Title: Il Pentamerone ossia La fiaba delle fiabe, vol. 2/2
Author: Giambattista Basile
Translator: Benedetto Croce
Release date: November 4, 2026 [eBook #79920]
Language: Italian
Original publication: Bari: Laterza, 1925
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79920
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library)
GIAMBATTISTA BASILE
IL PENTAMERONE
OSSIA
LA FIABA DELLE FIABE
TRADOTTA DALL’ANTICO DIALETTO NAPOLETANO E CORREDATA DI NOTE STORICHE DA
BENEDETTO CROCE
VOLUME SECONDO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1925
PROPRIETÀ LETTERARIA
APRILE MCMXXV — 67397
[1]
[3]
Tostoché per la visita del Sole, furono liberate tutte le ombre che erano state messe in carcere dal tribunale della Notte, tornarono nello stesso luogo il principe e la moglie insieme con le donne; e, per passare allegramente le ore che erano frapposte tra il mattino e quella del desinare, fecero venire i buttafuochi[1], e cominciarono con gran diletto a danzare, ballando il Ruggiero, la Villanella, il Conto dell’orco, la Sfessania, il Villano battuto, il Tutto il giorno con quella colombella, lo Stordiglione, il Basso delle ninfe, la Zingara, la Capricciosa, la Mia chiara stella, il Mio dolce amoroso fuoco, il Quella che vado cercando, la Cianciosa e cianciosella, l’Accorda-messere, la Bassa ed alta, la Chiaranzana con lo spuntapiede, il Guarda di chi m’andai a innamorare, l’Apri che ti giova, Le nuvole che per l’aria vanno, il Diavolo in camicia, il Campare di [4] speranza, il Cangia mano, la Cascarda, la Spagnoletta[2]; e chiusero con la Lucia canazza[3], per dar gusto alla schiava.
Cosí il tempo trascorse in modo che non se ne accorsero, e venne l’ora del mangiare, e fu messo loro davanti ogni ben del Cielo. Levate le mense, Zeza, che stava affilata come rasoio per raccontare la sua novella, disse quel che segue.
[6]
Cannetella non trova marito che le vada a genio; ma il suo peccato la fa incappare nelle mani d’un orco, che la condanna a trista vita, finché da un votacessi, vassallo di suo padre, è liberata.
È mala cosa, signori, cercar miglior pane che di grano[4], perché si viene poi a dover desiderare quello che s’era buttato via. L’uomo deve contentarsi dell’onesto, ché chi tutto vuole, tutto perde, e chi cammina per le cime degli alberi, ha tanta pazzia sul cocuzzolo quanto pericolo sotto i calcagni: come si vide nel caso di una figlia di re, che sarà materia del racconto che sto per farvi.
C’era una volta un re di Bellopoggio, che aveva maggiore brama di fare razza che non hanno i facchini delle esequie per raccogliere la cera[5]. Tanto che promise per voto alla dea Siringa[6], che, se gli faceva fare una figlia, le avrebbe messo nome Cannetella, per memoria che essa si era trasformata in canna[7]. E tanto pregò e strapregò che ottenne la grazia, ed [7] ebbe da Renzolla, sua moglie, una bella bambinotta, alla quale mise il nome che aveva promesso.
Cannetella crebbe a palmi e diventò lunga quanto una pertica. E allora il re le disse: «Figlia mia, già sei fatta (e il Cielo ti benedica) come una quercia, e sei nel punto giusto di accompagnarti con un maritino, meritevole di cotesta bella faccia tua, per mantenere la razza della casa nostra. Perciò io, che ti voglio bene quanto le pupille degli occhi miei e bramo il piacer tuo, desidero conoscere la qualità di sposo che tu vorresti. Quale sorta d’uomo ti andrebbe a genio? Lo vuoi letterato o spadaccino? garzoncello o attempato? brunetto o bianco e rosso? lungo della persona o bassottino?[8] stretto nei fianchi o tondo come un bue? Tu scegli ed io metto la firma».
Cannetella, che sentí queste larghe offerte, ringraziò il padre e gli dichiarò dapprima che essa aveva consacrato la sua verginità a Diana, né voleva per niun conto andarsi a perdere con un marito. Per altro, alle preghiere insistenti del re, finí col rispondere: «Per non mostrarmi sconoscente a tanto amore, mi contento di fare la volontà vostra; ma a patto che mi sia dato un uomo tale che non vi sia l’altro al mondo».
Lieto di questa risposta, il padre si pose dalla mattina alla sera alla finestra, squadrando, misurando e scandagliando tutti quelli che passavano per la piazza dinanzi al palazzo reale. Passò, finalmente, un uomo di assai buon garbo, ed egli disse alla figlia: «Corri, affacciati, Cannetella; e vedi se costui è a misura delle voglie tue». Ed essa lo fece venir su, e gli offersero un bellissimo banchetto, dove c’era quanto si [8] possa mai desiderare. Senonché, nel mangiare, cadde dalla bocca al fidanzato una mandorla; ed egli, chinatosi, la ripigliò destramente e la pose sotto la tovaglia, e, finito il desinare, se ne andò. Il re disse a Cannetella: «Come ti piace il fidanzato, vita mia?». Ed essa: «Toglimelo dinanzi cotesto goffo[9], perché un uomo grande e grosso come lui non doveva lasciarsi sdrucciolare una mandorla dalla bocca».
Il re, udito questo, andò ad affacciarsi un’altra volta; e, passando un altro giovane di buon taglio, chiamò la figlia per sapere se trovasse grazia presso di lei. Come la prima volta, Cannetella volle che salisse, e gli fu dato un banchetto; e, quando si finí di mangiare e quello si accommiatò, il re chiese alla figlia come gli piacesse. «Che ne voglio fare — essa rispose — di quello sgraziato? che doveva condurre con sé per lo meno due servitori, che gli levassero dalle spalle il ferraiuolo».
«Se è cosí — disse il re, — è pasticcio: coteste sono scuse da cattivo pagatore, e tu vai cercando peli per non darmi il gusto che ti chiedo. Risolviti, perché io ti voglio maritare, e trovare radice valida a far germogliare la successione della mia casa».
A queste parole stizzose, Cannetella parlò aperto: «Per dirvela, tata e signore, chiaro e come la sento, voi vangate nel mare e fate male il conto con le dita, perché io non mi assoggetterò ad uomo vivente, se non sarà tale che abbia il capo e i denti d’oro». E il travagliato re, sentendo che quella testa era dura, fece gettare un bando che chi nei suoi dominî si trovasse conforme al desiderio della figliuola, si facesse avanti perché gliela darebbe in moglie insieme col regno.
[9]
Aveva questo re un gran nemico, chiamato Fioravante, tanto da lui aborrito che non poteva vederlo neppur dipinto su un muro; il quale, udito il bando, poiché era un bravo necromante, chiamò una frotta di quelli che lontani siano, e comandò che gli facessero subito la testa e i denti d’oro. Risposero quelli che solo grandemente sforzati gli avrebbero reso questo servigio, per essere cosa assai strana nel mondo, laddove piuttosto gli avrebbero fornito le corna d’oro, come piú usitate al tempo d’oggi[10]. Ma egli li costrinse con scongiuri e incantamenti, e, infine, ne venne soddisfatto; e, quando si vide testa e denti di ventiquattro carati, andò a spasseggiare sotto le finestre del re.
Il re, a cui venne sott’occhio proprio quello che cercava, chiamò la figlia, la quale, guardando, subito disse: «Questo è quello: non potrebbe essere migliore, se lo avessi impastato con le mani mie stesse». E, quando Fioravante stava per levarsi e andar via, il re gli disse: «Aspetta un po’, fratello: come sei caldo di reni! Sembra che stii col pegno presso il giudeo, e che abbi l’argento vivo dietro e il pungolo sotto la codola. Piano, ché ora ti do bagagli e gente per accompagnare te e mia figlia, che voglio che ti sia moglie».
«Vi ringrazio — rispose Fioravante: — non ce n’è bisogno. Basta solo un cavallo, perché me la metto in groppa e me la porto a casa mia, dove non mancano servitori e mobili quanti l’arena».
Contrastarono per un pezzo, ma, in fine, Fioravante la vinse, e, alzatala sul cavallo, partí.
[10]
Alla sera, quando dal mulino del cielo si distaccano i cavalli rossi e vi si mettono i bovi bianchi, giunsero a una stalla, dove alcuni cavalli stavano alla mangiatoia. Lo sposo vi fece entrare Cannetella e le disse: «Bada bene! debbo fare una corsa fino alla mia casa, che ci vogliono sette anni per giungervi. Aspettami in questa stalla, e non venirne fuori, non lasciarti vedere da alcuno; perché, altrimenti, farò che te ne ricordi fino a quando sarai viva e verde». Cannetella rispose: «Io ti son soggetta ed eseguirò il tuo comando in ogni puntino[11]; ma vorrei sapere che cosa mi lasci per mantenermi in vita durante questo tempo». Replicò Fioravante: «Quel che rimane di biada a questi cavalli, basterà per te».
Considera ora che cuore fece la misera Cannetella, e se bestemmiò l’ora e il punto che aveva impegnato la volontà sua! Rimase fredda e gelata, e tanto largo pasto fece di lacrime quanto scarso di cibo, maledicendo la sorte e accusando le stelle di averla ridotta dal palazzo reale alla stalla, dai profumi al puzzo del letame, dalle materasse di lana barbaresca alla paglia, e dai buoni bocconi saporiti agli avanzi dei cavalli. Passarono tuttavia un paio di mesi di questa vita stentata, in cui ogni giorno si versava biada ai cavalli e non si vedeva da chi, ed essa, coi rilievi di quella mensa, sostentava il corpo suo.
In capo a quel tempo, affacciandosi a un pertugio, ammirò un giardino bellissimo, dov’erano tante spalliere di cedrangoli, tante grotte di cedri, tanti quadri di fiori e tanti alberi da frutta e pergole d’uva, che formavano una gioia agli occhi. E [11] a lei venne voglia di un grappolo d’uva moscadella[12], che aveva adocchiato, e disse tra sè: «Voglio uscire piano piano a strapparlo, e avvenga quel che voglia, e caschi il cielo! Che può accadere mai, di qua a cento anni? Chi glielo vuol dire, a mio marito? E, se anche lo venisse a sapere per disgrazia, che cosa mi può fare, infine? Questa è uva moscadella, e non uva cornicella!»[13]. Cosí uscí dalla stalla, e si ricreò lo spirito, assottigliato dalla fame.
Di lí a poco, prima del tempo stabilito, tornò il marito; e un cavallo, di quelli che erano nella stalla, accusò Cannetella di aver preso l’uva. Fioravante, sdegnato, cavò di tra i calzoni un coltello e voleva ucciderla. Ma essa si gettò a terra in ginocchi, e lo pregò di arrestare la mano, perché la fame caccia il lupo dal bosco; e tante cose aggiunse che Fioravante si placò. «Per questa volta — le disse, — ti perdono, e ti concedo la vita per limosina; ma, se un’altra volta il diavolo ti tenta, e io vengo a sapere che tu ti lasci vedere al sole, ti taglierò a minuzzoli. Dunque, sta’ in cervello, ché vado fuori un’altra volta, e veramente vi resterò sette anni; e solca diritto, ché non te la caveresti franca, ed io ti farei scontare il nuovo e il vecchio».
Ripartí, e Cannetella versò una fontana di lacrime, e, battendo le mani e percotendosi il petto e strappandosi i capelli, si lamentava: «Oh che non fossi stata mai generata al mondo, giacché mi doveva toccare questa sorte acerba! Oh, padre mio, come mi hai affogata! Ma perché mi dolgo di mio padre, se io stessa mi son fatta il danno, io stessa mi sono fabbricata [12] la mia sventura? Ho desiderato la testa d’oro per cader di piombo e morir di ferro. Oh, come mi sta bene che, per aver voluto d’oro i denti, fo adesso il dente d’oro! È castigo del Cielo: io doveva ubbidire alla volontà di mio padre, e non aver tanti ruzzi e capricci. Chi non ascolta madre e padre, fa la via che non sa». Non c’era giorno che non ripetesse questo lamento, sicché gli occhi suoi erano diventati due fontane e la faccia cascante e gialliccia, che moveva a pietà. Dove erano piú quegli sguardi saettanti? dove quelle mele vermiglione? dove il risolino di quella bocca? Neppur il padre l’avrebbe piú riconosciuta.
Ora, a capo d’un anno, per caso, passò dinanzi alla stalla il votacessi di corte, che Cannetella conobbe e chiamò, venendo fuori. Colui, che s’udí chiamare per nome, non ravvisando la povera giovane, tanto era mutata, ebbe a stupire. Ma, quando seppe chi essa era, e per qual modo si trovasse cosí cangiata dall’esser suo, in parte per pietà, in parte per guadagnarsi la grazia del re, la mise in una botte vuota che portava con sé, sopra una soma, e trottò alla volta di Bellopoggio.
Arrivarono al palazzo del re verso le quattro di notte, e, avendo picchiato alla porta, i servitori si affacciarono, e, quando sentirono che era il votacessi, gli scaricarono una doppia soma d’improperî, chiamandolo animale senza discrezione, che veniva a quell’ora a disturbare il sonno a tutti, e che se la cavava a buon mercato se non gli facevano piombare qualche sasso o macigno sulla zucca. Ma il re, destatosi al rumore, e avendogli un cameriere detto chi era che bussava, ordinò di farlo subito entrare, considerando che, se a un’ora cosí insolita si era presa la confidenza di recarsi a palazzo, qualche gran cosa doveva essere accaduta.
[13]
Alla presenza del re, il votacessi, scaricata la soma, aprí la botte, dalla quale uscí Cannetella, che ci volle altro che parole per farsi riconoscere dal padre; e, se non fosse stato per una verruca che essa aveva al braccio destro, poteva tornarsene indietro. Ma, poiché si fu accertato del fatto, il re l’abbracciò e la baciò mille volte; e le fece preparare subito una lavanda calda, e, quando si fu ripulita e rassettata, le dié da colazione, ché essa veniva meno dalla fame. «Chi me l’avesse detto, figlia mia — andava esclamando il padre, — di rivederti in questo stato! E che faccia è questa? Chi t’ha ridotta in questi mali termini?».
La figlia gli rispose: «Cosí sta la cosa, signore mio bello! Quel turco di Barberia m’ha fatto patire strazî da cane, e mi son visto ognora lo spirito ai denti. Ma non vo’ dirti quello che ho sofferto, perché è cosa che, quanto supera il sopportamento umano, altrettanto passa la credenza degli uomini. Basta, ora son qui, padre mio; e non voglio piú partire dai piedi tuoi: voglio piuttosto esser serva alla casa tua che regina in casa d’altri; piuttosto strofinacciolo dove tu stai, che manto d’oro, lontana da te; voglio piuttosto girare uno spiedo alla tua cucina, che tenere uno scettro sotto il baldacchino altrui».
In questo mezzo, Fioravante tornò dal suo viaggio, e i cavalli gli riferirono che il votacessi aveva trafugato Cannetella in una botte. Ed esso, subito, tutto scornato per la vergogna, tutto acceso di sdegno, corse difilato a Bellopoggio, e, trovata una vecchia che abitava di fronte al palazzo reale, le disse: «Chiedimi la somma che vuoi, madama mia, e lasciami vedere la figlia del re». Quella gli chiese cento ducati; e Fioravante, messa mano alla cintura, glieli contò subito l’un sull’altro. La vecchia lo fece salire sul battuto della sua casa, [14] dal quale vide Cannetella in una terrazza che s’asciugava i capelli[14].
Cannetella, come se il cuore le avesse parlato, si girò nel punto stesso dall’altra parte, e, avvedutasi dell’agguato, si precipitò per le scale al padre, gridando: «Signore mio, se non mi fate, in questo momento stesso, una camera con sette porte di ferro, io sono andata». «Per cosí poco ti vorrò perdere? — disse il re. — Si spenda un occhio e si dia soddisfazione a questa bella figlia mia!».
E subito — una toccata, una giocata, — furono fabbricate le porte.
Fioravante, saputo ciò, tornò alla vecchia, e le disse: «Che cos’altro vuoi da me? Ti darò quel che chiedi. Ma va’ alla casa del re col pretesto di vendere qualche scodellino di rossetto; e, entrando nella camera della figlia, mettile questa cartina tra le materasse, pronunziando, nel mettervela, le parole: — Tutta la gente resti addormentata, e Cannetella sola stia svegliata». La vecchia, per altri cento ducati, lo serví con ogni zelo. O misero chi lascia praticare in casa sua coteste brutte streghe, che, sotto specie di portar conci[15], ti conciano in cordovano l’onore e la vita!
Eseguito che ebbe la vecchia il suo buon ufficio, cascò tale sonno straordinariamente pesante su quelli della casa, che tutti dormivano come se fossero scannati; e solo Cannetella rimase [15] con gli occhi aperti. Sentendo, dunque, scassinare le porte di casa, si dié a gridare come bruciata dal fuoco; ma non era chi accorresse alle sue strida, di guisa che Fioravante poté gettare a terra tutte e sette le porte, e, saltato in camera, afferrare Cannetella, involta nelle materasse, per portarsela via. Ma volle la sorte sua che, in quell’atto, scivolasse a terra la cartellina messa dalla vecchia, e, sparsa la polvere che conteneva, l’intera famiglia si risvegliò, e, udendo gli strilli di Cannetella, corsero tutti, perfino i cani e i gatti della casa, e si scagliarono addosso al necromante e ne fecero macello. Cosí colui restò preso alla medesima tagliuola, che aveva preparata per la sventurata Cannetella, provando con suo danno che
non v’ha peggior dolore
di chi con l’armi sue ferito muore.
[16]
Penta respinge indignata le nozze propostele dal fratello e, tagliatesi le mani, gliele manda in dono. Quegli la fa gettare a mare in una cassa, che càpita a una spiaggia, dove un marinaio la raccoglie e conduce Penta a casa sua; ma la moglie, gelosa, la fa rigettare a mare nella stessa cassa. Raccolta da un re, gli diventa moglie; ma, pei raggiri della stessa malvagia femmina, è discacciata dal regno, e, dopo lunghi travagli, ritrova il marito e il fratello, e restano tutti contenti e consolati.
Udito il racconto di Zeza, dissero tutti di comune accordo che ci voleva questo e peggio a Cannetella, che cercava il pelo nell’uovo; e nondimeno provarono un gran senso di sollievo a vederla distrigata da tanti affanni. Dié materia a nuove considerazioni che essa, che aveva disprezzato tutti gli uomini, fosse ridotta a supplicare un votacessi, perché la levasse di travaglio. Ma, in questo, il re fece cenno a Cecca, che desse libertà al racconto suo, ed essa non fu tarda a obbedire, e disse cosí:
La virtú si cimenta nei travagli; la candela della bontà, dove piú è buio, piú luce; e le fatiche partoriscono il merito, e il merito si porta, attaccato all’ombelico, l’onore. Non trionfa chi si sta con le mani ai fianchi, ma chi mena le mani, come fece la figlia del re di Pietrasecca, che con sudori di sangue e pericoli di morte si fabbricò la casa della gioia; la storia delle cui fortune oggi mi sono messa in testa di raccontarvi.
[17]
Il re di Pietrasecca, rimasto vedovo, senza donna a fianco, fu istigato da Farfarello a prendere in isposa la propria sorella, Penta; onde un giorno, chiamatala da solo a sola, le disse: «Non è, sorella cara, da uomo di giudizio far andar via il bene dalla casa propria: oltre che non sai quel che ti tiri addosso, lasciandovi metter piede a gente forestiera. Ho riflettuto assai su questo punto e sono venuto infine nella risoluzione di prendere te per moglie. Tu sei fatta al fiato mio, e io conosco l’indole tua: conténtati, dunque, di fare con me quest’incastro, questa lega di botteghe[16], questo uniantur acta[17], questo misce et fiat potum[18], che condurremo l’uno e l’altra una vita serena».
Penta, al sentire questo sbalzo di quinta[19], rimase fuor di sé, e un colore le usciva e un altro le entrava; perché non avrebbe potuto mai immaginare che il fratello venisse a siffatte stravaganze e cercasse di dare a lei un paio d’uova barlacce, mentre esso proprio aveva bisogno, per suo conto, di cento uova fresche[20]. Stette, per un pezzo, muta, pensando [18] quale risposta potesse dare a domanda cosí impertinente e fuor di proposito; ma, in ultimo, scaricando la soma della pazienza, disse: «Se voi perdete il senno, io non voglio perdere la vergogna: mi meraviglio di voi che vi fate scappare dalla bocca proposte di cotesta sorta, che, se sono dette per celia, sono asinerie, se sul serio, puzzano di caprone; e mi duole che, se voi avete una lingua per dire di queste brutte cose, io abbia orecchie per udirle. Io, moglie a voi? Dove avete il cervello?[21]. Da quando in qua si fanno di coteste capriate[22], di coteste olle podride, di coteste mischianze? E dove stiamo? Al Ioio?[23]. Vi sono sorella o cacio cotto con olio?[24]. Mettete la testa a segno, per la vita vostra, e non vi fate piú scivolare dalla bocca parole come queste; se no, farò cose da non credere, e, se voi non mi onorerete come sorella, io non vi tratterò da quello che mi siete!». Ciò detto, corse in furia a chiudersi in una camera, puntellandola di dentro, e non vide la faccia del fratello per piú di un mese, lasciando lo sciagurato re, che era andato con una fronte da maglio a stancare le palle[25], scornato come un fanciullo che ha rotto l’orciuolo, e confuso come una cuoca alla quale il gatto ha portato via il tocco di carne.
A capo di quei tanti giorni, Penta fu citata di nuovo dal re alla gabella delle sue sfrenate voglie; ed essa volle appurare [19] esattamente di che cosa il fratello si fosse incapricciato nella persona sua, e, uscita dalla camera, lo andò a trovare. «Fratello mio, — gli disse — io mi sono vista e mirata allo specchio, e non trovo in questo mio volto cosa che possa essere meritevole dell’amor vostro; ché, in verità, non sono un boccone cosí goloso da far commettere pazzie alla gente». Il re le rispose: «Penta mia, tu sei tutta bella e compita dal capo al piede; ma la mano è quella che sopr’ogni cosa mi rapisce: la mano, forchettone che dalla pignatta di questo petto tira fuori le interiora; la mano, uncino che dal pozzo di questa vita porta sú la secchia dell’anima; la mano, morsa che stringe questo spirito, mentre Amore vi lavora di lima. O mano, o bella mano, che sei mestolo che minestra dolcezza, tenaglia che strappa le voglie, paletta che aggiunge carbone per far bollire il mio cuore!».
E piú voleva dire, quando Penta rispose: «Sta bene: v’ho inteso. Aspettate un po’, non vi movete di qui, ché or ora torno». E, rientrata nella sua camera, fece chiamare un suo schiavo mezzo insensato, gli consegnò un coltellaccio con un gruzzolo di patacche e gli disse: «Alí mio, tagliare mani mie, volere fare bella secreta e diventare piú bianca». Lo schiavo, credendo di farle servigio, con due colpi gliele troncò nette; e Penta, fattele mettere in un bacile di faenza, le inviò, coperte di un tovagliuolo di seta, al fratello, con l’imbasciata che si godesse quello che piú gli piaceva con buona salute e figli maschi.
Il re, vedendosi giocare questo tiro, montò in tanta collera che divenne furente, e ordinò di far subito una cassa tutta impeciata, dentro la quale cacciò la sorella e la gettò in mare. Dopo qualche giorno, la cassa, spinta dalle onde, dié in una spiaggia; e qui alcuni marinai, che tiravano la rete, [20] la presero e l’apersero, e vi trovarono Penta, bella piú assai della Luna, quando pare che abbia fatto la quaresima a Taranto[26]. E Masiello, che era tra quella gente il principale e il piú autorevole, se la condusse a casa, raccomandando alla moglie, Nuccia, di usarle carezze.
Ma costei, che era la mamma del sospetto e della gelosia, non appena il marito ebbe ripassato la soglia, tornò a cacciare Penta nella cassa, e la rigettò al mare. E qui, sbattuta dalle onde, tanto andò ballonzolando, finché fu scontrata da un vascello, sul quale navigava il re di Terraverde. Veduto galleggiare qualcosa di strano, il re fece calar la vela e mettere il battello a mare, e, tirata sú la cassa, l’aprirono e vi trovarono dentro la sventurata giovane, in quella cassa di morto bellezza viva. Sembrò al re di avere scoperto un gran tesoro, quantunque gli piangesse il cuore che uno scrigno, pieno delle gioie di Amore, fosse privo di maniglie. E la condusse al suo regno, assegnandola per damigella alla regina, alla quale essa prese a rendere ogni sorta di servigi, fino a infilare l’ago e cucire, a inamidare i collari e ravviare i capelli, tutto facendo coi piedi, onde essa era tenuta cara come una figlia.
Qualche mese dopo, citata la regina a comparire alla banca della Parca a pagare il debito alla natura, chiamò presso il suo letto il re. «Poco ancora può tardare — gli disse — l’anima mia a sciogliere il nodo matrimoniale col corpo; perciò sta’ sano, marito mio, e scriviamoci qualche volta. Ma, se mi vuoi bene e se desideri che quest’anima se ne vada consolata all’altro mondo, m’hai da fare una grazia». «Comandami, [21] muso mio dolce, — rispose il re; — ché se non ti posso dare in vita i testimoni del mio cuore, ti darò pegno in morte del bene che ti voglio». «Orsú — continuò la regina: — poiché me lo prometti, ti prego quanto posso che, dopo che a causa della polvere avrò chiuso gli occhi, tu ti sposi Penta, la quale, quantunque non sappiamo chi sia né donde venga, pure, al marco dei buoni costumi, si fa conoscere cavallo di razza»[27]. «Campami di qui a cent’anni! — replicò il re; — ma, quando tu avessi a dirmi buona notte per dare a me il cattivo giorno, ti giuro che me la prenderò per moglie, e non importa che sia priva di mani e scarsa di peso, perché delle cose tristi, come sono le donne, giova prenderne sempre il meno che si può». Ma queste ultime parole le borbottò nella lingua, perché la moglie non se ne offendesse.
Spenta che ebbe la regina la candela dei giorni suoi, il re prese Penta per moglie, e la prima notte la innestò a figlio maschio. Poi, bisognandogli compiere un’altra veleggiata al paese d’Altoscoglio, tolse licenza da lei e levò l’àncora. A capo di nove mesi, Penta dié alla luce un vago bambino, e se ne fecero luminarie per tutta la città, e subito il Consiglio spedí apposta una feluca per l’annunzio al re.
La feluca corse cosí forte burrasca, che ora si vide manteata[28] dalle onde e sbalzata alle stelle, ora rotolata in fondo [22] al mare; e, in ultimo, come volle il Cielo, dette in terra, a quella marina stessa dove Penta era stata raccolta dalla compassione di un uomo e donde era stata scacciata dalla crudeltà canina di una donna. Per disgrazia, proprio allora quella stessa Nuccia stava colà a lavare fasce e pannilini del suo fantoccio; e, curiosa come sono le donne dei fatti altrui, domandò al padrone della feluca di dove veniva, dov’era avviato, e per parte di chi. Il padrone rispose: «Vengo da Terraverde e vado ad Altoscoglio dal re, che è in quel paese, a dargli una lettera, per la quale mi mandano apposta. Credo che gli scriva la moglie; ma non ti saprei dire propriamente di che cosa si tratta». «E chi è la moglie di cotesto re?» — insisté Nuccia. E il padrone: «Per quel che intendo, dicono che è una bellissima giovane, chiamata Penta dalle mani mozze, perché le mancano tutte e due le mani. E ho sentito dire che fu trovata in una cassa in mare, e, per la sua buona sorte, è diventata moglie del re, e non so che cosa ora gli scriva di premura. Ma mi bisogna navigare col trevo[29] per arrivare presto».
Udito ciò, quella giudea di Nuccia invitò il padrone a bere, e, ubbriacatolo fin dentro gli occhi, gli tolse la lettera dalla saccoccia, e la portò ad uno studente, suo cliente[30], perché gliela leggesse. Ascoltò la lettura con tale un’invidia da schiattarne, che quasi non ci fu sillaba a cui non gettasse un sospiro; e poi, dallo stesso studente, fece falsificare quella mano di scrittura e comporre un’altra lettera, nella quale si diceva che la regina aveva partorito un cane deforme, e si aspettavano gli [23] ordini per quel che s’avesse a fare. Scritta e sigillata la lettera, la rimise nella saccoccia del marinaio, il quale, quando si fu scosso dal sonno, vedendo che il tempo si era rasserenato, andò a orza a orza a prendere garbino[31] in poppa.
Quando arrivò presso il re e gli ebbe consegnata la lettera, il re rispose che facessero stare allegra la regina e le raccomandassero di non prendersi nemmeno un’oncia di dispiacere, perché si trattava di cose permesse dal Cielo e l’uomo dabbene non deve rivoltarsi contro le stelle. Sulla via del ritorno, il padrone giunse, dopo due sere, di nuovo alla casa di Nuccia, la quale, fattigli grandi complimenti, lo rimpinzò di cibo e lo colmò di vino, sicché andò daccapo a gambe in aria, e, infine, pesante e stordito, si buttò a dormire. Nuccia gli frugò nella tasca di coscia[32] e trovò la risposta, e corse a farsela leggere; e poi ve ne sostituí un’altra falsa, con la quale si comandava al Consiglio di Terraverde di far subito subito bruciare madre e figlio. E il padrone, quando ebbe digerito il vino, ripartí.
Allorché egli, giunto a Terraverde, presentò la lettera del re, e il Consiglio la lesse, fu un grande susurro tra quei saggi vecchioni, e, assai dibattendo quest’affare, conclusero che il re o era diventato pazzo o era stato affatturato, perché, avendo una perla di moglie e un gioiello di erede, voleva fare di entrambi polvere pei denti della Morte. Per questa considerazione, vennero nell’avviso di prendere la via di mezzo, mandando la giovane col figlio a errare pel mondo, che non se ne avesse piú nuova alcuna; e cosí, provvistala di una [24] manata di tornesetti per campare la vita, levarono dalla cassa reale un tesoro, dalla città una lanterna splendente, dal marito due puntelli delle sue speranze.
La povera Penta, vedendosi dare lo sfratto, quantunque non fosse né femmina disonesta, né parente di bandito, né studente fastidioso[33], si prese in braccio il suo cetriuolo, che innaffiava di latte e di lacrime, e s’avviò verso Lagotorbido. Era di quel luogo signore un mago, che, ammirando questa bella storpia che storpiava i cuori, costei che faceva piú guerra coi suoi moncherini che Briareo con le cento mani, volle sentire tutt’intera la storia delle sventure che aveva sofferte da quando il fratello, per essergli negato il pasto della carne, volle farla pasto ai pesci, fino a quel giorno che aveva messo piede nel suo regno.
Il mago, all’amaro racconto, versò lacrime senza fine, e la compassione, che gli entrava pei pertugi delle orecchie, vaporava in sospiri per lo spiraglio della bocca. Alla fine, la confortò con buone parole: «Sta’ di buona voglia, figlia mia, che, per infracidita che sia la casa di un’anima, si può reggere tuttavia, se la puntella la speranza. Perciò, non lasciare smarrire l’animo; ché il Cielo tira talvolta le disgrazie umane all’estremo della ruina per fare piú mirabile l’opera sua. Non dubitare, dunque, perché tu hai trovato in me mamma e padre, e io t’aiuterò col mio sangue stesso».
La povera Penta lo ringraziò: «Non importa — gli disse — che il Cielo piova disgrazie e grandini ruine, ora che sono sotto la tettoia della grazia vostra, di voi che potete e valete; [25] e già questa vostra bella faccia m’incanta». E cosí, dopo mille parole di cortesia da una parte e di ringraziamento dall’altra, il mago le assegnò un ricco appartamento nel palazzo suo e la fece governare come una figlia. E, la mattina dopo, ordinò di pubblicare un bando: che alla persona che fosse venuta alla sua corte a raccontare la piú grande delle disgrazie, avrebbe dato una corona e uno scettro d’oro: due belle cose, che valevano piú d’un regno.
Correndo questo grido per tutta l’Europa, vennero al paese del mago piú gente che non siano i broccoli, per guadagnarsi la ricchezza promessa. E chi raccontava che aveva servito in corte tutta la vita, e, dopo avervi perduto il ranno e il sapone, la gioventú e la salute, era stato pagato con un caciocavallo. Chi diceva che gli era stata fatta un’ingiustizia da un superiore e non gli era concesso di lagnarsene, tanto che gli bisognava inghiottire la pillola e non evacuare la collera. Uno si lamentava di aver posto tutte le sue sostanze in una nave, e che un po’ di vento contrario gli aveva tolto il cotto e il crudo. Un altro si doleva di avere speso tutti gli anni suoi a esercitare la penna, senza cavarne mai l’utile di una sola penna; e, soprattutto, si disperava che le fatiche della penna sua avevano avuto cosí poca ventura, laddove le materie dei calamai[34] erano tanto fortunate al mondo.
In questo mezzo, il re di Terraverde tornò nel regno e, trovata a casa quella dolce bevanda che non s’aspettava, proruppe in atti da leone scatenato, e avrebbe fatto scuoiare tutti i consiglieri, se essi non gli avessero senz’altro posto sott’occhi la lettera che avevano ricevuta da lui. Ma, quando la vide, e conobbe la falsa mano di scrittura, chiamò a sé il corriere [26] e gli ordinò di raccontare tutto quanto gli era occorso nel viaggio. Cosí, a poco a poco, venne a penetrare che la moglie di Masiello gli aveva macchinato la rovina; onde, armata subito una galea, andò di persona a quella spiaggia. Ivi, ritrovata la femmina, con bel modo le cavò di corpo tutto l’intrigo; e, avendo inteso che causa del fatto era stata la gelosia, volle che essa diventasse di cera e, incerata e spalmata di sego, la fece mettere sopra una grande catasta di legna secche, alla quale fu dato fuoco.
Poiché ebbe assistito alla fiammata, e veduto che il fuoco, vibrando una lingua rossa rossa, s’era divorata la trista femmina, fece vela; e, in alto mare, incontrò una nave, che portava il re di Pietrasecca. Dopo molte cerimonie scambievoli, questi disse all’altro che navigava verso Lagotorbido a causa del bando pubblicato dal signore di quel luogo, per tentare la sorte sua, come colui che non cedeva per mala fortuna al piú dolente uomo del mondo.
«Se è per questo — disse il re di Terraverde, — io ti salto di sopra a piedi giunti, e posso dare quindici e fallo[35] al piú sventurato che sia al mondo; e, dove gli altri misurano i dolori a lucernette[36], io li posso misurare a tomoli. Perciò voglio venire con te, e facciamola tra noi da galantuomini, e chi di noi vince, spartirà da buon compagno esattamente la vincita». «Siamo intesi», disse il re di Pietrasecca; e si dettero reciprocamente la fede.
Andarono cosí di conserva a Lagotorbido, dove, approdati, si presentarono al mago, che li onorò di grandi accoglienze, [27] quali si convenivano a teste coronate, e li fece sedere sotto il baldacchino, salutandoli mille volte benvenuti. E, poiché ebbe udito che si presentavano alla prova degli uomini sventurati, volle conoscere quale peso di dolore li rendesse soggetti agli scirocchi dei sospiri.
Il re di Pietrasecca cominciò allora a narrare l’amore che aveva posto al sangue suo, l’atto da donna onorata che fece sua sorella, il fiero cuore che egli mostrò col chiuderla in una cassa impeciata e gettarla a mare; per le quali cose, da una parte, lo trafiggeva la coscienza del proprio errore, e dall’altra, lo pungeva l’affanno della sorella perduta; di qua, lo tormentava la vergogna, di là il danno; di guisa che tutti i dolori delle piú angosciate anime dell’inferno, posti a un lambicco, non sgocciolerebbero una quintessenza di affanni come quelli che provava il cuor suo.
Finito ch’ebbe questo re di parlare, incominciò l’altro: «Oimè, che le doglie tue sono ciambellette inzuccherate, franfellicchi e strúffoli[37] a paragone del dolore che io sento, perché quella Penta dalle mani mozze, che trovai nella cassa come torcia di cera di Venezia[38] per fare le mie esequie, io la presi per moglie, ed essa mi partorí un bel bambino, e, per malignità di una brutta arpia, poco è mancato che non fossero l’una e l’altro arsi dal fuoco. Nondimeno, oh chiodo del mio cuore! oh dolore per cui non mi posso dar pace! li hanno scacciati [28] tutti e due, mandandoli fuori del mio stato; di tal che, vedendomi alleggerito di ogni piacere, non so come, sotto la soma di tante pene, non caschi prostrato a terra l’asino della mia vita!».
Udito il mago l’altro re, conobbe al fiuto che l’uno era il fratello e l’altro il marito di Penta; e, fatto chiamare Nufriello, il fanciullo, gli disse: «Va’, e bacia i piedi a tata, signore tuo»; e il fanciullo obbedí al mago. Il padre, vedendo la buona grazia di quel marmocchietto, gli gettò una bella catena d’oro al collo. Dopo di che, il mago tornò a parlare: «Bacia la mano allo zio, bel ragazzo mio»; e quel bel pacioncello fece subito l’ubbidienza; e l’altro re, ammirando la vivacità di quella fraschetta, gli dié un bel gioiello, e domandò al mago se gli era figlio, e quegli rispose che ne domandasse la madre.
Penta, che, nascosta dietro una portiera, aveva ascoltato tutto questo negozio, venne fuori; e, come cagnolina sperduta che, ritrovando dopo tanti giorni il padrone, lo lecca, scodinzola, e fa mille segni di allegria, essa, ora correndo al fratello ora al marito, ora tirata dall’affetto dell’uno, ora dalla carne dell’altro, abbracciava ora questo ora quello, con tanto giubilo che non si potrebbe immaginare. Fa’ conto che eseguivano un concerto a tre di parole smozzicate e di sospiri interrotti.
Fatta pausa a questa musica, si ritornò a carezzare il fanciullo, e ora il padre e ora lo zio a vicenda lo stringevano e lo baciavano, e se ne andavano in brodo di giuggiole. E, dopo che da questa parte e da quella fu fatto e fu detto, il mago concluse con queste parole:
«Sa il Cielo quanto esulta il mio cuore a vedere consolata la signora Penta, la quale per le sue belle qualità merita di essere tenuta in palma di mano e per la quale ho cercato [29] con tanta industria di condurre a questo regno il marito e il fratello, per darmi all’uno e all’altro schiavo incatenato[39]. Ma, poiché l’uomo si lega con la parola e il bue con le corna, e la promessa di un uomo dabbene è contratto, giudicando che il re di Terraverde abbia sofferto dolore da morire, gli voglio mantenere la parola e dargli non solo la corona e lo scettro promessi col bando, ma altresí il regno. Io non ho né figli né fastidî di famiglia; e perciò, con buona grazia vostra, voglio per miei figli adottivi questa bella coppia di marito e moglie, che mi sarà cara quanto le pupille degli occhi. E perché non ci sia piú altro da desiderare alla felicità di tutti, orsù, Penta si metta i moncherini sotto il grembiule, ché ne trarrà fuori le mani, piú belle che non erano prima».
Penta cosí fece, e la cosa riuscí appuntino come il mago aveva detto. E di ciò la gioia fu grandissima; e ne gongolarono tutti, e particolarmente il marito, che stimò piú assai questa bella fortuna che il nuovo regno donatogli dal mago. Dopo aver trascorso alcuni giorni in magnifiche feste, il re di Pietrasecca se ne tornò al regno suo, e il re di Terraverde, mandato il cognato al suo minor fratello perché da sua parte lo incaricasse della cura dello stato, rimase col mago, scontando a canne di diletto le dita di travaglio che aveva sofferte, e rendendo testimonio al mondo che:
non può il dolce aver caro
chi provato non ha, prima, l’amaro.
[30]
Renza, chiusa dal padre in una torre, per esserle stato predetto dagli astrologi che sarebbe morta a causa di un osso maestro, s’innamora di un principe, e con un osso, portatole da un cane, fora il muro e fugge. Ma, vedendo l’amante suo ammogliato baciare la sposa, muore di crepacuore, e il principe, per l’angoscia, si ammazza.
Mentre Cecca, con grande affetto, narrava questa storia, si vide un’olla podrida di piacere e di disgusto, di consolazione e di affanno, di riso e di pianto. Si piangeva per le sventure di Penta, si rideva per la fine che ebbero i suoi travagli; ci si angosciava a vederla in tanti pericoli, ci si consolava che fosse, con tanto onore, salvata; s’ebbe disgusto dei tradimenti che le erano stati fatti e si provò piacere della vendetta che ne seguí. Intanto Meneca, che stava armata al chiacchierare, mise mano ai ferri, dicendo:
Suole accadere spesse volte che, quando l’uomo crede di fuggire una mala sciagura, proprio allora l’incontra. E perciò l’uomo savio deve porre in mano del Cielo tutti gl’interessi suoi, e non cercare circoli di maghi e tubi di astrologi; ché, altrimenti, procacciando di prevedere i pericoli da prudente, casca nei precipizî da bestia. E che ciò sia vero, udite.
[31]
C’era una volta un re di Fossostretto, che aveva una bella figlia, e, desiderando conoscere la sorte scritta per lei nel libro delle stelle, chiamò tutti i necromanti, astrologi e zingari[41] di quel paese. Venuti costoro alla corte reale, chi scrutò le linee della mano, chi i segni della faccia, chi i nèi sulla persona di Renza (ché cosí si chiamava la figlia del re), e ognuno disse il suo parere. La maggioranza dei convenuti, per altro, concluse che essa correva pericolo, per un osso maestro[42], di sturare la chiavica maestra della vita.
Avuto quest’oroscopo, il re volle gittarsi innanzi per non cadere, e fece fabbricare una bella torre, dove rinchiuse la figliuola con dodici damigelle e una donna di governo, che la servissero: ordinando, pena la vita, di porgerle sempre, per evitare l’avverso pianeta, carne senz’osso.
Ora, essendo Renza cresciuta come la Luna, un giorno che guardava dalla finestra della torre, attraverso un cancello di ferro, passò Cecio, figlio della regina di Vignalarga, il quale, a vedere una cosa cosí bella, subito si sentí tutto rimescolare. E, poiché quella gli rese il saluto e accennò un bocchino a riso, prese animo e, fattosi piú sotto la finestra, le disse: «Addio, protocollo di tutti i privilegi della natura; addio, archivio di tutte le concessioni del Cielo; addio, tavola universale di tutti i titoli della bellezza!».
Renza, all’udirsi dare queste lodi, per la vergogna si fece piú bella, e, buttando nuove legna sul fuoco di Cecio, gli versò, come disse quello, sulle scottature acqua bollente. E, non volendo essere vinta di cortesia da Cecio, rispose: «Sii il benvenuto, o dispensa del companatico delle Grazie, o magazzino [32] delle mercanzie della Virtù, o dogana dei traffici di Amore!».
Cecio replicò: «Come mai sta in una torre rinchiuso il castello delle forze di Cupido? Come sta cosí carcerata colei, che è la prigione delle anime? Come sta dietro un cancello di ferro un pomo di oro?».
Renza gli raccontò allora come la cosa andava; e Cecio le disse com’egli fosse figlio di regina, ma vassallo della bellezza sua, e che, se si fosse contentata di svignarsela al regno suo, le avrebbe posto sul capo la corona. E quella, che, sentendo di aver preso odor di chiuso tra quelle quattro mura, non vedeva l’ora di sciorinarsi all’aria aperta, accettò il partito; e gli dié appuntamento per la mattina, quando l’Alba chiama gli uccelli a testimoni della macriata[43] che le ha fatto l’Aurora, per scappar via insieme. Cosí, gettatogli un bacio dall’alto della finestra, rientrò, e il principe si ritrasse al suo alloggiamento.
Renza stava pensando al modo di scapolarsela e gabbare le damigelle, quando un certo cane corso, che il re teneva [33] per guardia della torre, entrò in camera sua con un grande osso maestro in bocca, e, mentre se lo rosicchiava sotto il letto, Renza, chinandosi, vide l’osso. Subito pensò che fosse strumento che la Fortuna le mandava ai casi suoi; e, scacciando il cane dalla camera, glielo strappò. Dié poi a intendere alle damigelle che le doleva il capo, e che perciò la lasciassero riposare senza disturbarla; e puntellò la porta.
Cosí sola, si mise con l’osso a lavorare come un muratore di mestiere; e, scantonando una pietra dal muro, tanto fece che la distaccò e sfabbricò in modo che si poteva senza fatica passare per l’apertura. Stracciò poi un paio di lenzuola e le attorcigliò come una corda; e, quando fu rimossa la tela delle ombre dalla scena del Cielo perché l’Aurora usciva a fare il prologo[44] della Tragedia della Notte, avendo udito il fischio di Cecio, attaccò il capo delle lenzuola a uno stipite, e si lasciò scivolare giù nella via. Cecio l’abbracciò teneramente e, postala sopra un asino sul cui dosso aveva gittato un tappeto, s’avviarono alla volta di Vignalarga.
A sera, giunsero in un luogo chiamato Viso e alloggiarono in un bellissimo palazzo, dove Cecio appose i termini al bel podere che aveva acquistato, come segnali della possessione amorosa. Ma la Fortuna ha il vizio di arruffar la matassa, di guastare il giuoco e di dar di naso in tutti i buoni disegni degli innamorati; e questa volta, nel meglio dei loro diletti, fece arrivare un corriere con una lettera della madre di Cecio, la quale gli diceva di partir sull’istante per rivederla, [34] altrimenti non l’avrebbe ritrovata viva; giacché essa tirava quanto piú poteva, ma si trovava già sul punto di arrivare al rum e bus[45] dell’alfabeto della vita.
A questa cattiva notizia, Cecio disse a Renza: «Cuor mio, il negozio è d’importanza, e bisogna che io corra per le poste per giungere in tempo. Tu trattieniti cinque o sei giorni in questo palazzo, ché io torno subito o mando gente a prenderti».
Scoppiò in pianto Renza, al triste annunzio, e rispose: «Oh sciagurata la mia sorte, come presto è calata alla feccia la botte dei miei piaceri! Come è scesa al fondigliolo la pignatta dei miei spassi! Com’è ridotta al rimasuglio la cesta delle mie contentezze! Me misera, ché se ne scorrono con l’acqua le mie speranze; mi vanno in crusca i disegni, e si risolve in fumo ogni mia soddisfazione! Appena ho cominciato a gustare questa salsa reale, che il boccone mi si è fermato in gola; appena ho appressato le labbra a questa fontana di dolcezza, che mi si è intorbidato il diletto; appena ho visto spuntare il sole, che posso dire: — Buonanotte, zio pagliericcio!».
Queste e altrettali parole uscivano dagli archi turcheschi di quelle labbra a trafiggere l’anima di Cecio, quando questi le disse: «Sta’ zitta, o bel palo della mia vita, o chiara lanterna di questi occhi, o giacinto confortativo di questo cuore[46], ché presto sarò di ritorno. Le miglia di lontananza non potranno [35] fare ch’io mi scosti un palmo da questa bella persona; non potrà la forza del tempo sbalzar via l’immagine tua da questa testa. Càlmati, riposa il cervello, asciuga gli occhi, e serbami nel cuore». Con queste parole, montò a cavallo e prese a galoppare verso il suo regno.
Renza, che si vide piantata come un cetriuolo, s’avviò appresso a lui, dietro le orme di lui; e, spastoiato un cavallo che trovò a pascere in un prato, si mise a correre sulla via che egli aveva percorsa. Nel cammino, si scontrò col garzone di un romito; e subito scese da cavallo e fece cambio delle sue vesti, che erano tutte guarnite d’oro, col sacco e con la corda che quegli portava. Si gettò addosso il sacco, si cinse la corda, essa che cingeva le anime col laccio d’amore, e tornò a cavalcare, spronando con le calcagna il cavallo, tanto che in poco tempo raggiunse Cecio, e gli disse: «Ben trovato, gentiluomo mio!». «Ben venuto, padricello mio, — rispose l’altro: — donde si viene e dove siete avviato?». E Renza:
Vengo da parte dove sempre in pianto
si sta una donna, e dice: — Oh bianco viso!
Deh, come ti perdei, che m’eri accanto![47].
Cecio, che non la riconosceva e credeva che fosse un ragazzo, esclamò: «O bel giovane mio, quanto mi è cara la tua compagnia! Perciò fammi un piacere, e prenditi le mie pupille: non ti partire mai dal mio fianco e, di volta in volta, ripetimi questi versi, ché, proprio, mi solletichi il cuore!».
[36]
Cosí, col ventaglio delle chiacchiere sventolandosi pel caldo della via, giunsero insieme a Vignalarga. Colà trovarono che la regina aveva dato moglie a Cecio, e per questo lo aveva mandato a chiamare con un’astuzia; e la moglie già stava in ordine e l’aspettava. Cecio pregò la madre di tenere in casa e trattare come suo fratello il giovane che l’aveva accompagnato; e, poiché la madre acconsentí, lo fece stare sempre accanto a sé e mangiare a una stessa tavola con la sposa.
Considerate che cuore faceva la sventurata Renza e se inghiottiva noce vomica! Con tutto ciò, essa di volta in volta ripeteva i versi che tanto piacevano a Cecio. Ma, quando si fu levata la mensa e la sposa si ritirò in una cameretta per parlare da sola a solo con Cecio, Renza, per aver campo di sfogare la passione dei cuore, entrò in un orto che era in piano colla casa, e, postasi sotto un gelso, cosí prese a lamentarsi: «Oimè, Cecio crudele, questo è il ‘mille grazie’ dell’amore che ti porto? Questa è la ‘gran mercé’ del bene che ti voglio? Questo è il beveraggio dell’affezione che ti mostro? Ecco che ho piantato mio padre, abbandonato la mia casa, calpestato il mio onore, e mi son data in potere di un cane feroce per vedermi tagliato il passo, serrata la porta in faccia e levato il ponte, quando credevo di prender dominio di cotesta bella fortezza; per vedermi scritta alla gabella dell’ingratitudine tua, mentre mi pensavo di stare alla Duchesca della grazia tua[48]; per vedermi fatto il giuoco di fanciullo: [37] ‘Bando e comandamento da parte di mastro Chiomento’, mentre immaginavo di giocare con te ad ‘Anca Nicola’![49]. Ne ho seminate, di speranze; e ora raccolgo caciocavalli[50]; ne ho gittati, di razzi del desiderio, e ora tiro dalla pesca arena d’ingratitudine[51]; ne ho fatti, di castelli in aria, e, púnfete, ho battuto col corpo in terra! Ecco il ricambio che ricevo; ecco la pariglia che m’è data; ecco il pagamento che ottengo! Ho calato la secchia nel pozzo delle voglie amorose e m’è rimasto il manico in mano; ho steso il bucato dei disegni miei e mi vi è piovuto sopra a cielo aperto; ho messo a cucinare la pentola dei pensieri al fuoco del desiderio, e c’è cascata dentro la fuliggine delle disgrazie. Ma chi credeva, o voltabandiera, che la fede tua dovesse scoprirsi rame? che la botte delle promesse scendesse alla feccia? che il pane della bontà prendesse muffa? Bel tratto d’uomo da bene! Belle prove di persona onorata! Bei termini da figlio di re: burlarmi, impastocchiarmi, imbrogliarmi, farmi larga la cappa per darmi corto il giubbone, promettermi mari e monti per gettarmi dentro un fosso, lavarmi la faccia, perché mi trovassi il cuore nero! O promesse di vento, o parole di crusca, o giuramento di milza soffritta! Ecco che tu hai detto quattro prima che fosse nel sacco; ecco che sei cento miglia discosto, quando credevi di essere arrivata a una casa di barone: ben si prova [38] che parole di sera il vento le mena! Oimè, quando pensavo di essere carne ed unghia con questo crudele, sarò con lui come cane e gatto; dove m’immaginavo di essere scodella e cucchiaio con questo cane rabbioso, sarò con lui come biscia e rospo[52]; perché non potrò sopportare che un altro, con un cinquantacinque di buona fortuna, mi tolga di mano la primiera passante delle speranze mie[53]; non potrò sopportare che mi sia dato scacco matto. O Renza male avviata, va’ e ti fida, va’ e ti gonfia di parole d’uomini! uomini senza legge e senza fede, povera chi vi si mescola, trista chi vi si attacca, sventurata chi si corica al largo letto, che essi ti sogliono fare! Ma non ti curare: tu sai che chi gabba fanciulli, fa la morte dei grilli[54]; sai che alla banca del Cielo non ci sono scrivani marranchini, che imbroglino le carte[55]; e, quando meno te l’aspetti, verrà la giornata tua, tu che hai fatto questo giuoco di mano a chi ti ha dato se stessa in credenza per ricevere una mala azione in contanti. Ma io non m’avvedo che dico le mie ragioni al vento e sospiro al vuoto; sospiro in perdita, e mi lamento, ma sola. Esso stasera salda i conti con la sposa e rompe la taglia; e io faccio i conti con la Morte e pago il debito alla natura. Esso starà in un letto bianco e odoroso di bucato; io dentro un’oscura bara, che puzza d’ammazzato. Esso giocherà a ‘scarica-la-botte’ con [39] quella fortunata, ed io farò: ‘Compagno mio, ferito sono’[56], vibrandomi uno stecco appuntito alle costole per dare fondo alla vita».
Dopo queste e altre parole di dolore e di rabbia, Renza, venuta l’ora di lavorare coi denti, fu chiamata a tavola, dove gl’ingratinati e gli spezzati le erano arsenico e titimalo[57], avendo altro pel capo che il pensiero di mangiare, altro andandole per lo stomaco che l’appetito di riempirlo. Tanto che Cecio, a vederla cosí pensosa e avvilita, le disse: «Che cos’è che non fai onore a queste vivande? Che hai? che pensi? che senti?». «Non mi sento niente bene — rispose Renza; — né so se è indigestione o vertigine». «Fai bene a lasciare il pranzo — replicò l’altro, — perché la dieta è il miglior tabacco[58] d’ogni male; ma, se ti bisogna il medico, manderemo a chiamare un tal dottore di urina[59] che, alla sola faccia, senza toccare il polso, conosce le malattie della gente». [40] «Non è male da ricette — disse Renza, — e nessuno sa i guai della pignatta fuori del mestolo». «Esci un po’ a prender aria», aggiunse Cecio. E Renza: «Quanto piú muovo in giro gli occhi, piú mi si rompe il cuore».
Cosí parlando, terminò il pranzo e venne l’ora di dormire; e Cecio, per udire sempre quella canzone, volle che il compagno si ponesse in un lettuccio[60] nella camera stessa in cui egli si doveva coricare con la sposa. E ad ora ad ora lo chiamava a ripetere quei versi, che erano pugnalate al cuore di Renza e intronamenti alla testa della sposa. La quale stette e stette, e alla fine, scoppiando, disse: «Mi avete rotto tutto il di dietro con cotesto ‘bianco viso’! Che trista musica è questa? Oramai è una vera dissenteria, che non finisce piú! Basta, poffar il mondo! E che cosa è? un dirizzone di testa, che replicate sempre la stessa cosa? Io credevo, coricandomi con te, di sentire musica di strumenti e non repetii di voce. E vedi come l’hai presa meticolosa a toccare sempre lo stesso tasto! Di grazia, non piú, marito mio; e tu, caglia, ché senti d’aglio, e lasciaci in pace un po’».
«Sta’ zitta, moglie mia! — rispose Cecio, — ché ora spezziamo il filo del parlare». E, nel dir questo, le dette un bacio cosí forte che se ne sentí un miglio lontano lo schiocco. Quel rumore di labbra fu tuono al petto di Renza, la quale ne provò tanto dolore che, essendo corsi tutti gli spiriti a dar soccorso al cuore, accadde, come dice il proverbio, che il soperchio rompe il coperchio, perché tale e tanto fu il concorso del sangue che, soffocatala, le fece stendere i piedi.
Cecio, somministrati che ebbe quattro vezzi alla sposa, [41] chiamò sottovoce Renza, perché gli ripetesse quelle parole che gli piacevano tanto; e, non sentendosi rispondere come aspettava, tornò a pregarla, che gli desse quel po’ di gusto; e, vedendo che rimaneva in silenzio, levandosi pian piano, la tirò per un braccio; e, poiché nemmeno rispondeva, le mise la mano al volto; e, a toccare il naso freddo freddo, s’accorse che era spento il fuoco del calore naturale di quel corpo. Sbigottito, atterrito, chiamò subito le candele, e, scoprendo quel corpo, riconobbe Renza a un bel neo che aveva in mezzo al petto. E allora alzò le strida: «Che cosa vedi, o sciagurato Cecio? Che t’è accaduto, sventurato? Quale spettacolo ti sta dinanzi agli occhi? Quale rovina ti cade sulle giunture? O fiore mio, chi ti ha còlto? O lucerna mia, chi ti ha spenta? O pignatta dei gusti d’amore, come ti sei rovesciata fuori? Chi ti ha abbattuta, o bella casa delle mie contentezze? Chi ti ha stracciata, o carta franca dei miei piaceri? Chi ti ha mandata a picco, o bella nave degli spassi di questo cuore? O bene mio, che, al chiudere dei tuoi begli occhi, è fallita la bottega della bellezza, sono state interrotte le faccende delle Grazie, e Amore è andato a buttare le ossa al ponte![61]. Al partire di questa bell’anima si è persa la semenza delle belle, si è guastata la stampa delle vezzose, e non si trova piú la bussola pel mare delle bellezze amorose. Oh danno senza riparo, oh strazio senza comparazione, oh rovina senza misura! Va’ e vàntati, madre mia, ché hai fatto una bella prova a [42] maritarmi a forza, perch’io perdessi questo bel tesoro! Che farò, disgraziato, scempio d’ogni piacere, netto di consolazione, nudo di spasso, squattrinato di contentezza! Non credere, vita mia, ch’io voglia senza di te restarmene in questo mondo, perché ti voglio perseguitare e assediare dovunque vai, e, a dispetto del dispetto della morte, ci congiungeremo insieme; e, se ti aveva presa a compagna di uffizio al mio letto, ti sarò caratario[62] alla tomba, e un solo epitaffio narrerà l’infortunio di entrambi noi!».
Disse e dié di mano a un chiodo e si fece una cura sconfortativa sotto la mammella mancina, per la quale lasciò scorrere col sangue la vita sua. La sposa restò atterrita e gelata; e, quando le fu possibile sciogliere la lingua e mandar fuori la voce, chiamò la regina, che accorse al rumore con tutta la corte. Al vedere morti il figlio suo e Renza, e all’apprendere la causa della sciagura, essa si strappò i capelli, e, dibattendosi come un pesce fuor dell’acqua, gridò crudeli le stelle che avevano piovuto alla casa sua tante disgrazie e maledisse la trista vecchiezza, che l’aveva serbata a tanta rovina. Fatto cosí un grande strillatorio, battitorio, strappatorio e schiamazzatorio, fece collocare i due insieme in una stessa fossa e scrivervi sopra la storia delle loro fortune.
In quel tempo stesso arrivò il re, padre di Renza, il quale, andando pel mondo in cerca della figlia fuggita, s’era incontrato col ragazzo del romito, che offriva in vendita le vesti di quella e che lo informò del caso; e cosí, perseguitando il principe ereditario di Vignalarga, giunse proprio nel punto che, mietute le spighe degli anni suoi, si stava per [43] calarle nella fossa[63]. E, vedendo e conoscendo Renza sua, e piangendola e sospirandola, bestemmiò l’osso maestro, che aveva dato il grasso alla minestra[64] delle sue rovine. Quell’osso egli aveva ritrovato a terra nella stanza della figliuola, e lo riconosceva ora strumento del crudele caso, avverandosi a questo modo, in genere e in ispecie, il triste augurio di quei saltimbanchi, che avevano predetto che Renza sarebbe morta per un osso maestro, e dimostrandosi chiaramente che
quando un malanno c’è segnato in sorte,
entra per le fessure delle porte.
[44]
Sapia, mentre il padre è in viaggio, si mantiene onorata in casa per opera del suo ingegno, nonostante il cattivo esempio delle sorelle: burla l’innamorato, e poi, previsto il pericolo che le veniva sopra, ripara al danno; e, in ultimo, il figlio del re se la prende per moglie.
Tutto il diletto provato nei racconti precedenti fu intorbidato all’udire il caso miserabile di questi poveri innamorati; e si rimase buon pezzo afflitti come quando nasce la figlia femmina. Il che vedendo il re, disse a Tolla che avesse raccontato qualcosa di allegro per temperare la passione della morte di Renza e di Cecio; e quella, ricevuto il comando, si lasciò andare nel modo che segue.
Il buon giudizio dell’uomo è una brava lanterna per la notte dei travagli del mondo, con la quale è dato saltare fossi senza pericolo e traversare mali passi senza paura. Perciò, meglio assai è aver senno che tornesi, perché questi vengono e vanno, e quello si trova pronto a tutti i bisogni. Della qual cosa vedrete una grande esperienza nella persona di Sapia Liccarda[65], che, uscendo con la tramontana sicura del giudizio da un immenso golfo di travagli, si ridusse a buon porto.
C’era una volta un mercante ricco ricco, chiamato Marcone, [45] che aveva tre belle figlie, Sabella, Cenza e Sapia Liccarda. Ora, dovendo egli andare in viaggio per certi suoi affari, e conoscendo le due maggiori per indomabili finestraiuole[66], prima di partire, inchiodò tutte le finestre di casa e lasciò a ciascuna delle figliuole un anello con certe pietre, che si coprivano di macchie se chi le portava al dito commettesse azioni disoneste.
Si era appena il padre allontanato da Villaperta (cosí si chiamava quella terra) che le due sorelle cominciarono a scalare le finestre e ad affacciarsi agli abbaini; nonostante che Sapia Liccarda, la piú piccola, facesse cose dell’altro mondo, e gridasse che la casa loro non era né i Gelsi, né la Duchesca, né il fondaco del Cedrangolo, né il vico del Pisciatoio[67], da praticarvi coteste gherminelle e civetterie.
Proprio di fronte alla casa loro era il palazzo del re, e i tre figli del re, Ceccariello, Grazullo e Tore[68], adocchiate le tre giovinette, che erano di bell’aspetto, cominciarono a far cenni cogli occhi, dai cenni vennero ai baciamani, dai baciamani alle parole, dalle parole alle promesse, dalle promesse ai fatti. E una sera, quando il Sole per non competere con la Notte [46] si ritira con le sue entrate[69], scalarono tutti e tre la casa delle tre sorelle; e, intesisi i due fratelli piú grandi con le due sorelle piú grandi, quando il terzo, Tore, volle dar di mano a Sapia Liccarda, questa gli sfuggí come un’anguilla, si chiuse in una camera e la puntellò cosí saldamente che non fu possibile aprirla: tanto che il povero ragazzo stette a contare i bocconi ai fratelli, e, mentre quelli caricavano i sacchi dal mulino, esso tenne la mula.
Al mattino, quando gli uccelli, trombettieri dell’Alba, suonano il «tutti a cavallo», affinché le ore del giorno si mettano in sella, quelli se ne partirono tutti lieti della soddisfazione ottenuta, e quest’altro, sconsolato per la cattiva notte. Le due sorelle vennero subito incinte; ma fu mala gravidanza la loro, tante ne disse loro la Sapia Liccarda; sicché, mentre esse gonfiavano di giorno in giorno, quella sgonfiava d’ora in ora, concludendo sempre che la pancia di ramarro[70] doveva portare loro guerra e rovina, e, quando il padre tornava, si sarebbero viste ballare allegramente le pecore.
Intanto il desiderio, che Tore aveva concepito per Sapia Liccarda, cresceva, in parte per la bellezza di lei, in parte per averne ricevuto affronto e provato dispetto; e il giovane si concertò con le sorelle maggiori per farla cadere nella trappola, quando meno vi avrebbe pensato, e quelle presero impegno di ridurla a tale che sarebbe andata a trovarlo nella casa sua stessa. Onde, un giorno, chiamata Sapia, le dissero: [47] «Sorella nostra, il fatto è fatto: se i consigli si pagassero, o costerebbero piú caro o sarebbero piú stimati; se noi t’intendevamo dirittamente, certo non avremmo afflosciato l’onore della casa e tesa la pancia, come tu vedi. Ma quale rimedio a questo? Il coltello è penetrato fino al manico, le cose sono passate troppo innanzi, è fatto il becco all’oca. Perciò non possiamo credere che il tuo sdegno si spinga all’eccesso e ci voglia vedere fuori di questo mondo; e pensiamo che, se non per noi, almeno per queste povere creature che portiamo nel ventre, ti moverai a compassione del nostro stato».
«Sa il Cielo — rispose Sapia Liccarda — quanto mi pianga il cuore per l’errore che avete commesso, pensando alla vergogna presente e alla pena che vi aspetta, quando tornerà nostro padre e troverà tale offesa alla casa sua; e darei un dito della mano perché questo brutto negozio non fosse accaduto. Ma, poiché il diavolo vi ha tolto il lume dagli occhi, dite voi che cosa posso fare, purché ci sia l’onor mio; giacché il sangue non è acqua[71], e, all’ultimo degli ultimi, mi tira la carne, e la pietà del caso vostro mi è pungolo, e metterei la mia vita stessa per rimediare a quanto è accaduto».
Le sorelle la lasciarono parlare e poi le dissero: «Noi non desideriamo altro segno dell’affezione tua se non che ci procuri un po’ di pane di quello che mangia il re, perché ce n’è venuta tanta voglia, che, se non ci leviamo questo desiderio, c’è rischio che i bambini ci nascano con un pane sulla punta del naso. Perciò, se sei cristiana, domani mattina facci questo piacere: ti caleremo dalla finestra per la quale salirono i figli del re, e ti vestiremo da pezzente, e non sarai conosciuta».
Sapia Liccarda, compassionevole pei poveri bambini che [48] dovevano venire al mondo, ravvoltasi in una veste tutta cenciosa e postasi un pettine da lino ad armacollo, quando il Sole alza trofei di luce per la vittoria guadagnata contro la Notte, si recò al palazzo del re a pitoccare un tozzo di pane; e, mentre, ottenuta la limosina, si moveva per andar via, Tore, che era istrutto nella malizia dell’appuntamento, subito le fu sopra. Ma, nel darle di mano, Sapia si voltò di schiena, e lo fece dare nel pettine; sicché egli si graffiò assai bene e rimase per un paio di giorni con la mano malconcia.
Avuto il pane le sorelle e cresciuta la fame al misero Tore, quelle tornarono a confabulare, e, dopo due giorni, presero di nuovo a sollecitar Sapia, dicendo ch’era loro venuta voglia di due pere del giardino del re; e Sapia si mise addosso un’altra veste e andò nel giardino. Qui trovò Tore[72], che subito riconobbe la pezzente, e, udito che chiedeva le pere, volle di persona salire su un albero, spiccò una coppia di pere e le gittò in grembo a Sapia. Ma, quando fece per scendere e afferrarla, quella pronta levò la scala e lo lasciò sú tra il fogliame, a gridare alle gazze[73]. Ché, se non giungeva per caso un giardiniere a cogliere due lattughe inconocchiate[74], il quale lo aiutò a discendere, esso restava là tutta la notte: per la qual cosa si morse le mani e minacciò di fare gran risentimento.
Ora, come volle il Cielo, le sorelle diedero alla luce due bei bambinelli; e dissero a Sapia: «Noi siamo rovinate affatto, cara sorella nostra, se tu non ti risolvi ad aiutarci, perché [49] poco può tardare e tornerà il messere nostro, e, trovando questo cattivo servizio alla casa, ci governerà in modo che il maggior pezzo sarà l’orecchio. Perciò, va’ giù, e noi ti porgeremo in un canestro questi due piccolini, e tu portali ai padri loro, ché ne abbiano cura».
Sapia Liccarda, ch’era tutta amorevole, quantunque le sapesse duro di dover sopportare questo travaglio per l’asineria delle sorelle, si lasciò persuadere a scendere in istrada; e, fattisi calare i bambini, li portò alle camere dei loro genitori, che non v’erano, e li collocò ciascuno nel letto di ciascuno, secondo che si era destramente informata. Entrata poi nella camera di Tore, mise sotto le tende del letto una grossa pietra; e se ne tornò a casa. E quando i principi rientrarono nelle loro camere e trovarono quei bei figlioletti coi nomi dei padri scritti sopra un cartellino e cuciti al petto, provarono gioia grande; e Tore, indispettito e amareggiato, perché lui solo non era stato degno di fare razza, nel buttarsi sul suo letto, dié col cocuzzolo sulla pietra cosí fortemente che si fece un grosso bernoccolo.
In questo tempo tornò il mercante dal viaggio, e subito volle vedere gli anelli delle figlie, e, trovando quelli delle due maggiori tutto macchiati, fece un chiasso del diavolo; e già voleva metter mano ai ferri e tormentarle e bastonarle per scoprire la verità, quando i figli del re si presentarono a lui e gli chiesero le tre figlie in moglie. Rimase il brav’uomo sbalordito e sulle prime credette che lo beffassero. Ma, saputo poi della pratica passata tra loro e dei figli che n’erano stati il frutto, si tenne fortunato; e si appuntarono le nozze per quella sera stessa.
Sapia, che si passava la mano sullo stomaco e ripensava ai dispetti che aveva fatti a Tore, quantunque si sentisse richiedere [50] al padre con tanta insistenza, nondimeno immaginò che non ogni erba è menta, e che il mantello non era senza peli. Provvide, dunque, a lavorare subito una bella statua di pasta di zucchero e, collocatala in una grande cesta, la coperse con certi vestiti. La sera, tra le feste e i balli, mise innanzi il pretesto che le era venuto un soprassalto al cuore, e si ritirò per prima in camera da letto, dove si fece portare la cesta per cangiare (essa disse) i vestiti. Rimasta sola, tolse dalla cesta la statua, la coricò e compose tra le lenzuola; e poi si appostò dietro le cortine, aspettando l’esito del negozio.
Giunta l’ora che gli sposi andassero a letto, Tore, accostatosi al suo letto e credendo che Sapia vi fosse coricata, le disse: «Ora mi pagherai, cagna crudele, i disgusti, che mi hai dati; ora vedrai quel che sia a un grillo competere con un elefante; ora, una volta le sconterà per tutte; e ti voglio ricordare il pettine di lino, la scala tolta di sotto l’albero, e tutti gli altri sfregi[75], che m’hai fatti!». Nel cosí dire, mise mano a un pugnale e la passò da banda a banda; e, non soddisfatto, aggiunse; «E ora mi voglio succhiare anche il sangue!»; e, sconficcato il pugnale dal petto della statua e leccatolo, sentí il dolce e il profumo del muschio, di cui la statua era cosparsa. E, nell’atto stesso, si pentí di avere trafitto e ammazzato una giovinetta cosí inzuccherata e odorosa; e cominciò a lamentarsi della sua furia, dicendo parole da intenerire i sassi, chiamando di fiele il suo cuore, di tossico il ferro, che avevano potuto offendere una cosa tanto dolce e soave. E, dopo lunghi gemiti, tirato dalla cavezza della disperazione, alzò la mano con lo stesso pugnale per trafiggersi. Ma Sapia fu presta a balzare dal luogo dove stava, e ritenergli [51] la mano, dicendo: «Ferma, Tore! Abbassa queste mani! Ecco un pezzo di quella che tu piangi; eccomi sana e viva per vederti vivo e verde. Non mi tenere per ostinata, per un cuoio di montone, se t’ho maltrattato e fatto qualche dispiacere: ch’è stato solamente per esperimento e scandaglio della costanza e della fede tua; e quest’ultimo inganno l’ho posto in opera per dare riparo alle furie di un cuore sdegnato». E cosí gli domandava perdono di tutto quanto era passato.
