Title: Così parlarono due imbecilli
Author: Luigi Lucatelli
Release date: September 29, 2026 [eBook #79683]
Language: Italian
Original publication: Milano: Baldini Castoldi & C., 1910
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79683
Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library)
LUIGI LUCATELLI
(Oronzo E. Marginati)
Così parlarono
due imbecilli
MILANO
Casa Editrice BALDINI, CASTOLDI & C.º
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
1910
PROPRIETÀ LETTERARIA
MILANO — TIP. PIROLA & CELLA DI P. CELLA
[1]
Teodoro Nasica, filosofo, lasciò, morendo, duecentomila lire di capitale e alcune note manoscritte, più un appartamento ben mobiliato, un gatto ed una penna usata, di cui egli aveva il pessimo vizio di masticare l’asticciuola, fra un periodo e l’altro delle sue scritture. Un erede lontano, interpretando il desiderio espresso dal defunto, di lasciar parte delle sue sostanze ai poveri, e parte alla famiglia, si appropriò il capitale, l’appartamento ed il gatto, facendo generoso dono ad un comitato di beneficenza della penna masticata e dei manoscritti.
Il comitato di beneficenza (e tutti ricordano il recente scandalo) fu sciolto e si disperse. Della penna non potemmo saper più nulla: sembra che il commendator X, presidente, si sia appropriato il pennino, ancora utile, e che l’asticciuola rosicchiata sia stata offerta come [2] materiale di soccorso ad un paese dove occorreva fabbricare baracche di ricovero.
I manoscritti li ebbe una patronessa intellettuale, ma siccome non erano scritti in caratteri dannunziani, si vergognò di tenerli sullo scrittoio e li dette alla cameriera da gettarli via. Noi li abbiamo avuti da questa brava fanciulla, in cambio d’un volume di versi un po’ squinternato, di due boccette d’acqua d’odore di terza qualità, e di tre cerotti Wasmouth.
Come il lettore vede, non cerchiamo di far troppo valere la merce.
Avendo poi per vie secrete conosciuto i rapporti fra Teodoro Nasica e il suo legittimo successore I. B. Arcisofo, abbiamo voluto riunire le due opere e collegarle con poche nostre interpolazioni.
Voi direte: Bei gusti! — Ma ognuno ha i suoi, e visto e considerato che alcune scimie amano rosicchiarsi la coda, alcuni pellicani aprirsi il petto da sè, e che moltissimi uomini vanno a sentire Zazà, speriamo d’essere perdonati.
[3]
Teodoro Nasica, sofo, dopo una breve malattia che lo aveva costretto in casa alcuni giorni e durante la quale aveva fatto parecchie riflessioni, si alzò con questa ferma persuasione: Io debbo vivere secondo la verità.
Ciò detto si vestì ed uscì.
Sul pianerottolo incontrò la signora Lucia, zitella sentimentale, che lo vedeva di buon occhio.
— Signor Teodoro, gli disse, mi sta bene questo cappellino nuovo?
Teodoro stava per farle un complimento convenzionale, quando si rammentò il proposito fatto, e disse: «Scusi tanto, ma è veramente inconcepibile che una vecchia scimia [4] come lei si ostini ad avere dei sentimenti di vanità. Debbo dichiararle che il suo cappello è una orribile pappagalliera e...» Il resto della frase morì in gola al sofo, sotto la percossa di un formidabile schiaffo, e la vicina si precipitò in casa strillando come un’aquila.
Il sofo aveva preveduto le asperità della via in cui si era messo e non si arrestò per questo. Scese le scale e vide il portiere venirgli incontro sorridendo: «Ben alzato, disse il Pipelet, sono tanto contento di vederla ristabilita!»
— Non è vero, disse il sofo, non solo non te ne importa niente, ma ti dispiace che io non sia morto, per non aver potuto ereditare la mia collezione di pipe, alla quale fai gli occhi grossi. Altrettanto dico di quella invereconda bestia di tua moglie!
Così dicendo uscì, mentre il portiere, esterrefatto, masticava un indirizzino di fiducia ai morti del signor Teodoro.
Il quale andò direttamente a far colazione al solito caffè. Il cameriere gli venne incontro esclamando: «Finalmente!... È guarito? [5] Sono stato dispiacentissimo della sua malattia!»
— Sei stato dispiacente, aggiunse il sofo, per L. 0,80, ammontare di otto mance quotidiane di 10 centesimi.
— Oh!... signor Teodoro, disse il giovane arrossendo, ella mi addolora!
— Non è vero; ti dà fastidio il sentirmi dire la verità, perchè non ci sei abituato. Del resto, se ti addolorassi, non me ne importerebbe un fico, come a te di me, e come a tutti questi signori qui presenti.
Un vecchio signore quasi sordo, presso il posto ove soleva sedersi Teodoro, levò il naso e disse:
— Ha ragione il signor Teodoro, bisogna restaurare tutto in Cristo; quando non c’è religione, non c’è morale.
— Zitto voi, bestia scostumata, rispose il sofo, voi siete cento volte più ateo di un ateo confesso. La religione è per voi quello che è per tanti la ciambella di caucciù che si mette sulla poltrona; serve per star seduti più comodi.
[6]
Il vecchio signore capì solo «bestia scostumata», mandò per aria la guantiera con la chicchera del caffè, ed uscì bestemmiando come un libero pensatore, senza pagare.
Perciò il padrone del caffè invitò Teodoro ad andarsene e gli annunciò che avrebbe sporto querela per i danni.
Teodoro incominciò a vacillare nella sua fede; tuttavia non cedette.
Si recò a visitare una signora alla quale faceva assiduamente la corte e la trovò in salotto, che ricamava.
— Buon giorno, caro amico, disse la signora sorridendo: Godo nel vedervi ristabilito!
Questa dice la verità, pensò il sofo, e rispose: «Vi sono grato della vostra premura; mi consentite di sedermi accanto a voi?
— Con tutto il piacere, aggiunse la dama, però sono dolente di dovervi lasciare presto, perchè debbo uscire per una spesa.
— Allora, aggiunse il sofo, vi lascio libera.
— Ne sono tanto, tanto addolorata, disse la dama dandogli la mano da baciare. Però [7] stasera non mancherete, non è vero? Mi dareste molto dispiacere, mio buon amico!
«Questa è la bocca della verità!» disse con gioia Teodoro, baciando la mano.
Ma, nell’uscire, udì la signora che diceva alla cameriera: «Se un’altra volta viene quel gorilla, dirai che sono uscita. E portami questo biglietto al tenente.»
Teodoro tornò a casa di malumore: gli doleva la testa, aveva un’illusione di meno, una contusione di più e due minacce di querela: ragione per cui, ad un amico che, sull’uscio di casa, gli domandò come stava, rispose: «Benissimo». E ridisse la prima bugia.
[8]
Teodoro Nasica, sofo, frugando fra le sue carte, trovò un bigliettino giuntogli l’anno innanzi, su cui erano scritte le seguenti parole: «Ora e sempre, lontano o vicino, ricorderò il beneficio ricevuto da lei, la più bella azione veduta da me nella mia vita, e la mia gratitudine sarà ardente e perenne».
Rammentò, allora, la piccola storia. Un coinquilino povero, in un momento di disperazione, aveva rubato cento lire al suo principale e stava per andare in galera. Il sofo gliele aveva offerte in dono, e sentiva ancora, sulle mani le sue ardenti lacrime di gratitudine. Quella sera il sofo, anche lui, aveva [9] pianto di tenerezza come un vitello di buon cuore.
Quando ebbe letto il biglietto, però, si rannuvolò tutto, spolverò il cappello, scese le scale e andò diritto alla bottega del suo beneficato.
Lo trovò, solo, che stava rivedendo i conti.
— Sentite, gli disse con voce grave, mio caro amico, vengo a pregarvi di un favore: Dimenticatemi. Da quando io penso alla vostra gratitudine, ho paura. Si è detto che questa virtù è una specialità dei negri, forse perchè alcuni individui di questa specie sono anche capaci di mangiare i loro benefattori. Non vi illudete sui vostri sentimenti, voi mi odiate. L’amore è quello stato di sentimento per cui l’immagine di una persona ci apparisce con piacere. Se voi vi mettete in testa di dovermi qualche cosa, finirete con l’odiare anche il colore dei miei vestiti.
Chi scrisse che un beneficio fatto non è mai perduto era un pessimista che aveva ragione. Purtroppo è difficile perdonare ai propri benefattori. Vi prego di dimenticarmi. Se siete [10] buono, quando vi capiterà, se vi capiterà, l’occasione di farmi del bene, me lo farete obbedendo alla vostra natura, se siete cattivo è inutile mentire. Questa partita aperta nei nostri conti mi turba, e, certo, turba anche voi: sopprimiamola. Vi sono dei sentimenti che la maggioranza degli uomini non può provare senza che le si inacidiscano in corpo come il vino nelle botti mal chiuse. Chi dice «io sono grato» è come chi dice «io sono virtuoso». A furia di rivoltare la propria virtù da tutte le parti per compiacersi di possederla, si finisce col fare come i bimbi, col romperla per vedere come è fatta dentro.
La gratitudine è elemento d’affetto quando il beneficio è continuativo. Guardate il cane, che è un uomo, per fortuna sua, incompleto. Esso, si dice, è capace di morire sulla tomba del suo padrone. Questo fatto nobilissimo è lo stesso fenomeno di cretineria della mosca, che batte per un’ora il capo contro un vetro spesso un dito e pensa: finirò col passare. Evidentemente questo ipotetico cane si illude che il padrone esca fuori un giorno o l’altro e gli porti delle ossa, magari le sue. [11] Del resto provate a sospendere le cibarie al vostro cane, egli vi sospenderà la sua gratitudine. Per mio conto, ogni volta che il mio Fido mi lecca una mano, ho il sospetto che egli mi assaggi.
Dunque, vi ripeto per l’ultima volta, e con fermezza, dimenticate il mio nome.
— Ma lei, scusi (disse l’altro con un gentile sorriso) come si chiama?
[12]
Teodoro Nasica, sofo, si riposava seduto sulla sua poltrona, di fronte alla finestra, quando entrò, ronzando, una vespa.
Salve, nobile animale, disse mentalmente il sofo. Tu sei la più perfetta di tutte le creature, l’unica che l’uomo sia obbligato a rispettare. Tu sei inutile a tutti, meno che a te stessa, ragione per cui l’uomo non ti deve la sua gratitudine. Infatti, la gratitudine dell’uomo verso le bestie è la più oltraggiosa condanna morale di esse. Domanda al cane quante pedate riceva al giorno, per aver diritto d’esser chiamato l’amico dell’uomo, quante bastonate riceva l’asino per aver il titolo di paziente e di utile, e quanti colpi di sprone [13] riceva il cavallo per potersi chiamare il più nobile degli animali.
L’uomo è il più spaventevole degli individui, per il resto delle creature viventi. Il giorno in cui Domineddio svolse questo essere divino dalla crisalide della scimia, fu un giorno di lutto per la natura, poichè da quel giorno l’uomo pela, strozza, allessa e abbrustolisce i suoi antenati Darviniani. È vero che, in compenso, non tratta molto meglio i suoi simili, ma ha per essi delle finezze sentimentali squisite. Quando ha ucciso un uomo lo seppellisce per non sentire l’odore della sua putredine. Questa precauzione d’igiene si chiama pietà. Egli è armato di un egoismo vorace ed impudico come il ventre di un’arpia. Fabbrica dei fantocci di legno ai quali domanda scusa delle proprie colpe, per mettersi la coscienza in pace.
Perchè, o nobilissima bestiola, la coscienza esercita nel nostro spirito una funzione preziosa di contabilità, che si può benissimo aggiustare con partite fittizie. Hai tu una coscienza?
[14]
No, tu hai un pungiglione avvelenato.
Ciò non costituirebbe una superiorità su di noi. Noi abbiamo la spada che è il coltello dei gentiluomini, il coltello che è la spada dei mascalzoni e parecchi altri strumenti dedicati allo stesso nobile uso. Ma noi abbiamo però l’abitudine di celebrare i nostri delitti, quando sono ben grandi, e si chiamano guerre: tu invece non puoi celebrare nulla, ed il delitto è in te una facoltà naturale e involontaria. Quindi tu hai molta ragione di non fabbricare nè cera nè miele per noi, poichè in tal modo non ti attiri la nostra rovinosa gratitudine.
Nè a te sarebbe mai venuto in mente l’orgoglioso pensiero di immaginare un dio scemo, ortolano e lampionaio, che si contenta di annusare il fumo dei nostri arrosti, pianta i cavoli e le violette per noi e appende solo per noi dei lampioncini luminosi alla volta del cielo. Tu invece intendi la superba solitudine in cui siamo nati, piccole cose attive e sonanti, in uno smisurato silenzio di cose ignote ed inerti.
[15]
Sei terribile e sdegnosa, e meriti la mia lode: Ti stimo e ti venero: tu occupi nel mio cervello il posto che, negli altri, è usurpato dall’ape. Voglio rifare per te la classificazione delle virtù bestiali, perchè infatti la candida colomba è una sfacciata cocotte e il cigno non canta un corno.
Sia lode a te. Va, opera e trionfa, vivi e pungi.
La vespa descrisse tre circoli in aria, volando, poi si posò sul naso di Teodoro e lo punse, per cui il sofo la schiacciò con un colpo di ciabatta.
[16]
Teodoro Nasica, sofo, giunto al terzo chilometro sulla via Appia sedette su di una pietra, volse lo sguardo ai ruderi delle tombe romane, addormentati in una lieve nebbia violacea, sotto il divino silenzio della notte imminente e mormorò: Oh, grandezza dei nostri antenati!
Questa frase appartiene alla categoria che io chiamerei: Starnuti dell’anima. Sono frasi che si producono sotto il titillamento di certi fatti, come lo starnuto al vellicamento del tabacco, ed hanno lo stesso suono su tutte le bocche. L’eco non le ripete nemmeno, perchè ormai le hanno rotto le scatole. Dimodochè Teodoro rimase stupefatto udendo una voce [17] che diceva con forte accento ciociaro: Salute, o postero dei miei stivali!
Teodoro si volse e vide un antico romano, vecchissimo, col capo coperto di un cappelluccio di paglia e un gran tabarro bigio sulle spalle.
Siccome un filosofo non deve meravigliarsi di nulla, egli si cacciò cortesemente il cappello e rispose: Grazie, antenato. Come vedete, ammiravo la vostra grandezza. Io sono un filosofo, e mi chiamo Teodoro Nasica, ammiratore dell’antichità e dispregiatore del presente. Io penso che voi soli siate stati forti, coraggiosi, grandi. Voi avete mangiato il mondo, dando ai vostri sensi la prodigiosa facoltà di assaporare il terribile banchetto. Noi, scusate, noi siamo carogne. Potrei sapere come vi chiamate?
— Io mi chiamo Fulvio Spurio Montano, e ho dormito quasi duemila anni. Non capisco perchè vi meravigliate. Se Aligi, che era un pecoraio qualunque, poteva dormire settecento anni, domando e dico perchè io, che ero tribuno militare, non potevo dormirne duemila. [18] Ma vedo che avete un sacco d’idee sbagliate, vi illuminerò: In cambio datemi una pipata di tabacco.
Il sofo rimase esterrefatto, vedendo l’antenato cacciare di sotto la tunica una pipetta di legno e caricarla pacificamente col suo tabacco da sigarette:
— Scusate, domandò, ma voi fumate?...
— Fumavo la canape indiana. Presi questo vizio quando fui prigioniero dei Parti, ma il tabacco non è cattivo, e fa lo stesso. Peccato che voi posteri non comprendiate la vostra felicità. Vi dispiace di non avere il nostro coraggio. E che ve ne fareste?... Sarebbe come rimpiangere di non aver un corno in mezzo alla fronte. E che ve ne vorreste fare del nostro coraggio?... Avete la fortuna di non andare quasi mai alla guerra, e vi lagnate? Del resto siete un po’ bestie. Me lo immaginavo già da allora, sentendo quello che dicevano i cristiani, che sareste finiti così. Il coraggio? Ma voi ne avete più di noi. Esso è la virtù di non temere il pericolo. Noi eravamo assuefatti, ammaestrati, foggiati a non [19] temere il pericolo nella forma guerresca. Ma vi assicuro che la buona anima di Attilio Regolo si sarebbe fatto impiccare prima di salire in tram elettrico o di passeggiare per le strade sotto una ragnatela di fili, ognuno dei quali può spezzarsi ed ammazzarvi. Io in ferrovia?... Io in bicicletta?... Io in automobile?... Fossi matto!... Voi siete gli eroi!... Voi avete moltiplicato le possibilità della morte, fino a fare di questa megera un soprammobile domestico!
Del resto, se sapeste quante volte, per mandare avanti una coorte bisognava caricarla di legnate! Giorni fa una coppia d’innamorati venne a far colazione nella grotta dove abito io (ci si sta bene, e me lo ricordo perchè nella mia adolescenza ci venivo sempre con una vestale), ebbene, mi lasciarono un pezzo di quegli «acta diurna» che chiamate giornali. Appresi che non vi fidate dei vostri capi militari, perchè avete paura che si mangino i danari degli armamenti. Ma questo noi lo facevamo a tutto spiano: Vedi queste armille?... Me le comprai rifilando il rancio ai soldati. [20] Vedi questa collana?... Me la comprai rubando i danari per un campo trincerato, che non fu fatto mai. E feci a mezzo col generale, che aveva avuto la sua carica perchè la moglie si lasciava pizzicare da Nerone.
Buon diavolaccio, quel Nerone! Un po’ porco, ma a tempo dei papi s’è visto di peggio. Il più gran torto glie lo fecero quella specie di anarchici che si chiamavano cristiani. Dettero fuoco a Roma e poi dissero che era stato lui! Povero diavolo! Così allegro, così buon bevitore!
Basta, ti saluto. Non dire a nessuno che son qui, altrimenti addio tranquillità mia, mentre invece sto tanto bene. Certe volte mi diverto a discorrere con quei servi della gleba che voi avete canzonato così bene (bella burletta, quella dell’emancipazione!). Giuochiamo alla morra e cantiamo le canzonette montanare, come si faceva allora, e bevo quell’acqua e aceto che noi davamo agli schiavi e che voi date al proletario lavoratore della gleba. Addio.
— Dunque, rispose il sofo un po’ stordito, dunque non vale la pena di ammirarvi tanto?...
[21]
— Per me, disse l’antenato alzando le spalle, tutti son gusti. Ammiraci fin che ti pare, anzi, fa una bella cosa, prestami due sesterzi per comprarmi una manata di bruscolini. Te li farò segnare a credito da Caronte.
[22]
Teodoro Nasica, sofo, prendeva tutte le mattine un caffè e latte nello stesso locale: al tavolo prossimo, a destra, c’era un omaccione che tutte le mattine si dedicava allo stesso esercizio.
Perciò essi si salutavano e, una volta, Teodoro gli dette un fiammifero. Una mattina, il sofo, entrando, vide il suo compagno di colazione profondamente avvilito: aveva la barba piena di briciole di pane e gli occhi pieni di lagrime, il che, in un uomo di grossa statura, è uno spettacolo miserevole.
Il sofo si sentì pieno di compassione per lui:
— Che cosa avete?... — gli domandò.
[23]
— Ho dei rimorsi! — rispose l’altro, ed una lacrima gli cadde nella barba.
— Male — aggiunse dolcemente il sofo — i rimorsi sono una cosa inutile.
L’altro lo guardò con la sincera invidia con cui si guardano i grandi scellerati.
— Mi spiego: considerate le cose dal punto di vista sociale. Noi cadiamo quasi tutti nell’errore di valutare le nostre azioni con un’unità di misura presa all’infuori della vita, cioè, paragonandole ad un bene o ad un male assoluti che non esistono in natura. Ciò non avviene neppure nella materia bruta, poichè se volete usare praticamente l’oro, l’argento o il rame, dovete mescolarvi un altro metallo più nobile o più vile.
Nella vita ogni galantuomo ha una certa quota di farabutto, ogni farabutto un po’ di galantuomo. Del resto, noi diamo il nome di onestà o disonestà a certe prerogative del nostro spirito che ci rendono più o meno utili agli altri e, cioè, più o meno sociali.
Voi avete dei rimorsi, quindi è segno che siete stato un farabutto. Non vi offendete, ciò [24] significa che avete una quota eccessiva di un elemento che esiste anche in me. Del resto siete pentito, e volete tornare nella via dell’onestà: Bravo! Questi nobili sensi vi onorano. Ma cacciate via il rimorso.
E cacciatelo per tre ragioni: Prima perchè è un sentimento doloroso, poi perchè è inutile, terzo, perchè finirete col divenire più farabutto di prima.
Il dolore, checchè se ne dica, non è poetico. È forse poetica la scabia?... Il tifo?... La polmonite?... La vostra anima ha il mal di denti, ecco tutto. E poi esso è inutile, perchè non è, in sè stesso, che un sintomo. L’organismo reagisce con la febbre, anche nelle reazioni salutari; l’anima col dolore. Il fatto è che voi vi siete pentito e il dolore non è che un indice per quelli che stanno di fuori. Ora basta, io ho visto, asciugatevi quella lagrima, che sembra una goccia di rugiada sul naso di un ippopotamo. Inoltre il rimorso è dannoso. Procurate di diventare onesto senza rompere le scatole a nessuno, altrimenti, nella grande consolazione di sentire che la vostra anima [25] si pente del male, voi vi perdonerete da voi e riacquisterete completamente la vostra autostima, senza esservela guadagnata. Agite, dunque, e smettete di piangere.
— Come fare?... — pigolò il colosso.
— Vediamo: Che cosa avete fatto?... Avete rubato?... — Peggio. — Caspita!... avete sedotto una donna?... — Sono vegetariano. — Avete picchiato qualcuno?... — Sono tolstoiano — Avete offeso un amico?... — Non ne ho!... — Che diamine dunque avete fatto?... — Ho veduto cadere il portafogli di tasca ad un uomo, per via, e...
— E ve lo siete preso?... Ma si rimedierà subito!...
— Peggio! — singhiozzò l’uomo dai rimorsi — glie lo ho restituito!...
E si mise a piangere come un vitello.
[26]
Teodoro Nasica, sofo, incontrò a passeggio un amico il quale aveva le mani nelle tasche del paletot, il cappello sugli occhi e la barba arruffata, elementi di fatto che, tradotti in parole significano: Non ti avvicinare, se no ti mordo.
Teodoro Nasica lo prese a braccetto e gli disse: Non esser triste! L’altro rispose: Non mi seccare!
Anzi, rispose il sofo, io ti seccherò e tu mi ringrazierai, perchè io ti darò la ricetta per vincere la tua tristezza.
L’altro fece un grugnito che poteva significare, a scelta:
[27]
«Me ne infischio» — Di’ pure» — «Va al diavolo».
Il sofo scelse la significazione intermedia e proseguì:
Che cos’è la tristezza?... Il modo di reagire che ha la nostra psiche di fronte ad alcuni fatti. L’umanità non comprende perfettamente ciò e si ostina contro il fatto. Invece, se guardasse in sè stessa, troverebbe il rimedio. Il fatto permane; modifichiamo il nostro modo di considerarlo. Fa un’ipotesi: Se io riesco a far sì che ad un fatto cui risponde per solito la sensazione «dolore» risponda in me la sensazione «piacere» io ho vinto.
Ciò è avvenuto molte volte. Di fronte alla bastonata si possono anche avere due modi di considerare la cosa. Per l’uomo comune ciò è un dolore, per l’asceta è un modo di avvicinarsi a Dio. Allora la bastonata si chiama «disciplina». Tutto è relativo. La morale pura è una linea retta che talvolta l’uomo interseca col suo cammino, ma che non segue mai. L’uomo che dice: Io non ho mai mentito, mente come un cartaginese. La felicità [28] è un parossismo inesistente che il nostro organismo non potrebbe neppure tollerare, perchè quando essa ci balena innanzi agli occhi, i sensi ci vengono meno. Ma noi le giriamo intorno come le farfalle intorno al lume.
Se un uomo dabbene dicesse ad alta voce tuttociò che gli passa nel cuore, obbligherebbe gli altri uomini da bene ad inorridire di lui e di sè stessi, udendo su quali scelleratezze si trovano d’accordo.
Tu sei mio amico, ma se fossi ben persuaso che la mia pelle può esserti utile, scapperei in America e mi cambierei nome. Consiglierei te di fare lo stesso, se io potessi aver bisogno della tua.
Queste cose ti faranno raccapricciare, ma è così, e tu ne sei persuaso quanto me.
Tutto è relativo, ti ripeto. C’è dentro ognuno di noi un bietolone che si lascia ingannare facilmente. Abbi la furberia di saperlo trattare dall’alto in basso, senza dargli troppa confidenza. Mostragli un tondino di carta dorata e digli: «Ecco uno zecchino, tu sei ricco» egli lo crederà. Mostragli un otre gonfio d’aria [29] su cui sia scritto: Ideale! Egli si farà uccidere per quell’otre. Mettigli sul naso degli occhiali di quel colore che tu vuoi. Egli crederà che il cielo sia rosso e che il mare sia giallo. Si crederà ricco, felice, infelice, povero, onesto o ladro, come tu vorrai.
Io ho educato il mio io a questo esercizio. Se dovessi perdere un occhio, in due mesi mi persuaderei che Apollo era monocolo e che l’uomo con un occhio solo vede l’umanità dall’unico vero punto di vista. Io ho duecento lire in saccoccia, ed ho già stabilito il volume di soddisfazione che ne posso ricavare. Se ne perdessi cento, non farei che cambiare fagotto; mi farei un altro programma. Ciò non è che un cambiar di posto a teatro, ma lo spettacolo è sempre lo stesso, perchè i piaceri non sono che combinazioni derivanti dalle cinque note fondamentali dei nostri sensi.
Sei persuaso?... Hai trovato la calma in fondo alle mie parole?
Sì, disse l’amico, dammi le altre cento lire.
[30]
In una sera uggiosa d’inverno, Teodoro Nasica, sofo, entrò nella baracca di una ménagerie. Era una serata magra, pel domatore; non c’erano che le bestie, poche, vecchie e spelacchiate, e il sofo. Il vento gonfiava le tele della baracca, faceva oscillare la fiamma delle lampade a petrolio e accapponare la pelle di una scimia che rosicchiava un torsolo di mela. Un leone, vecchissimo, osservava con filosofia un osso così lucido e pulito che sembrava lavorato al tornio.
Quando vide il sofo lo guardò con malinconia profonda.
Siccome tutto intorno era silenzio, il sofo [31] ebbe una ispirazione. Si avvicinò alla gabbia e disse alla belva:
— Leone, per tuttociò che hai di più caro al mondo, aiutami. Ho bisogno d’illusioni, perchè la realtà della vita me ne strappa una al giorno; gli uomini mi hanno sfrondato l’ideale, fammi credere tu in qualche cosa: Sei veramente il re della foresta?... Sei tu il degno avversario dell’uomo?... Sei generoso?... E, innanzitutto, sei veramente un leone?
Il leone sorrise amaramente e rispose:
— Per leone, non c’è dubbio, sono leone; e catturato adulto.
— Allora, replicò il sofo, rimpiangerai il dominio della foresta?
— Nemmeno per sogno, rispose la belva. Sto molto meglio qui, benchè il cibo sia poco: anzi, se potessi ritornare nel bosco consiglierei le altre belve ad abbandonare la professione libera per cercarsi un impiego. Eppoi chi te lo ha detto che ero il re della foresta?
Il titolo me lo avete dato voi, ma le altre [32] bestie non la pensavano un corno come voi, che siete nati servi e avete la nostalgia delle bastonate. L’ultima scimia del bosco, invece, si credeva lecito di sporcarmi la criniera dall’alto di un albero, e quando mettevo un ruggito mi tiravano perfino delle noci di cocco.
