The Project Gutenberg eBook of Delle guerre del Peloponneso, vol. 1/2

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Title: Delle guerre del Peloponneso, vol. 1/2

Author: Thucydides

Annotator: Francesco Predari

Translator: F. P. Boni


Release date: July 22, 2026 [eBook #79157]

Language: Italian

Original publication: Torino: Pomba, 1854

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79157

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO, VOL. 1/2 ***

DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO VOLUME PRIMO


TUCIDIDE

DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO

Libri VIII

VOLGARIZZAMENTO

DEL

CANONICO F. P. BONI

con note critiche ed illustrative

DI FRANCESCO PREDARI

VOLUME PRIMO

TORINO
CUGINI POMBA E COMP. EDITORI
1854


Tipografia del Progresso, via Madonna degli Angeli, Nº 9.



INDICE


[v]

GLI EDITORI

Deliberati d’inserire nella nostra NUOVA BIBLIOTECA POPOLARE, come da ultimo nostro programma, la serie degli storici greci, vi diamo principio col Tucidide. Queste Storie di Tucidide ebbero in Italia la prima edizione nel loro dettato originale da Aldo il vecchio (Venezia 1502); la prima traduzione latina da Lorenzo Valla (edita nel 1474 a Venezia). Fu primamente tradotta in italiano da Soldo Strozzi, e pubblicata in bella ma scorretta edizione dal Valgrisio nel 1545; traduzione assai pregevole che ebbe nel solo secolo XVI ben cinque ristampe. Nel 1735 ebbe una magnifica edizione dal Ramazzini in Verona, con molti e importanti miglioramenti apportati nella traduzione stessa mediante i migliori testi su cui venne riveduta. Nel 1830 comparve nella Collana degli antichi Storici greci del Sonzogno la traduzione di Pietro Manzi, la quale in diversi luoghi anzi che traduzione è parafrasi, senza dir delle sbagliate interpretazioni del testo. Finalmente nel 1835 apparve anonima in Firenze la traduzione del Canonico Boni, frutto di molti anni di lavoro, condotto con diligenza assai rara.

Nel dare una traduzione italiana di Tucidide, per consiglio del signor Predari, che dirige ora la parte letteraria di questa Raccolta, non esitammo punto a scegliere fra le tre quest’ultima, come quella che per i migliori testi su cui venne fatta è superiore a quella dello Strozzi, e per fedeltà, lingua e stile lasciò dietro sè quella del Manzi.

Nessuna delle edite traduzioni italiane di Tucidide ebbe finora il corredo di quelle note critiche ed illustrative che sono indispensabili alla intelligenza dei tanti passi, i quali sono veri problemi di Storia, [vi] di Geografia e di Archeologia quando già risoluti, quando tuttavia in quistione, quando forse insolubili.

Egli è perciò che il signor Predari ha stimato necessario di corredarla di alcune sue note, frutto in parte de’ suoi studi sugli antichi storici greci, e in parte cavati dalle vaste elucubrazioni del Poppo e dai commenti di Beck, Ducker, Levesque, Gail, Coray, Zevert, e non mancò di collazionare, come il lettore può rilevare dalle sue note, la traduzione del Boni sopra testi greci migliori anche di quelli di cui si è egli giovato; e l’edizione che particolarmente gli fu di guida in ciò è quella in un volume in-4º di Firmin-Didot, pubblicata nel 1852 in Parigi, e del Poppo, Lipsia 1821-1851.

Delle tante vite scrittesi di Tucidide, gli parve migliore quella dottissimamente scritta dal Daunou, e questa fu premessa alla nostra edizione, non senza essere corredata qua e là di qualche noterella.

Onde agevolare gli studii e le ricerche della studiosa gioventù, a cui è dedicata particolarmente questa edizione, furono posti in fine del secondo volume tre indici — Cronologico il primo, e col quale sono messi a riscontro fra loro i fatti storici particolari degli Ateniesi, dei Peloponnesi e della Persia; — Geografico il secondo, e col quale si sono coordinati in ordine alfabetico i nomi dei luoghi menzionati da Tucidide nella loro antica denominazione, con a lato la relativa denominazione moderna; — Generale il terzo, e col quale sonosi in ordine alfabetico compendiate le materie contenute nell’Opera.

Accolta con favore questa edizione del Tucidide, noi daremo mano alla pubblicazione degli altri storici greci, come più sopra abbiamo detto, colla stessa cura e diligenza.

[vii]

VITA DI TUCIDIDE

Tucidide, storico greco, si dice, incominciando la sua opera, Ateniese, e promette di non imitare quegli autori che, più vaghi di ottenere applausi che di meritar fede, frammischiano ai fatti favole inverisimili: vuol forse con ciò censurare Erodoto. Quanto a lui ha ricercato testimonianze positive: se non ha potuto ritenere litteralmente tutti i discorsi che ha uditi, se ve ne ha altronde di cui ha conoscenza soltanto per ragguagli di chi ha interrogato, assicura che si terrà sempre quanto è più possibile fedele ai pensieri e fino alle espressioni di ciascun personaggio. Rispetto agli avvenimenti, non si è fidato ai primi racconti: ha assunto informazioni esatte, e si è applicato a verificare ogni cosa. Vuol lasciare ai secoli venturi un monumento fedele, un’istruzione pura: il suo lavoro non è uno scherzo di spirito, un poema destinato ad allettare l’immaginazione e l’orecchio. Nel momento stesso in cui s’accendeva la guerra del Peloponneso, ne ha egli intrapresa la storia. Descrivendo la peste dell’Attica, ci fa sapere che n’è stato côlto anch’egli. Più oltre narra che Tucidide, figlio d’Oloro, che ha scritto tali cose, possedeva e faceva scavar miniere d’oro in un paese della [viii] Tracia, il che lo rendeva uno degli uomini più doviziosi del continente; che era a Taso, quando gli fu ingiunto di andare in soccorso d’Amfipoli; che subito si mise in mare con sette navi, per impedire agli abitanti di quella città di dar retta alle proposizioni dei nemici, o per occupare almeno il porto di Eione; che ciò non ostante a Brasida, generale dei Lacedemoni, riuscì di trattare cogli Amfipolitani, e si era già reso padrone della piazza, quando Tucidide vi arrivò sulla sera; che, forzato a dimettere il pensiero di conservare Amfipoli, diede le disposizioni necessarie per mettere Eione in sicurezza, e riuscì di fatto a respingerne Brasida. Esiliato dopo tale impresa, ci dice egli stesso, «ho passato vent’anni fuori della mia patria; ho vissuto così presso l’una che l’altra delle parti belligeranti: il mio esilio e l’ozio, di cui ho goduto, m’hanno procacciato i mezzi di meglio conoscere gl’interessi e le spedizioni dei Peloponnesi.» Parla in altri due luoghi di due personaggi che avevano lo stesso suo nome, ma che non erano della sua famiglia; l’uno condusse quaranta navi ateniesi destinate a secondare la flotta che assediava Samo; l’altro, nato a Farsalia, contribuì a calmare un’agitazione publica in Atene, dov’era straniero. Ecco tutte le notizie che Tucidide ci somministra di sè nella sua storia.

Dei testi classici, greci e latini, in cui è parlato di lui, importa di consultare principalmente quelli di Plinio, di Plutarco, d’Aulo Gellio e di Pausania. Plinio il vecchio dice che gli Ateniesi esiliarono Tucidide generale, e che lo richiamarono quando divenuto era storico; che ammirarono l’eloquenza di colui del quale avevano condannato la condotta militare. Plutarco fa menzione d’un quarto Tucidide, di cui era padre Milesio, ed il quale [ix] raccontando i suoi combattimenti nella lotta contro Pericle, diceva: «Quando io l’ho sconfitto egli si fa a discorrere sì bene, che persuade agli astanti essere lui il vincitore.» Nelle sue Notizie sui dieci oratori, Plutarco racconta come si credeva Antifone che avesse insegnato l’eloquenza allo storico Tucidide, il quale in effetto l’ha assai lodato nel suo ottavo libro. Ma il passo di Plutarco che più merita attenzione si legge nella vita di Cimone; ivi è detto che Cimone era figlio di Milziade e della tracia Egesipila, figlia del re Oloro; che il padre di Tucidide si chiamava anch’egli Oloro; che in tale guisa lo storico discendeva dal re stesso; che possedeva miniere d’oro in Tracia; che, secondo l’opinione comune, vi fu ucciso in un luogo chiamato la selva affossata; che le sue ceneri furono ricondotte nell’Attica; che la sua tomba si vede ancora tra quelle della famiglia Cimone: che per altro Tucidide era del borgo d’Alimusa, e Milziade di quello di Lacia. Aulo Gellio, appoggiandosi sull’autorità di Panfila, dice che nell’incominciare della guerra del Peloponneso, l’autore che ne doveva scrivere la storia aveva quarant’anni, il che assegna alla sua nascita l’anno 471 avanti l’èra volgare. Pausania parla della statua eretta ad Enobio in ricompensa d’una bellissima azione, quella cioè d’aver promosso il decreto che richiamava Tucidide, figlio d’Oloro: ma poco tempo dopo, aggiunge Pausania, quel grande storico perì vittima d’un memorando tradimento; ha il suo sepolcro vicino alla porta Melitide.

Tali sono i soli documenti che ci porgono sulla sua vita i libri classici: ma ricorrendo a scritti che non meritano del pari sì fatto titolo, si trovano assai maggiori particolarità.

[x]

Esiste una Notizia sopra Tucidide, compilata da un autore chiamato Marcellino, il quale probabilmente non ha vissuto prima della metà del terzo secolo dell’èra nostra, e che bisognerebbe poi mettere nel quarto se si dovesse confonderlo, come si è fatto talvolta, con Ammiano Marcellino. In appoggio di quest’ultima congettura, si osserva che Ammiano era greco, che si dichiara tale nella fine del trentesimoprimo libro delle sue Storie, che la sua latinità è mista di molti grecismi; che imita Tucidide in più luoghi, e che da lui felicemente attinge. Chiunque sia questo biografo Marcellino, dopo di aver parlato, pressochè come Plutarco, d’Oloro, che traeva il suo nome da un re di Tracia, e che avendo sposato Egesipila n’ebbe un figlio nominato Tucidide, aggiunge che di tale storico erano antenati Milziade e Cimone, pei quali discendeva da Eaco, figlio di Giove. Didimo ed Ellanico sono citati in appoggio di sì fatta genealogia: per chiarirne gli ultimi gradi, il biografo dice che Milziade, durante il suo soggiorno nel Chersoneso, menò moglie Egesipila, figliuola del re di Tracia Oloro, la quale diede alla luce un figlio che potrebbe essere il padre dell’Egesipila madre del nostro storico, poichè questi possedeva in Tracia ricche terre. Tuttavia, secondo Marcellino, Oloro non è il vero nome di suo padre; è Orolo che si legge sulla tomba di Tucidide, situata a Cela presso quella d’Erodoto: Didimo afferma che i copisti hanno trasportato le due lettere λ e ρ. Con tutto ciò l’autore di tale Notizia confessa che Tucidide non dà nemmen egli contezza veruna della sua famiglia: è da Polemone che si sa com’ebbe un figlio chiamato Timoteo, e da Ermippo che annoverava Pisistrato fra’ suoi avi; il che spiega perchè parla piuttosto [xi] male d’Armodio e di Aristogitone. Si ammogliò in Tracia con una donna che non è nominata, ma che gli recò in dote delle miniere d’oro. Tra gli usi che faceva delle sue ricchezze, si notano le spese per gli Spartani e gli Ateniesi che gli somministravano per la sua storia notizie sicure e fedeli. Aveva avuto a maestro d’eloquenza Anassagora, ed a maestro di rettorica Antifonte (siccome ne lo ha già detto Plutarco). Giunto all’età matura, non si era ancora ingerito in affari publici, non si era mostrato nè nel foro, nè nelle adunanze popolari; più tardi, gli si affidò il comando d’un esercito; il che fu causa delle sue disgrazie. Dopo il racconto del suo sinistro in Amfipoli, del merito acquistatosi difendendo il porto d’Eione, e dell’esilio a cui si vide condannato da’ suoi ingrati concittadini, Marcellino narra inoltre che si ritirò primamente in Egina, dove prestò la maggior parte del suo danaro a grossi interessi, poscia in Tracia, ed ivi scrisse la sua storia; di modo che Timeo, che lo trasporta in Italia, non dev’essere creduto. Ma ciò che più l’onora, secondo il suo biografo, è che avendo motivo di lagnarsi dell’ateniese Cleone il quale l’aveva fatto bandire, e dello spartano Brasida, che aveva sorpreso Amfipoli, si esprime in termini assai moderati sul conto d’ambidue costoro. Non vediamo però che abbia troppo risparmiato Cleone: «I buoni cittadini, dic’egli, si rallegravano vedendo che di due vantaggi grandi stavano per ottenerne sicuramente uno, o di soggiogare gli Spartani, o, cosa che desideravano più ancora, d’esser liberati da Cleone, che partiva per Pilo.» Noi già abbiamo distinto quattro Tucididi: Marcellino ne indica un quinto, figlio d’Aristone e poeta. Dopo di che cita Prassifane, secondo il [xii] quale lo storico della guerra peloponnesiaca non sarebbe venuto in fama dopo la morte di Archelao, re di Macedonia, nè ottenuto per la sua celebrità la fine del suo esilio, poichè morì e fu sepolto fuori di Atene, in cui non v’ha che il suo cenotafio. Didimo, per lo contrario, afferma che tornò in patria, e vi perì di morte violenta. Zopiro, Cratino e Timeo hanno seguito altre tradizioni, tra le quali Marcellino non indica quella che preferisce; ma scendendo a considerazioni letterarie sull’opera di Tucidide, sostiene che tale storico ha imitato nell’ordire Omero e nell’elocuzione Pindaro; che ha temuto di essere poco stimato ove avesse scritto abbastanza chiaro per essere inteso da tutti; che prima di lui i libri di storia erano senza vita, che Erodoto per verità aveva tentato d’avvivare i suoi con alcune arringhe, ma in troppo poco numero e troppo brevi per conseguire lo scopo; che il figlio d’Oloro ne ha prima composto d’eccellenti e molte; che ha scelto lo stile sublime, più conveniente al racconto delle azioni umane che non lo stile medio d’Erodoto e lo stile semplice o dimesso di Senofonte; che si è appropriato le forme e le figure della poesia; che nondimeno i caratteri dell’eloquenza tanto deliberativa quanto dimostrativa e giudiciaria si conservano e brillano ne’ suoi libri, tranne nell’ottavo, al quale non ha dato l’ultimo pulimento, e che fu da lui scritto in un tempo in cui il male gli affievoliva l’ingegno. Alcuni hanno attribuito tale ottavo libro a Senofonte, a Teopompo, ed anche alla figlia di Tucidide: per confutare la terza di tale ipotesi, Marcellino dichiara che le donne non potrebbero avere la prerogativa di scrivere; è però assai lontano di possederla egli stesso nel grado in cui l’ebbero parecchie di esse. La sua Notizia [xiii] contiene pure delle osservazioni meramente grammaticali; vi si legge che Tucidide fa volontieri uso dell’antica lingua attica, che adopera la lettera ξ invece della σ, il dittongo αι per α; delle parole che sono sue proprie, delle espressioni poetiche, dei termini vieti, nel numero dei quali Marcellino cita παγχάλεπον e αμαρτάδα, che nei libri di Tucidide non si trovano. Il biografo, verso la fine del suo opuscolo, fa menzione della viva commozione che provò Tucidide, assai giovane ancora, e delle lagrime che versò ascoltando Erodoto, che leggeva la sua opera ne’ giuochi olimpici: Erodoto se ne avvide, e si congratulò con Oloro d’avere un figlio sì felicemente disposto agli studi ed ai lavori letterari. Sappiamo in oltre da Marcellino, che alcuni critici hanno partito in tredici sezioni la storia della guerra del Peloponneso, ma che la divisione ordinaria è in otto libri, quella cui Asclepio ha giudicato la vera; che l’autore di tale Storia avea la fisonomia d’un pensatore, la testa e la capellatura terminanti in punta, il portamento grave conforme al carattere de’ suoi scritti; che morì in età di oltre cinquant’anni, nella Tracia; che vi fu sepolto; che si dice nondimeno che le sue ossa furono segretamente riportate in Atene dai suoi parenti; che la sua tomba si vedeva, come attesta Antillo, a Cela, e che vi si leggeva l’iscrizione: Tucidide, figlio d’Oloro, del borgo d’Alimusa.

Un’altra Vita di Tucidide, compilata da un anonimo, è molto più succinta, e presenta però alcune particolarità nuove. Vi è detto che gli Ateniesi avendo affidato al figlio di Oloro un comando militare ed il governo delle miniere di Taso, egli divenne ricco e potente; che fu accusato di tradimento; che era almeno colpevole di lentezza [xiv] e di negligenza; che nel suo esilio, prefisso a dieci anni, compose la sua opera storica, cogliendovi tutte le occasioni d’esaltare gli Spartani, e di deprimere gli Ateniesi; che prima d’essere scrittore, avea preso parte alle pubbliche faccende, che avea trattato varie cause, quella per esempio di Pirilampe, accusato d’assassinio e perseguitato da Pericle. Qui noi dobbiamo osservare che Cicerone afferma invece che Tucidide non ha mai trattato cause. L’anonimo racconta poi che avendo fatto assolvere Pirilampe, attirò con tale felice successo su di sè gli sguardi ed i suffragi della moltitudine; che fu fatto generale, ma che, tratto a prevaricare dalla sua avarizia, fu dichiarato colpevole e rimosso da’ suoi impieghi amministrativi; che partì alla vôlta di Sibari con Senocrito; che osò per altro ricomparire in Atene, che vi fu sorpreso, e che si decretò il suo bando; che allora si trapiantò in Egina, dove scrisse i suoi libri; che ivi pure pasceva la sua cupidigia, rovinando gli Egineti con usure ne’ prestiti; che stava terminando l’ottavo suo libro, quando morì di malattia; che la sua tomba è a Cela; che finalmente la colonna eretta sulla sua tomba ha per iscrizione questo verso: Θουκυδίδης Ὅλορου Ἀλιμούσιος ἐνθάδε κεῖται (Tucidide, figlio d’Oloro ed Alimusiano, riposa in questo antro). Non sembra che all’autore di tale Notizia fosse nota quella di Marcellino, al quale però si ha motivo di crederlo posteriore di più secoli.

Anche Suida ha scritto, sopra Tucidide, alcune righe le quali si riducono a dire che era figlio d’Oloro e padre di Timoteo; che discendeva, per parte di sua madre, da Milziade; per parte di suo padre, da un re di Tracia; che avendo avuto a maestro Antifone, fioriva nella LXXXVIIª [xv] olimpiade (431 anni avanti G. C.); che il suo talento si era preannunciato per l’entusiasmo che aveva eccitato in lui la lettura publica dei libri d’Erodoto; che finalmente diventò valente storico, elegante scrittore, adoperando nondimeno nella sua locuzione alcune forme particolari.

Solo dopo raccolte tali indicazioni è possibile di discernere ciò che v’ha di veramente noto, o di probabile, concernente la vita di Tucidide. Che sia nato nel 471, siamo autorizzati a supporlo con Pamfila ed Aulo Gellio. Ciò che Marcellino, il biografo anonimo, e Suida narrano della sua genealogia, è in parte confermato da Plutarco: egli apparteneva a due famiglie illustri, l’una in Tracia, l’altra nell’Attica. Non è necessario di mutare il nome di suo padre d’Oloro in Orolo; tale mutamento, introdotto dal solo Marcellino, è contraddetto da troppi testi; e farlo discendere da Eaco e da Giove è un farlo nobile più del bisogno. I giuochi olimpici a cui il giovane Tucidide, dicesi, intervenne, e ne’ quali si mostrò sì vivamente commosso ascoltando Erodoto, debbono essere quelli del 460, o del 456, o del 452. La seconda di tali date sembra la più conveniente: Tucidide era allora in età di quindici anni. Dall’anno 454 all’anno 452, Dodwell lo ascrive ad una milizia, dietro indicazioni troppo vaghe; e, sulla fede del biografo anonimo, l’associa alla colonia ateniese che nel 444 si trapiantò in Italia, a Turio o nuova Sibari. Lo stesso anonimo sembra stabilire prima di tale partenza per Turio le supposte prevaricazioni che produssero un primo bando di Tucidide: Dodwell invece vuole che quei dieci anni d’esilio siano compresi tra il 441 ed il 431; ma noi giudichiamo più logico il tenere per false le asserzioni della Notizia anonima, [xvi] che non sono da verun testo classico confermate. Per accusare un tanto uomo celebre di peculato e di rapine vituperose, abbisognano altri indizi che l’asserzione d’un grammatico o d’un retore del medio evo, il quale viene dopo mille anni a farci simili rivelazioni. Marcellino, che non parla di tale primo esilio, è già anch’egli poco credibile anzi che no, quando non cita nessuna testimonianza che da noi si possa chiarir vera: manca di criterio e di metodo; ed il suo opuscolo, che fu talvolta riguardato come un frammento d’un’opera più estesa, è sì pieno d’inversioni e di ripetizioni, che altri dotti hanno creduto, a miglior dritto, di ravvisarvi una raccolta di brani compilati da diversi grammatici. Ma l’anonimo è ancora assai meno istrutto e più incapace di ricerche logiche. Se si ammettesse il racconto di quell’ignoto, Tucidide non sarebbe che un vile angariatore, un sordido usuraio, un amministratore infedele; e tutta la sua gloria letteraria rimarrebbe disonorata, non da debolezze, ma da vizi imperdonabili. È mo conveniente il lasciare ad oscuri compilatori tanta autorità sulla riputazione d’un grand’uomo? Si dirà che avevano nelle mani antichi scritti che non sono venuti fino a noi; ma primieramente bisognava si fossero data la briga di citarli: Marcellino lo fa talvolta; l’anonimo se ne dispensa e proprio là dove erano più necessarie. Resta poi a sapere quale fiducia meritino tali citazioni: parecchie di quelle che si possono verificare, perchè rimandano a libri che sussistono ancora, si trovano false o inesatte; e ciò è quanto interviene per alcune di quelle di Marcellino. In generale le menzogne letterarie, le supposizioni di scritti e di testi [xvii] sono state molto in uso in tutto il corso dei secoli di mezzo.

Attenendoci ai documenti classici, partito più sicuro, nulla sappiamo di sicuro della vita di Tucidide dal 456 fino alla presa d’Amfipoli per parte dei Lacedemoni, nel 424. Racconta egli stesso che non è arrivato abbastanza presto per salvare quella città, e che gli Ateniesi l’hanno esiliato: non si lagna di tale rigore; soltanto espone come aveva loro conservato il porto di Eione, e tale circostanza rimuove qualunque sospetto d’infedeltà. Il sapere fino a quale punto si aveva diritto di rinfacciargli negligenza e lentezza, è cosa che ci manca ogni mezzo di chiarire: non resterebbe almeno sulla sua memoria nessuna di quelle macchie profonde cui nulla può cancellare; egli non è stato, in mezzo alle turbolenze della Grecia, nè un proscrittore, nè un depredatore, nè un codardo, nè un traditore. Da un altro canto, dobbiamo prestar fede piuttosto a lui che a’ suoi biografi, allorchè ci fa sapere che il suo esilio ha durato vent’anni, ed è quindi terminato nel 403, quando la guerra del Peloponneso era al suo fine. Plinio il vecchio ha detto che gli Ateniesi l’avevano richiamato, e Pausania ha nominato Enobio come autore del decreto che restituiva tale grande storico alla sua patria. Enobio merita lode per aver fatto cessare un bando ingiusto, o almeno uno di que’ rigori estremi che confinano con l’ingiustizia. Quanto al soggiorno di Tucidide in Egina o altrove, ed ai luoghi ed ai tempi in cui ha composto i suoi libri, nè Marcellino nè l’anonimo non ne possono essere appieno informati; e ciò che dicono dei suoi prestiti con usure è almeno spoglio di prova. Marcellino non lo fa vivere che cinquant’anni circa; di modo [xviii] che sarebbe morto poco dopo il 421: ma esso biografo cita Prassifane, attestando che Tucidide non è venuto in fama che dopo la fine del regno d’Archelao, vale a dire dal 399 in poi; il che dà allo storico un’età di settantadue anni innanzi l’epoca della sua celebrità. Suida, per lo contrario, stabilisce il suo maggior lustro nell’anno 431, nel momento stesso in cui cominciava la guerra di che doveva scrivere la storia. Il fatto è che tali compilatori scrivono a caso, e che non si danno la briga di rendere concordi gli articoli delle loro Notizie. Tuttavia Dodwell attribuisce una tale importanza a sì fatta indicazione della morte d’Archelao, che ritarda effettivamente fino al 399 la publicazione e la fama dell’opera di Tucidide. Ne stabilisce il cominciamento verso gli anni 403 a 400, e suppone che per lo innanzi, vale a dire fino all’età di sessantotto anni, lo storico si fosse limitato a raccogliere materiali. Nulladimeno Tucidide ci ha dichiarato, che fin dal principio della guerra peloponnesiaca aveva intrapreso di raccontarne gli avvenimenti; che tale lavoro seguitava ad occuparlo durante il suo esilio, e che approfittava, onde perfezionarlo, delle facilità che gli offrivano le sue relazioni tanto con gli Ateniesi quanto coi nemici loro. Finalmente se vero è che fino dalla sua adolescenza abbia sentito, ammirando Erodoto, il bisogno d’imitarlo, si dura fatica a comprendere come avesse poi aspettato più d’un mezzo secolo a secondare tale vocazione. È dunque verisimile che siasi occupato della sua opera tra gli anni 431 e 403. Alla fine del suo terzo libro, dopo d’aver detto dell’eruzione dell’Etna che avvenne nel 426, la indica come la seconda, ed aggiunge che ve ne sono state tre dacchè la Sicilia è occupata dai Greci: ora si sa [xix] che la terza non è accaduta che nel 395. Lo storico ha dunque vissuto almeno fino a tale termine, e probabilmente alcuni anni più oltre, forse fino ai primi mesi del 391, siccome congettura Dodwell; ma alla fine dello stesso anno 391, non viveva più, però che i suoi eredi comunicavano i suoi scritti a Senofonte.

Più ardua quistione è il sapere dove e come è morto: in Tracia o in Atene? e se di vecchiezza o di malattia? naturalmente, o pel ferro d’un assassino? Sopra tali circostanze, le tradizioni inconciliabili seguite da Plutarco, Pausania, Marcellino e dall’anonimo ci lasciano in un’incertezza donde nessun altro documento ci aiuta ad uscire. Ma ella è l’opera di Tucidide quella che c’importa di ben conoscere. Oltre la sua Storia, è fatto autore di un’Epistola, che è indicata come prolissa ed enfatica nel Trattato dell’eloquenza che si attribuisce a Demetrio Falereo. Tale Epistola non sussiste più, ed i difetti che vi si riprendevano sono sì alieni dallo stile dello storico, che potrebbe pur esservi in ciò qualche errore.

Si dubita ch’abbia egli diviso la sua opera in libri; però che sembra tale partizione non sia stata sempre la stessa. Diodoro Siculo la suppone in otto libri, osservando che se ne contano talvolta nove; altri hanno cresciuto questo numero a tredici, se crediamo a Marcellino. Una controversia più importante è insorta sull’autenticità dell’ultimo di tali libri, quello che noi chiamiamo l’ottavo. Questo non contiene arringhe, e meno splendido n’è lo stile, meno accurato che nei precedenti: si è voluto inferirne che non era del medesimo autore, ovvero che bisognava riguardarlo come una semplice raccolta di materiali destinati ad essere ordinati. Le congetture di coloro che [xx] l’attribuiscono a Senofonte o a Teopompo sono affatto inverosimili. Diodoro Siculo e Plutarco lo dicono composto da Tucidide, e la loro opinione basta perchè vi si conformi la nostra, senza che sia bisogno d’invocare per sopraggiunta l’autorità di Stefano di Bisanzio nè di Marcellino. Si cita pure la testimonianza di Tucidide stesso, il quale nel suo libro V dice che ha lavorato sulla Storia dei ventisette anni della guerra del Peloponneso: ma non ha realmente condotto l’opera sua fino a tale termine; e quindi tale testo non prova nulla, o proverebbe più che non si domanda, cioè che a tale ottavo libro tenevano dietro due o tre altri che si sono perduti. Quest’ultima ipotesi è stata sostenuta da Gail, il quale ha altronde esposto più compiutamente d’ogni altro le ragioni di ammettere l’ottavo come autentico.

Il primo libro contiene prima delle vedute generali sui più antichi tempi della Grecia. Tale quadro ristretto in angusti limiti, è ugualmente importante per ciò che ne racconta e per la cura che l’autore ha preso di escluderne le favole e le esagerazioni. Alcuni dotti lo hanno giudicato troppo poco esteso; avrebbero voluto più particolarità, più risultati, asserzioni più ricise. Ma que’ che non curano la falsa scienza, lodano lo storico d’aver temuto di dir nulla oltre a ciò che aveva potuto bene accertare; del rimanente, non è che una prima parte della sua esposizione. Della seconda, molto più ampia, sono materia le cause prossime, i preparamenti, e l’incominciamento della guerra del Peloponneso. Vi sono in tale primo libro parecchie inversioni e disgressioni che possono nuocere alla chiarezza d’un tale ristretto, ed indebolirne l’importanza; vi [xxi] si trovano altresì otto arringhe che riempiono forse troppo spazio. Incominciando il secondo libro, l’autore annuncia che seguirà ne’ suoi racconti l’ordine de’ tempi per estati e per inverni. Il nome di estate s’applica da lui ai sei mesi compresi dall’equinozio di primavera, fino all’autunnale; ed il nome d’inverno all’altro semestre. Tale divisione, che è peculiarmente sua, venne biasimata da Dionigi d’Alicarnasso e da diversi scrittori, i quali preferiscono il metodo comune, vale a dire quello che procede per anni civili o per arconti. Ma Tucidide credeva di toglier di mezzo più sicuramente ogni confusione ed ogni errore, cominciando ogni anno nel momento in cui ricominciavano le fazioni della guerra. Il suo libro II abbraccia in tale guisa i primi tre anni della guerra, da aprile 431 a luglio 428. Vi si distinguono dei passi rimasti assai celebri, siccome la concione del re di Sparta Archidamo a’ suoi guerrieri, l’orazione funebre degli Ateniesi morti nei combattimenti, detta da Pericle; principalmente la descrizione della peste dell’Attica. I sei anni seguenti fino alla primavera del 422 somministrano la materia dei libri III e IV. Tra le arringhe che contengono, quelle di Diodoto in favore degli abitanti di Mitilene, e di Astimaco per que’ di Platea, spiccano per la saggezza delle idee, e per un’eloquenza vigorosa. Per dipingere i personaggi, l’autore li lascia parlare ed operare: di tal maniera divampa l’ambizione di Cleone, e svelansi i suoi raggiri. Le particolarità della presa d’Amfipoli e dell’esilio di Tucidide si leggono nell’ultima parte del quarto libro, in cui si trova poscia il testo del trattato che nel 423 sospese le ostilità tra Atene e Sparta, ed interruppe il corso dei prosperi successi di Brasida. Tale guerra, sì folle [xxii] nella sua origine, era divenuta per tutti disastrosa. Ateniesi, Spartani, popoli alleati degli uni e degli altri, tutti deploravano le sventure di cui erano ad un tempo gli autori e le vittime. Nondimeno seguiteranno a distruggersi l’un l’altro senza ragione, senza speranza, e talvolta quasi senza odio: tale è lo spettacolo che presentano gli ultimi quattro libri di sì fatta Storia. Non si spiega tale ostinatezza che per l’impero delle abitudini, e per l’influenza che esercitano sempre taluni sui publici destini. Tali erano, nel tempo summentovato, Brasida presso gli Spartani, Cleone presso gli Ateniesi. Brasida voleva proseguire un arringo cui aveva saputo rendere glorioso: avendo concepito un disegno molto saggio, lo mandava ad effetto col valore e coi talenti d’un guerriero, con l’accorgimento d’un uomo di Stato, con la ponderazione di un grand’uomo. Cleone, superbo di essere riuscito a Sfacteria contro la sua propria aspettativa, aveva bisogno della guerra per raccogliere i frutti d’una popolarità male acquistata e mal ferma. Aveva bisogno d’occasioni di spargere timori, d’insinuare sospetti, d’irritare il popolo contro i suoi magistrati ed i suoi generali; egli aveva assai meno in animo di correre i perigli delle pugne e di cogliere allori, che d’approfittare de’ sinistri altrui. Sperava che la repubblica diventar dovesse tanto infelice da poterla dominare un giorno. La sua morte e quella di Brasida sopraggiunsero poco dopo la rinnovazione delle ostilità, siccome lo storico racconta in principio del quinto libro: ma le faci della discordia, ch’essi avevano accese, non si estinsero sulle loro tombe. Si convenne d’un’altra tregua, che doveva durare cinquant’anni, e di cui Tucidide trascrive pure gli articoli, quantunque la tenga pressochè [xxiii] per nulla, stante che le restituzioni non furono effettuate, insorsero le guerre di Mantinea e d’Epidauro, ed i Beozii rimasero quasi sempre armati. Nel dodicesimo anno, 420 avanti l’èra volgare, Alcibiade apparisce in tale storia, ed in breve, la mercè di perfidi maneggi contro Nicia, ottiene un comando militare. Nel 417 si tenne, tra vari deputati d’Atene ed i magistrati di Melo, una conferenza cui lo storico rapporta sotto la forma del dialogo. Le osservazioni critiche di Dionigi d’Alicamasso su tale brano sarebbero giustissime se non s’applicassero che alle massime inique ed alla condotta sleale degli Ateniesi; ma non v’ha rimprovero da fare a Tucidide, a meno che non si voglia che abbia inventato tale colloquio, il che non è ammissibile; ovvero che approvi la teoria politica degl’inviati d’Atene, il che non è tampoco credibile, però che non indebolisce le risposte de’ Melii e lascia almeno a’ suoi lettori la libertà di preferire l’uno o l’altro sistema: forse doveva riprovare più esplicitamente quello che la probità sociale disapprova. Il suo sesto libro s’apre nel mese di ottobre 416: la Sicilia diventando il principale teatro della guerra, lo storico risale alle antichità di quel paese, e delinea rapidamente il quadro delle vicissitudini che ha provate. Una parte della storia d’Alcibiade è compresa in esso libro, il quale contiene eloquenti discorsi, e narrazioni assai animate. Duole che tali racconti siano interrotti da una digressione inutile sopra Pisistrato ed i suoi figli, sopra Armodio ed Aristogitone. Il sistema che l’autore vuole stabilire è stato combattuto da Meursio in un dotto Trattato intitolato: Pisistratus. Di tutti i libri di Tucidide, quello in cui l’importanza storica giunge al più alto grado è il settimo, nel quale è raccontata la catastrofe [xxiv] degli Ateniesi in Sicilia: nulla è omesso nè trascurato di quanto ne può rendere manifeste le cause, le antecedenze, le circostanze ed i risultati. Tale libro non corrisponde che ad un solo anno dalla metà del 414 fino all’autunno del 413; ma oltre le arringhe che l’abbelliscono, è pieno d’avvenimenti militari e politici, mai sempre memorabili e stupendamente descritti. Contiene la parte più gloriosa della vita di Gilippo, generale spartano. Siamo obbligati di confessare che nell’ottavo i racconti freddi e scoloriti sembrano non essere che abbozzi. Lo stile dell’autore s’abbassa repentemente, e s’affievolisce a tale che direbbesi che non si interessa egli più che tanto per la sua materia: l’elocuzione anch’essa non somiglia a quella de’ libri precedenti, che per essere talvolta oscura; essa diventa meno precisa, più monotona, meno elegante. Secondo ogni apparenza, lo storico divisava di ritoccare e di perfezionare tale parte della sua opera, la quale altronde non doveva essere l’ultima; però che termina nel 412, ventunesim’anno della guerra peloponnesiaca, ed aveva annunciato il disegno d’ampliare il suo lavoro fino al ventesimosettimo ed ultimo anno.

Quantunque Plinio abbia detto che gli Ateniesi richiamarono Tucidide perchè ammiravano i suoi scritti, sembra che i suoi libri fossero piuttosto poco diffusi mentre visse; ciò almeno è quanto bisognerebbe supporre, stando al detto di Diogene Laerzio, secondo il quale non n’esisteva nell’anno 391 avanti Gesù Cristo che un solo esemplare, cui Senofonte avrebbe potuto, volendo, appropriarsi o fare sparire. Saremmo altresì debitori a Senofonte della publicazione e della conservazione di tale monumento; ma questo non è che una tradizione vaga, cui Diogene riferisce come [xxv] l’ha udita. Le copie dei libri di Tucidide non tardarono a moltiplicarsi. Dicesi che Demostene ne facesse otto di sua mano; ciò si crede sull’autorità d’un testo di Luciano, il quale non è però assai ben chiaro, e che potrebbe significare soltanto che quelle otto copie furono fortunatamente trovate da Demostene o presso Demostene. È poco verosimile che tale oratore, il quale era assai affaccendato e conosceva il valore del tempo, siasi condannato a sì fatta trascrizione. Comunque sia, tale opinione si è riprodotta in molti libri; ed un prelato greco del secolo decimosesto, di nome Arsenio, vi ha aggiunto una circostanza che Vossio trova ancora meno credibile, cioè che dopo d’aver fatto otto copie degli otto libri, Demostene gli ha, una nona volta, scritti di memoria, dopo l’incendio della biblioteca d’Atene. Del resto è presumibile che al tempo di Filippo e d’Alessandro, la Storia della guerra peloponnesiaca fosse apprezzata dagli Ateniesi illuminati, come Barthélemy la fa apprezzare da Euclide di Megara; «che vi riconoscessero le Memorie d’un militare il quale, essendo ad un tempo uomo di Stato e filosofo, aveva saputo arricchire i racconti e le arringhe di riflessioni soventi profonde, sempre giuste; che stimassero il suo stile vigoroso, conciso e perciò appunto talvolta oscuro, che poteva bene di tratto in tratto offendere l’orecchio, ma che fermava sempre l’attenzione, ed era maestoso per la sua asprezza medesima; che finalmente concepissero che se un tanto autore fa uso di espressioni antiquate o di vocaboli nuovi, ciò significa che uno spirito qual è il suo, male s’accomoda con la lingua che parla ognuno, ecc. (Viaggi del Giovane Anacarsi, cap. LXV).» Tuttavia è opportuno d’osservare che [xxvi] sì fatti giudizi attribuiti da Barthélemy agli Ateniesi del quarto secolo innanzi l’èra nostra, sono realmente tolti quasi tutti da autori latini d’un’epoca meno antica, da Cicerone e da Quintiliano. Per verità, nel Trattato dell’Elocuzione attribuito a Demetrio Falereo, personaggio di quel quarto secolo, si parla dell’asprezza e della maestà dello stile di Tucidide: ma è generale opinione che quel Trattato sia meno antico; che ne fosse autore Demetrio d’Alessandria, o piuttosto Dionigi di Alicarnasso. Questi, negli altri suoi scritti, ha criticato assai più severamente lo storico della guerra peloponnesiaca. Ha dichiarato che quella guerra appunto non essendo stata nè bella, nè lieta, avrebbe bisognato condannarla all’oblio. Secondo lui, Tucidide non ha saputo nè ben principiare, nè ben terminare tale storia; a forza d’ammucchiare gli apparecchi e le arringhe, stanca l’attenzione del lettore: obbligandosi a seguire l’ordine de’ fatti per estati e per inverni, dimembra le sue narrazioni: ora dà a’ suoi racconti un’ampiezza smisurata, ora li restringe con opposto eccesso. Talvolta dipinge sì vivamente le sventure delle città prese o distrutte, e dei loro abitanti, scannati o fatti schiavi, che i poeti stessi non aggiungerebbero nulla all’orrore delle sue descrizioni; serva d’esempio quanto dice di Platea, di Mitilene, di Melo; e si contenta d’indicare i disastri non meno deplorabili di Sicione e d’Egina. Celebra pomposamente i quindici o venti cavalieri morti nei primi combattimenti, e non degna di dire se la republica abbia pianto i quarantamila guerrieri che ha perduti in Sicilia. Perchè tale differenza? ella proviene dall’aver voluto l’autore esaltare il nome di Pericle, nè poteva impiegare quel grand’uomo che a lodare le prime vittime di [xxvii] quella lunga guerra. Dionigi d’Alicarnasso censura altresì, come abbiam veduto, la conferenza tra gli Ateniesi ed i Melii; biasima la maggior parte delle arringhe come inconvenienti ed enfatiche, ecc. A giudizi sì severi abbiamo da opporre quelli che hanno pronunciati Cicerone, Quintiliano, Luciano, ed altri classici scrittori. Cicerone dà a Tucidide il titolo di banditore sublime e sincero dei fatti memorabili: rerum gestarum pronuntiator sincerus et grandis. Lo dichiara ammirabile, come Erodoto, per aver saputo evitare le inezie e le false ricercatezze dei sofisti del suo tempo; lo paragona ad un torrente impetuoso, e trova che allorquando racconta combattimenti imbocca la tromba guerriera. In lui, dic’egli, i pensieri si inalzano a tale segno che ve ne ha quasi tanti quante sono parole; e nondimeno la locuzione è di tanta aggiustatezza, che non si sa s’ella faccia brillare i pensieri, o se ne riceva da questi splendore. Ma Cicerone frammischia qualche critica a tali lodi: osserva nelle arringhe di Tucidide molte espressioni oscure; ammirando l’energia del suo stile, vi desidererebbe meno scosse e più rotondità. Io non potrei, dic’egli, quando il volessi, e non vorrei quando il potessi imitare quell’estrema brevità. — Le lodi di Quintiliano non hanno tali restrizioni: tra gli storici greci ne preferisce due; i loro talenti sono diversi; la loro gloria è pressochè la stessa; Erodoto è ingenuo, dolce e facondo; Tucidide è conciso, e, per dir così, condensato; densus et brevis, l’eloquenza del primo è insinuante, quella del secondo appassionata; l’uno è eccellente ne’ dialoghi, l’altro nelle arringhe solenni: Erodoto attira pel diletto, Tucidide attrae pel suo vigore. — Principiando dal secolo di Quintiliano, l’opinione generale decreta a Tucidide un grado [xxviii] eminente tra gli storici; e le lodi tributate al suo ingegno diventano troppo numerose perchè da noi s’imprenda a raccorle. Plutarco lo dichiara assai superiore ad Erodoto per l’esattezza e la sincerità de’ racconti, come per la nobiltà e l’energia dello stile: oppone l’eloquente rapidità delle sue arringhe alle lunghe prediche di Teopompo, d’Eforo e d’Anassimene. Luciano lo rappresenta come un esemplare sovente assai male imitato, ma di cui l’eccellenza è dichiarata dall’emulazione stessa che ha eccitata da ogni parte, non meno che per lo splendore di cui brilla al di sopra di tante copie. Tutte le osservazioni di Luciano tendono a mostrare che Tucidide non aveva dato l’esempio di nessuno dei difetti de’ suoi inetti imitatori: essi sono prodighi di riflessioni, egli n’è avaro; sa interrompere a proposito le particolarità, e non le prolunga mai oltre il termine in cui cesserebbero d’essere curiose ed istruttive: anche nella pittura della peste dell’Attica, ha serbato tale misura. Longino lo colloca con Platone e Demostene nell’ordine dei grandi modelli che debbono essere ognora presenti al pensiero ed all’immaginazione d’uno scrittore, e di cui deve in alcun modo evocare il genio ogni volta che aspira ad esprimere fortemente nobili idee. Nel capitolo degl’iperbati, Longino dice che Tucidide fa con ammirabile intelligenza trasposizioni e disgiunzioni di parole che sembrano unite dai legami più naturali; che impaziente d’aver annunciato tutto, descritto tutto, tragge con sè i suoi lettori in lunghi e rischiosi giri; che sovente interrompe sì ripentinamente il suo pensiero, e frammischia al suo discorso tanti accidenti, che fa temere tale edificio non crolli tutto, e tremare del pericolo in cui lo scrittore sembra impigliato; ma che d’improvviso, [xxix] e quando meno lo pensi, coglie l’istante di dirti ciò che cercavi, e ti lascia assai più commosso dalle sue ardite trasposizioni, che se avesse seguito l’ordine consueto.

I classici greci vennero poco letti nel corso del medio evo; sono appena conosciuti dai cronachisti e dagli scolastici occidentali: nondimeno in que’ secoli sì barbari sono state fatte le copie della Storia della guerra del Peloponneso che ci restano, e sulle quali tale opera è stata tradotta e stampata. V’ha un intervallo di oltre milledugent’anni tra le copie che Senofonte e Demostene avevano nelle mani, e le più antiche di quelle che sussistono al presente; e per mala sorte abbiamo motivo di credere che fino dallo stesso secolo di Alessandro, i manoscritti degli otto libri principiassero ad alterarsi, sia per la negligenza degli amanuensi, sia per la temerità dei correttori. Questa osservazione faceva fin d’allora un grammatico chiamato Filemone, citato da Porfirio. Ci pervennero tuttavia delle Chiose greche sopra i detti libri; esse hanno il nome di Marcellino in un manoscritto in cui sono unite al testo e che esiste a Firenze: Montfaucon lo crede del secolo decimo, e probabilmente non ve ne ha di più antico. Non si va però d’accordo a riguardare il biografo Marcellino come l’unico, nè tampoco come il principale compilatore di quelle Chiose: esse furono talvolta attribuite ad un Marcello di Siria, il quale, dicesi, aveva imparato a memoria l’intera opera di Tucidide, e non era perciò divenuto migliore nell’arte di scrivere; forse il suo lavoro non è che una raccolta delle osservazioni di vari antichi grammatici, siccome Asclepio, Antillo, Didimo, Evagora, Erone d’Atene, Febammone. [xxx] Il fatto è che non si sa con certezza a chi esse appartengano; e tale ignoranza non è un grandissimo male: però che, per sentenza di Mureto, rischiarano assai poco il testo; ed a fronte degli sforzi di parecchi dotti per farle preziose, sono pressochè di nessun uso.

Oltre il manoscritto in cui sono queste chiose, furono indicati più di quarant’altri testi di Tucidide. Firenze ne possiede pure uno dell’undecimo secolo, e tre d’un’età inferiore. Dei quattro che sono a Venezia, due sembrano anteriori all’anno 1100. Nessuno di quelli del Vaticano sembra di pari antichità, nè quelli tampoco che si custodiscono a Milano, a Padova ed a Torino. In nessun luogo se n’è raccolto un maggior numero che a Parigi: la biblioteca del Re ne ha tredici, cui Gail ha descritti e de’ quali ha publicato le varianti; nessuno precede l’undecimo secolo. Tra quelli che esistono a Madrid, in Inghilterra, in Olanda, nella Svizzera, in Germania e nell’Europa settentrionale, Duker ha indicato come i più preziosi quelli di Basilea, d’Utrecht, di Copenaghen e di Assia-Cassel: quest’ultimo ha per data l’anno 6760 del mondo, 1252 dell’èra volgare; quello di Mosca è stato anch’esso consultato assai utilmente, e sembra risalire almeno al tredicesimo secolo: v’ha ragione di credere che i più degli altri siano d’epoche posteriori.

Il resultato delle collazioni fatte con questi diversi manoscritti sarebbe di dividerli in tre classi, di cui ognuna avrebbe avuto la sua fonte particolare. In capo alla prima classe si collocherebbero que’ di Firenze, di Venezia e della Danimarca; alla seconda apparterrebbero principalmente quelli di Cassel, di Mosca, ed i più antichi di Parigi; alla terza, que’ di Basilea e d’Utrecht; ma occorrerebbero [xxxi] ancora molte varianti tra i manoscritti d’una medesima classe; e si può da ciò giudicare del lavoro che gli editori hanno dovuto prescriversi, delle difficoltà che hanno avuto a vincere; e delle imperfezioni che possono restare nelle copie stampate dal quindicesimo secolo in poi.

Fin dal secolo XV Tucidide riprese in breve la sua antica celebrità. Dicesi che il re d’Aragona Alfonso V, che morì nel 1458, l’avesse copiato otto volte di suo pugno ad esempio di Demostene. Quando ciò sembrasse più credibile in un monarca spagnuolo che non nell’oratore ateniese, dovrebbesi stupire di non avere ancora trovata oggidì nessuna di quelle otto copie regali, o di non poterne riconoscere una sola tra le quaranta che sussistono.

Ciò che è certo e più importante, è che Tucidide fu, verso la metà del secolo decimoquinto, tradotto in latino da Lorenzo Valla: tale versione fu stampata due volte, ma senza data, prima del 1500, in-folio; e la prima di tali edizioni sembra essere di Venezia, verso il 1474. Ne furono publicate di nuove nella stessa forma, a Parigi, nel 1513 e 1528; a Colonia, nel 1517, 1527, 1543, 1550; a Basilea, nel 1564; e parecchie in-12º a Francfort, dal 1582 fino al 1594. Per tale traduzione elegante, e, checchè se ne dica, quasi sempre fedele, la conoscenza dell’opera si propagava in Europa. Nondimeno il testo greco era stato publicato per la prima volta a Venezia, in-folio, nel 1502, da Aldo il vecchio, che stampava in pari tempo Erodoto‍[1]. Bernardo Giunti, a [xxxii] Firenze, ne fece una seconda edizione nel 1506, una terza nel 1526: fu adoperato il manoscritto di Basilea per preparar quella che comparve in essa città. Le due che nel 1540‍[2] Enrico Stefano diede in luce a Parigi, nel 1564 e 1588, sono anche oggidì commendevoli per la loro correzione: esse hanno servito per modello a quella che Emilio Porto fece comparire a Francfort, nel 1594, in-folio come le precedenti. Alcune altre, che pure appartengono al secolo decimosesto, sono in-4º; Parigi, Vascosan (i tre primi libri soltanto), 1549; Vittemberga (il solo primo libro), 1562, ec. Le suddette edizioni pressochè tutte accoppiano al testo gli Scolii greci di cui abbiamo fatto menzione, ed alcune la versione latina di Lorenzo Valla, che fu prima rettificata da Enrico Stefano, e molto più modificata da Emilio Porto. Enrico Stefano inserì altronde nell’edizione del 1588 le sue proprie osservazioni sugli antichi Scolii. Non dice espressamente che tali Scolii non sono di nessuna utilità: non potrebbe dirlo, da poi che li stampa; ma le sue osservazioni lo provano, e conchiude che se essi non sono affatto inutili, lo sono quasi. «Non posso negarlo, dice francamente, e se nol confessassi, le mie note critiche mi accuserebbero.»

Tucidide è stato tra gli anni 1500 e 1600 tradotto in quasi tutte le lingue; in francese, da Claudio Seyssel, Parigi, 1527, in-folio, 1545, in-16º, 1555, in-16º [xxxiii] ed in-8º, 1559, in-folio, presso Vascosan; e verso il 1600, da Jausaud d’Uzès, Ginevra, in-4º: in inglese da un anonimo, fino dal 1525, in-folio, a Londra; e da Tommaso Nicholls, in-folio, 1550: in tedesco, da Girolamo Bonner, Augusta, 1533, nella stessa forma: in lingua spagnuola, da Graziano de Aldreta, Salamanca, 1564, in-folio pure: in italiano, da Soldo Strozzi, Venezia, 1545, in-8º; 1563, in-4º.

Le più di sì fatte versioni non furono composte che sul latino di Lorenzo Valla; e Nicholls non ha fatto anzi che mettere in inglese il francese di Seyssel: questi, sebbene assai severamente giudicato da Enrico Stefano, aveva posto grandi cure nella sua traduzione; l’aveva intrapresa per uso di Luigi XII; e di mano in mano che la compilava, consultava Lascaris, prima di riportarsene all’interpretazione di Lorenzo Valla; s’applicava altronde a dare al suo stile tutta la perfezione che consentiva allora lo stato della lingua francese. Si racconta che Carlo V leggeva Tucidide nella versione di Seyssel, e che la portava nelle sue spedizioni per imitare Alessandro, il quale aveva sempre seco le opere d’Omero. Non nomineremo qui tutti i critici che hanno contribuito a correggere la versione latina o ad accrescere la mole delle note o pretese spiegazioni del testo; ma fra i traduttori che Tucidide ha trovati nel decimosettimo secolo, dobbiamo distinguere Tommaso Hobbes: la sua versione è uno dei primi lavori con cui questo filosofo incominciò il suo arringo letterario (Londra, 1628, in-folio). Egli preferiva gli otto libri della Guerra Peloponnesiaca a tutte le altre opere storiche della greca letteratura; voleva, dice Bayle, far vedere agl’Inglesi, con l’esempio degli [xxxiv] Ateniesi, i disordini e le confusioni del governo popolare: tale versione è stata letta durante più di cento anni nella Gran Brettagna. In Francia, quella di Seyssel invecchiava, quando Perrot d’Ablancourt ne publicò una nuova (Parigi, 1662, in-folio; 1671, 3 vol. in-12º; Amsterdam, 1694, 3 vol. in-12º, ec.): si è osservato ch’essa era più breve del testo, quantunque non ne avesse la concisione. D’Ablancourt aveva avuto l’arte di fare una specie di compendio diffuso di una delle opere più concise che si possano leggere: egli traduce Valla ovvero Seyssel, molto più che l’originale; e dà a divedere di aver sott’occhio le chiose greche; giacchè sono talvolta le note dello scoliaste, invece delle idee dell’autore, che passano nella versione. I lavori dei letterati del secolo decimosettimo sopra Tucidide non dimostrano che l’avessero molto profondamente studiato. La Mothe-Le-Vayer non trova niente di nuovo da dire, e si appaga d’un lagno piuttosto vago contro i giudizii dati da Dionigi di Alicarnasso. Ammira l’eloquenza delle arringhe sparse nei primi sette libri, e loda ancora più lo storico della sua cura a non mescolare nessuna favola a narrazioni serie. Quest’ultima ragione ben vale più di quelle che muovono Rapin a dichiararlo il migliore degli scrittori greci nel genere storico. «La sua austerità, dic’egli, non ha nulla che non ritragga grandezza; e tuttavia il suo soggetto è per ogni riguardo più lieve ed angusto.» Rapin, che così parla nel suo trattato della maniera di scrivere la storia, ha lasciato un altro opuscolo il quale non è che il confronto di Tucidide con Tito Livio. Non è per verità che un sommario delle osservazioni che erano già state fatte su quei due autori. Tale [xxxv] parallelo, che è stato composto nel 1677, ci rappresenta ciò che pensavano allora di Tucidide gli uomini più istruiti. — Un importante lavoro sui libri di tale storico è l’edizione publicata da Hudson in Oxford, nel 1696, in-folio. Fin allora il testo non era stato riveduto che sopra pochi manoscritti d’Italia e di Francia: Hudson fece uso di quei d’Inghilterra, e v’aggiunse delle varianti attinte in quello d’Utrecht, cui Grevio aveva riscontrato. La versione latina, posta in ogni pagina sotto al testo, è quella d’Emilio Porto, salve alcune correzioni suggerite in parte dalla traduzione inglese di Hobbes, e dalla traduzione francese di Perrot. Tale edizione contiene altresì la Notizia biografica di Marcellino, gli Scolii greci, le Note di Enrico Stefano sopra quegli Scolii, altre Note dello stesso Stefano e di diversi dotti; alcune carte della Grecia e della Sicilia, e varie indicazioni cronologiche somministrate da Dodwell. Questi ha poscia ampliato tale lavoro; ha publicato, nel 1702, col titolo di Annales Thucydidei et Xenophontei (Oxford, in-4º), un quadro cronologico di tutti gli avvenimenti e di tutte le particolarità della guerra del Peloponneso, ed anzi anche della Vita dello storico; quadro molto più compiuto e meno inesatto di quello che Davide Chitrée aveva abbozzato, nel 1586, Helmstadt, in-4º. La spiegazione publica dell’opera greca in una cattedra dell’accademia di Pisa ha dato origine a cinquantotto dissertazioni latine di Benedetto Averani, le quali vennero stampate nel 1716 e 1717, dopo la morte di quel professore (Firenze, 3 parti in-folio); ma esse presentano piuttosto che un commento preciso ed istruttivo, una serie di digressioni, in cui, cogliendo occasione di alcuni passi, Averani ragiona [xxxvi] sopra usanze antiche, sopra origini, sopra fatti estranei a quelli che lo storico greco racconta.

L’edizione di Hudson si riprodusse, nel 1731, in quella di Duker (Amsterdam, in-folio), con le note di questo nuovo editore e con quelle che aveva lasciate Giuseppe Wasse; però che l’ammasso di sì fatte glose va sempre crescendo; ed il testo finisce ad essere la minor parte dei volumi che gli sembrano dedicati. Tuttavia la suddetta edizione del 1731 è assai stimata; era stata preparata accuratamente da un esame particolare dei manoscritti d’Utrecht, di Assia-Cassel e di Basilea. Le Dilucidationes Thucydideae d’Abretsch comparvero, nel 1753 (Utrecht, 2 volumi in-8º). C. L. Bauer, il quale, lo stesso anno, publicava a Lipsia un opuscolo in-4º, intitolato: De lectione Thucydidis, mise in luce, nel 1773, una Philologia Thucydideo-Paullina (Halla, in-8º). L’elocuzione delle Epistole di san Paolo vi è paragonata a quella di Tucidide; e l’autore di tali confronti grammaticali implora il soccorso del cielo pel buon esito tanto di tale impresa, quanto delle altre dello stesso genere che potrà tentare in avvenire‍[3].

La versione di Hobbes non bastava più agl’Inglesi; essi ne avevano riconosciuto i difetti; fatta com’era sul latino: Guglielmo Smith ne compose una più esatta e più elegante nel 1753 (Londra, in-4º); essa ha avuto varie altre edizioni, 1780, 1805, ec., 2 vol. in-8º.