Lo sposo l’abbracciò con grande affetto, e se la fece coricare a lato e si rappaciarono; e a lui, dopo tanti travagli, seppe piú dolce il gusto, e stimò assai piú quel po’ di ritrosia della moglie che non la tanta facilità delle cognate, perché, come disse quel poeta:
Né nuda Citerea,
né Cinzia ammantellata:
la via di mezzo sempre fu pregiata.
[52]
Nardiello è mandato tre volte dal padre a fare mercanzia con cento ducati per volta, e compra una volta uno scarafaggio, un’altra un topo e la terza un grillo. Scacciato per questo dal padre, giunge in un paese, dove, sanando per mezzo di questi animali la figlia del re, dopo varî casi, le diventa marito.
Assai lodarono il principe e la schiava il giudizio di Sapia Liccarda; ma lodarono assai piú Tolla, che aveva saputo cosí ben porgere questo caso, che parve ad ognuno di esservi stato presente; e poiché, seguendo l’ordine della lista, succedeva Popa al parlare, essa si comportò da Orlando, dicendo a questo modo:
La Fortuna è femmina puntigliosa e fugge la faccia degli uomini dotti, perché costoro fanno piú conto di un voltamento di fogli che non delle girate di una ruota; e perciò essa pratica volentieri con gl’ignoranti e dappoco, e non dubita, per ottenere onore presso la plebe, di ripartire i suoi beni agli stolti, nel modo che si può udire nel racconto seguente.
C’era una volta sul Vomero[76] un massaro assai ricco, chiamato Miccone, che aveva un figlio a nome Nardiello, il [53] piú sciagurato bestione che si trovasse mai nella polmonara[77] dei gaglioffi; di tal che il disgraziato padre ne pativa amarezza e afflizione, non sapendo in qual modo e maniera indirizzarlo per fargli fare cosa che riuscisse a sesto e a livello. Se andava all’osteria a porcheggiare coi compagni scrocconi, era burlato; se praticava con male femmine, prendeva la peggiore carne e la pagava contro l’assisa[78]; se giocava nelle bische, lo trappolavano, lo mettevano in mezzo e lo lasciavano nudo nudo: cosicché, con questo suo bel fare, aveva già dissipato mezzo le facoltà paterne.
Miccone tempestava continuamente, e, gridando e minacciando, gli diceva: «Che ti pensi di fare, scialacquone? Non vedi che la roba mia ormai se ne va giù pel fiume? Lascia, lascia coteste maledette osterie, che cominciano con nome di nemici e finiscono con significato di male[79]; lasciale, ché sono emicranie del cervello, idropisie della gola e diarree della borsa; lascia, lascia il giuoco scomunicato, che ci mette a risico la vita e si rosica la roba, che ci toglie i contenti e ci consuma i contanti, dove le zare ti riducono in zero, e le parole ti assottigliano come piolo di liuto![80]. Lascia, lascia di sbordellare con cotesta mala razza, figlia del brutto peccato, con la quale spendi e spandi; per una sordida, consumi soldi; per una carne disfatta, ti disfai e ti riduci a spilluzzicare ossa; ché non sono, esse, mere-trici, ma mare-trace[81], dove sei [54] preso dai turchi! Allontànati dalle occasioni, che cosí ti stacchi dal vizio: «remota la causa», disse quello, «si rimuove l’effetto». Eccoti, dunque, questi cento ducati e va’ alla fiera di Salerno[82], e comprane tante giovenche, che, a capo a tre o quattro anni, faranno tanti buoi; cresciuti i buoi, li metteremo ad arare e a seminare; seminato, ci daremo a vendere grano; e, se ci càpita una buona carestia, misureremo gli scudi a tomoli, e, al pari di un altro, ti compri un titolo sulla terra di qualche amico, e sarai tu pure titolato, come tanti altri[83]. Perciò attendi, figlio mio, ché ogni cosa ha capo, e chi non comincia, non continua».
«Lascia fare a me — rispose Nardiello, — ché ora farò il conto mio e tutto deve andare a regola e misura».
«Cosí ti voglio», replicò il padre; e gli sborsò i tornesi.
Nardiello s’avviò alla volta della fiera; ma non era ancora arrivato alle acque del Sarno[84], quando, in un bel boschetto d’olmi, a pié di un sasso che, per rimedio di un flusso perpetuo d’acqua fresca, s’era attorniato di fronde d’ellera, vide una fata, che giocherellava con uno scarafaggio, il quale suonava [55] di tal maniera una chitarretta che, se l’avesse udita uno spagnuolo, l’avrebbe detta «cosa superbiosa e grandiosa»[85]. Si fermò incantato Nardiello ad ascoltare, dicendo che avrebbe pagato una pupilla degli occhi suoi per possedere un animaletto cosí virtuoso; e la fata gli rispose che, se avesse pagato cento ducati, glie l’avrebbe dato. «Non potevi chiedermeli in momento piú opportuno — replicò Nardiello, — ché li ho pronti e lesti»; e le gittò in grembo i cento ducati, prendendosi lo scarafaggio in una scatoletta[86].
Stretta questa sotto il braccio, corse al padre, pieno di una grande allegria che gli saliva su dai malleoli, gridando: «Ora vedrai, messere mio, se io sono uomo d’ingegno, e se so fare il fatto mio; perché, senza straccarmi ad andare fino alla fiera, ho trovato a mezza strada la fortuna mia, e per cento ducati ho avuto questo gioiello!».
Il padre, udendo questo parlare e vedendo la scatoletta, tenne per certo che il figlio avesse acquistato qualche monile di diamanti; ma, aperta la cassettina e visto lo scarafaggio, la vergogna del dispetto e il dolore dell’interesse furono due mantici che lo fecero gonfiare come un rospo. Nardiello voleva narrare le virtù dello scarafaggio; ma non gli fu possibile pronunziare una parola, interrotto dal padre, che diceva: «Sta’ zitto, tura, chiudi questa bocca, tappa; non fiatare, razza di mulo, giudizio di cavallo, testa d’asino, e, sull’istante stesso, riporta lo scarafaggio a chi te l’ha venduto. Eccoti altri cento ducati: comprane tante giovenche, e torna subito [56] qui; e bada che non ti accechi il diavolo, ché ti fo mangiare le mani coi denti».
Nardiello, presi i denari, si avviò verso la torre di Sarno[87], e, giunto al medesimo luogo di prima, trovò un’altra fata, che scherzava con un topo, il quale faceva le piú belle mutanze di ballo che mai si potessero vedere. Stette per un pezzo a bocca aperta a contemplare i dainetti[88], gli atteggiamenti, le capriole, le puntate e le corse di quest’animale, ed ebbe a strasecolare; e, infine, domandò alla fata se glielo vendeva, ché le avrebbe dato cento ducati. La fata accettò la proposta, e, presi i pezzi d’argento, gli consegnò il topo in una scatola; e Nardiello, tornato a casa, mostrò la bella compra al disgraziato Miccone, che fece cose d’inferno, sbattendosi come un polpo colpito, sbuffando come un cavallo capriccioso; e, se non era per un compare che si trovò presente allo scontro, gli avrebbe preso bene la misura della gobba. In ultimo, il padre, che era arrabbiato sul serio, gli consegnò altri cento ducati e gli disse: «Avverti a non farne piú delle tue, ché la terza volta non te la cavi. Va’, dunque, a Salerno, e compra le giovenche, ché, per l’anima dei morti miei, se tu la sbagli, povera la mamma che ti ha messo al mondo!».
Nardiello, con la testa bassa, s’avviò alla volta di Salerno, e, pervenuto al luogo solito, trovò una terza fata, che si divertiva con un grillo, il quale cantava cosí dolcemente che faceva addormentare la gente. All’ascoltare la nuova sorta d’usignuolo, egli ebbe subito voglia di stringere mercato, e, accordatisi per cento ducati, se lo mise in una gabbietta formata [57] di una zucca lunga vuotata e coperta di fuscelli, e se ne tornò al padre. Il quale, quando vide questo terzo cattivo servizio, uscí dai gangheri affatto, dié di mano a un randello e lo conciò meglio di come avrebbe fatto Rodomonte.
Quando poté sguizzargli dalle branche, Nardiello prese le tre bestiole e sfrattò dal paese, trottando alla volta di Lombardia. Era colà un gran re, chiamato Cenzone, che aveva una figlia unica, chiamata Milla, la quale, per una certa infermità, era caduta in tanta malinconia, che per lo spazio di sette anni continui non si era piú veduta ridere. Disperato il padre, dopo avere provato mille rimedî e speso il cotto e il crudo, fece gittare un bando che l’avrebbe data per moglie a chi avesse saputo moverla a riso. E Nardiello, che udí questo bando, ebbe capriccio di tentare la sua sorte, e, andato innanzi a Cenzone, s’offerse di farla ridere. Quel signore gli disse: «Sta’ in cervello, camerata, ché, se poi la cosa non ti riesce, ci andrà di mezzo la forma del tuo cappuccio»[89]. «Vada la forma e la scarpa — replicò Nardiello, — ché io mi ci voglio provare, accada quel che voglia accadere».
Il re fece chiamare la figlia e, sedutisi entrambi sotto un baldacchino, Nardiello cavò dalla scatola i tre animaletti, che suonarono, ballarono e cantarono con tanta grazia e con tanti vezzi che la principessa scoppiò a ridere. Ma pianse il re dentro il suo cuore, perché, in virtú del bando, si vedeva costretto a dare il gioiello delle femmine a colui ch’era la feccia degli uomini. Tuttavia, non potendo tirarsi indietro dalla promessa, disse a Nardiello: «Io ti do mia figlia e lo stato per dote, ma col patto, che se tu, fra tre giorni, non consumi il matrimonio, io ti fo divorare dai leoni». «Non ho paura — disse [58] Nardiello, — ché in tre giorni son uomo da consumare il matrimonio, tua figlia e tutta la casa tua. Adagio, ché andremo, come disse Carcariello[90]: alla prova si conoscono i cocomeri»[91].
Celebrata la festa nuziale e venuta la sera, quando il Sole è portato come mariuolo con la cappa sul capo alle carceri dell’occidente, gli sposi andarono a letto. Ma il re maliziosamente fece dar l’oppio a Nardiello, sicché egli russò tutta la notte. Cosí fu gittato nel serraglio dei leoni.
In quel luogo Nardiello, vedendosi agli estremi, aprí la scatola degli animali, dicendo: «Poiché la sorte mia mi ha trascinato con un triste carro a questo doloroso passo, non potendo non lasciarvi, o belli animali miei, io vi fo franchi, affinché possiate andare dove vi pare e piace».
Gli animali, appena liberati, cominciarono a eseguire tante bagattelle e giocherelli, che i leoni rimasero come statue. E a Nardiello, che era già con lo spirito ai denti, il topo parlò cosí: «Allegramente, padrone, che, sebbene tu ci abbi data la libertà, noi ti vogliamo essere piú schiavi che mai, perché ci hai cibati con tanto amore e conservati con tanta affezione, e in ultimo ci hai dato segno di tanta tenerezza con l’affrancarci. Non dubitare: chi bene fa, bene aspetta; fa’ bene e scordatene. Ma sappi che noi siamo fatati; e, per mostrarti fino a qual grado possiamo e valiamo, vienici dietro, ché esci da questo pericolo».
E, avviandosi Nardiello dietro di lui, il topo fece subito un pertugio, grande che potesse passarvi un uomo, per il [59] quale, con una salita a scalini, lo condussero sopra in salvo. Di là lo menarono a un pagliaio, dove gli dissero che comandasse loro tutto quello che desiderava, perché non avrebbero lasciato cosa alcuna per dargli gusto. «Il mio gusto sarebbe — rispose Nardiello — che, se il re ha dato un altro marito a Milla, mi faceste il gran piacere di non far consumare il matrimonio, perché sarebbe come consumare questa mia sventurata vita». «Questo e niente è tutt’uno — risposero gli animali; — sta’ di buon animo e aspettaci in questa capanna, ché ora trarremo fuori il fracido».
Andarono, dunque, alla corte, e là trovarono che il re aveva maritato la figlia a un gran signore tedesco[92], e che quella sera stessa si manometteva la botte. Gli animali penetrarono destramente nella camera degli sposi e attesero che, terminato il banchetto, quando la Luna esce a pascere di rugiada le gallinelle[93], essi venissero a coricarsi. E poiché lo sposo aveva caricato la balestra e preso carta soverchia[94], appena si ficcò sotto le lenzuola, si addormentò e parve che giacesse scannato. Lo scarafaggio, che sentí il russare dello sposo, se ne salí pian piano pel lembo del padiglione e s’introdusse lesto nell’ano dello sposo, servendogli da supposta [60] in tal forma, e sturandogli in tal maniera il corpo, che poté dire col Petrarca:
d’amor trasse indi un liquido sottile[95].
La sposa, che intese lo strepito di tale dissenteria,
l’aura, l’odore, il refrigerio e l’ombra[96],
svegliò il marito, che, visto con quale profumo aveva dato incenso all’idolo suo, ebbe a morir di vergogna e a scoppiare di collera. E, levatosi dal letto e fatto un bucato a tutta la persona, mandò a chiamare i medici, che attribuirono la causa di tale disgrazia al disordine commesso nel banchetto.
La sera dopo, si consigliò coi suoi camerieri, che furono tutti di parere che, per rimediare a qualche nuovo inconveniente, s’imbragasse di buoni panni; e, ciò eseguito, s’andò a coricare e di nuovo s’addormentò subito. Lo scarafaggio, che si rimise al lavoro per fargli il secondo dispetto, questa volta trovò serrati i passi; onde, malcontento, ritornò ai compagni, informandoli che Io sposo s’era fatto riparo di bende, argine di falde e trincee di stracci. Il topo, ciò udito, gli disse: «Vieni con me, e vedrai se sono buon guastatore a farti la spianata». E, giunto sulla faccia del luogo, cominciò a rosicchiare i panni e a lavorare un buco a livello dell’altro, per dove, entrando lo scarafaggio, gli somministrò un’altra cura medicinale, di maniera che colui fece un mare di liquido topazio[97] e gli arabici fumi infettarono il palazzo. Si svegliò l’ammorbata sposa, e, visto al lume della lampada il diluvio [61] cedrino, che aveva cangiato le lenzuola di Olanda in tabí di Venezia giallo ondato[98], turandosi il naso, fuggí alla camera delle donzelle. E il misero sposo, chiamando i camerieri, recitò una lunga lamentazione della disgrazia sua, che con cosí lubrico fondamento aveva cominciato a costruire le grandezze della sua casa. I familiari lo confortarono, consigliandogli di stare bene attento la terza notte, e gli narrarono l’aneddoto del malato sparacoreggie e del medico mordace, che, lasciandosi il malato sfuggire uno sparo, gli disse, favellando da letterato: Sanitatibus; e, seguendone un altro, replicò: Ventositatibus; ma, continuando con un terzo sparo, quegli spalancò grande la bocca, e disse: Asinitatibus! Perciò, se il primo lavoro di musaico, fatto nel letto nuziale, era stato attribuito al disordine del mangiare, il secondo al cattivo stato dello stomaco, pel quale gli si era sommosso il corpo, il terzo sarebbe stato imputato a natura cacaiola, ed egli sarebbe scacciato a puzzo e a vergogna. «Non dubitate — disse lo sposo, — ché questa notte, dovessi crepare, voglio star sempre vigile, non lasciandomi vincere dal sonno; e, oltre di ciò, penseremo al rimedio che si può usare per otturare il condotto maestro, affinché non mi si dica:
Tre volte cadde ed alla terza giacque!»[99].
Con tale appuntamento, quando si fu alla terza notte, cangiati camera e letto, lo sposo chiamò i camerieri, domandando loro consiglio circa l’otturamento del corpo, che non gli facesse [62] la terza burla: perché, quanto allo stare sveglio, non lo avrebbero addormentato tutti i papaveri che sono al mondo. Era tra quei servitori un giovane che si dilettava dell’arte del bombardiere; e, poiché ognuno tratta del mestiere proprio, consigliò allo sposo di mettersi un tappo di legno come si usa ai mortaretti. Fu foggiato l’oggetto e adattato saldo come andava; e lo sposo si coricò, non osando toccar la sposa, per timore, in quello sforzo, di guastare l’invenzione, e non chiuse occhio per tenersi pronto a ogni movimento dello stomaco.
Lo scarafaggio, che non vedeva addormentarsi lo sposo, disse ai compagni: «Oimè, questa è la volta che resteremo scornati, e l’arte nostra non ci varrà a nulla: lo sposo non dorme e non mi dà modo di continuare l’impresa». «Aspetta — disse il grillo, — ché ora ti servo». E, prendendo a cantare dolcemente, fece addormentare lo sposo. Corse allora lo scarafaggio per praticare la solita siringa; ma, trovata chiusa la porta e sbarrata la strada, tornò disperato e confuso ai compagni, riferendo quel che gli era incontrato. Il topo, che non aveva altro fine che di favorire e contentare Nardiello, immediatamente andò alla dispensa, e, odorando di vaso in vaso, s’imbattette in un alberello di mostarda di senapa: vi stropicciò la coda e, tornato di corsa, ne unse le narici dello sciagurato tedesco. Subito questi prese a starnutire, e cosí forte fu uno starnuto che il tappo scattò via con violenza, e, trovandosi lo sposo con la schiena rivolta alla sposa, la colpí in mezzo al petto cosí furiosamente che l’ebbe ad ammazzare.
Alle strida della figliuola accorse il re, domandando che cosa fosse successo; ed essa disse che le era stato sparato un petardo al petto. Si maravigliò il re di questa sciocchezza marchiana, che con un petardo nel petto essa potesse parlare; e, alzate le coperte e le lenzuola, trovò il getto di crusca e [63] il tappo del mortaretto, che aveva fatto un buon livido alla sposa: sebbene non si possa dire che cosa le recasse maggior danno, se il puzzo della polvere o il colpo della palla.
Il re, veduto il sudiciume e appreso che era la terza liquidazione di strumento, da colui a quel modo eseguita, lo scacciò dal territorio del suo regno; e, considerando che tutto questo gli era accaduto per la crudeltà usata al povero Nardiello, se ne dava pugni al petto. Ma, mentre pentito del male che aveva commesso, spargeva il suo lamento, gli si fece innanzi lo scarafaggio e gli disse: «Non vi disperate, perché Nardiello è vivo, e, per le sue buone qualità, merita di essere genero di vostra magnificenza; e, se vi contentate che venga, lo manderemo a chiamare». «Oh sii il benvenuto per questa buona novella che mi porti, bello animale mio! Tu mi hai dato la vita; tu mi hai levato da un mare di affanni, perché mi sentivo un rimorso al cuore pel torto fatto a quel povero giovane. Fammelo venire, ché voglio abbracciarlo come figlio e dargli mia figlia per moglie».
Udito questo, il grillo saltellon saltellone andò alla capanna ove si tratteneva Nardiello, e, raccontatogli tutto l’accaduto, lo condusse al palazzo reale, dove fu incontrato e baciato dal re, ed ebbe Milla per moglie. Nel tempo stesso, per la fatagione che gli dettero quegli animali, diventò un bel giovane; e, mandato a chiamare il padre dal Vomero, rimasero insieme felici e contenti, provando, dopo mille stenti e mille affanni, che
accade piú in un’ora che in cent’anni.
[64]
Belluccia, figlia di Ambruoso della Barra, per essere stata obbediente al padre con l’accontentarlo, e per essersi comportata accortamente in ciò che le era stato comandato, si marita riccamente con Narduccio, primogenito di Biasillo Guallecchia, ed è cagione che le altre sorelle poverelle siano dal medesimo dotate e date per mogli agli altri figli suoi.
Non tanto lo sciagurato sposo ebbe a imbrattarsi con mandar fuori quel diluvio dal ventre, quanto tutti gli ascoltatori si scompisciarono dalle risa all’udire la burla che a colui usò il topo; e il riso sarebbe durato fino alla mattina appresso, se il principe non l’avesse fatto cessare perché si desse orecchio a donna Antonella, la quale, già pronta a chiacchierare, cominciò con questo ragionamento:
L’ubbidienza è una mercanzia sicura, che fa guadagno senza rischio, ed è possesso tale che in ogni stagione produce frutto. E questo vi proverà la figlia di un povero contadino, la quale, per essersi dimostrata obbediente al padre, non solo aprí la strada alla buona sorte sua stessa, ma a quella delle altre sorelle, che, per merito suo, furono riccamente maritate.
[65]
C’era una volta al casale della Barra[101] un uomo rustico chiamato Ambruoso, ch’era padre di sette figlie femmine, e tutto ciò che possedeva per mantenerle all’onore del mondo consisteva in una selvetta di agli. Aveva quest’uomo dabbene grande amicizia con un riccone di Resina, Biasillo Guallecchia, padre di sette figli maschi, dei quali il primogenito, Narduccio[102], che era il suo occhio diritto, gli cascò malato, e non si trovava rimedio a quel male, sebbene la borsa stesse sempre aperta.
Un giorno che Ambruoso venne a visitarlo, Biasillo gli domandò quanti figli avesse; e quello, vergognandosi di dire che aveva fatto innesto di tante femminucce gli rispose: «Ho quattro maschi e tre femmine». «Se è cosí, — replicò Biasillo, — mandami uno di cotesti figli tuoi a tener conversazione con mio figlio, ché mi farai un piacere grande».
Ambruoso, che si vide preso in parola, non seppe che cosa rispondere e si restrinse ad acconsentire con un cenno del capo. Ma, tornato alla Barra, entrò in una malinconia da morire, non scorgendo modo di adempiere all’impegno preso con l’amico. In ultimo, chiamando una per una le figliuole, a cominciare dalla piú grande scendendo alla piú piccola, domandò quale di loro si sarebbe contentata di tagliarsi i capelli, vestirsi da uomo e fingersi maschio per tenere conversazione col figlio di Biasillo, che stava ammalato.
[66]
Subito la figlia piú grande, Annuccia, rispose: «O che forse m’è morto il padre, che debbo tagliarmi le trecce?».
E Nora, la seconda: «Ancora non mi sono maritata, e già mi vuoi vedere vedova rasa?»[103].
E la terza, Sapatina: «Ho sempre udito dire che le donne non debbono portar brache».
E Rosa, la quarta: «Marragnao! non mi ci peschi! Tu vai in cerca di quel che gli speziali non hanno in bottega per trattenimento di un malato».
La quinta, Cianna: «Di’ a cotesto malato che si metta una supposta e si salassi, ché io non darei un capello dei miei per cento fili della vita di un uomo».
La sesta, Leila: «Io sono nata femmina, vivo da femmina, e non voglio, col travestirmi in uomo falso, perdere il nome di buona femmina».
Ma l’ultima covacenere[104], che era Belluccia, vedendo che il padre a ogni risposta delle sorelle gettava un dolente sospiro, gli disse: «Se per renderti servigio non basta che io mi mascheri da uomo, mi cambierò anche in animale, e voglio farmi tra le tue dita come un pizzico, pur di darti piacere».
«Oh, sii benedetta! — disse Ambruoso: — tu mi rendi la vita in cambio del sangue che t’ho dato. Orsù, non perdiamo tempo: al tornio si foggiano le trottole». — Cosí, tagliati quei capelli, che erano funicelle dorate degli sbirri di amore, e procacciatole un abituccio strappato da uomo, la menò a Resina, dove fu ricevuta da Biasillo e dal figlio, che giaceva a letto, con le maggiori carezze del mondo.
[67]
Partito Ambruoso, Belluccia rimase a servire il malato, il quale, vedendo tralucere da quegli stracci una bellezza da far girare la testa, e mirandola e rimirandola e squadrandola tutta, disse tra se stesso: «Se io non ho le traveggole agli occhi, questa conviene che sia donna: la delicatezza del volto la accusa, il parlare lo conferma, il modo di camminare l’attesta, il cuore me lo dice, Amore me lo rivela. È donna, senz’altro; e sarà venuta con questo stratagemma dell’abito maschile a tendere un’imboscata al mio cuore».
Profondandosi tutto in siffatto pensiero, la malinconia crebbe tanto che gli aggravò la febbre e i medici lo ritrovarono in tristi condizioni. Onde la madre, che ardeva d’amore per lui, prese a dirgli: «Figlio mio, lanterna di questi occhi, gruccia e molle[105] della vecchiezza mia, che vuol dir questo che, invece di riprendere forza, scàpiti in salute? È possibile che voglia tenere sconsolata la povera mamma tua, senza dirle la causa del tuo male perché possa apportarvi rimedio? Dunque, gioiello mio, parla, apriti, sfoga, svapora, dimmi netto che cosa ti bisogna, quello che tu desideri; e lascia fare a Cola, che non mancherò di darti tutti i gusti del mondo».
Narduccio, incoraggiato da queste buone parole, si lasciò andare a effondere la passione dell’animo suo, dicendo come teneva per certo che quel figlio d’Ambruoso fosse una donna, e che, se non gli era data in moglie, era proprio risoluto a troncare il corso della sua vita.
«Piano! — disse la mamma — ché, per dar pace al tuo cervello, vogliamo fare qualche prova per iscoprire se è femmina [68] o maschio, se è campagna rasa o arbustata[106]. Facciamolo scendere alla stalla e cavalcare qualche poliedro di quelli che sono colà, il piú selvaggio, perché, se sarà femmina, le femmine sono di poco spirito e la vedremo filare sottile[107], e subito avremo fatto scandaglio di cotesti pesi».
Piacque al figlio il pensiero e fece andar giù Belluccia alla stalla, dove le consegnarono una mala bestia di polledro. Ma essa, insellatolo e saltatavi sopra, con un coraggio da leone, cominciò a fare passeggi da stupire, bisce da stordire, ruote da maravigliare, salti da mandare in estasi, corvette dell’altro mondo, carriere da uscir dai panni. E la madre disse a Narduccio: «Togliti, figlio mio, cotesta frenesia dal capo! Prova: vedi questo giovane piú saldo a cavallo che non il piú vecchio consuma-selle[108] di Porta Reale»[109].
Non per questo Narduccio si tolse quel pensiero, ma persisté a dire che quella, a ogni modo, era donna, e non gliel’avrebbe levato di testa neppure Scannarebecco[110]. La madre, per calmare l’agitazione in cui lo vedeva, gli disse: «Adagio a’ mali passi![111]. Passeremo alla seconda prova per chiarirti». E, fatto venire uno schioppo, chiamarono Belluccia, e le dissero di caricarlo e spararlo. Quella, togliendo in mano l’arma, [69] mise la polvere di archibugio nella canna dello schioppo, e la polvere di zanni[112] nel corpo di Narduccio; mise la miccia alla serpentina e il fuoco al cuore dell’infermo; e, scaricando il colpo, caricò il petto dello sventurato di desideri amorosi.
La madre, che vide la grazia, la destrezza, l’attillatura con cui quel giovane aveva sparato, disse a Narduccio: «Lévati da quest’angoscia, e considera che una donna non può far tanto». Ma Narduccio, litigando sempre, non si poteva dar pace e avrebbe messo pegno la vita che quella bella rosa era priva di bottone, e diceva alla mamma: «Credimi, mamma mia, che, se quel bell’albero della grazia d’amore darà solo un fico a questo malato, il malato farà le fiche al medico. Perciò, vediamo di venire, con ogni mezzo, alla certezza; altrimenti, io me ne andrò a distruzione, e, per non trovare la strada di una fossa, me ne scenderò in un fosso».
La misera madre, che lo vide piú che mai ostinato puntare i piedi e seguitare a battere con la lingua, gli disse: «Te ne vuoi chiarire meglio? Menalo con te a nuotare; e qui si vedrà se è Arco Felice[113] o intruglio di Baia[114], se è Piazza Larga o Forcella[115], se è Circo massimo o Colonna Traiana». «Bravo! — rispose Narduccio: — non c’è che dire; hai còlto [70] nella punta. Oggi si vedrà se è spiedo o padella, matterello o crivello, fùsolo o bossolo»[116].
Belluccia, che odorò la faccenda, andò a chiamar subito un garzone del padre, che era assai furbo e astuto, al quale dié l’istruzione che, come la vedesse alla marina sul punto di svestirsi, accorrendo le portasse la notizia, che il padre suo stava gravemente ammalato e voleva rivederla prima che la trottola della vita gli si arrestasse. Ciò fu eseguito puntualmente; ed erano appena Narduccio e Belluccia giunti alla spiaggia e davano mano a svestirsi, quando il garzone sopravvenne e fece l’imbasciata, servendola del primo taglio. E Belluccia, udito quell’annunzio, chiese licenza a Narduccio e si avviò verso Barra[117].
Il malato tornò alla madre con la testa bassa, gli occhi stravolti, il colore gialliccio e le labbra smorte, e le disse che la cosa era andata contr’acqua, e, per la disgrazia accaduta, non si era potuta fare l’ultima prova. «Non disperarti — rispose la mamma, — ché bisogna prendere la lepre col carro[118]. Andrai, dunque, per le corte alla casa d’Ambruoso, e, chiamando il figlio, secondo che scenderà presto o tarderà, ti avvedrai dell’insidia e scoprirai l’intrigo».
A queste parole, le guance di Narduccio, che s’erano imbiancate, tornarono a colorirsi di rosso; e la mattina seguente, quando il Sole mette mano ai raggi e scaccia con alterigia le stelle, andò difilato alla casa d’Ambruoso, e, chiamato costui, [71] gli disse che gli bisognava parlare di cose importanti al figlio. Ambruoso si vide a mal partito; tuttavia, rispose che aspettasse un momento, ché l’avrebbe fatto scendere subito. E intanto Belluccia, per non essere trovata col delitto in genere[119], si spogliò gonnella e corpetto, si mise il vestito da uomo, e si precipitò per le scale; ma fu tanta la fretta, che dimenticò di levarsi gli anelletti dalle orecchie.
Narduccio corse subito con lo sguardo a quegli anelletti, e, come dalle orecchie dell’asino si conosce il cattivo tempo, cosí egli dalle orecchie di Belluccia ebbe indizio della serenità che tanto desiderava. Onde l’afferrò forte, come cane corso, e le disse: «Veglio che tu mi sii moglie, a dispetto dell’invidia, a dispetto della fortuna, a dispetto anche della morte!».
Ambruoso, che udí questo buon volere, rispose: «Pur che tuo padre sia contento, esso con una mano ed io con cento!». E cosí tutti d’accordo andarono alla casa di Biasillo, dove madre e padre, a vedere il figlio sano e contento, accolsero con piacere fuor dell’ordinario la nuora. E, volendo sapere da Ambruoso per quale ragione avesse fatto coteste gherminelle di mandarla vestita da uomo, e appreso che era stato per ritegno di confessare che aveva messo al mondo sette figlie femmine, Biasillo[120] disse: «Poiché il Cielo ha dato a te tante figlie femmine e a me altrettanti maschi, affé, vogliamo fare un viaggio e sette servizî. Va’, conducile tutte in questa casa, e io le voglio dotare, ché, grazie al Cielo, ho agresta[121] che basta per tanta fragaglia»[122].
[72]
Ambruoso, a queste parole, si mise l’ali per andar a prendere le altre figlie e menarle a casa di Biasillo, dove si fece una festa con sette sposalizî, e le musiche e i suoni andarono fino al settimo cielo; e, restando tutti allegramente, si vide chiaro che
non tardarono mai grazie divine.
[73]
Corvetto, invidiato per le sue virtuose qualità dai cortigiani del re, è mandato a diversi pericoli, ne esce con grande onore a maggior dispetto dei suoi nemici, e gli è data, infine, l’infanta per moglie.
Avevano gli uditori preso tanto interessamento alla persona di Belluccia che, quando la videro maritata, ne furono cosí lieti e festanti come se quella giovinetta fosse uscita dalle reni loro. Ma il desiderio di ascoltare Ciulla pose tregua all’applauso e gli orecchi rimasero sospesi al moto delle labbra di costei, che cosí parlarono:
Udii narrare una volta che Giunone, per trovare la Bugia, andò a Candia[123]. Ma se uno mi domandasse dove veramente possa trovarsi l’infingimento e l’impostura, io non saprei insegnargli altro luogo che la corte, dove sempre si giuoca alle maschere, e la mormorazione fa da Trastullo, la maldicenza da Graziano, il tradimento da Zanni e la furfanteria da Pollicinella[124]; dove, a uno stesso tempo, si punge e si unge, si [74] spezza e s’incolla. Di ciò vi mostrerò solo un ritaglio col racconto che sto per farvi sentire.
C’era una volta al servigio del re di Fiumelargo un giovane molto dabbene, chiamato Corvetto, che, pei suoi buoni comportamenti tenuto in cuore dal padrone, era per la stessa causa odiato e mal digerito da tutti i cortigiani. Pipistrelli d’ignoranza, essi non potevano mirare il lustro della virtú di Corvetto, il quale a danaro contante di buone azioni si comperava la grazia del signore. Le aure dei favori, che gli largiva il re, erano scirocco all’ernia di quegli schiattanti d’invidia; talché non facevano altro, per tutti i cantoni del palazzo e a tutte le ore, che mormorare, susurrare, bisbigliare, brontolare, borbottare e sforbiciare addosso a questo pover’uomo, dicendo: «Quale fattucchieria ha gettata sul re quest’animalone, da farsi cosí ben volere? Quale fortuna la sua, che non passa giorno che non abbia qualche aggiunta di favori? E noi sempre andiamo indietro, come coloro che tirano la fune, e sempre scapitiamo di condizione! Eppure serviamo come cani; eppure sudiamo come zappatori e corriamo come daini per imbroccare a perfezione il gusto del re. Veramente bisogna nascere fortunati a questo mondo, e chi non ha ventura si gitti a mare: in ultimo, gli tocca vedere e crepare».
Queste e altre parole uscivano dall’arco della bocca loro, ed erano frecce avvelenate, che andavano al bersaglio della rovina di Corvetto. Oh misero chi è condannato all’inferno della corte, dove le lusinghe si vendono a quadretti[125] e i mali ufficî si misurano a tomoli e i tradimenti si pesano a [75] cantari! Ma chi può dire la quantità di bucce di cocomero, che gli posero sotto i piedi per farlo sdrucciolare?[126]. Chi può descrivere il sapone delle falsità, che spanderono sulla scala delle orecchie del re, affinché il povero giovane capitombolasse e si rompesse la nuca del collo? Chi può narrare le fosse d’inganni, scavate dentro il cervello del padrone, coperte dalle frasche di buon zelo, perché quegli vi precipitasse al fondo?
Ma Corvetto era fatato, e vedeva i tranelli e scopriva i trabocchetti, e conosceva le matasse, e s’accorgeva degl’imbrogli, delle insidie, delle trappole, delle tagliuole, delle trame e delle furfanterie degli avversarî; e stava sempre con gli orecchi tesi e con gli occhi aperti per non smarrire il filo, sapendo che la fortuna dei cortigiani è di vetro. Pure, quanto piú continuava questo giovane a salire, tanto maggiore era la discesa di malumore[127] negli altri, che, non sapendo in ultimo con qual mezzo levarselo dai piedi, dacché le maldicenze intorno a lui non acquistavano fede, pensarono di condurlo per la strada delle lodi a un precipizio e spingervelo giú (arte inventata a casa calda[128] e perfezionata nella corte); e questo tentarono nel modo che ora dirò.
Stava a dieci miglia dalla Scozia, che era la sede di questo re, un orco, il piú bestiale e selvatico che fosse mai nell’orcheria. Perseguitato dal re, costui si era fortificato in un bosco avviluppato sopra una montagna, che non vi volavano nemmeno gli uccelli, e tanto intricato che non poteva mai ricevere [76] la visita del Sole. Aveva quest’orco un bellissimo cavallo, che pareva fatto col pennello, e al quale, tra le altre bellezze, non mancava neppure la parola, perché, per fatagione, parlava come noi altri.
Ora i cortigiani, che sapevano quanto malvagio fosse quell’orco, quant’aspro il bosco e quanto alto il monte, e quanto difficile prendere il cavallo, si misero attorno al re, contandogli minutamente le perfezioni di quest’animale, e che era cosa degna di re, e perciò doveva procacciare per ogni via e maniera di toglierlo dalle branche dell’orco; e che da questa impresa Corvetto sarebbe stato capace di cavar le mani, come giovane esperto e atto a tirarsi fuori dal fuoco. Il re, che non sapeva che sotto i fiori di queste parole giaceva il serpente, fece venire subito a sé Corvetto e gli disse: «Se mi vuoi bene, vedi d’avere per ogni modo il cavallo dell’orco, mio nemico; ché ti chiamerai contento e consolato d’avermi reso questo servigio».
Corvetto, quantunque conoscesse che questo tamburo era suonato da chi gli voleva male, pure, per obbedire al re, s’avviò verso la montagna, e, penetrando quatto quatto nella stalla dell’orco, sellò il cavallo, e, montatovi coi piedi forti nella staffa, prese la via dell’uscio. Il cavallo, vedendosi spronare fuori del palazzo, gridò: «All’erta, ché Corvetto mi porta via!». Al grido, scese l’orco con tutti gli animali che lo servivano, e di qui vedevi un gatto mammone, di là un orso del principe[129], da questa parte un leone, da quella un lupo, da quell’altra un lupo mannaro, per ridurlo a brani. Ma il giovane, a forza di buone tirate di briglia, s’allontanò dalla montagna, e, galoppando verso la città, giunse alla corte. Qui, [77] al presentare ch’egli fece il cavallo, il re lo abbracciò con maggiore tenerezza che se gli fosse stato figlio, e, posta la mano a una borsa, gli empí le palme di patacconi. Fu questa una buona giunta di rabbia al vestito dell’invidia dei cortigiani; e, dove prima si gonfiavano con la cannella, ora crepavano a soffiate di mantici, vedendo che i picconi, coi quali si pensavano di sfabbricare la buona sorte di Corvetto, servivano invece a spianargli la strada per il maggior utile suo.
Tuttavolta, sapendo che non al primo urto di macchina bellica si rompe la muraglia, vollero tentar la seconda fortuna, e dissero al re: «Sia con la buon’ora il bel cavallo, che veramente sarà l’onore della stalla reale! Cosí aveste voi il paramento dell’orco, che è una cosa che non si può dire: la fama vostra potrebbe andare per le fiere! E nessun altro può accrescere di questa ricchezza il tesoro vostro, se non Corvetto, che ha una mano fatta apposta per questa sorta di servigi».
Il re, che ballava a ogni suono, e di cotesti frutti, amari bensí ma inzuccherati, mangiava solo la corteccia, chiamò Corvetto e lo pregò di fargli avere il paramento dell’orco. E Corvetto non replicò parola, ma in quattro salti fu alla montagna dell’orco, ed entrato senz’esser visto nella camera in cui quello dormiva, si nascose sotto il letto ed aspettò accovacciato fin all’ora in cui la Notte, per dar da ridere le stelle, fa un libro di carnevale[130] in faccia al Cielo. E, dopo che l’orco [78] e la moglie si furono coricati, egli staccò zitto zitto il paramento della camera; e, volendo portarsi via anche la coltre, cominciò a tirarla dal letto pian piano. Si svegliò l’orco e disse alla moglie che non tirasse tanto perché lo scopriva tutto e gli avrebbe fatto venire qualche mal di ventre. «Anzi tu scopri me, — rispose l’orca, — ché non mi è rimasto niente addosso». «Dove diamine è andata la coperta?» — replicò l’orco, e, cercando con la mano verso terra, toccò la faccia di Corvetto. «Il monachetto, il monachetto! — si mise allora a gridare: — genti, candele, accorrete!». A queste voci, tutta la casa fu sossopra. Ma Corvetto, che aveva gettato i drappi dalla finestra, si lasciò cadere sopr’essi, e, fattone un bel fardello, trottò alla volta della città. E non si possono dire le carezze che gli usò il re, e il dispetto che ne provarono i cortigiani, i quali scoppiavano dai fianchi.
Con tutto ciò, fecero pensiero di dare addosso a Corvetto con la retroguardia delle loro bricconerie. Era il re tutto gioioso pel piacere di possedere quei paramenti, i quali, oltre ad essere di seta ricamati d’oro, portavano istoriate piú di millanta imprese di varî capricci e pensieri[131]; e, tra gli altri, se mal non ricordo, un gallo in atto di cantare per l’Alba che sorgeva, con un motto in toscano: «Sol ch’io ti miri»[132]; e cosí anche un fiore elitropio afflosciato, con un motto parimente [79] toscano: «Al cader del sole»[133]; e tanti e tanti altri, che ci vorrebbe assai piú memoria e assai piú tempo a contarveli tutti. Avendo, dunque, i cortigiani trovato il re lieto e giubilante, gli dissero: «Corvetto ha fatto tante e cosí belle imprese in vostro servigio, che non sarebbe un granché se, per farvi un piacere segnalato, vi facesse avere il palazzo stesso dell’orco, che è degna stanza d’un imperatore, e, anzi, ha un numero cosí immenso di camere dentro e fuori, che può starvi un intero esercito, e non riuscireste a immaginare quanti sono i cortili, i supportici, le loggette, i gaifi[134], le latrine a caracò[135] e le ciminiere costruite in tufo, con tanta architettura, che l’arte vi si picca, la natura cede vinta e lo stupore vi sguazza».
Il re, che aveva cervello prolifico che subito s’ingravidava, manifestò a Corvetto il desiderio che gli era nato del palazzo dell’orco, e che ai tanti gusti che gli aveva dati facesse quest’aggiunta, ché l’avrebbe scritta col carbone dell’obbligo nell’osteria della memoria[136]. E Corvetto, ch’era uno zolfanello e faceva cento miglia l’ora, si mise subito le gambe addosso e pervenne al palazzo dell’orco.
L’orca aveva allora partorito e aveva fatto un bell’orchicello; [80] e il marito era uscito a convitare i parenti, mentre la puerpera, levatasi di letto, tutta si affaccendava a preparare il pranzo. Corvetto, entrato con una faccia da martello, disse: «Ben trovata, magna femmina! Bella massara mia, e perché rovinare cosí la tua salute? Ieri hai partorito, e ora t’affatichi tanto, e non hai compassione delle carni tue». «Che vuoi ch’io faccia, — rispose l’orca — se non ho chi mi aiuta?». «Sono qua io — replicò Corvetto — per aiutarti a calci e a morsi». «Sii il benvenuto — disse l’orca; — e, giacché ti sei offerto con tanta amorevolezza, aiutami a spaccare quattro pezzi di legna». «Di grazia, — replicò ancora Corvetto, — se non bastano quattro, siano cinque». E, nel dir cosí, prese un’accetta affilata di recente e, invece di dare sul legno, dette sulla nuca dell’orca e la fece cadere a terra come una pera. Corse poi presto all’entrata della porta, scavò un fosso profondo e lo ricoprí di frasche e di terra, e si mise a spiare dietro la porta.
E, quando vide venire l’orco coi parenti, gridò dal cortile: «Testimonianza vostra! Alto là, e viva il re di Fiumelargo!»[137]. L’orco, che sentí questa bravata, si lanciò come una folgore verso Corvetto per farne una salsa; ma, entrando a furia pel supportico, lui e i parenti dettero tutt’insieme dei piedi nella fossa e rotolarono al fondo, dove Corvetto, a colpi di pietra, ne fece una schiacciata. Chiuse poi la porta e ne portò la chiave al re.
Il quale, visto il valore e l’ingegno di questo giovane, a sfida della fortuna, a dispetto dell’invidia, a crepacuore dei cortigiani, gli dié la figlia per moglie; sicché a lui le traverse [81] oppostegli dall’invidia furono falanche[138] per varare la barca della vita sua al mare delle grandezze, e i suoi nemici, confusi e schiattati, furono costretti ad andare al cesso senza candela:
ché la debita pena del mal fare
tarda talvolta, ma non può mancare!
[82]
Moscione è mandato dal padre a mercatare al Cairo per allontanarlo dalla casa dove si comportava da arciasino. Per la strada, incontra persone virtuose e le conduce con sé e, con l’aiuto che gli danno, torna stracarico d’argento e d’oro.
Non mancarono intorno al principe Taddeo cortigiani che sarebbero scattati per la stizza al vedersi toccati sul vivo, se proprio l’arte loro non fosse stata quella di dissimulare. Né essi avrebbero saputo dire se piú desse loro nel naso il rinfaccio che si faceva della loro falsità o l’invidia che portavano all’udire della buona fortuna toccata a Corvetto. Ma Paola, cominciando a parlare, tirò fuori dal pozzo della passione l’anima loro mercé l’uncino di queste parole:
Fu sempre assai piú lodato un ignorante se tiene pratica con uomini virtuosi che non un uomo sapiente che se la faccia con gente dappoco; perché quanto, per opera dei primi, si può guadagnare di agi e grandezze, altrettanto, per colpa degli altri, si può scapitare di roba e d’onore. Il prosciutto si conosce alla prova dello stecco; e voi riconoscerete, dal caso che vi narrerò, se è vero quello che vi ho proposto.
C’era una volta un padre ricco quanto il mare, il quale, poiché non si può in questo mondo godere felicità intera, aveva un figlio cosí sciagurato e dappoco che non sapeva [83] distinguere le carrube dai cetrioli. Non sostenendo il padre piú oltre quella sua tanta scempiatezza, gli dié un buon gruzzolo di scudi e lo mandò a mercatare verso Levante, perché egli sapeva che veder vari paesi e praticar genti diverse sveglia l’ingegno, aguzza il giudizio e fa l’uomo accorto.
Moscione (ché cosí si chiamava il figlio), montato a cavallo, prese la via verso Venezia, arsenale delle maraviglie del mondo[139], per imbarcarsi su qualche vascello che facesse vela pel Cairo[140]. Dopo una buona giornata di cammino, trovò un tale che stava fermo a pié di un pioppo, e gli domandò: «Come ti chiami, giovane mio? Di dove sei, e quale arte è la tua?». Quegli rispose: «Mi chiamo Folgore, sono di Saetta e so correre come un lampo». «Vorrei vederne la prova», replicò Moscione; e Folgore: «Aspetta un momento, e vedrai se si tratta di polvere o di farina». E, dopo essere stati per un po’ sospesi, ecco per la campagna una cerva; e Folgore, lasciandola passare avanti per un pezzo per darle piú vantaggio, si mise a correre in modo cosí straordinario e con tanta leggerezza di piede che sarebbe andato sopra una via cosparsa di farina senza lasciarvi la forma della scarpa; e, in quattro salti, la raggiunse. Moscione, meravigliato, gli domandò se voleva star con lui, che l’avrebbe pagato profumatamente; e Folgore ne fu contento, e s’avviarono in compagnia.
Non avevano camminato altre quattro miglia quando trovarono un altro giovane, al quale Moscione disse: «Qual è il tuo nome, camerata? quale il tuo paese? e quale l’arte tua?». E quegli rispose: «Mi chiamo Orecchio di lepre, sono di Vallecuriosa, e, mettendo l’orecchio a terra, senza muovermi [84] di posto, sento quanto si fa pel mondo: ascolto gli accordi e le combriccole che gli artigiani stringono per alterare il prezzo delle cose, i mali ufficî dei cortigiani, i tristi consigli dei ruffiani, gli appuntamenti degl’innamorati, i concerti dei mariuoli, i lamenti dei servitori, i riportamenti degli spioni, i borbottii dei vecchi, le bestemmie dei marinai, che non vedevano altrettanto il gallo di Luciano[141] e la lucerna del Franco[142] quanto sentono queste orecchie mie». «Se è vero questo, — rispose Moscione — dimmi: che si dice nella casa mia?». E quegli, posto un orecchio a terra, disse: «Un vecchio parla con la moglie e dice: — Sia lodato il Sol leone, che mi sono levato dagli occhi quel Moscione, quella faccia di giornea all’antica[143], quel chiodo del mio cuore! Almeno, viaggiando pel mondo, si farà uomo e non vorrà essere cosí asino, bestiale, scioccone e perdigiorno». «Non piú — interruppe Moscione, — ché dici il vero e ti credo. Perciò, vieni con me, ché hai trovato la ventura tua». «Vengo» — disse il giovane; e si avviarono insieme.
Dopo altre dieci miglia, incontrarono ancora un giovane, al quale Moscione disse: «Come ti fai chiamare, uomo dabbene mio? dove sei nato? e che cosa sai fare al mondo?». E quegli rispose: «Mi chiamo Accecadiritto, sono di Castel Tiragiusto e so cogliere cosí a segno con una balestra che colpisco in mezzo un melofioccolo»[144]. «Vorrei vederne la [85] prova», — replicò Moscione; e quegli, caricata la balestra, tolse di mira e fece saltare un cece posto su una pietra. Per la qualcosa Moscione se lo prese con gli altri in sua compagnia.
Camminarono un’altra mezza giornata, e trovarono taluni che fabbricavano un bel molo sotto la sferza del sole, che potevano dire con ragione: «Parrella[145], metti acqua nel vino, ché m’arde il cuore»[146]. Moscione provò tanta compassione di quei lavoratori, che disse: «E come, maestri miei, avete voi la forza di stare in questa fornace, dove si cocerebbe una placenta di bufala?». Uno di essi rispose: «Noi stiamo freschi come una rosa, perché abbiamo con noi un giovane che ci soffia alle spalle in modo che pare che spirino venti di ponente». «Lasciatemelo vedere, — replicò Moscione, — e Dio vi guardi». E i muratori fecero cenno al giovane, e Moscione gli domandò: «Come ti fai chiamare, per la vita di tuo padre? di quale terra sei? e quale professione è la tua?». Quegli rispose: «Mi chiamo Soffiarello, sono di Terraventosa, e so fare con la bocca tutti i venti. Se vuoi Zefiro, te ne fo andare in estasi; se vuoi raffiche[147], faccio cadere le case». «Non lo credo se non lo vedo» — disse Moscione; e Soffiarello soffiò prima soave che pareva il vento che spira da Posilipo verso sera, e, subito dopo, voltatosi verso un gruppo di alberi, mandò fuori tanta furia di vento che sradicò un filare di querce. Vedendo questo, Moscione se lo prese per compagno.
Camminarono un altro tanto, e incontrarono un altro giovane, al quale egli disse: «Come ti chiami? non ti sia detto [86] per comando. Di dove sei, se si può sapere? E quale è l’arte tua, se la domanda è lecita?». Quegli rispose: «Mi chiamo Forteschiena, sono di Valentino, e ho tal virtù che mi carico una montagna sulle spalle e mi sembra una piuma». «Se fosse questo, — disse Moscione — tu meriteresti di essere il re della dogana[148] e saresti insignito del palio al primo di maggio[149]; ma ne vorrei vedere la prova». E Forteschiena si caricò di scheggioni di rupe, di tronchi d’albero, e di tanti altri pesi, che non l’avrebbero portato mille grandi carrette; onde Moscione strinse accordo perché venisse in sua compagnia.
Finalmente, giunsero nel paese di Belfiore, dov’era un re che aveva una figlia, la quale correva come il vento e sarebbe passata sui broccoli fioriti senza piegarne le cime. Il re aveva pubblicato un bando che a chi l’avesse arrivata nella corsa l’avrebbe data per moglie, ma a chi fosse rimasto indietro avrebbe fatto tagliare il collo. Moscione si presentò al re e si offerse di correre con la figlia, e fermarono i patti o di battere con le calcagna o di lasciarvi la zucca. Ma la mattina dopo mandò a dire al re che gli era venuto un malore improvviso e che, non potendo correre in persona, avrebbe posto al suo luogo un altro giovane.
«Venga chi vuole — rispose Ciannetella, che era la figlia del re: — non me ne importa un fico, e qui ce n’è per tutti». [87] Cosí, essendo la piazza fitta di gente per assistere alla corsa, e gli uomini facevano come formiche e le finestre e le terrazze erano piene come un uovo, comparve Folgore, che si mise a capo della piazza, aspettando le mosse. Ed ecco venire Ciannetella, con la gonna rimboccata fino a mezza gamba e con una scarpetta a una suola bella e attillata che non passava dieci punti; e, postisi spalla con spalla, e sentito il taratà e il tu-tú della tromba, presero a correre in modo che i talloni toccavano le spalle. Fa’ conto che parevano lepri inseguite da levrieri, cavalli scapolati dalla stalla, cani con le vesciche alla coda, asini col pungolo dietro. Ma Folgore, che tale era di nome e di fatto, se la lasciò indietro piú di un palmo; e, toccato il termine, qui si sentí il grido, la baia, il convocío, gli strilli, i fischi, il batter di mano e di piede della gente, che gridava: «Viva, viva il forestiere!».
Ciannetella fece la faccia simile al deretano di uno scolaro che ha ricevuto la spogliazza[150], sentendo la vergogna e l’affronto di essere stata vinta. Ma, poiché la corsa doveva provarsi due volte, pensò di vendicarsi dello smacco, e, rientrata in casa, fece un incanto a un anello, pel quale a chi lo portasse al dito si piegavano le gambe, e non solo non poteva correre, ma nemmeno camminare. Quest’anello mandò in suo nome a donare a Folgore, dicendogli di metterlo al dito per amor suo. Orecchio-di-lepre, che aveva sentito tutto questo concerto passato tra il padre e la figlia, stette zitto, aspettando l’esito del negozio.
[88]
Quando, al trombettare degli uccelli, il Sole frustò la Notte sull’asino delle ombre[151], i due tornarono al campo, e, fatto il solito segno, cominciarono a giocar di talloni. Ma non tanto Ciannetella parve un’altra Atalanta, quanto Folgore era fatto un asino spallato e un cavallo sfiancato, che non poteva muover passo. Ora Accecadiritto, che vide il pericolo e aveva inteso da Orecchio-di-lepre l’intrigo, imbracciò la balestra e tirò una verretta, che colpí giusto al dito di Folgore e fece saltar via dall’anello la pietra, in cui era la virtú dell’incanto. Subito si sciolsero a quello le gambe irrigidite, e, in quattro salti da capriolo, oltrepassò Ciannetella e vinse il palio.
Il re, vedendo la vittoria di un bietolone, la palma di un gaglioffo, il trionfo di un bestione, rimase assai perplesso se dovesse dargli o no la figlia; e, chiamati a consiglio i sapienti della sua corte, gli fu risposto che Ciannetella non era boccone pei denti di uno scalzacane e di un uccellaccio perdigiorno, e che, senza macchia di mancamento di parola, poteva commutare la promessa in un donativo di scudi, che sarebbero stati di maggior soddisfazione a quel brutto pezzentone che non tutte le donne del mondo.
Al re piacque il parere, e fece domandare a Moscione quale premio volesse in cambio della moglie che gli era stata promessa. Moscione si consigliò coi compagni e rispose: «Voglio tant’oro e argento quanto ne può portare sulle spalle uno dei miei compagni». E il re fu contento. Si avanzò, dunque, Forteschiena e cominciarono a mettergli sul dorso banchi di ducatoni, sacchi di patacche, borsoni di scudi, barili [89] di monete di rame, scrigni di catenine e anelli. Ma, per quanto caricassero, esso stava saldo come una torre, tantoché, non bastando la tesoreria, le banche, i bancherotti, i mercanti di cambio della città, convenne mandare a chiedere in prestito a tutti i cavalieri bacili, boccali, sottocoppe, piatti, vassoi, canestri, perfino i pitali d’argento; e neanche bastarono per formare il giusto peso. In ultimo, non stanchi ma sazî e infastiditi, si partirono.
I consiglieri, che videro la sterminata ricchezza che si portavano con loro quattro scalzacani, dissero al re che era una grande asineria lasciar andar fuori tutto il nerbo del suo regno; e che perciò sarebbe bene mandar gente ad alleggerire di tanto carico quell’Atlante, che sosteneva sulle spalle un cielo di tesori. Il re accolse il consiglio e spedí subito una mano di genti armate a piede e a cavallo, che li raggiungesse. Ma Orecchio-di-lepre, che sentí il consiglio, ne avvisò i compagni; e, mentre la polvere si levava al cielo per lo sbattere di calcagni di coloro che venivano a scaricare la ricca soma, Soffiarello cominciò a soffiare in modo che non solo tutte le genti nemiche dettero di faccia a terra, ma furono gettate piú di un miglio lontano, come fanno i venti settentrionali a chi va per quei campi.
Cosí, senz’altro impedimento, Moscione arrivò alla casa del padre, dove del guadagno fece parte ai socî, perché si suol dire: «A chi ti fa guadagnare la ciambella e tu dagliene una scheggia»; e li mandò consolati e contenti. Ed esso restò col padre, ricco sfondolato, e si vide un asino carico d’oro, che non rese bugiardo il detto:
manda il Cielo i biscotti ai senza denti.
[90]
Il gran Turco, volendo fare un bagno nel sangue di un signore, manda a catturare in mare un principe; la figlia s’innamora del prigioniero e fugge con lui; la madre la raggiunge e dal principe le sono tagliate le mani. Il gran Turco muore di crepacuore; ma, bestemmiata la figlia dalla madre, il principe si dimentica di lei, e, solo dopo varie astuzie che ella adopera, torna alla memoria del marito, e rimangono lietamente insieme.
Fu ascoltato con grande soddisfazione il racconto di Paola, e dissero tutti che aveva ragione il padre nel voler virtuoso il figliuolo, ma che per costui cantò il cuculo[152], e, se quelli intrisero e battettero la pasta, egli aggranfiò e godé i maccheroni. Toccava ora a Ciommetella di dire il suo, ed essa parlò a questo modo:
Non può morir bene chi vive male, e, se qualcuno fa eccezione a questa sentenza, è corvo bianco; perché chi semina loglio non può ottenere grano, e chi pianta titimalo non può raccogliere broccoli fioriti. Né mi farà trovare bugiarda il racconto, al quale ora vengo: pagatemi, vi prego, con spalancamenti di orecchi, le mie aperture di bocca, perché io mi sforzerò di darvi piacere.
[91]
C’era una volta un Gran Turco, che, affetto di lebbra, non trovava al male alcun rimedio; tanto che i medici, non sapendo a quale espediente ricorrere, per togliersi dattorno le insistenze dell’ammalato, pensarono di proporre una cosa che tenevano impossibile, e gli dissero che gli era necessario fare un bagno nel sangue di un principe grande. Il Gran Turco, non appena si sentí prescrivere questa fiera ricetta, bramoso com’era di risanare, spedí subito una grossa armata per mare con l’ordine di scorrere per ogni banda e, per mezzo di spie e di grosse promesse, procurare d’aver tra le mani qualche principe.
L’armata, costeggiando dalla parte di Fontechiaro, scontrò una barca, nella quale andava per diletto Paoluccio, figlio del re di quel paese, che subito agguantarono, e portarono di peso a Costantinopoli. Colà i medici, non tanto per compassione di quel povero principe quanto per interesse loro, ché, non producendo il bagno alcun giovamento, ne avrebbero pagato essi la penitenza, vollero dar tempo al tempo e tirare in lungo la cosa; onde persuasero il Gran Turco che il prigioniero stava assai collerico per la libertà giocata al tressette, e che il sangue intorpidito avrebbe recato a lui maggior danno che beneficio, e perciò era necessario sospendere il rimedio finché al principe fosse passato l’umore malinconico, e intanto tenerlo allegro e dargli cibo sostanzioso, che gli facesse buon sangue.
Il Gran Turco, per procurargli vita allegra, lo chiuse in un bel giardino, che la Primavera aveva preso a censo perpetuo, dove le fontane gareggiavano con gli uccelli e coi freschi venti a chi sapesse meglio gorgheggiare e mormorare; e mise con lui in quel luogo sua figlia, Rosella, facendogli credere che volesse dargliela per moglie. Ma Rosella, tosto che [92] vide le bellezze del principe, fu annodata con una gomena d’amore, e, formando una bella miscela delle voglie sue con quelle di Paoluccio, s’incastrarono entrambi a un anello del medesimo desiderio.
Venuto il tempo che i gatti vanno in caldo e che il Sole piglia gusto a cozzare col montone celeste[153], Rosella scoprí che i medici avevano risoluto, poiché di primavera il sangue è meglio temperato, di scannare Paoluccio e preparare il bagno al Gran Turco. Vero è che il padre le aveva nascosta la cosa; ma essa, che aveva dalla madre la fatagione, conobbe il tradimento che si tesseva al suo innamorato. E, senz’altro, prese la sua risoluzione, e, consegnando al principe una bella spada, gli disse: «Bocchino mio diletto, se vuoi salvare la libertà che è tanto cara e la vita che è tanto dolce, non perder tempo: abbi i piedi della lepre, e fuggi alla marina, dove troverai una barca; saltaci dentro, e aspettami, ché, per virtú della spada incantata, sarai ricevuto da quei marinai con l’onore che meriti, come se tu fossi l’imperatore».
Paoluccio, che si vide aprire cosí buona strada alla salvazione, tolta la spada, s’avviò alla marina, dove trovò la barca e fu accolto con grande riverenza da quelli che la guidavano. Rosella, intanto, fatto un certo incantamento a una carta, la ficcò, senz’esser vista né sentita, nella tasca della madre, la quale subito cadde in un sonno profondo, che niente sarebbe valso a scuotere; ed essa poi, preso un involto di gioielli, scese in fretta alla barca, dov’era il principe, e insieme spiegarono le vele.
In questo mezzo il Gran Turco andò nel giardino, e, non trovandovi né la figlia né il principe, mise il mondo a rumore [93] e corse tutt’affannato alla moglie; ma non gli riuscí di destare la dormiente, né con gridi né con tirate di naso; tanto che pensò che qualche colpo improvviso le avesse tolto il sentimento, e, chiamate le damigelle, dié ordine di svestirla. Nel toglierle che queste fecero la gonna, cessò l’incanto, ed essa si svegliò, gridando: «Oimè, quella traditore di tua figlia ce l’ha fatta: se n’è fuggita col principe! Ma stia tranquilla: la concerò io per le feste e le taglierò il passo».
Cosí dicendo, scese in furia alla marina, gettò una foglia d’albero a mare e fece nascere una feluca sottile, con la quale prese a inseguire i giovani fuggitivi. Rosella, che, sebbene la madre venisse invisibile, tuttavia con gli occhi dell’arte magica vide la rovina che loro cascava addosso, disse a Paoluccio: «Presto, cuor mio, cava fuori la lama, mettiti a poppa, e, appena senti rumore di catene e di uncini per aggraffare la barca, tira a occhi di porco, a chi cògli cògli, e zara a chi tocca; se no, siamo perduti e ci è impedita la fuga».
Il principe, che vide a repentaglio la pelle sua, stette sull’avviso; e subito che la barca della Gran Turchessa, accostandosi, gettò i raffi, tirò un gran rovescio che, per buona ventura, tagliò di colpo le mani della Soldana. La quale, gettando strida da anima dannata, scagliò alla figlia la maledizione: che il principe, al primo por piede alla terra sua, si fosse scordato di lei.
E tornò indietro, in Turcheria, coi moncherini goccianti sangue, e si presentò al marito, mostrandogli questo dolente spettacolo, e gli disse: «Ecco, marito mio, che alla tavola della fortuna ci siamo giuocati io e tu, tu la salute, e io la vita». Con queste parole le uscí lo spirito e il fiato, e andò a pagare il salario delle lezioni al maestro che le aveva insegnato [94] l’arte[154]. Il Gran Turco, gettandosi dietro a lei, come caprone, nel mare della disperazione, seguí le pedate della moglie e, freddo come neve, se n’andò anch’esso a casa calda[155].
Paoluccio, intanto, giunto a Fontechiaro, disse a Rosella, che avesse aspettato nella barca, perché egli andava a prendere genti e carrozze per portarla in trionfo a casa sua. Ma non cosí presto ebbe posto piede a terra che Rosella gli uscí di mente; e, andato al palazzo reale, vi fu ricevuto con infinite carezze dal padre e dalla madre, tra feste e luminarie da stordire. Passati tre giorni, e aspettando invano il ritorno di Paoluccio, Rosella si ricordò della bestemmia lanciatale, e si morse le labbra per non avere pensato in tempo a porvi riparo. Perciò, come femmina disperata, smontata a terra, prese una casa di fronte a quella del re, per cercare qualche modo di ricondurre alla memoria del principe l’obbligo che egli le aveva.
I signori della corte, che vogliono mettere il naso dappertutto, adocchiato il nuovo uccello venuto in quella casa, e contemplando una bellezza che usciva da ogni misura, trascorreva oltre i termini, dava nel nove delle maraviglie[156], faceva eccesso di stupore e si chiamava fuori dello strasecolamento, cominciarono a farle il moscerino attorno, e spasseggiavano e corvettavano dinanzi alla sua casa. I sonetti andavano a furia, le imbasciate a torrenti, le musiche a stordimento di testa, i baciamani fino all’estremo fastidio; e, uno non sapendo [95] dell’altro, tutti tiravano a uno stesso bersaglio, e tutti cercavano, ebbri d’amore, di spillare la bella botte.
Rosella, che sapeva come si dovessero legare coteste barche, a tutti faceva buon viso, a tutti dava intrattenimento, tutti manteneva in isperanza; e, volendo infine stringere i sacchi, si accordò secretamente con un cavaliere di alto grado, che le desse mille ducati e un vestito di tutto punto, e venisse quella notte, ché ella gli avrebbe rilasciato il deposito del suo affetto. Il misero vagheggiatore di finestre[157], che aveva agli occhi le bende della passione, tolse subito a interesse i torneai, e a credito si fece dare da un mercante un ricco taglio di broccato riccio sopra riccio; e non vide l’ora che il Sole facesse cambio e scambio con la Luna, per cogliere il frutto dei desiderî suoi. E, venuta la notte, andò segretamente alla casa di Rosella, che trovò coricata in un bel letto, che pareva una Venere in mezzo a un prato di fiori; la quale, tutta tenera, gli disse di non coricarsi senza prima serrare la porta. Il cavaliere, a cui parve far poco con questo per servire una gioia cosí bella, andò per chiudere la porta; ma quella non tante volte era chiusa che si spalancava: egli la spingeva e quella s’apriva, di maniera che stette a fare questo sega va e sega viene, e questo tira e molla[158], tutta la notte. E quando il Sole seminò di luce d’oro [96] i campi che l’Aurora aveva arati, egli aveva combattuto una notte intera, quanto è grande e lunga, con una maledetta porta, senza potere adoperare la chiave; e, per di piú di questa commissione, ebbe da Rosella una lunga ramanzina e fu chiamato inetto, che non era stato da tanto di serrare una porta, e pure aveva preteso di aprire lo scrigno dei gusti di Amore. In ultimo, il meschino, indispettito, confuso e scornato, se ne andò, caldo di testa e freddo di coda, ad attendere alle sue faccende.
La seconda sera prese un appuntamento con un altro barone e gli chiese mille altri ducati e un altro vestito. E quegli andò a impegnare tutti i suoi ori ed argenti agli ebrei[159] per soddisfare un desiderio che porta in cima al diletto il pentimento; e tosto che la Notte, come povera vergognosa, si coprí col manto la faccia per chiedere la elemosina del silenzio[160], si presentò alla casa di Rosella. Ella, che s’era coricata, gli disse di spegnere la candela e che poi entrasse nel letto; e il cavaliere, toltasi la cappa e la spada, cominciò a soffiar la candela. Ma quanto piú buffava, piú l’accendeva, perché le ventosità della sua bocca facevano l’effetto del mantice al fuoco del fabbro; e in questo soffiamento spese tutto il tempo, e, per spegnere una candela, si consumò come candela. E quando la Notte, per non vedere le diverse follie degli uomini, si nasconde, [97] il misero beffato, con un altro dolce sorbetto[161] d’ingiurie, andò via come il primo.
Alla terza notte si fece innanzi il terzo innamorato con mille altri ducati presi a usura e con un vestito ottenuto per iscrocco; e, salito quatto quatto all’appartamento di Rosella, questa gli disse: «Io non mi voglio coricare se prima non mi ravvio i capelli». «Lascia che ti pettini io», rispose il cavaliere; e la fece sedere con la testa nel suo seno, e, credendo di arrobbiare[162] panno francese, cominciò a districare i capelli col pettine d’avorio. Ma quanto piú si sforzava di disgroppare quella testa arruffata, piú rendeva intricato il paese; tanto che indugiò tutta la notte senza far cosa per diritto, e, per ordinare una testa, disordinò la testa sua, che stette per batterla al muro. E, come il Sole fu uscito a sentire la lezione recitata dagli uccelli e con la sferza dei raggi ebbe percosso i grilli che avevano ammorbato la scuola dei campi, colui, con un’altra magnifica strapazzatura, se ne uscí da quella casa, freddo e gelato.
In quei giorni, questo cavaliere si trovò alla conversazione nell’anticamera del re, dove si taglia e cuce, dove trista la madre che ci ha la figlia, dove si agitano i mantici dell’adulazione, si trama la tela degl’inganni, si toccano i tasti della mormorazione, s’intaccano i cocomeri per la prova dell’ignoranza[163]. E, fra gli altri discorsi, il cavaliere raccontò quanto gli era accaduto e il tiro che gli era stato giocato; e a lui rispose il secondo, dicendo: «Sta’ zitto: s’Africa pianse, Italia [98] non ne rise[164]: io pure sono passato per questa cruna d’ago, e perciò danno comune, mezzo gaudio». A questo aggiunse il terzo: «Vedi che tutti siamo macchiati d’una pece, e possiamo toccarci la mano senza invidia da parte di nessuno, perché questa traditora ci ha lavorati tutti a rovescio del pelo. Ma non è bene inghiottire questa pillola senza qualche risentimento: non siamo noi uomini da essere burlati e posti in un sacco. Perciò facciamola pentire questa barbiera[165], truffaragazzi». E cosí andarono insieme tutti e tre davanti al re e gli raccontarono il caso.
Il re mandò subito a chiamare Rosella e le disse: «Dove hai appreso coteste arti di truffare i cortigiani miei? Non credi forse che ti farò scrivere alla gabella, baldracca, sgualdrina, scrofetta?». E Rosella, senza punto cangiar di colore, rispose: «Quel ch’ho fatto, è stato per vendicarmi di un torto recatomi da uno della vostra corte: sebbene non potrei far mal cosa al mondo che fosse bastevole a sconto di quell’ingiuria». Il re le comandò che dicesse quale offesa le era stata recata; ed essa raccontò in terza persona quanto aveva operato in servigio del principe, come l’aveva cavato dalla schiavitú, liberato dalla morte, sottratto ai pericoli d’una maga e portato sano e salvo al suo paese, per esserne poi ringraziata con una voltata di schiena e con un caciocavallo: ch’era ingiuria allo stato suo, per essere donna di alto grado e figlia di chi aveva sotto di sé molti regni.
