe la signora Emilia,
avete un altro figliuolo?...

Papà Gervasio non le rispose, ma con un rapido
[pg!205]
sgambetto sguisciò in anticamera, e un momento
dopo ricomparve, ripetendo:

—Vi presento il migliore dei miei figli!... era
un enorme melone che teneva orgogliosamente
fra le braccia, facendolo girare in modo che lo
si vedesse da ogni parte.

Risero di cuore della presentazione, lodarono
ripetutamente la sua bellezza ed il profumo di
quel portento, ed ascoltarono sorridendo una breve
dissertazione sulla coltura dei cucurbitacei.

—È singolare, osservava la signora Emilia, la
grandezza di tutti i vostri prodotti!

—Effetto dell'educazione, cara signora.

—Ma voi trasformate le vostre terre nel paese
della cuccagna!

—Vengano dunque a vederci, almeno una
volta....

—Verremo di sicuro, saremmo già venuti se
l'avvocato avesse un solo giorno di libertà.

In questo istante entrava nel salotto l'avvocato,
gli additarono il frutto enorme, che egli
credette una zucca. Ma questo equivoco che destò
l'ilarità delle signore, fu accolto come un elogio
dal donatore, che lo interpretò come un paragone
di grandezza.

Misero il melone sotto il naso dell'avvocato
per farglielo conoscere dall'odore, e gli raccontarono
[pg!206]
la bizzarra presentazione. Anch'egli ne
fece i più grandi elogi.

Papà Gervasio non teneva più nella pelle dalla
consolazione, il suo orgoglio era soddisfatto molto
più di quel giorno che suo figlio fu fatto dottore.
Tutti abbiamo le nostre passioni, egli aveva l'ambizione
dell'orto. Raddoppiò le istanze per una
gitarella alla sua villa, e per invogliarli alla visita
enumerava i piaceri della giornata.

—Un giro pel parco, sulle rive del laghetto,
e pei boschi, una colazione all'aperto, sotto la
pergola dei gelsomini, una passeggiata al frutteto
ed alla vigna. Quest'autunno sarà matura quell'uva
d'oro, moscata, che piace tanto alla signora
Metilde, dei bei pomi, delle pera, dei fichi d'ogni
colore, un po' di tutto. Vedranno in orto delle
altre meraviglie. Farò assaggiare al signor avvocato
i miei vini, alle signore delle conserve.
Non abbiamo da offrire nè spettacoli, nè teatri,
ma prometto una giornata di riposo e di svago,
un'accoglienza senza cerimonie, ma davvero cordiale.

Metilde batteva le mani, e guardava suo padre
con occhio supplichevole, mostrando il più vivo
desiderio di passare una così bella giornata in
campagna, in quel luogo di delizie. Lo avevano
promesso tante volte, era giunto il momento di
[pg!207]
mantenere la parola. La signora Emilia secondava
la figlia, l'avvocato assentì, e fu pattuito
che nel prossimo autunno si manderebbe ad effetto
quella visita.

Papà Gervasio gongolante dalla gioia corse ad
annunziare la buona notizia a suo figlio, che ne
fu lieto, e s'incaricò di ribattere il chiodo perchè
il progetto non andasse sventato, e d'informare
a tempo la famiglia del giorno preciso dell'arrivo,
per le disposizioni opportune.

E anche questa volta papà Gervasio ripetè con
insistenza il desiderio di vedere il figlio ammogliato,
eccitandolo alla buona scelta d'una sposa,
mostrando la più viva impazienza di vederlo stabilito
prima di morire, e confortandolo con buoni
consigli.

—La felicità della famiglia dipende in gran
parte dalla donna, egli diceva; essa attira o allontana
il marito dalla casa, secondo le sue buone
o cattive qualità; essa procura il benessere o
getta il disordine in famiglia, bisogna pensarci
seriamente. I figli allevati con molta severità al
tempo del governo austriaco, hanno saputo combattere
e morire per la libertà; i figli che crescessero
nell'abbandono ci condurrebbero all'anarchia.
Non seccarti delle mie prediche, lasciami
dire tutto quello che penso, tutto quello che ha
[pg!208]
diritto di pensare un padre che ha pagato la libertà
con infiniti sacrifizi. I futuri cittadini saranno
ottimi o pessimi secondo le loro madri, perchè le
azioni umane dipendono in gran parte dall'indirizzo
dei primi anni. La palla che corre, se non
trova ostacoli che la deviano, arriva sempre dove
la spinse la mano che le diede il primo impulso.

Silvio gli promise di contentarlo, si mostrò disposto
a risolversi a questo passo scabroso, facendo
una buona scelta, e pensava fra sè: «La
gita dei Ruggeri in campagna sarà una bella occasione
per decidermi; Metilde e Maria trovandosi
insieme, potrò osservarle con attenzione, e
finalmente sarò in caso di giudicarle senza pericolo
di ritrattarmi il giorno seguente. Fino che
sono divise e lontane, preferisco sempre quella
che mi sta più vicina, ne subisco l'influenza magnetica,
e l'assente ha sempre torto.»

Due mesi dopo l'ultima visita di papà Gervasio,
venne stabilito dai Ruggeri il giorno preciso
per fare la scampagnata. Silvio ne diede avviso
alla sua famiglia, la quale prese le opportune
disposizioni per accoglierli degnamente.

Era d'autunno, la bella stagione delle vendemmie
e delle frutta mature, della temperatura mite,
e dell'abbondanza. Non si poteva scegliere un'epoca
migliore.
[pg!209]

Quando la carrozza entrò nel parco dal cancello
spalancato, papà Gervasio attendeva al vestibolo,
Pasquale era pronto per aprire lo sportello, la
nonna e Maria corsero a ricevere gli ospiti.

Furono condotti nelle stanze del primo piano,
per spolverarsi, e riparare ai piccoli disordini
del viaggio. Passarono per brevi istanti al salotto,
fino che vennero introdotti sotto la pergola dei
gelsomini e dei caprifogli, ove era stata apparecchiata
la colazione quasi tutta coi prodotti
della villa. La tavola coperta da una bella tovaglia
era adorna di fiori e di frutta, fra le quali
spiccavano dei pomi color porpora, e dell'uva
d'oro. E stavano intorno dei piatti piccoli e grandi
col burro fresco, il miele dell'arnie, le uova del
mattino, il prosciutto e il formaggio di casa. I
ravanelli rossi e verdi uniti al sedano bianco
mostravano i colori nazionali, che non mancavano
mai in casa Bonifazio. Servirono una frittura di
pollo che fece onore alla nonna, una torta di
frutta che ottenne molti elogi, guadagnati da
Maria, e il vino della cantina fu portato alle
stelle, con somma soddisfazione di Gervasio.

Pasquale in cravatta bianca, rasato a fondo, col
muso in aria, la schiena curva, le gambe un poco
storte, serviva in tavola, come le scimmie dei saltimbanchi
alla fiera.
[pg!210]

L'aria mattinale ed il viaggio avevano messo
gli ospiti in appetito, l'aspetto attraente dei piatti
lo spronava. Mangiarono allegramente, prodigando
gli elogi su tutte quelle ghiottonerie le
più golose.

Peccato che le signore Emilia e Metilde guastassero
il vino, mescendovi dell'acqua, e che
l'avvocato bevesse pochissimo. Papà Gervasio non
poteva consolarsi che non lo lasciassero riempiere
i bicchieri a suo talento, e gli pareva che
non sapessero apprezzare degnamente gli aromi
deliziosi delle sue vecchie bottiglie.

Le due ragazze, sedute vicine, presentavano il
più bel quadro che potesse desiderare un artista.
Maria aveva una rosa fresca nei capelli morbidi
e abbondanti, la semplice natura era bastata ad
abbellire la sua testa giovanile, che rappresentava
la salute e la freschezza dei campi, ravvivata
dalla gaiezza degli occhi ridenti.

Portava al collo un fazzoletto di seta di vari
colori vivaci, messo alla rinfusa per difendersi
dalle brezze autunnali. Ma questa semplice precauzione
era bastata a mascherare i difetti del
vestito, che solevano dispiacere al cugino.

I capelli d'oro di Metilde un po' sviati dal
viaggio e dall'aria, svolazzavano capricciosamente
sulla fronte e sul viso candido della ragazza, con
[pg!211]
pittoresco disordine. La straordinaria levata mattiniera
le aveva lasciati gli occhi un po' languidi,
ciò che abbelliva la delicata espressione de' suoi
lineamenti. Due grossi solitari di brillanti splendevano
alle sue piccole orecchie come due stelle,
e la somma semplicità del vestito accollato, che
le disegnava il busto graziosamente digradante
con curve eleganti fino ad una vita sottile di vespa,
era rialzata da un'ampia cravatta bianca
leggierissima di velo e pizzi, artisticamente annodata.
Un mazzolino d'asclepie carnose introdotto
in un occhiello dei bottoni, pallido come il
suo volto, esalava un profumo penetrante.

Metilde e Maria si sorridevano come due amiche,
ma poi voltata la testa, si rivolgevano certe
occhiate clandestine colla coda dell'occhio, che
tradivano una reciproca diffidenza, ed una ripulsione
istintiva.

Silvio le divorava cogli occhi, contemplava attentamente
le più minute agitazioni, i movimenti
quasi impercettibili dei loro volti, la luce degli
occhi, gli atteggiamenti di quelle rosee labbra
che si studiavano di dissimulare il pensiero. Erano
belle entrambe, d'una diversa bellezza, e dopo
una lunga lotta di pensieri, e un grave imbarazzo
nella scelta, egli volava col pensiero ai paesi
della poligamia, che gli parevano più fortunati
[pg!212]
dei nostri, ove egli avrebbe sciolto agevolmente
il quesito: Metilde o Maria? con queste sole parole:
tutte due!...

E stava appunto mulinando in segreto tali pensieri
colpevoli, quando, finita la colazione, tutti
mostrarono il desiderio di muoversi, di passeggiare
pel parco, di visitare la villa.

Uscirono dalla pergola, la nonna chiese il permesso
di ritornare in casa per accudire alle faccende
domestiche, papà Gervasio si mise in testa
della comitiva per servire di guida, e cominciò
subito le sue spiegazioni. Egli si mostrava entusiasta
dei colori dell'autunno, e indicava le varie
tinte delle foglie nelle grandi masse degli alberi
di varie specie, e nelle macchie degli arbusti:

—Quale tavolozza!... egli esclamava, il nostro
Tiziano, il grande colorista, non aveva tanti colori,
nè un simile impasto! guardino quel rosso
vivo delle foglie di cotogno della China, osservino
il giallo d'ocra di quel platano, e il lionato
oscuro del suo vicino. Quell'ipocastano ha una
tinta tané come il guscio delle castagne, quella
robinia è tutta d'oro! E quel verde cupo degli
abeti come si stacca dal verde tenero degli *strobus*!
Favoriscano un'occhiata a quella idrangea
a foglie di quercia; mi dicano se quelli non sono
i colori metallici dei bronzi antichi, e delle armature
[pg!213]
di ferro irrugginite?! Vogliono vedere uniti
la porpora e l'oro?... contemplino quella ampelidea
vergine che è salita sul *liriodendron tulipifera*!...

Mentre il vecchio coltivatore si animava nella
descrizione delle tinte autunnali, ed era assorto
nella declamazione di quelle bellezze pittoresche,
l'avvocato guardava intorno sbadatamente, non
vedeva nulla, e si andava concentrando coi suoi
soliti pensieri del contenzioso giuridico. La signora
Emilia osservava in aria canzonatoria le
pieghe assurde del vestito di Maria, e ne dava
d'occhio a Metilde, mentre essa accennava alla
madre la calzatura della ragazza. Silvio soffriva
del fiato perduto di suo padre, che si spolmonava
invano spiegando davanti ad occhi profani il
gran libro della natura.

Argo seguiva fedelmente la sua amica, e per
starle più presso si fregava agli abiti di Metilde,
che pareva poco contenta della compagnia di
quel cane. Giunti al vigneto si ridestò l'attenzione
di tutti, e approfittando del cortese invito
del padrone di casa, ciascuno si mise a beccare
i bei grappoli d'uva bianca e purpurea che brillavano
al sole. Così fu fatto anche davanti al
frutteto, ma la signora Emilia non volle che sua
figlia mangiasse altre frutta, papà Gervasio
[pg!214]
le incoraggiò a farne almeno una bella scelta fra le
migliori, per portarle a Venezia. Poi visitarono
l'orto, fornito d'ogni varietà d'erbaggi, entrarono
nelle serre, ammirarono le aiuole all'aria aperta,
e ne raccolsero tanti fiori che le due ragazze ne
erano cariche, e dovettero depositarli nel chiosco
del giardino. Poi saliti sopra una torricella che
si chiamava il belvedere, papà Gervasio fece vedere
il panorama delle Alpi lontane, i verdi colli
sottoposti, il bosco Montello, e tutti i paeselli
bianchi disseminati nella vasta pianura. Additò
anche i suoi poderi in blocco, colle relative case
coloniche sparse per la campagna intorno alla
villa, le praterie ove pascolavano i suoi armenti,
e i campi coltivati a lunghi filari di gelsi e di viti.

Frattanto erano giunti due altri invitati a
pranzo che passeggiavano sulla spianata davanti
la casa. Quando la comitiva si avanzò, Silvio fece
le presentazioni.

—Il maestro Zecchini, Andrea Pigna.

Il giovane che non era avvezzo alle cerimonie
cercava di nascondersi dietro il maestro, il quale
si avanzava con rispettose riverenze alle signore,
col cappello basso nella destra, e la sinistra appoggiata
al bastone, che lo aiutava a camminare.

Papà Gervasio gli strinse la mano, dicendo all'avvocato;
[pg!215]

—È un vecchio amico di casa, che si ricorda
ancora di Napoleone I; amico fedele di mio padre,
maestro di parecchie generazioni, pensionato
dal Comune.

—Senza mio merito, rispose modestamente il
maestro.

Papà Gervasio volle condurre i suoi ospiti a
visitare anche le stalle.

Egli amava tutte le bestie per istinto di bontà
che gli rendeva cari tutti gli esseri viventi, e poi
come agricoltore, pei vantaggi che ricavava da
queste valorose alleate.

Il maestro faceva gli elogi delle mucche:

—Sono le più belle del paese, egli diceva all'avvocato,
e ce ne sono poche di migliori in
tutta la provincia.

L'avvocato le guardava senza vederle, la signora
Emilia si alzava l'abito e le sottane fino
a mezza gamba, e storceva il naso, perchè l'odore
della stalla le dava fastidio, Metilde si teneva
dietro le colonne perchè aveva paura di tutto, e
diceva:

—Guai se una di quelle bestie rompesse la
catena che le tiene legate!

Le mucche la guardavano con placidi sguardi,
e alzavano il muso ruminando tranquillamente.
Maria rideva clamorosamente, entrava nelle poste,
[pg!216]
accarezzava la Mira, che mostrava di conoscerla.

Il maestro asseriva che le bestie hanno spesso
più sentimento degli uomini, e molte buone qualità
che scarseggiano nella vita sociale....

Per somma fortuna Pasquale venne ad annunziare
che il pranzo era servito, e così risparmiò
la dissertazione del maestro, che dopo l'elogio
delle bestie, sarebbe indubbiamente finita col
solito atto di accusa dell'uomo.

La sala da pranzo era stata apparecchiata dalla
nonna con quelle cure che soddisfano la vista, e
mettono gli ospiti in buone disposizioni. I cristalli
brillavano sulla lucida tovaglia fra i piatti
fermi e l'argenteria. Un bel vaso di fiori confondeva
i suoi profumi colle esalazioni delle pietanze.
In principio non si udiva che l'acciottolio
dei piatti, tutti mangiavano in silenzio, ma la
signora Emilia s'accorse subito che Maria soffiava
sul cucchiaio colmo, e mangiava la minestra
col pane. Una bottiglia di vino bianco lucido
trasparente color dell'ambra animò la conversazione
che divenne sempre più animata e briosa.

Il maestro raccontava le sue paure al tempo
dei Tedeschi, quando cominciò a sospettare che
il capitano Bonifazio appartenesse alla setta dei
Carbonari. Egli si trovava gravemente compromesso
[pg!217]
e sognava tutta la notte sbirri, catene,
sotterranei, e la forca!

Papà Bonifazio per eccitarlo a tenere allegri
gli ospiti gli riempiva continuamente il bicchiere.
Un'immensa trota del Piave fu trovata eccellente.
Tutto era buono e servito in punto.

Andrea teneva gli occhi fissi costantemente
sulle due ragazze, Silvio fremente spandeva il
vino sulla tovaglia.

Maria prese colle dita uno stinco di pollo e si
mise a rosicchiarlo e a succhiarlo con disinvoltura,
tagliava le vivande a pezzettini, e parlava
colla bocca piena, teneva la forchetta colla destra,
e il coltello colla sinistra.

La signora Emilia faceva dei segni a Metilde
per indicarle questi scandali; Silvio se ne avvedeva
e si sentiva umiliato.

Ma il malanno più grande si manifestò nei
dialoghi, ai quali la povera ragazza ebbe l'imprudenza
di prender parte. Essa diceva con ingenuità
degli spropositi madornali, che provocavano
dei sorrisi male dissimulati dalle signore e
dall'avvocato e facevano salire il rossore al volto
dell'infelice cugino.

Si parlava dei suicidi che si vanno moltiplicando,
ed essa raccontò il caso d'un giovane speziale
che si era ucciso colla *strachinina*.
[pg!218]

Il maestro sostenne che il suicidio è una viltà,
che la morte non è un eroismo che quando si va
ad incontrarla per la patria... e Maria soggiungeva:

—Come i mille che andarono in *Cicilia*!...

Si parlò di Venezia, del lido, dei bagni d'Abano....

—Che sono eccellenti, osservò Maria, per le
*irruzioni* alla pelle.

—E pei dolori reumatici, disse il maestro.

—Ma questi, continuò l'intrepida fanciulla, si
possono guarire anche coll'essenza di *Clementina*!

Quest'ultima essenza spinse l'avvocato ad un
irresistibile scroscio di risa, al quale fece eco la
signora Emilia. Metilde arrossì. Silvio aveva gli
occhi fuori della testa. Per consolarsi delle continue
sciocchezze di sua cugina egli beveva senza
misura, e fra il vino, gli spropositi e le umiliazioni
perdeva il cervello. La nonna dissimulava,
papà Gervasio nella sua bonarietà non capiva
che una cosa sola, che gli ospiti stavano allegri,
ed egli era soddisfatto. Il maestro si rammentava
i consigli che aveva dati inutilmente per l'educazione
della fanciulla, e deplorava vivamente la
brutta figura che essa faceva a quella prima prova.

L'arrosto delle lodole venne ad accrescere le
sconvenienze di Maria. Curvata sul piatto, lacerava
[pg!219]
gli uccelli colle dita, ne cavava le polpe
coi denti, poi ritirava le ossa dalla bocca sporca.
Quando finì di divorarli, si versò un bicchiere di
vino ben colmo, e se lo bevette d'un tratto lasciando
il cristallo appannato dall'unto, e mettendo
i gomiti sulla tavola, si riposò, guardando
tranquillamente d'intorno.

Le signore Ruggeri che avevano assistito a
quello scandalo scambiando dei sogghigni ironici,
abbassarono gli occhi per non lasciar scorgere la
loro meraviglia. Alle frutta Maria sputava i noccioli
sul piatto, e scherzava così insulsamente
che gli ospiti ridevano per pietà. Il solo Andrea
la trovava spiritosa, e s'innamorava sempre più
di lei; mentre il cugino si vergognava d'aver
preso sul serio una scioccherella, e la guardava
con disprezzo.

Dopo il caffè tutti sentivano bisogno d'aria
aperta, e uscirono in giardino.

Giunto il momento della partenza, papà Gervasio
riempì i cassetti del calesse colle frutta
raccolte alla mattina. Infiniti complimenti e strette
di mano si andavano avvicendando con reciproca
insistenza, tutti volevano ringraziare, nessuno
voleva essere ringraziato. Quando le signore si
accomodarono in calesse, furono coperte di fiori,
l'avvocato e Silvio non trovavano il loro posto
[pg!220]
sotto quella valanga odorosa, ma finalmente si
collocarono alla meno peggio. Papà Gervasio, il
maestro, Andrea, la nonna e Maria circondavano
la carrozza, reiterando i saluti e le strette di
mano.

Silvio slanciò un'occhiata sprezzante all'indirizzo
di Maria, che voleva significare:—ti ripudio;—e
salutò Andrea con un sorriso strano,
accompagnato da un'alzata di spalle, che voleva
dire:—prendila pure, che te la cedo volentieri.

La signora Emilia partì dalla villa riportando
la più ferma persuasione dell'opulenza della famiglia
Bonifazio. Aveva veduto una bella casa,
con tutti gli agi della vita, un parco principesco,
e le campagne che aveva osservate dal belvedere
le parevano immense. E infatti il padrone di casa
non aveva trovato necessario d'indicarle i confini,
nè di avvertirla che il verme dell'ipoteca
rosicchiava quelle colture, e produceva gli effetti
della filossera.
[pg!221]




XIII.
=====


Una volta si diceva che il ridicolo uccide, ma
l'esperienza ci ha insegnato che in certi casi il
ridicolo rende immortali. E infatti si conoscono
dei ministri, che passeranno alla posterità piuttosto
per le caricature del *Pasquino* che per le
pagine della storia, la quale non ha nulla da registrare
sui meriti e sui profitti della loro autorità.

Ma nell'amore se il ridicolo non uccide, certo
ferisce crudelmente, e un uomo, che ha arrossito
d'una donna amata, non vorrà più farla sua moglie.
Così almeno pensava Silvio riguardo a Maria,
bella e buona ragazza, ma tanto rozza da non
poterla presentare nella buona società.

Il problema: Metilde o Maria? era dunque sciolto
a tutto vantaggio della prima, e oramai non mancava
altro che di cavarne le conseguenze, e di
finire la commedia come quelle del Goldoni, con
un bel matrimonio.
[pg!222]

Il giovinotto vi si decise raddoppiando la sua
assiduità nella famiglia Ruggeri, e cogliendo ogni
occasione favorevole per dimostrare la sua crescente
affezione verso Metilde. E queste occasioni
non gli mancarono a Venezia, ove tutto è sempre
predisposto per le scene d'amore. Questa città
silenziosa presenta ad ogni passo degli spettacoli
stupendi, che predispongono la mente ed il cuore
ai più teneri affetti. Le rive solitarie sul mare
infinito, un passeggio sotto gli alberi dei giardini
col panorama incantevole che sta dinanzi,
una gita in gondola sulla laguna in bonaccia, in
un giorno sereno, quando il cielo azzurro si riflette
nelle acque tranquille; una serenata notturna
sul gran canale, quando l'eco lontano ripete
mollemente le soavi melodie, e i fuochi di
bengala trasformano quei palazzi in un mondo
fantastico; un chiaro di luna sui marmi dei monumenti,
una notte stellata davanti il molo quando
gli astri si riflettono con tremula luce nella laguna,
e si confondono colle strisce di luce oscillante
riflessa dai fanali.

In quei momenti, in quei siti Silvio e Metilde
s'intendevano con uno sguardo, col tocco della
punta d'un piede, e si sentivano beati d'essere
insieme, senza rompere un silenzio tanto eloquente
alle loro sensazioni.
[pg!223]

La signora Emilia vedeva con piacere i progressi
di quella reciproca inclinazione, ne prevedeva
il fortunato scioglimento, e cominciava a
pensare al corredo. Per lei, a completare quella
affezione, che verrà consacrata dalla religione e
dalla legge, giudicava indispensabile... una mantiglia
di velluto a pizzi di Brusselles per l'inverno,
e un cappellino, modello di Parigi, e intanto
studiava i figurini dei giornali di mode, e
indicandone qualcuno a Metilde le diceva:

—Guarda questo come è grazioso e distinto.
Se le cose si faranno presto, ti andrebbe a meraviglia.

—Abbiamo tempo da pensarci, mammina.

—Ma infine, bisogna pure che si decida... mi
pare che ci abbia pensato abbastanza... non conviene
prolungare troppo questo assiduo corteggio
senza una domanda formale... per riguardi verso
il mondo... e anche perchè è una vera schiavitù...
e mi secca di starvi in guardia... tu devi fargli
comprendere le convenienze, e che si spieghi.

Quantunque ripugnasse a Metilde di uscire dall'ideale
per entrare nei discorsi concreti, tuttavia
dovette obbedire alla mamma, e fece comprendere
all'innamorato la necessità di chiedere l'approvazione
dei genitori, per avere la licenza di
presentarsi in casa, con un titolo che giustificasse
[pg!224]
la sua assiduità, e rendesse legittima la
loro affezione. Silvio decise di partire per la campagna,
per comunicare al padre le sue intenzioni,
e pregarlo di venire a Venezia a fare la domanda
formale.

Partì, promettendo un pronto ritorno; e intanto
le signore visitarono alcuni negozi di mode,
per informarsi delle ultime novità, prendere dei
campioni, vedere le stoffe, i cappellini da città
e da viaggio, e tutto quello che sarebbe indispensabile
per una sposa elegante.

Nello stesso tempo il giovinotto annunziava al
padre la sua scelta, che veniva accolta con esitazioni
e dubbiezze poco lusinghiere. Papà Gervasio,
colla sua innata bonarietà, gli fece considerare
tutti gli ostacoli che si frapponevano a
quel matrimonio. Prima di tutto la ragazza non
si sarebbe mai rassegnata a vivere in campagna;
e questo era il sogno paterno, di raccogliere la
famiglia d'intorno, di vivere e di morire fra una
corona di nipoti.

—Per ora no, gli rispose il figliuolo, per ora
mi sarebbe impossibile di obbligare Metilde a
questa vita; ma io pure non intendo di rinunziare
immediatamente alla città. Col tempo vedremo
di combinare ogni cosa, intanto non voglio
aver studiato per nulla, la professione e le
[pg!225]
corrispondenze ai giornali mi assicurano dei guadagni
che sarebbero totalmente perduti, se io
venissi ad oziare in campagna.

—Allora i tuoi proventi uniti alla dote ti basteranno
per vivere?

—Questo non lo so, perchè ignoro l'importanza
della dote. Se devo giudicare dai grossi
guadagni dello studio, l'avvocato deve essere ricchissimo,
ma non so come impieghi i suoi capitali,
nè quanto profitto ne ricavi. Deve avere le
cassette piene di rendita pubblica, ma non dice
niente a nessuno, e forse nasconde i suoi tesori,
per isfuggire all'avidità dell'agente delle tasse.

Papà Gervasio sospirava, e diceva:

—Io avevo la speranza che tu avresti sposato
una donna semplice; le ricchezze non mi hanno
mai fatto voglia, non le credo necessarie per vivere
felici. Una modesta agiatezza è più opportuna
alla pace della casa, e avrei voluto vederti
qui, occupato dei tuoi affari, nel seno d'una famiglia
tranquilla, onesta, contenta....

—Questo potrà venire col tempo, gli rispondeva
Silvio, passati i primi anni in città, potrò
in seguito persuadere la mia Metilde a ritirarci
in campagna. È così buona, ama tanto la bella
natura! Quel giorno dello scorso autunno, che
siamo venuti in campagna, nella ferrovia da
[pg!226]
Mestre a Treviso, essa guardava sempre fuori
del finestrino, mi fece osservare una misera capannetta
affumicata fra i campi in un luogo deserto,
e mi disse:—due amanti sarebbero felici
in quel sito!—Verrà un giorno che sarà
più contenta di questa casa.

—Intanto io divento vecchio, osservò Gervasio.

—Vecchio alla tua età! hai tempo da aspettare,
e poi da vivere con noi lungamente....

—Sono sempre sofferente, i miei benedetti
intestini mi danno tante molestie, guai al minimo
disordine....

—Affari nervosi.... affari nervosi.... me lo ha
detto il medico....

—Ah i medici!... non mi parlare dei medici.
Si servono sempre dei nervi.... dei loro malati,
per dissimulare le verità affliggenti, e consolare
chi soffre col balsamo della speranza.

—Non occupiamoci di malinconie....

—In conclusione non posso negarti che questo
matrimonio non è quello che avrei desiderato
per te e per noi tutti, ce n'era un altro migliore...
senza andarlo a cercare lontano....

—Caro papà, i matrimoni sono quasi sempre
un avvenimento improvviso, trascinato da circostanze
imprevedibili e imprevedute, come i
[pg!227]
numeri del lotto, e tanto pel matrimonio che per
il lotto bisogna lasciare i sogni....

—Non posso darti torto intieramente, e non
intendo contrariare le tue inclinazioni, nè importi
una sposa. Dimmi dunque che cosa devo fare per
contentarti?