Ecco il re della foresta! È una bella favola! La intesi raccontare una volta da un esploratore, mentre stavo rimpiattato presso il suo campo per rubare una pecora, e provai a far valere la mia autorità. Se non faccio in tempo a scappare, mi fanno a pezzi. Ci fu un bufalo selvaggio che mi rincorse e mi allungò una cornata nei paraggi della coda, che ancora me la ricordo. No, no, noi siamo, grazie a Dio, bestie feroci, e ognuno vive delle fatiche sue, a suo rischio e pericolo!
Quanto a essere il vero avversario dell’uomo, non credo di meritare questo titolo: l’uomo l’ho incontrato, prima di cadere in trappola, tre volte, e due volte sono scappato, perchè aveva quella specie di pipa fulminante che voi chiamate fucile. La terza, poi, incontrai un fanciullo smarrito...
[33]
— E tu, generosamente, disse il sofo con voce commossa, lo avrai lasciato passare!...
— Bravo merlo!... disse il leone ridendo, me lo sono mangiato!... Ne rimase un pezzettino e siccome il cane è l’amico dell’uomo, venne un cane a mangiarselo!
— Allora, disse il sofo, tu sei un mascalzone qualunque!...
— M’hai rubato la parola di bocca. Ma pagherei una bistecca di filetto per sapere come mai voi uomini vi siete incaponiti a regalarci tante virtù e tanti vizî, tutto il disavanzo del vostro bilancio morale. Siete una bella manica di buffoni! Certe volte, quando il padrone racconta le mie gesta al pubblico, avrei voglia di ridere!... E pensare che mi tocca pure di far qualche ruggito, se no, sono bastonate! Se tu sapessi che mistificazione, qua dentro!...
Vedi quel lupo? È un cane! Vedi quel pappagallo?... La metà delle sue penne sono dipinte a olio!... Vedi quel pellicano?... quell’animale nobilissimo che, secondo voi, si squarcia il petto per nutrire i propri figli?... [34] Hanno dovuto toglierli la moglie dalla gabbia perchè si mangiava le uova!...
Dà retta a me, che sono una bestia vecchia e ne ho viste tante, non vale la pena di essere il re di questa gente, la quale ha una sola virtù, quella di governarsi da sè. Addio!...
Il sofo se ne andò malinconico: vicino alla porta sostò per guardare l’elefante. Era così severo e monumentale, nelle sue linee poderose, che ispirava una certa qual venerazione: Ecco, pensò il sofo, costui almeno è, senza dubbio, l’essenza vivente ed austera della forza!...
L’elefante tese la proboscide e domandò:
Signore, sia buono, mi dia una cica!
[35]
Teodoro Nasica, sofo, passando tutte le mattine per una piazza alberata ove sono delle panchine di pietra, aveva notato un omino dalla barba grigia e dagli occhiali turchini che soleva riposare ivi seduto. L’omino teneva in mano alcuni libri, che guardava amorosamente, senza aprirli. Talvolta le sue mani sembravano accarezzare affettuosamente il dorso dei libri, col gesto automatico e dolce con cui si accarezza il capo di un bimbo.
Teodoro Nasica, una mattina, si mise a sedere accanto all’uomo dai libri.
— Buon giorno, signore — gli disse.
L’altro rispose con un cortese cenno del capo.
[36]
— Vedo che voi amate i libri, e me ne congratulo con voi, soggiunse il sofo, essi dànno un grande profitto.
— Non c’è male, rispose il bibliofilo.
— Vedete, signore, se non fossero i libri noi correremmo il più spaventoso dei rischi, quello di trovarci di fronte a noi stessi. Il libro ci aiuta nella più affannosa delle imprese. Noi passiamo la nostra esistenza a fuggire, inseguiti dal fantasma della realtà. Noi guardiamo innanzi, ove si leva il mistero candido e freddo delle cose inanimate, procuriamo di appassionarci in una ricerca di verità immateriali per non rivolgerci a guardare la terribile verità materiale che siamo noi stessi.
L’uomo dagli occhiali si soffiò il naso, indizio di profonda attenzione.
— Ecco, riprese il sofo, il libro ci aiuta a non esser mai noi stessi, ma bensì un altro. Un giovane che incominci ad esser farabutto non pagando i propri debiti, può affermare di non essere un farabutto, bensì Rodolfo della Bohème. Se voi avete abbandonato una donna [37] dopo averla disonorata, potete dire a voi stesso: Io non sono un mascalzone, sono Claudio Cantelmo delle Vergini delle Rocce. È vero che in questo caso potreste trovare un padre od un fratello che, per fare il Compare Alfio vi desse una coltellata. Ogni situazione della vita ha la sua ricetta libraria. Non so se abbiate moglie, ma supponiamo che l’abbiate e che vi tradisca.
L’uomo dagli occhiali si grattò istintivamente la testa.
— Ebbene, volete vendicarvi tragicamente?... La cosa è passata di moda, quindi vi toccherà di ricorrere alla scuola romantica, ma avete un magnifico assortimento di tuez-la assortiti, presso la vecchia letteratura.
Se siete un uomo evoluto, e non ve ne importa un fico, correreste rischio di dirvi da voi stesso: Sono un becco contento! Ma avete qualche dozzina di personaggi di Tolstoi per auto-persuadervi che siete una specie di San Francesco moderno, impastato di perdono e di ascetismo. Così, potete fare il comodaccio vostro, passando da una birbonata ad una vigliaccheria [38] senza vedervi mai nello specchio se non con l’effigie di un altro. Non crediate che io esageri. Ogni giorno vi sono centinaia di donne che si dànno alla vita cosidetta allegra mormorando indulgentemente a sè stesse: Come Musette!...
Cosa più grave: molte si uccidono per fare come Madama Bovary!... (Ubriacati di sublimato, o umanità ladra e malinconica!)
Non crediate che io parli solo delle classi medie o proletarie. Anche gli intellettuali usano di queste ricette, ma si servono in un’altra bottega, che si chiama filosofia.
L’egoismo, il sudicio egoismo, ha fatto come i pizzicagnoli arricchiti che si comperano un blasone, si è comperato un t e si chiama egotismo.
Invece di porco, voi potete dire egoarca. È un progresso. Ecco perchè le religioni sono in ribasso: l’uomo si assolve da sè; esso ha municipalizzato il servizio pubblico dell’assoluzione e si è fatto una coscienza Dunlop come le gomme degli automobili.
Voi che passate la vostra vita sui libri, [39] smentitemi, se potete. Scommetto che anche voi avete fruito delle ricette di cui vi parlavo. È molto tempo che vi dedicate al libro?
— Trent’anni.
— E quale è la scienza che coltivate?... Siete chimico?... filosofo?... matematico?... Non m’interrompete, io vi indovino, poichè passo la mia vita a studiare gli uomini. Voi siete un seguace di Schopenhauer!
— Io, rispose laconicamente l’uomo dagli occhiali, faccio er legatore de libbri.
[40]
Teodoro Nasica, filosofo, anzi, sofo, come si chiamava egli stesso, tornava dall’aver assistito ad una seduta del congresso tiflologico, e fu per questa ragione che, passando innanzi ad un cieco che chiedeva l’elemosina, sentì il bisogno di parlargli.
Il cieco era un essere in cui la miseria del suo stato aveva dato a tutti gli aspetti esteriori uno squallore unico, era un cencio vestito di cenci. Qualcosa, nelle tenebre in cui viveva, aveva soffuso di penombra tutto l’essere suo. Le sue labbra biascicavano una preghiera, forse, forse bestemmiavano. Tutto il resto del suo corpo era angoscioso e scontento come una voce che brontoli.
[41]
La sua mano, armata di una bussoletta di ferro, si stese a ricevere l’obolo di Teodoro.
— Grazie, benefattore mio, mormorò il cieco.
— No, rispose il sofo, il benefattore sei tu.
Il cieco ne ebbe una scossa come se gli avessero detto eccellenza.
Aprì l’occhio sinistro, e si sarebbe giurato che da quello ci vedeva.
— Perchè?... mormorò.
— Perchè tu eserciti nel campo della carità l’ufficio benefico delle banche rurali, presti a interesse minimo. Il nostro bilancio morale fiorisce per causa tua, e tu ci impedisci salutarmente di essere caritatevoli, il che sarebbe una enorme seccatura.
Il cieco starnutò.
— Salute — disse il sofo, e riprese: — Ecco, se io avessi dovuto approfittare degli insegnamenti che ho ricevuto oggi, avrei dovuto, tornando a casa, riconoscere che sono un vero miserabile. Sollevare una sventura è una fatica enorme. La compassione, quel sentimento [42] per cui ti ho largito ben cinque centesimi, è solo il primo stadio della carità, e noi evitiamo il resto della nobile malattia, sopprimendola con la cura sintomatica dell’elemosina. Gli altri stadii sarebbero operosi e faticosi, bisognerebbe scendere nel cuore dei propri simili, cosa nauseabonda come il fare l’inventario della propria coscienza, e bisognerebbe studiare il rimedio dei mali. Questa ortopedìa del destino si chiama carità vera. Io, invece, ti ho dato un soldo e sono in regola.
Il cieco ebbe un altro piccolo sussulto; aprì l’occhio destro, e si sarebbe giurato che ci vedeva anche da quello.
— Inoltre — riprese il sofo — con questa modesta spesa io metto in pari il mio bilancio morale. Non importa se ottengo ciò mettendo all’attivo un titolo che in sostanza vale poco, questo in commercio si fa tutti i giorni. E, a tempo perso, posso pure crogiolarmi nella soddisfazione profonda di essere un uomo di cuore. Come vedi, io sono un uomo intelligente, mentre tu, ricevendo il mio soldo, avevi forse detto a te stesso:
[43]
— Ecco un imbecille. — Di’ la verità, lo avevi pensato?
— Sì — disse il cieco.
— E da che lo avevi arguito?
— Dalla vostra fisionomia.
[44]
Teodoro Nasica, filosofo, anzi, sofo, aveva passato la serata leggendo lo statuto di una società contro l’alcoolismo, a cui era per iscriversi. Perciò, quando uscì a respirare l’aria fresca della notte si sentiva profondamente virtuoso. Allo svolto della via fu urtato da un individuo ben vestito, ma anche ubriaco, che si rimise in equilibrio borbottando una scusa.
— Nulla, signore, disse il sofo sorridendo. Vi sentite male?
— Non trovo la via di casa!... brontolò l’intemperante. Al lume di un lampione il sofo potè vedere che egli aveva una faccia abbietta.
[45]
— Vi accompagnerò, disse Teodoro, e prese il compagno a braccetto.
— Compatitemi, brontolò ancora l’altro, è un brutto vizio!...
— Anzi, vi lodo!... esclamò il sofo.
— Caro collega!... disse l’ubriaco.
— Non sono collega, sono un uomo virtuoso, ma fa lo stesso. Vi sono un’infinità di virtù che non servirebbero a nulla se non ci fossero i vizi opposti. Io sono quasi astemio, quindi, a rigor di termine, dicendo che sono temperante ci ho lo stesso merito che a chiamarmi casto perchè non ho sedotto l’Orsa Maggiore o ben educato perchè non mi soffio il naso nella chioma di Berenice. Ma voi, grazie a Dio, vi ubriacate, quindi la mia astinenza diventa una virtù. I vostri vizi sono, con rispetto parlando, la parte posteriore delle nostre virtù, la pietra di paragone sulla quale noi le strofiniamo per far vedere che sono oro. Signore, siete un vero scostumato ed io vi ringrazio.
L’ubriaco mormorò: — Niente, anzi lei!
— Inoltre, soggiunse il sofo, i vizi dànno [46] origine ad un’infinità di istituzioni benefiche per reprimerli. Se non ci fossero gli istituti in cui si redimono col lavoro le fanciulle perdute, i miei fazzoletti e le mie camicie costerebbero il doppio, ed avrei minor danaro da consacrare al bene.
Voi obbietterete che in tal modo le operaie oneste, non potendo guadagnarsi il pane, si perdono; ma noi le perdoniamo, noi siamo pietosi.
Un uomo come voi è un tesoro: la folla dei vostri simili è lo sfondo nero del quadro su cui passeggiano le nostre virtù, la notte su cui noi accendiamo l’alba della redenzione, ma solo l’alba. Essa è piena di poesia ed i poeti la ammirano, mentre a mezzogiorno si tappano in casa o in trattoria, quando hanno una casa, o quando il trattore sa scrivere.
Del resto, riprese il sofo, guardando di nuovo il compagno sotto l’unico lampione della solitaria viuzza ove erano giunti, voi dovete avere parecchi vizi. Scommetto che siete giocatore.
— Sì, grugnì l’altro.
[47]
— Benissimo. Siete donnaiuolo?
— Sì.
— Ottimamente; siete pigro?
— Molto.
— Voi mi fate trionfare.
— Avete dimenticato una cosa, rispose l’ubriaco piantandosi bene sulle gambe.
— Quale?
— Sono anche ladro.
Ed il sofo lo vide scomparire di corsa in fondo alla via, insieme col suo orologio.
[48]
Teodoro Nasica, sofo, chiuse il volume della Divina Commedia, fissò lo sguardo nel busto di Dante, che aveva sullo scrittoio ed esclamò con rimpianto: Pape Satan, pape Satan aleppe! Chi sa che idea meravigliosa, celata forse eternamente a noi da questo verso misterioso!
E, subitamente, rimase stupefatto vedendo il sorriso ironico che contraeva le labbra dell’altissimo poeta.
— Non è forse vero?... replicò guardandolo con trepidazione.
— Quanto sei imbecille!... rispose il fiorentino.
[49]
— Questo può essere, replicò modestamente il sofo.
— Non ti offendere, continuò il maestro. Voi altri uomini, e anch’io, quando non ero ridotto ad essere, come sono ora, un libro, un ricordo e qualche monumento, anch’io, certe volte ero un imbecille. Non rabbrividire. L’uomo è animato da un così enorme orgoglio che non vuole mai vedere le cose quali sono, ma secondo certi modelli artificiali, che egli si fabbrica da sè. Quando egli dice: La virtù, oppure, il Genio, s’immagina queste qualità non quali esse vivono nell’uomo, ma come l’uomo le dipinge nelle oleografie. Io fui un grande poeta, ma non sempre. Certe volte sbadigliavo, certe volte rileggevo i miei versi e mi facevano rabbia; certe volte ero stanco di pensare, di stare a tu per tu con l’enorme luce della verità, che mi accendeva d’una febbre mortale, e allora, tanto per attaccare un capolavoro all’altro, stendevo fra i capitoli luminosi dell’opera mia, il balbettio di qualche verso stanco. Ma voi volete sempre generalizzare. Se un cantante ha una bella [50] voce, voi, anche quando starnuta, dite: Che bella nota!
Per poco che un uomo si levi sopra di voi, vi dimenticate che egli ha delle passioni, dei calli, delle debolezze, un intestino che digerisce prosaicamente e un naso che deve essere soffiato come tutti i nasi del mondo.
Se sapessi che risate, al mondo di là! Qualche centinaio di scienziati si è scervellato per sapere perchè Marco Antonio scappò ad Azio. Me l’ha detto lui: Perchè ebbe paura, paura fisica e vile come quella d’un soldato del papa. Fu un momento, ma quel momento fu così. E vi sono mille casi di questo genere. Se sapessi quante volte la malinconia divina di un verso nasce da un dente cariato! Eppoi il genio non ha continuità: È l’apogeo di uno stato psichico di eccezione, anche nell’individuo eccezionale.
Quando ho scritto quel verso avevo voglia di dar pedate anche al tavolino, e l’ho scritto come ora rido in faccia a te, per una voglia matta di canzonare questo mondo ebete e malinconico sempre in cerca di un padrone come un servitore cacciato via. Hai capito?
[51]
— Sì, rispose il sofo, e si svegliò.
Aveva sognato, Dante non aveva parlato affatto, e quella che egli aveva presa per la voce del divino poeta era il cri-cri d’un topo che distruggeva un libro di filosofia. Ma anche il topo aveva ragione.
[52]
Teodoro Nasica, sofo, guardava la sommossa dall’alto di un belvedere. La via, in fondo, era piena di un orrendo clamore, solcato e striato dalle innumerevoli detonazioni dei moschetti. Qualcosa di incomprensibile avveniva laggiù: la folla si gonfiava, si avvolgeva su sè stessa in vortici enormi, ed ogni tanto metteva un urlo strano e profondo, in cui sembrava essere una bizzarra modulazione melodica. Era come se tutte quelle persone avessero formato un solo mostro amorfo e pazzo. I primi volevano indietreggiare, ma la smisurata pressione degli altri li precipitava verso la vittoria e verso il martirio; giacchè il terrore non giungeva a penetrare le ultime [53] file della moltitudine. Essi erano tanti che riuscivano a non vedere in viso la morte; perciò pareva che una sola anima eroica vibrasse in quel mostro nero.
Allora il sofo disse: Povera umanità! Ecco migliaia di piccole anime che si sacrificano per creare una illusione, volgarmente detta pagina di storia, e che nell’avvenire servirà a lanciare nella morte altre migliaia d’illusi!...
— Basta!... — disse una voce scura e dura, dietro di lui, ed una mano ossuta gli toccò la spalla.
Il sofo ebbe quel brivido strano che è come il presagio delle cose terribili. — Chi sei?... disse, senza volgersi.
— Sono il figlio della tua generazione, nato per ucciderla. Chiamami pure l’Arcisofo, poichè la mia idea è, in confronto alla tua, ciò che è la ferrovia elettrica di fronte alla diligenza dei tuoi nonni. Ho detto: basta! La tua generazione non ha più sangue: le ultime gocce di esso scorrono laggiù. Avete cominciato un’opera enorme, dovevate distruggere [54] tutto il passato; a metà del lavoro avete avuto la nostalgia delle antiche miserie, vi siete messi a far collezione d’anticaglie sentimentali, avete fiorito di scetticismo la vostra debolezza, ma la realtà contro cui v’infrangete non è scettica, essa non ha nè riso nè lacrime.
Quando voi fate della prosa scettica sulle vicende del vostro tempo, avete l’aria di un maestrucolo sentimentale che voglia mettere in musica l’eruzione di un vulcano. Avete operato piangendo contro un mondo che amavate ancora. Sono venuto ad afferrarti per la cervice affinchè tu guardi in viso la Gorgone della tua opera, e ne resti impietrito. Io farò più di quello che tu hai fatto; tu hai dedotto dalla verità delle piccole sciarade che si chiamano sillogismi. Io non comenterò, io voglio far di più, voglio conoscere. Voglio vedere la vita, sentirla fluire nelle vene col mio sangue, sentire il male degli uomini, sentire la loro gioia, ciò che soffre, singhiozza o ride nel mondo, urtarmi ed avvolgermi come una corrente ampia e profonda. Tu hai finito. La tua [55] ironia è fatta di superstizioni filosofiche vecchie d’un secolo, e la realtà la agghiaccia con un soffio. Puoi fare una sola cosa bella, morire. Ardere la tua vita in una fiamma sola con le migliaia che muoiono oggi, fondere il tuo urlo in questa polifonia mostruosa ed esalare la tua anima con quella del tuo secolo. È ancora una fortuna, fra un secolo queste soirées della morte non ci saranno più. Va.
Il sofo disse: Hai ragione.
E discese lentamente.
Il giorno dopo un becchino trovò ai piedi d’una barricata un uomo barbuto, con gli occhiali d’oro, morto.
Chi sarà costui?... disse al compagno.
Un uomo qualunque, rispose l’altro.
E lo portarono via.
***
Queste note che seguono vennero inviate sotto uno pseudonimo ad un giornale cittadino:
Nostre segrete informazioni ci posero in [56] grado di sapere che l’autore era questo misterioso signore T. B. Arcisofo. Evidentemente egli tende a ridurre l’arte ad una semplice visione di cose, egli non deduce, narra. Metodo assolutamente rivoluzionario, perchè omai a furia di induzioni e di deduzioni noi avevamo saputo tutto: in quanti giorni Dio aveva fatto il mondo, che cosa era la virtù e cosa il vizio, quale è la miglior ricetta per fare le marmellate e fra quanti secoli l’uomo sarà perfetto. Invece, limitandoci a cercare la verità delle cose, noi facciamo come chi rivedesse tutti i conti dell’azienda umana, da Adamo a te, lettore. È evidente che dovremo dichiarare il fallimento ed aprir bottega altrove.
Ciò risulta ben chiaro: il pessimismo di Teodoro Nasica era quello d’una generazione più allegra. Era una enorme barzelletta travestita da filosofia, quello dell’Arcisofo odora d’incendii e di polvere ed è fermo, sicuro e freddo come la prua d’una corazzata.
Noi abbiamo, sembra, voluto vedere qual’era la molla secreta che faceva dire papà e mammà ai nostri fantocci.
[57]
Ed ora, sembra, bisognerà fabbricare dei giuocattoli nuovi per i piccoli, e degli spauracchi nuovi per i grandi.
Ordiniamoci a Norimberga un altro Dio, un altro Re ed un’altra morale.
[58]
Una notte scura e piovigginosa. Quando una di queste notti cala sulla città, le facciate delle case prendono un aspetto imbronciato. Sembra che dicano al viandante: Chi sei tu, che giri a quest’ora e con questo tempo?... Un ladro?... Uno scapestrato?... Un senzatetto?... A quest’ora non girano che i cani senza padrone e gli uomini senza famiglia. Fortuna che ci sono i gendarmi.
Nel sonno pacifico del galantuomo che si allunga sotto le coperte di sua legittima proprietà c’è una specie di trionfo. Perchè egli possa russare a suo modo, in quell’ombra che si stende fuori della sua camera, avviene una lotta fantastica: due mostri si spiano: la legge [59] e il delitto. Un uomo è partito dalla sua tana, ha fiutato il vento umido della notte e si è avviato, coi grimaldelli e col coltello in tasca; una pattuglia è partita dalla caserma. Due volontà inesorabili e dure, una armata di tutte le ferocie della necessità, l’altra di tutti i diritti della repressione, volteggiano nelle tenebre.
Una creatura affannata e lacera sbuca dall’angolo di una via, camminando rapidamente, più rapidamente che può, lungo le muraglie umide. Potrebbe essere un bambino, ma un bambino è una cosa molto più gentile; questo è un piccolo selvaggio lercio e scalzo, molle di pioggia e sporco di fango. Tutta l’evoluzione sociale, che è andata dalla selva alla città, dalla caverna all’edificio, non è avvenuta per lui, perchè l’acqua sgocciola su di lui dalle grondaie come sgocciolerebbe dalle fronde delle querce, ed il vento lo investe fischiando come investirebbe un lupo in mezzo ai campi.
In compenso egli ha parecchie consolazioni: la società ha creato mille istituti per difenderlo, [60] il Parlamento ha legiferato per lui, c’è tutto un gigantesco meccanismo di principii, di istituti, di prevenzioni, che si stende sulla testa umile del piccolo essere. Peccato che la legge non esca di casa a quest’ora! Certo non lo lascerebbe girare così, perchè la notte ha delle malignità tragiche. Ogni raffica di vento ha in sè gli elementi per uccidere questo derelitto...
La legge sbuca a sua volta dall’angolo della via. È vestita da guardia di P. S. ed è molto di malumore, perchè con 100 lire al mese mangia male, veste peggio e qualche volta deve fare dei debiti. Così, essa non ha tempo di imparare le belle maniere, ed acciuffa come può.
Il bambino seguita a fuggire, la legge ad inseguirlo. La protezione della società deve avere qualche durezza, perchè il piccolo essere sente tutte le paure della notte precipitare su di lui, e due lacrime ardenti gli scorrono sulle guance pallide, mentre il cuoricino affannato batte da spezzarsi. Che cosa vogliono da lui?... Che ha fatto?... Nulla. È [61] un cane senza museruola, un bimbo senza casa, un vagabondo. La legge lo ha qualificato così.
Il suo torto non è tanto quello di fare delle monellerie, quanto quello di non avere una mamma che glie le perdoni e gli dica: — Che caro birichino! — Ci sono al mondo anche delle stufe e dei lettini candidi, dei giocattoli e dei libri, ma egli ne dubita, perchè la notte è fonda come l’oceano ed è piena di cose crudeli che non si vedono, ma schiaffeggia quel piccolo viso con mani enormi, e gli sputa negli occhi la sua pioggia ghiacciata.
················
La guardia raggiunse il piccino in fondo alla via e lo prese pel collo.
Doveva conoscerlo, perchè quando lo ebbe guardato in volto, gli disse: — Ah!... sei ancora tu?... — e gli dette uno scappellotto.
[62]
La signora Beatrice era una donna di cuore buonissimo. Non è bene accertato se la cosa avvenisse per questa qualità, oppure malgrado questa qualità, ma è certo che la signora Beatrice era spesso infedele a suo marito. Il quale era piccolo, grassottello, un po’ corto di mente, aveva il naso all’insù, si chiamava Ambrogio ed amava giuocare a tresette. Aveva quindi la fisonomia psico-fisica dell’uomo «che non se ne avvede». La cosa, o meglio, le parecchie cose, avvenivano quindi nella più pacifica normalità.
Quando la signora Beatrice usciva, diceva: «Vado dalla sarta». E quando tornava: Uff!, quanto sono lunghe queste sarte!» [63] Quando lasciava un amante, o ne era abbandonata, la signora Beatrice piangeva per solito durante due giorni e allora diceva: «Mi sono bisticciata con la sarta». Perciò il marito si era formato l’idea che la sarta fosse una specie di malattia periodica e necessaria, alla quale bisognava rassegnarsi. E si rassegnava senza fatica. Tutto procedette in tal modo, fino al giorno in cui la signora Beatrice, essendo molto buona, ebbe dei rimorsi.
Allora essa divenne malinconica, perchè non trovava nessuna giustificazione alla propria condotta, e si bisticciò con la sarta per tre giorni di seguito, dopo i quali avvenne che un giorno il giovane medico di famiglia, che stava fruendo del suo turno presso la signora, le dicesse: «Ieri, quando sono venuto da te, ho visto tuo marito che fumava la pipa: come puoi sopportare una volgarità simile?»
Tornando a casa, la signora Beatrice si rasserenò. Aveva trovato la sua giustificazione. Non possiamo seguire la signora Beatrice nella evoluzione dell’idea che maturò in [64] lei, ma il fatto è che questa idea, tre giorni dopo, fu così formulata nell’orecchio della sua migliore amica: Dio!... Tu non puoi comprendere quanto soffra un cuore gentile incatenato crudelmente ad un’anima volgare!
E da quel giorno la signora Beatrice scoprì molti difetti e molte colpe in suo marito, colpe che sopportava in silenzio con angelica rassegnazione. C’è tutta una filosofia a cui la lettura del Bourget ha assuefatto le donne, e che mostra per quali successive risultanze si può arrivare dallo starnuto alla colpa, spiegando ogni passo verso la meta con dotte ragioni psichiche. È la tavola pitagorica dell’adulterio. Il povero coniuge della signora Beatrice divenne un mostro, senza avvedersene. Una volta che la signora coltivava un giovanetto elegante, asceta e pragmatista, scoprì la febbre del giuoco negli occhi del suo legittimo consorte, mentre egli tirava a sè le carte conquistate al tresette; un’altra volta, vedendolo saltare da parte perchè una vettura era per urtarlo, essa si avvide che era vile; ma allora stava rendendo felice un ufficiale di cavalleria.
[65]
Le intime amiche della signora Beatrice disprezzarono profondamente Ambrogio, ed essa assunse una dolce espressione di donna che soffre in silenzio. Essa era una vittima, il che la riempiva di una gioia celeste. Finì col credere anche lei che suo marito avesse un’anima orribile. I primi tempi, quando ne parlava, faticava un po’ a mettere insieme un sospiro presentabile: alla fine il sospiro era divenuto così facile e spontaneo che pareva partire dal cuore: essa diceva piangendo: Amami tanto, ho tanto bisogno di essere consolata!...