Gli Alemanni rinunciarono anch’essi a quella di Bonner: una società di letterati ne compilò una nuova, [xxxvii] nel 1757 (Francfort, 2 vol. in-4º); Davide Heilmann ne fece una terza (Lemgow, 1760, in-8º); Reiske, una quarta, ma delle orazioni sole, nel 1761, in-8º, a Lipsia, dove si stampavano in pari tempo e nella stessa forma le sue Animadversiones in Thucydidem. Gl’Italiani si attenevano alla traduzione dello Strozzi, che era stata ristampata a Verona nel 1735, 2 vol. in 4º; ma continuavano a studiare Tucidide: veniva spiegato nelle loro accademie, veniva considerato sotto diversi aspetti nei loro giornali e nelle loro raccolte letterarie. Per esempio, nel 1757, un anonimo lo paragonava a Nicolò Machiavello, e credeva di trovare nello scrittore toscano come nell’ateniese quella dizione concisa, quello stile energico ch’è il vero linguaggio d’un ingegno sommo; lo stesso sentimento dell’importanza dei fatti, la stessa fecondità di riflessioni profonde, un’eguale abilità a fare scaturire dalla storia viva luce che rischiara la scienza dell’uomo di Stato e l’arte del guerriero. Noi non ci faremo mallevadori dell’aggiustatezza di tutti i confronti di sì fatta dissertazione; e non la giudichiamo nemmeno molto dotta: ma essa è originale; e vi si attingerebbe forse un’istruzione più reale che non ci danno molte note pretese filologiche e critiche. I quarantuno ultimi anni del secolo decimottavo somministrano cinque edizioni nuove del testo. Una ristampa dell’edizione di Duker è uscita nel 1759 a Glasgow, presso i Foulis, 8 vol. in-8º, ed è pregevole per la sua venustà tipografica. Il testo solo, ma con varianti estratte da Alter dai manoscritti di Vienna; venne stampato in quella città nel 1783, 2 vol. in-8º. L’edizione di Due-Ponti (1788, 6 vol. in-8º), riproduce più fedelmente e più correttamente [xxxviii] che nessun’altra quella del 1731, e vi aggiunge alcune osservazioni dovute al traduttore tedesco, Davide Heilmann. Quella di Lipsia, in 2 vol. in-4º, era stata preparata da G.-C. Gottleber e C.-L. Bauer, di cui uno è morto prima di stampare il primo volume nel 1790, e l’altro prima che si publicasse il secondo nel 1802. Devesi alle cure di Bredenkamp l’edizione tutta greca di Brema (1791, e Lipsia, 1799, 2 tomi in-8º, ad uso delle scuole). Un volume delle Memorie dell’accademia di Berlino, publicato nel 1796, contiene una Dissertazione sopra Tucidide letta alcuni anni prima da Meierotto. Vi è detto che lo storico greco, avendo raccolto con estrema cura i materiali della sua opera, non volle imitare Erodoto, il quale descrive i luoghi, raffronta le epoche, risale alle origini: tale intento era stato troppo felicemente conseguito perchè fosse prudente di prefiggerselo una seconda volta. Il figlio d’Oloro aveva osservato il gusto dei suoi compatriotti per gli elogi funebri, per le difese e le arringhe politiche. Egli si diede a tale genere d’ornamenti, di cui l’uso era ancora nuovo; non ne voleva altri, e risolse d’essere in tutto il rimanente esatto, positivo, o, come dice Meierotto, pragmatico. Inserì ne’ suoi libri trentanove arringhe, che occupano pressochè una quarta parte dell’opera. L’accademico di Berlino si è presa la briga di calcolare che sopra le ventitremilanovecento righe dell’edizione greca d’Enrico Stefano, ve ne ha cinquemilacinquecento in componimenti oratorii, senza contare i discorsi compendiati, i dialoghi, le conferenze, nè le riflessioni o digressioni dello storico ed i ragionamenti che sono suoi proprii. Invano Tucidide afferma che non ha trascurato nulla per procurarsi copie originali [xxxix] di tali arringhe tutte, e che le trascrive con una fedeltà scrupolosa; Meierotto non vuol crederlo. Dionigi d’Alicarnasso ha professato già la stessa incredulità: quasi tutti i lettori l’ammettono oggigiorno; ma Tucidide aveva diritto, secondo Meierotto, di riguardarsi come l’anima degli automi che faceva parlare, di trarre alla bigoncia i più taciturni Spartani, e di forzar tre volte il loro generale Brasida a discorrere verbosamente. Ciò precisamente, prosegue l’accademico, ha garantito la fama e l’utilità dell’opera. Ecco come tutti i soggetti di publica morale hanno potuto essere trattati nella storia d’una guerra, siccome risulta dall’esame che la Dissertazione ci presenta delle trentanove Orazioni. Si conchiude che lo storico greco non avea intenzione nè di dipingere i personaggi con le loro parole, poichè attribuisce parecchi di tali discorsi ad uomini poco conosciuti o assolutamente ignoti; nè d’indicare la disposizione degli animi, poichè tutta quell’eloquenza resta il più delle volte inefficace. Che voleva egli dunque? spacciare, sotto nome d’altri, i suoi propri pensieri, vestirli di tutte le forme oratorie, presentare modelli d’ogni genere di locuzione, di ogni varietà di stile. Le espressioni figurate e talvolta oscure che s’incontrano fino nelle parti storiche dei suoi libri derivano dalle sue abitudini d’oratore; ve le trasporta senza disegno e quasi senza saperlo: è la lingua che si è fatta. Vocaboli nuovi, sostantivi in luogo di verbi, qualità espresse da aggettivi neutri, sensi inversi, cadenze antitetiche, sono nelle sue narrazioni la sua rettorica, e per dir così, idiotismi oratorii: da ciò pare tanti iperbati, inversioni, rapidi trapassi. Vero è che gli avvenimenti ch’espone riguardano interessi generali, e che [xl] ne scevera ordinariamente le vere cause. Possiede in eminente grado il talento di raccontare: ma ne fa uso di rado; e la storia non è il suo scopo principale, se crediamo a Meierotto. Quantunque tale Dissertazione sia stata composta in lode di Tucidide e non per isprezzarlo, finisce a dare una ben strana idea de’ suoi libri; però che eccolo trasformato in un retore artificioso, che sostituisce delle arringhe imaginarie al quadro dei fatti ed alle vere lezioni della storia. Meierotto conchiude anzi col negargli la qualificazione di pragmatico, che dato gli avea da principio.

Noi non dobbiamo fermarci alle parole che intorno alla Storia della guerra peloponnesiaca si leggono nel corso di letteratura di Laharpe; esse non contengono che nozioni superficiali, poco precise, ed anzi poco esatte. Il lavoro più commendevole, che sia stato publicato in Francia sopra Tucidide, alla fine del secolo scorso, è la versione di P.-C. Lévesque (Parigi, 1795, 4 vol. in-8º). Il traduttore non la dava che per uno scheletro, in cui non si sarebbe ravvisata l’altera statura e la fisonomia dignitosa dell’autore greco. Molta modestia e troppa severità era questa. La fedeltà di quella versione non è stata contrastata; e la dizione n’è almeno preferibile a quella di d’Ablancourt, che il publico del secolo decimosettimo trovava sì bella. Ma si può apporre a Lévesque una circospezione troppo rigorosa, un’eccessiva timidezza: ha paura di trascurare i minimi elementi della frase greca, e di lasciar prendere alla francese la più leggera licenza; e da ciò proviene che il suo stile non è mai abbastanza ardito, abbastanza iperbatico, abbastanza figurato per rappresentar quello di Tucidide. Si è astenuto dall’unire alla [xli] sua versione delle note troppo numerose, e si è piegato meno che gli fu possibile all’uso, che ne richiede almeno alcune: è questo una specie di tributo imposto ai traduttori ed ai loro lettori; ma si è permesso cinque escursioni. Così chiama cinque dissertazioni, di cui la prima è almeno assai breve, se non inutile; concerne una pietra scolpita, rappresentante il busto d’una statua fatta di Fidia. La seconda e la terza tendono a provare l’origine settentrionale dei Greci, opinione favorita di Lévesque, e che certamente da Tucidide non è suggerita. La quarta dissertazione si riferisce più da vicino ai libri di tale storico: n’è soggetto il suo dialetto attico, la sua ortografia e la forma delle lettere di cui ha fatto uso. Nella quinta, la più importante di tutte, il traduttore esamina e confuta le osservazioni critiche di Dionigi d’Alicarnasso. Tale soggetto, già trattato da Rollin (Stor. ant., l. XXV, cap. 2, art. 2), egli discorre con più scienza.

Ci resta da indicare ancora dieci edizioni di Tucidide, posteriormente pubblicate al 1800. Quella di Venezia, 1802, 2 vol. in-8º, contiene il testo greco e gli Scolii greci. Sei volumi in-8º piccolo, stampati in Edimburgo, nel 1804, riproducono l’edizione di Duker, riveduta da Elmsley. Neofito Ducas, Greco di nazione, ha unito al testo della Storia del Peloponneso una versione e varie note in greco volgare, Vienna, 1806, 10 vol. in-8º. In Francia, Gail ha dato in luce, posteriormente al 1807, 10 volumi in-4º, in cui si trovano il testo, gli Scolii, delle varianti estratte da tredici manoscritti della biblioteca reale a Parigi, una versione latina corretta, una versione francese (che è stata pure stampata a parte, 4 vol. in-8º); una serie di osservazioni storiche e filologiche, varie considerazioni [xlii] generali sopra Tucidide, sul carattere delle sue idee e del suo stile, un esame delle taccie che gli appongono Dionigi d’Alicarnasso, Cicerone, Rapin e Laharpe. Un volume undecimo che dee compiere tale lavoro è ancora aspettato‍[4]. Le varianti publicate da Gail ed un Glossario corredano il testo, nell’edizione dovuta alle cure di Seebode (Lipsia, 1814, 2 vol. in-8º). Tale medesimo testo riempie due volumi in-16º, riveduti da Schoefer, che sono comparsi a Lipsia nel 1815, e che fanno parte della raccolta di Tauehnitz. L’edizione di Gottleber, Bauer e Beck, terminata, come dicemmo, nel 1802, ha servito per esemplare a quella di Londra, (1819, 4 vol. in-8º). I tipi di Lipsia hanno somministrato, nel 1820, due volumi in-8º, contenenti il testo riveduto scrupolosamente da Haacke, senza versione, senza note, e soltanto con una nuova tavola. L’edizione di Londra, 1821, 4 vol. in-8º, è greca e latina, con osservazioni scelte: Imm. Beker ha corretto il testo dietro la scorta di copie manoscritte. Finalmente Ern.-Fed. Poppo, il quale nel 1815 aveva fatto stampare a Lipsia, in-8º, delle Observationes criticae in Thucydidem, ha incominciato nel 1821 e 1823 un’ultima edizione del nostro storico‍[5].

[xliii]

Tante ristampe, traduzioni, commenti ben provano il pregio in che fu sempre avuta questa Storia di Tucidide. Tucidide di fatto ha trattato un soggetto pieno d’istruzione, senza menomarne mai l’interesse. Ha vissuto in mezzo alle cose ed agli uomini di cui ci parla. Ha interrogato, per quanto gli era possibile, tutti i testimoni, tutti gli attori; raccolto le memorie, confrontate le deposizioni, sceverati ed esclusi gli errori e le menzogne. Le tracce delle superstizioni greche sono in lui rare e leggiere: non ama le finzioni, non imagina veruna favola; il suo disegno è di comporre una storia esatta. Le concioni sono la sola specie d’abbellimento che si permetta; e si dee convenire che in tale proposito si è aperto un assai libero arringo, nel quale il suo esempio ha tratto troppo oltre i suoi successori. Qualunque sia la censura che meritar possa tale sistema d’orazioni fattizie, bisogna ben ammetterlo, o almeno supporlo, leggendo gli storici antichi, e sopratutto quello che potrebbe esserne dichiarato inventore. Non possiamo stupirci che egli l’abbia accreditato; però che ne fa un accorto e felice uso. Le sue arringhe, ed altri tratti oratorii meno estesi formano una parte essenziale della sua storia: non si sopprimerebbero senza impoverirla, senz’ammorzare lo splendore di cui essa brilla, ed anzi senza spegnere la [xliv] luce che deve illuminarla. In esse, quantunque cosa ne dica Meierotto, è dove egli dipinge i personaggi, dove prepara o compie i suoi racconti, dove spiega le cause e gli effetti degli avvenimenti. Se non gli permettiamo di istruirci in tale maniera, il corso delle sue narrazioni propriamente dette non ci darà una conoscenza compiuta dei fatti; egli ha concepito così il suo soggetto e la disposizione del suo lavoro. Come negare altronde a tali discorsi un grado eminente tra le produzioni dell’arte di scrivere? Alcuni per verità appartengono al genere che i retori hanno chiamato dimostrativo, genere verboso o sterile, in cui s’accumulano le idee vaghe, le espressioni esagerate, gli ornamenti artificiali: il vano apparato di sì fatte composizioni oziose ha contribuito a ritardare appo gli antichi ed appo i moderni, i progressi della sana istruzione e quelli del buono stile. Si può temere altresì che Tucidide non abbia fatto alquanto troppe concioni militari: ve ne ha che sembrano staccarsi più del bisogno dalle circostanze che vi danno motivo, ricadere nei luoghi comuni, mancare, insomma, d’originalità, quindi di vigore. Ma sa altresì comporne d’eloquenti e veramente guerresche, le quali incominciano in alcun modo le pugne cui annunciano, e che rimbombano già come colpi scagliati al nemico. Sovente spiegano e dipingono i movimenti e gli scontri che stanno per avvenire; istruiscono, scuotono ed animano gli eserciti che le ascoltano. Tuttavia nelle arringhe politiche è dove si fa più ammirare il talento dello storico: senza esse non sapremmo quanto la sua anima fosse sensibile, profondo il suo pensiero, flessibile ed attraente la sua elocuzione. Convien cercare in Eschine ed in Demostene, scegliere in Cicerone, per [xlv] trovare commovimenti e tratti paragonabili a quelli che folgoreggiano nei Discorsi di Diodoto per gli abitanti di Mitilene, d’Astimaco e di Lacone per gli abitanti di Platea. Il carattere serio ed austero di Tucidide non permette menomamente di supporre che abbia intrapreso una storia espressamente per inserirvi delle arringhe; ma si scorge abbastanza, e troppo forse, che le ha composte per ornare la storia e darvi un compimento. Non è possibile di pensare che si limiti a trascriverle, a compendiarle, a vestirle di forme più regolari, di colori più vivi: tutto dimostra che le inventa, almeno la maggior parte, che la sostanza essa pure è sua, e che salvo Pericle, non avvi altro oratore ch’esso stesso ne’ suoi libri. Non oseremo dire che in ciò sia ancora più lodevole come scrittore, che riprensibile come storico; e perchè ha voluto, di sua piena volontà, senza esservi obbligato dall’oggetto e dalla natura della sua opera, lasciarci esempi d’eloquenza militare e politica, conviene approfittarne. Stampando a parte le sue arringhe, come si è fatto più volte (Parigi, 1531, in-4º... Glasgow, 1755, in-12º; Lipsia, 1758, in-8º; Oxford, 1768, in-8º ec.), si è recato un vantaggio a coloro che vogliono studiare profondamente l’arte oratoria; ma noi restiamo persuasi che nel corpo della sua storia, tali discorsi non erano in effetto destinati che a mandare una grande luce sui racconti. Il talento di narrare, ch’egli possiede in un grado non comune, non è adoprato quasi che sopra fatti militari; e non si dee biasimarnelo, poichè scrive gli annali d’una guerra. Quando il corso naturale delle cose lo tragge sulla scena delle discussioni e dei maneggi politici, ne sa delineare quadri animati e fedeli; ma si contiene [xlvi] rigorosamente nei limiti del suo soggetto, e fa ritorno, quanto più presto può, ai campi ed alle flotte. Non si intrattiene in particolari biografici; non dice molto di parecchi personaggi, celebri nei tempi di cui parla, siccome Socrate, Aspasia, Fidia, Sofocle, Euripide, Aristofane, benchè fosse stato assai facile connettere tali nomi coi fatti cui racconta. È probabile che Erodoto non avrebbe ciò trasandato, che avrebbe cercato più lontane ancora le occasioni di penetrare nell’interno delle città e delle famiglie, che avrebbe anche raccolto volentieri le narrazioni tradizionali che avessero potuto frammischiarsi al corso di tale storia. Ma Tucidide teme sempre di uscire fuori d’un soggetto cui ha circonscritto con iscrupolo; ed ove si eccettui la sua digressione sui Pisistratidi, ed alcune altre molto meno considerevoli, si può dire che non prende altra licenza che quella di arringare in nome dei suoi personaggi; però che non bisogna riguardare come fuor di luogo le descrizioni che il suo sistema esige, e che altronde non moltiplica, quantunque sia in esse veramente sommo. Tali quadri, principalmente quello della peste dell’Attica, sono realmente racconti di particolare, composti di particolarità coesistenti più che successive. In vari altri luoghi, si potrebbe lagnarsi della severità estrema con cui rifiuta ciò che si avvicina alla sua materia. Il carattere del suo stile consiste in quella dignità ed in quella energia costanti a cui gli antichi rettori hanno talvolta applicato il nome di sublime: la prosa, anche nel genere oratorio, non potrebbe inalzarsi o almeno sostenersi più alto; esso è quasi, tranne le finzioni e la versificazione, lo stile poetico: sovente occorrono le stesse commozioni, la stessa [xlvii] arditezza di figure o d’inversioni, que’ slanci subitanei e rapidi che fanno temere il disordine, ma che tanto crescer possono la vaghezza de’ sentimenti, lo splendore dei pensieri e delle imagini. Se mai divenisse possibile alla storia moderna di ripigliare il modo della storia antica, lo sarebbe mercè uno studio accurato dello stile di Tacito, di Tito Livio e di Tucidide. La dizione di tale scrittore greco non è sempre scevra da oscurità; e bisogna bene che tale imperfezione sia reale, poichè gli antichi l’hanno avvertita; è però presumibile che i copisti l’abbiano di assai aumentata. Alquante frasi spostate e poco intelligibili che vi sono qua e là in ciascuno degli otto libri, hanno servito per pretesto a commentarii che non riuscirono poi a meglio chiarirle, se pur non fecero che sparger tenebre e noia sull’opera intera. Il partito più semplice è di considerare tali oscurità di testo come piccole lagune da riempiere, quando ciò sia indispensabile, con le idee che si connettono più naturalmente a quanto precede ed a ciò che segue, senza fermarsi a discussioni grammaticali, cui lo stato dei testi rende affatto infruttuose. Rimane già bastante copia di bellezze, di diletto, d’istruzione letteraria, morale e politica nell’intero corso di questa opera immortale.

DAUNOU.

[xlix]

AI LETTORI IL TRADUTTORE

La Grecia divisa da prima in piccoli Stati, senza veruna comunanza di commercio, che tanto è conducevole all’incremento della civiltà e dei lumi, trovandosi aspramente tiranneggiata dall’insolente orgoglio di alcuni prepotenti inalzatisi a sovrani di lei, ne scosse il giogo e ordinò il governo popolare. Allora l’amore di libertà si diffuse fra i Greci; le armi loro cominciarono a segnalarsi; le arti, le scienze e le altre nobili discipline presero radici in quel suolo prediletto dalla natura; donde si propagarono a tutte le altre nazioni.

Atene e Sparta, le due città più considerevoli, trassero a sè gli sguardi di tutto il rimanente della Grecia: alla prima aveva dettato leggi Solone, all’altra Licurgo; e da queste due repubbliche dipendevano, per dir così, tutti gli altri popoli di Grecia, per ragione o di alleanza o di colonia o di conquista. Atene si era resa celebre per le vittorie riportate sui Medi nelle battaglie di Maratona, di Salamina, di Platea; e la gloria, di queste vittorie principalmente svegliò la gelosia degli altri Greci, e in specie dei [l] Lacedemoni che mal tolleravano la rinomanza degli Ateniesi. Poichè crescendo questi di giorno in giorno in potere, ed essendo animosi a intraprendere e cupidi sempre di nuove cose, davano sospetto di aspirare al principato di tutta Grecia. Quindi i dissapori e la nimistà tra Sparta ed Atene; quindi la guerra civile nota sotto il nome di guerra del Peloponneso, della quale Tucidide scrisse la Storia che ora si dà in luce, voltata dal greco nel nostro volgare idioma.

Il solo nome di Tucidide equivale a qualunque elogio. Egli discendeva da Milziade vincitore dei Persiani a Maratona. Chiamavasi Oloro il padre suo; la madre Egesipila. Raccontasi che ancor giovinetto di circa sedici anni, in occasione de’ giochi Olimpici udendo Erodoto leggere la sua istoria, pianse e per ammirazione e per bramosia di fare altrettanto: e questa bramosia seppe a suo tempo adempire.

Sotto due aspetti può considerarsi Tucidide: e come scrittore e come istorico; e per l’uno e per l’altro titolo pare tenere egli il primo luogo. Come scrittore, giusta il giudicio di Cicerone, supera tutti nell’artificio del dire; e tanto è pieno di cose, che il numero delle parole equivale quasi a quello delle sentenze: il suo discorso è così proprio e conciso che tu non sai se dalle parole le cose, o piuttosto dalle sentenze prendano lume le parole. Quintiliano, ponendo in parallelo Tucidide ed Erodoto, trova nel primo pienezza e concisione, nell’altro dolcezza, candore, copia: il primo di concitati, l’altro di tranquilli affetti; il primo concionatore, l’altro oratore; l’uno efficace, l’altro piacente.

[li]

Relativamente poi al merito di Tucidide come istorico, da Luciano nel suo libro «del modo di scriver l’istoria» viene proposto a modello; esigendo che lo storico narri con schiettezza le cose quali avvennero; che sia libero, impavido, amante della verità, giudice integerrimo, senza odio, senza amore di parte; che incerto modo non abbia nè patria, nè principe; che non studi di lusingare questo o quello; che scriva non per dar nel genio ai contemporanei, ma per giovare a chi verrà dopo; avendo per oggetto, nel caso che cose simili alle narrate avvenissero, che di ciò che è stato scritto possa giovarsene all’occasione.

A tutto ciò potrebbesi aggiungere, a buon dritto, che nella sua storia Tucidide oltre il manifestarsi efficace scrittore e perfetto isterico, si palesa eziandio sommo filosofo, conoscitore profondo del cuore umano, intendentissimo di tutto ciò che appartiene a privato e a civile reggimento. E ciò potranno conoscere tutti coloro che chiamati agli uffizi della cosa pubblica, e allo studio della scienza dei governi, trovansi nella necessità di conoscere l’indole e le passioni degli uomini sì difficili ad esser guidati e corretti, specialmente quando sieno agitati da immoderata ambizione e da avidità di comando.

Ma lasciando stare, di ciò e passando a parlare del presente volgarizzamento, credo inutile l’enumerare le difficoltà cui va incontro chiunque assuma l’impegno di una traduzione qualunque; difficoltà che crescono a dismisura quando si tratti di voltare in una lingua moderna un antico greco scrittore.

Venendo poi più dappresso al mio proposito dirò, [lii] che saranno oggimai circa venticinque anni che unicamente per proprio studio e passatempo, negli ozi di un vivere ritirato, incominciai a fare alcuni comenti su questo storico greco, desiderando d’intendere quanto meglio poteva le concioni e i luoghi più oscuri di quel celebre autore. E tanto mi talentava questa occupazione che in breve tempo mi trovai ad avere, giusta il mio avviso, dilucidati gli otto libri nei quali è compresa quell’istoria. Conferii frattanto parte di quei comenti ad alcuni miei amici, i quali discesero nella mia sentenza circa il vero senso di certi passi i più intricati ed oscuri. Perlochè preso animo mi disposi a voler tentare, per proprio studio, il volgarizzamento: col solo scopo d’intendere il mio originale, e farne una spiegazione: e in termine di otto mesi ne venni a capo, allettato dai sublimi concetti di quel succoso scrittore.

Ma non solo fui sempre alieno, ma aborritore eziandio dal pubblicare quel mio lavoro, di cui solo oggetto era l’agevolare per alcuni miei scolari l’intelligenza dell’Istorico greco. Infatti quei molti che in Toscana e fuori mi fecero istanza di darlo in luce possono rendere testimonio che mai e poi mai non aderii alle richieste fattemi; giudicando quel volgarizzamento un aborto indegno della luce, e solo meritevole di rimanersi nella polvere, in cui fino ad ora era stato sepolto.

Senonchè nell’anno decorso vivamente sollecitato dal dott. G. Cioni, ora Direttore della tipografia Galileiana, finalmente annuii a concedere il manoscritto, a condizione però che, prima esaminatolo scrupolosamente, [liii] vedesse se fosse conveniente pubblicarlo colla stampa; essendo certo che per la dizione, per la lingua e per molte frasi verrebbe giudicato immeritevole di comparire al pubblico, e anzi di spiacevole lettura; a meno che in più luoghi non ne fosse cangiata e corretta la dettatura.

Ma il suddetto Direttore della tipografia Galileiana protestandosi ignaro affatto del greco, volle approfittarsi dell’opera del mio scolare Giuseppe Meini, giovine che sente molto addentro nelle lettere greche e italiane. I quali due riunitisi in frequenti tornate adempirono il mio desiderio di ridurre il volgarizzamento in modo da non disgradare ai leggitori. Quindi giudicherà il pubblico se sia stato raggiunto lo scopo a cui s’intendeva.

Aggiungerò che quando mi venne fatta premura di pubblicare la mia versione, avendo il sig. Meini voltata in italiano l’orazione funebre detta da Pericle nel secondo libro, desiderai che vi fosse inserita a suo luogo invece della mia; non tanto perchè a mio avviso è dettato con molta proprietà di lingua, quanto ancora per la molta intelligenza dei sensi di quella sublime ed ingegnosa concione.

Appartiene pure ad esso un catalogo di voci, modi e frasi greche corrispondenti onninamente a voci, modi e frasi italiane, compilato a insinuazione dello stesso sig. Cioni: il qual catalogo posto in fine del volgarizzamento dichiarerà rigorosamente il senso metaforico o retto nelle due lingue. E ciò servirà a dimostrare quante maniere di dire sieno passate dalla greca nella nostra lingua.

[liv]

Non ho creduto che si dovesse corredare l’edizione di comenti e d’interpretazioni a giustificare quei luoghi ove il mio volgarizzamento siasi allontanato dall’intelligenza data di precedenti traduttori; ed è stato mio consiglio l’omettere le annotazioni risguardanti la storia o le costumanze civili o religiose dei Greci, delle quali il Meursio, il Gronovio, il Sigonio ed altri hanno diffusamente parlato; avvisando che chi imprende a leggere Tucidide non può supporsi digiuno affatto delle cose dei Greci.

Finalmente concludendo dirò che se in questo volgarizzamento sì troverà nulla nulla di mediocre, sarà in parte dovuto agli editori, in parte servirà a testimoniare la carità e l’affetto veramente grande che mi stringono a questa nostra Italia, alla quale insultano gli stranieri che tanto, se non tutto, appresero da lei; quasi anelino toglierle anco la gloria delle scienze e delle lettere. I sublimi intelletti, gli alti ingegni, che fra noi non mancano, smentiscano, co’ fatti le male voci dello straniero; che io mi starò contento a mostrare in parte che pure fra noi i buoni studi non mancano di cultori.

NOTE

1.  Nell’anno seguente Aldo publicò come appendice anche gli Scolii. L’editore.

2.  Questa edizione del 1540 non è di Enrico Stefano, ma del Camerario: comparve a Basilea ex officina Hervagiana; è greco-latina cogli Scolii in fine, è ricca di correzioni attinte ad un manoscritto che Camerario stesso possedeva. L’editore.

3.  Malebranche aveva citato un esempio affatto simile della Preoccupazione dei commentatori: Ricerca della verità, lib. 2, seconda parte, capo VII.

4.  Questo volume, di cui parla Daunou non è più mai comparso. L’editore.

5.  L’edizione di Poppo si compone di undici forti volumi in-8º, dei quali l’ultimo comparve a Lipsia nel 1851 e contiene supplementi ed indici. Alle edizioni e traduzioni menzionate dal Daunou, puonno aggiungersi quelle di Berlino ed Oxford (1821), solo testo greco, cogli Scolii, e le note di Wasse e Duker, — di Oxford (1824), solo testo greco, corretto in più luoghi secondo il testo della grande edizione di Beker: è un volume in-8º, — di Lipsia (1824), solo testo greco con alcune note di Luigi Dindorf; un volume in-8º — di Lipsia (1826), solo testo greco in 2 volumi in-8º, con note originali, indice e piano di Siracusa, di Francesco Goeller — di Oxford (1830), solo testo greco con note storiche e geografiche di F. Arnold — di Berlino (1832) in-18º, ristampa accuratamente riveduta di quella di Imm. Beker con molte varie lezioni di Lipsia (1833 e seg.) per cura di G. Gervinus e Morstadt — di Parigi (1842), testo greco e traduzione latina di Haas, di Ambrogio Firmino Didot — aggiungi la traduzione francese di F. Didot (Parigi 1833, vol. 4 in-8º) molto stimata per fedeltà — quella pur francese di Stiévenart (Digione 1851), di Carlo Zevort (Parigi; Charpentier 1853). L’editore.


DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO

[1]

DELLA STORIA DI TUCIDIDE

LIBRO PRIMO

SOMMARIO.

Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra che si descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. — Epidamno rifiutata dai Corfuotti ricorre a Corinto. — I Corfuotti si volgono agli Ateniesi. — Battaglia navale. — Potidea si ribella, ed è assediata. — Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene ingrandisse. — Antico stato della Grecia. — Imprese di Pericle. — Ambasciatori lacedemoni ad Atene. — Pausania e Temistocle. — Risposta degli Ateniesi.

1. Tucidide ateniese ha scritto la storia della guerra fra i Peloponnesi e gli Ateniesi quando guerreggiavano tra loro, cominciando subito da poi che fu ordinata; avvisando che grande ella sarebbe e degna di ricordanza più delle passate conghietturandolo dai floridissimi apparati d’ogni maniera onde ambe le parti eran fornite per sostenerla, e dal vedere alcuni del rimanente di Grecia accostarsi subito ad una delle due, e gli altri averne il pensiero. Infatti grandissimo fu questo commovimento pei Greci e per gran parte de’ barbari, e, a dir così, per il più delle nazioni. Poichè, quantunque pel lungo spazio di tempo mi fosse impossibile ritrovar con chiarezza le imprese precedenti a questi fatti, ed anche le più antiche; nondimeno per le conghietture alle quali, spingendo al più lungi le mie indagini, mi avviene di prestar fede, parmi che grandi elle non sieno state nè in fatto di guerra, nè di altro.

[2]

2. Egli è invero manifesto che la ora detta Grecia non ebbe in antico stabili abitatori: vi si succedevano anzi da principio trasmigrazioni, e ciascun popolo abbandonava di leggeri il proprio suolo, forzato volta per volta da gente più numerosa. Conciossiachè, non essendovi mercatura nè sicuro commercio nè per terra nè per mare; coltivando ognuno del suo tanto da viverne; non avendo sopravanzo di robe, nè facendo piantagioni nelle loro terre per l’incertezza che, mancanti com’erano di mura, potesse mai alcuno venire a prender tutto per sè; e persuasi potersi procacciare ovunque il necessario vitto giornaliero, senza molta difficoltà lasciavano la patria: e per questo non erano potenti nè per grandezza di città nè per altro apparato. Ma soprattutto i paesi di miglior suolo, come la ora detta Tessaglia, la Beozia, il più del Peloponneso, dall’Arcadia in fuori, e quel che vi era di più ubertoso nel rimanente di Grecia, continuamente mutavano di abitatori, perchè la virtù del terreno vi rendeva di alcuni preponderante il potere; ciò che produceva fazioni interne per cui i popoli si consumavano, ed erano al tempo stesso più esposti alle insidiose macchinazioni degli stranieri. E però l’Attica, fino dai più remoti tempi immune da sedizioni per la magrezza del suolo, ebbe sempre gli stessi abitatori: e la cosa è da ciò principalmente dimostrata, che a causa delle trasmigrazioni la Grecia non si accrebbe altrove ugualmente. Perciocchè dal restante di essa in forza di guerre o sedizioni sbalzati i più potenti si ricovravano presso gli Ateniesi, come a stabile dimora. Ascritti quindi alla cittadinanza, subito fino ab antico pel numero degli abitanti resero più considerevole la repubblica: cosicchè, restando dappoi angusta l’Attica, mandarono colonie anco nella Ionia.

3. Un’altra considerazione mi chiarisce sommamente della debolezza degli antichi. È certo non aver la Ellade (Grecia) prima della guerra troiana fatto impresa veruna in comune: e per me credo che neppure tutta insieme avesse ancora questo nome; anzi che tal cognome punto non fosse, almeno prima di Elleno figliolo di Deucalione; [3] e che popolo per popolo, ed in maggiore estensione degli altri, i Pelasgi si attribuissero da sè il proprio soprannome. Ma che poi, Elleno ed i suoi figlioli fattisi potenti nella Ftiotide, e quei popoli invitandoseli per proprio vantaggio anche nelle altre città, sin d’allora presso ciascuni, per lo usare con quelli, prevalesse il nome di Elleni. Il qual nome pur non potette per molto tempo pigliar piede fra tutti, come ne dà principalmente indizio Omero, che quantunque vissuto molto dopo la guerra troiana, in nessun luogo dà a tutti loro insieme cotal nome; anzi non ad altri che ai compagni di Achille venuti dalla Ftiotide, i quali erano pure i primi che ebbero nome Elleni. Ma ne’ suoi versi nomina partitamente Danai, Argivi, Achei. E nemmeno usò il vocabolo barbari, perchè, come sembrami, non ancora gli Elleni erano distinti sotto un medesimo nome che agli altri contrappor si potesse‍[6]. Or dunque gli Elleni, nè ciascun popolo in particolare, nè quelli che città per città s’intendevano scambievolmente, nè quelli che poi tutti insieme furono chiamati così, mai si erano riuniti fra loro a fare impresa veruna prima della guerra troiana, perchè deboli e senza comunicazione di scambievole commercio: anzi a questa spedizione concorsero perchè la maggior parte già usavano il mare.

4. Infatti Minos, il più antico di quanti ne conosciamo per udita, si procurò flotta, ed estese moltissimo la sua potenza sul mare che ora greco si appella: ebbe il dominio delle isole Cicladi‍[7], pel più delle quali il primo fondò colonie, scacciandone i Carii per istabilirvi principi i suoi figlioli; e senz’altro sgombrò a tutta possa dal mare i pirati, affinchè più facilmente e in maggior copia gli venissero le entrate.

5. Imperocchè ab antico i Greci, e tra’ barbari quei di terraferma più vicini al mare, e gl’isolani (da che cominciò a rendersi più comune il tragitto scambievole con le navi) si volsero al mestier del pirato sotto la condotta dei più potenti, per trovare lucro per sè e nutrimento per gl’invalidi. Assalendo le città senza mura ed abitate a borghi le depredavano, e di là traevano la maggior parte [4] del vitto; mentre questo mestiero non era ancora in vergogna, ma godea piuttosto una certa reputazione. Ciò mostrano anche adesso alcuni di terraferma, appo i quali è decoroso il farlo con destrezza; lo mostrano altresì gli antichi poeti, i quali tutti ad un modo interrogano coloro che in qualunque luogo approdino, colla domanda «se fosser corsari» come se non ne sdegnassero il mestiere quelli cui ne domandavano, e non ne facessero rimprovero quelli ai quali importava saperlo. Praticavasi pure in terraferma simile scambievole ladroneggio; e parecchi luoghi della Grecia giusta le antiche usanze lo praticano anche adesso, come i Locri Ozolii, gli Etolii, gli Acarnani‍[8] e la terraferma di cotesti dintorni: ed è pure dall’antico ladroneggio restato costante, presso gli abitanti di terraferma, l’uso di andare armati.

6. Di fatto così costumavasi in Grecia tutta, attesochè i luoghi abitati erano senza ripari, e mal sicure le vie di scambievole comunicazione: però usavano vivere armati come i barbari: e queste parti di Grecia che seguitano a praticar così sono indizio di usanze simili estese una volta a tutti. Ma in questo stato di cose gli Ateniesi certamente furono i primi a deporre le armi, e con meno severa condotta passarono ad un vivere più molle e delicato: a cotesta delicatezza dee attribuirsi l’avere i più vecchi opulenti tra loro lasciato da poco tempo l’uso di portar toghe di lino, e di ornare in giro il ciuffo della chioma con intreccio di cicale d’oro; e quindi questa sorta di abbigliamento si è mantenuta tra’ più vecchi degli Ionii, perchè discendenti degli Ateniesi. Ma di abiti mediocri e secondo il costume presente primi usarono i Lacedemoni; ed in tutto il restante i possidenti presero maniere al più possibile conformi a quelle della moltitudine. Furono medesimamente i primi ad ignudarsi, e spogliati in pubblico, nell’atto dei combattimenti ginnastici, si ungevano con olio; laddove in antico nel certame stesso olimpico li atleti combattevano con fasce attorno alle vergogne; nè sono molti anni che tal uso è cessato; anzi tutt’ora presso alcuni barbari, specialmente asiani, si propongono [5] i premi del pugilato e della lotta, e vi si esercitano colle fasce a cintola. Così potrebbesi mostrare che la Grecia praticava molte altre maniere simili a quelle dei barbari di adesso.

7. Le città poi fondate più recentemente, quando già più frequente era l’uso del mare, essendo più abbondanti di denaro, si fabbricavano proprio sulle coste con mura con le quali comprendevano gl’istmi, per favorire la mercatura, ed afforzarsi contro i vicini; laddove le città antiche sì dell’isola che di terraferma, per tema dei corsali che si ressero lungamente, erano fabbricate più di lungi dal mare; poichè non solo i Greci tra loro, ma derubavansi anche gli altri che abitavano sulle coste, quantunque non esercitati sulla marina. Coteste città mantengono ancora la loro situazione distante dal mare.

8. Nè si davano meno alla pirateria gl’isolani che erano Carii e Fenicii, poichè costoro abitavano senza dubbio la maggior parte delle isole. Testimonio di ciò; che nella purgazione di Delo fatta dagli Ateniesi nel corso di questa guerra, quando furono tolte tutte le arche de’ morti che si trovavano nell’isola, più della metà apparvero Carii, riconosciuti al fornimento delle armi sepolte con loro, e al modo conforme a quello che ancora tengono nel seppellire. Ma la reciproca navigazione si facilitò da che Minos‍[9] ebbe dato forma alla sua flotta, avendo egli cacciato quei malfattori dalle isole, quando anche nella maggior parte di esse fondò colonie. E gli abitatori delle coste, che trovavano d’allora in poi più sicuro il modo di far denaro, vi si fermavano più stabilmente; ed alcuni eziandio si cingevano di mura secondo che crescevano in ricchezze. Perciocchè l’avidità del guadagno induceva i deboli a soffrire il servaggio dei più forti, ed i più potenti coll’affluenza delle loro ricchezze si facevano suddite le città più deboli. In tal maniera divenuti omai più opulenti fecero poi la spedizione contro Troia.

9. Perciò credo avere anche Agamennone riunito quell’armata non tanto perchè i pretendenti d’Elena ch’ei conduceva vi erano astretti dai giuramenti prestati a Tindaro, [6] ma sibbene perchè era il più potente de’ Greci d’allora. Conciossiachè quelli stessi, che per tradizioni ricevute dai maggiori hanno più esatta contezza delle cose del Peloponneso, raccontano che Pelope‍[10] con le ricchezze portate seco dall’Asia fu il primo ad acquistarsi potenza tra quei popoli miserabili; e pose, benchè forestiero, il cognome del paese: che questa potenza anco maggiore toccò coll’andar del tempo a’ suoi discendenti; pel caso, che Euristeo partito per la guerra, ed ucciso poi nell’Attica dagli Eraclidi, avea per titolo di parentela, affidato il reggimento di Micene e del suo impero ad Atreo fratello di sua madre; il quale si trovava esule dal padre Pelope per avere ucciso Crisippo. Non essendo Euristeo altramente ritornato, ebbe egli il regno di Micene e di quant’altro era stato sotto il comando di Euristeo, col consentimento de’ Micenesi mossi dal timore degli Eraclidi; ed anche perchè godeva riputazione di valoroso, e si era colle sue maniere conciliata la moltitudine: e così rese i Pelopidi più forti de’ Perseidi. Delle quali forze divenuto erede Agamennone, che era anche più degli altri potente sul mare, parmi che col timore più che con le sue buone grazie raccogliesse l’armata per eseguire la spedizione. Infatti si vede arrivare con maggior numero di navi, ed offrirle agli Arcadi, siccome lo ha dichiarato Omero, se pur vale per alcuno la sua testimonianza: e nella consegnazione dello scettro dice di più

Che molt’isole e tutta Argo reggea.

Or senza avere una flotta considerevole non avrebbe potuto, uomo di terraferma com’egli era, avere impero al di là delle isole circonvicine, che certamente non potevano esser molte. Da quest’istessa armata si conghiettura cosa furono quelle prima di essa.

10. Nè il dire che Micene fosse piccola cosa, o il considerare che niuna città d’allora passa oggi per considerevole, potrebbe servire di sicuro argomento ad alcuno per non credere tanto grande essere stata quest’armata quanto e l’hanno descritta i poeti, e ne è costante la fama. Perocchè [7] se venisse desertata la città dei Lacedemoni, restandone solo i templi e lo spazzo del fabbricato, credo che in progresso di molto tempo, nonostante la celebrità di essa, ne sarebbe dai posteri assai poco creduta la potenza, quantunque delle cinque parti del Peloponneso due ne posseggano‍[11], e su di esso tutto e su molti alleati di fuori abbiano il principato. Nondimeno per non essere il fabbricato della città riunito, nè usare essa templi ed edifizi sontuosi, ma essere edificata a borgate secondo l’antico costume della Grecia, ne scomparirebbe la potenza: laddove accadendo lo stesso agli Ateniesi, dall’appariscente aspetto della distrutta città conghietturerebbesi due volte tanto. Ragion dunque vuole che non si lasci di credere, e non si considerino gli aspetti delle città piuttosto che la loro potenza; e però si giudichi essere stato quell’esercito maggiore di quelli di prima, minore di quelli de’ nostri giorni; se pure anche qui si vuole prestar fede alla poesia di Omero, dalla quale, quantunque da lui ornata in modo che ne ricresca il soggetto, pure quell’armata apparisce da meno di quelle dei nostri tempi. Conciossiachè ei l’ha descritta di mille dugento navi: quelle dei Beozii di centoventi uomini, quelle di Filottete di cinquanta, accennando, come parmi, le più grandi e le più piccole; ma nel catalogo delle navi non rammenta la grandezza dell’altre. Che poi fossero tutti remiganti e combattenti insieme lo ha dichiarato nelle navi di Filottete, ove fa arcieri tutti quelli addetti al remo. E non è presumibile che vi fossero molti di sopraccarico a navigare con loro, eccetto i re e quelli dei primi gradi; specialmente dovendo tragittar molto mare con li strumenti di guerra, senza aver pure navi con coverta, ma, secondo l’uso antico, costruite alla foggia de’ corsali. Considerandone adunque il mezzo fra le più grandi e le più piccole è chiaro che, per essere stata la spedizione di tutta Grecia insieme, molti non furono quelli che vi concorsero.

11. Causa ne fu, più che la scarsità d’uomini, quella di denaro; perocchè per mancanza di vettovaglia vi condussero gente in poco numero, e quanto speravano che dal [8] luogo stesso delle guerre potrebbe ritrarre il vitto. E sebbene appena arrivati nel territorio troiano vincessero la battaglia, come è chiaro (perchè altrimenti non avrebbero potuto accamparsi con riparo di forte trincea), pure apparisce che nemmeno colà fecero valere tutta la gente, ma si volsero alla coltivazione della penisola, e al ladroneccio per penuria di vitto. Onde, stando essi sparsi qua e là, più facilmente poterono per dieci anni resistere loro i Troiani, forti bastantemente per far fronte a quei che successivamente rimanevano al corpo dell’esercito. Ma se andativi con munizioni da vivere, e tenendosi riuniti, lungi dal ladroneccio e dall’agricoltura, avessero senza interrompimento tirata avanti la guerra, riportando su loro vittoria, li avrebbero agevolmente soggiogati: giacchè, sebbene non tutti insieme, ma colla porzione che di mano in mano rimaneva resistevano ai Troiani: laddove stando fermi all’assedio avrebbero anche con minor tempo e fatica espugnato Troia. Deboli insomma per mancanza di denaro furono le imprese anteriori; e questa medesima più rinomata di tutte le precedenti è certamente chiaro essere stata al disotto della fama e della voce che di lei ora ha preso piede per opera dei poeti.

12. Conciossiachè anche dopo i fatti troiani la Grecia era soggetta a trasmigrazioni e cambiamenti di abitatori, sì che non poteva in tranquillo stato avanzarsi. Imperocchè la lentezza dei Greci nel ritornare da Ilio fu cagione di molte rivoluzioni, onde nacquero fazioni nella maggior parte delle città; e quelli che ne erano banditi altre se ne fabbricavano. Infatti i Beozi di adesso, nel sessantesimo anno dopo la presa di Troia, cacciati da Arne per opera dei Tessali, passarono nella campagna chiamata ora Beozia, e prima Cadmeide. In cotesta campagna era anche innanzi una porzione dei loro, del numero dei quali furono quelli che andarono alla spedizione di Troia‍[12]. Nell’ottantesimo anno i Dori con gli Eraclidi occuparono il Peloponneso: e appena dopo molto tempo, tranquillata stabilmente la Grecia, e liberata oramai dalle sedizioni, mandò fuori colonie. Gli Ateniesi fondarono quelle degli Ionii e del più [9] delle isole: nell’Italia però e nella Sicilia, ed in altri luoghi del resto della Grecia, generalmente le fondarono i Peloponnesi: ma tutte queste colonie furono dopo i fatti troiani.

13. Essendosi resa la Grecia più potente, e procurandosi anche più che per lo innanzi acquisto di denaro (divenendo così maggiori l’entrate) laddove prima i principati erano ereditari con determinati autorevoli uffizi, si stabilivano ordinariamente nelle città governi tirannici, e di flotte si forniva la Grecia, dandosi principalmente al mare. Fama è che i Corintii furono i primi a riformare le navi colla massima simiglianza al modo presente, e che a Corinto, innanzi a tutto il rimanente di Grecia, furono fabbricate triremi. Certo è poi che furono costruite quattro navi pei Samii da Aminocle corintio che ne faceva il mestiere; e da che egli andò da’ Samii sino al termine di questa guerra sono circa trecento anni: e la battaglia navale più antica che si sappia è de’ Corintii co’ Corfuotti seguita circa dugento sessanta anni innanzi il detto tempo. I Corintii poi, attesa la positura della città loro sull’istmo, ebbero sempre mai mercato, perchè i Greci del Peloponneso e quei di fuori piuttosto che per mare avevano anticamente scambievole commercio per terra, passando a traverso il loro territorio: ed erano però sin d’allora potenti per denaro, conforme lo dichiarano anche gli antichi poeti, che danno a cotesto paese il nome di ricco. Ma da che i Greci più usavano il mare, i Corintii, forniti com’erano di flotta, distruggevano i pirati, e così offrendo sicurezza di mercatanzia ai Greci del Peloponneso e di fuori, resero la città loro potente per entrate di denaro. Assai più tardi ebbero flotta gli Ionii a’ tempi di Ciro primo re dei Persiani, e di Cambise suo figliolo; e guerreggiando con Ciro furono per qualche tempo padroni del mare loro adiacente. Al tempo di Cambise, Policrate tiranno di Samo, forte in mare, oltre ad altre isole che avea soggettate, espugnò Renea‍[13] che consacrò ad Apollo di Delo: ed i Focesi, mentre fondavano Marsilia, ebbero vittoria navale su i Cartaginesi.

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14. Queste erano le flotte più poderose; pure manifestamente esse furono molte generazioni dopo i fatti di Troia. Usavansi però poche triremi, ed invece tuttavolta barche a cinquanta rematori, come quelle che andarono contro Troia. E solo poco prima de’ fatti de’ Medi e della morte di Dario, succeduto a Cambise nel regno dei Persiani, ebbero gran numero di triremi i tiranni di Sicilia‍[14], ed i Corfuotti; perocchè queste furono le ultime flotte ragguardevoli nella Grecia prima della spedizione di Serse. Gli Egineti e gli Ateniesi e alcuni altri le ebbero piccole e per la maggior parte composte di navi a cinquanta rematori; e ciò assai tardi, cioè, da che Temistocle ebbe persuaso agli Ateniesi, che erano in guerra con gli Egineti, e che si aspettavano il barbaro‍[15], di fabbricar navi colle quali vennero a battaglia, senza che però avessero ancora intera coverta.

15. Tali dunque erano le flotte antiche dei Greci e dei tempi appresso; pure quelli che vi posero cura si acquistarono grandissima potenza per entrate di denaro e per dominio sovr’altri: perchè, specialmente coloro che non avevano sufficiente territorio, investivano colle navi le isole e le soggiogavano. Ma per terra non ebbevi veruna guerra che portasse notabile accrescimento di potenza, e quante ne sorsero erano di luoghi particolari coi confinanti: spedizioni al di fuori a molta distanza dal loro territorio per soggiogare altrui, i Greci allora non ne intraprendevano; perchè le città ora suddite, non avean fatto un sol corpo con le più potenti, e nemmeno da per sè facevano in comune spedizioni contribuendo alla pari. Si facevano piuttosto guerra tra loro i confinanti secondo le particolari occorrenze: e più che altro nella guerra dei Calcideesi e degli Eritreesi, avvenuta già nei tempi antichi, il rimanente della Grecia si divise a soccorso di una delle due parti.

16. Si frapponevano pure altrove per altri popoli ostacoli all’ingrandimento; e quanto agli Ionii, quando già le cose loro erano venute a grande avanzamento, Ciro e con lui tutta la monarchia persiana, sconfitto Creso e soggiogato [11] ciò che era dal fiume Alis in poi sino al mare‍[16], portò loro la guerra, e ridusse in servitù le città di terraferma: Dario appresso vincitore colla flotta fenicia soggiogò anche le isole‍[17].

17. Ma tutti i tiranni delle greche città studiosi solo del proprio interesse, della persona loro e degli avanzamenti delle famiglie, tenevansi ordinariamente dentro alle città per esser più sicuri che potevano; e nulla fecero di rilievo, se non che in particolare qualche cosa contro i confinanti; laddove quei di Sicilia erano saliti in gran potenza. Così fu dappertutto la Grecia lungo tempo impedita che nulla di grande potè fare in comune; e le città particolari erano, anzi che no, senza ardimento.

18. Quando però i tiranni d’Atene, e la maggior parte di quelli del rimanente di Grecia anche di prima quasi tutta tiranneggiata, e quando anche gli ultimi che restavano, eccettuati quei di Sicilia, furono distrutti dai Lacedemoni, questi appunto perciò si resero potenti, e davano norma allo stato delle altre città‍[18]. Ora Lacedemone, quantunque, da che fu fabbricata dai Dori‍[19] che l’abitano adesso, sia stata più lungamente di quante altre sappiamo agitata da sedizioni, pure sino da remotissima età ebbe buone leggi‍[20], nè mai fu soggetta a tiranni; essendo sino all’esito di questa guerra circa quattrocent’anni o poco più, che i Lacedemoni serbano il medesimo reggimento. Non molti anni dopo estirpati i tiranni dalla Grecia accadde a Maratona la battaglia de’ Medi con gli Ateniesi: dieci anni dipoi tornò con numerosa armata il barbaro per mettere la Grecia in servaggio. Nell’imminenza di sì grave pericolo, siccome i Lacedemoni superiori di forze presero il comando dei Greci associati con loro per questa guerra; così gli Ateniesi alla invasione dei Medi deliberarono di abbandonar la città: sgombraronla di fatto, e saliti sulle navi si fecero gente di mare. Poscia che d’accordo ebbero rispinto il barbaro, poco dopo tanto quei che allora si erano ribellati dal re, quanto gli altri Greci collegati a combatterlo, si divisero fra Lacedemoni ed Ateniesi; i due popoli che senza paragone si distinguevano in potenza, [12] quelli per terra, questi per mare. Ma durarono poco nella confederazione: anzi venuti manifestamente in discordia combatteansi tra loro coll’aiuto degli alleati; e d’allora in poi ricorrevano ad essi anche gli altri Greci nelle loro differenze: cosicchè dal tempo de’ Medi sino a questa guerra, facendo continovamente, ora tregue insieme, ora movendo le armi l’un contro l’altro, o contro gli alleati che si ribellassero, misero in buon assetto gli apparecchi di guerra, e si fecero più esperti esercitandosi in mezzo ai pericoli.

19. I Lacedemoni avevano governo sugli alleati senza tributo, contenti di condurli con maniere officiose a reggersi in oligarchia conforme al governo di Sparta: per opposito gli Ateniesi col tempo si presero le navi delle città alleate, fuorchè quelle de’ Chii e de’ Lesbii, e vi esercitavano impero, con aver di più messo imposte da pagarsi in denaro. Però gli Ateniesi e i Lacedemoni ebbero ambidue per questa guerra apparecchio proprio assai maggiore di quando, non ancor lesa la confederazione, erano le cose loro in istato floridissimo.

20. Ecco pertanto quello che ho trovato delle cose antiche; le quali, tutto che successivamente comprovate da ogni maniera di argomenti, saranno appena credute; perchè la gente senza scrupoloso esame ascolta tutti ad un modo i racconti dei fatti dei maggiori, sieno anche del proprio paese. Quindi il volgo degli Ateniesi crede che Ipparco fosse tiranno quando fu ucciso da Armodio e da Aristogitone; non sanno che Ippia (di cui era fratello Ipparco e Tessalo) come primogenito di Pisistrato reggeva allora Atene; e che in quel giorno Armodio ed Aristogitone entrati improvvisamente in sospetto che qualche indizio della trama fosse stato dato da’ loro complici ad Ippia, non osarono accostarsi a lui credendolo avvertito: ma incaparbiti in voler fare qualche prodezza prima di essere arrestati, essendosi presso al così detto Leocorio abbattuti in Ipparco, che ordinava la pompa della festa panatenaica‍[21], lo uccisero. Parimente in molte altre cose, tuttora esistenti, e pel tempo non obliate, non la pensano giustamente nè pure gli altri Greci. Per esempio che i re de’ Lacedemoni [13] rendan voto non con una ma con due pietruzze per ciascheduno; che sia presso loro la compagnia Pitanate‍[22], che per niun modo vi fu mai: cotanto la ricerca del vero è intollerante di fatica pel maggior numero degli uomini, che più volentieri piegano alla corrente.

21. Nondimeno per le prove addotte non andrà lungi dal vero chi giudichi queste cose tali presso a poco quali per me sono state esposte, più presto che tali quali le hanno cantate i poeti con ornamenti che le ricrescono, o quali, per molcere le orecchie più che per dire il vero; le hanno raffazzonate i prosatori: cose mancanti di prove, e che generalmente per la loro antichità, senza esser credute, hanno preso piede nel genere delle favole. Nè fallirà chi piuttosto pensi che, secondo antiche, col tener dietro a più manifesti argomenti sieno state ritrovate tali da appagare. Così, tutto che gli uomini abbiano maggior concetto della guerra presente mentre vi combattono, e sbrigatisi di quella tengano in maggior conto le antiche; pure a chi vorrà giudicarne propriamente dai fatti, questa si mostrerà essere stata più considerabile di quelle.

22. Quanto poi alle arringhe fatte da ciascuno essendo per attaccar la zuffa, o già in quella trovandosi, era certamente difficile ricordarsi esattamente delle parole, sia per me di quelle che ho io stesso udite, sia per chiunque che udite da altri me le riferiva. Il perchè le ho riportate così come, attenendomi il più possibile all’intero concetto delle parole veramente pronunziate, mi pareva che ognuno, volta per volta che si presentasse l’occasione, avrebbe opportunamente parlato. Ma i particolari dei fatti di questa guerra non mi sono fatto lecito di scriverli per udita da chiunque mi si parasse innanzi, nè a mio capriccio; bensì ho scritto quelli ai quali io sono stato presente, e quanto a quelli uditi da altri, li ho raccontati dopo la più esatta e perseverante ricerca intorno a ciascuno. Bene era malagevole il rintracciarli, perchè coloro che erano stati presenti a ciascun fatto non parlavano d’un’istessa cosa per egual modo, ma secondo l’affetto per una delle due parti, o la memoria che ne avevano. Forse i miei scritti per non [14] essere in essi nulla che senta della favola, parranno ad udire meno dilettevoli; ma per chi vorrà osservarvi la schietta verità delle cose passate, e di quelle che umanamente parlando debbono accadere a suo tempo presso a poco nel medesimo modo, avranno pregio bastevole per esser giudicati utili. Or son essi composti per esser un patrimonio per l’eternità, più presto che una disputa scenica da sentirsi fugacemente.

23. Delle guerre antecedenti la più famigerata è stata quella dei Medi; pure ella fu prestamente decisa in due battaglie di mare e due di terra‍[23]: ma la lunghezza di questa è stata grande, e vi si sono frapposti per la Grecia calamitosi avvenimenti, quali non altri mai in eguale spazio di tempo. Conciossiachè non furono mai prese e spopolate tante città, parte dai barbari, parte dai Greci stessi che erano in guerra tra loro; alcune delle quali espugnate perderono gli antichi, ed ebbero altri abitatori; nè tante persone bandite, nè tanto sangue sparso, sì nella guerra medesima, sì per causa di sedizioni. Onde le antiche tradizioni, ben di rado confermate dai fatti, si resero credibili, sia riguardo ai terremoti che scossero più parti della terra e furono insieme violentissimi, sia rispetto agli eclissi del sole che accaddero più frequenti in paragone di quelli che si ricordano nei tempi andati. In alcuni luoghi furono siccità grandi e fami conseguenze di esse, e quel contagioso morbo che sopra tutto danneggiò ed anche distrusse parte della Grecia; flagelli che tutti concorsero a straziarla unitamente a questa guerra, alla quale diedero cominciamento gli Ateniesi ed i Peloponnesi colla rottura della tregua di trent’anni fermata tra loro dopo la presa di Eubea‍[24]. Ed io ho premesso i motivi di questa rottura e le contenzioni tra di loro, affinchè nessuno abbia mai a cercare donde surse guerra sì grande tra i Greci. Nondimeno cagione verissima, sebbene riposta nel più cupo silenzio, ne furono gli Ateniesi divenuti grandi, i quali mettendo paura ai Lacedemoni li ridussero nella necessità di risolversi per la guerra. Ma le cause di cui si parlava senza mistero, e [15] per le quali ruppero la tregua e si messero in guerra, furono da ambe le parti le seguenti.