Quando il re ebbe udito questo racconto, la fece sedere con grande onore e la pregò di rivelare chi fosse il disamorato e l’ingrato che l’aveva cosí beffata. Ed essa, toltosi un [99] anello dal dito, disse: «Colui al quale andrà quest’anello, quegli sarà il traditore e l’infedele, che mi ha piantata!». E gettò l’anello, che andò a infilarsi al dito del principe, ch’era lí presente, immobile come uno stipite; e subito la virtù dell’anello risalí a lui alla testa, e gli tornò la memoria perduta, gli si aprirono gli occhi, il sangue si risentí, gli spiriti si svegliarono, ed egli corse ad abbracciare Rosella. E non si saziò di stringere la catena dell’anima sua, non si stancò di baciare il vaso delle gioie sue; e le chiese perdono del dolore che le aveva arrecato.
«Non occorre domandare perdono — essa rispose — di errori che non sono prodotti dalla volontà. Io so la causa per la quale ti eri scordato di Rosella tua, perché non mi è uscita di mente la bestemmia che mi gettò quell’anima perduta di mia madre. Ti scuso, dunque, e ti compatisco»; e aggiunse mille altre parole affettuose.
Il re, conosciuta la stirpe di Rosella e l’obbligo che le doveva pel beneficio usato al figlio, ebbe caro che si congiungessero, e, fatta fare cristiana Rosella, la dette al principe per moglie; ed essi rimasero piú soddisfatti di quanti altri mai portassero il giogo del matrimonio, e videro alla fine che:
la nespola, se è còlta acerba e dura,
col tempo e con la paglia si matura.
[100]
Cicella, maltrattata dalla matrigna, riceve doni da tre fate; e quella, invidiosa, fa andare alle fate la figlia sua, che ne riporta, invece, scorno. Manda allora Cicella a guardare porci, e un gran signore s’innamora della giovane e vuole sposarla; ma, per malizia della matrigna, gli è data in cambio la figlia brutta, e la figliastra è messa in una botte per farla cuocere con l’acqua bollente. Il signore scopre il tradimento e mette nella botte l’altra; sopravviene la madre, che la spolpa versandole sopra l’acqua calda, e poi, scoperto l’errore, si ammazza.
Il racconto di Ciommetella fu stimato dei piú belli che s’erano sin allora narrati, tanto che Iacova, vedendo tutti muti per lo stupore, disse:
Se non fosse il comando del principe e della principessa, che è un argano che mi tira e un carro che trascina, farei punto finale alle chiacchiere mie, parendomi troppa presunzione porre il colascione sfondato della mia bocca accanto all’arciviola[166] delle parole di Ciommetella. Pure, poiché cosí vuole questo signore, mi sforzerò di farvi una piccola ricercata intorno al castigo di una femmina invidiosa, la quale, volendo mettere al fondo la figliastra, la portò invece alle stelle.
C’era una volta nel casale di Marcianise[167] una vedova, [101] chiamata Caradonia, che era la mamma dell’invidia, e non poteva mai veder capitar bene a qualche vicina che non le si facesse un nodo alla gola; non udiva mai la buona sorte di qualche persona di sua conoscenza, che non la prendesse di traverso; né mirava mai femmina o uomo contento, che non le venisse l’angina.
Aveva essa una figliuola chiamata Grannizia, che era la quintessenza dei cancheri, il primo taglio delle orche marine, il fior fiore delle botti crepate, con la testa pidocchiosa, i capelli scarmigliati, le tempie pelate, la fronte di mazzuolo, gli occhi gonfi, il naso a bernoccoli, i denti incalcinati, la bocca di cernia, il mento a forma di zoccolo, la gola di pica, le poppe a bisacce, le spalle a vòlta, le braccia ad aspo e le gambe a uncino[168]; e, insomma, da capo a piede era una degna versiera, una squisita peste, un vero accidente, e, soprattutto, nanerottola, anitroccola, mostricciattolo; e, con tutto ciò, scarafaggino a mamma sua pareva bellino.
Ora accadde che questa buona vedova si rimaritò con un certo Micco Antuono, ricco massaro di Panicocoli[169], che era stato due volte baglivo e sindaco di quel casale, stimato assai da tutti i panicocolesi, che ne facevano gran conto. Aveva Micco Antuono dal suo canto una figlia, chiamata Cicella, che non si poteva vedere cosa piú bella e mirabile al mondo. [102] Possedeva un occhio amoroso che ti affatturava, una boccuccia baciarella da mandare in estasi, una gola di fior di latte che faceva sdilinquire la gente; ed era, insomma, cosí succosa, saporita, giocherella e leccherella, e aveva tanti vezzi, carezze, moine e tenerezze, che svelleva i cuori dai petti. Ma a che tante parole? basta dire che pareva fatta col pennello, ché, a esaminarla, non vi trovavi una pecca.
Caradonia, vedendo che Cicella, al paragone della figlia, si mostrava come un cuscino di velluto in quaranta[170] accanto a uno strofinacciolo di cucina, uno specchio di Venezia accanto a un culo di pentola unta, una fata Morgana di fronte a un’Arpia, cominciò a guardarla con cipiglio e a tenerla in gola. Né la cosa finí qui, perché rompendosi fuori la postema formatasi nel cuore, e non potendo essa stare piú sospesa alla corda, prese a tormentare a carta scoperta la mal capitata giovane. Alla figlia faceva vestire gonna di saia frappata e corpetto di seta[171], alla misera figliastra i peggiori cenci e stracci della casa; alla figlia dava pane bianco di semolino, alla figliastra croste di pane duro e muffito; la figlia faceva stare come l’ampolla del Salvatore[172], la figliastra faceva andare su e giú[173] a scopare la casa, a stropicciare i piatti, a rifare i letti, a lavare i panni sudici, a dare il cibo al porco, a governare l’asino e a gettare il buon pro vi faccia. [103] E a tutte queste cose la buona giovane, sollecita e diligente, accudiva con gran premura, non risparmiando fatica per dar nell’umore alla malvagia matrigna.
Volle la buona sorte che, andando la poveretta un giorno a gettare l’immondizia fuori di casa a un luogo dov’era un gran dirupo, le cadde giù il corbello; e, mentre essa ricercava con l’occhio come potesse azzeccarlo da quel fondo, che è, che non è? vide un coso scontraffatto, che non sapeva se era l’originale di Esopo o la copia del brutto pezzente[174]. Era un orco che aveva i capelli come setole di porco, neri neri, che gli ricadevano fino ai malleoli; la fronte grinzosa, in cui ogni piega pareva un solco fatto dal vomero; le sopracciglia arruffate e pelose, gli occhi infossati[175] e pieni di quella tal cosa che parevano botteghe sudice sotto due grandi sporgenti[176] di palpebre; la bocca storta e bavosa, dalla quale spuntavano due zanne come di cignale; il petto tutto bernoccoli in un bosco di pelame da poterne riempire un materasso; e, soprattutto, alto di gobba, grande di pancia, sottile di gamba, storto di piede; sicché vi faceva scontorcere la bocca per lo spavento.
Cicella, tuttoché vedesse una mala ombra da spiritare, facendo buon animo, gli disse: «Uomo dabbene mio, porgimi quel cestello che m’è caduto: ch’io ti possa veder prendere una moglie ricca ricca!». L’orco rispose: «Vien qua, giovane mia, e prenditelo». E la buona ragazza, afferrandosi alle radici, aggrappandosi ai sassi, tanto s’industriò che discese. [104] E, in fondo al precipizio, che cosa mai trovò? Tre fate: una piú bella dell’altra. Avevano i capelli d’oro filato, le facce di luna in quintadecima, gli occhi che parlavano, le bocche che facevano citazioni, a tenore di contratto, per essere soddisfatte di baci inzuccherati. Che piú? una gola delicata, un petto morbido, una mano pastosa, un piede tenerino, e tale una grazia, insomma, che era onorata cornice a tante bellezze.
Le fate fecero a Cicella tante carezze e gentilezze che non si potrebbero immaginare; e, presala per mano, la condussero a casa loro, in quella grotta dove avrebbe potuto abitare un re di corona, e la fecero sedere su tappeti turcheschi e cuscini di velluto piano con fiocchi di canapa[177]. Posero poi l’una dopo l’altra le loro teste in grembo a Cicella e vollero che le ravviasse; e mentre essa, con un pettine di corno di bufalo lucente, faceva l’opera sua, le domandarono: «Bella giovane mia, che trovi in questa testolina?». Ed essa, con un bel garbo, rispondeva: «Vi trovo lendinelli[178] e pidocchini, perle e granatini».
Piacque alle fate la buona creanza di Cicella, e queste magne femmine, intrecciatesi i capelli che s’erano disciolte, la condussero in giro con loro, mostrandole a mano a mano tutte le meraviglie che erano in quel palazzo fatato: scrigni con bellissimi intarsi di castagno e di carpino, col coperchio di pelle di cavallo e le piastre di stagno; tavole di noce, lucide [105] da specchiarvisi; riposti con castelletti di scodelle[179], che ti abbagliavano; tende di panno verde infiorato; sedie di cuoio con le spalliere; e tanti e tanti altri sfoggi che ogni altro, al vederli, sarebbe rimasto incantato. Ma Cicella, come non fosse il fatto suo, mirava le grandezze di quella casa senza gridare al miracolo, e senza ah! e uh! da villano.
In ultimo, la fecero entrare in una guardaroba, piena zeppa di vestiti lussuosi, e le fecero vedere gamurre di teletta dello spagnuolo, robe con maniche a prosciutto di velluto a fondo d’oro, coperte di cataluffo guarnite con puntini di smalto, moncili[180] di taffettà in tralice, frontali di fioretti naturali, e gingilli a foglie di quercia, a conchiglia, a mezzaluna, a lingua di serpente, grandiglie[181] con puntali di vetri turchini e bianchi, spighe di grano, gigli e pennacchiere da portare sul capo, granatelle di smalto con incastri d’argento, e mille altre figurette e cianciafruscole da portare appese alla gola; e le dissero di scegliere a voglia sua e prendere a piene mani di quelle cose.
Ma Cicella, che era umile com’olio, lasciando stare le cose di maggior valore, tolse una gonnella sfilacciata, che non valeva tre calli. E le fate, a veder ciò, le domandarono: «Per quale porta vuoi uscire, grazietta cara?». Ed essa abbassandosi a terra e quasi stropicciandovisi tutta, disse: «Mi basta uscire per la stalla». Allora le fate, abbracciandola e mille volte baciandola, le misero un vestito magnifico, tutto ricamato d’oro; le acconciarono la testa alla scozzese, a canestretta e con tanti nastri e fettucce, che vedevi un prato di fiori, il [106] tuppo[182] a perichitto[183] con l’imbottitura e le treccette pendenti; e l’accompagnarono fino alla porta, ch’era d’oro massiccio con la cornice incrostata di carbonchi. Qui le dissero: «Va’, Cicella cara, che ti possiamo vedere ben maritata; e, quando sei sotto quella porta, alza gli occhi, e vedi che cosa vi è sopra».
La giovinetta, fatta una bella riverenza, si partí; e, come fu sotto l’arco della porta, levò la testa e le cadde una stella d’oro sulla fronte, ch’era una cosa bellissima. Stellata, dunque, come un cavallo[184], e linda e pinta, andò innanzi alla matrigna, raccontandole da cima a fondo quanto le era accaduto.
Ma il racconto fu una botta alla testa per quella femmina invidiosa, la quale non ebbe requie, e presto presto, fattosi indicare il luogo delle fate, vi avviò quella cernia di sua figlia. La quale, giunta al palazzo incantato e trovate quelle tre gioie di fate, quando le dettero a ravviare i capelli e le domandarono che cosa vi trovasse, rispose: «Pidocchi, che ognuno è quanto un cece, e lendini, che ognuno è grosso quanto una cucchiara». Ebbero le fate stizza e dispetto pel modo zotico della brutta villana, e, conoscendo dal mattino la mala giornata, pure dissimularono e la condussero nella stanza delle cose di lusso, dicendole di scegliere il meglio. Grannizia, vedendosi offrire il dito, si prese tutta la mano, e afferrò la piú bella guarnacca che fosse in quegli armadî. Le fate, a queste villanie l’una sull’altra, restarono interdette; ma [107] tuttavia vollero vedere fino a qual segno sapesse giungere, e le fecero la domanda: «Per quale porta hai piacere di uscire, o bella ragazza? per la porta d’oro o per quella dell’orto?»; ed essa, con una faccia da punteruolo, rispose: «Per la migliore che c’è». Le fate, vista la presunzione della donnicciuola, non le dettero nemmeno un pizzico di sale, e la rimandarono con l’istruzione: «Quando sarai sotto la porta della stalla, leva la faccia al cielo e vedi che ti viene». E quella uscí tra il letame, e, alzata la testa passando sotto la porta, le cadde sulla fronte un testicolo d’asino, che si apprese alla pelle e pareva una voglia venuta alla madre quando era incinta di lei.
Con questo bel guadagno, mogia mogia, tornò a Caradonia, la quale, al vederla e all’udire il racconto, gettò schiuma dalla bocca, e, rabbiosa come una cagna che ha partorito, fece subito spogliare Cicella, l’avvolse in un sozzo panno e la mandò a guardare i porci, mentre con gli abbigliamenti di lei infronzolí la figliuola. Cicella, con flemma grande e con una pazienza da Orlando, sopportò la trista vita a cui era stata assegnata. O crudeltà da muovere le pietre della strada, che quella bocca, degna di proferire concetti d’amore, fosse sforzata a suonare un corno e a gridare: «Cicco-cicco, enze-enze!»; che quella bellezza, degna di stare tra proci, fosse posta tra porci; che quella mano, degna di tirare per la cavezza cento anime, si cacciasse avanti con una bacchetta cento scrofe: malannaggia ai vizî di chi la comandò a questi boschi, dove, sotto la tettoia delle ombre, la Paura e il Silenzio stavano a ripararsi dal Sole!
Ma il Cielo, che calpesta i prosuntuosi e solleva gli umili, fece che capitasse colà un signore di alto grado, chiamato Cuosemo; il quale, a vedere tra il fango un gioiello, tra i [108] porci una fenice, e tra le nuvole rotte di quei cenci il Sole splendente, ne rimase preso cosí forte che mandò a domandare chi essa fosse e dove abitasse. E, appena avute queste notizie, si presentò alla matrigna e gliela richiese per moglie, promettendo di controdotarla di millanta ducati.
Caradonia mise subito l’occhio sul partito che si offriva, pensando a sua figlia; e perciò rispose a Cuosemo che tornasse sul far della notte, perché, intanto, voleva invitare i parenti. Quegli andò via tutto giubilante, e gli parve ogni ora mille anni che il Sole si coricasse al letto d’argento, preparatogli dal fiume dell’India, per coricarsi a sua volta con quel Sole che gli ardeva il cuore. E l’altra, in quel mezzo, ficcò Cicella in una botte e ve la chiuse con disegno di darle una bollitura; e, giacché essa aveva abbandonato i porci, con l’acqua calda lessarla come si fa del porco.
L’aria era imbrunita e il cielo era diventato simile a bocca di lupo, quando Cuosemo, che aveva il parosismo e moriva dalla brama, per dare con una stretta alle amate bellezze un po’ di largo all’appassionato cuore, avviandosi con grande esultanza verso la casa di lei, diceva: «Questa è l’ora appunto di andare a incidere l’albero, che Amore ha piantato in questo petto, per farne sgorgare manna di dolcezze amorose! Questa è l’ora appunto di scavare il tesoro, che la Fortuna mi ha promesso! Perciò, non perder tempo, o Cuosemo: quando ti è offerto il porcello, corri con la cordicella! O notte, o felice notte, o amica degli amanti, o anima e corpo, o pentola e mestolo d’Amore[185], corri corri a precipizio, perché sotto la tenda delle ombre tue io possa ripararmi dal calore che mi consuma!».
[109]
Giunse, con questi pensieri, alla casa di Caradonia, e, in luogo di Cicella, trovò Grannizia, un barbagianni in cambio di un cardellino, un’erba porcacchia[186] in luogo di una rosa sbocciata: la quale, sebbene si fosse messa le vesti di Cicella, e sebbene si dica: «Vesti Ceppone, che pare barone», con tutto ciò pareva uno scarafaggio in una tela d’oro; né i conci, gli empiastri e gli stiramenti e lisciamenti, fattile dalla madre, avevano potuto toglierle la fosfora dalla testa, le cispe dagli occhi, le lentiggini dalla faccia, il calcinaccio dai denti, i porri dalla gola, le pustole dal petto e la sozzura dai talloni; e l’afa putida della sentina si sentiva lontano un miglio.
Lo sposo, vedendo questa sembianza, non sapeva che cosa gli fosse accaduto; e, dato indietro come all’apparir del diavolo, disse fra sé e sé: «Sono svegliato o mi sono calzato gli occhi alla rovescia? Son io o non son io? Che cosa vedo? Sciagurato Cuosemo, ti è stata rovinata la barca! Questa non è la faccia che stamattina[187] mi ha afferrato per la gola; questa non è l’immagine che mi è rimasta dipinta nel cuore. Che vuol dir ciò, o Fortuna? Dove, dov’è la bellezza, l’uncino che mi aggranfiò, l’argano che mi tirò, la freccia che mi trapassò? Sapevo bene che né femmina né tela a lume di candela; ma questa io me l’accaparrai a lume di sole. Oimè, che l’oro di stamattina mi si è, stasera, mutato in rame e il diamante in vetro!».
Queste e altre parole mormorava e borbottava tra i denti; pure, alla fine, costretto dalla necessità, dié un bacio a Grannizia, ma come se baciasse un vaso antico, che avvicinò e scostò piú di tre volte le labbra prima di toccare il muso della [110] sposa; alla quale accostatosi, gli parve di trovarsi alla marina di Chiaia, la sera, quando quelle magne femmine portano tributo al mare d’altro che di odori d’Arabia[188]. E, poiché intanto il Cielo, per parer giovane, si era fatta la tinta nera alla barba bianca, e la terra di questo signore era molto distante, egli fu costretto a portarsi la sposa a una casa poco lontana dai confini di Panicocoli, dove, acconciato un saccone sopra due casse, si coricò con lei.
Ma chi può dire la mala notte che passarono l’uno e l’altra? che, quantunque fosse di estate e non giungesse a otto ore, pure parve loro piú lunga della piú lunga notte dell’inverno. Dalla sua parte, la sposa, irrequieta, tossiva, si spurgava, tirava qualche calcio, sospirava e, con parole mute, chiedeva il censo della casa affittata; ma Cuosemo faceva finta di russare e tanto si ritirò sulla sponda del letto per non toccare Grannizia, che, mancatogli il saccone, cadde sopra un orinale, e la cosa riuscí a puzzo e vergogna. Oh quante volte lo sposo bestemmiò i morti[189] del Sole, che indugiava tanto [111] per tenerlo piú lungo tempo sotto quel pressoio! Quanto pregò che la Notte corresse a precipizio, rompendosi il collo, e le stelle sprofondassero, per togliersi da canto, con la venuta del giorno, quel brutto giorno!
Ma non cosí presto l’Alba uscí a cacciare le gallinelle[190] e svegliare i galli, egli saltò dal letto, a stento si appuntò le brache e andò di corsa alla casa di Caradonia per rinunziarle la figlia e paganele l’assaggio con un manico di scopa. Non la trovò nell’entrare, ché era andata al bosco per un fascio di legna con l’intento di mettere al fuoco l’acqua per bollire la figliastra; la quale stava tappata dentro la tomba di Bacco, laddove meritava di essere esposta nella culla d’Amore.
Cuosemo, cercando invano Caradonia per la casa, e vedendo che era sparita, cominciò a gridare: «Olà, dove state?». Ed ecco che un gatto soriano, che covava la cenere, all’improvviso mandò una voce: «Gnao-gnao! tua moglie è dentro la botte, chiusa e inchiodata: gnao-gnao!». Cuosemo si accostò alla botte e sentí un certo lamentío cupo e fioco; onde, presa subito un’accetta che era appesa presso il focolare, sfasciò la botte, e il cader giú delle doghe parve il cader della tela di una scena[191], sulla quale una Dea si avanzi a recitare il prologo.
Non saprei dir come, a tanto splendore, Cuosemo non cascasse morto di colpo; ma stette per un certo tempo come [112] chi ha visto il monachetto, e poi, tornato in sé, corse ad abbracciare Cicella, interrogandola affannosamente: «Chi ti aveva posto in questo triste luogo, o gioiello del mio cuore? Chi mi ti aveva nascosta, o speranza della mia vita? Che cosa è questa? La leggiadra colombella in una gabbia di cerchi? e venire, invece di lei, al fianco mio, l’uccello grifone? Come va questo fatto? Parla, boccuccia mia bella; consola questo spirito, lascia sfogare questo petto!».
Cicella gli raccontò tutto l’accaduto, senza lasciarne un iota, quanto aveva in passato sofferto in casa dal giorno che la matrigna vi mise piede, via via fino al momento che, per toglierle la vita[192], l’aveva sotterrata in una botte. Udito ciò, Cuosemo la fece rimpiattare dietro la porta; e, rimessa insieme la botte, andò a chiamare Grannizia e ve la ficcò dentro, dicendole: «Sta’ qui un po’, tanto ch’io faccia eseguire un incantamento, affinché i mali occhi non ti possano nuocere». Poi, abbracciata Cicella, la levò su un cavallo e se la portò a Pascarola[193], che era la terra sua.
Tornata Caradonia con una gran fascina, accese un gran fuoco e vi pose sopra una grande caldaia d’acqua; e, quando l’acqua cominciò a bollire, la versò attraverso il buco nella botte e spolpò tutta la figlia, che digrignò i denti come se avesse mangiato l’erba sardonica, e le si staccò la pelle come al serpente, allorché getta la scoglia. E, quando giudicò che Cicella avesse steso i piedi, ruppe la botte. Ma, trovando invece (ahi, vista! ahi, conoscenza!) la propria figlia cotta da una cruda madre, si strappò le ciocche, si graffiò la faccia, [113] si picchiò il petto, batté le mani, cozzò con la testa contro i muri, pestò i piedi a terra, e fece tanto lutto e piagnisteo che vi accorse tutto il casale. E, poi ch’ebbe fatto e detto cose dell’altro mondo, che non bastarono conforti a consolarla né consigli a mitigarla, andò di corsa a un pozzo, e colà zúffete, con la testa in giú, si ruppe il collo, mostrando quanto sia vera quella sentenza:
Chi sputa in cielo, gli ritorna in faccia.
[114]
Era finito appena questo racconto, che, conforme all’ordine dato dal principe, si videro comparire Giallaise e Colaiacovo, l’uno cuoco e l’altro cantiniere della corte, i quali, vestiti da vecchi napoletani, recitarono l’egloga che segue:
Giallaise e Colaiacovo.
Gial. Oh, Cola, ben trovato!
Col. Ed a te benvenuto, Giallaise!
Dimmi, donde ne vieni?
Gial. Dalla stufa[194]
[115]
Col. Con tal caldo, alla stufa?
Gial. Piú fa caldo,
tanto meglio. 5
Col. E non crepi?
Gial. Creperei, fratel mio, se non v’andassi.
Col. Ma qual gusto vi trovi?
Gial. Gusto di temperare
l’affanno che ci affligge in questo mondo,
dove rabbia ci gonfia nel vedere 10
tutte le cose fuori di sentiere.
Col. Ma perché tu mi burli?
Credi ch’io sia una zucca,
e che non peschi al fondo...
Che ha da vedere la stufa col mondo? 15
Gial. Piú stimi di pescare e meno peschi!
Pensi tu ch’io ti parli
di quella stufa dove sei menato
in una cameretta e vi stai saldo,
e vi ci affochi e vi muori di caldo? 20
No, no: parlo d’un’altra,
che, a pensarci soltanto,
si dimezza il dolore
della vita angosciosa,
e si sgonfia il gonfior di quella cosa! 25
[116]
Col. Mi dici cose nuove,
mi fai strasecolare!
Forse asino non sei quanto a me pare.
Gial. Sappi, dunque, che il mondo
è una stufa, alla quale 30
e male e bene vengono a colare.
Abbi gusti e piaceri a carrettate,
abbi grandezze a braccia ed a cataste,
ogni cosa ti stufa e infastidisce;
e che sia vero, apri gli orecchi e ascolta, 35
e intanto ti consola,
ché viene a questo passo
ogni contento umano ed ogni spasso.
Col. Di’ pure: un bel regalo ti vo’ fare!
Ti sto a bocca aperta ad ascoltare. 40
Gial. Verbigrazia, tu vedi
bella una giovinetta,
e cominci a pensarla,
e le mandi il sensale,
e tratti il matrimonio. 45
Siete d’accordo, si chiama il notaio,
che distende i capitoli;
sali, baci la sposa,
che è tutta sfoggi e ninnoli;
tu pure, come principe, 50
con bell’abito nuovo;
vengono i suonatori,
si banchetta, si danza,
e s’aspetta la notte:
con maggior brama, indocile, l’aspetti, 55
che vento il marinaio,
lo scrivano rumore,
il ladro folla e litigio il dottore.
Ecco, viene la notte,
[117]
notte di mal augurio, 60
che la gramaglia a buon diritto porta,
perché la libertà piange, che è morta!
La moglie con le braccia se lo stringe,
né ei sa che son catene da galera.
Ma durano tre giorni 65
le moine e carezze,
le smorfie e tenerezze.
Al quarto giorno, è già stufato affatto:
bestemmia quando mai ne fu parola;
maledice colui, 70
che fu causa del nodo.
Se la meschina parla,
la prende per traverso;
se fa il grugno, la mira con cipiglio;
a letto, è come l’aquila a due teste; 75
se lo bacia, ei la faccia
torce dall’altro lato:
da quella casa il bene se n’è andato!
Col. Ortolano infelice è chi s’ammoglia!
Solo una notte semina contenti, 80
e miete mille giorni di tormenti.
Gial. Ora un padre si vede
nascere un bambinello:
oh giubilo! oh delizia!
Subito lo ricinge 85
di fasce e di bambagia;
a mo’ d’una bilancia
lo carica, e gli appende
tante cose alle spalle:
denti di lupo, fichi e mezze lune, 90
e coralli e figure
di tassi e porcellini,
che par né piú né meno
[118]
chi va in giro vendendo spoglie vecchie[195].
Gli trova una nutrice, 95
non vede per altri occhi,
gli parla vezzosetto:
«Come zzai, bel ninnillo?
Ti volto tanto bene,
tu zi’ cole di tata, 100
zaporetto di mamma!».
E, mentre si sta attonito
a udire cacca e pappa,
raccoglie in seno quanto a quello scappa.
Cresce il bambino come la mal’erba 105
e si fa come broccolo fiorito.
Ed allora ei lo manda
alla scuola, e vi spende le pupille;
e quando ha fatto conto
di vederlo dottore, 110
ecco gli esce di mano
batte la trista via,
se la fa con sgualdrine,
tratta con malandrini,
va in brigata con furbi e toglie e spande, 115
contrasta con barbieri e con scrivani.
Di ciò, stufato, il padre
lo scaccia o ’l maledice;
o, per mettere a sesto
quello strambo cervello, 120
lo manda carcerato in un castello[196].
Col. Vana correzione
[119]
è metterlo in prigione: un figlio tristo,
un figlio c’ha le lune,
s’alleva o per il remo o per la fune! 125
Gial. Vuoi altro? Anche il mangiare,
che è cosa necessaria,
viene, infine, a fastidio.
Stiva bene lo stomaco,
mordi, trangugia, ingozza, spiana, pettina, 130
grufola, scuffia, mena le mascelle,
metti sotto del naso, empi la bocca
di cose dolci ed agre, e magre e grasse,
il portante dà pure alle ganasce,
va’ per masticatorî e per mercati; 135
ché all’ultimo dell’ultimo,
col peso che t’opprime,
spari tuoni, fai rutti, e a poco a poco
cadi in inappetenza;
e a tal segno ti stufi 140
che la carne t’è in odio,
il pesce ti ripugna,
il dolce ti diventa assenzio e fiele,
nemico senti il vino,
e ti mantiene appena un sorsellino. 145
Col. Cosí non fosse vero
che il mangiar senza regola e misura
la preziosa sanità c’invola,
e c’ogni male c’entra per la gola!
Gial. Se giochi a carte, a dadi, 150
a trucchi ed a birilli,
a cedrangoli, a scacchi ed a formelle,
se vi spendi il tuo tempo,
se v’arrisichi l’anima,
se vi metti l’onore in compromesso, 155
tu vi lasci il danaro,
[120]
vi perdi l’amicizia,
non dormi di buon sonno,
non mangi in santa pace,
sempre fisso il cervello 160
al vizio maledetto,
dove due son d’accordo per truffarti
e spartirsi il guadagno.
Che se alfine ti accorgi
che ci sei capitato, e n’hai dispetto, 165
stufato per le perdite,
quando vedi alcun giuoco,
il canchero tu vedi e vedi il fuoco.
Col. Beato chi lo fugge!
Lontano sia da me, guarda, sta’ attento: 170
vi perdi i giorni, se non perdi argento!
Gial. Anche i trattenimenti
che son di minor risico e piú gusto,
alfine ti dan noia.
Le farse, le commedie, i saltimbanchi, 175
la femmina che balla sulla corda,
quell’altra con la barba,
e quella che cucire sa coi piedi,
i mattaccini con le bagatelle,
la capra che passeggia sui rocchetti; 180
tutti, insomma, ti stufano i sollazzi,
e buffoni e faceti e sciocchi e pazzi[197].
[121]
Col. Ben soleva cantare il compar Biondo[198]:
«Non v’ha gusto durabile nel mondo».
Gial. La musica è dolcezza che ti scende 185
per tutta la persona,
con tanta varietà di garbi e modi,
trilli, fughe, volate e gargarismi,
e falsi e retropunti e passagagli,
con voce or malinconica ora allegra, 190
o grave o a saltarello,
per aria o con la parte
di basso o di falsetto o di tenore,
con istrumenti da tasto o da fiato,
e con corde di nervo o di metallo. 195
Pure, ogni cosa stufa;
e se non sei d’umore,
e suonano e ti gonfiano i polmoni,
romperesti tiorbe e colascioni.
Col. Quando vi manca l’animo disposto, 200
si suoni e canti pure a meraviglia,
canti lo Stella, canti Giammatteo:
[122]
peggio è la sinfonia di un piagnisteo[199].
Gial. E non ti dico niente del ballare!
Vedi salti rotondi e trabocchetti, 205
e daini e capriole,
e corse e atteggiamenti.
Per un po’ ti piace, ma a quel gusto
segue presto il disgusto:
quattro mutanze stufano, 210
non vedi l’ora che si metta in campo
il ballo della torcia o del ventaglio[200],
per dileguare, finita la festa,
stanco di piede, vacüo di testa.
Col. Senz’altro, è tempo perso; 215
ed a fare scambietti,
niente guadagni e qualcosa rimetti.
Gial. Conversazioni, pratiche,
e spassi, e comunelle con gli amici,
e andar per le taverne 220
a bere ed a sguazzare,
a sbordellare ai vicoli dei Gelsi[201],
e mettere la piazza sottosopra
con spadacce e coperchi di latrina[202],
non aver requie mai, 225
la testa ad arcolaio,
il cuore a mulinello,
son cose che, passato il fior degli anni,
quando il sangue è bollente,
stufano piú d’ogni altra; 230
[123]
ed abbassando il capo,
tu appendi la carruba[203] ad affumarsi
e pensi ai casi tuoi,
stufato di quegli anni
che dan falsi piaceri e veri affanni. 235
Col. Quanto all’uomo è diletto,
come fuoco di paglia,
passa, sparisce, si sprofonda, squaglia!
Gial. Ha ogni senso dell’uomo i suoi capricci;
ma ben presto si stufa 240
l’occhio di rimirare
cose leggiadre e belle,
sfoggi, avvenenze, quadri,
spettacoli, giardini, statue e fabbriche;
il naso, d’odorare 245
garofani, viole, rose e gigli,
ambra, musco, zibetto,
brodo conciato e arrosti;
la mano, di toccare
cose tenere e molli; 250
la bocca, di gustare
bocconi ghiotti e cibi prelibati;
gli orecchi, di sentire
nuove fresche e gazzette.
Breve, se il conto esegui sulle dita, 255
quanto fai, quanto vedi e quanto senti
tutto ti viene in uggia, e spassi e stenti.
Col. Sarebbe unito troppo con la terra
l’uomo, che è fatto solo per il Cielo,
se avesse in questo mondo 260
contentezza compiuta!
Convien, dunque, accettare
[124]
folti gli affanni e le dolcezze rare.
Gial. Solo una cosa non ti stufa mai,
e sempre ti rallegra, 265
e sempre ti fa stare
contento e consolato:
il sapere congiunto col ducato[204].
Perciò un poeta greco
dicea, rivolto a Giove, 270
con caldi prieghi, che gli uscian dal cuore:
— Virtù e danaro donami, Signore! —
Col. Parli da vero savio,
ché l’una e l’altro non ti sazia mai.
Chi ha la salsa e il sale,
grande il fa l’oro, la virtù immortale![205].
Fu tanto gustosa l’egloga, che gli ascoltatori, incatenati dal piacere, a gran pena si avvidero che il Sole, stanco di fare tutto il giorno il ballo del Canario pei campi del Cielo, avendo spinto al ballo della Torcia[206] le stelle, s’era ritirato per mutar camicia. L’aria, intanto, s’era fatta fosca; e cosí, col solito appuntamento di tornar pel giorno dopo, tutti si ritirarono alle loro case.
FINE DELLA GIORNATA TERZA.
[125]
[127]
Poco innanzi era uscita l’Alba a domandare il beveraggio ai braccianti perché il Sole non poteva tardare a spuntare, quando i principi bianchi e neri[207] si recarono al luogo dell’appuntamento. Colà già si trovavano raccolte le dieci donne, le quali, avendo fatto una scorpacciata di gelse rosse[208], mostravano un muso simile alla mano del tintore. Tutti insieme andarono a sedersi presso una fontana, che serviva da specchio a certe piante di cedrangolo nell’atto che esse intrecciavano le loro chiome per rendere cieco il Sole. E, fatto disegno di passare in qualche modo il tempo fino all’ora di menar le ganasce, per dar gusto a Taddeo e a Lucia cominciarono a discutere se dovessero giocare a segamattone, a capo o croce, a cucco o vento, a mazza e piuzo, alla morra, a pari e dispari, alla campana, alle norchie, ai castellucci, ad accostapalla, a coppia e solo, al tocco, alla palla o ai birilli[209].
[128]
Ma il principe, che era ristucco di tanti giuochi, ordinò che venisse qualche strumento e si cantasse; e subito una frotta di servitori, che si dilettavano di suonare, uscirono pronti con colascioni, tamburelli, cetre, arpe, chiuchieri, buttafuochi, crò-crò, cacapensieri e zuche-zuche, e, fatta una bella sinfonia[210], e suonato il tenore dell’Abbate, Zeffiro, Cuccara [129] Gianmartino e il ballo di Fiorenza[211], cantarono un certo numero di canzoni di quelle del tempo buono[212], [130] che si può piú facilmente rimpiangere che ritrovare; e, fra le altre, furono dette:
Fruste ccà, Margaritella,
ca si’ troppo scannalosa,
che ped ogne poco cosa
tu vuoi ’nanze la gonnella.
Fruste ccà, Margaritella![213]
[131]
e quell’altra:
Vorria, crudel, tornare chianelletto,
e po’ stare sotto a sso pede!
Ma, si tu lo sapisse,
pe straziarme sempre corrarisse[214].
Seguitarono poi:
Iesce, iesce, Sole
scaglienta, mparatore!
Scanniello d’argento,
che vale quattociento;
cientocinquanta
tutta la notte canta.
Canta, Viola,
lo mastro de scola.
O mastro, mastro,
mannancenne priesto,
ca scenne mastro Tiesto
co lanze, co spate,
co l’aucielle accompagnato.
Sona, sona, zampognella,
ca t’accatto la gonnella,
la gonnella de scartato;
si non suone, te rompo la capo[215].
[132]
E non lasciarono quell’altra:
Non chiovere, non chiovere,
ca voglio ire a movere,
a movere lo grano
de mastro Giuliano.
Mastro Giuliano, prestame la lanza,
ca voglio ire ’n Franza,
da Franza a Lommardia,
dove sta madamma Lucia[216].
Ora, mentre erano nel meglio del cantare, furono portate le pietanze in tavola, e, avendo mangiato a crepapelle, Taddeo fe’ cenno a Zeza che desse principio, iniziando la giornata col suo racconto; e quella, per eseguire il comando del principe, cosí parlò.
[133]
Mineco Aniello, per virtú di una pietra trovata nella testa di un gallo, diventa giovane e ricco; ma, truffatagli la pietra da due necromanti, torna vecchio e pezzente. Andando pel mondo in cerca del bene perduto, al regno dei topi ha notizia dell’anello e, aiutato da due topi, lo ricupera, ritorna a gioventù e ricchezza, e si vendica dei due mariuoli.
Non sempre ride la moglie del ladrone; chi trama frode, si tesse rovine; non c’è inganno che non si scopra, né tradimento che non venga a luce: le mura sono spioni dei furianti, e ladrocinio e puttanesimo crepano la terra, la quale, in fine, accusa[217]: come vi farò udire, se terrete le orecchie a casa.
C’era una volta nella città di Grottanera un certo Mineco Aniello, cosí in disdetta di fortuna che tutto il suo bene, stabile e mobile, consisteva in un gallo nano[218], che egli si era allevato a mollichette[219]. Ma, trovandosi una mattina spasimante dalla fame, la quale caccia il lupo dal bosco, si risolse [134] a cavarne spiccioli, e lo portò al mercato. Colà venne a patto con due barbagianni necromanti, e, rilasciatolo per mezza patacca, i due gli dissero di portarglielo fino a casa, ché gli avrebbero contato i quattrini.
Cosí, avviatisi i due maghi e Mineco Aniello[220] dietro, questi sentí che parlavano in lingua furbesca tra loro, e l’uno diceva: «Chi ce l’avesse detto che avremmo avuto questo buon incontro, o Iennarone! Questo gallo senz’altro sarà la ventura nostra, per quella pietra che tu sai che ha dentro la testa: noi la faremo legare subito in un anello per avere tutto quanto sapremo domandare». E Iennarone rispondeva: «Zitto, Iacovuccio, ché mi trovo ricco e non ancora lo credo; e non vedo l’ora di scapezzare questo gallo per dare un calcio alla pezzenteria e stirarmi la calza[221]; perché, in questo mondo, le virtù senza tornesi sono tenute pezze per i piedi; e come vesti, cosí sei considerato».
Mineco Aniello, che aveva viaggiato paesi e mangiato pane di molti forni, inteso il gergo, quando fu a un vicoletto stretto, voltò carena e truccò per la polverosa[222], diritto a casa sua. Dove, torto il collo al gallo e apertagli la testa, trovò la pietra, che subito fece legare in un anello di ottone. E, per fare esperienza della sua virtù, disse: «Vorrei diventare un giovinotto di diciott’anni»; e, appena pronunziate queste parole, il sangue gli tornò piú vivo, i nervi piú forti, le gambe piú ferme, la carne piú fresca, gli occhi piú spiritosi, i capelli di argento si fecero d’oro; la bocca, che era un villaggio [135] saccheggiato, si popolò di denti; la barba, che era luogo di caccia riservata, si cangiò in terreno seminatorio; e, insomma, divenne un bellissimo giovane. Allora passò a dire: «Desidererei un palazzo magnifico e stringere parentado col re»; ed eccoti sorgere un palazzo di bellezza incredibile, con statue meravigliose, colonnati da stordire, pitture da strasecolare; l’argento riluceva dappertutto, l’oro si calpestava per terra, le gioie a profusione, i servitori brulicavano, cavalli e carrozze a bizzeffe. Tanto fu, in breve, lo splendore di ricchezze, che mise in mostra, che il re vi rivolse gli occhi ed ebbe caro di dare in moglie a Mineco Aniello la propria figlia, chiamata Natalizia.
I necromanti, che videro questa fortuna grande e ne conoscevano l’origine, fecero disegno di levarla di mano a Mineco Aniello. Formarono perciò una bella bambola, che suonava e ballava a forza di contrappesi[223], e, travestiti da mercanti, andarono da Pentella, figlia di lui, sotto specie di volergliela vendere. La fanciulla, vista questa bella cosa, domandò: «A quale prezzo la date?»; ed essi risposero che non c’era prezzo che potesse pagarla, ma che ne sarebbe stata padrona se avesse fatto loro un piacere solo, che era di lasciar vedere la fattura dell’anello posseduto dal padre, per prenderne il modello e farne un altro simile, e le avrebbero donato la bambola senza alcun pagamento. Pentella, che non conosceva il proverbio: «A buon mercato, pensaci», accettò subito la proposta, e disse che fossero tornati la mattina dopo, perché se lo sarebbe fatto prestare dal padre.
[136]
Ritiratisi i maghi e tornato il padre a casa, essa tante cose dolci gli disse e tante carezze gli fece che lo tirò a consentire di prestarle l’anello, col pretesto che si sentiva oppressa da malinconia e cercava di allargarsi un po’ il cuore. E il giorno seguente, nell’ora in cui il pagliaminuta[224] del Sole fa spazzare le immondizie delle ombre per le piazze del cielo, si presentarono i maghi, che, non appena ebbero tra le mani l’anello, squagliarono come quello che svanisce[225], che non se ne vide il fumo; e la disgraziata Pentella provò una stretta al cuore, che stava per morirne.
I maghi si cacciarono in un bosco dove i rami degli alberi parte ballavano l’imperticata[226] e parte giocavano a pane caldo[227]; e, soffermatisi in quel luogo, dissero all’anello di disfare tutta l’invenzione del vecchio ringiovanito. Il quale, proprio in quel punto, si trovava innanzi al re, e, tutt’a un [137] tratto, lo si vide arruffare e imbiancare i capelli, increspare la fronte, insetolire le sopracciglia, scerpellare gli occhi, aggrinzire la faccia, sdentare la bocca, imboschire la barba, alzare la gobba, tremare le gambe, e, soprattutto, cangiare gli abiti fiammanti in cenci e stracci.
Il re, che vide questo brutto pezzente seduto in conversazione con lui, lo fece subito scacciare con bastoni e male parole; e quello, vedendosi a terra di piombo, andò piangendo dalla figlia e le richiese l’anello per rimediare al disastro. Ma qui apprese la burla fattagli dai mercanti e poco mancò che non si precipitasse dalla finestra, bestemmiando mille volte la ignoranza della figlia che per una stupida bambola l’aveva fatto restare come un povero diavolo, per una cosa fatta di pezza lo aveva ridotto a far cose da pazzi. Ché egli era ben risoluto di andare tanto errando e vagando, come il mal danaro, pel mondo, finché avesse notizia di quei mercanti.
Cosí, postosi un zamberlucco[228] addosso, grossi scarponi allacciati[229] ai piedi, una bisaccia di traverso alle spalle e una mazza in mano, lasciando la figlia fredda e gelata, si mise per disperato a camminare. E tanto menò i piedi, che giunse al regno di Pertugiofondo[230], abitato dai topi; dove, appena giunto, fu scambiato per uno spione inviato dai gatti e portato subito innanzi a Rosicone, il re, il quale gli domandò chi fosse, donde venisse e a qual fine fosse venuto a quei paesi.
Mineco Aniello, offerto anzitutto al re un pezzo di lardo in segno di tributo, gli raccontò a una a una tutte le sue disgrazie; [138] e concluse che voleva tanto consumare il suo misero corpo fin che avesse notizia di quelle anime dannate, che lo avevano derubato[231] di una gioia cosí cara, togliendogli tutt’insieme il fiore della gioventù, la fonte della ricchezza, il sostegno dell’onore.
A questo racconto Rosicone si sentí rosicchiare dalla pietà, e, desideroso di dare qualche consolazione al pover’uomo, chiamò i topi piú vecchi a consiglio, richiedendoli di parere intorno alla disgrazia di Mineco Aniello e comandando loro di far diligenza per avere qualche notizia dei falsi mercanti. Si ritrovavano per ventura tra i consiglieri Rudolo e Saltarello, topi pratici delle cose del mondo, che erano stati circa sei anni a un’osteria di passo[232]; i quali dissero: «Sta’ di buon cuore, camerata, ché le cose andranno meglio di come tu credi. Ora sappi che, trovandoci un giorno in una stanza dell’osteria del Corno, dove alloggiano e sguazzano allegramente gli uomini piú onorati del mondo, passarono di là due di Castel Rampino, che, dopo mangiato, avendo visto il fondo dell’orcio, discorrevano della burla fatta a un certo vecchio di Grottanera, a cui avevano truffato una pietra di grande virtú, che quegli (disse uno di loro che si chiamava Iennarone) non si sarebbe mai tolta dal dito per timore di perderla, e che la figlia gliel’aveva persa».
Nell’udire questo, Mineco Aniello disse ai due topi che, se si sentivano di accompagnarlo al paese di quei mariuoli e di fargli ricuperare l’anello, avrebbe donato loro una soma [139] di formaggio e di carne salata, affinché se la godessero insieme col loro re e signore. I due, trattandosi di ungere le mani, s’offersero di fare mari e monti, e, domandata licenza alla topesca corona, partirono con lui.
Giunti, dopo lungo viaggio, a Castel Rampino, fecero fermare Mineco Aniello sotto certi alberi alla riva di un fiume, che, come sanguisuga, sorbiva il sangue dei lavoratori e lo gettava al mare. I due topi ritrovarono la casa dei maghi, e videro che Iennarone non si toglieva mai l’anello dal dito, onde si proposero di guadagnare la vittoria per stratagemma.
E quando la notte ebbe tinto d’inchiostro la faccia del cielo ch’era cotta di sole[233], e Iennarone giaceva disteso a dormire, Rudolo gli cominciò a rodere il dito nel quale portava l’anello; e colui, sentendosi dolere, si tolse l’anello e lo posò sopra una tavola a capo del letto. Ciò veduto, Saltarello se lo mise in bocca, e in quattro salti andarono a trovare Mineco Aniello, che, con maggiore allegrezza di quanta ne prova chi sta per essere impiccato al giungere della grazia, fece subito diventare i necromanti due asini, e sopra uno dei due, steso il ferraiuolo, cavalcò come un bel conte, e l’altro caricò di lardo e cacio. Spronò cosí alla volta di Pertugiofondo, dove, offerto il dono al re e ai consiglieri, li ringraziò di tutto il bene che per opera loro aveva ricevuto, pregando il Cielo che mai trappola facesse loro impedimento, mai gatto loro arrecasse danno, mai arsenico fosse loro causa di dispiacere.
Partito da quel paese e giunto a Grottanera, e diventato piú bello di prima, fu accolto dal re e dalla principessa con [140] le migliori carezze del mondo; e, dopo aver fatto dirupare i due asini da una montagna, rimase a godere con la moglie, e non si tolse mai piú l’anello dal dito per non tirarsi addosso qualche altra calamità, perché
il cane, che provò la scottatura,
anche dell’acqua fredda si spaura.
[141]
Marcuccio e Parmiero fratelli, l’uno ricco e vizioso, l’altro virtuoso e povero, dopo varie fortune si vedono, quello povero e rinnegato dal ricco, divenuto barone, e il ricco, caduto in miseria e condotto presso alla forca; ma, riconosciuto innocente, è dal fratello messo a parte delle sue ricchezze.
Dié molta soddisfazione al principe il caso di Mineco Aniello; ed essi benedissero mille volte i topi, che furono causa che il pover’uomo ricuperasse la pietra e che i maghi pagassero con una rottura di collo il cerchio di un dito. Ma, avendo Cecca alzato il capo per chiacchierare, tutti barricarono con la porta del silenzio la stanza delle parole, ed essa prese a dire nel modo seguente:
Non c’è piú sicuro parapetto contro gli assalti della fortuna che la virtú, la quale è contravveleno delle disgrazie, puntello delle rovine, porto dei travagli, e ti trae dal fango, ti salva dalle tempeste, ti guarda dalle male sciagure, ti conforta nei dolori, ti soccorre nelle necessità, ti difende nella morte: come vedrete nel racconto che ho sulla punta della lingua per recitarvi.
C’era una volta un padre, che aveva due figli, Marcuccio e Parmiero; e, quando fu sul punto di saldare i conti con la natura e di stracciare il quaderno della vita, se li chiamò accanto al letto e disse loro: «Figli miei benedetti, già poco [142] possono tardare gli sbirri del tempo a sfondare la porta degli anni miei per fare, contro le costituzioni del Regno[234], un’esecuzione sui beni dotali di questa vita per quello che devo alla terra; e perciò, amandovi quanto le mie pupille, non partirò da voi senza lasciarvi qualche buon ricordo, affinché possiate correre con la tramontana del buon consiglio per questo golfo di travagli e arrivare a sicuro porto. Aprite, dunque, gli orecchi, ché, se ben sembri nulla quel che vi do, sappiate che è una ricchezza tale che non vi sarà rubata da malandrini, una casa che non la rovineranno i terremoti, un campo che non lo divoreranno i bruchi.
«Ora, in primo et ante omnia, siate timorosi del Cielo: ogni cosa viene di là sopra; chi esce da questa strada, ha fritto il fegato[235].
«Non vi fate sopraffare dalla poltroneria, standovene come porci nel porcile. Chi striglia il suo cavallo, non si può chiamare mozzo di stalla: bisogna aiutarsi a calci e a denti; e chi per altri lavora, mangia per sé.
«Risparmiate quel che possedete: chi sparagna, guadagna; a callo a callo si forma il tornese; chi conserva, trova; chi ha donde, buona minestra condisce[236]; serba, ché pappi, e non fare che sfaccia; buoni sono gli amici e i parenti, trista la casa dove non c’è niente; chi ha danari, fabbrica, e chi ha vento, naviga; e chi non ha danaro è un tanghero e un asino, che in ogni tempo lo afferra lo spasimo; e perciò, [143] amico mio cortese, come hai l’entrata, cosí fa le spese; deretano quanto ne copri, terra quanta ne fiuti[237]; come ti senti, cosí mena i denti; cucina piccola fa casa grande.
«Non essere troppo chiacchierone, ché la lingua non ha l’osso e rompe il dosso; odi, vedi e taci, se vuoi vivere in pace; quello che tu vedi, vedi, quello che tu senti, senti; poco mangiare e poco parlare; caldo di panni mai fece danno; chi troppo parla, spesso falla.
«Contentatevi del poco: meglio le fave che durano, che non i confetti che finiscono; meglio goder di poco che tribolar d’assai; chi non può aver la carne, beva il brodo; chi altro non può avere, si corchi con sua moglie; quot quot autem[238], accònciati come puoi: chi non può avere la polpa, s’attacchi all’osso.
«Praticate sempre coi migliori di voi e fate loro le spese; dimmi con chi vai e ti dirò quel che fai; chi pratica con lo zoppo, in capo all’anno zoppica; chi dorme col cane, non si leva senza pulci; al tristo dágli la roba tua, e lascialo andar lontano, perché la mala compagnia porta l’uomo alla forca.
«Pensate e poi fate, ché è sciocca cosa chiudere la stalla quando i buoi ne sono usciti; quando la bocca è piena, tura, tura; quando è vuota, non hai da turare; mastica prima e poi trangugia; la gatta per la fretta fece i figli ciechi; chi cammina adagio, fa buon viaggio.
«Fuggite le contese e le brighe, non mettete il piede su ogni pietra; ché a chi va saltando troppi pali, qualcuno gli si ficca dietro; cavallo, che dà calci, piú ne ha che non ne [144] dà; chi di graffio ferisce, di coltellaccio perisce; tanto va la secchia al pozzo, che vi lascia il manico; la forca è fatta per lo sventurato.
«Non vi fate salire alla testa i fumi della superbia; ci vuol altro che tovaglie bianche a mensa; abbàssati e accòmodati; mai non fu buona casa che dà fumo; il buon alchimista passa lo stillato per la cenere affinché non prenda di fumo, e l’uomo dabbene deve passare per la memoria, che li fa diventar cenere, i suoi pensieri superbi, per non restare affumicato dalla prosunzione.
«Non vi prendete i pensieri del Rosso[239]; chi s’impiccia, resta impacciato; è cosa da gentuccia andar mettendo l’assisa ai cetriuoli[240] e il sale alle pignatte[241].
«Non v’impacciate con signori, e andate piuttosto a tirare la sciabica che servire in corte. Amore di signore è vino di fiasco, la sera è buono e la mattina è guasto; da essi non puoi avere altro che buone parole e mele putride; in corte ti riescono i servigi sterili, i disegni fracidi, le speranze spezzate; sudi senza compassione, corri senza riposo, dormi senza quiete, fai le tue necessità senza candela, e mangi senza sapore.
«Guardatevi da ricco impoverito e da villano risalito, da pezzente disperato e da servitore ammaliziato, da principe ignorante, da giudice interessato, da femmina gelosa, da uomo di domani[242], da malviventi, da uomo senza barba[243] e da [145] femmina barbuta, da fiumi quieti, da camini fumosi, da cattivo vicino, da fanciullo piagnoloso e da uomo invidioso.
«Sforzatevi, in ultimo, di mettervi in mente che chi ha arte ha parte, e quegli campa in mezzo a un bosco che ha sale in zucca e ha posto il dente del senno e mutate le prime orecchie; e che a buon cavallo non manca sella.
«Mille altre cose dovrei dirvi, ma comincia a venirmi l’affanno della morte e mi manca il fiato».
Cosí dicendo, ebbe appena la forza di levare la mano per benedirli, che, calate le vele della vita, entrò nel porto di tutti i guai di questo mondo.
Marcuccio scolpí le parole del padre in mezzo al cuore, si dié a studiare alla scuola, ad andare per le accademie, a disputare con gli studenti[244], a discorrere di cose virtuose; tanto che, in quattro e quattro, diventò il primo letterato di quel paese. Ma poiché la pezzenteria è la zecca attaccaticcia della virtú, e dall’uomo unto dell’olio di Minerva scivola via l’acqua della buona fortuna, stava il pover’uomo sempre sbricio, sempre asciutto, sempre di netto cuore e cruda voglia, e si trovava le piú volte sazio di voltare testi e bramoso di leccare tegami, stanco di studiare consigli[245] e stremato [146] d’aiuti, lavorando sempre sull’Indigesto[246] e trovandosi sempre digiuno.
Parmiero, invece, si dette a vivere alla carlona e all’avventura, da una parte giocando, dall’altra andando per le taverne, e crescendo lungo lungo senza alcuna virtú al mondo. Con tutto ciò, di ruffa in raffa, fece assai danari e si accomodò bene.
Vedendo questo, Marcuccio si chiamò pentito che, per seguire i consigli del padre, fosse uscito di strada; perché il Donato[247] niente gli aveva donato, il Cornucopia[248] lo aveva posto in sí grande necessità, e Bartolo non gli aveva messo nulla nelle bisacce[249]; laddove Parmiero, divertendosi con gli ossi[250], faceva buona carne e, dando spasso alle mani, s’era ben riempito il gorguzzule.
Alla fine, non sapendo piú star saldo allo stimolo del bisogno, andò a trovare il fratello e lo pregò, poiché la fortuna lo faceva figlio della gallina bianca[251], che si ricordasse che esso era del sangue suo e che erano usciti entrambi da uno stesso ventre. Parmiero, che, nell’alterigia della ricchezza, era diventato stitico, gli rispose: «Tu che hai voluto seguire gli studî per consiglio di tuo padre, e m’hai sempre rinfacciato le compagnie e i giuochi, va’ a rodere libri e lasciami stare coi malanni miei; ché io non son disposto a darti nemmeno [147] il sale, perché assai ho stentato a guadagnarli, questi pochi spiccioli che mi trovo di avere. Tu hai età e giudizio: chi non sa vivere, suo danno: ogni uomo per sé e Dio per tutti. Se non hai danari, e tu gitta coppe[252]. Hai fame? Dà un morso alle gambe. Hai sete? Súcchiati le dita!». E con queste e altrettali parole gli voltò le spalle.
Marcuccio, che si vide usare questa grande crudeltà dal proprio fratello carnale, venne in tanta disperazione che, risoluto di separare l’oro dell’anima dalla terra del corpo con l’acqua forte della disperazione[253], s’avviò verso una montagna alta alta, che, come spiona della terra, voleva vedere che cosa si faceva su nell’aria, e anzi, come Gran Turco di tutti i monti, con un turbante di nuvole si alzava al cielo per conficcarsi la Luna in fronte. Salito colà, e arrampicatosi, come meglio poté, per una stradicciuola angustissima fra scoscendimenti e dirupi, come fu arrivato alla cima, donde vedeva un gran precipizio, girò la chiave alla fontana degli occhi[254] ed, eseguita una lunga lamentazione, stava per buttarsi col capo all’ingiú. Quando, d’un tratto, una bella donna, verdevestita, con una ghirlanda d’alloro sui capelli d’oro filato, lo afferrò pel braccio, e gli disse: «Che fai, pover’uomo? Dove ti lasci trascinare dalla follia? Tu sei quell’uomo virtuoso, che ha consumato tanto olio e perduto tanto sonno per studiare? Tu sei quello, che, per far correre la fama tua come galea spalmata, sei stato tanto tempo sotto la spalmata?[255]. E ora ti smarrisci nel meglio, e non ti vali di quelle armi che hai temprate alla fucina degli studî contro la miseria e la fortuna? [148] Non sai tu che la virtú è un orvietano contro il veleno della povertà? un tabacco[256] contro il catarro dell’invidia? una ricetta contro le infermità del tempo? Non sai che la virtú è bussola per regolarsi tra i venti delle disgrazie? che è torcia a vento per camminare nella foschía dei dolori, e un gagliardo arco di vòlta da resistere ai terremoti dei travagli? Torna, misero, torna in te stesso e non volgere le spalle a chi ti può dar aiuto nei pericoli, forza nei guai, calma nella disperazione; e sappi che il Cielo t’ha avviato a questa montagna, cosí difficile a salire, dove abita la stessa Virtú[257], affinché essa medesima, da te a torto accusata, ti tolga dai piedi la mala intenzione che, accecandoti, ti spinge al precipizio. Perciò, svégliati, confòrtati, cangia pensiero; e, perché tu veda che la virtú è sempre buona, sempre vale, sempre giova, tieni, prendi questa cartellina di polvere, e va’ al regno di Campolargo. Là troverai la figlia del re, che sta al confitemini e non trova rimedio al suo male; e tu falle bere il contenuto di questa cartellina in un uovo fresco, ché subito darai una patente di disalloggio[258] all’infermità, la quale, come soldato a discrezione[259], le succhia la vita. Ne riporterai tal premio che ti toglierà la pezzenteria di dosso, e starai da tuo pari senza aver bisogno di quello d’altri».
Marcuccio, che la riconobbe alla punta del naso, le si gettò ai piedi e le chiese perdonanza dell’errore che stava per commettere. [149] «Ora — le disse — io mi tolgo la benda dagli occhi e conosco all’aria del volto che tu sei la virtú, da tutti lodata, da pochi seguita; la virtú, che fa aguzzare gl’ingegni, svegliare le menti, affinare i giudizî, abbracciare le onorate fatiche e metter l’ali per volare alle sfere celesti. Ti conosco e mi chiamo pentito di essermi servito male delle armi, che tu mi hai date; e ti prometto, da oggi in poi, di premunirmi cosí bene col contravveleno tuo, che non ci potrà neanche il tuono di marzo»[260]. E voleva baciarle i piedi, ma quella gli si dileguò dalla vista, lasciandolo tutto consolato come un povero infermo, al quale, passato che sia l’accidente, è data la radice[261] con l’acqua fresca.
Scivolato giú da quella montagna, Marcuccio si avviò a Campolargo, e, arrivato al palazzo reale, mandò subito a dire al re che voleva apportare rimedio alla infermità della figlia. Fu condotto col palio[262] nella camera della principessa, e trovò quella sventurata giovane sopra un letto bucato[263], cosí consunta e color violaceo, che non aveva se non le ossa e la pelle. Gli occhi erano cosí rincavati, che, per vedere le pupille ci voleva il cannocchiale di Galileo[264]; il naso, cosí affilato che poteva usurpare l’uffizio del suppositorio in forma[265]; le guance, cosí disseccate che parevano la Morte di Sorrento[266]; [150] il labbro inferiore cadeva sul mento; il petto pareva di pica; le braccia erano come stinchi di agnello spolpati; insomma, era cosí trasformata che, col bicchiere della pietà, portava brindisi alla compassione.
A Marcuccio, nel contemplarla in quello stato, spuntarono le lacrime agli occhi, considerando la fiacchezza della natura nostra, soggetta alle ferite del tempo, alle vicende della complessione e ai mali della vita. Ma chiese un uovo fresco di gallina primaiuola[267], lo tenne appena un po’ sul fuoco, vi mise dentro la polvere; e poi lo fece sorbire a forza alla principessa, che ricoprí con quattro coperte. E non aveva ancora la Notte occupato la piazza e piantato la sua tenda, quando l’inferma chiamò le donzelle, affinché le mutassero il letto, che era intriso di sudore; e, asciugata che fu, e rivestita di altri panni, chiese da mangiare: richiesta che in sette anni di malattia non mai le era uscita di bocca. Di ciò presa buona speranza, le dettero un brodo; e, guadagnando ogni ora forza e ogni giorno appetito, non passò una settimana che si ristabilí completamente, e si levò di letto. Il re onorò Marcuccio come re della medicina, e lo creò non solo barone di una grossa terra, ma primo consigliere della sua corte, ammogliandolo con la piú ricca signora di quel paese.
In questo mezzo Parmiero restò spogliato di quanto possedeva, [151] perché danari di giuoco come vengono cosí se ne vanno, e la fortuna del giocatore quanto sale altrettanto cala; e, ritrovandosi pezzente e disgraziato, si risolse a camminare tanto che o, cangiando luogo, cangiasse ventura, o cancellasse il suo posto dal ruolo[268] della vita. Dopo sei mesi di viaggi, capitò in Campolargo cosí scodato e stracco che non si reggeva in piedi. E, vedendo che non trovava dove buttarsi per morto, e che la fame gli cresceva in proporzione, e i vestiti gli cascavano a brandelli, venne in tanta disperazione che entrò in una casa vecchia fuori le mura della città, si tolse le legacce delle calze che erano di canapa e bambagia e, annodatele, ne formò un bel cappio, del quale attaccato un capo a una trave e salito su un mucchio di pietre che esso stesso aveva radunate, spiccò il salto.
Ma volle la sorte che la trave, che era tarlata e fracida, alla scossa che egli le dette si rompesse per mezzo; e l’impiccato vivente batté col fianco sulle pietre, che se ne risentí poi per un paio di giorni. E, spezzandosi quella trave, piovvero a terra catene, collane e anelli d’oro, ch’erano stati riposti là dentro nei cavi fatti dai tarli, e, tra le altre cose, una borsa di cordovano, piena di scudi.
Parmiero, che vide di aver con un salto d’impiccato saltato il fosso della miseria, se prima era impeso per la disperazione, ora era sospeso dall’allegrezza, che non toccava piede a terra. E, raccolto quel dono della fortuna, se ne andò di corsa all’osteria per ravvivare lo spirito che quasi gli era venuto meno. Ora quelle robe erano state da certi mariuoli rapinate proprio all’oste presso il quale Parmiero andò a mangiare; e quelli le avevano riposte nella trave da loro conosciuta, per [152] andarsele a prendere e spenderle un po’ per volta. Quando dunque Parmiero, dopo aver ben riempito lo stomaco, cavò la borsa per pagare, l’oste la riconobbe, e, subito chiamati certi sbirri, clienti dell’osteria, lo fece acciuffare.
Condotto con bel cerimoniale davanti al giudice, e frugato e ritrovatagli addosso la prova del delitto, e fatto il confronto col derubato, non tardò la sentenza come di reo convinto, e fu condannato a giuocare al tre, nel qual giuoco gli sarebbe toccato far mulinelli coi piedi. Lo sciagurato, che si vide a queste strette, che per lui alla vigilia di una legaccia doveva seguire la festa di una fune, e al saggio[269] di una trave fracida il torneo alla sbarra di una forca nuova, cominciò a dimenarsi e a gridare che era innocente, e che si appellava da questa sentenza. E, mentre andava strillando e urlando per la strada, che non c’era giustizia, che i poverelli non erano ascoltati, che i decreti[270] si facevano a casaccio[271], e che, per non aver unto la mano al giudice, dato il boccone allo scrivano, la mancia al mastrodatti, la giunta al procuratore, era mandato a lavorare punti in aria alla maestra vedova[272], s’incontrò per caso col fratello.
Questi, essendo consigliere e caporuota[273], fece fermare [153] il corteo della giustizia per udire le ragioni del condannato; e, quando costui le ebbe esposte, gli disse: «Sta’ zitto, ché non conosci la tua fortuna, perché, senza dubbio, tu che, nella prima prova, hai trovato una catena d’oro di tre palmi, in questa seconda ne troverai un’altra di tre passi. Va’ pure allegramente, ché le forche ti sono sorelle carnali, e, dove gli altri vi vuotano la vita, tu vi riempi la borsa».
Parmiero, che si sentí dar la beffa, gli rispose: «Io vengo per giustizia e non per essere dileggiato; e sappi che di questo fatto, che mi hanno apposto, io ho le mani nette, perché son uomo onorato, quantunque tu mi veda cosí stracciato e cencioso, ché l’abito non fa il monaco. Ma, per non aver dato ascolto a Marchionne mio padre, e a Marcuccio mio fratello, passo per questa trafila e sto sul punto di cantare un madrigale a tre sotto i piedi del boia».
Marcuccio, che udí mentovare il nome del padre e il suo, si sentí svegliare il sangue, e, mirando fiso Parmiero, gli parve di conoscerlo; e infine, ravvisatolo pel suo fratello, si trovò combattuto dalla vergogna e dall’affezione della carne e dall’onore, dalla giustizia e dalla pietà. Si vergognava di scoprirsi fratello a una faccia d’impiccato, fremeva a vedere a quello stremo il sangue suo; e la carne lo tirava com’uncino a dar riparo a quel fatto, l’onore lo traeva indietro per non svergognarsi col re, rivelandosi fratello di un inquisito de menatione uncini[274]; la giustizia voleva che si desse soddisfazione alla parte offesa; la pietà ricercava ch’egli procurasse la salute del proprio fratello.
Mentre stava cosí in bilancia col cervello e a partito con la testa, ecco un usciere del giudice, che correva con un [154] palmo di lingua fuori e gridava: «Ferma, ferma la giustizia! Sta’, sta’, adagio, aspetta!». «Che cos’è?», disse il consigliere. E quegli: «È accaduta una cosa grande, per buona fortuna di questo giovane: perché, essendo andati due mariuoli a prendere cert’oro e certi danari, che avevano nascosto nella trave di una casa vecchia, e non avendoveli ritrovati, pensando ciascuno dei due che il compagno gliel’avesse fatta, sono venuti alle mani e si sono feriti a morte. Sopraggiunto il giudice, gli hanno confessato la cosa; e cosí, essendo stata riconosciuta l’innocenza di questo pover’uomo, sono stato mandato di corsa a impedire l’esecuzione della sentenza e a liberare costui, che è senza colpa».
Udito ciò, Parmiero crebbe di un palmo, laddove aveva avuto paura di allungarsi di un braccio. E Marcuccio, che vide restaurato l’onore del fratello, si tolse la maschera e si dette a conoscere col dire all’altro: «Fratello mio, se hai veduto ormai che i vizî e il giuoco sono stati le tue rovine, vedi parimente che la virtú sola può darti il piacere e il bene. Vieni pure liberamente a casa mia, dove godrai insieme con me i frutti della virtù, che tanto avesti in uggia, e io, dimentico dei dispregi che mi usasti, ti terrò in queste pupille».
Cosí, dopo averlo abbracciato, lo condusse a casa sua, lo rivestí da capo a piede e gli fece conoscere a tutta prova che ogni altra cosa è vento e che
la virtù sola fa beato l’uomo.
[155]
Tittone, figlio del re Verdecolle, va alla ricerca di tre sue sorelle carnali, maritate con un falcone, con un cervo e con un delfino, e, dopo lunghi viaggi, le trova. Al ritorno, veduta una figlia di re che stava in potere di un dragone entro una torre, con un segnale che fa, ha pronti in aiuto i tre cognati; e, con essi, uccide il dragone, libera la principessa, se la prende in moglie, e coi cognati e con le sorelle torna al suo regno.
Molti ascoltatori provarono grande interessamento alla pietà mostrata da Marcuccio a Parmiero, e tutti confermarono che la virtú è una ricchezza sicura, che né tempo consuma, né tempesta porta via, né tarlo rode, laddove gli altri beni di questa vita vengono e vanno, e del malamente acquistato non gode il terzo erede. Alla fine, Meneca, per condimento del caso raccontato, portò alla mensa delle filastrocche il racconto che segue.
C’era una volta un re di Verdecolle, che aveva tre figlie femmine, che erano tre gioie; e per esse ardevano d’amore i tre figli del re di Belprato. Ma, poiché, tutti e tre, dalla maledizione di una fata erano stati ridotti in forma di animali, il re di Verdecolle li rifiutò per mariti alle figliuole.
Allora il primo, che era un bel falcone, convocò tutti gli uccelli a parlamento, al quale vennero fringuelli, reatini, rigogoli, lucherini, cinciallegre, strigi, upupe, allodole, cuculi, [156] gracchie e alia genera pennatorum. Ed esso li mandò tutti a rovinare gli alberi di Verdecolle, che non vi lasciarono né fiori né foglie.
Il secondo, ch’era un cervo, chiamando tutti i capri, i conigli, le lepri, i porcospini e gli altri animali di quel paese, fece dare il guasto ai seminati, che non vi restò neanche un filo d’erba.
Il terzo, ch’era un delfino, concertatosi con cento mostri del mare, fece venire tante tempeste a quella marina che non vi restò barca sana.
Per questo motivo il re, vedendo che le cose andavano al peggio e che egli non poteva porre riparo ai danni che gli infliggevano i tre innamorati selvatici, si risolse di uscire da questi impacci e si contentò di dar loro per mogli le figliuole. E quelli, senza volere né feste né musiche, se le portarono fuori del regno. Ma, al dipartirsi delle tre spose, la regina, Grazolla, dié tre anelli simili, uno per ciascuna, alle figliuole, dicendo che, occorrendo dividersi e ritrovarsi di nuovo dopo qualche tempo, o vedere alcun altro del sangue loro, per mezzo degli anelli si sarebbero riconosciuti.
Il falcone si portò Fabiella, che era la prima, su una montagna cosí smisuratamente alta che, passati i confini delle nuvole, giungeva col capo asciutto dove mai non piove; e là, in un bellissimo palagio, la teneva come regina. Il cervo menò Vasta, che era la seconda, in un bosco cosí intricato che le ombre, chiamate dalla Notte, non sapevano per qual via uscire a corteggiarla; dove la faceva stare da pari sua in una casa da stupire, in un giardino d’insuperabile bellezza. Il delfino nuotò recando sulle spalle Rita, ch’era la terza, in mezzo al mare, e sopra un bello scoglio le fece trovare apparecchiata una casa in cui sarebbero potuti stare tre re di corona.
[157]
Intanto, la regina Grazolla dié a luce un figlio maschio, a cui mise nome Tittone[275], il quale, giunto ai quindici anni, sentendo sempre la madre far lamento delle tre figliuole maritate a tre animali, che non se ne sapeva piú nuova alcuna, formò il proposito di camminare tanto pel mondo finché ne avesse qualche sentore. E, dopo lunghe insistenze presso il padre e la madre, ottenne la licenza desiderata, e fu fornito di tutti i mezzi, e della compagnia che era di necessità e di decoro a un principe come lui; e la regina gli dette un altro anello, simile a quelli che aveva dati alle figlie.