Dopo due anni Ambrogio aveva quindici gravissime colpe.
La storia ci obbliga a confessare che era divenuto becco altrettante volte.
Egli morì come muoiono gli imbecilli, per una malattia qualunque, in otto giorni, senza dare all’animo gentile di sua moglie la soddisfazione di fargli da suora di carità in una lunga malattia, cosa che le avrebbe fatto tanto piacere, ma riuscì a farle far la pace col medico. Quando egli fu agli estremi, essa lo [66] guardava con occhi pieni di lacrime e sentiva con tanta dolcezza la gioia di dimenticare le offese sofferte che si chinò su di lui e gli mormorò all’orecchio: Ambrogio, io ti perdono!...
Gli occhi del morente si aprirono con stupore infinito, mostrando un abisso pieno di punti interrogativi, ed egli tirò l’ultimo respiro.
Beatrice si gettò sulla seggiola, singhiozzando al medico che le teneva le mani: Eppure, malgrado tutto, gli volevo bene!
[67]
Il signor Telesforo Coccia era un imbecille. Ma non era un imbecille come tutti gli altri.
Era organizzato, cosciente ed orgoglioso della sua qualità. Diceva: «Sarò un imbecille, ma la cosa è così» e dava un gran pugno sul tavolo.
Aveva una fronte sporgente, a baule, due grandi occhi a fior di testa, il naso appiattito, le labbra tumide ed i capelli arruffati. Sembrava sempre in procinto di dare una capata contro un ostacolo, perchè camminava a testa bassa ed un po’ inclinato in avanti.
Da ragazzo, vedendolo sempre rannicchiato in un angolo, muto e ringhioso, il suo maestro, [68] che di ragazzi se ne intendeva ed aveva letto il Cuore del De Amicis, che allora faceva furore, lo guardava con una certa compiacenza e diceva: Ecco «Stardi!»
Così tutti si misero in capo che egli avesse una volontà ostinata. Quando si presentava agli esami e s’impappinava, dicevano: Poveretto, è bestia, ma ha una volontà!...
Invece egli non aveva nessuna volontà, e camminava a testa bassa e inclinata in avanti, solo perchè la testa gli pesava.
Per sua fortuna era benestante. Quando fu uomo i suoi concittadini lo videro quasi sempre solo. Parlava poco, e quando parlava aspirava le r con un grugnito feroce e soffiava le f come se avesse voluto smorzare una torcia a vento.
Questa solitudine e questo modo fermo di esprimersi gli crearono attorno una certa aureola di superiorità.
Finalmente si mise gli occhiali e tutto l’insieme sciatto e torvo della sua persona ne ebbe come una improvvisa nobilitazione. Il cielo non è che il cielo, ma dietro un paravento [69] di cartone si può supporre l’infinito. Dietro quel paio d’occhiali si poteva supporre uno sguardo, indice di un probabile cervello.
Un giorno, al caffè, ci fu chi gli disse:
— Dovreste farvi eleggere deputato!
Egli rispose No! quasi urlando, e battè il bicchiere sul tavolo con tanta forza che lo ruppe.
Quel bicchiere rotto fu la sua fortuna.
Siccome il paese cominciava ad essere agitato da fazioni sovversive, i buoni borghesi andavano tutti a letto sognando di poter assoldare Tiburzi per ristabilire l’impero della legge.
Il professore d’italiano del seminario dette uno schiaffo ad un ragazzo perchè aveva citato in un componimento alcune parole di un libro sovversivo, certamente di V. Hugo. Quando fu dimostrato che invece erano state prese dalla Bibbia, il giornale liberale del luogo fece un articolo intitolato: Difendiamo Gesù Cristo! e fu sequestrato per offese alla religione dello Stato.
In questo tempo la gente per bene, vedendo [70] passare Telesforo Coccia diceva: Ah!... se quell’uomo lì accettasse il mandato!...
Sembrava che egli avrebbe strozzato l’idra rivoluzionaria. Il prefetto della città, che era un uomo fine, riuscì a persuaderlo e arrivò fino a scrivergli il discorso. Telesforo lo lesse con tali grugniti che tutto il partito conservatore esclamò: Ecco un eroe!...
Certo, se quell’uomo avesse incontrato la libertà per strada, l’avrebbe atterrata con una capata nel ventre.
Alla Camera non parlò mai. Taceva, in un angolo, come a scuola, raccolto e diffidente contro tutte quelle persone che parlavano di cose sconosciute. Fedele al suo mandato, votava sempre il contrario di quello che votava l’estrema sinistra. Una volta votò pure contro il ministero, perchè il ministro aveva detto: «La nostra vittoria sarà vittoria della democrazia.» Il ministro aveva mentito, ma tutti dissero che Telesforo era un uomo di carattere. Nei salotti dell’aristocrazia nera lo cercavano, e le donne lo lasciavano, sorridendo con tenero orgoglio, soffiarsi il naso nei tovaglioli da thè.
[71]
Che carattere! dicevano.
Un giorno che il ministro si lagnava di dover cedere alle pressioni delle camere del lavoro, un deputato seduto presso Telesforo, biondo, ricco e blasé, mormorò: Ma resistete!... E Telesforo ripetè con un mugghio feroce: resistete, resistete, resistete!...
Tutto il settore si volse verso di lui, ed il presidente dei ministri mormorò: Ecco un uomo!...
Fu così che lo nominarono ministro.
[72]
La scorsa notte, alle ore 0,15 don Paolo Tirastoppacci, parroco di S. Filomena in Pignolis, dormiva profondamente, secondo la sua costante abitudine, quando fu svegliato di soprassalto da un forte colpo nell’uscio della canonica.
Sarà il farmacista qui all’angolo, che s’è deciso a prendere i sacramenti!... mormorò l’ottimo sacerdote. Si svegliò sospirando, si vestì alla meglio e si lasciò sdrucciolare per le scale.
Con sua grande meraviglia la porta si aprì prima che egli la toccasse, e quello che il povero curato vide fu cosa tanto strana che [73] mormorò inorridito: Dio mio!... La rivoluzione sociale!
La piccola e vecchia strada sembrava trasformata in una corte dei Miracoli. Una folla lercia e pezzente la ingombrava tutta: c’erano dei vecchi quasi centenari, dei bimbi dalla testa enorme e dalla pelle giallastra, alcune donne perdute d’infimo grado, che mostravano per le vesti lacere la pelle livida di freddo, delle famigliuole di straccioni che si aggruppavano per non perdersi in mezzo alla folla. Avanti a tutti era un uomo intabarrato, con un gran cappuccio calato sugli occhi. Non gli si vedeva nemmeno la punta del naso.
— Favorisca di aprire la chiesa, disse lo sconosciuto con marcato accento straniero. Questi signori debbono entrare!...
— Mamma mia!... balbettò il povero prete, è la fine del mondo... E cercò di rabbonire l’invasore, trattandolo bene.
— Scusi; può ripassare domattina per la prima messa, ora non si può.
— Ho detto di aprire!... riprese l’altro. Non si tratta di messa. Questi cittadini non hanno [74] posto por dormire, perchè i signori della terra li hanno cacciati di casa. Lei qui è come il fattore di un podere che non è suo; è, se non sbaglio, di Domeneddio. Ebbene, costoro hanno diritto di dormire in casa di quel signore lì, che non è azionista di nessuna banca. Favorisca di aprire.
Il prete non rispose, allibbito.
— Anzi, riprese lo sconosciuto, lei ha due galline in cucina. Sarà tanto gentile da darle a quella vecchia lì.
E accennò una vecchia strega, che aprì una bocca sdentata, ma capace di ingoiare un pollaio.
— Inoltre Ella ha due bottiglie di Marsala, favorisca di darle a quel signore lì!
E accennò un individuo magro ed altissimo, che aveva una chitarra sotto il braccio. L’individuo volle sorridere e tossì raucamente, in modo orribile.
— Lei mi dirà, aggiunse l’ignoto, che io incoraggio l’alcoolismo. Ma sono un uomo all’antica e faccio la carità al prossimo, pel quale mi farei mettere in croce; non faccio la carità [75] a me stesso. L’organismo di quell’uomo, che ha tre giorni di vita, ha fame d’alcool più che di pane: fategli la carità di una sbornia. Non vi faranno cavaliere per questo, ma la vostra coscienza ne sarà consolata. Quel giovanotto laggiù è un ladro: gli darete due lire, altrimenti egli morrà di fame o diverrà anche assassino. Se avete il resto del vostro stipendio, distribuitelo fra questa gente secondo le indicazioni di quel vecchietto li, che è un anarchico.
Il povero sacerdote fece un salto:
— Ah!... no! per Bacco, è troppo!... gridò, quindi si mise ad urlare: Aiuto!... al ladro!... Assaltano la casa del Signore!...
La folla si dileguò nella notte con un fragore cupo di zoccoli, con uno calpestìo molle e pesante di piedi nudi, e rimase solo lo sconosciuto, che fu tratto in arresto dalle guardie sopraggiunte.
— Come vi chiamate?... domandò il brigadiere tirando fuori il taccuino.
— Jesus Di Giuseppe.
— Nativo?
[76]
— Di Nazareth.
— Di professione?
— Propagandista.
Se lo dicevo, io!... (esclamò il prete battendo le mani). Se lo dicevo che era un sovversivo!
[77]
Si chiamava Spiridione, ma non lo faceva apposta. Questo nome lungo, questo accrescitivo diafano, che faceva pensare ad una specie di anguilla trasparente e che si attagliava così bene alla sua persona magra, alta e vacillante faceva parte delle numerose ingiustizie che egli aveva ricevuto dai suoi simili.
Suo padre aveva servito nell’esercito per moltissimi anni, ma siccome la legge è ingiusta, i limiti d’età lo avevano colpito quando era ancora capitano. Per cui la magra pensione di cui aveva penosamente rosicchiato una parte si rifletteva nel fisico del figlio.
[78]
Ed il figlio era venuto su tentennando e sbadigliando. Una volta, agli esami di scuola, aveva fatto copiare il suo lavoro al figlio di un senatore. L’altro era passato, lui no. Da allora aveva cominciato a chinare la testa. Sognava di guadagnare trecento lire al mese e di comprarsi una pelliccia, ma morì a sessant’anni, quando ne guadagnava duecento ed aveva un paletot rivoltato. Quando ebbe finito gli studi, si presentò ad un concorso per un posto governativo, perchè aveva sempre immaginato il corso dei suoi studi come una rotaia che facesse capo ad un ministero. Il suo lavoro d’esame fu un componimento calmo, pallido e posato come l’architettura d’un ufficio postale. Disse un mondo di bene delle istituzioni, e ci fu un punto in cui, parlando delle «savie leggi che ci governano e che un pugno di forsennati vorrebbe sconvolgere» fu quasi eloquente. Ma nella commissione esaminatrice c’era un grammatico che non ammetteva l’apostrofe dopo l’articolo un, maschile.
Egli apostrofò tutti gli un e fu bocciato.
[79]
Al terzo concorso riuscì. Aveva uno stipendio magrissimo e subiva la odiosa mistificazione di vederselo dare e poi riprendere a furia d’imposte e sovraimposte. Fu un uomo molto tormentato, perchè sua moglie lo tradiva ed aveva un suonatore di trombone come coinquilino, ma non osò mai protestare, tollerando corno e trombone come una necessaria orchestra che lo accompagnasse lungo il sentiero della vita.
Nel più acuto periodo della sua miseria il suo capo-divisione fingeva di non vederlo per strada, perchè aveva un cappello indecoroso, il suo padrone di casa gli aumentò la pigione, le sue figliuole furono cacciate di scuola perchè non poteva pagare le tasse scolastiche, ebbe bisogno di un prestito e l’usciere del suo ufficio, che faceva di questi affari per conto del capo-sezione, gli prestò 200 lire al 60 per cento.
Tutta la società pesava sulle sue magre spalle, come una enorme piramide rovesciata, tutti gli artigli dello Stato e tutte le angherie dei benestanti si aggravavano sulla sua miseria senza pietà.
[80]
Vi furono giorni in cui, solo nel suo salottino misero, fissò gli occhi sulle squallide oleografie appese alle pareti e la tristezza lugubre del suo destino di paria gli penetrò nel cuore come il gelo di una notte d’inverno entra in una stanza senza finestre. Allora si sentì così solo, sconsolato e oppresso, che pensò di morire. Ma attraverso il velo che le lacrime gli facevano agli occhi, vide una mano gigantesca, quella della società, allontanare da lui il nulla consolatore. Ed era giusto, non aveva finito ancora i suoi anni di servizio e non poteva riposare. Allora curvò la fronte, come sempre, e tacque. Dal piano sotto il trombone del vicino ripeteva implacabilmente un solfeggio rauco, sempre lo stesso.
Ma una volta gli capitò fra mani un giornale, ed egli lesse:
«Occorre colpire alla base questa società fradicia e colpevole.
«Occorre abbattere il pregiudizio che rende indissolubile il matrimonio, liberare i miseri che gemono sotto lo sfruttamento degli abbienti, [81] e che si vedono usurpato il frutto delle dure fatiche con tasse inumane, usure ed affitti enormi. In tal modo il vecchio edificio crollerà, e sulle sue rovine fiammeggerà il sole della libertà vera».
«Ah!... briganti! urlò Spiridione; nemici della patria, della legge, della famiglia!...»
E, per la prima volta in vita sua, si arrabbiò sul serio.
[82]
Un giorno mancò poco che il cav. Pompeo non fosse atterrato da un asinello, il quale aveva preso la mano al carrettiere, e passò accanto a lui correndo a rotta di collo.
Questo fu il più grave avvenimento della sua esistenza. Fu l’unica volta in cui il velario grigio della sua vita quotidiana si aprì un poco e gli mostrò l’orrore della violenza. Talvolta raccontava questo fatto, con molti particolari, ma non passò più per la via ove era avvenuto.
Del resto, in fatto di vie, egli conosceva solo quella che va da casa sua all’ufficio, e viceversa. La percorreva tutti i giorni con passo calmo e metodico. Quando era giunto [83] al cantone della sua strada, di fronte al farmacista, incominciava a levarsi i guanti. Il farmacista, che era sull’uscio, gli domandava: Come va la salute?... Ed egli rispondeva: Ringraziamo Iddio.
Una volta che il farmacista gli disse invece: E lei come sopporta questo freddo? rimase così sorpreso che non trovò la risposta subito.
Non aveva mai fatto male a nessuno, e in tutto il catalogo delle sue sensazioni non c’era nulla che rassomigliasse ad un rancore. Se si fosse dovuta rappresentare con un oggetto la sua psiche, si sarebbe dovuta dipingere una vescica di strutto, tanto essa era tonda, bolsa, insipida ed incolore.
Eppure questo piccolo uomo era terribile. Era come se egli, e le migliaia di esseri come lui, fossero seduti sullo stomaco della nazione, ed impedissero al suo cuore di battere.
Ogni pulsazione del mondo esteriore gli faceva l’effetto del tuono ai bambini. Rabbrividiva. Leggeva nei giornali cose inaudite, [84] che alcuni uomini minacciosi tentavano contro le istituzioni. Alcune volte aveva dovuto cambiar strada per recarsi a casa, perchè sapeva che lungo la via solita passava un corteo di dimostranti. Ed allora si era imbestialito.
Una volta disse questa frase: «Si è combattuto per la libertà ed io debbo fare un giro per andare a casa: Che fa il Governo?...
Sentiva vagamente intorno a sè un fremito di voci nuove e minacciose, il lavorio di una moltitudine sconosciuta che minava qualche cosa, un ondeggiar di forze indefinibili che faceva vacillare tutta la compagine della vita, e questo fatto lo empiva di spavento. Tutto ciò che non era quieto e ordinato come lui, tutte le ombre che si proiettavano sul sentiero uniforme e pallido della sua vita lo turbavano profondamente. Egli era la legge, quelle altre cose erano l’anarchia.
Rifiutò di rinnuovare l’abbonamento al solito giornale, perchè si era messo a patrocinare una riforma tributaria, cacciò la serva perchè un giorno gli portò il prosciutto incartato [85] nell’Avanti! e minacciò il padrone di casa di lasciare l’appartamento se l’inquilino di sopra non smetteva di suonare al piano la Brabançonne, perchè rassomiglia alla Marsigliese.
Un giorno vide una cosa orribile.
Una folla passò sotto le sue finestre. Erano migliaia, era un’onda erta, nera, compatta, che marciava con uno scalpiccio enorme e cantava delle canzoni che parevano, tutte, la Marsigliese.
Ed egli ebbe la vertigine. Ripensò al somarello scappato, e gli parve che un milione di somarelli irrompesse nella via e negli edifici, rovesciasse il polverino del suo scrittoio, bevesse il suo caffè e latte e gettasse al vento i protocolli del suo ufficio. Era la fine!... Ed allora egli, per la prima volta urlò: Salviamo le istituzioni!...
E tutte le migliaia di Pompei seduti sullo stomaco della patria urlarono con lui le stesse parole. Fu come un soffio di vento gelido, una tromba apocalittica che fosse rauca ed avesse la tosse. Parve che una nebbia sanguinosa [86] salisse da quelle bocche legalitarie fino in alto, in alto, in alto, ove ottenebrò cuori e cervelli. Tutta la macchina rugginosa dello Stato si mosse scricchiolando. Quella paura di cuori inoffensivi fu tradotta in leggi ed ordini, corse lungo i fili del telegrafo e crepitò nelle vie, con una scarica di fucilate.
Alla sera Pompeo lesse sul giornale:
«L’ordine è stato finalmente ristabilito. Nel conflitto vi furono solo dieci morti, e qualche soldato contuso.»
Manco male!... brontolò Pompeo.
Poi domandò alla donna di servizio: Avete dato il biscotto ai canarini?
[87]
S’erano incontrati come il pescatore incontra la trota: Uno d’essi pescava, l’altro si era attaccato all’amo. E, nel primo momento, erano stati contenti tutti e due.
Il bohémien si chiamava Marcello, il mecenate si chiamava Omobono; il primo dipingeva cartoline illustrate in un sottoscala, e le vendeva da sè nelle osterie, l’altro era un negoziante di quadri. Un giorno Omobono si vide innanzi la strana figura di Marcello, alto, pallido, stracciato, che gli offriva una cartolina. Guardò il disegno bizzarro, fosco, tracciato da una mano nervosa ed audace, guardò l’uomo, che aveva negli occhi una [88] luce singolare. Egli s’intendeva abbastanza di tutte e due le cose. Mormorò, ecco un artista!... E fece delle proposte magnanime.
Marcello fu felice. Il mecenate pagava i quadri con un sistema semplicissimo: misurava la base per l’altezza e dava una lira per decimetro quadrato. Era benefico come un nume, ma in compenso pretendeva molta precisione nel lavoro e fedeltà ai suoi ordini. Aveva una singolare abilità nell’impossessarsi di un individuo. Marcello divenne una cosa sua, obbediente ed avvilita. Ma Omobono non mancava di magnanimità: Una volta che Marcello sembrava oppresso per aver dovuto dipingere dodici volte il Colosseo a lume di luna, egli gli disse: Bè, ora mi farai un quadro come ti pare a te!... E vero che sarà più difficile collocarlo, ma faremo 70 cent. al decimetro quadrato, così non ci rimetterò troppo! Va bene? Sei contento?... e gli battè paternamente sulla spalla.
Perchè Omobono era in buona fede. Quando egli vedeva un paio di scarpe nuove ai piedi di Marcello sentiva una gioia tenera e affettuosa [89] empirgli l’anima, all’idea del bene che gli aveva fatto. Una volta arrivò perfino ad invitarlo a pranzo, e glielo rammentava spesso, dicendo: Eh?... Quelle ostriche?... Quel fagiano?... che te ne pare?
Ogni tanto lo strapazzava un po’, con qualche sapiente mortificazione, di quelle che abbattono l’orgoglio dell’artista. Gli dava delle accorte disillusioni. Quando egli credeva di aver fatto un quadro d’eccezione, gli diceva: «E quello appunto non si vende!... Bisogna esser pratici, pratici, pratici!...»
Nessuno è incerto del proprio valore come l’artista di genio. Marcello finì col persuadersi che quanto vi era in lui di originale, era un difetto di gioventù.
Omobono, del resto, penetrava in tutti i particolari della sua vita, sorvegliando le uscite per cui la preda avrebbe potuto scappargli. Gli vietava di firmare i quadri, e una volta andò in bestia e minacciò di abbandonarlo perchè lo aveva visto discorrere con una sartina. Gli avrebbe messo i parocchi come i cavalli, perchè, guardando di qua e di là, [90] non finisse col trovare uno specchio in cui si riflettesse il suo genio.
Si lamentava sempre che gli affari andavano male ed aveva finito col dare due valori al danaro. Quando dava dieci lire a Marcello, provava l’impressione di perdere una somma enorme, e quando vendeva per mille lire il suo quadro, mormorava: Nessuno paga più un soldo, va male, male, male!...
Finì col persuadersene tanto che, il giorno in cui gli riuscì di vendere per diecimila lire un quadro che aveva pagato duecento lire, decise di ribassare la tariffa a Marcello.
Allora Marcello commise un fatto iniquo. Comperò una tela e, nei brevissimi istanti d’ozio, dipinse un quadro per conto suo. In quei pochi momenti tutta la sua anima artistica, compressa ed addolorata, si espandeva prodigiosamente. Era una festa indicibile di luce e di colore: dipingendo, egli sentiva delle voci cantare, e tutte le sue vene tremavano di dolcezza sovrumana.
Finì con l’ubriacarsi d’entusiasmo. Un giorno [91] firmò il suo quadro e lo portò all’esposizione. Ma era appena arrivato a casa che se ne pentì e tornò indietro per farselo restituire. Era tardi, l’ufficio era chiuso, e la mostra si apriva la mattina dopo. Quella sera egli domandò tre lire di anticipo ad Omobono, che glie ne accordò due con fare paterno e gli disse: «Che ne fai di tutto questo danaro?... Eh?... bricconcello!» Marcello si ubriacò per non pensare al fatto orribile che sarebbe avvenuto il domani.
Il quadro ebbe un successo enorme. Marcello fu letteralmente strappato ad Omobono, lo perdè addirittura di vista, trascinato lontano dalla sua trionfale vittoria. Tutte le mani si levarono ad applaudirlo, meno quelle di Omobono. Egli prese, in buona fede, quel successo per un’infamia perpetrata contro di lui. Un giorno, uno scultore che era succeduto a Marcello nel beneficio delle sue grazie, ed aveva una lira e venti per ogni chilo di creta messa in opera lo udì esclamare:
«E gli ho fatto del bene!... E mi sono scaldato la serpe in seno!... mi ha succhiato [92] il sangue!... Ma ora è finita. Ha voluto far da sè?... Si rovinerà!...»
E siccome in quel momento gli venivano in mente il fagiano e le ostriche che egli aveva offerto, aggiunse:
«E mi ha mangiato una costola! — Oh!... ingrato!»
[93]
C’è in un angolo della città, in uno di quei lembi della vecchia Roma dimenticati e tagliati fuori delle grandi arterie moderne una piazzetta in cui cresce l’erba, perchè non ci passa mai nessuno, e in un angolo della piazzetta un piccolo caffè.
È un caffeuccio vecchio di quasi cento anni, con le panche coperte di tela incerata tenuta ferma a furia di bollette dalla grossa testa di smalto bianco.
In mezzo c’è un tavolo tondo con su trenta paste in un cabaret e, sulle paste, un velo rosso. Dietro al banco sono attaccati, in fila, una ventina di cogome da caffè, in ordine di [94] statura, da quella piccina piccina per un caffè, a quella enorme, per trenta.
Vent’anni fa uno dei proprietari fece impiantare il gas, lusso sardanapalesco che fece mormorare per un mese i sei clienti abituati del luogo. Il resto è rimasto immobile ed immutato. La lenta pioggia del tempo ha scolorito tutte le cose in uno squallore uniforme e pallido e le voci del mondo esteriore arrivano lì dentro come dopo un viaggio lunghissimo, stanche e fioche. Anche quando il sole fiammeggia orgogliosamente sulla piazza deserta, ivi non penetra che un bagliore modesto, e le mosche che entrano ronzando sommessamente pare che dicano: E permesso?
Vi sono due vecchietti, moglie e marito, che vengono lì da trent’anni: vi sono venuti da fidanzati, da sposi, coi bimbi, ora vengono soli, e qualche volta si bisticciano a bassa voce, nel loro angolo. Egli fuma sempre una piccola pipa di gesso, ella fa la calza, quasi sempre silenziosa. Si direbbe che ascolti il passo impercettibile del tempo salire da una interna solitudine.
[95]
Ad un altro tavolo prendono posto due ometti canuti, che sembrano due fratelli e giuocano sempre a domino; uno è un vecchio garibaldino, l’altro un ex-soldato del papa. Da cinquant’anni seguono le loro idee, con tenacia, idolatrando Garibaldi e Pio IX come se i due nemici fossero ancora vivi. Il garibaldino chiama l’altro caccialepre e il papalino dice all’avversario: giacobino. Terminologia antiquata. Parlano di politica dicendosi cose spaventevoli con calma ineffabile, e si offrono a vicenda il tabacco. I fatti arrivano ad essere discussi da loro dopo un certo periodo di tempo. Tre anni fa erano alla guerra d’Africa.
Alla sera, quando il gas è acceso, regna là dentro un silenzio claustrale, rotto solo dal rumore delle tessere d’avorio, posate sul tavolo dai giuocatori e dal crepitio della fiamma, che ronza quietamente nel suo tubo di vetro.
Al muro, vicino alla porta, c’è una grande macchia giallastra, lasciata da uno spruzzo di liquido. Infatti, dieci anni fa lì dentro fu stappata una bottiglia di champagne. Se ne parlò nel quartiere.
[96]
Un giorno un raggio di luce bizzarra illuminò il luogo. Erano due creature giovanissime, uno studente ed una modista: Lui era biondo come spiga di grano, grazioso e sfacciato; lei bruna come un granello di pepe, con un cappello inverosimile e scarpini impercettibili. Si nascondevano laggiù e si ubriacavano di felicità e di punch, con scoppi di risa acuti. I due sposi settuagenari li guardavano con diffidenza, i due veterani sorridevano con una specie di compiacimento, e le quattro oleografie annesse alle pareti a rappresentare le quattro stagioni avevano nel viso da bambole inverniciate una specie di stupore allegro.
Per un mese i due ragazzi sparirono. Essa tornò una sera, sola. Sedette al solito posto ed ordinò la solita bibita.
Aveva gli occhi pieni di lacrime e di terrore, e ogni tanto faceva scorrere la mano sul marmo del tavolo, ove egli un giorno, aveva disegnato una rosa. Pareva che accarezzasse la testa d’un bimbo.
Poi, fece cadere una polverina nella tazza, [97] bevve, e si rovesciò indietro, pallida come la morte...
La portarono via i due veterani, sorreggendola a vicenda come un compagno d’armi ferito.
Ora sono passati parecchi anni. Ella non è tornata più; qualcuno asserisce d’averla veduta in un caffè-concerto, vestita molto bene.
I due veterani parlano della guerra russo-giapponese.
E la vecchina fa la calza nel suo angolo, come ascoltando un passo lievissimo, che avanza nell’oscurità...
[98]
Erano tre vecchi amici, moglie, marito ed un compagno d’infanzia. Da tempo immemorabile il compagno d’infanzia andava a trovarli tutte le domeniche, mangiavano insieme, poi facevano un po’ di musica. Abitavano in uno di quei piccoli appartamenti irregolari, ricavati nell’arruffio di case e casette della vecchia Roma, piena di cortiletti, di viuzze, di chiassuoli e di dislivelli, e godevano di un microscopico giardino, contenente due piante di limone, una vite e una fontanella.