24. Epidamno‍[25] è città alla destra di chi entra nel seno ionico, colla quale confinano i Taulanzii barbari di nazione illirica. I Corfuotti vi avevano fondata colonia di cui fu capo Falio figliolo di Eratoclide di stirpe corintia, di quei della discendenza di Ercole, fatto venire dalla città madre giusta l’antica usanza‍[26]. Si unirono con lui a questa fondazione alcuni di Corinto ed altri di stirpe dorica. In progresso di tempo la città degli Epidamnii divenne grande e popolosa: ma dopo molti anni di sedizioni interne furono, come è fama, da non so qual guerra dei vicini barbari malmenati e privati in gran parte di loro potere. Finalmente innanzi questa guerra i popolani cacciarono i magnati; e questi usciti si accordarono co’ barbari a infestar co’ ladronecci per mare e per terra i rimasti in città. Gli Epidamnii adunque che erano in città trovandosi alle strette spediscono legati a Corfù, come a città madre, pregandola di non essere indifferente sulla loro sciagura; ma a riconciliare con loro gli usciti, e por fine alla guerra dei barbari. In atto supplichevole seduti nel tempio di Giunone chiedevano queste cose: ma i Corfuotti non prestarono orecchio alle loro supplicazioni, e gli rimandarono senza effetto.

25. Conobbero gli Epidamnii non doversi aspettare verun soccorso da Corfù; e dubitando come dar buon sesto all’urgenza del momento, spedirono in Delfo a consultare il nume, se dovessero consegnare la città ai Corintii come fondatori di quella colonia, e tentare di ottenere qualche sussidio. Il nume rispose, la consegnassero e li prendessero per loro duci. Pertanto gli Epidamnii andarono a Corinto, e, secondo l’oracolo, consegnarono la colonia, dimostrando il fondatore di quella essere corintio; e manifestando la risposta dell’oracolo pregavano i Corintii non dovessero mettere in non cale la loro rovina, ma soccorrerli. I Corintii, persuasi aver dritto alla colonia non meno de’ Corfuotti, promisero il soccorso, non solo per dovere di giustizia, ma eziandio per odio contro i Corfuotti [16] stessi, che quantunque coloni loro li trascuravano, non rendendo ad essi nelle solenni adunanze i consueti onori, nè accordando il dritto di precedenza nelle cose religiose a un cittadino di Corinto, come usavano le altre colonie. Anzi li disprezzavano, inorgogliti per essere allora potenti in denaro quanto i più ricchi Greci, e negli apparecchi di guerra anche più forti; invaniti pure talvolta della loro grande superiorità sulla marina, e dall’avere i Feaci, famosi per le loro flotte, abitata di prima Corfù: motivo per cui con studio maggiore allestivano naviglio, nel quale erano di fatto formidabili, perocchè avevano centoventi triremi quando incominciarono la guerra.

26. I Corintii adunque che avevano tutti questi titoli di rammarico, di buona voglia spedirono a soccorso di Epidamno delle genti composte di Ambracioti, di Leucadii e di loro; invitando ancora qualunque volesse andarvi ad abitare. Passarono per la via di terra ad Apollonia, colonia dei Corintii, per paura di non essere impediti dai Corfuotti in tragittando il mare. I Corfuotti pertanto quando intesero la venuta ad Epidamno di cotesti abitatori e di quelle genti, e che la Colonia si era data ai Corintii, se ne adontarono, e senza perder tempo, si misero in mare con venticinque navi seguite poi da altra armata, e contumeliosamente ordinavano agli Epidamnii di riammettere gli usciti, che andati a Corfù aveano additato i sepolcri e rammentato i vincoli di consanguineità; pregando con questo titolo di esser ricondotti in patria, e rimandate le genti speditevi dai Corintii unitamente a quei nuovi abitatori. Gli Epidamnii non li obbedirono in nulla; e però i Corfuotti andarono contro essi con quaranta navi, e con gli usciti per ricondurveli; con più un rinforzo d’Illirici. Fermarono il campo dinanzi alla città, e mandarono fuori una grida che dava intera franchigia a qualunque degli Epidamnii o forestieri volessero uscire; altrimenti gli tratterebbero da nemici. Quelli non prestarono loro orecchio, ed i Corfuotti assediavano la città situata sull’istmo.

27. Ma i Corintii, venuta da Epidamno la nuova dell’assedio, allestivano armata e ordinavano colonia per Epidamno, [17] con piena uguaglianza ne’ diritti civili per chiunque volesse andarvi, permettendo che depositasse cinquanta dramme corintie‍[27] chi volendo entrare a parte della colonia non gradisse imbarcar subito con gli altri: e furono molti tanto a imbarcare, quanto a sborsare il denaro. Pregarono ancora i Megaresi‍[28] a convogliarli colla flotta, se mai fosse loro da’ Corfuotti impedita la navigazione; e quelli allestirono una conserva di otto navi, ed i Paleesi di Cefallenia di quattro. Richiesero di navi pure gli Epidauri che ne offrirono cinque, gli Ermionesi una, i Trezenii due, i Leucadii dieci, e otto gli Ambracioti. Ai Tebani ed ai Fliasii domandarono denaro, ed agli Elei navi vuote‍[29] e denaro: de’ Corintii proprio si allestivano trenta navi, e tremila soldati di grave armatura.

28. Pervenuti tali apparecchi a notizia del Corfuotti, questi andarono a Corinto co’ legati de’ Lacedemoni e dei Sicionesi che seco presero, ed intimarono ai Corintii di richiamar la guarnigione di Epidamno ed i coloni, come se sopra a quella città non avessero diritto: e se pur nulla vi pretendevano, volevano che ne dessero ragione dinanzi a quelle città del Peloponneso delle quali convenissero entrambi; e che quelli dei due ai quali la colonia fosse aggiudicata, ne ritenessero il dominio. Soggiungevano che eran pronti a rimettersi all’oracolo di Delfo, ma dissuadevano i Corintii dal far guerra; altrimenti protestavano che dalle loro violenze sarebbero essi pure costretti a farsi, pel proprio vantaggio, amici quelli che e’ non gradirebbero, uno cioè dei due superiori in potenza. Rispondevano i Corintii che ove i Corfuotti richiamassero da Epidamno le navi ed i barbari, delibererebbero: prima di questo non essere del loro decoro contentarsi a piatire, mentre gli Epidamnii soffrivano l’assedio. Parimente, i Corfuotti rispondevano farebber tutto, se anche i Corintii ritirassero da Epidamno la gente loro; e di più esser pronti a far tregua, col patto di restare entrambi al loro posto sino alla giuridica decisione.

29. Ma i Corintii non approvarono nulla di questo; anzi avendo già le navi in punto, ed essendo presenti gli [18] alleati, prima di tutto spedirono araldo a dichiarar guerra ai Corfuotti; e fatto vela con settantacinque navi e due mila soldati di grave armatura, navigarono sopra Epidamno per combattere i Corfuotti. Erano ammiragli Aristeo figliolo di Pellico, Callicrate di Callia e Timanore di Timanto: guidavano la fanteria Archetimo di Euritimo, ed Isarchide di Isarco. Arrivati che furono ad Azio‍[30] nell’Anactoria, ove è il tempio d’Apollo alla bocca del seno ambracio, i Corfuotti premisero loro un araldo spedito su d’uno schifo per intimare che non proseguissero il corso contro essi; e intanto allestivano le navi, rimettendo i banchi alle vecchie perchè fossero buone per mare, e racconciavano le altre. L’araldo non riportò veruna pacifica risposta dalla parte dei Corintii; ed essi che avean già allestite ottanta navi, poichè quaranta erano all’assedio di Epidamno, si mossero incontro, e messa la flotta in ordinanza appiccarono la zuffa. La vittoria fu manifestamente pei Corfuotti colla perdita di quindici navi dei Corintii. Nel giorno stesso avvenne che i loro all’assedio di Epidamno ebbero per capitolazione la piazza, col patto di vendere i forestieri, e di dover serbare prigioni i Corintii, sino a che non si fosse altrimenti deliberato.

30. Dopo la battaglia i Corfuotti ersero trofeo a Leucimna promontorio di Corfù, e uccisero gli altri prigionieri che avevano presi, ritenendo in carcere i Corintii. Appresso, quando i Corintii con gli alleati, rimasti sconfitti nella battaglia navale, furono tornati a casa, i Corfuotti restarono padroni di tutto il mare di quelle adiacenze, e navigarono contro Leucade colonia dei Corintii; ne devastarono la campagna, e diedero fuoco a Cillene arsenale degli Elei, perchè avevano somministrato navi e denari ai Corintii: e per la maggior parte dell’anno, dopo la battaglia navale, tennero il dominio del mare, e colle navi assalendo gli alleati dei Corintii gli malmenavano; finchè, al sopravvenir della state, i Corintii mossi dai disastri degli alleati vi mandarono navi e truppe, e posero il campo ad Azio nei contorni di Chimerio della Tesprotide, per servir di presidio a Leucade e alle altre città loro amiche. Parimente i Corfuotti [19] colle navi e colla fanteria tenevano il campo di faccia a loro in Leucimna: ma delle due flotte nissuna si mosse contro l’altra; anzi restando ferme sulle difese per quell’estate, al venir dell’inverno se ne tornarono a casa.

31. I Corintii però in tutto l’anno dopo la battaglia navale e nel seguente, pieni di rabbia per la guerra dei Corfuotti, fabbricavano navi ed allestivano nel più compiuto modo la flotta, soldando rematori del Peloponneso e dell’altre parti di Grecia. Alla nuova de’ loro preparamenti impauriti i Corfuotti che non erano in lega con nissuno dei Greci, nè si erano fatti pur descrivere in quella degli Ateniesi o dei Lacedemoni, risolvettero di presentarsi agli Ateniesi per mettersi nella loro alleanza, e far di tutto per avere qualche soccorso. Informati di questo i Corintii mandarono essi pure ambasciatori ad Atene, affinchè la flotta degli Ateniesi non si riunisse con quella de’ Corfuotti, ed impedisse ad essi Corintii di disporre la guerra in quel modo che volevano. Vi si tenne adunanza, e venuti a dire ognuno le sue ragioni, i Corfuotti parlarono così.

32. «Egli è giusto, o Ateniesi, che quei che si presentano ad altri per chieder soccorso, senza anticipato credito di segnalato benefizio o titolo di alleanza, come noi ora facciamo, incomincino dal dimostrare, prima, che utili sono le loro dimande, o almeno non dannose, quindi che avranno stabile riconoscenza: se niuna di queste cose porteranno all’evidenza, non si sdegnino del rifiuto: lo che confidando poter sicuramente fare, ci hanno qua spedito i Corfuotti per domandarvi alleanza. Ma egli addiviene che le maniere stesse da noi sin qui tenute non sono dinanzi a voi valevoli rispetto al nostro bisogno, ma più tosto, al presente, dannose alle cose nostre. Conciossiachè non avendo pel passato sino ad ora appartenuto di buon grado a veruna alleanza, veniamo adesso per implorarla da altri, noi che appunto per questo, nella presente guerra co’ Corintii ci troviamo abbandonati da tutti: e quella che prima parea nostra prudenza (il non far lega con veruno per non partecipar dei pericoli a voglia altrui) è ora venuta a tale da sembrare sconsigliatezza e debolezza. Certo nella [20] passata battaglia navale abbiamo da noi soli respinto i Corintii: ma da che si son mossi contro di noi con apparecchio maggiore tratto dal Peloponneso e dal rimanente di Grecia, e da che ci vediamo impotenti di sostenerci colle sole nostre forze (tanto più che grande sarebbe il pericolo se fossimo da loro sottomessi) siamo astretti a cercar sovvenimento da voi e da qualunque altro. E meritiam perdono, se non per malignità, ma per errore di opinione siamo ridotti ad avere ardire contrario al primo proposto di fuggire ogni briga.

33. «Ma se ci compiacerete, la congiuntura del nostro bisogno per voi sarà bella per molti rispetti. Primieramente porterete soccorso a gente ingiuriata, non già che offende altrui: dipoi, perchè avendoci accolti mentre corriamo gli estremi rischi, tal grazia ne compartirete di cui resterà la più indelebile ricordanza. Di più, dalla vostra in fuori, abbiam noi flotta la più considerabile: ora, osservate qual più rara e felice occasione per voi, o più molesta ai nemici dar si possa, di quella che una potenza (ad aggiugnervi la quale avreste speso tanto denaro e tanta gratitudine) si offra di per sè stessa, dandosi a voi senza niuna vostra spesa o pericolo, che inoltre fama vi arrechi di virtù verso il pubblico, ingeneri riconoscenza in chi soccorriate, ed a voi medesimi aggiunga forza e vigore. Vantaggi invero che, tutti insieme riuniti, si sono in ogni tempo conseguiti da pochi: e ben rari son quelli che, domandando alleanza, si presentino a coloro cui la domandano per recare, più presto che per ricevere, sicurezza e decoro. E se taluno crede che non nascerà la guerra, per la quale noi potremmo esservi utili, la sbaglia nel suo pensiero, e non s’accorge che i Lacedemoni, per la paura che han di voi, non veggon l’ora di farvi guerra; che i Corintii, da per sè potenti, son anche vostri nemici, e che ora incominciano dal preoccupar noi per farsi strada ad assalir voi, affinchè voi e noi animati da odio comune non ci mettiamo d’accordo contro di loro, e così vadano falliti in una di queste due mire, o di abbatter noi, o di afforzare se stessi.

[21]

34. «Ma tocca a voi il prevenirli coll’accettare l’alleanza che i Corfuotti vi offrono, e così preoccupare, piuttosto che ribattere, le loro macchinazioni. Se poi dicano non esser giusto che riceviate i coloni loro, imparino che ogni colonia ben trattata onora la città madre, oltraggiata se ne aliena: poichè i coloni vengono mandati per essere non servi, ma alla pari con quelli che rimangono. Or la loro ingiusta soverchieria è manifesta; invitati a giuridica decisione sul fatto di Epidamno, han voluto con le armi, piuttosto che con la bilancia del dritto, procedere su i capi d’accusa. Però quel che fanno verso di noi che siamo del loro sangue, vi serva di buon argomento per non lasciarvi sedurre dalle loro frodi, nè condiscendere a dirittura alle loro domande; perciocchè più di tutti dura nella sua sicurezza chi meno si carica di pentimenti per favori fatti ai nemici.

35. «Nè già voi romperete i trattati coi Lacedemoni, se accettate noi, che nè di loro nè di voi siamo alleati: poichè in quelli è dichiarato che se una città greca non sia in lega con alcuno possa accostarsi a quale delle due parti le piaccia. E sarebbe certamente strano che venga permesso ai Corintii di trar soldati, pel servizio della flotta, dalle città comprese nella vostra lega, dal resto della Grecia, e fino da quelle che vi sono suddite; ed essi all’opposto escludan noi da un’alleanza proposta a tutti, e dai sussidi che altronde possiamo avere. E avran poi coraggio di apporvi a delitto il consentire alle nostre domande? Noi con più ragione vi apporremmo a delitto la repulsa, però che rifiutereste noi che non siamo nemici vostri, e che corriamo pericolo: e non che far fronte a loro veri vostri nemici e poco meno che assalitori, li lascereste piuttosto avvantaggiarsi di nuove forze tratte dal vostro stesso dominio, contro ogni giustizia, la quale all’opposto vuole, o che anche a loro vietate di assoldare la vostra gente; o che mandiate a noi pure quel soccorso che crederete; anzi, a meglio dire che, ricevendoci palesemente nella vostra lega, ci aiutiate. Lo che, come abbiam detto innanzi, torniamo ora a mostrarvi essere per molti rispetti [22] del vostro vantaggio: ma soprattutto (e questo vi sia pegno sicuro di nostra fede) perchè i nemici nostri lo erano medesimamente di voi, nè già deboli, ma forti abbastanza per farla pagar caro a chi tenti staccarsi da loro. Nè per ultimo è per voi tutt’uno il tenervi fuori da questa che vi si offre alleanza marittima, non già terrestre: anzi principalmente non dovete permettere, se potete, che verun altro abbia flotta, o almeno avere amico chi più valga in quella.

36. «E chi trova utili queste proposizioni, ma teme, abbracciandole, di rompere i trattati, intenda che questo suo timore, accompagnato dalla forza, piuttosto spaventerà i nemici, e che la sua fiducia, rimanendo debole in faccia a nemici potenti, sarà meno formidabile: intenda di più che la presente sua deliberazione ha per oggetto, non meno di Corfù, Atene stessa, e che intorno a questa non antivede il meglio; se con una guerra imminente e poco meno che attuale, risguardando solo al presente sta in tra due nell’aggiugnersi a una città, la cui amicizia o inimicizia è di grandissimo momento. Conciossiachè, tralasciando molti altri vantaggi, Corfù risiede in sito opportuno pel tragittò d’Italia e di Sicilia, da non permettere che di là vengano altre flotte ai Peloponnesi, e da favorir per là il passaggio di quelle che partano da Atene. Le quali cose tutte comprendendo in somma, da ciò imparate a non ci rigettare. Tre sono le flotte considerevoli dei Greci; la vostra, la nostra e quella dei Corintii: se dunque trascurerete che due di queste si riducano in una, e se primi saranno i Corintii ad occupar noi, vi troverete a combattere in mare co’ Corfuotti insieme e co’ Peloponnesi; laddove, accogliendoci, sarete in grado di combattere colle vostre navi aumentate dalle nostre.» Così parlarono i Corfuotti; e dopo loro i Corintii così.

37. «Avendo questi Corfuotti fatto parola non solo di essere ammessi alla vostra alleanza, ma eziandio di essere ingiuriati da noi, e di soffrire a torto questa guerra, forza è che noi pure tocchiamo prima questi due capi, per passar poi agli altri punti dei quali siamo per parlarvi: [23] così voi preconoscerete esservi maggiormente utili le nostre richieste, e non irragionevolmente rifiuterete i servigi di costoro. Dicono non aver per prudenza fatto mai alleanza con veruno; mentre hanno costumato così più presto per ribalderia che per virtù: perciocchè non vogliono avere testimoni alle loro nequizie per non doversi vergognare di averli invitati. La stessa loro città, che colla sua positura ne porge il più bel destro da ciò, li rende, più che se lo fossero per convenzione, giudici delle ingiurie che contro gli altri commettono, perchè senza navigare a casa altrui non fanno altro che intraprender quei che per necessità vi approdano. Ecco la forza del bel pretesto di non conoscere alleanza; di questo si ammantellano, non per evitare la complicità delle ingiustizie altrui, ma per commetterle da sè soli; per usar violenza ove abbiano maggiori forze; per soverchiar altrui, ove riesca tenere occulta la trama; e per negare sfacciatamente qualunque usurpazione. E pure se fossero uomini dabbene come si vantano, quanto meno erano esposti alle invasioni altrui, tanto più potevano palesemente far mostra di virtù, col rendere, e col ricevere quel che è di giusto diritto.

38. «Ma non adoperano così nè con gli altri nè con noi. Anzi tutto che nostri coloni, ci sono sempre stati ribelli, ed or di più ci fanno guerra, allegando non essere stati mandati per soffrir danno: e noi pure diciamo avervi mandato colonia non per patire insulti, ma per averne il governo e riscuoterne il dovuto rispetto. Certo le altre colonie ci onorano, ed è la gente al maggior segno contenta di noi: onde è chiaro che se siamo bene dei più, non può darsi che questi soli sieno giustamente disgustati di noi. Nè contro il nostro decoro porteremmo ad essi la guerra, ove non fossimo grandemente offesi. Ma sia pur nostro lo sbaglio; sarebbe stato nondimeno quanto dignitoso per loro cedere al nostro sdegno, altrettanto vergognoso per noi oppor violenza alla lor moderazione: laddove essi, oltre a mille altre offese, dopo non essersi data alcuna premura per Epidamno travagliata dal nemico, andati appena noi a soccorrerla, hanno colla loro petulanza [24] e licenza, causata dalle ricchezze, espugnato cotesta città di nostra giurisdizione; e la ritengono tuttora.

39. «E pur vociferano che prima di prenderla volevano decisione per via giuridica: via che certamente dee sembrare tener non colui che aspetta di trovarsi al disopra, e da luogo di sicurezza invita altrui a non so qual parlamento, ma quegli bensì che prima del dibattimento siasi messo perfettamente alla pari tanto nelle vie di fatto, quanto nella facoltà di dire le sue ragioni; dove costoro non prima di cinger d’assedio la piazza, ma quando crederono che noi non vi saremmo indifferenti, allora hanno prodotto il bel pretesto della via giuridica. E vengono qua non solamente rei delle ingiurie che ci hanno fatte ad Epidamno, ma di più colla pretensione di avere ora anche voi non compagni nelle armi, ma complici degli affronti, volendo che gli riceviate perchè sono in discordia con noi. Dovevano ricorrere a voi quando non avevano nulla da temere, e non quando noi siamo già gli offesi ed essi in pericolo; nè quando voi, senza aver nella presa di Epidamno dato mano alle loro forze, li fareste ora partecipi de’ vantaggi che sperano da voi stessi, ai quali, quantunque non complici dei loro delitti, noi daremmo colpa egualmente. Se di prima aveste con quelli accomunate le vostre forze, facea di mestieri che anche ne risentiste comuni le conseguenze: ma se non volete entrare a parte dei loro delitti soltanto, conviene non vi intramettiate in queste contese che tutte da essi procedono.

40. «Egli è adunque dimostrato che noi ricorriamo a voi colle debite prove di giustizia, dalla parte nostra, e che la violenza e la soverchieria sta tutta dalla loro. Resta a convincervi che non potete giustamente riceverli. Se nei capitoli è detto potere ogni città che non vi sia descritta, accostarsi a qual dei due più le piaccia, pure la convenzione non risguarda chi si accosti con danno altrui, ma chi senza staccarsi da altri non sia per cagionare guerra in cambio di pace a quei che lo ricevono, lo che non faranno se han fior di senno. Or questo appunto accaderà a voi se non porgiate orecchio alle nostre parole. Perchè non [25] vi farete solamente aiutatori di loro, ma eziandio nemici nostri di alleati che siete; atteso che, se vi mettete con essi, è indispensabile che essi e voi insieme respingiamo. Eppure dover vostro è di starvene soprattutto neutrali, o unirvi all’opposto con noi per andar contro loro, co’ quali non avete mai nemmeno pattuito sospensione d’armi, laddove dei Corintii siete alleati; e così non metter l’usanza di dar ricetto ai ribelli altrui. Perocchè anche quando vi si ribellarono i Samii, e i voti degli altri Peloponnesi erano divisi sul doversi o no recar loro soccorso, noi non concorremmo col nostro a farvi contro, anzi rispondemmo apertamente, dovere ognuno da sè tenere in freno i propri alleati. Che se voi accorderete ricetto e difesa a quei che commettano qualche malefizio, non meno saranno tra’ vostri alleati coloro che si vedranno accostarsi a noi; e metterete tale uso più a vostro che a nostro danno.

41. «Queste sono dinanzi a voi i buoni titoli di giustizia che ci competono in forza delle leggi greche. Noi inoltre vi avvertiamo e vi preghiamo di un favore, con cui non essendovi nemici da rivolgerlo a danno vostro, nè amici a segno da usarne più del giusto, diciamo dover voi al presente ricambiarci. Perchè quando per la guerra con gli Egineti, innanzi quella de’ Medii, vi trovaste scarsi di navi lunghe, ne prendeste venti dai Corintii. Cotesto servigio coll’altro nell’affare dei Samii, d’aver cioè noi fatto sì che i Peloponnesi non gli aiutassero, vi procurò vittoria sugli Egineti e modo di raffrenare i Samii; servigio tanto più pregevole, perchè prestato in tali occasioni nelle quali un popolo inteso tutto ad investire i suoi nemici, di null’altro si cura che della vittoria, tenendo per amico chi lo aiuta, fosse egli anche di prima suo nemico, e per nemico chi lo contradia, benchè amico gli sia; poichè per la gara del momento, non guarda a rovinare le stesse sue cose.

42. «Pieni la mente di questi fatti che i giovanetti apprenderanno dai più vecchi, faccia ognuno suo debito il retribuirci egual benefizio; nè creda che, per giuste che sieno le proposizioni nostre, ben altro sarebbe il vantaggio suo in caso di guerre: poichè ove uno il men possibile si [26] allontani dal giusto, ivi pure il vantaggio conseguita. L’avvenire della guerra, col timor della quale i Corfuotti vi invitano ad ingiustizie, resta ancora nell’incertezza: or non è della vostra dignità, che mossi da cotesto timore imprendiate co’ Corintii nimicizia manifesta e non già incerta; anzi richiede la prudenza vostra che togliate i motivi alla diffidenza che di prima abbiamo di voi a cagione dei Megaresi‍[31]: perocchè l’ultimo benefizio fatto a tempo, benchè minore, può cancellare una querela maggiore. Nè vi adeschi l’offerta di un’alleanza molto importante di flotta; perchè il rispetto pei dritti degli uguali dà potenza più stabile, che non gli acquisti i quali si ottengano in mezzo ai pericoli, per l’ingordigia di presente vantaggio.

43. «E trovandoci nel caso stesso pel quale a Sparta pronunziammo che ciascuno da sè tenesse a freno i propri alleati, crediamo ora giusto che ci si debba altrettanto, affinchè voi favoriti dal nostro voto, non ci portiate danno col vostro. Anzi retribuiteci del pari, vedendo esser questa l’opportunità, in cui è sommamente amico chi aiuta, e nemico chi contradia: e non vogliate a nostro malgrado ricevere in alleanza questi Corfuotti, nè aiutarli mentre ci offendono. Oprando così farete il convenevole, e prenderete a pro vostro il consiglio migliore.» Così parlarono i Corintii.

44. Poscia che gli Ateniesi ebbero udite le parti, tennero due adunanze: nella prima approvarono più le ragioni dei Corintii: nell’altra mutarono consiglio e deliberarono di stringer lega co’ Corfuotti, non però offensiva e difensiva insieme (perchè venendo da’ Corfuotti indotti ad unirsi colle loro navi contro Corinto, trasgredirebbero alle convenzioni) ma difensiva soltanto, pel mutuo soccorso dei territori, contro chi attaccasse Corfù o Atene o gli scambievoli alleati. Pur troppo credevano che anche con questo temperamento avrebbero guerra coi Peloponnesi, e però non volevano abbandonare ai Corintii Corfù sì potente sulla marina, ma farli al più possibile cozzar tra loro, per trovarli più deboli, ove abbisognasse mettersi in guerra coi Corintii, o con altri forniti di flotta. Senza [27] che pareva la situazione di quell’isola molto acconcia per tragittare in Italia ed in Sicilia.

45. Con questo intendimento gli Ateniesi accettarono i Corfuotti; e poco dopo, partiti i legati di Corinto, spedirono loro in soccorso dieci navi sotto il comando di Lacedemonio figliolo di Cimone, di Diotimo di Strombico, e di Protea d’Epicle; ma con ordine di non venire a naval combattimento coi Corintii, eccetto che se navigassero contro Corfù o altro luogo di sua giurisdizione, e tentassero farvi scala: allora vi resistessero con tutto il vigore: tali ordini tendevano a non rompere il concordato. Queste navi poi arrivan di fatto a Corfù.

46. Ma i Corintii quando ebbero tutto in ordine fecero vela contro Corfù con centocinquanta navi, dieci cioè degli Elei, dodici dei Megaresi, dieci dei Leucadii, ventisette degli Ambracioti, una degli Anattorii, e novanta proprio de’ Corintii. Ciascuna di queste città aveva il suo capitano: dei Corintii lo era Xenoclide figliolo di Euticle con quattro colleghi. Ed allorchè facendo vela da Leucade ebber toccato terraferma rimpetto a Corfù, presero stazione a Chimerio della Tesprotide che presenta un porto, al di sopra del quale un po’ distante dal mare, è la città di Efira nella parte della Tesprotide chiamata Eleatide. Presso di questa mette foce nel mare il lago Acherusio il quale prende nome dal fiume Acheronte che vi si scarica scorrendo per la Tesprotide, ove pure scorre il fiume Tiami che divide la Tesprotide dalla Cestrina, tra’ quali fiumi sporge il promontorio Chimerio. In questo punto adunque di terraferma approdarono i Corintii, e vi piantarono il campo.

47. Quando i Corfuotti riseppero la loro mossa, allestirono cento dieci navi sotto la condotta di Miciade, di Esimide e di Euribato, e campeggiarono in una delle isole chiamate Sibote, ove arrivarono anche le dieci navi di Atene: e la lor fanteria con mille Zacinti di grave armatura stava sul promontorio di Leucimna. Ma aveano anche i Corintii in terraferma molti barbari che erano andati a soccorrerli, perchè la gente di codeste contrade è loro mai sempre amica.

[28]

48. Essendosi i Corintii ben preparati preser foraggio per tre giorni, e di notte salparono da Chimerio per venire a battaglia navale. Navigavano sul far dell’aurora, quando videro le navi dei Corfuotti in alto mare avanzarsi contro di loro, e vistisi appena scambievolmente si misero da ambe le parti in ordinanza. I Corfuotti avevano sul corno destro le navi d’Atene, ed essi reggevano il rimanente dell’armata che era diviso in tre squadre, guidate ciascuna da uno dei tre capitani. Tale era l’ordinanza dei Corfuotti. Sulla destra dei Corintii erano le navi megaresi e ambraciote, nel mezzo il resto degli alleati, come era toccato a ciascuno: sulla sinistra stavano i Corintii da sè colle navi più spedite al corso, di faccia agli Ateniesi che erano sulla destra dei Corfuotti.

49. Alzati quinci e quindi i segnali‍[32] vennero alle mani, e per la poca esperienza, armati essendo tuttora all’uso antico, da ambe le parti si combatteva di sopra coverta con molti di grave armatura, e molti arcieri e saettatori. Accanita era la zuffa, ma poco la perizia del mestiero; anzi somigliantissima a battaglia di terra: perocchè dopo il primo urto delle due flotte, per lo disordine del gran numero si rendeva difficile alle navi lo staccarsi tra loro, ed i soldati gravi di sopra coverta, nei quali era riposta la principal fiducia della vittoria, restando quelle immobili, combattevano di piè fermo; nè potendo indietreggiare per quindi correre a romper le file nemiche, pugnavano con furibonda gagliardia più che con perizia del mestiero. Laonde grande era per tutto uno scompiglio, un tumultuar di battaglia, nella quale le navi ateniesi pronte a sostenere i Corfuotti ovunque fosser messi alle strette, facevano gran paura ai nemici: ma i generali non li attaccarono per timore degli ordini ricevuti in Atene. Il corno destro dei Corintii principalmente pativa: conciossiachè, furono messi in fuga dalle venti navi dei Corfuotti, che perseguitarono fino alla costa le navi disperse, e inoltratisi fino all’accampamento scesero a terra, abbruciarono le tende abbandonate, e tutto misero a ruba. Da questo lato erano certamente battuti i Corintii con gli alleati, e [29] vincevano i Corfuotti; ma sull’ala sinistra ove erano da sè i Corintii, la vittoria era manifestamente per loro, perocchè alle navi dei Corfuotti, che erano in minor numero, mancavano le venti che rincorrevano il nemico. Il perchè gli Ateniesi al veder pressati i Corfuotti, li soccorrevano oramai più francamente; benchè sulle prime si ritenessero dal fare affronto veruno; ma quando li videro manifestamente dar volta coi Corintii alle spalle, allora davvero, senza aver più riguardo alcuno, presero tutti parte alla pugna, tal che gli stessi Corintii e Ateniesi trovaronsi nella necessità di assalirsi scambievolmente.

50. Ma fugati i Corfuotti, i Corintii non rimorchiavano le carene delle navi che avevano mandate a fondo‍[33], ma si rivolsero a trascorrere di mezzo alla flotta nemica, per uccidere piuttosto che prender vive le ciurme. Nè sapendo essere stati battuti quei dell’ala destra, ammazzavano anche gli amici senza conoscerli; perchè pel gran numero delle navi che da ambe le parti ingombravano molto spazio della marina, poscia che si furono azzuffati, non era facile discernere i vincitori dai vinti. E veramente questa battaglia navale tra Greci e Greci fu, per la moltitudine delle navi, la più considerabile di quante la precedettero. I Corintii poi, incalzati sino a terra i Corfuotti, si volsero a ricercare i rottami delle navi, ed i cadaveri de’ suoi, i quali riebbero in tanta copia da doverli trasportare alle Sibote, ove le truppe terrestri de’ barbari erano venute in loro aiuto. Sono le Sibote una spiaggia deserta della Tesprotide. Fatto ciò, si unirono di nuovo per navigare contro i Corfuotti, i quali pure con quante navi buone a navigare erano loro restate, e con quelle degli Ateniesi andarono ad incontrarli temendo non tentassero di sbarcar nella loro terra. Già si avvicinava la sera ed avevano intonato il Peana‍[34] per animare al conflitto, quando i Corintii improvvisamente presero a indietreggiare‍[35], avendo veduto venirsi incontro le venti navi spedite da Atene in soccorso dopo le dieci, temendo, siccome avvenne, non i Corfuotti restassero vinti, e le dieci fossero poche per respingere il nemico.

[30]

51. I Corintii adunque che le videro i primi, sospettando che ne venissero da Atene più di quelle che e’ vedevano, davano indietro. I Corfuotti che non le avevano vedute, perchè venivano da parte meno esposta a’ loro occhi, si maravigliavano della ritirata dei Corintii; se non che alcuni poi le videro, e dissero che esse venivano ad attaccarli: allora davvero anch’essi, fattosi più buio, tornarono indietro, ed i Corintii girarono di bordo e si divisero. Così le due armate si separarono, e sul far della notte finì il combattimento. Le venti navi d’Atene sotto la condotta di Glaucone figliolo di Leagro, e di Andocide di Leogoro, poco dopo essere state vedute, passando a traverso dei cadaveri e dei rottami, si accostarono a Leucimna ove era il campo dei Corfuotti, e vi approdarono. I Corfuotti, perchè era notte, temettero non fosser nemiche; ma di poi riconosciutele le ricevettero in stazione.

52. Nel dì seguente le trenta navi attiche con quelle de’ Corfuotti che erano buone pel mare, fecero vela verso la spiaggia delle Sibote, ove aveano stazione i Corintii, per vedere s’e’ venissero a battaglia navale. Questi scostaronsi da terra, ed in alto mare misero le navi in ordine di battaglia; ma non si movevano, non volendo essere i primi ad attaccarla, tra perchè vedevano sopraggiunte delle navi ateniesi intere e salde, e perchè erano incontrate loro molte difficoltà; dovendo guardare i prigionieri che avevano sulle navi, e non avendo in quel luogo deserto mezzo di racconciarle. Anzi temendo che gli Ateniesi, riguardando come rotte le tregue, per essere venuti alle mani, non si opponessero alla loro partenza, pensavano piuttosto del modo di ritornarsene a casa.

53. Risolvettero adunque di spedir gente senza caduceo‍[36] sopra un battello spiando l’animo degli Ateniesi, con queste parole. «L’ingiustizia è tutta vostra, o Ateniesi, che cominciate la guerra e rompete la tregua, perchè vi opponete (portandoci contro le armi) alla vendetta che vogliamo prendere dei nemici nostri. Nondimeno se è vostra intenzione di impedirci l’andar contro Corfù, o dovunque ci piaccia, e di rompere le convenzioni, arrestate noi i primi [31] e trattateci da nemici». A queste loro parole, quella parte dell’armata de’ Corfuotti che gli intese gridò subito «si arrestassero, si uccidessero». Ma gli Ateniesi risposero in questi termini: «Noi, o Peloponnesi, nè cominciamo la guerra, nè rompiamo le tregue: siamo venuti in soccorso di questi Corfuotti perchè sono nostri alleati: del rimanente, se volete volgervi altrove, non ci opponiamo: se poi navigherete contro Corfù o luogo alcuno di sua giurisdizione, noi al postutto non lo permetteremo.»

54. Per cotal risposta degli Ateniesi, i Corintii si preparavano per rinavigare a casa, ed ersero trofeo alle Sibote di terraferma. E i Corfuotti raccolsero i rottami ed i cadaveri che dalla marea e dal vento suscitatosi di notte erano stati sparpagliati qua e là sulla spiaggia, e contrapposero trofeo alle Sibote dell’isola, pretendendo d’esser rimasti vincitori. Gli uni e gli altri si appropriavano la vittoria con questo concetto. I Corintii ersero trofeo per essere stati vincitori fino a sera nella pugna navale, a segno d’aver ricuperati moltissimi rottami e cadaveri, e perchè ritenevano meglio di mille prigionieri, ed avevano mandate a fondo circa settanta navi. I Corfuotti lo ersero per aver disfatto circa trenta navi, ripresi, dopo l’arrivo degli Ateniesi, i rottami ed i cadaveri che erano nelle loro adiacenze, e perchè nel giorno precedente i Corintii, al veder le navi Ateniesi, aveano indietreggiato, e non erano dalle Sibote venuti contro loro, quando essi vi si presentarono. Ecco come le due parti si attribuivano la vittoria.

55. I Corintii in ritornando a casa presero a tradimento Anattorio castello di comune diritto co’ Corfuotti, situato alla bocca del seno ambraciotico, e vi posero colonia de’ loro. Proseguirono quindi la navigazione per a casa, e venderono ottocento Corfuotti di condizione servile, ma ne tennero guardati in prigione dugentocinquanta, che trattavano assai cortesemente, col fine che ritornati a Corfù, ne conciliassero loro l’animo dei cittadini; atteso che la maggior parte di questi erano anche i più potenti della città. Così nella guerra dei Corintii restò salva Corfù, donde partirono le navi degli Ateniesi. Questo fu il primo motivo [32] di guerra per i Corintii contro gli Ateniesi, perchè s’erano uniti co’ Corfuotti a combattere per mare contro di loro, duranti le tregue.

56. Ma subito dopo intervenne, che tra gli Ateniesi e i Peloponnesi insorsero, per mettersi in guerra, queste differenze. I Corintii macchinavano di vendicarsi degli Ateniesi, e questi entrati in sospetto della lor nimicizia commettevano ai Potideati (abitanti sull’istmo di Pallene‍[37], coloni dei Corintii, ma alleati e tributari d’Atene), di demolire le mura che guardano Pallene, dare degli ostaggi, licenziare i Demiurghi‍[38], e non ricever più quelli che annualmente vi mandavano i Corintii; perchè sospettavano che adescati da Perdicca e dai Corintii non facessero ribellione, e non vi inducessero anche gli altri alleati di Tracia.

57. Tali precauzioni presero gli Ateniesi contro i Potideati subito dopo la battaglia navale di Corfù, perchè i Corintii erano in manifesta rottura con loro, e Perdicca, figliuolo di Alessandro, re dei Macedoni, fino allora alleato ed amico loro, si era fatto nemico, per avere essi fatto lega con Filippo suo fratello e con Derda, che d’accordo lo contrariavano. Impaurito di questa lega egli si adoprava con ambascerie a Sparta perchè si rompesse la guerra tra i Peloponnesi e gli Ateniesi, e si ingegnava di conciliarsi i Corintii per facilitare la ribellione di Potidea. Proponeva inoltre ai Calcidesi ed ai Bottiesi di Tracia di unirsi alla ribellione, avvisando che coll’alleanza di questi luoghi coi quali confinava, troverebbe sostenuto da loro, minori difficoltà nella guerra contro gli Ateniesi. Questi n’ebbero sentore; e come erano in su lo spedire contro gli stati dello stesso Perdicca trenta navi con mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Archestrato figliolo di Licomede e di altri dieci; per prevenire la ribellione delle città commettono a cotesti capitani della flotta di impossessarsi degli ostaggi, demolir le fortificazioni, ed aver l’occhio alle vicine città per impedir che si ribellassero.

58. I Potideati inviarono legati ad Atene per indurli a non far innovazioni intorno a loro, ed andarono insieme coi Corintii anche a Sparta, e si adopravano perchè, occorrendo, [33] vi si tenesse pronto un sussidio. Or siccome dopo lungo deliberare non ottenevano dagli Ateniesi cosa alcuna che loro soddisfacesse, anzi le navi spedite contro la Macedonia andavano egualmente che prima contro di loro; e dall’altra parte i magistrati di Sparta avevano promesso di invader l’Attica se gli Ateniesi andavano sopra Potidea, colta allora quest’occasione e congiuntisi insieme co’ Calcidesi e co’ Bottiesi si ribellano dagli Ateniesi. E Perdicca persuade i Calcidesi ad abbandonare e rovinare le città marittime, trasferirsi ad Olinto‍[39], e fortificar solo questa città: ed a quei che le città proprie abbandonavano diede a possedere, finchè durasse la guerra con gli Ateniesi, parte del suo territorio e del Migdonio, che è intorno alla palude Bolba. Essi passarono ad abitare più dentro terra, distruggendo le città, e si apparecchiavano alla guerra.

59. Le trenta navi ateniesi giunte in Tracia, trovano Potidea e gli altri luoghi già ribellati. Ed i capitani credendo impossibile, colle forze che avevano, di sostener la guerra contro Perdicca e contro le città concorse alla ribellione, si rivolgono verso la Macedonia, dove, anche da prima erano stati inviati. Giunti colà uniscono le loro colle armi di Filippo e de’ fratelli di Derda, i quali coll’esercito vi erano penetrati dalla parte di terra.

60. In questo mezzo i Corintii ribellatasi già Potidea, e le navi attiche essendo intorno alla Macedonia, temettero per quella città; e riguardandone come proprio il pericolo, tra’ volontarii de’ loro ed altri Peloponnesi invitati col soldo, vi spediscono in tutti milleseicento di grave armatura e quattrocento di truppa leggera, condotti da Aristeo figliolo di Adimanto che era mai sempre stato benevolo ai Potideati; e l’amicizia per lui mosse sopra tutto i Corintii a seguirlo di buona voglia. Essi giungono in Tracia quaranta giorni dopo la ribellione di Potidea.

61. La nuova delle città ribellate era pervenuta subito anche agli Ateniesi; ed al sentire che v’era pur sopraggiunto Aristeo colle sue genti, spediscono contro i luoghi ribelli quaranta navi con due mila dei loro di grave armatura, [34] sotto il comando di Callia figliolo di Calliade, e di altri quattro. Giunti appena in Macedonia trovano che quei primi mille, dopo avere di recente espugnato Terma, assediavano Pidna. Fermaronvisi anch’essi per continovarne l’assedio; ma poscia premendo loro Potidea (tanto più che era arrivato anche Aristeo) fanno accordo e forzata alleanza con Perdicca, e partono di Macedonia. Giunti a Berrea tentarono di prenderla, ma fu senza riuscita: per lo che tornati indietro marciavano‍[40] per terra verso Potidea con tremila dei loro di grave armatura (oltre a molti altri alleati) e con seicento cavalieri condotti da Filippo e da Pausania, più settanta navi che gli seguivano radendo la costa. Si avanzarono a bell’agio, e il terzo dì pervennero a Gigono ove si accamparono.

62. I Potideati co’ Peloponnesi d’Aristeo li aspettavano accampati sull’istmo in vicinanza d’Olinto; e fuori di città avevano aperto il mercato. Gli alleati avevano eletto a capitano di tutta la fanteria Aristeo, e della cavalleria Perdicca, che subito staccatosi nuovamente dagli Ateniesi seguiva la parte de’ Potideati, lasciato al governo Iolao in sua vece. Aristeo pensò di tenere la sua gente sull’istmo ad osservare quando sopravvenissero gli Ateniesi; ordinò che i Calcidesi con gli alleati di fuori dell’istmo, e co’ dugento cavalli guidati da Perdicca restassero fermi in Olinto‍[41]; perchè, qualora gli Ateniesi si avanzassero contro lui, venendo loro alle spalle, mettessero in mezzo il nemico. Dall’altra parte Callia generale degli Ateniesi ed i suoi colleghi spediscono alla volta d’Olinto la cavalleria macedone‍[42] con alcuni pochi de’ loro alleati, per impedire i soccorsi che di là potesser venire; e mosso il campo marciavano essi verso Potidea. Pervenuti sull’istmo, vedendo i nemici preparati al combattimento, fecero anch’essi alto di fronte, e poco dopo si azzuffarono. L’ala propriamente d’Aristeo coi soldati scelti de’ Corintii e degli altri alleati che erano con lui, fece dar volta ai nemici che stavano di fronte, e gli incalzò inseguendoli per buon tratto: il resto poi dell’esercito de’ Potideati e dei Peloponnesi vinto dagli Ateniesi si riparò dentro le mura.

[35]

63. Aristeo tornando dal dar la caccia al nemico, e vedendo battuta l’altra parte dell’esercito, era perplesso se dovesse arrischiarsi per la via d’Olinto, ovvero per quella di Potidea. Ma risolvette di ristringere la sua gente in angustissimo spazio, e velocemente marciando aprirsi la via di Potidea: e con difficoltà, inquietato anche dagli strali del nemico, vi penetrò passando lungo la scarpa delle mura pel mare che ivi si frange, talchè colla perdita di pochi salvò la maggior parte de’ suoi. Le milizie d’Olinto destinate pel soccorso di Potidea, dalla quale si scorge alla distanza di circa sessanta stadii‍[43], attaccata appena la battaglia ed alzati i segnali, si erano alquanto avanzate per dare aiuto; ma la cavalleria macedone si schierò loro di fronte per impedirle. E poichè la vittoria fu tosto per gli Ateniesi, e vennero calati i segnali, tornarono esse dentro le mura, e la cavalleria macedone raggiunse gli Ateniesi cosicchè nè l’una nè l’altra parte ebbe cavalleria‍[44]. Dopo la battaglia gli Ateniesi alzarono trofeo, e con salvocondotto resero i cadaveri ai Potideati. Vi perirono tra Potideati ed alleati poco meno di trecento, e centocinquanta proprio degli Ateniesi con Callia comandante.

64. Gli Ateniesi tirarono subito il muro dalla parte dell’istmo, e vi tenevano presidio‍[45]: ma ne restava sguarnita la parte verso Pallene; poichè non si credevano in forze da guardar l’istmo, e insieme passare in Pallene per fabbricare il muro; temendo che i Potideati con gli alleati gli assalirebbero se fossero divisi in due parti. Quando però riseppero gli Ateniesi che la parte che guarda Pallene non aveva muro, spediscono poco dopo milleseicento dei loro di grave armatura capitanati da Formione figliolo di Asopio. Giunto egli a Pallene, movendo da Afitide‍[46] avvicinava lentamente l’esercito a Potidea, dando nel tempo stesso il guasto alla campagna. E poichè nissuno usciva incontro a combatterlo, tirò il muro dalla parte di Pallene. Così Potidea restava rigorosamente ristretta da due lati, e insieme dalla parte di mare per le navi che v’erano di stazione.

[36]

65. Attorniata di mura la città, Aristeo non vedendo via di salvezza senza un qualche inaspettato soccorso dal Peloponneso o altro prodigio, proponeva che da cinquecento in fuori, gli altri aspettando buon vento scapolassero per mare, acciò più lungamente durasse la vettovaglia, ed ei voleva essere tra quei che resterebbero: ma non talentando agli altri il suo consiglio, premuroso di ovviare ai presenti mali, e di ordinare nel miglior modo possibile le cose di fuori, imbarca e parte non osservato dalle guardie ateniesi. Si trattenne presso i Calcidesi, ed oltre la guerra che faceva ad altri luoghi, con imboscata tesa in vicinanza della città de’ Sermilii, ne uccise parecchi, senza però intermettere le pratiche nel Peloponneso, per averne qualche soccorso. E Formione attorniato che ebbe col muro Potidea, dava co’ suoi milleseicento il guasto alla campagna calcidica e bottica‍[47]; e prese eziandio alcune castella.

66. Ma le accuse insorte scambievolmente prima della guerra tra Ateniesi e Peloponnesi erano queste. I Corintii accusavano gli Ateniesi dell’assedio col quale stringevano Potidea loro colonia e quei Corintii e Peloponnesi che vi si trovavano: gli Ateniesi accusavano i Peloponnesi d’aver ribellata quella città confederata e tributaria d’Atene, e andati colà di aver portato scopertamente le armi contro loro d’accordo co’ Potideati. Nondimeno non era per anche scoppiata la guerra, anzi durava tuttora la tregua; perchè queste cose avevano fatte i Corintii in particolare.

67. I quali, vedendo assediata Potidea, non istettero più alle mosse, temendo per quella città e per la gente che vi avevano. E senza perder tempo invitavano gli alleati a Sparta, ove andati essi pure inveivano contro gli Ateniesi, imputando loro d’aver trasgredito alle tregue, e di ingiuriare il Peloponneso. E gli Egineti, quantunque senza pubblica ambasceria per paura degli Ateniesi, non meno degli altri segretamente insistevano d’accordo coi Corintii per la guerra; allegando esser loro tolto l’uso delle proprie leggi pattuito negli accordi‍[48]. Tennero i Lacedemoni la loro consueta adunanza; ed oltre agli alleati, vi chiamarono [37] chiunque dicesse essere stato ingiuriato dagli Ateniesi, ed ordinarono a ciascuno di parlare. Diversi si fecero innanzi a produrre le loro querele secondo che ciascuno credeva; ma i Megaresi, oltre a molte altre non piccole differenze; esposero principalmente d’esser sequestrati dai porti del dominio d’Atene e dal mercato dell’Attica, in dispetto delle convenzioni‍[49]. I Corintii poi, avendo lasciato che gli altri fossero primi ad inacerbire i Lacedemoni, si presentarono gli ultimi e parlarono così.

68. «La lealtà che regna tra voi, o Lacedemoni, nel civile governamento e nel conversare privato, vi rende, anzi che no, tardi a prestar fede se qualche cosa vi diciamo degli altri; e da ciò procede non solo la vostra moderazione, ma eziandio la più grande ignoranza in cui siete delle cose esterne. Conciossiachè noi vi abbiamo più fiate predetto i danni che ci aspettavamo dagli Ateniesi; ma voi non pigliavate contezza alcuna de’ fatti di cui volta per volta vi informavamo; sospettavate anzi che quei che li esponevano fossero mossi a parlare da private nimistà; e però non prima che ingiuriati fossimo, ma da che lo siamo di fatto, avete invitato questi confederati, tra’ quali a noi più di tutti conviene far parola, in quanto che più gravi sono le nostre querele; trovandoci negletti da voi, mentre siamo oltraggiati dagli Ateniesi. I quali se nascosamente opprimessero coi loro soprusi la Grecia, egli farebbe bisogno avvertirvene, potendo voi ignorarli: ma qual pro adesso di molte parole per noi, alcuni dei quali vedete già sotto il giogo; altri, e specialmente alleati nostri, insidiati da loro, i quali da gran tempo sono già apparecchiati alla guerra, caso che una volta dovessero sostenerla? Perocchè altrimenti non avrebbero soprappreso nè riterrebbero a nostro mal grado Corfù, nè assedierebbero Potidea: questa opportunissima per fare in Tracia ciò che vogliono, laddove quella avrebbe somministrato ai Peloponnesi flotta considerevolissima.

69. «E di tutto ciò voi siete i colpevoli, perchè finita la guerra de’ Medi permetteste agli Ateniesi da prima di fortificar la città e poi d’alzare le mura lunghe; e tuttora [38] continovate a togliere la libertà non solo ai popoli messi da loro in servaggio, ma anche agli stessi vostri alleati: poichè è autore di servaggio non chi lo impone, ma più veramente chi, potendo cessarlo, non se ne cura, tuttochè egli abbia il decoroso nome di liberatore della Grecia. Ora finalmente, ed a gran fatica, ci siamo congregati, avvisando non averne pure adesso aperte ragioni; perchè non si volea più cercare se siamo gli offesi, ma solamente trovare il modo di vendicarci, da che essi hanno già deciso e fan di fatti, e senza indugio alcuno assaltano noi incerti ancora nelle nostre risoluzioni. Bene ci è noto per qual via gli Ateniesi a poco a poco si avanzano su quel degli altri: nondimeno sino a che per la inavvertenza vostra si credono inosservati lo fanno meno francamente: ma piomberanno addosso con tutto lo sforzo qualora conoscano che noti vi sieno i loro disegni e non gli curate. Poichè voi sol tra’ Greci, o Lacedemoni, ve la passate tranquillamente, e pretendete tenere indietro gli altri non colla forza ma coll’indugio; e di abbattere gli ingrandimenti de’ nemici non sul principio, ma quando sieno cresciuti del doppio. E pure avevate nome d’esser gente di sicuro consiglio; ma certo la fama era maggiore del vero. Conciossiachè siamo noi stessi testimoni che il Medo dall’estremità della terra giunse nel Peloponneso; innanzi che voi gli andaste incontro con forze condegne al vostro decoro. Ed or non fate caso degli Ateniesi che vi sono vicini e non già lontani com’egli; e più tosto che assalirli, volete respingerli assalitori, e così combattendoli divenuti già assai più forti, rimettervi alla incertezza del caso, quantunque non ignoriate che anche il barbaro fu di per sè stesso cagione di sue sconfitte; e che le nostre molte vittorie già riportate su gli Ateniesi procederono più dai loro errori che dai vostri soccorsi. Perciocchè le speranze riposte in voi hanno omai purtroppo rovinato alcuni che affidati a quelle se ne stavano senza apparecchiarsi. Nè alcuno di voi creda parlar noi così per nimicizia che vi portiamo, più tosto che per farvi amichevole rimostranza: imperocchè questa [39] sta bene con gli amici che difettino, dove al nemico che ci abbia offeso si porta accusa di delitto.

70. «Crediamo inoltre aver quanto altri mai diritto di dolerci dei vicini, principalmente nell’urgenza di rilevanti affari, pei quali ci sembra che restiate insensibili, senza aver mai ponderato che gente sieno gli Ateniesi coi quali avrete a combattere, e in quanto, per non dire in tutto, a voi superiori. Novatori essi, sono destri a immaginare trovati e ad eseguirli: buoni voi a conservare il vostro, non mirate più oltre, nè sapete venire a capo delle cose anche le più necessarie. Di più sono essi ardimentosi al di sopra delle forze, arrischievoli più di quel che s’erano prefissi, pieni di buona speranza nei più fieri disastri: all’opposto è proprio di voi operare al di sotto delle forze, non fidarvi neanche de’ meglio fondati consigli, e pensare non dovervi mai liberare da’ pericoli. Sono essi sollecitissimi dinanzi a voi temporeggianti; eglino randagi, voi casalinghi: perchè coll’allontanarsi dal patrio suolo credono trovar via a nuovi acquisti, voi col metter piè nell’altrui credete di rovinare anche il vostro. Vincitori del nemico, ei si avanzano oltremodo, vinti si scoraggiano il meno possibile; anzi per la patria non risparmiano punto i loro corpi come se a lei non appartenessero, ma usano dell’animo come di cosa tutta di lei in ogni impresa che le sia utile: stimano perdita del proprio le imprese pensate e non compiute; gli acquisti fatti colle invasioni, piccola cosa a comparazione di ciò che sperano conseguire. Fallisce a sorte una prova, vi sopperiscono con nuove speranze: soli essi riuniscono insieme speranza e possedimento delle cose immaginate, tanto è pronta l’opra di mano ai loro disegni. In tutto questo s’affannano per l’intero corso della vita in mezzo alle fatiche ed ai pericoli: godono pochissimo di ciò che hanno, intenti sempre ad accrescerlo; credono festa non esser altro che far quel che occorre, e maggior disgrazia l’ozio inoperoso che la travagliosa occupazione. Insomma se tu gli dica nati per non aver riposo, nè lasciarlo altrui, diresti vero.

[40]

71. «E nondimeno con a fronte una città di tal fatta, voi, o Lacedemoni, temporeggiate, e credete che tranquillità lungamente non duri presso que’ popoli i quali, tuttochè coi loro apparecchi di guerra non oltrepassino i termini del dovere, pure chiaramente dimostrano che non patiranno d’essere offesi: anzi ponete l’equilibrio politico nel non molestare gli altri, e nel non sopportare danni in caso di rispingerli; ciò che potreste appena conseguire se aveste a confine una Repubblica che a questa vostra rassomigliasse. Ma oggimai, come abbiamo testè dimostrato, le vostre maniere dirimpetto agli Ateniesi sono di usanza antica: ora è forza, siccome avviene nelle arti, che a mano a mano la vinca il costume più recente‍[50]. E per città tranquilla ottime sono costumanze invariabili: ma in quella ove sia necessario andare incontro a molti pericoli, abbisognano anche molti nuovi artificii. Però lo stato degli Ateniesi esercitato in molte prove, si è più rinnovato del vostro. Qui dunque finisca la vostra lentezza: anzi adesso, conforme lo avete promesso, soccorrete gli altri ed anche i Potideati assaltando prontamente l’Attica, per non abbandonare a’ più fieri nemici gente vostra amica, e del medesimo sangue‍[51], e non far sì che noi altri per lo scoraggiamento ci rivolgiamo ad altra lega. Lo che facendo non commetteremmo ingiustizia veruna, nè in faccia agli Dei invocati nei giuramenti, nè in faccia agli uomini di senno: perchè non rompono i patti quei che abbandonati si accostano ad altri, ma coloro che non aiutano quelli coi quali giurarono alleanza. Nulladimeno se vorrete darvene cura resteremo uniti con voi; conciossiachè mutando parte, nè opereremmo onestamente, nè troveremmo altrove maggior conformità di costumi: però risolvete bene, e date opera che non vi tocchi a governare il Peloponneso più angusto di quel che ve lo consegnarono i padri.»

72. Queste furono le parole dei Corintii; e gli ambasciatori Ateniesi, che per altre occorrenze per avventura si trovavano di prima a Sparta, inteso che ebbero ciò, risolvettero di presentarsi ai Lacedemoni, non per purgar le imputazioni date loro dalle città, bensì per dichiarare [41] che sull’insieme delle cose non doveano risolvere sì tostamente, ma riflettervi più luogo tempo: volevano altresì esporre, quanto grande fosse la potenza della loro Repubblica, rammemorando ai più vecchi fatti che non ignoravano, e raccontandoli ai giovani che non li sapevano. Giudicavano essi che per le loro parole si volgerebbero più presto al partito della pace che della guerra. Rappresentaronsi adunque ai Lacedemoni, e dissero volere essi pure, qualora non ve ne fosse divieto, parlare all’assemblea; e avuta permissione di entrare, parlarono così.