Tittone non lasciò buco in Italia né nascondiglio in Francia né parte alcuna di Spagna che non cercasse; e, passata l’Inghilterra e scorsa la Fiandra e visitata la Polonia e, insomma, camminato il Levante e il Ponente, in ultimo avendo lasciato tutti i servitori parte nelle taverne e parte negli ospedali, ed essendo rimasto senza un tornese, si ritrovò sulla montagna abitata dal falcone e da Fabiella. E, mentre stava ammirato a contemplare la bellezza di quel palazzo, che aveva gli angoli di porfido, le mura d’alabastro, le finestre d’oro e gli embrici d’argento, fu visto dalla sorella, che lo fece venir su e gli domandò chi era, di dove veniva e quale fortuna l’aveva condotto a quei paesi. E, quando udi da Tittone il paese, il padre e la madre e il nome, Fabiella lo conobbe suo fratello, ritrovando di ciò conferma nel confronto tra l’anello che esso portava al dito con quello che le aveva dato la madre. Lo abbracciò, dunque, con giubilo grande, e, poiché dubitava che il marito potesse sentir dispiacere della sua venuta, lo fece nascondere.
[158]
Quando il falcone[276] tornò a casa, Fabiella cominciò a dire che le era nato un gran desio dei parenti; e quegli rispose: «Lasciatelo passare, moglie mia, ché questo non può essere fintanto che non ne abbia io l’umore». «Almeno — disse Fabiella — mandiamo a chiamare qualcuno dei miei parenti per consolarmi». «E chi — replicò il falcone — vuol venire a vederti cosí lontano?». «E se qualcuno ci venisse — riprese Fabiella, — ne proveresti dispiacere?». «E perché dovrei averne dispiacere? — riprese il falcone. — Basta che sia del tuo sangue perché io me lo metta dentro gli occhi».
Ciò udito, Fabiella prese animo e fece venir fuori il fratello e lo presentò al falcone. Il quale disse: «Cinque e cinque dieci; l’amore passa il guanto[277] e l’acqua gli stivali. Sii il benvenuto; tu sei il padrone di questa casa: comanda e fa’ tu stesso». E dette ordine che fosse onorato e servito come la persona sua stessa.
Dopo che Tittone fu stato a quella montagna quindici giorni, volle andare alla ricerca delle altre sorelle, e, preso commiato da Fabiella e dal cognato, questi gli dié una penna delle sue, dicendogli: «Pòrtati questa penna, Tittone mio, ed abbila cara, perché ti puoi trovare in tal bisogno che la stimerai un tesoro. Conservala bene; e, se ti occorre cosa necessaria, gettala in terra e di’: ‘Vieni, vieni’, ché mi loderai».
Tittone, avvolta la penna in una carta e ripostala nel borsellino, dopo molte cerimonie, si partí. E camminò e camminò tanto da non dire; finché giunse a quel bosco dove il cervo [159] dimorava con Vasta; e mentre, stimolato dalla fame, entrava nel giardino per cogliere quattro frutti, fu visto dalla sorella e riconosciuto allo stesso modo che dalla prima. Essa lo fece conoscere al marito, che lo accolse a festa e lo trattò veramente da principe; e quando, dopo altri quindici giorni, volle partire per cercare la terza sorella, il cervo gli dette un pelo dei suoi con le stesse parole che aveva usate il falcone per la penna.
Ripreso il viaggio con un gruzzolo di scudi che gli aveva dato il falcone e con altrettanti avuti dal cervo, tanto camminò che giunse agli estremi della terra. Qui, non potendo procedere oltre a causa del mare, prese una nave con disegno di correre per tutte le isole, se potesse aver notizia della sorella; e, date le vele al vento, tanto girò che capitò all’isola dove stava il delfino con Rita. Qui, appena smontato a terra, fu veduto dalla sorella, e riconosciuto e ricevuto allo stesso modo come dalle altre; e, quando volle partire per rivedere il padre e la madre, ebbe dal delfino, con le stesse istruzioni degli altri, una scaglia.
Ritornato a terra, e salito su un cavallo, si era appena dilungato un mezzo miglio dalla marina, quando entrò in un bosco che era scala franca della paura e delle ombre, dove si faceva una continua fiera di oscurità e di spavento. In quel bosco Tittone trovò una grande torre, collocata in mezzo a un lago, che baciava i piedi degli alberi affinché nascondesse al sole le proprie bruttezze; e a una finestra della torre c’era una bellissima giovane ai piedi di un orrendo dragone, che dormiva. Subito colei, veduto Tittone, con voce sommessa e con tono pietoso gli disse: «O bel giovane mio, mandato forse dal Cielo a conforto delle mie miserie in questo luogo dove non si vede mai faccia di cristiano, toglimi dal potere di questo serpente [160] tiranno, che m’ha rapita al re di Chiaravalle mio padre, e mi ha confinata in questa torre deserta, dove mi sono quasi ammuffita e ho preso di rancido». «Oimè! — rispose Tittone — che posso fare per servirti, bella giovane mia? Chi può varcare questo lago? Chi può salire su cotesta torre? Chi può accostarsi al brutto dragone, che ti atterrisce con la vista, che semina paura e fa nascere tremarella? Ma piano, aspetta un po’, ché vedremo di cacciare il serpente col manico di un altro; a passo a passo, diceva Gradasso; or ora vedremo se è cucco o vento!»[278].
E gettò al tempo stesso la penna, il pelo e la scaglia che gli avevano dati i cognati, dicendo: «Vieni, vieni!». E subito, come se quegli oggetti fossero stille d’acqua estiva, che fa nascere le ranocchie, si videro comparire il falcone, il cervo e il delfino, i quali tutti a una voce gridarono: «Eccoci! Che cosa comandi?».
Tittone, a vederli lí presenti, con grande gioia disse: «Altro non vorrei che togliere quella povera giovane dalle branche di quel dragone, e cavarla dalla torre, demolire ogni cosa, e portarmi una bella moglie a casa mia». «Zitto! — rispose il falcone, — ché, dove meno credi, cresce la fava: ora te lo faremo voltare sopra un carlino[279] e vogliamo che abbia carestia di terreno». «Non perdiamo tempo — replicò il cervo: — guai e maccheroni si mangiano caldi».
Cosí dicendo, il falcone fece venire una schiera di uccelli grifoni, che, volando alle finestre della torre, rapirono la giovane e la portarono fuori del lago presso Tittone e i cognati. [161] E, se da lontano essa era parsa a Tittone una luna, da vicino la stimò un sole, tanto era bella. Ma, mentre egli l’abbraccia va e le diceva dolci parole, il drago si svegliò, e, lanciatosi dalla finestra, correva per divorare Tittone; quando il cervo fece apparire una squadra di leoni, tigri, pantere, orsi e gatti mammoni, che gli dettero addosso e con le unghie lo ridussero a brandelli.
Dopo di ciò, Tittone voleva partire; ma il delfino gli disse: «Anch’io voglio fare qualcosa per servirti». E, affinché non restasse memoria di un luogo cosí tristo e maledetto, fece crescere il mare, che, usato dai suoi termini, venne a cozzare con tanta furia contro la torre, che la spiantò dalle fondamenta.
Ringraziò Tittone, quanto seppe e poté, i cognati, dicendo alla sposa di fare il medesimo, perché per opera loro era uscita a salvamento da cosí gran pericolo. Ma gli animali risposero: «Anzi noi dobbiamo ringraziare questa bella signora, perché essa è causa di farci tornare all’esser nostro. Noi, per un dispiacere dato da nostra madre a una fata, avemmo una maledizione da quando nascemmo, che fossimo stati sempre in forma di animali, fintanto che non avessimo liberato la figlia di un re da un gran travaglio. Ecco giunto il tempo da noi desiderato; ecco maturata la sorba[280]; e già sentiamo in questo petto nuovo spirito, in queste vene nuovo sangue». E sull’istante diventarono tre bellissimi giovani, i quali uno dopo l’altro abbracciarono strettamente il cognato, e toccarono la mano alla nuova parente, che era tutta rapita dalla gioia.
[162]
A tale spettacolo, Tittone trasse un gran sospiro: «O signore Iddio, e perché non hanno parte a questo gusto la mammarella e il tata mio? i quali se ne andrebbero in brodetto, se si vedessero davanti tre generi cosí graziosi e cosí belli». «Ancora non è notte — risposero i cognati: — la vergogna di vederci cosí trasformati ci aveva ridotti a fuggire la vista degli uomini; ma ora che, per grazia del Cielo, possiamo comparire fra le genti, vogliamo ritrovarci tutti a un tetto con le mogliettine nostre e campare allegramente. Perciò camminiamo svelti, ché, innanzi che il Sole domattina sballi la mercanzia dei raggi alla dogana dell’Oriente, saranno insieme con noi le nostre mogli».
E perché non andassero a piedi, ché non ci era altro colà che una giumenta scorticata sulla quale aveva viaggiato Tittone, essi fecero comparire una bellissima carrozza, tirata da sei leoni, nella quale si posero tutti e cinque. Dopo un’intera giornata di viaggio, si trovarono la sera a un’osteria, dove, mentre si apparecchiava da mangiare, passarono il tempo leggendo tanti testimoni dell’ignoranza degli uomini, che si erano firmati sulle mura[281]. Venuta l’ora di andare a letto, i tre giovani, fingendo di coricarsi, si affaccendarono tutta la notte, di guisa che al mattino, quando le stelle, vergognose come fanciulle zitelle, non vogliono esser viste dal Sole, si ritrovarono alla medesima osteria con le loro mogli. Grandi furono gli abbracciamenti tra loro e indicibile la gioia che tutti provarono, e poi si rimisero in otto nella stessa carrozza, e, dopo lungo cammino, giunsero a Verdecolle, dove dal re e dalla regina ebbero carezze incredibili, avendo essi guadagnato il capitale di quattro [163] figli, che tenevano perduti, e l’usura di tre generi e una nuora, che erano quattro colonne del Tempio della bellezza. Ai re di Belprato e di Chiaravalle mandarono ambasciatori a informarli dei casi occorsi ai loro figli; e quei due vennero alle feste che si fecero con l’aggiungere grasso di allegria alla pignatta maritata delle loro contentezze, e compensare a pieno tutti gli affanni passati:
ché un’ora di contento
fa scordare mill’anni di tormento.
[164]
Una vecchia pezzente bastona la figlia golosa, che ha mangiato sette cotenne di lardo, e, dando a intendere a un mercante, che la puniva perché aveva lavorato troppo a riempire sette fusi, colui se la prende per moglie. Ma costei, che lavorare non vuole, può tuttavia, per beneficio di una fata, mostrare al marito, il quale torna da un viaggio, la tela tessuta; e, infine, con nuovo inganno, induce il marito a non farla mai piú lavorare per timore che caschi malata.
Benedissero tutti la bocca di Meneca, che aveva raccontato con tanto gusto da mettere sotto gli occhi degli uditori cose accadute cosí lontano. E questo ingelosí Tolla e le fece nascere il desiderio di sorpassare a pié pari Meneca; onde, spurgata prima la voce, parlò nel modo seguente:
Non si dice motto che non sia mezzo o tutto, e perciò chi disse: «faccia storta e ventura diritta» conosceva le cose del mondo, e forse aveva letto le storie di Antuono[282] e di Palmiero[283]; abbi ventura, Antuono, e non aver palpebre, ché senza vischio prendi i beccafichi[284]; vedendosi per esperienza che questo mondo è un ritratto netto e perfetto della cuccagna, dove chi piú fatica meno guadagna; dove colui ha il [165] meglio il quale prende il tempo come viene, ed è un maccherone mettimelo in gola; ché veramente si tocca con mano che le prede e le spoglie della fortuna si guadagnano con le barcacce sdrucite[285] e non con le galee spalmate, come vi farò sentire.
C’era una volta una vecchia pezzente che, con una conocchia in mano, sputacchiando la gente per via, andava di porta in porta a cercar la limosina. E poiché con arte e con inganno si vive mezzo l’anno[286], un giorno dié a intendere a certe donnicciuole, tenere di polmone e facili di credenza, che voleva fare non so quale brodo grasso per una sua figliuola magra; e cosí si guadagnò sette cotennuzze di lardo. Portatele a casa insieme con un buon involto di pezzi di legno che era andata raccattando per terra, le dié alla figlia, Saporita, dicendole di porle sul fuoco, mentre essa tornava a limosinare qualche torsolo a certi ortolani per fare una minestretta.
Saporita prese le cotenne e, raschiatine i peli, le mise in un pignattino e cominciò a farle cuocere. Ma non tanto quelle bollivano dentro la pentola quanto bollivano a lei in gola, perché l’odore che tramandavano era una disfida mortale nel campo dell’appetito e una citatio ad informandum[287] alla banca della gola; tanto che, resisti e resisti, alla fine, provocata dall’alito della pignatta, tirata dalla naturale golosità e presa alle fauci dalla fame che la rodeva, si lasciò andare a saggiarne un pezzetto. Le seppe cosí buono che disse tra sé stessa: «Chi ha paura, si faccia sbirro! Ora, ci sono! Mangiamo e avvenga [166] quel che vuole[288]. Si tratta forse d’altro che di una cotenna? Che potrà mai accadere? Ho pelle da pagare coteste cotenne!».
Cosí, divorò la prima; e, sentendosi solleticare piú forte lo stomaco, dié di mano alla seconda; poi, pizzicò la terza; e, di mano in mano, l’una dopo l’altra, se le sbrigò tutte e sette.
Fatto questo cattivo servizio, si mise a pensare all’errore commesso e, immaginando che le cotenne le dovessero restare in gola, pensò d’ingannare la madre; onde, presa una scarpa vecchia, ne tagliò la suola in sette fette e le calò nella pignatta. Sopravvenne in questo la madre con un fascetto di broccoli, e, minuzzatili con tutti i torsi per non perderne briciolo, appena vide che l’acqua bolliva dall’orlo al fondo, vi gettò dentro i broccoli, e vi aggiunse un po’ di sugna, che aveva avuta per elemosina da un cocchiere, al quale era avanzata dall’unzione di una carrozza. Fece stendere poi dalla figliuola un canovaccio su due cassette di pioppo vecchio, cavò fuori da una bisaccia due tozzi di pane stantio, e, tolto da una rastrelliera un tondo di legno, vi sbriciolò il pane e vi versò sopra i broccoli coi pezzi di suola.
E cominciò a mettere in bocca; ma s’accorse subito che i denti suoi non erano da calzolaio e che le cotenne di porco, con nuova metamorfosi ovidiana, erano diventate ventresche di bufalo. Furiosa, si volse alla figlia: «Me l’hai fatta, scrofa maledetta! Quale sporcizia hai messa in questa minestra? E che forse la pancia mia è scarpone vecchio, che l’hai provveduto di tacchi? Presto, confessa subito com’è andata la cosa; se no, meglio che non fossi nata, non ti voglio lasciar pezzo d’osso sano!».
[167]
Saporita prese a negare; ma, incalzando la furia della vecchia, dié colpa al fumo della pignatta, che l’aveva accecata e indotta a commettere questo brutto sbaglio. La vecchia, che si vide avvelenato il mangiare, afferrò un manico di scopa e cominciò di tal maniera a lavorare di tornio, che piú di sette volte la lasciò e la riprese, picchiando dove coglieva coglieva.
Alle grida della figliuola entrò un mercante che si trovò a passare lí dinanzi, e, veduta la ferocia della vecchia, le strappò di mano la mazza e le disse: «Che ti ha fatto questa povera giovane, che la vuoi uccidere? È questo un modo di castigare o di togliere la vita? L’hai trovata forse a correre lance[289] o a rompere salvadanai? Non ti vergogni di trattare a questa maniera una povera fanciulla?».
«Tu non sai che cosa mi ha fatto! — rispose la vecchia. — La svergognata mi vede pezzente e non se ne briga, e mi vuol rovinare coi medici e gli speziali; giacché, avendole ordinato, ora che fa caldo, di non lavorare troppo per non cascare malata, ché io non ho come curarla, la prosuntuosa, a dispetto mio, ha voluto stamattina riempire sette fusi, a rischio che le venga qualche infiammazione[290] al cuore, e che mi stia due mesi a letto».
Il mercante, che udí tal cosa, pensò che la massarizia di questa giovane potesse essere la fata della casa sua; e disse alla vecchia: «Lascia la collera da banda, ché io ti voglio levare questo pericolo dalla casa, prendendomi questa tua figlia per moglie, e me la porterò a casa mia, dove la farò stare [168] da principessa, perché, per grazia dei Cielo, io mi allevo le galline, mi cresco il porco, ho i piccioni, e non posso girarmi per la casa, tanto è piena. Mi benedica il Cielo e i mal’occhi non ci possano: ma io ho botti di grano, casse di farina, orciuoli d’olio, pignatte e vesciche di sugna, appese[291] di lardo, rastrelliere di vasi, cataste di legna, mucchi di carbone, un cassone di biancheria, un letto da sposo, e, soprattutto, di pigioni e di censi posso campare da signore; oltreché traffico per alcune decine di ducati nei mercati, e, se la cosa mi riesce a segno, divento ricco».
La vecchia, che si vide piovere questa fortuna quando meno si pensava, prese Saporita per mano e gliela concesse a uso e costumanza di Napoli[292], dicendo: «Eccotela, sia la tua, da qua a belli anni, con salute e belli eredi». E il mercante, cintala con le braccia, se la portò a casa e non vide l’ora che fosse giorno di mercato per fare le spese opportune.
Il lunedí si levò di buon mattino, e, recatosi dove le campagnole stavano con la loro merce, comprò venti decine[293] di lino e le consegnò a Saporita, dicendole: «Ora puoi filare a voglia tua, ché non hai paura di trovare piú un’altra pazza rabbiosa come tua madre, che ti rompeva le ossa perché empivi le fusa. Io, per ogni decina di fusi, ti voglio dare una decina [169] di baci e, per ogni lucignolo di lino[294] che mi farai, ti darò questo cuore. Lavora, dunque, di buon animo; e, quando torno dalla fiera, che sarà tra venti giorni, fammi trovare queste venti decine di lino filate, che ti vorrò fare un bel paio di maniche rosse, fasciate di velluto verde».
«Va’ che stai fresco! — borbottò tra sé e sé Saporita. — Ora hai pieno il fuso! Sí, quando corri e infili![295]. Se aspetti camicia dalle mani mie, ti puoi fin da ora provvedere di carta straccia. L’hai trovata! E che? son io latte di capra nera[296] da filare in venti giorni venti decine di lino? Maledetta la barca che mi condusse a questo paese! Va’, ché hai bel tempo, e troverai filato il lino quando il fegato avrà i peli e la bertuccia la coda».
Partito il marito, essa, che era altrettanto ghiotta quanto poltrona, non attese ad altro che a prendere sacchi di farina e orciuoli d’olio, e a fare zeppole e pizze fritte; e da mattina a sera rosicchiava come topo e diluviava come maiale. Ma, avvicinandosi il termine del ritorno, cominciò a inquietarsi e ad aver la tremarella, pensando al rumore e al fracasso che sarebbe scoppiato, quando il mercante avesse trovato intatto il lino, e vuote le casse e le anfore.
Che cosa fece allora? Prese una pertica lunga lunga, vi avvolse una decina di lino con tutta la stoppa e le lische, ficcò a una grossa forcina una zucca d’India, e legò la pertica a un parapetto del terrazzo. Dopo di che, prese a calar giù questo padre abate dei fusi, tenendo accanto una grande caldaia di [170] brodo di maccheroni come scodellino d’acqua[297]; e, mentre faceva fili sottili quante le sartie delle navi, a ogni bagnata di dito giocava a carnevale con quelli che passavano.
Passarono per caso lí dinanzi certe fate, che presero tanto gusto a questo strano spettacolo, che stettero per schiattare dalle risa. E le dettero allora la fatagione che, quanto lino avesse in casa, tutto si fosse trovato non solo filato, ma tessuto in tela e biancheggiato. La qual cosa fu eseguita sull’istante; tanto che Saporita nuotava nel grasso dell’allegrezza, vedendosi piovuta dal Cielo questa buona ventura.
Tuttavia, perché non le dovesse piú accadere di ricevere simile molestia dal marito, si fece trovare a letto, avendo messo sotto le lenzuola una misura di nocciuole. Arrivato il marito, essa cominciò a gemere e, voltandosi ora da una parte ora dall’altra, faceva scricchiolare le nocciuole, che pareva che le si scatenassero le ossa. Il marito le domandò come si sentiva, ed essa rispose con una vocina afflitta afflitta: «Non posso star peggio di come sto, ché non mi è restato osso sano. E che ti pare poca erba per la pecora filare venti decine di lino in venti giorni, e ridurlo altresí a tela? Va’, marito mio, ché non hai speso per la levatrice, e la discrezione se l’è mangiata l’asino. Quando io sarò morta, non stare a dire: — Uh, mamma mia! — Perciò, non mi ci cogli piú a queste fatiche da cane: io non voglio, per rimpinzarti fusi, vuotare il fuso della vita mia».
Il marito, facendole tenere carezze, le disse: «Stammi sana, moglie mia, ché mi è piú caro questo bel telaio amoroso che tutte le tele del mondo; e ora conosco che aveva ragione tua madre di castigarti perché lavoravi eccessivamente, giacché [171] vedo che ci perdi la salute. Ma sta’ di buon animo, io voglio spenderci un occhio per risanarti, e aspetta, ché vado pel medico». E di corsa andò a chiamar messer Catruopolo.
Frattanto, Saporita si mangiò le nocciuole e gettò dalla finestra i gusci; e, quando fu venuto il medico ed ebbe toccato il polso, osservata la faccia, veduta l’orina e odorato il vaso, concluse con Ippocrate e Galeno che il male suo era di troppo sangue e di poca fatica. Il mercante, al quale parve di udire un grosso sproposito, gli mise un carlino nelle mani e lo rimandò caldo e puzzolente; e voleva andare a cercare un altro cerusico. Ma Saporita gli disse che non ce n’era bisogno e che già l’averlo riveduto l’aveva sanata.
Cosí il marito, abbracciandola, la ammoní che da allora in poi si fosse regolata in modo da non affaticarsi, perché non si può avere insieme vin greco e cavolo cappuccio[298],
piena la botte e la schiava ubbriaca.
[172]
Miuccio è mandato, per opera di una regina, a diversi pericoli, e da tutti, per l’aiuto di un uccello fatato, esce con onore. Alla fine, la regina muore, ed esso, scoperto figlio del re, fa liberare la propria madre, che diventa moglie di quella corona.
Il racconto delle sette cotennuzze mise tanto grasso nella minestra del gusto del principe che se ne spargeva di fuori, all’udire quella ignorante malizia e maliziosa ignoranza di Saporita, scodellata, con tanto sapore, da Tolla. Ma Popa, non volendo cedere di un punto a Tolla, s’imbarcò pel mare delle chiacchiere, col racconto che segue:
Chi cerca il male altrui, trova il danno proprio, e chi va ad acchiappare il terzo e il quarto coi tradimenti e con gl’inganni, spesso incappa allo stesso vischio che aveva preparato; come udrete di una regina, che si costruí con le sue mani stesse la tagliuola, in cui rimase presa pel piede.
C’era una volta un re d’Altamarina, al quale, per le crudeltà e tirannie che usava, fu, mentre con la moglie era andato per diletto a un castellotto lontano dalla città, occupato il seggio reale da una maga. Egli fece allora pregare una statua di legno, che dava oracoli per enimmi, e ne ebbe per risposta che allora ricupererebbe lo stato quando la maga perdesse la vista. Ma la maga non solo si era circondata di buona guardia, sí anche conosceva al fiuto la [173] gente che quegli le mandava contro per insidiarla, e ne eseguiva subito giustizia spietata.
Ciò vedendo, il re entrò in disperazione, e quante femmine di quella città poteva avere tra le mani, a tutte, per dispetto della maga, toglieva l’onore, e con l’onore la vita. E, tra le cento e cento, che la loro cattiva sorte portò a rimanere sturate di riputazione e sfasciate dei giorni loro, capitò una giovane chiamata Porziella, che era la piú gentile cosa che si potesse vedere sopra tutta la terra. I suoi capelli erano vere manette degli sbirri di amore; la fronte, tavola dove stava scritta la tariffa alla bottega delle grazie dei gusti amorosi; gli occhi, due fanali che assicuravano i vascelli dei desideri a voltare la prora al porto dei contenti; la bocca, un’arnia di miele tra due siepi di rose.
Caduta in potere del re, questi, dopo che l’ebbe passata in rivista[299] come le altre, la volle ammazzare; ma, nell’atto che alzava il pugnale, un uccello gli fece cascare sul braccio non so quale radice, e gliene venne tale un tremito che l’arma gli scorse di mano. Era l’uccello una fata, che, pochi giorni innanzi, dormendo in un bosco, dove sotto la tenda delle ombre si giocava l’ardore alla galera dello spavento, stava per subire l’onta da un satiro, quando fu svegliata da Porziella; e per questo beneficio seguiva sempre i suoi passi, pronta a rendergliene ricambio. Il re, all’inatteso impedimento, pensò che la bellezza di quella faccia avesse messo il sequestro al braccio e ingiunto un mandato[300] al pugnale, vietandogli di [174] trafiggerla come di tante altre aveva fatto. Considerò dunque che bastava un pazzo per casa e che non conveniva tingere di sangue l’ordigno della morte come ne aveva tinto lo strumento della vita; e dispose che Porziella fosse murata in una soffitta del suo palazzo, e lasciata colà, l’afflitta e dolorosa giovane, senza aver né da mangiare né da bere, affinché perisse d’inedia.
L’uccello, che la vide a questi cattivi termini, la confortò con parole umane, che stesse di buon animo perché esso, per gratitudine di un favore da lei ricevuto, l’avrebbe aiutata col proprio sangue. Non volle, peraltro, quantunque assai Porziella ne lo pregasse, svelarle mai chi fosse; e soltanto le ripeté che le si sentiva obbligato, e tornò ad assicurarla che non avrebbe tralasciato cosa per servirla. E poiché la povera giovane languiva per la fame, volò fuori e tornò con un coltello appuntito, che tolse dal riposto del re, e le disse di aprire a poco a poco un buco in un angolo del solaio, che sarebbe andato a rispondere nella cucina, dalla quale avrebbe preso sempre qualcosa per sostentarle la vita. Porziella ubbidí, e, affaticatasi per un buon pezzo, tanto scavò che aprí l’entrata all’uccello; il quale, profittando del momento che il cuoco era andato ad attingere una secchia d’acqua alla fontana, discese pel buco e si portò via un pollastro, che stava in caldo, e lo dette a Porziella. Non sapendo poi come rimediare alla sete, volò alla dispensa, dove era appesa molta uva, e gliene porse un grappolo. Cosí continuò per piú giorni.
Piú tardi, Porziella, che era rimasta incinta, dié alla luce un bel figlio maschio, che essa allattò e crebbe con la continua assistenza dell’uccello. E, diventato il figliuolo grandicello, l’uccello consigliò alla madre di allargare l’apertura del solaio, levandone altrettante assicelle, in modo che potesse entrarvi [175] Miuccio (tale era il nome che essa aveva dato al figliuolo) e di calarlo, per mezzo di certe cordicelle che esso stesso le aveva procurate, rimettendo a loro posto i panconcelli in guisa che non si vedesse per dove era disceso. Cosí fece Porziella, e comandò al figlio di non dir mai donde fosse venuto, né di chi fosse figlio.
Quando il cuoco, che era uscito per faccende, tornò e vide in mezzo alla cucina quel bel garzoncello, gli domandò chi era, come era entrato e che cosa era venuto a fare in quel luogo; e Miuccio, ricordando l’istruzione della madre, rispose che si era sperduto e che andava cercando padrone. Tra questo dialogo sopravvenne lo scalco, che, veduto un fanciullo di tanto spirito, pensò che sarebbe stato adatto per paggio del re, e lo condusse nelle camere regali. Piacque subito al re, che lo vide cosí bello e grazioso, e lo tenne al servigio per paggio, al cuore per figlio, e gli fece insegnare tutti gli esercizî che convengono a un cavaliere; tanto che diventò il piú virtuoso della corte.
Il re gli voleva bene piú che al figliastro; onde la regina cominciò a prenderlo in uggia e a guardarlo con occhio di odio. L’invidia e la malevolenza guadagnavano tanto maggior terreno quanto piú spianavano loro la strada i favori e le grazie che il re faceva a Miuccio. E la regina si propose di mettere tanto sapone alla scala della fortuna di quel giovane che alfine sdrucciolasse dall’alto giù al fondo.
Una sera che, dopo aver accordato in pieno i loro strumenti musicali, facevano una musica di discorsi tra loro, la regina disse al re che Miuccio si era vantato di poter fare tre castelli nell’aria. Il re, sia perché era curioso, sia per dar gusto glia moglie, quando al mattino la Luna, maestra delle Ombre, concede feria alle discepole per la festa del Sole, chiamò a sé [176] Miuccio e gli ordinò che, per ogni conto, avesse fatto i tre castelli in aria, come se n’era vantato; altrimenti, avrebbe fatto fare a lui tre salti in aria.
Miuccio, a tale richiesta, se ne andò nella sua camera e cominciò un amaro lamento sulla grazia dei principi, fragile come vetro, e sulla poca durata dei loro favori; e, mentre piangeva a calde lacrime, ecco l’uccello, che gli disse: «Fa’ cuore, o Miuccio, e non dubitare, perché hai con te persona come son io, capace di cavarti dal fuoco». E gli ordinò di prendere molto cartone e colla, e, lavorati a quel modo tre grandi castelli, fece venire tre grossi grifoni, e a ciascuno legò ai piedi un castello, e quelli volarono per l’aria. Miuccio chiamò il re, che accorse con tutta la corte a questo spettacolo, e che, ammirando l’ingegno del giovane, gli pose maggiore affetto e gli fece feste e carezze dell’altro mondo.
Ciò fu aggiunta di neve all’invidia e di fuoco allo sdegno della regina, che, vedendo che il colpo non le era riuscito, non vegliava il giorno che non cercasse modo, e non dormiva la notte che non pensasse maniera, di levarsi dinanzi questo stecco degli occhi suoi; sicché, dopo pochi altri giorni, disse al re: «Marito mio, ora è tempo di tornare alle grandezze passate e ai piaceri degli anni lontani[301], perché Miuccio si è offerto di accecare la fata e, con una spesa di occhi, farti ricomprare il regno perduto».
Il re, che si sentí toccare sul punto doloroso, immediatamente chiamò Miuccio e gli parlò: «Resto assai meravigliato, o Miuccio, che, volendoti tanto bene e potendomi tu rimettere [177] nel seggio dal quale sono capitombolato, te ne stai cosí spensierato e non procuri di togliermi dalla miseria in cui mi trovo, ridotto come sono da un regno a un bosco, da una città a un povero castelluccio e dal comandare a tanti ad esser appena servito da pochi domestici affamati[302], che affettano pane e scodellano broda. Perciò, se non vuoi cadere in disgrazia presso di me, corri subito ad accecare la maga che è in possesso della roba mia; e tu, serrando le botteghe di quegli occhi, aprirai il fondaco delle grandezze mie; spegnendo quelle lucerne, accenderai le lampade dell’onor mio, che stanno ora smorzate e fumose».
A questa proposta, Miuccio stava per rispondere che il re era mal informato e l’aveva tolto in iscambio, ché egli non era corvo che cavasse gli occhi, né latrinaio che sturasse buchi; quando il re concluse: «Non piú parole! Cosí voglio, cosí sia fatto. Fa’ conto che alla zecca del mio cervello ho messo in bilico la bilancia: di qua il premio, se fai quello che devi; di là il castigo, se lasci di fare quello che ti comando».
Miuccio, che non poteva cozzare con un sasso e aveva da fare con un uomo che guai a chi ci capitava, se ne andò a gemere in un angolo. Ma sopraggiunse l’uccello e gli disse: «È possibile, Miuccio, che ti perdi sempre in un bicchier di acqua? E, se io fossi stato ucciso, potresti fare un lamento pari a questo? Non sai che io ho piú cura della tua vita che della mia stessa? Perciò, non ismarrirti e vienimi dietro, ché vedrai che cosa [178] sa fare Meniello»[303]. E, preso a volare, con Miuccio che lo seguiva, si fermò in un bosco; e là si mise a cinguettare, e subito fu attorniato da una schiera di uccelli.
Come se li vide intorno, esso domandò chi tra loro si confidasse di spegnere la vista alla maga; ché gli avrebbe dato una salvaguardia contro gli artigli degli sparvieri e degli astori, e una carta franca contro gli schioppi, gli archetti, le balestre e i vischi dei cacciatori.
Tra quegli uccelli c’era una rondine, che, avendo fatto il suo nido a una trave della casa reale, aveva preso ad aborrire la maga, la quale, per eseguire i suoi maledetti incantamenti, piú volte l’aveva cacciata dalla camera sua coi suffumigi. E quella, in parte per vendetta, in parte allettata dal premio che l’uccello prometteva, si offerse ad eseguire la cosa.
Volò, dunque, la rondine, come una folgore, alla città, entrò nel palazzo reale, e qui vide la maga, che se ne stava distesa sopra un tettuccio, facendosi fare fresco col ventaglio da due damigelle. Subito la rondine le si mise a perpendicolo sugli occhi, e, lasciandovi cascare dentro il suo sterco, le tolse la vista. La maga, che vide a mezzogiorno la notte, e ben sapeva che con quella serrata di dogana terminava la mercanzia del suo regno, gettò strida da anima dannata e rinunziò allo scettro, correndo a rintanarsi in certe grotte, dove tanto batté la testa nella roccia, che finí i suoi giorni.
Andata via la maga, i consiglieri inviarono ambasciatori al re, che venisse a godere la casa propria, perché l’accecamento di quella gli aveva dato la luce del buon giorno; e, nello [179] stesso punto che gli ambasciatori arrivarono, giunse anche Miuccio, che, istruito dall’uccello, cosí disse: «T’ho servito di buona moneta: la maga è accecata, il regno è tuo; ma, se io merito ricompensa per il servigio che ti ho reso, non ne voglio altra se non che tu mi lasci stare coi miei malanni senza mettermi un’altra volta a pericoli». Il re, dopo averlo abbracciato con grande amorevolezza, lo fece coprire[304] e sedere accanto a sé; e se la regina ne crepò di rabbia, ve lo dica il Cielo, tanto che nell’arcobaleno di diversi colori, che si mostrò sul suo volto, si conobbe il vento delle rovine, che macchinava nel cuore contro il povero Miuccio.
Poco lungi dal castello, era un dragone ferocissimo, che nacque allo stesso parto con la regina, e gli astrologi, chiamati dal padre a strologare questo fatto, sentenziarono che tanto sarebbe campata la figlia sua quanto campava il dragone, e che, morendo l’uno, sarebbe morta necessariamente anche l’altra; e solo una cosa avrebbe potuto risuscitarla, cioè se le avessero unto le tempie, lo sterno, le nari e i polsi col sangue dello stesso dragone. Ora la regina, che conosceva la forza e la furia di quest’animale, pensò di mandargli Miuccio nelle granfie, sicura che se ne sarebbe fatto un sol boccone, e gli sarebbe stato come la fragola in bocca all’orso. Cominciò, dunque, a dire al re: «Affé, che Miuccio è il tesoro della casa tua, e saresti ingrato se non l’amassi; tanto piú che ha lasciato intendere di voler ammazzare il dragone, il quale, quantunque mi sia fratello, ti è cosí nemico, che io voglio piuttosto un pelo di mio marito che cento fratelli».
Il re, che odiava mortalmente il dragone e non sapeva come liberarsene, subito chiamò di nuovo Miuccio: «So — gli [180] disse — che tu metti il manico dovunque vuoi; e perciò, avendo fatto tanto e tanto per me, bisogna che mi faccia un altro piacere, e poi disponi di me a tua voglia. Va’ in questo punto stesso e ammazza il dragone, ché mi renderai un servigio segnalato e io te ne darò buon merito».
Miuccio stava per uscire fuori di sé, e, appena poté spiccicare parola, rispose: «Cotesta, ora, è doglia di testa; ora, mi avete preso a vessare; è forse, la mia vita, latte di capra nera, che si può farne strapazzo? Non si tratta di una pera sbucciata, che mi si metta dinanzi alla bocca: si tratta di un dragone, che con le branche sbrana, con la testa sfonda, con la coda fracassa, coi denti stritola, con gli occhi infetta, col fiato uccide. Ora, perché volete mandarmi a morte? È questa la provvisione[305] che mi è data per avervi dato un regno? Chi è quell’anima dannata che ha gettato sulla tavola questo dado? Chi è stato il figlio dell’inferno, che vi ha spinto a questi salti e gonfiato di queste parole?».
Il re, che era leggiero come pallone a farsi balzare, ma duro piú d’una pietra a sostenere quello che aveva detto una volta, puntò i piedi e disse: «Hai fatto e fatto, e ora ti perdi al meglio. Ma non piú parole! Va’, togli questa peste dal regno mio; se no, ti tolgo la vita».
Miuccio sventurato, che si sentiva fare ora un favore ora una minaccia, ora una carezza alla faccia ora un calcio al deretano, ora una calda e ora una fredda, considerò quanto mutevoli fossero le fortune delle corti, e avrebbe voluto esser piú che digiuno della conoscenza del re. Ma, sapendo che replicare agli uomini grandi è cosa da bestia, ed è come se si volesse pelare la barba al leone, si ritirò in disparte, maledicendo la [181] sorte sua che l’aveva ridotto alla corte per fare corte le ore della propria vita. E, mentre, seduto sul gradino di una porta, con la faccia in mezzo alle ginocchia, lavava le scarpe col pianto e scaldava i contrappesi[306] coi sospiri, ecco l’uccello con in becco un’erba, che gli gettò in grembo, dicendogli: «Alzati, Miuccio, e assicurati che non giocherai a scarica l’asino dei giorni tuoi, ma a sbaraglino della vita del dragone[307]. Prendi quest’erba e, arrivato alla grotta di quel brutto animale, gettavela dentro, ché subito gli verrà tal sonno sbardellato, che si piegherà a dormire; e tu, con un bel coltellaccio sotto le anche, fagli subito la festa, e vieni via, ché le cose ti riusciranno meglio che non pensi. Basta, io so bene quel che dico, e abbiamo piú tempo che danaro, e chi ha tempo ha vita».
Miuccio si alzò e, postosi tra i panni un grosso coltello e presa l’erba, si avviò alla grotta, la quale si apriva sotto una montagna di cosí buona statura che i tre monti, che fecero scala ai giganti, non le sarebbero arrivati alla cintura. E, quando fu all’entrata, gettò l’erba e, appiccato il sonno al dragone, cominciò a tagliare.
Nel tempo stesso che batteva col coltellaccio le carni dell’animale, la regina si sentiva intaccare il cuore; e, vistasi a mal termine, si accorse del suo errore, per essersi comprata a danari contanti la morte. Chiamò allora il marito e gli disse quello che avevano prognosticato gli astrologi, e che dalla vita del dragone pendeva la vita sua, e come sospettava che Miuccio avesse ucciso il dragone, giacché essa si sentiva mancare a poco a poco.
«Se sapevi — le disse il re — che la vita del dragone era [182] puntello della tua e radice dei tuoi giorni, perché mi facesti mandare Miuccio? Chi ne ha la colpa? Tu ti sei fatto il male e tu lo piangi; tu hai rotto il gotto e tu lo paghi!».
«Non credevo mai — rispose la regina — che un mingherlino avesse tant’arte e tanta forza da gettare a terra un animale che faceva poca stima d’un esercito; e avevo in mente che vi avrebbe lasciato gli stracci. Ma, poiché ho fatto il conto senza l’oste e la barca dei miei disegni è andata a picco, fammi un piacere, se mi vuoi bene. Appena sarò morta, prendi una spugna, intrisa nel sangue del dragone, e ungimi tutte le estremità della persona prima di seppellirmi».
«Questa è poca cosa all’amore che ti porto — disse il re; — e, se non basterà il sangue del dragone, vi metterò il mio per darti soddisfazione».
La regina voleva ringraziarlo, ma gli uscí lo spirito con le parole, perché, in quel momento stesso, Miuccio aveva terminato il macello del dragone.
Quando egli giunse innanzi al re per dargli l’annunzio dell’opera eseguita, il re gli comandò che fosse tornato a raccogliere il sangue del dragone; e, curioso di vedere da vicino la prova che quello aveva compiuta con le mani, gli tenne dietro non visto. All’uscita dal palazzo, l’uccello si fece incontro a Miuccio e gli domandò: «Dove vai?». «Vado dove mi manda il re, che mi fa andar su e giú come spola, e non mi lascia riposare un’ora». «A che fare?». «A prendere il sangue del dragone». «Oh sciagurato te per cotesto sangue di dragone, il quale sarà per te sangue di toro[308], che ti creperà dentro! Con quel sangue rinascerà la mala semenza [183] di tutti i tuoi travagli; ché colei ti ha posto sempre a nuovi pericoli affinché tu vi lasci la vita; e il re, che si fa mettere la barda da una brutta strega, ti manda, come un trovatello[309], ad arrischiare la persona, che pure è sangue suo, che pure è broccolo di quella pianta. Lo scuso, perché non ti conosce; ma pure il moto del cuore dovrebbe essere spia della parentela, e i servigi che gli hai resi, e il guadagno che ora egli farebbe di un bello erede, dovrebbero costringerlo a prendere in grazia quella sventurata di Porziella, tua madre, che da quattordici anni oramai sta murata in una soffitta, dove sembra un tempio di bellezza, fabbricato in un camerino».
Il re, che aveva ascoltato ogni cosa, si trasse subito innanzi per udire con piú particolarità come il fatto era andato; e, appreso che Miuccio era figlio di Porziella, rimasta incinta di lui, e che Porziella era ancora viva nella soffitta, subito ordinò che fosse smurata e condottagli davanti.
E, quando la vide piú bella che mai per la buona cura che ne aveva avuta l’uccello, l’abbracciò con amore grande e non si saziava di stringere ora la madre ora il figlio, chiedendo perdono a quella del crudele trattamento che le aveva usato, e a questo dei pericoli a cui lo aveva posto. E fece subito rivestire Porziella con le piú ricche vesti della regina morta, e la prese per moglie.
Offerse poi lo stato e tutto se stesso all’uccello, che aveva mantenuto in vita la povera giovane procurandole il cibo, e che aveva col consiglio aiutato il figliuolo a uscire dai pericoli. Ma l’uccello disse che non voleva altro premio che Miuccio per marito, e si trasformò, nel dir cosí, in una bellissima giovane.
[184]
La richiesta fu accolta con grande gioia dal re e da Porziella, e, mentre la regina morta fu gettata in un tumulo, la coppia degli sposi colse piaceri a tomoli; e, per celebrare in modo piú solenne le feste, si avviarono al loro regno, dove erano aspettati con gran desiderio. E sempre riconobbero che la loro buona fortuna era venuta dalla fata pel beneficio resole da Porziella, perché alla fine delle fini:
Mai non si perde il bene che s’è fatto[310].
[185]
Marchetta è rapita dal vento e portata alla casa di un’orca, dalla quale, dopo varî accidenti, avendo ricevuto uno schiaffo, si parte vestita da uomo. Càpita in casa di un re, dove, innamoratasi di lei la regina, e sdegnata di non trovare corrispondenza, l’accusa al marito di aver tentato di sedurla, e Marchetta è condannata alla forca. Ma, per virtú di un anello datole dall’orca, viene liberata; e, fatta morire la calunniatrice, diventa essa regina.
Piacque estremamente il racconto di Popa e non ci fu alcuno che non provasse piacere per la buona sorte di Porziella; ma neppure ci fu alcuno che le invidiasse questa fortuna, comprata con tanti travagli, perché essa pervenne allo stato reale che quasi aveva lasciato lo stato personale. Ma, vedendo Antonella che gli affari di Porziella avevano offuscato l’animo dei principi, volle sollevare gli spiriti, cosí parlando:
La verità, signori, sempre viene a galla come l’olio, e la bugia è un fuoco che non può star nascosto, anzi è uno schioppo alla moderna che uccide chi lo spara[311]; e non senza ragione si chiama «bugiardo» chi non è fedele nelle parole, perché «brucia» ed «arde» non solo tutte le virtù e i beni [186] che porta nel petto, ma la bugia stessa, come vi farò confessare, narrandovi la storia che state per udire.
C’era una volta un re di Vallatescosse, che, non riuscendo ad aver figli, a tutte le ore e dovunque si trovava, diceva: «O Cielo, mandami un erede dello stato per non lasciar desolata la casa mia!». E una volta che si trovava in un giardino e ripeté ad alta voce questa lamentosa invocazione, udí una voce uscire di mezzo alle frasche:
O re, che preferisci?
Vuoi figlia che ti fugga,
o figlio che ti strugga?
Confuso a queste parole, il re non si seppe risolvere e pensò di consigliarsi coi sapienti della corte. Rientrato, dunque, nella sua camera, chiamò i consiglieri, e ordinò loro di discutere del caso. E chi rispose che si doveva far maggior conto dell’onore che della vita; altri, che si doveva stimare piú la vita come bene intrinseco, laddove l’onore è cosa estrinseca, e perciò da tenere in minor pregio; uno diceva che, essendo la vita acqua che passa, poco importava di perderla, e del pari le ricchezze, che sono colonne della vita poste sopra la ruota di vetro della fortuna, ma che l’onore, essendo cosa durevole, che lascia orme di fama e segni di gloria, si deve custodire gelosamente ed esserne tenerissimi; un altro argomentava che la vita, per la quale si conserva la stirpe, e la roba, per la quale si mantiene la grandezza della casa, si debbono tener piú care dell’onore, per esser l’onore opinione su ragione di virtú, e che perdere una figlia per colpa di fortuna, e non per proprio difetto, non pregiudicava la virtú del padre, e non imbrattava l’onore della casa. Ma, soprattutto, [187] ci furono taluni altri che conclusero che l’onore non consisteva nelle gonnelle di una femmina[312]; oltreché il re, come principe giusto, doveva mirare piuttosto al beneficio comune che all’interesse particolare, e che una figlia fuggitiva faceva un po’ di vergogna solo alla casa paterna, ma un figlio tristo metteva fuoco, non solo alla casa propria, ma a tutto il regno; e dunque, poiché bramava figli e gli erano proposti questi due partiti, chiedesse la femmina, che non metteva a pericolo la vita e lo stato.
Questo parere piacque al re, che tornò al giardino, e, gridato di nuovo come soleva e udita la stessa voce, rispose: «Femmina, femmina!». E alla sera, quando il Sole invita le ore del giorno a dare uno sguardo ai mostricciattoli degli Antipodi[313], si coricò con la moglie; e, a capo di nove mesi, ne ebbe una bella figliuola.
Il re la fece subito chiudere in un palazzo fortificato, e con buone guardie, per non lasciar dal canto suo tutte le diligenze possibili che valessero a rimediare al tristo influsso a cui la figlia andava soggetta; e la educò a tutte le virtú che [188] stanno bene a regia prole. Giunta in età, trattò e concluse il matrimonio di lei col re di Perdisenno, e allora la tolse da quella casa, dalla quale non era mai uscita, per mandarla al marito. Ma, nel momento che essa usciva, venne tal colpo di vento, che la levò di peso e non la si vide piú.
Il vento la portò lungo tratto per l’aria, e poi la lasciò dinanzi alla casa di un’orca, in mezzo a un bosco, il quale aveva sbandito il Sole come appestato per avere ucciso l’infetto[314] Pitone. Colà trovò una vecchierella, che l’orca aveva lasciata a custodia delle robe sue, la quale le disse: «Oh amara la vita tua, e dove hai posto il piede? Misera te, che se rientra ora l’orca, padrona di questa casa, non stimerei tre tornesi la pelle tua, perché essa non si pasce d’altro che di carne umana; e in tanto la mia vita è sicura, in quanto la necessità del mio servizio la trattiene, e questo vecchio corpo, pieno di sincopi, di anticori, di fiati e di renelle, è schifato dalle sue zanne. Ma sai che devi fare? Eccoti le chiavi della casa: entra, rassetta le stanze e ripulisci ogni cosa, e, quando verrà l’orca, nasconditi che non ti veda, e io non ti farò mancare da sostentarti. Frattanto, chi sa? il Cielo aiuta, il tempo può portare grandi cose. Basta: abbi giudizio e pazienza, ché varcherai ogni golfo e supererai ogni tempesta».
Marchetta (che cosí si chiamava la giovane), facendo di necessità virtù, si prese la chiave, ed entrata nella camera dell’orca, per primo dié di piglio a una scopa e fece la casa cosí netta che potevi mangiare sul pavimento i maccheroni; poi, con una cotenna di lardo, sfregò di maniera i cassoni [189] di noce e li fece cosí lustri, che ti ci specchiavi; e, rifatto il letto, quando sentí venire l’orca, si mise dentro una botte, in cui prima era il grano.
L’orca, che trovò questa pulizia insolita, ne sentí un gran gusto, e, chiamata la vecchia, le disse: «Chi ha fatto questo bel rassettamento?». E alla risposta della vecchia, che era stata essa, replicò: «Chi ti fa quel che far non suole, o t’ha gabbato o gabbare ti vuole. Veramente puoi ficcare uno stecco nel buco[315], avendo fatto una cosa insolita, e meriti porzione grossa di minestra». E mangiò e andò fuori di nuovo.
Al ritorno, trovò tolte tutte le fuliggini dalle travi, stropicciati e lucidi tutti gli utensili di rame e appesi con bell’ordine alle pareti, e messi nell’acqua calda tutti i panni sudici; e ne provò un piacere indicibile e benedisse mille volte la vecchia. «Il Cielo ti prosperi sempre, madama Pentarosa mia: che tu possa sempre goder bene e meglio, perché mi rallegri il cuore con questi bei rassettamenti, facendomi trovare una casa da bambola e un letto da sposa».
La vecchia, con questa buona opinione guadagnata, se la godeva e dava sempre buoni bocconi a Marchetta, rimpinzandola come cappone da ingrasso. E, poiché l’orca andò ancora fuori, essa le disse: «Sta’ zitta, ché voglio arrivare questo zoppo e tentare la tua fortuna. Fa’ qualcosa di bello con le mani tue, che vada a genio all’orca; e, se essa giurasse per tutti i sette cieli[316], tu non le credere; ma, se per caso giura per le sue tre corone e tu làsciati vedere, ché la cosa ti riesce a segno, e vedrai che il mio è stato consiglio di mamma».
[190]
Marchetta sgozzò una bella papera, e delle estremità fece uno spezzatino, e, imbottitala bene con origano e aglio, la infilò allo spiedo; impastò poi quattro strangolapreti[317] sopra un canestro rovesciato, e preparò una tavola tutta infiorata di rose e fronde di cedrangoli. L’orca, al trovare questo delicato apparecchio, stette per uscir dai panni, e, chiamata la vecchia, le disse: «Chi ha fatto quel bel servigio?». «Mangia — le rispose la vecchia, — e non cercare altro: basta che hai chi ti serva e ti soddisfaccia».
E, mangiando e sentendosi scendere la dolcezza di quei buoni bocconi fino ai malleoli, l’orca cominciò a mormorare: «Io giuro per le tre parole di Napoli[318] che, se sapessi chi è stato il cuoco, gli vorrei dare le mie pupille». E poi seguitò: «Io giuro pei tre archi e le tre frecce, che se lo conosco, voglio tenerlo dentro il cuore. Io giuro per le tre candele che s’accendono quando si roga uno strumento di notte; pei tre testimoni, che mandano alla forca un uomo; pei tre palmi di fune, che danno la volta all’impiccato; per le tre cose che scacciano l’uomo di casa, fetore, fumo e femmina malvagia; per le tre cose che consumano la casa, zeppole, pane caldo e maccheroni; per le tre femmine e una papera che fanno un mercato; per le tre F. del pesce, fritto, freddo e fondo; pei tre cantatori principali di Napoli, Giovanni della Carriola, compar Biondo e il Re della [191] musica[319]; per le tre S. che bisognano a un innamorato, solo, sollecito e secreto; per le tre cose che bisognano a un mercante, credito, animo e ventura; per le tre sorti di persona che ama la cortigiana, smargiassi, bei giovani e sprecatori; per le tre cose importanti al ladro, occhi per adocchiare, mani per acchiappare, piedi per alleppare; per le tre cose che rovinano la gioventù, giuoco, femmine e taverne; per le tre virtú principali dello sbirro, adocchia, insegui e afferra; per le tre cose utili al cortigiano, fingimento, flemma e fortuna; per le tre cose che fan d’uopo al ruffiano, gran coraggio, assai chiacchiere e poca vergogna; per le tre cose che il medico osserva, il polso, la faccia e il pitale...».
Ma poteva dire da oggi a domani, che Marchetta, la quale aveva avuto l’istruzione, non bucicava. Solo quando, in ultimo, le udí dire: «per le tre corone mie, che, se io so chi è stata la buona massaia, le voglio fare tante belle carezze e tenerezze da non potersele immaginare», solo allora venne fuori e disse: «Eccomi!».
L’orca, al vederla, esclamò: «Ah! Ne hai saputo piú di me![320]. L’hai fatta da maestro e ti sei risparmiata una bella [192] infornata in questo corpo. Ma, poiché hai sí ben lavorato e m’hai dato gusto, ti voglio tenere piú di una figlia. Eccoti le chiavi della casa; e siine domine e dominanzio. Una cosa sola mi riservo: non devi aprire per niun conto l’ultima stanza, alla quale appartiene questa chiave; altrimenti, mi faresti montare la senapa al naso. Attendi a servire, e te beata! ché io ti prometto per le tre corone di maritarti ricca ricca».
Marchetta le baciò la mano con molta grazia e promise di servirla piú di una schiava.
Pure, quando l’orca andò fuori, si sentí solleticare grandemente dalla curiosità di vedere che cosa c’era nella camera proibita. E non seppe trattenersi dall’aprirla, e vi trovò tre giovani, vestite tutte d’oro, sedute a tre seggi imperiali, che pareva che dormissero. Erano queste tre figlie della maga[321], incantate dalla madre, perché sapeva che avrebbero dovuto incontrare un gran pericolo, se non veniva a svegliarle una figlia di re; e perciò le aveva chiuse li dentro, per scamparle dalle minacce delle stelle.
Al rumore che Marchetta, entrando, fece coi piedi, quelle si risentirono, come se si destassero, e le chiesero da mangiare; ed essa prese subito tre uova per ciascuna, le fece cuocere sotto la cenere e le porse loro. E, subito ripigliate le forze, le tre giovinette vollero uscire a respirare l’aria libera. Ma, in questo punto, giunse l’orca, che, contrariata e sdegnata da tale vista, allungò a Marchetta un gran ceffone[322].
Sentí essa cosí vivamente l’affronto che, nel medesimo istante, chiese licenza all’orca di partire per andare vagando sola pel mondo, alla ricerca della sorte sua. L’orca cercò [193] di rabbonirla con belle parole, e le disse che aveva scherzato e non avrebbe mai piú ripetuto quello scherzo; ma non le fu possibile rimuoverla dal proposito. Alla fine, la lasciò andare e le donò un anello, avvertendola di portarlo con la pietra rivolta verso la mano e di non guardarlo mai, se non quando, trovandosi in gran pericolo, sentisse il nome suo replicato dall’eco. E le dié anche un bel vestito da uomo, che Marchetta le aveva chiesto, col quale si travestí e si mise in cammino.
Giunta che fu a un bosco, dove si recava a far legna la Notte per riscaldarsi della gelata sofferta, incontrò un re che si dilettava alla caccia; e quello, visto il bel giovane (ché tale sembrava), gli domandò donde veniva e che andava facendo. Marchetta rispose di esser figlio di un mercante, e che, per gli strazî inflittigli dalla matrigna, se n’era fuggito di casa. E il re, piacendogli la prontezza e il garbo del giovane, se lo prese per paggio e lo condusse al palazzo.
Appena lo vide la regina, si sentí da quella graziosa persona sconvolgere l’anima e accendere tutte le voglie; e, quantunque cercasse per alcuni giorni, in parte per natura, in parte per superbia, compagna sempre della bellezza, di dissimulare la fiamma e di reprimere le punture che amore le faceva sotto la coda del desiderio, finalmente, essendo corta di calcagni, non potette stare salda in arcione contro l’assalto di quelle sfrenate brame. E un giorno, chiamata in disparte Marchetta, cominciò a scoprirle le pene sue, e a dirle quale soprosso d’affanni aveva al cuore da quando le erano apparse le bellezze sue; che, se essa non si risolveva a innaffiare il territorio dei suoi desiderî, sarebbe seccata senz’altro con le speranze la vita. E lodò le vaghe fattezze del suo volto, facendole avvertire che sarebbe da cattivo scolaro nella scuola di amore [194] introdurre uno strafalcione di crudeltà in un libro di tante grazie, e che ne avrebbe avuto un buon cavallo di pentimento; e alle lodi aggiunse le preghiere, scongiurandola pei sette cieli che non volesse veder dentro una fornace di sospiri e in mezzo a un pantano di lacrime una donna che aveva per insegna alla bottega dei pensieri la bella immagine sua. Seguirono poi le offerte, promettendole di pagare ogni dito di piacere a palmi di beneficio e di tenere aperto il fondaco della gratitudine a ogni richiesta di cosí bel cliente. Le ricordò, infine, che essa era regina; e, poiché già ormai s’era imbarcata, non doveva lasciarla in mezzo a questo golfo senza qualche soccorso, perché si sarebbe rotta a uno scoglio con danno suo.
Marchetta, a queste carezze e punture, a queste promesse e minacce, a queste lavate di faccia e levate di cappa, avrebbe voluto dirle che, per aprire la porta delle sue soddisfazioni amorose, le mancava la chiave; avrebbe voluto palesarle che, per darle la pace che essa desiderava, non era Mercurio, che portasse il caduceo. Ma non volle smascherarsi e le rispose invece che non poteva credere che essa volesse far le fusa torte a un re di tanto merito, qual era suo marito; e che, quand’anche essa avesse messa da parte la riputazione della casa sua, da sua parte non poteva né voleva recare offesa a un padrone che tanto l’amava.
La regina, udita questa prima replica all’intimazione delle sue voglie, le rispose: «Orsù, pensaci bene e ara diritto, ché le pari mie, quando pregano, comandano, e, quando s’inginocchiano, proprio allora premono le gole coi piedi. Fa’ bene i conti tuoi, e vedi come può riuscirti questa mercanzia. Basta e sufficit ché io ti dirò ancora solo una cosa, e poi andrò via. Quando una donna della mia qualità resta scornata, [195] procura di lavare col sangue di chi la offese la macriata[323] alla faccia sua». E, con minaccioso cipiglio, le voltò le spalle, lasciando confusa e gelata la povera Marchetta.
Per piú giorni continuò la regina a dar assalti a questa bella fortezza, e, vedendo alla fine che faticava, stentava e sudava in perdita, gettando le parole al vento e i sospiri nel vuoto, mutò registro, convertendo l’amore in odio e la voglia di godere la cosa amata in brama di vendetta. Fingendo le lacrime alla coda degli occhi, andò, dunque, al marito e gli parlò cosí: «Chi ce l’avesse detto, marito mio, che riscaldavamo una serpe nella nostra manica? Chi si sarebbe immaginato mai che un meschinello sciaguratello avesse tanto ardire? La colpa è delle tante carezze che tu gli hai fatte: il villano, se gli si dà il dito, si piglia la mano. Ma, se tu non gli dài il castigo che merita, me ne tornerò alla casa di mio padre, e non ti vorrò piú vedere, né sentire il tuo nome» «Che cosa ti ha fatto?», — disse il re. — E la regina: «Cosa da nulla! Voleva il furfantello essere esattore del debito matrimoniale che io ho con te, e, senza rispetto, senza timore, senza vergogna, ha avuto faccia di venirmi innanzi e lingua da chiedermi passo libero pel territorio, dove tu hai il seminato dell’onore».
Il re, a quest’accusa, senza cercare altri testimoni, per non pregiudicare alla fede e all’autorità della moglie, fece subito acciuffare Marchetta dagli sbirri, e, caldo caldo, senza darle termine di difesa, la condannò a vedere quanto peso sosteneva la stadera del boia. Trasportata senz’altro al luogo del supplizio, Marchetta, che non sapeva che cosa le fosse accaduta, né conosceva di aver commesso alcun male, cominciò a [196] gridare: «Oh Cielo! e che ho fatto io per meritare il funerale di questo misero collo prima dell’esequie di questo sciagurato corpo? Chi me l’avrebbe detto che, senza arruolarmi sotto la bandiera dei mariuoli e dei rapinatori, sarei entrata di guardia a questo palazzo della Morte con tre passi di canapa alle canne della gola? Oimè! chi mi consola a questo estremo passo? Chi m’aiuta in tanto pericolo? Chi mi libera da questa forca?».
«Orca!», rispose l’eco[324]; e Marchetta, al sentire questa risposta, si ricordò dell’anello che portava al dito e delle parole che le disse l’orca quando essa la lasciò. Volse allora gli occhi alla pietra che non aveva ancora guardato; ed ecco si sentí tre volte una voce per l’aria: «Lasciatela andare, ché è femmina!»: una voce cosí terribile che non rimasero né sbirri né spogliamorti attorno al cuoco della giustizia[325].
Il re, al tuono di queste parole, che fecero tremare il palazzo reale dalle fondamenta, ordinò che Marchetta venisse alla sua presenza; e, quando l’ebbe dinanzi, la ammoní di dire la verità, e chi essa fosse e come capitata in quei paesi. [197] Sforzata dalla necessità, essa raccontò tutti i casi della sua vita, come nacque, come fu chiusa in una fortezza, come fu involata dal vento, come capitò alla casa dell’orca, come se ne volle partire, quello che le disse e le dié, quello che passò tra lei e la regina, e, come, non sapendo in che cosa mai avesse commesso errore, s’era vista a pericolo di vogare coi piedi nella galera fatta di tre legni.
Il re, udita la storia e confrontatala con quanto aveva già avuto occasione di apprendere discorrendo col re di Vallatescosse, che gli era amico, riconobbe Marchetta nel vero esser suo; e conobbe insieme la malvagità della moglie, che le aveva rivolto l’infame accusa. Comandò di conseguenza che costei fosse subito, con una màzzera al collo, gettata a mare; ed esso, invitati il re e la regina di Vallatescosse, si prese per moglie Marchetta, la quale dié chiara prova che
Iddio guida a buon porto
la barca disperata.
[198]
Marziella, essendosi mostrata cortese con una vecchia, riceve la fatagione; ma la zia, che invidia la sua buona fortuna, la getta a mare, dove una sirena la tiene per gran tempo incatenata: la libera poi il fratello, diventa regina e la zia paga la pena del suo delitto.
Avrebbero i principi detto sicuramente che questo racconto di Antonella passava battaglia[327] di quanti n’erano stati narrati, se non avessero temuto di toglier animo a Ciulla, che, avendo posta in resta la lancia della lingua, colpí l’anello[328] del gusto di Taddeo e della moglie nel modo che segue:
Ho sempre udito dire che chi fa piacere, ne riceve: la campana di Manfredonia dice «dammi e dòtti»[329], e chi non mette l’esca della cortesia all’amo dell’affezione non pesca mai pesce di beneficio; e, se di ciò volete vedere il costrutto, udite questo racconto, e poi direte se sempre non perde piú l’avaro che il liberale.
[199]
C’erano una volta due sorelle carnali, Lucida e Troccola, che avevano ciascuna una figlia femmina, Marziella e Puccia. Marziella era cosí bella di faccia come di cuore; e, per contrario, il cuore e la faccia di Puccia formavano con unica regola faccia di canchero e cuore di pestilenza, e in ciò somigliava ai parenti, perché Troccola era un’arpia di dentro e di fuori.
Accadde un giorno che, dovendo Lucida lessare quattro pastinache per friggerle con la salsa verde, disse alla figlia: «Marziella mia, bene mio, va’ alla fontana e prendimi un’anfora d’acqua». «Di buona voglia, mamma mia, — rispose la figlia; — ma, se mi vuoi bene, dammi una pizzella, ché me la voglio mangiare con quell’acqua fresca». «Volentieri», disse la madre; e da un paniere che pendeva a un uncino prese una bella pizzella (ché il giorno prima aveva fatto forno di pane) e la dette a Marziella. E questa, messasi l’anfora sul capo sopra un cercine[330], se ne andò alla fontana, la quale, simile a un ciarlatano, sopra un banco di marmi, alla musica di un’acqua cadente, vendeva segreti per scacciare la sete.
Mentre riempiva l’anfora, giunse una vecchia, che, sul palco di una grossa gobba, rappresentava la tragedia del Tempo; e quella, vedendo la bella pizza che Marziella teneva in mano e che proprio allora stava per addentare, le disse: «Bella giovane mia, se il Cielo ti mandi buona ventura, dammi un po’ di cotesta pizza». E Marziella, che odorava di regina, le rispose subito: «Eccotela tutta, magna femmina mia, e mi dispiace che non sia di mandorle e zucchero, ché anche te la darei con tutto il cuore».
[200]
La vecchia, sperimentata l’amorevolezza di Marziella, le disse: «Va’, che il Cielo ti possa sempre prosperare per questo buon amore che mi hai mostrato; e prego tutte le stelle che tu possa esser sempre felice e contenta; che, quando respiri, ti escano rose e gelsomini dalla bocca; quando ti pettini, caschino sempre perle e granatini dal tuo capo; e, quando metti il piede sulla terra, ne spuntino gigli e viole».
La giovane la ringraziò e tornò a casa, dove, poiché la madre ebbe cucinato, soddisfecero al debito naturale che si ha verso il corpo. La mattina dopo, quando nel mercato dei campi celesti il Sole mise in mostra le mercanzie di luce portate dall’oriente, Marziella, nel ravviarsi i capelli, si vide cadere in grembo una pioggia di perle e granatini. Con grande giubilo chiamò la madre e li raccolsero in un canestro; e Lucida si recò poi da un orefice amico suo per ismaltirne una buona parte.
Capitò intanto Troccola a far visita alla sorella, e, trovata Marziella tutta affaccendata per quelle perle, domandò come, quando e dove le avesse avute. Ma la giovane, che non sapeva intorbidar l’acqua e forse non aveva appreso quel proverbio: «Non fare quanto puoi, non mangiare quanto vuoi, non spendere quanto hai, né dire quanto sai», spiattellò tutto il negozio alla zia.
Non aveva finito di dire, che la zia, senza piú aspettare la sorella, parendole mille anni, corse a casa sua, consegnò una pizzella alla figlia e la spedí alla fontana. Puccia vi ritrovò la stessa vecchia; ma, quando essa le domandò un po’ di pizza, rispose: «Non pensavo ad altro che a dar la pizza a te! Mi hai forse impregnato l’asina per chiedermi le cose mie? Va’, che i denti sono piú vicini dei parenti». Cosí dicendo, trangugiò la pizza in quattro bocconi, facendo gola [201] alla vecchia, la quale, quando vide sparire l’ultimo e seppellita con essa la sua speranza, tutta rabbiosa disse: «Va’, che, quando respiri possa cacciar schiuma come mula di medico[331]; quando ti pettini, possano caderti dalla testa a mucchi i pidocchi; e, dovunque metti il piede, possano nascere felci e titimali».
La madre, quando la vide tornare con l’acqua, non mise indugio a pettinarla, e, messosi un bello asciugatoio steso sul grembo, vi piegò la testa della figlia; e, cominciando a scorrerla col pettine, ecco cascarne un torrente di animaletti alchimisti, di quelli che fermano l’argento vivo[332]. Non è a dire come restasse la madre, che alla neve dell’invidia aggiunse il fuoco dello sdegno, e gettò fiamme e fumo dal naso e dalla bocca.
Passato qualche tempo, ritrovandosi Ciommo, fratello di Marziella, alla corte del re di Chiunzo[333], e discorrendosi della bellezza di varie donne, esso, senza esser chiamato, s’intromise dicendo: che tutte quelle belle sarebbero potute andare a gittare le ossa al ponte[334], se fosse colà comparsa sua sorella, la quale, oltre alla bellezza delle membra che facevano contrappunto sul canto fermo di una bella anima, aveva nei [202] capelli, nella bocca e nei piedi le virtú che le aveva date la fata. Il re, uditi questi vanti, comandò a Ciommo che la facesse venire, perché, se l’avesse trovata quale egli la esaltava, se la sarebbe presa per moglie.
Non parve questa, a Ciommo, occasione da perdere, e inviò un apposito corriere alla madre, informandola del fatto e pregandola di venir subito con la figlia per non lasciarle fuggire questa fortuna. Lucida, che stava male in salute, senza saper di raccomandare la pecora al lupo, pregò la sorella di accompagnare Marziella fino alla corte di Chiunzo per la tale e tale faccenda. E Troccola, che vide che la cosa andava a seconda del suo desiderio, promise di condurla sana e salva presso il fratello.
Salí, dunque, su una nave, avendo con sé Marziella e Puccia; ma, quando fu giunta in mezzo al mare, cogliendo il momento che i marinai dormivano, spinse Marziella nell’acqua. E già la misera stava per affogare, quando una bellissima sirena la raccolse tra le braccia e se la portò via.
Giunta Troccola a Chiunzo, e ricevuta Puccia da Ciommo come se fosse stata Marziella, giacché per la lunga separazione non ne ricordava le sembianze, la condusse subito innanzi al re; il quale, facendole ravviare i capelli, ne vide piovere quegli animali cosí mortali nemici della verità che sempre offendono i testimoni[335], e, consideratala in volto, osservò che, alenando forte per la fatica del cammino, aveva fatto una saponata alla bocca, che pareva una gualchiera di panni; e, abbassando gli occhi a terra, scorse un prato d’erbe [203] fetide, che gli misero stomaco a mirarle. Sdegnato, scacciò senz’altro Puccia con la madre, e castigò Ciommo, mandandolo a guardare le oche della corte.
Disperato Ciommo per questo affare, e non sapendo darsene ragione, conduceva le oche pei campi, e lasciandole errare a lor voglia lungo la marina, si ritirava in un pagliaio, dove, fino a sera, quando era tempo di stendersi a dormire, piangeva la sorte sua. Ma alle oche che scorrevano pel lido si affacciava Marziella dalle acque, e le cibava di pasta reale e le abbeverava di acqua rosa, tanto che esse erano diventate ognuna quanto un castrato, cosí grasse che quasi non potevano aprire gli occhi. E la sera si spingevano fin sotto un orticello, che rispondeva sotto una finestra del re, e cominciavano a cantare:
Pire, pire, pire!
Il sole è bello ed è bella la luna;
assai piú bella chi governa noi.
Il re, sentendo ogni sera questa musica ochesca, mandò per Ciommo, e volle sapere dove e come e di che pascesse le sue oche; e Ciommo rispose: «Non do loro altro a mangiare che l’erba fresca dei campi». Ma il re, che non rimase persuaso della risposta, gli mandò dietro segretamente un servo fidato perché osservasse dove esso menava le oche. Il servo, seguendo le sue orme, lo vide entrare nel pagliaio e lasciare le oche sole; le quali, volgendosi verso la marina, giunsero al lido, dove uscí dal mare Marziella, che non credo cosí bella sorgesse dalle onde la madre[336] di quel cieco, che, come disse il poeta, altra limosina non chiede che di pianto.