Nella casetta e nel giardinetto c’erano una gran pace ed un odore di buona cucina casalinga, tutto era vecchio e pulito, dai mobili pesanti, ancora arieggianti lo stile empire, [99] alla cucina larga come una pezzuola, al salottino in cui una vecchia pendola dorata, con un cacciatore sopra il quadrante, segnava da cent’anni il passo tranquillo del tempo.
Il padrone di casa, dopo pranzo, cavava dalla fodera verde un vecchio violino e suonava: Gli altri, seduti, accanto a lui, nel piccolo giardino, su cui si aprivano le finestre del vicinato, ascoltavano.
Erano arie del Donizetti e del Mercadante, semplici semplici, come un filo d’oro sottile e schietto, piene di dondolamenti e di gorgheggi.
Le tre vecchie anime seguivano il filo nello spazio, lontano lontano, in una gran pace di sole, gli occhi socchiusi vedevano lunghe vie di campagna su cui correvano le diligenze dai bubboli d’argento, rievocavano saloni di teatro sfolgoranti di candele di cera, e signore pettinate alla roccocò affacciate ai palchetti. Si separavano dal gran mondo torbido ed affannoso, tutto sonante di macchine, di concioni e di bestemmie, e provavano una voluttà [100] quieta e gentile, una dolcezza sentimentale come la buona musica, o come una poesia dell’Aleardi. Pareva loro d’essere tornati al bel tempo antico, in cui si poteva pensare, vivere e morire per un’idea pura, luminosa e semplice, mettere una coccarda tricolore su di una tuba di rat-mousquè, e discutere sui meriti comparati della Patti e della Malibran.
Dal fondo del cuore essi sentivano salire, in una sola onda canora, la voluttà delle lacrime versate leggendo Margherita Pusterla, e l’entusiasmo limpido delle leggende garibaldine: era come una visione confusa, nella quale si armonizzavano le camicie rosse e la casacca dei moschettieri, le piume dei guerrieri cinquecenteschi e quelle dei bersaglieri, Lucia di Lammermoor e il Furioso dell’Isola di S. Domingo.
Qualcuno si affacciava alle finestre, una vecchina, al terzo piano, si metteva ad ascoltare, immobile pensosa e pallida, e certe volte si sarebbe perfino detto che piangesse anche lei, sommessamente, coi singhiozzi della musica [101] dolce e flessuosa, quando il violino attaccava la romanza del Barbiere: Se il mio nome saper voi bramate...
Poi si faceva buio, il giardino, nascosto come in fondo ad un pozzo dall’ombra delle case alte, si empiva di tenebre, e non vi si vedevano altro che le chiome delle due piante di limone, ondeggianti pian piano, mentre il violino singhiozzava: sono Lindoro, che v’amo e v’adoro...
Ma ora la musica finirà. Sono stati avanzati due reclami al padrone di casa; da parte di una ex serva abruzzese, ora chanteuse ed intellettuale, abitante al primo piano, e di un giovane callista che, essendosi lasciato crescere i capelli, è divenuto wagneriano.
[102]
Quest’uomo notevole, ai tempi in cui nel suo paese dominavano i tedeschi, era austrofilo per la pelle. Se ci fossero stati i turchi o i samoiedi, avrebbe idolatrato i turchi o i samoiedi. Amava di esser servo e ci si trovava bene, perchè la dominazione degli altri lo teneva caldo come una coperta imbottita. Infatti, nel suo intimo, più era servo e più si sentiva bene. Quando egli rifletteva che il principe pensava a far le leggi per lui, senza obbligarlo a discutere, che il prete pensava [103] per lui, e scomunicava chi avrebbe dato lo scandalo di pensare da sè, e che una doppia siepe di sbirri, di cannoni e di baionette gli tracciava la via da seguire senza lasciargli l’imbarazzo della scelta egli si sentiva il cuore pieno di tenera gratitudine per il principe, il prete, i birri, i cannoni e le baionette. Ed era vigliacco come una vecchia meretrice, ragione per cui tutte le forze dell’animo suo le riserbava all’odio contro la gente di coraggio.
Quando pensava a Garibaldi, gli sembrava di vedere un mostro di fuoco attraversargli il cammino e fantasticava un cannone enorme che lo avesse spazzato via come un vento benefico abbatte un naviglio corsaro. Ma al momento del colpo egli si sarebbe turato le orecchie. Del resto era panciuto, benestante, ed anche morigerato, perchè il vizio gli metteva paura.
Quando l’Italia attraversò la sua grande crisi di rinnovamento politico, egli ebbe un periodo atroce, dovette rinnovarsi anche lui, e glie ne sanguinò il cuore. Ammirò i nuovi [104] padroni, ma con minore entusiasmo, perchè ad ogni elezione politica gli pareva che quel rimescolìo di uomini e di schede dovesse far vacillare lo Stato sulle sue basi. Non poteva vedere un assembramento di cittadini intenti a discutere di politica senza pensare con una certa nostalgia alle sciabole degli ulani ed alla forca.
In mezzo a tutta questa confusione egli dimenticò di cambiare la propria acconciatura e gli rimasero i capelli a spazzola ed il pizzo alla Napoleone, che imbianchirono.
Fu così che egli divenne un vecchio patriota.
Prese l’abitudine di tenere la mano destra infilata nella bottoniera e di portare un paletot abbottonato fino al mento. Ne avvenne che il suo lustrascarpe gli disse un giorno, prendendo i due soldi: Grazie, capitano.
Allora egli divenne terribile. Alzò spesso la voce, al caffè, parlando moltissimo della generazione, che «aveva fatto l’Italia.» Pian piano si immedesimò tanto con quella generazione, che diceva: «Noi» tanto a proposito [105] di Bezzecca, quanto a proposito di Solferino, come se egli fosse stato, un tempo, tutta l’anima generosa d’Italia.
E, sopratutto, fu feroce con quelli che volevano trasformare qualcosa nell’organismo dello Stato. La sola idea di veder trasformata l’uniforme dei portalettere lo addolorava come il tramonto di un ideale. Sentiva, con secreta intraducibile gioia, che il nuovo stato pesava anch’esso su di lui, e quando la politica italiana si orientò verso il clericalismo, gli parve di aver ritrovato un amico. Egli era a suo agio: poteva essere una carogna, come era stato sempre, e parlare come un eroe, curvare la testa al Governo e bestemmiare la rivoluzione. Era felice.
Al tempo del dominio austriaco egli chiamava i liberali, come si leggeva nei comunicati ufficiosi: un pugno di forsennati.
Un giorno avvenne una dimostrazione popolare, nella sua città, contro un convento di frati ove erano avvenuti fatti innominabili. La dimostrazione fu sciolta con la forza, e la sera egli disse questa memorabile frase: «Benissimo. [106] Noi che apparteniamo a quella generazione la quale ha fatto l’Italia, non permetteremo mai che un pugno di forsennati comprometta le nostre più sacre conquiste.» Ed un prete che gli sedeva accanto disse: «Bravo, capitano.»
[107]
Egli era solo. Ma occorre riflettere su questa parola, poichè la nostra mente non è assuefatta all’idea dell’assoluto. Sulla superficie della terra ogni oscurità ha in sè, disperso, un atomo di luce, in ogni silenzio vaga l’eco di una voce lontana.
Ma l’anima di questo sciagurato aveva in sè le tenebre dell’abisso e il silenzio degli spazi lontanissimi. In una selva o in un’isola deserta egli non avrebbe potuto essere così solo, perchè sarebbe stato in presenza della sua anima; nella città grande e laboriosa il mondo esteriore si frapponeva fra lui ed il suo cuore, come un enorme quadro fantastico. [108] E le immagini di quel mondo scivolavano silenziosamente sull’anima sua, senza penetrarla, come l’ombra di un gabbiano sull’acqua morta e fredda.
Un tempo era stato un uomo: aveva avuto una casa ed una famiglia, c’era stata una donna che aveva addormentato il tumulto del suo cervello carezzandogli la fronte e dicendogli «figlio mio». Un’altra donna, un giorno, lo aveva baciato. Ma tuttociò era sterminatamente lontano, era perito, si era cancellato, non esisteva più. Egli non sapeva ormai più per quali vie oblique e rovinose la sua esistenza fosse precipitata così in basso, se fosse stata la colpa o la sventura a travolgerlo. Per qualche tempo i legami fra lui ed il passato sopravvissero: qualche fibra sottile lo allacciava ancora a quel mondo quasi obliato.
Ma, un giorno, egli si trovò come un animale inseguito, di fronte ad un ostacolo insormontabile.
Era una sera gelida, egli sedeva sui gradini della chiesa. Nessuna persona intorno, nessuna voce: gli uomini che avevano una [109] casa erano a casa, e il vento fischiava lamentosamente nel vuoto squallido delle vie. Innanzi a lui le ombre proiettate da un fanale a gas danzavano e si scomponevano.
E, ad un tratto, la spaventosa compagna che la sorte gli aveva riservato uscì dalle tenebre e gli mormorò una parola all’orecchio. Egli ne fu impietrito e non osò rivolgersi, perchè anima viva non vedrà mai il volto della Disperazione. Da allora egli si perdette nel buio. Le guardie di polizia raccoglievano talvolta per terra un uomo lacero, terroso e squallido come un morto rubato alla tomba. Forse rubava, forse elemosinava, forse si nutriva di immondizie, nessuno lo seppe mai, nemmeno quella orrida vecchia che talvolta egli incontrava sotto le volte dei ponti, nemmeno le bimbe lacere e dai piedi nudi che attendevano allo svolto delle vie, la notte, con un sorriso ingenuo ed infame, nemmeno gli uomini del male, che sbucavano dalle bettole a notte oscura, e si avviavano silenziosi al delitto.
Gli pareva di essere in una città nuova e [110] lontana dalla sua; talvolta, le linee di qualche crocevia gli ricordavano qualcosa di informe e di luminoso, che splendeva in un tempo lontano.
Una notte d’estate egli era seduto sulla banchina di un argine e guardava passare l’acqua del fiume. Era, tutto intorno, un languore così dolce di luce e di suoni, la luna splendeva così chiara, e il vento era così carezzevole, che il petto di quel cadavere sospirò. Egli intese l’acqua passare e cantare una ninna-nanna. Quando l’aveva udita, quando?... Una infinita dolcezza gli scese nelle vene, si curvò sul fiume, ancora, ancora un po’... le sue labbra dissero: Oh!... mamma!... Gli parve, che tutte le tristezze del suo cuore morissero sotto una carezza tepida e affettuosa. E si lasciò cadere.
Ma in quel momento passavano i due famosi canottieri Pippo e Federico, in una canoa, con due cocottes. E siccome Pippo volle fare buona figura, si gettò in acqua e lo ripescò.
Gli dettero una medaglia.
[111]
Nella casa di cui io vi parlo, da cinquant’anni non è stata cambiata la tappezzeria al muro; anzi, non è stato cambiato nulla. In una parete c’è una macchia d’inchiostro che vi fece il nonno, quarant’anni fa, quand’era studente. Il nipotino, che ha tendenze alla pittura, ne ha modificato intelligentemente i contorni bizzarri, fino a farne una specie di mostro antidiluviano, con becco, ali ed artigli. I mobili invecchiano sotto un decoroso strato di untume e gli specchi assumono quella trasparenza verdastra in cui le immagini riflesse sembrano galleggiare come corpi di affogati.
Nel salottino vi sono quadri commemorativi [112] dipinti a furia di margheritine, un salice piangente di capelli ed un tappeto di scatole di fiammiferi. I tre lumi a petrolio hanno il tubo chiuso da tre ninnoli, uno a cappello da cardinale, uno da bersagliere, uno da parroco, simbologia evidente del colore politico di casa, che fu liberale nel 1871 ed è tornata pacificamente al prete. Inoltre vi sono scatole fatte con conchiglie, soprammobili consistenti in un tempio di Vesta, che è poi un calamaio, una casa di cartone coi vetri trasparenti, ed un cane che è una bomboniera.
Sulla consolle vi sono due campane di vetro che coprono bouquets di fiori di carta, e quando una persona attraversa il salotto, tutta quella roba grottesca tremola e tintinna con discrezione.
Non si tratta di gente povera, nè di gente ricca: sono persone così così. In casa c’è sempre l’odore di qualche cosa che frigge in cucina, ed un non so che di grasso e di egoistico è in tutte le cose: perfino il gatto sembra un piccolo maiale. Da tempo immemorabile quella gente nasce, mangia, si sposa, [113] fa dei figliuoli e muore in quel luogo. Lo stesso vecchio divano di stoffa orribilmente gialla troverebbe nelle sue molle vetuste l’energia di uno scatto, sotto l’offesa di un sedere moderno.
Questa gente è morale: Vota per i preti, per i conservatori, va a messa, le donne seguono il mese Mariano, e tutte le altre funzioni, i giovanetti si comunicano e vanno in congregazione, i bambini hanno dei pidocchi e fanno il presepe a Natale. La domenica si mangiano i suplis di riso, il giovedì gnocchi, il sabato trippa, e di tuttociò, molto.
Una volta tutta la famiglia ebbe un brivido di terrore perchè al piano sopra era venuto ad abitare un sovversivo, ma il sovversivo se ne andò perchè la casa era infestata dagli scarafaggi.
Un’altra volta ci fu una minaccia seria: pareva che dovessero demolire la casa per fare una strada nuova, ma la strada passò da un’altra parte, come se avesse avuto paura.
E la vita seguitò a crogiolarsi in quell’angolo, [114] pacificamente, come una cosa che friggesse da secoli nella stessa padella piena d’olio rancido.
Di giorno, il sole entra quasi timidamente là dentro, e tenta di far scintillare i rami vecchi della cucina e la carta argentata dei bouquets.
Ma, la notte, nella quiete profonda della casa, in cui lo sgocciolìo dell’acquaio mal chiuso mette un tic-tac querulo, si ode partire dalle stanze chiuse il respiro grosso dei dormienti: la signorina sogna che il Papa faccia un decreto nuovo e che i preti possano prender moglie, e le pantofole del capo di casa strisciano con prudente lentezza verso lo sgabuzzino della serva.
[115]
Quando l’usciere annunziò Asmodeo Ribelli, il ministro si aggiustò gli occhiali sul naso ed assunse un’aria finemente diplomatica. Tuttociò perchè Asmodeo Ribelli da quindici giorni aveva messo sossopra la città. Nessuno avrebbe saputo dire perchè questa figura, ignota due settimane avanti, avesse giganteggiato in mezzo ai tumulti, facendo uscire da un semplice sciopero di fornai altri due scioperi, minacciandone la estensione a tutte le corporazioni operaie e mettendo in forse la vita del Ministero.
I rapporti di polizia parlavano del suo singolare ascendente [116] sulle masse e della sua eloquenza demagogica. Dimodochè quando il ministro, per oblique vie, seppe che egli sembrava disposto a trattare, lo invitò con entusiasmo: Nel cassetto semiaperto S. E. aveva già preparato un foglietto con la scritta a lapis: Cinquantamila lire al signor Asmodeo.
E Asmodeo entrò. Aveva i capelli piuttosto lunghi, il naso in su e una cravatta rossa fiammante e svolazzante. Era bello e terribile. Ma il ministro, quando vide la cravatta rossa, mormorò: «È un po’ démodé, faremo quarantamila».
I due si guardarono un momento: avevano tutti e due messo fuori il più fine sorriso di cui disponevano, ma Asmodeo ebbe il torto di eseguire una mossa leonina del capo, che aveva fatto furore alla Camera del Lavoro. Altro sbaglio di grammatica che gli costò cinquemila lire.
— Signore — incominciò egli con una bella voce baritonale. — L’Europa CE guarda!
Il sorriso del ministro si fece più freddo.
— È vero — rispose con leggera ironia [117] — essa CI guarda, e appunto perciò io faccio appello alla sincerità della sua fede democratica, affinchè il doloroso stato di cose che Ella ha creato debba cessare. Studieremo insieme, se Ella crede, i mezzi, le forme, le eque soddisfazioni (e accentuò la parola) che possono offrirsi... (Se sorride, mormorò il ministro, non gli dò un soldo). — E Asmodeo sorrise.
— Ecco — disse Asmodeo — mi piace che Ella intenda la situazione. Se io mi ritiro dalla lotta il movimento si arresta con me; ma la mia posizione politica è finita!...
— Che voglia un collegio? — si domandò il ministro.
— Finita — riprese Asmodeo — ed anche compromesso il mio avvenire di operaio meccanico... perchè nessun padrone di officina mi vorrà!
Carte in tavola!... Nella amministrazione dello Stato ci sarà pure, benchè modesto, un posticino sicuro...
Il ministro divenne di neve.
— Non intendo — disse — il vostro linguaggio [118] troppo mercantile. Non possiamo accordarci che sul terreno delle idealità politiche. Vedo che non andiamo d’accordo, potete ritirarvi.
E suonò il campanello.
— Ma, signore!... — esclamò Asmodeo; e rifece, istintivamente, la mossa leonina.
— Lo Stato — aggiunse severamente il ministro — consulta la coscienza dei cittadini, la guida, se ha la forza di farlo, ma non la compera. Andate.
Asmodeo uscì barcollando.
— Bestia!... — mormorò il ministro quando fu solo. E accese una sigaretta. Poi, lo sguardo gli cadde sul mandato delle cinquantamila lire.
— Serviranno per Fifine — mormorò, e se lo mise in tasca.
[119]
Carluccio s’era seduto davanti al tavolo, aveva intinto la penna nel calamaio, poi l’aveva deposta, si era soffiato il naso nel tappeto, aveva dato una pedata al gatto e si era sporcato le dita d’inchiostro. Adempiti così i suoi doveri di fanciullo maleducato, aveva letto il tema di componimento.
«Pierino è la consolazione dei suoi genitori. Descrivete questo bravo fanciullo e le sue lodevoli qualità».
Si vede che il tema lo seduceva poco, perchè, dopo matura riflessione concluse con questa frase pedagogico-morale: Accidenti al maestro!
[120]
Poi ebbe un’idea: — Mamma, strillò, mi compri l’automobile che si carica?...
La mamma non lo udì nemmeno: era ritta davanti allo specchio, ritoccandosi le sopracciglia col carboncino, e nello stesso tempo sosteneva una viva discussione col suo legittimo consorte, il quale si stava lavando i guanti con la benzina.
— Non ho pagato il conto, gridava la signora, perchè tu sei uno scioperato e i soldi che guadagni, quando li guadagni, te li mangi con le cocottes.
— Carolina, replicò il consorte, ti ho detto tante volte di non mischiarti negli affari miei, come io non m’impiccio nei tuoi, altrimenti finisce male!...
«Pierino, scrisse Carluccio, la mattina si alza, si lava, si pettina...»
— E sta a vedere che io dovrò pensare a mandare avanti la famiglia?... Sono stanca, sai?... Un giorno o l’altro pianto baracca e burattini e ti lascio negl’impicci... Impiastro!....
— Carolina, misura le parole — replicò il [121] consorte, — altrimenti oggi facciamo il bis dell’altra settimana!... Sai che scherzo poco!... ricordati della canna d’india!... Mannaggia a...
— Dice le sue preghiere... continuò a scrivere Carluccio.
— Provati, strillò la signora, e mi metto alla finestra a gridare, e faccio correre tutto il vicinato!... Anche questo debbo sopportare!... Dopo dieci anni di una vita da cani come questa!... Dopo averti beneficato!...
— Ah, ah, ah!... — fece il consorte ridendo ironicamente, — per quei quattro soldi di dote che hai portato, e che ti sei mangiata a furia di toilettes!...
— Sfido io!... — rispose la signora, — se aspettavo che me le facessi tu, le toilettes, stavo fresca!...
— Te le ha fatte il barone!
— Me le ha fatte chi mi pare!...
— Sta zitta, pettegola...
— Sta zitto tu, buffone!...
Carluccio aveva interrotto il suo compito ed ascoltava con profondo interesse, spiando il momento in cui sarebbe cominciata la battaglia, [122] per fare tempo a gettarsi sotto il tavolino.
Invece le cose si accomodarono, perchè il consorte si era arricciato i baffi col ferro caldo e si era aggiustato per benino i capelli, e non voleva scomporsi.
Quindi prese il piattino con la benzina e i guanti e si ritirò nella stanza vicina. Allora Carluccio credette opportuno avanzare di nuovo la sua proposta.
— Mamma, ripetè, mi compri l’automobile che si carica?...
— Sì!... proprio!... rispose la signora, dopo quelle belle parole che hai detto ieri a padre Liborio, in congregazione!...
— Le parolacce le ha dette lui, anzi...
— Ma va al diavolo!... strillò la signora, che si era distrattamente tinta di nero una gota.
— Va bene, se non mi compri l’automobile dico al barone quello che ho visto in salotto, quando c’era il tenente...
— Pure tu!... brontolò a bassa voce la signora, provati!...
[123]
— E allora comprami l’automobile...
— Sì, sì, te lo comprerò, basta che mi ti levi d’innanzi, e che non ti fai più vedere!...
— Me lo compra, me lo compra!... canterellò Carluccio dondolandosi sulla sedia, quindi riprese la penna e continuò: Dice le sue preghiere, rivede i compiti e domanda la santa benedizione ai suoi cari genitori...
[124]
La notizia fu comunicata al cuoco dalla cameriera, il cuoco lo disse al cocchiere, il cocchiere al servitore, e tosto un brivido di spavento corse dal primo piano alla cucina, alla scuderia, all’anticamera.
La contessa Severina aveva una soirée di beneficenza. Per esser più precisi, doveva intervenire ad una festa a beneficio della Società Zoofila. Cosa terribile.
La contessa, per solito, non era più cattiva di tante altre, ma quando entrava di mezzo la beneficenza, diventava una piccola tigre; dimodochè, bastava che in casa si udissero nominare i «fanciulli deficienti», il «ricovero per gli inabili al lavoro» o l’«infanzia abbandonata» [125] perchè la cameriera impallidisse, il cuoco si sentisse tremare le casseruole in mano ed il cocchiere preparasse la valigia per andarsene.
Si raccontavano episodi quasi fantastici sulle sue crisi nervose, in queste circostanze, perchè la contessa avrebbe mandato a rotoli il mondo, pure di non mancare di un ette ai numerosi obblighi che si era assunta verso la beneficenza cittadina. Quando essa diceva: Bisogna fare il bene, il bene, IL BENE!... tutte le persone della famiglia avevano un brivido di spavento. La prima a subire le conseguenze della giornata fu la sarta. Entrò in camera della contessa alle cinque di sera e ne uscì alle otto con gli occhi rossi. La cameriera, che era rimasta di fuori ad orecchiare, comunicava di mano in mano le notizie al resto del servitorame, ed erano sussulti di sgomento, come al crescendo disastroso degli annunzi d’una piena.
Alle sette giunse un messaggio allarmante: La contessa parlava bergamasco. Era il suo dialetto d’origine, e ci ritornava solo nelle [126] grandi crisi. Fu annunziato che essa aveva detto: Bamba e Crapona alla sarta.
Il conte se n’era andato alle tre, prudentemente, ma il piccolo visconte, che aveva cinque anni, avendo osato toccare gli chiffons dell’abbigliamento, ricevette uno schiaffo proporzionato all’altezza della situazione, e gli rimase per cinque giorni il segno degli anelli materni sotto l’occhio destro.
La cameriera ricevette l’intimazione di andarsene entro otto giorni, perchè aveva tirato i capelli alla signora, nel pettinarli, e siccome in seguito a questo fatto la signora aveva mandato all’aria tutte le porcellane della toilette, le fu annunziato che il relativo importo le sarebbe ritenuto sullo stipendio.
Dalla cucina si udivano gli scoppi di voce iracondi della contessa, e ad ognuno di essi succedeva un coro sommesso di bestemmie. Il contagio si diffondeva dall’alto in basso; il cuoco dette una pedata allo sguattero perchè aveva lasciato cadere un po’ di salsa nel fuoco, ed il cocchiere allungò uno scapaccione al mozzo di stalla perchè aveva lucidato male [127] le maniglie della carrozza. Gli ordini e le raccomandazioni del servizio passavano di bocca in bocca con ringhi rabbiosi e perentori come comandi militari sotto il fuoco della fucileria. Il cocchiere si giocò, a furia di bestemmie, l’ultimo cantuccio di paradiso che gli era rimasto, ed il portinaio dette un pugno nel naso alla legittima metà, dicendole: Oh!... fammi poco la patronessa, altrimenti finisce a legnate!
Alla fine, alle nove e dieci, in ritardo, la contessa uscì di stanza: la servitù, allineata sull’uscio, salutò in silenzio rispettoso.
— E tutto questo, brontolò il cameriere, dando una pedata a Bibì, il cagnolino della contessa, tutto questo per una festa a beneficio degli animali!...
— Presto, comandò la contessa al cocchiere, siamo in ritardo, via a tutta velocità e frustate i cavalli!
[128]
Il signor Claudio Fibra era scettico, ateo, materialista e volterriano. Non già che egli esumasse in sè stesso le vecchie teorie del grande pensatore francese. Aveva ereditato la sua sottile ironia demolitrice. Di più aveva una bella barba all’Enrico IV e, quando parlava, aveva cura che il suo naso facesse un angolo di 45 gradi con la superficie della vile terra. Questo dignitoso atteggiamento gli permetteva di significare correttamente il suo disprezzo verso l’umanità. Disprezzava la fede, il pregiudizio, la legge e tutte le formule costrittive nelle quali la tremebonda plebe delle civiltà moderne organizza le sue file.
[129]
Rideva dei miracoli ed aveva raccolto quindici aforismi spiritosi sulla verginità di Maria, su S. Giuseppe, sullo Spirito Santo, su Pio X, sulla resurrezione della carne, sulla monarchia, sull’indissolubilità del matrimonio, sugli ordini religiosi, ecc. E, malgrado ciò, egli votava per i preti nelle elezioni amministrative, per i conservatori in quelle politiche, mandava la sua signora a confessarsi, i figli in congregazione, era abbonato ad un giornale forcaiolo e aveva una immagine di S. Lucia a capo al letto, da quando era stato malato d’occhi.
Egli era, nel suo intimo, quell’esasperazione del borghese clericale che si chiama codino, e lo era con ardore di sentimento atavico. Avrebbe preso volentieri delle pedate da un carabiniere o da un frate, purchè esse avessero fatto parte di una larga distribuzione delle medesime a tutto il genere umano. C’era in lui un oscuro rancore contro la formidabile voce di ribellione che, da oltre un secolo, introna le orecchie dell’umanità, un desiderio violento di veder calmare questo ribollimento [130] d’anime e di cose, perchè tutto fosse amabilmente e decorosamente tranquillo. L’idea di approfondire una speculazione filosofica e di trovarvi in fondo la impassibile e dura immagine della verità lo tormentava come un incubo: aveva orrore delle cose idealmente grandi, ma l’imperfetta classica coltura avuta a scuola e la gloriuccia lontana di qualche dieci in composizione, gli avevano lasciato una vaga smania di velare con forme estetiche i guidaleschi della sua anima.
Così, aveva di quelle frasi amabilmente cretine che sono il frak della ignoranza.
Siccome doveva passare tutti i giorni presso il Foro Romano, e quella mostruosa pagina aperta, che era muta per lui, lo infastidiva, un giorno disse: Bisognerebbe abbattere quei ruderi: è inutile, la rovina è brutta, anche quando è rovina di una grandezza.
Quando indicava la Santa Lucia appesa a capo al letto, diceva: Io sono un esteta, amo il bello, quella santa mi piace e non potrei dormire se avessi al suo posto un ispido e barbuto Carlo Marx.
[131]
Era fedelmente dell’idea che andava di moda, e si era fabbricato una corazza di sofismi graziosi e brillanti, come una stoffa di seta in cui si potesse tagliare, indifferentemente, un piviale o una bandiera.
Per lunghi anni, quando sentiva parlare di anticlericalismo, faceva il gesto d’un elegante davanti ad un provinciale rinfagottato e diceva: quarantottate!