73. «Noi non fummo certamente inviati qua per venire in contradittorio coi nostri alleati, ma per altre commissioni avute dalla patria: nondimeno informati dei tanti rabbuffi che si fanno contro di noi, ci siamo presentati, non per rispondere alle imputazioni delle città (perciocchè si tratterebbe dinanzi a voi, che giudici non siete, nè di noi nè di loro), ma per non lasciarvi, stando a detta degli alleati, prendere troppo facilmente mala risoluzione sopra affari importantissimi. E medesimamente, riandando tutto il parlato contro noi, vogliamo chiarirvi che ben ci sta quel che abbiamo, e che la nostra Repubblica merita tutta la considerazione. Quanto a’ fatti più antichi attestati dalla tradizione, più tosto che visti dagli occhi di chi ci ascolterà, nulla monterebbe il parlarne: ma delle imprese contro il Medo, e delle altre a voi pure ben note, è indispensabile ragionare, a patto anche di riescir troppo molesti, perchè ad ogni occasione le produciamo. Conciossiachè nelle nostre opere di allora i pericoli furono pel comun bene: del quale siccome voi partecipaste di fatto, così dal farne parola, ove utile ci sia, noi non vogliamo essere interamente esclusi. Nè già favelleremo per nostra discolpa, ma solo per testimoniare e dichiarare con qual città vi toccherà a combattere, se saggiamente non risolverete. Imperocchè ci diamo vanto di esserci soli fatti innanzi a Maratona per sostenere il cimento contro il barbaro: di poi nella seconda sua venuta, trovandoci insufficienti a respingerlo per terra, montammo tutti d’accordo sulle navi, e venimmo con esso lui a battaglia navale a [42] Salamina; lo che valse a impedire che egli non devastasse il Peloponneso, investendone colla flotta ad una ad una le città, troppo deboli per soccorrersi scambievolmente contro il gran numero delle sue navi. Egli stesso ne diede poi la più chiara riprova; perocchè vinto dalla nostra flotta, credendo non aver omai forze eguali alle nostre, si ritirò prestamente colla maggior parte dell’armata.

74. «Ora in quel fatto sì stupendo, ove chiaro mostrossi che l’esser de’ Greci consisteva nelle navi, tre cose offrimmo le più conducevoli a lieto riuscimento: cioè, numerosissimo naviglio, capitano prudentissimo, deciso coraggio: delle quattrocento navi, poco meno dei due terzi‍[52]; per capitano Temistocle, cui solo deesi che la battaglia seguisse nello stretto, per lo che manifestamente furon salve le cose dei Greci: e a lui quantunque straniero (che gran cosa è) rendeste per ciò onori più grandi che a tutti gli altri venuti prima tra voi‍[53]. Mostrammo infine coraggio di gran lunga il più magnanimo, noi i quali (poichè nissuno ci soccorreva per terra, e gli altri insino a noi erano ridotti in servitù) credemmo di nostro decoro abbandonar la città e rovinare le cose nostre, e quantunque ridotti in questo stato, anzi che abbandonare gli altri alleati, o andando sparsi rendersi loro inutili, montammo sulle navi, e ci facemmo incontro al pericolo, senza adirarci per non averci voi di prima soccorsi: così che diciamo avervi recato vantaggio non minore di quello che noi stessi conseguimmo. Ed invero, solo da che vedeste esservi più da temere per voi che per noi, ci soccorreste movendo da città tuttora abitate, e confidando di ritornare al possedimento di quelle; ma fino a che furono in salvo le cose nostre voi non compariste. Noi per opposito uscendo risoluti da città che più non era, e di cui rimaneva menoma speranza, affrontando il pericolo salvammo dal canto nostro e voi e noi medesimi. Ma se di prima per la paura di veder rovinato il nostro suolo, dati ci fossimo, siccome gli altri, al Medo; ovvero se dappoi, tenendoci per vinti e perduti; non avessimo osato montar le navi, non occorreva altrimenti che voi, mancanti come eravate di [43] flotta sufficiente, veniste a naval combattimento, anzi per lui avrebbero le cose tranquillamente progredito a suo talento.

75. «È egli dunque cosa giusta, o Lacedemoni, che la prontezza di animo e la saviezza di consiglio allora dimostrata, ci rendano sì smodatamente segno alla invidia dei Greci, anche per l’impero che abbiamo? Nè già noi l’ottenemmo per forza, ma da che, avendo voi ricusato di rimanere a combattere gli avanzi del barbaro, gli alleati ricorsero a noi, e di per sè stessi ci pregarono ad essere capitani. La natura stessa della cosa poi ci obbligò fino da principio a promuovere questo impero al punto presente, primieramente per timore, poscia per onore, in ultimo per vantaggio. Ed essendo oramai avuti in odio da molti, avendo sottomessi alcuni che già ci si erano ribellati, e vedendo voi non già come prima amici nostri, ma sospettosi e discordevoli; non più ci pareva sicuro consiglio rallentare il vigore di quello con nostro pericolo, conciofossechè a voi si accosterebbero quelli che da noi si ribellassero. Or niuno deve biasimare chi cinto da gravissimi pericoli si adopra a ben disporre i propri affari.

76. «Voi certo, o Lacedemoni, nelle città del Peloponneso, sulle quali imperate, avete costituito reggimento acconcio all’util vostro. E se allora rimasti voi perpetuamente al comando, foste incorsi come noi nell’odio che il comando stesso si trae dietro; tenghiamo per certo che necessitati o a comandare vigorosamente, o a correr pericolo, non sareste meno di noi divenuti incomodi agli alleati. Medesimamente neppur noi abbiam fatto cosa da maravigliare, nè lontana dal fare degli uomini, se ricevemmo l’impero trasmessoci, e se non vogliamo rallentarne il vigore vinti da grandissime cause, onore, timore, vantaggio. Nè siamo poi stati i primi a mettere questa sempremai ricevuta usanza, che il debole sia tenuto sotto dal più forte. Oltre di che credevamo di meritarlo e voi pur lo credevate sino a qui; se non che ora calcolando l’utilità vostra, siete ricorsi ai termini di dritto, per anteporre i quali niuno fu mai che migliorar non volesse le [44] cose sue quando gli venne il destro di farlo colla forza. Meritane anzi fede tutti coloro che, seguendo l’istinto proprio dell’uomo di comandare altrui, sieno stati più giusti di quello che avrebbe portato la loro potenza. Almeno quanto a noi pensiamo che, se altri acquistassero il nostro potere, farebbero allor daddovero conoscere se siamo nulla nulla discreti: ma a noi la nostra lenità ha fruttato a torto più di disonore che di gloria‍[54].

77. «Perciocchè, quantunque nelle giudiciali controversie cogli alleati recediamo dai nostri diritti, e facciam loro giudizio, tutto che in casa nostra, con leggi eguali per essi e per noi, nondimeno siamo reputati gente litigiosa‍[55], nè alcun di loro considera perchè tal rimprovero non sia fatto a quelli che altrove hanno impero, benchè men discreti di noi coi loro soggetti. Ciò procede da questo, che coloro i quali possono usar la via della forza, non si curano più punto di quella del diritto: mentre questi nostri alleati avvezzi a trattar con noi alla pari, se per nostro giudicio, o per quel potere che dall’impero deriva, contro la da loro creduta convenienza, o comunque sia, restino in qualchecosa al disotto, non ci sanno grado per quel di più di che non vengono privati; anzi per quel nonnulla vanno più malcontenti che se, messe a dirittura dall’un dei lati le leggi, gli avessimo manifestamente oppressi: perocchè a quel modo non avrebber pure aperto bocca per negare che il più debole debba cedere al più forte. Conciossiachè, come pare, gli uomini più si adirano pel negato diritto, che per la manifesta violenza: quello sembra soverchieria fatta da un eguale, questa necessaria conseguenza dell’esser da più. Infatti sofferivano essi pazientemente dal Medo trattamenti più severi di questi; laddove il nostro impero passa per grave: nè maraviglia: perchè il governo presente è sempre quello che più pesa ai sudditi. E se a voi, dopo averci atterrati, toccasse a comandare, forse dovreste scendere dal grado di benevolenza in cui siete pel timore che si ha di noi; se pure quali vi mostraste allora nel breve comando vostro contro il Medo, tali vi faceste conoscere anche adesso‍[56]. Perocchè non solo [45] a casa vostra seguitate usanze non punto confacienti con quelle degli altri, ma di più qualunque di voi esca di patria non pratica nè queste sue, nè quelle seguite dal rimanente di Grecia‍[57].

78. «Deliberate adunque posatamente, perchè d’oggetti non lievi; nè porgendo orecchio a consigli e imputazioni a voi estranee, vogliate sopraccaricarvi di travagli tutti vostri. Quanta poi sia la stravaganza della guerra premeditatelo innanzi di trovarvici; perocchè prolungandosi, suole essa il più delle volte ridursi a dipendere da fortunosi accidenti, da cui amendue siamo distanti; e l’esito pende nella incertezza. Nondimeno gli uomini andando alla guerra sogliono venire prima ai fatti, lo che doveva serbarsi dappoi; e quando già ne provano i disastri, allora vengono alle deliberazioni. Ma nè noi siamo ancora caduti in alcuno di questi sbagli, nè ci vediamo pur voi; però fino a che resta in arbitrio di entrambi la scelta di buona risoluzione, vi diciamo che non rompiate la tregua, nè trapassiate i giuramenti; e che piuttosto secondo gli accordi accomodiamo le nostre differenze per via di ragione. Altrimenti, presi in testimoni gli Dei vindici dei giuramenti, ci adopreremo al postutto per respingere gli assalitori, seguendo la stessa via per cui ci precediate.»

79. Tali furono le parole degli Ateniesi: ed i Lacedemoni, udito che ebbero le querele dei confederati contro gli Ateniesi, e le cose dette da questi, ordinarono tutti si ritirassero, per deliberare da se soli sopra i presenti affari. E la maggior parte consentiva in ciò, che il procedere degli Ateniesi era oggimai ingiusto, e però doversi fare tostamente la guerra. Ma Archidamo re di Sparta‍[58], riputato uomo prudente e moderato, si fece innanzi e parlò così.

80. «Ed io e voi che qui veggo della mia età, o Lacedemoni, abbiamo già di più d’una guerra esperienza; così che non è da credere che alcuno o per imperizia la guerra desideri (lo che a molti intervenir potrebbe), o perchè la creda cosa utile e sicura: ma voi troverete questa guerra intorno a cui deliberate, non essere per riuscire di piccol momento, ove alcuno si faccia a saggiamente considerarla. [46] Conciossiachè di fronte ai Peloponnesi ed ai confinanti noi abbiam forze quasi eguali, e prontamente possiamo recarci contro ciascuno di essi: ma contro a genti che abitano terre lontane, e per aggiunta bravissime in mare, e di tutte cose ottimamente fornite, di pubbliche e private ricchezze, di navi, cavalli, armi e soldatesca quanta non è in verun altro luogo della Grecia; con di più molti alleati tributari; come mai incontro a costoro hassi ad intraprendere francamente la guerra? Ed a che affidati, senza apparecchiamenti affrettarsi cotanto? Forse alle navi? ma ne siamo al di sotto e se vorremo esercitarvici in modo da star loro a fronte, egli abbisogna di tempo. Forse ai denari? ma anche in ciò siamo molto inferiori: noi non abbiamo nè pubblica, nè privata pecunia per contribuir prontamente.

81. «Havvi forse chi prenda fidanza dal nostro maggior numero di soldati gravi per penetrare nel loro territorio e scorrazzarlo? E bene: hanno essi altre e vaste terre ove comandano, e suppliranno dalla parte di mare ai loro bisogni. Se poi proveremo a ribellare i loro alleati, farà di mestieri anche a questi, per lo più isolani, portar soccorsi di navi. Qual esito adunque avrà questa nostra guerra? Perocchè se non avremo maggiori forze di mare, o non priveremo loro delle rendite onde mantengono le flotte, sarà più la perdita del guadagno; nè allora sarà più decoroso l’aggiustamento, soprattutto se parrà essere noi stati i cominciatori della contesa. Ah! non ci lasciamo, perdio, gonfiare il petto dalla speranza che col guasto delle loro terre sia per cessare presto la guerra; che io temo abbia anzi ad essere l’eredità dei figlioli. Tanta ragione v’è di credere che i superbi Ateniesi non vogliano essere schiavi delle loro terre; o, a modo che inesperti, sgomentarsi della guerra.

82. «Nulladimeno io non vi consiglio a lasciar bonariamente che essi offendano i nostri alleati, e a non cercare di sorprenderli nelle loro trame; bensì a non muover l’armi per adesso: a inviar legati facendo le vostre rimostranze, senza manifestarvi nè incitati troppo alla guerra, nè disposti a lasciarli fare: a ordinare in questo mezzo le [47] cose nostre col guadagnarci alleati e Greci e barbari, dondechè aggiungere ci possiamo rinforzo di navi o di danaro. Nè già è riprendevole quegli che insidiato come noi dagli Ateniesi, cerca salvezza, coll’aiuto dei barbari non che dei Greci solamente. Al tempo istesso produciamo anche le forze che abbiamo in proprio. Se porgeranno punto orecchio ai legati, bene; se no, passati due o tre anni, allora meglio preparati, andiamo se vi aggrada contro di loro. E forse al vedere già pronti gli apparecchi, e con questi consonare i nostri discorsi, inchineranno viemeglio a cedere; tanto più che, possedendo intatte le loro campagne, delibererebbero su beni tuttora in essere, e non per anche devastati. Perciocchè voi non dovete riguardare le loro terre se non come un ostaggio che avete, e di tanto maggiore importanza quanto meglio elle sono coltivate. Laonde bisogna risparmiarle il più lungamente possibile, per non ridurli alla disperazione guastandole, e così averli più inespugnabili. Ed invero se pressati dalle querele degli alleati le diserteremo prima d’esser bene in ordine, badate che non ci avvenga di procacciar maggior vergogna e imbarazzo al Peloponneso. Conciossiachè le querele tra le città, e quelle tra’ privati si possono diffinire; ma se per vantaggio di un popolo particolare, ci uniremo tutti a imprender guerra, della quale non è concesso sapere l’evento, non sarà poi facile acconciarla dignitosamente.

83. «Nè sembri ad alcuno codardia che molti non vadano tostamente contro una città sola, perciocchè hanno anche gli Ateniesi non manco di noi alleati che pagano tributo. Or la guerra si regge col denaro più che con le armi: desso è che rende utili le armi medesime, spezialmente per gente di terraferma contro gente di mare. Cominciamo adunque dal procacciarlo: e prima d’averlo non ci lasciam trasportare dalle parole degli alleati: anzi noi, che nell’alternar delle conseguenze saremmo reputati la cagion potissima di esse, noi stessi preconsideriamole pacificamente.

84. «Inoltre riflettendo che abitiamo città stata sempre [48] libera e rinomatissima, non vi prendete a vergogna quella lentezza procrastinante che più di tutto ci si rimprovera: conciossiachè affrettandovi, avrete altresì manco modo di tornare in riposo, appunto perchè entrati in guerra senza apparecchi; laddove questa stessa lentezza può esser piuttosto prudente moderazione. Il perchè noi non insolentiamo nelle prosperità, e men degli altri cediamo ai disastri; eccitati con lodi a pericolosi cimenti, se ragione non lo consente, non ci gonfia il piacer della lode; e se taluno con riprensione ci punga, non per questo adirati mutiamo consiglio. Ed è questo buon ordine che ci rende valorosi e prudenti: valorosi perchè in fatto d’onore ha gran parte la modestia, come nella magnanimità la vergogna; prudenti, perchè educati in modo da non saper spregiare le leggi, e per severità di disciplina moderati a segno da non contravvenire a quelle. La nostra saviezza non consiste già in cose frivole, cosicchè bravi a biasimar colle parole gli apparecchi dei nemici, non siamo poi altrettali ad assalirli di fatto; ma giudichiamo che i pensamenti degli altri sono presso a poco simili ai nostri, e che i fortuiti avvenimenti delle cose non possono diciferarsi con una diceria. Ci prepariamo col fatto, supponendo i nemici forniti di senno: conciossiachè le speranze non vogliono essere fondate sull’aspettativa dei loro sbagli, ma sulla fiducia del cauto nostro antivedimento: nè vuolsi credere differir molto un uomo dall’altro, ma generoso sopra tutti colui che crebbe alla scuola delle più forti necessità.

85. «Non tralasciamo adunque costumanze di tal fatta trasmesseci dai padri, e la cui pratica noi stessi esperimentammo sempre vantaggiosa: nè ci affrettiamo a deliberare in breve particella di giorno su gran numero di persone, di ricchezze, di città e su la nostra stessa reputazione: facciamolo anzi posatamente, giacchè a noi, più che ad altri, ne porge il modo la nostra potenza. Spedite anche legati ad Atene, rispetto a Potidea ed ai torti cui gli alleati dicono ricevere; tanto più che gli Ateniesi son pronti a renderne ragione: or chi è pronto a render ragione non [49] vuolsi tosto assalire come ingiuriatore. Al tempo stesso però preparatevi per la guerra. Queste per voi saranno le risoluzioni migliori, e le più atte a intimorire i nemici.» Così parlò Archidamo; ma in contrario Steneleida‍[59], allora uno degli Efori‍[60], presentatosi l’ultimo tenne ai Lacedemoni questo discorso.

86. «Io per me non intendo la lunga diceria degli Ateniesi: per sè molti elogi, senza punto negare i torti commessi contro i nostri alleati e contro il Peloponneso. Che se allora virtuosi nel resistere ai Medi, male oggi procedono con noi, meritano doppia pena, perchè di buoni divenuti malvagi: all’incontro noi siamo gli stessi ed allora e adesso; e se abbiamo fior di senno non ci rimarremo indifferenti sugli oltraggi degli alleati, nè tarderemo a soccorrerli, mentre i loro mali trattamenti non hanno indugio veruno. Hanno sì bene gli Ateniesi denaro, navi e cavalli; e noi abbiamo de’ buoni alleati che non debbono lasciarsi loro in preda: nè con giudizi o con parole si vuole decidere, mentre anch’essi non sono offesi a parole, ma vendicarli prontamente e con tutto il vigore. E nissun c’insegni, che a noi offesi meglio convenga deliberare; quando deliberar lungamente conviene piuttosto a coloro che vogliano offendere. Decretate adunque, o Lacedemoni, la guerra, come vuole il decoro di Sparta, e non lasciate ingrandir gli Ateniesi. Ah! non siamo i traditori degli alleati, ma affidati al favor degli Dei portiamo la guerra a coloro che gli oltraggiano.»

87. Detto ciò, egli stesso come Eforo ne propose il partito all’adunanza dei Lacedemoni: ed avvegnachè si desse il voto a voce e non col lapillo, disse non distinguere qual voce fosse maggiore: e volendo che col dichiarare scopertamente il loro voto fossero più animati per la guerra, ordinò così: «Chi di voi, o Lacedemoni, crede rotti gli accordi e rei d’oltraggio gli Ateniesi, si porti colà (additando il posto), altrimenti vada dall’altra parte.» Alzaronsi, presero posto distintamente, ed assai più furono quelli che opinavano per la rottura degli accordi. Allora introdussero anche gli alleati‍[61], e dissero aver quanto a sè [50] deciso, l’ingiustizia essere dal lato degli Ateniesi, ma che invitati tutti gli alleati, gradivano vi aggiugnessero essi pure il loro voto, perchè fosse comune la deliberazione di far guerra, se così loro piacesse. Ciò fatto i legati dei confederati tornarono a casa, e quindi quelli ancora degli Ateniesi, dopo trattati gli affari per i quali erano venuti. Questo decreto dell’assemblea che dichiarava rotte le tregue fu fatto correndo l’anno quattordicesimo delle convenzioni stipulate dopo i fatti dell’Eubea.

88. I Lacedemoni poi decretarono esser rotte le tregue e doversi far guerra, non tanto perchè erano persuasi delle lamentanze degli alleati, quanto ancora perchè temevano che gli Ateniesi non venissero a maggiori ingrandimenti, giacchè omai vedevano soggetta loro la maggior parte della Grecia.

89. Erano infatti gli Ateniesi pervenuti al primato degli affari, lo che fu mezzo ai loro avanzamenti, per questo modo. Dappoichè i Medi vinti da’ Greci per mare e per terra ritiraronsi dall’Europa, e restarono distrutti quelli tra loro che si erano ricovrati sulle navi a Micale, Leotichida re dei Lacedemoni, condottiero dei Greci a Micale ritornò in patria conducendo seco gli alleati del Peloponneso: gli Ateniesi poi, e con loro i confederati della Ionia e dell’Ellesponto, che già s’erano ribellati al re, fermaronsi all’assedio di Sesto‍[62] occupato dai Medi, ove restarono tutto l’inverno, e si impadronirono della città da cui i barbari sloggiarono. Dopo ciò fatta vela dall’Ellesponto tornarono ciascuno alle loro città; e il comune degli Ateniesi, partiti che furono i Medi dal lor territorio, riportava subito di là, ove erano stati celatamente depositati, i figli, le mogli e le salvate masserizie. Poscia disponevansi a rifabbricar la città e le mura, poichè del circuito di questi piccoli brani rimanevano, e delle case moltissime erano rovinate, e sole quelle avanzavano ove erano alloggiati i magnati persiani.

90. Accortisi i Lacedemoni di quello che era per avvenire, andarono in ambasceria ad Atene, non tanto perchè avrebbero anch’essi meglio gradito che nè Ateniesi nè [51] altri avessero mura, ma principalmente perchè erano istigati dai confederati e temevano la numerosa flotta degli Ateniesi, la quale poco innanzi non esisteva, e l’ardimento da loro mostrato nella guerra col Medo. Però li pregavano a non edificare le mura, e piuttosto ad unirsi con loro a demolire il giro di quante tuttora sussistessero fuori del Peloponneso. Nè già esponevano all’adunanza le intenzioni e i sospetti dell’animo loro verso. Atene; ma solo dimostravano che in questo modo il barbaro, in una seconda invasione, non troverebbe luogo munito, onde muoversi, come aveva testè fatto da Tebe; e che bastava il Peloponneso a dar ricovero a tutti, per quindi accorrere alla propria difesa. Gli Ateniesi, per consiglio di Temistocle, a questi discorsi dei Lacedemoni risposero: manderebbero legati a Sparta per trattar delle cose da loro esposte: e tosto gli accomiatarono. E Temistocle gli andava consigliando, spedissero immediatamente lui medesimo a Sparta, e non mandassero subito gli altri deputati oltre a lui; indugiassero anzi fino a che non avessero alzate le mura al punto necessario alla difesa; tutta la gente di città, nullo eccettuato, uomini, donne, ragazzi prestassero mano al lavoro di quelle; non la perdonassero a pubblico o privato edifizio, da cui potesse trarsi vantaggio all’opera, ma tutti gli demolissero. Dati questi avvisi, soggiunse che egli stesso tratterebbe colà del rimanente, e partì. Arrivato a Sparta non si accostava ai magistrati, trovando pretesti per temporeggiare: e quantunque volte alcun magistrato lo domandasse, perchè non si presentava alla pubblica adunanza, rispondeva: aspettare i suoi colleghi rimasti indietro per qualche bisogna, attenderne pronto l’arrivo, e maravigliarsi che ancor non fossero giunti.

91. In udendo ciò, per l’amicizia che avevano con Temistocle credevano alle parole di lui; nondimeno giunti alcuni altri, e ragguagliando chiaramente che le mura si edificavano, e che già erano di qualche altezza, non sapevano come non credervi. Temistocle accortosi di ciò li consiglia a non lasciarsi illudere da discorsi, ma spedire alcuni di loro, personaggi dabbene, i quali osservata la [52] cosa, la riferissero fidatamente. Si spediscono. E Temistocle, rispetto a loro, manda celatamente avviso agli Ateniesi ordinando li trattenessero nel modo il men vistoso, e non gli licenziassero, prima che egli ed i colleghi fossero ritornati: conciofossechè (venuti essendo a raggiungerlo Abronico figliolo di Lisicle, ed Aristide di Lisimaco compagni dell’ambasceria, colla nuova che le mura erano a buon termine) temeva che i Lacedemoni, avutone indubitabile ragguaglio non più gli lascerebbero partire. Gli Ateniesi adunque come era stato loro significato, intertennero i legati; e appunto allora Temistocle presentatosi ai Lacedemoni disse apertamente: «la città essere omai fornita di mura a segno che poteva difendere gli abitanti: però se i Lacedemoni o i confederati volevano mandare qualche legazione ad Atene, lo facessero in avvenire come a gente che sa discernere il proprio ed il comune vantaggio; perchè anche quando credettero espediente abbandonar la città e salir sulle navi, osarono farlo senza conferirne con loro; nè esser mai per consiglio rimasti indietro ad alcuno in tutti gli affari su i quali insieme con essi erano venuti a deliberare. Parer dunque meglior cosa anche adesso che la loro città abbia mura; ciò esser per riuscire di maggior utilità non solo pe’ cittadini in particolare, ma per tutti i confederati. Infatti senza equilibrio di forze non esser possibile che nulla si deliberi in comune con eguaglianza di diritto. Pertanto, soggiungeva, o dover tutti i compresi nella lega restar senza mura, o trovar giusto anche il fatto presente.»

92. A queste parole i Lacedemoni non mostrarono apertamente il loro dispetto verso gli Ateniesi, sia perchè la loro ambasceria non aveva per oggetto il fare inibizione alcuna, ma solo (se vuolsi credere) il consigliare la cosa come vantaggiosa pel bene comune; sia perchè erano allora amici della Repubblica ateniese a cagione dell’esimio valore mostrato contro il Medo; ma covavano internamente il rancore vedendo falliti i propri disegni. E gli ambasciatori di ambe le parti tornarono ciascuno alla patria senza farsi querela veruna.

[53]

93. Così gli Ateniesi in poco tempo edificarono le mura della città; e l’edifizio mostra anche adesso essere stato frettolosamente compito: conciossiachè lo sostengono fondamenta d’ogni maniera di sassi, e in qualche parte non ben commessi, ma alla rinfusa come ciascuno gli portava; impiegaronvi ancora molte colonnette dei sepolcri e pietre scolpite: perchè, volendo dappertutto dilatare il giro della città, si avacciavano abbattendo ogni cosa senza riguardo. Inoltre Temistocle persuase agli Ateniesi di dar compimento anche alla fabbrica del Pireo già incominciata l’anno che egli fu arconte in Atene; perocchè giudicava quel luogo vantaggioso per i tre porti naturali che presenta; e perchè ad essi, ove si addessero al mare, riuscirebbe di gran giovamento per avanzare in potenza. Egli il primo osò dire, bisognare applicarsi al mare, e subito tolse a procacciarne loro l’imperio. Fabbricarono, per suo consiglio, anco il muro intorno al Pireo della grossezza che tuttora si vede, cosicchè due carri a riscontro vi portavano i sassi. Nell’interno della muraglia non era nè calcina nè loto, ma grandi pietre congegnate, tagliate a canto vivo, e tenute insieme all’esterno con ferro impiombato. Nondimeno l’altezza fu forse condotta alla metà di quanto ei s’era prefisso; sì perchè voleva coll’altezza e grossezza del muro tener lontani gli assalti dei nemici, sì perchè giudicava bastevoli a guardarlo pochi e dei più invalidi, affinchè gli altri montassero sulle navi alle quali erano tutte rivolte le sue cure. Vedeva egli, per mio avviso, che agli eserciti del re restava più facile lo invadere dalla parte di mare che dalla parte di terra; laonde giudicava, il Pireo più importante della rocca della città: e spesso avvertiva gli Ateniesi avessero a scendervi per far sulle navi resistenza a qualunque, se per avventura si trovassero stretti dalla parte di terra. Così gli Ateniesi subito dopo la ritirata dei Medi si fortificarono colle mura, e ristaurarono il rimanente della città.

94. Da Sparta fu di poi spedito condottiero de’ Greci Pausania figlio di Cleombroto con venti navi del Peloponneso, alle quali si unirono gli Ateniesi con trenta, e con [54] buon numero degli altri alleati. Fecero vela contro l’isola di Cipro e ne soggiogarono gran parte; si diressero poscia alla volta di Bisanzio occupata dai Medi, e la espugnarono sotto la condotta del medesimo.

95. Ma già Pausania usava nel comando modi insolenti, onde erano disgustati gli altri Greci, e principalmente gli Ionii e quanti eransi di poco sottratti al servaggio del re‍[63]. Questi prontavano‍[64] presso gli Ateniesi, e pel titolo di parentela gli pregavano volessero essere loro duci, e non permettessero a Pausania le sue soperchierie. Gli Ateniesi prestarono orecchio alle loro parole, e presero a considerarle con intendimento di non lasciar correre, e di ordinare le altre cose nella maniera la più utile per loro. In questo i Lacedemoni richiamano Pausania per fare il processo dei rapporti che avevano di lui: avvegnachè da’ Greci che arrivavano a Sparta gli fossero imputate grandi ingiustizie, per le quali compariva più tiranno che generale. Nel tempo istesso del suo richiamo accadde che anche gli alleati, salvo le milizie del Peloponneso, per l’odio concepito contro di lui passarono a parte Ateniese. Giunto egli a Sparta fu dichiarato reo di private avanie contro alcuno, ma restò assoluto come innocente delle imputazioni più criminose; perocchè veniva principalmente accusato di seguir la parte del Medo, e la cosa pareva manifestissima. Il perchè non fu più spedito generale, ma inviarono Dorci ed alcuni altri con piccol numero di soldatesca, ai quali gli alleati non vollero rimettere il comando. Come essi il riseppero tornarono indietro, e i Lacedemoni non spedironvi più alcuno, sì perchè temevano che andati colà non si guastassero, come era addivenuto di Pausania, sì perchè bramavano disbrigarsi della guerra col Medo, e reputavano gli Ateniesi capitani sufficienti, e in quel tempo loro amici.

96. In questa guisa, a grado degli alleati che odiavano Pausania, pervenuti gli Ateniesi al comando determinarono le città che avessero a somministrar denaro o navi per andar contro il barbaro; conciossiachè pretesto a ciò era la vendetta che pei mali sofferti volevan prendere di [55] lui, devastandone le terre. E fu allora per la prima volta constituita presso gli Ateniesi la carica degli Ellenotami, i quali riscotevano il tributo‍[65], che così chiamossi la contribuzione del denaro. Da prima il tributo imposto fu di quattrocentosessanta talenti. Delo era la tesoreria, e nel tempio si tenevano le adunanze.

97. In principio gli Ateniesi governavano gli alleati, lasciando loro le proprie leggi, ed il dritto di deliberare nelle generali adunanze: ma nel tempo di mezzo a questa guerra e quella del Medo, sono pervenuti a grado presente di potenza per essersi esercitati in guerra, e per aver condotto a lieto fine le brighe avute col barbaro, coi propri alleati che mulinassero cose nuove, e con quei tra i Peloponnesi che a mano a mano prendessero parte in ciascuna di quelle controversie. Ed io ne ho scritto l’istoria, fatta digressione dal mio soggetto, avvegnachè questo punto sia stato omesso da tutti gli scrittori prima di me, che hanno narrato o i fatti de’ Greci anteriori alla guerra dei Medi, o quelli solo della guerra con i Medi. Ed Ellanico‍[66], che pur lo toccò nella storia attica, rammenta le cose in succinto, e senza accurata indicazione dei tempi. Inoltre questa digressione insegna chiaramente il modo onde venne a stabilirsi l’impero degli Ateniesi.

98. Questi primieramente sotto la condotta di Cimone figliolo di Milziade cinsero d’assedio ed espugnarono Eiona sullo Strimone‍[67], occupata allora dai Medi, e fecero schiavi gli abitanti. Ridussero poscia in servitù Sciro isola del mare Egeo, abitata dai Dolopi‍[68], ove mandarono colonia de’ loro. Ebbero anche (senza che vi prendessero parte gli altri Eubei) guerra coi Caristii‍[69], con i quali qualche tempo dopo vennero agli accordi. Mossero poi guerra ai Nassii‍[70] che s’erano ribellati e gli soggiogarono per via d’assedio; e questa fu la prima città alleata ridotta, contro la consueta osservanza del dritto, allo stato di servitù: lo che in questo o in quel modo addivenne anche all’altre.

99. Tra i varii motivi di ribellione erano i principali il rifiuto dei tributi e delle navi, e la mancanza in chi che fosse al servigio militare. Perocchè gli Ateniesi erano rigorosi [56] esattori, e rendevansi odiosi costringendo alle militari fatiche gente non usatavi e non volenterosa. Erano ancora per altre cagioni non più come prima aggraditi nel loro comando, e nelle spedizioni non concorrevano con soldatesca egualmente che gli altri; tanto per essi era facile assoggettare i ribelli. Ma di queste soperchierie erano cagione gli alleati stessi, la più parte dei quali, attesa questa ritrosia al servigio militare per non dilungarsi dalla patria, invece che dare le navi, tassavansi a pagar l’equivalente in denaro. Così gli Ateniesi accrescevano la loro flotta colla pecunia contribuita da quelli, i quali ove si ribellassero, entravano in guerra poveri e scarsi d’apparecchi.

100. Dopo questi avvenimenti gli Ateniesi e gli alleati ebbero combattimento navale e terrestre col Medo, sul fiume Eurimedonte, nella Pamfilia, capitanati da Cimone figliolo di Milziade: e in un giorno stesso furono vincitori in amendue, presevi e disfatte in tutto dugento triremi dei Fenici. Appresso avvenne la ribellione de’ Tasii venuti in controversia per le piazze mercantili e per le miniere che possedevano in quella parte di Tracia, che guarda verso la loro isola. Gli Ateniesi fecero vela per alla volta di Taso, vinsero la battaglia navale, e sbarcarono a terra. Circa questo tempo mandarono sul fiume Strimone una colonia di diecimila tra Ateniesi e confederati, con intendimento di impadronirsi del luogo detto allora Le Nove Strade, ed ora Amfipoli, cui occupavano gli Edoni. Infatti se ne insignorirono; ma procedendo fra terra in Tracia‍[71], furono disfatti a Drabesco dell’Edonia dai Traci tutti riuniti, i quali mal sopportavano l’edificazione del castello Nove-Strade.

101. I Tasii rimasti vinti in più battaglie ed essendo stretti dall’assedio si raccomandavano ai Lacedemoni, confortandoli a dar loro soccorso coll’invader l’Attica. Ne tolsero i Lacedemoni l’assunto di nascosto agli Ateniesi, ed erano in sull’eseguir ciò, se non che furonne distolti dal terremoto che allor sopravvenne, all’occasione del quale anche gli Iloti‍[72], e tra i popoli convicini a Sparta, i [57] Turiati e gli Elei ribellaronsi e passarono in Itome. La maggior parte degl’Iloti discendevano da quelli antichi Messenii ridotti allora in servitù, ed erano per ciò chiamati tutti Messenii. Frattanto i Lacedemoni ebbero guerra con quei di Itome: ed i Tasii assediati da tre anni si resero agli Ateniesi, a condizione di demolire le mura, consegnare le navi, accettare i balzelli di denaro da pagarsi in sul momento, o come un tributo per l’avvenire, e di abbandonare le terraferma e le miniere.

102. I Lacedemoni poi, vedendo andare in lungo la guerra con quei d’Itome, chiamarono tra gli altri alleati anche gli Ateniesi, attesa principalmente la fama del loro valore nell’espugnare le mura, i quali vi andarono in buon numero condotti da Cimone. Nondimeno, per la lunghezza dell’assedio, la loro bravura appariva minore dalla rinomanza; avvegnachè avrebbero altrimenti preso a viva forza la piazza. Laonde questa spedizione originò i primi manifesti disgusti tra Lacedemoni ed Ateniesi. Imperciocchè i Lacedemoni, dacchè non riusciva loro l’espugnazione di quella, insospettirono dell’audacia e dell’amor per le cose nuove degli Ateniesi‍[73], tanto più che gli riguardavano come d’altra nazione: e temendo che continuando a trattenervisi, non fossero indotti da quei d’Itome a tentar novità, congedarono essi soli tra gli alleati, senza dichiarare il proprio sospetto, e solo dicendo non averne più bisogno. Conobbero gli Ateniesi di non esser congedati per onesta cagione, ma esser nato qualche sospetto: se ne adontarono, e stimando non aver meritato sì inonesto trattamento dai Lacedemoni, tornati appena alla patria abbandonarono la lega fatta con essi contro il Medo, entrarono in alleanza con gli Argivi nemici di quelli, ed entrambi strinsero e giurarono confederazione coi Tessali.

103. Quelli d’Itome dopo dieci anni d’assedio non potendo più reggersi, capitolarono coi Lacedemoni di uscir con salvocondotto dal Peloponneso per non mettervi mai più piede; e chiunque vi fosse preso rimanesse schiavo di chi lo arrestasse. Inoltre i Lacedemoni avevano di prima avuto in risposta dall’oracolo Pitico «lasciassero partire [58] il supplichevole a nome di Giove Itomita.» Partirono adunque coloro coi figlioli e colle mogli; e gli Ateniesi, perchè già odiavano i Lacedemoni, gli accolsero e diedero loro stanza a Naupatto‍[74] tolto di poco ai Locri Ozolii che l’occupavano. Anche i Megaresi stretti dalla guerra coi Corintii per controversie su i confini del territorio, staccaronsi dai Lacedemoni e ricorsero all’alleanza degli Ateniesi: i quali per questo modo acquistarono Megara e Pege, e fabbricarono ai Megaresi le mura lunghe, dalla città sino a Nisea‍[75], ove tenevano presidio da loro stessi. Da ciò ebbe principalmente origine l’odio implacabile dei Corintii contro gli Ateniesi.

104. Passando ora a parlare d’Inaro di Libia, figliolo di Psammetico re dei Libii confinanti coll’Egitto, è da sapere, che partitosi egli da Marea‍[76] città situata al disopra di Faro, ribellò al re Artaserse‍[77] la maggior parte dell’Egitto, se ne fece capo, e chiamò ancora gli Ateniesi, i quali per avventura erano andati ad oste a Cipro con un’armata di dugento navi tra di loro e dei confederati. Abbandonarono essi quell’impresa, e recatisi colà, lasciando la marina navigarono pel Nilo, e restati padroni del fiume e di due parti di Memfi facevano guerra alla terza chiamata le Mura-Bianche, ove stanziavano i rifuggiti Persiani e Medi con quelli Egiziani che non si erano mescolati nella ribellione.

105. Gli Ateniesi presero terra ad Alia‍[78], e fecero giornata coi Corintii e con gli Epidaurii, ove restarono vincitori i Corintii. Fuvvi di poi gran battaglia navale tra la flotta peloponnesia e l’ateniese a Cecrifalea‍[79], con la vittoria di quest’ultima: ed essendo omai insorta la guerra tra gli Ateniesi e gli Egineti, seguì tra loro presso Egina gran combattimento per mare, ove ambe le parti erano sostenute dagli alleati. La vittoria fu per gli Ateniesi che presero settanta navi nemiche, e sbarcarono nell’isola ad assediarne la città, guidati da Leocrate figliolo di Strebo. Per questa nuova i Peloponnesi volendo soccorrere gli Egineti fecero passare in Egina trecento fanti di grave armatura stati di prima ausiliari dei Corintii e degli Epidaurii, [59] ed occuparono le alture di Geranea‍[80]. Medesimamente i Corintii con gli alleati scesero nel territorio megarese, confidando che gli Ateniesi non potrebbero portare aiuto ai Megaresi, perchè gran parte di loro gente era lontana, trovandosi chi in Egina chi in Egitto; speravano altresì che, ove volessero soccorrerli, sarebbero costretti a rimuoversi da Egina. Ma i più vecchi ed i giovanetti degli Ateniesi rimasti in città, senza punto muovere l’esercito che era ad Egina, marciano a Megara, sotto la condotta di Mironida, vengono a giornata con i Corintii, e la vittoria fu indecisa; il perchè i due eserciti si divisero stimando amendue non avere avuto la peggio nella zuffa. Nondimeno gli Ateniesi, i quali piuttosto furono vincitori, ersero trofeo, partiti che furono i Corintii; i quali motteggiati come dappoco dai più vecchi rimasti in città, dodici giorni dopo tornarono apparecchiati a contrapporre trofeo quasi avessero riportata vittoria. Allora gli Ateniesi usciti con alte grida da Megara trucidarono quelli che lo innalzavano, e azzuffatisi con gli altri, gli misero in volta.

106. Costoro vinti davano indietro, e buon numero di essi incalzati vigorosamente incapparono nella terra d’un signore privato, cinta intorno di profonda fossa senza uscita veruna. Gli Ateniesi se ne accorsero e colle truppe gravi li chiusero di fronte, e schierati sul circuito i soldati leggieri, lapidarono tutti quelli che v’erano entrati. Fu questa una grande sciagura per i Corintii, nondimeno il grosso dell’oste tornò in città.

107. Circa questo tempo gli Ateniesi cominciarono a fabbricare le mura lunghe verso il mare, che da una parte arrivano a Falera, dall’altra al Pireo. I Focesi volsero le armi contro Beo, Citinio ed Erineo castelli dei Dorii dai quali discendono i Lacedemoni, e si fecero padroni di uno di quelli. I Lacedemoni condotti da Nicomede figliolo di Cleombroto, che comandava in luogo del re Plistoanatte ancor giovinetto figliolo di Pausania, corsero in aiuto dei Dorii con millecinquecento dei loro di grave armatura e diecimila alleati; e costretti i Focesi a render per capitolazione il castello, tornavano indietro. Ma al loro ritorno [60] trovaronsi in pericoloso frangente; conciossiachè se volessero per la via di mare tragittare il seno di Crisa, gli Ateniesi volteggiando colle navi erano pronti ad opporvisi; senza che, il passaggio per Geranea pareva mal sicuro, occupando gli Ateniesi Megara o Pege, e disastroso era il cammino per a quella, guardata continuamente dagli Ateniesi: e comprendevano bene che anche da cotesto lato si sarebbero opposti. Per pensare adunque al modo più sicuro del passare innanzi fermaronsi presso i Beozi, tanto più che segretamente ne li confortavano alcuni di Atene i quali speravano abolire il governo popolare, e frastornare l’edificazione delle mura lunghe‍[81]. Gli Ateniesi a stormo accorservi contro, con l’aggiunta di mille Argivi e di altri alleati secondo le forze di ciascheduno (ciò furono in tutti quattordicimila); perchè giudicavano non saprebbero per dove aprirsi il passo, e perchè bucinavasi si cercasse abolire il governo popolare. Si unì con gli Ateniesi per patto di alleanza‍[82] anche la cavalleria tessala che nel forte della zuffa passò ai Lacedemoni.

108. Vennero a giornata a Tanagra della Beozia con grande strage da ambe le parti, ma con la vittoria dei Lacedemoni, i quali si avanzarono sul territorio di Megara, e diboscando le vie tornarono a casa a traverso Geranea e l’istmo. Sessantadue giorni dopo la battaglia gli Ateniesi condotti da Mironida rivolsero le armi contro i Beozi, e vincitori nel combattimento delle Enofite‍[83] s’impadronirono del territorio beotico e della Focide, e rovinarono le mura di Tanagra. Presero altresì cento ostaggi dei più ricchi tra’ Locri Opunzii, e compirono le loro mura lunghe. Dopo questi avvenimenti gli Egineti si arresero agli Ateniesi a condizione di demolir le mura, consegnare le navi ed accettare le imposizioni da pagarsi in avvenire. Poscia gli Ateniesi sotto la condotta di Tolmida figliolo di Tolmeo fecero per mare il giro del Peloponneso, incendiarono l’arsenale de’ Lacedemoni‍[84], presero Calcide città dei Corintii, e vinsero in battaglia i Sicionesi che vollero opporsi al loro sbarco.

109. L’esercito ateniese che con gli alleati era in Egitto [61] vi restava tuttora, e la guerra avea preso per loro molte forme diverse. Conciossiachè da prima essendo gli Ateniesi padroni dell’Egitto, il re Artaserse spedisce a Sparta Megabazzo gentiluomo persiano con buona somma di denaro, per confortare i Lacedemoni ad invadere l’Attica e così divertire gli Ateniesi dall’Egitto. Ma vedendo Megabazzo che l’affare non si incamminava a buon fine, e che spendeva senza prò, si ricondusse in Asia col resto del denaro. Allora Artaserse spedisce in Egitto con molta gente un altro Megabazzo signore persiano figliolo di Zopiro‍[85], il quale andato colà per terra superò in battaglia i ribelli Egiziani co’ loro alleati, e cacciò da Memfi i Greci, cui finalmente riserrò nell’isola Prosopitide‍[86]. Ivi li teneva assediati diciotto mesi; sino a che dissecò il canale voltandone altrove le acque; e ridotte le navi in secco e la maggior parte dell’isola in terraferma, vi passò colla fanteria e se ne fece padrone.

110. Per questo modo dopo sei anni di guerra andarono colà rovinate le cose dei Greci; e di quella numerosa armata, pochi passando per la Libia giunsero a salvamento in Cirene, mentre la maggior parte vi perirono. L’Egitto ritornò tutto all’obbedienza del re, salvo Amirteo signore delle paludi‍[87], per la vastità delle quali non potè esser vinto, e perchè gli abitatori di quelle sono tra gli Egiziani i più valorosi guerrieri. Inaro re dei Libii, autore di tutte le turbolenze dell’Egitto, fu preso a tradimento e messo in croce. Cinquanta navi poi degli Ateniesi e degli altri alleati che navigavano verso l’Egitto per succedere alle prime, approdarono, senza saper nulla dei fatti accaduti, al ramo del Nilo, chiamato Mendesio. Ma la fanteria nemica dalla parte di terra e la flotta fenicia dal mare le assalirono, e ne distrussero la maggior parte: poche dando addietro si sottrassero colla fuga. Tale fu il termine di questa grande spedizione in Egitto fatta dagli Ateniesi insieme co’ loro confederati‍[88].

111. Oreste, figliolo di Echecratida, re dei Tessali, trovandosi bandito dalla Tessaglia pregò gli Ateniesi a ricondurvelo. Questi unirono le armi con i Beozi ed i Focesi [62] loro alleati, e marciarono contro Farsale della Tessaglia: ma impediti dalla cavalleria tessala occuparono soltanto quel poco spazio di terreno che potevano non dilungandosi molto dal campo, e non riuscirono a prendere la città, nè operare verun’altra cosa di quelle per cui si erano mossi; laonde insieme con Oreste si ritirarono senza aver conchiuso nulla‍[89]. Non molto di poi mille Ateniesi condotti da Pericle figliolo di Xantippo salirono sulle navi che avevano a Pege (della qual città erano padroni) e radendo la costa passarono a Sicione, ove nel fare scala superarono in battaglia quei Sicionesi che erano venuti a combatterli‍[90]. Quindi pigliarono immediatamente seco gli Achei, e tragittarono alla parte opposta del golfo per portar l’armi contro Eniade città dell’Acarnania. La cinsero d’assedio, ma non avendo potuto espugnarla ritornarono a casa.

112. Passati tre anni i Peloponnesi e gli Ateniesi fanno tregua per cinque anni: il perchè gli Ateniesi si ritenevano dal far la guerra in Grecia, mentre che guidati da Cimone si volsero contro Cipro con dugento navi tra di loro e degli alleati; sessanta delle quali fecero vela per l’Egitto a richiesta d’Amirteo signore delle paludi, le altre assediavano Cizio. Venuto a morte Cimone, e fattosi carestia gli Ateniesi si ritirarono da Cizio‍[91], e in tragittando al disopra di Salamina di Cipro combatterono ad un tempo stesso per mare e per terra co’ Fenici, co’ Ciprii e coi Cilicii, ed avuto vittoria in ambedue le battaglie tornarono a casa di conserva colle navi che venivano d’Egitto. I Lacedemoni dipoi intrapresero la guerra chiamata sacra, e insignoritisi del tempio di Delfo lo consegnarono ai Delfi. Alla loro partita vi tornarono gli Ateniesi a mano armata, e vinti i Delfi lo restituirono ai Focesi.

113. Passato qualche tempo, avendo i fuorusciti di Beozia occupato Orcomeno e Cheronea ed alcune altre terre della Beozia, gli Ateniesi condotti da Tolmida figliolo di Tolmeo con mille dei loro soldati di grave armatura e con quanti alleati poterono, andarono ad oste contro cotesti luoghi divenuti loro nemici, espugnarono Cheronea, ne misero in servitù i cittadini, e lasciatovi presidio levarono [63] il campo. Ma come marciando furono pervenuti presso Coronea, i banditi Beozii ed Eubeesi con quanti erano della medesima fazione, e con essi i Locresi, usciti da Orcomeno gli assaltano; gli Ateniesi, vincitori nella battaglia parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri; i quali fatta tregua a condizione di riavere i prigionieri, abbandonarono interamente la Beozia. Così i fuorusciti Beozii con tutti gli altri tornarono alla patria e racquistarono libertà.

114. Non molto dopo, l’Eubea si ribellò agli Ateniesi; contro la quale passato Pericle con l’armata ateniese ebbe nuova che Megara era in sommossa, e i Peloponnesi in procinto d’invadere l’Attica e la guarnigione ateniese, salvo quei che erano rifuggiti a Nisea, trucidata dai Megaresi; i quali prima di ribellarsi avevano tratto nella loro parte i Corintii, i Sicionesi e gli Epidaurii. Pericle adunque senza perder tempo ricondusse via l’armata dall’Eubea. Al suo ritorno i Peloponnesi condotti da Pausania‍[92] re dei Lacedemoni corsero l’Attica sino ad Eleusi e Trio‍[93] e la guastarono; e senza procedere più oltre tornarono a casa‍[94]. Allora gli Ateniesi sotto il comando di Pericle ripassarono nell’Eubea, la soggiogarono tutta, e cacciati i soli Estiesi, le terre dei quali ritennero per sè, acconciarono per capitolazione lo stato delle altre parti.

115. Tornati dall’Eubea fecero poco dopo la tregua dei trent’anni coi Lacedemoni e cogli alleati, restituendo ad essi Nisea, Acaia, Pege e Trezene che per loro si tenevano. Sei anni dopo nacque per conto di Priene guerra tra i Samii ed i Milesii: questi sopraffatti nella guerra medesima ebbero ricorso ad Atene, ove accusavano i Samii, porgendo anche loro favore alcuni dei Samii stessi che aspiravano a cangiamento di governo. Gli Ateniesi adunque navigarono a Samo con quaranta navi, ordinaronvi il governo popolare, presero in ostaggio dai Samii cinquanta fanciulli ed altrettanti uomini che depositarono a Lemno, e lasciato presidio a Samo partirono. Ma alcuni dei Samii che non avevano potuto sopportar ciò, ed erano scapolati in terraferma, fecero conspirazione con i più potenti rimasti in [64] città, e con Pissutne figliolo d’Istaspe, allora governatore di Sardi; e raccolti circa settecento soldati ausiliari, sul far della notte tragittarono in Samo. Assaltarono primieramente i popolani e ne presero la maggior parte: dipoi tolsero via i loro ostaggi da Lemno, ribellaronsi ad Atene, consegnarono a Pissutne la guarnigione ateniese con i capitani restati presso di loro, e tosto apparecchiavansi a portar le armi contro Mileto, essendosi con essi uniti alla ribellione anche i Bizantini.

116. Come gli Ateniesi seppero ciò fecero vela per Samo con sessanta navi, sedici delle quali non furono adoperate in questa impresa, perchè parte andarono in Caria osservando la flotta fenicia, parte in giro a Chio ed a Lesbo intimando i soccorsi. Pertanto colle quarantaquattro rimaste, sotto la condotta di Pericle e di altri nove capitani‍[95], combatterono presso l’isola di Tragia‍[96] contro settanta navi dei Samii, che tutte ritornavano da Mileto e venti delle quali servirono a trasportare le soldatesche; e la vittoria fu degli Ateniesi. I quali, essendo giunte in loro aiuto quaranta navi da Atene e venticinque da Chio e da Lesbo, sbarcarono a terra; e vincitori in battaglia terrestre cinsero la città di tre mura, tenendola nell’istesso tempo assediata dalla parte di mare. Dipoi Pericle tolse seco sessanta delle navi che ivi stavano sull’ancora, ed andò speditamente a Cauno e in Caria, ricevuto avviso che la flotta fenicia si avanzava contro di loro: tanto più che da Samo Stesagora ed altri erano con cinque navi andati ad incontrarla.

117. Colsero i Samii questa occasione per uscire improvvisamente dal porto; assaltarono il campo nemico non ordinato a difesa; disfecero le navi dell’antiguardia ed azzuffatisi con quelle che si avanzavano incontro ne riportarono vittoria, e restarono padroni del mare circonvicino circa quattordici giorni, introducendo e mandando fuori ciò che volevano‍[97]: sino a che tornato Pericle furono nuovamente serrati dalle navi. Giunse poscia da Atene nuovo rinforzo di quaranta navi condotte da Tucidide‍[98], da Agnone e da Formione; ed altre venti poi condotte da [65] Tlepolemo ed Anticle, con più trenta da Chio e da Lesbo. Diedero i Samii una debole battaglia navale, ma non potendo più resistere nel nono mese caddero in potestà degli Ateniesi, rendendosi a patti di demolir le mura, dare ostaggi, consegnare le navi e rimborsarli a rate delle spese occorse nella guerra‍[99]. Anche i Bizantini accordaronsi di rimaner come prima sudditi degli Ateniesi.

118. Pochi anni dipoi le cose narrate, avvennero i fatti per me dichiarati di Corfù e di Potidea, e quanti altri frattanto diedero materia a questa guerra. Tutto ciò che fecero i Greci tra loro o contro il barbaro, accadde nello spazio di cinquant’anni che fu tramezzo alla ritirata di Serse ed al cominciamento di questa guerra; nel corso dei quali anni gli Ateniesi consolidarono viemaggiormente il loro imperio; e grandemente avanzarono il loro potere. Sapevanselo i Lacedemoni, ma lenti essendo anche di prima ad entrare in guerra, se non vi fossero astretti, e di più impediti dalle domestiche contese, non vi si opponevano per nessun modo, salvo che in qualche caso per breve durata, mentre che il più del tempo stavano inoperosi. Ma alla fine come videro la potenza degli Ateniesi manifestamente innalzarsi ed essere inquietati i loro stessi alleati, allora giudicarono non esser più da tollerare; doversi anzi con ogni studio andar contro, e se possibil fosse abbattere la grandezza ateniese coll’imprendere questa guerra. Per lo che non solamente per proprio avviso i Lacedemoni decisero violata la tregua dagli Ateniesi, ma spedirono ancora a Delfo, domandando l’oracolo se movendo la guerra capiterebbero a buon fine. Raccontasi l’oracolo rispondesse che intraprendendola con tutte le forze sarebbero vincitori‍[100], e che egli, richiesto o no, porgerebbe loro soccorso‍[101].

119. Pertanto invitarono nuovamente i confederati e vollero si rimandasse a partito la deliberazione di guerra. Andaronvi gli ambasciatori di tutta la lega, e tenutasi adunanza ciascuno espose il parer suo, accusando generalmente gli Ateniesi, e giudicando doversi far guerra. Ed i Corintii i quali, pel timore che Potidea fosse rovinata [66] innanzi la decisione, avevano già pregato i legati di ciascheduna città a dare il voto per la guerra, essendo anche allora presenti, si fecero avanti gli ultimi e parlarono così.

120. «Valorosi alleati, noi non avremo più a dolerci che non abbiano anche gli stessi Lacedemoni decretato la guerra; mentre per questo appunto ci hanno ora congregati. E di vero chi presiede deve mantenere l’egualità nel governamento dei suoi affari privati, ma essere il primo a travagliarsi nei comuni, in quella guisa medesima che nell’altre cose è avuto in onoranza sopra tutti. A quanti poi sono tra noi che hanno avuto che fare con gli Ateniesi, non fa bisogno di ammaestramenti per imparare a guardarsene; ma a quei che abitano più di lungi dal mare, e non sulle coste, fa bisogno sapere che, ove non soccorrano le terre marittime, si renderà loro più difficile il trasportare alla marina i frutti delle diverse stagioni, come all’incontro il ricevere in compensazione dagli altri ciò che il mare porge alla terraferma. Per lo che non hanno ad essere cattivi giudicatori delle cose ora proposte quasi che per nulla loro appartengano; ma debbono aspettarsi che abbandonando le terre marittime verrà anche sovr’essi il flagello; e comprendere che non meno dell’altrui si tratta ora della loro utilità; motivo per cui non vuolsi da loro indugiare ad appigliarsi alla guerra più presto che alla pace. Conciossiachè è proprio degli uomini discreti lo star tranquilli se non sieno offesi; dei generosi passar dalla pace alla guerra se sieno ingiuriati; e se gli assista la fortuna, dalla guerra tornar nuovamente in pace senza insuperbire pel buono successo delle loro armi; nè per godere di pacifico riposo lasciarsi sopraffar dagli oltraggi. Chi per quel godimento anneghittisce, andrà ben presto privo del diletto della sua negghienza, per lo cui amore poltrisce: chi pei felici successi della guerra va più là del dovere, si lascia, senza accorgersene, gonfiare da audacia mal sicura. Imperocchè molti sono i disegni mal concepiti che hanno retto incontro a nemici poco avveduti; ma sono anche più quelli i quali, tutto che sembrassero saviamente [67] discorsi, nondimeno hanno sortito vergognoso riuscimento. Perchè la fiducia che si ha nel concepire i disegni non ci accompagna egualmente nell’eseguirli: anzi nel concepirli ci anima il pensiero di sicurezza, dove il timore ci snerva nell’eseguirli.

121. «Ora noi, con assai giusti titoli di querelarci pei nostri violati diritti, suscitiamo la guerra, ed a tempo la cesseremo, quando avremo preso vendetta degli Ateniesi. Per molte ragioni poi hassi a credere che saremo vincitori: primieramente perchè superiori nel numero e nella pratica della guerra, dipoi perchè tutti vi andiamo egualmente pronti agli ordini dei comandanti. E la flotta in che essi sono forti l’allestiremo con gli averi particolari di ciascuno, e col denaro depositato a Delfo e ad Olimpia‍[102]. Perocchè, prendendolo in prestanza, siamo in grado di cavar loro di sotto, coll’allettamento di maggior soldo, le ciurme forestiere, giacchè le forze degli Ateniesi piuttosto che cosa loro propria sono prezzolate; dove alle nostre, il cui vigore è fondato sulle persone non sul denaro, non abbiamo punto a temere che ciò addivenga. Probabilmente saranno essi spacciati con una sola vittoria navale: se poi resisteranno, noi avremo più tempo per esercitarci sulla marina; e quando la nostra perizia agguaglierà la loro, saremo indubitatamente superiori almeno per il coraggio, pregio tutto nostro, a cui procacciare non valgono insegnamenti; laddove la maggioranza della perizia loro noi possiamo torla di mezzo coll’esercizio. Denaro ne contribuiremo tanto da averne a sufficienza per fornire le flotte, altrimenti sarebbe una indegnità che laddove gli alleati degli Ateniesi non rifiutino di pagare imposte per il loro servaggio, noi non volessimo spendere per procurarci salvezza colla vendetta dei nemici, e per non vedere stromento delle nostre sciagure quelle stesse ricchezze, delle quali verremmo da loro spogliati.