—Devi farmi il favore di venire a Venezia
per domandare alla famiglia Ruggeri la mano di
Metilde per tuo figlio, mostrandoti anche soddisfatto
della mia scelta....

—Questo s'intende...

—Devi darmi una somma sufficiente al mio
impianto, per comperare i mobili, ecc. ecc., e
aggiungere qualche cosa alla mia mesata....

—Non hai fatto dunque nessuna economia,
coi compensi dei giornali?

—Non ho il becco d'un quattrino!...

—Io pure ho le tasche vuote. Pare che la
terra sia esaurita dopo tanti secoli di fecondità,
e le meteore ci perseguitano con desolante persistenza.
Brine, grandini, siccità, siamo ridotti
agli sgoccioli; i coloni non sono più in caso di
pagare il fitto, e mancano del necessario per vivere,
le imposte sono esorbitanti, il possidente
deve consegnare all'esattore tutte le sue rendite,
e resta colle mani piene di mosche.... non posso
offrirti che queste pel tuo matrimonio.
[pg!228]

—Dunque ti opponi alla mia domanda?...

—No, ma ti domando alla mia volta come
si fa?

—Se non abbiamo denaro abbiamo dei campi.
Non potresti contrarre un mutuo?

—Sarà il terzo in pochi anni. Ci costerà il
sette per cento con ipoteca, e la terra ci dà appena
il tre, siamo dunque sull'orlo del precipizio!

—Verranno giorni migliori, io saprò farmi
una posizione, pagherò tutti i debiti, toglierò
tutte le ipoteche....

—Che il cielo te la mandi buona, intanto camminiamo
a gran passi verso la rovina!...

Anche la nonna trovava che la signorina Metilde
era un poco pretenziosa, avrebbe forse una
bella dote, ma con molte esigenze. Tuttavia la
buona vecchia benediceva gli sposi, augurava
ogni bene, e prometteva di pregare ogni giorno
per loro, come faceva per tutti.

Maria, con fiero cipiglio, presentò al cugino
le sue congratulazioni, perchè sposava una gran
signora, degna di lui, si studiava di dissimulare
la stizza che la mordeva, ma tradiva lo sforzo
coll'ironia del linguaggio, e le troppo affettate
dimostrazioni d'indifferenza.

Quando credeva di non essere veduta, accarezzando
[pg!229]
Argo con tenera sollecitudine, una lagrimetta
le spuntava sul ciglio, e le scorreva
sulle guancie; ma appena udiva rumore si ricomponeva,
e continuava a mostrarsi tutta intenta
alle solite occupazioni di casa.

Papà Gervasio andò a Venezia a fare la domanda
formale e fu ricevuto dai Ruggeri con
mille cortesie. Fecero un bel pranzo di famiglia,
e alla sera ebbe luogo la presentazione dei fidanzati
agli amici, con profusione di rinfreschi,
dolci, sorbetti e vini squisiti.

Qualche giorno dopo papà Gervasio trovava
anche il denaro e lo portava al figliuolo per le
spese d'impianto, e venne fissata l'epoca precisa
per la firma del contratto e le nozze.

La signora Emilia e la figlia si misero in traccia
dell'appartamento girando tutto il giorno per
Venezia, salendo tutte le scale delle case dove
c'erano locali d'appigionarsi.

Silvio le pregava d'evitare le calli ristrette,
e raccomandava un prospetto pittoresco ed aperto,
che si vedesse la laguna ed il sole.

La signora Emilia fingeva di volerlo contentare,
ma non dava retta alle sue ciarle. Essa voleva
che l'appartamento della figlia fosse vicino
alla sua casa, e poco lontano dalla piazza.

Pensava che l'idea di voler vedere la laguna
[pg!230]
era una vera mania senza costrutto, di quelle
ubbie ridicole di giovinotto egoista che non pensa
alla moglie, la quale restando molto in casa, deve
preferire un sito frequentato, per godere il passaggio
della gente, che distrae dai pensieri tristi
nelle ore d'ozio, e nei giorni piovosi quando non
si può uscire per le visite o pel passeggio. In
quanto al sole non bisognava pensarci nemmeno
per due motivi, prima per non salire sotto ai
tetti, e poi perchè all'estate sarebbe troppo caldo,
e nelle camere oscure si sta più freschi, e le
donne ci guadagnano un maggiore prestigio;
l'ombra è favorevole alla tinta del volto, nasconde
i piccoli disordini, come il velo, e rialza
l'aspetto della persona nell'ambiente misterioso.
Metilde tentava di secondare i desideri del fidanzato,
si sarebbe sacrificata volentieri per
soddisfarlo, ma la signora Emilia era irremovibile
nelle sue opinioni, e le imponeva con fermezza.

L'appartamento venne appigionato senza consultare
lo sposo, la signora Emilia si giustificò
dicendogli che non c'era tempo di mezzo per
avvertirlo; un'altra famiglia, innamorata del locale,
attendeva alla porta impaziente per impadronirsene
se non avessero subito chiuso il contratto.
Non bisognava lasciarselo sfuggire, perchè
[pg!231]
non ce n'erano di migliori, e conveniva per varie
ragioni.

Silvio corse a vedere il suo nido futuro, e ne
uscì mortificato.

Era oscuro, con un prospetto di case opprimenti
a breve distanza, era rumoroso e frequentatissimo,
ed aveva dirimpetto le botteghe più
antipatiche. Un salumiere, con una frangia di
salsiccie sulla porta, che esponeva in vetrina una
testa di maiale con un limone fra i denti, in
mezzo a due colonne di formaggio; e un beccaio
che metteva in mostra la sua merce sanguinolenta,
dei pezzi di carne floscia, coi muscoli scorticati,
delle testine pallide di vitello cogli occhi
stravolti dalla morte, degli agnellini cogli occhi
fuori dal cranio sanguinoso col ventre aperto,
dei cuori, dei fegati, dei polmoni appesi ai ganci,
come trofei d'un massacro.

Si lagnò alquanto con Metilde, che gli diede
ragione, ma non aveva osato contrariare la mamma.
Osservò sommessamente alla futura suocera che
il salumiere e il beccaio gli facevano orrore; ma
essa lo confutò trionfalmente, burlandosi di lui
che mangiava con molto appetito ciò che gli faceva
ribrezzo. Secondo lei erano idee strane, debolezze,
e pregiudizii ridicoli.

Che cosa poteva fare? non c'era più rimedio,
[pg!232]
dovette rassegnarsi, riservandosi la scelta delle
tendine destinate a nascondere quel nauseante
spettacolo. Egli aveva paura che la signora Emilia
gli mettesse davanti agli occhi qualche altra
scena turpe o affliggente, come se ne vedono tante,
dipinte sulle tendine, Otello che uccide Desdemona,
Giuditta che taglia la testa ad Oloferne, o il sotterraneo
delle tombe con la morte di Giulietta e
Romeo.

Comperò due vedute della Svizzera: il castello
di Chillon sul lago di Ginevra e un *châlet* sulle
rive d'un torrente, fiancheggiato d'abeti, con un
fondo di montagne nevose, e due bei parchi con
fiori e fontane sul davanti, e dei viali tortuosi
che si perdevano nei boschi. Ma la signora Emilia
lo criticò acerbamente, canzonandolo per la sua
ingenuità puerile, dicendogli che non poteva fare
una scelta peggiore, e cercava di persuaderlo
che nessuno voleva di quelle tende, pel motivo
delle tinte verdi che smaccano il colore della
pelle, e fanno gran torto al viso delle donne.

Era inutile lottare con quella signora, che sapeva
difendersi meglio del marito avvocato; era
più prudente capitolare alla prima, e lasciarla
libera di fare alto e basso a suo piacimento.
Così fu convenuto, ed essa si occupò dei mobili,
delle tappezzerie, e di tutti gli arredi necessari,
[pg!233]
colla sola condizione di conservare le quattro
tendine.

Dopo questo patto, Silvio dichiarato inabile a
simili imprese, venne escluso da ogni ingerenza
nelle faccende domestiche, ed egli si consolava
col giornalismo dando dei consigli alle grandi
potenze d'Europa, sulla politica del giorno, e
sosteneva delle polemiche coi giornali avversi,
intorno alle sorti del mondo.

Intanto alla villa Bonifazio si pensava al modo
di riparare alla perdita delle speranze che si
erano concepite sopra un matrimonio possibile
fra i due cugini, che avrebbe tenuto unito il patrimonio
domestico. Si chiamò anche il maestro
Zecchini, per udire un suo parere, e fissare la
condotta da tenersi per l'avvenire.

Era evidente per tutti che Andrea aspirava
alla mano di Maria, e giacchè Silvio vi rinunziava,
bisognava occuparsene.

—Che cosa ne pensava il maestro?

Egli rispondeva: Tocca a Maria la decisione,
essa si è trovata fra due asini, e credo che preferisce
quello che fugge a quest'altro che si lascerà
mettere la cavezza, ma prima di tutto bisogna
consultarla. Fino al giorno che ho conosciuto
la veneziana ho creduto che Silvio amasse Maria,
dopo quel giorno ho mutato parere. Forse nè l'una
[pg!234]
nè l'altra gli conveniva intieramente, ma piuttosto
la prima che la seconda; ed è appunto per questo
che la sposa, perchè l'uomo, o per meglio dire
la bestia, si attiene sempre al peggiore partito.
In quanto all'asino numero due, di merito assai
inferiore al numero uno, è forse più conveniente
alla ragazza, per la semplicità delle idee e dei
costumi; entrambi sono privi d'istruzione, ma
tutti due laboriosi; essa è più intelligente, egli
è più ricco di lei, con minori apparenze. Ci sono
dunque delle compensazioni delle quali si deve
tener conto; e se Maria fosse contenta, l'asino
scelto per marito andrebbe alle stelle, tanto è
innamorato di lei, che mi pesa sullo stomaco da
un pezzo, per le continue dichiarazioni d'amore
colle quali mi perseguita, mancandogli il coraggio
di farle direttamente, ed ostinandosi a
voler prendermi per mezzano, malgrado le mie
continue ripulse. Signor maestro, io non sono
degno di quella ragazza, egli mi ripete con
insistente cocciutaggine, ma se mi prendesse
farei il possibile per contentarla in tutto e per
tutto, e potrei dirmi l'uomo più felice del
mondo.

La nonna fu incaricata di scandagliarla. Maria
rispose subito colle lagrime, e con un sdegnoso
rifiuto. Si vedeva chiaramente che era innamorata
[pg!235]
di Silvio, che non poteva consolarsi del suo
abbandono, e che la stessa notizia del matrimonio
non era bastante a farglielo dimenticare.
L'amarezza del disinganno chiuso dentro di sè
la soffocava; piangendo in seno della nonna
trovò qualche sollievo. Essa non insistette, la
accarezzò con vera affezione, l'aveva già abituata
fino dalla prima infanzia alla rassegnazione ed
al coraggio. La confortò con ogni maniera d'argomenti,
e a poco a poco la persuase che il cugino
era irremissibilmente perduto per lei; lo
zio Gervasio doveva recarsi a Venezia fra qualche
giorno per firmare il contratto di matrimonio di
suo figlio colla signora Metilde Ruggeri. Non bisognava
pensarci più, per dovere d'onestà, ed
anche per dignità personale. «Chi non mi vuole
non mi merita, è un detto volgare, ma tu puoi
dirlo con ragione, perchè sei migliore di lui.»

Di tratto in tratto le diceva bene di Andrea,
della sua semplicità, dei suoi gusti modesti, del
suo amore per le faccende rurali, della sua vita
onesta, perchè era un vero galantuomo. Eccitava
il suo amor proprio offeso dalla condotta di Silvio,
le mostrava l'umiliazione di restare donzella,
condannata ad assistere alle feste che si sarebbero
fatte agli sposi. Quest'ultimo argomento
parve che la colpisse più di tutti.
[pg!236]

—Se acconsenti di sposare Andrea, conchiuse
la nonna, il tuo matrimonio potrà farsi prima
dell'altro, e quando gli sposi di Venezia verranno
qui tu sarai già partita, e potrai restare
assente per tutto il tempo che essi si fermeranno
in campagna. Tu avrai anche il vantaggio
di non lasciare il paese ove sei nata, di non abbandonare
la tua povera nonna, perchè saremo
vicine di casa.

Dopo lunghe esitazioni, e persistenti ripugnanze,
finalmente si lasciò persuadere, e consentì
di sposare Andrea, ma sempre piangendo,
e ad una condizione soltanto, cioè che il suo
matrimonio si farebbe prima dell'altro, e che per
tutto quel tempo che Silvio e Metilde resterebbero
alla villa, essa sarebbe assente dal paese.

La nonna fu contenta, lo zio Gervasio fu soddisfatto,
e Andrea nell'entusiasmo; gli pareva
proprio di toccare il cielo colle dita. Il solo
maestro Zecchini tentennava la testa, con evidente
malcontento.

Avvezzi alle sue continue obbiezioni non furono
sorpresi dei dubbi, degli ostacoli, dei cavilli
che avrebbe tirati fuori anche in questa
circostanza, e lo pregarono di spiegarsi francamente.

—Ecco quello che penso, egli rispose, questo
[pg!237]
è un matrimonio per dispetto, è una vendetta di
Maria, è una scappatoia che non potete approvare
senza pericoli. Non mi aspettavo un matrimonio
d'amore, ma di ragione; invece capisco
che si apparecchia un precipizio. Chi può prevedere
le funeste conseguenze d'un'imprudenza?
chi può assumerne la responsabilità?...

Papà Gervasio che aveva approvato il piano
di sua madre, diede ragione anche al maestro
che diceva tutto il contrario. La nonna si mise
in pensiero, e restò esitante. Si esaminò nuovamente
la condizione delle cose, si discusse a
lungo senza intendersi; poi si risolse di ritardare
ogni decisione assoluta, per pensarci meglio,
per osservare, vedere, considerare, riflettere, e
apparecchiare uno scioglimento plausibile al caso
delicato.

Intanto Andrea avvertito dal maestro degli
ostacoli che si opponevano alla sua felicità, si
raccomandava caldamente a tutti perchè non esitassero
ad accettare l'assenso della ragazza, che
avrebbe deciso della sua vita, che oramai gli
pareva impossibile senza di lei, prometteva di
fare dei miracoli per rendersi degno della sua
fortuna, e gettava fiamme dagli occhi, manifestando
sentimenti di assoluta sommissione e di
devota riconoscenza.
[pg!238]

—Ah! l'amore rende eloquenti anche gli asini,
osservava il maestro Zecchini; l'amore sarebbe
la più bella cosa del mondo... se non conducesse
al matrimonio!...

—Sono discorsi da vecchio celibe, gli rispondeva
la signora Maddalena, voi non avete diritto
di parlare di matrimonio, perchè non lo avete
provato....

—Ma ho provato l'amore!... esclamava il maestro,
guardando in modo singolare la vecchietta
rubizza, mentre una scintilla fugace gli brillava
negli occhi resi opachi e cisposi dagli anni; tutte
le rughe del volto gli si animavano con contrazioni
spasmodiche; alzava le braccia in atto di
disperazione, e poi le lasciava cadere d'un tratto,
come i pali del telegrafo rotti da un colpo di
vento.

La nonna rideva con malizia, e gli diceva:

—Gli uomini sono matti, perfino nell'età del
giudizio....

—No, sono asini fino all'estremo sospiro, gridava
il maestro.

—E anche questo può darsi, essa conchiudeva...
lo avete tanto ripetuto, che me ne sono quasi
convinta.

Poi i tre vecchi si raccolsero intorno al tavolo
rotondo del salotto, come i diplomatici a congresso,
[pg!239]
per discutere un arduo problema, assai
più scabroso di molti affari di Stato, l'eterna
questione dell'amore e del matrimonio.

—Dobbiamo permettere il matrimonio di Maria
con Andrea, o sarà meglio mandarlo a monte?...
Essa non ama il futuro marito, eppure acconsente
a prenderlo; esso è cieco d'amore e accetta il
sacrifizio, ad ogni costo! Quali saranno le conseguenze
d'una tale combinazione?

—Maria è semplice ed onesta, rispondeva la
nonna, il dovere sarà la sua guida, l'amore verrà
col tempo.

—E se non venisse mai? domandava il maestro,
che cosa succederà?

—Ma!... che cosa succederà? ripeteva Gervasio.

—Se andassero a vivere in città, osservava la
nonna, in mezzo a tutte le seduzioni e ai pericoli
del mondo, bisognerebbe pensarci seriamente,
ma nella semplicità della vita campagnuola, colle
abitudini massaie di Maria, non c'è pericolo che
succedano di quelle tragedie che fanno rabbrividire
gli spettatori in teatro!...

—Possono succedere delle commedie, disse il
maestro, che facciano ridere il pubblico a spese
degli attori.

—Nelle mie lunghe notti insonni, continuò la
nonna, ho pensato lungamente a tutte queste difficoltà,
[pg!240]
che ci amareggiano la vita, e non ho trovato
altro termine possibile, che un matrimonio
di ragione, che metta Maria in uno stato conveniente
alla sua condizione, ed alle sue qualità;
che le assicuri un'esistenza tranquilla ed agiata,
e che ce la conservi vicina. Se voi avete trovato
un migliore espediente, tanto meglio; mettetelo
fuori, e vedremo.

Gervasio dichiarò che non trovava nulla meglio
del matrimonio progettato, e fissando gli occhi
sul maestro, aspettava il responso dell'oracolo.

Il maestro, dopo le opposizioni, le difficoltà, i
cavilli messi in campo, non seppe formulare una
proposta lodevole, nè trovare uno scioglimento
che fosse più plausibile del matrimonio, e confessando
la sua impotenza, conchiuse: che a questo
mondo si fanno quasi sempre delle cose mediocri,
perchè non se ne trovano di migliori, e
che talvolta i risultati riescono contrari alle previsioni,
che vi sono dei matrimoni bene assortiti
che finiscono male, e dei connubi improvvisati,
senza probabilità di buona riuscita, che diventano...
non dirò buoni, ma tollerabili.

E in tal maniera finiscono sovente molte ciarle
delle pubbliche assemblee, e dei congressi diplomatici,
cioè l'impotenza di ottenere la perfezione
costringe per necessità ad accettare un partito
[pg!241]
qualunque, messo in campo dalle circostanze imprescrittibili
della vita.

Così venne risolto anche in quel consiglio di
famiglia.

Il consenso dei parenti fu annunziato agli sposi;
Andrea lo accolse con un delirio d'amore, Maria
con modesta bontà, che poteva sembrare anche rassegnazione,
se coloro che avevano combinato quel
matrimonio non avessero veduto più facilmente
ciò che speravano di quello che era in realtà.

In casa Pigna diedero subito mano agli apparecchi
delle prossime nozze, i quali furono assai
più semplici di quelli di Venezia. Due mani d'acqua
di calce tanto alla stanza nuziale che alla
cucina, si fecero scardassare i materassi dell'immenso
letto di matrimonio della famiglia, riempiere
di cartocci nuovi il saccone, rinnovare le
penne della coltrice, mettere due cortine bianche
di cambrich ai balconi della camera degli sposi,
lustrare a nuovo i mobili, lavare i pavimenti e
le scale, ordinare la batteria di cucina, stagnare
i rami e fregarli a fondo, strofinare gli alari, la
catena, la paletta, le molle; infatti un bucato
universale, un ripulimento memorabile, da poterlo
citare all'occasione, dicendo per esempio: quel
mobile è stato ripulito all'epoca del matrimonio
di Andrea.
[pg!242]

La polvere e le macchie dimenticate da una
intiera generazione sparivano davanti il rinnovamento
della famiglia che doveva inaugurarsi colla
più scrupolosa nettezza.

In quanto alla partenza degli sposi nel giorno
delle nozze era disapprovata da tutti i parenti
Pigna e del vicinato. Una cosa simile non si era
mai vista. Da padre in figlio tutti avevano celebrato
il giorno delle nozze con un banchetto ed
un ballo, restando al proprio villaggio, dove il
corteggio accompagna la sposa alla casa nuziale.
E questa volta criticavano Andrea di cambiare
le vecchie abitudini rurali, perchè sposava una
signora. Ma Maria aveva delle amiche che prendevano
la sua difesa, e facevano osservare alle
pettegole malcontente e ai ciarloni invidiosi, che
se il viaggio di nozze non era un uso in casa
Pigna, era una vecchia abitudine in casa Bonifazio,
e che una sposa come Maria aveva diritto
a dei riguardi.

Più tardi si venne a sapere che gli sposi non
sarebbero andati girovagando per gli alberghi,
come si usa adesso con poca poesia, ma che si
recavano direttamente in Brianza dal cugino Alessandro,
nella famiglia della nonna, ove erano stati
invitati; e tale determinazione fu generalmente
applaudita. E infatti era vero; quando ricevettero
[pg!243]
in Brianza l'annunzio del prossimo matrimonio
di Maria, i gentili cugini offersero subito la loro
casa agli sposi, domandando come un favore che
volessero passarvi i primi giorni delle nozze.

Questa cortese esibizione parve alla nonna un
benefizio della provvidenza, comunicò subito l'invito
agli sposi, che venne accolto con piacere, e
così veniva a togliersi ogni attrito disgustoso fra
i due matrimoni che dovevano succedersi a pochi
giorni di distanza.

La povera nonna aveva le lagrime agli occhi
quando pensava che la sua diletta Maria sarebbe
andata ad abitare per qualche giorno in quella
casa così piena di memorie per lei, ove era
nata, e aveva passata l'infanzia e la prima gioventù,
e narrava alla nipote la bellezza di quei
siti, il pittoresco delle colline e dei laghi, le delizie
delle prospettive e dei giardini, la pace e la
solitudine di quella casetta romita, quasi nascosta
sotto gli alberi. Le raccomandava di visitare le
posizioni più ridenti, e di renderle conto delle
sue impressioni. Ed era felice che Maria passasse
quei giorni di vita nuova dove essa aveva conosciuto
ed amato il capitano, e le raccontava la
modestia di quel soldato, la timidezza di colui
che non aveva paura dei nemici armati, dei Tedeschi
e dei Cosacchi, e che non osava parlare
[pg!244]
ad una ragazza. E le descriveva i due nonni
come se fossero ancora vivi, e anche giovani,
perchè Maria ne aveva conosciuto uno solo, ed
anche vecchio, quando essa era bambina.

Ma quelli erano tempi terribili e pericolosi, le
congiure dei Carbonari avevano ritardato il loro
matrimonio; tanto suo padre che il fidanzato dovevano
tenersi pronti a fuggire in caso di pericolo,
per salvarsi dalla prigione e dalla forca.

Andrea si andava civilizzando, si faceva vestire
a Treviso da un sarto migliore di quello del villaggio,
aveva imparato a pettinarsi, si metteva
la cravatta con qualche attenzione, e pareva quasi
un giovinotto della città.

Il maestro gli dava qualche buon libro, e gli
diceva:

—Per non parere un asino non basta cambiar
la pelle, bisogna anche camminare con due gambe.
L'uomo sta ritto perchè alza la testa; impara da
Argo a stare in piedi e a farti amare da Maria;
Argo è pieno di cortesie per la sua amica, e sa
meritarsi la sua affezione. Cerca d'istruirti se
non vuoi far ridere la gente quando apri la bocca.
Se non impari qualche cosa farai una pessima
figura nella famiglia di Brianza. Tuo nonno era
un ubbriacone, ma pieno di buon senso; tuo padre
sa fare il suo interesse, ma è un galantuomo;
[pg!245]
tu sei un bestione, ed hai bisogno di nascondere
quella ruvida scorza che ti rende scabroso.

Andrea non se ne aveva a male; conosceva le
maniere del maestro, rispettava la sua vecchiaia,
e non avrebbe mai osato di contraddire colui che
aveva mostrato di proteggerlo, e gli dava dei
buoni consigli.
[pg!246]




XIV.
====


In quei giorni papà Gervasio fu invitato a recarsi
a Venezia per la firma del contratto di matrimonio
di Silvio, e partì subito insieme al maestro
Zecchini, che ambì l'onore di servire da testimonio,
e furono accolti con ogni cortesia dalla
famiglia Ruggeri.

L'avvocato annunziò la determinazione che
aveva presa di conservare Silvio nel suo studio,
come socio cointeressato in qualche parte degli
affari. E questa era una rendita assicurata che
rappresentava la dote. Alla morte dei genitori,
Metilde figlia unica, restava la sola erede di tutta
la loro sostanza. Per ora non potevano dare di
più, per non privarsi delle loro abitudini; avevano
però provveduto un ricco corredo che avrebbe
reso inutile ogni altra spesa per molti anni. In
corrispondenza di questi vantaggi, il futuro sposo
prometteva un congruo assegnamento alla moglie,
[pg!247]
in caso di bisogno. Papà Gervasio e il maestro
Zecchini restarono con un palmo di naso. Questo
contratto era un vero disinganno, perchè in effetto
la sposa non portava in dote che un corredo,
il quale costituisce una pretesa proporzionale
alla sua importanza. L'utile dello studio, limitato
ad alcuni affari soltanto, non rappresentava
altro che la giusta retribuzione al lavoro
del marito. In quanto alla futura eredità essa
poteva avverarsi a benefizio dei discendenti, in
un tempo assai remoto, ed anche ridursi a nulla.

Ma la domanda era stata fatta senza condizioni,
tutte le apparenze lasciavano supporre una bella
dote; si erano ingannati, ma la delicatezza e la
dignità non permettevano osservazioni, e il contratto
fu firmato in silenzio, dagli sposi, dai genitori
e dai testimoni con tutta la solennità d'un
atto gravissimo che decide la sorte d'una famiglia.

I Bonifazio e Zecchini, dopo i convenevoli complimenti
fra gli sposi e i congiunti, uscirono dallo
studio in mezzo alle profonde riverenze dei commessi
e degli scritturali che spalancavano le
porte, e si allontanarono gravemente dalla casa,
camminando silenziosi e pieni di dignità, perchè
si sentivano osservati; ma appena svoltato l'angolo
della strada e fatti pochi passi in sito sicuro,
si fermarono tutti tre nello stesso momento,
[pg!248]
guardarono d'intorno se nessuno li ascoltava, e
fissandosi in volto cogli occhi spalancati, ciascheduno
espresse in poche parole le sue impressioni:

—Rimango trasecolato! esclamò papà Gervasio.

—Quale insigne asinità! disse Zecchini.

—È stata una solenne corbellatura! conchiuse
Silvio.

Il maestro pareva esitante fra l'afflizione di
vedere gli amici delusi, e la soddisfazione per il
nuovo trionfo della sua teoria. Il padre accusava
il figlio di soverchia leggerezza, e il figlio tentava
di giustificarsi col lusso della famiglia Ruggeri.

—Il lusso non è sempre prova di ricchezza,
gli rispondeva il padre, può essere anche effetto
di ambizione, di disordine, di sregolatezza.

—Fumo negli occhi, soggiungeva il maestro,
per abbagliare i babbei.

Alle sei in punto, ci fu gran pranzo di famiglia
in casa Ruggeri, ed alla sera un pomposo ricevimento
per festeggiare i promessi sposi.

Poteva dirsi una vera festa mascherata, perchè
ciascuno s'era formato una fisonomia apposta per
dissimulare i propri pensieri. L'avvocato affettava
la più ingenua bonarietà, la signora Emilia rappresentava
perfettamente la tenerezza materna
in lotta fra la consolazione per il collocamento
[pg!249]
della figlia, e il dolore di perderla. Papà Gervasio
simulava il volto dell'uomo completamente
soddisfatto, sorridente, contento della sua sorte;
il maestro Zecchini li guardava tutti sott'occhio,
e sentiva in fondo della coscienza di essere il
più grand'uomo di quella società, il più profondo,
il più giusto, il più sincero di tutti.

Silvio fissava gli occhi negli occhi di Metilde,
la vedeva bella come un angelo, e pensava che
se la dote era svanita come il fumo, gli restava
l'arrosto.

Ci furono brindisi agli sposi e ai parenti, e allegria
costante, che proprio non pareva un banchetto
di corbellatori corbellati. Eppure era così;
la sposa creduta ricca era senza dote; lo sposo
creduto un gran signore, aveva una piccola sostanza
coperta di debiti.

In quello stesso giorno venne fissata l'epoca
precisa del matrimonio, e al mattino seguente
papà Gervasio e il maestro Zecchini ritornavano
a casa a comunicare alla signora Maddalena le
varie impressioni ricevute nella famiglia Ruggeri,
prendendo poi il savio partito di dissimulare con
dignità l'amara sorpresa, e di rassegnarsi al destino.

I due matrimoni vennero celebrati al tempo
stabilito. Prima quello di Maria con Andrea, che
[pg!250]
partirono subito per la Brianza; e pochi giorni
dopo quello di Metilde con Silvio, che si recarono
in Isvizzera a fare il loro viaggio di nozze.