[204]
Il servitore del re, tutto meravigliato e incantato, corse dal padrone, raccontandogli il bello spettacolo a cui aveva assistito sulla scena della marina. E la curiosità del re, eccitata, lo mosse a recarsi di persona a contemplarlo; e la mattina, quando il gallo, capopopolo degli uccelli li solleva tutti ad armare i viventi contro la Notte[337], essendo andato Ciommo con le oche al luogo solito, il re, non perdendolo mai di vista, gli tenne dietro. Ciommo rimase nel pagliaio e le oche si avviarono alla marina; e il re vide venir fuori Marziella, che, data a mangiare una spasetta di paste dolci e da bere una caldaietta di acqua rosa alle oche, si assise sopra una pietra a pettinarsi i capelli, dai quali cadevano a manate le perle e i granatini, e intanto dalla bocca le usciva un nugolo di fiori e sotto i piedi si mirava un tappeto soriano di gigli e viole.
Il re chiamò Ciommo e gli domandò se conosceva quella bella giovane; e Ciommo la riconobbe e corse ad abbracciarla, e in presenza del re udí tutto il tradimento fattole da Troccola, e come l’invidia di quella brutta peste aveva ridotto questo bel fuoco d’amore ad abitare nell’acqua del mare.
Non si può dire il piacere che prese il re per l’acquisto di cosí bella gioia; e, voltosi al fratello di lei, gli disse che aveva gran ragione di lodarla tanto, e che trovava due terzi e piú di quello che aveva descritto, e perciò la stimava piú che degna di essergli moglie, quando si contentasse di accettare lo scettro del regno suo.
[205]
«Oh lo volesse il Sole leone — rispose Marziella, — e potessi venire a servirti come schiava della tua corona! Ma non vedi tu questa catena d’oro, che mi lega il piede e con la quale la maga mi tiene prigione, e, quando prendo troppa aria e troppo mi trattengo alla marina, mi tira dentro alla ricca servitú, incatenata d’oro?»
«Quale rimedio ci sarebbe — disse il re — a levarti dalle branche di cotesta sirena?»
«Il rimedio sarebbe — rispose Marziella — di segare con una lima sorda questa catena, e svignarmela.»
«Aspettami domattina — replicò il re, — ché io me ne verrò con l’ordigno pronto e mi ti porterò a casa, dove sarai il mio occhio diritto, la pupilla del mio cuore e le viscere di quest’anima.»
E, datasi una caparra dell’amor loro col toccarsi le mani, essa se ne andò in mezzo all’acqua ed egli in mezzo al fuoco, e a un fuoco tale che non gli dié un momento di riposo tutto il giorno. E, quando quella nera schiava della Notte uscí a fare tubba-catubba[338] con le stelle, non chiuse occhio e andò ruminando con le mascelle della memoria le bellezze di Marziella, discorrendo col pensiero intorno alle meraviglie dei capelli, ai miracoli della bocca e agli stupori del piede; e, toccando l’oro delle grazie sue alla pietra del paragone del giudizio, le trovava di ventiquattro carati. E malediceva la Notte che tanto tardasse a riposarsi dei ricami che va facendo di stelle, e bestemmiava il Sole che non arrivasse presto col carico della luce ad arricchire la casa sua del bene tanto desiderato, affin di portare alla camera sua una [206] miniera d’oro che gettava perle, una conchiglia di perle che gettava fiori.
Ma, intanto che egli se n’andava per mare pensando a colei che stava nel mare, ecco i guastatori[339] del Sole spianare il cammino pel quale doveva esso passare con l’esercito dei raggi; e il re si vestí, e, in compagnia di Ciommo, si avviò alla marina. E qui, uscita Marziella dalle onde, egli con la lima che aveva portata, segò di mano propria la catena dal piede della persona amata, sebbene in quell’atto stesso ne fabbricasse un’altra piú forte al proprio cuore. E si tolse in groppa al cavallo colei che gli cavalcava il cuore, e trottò alla volta del palazzo reale, dove Marziella trovò, per ordine del re, tutte le belle donne del paese, che la ricevettero e l’onorarono come padrona loro.
Quando il re la sposò, nella gran festa che seguí, tra le tante botti che si accesero per luminaria, fu inclusa come botticella anche la persona di Troccola, affinché scontasse l’inganno che aveva fatto a Marziella. Lucida fu mandata a chiamare e visse, insieme con Ciommo, da signora; ma Puccia, scacciata da quel regno, andò sempre pezzendo, e, per non aver voluto seminare un pochetto di pizza, ebbe sempre carestia di pane, perché:
chi non sente pietà, pietà non trova.
[207]
Sette fratelli partono di casa, perché la madre non dà loro una sorella; e, quando alfine la sorella viene alla luce, ed essi aspettano la notizia con certi segni, la madre sbaglia nel farli; onde essi vanno errando pel mondo. La sorella si fa grande, li cerca, li trova, e, dopo vari accidenti, tornano tutti ricchi alla casa loro.
Il racconto della pizzella fu veramente pizza ripiena, che piacque a tutti e ancora se ne leccano le dita. Ma, essendosi Paola disposta a narrare il suo, il comando del principe fu sguardo di lupo, che tolse a tutti la parola[340]; sicché essa cominciò a dire:
Chi fa piacere, ne riceve sempre; il beneficio è uncino dell’amicizia e arpione dell’amore; chi non semina non raccoglie, e di ciò vi ha dato un antipasto di esempio Ciulla, e io vi darò un pospasto, perché Catone disse: «Parla poco nel convito»[341]. Perciò siatemi cortesi di un po’ di orecchi. Cosí il Cielo vi accresca sempre gli orecchi per ascoltare cose di soddisfazione e di gusto.
C’era una volta nella terra di Arzano[342] una buona donna, [208] che ogni anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio Pane a sette canne una piú grande dell’altra. I sette figli, avendo mutato le prime orecchie[343], dissero alla madre Iannetella, che era un’altra volta incinta: «Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle». E la madre, all’udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere sette gioielli.
Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: «Noi ci ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali; ma, se vediamo segnale di maschio, scòrdati di noi: ci puoi metter nome penna».
Volle il Cielo che Iannetella desse alla luce una bella bambinotta, e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto ai figliuoli; ma questa fu cosí stordita e distratta che vi mise il calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz’altro, si misero la via tra le gambe, allontanandosi dal paese.
Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco, dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle pietre, danzavano l’imperticata[344]; e in quel bosco era la casa di un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una femmina, e perciò colui [209] era tanto fiero contro questo sesso che quante femmine gli venivano tra le granfie, tante ne divorava. Stanchi dal viaggio, languenti per fame, i giovani gli chiesero se per compassione voleva dar loro qualche boccone di pane; e l’orco rispose che avrebbe loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale non c’era da far altro di piú faticoso che, un giorno per ciascuno, guidarlo come un cagnolino.
Ai giovani parve di aver trovato la mamma e il padre, e, conchiuso l’accordo, restarono al servizio dell’orco, il quale, imparati i loro nomi, ora chiamava Giangrazio, ora Cecchetiello, ora Pascale, ora Nuccio, ora Pone, ora Pezillo e ora Carcavecchia, come si denominavano i sette fratelli. Abitavano essi in una stanza terrena della casa, e avevano dall’orco tanto da poter vivere.
Intanto, cresciuta la sorella e appreso che sette fratelli suoi, per una distrazione in cui era incorsa la levatrice, s’erano dati a errare pel mondo, e non se ne aveva piú notizia, le venne pensiero di andarli cercando. E tanto fece e tanto disse alla madre, che questa, rintronata da tante preghiere e insistenze, la vestí da pellegrina e le dié licenza. Camminò e camminò la giovane Cianna, domandando sempre di terra in terra chi avesse visto sette fratelli; e tanto paese percorse che a una taverna, finalmente, ne raccolse notizie. Si fece allora insegnare la via per quel bosco; e una mattina, quando il Sole col temperino dei raggi rade gli scerpelloni che sulle carte del cielo ha scritto la Notte, si ritrovò in quel luogo, e con grande gioia fu riconosciuta dai fratelli, i quali maledissero quel calamaio e quella penna che, con modo da falsario, avevano prescritto loro tanti travagli. Per altro, dopo averle fatto mille carezze, la ammonirono di starsene ritirata nella camera loro, [210] che l’orco non la sentisse, e, oltre a ciò, che di qualunque cosa da mangiare le venisse tra le mani, ne desse la parte a un gatto, che stava in quella camera: altrimenti, quella bestia le avrebbe fatto qualche male.
Cianna scrisse questi consigli nel quaderno del cuore; e di ogni cosa che aveva, faceva col gatto da buon compagno, dicendo: «Questo a me, questo a te, questo alla figlia del re», e dividendo fino a un finocchio. Ma un giorno che i fratelli, per servizio dell’orco, erano andati a caccia, le lasciarono un panierino di ceci perché li cuocesse; ed essa, nel nettarli, vi trovò in mezzo, per caso, una nocciuola[345], la quale fu la pietra dello scandalo della sua pace, perché, messala in bocca senza darne la metà al gatto, questo, per dispetto, saltò sul focolare, pisciò sul fuoco e lo spense.
Cianna, non sapendo come rimediare, uscí di quella camera, ed, entrata nell’appartamento dell’orco, gli chiese un po’ di fuoco. Sentita una voce di femmina, l’orco disse: «Ben venga il mastro![346]. Aspetta un po’, ché hai trovato quello che vai cercando!». E, presa una cote e untala d’olio, cominciò ad affilare le zanne.
Vide Cianna che il carro era male avviato, e, afferrato un tizzone, si rifugiò nella camera sua e puntellò la porta, non lasciando di gettarvi dietro stanghe, sedie, sgabelli di letto, cassettine, pietre, e quant’altro era nella stanza. L’orco, dato ch’ebbe il filo ai denti, corse alla camera di giú, e, trovatala serrata, cominciò a batterla a furia di calci per sfasciarla.
Tra quel fracasso, arrivarono i sette fratelli, e, al sentire il rumore, e l’orco che strepitava rimbrottandoli come traditori [211] per aver fatto della loro camera l’asilo[347] dei suoi nemici, Giangrazio, che era il maggiore e aveva maggior senno e avvertiva che la cosa andava male, disse all’orco: «Noi non sappiamo niente di questa faccenda, e potrebbe darsi che cotesta maledetta femmina sia entrata nella nostra camera per disgrazia, mentre eravamo alla caccia; ma, poiché si è fortificata di dentro, vieni con me, ché ti conduco in luogo dal quale le daremo addosso senza che possa difendersi».
Cosí, preso l’orco per la mano, lo menò dov’era un fosso profondo, e là i fratelli gli dettero una spinta, lo precipitarono nel trabocco e con una pala, che si trovarono a mano, lo copersero di terra. Poi, fecero aprire la stanza dalla sorella e la rimproverarono assai del fallo che aveva commesso e del rischio, al quale s’era posta. «Per l’avvenire — le dissero — sta’ piú attenta, e, soprattutto, guàrdati dal raccogliere erba intorno al luogo nel quale è sepolto l’orco, perché, se questo tu facessi, diventeremmo, tutti e sette, colombi». «Il Cielo mi guardi — rispose Cianna — ch’io vi apporti questo danno!». Cosí si posero nella roba dell’orco e, padroni della casa, stavano allegramente, aspettando che passasse l’invernata, e, quando il Sole avrebbe dato per strenna alla Terra della possessione presa nella casa del Tauro una gonnella verde ricamata di fiori, si sarebbero messi in viaggio per tornare alla casa loro.
Accadde che, trovandosi i fratelli alla montagna a far legna da ardere per ripararsi dal freddo che diventava di giorno in giorno piú rigido, passò per quel bosco un povero pellegrino, il quale, avendo dato la baia a un gatto mammone, arrampicato sopra un pino, era stato da quello colpito alla testa da un frutto di quest’albero e ne aveva riportato un cosí [212] enorme bernoccolo, che lo sciagurato urlava come anima dannata. Cianna, venuta fuori alle strida, impietosita, colse subito una cima di rosmarino da un cespo che era nato sulla fossa dell’orco e, cuocendola con pane masticato e sale, gli fece un empiastro sulla ferita, e poi, datogli da colazione, lo accommiatò e si mise ad apparecchiare la tavola, aspettando i fratelli.
Ed ecco arrivare invece sette colombelli, che le dissero: «Oh tu, che sei causa di tutto il male nostro, meglio che ti si fossero fatte cionche le mani, prima di cogliere quel maledetto rosmarino, che ora ci fa andare per la marina! E che? hai mangiato cervello di gatto[348], o sorella, che ti sei lasciato scappare dalla memoria l’avvertimento nostro? Per te, siamo diventati uccelli, soggetti agli artigli dei nibbi, degli sparvieri e degli astori: per te siamo fatti compagni di meropi, di capinere, di cardellini, di strigi, di gufi, di piche, di gazze, di colbianchi, di fanelli, di tarabusi, di verle, di allodole, di sciabiche, di beccacce, di lucherini[349], di fringuelli, di regoli, di cinciallegre, di capirossi, di collitorti[350], di strisciaioli[351], di balie, di tuffetti, di forasiepi, di ranocchiaie, di ballerine, di marzaiole[352], di bubbole. Hai fatto la bella prova! Ora sí, che siamo tornati al paese nostro per vederci tese reti e preparato vischio! Per sanare la testa di un pellegrino, l’hai fracassata a sette fratelli! E rimedio non c’è al male nostro, se tu non trovi la mamma del Tempo, che t’insegni la via a cavarci da quest’affanno».
[213]
Cianna, come quaglia pelata per l’errore che aveva commesso, chiese perdono ai fratelli e s’offerse di tanto girare pel mondo finché trovasse la casa della vecchia; e, pregandoli di starsene sempre in casa per evitare qualche sciagura, s’incamminò. E andò andò senza stancarsi mai, ché, quantunque camminasse a piedi, il desiderio di aiutare i fratelli le serviva da mula di procaccio, con la quale faceva tre miglia all’ora.
Giunta a un lido dove il mare, con la ferula delle onde, batteva gli scogli che non rispondevano al cómpito di latino da esso loro assegnato, vide una grossa balena, che le disse: «Bella giovane mia, perché vai in giro?». E Cianna: «Vado cercando la casa della mamma del Tempo». «Sai che devi fare? — le rispose la balena. — Va’ sempre diritto per questa marina, e al primo fiume che trovi, volgi in su, ché incontrerai chi ti mostrerà il cammino. Ma fammi un piacere: quando sarai da quella buona vecchia, domandale per grazia da mia parte che mi dia qualche rimedio che io possa camminare sicura senza urtarmi tante volte agli scogli e dar tante volte nell’arena». «Lascia fare a me», — disse Cianna; e, ringraziatala per le indicazioni che le aveva fornite, riprese a trottare per la spiaggia.
Dopo lungo viaggio, giunta a quel fiume che, come commissario di fiscale, sborsava monete d’argento alla banca del mare, si volse a risalirlo, e in una bella campagna, dove il prato faceva la scimmia al cielo col mostrare stellato di fiori il suo manto verde, trovò un topo, che le disse: «Dove vai cosí sola, bella donna?». Ed essa: «Cerco la mamma del Tempo». «Troppo hai da camminare — soggiunge il topo; — ma non perderti d’animo: ogni cosa ha capo. Cammina pure verso quelle montagne, che, come libere signore di questi [214] campi, si fanno dare il titolo d’altezza, e sempre avrai migliore notizia intorno a quel che chiedi. Ma fammi un piacere: quando sarai giunta alla casa che desideri, fàtti dire da quella buona vecchierella qual rimedio potremmo trovare per liberarci dalla tirannia dei gatti; e poi comandami, ché m’avrai comprato per schiavo».
Cianna glielo promise e si avviò verso quelle montagne, le quali, quantunque paressero vicine, non si arrivavano mai. Alla fine pur vi giunse, e, stracca, si sedette sopra una pietra, dove vide un esercito di formiche che trasportavano una gran provvista di grano, e una di esse, volgendosi a Cianna, le disse: «Chi sei? Dove vai?». E Cianna, ch’era cortese con tutti, rispose: «Io sono una giovane sfortunata, che, per cosa che m’importa, cerco la mamma del Tempo». «Vai piú oltre — disse la formica, — ché, allo sboccare di quelle montagne, in una grande largura, te ne sarà data notizia; ma rendimi un gran piacere. Vedi d’intendere da quella vecchia che cosa potremmo fare noi altre formiche per campare qualche tempo; ché mi sembra una grande pazzia delle cose terrene di dover mettere insieme tanto cumulo e provvista di cose da mangiare per una vita cosí breve, la quale, come candela per incanti, alla migliore offerta degli anni, si spegne». «Sta’ tranquilla — disse Cianna, — ché ti voglio rendere la cortesia che mi hai fatta».
Passate quelle montagne, si vide in una bella pianura, nella quale, dopo aver camminato a lungo, trovò una grande quercia, testimone dell’antichità, confetti di quella sposa che stava contenta e boccone di dolcezze perdute, che non dà piú il Tempo a questo secolo amaro; e quell’albero, formando labbra della scorza e lingua del midollo, disse a Cianna: «Dove, dove vai cosí affannata, giovane mia? Vieni all’ombra mia e ripòsati». [215] Essa, dicendole gran mercé, si scusò perché andava in fretta a trovare la mamma del Tempo. La quercia, udito questo, le rispose: «Tu ne sei poco lontana, e non camminerai un’altra giornata che vedrai sopra una montagna una casa, dove troverai quello che cerchi. Ma, se hai tanta cortesia quanta bellezza, procura di sapere che cosa potrei fare per ricuperare l’onore perduto; perché da pasto di uomini grandi sono fatta cibo di porci». «Lasciane il pensiero a Cianna — essa rispose, — ché vedrò di servirti».
Cosí detto, partí e, camminando senza riposar mai, giunse a piede di una montagna guastafeste, che andava col capo a dar fastidio alle nuvole. Qui trovò un vecchietto, che, per stanchezza del cammino, s’era coricato in mezzo al fieno; il quale, allo scorgere Cianna, la riconobbe per quella che gli aveva medicato il bernoccolo. E, quando udí quel che la giovane andava cercando, le disse ch’esso portava il censo al Tempo dell’affitto della terra che aveva seminata, e che il Tempo era un tiranno, il quale s’era usurpate tutte le cose del mondo e voleva tributo da tutti, e particolarmente da uomini dell’età sua; e, poiché aveva ricevuto beneficio dalla mano di Cianna, glielo voleva rendere a cento doppi col darle qualche buon avvertimento circa la venuta sua a questa montagna, sulla quale gli spiaceva di non poterla accompagnare, perché l’età sua, condannata piuttosto a scendere che a salire, lo costringeva a restare alle falde di essa per saldare i suoi conti con gli scrivani del tempo, che sono i travagli, i disgusti e le infermità della vita, e pagare il debito alla natura. E perciò le disse: «Ora ascolta bene, bella figlia mia senza peccato. Sappi che sulla cima di quella montagna troverai una rovina di casa, che non c’è memoria di quando fu fabbricata: le mura sono screpolate, le fondamenta fracide, [216] le porte tarlate, i mobili muffiti, e, insomma, ogni cosa consumata e distrutta; e di qua vedi colonne rotte, di là statue spezzate, non essendoci altro di sano fuorché un’arma sopra la porta inquartata, dove vedrai un serpente che si morde la coda, un cervo e una fenice[353]. Come sarai entrata colà, vedrai per terra lime sorde, seghe, falci e potatoi, e cento e cento caldaiette di cenere coi nomi scritti come alberelli di speziali, dove si leggono Corinto, Sagunto, Cartagine, Troia, e mille altre città andate a perdimento, le quali esso conserva per memoria delle sue imprese. Ora, quando sarai vicina a quella casa, tirati da parte e sta’ nascosta fintanto che esce il Tempo, e allora ficcati là dentro e vi troverai una vecchiona, che col mento tocca la terra e con la gobba giunge al cielo; i capelli, come coda di cavallo leardo, le coprono i talloni; la faccia sembra un collare a lattughe[354], con le crespe rigide per l’amido degli anni; e se ne sta seduta sopra un orologio conficcato nel muro, e, poiché le palpebre sono cosí grosse che le coprono gli occhi, non ti potrà vedere. Tu, appena entrata, togli senz’altro i contrappesi all’orologio, e poi chiama la vecchia e pregala di soddisfarti di quel che desideri. Essa darà subito una voce al figlio, che venga a mangiarti; ma, poiché all’orologio, che la madre ha sotto di sé, mancano i contrappesi, quello non potrà muovere passo, e cosí sarà costretta a concederti quello che vuoi. Ma non credere a nessun giuramento che ti faccia, se non giura per le ali del figlio: allora, dàlle fede e fa’ quello che ti dice, perché sarai contentata».
Nel dir ciò, quel poveretto restò disfatto come corpo morto [217] giacente in un ipogeo[355], quando è messo alla luce dell’aria. E Cianna prese quella cenere e, mischiatovi un misurino di lacrime, scavò una fossa e ve la seppellí, pregandole dal Cielo quiete e riposo.
Ascesa poi la montagna, la quale le dié l’affanno, aspettò che uscisse di casa il Tempo, che era un vecchio con una barba lunga lunga: portava un mantello vecchio vecchio, che era tutto pieno di cartellini cuciti coi nomi di questo e di quello, e aveva l’ali grandi e correva cosí veloce, che essa lo perse subito di vista. E, quando entrò nella casa della mamma, Cianna ebbe a sbigottire a mirare quel tristo sfasciume; e, afferrati e portati via i contrappesi, rivolse alla vecchia le sue domande. Essa gittò un grido, chiamando il figlio; ma Cianna le disse: «Puoi cozzare la testa nel muro, ma non vedrai tuo figlio, perché ho io in mano i contrappesi». E allora la vecchia, vedendosi tagliati i passi, prese a lusingarla: «Lasciali andare, bene mio, non impedire la corsa a mio figlio, cosa che non ha fatto ancora uomo vivente al mondo. Lasciali andare, ché Dio ti guardi, e io ti prometto per l’acqua forte di mio figlio, con la quale rode ogni cosa, che non ti farò male». «Perdi tempo — rispose Cianna: — devi dir meglio, se vuoi che io li lascio». «Ti giuro per quei denti, che rodono tutte le cose mortali, che ti farò conoscere quanto desideri». «Non ne fai nulla — replicò Cianna, — perché so che tu mi gabbi». E la vecchia: «Orsù, io ti giuro per quelle ali che volano dappertutto, che ti voglio fare maggior piacere di quello che immagini». E Cianna, lasciati andare i contrappesi, baciò la mano alla vecchia, che sentiva di muffa e di tanfo.
[218]
La vecchia, vedendo la buona creanza della giovane, le disse: «Nasconditi dietro questa porta, ché, quando il Tempo sarà venuto, mi farò dire quel che vuoi sapere. E quando esso torna a uscire, poiché non sta mai fermo in un posto, tu puoi svignartela; ma non ti far sentire, perché è cosí mangione, che non perdona neanche ai figli e, quando tutt’altro manca, si mangia se stesso e poi torna a rigerminare».
Cianna fece quanto le disse la vecchia, e intanto sopravvenne il Tempo, che, presto presto, svelto e leggiero, rosicchiato tutto ciò che gli venne tra mano, perfino il calcinaccio delle mura, mentre stava per ripartire, la madre lo interrogò intorno a tutte le cose chiestele da Cianna, pregandolo, pel latte che gli aveva dato, di darle le risposte. Dopo mille preghiere, il figlio le rispose: «All’albero si può dire che non sarà mai caro alle genti, finché tiene sotto le sue radici sepolti tesori. Al topo, che non mai sarà libero dal gatto, se non gli attacca un campanello alle gambe per sentire quando viene. Alla formica, che camperà cento anni, se può astenersi dal volare, ché, quando vuol morire, la formica mette le ali. Alla balena, che faccia buona cèra e si tenga per amico il topo marino[356], il quale le servirà da guida, e cosí non andrà mai di traverso; e ai colombelli, che, quando faranno il nido sulla colonna della ricchezza, torneranno all’essere di prima». Ciò detto, riprese a correre la solita posta.
Cianna, licenziatasi dalla vecchia, discese al basso della montagna, nel tempo stesso che vi erano giunti, seguendo [219] le orme della sorella, i sette colombelli, i quali, stanchi dal tanto volare, andarono tutti a posarsi sulle corna di un bue morto[357]; e non appena vi si erano fermati che diventarono bei giovani come prima. Meravigliati di ciò, sentirono la risposta del Tempo e compresero che il corno, come simbolo della copia[358], era la colonna della ricchezza, accennata dal Tempo.
Dopo aver fatto una grande festa con la sorella, tutti insieme si avviarono per la via già percorsa da Cianna, e, giunti presso l’albero di quercia e riferitogli il pensiero del Tempo, l’albero li pregò di levargli di sotto il tesoro, che era causa che la ghianda fosse scapitata di riputazione. I sette fratelli, presa una zappa, ch’era in un orto, tanto scavarono finché scoprirono un grosso vaso pieno di monete d’oro, le quali divisero, in otto parti, tra essi e la sorella, per poterle portare piú comodamente.
Il viaggio e il peso furono cagione che il sonno li vincesse, onde si stesero a dormire presso una siepe. Ma una banda di malandrini, che capitò in quel luogo, vistili immersi nel sonno, con la testa appoggiata agl’involti di tornesi, li legarono con le mani e coi piedi agli alberi vicini, si presero i quattrini, e li lasciarono a far lamento, non solo del bene che, appena afferrato, era loro scappato di mano, ma anche della vita loro, giacché, privi di ogni speranza di aiuto, stavano a rischio o di morire consumati dalla fame o di placare la fame di qualche animale selvaggio. E, mentre si dolevano della loro atroce sorte, giunse il topo, che, udita la risposta [220] del Tempo, per rimeritare il servigio, rosicchiò le cordicelle con cui stavano legati e li rimise in libertà.
Camminarono un altro buon tratto e per la strada incontrarono la formica, la quale, udito il consiglio del Tempo, domandò a Cianna che cosa avesse che se ne stava cosí abbattuta e gialliccia di colore; ed essa le narrò la disgrazia sofferta e il tiro giocato loro dai ladri. «Zitto! — le rispose la formica, — ché mi si presenta il modo di ricambiarvi il favore che ho ricevuto da voi. Sappiate che, mentre trasportavo sotto terra un carico di grano, ho visto il luogo ove cotesti cani assassini nascondono i furti loro, certe grotticelle sotto una vecchia fabbrica, nelle quali stivano le cose rubate; e, ora che essi sono in giro per qualche altra rapina, vi ci voglio accompagnare e insegnarvi il posto, tanto che possiate ricuperare il vostro». E s’avviò verso certe case in rovina e indicò ai sette fratelli l’apertura di un sotterraneo, nel quale calatosi Giangrazio, come piú animoso degli altri, trovò tutti i danari che erano stati loro tolti, e se li ripresero.
Andarono, dopo di ciò, verso la marina, dove dissero alla balena il buon avviso datole dal Tempo, che è padre di consigli; e, mentre stavano discorrendo del viaggio che avevano fatto e dei casi incontrati, videro spuntare quei bricconi, armati fino ai denti, che erano venuti sulla pista delle loro pedate. «Oimè! — gridarono: — questa è la volta che non resterà nulla di noi sventurati, perché già ci sono addosso i ladroni armata mano, e ci toglieranno la vita!». «Non dubitate — disse la balena, — ché io son buona a cavarvi dal fuoco per rendervi il ricambio del buon amore che mi avete mostrato. Orsù, montate sul mio dorso, ché subito vi trasporterò in luogo sicuro».
I meschini, che si vedevano i nemici alle spalle e l’acqua [221] davanti, salirono sulla balena, la quale, allontanandosi dagli scogli, li portò alla volta di Napoli, dove, non confidando di sbarcarli per esservi poco fondo, disse loro: «In qual punto volete che vi lasci della costa di Amalfi?».
Giangrazio rispose: «Vedi se possiamo farne di meno, bel pesce mio, perché in nessuno di cotesti luoghi approdo contento. A Massa si dice salute e passa; a Sorrento, stringi i denti; a Vico, porta pane con teco; a Castellamare, né amico né compare»[359].
La balena, per far loro gradimento, voltò carena verso lo scoglio del Sale[360], dove li lasciò, e di là, dalla prima barca di pescatori che si trovò a passare, si fecero mettere a terra.
Cosí tornarono al loro paese sani, belli e ricchi, e consolarono la madre e il padre, e godettero per la bontà di Cianna una vita felice, la quale aggiunse una fede autentica all’antico motto:
Sempre che puoi, fa’ bene e te ne scorda.
[222]
Gennariello, per dare soddisfazione a Milluccio, re di Frattombrosa e fratello suo, intraprende un lungo viaggio e reca a lui quello che desiderava. Ma, per liberarlo poi dalla morte imminente è condannato a morte, e, per dimostrare la sua innocenza, diventa statua di marmo. Infine, per uno strano successo, ritorna vivo e gode contento.
Se io avessi cento canne di gola, un petto di bronzo e mille lingue d’acciaio[361], non potrei manifestare quanto piacque il racconto di Paola, a vedere come nessuna delle buone opere di cui si narrava restasse senza remunerazione: tantoché bisognò caricar la dose delle preghiere a Ciommetella perché dicesse il suo, essendosi sfiduciata di tirare il carro del comando del principe a paro con le altre. Pure, non potendo, per non guastare il gioco, mancare all’obbedienza dovuta, disse cosí:
È un gran proverbio, veramente, quello che suona: «Vediamo storto e giudichiamo diritto»; ma è cosí difficile servirsene che pochi giudizî degli uomini battono sul chiodo; e, anzi, nel mare delle cose umane, i piú sono pescatori d’acqua dolce, che prendono granchi; e chi si crede di prender piú giusta la misura di quanto ha in mente, piú facilmente la [223] sbaglia. Da ciò proviene che tutti corrono a rompicollo, faticano alla cieca, pensano al rovescio, operano a casaccio, giudicano a vanvera; e, il piú delle volte, rotolando tristamente da una risoluzione a uno sproposito, si comprano un pentimento a buon senno: come fece il re di Frattombrosa, del quale udirete il caso, se mi chiamerete nella ruota della modestia col campanello della cortesia, e mi accorderete un po’ di ascolto.
C’era una volta un re di Frattombrosa, chiamato Milluccio, cosí perduto per la caccia che mandava a monte le cose piú necessarie dello stato e della casa sua per andar dietro le tracce di una lepre o il volo di un tordo; e tanto continuò per questa strada, che un giorno la fortuna lo portò a un bosco, che aveva fatto uno squadrone fitto e serrato di alberi e di terra per non essere rotto dai cavalli del Sole. Ivi, sopra una bellissima pietra di marmo, trovò un corvo, che era stato ucciso di fresco. A quel vivo sangue, schizzato sopra la bianchissima pietra, il re gettò un gran sospiro e disse: «Oh Cielo! e non potrei avere una moglie cosí bianca e rossa come questa pietra, e che avesse i capelli e le sopracciglia cosí nere come le piume di questo corvo!».
In tal pensiero Milluccio si sprofondò tanto, che per un tratto formò il paio con quella pietra, e parve una statua di marmo che facesse all’amore con un altro marmo. E, ficcatosi quel doloroso capriccio nel cervello, e andandone in cerca col vischio[362] del desiderio, quello si fece in poco tempo da stecchino[363] pertica, da melofioccolo zucca d’india, da caldaietta di barbiere fornace di vetraio e da nanerottolo gigante: di guisa [224] che Milluccio non pensava ad altro che a quell’immagine incastrata nel suo cuore come pietra con pietra[364]. Dovunque volgeva gli occhi sempre vedeva quella forma, che portava nel petto; e, scordatosi di ogni altra faccenda, altro non aveva che quel marmo nel capo; e si era assottigliato in modo su questa pietra che se ne andava in consunzione. Gli era, quella pietra, mulino che gli macinava la vita; porfido, dove si stemperavano i colori[365] dei giorni suoi; focile, che metteva fuoco allo zolfanello dell’anima; calamita, che lo tirava; e, finalmente, pietra radicata nella vescica, che non gli dava requie.
Iennariello, suo fratello, vedendolo cosí giallo e smorto, gli disse: «Fratello mio, che cosa ti è accaduto che porti il dolore alloggiato negli occhi e la disperazione arrolata sotto l’insegna pallida di questa faccia? Parla, sfògati con tuo fratello! Il puzzo del carbone in una camera chiusa appesta le persone; la polvere, compressa in una montagna, fa volare le schegge in aria; la rogna, rinserrata nelle vene, infracida il sangue; la ventosità, ritenuta nel corpo, genera flati e coliche violente. Perciò apri la bocca e dimmi quel che senti. In ultimo, puoi assicurarti che, in quel che posso, metterò millanta vite per giovarti».
Milluccio, masticando parole e sospiri, lo ringraziò del buon amore, dicendogli che non dubitava del suo affetto, ma che il male che sentiva non aveva rimedio, perché nasceva da una pietra, dove aveva seminato desiderî senza speranza di frutti; da una pietra, dalla quale non aspettava neanche un fungo di piacere; da una pietra di Sisifo, che, portata sul monte dei disegni, toccando la cima, rotolava giù al piede. Pure, in ultimo, [225] dopo mille preghiere, gli disse tutto quel che era del suo strano innamoramento.
Udito il caso, Iennariello lo consolò come meglio poté e gli fece animo, che non si lasciasse trascinare dall’umore malinconico; perché esso, per dargli qualche soddisfazione, era deliberato di viaggiare tutto il mondo, finché trovasse una donna che fosse l’originale di quella pietra.
Cosí fece armare subito una grossa nave piena di mercanzie e, vestitosi da mercante, tirò alla volta di Venezia, specchio d’Italia, ricetto di virtuosi, libro maggiore delle meraviglie dell’arte e della natura[366], dove, fattosi dare un salvocondotto per passare in Levante, fece vela pel Cairo. Entrando in questa città, si scontrò con uno che portava un bellissimo falcone, e subito se lo comprò per portarlo al fratello, che era cacciatore; e, poco piú oltre, s’imbattè in un altro con un cavallo stupendo, che pure comprò; e poi si fermò a una taverna, per ristorarsi dei travagli passati in mare.
La mattina seguente, quando l’esercito delle stelle, pel comando del generale della luce, leva le tende dallo steccato del cielo e abbandona il posto, Iennariello cominciò a girare [226] per la città, mettendo, come lupo cerviero, gli occhi dappertutto, squadrando questa femmina e quella, per vedere se potesse trovare in un volto di carne la somiglianza di una pietra. E, mentre andava sbalestrato di qua e di là, guardando sempre attorno come ladro che ha paura degli sbirri, incontrò un pezzente, che portava addosso uno spedale di empiastri e una giudecca di cenci.
Costui gli disse: «Galantuomo mio, che cos’hai, che ti vedo cosí sbigottito?». «Debbo dire a te i fatti miei? — rispose Iennariello. — Aspetta fin che finisca di fare il pane, e poi conterò i fatti miei agli sbirri». «Piano! bel garzone mio — replicò il pezzente, — ché la carne dell’uomo non si vende a peso. Se Dario non raccontava i casi suoi a un mozzo di stalla[367], non diventava re di Persia. Perciò non sarebbe cosa strana che tu dicessi i fatti tuoi a un povero pezzente, perché non c’è fuscello cosí sottile che non possa servire per nettare i denti».
Iennariello, che sentí il parlare aggiustato e assennato di questo poveretto, gli espose il motivo che l’aveva portato a quel paese, e che cosa andasse con tanta diligenza cercando. Il pezzente, dopo aver ascoltato, gli rispose: «Or vedi, figlio mio, come bisogna far conto di ognuno; perché, sebbene io sia spazzatura, pure sarò buono a ingrassare l’orto delle speranze tue. Ascolta! Io, col pretesto di cercare la limosina, picchierò alla porta di una bella giovane, figlia di un necromante. Apri bene gli occhi, vedila, contemplala, squadrala, considerala, misurala, ché troverai la figura di quello che tuo fratello desidera».
[227]
E picchiò alla porta, e la giovane, che si chiamava Ludella, si affacciò per gettargli un tozzo di pane; e Iennariello, tosto che la vide, riconobbe che la fabbrica rispondeva proprio al modello descrittogli da Milluccio. Data perciò una buona limosina al pezzente, se ne andò alla taverna e si travestí da venditore di lacci e spille[368], mettendo in due cassette tutto il bene del mondo; e tornò dinanzi alla casa di Luciella, passando e ripassando e dando la voce della merce che vendeva, finché la giovane lo chiamò.
Luciella passò in rassegna quelle belle reticelle, veli pel capo, nastri, filondenti, trine, pizzi, pannolini, fibbie, spille, scodelline di rossetto e tocchi di regina, che portava; e, dopo aver visto e rivisto, in ultimo chiese che le mostrasse qualche altra cosa di bello. Iennariello rispose: «Signora mia, dentro questa cassetta io porto merci grossolane e di poca spesa; ma, se vi degnaste di venire alla nave mia, vi farei vedere roba dell’altro mondo, perché ho tesori di cose belle e degne di gran signore». Quella, che, per non pregiudicare alla natura delle donne, era piena di curiosità, gli disse: «Affé, che se mio padre non fosse via, vorrei darvi una guardata». «Tanto meglio potreste venire — replicò l’altro, — perché forse vostro padre non vi concederebbe questo piacere, e io vi prometto di farvi vedere sfoggi da mandare in aria il cervello. Quali collane e orecchini! Quali cinture[369] e busti! Quali lavori di merletto! Insomma, vi vo’ fare strasecolare».
Non resisté Luciella alla descrizione di questo grande apparato di cose belle; e, presa per compagnia una sua comare, [228] s’avviò alla nave. E là, mentre egli la teneva incantata, mostrandole tante ricchezze, fece destramente levar l’àncora e tendere le vele; sicché, prima che Luciella alzasse gli occhi dalle mercanzie e si vedesse allontanare dalla terra, già aveva percorso piú miglia.
Quando tardi s’avvide dell’inganno, cominciò a fare l’Olimpia all’inverso[370], perché, se quella si lamentò lasciata com’era su uno scoglio, essa si lamentò di lasciare gli scogli. Ma Iennariello le disse chi era, dove la portava e la fortuna che l’aspettava, e le dipinse la bellezza di Milluccio, il valore, la virtú, e finalmente l’amore col quale l’avrebbe ricevuta; e tanto fece e tanto disse che essa s’acquetò, e anzi cominciò a pregare il vento che l’avesse portata subito a veder colorito il disegno che Iennariello le aveva delineato.
Cosí navigando allegramente, a un tratto sentirono sotto la nave mormorare l’onda, che, sebbene parlasse sottovoce, fu intesa dal padrone della nave, il quale gridò: «Ogni uomo all’erta, ché ora viene un temporale, che Dio ce la mandi buona!». A queste parole si aggiunse la testimonianza di un fischiar di vento; e il cielo si coverse di nuvole e il mare di cavalloni. E, poiché le onde curiose di conoscere i fatti altrui, senz’essere invitate a nozze, salivano sulla nave, chi raccoglieva l’acqua con le conche e la versava in una tinozza, chi le dava lo sfratto con una tromba; e, mentre ogni marinaio, poiché si trattava di causa propria, attendeva chi al timone, chi alla vela, chi alla scotta, Iennariello salí sulla gaggia per mirare con un occhiale di lunga vista se poteva scoprire terra, alla quale dar fondo.
[229]
Ed ecco, mentre superava cento miglia di distanza con due palmi di cannello, vide passare un colombo e una colomba, che, fermatisi sull’antenna, disse il maschio: «Rucche-rucche!»; e la femmina rispose: «Che hai, marito mio, che ti lamenti?». E il colombo: «Questo sventurato principe ha comprato un falcone pel fratello, che, subito che andrà in mano a colui, gli caverà gli occhi; e chi non glielo porterà o chi l’avviserà, pietra di marmo diventerà».
Ciò detto, tornò a gridare: «Rucche-rucche!»; e la colomba, di nuovo, gli disse: «E ancora ti lamenti? C’è altro di nuovo?». E il colombo: «C’è dell’altro. Ha comprato anche un cavallo, e il fratello, la prima volta che lo cavalcherà, il collo si romperà; e chi non glielo porterà o gliel’avviserà, pietra di marmo diventerà. E rucche-rucche!». «Oimè! altri rucche-rucche? — riprese a dire la colomba: — che altra cosa c’è in campo?». E il colombo: «Costui conduce una bella moglie al fratello; ma, la prima notte che si coricheranno insieme, saranno mangiati l’una e l’altro da un brutto dragone; ma chi non gliela condurrà o l’avviserà, pietra di marmo diventerà». E, col finire di questa conversazione, finí la burrasca e passò la collera al mare e la rabbia al vento.
Piú forte tempesta, per altro, si agitò nel petto di Iennariello per quel che aveva udito; e piú di quattro volte volle gettare tutte le cose a mare, per non portare la causa della rovina al fratello. Ma, dall’altra parte, pensava a se stesso, e la prima causa cominciava da se medesimo, e, dubitando se non portava quelle cose al fratello, o se l’avvertiva, di diventar marmo, si risolse di mirare piuttosto al proprio che all’appellativo, perché la camicia lo stringeva piú forte del giubbone.
Arrivato al porto di Frattombrosa, trovò il fratello sulla marina, che, avendo visto l’appressarsi della nave, aspettava [230] con gioia grande. E, quando seppe che conduceva quella che egli aveva nel cuore, e, confrontata l’una e l’altra faccia, non vi ebbe trovato la piú piccola divergenza, tanto fu il giubilo onde fu pieno, che l’eccessivo carico di contentezza stava per schiacciarlo sotto il peso. E, nell’abbracciare il fratello con gran piacere, gli domandò: «Che falcone è questo, che porti in pugno?». Rispose Iennariello: «L’ho comprato per dartelo». E Milluccio: «Ben si vede che mi vuoi bene, perché cerchi di andarmi a genio; e, certo, se mi avessi portato un tesoro, non avresti potuto darmi maggior gusto che di questo falcone».
E stava per prenderlo con le mani, quando Iennariello, cavato rapidamente un pugnale, fece saltare il collo ai falcone. Al quale atto, il re tenne per pazzo il fratello, che aveva commesso questa stravaganza; ma, per non intorbidare l’allegrezza del ritorno, non disse parola.
Vide poi il cavallo e domandò di chi fosse, e, udito ch’era suo, ebbe subito desiderio di cavalcarlo; ma, mentre si faceva tenere la staffa, Iennariello subito con un coltellaccio tagliò le gambe al cavallo. Questo secondo atto dié nel naso al re, al quale parve che il fratello glielo facesse per dispetto, e cominciò a bollire di sdegno nel suo interno; ma non giudicò che fosse tempo di risentirsene per non affliggere la sposa al primo arrivo nel regno.
Egli non si saziava di mirare e stringere con la mano Luciella; e, salito al palazzo reale, convitò tutti i signori della città a un bel festino, onde si vide nella sala una vera scuola di esercitazione con corvette e bassi e un’accolta di polledre in forma di donne. Finito il ballo, e dato fondo a un grosso banchetto, gli sposi si ritirarono nella loro camera.
Iennariello, che non aveva altro pensiero in capo che di salvare la vita al fratello, si nascose dietro il letto nuziale, [231] vigile alla venuta del dragone; quand’ecco, a mezzanotte, entrare quell’orribile mostro, che gettava fiamme dagli occhi e fumo dalla bocca, il quale sarebbe stato buon sensale a far vendere tutta la semenzina degli speziali pel terrore che portava nella vista. Iennariello, con una lama damaschina che aveva presa con sé, cominciò a tirar colpi di sbaraglio a diritto e a rovescio; e, tra gli altri, uno cosí smisurato che tagliò per mezzo una colonna del letto del re, il quale al rumore si svegliò e il dragone si dileguò.
Il re, vedendo Iennariello con la coltella in mano, e la colonna tagliata, si mise a gridare: «Olà, quattro dei miei! Olà, gente, aiuto aiuto! ché il traditore di mio fratello è venuto a uccidermi!». Alle voci, accorsero gli aiutanti, che dormivano nell’anticamera, e il re fece legare Iennariello e chiuderlo senz’altro in carcere.
E alla mattina, tosto che il Sole aprí banco per liberare il deposito della luce ai creditori del giorno, radunò il Consiglio; e, narrato il fatto, che s’accordava col mal animo mostrato dal fratello a uccidere, per fargli dispetto, il falcone e il cavallo, la sentenza fu che Iennariello dovesse morire. Le lacrime di Luciella non furono possenti ad ammollire il cuore del re, che diceva: «Tu non mi vuoi bene, moglie mia, giacché stimi piú il cognato che la vita mia. Tu l’hai visto coi tuoi occhi stessi, questo cane assassino, con la coltella cosí affilata che tagliava un pelo nell’aria, venuto a triturarmi: che, se non mi riparava quella colonna del letto (oh, colonna della mia vita!), a quest’ora saresti vedova». E dié ordine che la giustizia seguisse il suo corso.
Iennariello, che s’intese intimare questo decreto, e, per aver fatto bene, si vide condotto a tanto male, non sapeva come risolversi; perché, se non parlava, male, e, se parlava, [232] peggio; trista la rogna e peggio la tigna; e, qualunque cosa avesse fatto, sarebbe caduto dall’albero in bocca al lupo. Se stava zitto, perdeva il collo sotto un ferro; se parlava, finiva i giorni in una pietra. In ultimo, dopo varie burrasche d’interiori consulte, si determinò a scoprire il negozio al fratello; e, poiché ad ogni conto doveva morire, stimava meglio chiarire il fratello del vero e finire i giorni suoi con titolo d’innocente, che tenere chiusa in sé la verità ed essere scacciato dal mondo col marchio di traditore.
Fece, dunque, intendere al re che voleva parlargli di cosa importante allo Stato, e, condotto alla presenza di lui, gli espose anzitutto, in un gran preambolo, l’amore che gli aveva sempre dimostrato; poi, entrò a discorrere degli inganni tessuti a Luciella per procurare soddisfazione al desiderio di lui; e del segreto che udí dai colombi intorno al falcone, e come, per non diventare pietra di marmo, glielo portò, ma al tempo stesso, senza rivelare il segreto, lo uccise, per non vedere il fratello senz’occhi. E, mentre cosí diceva, sentí le gambe indurirglisi e farglisi di marmo. E, continuando a dire il simile del cavallo, si fece, a vista, miseramente pietra fino alla cintura: cosa che in altro tempo avrebbe pagata a danaro contante[371], e ora gliene piangeva il cuore. Alla fine, venendo al fatto del dragone, rimase tutto di pietra, come una statua, in mezzo a quella sala.
Il re, sbalordito, udendo il discorso e assistendo a quella improvvisa metamorfosi, apprese il proprio grande errore e il temerario giudizio che aveva fatto di un fratello cosí amorevole; [233] e ne fece lutto per piú di un anno, e, ogni volta che ripensava all’accaduto, gli scorreva un fiume di lacrime.
In questo tempo Luciella dié alla luce due figli maschi, che erano i piú belli che si potessero vedere al mondo; e, un giorno che la regina era andata per diletto alla campagna, e il padre stava coi due bambini contemplando con gli occhi lacrimosi quella statua, memoria dell’insensatezza sua, che gli aveva fatto perdere il fiore degli uomini, entrò a un tratto nella sala un gran vecchione, a cui la zazzera nascondeva le spalle e la barba copriva il petto. Costui s’inchinò al re e gli disse: «Quanto pagherebbe la Corona vostra, se questo bel fratello ridiventasse com’era prima?». E il re rispose: «Tutto il mio regno».
«Non è cosa questa — riprese il vecchio — che voglia premio di ricchezza, perché si tratta di vita, e la vita si deve pagare con altrettanta vita».
Rispose il re, tratto in parte dall’amore che portava a Iennariello e in parte dal rimorso del male che gli aveva fatto: «Credimi, messere mio, che io metterei la vita mia per la vita sua; e, purché egli uscisse fuori da questa pietra, mi contenterei d’esserci messo dentro io».
«Senza mettere la vita vostra a questo cimento — disse il vecchio, — perché si stenta tanto a tirar su un uomo, basterebbe il sangue dei bambini vostri, che, bagnandone il marmo, lo farebbe subito tornare vivo».
Il re disse a sua volta: «I figli si fanno: c’è la stampa di questi bambolotti; ne faremo degli altri; ma mi si ridia un fratello, del quale non potrò mai avere altro pari».
E, senz’altro, fece dinanzi a quell’idolo misero di pietra sacrificare due agnelletti innocenti; e, non appena ebbe del loro sangue tinta la statua, questa diventò vivente, e il re Milluccio [234] riabbracciò Iennariello, e fecero tra loro un giubilo da non dire.
I due corpicini furono messi in una cassa per seppellirli con l’onore che si doveva; quando tornò la regina dalla campagna. Il re nascose il fratello, e disse alla moglie: «Che cosa pagheresti, cuor mio, se mio fratello tornasse vivo?». «Lo pagherei — rispose Luciella — con tutto questo regno». «E gli daresti il sangue dei figli tuoi?», domandò il re. «Cotesto no — replicò la regina, — ché non sarei cosí crudele da cavarmi con le mie mani stesse le pupille degli occhi miei». «Oimè! — continuò il re — che, per veder vivo il fratello, ho scannato i figli. Ed ecco appunto il prezzo della vita di Iennariello!».
E le mostrò i figli nella cassa; e Luciella, all’orrendo spettacolo, si dié a gridare come pazza: «O figli, figli miei, o puntelli di questa vita, o pupille di questo cuore, o fontane del sangue mio! Chi ha fatto questa macriata[372] alle finestre del Sole? Chi ha salassato, senza licenza di medico, la vena principale della vita mia? Oimè, figli miei, speranza mia distrutta, luce intorbidata, dolcezza avvelenata, gruccia perduta! Voi siete pertugiati di ferro, io trafitta dal dolore; voi, affogati nel sangue, io, annegata nelle lacrime! Oimè, che, per dar vita a uno zio, avete ucciso una mamma; perché io non posso tessere piú la tela dei giorni miei senza di voi, contrappesi belli del telaio di questa misera vita: conviene che sfiati l’organo delle voci mie, ora che gli si sono tolti i mantici! O figli, o figli! Perché non rispondete alla mammarella vostra, che già v’infuse il suo sangue nel corpo, e ora ve lo versa dagli occhi! Ma, poiché la sventura mia mi fa vedere seccata la fonte dei miei diletti, non voglio piú restare [235] perpetua afflizione a questo mondo. Ora me ne vengo, sulle orme vostre, figlietti miei, a ritrovarvi!».
E corse alla finestra per precipitarsi; ma, in quel momento stesso, per quella finestra, entrò il padre suo in una nuvola e le disse: «Férmati, Luciella! Io, con un viaggio e tre servigi, mi sono vendicato di Iennariello, che venne a trafugarmi la figlia di casa, e l’ho fatto stare per tanti mesi, come dattilo di mare[373], in una pietra; ho punito te del tuo cattivo comportamento di esserti lasciata sviare su una nave, col farti vedere due figli, anzi due gioie, scannati dal loro padre stesso; ed ho mortificato il re del suo capriccio di donna gravida, che prima l’aveva reso giudice criminale del fratel suo, e poi boia dei figli. Ma, poiché vi ho voluto bensí radere ma non già scorticare, voglio che tutto il veleno che vi ho dato vi diventi pasta reale; e perciò va’ a riprenderti i tuoi figli e miei nipoti, ché li troverai piú belli di prima; e tu, Milluccio, abbracciami, ché ti accetto per genero e per figlio, e perdono a Iennariello le offese, avendo egli fatto quel che ha fatto per servire un fratello tanto meritevole».
Ciò detto, vennero i bambini, che il nonno non si saziò di abbracciare e baciare; e in quella allegrezza entrò per terzo Iennariello, che, essendo passato per la trafila, ora se n’andava in brodo di maccheroni, sebbene, con tutti i premi che provò poi nella sua vita, non mai gli uscirono di mente i pericoli passati, pensando all’errore del fratello e a quanto convenga all’uomo essere accorto per non cadere in un fosso, perché
ogni umano giudizio è falso e storto.
[236]
Il re di Belpaese, disprezzato da Cinziella, figlia del re di Solcolungo, dopo aver preso di lei gran vendetta riducendola a mali termini, la fa sua moglie.
Se Ciommetella non faceva presto comparire il mago a gettar acqua sul fuoco, gli spiriti degli ascoltatori, assottigliati per la pietà di Luciella, stavano già per venir meno. Ma nella consolazione della povera giovane si consolarono tutti, e, calmati[374] gli attimi, aspettarono che Iacova entrasse nello steccato con la livrea del suo racconto, la quale corse con la lancia al facchino[375] del loro desiderio:
Chi troppo la tira, la spezza, e chi cerca guai, gli vengono guai e malanni; quando uno va pei cigli delle montagne, se casca, la colpa è sua: come udirete nel caso di una donna, la quale, sprezzando le corone e gli scettri, venne alle strettezze di una stalla; quantunque le rotture di testa, che il Cielo infligge, portino sempre gli empiastri, perché esso non dà mai castigo senza carezze, né bastonature senza pane[376].
C’era una volta un re di Solcolungo, che aveva una figlia chiamata Cinziella, bella come una Luna, ma nella quale ogni [237] dramma di bellezza era contrappesata da una libbra di superbia. Cosicché, non facendo essa stima di persona alcuna, non era possibile che il povero padre, il quale desiderava collocarla, trovasse marito, per buono e grande che fosse, che riuscisse a lei di soddisfazione.
Fra tanti principi, che erano concorsi a chiederla in moglie, ci fu il re di Belpaese, il quale non tralasciò cosa alcuna per cattivarsi l’amore di Cinziella. Ma non tanto esso le faceva buon peso di servitú, quanto quella gli ricambiava cattiva misura di premio; non tanto esso le dava buon mercato dei suoi affetti, quanto quella gli mostrava carestia di volontà; non tanto le era liberale dell’anima, quanto quella gli era scarsa di cuore. E non c’era giorno che il pover’uomo non le dicesse: «Quando, o crudele, fra tanti cocomeri di speranze, che, al coglierli, mi sono riusciti zucche, ne troverò uno rosso? Quando, o cagna spietata, cesseranno le tempeste della tua crudeltà, e io potrò con vento prospero dirizzare il timone dei disegni miei al tuo bel porto? Quando, dopo tante scalate di scongiuri e di preghiere, pianterò lo stendardo dei desiderî miei sulle mura di cotesta bella fortezza?».
Ma erano tutte parole gettate al vento, ché essa aveva bensí occhi da traforare le pietre, ma non orecchi da sentire i lamenti di chi, ferito, gemeva; e anzi gli mostrava cattiva cèra, come se le avesse tagliato la vigna. Talché, infine, quel povero signore, sperimentate le crudeltà di Cinziella, che di lui faceva quel conto che altri fa di un qualsiasi furfante, si ritirò con le sue entrate[377], e, con impeto di disdegno, disse: «Mi chiamo fuori[378] del fuoco d’amore!» Ma, insieme, fece [238] giuramento di vendicarsi di quella mora saracina, in tal maniera che si dovesse chiamar pentita di averlo tanto tormentato.
Partito da quel paese, e fattosi crescere la barba e datosi una tinta alla faccia, a capo di alcuni mesi, travestito da villano, tornò a Solcolungo, dove, a forza di mance, procurò di entrare per giardiniere del re. Lavorando in quel giardino come meglio poteva, un giorno stese sotto la finestra di Cinziella una roba all’imperiale, tutta puntali d’oro e diamanti. Le damigelle, che la videro, subito la additarono alla padrona, che mandò a dire al giardiniere se la volesse vendere; e colui rispose che non era né mercante né rivenditore di spoglie vecchie, ma che l’avrebbe donata a patto che lo avessero lasciato dormire una notte nella sala della principessa.
Le damigelle dissero a Cinziella: «Che ci perdi, signora, a dare questa soddisfazione al giardiniere, e beccarti quella roba, che è cosa da regina?». E Cinziella, fattasi uncinare dall’amo che pesca ben altri pesci[379] che questi, si contentò, e si prese la roba e gli dié quel gusto.
La mattina dopo, fu vista nello stesso luogo stesa un gonna della medesima fattura; e, ripetendo Cinziella la domanda, ne ebbe uguale risposta, con la richiesta di dormire nell’anticamera della principessa. E anche questa volta Cinziella si fece tirare dalla gola e, per acquistare il vestito, accordò al giardiniere quel contento.
La terza mattina, prima che il Sole venisse a battere il focile sull’esca dei campi, il giardiniere mise in mostra nel medesimo luogo un bellissimo giubbone, che andava di concerto col vestito; e Cinziella, mirandolo, disse: «Se non ho [239] quel giubbone, non sarò contenta». Chiamò, dunque, il giardiniere, e gli parlò: «È necessario, brav’uomo mio, che tu mi venda quel giubbone che ho veduto nel giardino, e prenditi il mio cuore».
Il giardiniere rispose: «Io non lo vendo; ma, se vi piace, vi do il giubbone, e anche una catena di diamanti, e voi fatemi dormire una notte nella camera vostra».
«Ora hai del villano! — esclamò Cinziella. — Non ti basta che hai dormito nella sala, e poi nell’anticamera: ora vuoi la camera! A poco a poco, vorrai dormire nel mio letto!».
Il giardiniere disse: «Signora mia, io mi tengo il giubbone mio, e voi la camera vostra: se avete voglia di stringere l’affare, conoscete la strada. Io mi contento di dormire per terra, cosa che non si negherebbe a un turco; e, se vedeste la catena che voglio darvi, forse mi dareste un peso piú giusto».
Cinziella, in parte tirata dall’interesse, in parte sospinta dalle damigelle, che aiutavano i cani alla salita, si lasciò andare a contentarlo. E, venuta la sera, quando la Notte, come corsaro, getta l’acqua di concia sulla pelle del Cielo, onde essa diventa nera, il giardiniere, presi la catena e il giubbone, andò all’appartamento della principessa, e, consegnatele queste cose, fu introdotto nella camera.
La principessa lo spinse in un angolo e gli disse: «Ora sta’ costà, fermo, e non muoverti, per quanto stimi la grazia mia»; e, tirata per terra una linea col carbone, soggiunse: «Se questa passi, la vita ci lasci»; e, fatto attorniare della tenda il suo letto, si coricò.
Tosto che il giardiniere-re la sentí addormentata, sembrandogli tempo di lavorare i campi dell’amore, le si coricò a lato, e, prima che la padrona del luogo si svegliasse, colse i frutti amorosi. Costei, destatasi e visto quel che le era accaduto, [240] non volle, per rimediare a un male, farne due, e, per rovinare il giardiniere, mandare in rovina lo stesso giardino; e, traendo di necessità vizio, si contentò del disordine e sentí piacere dell’errore; ed essa, che aveva tenuto a disdegno le teste coronate, non si trattenne dall’assoggettarsi a un villanzone, ché tale pareva il re e per tale essa lo stimava.
La pratica continuò e Cinziella venne incinta; e, vedendosi di giorno in giorno ingrossare la persona, disse al giardiniere che si conosceva rovinata, se il padre s’accorgeva della cosa, e perciò pensassero tra loro a rimediare al pericolo. Quegli rispose che non sapeva trovare altro rimedio al male che avevano fatto che di andarsene insieme, e l’avrebbe condotta in casa di una sua antica padrona, la quale le avrebbe dato qualche comodità nel prossimo parto. E Cinziella, ridotta a mal partito, tirata dal peccato della sua superbia, che la gettava di scoglio in scoglio, si lasciò persuadere da quelle parole, e, abbandonando la propria casa, si commise all’arbitrio della fortuna.
Dopo lungo cammino, colui la condusse a casa sua, e, informata di ogni cosa sua madre, la pregò che dissimulasse, perché voleva farsi pagare la passata boria di Cinziella. E cosí, adattatala in una stalluccia del palazzo, la tenne in vita miserabile, mandandole il pane con la balestra. E un giorno che le serve di casa facevano forno, egli disse loro che chiamassero Cinziella ad aiutarle, e nel tempo stesso insinuò a Cinziella di trafugare qualche ciambelletta per rimedio alla loro fame.
La sventurata Cinziella, nel cavare il pane dal forno, profittando dell’istante, tra occhi e occhi, sottrasse una ciambelletta e se la nascose in tasca. Ma in questo sopravvenne il re, vestito da quel che era, e disse alle ragazze: «Chi vi ha [241] dato il permesso di far entrare cotesta donnicciola guitta in casa? Non vedete alla faccia, che è una ladra? Mettetele le mani in tasca e troverete il delitto in genere». E, frugatala, le trovarono il pane nella tasca, e le lavarono il capo di buona maniera, che tutto il giorno durò la baia e la beffa.
Il re riprese il suo travestimento, andò da Cinziella e la trovò scornata e triste per l’affronto ricevuto. Ma egli le disse che non si desse tanta pena per quel caso, giacché la necessità è tiranna degli uomini, e, come disse quel poeta toscano:
E, se la fame caccia il lupo dal bosco, essa doveva tenersi scusata se faceva quello che non starebbe bene ad altri. E le insinuò di salire ora dove la signora stava tagliando certe tele, e, offrendosi di aiutarla, vedesse di agguantarne qualche pezzo, perché, essendo prossima a partorire, le bisognava tutto.
Cinziella, che non sapeva contrariare il marito (ché per tale lo teneva), salí all’appartamento della regina e, frammischiatasi alle damigelle a tagliare lenzoletti, fasce, berrettini e dande, trafugò un pannolino e se lo mise sotto le vesti. Ma, tornato il re e fatto un altro rimprovero come già pel pane, e trovatole addosso il furto, ne ebbe un’altra sciroppata d’ingiurie, come se le avessero scoperto sotto un intero bucato; e, rossa di vergogna, se ne ridiscese alla stalla.
Anche questa volta il re ricomparve travestito; e, vedendola afflitta e disperata, la confortò a non lasciarsi vincere dalla [242] malinconia, ché tutte le cose del mondo sono opinione, e perciò vedesse ancora se potesse guadagnarsi qualche cosetta, perché ormai il parto era imminente. «In questo momento, c’è piovuta una bella occasione. La padrona ha fidanzato il figlio con una signora forestiera, alla quale vuol mandare un dono di vesti di broccato e di tela d’oro, belle e fatte, e la fidanzata è giusto della tua statura. Sarà facile dunque, che ti venga nelle mani qualche bel ritaglio, e tu mettilo in corbona[381], ché lo vendiamo e campiamo la vita».
Cinziella, eseguendo il comando del marito, s’era chiuso in petto un buon palmo di broccato riccio, quando capitò il re, e, fatto un gran fracasso, ordinò di frugare Cinziella; e, trovato il furto, la scacciò con vergogna grande. Ma poi, travestitosi da giardiniere, scese di corsa a consolarla; ché, se con una mano la pungeva, con l’altra, per l’amore che le portava, si compiaceva di ungerla, per non spingerla alla disperazione.
La sciagurata Cinziella, pel cruccio di quello che le era accaduto, e che teneva castigo del Cielo a causa dell’arroganza e superbia già mostrata, sicché essa, che trattava da stracci pei piedi tanti principi e re, ora era trattata da vile donnicciuola, e avendo avuto il cuore duro ai consigli del padre, ora faceva il viso rosso alle baiate delle serve; per la collera, dico, che provò della vergogna inflittale, si sentí venire le doglie.
La regina, subito avvisatane dal figliuolo, la fece salire nel suo appartamento, e, mostrando compassione dello stato suo, la mise in un letto tutto ricamato d’oro e di perle, in una stanza tappezzata di tela d’oro: cosa che fece strasecolare Cinziella, vedendosi trasportata da una stalla a una camera [243] reale, dal letame a un letto tanto prezioso, e non sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto. E le fu attorno gente premurosa, e le dettero brodi e biscottini per ingagliardirla al partorire. Ma, come volle il Cielo, senza troppo affanno, dié alla luce due bellissimi maschiotti, che erano la piú vaga cosa che si potesse vedere.
Non appena ebbe partorito, che entrò il re, il quale disse: «E dove se n’è andato il vostro giudizio, che avete messo la gualdrappa all’asino? È letto cotesto per una brutta donnaccola? Presto, fatela saltare a colpi di randello da questo luogo, e spandete suffumigi di rosmarino nella camera, perché se ne tolga il puzzo».
La regina allora disse: «Non piú, figlio mio; basta, basta il tormento che hai dato a questa povera giovane! Dovresti ora esser sazio di averla ridotta, con tanti strazî, a berretto di notte; e, se non ancora sei soddisfatto del disprezzo che ti mostrò alla corte sua, a pagarti il debito valgano queste due belle gioie, che essa ti dona». E fece portare i bambini, ch’erano la piú bella cosa del mondo.
Il re, al vedere quei due pacioncelli, si sentí tutto intenerire; e, abbracciata Cinziella, si dié a conoscere per quel che era, dicendole che quanto le aveva fatto era stato per sdegno di veder trattato a quel modo un re pari suo, ma che da ora in poi l’avrebbe tenuta in palma di mano. E la regina, dall’altro canto, abbracciandola come nuora e figlia, le dette, insieme col re, cosí buona mancia per quei figli maschi, che le parve assai piú dolce questo istante di consolazione che tutti i passati affanni: benché sempre, d’allora in poi, ebbe in mente di tener basse le vele, ricordando come
figlia della superbia è la rovina.
[244]
Venuti a termine i racconti dati per estaglio a questa giornata, il principe, per isgombrare dagli animi alcun po’ di malinconia prodotto dai travagli che Cinziella aveva sofferti, chiamò Ciccantuono e Narduccio affinché facessero la parte loro; ed essi, con berrettoni piatti e cosciali neri forniti di ginocchiere, e con giubbe frappate di merletti, uscirono da uno dei compartimenti del giardino a recitare l’egloga che segue.
Narduccio e Ciccantuono.
Nard. Prestami una patacca, Ciccantuono,
e prendi questo pegno.
Cicc. Affé, te la darei di buona voglia,
se non avessi appunto stamattina
fatto una buona spesa. 5
Nard. Sono, dunque, venuto
[245]
in cattivo momento:
ma, dimmi, che hai comprato?
Cicc. Ebbi l’occasione d’acquistare
una volpara nuova, 10
che, se chiesto n’avessero millanta
scudi, li avrei sborsati.
Nard. Sei corrivo a sborsare!
Una volpara, al piú, che può valere?
Non oltre due carlini. 15
Cicc. Proprio, Narduccio mio, non te n’intendi!
Lascia andare, ben mio!
Non sai che le volpare or costan caro?
Già tiravan le secchie, ora il danaro.
Nard. Come c’entra il danaro? Non capisco. 20
Cicc. Sei un asino, e perdonami!
Mi sembri uno che adesso venga al mondo.
Non sai che non c’è uomo
che non abbia tra mano una volpara?
Con questa campa e sguazza, 25
con questa sfoggia e ingrassa,
con questa si procura buona paglia,
con questa empie la stalla di maiali;
con questa splende e stiva fino al fondo,
con questa, insomma, domina sul mondo. 30
Nard. Mi fai strabiliare e stupefare!
Scommetto che tu vuoi
farmi vedere la luna nel pozzo,
dandomi ad ingoiar per cosa rara,
lapis philosophorum, la volpara! 35
Cicc. Appunto, questa è lapis,
uscito dal lambicco dell’ingegno.
Nard. Fratello, dèi sapere ch’io ho mangiato
pane di molti forni;
né di tal cosa ho udito mai parlare: 40
[246]
dunque, o son tondo, o tu mi vuoi burlare.
Cicc. Apri gli orecchi e impara
che sei un semplicione.
Poche genti la chiamano «volpara»,
nome che a primo aspetto 45
muove qualche sospetto.
I begli ingegni le han mutato il nome:
perché, nell’età nostra,
non il volto, la maschera si mostra.
Il principe suol darle 50
titolo di «presente» o «donativo»;
il giudice le ha posto
nome di «lieto gaggio» e «ammollimento»,
d’«ungimenti di mano» o di «boccone»;
la dice lo scrivano 55
«diritto», e lo sa il Cielo ch’è piú storto
che non l’anca d’un cane;
il mercante, «guadagno»,
l’artigiano, «faccenda»,
il bottegaio, «industria», 60
il mariuol, «colpo di mano» o «ingegno»,
lo sbirro, «toccatiglia»[383],
il bandito, «composta»[384],
il soldato, «riscatto»[385]
lo spione, «quel fatto», 65
la puttana, «regalo»,
il ruffiano, «abbusco» o «paraguanto»[386];
[247]
il sensale la chiama «beveraggio»;
«percaccio», il commissario;
il corsaro le dà nome di «spoglie», 70
il capitano di «quieto vivere»,
ché, se non è quiete,
se invece esso è fracasso ed è rovina,
se con la sua volpara
porta guerra assai piú che con la spada, 75
ci vuol pazienza. Infine,
il poeta, anche lui,
che spoglia di concetti e di parole
quanti libri gli vengono alle mani
di Virgilio, d’Orazio e di Nasone[387], 80
le ha messo nome d’«imitazione»![388].
Nard. Or t’intendo, e mi piaci.
Tu sei davvero accorto,
uomo malizioso, ingegno fino!
Tu vuoi dire che tirano d’uncino? 85
Cicc. Ed uncino e volpara
sono una stessa cosa;
ed uomo non c’è al mondo
che non la porti sempre alla cintura,
chi d’oro, chi d’argento e chi di rame, 90
chi di ferro o di legno,
[248]
variando qualità con le persone.
Per esempio, quel grande[389]
che conquistava il mondo,
una d’oro n’avea 95
di brillanti e carbonchi costellata,
con cui pescava i regni;
e quell’altro che fece
salar tante verrinie[390] a Cicerone,
la portava d’argento. 100
Cosí gli altri via via,
conforme al lor giudizio ed al potere,
come possono, l’hanno.
Certo è che ognuno pesca,
e che a questo pescare 105
si pone vario il nome:
arrappare, accaffare, affardellare,
alleggerire, alzare e sgraffignare,
sgombrare ed accimare,
soffiare, strappar via e razzolare, 110
giuntare, ripulire ed acchiappare,
rapineggiare, far colpi di mano,
far sacco ed andar via,
far netta la paletta,
al cembalo suonare e far priore, 115
scuotere il borsellino
e menare il rampino!
Nard. Tutto questo puoi dire
con una frase sola:
giocare a trionfetto, 120
rubare e assassinare.
[249]
Cicc. Hai cattiva memoria! Io t’ho già detto
che il mondo al giorno d’oggi
suol dare al male titolo di bene;
né per altro l’ingegno s’assottiglia 125
che per mettere in opra la volpara,
che tira e non si vede,
che attacca e non si sente,
che afferra e non si tocca,
e sempre piglia e accaffa, 130
e tira e forte aggraffa.
Nard. Fratello, senza invidia,
perché ogni cosa poi trascina l’acqua,
e non avvien che mai
goda del malo acquisto il terzo erede. 135
La gente ricca a fondo cade in fondo;
si vedono le case rovinate,
le famiglie distrutte e impoverite,
errabonde, smarrite;
e disse bene quel mastro di scuola: 140
«Tutto lo scabro porta via la mola».