Quando il soffio gelido della catacomba clericale invase ed illividì la politica italiana egli sfoderò le seguenti massime: «Aborro la folla democratica: essa puzza di sudore» — «Lasciate che il popolo creda al prete: quando gli avremo aperto gli occhi, che gli daremo in cambio del suo Dio?» — «Aborro le dimostrazioni piazzaiole: che cosa sono esse di fronte all’azione perseverante e tenace degli altri?» — «Fra l’inno dei lavoratori cantato da una mandria di popolaccio e il Te Deum cantato in chiesa, preferisco andare a sentire il Te Deum: è un’opera d’arte.»
Così, fu a posto: Nella sua anima c’era la stessa luce discreta, la stessa tappezzeria [132] liberty, le stesse terracotte di Signa, e gli stessi falsi bronzi che nel suo salotto: ci faceva lo stesso calduccio.
Quando gli vennero a proporre di votare per un candidato democratico, nel suo collegio, egli rimase un po’ sopra pensiero, poi disse, con un sorriso aristocratico: No, mio caro, non darò mai il mio voto ad un uomo che ha le unghie in lutto!
[133]
Lettore, io credo che tu sia onesto. Se tu mi domandi il perchè io abbia questa convinzione, ti dirò, prima di tutto, che, a furia d’essere scettico, io ho finito col non credere più al pessimismo; poi, che siccome io e tu, in questo momento, ci parliamo, amo credere che parlo con un galantuomo, come amo credere alla fedeltà del mio cane e di colei, la quale, ecc.; alla perfettibilità della specie umana ed a tutti gli aforismi che ci allontanano dalla disperazione.
Del resto, è meglio essere onesti, anche [134] dal punto di vista egoistico, perchè è più facile e c’è meno concorrenza.
Perciò, con quella carità cristiana che è privilegio esclusivo di noi liberi pensatori, amo, voglio, credo e confido che tu sia onesto.
Ma se, per disgrazia tu non lo fossi, fatti coraggio e procura di essere profondamente, sinceramente e deliberatamente farabutto.
Fallo per quel po’ di onestà che non potrai mai distruggere in te, dà tutto il tuo cuore alle furie del male, ed intona i ruggiti della tua malvagità alle voci più profonde del mondo circostante: sii scellerato come il primo imperatore cristiano: Costantino, o come uno dei più grandi pontefici: Sisto V. Sii scellerato con forza e con ampiezza di gesto e, sopratutto, con la completa intensità del tuo spirito.
Non credere che io sia un collega: io sono forse buono, per quanto non sia un apostolo, e dico ciò perchè quando tu sarai tale, quale ti consiglio di essere, sarai meno pernicioso all’umanità, e meno spregevole a te stesso.
[135]
Il vero scellerato, il vero farabutto compiono il male con una diretta e precipitosa energia: uccidono o svaligiano il loro uomo, poscia dicono a sè stessi: Io ho accoppato o svaligiato costui. Così, essi sono, continuamente, in presenza dell’opera loro, possono valutarla, e perfino pentirsene.
Il farabutto semi-coscienzioso è una calamità sociale meno reparabile. Non è il leone, che si annuncia col ruggito, è il maiale che sorprende un lattante nella culla e gli divora una mano. È schifoso ed atroce. Egli non compie una cattiva azione senza essere in regola con la propria coscienza. Quindi, se ha deciso di farci del male, deve prima persuadere sè stesso e gli altri che egli ha ragione di farcelo. Quando ci piomba addosso egli ha già ucciso la nostra riputazione, ha creato intorno al nostro essere una zona di disprezzo e di diffidenza.
Egli non fa ciò in malafede: talvolta finisce col compiangere sè stesso del male che noi non gli abbiamo fatto, e quando ci ha colpiti, [136] se noi ci permettiamo di gridare: ahi! esclama, ingrato!... dopo il bene che gli avevo fatto.
Quindi, lettore, scegli. Se non riesci ad esser buono, salta il fosso e iscriviti alla categoria scellerati con risoluzione. Sarà meglio per tutti.
[137]
In nessuna delle migliaia di case che vengono affittate ai cittadini di Roma il culto del Sentimento è così vivo come in casa Panzettoni. Esso stilla ivi dalle pareti e le infiora come una muffa dello spirito. Se vi volgete a destra, vedete l’oleografia di Giulietta e Relativo Romeo, dall’altra parte Santuzza ai piedi di Turiddu, di fronte frate Cristoforo benedice Lucia piangente e, dietro le spalle, Manrico tiene l’abbietta zingara addormentata sulle ginocchia. Si direbbe che lacrime inconsolabili scorrano sui vetri delle credenze, o sgocciolino dal lampadario.
I pennacchi di canna che escono da vasi [138] di terracotta, sulle mensole, pendono come salici piangenti, e perfino il campanello dell’uscio, quando suona, fa un dindin dolce e rassegnato come il singhiozzo di un fanciullo.
Il signor Panzettoni, è usciere in un ministero e, in casa sua, scontista a forti interessi; la signora vende vestiti alle cocottes, a rate, con utili assai rilevanti. Sono tutti e due grossi, quadrati, bonaccioni, ladri e sentimentali. Il fiore della stirpe è la signorina Clelia, troppo grassa per i suoi venticinque anni, con la mascella quadrata di famiglia, il naso un po’ schiacciato ed i capelli che sembrano sempre un po’ bagnati d’olio. Essa tiene i conti di casa, sorveglia implacabilmente la morale della serva, suona il piano e canta.
Alla domenica, dopo il pranzo, che è abbondante e inaffiato con molto vino, la famiglia fa un’orgia di lacrime.
Il droghiere che abita al primo piano sale su con la moglie, ed un giovane che ha molte probabilità di avere un impiego e di sposare [139] la signorina Clelia accompagna la suddetta al pianoforte.
Il giovane recita anche dei versi, di Lorenzo Stecchetti. Egli recita molto bene. Quando dice: «Mi si spezza la testa, io son malato!...» si gratta la fronte angusta e fa una smorfia atroce, in cui le punte impomatate dei baffetti prendono bizzarre divergenze.
Poi, la signorina canta: «Voi lo sapete, o Mamma!...» oppure: «L’ho veduta distesa sul suo letto!» E quando giunge al punto acuto: «Maledetto dolor che non mi ha ucciso!» mette uno strillo meraviglioso, come se le cavassero, nel medesimo tempo, un dente, la radice di esso e tutte le illusioni della gioventù.
E allora tutte le pance tremano di commozione, un diluvio di lacrime sgocciola nelle tazze di caffè e nei bicchierini di liquori che vanno in giro. Una profonda beatitudine di dolore è nell’aria, con l’odore grasso delle vivande e l’aròma del caffè, una voglia di lacrime, di salici piangenti e di chiari di luna, [140] un accoramento che si confonde con tutte le quiete dolcezze del chilo... Un giorno il signor Panzettoni si lasciò andare fino a cantare a mezza voce «fenesta ca lucive e mo non luce» ed un altro giorno la signora si domandò con slancio come avrebbe potuto fare ad avere una passione infelice e per tutta la sera guardò fiso il droghiere, che non se ne accorse perchè era miope.
Un giorno, proprio in quell’ora, un debitore venne a domandare un rinvio. Era un impiegatuccio sperduto in un paletot troppo largo; con due baffi di capecchio su di una bocca malinconica, da cui usciva un alito di persona malaticcia e digiuna. Stette un’ora ad aspettare in anticamera, oppresso dall’odore di cose che non aveva mangiato da anni e dal ricordo del focolare spento in casa sua.
Alla fine venne la signora a parlargli, e disse di no in fretta, senza pietà, anche perchè udiva la romanza della figlia svolgersi nella camera vicina e voleva arrivare in tempo allo strillo.
[141]
Il postulante se ne andò, più misero, più accasciato, come se avesse sulle spalle tutte le persone dei suoi creditori. La serva asserì, poi, che aveva mancato di rispetto alla casa, fino a sputar sangue per le scale.
E la signora rientrò in salotto: Era proprio il momento buono, lo strillo la colpì in pieno petto, fra le mammelle e il ventre, ed essa ebbe un brivido delizioso, mentre la consueta lacrima, addomesticata e puntuale come una persona per bene, scendeva lentamente sulla sua pappagorgia matronale.
[142]
L’origine dell’odio feroce fra la signorina Claretta e la nominata Angela Maria Imperatore, serva e ciociara, fu questa. Un giorno Claretta, che aveva quindici anni e mezzo, età agra fra la ragazzina e la signorina, andava a scuola. Essa camminava tre passi innanzi, impettita, coi capelli accuratamente increspati in un coq enorme calato sulla fronte, e le vesti un po’ corte per mostrare il collo del piede. Era un po’ olivastra (colorito da creola, diceva lei), aveva gli occhi chiari (occhi dai riflessi metallici) e teneva le labbra un po’ sollevate, in modo sprezzante, per mettere in evidenza i denti (sorriso fatale).
[143]
Angela Maria era piuttosto belloccia, un po’ sudicia, occhi neri e curve solide.
Sicchè quando passarono davanti alla bottega del macellaio, il sor Angelo che era sulla porta, scaldandosi la pancia al sole, esclamò: Mannaggia li cani! È più bella la serva che la padrona.
Il sorriso fatale si decompose in una smorfia crudele, e da quel giorno le ostilità furono dichiarate. Già, una grande simpatia non c’era stata mai, sopratutto per il rimpianto di Cristina, che aveva preceduto Angela Maria nel servizio della casa. Cristina sapeva leggere, era stata a servizio da una cocotte, aveva nel baule un libro così curioso, e raccontava certe cose così singolari!... Angela Maria era bonaria, stupida, semplice e sana.
Da quel giorno Angela Maria esperimentò tutta la enorme distanza che esiste fra una contadina di Frosinone e la figlia di un vicesegretario delle Poste, distanza molto più grande e profonda di quella che esisteva fra una matrona romana e la sua schiava etiope. Ad attenuare questa distanza non valeva [144] neppure la necessità in cui era la famiglia di far conoscere alla serva, per la tirannia delle quattro camere e cucina, tutti i ripieghi economici del bilancio familiare, tutte le piccole sudicerie intime che, di giorno e di notte, trapelavano attraverso le sottili pareti, le baruffe invereconde fra moglie e marito, le polizze di pegno e le cambiali, protestate, le scappate della signora e le abitudini estremamente plateali del capo di casa, che mangiava e digeriva come un facchino.
L’animo esacerbato della signorina esplodeva con ferocie instancabili. Essa si sentiva molto superiore all’ambiente. Sognava di abitare in una torre stile liberty in cui la sarebbe venuta a prendere un cavaliere ricchissimo, che essa avrebbe fatto sospirar molto prima di lasciarsi sposare. Poi lo avrebbe sposato, sarebbe stata una gran signora ed avrebbe mangiato tutti i giorni moltissimi sandwichs e molte bistecche di filetto, per vendicarsi delle scarse patate quotidiane.
Angela Maria era abbrutita dallo spavento. Era il suo primo servizio, quello, e la piccola [145] casa borghese aveva per lei dei misteri di ordinamento, delle sorprese stupefacenti, che la lasciavano perplessa.
Le piccole oleografie appese alle pareti la guardavano con la severità austera con cui i ritratti degli antenati guardano l’intruso penetrato in un castello. Una volta fu sorpresa dalla signorina mentre sputava sugli scarpini della medesima, per lucidarli, e la bocca dal sorriso fatale ebbe l’abilità di trovare tali insulti che la povera ragazza pianse tutta la notte, per cui la signorina, il giorno dopo, espresse a tavola il dubbio che essa non dormisse per uscir di casa nottetempo. E siccome Angela Maria aveva risposto: Ma non è vero!... la signora urlò: Tacete, non ammetto repliche! E l’avrebbero cacciata via, se non avesse interceduto il padrone, che aveva delle vaghe aspirazioni agli amori ancillari. Tuttavia la padroncina ottenne d’imporre alla serva le seguenti volontà: 1. Che non si mettesse la veste nuova quando usciva con lei, perchè era troppo sfacciata. 2. Che tenesse gli occhi bassi quando parlava con lei. 3. Che [146] non si affacciasse mai alla finestra della camera da pranzo, sede preferita della signorina Claretta che vi leggeva i romanzi guardando di sottecchi uno studente del vicinato, e gridando ogni tanto: Maria... Preparate il thè!
Parole misteriose, pronunziate con forte accento forestiero e con le r alla parigina. Maria, che non aveva mai veduto del thè in casa, era incaricata della risposta ad alta voce, perchè lo studente sentisse, e la risposta, tradotta in ciociaro, era la seguente: Vengo subbeto, lo samuvarre è sul foco.
Ma un giorno avvenne una cosa orrenda: Maria fu sorpresa per le scale a parlare con lo studente. La signorina fu presa da una crisi di moralità che la trascinò a dire parole luride, imparate da Cristina; la signora ebbe una severità esemplare, ed il padrone non fu capace di salvarla. Fu licenziata su due piedi; e lo stipendio mensile di L. 12 le fu liquidato nel modo seguente: Ritenute: L. 3 per un vetro rotto dalla signorina gettando via le scarpe che Maria aveva lucidato male, [147] L. 5 per una zuppiera restaurata già due volte, ma che era un ricordo di famiglia. Pagabili entro qualche giorno, L. 4 in moneta corrente. Maria, dopo 8 giorni, dovette accettare un pranzo dallo studente.
[148]
Erano ormai anni ed anni che egli frequentava l’anticamera del ministro. Era un vecchietto un po’ curvo, magro e malinconico, ma pulito e ravviato. Giungeva col suo passo strisciante e faticoso e domandava: «C’è Sua Eccellenza?» Gli uscieri gli rispondevano: «C’è, ma è occupato.»
Egli si metteva a sedere nel solito cantuccio, sul divano foderato di crine ed aspettava. Dopo qualche ora gli dicevano: «Sua Eccellenza è uscito». Ed egli se ne andava.
Doveva avere un’istanza in tasca, ma non la voleva, evidentemente, presentare altro che a S. E.
[149]
In tanti anni aveva visto sfilare dozzine di ministri, i varii Gabinetti se lo trasmettevano come un capitolo trascurato del bilancio. Una volta sola si pensò di cacciarlo via. Un capodivisione aveva avuto il sospetto che egli venisse lì per stare al coperto, per non aver freddo l’inverno e per non aver caldo l’estate. Questo sospetto indignò l’ottimo funzionario, ma ci fu uno scrivano, noto per il suo umorismo, che disse: «Facciamolo ricevere da S. E.!...» Così, la cosa finì in una risata, e fu lasciato stare.
Ormai quel cantuccio del divano si era modellato sul suo corpo angoloso, ed egli conosceva tutti gli oggetti di quell’anticamera, come se fosse stato in casa sua. Rammentava i tempi arcaici dell’illuminazione a petrolio, quando gli uscieri allineavano dodici flambeaux sul tavolo, rammentava l’avvento del gas e della luce elettrica, quell’usciere gobbo che tossiva sempre e che era morto, quel segretario che passava sempre a capo chino, mentre gli uscieri ridevano sotto i baffi mormorando: Ecco il becco!... La sua figura magra [150] e malinconica si era armonizzata con l’ambiente in modo meraviglioso, come se in lui ci fossero le tinte sbiadite della tappezzeria, le macchie d’inchiostro che costellavano l’incerata del tavolo, ed il tic-tac dell’orologio vecchissimo, alto come una torre, che aveva a metà della sua cassa di legno un occhio tondo da cui si vedeva passare e ripassare il disco d’ottone del pendolo.
C’era in lui, e nell’ambiente, qualcosa di squallido e di rassegnato, una specie di sbadiglio sommesso. Specialmente verso il tramonto, tutto si appannava e si confondeva in una quiete misera e triste di colori e di suoni, e l’occhio della pendola si empiva di tenebre, attraverso le quali guizzava periodicamente un luccicore giallo. Poi le lampadine si accendevano, ed il buio pareva fuggire fuori della finestra, nella piazza enorme e nera, costellata di lumicini dorati.
Egli aveva finito con l’avere delle predilezioni per qualche aspetto del luogo: sul soffitto, proprio sul suo capo, l’umidità aveva disegnato una macchia strana, che pareva il [151] disegno fantasticamente abbozzato di un guerriero con lo scudo sul braccio. Egli guardava quella macchia e completava mentalmente il disegno. Poi, mormorava fra sè: Sì, è proprio un guerriero con lo scudo. E ricadeva in una specie di atonìa grigia, in cui risuonava il tic-tac dell’orologio, come il passo di una sentinella posta lì per impedirgli di entrare.
Erano passati tanti ministri! Ne aveva veduti di quelli impettiti e fieri, che passavano battendo il parquet con piede da conquistatore, ne aveva veduti di quelli malinconici, con un’aria da imbecille molto preoccupato, ministri con la barba e coi baffi, con le basette all’inglese e con la mosca alla Napoleone III, giovani e vecchi, tutta una plebe di signori vestiti di nero, che passavano, scomparivano, tornavano, senza portar mai con sè qualcosa del rumore vorticoso della piazza, come se quel silenzio attutisse tutte le voci del loro spirito nello stesso tic-tac di interminabili ore senza scopo.
Un giorno egli fu veduto giungere più curvo del solito, fece la solita domanda, ebbe la [152] stessa risposta e si trascinò nel solito angolo. Poi, si rimise a guardare la macchia del soffitto. Non ci vedeva bene, quel giorno, gli pareva che il guerriero si muovesse lentamente, con gesti di vaga minaccia, e gli ridesse sul volto con un riso stupido e feroce, mormorando: Tu non entrerai!...
Poi, il rumore della pendola si fece più profondo e più forte, simile al passo di un viandante inesorabile che si avvicinasse imperiosamente: Fu visto impallidire e rovesciarsi nel divano. Gli uscieri gli corsero intorno, e siccome in quel momento usciva anche Sua Eccellenza, gli si avvicinò anche lui e lo guardò nel volto smarrito, negli occhi che avevano uno sguardo strano: Ma chi siete?... gli domandò, come vi chiamate?...
Non fu possibile udire la sua risposta, si compresero solo, nel suo balbettìo le parole: il popolo... il popolo.
— Non lo conosco — disse Sua Eccellenza.
E si soffiò il naso.
[153]
Sono entrato, col mio taccuino di reporter e la matita professionale, nel piccolo appartamento solitario. Un gruppo di donnicciole raccolte sulla scala mi hanno guardato con invidia, vedendomi parlamentare con la guardia di servizio ed entrare nell’Eden della loro feroce curiosità.
Ed ho provato una sensazione indicibile di freddo al cuore. Ciò che vi è di più orrendo, in un fatto di sangue, è l’immediato travolgimento di rapporti che esso provoca, fra gli attori delle tragedie ed il mondo esteriore. La folla proclama immediatamente il suo spaventevole imperio sul luogo e sulle persone, [154] come, nell’antichità, lo Stato indemaniava i terreni colpiti dal fulmine.
Le discrete cortine della vita privata si squarciano: è un’invasione d’estranei, sono sguardi curiosi e scrutatori che penetrano dappertutto, mani grossolane che sfiorano le cortine ed i mobili, una voluttà barbara e triste di conoscere, di poter narrare, di mettere quello squallore di colori e di ricordi a contrasto con la quieta felicità della propria vita quotidiana, una confisca implacabile con cui si afferma il diritto di poter esercitare la pietà sulla sventura altrui.
La pietà è talvolta il più squisito fra i sentimenti egoistici dell’uomo ed in alcune creature arriva ad un’intensità così acuta che esse caccerebbero gli occhi ad un uomo che ci vede, per aver la dolcezza di compiangere il povero cieco.
················
Era una piccola stanza borghese, con un divano di juta sbiadita, un tavolino coperto da un tappeto di cotone rossiccio, una lampada a petrolio e molte fotografie disposte a [155] ventaglio sulle pareti. In un angolo, su di una mensola, era un mandolino, e da una porta si vedeva un cantuccio della cucina, con una pila di piatti sopra un tavolo.
Questi piccoli aspetti modesti avevano uno squallore rassegnato, come il volto di una povera donna battuta dall’amante; pareva che contenessero un ricordo stanco di piccole azioni, di pensieri angusti, di cenci rappezzati mille volte, di giornate senza pane, davanti alla tavola su cui la luce del sole, filtrando attraverso le tendine, disegnava due quadrati immobili di luce.
Non si prova mai il senso dell’ignoto, come davanti a quelle piccole fotografie ingiallite. C’era un sottufficiale di fanteria, con un lieve sorriso fatuo sulle labbra, una donna brutta in un decolletage sfacciato, un bimbo nudo, dalla testa troppo grossa, ed un ritratto di giovanetta col velo della prima comunione e la scritta: «Alla cara Elena, che voglio tanto bene — Gina».
Costoro avevano veduto tutto. I piccoli occhi immobili nelle testine dai capelli lisciati [156] per l’occasione, erano stati spettatori del fatto orribile, e seguitavano a guardare nel vuoto, stupefatti della solitudine tragica e dell’intruso che era penetrato fin là.
C’era nell’aria un odore nitroso di polvere, quell’odore lugubre che sembra attaccarsi alle pareti ed ai mobili, un senso di vacuità penosa, un silenzio abbandonato in cui le voci della via giungevano come da un altro mondo. E pareva impossibile che la catastrofe fosse rimasta circoscritta fra quelle quattro pareti dalla tappezzeria biancastra, e che il fatto enorme di una vita che precipita nel nulla, strappando dolorosamente tutti i fili che la congiungono alle altre vite, non avesse lasciato un’eco del suo fragore di spavento fuori di quella piccola stanza muta.
Si sarebbe detto che, da un momento all’altro, la porta avrebbe cigolato sui cardini, e sarebbe comparsa una piccola donna pallida, vestita male, una di quelle figure atone e insignificanti che sembrano create per confondersi nella folla.
Come aveva fatto la tragedia, questa furia [157] orrenda e sublime, a salire fino lassù?... A mettere il suo urlo limpido e feroce come uno squillo bronzeo, in quella quiete stupida e volgare?...
... Una vocina di bimba, da un cortiletto, si mise a cantare un ritornello plebeo, con una intonazione petulante, ed una mosca, ronzando, attraversò il polverio tenue del raggio di luce, e si posò, per terra, dove una larga macchia oscura attestava il violento passaggio della morte.
Le piccole fotografie ingiallite guardavano sempre nel vuoto, stupefatte...
[158]
La signorina Claudia era virtuosa, ma in un modo particolarissimo. Se non temessi di dire una cosa brutale, direi che era schifosamente virtuosa.
La virtù era, nella sua psicologia, ciò che è la pirosi per lo stomaco, un incomodo tedioso e volgare, una permanente acidità causata da cattive digestioni: c’era in lei una piccola lupa impetuosa e lasciva che essa aveva bisogno di battere a sangue perchè tacesse e non facesse udire l’ululato della sua fame.
I suoi sensi, soffocati dalla gelida educazione familiare, in cui tutto diveniva peccato, [159] avevano dei raffinamenti atroci, in cui essa contorceva tutto l’animo suo.
Essa si provocava delle visioni da vecchio libertino per flagellarle con selvagge imprecazioni.
Nelle sue gelide notti, si destava sbarrando gli occhi accesi nel buio, in cui si allacciavano fantasmi inverecondi, e mormorava fra sè: È possibile ciò?... Oh!... gl’infami!... Oh!... sudicioni!... E Dio non fulmina il mondo! Dalle sue labbra aride uscivano parole turpi e tutto il suo essere si consumava in una ardente riprovazione con la quale essa giustificava e quasi santificava la sua manìa evocatrice. Era come se si fosse assunta il duro compito di trascinare un mostro con sè, per punirlo della sua mostruosità.
Era in buona fede, tanto in buona fede che, quantunque fosse belloccia, aveva dato alla propria fisionomia durezze così arcigne da allontanare gli uomini. Vi erano momenti in cui la sua crudele pudicizia si estendeva anche alle cose inanimate, in cui i fiori che [160] aprivano le loro corolle desiose la irritavano come un invito procace, e se il sole avesse avuto due gote da schiaffeggiare con una vecchia pantofola, essa lo avrebbe schiaffeggiato volontieri, perchè quella luce così chiara, forte e limpida le pareva come un impudico abbraccio alla terra. Quando sedeva, in chiesa, era tanto preoccupata dal timore che le si vedessero i piedi od, orribile a dirsi, la caviglia, che ogni tanto stirava accuratamente le sue sottane con la mano, tantochè dopo cinque minuti il più casto osservatore, guidato da quel gesto, era costretto a pensare al colore delle sue calze. Essa aveva finito col fare della propria virtù una cosa innominabile e odiosa, un ringhio stizzoso dell’animo, una parolaccia urlata da una persona per bene ad una rodeuse.
In altri tempi sarebbe stata una di quelle sante laide e pervertite che hanno creato la degenerazione sadica della religione, ma non avrebbe portato il cilicio, perchè la violenza punitrice con cui aggrediva il male, le dava l’illusione di aver scavato fra sè ed esso, un precipizio.
[161]
Una volta, in casa sua, s’era addormentata sul ricamo e si destò mentre una vicina diceva: Questa è la verità nuda!... Ed essa, fra la veglia ed il sonno, urlò: Porcacciona!
Un giorno, in sacrestia, il sagrestano, che era una specie di vecchio fauno tabaccoso, l’afferrò per la nuca e la baciò. Ed essa lo lasciò fare, sentendo con gioia selvaggia, in quella carezza brutale e sudicia, che qualcosa di sè, che era ancora impudicamente vivo, veniva schiaffeggiato con una pantofola vecchia, come essa avrebbe fatto al sole ed alle statue ignude.
[162]
Il signor Doriforiano non era un uomo di carattere, e nemmeno un uomo di coraggio. Una volta che, su di una pratica di ufficio aveva osato scrivere finestra invece di fenestra, come voleva che si scrivesse il capodivisione analfabeta, tollerò dal medesimo una formidabile lavata di testa condita con ingiurie personali e non ebbe neppure il coraggio di tremare.
Però, fra le pareti domestiche, diventava un altro uomo. Fino da ragazzo, quando aveva avuto una pedata da un compagno, senza osare di restituirla, egli faceva castelli in aria sognando d’essere uno di quegli [163] uomini di bronzo che impongono la loro volontà alle folle col solo fascino dello sguardo. Alla sera, quando era solo in camera, si poneva davanti allo specchio con la destra nella bottoniera, come Napoleone, ed ipnotizzava la propria immagine con sguardi terribili. La sua sconfinata ammirazione per gli uomini di grande energia e di grande carattere si riversava sui piccoli atti della vita con straordinaria violenza. Egli doveva esser parente di quel personaggio di Jules Vallès che era tanto grasso da non potersi allacciare le scarpe e mormorava con tristezza: Ah!... io era nato per fare il corsaro!
Egli era nato per essere imperatore. Una volta, dopo aver inteso il Nerone di Cossa al teatro, dette, rincasando, un formidabile scappellotto al cane, e glie ne avrebbe dati due, se non avesse avuto paura del padron di casa, che era zoofilo.
Quando Doriforiano ebbe sotto la sua autorità una moglie, un figlio, una serva e due canari, egli fu felice. Aveva costituito un piccolo mondo su misura nel quale imperava [164] senza discussione. Aveva gesti classici: ordinava alla serva di sparecchiare la tavola col tono di voce con cui Cesare avrà detto: Avanti la decima legione! Quando la moglie diceva: Amico mio, si va a spasso, oggi? Egli rispondeva, aggrottando le sopracciglia: No, oggi non si va a spasso, e basta. Io mi spezzo, ma non mi piego.
Quando egli sonava il campanello, un brivido di terrore correva per tutta la casa. Egli compariva con cipiglio severo e ordinava con voce secca e perentoria: Le mie pantofole, la mia pipa, il giornale, march!
E la moglie, la serva, il figlio, si precipitavano in tre direzioni differenti.