Dopo d'aver vagato per monti e per valli, ritornarono
contenti del loro pellegrinaggio, e come
avevano promesso si ritirarono alla villa Bonifazio,
per vivere qualche giorno tranquilli in famiglia,
prima di stabilirsi a Venezia.

Papà Gervasio e la nonna ebbero le più delicate
attenzioni per la sposa, Silvio la faceva passeggiare
pel parco, e la conduceva a visitare le
case coloniche e i campi. Egli si fermava davanti
gli spazii aperti del giardino, le mostrava le Alpi
lontane, il bosco Montello, e quella linea oscura
sul monte di Serravalle con alcune macchie d'intorno
che indicano la foresta del Cansiglio. Essa
guardava sbadatamente come suo padre, e tirava
avanti. La nonna la consigliava a uscire di buon
mattino per respirare l'aria salubre del Piave;
ma essa non voleva bagnarsi gli stivalini alla
guazza; le dispiacevano le stradicciuole rurali
perchè i sassi le ammaccavano i piedi, e nelle
strade più battute c'era troppa polvere e si sporcava
l'abito. Detestava l'odore delle stalle, e il
fumo delle cucine dei contadini. Era dunque un
po' difficile di passare le giornate, che le riuscivano
lunghe. Leggeva qualche pagina sbadigliando,
[pg!251]
si doleva di non avere il pianoforte, e
trovava la campagna monotona. Quando passeggiava
sotto il portico delle adiacenze, Falcone
nitriva invano per chiederle il pane che Maria
gli portava sempre, e che gli mancava. Non voleva
essere seguita da Argo, perchè quel grosso
cagnaccio le faceva paura, e la povera bestia andava
in giro colle orecchie penzoloni e la coda
bassa, cercando invano la sua amica lontana; mangiava
poco, con segni evidenti di profonda malinconia,
non andava a coricarsi che sul tappeto
davanti al tavolino di lavoro, dove Maria appoggiava
i piedi, e guardava attorno cogli occhi
tristi, interrogando alla sua maniera la gente
di casa.

Anche i colombi svolazzavano inquieti per la
corte, cercando colei che mancava. Il solo Mumut
continuava impassibile nelle sue abitudini, andava
alla caccia dei sorci nel fienile e sui tetti,
aspettava immobile, delle ore intiere, davanti il
monticello d'una talpa, per spiare un movimento
della terra e dare l'assalto alla tana; alla sera
si arrampicava sugli alberi per abbrancare qualche
povero uccelletto che andava a dormire, e all'ora
della colazione e del pranzo non mancava mai
dal balcone della cucina dove la nonna gli portava
i residui della mensa.
[pg!252]

Silvio cercava invano di distrarre la sua sposa,
conducendola in carrozza sulle rive del Sile o
della Piave; essa preferiva recarsi a Treviso per
mettere in mostra i cappellini e i vestiti, e fare
invidia alle provinciali colla sua eleganza. Nei
giorni piovosi trovava la campagna insopportabile,
e non poteva comprendere come si potesse
restarvi l'inverno senza morire di noia. Il tedio
della solitudine la rendeva acre e mordace; si
burlava collo sposo della dabbenaggine dei contadini,
della goffaggine degli amici di casa, canzonava
la semplicità dei Pigna, e non poteva
soffrire le sentenze del maestro Zecchini.

Silvio procurava di abbonirla, la pregava di
non farsi sentire da suo padre e dalla nonna,
lasciando che quei poveri vecchi conservassero
le loro illusioni: la avvertiva che Pasquale aveva
il difetto di ascoltare dietro gli usci, e la supplicava
d'esser prudente.

Essa non si consolava della solitudine della
campagna che parlando di Venezia, e pensando
ai piaceri che la aspettavano, ed alla libertà che
avrebbe goduta nella sua nuova condizione di
donna maritata.

La nonna osservava, indovinava, taceva, e cercava
di dissimulare la tristezza che provava per
la lontananza di Maria, la quale aveva lasciato
[pg!253]
in casa un gran vuoto, che non trovava compensi
cogli altri sposi.

Le lettere di Brianza erano le sole consolazioni
che la facessero pazientare. Maria si trovava
benissimo coi cugini; Alessandro conduceva Andrea
alla caccia, l'Enrichetta si accordava perfettamente
coi gusti di Maria. Fecero delle gite
a Milano e sul Lago di Como, e passavano in
casa dei giorni lieti, apparecchiando dei buoni
piatti ai cacciatori che ritornavano stanchi ed
affamati. Qualche volta andavano tutti insieme
a fare delle escursioni mattutine sui colli, apportando
delle provvigioni per far colazione sull'erba,
in qualche sito pittoresco, ove meriggiavano
in pace sotto gli alberi.

Enrichetta aveva una bella collezione di conigli,
tenuti in gabbie di ferro, coi migliori sistemi
d'allevamento. Maria se ne invaghì, gliene
promisero parecchie coppie a sua scelta, le insegnarono
le cure necessarie alla buona riuscita.
Essa andava spesso a visitarli, carica d'erbe, di
foglie di cavolo e di carote; adorava i piccini,
non poteva risolversi a quali dovesse dare la preferenza.
Il più bello di tutti le pareva il coniglio
d'Angora, pel candore del lungo pelo, simile
a quello dei cagnolini maltesi, cogli occhi
rossi come bragie, affabilissimo, affettuoso coi
[pg!254]
figli, che appena nati parevano tante pallottole
di penne di cigno. Il cenerino di Fiandra, con
quel pelo *petit gris* era una meraviglia, pareva
un bel manicotto da signora; ma anche l'argentino
era stupendo, un pelo nero di lavagna colla
punta bianca! e quello di Normandia? e l'enorme
Ariete con quelle orecchione lunghe? veri portenti!...

—Te ne daremo quanti ne vuoi, le dicevano
i buoni cugini, e colle relative cassette pel trasporto
in ferrovia, e oltre il piacere che avrai,
sarai anche benemerita della classe rurale, introducendo
nel tuo villaggio l'allevamento di
questi animali che sono un cibo eccellente, e
danno una buona rendita per la vendita delle
pelli.

Maria batteva le mani come una bambina, gettava
uno sguardo interrogativo su Andrea, temendo
che facesse opposizione, o trovasse qualche
ostacolo; ma egli che l'adorava non aveva altro
intento che quello di contentarla in tutto, e vederla
felice, e avrebbe portato i conigli sulle
spalle per farle piacere. Egli era beato, mangiava
per quattro, e il capitano gli riempiva continuamente
il bicchiere d'un certo vinetto frizzante
di Montevecchia che sdrucciolava giù _`per`
la gola con una facilità sorprendente.
[pg!255]

Al dopo pranzo le donne lavoravano all'uncinetto,
Andrea si gettava in una poltrona, e si addormentava
immediatamente d'un sonno profondo.
Quando russava troppo forte, Maria lo urtava col
piede, ma invano allora si alzava per far rumore,
gli dava delle scosse, e accusava il cugino di
farlo bere un po' troppo. Alessandro la pregava
che lo lasciasse dormire in santa pace, e si metteva
a fumare, raccontando alle due donne certi
aneddoti del bisnonno di Maria che la interessavano
assai e provavano la ferrea tempra del
colonnello.

Quell'uomo coraggioso sapeva dirigere con suprema
destrezza le più pericolose macchinazioni
dei Carbonari; la polizia sentiva una mano potente
che la stringeva da ogni parte, ma non poteva
afferrarla. Seduto nella vecchia poltrona di
cordovano, colla sua pipa di schiuma in bocca,
in veste da camera e in pantofole, egli studiava
il modo di far traballare il trono dell'imperatore,
e ci riusciva, senza perdere la testa nè la
libertà. Era audace, ma scaltro; la polizia, e le
commissioni speciali si dibattevano nelle reti che
egli aveva tese, facevano qualche vittima che
non sapeva schivarsi, ma il caporione sfuggiva
sempre ai loro conati, ed alla loro rabbia che si
sfogava colle barbare condanne degli innocenti.
[pg!256]

La nonna scriveva lettere sopra lettere per
sollecitare il ritorno della sua Maria, e al fine
fu necessario di compiacerla, fissando il giorno
della partenza, e dandole avviso dell'arrivo.

Quando giunse a villa Bonifazio questa notizia,
Silvio ne fu fortemente colpito. Egli non si sentiva
ancora abbastanza forte da affrontare la cugina,
per la quale gli restava nel profondo del
cuore come un ricordo di gioventù pieno di tenerezza.

Annunziò a Metilde il suo desiderio di ritornare
a Venezia, parendogli che fosse tempo di
prender possesso del loro appartamento, e di riprendere
le abitudini di lavoro e di studio. Metilde
non domandava meglio, accolse il desiderio
del marito colla più sincera soddisfazione, quella
vita di campagna le pareva davvero insopportabile,
ma pel dovuto riguardo allo sposo ed ai parenti,
non diceva la metà del male che ne pensava,
e si studiava di dissimulare l'immenso tedio
che la opprimeva.

Quando fu sicura d'andarsene, le parve più facile
di manifestare il dispiacere di lasciare i parenti
del marito, così buoni per lei, e non mancò
di mostrarsi afflitta di lasciare la villa, e vivamente
riconoscente di tante cortesie ricevute.

Partirono due giorni prima dell'arrivo degli
[pg!257]
altri sposi, e furono accolti alla stazione di Venezia
dai Ruggeri che erano andati ad aspettarli
per condurseli a pranzo in casa, dove trovarono
una ragazza, pronta a servirli, che li attendeva,
provveduta a tempo dalla signora Emilia, la
quale l'aveva già messa alla prova, ed istruita
sulla condotta che doveva tenere.

La Betta era piaciuta alla signora Emilia pel
suo aspetto di cameriera che faceva buona figura.
Sapeva cucire e stirare la biancheria, e si adattava
anche ad ogni più basso servizio.

—E per la cucina? domandò Silvio.

—Oh Dio, rispose la suocera, sulla cucina non
è troppo esperta ma per mettere un pezzo di
manzo in una pentola con dell'acqua e del sale
tutti sanno farlo, e una minestra di riso non domanda
studio. Col tempo e la pazienza potrà imparare
anche il resto....

—Il resto!? pensò Silvio fra sè, il resto in
questo caso vuol dir tutto.

—Capisco che non sa niente, ma al peggiore
dei casi la metteremo alla porta, e ne prenderemo
un'altra.

Dopo pranzo mandarono la Betta ad aprire
l'appartamento e ad aspettare i padroni. Più
tardi la signora Emilia volle accompagnarli, per
far vedere tutto quello che aveva operato per
[pg!258]
mettere in assetto ogni stanza con perfetto buon
gusto.

E infatti trovarono tutto in buon ordine. Dall'anticamera
si entrava in una sala destinata alla
conversazione, con belle tappezzerie e specchi
alle pareti, e tappeto sul pavimento. Tutti gli
arredi erano di perfetto buon gusto. Il pianoforte
occupava il posto opportuno, il canapè, i divani,
le seggiole formavano un semicerchio che aveva
nel centro un tavolo elegante, con vasi di fiori,
album, e strenne. Agli angoli stavano dei tavolini
da giuoco, e degli scaffali da collocarvi degli
oggetti d'arte.

Seguivano due belle camere da letto, una per
gli sposi, l'altra pei parenti e gli ospiti. Un salottino
per Metilde, un gabinetto di studio per
Silvio, una bella stanza da pranzo presso alla
cucina, e poi degli altri locali per la domestica,
e per sbarazzare la casa. Le famose tendine
erano state collocate nella sala di ricevimento
e nello studio; la camera da letto e il
salottino avevano quelle acquistate dalla signora
Emilia, con colori favorevoli al viso, ma con
disegni assurdi.

Metilde fu contentissima della nuova dimora,
e Silvio dovette mostrarsi riconoscente verso la
suocera che si era data tanti disturbi per ordinare
[pg!259]
i mobili, e dirigere gli operai che avevano
messo ogni cosa al suo posto.

Al mattino seguente apersero i bauli, Metilde
e la Betta furono occupate tutto il giorno a riempiere
gli armadi e i cassettoni, coll'assistenza di
Silvio che piantava chiodi, si martellava le dita,
bestemmiava fra i denti, e si protestava beato.

Poi fecero i loro conti su quello che potevano
spendere, cercando di proporzionare le spese alle
rendite per avere una norma, e ciascuno prese
le sue abitudini. Silvio si recava ogni mattina
allo studio Ruggeri, e si occupava d'affari legali
sotto la direzione dello suocero, e nelle ore libere
continuava a scrivere nei giornali. Metilde
attendeva sua madre o andava a trovarla, uscivano
insieme quasi ogni giorno, facevano delle
visite e delle spese imprevedute, e tanto delle
prime che delle seconde ce n'erano sempre. La
Betta si occupava a mettere in ordine l'appartamento,
spazzettava gli abiti della padrona,
stirava la biancheria, metteva la carne al fuoco,
poi andava alla finestra a veder passare la gente
o a fare delle lunghe conversazioni coi garzoni
delle botteghe, informandosi esattamente di tutti
i pettegolezzi della calle.

Verso le cinque pranzavano, Silvio contemplava
sua moglie da vero innamorato, la trovava
[pg!260]
sempre più bella, e non si accorgeva che la minestra
era scipita, il manzo duro e poco cotto,
ma Metilde chiamava la Betta e se ne lamentava,
questa accusava il beccaio, e protestava d'aver
soffiato tutto il giorno nel fuoco. Il primo giorno
avevano ancora fame dopo finito il pranzo.

—Non c'è altro?... domandò Metilde al marito,
e questi alla Betta:

—Non c'è altro?...

—Non mi hanno ordinato di più, rispose la
domestica.

Allora la mandarono a prendere un piatto dal
trattore vicino, del presciutto dal pizzicagnolo, e
delle frutta dal fruttivendolo.

—Si vede proprio, osservò Silvio, che il conto
preventivo bisogna farlo dopo il pranzo. Non ci
sono piani economici possibili, fino che non si
ha mangiato il bisogno.

Metilde rideva, e gli dava ragione. Così presero
l'abitudine di non cuocere in casa che la
minestra ed il lesso, acquistando gli altri piatti
qua e là, dal pizzicagnolo o dal trattore, per non
consumare troppa legna, e non far perdere il
tempo alla serva. Ma l'accessorio costava il doppio
del principale.

Il cielo provvederà! pensava il marito, e la
moglie non se ne occupava.
[pg!261]

Uscendo dallo studio dell'avvocato, Silvio girava
per le strade occhiando le ghiottonerie esposte
nelle vetrine, faceva qualche acquisto che nascondeva
nel fazzoletto, e così portava a casa il
complemento del pranzo; talvolta mandava la
Betta a comperare il pesce fritto, o qualche manicaretto
che gli aveva fatto gola, messo in mostra
alla trattoria.

In questo modo il conto preventivo del bilancio
domestico riusciva una vera derisione; era facile
convincersi che conveniva meglio di fare il pranzo
in famiglia, ma chi se ne sarebbe occupato?

La Betta non aveva nessuna attitudine alla cucina,
e nessuna economia, per cuocere due uova
in tegame metteva doppio burro del necessario,
e le serviva crude o bruciate. Bisognava trovare
una donna che sapesse fare un po' di cucina con
economia, ma la signora non voleva privarsi della
Betta che la pettinava di buon gusto, e per salvarla
dalla noia le raccontava tutti i pettegolezzi
del giorno, aveva imparato a vestirla, a
metterle il velo sul cappellino, lavava benissimo
in un attimo i colli, i polsini, i fazzoletti preferiti,
e li stirava sul momento.

Sapeva ricevere senza chiasso tutti gl'involti
mandati dal merciaio, e consegnarli alla padrona,
senza bisogno di disturbare il marito.
[pg!262]

Capiva in aria ogni cosa, bastava strizzare un
occhio per avvertirla. Tuttavia consultarono la
signora Emilia, la quale domandò se erano matti.

—È una vera ingenuità da ragazzi senza esperienza!
essa esclamava. Ma sapete quale difficoltà
s'incontri a trovare una donna fedele ed
onesta in questi tempi di ladri e di sgualdrine.
Non v'è in tutta Venezia un'altra donnetta
come la Betta! essa fa un'ottima figura, si presenta
benissimo a chi viene a far visita, conosce
le cose più necessarie, meglio di qualunque
cameriera, e la si adatta a fare ogni altro servizio.

—Ma non sa far niente in cucina; osservò
Silvio con impazienza.

—Imparerà; rispondeva la suocera, bisogna
istruirla, capisce subito.

—Ma chi deve istruirla? domandava il povero
giovinotto, che cominciava a nausearsi di
quei cibi mal fatti.

—Io no di sicuro, diceva Metilde, che ho orrore
degli imbratti e degli intingoli, e l'odore
del carbone mi fa male.

—Poveretta!... esclamava la signora Emilia con
accento pietoso, poveretta! nemmeno per sogno,
tu non sei stata allevata in cucina, nè per fare
la serva!
[pg!263]

Silvio fremente non osava rispondere. Aveva
paura di lasciarsi sfuggire qualche parola offensiva,
ma pensava fra sè: «ed io dunque? ho
forse imparato alla Università a fare il cuoco o
il domestico?!... santa pazienza!... bisognerà pensare
a qualche cosa, perchè così non si tira
avanti.»

Quel giorno non si disse di più, ciascuno s'era
fermato al punto scabroso; Metilde andò a vestirsi,
sua madre e la Betta la assistevano con
grande attenzione; e finalmente si udì un fruscio
di vesti di seta, si vide un'ondeggiare di piume
e di svolazzi, e le signore facendo un grazioso
inchino al marito sbalordito, lo lasciarono con
un palmo di naso, e andarono al passeggio sulla
riva degli Schiavoni.

Egli aveva voluto una donna elegante, e l'aveva;
non c'era da che dire, bisognava tirare
avanti con rassegnazione e aspettare che il tempo
e la necessità venissero a modificare le cose.

Ma ogni giorno che passava cresceva le difficoltà,
e portava nuove amarezze. Una volta papà
Gervasio andò a passare una giornata coi figli.
Giunse carico come il solito dei migliori prodotti
dell'orto e della corte, fra i quali si trovavano
due magnifici capponi.

Uno di questi capponi fu lessato pel pranzo,
[pg!264]
e venne servito stracotto; le carni si distaccavano
dalle ossa, in un brodo lungo, senza sapore. Il
pesce fritto perdeva il sangue sul piatto.

—Fate una cucina detestabile! disse papà
Gervasio, senza tanti complimenti. Figliuoli miei,
la vostra Betta vi rovina lo stomaco. Colle mie
solite sofferenze intestinali, io non potrei reggere
a questi cibi malfatti. Dovete sapere che
la cattiva cucina è un vero veleno!...

—Pur troppo! gli rispose Silvio, questo è
quello che ripetiamo ogni giorno tutti due, ma
Metilde non se ne intende, ed io meno di lei.

—Eppure, disse Gervasio, tu hai veduto in
cucina, per tanti anni, la nonna e Maria, che
qualche cosa avresti dovuto imparare.

—Non ho imparato che a mangiar bene, egli
soggiunse con un profondo sospiro; e adesso ho
la doppia afflizione di mangiar male e di non
saper trovare un rimedio.

—Ma a me il rimedio mi sembra facile, cambiate
la domestica.

—È impossibile!... gli rispose il figlio, e per
non compromettere sua moglie e non parere un
minchione, soggiunse: è tanto brava in tutto il
resto, e ci conviene perfettamente.

—Ma la cucina è l'essenziale, si tratta della
salute.... della vita!
[pg!265]

—È verissimo, ma si può cadere in una ladra
pericolosa, non si sente a parlare che di furti.

Siccome Silvio gli aveva domandato un sussidio
straordinario, perchè si trovava senza quattrini,
essendosi sbilanciato per le spese d'impianto,
papà Gervasio voleva rispondergli:—che cosa
vuoi che ti rubino se sei sempre senza soldi?—ma
temendo di offendere la nuora e di mettersi
sopra un terreno pericoloso, si tacque, preferì di
continuare il discorso, e disse:

—Se volete che venga qualche volta a trovarvi
abbiate pietà del mio povero stomaco e
dei miei intestini. Procurate d'istruirvi in quello
che non sapete, ingegnatevi, imparate, chi non
sa fare non sa comandare. Scommetto che avete
dei romanzi, e delle poesie, e che vi manca un
libro di cucina, il libro più utile della casa!...

Aveva indovinato giusto, e tutti si misero a
ridere di buon cuore.

—Aggiungete un'altra considerazione, continuò;
se il non saper fare la cucina produce il
malanno di mangiar male, il non sorvegliarla
riesce ancora più dannoso. I padroni che non
guardano mai nelle pentole, che non stanno in
guardia contro la noncuranza o la sguaiataggine
delle persone di servizio, non possono immaginarsi
tutto quello che inghiottono: polvere, nero
[pg!266]
fumo, sabbia, verderame, muffe e corpuscoli d'ogni
sorte, aggiungete il concime e i vermi che si
trovano negli erbaggi. Questa insipienza di molti
produce sovente dei terribili risultati, dei fermenti
che guastano lo stomaco, dei dolori misteriosi,
la cancrena e la morte!...

I due giovani lo guardavano cogli occhi spalancati,
pieni di ribrezzo.

Dopo il caffè, papà Gervasio scomparve. Lo
cercarono invano in tutte le camere; egli non
era avvezzo ad uscir di casa al dopo pranzo,
e restava coi suoi figli fino all'ora della partenza.
Temettero che fosse indisposto, e furono
inquieti.

—Si sarà dimenticato qualche piccola spesa,
osservò Metilde; e si mise ad aspettarlo alla finestra.
Silvio le tenne compagnia fumando il sigaro,
guardando da lontano per non vedere le
mostre del pizzicagnolo e del beccaio.

Dopo una buona mezz'ora ecco papà Gervasio
che spunta sull'angolo della via che mette alla
piazza. Vedendo i figli alla finestra si mise a
sorridere, alzando in aria un involto, con aria
trionfale.

Quel buon padre era andato a far l'acquisto
del miglior libro di cucina che si trovasse in
commercio. Entrò nel salotto dicendo:
[pg!267]

—L'ho trovato! e ve lo dono. È il più bel
regalo che un padre possa fare... ai figli che
mangiano male.

Lo andava scartabellando con vera soddisfazione,
ne scorse l'indice delle materie e trovata
la pagina che cercava, cominciò a leggere ad
alta voce:

«Dopo d'aver legato il cappone si deve metterlo
in una pentola dove si trovi in ristretto.
Aggiungete acqua, carote, una cipolla con due
chiodetti di garofano, una foglia di lauro, sale,
e pepe in grano. Due buone ore di cottura a
fuoco dolce.»

—Chiamatemi la Betta, che venga qui colla
pentola nella quale ha fatto bollire il cappone.

La Betta comparve tutta confusa, portando in
mano una marmitta di ghisa smaltata; era il
corpo del delitto.

—È questa la marmitta dove avete fatto cuocere
il cappone?

—Signor sì.

—Ebbene in quella marmitta ce ne stanno
tre comodamente, era piena d'acqua?

—Signor sì.

—Ebbene quell'acqua era bastante per tre.
Che cosa avete messo in quella laguna?

—Ho messo il cappone.
[pg!268]

—E poi?

—Ho messo del sale.

—E poi?

—Non ho messo altro.

—Mancava dunque una cipolla, i chiodetti
di garofano, le carote, il lauro ed il pepe. E
quanto ha bollito?

—Ha bollito tre ore.

—Misericordia!!... ma questa è la cucina delle
bettole, delle prigioni, e del seminario!

Papà Gervasio voltò le spalle alla Betta, e rivolto
a suo figlio gli disse:

—Brillat-Savarin nel suo classico trattato sulla
*Fisiologia del gusto* mette fuori questa giusta sentenza:
«\ *Dimmi che cosa mangi e ti dirò chi sei*.»
Adesso che vedo come mangi io ti dico: Tu non
sei un avvocato ma un galeotto, tu non sei un
uomo libero, ma un seminarista!... Prendi questo
libro di cucina, leggilo attentamente, consiglia
tua moglie a impararlo a memoria, e se per disgrazia
la vostra casa andasse in fiamme, lascia
bruciare i tuoi codici, ma salva il libro di cucina.
È un libro positivo, ma che non esclude
una certa poesia e prosa preferibile a molti
versi. Il codice civile è buono per gli accattabrighe,
per chi vuol far debiti senza pagarli; il
codice penale mostra ai bricconi come si possa
[pg!269]
rubare senza andare in galera; ma il codice della
cucina insegna a conservare la salute dei galantuomini,
e questo val meglio di tutto. Compera
anche il volume di Brillat-Savarin e meditatelo
seriamente.

Papà Gervasio si era animato parlando, non
aveva più riguardi, usciva dai gangheri; Metilde
torceva il muso e s'attribuiva la predica:

«Se la cucina val meglio di tutto, essa pensava
dentro di sè, vuol dire che mio suocero mi
considera come buona da nulla, ma la mia educazione
non mi permette di scendere tanto basso,
ed io resterò sempre al mio posto.»

Oramai il pregiudizio morboso, che le faceva
credere una volgarità ciò che è un sacro dovere,
aveva messe le radici del tumore maligno, che
il migliore chirurgo non può estirpare senza arrischiare
la vita del malato.
[pg!270]




XV.
===


Bisognava che Silvio si rassegnasse al destino
per conservare la pace, egli vedeva chiaramente
l'assoluta impossibilità di combattere le idee
della moglie e della suocera, e prese l'eroica determinazione
di seguire per suo conto i consigli
paterni. Comperò e lesse con somma attenzione
il libro sapiente e brioso di Brillat-Savarin, e
avendovi trovato diletto si convinse che la sua
ripugnanza per le operazioni gastronomiche, non
era in fondo che un pretto pregiudizio senza
fondamento. Se l'occuparsi della cucina fosse una
vergogna o un disonore, il soldato non si farebbe
da pranzo.

E andava ripetendosi le massime del maestro
che aveva studiato:

«Che cosa sarebbe l'universo senza la vita?
e tutto ciò che vive si nutre.»

«Gli animali si pascono, l'uomo mangia, il
solo uomo di spirito sa mangiare.»
[pg!271]

«Il destino delle nazioni dipende dalla maniera
che si nutriscono.»

«Il Creatore obbligando l'uomo a mangiare
per vivere, lo invita coll'appetito e lo ricompensa
col piacere.»

«La scoperta d'un nuovo cibo è più vantaggiosa
alla felicità del genere umano della scoperta
d'una stella.»

«Colui che ricevendo i suoi amici non dà
nessuna cura personale al pranzo che viene preparato
per loro, non è degno di avere degli
amici.»

Dunque necessità, dignità, spirito, riconoscenza,
politica, filantropia, ospitalità, tutto esige che i
padroni di casa s'intendano di cucina.

Di qua non si sfugge!... senza ritornare selvaggi.

Cominciò le più serie meditazioni sul libro di
cucina, e qualche modesto tentativo riuscito abbastanza
bene lo animò a proseguire la prova.
E quando ritornava dallo studio entrava in cucina,
ordinava i preparativi alla Betta e poi sorvegliava
la cottura. Metilde mangiava con grande
appetito i piattelli allestiti dal marito, e gliene
faceva degli elogi che lo incoraggiavano sempre
più a perfezionarsi in quest'arte benefica.

Lo stomaco soddisfatto produce il buon umore,
[pg!272]
il quale mantiene la concordia, e la piccola famigliuola
si trovava benissimo della riforma. Silvio
ci prendeva gusto, cercava di far conoscenza con
buoni cuochi, andava a vederli al fornello, domandava
informazioni, suggerimenti, consigli,
s'indirizzava ai parenti ed agli amici per ottenere
delle ricette di piatti squisiti. Scrisse una
lunga lettera a suo cugino di Brianza pregandolo
di mandargli una informazione precisa sul modo
di fare il risotto alla milanese e i maccheroni
al sugo. Nelle lettere alla nonna non parlava
d'altro che di cucina, la pregava d'insegnargli a
fare i ravioli, i gnocchi, e la torta di lasagne.

Quando l'avvocato Ruggeri era chiamato fuori
di Venezia per qualche affare, Metilde invitava
a pranzo la mamma, dicendogli:

—Vieni, e mangerai bene, adesso Silvio se
ne intende, e ti farà gustare un pranzetto delizioso;—e
poi s'indirizzava al marito:—Ti
raccomando quella fritturetta che sai; il pollo
in fricassea, e la *charlotte*.

—Basta che siate esatte per le sei in punto.
Tutto sarà pronto.