122. «Abbiamo inoltre altre vie per far la guerra; la ribellione degli alleati, mezzo il più efficace per diminuirne le rendite in cui consiste il loro potere, l’edificazione di forti che ne minaccino il territorio e tutte le altre cose che [68] ora non si potrebbero prevedere. Conciossiachè la guerra non procede per le vie che sieno esposte in un’arringa, ma di per sè stessa procura la maggior parte dei compensi secondo le occorrenze: nelle quali, chi la amministra, se si mantenga padrone della propria collera è più sicuro di sostenersi; mentre chi si lascia condurre dallo sdegno suole ricevere gran crollo. Pur nondimeno consideriamo che se ciascuno di noi avesse contesa pei confini del territorio con nemici di forza eguale, ciò potrebbe tollerarsi: ma nel caso presente, gli Ateniesi forti abbastanza contro noi tutti insieme, lo sarebbero molto più di fronte ad ogni particolar città; così che se popolo per popolo e città per città non ci uniremo concordemente a difenderci, ci soggiogheranno senza fatica, appunto perchè divisi. E la nostra disfatta (tutto che terribile a rammentare) sappiate dover sicuramente portare non altro che il servaggio, e far sì che molte città sieno soggette ad una sola: avvilimento, la cui sola dubitazione in parlandone è un’infamia pel Peloponneso. Allora o parrebbe meritata la nostra sciagura, o che per codardia la sopportiamo, degeneranti in ciò da’ padri nostri che diedero libertà alla Grecia, dove noi non sappiamo mantenerla nemmeno per noi stessi: anzi permettiamo che una sola città ci ponga da tiranna i piè sul collo, mentre pretendiamo sterminare i tiranni che ad una sola comandino. E non ci accorgiamo che così procedendo non andiamo esenti da uno di questi tre grandi vituperi, o imprudenza, o dappocaggine, o trascuranza. Nè, stimando di sfuggire coteste tacce, vogliate ricorrere a chiamar ciò dignitosa noncuranza dei nemici, la quale per aver già causato la rovina di molti ha cambiato il suo nome con quello di inconsideratezza.

123. «Ma a che prolungare i rammarichi sul passato più di quel che richiede l’utilità del presente? Dobbiamo piuttosto applicar le nostre fatiche ai disordini che possono avvenire, soccorrendo le cose presenti. Ciò richiede il vostro patrio costume di procacciarvi virtù colle fatiche, e non dovete dipartirvene tutto che cresciuti alcun poco in ricchezza e potenza; perchè dritta cosa non è perdere [69] nell’opulenza i pregi acquistati nella povertà. Dovete anzi correre pieni d’ardire alla guerra, tante essendo le cagioni che vi ci spingono, e la risposta del Nume che vi promette soccorso, e tutto il resto della Grecia, che o per paura o per proprio vantaggio è pronta a sostenervi. Nè sarete voi i primi a rompere gli accordi: il Nume stesso, ordinando la guerra, li reputa violati; e perchè violati voi ne sarete piuttosto i difensori: imperocchè non trasgredisce gli accordi chi rispinge l’assalitore, ma chi incomincia le ostilità.

124. «Laonde essendo da ogni lato di vostro decoro la guerra, ed essendone richiesti da noi per comune consentimento, ove sia indubitabile che ella arrechi vantaggio a tutte le città ed a ciascun cittadino, non tardate a soccorrere i Potideati, gente dorica, assediata ora dagli Ionii (in contrario di ciò che prima avveniva) e a rivendicare così l’altrui libertà. Poichè non è oggimai più da soffrire che pel nostro indugio alcuni sieno già sotto il flagello, ed altri s’abbiano in breve a trovare nel caso stesso qualora, a malgrado di questa nostra adunanza, gli Ateniesi conoscano non bastarci la vista di opporci a loro. Ma credendovi astretti, o valorosi alleati, dalla necessità, e stimando questo nostro consiglio il migliore, decretate la guerra, non scoraggiandovi per i mali del momento, ed innamorando di quella pace che più durevole ne conseguiterà. Essendochè per la guerra viemaggiormente si conferma la pace, dove ischifar la guerra per amor di tranquillità non è per egual modo senza pericolo. E reputando che la città innalzatasi a tiranna della Grecia abbia esteso la sua tirannia su tutti i Greci egualmente, cosicchè sovra alcuni abbia omai impero, e su gli altri aspiri ad averlo, corriamole incontro per abbatterla, per vivere noi stessi in avvenire senza pericolo, e per ritornare a libertà i Greci tenuti ora in servaggio.» Così parlarono i Corintii.

125. I Lacedemoni udito il parere di tutti proposero il partito a quanti alleati erano presenti, incominciando per ordine dalla più potente fino alla più piccola città. La maggior parte dei voti furono per la guerra: ma nonostante [70] che avessero così decretato, non potendo, sprovveduti com’erano, intraprenderla subito, risolsero che ciascuno allestisse prontamente il bisognevole; pure consumarono quasi un anno nell’ordinare il necessario apparecchio, prima di invader l’Attica e muovere apertamente la guerra.

126. Mandavano infrattanto legati ad Atene facendo le loro doglianze, per avere, se non fossero uditi, il più ragionevol pretesto di muovere le armi. Colla prima ambasciata i Lacedemoni commettevano agli Ateniesi, purgassero la sacrilega contaminazione di Minerva, che consisteva in questo. V’era un tal Cilone ateniese nobile di antico lignaggio e potente, stato vincitore nei giuochi olimpici, che aveva in moglie una figliola di Teagene megarese, tiranno allora di Megara. Consultando egli l’oracolo di Delfo, ebbe in risposta dal Nume che nella gran festa di Giove occupasse la rocca d’Atene. Pertanto egli oltre gli amici che aveva indotti a secondarlo ottenne gente da Teagene, e celebrandosi le feste olimpiche del Peloponneso‍[103] occupò la rocca per farsi tiranno, credendo che quella fosse la gran festa di Giove, e che in qualche modo lo riguardasse come vincitore nei giuochi olimpici. Ma se nella risposta s’intendesse la gran festa dell’Attica o di altro luogo, nè egli lo aveva osservato nè l’oracolo lo dichiarava. Ed invero anche gli Ateniesi hanno fuori della città le Diasie, dette la gran festa di Giove Melichio‍[104], nella quale molti del popolo di ogni condizione sacrificano non vittime di animali, ma figure di pasta secondo l’usanza del paese. Pure avvisando egli di bene intendere la risposta, tentò impresa. Gli Ateniesi n’ebbero sentore; e corsi in folla dalle campagne contro di quelli, si fermarono presso la rocca e gli assediavano. Ma prolungandosi il tempo, gli Ateniesi logorati dall’assedio per la maggior parte se ne andarono, dando intera facoltà ai nove arconti di ordinare le cose nel miglior modo potevano, sì per la guardia che per il rimanente, perocchè allora il più delle cose pertinenti al civile governamento si amministrava per i nove arconti. Gli assediati con Cilone si trovavano in [71] cattivo stato per carestia di vettovaglia e d’acqua. Cilone e il suo fratello riescono a fuggire, e gli altri ridotti a strettezze tali che alcuni morivano di fame, si assidono supplichevoli presso l’altare della rocca. Quelli cui dagli Ateniesi era stata affidata la cura di guardarli, vedendoli andar morendo nel luogo sacro li fecero alzare, promettendo non far loro alcun male. Ma appena gli ebbero condotti fuori, gli uccisero, e nel procedere oltre trucidarono anche alcuni che sedevano presso gli altari delle Eumenidi. In conseguenza di questo fatto, essi e la loro discendenza erano chiamati i sacrileghi oltraggiatori della Dea. Pertanto gli Ateniesi li avevano cacciati via dalla città; e nuovamente gli cacciò Cleomene re di Sparta sostenuto dagli Ateniesi venuti in sedizione tra loro‍[105]: nè solamente bandirono i vivi, ma dissotterrarono e gettarono fuori delle loro terre le ossa dei morti. Pure quei banditi vi ritornarono dipoi, e si trova tuttora in città la loro schiatta.

127. Questa era la contaminazione che i Lacedemoni ordinavano si espiasse, principalmente, sotto colore di vendicare l’ingiuria fatta agli Dei; ma in sostanza perchè, sapendo esser Pericle attenente a quella schiatta dal lato di madre, avvisavano dover anch’egli esser bandito, ed essi così riuscire più facilmente in ciò che richiedevano agli Ateniesi. Nè tanto speravano che ciò gli sarebbe avvenuto, quanto di screditarlo presso la città, la quale per quella sua infausta attenenza lo accagionerebbe in parte della guerra che insorgerebbe. Perciocchè essendo il più potente del suo tempo, e guidando egli la cosa pubblica si opponeva al tutto ai Lacedemoni, e non permetteva che gli Ateniesi cedessero, anzi incitava alla guerra.

128. Medesimamente gli Ateniesi commettevano ai Lacedemoni che purgassero la contaminazione di Tenaro. Conciossiachè i Lacedemoni avevano una volta fatto sorgere dal tempio di Nettuno a Tenaro alcuni Iloti supplichevoli, e appena condotti fuori gli trucidarono; per lo che credono essere avvenuto il gran terremoto di Sparta. Ordinavano altresì che purgassero la contaminazione di Minerva [72] Calcieca‍[106] che in ciò consisteva. Pausania lacedemone richiamato dagli Spartani la prima volta dal governo dell’Ellesponto, benchè fatto il processo restasse assoluto come innocente, non vi fu più spedito per pubblica autorità: nondimeno egli di proprio suo arbitrio, senza il comando dei Lacedemoni, presa la trireme Ermionide, va nell’Ellesponto per dar opera, ei diceva, alla guerra di Grecia, ma in effetto per compiere i suoi trattati col re, conforme aveva innanzi tentato: perchè aspirava all’impero della Grecia. Si era egli dapprima conciliato l’animo del re con tale benefizio con cui diede principio a questa pratica. Dopo il suo ritorno da Cipro, espugnata al primo presentarsi Bizanzio, occupata dai Medi e da alcuni di attenenza e parentela col re, i quali furono fatti prigionieri, egli, senza saputa degli altri alleati, gli rimanda al re, dando voce essere eglino fuggiti. In ciò si adoperò con esso lui Gongilo eretriense, al quale aveva commesso la guardia di Bizanzio e dei prigioni. Spedì poi Gongilo recando lettera al re, ove, come poi si trovò, erano scritte queste parole. «Pausania capitano di Sparta volendo farti cosa grata ti rimanda questa gente sua prigioniera di guerra. È mia intenzione, ove ti piaccia, di prendere in isposa tua figlia‍[107] ed assoggettarti Sparta e tutto il rimanente di Grecia. Credo, qualora tu cooperi meco, aver forze bastevoli a mandar ciò ad effetto. Se dunque punto gradisci le mie offerte manda alla marina persona fidata, per cui mezzo continoveremo in avvenire i nostri trattati.» Di tanta importanza era quello scritto.

120. Serse ne ebbe allegrezza, e manda Artabazzo figliolo di Farnaco sulla costa con ordine di succedere nella satrapia di Dascilite, congedandone Megabate che prima la governava. Gl’impose ancora ricapitasse sollecitamente a Pausania in Bizanzio la lettera di risposta; gli mostrasse il suo sigillo e si adoperasse colla massima accuratezza e fedeltà secondo gli avvertimenti di Pausania concernenti gli affari suoi. Artabazzo al suo arrivo eseguì gli ordini ricevuti, e spedì la lettera, ove era scritta questa risposta. «Così replica il re Serse a Pausania: Non solamente per [73] la gente che d’oltre mare salva m’hai rimandata da Bizanzio la tua beneficenza resterà eternamente scritta in seno di mia famiglia‍[108], ma ho ancora gradito le tue profferte. Nè notte nè giorno ti impedisca sì che rallenti la premura di compiere alcuna delle promesse tue. Non sia di ostacolo spesa d’oro o d’argento, nè quantità di soldatesca ovunque possa abbisognarti. Ma d’accordo col fido Artabazzo che ti ho spedito, tratta animosamente gli affari miei e tuoi, nel modo il più decoroso ed utile per tutt’e due.»

130. Pausania, che per essere stato comandante a Platea era avuto anche di prima appresso i Greci in grandissima estimazione, allora tanto più insuperbì, nè sapeva più vivere dentro ai termini delle costumanze spartane: anzi diportandosi fuori di Bizanzio vestiva alla foggia dei Medi, e viaggiando per la Tracia lo corteggiavano guardie di Medi ed Egiziani armati di asta. Si faceva imbandir la mensa alla persesca, nè più sapeva contenere le sue intenzioni: e nei fatti stessi di minor conto mostrava sino d’allora la grandezza dei suoi disegni che a suo tempo meditava di effettuare. Erasi resa cosa difficile avere accesso a lui, usando egli con tutti indistintamente maniere così strane che nissuno poteva comparirgli innanzi; ciò che mosse sopra tutto gli alleati ad accostarsi a parte ateniese.

131. Era ciò pervenuto a notizia dei Lacedemoni, e però lo richiamarono la prima volta. Ma da che, imbarcatosi la seconda volta senza loro ordine sulla nave Ermionide, ebbe fatto chiaramente conoscere tali essere le sue intenzioni; e da che, astretto ad uscir di Bizanzio assediata dagli Ateniesi, non tornava altrimenti a Sparta, ed era giunta la nuova avere egli preso stanza a Colone città della Troade (ove si tratteneva per cagione non buona, ma per continovare le sue pratiche coi barbari), allora daddovero stimarono non essere più da tollerare: e gli efori spedirono un araldo colla scitala, intimandogli di non restare indietro all’araldo stesso‍[109], altrimenti fin d’allora gli Spartani gli dichiaravano guerra. Volendo egli divenir sospetto il meno poteva, e confidando di dissipare col denaro le [74] imputazioni, tornò di nuovo a Sparta, ove fu messo in carcere dagli efori, i quali hanno facoltà di trattare così anche il re‍[110]. Quindi finalmente uscito per via di maneggi, presentossi in giudizio per dar discarico di sè a chiunque volesse intentare accuse contro di lui.

132. Tuttochè nè gli Spartani, nè i nemici di lui, nè la Repubblica intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati con sicurezza potessero punire un uomo di stirpe reale e tenuto allora in onoranza (perocchè era egli, come cugino, tutore del re Plistarco ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari, faceva molto sospettare che nell’ordine politico non volesse star contento ai termini dell’uguaglianza. Per lo che riandando i fatti antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite, e principalmente che nel tripode di Delfo, primizia delle spoglie dei Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva osato farvi scolpire questa inscrizione:

Duce de’ Greci, debellato il Medo,

Pausania a Febo questo voto offria.

I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione, e vi scolpirono tutte le città nominatamente, che concorse ai danni del Medo avevano dedicato quel voto‍[111]. Ciò pertanto era attribuito in delitto a Pausania: ma quando egli si trovò in questo stato, allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti: e ciò era vero: conciossiachè prometteva loro libertà e cittadinanza, se si unissero con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti, non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di lui; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser troppo corrivi a dare perentoria sentenza contro un cittadino di [75] Sparta senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila, come è fama, già suo mignone e a lui fidatissimo, fu il delatore presso gli efori, all’occasione che doveva recare ad Artabazzo l’ultima lettera di Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere ritornato dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e perchè Pausania, volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse; apre la lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.

133. Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese: il quale refugiatosi supplichevole in Tenaro‍[112] vi fece un casotto diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava, perchè si fosse ricovrato là supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente. L’argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso, come aveva fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire di tutto ciò; consigliare l’argiliese a non adirarsi per l’accaduto; rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.

134. Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con sicurezza, cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo incontro a lui, dall’aria del viso comprendesse a che veniva; e che avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava, corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca, e vicino com’era il sacro recinto, prima d’esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse. Per non patire incomodo stando allo scoperto, [76] entrò in una celletta appartenente al tempio, ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano non poterono per allora raggiungerlo: ma avendo osservato essere egli nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte dell’uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta, era sul punto di esalar l’anima, lo traggono prima che spirasse fuori del luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade, ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto: ed ora giace nel vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo: infatti fecero essi due statue di bronzo e dedicaronle alla Dea in compensazione di Pausania.

135. Gli Ateniesi pertanto, avvegnachè il Nume stesso avesse giudicato quell’azione un sacrilegio, rendevano la pariglia ai Lacedemoni, imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire il Medo, secondo che avevano trovato per il processo; affermando per ciò dovere anch’egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli Ateniesi alle loro richieste; e poichè Temistocle, quantunque fosse stato cacciato per ostracismo‍[113], ed avesse preso stanza in Argo, pur nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso, spedirono d’accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro lo riconducessero donde che lo trovassero.

136. Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato‍[114]. Significarongli i Corfuotti che temevano, ricettandolo, di incorrere nella inimicizia dei Lacedemoni, e degli Ateniesi, e lo scortarono sino in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro che avevano la [77] commissione di così fare ovunque udissero che fosse, e ridotto in grandissima dubitazione dell’anima, si trova costretto a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi‍[115], che non gli era punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava, essersi opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita; mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a se medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che, sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo; e questo fu modo efficacissimo di supplicare.

137. Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto‍[116], egli non consegnò loro Temistocle: anzi, sentendo che bramava di trasferirsi al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’altro lato del mare‍[117] sino a Pidna città soggetta ad Alessandro‍[118]. Ivi trovata una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca; e dalla tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia, e per qual cagione si trovi esule: ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava, corrotto per denaro, nè vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di sbarcare, sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il cammino: se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta [78] un giorno ed una notte, colla nave all’ancora, sopra il campo degli Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso; e da Temistocle fu presentato con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo, ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’interno del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste, scrive una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al trono, in questo tenore. «Io Temistocle che più di tutti gli altri Greci apportai danni alla tua casa, tutto quel tempo che fui astretto a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di benefizio.» Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per opra sua, come ingannevolmente si attribuiva, non era stato disfatto il ponte‍[119]. «Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare. Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il motivo della mia venuta.»

138. Il re, come si dice, si maravigliò del proponimento di lui, e gli permise di far così. Intanto nel tempo che si trattenne apprese quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese; e passato l’anno presentassi al re, appo il quale fu grande e tenuto in tanto onore, quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’era innanzi fregiato, ma ancora per la speranza che in lui nutriva di soggettargli la Grecia‍[120], e soprattutto perchè mostravasi uomo di grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza del suo ingegno nel modo il più evidente, e perciò meritava di esser particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachè col penetrativo intelletto che aveva sortito dalla natura, e non già corredato di anteriori studi o accresciuto da posteriori, discerneva ottimamente, dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava, e benissimo conghietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire. Destro nel condurre a [79] buon fine gli affari che avesse tramano, non era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei quali non era perito; e benchè le cose fossero tuttora nella più oscura incertezza, antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio di quelle: e brevemente egli fu senza dubbio per forza d’ingegno e per celerità di consiglio, l’uomo il più valente a dichiarare all’improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze. Finì per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento nella piazza di Magnesia città dell’Asia conciossiachè egli governasse cotesta provincia; avendogli il re dato‍[121] per il pane Magnesia, che rendeva cinquanta talenti l’anno, per il vino Lampsaco tenuta allora per la provincia più abbondante di tal prodotto, e Miunte per il companatico‍[122]. I parenti di lui dicono le sue ossa essere state trasportate in patria per comandamento di esso, e sepolte nell’Attica senza saputa degli Ateniesi; avvegnachè non fosse permesso seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento‍[123]. Questo fine ebbero Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci dei loro tempi.

139. Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro ambasceria, e tali all’incontro quelli ricevuti circa al purgare le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini di proprietà‍[124], e di ricettare i servi fuggitivi‍[125]. Vennero finalmente da Sparta gli ultimi legati Ramfio, Melesippo ed Agesandro; i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l’innanzi, si ristrinsero a dire queste parole: «I Lacedemoni bramano [80] la pace, e vi sarà purchè voi lasciate i Greci nelle loro leggi.» Adunaronsi gli Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse. Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima sentenza, opinando alcuni si facesse la guerra, altri si cassasse il decreto piuttostochè permettere che fosse d’impedimento alla pace. Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo, personaggio il più ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed il più esperto in trattar gli affari, propose i suoi avvertimenti in questi termini.

140. «Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non cedere ai Peloponnesi. E benchè io sappia che l’ardore concepito dall’uomo all’invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti; nulladimeno penso dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti da quei d’allora. E prego quei tra voi che sieno per concorrere nella mia sentenza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere le risoluzioni prese in comune, e non appropriarsi il vanto di sagace accorgimento se l’esito sarà felice. Poichè pur troppo addiviene che i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili, egualmente che le cogitazioni degli uomini: il perchè siamo usati ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda. Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione, e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso: tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto che coi ragionari; e vengono qua oggimai non più facendo amichevoli rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritirarci da Potidea, lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi; e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar [81] nelle loro leggi anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente aonestarsi, dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè resti in voi ombra di rimorso, quasi che l’abbiate intrapresa per lieve oggetto: perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi, incontanente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per timore obbedirete anche a questi; laddove persistendo nel vostro rifiuto, insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.‍[126]

141. «Pertanto deliberate fino da questo momento o di obbedire prima di essere offesi, o volendo noi far guerra, come io credo il meglio, di non cedere a qualsivoglia costo, e diportarci da gente che sdegna ritenere il suo con paura. Imperciocchè qualunque richiesta, piccola o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi alla determinazione del giudizio, importa l’istesso che un vero servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti, ne andrete convinti, dopo averne udito da me il ragguaglio particolare. I Peloponnesi lavorano da sè le loro terre, non hanno denaro nè pubblico nè privato, nè pratica di guerre diuturne e marittime, posciachè oppressi dall’indigenza muovonsi solamente le armi contro loro stessi e per breve durata. Gente sì fatta non possono spedire al di fuori nè navi armate nè soldatesche di terra, sostenute da nuove leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro fondi, e spendere nondimeno del proprio, mentre sarebbero per noi anche esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle forzate contribuzioni sostengono le guerre: e la gente addetta alla coltivazione delle terre, è più pronta a guerreggiare colla persona che col denaro; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio, ma nulla vi è che gli assicuri [82] dal non consumare il denaro prima che cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile, più che non credevano. Imperocchè sono certamente i Peloponnesi con gli alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci insieme; non già a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni, ciascuno si studia per il proprio vantaggio; e quindi deriva che nulla si conduca a compimento. Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale; altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre; sono lenti a radunarsi; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche, il più a brigarsi delle private; e ciascuno crede non esser per nuocere la sua trascuratezza, sperando che altri si darà cura di ciò che ad esser toccherebbe a prevedere, cosicchè con questa opinione comune a tutti in particolare va in rovina, senza che alcuno se ne accorga, l’universa Repubblica.

148. «Con tutto ciò l’impedimento maggiore sarà per loro la penuria di denaro; essendochè la difficoltà di procacciarlo deve portare indugio: ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi ai battifolli o alle flotte loro, ciò non è da temere. Poichè se la edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a città di potenza pari alla nostra, quanto più sarà malagevole in paese nemico; e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati? E se pur faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori: ma ciò non basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro territorio, per prenderne vendetta colla flotta, in che siamo potenti. Conciossiachè giova più a noi l’esperienza di mare per combattere in terra, che non a loro quella di terra per combattere in mare. Nè potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente quella delle marittime; giacchè nè pur voi che sino dal tempo del [83] Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione. E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di marina, e di più nell’impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre minacciata dalle nostre numerose flotte, come mai, io dico, potrà riuscire a qualche dignitosa impresa? Si arrischieranno forse contro poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla moltitudine? ebbene; stretti da molte, dovranno ristarsi, cosicchè non esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con accidentale esercizio o come per soprappiù, ma piuttosto nissun’altra cosa può andarle congiunta come per appendice.

143. «Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri, sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo) prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o press’appoco mi sembrano essere le cose dei Peloponnesi; laddove il nostro stato scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro: nè il guasto di qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello anche di tutta l’Attica. Imperocchè i Peloponnesi senza combattere, non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute, mentre noi molte ne abbiamo nelle isole, molte in terraferma. Gran vantaggio è l’impero del mare; consideratelo da voi stessi. Ed infatti se noi fossimo isolani, [84] chi più inespugnabile di noi? Questo è adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case, contentandovi di tener guardato il mare e la città; e senza adirarvi coi Peloponnesi per la perdita di quelle, non venire a battaglia con essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocchè vincendo, ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero; perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati, nerbo principale delle nostre forze: i quali al vederci ridotti inabili a marciar contro di loro, non istaranno più all’obbedienza. Ah! serbiamo i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le campagne, avvegnachè non queste degli uomini, ma sì bene gli uomini sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il mio consiglio, vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la viltà di obbedirli.

144. «Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della vittoria, purchè non cerchiate di aumentar l’impero durante la guerra, nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacchè più degli stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagli. Ma tali cose vi saranno da me dichiarate altra fiata, quando elle saranno appoggiate ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo — permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri, solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano nè noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli. Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli accordi, e purchè anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per via giuridica secondo che è detto negli accordi: non saremo i primi a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci. — Tale è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra Repubblica; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: [85] che se la imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati: e che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo mossisi con forze non così grandi, e dopo aver abbandonato ciò che avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore alle loro forze, non solo rispinsero il barbaro, ma ancora avanzarono lo stato a tanto alto segno; noi non dobbiamo mostrarci da meno di loro, ma a qualunque patto resistere al nemico, ed adoprarci al possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla della sua grandezza.»

145. Di tal forza fu l’arringa di Pericle; e gli Atenesi giudicarono ottimi i suoi consigli, confermarono col voto le sue proposizioni, risposero ai Lacedemoni giusta la sua sentenza, e come egli aveva suggerito intorno a ciascuna cosa. La somma fu: ch’ei non farebbero nulla in forza dei loro comandamenti, e che erano pronti a diffinire le imputazioni per via giuridica, salva ogni uguaglianza secondo gli accordi. I Lacedemoni udito ciò tornarono alla patria; nè altra ambasciata venne dipoi da Sparta.

146. Queste furono da ambe le parti le rimostranze e le differenze insorte prima della guerra, appena seguiti i fatti di Epidamno e di Corfù. Nulladimeno pendenti quelle erano in commercio e praticavano scambievolmente senza il caduceo, non però senza sospizione; imperocchè le cose che accadevano in quel tempo altro non erano che turbamento d’accordi e materia di guerra.

FINE DEL LIBRO PRIMO.


[87]

LIBRO SECONDO

SOMMARIO.

I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. — Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia.

1. Di qui omai incomincia la guerra degli Ateniesi e Peloponnesi, e dei loro scambievoli alleati‍[127], nel processo della quale non praticavano più tra loro senza il caduceo; ma intrapresa che l’ebbono, guerreggiavano continuamente. Ella è esposta, secondo l’ordine dei fatti accaduti, per estati e per inverni.

2. La tregua dei trent’anni, fatta dopo la presa di Eubea, aveva durato quattordici: ma nel decimoquinto, essendo Criside già da quarantott’anni sacerdotessa in Argo‍[128], Enesio eforo in Sparta, e Pitodoro ancora per un bimestre arconte in Atene‍[129], sei mesi dopo la battaglia di Potidea, al cominciar della primavera poco più di trecento Tebani, guidati da Pitangelo figliolo di Filida, e da Diemporo di Onetoride, ambidue Beotarchi‍[130], sul primo sonno entrarono armati in Platea della Beozia, città confederata con Atene, invitati da alcuni Plateesi che apersero loro le porte (ciò furono Nauclide e i suoi partigiani), i quali a procacciarsi potenza, volevano trucidare i cittadini della fazione contraria, e soggettare la città ai Tebani. La trama [88] riuscì, favoreggiandoli Eurimaco figliolo di Leonziade, personaggio potentissimo in Tebe: perocchè i Tebani, prevedendo insorgerebbe la guerra, innanzi che ella manifestamente scoppiasse, e mentre ancora durava la pace, bramavano preoccupare Platea città mai sempre loro nemica. Il perchè, non essendovi di prima posta guarnigione, agevolmente e non avvertiti vi entravano: e fermatisi armati nella piazza, non vollero, secondo che gli confortavano quei che li avevano introdotti, venir subito ai fatti ed investire le case dei nemici. Erano anzi di avviso di usare gride discrete, e piuttosto indurre ad amichevole accomodamento la città, stimando che per queste maniere ella si sarebbe più facilmente accostata alla loro parte. Promulgavano adunque per il banditore, che qualunque, conforme la patria usanza di tutti i Beozii, volesse entrar nella lega, prendesse le armi coi Tebani.

3. Come i Plateesi sentirono essere i Tebani già dentro le mura, ed occupata improvvisamente la città, credettero vi fossero entrati in numero assai maggiore, perchè essendo notte non li scorgevano: ed impauriti calarono agli accordi, accettarono le condizioni, e restarono tranquilli; tanto più che i Tebani non facevano contro chicchessia stranezza veruna‍[131]. Ma mentre ancora trattavano ciò, osservarono non esser molti i Tebani, e giudicarono facile la vittoria, assalendoli; essendo che il popolo di Platea mal volentieri ribellavasi agli Ateniesi. Risolvettero adunque esser ciò da tentare, e per tener colloquio tra loro sfondavano le pareti comuni delle case per non esser visti correr le strade, a traverso delle quali mettevano carri senza giumenti per servir di barricate, e accomodavano le altre cose come e dove credevano che sarebbe utile pel momento. Ordinato tutto il meglio potevano, si scagliarono dalle case sopra i Tebani, cogliendo il punto che era ancor notte, e propio in sull’albeggiare, perchè temevano di trovarli più arditi in piena luce, e perchè e’ non potessero oppor loro egual resistenza. Anzi rendendosi essi nella notte più formidabili per la pratica che avevano della città, speravano resterebbero i Tebani sopraffatti: [89] però li assalirono immantinente e vennero tosto alle mani.

4. I Tebani conosciuto lo sbaglio si ristrignevano tra loro, e respingevano gli assalitori dalla parte onde gli investissero. Due o tre volte gli ributtarono; ma finalmente, serrandosi loro addosso i Plateesi con furia strepitosa, e ad un’ora stessa le donne e i servi tra gli schiamazzi e gli urlamenti percuotendoli dalle case con sassi e tegole, e di più caduta essendo nella notte dirotta pioggia, impaurirono; e voltata faccia fuggivano per la città tra il fango ed il buio (perchè la cosa accadde sul finir del mese)‍[132] senza sapere i più ove scampare, ed incalzati da gente ben pratica da non lasciarli scapolare; così che per la maggior parte erano trucidati. Un plateese serrò la porta onde erano entrati, la sola che fosse aperta, mettendo negli anelli per catenaccio la punta della lancia, talchè neppure per quella potevano uscire. Perseguitati adunque per la città alcuni salirono sulle mura e si precipitarono fuori, morendovi i più; alcuni con una scure prestata loro da una donna ruppero di soppiatto la sbarra di una porta abbandonata, e pochi ne uscirono perchè la cosa fu presto risaputa; altri erano qua e là uccisi sparsamente per la città. Ma il maggior numero, e sopra tutto quelli che si erano ristretti insieme, si cacciano in un gran torrione delle mura, la cui porta per avventura non era chiusa, credendo esser quel torrione una porta della città, e che sicuramente desse uscita per fuori. I Plateesi vedendoveli incappati deliberavano, se così come si trovavano ve li avessero a bruciare dando fuoco al torrione, ovvero trattarli altramente. Finalmente costoro, e tutti gli altri Tebani che restavano ancora vagando per la città, convennero co’ Plateesi di rendersi a discrezione, ponendo giù le armi. Così procederono le cose per quelli entrati in Platea.

5. Gli altri Tebani poi che col corpo dell’esercito dovevano giugnervi prima che finisse la notte, caso che per gli entrati andasse qualche cosa in sinistro, udito per via l’accaduto (già che Tebe è distante da Platea settanta [90] stadii) si avanzavano per soccorrerli. Ma l’acqua caduta nella notte li rese più lenti nel cammino; imperocchè il fiume Asopo avea menato gran corrente, ed era difficile guadarlo. Marciando pertanto con la pioggia, e passato il fiume a gran pena, arrivarono troppo tardi, quando già quei di dentro erano stati parte trucidati, parte fatti prigioni. Appena i Tebani riseppero ciò, pensarono di tendere agguati ai Plateesi che erano fuori di città; conciossiachè, come suole intervenire in un disastro inaspettato ed accaduto duranti le tregue, la gente con le masserizie era sparsa alla campagna. Era anche loro intendimento, ove arrestassero qualcuno, di ritenerlo in iscambio dei loro rimasti prigioni in città, posto che alcuno sopravvivesse. Ciò andavano ravvolgendo nell’animo: ma i Plateesi, mentre che costoro stavano tuttora deliberando, vennero in sospetto di ciò che potea accadere, e temendo per quei di fuori, spedirono un araldo ai Tebani, richiamandosi dell’ingiuria fatta loro per aver tentato di occupar Platea in tempo di tregua, ed intimando non malmenassero le cose di fuori: altramente, soggiugnevano, ucciderebbono quei di loro gente che ritenevano vivi, dove, ritirandosi dal territorio, li restituirebbero. In questa guisa raccontano il fatto i Tebani, e dicono che i Plateesi vi aggiunsero il giuramento. I Plateesi, all’opposto, non convengono d’aver promesso di rendere addirittura i prigionieri, ma solo quando nell’abboccamento che doveva tenersi prima tra loro si fossero, in qualche modo, trovati d’accordo; e negano d’avervi aggiunto il giuramento. Comunque sia, i Tebani si ritirarono dal territorio, senza averlo punto danneggiato. E i Plateesi, introdotto prima frettolosamente in città tutto ciò che era in campagna, ammazzarono subito i prigioni i quali erano cent’ottanta, tra questi Eurimaco con cui avevano condotto il maneggio quei che volevano tradir la patria.

6. Fatto ciò mandarono avviso ad Atene, restituirono con salvocondotto i cadaveri ai Tebani, ed ordinarono lo stato della città nel modo il più acconcio alle cose presenti. Gli Ateniesi ragguagliati tostamente dei fatti di Platea, [91] arrestarono subito quanti Beozi erano nell’Attica, e spedirono araldo ai Plateesi con ordine di dir loro che non facessero innovazione‍[133] su quei Tebani che avevano prigionieri, prima che anche in Atene si fosse risoluto qualche cosa intorno ad essi. Ignoravano gli Ateniesi che i prigioni erano stati morti, essendo partito il primo nunzio in sull’entrar dei Tebani, ed il secondo appena ch’ei furono vinti e rinchiusi: laonde erano interamente all’oscuro dei fatti posteriori, e però avevano mandato quell’araldo, che al suo arrivo trovò coloro già uccisi. Allora gli Ateniesi mandarono delle truppe a Platea, portaronvi vettovaglie, lasciaronvi presidio, e condussero via gli invalidi colle donne ed i bambini.

7. Dopo questo fatto di Platea essendo manifestamente rotta la tregua, gli Ateniesi si preparavano alla guerra: preparavansi co’ loro alleati anche i Lacedemoni, ed erano entrambi in su lo spedire ambasciate al re ed altrove ai barbari, donde che potesse sperarsi di trarre qualche soccorso, e si univano con quelle città che erano fuori del loro dominio. I Lacedemoni in aggiunta alle navi, avevano nel Peloponneso, commettevano ai popoli che seguitavano la parte loro in Italia‍[134] di costruirne un numero proporzionevole alla grandezza delle città, talchè in tutte sommassero a cinquecento: di avere in pronto il denaro imposto, starsene del rimanente tranquilli, e non ricettare gli Ateniesi, salvo che con una sola nave, fino a che queste cose fossero tutte apparecchiate. Gli Ateniesi recavano a novero gli alleati che avevano; ma erano principalmente intesi a spedire ambasciatori nei luoghi attorno al Peloponneso, cioè a Corfù, a Cefallene, agli Acarnani, a Zacinto; perchè vedevano che avendo amici cotesti luoghi, sosterrebbono certamente con superiorità la guerra nei contorni del Peloponneso.

8. Grandi pensieri ravvolgevano entrambi nella mente, e con tutto l’ardore si disponevano alla guerra: nè meraviglia; perchè tutti nel cominciamento delle cose hanno maggior veemenza. Era allora il tempo che la numerosa gioventù del Peloponneso e d’Atene di buona voglia intraprendeva [92] la guerra, perchè di essa inesperta; e tutto il rimanente di Grecia era in gran sollevazione dell’animo, in vedendo le due primarie Repubbliche venir tra loro a contesa. Molto si udiva parlare di risposte d’oracoli, molti presagi in versi cantavano gli indovini, sì nei luoghi ov’era bramosia di guerra, sì negli altri. Senza di che poco innanzi a questi avvenimenti fu scossa da terremoto Delo, che a memoria dei Greci non aveva mai per lo addietro sofferto ciò; e dicevasi e credevasi comunemente essere quello stato il segnale delle future calamità; e qualunque cosa di simil fatta accadesse, tutto particolarmente si investigava. Ciò non pertanto la benevolenza dei popoli inchinava maggiormente ai Lacedemoni, tanto più ch’ei si spacciavano per liberatori della Grecia: e ciascuno in particolare e le città insieme, tutti travagliavansi ansiosamente per cooperare con esso loro con parole o con fatti, avvisando ognuno dover restare impediti gli affari là appunto, ove mancasse l’opera sua. A tal segno la maggior parte avevano in odio gli Ateniesi; desiderando alcuni d’esser liberati dal loro dominio, altri temendo di non esservi sottoposti. Con tale apparecchio e concitamento dell’animo erano in su le mosse.

9. Or le due parti si misero in guerra avendo confederate queste città. Dei Lacedemoni erano alleati tutti i Peloponnesi dentro dell’istmo, eccetto gli Argivi e gli Achei che erano in amicizia con entrambi: nondimeno gli Achei unirono poscia le loro armi con Sparta; in principio solamente quei di Pallene, quindi tutti gli altri. Fuori del Peloponneso poi, i Megaresi, i Locrii, i Beozii, i Focesi, li Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii. Tra questi somministravano la flotta i Corintii, i Megaresi, i Sicionii, i Pelleni, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadii; la cavalleria i Beozii, i Focesi, i Locrii: le altre città davano la fanteria. Questi erano i confederati dei Lacedemoni. Degli Ateniesi lo erano i Chii, i Lesbii, i Plateesi, i Messenii di Naupatto, la maggior parte degli Acarnani, i Corfuotti, li Zacintii, ed altre molte città che tra tanti popoli erano loro tributarie; la Caria marittima, i Dorii confinanti co’ Carii, [93] l’Ionia, l’Ellesponto, la città di Tracia, tutte l’isole che infra il Peloponneso e Creta guardano a levante, e tutte le altre Cicladi salvo Melo e Tera. Fra questi somministravano la flotta i Chii, i Lesbii ed i Corfuotti; gli altri fanteria e denaro. Tale era da ambe le parti lo stato dell’alleanza e l’apparecchio per la guerra.

10. I Lacedemoni subito dopo i fatti di Platea mandarono in giro alle città alleate nel Peloponneso e fuori ordine, di allestir gente e provvisioni rispondenti ad una spedizione fuori del proprio paese, dovendosi portar la guerra nell’Attica. Quando poi al tempo prescritto ebbero tutto in pronto, i due terzi‍[135] di ciascuna città si riunivano sull’istmo. E poichè fu congregato tutto l’esercito, Archidamo re dei Lacedemoni, generale di questa spedizione, convocati i capitani di tutte le città, le persone di maggiore stato, e tutti quei che più meritavano d’intervenire, prese a parlar così.

11. «Valorosi Peloponnesi e confederati: quantunque anche i padri nostri abbiano fatto molte spedizioni sì dentro che fuori il Peloponneso, e tra noi i più attempati non sieno inesperti della guerra; nondimeno sino ad ora non siamo mai usciti con apparecchio più grande. Considerate però che potentissima è la città, contro cui andiamo adesso noi in numero grandissimo e col fiore delle nostre truppe. Il perchè non abbiamo a mostrarci nè minori dei padri, nè della propria nostra reputazione: avvegnachè Grecia tutta per la nostra mossa è sollevata ed a noi dirizza l’animo suo, anelando, per odio verso gli Ateniesi, al felice riuscimento dei nostri disegni. Ma con tutto che sembri andar noi contro al nemico con esercito grandissimo, ed esservi gran sicurezza da credere che non oserà venire a battaglia con noi; non vuolsi però marciare meno circospetti e preparati: anzi e capitano e soldato di ogni città si aspetti quanto a sè ad ogn’ora il cimento; conciossiachè incerte sono le cose della guerra, e gli assalti d’ordinario si fanno ad un tratto e col bollore dell’animo. Sovente un esercito più piccolo ma circospetto ne rispinse con maggior vantaggio uno più numeroso, ma trascurante per disprezzo. [94] In paese straniero debbono i soldati aver pieno l’animo di ardimento, ma tenersi pronti alla zuffa con cauto timore; così saranno più generosi‍[136] nell’assalire il nemico, e meno pericolanti nel sostenerne l’impeto. Or noi non andiamo contro una città mancante di forze a segno da non resisterci, ma di tutto completamente fornita. Però, sebbene mentre che siamo tuttora lontani, gli Ateniesi non si sieno mossi, pur dobbiamo indubitatamente aspettarci che verranno a battaglia, quando ci veggano guastar le loro terre e distruggere i beni loro. Imperocchè al vedersi sotto gli occhi una repentina insolita sciagura, ognun s’accende di rabbia; e quei che meno usano della riflessione, vengono ai fatti col più gran furore. Così più d’ogni altro è da credere che adopreranno gli Ateniesi, pei quali è puntiglio d’onore il comandare altrui, ed assaltare e devastare le terre degli altri, più presto che vedere il guasto delle loro. Persuasi adunque di far guerra a Repubblica sì potente, e di dovere, nell’alternar delle conseguenze, riscuoterne per noi e pei nostri maggiori riputazione del più gran rilievo, marciate per le vie che vi additino i vostri capitani, gelosi sovrattutto della buona ordinanza e cautela, e pronti agli ordini che riceviate: poichè il mostrare che in numeroso esercito una è la militar disciplina, si è ciò che maggiormente procaccia onore e sicurezza.»

12. Archidamo ciò detto e sciolta l’adunanza, prima di tutto spedisce ad Atene Melesippo, cittadino spartano, figliolo di Diacrita, per tentare se gli Ateniesi, al vederli già in cammino, più facilmente cedessero in qualche cosa. Ma egli non fu ricevuto in Atene e molto meno in consiglio, essendo innanzi prevalsa l’opinione di Pericle, di non ammettere araldo nè ambasceria dei Lacedemoni, condotto che avessero l’esercito in campagna. Lo rimandano adunque prima di udirlo, intimandoli uscisse dai confini il giorno stesso; e per l’avvenire i Lacedemoni, quando fossero rientrati nelle loro terre, mandassero pure le ambascerie che volevano: spediscono quindi gente con Melesippo ad accompagnarlo, affinchè non si abboccasse con alcuno. Giunto egli ai confini ed essendo presso a dipartirsi, [95] proseguì la sua gita dette queste sole parole: «Questo medesimo giorno sarà principio ai Greci di grandi calamità.» Al suo ritorno, quando Archidamo ebbe inteso che gli Ateniesi non cederebbero in nulla, levò il campo, e s’avanzava coll’esercito verso il loro territorio. I Beozii, che uniti in questa spedizione davano ai Peloponnesi parte dei loro fanti e cavalli, andarono col rimanente a Platea e saccheggiavano la campagna.

13. Ma intanto che i Peloponnesi si andavano adunando sull’istmo ed erano in cammino, prima che assaltassero l’Attica, Pericle di Xantippo, uno dei dieci capitani ateniesi, persuaso che l’invasione sarebbe accaduta, venne in sospetto che Archidamo suo ospite lascerebbe intatte, e non gli guasterebbe le possessioni; sia che volesse così gratificarlo di propria volontà; sia che potesse ciò accadere pei conforti dei Lacedemoni che bramavano screditarlo, e che, mirando a lui, avevano intimato si purgasse la contaminazione. Laonde divulgò nell’adunanza degli Ateniesi, essere Archidamo suo ospite, ma ciò non dover causare alcun detrimento alla Repubblica; e se le sue terre e ville non fossero guastate dai nemici come quelle degli altri, ei le rilasciava in mano del popolo, acciò non vi fosse alcun argomento di sospetto contro di lui. Ed anche adesso li confortava come per l’innanzi a prepararsi alla guerra, a trasportare in città quel che era in campagna; non far sortite contro i nemici, ma ridursi in città e guardarla; mettere compiutamente in ordine la flotta, loro forza principale, e tenere in pugno gli alleati‍[137]. Dimostrava, su i tributi di questi esser fondata la loro potenza, e ordinariamente l’intelligenza e la copia del denaro procacciare superiorità in guerra: li esortava a rincorarsi, atteso che la città, senza contare le altre entrate, aveva d’ordinario la rendita di seicento talenti l’anno per tributo degli alleati‍[138], e vi restavano anche presentemente nella rocca seimila talenti d’argento coniato, essendo la maggior somma stata di novemila settecento, dai quali erano state levate le spese per gli antiporti‍[139] della rocca, per altre fabbriche e per Potidea. Oltre di che, di argento e d’oro non coniato, [96] tra privati e pubblici voti, tra tutto il resto del vasellame per le sacre pompe e pei pubblici giuochi, e tra spoglie dei Medi‍[140] e cose di simil fatta, non vi era meno di cinquecento talenti. Aggiungeva di più, le grandi ricchezze degli altri templi, delle quali si servirebbero; e qualora fossero affatto impediti dall’usar tutte queste, gli aurei ornamenti posti intorno al simulacro di Minerva stessa, il quale aveva il peso di quaranta talenti d’oro purgatissimo che tutto poteva spiccarsi d’attorno‍[141]. Avvertiva nondimeno, che quantunque l’avrebbono impiegato per la pubblica salvezza, conveniva poi rimettervelo di peso non inferiore. Così li rincorava quanto al denaro. Per ciò che riguarda l’esercito, mostrava esservi tredicimila soldati di armatura grave, senza gli altri sedicimila delle guarnigioni e degli spaldi: tanti appunto, tolti dai più vecchi e dai più giovani con tutti gli inquilini armati alla grave, erano quelli che vi stavano di guardia sino da principio, quando i Lacedemoni erano per assaltare l’Attica. Imperciocchè di trentacinque stadii erano le mura di Falera sino al recinto della città, del qual recinto la parte guernita è di quarantatre, restando senza presidio la porzione che è di mezzo tra le mura faleree e le lunghe. Queste poi sino al Pireo erano di quaranta stadii, e tutte guardate dalla parte esterna. L’intero circuito del Pireo, compresovi Munichia, era di sessanta stadii, ma solo la metà guarnita. Di cavalleria poi mostrava esservi mille dugento, contando gli arcieri a cavallo; seicento arcieri a piedi, e trecento triremi buone a navigare. Tale e non minore era l’apparecchio che di ciascuna cosa avevano gli Ateniesi, quando i Peloponnesi erano da prima per assaltar l’Attica, e quando si misero in guerra. Altre dichiarazioni andava facendo Pericle al suo solito, tendenti tutte a dimostrare che in questa guerra sarebbono vincitori.

14. Gli Ateniesi, udito che l’ebbero, seguirono il suo consiglio, e dalla campagna introducevano in città i bambini, le donne, le masserizie di cui usavano in casa, e sino il legname delle case che demolivano; e facevano passare nell’Eubea e nelle isole circonvicine gli armenti e le bestie da [97] soma. Fastidioso però riusciva loro lo sgombero, essendo i più avvezzi a vivere continuamente alla campagna.

15. E tal costume, più che tra gli altri, praticavasi sino da remotissima antichità tra gli Ateniesi. Imperocchè, anche al tempo di Cecrope e dei primi regi sino a Teseo, ciascuna popolazione dell’Attica si reggeva da sè co’ suoi tribunali‍[142] ed arconti; e, quando non v’era di che temere, non si adunavano per le loro deliberazioni presso al re, ma ognuno aveva reggimento e consiglio particolare: anzi alcune talvolta ebbero persino guerra col re stesso, come gli Eleusini sostenuti da Eumolpo contro Eretteo. Ma venuto a regnar Teseo uomo di savio consiglio insieme e potente, oltre all’altre riforme fatte nell’Attica, abolì i consigli e le cariche di arconte dell’altre popolazioni, e riunì tutti in un sol corpo nella città presente, ove stabilì un sol consiglio ed un sol tribunale. E benchè restasse ciascuno, come prima, abitatore e possessore dei propri fondi, obbligò tutti ad aver questa unica per città principale, la quale fu da Teseo lasciata a’ suoi successori aumentata di molto, perchè omai tutti facevano con lei un solo comune. Però sin d’allora gli Ateniesi celebrano anche adesso la pubblica festa detta le Sinecie, in onore della Dea‍[143]. Prima di questo tempo era città quel che ora è la rocca, o al più la porzione sotto questa che guarda mezzodì. Lo provano non solo i templi degli altri Dei che sono nella rocca, ma eziandio quelli al di fuori situati nella predetta parte della città, come quello di Giove Olimpico, di Apollo Pitio, della Terra, e quello delle Limne di Bacco‍[144], a cui onore si celebrano le feste baccanali più antiche, al dodicesimo del mese Antesterione, come tuttora costumano gli Ioni stessi discendenti dagli Ateniesi. Quivi altresì riseggono gli altri vetusti templi; e perciò appunto d’appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale dopo essere stata restaurata dai tiranni nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima, quando v’erano le sorgenti scoperte, si chiamava Calliroe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell’acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre [98] sacre funzioni. Anzi appunto perchè ivi era anticamente il luogo abitato, anche in oggi la rocca si chiama dagli Ateniesi città.

16. Gli Ateniesi adunque da lungo tempo praticavano insieme, abitando ciascuno colle proprie costumanze alla campagna, e per questa abitudine, anche dopo essere stati riuniti in un sol corpo di cittadinanza, i più, sì degli antichi che dei loro discendenti, sino al tempo di questa guerra, restati con tutta la famiglia ad abitare in campagna, non sapevano indursi a sgombrare: tanto più che di fresco, dopo il guasto dei Medi, avevano riordinato i loro fondi. Anzi erano afflitti, e di mal animo sopportavano il dovere abbandonare le abitazioni ed i templi, che per loro, a cagione dell’antico modo di governarsi, erano sempre i patrii: e trovandosi sul punto di cambiar tenore di vita, ciò per ognuno di loro altro non era che un lasciare la sua patria stessa.

17. Pervenuti in Atene, pochi ebbero abitazioni proprie e ricovero a casa d’amici o parenti; e la maggior parte prese stanza nei luoghi disabitati della città, ed in quelli consacrati agl’Iddii ed agli eroi (salvo la rocca e il tempio di Cerere, e quant’altro vi era di ben chiuso), e sin anche sotto la rocca, nel recinto chiamato Pelasgico, non solo imprecato ad abitare, ma eziandio interdetto per questa chiusa di un oracolo di Delfo:

È meglio che Pelasgico sia vuoto‍[145]

ciò nonpertanto attesa la repentina necessità fu abitato. E parmi esser l’oracolo riuscito in senso contrario di ciò che si aspettavano, perchè non avvennero le disgrazie alla città per averlo illecitamente abitato, ma fu di mestieri abitarlo a cagione della guerra; senza nominar la quale aveva l’oracolo previsto che quel luogo sarebbe una volta abitato all’occasione di qualche sinistro. Molti si acconciavano anche nelle torri delle mura e dovunque ognuno poteva, stante che concorsivi tutti insieme non potevano capire in città; laonde alla fine si scompartirono per abitare le mura lunghe e gran parte del Pireo. Ma al tempo stesso [99] volgevano l’animo alle cose di guerra, col radunare gli alleati, e fornire cento navi per andar contro al Peloponneso. Tali erano gli apparecchiamenti degli Ateniesi.

18. Ma l’esercito dei Peloponnesi proseguendo il cammino, arrivò primieramente sotto Enoa‍[146] dell’Attica, per dove volevano aprirsi, armata mano, la strada: e fatto alto si preparavano ad assaltare con macchine e con altre maniere le mura, onde era stata cinta Enoa situata sulla frontiera dell’Attica e della Beozia; e di essa usavano gli Ateniesi come di un propugnacolo quando insorgesse la guerra. Disponevano adunque l’oppugnazione di quella terra, ma si trattennero qualche tempo senza pro intorno ad essa; di che era principalmente accagionato Archidamo, che anche quando si trattava di riunirsi per la guerra si era mostrato poco sollecito e maldisposto a consigliarla, ed affezionato per gli Ateniesi. Inoltre, posciachè l’esercito si fu riunito, l’averlo trattenuto sull’istmo ed il lento marciare nel resto del cammino, lo avevano messo in discredito. Ma soprattutto nocque alla reputazione d’Archidamo la fermata sotto Enoa: conciossiachè in questo stante gli Ateniesi introducevano in città le cose loro; onde pareva che se i Peloponnesi, tolto di mezzo questo indugio, si fossero spinti innanzi sollecitamente, avrebbono trovato tutto ancor fuori di città: tale era il mal talento dell’esercito contro Archidamo per questa sua fermata. Egli però soprassedeva aspettandosi, come si dice, che gli Ateniesi, essendo tuttora intatte le loro campagne, cederebbero in qualche cosa, mossi dal rincrescimento di vederle disertare.

19. Ma poichè dato l’assalto ad Enoa e fattovi ogni prova non poterono espugnarla, e vedevano che gli Ateniesi non facevano proposizione veruna; allora finalmente (ottanta giorni incirca dopo il fatto dei Tebani entrati in Platea), sotto la condotta del medesimo Archidamo figliolo di Zeusidamo re di Sparta, mossero il campo da Enoa, nel colmo dell’estate, quando è già matura la messe‍[147], ed entrarono nell’Attica. Quivi accampatisi scorrevano pel territorio di Eleusi, e per la pianura triasia, e fugarono una frotta di cavalli ateniesi nei contorni del luogo detto Reiti. Quindi [100] si avanzarono per la Cecropia, avendo a destra il monte Egaleo, sino a che pervennero ad Acarne, luogo il più considerabile dell’Attica fra quei che si chiamano villate. Qui fecero alto, piantarono il campo e vi restarono molto tempo guastando la campagna.

20. Dicesi che Archidamo si fermò coll’esercito in ordinanza intorno ad Acarne, senza scendere in questa prima invasione alla pianura, con questo intendimento. Sperava egli che gli Ateniesi fiorenti per numerosa gioventù ed apparecchiamenti di guerra, quanto non mai per l’innanzi, gli sarebbono forse usciti incontro, non potendo patire di vedersi devastate le loro terre. Poichè adunque non gli erano venuti incontro ad Eleusi, nè alla pianura triasia, voleva tentare con questa fermata intorno ad Acarne, se almeno allora si risolvessero a far sortita contro di lui. Oltre di che il luogo parevagli opportuno per porvi il campo, e faceva stima che gli Acarnei, parte considerevole della Repubblica (poichè tremila di grave armatura erano dei loro) non sarebbero indifferenti al guasto della loro campagna, ma avrebbero spinto tutti gli altri a combattere. Se poi in questa prima invasione gli Ateniesi non gli fossero usciti incontro, avrebbe allora più francamente corso la pianura e portato le armi fino sotto le mura di Atene stessa. Conciossiachè gli Acarnei, spogliati dei beni loro, non sarebbono ugualmente pronti ad incontrar pericoli per gli altrui, e gran discordia entrerebbe negli animi dei cittadini. Con questa intenzione Archidamo si tratteneva presso ad Acarne.

21. Il soprassedere che faceva l’esercito nemico nei contorni d’Eleusi e nella pianura triasia, dava qualche appicco agli Ateniesi che non progredirebbe più oltre; rammentandosi essi di Plistoanace figliolo di Pausania, re dei Lacedemoni, che dopo aver assaltato l’Attica coll’esercito dei Peloponnesi sino ad Eleusi e Tria, quattordici anni prima di questa guerra, era tornato indietro senza avanzarsi più innanzi; ciò che causò il suo bando da Sparta, perchè ebbe voce d’essere stato indotto per denaro a ritirarsi. Ma poichè videro il nemico intorno ad Acarne, distante dalla [101] città sessanta stadii, giudicavano non esser più da tollerare: ed avendo sotto gli occhi il guasto della campagna, cosa non più veduta nè dai più giovani nè dai più vecchi, fuorchè nella guerra dei Medi, ciò parve loro, come è naturale, un orrore. Allora generalmente, e soprattutto la gioventù, pensavano doversi uscire contro il nemico e non starsi in trascuranza: il perchè ristrignendosi in brigate erano in gran contrasto, bramando alcuni la sortita, altri opponendosi. Gli indovini stessi cantavano oracoli d’ogni maniera, che ciascuno intendeva secondo l’inclinazione dell’animo. Gli Acarnei che si credevano la non menoma parte della Repubblica ateniese, vedendo il guasto delle loro terre, più di tutti instavano per la sortita. Così la città era per ogni lato in sommossa, e tutti pieni di sdegno contro Pericle. Non più ricordavano i consigli dati dianzi da lui, lo avevano ora per un vigliacco, perchè, generale com’era, non li conduceva contro il nemico, e lo accagionavano di tutti i loro disastri.

22. Pericle vedendo che adirati per il presente stato di cose discorrevano il peggio, ed avendo per giusta la sua determinazione di opporsi alla sortita, non più teneva adunanze popolari, nè alcun consiglio particolare, per paura che, riuniti per impeto furibondo più presto che per riflessione, non trascorressero a qualche sbaglio; ma teneva guardie per la città, e vi manteneva a tutto potere la calma. Mandava fuori continovamente delle bande di cavalli, per impedire agli scorridori dell’esercito nemico di gettarsi sulle campagne adiacenti alla città e scorrazzarle. Nei Frigii scaramucciarono una squadra di cavalli ateniesi uniti coi Tessali da una parte, e la cavalleria dei Beozii dall’altra: ove gli Ateniesi ed i Tessali non ebbero la peggio, finchè sopravvenuta a soccorso dei Beozii la milizia grave, furono messi in fuga. Pochi morirono dei Tessali e degli Ateniesi, che il giorno stesso ripresero senza salvocondotto i cadaveri dei loro; e il dì seguente i Peloponnesi ersero trofeo. Gli Ateniesi avevano cotesto sussidio dei Tessali per antico trattato di alleanza, ed erano venuti a loro dalla Tessaglia i Larissei, i Farsalii, i Paralii, i Cranonii, [102] i Pirasii, i Girtoni, i Ferei. Quei di Larissa avevano per capitano Polimede ed Aristenoo, ciascuno dei quali comandava la sua parte‍[148]; e Menone guidava i Farsalii; e parimente gli altri popoli avevano città per città i loro capitani.