Egli aveva in casa la piccola fonte del suo carattere, in quei tre esseri timidi. La moglie era una donnina pallida e rinfagottata, che sarebbe morta di terrore alla vista di un topo, la serva era una specie di pellirosse ruzzolata dall’Abruzzo a Roma, il bambino era debitamente rachitico, ed egli diceva con fermezza ai suoi compagni d’ufficio: La mia famiglia? Io la tengo in pugno così.
[165]
Del resto, la sua tendenza dominatrice si manifestava anche un pochino fuori di casa: egli si fermava vicino al binario, per prendere il tram, ed ordinava al tramviere di fermar la vettura, con lo stesso gesto con cui Giosuè intimò l’alt al sole. In tutte le circostanze in cui la sua imperiosità poteva insinuarsi senza paura d’essere presa a pedate, egli la affermava con voluttà. Le telefoniste si sentivano annunziare i numeri che egli richiedeva come se fossero state divisioni d’esercito da mobilizzare, e il giornalaio si sentiva gridare: «Qui, Tribuna!» come l’alto là d’una sentinella.
Così, egli fu assolutamente disorientato quando ebbe la prova indiscussa che sua moglie lo tradiva con un vicino, ventenne, studente e alto come un granatiere.
Evidentemente la povera donna aveva inteso la necessità di una voce meno imperiosa e più carezzevole.
Doriforiano meditò cose atroci, in fondo alle quali, però, compariva l’immagine atletica dell’avversario. Per cui egli pensò che [166] avrebbe custodito il terribile segreto in sè stesso, meditando confusamente una implacabile vendetta, e si promosse da sè a Conte di Monte Cristo della propria sventura coniugale.
Allora egli si guardò nello specchio, prese un’aria convenientemente fatale e mormorò a sè stesso con fiero orgoglio: Tacerò, sì, tacerò, dovessi morirne!... Mi spezzo ma non mi piego!
[167]
Giocondo Bonomi era un uomo felice, benchè guadagnasse centocinquanta lire al mese, con le quali doveva mantenere la moglie, sempre infermiccia, e la figlia, allieva del Magistero superiore e pianista. Ma egli aveva istituito un sistema economico meraviglioso, in cui le piccole partite si bilanciavano con tanto rigore, che a mezzogiorno di ogni 27 del mese, quando egli rientrava in casa dall’ufficio, giungeva precisamente in tempo a riattivare il movimento amministrativo della famiglia.
Il meccanismo domestico era così preciso [168] che se egli avesse tardato due ore, perfino l’orologio della stanza da pranzo si sarebbe fermato, il fuoco si sarebbe spento e la pentola contenente i duecento grammi di bollito avrebbe cessato di borbottare sui fornelli.
Qualcosa di simile sarebbe avvenuto se Giocondo avesse fumato un mezzo sigaro di più o se la signorina Clelia avesse fatto un’iniezione di ferro più del prescritto. Ma ciò non era necessario, perchè Giocondo fumava regolarmente 15 sigari al mese e la signorina Clelia veniva su bene, malgrado un po’ d’anemia; era graziosa e sapiente e chiudeva con sommo disprezzo le finestre in faccia all’inquilino di rimpetto, sessantenne, ricco, porco e capo divisione.
Quando, alla sera, essa eseguiva sul piano «L’ultima preghiera d’una vergine», Giocondo lasciava cadere il giornale, chiudeva gli occhi, si sentiva felice, e sognava di andare a villeggiare a Frascati, con un panama in testa e un paio di calzoni di piquet bianco.
Un giorno, però, avvenne che la Banca che era proprietaria della casa in cui Giocondo [169] abitava avesse l’idea filantropica ed igienica d’imbiancare le scale e di fare un berretto nuovo al portinaio.
Come logica conseguenza aumentò di 30 lire al mese la pigione di tutti gli inquilini. Giocondo fu atterrito. Per alcuni giorni si aggirò come un forsennato per i quartieri della città, ed ogni giorno tornò a casa più pallido e più disfatto. Non c’era modo di alloggiare ad un prezzo più conveniente. Trovò solo un appartamentino in una viuzza del Trastevere. Il padrone di casa lo dava a buon mercato, ma al piano inferiore c’era una casa che non era nemmeno sospetta, e bisognò rinunciarvi.
Giocondo soppresse il mezzo sigaro quotidiano, il giornale, il caffè, il vino, ed alcune altre spese voluttuarie. Non bastò, dovette ricorrere ad uno strozzino. E fu finita. Qualcosa di grigio e di squallido, quella malinconia rassegnata e prosaica delle case borghesi in cui non si mangia tutti i giorni, penetrò nel piccolo appartamento, una piega amara si disegnò agli angoli della bocca della [170] signorina, quella piega cattiva delle fanciulle che non possono brillare.
Aver vent’anni, essere bella, e dover nascondere i piedi per non mostrare gli stivalini rotti!...
Persino la signora, che prima si rovinava la salute per tener la casa in ordine, diventò trascurata e sciattona. La polvere si stese sul piano, i vetri si appannarono, e gli occhi stanchi di Giocondo videro inconsueti aspetti ostili nelle linee familiari dei mobili.
Egli incominciò a non farsi più la barba tutti i giorni, divenne più curvo; forse qualche volta piangeva, perchè aveva sempre gli occhi rossi e stanchi: una sera si ubriacò, per non pensare, e tornò a casa traballando, con infinito disgusto della signorina. Era come una nevicata grigia, come una di quelle sconsolate pioggie di cenere che desolano le campagne vesuviane.
Un giorno Giocondo scomparve. Qualcuno asserì di averlo veduto verso Ponte Milvio, sull’argine del Tevere camminare senza cappello [171] sotto la pioggia. E nel piccolo appartamento si udì lungamente piangere...
Poi, la Banca fece mettere i campanelli elettrici alle porte, e aumentò la pigione di altre 20 lire. Ma la signorina Clara e la mamma rimasero. Avevano affittato una stanza all’inquilino dirimpetto.
[172]
Era capitato là per caso, una sera di pioggia, per svagarsi un poco, stanco di una giornata di studio, ed il tepore del luogo, pieno di un acre odore di fumo, di muschio e di liquori, lo aveva trattenuto troppo a lungo. Il pubblico non gli piaceva gran che. Era il solito pubblico dei caffè-concerto di terz’ordine. Sottufficiali molto impomatati, qualche commesso di negozio e qualche vecchio vizioso, seduti sulle seggiole più vicine al palcoscenico, idiotamente beati dei sorrisi amichevoli delle stelle e molto soddisfatti nel battere il tempo dei ritornelli picchiando i cucchiaini sulle tazze. Tuttavia quella sera decise il suo fato.
[173]
Quando io lo conobbi, Lorette lo aveva già conquistato. Lorette era una chanteuse di venticinque anni, con gli occhi troppo neri ed un enorme chignon di capelli, senza voce e abbastanza sfacciata. Era ciociara e cantava in dialetto napoletano, con quella falsa cadenza delle canzonette da caffè-concerto. Quando scendeva dal palcoscenico e girava fra i tavoli facendo la sua questua, chiamava i suoi ammiratori con nomignoli: Il Siciliano, il Moro, Barbetta a punta, ecc. Consuetudine estremamente volgare che accusava vagamente una provenienza postribolare. Il passato di Lorette era scuro come una notte di tempesta. C’erano dei vecchi libertini che si vantavano, a mezza voce, di averla addottorata quando aveva sedici anni. Il nuovo venuto si chiamò Bibì, per Lorette. E siccome veniva tutte le sere, non le diceva mai nulla, non le dava pizzicotti e aveva due grandi occhi penetranti e pensosi, due occhi romantici che stonavano con la sua persona grassoccia e pacifica, Lorette ebbe un capriccio per lui; un capriccio acuto e sfacciato, che suscitò [174] l’invidia e la riprovazione di un brigadiere delle guardie di finanza, di un giovine merciaio piuttosto souteneur e di un vecchio ufficiale pensionato che aspiravano alle sue grazie.
Bibì scese la sua china senza avvedersene. Qualcosa di luminoso si ottenebrava lentamente in lui, c’erano delle idealità che appassivano a quel tepore malsano, dei lembi della sua anima che si coprivano di fango. Un giorno egli ebbe un diverbio con lei, e Lorette affermò che: Gli uomini non l’avevano mai trattata così. Egli scappò. Fu come se egli avesse fatto un salto fuori della propria vita, e per un istante vide sè stesso dal di fuori.
Era divenuto ridicolo fino quasi all’infamia, poichè si confessò crudamente i seguenti fatti: egli amava Lorette, egli trovava perfettamente naturale che la donna amata, questo essere misticamente lontano sognato nell’adolescenza, fosse una cosa che chiunque poteva pizzicare, ammetteva che i vecchi libertini fossero vili mentitori, ed aveva trovato una [175] parola francese crânerie che giustificava con un po’ di sapore bohémien, tutte le libertà accordate da Lorette ai suoi ammiratori. E la sera tornò da Lorette. Era un po’ più pallido, un po’ più triste, i grandi occhi pensosi avevano dei lampi cupi, ma sedette innanzi al solito tavolo, provando un senso d’orrore all’idea che avrebbe veduto, attraverso la nebbia azzurrognola del fumo, le stesse decorazioni sbiadite sul muro, lo stesso volto ebete del cameriere, e che Ciccillo Bomba, il buffo eccentrico, avrebbe detto le stesse spiritosaggini del giorno innanzi.
Era come se una pioggia fredda e perenne fosse caduta sulla sua anima nuda, sferzandola senza pietà e senza requie.
E seguitò a scendere. Si mise al livello dell’ambiente, ebbe invidie e rancori professionali per Clary, la concorrente e rivale di Lorette, discusse il merito del direttore d’orchestra, fece delle scampagnate con Ciccillo Bomba, e discusse di politica col Cavaliere, personaggio rispettabile e d’ignota provenienza che aveva i baffi bianchi e faceva la corte a Lorette.
[176]
Battè Lorette e fu graffiato da lei, si ubbriacò, fece a pugni con Barbetta a punta, ed ebbe una vertenza d’onore col brigadiere delle guardie di finanza, vertenza che fu composta e terminò con un banchetto.
Qualche volta, mentre Lorette cantava, si facevano nel suo spirito dei silenzi paurosi, in cui egli vedeva la vita come un uomo che annega vede il sole, attraverso un velo d’acqua fangosa, ed una amara voluttà di colpirsi e spregiarsi gli serrava il cuore: Ma Lorette incominciava a cantare: Partendo dal villaggio... Ed egli sentiva qualcosa di tenace e di flaccido, come un braccio dalla carne un po’ floscia, ma calda ed acremente profumata, circondargli il collo e trattenerlo, invincibilmente.
Fu per questo che un giorno ingoiò due pastiglie di sublimato. Ma non riuscì nemmeno a morire, e mentre era malato Lorette lo tradì col Moro.
Li ho veduti tutti e tre, in una osteria di campagna, in compagnia del Cavaliere, che pagò il conto.
[177]
Era un buon diavolaccio qualunque, un artista meno che mediocre, che aveva esordito, quand’era ancora ingenuo, con un orribile quadro di ciociare, appassito in silenzio nelle vetrine di un negoziante di via Condotti.
Ma un giorno, mentre egli si aggirava nelle sale di un’Esposizione, ebbe un lampo rivelatore. S’era fermato davanti al quadro di un norvegese.
Come in certi stabilimenti c’è quasi sempre una ragazza pseudo spagnuola che si chiama Carmen, così in tutte le esposizioni c’è un norvegese che dipinge con colori strani. Quello di cui parlo dipingeva in azzurro, con ombre violacee: la luce del sole, invece, era verde. Una signora coi capelli tagliati corti si fermò [178] davanti al quadro, guardò, non capì, e disse: Stupendo!
Il nostro protagonista, invece, capì. E fu l’unica cosa, o quasi, che egli riuscisse a capire. Incominciò col lasciarsi crescere i capelli, e non rinnovò più la sua guardaroba, espediente che presentava un doppio vantaggio dal punto di vista dell’economia e da quello della figura. Infatti, essendo quasi certo che Michelangelo non si cambiava mai (pardon) le calze, l’ideale dell’anomalia geniale deve consistere nel soffiarsi il naso con la barba o nell’avere i calzoni a sbrendoli.
Il vecchio metodo bohémien della pipetta di gesso e del cappellone di feltro essendo ormai troppo abusato, egli fumò molte sigarette e raccontò agli amici molte sofferenze nervose che egli provava. I nostri progenitori dell’epoca classica davano al piacere fisico una gigantesca estensione, ed avevano poi dei rimasugli di energia intellettuale che permettevano loro di essere grandissimi uomini di pensiero e d’azione. Il giovane artista di cui parlo si procurò invece una sensibilità atrocemente [179] raffinata. L’odore delle rose lo faceva svenire, la musica di Beethoven gli dava dei forti dolori occipitali, e un quadro di grande autore gli faceva male ai denti.
Il grande autore, del resto, non era nè Michelangelo, nè Raffaello, nè alcuno dei grandissimi o dei grandi. Egli inventava dei nomi pieni di h e di w, dei nomi scandinavi, ungheresi, giapponesi, e diceva con languidezza, come un uomo sopraffatto da un piacere troppo intenso: Hai veduto quel quadro di Hoblujenko?... Hai letto gli ultimi versi di Selimura? Ti piace la sonata in sol minore di Hikzwiesky?... E siccome l’italiano ha un rispetto illimitato per le consonanti h, y, x, j, le quali rappresentano per esso tante incognite meravigliose o paurose, tutti dicevano di sì.
In tal modo passò per un giovane colto, specialità intellettuale succeduta al giovane spensierato del periodo romantico. Ebbe delle amanti che portavano cappellucci di feltro spiovente, senza piume, fu amico di uno scultore rodiniano che scolpiva uomini dalle mani enormi, e di un acquafortista che disegnava [180] degli scheletri con le pantofole, e fu veduto spesso nelle sale dei concerti, ove sedeva tenendo i gomiti sulle ginocchia e le mani nei capelli, nonchè facendo ogni tanto un guizzo per lasciar comprendere la sofferenza dei nervi, troppo tesi nel godimento intellettuale.
Non dipinse quasi più nulla: lo sforzo titanico della concezione lo faceva soffrire; tuttavia si ricordano di lui le seguenti opere: L’angoscia del mare, marina color heliotrope, che l’anno appresso fu riesposta capovolta col titolo: L’angoscia del cielo; L’anima sitibonda, L’urlo della carne, Hannanele, ritratto del pittore Porkijuma, La morte veniente. Il quale ultimo quadro era tutto nero, con un punto rosso in fondo. La gente si fermava a guardarlo, lo fissava un po’ e poi faceva un gesto vago col pollice, come di chi modella la creta, e diceva: Eppure c’è il tócco!... Oh, se c’è il tócco!...
Con questo sistema egli conobbe una vecchia cocotte che si rassegnò a mantenerlo. Ed allora si tagliò i capelli e si fece un vestito nuovo.
[181]
Sono passato per anni ed anni davanti a quella piccola bottega e non ho mai saputo nè di chi fosse, nè che cosa vi si vendesse. Probabilmente serviva ad un commercio misto di piccole cose miserabili: dietro i vetri penzolavano due o tre calzette di cotone bianco, e, nel centro dell’arco, una fiala di vetro contenente alcune sanguisughe, ed alcuni fascetti d’erbe medicinali. Il fondo della bottega era tutto un’oscurità, in cui biancicavano le forme indefinibili di alcuni scaffali inverniciati.
Quando passavo e guardavo, avevo l’impressione di gettar lo sguardo sopra una specie di carcere malinconico, ove prigionieri [182] vecchissimi si trascinassero da un angolo all’altro sui piedi gonfi e indolenziti. Talvolta vedevo dietro i vetri il profilo del proprietario. Un omino pallido e macilento, con la barba arruffata. Egli aveva preso l’aspetto della sua bottega, s’era scolorito come una vecchia stampa dimenticata in soffitta, aveva preso le pieghe bizzarre di una tappezzeria da chiesa, e mi veniva in mente che battendo le sue spalle magre si sarebbe levato un nugolo di polvere, come da un volume abbandonato.
Egli stava dietro il vetro, immobile, solo e taciturno, come se ascoltasse dal proprio interno il tic-tac di un orologio. Guardava nel vuoto con uno sguardo atono e stanco. La vita passava nella viuzza popolare con un rombo assordante e continuo, piena di clamori e di luci, sotto il sole o sotto la pioggia, senza turbarlo e senza destarlo. Si sarebbe detto che egli riassumesse tutte quelle luci e quei suoni nella visione immutabile di un fiume fragoroso e uguale.
Un giorno vidi, accanto al suo, un altro [183] profilo. Era una donnina curva sul suo ricamo, sul quale si spenzolavano i suoi riccioli impertinenti.
Non era nè bella nè brutta, ma quando levava la fronte dal ricamo, gli occhi, la fiocca, tutto il volto, ridevano di un riso gaio e fresco. Per qualche mese vidi la sua testolina profilarsi sul fondo oscuro del negozio. Qualcosa di straordinario accadeva là dentro. Accanto alle calze penzolavano dei manichetti ricamati, una cuffia, dei camicini da bimbo, candidi e leggeri, l’ombra stessa della piccola bottega era meno densa: avevano acceso un lumino davanti a qualche immagine; ed una mattina sentii perfino, passando lì innanzi, la voce di lei canterellare una canzone. Poi, rividi lui solo. Le cuffie ed i camicini se n’andarono, e le vecchie calze ripresero a dondolare nel vuoto, quando un carro troppo pesante scuoteva l’acciottolato.
L’uomo era più pallido, un po’ più curvo e, a volte si passava lentamente una mano sul viso, come per non vedere qualcosa che gli ritornava incessantemente innanzi agli occhi.
[184]
Certe volte sembrava che egli avesse pianto; lo vidi perfino, cosa inaudita, venire sull’uscio. Evidentemente la solitudine gli pesava...
················
Sono tornato lì, dopo tanti anni. La vecchia bottega era sparita, sostituita da un’osteria dalle mostre fiammanti.
Due bimbi giuocavano sull’uscio, ridendo, e dall’interno si sentiva una voce rauca, cantare...
[185]
Qualunque mortale che, guardando le proprie scarpe, le avesse vedute ridotte in stato compassionevole, avrebbe pensato con tristezza all’immortalità dell’anima ed alla breve gioventù delle rose, riflessioni malinconiche e profonde a cui l’uomo si abbandona nei momenti di profonda miseria. Perchè non c’è cosa che avvicini l’intelletto umano alle alte regioni della poesia come la scarpa rotta.
Essa costituisce una specie d’impegno morale a far cose grandi, poichè ha bisogno di essere compensata dalla ricchezza della mente.
Il protagonista di questa breve storia, invece, il giorno in cui si avvide di aver le [186] scarpe rotte ebbe un sorriso di profonda ironia e divenne cinico.
Egli non nascose le sue scarpe, anzi, le mise bene in evidenza e disse male di Dante Alighieri. Questi due fatti, cioè, l’ostentazione delle scarpe rotte e la disapprovazione della Divina Commedia costituivano un tutto omogeneo: Egli si era promosso al grado di Diogene, per auto-decreto.
Nel modo con cui egli contemplava i suoi coinquilini della crosta terrestre c’era qualcosa più della semplice ironia, c’era una specie di disprezzo diffidente e burlone. Dai fori di quelle venerabili calzature era penetrato in lui un orgoglio divino, che gli permetteva di osservare il mondo dall’alto in basso o dal basso in alto, anzi, piuttosto dal basso in alto; punto di vista eccellente per riconoscere che il mondo ha le gambe storte. Egli sapeva trovare sempre una frase sintetica, con la quale riassumeva il suo profondo disprezzo per l’opera di un uomo qualunque, mentre, nel contempo, lasciava comprendere di avere sull’argomento una ideologia intima e stupenda, [187] alla contemplazione della quale non ammetteva i profani.
In fondo in fondo, era persuaso di avere la parola terribilmente incisiva. Certe volte, quando si gettava sul divano di un caffè, aveva l’illusione di sdraiarsi su tutte le glorie del genere umano e di sentirsele scricchiolar sotto come vecchie frasche inaridite.
Era arrivato ad una vertiginosa stima di sè stesso omettendo la formalità di un capolavoro, che non avrebbe fatto mai, disdegnando di giustificare la propria superiorità davanti ad una folla d’imbecilli come quelli che passavano nel raggio luminoso del suo sorriso.
Un altro, dopo commessa una cattiva azione, avrebbe detto trepidando a sè stesso: Ahimè!... io ho paura di essere un birbaccione!...
Egli invece guardava innanzi a sè, forte e sicuro, e diceva: Io sono un porco!... Sì, un-por-co!
Fu udito pronunziare la seguente allocuzione: Oggi ho mangiato spendendo una lira, ottenuta dalla vendita di un libro prestatomi, [188] ma non sarà sempre così: mi farò un’amante ricca e metterò nel biglietto da visita: tal dei tali, souteneur. Ciò sarà sempre meglio che dipingere il proletariato agricolo dell’Abruzzo, come fa Michetti, o mettere in versi il mal di denti, come fa Pascoli.
E si allungò sul divano, stendendo bene il piede, affinchè una signora che passava vedesse bene la sua scarpa bucata.
[189]
È un palazzo grande ed antico, con un vasto cortile porticato e larghe scale di travertino ingiallito dal tempo. Non so quale delle funzioni burocratiche della Chiesa, quale misteriosa emarginazione di anime si compia là dentro. È una cosa antica e torpida, separata dalla vita da un abisso, enorme come la frattura di un continente avvenuta centinaia di anni fa. La luce chiara del giorno inonda, nel cortile, aspetti immobili e quasi stupefatti, come addormentati in un silenzio profondo, sotto il leggero strato di polvere e di muffa che li ricopre. Il sole passa attraverso le finestre ed i portici, disegnando forme rigide [190] di luce sul pavimento, ed i passi cauti dei visitatori hanno discrete risonanze ed echi sommessi, come voci di frati che rispondano un timido amen ad una preghiera borbottata.
In fondo al cortile è un sarcofago pagano mutato in fontana, ed un mascherone grottesco getta in esso un filo d’acqua sottile. I muschi hanno ornato di bizzarre frange verdi i putti nudi del bassorilievo ed hanno dato strane capellature ai satiri che vi danzano. Tuttociò è così, immobile, da quattrocento anni. La musica sommessa di quell’acqua che cade, una vocina garrula, insinuante, con scoppi di riso argentino e gorgogli di pianto compresso, ha accompagnato l’agonia di un mondo. Essa ha addormentate le febbri ambiziose di qualche terribile prelato del cinquecento, ha cantato un arrogante inno di vittoria sulla città seicentesca, curvata al magnifico dominio dei papi, ha mischiato la sua strofe leggera ed arguta ai rondò degli abatini settecenteschi, come alle battute della Marsigliese, interrotte dal rombo dei cannoni cittadini, [191] ed ha gemuto nel silenzio terribile della restaurazione, come il lamento di una povera creatura incatenata, che chiami, chiami senza speranza e senza requie, la morte o la liberazione....
Sulla scala, in una nicchia, una enorme Santa Teresa di stucco, tutta a svolazzi candidi di calce, apre le braccia ad un amplesso divino, con molta grazia e poca convinzione.
Povera Santa Teresa! Essa non ha impallidito perchè, tanto, l’hanno dipinta di bianco, ma ha provato più disillusioni di un poeta idealista che rinascesse ora.
Dov’è il tempo lontano, in cui vedeva una invitta fiamma di pensiero negli occhi degli abitatori del luogo?... Non è rimasta che la forma, l’aspetto architettonico del luogo, le linee ampie e solenni, in cui non era già più, come nei tempi lontani lontani del medioevo, l’anima individuale di un artista, ma pure il metodo di scuola, sontuoso ed uniforme come una livrea, era pieno della volontà unica, a cui tutto ubbidiva... Le cose, le cose [192] senz’anima, non hanno cambiato: l’unica carta geografica appesa nell’enorme anticamera, dal pavimento a mattoni grezzi, sconnessi e dal soffitto carico di dorature, l’unica carta geografica ha l’Australia senza la Tasmania, perchè Tasman non l’aveva ancora scoperta, e l’Africa con una enorme macchia bianca nel mezzo...
Povera Santa Teresa!... Avrebbe voluto, magari, perire in un incendio di tutte quelle cose vecchie, ardendo in una sola fiamma col terribile passato, vedere del sangue ed udire urla di morte, essa che aveva udito parlare i Farnesi, i Riari e Sisto V!... Non si sapeva rassegnare all’idea che questo vecchio mondo morisse di colica e di gotta, e che i giganti mitrati del medio Evo finissero nei preti stupidi e ghiottoni descritti da Gioacchino Belli.
Ma la fontanella, nel cortile, sembrava ripetere all’infinito: Datti pace, datti pace, datti pace...
E s’era quasi data pace.
Ma un giorno vide salire, lentamente, un [193] cardinale. Aveva la fronte ampia ed il naso aquilino, e procedeva con le sopracciglia aggrottate e pallido in volto, come preoccupato da un pensiero profondo, che il domestico, seguendolo a piccoli passi, non osava disturbare.
Santa Teresa mormorò: Signore, ti ringrazio, ecco un uomo di Stato!...
— Sentite, disse severamente il prelato rivolgendosi al servo, voi direte a Geltrude che non faccia mai più purée di legumi. Mi ha rovinato lo stomaco!... Udite che roba?
Povera Santa Teresa!... Essa udì. Udì per fino la fontanella del cortile, che si mise a ridere sottovoce, borbottando: Datti pace, datti pace...
[194]
Un pittore del cinquecento ornò la facciata del palazzo di chiaroscuri manierati e sontuosi: una folta teoria di guerrieri antichi si svolge fra i diversi ordini di finestre, al disopra del primo piano, ove le inferriate robuste, nere, panciute, sembrano indicare ancora la fosca diffidenza di un patrizio autoritario verso la folla della via. Ed il portone dalle cornici marmoree, ampio e quadrato, si apre su una penombra austera.
La piazza di fronte, una piccola piazza fuori di mano, verdeggia squallidamente di piccole erbe che spuntano fra i ciottoli.
[195]
Il tempo ha diffuso una leggera nebbia sui chiaroscuri. Si vede solo, qua e là, qualche muscolatura vigorosa, lo svolazzo di una bandiera, una siepe di lance, qualche tromba levata in alto. Il resto è come sepolto sotto uno strato di polvere. In quattro secoli l’opera degli uomini ha adattato alla vita il vecchio edificio, lentamente ed inesorabilmente. Nel 1600 un prelato che fu padrone dello stabile nascose il balconcino di marmo dietro una bussola invetriata, nel 1750 un curiale della Sacra Rota ampliò due o tre finestre, guastando l’armonia della facciata. Poscia vennero tempi più squallidi.
Fu come se una folla di gnomi, sbucati dalle tenebre fredde di una fogna, avesse attaccato l’edificio coi denti e con le ugne. Una plebe anonima e prepotente salì le scale ampie, sforacchiò le pareti piantandovi dei chiodi, cambiò il belvedere che sovrastava il tetto in un gallinaio, empì il cortile di luridi balconcini di ferro, tendendo da una parte all’altra una ragnatela di fili su cui sventolano stracci multicolori. Gli angoli si smussarono, [196] si scalcinarono, dei bimbi screanzati disegnarono profili grotteschi ed osceni sulle pareti della scala. Nelle inferriate si annidarono pentolini di terra in cui qualche donnicciuola piantò garofani o prezzemolo, il tubo di ferro di qualche stufa sbucò dalla facciata, mettendo uno strato di fuliggine sulla folla dei guerrieri.
Al primo piano, un’asta di legno, piantata obliquamente come quella d’una bandiera, è sorretta da due spaghi, cui sono appesi dei calzettini di bimbo, ad asciugare, ed un facocchio ha occupato metà del cortile con un’enorme tettoia coperta di zinco, ed armata di ventilatori a ruota che, tutto il giorno, brontolano furiosamente.