Cicc. Ed oggi i collitorti[391]
son colli d’impiccati per la fame!
Chi non ruba, va privo d’ogni roba;
chi non piglia, rimane senza paglia; 145
chi non busca, ha l’ambascia;
e chi non pesca mai, non fa mai Pasqua.
Nard. Ma poi ha tre cavalli[392]
e talvolta una forca di tre cotte,
e posto è per sentenza 150
sopra un asino, come un babbione;
ha dalla corte una mitria di carta;
[250]
è condotto al Mercato[393] e vi è marcato;
per non soffrire fame, resta infame;
perso ha l’onore per sguazzare un’ora; 155
per un poco di rame
si è procurato un remo;
il sugo della salsa
si è fatto acqua di mare;
per aggraffar con l’unghie, 160
si procura tre legni[394];
le penne gli diventano pennone[395].
Che serve tanto giallo e tanto argento,
luccicori, tintinni,
e tondini e frittelle, 165
se, per prove ed esempî tanti e tanti,
non è contento mai chi piú ha contanti?
Cicc. Se tu provi una volta la volpara,
non te ne stacchi piú, ché è come rogna,
che, quanto gratti piú, piú dà prurito. 170
Volgi uno sguardo intorno
all’arti ed agli ufficî
tutti, di questo mondo;
e vedrai che ciascuno quella adopra.
Cominciamo, anzitutto, da colui 175
che ha, sotto sé, vassalli.
Ecco: sbircia ed affisa un contadino,
che s’è posto nel grasso[396];
[251]
e or gli chiede in prestanza tanti scudi,
che poi restituirà quel dí che piove 180
passole e fichi secchi[397];
or gli domanda l’orzo con promesse
di renderlo al raccolto;
or gl’ingiunge che l’asino od i buoi
gl’invii, per il servizio della corte; 185
e tanto durerà questa molestia,
tanto continuerà lo stretto assedio,
che quello, finalmente,
perduta la pazienza,
o colmerà il baglivo d’improperî, 190
o gli darà di mano. Sciagurato!
Meglio non fosse nato!
È preso ed è gettato in una fossa,
carco il piede di ceppi,
il ferro intorno al collo, 195
le manette alle mani,
con una scritta posta sul cancello:
«Bando e comandamento! Olà, lontano!
Chi a costui parla, pena sei ducati».
Insomma, può gridare, 200
mandar memoriali, tentar vie;
non è mai liberato,
se, dopo tanto aceto
di strazî e di tormenti
di spese e di travagli, 205
non fa qualche composta[398];
e, quando poi d’un lupo
ha la brama vorace fatta sazia,
[252]
ha ricevuto, dicesi, la «grazia!»[399].
Nard. Maledetta volpara! 210
Mal abbia la fucina svergognata,
dove fosti battuta e temperata!
Cicc. E poiché dal bue grande
apprende come s’ari il vitelletto,
vedi che il capitano e mastrodatti 215
indétta testimoni, imbroglia carte,
dà a nolo le sentenze,
nasconde le scritture,
carcera senza causa,
e la volpara esercita per sette; 220
e quando saria degno
d’essere strascinato, prende nome
d’uom pratico all’uffizio,
d’uomo che ben procaccia ed ha giudizio.
Nard. E questo è piú che vero, 225
e se un uomo dabbene se ne torna
netto di borsa come
è netto di coscienza,
cosa che m’è accaduto
forse dodici volte[400], ognuno dice, 230
che è meglio che si stia,
che non è l’arte sua,
e che è peccato a dargli le patenti[401],
ch’è un gran buon uomo e non sa far proventi!
[253]
Cicc. Il medico, se è tristo, 235
tira alla lunga il male,
e se l’intende con lo speziale.
S’è buono, pure mostra
che fra tante ricette
conosce quel segreto 240
quando ti stende la mano di drieto[402].
Nard. Di tal volpara non c’è da dir male,
ch’è modesta e onorata;
e di «premio fatale»
il nome le puoi dare: 245
paghi di dietro chi ti fa cacare!
Cicc. Il mercante non perde
nella folla il berretto:
ti dà roba stantia,
teletta con la colla 250
per accrescere il peso;
giura, scongiura, afferma
quel che è fracido, fresco,
quel ch’è logoro, nuovo,
e con belle parole e tristi fatti 255
t’ingarbuglia e ti mostra
bianco per nero, sicché sempre trovi
in quella mercanzia qualche magagna;
e, quando ei la misura,
con un gesto elegante 260
ti stira il drappo perché sia mancante.
Nard. Perciò il Ciel giusto spesso
torce, sdegnato da costor la faccia,
e per un fallo pérdono la caccia.
[254]
Cicc. Ti vende il macellaio 265
caprone duro, vecchio ed ammorbato
come fine castrato,
bufalo per giovenca,
e lo cosparge tutto
d’oro brattino e fiori, 270
perché ti faccia gola;
ti dà l’osso per polpa, contro assisa,
e sempre, piú che il rotolo, è la giunta.
Dal suo pesare poi, chi ti difende?
Gioca di dita e la bilancia scende. 275
Nard. A pensarvi, si gonfiano i polmoni!
Perciò, alla festa, sembrano baroni.
Cicc. Anche chi vende l’olio ha questo vizio,
e per mostrarti che tel versa a colmo,
e che raggiunge il segno, 280
calca in dentro, nel fondo, il misurino
e l’alza tanto che gli fa la gobba.
Mischia sempre la semmola con l’olio,
ch’abbia corpo e colore;
e tu una schiuma d’oro 285
vedi, e riempi tutto un bell’orciuolo;
ma poi trovi una feccia,
anzi un miscuglio d’acqua con la morchia,
che, posto alla lucerna poverella,
geme, scoreggia, strazia le budella! 290
Nard. Non c’è palmo di netto,
ogni bene è passato:
mondo corrotto, e come sei mutato?
Cicc. Il tavernaio ha le caraffe scarse,
traffica tutta notte 295
e, se trova la botte
che in acido ed in muffa se n’è andata,
le fa di bianco d’uovo una stoppata.
[255]
Ma, soprattutto, taglia
il vino buono col vino cattivo, 300
fa dell’aceto asprino[403],
anzi dell’acqua vino,
e con le dita copre la cannella
della caraffa e illude la tua vista,
sí che non vedi la misura trista. 305
Nard. Povero chi ci càpita!
ché ci vuol con costoro
lo stomaco di ferro e il sacco d’oro!
Cicc. Il sarto, come suol, fa la bandiera[404],
e ad ogni taglio vede se c’è taglio; 310
il filo mette in luogo della seta;
se il conduci a comprare,
appunta l’ago in petto[405],
ti fa far largo patto
e ritorna al mercante per il «fatto». 315
Ma questo è il minor male:
ché nel conto t’imbroglia,
e ti fa maledire quell’istante
che avesti voglia di vestir galante.
Nard. Oh beati, oh felici gli animali, 320
che possono andar nudi
a boschi, a piani, a valli ed a pendici,
né debbono soffrir tali nemici!
Cicc. Vedi i rivenditori alla Giudecca!
Se ti viene capriccio 325
di vendere qualcosa,
trovi là una combriccola
[256]
ben salda, che t’afferra per la gola.
Se vi compri un vestito,
lo indossi appena e subito si straccia, 330
e dura da Natale a Santo Stefano;
e con danno e con scorno
vai da lindo e pezzente in sol giorno.
Ma perché vo toccando questi tasti?
Una risma di carta ci vorrebbe 335
a dire tutte quante
l’arti che fanno onore alla volpara;
e quanti, ch’eran miseri e stentati,
per lei son ricchi e grassi diventati.
Nard. Ordigno maledetto, 340
veleno dell’onore,
nel qual sempre si vede
scura la verità, nera la fede!
Cicc. Di’ quel che vuoi, ma ognuno se ne serve;
e per me son contento 345
d’aver oggi comprato il fornimento[406].
Nard. Meglio se ti venisse l’anticore!
Se adoperi l’uncino in questo mondo,
tu, dall’uncino, sei tirato al fondo! 349
Non si potrebbe dire se della bella gelatina di questa giornata piacesse piú il capo o la coda, perché, se l’uno fu saporito, l’altra scese nelle midolla dell’ossa; e tanto fu il gusto che il principe ne provò, che, per mostrarsi cortese e liberale veramente da signore, chiamò il guardaroba e ordinò che si desse ai recitanti una fodera di cappello vecchio, che fu [257] già di suo nonno. E poiché il Sole era stato chiamato in fretta all’altro polo per dar soccorso ai suoi possedimenti occupati dalle Ombre, tutti si levarono da sedere e presero ciascuno la strada del proprio pagliaio, con l’intesa di tornare la mattina dopo col medesimo fine al medesimo luogo.
FINE DELLA GIORNATA QUARTA.
[259]
[261]
Già gli uccelli riferivano all’ambasciatore del Sole tutti gli imbrogli e le trappolerie che s’erano fatte nella notte, quando il principe Taddeo e la principessa Lucia si recarono di buon mattino al luogo solito, dove alla chiamata si trovarono nove soltanto, invece delle dieci donne. Domandò il principe perché non vedesse tra le intervenute Iacova, e gli fu detto che aveva una flussione di testa (alla sua salute!); onde egli comandò che si cercasse un’altra donna per supplirla. E, per non andare troppo lontano, chiamarono Zoza, che abitava di fronte al palazzo reale, la quale fu ricevuta da Taddeo con grandi complimenti, cosí per l’obbligo che le aveva, come per l’inclinazione e l’affetto che per lei sentiva.
Essa, con le altre, s’intrattennero nel giardino, cogliendo chi nepitella fiorita, chi spigo, chi ruta a cinque foglie, e chi una cosa e chi un’altra; e ci fu chi si tessé una ghirlanda, come se dovesse recitare una farsa, e chi si compose un mazzolino[407]: [262] una si appuntò una rosa aperta sul petto; un’altra si mise un garofano screziato tra le labbra.
Ma, poiché ci volevano ancora forse quattr’ore per arrivare al momento in cui il giorno venisse spaccato giusto per mezzo e maturasse il tempo del mangiare, il principe ordinò che si facesse qualche giuoco per trattenimento della moglie; e, datone incarico a Cola Iacovo, lo scalco, uomo di grande ingegno, questi, come se avesse la tasca piena d’invenzioni, subito ne trasse fuori una, dicendo:
«Fu considerato sempre insipido, signori miei, quel gusto che non ha qualche ramo di giovamento, e i trattenimenti e le veglie non furono ritrovati per un semplice e inutile piacere, ma anche per un guadagno gradevole; perché, con tal maniera di diletto, non solo si viene a passare il tempo, ma si svegliano e rendono pronti gl’ingegni a sapersi risolvere e rispondere a quel che si domanda. Tale è appunto il caso del giuoco dei giuochi, che ho pensato di fare, e che sarà di questa forma. Io proporrò a qualche donna di queste una sorta di giuoco; ed essa, senza pensarci, mi deve dir subito che non le piace, e la ragione per cui non le va a genio: chi tarderà a rispondere, o chi risponderà fuori di proposito, pagherà la pena che sarà la penitenza, e la imporrà la signora principessa. E, per dar principio al giuoco, io vorrei giuocarmi con la signora Zeza una mezza patacca a trionfetto»[408].
Zeza rispose subito: «Non voglio giocarvi, perché non sono ladra!».
[263]
«Bravo! — disse Taddeo, — ché chi ruba e assassina, quello trionfa».
«Se è cosí — replicò Cola Iacovo, — ho un quarto e mezzo e vorrei giocarmelo con la signora Cecca a banco fallito.
«Non mi ci cogli — rispose Cecca, — ché non sono mercante».
«Ha ragione — disse Taddeo, — ché per loro è fatto questo giuoco».
«Almeno, signora Meneca — replicò Cola Iacovo, — passiamo un paio d’ore al malcontento».
«Perdonatemi, ché questo è giuoco da cortigiani», rispose Meneca.
«Ha infisso il chiodo — disse Taddeo, — ché cotesta razza di gente non fu mai di buona voglia».
«Io so — riprese Cola Iacovo — che la signora Tolla giocherà volentieri con me sei pubbliche ai quattro montoni».
«Il Cielo me ne scampi — esclamò Tolla, — ché cotesto è giuoco da mariti che hanno cattive mogli».
«Non potevi risponder meglio — disse Taddeo, — ché questo giuoco è fatto per loro, i quali molto spesso cozzano come montoni».
«Almanco, signora Popa — replicò Cola Iacovo, — giochiamo a venti signori, ché vi do la mano».
«Sia per non detto — rispose Popa, — ché questo è giuoco da adulatori».
«Ha parlato da Orlando — osservò Taddeo, — ché proprio questo fanno venti e trenta signori, trasformandosi sempre che vogliono mettere nel sacco un povero principe».
E, ripigliando, Cola Iacovo disse: «Signora Antonella, per la vita vostra, non perdiamo questo tempo: giochiamoci un bel piatto di zeppole alla gabella».
[264]
«L’hai trovato! — rispose Antonella. — Meno male che mi tratti da femmina mercenaria».
«Non dice male — commentò Taddeo, — ché cotesta genia di femmine si sogliono spesso ingabellare».
«Diamine arrivala! — continuò Cola Iacovo: — io comincio a credere che l’ora passerà senza che ci prenderemo spasso, se la signora Ciulla non giuoca con me una misura di lupini a chiamare».
«E che? sono uno sbirro io?», rispose Ciulla.
E Taddeo subito aggiunse: «Ha detto davvero magnificamente, perché è ufficio dei baglivi e degli sbirri di chiamare alla corte».
«Vieni qua, signora Paola — tornò a dire Cola Iacovo, — e giochiamoci tre decine a picchetto».
«L’hai sbagliata — rispose Paola, — ché io non sono mormoratore di corte».
«Questa è una dottoressa — disse il principe, — ché non c’è luogo dove piú si picca l’onore della gente che nelle case nostre».
«Senz’altro — replicò Cola Iacovo, — la signora Ciommetella si contenterà di giocare con me a carrettuso».
«Mai piú — rispose Ciommetella: — bel giuoco di mastro di scuola mi hai trovato!».
«Questa deve pagare la pena — disse Cola Iacovo, — perché non ha che vedere la proposta con la risposta».
«Va’, fatti restituire i danari dal maestro! — giudicò il principe, — ché la risposta incastra a perfezione, perché i pedanti giocano cosí bravamente a carrettuso, che, quantunque perdano cinque, vincono la partita»[409].
[265]
Ma Cola Iacovo, rivoltosi all’ultima, le disse: «Non posso darmi a credere che la signora Zoza[410] voglia ricusare, come le altre, l’invito di giocare con me un cianfrone[411] a sbracare».
«Bada a te — rispose Zoza, — ché questo è giuoco da bambini».
«Costei sí, che deve pagare la penitenza — concluse Taddeo, — perché a tal giuoco giuocano anche i vecchi; e perciò, signora Lucia, tocca a voi d’imporre la pena»[412].
Zoza si levò e andò a inginocchiarsi innanzi alla principessa, la quale le ordinò per penitenza una villanella alla napoletana. Ed essa, chiesto un tamburello, mentre il cocchiere del principe suonava la chitarra, cantò:
[266]
Si te credisse dàreme martiello,
e ch’aggia filatiello,
ca fai la granne e ncríccame lo naso,
va’, figlia mia, ca Marzo te n’ha raso!
Passai lo tiempo che Berta filava,
e che l’auciello arava,
e non sento d’Ammore o frezza o sciamma:
spilata è Patria, mo non ng’è chiú mamma.
Va’ch’hanno apierto l’uocchie li gattille,
so’ scetate li grille;
si faie niente speranza a sse bellizze,
va’c’haie na scesa, quanto curre e ’npizze!
Haggio puosto la mola de lo sinno,
nè chiú me movo a zinno,
e già conosco dalla fica l’aglio:
non nge pensare chiú, ca non ng’è taglio![413].
Finí a tempo la canzone e il gusto di tutti, quando si apparecchiarono le tavole, dove ci fu bene da mangiare e meglio da bere. Ma, come lo stomaco fu sigillato e furono tolte le tovaglie, si dié comando a Zeza, che scoprisse il fior fiore dei racconti; la quale, sebbene stesse un po’ brilla, ché aveva fatto la lingua grossa grossa e le orecchie piccinine, pure compí il debito suo e disse come segue.
[267]
Lilla e Lolla comprano al mercato un’oca, che evacua denari; la quale è domandata loro in prestito da una comare, che, sperimentando il contrario, l’ammazza e la gitta da una finestra. Ma l’oca si attacca al deretano di un principe, mentre costui soddisfaceva a un bisogno, e nessuno ne la può staccare, fino a che non vi riesce Lolla, ed egli se la prende per moglie.
Gran sentenza di grand’uomo dabbene è quella che l’artigiano invidia l’artigiano, il votacessi il votacessi, il musico il musico, il vicino il vicino, e il poveretto il pezzente[414]; perché non c’è buco nella fabbrica del mondo dove non tessa la sua tela il maledetto ragno dell’invidia, il quale non si pasce d’altro che delle rovine del prossimo, come particolarmente udrete dal racconto che vi dirò.
C’erano una volta due sorelle cosí ridotte sulla nuda terra che, in tanto riuscivano a campare, in quanto si sputacchiavano dalla mattina alla sera le dita, lavorando qualche po’ di filato da vendere. Pure, nonostante questa misera vita, non c’era caso che la palla della necessità, truccando quella dell’onore, la spingesse fuori[415]. E per questo il Cielo, che è cosí largo nel rimunerare il bene com’è sottile nel castigare il male, mise [268] in capo a queste povere giovani di andare al mercato a vendere certe matasse di filato e, di quel poco che ne ricavavano, comprarsi un’oca.
Portata l’oca a casa, esse le posero tanto amore, che la governavano come se fosse loro sorella carnale, tenendola a dormire nel loro stesso letto. Ma spunta l’alba e fa buon giorno: la buona oca cominciò a fare scudi ricci[416], di modo che, a poco a poco, esse ne empirono un gran cassone; e fu tale quell’evacuazione che cominciarono ad alzar la testa e si vide loro rilucere il pelo.
Certe comari, che ciò osservarono, trovandosi un giorno insieme a far parlamento, dissero tra loro: «Hai visto, comare Vasta, Lilla con Lolla, che l’altrieri non avevano dove cader morte e ora si sono ripulite cosí bene che sfoggiano da signore? Le loro finestre sono sempre parate di galline e tocchi di carne, che ti danno all’occhio. Che cosa può essere? O esse hanno posto mano alla botte dell’onore o hanno trovato il tesoro». «Io ci resto come una mummia — rispose Perna, — perché, laddove prima morivano di fame, ora le vedo nel grasso e risalite, e mi pare un sogno».
Queste e altre cose dissero, e, infine, stimolate dall’invidia, scavarono un pertugio, che dalla casa loro rispondeva in quella delle due giovani, per far la spia e vedere se potessero dar qualche pasto alla loro curiosità; e tanto stettero a spiare, che una sera, quando il Sole batte con la ferula dei raggi sulle barche del mare d’India per accordare feria alle Ore del giorno, videro Lilla e Lolla che, steso per terra un lenzuolo, vi misero sopra l’oca, e questa cominciò a schizzare flussi di scudi.
[269]
Alle comari lo spettacolo inaspettato fece uscire al tempo stesso il bulbo dagli occhi e il gozzo dalla gola; e alla mattina, quando Apollo con la verga d’oro fa lo scongiuro all’Ombra perché vada indietro, una di esse, Pasca, andò a far visita a quelle giovani, e, dopo mille preamboli e rigiri, tira e molla, venne al quatenus, e le pregò di prestarle per due ore sole l’oca, per far prendere amore alla casa a certe ochette, che aveva comprate. E tanto seppe dire e pregare, che le semplici delle sorelle, le quali, per essere di natura bonaria, non sapevano dir di no, e anche per non mettere in sospetto la comare, gliela prestarono, col patto che la riportasse al piú presto.
La comare chiamò le altre, e tutte insieme stesero subito un lenzuolo per terra, e vi fecero entrare l’oca, la quale, invece di mostrare nel suo fondamento una zecca che coniasse scudi ricci, sturò un condotto di latrina e lavorò la biancheria di quelle donne a scudi di terra gialla, che l’odore ne andò per tutto il quartiere, come alla domenica quello delle pignatte maritate. Pensarono allora che, cibandola bene, farebbe sostanza di lapis philosophorum per soddisfare le voglie loro; e la rimpinzarono tanto che rigurgitava dalla gola. Ma, quando l’ebbero posta sopra un altro lenzuolo di bucato, se prima l’oca si mostrò lubrica, ora addirittura si manifestò presa dalla dissenteria, nella quale la digestione aveva la sua parte. Sdegnate le comari, le torsero il collo e la gettarono dalla finestra in un vicoletto cieco, dove si ammucchiavano le immondizie.
Volle la sorte, la quale, quando meno te l’aspetti, fa nascere la fava, che passasse da quella parte un figlio del re, che andava a caccia. E proprio lí presso, essendoglisi sommosso il corpo, dié a tenere la spada e il cavallo a un servitore, ed egli entrò in quel vicoletto per deporre il soverchio [270] del ventre; e, compiuta questa operazione, non trovandosi nella tasca carta per nettarsi, e vedendo quell’oca ammazzata di fresco, se ne servi all’uopo[417].
Ma l’oca, che non era morta, s’afferrò cosí forte col becco alle polpe del povero principe, che egli cominciò a gridare; e, accorsi tutti i servitori e volendo strapparla dalle carni, non fu possibile, perché vi si era attaccata come una Salmace di penne e un Ermafrodito di pelo. Il principe, non potendo resistere al dolore e vedendo riuscir vani gli sforzi dei servitori, si fece trasportare al palazzo reale. E furono chiamati tutti i medici della città, e, conferitisi sulla faccia del luogo, fecero essi tutte le prove loro per rimediare allo strano accidente, usando unzioni, adoprando tenaglie, spargendo polveri. Ma quell’oca era una zecca che non si staccava per argento vivo, una sanguisuga che non veniva via per virtù di aceto.
Il principe ordinò allora di gettare un bando che a chi riuscisse a togliergli quel fastidio di dietro, se era uomo, avrebbe dato la metà del regno, e, se femmina, se la sarebbe presa per moglie. E qui vedesti la gente correre in folla a mettere il naso in quell’imbroglio; ma, quanto piú applicavano rimedî, piú l’oca si stringeva e attanagliava il misero principe: pareva veramente che si fossero data l’intesa tutte le ricette di Galeno e gli aforismi di Ippocrate e i rimedi di Mesoè[418] contro i Posteriori[419] di Aristotele, per tormento di quello sventurato.
[271]
Tra i tanti e tanti, che vennero a quella prova, giunse per avventura anche Lolla, la piú giovane delle due sorelle, la quale, non appena vide l’oca, la conobbe e gridò: «Intrufolatina mia, intrufolatina!». L’oca, che udí questa voce, subito lasciò la presa, e saltò in grembo a Lolla, facendole carezze e dandole baci, passando senza esitare dal deretano di un principe alla bocca di una villana.
Il principe, che ammirò questo strano caso, volle sapere donde la cosa procedesse; e, avuta notizia dell’inganno della comare, la fece frustare per la terra, e poi cacciare in esilio, e si prese per moglie Lolla, che portò in dote l’oca dalle evacuazioni d’oro, e dié un altro marito ricco ricco a Lilla.
Cosí rimasero la piú contenta gente del mondo, a dispetto delle comari, le quali, andando per chiudere a Lolla una strada alla ricchezza, apertale dal Cielo, gliene aprirono un’altra a diventare regina, conoscendo alfine che:
impedimento è spesso giovamento.
[272]
Lise, per essere povero e punto aiutato dal fratello Cianne, ch’è ricco, si parte e incontra tale fortuna che si fa straricco; laddove l’altro, che, per invidia, tenta la medesima sorte, l’ha cosí contraria, che non può liberarsi da una grande disgrazia senza l’aiuto del fratello.
La risata, che prese quell’uditorio al racconto dell’accidente accaduto al principe, fu cosí convulsa che a ognuno stava per scendere l’ernia e se ne sarebbero andati contrappuntando risa fino alla rosa del bellico, se Cecca non avesse fatto segno di essere in ordine a effondere il racconto suo; onde, posto un sequestro alle bocche di tutti, quella incominciò a dire:
È un motto da scrivere a lettere di catafalco, che mai lo star zitto fece danno ad alcuno. Ma certi mormoratori, le cui lingue non sanno mai dir bene, e sempre tagliano e cuciono e sforbiciano e pungono, sta’ pur sicuro che avranno il fatto loro, perché, al vuotar dei sacchi, sempre si è visto e si vede che, laddove il dir bene acquista amore e utile, il dir male guadagna inimicizia e rovina. Udite in qual modo e mi darete un quintale di ragione.
C’erano una volta due fratelli carnali, Cianne, che stava bene agiato come un conte, e Lise, che non aveva nemmeno da provvedere alla vita; ma, quanto l’uno era povero di fortuna, tanto l’altro era meschino d’animo, che non si sarebbe levato dal vaso per dargli qualche sollievo. Disperato, il povero Lise lasciò la patria e si dié a viaggiare il mondo; e [273] tanto camminò, che una sera giunse, con pessimo tempo, a una taverna, dove trovò dodici giovani, seduti attorno al fuoco.
Questi, veduto Lise, tutto aggranchiato, che quasi era intirizzito dal freddo, sí per la stagione forte e sí pei vestiti deboli, lo invitarono a sedere accanto al focolare; e Lise, accettato l’invito, si pose a scaldarsi. Mentre si scaldava, gli fu domandato da uno di quei giovani, che stava tutto corrucciato, con una brutta cèra da sbigottire: «Che te ne sembra, paesano, di questo tempo?». «Che cosa me ne vuol sembrare? — rispose Lise. — Mi pare che tutti i mesi dell’anno facciano il debito loro; ma noi, che non sappiamo ciò che domandiamo, vorremmo dar la legge al Cielo, e, desiderando le cose a modo nostro, non peschiamo troppo in fondo se poi sia bene o male, utile o danno, quello che ci viene in ghiribizzo; sicché nel verno, quando piove, vorremmo il solleone, nel mese d’agosto, le scariche delle nuvole; e non pensiamo che, se cosí avvenisse, le stagioni correrebbero al rovescio, le semente si perderebbero, i raccolti si dissiperebbero, i corpi si magagnerebbero e la natura andrebbe a gambe all’aria. Lasciamo, dunque, fare al Cielo il corso suo, il quale, del resto, ha creato gli alberi per dar rimedio di legna al rigore del verno e di fronde al caldo della state».
«Parli da Sansone — disse quel giovane; — ma non mi puoi negare che questo mese, in cui siamo, di Marzo non sia troppo impertinente, con tante gelate e piogge e neve e grandine e raffiche e nebbie e tempeste e altre molestie proprio, ci fa venire in uggia la vita!».
«Tu dici male di questo povero mese di Marzo — replicò Lise, — ma non parli già dell’utile che ci apporta; perché esso dà principio, col mettere avanti la primavera, alla generazione delle rose; e, non foss’altro, esso è causa che il Sole provi [274] la felicità del tempo presente col farlo entrare nella casa del Montone»[420].
Ebbe gran gusto questo giovane delle parole di Lise, perché appunto esso era il mese di Marzo in persona, che con gli altri undici fratelli era capitato in quella taverna. E, per rimunerare la bontà di Lise, che non aveva saputo dir male di un mese cosí tristo che neanche i pastori lo vogliono mentovare, gli porse una bella cassettina e gli disse: «Prendi questa e, sempre che ti bisogna qualche cosa, aprila e te la troverai davanti».
Lise, con parole di grande umiltà, ringraziò quel giovane e, postasi la cassettina sotto la testa, come cuscino, si mise a dormire; e la mattina, quando il Sole col pennello dei raggi venne a ritoccar di chiaro le ombre della Notte, congedatosi da quei giovani, riprese il cammino. E, a soli cinquanta passi dalla taverna, aprí la cassettina e disse: «Oh bene mio! e non potrei avere una lettiga foderata di panno, con un po’ di fuoco dentro, in modo da andar caldo caldo in mezzo a questa neve?».
Aveva appena terminato di dire, che comparve una lettiga coi lettighieri, i quali lo levarono di peso e ve lo collocarono dentro, ed egli ordinò che camminassero verso casa sua. E, all’ora di menar le ganasce, aprí di nuovo la cassettina e disse: «Venga roba da mangiare»; e qui vedesti piovere il bene dal Cielo, e tale fu il banchetto che vi potevano mangiare dieci re di corona.
A sera, giunto a un bosco, il quale non dava pratica[421] al [275] Sole perché veniva da paesi sospetti[422], aprí la cassettina e disse: «In questo bel luogo, dove il fiume fa contrappunti sulla pietra per accompagnare il canto fermo dei venti freschi, vorrei riposare questa notte». E subito si vide armare una trabacca scarlatta, sotto una tenda di tela incerata, con materasse di piume, coperta di Spagna e lenzuola finissime; e, domandando da cenare, fu presto in ordine un riposto di argenteria, degno di un principe, e apparecchiata, sotto un’altra tenda, una mensa carica di vivande, che mandavano l’odore a cento miglia distante.
Dopo aver mangiato e dormito, all’alba, quando il gallo, che è spione del Sole, avvisò il padrone che le Ombre erano fiaccate e disfatte e che quello era il momento di dar loro, da soldato pratico, inseguimento e farne strage, Lise aprí la cassetta e disse: «Vorrei un bel vestito, perché oggi mi deve vedere mio fratello e avrei gusto di fargli gola». Detto fatto, gli fu pórto un abito da signore, di velluto in quaranta, nero, con fasce di ciambellotto rosso, con un bel ricamo grande sulla fodera di lanetta gialla, che vedevi un campo di fiori. E, cosí vestito, si mise nella lettiga e arrivò a casa.
Cianne, al vederlo cosí lussuosamente abbigliato e con tanti comodi, volle sapere quale fortuna era stata la sua; ed esso gli raccontò dei giovani che aveva trovati a quella taverna, e del dono che gli avevano fatto; ma tenne nella lingua il discorso passato con quel giovane. L’altro non vide l’ora di congedarsi dal fratello, consigliandogli di andare a riposare perché era stracco; e subito si mise per le poste e capitò alla medesima taverna e vi trovò i medesimi giovani, coi quali prese a chiacchierare.
[276]
Ma alla medesima interrogazione che quel giovane gli fece, cioè che cosa gli paresse del mese, che correva, di Marzo, cominciò a dire: «Oh Dio, lo confonda questo mese maledetto, nemico degli infranciosati[423], odioso ai pecorai, intorbidamento degli umori, distruzione dei corpi: mese tale, che, volendo annunziare qualche rovina a un uomo, si dice: — Va’, ché Marzo ti ha distrutto!: — mese che, quando vuoi dare ad alcuno il maggior titolo di prosuntuoso, lo chiami: «cura di Marzo»; mese, insomma, che sarebbe fortuna del mondo, ventura della terra, ricchezza degli uomini, se gli fosse cancellata la piazza[424] nella squadra dei suoi fratelli!».
Il mese di Marzo, che si sentí fare questa lavata di testa da Cianne, dissimulò fino al mattino il proposito di ricacciargli in gola il bel discorso; e, quando Cianne fu per partire, gli consegnò una bella scuriata, istruendolo: «Sempre che ti viene desiderio di qualcosa, e tu di’: — Scuriata, dammene cento! — e vedrai perle infilate al giunco».
Cianne ringraziò il giovane e cominciò a toccar di sprone, e non volle far prova della scuriata prima di giungere a casa propria. Dove, appena arrivato, chiusosi in una camera segreta per conservare i danari che sperava avere dalla scuriata, disse a questa: «Scuriata, dammene cento!». E la scuriata, se non gliene dié cento, di’ che torni pel resto, facendogli contrappunti da compositore di musica sulle gambe e sulla faccia, di maniera che ai gridi accorse Lise, e, vedendo che non era possibile trattenere la scuriata che si sbizzarriva come cavallo scapolato, aprí la cassetta e la fece fermare.
[277]
Domandò poi a Cianne che cosa gli fosse accaduto, e, quando ebbe udito la storia, gli disse che non doveva lamentarsi d’altri che di se stesso, che si era procurato il proprio male, comportandosi da arrogante, e che aveva fatto come il camello che, desiderando avere le corna, aveva perso le orecchie; ma che imparasse un’altra volta a tenere in freno la lingua, chiave che gli aveva aperto il magazzino di questa disgrazia; perché, se egli avesse detto bene di quel giovane, avrebbe avuto forse la stessa fortuna sua: tanto piú che il dir bene è una mercanzia che non costa niente e suol produrre guadagno che non si pensa. In ultimo, lo confortò, dicendogli di non cercare maggiore comodità di quella che il Cielo gli aveva data, perché la cassetta sua bastava a riempire a sovrabbondanza trenta case di avari, e che esso sarebbe stato padrone di tutto il suo bene, perché all’uomo liberale il Cielo è tesoriere; e che, quantunque un altro fratello lo avrebbe avuto in dispetto per la crudeltà che gli aveva dimostrata al tempo delle sue miserie, tuttavia egli considerava che la meschinità sua era stato il prospero vento che l’aveva condotto a questo porto, e perciò gliene poteva render grazie, e si proponeva di riconoscere questo giovamento.
Udite tali cose, Cianne gli chiese perdono dei disgusti passati, e, fatta una lega di botteghe, si goderono insieme la buona fortuna; e d’allora innanzi Cianne disse bene d’ogni cosa, per trista che fosse, perché:
la lingua non ha osso,
ma può rompere il dosso[425].
[278]
Betta ricusa di rimaritarsi, ma poi s’impasta un marito con le mani proprie; e, poiché una regina glielo ruba, dopo mille travagli lo ritrova, lo ricupera con grand’arte e se lo riporta a casa.
Compiuto che ebbe Cecca questo racconto, che piacque estremamente a tutti, Meneca che stava al cavalletto[426] per sparare il suo, visto che tutti avevano gli orecchi tesi, cosí parlò:
Fu sempre piú difficile all’uomo conservare l’acquistato che acquistare di nuovo, perché nell’un caso concorre la fortuna, spesse volte aiutatrice d’ingiustizie, ma, nell’altro, ci vuol senno; onde si vede per lo piú gente che non ha raziocinio salire dov’è il bene, ma poi, per carestia d’ingegno, rotolare giú: come dal racconto che vi dirò, se siete persone che comprendete, potrete chiaramente vedere.
C’era una volta un mercante, che aveva una figlia unica e sola, la quale desiderava grandemente veder maritata; ma, per quanto toccasse le corde di questo liuto, le trovava cento miglia lontano dalle sue ricercate[427]. Quella testa sventata, come bertuccia delle femmine, odiava la coda; come territorio bandito e caccia riservata, respingeva il commercio d’ogni uomo; [279] e voleva sempre feria al tribunale suo, sempre vacanza alle scuole, sempre feste di corte al banco; tanto che il padre ne stava il piú afflitto e disperato del mondo.
Una volta che si recava a una fiera, domandò a Betta[428] (ché cosí si chiamava la figlia) che cosa desiderava che gli portasse al ritorno; e quella rispose: «Tata mio, se mi vuoi bene, portami mezzo quintale di zucchero di Palermo e mezzo di mandorle ambrosine[429], con quattro o sei fiaschi di acqua odorosa e un po’ di muschio e di ambra, e anche una quarantina di perle, due zaffiri, un mucchiettino di granatini e rubini, con un po’ d’oro filato; e, soprattutto, una madia e un raschiatoio d’argento».
Il padre si meravigliò di questa richiesta stravagante; ma, per non contrariare la figlia, andò alla fiera e, al ritorno, le portò puntualmente quanto gli aveva domandato. Essa, avute queste cose, si chiuse in una camera e cominciò a lavorare una grande quantità di pasta di mandorla e zucchero, mischiata d’acqua rosa e profumi, e prese a plasmare un bellissimo giovane, al quale fece i capelli di filo d’oro, gli occhi di zaffiro, i denti di perle, le labbra di rubino, e gli dette tanto garbo e grazia che non gli mancava altro che la parola.
Ciò fatto, avendo udito dire che un’altra statua, alle preghiere di un certo re di Cipro[430], diventò viva, tanto pregò la Dea d’Amore, che la statua cominciò ad aprire gli occhi, e, dopo il fiato, uscirono le parole, e, sciogliendo in ultimo tutte le membra, si mosse a camminare.
[280]
Betta, con allegrezza maggiore che se avesse guadagnato un regno, l’abbracciò e baciò, e, presolo per mano, lo menò davanti al padre, al quale disse: «Tata signore mio, sempre avete detto che eravate voglioso di vedermi maritata; e io, per contentarvi, mi ho scelto lo sposo secondo il mio cuore».
Il padre, che vide venir fuori dalla camera della figlia quel bellissimo giovane che non aveva visto entrare, rimase attonito; e, mirando sí stupenda bellezza, che si sarebbe potuto pagare un grano a testa per essere ammessi a contemplarla[431], si contentò che si celebrasse il matrimonio.
Nella grande festa per queste nozze, fra i tanti che intervennero, capitò una grande regina incognita, la quale, ammirata la bellezza di Pinto Smalto (secondo il nome che Betta gli aveva posto), se ne incapricciò altro che per celia. Pinto Smalto, che non erano tre ore che aveva aperto gli occhi alle malizie del mondo, non sapeva intorbidare l’acqua; e quando, attenendosi a quel che gli aveva detto la sposa, accompagnò fin giú alla scala i forestieri che si accommiatavano, nel fare il medesimo con quella signora, essa, presolo per mano, lo condusse pian piano fino alla carrozza a sei cavalli, che aveva nel cortile, e ve lo tirò dentro. E dié voce al cocchiere di trottare alla volta delle terre sue, dove il semplice di Pinto Smalto, non sapendo che cosa gli fosse accaduto, le divenne marito.
Betta, attesolo per un tratto, non vedendolo piú comparire, mandò giú al cortile a vedere se si trattenesse in conversazione con qualcuno; fece salire sul battuto della casa, se per [281] caso vi fosse andato a prendere una boccata d’aria; s’affacciò al necessario, se mai fosse andato a rendere il primo tributo alle necessità della vita. Ma, non trovandolo in alcun luogo, subito immaginò che, per essere tanto bello, le era stato rubato. E poiché, gettati i soliti bandi, non comparve nessuno a rivelarlo, si determinò ad andarlo cercando pel mondo, travestita da mendicante.
Messasi a questo modo in cammino, dopo alcuni mesi giunse alla casa di una buona vecchia, che la ospitò con grande amore; e, udita la disgrazia di Betta, e vedendo inoltre ch’era incinta, ne ebbe tanta compassione, che le insegnò tre parole. La prima fu: «Tricche-varlacche, ché la casa piove»; la seconda: «Anola tránola, pizza fontánola»; la terza: «Tafaro e tamburo, pizze ’ngongole e cemmino»[432]; e aggiunse che, in momento di gran bisogno, le recitasse e ne caverebbe gran beneficio.
Betta, benché rimanesse meravigliata di un tal regalo di crusca, pur disse tra sé: «Chi ti sputa in gola, non ti vuol vedere morto, e chi prende non secca: ogni puntura giova. Chi sa quale buona fortuna si chiude dentro queste parole!». E ringraziò la vecchia, rimettendosi in cammino.
Dopo lungo viaggio, giunse a una bella città chiamata Monterotondo e andò difilato al palazzo reale, chiedendo per amor del Cielo un po’ di ricovero in una stalla per essere prossima a partorire. Le damigelle di corte, impietosite, la raccolsero [282] in una cameretta in mezzo alle scale; e, stando in quella, la sventurata vide passare Pinto Smalto, e ne provò tale schianto di gioia, che fu sul punto di scivolar giú dall’albero della vita.
Sentí allora di trovarsi veramente in una grande necessità e volle far prova della prima parola insegnatale dalla vecchia, e pronunziò: «Tricche-varlacche, ché la casa piove!». E subito si vide comparire innanzi un bel carrettino d’oro, tutto costellato di gemme, che andava da se stesso per la camera ed era stupore a considerare.
Le damigelle, che lo videro, ne parlarono alla regina, la quale, senza perder tempo, corse alla cameretta di Betta e, ammirato il magnifico gioiello, le disse se voleva venderglielo, che le avrebbe dato quanto avrebbe saputo domandare. E quella rispose che, quantunque pezzente, stimava piú il gusto proprio che tutto l’oro del mondo; e perciò, se voleva il carrettino, la lasciasse dormire una notte col marito.
La regina rimase meravigliata della pazzia di questa poverella tutta cenciosa, che, per un capriccio, dava via tanta ricchezza; e fece proposito di aggranfiare questo buon boccone, e, col dar l’oppio a Pinto Smalto, render la poverella contenta e mal pagata. E, venuta la notte, quando escono a far mostra di sé le stelle pel cielo e le lucciole sulla terra, la regina, dato il soporifero a Pinto Smalto, lo fece coricare, docile com’era, accanto a Betta; e il giovane, non appena toccato il materasso, si mise a dormire come un ghiro.
Betta sventurata, che pensava quella notte di scontare tutti i passati affanni, vedendo che per lei non c’era ascolto, prese a lamentarsi fuor di misura, rimproverandogli tutto quello che per lui aveva fatto; e non chiuse mai bocca, l’addolorata, e non aprí mai gli orecchi l’addormentato, finché non sorse il [283] Sole con l’acqua ragia[433] a separare l’ombra dalla luce; e allora la regina scese giú e si prese per mano Pinto Smalto, dicendo a Betta: «Eccoti contentata».
«Tal contento possa avere tu tutto il tempo della tua vita! — rispose tra sé Betta, — perché ho passato una notte cosí cattiva che me ne ricorderò per molti giorni».
E, non potendo piú resistere all’urgenza del bisogno, fece la prova delle seconde parole, pronunziando: «Anola tránola, pizza fontánola!». E vide comparire una gabbia d’oro con un bellissimo uccello, fatto di pietre preziose e d’oro, che cantava a mo’ di rosignuolo.
Accadde come la prima volta: le damigelle videro quella meraviglia, ne riferirono alla regina che andò a sua volta a vederla, e fece la stessa domanda ed ebbe la stessa richiesta; e poiché aveva adocchiato e indovinato la facilona e sempliciona, promise di farla dormire col marito e si portò via la gabbia con l’uccello. E, venuta la notte, dette il solito soporifero a Pinto Smalto e lo mandò a dormire con Betta nella stessa camera, dove aveva fatto armare un bel letto. E la poverina, vedendolo dormire come uno scannato, riprese a fare lo stesso lamento, dicendo cose che avrebbero mosso a pietà una selce, e, gemendo e piangendo e strappandosi i capelli, passò un’altra notte piena di tormenti; e, allo spuntar del giorno, scese la regina a prendersi il marito, e lasciò la misera Betta fredda e gelata, che si mordeva le mani per la burla che per la seconda volta le era stata fatta.
Quella mattina, Pinto Smalto uscí a cogliere quattro fichi in un giardino fuori le porte della città; e a lui si avvicinò un ciabattino, che dimorava accanto alla camera di Betta e [284] che, attraverso la parete, non aveva perduto una parola di quanto essa aveva detto, e riferí di punto in punto il piagnisteo, il repetio e la lamentazione della sfortunata pezzente. Udendo ciò, il re, che già cominciava a mutar senno, immaginò come potesse passare questo negozio, e pensò che, se un’altra volta gli accadesse di esser mandato a dormire con la poverella, non avrebbe tracannato la bevanda che gli faceva porgere la regina.
Betta fece la terza prova e disse: «Tafaro e tamburo, pizze ’ngongole e cemmino!»; e le uscirono una quantità di panni di seta e oro e di fasce ricamate con una culla[434] d’oro, che la regina stessa non avrebbe potuto mettere insieme cosí bella galanteria. Le videro le damigelle e ne avvisarono la padrona, che trattò di averle come le altre cose, e alla rinterzata richiesta di Betta pensò: «Che cosa ci perdo a contentare questa pacchiana per toglierle tante belle cose?»; e, prese le ricchezze offertele da Betta, quando la Notte comparve[435] per essere venuto a liquidazione il rogito del debito contratto col sonno e col riposo, essa dié il soporifero a Pinto Smalto. Ma questi lo ritenne in bocca, e, fingendo di andare a scaricare la vescica, lo rigettò. E, postosi a letto, Betta, che gli era al fianco, prese a ripetere la sua canzone, dicendo come l’aveva, con le mani sue, impastato di mandorle e di zucchero, come gli aveva fatto i capelli d’oro e gli occhi e la bocca di perle e di pietre preziose, e come le era debitore della vita datagli dagli Dei per le preci sue, e come le era stato rubato, [285] ed essa, grossa gravida, era andata cercandolo pel mondo con tanti stenti, che il Ciel ne guardi ogni carne battezzata, e di piú come aveva dormito altre due notti con lui e dato per prezzo due tesori, e non aveva potuto ottenere da lui una parola sola; talché questa era l’ultima notte delle speranze sue e l’ultimo termine della sua vita.
Pinto Smalto, che stava sveglio, udito queste parole, si ricordò come in sogno di quello che era passato, e abbracciò e consolò Betta come meglio seppe. E, poiché la Notte, con la maschera nera, dirigeva il ballo delle Stelle, si levò pian piano, e, pian piano andato in camera della regina, ch’era sprofondata nel sonno, ne tolse tutte le cose che aveva strappate a Betta, e tutte le gioie e i tornesi che erano nello scrigno, per rifarsi dei danni passati; e, tornato alla moglie, se ne partirono in quel momento stesso, e tanto camminarono che uscirono dai confini di quel regno. Allora si riposarono in un bell’alloggiamento, fintanto che Betta dié alla luce un bel maschio; e, quando essa poté levarsi di letto, s’avviarono alla casa del padre, che trovarono vivo e sano e che, per la gioia di rivedere la figlia, diventò come un giovinotto di quindici anni. La regina, non trovando né il marito né la mendicante né le gioie, si strappò i capelli per la disperazione; ma non mancò taluno che le disse:
Chi gabba, non si dolga se è gabbato.
[286]
Parmetella, figlia di un povero villano, incontra una buona fortuna; ma per la sua troppa curiosità, se la fa fuggir di mano, e, dopo aver sofferto mille travagli, trova il marito in casa della madre di lui, ch’era un’orca, e, superati pericoli grandi, i due restano insieme contenti.
Ci fu piú d’uno tra gli ascoltatori che avrebbe pagato un dito della mano se avesse potuto avere questa virtú di farsi un marito o una moglie a gusto proprio; e particolarmente il principe, il quale volentieri si sarebbe veduto a fianco una pasta di zucchero invece della massa di veleno, che gli era toccata. Ma, venendo il giuoco del tocco a Tolla, essa non aspettò l’esecutorio per pagare il suo debito, e disse cosí:
La soverchia curiosità e la voglia di sapere di là dal lecito sono una miccia pronta a dar fuoco alla polveriera della fortuna; e spesso spesso chi ricerca i fatti dagli altri, sbaglia le cose proprie, e chi scava per trovare tesori, trova chiaviche, nelle quali dà di faccia: come accadde alla figlia di un ortolano nel modo che vi racconterò.
C’era una volta un ortolano, il quale, essendo poverello poverello, che, per quanto faticasse, a stento si procurava il pane per sostentarsi[436], comprò tre scrofette alle sue tre figlie [287] femmine, affinché, allevandole, si mettessero da parte un po’ di doticciuola.
Pascuzza e Cice, che erano le maggiori, portarono a pascere le loro due in un bel prato; ma non vollero che la piú piccola, Parmetella, andasse con loro, e la scacciarono, dicendole di andare in qualche altro posto. Ed essa menò il suo animaletto a un bosco, dove le ombre si fortificavano contro gli assalti del Sole; e, quando fu in un prato, in mezzo al quale correva una fontana che, ostessa d’acqua fresca, invitava con lingua d’argento il passeggiero a bere una mezzetta, trovò un bell’albero con le foglie d’oro. Parmetella ne spiccò una fronda e la portò al padre, che, con grande allegrezza, la vendé per piú di venti ducati, i quali gli valsero a otturare qualche buco; e, avendo domandato alla figlia dove l’avesse trovata, costei gli rispose: «Prendi, messere mio, e non cercare altro, se non vuoi guastare la fortuna tua».
Il giorno dopo, tornò al medesimo luogo e fece la medesima cosa; e tanto continuò a sfrondare l’albero che questo rimase schiomato, come se avesse ricevuto il sacco dai venti dopo l’autunno. Parmetella vide che ne restava un gran ceppo d’oro, che non si poteva strappare con le mani; e perciò, ritornata con un’accetta, si mise a scalzare intorno intorno il piede dell’albero, e, levato come meglio poté il ceppo, le apparve nel foro una bella scala di porfido.
Curiosa com’era fuor di misura, discese quei gradini, e, dopo aver camminato per un gran sotterraneo profondo profondo, uscí a una bella pianura, nella quale sorgeva un palazzo bellissimo, dove non calpestavi altro che oro e argento, né vedevi altro che perle e pietre preziose. E, mirando Parmetella, come trasognata, questo magnifico sfoggio, e non vedendo alcuna persona che fosse mobile in quello stabile, [288] entrò in una sala, nella quale si vedevano dipinte tante belle cose, e in particolare l’ignoranza di un uomo stimato sapiente, l’ingiustizia di chi teneva le bilance, e i torti vendicati dal Cielo, cose da stupire, tanto parevano vere e vive; e in quella sala era una bella mensa apparecchiata.
Parmetella, che si sentiva mancare dalla fame, non vedendo alcuno, si sedette a quella tavola, e cominciò a godersela come un conte. Ma, nel meglio del macinare, ecco entrare uno schiavo di bell’aspetto, che le disse: «Ferma, non partirti di qui, ché ti voglio per moglie, e intendo farti la piú felice donna del mondo».
Tremò di paura Parmetella; poi, alle buone promesse, prese animo e si contentò di quello che volle lo schiavo; onde le fu subito consegnata una carrozza di diamanti, tirata da quattro cavalli d’oro con Pali di smeraldo e rubini, che la portavano volando per l’aria perché si prendesse spasso; e le furono date per servigio della persona una frotta di scimmie vestite di tela d’oro, che subito, abbigliandola da capo a piede, la misero nella forma di un ragno, che pareva proprio una regina.
Venuta la notte, quando il Sole, desideroso di dormire alle rive del fiume dell’India senza zanzare, spegne il lume, lo schiavo le disse: «Bene mio, se vuoi fare la nanna, córicati in questo letto; ma appena ti sarai ficcata tra le lenzuola, spegni la candela, e sta’ in cervello ad eseguire quanto io ti dico, se non vuoi imbrogliare il filato».
Parmetella cosí fece e si mise a dormire; ma aveva appena calate le palpebre che il moro, convertitosi in un bellissimo giovine, le si coricò a lato; ed essa, risvegliatasi, e sentendosi cardare senza pettine la lana, fu per morire dal terrore, ma, visto che la cosa si riduceva a guerra civile, stié ferma alle [289] botte. E, prima che l’Alba uscisse a cercare uova fresche per confortare il vecchierello amante suo, lo sposo saltò giú dal letto e tornò a riprendere la patina del moro, lasciando Parmetella assai vogliosa di sapere quale ghiottone s’era sorbito l’uovo primaiuolo di cosí bella pollanca.
La seconda notte, coricatasi e spenta la candela come la volta precedente, al solito le si venne a coricare a lato il bel giovine; il quale, quando fu stanco di giocherellare, si pose a dormire. Ed essa allora dié di mano a un focile che aveva apparecchiato, e, accesa la candela, sollevò la coperta, e vide l’ebano diventato avorio, il caviale fior di latte, il carbone calce vergine. E mentre, a bocca aperta, mirava queste bellezze e contemplava la piú bella pennellata che la natura avesse mai data sulla tela della meraviglia, il bel giovane si destò e prese a bestemmiare Parmetella, gridando: «Oimè, per colpa tua debbo stare altri sette anni in questa penitenza maledetta! per te, che con tanta curiosità hai voluto mettere il naso nei segreti miei! Va’, corri, rompiti il collo, che tu non mi possa piú comparire innanzi, e torna ai tuoi stracci, ché non hai saputo conoscere la fortuna tua».
Cosí dicendo, dileguò come argento vivo. Fredda e gelata, Parmetella, abbassando il capo, uscí da quella casa; e, pervenuta che fu fuori della grotta, incontrò una fata, la quale le disse: «O figlia mia, quanto mi piange l’anima per la disgrazia tua! Tu vai al macello, dove questa tua sciagurata persona passerà pel ponte del capello[437]; e perciò, per rimedio al tuo pericolo, [290] prendi queste sette fusa, questi sette fichi e quest’alberello di miele, e queste sette paia di scarpe di ferro, e cammina tanto, senza fermarti mai, finché le scarpe non si consumeranno, e tu non vedrai al balcone di una casa sette femmine, che staranno a filare dall’alto in basso, col filo ravvolto intorno ad ossa di morti; e, allora, sai che devi fare? Stattene ben acquattata, e, zitto zitto, quando il filo vien giú e tu levane l’osso e mettici il fuso avuto da me, e, al posto della cocca, il fico. Quelle, tirandolo in alto e sentendo il dolce, diranno: — A chi ha addolcito la mia boccuzza, sia addolcita la sua venturuzza; — e, dopo queste parole, l’una appresso dell’altra dirà: — O tu, che mi hai portato queste cose dolci, làsciati vedere; — e tu risponderai: — Non voglio, ché mi mangi; — e quelle diranno: — Non ti mangio, se Dio mi guardi il mestolo; — e tu punta i piedi e sta dura; ed esse continueranno: — Non ti mangio, se Dio mi guardi lo spiede; — e tu salda, come se ti facessi far la barba. Ed esse replicheranno: — Io non ti mangio, se Dio mi guardi la granata; — e tu non creder loro nulla. E se dicessero: — Non ti mangio, se il Cielo mi guardi il pitale; — e tu chiudi la bocca e non bisbigliare, perché ti farebbero evacuar la vita. In ultimo diranno: — Se Dio mi guardi Tuoni-e-lampi, non ti mangio; — e allora va’ su e sta’ pur sicura, ché non ti faranno male».
Avuta questa istruzione, Parmetella cominciò a camminare, per valli e per monti, tanto che le scarpe di ferro in capo a sette anni si consumarono. E, giunta a un gran casone, dov’era una terrazzina sporgente, vide le sette femmine che filavano; e, adempiuto esattamente quanto le aveva consigliato la fata, dopo molti spiamenti e nascondimenti, in ultimo ottenne il giuramento di Tuoni-e-lampi, si mostrò e salí. Ma, non appena quelle sette femmine l’ebbero davanti, tutte insieme [291] gridarono; «Ah, cagna traditora! Tu sei la causa che nostro fratello sia stato sette anni in una grotta, lontano da noi, in forma di uno schiavo. Ma non dubitare, ché, se con lo strapparci il giuramento ci hai messo un sequestro alla gola, alla prima occasione sconterai il nuovo ed il vecchio! Per ora, nasconditi dietro quella madia; e, quando viene la madre nostra, la quale senz’altro t’inghiottirebbe, tu le va’ dietro e afferrale le poppe, che porta come bisacce dietro le spalle, e tira quanto puoi e non lasciarle mai, finché non ti giura per Tuoni-e-lampi di non farti male».
Anche questo fu adempiuto punto per punto da Parmetella; e colei, dopo aver giurato per la paletta del fuoco, per la pergoletta, per l’attaccapanni[438], per l’aspo, per la rastrelliera, finalmente giurò per Tuoni-e-lampi; e allora essa lasciò andare le poppe e si fece vedere dall’orca. La quale le disse: «Me l’hai fatta! Ma solca diritto, traditora, ché alla prima pioggia ti farò portare via dalla lava!»[439]
E, cercando coi fuscelli l’occasione di trangugiarsela, un giorno prese dodici sacchi di legumi confusi e mescolati insieme, che erano ceci, cicerchie, piselli, lenticchie, fagioli, fave, riso e lupini, e le disse: «Tieni, traditora, prendi questi legumi e nettali in maniera che ogni qualità stia separata dall’altra: ché se per stasera la cosa non è fatta, io mi t’inghiotto come una zeppola di tre calli!».
La povera Parmetella, sedutasi a pié dei sacchi, piangeva: «Mamma mia bella, oh quanto mi si è inceppato dentro il ceppo d’oro! Questa è la volta che la mia causa sarà spedita! [292] Per vedere una faccia nera diventata bianca, questo cuore afflitto è diventato strofinacciolo! Oimè, sono distrutta, sono andata, non c’è piú rimedio! Mi pare di momento in momento di star giú nella golaccia di quell’orca fetida! Non c’è chi mi aiuti, non c’è chi mi consigli, non c’è chi mi consoli!».
Mentre faceva questo piagnisteo, eccoti comparire Tuoni-e-lampi, il quale aveva terminato l’esilio della maledizione che gli era caduta addosso, e, benché stesse adirato con Parmetella, non poteva mutare il sangue in acqua. E, vedendola fare questo funerale, le disse: «Traditora, che cos’hai che piangi?». Ed essa gli raccontò il malo trattamento della madre, e il fine che voleva conseguire di sventrarla e mangiarsela. Tuoni-e-lampi le rispose: «Lévati, fa’ animo, ché non sarà quel che temi»; e, al tempo stesso, spargendo tutti i legumi per terra, fece piovere un diluvio di formiche, che subito li cominciarono a scegliere e ad ammucchiare separatamente: tanto che Parmetella, raccogliendo ogni qualità da parte, ne riempí i sacchi.
Tornata l’orca e trovato che l’opera commessa era stata eseguita, stié per disperarsi: «Quel cane di Tuoni-e-lampi mi ha reso questo bel servigio! Ma tu mi pagherai lo scapito! Prendi questi gusci di fustaggine, che servono per dodici materassi, e fa’ che per questa sera siano pieni di piume; altrimenti, ti scannerò».
La sciagurata prese quei gusci, e, sedutasi per terra, ricominciò il lamento, martoriandosi tutta e facendo degli occhi due fontane; quando comparve Tuoni-e-lampi. «Traditora, — le disse — non piangere: lascia fare a me, che ti conduco al porto. Sciogli le chiome, stendi a terra i gusci di materassi, e comincia a lacrimare e a gridare, che è morta il Re degli uccelli; e vedrai che cosa accadrà».
[293]
Parmetella fece cosí; ed ecco un nugolo d’uccelli, che oscurava l’aria, i quali, battendo le ali, facevano cadere a ciuffo a ciuffo[440] le penne, tanto che, in minor termine di un’ora, i materassi furono pieni. E, venuta l’orca e visto il fatto, si gonfiò di tale rabbia che crepava pei fianchi. «Tuoni-e-lampi — gridò — mi ha preso a seccare! Ma ch’io sia trascinata a coda di scimmia se non la colgo a un passo, dal quale non potrà scappare!».
E disse a Parmetella: «Corri, precípitati a casa di mia sorella, e dille che mi mandi gli strumenti musicali, perché ho sposato Tuoni-e-lampi, e vogliamo fare un festino da re». E, per un’altra via, mandò ad avvertire la sorella che, venendo la traditora a chiedere la musica, l’ammazzasse subito e la cucinasse, perché sarebbe andata a mangiarla in sua compagnia.
Parmetella, che si vide comandare servigi piú leggieri, si rallegrò tutta, credendo che il tempo fosse cominciato a rabbonirsi. Oh, come sono storti i giudizi umani! Ma, incontrato per istrada Tuoni-e-lampi, questi, vedendola filare di buon passo, l’arrestò: «Dove sei avviata, povera te! Non vedi che vai al macello e ti fabbrichi da te i ceppi, aguzzi tu stessa il coltello, tu stessa stemperi il veleno? ché sei mandata all’orca sorella perché ti mangi. Ma ascoltami e non dubitare: prendi questo pane, questo fascio di fieno e questa pietra; e, quando sarai arrivata a casa di mia zia, troverai un cane corso, che ti verrà contro abbaiando per morderti; e tu dàgli questo pane, che gli turi la gola; dopo il cane, troverai un cavallo scapolato, che ti si lancerà contro per colpirti a calci e calpestarti, e tu gettagli questo fieno e gli metterai le pastoie ai piedi; finalmente, [294] troverai una porta che sempre sbatte, e tu puntellala con questa pietra, ché le toglierai la furia. Poi sali e troverai l’orca con una bambina in braccio, la quale ha già acceso il forno per arrostirti; ed essa ti dirà: — Tienimi questa creatura, ché vado su a prendere la musica; — ma sappi che, invece, va ad affilarsi le zanne per sbranarti a pezzo a pezzo; e tu getta la bambina nel forno senza pietà, ché è carne d’orca, e prendi gl’istrumenti musicali, che stanno dietro la porta e svigna, prima che ridiscenda l’orca; altrimenti, sei perduta. Ma avverti che stanno in una scatola, che tu non devi aprire, se non vuoi guai e sopraguai».
Fece Parmetella tutto quanto le aveva consigliato l’innamorato; ma, al ritorno, aperse la scatola, e subito vedesti volare di qua un flauto, di là una cennamella, da una parte una sampogna, dall’altro un chiuchiaro[441], che facevano per l’aria ogni sorta di suoni; e Parmetella dietro a loro, graffiandosi la faccia. In questo, scese l’orca e, non trovandola, s’affacciò alla finestra e gridò alla porta: «Schiaccia la traditora!»; ma la porta rispose: «Non voglio far male alla sventurata, che mi ha puntellata». E gridò al cavallo: «Calpesta la malandrina!»; e il cavallo rispose: «Non voglio calpestarla, perché m’ha dato il fieno a rosicchiare». E chiamò, infine, il cane: «Mordi la vigliacca!», e il cane rispose: «Lasciala andare, poverella, che mi ha dato il pane!».
Correva Parmetella, gridando dietro gli strumenti, quando scontrò Tuoni-e-lampi, che le fece un gran rimbrotto: «O traditora! Non hai ancora appreso a spese tue che, per cotesta maledetta curiosità, sei nello stato in cui ti trovi?». E chiamò a fischio gli strumenti di musica e tornò a serrarli nella scatola, e le disse di portarli alla mamma.
[295]
Questa, quando la vide, esclamò a gran voce: «Oh sorte crudele! Anche mia sorella mi è contraria, che non ha voluto darmi questo contento!». Intanto, sopraggiunse la sposa novella, che era una peste, un canchero, un’arpia, una mal’ombra, camusa, musuta, cisposa, sgangherata, tutta impalata, che con cento fiori e frasconi pareva una taverna nuova aperta. La suocera le dié un gran banchetto; e, poiché buttava fiele, fece apparecchiare la mensa presso un pozzo, e intorno le sette figlie, ciascuna con una torcia in mano, e Parmetella con due torce, seduta sull’orlo, con disegno che, venendole sonno, farebbe il capitombolo in fondo all’acqua.
Ora mentre i piatti andavano e venivano e il sangue cominciava a scaldarsi, Tuoni-e-lampi, che stava come sposa malcontenta, disse a Parmetella: «O traditore, mi vuoi bene?». Ed essa rispose: «Fin su al comignolo!». E quegli replicò: «Se mi vuoi bene, dammi un bacio». Ed essa: «Dio me ne scansi, lontano sia! Bella roba che hai accanto! Dio te la mantenga di qui a cent’anni, con salute e figli maschi!». E la sposa intervenne: «Ben si vede che sei una sciagurata, se anche campassi cent’anni, che fai la schifiltosa a baciare un giovane cosí bello; e io, per due castagne, mi lasciai baciare sulle due guance a pizzicotti[442] da un pecoraio!». Lo sposo, che udí questa bella prova, s’irritò e gonfiò come rospo e il mangiare gli restò in gola: tuttavia fece della trippa cuore, e inghiottí la pillola col pensiero di far poi i conti e saldare la partita.
Levate le tavole, mandò via la mamma e le sorelle, ed esso, la sposa e Parmetella restarono insieme per andarsi a [296] coricare; e, mentre egli si faceva scalzare da Parmetella, disse alla sposa: «Moglie mia, hai visto come questa ritrosa mi ha negato un bacio?». «Ha avuto torto — replicò la sposa — a tirarsi indietro, essendo tu cosí bel giovane, quando io per due castagne mi feci baciare da un guardapecore».
Non poté piú oltre frenarsi Tuoni-e-lampi e con lampi di sdegno e tuoni di fatto, montatagli la mostarda al naso, mise mano a un coltello e scannò la sposa, e, scavata una fossa nella cantina, la sotterrò; e poi, abbracciata Parmetella, le disse: «Tu sei la gioia mia, tu sei il fiore delle donne, lo specchio delle persone onorate; e perciò volgimi gli occhi, dammi la mano, appressami la bocca, stringiti al mio cuore, ché voglio esser tuo finché il mondo sarà mondo».
Cosí si coricarono e stettero in godimento, fintanto che il Sole levò i cavalli di fuoco dalla stalla d’acqua e li cacciò a pascere pei campi seminati dall’Aurora; quando, venuta l’orca con le uova fresche per ristorare gli sposi e dire: «Beato chi si sposa e prende suocera!», trovò Parmetella abbracciata col figlio, e apprese come la cosa era andata.
Corse allora difilato alla sorella per concertare il modo di levarsi quel pruno dagli occhi suoi senza che il figlio vi s’opponesse; ma trovò che quella, pel dolore della figlia arrostita nel forno, s’era infornata anch’essa, talché il puzzo di bruciaticcio ammorbava tutto il vicinato. La sua disperazione fu tale che da orca diventò montone, e cozzò nei muri tante e tante volte che alfine vi schizzò le cervella. E Tuoni-e-lampi, messa pace e amicizia tra le cognate e Parmetella, se ne stette contento e lieto con la moglie, riconoscendo vero il motto che
chi la dura la vince.
[297]
Talia, morta per una lisca di lino, è collocata in un palazzo, dove con un re, che vi càpita, genera due figli. Vengono essi tutti nelle mani della regina gelosa, che comanda che i figli sieno cotti e dati da mangiare al padre e Talia bruciata. Ma il cuoco salva i figli e Talia è liberata dal re, che fa gettare la moglie nel fuoco apparecchiato per quella.
Il caso delle orche avrebbe potuto indurre qualche brivido di compassione; ma fu causa invece di compiacimento, rallegrandosi tutti che le cose di Parmetella fossero riuscite meglio di come si pensavano. Toccava ora a Popa di ragionare, ed essa, che stava già coi piedi alla staffa, cosí disse:
È cosa sperimentata che, per lo piú, la crudeltà serve da boia a colui stesso che l’esercita, né s’è visto mai che chi sputa in Cielo non gli torni in faccia. E il rovescio di questa medaglia, l’innocenza, è uno scudo di fico, sul quale si spezza o lascia la punta ogni spada di malignità, per modo che, quando un pover’uomo si crede morto e seppellito, allora si vede risuscitare in carne e ossa: come udirete nel racconto che dalla botte della memoria, col succhiello di questa lingua, sto per spillare[443].
[298]
C’era una volta un gran signore, il quale, essendogli nata una figlia, a cui dié nome Talia, fece venire tutti i sapienti e gl’indovini del suo regno perché le dicessero la ventura. Costoro, dopo varî consulti, conclusero che essa era esposta a gran pericolo a causa di una lisca di lino. E il re proibí che in casa sua entrasse mai lino o canapa o altra roba simile, per evitare ogni cattivo incontro.
Ora, essendo Talia grandicella e stando alla finestra, vide passare una vecchia che filava; e, poiché non aveva mai visto né conocchia né fuso, piacendole assai quel danzare che il fuso faceva, fu presa da curiosità e la fece venir su, e, tolta in mano la rocca, cominciò a stendere il filo. Ma, per disgrazia, una lisca le entrò nell’unghia e subito cadde a terra morta. La vecchia, a tanta disavventura, scappò che ancora salta a precipizio per le scale; e lo sventurato padre, dopo aver pagato con un barile di lacrime una secchia di asprinio, collocò la morta Talia in quello stesso palazzo, che era in un bosco, seduta su una sedia di velluto, sotto un baldacchino di broccato. Poi, serrate le porte, abbandonò per sempre la casa, cagione di tanto suo male, per cancellare in tutto e per tutto dalla memoria la sciagura sofferta.
Dopo qualche tempo, a un re, che andava a caccia per quei luoghi, sfuggí un falcone e volò a una finestra di quella casa; né tornando al richiamo, il re fece picchiare alla porta, credendo che la casa fosse abitata. Ma, dopo aver bussato invano lunga pezza, il re, domandata una scala da vendemmiatore, volle di persona scalare la casa e vedere che cosa [299] ci fosse dentro. Salito ed entrato, rimase stupito, non trovando in nessun luogo persona vivente; e, in ultimo, giunse alla camera, dove stava Talia come incantata.
Il re, credendo che dormisse, la chiamò. Ma, non ritornando quella in sé, per quanto facesse e gridasse, e, intanto, essendosi egli acceso di quelle bellezze, la portò di peso sopra un letto e ne colse i frutti d’amore, e, lasciandola coricata, se ne tornò al suo regno, dove non si ricordò piú per lungo tempo di quel caso.
Dopo nove mesi, Talia partorí una coppia di bambini, un maschio e una femmina, due monili splendenti, che, governati da due fate, apparse in quel palazzo, furono da esse posti alle mammelle della madre. E una volta che i bambini, volendo succhiare, non riuscivano a trovare il capezzolo, si misero in bocca proprio quel dito che era stato punto, e tanto lo succhiarono che ne trassero fuori la lisca. Subito parve che Talia si svegliasse da un gran sonno; e, vedutesi quelle due gioie accanto, porse loro il petto e le tenne care quanto la vita. Ma non sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto, trovandosi sola sola in quel palazzo e con due figli allato, e vedendosi portare quel che le occorreva per mangiare senza scorgere persona alcuna.
Il re, un giorno, si ricordò dell’avventura con la bella dormente, e, presa occasione da una nuova caccia in quei luoghi, venne a vederla. E, avendola ritrovata desta e con quei due prodigi di bellezza, ne ebbe un piacere da stordire. A Talia raccontò allora chi egli era e come era andato il fatto; e fecero tra loro amicizia e lega grande, ed egli rimase parecchi giorni in sua compagnia. Poi si accommiatò con promessa di venirla a prendere e condurla al suo regno; e, intanto, tornato a casa sua, nominava a ogni ora Talia e i figli. [300] Se mangiava, aveva Talia sulla bocca, e Sole e Luna (ché questi erano i nomi dei bambini); se si coricava, chiamava l’una e gli altri.
La moglie del re, che già dall’indugiare il marito a caccia aveva avuto qualche lampo di sospetto, a queste invocazioni di Talia, Luna e Sole fu presa da altro calore che di sole; e perciò, chiamato il segretario, gli disse: «Ascolta, figlio mio: tu stai tra Scilla e Cariddi[444], tra lo stipite e la porta, tra la grata e la sbarra. Se tu mi dici di chi mio marito è innamorato, ti fo ricco; e, se mi nascondi la verità, non ti fo piú trovare né morto né vivo». E colui, da una parte sconvolto dalla paura, dall’altra tirato dall’interesse, che è una fascia agli occhi dell’onore, una benda della giustizia, uno sferracavallo della fede, le disse pane pane e vino vino.