23. I Peloponnesi vedendo che gli Ateniesi non uscivano loro incontro, levato il campo da Acarne, saccheggiarono alcune altre villate infra il monte Parnete e Brilesso‍[149]: e mentre tuttora si trattenevano nell’Attica, gli Ateniesi spedirono in giro al Peloponneso le cento navi che andavano preparando, entrovi mille soldati di grave armatura e quattrocento arcieri, sotto il comando di Caccino figliolo di Xenotimo, di Protea d’Epicle, e di Socrate di Antigene, i quali salparono con questo apparato, e costeggiavano il Peloponneso. I Peloponnesi rimasero nell’Attica sinchè ebbero vettovaglia; poi si ritirarono marciando per la Beozia, non dalla parte ove erano entrati. In passando da Oropo davano il guasto alla campagna chiamata Piraica, posseduta dagli Oropii vassalli degli Ateniesi‍[150]; giunti poi nel Peloponneso si separarono, per tornare ognuno alla propria casa.

24. Dopo la loro ritirata gli Ateniesi, risoluti di guardar l’Attica per tutto il tempo della guerra, messero presidii dalla parte di terra e di mare‍[151]. Determinarono poscia si levassero mille talenti dal denaro depositato nella rocca, si mettessero a parte, non si spendessero e si sostenesse la guerra solo col rimanente. Per chi parlasse o proponesse il partito di impiegar questa somma per qualsivoglia altr’uso (salvo che i nemici assaltassero la città con armata navale e bisognasse respignerli), decretarono pena di morte. Oltre a questi mille talenti, sceglievano ogni anno le migliori triremi, sino a che sommassero a cento, ed i trierarchi di quelle: di nessuna delle quali volevano fosse lecito usare giammai eccetto che insieme con quei mille talenti, all’occorrenza di ovviare al medesimo pericolo.

25. Ma gli Ateniesi che colle cento navi erano attorno al Peloponneso, e con cinquanta i Corfuotti venuti a loro soccorso, più alcuni altri alleati di quei luoghi, oltre il [103] guasto dato altrove scorrazzando quei dintorni, fecero scala a Metona della Laconia, e diedero l’assalto alle mura che erano deboli e con poca gente. Posciachè ciò pervenne a notizia di Brasida cittadino spartano, figliolo di Tellide, che per avventura era colla sua guarnigione in coteste vicinanze, andò con cento di grave armatura a soccorso di quella città. Traversato di fuga il campo degli Ateniesi sparsi alla campagna e rivolti verso le mura, si getta in Metona, e sebbene nell’entrare perdesse alcuno de’ suoi, pure salvò la città; e per questa ardita prova fu in Sparta lodato il primo di tutti coloro che concorsero a questa guerra. Gli Ateniesi allora salparono di là, e procedendo marina marina presero terra a Fia dell’Elide, saccheggiarono per due giorni la campagna, e vi sconfissero trecento di scelta milizia che dalla bassa Elide e da quelle vicinanze erano accorsi a difenderla. E nonostante che si levasse un vento gagliardo, e si trovassero così sorpresi dalla tempesta in quel luogo importuoso, la maggior parte risalirono sulle navi, e facevano il giro del promontorio chiamato Icti, sino al porto di Fia. In questo mezzo i Messenii ed alcuni altri, cui non venne fatto di montar sulle navi, presa la via di terra occupano Fia; e levati quindi dalle stesse navi che avevano fatto il giro del promontorio Icti si misero in mare, abbandonando Fia, a cui difesa era già sopravvenuto buon numero d’Elei; e continovando a rader la costa davano il guasto anche ad altri luoghi.

26. Quasi al tempo stesso gli Ateniesi spedirono trenta navi a soccorso della Locride e ad un’ora stessa a guardia dell’Eubea‍[152], sotto il comando di Cleopompo figliolo di Clinia, il quale fatto più volte scala saccheggiò alcune terre marittime, espugnò Tronio d’onde prese ostaggi, e ad Alope vinse in battaglia i Locresi che erano venuti a difenderla.

27. In questa medesima estate, gli Ateniesi cacciarono da Egina gli Eginesi coi fanciulli e le donne, incaricandoli d’essere stati la principal cagione di questa guerra. Senza di che pensavano che essendo Egina adiacente al Peloponneso la riterrebbero con maggior sicurezza, se vi [104] mandassero colonia dei loro cittadini, come infatti poco stante fecero. Laonde i Lacedemoni diedero ad abitare agli Eginesi Tirea col suo territorio, non tanto a cagione delle differenze avevano con gli Ateniesi, quanto perchè ne erano stati beneficati al tempo del terremoto e della ribellione degl’Iloti. Il territorio di Tirea è conterminale del suolo argivo e laconico, e si stende sino al mare. Alcuni di coloro vi presero stanza, altri si sparsero pel rimanente della Grecia.

28. In questa estate al nuovo mese lunare, conforme pare che allora soltanto possa ciò accadere, dopo mezzodì fu eclissi del sole, mostrandosi cornuto a guisa di luna, comparvero delle stelle, e quindi riprese la sua piena figura.

29. Nella medesima estate gli Ateniesi ammessero al diritto di ospitalità, ed invitarono a portarsi da loro Nimfodoro figliolo di Piteo cittadino di Abdera, che aveva gran credito presso Sitalce marito di sua sorella, col fine di farsi alleato Sitalce stesso re dei Traci, figliolo di Tere. Or questo Tere padre di Sitalce fu il primo a rendere l’impero degli Odrisii più considerabile degli altri della Tracia‍[153]; essendo che gran parte dei Traci vivono in libertà. Questo Tere però non aveva nulla che fare con quel Tereo che ebbe per moglie Procne figliola di Pandione d’Atene, avvegnachè non furono pure d’una medesima Tracia. Tereo certamente dimorava in Daulia del territorio ora denominato Focide, abitato allora dai Traci. È questo il paese ove le donne commisero il noto misfatto d’Iti; per lo che molti poeti nel rammentare l’istoria del rusignuolo gli danno il nome d’uccello daulio‍[154]. È poi probabile che per scambievole vantaggio Pandione strignesse il parentado della figliola con questo Tereo a lui più vicino, invece che coll’altro degli Odrisii distante il viaggio di parecchie giornate. Tere dunque, che non portava pure il medesimo nome dell’altro, fu il primo a regnare con piena autorità sopra gli Odrisii; il cui figlio Sitalce gli Ateniesi fecero loro alleato, intendendo che gli aiutasse a ricuperare le città della Tracia, e a conciliar con esso loro [105] Perdicca. Pervenuto Nimfodoro ad Atene concluse la confederazione di Sitalce, ed ottenne a Sadoco figlio di lui il diritto di cittadinanza ateniese: prese ancora l’incarico di por fine alla guerra di Tracia, promettendo arebbe persuaso Sitalce a mandare agli Ateniesi delle bande di cavalli traci e fanti armati di rotelle. Indusse a restituir Terma e rappattumò con gli Ateniesi Perdicca, il quale unì subito le sue armi con essi e con Formione ai danni dei Calcidesi. Ecco come Sitalce figliolo di Tere re dei Traci, e Perdicca di Alessandro re dei Macedoni, divennero alleati degli Ateniesi.

30. Questi colle cento navi trovandosi tuttora intorno al Peloponneso, prendono Solio cittadella dei Corintii‍[155], e di essa e del suo territorio investono i soli Paliresi, esclusi gli altri Acarnani. Espugnarono Astaco‍[156] ove si era fatto tiranno Evarco: cacciaronlo, ed aggiunsero il paese alla loro alleanza. Andarono poscia colla flotta all’isola di Cefallenia e se ne insignorirono senza combattimento. Quest’isola è situata rimpetto all’Acarnania ed a Leucade, ed ha quattro città; ciò sono, quella dei Pallesi, de’ Cranii, de’ Samei, e de’ Pronei. Poco dopo, la flotta ritornò alla volta d’Atene.

31. Circa l’autunno di questa estate gli Ateniesi, a pieno popolo, tanto cittadini che inquilini, andarono ad assaltare la campagna megarese, sotto la condotta di Pericle figliolo di Xantippo. Quei delle cento navi intorno al Peloponneso, nel ritornare a casa, arrivati ad Egina ebbero notizia che quei d’Atene con tutto l’esercito erano a Megara: laonde indirizzaronsi colà per riunirsi con loro. E però questo, tutto insieme, fu l’esercito più numeroso degli Ateniesi; avvegnachè la città era ancora nell’auge di sua grandezza, non essendo per anche stata afflitta dalla pestilenza‍[157]. Infatti gli Ateniesi propio non erano meno di diecimila di grave armatura, senza quei tremila che avevano a Potidea. Nè meno di tremila inquilini di grave milizia si erano uniti ad essi in questa spedizione, senza contare l’altra turba non piccola di milizia leggiera. Colà devastato che ebbero gran parte del territorio, si ritirarono. [106] Accaddero successivamente anno per anno, durante la guerra, molte invasioni sì della cavalleria, che di tutte insieme le genti ateniesi nel megarese‍[158], sino a che da loro non fu presa Nisea.

32. Sul cadere di questa estate fu dagli Ateniesi col guarnimento di mura fortificata Atalanta‍[159], isola per l’avanti disabitata che guarda i Locri Opunzii; per impedire ai corsari che uscivano da Opunte e dall’altre parti della Locride di danneggiare l’Eubea. Tali sono i fatti avvenuti in quest’estate, dopo la ritirata de’ Peloponnesi dall’Attica.

33. Nel sopravveniente inverno Evarco, l’acarnano, volendo rientrare in Astaco, persuade i Corintii a ricondurvelo, andandovi con quaranta navi e mille cinquecento soldati di grave armatura, tanto più che egli stesso aveva assoldato alcuni ausiliarii. Erano capitani dell’armata Eufamida figliolo d’Aristonimo, Timosseno di Timocrate ed Eumaco di Criside, che recatisi colà, lo ricondussero. Volevano ancora impadronirsi di alcuni castelli del resto dell’Acarnania contigua al mare; ma riuscita vana la prova, ritornarono a casa. Nel loro tragitto approdarono a Cefallenia, e fatto scala sulle terre dei Cranii, furono da essi delusi; perocchè, sotto colore di trattato, corsero improvvisamente loro addosso, uccisero parte di loro gente, cosicchè gli altri a gran fatica si sottrassero, e ritornarono a casa.

34. In quel medesimo inverno gli Ateniesi, seguendo le patrie costumanze, fecero le pubbliche esequie ai primi morti in questa guerra: ed eccone le cerimonie. Tre giorni innanzi alzano un gran padiglione, ove espongono alla pubblica vista gli ossami degli spenti, e ciascuno fa al proprio parente quell’offerta che più gli aggrada. Giunto il dì del trasporto al sepolcro, portano su carri delle arche di cipresso (una per tribù) entrovi le ossa di ciascheduno, secondo la tribù cui apparteneva: una sola bara per onorar quei, dei quali, per non essere stati ritrovati, non si sia potuto riavere il cadavere, coperta di coltre e portata vuota. Chiunque voglia, cittadino o straniero, accompagna la funerea pompa, e le donne parenti intervengono [107] alla sepoltura e vi fanno gran corrotto. Vengono poscia locati in un pubblico monumento situato nel più bel sobborgo della città, ed ivi sempre usano di seppellire i morti in guerra, da quei di Maratona in fuori, ai quali, per lo straordinario loro valore, diedero là, a Maratona stessa, la sepoltura. Or coperti che gli hanno di terra, un personaggio a ciò dalla città scelto, che per prudenza e dignità tra i primi si annoveri, pronunzia su di essi il conveniente elogio, e dopo ciò si ritirano. Queste sono le cerimonie onde danno sepoltura; e in tutto il tempo della guerra, quando ciò fare accadesse, così praticavano. Ad encomiar pertanto questi primi fu scelto Pericle figlio di Xantippo: giunta l’ora opportuna si avanzò egli dal monumento alla ringhiera situata in alto, acciò potesse essere inteso più in lontananza dalla moltitudine e così favellò.

35. «I più tra coloro che da questo luogo han parlato, lodarono colui che aggiunse all’altre leggi e riti quel dell’elogio, cui pronunziare reputò decoroso al sepolcro dei morti in guerra; a me però sembrerebbe compiuta l’opera, se d’uomini valorosi nei fatti, coi fatti pur si mostrassero le onoranze (quali appunto sono gli apparecchi che per pubblico voto avete in questa occasione sott’occhio), e non si compromettesse il valor di molti in un solo, da dovergli credere meglio o peggio ch’ei dir ne possa. Ed invero difficile è tenere la via mezzana nel dire là dove appena riuscir tu possa a procacciarti opinione di veritiero: conciossiachè all’uditore benevolo e consapevole parrà forse essersi detto meno di ciò ch’ei s’aspetta e sa: chi poi è ignaro dei fatti, per gelosia crederà talora esagerato il tuo dire, se qualche cosa ascolti al di là delle proprie forze. Le lodi d’altrui si tollerano sino a che ciascuno si reputa da tanto di potere eseguire alcuna delle cose che ascolta encomiarsi; invidiosi per quel che ci supera, non vi prestiamo più fede. Nondimeno, dappoichè parve ai padri nostri bene in questa guisa stabilito, deggio anch’io, seguendo le costumanze antiche, porre ogni mio sforzo per sodisfare, il più che per me si potrà, alla volontà ed alla espettazione di ciascuno di voi.

[108]

36. «Dagli avi adunque mi rifarò; giusto infatti e decoroso egli è, ch’ei s’abbiano in questo elogio l’onore di grata ricordanza, ei che continuamente questa regione abitando, l’hanno col proprio valore libera consegnata alla successione dei posteri. Che se degni sono essi di lode, non men lo sono i padri nostri, i quali, oltre all’avuto retaggio, si acquistarono l’impero presente, e non senza fatiche a noi che qui siamo lo lasciarono. Ma l’incremento più grande di esso a noi è dovuto, sì a noi soprattutto (quanti siamo nell’età più ferma) che questa Repubblica abbiam reso nelle bisogne, sì della guerra che della pace, fiorentissima. Delle guerresche azioni degli avi, per cui ciascuna cosa acquistammo, o se nulla abbiam noi fatto o i padri nostri, respignendo vigorosamente le greche guerre e le barbare che ci piombavano addosso, non farò menzione, per non esser prolisso dinanzi a voi che tutto ciò non ignorate: bensì dopo avervi prima dimostrato, in forza di quali instituti, di qual civile e morale governamento siam giunti al prosperevole presente stato di cose, passerò ad encomiare i morti; sì perchè ciò, a mio avviso, disconvenevole non sia a rammentare, sì perchè non poco importi l’udirlo a tutta la moltitudine dei cittadini e degli stranieri.

37. «Tal governo pertanto si è il nostro (chiamato appunto democrazia, perchè amministrato non da pochi ma dai più) che nulla abbiamo da invidiare all’altrui legislazione; anzi, piuttosto che imitar gli altri, siamo degli altri il modello. Tutti giusta le leggi vi sono eguali nelle particolari controversie: quanto poi alle pubbliche dignità, ciascuno viene anteposto non pel distinto suo grado principalmente, ma sì per la virtù, secondo che in alcuna cosa si mostri eccellente: nè, sia pur povero, purchè abile a giovare alla Repubblica, gli è d’impedimento alle cariche l’oscurità del suo stato. Noi liberamente procediamo nelle pubbliche faccende; nè, per il reciproco sospetto cui danno materia le quotidiane occupazioni, prendendo alcuno in odio se qualche cosa faccia per suo mero piacere, componiamo il nostro volto a quell’aria contegnosa, che, sebbene [109] altrui non nuoce, pure è molesta. Tale essendo il viver nostro in niun modo grave ad alcuno nelle domestiche brighe, non però, per quel rispettoso timore che tanto può su noi, contravvegnamo all’ordin pubblico, ma a quei, che di mano in mano preseggono, obbediamo, come anche alle leggi; specialmente a quelle che stanno a difesa degli oppressi, ed a quante altre, le quali sebbene non iscritte, pure arrecano, trasgredendole, per comun sentimento vergogna.

38. «Abbiamo anche procacciato all’animo nostro diversi sollievi alle fatiche, sia coll’istituir giuochi e feste annuali, sia coll’eleganza delle private suppellettili, di cui il quotidiano diletto bandisce spaurita la melanconia. Qua per l’ampiezza della città nostra vengono le derrate della terra tutta, e ci avviene di godere delle cose che gli altri paesi producono, come se meno nostro non fossero di quelle che qui nascono.

39. «Siamo poi superiori ai nemici nelle cose di guerra per queste ragioni. Noi rendiamo la città nostra comune a tutti; nè mai addiviene che col discacciarne i forestieri escludiam chicchessia da alcun pubblico insegnamento o spettacolo, la vista del quale (ove occultato non fosse) potesse giovare ad alcun de’ nemici; perchè poniamo nostra fidanza, non nelle pompe dei preparamenti o nelle astuzie, ma sibbene nel coraggio degli animi nostri per le imprese. Gli Spartani col loro travaglioso esercitamento, subito dai primi anni affettano robustezza virile; noi, tuttochè più discretamente cresciuti, non per questo abbiamo meno ardimento in pericoli eguali; prova ne sia che non mai essi da sè soli, ma con tutto lo sforzo degli alleati, portano le armi sul nostro territorio, laddove noi, da noi soli assaltando quel degli altri, riusciamo spesse fiate e con facilità vincitori, sebbene in paese altrui, incontro a gente che per il proprio combatte. Nè alcuno de’ nemici s’è peranche incontrato con tutta l’oste nostra insieme raccolta; tra perchè attendiamo in un medesimo tempo al mare, e perchè molte spedizioni facciamo in terraferma: ma qualora si azzuffino con una piccola parte di [110] nostre genti, se vincitori, van dicendo averci respinti tutti; se vinti, essere stati da tutto insieme l’esercito sconfitti. Pure, quantunque allevati più mollemente, non coll’esercizio di dure fatiche, quantunque non con generosità di animo dalle leggi formata piuttosto che propria dell’indole nostra noi ci facciamo ad affrontare i pericoli; risulta nondimeno per noi di non affannarci innanzi tempo per le future calamità; ma se vi ci troviamo, non meno arditi dimostrarci di loro che menano la vita sempre in mezzo agli stenti.

40. «Nè per questi soli rispetti è degna di ammirazione la nostra Repubblica, ma per altri ancora. Conciossiachè usiamo eleganza ma con frugalità, sappiamo farla da filosofi senza scemar la vigoria dell’animo nostro; ed all’occasione ricorriamo al tesoro di nostra attività, non alla jattanza di vane parole: confessar la propria povertà non è vergogna ad alcuno, ma più lo è il non adoprarsi ad uscirne. Sanno in questa nostra Repubblica le medesime persone darsi cura delle domestiche e delle civili faccende: altre, quantunque intese al lavoro, non però men bene conoscono ciò che risguarda la cosa pubblica. Noi siamo i soli, appo i quali, chi tiensi fuori da queste cure politiche non uomo inoperoso, ma a nulla abile è dichiarato: ed un medesimo cittadino sa ben pensare degli affari, e drittamente giudicare di ciò che altri ne pensi; perchè reputiamo non le deliberazioni pregiudichino ai fatti, ma sibbene la mancanza della debita deliberazione, prima di passare ai fatti. Or vanto tutto nostro si è di avere il più deciso coraggio nelle cose che intraprendiamo, e di ben calcolarle; mentre negli altri l’ignoranza ingenera pazzo furore, e il calcolo timida irresoluzione. Laonde generosissimi a buon dritto hanno a reputarsi quelli, i quali tutto che consapevoli degli orrori della guerra e delle dolcezze della pace, non però fuggono dal rischio. Quanto poi alla cortesia, noi la sentiamo all’opposto degli altri; mentre non i ricevuti benefizi ma i compartiti ci procacciano gli amici: ora, chi è il primo a beneficare altrui è amico più stabile portato a conservare nel beneficato quel favore di che per [111] propria benevolenza si venne quasi a far debitore: ma chi è vero debitore di benefizio, è più ottuso nell’amicizia, sapendo che ricambierà altrui di buona opera più presto per sdebitarsi che per corteseggiare. Ond’è che noi soli gioviamo francamente a chicchessia, non più per calcolo d’interesse, che per quella fiducia che la nostra liberalità ci inspira.

41. «E, per recare in una le molte parole, dico la nostra Repubblica essere la norma di Grecia tutta, e potere ciascun cittadino, stante quella disciplina che vige tra noi, idoneo prestarsi ad ogni sorta di opere con buon garbo e destrezza maravigliosa. Che queste cose poi non sieno, nella presente occasione, una millanteria invece che verità di fatto, lo palesa la potenza della città nostra, che con siffatte costumanze procurata ci siamo. Perciocchè sola fra quante or sono, a qualsivoglia prova ella venga, supera la fama che di lei risuona; sola non dà al nemico che l’assalga materia di sdegno, al pensare da chi venga superato, nè di rammarico ai sudditi, quasi che dominati da gente indegna dell’impero: anzi, mettendo in vista la nostra potenza avvalorata da segnalati monumenti, e da indubitate testimonianze, formiamo la meraviglia della presente generazione e quella formeremo delle future. Nè a noi fa di mestieri di un Omero che si aggiunga a lodarci, nè di altri che co’ suoi versi presentemente diletti, e che poi la verità dei fatti non corrisponda alla grandiosità del supposto: noi che col nostro ardire tutto il mare e la terra ci siam resi accessibili, ed abbiamo ovunque stabilito, quasi coabitatori sempiterni, i monumenti del nostro valore e dei disastri dei nemici. Or siccome costoro per una Repubblica sì potente, gelosi del dritto di non perderla, hanno incontrato generosamente la morte tra le armi; così vuolsi da quei che restano qualunque travaglio a pro di lei tollerare.

42. «Per lo che a lungo io vi ho parlato della Repubblica, volendo farvi certi ugual gara non essere a voi proposta ed a quei che nulla hanno di sì nobile; ed insieme volendo porvi con manifesti argomenti nel suo vero punto [112] di vista l’encomio che vo tessendo a costoro, del quale vi ho già esposto i titoli più rilevanti. Conciossiachè la Repubblica, di quelle lodi ond’io l’ho celebrata, fu adorna pel valore di questi e dei loro simili; e pochi hanvi tra’ Greci dei quali non possa farsi elogio che agguagli le azioni, siccome avviene di questi, del cui valore non solo ci dà la morte il più nobile indizio, ma è anche l’ultima prova che lo suggella. Ed invero per coloro che in qualche cosa hanno altramente mancato, giusto è che il coraggio mostrato in guerra a difesa della patria stia in luogo di ammenda; perocchè, cancellando col valore i difetti, maggiore utilità hanno apportato in comune, che danno in privato. Nè fu alcuno tra cotestoro che (se ricco fosse) anteponendo di seguitare a godere di sua opulenza, invilisse; o che, se povero, per la speranza di cacciar l’inopia ed arricchirsi, schifasse il pericolo. Anzi vaghi sovrattutto di punire il nemico, giudicando ciò il più decoroso dei cimenti, lo affrontarono; e paghi del solo desiderio di quei beni, del nemico stesso si vendicarono, rimettendo nella speranza l’incertezza della vittoria, ma pieni del dignitoso pensiero di confidar nelle proprie braccia, quanto al pericolo che avean dinanzi agli occhi: e più bello stimando l’istesso morire in resistendo al nemico, che il salvarsi cedendogli, schifarono l’obbrobrio del pubblico rimprovero, sostennero coi loro corpi la prova; e nel breve momento, in cui la sorte decise, nel colmo della gloria, anzichè del timore, da noi si dipartirono.

43. «Che se essi tali furono quali richiedeva la dignità della Repubblica, bisogna sì che voi rimanenti bramiate più prosperi, ma sdegniate men fermi pensieri incontro ai nemici; non ponderando di tal coraggio l’utilità per le sole parole d’un oratore che possa a lungo dichiararla a voi, che non men bene la conoscete (coll’esporvi quanti beni derivino dal respingere il nemico), ma piuttosto osservando giornalmente nelle azioni la grandezza della Repubblica, e di lei innamorando. E quando amplissima ella vi paia, pensate che tale ampiezza le acquistarono uomini generosi, giusti estimatori del proprio dovere, animati [113] nell’imprese da onorata vergogna: e se per avventura fallisse loro qualche prova, non però stimavano dover la Repubblica esser defraudata del loro valore; che anzi pagarono ad essa il più decoroso tributo. Offrendo infatti con fermezza comune il proprio corpo in guerra, si hanno acquistata particolarmente lode sempiterna e sepoltura orrevolissima, non là principalmente ove posano le loro ossa, ma gloria durevole ovunque si presenti l’occasione d’arringa o di fatti guerrieri. Conciossiachè a’ prodi tutta terra è tomba, e non solamente nel proprio suolo il lor valore si mostra per lo scritto sul sepolcro, ma anche nelle più remote terre indelebile rimane la ricordanza di essi, scolpita non piuttosto nella pietra che nel petto di ciascheduno. Emuli or voi di questi, e stimando la felicità consistere nella libertà, e questa nella grandezza d’animo, non siate restii ad affrontare i pericoli della guerra, ponendo mente che gli sciagurati, ai quali non resta alcuna speranza di bene, non hanno più giusti motivi di esser prodighi della loro vita; di quello che coloro pei quali, ove continovino a vivere, sono da temere i cangiamenti della fortuna, e pei quali gli sbagli che commetter possano sono di grandissimo momento. Perciocchè per chi ha un’anima nobile è più doloroso l’avvilimento accompagnato da codardia, che una morte intrepida, la quale appena si avverte, occorsagli in mezzo alla speranza del pubblico bene.

44. «Il perchè io non mi farò a compiagnere voi che siete padri di questi estinti, ma voglio piuttosto racconsolarvi: giacchè si sa esser la vita dell’uomo sottoposta a mille fortunosi accidenti; e coloro esser felici che sortita abbiano decorosissima come questi la morte, o dolore onorevole come è a voi intervenuto, o in ultimo quei che tutta la carriera della vita misurarono in seno alla felicità. Malagevol cosa egli è, ben lo veggo, persuadervi di queste cose; perchè di esse anche spesse volte vi faranno sovvenire le altrui felicità, onde voi pure, non ha guari, andavate fastosi; e perchè dolore arreca non la mancanza di beni non provati, ma sì di quei ai quali eravamo avvezzi. [114] Nondimeno debbono quelli che sono in età di aver figli confortarsi sulla speranza di altra prole; imperocchè questi che verran dopo indurranno nelle famiglie dimenticanza dei trapassati, e doppio vantaggio ne ridonderà alla Repubblica; non tanto perchè ella non rimarrà deserta, ma ancora perchè coopereranno alla fermezza di lei. E di vero impossibil cosa egli è, che coloro i quali, del pari che gli altri, non han figli da esporre per il bene della patria, dieno consigli giusti ed imparziali. Voi poi che piegate alla vecchiezza, e che per somma ventura foste felici il più della vita, pensate breve essere il corso che vi avanza, e consolatevi colla gloria di questi estinti. Sola infatti la passion per l’onore non invecchia; e nell’età cadente non diletta, come alcuni avvisano, il guadagno, ma sibbene l’esser tenuto in onoranza.

45. «A voi finalmente; quanti qui siete, figli o fratelli di questi valorosi, non picciola gara veggio esser proposta: conciossiachè ognun lodi quel che più non è; e quandochè gli superaste in prodezza, appena inferiori di poco, non che loro eguali giudicati sareste. Perchè i viventi invidiano il competitore, ed all’opposto quel che più non imbarazza apprezzano con equo animo. Che se qualche cosa deggio dire anche della virtù di voi donne, quante vi troverete in stato di vedovanza, il tutto in breve esortazione ristringerò. Gloria somma sarà per voi non degenerare dall’indole di modestia propria del vostro sesso, e gloria pur somma ne avverrà a quella tra voi, della quale, sia in lode sia in biasimo, il men possibile si parli tra gli uomini.

46. «Io vi ho esposto colle parole, secondo la legge, ciò che più mi è sembrato a proposito; quanto al fatto poi, siccome questi son già stati onorati di decorosa sepoltura, così i loro figli, da questo momento sino alla pubertà, verranno a pubbliche spese dalla Repubblica alimentati, volendo ella proporre ad essi ed ai posteri, per animarli a siffatti combattimenti, una corona che sia principio di beni allo stato; perocchè ove sono grandissime ricompense al valore, ivi pure fioriscono valentissimi cittadini. [115] Rinnuovate or dunque il vostro tributo di duolo per chi vi appartiene e ritiratevi.»‍[160]

47. Tali furono le esequie in quest’inverno, passato il quale finiva il primo anno della guerra. Appena cominciata l’estate, i due terzi dell’esercito dei Peloponnesi e degli alleati invasero l’Attica (come avean fatto da prima) guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni; e fermatovi il campo saccheggiavano il territorio. Pochi giorni dopo la loro invasione incominciò tra gli Ateniesi la peste, che si diceva avere anche di prima infuriato in molti altri luoghi, come in Lemno ed altrove. Ma non si avea ricordanza che in verun luogo avesse sì violenta pestilenza, e morìa sì grande di gente. Conciossiachè in principio non valeva in quella alcun senno umano o virtù di medicanti che ignoravano la qualità del malore, e che più facile degli altri morivano, in quanto che comunicavano più spesso cogl’infermi. Le supplicazioni nei templi, il ricorso agli oracoli e l’altre cose di simil fatta sino allor praticate non facevano alcun profitto; intanto che sopraffatti dalla violenza del malore, cessarono anche da queste‍[161].

48. È fama che la pestilenza incominciasse nell’Etiopia al di là dell’Egitto: e calando poi nell’Egitto stesso, nella Libia, ed in gran parte delle terre soggette al re, si avventò improvvisamente alla città d’Atene, ove prima di tutto toccò gli abitanti del Pireo, cosicchè fu da essi detto avere i Peloponnesi gittato dei veleni nei pozzi, atteso che non eravi ancora fontane; e di lì discorrendo nella parte superiore della città, maggiore era il numero di quei che morivano. Dica pertanto ciascuno, medico o no che egli sia, giusta la sua opinione, donde s’abbia a credere che muovesse, e quali sieno state le cause che valsero a partorire tanto rivolgimento; che io in quanto a me che ne fui malato e vidi pur gli altri, dirò quale si fosse, e dichiarerò quello per cui ciascuno potrà indubitatamente riconoscerla (essendone innanzi informato) se mai di nuovo cadesse.

49. Correva quell’anno, a confessione universale, immune [116] sovra tutti da malattie, o se qualcuno era di prima da qualche morbo afflitto, tutti si risolvevano in questo. Gli altri poi senza alcuna precedente cagione, ma interamente sani, erano all’improvviso compresi da veementi caldure al capo, da rossezza e infiammazione d’occhi, e nell’interno la gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, e mandavano alito puzzolente fuor dell’usato. Dopo di che sopravveniva starnutazione e raucedine, ed in breve il male calava al petto con tosse gagliarda: e qualora si fosse fitto sulla bocca dello stomaco lo sovvertiva, e conseguitavano tutte quelle secrezioni di bile, che dai medici hanno il loro nome, con grandissimo travaglio. Moltissimi ancora erano attaccati da un singhiozzo vuoto che dava forti convulsioni, le quali, a cui subito, a cui molto più tardi cessavano. L’esterno del corpo non era a toccare molto caldo, nè pallido; ma rossastro, livido e gremito di pustulette ed ulceri; mentre le parti interne erano in tal bruciore, che i malati non potevano sopportare d’avere indosso nè i vestiti nè le biancherie più fini; ma solo di star nudi. Recavansi a gran diletto tuffarsi nell’acqua fredda; di che molti de’ meno guardati, tormentati da sete incontentabile, si gettarono nei pozzi: ed erano ridotti a tale che profittava egualmente il molto e il poco bere, travagliati incessantemente da smania inquieta e da vegghia continua. Ciò nonostante finchè la malattia era nel suo colmo, il corpo non languiva, ma contro ogni credere durava gl’incomodi, talchè i più, o erano da interno calor consumati nel nono o settimo giorno, avendo ancora qualche residuo di forza, o se pur scampavano, scendendo il morbo nel ventre, si faceva grande esulcerazione con sopravvenimento di diarrea immoderata, intantochè poi la maggior parte morivano di debolezza. Perocchè il male, fisso prima nel capo, incominciando di sopra discorreva per tutto il corpo; e se vi era chi superasse cotesti più fieri malanni, almeno le estremi parti indicavano d’essere state comprese dal morbo, il quale prorompeva sino nelle vergogne e nel sommo delle mani e dei piedi; e molti guarivano perdendo affatto queste parti [117] ed anche gli occhi. In altri la convalescenza era immediatamente seguita da smemoraggine di ogni cosa egualmente, a segno che non riconoscevano nè se stessi, nè gli amici.

50. Questa spezie di morbo superiore ad ogni racconto che far se ne possa, si avventava a ciascuno con acerbità da non reggervi forza umana: e principalmente mostrossi esser bene altra cosa che una delle malattie comuni, da questo; che gli uccelli ed i quadrupedi che mangiano carne umana, bene che molti cadaveri restassero insepolti, o non vi si accostavano, o gustandoli morivano. Argomento ne fu la manifesta mancanza di tali uccelli che non si vedevano intorno a veruno di quei cadaveri nè altrove; e sovrattutto i cani i quali, perchè assuefatti a conversare con gli uomini, rendevano più sensibile tal crudel conseguenza.

51. Del rimanente per tralasciar molte altre stravaganze della pestilenza (secondo che in diverso modo accadeva in ciascuno) questa era in generale la qualità del morbo: nessuna delle altre consuete malattie affliggeva allora la città; e se alcuna ve n’era, andava a finire in questa. Morivano poi alcuni perchè non assistiti, altri benchè perfettamente curati: non fuvvi, per così dire, medicamento alcuno che usato facesse profitto: ciò che avea giovato ad uno nuoceva ad un altro: nè valeva complessione robusta o debole contro la furia del male, il quale uccideva anche i più accuratamente medicati. Ma il più terribile della pestilenza era lo sgomento tosto che uno si sentiva malato; poichè cadendo in disperazione, più di sè in verun modo non curavano, nè alcun riparo prendevano, e, per lo comunicare insieme in servendo agl’infermi, incorporando il contagio, come pecore morivano: lo che accresceva assaissimo la mortalità. Se per paura ricusavano visitarsi scambievolmente, morivano privi d’ogni assistenza, e molte case rimasero vuote per mancanza di serventi: all’incontro se si visitavano contraevano il morbo; ciò che principalmente interveniva a quei che ambivano d’esser tenuti caritatevoli, perchè vergognando di risparmiarsi [118] visitavano gli amici; avvegnachè i parenti stessi, vinti finalmente dalla violenza del male, non valevano a sopportare i lamentevoli gridi dei moribondi. Ciò non pertanto più degli altri compassionavano il moribondo e l’infermo quei che ne erano campati; tra perchè avevano provato il male, e perchè erano omai pieni di coraggio, essendo che la malattia non si appigliava mortalmente una seconda volta; ed erano felicitati dagli altri, mentre la gioia inaspettata della guarigione nutriva in essi speranza e conforto per l’avvenire, quasi non avessero ad esser morti da verun’altra malattia.

52. Ma l’introduzione della gente di campagna in città, oltre al malore che soffrivano, oppresse anche più gli Ateniesi, e principalmente gli ultimi venuti. Conciossiachè per mancanza di case alloggiando questi in tuguri, ove per la stagione che correva restavano soffocati dal caldo, morivano in mezzo alla confusione, e spirando giacevano ammonticati gli uni su gli altri; e per bramosia d’acqua semivivi voltolavansi per le strade e presso tutte le fontane. Gli stessi sacri recinti ove avevano dispiegato le tende erano pieni dei cadaveri di quei che vi morivano. E poichè senza modo cominciò a montare la ferocità della pestilenza, posero in non cale le cose sacre e profane egualmente, non sapendo quello che di sè addiverrebbe; cosicchè le sacre cerimonie usate dianzi nel seppellire erano tutte perturbate, dando ciascuno sepoltura in quel modo che poteva. Molti furono che per le già accadute continue morti dei loro, trovandosi privi dei congiunti si volsero a cercar sepolture senza nissuno onesto riguardo; perciocchè alcuni gettavano il morto sulle pire altrui, prevenendo quelli che le avevano accatastate, e vi appiccavano il fuoco; altri nel mentre si bruciava un cadavere ponevanvi quello avevano in su le spalle e se n’andavano.

53. Questo morbo fu pure nel rimanente quello che originò le più grandi nequizie nella Repubblica. Imperocchè al veder le frequenti mutazioni sì dei ricchi che repentinamente morivano, sì degli altri che per l’avanti [119] stremi essendo di tutto, entravano a possedere le cose di quelli, stimavano doversi affrettare a goderle per far quanto era loro a grado; e riguardando la durata della vita e della ricchezza egualmente d’un giorno solo, trascorrevano più arditamente a quelle cose, la cui passione studiavansi dianzi di celare. La fatica precedente il conseguimento d’un fine reputato onesto non era chi volesse imprenderla, stimando incerto se prima di giugnerlo non avesse ed esser vittima della peste; e solo ciò che apparisse piacevole e per ogni lato vantaggioso si aveva per onesto ed utile. Niuno era raffrenato dal timor degli Dei o da legge d’uomini: non dal primo, perchè vedendo tutti perire, giudicavano tutt’uno avere o no religione; non dall’altra, perchè nessuno si aspettava di viver tanto, che potesse farsi processo de’ suoi delitti e pagar la pena: anzi vedendone sovrastare una più grave già decretata dai fati, avvisavano prima di incontrarvisi doversi godere un poco la vita.

54. In mezzo a sì acerbo trambusto erano gli Ateniesi afflitti dalla morìa della gente in città, e al di fuori dal saccheggiamento delle campagne. Si ricordavano, come è naturale nella disgrazia, anche di questo verso che i più vecchi raccontavano anticamente cantato:

Verrà dorica guerra e loimo insieme.

Fuvvi certamente disputa nel popolo, non essere stata usata dai vecchi la voce loimo (peste) bensì limo (fame). Ma prevalse allora, com’era da aspettarsi, la voce loimo. Imperocchè la gente la rammentava interpretandola conforme ai mali presenti: e se mai sarà che altra guerra dorica sopravvenga dopo questa, e vi si combini limo, lo canteranno verisimilmente con questo vocabolo. Vi era ancora chi sapeva e rammentava la risposta del nume domandato dai Lacedemoni, se dovessero far guerra; allorquando ei rispose, che facendola con tutte le forze avrebbero vittoria, e che egli stesso vi avrebbe concorso‍[162]. Riflettendo dunque a quell’oracolo conghietturavano essere il fatto presente in corrispondenza di ciò; perchè subito [120] dopo l’invasione dei Peloponnesi era incominciata la pestilenza‍[163], la quale non penetrò nel Peloponneso, almeno in modo degno di menzione; ma fece strazio principalmente di Atene e quindi d’altri luoghi i più popolosi. Tali sono le cose che riguardano la pestilenza.

55. Ma i Peloponnesi devastato che ebbero la pianura si avanzarono nella terra chiamata Paralo (maremma) sino al monte Laurio, ove gli Ateniesi hanno le miniere dell’argento. Quivi, diedero primieramente il guasto alla parte che guarda il Peloponneso, e poi all’altra verso Eubea ed Andro. Ciò nonostante Pericle tuttora generale come lo era nella precedente invasione, continovava nella medesima sentenza, che gli Ateniesi non uscissero in campagna.

56. E mentre il nemico era ancora nella pianura, prima di metter piede nella terra paralia, egli apparecchiava una flotta di cento navi per andar contro il Peloponneso; ed ordinato il tutto fece vela. Conduceva sulle navi quattromila Ateniesi di grave armatura, e trecento cavalieri su barche da trasportar cavalli, formate allora per la prima volta co’ materiali delle navi vecchie. Presero parte alla spedizione anche i Chii ed i Lesbii con cinquanta navi. Quest’armata degli Ateniesi quando uscì del porto, lasciò i Peloponnesi tuttora nella maremma dell’Attica. Pervenuti ad Epidauro nel Peloponneso guastarono gran parte della campagna, e dato l’assalto alla città vennero in isperanza di prenderla, ma la cosa non riuscì; onde ritiratisi da Epidauro saccheggiarono la campagna trezeniese, l’aliese e l’ermionese, luoghi tutti sulle coste del Peloponneso. Di là salpando, arrivarono a Prasia cittadella marittima della Laconia‍[164], saccheggiarono parte della campagna, presero la stessa cittadella e la devastarono. Ciò fatto, ritornarono a casa, e trovarono che i Peloponnesi non erano più nell’Attica, ma s’erano ritirati.

57. Ora tutto quel tempo che i Peloponnesi si trattennero nel territorio ateniese, e mentre gli Ateniesi militavano sulle navi, la pestilenza, tanto nell’armata che in [121] città, rifiniva gli Ateniesi; tal che fu voce avere i Peloponnesi, per paura del morbo, sollecitato la ritirata dall’Attica‍[165]; poichè ebbero inteso dai disertori essere la peste in Atene, e vedevano dar sepoltura ai morti. Nondimeno in questa spedizione la dimora loro fu lunghissima, essendovisi trattenuti circa quaranta giorni, nei quali diedero il guasto a tutto il territorio.

58. Nella medesima estate Agnone figliolo di Nicia e Cleopompo di Clinia, colleghi di Pericle nel comando, presero l’armata di cui egli aveva usato, e portarono subitamente la guerra contro i Calcidesi della Tracia, e contro Potidea cinta tuttora d’assedio. Giunti a questa città approssimarono le macchine alle mura, e fecero ogni prova per espugnarla: ma nè l’espugnazione della città, nè le altre operazioni riuscivano loro in corrispondenza di tanto apparecchio; essendo che il morbo sopravvenuto costà afflisse per ogni modo gli Ateniesi, e distrusse l’esercito con tanto furore, che i soldati stessi che vi erano di prima mantenutisi sani fino allora, contrassero la malattia per le soldatesche venute con Agnone. Formione coi mille seicento non era più intorno ai Calcidesi; il perchè Agnone tornò con la flotta ad Atene, avendo in circa quaranta giorni perduto per la peste mille cinquanta di quei quattromila. La gente che vi era innanzi restò ferma al suo posto continovando l’assedio di Potidea.

59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi, vedendosi gli Ateniesi saccheggiata un’altra volta la campagna, e trovandosi oppressi dal morbo e dalla guerra ad un medesimo tempo, mutaronsi d’animo. Davano carico a Pericle di averli confortati alla guerra, e di trovarsi per cagion sua in quelle sciagure: e bramosi di accomodarsi coi Lacedemoni vi mandarono legati, ma senza effetto veruno. Ridotti adunque per ogni lato in gran sospensione d’animo, s’affollavano tutti addosso a Pericle, il quale vedendo che adirati per il presente stato di cose facevano appunto tutto quello che aveva previsto, coll’autorità di generale che ancor riteneva gli adunò a parlamento. Voleva egli inanimirli, e divertendo dai loro animi [122] la collera renderli più trattabili e meno timorosi: onde si fece innanzi e parlò in questi termini.

60. «Il vostro sdegno contro di me non mi giunge inaspettato, poichè non ne ignoro i motivi: ed ho convocato l’adunanza appunto per farvi avvertiti e rimproverarvi, se a buon dritto non siete o adirati contro di ne, o sbigottiti pei disastri. Io per me credo, che una repubblica florida e vigorosa nell’universalità porti ai particolari vantaggi maggiori di quello che, se prosperosa nei privati interessi di ciascun cittadino, ella nel suo insieme vacilli. Imperocchè quantunque un cittadino nel suo particolare si trovi bene, nondimeno se la patria si perde, egli è compreso nella rovina: ma se sia sfortunato in seno a prosperevol repubblica, suole viemeglio trovarvi salvezza. Posto adunque che la repubblica può esser sostegno alle disgrazie dei particolari, e che ognuno di questi non può esserlo a quelle di lei, come non debbon tutti concorrere a soccorrerla? Ah! non vogliate, come fate adesso, sbigottiti ciascuno dalle domestiche sciagure, porre in non cale la salute della Repubblica, incaricar me d’avervi animati alla guerra, e voi stessi insieme, che con meco conveniste. Eppure vi adirate con un uomo, quale io mi sono, che crede di non esser da meno di chicchessia per discernere il bisogno della Repubblica, e per saperlo dichiarare: amante della patria e superiore al denaro. Requisiti importantissimi; perocchè chi conosce quel bisogno, ma non lo sa ben dichiarare, è come se non gli fosse mai caduto in pensiero: se fornito di queste due doti manca d’amore per la patria, medesimamente non parlerà punto da amico: abbia finalmente anche questa amorevolezza, s’ei si lascia vincere dal denaro, venderà per questo solo tutta insieme la Repubblica. Però se vi siete lasciati persuadere da me a far la guerra, credendomi più degli altri fornito mediocremente di queste qualità, ragion non consente che io sia accagionato de’ vostri disastri.

61. «Ed invero per un popolo d’altronde florido, al cui arbitrio fosse rilasciata la scelta, sarebbe stata gran follia prendere il partito di guerra: ma ove fosse inevitabile, [123] o cedendo divenir subito schiavi altrui, o tentando la fortuna della guerra guadagnar la vittoria, chi schiva il pericolo è più vituperevole di chi lo sostenne. Ed io per me sono sempre lo stesso, nè mi rimuovo: voi siete i volubili, ai quali poichè non ancor danneggiati venne fatto di seguire il mio consiglio, ora condotti a mal termine ve ne pentite a segno, che per la imbecillità dell’animo vostro non sembra più giusto il mio parlare: e ciò appunto perchè quel che affligge si fa già sentire a ciascuno, laddove è ancor lontana da tutti la manifestazione dell’utilità del mio consiglio. Nel rovesciamento grande avvenuto ad un tratto, l’animo vostro non vale a durare nelle prese risoluzioni: e bene io so che un accidente repentino, inaspettato ed affatto straordinario avvilisce anche un animo generoso, come oltre a molti altri motivi è accaduto a voi, soprattutto pel morbo che ci affligge. Nondimeno però abitatori di città grande, ed educati coi costumi che le convengono, dovete esser pronti a sostenere le più grandi calamità, e a non oscurare il decoro di quella: poichè il pubblico si fa dritto di rimproverare chi per ignavia si dilunga dalla reputazione che gode, e di aborrire chi temerario ambisce quella che non è fatta per lui. Laonde mettendo a parte il dolore dei privati interessi, intendete alla pubblica salvezza.

62. «Rispetto poi al dubbio che le fatiche della guerra non abbiano ad esser grandi senza però facilitarvi più la vittoria, devono certamente bastarvi quelle ragioni con cui spesse fiate vi ho dimostrato non esser giusto il dubbio vostro. Voglio ora chiarirvi di quest’altro vantaggio, il quale tutto che si trovi nella vastità del vostro impero, non è stato mai avvertito da voi, nè da me nelle precedenti arringhe: nè ora io lo produrrei, perchè avente faccia di millanteria, se non vi vedessi sbigottiti fuori di ogni ragione. Voi credete di comandare solo ai confederati, ed io vi dichiaro che due essendo le parti destinate all’uso umano, cioè terra e mare, d’una siete interamente padroni, non solo in quella misura che or ne godete, ma più oltre eziandio, qualor vogliate: quanto [124] all’altra, non vi è alcuno che, con le forze marittime onde or siete forniti, impedirvi possa di correre il mare, foss’egli il re stesso, od altra nazione che ora si conosca: cosicchè questa potenza non istà punto in comparazione del godimento delle ville e delle campagne, la cui perdita voi stimate un gran chè. Ed invece di adirarvi, ragion vuole che non vi curiate di quelle, risguardandole, al paragone di questa potenza, non altramente che un’acconciatura graziosa della chioma, od altra frivolezza che per ghiribizzo di lusso si usi dai ricchi; e che intendiate bene che ove ci manteniamo la libertà, sostenendola vigorosamente, dessa agevolmente ci ricupererà coteste cose; laddove col soggettarsi ad altri sogliono perdersi anche i beni tutti, che con quella potenza si erano acquistati. Sono questi due oggetti nei quali non dobbiamo mostrarci da meno dei padri nostri, che colle loro fatiche e non con titolo d’eredità possederono quest’impero, e che di più lo seppero conservare e lasciare a noi: ora, è più vergogna lasciarsi tôrre quel che uno ha, che andar fallito nel tentar degli acquisti. Corriamo dunque ad affrontare il nemico, non solo coll’animo altiero, ma eziandio con generoso disprezzo. Conciossiachè il vantamento può allignare anche nell’animo di un codardo per la felicità della sua imperizia; ma il generoso disprezzo è proprio solo di chi pel savio suo accorgimento confida di superare il nemico; pregio che è tutto nostro. Cotesto savio accorgimento col generoso disprezzo assicura viemaggiormente l’ardire anche in fortuna eguale: perchè si fonda non su la speranza, il cui potere è incerto, ma sul consiglio; il quale, derivando da forze che si possegono, più sicuramente antivede.

63. «A voi dunque è richiesto che senza fuggir le fatiche, o cooperiate all’onoranza onde pel suo impero è fregiata la Repubblica (lo che è pur decoro di ognuno di voi), ovvero che nemmeno pretendiate a siffatta onoranza. Nè dovete credere d’avere a combattere soltanto per non cambiare la libertà in servaggio, ma di più per non perder l’impero, e per schifare il pericolo degli odii contratti [125] quando lo tenevate. Nè ora potete altramente receder da quello; sebbene vi sia chi preso da questo timore pel caso presente, fa consistere la virtù di buon cittadino in un inerte riposo. L’impero che tenete è oramai come un’assoluta monarchia; e per quanto paia ingiusto l’averlo preso, è pericoloso il dimetterlo. Or gente di tal fatta, se riuscisse ad insinuare negli altri i propri sentimenti, e se avesse sopra di sè l’intero governo della Repubblica, non ad altro varrebbe che a perderla prontamente: poichè tranquillità non dura se non congiunta con attività; nè conviensi a città dominante, ma a suddita, per vivere in sicura schiavitù.

64. «Per lo che non vi lasciate sedurre da tal gente, nè vogliate adirarvi meco, col qual conveniste doversi far guerra, poniamo che i nemici colle invasioni abbiano fatto quello che era da presumere, non volendo voi ricever legge da loro. La peste, sciagura tra tutte la sola superiore alla nostra espettazione, e però da noi non prevista, ha concitato più che tutt’altro, ben mi accorgo, gli animi vostri contro di me: ma a torto, seppure non vogliate anche attribuirmi ogni buona ventura che inopinatamente vi sopravvenga. Ora quel che viene dai numi vuolsi sopportare di necessità; quel che viene dai nemici con coraggio: e posciachè queste erano di prima le costumanze della nostra Repubblica, così non dovete ora cessarle. Non vi è ignoto aver ella in tutto il mondo grandissima rinomanza, perchè non arrendevole alle sciagure; avere in guerra speso moltissimi cittadini e travagli; essersi procacciata sino al dì d’oggi potenza, la cui memoria (benchè adesso, come tutto naturalmente infievolisce, talvolta ci rilassiamo), rimarrà eterna tra posteri: aver noi, Greci come siamo, dominato gran parte dei Greci, e in guerre sanguinosissime fatto fronte tanto a tutti i nostri nemici insieme, quanto a ciascuno di loro alla spartita; ed abitare città doviziosissima e considerevolissima. Biasimi pur l’inerte a sua posta glorie siffatte; ma chi aspira a qualche laudevole impresa dovrà emularle; e chi non valga ad aggiugnerle, ingelosirne. E quantunque l’essere odiato e [126] grave nel tempo del comando avvenga a tutti quelli ambiscono di comandare egli altri; nondimeno chi si piglia cotesta invidia per cose somme, la pensa bene; perchè l’odio non regge lungamente; e lo splendore presente e la gloria avvenire rimane eterna. Voi adunque imparate a conoscere quel che vi sarà decoroso per l’avvenire, e non vergognoso adesso; e fin d’ora brigatevi animosamente a conseguir l’uno e l’altro. Laonde non mandate araldo ai Lacedemoni, nè vi mostrate oppressi dai presenti disastri; perciocchè coloro che nelle sciagure si dolgono il men possibile nell’animo, e a tutta possa vi resistono col fatto, questi, sia di città, sia di particolari, sono i più compiutamente valorosi.»

65. Con tal ragionamento cercava Pericle di rimuovere da sè la collera degli Ateniesi, e divertirne la mente dalle presenti calamità; essi quanto alle cose importanti al pubblico concorrevano nella sentenza di lui: non più spedivano legati ai Lacedemoni, e con più ardore inchinavano alla guerra, benchè afflitti in privato pei mali che soffrivano. Querelavansi i poveri in vedendosi spogliati anche di quel poco avevano al cominciamento della guerra; i ricchi avendo perdute le belle possessioni di campagna ed i preziosi mobili, e soprattutto perchè avevano guerra in cambio di pace. Nondimeno lo sdegno universale contro Pericle non si calmò, sinchè non lo ebbero condannato ad una multa pecuniaria: ma poco dopo, al solito del popolo, lo elessero nuovamente generale‍[166], ed a lui commisero gli affari della Repubblica. Erano già divenuti più insensibili pei privati disastri, e d’altronde avevano di lui gran concetto pei bisogni dello stato: poichè mentre in pace ebbe il governo della Repubblica, la reggeva con moderanza, la conservava sicura, e sotto lui ella pervenne all’auge della potenza: e quando poi insorse la guerra, fu palese anche in questa come egli ne avesse preconosciute le forze. Sopravvisse trenta mesi, e dopo la sua morte fu anche meglio riconosciuto il suo antivedimento in fatto di guerra‍[167]. Ed invero egli prediceva vittoria, solo che standosi quieti attendessero alla marina, senza mettere a [127] repentaglio la città stessa col cercare d’ampliarne il dominio durante la guerra; laddove essi fecer tutto il contrario non solamente in questo, ma anche nelle cose che parevano impertinenti alla guerra; perchè guidati ognuno da privata ambizione e dal proprio guadagno, regolarono malamente per sè e per gli alleati le faccende politiche. Se alcuna cosa avea buon successo, l’onore ed il vantaggio era tutto pei privati; se andava in sinistro, ne pativa la Repubblica rispetto alla guerra che sosteneva. Ciò procedeva da questo, che Pericle potente per dignità e per senno e manifestamente incorruttibile d’animo, conteneva con liberali modi la moltitudine, guidandola più presto che esser guidato da lei; perciocchè non avendo acquistato autorità con pratiche indecenti, non era mai che parlasse per andarle a compiacenza; anzi godeva egli tal reputazione da contradirla animosamente. Di che se vedesse i cittadini imbaldanzire intempestivamente per checchè fosse, sapeva colla parola attutarne l’orgoglio e ridurli a temenza; se per contrario inviliti senza ragione, rilevarli al coraggio: cosicchè il governo era in apparenza democratico, ma in sostanza reggimento di un personaggio primario. Ma i posteriori a lui, essendo più alla pari tra loro, ed aspirando ciascuno al primato, si volsero a secondare il popolo, e a rallentare il governo dello stato. Questi disordini (com’era da aspettarsi in città grande e dominante) oltre molti altri errori, partorirono anche quello della spedizione navale in Sicilia; il quale non vuolsi tanto attribuire al difetto di cognizione delle forze dei popoli contro cui si andava, quanto a colpa dei magistrati che tale spedizione ordinarono; i quali non che brigarsi di conoscere ciò che potesse esser utile alla gente che vi andava, per le loro gare di primeggiare nel popolo, non solo infievolirono le operazioni di quell’armata, ma ancora causarono che lo stato della Repubblica, diviso in varie fazioni, andasse per la prima volta in iscompiglio. Pure nonostante la rotta avuta in Sicilia (ove oltre agli altri apparecchi di guerra, perderono la maggior parte della flotta); nonostante le parti che già regnavano in città, gli [128] Ateniesi resisterono tre anni‍[168] ai Lacedemoni loro primi nemici, a quei di Sicilia che si unirono con essi, di più agli alleati che si erano per la maggior parte ribellati, e finalmente a Ciro figliolo del re di Persia, venuto in rinforzo dei Peloponnesi, ai quali somministrava il denaro per la flotta. Nè si diedero per vinti sinchè inviluppati tra loro nelle private contese, non ebbero avuto l’ultimo tracollo. Tanto allora ricrebbe a favore di Pericle l’opinione d’aver egli preconosciuto i modi per cui la città d’Atene, senza difficoltà alcuna, avrebbe in questa guerra riportato vittoria su gli stessi Peloponnesi.

66. In questa medesima estate i Lacedemoni in numero di mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Cnemo spartano, andarono con centoventi navi, unitamente agli alleati, contro l’isola di Zacinto, la quale giace dirimpetto ad Elide, i cui abitanti sono coloni degli Achei del Peloponneso, ma alleati degli Ateniesi. Vi presero terra; e ne saccheggiarono gran parte; ma come gli Zacintii non si arrendevano, ritornarono a casa.

67. Sullo scorcio della medesima estate Aristeo corintio, ed Aneristo e Nicolao e Pratodemo ambasciatori degli Spartani, e Timagora di Tegea, e da semplice privato Polli argivo‍[169], nella loro gita in Asia per presentarsi al re (affine di persuaderlo in qualche modo a somministrar denaro, e unire con loro le sue armi) giungono in Tracia da Sitalce figliolo di Tereo. Era loro intendimento di indurlo, se fosse possibile, a ritirarsi dall’alleanza degli Ateniesi, ed andare con le sue genti a Potidea assediata dall’esercito degli Ateniesi stessi; e così farlo desistere dal portare ad essi soccorso. Volevano anche passare per le sue terre all’altra parte dell’Ellesponto da Farnace figlio di Farnabazzo (per dove erano indirizzati) il quale gli doveva accompagnare dal re. Ma Learco figliolo di Callimaco, ed Ameniade di Filemone, ambasciatori degli Ateniesi, che casualmente erano presso Sitalce, persuadono il figlio di lui Sadoco, ascritto già alla cittadinanza d’Atene, a metterli nelle loro mani, acciò non potessero, tragittando al re, recar danno ad Atene medesima che era in parte anche [129] sua città. Egli vi consentì; e mentre si avviavano per la Tracia verso la nave su cui dovevano tragittare l’Ellesponto, prima che vi montassero gli fa arrestare da gente spedita insieme con Learco ed Ameniade, la quale aveva ordine di consegnarli: ed avuti che li ebbero li condussero in Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, per paura che Aristeo stato anche prima di questi fatti manifestamente l’autore delle cose accadute a Potidea ed in Tracia, non iscappasse e tornasse a far loro danni più grandi, gli ammazzarono tutti in quell’istesso giorno senza processo, quantunque e’ domandassero di essere uditi, e gli gettarono nei borri; credendo aver dritto di vendicarsi, così per render la pariglia ai Lacedemoni, che avevano ucciso e gettato nei borri i mercatanti degli Ateniesi e de’ loro alleati, i quali avevano presi sulle coste del Peloponneso. Ed invero gli Spartani sul principio della guerra trucidavano come nemici quanti per mare arrestavano collegati con gli Ateniesi, ed anche neutrali.