Si direbbe che qualcosa di sconsolato e di freddo, come l’animo di un vecchio signore ridotto all’elemosina, si indugi in tutte le forme dell’edificio, scenda dal cornicione sgretolato, giù per le finestrine anguste del quarto piano, per gli affreschi sbiaditi, lungo le imposte corrose e riparate con fogli di carta, fino al [197] piano terreno, con le sue inferriate nere, che sembrano quelle di un carcere.
La luce non scende mai in fondo al cortile, in cui è sempre un’ombra umida e triste: la vecchia lanterna di ferro battuto oscilla malinconicamente, pendendo dalla volta dell’androne, ed un odor greve di cavoli bolliti, quell’odore acido, freddo e raffermo delle case povere, prende allo stomaco il visitatore...
In un angolo del cortile, una vite è nata fra le pietre sconnesse, forse cento anni fa. In un secolo è salita sempre, ostinatamente, cercando il sole con tenacia invincibile: ha annodato il suo ramo ad un ferro da stendere panni, s’è aggrappata alla asperità di uno stucco sgretolato, e finalmente ha gettato la capigliatura rossiccia dei suoi rami spogli nell’ultimo terrazzino, dove il sole giunge spesso, e fa brillare i colori degli stracci come quelli d’una bandiera sventolata.
Giù dal cortile, una voce rauca, di sotto la tettoia, canta lentamente, mutando il ritmo [198] bellicoso in una nenia:
Su fratelli, su compagni
e i ventilatori sembrano battergli il tempo con un ron-ron affannoso e potente, come il calpestio enorme d’una moltitudine che avanzi dall’ombra.
[199]
Quando io era frate fui incaricato, una sera, di vegliare fra Giuliano da Vercelli, mio compagno di cenobio, che era moribondo.
Sedetti accanto al suo letto, osservando il suo volto arido e duro, in cui le occhiaie piene d’ombra sembravano due caverne aperte nell’abisso.
A piedi del letto languiva, come avvelenato da quell’odore tetro ed ottuso che sembra un presagio della morte, un enorme fascio di rose, inviato dalla pia protettrice del convento.
Fra Giuliano aprì lentamente gli occhi e [200] li fissò sulla parete bianca, su cui era inchiodato un grande Cristo nero.
Poi le sue labbra si mossero e mormorò:
— Ascolta, fratello, io fui un porco.
— Non fosti il solo, risposi per consolarlo.
— Fui, per lo meno, uno dei più completi del genere. In compenso, però, ho espiato.
— Dio ti perdonerà.
— Spero. Io ho passato la mia gioventù commettendo il male, cioè, correndo dietro al piacere, ovunque lo scorgevo fremere e luccicare. Io ho commesso tutti e sette i peccati mortali. Ma, mi sono pentito, ed ho professato tutte le virtù opposte ai miei peccati. Un giorno sentii una fitta al piede, era la gotta. Allora divenni temperante. Un giorno dichiarai nel modo più ardente la mia passione ad una fanciulla, che non seppe dirmi di no, ma la mattina dopo mi disse con mal celata ironia: sarai più fortunato un’altra volta. Allora divenni casto. Un giorno volli battere uno dei miei servi, e questi mi pestò gli occhi e mi schiacciò il naso. Divenni umile e rinunciai a correggerlo.
[201]
Questa è la virtù, la virtù è la podagra del vizio.
Confessa, fratello, che Domineddio è un babbo indulgente, poichè firma tutte le nostre cambiali e le paga. Io potrei morire disperato di non poter peccare più, invece egli mi permette di trovare una gioia tanto nel peccare quanto nel non peccare, tanto nel dare uno schiaffo, quanto nel riceverlo, tanto nell’ubriacarmi quanto nel digiunare. Egli ci ha fatto un’anima prismatica, attraverso la quale noi vediamo il mondo come vogliamo. Io mi sono inteso vicino a Dio due volte, quella in cui la prima donna che amai si lasciò baciare sulla bocca, e quella in cui tirai una fucilata al cane dell’ortolano perchè era in calore.
Tutto sta nel riempire completamente di sè stessi il proprio mondo, dando ad ogni cosa il valore che ha nelle nostre sensazioni. Bestemmiare o pregare, è discorrere con Dio, tutto sta nel potersi creare la fede o l’illusione di questo punto d’appoggio fuori del mondo visibile, su cui piantare la leva della [202] nostra volontà per rivolgerlo a nostro modo. Capisco che ci può essere la stessa soddisfazione a fare il Lucifero, e a fare il S. Francesco, tutto sta nel poter supporre un amico o un nemico al di là, e nel non cercare troppo di conoscere la sua fisionomia.
Quando ero piccino, in fondo al vecchio cortile di casa mia c’era una porticina chiusa da anni. Io pensavo, ora, che dietro di essa ci fosse il paradiso, ora che ci fossero dei fantasmi, dei diavoli, degli scheletri. Quando mi feci coraggio e l’aprii ci trovai una pentola rotta, dodici seggiole sfondate e moltissimi ragni.
Non aprire mai la porta: aspetta che il destino paziente ti rompa la testa contro di essa...
Ed ora, riprese il frate morente, getta via quelle vanità.
Io gettai le rose.
— Raccogliamoci e preghiamo... Ma ecco che mi assale un dubbio. E se ci fosse un ottavo peccato, che io non avessi nè goduto nè espiato?...
[203]
— Fratello, gli dissi, essi sono enumerati nel libro di Dio. Credi che, se ci fosse, non lo avrebbe trovato, lui?... E noi, suoi ministri, che ci stiamo a fare?...
— È vero, egli aggiunse con un filo di voce, fidiamo in Dio!... Ma in fondo in fondo, sette sono pochi...
E morì in odore di santità.
[204]
Donna Paoletta stava per morire. E moriva come aveva vissuto, centellinando la morte dolcemente, circondata di tutte le comodità e di tutti gli affetti. Essa aveva avuto tutte le fortune, prima fra le altre quella di avere un marito che viveva solo per lei, spiando tutti i suoi desiderii, tappezzando di piume il suo sentiero, adorandola con la sapiente tenerezza di coloro che sanno miniare i propri sentimenti e non dimenticano nè una carezza, nè un bacio, nè una cortesia, in qualunque ora della vita.
Ed ora essa moriva pian piano, rassegnata e senza dolore. La morte si era messa un vestito nuovo per andarla a trovare, e Domineddio [205] soffiava per la finestra aperta un venticello fresco, a ritmiche ondate, come un respiro, affinchè donna Paoletta potesse addormentarsi senza troppa fatica.
Il dolore della famiglia non giungeva fino a lei: le figliuole, la servitù ed il marito piangevano nelle altre stanze, ma quando entravano da lei assumevano, eroicamente, un’aria di quiete, tanto sarebbe sembrato iniquo turbare quella pace profonda di beata.
Venne il confessore. La donna enumerò i suoi peccati. Ben pochi, a dire il vero. Aveva sempre rispettato il prossimo, amato i figliuoli e trattata bene la servitù. Una sola volta aveva mandato via una domestica sfacciata, che si era malvagiamente fatta sedurre da suo figlio, ma le aveva regalate cento lire, cosa che non succede tutti i giorni. E il curato disse: questo non è un peccato, è una buona azione.
Aveva fatta sempre la carità ed era patronessa di tre istituti.
Ma il peccato grosso venne in fondo. Lo stesso curato non se lo aspettava e si curvò meglio su di lei... Ma davvero?... e con chi?...
[206]
Il nome si perdè in un sospiro.
— E vostro marito non lo seppe mai?...
— Mai!...
Il sacerdote divenne pensoso: — Occorre il suo perdono, disse.
La donna chinò il capo dolcemente e riflettè un poco. Era un grande sforzo, da fare, una fatica enorme e penosa, ma, saltato quell’ultimo ostacolo, essa sarebbe entrata nella morte come in un quieto mare di luce.
— Ebbene sia! — mormorò.
E fece chiamare il marito.
Era un uomo un po’ pingue, dal volto bonario. Aveva gli occhi arrossati e le mani gli tremavano.
Ed essa, tenendogli la mano, e parlandogli con quella voce diafana dei morenti, che sembra lasciar trapelare lontani bagliori di luce e ignorate macchie d’ombra, gli raccontò il fatto. L’uomo rimase fulminato. Era come se gli avessero squarciato le viscere con un ferro rovente. I suoi denti scricchiolarono, ebbe dei barbagli e si mise a singhiozzare: Ma perchè, mormorò piangendo, ma perchè [207] me lo hai detto?... Perchè non mi hai lasciata la mia illusione?... Perchè mi avveleni anche il dolore? Tu avevi fatto ciò; era male, mi avevi offeso, e non ne avevi subìto nessuna punizione. Non ti bastava?...
— No, disse essa con dolcezza, se tu non mi avessi perdonato, io non sarei morta in pace: Non sarei andata in paradiso! Mi perdoni?...
Egli accennò di sì. Certo che la perdonava, ma tutta la sua vita era contorta ed infangata, la pace di quei pochi secondi della morente era pagata con lo strazio di tutta la sua esistenza.
Tuttavia, quando egli disse: «Ti perdono,» la morente ed il prete assunsero un’aria celestiale. Essa era perdonata. Un sorriso divino le illuminò il volto, mentre gli occhi del marito, aridi, si abbeveravano di una tristezza enorme e pesante, come l’onda di una gora di fango.
Ed essa morì così. Andò in paradiso in prima classe, con lo scaldapiedi e il cuscino di velluto.
Suo marito aveva pagato il biglietto.
[208]
Il signor Saverio aveva il naso a becco d’anitra, varietà rarissima, che ha la sua caratteristica in un dilatamento eccezionale della punta del naso, il quale assume così l’aspetto di una scarpa all’americana.
Questo era, senza dubbio, un difetto molto grave, e la prima a farglielo intendere fu sua moglie, la quale, in una disputa feroce, essendo egli giunto fino a minacciare di batterla, gli gridò con disprezzo:
— Tu, con quel naso?
Saverio rimase estremamente avvilito. Evidentemente, pensò, un uomo con questo naso non può picchiare la moglie! E tollerò in pace le più atroci invettive. La sua signora finì col persuadersi di essere stata una specie di eroina della carità, sposando un uomo con quel naso, benchè la disgraziata appendice [209] appartenesse ad un buon diavolaccio. E, come avviene sempre quando una donna si persuade di essere troppo buona, fu spaventevolmente cattiva con lui. Egli tollerò: era un tipo un po’ molle, malato di un desiderio furioso di sentirsi piccino, debole e carezzato. Cercò di avere un’amante fuori di casa, ma l’amante lo tradì: come si poteva essere fedele ad un uomo con quel naso?...
Allora egli si lasciò andare: non curava più l’abbigliamento, era spettinato, sporco e polveroso, andava a rintanarsi nei cantucci più oscuri del caffè, dove non c’erano specchi, si ubriacava di liquori forti, ed allora sognava di avere un altro naso, e che una manina morbida e dolce gli carezzasse il volto lentamente, come per lenirgli il dolore d’una piaga viva.
Tutto il suo essere si era piegato ad una profonda viltà, nella certezza irreparabile di non meritar nulla di buono, da nessuno. Il suo difetto fisico si era ingrandito, esaltato, era divenuto enorme come l’ombra di una montagna, che oscura tutta una valle, poichè [210] egli ritrovava la sua tristezza in fondo ad ogni sentimento. Se aveva una discussione con qualcuno, si avvedeva che l’interlocutore, ad un certo punto, finiva col parlargli quasi dall’alto in basso come fosse per dirgli: — Ma poi, scusi, come si fa a ragionare quando si ha un naso simile?...
La gente gli avrebbe perdonato forse un omicidio, ma nessuno poteva perdonargli quel becco d’anitra illogicamente piantato fra gli occhi. Non gli ammettevano la possibilità di avere dei sentimenti seri; lo avrebbero forse tollerato se avesse fatto un po’ di smorfie, se si fosse adattato a ricevere pedate od a cantare canzonette buffe. Si rammentava sempre che, da ragazzo, a scuola, aveva osato scrivere due endecasillabi. Il professore gli aveva sequestrato il foglietto ed aveva gridato: Smetta di fare il sentimentale, con quel naso!...
Un giorno egli si ubriacò più del solito e se ne andò a passeggiare in uno dei parchi cittadini. Faceva un caldo terribile, ed il cielo ardeva tutto d’una fiamma chiara, violenta e pertinace, i grilli cantavano dietro le [211] siepi. Egli avrebbe potuto tollerare tutto, ma quel cri-cri, ripetuto migliaia di volte, senza requie, come una frase irritante, e detta da una persona implacabile, lo perseguitava dappertutto. Si tappò le orecchie, mise la testa contro un albero, tentò di fischiare un’arietta per distrarsi, ma non potè cacciarsi dalle orecchie quel ritornello tormentoso. Egli sentiva un orrore fisico della parola ripetuta, della cosa che suona sempre uguale, aveva confusamente due desideri, quello che il grillo tacesse e che qualcuno gli dicesse, per esempio: — Che brutti occhi! Che brutta bocca!...
Gli pareva che allora si sarebbe riposato un po’. Ma siccome nessuno aveva pietà di lui, egli si avvicinò ad uno stagno che dormiva sotto il cielo ardente e pallido, si guardò il naso nell’acqua e si lasciò cadere contro la propria immagine, per cancellarla e non vederla più.
Quando una guardia di P. S. andò a dire alla sua portinaia che egli s’era suicidato, la portinaia esclamò: — Ma ci sarà uno sbaglio!... Impossibile!... con quel naso!
[212]
Marcantonio Brozzi, stando al suo nome quadrato e tozzo, avrebbe dovuto essere un mercante di salsicce arricchito, invece, siccome aveva una bella statura slanciata, i capelli e i baffi neri, i denti bianchi e gli occhi sentimentali, era commesso di merciaio e poeta.
Ma era commesso di merciaio per una evidente ingiustizia della sorte. Per convincersene bastava vedere con quale superba indolenza tagliava la cotonina e la fettuccia che i suoi clienti venivano a comprare, e con quale aria di signorilità dava dei consigli alle signore eleganti che capitavano, talvolta, in negozio.
[213]
Era al corrente delle ultime espressioni mondane. Quando la vile plebe diceva ancora: «La tal cosa è chic,» egli diceva già «smart.» E nominava le signore dell’alta aristocrazia con una familiarità incantevole, come se avesse ballato con loro all’ultima soirée.
— Donna Anna tal dei tali, sì, è bellina, ma se non lascia il Duca X, si compromette... Chi?... la Baronessa Y?... Con quegli occhi morti!... E poi sta male a cavallo!... Son tre volte che, alla caccia alla volpe, cade!
Del resto, era poeta.
Scriveva sulla Libellula. Scriveva dei versi in cui erano molto frequenti le parole: Albale, liliale, antelucano, floreale, auloroso. Parlava sempre di donne, troppo pallide, di occhi troppo grandi, di labbra troppo rosse, di voci un po’ stanche, un po’ velate, un po’ tristi, ecc.
Sognava di innamorare una signora americana immensamente ricca, e di passare nella sua carrozza davanti al negozio, lasciandosi invidiare, senza aver l’aria di vederli, dai suoi compagni di bottega.
[214]
In questa attesa, avendo imparato l’espressione inglese all right, la ripeteva ad ogni momento, facendo con le labbra una smorfia molto esotica.
Così, la cosa gli sembrò perfettamente naturale, quando si avvide che la «bella incognita» si lasciava toccar la mano da lui, nel prendere il resto della moneta.
La «bella incognita» era veramente bella; veniva non si sa da dove, in carrozza, comperava veli di molto prezzo, spilloni quasi preziosi, e parlava con un accento straniero delizioso, scoprendo ogni tanto due file di dentini meravigliosi. Essa entrava in negozio e si rivolgeva sempre a lui, sotto gli sguardi invidiosi dei compagni.
Poi, spariva per quindici giorni. Marcantonio si permise di sfiorarle le mani, in un atto d’audacia formidabile. Essa lasciò fare; anzi, ebbe un impercettibile sorriso. Nell’andarsene disse che sarebbe tornata domani alle 17. Alle 17! Ora propizia, in cui Marcantonio era solo in negozio.
Il giorno dopo essa tornò. Il giovane era [215] stupendo. Aveva obbligato sua madre ad impegnare due lenzuola per comperarsi un gilet fantasia.
La signora scelse una veletta di gran lusso, e quando tese la mano per prenderla, Marcantonio le afferrò le dita: Signora, disse, all right, io vi amo, io vi amo d’un amore astrale, per le vostre labbra troppo purpuree, che sembrano una ferita, per il pallore nivale...
Essa lo interruppe, facendo segno di sì, col capo. Poi aggiunse con un lieve sorriso: Io tutto compreso, venite stasera alle 10, via Cavour, N. tale, piano tale. E riprese con un sorriso etereo: Sono cento franchi, però.
Marcantonio divenne livido, e fu tanto confuso che il sorriso fatale gli rimase incollato in faccia come un manifesto dimenticato. La signora se ne andò.
— All right!... mormorò egli, e aggiunse: Li mortacci tua!
Poi, siccome s’avvide che la signora non aveva pagato la veletta, dette un tal calcio sotto il bancone, che sfondò una scatola di colli inamidati.
[216]
Giuliano conobbe Fifì in un piccolo caffè che rimane aperto tutta la notte. Giuliano aveva quarantotto anni, soffriva un po’ di neurastenia e di bruciori di stomaco, perchè il suo organismo flaccido non tollerava neppure i modesti abusi d’amore e di tavola perpetrati in gioventù. Dai bruciori di stomaco nasce la malinconia, l’uomo malinconico legge i giornali cattolici e prende il bicarbonato. Dalla somma di questi due fattori deriva uno stato di acidità fisio-psicologica in cui il soggetto si persuade di essere uno sventurato interessante, e la risultanza finale è che, ad ogni attacco gastrico egli mormora: [217] «Quanto è triste la vita! Ed io che ero nato per amare ed essere amato!»
In uno di questi momenti egli conobbe Fifì, mentre essa era ubriaca e cantava un’orribile canzone di malavita, sorridendo con quell’aria di bimba inconsapevole che si trova, talvolta, piccola luce sperduta nel buio, sul volto di certe donne traviate.
Giuliano condusse Fifì a casa e, la mattina dopo, rimase meravigliato di vederla così graziosa. Siccome, inoltre, egli aveva il solito bruciore di stomaco, si sentì pieno di carità per sè stesso e per il prossimo e le offrì un ricovero, centocinquanta lire al mese ed il suo cuore. Fifì lo chiamò vecchio mio e tirò in segno di gioia uno stivalino al busto in gesso del sommo pontefice, che Giuliano teneva sullo scrittoio.
Fu un connubio ideale. Giuliano diceva a Fifì: Ti debbo purificare; pensa all’orrore della tua vita passata!... E Fifì pensava, con una certa nostalgia, a quell’orrore. Giuliano diceva a Fifì: «Non ti sembra di esser nata ad una nuova vita?... Tu ti meraviglierai che [218] io abbia potuto far ciò, non è vero?... Eppure, vedi, io ho un cuore fatto così!...» E Fifì sbadigliava sommessamente.
Essa avrebbe trovato naturalissimo che Giuliano le avesse dato, di tanto in tanto, uno schiaffo. Invece Giuliano le leggeva i giornali, la obbligava a stigmatizzare con lui i partiti estremi, e voltava e rivoltava davanti ai suoi occhi la infinita bontà del suo cuore infelice, come un pollo davanti al fuoco, affinchè essa lo ammirasse e lo venerasse tutto.
Talvolta Giuliano pensava all’opera di redenzione intrapresa e si sentiva struggere il cuore di tenerezza per sè stesso: Diceva: Ecco, io son fatto così!... E dava ai suoi occhi grigi un’espressione di bontà evangelica.
Così egli giungeva a rivelare tutti i retroscena del suo spirito a Fifì. Vi sono uomini che hanno l’anima piena di piccoli incomodi vergognosi, ed hanno bisogno di pancere per la loro vanità che trabocca, di sedativi per le piccole crisi di amor proprio offeso, tutta una toilette intima e grottesca, di cui per solito è incaricata la compagna [219] dei loro giorni. Fifì doveva assumere la parte di «povera creatura che adora umilmente», parte molto romantica e corredata di lacrime.
Un giorno Giuliano la obbligò ad ascoltare un sonetto, segretissimo peccato letterario, e rimase amareggiato perchè essa non si commosse fino alle lacrime. Quando poi erano al buio, egli osava domandarle cose mostruose.
Una notte le disse, a voce bassissima: «Dimmi che ho gli occhi fatali!...»
Così fu che una mattina Giuliano trovò la seguente lettera:
«Caro mio,
Non voglo più essere purificatta, come tu dici, perchè si seguita così mi viene la rabbia come i cani e aripiglio il subblimato. Voglo fare la femmina perduta, o l’infelicecreatura come dici te, ma a questi giochi de le persone per bene me ci annoglio troppo. Viva la facca di Arturo: Pochi soldi, qualche schiaffo, ma allegria.
Addio, non mi aricercare perchè e nutile
Tua Fifì».
[220]
P. S. La scatola dei gliceroconi l’ho portata via per metterci la cipria.
Giuliano dette un calcio alla scrivania e gridò con voce strozzata: Oh! infame! Ecco la gratitudine umana!... E prese il bicarbonato.
[221]
Giorgino Baruffa, figlio decenne di poveri e disonesti genitori, aveva ricevuto da suo padre l’incarico di rubare cinque becchi a gas dai fanali pubblici di una strada fuori mano, ma siccome pochi giorni innanzi aveva avuto una sassata in un piede, non gli riuscì di arrampicarsi per benino e ne rubò solo tre: perciò suo padre lo picchiò sul capo con una vecchia scarpa. Questo fatto avvenne verso sera, il giorno innanzi dell’esame scritto di lingua italiana, nell’abitazione dei suoi illegittimi genitori, fuori porta San Lorenzo.
Giorgino si strofinò la testa senza piangere: aveva perduto da molto tempo questa abitudine borghese. Si raggomitolò in un angolo dell’unica stanza di casa e si mise a guardare fuori della finestra. Era l’unica sua distrazione. Dalla finestra si vedeva un cortile [222] immenso e nero, e sul terrazzino di contro una bambina di dodici anni, bionda e civettuola, dai capelli arricciati col ferro.
La bambina usciva di casa con la mamma e tornava tardi. Alle volte aveva delle cose meravigliose: una bomboniera di cristallo, piena di dolci, delle calze di seta, un pettine di tartaruga vera con molti strass che parevano brillanti, tutte cose che contrastavano con l’orridezza malinconica della casa. Si chiamava Edvige, ma la mamma la chiamava Fanny, diceva un’infinità di parole oscene ed era impudica come una piccola bestia selvatica.
La polizia se n’era occupata una volta, ma poi aveva chiuso un occhio per via di un magistrato.
Giorgino la vedeva affacciarsi alla finestra con le braccine nude e la vesticciuola bianca insaldata e rimaneva a guardarla lungamente, come se quella cosina bianca gli riposasse lo sguardo e gli facesse passare il mal di capo. Una volta che la mamma di Giorgino gli aveva tirato un ferro da stiro sulla testa [223] ed egli aveva avuto la febbre per tre giorni, aveva sognato di fuggire con Edvige in una pianura tutta bianca, lontano lontano, in un luogo dove non c’erano nè babbi nè mamme, dove non si andava a scuola e dove le guardie non davano calci ai ragazzi.
Quella sera si sentiva molto avvilito: Edvige si affacciò solo più tardi e litigò con una vicina, dicendole una quantità di parole orribili. Poi il cortile si empì d’ombra, le finestre brillarono d’una luce rossiccia, si spensero, le voci tacquero, e non s’udì che un rumore confuso e sommesso, come il respiro della enorme casa sordida, addormentata nel fango dei suoi dolori e delle sue miserie.
Qualche volta, lontano lontano, una locomotiva lanciava il suo fischio stanco e angoscioso, come un addio senza speranze.
I genitori tornarono tardi; ubbriachi, si picchiarono, ruppero una seggiola, e si addormentarono sul pagliericcio vestiti, russando così forte che Giorgino potè addormentarsi solo all’alba.
Quando uscì per andare a scuola, dormivano [224] ancora. Egli prese la sua borsa di libri, che era sotto il cassettone, si mise in tasca la penna, raccattò un mozzicone di sigaro e se ne andò.
Gli doleva la testa ed aveva la bocca amara come se avesse preso il chinino. Egli non amava i suoi compagni, nè il maestro, nè la scuola, nulla, era torvo e cattivo come un piccolo lupo. Il cinquanta per cento delle parolacce che erano scritte sul muro della classe le aveva scritte lui. Pensava: Quando sarò grande darò dei calci a mia madre e ruberò per conto mio. Allora porterò a spasso Edvige e le comprerò un fazzoletto di seta grande così.
I ragazzi entrarono in classe con uno strascichio di scarpe, in mezzo a quell’odore di pane raffermo e di carta ammuffita che è proprio delle scuole elementari.
Ed il maestro dettò il tema d’esame.
«Pierino ha detto una bugia alla mamma che lo ha punito vietandogli di andarsi a baloccare in giardino coi fratellini. Egli scrive una lettera pentito e promette di emendarsi.»
[225]
Rosina entrò nell’ospizio in mezzo alla pietà di tutta la popolazione. Aveva tredici anni ed era bellina. Ciò che le era avvenuto lo aveva compreso più chiaramente in tribunale che nel momento del delitto.
Era abituata a girare giorno e notte per le strade enormi ed ostili, piene di gente che non la conosceva, bagnata, infangata, affamata.
Le era sembrato che, d’un tratto, tutte quelle case sporche e quasi minacciose, che essa sfiorava trascinando gli zoccoli, si fossero animate, che il vento freddo, la pioggia e la fame si fossero riassunte in una persona sola, orrida e barbuta, che odorava di pipa e d’acquavite, in una sola sensazione di strazio e di [226] paura che l’aveva fatta urlare: Mamma!... Mamma!... quantunque la mamma non l’avesse conosciuta. Conosceva la zia Filomena, che le dava una cuccia, qualche bicchier di vino quando ce n’era in casa e qualche calcio.
Dal giorno del processo era cominciata una vita nuova: Si sentiva dire cose meravigliose e pietose; la esaltavano, la coprivano di fiori. Finì con l’averne una certa superbia. Aveva imparato le frasi che dicevano i giornali sul conto suo. Quando entrò nell’ospizio la sua compagna di stanza le disse:
— Io sono la figlia di quella che si gettò da Ponte Milvio, e tu chi sei?
— Io?... Io sono la fanciulla violata di via degli Zingari! rispose ella con sussiego.
E l’altra fece un ah!... di ammirazione.
Nei primi tempi fu come stordita.
Provava la stessa sensazione di sgomento di un contadino che si trovasse d’un tratto assiso in un banchetto aristocratico. Udiva delle persone grandi parlarle con volto sereno e commosso. Le suore le passavano accanto in silenzio guardandola lungamente con una [227] indefinibile espressione di curiosità e di paura. La superiora le diceva: Povera! povera fanciulla, così piccina e già così irreparabilmente perduta!
Oppure: Poverina!... E dire che non potrà mai esser felice!...
Era una commozione generale e persistente, uno sgocciolio di lacrime di tutta la città sulla sua personcina tormentata, un desiderio acuto, che tutti provavano, di paragonare l’innocenza dei suoi occhioni neri con l’infamia incancellabile impressa nel suo corpo, di gittare un fiore sulla vivente tomba della sua purità.
Le sembrava di camminare perennemente in una chiesa in cui tutti la guardassero con tristezza dolce e rassegnata, come si guarda passare una morticina.
Una volta una compagna disse una birichinata ed essa scoppiò a ridere. Le suore la guardarono con infinita tristezza e la superiora le disse con voce piena di pianto: Figlia mia, pensate alla orribile cosa avvenuta, raccoglietevi in Dio e pregatelo che [228] egli vi dia in cielo la felicità che vi ha tolto sulla terra.