Alla solita ora del passeggio, le signore andavano
a spasso nei più eleganti abbigliamenti,
e il giovane avvocato, corrispondente di parecchi
giornali nazionali e stranieri, deponeva la penna,
[pg!273]
e rientrava in casa prima del solito. Egli aveva
capito che non poteva fidarsi della Betta nemmeno
nelle cose secondarie, e preferiva di far
tutto da sè. Si metteva in maniche di camicia,
cingeva il grembiale, si avvolgeva in testa un
fazzoletto per preservarsi i capelli dalla cenere
e dalle faville. Puliva il tavolo con un cencio,
gettava il carbone nei fornelli, e agitava la ventola
per apparecchiarsi il fuoco necessario. Poi
andava alla moscaiuola, prendeva le carni, le poneva
sul ceppo, le tagliava e apparecchiava regolarmente,
con tutte le cure e tutti gl'ingredienti
indicati; prendeva la mezzaluna, faceva il
battuto di cipolla, prezzemolo e presciutto, e lardellava
lo stufato. Dopo ammannite le vivande
e infilzati i polli allo spiedo approntava il girarrosto,
e sorvegliava con occhio vigilante tutte
le cotture. Le varie esalazioni della cucina spandevano
intorno un odore eccitante; e tutte quelle
voci sommesse o sonore che uscivano dai diversi
recipienti, tutte le note basse od acute dell'ambiente
armonizzavano fra loro e formavano una
sinfonia gastronomica strana. Il crepitare del
fuoco accompagnava come un pertichino il gorgogliare
dell'acqua bollente nella marmitta; il
friggere della cazzeruola, il grillettare dei tartufi
nell'olio e lo scoppiettio pizzicato della
[pg!274]
legna si associavano al suono monotono del coltello
che batteva sul tagliere, e ai colpi del pestello
nel mortaio, e di tratto in tratto si udiva
il ritornello della soneria del menarrosto che indicava
la fermata.

Le signore rientravano all'ora fissata; mettevano
timidamente la testa entro la porta della
cucina, ma scappavano via subito spaventate
dagli odori. Silvio si avanzava per avvertirle
che tutto era pronto, faceva il saluto militare
colla mestola, e si metteva a passare il brodo
dallo staccio per la minestra.

Venuto il carnevale, la nonna annunziò il desiderio
di Maria di passare qualche giorno a Venezia
con suo marito.

Silvio si mostrò poco lieto della notizia, e
studiava dei pretesti per non alloggiare i cugini,
ma Metilde gli fece comprendere la impossibilità
di lasciarli andare all'albergo, e lo obbligò
a rispondere che tutto era pronto per riceverli,
e che tanto lui che sua moglie avrebbero un
gran piacere a vederli.

Al giorno fissato Silvio andò a riceverli alla
stazione, e caricarono una gondola coi cesti e le
sporte dei regali e il loro bagaglio. Arrivati a
casa abbracciarono cordialmente Metilde, e dopo
scambiati i saluti e le solite domande, presentarono
[pg!275]
gli oggetti portati in dono. Un enorme
coniglio Ariete, allevato da Maria, otto beccaccie
uccise da Andrea, il burro fresco e le uova, dei
cavoli enormi, dei bei mazzi di cicoria rossa trivigiana,
delle frutta e dell'uva perfettamente conservate,
e delle confetture d'albicocco e di ciliegio.

Tutte queste cose deposte sul tavolo facevano
bella mostra, e furono accolte con ringraziamenti
ed applausi. Ma c'era un imbarazzo. Silvio non
aveva mai fatto cuocere un coniglio, e non sapeva
come ammannirlo.

—Si può farlo arrosto, colla salsa alla cacciatora,
come il lepre, disse Maria, o alla *gibelotte*
alla francese.

—Non conosco nè questa salsa nè la *gibelotte*,
osservò Silvio in aria compunta.

—Farò tutto io, a vostra scelta, soggiunse la
cugina, sarà un vero piacere per me, di trovarmi
in famiglia senza complimenti.

—Ma credi mai che acconsentiremo ad una
cosa simile, esclamò Metilde; ma nemmeno per
sogno! siete venuti per divertirvi, e non dovete
pensare ad altro....

—C'è il suo tempo per ogni cosa, osservò
Maria, e se non mi lasciate fare è segno che volete
farmi partire più presto.
[pg!276]

—Lasciala fare come le piace, disse Silvio
a sua moglie, e poi rivolto alla cugina, soggiunse:—Ti
aiuterò io in cucina, e vedrai che
sono un guattero distinto....

—Queste non sono faccende per gli uomini,
disse Maria, e meno ancora per gli avvocati; a
ciascuno la sua parte; se avessi bisogno di assistenza
avrei ricorso a Metilde....

—Oh cara Maria, rispose subito Metilde, tutta
confusa, io non sono buona da niente.... non saprei
nemmeno soffiare nel fuoco....

—Allora farò da me sola, conchiuse la cugina,
e cambiarono discorso.

Maria e Andrea furono condotti nella loro
stanza, e mentre si spolveravano, e aprivano il
bagaglio, Metilde afferrò il marito per un lembo
dell'abito e lo trascinò nel salotto.

—Per carità, gli disse, non mischiarti in cose
di cucina fino che i cugini sono qui. Hai udito
che cosa ne pensa Maria!... tu mi faresti un gran
torto lasciandole vedere che sei avvezzo ad occuparti
di queste brighe....

—Ma se le hai detto tu stessa che non te ne
intendi!...

—Sta bene, ma tu devi fingere di saperne
meno di me....

—Sarà difficile.
[pg!277]

—Vuoi dunque farmi vergognare davanti di
loro?...

—Ma non ti rammenti che ho scritto varie
lettere alla nonna per avere delle ricette di pietanze?

—Ma le ricette potevano esser per me....

—E il papà non ha veduto che non vuoi saperne?...

—Come non voglio saperne?... dunque ti penti
di non aver sposato una cuoca?...

Silvio per finirla le diede un bacio sulla fronte,
e le rispose:

—Tu pure non hai sposato un cuoco.... ed
io lo faccio per necessità, e per la nostra salute....

Udirono un rumore di passi che annunziava il
ritorno degli ospiti.

—Ti prego, per carità, non tradirmi! gli disse
in fretta Metilde, e con uno sguardo così supplichevole
che Silvio, per tranquillarla, le rispose:—Non
aver paura, ti dò la mia parola;
sta tranquilla.

Fecero colazione, poi uscirono insieme tutti e
quattro per fare un giro per Venezia.

Quel primo giorno non permisero a Maria di
occuparsi di cucina, e Silvio non abbandonò mai
i suoi ospiti. Il pranzo lo fecero venire dalla
[pg!278]
trattoria; ma la Betta incaricata di tener calde
le vivande, le servì in parte fredde, e in parte
abbruciate.

Cercarono di giustificarla alla meno peggio,
ma Silvio soffriva in silenzio per amore dell'arte
che aveva cominciato a coltivare, e non poteva
a meno di lamentarsi.

—Domani farò io, disse Maria, e mangeremo
il coniglio.

Ciascuno riprese le sue abitudini, con qualche
modificazione indicata dalle convenienze. Andrea
girovagava tutto il giorno. Metilde conduceva
Maria a visitare le chiese e i monumenti;
le faceva vedere le mostre dei negozi,
e specialmente quelle dei merciai e delle modiste.
Quando rientravano, Maria si cambiava
di vestito e andava in cucina a fare il pranzo.
Metilde riceveva qualche visita, e suonava il
pianoforte. La Betta correva su e giù per servire
le signore, quando avevano bisogno di lei.
Silvio attendeva ai suoi atti giudiziari, ed alle
corrispondenze dei giornali; sollevato dell'obbligo
della cucina avrebbe potuto lavorare più
lungamente allo studio, ma voleva godersi un
po' di vacanza, e andava a fumare il sigaro a
Santa Marta o alla Zuecca. La signora Emilia
si lasciava vedere di raro, perchè sapeva che
[pg!279]
sua figlia non era libera, e che andavano ogni
sera al teatro.

Silvio, per dovere d'ospitalità, cercò di mostrarsi
sempre cortese per Andrea, gli evitò l'occasione
di trovarsi con persone che avrebbero
potuto farlo arrossire della sua goffaggine. Metilde
si prestò, con amichevole confidenza, a togliere
i difetti più rimarchevoli dell'abbigliamento
di Maria; la Betta fu molto occupata a disfare
delle pieghe assurde, a rifarle in modo più corretto,
a cambiar di posto certi nastri, a rifarne
i nodi, o a sopprimerli addirittura. Fu chiamata
una modista che sostituì un cappellino semplice
e ammodo, a un certo cappello sopracarico di
fiori a pennacchi che avea acquistato a Treviso.

Comperarono un paletò di foggia recente che
sostituì la tunica di vecchia data; così Maria
facea buona figura, e la elegante cugina poteva
accompagnarla, senza timore che la strana
disuguaglianza della coppia facesse ridere la
gente.

Frequentando i passeggi, i teatri e gli altri
spettacoli, schivarono di ricevere in casa certe
visite di signore schizzinose che non avrebbero
saputo nascondere l'impressione impreveduta di
certi strambotti che sfuggivano a Maria nel suo
dialogo, di alcune pose, e di certe mosse troppo
[pg!280]
ardite della persona che tradivano la mancanza
di buone abitudini sociali.

La trasformazione esterna di Maria attirò l'ammirazione
di Silvio che si sentiva attratto verso
di lei da una forza arcana, come il ferro verso
la calamita, che egli voleva dissimulare, alla
quale si sforzava di resistere, animato dal dovere,
dal rispetto, dall'onestà, e che riusciva a
dominare ed a vincere, ma dopo una lotta pertinace,
e una rivolta del cuore, dove sentiva ancora
un antico fuoco che covava sotto la cenere.

Ma queste lotte dell'istinto brutale col dovere
dell'uomo onesto, della natura colla ragione,
mettevano in burrasca il suo povero cervello, lo
torturavano con pensieri sconvolti e riflessioni
strambe sulle leggi e sui costumi del mondo civile.
Gli pareva di poter amare due donne in
una volta, senza pregiudizio di nessuna, la poligamia
gli sembrava una legge di natura, la monogamia
un errore sociale; e concludeva che il
diritto della monogamia impone alla donna un
dovere inesorabile, quello di essere completa, di
soddisfare ai bisogni ideali e ai bisogni materiali
dell'esistenza, di accoppiare la coltura sociale
alla istruzione domestica, di saper scrivere
bene una lettera e lisciarsi la pelle come un'odalisca,
di saper suonare un notturno, e cuocere
[pg!281]
un pollo. Fino che abbisognano varie donne ai
diversi uffici, se la monogamia sarà una legge
civile, la poligamia continuerà ad essere un'abitudine
comune, un uso od un abuso della nostra
vita sociale!

—Silvio!...—gli chiedeva sua moglie,—perchè
sei così pensieroso?... dopo l'arrivo di Maria
non mi sembri più quello di prima!... non mi
ami più?... La presenza di tua cugina ti ricorda
il primo amore, che mi dicevi spento e dimenticato!...
dopo che io mi sono prestata ad abbellirla,
tu saresti capace di compensare la mia
abnegazione col tradimento!... La guardi lungamente
in silenzio.... se le parli, ti confondi... e
così mi rendi infelice!...—e si metteva a piangere
e a singhiozzare, con pericolo d'essere udita
nella stanza vicina degli ospiti.

Il marito protestava altamente, cercava di
consolarla, le diceva che quelli erano sogni, visioni
d'una mente ammalata, la assicurava che
egli non amava più Maria; che se l'avesse amata,
quelle sue maniere, quei suoi spropositi gli
avrebbero prodotto l'effetto d'una doccia gelata.
Si animava troppo parlando, passava rapidamente
dalla dolcezza alla collera, voleva convincerla
con delle carezze e riusciva sdegnoso, non giungeva
mai ad ispirarle fiducia, e passavano una
[pg!282]
parte della notte a far delle scene o delle querele;
alla mattina erano pallidi e sfiniti, e Silvio
che voleva mostrarsi indifferente, pareva dispettoso,
e appariva più imbarazzato di prima nei
suoi dialoghi colla cugina.

Così finirono il carnevale, e finalmente la quaresima
venne a togliere l'incubo che li opprimeva;
i cugini lasciarono Venezia, e l'ordine fu
ristabilito nella piccola famiglia, ove Metilde liberata
dalla vista di Maria, distratta dalla compagnia
di sua madre, si mostrò meno gelosa e
più tollerante col marito, il quale aveva ripreso
tranquillamente le sue funzioni suppletorie dei
fornelli, e viveva occupatissimo nel triplice incarico
di avvocato, di giornalista e di cuoco, lavorando
assiduamente colla penna e colla mestola,
fra le rifritture del foro, i pasticci della politica,
e i processi della cucina.
[pg!283]




XVI.
====


Un fortunato avvenimento venne a rompere la
monotonia della loro esistenza. Una gradita rivelazione
annunziò a Metilde lo gioie della maternità.
La buona notizia corse le poste, portò la
contentezza a papà Gervasio ed alla nonna; destò
l'invidia dei cugini, attirò le congratulazioni
cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici
di casa.

La signora Emilia stese subito una lunga lista
di tutti gli oggetti indispensabili al futuro rampollo
dei Bonifazio, e la mise sotto gli occhi del
genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente
tornò da capo a fare le solite peregrinazioni
ai negozi, per esaminare, discutere, e consigliare
gli acquisti più opportuni alla figlia. E
intanto che lo due signore continuavano a girare
per le botteghe, a casa piovevano i pacchi, le
scatole, gli involti spediti dai negozianti, colla
polizza relativa.
[pg!284]

La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare
fascie, bende, gonnellini, bavagli, camicine,
e berrettini. Silvio fra la gioia di diventar padre,
e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le
spese, perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze
ai giornali, per accrescere i suoi guadagni,
quando mancavano le notizie le inventava, e i
lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti
d'ogni minimo avvenimento, colla giunta
di riflessioni, commenti, supposizioni e predizioni
spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri,
e tutto questo per apparecchiare un corredo conveniente
all'erede presuntivo.... dei suoi debiti
probabili.

E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione,
con un pessimismo comandato, con l'obbligo di
trovar tutto male, lamentando continuamente la
mancanza degli uomini che sapessero governare,
aveva finito per persuadersi ch'egli sarebbe riuscito
colla più accurata educazione del figlio a
farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate
le future generazioni alla gloria, alla prosperità,
alla potenza.

Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse
d'un grande avvenire per la sua famiglia,
e cercava attentamente sul lunario un nome
che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di
[pg!285]
buon augurio. Il nome di suo padre gli metteva
un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi
Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva
troppo classico, gli richiamava alla memoria
la noia delle traduzioni scolastiche. Andava enumerando
con sua moglie tutte le illustrazioni della
patria, ma trovava sempre degli ostacoli per adottare
que' nomi. Vittorio era troppo guerresco,
Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente,
Urbano troppo modesto....

—E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare
un bel nome!...

—Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai
trovato, nostro figlio si chiamerà Camillo.

Un mese dopo di questa deliberazione, la signora
Metilde metteva al mondo una bambina,
che la puerpera voleva battezzare col nome di
Emilia. Silvio si oppose, col pretesto che non voleva
far torto a nessuna delle nonne, e quindi le
escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava
che una sola Emilia in casa gli bastava, ed era
anche troppo, e soggiunse:

—Se invece d'un maschio c'è nata una femmina,
ciò vuol dire evidentemente che l'Italia ha
più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio
padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta.
Si chiamerà Camilla, e se Camillo ha tanto contribuito
[pg!286]
a fare l'Italia, Camilla farà gl'Italiani...
secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo
una donna completa... secondo i diritti dell'uomo
che aspira a conservarsi monogamo, dentro
e fuori della legge.

Metilde non capiva niente di questi discorsi
strampalati, e non aveva la forza di domandare
spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato
di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava
la bimba, e la contemplava con affettuosa
compiacenza.

Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare
le forze, l'allattamento la immagriva, il medico
raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la
benchè minima fatica, e il più semplice disagio.

Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare
il lavoro per non mancare dei mezzi necessari
a far fronte a tante spese. Lavorava allo
studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva
articoli, faceva il brodo ristretto e la pappa,
e gli mancava anche il riposo della notte. Si coricava
tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo
breve tempo il pianto della bimba lo risvegliava.
Udiva dapprima fra la veglia e il sonno un lieve
lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco
a poco si trasmutava in un piagnisteo e diventava
un belato rumoroso e continuo che lo obbligava
[pg!287]
ad alzarsi. Andava a prendere la bambina,
la portava alla mamma che la allattava, poi la
riponeva in cuna, si gettava in letto e ritornava
ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava
la stessa solfa. Si alzava sudato, la riportava in
giro sul suo guanciale per la camera fredda. La
bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore
consecutive, a brevi intervalli; consultarono il
medico il quale osservò che la madre faceva poco
latte, e trovò indispensabile di aggiungere il poppatoio
alla alimentazione insufficiente. Ed ecco
l'avvocato, giornalista, cuoco, diventato anche
balia, incaricato di alimentare la bimba col poppatoio;
e passava gran parte della notte in veste
da camera, con un fazzoletto allacciato in testa,
a cantare la ninna nanna colla bambina sulle
braccia.

Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e
la dentizione, e il buon babbo somministrava lo
sciropetto di cicoria, fregava le gingive della
bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni
di bambinaia e di balia aggiunte alle
fatiche del foro, alle elucubrazioni del giornalismo,
ed alle manipolazioni della cucina furono
superiori alle sue forze, non tardarono a riuscirgli
insopportabili, e volendo egli lottare con vani
tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo
[pg!288]
completamente e gettarlo in letto con una grave
malattia.

Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si
alzava dal letto, e poteva occuparsi della bimba.
Il medico ordinò che la Betta andasse a dormire
nella stanza della signora, e si cercasse qualche
altra persona per l'assistenza del malato, passato
in altra camera.

La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile,
e poco pratica per assistere gl'infermi; fece
venire una donna provvisoria, e consigliò Metilde
di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che
mandasse la nonna.

Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno
era successo un brutto accidente anche alla villa
Bonifazio. La povera nonna era stata colpita da
un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i
pronti soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere.
Portata in letto priva dei sensi era alquanto
rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi
le toglieva i movimenti e la favella. Borbottava
delle parole confuse, e non poteva muoversi senza
aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito al
letto della povera paralitica, e non la abbandonava
un momento. Papà Gervasio per l'improvvisa
afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze
agli intestini, non si allontanava che per brevi
[pg!289]
istanti dalla camera della madre, non era in caso
di accorrere a Venezia, e non poteva mandare
nessuno in assistenza del figlio.

Queste desolanti notizie afflissero grandemente
le due famiglie di Venezia, che si trovavano in
grave imbarazzo. La signora Emilia affaccendata
correva dalla sua casa a quella della figlia, si
consultava con tutti, ma non ascoltava nessuno,
si lamentava sulla sua sorte, gemeva per lo stato
di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete
e il riposo, deplorava il colpo apoplettico che
aveva colpito la signora Bonifazio fuori di tempo,
confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva insegnarle
a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava
cadere sul fuoco e infettava la casa col
fumo dell'unto bruciato, e concludeva con un
atto di accusa contro quel benedetto omo di suo
genero, che non aveva preveduto nulla, che colle
sue imprudenze s'era guadagnato quella malattia,
che metteva in iscompiglio tutta la casa in un
momento importuno. Metilde cercava invano di
giustificare il marito, il povero diavolo si era
troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo
di notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni
della famiglia...

—Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva
sua madre; gli uomini sono testardi, e non sanno
[pg!290]
mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua
cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine.
Tutti i mariti, o quasi tutti assistono le mogli
puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe
altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per
questo!...

—Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è
inutile di cercare i motivi del suo male; adesso
è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che
a guarirlo. Il medico dice che quella donna non
basta; se potesse bastare almeno per la notte che
io ci ho la bimba che non posso abbandonare,
farei il possibile anch'io per assisterlo durante
il giorno.

—Sei matta! non sai proprio quello che dici.
Non si conosce ancora la sua malattia; pare che
sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi
nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti
al pericolo, non hai forze bastanti per resistere
a tante fatiche, devi pensare prima di tutto alla
tua salute, è il tuo dovere di madre!...

—E così, chi assisterà mio marito!

—Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà
di sicuro del denaro, ma il vecchio Gervasio
pagherà; senza infermiere non è possibile di
andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi
sono intesa con lui, che ha promesso di trovarlo.
[pg!291]

—Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito
da un estraneo, come resterà crudelmente
colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa
amarezza potrebbe peggiorare il suo male.

—Non aver paura di questo, egli non conosce
più chi gli sta intorno, non risponde alle domande
che con un gemito insignificante, forse
non capisce più nulla!...

Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole
osservare che le lagrime in questi casi
non servono a nulla, e rovinano gli occhi.

Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente
il malato, e non seppe dissimulare la
sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico
di Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco
tempo la professione, e ne sentiva la grave responsabilità.
Mostrò desiderio di consultarsi con
un medico provetto, e propose il celebre dottor
Pellegrini. Le signore acconsentirono subito, ed
alla sera ebbe luogo il consulto.

Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una
relazione del medico curante, esaminò attentamente
l'infermo e volle essere informato esattamente
delle condizioni fisiche dei parenti, perchè
era convinto che ogni individuo riceve coi germi
della vita anche quelli della morte.

—Le buone e le cattive qualità del sangue,
[pg!292]
egli diceva, producono la salute o le malattie,
predispongono le azioni del galantuomo e del
birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille.
Cerchiamo dunque prima di tutto, di
conoscere le origini, di studiare negli ascendenti
le tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente,
la professione, il genere di vita, gli alimenti,
le cure igieniche o i disordini, esercitano
la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano
o le ritardano secondo i casi. Ma tanto
l'albero che l'uomo non possono dare che ciò che
hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo
che il castagno non farà mai pesche; nè un prossimo
parente dell'ultimo doge di Venezia si metterà
alla testa di mille uomini per liberare la
Sicilia; nè un letterato avrà le stesse malattie
d'un cuoco!...

A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella
coscienza una lotta fra la vergogna e il rimorso.
«Se parlo,—essa pensava,—faccio palese la
mia inettitudine come padrona di casa; se taccio
arrischio la vita di mio marito! Mio Dio! che
devo fare?...» Le parve di trovare un espediente
e chiese al medico:

—Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo
facesse il letterato ed il cuoco, quali sarebbero
le sue malattie?
[pg!293]

Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con
grande meraviglia di Metilde.

—Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi,
un mio amico improvvisatore, faceva una famosa
cucina!... In questo caso, vede mia cara
signora, le opere letterarie diventano pasticci, e
i pasticci diventano poemi.... cioè sono composti
dei più svariati ingredienti.... Ciò non vuol dire
che riescano sempre deliziosi come l'Orlando Furioso;
anzi talvolta sono indigesti come qualche
altro poema... che le auguro di non leggere.

Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:

—Devo avvertirla per sua norma, dottore, che
mio marito si diverte a far la cucina....

—Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco
anche qualche avvocato che sa arrostire a meraviglia
i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le
salse....

—Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male
a mio marito?...

—Se fosse così, si consoli; questo fuoco non
è micidiale come quello delle battaglie, non domanda
eroismo per affrontarlo, e si guarisce facilmente
da' suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo
a tutti i malanni. Il sangue dei Bonifazio
è buono, la patria ha tutto l'interesse di conservarlo.
[pg!294]

E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla
signora, ed uscì seguito dal suo collega.

Quando furono in istrada il dottore Pellegrini
continuava a fare quelle domande, che non dovevano
udirsi dalla famiglia.

—Quali sono le condizioni morali dell'ammalato?
ha dei pensieri gravi? delle preoccupazioni
attristanti?...

—Credo, gli rispondeva il collega, che abbia
molti debiti....

—Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei
patemi d'animo?

—Ha una suocera... vecchia elegante....

—Vi aggiunga del rabarbaro....

La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi
accidenti; ma pochi giorni dopo cominciò ad ammalarsi
anche la bambina, e il medico non sapeva
che ordinarle. L'ammalato se ne accorse per
la confusione della casa, sospettò che le mancassero
i dovuti riguardi, e se ne lamentava coll'infermiere,
dicendo:

—La Betta non avrà la pazienza di cambiarla
spesso, ed io credo che mia moglie non se ne
intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...

Raccomandava al medico di esaminare il contenuto
del poppatoio, che non si fidasse della
mala fede della domestica, e che insegnasse alla
[pg!295]
signora tutte le cure necessarie, perchè non è
stata mai avvezza ad assistere malati. Così gli crescevano
le inquietudini, anche per le notizie poco
soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando
avrebbe dovuto star meglio la malattia si aggravava.
[pg!296]




XVII.
=====


Alla villa Bonifazio succedevano dei fatti importanti.
La nonna non aveva riacquistato nè il
movimento, nè la favella, pareva che intendesse
ciò che le dicevano, dai movimenti della testa e
degli occhi, ma non poteva che borbottare poche
parole incomplete e confuse. Papà Gervasio era
sempre sofferente, e malgrado l'assiduità di Maria
si mostrava desolato ogni qual volta essa era
costretta di ritornare al domicilio coniugale. Senza
una donna di cuore in casa, con quell'egoista di
Pasquale, che veniva tollerato per la somma difficoltà
di sostituirlo, e di ammettere un nuovo
domestico in momenti disgraziati, senza la direzione
della padrona di casa resa impotente dal
malore, col figlio ammalato a Venezia, che non
poteva giovarlo in nessuna maniera, il povero
Gervasio si sentiva disperato, e prevedeva che
il disordine crescente e l'abbandono di tutti,
avrebbero portato agli estremi le sue disgrazie.
[pg!297]

Il vecchio maestro Zecchini che si studiava di
confortarlo ebbe una buona idea.

—Perchè non v'intendete coi Pigna, gli disse,
per prendere in casa i nipoti, e non fate padrona
di casa la Maria!...

—Per riguardo verso mio figlio e la nuora,
rispose Gervasio, che potrebbero offendersi della
preferenza....

—Non è una preferenza, è una necessità inevitabile.
Vostro figlio e vostra nuora non verranno
mai più a stabilirsi in campagna; che cosa
farete voi solo e malescio con vostra madre resa
impotente dall'infermità? Non abbiate riguardi
ed anzi per l'interesse stesso di vostro figlio e
della sua famiglia, chiamate Maria a dirigere la
vostra casa, e avrete, oltre la sua valente assistenza,
anche l'aiuto e la sorveglianza di suo
marito.

Non fu difficile convincerlo, perchè questo era
il suo stesso desiderio. Ogni cosa fu prontamente
combinata; i vecchi Pigna aderirono subito perchè
ci vedevano il loro interesse; la famiglia di
Venezia non ebbe motivo di sorprendersi d'un
avvenimento suggerito dalla necessità a vantaggio
di tutti. I giovani sposi trasportarono prontamente
i loro arredi in casa dello zio e della
nonna e vi presero stabile domicilio.
[pg!298]

Andrea aveva prese le abitudini dei Bonifazio,
e vi si era affezionato; Maria che sentiva tanto
bisogno di non abbandonare la nonna, era lietissima
di rientrare in casa della sua famiglia
ove era nata, ove aveva tante memorie e tanti
amici, ove i bisogni del cuore, e tutte le necessità
della vita la rendevano indispensabile.

Essa riprese con bontà ed energia il suo antico
dominio, e papà Gervasio ne fu così lieto
che gli parve anche di star meglio di salute, e
si propose di seguire i consigli del medico, ai
quali non faceva più attenzione per le afflizioni
che gli amareggiavano l'esistenza.

Le sue sofferenze esigevano un esercizio moderato;
l'immobilità gli riusciva dannosa quanto
l'esercizio violento. Non poteva camminare senza
incomodo, non poteva subire le scosse della vettura
senza inconvenienti. Si fidava benissimo di
Falcone, cavallo onorato e tranquillo; ma era
ancora troppo brioso per lui, perchè restando
lungamente in scuderia, quando lo attaccavano
al legno salutava l'aria aperta dei campi con ripetuti
nitriti, e faceva dei salti d'allegria.

Il medico lo aveva consigliato di acquistare
un somarello e un carrettino relativo, e di farsi
trascinare senza scosse per le vie battute. Aveva
seguito il consiglio, e l'asinello seppe meritarsi
[pg!299]
facilmente le simpatie di Maria, che gli aveva
messo nome Martino.

Collocato in scuderia nella posta vicina al Falcone,
i due animali si facevano buona compagnia,
si strinsero prontamente in amicizia, e vennero
ammessi alle stesse profende d'avena, alle
stesse largizioni di pane e di zucchero, ed alle
carezze della mano affettuosa di Maria.

Quando uno dei due era tirato fuori dalla stalla,
l'altro mandava dei lamenti dolorosi, e continuava
a dolersi durante l'assenza del compagno, e al
ritorno si udivano i reciproci saluti, gli allegri
nitriti del cavallo e i ragli ripetuti dell'asino.