Allora la regina mandò lo stesso segretario in nome del re a Talia, facendole dire che egli voleva rivedere i figli; ed essa, con grande gioia, glieli inviò. Ma quel cuore di Medea, tosto che li ebbe tra le mani, ordinò al cuoco di scannarli e farne diversi manicaretti e salse per darli a mangiare al misero padre.
Il cuoco, che era tenerino di polmone, al vedere quei due aurei pomi di bellezza, ne sentí pietà, e, affidatili alla moglie perché li nascondesse, apparecchiò due capretti in cento varie pietanze. Quando fu l’ora del desinare, la regina fece portare le vivande; e, mentre il re mangiava di gran gusto, esclamando: «Com’è buono questo, per la vita di Lanfusa!», o «Com’è saporito quest’altro, per l’anima di mio nonno!», essa lo incoraggiava, dicendogli: «Mangia, ché mangi del tuo».
Il re, per due o tre volte, non fece attenzione a queste parole; [301] ma poi, udendo la musica che continuava, rispose: «So bene che mangio del mio, perché tu non hai portato niente in questa casa». E, levatosi con collera, se ne andò a una villa poco lontana per acquietarsi.
Non ancora sazia la regina di quanto credeva di aver fatto, mandò di nuovo il segretario a chiamare la stessa Talia, col pretesto che il re l’aspettava; ed essa venne immediatamente, desiderosa di trovare la sua luce e non sapendo che l’attendeva il fuoco. Condotta innanzi alla regina, costei, con un volto da Nerone, tutta inciprignita, le disse: «Sii la benvenuta, madama Troccola! Tu sei quella fine stoffa, quella buon’erba che ti godi mio marito? Tu sei quella cagna malvagia, che mi fa stare con tante giravolte di capo? Va’, che sei giunta al purgatorio, dove ti farò scontare il danno che mi hai fatto!».
Talia cominciò a scusarsi che la colpa non era sua e che il marito aveva preso possessione dei suoi territori mentre essa era adoppiata. Ma la regina non volle intendere scuse, e, fatto accendere in mezzo allo stesso cortile del palazzo un gran fuoco, comandò che ve la gettassero dentro.
La misera, che si vide perduta, inginocchiatasi dinanzi a lei, la supplicò che le desse almeno tanto tempo da spogliarsi dei vestiti che aveva addosso. E la regina, non tanto per misericordia verso la sventurata quanto per risparmiare quegli abiti ricamati d’oro e di perle, le disse: «Spògliati, ché mi contento».
Cominciò Talia a spogliarsi, e a ogni pezzo di vestito che si toglieva dalla persona gettava uno strido; tanto che, essendosi già tolta la roba, la gonna e il giubbone, quando fu a togliersi il sottanino, gettò l’ultimo strido, mentre al tempo stesso la trascinavano a fare la cenerata per l’acqua bollente da lavare le brache a Caronte. Ma, in quel punto, accorse il [302] re, che, visto lo spettacolo, volle sapere tutto l’accaduto. E, avendo domandato dei figli, udí dalla stessa moglie, che gli rinfacciava il tradimento usatole, come glieli avesse fatti mangiare.
Il re si dié in preda alla disperazione. «Dunque, sono stato io stesso — gridava — lupomannaro delle mie pecorelle? Oimè, e perché le vene mie non conobbero la fontana del loro stesso sangue? Ah, turca rinnegata, e quale ferocia è stata la tua? Va’, che tu raccoglierai i torsoli, e non manderò cotesta faccia di tiranno al Colosseo per la penitenza!».
Cosí dicendo, ordinò che la regina fosse gettata nello stesso fuoco acceso per Talia, e insieme con essa il segretario, che era stato maniglia di questo tristo giuoco e tessitore della malvagia trama; e voleva fare il medesimo del cuoco, che credeva avesse tritato con la coltella i figli suoi. Ma questi gli si gettò ai piedi e gli disse: «Veramente, signore, non ci vorrebbe altra piazza morta pel servigio che ti ho reso che una calcara di bragia; non ci vorrebbe altro aiuto di costa che un palo dietro; non ci vorrebbe altro trattenimento che di storcermi e rattrappirmi nel fuoco[445]; non ci vorrebbe altro onore che di veder mischiate le ceneri di un cuoco con quelle di una regina! Ma non è questo il ringraziamento che attendo per averti salvato i figli, a dispetto di quel fiele di cane, che voleva farli uccidere per restituire al corpo tuo quello che era parte dello stesso corpo».
Il re, che udí queste parole, restò fuori di sé e gli pareva di sognare, né poteva credere quello che le sue orecchie sentivano. [303] Poi, rivolto al cuoco, disse: «Se è vero che mi hai salvato i figli, sta’ pur sicuro che ti toglierò dal girare gli spiedi e ti porrò nella cucina di questo petto a girare, come a te piacerà, le voglie mie, dandoti premi tali che ti chiamerai felice al mondo».
Mentre il re diceva queste parole, la moglie del cuoco, che vide il bisogno del marito, portò Luna e Sole dinanzi al padre, il quale, giocando a tre con la moglie e i figli, faceva mulinello di baci or con l’uno or con l’altro. E, data grossa mancia al cuoco e fattolo gentiluomo suo di camera, si prese in moglie Talia, la quale godette lunga vita col marito e i figli, conoscendo a tutta prova che
quei ch’ha ventura, il bene
anche dormendo, ottiene.
[304]
Sapia, figlia di una grande baronessa, fa diventare uomo accorto Carluccio, figlio del re, che non voleva intendere lettere; il quale, per uno schiaffo che gli dié Sapia, determinato a vendicarsi, se la prende per moglie; ma, dopo mille strazî, avutine senza saper nulla tre figli, si rappacia con lei.
Molto gioirono il principe e la principessa, quando videro giungere a buon termine le cose di Talia, la quale non credevano mai che, colpita da tante burrasche, trovasse porto; e, dato poi ordine a Ciulla di sfoderare il suo racconto, questa cosí vi mise mano:
Di tre specie sono al mondo gl’ignoranti, che meriterebbero l’uno piú dell’altro di esser posti in un forno: il primo, che non sa; il secondo, che non vuol sapere[446]; il terzo, che pretende di sapere. L’ignorante, del quale debbo parlarvi, è della seconda specie, il quale, non volendo farsi entrare nel cervello il sapere, odia chi glielo insegna, e, nuovo Nerone, cerca di chiudergli la via del pane.
C’era una volta un re di Castelchiuso, che aveva un figlio cosí duro di testa che non c’era rimedio che volesse tenere a mente l’A B C D, e, sempre che si parlasse di leggere e d’imparare, faceva cose di fuoco; e non giovavano sgridate né bastonate né minacce a correggerlo, di modo che il povero [305] padre stava gonfio come rospo e non sapeva qual partito prendere per svegliare l’ingegno di questo figlio sciagurato e non lasciare il regno in mano ai Mammalucchi[447], conoscendo impossibile la lega tra l’ignoranza e il dominio di un reame.
In quello stesso tempo, c’era la figlia della baronessa Cenza, che, per il molto sapere al quale era pervenuta a tredici anni, s’era acquistata il nome di «Sapia». Il re, a cui furono riferite le virtuose qualità di lei, si determinò ad affidare il figlio suo alla baronessa, affinché lo facesse istruire dalla figlia, pensando che con la compagnia e la gara della giovinetta avrebbe profittato. E Sapia, infatti, appena fu pervenuto in quella casa, cominciò a insegnargli la Santa Croce[448]; ma, vedendo che tutte le belle parole quegli se le gettava alle spalle, e le buone ragioni gli entravano per un orecchio e dall’altro gli uscivano, le scappò la pazienza e gli appiccò una ceffata.
Fu tanta l’impressione che di questo provò Carluccio (come si chiamava il principe) che ciò che non aveva fatto per persuasione e carezze, fece per vergogna e dispetto; e, in breve tempo, non solo seppe leggere, ma andò tant’oltre nella grammatica, che ne apprese tutte le regole; sicché il padre lo levò da quella casa e gli fece compiere gli altri studî piú alti, in modo che divenne il piú istruito uomo del regno.
Ma quello schiaffo, che Sapia gli aveva dato, egli, vegliando, lo teneva sempre innanzi agli occhi; dormendo, se [306] lo sognava: tanto che fece pensiero o di morire o di vendicarsi. Venne Sapia, in questo tempo, a età da marito; e il principe che aspettava, attento, l’occasione di far le sue vendette, disse al padre: «Signor mio, io confesso d’avere ricevuto l’essere da voi, e perciò vi porto obbligo altissimo; ma a Sapia, che m’ha dato l’essere bene, mi conosco altrettanto obbligato; e perciò, non trovando maniera bastevole a pagarle tanto debito, se a voi non spiace, la vorrei per moglie, assicurandovi che mettereste una quota[449] sulla persona mia».
Il re, udendo questa risoluzione del figlio, gli rispose: «Figlio mio, quantunque Sapia non sia di quel casato che dovrebbe avere una moglie per te, pure la virtú sua, posta in bilancia col sangue nostro, lo fa tanto calare, che questo partito si può stringere. Dunque, tu contento e io pagato». E cosí, chiamata la baronessa, si scrissero subito i capitoli e si celebrò il matrimonio con festa conveniente a un signore grande.
Carluccio chiese in grazia al re un appartamento separato per abitar con la moglie; e il re, per contentarlo, gli fece fare un palazzo bellissimo. Egli vi condusse Sapia e ve la restrinse in una camera, dandole male da mangiare e peggio da bere, e, quod peius, non pagandole il debito. La misera si vide la piú disperata donna del mondo: non sapeva la causa di questo cattivo trattamento che le si infliggeva, quando appena era entrata nella casa del marito.
Finalmente, il principe si recò a vedere Sapia nella camera che le era prigione, e le domandò come stava. «Mettiti la mano sullo stomaco — rispose Sapia, — e vedrai come [307] posso stare. Eppure non t’ho fatto cosa alcuna per la quale tu abbi ragione di trattarmi a questo modo, come un cane. A qual fine chiedermi in moglie, se volevi tenermi come una schiava?». Rispose il principe: «Non sai tu che chi fa l’offesa la scrive nella polvere, e chi la riceve, la incide nel marmo? Ricòrdati bene quel che mi facesti quando m’insegnavi a leggere; e sappi che non per altro io ti ho voluta per moglie, che per dar la salsa alla vita tua e vendicarmi dell’ingiuria ricevuta». «Dunque — replicò Sapia, — raccolgo male per aver seminato bene? Se io ti detti quello schiaffo, fu perché tu eri un asino, e per farti diventar savio. Tu sai che chi ti vuol bene ti fa piangere e chi ti vuol male ti fa ridere».
Il principe, se prima stava corrucciato per il ceffone, ora montò in furia, vedendosi rinfacciata l’ignoranza sua; tanto piú che, quando pensava che Sapia si sarebbe chiamata in colpa, vide che, ardita come un gallo, gli rispondeva da pari a pari. Perciò le volse le spalle e se n’andò, lasciandola peggio di come l’aveva trovata. E alcuni giorni dopo, tornato a vederla, la ritrovò nella stessa disposizione d’animo, e se ne partí piú irrigidito di prima, risoluto di farla cuocere nell’acqua sua come polpo e di castigarla con la mazza di bambagia.
Intanto, il re fece cessione dei beni della vita sulle colonne di un letto funereo, e Carluccio, rimasto domino dominanzio di tutti gli stati, volle andare a pigliarne possesso di persona, e, poste in ordine cavalcate di gente d’armi e di cavalieri degne della sua corona, con esse si mise in viaggio. La baronessa madre, che, saputa la vita stentata della figlia, per riparare con previdenza allo sconcio aveva fatto scavare un corridoio sotto al palazzo del principe, pel quale soccorreva e ristorava la povera Sapia, alla notizia che si era [308] sparsa della prossima partenza del nuovo re, apparecchiò cocchi e livree di grande sfoggio. Poi abbigliò la figliuola di tutto punto e con una compagnia di dame per una via scorciatoia la fece precedere il marito; sicché essa si trovò un giorno prima al luogo dove il re doveva fermarsi e prese stanza in una casa di fronte al palazzo a lui destinato. Stava tutta adorna alla finestra, quando il giovane re, veduto quel fior fiore della pignatta delle Grazie, senza riconoscerla per Sapia, se ne incapricciò, e tante industrie adoprò che infine l’ebbe tra le braccia, e nel partire le lasciò per memoria del suo amore un bel monile. Sapia, quando il re si fu allontanato, per girare le altre parti del regno, se la svignò a casa sua, dove, a capo di nove mesi, partorí un bel figlio maschio.
Al ritorno nella capitale, il re andò a vedere Sapia, credendo di trovarla morta; ma la vide piú fresca che mai e piú che mai ostinata a dirgli che, se essa lo segnò di cinque dita in faccia, fu per farlo savio da asino che era. Onde il re arse nuovamente di sdegno e la lasciò stare.
Ma, poiché dové riprendere il viaggio per altre visite a luoghi del suo regno, Sapia, aiutata dal consiglio della madre, ripeté l’inganno e, godutosi il marito, ne ebbe un ricco gioiello pel capo e un altro figlio, che, a suo tempo, portò alla luce. E lo ripeté ancora una terza volta, e ne ebbe una grossa catena d’oro e di pietre preziose, e una figlia femmina.
Quando, finalmente, il re fece ritorno, apprese che Sapia era morta, ché, infatti, la baronessa le aveva dato un sonnifero e fattala seppellire come morta e poi destramente ritoltala dal sepolcro e nascosta nella casa sua. Egli trattò allora nozze con una persona di grande casata, e condusse la nuova sposa al palazzo reale. Ma, nel meglio della strepitosa festa che si celebrava per quell’avvenimento, comparve Sapia nella sala, [309] coi tre figlioletti ch’erano tre gioielli, e, gittatasi ai piedi del re, gli chiese giustizia che non privasse della corona quei giovinetti, che erano sangue suo.
Il re stette per un pezzo come uomo che sogna. Ma, infine, scorgendo che il sapere di Sapia arrivava alle stelle, e veduto presentarglisi, quando meno se l’aspettava, tre sostegni della sua vecchiezza, gli s’intenerí il cuore. Quella signora, che aveva fatta venire, la dié in moglie a suo fratello con un grosso stato, ed esso si prese Sapia, facendo conoscere cosí alle genti del mondo, che
il saggio piega a sé anche le stelle.
[310]
Pacione manda cinque figli maschi pel mondo a imparare qualche arte, e tutti gli tornano con qualche virtú, e insieme vanno a liberare la figlia di un re, rapita da un orco. Ma, contrastando, dopo varî casi, chi avesse fatto la migliore prova da meritare colei per moglie, il re la dà al padre, come al tronco di tutti quei rami.
Finito il racconto di Lucia e toccando a Ciulla di parlare, essa si acconciò ben bene sulla sedia, e, dato con bella grazia uno sguardo attorno, disse cosí:
È gran cervello di gatto chi si sta a covar la cenere: chi non cammina, non vede; chi non vede, non sa; chi va girando, diventa esperto; la pratica fa il medico e l’uscire dal suo pagliericcio fa l’uomo sveglio: come vi mostrerò al cimento reale del racconto che segue:
C’era una volta un gran dabbene uomo, chiamato Pacione, che aveva cinque figli cosí dappoco che non erano buoni a nulla. Il povero padre, non potendo piú mantenerli a sue spese, si risolse un giorno a levarseli dattorno, e disse loro: «Figli miei, Dio sa se io vi voglio bene, ché, infine, siete usciti dalle mie reni! Ma io sono vecchio e poco posso lavorare; voi, giovani, che mangiate troppo, né io vi posso piú nutrire come facevo prima. Perciò andate a cercarvi padrone e ad apprendere qualche esercizio; ma avvertite a non impegnarvi per oltre un anno, e, passato questo termine, vi aspetto a casa, arricchiti di qualche virtú».
[311]
I figli, udita questa risoluzione, presero commiato, e, portati quattro stracci da mutarsi, ciascuno andò per la sua strada, cercando ventura. In capo all’anno, secondo l’appuntamento, si ritrovarono tutti alla casa paterna, dove furono ricevuti con grandi carezze, e, poiché erano stracchi e svigoriti, il padre li fece sedere a mangiare.
Nel meglio del mangiare, si udí cantare un uccello, e il figlio piú piccolo si levò di tavola e andò fuori ad ascoltare; e, quando fu tornato e venne levata la tovaglia, Pacione cominciò a interrogare i figli: «Orbene, consolate un po’ il mio cuore, e sentiamo quale bella virtú avete in questo tempo imparata».
Luccio, ch’era diventato il principe dei ladri, rispose: «Ho imparato l’arte di sgraffignare, e son ormai il protoquanquero dei furbi, il capomastro dei rubatori, il quarto dell’arte dei marranchini, e non trovo il pari di me, che con destrezza so accimare e tirare ferraiuoli, avvolgere e portar via bucati, frugare e alleggerire saccocce, rassettare e nettare botteghe, scuotere e strappare borsellini, scoperchiare e vuotare casse, che, dovunque arrivo, fo vedere miracoli a menare il rampino».
«Bravo, per mia fé — rispose il padre: — tu hai appreso in carte di mercante a far cambio di contrappunti di vita con ricevute di spalle, voltate di chiavi con gettate di remi, scalate di finestre con calate di funi. Misero me, ché meglio t’avessi insegnato a girare un filatoio che non avrei il filatoio in corpo, parendomi d’ora in ora di vederti in mezzo alla corte con un coppetto di carta[450] o, scoperto rame, messo a un remo, o, se scappi a questo, vederti, infine, dar la volta con una corda».
[312]
Ciò detto, si rivolse a Tittillo, ch’era il secondo figlio, e gli disse: «E tu, quale bella arte hai imparata?».
«A fare barche», rispose il figlio.
«Meno male — disse il padre, — perché questa è arte onorata, e puoi camparvi la vita. E tu, Renzone, che sai fare a capo di tanto tempo?».
«So — disse il figlio — tirare cosí bene di balestra che cavo l’occhio a un gallo».
«È pure qualcosa — disse il padre, — perché puoi vivacchiare con la caccia e procacciarti il pane». E rivoltosi al quarto, gli fece la stessa domanda.
«So conoscere — disse Iacuoco — un’erba che risuscita i morti».
«Bravo, per la vita di Lanfusa! — esclamò Pacione. — Questa è la volta che ci toglieremo la miseria e faremo campare la gente piú del Verlascio di Capua»[451].
E, domandato all’ultimo figlio, Menicuccio, che cosa sapesse fare, questi disse:
«Io so intendere il linguaggio degli uccelli».
«Non senza che — osservò il padre, — mentre stavamo a tavola, ti levasti per sentire il cinguettare di quel passero. Ma, poiché ti vanti di comprendere quello che essi dicono, di’ su, che cosa diceva quell’uccello che stava sull’albero?».
«Raccontava — rispose Menicuccio — che un orco ha rubato [313] la figlia del re d’Altogolfo e se l’ha portata a uno scoglio, e non si può aver notizia alcuna di lei, e il padre ha fatto gittare un bando, che chi la trova e gliela riconduce, l’avrà per moglie».
«Se è questo, siamo ricchi — intervenne Luccio, — perché mi basta l’animo di toglierla dalle granfie dell’orco».
«Se ti confidi di farlo — soggiunse il vecchio, — andiamo immediatamente dal re, e, pur che ci dia la parola di attenere la promessa, offriamogli di ritrovargli la figlia».
Con questo accordo fra tutti, Tittillo fabbricò subito una bella barca; nella quale salirono e fecero vela per la Sardegna, dove, ottenuta udienza dal re e offertogli di ricuperare la figlia Cianna, ebbero nuova conferma della promessa del bando.
Passarono allora allo scoglio, e vi trovarono per buona fortuna l’orco che dormiva al sole, avendo in grembo, appoggiata con la testa, la figlia del re. Essa, come vide appressarsi la barca, volle alzarsi per la gioia; ma Pacione le fe’ cenno di star zitta, e, posto un gran pietrone in grembo all’orco, fecero levare Cianna, la trassero nella barca e cominciarono a dar dei remi nell’acqua.
Non s’erano ancora troppo discostati dal lido, quando l’orco si svegliò, e, non trovandosi vicino Cianna, abbassò gli occhi alla marina e scorse la barca che la portava via. Subito si trasformò in una nuvola nera, correndo per l’aria per raggiungere la barca; e Cianna, che sapeva le sue arti, conobbe che veniva ravvolto nella nuvola, e fu tanta la paura che la scosse, che appena poté avvisare Pacione e i figli e morí di batticuore. Renzone, all’avvicinarsi della nuvola, afferrata la balestra, accecò diritto gli occhi dell’orco, che per lo spasimo cadde di tonfo nel mare; ma, dopo essere [314] stato tutto intento, con le pupille volte alla nuvola, nel riportare lo sguardo nella barca per vedere che cosa era accaduto di Cianna, la trovò coi piedi stesi, uscita fuori dal trucco della vita.
Si strappò la barba Pacione, esclamando: «Ecco perduto l’onore e il sonno; ecco gettate le fatiche al vento e le speranze al mare; perché questa è andata a pascere per farci morir di fame; questa ha detto: — Buona notte! — per farci avere il cattivo giorno; questa ha rotto il filo vitale per fare rompere a noi il filaccione[452] delle speranze nostre! Ben si vede che disegno di pover’uomo non riesce; ben si prova che chi nasce sventurato, muore disperato! Eccoti liberata la figlia del re; eccoti tornato in Sardegna, eccoti la moglie promessa in premio; ecco le feste bandite; eccoti lo scettro, eccoti battuto col deretano sulla nuda terra!».
Iacuoco stette ad ascoltare questo piagnisteo, e in ultimo, vedendo che la canzone durava troppo e che andava sul liuto del dolore contrappuntando fino alla rosa, gli disse: «Piano, messere, che noi vogliamo andare in Sardegna e star piú felici e consolati di quel che tu credi».
«Tale consolazione possa avere il Gran Turco! — rispose Pacione, — ché, quando noi porteremo questo cadavere al padre, ben ce ne farà sborsare, ma non di danari, e dove la gente muore col riso sardonico, moriremo noi col pianto sardonico».
«Zitto! — replicò Iacuoco: — e dove hai mandato a pascolare il cervello? Non ti ricordi l’arte che ho imparata io? Sbarchiamo, e lasciami cercar l’erba che ho in mente, e vedrai altro che cianciafruscole».
[315]
Il padre, a queste parole, riprendendo fiato, l’abbracciò, e, strappato com’era dal desiderio, dava strappate al remo, tanto che in poco tempo arrivarono alla marina di Sardegna. Ivi Iacuoco discese e trovò quel che cercava; e, tornato di corsa alla barca, spremette il succo dell’erba in bocca a Cianna, che subito come ranocchia ch’è stata nella Grotta del cane e poi è gettata nel lago d’Agnano[453], ridiventò viva.
Cosí, allegramente, si presentarono al re con la figliuola salvata, e il re non si saziò di abbracciarla e baciarla e di ringraziare quella brava gente che gliel’aveva ricuperata. E, facendo quelli istanza pel soddisfacimento della promessa, disse il re: «Sí, ma a quale di voi debbo dare Cianna? Questo non è migliaccio, che si possa tagliare a fette. Perciò è giuocoforza che a uno tocchi la fava della torta, e gli altri si spassino con lo stecchino».
Rispose il primo dei fratelli, che era sagace: «Signore, il premio deve darsi secondo la fatica compiuta. Vedete voi chi di noi piú merita questo bel boccone, e poi fate la giustizia che vi conviene».
«Tu parli da Orlando! — rispose il re. — Dunque, raccontate quello che avete fatto acciocché io non vegga storto per giudicare diritto».
Contate che ebbero ciascuno le prove sue, il re si volse a Pacione e gli domandò: «E tu, che hai fatto in questa faccenda?».
«Mi pare di avervi fatto assai — replicò Pacione, — perché ho fatto uomini questi figli miei, e, a forza di sproni, ho fatto [316] loro apprendere le arti che ora sanno; altrimenti, sarebbero tanti cestoni, laddove paiono ora frutti cosí belli!».
Il re, udita l’una parte e l’altra, masticate e ruminate le ragioni di questo e di quello, e visto e considerato quel che andava giusto, sentenziò che Cianna fosse data a Pacione, come origine prima della salvezza della figliuola.
E cosí disse e cosí fu fatto, e, avuti i figli un mucchio di tornesi che li mettessero a guadagno, il padre, per la grande gioia, ridiventò come giovinetto di quindici anni, e gli si adattò a pelo il proverbio, che
tra i due litiganti il terzo gode.
[317]
Iannuccio ha due figli dalla prima moglie i quali, essendosi esso riammogliato, sono odiati dalla matrigna, ed è costretto a lasciarli in un bosco. Sperduti e separati l’uno dall’altro, Ninnillo diventa caro cortigiano di un principe; e Nennella, naufragando, è ingoiata da un pesce fatato; ma, gettata poi sopra uno scoglio e riconosciuta dal fratello, è dal principe riccamente maritata.
Fermata la carriera Ciulla, si accinse a correre il palio Paola, e, dopo avere spurgato la voce con un bel raschio e pulitosi il naso con un moccichino nuovo di lino, cosí dié principio[454]:
Misero quell’uomo che, avendo figli, spera di dar loro governo col regalarli di una matrigna, perché questa porta in casa la macchina delle rovine loro, non essendosi mai avuta matrigna che mirasse di buon occhio la razza d’altri; e se pure se n’è trovata qualcuna per disgrazia, si può mettere lo stecco nel buco e dire che sia stata corvo bianco. Io, fra tante che avete udito mentovare, vi parlerò d’una, che si può mettere [318] nel catalogo delle matrigne senza coscienza; e voi la stimerete degna della pena, che si comprò a danari contanti.
C’era una volta un padre chiamato Iannuccio, che aveva due figli, Ninnillo e Nennella, ai quali voleva bene quanto alle sue pupille. Ma, avendo la morte con la lima sorda spezzato le inferriate del carcere dell’anima della moglie, egli si prese una brutta strega, che era un pescecane maledetto[455]; la quale, tosto che ebbe messo piede nella casa del marito, cominciò ad essere cavallo di una stalla[456] e a dire: «Sono venuta, dunque, a spidocchiare i figli di un’altra! Questo mi mancava che mi prendessi tale impiccio e mi vedessi attorno due rompimenti di stinchi! Oh, che mi fossi rotto l’osso del collo prima di venire a quest’inferno per mangiar male e dormir peggio col fastidio di queste zecche![457]. Non è vita da soffrire! Sono venuta per moglie e non per serva. Bisogna che prenda il mio partito e trovi recapito a queste pittime, o trovi recapito per me stessa. È meglio arrossire una volta che impallidire cento volte. Ora c’imparentiamo per sempre! Sono risoluta o di vederne il costrutto o di rompere in tutto e per tutto».
Il povero marito, che aveva posto un po’ d’affetto a questa femmina, le disse: «Senza collera, moglie mia, ché lo zucchero costa caro! Domattina, prima che canti il gallo, ti leverò questo fastidio dattorno, per tenerti contenta».
Cosí la mattina dopo, innanzi che l’Alba spandesse la coperta di Spagna rossa per scuotere le pulci alla finestra d’oriente, esso, presi per mano i due figli, infilzato al braccio un buon [319] paniere di cose da mangiare, li condusse in un bosco, dove un esercito di pioppi e di faggi stringevano d’assedio le Ombre. Colà giunto, Iannuccio disse: «Bambini miei, statevene qui; mangiate e bevete allegramente e, se qualcosa vi mancherà, vedete questa striscia di cenere che vado seminando? Questa sarà il filo che, cavandovi dal labirinto, vi porterà passo passo a casa vostra». E, dato un bacio all’una e all’altro, se ne tornò piangendo a casa.
Ma nell’ora in cui tutti gli animali, citati dagli sbirri della Notte, pagano alla natura il censo del necessario riposo, i due fanciulli, per la paura di stare in quel luogo deserto, dove le acque di un fiume, percotendo, per castigarle, le pietre impertinenti, avrebbero fatto sbigottire un Rodomonte, s’avviarono pian piano per quella straduccia di cenere, ed era già mezzanotte quando adagino adagino giunsero a casa.
Al vederli, Pascozza, la matrigna, fece cose non da femmina ma da furia infernale, levando le strida al cielo, battendo mani e piedi, sbuffando come cavallo che s’è adombrato, dicendo: «Che bella cosa è questa? Donde sono rispuntati questi mocciosi fastidiosi? È possibile che non ci sia argento vivo che valga a scrostarli da questa casa? È possibile che tu me li voglia tenere dattorno proprio per rovello al mio cuore? Va’, levameli sul momento dagli occhi, ché non voglio aspettare musica di galli e lamenti di galline. Se no, ti puoi stuzzicare i denti ch’io dorma mai piú con te; e domattina me la filo a casa dei parenti miei: ché tu non mi meriti! Non ti ho portato in casa tanti bei mobili per vederli scacazzati dal puzzo dei deretani altrui; né ti ho dato cosí buona dote per vedermi schiava di figli, che non sono miei».
Lo sventurato Iannuccio, che vide la barca male avviata e la cosa andar troppo nel caldo, si prese sull’istante i bambini, [320] e, tornato nel bosco, e, dato loro un altro panierino di cosette da mangiare, disse: «Voi vedete, figli miei, quanto vi ha in uggia quella cagna di mia moglie, venuta alla casa mia per la rovina vostra e per chiodo di questo cuore. Perciò restatevene in questo bosco, dove gli alberi, piú pietosi di lei, vi faranno tetto contro il sole; dove il fiume, piú caritatevole, vi darà da bere senza veleno; e la terra, piú cortese, vi offrirà sacconi d’erba senza pericoli. E, quando vi mancherà da mangiare, vedete la viuzza di crusca che io vi fo, diritta diritta, e voi potrete venire a domandare soccorso». Cosí detto, torse il viso dall’altra parte per non farsi vedere a piangere e toglier animo ai poveri piccini.
Quando ebbero consumato il contenuto del panierino, i due bambini vollero tornare a casa; ma un asino, figlio della mala ventura, s’era leccata la crusca sparsa per terra, ed essi sbagliarono strada, tanto che andarono per un paio di giorni errando per entro il bosco, pascendosi di ghiande e castagne che raccattavano da terra. Ma, poiché il Cielo stende sempre la sua mano sugl’innocenti, capitò a caccia, in quel bosco, un principe; e Ninnillo, sentendo l’abbaiar dei cani, ebbe tanta paura che si gettò nel cavo di un albero, e Nennella prese tale fuga che si trovò a una marina. Qui erano sbarcati certi corsari per far legna, e il capo loro se la portò a casa, dove la moglie, alla quale era testé morta una figlia, la tenne in luogo di questa.
Ninnillo intanto, rannicchiato in quella corteccia d’albero, fu attorniato dai cani, che facevano abbaiate da stordire; sicché il principe volle vedere che cosa fosse, e, trovato quel bel bambino, che non seppe dire come si chiamavano il padre e la madre tanto era piccolo, lo aggiustò sul cavallo di un cacciatore e lo portò con sé. E con grande cura fece allevarlo [321] nel suo palazzo e insegnargli le virtù, e, tra le altre, l’arte dello scalco, che non passarono tre o quattro anni, ed egli vi divenne cosí bravo, che spartiva a capello.
In questo tempo, essendosi scoperto che il corsaro, presso cui si trovava Nennella, era ladrone di mare, vollero metterlo in prigione; ma esso, che aveva amici gli scrivani[458] e li teneva a stipendio, se la svignò con tutti i suoi. E forse fu giustizia del Cielo che, avendo egli commesso i suoi imbrogli sul mare, sul mare ne pagasse la pena; sicché, imbarcatosi sopra una barca sottile[459] nel mezzo del mare gli venne tale raffica di vento e furia di onde che il legnetto si capovolse e tutti affogarono. Solo Nennella, che non aveva, come la moglie e i figli del corsaro, colpa in quei ladrocinî, scampò dal pericolo; e, nel momento che gli altri cadevano nell’acqua, si trovò presso la barca un pesce fatato, il quale, aprendo un abisso di gola, se la inghiottí.
E, quando la giovinetta credette di aver terminato i giorni suoi, proprio allora ammirò cose da trasecolare nel ventre di quel pesce. C’erano colà campagne bellissime, giardini magnifici, e una casa da signore con tutti gli agi, dove Nennella fu trattata da principessa.
Ora accadde che quel pesce la portasse di peso a uno scoglio, dove, essendo la maggiore afa dell’estate e la piú ardente fornace, il principe era venuto a prendere il fresco. E, mentre si preparava un gran banchetto, Ninnillo s’era posto a un verone del palazzo, che sorgeva su quello scoglio, ad affilare certi coltelli, assai dilettandosi dell’ufficio suo per farsi onore.
[322]
Nennella lo vide e lo conobbe dal fondo delle fauci aperte del pesce, e subito mosse una voce di lamento:
Fratello, mio fratello!
Affilato è già il coltello,
già la mensa è preparata,
e gran gioia a tutti è data:
solo a me la vita incresce,
senza te, qui in gola al pesce!
Sulle prime, Ninnillo non fece attenzione a queste parole; ma il principe, che stava a un altro balcone, vide il pesce e udí un’altra volta le stesse parole, e fu preso da meraviglia. Inviò, dunque, una mano di servitori per vedere se in qualche modo potessero gabbare il pesce e tirarlo a terra; ma poiché, intanto, sempre si udiva replicare quel «Fratello, mio fratello!», domandò uno per uno a tutte le genti se qualcuno avesse perduto la sorella. Rispose Ninnillo, che in quel momento si andava ricordando della cosa come in sogno: che, quando si trovava nel bosco, aveva con sé una sorella, della quale non aveva saputo piú nulla.
Il principe gli disse di accostarsi al pesce e vedere che cosa fosse, perché tale ventura, forse, toccava a lui. E, al suo appressarsi, il pesce posò la testa sullo scoglio, e, spalancando sei canne di fauci, lasciò uscire Nennella, che parve appunto lo spettacolo di un intermezzo, nel quale una Ninfa, per incanto di un mago, esce da un animale.
Al principe, che la interrogava, Nennella accennò qualche parte dei travagli suoi e dell’odio della matrigna; ma né essa né il fratello sapevano ricordarsi il nome del padre né il luogo dov’era la loro casa. Onde fu gettato un bando che chi avesse perduto in un bosco due figli, Ninnillo e Nennella, andasse al palazzo reale e ne avrebbe avuta buona nuova.
[323]
Iannuccio, che stava sempre triste e sconsolato, perché credeva che i figli fossero stati divorati dai lupi, corse giubilando al principe a dirgli che esso proprio aveva smarrito i fanciulli. E, avendo raccontato la storia di come fosse stato sforzato a portarli nel bosco, il principe gli somministrò una grande intemerata, chiamandolo scioccone bestione, che s’era fatto mettere i piedi sul collo da una femmina, riducendosi a mandare all’avventura due gioielli, com’erano i suoi figli. Ma, dopo che gli ebbe rotto il capo con queste parole, vi mise l’empiastro della consolazione, mostrandogli i figli che egli non si saziò di abbracciare e baciare per piú di mezz’ora; e il principe, fattogli levare di dosso il rozzo gabbano, lo fece rivestire da gentiluomo. Chiamò poi la moglie di Iannuccio e le additò quelle due foglie d’oro, domandandole: «Che cosa meriterebbe chi loro facesse male e li mettesse a rischio di morte?». Colei rispose: «Per me, lo metterei chiuso in una botte e lo rotolerei dall’alto di una montagna». «Ecco che hai quello che chiedi: la capra ha rivolto le corna contro se stessa. Orsù, poiché tu hai scritto la sentenza, e tu la paga; tu che hai portato tant’odio a cotesti belli tuoi figliastri». E dié ordine che si eseguisse la sentenza ch’essa medesima aveva pronunziata.
Nel tempo stesso trovò un ricco gentiluomo suo vassallo, e lo dié per sposo a Nennella, e la figlia di un altro signore pari a questo, e la dié per moglie al fratello; e all’uno e all’altra entrate bastevoli per vivere essi e il padre, senz’aver bisogno di alcuno al mondo. La matrigna, intanto, fasciata da una botte, sfasciò la propria vita, gridando sempre pel buco finché le restò fiato:
Tarda il castigo, ma non ti fidare!
Viene una volta e tutte fa pagare!
[324]
Cenzullo non vuol prender moglie; ma poi, tagliatosi un dito sopra una ricotta, ne desidera una di colorito bianco e rosso come quello del sangue sul latte. Per cercarla, va pellegrino pel mondo, e all’isola delle tre fate gli sono dati tre cedri, e dal taglio di uno di essi acquista una bella fata, conforme al suo cuore; la quale essendo stata uccisa da una schiava, egli prende in moglie la nera invece della bianca. Ma si scopre il tradimento, la schiava è fatta morire, e la fata rivive e diventa regina.
Non si può dire quanto gusto desse a tutto l’uditorio il racconto di Paola; ma, dovendo continuare Ciommetella e avutone cenno, parlò cosí:
Bene veramente sentenziò quell’uomo sapiente: «Non dire quanto sai, né fare quanto puoi»; perché l’una e l’altra cosa porta pericolo che non si conosce, e rovina che non si aspetta; come udirete di una certa schiava (parlando con riverenza della signora principessa nostra), la quale, per fare tutto il danno possibile a una povera giovane, ne trasse tal profitto che venne a farsi essa medesima giudice del fallo suo e si dié da se stessa la sentenza della pena che meritava.
Aveva il re di Torrelunga un figlio maschio, che era il suo occhio diritto, nel quale aveva posto le fondamenta di ogni speranza, né vedeva l’ora di trovargli qualche buon partito e sentirsi chiamare col nome di nonno. Ma questo principe era cosí fuori di tali pensieri e cosí selvatico che, quando [325] gli si parlava di moglie, scoteva la testa e lo sentivi lontano cento miglia; cosicché il povero padre, che lo vedeva ritroso e ostinato, e in pericolo perciò la discendenza sua, stava piú dispettoso e amareggiato di una cortigiana che ha perso il cliente, di un mercante a cui è fallito il corrispondente, di un contadino a cui è morto l’asino. Non movevano il figlio le lacrime del padre, non lo ammollivano le preghiere dei vassalli, non lo inducevano a cedere i consigli degli uomini dabbene, che gli mettevano avanti agli occhi il desiderio di chi lo aveva generato, il bisogno dei popoli, l’interesse di se medesimo, che faceva punto finale alla linea del sangue regio. Egli, con un perfidiare incrollabile[460], con un’ostinazione di mula vecchia, con una pelle grossa quattro dita nelle parti sottili, aveva puntato i piedi, tappato gli orecchi e saldato il cuore; e invano si sarebbe suonato all’armi, ché non rispondeva.
Ma, poiché suole accadere piú in un’ora che in cento anni e non puoi mai dire: «Per questa via non passerò», accadde che un giorno, che tutti insieme si trovavano a tavola, volendo il principe tagliare per mezzo una ricotta, mentre stava a guardare le gracchie che volavano, si fece per disgrazia un intacco al dito, in modo che, cadendo due stille di sangue sulla ricotta, ne venne una mischianza di colore cosí bella e graziosa che, o fosse castigo d’Amore, che l’attendeva al varco, [326] o volontà del Cielo per consolare quell’uomo dabbene del padre, che non era tanto molestato dalla polledra domestica quanto era tormentato da questo polledro selvatico, gli venne capriccio di possedere una femmina cosí bianca e rossa come quella ricotta tinta del sangue suo. Onde disse al padre: «Messere mio, se non ho una sposa di questo colore, sono distrutto! Non mai femmina mi andò a sangue e ora ne desidero una simile al sangue mio. Perciò, se mi vuoi vivo e sano, risolviti a darmi agio di andare pel mondo in cerca di una bellezza che si raffronti a pelo con questa ricotta. Altrimenti, finirò il corso e me ne andrò tra le ombre».
Al re, nel sentire questa bestiale risoluzione, cascò addosso la casa; e, restando interdetto, e passando dal rosso al pallido e da questo a quello, rispose: «Figlio mio, viscere di quest’anima, pupilla di questo cuore, stampella della mia vecchiezza, quale capogiro ti ha preso? Sei uscito di senno? Hai perduto il cervello? O asso o sei! Non volevi moglie per togliermi l’erede, e ora te n’è venuta voglia per cacciarmi da questo mondo. Dove, dove vuoi andare vagabondo e senza aiuti, consumando la vita, e come vuoi lasciare la casa tua, fiato tuo, focolaretto tuo, scoreggina tua? Non sai a quanti travagli e a quanti pericoli si mette chi viaggia? Lascia passare la bizza, figlio mio, e torna in te. Non voler vedere questa vita subissata, questa casa ruinata, questo stato in perdizione!».
Senonché queste e altrettali parole da un orecchio gli entravano e da un altro gli uscivano; ed erano tutte gettate al mare. Tanto che l’afflitto re, vedendo che il figlio era una cornacchia di campanile, gli dette un gruzzolo di scudi e due o tre servitori, e gli accordò licenza di andare. Ma si sentí strappare l’anima dal petto, e, affacciatosi a un verone, piangendo [327] a dirotto, lo seguí con gli occhi fintanto che non lo perse di vista.
Il principe prese a trottare per campagne e per boschi, per monti e per valli, per pianure e per pendii, vedendo varî paesi, trattando genti diverse, e sempre con gli occhi aperti a cercare se mai trovasse il bersaglio del desiderio suo. A capo di quattro mesi arrivò a una marina di Francia, dove, lasciati i servitori a uno spedale con un’emicrania ai piedi, s’imbarcò solo su un liuto[461] genovese, e, veleggiando verso lo stretto di Gibilterra, colà prese un vascello piú grosso e passò alle Indie, cercando sempre di regno in regno, di provincia in provincia, di terra in terra, di strada in strada, di casa in casa, di tugurio in tugurio, se gli avvenisse d’incontrare l’originale spiccicato della bella immagine che portava dipinta nel cuore.
Dopo gran viaggiare, arrivò all’isola delle orche, dove, gettata l’àncora e smontato a terra, trovò una femmina vecchia vecchia, secca secca e con la faccia brutta brutta, alla quale raccontò la cagione che l’aveva trascinato a quei paesi. La vecchia stupí al bel capriccio e alla ghiribizzosa chimera del principe, e ai travagli e rischi passati per soddisfarla, e gli disse: «Figlio mio, sgombra, ché se ti scorgono[462] tre figli miei, che sono il macello delle carni umane, non ti stimo tre calli, giacché, mezzo vivo e mezzo arrosto, ti sarà cataletto una padella e sepoltura un ventre. Ma usa il passo della lepre, ché non andrai troppo innanzi e troverai la tua fortuna».
[328]
Ciò udito, il principe, sconvolto, agghiacciato, spaventato e sbigottito, si mise la via tra le gambe, e senza nemmeno dire: «Fo riverenza», si dié ad alzare i tacchi, finché giunse a un altro paese, dove trovò un’altra vecchia, piú brutta della prima, alla quale, raccontato da cima in fondo il caso suo, anche quella gli disse: «Squaglia presto di qua, se non vuoi servir di merenda alle orchette, mie figliuole; ma corri, ché ti si fa notte! Un po’ piú innanzi troverai la fortuna tua».
Il principe dié di calcagna, come se avesse le vesciche alla coda; e tanto camminò che trovò un’altra vecchia, seduta sopra una ruota con un paniere infilato al braccio, pieno di ciambelline e confetti, che dava a mangiare a una frotta di asini, che poi si mettevano a saltare sulla riva di un fiume, sparando calci a certi poveri cigni. A costei il principe, fatti mille complimenti e lusinghe, raccontò la storia del suo pellegrinaggio; e la vecchia, confortandolo di buone parole, gli dié una colezione da leccarsene le dita, e, quando si fu levato da tavola, gli consegnò tre cedri, che parevano còlti allora allora dall’albero, e, insieme, un bel coltello. Nel tempo stesso, gli disse: «Puoi tornartene in Italia, perché hai pieno il tuo fuso, e hai trovato quella che andavi cercando. Va’ dunque e, quando sarai poco lontano dal tuo regno, alla prima fontana che trovi, taglia uno di questi cedri e ne uscirà una fata, che ti dirà: «Dammi da bere!», e tu, lesto con l’acqua, altrimenti dileguerà come argento vivo. E, se non sei destro né con la prima né con la seconda fata, apri bene gli occhi e sii sollecito con la terza e dalle subito da bere, che non ti scappi, e avrai una moglie secondo il tuo cuore».
Il principe, tutto contento, baciò cento volte quella mano pelosa, che pareva groppa di porco spino; e, tolta licenza, partí da quei paesi. E, sceso alla marina, navigò alla volta [329] delle colonne d’Ercole, ed entrato nei mari nostri, dopo mille burrasche e pericoli, prese porto una giornata lontano dal regno suo. Qui entrò in un bellissimo boschetto, dove le Ombre facevano palazzo ai prati perché non fossero veduti dal Sole, e, smontò da cavallo presso una fontana, la quale col fischio della lingua di cristallo chiamava la gente a rinfrescarsi la bocca. E, sedutosi sopra un tappeto soriano intessuto dalle erbe e dai fiori, cavò il coltello dalla guaina e cominciò a tagliare il primo cedro. Ed ecco uscirne una bellissima giovane, bianca come fior di latte e rossa come una ciocca di fragole, dicendo: «Dammi da bere!». Il principe rimase cosí meravigliato e a bocca aperta, cosí interdetto per la bellezza della fata, che non fu destro a darle l’acqua; tantoché apparire e sparire fu tutt’uno.
Se questo fu un colpo di randello alle tempie del principe, consideri colui che, desiderando una gran cosa e già tenendola tra le mani, la perde! Ma, tagliando il secondo cedro, gli accadde il medesimo, e fu la seconda mazzata; tanto che, facendo due ruscelli degli occhi, gettava lacrime a paro a paro, a fronte a fronte, a faccia a faccia e a tu per tu con la fontana, non cedendole di una stilla. E intanto si lamentava: «Come sono sciagurato, sia il buon anno! Due volte me la son fatta scappare, come se avessi il torpore alle mani, che mi venga la paralisia! E mi muovo proprio come uno scoglio, quando dovrei correre come un levriere! Affé, ché l’ho fatta buona! Svégliati, pover’uomo: un’altra ce n’è, e alla terza viene il re: o questo coltello mi darà la fata o cederò al fato!».
E tagliò il terzo cedro ed uscí una fata, dicendo come le altre due: «Dammi da bere!»; e il principe, ratto, le porse l’acqua, ed ecco gli restò in mano una giovinetta tenera e [330] bianca come giuncata, con certe strisce di rosso che pareva un prosciutto d’Abruzzo o una soppressata di Nola: cosa non vista mai al mondo, bellezza fuor di misura, bianco di cui non fu mai maggior bianco, grazia che era sopragrazia della grazia: nei capelli suoi aveva piovuto l’oro Giove, e Amore ne foggiava le saette per trafiggere i cuori; a quella faccia aveva fatta una macriata[463] Amore perché fosse impiccata qualche anima innocente alla forca del desiderio; a quegli occhi aveva acceso due globi di luminaria il sole, perché nel petto di chi la vedeva si mettesse fuoco alle botti di polvere e si tirassero razzi e tric-trac di sospiri; a quelle labbra c’era passata Venere col tempo[464] suo, dando colore alla rosa per pungere con le spine mille anime innamorate: a quel seno aveva spremuto le sue mammelle Giunone per allattare le voglie umane; insomma, era cosí bella dal capo al piede che non si poteva vedere cosa piú vaga.
Il principe guardava come ismemorato questo bel parto di un cedro, questo bel taglio di femmina germinata al taglio di un frutto, e diceva tra sé: «Dormi o sei sveglio, Cenzullo? Ti si è incantata la vista o hai calzato gli occhi al rovescio? Quale cosa bianca è mai uscita da una corteccia gialla? Quale pasta dolce dall’agro di un cedro! Che bel piantone da un granello!». Ma, in ultimo, si accorse che non si trattava di sogno e che si giocava sul serio, e abbracciò la fata, dandole cento e cento baci a pizzicotti; e, dopo mille parole amorose sul piú e sul meno che si dissero tra loro — parole che, come canto fermo, erano contrappuntate dei baci zuccherini, — il [331] principe disse: «Non voglio, anima mia, portarti al paese di mio padre senza pompa degna di cotesta bella persona e senza compagnia da regina, come meriti. Perciò sali su questo cerro, dove pare che pel bisogno nostro la natura abbia fatto una cavità in forma di cameretta; ed aspettami fino al ritorno, ché, senz’altro, metto le ali, e prima che si dissecchi questo sputo — e sputò — verrò per condurti, ben vestita e bene accompagnata, al regno mio». E cosí, con le debite cerimonie, partí.
In questo mezzo una schiava nera fu mandata dalla padrona con un’anfora a prender acqua a quella fontana; la quale, vedendo a caso nell’onda l’immagine della fata, e credendo che fosse la propria, tutta meravigliata cominciò a dire: «Quale vedere, Lucia sfortunata, ti cosí bella stare, e patruna mandare acqua a pigliare; e mi sta cosa tollerare, o Lucia sfortunata!». Cosí dicendo, spezzò l’anfora e tornò a casa.
Domandata dalla padrona perché avesse fatto questo guasto, rispose: «Alla fontanella andata, anfora con pietra cozzata». E la padrona, trangugiata questa ciambella stantia, le dié un bel barile perché andasse a empirlo d’acqua; la quale, tornata colà e vista di nuovo trasparire nell’acqua quella bellezza, esclamò, con un grosso sospiro: «Mi non stare schiava musuta, mi non stare pernaguallà, mi non stare culo gnamme-gnamme; mi stare tanto gentile, e portare a fontana barile!». E, cosí dicendo, giù un’altra volta, e, sfasciando il barile, ne fece millanta schegge; e poi tornò a casa dalla padrona, brontolando: «Asino passato, barile cozzato, in terra cascato e tutto sfracellato».
La padrona, a queste parole, non poté piú stare in flemma, e, afferrato un manico di scopa, la andò lavorando in guisa [332] che se ne risentí per molti giorni; e, preso poi un otre, le disse: «Corri, rompiti il collo, schiava pezzente, gamba di grillo; corri, non indugiare, non fermarti per via, non far la Lucia, e riportami questo, pieno d’acqua: se no, ti schiaccio come polpo e ti aggiusto tale un carico di randellate, che mi nominerai. Corri, con le gambe sulle spalle!».
La schiava, che aveva provato il lampo e aveva paura del tuono, mentre empiva l’otre, tornò a contemplare la bella immagine, e disse: «Stare crepata, se acqua pigliare: volermi cercare sorte e maritare: non stare bellezza questa da far morte arrabbiata e servire padrona scorrucciata». Cosí, tiratosi uno spillone dal capo, cominciò a pertugiare l’otre, che parve uno spiazzo di giardino con l’acqua a tradimento[465], perché fece cento fontanelle.
A questa vista la fata prese a ridere fragorosamente; e la schiava, alzando gli occhi, si avvide del nascondello, e, parlando tra se stessa, disse: «Ti stare causa che padrona mi bastonare! Ma non ti curare!». E poi, ad alta voce, indirizzandosi alla fata: «Che fare loco suso, bella figliola?». E quella, che era madre della cortesia, le aperse tutto quello che aveva in petto, senza lasciare un iota di quanto le era accaduto col principe, ch’essa aspettava d’ora in ora e di momento in momento coi vestiti e con la compagnia per andare al regno del re padre e celebrare le nozze.
La schiava, ringalluzzita, pensò, a questo racconto, di guadagnare essa il premio con un colpo di mano, e replicò alla fata: «Poichè aspettare marito, lasciare venir sopra, e pettinare testa e fare piú bella». E la fata disse: «Sii la benvenuta [333] come il primo di maggio»[466], e, arrampicandosi la schiava, ed essa porgendole quella mano bianca bianca che, nell’afferrare i neri stecchi, pareva uno specchio di cristallo in cornice d’ebano, quella salí sull’albero e, mostrando di ravviarle il capo, le conficcò uno spillone nella memoria.
Subito la fata, sentendosi trapassare, gridò: «Colomba, colomba!»; e, diventata una colombella, levò il volo e si mise a fuggire. E la schiava si spogliò nuda, e, fatto un fagotto dei cenci e sbrendoli che portava addosso, li scagliò un miglio lontano; ed essa, restata come la partorí sua madre, su quell’albero, pareva una statua di giavazzo[467] in una casa di smeraldo.
Tornato il principe con una gran cavalcata e, trovata una botte di caviale dove aveva lasciato una tinozza di latte, rimase per un pezzo fuor di sentimento. Alla fine disse: «Chi ha fatto questo sgorbio d’inchiostro alla carta reale, dove pensavo scrivere i giorni miei piú felici? Chi ha parato a lutto quella casa biancheggiata di fresco, dove credevo di prendere tutti i diletti miei? Chi mi fa trovare questa pietra di paragone, dove avevo lasciato una miniera d’argento per farmi ricco e beato?».
La schiava trottata, vedendo gli atti di meraviglia che faceva il principe, disse: «Non maravegliare, principe mio, ché stare ucciaè[468] fatata: un anno faccia bianca, un anno culo nero». E il pover’uomo del principe, poiché il male non aveva rimedio, fatte le corna come bue e rassegnatosi, s’ingoiò [334] la pillola; e, detto alla mora di scendere, la vestí da capo a piede di abiti nuovi e l’adornò tutta. Cosí, indispettito, gonfio di bile e col muso lungo, prese la via del paese, dove dal re e dalla regina, che erano usciti fuori a sei miglia dalla terra, furono ricevuti con quel piacere che prova il carcerato quando gli s’intima la sentenza che «suspendatur»[469]. E quantunque essi vedessero la bella prova fatta dal pazzo figlio, che aveva tanto cercato il mondo per trovare una bianca colomba e ne aveva portato una negra schiava, tuttavia, non potendo farne di meno, rinunziata la corona agli sposi, misero il treppié d’oro su quella carne di carbone.
Ora, mentre si preparavano feste mirabili e banchetti da stordire, e i cuochi spiumavano oche, scannavano maialetti, scorticavano capretti, lardellavano arrosti, schiumavano pentole, battevano polpette, imbottivano capponi e facevano mille bocconi ghiotti, venne a una finestretta della cucina una bella colomba, a cantare:
Cuoco, cuoco della cucina,
che fa il re con la saracina?
Il cuoco vi fece poca attenzione; ma, poiché la colomba tornò la seconda e la terza volta a ripetere il verso, corse a riferirlo ai banchettanti come cosa meravigliosa. La signora, all’udire quelle parole, dié ordine di prendere subito la colomba e di farne un ingrattinato. E il cuoco, obbediente, tanto s’adoprò che l’acchiappò, ed eseguito il comando della cuccurognamma e scaldatala nell’acqua per spiumarla, gettò quell’acqua e quelle penne su un albero fuori al balcone.
[335]
Non passarono tre giorni, e sorse colà un bell’albero di cedro, il quale, cresciuto in quattro e quattr’otto, accadde che il re, affacciandosi a una finestra che rispondeva da quella parte, lo vide, che non l’aveva visto mai, e, chiamato il cuoco, gli domandò quando e da chi era stato piantato. E, poiché mastro Cucchiaione gli ebbe narrato il fatto, venne in sospetto di un mistero; e cosí ordinò che, sotto pena della vita, quell’albero non fosse toccato, ma anzi governato con ogni diligenza.
A capo di pochi giorni, su quell’albero spuntarono tre bellissimi cedri, simili a quelli che egli aveva avuti dall’orca; e, quando divennero maturi, il re li fece cogliere, e, chiusosi in una camera con una grande tazza di acqua, e col coltello della vecchia, che portava sempre appeso al lato, cominciò a tagliare. E accadde il medesimo dell’altra volta, che la prima e la seconda fata dileguarono in un lampo; ma, mentre tagliava il terzo cedro, dié a bere alla giovane che ne era uscita e gli rimase davanti la fata stessa che aveva lasciata sull’albero, la quale gli narrò tutto l’inganno della schiava.
Or chi può dire la minor parte del giubilo che sentí il re di questa buona ventura? Chi può dire l’esultanza, la giocondità, la letizia, il sopragaudio, il riso e il pianto ch’egli fece? Fa’ conto che nuotava nel dolce, non capiva nella pelle, se ne andava in solluchero e in estasi. La strinse tra le braccia, la fece vestire di tutto punto, e subito la condusse per mano nel mezzo della sala, dov’erano tutti i cortigiani e le genti del paese per onorare la festa delle nozze.
Il re li chiamò a uno a uno e domandò: «Chi facesse male a questa bella signora, quale pena meriterebbe?». E chi rispose che sarebbe meritevole di una collana di canapa, chi di un conferimento di selci, chi di un contrappunto con un maglio sulla pelle dello stomaco, chi di una bevanda di scamonea, [336] chi di un monile composto di una mazzera, e chi di una cosa e chi di un’altra.
Chiamò, in ultimo, la sciagurata regina, e, facendole la stessa domanda, quella rispose: «Meritare abbruciare e cenere da castello gettare». E il re le disse: «Tu ti sei scritto il malanno con la penna tua; ti sei data l’accetta al piede; hai foggiato i ceppi, affilato il coltello, stemperato il veleno, perché nessuno l’ha fatta peggio di te, cagna mora! Sai tu che questa è la bella giovinetta che tu trapassasti con lo spillone? Sai che questa è la vaga colomba, che tu facesti scannare e cuocere nella padella? Che ti pare, Cecca, di questo ronzino? Scuoti via, ché è discesa! Hai fatto una bella sporcizia: chi fa male, male aspetta, e chi cucina frasche, scodella fumo».
Cosí la fece prendere di peso e mettere viva viva sopra una gran catasta di legna, e, fattone cenere, la sperse dall’alto del castello al vento, avverando il detto:
Non vada scalzo chi semina spine.
[337]
Narra Zoza la storia delle sue sventure, e la schiava, che si sente toccare i tasti, fa quanto può per interrompere il racconto. Ma il principe, a suo dispetto, vuole ascoltarlo; e, scoperto il tradimento di colei, la fa morire, tuttoché incinta, e prende in moglie Zoza.
Tutti stettero con gli orecchi tesi ad ascoltare il racconto di Ciommetella; e alcuni lodarono il sapere con cui l’aveva recitato, altri mormorarono, accusandola di poco giudizio, che non doveva, alla presenza di una principessa schiava mora, manifestare i vituperi di un’altra della stessa razza, e che perciò s’era posta a gran rischio di guastare il gioco. Ma Lucia fece veramente da Lucia[470], dimenandosi tutta, mentre si narrava il racconto; sicché dall’irrequietezza del corpo era dato congetturare la burrasca che le soffiava nel cuore, avendo visto nella storia di un’altra schiava il racconto preciso degli inganni suoi. Ed avrebbe fatto cessare la conversazione; ma, in parte perché non poteva far di meno dei racconti, tanto fuoco le aveva messo in seno la bambola, al modo stesso che colui, che è morso dalla tarantola, non può astenersi dai suoni[471], [338] e in parte per non dar materia di sospetti a Taddeo, s’inghiottí questo torlo d’uovo con disegno di farne a tempo e a luogo buon risentimento. Ora, Taddeo, al quale il passatempo dei racconti era entrato in grazia, accennò a Zoza che dicesse il suo; ed essa, dopo i soliti complimenti, incominciò:
«La verità, signor principe, fu sempre madre dell’odio; e perciò non vorrei che l’obbedire ai comandi vostri offendesse alcuno di quelli che sono qui presenti; perché, non essendo usa a fingere invenzioni e a tessere favole, sono costretta, per natura e per accidente, a dire fatti veri. E, quantunque il proverbio dica: «Piscia chiaro e fa le fiche al medico», tuttavia, sapendo che la verità non è ricevuta alla presenza dei principi, io tremo di dire cosa che vi faccia forse montare i fumi della collera».
«Di’ quello che vuoi — rispose Taddeo, — ché da questa bella bocca non può uscire niente che non sia inzuccherato e dolce».
Queste parole furono pugnalate al cuore della schiava, e ne avrebbe mostrato segno, se le facce nere fossero, come le bianche, libro dell’anima, e avrebbe pagato un dito della mano a esser digiuna di quei racconti, perché il cuore le [339] si era fatto piú nero della faccia, e, dubitando che il racconto passato non fosse stato prima annunzio e poi malanno, dal mattino previde il cattivo giorno.
Ma Zoza, in questo mezzo, cominciò a incantare i circostanti con la dolcezza delle parole, raccontando dal principio alla fine tutti gli affanni suoi, a cominciare dal punto della naturale malinconia sua, infelice augurio di quello che doveva accaderle, perché essa aveva portato sin dalla culla l’amara radice di tutte le crudeli sciagure, le quali, servendosi della chiave del suo riso sforzato, la sforzarono a tante lacrime. Seguitò poi con la bestemmia della vecchia, col pellegrinaggio suo accompagnato da tanta angoscia, con l’arrivo alla fontana, e il piangere dirotto, e il sonno traditore, che fu la sua rovina.
La schiava, sentendola prendere largo e tira, e vedendo male avviata la barca, gridò: «Stare zitta, turare; se no, pugni a ventre dare e Giorgetiello acciaccare!». Ma Taddeo, che aveva scoperto paese, non ebbe piú flemma, e, toltasi la maschera e gittando la barda in terra, disse: «Lasciala raccontare fino in fondo e non fare piú coteste rapine di cappa con Giorgetiello e Giorgione, perché, infine, non mi hai trovato solo[472], e, se mi monta la senapa, meglio che ti avesse schiacciata una ruota di carro». E comandò a Zoza che seguitasse a dispetto della moglie; ed essa, che non voleva altro che il cenno, seguitò narrando come avesse trovato rotta l’anfora e l’inganno usato dalla schiava nel levargliela di mano; e, cosí dicendo, scoppiò a piangere di maniera, che non fu nessuno dei presenti che stesse saldo allo schianto.
Taddeo, dalle lacrime di Zoza e dal silenzio della schiava, che era ammutolita, comprese e pescò la verità del fatto; e, [340] somministrata a Lucia tale strigliata di capo che non si farebbe a un asino, e costrettala a confessare con la propria sua bocca il tradimento, dié subito ordine che fosse sepolta viva, con la sola testa allo scoperto affinché la morte sua fosse stentata.
E, abbracciando Zoza, le fece rendere onore come a principessa e moglie sua, e mandò avviso al re di Vallepelosa che venisse alla festa. Con queste nuove nozze, terminò la grandezza della schiava e il trattenimento dei racconti; e buon pro e sanità vi faccia, ché io me ne venni via, passo passo, con un cucchiaietto di miele.
Fine.
[341]
[355]
| Giornata terza — Introduzione | p. 1 | |
| I. Cannetella | 6 | |
| II. La bella dalle mani mozze | 16 | |
| III. Il «bianco viso | 30 | |
| IV. Sapia Liccarda | 44 | |
| V. Lo scarafaggio, il topo e il grillo | 52 | |
| VI. Belluccia | 64 | |
| VII. Corvetto | 73 | |
| VIII. L’ignorante | 82 | |
| IX. Rosella | 90 | |
| X. Le tre fate | 100 | |
| Egloga III. — La stufa | 114 | |
| Giornata quarta — Introduzione | 125 | |
| I. La pietra del gallo | 133 | |
| II. I due fratelli | 141 | |
| III. I tre re animali | 155 | |
| IV. Le sette cotennuzze | 164 | |
| V. Il dragone | 172 | |
| VI. Le tre corone | 185 | |
| VII. Le due pizzelle | 198 | |
| VIII. I sette colombi | 207 | |
| [356] | ||
| IX. Il corvo | 222 | |
| X. La superbia punita | 236 | |
| Egloga IV. — La volpara | 244 | |
| Giornata quinta — Introduzione | 259 | |
| I. L’oca | 267 | |
| II. I mesi | 272 | |
| III. Pinto smalto | 278 | |
| IV. Il ceppo d’oro | 286 | |
| V. Sole, Luna e Talia | 297 | |
| VI. La Sapia | 304 | |
| VII. I cinque figli | 310 | |
| VIII. Ninnillo e Nennella | 317 | |
| IX. I tre cedri | 324 | |
| X. Fine della Fiaba delle fiabe. Conclusione alla introduzione dei trattenimenti | 337 | |
| Indice alfabetico delle note | 341 | |
1. Suonatori: v. I, 232, n. 3.
2. Di molti di cotesti balli si troverà la descrizione nelle Nuove inventioni di balli, opera vaghissima di Cesare Negri milanese detto il Trombone, famoso et eccellente professore di ballare, ecc. (Milano, 1604); e nel Ballarino di messer Fabritio Caroso da Sermoneta (Venezia, 1631). Anche il Del Tufo (Ritratto di Napoli, ms. cit., f. 77) ricorda «quelle belle danze Ballate a nostra usanza, Come a dir Spagnoletta o Tordiglione, Fatto a proporzione, Rogier, Lo brando e Passo e mezzo ancora, Ballo del Cavalier con la Signora»; e inoltre: «Quel gracioso ballo, Detto la Villanella, Cosa certo assai bella, O la Barriera, Cingara, o Cascarda, O il Ballo del canario, o la Gagliarda».
3. Come si è già detto, la «Sfessania» e la «Lucia» erano una medesima danza, o, a ogni modo, si legavano strettamente. Nella Tiorba a taccone dello Sgruttendio (corda IX, «a Cecca, la catubba») si ritrae questo ballo con le relative parole, che giova qui riferire:
O Lucia, ah Lucia,
Lucia, Lucia mia,
stiénne sto musso e nzéccate ccà.
Vide sto core ca ngrossa, ca sguazza,
auza sso pede, ca zompo, canazza!
Cucherecú,
zompa mo’ su!
Vecco ca sàuto, ca giro, ca zompo;
nante che scompo,
zompa, Lucia, ch’addanzo io da ccà:
tubba, catubba e nanianà.
O Lucia, ah Lucia,
Lucia, Lucia mia,
cotogni, cotogni, cotognià.
Vide chest’arma ca scola, ca squaglia,
tiente, ca passo sautanno na quaglia.
Cucherecú,
sàuta mo’ su!
Vecco ca sàuto, ca torno, ca roto,
vi’, ca mme vóto:
sàuta, Lucia, ca zompo io da ccà:
uh, che te scuosse! e pernovallà!
O Lucia, ah Lucia,
Lucia, Lucia mia,
cocozza de vino bonora me sa.
Vide, canella, ca tutto me scolo,
tiente, ca corro, ca roto, ca volo.
Cucherecú,
rota mo’ su!
Vecco ca roto, ca corro, ca giro;
vi’, ca sospiro:
rota, Lucia, ca scompo mo’ ccà:
ngritta, ca ngritta, e cuccurasà.
4. Modo di dire, che si trova anche in altri scrittori del tempo. Il Lippi (Malmantile, IX, 3): «E lascia il proprio per l’appellativo, Cercando miglior pane che di grano».
5. Si veda I, 274, n. 5.
6. Bisticcio lubrico.
7. Veramente il nome di Cannetella esisteva nel dialetto napoletano, come diminuitivo di «Cánneta», ossia «Candida».
8. Testo: «lungo ciavane o streppone de fescena».
9. Testo: «sto grisolaffio».
10. Un proverbio napoletano suona: «Corna di sòra (sorella), corna d’oro; corna di mogliera, corna davvero»; e forse questo, o simile motto, andava per la mente del Basile.
11. Testo: «pe fino a no fenucchio».
12. Testo: «uva anzolia», che non si sa bene quale varietà designi.
13. Uva galletta.
14. V. sopra, I, 184, n. 3, 230, n. 5. Il Vecellio (op. cit., p. 145), discorrendo dei luoghi delle case dove le donne ai suoi tempi solevano la mattina esporsi al sole per asciugare le chiome nell’imbiondirle, nota: «Nella città di Napoli ancora usano sopra le case alcuni luoghi scoperti, che ivi si chiamano battuti, et sono composti di sabbia grossa et di calcina, tanto ben battuta che regge ad ogni grossa pioggia».
15. Belletti.
16. Società tra due negozianti.
17. Come nei processi, quando si riuniscono insieme gli atti di due o piú cause.
18. Formula delle ricette dei medici.
19. Per questa frase, v. sopra, I, 62, n. 1.
20. Cioè, era venuto matto. La cura, alla quale in quei tempi erano sottomessi i pazzi dello spedale degl’Incurabili di Napoli, consisteva nel girare la ruota per attingere l’acqua dal pozzo, mangiare cento uova come cibo nutriente e leggiero, e ricevere periodiche bastonature. Biagio Valentino, poeta dialettale della generazione seguente a quella del Basile, fa dire a un tale che era stato scambiato per matto e portato agl’Incurabili: «Votaie la rota comm’a tutte l’áute, Me magnaie le cient’ova, com’è sòleto, La porzione avette de le bàcole». Si veda in proposito E. Buonocore, Mastrogiorgio (Giorgio Cattaneo) nella cura della pazzia (Napoli, 1907).
21. Testo: «chi fatto a tene? che nasa faise?»: luogo inintelligibile, e forse corrotto.
22. «Capriata», miscuglio di vino bianco e vino nero: cfr. lo spagn. «calabriada».
23. V. sopra, I, 60, n. 1.
24. Testo: «o caso cuotto»: sottintendendo (come, in altri testi, si trova compiuta la frase) «con olio», ossia in guisa ripugnante al cacio. Vuol dire: come se non fossimo in alcun modo parenti.
25. Traslato dal giuoco del pallone.
26. La luna piena. Poiché Taranto abbonda di pesci e crostacei squisiti (si veda il poema dell’Aquino, Deliciae Tarantinae, Napoli, 1771), vi si può passare una quaresima, cioè mangiar di magro, pur soddisfacendo la gola e diventando grassi e tondi.
27. «Come il caval del Regno, ha le lettere su le chiappe», diceva un proverbio, registrato nei Floris Italicae linguae libri novem del Monosini (Venezia, 1604), p. 413. È da vedere in proposito il curioso e raro libriccino: Libro de marchi de cavalli de tutti li principi et privati signori che hanno razza di cavalli (in Venezia, appresso Nicolò Nelli, 1569), dove abbondano appunto quelli delle razze del regno di Napoli.
28. Spagn.: «mantear», che significa (secondo la definizione del Franciosini) «metter alcuno in una coperta, e tra quattro, che la tengono da ogni capo, farlo saltare in alto e riceverlo in essa: burla che si fa tra i paggi e i buffoni», e che (come tutti rammentano) fu fatta a Sancio Panza.
29. Testo: «co lo triego». «Trevo» o «triego» è (secondo il Guglielmotti) «quella vela piú quadra, piú bassa e piú grande, che è la prima delle tre, spiegate ordinariamente sull’istesso albero».
30. Clientela, che getta un’ombra anche sulla condotta coniugale della malvagia Nuccia.
31. Libeccio, che è chiamato «garbino» dai marinai della costa adriatica.
32. Testo: «lo cosciale».
33. Tre categorie di persone, che si soleva allora piú di frequente rimuovere dai luoghi dove abitavano o scacciare dal Regno. V. sopra per gli studenti, I, 136, n. 1.
34. Cioè, il corno: v. I, 46, n. 3.
35. Termini di giuoco: v. sopra, I, 163, n. 1.
36. «A locernella»: sembra che fosse una piccolissima misura di capacità o una metafora per designarla.