Un’altra volta venne una grande dama bionda a trovarla: essa la guardava con curiosità ardente, ma la maestra le tirò la manica e le disse: Figliuola, non guardate così sfacciatamente, abbiate almeno il riguardo di abbassare gli occhi!...
Pian piano si era assuefatta a fare la sventurata. Aveva imparato a piangere al momento buono e guardava sempre in terra. Ma il pavimento a grandi mattoni gialli del convento le divenne odioso.
Di notte sognava quella scacchiera lugubre e gialla, come un deserto senza confine. Aveva delle pazze irruzioni di allegria secreta. Le veniva voglia di rotolarsi sull’erba, di cantare, di ridere, ma queste cose violente e gaie avevano finito col confondersi nella sua mente in un eden equivoco e vietato, una specie di paradiso colpevole, che odorava di pipa e d’acquavite.
Una notte si levò in punta di piedi, perchè la luna aveva una luce così chiara che pareva [229] giorno. Dalla finestra si vedeva la via deserta e bianca, tutta piena dell’odor fresco di due filari di robinie: lontano lontano un mandolino suonava un valtzer. Le parve che il suo cuore si aprisse ed una ondata gigantesca di aria pura e profumata la penetrasse tutta. Il suono di quel mandolino la commuoveva più di quello dell’organo di chiesa, le faceva balenare innanzi agli occhi un riso inesauribile, le accendeva nelle vene una voglia furibonda di gridare, di danzare.
Guardò in fondo al dormitorio. Un gran Cristo nero apriva le braccia sulla parete, come se le ripetesse anche lui, come tutti gli altri: Così giovane, e già per sempre sventurata!...
Allora essa scrollò la testa, gli fece un palmo di naso e mormorò: Marameo!...
Quindi scivolò dalla finestra, pian piano, e si mise a correre sulla strada bianca, verso il mandolino lontano, che cinguettava il suo valtzer nella notte.
[230]
Solo le immagini degli uomini grandi sono veramente morte, perchè appartengono ad uomini di cui le opere, il culto, il pensiero, non si rinnoveranno mai più.
Ma il mio amico Ignotus non è morto mai. Io non conosco che la sua testa, di marmo lunense, dimenticata dall’escavatore che la ritrovò, fondando la casa, nel mio cortile.
Egli può essere tanto il pretore Lucius quanto il lanarius Caius, può essere un soldato od un sacerdote. La sua testa non dice nulla di tutto ciò, se non, per quel poco che traspare dalla sua fisionomia, che era un imbecille qualunque. Uomini come lui ce ne sono stati sempre; io ritrovo il suo cranio [231] allungato, cranio plebeo che non ha le forme ampie e rotonde della cervice ariana, sotto il cappello di un prete, sotto il cilindro di un signore, sulle spalle di un cocchiere.
Egli non è più un uomo, è l’uomo, è l’essenza amorfa ed anonima che crea gli stati, fa le rivoluzioni, sconvolge ed ordina il mondo, contentandosi che un solo uomo meriti o frodi il diritto di rappresentarla al parlamento della storia. Essa, poi, scompare in un mare torbido ed immenso, in cui, fra il confuso tumultuare della superficie, fluiscono quelle tre o quattro correnti di pensiero e d’azione, uniche fattrici, da che mondo è mondo, della storia umana.
Perciò io amo questo immenso e sconosciuto fratello come una persona vera. Nessuno potrà togliermelo mai. Domani verrà forse uno storico tedesco che dirà: Giulio Cesare non ha esistito mai, è un mito lunare. E, senza dubbio, gli Italiani ci crederanno. Ma nessuno, dico nes-su-no mi proverà che questo sconosciuto bipede non abbia esistito.
Egli è venuto dalla oscurità senza confini [232] da cui sono venuto io, da cui è venuta tutta la folla dei miei simili, ha vissuto come me, come voi, come tutti.
Sua moglie, invece di Teresina, si sarà chiamata Pomponia, ma quelle rughe in fronte glie le ha fatte venir lei, a furia di tradirlo con qualche decurione dell’esercito. Quella disonesta pendenza del labbro, o canaglia d’un Ignotus, t’è venuta a furia d’ubriacarti col cecubo o di farti mangiare i sesterzi, che sarebbero i nonni dei nichelini, dalle cocottes della Suburra; la tua coscienza di marmo, o manigoldo, l’hai venduta, nelle elezioni, per una pars di qualche intrapresa o, come noi diremmo, per un’azione di società industriale. E le syngraphæ, ci scommetto che le lasciavi protestare come cambiali qualunque! Tu eri disonesto e presuntuoso, ladro e moralista, porco e idealista come un uomo moderno!... dì la verità, avevi anche qualche altro vizio?... Sì?... Eppure allora i salesiani non c’erano. C’erano i sacerdoti di Cibele, che era la stessa porcheria. Vi sono dei momenti in cui ti trovo tanto moderno che sarei tentato di [233] offrirti mezzo toscano e di domandarti cento lire in prestito.
Ma tu faresti finta di non sentire. Bel pretesto, quello d’esser di marmo!
Tuttavia andremo sempre d’accordo. La tua testa non ha un’opinione, ma il tuo naso parla chiaro. Tu menti, con quell’aria di superiorità. T’ha fatto così lo scultore, ma tu in persona dovevi avere il viso pieno di fignoli, e l’anima piena di gretteria.
Di’ la verità, eri senatore?
[234]
Il sig. Pancrazio era una persona distinta. E così tutti quelli di casa sua.
Finchè egli visse portò sempre dei vestiti fatti abbastanza bene, si mise il cilindro nelle grandi solennità, ebbe scarpe molto lucide ed una pelliccia. Sua moglie vestiva bene, era grassottella ed onesta, i figli andavano a scuola con discreto profitto, e dicevano le orazioni prima di coricarsi.
Non ebbe mai debiti vergognosi, pagò i suoi fornitori, fece affari con prudente sagacia, fumò sempre due sigari al giorno, e se urtava qualcuno per via, gli diceva: pardon.
Inoltre i figliuoli erano sempre pettinati [235] per benino, portavano i guantini e, prima di condurli a spasso, la mamma li lavava sempre.
Non ebbe mai contatti con persone cattive, o di condotta irregolare. Da scapolo non frequentò mai donne perdute. Ebbe due o tre avventure ma tutte con persone abbastanza rispettabili. Una volta sola si perdette un po’ con una fioraia, ma quando questa volle fargli credere che stava per divenire madre, egli capì che stava per compromettere troppo la sua dignità con una persona così poco distinta, e se ne liberò da uomo per bene, dandole duecento lire e lasciandole una camera mobiliata.
Fu allora che i suoi amici dissero: Ecco un uomo serio.
Il babbo della sua fidanzata gli dette la figliuola con gioia. Fecero le cose molto per bene. Nel corteo nuziale c’erano otto carrozze, e la partecipazione fu stampata su carta a bordi dorati.
La fioraia, che allora faceva la cocotte, si vendicò mandandogli il ritratto del piccino, ma egli la fece chiamare in questura.
[236]
Diceva ai suoi figli: Siate sempre persone per bene, rispettate la patria, il Re, sfuggite la canaglia e non vi mettete le dita nel naso.
La sua famiglia fu molto morale. Non accettava domestiche se non a patto che non facessero al l’amore, fossero religiose e cucinassero bene il risotto alla milanese.
Così, quando egli morì, ebbe un funerale di seconda classe, molti uomini in redingote dietro il carro, un discorso ed una tomba perfettamente rettangolare con una piccola aiuola di semprevivi gialli. Ma siccome un giorno un povero diavolo portò via alcuni semprevivi per metterli sopra un’altra tomba, i figliuoli fecero fare intorno al sepolcro paterno una cancellata di ferro con molte punte acute. E la gente, passando, diceva: Ecco una tomba distinta.
[237]
La signora Dora aveva trentadue anni, i capelli di un bel biondo ossigenato, una bella boccuccia da bimba e due soprannomi: Zizì e Lulù. Diceva al marito: «Zizì tua vuole un cappellino nuovo,» ed all’amante: «Lulù tua non vive che per te.» Inoltre aveva dei piccoli gesti infantili che le stavano tanto bene: quando Alfredo, che era ufficiale di cavalleria, le diceva: Abbiamo fatto trrrrè cariche!, essa apriva gli occhi come una bambina che ode una favola paurosa, giungeva le mani e diceva: Quanto sei bravo!
Per cui Alfredo si sentiva eroe, imbecille e sublime.
[238]
La signora Dora un giorno seppe dalla sua amica Jane, che le confidava tutto, che questa aveva regalato al suo diletto Bibì, studente, bohémien ed elegante, uno spillo da cravatta con un brillante, e pensò che Alfredo avrebbe gradito assai una cravache di lusso col pomo d’oro cesellato.
Fu in questa memorabile circostanza che essa si fece spiegare da Jane il meccanismo delle piccole economie.
Il giorno dopo essa studiò profondamente e dopo accurate indagini nei vari capitoli di spesa domestica fece chiamare l’istitutore di suo figlio, il quale era un vecchio latinista notevolmente colto e quindi abbastanza povero. Gli disse: Signor professore, mi aiuti a uscire da un cattivo passo. Abbiamo fatto delle spese soverchie, e dovremmo sopprimere il suo assegno. Tuttavia se Ella si contenta di prendere per qualche mese la metà del suo stipendio attuale, avrò la gioia di conservarmi i suoi servigi.
Il professore impallidì, ma siccome aveva molte rughe, la signora non se ne accorse. [239] Però, un mese dopo, la cameriera, che ci teneva molto al decoro della casa, rimase scandalizzata vedendo in un portone lì presso il professore che faceva colazione con cent. 5 di pane e altrettanti di formaggio.
Inoltre tralasciò di servirsi della sua cucitrice di bianco, e dette le sue ordinazioni ad un convento di monache dove lavoravano molte bimbe raccolte per la via. Realizzò in tal modo un forte risparmio e fece un’opera di carità. Anzi, di questo mutamento rimase tanto soddisfatta che lo riferì alle amiche e la cucitrice di bianco dovè cercarsi un’altra occupazione meno lecita.
Ma l’espediente più geniale fu quello del vitto alla servitù, sul quale potè risparmiare molto, riducendo a metà la razione del vino e introducendo nella confezione dei piatti le teorie del dott. Borbadoff, che ha riconosciuto altissime qualità nutrienti nella patata.
La conclusione fu un leggero disturbo gastrico del cocchiere, un po’ di aggravamento nella anemia della cuoca, uno scandalo nella famiglia della cucitrice, che dimenticò ogni [240] regola di morale, e uno svenimento del professore, per le scale di casa. Ma il giorno di S. Alfredo la signora Dora consegnò al signor Tenente una stupenda cravache col pomo cesellato in stile liberty. E siccome Alfredo era divenuto rosso dalla gioia e le diceva: — Ma come hai fatto?
Essa fece la sua boccuccia da bimba e accennando col ditino, disse: — La tua Lulù è una bambina saggia e fa le sue piccole economie.
Ed Alfredo l’abbracciò esclamando: Cara, cara, cara!
[241]
Il cav. Crispino aveva una pancia, fatto normalissimo e poco degno di nota, visto che nessuno ne è privo e nessuno ne ha due. Ma questa pancia era la pancia ideale. Nè grossa nè piccola, rotondetta, sostenuta e dignitosa, non sproporzionata alla statura del suo possessore, si tendeva con austera e garbata solennità sotto il gilet bianco e, quando il cavaliere camminava, faceva ballare il bréloque dell’orologio con un suono solenne e tranquillo come il din-din dal campanello davanti al Santissimo Sacramento.
Il cavaliere non sapeva quanto dovesse a questa prosaica parte della sua persona: certe volte egli credeva che il portinaio il quale lo [242] salutava umilmente facesse omaggio alla espressione signorile della sua fisonomia; invece il portinaio salutava la pancia. Quando contrattava una cosa qualunque in una bottega, o una qualunque prestazione d’opera altrove, ad un certo punto il suo interlocutore o la sua interlocutrice gli diceva: Eh, via!... lira più, lira meno; una persona come lei!
E il cav. Crispino credeva che queste parole nascessero dalla contemplazione della sua pelliccia: invece era accaduto che, nel gestire, la sua pancetta s’era fatta largo, come fra due cortine, fra le due bande del paletot, ed era apparsa, luminosa di bianco piquet e costellata di bottoni lucidi, come un sole ben vestito e ben educato.
Egli non se ne accorgeva, ma l’anima gli si era riconcentrata sotto quel gilet superbo. Quando egli discuteva di politica era spinto a simpatizzare per l’ordine semplicemente pel fatto che quel peso collocato nella parte inferiore della sua persona gli dava un intimo senso riflesso di equilibrio e di stabilità. Quando egli diceva: «L’umanità deve ascendere, ma [243] grado a grado» egli aveva, per associazione d’idee, l’illusione di dover salire una lunga scala, e pensava che avrebbero dovuto esservi molti pianerottoli, per via della pancia.
Ne conseguì che tuttociò che corre, l’automobile e le idee, la guerra e la bicicletta, la gioventù e la passione, formarono per lui una zona temibile e perniciosa della vita, mentre d’altra parte la poltrona, la religione, il risotto, le scarpe all’americana, le oleografie, la pochade, l’ordine pubblico e il salvacalli rappresentavano un mondo ben pettinato e con le mani pulite, un insieme di cose pacifiche, grasse e poco faticose, in cui poteva trovar posto la gente per bene.
Egli diceva: Questa commedia è troppo triste, non si dovrebbe permettere; la gente va a teatro per divertirsi e non per rabbrividire. Trovava che Ibsen era noioso e l’ideale della musica era per lui la Madama Angot. In fondo, immaginava l’arte come una specie di vellicamento onesto e benefico creato per la sua pancia, una specie di massaggio amichevole che non doveva essere nè troppo leggero, [244] per non fargli il solletico, nè troppo forte, per non fargli male.
Di questo passo si trovò d’accordo con molti, e lo avrebbero anche fatto deputato, ma quello gli sembrò un massaggio troppo forte.
[245]
Molti secoli fa, quando le case miserabili della Roma medioevale si arrampicavano fra le illustri rovine dei colli, questo piccolo lembo di terra rimase chiuso fra quattro catapecchie, il vento vi seminò due o tre caprifichi, un marmorario che vi lavorava vi piantò qualche arancio e vi lasciò una vecchissima erma di pietra, confitta nel suolo. Poi, lungamente le foglie caddero e morirono sulla terra, ingrassandola con la loro decomposizione, la miseria delle casupole circostanti lasciò cadere ogni giorno qualche immondizia laggiù, le piante crebbero, si moltiplicarono, si allacciarono con tenace passione, vi furono lente agonie di arbusti soffocati, tumultuose invasioni [246] di una plebe di ortiche, di parietarie, di convolvoli che reclamarono la loro parte di vita: un giorno vi nacque perfino un melogranato ma i caprifichi lo uccisero, dei milioni di vespe fecero il loro nido sul collo e nelle narici dell’erma, ed una cortina di edere oscure e tenaci come una associazione di gesuiti tentò più volte di mettere il suo formidabile sudario verde su quella vita nascente, ma le piante rinascevano, foravano la coltre funebre, cercavano il sole con instancabile vigoria, e venne il giorno in cui l’unica cosa veramente morta fu l’erma, che sprofondava sempre più nella terra, curvando la cervice informe e fangosa contro il tronco di un albero.
Nessuno seppe mai la lotta lenta, segreta e feroce fra quel cadavere e quella cosa viva.
Il mondo circostante non vedeva e non sapeva: un fabbro del vicinato veniva a battere il ferro fiammeggiante sotto le rame di un caprifico, un bimbo lasciò cadere dal terrazzino un cavalluccio di cartone che rimase [247] impigliato fra i tronchi, si scolorì, si screpolò, finchè divenne un cencio senza nome; le donnicciuole tesero attraverso al cortile la loro biancheria rattoppata e sgocciolante, e le foglie lucide degli aranci tremavano sotto quello stillicidio, rassegnate alla loro miseria.
Una volta un uomo si gettò dalla finestra, ed un albero si spezzò sotto di lui e lo salvò, ma rimase tutto monco e rattrappito, rimettendo polloni nuovi sulla scheggiatura.
A volte tutto il cortile era pieno di strida: le donne si insultavano con ira, i bimbi piangevano, ma laggiù, sotto il folto delle fronde era un silenzio discreto. Pure vi avvenivano delle grandi cose.
Le formiche rosse furono cacciate dai formiconi neri, che ne fecero uno scempio lungamente ricordato. Ci furono dei bruchi verdi che misero a mal partito tutta la tribù vegetale, ma una famiglia di passeri li distrusse, e ne ebbe la gratitudine di tutti, tantochè, quando un bimbo portò via il nido, le ortiche ed i pruni difesero fieramente il loro salvatore.
[248]
Poi vi fu un’ospite nuova: Una bimba piantò tre rose sotto gli aranci, e veniva a curarle tutti i giorni, finchè fiorirono prodigiosamente. Ma la bimba non venne più; una vecchina venne piangendo a raccogliere le rose e, per tutta la notte, gli aranci che vegliavano intesero singhiozzi soffocati e preghiere sommesse da una finestrina illuminata, lassù, in alto. Allora anche le rose morirono.
Ciò che fu terribile fu la lotta fra l’erma e l’albero: la testa dell’erma aveva toccato la corteccia della pianta, e lentissimamente, con instancabile crudeltà, premeva contro di essa, mentre la pianta, che non poteva sottrarsi al suo destino nè disobbedire al rigoglio fatale delle sue radici, cresceva contro la pietra mortifera, fendendosi ogni giorno di più.
Poi si aprì: la cervice dell’erma era tutta nera di muschi e di succhi vegetali, il tronco sembrava gemere in uno spasimo lento, ed a volte si sarebbe detto che quella pianta ferita, dalla corteccia rugosa, e quel mostro di sasso si amassero con ferocia belluina, in un amplesso interminabile e mostruoso.
[249]
Una notte di luna, in un silenzio profondo, l’albero ebbe un brivido. Le formiche che correvano sulla sua scorza si arrestarono stupefatte: Compresero.
Ma l’erma non perdonò: E la sua rude cervice rimase, implacabile, confitta nel ventre del nemico ucciso.
[250]
Alla signora X.
Signora,
Vi ho veduto l’altra sera a teatro, ed eravate molto graziosa, come lo siete sempre, a consolazione di questa brutta umanità. Ma non è per questo che vi scrivo. D’esser graziosa lo sapete di certo, anzi, se avete un difetto, è di ricordarvelo troppo, e allora l’umile mortale che vorrebbe dirvelo, s’accorge subito che già lo sapete, e si sta zitto. Un giorno lontano, uno dei vostri adoratori di cattivo gusto deve avervi detto: «Come siete bella ed altera!» Ed allora voi vi siete convinta di [251] essere una bellezza altera! Che disgrazia! Questa convinzione si è inevitabilmente riflessa nel vostro modo di portare il naso. Perchè, dovete saperlo, il naso si porta come un cappello od un vestito. È questa umoristica parte dei nostri lineamenti che dà l’espressione al viso, secondo l’angolo che il piano delle narici fa con quello della terra.
L’alterezza del volto si risolve in un angolo di quarantacinque gradi. Quando voi guardate il pubblico dall’alto in basso, date al vostro nasino appunto questa posizione.
Il che toglie molto alla nobiltà della vostra fisionomia.
Sulla scena si svolgeva una produzione molto varia, qualcosa come una delle molte Zazà che incomodano il teatro italiano, risultante dalla mescolanza in dosi uguali di decolletage, di umorismo, di bestialità e di lacrime sentimentali. Vi ho guardato al momento del decolletage, e facevate la bellezza altera. Caspita, ho detto, è scandalizzata!... Vi ho guardato al momento dell’umorismo, e ridevate, d’un bel riso allegro e sincero, ma siccome [252] dovevate fare sempre la bellezza altera, tenevate quel benedetto nasino in una posa imperiosa che faceva a calci (scusate la brutalità villereccia della espressione) con la franca letizia del vostro viso; vi ho guardato al momento delle bestialità, e ridevate lo stesso, come se fossero cose spiritose, il che io vi perdono di tutto cuore, ma in quel momento (e perdonatemi voi, ora) portavate la volontaria alterezza del vostro nasino come una ciociaretta fortunata porterebbe il suo primo cappellino: vi ho guardato (confesso che vi guardavo spessissimo ma di questo non vi domando perdono) al momento delle lacrime sentimentali, e piangevate come una buona figliuola di buon cuore, ma, benedetto Iddio, perchè quel perfido angolo dell’alterigia era lì a dimostrare che dovevate, per forza, anche allora, essere una bellezza altera?
Date retta a me: Non disprezzate il genere umano: siamo alcuni milioni di esseri, molto meno graziosi di voi, che sudiamo, pensiamo e soffriamo per mettere delle piume di struzzo sulle testine ben chiomate e per appendere [253] dei brillanti alle orecchie delle belle creature come voi. Se voi ci guardate dall’alto in basso, noi vi dovremo guardare dal basso in alto: il che sarebbe una vera sconvenienza. E credetemi vostro affezionatissimo tal dei tali.
[254]
Un giorno un apparecchio del telegrafo Marconi ricevette una comunicazione di centocinquanta segni dal pianeta Marte.
Il fatto destò, naturalmente, molto scalpore. Se ne discusse lungamente in tutte le accademie, furono convocati tutti i dotti per tradurre il misterioso messaggio, furono pubblicate molte memorie in tedesco, in inglese ed in francese, finchè un bottaio italiano riuscì a scoprire una formula di relazione esistente fra il pensiero e il numero di linee e di punti che lo possono rappresentare. Con questa inverosimile chiave si riuscì a tradurre cento parole. Ma non si capì un gran che. Il pensiero dei Marziali aveva un giro bizzarro, inesplicabile; [255] inoltre le parole non tradotte mettevano qua e là delle macchie di ombra impenetrabile. Allora l’imperatore di Germania offrì un premio di centomila lire a chi avesse scoperto il perchè di questa impossibilità.
Dai giornali del tempo apprendiamo che il premio fu guadagnato da un incognito, certo J. B. Arcisofo, che spedì all’accademia internazionale la seguente lettera:
«Illustri signori,
È la prima volta che l’umanità mette il naso fuori di casa, il che deve convincerla della sua profonda ignoranza. Facciamo conto d’aver dovuto dichiarar fallimento e riconosciamo che nove decimi del nostro capitale di pensiero e di tempo sono stati iniquamente sperperati.
Noi abbiamo fatto come certi contadini che pensano a mettersi un vestito da festa, ma non a lavarsi il viso, cosa molto più utile, sana e dilettevole. Abbiamo fabbricato l’iperscienza, sotto il nome di metafisica o di religione, mentre non avevamo ancora la scienza. [256] Abbiamo inventato delle parole che hanno l’aria di voler acchiappare il mondo in un retino da farfalle: Tutto — nulla — infinito — eterno, ecc.
Noi non abbiamo braccia che bastino ad abbracciare la nostra piccola patria nel Cosmos, la Terra, ed abbiamo esiliato il nostro pensiero nell’etere luminoso o nelle tenebre. Quando l’ultimo gorilla della scala Darwiniana incominciò ad essere disprezzato dal suo fortunato figliuolo, l’uomo, questi si trovò in possesso di cinque tentacoli per afferrare il mondo. Era come una mano aperta, e da ognuna delle sue cinque dita partiva un raggio sterminato. Da ognuno dei sensi dell’uomo si evolgeva la misteriosa forza delle sensazioni, e man mano che esse si allontanavano e si associavano fra di loro, i rapporti fra di esse si chiamarono idee, e la luce che si riflesse sul mondo da quei cinque raggi si chiamò pensiero. Questa luce, così lontana dalle sue umili fonti, disprezzò le proprie origini materiali come l’uomo disprezzava la sci mia e volle esser venuto dall’alto. Fu allora che si inventò Iddio.
[257]
Allora l’uomo si mise per una interminabile via, cercando lo sconosciuto padrone di cui la sua anima ancora servile aveva bisogno. Egli tremava davanti ai nomi che egli stesso aveva pensato e non sapeva più che le cose divine da lui poste sugli altari non potevano esistere che come figlie dei suoi cinque sensi. Lo stesso è avvenuto nel pianeta Marte, ma quegli esseri fortunati hanno avuto un raggio di più. Tutte le idee derivate da questa sesta scaturigine ci sono ignote. Ed allora noi dobbiamo comprendere che nessuna idea, per quanto ardua e sublime, può esser intelligibile se non la si può ridurre a cose che si vedono, toccano, gustano, odono o vedono.
Quindi non capiremo mai il telegramma, il che importa poco. Capiremo piuttosto questa formidabile verità: finora i principi ci hanno fatto guardare in terra e i preti in cielo: Basta! Guardiamo innanzi a noi. Moltiplichiamo alacremente le armonie su queste cinque note che abbiamo, talchè ci sia possibile esaurire la nostra facoltà di godere questa zolla perduta nello spazio, celebriamo le nostre nozze [258] con la vita, nobilitiamo la materia in nome del pensiero, che è suo figlio, fino al giorno in cui questa venerabile amante non sia esausta dei nostri baci, e noi con lei.
Io dico agli uomini: non guardate il vino del vostro calice incontro al sole: bevete!
Incominciamo, da oggi, a prendere possesso del mondo!
J. B. Arcisofo.»
Si fecero indagini per sapere chi fosse, questo signore, ma non si potè che rinvenire nella cassetta postale dell’Accademia questo biglietto, opera, senza dubbio, di un pazzo:
«Addio, signori, parto per l’avvenire, aspetto l’Umanità allo svolto, tre secoli più in su. J. B. A.»
[259]
| «Veritas | Pag. 3 |
| Gratitudine | 8 |
| La vespa | 12 |
| L’antenato | 16 |
| Rimorso | 22 |
| Relatività | 26 |
| Intervista con un leone | 30 |
| Bibliofilia | 35 |
| Il benefattore | 40 |
| La pietra di paragone | 44 |
| Il momento dell’imbecille | 48 |
| La fine del sofo | 52 |
| La legge ed il reo | 58 |
| Storia di una donna di buon cuore | 62 |
| Storia di un imbecille | 67 |
| Arresto di un pericoloso sovversivo | 72 |
| La colonna della società | 77 |
| [260] | |
| Il baluardo delle istituzioni | 82 |
| Storia di un Bohémien e del suo mecenate | 87 |
| Fuori del mondo | 93 |
| La romanza dei tre vecchietti | 98 |
| Colui che appartenne a quella generazione la quale... | 102 |
| L’uomo solo | 107 |
| Buoni borghesi | 111 |
| Come fu che Asmodeo Ribelli non fece fortuna | 115 |
| Pierino | 119 |
| Una festa di beneficenza | 124 |
| Il gesuita volterriano | 128 |
| Il farabutto semi-coscienzioso | 133 |
| Sentimento | 137 |
| La padroncina | 142 |
| Il postulante | 148 |
| Sul luogo del delitto | 153 |
| La signorina Virtù | 158 |
| Un uomo tutto d’un pezzo | 162 |
| Un aumento di pigione | 167 |
| Bibì | 172 |
| Il genio morboso | 177 |
| La piccola bottega | 181 |
| Diogene | 185 |
| Pretopoli | 189 |
| Decadenza | 194 |
| Il Santo | 199 |
| Il perdono | 204 |
| [261] | |
| Il naso del signor Saverio | 208 |
| La bella sconosciuta | 212 |
| Purificazione | 216 |
| Un componimento d’esame | 221 |
| La piccola vittima | 225 |
| Ignotus | 230 |
| De Profundis | 234 |
| Le piccole economie della signora Dora | 237 |
| La pancia del cav. Crispino | 241 |
| Il giardinetto | 245 |
| La bellezza altera | 250 |
| Il telegramma dal pianeta Marte | 254 |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.