Martino aveva imparato da Falcone a poggiare
il muso sulle spalle della signora, a frugarle le
tasche colla bocca, a dimostrare in diversi modi
il piacere di vederla, e la riconoscenza dei doni
ricevuti.

Maria ne faceva l'elogio al maestro Zecchini,
lo conduceva in scuderia a fare conoscenza col
nuovo amico.

Papà Gervasio li seguiva insieme con Andrea,
si lodava moltissimo dell'onestà e della intelligenza
dell'animale, che gli si rendeva così utile,
Pasquale voleva convincerli che il somaro era
migliore del cavallo; guai se egli tardava un momento
a somministrare l'avena a Falcone, appena
[pg!300]
trascorsa l'ora il cavallo si dimenava impaziente,
e batteva le zampe in segno di collera. Martino
aspettava rassegnato, non si lamentava mai, si contentava
d'ogni cibo, ed anche in piccola porzione.

Uscendo dalla scuderia Andrea confermò i detti
di Pasquale e ne fece i commenti; egli asserì
che il cocchiere rubava la avena, e preferiva il
somaro, perchè la povera bestia non si lamentava
d'esserne intieramente privata, quando a Falcone
era obbligato di darne almeno una parte per
farlo tacere. Pasquale va in furia, disse Andrea,
per questa esigenza del cavallo, bestemmia, e lo
bastona. L'ho veduto io coi miei occhi.

Alcuni giorni dopo questa visita alla scuderia
papà Gervasio si trovò in salotto col maestro Zecchini
che stava seduto sulla poltrona in aspetto
malinconico, silenzioso, cogli occhi bassi, rispondendo
appena alle interrogazioni con parole tronche
e recise. Si mostrò sorpreso di quei laconismi,
e gli domandò se qualche afflizione lo rendeva
così triste e pensieroso.

—Sicuro, ho una grande afflizione, gli rispose
il maestro, e si può averne per motivi meno gravi
del mio. Che cosa pensereste voi se un'opinione
sostenuta in tutto il corso della vita, e costantemente
confermata dalla esperienza, cominciasse
a mostrarvisi erronea nell'età più avanzata?
[pg!301]

—Avete dunque da deplorare un simile disinganno?

—Pur troppo!... pur troppo!... Voi sapete benissimo
che ho ripetuto sempre la stessa cosa,
per un lungo corso di anni, ho sempre detto che
l'uomo è un asino!

—Ebbene?...

—Ebbene, ho gran paura d'aver calunniato
l'asino!...

—Ma come vi vengono questi scrupoli?

—Dall'attenta osservazione. Ho fatto un esatto
studio comparativo fra il vostro domestico e il
vostro somaro, e mi risulta che Martino è superiore
a Pasquale in tutti i punti. L'asino è buono
e Pasquale è crudele: l'asino è sobrio e Pasquale
è un ghiottone; l'asino è paziente e Pasquale è
violento; l'asino è onesto e Pasquale è un briccone;
l'asino è pacifico e Pasquale è un accattabrighe;
l'asino è utile e Pasquale è dannoso, l'asino
è riconoscente e Pasquale è un ingrato....

—Queste sono tutte verità indiscutibili!

—Dunque la mia teoria è stata un errore! che
ha ingannato una lunga esistenza....

—Consolatevi, forse la vostra teoria non è sbagliata
quanto può sembrare a prima vista. Voi
conoscete la legge delle compensazioni. Applicate
questa legge al vostro caso; se vi sono degli uomini
[pg!302]
che si possono mettere senza scrupoli al di
sotto degli asini, ve ne sono di quelli che bisogna
metterli molto al di sopra, molto più in alto,
ed è forse per questo che si chiamano uomini
superiori! Ebbene le due eccezioni si compensano
fra loro; e resta la grande maggioranza del genere
umano, che dà perfettamente ragione alla
vostra teoria.

La loro conversazione fu interrotta da un rumore
della stanza vicina. Poco dopo Pasquale spalancò
la porta che metteva al piano superiore, e
videro entrare Andrea e Maria che portavano in
un seggiolone la nonna paralitica. Il medico aveva
ordinato di farla alzare dal letto, di vestirla, di
trasportarla al pian terreno, ove l'aria balsamica
del giardino, le avrebbe fatto del bene. E infatti
essa guardava attorno con sguardo curioso, e meno
triste. Pareva che la povera donna sorgesse dal
sepolcro, tanto era pallida e magra, e che ritornando
fra suoi diletti, rivedesse con piacere i cari
volti del figlio, dei nipoti, dell'amico, e quelle
pareti che le raccontavano una lunga storia di
ansie e di dolori, di affanni, di lagrime, temperate
appena da qualche raggio fuggitivo di gioia,
da qualche bel giorno sereno fra le burrasche
della vita.

Tutti le furono intorno con congratulazioni ed
[pg!303]
auguri. Essa ascoltava e mostrava di comprendere,
ma non poteva rispondere che con un sorriso
ed una lagrima, muoveva anche le labbra,
ma la parola usciva confusa e incomprensibile.
La mano paralitica era sostenuta da un fazzoletto
assicurato alla spalla, l'altra che poteva muoversi
la teneva appoggiata affettuosamente sulla
testa di Maria, come una santa benedizione che
invocasse il cielo per lei.

—Povera donna! esclamava Gervasio, asciugandosi
una lagrima col dorso della mano, tanta
operosità, tanta vita, ridotte in questo stato!...

—Se possiamo conservarla così, rispose Maria,
tenerla con noi, consolarla ed assisterla, non abbiamo
diritto di lamentarci. Quando penso che
potevamo perderla per sempre, ringrazio Iddio
di avercela conservata, anche in questo stato.

Pasquale che era uscito, ritornò poco dopo con
una lettera.

Metilde teneva informata esattamente la famiglia,
sulla salute dei suoi ammalati che andavano
migliorando. La febbre e le sofferenze di Silvio
erano assai più miti, egli domandava continuamente
della sua famiglia lontana. Chiamava suo
padre, la nonna, Maria, e li pregava di scrivere.
La piccola Camilla ricominciava a zampettare, e
rideva quando le facevano il bausette, ma talvolta
[pg!304]
la sua faccina si alterava tutto ad un tratto,
e le uscivano dagli occhi dei lucciconi che mostravano
le sue sofferenze. Saranno i vermi, il
medico non sa che cosa ordinarle, ma ci dice di
sperar bene. «Questa parola *sperare*, che dovrebbe
consolarmi, mi fa paura, scriveva Metilde; ogni
speranza ammette un dubbio, che nel mio caso è
spaventoso. La povera bimba è molto esile, delicata,
i suoi lamenti che non posso tradurre nè
intendere mi mettono alla disperazione. Ah! se
potessi indovinare che cosa domanda! le darei
l'anima mia. Sento che se dovessi perderla non
avrei più la forza di vivere. Se Maria potesse
darmi un consiglio, aspetto ansiosamente le sue
lettere.»

Maria cercava di risponderle il meno male che
fosse possibile, ma questa corrispondenza le riusciva
un poco imbarazzante. Tuttavia, avvezza a
molti sacrifizi non osava rifiutarsi al più grande di
tutti. Stava al tavolo delle ore intiere per mettere
insieme una pagina tutta piena di strambotti; cancellava,
tornava a provare, sostituiva uno sproposito
ad un altro, poi ricopiava varie volte, e
finiva sospirando, tutta rossa in viso, e colle dita
sporche d'inchiostro.

Quando Metilde leggeva queste lettere a suo
marito cercava di dissimulare, per quanto le era
[pg!305]
possibile, la soddisfazione che provava della inferiorità
della cugina, ma un certo sorriso sarcastico
svelava i suoi pensieri e attristava Silvio.

Papà Gervasio scriveva più raramente, per sollevare
Maria, si limitava a far coraggio a' suoi
figli, dava le notizie precise della famiglia, e
basta.

Quando c'erano buone nuove, Metilde scriveva
con brio, e pareva che il suo buon umore, pieno
di grazia, si spandesse per la casa, come una consolazione
soave. Quando il marito o la bimba
peggioravano, le sue espressioni prendevano un
senso così doloroso che stringevano il cuore. Aveva
delle frasi nuove, originali, tutte sue, che riuscivano
balsami o frecce, secondo i casi.

Quando leggevano quelle lettere, tutti stavano
attenti ad ammirarle, e papà Gervasio esclamava:

—Scrive come una fata! si vede che ha ricevuto
una educazione letteraria perfetta!...

—Peccato, osservava il maestro, ma proprio
peccato che non sappia cuocere due uova al
burro!...

Un giorno Metilde ricevette una lettera di Maria
con tali errori, sconcordanze, ed equivoci burleschi,
che leggendola a suo marito, senza essersi
apparecchiata, non le fu possibile di frenare uno
scoppio di risa argentine che parvero colpire
[pg!306]
l'ammalato come tante laminette taglienti. Essa
lo vide sconvolto, si pentì subito della sua imprudenza,
gliene fece mille scuse colle lagrime
agli occhi, ma fu peggio di tutto. Egli chiuse in
sè stesso quella dolorosa impressione, ma sulla
sera fu ripreso dai brividi della febbre con acute
sofferenze d'intestini.

Il medico alla cura, fortemente impressionato
dalla impreveduta recrudescenza della malattia,
volle udire nuovamente l'opinione del dottore
Pellegrini, il quale comparve per la seconda volta
al letto dell'infermo.

Il medico alla cura chiese alla signora che cosa
aveva mangiato suo marito.

—Un semplice brodo con un tuorlo d'uovo,
essa rispose.

—Nemmeno se fosse stato un uovo di serpente!
esclamò il medico, e volle sapere che cosa avesse
bevuto.

—La solita acqua di limone allungata.

—Ha preso aria? Hanno aperte le finestre!

—Mai! mai, mai....

Intanto il dottor Pellegrini taceva. Seduto in
fianco al letto colla mano al polso dell'ammalato,
cogli occhi intenti nel volto di lui, lo andava
guardando con profonda attenzione, come
volesse scrutarne i pensieri. Quando il medico
[pg!307]
alla cura ebbe finito il suo esame, il medico consulente
cominciò colla interrogazione seguente:

—Chi è venuto oggi a trovarlo?...

—Nessuno affatto... rispose Metilde.

—La signora, o la domestica gli avranno data
qualche notizia?...

—Gli ho letto una lettera della famiglia

—Ah!... fece il dottor Pellegrini, poi rivolto
al collega gli disse: Ecco il motore!... ecco l'agente!
e rivolto alla signora gli domandò:

—Erano forse notizie attristanti?...

—Tutt'altro.... erano buone notizie.... tutti stanno
un po' meglio.

—Allora ha sorriso per la gioia, o ha pianto
di consolazione?

—Non ha nè riso nè pianto.

—Chi scriveva quella lettera?

—Nostra cugina....

—Una cugina.... nubile?... maritata?...

—Maritata, maritata, rispose Metilde con un
po' di dispetto, tanto la seccavano quelle interrogazioni
indiscrete.

—Vedo che la signora mi trova troppo curioso,
osservò il dottore; ella crede certamente inutili
le mie domande. Ebbene, io voglio giustificarmi
perchè parlo con persona che intende. Ella deve
dunque sapere, cara signora, che ogni uomo obbedisce
[pg!308]
come uno schiavo ad un complesso di
leggi che non conosce. Molte ispirazioni elevate,
molti sentimenti generosi non sono che effetti d'un
alimento o d'una bevanda, e così pure molti dolori
intestinali sono prodotti da un'impressione
morale. Se nessun cibo e nessuna bevanda hanno
fatto male a suo marito, bisogna cercarne la
causa nel cervello o nel cuore, perchè questi organi
sono strettamente legati agli intestini, come
il telegrafo di Venezia è legato a quello di Roma.
Tutte le parti del nostro corpo corrispondono fra
loro, e comunicano cogli agenti esterni non solo
colla bocca, ma ancora cogli occhi e colle orecchie,
quello che si vede e che si sente può produrre
gli stessi effetti di quello che si mangia;
una lettura può agire come un veleno; un paesaggio
come un calmante. La collera, il disinganno,
l'invidia alterano il fegato, i debiti fanno
dolere la testa, la paura agisce sulla vescica e sugli
intestini.... Ella vede dunque chiaramente che
è stata quella lettera, che avendo trovato suo marito
in uno stato di profonda debolezza, ha prodotto
gli effetti dolorosi che ora dobbiamo risanare.

A queste parole, Silvio si scosse dal letargo
nel quale lo aveva gettato la febbre, e disse:

—È verissimo quello che dice il dottore, l'inasprimento
delle mie sofferenze è una conseguenza
[pg!309]
di quella lettera; essa mi ha fortemente contrariato
ed afflitto.

—Ecco trovata la causa, conchiuse il dottor
Pellegrini, adesso tocca a noi a modificarne gli
effetti, e a riparare i danni prodotti.

Metilde in piedi davanti il letto guardava il marito
con occhio torvo, mentre il dottor Pellegrini
scriveva una ricetta, parlando sotto voce col collega,
che mostrava di approvarlo col movimento
del capo.

Il giorno seguente toccò alla piccola Camilla
d'essere molto sofferente. Il medico la trovò aggravatissima.
La madre afflitta ed inquieta era
poco fiduciosa nel dottore, ma non voleva nemmeno
consultare quel famoso Pellegrini che cominciava
a diventarle antipatico. Pregò sua madre
di mandarle il loro vecchio medico di casa,
che non faceva tante domande suggestive, che
ordinava ai bimbi dei biscottini, ed agli adulti
quei beveroni di fieno filtrato, i quali contenendo
tutte le erbe medicinali conosciute, dovevano giovare
a tutte le malattie. Ma il povero vecchio era
morto da qualche tempo, senza lasciare degli allievi.
La piccola ammalata peggiorava, il giovane
medico consigliò la signora di chiamare ancora
il Pellegrini, e nell'interesse della bambina dovette
rassegnarsi al nuovo consulto.
[pg!310]

Quando udì il campanello che annunziava la
visita all'ora fissata, la signora agitata da diverse
sensazioni andò ad incontrare i medici in
anticamera; li ricevette con un certo sussiego, e
quando furono davanti la cuna, s'indirizzò al dottore
Pellegrini, e gli disse con aria di mal dissimulata
ironia:

—La povera bimba non ha ricevuto nessuna
lettera da un cugino, dove andremo adesso a trovare
il movente dei suoi dolori?...

—Nel sangue dei genitori: le rispose pacatamente
il medico, in un qualche vizio, in qualche
disgrazia degli antenati, in una debolezza o in
un peccato della nonna o della bisnonna. Nella
vita sociale i debiti restano alcune volte insoluti.
Il benefizio d'inventario è un'invenzione umana,
come ne ebbero sempre i legislatori; ma la natura
non transige, e se i parenti contraggono dei debiti,
tocca ai discendenti a pagarli.

—I nostri parenti morirono tutti vecchi, rispose
Metilde; il nonno di mio marito, il capitano Bonifazio
ha fatta la campagna di Russia ed è morto da
pochi anni; sua moglie invecchiò come lui; i miei
nonni morirono vecchioni; i miei genitori, grazie
al cielo, stanno benissimo; mia suocera è morta da
parto; mio suocero fu fra i difensori di Venezia:
è una famiglia ricca di sangue generoso....
[pg!311]

—Cerchiamo dunque nel sangue degenerato
della generazione presente, soggiunse il dottore;
i vecchi resistettero ai disagi della guerra, affrontarono
impavidi tutti i pericoli; i discendenti
minacciano di morire per la lettera d'una cugina!
la ricchezza è diventata la povertà, la pletora
degli eroi si è ridotta all'anemia d'un fisico
fiacco.

Non c'era caso d'aver ragione con quell'implacabile
scrutatore delle umane miserie. Metilde
si fece buona, alzò le mani congiunte in atto di
preghiera verso il medico, e cogli occhi velati di
pianto, gli disse:

—Per carità, dottore, mi salvi questa creaturina
innocente di tutti i torti degli avi; dalla sua
vita dipende la mia esistenza!...

Il dottore Pellegrini le rispose in tuono raddolcito:

—Mia cara signora, gli alberi si puntellano
contro gli uragani; ma basta un soffio d'aria leggiera
per abbattere un fiore. La scienza che ha
costruite le macchine a vapore non è capace di
creare un insetto. La natura è il solo medico dei
deboli; la loro tenuità sfugge alla nostra ruvidezza.
Cerchiamo di secondare la natura nella
sua opera benefica; non possiamo sperare che
nella sua potenza. Stia bene attenta ai più lievi
[pg!312]
movimenti della bimba, cerchi d'indovinare i
suoi desideri, la aiuti a conseguirli; invece di
consultare i medici, consulti il suo cuore, il
cuore di una madre è il miglior medico dei bambini;
se una madre, che abbia intelletto d'amore,
non salva il suo bimbo ammalato, nessun altro lo
può. Eccole il mio consiglio.

Questa volta parve a Metilde che il medico
avesse ragione; se ne mostrò riconoscente, lo ricondusse
fino alla porta dell'appartamento, stringendogli
la mano in modo affettuoso. Avevano
fatto la pace.

La malattia rimase stazionaria per due giorni,
poi andò peggiorando.

Metilde non abbandonava la bambina nemmeno
un istante, la vegliava assiduamente tutta la
notte, le dava quei soccorsi che le venivano indicati
dal cuore in osservazione continua; ma la
natura del male si mostrava ribelle ad ogni cura.

Silvio inquieto, fremente nel suo letto di dolore,
andava fantasticando con mille sogni d'infermo.
Conoscendo sua moglie inetta a tutte le
faccende domestiche, confondeva la padrona di
casa colla madre, e pensava che una donna incapace
di preparare una bevanda, non poteva essere
capace nemmeno di assistere con intelligenza
la sua bambina ammalata, e la rendeva ingiustamente
[pg!313]
responsabile dell'esito della malattia. È
certo che vedendosi assistito da un infermiere
l'animo irritato e malcontento lo spingeva a cattivi
giudizii.

Ma la natura fu spietata e inesorabile, ogni
più delicata cura materna fu vana; e dopo parecchi
giorni di atroci sofferenze, la povera Camilla
morì. E nessuno avrebbe mai potuto cavar
dalla mente di Silvio che fosse morta per mancanza
di cure.

Per riguardo al dolore della madre che fu grandissimo,
il marito desolato nascose il triste pensiero,
ma gliene rimase sempre un punto nero
nel fondo dell'anima.

Ne diedero subito l'annunzio funebre alla famiglia,
e ricevettero le più affettuose condoglianze,
e un cassetto contenente i più bei fiori del giardino,
raccolti e spediti da Maria per ornare di
belle ghirlande la candida bara della morticina.

L'uscita della bara dall'appartamento fu uno
schianto atroce pel cuore di Metilde, che cadde
priva di sensi nelle braccia di suo padre, accorso
colla signora Emilia per assisterla, e calmare il suo
dolore. Si temette assai anche pel povero Silvio che
quantunque in via di guarigione si trovava tanto
abbattuto di forze da non poter sopportare una
sensazione violenta. Ma il medico prevedendo la
[pg!314]
gravità del pericolo gli aveva somministrato degli
oppiati soporiferi che attutivano il suo dolore.

Nel giorno dei funerali i signori Ruggeri rimasero
colla figlia, lasciando libero sfogo alle
sue lagrime; ma il giorno seguente la signora
Emilia la ammonì in aria solenne di fare uno
sforzo di rassegnazione, per occuparsi di quelle
cure affliggenti che sono l'immediata conseguenza
della morte dei nostri cari, e le diceva con aria
compunta:

—Il mondo, mia cara, ha le sue terribili esigenze,
dopo le lagrime c'è un'altra cosa, assai
dolorosa, ma indispensabile; bisogna occuparsi
del lutto, bisogna vestire le gramaglie.—La
sarta e la modista attendevano in anticamera, la
signora Emilia accennò alla Betta d'introdurle.

Allora distesero sul tavolo i figurini della moda
in lutto, i fiori, e le perline nere di vetro, e le
stoffe.

Metilde guardava sbadatamente, cogli occhi
gonfi iniettati di sangue; prendeva in mano un
figurino, con aria distratta, languente; si asciugava
le guancie bagnate di lagrime, rispondeva sì e no
coi semplici cenni della testa. La signora Emilia
osservava le figure, le stoffe, consultava la sarta,
discuteva, si animava parlando, e diceva a sua
figlia:
[pg!315]

—Ti consiglio la sottana di casimiro, a pieghe
nella parte superiore, e a sboffi dal ginocchio in
giù. Deve terminare con uno sboffo, una gala a
cannoni e un pieghettato. Poi prendendo un altro
figurino, le indicava: questa sarebbe la tunica....

—Mi piacerebbe più il giacchettino attillato,
soggiungeva Metilde, con voce fioca e sommessa,
ma la madre con voce insinuante, riprendeva:

—Creatura mia, quei giacchettini non si portano
più dalle signore ammodo, sono troppo comuni,
ne hanno perfino le cameriere; invece
guarda bene questa tunica, si compone di due
panierini sui lati; per di dietro si guerniscono
di crespo e formano il puff....

Il disegno del puff sul didietro la persuase.
Allora fissarono la forma del cappellino, scelsero
i fiori neri, e il lungo velo crespo d'un effetto
funebre meraviglioso. La sarta, la modista e la
signora Emilia ciarlavano, criticavano certe mode;
un mezzo sorriso velato sfiorò anche le labbra
della madre, accennando con aria di profondo disprezzo
alcuni aggiustamenti del giornale di mode,
che le spiacevano.

Poi passarono alla scelta delle golette, dei polsini,
dei fazzoletti di battista, a larghe righe
nere....

—Mi occorrono anche dei guanti, disse Metilde,
[pg!316]
con un profondo sospiro, un ombrellino, e
un ventaglio...

—Tutte queste cose le compreremo insieme
alla prima uscita, le rispose la madre. Ho veduto
da Fana dei ventagli da lutto, deliziosi!... te li
farò vedere.

Dopo la partenza della sarta e della modista
entrarono nella stanza di Silvio; si avvicinarono
al letto; la signora Emilia gli parlò dei preparativi
del lutto, e gli domandò se desiderava che
mandassero il suo cappello dal cappellaio, perchè
vi mettesse il velo crespo.

Silvio guardò la suocera cogli occhi stupiditi,
poi tutto d'un tratto le voltò le spalle e proruppe
in uno scoppio di pianto. Metilde gli si
avvicinò, gli appoggiò una mano sulla fronte, e
piansero insieme.

La signora Emilia si ritirava scuotendo la testa,
mettendo in moto i ricciolini della fronte, e dimenando
i fianchi in aria disinvolta, si affacciava
alla finestra, e guardava se il macellaio aveva
aperta la bottega, per mandare la Betta a far la
spesa. Tutte quelle scene le vuotavano lo stomaco,
e sentiva il bisogno di rintonarsi le forze.

Incominciata la convalescenza, gli amici di Silvio
venivano a vederlo, e a fargli un po' di compagnia;
la signora Metilde faceva la sua comparsa
[pg!317]
in gran lutto, e prendeva parte alla conversazione.

Quei giovinotti, quando uscivano dalla casa, si
comunicavano le loro impressioni.

Chi diceva che Metilde era una donna molto
elegante e gentile; chi lodava la sua intelligenza
e coltura; e chi trovava che il lutto andava bene
a tutte le donne, ma specialmente alle bionde.
Silvio si accorgeva della rispettosa ammirazione
degli amici, e ne andava superbo. Aveva già congedato
l'infermiere da qualche giorno, e non si
rammentava più quanto gli fossero mancati i soccorsi
del cuore nei giorni delle sofferenze.

Erano privi da qualche giorno di notizie della
villa, quando giunse inaspettata una lettera del
maestro Zecchini, il quale non scriveva che nelle
grandi occasioni. Ruppero prontamente la busta
per vedere che cosa c'era di nuovo, e cominciarono
a leggere una lunga filastrocca che preparava
l'annunzio d'una nuova disgrazia.

Tutte quelle frasi lambiccate potevano riassumersi
in poche parole; ma egli divagava lungamente
per persuadere che a questo mondo bisogna
morire, specialmente dopo qualche insulto apoplettico.
La morte della nonna era tutt'altro che
inaspettata, anzi tutti erano sorpresi che la povera
paralitica potesse tirare più in lungo. Ma
[pg!318]
la vita le fu prolungata per le cure affettuose di
Maria. Alfine dovette soccombere ad un ultimo
attacco decisivo. Maria poteva dire di aver perduto
sua madre, e infatti nessuno tentava di consolarla.

La povera vecchietta paralitica era più che rimbambita,
ma la nipote la sorvegliava con tenerezza,
e sperava che le sue cure affettuose l'avrebbero
conservata ancora per lungo tempo. Il
sorriso benevolo della nonna la ricompensava largamente
di tante fatiche, e la sua morte lasciava
un vuoto spaventoso nella casa Bonifazio, e nel
cuore figliale della nipote.

La perdita della madre adorata, la desolazione
straziante di Maria, le lagrime e il lutto di tutti
diedero l'ultimo crollo anche a papà Gervasio,
già infiacchito dagli anni e dalle amarezze, e consunto
dalle sofferenze intestinali, che lo molestavano
da lungo tempo.

Si mise a letto, fece chiamare il maestro Zecchini,
come il più vecchio amico di casa, e colla
sincera effusione d'un animo affranto, gli confidò
i suoi presentimenti e le sue disposizioni.

—Mi sono tenuto in piedi colla forza della
volontà, egli disse; fino che viveva mia madre
le dissimulava le mie sofferenze, perchè leggevo
l'inquietudine nel suo sguardo incerto e vagante,
[pg!319]
e non volevo aggravare il suo stato mostrandole
di star male. Ma sento che la mia fine si avvicina,
ho dei doveri da compiere, vi prego di farmi
venire un notaio.

—Appunto perchè soffrite da molti anni io
spero che il male non sia grave, e che la vostra
vita sarà prolungata per il bene di tutti, gli rispose
il maestro; ma siccome il far testamento
non fa morire nessuno, così io vado a cercare il
notaio, e vi approvo; ma lo condurrò senza che
la povera Maria se ne avveda; essa non ha bisogno
d'altri dolori.

E così fu fatto. Papà Gervasio dettò il suo testamento,
e dopo la partenza del notaio, pregò
l'amico Zecchini di scrivere un'altra lettera a
suo figlio, annunziandogli che le sue sofferenze
si erano aggravate, che desiderava vederlo ancora
una volta prima di morire per dargli l'ultimo
bacio e la sua benedizione.

Il maestro sapeva che Silvio cominciava appena
la convalescenza della grave malattia sofferta,
e vedeva d'altronde che le apprensioni
di Gervasio erano esagerate; scrisse dunque in
modo da non spaventare nessuno, annunziando
il desiderio del padre, facendo vedere che non
c'era urgenza, e che sarebbe stato bene di prendere
delle misure per restare in campagna qualche
[pg!320]
mese colla moglie, per tener compagnia al
padre infermo, e in pari tempo per rimettere perfettamente
in salute anche Silvio, coll'aria pura
ed elastica della villa, durante la bella stagione.

Questa lettera giunse a Venezia qualche giorno
dopo di quella che annunziava la morte della povera
nonna, e aggravò il dolore sofferto, lasciando
sospettare, malgrado le attenuazioni del maestro,
la minaccia d'una perdita ancora più dolorosa.

—Le disgrazie sono come le ciliegie, diceva
Silvio; non vengono mai sole, e quando cominciano
non finiscono più!

Il medico venne informato minutamente di tutte
queste circostanze, e in considerazione della gravità
del fatto permise a Silvio di lasciarlo partire
fra pochi giorni, quantunque non fosse ancora
intieramente ristabilito, e che le forze continuassero
a fargli difetto. Tuttavia la brevità del viaggio,
fatto con ogni precauzione possibile non
poteva recargli danno. Avrebbe continuato la sua
cura ricostituente anche nella casa paterna, col
vantaggio dell'aria della campagna, e della quiete
tanto benefica ai convalescenti, che gli restituirebbero
prontamente le forze indebolite, e il
vigore perduto.

Marito e moglie furono concordi per seguire il
consiglio medico; ma la signora Emilia vi trovava
[pg!321]
delle grandi difficoltà, e non poteva persuadersi
della necessità d'un soggiorno prolungato in campagna.

—Pazienza per qualche giorno, essa diceva a
sua figlia, ma al tempo dei bagni! nella stagione
più brillante per Venezia; e se passasse l'autunno,
e se venisse il novembre e che tuo suocero
fosse ancora ammalato? Se si trattasse d'una
malattia acuta che si sbrigasse in qualche giorno,
ma quel pover'uomo mi pare un cronico, e vi
sono dei cronici che vivono più dei sani!...