68. Circa il medesimo tempo, sul cader dell’estate, gli Ambracioti propio, e con essi molti barbari cui avevano sommossi, marciarono contro Argo amfilochio e contro il restante dell’Amfilochia. La loro inimicizia contro gli Argivi ebbe origine di qui. Dopo i fatti troiani Amfiloco figliolo di Amfiarao tornato a casa, non piacendogli lo stato delle cose d’Argo, avea fondato Argo amfilochio ed il rimanente dell’Amfilochia nel seno ambracico, chiamandola Argo, col medesimo nome della sua patria. Fu questa la città principale dell’Amfilochia, ed era abitata dalle famiglie più potenti. Ma questi abitanti molte generazioni dopo stretti da calamità invitarono a far corpo di cittadinanza con loro gli Ambracioti che erano a confine dell’Amfilochia; ed allora per la prima volta furono dagli Ambracioti, che si erano riuniti di abitazione con loro, avvezzati al greco linguaggio che ora usano; mentre il resto degli Amfilochii sono barbari. Questi Ambracioti dunque in progresso di tempo cacciano gli Argivi, e ritengono per sè la città: dopo questa espulsione gli Amfilochii si danno agli Acarnani, ed entrambi chiamarono in soccorso gli Ateniesi, i quali [130] spedirono loro Formione ammiraglio con trenta navi. All’arrivo di Formione, essendo stata presa d’assalto Argo e gli Ambracioti messi in servitù, vi passarono ad abitare in comune gli Amfilochii e gli Acarnani; e fu allora per la prima volta stretta lega tra gli Ateniesi e gli Acarnani. Gli Ambracioti a cagione della schiavitù di quella lor gente avevano da prima preso in odio gli Argivi; e finalmente colgono l’opportunità di guerra per far questa spedizione essi stessi insieme co’ Caoni e pochi altri barbari di quelle circostanze. Andati adunque contro Argo si impadronirono della campagna: ma poichè, dato l’assalto alla città, non venne lor fatto di espugnarla, ritornarono a casa, e popolo per popolo si separarono. Tali sono i fatti accaduti in quest’estate.

69. All’entrare dell’inverno gli Ateniesi spedirono venti navi intorno al Peloponneso con Formione ammiraglio, il quale, facendo massa in Naupatto, stava a riguardo che nessuna nave entrasse od uscisse da Corinto e dal seno criseo. Spedirono medesimamente altre sei navi nella Caria e nella Licia sotto la condotta di Melesandro, per raccoglier denaro da quei luoghi, e non permettere che i pirati dei Peloponnesi uscendo da quelle parti infestassero le barche da carico, che venivano da Faselide e da Fenice, e dalla terraferma di quei dintorni. Melesandro avanzatosi nella Licia colle genti ateniesi ed alleate che erano sulle navi, vinto in battaglia, e perduta una parte dell’esercito, vi rimase ucciso.

70. Nell’istesso inverno i Potideesi non potendo durare nell’assedio, da che le invasioni dei Peloponnesi nell’Attica non valevano punto meglio a distrarre da loro gli Ateniesi, ed era fallito il frumento, e sopravvenuti molti e diversi danni circa le altre grasce, cosicchè alcuni si mangiavano tra loro, allora alla perfine trattano della dedizione con Senofonte figliolo di Euripide, con Estiodoro di Aristoclide e Fanomaco di Callimaco generali degli Ateniesi, destinati ad assediarli, i quali vi si accomodarono, tra perchè vedevano gl’incomodi di lor gente in quel luogo esposto ai rigori dell’inverno, e perchè consideravano che l’assedio [131] costava già alla Repubblica duemila talenti‍[170]. Capitolarono adunque a condizione d’uscire essi, i figlioli, la mogli e la guarnigione ausiliaria con un sol vestito, ma le donne con due, portando pur seco una determinata somma di denaro pei bisogni del viaggio‍[171]: uscirono infatti interposta la fede pubblica, e si rifugiarono nella Calcidia, e dove ognuno potè. Ma in Atene, ove si credeva che avrebber potuto prender Potidea a discrezione, incolpavano i comandanti della capitolazione di quella città fatta senza loro saputa, e vi spedirono a ripopolarla colonia propio di Ateniesi‍[172]. Tali furono gli avvenimenti di quest’inverno, e finiva il secondo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.

71. Venuta l’estate i Peloponnesi con gli alleati, piuttostochè assaltar l’Attica, marciarono contro Platea, guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, il quale fermatovi il campo, si disponeva a dare il guasto alla campagna. Ma i Plateesi mandarongli tostamente ambasciatori che parlarono così: «Voi, Archidamo e Lacedemoni, portando le armi sul territorio dei Plateesi non operate giustamente, nè come richiede il decoro vostro e quello dei padri dai quali discendete. Imperocchè Pausania lacedemone figlio di Cleombroto, liberata la Grecia dal giogo dei Medi insieme con quei Greci che vollero con esso lui affrontare il pericolo della battaglia accaduta qui tra noi, dopo aver sacrificato nel foro di Platea vittime a Giove vindice della libertà, convocati tutti gli alleati, ritornò i Plateesi al possedimento della propria campagna e città per governarsi colle loro leggi; assicurandoli che nessuno mai senza giusta cagione porterebbe loro la guerra, nè gli ridurrebbe in servitù: altrimenti gli alleati presenti starebbero, quanto potessero, a loro difesa. Tal ricompensa ottenemmo dai padri vostri pel valore e per l’intrepidezza da noi mostrata in quei pericoli. Ma voi adoprate tutto l’opposto; perocchè d’accordo coi Tebani nostri capitali nemici venite per metterci in servitù. Or bene, a nome dei vostri patrii Dei, e di quelli del nostro suolo, testimoni allora dei giuramenti, vi intimiamo di non danneggiare le [132] terre dei Plateesi e non violare la fede: ma anzi permetter loro di vivere nella propria independenza come a buon dritto concesse ad essi Pausania.»

72. Dopo sì grave discorso dei Plateesi, Archidamo di rimando rispose: «Giuste sono le vostre parole, o Plateesi, se pure ad esse rispondano i fatti. Godete pure, come vi concesse Pausania, la vostra independenza; ma concorrete ora a proteggere la libertà di tutti gli altri, i quali ebbero comuni con voi i pericoli ed i giuramenti, ed i quali ora gemono sotto gli Ateniesi. La libertà di costoro e degli altri è l’oggetto dei nostri apparecchi e della guerra che abbiamo intrapresa; nella quale principalmente concorrendo voi terrete il fermo nei giuramenti: se ciò non vi piaccia, almeno, siccome già innanzi vi proponemmo, state tranquilli e neutrali contenti di godere il vostro, ed accogliete come amiche le due parti, senza però mescolarvi nella guerra nè per l’una nè per l’altra: di questo noi ci tenghiamo appagati.» Così parlò Archidamo. Gli ambasciatori dei Plateesi, sentito questo discorso, rientrarono in città, comunicarono al popolo le proposizioni di lui, e recarono per risposta «non potere eseguire le sue richieste senza il consenso degli Ateniesi presso i quali erano i figlioli e le mogli loro; temere per tutta intera la città, poichè, dopo la ritirata dei Peloponnesi, o verrebbero gli Ateniesi e impedirebbero loro di mantener la parola; o i Tebani, col pretesto di esser compresi negli articoli giurati per cui dovea darsi ricetto alle due parti, tenterebbero di occupar nuovamente la città stessa.» Ma Archidamo per incoraggiarli rispose a queste difficoltà: «Ebbene; consegnate a noi Lacedemoni la città e le case, dichiarate i confini del territorio, annoverate i vostri alberi e tutto ciò che può annoverarsi. Voi poi andatevene ove meglio credete sin che duri la guerra, passata la quale vi restituiremo tutto. Frattanto noi riterremo in deposito e coltiveremo il terreno, pagandovi un censo che bastar possa al vostro mantenimento.»

73. Sentito ciò quei di Platea rientrarono in città, e fatta deliberazione col popolo risposero ad Archidamo: [133] volevano prima comunicare agli Ateniesi tali richieste, cui non tarderebbero ad eseguire dopo il loro consenso; e lo pregavano a far tregua in questo mezzo, e a non dare il guasto alla campagna. Pattuì egli tregua per tanti giorni quanti ce ne volevano per far ritorno da Atene, e non guastava le terre. Arrivati gli ambasciatori di Platea presso gli Ateniesi, tennero consiglio con loro e ritornarono con questa risposta alla città: «Cittadini di Platea, gli Ateniesi, da che siamo loro alleati, protestano di non aver mai in verun caso permesso che alcuno ci ingiuriasse, nè ora il permetteranno, ma ci aiuteranno a tutta possa: e pei giuramenti dei padri nostri ci ordinano di non fare rinnovazione di sorta veruna riguardo alla confederazione.»

74. Riferite queste cose per gli ambasciatori, i Plateesi risolvettero di non lasciare gli Ateniesi; tollerare, se bisognasse, di vedersi guastata anche la campagna; soffrire quanto potesse accadere; non lasciare più uscire veruno della città, e di sulle mura rispondere: esser per loro impossibile di eseguire le richieste dei Lacedemoni. Il re Archidamo, udita la risposta, cominciò tostamente a prendere in testimonio gli Dei e gli Eroi tutelari del luogo, così esclamando: «Voi, o Dei ed Eroi tutti, che proteggete il suolo di Platea, siate pienamente testimoni, come essendo essi stati i primi a mancare al giuramento della lega, noi non siamo in principio venuti ingiustamente contro questa terra, in cui i padri nostri, offrendo voti a voi, vinsero i Medi, e la quale rendeste propizia ai Greci per il combattimento: nè ora è ingiusto il nostro procedere se veniamo ai fatti; perocchè, richiesti costoro più volte da noi di oneste condizioni, non otteniamo nulla. Concedete adunque che dell’ingiustizia sia punito chi fu il primo a commetterla, e che ne prendano vendetta coloro che a buon dritto ricorrono all’armi.»

75. Fatte queste preghiere agl’iddii disponeva l’esercito in istato di guerra: e primieramente con gli alberi che fece tagliare cinse di palizzata la città, perchè nissuno uscisse: quindi sotto le mura della medesima alzavano un [134] bastione, confidando di averla presto a prendere, per esser tanta gente impiegata in quel lavoro. E per ogni buon riguardo, affinchè la terra del bastione ammollando non si slargasse di troppo, col legname tagliato dal Citerone alzavano su’ due fianchi palancati in cambio di muraglie, tessuti a guisa di graticcio, portandovi legname, sassi, terra e tutto ciò che gettato dentro potesse render compiuta l’opera. Travagliavano al bastione incessantemente settanta giorni ed altrettante notti, spartendosi il lavoro a riprese, talchè mentre gli uni portavano i materiali, gli altri prendessero sonno e cibo. Quei Lacedemoni che avevano il comando della gente forestiera di ciascuna città presedevano tutti insieme al lavoro, e ne sollecitavano acremente l’esecuzione. Di che i Plateesi, vedendo crescere il bastione, congegnarono del legname a guisa di muraglia, e lo posero sovra le loro mura a rimpetto del bastione che si costruiva, e nello spazio tra legno e legno muravano dei mattoni tratti dalle vicine case che demolivano. Erano i legnami concatenati coi mattoni, perchè non rimanesse debole il crescente edifizio, che era coperto da cuoia e da pelli, a fine che i lavoranti ed i legni non fossero offesi dagli strali infuocati, ma anzi rimanessero al sicuro. L’altezza del muro aumentava grandemente, ed il bastione che sorgeva a rincontro non cresceva più lento: il perchè i Plateesi trovarono l’astuzia di traforare le mura nei siti ove il bastione era a contatto per trasportarne la terra dentro la città.

76. Se ne avvidero i Peloponnesi e rinvoltavano della mota in graticci di canna per buttarla nelle crepature del bastione, la quale, non scorrendo come la terra secca, non si potrebbe sottrarre. I Plateesi impediti per questa via cessarono da ciò, e si volsero a fare dalla parte di città un cuniculo, che, conghietturata la distanza, arrivasse fin sotto il bastione; e così da capo sottraevano furtivamente la mota. La cosa restò per un pezzo nascosta a quei di fuora; talchè, quanto più buttavano mota tanto meno il bastione cresceva, perchè di sotto era tratto al dichino, ed avvallava continovamente nel vuoto che si [135] faceva. Contuttociò i Plateesi temendo, pochi come erano, di non poter pure resistere con questo stratagemma incontro alla moltitudine dei nemici, immaginarono quest’altra cosa. Cessarono di travagliare al gran muro di faccia al bastione; e su i due estremi di quello, cominciando dal punto ove rimanevano più basse le mura, attaccarono un muro lunato che guardava verso l’interno della città; acciocchè, se fosse espugnato il muro grande, questo facesse fronte, ed i nemici fossero costretti di ergere anche contro questo un nuovo bastione; cosicchè il progredire in dentro costasse loro doppia fatica, e trovassersi più vigorosamente infestati in giro. I Peloponnesi intanto che alzavano il bastione accostavano alla città le macchine; una delle quali spinta contro quel gran fabbricato di faccia al bastione, ne crollò gran parte, di che impaurirono i Plateesi: altre poi urtando contro varii luoghi delle mura, i Plateesi vi gettano sopra lacci scorsoi per avvilupparle, e romperne il colpo. Avevano ancora attaccato per le due estremità grosse travi con lunghe catene di ferro; e con due antenne sulle mura, che sporgendo in fuori servivano di leva, le tiravano su trasversalmente; e dovunque fosse per urtar la macchina nemica, allentando essi e lasciando andare di mano le catene, scendeva impetuosamente la trave, e scapezzava il rostro della macchina.

77. D’allora in poi vedendo i Peloponnesi essere inutili le macchine, ed alzarsi un contrammuro a rincontro del bastione, ebbero per d’impossibile riuscimento l’espugnazione della città, atteso le difficoltà presenti, e si allestivano a cingerla di muro, giacchè il circuito non era grande. Vollero però prima tentare, se levandosi il vento, potessero incendiarla, poichè immaginavano ogni maniera di prenderla senza la spesa di un assedio. Portavano adunque delle fastella di legne, e di sul bastione incominciarono dal gettarle nel vano di mezzo tra le mura e il bastione stesso, vano che coll’opra di tante mani fu presto ripieno. Continovarono poi a gettar legne dentro la città, fino alla distanza che potevano arrivare [136] dall’alto; poscia con fuoco, zolfo, pece che vi buttarono sopra, arsero le legne; e tale fu l’incendio che nissuno mai sino allora ne aveva veduto uno simile suscitato a bella posta: perocchè è noto che su i monti gli alberi delle selve, arruotati fra loro per i venti, hanno da per sè suscitato fuoco e fiamma. Grande fu quest’incendio, e pochissimo mancò che i Plateesi, campati dagli altri pericoli, non ne restassero morti; avvegnachè dentro la città non era possibile avvicinarsi per lungo tratto; e se si fosse aggiunto vento favorevole, come confidavano i nemici, non arebbono potuto scamparla. Ora poi si racconta che cadde copiosa pioggia dal cielo, la quale spense l’incendio, e così cessò il pericolo.

78. I Peloponnesi, fallita anche questa prova, lasciata a Platea porzione dell’esercito, licenziarono il resto, ed assegnato particolarmente il suo luogo ai soldati di ciascuna città, cingevano Potidea di muraglia, dalla parte interna ed esterna della quale rimaneva lo scavo fatto per trarne i mattoni. Verso il surger d’autunno compiuto interamente il lavoro‍[173], lasciaronvi presidio per la metà del muro (guardandosi l’altra metà per i Beozii) e si ritirarono, coll’esercito che si dissolvè, ritornando ciascuno alla propria città. I Plateesi poi che avevano di prima mandato ad Atene i fanciulli e le donne, i più vecchi e la turba inutile, sostenevano l’assedio rimasti soltanto quattrocento, con ottanta Ateniesi e cento dieci donne panicocole‍[174]. Così pochi erano in tutti quando si ridussero in istato d’assedio, nè alcun altro servo o libero era dentro le mura. Tale era lo stato dell’assedio di Potidea.

79. Questa estate medesima, essendo già maturo il grano, mentre i Lacedemoni erano ad oste contro Platea, gli Ateniesi con due mila dei loro di grave armatura e dugento cavalieri, portarono le armi contro i Calcidesi della Tracia e contro i Bottiesi, sotto il comando di Senofonte figliolo d’Euripide con due colleghi. Arrivati sotto Spartolo città della Bottia‍[175] diedero il guasto al grano, e credevano, per le pratiche che tenevano con alcuni cittadini, [137] che la città si renderebbe. Ma quei della fazione contraria avevano già spedito alcuni chiedendo soccorso ad Olinto, donde erano venuti soldati di grave armatura ed altra gente per guarnigione. Questa fece una sortita da Spartolo; e gli Ateniesi dovettero ordinarsi in battaglia propio sotto la città. La soldatesca grave dei Calcidesi con alcuni ausiliarii resta vinta dagli Ateniesi, e si ritira in Spartolo: ma la cavalleria e la truppa leggera, sostenuta anche da alcuni pochi armati di rotella venuti dal paese detto Crusi, superò la cavalleria e la truppa leggera degli Ateniesi. Era appena finita la battaglia, quand’ecco sopragiugnere in rinforzo da Olinto altri armati di rotella; cui tosto che le genti di Spartolo ebber veduti, preso coraggio, non solo per questa aggiunta di soldatesca, ma anche perchè non avevano avuta parte alla precedente disfatta, si unirono con la cavalleria calcidica e con cotesto rinforzo, e nuovamente investono gli Ateniesi, che si ritirano presso due squadre da loro lasciate vicino alle bagaglie. Quando gli Ateniesi venivano innanzi, essi cedevano; ma quando e’ si ritiravano, gl’incalzavano e li saettavano. La cavalleria calcidica, accorrendo ovunque ne vedesse il bisogno, si avventava sul nemico, e divenuta lo spavento principale degli Ateniesi gli mise in fuga e gli rincorse per buon tratto. Gli Ateniesi si ricovrano in Potidea, e riavuti poi i cadaveri con salvocondotto, tornano ad Atene coll’avanzo dell’esercito. Morirono in questo fatto quattrocentotrenta Ateniesi con tutti i comandanti. I Calcidesi ed i Bottiesi ersero il trofeo, e ripresi i cadaveri dei loro si separarono per tornare ciascuno alla sua città.

80. Non molto dopo, nella medesima estate, gli Ambracioti ed i Caoni desiderosi di soggiogare tutta l’Acarnania e staccarla dagli Ateniesi, confortano i Lacedemoni ad allestire una flotta raccolta da’ paesi alleati, e a spedire mille soldati di grave armatura nell’Acarnania. Per questo modo, dicevano, concorrendo con loro ad assaltarla per mare e per terra ad un tempo stesso, e non potendo gli Acarnani di sulle coste unirsi a soccorso degli altri, vincerebbero facilmente l’Acarnania, e s’impadronirebbero [138] anche di Zacinto e di Cefallene; così gli Ateniesi non potrebbero con tanta sicurezza correr colle navi attorno al Peloponneso, e di più vi sarebbe speranza di prendere Naupatto. Udirono le loro richieste i Lacedemoni, e tosto su poche navi spediscono la soldatesca grave con Cnemo che era tuttora ammiraglio‍[176]. Mandavano altresì avviso in giro a tutti gli alleati di trovarsi al più presto possibile a Leucade con quelle navi che avessero in ordine. I Corintii sovra tutti erano in quest’impresa solleciti per gli Ambracioti, perchè loro coloni‍[177]. La flotta di Corinto, di Sicione e degli altri luoghi di quei dintorni si andava allestendo, intanto che quella di Leucade, di Anattorio e di Ambracia gli aspettava a Leucade, ove ella era di prima arrivata. Ma Cnemo co’ suoi mille di grave armatura traversato il mare, senza ne avesse sentore Formione che comandava le venti navi attiche di presidio sulle coste di Naupatto, ordinava immediatamente una spedizione per terra. Erano sotto i suoi ordini (oltre mille Peloponnesi co’ quali era venuto) gli Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii tra i Greci: tra i barbari, mille Caoni gente senza re, guidati con annual comando da Fozio e Nicanore discendenti dal lignaggio sortito a quella carica; e con essi marciavano anco i Tesproti, gente pur senza re. Sabilinto, tutore del re Taripo ancor giovinetto, conduceva i Molossi e gli Antitani; Oredo i Paravei dei quali era re, e con essi si unirono mille Orestii guidati dallo stesso Oredo per consentimento d’Antioco re loro; e Perdicca, senza la saputa degli Ateniesi, vi spedì mille Macedoni che arrivaron più tardi. Con questo esercito, non aspettata la flotta da Corinto, erasi Cnemo messo in cammino; e marciando per il territorio argivo, e saccheggiato il borgo di Limnea sprovveduto di mura, giungono a Strato città la più considerabile dell’Acarnania; persuasi che prendendo questa la prima, anche gli altri luoghi si sarebbero facilmente resi.

81. Gli Acarnani sentendo che già era entrato nelle loro terre un copioso esercito, e che dalla parte di mare erano per presentarsi i nemici colla flotta, piuttosto che collegarsi a difesa, guardavano ognuno le terre loro: spedirono [139] bensì a Formione ricercandolo di soccorso; ed ebbero in risposta, essergli impossibile abbandonar Naupatto, aspettandosi ad ogn’ora che la flotta nemica uscisse di Corinto. I Peloponnesi poi e gli alleati, divise in tre squadre le loro genti, procedevano verso la città degli Stratii per campeggiarla da vicino, risoluti di venire ai fatti se non giovassero le parole. Marciavano innanzi stando nel centro i Caoni con gli altri barbari; a destra i Leucadii e gli Anattorii con le masnade che avevano seco; a sinistra Cnemo, i Peloponnesi e gli Ambracioti; ma queste tre squadre erano a gran distanza tra loro, e talora non si scorgevano scambievolmente. I Greci procedevano bene ordinati e guardinghi sin che trovassero un vantaggioso alloggiamento: all’opposto i Caoni confidando solo in se stessi, perchè erano avuti in concetto di soldati agguerritissimi dalla gente di quelle contrade, non si fermarono a prendere alloggiamento, ma si avanzavano impetuosamente con gli altri barbari, e reputavano d’avere a prendere la città di punto in bianco, ed ascrivere a se soli l’impresa. Informati gli Stratii che essi proseguivano il cammino, discorsero tra sè, che ove vincessero costoro divisi dagli altri, con minor baldanza sarebbero poi venuti innanzi i Greci: il perchè, innanzi giugnessero, tesero imboscate nelle vicinanze della città; e come li videro presso, usciti dalle mura e dagli agguati corrono ad affrontarli: di che impauriti, molti dei Caoni restano uccisi; e gli altri barbari che li videro piegare disordinaronsi e dieder volta. Nissuna delle due squadre greche seppe del combattimento, per essersi costoro dilungati, e aver fatto credere d’avacciarsi per trovar buono alloggiamento. Quando però si videro cotesti barbari fuggitivi quasi addosso, dieder loro ricetto; e riuniti i due campi si trattennero tutta la giornata. E quantunque gli Stratii, mancanti ancora del rinforzo che doveva arrivare dal resto degli Acarnani, non venissero con loro alle mani (avvegnachè stimassero non doversi arrischiare senza i soldati gravi) pure gli avevano ridotti in gran dubbiezza dell’animo col loro trar di [140] fionda da lontano, atteso che gli Acarnani sono tenuti per ottimi frombolieri.

82. Ma fattosi notte, Cnemo ritirò prestamente l’esercito sul fiume Anapo distante ottanta stadii da Strato; riprese il giorno seguente i cadaveri per salvocondotto, e venuti a raggiugnerlo gli Eniadi per l’amicizia avevano seco, si ritira presso di loro innanzi che venissero agli Acarnani i rinforzi; e di là ciascuno ritornò alla sua patria. Gli Stratii ersero trofeo per il combattimento contro i barbari.

83. La flotta poi dei Corintii e degli altri alleati che uscendo del golfo di Crisa doveva congiugnersi con Cnemo, acciocchè gli Acarnani di dentro terra non accorressero in aiuto, non lo raggiunse; anzi circa i medesimi giorni della zuffa accaduta a Strato, fu obbligata a naval combattimento con Formione e con le venti navi che erano di presidio a Naupatto. Stava Formione osservando mentre ei costeggiavano per uscir fuori del golfo, col fine di assalirli al largo: ed i Corintii e gli alleati navigavano per alla volta dell’Acarnania, non già preparati a naval combattimento, ma più presto all’uso delle navi che portano truppe da sbarco; non si potendo mai aspettare che gli Ateniesi con le venti navi ardirebbero di appiccar battaglia contro le loro quarantasette. Ma poichè avanzandosi marina marina, videro gli Ateniesi costeggiare il lato opposto; e poichè, tragittando da Patra dell’Acaia verso la terraferma dirimpetto all’Acarnania, gli osservarono indirizzarsi contro di loro, movendo da Calcide e dal fiume Eveno (ove gli avevano scoperti quantunque approdati furtivamente) allora trovansi astretti a combattere in mezzo allo stretto. Vi erano i capitani di ciascuna città che disponevansi al combattimento: Macaone, Isocrate ed Agatarchide conducevano i Corintii. Schieraronsi i Peloponnesi formando un cerchio delle navi, il più grande potevano, colle prue volte in fuori e le poppe in dentro, per impedire al nemico di rompere l’ordinanza della loro flotta. Pongono in mezzo, le piccole barche che andavano di conserva, e cinque navi delle più snelle; acciocchè avesser breve spazio [141] a correre per uscir fuori del cerchio, e trovarsi pronte ovunque il nemico gli investisse.

84. Gli Ateniesi ordinate le loro navi una dopo l’altra, volteggiavano attorno all’armata nemica, e ne ristringevano il cerchio scorrendo sempre rasente, ed inducendo credenza nei nemici che or ora gli assalirebbero. Formione però aveva commesso loro di non investirli prima che ne desse egli il segnale: imperocchè sperava che l’ordinanza della flotta nemica, somigliante a quella di fanteria per terra, non reggerebbe; ma le navi urterebbonsi tra loro, e le barche cagionerebbero disordine. Sperava inoltre che al soffiar del vento dal golfo (ciò che soleva accader sull’aurora, e cui aspettando teneva in giro le navi) il nemico non arebbe avuto un momento di posa; che allora sarebbe il tempo più opportuno ad attaccar battaglia; sebbene credeva essere in sua potestà farlo quando che volesse, perchè più spedite erano le sue navi. Ma già levatosi il vento e le navi nemiche essendo state ristrette in più piccol cerchio, erano in iscompiglio, non solo pel vento stesso, ma ancora per le barche di dentro che stavano loro addosso, talchè una cozzava nell’altra e si pigneano coi remi; e tra per gli urli e per le villanie onde mordevansi scambievolmente le ciurme nel ripararsi, non più gli ordini, non più i comiti intendevano. In tal tramazzo appunto dà Formione il segnale: gli Ateniesi al primo assalto affondano una nave capitana, dipoi ovunque si avanzassero, altre ne rovinavano; e ridussero i nemici a tale che in quel trambusto nissun di loro volgevasi a vigorosamente resistere, ma fuggivano a Patra e a Dime dell’Acaia. Gli Ateniesi avendoli incalzati presero dodici navi, uccisero la maggior parte delle ciurme, quindi navigarono a Molicrio: alzato poscia trofeo a Rio, e consacrata una nave a Nettuno, tornarono a Naupatto. Medesimamente i Peloponnesi col resto delle navi proseguirono subito il loro corso da Dime e Patra fino a Cillene arsenale degli Elei, ove da Leucade, dopo la battaglia degli Stratii, arriva anche Cnemo colle navi di là, che dovevano riunirsi con queste.

[142]

85. I Lacedemoni intanto spediscono Timocrate, Brasida e Licofrone per consiglieri a Cnemo nel governo della flotta, con ordine di procurar meglior esito ad un secondo combattimento navale, e non lasciarsi da picciol numero di navi toglier l’uso del mare. Conciossiachè quella disfatta pareva loro molto strana (tanto più perchè era la prima volta che avevano sperimentato combattimento navale), e l’attribuivano non tanto alla minoranza della loro flotta, quanto a non so qual poco ardire dei combattenti; nè bilanciavano l’antica perizia degli Ateniesi col loro recente esercitamento. Però adirati spedirono coloro, i quali giunti colà d’accordo con Cnemo con avviso circolare intimavano a ciascuna città di dar le navi, e racconciavano quelle di prima disposti di venire ad una seconda battaglia. Formione anch’egli dal canto suo manda agli Ateniesi gente ad annunziare i preparamenti dei Lacedemoni, e ragguagliarli della riportata vittoria ed instava che gli spedissero sollecitamente più navi potevano, perchè ogni giorno v’era d’aspettarsi di dover combattere per mare. Essi ne mandano venti, ordinando però al capitano che le conduceva di arrivar prima a Creta; perchè Nicia di Gortinia, cretese, pubblico ospite degli Ateniesi, li confortava ad andare colla flotta a Cidonia, assicurandoli che ridurrebbero in potestà loro quella città nemica. Brigavasi egli di ciò per far cosa grata ai Policniti confinanti coi Cidoniati. Il capitano adunque, tolte seco le navi, andò a Creta, ed insieme co’ Policniti saccheggiò le terre dei Cidoniati. I venti poi e la difficoltà di riprender mare lo costrinsero a trattenersi non poco tempo.

86. Intanto che gli Ateniesi erano ritenuti a Creta, i Peloponnesi che stanziavano a Cillene apparecchiati per la battaglia di mare, si spinsero colla flotta sino a Palermo dell’Acaia, ove dalla parte di terra erano già venute in rinforzo le genti del Peloponneso. Similmente Formione passò da Naupatto a Rio di Molicro, e al di fuori di questo promontorio si tenne sull’ancora con venti navi, quelle stesse con le quali aveva combattuto. Era questo Rio amico agli Ateniesi, a differenza dell’altro nel Peloponneso, situato [143] rimpetto al primo, tra loro distanti circa settanta stadii di mare; ed è questa la bocca del seno di Crisa. Adunque i Peloponnesi, visti gli Ateniesi, presero stazione con settantasette navi presso questo Rio dell’Acaia, non molto distante da Palermo, ove era la loro fanteria. Per sei o sette giorni stettero entrambi alle vedette, intesi a prepararsi pel combattimento che disponevano di fare. Discorrevano i Peloponnesi non esser da uscire al largo fuori dei due Rii, temendo ancora della passata sconfitta: gli Ateniesi di non dovere ingolfarsi nello stretto, giudicando che la battaglia in luogo angusto sarebbe in vantaggio dei Peloponnesi. Cnemo poi, Brasida e gli altri comandanti dei Peloponnesi volendo precipitar gl’indugi ed attaccar la zuffa innanzi che da Atene venisse nuovo aiuto, adunarono da prima i soldati; e poichè gli vedevano per la maggior parte paurosi ed inviliti, attesa la precedente sconfitta, presero a rincorarli e parlarono così:

87. «Valorosi Peloponnesi, la passata naval battaglia, se a cagione di quella avvi chi teme della futura, non porge giusto argomento per intimorirvi, ove sappiate come ella non ebbe completo apparecchio, e che la nostra corsa avea per oggetto non combattimento marittimo, ma piuttosto trasporto di truppe. La fortuna stessa ci fu in molti casi contraria, e forse l’inesperienza (essendo quello il primo combattimento per mare) causò il nostro danno, cosicchè non fu per viltà che restammo vinti. Nè quel vigor d’animo a cui vincere non valse la forza, e che trova in se stesso la sua discolpa, dee punto indebolirsi per le conseguenze di sinistra fortuna: anzi tutto che possa addivenire che restino gli uomini sconcertati pel concorso di casuali accidenti, vuolsi ciò non pertanto reputare che, quanto all’animo, sieno gli stessi valorosi e inalterabili; e che serbando in petto cuor generoso, non piglierebbono a pretesto l’inesperienza per aonestar talvolta la loro codardia. Ma voi non siete di tanto inferiori nell’esperienza, quanto per ardimento superiori. La pratica di costoro, che principalmente vi spaventa, se va unita all’intrepidezza ricorderà loro, anche in mezzo al pericolo, di eseguire [144] i precetti appresi; ma senza intrepidezza nissun’arte è buona contro i pericoli; perocchè la paura perturba la memoria, e l’arte senza fortezza a nulla giova. Contrapponete adunque alla loro maggior pratica il vostro maggiore ardimento; al timore per la sconfitta sofferta la considerazione di non essere stati allora ben preparati; e riflettete che adesso voi avete il disopra, non solo pel maggior numero delle navi, ma ancora perchè venite a battaglia lunghesso una piaggia vostra, ove è anche pronta per voi la soldatesca di terra. Ora la vittoria è ordinariamente dei più e dei meglio preparati: ond’è che non abbiamo pure un motivo giusto da temere della sconfitta: anzi gli sbagli stessi da noi prima commessi ci serviranno di nuovo ammaestramento. Su via adunque, nocchieri e marinari, fate ognuno il debito vostro, non abbandonando il posto assegnato a ciascuno, e noi sapremo non meno dei passati capitani prepararvi opportuna l’affrontata, nè lasceremo a chicchessia scusa ad esser codardo: o se pur vi sia chi il voglia, sarà punito colla dovuta pena, dove i valorosi avranno il premio che si compete al valore.»

88. Con queste parole i capitani inanimivano i Peloponnesi. E Formione insospettito anch’egli dello sbigottimento dei soldati, ed avvistosi che nei loro cerchi mostravansi timorosi, per la moltitudine delle navi nemiche, prese consiglio di convocarli per rincorarli con avvertimenti confacevoli all’occasione. Teneva già anche di prima preparati i loro animi, dicendo continovamente non esservi moltitudine di navi per grande che fosse, alla quale, venendo contro di loro, e’ non potessero resistere. Ed i soldati stessi da molto tempo avevano di sè concepita questa dignitosa opinione che, Ateniesi com’erano, non cederebbero a quantunque gran numero di navi peloponnesie. Nondimeno, osservandoli allora scoraggiati al ragguardamento del nemico, voleva rammentar loro avessero coraggio: il perchè, radunati gli Ateniesi, parlò in questa sentenza.

89. «Al vedervi, o prodi soldati, impauriti per la moltitudine dei nemici, vi ho qua radunati; perchè non credo [145] del vostro decoro lo sbigottire per cose non punto formidabili. E primieramente hanno costoro apparecchiato gran numero di navi, non contenti di forze eguali alle nostre, appunto perchè sono stati già vinti, e da se stessi si riconoscono inferiori a noi. In secondo luogo, quella baldanza, alla quale principalmente affidati ci vengono incontro, come se di loro soltanto fosse proprio l’esser valorosi, non da altro procede che dalla pratica delle battaglie terrestri, ove ordinariamente sono vincitori; e però credono di poter far lo stesso anche in quelle di mare. Ma tal ragione di imbaldanzire se l’hanno essi in quell’altro genere di combattimento, molto più a buon dritto l’avremo ora noi. Imperocchè in generosità ei non ci avanzan punto, laddove siamo entrambi più arditi in ciò, in che siamo più esperimentati. Inoltre i Lacedemoni, venendo alla testa degli alleati per ricuperare il proprio decoro, ne conducono al cimento la maggior parte di mala voglia; avvegnachè, se così non fosse, dopo quella grande sconfitta non sarebbono essi venuti mai ad un secondo naval combattimento. Non abbiate no dunque timore della loro audacia; anzi voi mettete in loro più grande e più certa paura, sì perchè gli avete già vinti, sì perchè pensano che or non vi opporreste loro, se non aveste in animo di fare qualche stupenda prova. In fatti di due eserciti a fronte quello che, come il loro è più numeroso, viene all’assalto fidando più nella forza che nel consiglio: ma quello che è molto inferiore di numero, e viene non astretto alla pugna, resiste al nemico confidando solo nella grandezza del proprio animo. Le quali cose essi considerando, temono più del nostro straordinario procedere, che non farebbono d’apparecchio proporzionevole al loro. Molti eserciti sono già stati battuti da minor numero per inesperienza e talora per codardia; noi però da tali difetti siamo immuni: nè per quanto starà in me, attaccherò la battaglia nel golfo, anzi neppure vi entrerò. Conciossiachè vedo, contro molte navi mal pratiche non esser favorevole la ristrettezza del luogo per le poche, che nei loro movimenti han pratica e più speditezza al corso; perchè non avendosi da lungi il prospetto [146] del nemico, niun potrebbe prender le dovute misure per ispignersi contro la nave contraria ed assalirla, nè, messo alle strette, aver modo di ritirarsi all’occasione. Nè possibil sarebbe rompere e traversare le file nemiche, e dare indietro girando di bordo; operazioni tutte proprie delle navi più spedite: ma farebbe allor di mestieri ridurre la battaglia di mare a battaglia di terra, lo che gioverebbe al maggior numero di navi. Ora io, per quanto sta in me, provvederò a tutto questo, e voi tenetevi fermi in buona ordinanza sulle navi, ed eseguite prontamente gli ordini che riceverete, tanto più che ad ogni momento possiam venire all’affronto. Nell’atto stesso poi della pugna badate sovrattutto al buon ordine ed al silenzio (ciò che giova in assai operazioni di guerra, ma principalmente pei combattimenti navali); e rispingete costoro, in maniera che risponda alle passate imprese. Il cimento è per voi rilevantissimo, trattandosi, o di torre ai Peloponnesi ogni speranza di aver flotta, o di rendere agli Ateniesi più imminente il timore di perdere la superiorità del mare. Vi rammento in ultimo che già su la maggior parte dei nemici riportaste vittoria: ora soldati una volta vinti non possono serbare lo stesso animo nell’incontro degli stessi pericoli.»

90. Con queste parole anche Formione rincorava la sua gente. Ma i Peloponnesi, al vedere che gli Ateniesi non venivano verso loro nel golfo, e dove è più angusto, volendo condurveli dentro a loro dispetto, sul far dell’aurora presero il largo, e ordinate le navi con quattro di fronte si avviarono nell’interno del golfo verso il loro territorio. Precedeva l’ala destra con lo stesso ordine che aveva tenuto stando sull’ancora: avevano però in cotest’ala collocato venti delle navi più spedite, affinchè se mai Formione, credendoli dirizzati contro di Naupatto, si avviasse anch’egli colà per soccorrerlo, la flotta Ateniese non potesse spingersi oltre quell’ala destra, e scansare così d’essere investita da loro; anzi quelle venti navi dovesser chiuderla in mezzo, ripiegandosi sopra di lei. Come Formione vide i nemici partire impaurì, conforme ei si aspettavano, per Naupatto rimasto senza presidio, e fatte suo malgrado [147] e frettolosamente montar le navi alla sua gente, scorreva lungo la costa, su la quale lo seguitava la fanteria dei Messeni pronta a soccorrerlo. I Peloponnesi visto gli Ateniesi avanzarsi con le navi schierate una dopo l’altra, ed omai ingolfati (ciò che appuntò bramavano), allora fatto un solo segnale, voltarono improvvisamente di bordo; e con la maggior celerità che ognuno poteva vogavano di fronte addosso agli Ateniesi. Speravano essi di poter prendere tutte le navi, ma undici di esse che erano innanzi all’altra, preso il largo, si sottraggono all’ala dei Peloponnesi, e al ripiegarsi su loro delle venti navi. Raggiungono bensì il restante, e spintele a terra mentre fuggivano, le fracassarono, ed uccisero tutta la gente ateniese che non si era salvata a nuoto. Alcune altre restate vuote le legavano alle loro e le rimorchiavano, ed una ne presero entrovi la ciurma. Allora i Messeni accorsero in aiuto, ed entrando armati nel mare salirono sopra alcune, e combattendo di su i banchi, mentre venivano rimorchiate, le riebbero.

91. I Peloponnesi adunque erano da questa parte vincitori, ed avevano rovinate le navi ateniesi. In questo le loro venti navi poste sull’ala destra correvano dietro alle undici ateniesi, che sottrattesi all’incalzar dei nemici eransi tirate al largo, ed eccetto una, furono le altre in tempo a ricovrarsi a Naupatto. Quinci fermatesi in faccia al tempio d’Apollo colle prue rivolte in fuori si preparavano a ributtarli, s’ei vogassero a terra contro di loro. I Peloponnesi che vi giunsero dopo, navigavano cantando il peana come già vincitori; e una nave leucadia, che sola vogava molto innanzi all’altre, dava la caccia ad una ateniese rimasta indietro. Era casualmente ferma sull’ancora in distanza dal lido una barca mercantile, presso la quale arriva la nave ateniese prima della leucadia, gira di bordo intorno a lei, e riviene ad urtar nel mezzo quella che la inseguiva, e la sommerge. Codesto accidente inaspettato e strano riempie di spavento i Peloponnesi che altresì ebri della vittoria rincorrevano le navi nemiche alla rinfusa; tal che alcune delle navi loro, per aspettare che si riunissero le [148] altre più, abbassarono i remi e fermarono il corso: cosa inopportuna nell’occasione che il nemico aveva breve spazio a trascorrere per lanciarsi contro di loro: altre mal pratiche dei luoghi urtarono in secco.

2. A tal vista ritornò negli Ateniesi il coraggio, e con unanime grido di eccitamento corsero sopra i Peloponnesi, i quali in mezzo al disordine causato dai precedenti sbagli, per breve ora ressero, e poi fuggirono verso Palermo d’onde erano partiti. Gli Ateniesi incalzandogli tolsero loro sei navi che avevano più vicine, riebbero quelle state dapprima rovinate su la costa e rimorchiate, ed uccisero parte delle ciurme, parte fecero prigioni. Timocrate lacedemone che era su la nave leucadia la quale andò a fondo vicino alla barca mercantile, quando ella si perdeva si scannò, e fu poi sbalzato nel porto dei Naupatti. Ritornati gli Ateniesi al sito da cui partitisi ottennero questa vittoria, vi ersero trofeo, ricuperarono i cadaveri ed i rottami delle navi che erano vicini alla loro costa, e con salvocondotto restituirono i loro ai nemici. Parimente i Peloponnesi attribuendo a sè la vittoria, ersero trofeo a Rio dell’Acaia per la sconfitta in cui spezzarono su la costa le navi ateniesi; e quella sola che avevano presa la consacrarono presso al trofeo. Dopo di ciò temendo del soccorso che si aspettava da Atene, sull’imbrunir del giorno, tutti, eccetto i Leucadii, si ridussero nel golfo di Crisa ed a Corinto. Gli Ateniesi che con le venti navi dovevano da Creta raggiunger Formione prima della battaglia navale, arrivarono a Naupatto poco dopo la ritirata delle navi dei Peloponnesi; e finiva l’estate.

93. Cnemo poi, Brasida e gli altri capitani dei Peloponnesi, prima di licenziar la flotta che si era ritirata a Corinto e nel seno di Crisa, cominciando l’inverno, vollero, secondo che erano stati istruiti dai Megaresi, fare un tentativo contro il Pireo porto degli Ateniesi che era senza presidio e senza sbarre; nè ciò rechi meraviglia, atteso la gran superiorità degli Ateniesi nella marina. Risolvettero adunque prendendo ciascuno un remo col suo scarmo e piumacciolo, d’andare per la via di terra da Corinto al [149] mare che guarda Atene; ed arrivati prestamente a Megara varare da Nisea loro arsenale le quaranta navi che vi erano, e navigare direttamente contro il Pireo, non vi essendo navi a guardarlo. Gli Ateniesi non si aspettavano punto di esser così all’improvviso assaliti dalla flotta dei nemici, poichè stimavano ch’e’ non avrebbero osato di farlo neanche scopertamente e con tutto l’agio, e che, se mai ciò corresse loro nell’animo, non sarebbe senza che lo presentissero. Appena risoluto ciò si misero in cammino. Arrivarono di notte a Megara, e varate in mare da Nisea le navi, non andarono più, come avevano disposto, contro al Pireo, impauriti dal pericolo, ed impediti anche, come si racconta, da non so qual vento; ma bensì contro al promontorio di Salamina che guarda Megara, ove era una fortezza e tre navi di guarnigione, per impedire che nulla entrasse in Megara od uscisse. Diedero l’assalto alla fortezza, e menaron via le tre navi abbandonate dalla ciurma, ed assaltando inaspettatamente il resto di Salamina, presero a saccheggiarla.

94. Ma i Salamini alzarono i segnati di fuoco nunziatori del nemico‍[178], verso Atene, ove non fu mai sbigottimento maggiore di questo durante la guerra. Imperocchè quei della città si immaginavano i nemici già entrati nel Pireo, quelli del Pireo già espugnata Salamina, e che i nemici dal vedere al non vedere entrerebbero da loro: lo che sarebbe senza difficoltà accaduto, se avesser voluto precipitar gl’indugi, nè il vento arebbe potuto impedirneli. Sul far del giorno gli Ateniesi accorsi in bulima al Pireo vararono le navi; e salitivi sopra in fretta e alla rinfusa, andarono con esse a Salamina, e misero la fanteria a guardia del Pireo. Come i Peloponnesi ebbero sentore di questo rinforzo, corsero gran parte di Salamina, prendendo uomini, bottino e le tre navi della fortezza di Budoro: quindi navigarono speditamente a Nisea, giacchè temevano anche delle proprie navi, che varate dopo molto tempo non tenevano punto, ed arrivati a Megara ritornarono per terra a Corinto. Gli Ateniesi non avendoli trovati più intorno a Salamina, tornarono indietro con la flotta; [150] e dopo questo avvenimento più accoratamente guardavano il Pireo col tenerne serrati i porti e con ogni altra sorta di diligenza.

95. Circa i medesimi tempi, sul cominciare di quest’inverno, Sitalce odrisio figliolo di Tereo, re dei Traci, mosse le armi contro Perdicca figliolo di Alessandro, re di Macedonia, e contro i Calcidesi della Tracia, per causa di due promesse, una delle quali voleva gli fosse attenuta, l’altra attenere egli stesso. È da sapere che Perdicca trovandosi alle strette sul principio della guerra aveva fatto a Sitalce delle promissioni, solo che lo riamicasse con gli Ateniesi, e non riconducesse in patria (per farlo re) Filippo suo fratello che gli era pure nemico: ora però non eseguiva quello che aveva promesso. Sitalce poi quanto a sè aveva convenuto, quando fece alleanza con gli Ateniesi, di por fine alla guerra calcidica nella Tracia. Per queste due promesse adunque faceva la spedizione; e conduceva seco Aminto figliolo di Filippo per porlo sul trono dei Macedoni, Agnone come capitano, ed anche gli ambasciatori ateniesi che a quest’oggetto si trovavano presso di lui; conciossiachè gli Ateniesi pure avevano impegnato la parola di concorrere alla guerra contro i Calcidesi con flotta e buon numero di genti.

96. Partito adunque dagli Odrisii sommuove prima tutti i Traci infra il monte Emo e Rodope‍[179], su’ quali egli imperava sino al mare, dal Ponto Eussino all’Ellesponto; poi i Geti al di là del monte Emo‍[180], e tutte le altre parti abitate di qua dal fiume Istro più verso il mare detto Ponto Eussino. I Geti e gli altri di questi luoghi confinano con gli Sciti, usano la medesima armatura, e son tutti arcieri a cavallo. Invitava ancor a molti dei Traci montanari che sono liberi, armati di coltella, e chiamansi Dii‍[181], ed abitano la maggior parte sul Rodope; dei quali alcuni ne guadagnava col soldo, altri lo seguivano volontari. Sollecitava ancora gli Agriani ed i Leei, e gli altri popoli della Peonia soggetti al suo impero. Questi erano gli ultimi del suo dominio che si stendeva sino ai Graei e Leei della Peonia, e sino al fiume Strimone; che dal monte Scornio scorre a [151] traverso dei Graei e dei Leei, ove aveva confine il suo territorio dalla parte che guarda i Peonii, i quali di lì in poi sono liberi. Dalla parte dei Triballi pure liberi lo confinavano i Treri ed i Tilatei. Abitano costoro a Settentrione del monte Scornio, ed a ponente si stendono sino al fiume Oscio che nasce nel monte stesso, come pure il Nesto e l’Ebro. Cotesto monte è disabitato, vasto ed attaccato a Rodope.

97. L’impero degli Odrisii, quanto alla sua grandezza, dalla parte che arriva sino al mare, si stende dalla città di Abdera al Ponto Eussino fin dove imbocca il fiume Istro. Il giro di questa costa per il cammino più corto, se il vento soffi continovamente da poppa, con una nave tonda si fa in quattro giorni ed altrettante notti. Per terra poi la via più corta da Abdera sino all’Istro un uomo spedito la fornisce in undici giornate: tanta è la sua estensione su la parte di mare. Ma verso terraferma da Bizanzio fino ai Leei e allo Strimone (imperocchè in questa linea è la maggior distanza del mare da terra) la gita può compirsi da un uomo spedito in tredici giornate. Il tributo di tutto il paese barbaro e delle città greche, secondo che lo han pagato sotto Seute (che succeduto nel regno a Sitalce lo rese gravissimo) montava alla somma di circa quattrocento talenti d’argento, che si pagavano in oro ed argento. Nè di minor valore erano i doni i quali non al re solamente, ma ai magnati degli Odrisii o potenti presso lui venivano offerti, che in oro e che in argento, senza contare le stoffe a opera e lisce ed altri mobili. Poichè, al contrario di quel che si pratica nel regno di Persia, aveano cotesti signori messa l’usanza, che dura anche presso gli altri Traci, di pigliare piuttosto che dare; ed era maggior vergogna per chi richiesto non dava, che per chi chiedendo non otteneva. Cotale usanza per la potenza di quelli durò lungo tempo; nè era possibile di concluder nulla senza donativi, il perchè il regno venne a gran potenza, sendo che di quei di Europa tra il seno ionico e il Ponto Eussino, esso fu il più considerabile pel provento di denaro e per ogni altra sorta di opulenza. Ma nel valor guerriero e nella moltitudine [152] delle soldatesche fu di gran lunga inferiore a quel degli Sciti; al quale non che siano da agguagliare le nazioni d’Europa, ma neanche in Asia avvi nazione, che da solo a solo possa resistere contro tutti gli Sciti d’accordo. Nondimeno in accorgimento e prudenza per le altre cose concernenti la vita, non sono da mettere alla pari con le altre nazioni‍[182].

98. Sitalce adunque re di sì vasto paese preparava il suo esercito; e poichè ebbe ordinato il tutto, mosso il campo s’incamminava verso la Macedonia, passando prima pe’ suoi stati, e di poi per Cercina monte disabitato, conterminale dei Sinti e de’ Peonii; tenendo la strada da lui stesso aperta col taglio della foresta quando portò la guerra contro i Peonii. Da Odrise marciando pel monte avevano a destra i Peonii, a sinistra i Sinti e i Maidi; e passato che l’ebbero giunsero a Dobero città della Peonia. Nel cammino non soffrì perdita veruna dell’esercito, salvo che pochi per malattia, anzi lo ebbe accresciuto; imperocchè molti di quei Traci liberi lo seguitarono, benchè non chiamati, per avidità di bottino: talchè si dice l’intero esercito essere stato non meno di cento cinquantamila, per la maggior parte fanti, ed il terzo cavalli. Il grosso della cavalleria lo somministravano principalmente gli Odrisii, e con esso loro i Geti. Della fanteria i più agguerriti erano quei che portavano coltella, gente libera scesa da Rodope. Il resto poi della turba che li seguiva era un miscuglio di ogni sorta di gente, formidabile più che altro pel suo gran numero.

99. Facevano pertanto la massa a Dobero, e disponevano di assaltare dalla parte montuosa la Macedonia inferiore, di cui era padrone Perdicca; poichè sono compresi tra’ Macedoni anche i Lincesti e gli Elimioti ed altri popoli più dilungi dal mare, i quali sebbene confederati dei Macedoni e loro soggetti, pure hanno ognuno il suo regno. Ma quella che di presente si chiama Macedonia marittima l’acquistarono e vi regnarono i primi Alessandro padre di Perdicca e i suoi maggiori discendenti da Temene, che ab antico venivano da Argo in questo modo‍[183]. [153] Primieramente superarono in battaglia e scacciarono dalla Pieria i Pierii, che poi presero stanza in Fagrete sotto il monte Pangeo al di là dello Strimone, ed in altri luoghi (onde ancora si chiama seno pierico quella terra che dalle falde del Pangeo si stende alla marina), quindi dalla Bottia i Bottiesi che ora abitano ai confini dei Calcidesi. Acquistarono ancora lungo il fiume Axio una lingua di terra della Peonia, che dall’alto della montagna va sino a Pella ed al mare; e di là dall’Axio fino allo Strimone posseggono quella che si chiama Migdonia, d’onde scacciarono gli Edoni. Cacciarono inoltre da quella adesso chiamata Evordia gli Evordi (la maggior parte dei quali restò trucidata, ed una piccola porzione passò a stanziare intorno a Fusca), e dall’Almopia gli Almopi. Finalmente questi nuovi Macedoni ridussero in loro potestà altri popoli, e li ritengono ancora, come Antemunte, Grestonia, Bisaltia, con gran parte del territorio che apparteneva ai veri Macedoni. Tutto questo corpo di stati è compresa sotto il nome di Macedonia, di cui era re Perdicca figliolo di Alessandro, quando Sitalce vi portò le armi.

100. Or questi Macedoni, per l’impossibilità di resistere al numeroso esercito che li assaliva, si ritirarono ai luoghi forti di situazione, e nelle poche castella del paese. Perocchè quelle che ora vi si veggono le edificò poi Archelao figliolo di Perdicca, giunto che fu ad esser re: aperse e dirizzò strade, ordinò acconciamente tutte le altre cose, e particolarmente la milizia, fornendola di Cavalleria e di fanteria grave e di ogni altro corredo, meglio che tutti insieme gli altri otto re prima di lui‍[184]. L’esercito dei Traci partendo da Dobero, assaltò primieramente gli stati antichi di Filippo, espugnò Edomene, ed ebbe per dedizione Gortinia, Atalanta‍[185] ed alcuni altri castelli, i quali si resero, atteso l’amicizia avevano per Aminta figliolo di Filippo che si trovava nell’esercito. Assediarono anche Europo, ma non poterono prenderla: allora si avanzarono nel resto della Macedonia su la sinistra di Pella e di Cirro; ma al di qua di queste due città non arrivarono nè alla Bottica nè alla Pieria, anzi davano [154] il guasto alla Migdonia, alla Grestonia e ad Antemunte. I Macedoni poi non avevano neanche il pensiero di far loro resistenza colla fanteria: ma colle genti a cavallo chiamate dagli alleati dell’interno, benchè poche di fronte a molti, dove giudicassero opportuno correvano addosso all’esercito dei Traci; e dovunque gli attaccassero, nessuno sosteneva l’impeto d’uomini a cavallo valorosi ed armati di lorica. Laonde, comecchè accerchiati dalla moltitudine, osavano mettersi a repentaglio con oste tanto più numerosa di loro; ma da ultimo si rimasero anche da ciò, reputandosi inabili a rimeritarsi contro forze sì esorbitanti.

101. Intanto Sitalce dichiarava a Perdicca le cagioni della sua spedizione: ma siccome gli Ateniesi diffidando ch’ei v’anderebbe non erano comparsi colla flotta, e solo gli avevano inviato ambasciatori con dei presenti, prende il partito di distaccare parte di sua gente contro i Calcidesi ed i Bottici, e rinchiusi che li ebbe dentro le castella, ne saccheggiò il territorio. In vedendolo osteggiare intorno a questi luoghi, i Tessali di mezzogiorno, i Magneti e gli altri sudditi dei Tessali, e gli altri Greci fino alle Termopile temettero che l’esercito potesse avanzarsi anche contro di loro, e già si andavano preparando. Impaurirono anche tutti i Traci settentrionali abitatori delle pianure di là dallo Strimone, i Panei, gli Odomanti, i Droi, i Dersei, popoli tutti independenti. Corse pur voce fino tra quei Greci che erano nemici degli Ateniesi, che indotti da questi per titolo di alleanza marcerebbero anche contro di loro. Sitalce però, intanto che si tratteneva, dava il guasto alla Calcidica, alla Bottica ed alla Macedonia. Con tutto ciò non gli riuscendo nulla di quel per cui erasi mosso, tanto più che l’esercito era stremo di vettovaglia e molestato dal verno, si lascia persuadere a sollecitare la ritirata da Seute figliolo di Spardoco, suo nipote, che aveva dopo lui la più grande autorità. Si era Perdicca conciliato segretamente Seute, colla promessa di dargli in isposa la sua sorella con ricca dote. Sitalce pertanto acconsentì e tornò sollecitamente a casa coll’esercito, dopo essersi fermato trenta giorni, otto dei quali presso i Calcidesi. [155] Dipoi Perdicca, secondo che avea promesso, dà a Seute la sua sorella Stratonica. Così andò la spedizione di Sitalce.

102. Nel medesimo inverno, licenziata che fu la flotta dei Peloponnesi, gli Ateniesi di presidio a Naupatto sotto il comando di Formione, procedendo marina marina navigarono contro Astaco; e preso terra, si avviarono nell’interno dell’Acarnania ben quattrocento di loro con grave armatura smontati dalle navi, più quattrocento Messeni; e cacciarono via da Strato, da Coronte e da altri luoghi la gente di cui avevan sospetto: e ricondotto a Coronte Cenete figliolo di Teolito ritornarono sulle navi; non giudicando opportuno, d’inverno com’era, portar la guerra contro gli Eniadi i soli fra gli Acarnani sempre mai loro nemici. Conciossiachè il fiume Acheloo che dal monte Pindo scorre pel paese dei Dolopi, degli Agrai, degli Amfilochi e per le pianure dell’Acarnania, vicino alla città di Strato dalla parte che guarda terra, scaricandosi in mare presso gli Eniadi, impaluda intorno la loro città, e rende impossibile, atteso l’inondazione, il guerreggiarvi d’inverno. Anche la maggior parte dell’isole Echinadi giacciono in faccia agli Eniadi, e non sono punto distanti dalla foce dell’Acheloo; cosicchè questo gran fiume vi posa continuamente del fango, ed alcune di quelle isole son divenute terraferma; e vi è da aspettarsi che in breve tempo accada di tutte l’istesso. Imperocchè la corrente è rapida, grande e limacciosa, e le isole, le quali sono fitte e interriate dal loto che non potendosi spandere vi si aggruppa, vengono a congiugnersi tra loro, perchè non son disposte in fila, ma vanno intersecandosi, e così impediscono all’acque di sgorgare dirittamente in mare. Sono esse disabitate e piccole, ed è fama che quando Alcmeone figliolo d’Amfiarao, uccisa la madre, andava ramingo, avesse in risposta da Apollo di dovere abitare appunto questa terra. E ciò perchè gli aveva misteriosamente significato che non avrebbe scampo da’ suoi terrori prima che avesse trovato un paese il quale, quando ammazzò la madre non fosse visto [156] dal sole e non fosse terra; e che in quello fissasse la sua abitazione, come se tutto il restante della terre fosse stato contaminato per lui. Egli, come narrasi, non sapendo a qual partito appigliarsi, ebbe osservato quell’apponimento di terra alzatovi dall’Acheloo, e giudicò che desso, bastevole a dargli stanza, dovesse essersi formato nel lungo tempo che egli era vagabondo dopo l’uccisione della madre. Però si pose ad abitare nei luoghi circonvicini agli Eniadi, vi si fe’ potente, e dal suo figliolo Acarnano lasciò il cognome del paese. Tale è l’istoria che di Alcmeone si racconta.