37. Dei «franfellicchi» si è detto, I, 134, n. 5. «Strùffole», dolciume napoletano, pasta di fior di farina con uova, fritta in piccoli pezzi rotondeggianti e condita con miele e confettini: di consuetudine nel Natale.
38. Il Garzoni (Piazza universale, p. 509), dopo aver discorso del vario modo di colorir la cera, soggiunge: «et da essa procedono quelle belle candele e torzi (sic) che si comprano in Venetia, l’una delle quali bramar doveva il Cantelicio, ecc.».
39. Per questa protesta di servitù, che si usava allora nella conversazione e nelle lettere, v. I, 243, n. 1.
40. Testo: «Lo viso»; ma vedi piú sotto i versi, che formano come il motivo del racconto.
41. Gli zingari, in quanto sogliono indovinare la ventura.
42. Testo «uosso mastro», il femore degli animali.
43. Imbrattamento di rosso alla parte esterna delle case, che era atto di grave offesa che s’intendeva arrecare a colui che vi abitava, e perciò causa di fatti di sangue, e severamente represso dalle leggi: come, tra l’altro, da un bando del viceré Toledo, del 6 luglio 1549 (riprodotto di poi e rinforzato) contro la «crescente audacia de’ malfattori» nella città di Napoli e suo distretto e casali, «quali di notte, per disonorare et ingiuriare gli huomini e persone vassalli e sudditi di Sua Maestà habitanti in lor case pacifici e quieti, buttano e fanno petriate e macriate rosse, negre, gialle, verdi, alle mura di lor case, porte e finestre, in grandissimo vituperio e danno dei suoi sudditi» (Collez. cit. delle Prammatiche, vol. VI, tit. CXXIX, De iniuriis) Si veda il Cortese, Micco Passaro, VIII, 5-6. È da ricordare che una «macriata» fu fatta, piú tardi, proprio alla sorella del Basile, la famosa cantatrice Adriana (v. Ademollo, La bell’Adriana, pp. 327-8).
44. Il Liebrecht (I, 297, e Anmerk., I, 408) qui corregge «epilogo»: correzione non necessaria e non felice, perché l’Aurora è il «prologo» della «tragedia», cioè della sconfitta e fuga della Notte.
45. Vedi sopra, I, 238, n. 1.
46. Forse non è qui il fior di giacinto, ma la «gemma giacinto», la quale, portandosi addosso in anello, tra le altre virtù, faceva «l’uomo allegro, conservando il cuore in vigore», e conciliava il sonno; come si legge nel Donzelli, Teatro farmaceutico (ed. di Venezia, 1704), pp. 137-8.
47. Sembra frammento di uno strambotto. Nel testo suona propriamente: «Vengo da parte, dove sempre nchianto Stace na donna e dice: — O bianco viso! Deh, chi me t’ha levato da lo canto».
48. Si chiama cosí un luogo di Napoli (prossimo alla stazione centrale della ferrovia), dove, circa il 1487, il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona, aveva costruito un palazzo e un giardino (intorno ai quali vedi A. Colombo, in Arch. stor. nap., IX, 563 sgg.). Per dono di Carlo V passò poi al viceré Toledo e agli eredi di costui, i quali abbatterono palazzo e giardini e censirono il luogo per case, e in quei vicoli «della Duchesca» si raccolsero prostitute e gente di mala vita. A ciò alludono le parole di Renza, che vogliono dire: una donna credeva di star libera a godere alla Duchesca, e fu iscritta alla gabella delle meretrici e assoggettata alla polizia e al fisco.
49. Per questi giuochi, v. I, 175, n. 3, 177, n. 2.
50. Poco profitto: un semplice dono di caciocavalli: v. sopra, p. 25.
51. Immagini prese dalla pesca.
52. Testo: «cervone»: la biscia mangia il rospo.
53. Traslati dal giuoco della primiera.
54. Nel testo: «chi gabba peccerille, fa la morte de li grille».
55. Contro gli scrivani, cioè i bassi ufficiali dei tribunali e delle altre pubbliche amministrazioni e i loro imbrogli e la loro venalità, abbondano i motti satirici nella letteratura dialettale napoletana. Si veda Cortese, Micco Passaro, III, 5, e il nostro stesso, nell’egloga che termina la giornata IV.
56. Per questi giuochi v. sopra, I, 177, nn. 1 e 5.
57. Testo: «tutomaglio», che è l’«euphorbia helioscopia».
58. Il tabacco, che allora proprio entrava nel costume generale, si adoprava o si stimava rimedio a molte e diverse infermità. Un cronista scrive sotto l’anno 1632: «S’è preso cosí in uso di pigliar del tabacco in Napoli, ch’è cosa meravigliosa, poiché tutti indifferentemente portano le loro tabacchere piene, e ne prendono in gran quantità, et ad ogni ora et in ogni luogo, cosí sagro come profano, stando in grand’opinione che giovi mirabilmente» (Bucca, in Arch. stor. nap., XXXVII, 133); e piú oltre racconta della morte del duca di Sicignano Caracciolo, che, «essendosi fatto aprire, se li è trovato una gran quantità di tabacco nel cerebro, che, stando ivi ammassato insieme, hanno i medici concluso che da ciò la morte; e pure si seguita a prenderne» (ivi, p. 272). Scherzosamente lo esalta come panacea un altro contemporaneo del Basile, Francesco Zucchi da Monteregale in Abruzzo, ne La tabaccheide, scherzo estivo sopra il tabacco (Ascoli, 1636).
59. Com’è noto, allora si distinguevano i «medici di urina», che erano propriamente i medici, e i «medici di piaga», che erano i chirurgi.
60. «Letto di riposo», dice il testo, che è quello che si chiamò poi canapé o sofà.
61. Testo: «ed è iuto a votare ( — vottare) ossa a lo ponte Ammore». Mi par da correggere nel modo in cui ho tradotto; e vorrebbe dire che Amore butta le ossa al ponte Ricciardo o ponte della Maddalena, a Napoli, sul Sebeto (per antonomasia il «ponte»): luogo in cui si gettavano le ossa dei giustiziati e suicidi, e le carcasse dei cavalli e di altri animali.
62. Socio, o azionista, d’impresa commerciale.
63. Allusione alle fosse in cui si conserva il grano. Anche a Napoli c’erano le «fosse del grano», di proprietà della città, fuori le mura, al posto ove sono ora le case a man destra della salita del Museo: si veda Celano, Notizie cit., V, 20-22.
64. Nella minestra di erbaggi, per darle sapore, si mette un pezzo di prosciutto attaccato all’osso.
65. Cioè: «la savia Riccarda».
66. Testo: «cavallesse fenestrere»: «cavallesse», cavalle sfrenate «fenestrere», che stanno sempre alla finestra a civettare.
67. Luoghi di vita allegra; pei due primi, v. I, 86, nn. 7 e 8, 143, n. 4 e in questo vol., p. 36, n. 1. Il «fondaco del Cedrangolo» è il presente «vico Cedrangolo», nel borgo di Sant’Antonio Abate. L’altro era un lurido budello nel quartiere di Porto, presso la via di San Bartolommeo, che il Basile ricorda anche nella terza egloga delle Muse napolitane, dove chiama le femmine che concorrevano alla taverna del Cerriglio «l’accoppatura (il fior fiore) de lo Pisciaturo». Ai giorni nostri quel vicolo ha ricevuto nuova tabella viaria col nome di «Vico Stella a Porto».
68. Diminutivi di «Francesco», «Orazio» e «Salvatore».
69. L’immagine è presa dai baroni che venivano a corte a gareggiare di pompe e sfoggi, e piú particolarmente da quelli di essi che, a un certo punto, per non rovinarsi affatto, si ritraevano dalla gara e tornavano a far vita parsimoniosa nei loro feudi.
70. Per analogia, trovandosi negli scrittori «occhio di ramarro» per occhio che civetteggia e adesca.
71. Testo: «non se po fare lattenatte»: letteralmente, fior di latte.
72. Testo: «lo re»: evidente cattiva lettura del manoscritto per «Tore».
73. A servir da spauracchio agli uccelli.
74. Lattuga romana o lattugona, com’anche è detta.
75. Testo: «desquitte»: spagn.: «descuido».
76. Luogo presso Napoli in collina, che in quel tempo già cominciava a coprirsi di ville e case di campagna (v. Celano, Notizie cit., IV, 745 sgg.).
77. Come si è detto, era una nave vecchia che serviva da ospedale: v. I, 128, n. 3.
78. Assisa o tariffa.
79. Cioè, «oste-rie»: nella prima parte, «oste», «hostis», e nella seconda «rie», da «rio», malvagio.
80. Testo: «comm’a pirolo», propr. bischero.
81. La parte superiore dell’Egeo.
82. La fiera di Salerno era «delle piú solenni d’Italia, che durava otto giorni, cominciando dalla vigilia dell’apostolo san Matteo»: la gente vi concorreva «da luoghi ancor lontanissimi»; vi si esponevano «animali e qual si sia sorte di robba»; si teneva nel luogo dov’era il castello grande (Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, Napoli, 1703, I, 174-5).
83. L’ambasciatore veneto Lippomano notava, nel 1575, la facilità che era data ai mercatanti nel regno di Napoli di comprare da un giorno all’altro feudi, censi e case per centinaia di migliaia di scudi: v. Croce, Storia del regno di Napoli, p. 120.
84. Qui nella ediz. del 1674, curata dal Sarnelli, e in tutte le seguenti, si aggiungono le parole, che, tradotte, suonano: «quel bel fiume, che ha dato nome alla famiglia antica dei Sarnelli»: interpolazione vanitosa o scherzosa dell’editore.
85. «Soberbiosa y grandiosa»: accenno al modo iperbolico di fraseggiare, che gl’italiani solevano notare negli spagnuoli.
86. Testo: «drinto a no marzapaniello», che sarebbe un panierino; ma, piú oltre, in una «scatoletta».
87. La torre o castello di Scafati, ch’era sulla sponda sinistra del Sarno.
88. Il «daino» era un passo di ballo.
89. Cioè, la testa.
90. Locuzione che si trova anche nel Cortese e in altri scrittori.
91. I cocomeri si vendono «con la prova», cioè con un taglio sulla buccia, per accertare che siano ben rossi e saporosi.
92. È curioso notare che l’edizione napoletana del Muzio, stampata nel 1714, cangia qui «tedesco» in «inglese»; certamente per riguardo verso i molti tedeschi che erano in Napoli, venuta allora in dominio degli Absburgo di Austria, e non senza una punta contro gl’inglesi, che erano allora mal visti nei paesi di casa d’Austria per il voltafaccia politico da essi eseguito negli ultimi anni della guerra combattuta in comune, e che aveva condotto, con la pace di Utrecht, al riconoscimento della dinastia borbonica in Ispagna.
93. Le Pleiadi.
94. Una delle tante immagini per significare «ubbriacarsi»: come lo sposo non aveva mancato di fare, da buon tedesco.
95. Son. CLII (I, 133). Nel Petrarca: «tragge».
96. Son. CCLXXXIII (II, 55).
97. Traslato perfettamente nel gusto dei poeti del tempo.
98. Sul tabí di Venezia, v. Garzoni, op. cit., p. 909.
99. È del Caro, nella traduzione dell’Eneide, IV, 1061, e parafrasa il «ter revoluta toro est» di Virgilio.
100. Nel testo, stranamente: «La serva d’aglie», cioè la selvetta di agli, che è mentovata a principio e non ha alcuna parte nel racconto.
101. Allora «casale regio» di Napoli, insigne per il palazzo e la villa che vi aveva costruito il negoziante fiammingo Gaspare Roomer, dove questi accolse nel 1630 la regina Maria di Ungheria. Lo descrive il Pacichelli, Memorie dei viaggi per l’Europa cristiana (Napoli, 1685), parte IV, tomo I, pp. 244-5.
102. Testo: «Renzullo», che poi è divenuto sempre «Narduccio».
103. «Carosa»: v. I, 235, n. 2.
104. Testo: «cacanitola».
105. Testo: «molletta». Le molle per attizzare il fuoco e meglio riscaldarsi.
106. Alberata. Serbo la parola nella forma che è d’uso nella terminologia agronomica meridionale.
107. Aver paura.
108. Testo: «cacaselle», esperto cavalcatore.
109. L’antica Porta Reale era stata trasferita dal viceré Pietro di Toledo a capo della via Toledo (presso la chiesa dello Spirito Santo), al luogo dove si vede ora una lapide che ricorda il suo abbattimento nel 1775 (Celano, Notizie, III, 39-41). Era posto di corrieri e di vetturini.
110. Skanderbeg: v. sopra, I, 21, n. 1.
111. Testo: «Adaso, mérola»: detto che continua: «ca la via è petrosa».
112. Qualche polvere che si vendeva da cerretani sulle piazze (onde di e zanni»), e che aveva virtú eccitante o riscaldante.
113. Quel grande arco sulla strada da Pozzuoli a Cuma, aperto attraverso il monte Grillo.
114. Testo: «ntruglio de Vaia». Con questa parola quei di Baia chiamano complessivamente i cosiddetti tempî di Venere, di Mercurio, di Diana, grandi edifizî rotondi che servivano a uso di terme. È da sospettare che la parola sia corrotta da quella di «trullo» (dal greco bizantino) in uso in alcune parti dell’Italia meridionale per designare ruderi di edifizî a cupola.
115. Per questi luoghi di Napoli, v. sopra, I, 85, n. 9, 86, n. 4.
116. Testo: «vosseta», coppa di legno, nel cui mezzo gira la coda di una bacchettina di ferro con coperchio di legno, a uso d’incannare la seta.
117. Nel testo: «a la vota de Resina».
118. Cioè, condurre le cose con ponderazione e flemma. Risponde al latino: «bove leporem venari», e si dice anche in italiano.
119. Ora si direbbe, in linguaggio forense, «con la generica del delitto».
120. Testo: «Antuono», e cosí piú oltre.
121. Salsa per condire il pesce.
122. Mescolanza di minuti pesciolini di vario genere.
123. Invenzione tessuta sul detto di Epimenide, serbatoci da san Paolo, Epist. ad Titum, I, 12: «Dixit quidam ex illis, proprius ipsorum propheta: Cretenses semper mendaces, malae bestiae, ventres pigri». Il Basile, come si è detto, dimorò per alcun tempo in Candia, ai servigi di Venezia.
124. Note maschere della commedia dell’arte.
125. Nella forma in cui a Napoli si esponevano in vendita le frutta. Sul «quadretto napoletano», v. Del Tufo (ms. cit. ff. 8-9), che lo descrive e ne canta le lodi e gli dedica anche un sonetto.
126. Come accadeva, e accade, per le vie di Napoli durante l’estate.
127. Testo: «lo descenzo e la scesa», propriamente «convulsione e flussione», bisticcio con «discesa».
128. L’inferno.
129. V. sopra, I, 273, n. 4.
130. Allude probabilmente al popolarissimo Contrasto di Carnevale e Quaresima, che, con altre composizioni della stessa sorte, può vedersi raccolto da L. Manzoni nella dispensa 181 della Scelta del Romagnoli, intitolata: Il libro di Carnevale dei secoli XV e XVI (Bologna, 1881).
131. Erano ancora in quel tempo in grandissima voga le imprese con motti e ne trattavano di proposito moltissimi libri, tra i quali il piú ampio è forse quello del Picinelli, Mondo simbolico (Venezia, 1678).
132. È un omaggio al duca d’Alba, don Antonio Alvarez di Toledo, ch’era viceré di Napoli (1622-39), quando il Basile componeva questo libro, e a cui egli dedicò nel 1627 la raccolta completa delle sue Odi, e indirizzò versi in lingua spagnuola: v. Croce, Saggi sulla letteratura italiana del seicento2, pp. 21-22, 109-14.
133. In questa seconda impresa, allude forse a se stesso alla sua poca fortuna e al declinare della sua vita.
134. Pei «gaifi», v. sopra, I, 74, n. 1.
135. Con scale a chiocciola: spagn. «caracol».
136. Trasl. dalle iscrizioni a carbone onde gli avventori oziosi sogliono ricoprire le pareti delle osterie. Nella terza egloga delle Muse napolitane, descrivendosi la taverna del Cerriglio, è detto che vi si può passare il tempo a vedere «tante storie, Pente co lo cravone ad ogni muro. Ccà se vede no ntruglio co la vela, Llà n’autro mpiso co no mutto a bascio. Ma chi porria contare Quanta ditte e sentenze?...». Si veda anche il Cortese, Ciullo e Perna, a princ. del l. VII.
137. Testo: «testimonia vostra, strunzo mmiezo»: per questa formula v. sopra, I, 244, n. 3.
138. Pezzi di legno incavati nel mezzo e spalmati di sego nell’incavo, che si adoperano pel varo di piccole navi e di barche.
139. Piú enfaticamente loda Venezia nella Giornata IV, 9.
140. Intendi qui, come in IV, 9, per Alessandria, e di là al Cairo.
141. Nel noto dialogo Il gallo o il sogno.
142. Tra le Pistole volgari di Niccolò Franco (Venezia, 1538) ve n’ha una «Alla lucerna», con una lunga «Risposta de la lucerna»: satira delle varie condizioni e professioni umane, delle quali la lucerna conosce i segreti (nella ristampa delle lettere del Franco, Venezia, 1604, epistola e risposta si leggono a ff. 183-200).
143. Testo: «quella faccia de giarnea a l’antica».
144. Vedi sopra, I, 64, II, 1.
145. Manovale di muratore.
146. Debbono essere parole di qualche canto popolare.
147. Testo: «refole», che i lessicografi napoletani spiegano nel senso di «rifolo» o buffa di vento.
148. Il re dei facchini della dogana.
149. Anche a Napoli, al primo di maggio, e nella via che prese il nome di «Maio di Porto», «si faceva una festa, apparandosi tutta di fiori di ginestra, che fino ai nostri tempi si chiamano fiori di maio; e vi si piantava un lungo arbore di nave, e nella cima vi si attaccavano diversi premi ed erano di coloro che a forza di braccia e destrezza vi salivano; e questo giuoco anche ai nostri tempi ritiene il nome di Maio» (Celano, Notizie cit., IV, 292).
150. Lippi, Malmantile, V, 51, traducendo questo luogo: «Or piú rossa del cul d’uno scolaro, Dopo ch’egli ha toccato una spogliazza»; e nelle relative note del Minucci è spiegata la differenza tra il castigo scolaresco della «spogliazza» e l’altro del «cavallo».
151. Come era allora consueto spettacolo di ladruncoli o meretrici o altri delinquenti, portati per la città sopra un asino e frustati dal manigoldo.
152. Il canto del cuculo era tenuto di buon augurio, almeno nei modi di dire degli scrittori dialettali napoletani; benché, nelle credenze popolari, valga, in generale, per l’opposto: cfr. Pitré, Bibl., XVI, 392.
153. La costellazione dell’ariete, nella quale il sole si trova nel marzo.
154. Al diavolo.
155. All’inferno.
156. Sui significati mistici del nove e degli altri numeri si leggeva allora il libro del Bongo, Numerorum mysteria (Bergamo, 1599).
157. Testo: «mprenafeneste», ingravida-finestre: colui che fa all’amore passeggiando sotto le finestre, guardando se si affaccia la donna desiderata e corrispondendo con lei dalla strada alla finestra per occhiate e cenni.
158. Testo: «sto secamolleca e sto tirammolla». La prima parte è anche l’inizio di una filastrocca infantile («Seca molleca E le donne di Gaeta, ecc.), che le balie cantano tenendo i bambini sulle ginocchia e tirandoli per le manine e poi scostandoli. Vedila in Molinaro del Chiaro, Canti del popolo napoletano (Napoli, 1916), p. 43.
159. A Napoli, per altro, come si è detto, non c’erano piú ebrei, cacciati nel 1541 dal viceré Toledo, e, quando furono cacciati, un cronista deplorò che fosse venuta meno una grande comodità ai poveri, e che, in fatto di prestiti su pegni, «i cristiani cominciassero a far peggio che i giudei non facevano» (Castaldo, Historia, ediz. Gravier, p. 66).
160. L’«abito dei poveri vergognosi», del quale con debita licenza, si vestivano cittadini per avversa fortuna caduti in necessità, è descritto dal Vecellio, Habiti antichi e moderni, p. 176, che lo dice «sacco o vesta di tela nera, tutta rappezzata e vecchia, con la quale rappresentano la loro povertà, e un cappuccio, il quale si mettono in testa».
161. Testo: «sceroppata», da «sciroppo».
162. Testo: «arrobbare», che qui non avrebbe senso. Suppongo che intenda «arrobbiare», cioè dipanare i fili con la robbia (francese: «garancer»).
163. V. sopra, p. 58, n. 2.
164. Petrarca, Trionfo d’amore, II, 83.
165. Pelatrice. La parola, in tal significato, è anche nel Boccaccio.
166. Specie di grossa viola, che il Basile ricorda tra gli «strumenti moderni di musica», nella nona egloga delle Muse napolitane.
167. Comune della provincia e circondario di Caserta, e allora casale di Capua.
168. Il testo aggiunge: «e li tallune a cavola», che non s’intende; l’ed. Sarnelli e le seguenti variano: «a provola».
169. Anticamente «Cuculum», poi «Panicocoli», ora «Villaricca», comune della provincia di Napoli, circondario di Casoria. Essendo diventato il nome «Panicocoli» oggetto di celie tra gli abitanti dei luoghi vicini, non molti anni sono fu cangiato in quello di «Villaricca»: come già sembra che, in età remota, fosse stato cangiato quello primitivo di «Cuculum», per isfuggire ai bisticci dei napoletani dell’undecimo o duodecimo secolo.
170. V. sopra, I, 130, n. 1.
171. Testo: «de scierghiglie»
172. Si è pensato, in questo luogo, al calice dell’ultima cena che si serbava a Gerusalemme e poi a Valenza in Ispagna, o all’ampolla, «la sainte ampoule», di Reims: si veda in proposito il Rocco nel Giambattista Basile, IV, 86, e, diversamente, nel Voc. nap., ad. V. Ma, piú probabilmente, vorrà dire: «il Santissimo Sacramento».
173. Testo: «comme na vettola».
174. Il diavolo.
175. Il testo aggiunge: «gaize» (ediz. Sarnelli: «gazze»), che non intende.
176. «Pennate», tettoie.
177. Il testo aggiunge: «de filato e cocullo», che non ben s’intende cosa sia; ma, qui come piú sotto, l’esaltazione della magnificenza appare scherzosa, commista com’è di cose ricche e di cose povere, di delicate e di dozzinali.
178. Uova di pidocchi.
179. Testo: «castellere de privito», che rimane alquanto oscuro.
180. Sorta di sopravveste ampia e lunga: spagn. «monjil».
181. Gorgiera: spagn. «gargantilla».
182. Nodo di capelli sul cocuzzolo, senza pettine: corrisponde, in certo modo, al franc.: «chignon».
183. Spagn.: «periquito», che era una specie di pappagallo.
184. Come un cavallo stellato.
185. Testo: «o Amore»; ma par da correggere come si è fatto.
186. Testo: «n’erva noale».
187. Testo: «hiercuntina».
188. «La nostra sconcissima architettura e cattiva distribuzione degli appartamenti — scrive il Galiani (Voc. nap., I, 280-2) — e la strettezza con cui si abita in una popolatissima capitale, rendono sensibile in tutte le case questo necessario servizio. Nel borgo di Chiaia non solo è sensibile ma importuno, giacché, essendo quelle case edificate tutte a livello del mare, e, per non esservi caduta bastante, non essendosi potuto nelle case costruir le chiaviche e condotti sotterranei, conviene che lo schifoso votamento si faccia alla marina, attraversando la nobilissima strada del pubblico passeggio». Le ore della sera si dicevano perciò «ore iettatorie» e «ore fetorie»; e la prima ora di notte prese anche il nome di «mal’ora di Chiaia», e a questo modo è designata perfino in atti legislativi (Collez. delle prammatiche, ediz. cit., tit. CLXXI, n. CVII).
189. Secondo l’uso del volgo napoletano, e forse di altri volghi, l’imprecazione si rivolge non direttamente alla persona di colui che si vuol offendere, ma ai suoi prossimi (madre, sorella, ecc.), e ai suoi «morti», come quelli dei quali colui riverisce la memoria.
190. Le Pleiadi: mitologicamente, le colombe, a cui dà la caccia Orione coi due cani Sirio e Procione: v. sopra, p. 59, n. 2.
191. Per solito, allora la tela delle scene non si levava, ma cadeva. Nel già ricordato Monte Parnaso (Napoli, 1630), che è del nostro Basile, si legge: «Si vede primieramente, al cader d’un’ampia tela, nella maggior sala del Real Palaggio un spazioso teatro, che boscareccia scena rappresentava...».
192. Testo: «per levarele la cannella, Bacco l’haveva sotterrata a na votte»; che certo è lezione corrotta.
193. V. sopra, I, 22, n. 1.
194. «Stufe» si chiamavano i bagni caldi. Il Del Tufo (ms. cit., f. 79) loda l’«arte degli stufaioli napolitani»: «Cosí tant’altre ninfe Sen van spesso a stufare in cosí calde e profumate linfe, Ne le cui stufe rare Da stufaiol predetti Si tengon ivi preparati i letti: Dove, fatto il mestiero Da quei miei stufaiol tanto cortesi, La dama o il cavaliere Sovra i letti distesi Corre snello e leggiero A riposarsi: intanto, La serva o il paggio vien con qualche cosa Di cannella, di zuccaro o di ova; E parimente in una giarra d’acqua La donna, mezzo stracqua, La dolcissima bocca ella si sciacqua. Qui, vestita di poi, postosi il manto, La donna o il gentil’huom vestito ancora, Senza starci a pensare, Cosí polito l’un, l’altro ben scarca, Manda il marito al Mol per una barca; E con chi sa cantare Se ne vanno a Posilipo a cenare». A lungo tratta degli «stufaroli» il Garzoni (Piazza universale, pp. 825-6), che altresí dice che «son pochi tra essi che non sian ruffiani e che non tengan camere a nolo, meschiando la munditia esteriore con l’immunditia interna in quelle stufe, che son ricetto di mille vergognose e disoneste libidini carnali». — In quest’egloga, per altro, «stufa» è in significato morale, nel senso di «stufare», ristuccare, venire a noia.
195. Testo: «chi accatta zaffarana». Si chiamavano «zaffaranari» i girovaghi che facevano mercato d’indumenti usati.
196. Sulla domanda dei genitori, si mettevano i fanciulli corrigendi nelle carceri dei castelli.
197. Di questi «sollazzi» campo era in Napoli la piazza o Largo del Castello (la presente piazza Municipio), della quale giova riferire una descrizione, fatta sulla fine del settecento, quando non era cangiata, o di ben poco, da quella che era ai tempi del Basile: «Questo largo, oltre al vedersi dal nascere del sole fino al morire sempre pieno di palchi e teatrini, con sopra giovinastri e donnicciuole a lascivamente cantare, sonare e ballare anche sulla corda, era sempre pieno di uomini e donne oziose e di partito, che invitavano al male ed accompagnavano e servivano, azzardandosi fin con gli ecclesiastici e religiosi. In pubblico si giocava a qualunque gioco, anche d’azzardo. La roba, che vi si vendeva, era sicurissimo tutta roba rubata; onde alle volte vedendosi, per grazia di esempio, un bel fazzoletto in mano di uno e sentendone il tenue prezzo, subito si dicea: — È roba comprata al Largo del Castello. — Era il bel passeggio dei ladri più fieri e lesti a prendersi i fazzoletti e le tabacchiere dalle tasche e gli oriuoli dai calzoni; anzi, perché di continuo vi era tanta folla di gente che sembrava un mercato, giungevano a togliere le fibbie dalle scarpe, onde tutti fuggivano di passarvi, contenti piuttosto di allungare cammino. Spesso vi succedevano delle sanguinose risse, per cui era costretto il Castello a sparare il cannone a mitraglia, e vi succedevano dei fatti barbari ed atroci» (P. degli Onofri, Elogi storici di alcuni servi di Dio, Napoli, 1803, pp. 49-50).
198. Sul «compare Biondo» o «compà Iunno», v. sopra, I, 11, n. 1.
199. Il testo dice: «Canta puro lo Stella e lo Giammacco» (forse due nomi di cantanti), È peo na sinfonia che lo sciabbacco».
200. Coi quali si chiudevano i festini.
201. V. sopra I, 86, nn. 7-8.
202. Intendi: scudi.
203. La spada: dispregiativo.
204. Ducato, moneta.
205. La conclusione è meno volgare di quanto parrebbe, perché viene a dire che nella vita ciò che importa è la virtù e il potere (l’«oro» come potenza o mezzo di dominio: come mezzo di godimento è già stato escluso dalla critica precedente intorno al fastidio di tutti i piaceri).
206. Il ballo del Canario era uno dei piú usati e si trova descritto nei trattati di danza di quel tempo: per quello della Torcia, v. sopra, p. 122, n. 2.
207. Cioè il principe Taddeo con la moglie schiava moresca.
208. More.
209. «A segamattone» («a seca mautone»): il Del Tufo (ms. cit., f. 101) ricorda questo giuoco, che chiama «spaccamattone». — «A capo o croce»: assai noto e già solito presso i romani come quello di «caput sut navim»: vedilo descritto nel De Bourcard, Usi e costumi di Napoli, I, 297-8. — «A cucco o vento» (cioè «qualcosa o nulla?»): si presenta il pugno chiuso, dando a indovinare all’avversario. — «A mazza e piuzo», si fa con due bastoncini; il secondo («piuzo») piú piccolo e terminante in punta ai due estremi: è descritto nella rivista Giambattista Basile, I, 55, e corrisponde al toscano: «alla lippa». — «Alla morra»: è il giuoco della mora, notissimo dappertutto («digitis micare» dei romani); e cosí anche il seguente «a pari o dispari» («a paro o sparo»): v. De Bourcard, op. cit., I, 67-70, 298. — «Alla campana»: «si fa in terra col gesso un semicerchio, seguito da un quadrato colle sue diagonali e da tre rettangoli, in modo da formare a un dipresso una campana divisa in otto scompartimenti; poi si getta una chiave, una piastrella o altro in ciascuno degli scompartimenti l’un dopo l’altro, e, saltando sopra un piè solo, bisogna andarla a cacciar fuori. Se la cosa gettata o il piede tocca le linee, si perde» (Rocco, nel Voc. nap.). — «Alle norchie»: che, secondo il D’Ambra, sarebbe un giuoco di carte. — «A castellucci»: cioè mucchietti di noci, castagne e simili, che bisogna cercar di colpire e scomporre col lancio di un’altra noce o castagna. Vedi De Bourcard, op. cit., I, 299; e Pitré, n. 66: «A li casteddu». — «Ad accostapalla»: si getta una prima palla, e i giuocatori gettano a volta a volta le altre, procurando di farle andare quanto piú vicino possono alla prima: vedi De Bourcard, op. cit., I, 302 — «A coppia o solo» («a chioppa o separa»): varietà di quello a pari e caffo. — «Al tocco»: varietà del giuoco della mora e si fa per vedere a chi tocchi in sorte alcuna cosa (e particolarmente il vino che si ha innanzi, e perciò è d’uso tra i bevitori nelle cantine). — Per quelli della palla e dei birilli («sbriglie»), non occorrono spiegazioni.
210. Il «colascione» è ben noto; il «chiuchiero» era uno strumento rusticano a fiato; il «buttafuoco» si trova piú volte ricordato in questo libro; il «cro-crò» (detto anche «zerre-zerre») consiste in un bastoncello con una ruota dentata che, nell’agitarlo e aggirarlo, urta in una linguetta e produce un suono; il «cacapensieri», detto anche «scacciapensieri», si può vedere descritto nel De Bourcard, op. cit., I, 308; il «zuche-zuche» è una sorta di violino. Erano tutti strumenti popolari e antichi, che il Basile, nell’egloga nona delle Muse napolitane, contrapponeva ai moderni, esaltandoli e imprecando contro il primo che ebbe a guastare:
lo Calascione, re de li stromiente,
co tante corde e tante,
c’ha perduto lo nomme e se pò dire:
«Quanto mutato, oimè, da chello ch’era!».
Valea chiù lo consierto
de lo tiempo passato,
lo pettene e la carta,
l’osso miezo a le deta,
lo cro-crò che parlava,
lo bello zuco-zuco,
la cocchiara sbattuta
co lo tagliero e co lo pignatiello,
lo vottafuoco co lo siscariello,
che te ne ive ’n siecolo.
211. Arie di musica, allora molto popolari.
212. Quali fossero queste canzoni del tempo buono dice il Basile nella citata egloga delle Muse napolitane, nella quale a un tale, che voleva cantare una canzone moderna, un altro risponde:
pe te dire
proprio comme la sento,
sse canzune de musece de notte,
de poete moderne,
non torcano a lo bivo.
O bello tiempo antico,
o canzune massicce,
o conciette a doi sòle,
o museca de truono!
mo tu non siente mai cosa de buono.
E dove so’ sporchiate
chelle che componeva
Giallonardo dell’Arpa,
che ne ncacava Arfeo?
dove se conservava,
doce comme a lo mèle,
la mammoria de Napole ientile!
Dov’è iuto
lo nomme vuosto, dove la famma,
o villanelle meie napoletane?
ca mo cantate tutte ’n toscanese,
coll’atro a scherechesse,
contrarie della bella antichetate,
ché sempre cose nove hanno mmentate...
Le «villanelle», infatti, tramontarono nei primi decenni del seicento, perdurando ancora per qualche tempo il «madrigale». Si può vedere in proposito, oltre il Capasso, Sulla poesia popolare a Napoli (in Arch. stor. nap. VIII, 316-331), la recente e ampia trattazione di G. M. Monti, Le villanelle alla napoletana e l’antica lirica dialettale a Napoli (Città di Castello, Il Solco, 1925). Il Basile, nella citata egloga, accenna a parecchie delle piú popolari villanelle, e reca intera questa, che è tipica del genere e che piacerà leggere qui:
— Oh Dio, che fosse ciàola e che volasse
a ssa fenestra a dirte na parola!
Ma non che mettisse a na gaiola.
E tu da dinto subeto chiamasse:
— Viene, marotta mia, deh, viene, Cola! —
Ma non che me mettisse a na gaiola.
Et io venesse et ommo retornasse,
com’era primmo, e te trovasse sola!
Ma non che me mettisse a na gaiola.
E po tornasse a lo buon sinno gatta,
che me ne scesse pe la cataratta,
pur che na cosa me venesse fatta!
«Ciàola», gazza; «gaiola», gabbia; «scesse», uscissi. Per le varianti, Monti, op cit., pp. 134-9.
213. Traduz.:
Via di qua, Margaritella,
ché sei troppo scandalosa,
e per ogni poca cosa
tu vuoi prima la gonnella.
Via di qua, Margaritella!
214. Il testo metricamente esatto doveva dividersi cosí: «Vurria, crudel, tornare — Chianelletto, e po’ stare — Sotto a sso piede; ma si lo sapisse, — Pe straziarme sempre corrarisse»: vedi Monti, op. cit., pp. 128-9, che ne reca una versione italianizzata. I «pianelletti» entravano anche in altre villanelle, come in quella ricordata dal Costo nel Fuggilozio (Venezia, 1600, in fin della Giornata II, p. 136), e dal Basile nell’egloga citata:
Songo tanti leggiadri e tanto vaghi,
donna gentile, sti tuoi chianelletti...
E anche per questa, cfr. Monti, op. cit., pp. 182-3.
215. È una filastrocca fanciullesca, di cui si sono già ricordati di sopra (I, 123, n. 1) i primi versi. Se ne vedano molte varianti in Molinaro del Chiaro, Canti popolari raccolti in Napoli (2. ediz., Napoli, 1916), pp. 88-91, e nelle già citate note del Nicolini al Galiani, Del dialetto napoletano, pp. 142-3: cfr. Monti, op. cit., pp. 101-105.
216. Lunga variante in Molinaro del Chiaro, op. cit., pp. 79-80. Il Galiani, come, fantasticando, attribuiva la precedente ai tempi di Federico II imperatore, cosí questa ai tempi angioini, trovandovi allusione a quei re; ma non si può negare che quest’ultima abbia qua e là un sentore storico quattrocentesco o trecentesco. Vedi, del resto, Monti, op. cit., pp. 109-111.
217. Cosí mi par da interpretare: «crepa la terra e dicelo», del testo.
218. Piccolo e di gambe corte: il Casalicchio, L’utile col dolce, (ed. di Venezia, 1741, p. 6): «una gallinella che noi chiamiamo patanella». Cfr. Berni, Orlando, II, VI, 12: «che par con esso una gallina nana».
219. Con ogni delicatezza.
220. Anche in questa fiaba il nome è scritto in diverso modo: «Iacov’Aniello», «Masaniello», e via.
221. Mettersi in sussiego.
222. Parole di gergo: «voltò strada e prese il largo».
223. In una commedia del Porta: «Mi pareva una di quelle donne di legno che si muovono con i contrappesi, che portano i bagattellieri che vanno per lo mondo» (La turca, I, 1).
224. «Pagliaminuta» si chiamava colui che aveva in Napoli il carico dello spazzamento, in ricordo di un Cola Pagliaminuta di Amalfi, al quale, nel 1487, re Ferrante I d’Aragona concesse quell’uffizio, che poi fu dalla città dato in pegno e piú tardi riscattato, e allora si esercitava a volta a volta da ciascuno dei sei seggi o piazze. Nel 1560 era stato diviso tra sei incaricati, uno per ogni seggio, che presero nome di «Pagliaminuti». Vedi R. Guiscardi, Saggio di storia civile del Municipio napoletano (Napoli, 1862), p. 93.
225. Il diavolo.
226. Ballo che si faceva tenendo in mano pertiche ossia bastoni inghirlandati di fiori, in sostituzione delle spade che prima vi si usavano. Il popolo, nel carnevale, lo ballava in maschera sotto le finestre delle belle o dei signori, che gittavano denaro ai ballerini.
227. Quattro fanciulli si mettono intorno a un gran fuoco e altri quattro vanno a nascondersi: i primi gittano un sasso per uno nel fuoco, gridando: «Pane caldo!», e allora i rimpiattati sbucano accorrendo verso il forno, e i fornai scappano per non farsi cogliere: chi è còlto, deve portare a cavalluccio fino al forno il suo prenditore. Cosí descrive il giuoco, per la Sicilia, il Pitré, op. cit., n. 189: «A pani càudu».
228. Testo: «capopurpo».
229. Testo: «calantrielle».
230. Testo: «Pertusocupo»; ma piú oltre «Pertusofuto».
231. Testo: «fatto priore»: che è tra le parole e frasi sinonimiche di «rubare» nell’egloga in fondo a questa giornata, La volpara.
232. Osteria posta a una delle stazioni della strada percorsa dai viaggiatori e dai procaccio.
233. Tra i rimedî popolari era l’applicazione dell’inchiostro sulle scottature.
234. Piuttosto che le Constitutiones Regni Neapolitani, che non trattano di questa materia, è qui da intendere il diritto giustinianeo (Codex, l. V, tit. XII), vigente nel Regno.
235. Per lui, è finita.
236. Testo: «chi ha de dónne, bona foglia conne».
237. Cioè, fa solo quanto puoi fare.
238. «Quotquot autem receperunt eum» dell’Evangelo di san Giovanni, I, 12.
239. V. sopra, I, 186, n. 1.
240. Cioè il calmiere a cosa che non merita questo provvedimento.
241. Intendi: altrui.
242. Testo: «ommo de craie», che rimanda sempre le cose al domani.
243. Testo: «ommo sbano». Nel citato Ragionamento sopra del asino del Pino (1530), f. 27: «..... da quali nacque questa sorta di gente chiamata sbani: li maschi non mai han pelo nel volto, e le femmine non han fiore in seno, e per loro alterezza non si degnano visitar l’Eccellenza del Signor Marchese (cfr. sopra, I, 243, n. 3) almen una volta al mese». Il famoso Masaniello del tumulto del 1647 è detto in una relazione contemporanea: «giovane d’età venticinque anni, sbano, di statura ordinaria, ecc.» (in Arch. stor. nap., XV, 360).
244. Testo: «a fare accipe cappiello co li studiente». «Nelle dispute scolastiche — scrive il Rocco, nel Voc. — il vincitore riportava una corona o laurea, mentre colui che perdeva prendeva il cappello e andava via, e gli si diceva: Accipe pileum pro corona».
245. Consulte forensi.
246. Scherzosamente: il Digesto.
247. La grammatica di Elio Donato, che era ancora in uso nelle scuole.
248. La Cornucopia sive linguae latinae commentaria di Nicola Perrotti da Sassoferrato, la cui prima stampa è del 1489.
249. Testo: «bèrtole», bisacce: in bisticcio con Bartolo.
250. Ai dadi.
251. È detto popolare, ma anche latino: «gallinae filius albae» (Iuven., Sat., XIII, 141).
252. Traslato del giuoco delle carte.
253. Traslato del depurare l’oro.
254. Versò lacrime.
255. Ferula.
256. V. sopra, p. 39, n. 3.
257. «... in cima all’erto e faticoso colle Della Virtù riposto è il nostro bene: Chi non gela e non suda e non s’estolle Dalle vie del piacer, là non perviene» (Tasso, Gerusalemme liberata, XVII, 61).
258. Cioè, di liberazione dall’obbligo dell’alloggio di soldati, del quale prima si era ricevuta la notificazione.
259. Continua nello stesso traslato.
260. Vedi, al solito, Giornata V, 2.
261. Qualcuna delle radici che si adoperavano in medicina, come quelle «aperienti», «confortative», e simili.
262. Con ogni onore.
263. Testo: «lietto perciato», per infermi paralitici o altrimenti incapaci di levarsi.
264. Il telescopio, invenzione allora fresca, di un paio di decennî.
265. Di una candeletta o cristere.
266. Nella rappresentazione di Carnevale e Quaresima, che si faceva a Sorrento, come altrove, l’ultima notte di carnevale, interveniva «un gigantesco scheletro di legno e cartone, armato di falce, rappresentante la Morte, che mieteva la vita di Carnevale». Questo scheletro, per quel che s’afferma, fino a poco piú di un secolo addietro, si serbava colà in una scuderia dell’antico palazzo Mastrogiudice; e sarebbe stato esso appunto la proverbiale «Morte di Sorrento». Vedi G. Canzano, nella rivista Giambattista Basile, I, 68, e cfr. G. Amalfi, Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina (Palermo, 1890), pp. 41-2.
267. Che fa per la prima volta le uova.
268. Traslato dagli arrolamenti militari.
269. Testo: «a lo nzalo», spagn. «ensayo»: come si dicevano le prove generali delle commedie, dei tornei e di altri spettacoli.
270. Le sentenze.
271. Testo: «a spaccastrommola»: dal giocare alla trottola, tirandola con tanta violenza e mal garbo da quasi spezzarla. A quei tempi, un comico dell’arte napoletano, Aniello Soldano, faceva la parte del «dottor Spaccastrummolo» (Croce, Teatri di Napoli2, p. 33).
272. La forca: v. sopra, I, 84, n. 5; e in bisticcio coi lavori di ago che insegna la maestra di cucito.
273. Il tribunale della Vicaria di Napoli era diviso in quattro ruote, due civili e due criminali, e a ciascuna di esse era preposto un consigliere «caporuota».
274. Latino maccaronico: «di aver gettato l’uncino».
275. Nel sommario della fiaba era detto, invece, «Giancola».
276. Testo: «lo sproviero», e cosí in tutto il brano per errore.
277. Si sente anche attraverso il guanto la stretta di mano di chi è innamorato.
278. Giuoco, pel quale v. sopra, p. 127, n. 3.
279. Si dice dei cavalli che si voltano in piccolo spazio: il «carlino», come si è già avvertito, era una piccola moneta d’argento.
280. Testo: «ecco maturato sto spognile de sorva».
281. Ancora sulle iscrizioni delle osterie, per le quali v. sopra, p. 79, n. 4.
282. Vedi Giornata I, 1.
283. Vedi Giornata IV, 2.
284. Testo: «Ventura, Antuono, e no havere parpetole, ca senza visco piglie le focetole».
285. Testo: «permonare»: v. I, 128, n. 3.
286. Il proverbio, com’è noto, continua: «con inganno e con arte si vive l’altra parte».
287. Termine procedurale.
288. Testo: «e venga de creta e chiova».
289. Sta nel senso di quel luogo del Machiavelli nella Clizia (I, 2): «Ma io non sono ancora sí vecchio, ch’io non rompessi una lancia con Clizia».
290. Testo: «rosola», che è propriamente infiammazione alle dita o ai piedi, gelone o pedignone.
291. «Appesa» si dicono nel napoletano le cose attaccate in fila a una pertica, o ad uncini e chiodi.
292. La madre della sposa porgeva e sorreggeva il dito della figliuola a infilare l’anello nuziale. Si può vedere la descrizione di un matrimonio secondo il rito napoletano in una lettera del Capilupi del 1515, intorno al matrimonio del conte di Colisano con la figliuola di Antonia Gonzaga (che era una Del Balzo, napoletana), celebrato in Mantova. La riprodusse G. Gatti nella rivista G. B. Basile, V, 45-46.
293. Ogni decina, come si è detto, corrispondeva a quattro rotoli.
294. Testo: «corinola», che fa bisticcio con «core».
295. Traslato dal giuoco dell’anello.
296. Cosí anche nella fiaba seguente. «Capra nera» sta per diavolo, strega, o simile.
297. Per bagnare le dita.
298. Perché, nei luoghi dove si coltivano i cavoli cappucci, non può allignare il generoso vin greco: Galiani, Del dialetto napoletano, ed. cit., p. 286.
299. Testo: «fattola passare a lo rollo».
300. Cosí si chiamava l’ammonizione rivolta a taluno dall’autorità giudiziaria o politica a non commettere una certa azione (per esempio: la vendetta di un’offesa), sotto minaccia di pene in aggiunta a quelle che sarebbero toccate per legge.
301. Testo: «de mo fa l’anno», di un anno fa, che è ancora una negligenza nella cronologia della fiaba.
302. Testo: «da quatto pane a parte», che par che sia in relazione col nome di «settepanelle», dato ai servitori (v. sopra, I, 15, n. 1); e vorrebbe dire che, per le angustie a cui il re era ridotto, i suoi servitori ricevevano ciascuno quattro, e non sette pani, per settimana.
303. Testo: «Moniello»; nelle edizioni posteriori, «Meniello»: doveva essere locuzione popolare per dire: «che cosa sappia fare una persona abile come me».
304. Come un grande del regno.
305. Testo: «chiazza morta»; vedi I, 93-4, n. 3.
306. Testicoli.
307. Noti giuochi di dadi.
308. Sull’efficacia tossica del sangue di toro, Plin., Hist. nat., XI, 90, XXVIII, 41.
309. Testo: «comme a iettariello»: gettatello.
310. «Una particolare attenzione — scrive Iacopo Grimm — merita la somiglianza che questa fiaba del Basile ha con la saga di Siegfried. La nascita secreta di Miuccio e il suo umile ufficio presso il cuoco ricordano la fanciullezza dell’eroe; l’uccello, che lo assiste di aiuto, ricorda quegli uccelli, dei quali il nordico Sigurd intende il linguaggio e da cui riceve e accetta consigli. La regina nemica si confronta con Brünhild, ed è insieme Reigen, che eccita alla lotta col dragone. Il dragone è anche qui il fratello della regina, la cui vita i legata alla sua. Essa vuole essere appunto spalmata col sangue di lui, al modo stesso che Reigen aspira al sangue del cuore di Dafner» (Kinder und Hausmärchen, 3ª ediz., Göttingen, 1856, III, 292-3).
311. Allusione al modo cattivo di fabbricare allora gli archibugi: si ricordi che il Basile era stato soldato.
312. Cosí anche il Cortese (Viaggio di Parnaso, II, 42-3):
... io pe me tanto so de fantasia
che no stenga de l’uommene norate
la vregogna a le pettole accorciate.
Pare che argiento vivo sia lo nore,
e stia co la gonnella commogliato,
e, se a quarche guaguina vene omore,
de se l’auzare, sia sparafonnato.
Che corpa ha l’ommo se l’oro o l’amore
chella fa ascire da lo semmenato?...
313. Probabilmente allude a popolazioni di pigmei, che si supponevano in America. Un volgare poema, l’Artemidoro di Mario Teluccini sopranominato il Bernia (Venezia, 1556), tratta delle «grandezze degli Antipodi»; ma non ha nulla che vedere con l’accenno del Basile.
314. Testo: «nfierto», che è errore di stampa per «nfietto». Il Sole, cioè Apollo: il mito ha relazione con la Primavera, che vince l’inverno, il quale riempie la terra d’inondazioni ed esalazioni malsane.
315. Forse per ricordo, come di cosa memorabile.
316. Testo: «le sette celeste».
317. Pezzetti di pasta incavati con le dita, che si cuociono e condiscono come i maccheroni.
318. Forse tre epiteti che si solevano dare a Napoli, come i tre di «Gentile, Sirena e Sacra», nei quali ripartisce il panegirico di essa il frate Manuel Ponze de Soto, Memorial de las tres Partenopes (Napoli, 1683). O forse allusione al proverbio: «Tre cose abbesognano a chi stace a Napole: vruoccole, zuoccole, trapole» (v. nelle note dell’Imbriani alla Posilecheata del Sarnelli, p. 116).
319. I due ultimi sono stati già ricordati di sopra, I, 11, n. 1. Del primo, che si chiamava «della Carriola», forse a cagione del carrettino che spingeva con le mani o nel quale si trascinava perché storpio o paralitico, è stata dal Novati identificata in parte l’opera in tre libercoli popolari che sono stati ristampati ininterrottamente fino al secolo decimonono: un Dialogo del povero e del ricco, un contrasto Sdegno d’amanti, e una Istoria di Marzia Basile. Vedi F. Novati, nella rivista Il libro e la stampa, a. VIII, 6, novembre-dicembre 1914, e F. Russo, Un cantastorie napoletano (Napoli, 1917). Il poemetto su Marzia Basile (una viricida, che fu giustiziata in Napoli nel 1603) è stato illustrato storicamente da B. Croce, Nuove curiosità storiche (Napoli, 1972), pp. 93-106.
320. Testo: «me no hai me no cauce», che non s’intende e dev’esser corrotto.
321. Testo: «de la fata»; ma deve stare per «orca» o «maga».
322. Testo: «no boffettone»: spagn. «bofeton».
323. Per la «macriata», v. sopra, p. 32, n. 1.
324. L’«eco» era uno degli espedienti prediletti nella poesia del tempo, e specialmente nella drammatica pastorale. Oltre il capitolo del Quadrio (Storia e ragione di ogni poesia, I, 228-9) sugli «echi», si veda V. Imbriani, L’eco responsiva nelle pastorali italiane del seicento (nel Giornale di filosofia e lettere, N. S., a. V, 1884, vol. IX). Anche la favola marittima del nostro, Le avventurose disavventure (3ª ediz., Mantova, 1613), ha la scena dell’Eco (atto IV, sc. 2), nella quale Dorillo dice:
Vieni tu dunque, o Morte, e la tua mano
altrui cruda, a me pia,
tronchi lo stame e il mio dolore atterri.
Eco: Erri!
E cosí via, per quindici battute.
325. Il boia.
326. Due piccole schiacciate o schiacciatine; ma è sembrato conveniente serbare il nome napoletano, tanto piú che ora si va diffondendo in altri paesi d’Italia con le «pizzerie» e le «pizze alla napoletana».
327. Anche in italiano questa frase vuol dire «superava, vinceva».
328. Metafora presa al solito dal giuoco dell’anello.
329. «Ti do». Sulle parole, che si crede poter desumere dal suono delle campane, vedi tra gli altri, Pitré, Bibl., XIV, 408-12 e, per la Toscana, Nerucci, in Arch. per lo studio delle tradizioni popolari, III, 295; per la Francia, i comenti al Pantagruel, III, 27, dove si parla del detto delle campane di Varenals.
330. Testo: «sopra no treceniello».
331. I medici solevano allora, com’è noto, andare sulla mula, circondati dai loro «pratici» o famuli, a piedi.
332. Il mercurio si adoprava contro i pidocchi, che, copiosi come erano in quel caso, contrastavano alla sua azione, e, con un’operazione alchimistica, la arrestavano.
333. «Sinneco de Chiunzo», dice il Basile nell’egloga I delle Muse napolitane un tale che crede di essere una gran cosa. Chiunzo si chiamava una montagna presso Tramonti, e quel nome dava luogo a motti proverbiali: v. Amalfi, Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina (Palermo, 1880), p. 128.
334. Al ponte Ricciardo o della Maddalena: v. sopra, p. 41, n. 1.
335. Il Liebrecht, nelle sue note (II, 258), dichiara ingenuamente di non intendere perché quegli animali fossero nemici del vero e ne offendessero i testimoni; ma che cosa questi siano, s’indovina agevolmente dal nome stesso e si spiega il bisticcio qui escogitato dall’autore.
336. Venere.
337. «Capipopolo», sollevanti la plebe, erano allora personaggi familiari ai napoletani, che ricordavano, tra l’altro, quel Fucillo, che il viceré Pietro di Toledo fece strozzare ed esporre alla vista dei tumultuanti (v. Arch. stor. nap., XV, 593 sgg.), e i piú recenti che si agitarono al tempo del viceré Ossuna, e precorsero Masaniello.
338. È ancora allusione al ballo della «Sfessania».
339. I «guastatori» facevano parte degli eserciti: v. Garzoni, Piazza universale, p. 635.
340. V. sopra, I, 82, n. 2.
341. Cioè il cosiddetto Dionisio Catone, nei Disticha (III, 20): «Inter convivas fac sis sermone modestus; Ne dicare loquax, dum vis urbanus haberi».
342. Casale, e ora comune, in provincia di Napoli, circondario di Casoria.
343. Detto scherzoso, già incontrato di sopra: quasi le orecchie si mutassero nei fanciulli come i denti.
344. V. sopra, p. 136, n. 3.
345. Testo: «n’antrita», che è propriamente la nocciuola tostata.
346. Parole di un giuoco, pel quale v. sopra, I, 177, n. 3.
347. Testo: «lo Beneviento»; v. sopra, I, 67, n. 3.
348. V. sopra, I, 250, n. 4.
349. Testo aggiunge: «golani», che non si sa con quale specie di uccelli sia da identificare.
350. Testo aggiunge: «terragnole».
351. Testo aggiunge: «paposce».
352. Testo aggiunge: «morette, paperchie».
353. Simboli del ritorno, della velocità e del risorgere.
354. Testo: «a lattochiglia»: spagn. «cuello de lechuguillas».
355. Testo: «de lisoncuerpo», che è errore di stampa per «iusoncuerpo», succorpo, ipogeo, cripta.
356. Plin., Nat. Hist., IX, 88, discorrendo delle inimicizie e amicizie degli animali, tra gli «amicitiae exempla» annovera: «balena et musculus, quando, praegravi superciliorum pondere obrutis eius oculis, infestantia magnitudinem vada praenatans demonstrat, oculorumque vice fungitur».
357. Uno dei tanti accenni e figurazioni satiriche del Basile circa le corna e i lucri che recano a chi le sopporta.
358. Testo: «simmolo de la capra», che è evidente errore.
359. Proverbi scherzosi, che corrono ancora intorno a queste varie terre della penisola sorrentina.
360. Dinanzi alla punta di Posilipo è segnata nella Mappa secondo lo stato del 1750 di N. Petrini, e in altre carte del settecento, uno scoglio col nome di «Pietra salata», che è probabilmente quello al quale il Basile pensava: il Basile, che sembra fosse nato appunto a Posilipo, perché nelle Avventurose disavventure, la cui scena è posta a Posilipo, narrando la propria vita, dice (III, 10): «... in prima gli occhi apersi In questa propria riva al chiaro giorno»; e che certamente aveva assai familiari quei luoghi.
361. «Non mihi si linguae centum sint, oraque centum, Ferrea vox, etc.»: Verg., Aen., VI, 625-7.
362. Testo: «pappolla».
363. Testo: «palicco»: spagn. «palico».
364. In un’opera a intarsio.
365. La pietra usata dai pittori per macinare i colori.
366. Anche nella Giornata III, 8, loda Venezia, «arsenale delle meraviglie della natura»: motivo, del resto, usuale nella letteratura del tempo. «Vivi, potentissima Repubblica, — diceva, fra i tanti, l’abate Sgualdi, Republica di Lesbo (1634, nella dedicatoria), — figliuola di Giove, madre d’heroi, Reina del Mare, Sale della Terra, Sole del Ciel Politico; vivi, famosa aristocratia, augusta adunanza di tanti principi, nobilissima corona di tante corone; vivi, lucidissimo raggio di quella gran luce della libertà Romana, che tra ’l fosco de’ crepuscoli della moderna servitù sembri un altro Sole alle sorgenti stelle delle franche città d’Alemagna», ecc. ecc. — Il Basile, come si è detto nell’introduzione, era stato venturiero ai servigi della Serenissima, e in Venezia e nei possedimenti veneziani aveva trascorso molti anni della sua giovinezza.
367. Oibare, custode dei cavalli, del quale narra Erodoto, III, 85-87.
368. Di piccoli oggetti che servono all’abbigliamento e ornamento donnesco.
369. Testo: «prattiglie», spagn. «platilla».
370. Allusione ai lamenti di Olimpia abbandonata nel decimo del Furioso.
371. Per intendere la lubrica allusione leggere, per esempio, la canzone del Marino, Amori notturni (vedila nella Lira, ed. di Venezia, 1664, parte II, p. 269), al luogo: «Certo di sasso sei», e via.
372. V. sopra, p. 32, n. 1.
373. È il «pholas dactilus».
374. Testo: «sossecate»: spagn. «sosegar».
375. Trasl. dal giuoco del facchino.
376. Testo: «nè mazze senza panelle». Allusione al proverbio: «Mazze e panelle fanno i figli belli; panelle senza mazza fanno i figli pazzi».
377. Per questa frase, v. sopra, I, 270, n. 1.
378. Anche per questa frase, v. sopra, I, 10, n. 1.
379. Testo: «bavose»: che corrisponderebbe al «blennius» degli zoologi.
380. Petrarca, parte I, canz. XVI: «Ben mi credea passar mio tempo omai».
381. Testo: «miettelo ncorbona»; cioè propr. nella borsa in cui si raccolgono nei templi le offerte.
382. La «volpara» è quell’uncino a uno o a piú rebbî adunchi e aguzzi, col quale si ripescano le secchie cadute nel pozzo. Mi par conveniente serbare in quest’egloga il termine dialettale, leggermente italianizzato.
383. Da qualche vocabolo spagnuolo d’uso volgare: «tocadilla».
384. I banditi o briganti si «componevano» talvolta, cioè transigevano, con le autorità governative, ricevendo pensioni o ufficî militari.
385. Come si è spiegato di sopra (I, 143, n. 5), si tratta dei «ricatti» o «riscatti», che si facevano dei biglietti di alloggiamenti.
386. «Paraguantes», spagn.; e mezzo spagnuolo è anche l’«abbusco», guadagno, da «buscar».
387. Testo: «Aratro (sic! Orazio), e Avidio (Ovidio), e Masaro (?) e Nasone» (forse in luogo di «Marone»).
388. Sulla questione dell’imitazione e plagio letterario nel seicento è da leggere la lettera del Marino all’Achillini, che precede la Sampogna: v. Croce, Saggi sulla letteratura ital. del seicento2, pp. 406-8. Appunto il Marino diceva che aveva imparato a «leggere sempre col rampino, tirando al suo proposito ciò che ritrovava al suo proposito, notandolo nel suo zimbaldone e servendosene a suo tempo»: il che non toglie che, d’altra parte, protestasse contro «certe arpiette dalle ugne uncinute, che vanno rapinando i concetti altrui» (Sampogna, Venezia, 1621).
389. Alessandro.
390. «Verrinia» in nap. è il seno della scrofa; e qui in bisticcio con le «Verrine» di Cicerone.
391. Cioè la gente pia.
392. «Cavalli», moneta e, per bisticcio, battiture.
393. Vedi I, 87, n. 4. Era come la piazza di Grève di Napoli, il luogo in cui per solito si facevano le esecuzioni capitali. Nella pianta di Napoli del 1566 del Lafrèry vi si vedono disegnati il palco e la forca.
394. Bisticcio, nell’originale, tra «l’ogna» e il «legno».
395. Lo stendardo, col quale si accompagnavano i condannati a morte: vedi I, 85, n. 3.
396. Testo: «che s’ha nchiuso li puorce».
397. V. sopra Giornata I, nov. 4, p. 61.
398. Nei sensi e coi bisticci già chiariti, I, 5, n. 1; II, 246, n. 2.
399. Il Basile, come si è detto nella prefazione, era stato esso stesso piú volte (qui dice: «circa dodici») governatore baronale nei feudi del regno di Napoli, e sapeva per esperienza che casi, come questi che descrive qui e nel séguito, erano frequenti.
400. Chiara allusione al suo personale comportamento nell’uffizio di governatore feudale.
401. Le patenti di governatore e capitano.
402. Modo dignitoso di prendere la mercede della visita medica, senza aver l’aria di ricevere il pagamento al pari di qualsiasi venditore di merci o di lavoro.
403. L’asprino di Aversa è ricordato in un noto luogo del Bacco in Toscana del Redi (v. 111 sgg., e note relative).
404. Che vuol dire, anche in italiano, «rubare sul panno».
405. Per far conoscere al venditore del panno che esso è il sarto.
406. Erroneamente nel testo: «Io mora strangolato co na funa, Si per tutto oie non me ne compro una»: giacché dai primi versi dell’egloga, risulta che l’aveva già comprata.
407. Testo: «no gramaglietto»: spagn. «ramillete».
408. Questi e i seguenti sono giuochi di carte, dei quali sarebbe superflua la descrizione particolare, tanto piú che qui non valgono se non pei bisticci a cui dan luogo i loro nomi.
409. Probabilmente, uno dei tanti motti sui vizî dei pedanti.
410. Testo: «Iacova», per isvista. Iacova, com’è detto in principio, quel giorno era assente, perché inferma.
411. Moneta d’argento, che valse un ducato e poi fu ragguagliata alla patacca: dallo spagn. «chanflon».
412. Il Liebrecht (nelle note alla sua traduzione del Dunlop, Geschichte der Prosadichtungen, Berlin, 1851, pp. 517-8) indica questa introduzione alla Giornata quinta come prova evidente che il Basile avesse letto e imitato il Rabelais, invitando a confrontare il cap. 9 del libro IV del Pantagruel, che è quello che narra degli abitanti dell’isola Ennaisin e delle loro «estranges alliances». Ma, col migliore buon volere, non si riesce a percepire la somiglianza avvertita dal Liebrecht; tanto piú che qui il Basile non fa se non mettere in azione un giuoco assai comune, quello che il Lippi (Malmantile, II, 47) menziona come il «giuoco degli spropositi»:
Altri piú là vedevansi confondere
a quel giuoco chiamato «gli spropositi»,
che quei, ch’esce di tema nel rispondere,
convien che ’l pegno subito depositi.....
Intorno al quale, si vedano le note del Minucci alle ottave 46 e 47 del detto poema.
413. Questa villanella è un contesto di modi proverbiali, quasi tutti già illustrati nelle note precedenti; e nel suo senso generale esprime un commiato disdegnoso da persona già amata e dal cui giogo ci si sente affrancati. Ci restringiamo a chiarire ancora: v. 2, «che io ne abbia tremore interiore»; v. 3, «arricci il naso»; v. 7 «sciamma», fiamma; v. 12, «mpizzi», infili; v. 14, «a zinno», a cenno. Per le altre frasi, v. pp. 13, 227, 272.
414. È l’antico detto, che si ritrova già in Esiodo (Op. et dies, vv. 25-6): «E il vasaio al vasaio invidia porta, Il mendico al mendico, il fabbro al fabbro, E l’un cantor con l’altro emulo giostra» (trad. Pagnini).
415. Trasl. dal giuoco del bigliardo.
416. Sugli «scudi ricci», v. sopra, I, 77, n. 1.
417. Questo particolare mosse altresí il Liebrecht (l. c.) a pensare al Rabelais, Gargantua, c. 14, dove, dopo che si è dissertato in proposito, si conclude: «qu’il n’y a tel torchacul que d’un oiseau bien duveté, pourvu qu’on lui tienne sa tête entre les jambes». Ma è riscontro anch’esso poco o nulla fondato.
418. Per Mesoè, v. sopra, I, 194, n. 1.
419. Gli Analytica posteriora.
420. Altro motto satirico sulle corna.
421. Traslato del dar pratica ai bastimenti in arrivo e dalle quarantene che si facevano fare alle navi sospette.
422. Cioè, dall’oriente.
423. Perché i malati di sifilide, nel marzo, risentono piú forti le loro sofferenze.
424. Il posto nella milizia.
425. Sostituiamo questo proverbio a quello del testo, che, per isvista, ripete il motto con cui si chiude il trattenimento I della Giornata IV.
426. Forcella su cui si appoggiava l’archibugio o altra arma da fuoco.
427. Nel significato musicale.
428. Anche in questa fiaba la protagonista ora porta nome di «Betta», ora di «Iacovella».
429. Si chiamava cosí una varietà di mandorle, riputata tra le piú fini.
430. Pigmalione.
431. Come i «fenomeni» o «mostri della natura» nelle baracche delle fiere.
432. Per le due ultime, che son parole di giuochi bambineschi, vedi note all’introduzione della Giornata seconda, I, 178, n. 4, 179, n. 1. Quanto alla prima, che forse ha simile riferimento, si avverta che «triccaballacco» è un rozzo strumento musicale di legno, di origine moresca, ricordato anche nei poemi cavallereschi («talabalacchi e timpani sonando»: Berni, Innamorato, III, VIII, 3).
433. Testo: «l’acqua da spartire».
434. Testo: «cóncola», che sarebbe «conchetta»; ma sarà errore di stampa per «cónnola», culla.
435. Testo aggiunge: «de sero», che deve essere anche errore di stampa, ma che non par da correggere, come nelle edizioni posteriori: «de sera».
436. Testo: «non poteva scire da pane a vennere», che potrebbe essere anche un bisticcio (passar da Pane a Venere).
437. Ricordo del ponte «al sirât», gettato proprio sul mezzo dell’inferno, e che era piú stretto di un capello e piú sottile del filo di una spada, sul quale dovevano passare a prova le anime; secondo alcune credenze maomettane.
438. Testo: «paggese» (da paggio), che è quell’arnese a cui si appiccano i panni per batterli e che i toscani chiamano «servitore».
439. V. sopra, I, 107, n. 2.
440. Testo: «a cuoffo a cuoffo», malamente corretto dai posteriori editori: «a ccuofano a ccuofano».
441. Istrumento rusticano da fiato.
442. Testo: «vasare a pezzechille», che in Toscana si dice «baciare alla francese».
443. Questo capoverso manca nella stampa originale del 1636, pel Beltrano, e anche nella ristampa del 1644, pel Cavallo; ma, poiché si trova nelle edizioni posteriori, o deriva da qualche stampa intermedia riveduta sul manoscritto dell’autore, o, com’è piú probabile, fu aggiunto dagli editori posteriori per supplire alla evidente lacuna della considerazione morale introduttiva.
444. Testo: «fra Sciglia e Scariglia».
445. «Piazza morta», «aiuto di costa», «trattenimento», sono tutti termini di origine spagnuola, già di sopra spiegati, relativi a pensioni e sussidî militari.
446. Testo: «non po sapere», ma dev’essere una svista per «non vo».
447. Qui è nel senso storico; di guerrieri che usurpano il regno; e non già in quello che la parola, pel suo suono, aveva preso in italiano familiare, di «sciocconi».
448. L’abecedario.
449. Un’ipoteca o, forse, un’imposta.
450. Frustato dagli aguzzini con la mitra di carta sul capo.
451. L’anfiteatro di Capua, che si chiamava a quel modo (vedi l’opera del Mazzocchi, In mutilum Amphitheatri Campani titulum Commentarius, Neap., 1727, pp. 135-9), col nome certamente longobardico («Berolais», presso Erchemperto), che si dava nel medioevo a quegli edificî (bero-laz, Bärengelass), anche in altre parti d’Italia («parlascio», ecc.): v. Davidsohn, Forschungen z. älteren Geschichte von Florenz (Berlin, 1896), pp. 15-17. E si diceva proverbialmente per cosa antichissima o vecchissima.
452. Filo da pesca.
453. La famosa Grotta del cane, presso Napoli, nella quale si usa per esperimento far tramortire gli animali nell’anidride carbonica, di cui è piena, tuffandoli poi nell’acqua del prossimo lago d’Agnano per ravvivarli.
454. Questo periodo è un acconcime dei posteriori editori, perché l’ediz. originale cade qui in una delle solite sviste, e anzi in una triplice svista, leggendo: «Fermata la carrera Paula, se mese npunto de correre sto palio Carmosina, dopo ch’appe laudato assaie lo cunto dell’autra, ch’aveva depinto cosí a lo naturale lo iudicio de Sapia, cossí disse».
455. Testo: «na canesca mardetta».
456. Forse: che vuole stare solo alla stalla.
457. Testo: «cracace».
458. Del tribunale.
459. Testo: «fattole», che è di certo errore di stampa.
460. Testo: «proffidia di Carella», che il Rocco crede storpiatura di «Cariddi», cosa poco probabile, tanto piú che il Basile altrove ha «tra Sciglia e Scariglia», tra Scilla e Cariddi (v. sopra, p. 300, n. 1). Quella frase, che si trova anche presso altri scrittori dialettali («ma isso, co na proffidia de Caretta, non s’ha voluto dare mai arreto de sta mpresa»: G. C. Sorrentino, L’astuta cortigiana cit., II, 3), deve alludere a qualche storia o aneddoto popolare.
461. Sorta di bastimento costiero.
462. Testo: «abbentano», che sembra errore di stampa per «abbistano».
463. Per la macriata, vedi sopra, p. 32, n. 1.
464. Ed. originale: «tempio», ma dev’esser «tempo», cioè col colore del sangue dei suoi catamenia.
465. Scherzi e sorprese d’acqua.
466. Vedi sopra, I, 5, n. 2.
467. Bitume nero cristallizzato. Il testo dice: «na statua d’acciavaccio».
468. Parola per indicare i mori.
469. Era la formola per la condanna alla forca.
470. Cioè, eseguí il ballo della Lucia, con le contorsioni relative.
471. Sul morso della tarantola e la cura degli «attarantati» mercé la musica si ha una non piccola letteratura: oltre la monografia del Bergsöe, Della tarantola italiana e del tarantismo (in danese: Kopenagen, 1865), si veda sull’argomento una serie di scritti nella Rassegna settimanale di Roma, VIII (1881), pp. 172, 283, 297. Giova ricordare il luogo del Berni, Orlando innamorato, II, XVII, 6-7:
Come in Puglia si fa contra al veleno
di quelle bestie, che mordon coloro
che fanno poi pazzie da spiritati,
e chiamatisi in vulgar «tarantolati»;
e bisogna trovar un che sonando
un pezzo, trovi un suon ch’al morso piaccia,
sul qual ballando, e nel ballar sudando,
colui da sé la fiera peste caccia...
472. Sottintendi: «perché io ho le mani».
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.