—Intanto per adesso ci vuol pazienza, le rispondeva
Metilde, in seguito si vedrà, la campagna
farà bene anche a Silvio....

—Che cosa ti sogni? essa riprendeva, l'aria
di Venezia non lascia nulla a desiderare; cosa
pensi? di sacrificarti per una chimera, di seppellirti
in un deserto, in mezzo a quei boschi, fra
gente rozza, alla tua età, colla tua educazione?!...

—Bisogna andarci per la disgrazia della nonna,
e per la malattia di mio suocero....

—Lascia che ci vada lui, tuo marito, tu già
non sei in caso nè di assistere gl'infermi, nè di
resuscitare i morti!....

—Oh mamma! Silvio è ancora ammalato, vuoi
che lo lasci solo!

—Ma, creatura mia, egli non ha bisogno di
[pg!322]
nessuno per guarire, il tuo sacrifizio mi pare affatto
inutile. Adesso poi che ti sei fatta quel bel
vestito di lutto, vuoi andarlo a sfoggiare fra i
contadini?... non valeva la pena di sceglierlo con
tanto buon gusto. Che tuo marito vada pure a
trovare suo padre, lo trovo giusto, e che ritorni
quando vorrà. Se suo padre starà meglio, tu non
sei in dovere di andargli a far visita; se per sua
disgrazia dovesse morire, io non posso permettere
che un nuovo dolore ti riapra una piaga
recente, con gravissimo pericolo per la tua salute.

—Ma io gli ho promesso d'accompagnarlo, ed
è tanto contento!...

—Gli farai osservare che io non approvo la
tua promessa, che la tua salute esige dei riguardi,
che in seguito, se starai meglio.... si vedrà.

—Ma io sto benissimo....

—Che importa!... gli dirai che ti senti male....
gli uomini credono tutto.... oh, non ti fa spavento
quella vita noiosa, al letto d'un malato bisbetico,
senza una distrazione nè uno svago, in quella
perpetua solitudine?!...

Ma nessun argomento poteva persuaderla a rimanere,
perchè oltre all'affetto del marito, e al
sentimento del dovere, un altro motivo imperioso
la spingeva alla partenza. Essa pensava a Maria
che le pareva pericolosa, disprezzava Andrea,
[pg!323]
non ignorava il primo amore di Silvio, e non era
disposta di abbandonarlo al pericolo, per non
esporsi al rimorso di non averlo preveduto.

Partì dunque insieme al marito, malgrado il
malcontento e la disapprovazione della madre,
che fino all'ultimo momento la scongiurava a non
abbandonarla.

E accompagnando alla stazione il genero e la
figlia, mandava i suoi saluti e quelli di suo marito
al caro signor Gervasio, e a tutta la famiglia,
cogli auguri d'una perfetta guarigione, e le
più calde raccomandazioni d'un pronto ritorno.
[pg!324]




XVIII.
======


Durante il viaggio in ferrovia Silvio guardava
fuori dal finestrino del carrozzone il fumo nero
della vaporiera che scendeva sui campi e si disperdeva
nell'aria, e aspirava con voluttà i sentori
della campagna che gli facevano bene. Era
la fine d'agosto, dei nuvoloni bianchi correvano
nell'azzurro del cielo. I grappoli d'uva cominciavano
a rosseggiare sui tralci, il sole d'estate
aveva tinto le foglie di vari colori, il granoturco
mostrava le pannocchie colle barbe mature, le
quaglie cantavano nella saggina, i pettirossi e le
cingallegre nelle siepi, le rane gracidavano nei
fossi. Tutte quelle piante, e quelle voci, rammentavano
a Silvio la sua prima gioventù, il tempo
felice delle vacanze, quando correva pei campi
in compagnia della cugina. Come erano cambiate
le cose col corso degli anni!...

Metilde pensierosa teneva gli occhi abbassati
[pg!325]
sul ventaglio chiuso nella destra, e batteva le
stecche colle dita della sinistra, come sulla tastiera
del pianoforte. La gente che entrava ed
usciva dalle diverse stazioni, i giardinetti dei
guardiani, le carrozze che attendevano i viaggiatori
non giungevano a distrarla dai suoi pensieri;
la madre l'aveva tanto impaurita sulla vita che
la attendeva, che ne presentiva tutte le tristezze,
e rimpiangeva la sua Venezia.

Immersa nelle cupe meditazioni, passò senza
avvedersene dalle stazioni di Mestre, Mogliano,
Preganziol, ma quando il treno correva in fianco
ai laghetti formati dalle curve del Sile, fra le
canne palustri, e vide apparire la chiesa di San
Nicolò di Treviso, come uno spettro severo e grandioso
davanti le casupole che lo circondano, sentì
una stretta al cuore che le annunziava l'arrivo.
Alla stazione trovarono il legno che li aspettava.
Fecero caricare il loro bagaglio, e domandarono
subito a Pasquale le notizie del malato.

—Sempre lo stesso!—rispose il cocchiere, e
queste parole suonarono all'orecchio della signora,
come la condanna d'un lungo martirio.

Silvio accarezzò il collo di Falcone, che mostrò
di riconoscerlo, e partirono subito per la
villa.

Quando entrarono nel parco, Argo che stava
[pg!326]
sdraiato sulla porta di casa, balzò in piedi, ed
annunziò il loro arrivo coi soliti abbaiamenti.

Comparve subito Maria che si gettò piangendo
nelle braccia di Metilde, la quale corrispose colle
sue lagrime a quelle della cugina. Scambiarono
dolenti condoglianze sulla povera nonna, sulla
bimba tanto desiderata, e tutti insieme si recarono
direttamente al letto di papà Gervasio.

Parve che un raggio di sole entrasse nella camera
alla vista del figlio.

Si abbracciarono teneramente piangendo, a
ciascheduno mancava la parola, le strette di mano
supplivano alla voce, nell'espansione di quegli
affetti domestici.

Dopo tanto tempo che non si erano veduti,
tutti avevano sofferto, tutti avevano bisogno di
aprire il cuore riboccante di dolori e di lutto. Sedettero
intorno al letto, il figlio accarezzava la
mano del padre, Maria raccontava singhiozzando
gli ultimi momenti della povera nonna, che si
era spenta senza sofferenze apparenti, come tutte
le anime buone, che dopo una vita laboriosa e
faticata, si addormentano dolcemente nel sonno
eterno.

Metilde si asciugava le lagrime col fazzoletto
listato di nero che esalava un odore soave, e colla
coda dell'occhio esaminava i vestiti di Maria, che
[pg!327]
non le parevano ammodo. Si vedeva che aveva
scelto il più oscuro dei suoi abiti, e portava
annodato al collo un fazzoletto di seta nera.

La seta nei primi mesi del lutto!...—pareva
una cosa scandalosa agli occhi di Metilde,
ligia alla prammatica che non ammette che la
lana ed il crespo.

Quando Metilde si trovò sola col marito, gli
segnalò subito quella vergogna.

Silvio con faccia da scimunito non capiva niente,
non poteva penetrarsi della gravità di quello
scandalo, e le rispose in aria sprezzante che la
sua osservazione era una vera sciocchezza.

Metilde lo guardò con sorpresa, non insistette;
era perfettamente convinta che suo marito avrebbe
sempre approvati tutti gli errori della cugina,
diventando anche impertinente; quella indulgenza
non aveva limiti, e lo rendeva cieco.

Papà Gervasio, passato il primo momento di
soddisfazione, che pareva avergli giovato, ricadde
subito in profondo abbattimento. Il medico non
dissimulava il lento, ma inesorabile progresso
del male.

L'inappetenza completa rendeva difficilissima
la conservazione delle forze che andavano scemando.
Maria si scervellava nella ricerca di tutti
gli artifizi possibili per ammannirgli qualche cibo
[pg!328]
che non ripugnasse al suo stomaco delicato. Faceva
dei brodi ristretti dorati, trasparenti, delle
gelatine che mettevano appetito al solo vederle.

Anche Silvio dopo la malattia era macilento,
aveva il viso smunto, affilato, si sentiva molto
debole.

—Mangia della carne, gli diceva Metilde, se
vuoi riprender le forze.

Maria non era di questa opinione.

—I convalescenti, essa osservava, digeriscono
male, bisogna sostenerli con cibi sostanziosi, ma
leggieri,—e gli apparecchiava dei tuorli d'uova
sbattuti nel Marsala; gli dava di quelle gelatine
e di quei brodi che apparecchiava per papà Gervasio.

Quando Silvio cominciò a sentire appetito, Maria
lo teneva a stecchetto, non lo lasciava mai mangiare
il suo bisogno. Gli apparecchiava delle cervelline
fritte, in agro-dolce, e delle salse piccanti
che gli facilitavano la digestione. Lo teneva corto
di pane, gli mescea dell'acqua nel vino, malgrado
la sua opposizione, portava via il formaggio dalla
tavola, ad onta dei suoi spergiuri.

Metilde trovava quelle attenzioni esagerate e
ridicole, li canzonava tutti due; diceva ch'egli
simulava le smorfie del bambino per farsi medicare
dalla dottoressa di cucina.
[pg!329]

Una febbriciattola insidiosa continuava a minare
la vita del povero papà Gervasio, il suo
ventre si gonfiava, aveva la pelle e le mani secche,
era angustiato da una sete continua, e la
nausea gli rendeva odioso anche il brodo migliore.
Maria gli faceva gustare delle conserve di frutta,
delle gelatine profumate di ribes e lampone, trasparenti
come il cristallo; teneva sempre pronte
delle spremute di limone e di arancio, apparecchiava
del latte d'amandorle, e di semi di popone.

Silvio mostrava desiderio di aver la sua parte,
ma essa lo persuadeva che per lui non erano opportune,
e gli faceva bere di preferenza qualche
bicchierino di vino vecchio.

Metilde osservava tutto in silenzio, lavorando
all'uncinetto. Quel lavoro quasi meccanico permette
alla donna di raccogliere i suoi pensieri,
di discuterli tacitamente, senza distrazione, rimuginando
nel cervello i più minuti particolari della
vita.

Quella casa era ben cambiata dal primo tempo
del suo matrimonio, quando essa regnava con
potere assoluto sull'animo di tutti i parenti che
andavano a gara per compiacerla, e nel farle
omaggio. I più vaghi fiori, e le migliori frutta
del giardino erano per lei. Alla colazione ed al
pranzo essa trovava ogni giorno davanti il suo
[pg!330]
piatto un vasetto snello di vetro opalino di Murano
colle più belle rose sbocciate al mattino, di
tutte le varietà, d'ogni gradazione di colore dalla
porpora al carminio, dal giallo d'oro al candido
perfetto. Ce n'erano d'orlate, di variegate, di
punteggiate, di vellutate e di lucenti come il raso.
Formavano l'orgoglio di papà Gervasio, ed erano
la sua offerta giornaliera.

In quel tempo felice Silvio la adorava, le usava
le più delicate attenzioni, le procurava ogni distrazione
possibile, il passeggio, le gite in carrozza
o in ferrovia nei paesi vicini. La povera
nonna temeva sempre che le mancasse qualche
cosa, le offriva tutto quello che poteva farle piacere,
si affaticava per servirle ogni giorno un
pranzetto appetitoso. Gli amici di casa venivano
a farle visita, tutti i domestici erano occupati per
lei, eppure trovava la campagna noiosa. Immaginarsi
adesso!...

Adesso tutto era tristezza, l'ombra della morte
era passata sulla casa.

Il pianterreno era silenzioso e deserto, il primo
piano attristato dalla malattia; alla gaie vesti di
sposa era succeduto il bruno del lutto, ai piaceri
svariati la vita monotona, alla primavera l'autunno,
all'amore ridente il truce fantasma della
gelosia.
[pg!331]

Il medico veniva due volte al giorno, e partiva
colla testa bassa; il parroco si presentava alla
porta per vedere se era venuto il momento anche
per lui; un'aria di profonda malinconia dominava
la casa, tutti portavano sul volto le traccie
delle perdite recenti, e l'apprensione dell'avvenire.
Perfino i canarini mutavano le penne, e non
cantavano più. Il solo indifferente a tutto quel
cambiamento di scena era Mumut, il vecchio gatto
di casa, il quale continuava impassibile a presentarsi
al balcone della cucina all'ora consueta,
e nella beata aspettativa del pasto schiacciava
un sonnellino, e faceva le fusa. Tutto il resto
pareva colpito d'una immobilità spaventosa. La
statua in gesso di Napoleone, colle braccia incrociate
sul petto, era coperta dalla polvere degli
anni e dell'abbandono, e guardava sempre ad un
punto fisso.

I ritratti dei generali imitavano il loro imperatore;
le battaglie appese ai muri, coi loro morti
e i feriti, e i reggimenti all'attacco, aspettavano
invano la ritirata o la vittoria.

Metilde passeggiava lentamente, osservando
ogni cosa, e passava da una stanza all'altra,
mandando dei lunghi sospiri.

Sua madre le scriveva due volte per settimana
i pettegolezzi di Venezia, che le davano la nostalgia,
[pg!332]
i cambiamenti di moda, gli arrivi e le
partenze degli amici, e le annunziava gli spettacoli
che si promettevano per il prossimo inverno,
i teatri e i piaceri del carnevale, e sperava
che finito l'autunno Metilde sarebbe alfine ritornata
a goderne la sua parte.

Ma la giovane donna subiva gli effetti dell'ambiente
malinconico, tutte quelle promesse le parevano
vane, cose dell'altro mondo; oramai tutto le
sembrava finito, si vedeva sepolta viva chi sa per
quanto tempo, forse non avrebbe mai più veduta la
sua Venezia, e a questo pensiero una lagrima le sgorgava
dal ciglio, e si affrettava a nasconderla per
non essere obbligata a render conto a nessuno
de' suoi pensieri, e della sua profonda tristezza.

Quando una famiglia attraversa un'epoca nefasta;
se vi sono in casa dei bricconi, sanno cavar
partito dalle disgrazie a loro vantaggio.

Andrea aveva saputo in paese che Pasquale
comperava degli animali bovini, e li dava a mezzadria
nelle stalle vicine. Con un modico salario
questi risparmi non erano possibili. Maria si era
già avveduta dei prezzi esagerati d'ogni cosa che
il domestico era incaricato di comperare, ma non
aveva il tempo di controllare le sue spese, e poi
anche questo genere di furto non poteva bastare
ai suoi dispendi.
[pg!333]

Ci dovevano essere degli altri abusi, ma non
era facile scoprirli.

Andrea lo sorvegliava attentamente, lo seguiva
dovunque, teneva le chiavi di tutto. Pasquale che
si sentiva sorvegliato, odiava l'intruso, si rifiutava
di riconoscerlo per padrone, non si credeva
obbligato di eseguire i suoi ordini, lo guardava
con occhio sprezzante e sdegnoso, e cercava ogni
occasione per denigrarlo.

E per disgrazia queste occasioni non mancavano.
Trovandosi in possesso delle chiavi della
cantina, Andrea si credette in obbligo di osservare
se i vini si guastavano nelle botti o nelle
bottiglie. Cominciò con degli assaggi prudenti,
ma un poco alla volta prese l'abitudine di fare
delle bevute solenni. Egli aveva ereditato dal
nonno Pigna la natura propensa al vino, e si
sentiva le migliori disposizioni per imitarlo e
superarlo, non gli mancava che l'occasione favorevole
per sviluppare il suo talento.

Questa occasione gliela aveva apparecchiata
bellissima papà Gervasio, il quale, vedendo che
i prodotti della vite andavano sempre più declinando
pel funesto influsso di molteplici malanni,
aveva pensato di mettere in serbo ogni
anno una parte del suo vino migliore, per assicurarsi
il latte della vecchiaia. Sulle pareti della
[pg!334]
cantina, dietro alle botti, correvano dei palchi
pieni di bottiglie, allineate come i soldati sul
campo, colle relative etichette che indicavano
gli anni. Era una seduzione irresistibile, un attraente
invito agli studi comparativi sulla diversità
dei prodotti di varie epoche. Andrea sturava
una bottiglia che indicava dalla sua trasparenza
la purezza del vino. Era un nèttare delizioso!...
gli anni avevano sviluppati gli aromi che salivano
per le narici con esalazioni eccitanti. Quello
dell'anno antecedente doveva essere ancora più
profumato. Ne faceva la prova, e vedeva di aver
ragione. Il più vecchio deve essere il migliore
di tutti, e faceva un ultimo assaggio che era un
nuovo trionfo!... Egli usciva dalla cantina colle
gambe mal sicure, cogli occhi brillanti, e lo sguardo
ardito. Pareva che la vista delle battaglie di Napoleone
lo animasse alla lotta, e guai a chi gli
compariva davanti in quei momenti fatali.

Pasquale lo sfuggiva, dicendo che il vice-padrone
aveva il vino cattivo, andava a rifugiarsi
nel fienile; l'altro batteva a tutte le porte, entrava
in scuderia, e finiva col cadere sullo strame,
ove restava delle ore, immerso nel profondo letargo
dell'ubbriachezza. Il cocchiere usciva prudentemente
dal suo nascondiglio, andava a chiamare
il figlio del padrone, e lo conduceva a vedere
[pg!335]
lo spettacolo del cugino sdraiato in terra
come un maiale.

Silvio ne diede subito avviso a Maria che passata
la sbornia fece una ramanzina al marito,
il quale si giustificò mettendo in campo il sospetto
che un certo vino prendesse lo spunto, egli volle
subito assicurarsene e ne aveva assaggiato trovandosi
a digiuno.

Un'altra volta il vino gli aveva fatto male,
perchè prima di entrare in cantina aveva bevuto
della birra. Ma continuando ad ubbriacarsi non
seppe trovare altro pretesto che quello che il
buon vino gli piaceva, e che non vedeva la ragione
di privarsene. Divenne una brutta abitudine.
Beveva anche all'osteria, e rientrava in
casa barcollando, colla bocca storta dalla quale
uscivano delle parolaccie villane, delle espressioni
tronche minacciose. Metilde ne aveva paura, ed
alla comparsa dell'ubbriaco fuggiva nella sua stanza,
e si chiudeva dentro.

Un giorno esso entrò improvvisamente in cucina
tutto traballante, e si mise a strepitare senza
riguardi davanti ai cugini. Maria lo minacciò di
togliergli le chiavi della cantina; egli le rispose
con uno schiaffo. Silvio saltò al collo d'Andrea e
voleva strozzarlo. Metilde urlava spaventata, dicendo
che quelle erano baruffe da mascalzoni,
[pg!336]
che Silvio non aveva bisogno di farsi paladino
di nessuna dama, che egli non doveva ingerirsi
negli affari degli altri.

Silvio dichiarò che si stimava in dovere di difendere
la cugina, questa singhiozzava convulsamente,
e non voleva che Silvio battesse suo marito.
Andrea barcollante voleva menare dei pugni,
allora la zuffa si riaccese, e Silvio lo mise alla
porta a furia di calci nel deretano.

In questo momento giunse il maestro Zecchini,
che veniva, come al solito, a far compagnia all'ammalato.
Sorpreso dallo spettacolo inaspettato, si
gettò fra i combattenti, e giunse a separarli.

Quando tutti furono più calmi, egli disse:

—Non mi sorprendo che gli uomini si prendano
a calci; li ho giudicati da un pezzo; questa
è una manifestazione spontanea della loro natura
asinesca.... ma mi meraviglio che simili scene
abbiano luogo in questa casa.... e in questi momenti!...

Volle sentire le giustificazioni di ciascheduno,
prima di pronunziare la sua sentenza, e poi soggiunse:

—Mi toccava vivere tanto lungamente da persuadermi
che i nipoti sono simili agli avi, l'eredità
del sangue è imprescrittibile. Tu Andrea sei
un ubbriacone come tuo nonno; tu Silvio sei battagliero
[pg!337]
come l'avolo capitano, che ha ornato
queste pareti colle battaglie del primo Napoleone;
ma tuo nonno si batteva contro la cavalleria dei
cosacchi, e tu ti batti con quell'asino vestito e
calzato, indegno di questa casa, e di questa donna.
Maria, perdonate all'ubbriacone, come Gesù Cristo
ha perdonato a chi lo metteva in croce, dicendo:
«egli non sa quello che fa!»

Per buona ventura papà Gervasio non aveva
udito nulla di quel tafferuglio.

Il maestro Zecchini li scongiurò di vivere in
buona armonia, di non tralignare dall'esempio di
quella famiglia che era stata sempre un modello
di probità e di buoni costumi.

—Almeno, egli aggiunge, state tranquilli fino
alla finale catastrofe che vi attende, e che pur
troppo non è molto lontana.

E infatti il male si aggravava, e la febbre sempre
più forte consumava il malato. Maria era instancabile,
gli somministrava esattamente i rimedi
nelle ore prescritte, senza sgarare d'un minuto,
gli risparmiava le più leggere emozioni, gli evitava
il più piccolo rumore, girava intorno al letto
in punta di piedi, sorvegliando attentamente i
minimi cenni dell'infermo. Gli cambiava l'aria
della stanza senza molestarlo con luce troppa abbagliante,
gli asciugava il sudore della fronte,
[pg!338]
gli ravviava i capelli scomposti. Fino che conservò
i sentimenti volle vedere ogni giorno gli
alberi del parco; Maria gli metteva dei cuscini
sotto la testa, ed apriva le finestre. Egli guardava
cogli occhi languenti le foglie appassite dell'autunno,
aspirava con avidità l'aria esterna che
entrava a ondate odorose.

Maria gli portava dei fiori, le rose rifiorite, gli
ultimi crisantemi, o le prime viole del pensiero
seminate in agosto; egli mostrava piacere, e domandava
conto degli animali e delle piante più
care, fra le quali aveva passate le ore migliori
della vita. Maria pensava a tutto e a tutti, con
calma serena, senza confusione fra le molteplici
brighe, con quel sorriso degli occhi che indicava
la bontà e la pazienza, anche sul volto illanguidito
dalle fatiche, anche coi lineamenti resi malinconici
dalle amarezze e dai disinganni della
vita.

Un giorno l'ammalato perdette la parola, ma
parlava ancora cogli occhi, poi anche questi s'intorbidarono,
si fecero vitrei, immobili e senza
luce, le occhiaie divennero livide, i zigomi prominenti,
la bocca pareva più grande, e cominciò
il rantolo dell'agonia.

Metilde ne ebbe paura, e fuggì dalla camera
per non più rimettervi il piede, Maria rimase
[pg!339]
ferma fino all'ultimo istante, umettando le labbra
inaridite del moribondo, con una penna bagnata
nel vino di Marsala, e accompagnando le sue preghiere
a quelle del prete.

Silvio teneva nella sua mano quella del padre,
e gli asciugava i sudori della morte. Quando
spirò, gli chiuse gli occhi con una pezzuola ripiegata,
e raccolse fra le braccia la cugina svenuta.

La portarono nella sua camera, ma quando ricuperò
i sensi era tanto sfinita che dovette mettersi
a letto.

La sua assenza di poche ore fu segnalata a tutti
da qualche privazione.

Il fuoco della cucina rimase spento fino a tarda
notte. Nessuno si sarebbe occupato del pranzo,
se l'appetito non avesse deciso Pasquale ad approntare
qualche cosa. C'era un po' di brodo, ma
era insufficiente per tutti. Pasquale si bagnò una
buona zuppa, poi aggiunse dell'acqua al brodo
che avanzava e fece la minestra pei padroni. Si
prese la parte migliore di tutto ciò che rinvenne
in dispensa, e servì il resto sulla tavola della famiglia.
Quel giorno Andrea si astenne dall'abuso
del vino, e Pasquale diede fondo alle bottiglie
quasi piene che rimasero sulla tavola. Si dimenticò
di dare l'avena a Falcone e a Martino; i
[pg!340]
polli ed i colombi rientrarono al pollaio e in colombaia
senza l'ultima porzione di becchime, e
i conigli rimasero senza cena.

Argo coricato ai piedi del letto di Maria, la
contemplava tristamente, di tratto in tratto alzava
una zampa sul materasso richiamando la
sua attenzione; essa gli faceva una carezza sulla
testa, ed egli mandava un gemito. Andrea apportò
in camera qualche cibo per sua moglie, che essa
respinse con ripugnanza; il marito lo sporse al
cane, che voltò la testa da un'altra parte, rifiutandosi
di mangiare. Le fantesche di casa andavano
e venivano dalle stanze, sbalordite, dimenticando
i soliti uffizi.

Il maestro Zecchini fu pregato di occuparsi dei
funerali. Egli spedì subito il triste annunzio mortuario
ai parenti ed agli amici, e fece tutti i preparativi
necessari. Il giorno delle esequie il parco
fu invaso dalla folla, che aspettando il momento
del trasporto, girava pei viali, ammirando il sito
pittoresco, e ciarlando sotto voce. I reduci delle
patrie battaglie erano accorsi colla loro bandiera
per onorare il collega del Quarant'otto, l'esule
del governo straniero; molte persone, beneficate
tacitamente dal defunto, erano accorse spontaneamente
al mortorio, per sentimento di gratitudine.
Il maestro Zecchini aveva fatto apparecchiare la
[pg!341]
fossa del defunto presso quella de' suoi genitori.
Il padre e il figlio, due valorosi campioni della
indipendenza nazionale, riposano tranquillamente
nel modesto cimitero del villaggio coll'unico
onore che avevano ambito in compenso dei loro
servigi, la presenza della bandiera nazionale sul
loro sepolcro.

Il notaio si recò alla villa Bonifazio per la lettura
del testamento.

Silvio e Maria, figli di due fratelli indivisi,
erano gli eredi legittimi di tutta la sostanza, che
verrebbe divisa fra loro in due parti eguali, prelevate
alcune spese, e qualche piccolo legato di
amicizia e beneficenza, fra i quali era ricordato
il maestro Zecchini, come l'amico più antico e
più devoto alla famiglia, e Andrea Pigna: e seguivano
le clausole seguenti:

«Considerando che l'unico mio figlio Silvio,
dedicato all'avvocatura non potrebbe dimorare
alla villa:

«Considerando che mia nipote Maria ha quasi
sempre vissuto nella casa paterna (meno i pochi
mesi dopo il suo matrimonio) rendendosi benemerita
della famiglia per tutte le sue prestazioni:

«Desiderando che la nostra dimora continui
ad essere abitata dalla famiglia, e dai discendenti,
e conservata, per quanto sarà possibile, nelle presenti
[pg!342]
condizioni, così dispongo che la casa e le
adiacenze, coi mobili e gli animali, il parco, il
giardino, l'orto ed il brolo che costituiscono la
villa, sieno compresi nella parte spettante a Maria,
alla quale raccomando di continuare nelle
tradizioni domestiche.

«Questa parte è libera da ipoteche.

«Siccome poi tutte le ipoteche che gravitano le
campagne vennero imposte dai mutui contratti
per l'educazione e il mantenimento di mio figlio,
così è giusto che tutta la parte passiva, rimanga
a solo ed esclusivo suo carico, coll'obbligo di
pagare regolarmente tutte le scadenze dei mutui,
e di affrancarli alle epoche fissate nei relativi
contratti, se non gli sarà possibile di ottenere
dagli interessati la necessaria dilazione.»

Il testamento si chiudeva colle solite formule
notarili, la data, le firme del testatore e dei quattro
testimoni, e quella del notaio col bollo del tabellionato,
tutto in perfetta regola, secondo le prescrizioni
del codice civile.

Silvio e Maria riconobbero che quel testamento
era l'ultimo atto di probità del loro padre e zio.
Metilde e Andrea furono _`malcontenti`, ma non osarono
esprimere il loro rammarico davanti il notaio,
e mostrarono di aderire col silenzio. Ma nei giorni
successivi cominciarono i lamenti in famiglia.
[pg!343]

Andrea faceva osservare che l'eredità di sua
moglie si riduceva ad una abitazione troppo
grande, con poche rendite e molti passivi, per le
spese di manutenzione delle fabbriche e degli
animali. Metilde domandava l'inventario per vedere
che cosa restava dopo pagati i debiti che
gravavano la parte di suo marito.

Il maestro Zecchini fu pregato di assumere
l'incarico delle divisioni; e quantunque si aspettasse
un risultato poco soddisfacente, pure non
volle rifiutarsi per la fiducia che tutti gli dimostravano,
invocando la sua lealtà e l'antica amicizia.

Metilde annunziando alla sua famiglia la morte
del suocero, e il testamento, pregava sua madre
di pazientare ancora per qualche tempo, non essendo
possibile di abbandonare la villa al momento
delle divisioni, alle quali attendeva il marito
con grande assiduità, perchè dal loro risultato
dipendeva l'avvenire, nessuno essendo in caso di
giudicare l'importanza dell'eredità prima di conoscere
le rendite e le passività, e di aver esaminato
i mutui, che restavano tutti a carico di
suo marito, il quale aveva avuto la dabbenaggine
di accettare l'eredità senza benefizio d'inventario.
E su questo punto aveva avuto delle diatribe
piccanti con Silvio, che non voleva lasciarla parlare
[pg!344]
di benefizio d'inventario, dicendosi rassegnato
a qualunque pretesa capricciosa della moglie,
meno che a far torto alla santa memoria di
suo padre, e all'onore intemerato della famiglia.

Maria non intendeva niente alla necessità delle
divisioni, e diceva a suo cugino:

—Perchè ci dividiamo? Non possiamo restare
uniti come fecero i nostri genitori? Non possiamo
abitare la casa in comune come abbiamo fatto
fino adesso? Io userò tutte le economie possibili
in famiglia, tu amministrerai la sostanza, e in
pochi anni potremo pagare i debiti, e ritornare
come prima. Se vuoi ritornare a Venezia pei tuoi
affari, e per far piacere a Metilde, che sta in
campagna per forza, le vostre camere saranno
riservate, potrete venire qualche giorno in primavera,
un mese d'autunno, noi andremo a visitarvi
a Venezia, e così ci vedremo sovente. Non
ti fa piacere che ci vediamo?

—Cara Maria, rispondeva Silvio, se dipendesse
da me solo non vorrei lasciarti un momento, io
non sono felice che in questa casa ove ho passata
la mia gioventù in tua compagnia. Ah! quelli
furono gli anni felici! e come sono passati!... ti
ricordi le nostre merendine nel nido?...

—Quando tu avevi paura delle bisce....

—Ero un vero imbecille!...
[pg!345]

—Eri un galantino!... sei sempre stato così...
ti sono sempre piaciuti i bei vestiti, i goletti e i
polsini inamidati....

—Che frivolezze!... è ben vero!... sono stato
troppo leggiero; la fatuità fu la mia rovina!....
Quanto sarebbe stato meglio se avessi ascoltato
mio padre, e fossi tornato a casa dopo gli studi...

—Povero zio!... Quanto ha sofferto per la tua
assenza, vedendo che non poteva persuaderti a
tornare in famiglia.... ma egli ti nascondeva le
sue pene per non affliggere la tua gioventù... non
si vive che una volta sola, egli diceva, non posso
obbligare mio figlio a sacrificarsi in campagna
per farmi piacere!... Egli ha sempre sperato fino
al tuo matrimonio.... poi non ha sperato più!...

—Che cosa diceva di mia moglie?...

—Diceva che era bella.... assai bene educata...
seducente per un giovinotto.... e ti compativa.

—Mi compativa?...

—Oh scusa se ti offendo.... volevo dire.... che
egli capiva che ti dovesse piacere.... ma diceva
che.... Infatti adesso a che serve di ritornare al
passato, il quale non torna più....

—Ti prego, Maria, non rifiutarti di dirmi ciò
che pensava mio padre di Metilde; è tuo dovere
di non nascondermi le sue parole....

—Ma non diceva niente di male.... anzi ti assicuro
[pg!346]
che ne faceva moltissimi elogi.... solo
che....

—Che cosa?...

—Che non era per te... che non poteva renderti
felice....

—Aveva ragione!...

—Oh Silvio!... non dire di queste cose. Nessuno
è perfetto, tutti abbiamo qualche pecca, ma
Metilde è bella, elegante, graziosa....

—Tu li conosci i difetti di Metilde....

—Io no....

—Sì, li conosci! è un po' egoista, pensa per
sè, è di umore incostante, quando la tiri via dalla
società e dal pianoforte non sa far altro; in famiglia
non è che un impaccio....

—Oh Silvio, non dir cattiverie.... una signora
non è avvezza a certe cose....

—Che signora!... le signore ricche si capisce
che piglino chi le serva, ma Metilde non mi ha
portato in dote che delle idee e delle pretese,
senza avere i mezzi di soddisfarle....

La conversazione fu interrotta da Andrea, che
spalancò la porta con tale violenza che fece tremare
Maria.

—Di che cosa hai avuto paura? le chiese sgarbatamente
il marito, guardando il cugino con
aria sospetta.
[pg!347]

—Non vuoi che tremi, gli rispose bruscamente
Silvio, pareva che entrasse una bomba, o che venisse
il terremoto.

Metilde seguiva Andrea, questi le gettò un rapido
sguardo, adocchiò gli altri due, poi tornò a
fissarla con due occhiacci che volevano dire: «vedete
che se la intendono; li ho sorpresi in un
colloquio clandestino; che cosa ne pensate voi?»

Metilde lo guardò appena, tanto aveva paura
di quell'ubbriacone, e cercava di evitare tutte le
occasioni di parlargli.

Silvio e Maria erano costretti dalla necessità
a continue conferenze d'affari, soli o col maestro,
esaminavano i registri, facevano i conti ai coloni,
e l'inventario per le divisioni procedeva regolarmente.
Molte partite riscontrate richiamavano
alla memoria i ricordi svaniti. Allora coi gomiti
sulle carte ciarlavano insieme del passato, dei
loro parenti, della povera nonna, e di tante prove
dolorose e momenti terribili attraversati dalla famiglia.
Maria si ricordava pochissimo dei genitori,
ma conosceva la loro tragica storia; parlava
del nonno capitano, delle sue beghe continue col
maestro, della loro amicizia, cementata dalla pazienza
di Zecchini, e dagli avvenimenti.

E tutti quei parenti erano morti!... non restavano
che loro soli della famiglia. Come avrebbero
[pg!348]
finito anche loro?... Allora Silvio pensava
ai suoi errori e ai meriti di Maria. Essa aveva
assistiti gli ultimi parenti, con somma bontà e
intelligenza, e ricordando le cure delicate ed affettuose
da lei prodigate al suo povero padre,
gli occhi gli si riempivano di lagrime, e si espandeva
in atti di viva riconoscenza per la cugina,
assicurandola che non avrebbe dimenticato mai
più tutto il bene che aveva fatto in quella casa.
Egli medesimo le era debitore della salute, era
giunto alla villa in cattivo stato, forse a Venezia
sarebbe morto, ma si era ristabilito perfettamente
a merito suo, e delle sue cure, e quel mascalzone
di Andrea mostrava di non saper apprezzare abbastanza
un tale tesoro....

—Andrea non è cattivo, te lo assicuro, gli
diceva Maria; se non avesse quel maledetto vizio
del vino, non avrei mai avuto da lamentarmi di
lui.... col tempo si correggerà....

—Diventerà sempre peggiore, soggiungeva
Silvio. Quel vizio esecrando gli toglie la ragione
e lo rende brutale, non può che peggiorare cogli
anni, e renderlo insopportabile.... Maria, dimmi
francamente che cosa faresti, se quell'uomo invece
di correggersi, come tu speri invano, diventasse
sempre più vizioso, e ti mancasse ancora di
rispetto?... Se prendesse l'abitudine di darti degli
schiaffi?...
[pg!349]

Maria alzò la testa con una espressione di
fierezza che Silvio non le aveva mai veduta, rimase
qualche istante perplessa, poi con duro cipiglio
gli disse:

—Parliamo d'altro.

In quel momento Silvio vide una scintilla negli
occhi della cugina, e si sentì consolato dal pensiero
che il sangue dei Bonifazio non era degenerato;
e quello sguardo inaspettato gli fece battere
il cuore più forte.

La riconoscenza e l'ammirazione che sentiva
per Maria gli fecero dimenticare quel linguaggio
e quegli atti, che talvolta la rendevano volgare, e
lo facevano arrossire davanti la gente. Allora non
vedeva più che quella costante devozione per la
famiglia, che ne riassumeva i sacrifizii, quella
vita utile, quel cuore semplice e onesto, e deplorava
altamente di non avere saputo apprezzarla
in tempo, ed esclamava sospirando:

—Ah! cara Maria, ho falsato la mia vita, ho
sbagliata la strada!...

—Io credo, gli rispose mestamente Maria, che
nessuno a questo mondo possa realizzare i propri
sogni, che nessuno sia completamente felice. Nella
ingenuità degli anni giovanili si spera l'impossibile,
si travede una vita color di rosa, come quelle
figure che abbiamo ammirate sul muro da fanciulli,
[pg!350]
prodotte dalla lanterna magica, ma quando
il lume si spegne il muro ritorna bianco; la realtà
è molto diversa dalle ubbie giovanile... ma è inutile
lamentare le illusioni perdute.... perchè non
erano che illusioni. L'esperienza ci mette davanti
la verità, e bisogna contentarsi del proprio stato,
e rassegnarsi al destino....

Così dicendo si alzò, quasi avesse timore di dire
troppe cose, o di udirne, e uscì rapidamente dalla
stanza, lasciando Silvio in una agitazione morbosa,
fra il rimorso e la speranza, deplorando le
aberrazioni del passato, e cercando il modo di
riparare i suoi falli.... forse con nuovi errori!...
[pg!351]




XIX.
====


I conti e l'inventario procedevano regolarmente,
e si cominciava a prevedere il risultato finale.
La parte di Maria, netta da passività, poteva bastare
ad una famiglia modesta ed economa, per
vivere in una relativa agiatezza; ma l'altra parte,
dopo pagati i debiti che vi erano attribuiti, non
poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.

Era dunque indispensabile di pensare seriamente
all'avvenire, e Silvio se ne preoccupava
con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate
ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva
la rovina.

La dipendenza del suocero avvocato, oltre di
riuscirgli pesante, non gli dava che mediocri risultati
economici; le corrispondenze ai giornali
non erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante
di Silvio era quello della emancipazione
[pg!352]
dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante
dominio della signora Emilia, che contribuiva
alle sue disgrazie colle abitudini e le idee che
ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato volontieri
alla vita mondana per vivere in libertà
nella casa paterna, ma prevedeva l'opposizione
ostinata della moglie, si vedeva minacciato da
pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per
resistere alle tentazioni che gli esaltavano il cervello.

Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che
gli aveva procurato delle buone corrispondenze,
che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi
intieramente al giornalismo.

Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere
i più minuti particolari delle sue condizioni
domestiche e finanziarie, domandandogli consiglio
se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione
conveniente, avendo i mezzi sufficienti
per aspettare qualche tempo, potendo scegliere,
senza la fretta pericolosa della urgente necessità.

La risposta non si fece attendere lungamente,
ed era la seguente:
[pg!353]

   | «\ *Carissimo amico*,

«Io divido il genere umano in due parti disuguali.

«Una piccola minoranza che pensa colla sua
testa, una grande maggioranza che pensa colla
testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere
alla prima categoria, e viviamo alle spalle
della seconda, colla giunta di quelli che pensando
colla propria testa, sono curiosi di sapere quello
che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge
umano contribuisce al nostro mantenimento, e
chi pensa bene ha diritto di vivere più lautamente
degli altri; ma c'è posto per tutti, anche
per coloro che vendono idee false, perchè tanto
la miglior trattoria quanto la peggiore taverna
smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare
il lepre deve contentarsi del gatto.

«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande
pei suoi avventori, il giornalista apparecchia ogni
mattina la politica, la letteratura, la critica, le
notizie cittadine, e il bollettino della borsa per
uso e consumo de' suoi lettori, molti dei quali
attendono con impazienza il giornale, per sapere
che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai
benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la
festa di Pasqua che non esce il foglio stampato,
moltissimi associati o lettori non pensano a nulla,
[pg!354]
o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto
della stampa, sempre crescente, a misura
che scemano gli analfabeti, ha continuo bisogno
di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti
e degli invalidi.

«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia
la sua essenza, carne o carota, è sicuro di bollire
nella gran pentola dell'eterna città.

«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno
trova il suo posto.

«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini
d'ingegno e degli stolidi, senza contare tutte le
zucche spedite dagli elettori, la cui maggioranza
appartiene a coloro che pensano colla testa degli
altri....

«Ero giunto a questo punto della mia lettera,
quando vidi entrare il nostro comune amico Sacripante
che veniva a domandarmi se avessi da
proporgli un direttore per la *Confederazione Universale*,
giornale sbattuto dalle onde e dai venti
contrari. Ho pronunziato il tuo nome che fu accolto
con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai
libero, a fare il capitano di questo naviglio in
burrasca, e se saprai guidarlo con destrezza, e
condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi
grande ammiraglio della stampa.—Addio.»
[pg!355]

Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò
Metilde, chiuse l'uscio della camera, e le mise
sotto gli occhi una tabella piena zeppa di cifre,
che indicava in modo positivo il risultato finale
della liquidazione della sostanza paterna.—Una
rendita meschina!—

A scongiurare così desolante condizione non
restavano che due soli espedienti, o rassegnarsi
a vivere modestamente in campagna, o partire
per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione
d'un giornale cosmopolita.

Metilde escluse intieramente la prima proposta,
e non accettò nemmeno la seconda, riservandosi
di rispondere, dopo di aver consultata la famiglia.

Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le
dolorose contingenze del loro stato dopo la liquidazione
disastrosa, notificandogli le proposte del
marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione
sulla seconda, e unendovi una copia della
lettera di Roma, domandava consigli e suggerimenti
sulla condotta da tenersi.

Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un
nuovo incidente venne a rendere più irritante
la reciproca condizione delle due famiglie che
vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.

Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea
[pg!356]
si lamentava con tutti del testamento dello zio
Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.

La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo
di conservare il parco passivo, coll'abitazione
troppo grande che rappresentava un altro
capitale infruttifero, e le convenienze della moglie
che lo obbligavano a mantenere due cugini parassiti,
che gli costavano cari.

Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato
più di quanto meritava, e lo giudicava indegno
di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva
apprezzare.

Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva
sovente. Andrea si mise a rimproverare
Pasquale per tutto il tempo che passava colla
spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti
che non avevano bisogno d'essere tanto
lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più
utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse
tanto poltrone.

Questa verità fece saltare la mosca al naso del
domestico, il quale gli rispose, che anche lui
avrebbe qualche occupazione più seria che non
dovrebbe trascurare per simili frivolezze....

—Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...

—Voglio dire che se io avessi una bella moglie,
non vorrei che i mosconi le girassero d'intorno,
[pg!357]

—Balordo!... Silvio ha ragione di dire che
sei un vero briccone!...

—Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe
meglio anche lui di non ingannare sua moglie,
facendo la corte alla cugina!... questa sì è una
vera azione da briccone!...

Tali parole entrarono nel cuore di Andrea
come tante freccie avvelenate. Egli guardava il
cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non
sapeva trovare una parola da rispondere.

Pasquale con un sogghigno satanico accresceva
l'insulto e l'agitazione del padrone, il quale soffocava
a stento la gelosia, e il desiderio di vendetta.
La vista di quello scherno, la vergogna di
parere ridicolo, il furore della gelosia lo spinsero
a svelare un atroce segreto che chiudeva
gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello,
fece brillare davanti gli occhi di Pasquale quella
lama lucente e accuminata, e gli disse:

—Chiunque mi offenda deve pagare, con questa
lama nel ventre, tanto chi m'inganna, quanto
chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai
che non mento. Non mi fa paura nessuno!...
hai capito? nessuno!... saprò cogliere il momento
opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa
nè della galera, nè della forca, nè del boia!...

Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul
[pg!358]
vivo, colla doppia ferita del sospetto e della
vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver
soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente
l'infelice. Fu poi una dolorosa combinazione
che Andrea rientrando in casa fremente
di collera si scontrasse con Metilde, la
quale vedendolo cogli occhi stralunati lo credette
più ubbriaco del solito, affrettò il passo
per allontanarsi, mentre egli la chiamava ad
alta voce:

—Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non
abbiate paura di me, non sono ubbriaco di vino,
sono ubbriaco di collera contro quel bighellone
di vostro marito che ci tradisce tutti due....

Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla
porta di casa, e gli piantò in volto uno sguardo
interrogativo.

—Non vi siete mai accorta, egli continuò, che
vostro marito fa la corte a mia moglie?... non
sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?...
ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete
fare che delle cerimonie, dei complimenti,
delle smorfie!...

Metilde impallidiva, si metteva la destra sul
cuore, si sentiva mancare; la rivelazione e l'insulto
la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto
che la dilaniava da un pezzo si trasmutava
[pg!359]
in realtà; la speranza di ingannarsi svaniva
davanti quelle parole pronunziate da una
vittima. La misera donna traballò per qualche
passo, poi andò a cadere sopra una seggiola, nel
vestibolo.

—Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava
contro quel forsennato....

Attirata dalla schiamazzo comparve Maria;
indovinò con un colpo d'occhio di che cosa si
trattava, diede uno sguardo severo al marito,
senza degnarsi di proferire una parola.

L'aspetto di quella donna calma e serena impose
rispetto ad entrambi.

Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando
fra i denti.

Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti,
esclamava:

—Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!...
fino alla nausea.... fino alla disperazione!...
con questa gente!...

—Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo
rozzi ma onesti.... non lo credi?...

Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto
dirotto, e si ritirò nella sua camera.
[pg!360]




XX.
===


Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una
lettera per sua moglie. Era la risposta dell'avvocato,
che diceva fra le altre cose: «Quella
lettera di Roma è scritta evidentemente da un
matto, che vede il mondo attraverso il suo cervello,
che offre ad un amico l'impresa pericolosa
di dirigere un giornale screditato, per compiere
la sua rovina. Andando a Roma con quelle idee
non trovereste che gl'imbarazzi e la miseria. Il
disastro economico di tuo marito non lo obbliga
a fare nè il contadino nè il giornalista. In campagna
senza le cognizioni nè la pratica dell'agricoltore
egli non potrebbe vivere che in ozio,
condannando la moglie educata, e avvezza a vivere
nella buona società, a trascinare una vita
noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un
impiego fruttuoso, nella lotta scapigliata dei partiti
non avrebbe a subire che continui disinganni
[pg!361]
e pericoli. A Venezia non potrete più tenere
un appartamento, ma avete la nostra casa,
ove tu riprenderai le consuete abitudini, vivrai
coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche,
e colla sua onorata professione d'avvocato troverà
degli onesti compensi. Ecco il vostro solo
rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol
prodigo, e subiremo le conseguenze d'un matrimonio
troppo precipitato, senza la dovuta ponderazione
e le necessarie garanzie.»

Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo,
la tavola di famiglia rimase deserta.

Metilde lesse attentamente la lettera di suo
padre, la trovò ragionevole e generosa; la passò
a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle
mani tremanti dalla collera che lo strozzava,
non ebbe la forza che di pronunziare poche parole,
e interrotte:

—Rispondi a tuo padre che partiremo per
Roma.... che non ho bisogno della sua elemosina....
gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato»
l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione,
e le necessarie garanzie» e che le sue
offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno
prodotto un pessimo effetto, quello di esiliarti
per sempre da Venezia,... perchè tu non devi vederla
mai più!...
[pg!362]

—Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi
dei miei genitori.... nè della mia patria.

—Ho diritto di far rispettare la mia famiglia....
e di respingere con sdegno le parole ingiuriose
dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia
rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il
giovine inviperito.

—Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose
Metilde, con energia.

—Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito
con calma apparente.

—Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde,
con fiera fermezza, e alzando la destra verso
il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:

—Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel
Cristo!...

—Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della
collera, e sentendo che non poteva più frenare
lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera,
sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò
tutta la casa.

All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente
le scale, uscì dalla porta d'ingresso senza essere
veduta da nessuno, ed entrò nel parco.

La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno
d'aria libera e di solitudine, per raccogliere i suoi
pensieri.
[pg!363]

Era verso la metà del novembre, una nebbiola
trasparente si alzava dai prati, mentre il crepuscolo
rosseggiava ancora all'estremità dell'orizzonte.
I monti lontani passavano dalla tinta violacea
alla turchina, si confondevano col cielo, e
finalmente scomparivano nell'oscurità della notte.
La terra era coperta dalle foglie cadute dagli
alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo
della veste, e al rumore dei passi, gli uccelli
raccolti sui rami fuggivano in massa, producendo
l'effetto d'un soffio improvviso di vento. Poco
dopo il suo passaggio ritornavano al loro posto,
e si sentiva nel bosco un pigolìo confuso, che
andava scemando a poco a poco, e si diffondeva
il silenzio notturno, interrotto lievemente dallo
screpolo d'un ramo secco, o dalla lenta discesa
d'una foglia fra le ciocche dei pedali.

A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese
un lume, salì nella sua stanza, e fu sorpreso di
trovarla vuota.

—Un altro capriccio dispettoso!—esclamò, e
si gettò tutto vestito sul canapè per aspettare la
moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose meditazioni,
fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad
assopirsi, e finì coll'addormentarsi profondamente,
abbattuto da tante sensazioni diverse, e da tanti
pensieri.
[pg!364]

Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d'un
sogno spaventoso, alzò la testa sonnolenta, si sorprese
di non essere a letto, poi si ricordò del
motivo dell'aspettativa, guardò d'intorno, e rimase
meravigliato d'essere ancora solo. Guardò
l'orologio e diede un guizzo, era passata la mezzanotte!

—Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò
con qualche inquietudine; o era proprio un dispetto
ostinato!...—Prese il lume, e cominciò a
girare per le camere vicine, con infinite precauzioni,
per non risvegliare quelli che dormivano.
Visitò tutte le stanze che sapeva disabitate, per
vedere se si fosse addormentata sopra qualche
divano, ma erano tutte vuote. Esaminò le porte
di casa, ed erano chiuse come al solito; dunque
Metilde era rimasta fuori.—L'avranno creduta
nella sua stanza, ed essa non si sarà degnata di
picchiare;—e pensava,—dove diavolo può essere
andata? essa che ha paura di tutto! è davvero
sorprendente!...—Poi cominciava ad aver paura
anche lui....—ieri sera mi pareva in uno stato di
esaltazione.... mi ha veduto molto in collera.... se
avesse perduta la testa?... ah no!... mai!...

Piano piano aperse la porta con mano tremante,
lasciò il lume sul tavolo, e uscì. Era un bel chiaro
di luna. Cominciò a guardare intorno alla casa,
[pg!365]
sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente
in ogni angolo delle adiacenze, e non vide nessuno.
Allora entrò nel bosco, dove la luna non
penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli
alberi. Diede un'occhiata al laghetto e si sentì
la pelle d'oca.

La superficie tranquilla non aveva una crespa,
ma all'ombra faceva paura, perchè era nera
come un panno funebre. Si passò una mano
sulla fronte, e continuò a camminare sotto gli
alberi.

Al minimo rumore si fermava, e chiamava a
mezza voce:—Metilde.... Metilde sei qui?...—ma
nessuno gli rispondeva.

Sentiva il rimorso d'aver dormito un po' troppo,
di non aver cercato prima, sentiva di aver avuto
torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano dopo
tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!...
Girovagando inquieto con questi pensieri,
e con molti altri, vide dapprima un'ombra scura
sopra un banco ai piedi d'un albero, si avvicinò
rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era
proprio lei; ma chiamata per nome non rispose,
e non si muovea.

Quella rigida immobilità gli fece un'impressione
tremenda, un tremito di paura lo assalse,
non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo
[pg!366]
energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde
dormiva.

La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese
le braccia e le gambe, fece uno sbadiglio,
e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva
essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle
sue domande, si alzò in piedi e partì.

—Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa
pensi?...—nessuna risposta! continuava ad andare
avanti lentamente, e lui la seguiva, e pensava:

—È peggio assai di quanto io temeva!... non
è morta, ma è pazza!... e le diceva, con voce angosciosa:

—Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo
marito.... ascolta una parola.... fermati un momento;
ho da parlarti.... ma essa non gli dava
retta, e proseguiva impassibile la sua strada,
fino che veduta la porta aperta entrò in casa.

Silvio la accompagnava da presso, chiuse la
porta, prese il lume, essa lo precedeva, prese a
salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed egli
la seguì, ed anche quell'uscio fu chiuso.

Egli osservava tutti i movimenti di lei con
grande attenzione, vide che cercava qualche cosa,
le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi
quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto
e ricominciò a interrogarla.
[pg!367]

—Perchè non sei venuta a dormire?...

—Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.

—Perchè non hai picchiato alla porta?

—E tu perchè non sei venuto a cercarmi?

Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia,
una brutta e dispettosa commedia. Questi
pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del
marito, in una irritazione sdegnosa, che gli fece
dire sgarbatamente:

—Quando si tratta di fare dei dispetti non hai
più paura di niente, nemmeno d'un raffreddore,
o anche d'una malattia più grave!...

—Magari pure! rispose Metilde, così almeno
tutto sarebbe finito!...

—Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia
l'ultima volta che mi fai delle scenate; io non
amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.

—Sarà l'ultima volta!... te lo prometto.... te
ne dò la mia parola d'onore.... se questa sera
mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani
mattina....

—Con queste sballonate tu credi di farmi una
grande impressione, e invece mi fai dispetto...
Pare a sentirti che tu sia la donna più infelice
della terra!... ma che cosa ti manca?...

—Mi manca tutto! essa rispose; l'affezione e
il rispetto di mio marito, la pace domestica, le
[pg!368]
speranze dell'avvenire, e tante altre cose che
non dico....

—Alle corte: l'affezione e il rispetto non si
impongono, ma bisogna meritarli. In quanto alla
pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi dispetti
che la intorbidano, sei bisbetica, egoista,
intollerante, difficile in ogni cosa!

—Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono
le mie esigenze?.... vivo forse secondo il mio
stato?... o non mi hai condannata alla vita più
noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza....
fra un ubbriacone e la tua ganza!...

Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla
potente, e facendosele davanti coi pugni al viso
le disse:

—Voi mentite sfacciatamente!... insultate una
santa donna, la suora di carità della famiglia,
quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri
parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla
buona nonna e all'ottimo mio padre; essa vale
mille volte più di voi, non siete degna di mettervi
al suo paragone, e guai a voi! se osaste
ancora insultare la sua virtù.... civettuola orgogliosa....
e buona da nulla!...

Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida
come una morta, e disse, con voce tremante:

—Non mancavano più che questi insulti!... e la
[pg!369]
glorificazione d'una ipocrita che non inganna che
voi solo!... tutti gli altri la conoscono, tutti sanno
che è la vostra ganza!

—Basta così!... questa è una menzogna, è un'infamia;
tutti la benedicono, voi sola la calunniate
indegnamente!... ritirate subito questo insulto....

—Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso
suo marito.... lo ripete perfino il cocchiere!...

—Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati
balordi!... che insultano l'angelo della famiglia!

—Che sia maledetto quell'angelo, che divenne
il demonio dell'inferno!

—Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa,
maledetto il nostro matrimonio che ci
ha resi tanto infelici!

—Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura
è colma. Consolatevi che presto sarete libero
di continuare la vostra tresca, senza l'incomodo
della moglie....

—Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte
da ridere. Vi conosco troppo, voi e tutta la vostra
razza frolla.... non siete capaci di pungervi
un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza
prodotta dalla rappresentazione drammatica
di questa notte. E apparecchiativi a partire
per Roma!
[pg!370]

—Parto piuttosto per l'altro mondo!... il Sile
non è poi tanto lontano!... ricordatevi il mio giuramento
davanti il Cristo.... e siate sicuro che io
non giuro mai il falso.

Silvio alzò le spalle in atto d'incredulità e di
disprezzo, si sentiva soffocare dalla collera, provava
il bisogno di rompere qualche cosa, temeva
che l'eccesso dello sdegno lo spingesse a delle
escandescenze; volle fuggire il pericolo, uscì dalla
stanza, scese precipitosamente le scale, e si mise
a correre sotto gli alberi del parco, con passo
concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.

Era l'alba. L'aria fresca della mattina non
tardò a portare qualche refrigerio ai suoi nervi
malati, a calmare l'onda del sangue che gli bolliva
nelle vene, ma il suo cervello delirava.

—Quale funesto destino! egli pensava; quante
amarezze, quanti disinganni! E quale avvenire
mi attende?... la vita non è che un sogno rapido
e triste; a che servono le fatiche degli studi,
le lotte della politica, le agitazioni del mondo?
Appena cominciata l'azione.... tutto finisce! Qui,
in questa casa potevo vivere tranquillo e felice
i pochi giorni che mi sono concessi, come fece
mio padre, ma fui sordo a' suoi buoni consigli,
fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare
chi amavo teneramente, pago di false apparenze,
[pg!371]
ho ceduto il posto ad un idiota briccone; ho preferito
all'oro greggio l'orpello lucente, e mi sono
ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai
è inutile che mi faccia delle illusioni, la verità
è questa: detesto mia moglie, e adoro mia cugina!
tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a nasconderlo
a me stesso, malgrado la passione che
mi arde dentro, compressa violentemente da tanto
tempo, e prossima ad uno scoppio inevitabile....
Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche
prima d'essermene accorto, e non ho mai avuto l'ardire
di confessartelo, nemmeno quando eravamo
liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla
mia bocca una dichiarazione d'amore.... ma sa
tutto.... e mi ama!... sì, essa pure mi ha sempre
amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo
senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo
dell'anima, lo vediamo nello sguardo, nell'accento,
nel sorriso, lo proviamo nell'aria elettrizzata
dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi,
nel tocco delle mani!... La vera passione ha il
suo linguaggio arcano, ben più sublime delle
ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati
sufficienti per manifestare le più alte e profonde
sensazioni. Eppure con questa passione
nell'anima, e coll'arcana intelligenza dei nostri
cuori, io l'ho tradita!... l'ho abbandonata! e ne
[pg!372]
ho sposata un'altra!!... Non esisteva fra noi nessuna
promessa palese secondo le fredde abitudini
sociali.... ma le due anime erano già legate dalla
natura.... io avevo un debito segreto verso di lei,
le sono sfuggito con vera fellonia.... ma tali debiti
si pagano sempre, in questa o nell'altra vita!...
Iddio mi ha condannato al martirio in questo
mondo, ed ora incominciano le pene!...

Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato
il mio tradimento!... col buon senso pratico
che domina la sua vita, ha nascosto l'offesa,
ha sofferto in silenzio, ha accettato con rassegnazione
il compagno che le venne proposto dai
parenti, e lo tollera coi suoi vizii, e lo difende!...
ma non può amarlo.... non lo ama.... perchè ama
me solo!... e forse attende che io mi prostri ai
suoi piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....

Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito,
un idiota!... io attendevo senza pensarci, che Maria
venisse a confessarmi il suo amore, che venisse
a provocarmi con soavi parole davanti l'alterigia
spietata del mio contegno.... imbecille!!...

Ma la nostra passione è giunta a tale intensità,
che basterà una sola parola per farla prorompere....
e questa parola non l'ho ancora detta!—

Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato
dalla passione fomentata dalla collera, dal
[pg!373]
lungo digiuno, dalla notte insonne, vide Andrea
che usciva di casa collo schioppo in ispalla.

—Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è
giunto il momento di finirla!...—Rientrò in casa
con prudenti precauzioni, per non esser veduto
da nessuno, e reso sicuro dall'ora quieta della
mattina, e dal silenzio che regnava dovunque,
andò a picchiare _`addirittura` alla camera da letto
di Maria.

—Chi è? essa domandò.

—Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....

—Aspetta un momento, vengo subito, rispose.

Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca,
colla mente esaltata da pensieri strani.
Udiva nell'interno della camera uno scompiglio
affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette
che si chiudevano, sedie rimosse, e finestre che
si spalancavano. Quando tutto fu messo in assetto.
Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno,
gli disse:

—Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era
in disordine.... Ti sei alzato molto per tempo, che
cosa vuoi?...

—Vengo a farti una proposta, le disse il cugino,
una proposta definitiva, che metterà un termine
a tutte le nostre amarezze, che riparerà tutti
i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice....
[pg!374]
mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare
che l'unico impulso del cuore, e rispondimi
francamente sì o no senza esitazioni....

—Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c'è
sacrifizio che possa parermi troppo grave, se posso
vederti contento.... dimmi che cosa devo fare....

—Vieni a Roma con me....

—A Roma?... per che fare?... con chi?...

—A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo
paese.... è l'unico rimedio a tutto un passato di errori
funesti, seguìti da disinganni fatali. Io non amo
Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho
mai amato che te sola. Il nostro reciproco affetto
col suo silenzio eloquente è l'amore vero, tutto
il resto non è che inganno e illusione!...

—Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che
gettano fiamme, il tuo viso è stravolto, hai i capelli
irti sulla fronte, dimmi che ti senti male,
va nella tua camera....

—Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata,
non posso più vivere senza di te, tu devi esser mia
per sempre.... vieni e saremo felici!...

—Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri,
e mi proponi il disonore, la vergogna, il tradimento!...
e vuoi che siamo felici!... tu sei malato,
povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha
sconvolto il cervello....
[pg!375]

—Maria, rispondimi francamente, voglio sapere
se mi sono ingannato, se devo vivere o morire,
rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...

—Io non devo amare che mio marito....

—Ma tu non puoi amarlo!...

—Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui
e per lui.... tutto il resto è impossibile!... ritirati....
va.... tu mi proponi una infamia.... non sei degno
del nome che porti!...

—Maria, non rinnegare la voce della natura,
la vita, l'amore, tutto quello che è buono e che
è vero, per dei pregiudizii funesti, per un vano
rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!...
Maria.... Maria vieni con me, io ti prometto il
paradiso in cambio d'ogni sacrifizio....

—Tu vaneggi, e non mi offri che l'inferno, il
tradimento, la vergogna, il disonore, i rimorsi....
ritirati.... va.... te lo impongo in nome di tuo padre
che ci vede.... esci da questa stanza....—E così
dicendo con voce imperiosa, gli accennava la porta
col braccio alzato e l'indice disteso.

Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la
donna amata, spinto dall'amore sfrenato o dal
rimorso, alzò le mani giunte verso di lei....... e in
quel momento si spalancò la porta della camera,
e Andrea e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu
un minuto di sosta, e poi Andrea si slanciò verso
[pg!376]
Silvio colla mano armata dal coltello, e gli misurò
un colpo che venne sventato dal braccio di
Maria, la quale rimase ferita ad una mano, ma
potè disarmarlo. Alla vista del sangue che spruzzò
sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise
a gridare, chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente
giù dalle scale. Silvio si era alzato in piedi,
dicendo ad Andrea:

—Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque
soddisfazione, ma rispettate vostra moglie,
l'avete ferita brutalmente, senza rendervi conto
d'una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi
siete fitto in mente che io abbia sedotto vostra
moglie, ma se questo fosse vero non mi avreste
trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire
lontano da voi, che non la meritate; essa vi difende
e vi resta fedele malgrado i vostri torti.
Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale
siete indegno. Ora sono ai vostri comandi, che
cosa esigete da me?...

—Prima di tutto esigo che abbandoniate all'istante
questa casa, per mai più rimettervi il piede.

Silvio guardava Maria, interrogandola collo
sguardo. Essa finiva di bendarsi la mano, e dopo
d'aver calmato alquanto il marito, soggiunse:

—Andrea ha diritto d'imporvi quest'obbligo
e voi dovete obbedirlo.
[pg!377]

Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria
ed uscì senza proferire una parola. Era una protesta
o un segno di rassegnazione? nessuno poteva
saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li
accompagnava da lontano.

—Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava
Andrea dietro le spalle, in modo da non essere
udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna
che uno di noi due scomparisca dal mondo.

—È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a
seguirvi dovunque.

—Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea,
mia moglie ci sorveglia, allontanatevi, ma prima
di lasciare il paese, giuratemi che ci rivedremo.

—Vi dò la mia parola, che sarò pronto.

Maria afferrò il marito per l'abito, e lo trascinò
altrove. Silvio entrò nella sua stanza, per
fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto
gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse,
lo chiuse, si mise la chiave in tasca, e uscì per
cercare sua moglie. Fece il giro del parco, diede
un'occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico
dell'adiacenza per domandare se qualcuno l'avesse
veduta e trovò Pasquale che pareva molto
sorpreso d'incontrarlo e gli disse:

—Ah, padrone mio, credevo di non vederlo
più vivo!...
[pg!378]

—Perchè?...

—Ecco la ragione: questa mattina la signora
Metilde uscì per tempo, mi pareva molto agitata,
ho creduto prudente di seguirla a qualche distanza.
Essa vagava pei campi, camminava in
fretta, guardava il cielo, e faceva dei gesti strani.
Io le teneva dietro da vicino nascosto da una
siepe, quando s'incontrò col signor Andrea che
andava alla caccia, gli si fermò davanti, e le
disse:—Dove andate a quest'ora?...—Non lo
so, essa gli rispose seccamente.—E avete lasciato
solo vostro marito? quale imprudenza! e
soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di
casa, andrebbe a trovare mia moglie.—Silvio
è uscito prima di voi, e vi avrà veduto ad uscire,
essa gli disse:—Ah?... si sarà nascosto apposta
per ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia
di mia moglie.... sarà entrato nella sua camera....—Ah?...
se fosse vero! esclamò la signora Metilde;
ho un pensiero fisso al quale resisto ancora
perchè mi manca il coraggio; ma se avessi quest'ultima
prova, saprei compiere il mio destino!...—Allora
il signor Andrea la prese per mano, e
le disse:—Andiamo a vedere!—Essa lo seguiva
come una bambina, io mi acquattai dietro
la siepe per non essere scoperto, e non ebbi
tempo di avvertirvi prima che essi entrassero
[pg!379]
in casa. Quando seppi che vi avevano proprio
trovato in camera, vi piansi per morto! ma le
fantesche mi dissero che la sola padrona è ferita.
Me ne consolo con voi che l'avete scappata
bella!...

—E mia moglie l'hai più veduta?...

—Dopo quella scena non l'ho più vista. Ah
poverina! non la abbandoni troppo al suo dolore.
Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se l'avesse
veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso....
è in tale stato d'esaltazione che sarebbe capace
di commettere qualche imprudenza!...

Pareva che queste ultime parole lo colpissero
fortemente. Affrettò il passo, uscì dal cancello,
si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo
stesso ritornello della sera antecedente: dove
diavolo sarà andata a cacciarsi?...

Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni
della infelice: «mi è mancato il coraggio,
sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto
ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se
avessi quest'ultima prova saprei compiere il mio
destino» e si rammentava che gli aveva detto
fra le altre cose: «presto sarete libero, il Sile
non è tanto lontano!...» ed altre parole di pessimo
augurio.

Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse,
[pg!380]
era digiuno da ventiquattr'ore, esaltato da
passioni diverse, l'amore deluso, l'odio per Andrea,
il disgusto colla moglie, la ferita di Maria,
le minacce della moglie, e la sicurezza d'un duello
sanguinoso; vedeva buio nell'avvenire, e provava
delle allucinazioni paurose.

Camminava a caso, senza discernimento, colla
mente confusa, dimenticando talvolta perfino lo
scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva
d'un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso,
e domandava ai passanti se avessero veduto
per caso una signora bionda vestita in lutto. Ma
nessuno l'aveva veduta, e lui andava avanti.

Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso,
fra la porta di San Tommaso e la Barriera
Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava
curiosamente fece la solita domanda:

—Di grazia, avreste veduta una giovane signora
bionda, vestita così e così?

—Sì signore, è passata poco fa....

—Snella, vestita in lutto?

—Snella, vestita in lutto!

—È lei!... Da che parte si è diretta?

—Camminava sulle sponde del Sile, colla testa
bassa, arrestandosi sovente a guardare il fiume
ed osservando d'intorno, quasi volesse assicurarsi
che nessuno la seguiva....
[pg!381]

—È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio,
soggiunse, mi avete detto che andava da quella
parte?

—Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso
della corrente...

Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una
seria inquietudine, e rammentava con sempre maggiore
apprensione quelle tremende parole: «domani
avrò più coraggio... il Sile non è lontano....
sarete libero....» e pensava. Eppure se fosse vero?
se tornassi libero?... libero!... e costeggiava il
Sile, guardando attentamente i movimenti dell'acqua.

Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni
scuri dalla parte del mare, un'aria umida scuoteva
i rami dei pioppi e ne staccava le ultime
foglie ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella
minuta, l'acqua del fiume pareva inchiostro,
e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del
Sile è pieno di curve e di accidenti, e fa certi
mulinelli traditori che travolgono nelle loro spire
tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide da lontano
dei viluppi neri che giravano intorno d'un
gorgo, sotto ai roveti delle sponde. Corse spaventato
da quella parte. Erano mucchi di foglie
secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò
più liberamente, e tirò avanti. La pioggia
[pg!382]
veniva giù sempre più forte, non aveva nè mantello
nè ombrello; la strada era molle e fangosa,
egli proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato
di pantano fino al ginocchio, col presentimento
che finirebbe per trovare la sua donna
annegata. E pensava:—farò smentire il suo suicidio,
si crederà ad un accidente; le farò fare
degli splendidi funerali, e poi sarò libero.... libero!...
non resterà più che un solo ostacolo alla
mia felicità, quel rozzo villano....—e meditava
con truci pensieri di far sparire l'ostacolo.... aveva
la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva
coll'aver paura di sè stesso, per l'orrore dei suoi
pensieri. E tornando a idee più miti, diceva fra
sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in duello,
per non rendere impossibile ogni relazione con
Maria, e cercherò di lasciarmi ferire per eccitare
l'interesse di lei, e risvegliare la sua passione!...

Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi
la sera, pensò che i cadaveri degli annegati
non vengono a galla che molte ore dopo la morte,
e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche
sarebbero riuscite vane.

Salì sopra un'altura della riva, dove il fiume
faceva un gomito, slanciò un'ultima occhiata da
vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e non
vide altro che la tranquilla corrente la quale
[pg!383]
scendeva verso il mare senza il minimo ingombro,
poi diede uno scroscio di risa nervose, eccitate da
una nuova idea che gli attraversava il cervello:

—Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io
cerco mia moglie, come un'imbecille, sotto la
pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse ritornata
alla villa!...

Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente
la strada per lungo tratto, poi prese delle scorciatoie
attraverso i campi e i fossati, sprofondandosi
nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere,
camminando a dondoloni, fino che a notte
inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti il cancello
della villa. Ma quando si arrestò per suonare
il campanello gli venne in mente che in
quella stessa mattina, egli aveva promesso che
non avrebbe riposto il piede nella casa paterna.
Rimase sbalordito sulla soglia, si sentiva
mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche
soccorso. Ah! se Maria l'avesse veduto non
lo avrebbe certamente abbandonato sulla strada,
in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma la
sua dignità gl'imponeva di morire piuttosto di
domandare ad un villanzone rifatto di concedergli,
come una carità, l'alloggio nella casa paterna.
Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender
fiato e farsi coraggio.
[pg!384]

Dopo qualche esitazione risolse di chiedere
l'ospitalità in casa del maestro Zecchini, il quale
avrebbe potuto recarsi alla villa per chiedere notizie
di Metilde.

Andò dunque a picchiare a quella casa, poco
discosta dalla casa paterna. Nessuno rispondeva.
Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare
più forte, ma si facevano ancora aspettare.
Finalmente udì che si apriva un balcone, al primo
piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia
fantesca, che gli domandò in aria diffidente e
sospettosa:

—Chi è a quest'ora, e con questo tempo da
ladri?... di chi domandate?

—Domando del maestro Zecchini, e non sono
un ladro.

—Il maestro è a cena, e a quest'ora non riceve
nessuno, andate con Dio in santa pace.

—A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi
dunque Anastasia, non mi avete ancora conosciuto?—sono
Silvio Bonifazio.

—Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia,
il signor Bonifazio con questo tempo! a quest'ora!...
corro subito ad aprire—e scomparve.

Silvio sentì gli zoccoli dell'Anastasia che scendevano
per la scala di legno, ma attese invano
per lungo tempo che essa venisse ad aprire.
[pg!385]

La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire
il maestro di quella visita, ma egli non
voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito
colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore
che volesse ingannarlo per farsi aprire
la porta, e assassinarlo, non si è mai sicuri in
questi tempi!... e stava discutendo sul partito
da prendere, mentre Silvio aspettava sotto la
pioggia.

Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra
del piano superiore, e questa volta era la testa
calva del maestro che si presentava ad interrogare
il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo
venne tolto ogni dubbio e il maestro si decise a
discendere, e ad aprire la porta.

Ma quando vide entrare quella figura tutta
sciupata le vesti, e ricoperta di fango, egli mandò
un grido di terrore, credette d'essere caduto nell'inganno,
e non voleva persuadersi che fosse
Silvio Bonifazio.

—Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva
Silvio, sono io che vengo a mangiarvi la
cena, e a domandarvi un letto per questa notte....

—Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando
il maestro, che stentava a rimettersi dallo
spavento.

Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto
[pg!386]
la cappa del camino, coi piedi sul focolare; accesero
delle fascine, che rischiararono tutto l'ambiente,
e fecero fumare l'ospite inaspettato, che
pareva prendesse fuoco.

Intanto che l'Anastasia, con una spazzola, gli
levava il fango dalle scarpe, il maestro gli stropicciava
i vestiti con un cencio; egli li ringraziava,
e rispondeva alle domande ansiose del vecchio
amico:

—Ho corso dietro tutto il giorno a quella
matta di mia moglie, che ha scelto questa bella
giornata per andare al passeggio sulle rive del
Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima
di me.

—Io rientro appena dalla villa, gli rispose il
maestro, e nessuno ha mai saputo niente di voi
in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato a
letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera
donna, che mi raccontò la scena di questa
mattina. Essa era inquieta per voi due, non sapendo
dove siate andati senza i vostri bauli. Vi
ha fatti cercare tutto il giorno, ma invano. La
tua imprudenza ha messo il colmo alle sue disgrazie,
e tu puoi dire d'averla resa infelice due
volte!—Ma infine dove è tua moglie?...

—Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta....
ma posso giurarvi che io sono più morto che vivo!...
[pg!387]
Da più di trenta ore non mangio, mi agito, cammino
come uno scemo, senza sapere dove vado....

Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia
apparecchiò la tavola, e dopo pochi istanti servì
delle uova strapazzate con dentro delle salsiccie,
un'insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino
vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane
fresco, e delle frutta.

Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a
due palmenti, e non faceva complimenti col maestro
che continuava a riempirgli il piatto e il
bicchiere.

—Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli
disse il maestro.

—Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e
tutto eccellente, diceva Silvio; e poco dopo soggiunse—se
una tremenda apprensione non mi
intorbidasse la mente, potrei dire che questo è
stato il più lauto banchetto della mia vita!... non
ho mai mangiato con tanto appetito.

—Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti
un buon letto, riprese il maestro. Prendiamo
un'altra fiammata, poi andremo a dormire,
per questa sera non possiamo far altro. La notte
porta consiglio; domani faremo il resto.

Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno
intenso e profondo, ma dopo poche ore di riposo
[pg!388]
si destò improvvisamente, scosso da subitaneo
terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta,
galleggiante sul Sile.

Fra il sonno e la veglia non si ricordava più
dove fosse, e le tenebre della notte accrescevano
la tremenda impressione. Era bagnato di sudore,
e andava palpando il letto per raccapezzarsi.
Alfine si rammentò tutte le divagazioni del giorno
antecedente, il suo arrivo in casa del maestro,
e il suo imminente duello con Andrea. I pensieri
che lo assalivano erano così incalzanti e affannosi
che non gli fu possibile di dormire.

Gli pareva che il sangue gli bollisse nelle vene,
gettava le coperte che lo soffocavano, si rivoltava
nel letto che gli riusciva spinoso.

Soltanto all'alba riprese un po' di sonno, oppresso
dalla stanchezza.

Il maestro inquieto sulla sorte di Metilde si
alzò molto per tempo e corse alla villa per sapere
se c'era qualche notizia. Nessuno aveva
udito parlare di nulla. Il maestro confidò a Pasquale
l'arrivo di Silvio, e lo pregò che alla
prima notizia gli mandasse un pronto avviso, e
che intanto gli portasse il baule, affinchè il suo
ospite potesse cambiarsi.

Così Silvio si rimise in assetto, e appena fu in
ordine, voleva ripartire, alla ricerca della moglie
[pg!389]
smarrita, ma il maestro gli fece osservare che
era inutile fare delle ricerche senza nessun dato
positivo, senza sapere da qual parte rivolgere i
passi. Per semplice precauzione aveva mandato
un uomo fido ad orecchiare lungo il fiume, ed
in città; e aspettavano ansiosamente la distribuzione
dei giornali locali per vedere se la cronaca
cittadina avesse raccolto qualche sinistro
accidente.

Solo verso le dieci si vide da lontano Pasquale
che correva in direzione della casa del maestro
e si pensò subito che ci doveva essere qualche
notizia. E infatti egli portava una lettera all'indirizzo
di Silvio, giunta in quel momento alla
villa col messo postale.

Silvio lacerò rapidamente la busta con mano
nervosa, e con indicibile apprensione. Era il suocero
che gli scriveva, annunziandogli che Metilde
era giunta felicemente in Venezia; ed era
ritornata in famiglia, dopo tante amarezze, col
fermo proponimento di non vedere mai più suo
marito. S'era accorta da molto tempo della tresca
infame di lui, ma le mancava il coraggio di abbandonarlo.
Le maledizioni, e gl'insulti aggiunti
alla sua pessima condotta, e specialmente l'ultima
scena scandalosa la spinsero a mandare ad
esecuzione il suo divisamento. I genitori la approvavano
[pg!390]
pienamente, e in quello stesso giorno il
suocero avrebbe presentato al Tribunale la domanda
di separazione, facendo valere il diritto
della sposa agli alimenti, secondo la clausola del
contratto di nozze.

—Altro che annegata!... e quella maledetta
lavandaia di Treviso che m'aveva fatto credere
di averla veduta!...

—Non conosci ancora certe donne! gli disse
il maestro, non sai che si divertono a mandare i
mariti a spasso, e a tenerli lontani dalle mogli,
pensando di giovare al proprio sesso, è una vera
camorra. La lavandaia si è burlata di te, che
dovevi essere abbastanza ridicolo colla tua ingenuità!....

—Riconosco d'essere stato un asino!...

—Siamo sempre d'accordo, gli rispose il maestro,
non parliamone più. Adesso devi pensare
agli affari, a guadagnare gli alimenti per la moglie,
come li esige il suocero avvocato.

—Per mia moglie, osservò Silvio, gli alimenti
saranno magri!... e a me non resterà più un soldo
per vivere!

—Nè una donna da amare!... soggiunse il
maestro.

—Non importa.... domani posso esser morto!
osservò Silvio. Vado subito a Treviso a trovarmi
[pg!391]
i testimoni, e si deciderà la mia sorte, e quella
d'Andrea.

Prima di uscire svelò il segreto al maestro
Zecchini, il quale alzando le spalle gli rispose:

—Sei matto, non ti mancherebbe altro!... e poi
che testimoni d'Egitto! credi tu che quel mascalzone
d'Andrea sappia nulla di duelli e di testimoni;
egli la intenderà alla sua maniera, come
i villani, ti condurrà sul terreno per finirla a
pugni e a coltellate; e ti ammazzerà come un
cane dietro un albero!

—Oh! questo poi no!...

—Lasciami fare, vado io a terminare ogni questione....

—No, no, no, le cose non si devono fare a
questo modo, egli crederebbe che abbia paura di
lui.... io intendo di mandargli i miei testimoni
che gl'insegneranno le cose a dovere. Conosco
un ufficiale dell'esercito, e penso d'indirizzarmi
a lui....

—Il testimonio lo voglio far io!... disse il
maestro con fermezza, e mi pare di averne il diritto.
Figurarsi se posso permettere che due
matti facciano un altro scandalo, e accrescano
gli strazii di quella povera Maria con un delitto!...
Vado subito alla villa, aspettami qui, che fra non
molto sarò di ritorno.
[pg!392]

Silvio sperava che il maestro s'ingannasse,
aveva proprio voglia di trascinare l'avversario
sul terreno; si sentiva ben disposto tanto ad ucciderlo
che a morire, e attendeva con impazienza
il suo destino.

Ma il maestro aveva ragione. Andrea ignorava
tutte le leggi cavalleresche, credeva di fare un
duello in famiglia, senza tante cerimonie; e forse
era anche vero quello che aveva detto Zecchini:
avrebbe voluto giuocare di coltello, e ammazzare
l'avversario a tradimento.

Il maestro Zecchini non tardò a persuadere
Andrea Pigna che aveva torto, e che per rispetto
verso la moglie doveva rinunziare ad una vile
vendetta. Maria vedendo il marito fremente pregò
il maestro che persuadesse anche Silvio di lasciare
il paese.... e per sempre.

Non era possibile fare altrimenti, per la pace
di tutti, e per l'onore di Maria.

Silvio rilasciò al maestro Zecchini una procura
illimitata per compiere totalmente le divisioni di
famiglia, liquidare tutti i conti, e presentarne i
risultati all'avvocato Ruggeri, e fissare la parte
alla quale aveva diritto sua moglie.

E venne stabilito il giorno seguente per la partenza
di Silvio per Roma.

—Ma hai pensato seriamente a quello che fai?
[pg!393]
gli chiese il maestro, guarda bene di non commettere
delle nuove corbellerie, ne hai già fatte
anche troppe!... devi pensare sul serio a guadagnarti
il pane!...

—Perdio! rispose Silvio, vuoi che a Roma io
muoia di fame?...

—Il giornalismo non è per tutti.... che cosa
farai se non riesci?... sarai uno spostato!...

—Farò il cuoco!—disse il giovane in aria burlesca—e
sarò debitore a mia moglie di questo
ripiego. Essa non ha mai voluto saperne di occuparsi
del nostro pranzo; ci ho dovuto pensare
io, così ho imparato l'arte, e la metto da parte,
come dice il proverbio.

—Piccola differenza!... farai il giornalista....
od il cuoco?...

—Idealismo e positivismo, politica e cucina
paiono cose tanto disparate, eppure si avvicendano
continuamente; il pensare mette in appetito,
il mangiare modifica le idee; chi mangia
bene fa una politica da egoista, chi mangia male
una politica rivoltosa e rivoltante. Discutere gli
affari di Stato e la minuta del pranzo sono due
fatti positivi dai quali dipende sovente la pubblica
moralità. Mangiare e sognare, illudersi sempre!
ecco in che cosa consiste la commedia della
vita!...
[pg!394]

Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni,
e rideva per amor proprio soddisfatto.

Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata
solitaria intorno la villa paterna; diede l'ultimo
addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle memorie,
a quella pace.

Al mattino seguente il maestro Zecchini prese
a nolo una vettura e accompagnò alla stazione
l'amico che partiva.

Passando per l'ultima volta davanti al cancello
della villa, Silvio mandò un profondo sospiro,
e asciugandosi una lagrima disse al maestro:

—Potevo essere completamente felice in quella
dimora deliziosa, e vivere giorni sereni e tranquilli
con quella donna semplice e sublime.... ed
ho tutto perduto!...

Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica,
che faceva il più strano contrasto coi sentimenti
melanconici espressi da Silvio, il quale rimase
tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse
a quel modo.

—Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò
a rispondergli il maestro; non ho mai saputo
frenare il mio maledetto carattere, nè la mia
maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi
lamenti mi è venuto in mente un antico proverbio
[pg!395]
che dice: «l'asino non conosce la coda, che dopo
di averla perduta.»

Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma
era una verità; ed abbassò il capo, e non trovò
una sola parola da rispondere.

Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla
stazione si abbracciarono commossi, e Silvio
partì per Roma.

|
|

.. class:: center large

| FINE.

|
|

.. topic:: DELLO STESSO AUTORE:

   *Il Proscritto* (1853). 2.ª ediz. (Milano, Rechiedei, 1870).
   
   *Le donne hanno ragione* (Milano, Redaelli).
   
   *La vita campestre* (Rechiedei, 1870), 2.ª edizione.
   
   *Bozzetti morali ed economici* (Treviso, Zoppelli, 1868).
   
   *Ricordi d'un Eremita* (Milano, Rechiedei, 1870-74).
   
   *Ricordo di Treviso* (Treviso, Zoppelli, 1874).
   
   *Le Cronache del Villaggio* (Milano, Rechiedei, 1872).
   
   *Il Bacio della contessa Savina* (Treves, 1875). 3.ª ed. L. 1 —
   
   *Villa Ortensia* (Treves, 1876) L. 3 —
   
   *Novità dell'industria applicata alla Vita domestica*
   (Treves, 1879). 2.ª edizione L. 3 —
   
   *Il Roccolo di Sant'Alipio* (Treves, 1881) L. 3 50
   
   *Sotto i Ligustri*, novelle, reminiscenze dell'esilio e
   impressioni rurali (Treves, 1881) L. 3 50
   
   *Il Convento* (Treves, 1883). 2.ª edizione L. — 50
   
   *Il Dolce far niente* (Treves, 1884). 2.ª edizione L. 3 50

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (fruscio-fruscìo, nostalgia-nostalgìa e simili), correggendo senza annotazione
   minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi
   (tra parentesi il testo originale):

      | 95—subisce la dura `tirannide`_ [tirrannide]
      | 162—scelti nelle sale di `Guggenheim`_ [Guggenhein]
      | 198—e con vera `abnegazione`_ [annegazione]
      | 254—sdrucciolava giù `per`_ [per per] la gola
      | 342—Metilde e Andrea furono `malcontenti`_ [malcoltenti]
      | 372—andò a picchiare `addirittura`_ [addiritura]

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FAMIGLIA BONIFAZIO \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

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redistribution.


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and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