103. Ma gli Ateniesi con Formione, che partiti dall’Acarnania erano tornati a Naupatto, nel cominciamento della primavera si ridussero colla flotta ad Atene. Conducevano anche seco, oltre le navi prese, i prigioni fatti nelle battaglie navali, di condizione libera, i quali furono rilasciati col cambio d’uomo per uomo. Così terminava quest’inverno ed il terzo anno della guerra descritta da Tucidide.

FINE DEL LIBRO SECONDO.


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LIBRO TERZO

SOMMARIO.

Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al congresso del Peloponneso. — Preparativi di guerra. — I Plateesi traversan le trincee e si salvano. — I Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce arringa di Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in loro favore. — I Plateesi si arrendono, e son difesi innanzi ai deputati Lacedemoni. — I Tebani si oppongono, ed ottengono che sian tutti puniti di morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini, ed occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli Etolii. — Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan la pace con quei di Ambracia.

1. L’estate seguente, sul maturar del grano, i Peloponnesi co’ loro alleati sotto il comando di Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, assaltarono l’Attica, e fermatovi il campo devastavano il terreno. Ma la cavalleria ateniese, siccome era solita ove ne avesse il destro, si avventava sovr’essi contenendo la moltitudine delle genti leggere, perchè spiccandosi dal campo non precorressero a danneggiare i luoghi vicini ad Atene. Così trattenutisi finchè ebbero vettovaglia, si ritirarono e si divisero per tornare alle loro città.

2. Dopo l’invasione de’ Peloponnesi Lesbo, eccettuata Metimna‍[186], subito si ribellò dagli Ateniesi. Ciò aveano i Lesbiani disegnato di fare anche prima di questa guerra; ma i Lacedemoni non vollero acconsentirvi: ora poi si trovarono costretti a ribellare più presto di quel che avevano in mente; perchè aspettavano che fosse finito di bastionare i porti, di fabbricare le mura e le navi, e che dal [158] Ponto fosse arrivato il bisognevole, arcieri, grano e quant’altro avevano mandato a prendere. Ma quei di Tenedo loro nemici, i Metimnei, ed alcuni degli stessi Mitilenei, che per ispirito di parte erano privatamente in relazione di ospitalità con gli Ateniesi‍[187], dichiarano a questi che tutta Lesbo era forzatamente riunita in Mitilene, i cui cittadini d’accordo con gli Spartani e co’ Beozi d’un medesimo sangue‍[188] sollecitavano ogni maniera di apparecchio per la ribellione; ed essere omai la cosa a tale che senza prevenirli avrebbero perduta Lesbo.

3. Gli Ateniesi pertanto, afflitti e dalla pestilenza e dalla guerra guerriata con tutto l’ardore perchè cominciata recentemente, stimavano gran cosa l’aver nemica anche Lesbo fornita di flotta e nell’auge delle forze‍[189]. Però sulle prime non porgevano orecchio a tali imputazioni, prevalendo in loro il desiderio che elle non fossero vere: ma poichè, spediti colà ambasciatori, non riuscirono a persuadere i Mitilenesi di dissolvere quella riunione di gente e gli altri apparati, impaurirono, e risolvettero di prevenirli. Laonde spediscono tostamente, sotto il comando di Clippide figliolo di Dinia con due aggiunti, le quaranta navi che erano in ordine per iscorrere le coste del Peloponneso, avvegnachè avessero avuto lingua esservi fuori di Mitilene la solennità di Apollo Maloente che i Mitilenei festeggiavano a piena folla; e potersi sperare, sollecitando la mossa, di assalirli all’improvviso: se la prova riuscisse, bene: se no, s’intimasse a’ Mitilenei di consegnar le navi e demolire le mura; e trovandoli renitenti, si movesse loro la guerra. La flotta adunque partì, e gli Ateniesi ritennero le dieci triremi de’ Mitilenei che per patto di alleanza erano ausiliarie presso di loro; e fecero prigioni le ciurme di quelle. Ma un tale di Atene tragittò nell’Eubea, ed a piedi arrivato a Geresto incontrò una nave da carico sul momento di far vela; cosicchè avuta prospera navigazione in tre giorni giunse da Atene a Mitilene, e dà contezza ai Mitilenei della venuta della flotta. Ed essi non più uscirono alla festa di Maloente, e per ogni altro buon riguardo [159] rafforzarono i ripari delle mura e dei porti che erano mezzi finiti, e vi stavano di guardia.

Arrivò poco dopo la flotta degli Ateniesi, e visti tali preparamenti, i generali comunicarono ai Mitilenei gli ordini ricevuti; e non essendo obbediti incominciarono le ostilità. I Mitilenei sprovvisti ed astretti improvvisamente a guerreggiare, fecero a piccola distanza dal porto una tal qual sortita colle navi, come per venire a battaglia; ma poi incalzati dalla flotta ateniese proponevano di trattare con gli ammiragli di essa; volendo, se era possibile, far subito tornare indietro l’armata con condizioni oneste. I generali degli Ateniesi gradirono la proposizione, perchè temevano essi pure di non avere forze bastanti per far guerra contro tutta Lesbo. Ottenuta la tregua, i Mitilenei spediscono agli Ateniesi uno di quei delatori, che si era già pentito del fatto, con altri, per provare d’indurli a ritirar la flotta, accertandoli non metterebbono più campo a romore. Ma nel medesimo tempo, non isperando verun buon esito in ciò che riguardava gli Ateniesi, di soppiatto alla flotta di questi, ferma sull’ancora a Malea al settentrione della città, spediscono a Sparta ambasciatori sopra una trireme. Arrivati essi a Sparta con infelice navigazione tenevano pratiche per avere qualche soccorso.

5. Rivenuti da Atene i legati senza aver concluso nulla, i Mitilenei col resto di Lesbo, eccetto Metimna, si disposero alla guerra. Anzi i Metimnei, i Lemnii, gl’Imbri ed alcuni pochi degli altri confederati erano in aiuto degli Ateniesi. Fecero i Mitilenei in massa una sortita contro il campo ateniese, e sebbene nella battaglia occorsa non avessero la peggio, pur non si attentarono di passarvi la notte, ma ritornarono indietro. Quindi stavano essi dal canto loro tranquilli, intendendo di tornare al cimento se venisse rinforzo dal Peloponneso, unitamente all’altro apparecchio che allestirebbero. Di fatto arriva Melea spartano con Ermeonda tebano, stati spediti prima della ribellione di Lesbo: ma non avendo potuto prevenire la flotta ateniese, di nascosto dopo la battaglia s’introducono in città sopra [160] una trireme, e consigliavano si spedisse un’altra trireme a Sparta con legati in loro compagnia.

6. Ma gli Ateniesi rincorati grandemente per lo starsi dei Mitilenei, chiamarono confederati, che molto più prontamente comparvero al vedere che nissuna valida resistenza si opponeva dalla parte de’ Lesbii: fermarono in giro la flotta dalla parte meridionale della città, e da’ due lati di lei guarnirono di trincea due accampamenti, ed incrociavano ai due porti; escludendo così dall’uso del mare i Mitilenei. Essi nondimeno dalla parte di terra, insieme con gli altri Lesbii già venuti in soccorso, restavano padroni di tutto il resto del territorio; se non che lo spazio non grande che circondava gli accampamenti lo ritenevano gli Ateniesi. La stazione della loro flotta e il mercato era principalmente Malea. Così faceasi la guerra intorno a Mitilene.

7. Ma nel tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi spedirono nel Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Asopio figliolo di Formione, seconda che erano stati richiesti dagli Acarnani che mandassero loro per comandante un figliolo o un parente di Formione. Queste navi radendo la spiaggia saccheggiarono le terre marittime della Laconia; dopo di che Asopio ne rimandò a casa la maggior parte, e con sole dodici arriva a Naupatto. Indi sollecitò tutti generalmente gli Acarnani per portar la guerra contro gli Eniadi, risalendo egli colle navi pel fiume Acheloo, mentre le soldatesche di terra guastavano il paese. Ma vedendo ch’e’ non si arrendevano, licenzia la fanteria; e fatto vela verso Leucade, e presa terra a Nerico, nel continuare la sua ritirata viene tagliato a pezzi con parte di sue truppe dalla gente del paese ivi accorsa, e sostenuta da pochi soldati che vi erano di presidio. Finalmente gli Ateniesi partirono colla flotta dopo aver ricevuto sotto salvocondotto i cadaveri da’ Leucadii.

8. Frattanto arrivano ad Olimpia gli ambasciatori dei Mitilenei spediti sulla prima nave, secondo gli ordini avuti dai Lacedemoni di presentarsi ad Olimpia, affinchè gli altri confederati non entrassero in deliberazione prima di aver [161] sentito anche loro. Era l’Olimpiade, nella quale Rodio dorico riportava la seconda volta vittoria. E poichè, finita la festa, furono ammessi all’udienza, parlarono così.

9. «Prestantissimi Spartani ed alleati, ci è al tutto nota la consuetudine fermata tra i Greci, che coloro i quali raccettano i popoli, che all’occasione di guerra ribellansi ed abbandonano la lega di prima, li hanno a grado in quanto che ne risentono utilità; ma reputandoli traditori dei primieri amici, li tengono anche per peggiori. Nè tale estimazione è ingiusta, posto che i ribellanti e que’ dai quali uno si distacca sieno eguali tra loro nelle intenzioni e nella benevolenza, e si contrabbilancino gli apparecchi e le forze di entrambi, nè vi sia alcuna onesta cagione di ribellare: ciò che non è da dire di noi e degli Ateniesi. Nè sia vero che si abbia peggior concetto di noi, se onorati da essi in pace, ce ne alieniamo nei pericoli.

10. «Però (spezialmente perchè vi richiediamo della vostra alleanza), faremo prima parola dei giusti argomenti che guarentiscono il nostro retto operare; avvegnachè ben sappiamo che non si ferma stabilmente amicizia tra i privati, nè società in alcuna cosa tra le repubbliche, ove gli animi non sieno uniti con reciproca opinione di virtù, ed ove la loro indole anche nel resto non si rassomigli; perchè la discordanza delle menti ingenera le controversie nei fatti. Or fuvvi alleanza da prima tra noi e gli Ateniesi, perchè voi vi ritiraste dalla guerra dei Medi, laddove essi rimasero al compimento dell’impresa. Ci legammo però non per soggettare i Greci agli Ateniesi, ma per liberare i Greci dal Medo: e finchè il loro governo serbò l’impronta dell’uguaglianza, noi li seguimmo animosamente: ma come li vedemmo allentar l’inimicizia contro il Medo, e darsi briga del servaggio degli alleati, non fummo più senza timore. E gli alleati a causa della moltiplicità dei suffragi‍[190] non potendo riunirsi in un sol corpo e far fronte a loro, sono già stati messi in servaggio, salvo noi ed i Chii: e noi independenti (sì perdio!) e liberi di puro nome, proseguimmo ad unir con loro le armi nostre. Ma imparando dai passati esempi non più tenemmo gli Ateniesi per duci [162] fidati; perciocchè non era da presumere che, tiranneggiati gli altri popoli da loro descritti insiem con noi nella lega, non facessero l’istesso dei rimanenti, ove ad essi ne venisse il destro.

11. «Che se tutti godessimo ancor veramente della nostra politica independenza, più sicuramente sarebbero essi da noi creduti non ordir novità: ma da poichè soggettati i più, usano con noi dentro ai termini del giusto, e riscuotendo gli ossequi di quasi tutti, noi soli restiamo a gareggiar con loro, doveano a buon dritto sopportar ciò più adiratamente, specialmente in quanto che essi divenivano più potenti, e noi più deserti. Or la bilancia del timore è l’unica guarentigia per l’alleanza; perciocchè chi voglia punto trasgredire ad essa, si rimuove dall’offendere altrui al non vedersi in nulla da più. Nè per altra cagione noi siam rimasti independenti, se non in quanto si pareva loro che per aggiugnere all’impero volevasi occupare la cosa pubblica col buon garbo di parole, e coll’assalto, direm così, di astuzie, piuttosto che di violenza. Posciachè a testimoniare la loro causa allegavano non esser possibile che noi aventi ugual diritto con essi al suffragio, unissimo, nostro mal grado, con loro le armi nostre, se i popoli contro cui andavano non fossero rei di qualche ingiustizia. E così da primo conducevan seco i più potenti contro i men forti, e lasciando quelli da ultimo erano per trovarli più deboli, tolti di mezzo tutti gli altri: che se avessero incominciato da noi, quando tutti avevan non solo le proprie forze, ma ancora a chi appoggiarsi, non li avrebbon potuti per egual modo soggiogare. Di più dava loro non poco timore la nostra flotta che per avventura riunitasi in aggiunta alla vostra o a qualche altra, non li mettesse in pericolo. In parte ancora dovemmo il nostro scampo ai buoni uffici usati col loro Comune e con quei che di mano in mano vi presedevano: ma nondimeno, prendendo ad esempio l’accaduto agli altri, non credevamo poter durare a lungo, se non insorgeva questa guerra.

12. «Qual mai amicizia o fiduciale libertà era adunque [163] questa, in cui le accoglienze scambievoli erano in contradizione coi sentimenti dell’animo? Ei per paura ci carezzavano in guerra: noi facevamo altrettanto con loro in pace; e dove negli altri la benevolenza conferma la fedeltà, in noi mantenevala la paura; cosicchè restammo nella lega stretti più dal timore che dall’amicizia: ed a qualunque dei due la sicurezza porgesse ardimento, quegli dovea ben essere il primo a trasgredire. Laonde non drittamente riguarda chi, per il loro indugio a’ danni nostri, ci ponga dalla parte del torto, perchè ribellandoci li abbiamo prevenuti, senza aspettare di veder chiaro se alcun di quei mali ci incontrasse. Conciossiachè se fossimo stati bastanti a contrapporre egualmente insidie ad insidie, temporeggiamenti a temporeggiamenti, qual ragion v’era da temere di restar noi, del pari che gli altri, sotto di essi? Ma se stava sempre in loro potestà l’assalirci, deve pure star nella nostra il prevenir le offese.

13. «Queste sono, o Spartani ed alleati, le cause della nostra ribellione, e i motivi di nostre condoglienze sufficienti a chiarir chi gli ascolti dell’onestà del nostro operare, e bastevoli a sbigottir noi, ed a rivolgerci a qualche partito di sicurezza; noi che ciò meditavamo di fare è già buona pezza, quando durante la pace vi spedimmo legati intorno alla ribellione: se non che ne fummo impediti dal vostro rifiuto. Ora però all’invito dei Beozii abbiamo prontamente aderito, e reputiamo che doppiamente ci ribelleremo; primo, da’ Greci per non ci unire cogli Ateniesi a danneggiarli, anzi concorrer con voi a liberarli; secondo dagli Ateniesi per prevenirli, affinchè noi stessi non restiamo alla fine oppressi da loro. Ma la nostra ribellione fu troppo sollecita e sfornita de’ necessari apparecchi: il perchè tanto meglio dovete riceverci nell’alleanza, e spedirci prontamente soccorso, acciò mostriate di aiutare quelli che aiutar si conviene, e ad un’ora stessa danneggiate i vostri nemici. L’opportunità non fu mai più bella: sono gli Ateniesi rifiniti dalla pestilenza e dalle spese; le loro navi, parte sono attorno al vostro territorio, parte sono schierate contro di noi: cosicchè se in questa stessa [164] estate voi gli assaltiate un’altra volta per mare e per terra, non è da credere che essi abbiano navi di soverchio; ma o non potranno resistere alle nostre flotte, o si ritireranno dal Peloponneso e da Lesbo. Nè sia tra voi chi pensi di affrontare un pericolo tutto suo per un paese straniero: perocchè cui sembra Lesbo troppo lontana, sappia che ella gli procaccierà vantaggi dappresso; perchè la guerra non si farà nell’Attica, come taluno avvisa, ma là onde i vantaggi dell’Attica derivano. In fatti hanno gli Ateniesi dagli alleati le loro rendite di denaro, le quali diverranno anche maggiori qualora soggioghino noi; avvegnachè niun altro oserà allora ribellarsi, e là coleranno anche le nostre ricchezze, e più duri ceppi soffriremo dei fatti schiavi di prima. Ma aiutandoci voi prontamente, vi aggiungerete una città fornita di gran flotta, di cui principalmente abbisognate, e più di leggieri fiaccherete gli Ateniesi, sottraendo loro gli alleati, ciascuno dei quali più animosamente ricorrerà a voi. Così sfuggirete la taccia che avete di non soccorrere quei che si staccano dagli Ateniesi; e mostrandovi solleciti della loro libertà potrete meglio confidare della vittoria di questa guerra.

14. «Però, rispettando le speranze che i Greci pongono in voi, e questo Giove Olimpico, nel cui tempio ci troviamo a modo di supplichevoli, aiutateci divenendo alleati di Mitilene: nè abbandonate noi che sebbene ci esponiamo al privato pericolo dei nostri corpi, siamo per arrecare utilità universale se riusciremo felicemente, e danno anche più universale, se, non udendoci voi, soccomberemo. Oprate adunque da uomini di quel credito in che vi tengono i Greci, e quali il timor nostro vi desidera.»

15. Tale fu il discorso de’ Mitilenei; udito il quale i Lacedemoni e gli alleati ne approvarono le proposizioni. Si fecero confederati i Lesbii, e obbligaronsi di assaltar l’Attica: e risoluti di ciò effettuare ordinarono agli alleati che eran presenti di trovarsi senza indugio con due terzi di loro genti sull’istmo, ove arrivati essi i primi allestivano sull’istmo stesso gl’ingegni per trasportar sovr’esso le navi da Corinto nel mare che guarda Atene, e per dar l’assalto [165] a un tempo stesso per mare e per terra. Eglino certamente davano con ardore opera a ciò fare; ma gli altri alleati si adunavano lentamente; mentre occupati nella ricolta delle grasce postergavano le faccende della milizia.

16. Accortisi gli Ateniesi che tali preparamenti erano causati dalla mala opinione di loro insufficienza, vollero far conoscere che e’ non la discorreano dirittamente, ma che essi erano in istato, senza movere la flotta di Lesbo, di resistere facilmente anche ad un’armata che si avanzasse dal Peloponneso. Però armarono cento navi; e le montarono da se stessi, tanto inquilini che cittadini, eccetto quei dell’ordine cavalleresco e i Pentacosiomedimni‍[191]. Fatto vela e pervenuti alle coste dell’istmo, mettevano in mostra le proprie forze, facendo anche scala nel Peloponneso ovunque paresse loro. Fu questo uno spettacolo di gran sorpresa per i Lacedemoni, che credettero però non vere le relazioni dei Lesbii: e poichè non erano ancora giunti gli altri alleati, e ricevevano avviso che le trenta navi ateniesi intorno al Peloponneso devastavano le campagne dei dintorni di Sparta, ebbero la cosa per intrigata, e se ne tornarono a casa. Dipoi preparavano la flotta da mandarsi a Lesbo; ed intimavano ripartitamente alle città le navi sino al numero di quaranta, prepostovi ammiraglio Alcida, che dovea guidar quella spedizione. Gli Ateniesi poi, vista la loro ritirata, partirono anch’essi colle loro cento navi.

17. Nel tempo di questi fatti quando la flotta degli Ateniesi era in mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed atte al servizio; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica, l’Eubea e Salamina; altre cento incrociavano intorno al Peloponneso, senza quelle di Potidea e di altri luoghi; di sorte che in una sola estate, erano tutte insieme dugento cinquanta: ciò che, unitamente alle spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocchè non solo aveva due dramme al giorno, una per sè l’altra pel fante, ciascuno dei soldati che guarnivano Potidea (che in primo [166] furono tremila nè meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto denaro, e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima, delle navi armate.

16. Intanto che i Lacedemoni erano intorno l’istmo, i Mitilenei da sè e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l’assalto alla città, la cosa non riuscì come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a Pirra e ad Ereso, ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de’ Mitilenei, anche i Metimni portarono le armi contro Antissa‍[192]; ma in una sortita, battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari, ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni della campagna, perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi, facendo anche il servizio di rematori, giungono per mare a Mitilene, e la cingono all’intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicchè Mitilene era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra; e cominciava a farsi inverno.

19. Gli Ateniesi che avevan bisogno di nuovo denaro per l’assedio, contribuirono del proprio, allora per la prima volta, la tassa di dugento talenti‍[193], e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andando egli in giro con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi; ma mentre da Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al colle Sandio‍[194], assalito da’ Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso con molti altri del suo esercito.

20. Nello stesso inverno i Plateesi, assediati tuttora dai Peloponnesi e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di [167] vettovaglia, senza speranza di soccorso da Atene, e senz’altra via di salvezza, d’accordo con quegli Ateniesi che vi erano insieme assediati deliberarono in principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse, a viva forza il muro nemico: tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno dei comandanti. La metà poi di essi, reputando grande quel pericolo, sì si sconfortarono; ma circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in questo modo. Si fecero scale uguali in altezza al muro de’ nemici: apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo contavano le file, e benchè alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva nel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il contamento, e non erano molto distanti; anzi era il muro facile ad osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero la misura corrispondente conghietturandola dalla grossezza del mattone.

21. Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi. Essa aveva due cerchi di muro: l’uno guardava i Plateesi, l’altro era per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli: questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi. Nell’intervallo dei sedici piedi erano ripartitamente costruite per le sentinelle delle case matte, contigue l’una all’altra in modo da parere un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli eranvi grandi torri, eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano ognuna alla faccia sì interna che esterna di lei; talchè lungo le torri non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse. Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra. Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.

22. I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità d’una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna, uscirono condotti da quei medesimi che [168] avevano proposto l’impresa. E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava; poi vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle, le quali attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e leggeri di armatura, e per assicurarsi contro il fango calzati solo del piè sinistro‍[195]. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra loro distanti le torri, si accostarono sotto a’ merli (che e’ sapevano essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le appoggiarono: indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di lorica e pugnale, preceduti da’ Ammea figliolo di Corebo, che primo salì: quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura con lanciuole; ai quali, acciocchè potessero più agevolmente salire, altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’ fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte, le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de’ Plateesi nell’attenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che mai ciò fosse, stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano la scalata, affinchè i nemici avessero mente ad esse il men passibile. Grande era il trambusto de’ nemici, ma stavano tutti al suo posto, nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia; nè sapevano conghietturare che ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe le fiaccole nunziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di città ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto [169] con questo intendimento, che i segnali de’ fuochi fossero incerti per i nemici; sicchè stimando essere la cosa tutt’altro da quello che ella era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.

23. In questo mezzo i Plateesi che erano nell’atto di scalare il muro, quando i primi di loro vi furono già saliti e trucidate le guardie si furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso. E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto: altri (e questi erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e passando di mezzo alle torri traversavano il muro: e di mano in mano chi trapassava fermavasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e si avviavano alla fossa. In questo la truppa de’ trecento si scaglia con torce accese sovr’essi: ciò non pertanto i Plateesi che stavano fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano, e scagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere osservati, appunto perchè stavano dalla parte del buio: cosicchè anche gli ultimi dei Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con gran pena e fatica; avvegnachè in essa si fosse rappreso un ghiaccio non solo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l’acqua copiosa, talchè appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.

24. I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per la via che mena a Tebe, avendo a destra [170] il tempietto di Androcrate; sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, sì ancora perchè vedevano che i Peloponnesi gl’inseguivano con fiaccole verso il Citerone ed i Capi-di-Quercia, per la via che mena ad Atene. Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che porta al monte: e guadagnati i monti si condussero a salvamento in Atene dugento dodici soli del gran numero: imperocchè alcuni di loro tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’inseguirli e si rimisero al loro posto; ed i Plateesi restati in città, che nulla sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non era sopravvissuto nissuno: però appena giorno spedirono un araldo a far tregua per riavere i cadaveri; ma informati poi del vero non si mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le fortificazioni.

25. Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra, di là a piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche, entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe l’Attica, ed arriverebbero ad un’ora le quaranta navi destinate a loro soccorso: essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno inchinavano ad accordare con gli Ateniesi. Così finiva questo inverno, ed il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.

26. Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue navi imposte agli alleati, entrarono da sè co’ confederati nell’Attica, acciocchè gli Ateniesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte‍[196], che era il re, ma ancora nella minore età) [171] Cleomene suo zio. Devastarono nell’Attica non solo quel che era stato prima malconcio, ma anche i germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la seconda, la più perniciosa invasione. Imperocchè i Peloponnesi che vi si trattenevano, aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche impresa della flotta che già vi credevano arrivata, facevano scorrerie guastando buona parte delle loro terre. Ma non avvenendo nulla di quel che credevano, e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono separatamente ognuno alla propria città.

27. Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano, e mancando di vettovaglia, si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti ragioni. Saleto, che nè anch’esso aspettava più le navi, fornisce di armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’intendimento di fare una sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non più obbedivano ai comandanti, e riunendosi in brigate ordinavano a’ magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi converrebbero con gli Ateniesi di render la città.

28. Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione, ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere intorno ai Mitilenei: che questi gli ammetterebbero in città, e spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari; e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltremisura, all’entrar dell’esercito non patirono di rimanersi; anzi, nonostante la capitolazione, si assidono presso gli altari. Pachete però fattili alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedì delle [172] triremi anche ad Antissa e se ne impadronì; ed acconciò del rimanente l’esercito in quella guisa che gli sembrò più opportuna.

29. Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare prontamente, si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Delo. Di là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono della presa di Mitilene: e volendo chiarirsene, presero terra ad Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era stata presa, quando arrivarono ad Embato: laonde ragguagliati di ciò chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di Elea parlò ad essi così:

30. «O Alcida, e quanti de’ Peloponnesi siete qui con meco al comando dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha guari la terra, li troveremo, come pare, in gran trascurante della difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuolsi credere, perchè vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e all’improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di tutto. Però non fia che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo, considerando non esservi in guerra, per procacciare straordinarie imprese, altro caso che questo; nel quale se un capitano guardi di non trovarsi, ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella più parte delle azioni a lieto fine riuscire.»

31. Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò Alcida: ed alcuni altri fuorusciti della Ionia‍[197], quei dei Lesbii che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoichè ei temeva dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città della Ionia, o Cuma dell’Eolide‍[198]; [173] per avere una terra donde muoversi a ribellare l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare, perchè vi arriverebbero col gradimento di tutti: che se e’ privassero gli Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che penavano di potere indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non aderì pure a queste proposte; anzi non essendo stato a tempo a giungere a Mitilene, volgeva soprattutto il pensiero a riprendere terra, al più presto possibile, nel Peloponneso.

32. Pertanto fatto vela da Embato, rasentava la spiaggia‍[199]; e fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de’ prigionieri presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si fecero incontro i legati dei Samii di Anea‍[200], protestando non esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva gente non contrastante, nè a lui nemica, ma di necessità legata con gli Ateniesi: se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che aveva di Chio, ed altri presi altrove; essendochè la gente al veder la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli Ateniesi erano padroni del mare, navi peloponnesie si attentassero mai di tragittare nella Ionia.

33. Ma Alcida, fino da quando stava sull’ancora a Claro, essendo stato osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano d’Atene, partì frettolosamente da Efeso, e si diede a fuggire. E temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di non approdare, in quanto per lui stesse, altrove che nel Peloponneso. Erano intanto venuti avvisi dall’Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e continuamente ne venivano da ogni parte, per cui udivasi esservi gran timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le costiere [174] non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio, quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la Salaminia‍[201] avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per se stesse riferironlo a Pachete; ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine, e le perseguitò fino all’isola di Latmo. Ma come vide di non le poter più raggiungere, tornò in dietro; attribuendo a proprio vantaggio il non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoichè non erano elleno state costrette a fermarsi, nè avevano ridotto gli Ateniesi alla necessità di mettersi in stato di difesa insieme e di offesa.

34. Nel suo ritorno poi radendo la costa andò a porto in Nozio de’ Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da Itamane e dai barbari introdotti per una fazione, era stata occupata la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione, trovandosi banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue proposizioni. Uscì Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione, senza per altro gravarlo di ferri: ed improvvisamente dato l’assalto al muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna; ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla fede data, vi ricondusse Ippia, cui appena entrato fa arrestare ed uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi spedirono de’ caporani per istabilire in Nozio colonia che [175] si reggesse secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque città si trovassero, a ritornarvi.

35. Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pirra ed Ereso. Indi arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.

36. Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto, uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni; e tra le altre: che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata. Su gli altri stavan deliberando; ma nel caldo dell’ira risolvettero di uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei giunti alla pubertà‍[202]; e di fare schiavi i fanciulli e le donne, incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione, benchè non fossero, come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’Ionia. Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco; e mutato consiglio discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel decreto, per cui dannavasi all’esterminio un’intera nazione più presto che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de’ Mitilenei che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro, procurarono d’indurre i magistrati‍[203] a riproporre il partito. Ben di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno disse il suo parere: ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza di uccidere i Mitilenei [176] avea vinto il giorno innanzi, cittadino del rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore di gran lunga il più valente, fattosi per la seconda volta innanzi parlò così‍[204]:

37. «Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi meraviglio, attesochè la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi, ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore; voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi gli alleati: nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette; genti che vi obbediscono non pei buoni uffizii che a danno vostro facciate loro, o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere, più valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che buone le abbia ma senza vigore; più giovare l’imperizia unita alla moderanza, che una sfrenata accortezza; e meglio d’ordinario governare le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati. Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di loro ingegno, e così per lo più rovinano le repubbliche: gli altri all’incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente parlato: però operando da giudici di equità, e non da rivali, dirizzano frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo, adunque anche noi oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o per gara di [177] accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non approviamo noi stessi.

38. «Io pertanto sono sempre della medesima sentenza, e mi maraviglio di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi, i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ingiuriatore; dappoichè in questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno; dove la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio inoltre di chiunque sarà per contradirmi, e pretenderà di dichiarare essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare a danno degli alleati i nostri vantaggi: bene è chiaro che costui, o affidato alle sue parole, vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che una formale risoluzione non è un decreto, o incitato da guadagno si sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e viene ella stessa in pericolo. Ma la colpa è di voi che guastate di tali gare la forma; voi che solete sedervi spettatori delle parole e uditori dei fatti; voi che le cose avvenire risguardate come possibili ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori; e quanto alle passate, più fidanza ponete non in ciò che vedeste co’ propri occhi vostri, ma in ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano. Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a seguir quello che sia universalmente ricevuto; schiavi sempre dello straordinario, e disprezzatori del consueto, smaniosi ognuno d’esser tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia, almeno per non parer d’andar dietro al sentimento d’un altro, anticipar la lode a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso; prontissimi a indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze; gente che cercate uno stato di cose opposto, per così dire, a quello in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi del diletico dell’orecchio; sembianti a chi segga spettatore di garruli [178] maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della patria.

39. «Da’ quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protesto essere i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola città commetter possa. Conciossiachè io so perdonare a popoli che non potendo patire il vostro impero, o necessitati da’ nemici hanno fatto ribellione: ma gente che padroni di un’isola afforzata di mura, pei quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi; gente che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da noi avuta nel primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto che ribellarsi (perocchè la ribellione è propria dei popoli angariati), e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali nemici? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze bastevoli, ci avessero da se soli mosso contro le armi. Non hanno servito a loro esempio nè le sciagure di tutti gli altri popoli, che ribellatisi da noi furono ben sottomessi; nè la presente loro felicità bastò a svogliarli sì ch’e’ non giugnessero a tanta scelleratezza: ma fatti arditi rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra, gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza. Però, dappoichè parve loro che potremmo esser vinti, ci assalirono, senza che gli avessimo in nulla ingiuriati. Tanto è vero che un’impensata prosperità suol condurre all’insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa; laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondo l’umano discorso sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno meglio, per così dire, respingere le disgrazie che conservar la fortuna. Egli facea certamente di mestieri che anche di prima i Mitilenei non fossero avuti da noi in maggiore onore che gli altri: così e’ non sarebbono giunti a tanto di arroganza; stante che l’uomo è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar chi l’osserva, e riverir chi tiene [179] il suo grado. Sieno adunque ora puniti condegnamente al loro delitto, nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori dell’oligarchia ed assolvere la plebe; perocchè tutti ci hanno del pari assalito, giacchè potevano ora esser rimessi in città se a noi avessero ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si unirono alla ribellione. Or ponete mente: se imporrete la medesima pena tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che ciò facciano di suo capriccio; chi pensate voi non doversi ribellare col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano? Anzi noi per ciascuna città dovrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre: e vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che in seguito ci sarebbono pervenute, e per le quali siamo potenti; e perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così quel tempo che ci bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel guerreggiare i nostri alleati.

40. «Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o coll’eloquenza a cui si affidano, o mediante il denaro, possano conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito; perocchè non ci hanno offesi involontariamente, ma ad occhi aperti hanno ordite contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario fallire: però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già prese, nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio, compassione, allettamento di parole, lenità. La compassione vuole usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo nella necessità d’esserti eternamente nemico: quanto all’allettamento delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle da sperimentarvisi, e non questa, ove la città per picciol diletto avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi. Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che all’avvenire sieno per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli stessi, [180] nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una le molte parole, dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi; operando altramente, non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che, se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente: se poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra il richiede; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni così dai pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l’onor vostro a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoichè avete scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono, pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto più che siamo stati preoccupati dalle loro ingiurie. Or coloro che senza giusto motivo oltraggiano altrui, vi insistono sino all’ultimo di lui eccidio, risguardando al pericolo che loro si prepara da un nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità di offenderlo, se egli scampa, diviene contro l’offensore nemico più feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque tradir voi stessi; ma portandovi col pensiero più dappresso che sia possibile al momento dell’oltraggio, e considerando che avreste tolto innanzi tutto di soggiogarli, rendete ora ad essi la pariglia senza punto ammollirvi del loro stato presente; nè dimenticate la sciagura che testè pendea sui capi vostri. Puniteli siccome meritano; ponete a chiaro esempio degli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati.»

41. Così parlò Cleone: ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora avanti tenne questo discorso.

42. «Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, [181] nè per lodar quelli i quali biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi: ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza; questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione: e chiunque contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è oscuro: vi ha interesse, se volendo persuadere qualche cosa di turpe, crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo, e l’udienza intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano anche di vil guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi ed i più tristi: essendochè, se accusassero solo di incapacità, l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza, piuttosto che di malignità: ma agiungendovisi la taccia di nequitoso, se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta ella priva di utili consiglieri; dove se avesse tali cittadini sforniti di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari, avvegnachè il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome deve un buon cittadino, non coll’intimorire chi sia per contradirlo; ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la miglioranza de’ suoi ragionamenti; così è richiesto ad una saggia repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli bene, ma neanche diminuirglieli: e non che punire l’oratore la cui sentenza non prevalga, non deve pure abbassarne la reputazione. Così l’oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso non approva, col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza; e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi anch’esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.

[182]

43. «Ma noi adoperiamo tutto all’opposto: anzi, di più, se v’è alcuno che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo prendiamo in avversione, e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti vantaggi. E però s’è ridotto in usanza che i buoni consigli non artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi: di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi il popolo persuadere le più funeste stranezze, non meno che di ricorrere all’artifizio, per acquistar credenza, chi fa le più utili proposizioni. Frattanto con tali circonspezioni questa è la sola città ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere l’inganno. Se vi ha chi offra palesemente un bene, ne è ricambiato col sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di affari del più gran rilievo, conviene che noi ve ne parliamo, prevedendo più lontano di voi che a breve distanza risguardate; tanto più che i nostri consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena, voi andreste più ritenuti nei vostri giudizi: laddove ora, se per capriccioso talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero concorse nell’errore.

44. «Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo ai Mitilenei: non si contende adesso, se abbiasi senno, della gravezza del loro delitto; ma del come sia prudente la nostra determinazione. In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non è per conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non torna a nostro vantaggio: nè, s’ei meritino perdonanza, che l’ottengano da voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni avvenire [183] sarà utile annestarvi la pena di morte, valendomi anch’io in opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene, sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio; essendo che il suo ragionare, che a’ termini di severa giustizia più si accomoda col vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei principii di rigoroso dritto; anzi discutiamo riguardo a noi in qual modo essi possano in seguito esserci utili.

45. «Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che questo: nondimeno gli uomini, incitati dalla speranza, vi si attentano; e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al suo conato. Conciossiachè, qual città in ribellandosi si è mai mossa a ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli alleati? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche, il fallire: nè v’è legge che valga a ritenerli: avvegnachè abbiano gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se pur modo vi fosse d’esser meno offesi dai malfattori. E pare che in antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti: ma col tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte; e pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno; dappoichè, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la potenza che coll’insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria, e gli altri stati mezzani, giusta le cupidità degli uomini, secondo che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato, strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio; questo precede, quella conseguita; questo immagina il modo di fare il colpo, quella suggerisce la facilità di felice riuscimento: ond’è che sono la causa potissima dei mali nostri; e benchè sieno invisibili prevalgono sopra le [184] pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna stessa non meno concorre a dar la pinta: perciocchè venendoci talvolta inaspettata al fianco, ella spinge al cimento chicchessia, anche con minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti le cose che ambiscono, libertà, voglio dire, ed impero su gli altri; e in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente, più di se stesso inconsideratamente presume. E brevemente, egli è cosa impossibile e argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il rigor delle leggi od altro spauracchio valga a distornela.

46. «Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro mallevadore, prendere una cattiva risoluzione; nè mettere in disperanza i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in sull’istante cancelli il loro fallo. Perocchè osservate che nel caso mio una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo all’avvenire: ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo nell’assedio, ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi? E come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità d’accordarsi) lo spendere rimanendo all’assedio, conseguire deserta quella città che espugnassimo, e così rimaner privi della rendita che in seguito ci sarebbe pervenuta, e dove consiste il nerbo delle nostre forze contro i nemici? Cosicchè non dobbiamo esser giudici esatti dei delinquenti a danno nostro, più presto che vedere come, castigandoli moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti per copia di denaro; e però brigarci di tenerle guardate non colla severità delle leggi, ma colla sopravvegghianza delle loro azioni. Noi però adopriamo tutto il contrario; avvegnachè, se soggioghiamo un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che convenga punirlo atrocemente: [185] mentre vuolsi non severamente punire gente libera quando siasi già ribellata, ma severamente guardarla innanzi che si ribelli, e prevenirla, in modo che ciò non pur le venga in pensiero; e ridotta che l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a colpa il men possibile.

47. «Ma anche per quest’altro riguardo, osservate qual grave errore commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo è a voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione, o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che ve lo abbiano indotto: di sorte che, se vi si ribelli una città, voi le andate contro avendo amica la plebe; all’opposto, se truciderete il popolo dei Mitilenei che non participò della ribellione, e che avute appena le armi vi si rese spontaneamente la città, primieramente oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocchè, in ribellando essi le città, avranno seco legato il popolo, appunto per aver voi premostrato esser destinata una medesima pena pe’ rei egualmente e pe’ non rei. Il perchè, poniamo i Mitilenei ci avessero offeso, conviene dissimulare, perchè que’ soli che ora ci restano amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello che, stando ai termini di rigoroso diritto, uccider quelli che il nostro vantaggio non consente: nè si trova possibile, come pretende Cleone, che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo caso, vadano insieme.

48. «Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il mio consiglio, per le propostevi considerazioni, di far maturamente il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che formeranno in avvenire, e già formano anche adesso, lo spavento dei nemici: conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente dirimpetto a’ nemici, [186] di chi inconsideratamente gli assalga colla prepotenza dei fatti».

49. Così parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie l’una l’altra essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni, entrarono gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire; e venuti al rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura un’altra trireme a Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d’un giorno intero e di una notte; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima dell’altra, fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo, mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e nell’olio, ed alcuni spartitamente prendevano sonno, altri remigavano. E per fortuna, non avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad uno strano affare navigando lentamente, mentre questa si avacciava così; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di pericolo vennero i Mitilenei.

50. Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di Cleone: ed erano poco più di mille‍[205]. Demolirono altresì le mura di Mitilene, e ricevettero la consegnazione delle navi: quindi, invece di imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio (eccetto quello dei Metimnei) e ne scelsero trecento da consacrarsi agli Dei‍[206]: al possedimento delle altre mandarono quei de’ loro cittadini, a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine‍[207], e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche i castelli sulla terraferma de’ quali eran padroni i Mitilenei, che di poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbo.

[187]

51. Nella medesima estate, dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa, isola situata di faccia a Megara, ove i Megaresi avevano fabbricata una torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro e da Salamina; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre, come prima‍[208], furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e corsari; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare che sporgeano in fuori da Nisea, e rese libero alle sue navi il corso tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di terraferma, per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi soccorso all’isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi giorni questo lavoro, fabbricò anche poi nell’interno dell’isola un forte per lasciarvi presidio, e partì con l’armata.

52. Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio, capitolarono co’ Peloponnesi. La cosa andò in questo modo. Avevano i Peloponnesi dato l’assalto alle mura, e quei di dentro non erano in istato di far fronte. Ma il generale spartano, tuttochè informato della loro debolezza, non voleva espugnar la città a viva forza, che tale era l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli Ateniesi, ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi acquistati con l’armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi, essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani ed accettarli per giudici; protestando che punirebbero i rei, ma nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione dell’ambasciatore: ed essi, perocchè erano all’estremo, consegnarono la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per alcuni giorni, finchè arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta dei quali non fu proposto alcun capo di accusa; ma citati i Plateesi fecero loro soltanto [188] questa domanda: «Se da che era incominciata la guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati.» Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto lungamente, e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao, e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta, i quali presentatisi parlarono così:

53. «Noi certamente, o Lacedemoni, facemmo la dedizione della città confidando di non dover sostenere cotal giudizio, ma uno più consono alle leggi, ed accettando di non esser sotto ad altri giudici che a voi (siccome lo siamo), perchè ciò credevamo il modo più sicuro ad ottenere equità. Se non che temiamo non sia ora fallito questo nostro doppio intendimento; perocchè drittamente sospettiamo che si discuta per noi la causa dell’estremo supplizio, o che voi non siate per riuscire giudici imparziali. Ce ne dà argomento non solo il non ci esser proposta querela alla quale dobbiamo contradire (mentre noi stessi abbiamo domandato la parola), ma ancora quella breve vostra interrogazione, alla quale risponder vero è nostro danno, risponder falso porta convincimento di menzogna. Laonde, ridotti in dubbiezza per ogni lato, siamo astretti, e ci par più sicuro, il non abbandonare al silenzio il nostro pericolo, avvegnachè, per chi è venuto a tale, una sola parola non detta potrebbe produrre il rammarico; che se fosse stata detta, sarebbe stata di sua salvezza. Ma per noi v’è anche di più la difficoltà di procacciarsi credenza; essendo che, se non ci conoscessimo scambievolmente, accumulando testimonianze di cui foste all’oscuro, potremmo cavarne vantaggio: ora però dobbiam parlare dinanzi a gente di tutto informata. Nè temiamo che voi mal prevenuti contro il nostro valore, perchè minore del vostro, ci imputiate ciò a delitto; ma che, mentre volete gratificare ad altrui, noi ci imbarchiamo in una causa già decisa.

54. «Nondimeno esponendo i nostri giusti titoli di difesa riguardo alle differenze coi Tebani, come ancora rispetto a voi ed agli altri Greci, faremo menzione dei servigi nostri per tentar di persuadervi. Quanto alla breve domanda «se in questa guerra abbiamo fatto alcun bene ai Lacedemoni [189] ed egli alleati» se ci interrogate come nemici, rispondiamo, non aver noi oprato ingiustamente contro di voi, se non vi abbiamo giovato; se come amici, aver voi più presto il torto, che ci portaste contro le armi. Quanto poi alla pace ed alla guerra col Medo abbiamo fatto il debito nostro; perchè quella non violammo i primi, a questa soli noi tra’ Beozii allora concorremmo con voi per la libertà di Grecia: e benchè gente di terraferma venimmo a naval combattimento con lui presso Artemisio; e nell’altra battaglia avvenuta sul nostro suolo ci unimmo a voi ed a Pausania: e se altro pericolo in quei tempi sovrastò ai Greci, di tutti partecipammo oltre le forze nostre. Ma per voi stessi, o Lacedemoni, noi spedimmo in aiuto la terza parte di nostre genti, quando dopo il terremoto, ritiratisi gli Iloti ad Itome, trovossi Sparta nel massimo sbigottimento: or questi fatti non sono da porre in dimenticanza.

55. «Tali ci gloriammo d’essere nei tempi andati e nei più grandi bisogni: e se poi vi divenimmo nemici la colpa è tutta vostra. Conciossiachè urtati dai Tebani vi richiedemmo alleanza, ma ci rifiutaste e ci confortaste a volgerci agli Ateniesi perchè vicini, mentre voi abitavate lontano: pure in questa guerra non avete per noi sofferto nulla di strano, e non eravate per soffrirlo. Se poi ai vostri inviti non volemmo staccarci dagli Ateniesi, non però vi abbiamo ingiuriato; dappoichè essi ci soccorsero, contro i Tebani, mentre voi ve ne svogliaste. Il perchè non era più onesta cosa tradir quelli che aveano meritato di noi, e che per le nostre preghiere ci avevano ricevuto nella lega, ed ascritti alla loro cittadinanza: anzi richiedeva il decoro che seguissimo prontamente i loro comandamenti. Ora nelle imprese alle quali entrambi conducete gli alleati, non sono colpevoli quei che vi seguono, se qualche cosa men che onesta facciate; ma bensì voi, che gli scorgete ad opere non buone.

56. «Tra le moltiplici ingiurie fatteci dai Tebani la non menoma è quest’ultima che voi ben sapete, e per cui patiamo questi mali. Avendo essi occupato la città nostra durante la tregua, e (che maggior cosa è) nel dì festivo del [190] mese, noi meritamente ci vendicammo per quella legge universalmente ricevuta, esser dritto respinger chi t’assalga. Nè ora, in grazia loro, noi saremmo giustamente offesi: perocchè se misurerete il diritto colla norma dei vantaggi presenti e del loro mal animo verso noi, voi sembrerete non leali estimatori del giusto, ma più presto solleciti del pro vostro. Che se adesso credete costoro esservi utili, bene assai più noi e gli altri Greci lo vi fummo, allorquando eravate in pericolo maggiore. Infatti voi ora siete il terrore di quelli che assaltate: all’opposto allora il barbaro voleva imporre a tutti il giogo della schiavitù, e questi Tebani erano con lui. Ragion dunque vuole che al fallo d’adesso (se pur v’è ombra di fallo) contrapponiate la prontezza d’allora, e troverete questa maggiore al paragone di quello, ed usata in tempi quando era ben raro chi dei Greci opponesse alcun valore alla potenza di Serse. Erano allora lodati principalmente non quelli che, per schermirsi dalle invasioni del barbaro, miravano a procacciarsi la propria sicurezza, ma quelli che affrontavano il pericolo per le più magnanime imprese. Noi intanto, stati di questi ed avuti nel primo grado di onoranza, temiamo adesso di andar perduti per quei medesimi alti sensi; noi che scegliemmo di seguire gli Ateniesi per giustizia, invece che voi per interesse. Eppure fa di mestieri mostrare di sentir lo stesso sopra gli stessi oggetti, e null’altro credere nostro vantaggio se non quello che ci è comune coi bravi alleati, solo che essi sempre ci sappiano grado del nostro valore, e resti consolidata per noi l’utilità presente.

57. «Osservate inoltre che dinanzi al maggior numero dei Greci siete reputati l’esemplare della probità‍[209]. Che se ingiustamente giudicherete di noi (nè questo giudizio rimarrà ignoto, perchè voi che avete nomea dovrete sentenziar noi che non siamo vituperevoli) badate non disapprovino che intorno a gente dabbene, voi (sebbene anche migliori) abbiate deliberato qualche cosa che denigri la fama vostra, e che ai pubblici templi si veggano appese le spoglie tolte a noi che meritammo di Grecia. [191] Farà raccapriccio che i Lacedemoni abbiano devastato Platea, e che, laddove i padri vostri pel valore di lei ne scolpirono il nome sul tripode di Delfo, voi, per compiacere ai Tebani, l’abbiate con tutti i suoi cittadini cassata dal corpo intero dei Greci. A tanto di sciagura, perdio! siam venuti, che allora, vincendo i Medi, saremmo periti; ed ora dinanzi a voi un dì nostri amicissimi, siamo messi al di sotto dei Tebani: cosicchè due grandissimi cimenti abbiam sostenuto, uno dianzi di morir di fame se non avessimo reso la città, l’altro ora d’esser processati di morte. E noi Plateesi, solleciti sopra le forze nostre per il vantaggio dei Greci, siamo turpemente da tutti ributtati deserti e tapini: nissuno ci soccorre degli alleati d’allora; anzi di voi stessi, o Lacedemoni, unica nostra speranza, temiamo che non stiate saldi per noi.

58. «Ciò non pertanto confidiamo, nè fuori di ragione, che in rispetto degli Dei testimoni allora dell’alleanza, e in rispetto del valor nostro a pro dei Greci, voi vi piegherete e muterete pensiero, tuttochè prevenuti alcun poco per i Tebani: che in cambio chiederete loro il favore, di non dover voi stessi uccidere quelli cui uccidere si disdice, acciocchè riscuotiate così un’onesta compiacenza invece che turpe; ed acciocchè, col gratificare altrui, non siate in contraccambio notati di perversa viltà. Conciossiachè è cosa leggera il trucidare i nostri corpi, ma eccede ogni fatica il cancellarne l’infamia; perchè in noi non punirete drittamente dei nemici, ma dei benevoli che di necessità vi guerreggiarono. Riflettete prima di tutto che siam venuti in poter vostro resici spontaneamente e sporgendo a voi le mani (rito per cui è interdetto ai Greci trucidar chi lo pratichi); e che inoltre abbiam costantemente meritato di voi: per lo che, francheggiando le nostre persone, oprerete da giudici religiosi. Volgetevi a mirare le tombe dei padri vostri, che uccisi dai Medi e sepolti nel nostro suolo noi pubblicamente ciascun anno onoravamo di vestimenta e d’ogni maniera di esequie‍[210]. Per noi le primizie di tutto ciò che le nostre campagne producono nelle stagioni alterne erano loro offerte, non [192] solo di buon grado come tratte da terra ad essi cara, ma ancora, come alleati ai già nostri commilitoni. Del che voi fareste il contrario non drittamente deliberando. Vedete! Pausania diede lor sepoltura giudicando depositarli in terra amica e appresso genti medesimamente amiche: ma se voi ci ucciderete, e di plateese ridurrete tebano il suolo, che altro farete se non lasciare in terra nemica e presso i loro uccisori i vostri padri e congiunti privi delle onoranze che or godono? Senza di che, vi basterà egli il cuore di assoggettar quella terra ove i Greci conseguirono la libertà? Disertare i templi di quei Numi, cui invocando, disfecero i Medi? Abolire i patrii sacrifici di coloro che questi templi stessi fondarono ed inalzarono?

59. «Egli non sarebbe, o Spartani, della gloria vostra l’adoprar così, nè il deviare dall’osservanza comune tra i Greci e dal rispetto ai maggiori; nè per soddisfare a straniera nimistà uccider noi che non vi abbiamo offeso, e che vi abbiamo beneficati. Anzi è richiesto al decoro di voi perdonare e piegar l’animo ai pensieri di discreta commiserazione, ponderando non solo l’atrocità dei mali che aremmo a soffrire, ma di più chi siamo noi che li soffriremmo; e quanto stia in bilico la sciagura, su chi mai piombar possa, anche immeritamente. E noi, come conviene allo stato nostro e come necessità ci spinge, alzando le nostre voci agli Iddii che su i medesimi altari si onorano dal comune dei Greci, li preghiamo a persuadervi di queste cose, intanto che vi richiamiamo alla memoria i giuramenti giurati dai padri vostri. Vi supplichiamo pei sepolcri dei padri, invochiamo i trapassati per non esser consegnati ai Tebani nostri capitali nemici, amorevolissimi come siamo verso quei valorosi. Rammentiamo quella famosa giornata in cui con essi facemmo le più chiare prove, mentre in questa d’oggi corriamo rischio di soffrire gli estremi mali. Ma sul finire del nostro discorso (momento indispensabile ed il più doloroso a chi è in simil frangente, perchè conseguita dappresso il pericolo della vita) protestiamo che non rendemmo la città ai Tebani, perocchè aremmo innanzi tolto di morir della morte più turpe, [193] della morte di fame, ma bene a voi la rendemmo, abbandonandoci alla fede vostra. Se dunque non vi muovono le nostre ragioni, egli è giusto che ci rimettiate nel pristino stato, e ci lasciate sceglier quel pericolo che ci incontrerà. Sieno, o Lacedemoni, le ultime nostre parole queste; che non siamo dati in balìa dei Tebani, nostri capitalissimi nemici, noi Plateesi già del bene di Grecia sollecitissimi, noi vostri supplichevoli strappati dalle mani vostre e dalla vostra fede, ma anzi siateci salvatori: nè sia vero che mentre tornate in libertà gli altri Greci, vogliate ora perder noi interamente.»

60. Così parlarono i Plateesi. E i Tebani, temendo che i Lacedemoni si ammollissero alcun poco per le parole di quelli, si fecero avanti e dichiararono, che siccome ai Plateesi, fuori della loro opinione, era stato accordato parlare più a lungo di quel che si richiedesse per rispondere alla domanda, così essi pure intendevano di essere ascoltati. Avutane la permissione parlarono così.

61. «Noi non avremmo domandato la parola, se anch’essi all’interrogazione fatta avessero brevemente risposto; se non si fossero rivolti a noi per farci accuse; e se non avessero accumulato di se stessi apologie e lodi fuor di proposito senza che alcuno avesse lor mossa querela, e sopra cose onde veruno gli avea vituperati. Ora pertanto tocca a noi di ribatter le prime e confutar le seconde, perchè essi non si avvantaggino della mala opinione contro di noi, nè della loro reputazione: e perchè voi possiate decidere udito il vero di entrambi. Le controversie nostre mossero in principio da questo: che avendo noi fondato Platea dopo le altre città della Beozia, ed insieme più altri castelli che ritenevamo, cacciatone l’accogliticcia gentaglia che li abitava, costoro disdegnavano di star subordinati a noi, secondo che erasi innanzi convenuto. E perchè noi volemmo astringerveli, essi soli tra i Beozii trasgredendo ai patrii statuti, si accostarono alla parte degli Ateniesi, e congiunti con essi ci menarono molti danni, dei quali furono per noi ricambiati.

[194]

62. «Ma poichè il barbaro venne contro la Grecia, dicono essi soli tra i Beozii non essere stati fautori del Medo, e di ciò principalmente menano vanto, e noi svillaneggiano. Or noi confessiamo sibbene ch’e’ non furono partigiani del Medo da che nè gli Ateniesi puro lo furono: ma per egual modo, quando gli Ateniesi andavano contro i Greci, essi soli tra i Beozii li favoreggiarono. Del resto osservate lo stato di amendue quando operammo così. La città nostra allora per avventura non era ordinata a reggimento oligarchico bilanciato dalle leggi, nè a governo popolare; ma, ciò che è contrario alle leggi stesse, al buon ordine e vicinissimo al dispotismo, pochi imperiosi magnati erano al timone dello stato. Costoro, perchè confidavano meglio confermare la lor privata grandezza, qualora vincesse il Medo, contenendo forzatamente la moltitudine, lo introdussero in città: ma l’universalità dei cittadini fece questo senza essere in potere di sè; e non è giusto che ella venga incolpata di quello in che fallò nel silenzio delle leggi. Però, dappoichè partì il Medo ed ella riassunse le proprie leggi; quando in seguito gli Ateniesi si mossero e si ingegnavano ridursi a devozione il rimanente di Grecia non che il territorio nostro, di cui, a cagione delle fazioni, già occupavano gran parte; vuolsi esaminare se combattendoli e vintili a Cheronea noi liberammo la Beozia, e se ora prontamente ci uniamo a liberare gli altri, somministrando cavalli e fornimenti d’ogni maniera quanti nissun altro degli alleati. Queste sono le nostre discolpe in ciò che spetta al Medo.

63. «Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi, o Plateesi, avete maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo è maggior d’ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi: dovevate dunque condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi), atteso che già contro il Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, [195] della quale menate sì gran vanto. Dessa era certamente bastevole a divertir noi da voi, e (che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era vergogna tradir dei benefattori: ma vergogna e ingiustizia maggiore era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste, piuttosto che i soli Ateniesi; dappoichè questi mettevano in ischiavitù la Grecia, quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi in contraccambio un egual benefizio, nè scevro d’infamia: poichè, a dir vostro, invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed avete poi cooperato con loro quando offendevano gli altri. Eppure il non ricambiar altrui di pari benefizi è vitupero maggiore, che negar quelli i quali, tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni, rendendoli, da nota di malignità.

64. «Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non favoreggiare il Medo, non già per riguardo dei Greci, ma solo perchè non lo favoreggiavano gli Ateniesi. E voi che allora voleste operare d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato a pro degli Ateniesi? Ma ciò non è giusto; anzi come allora sceglieste gli Ateniesi, così abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni giuramenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi; conciossiachè vi rinunciaste, e, senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme con voi, in cambio che farvi ad impedirlo: e per giunta ciò faceste spontaneamente, vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l’ultimo nostro invito (prima che foste attorniati dalle fortificazioni) col quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle due parti. Chi dunque l’odio di tutti i Greci merita più giustamente che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore? Voi, i quali avete ora dimostrato [196] che quel po’ di bene che, siccome dite, allora faceste non era vostro retaggio; che anzi per opposito quelle cose a cui mirava l’animo vostro sono state redarguite nel vero; essendochè seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.

65. «Quanto poi a ciò che concerne l’ultima ingiuria che dite aver ricevuta (d’essere noi cioè venuti fuori d’ogni legge contro la città vostra durante la tregua e nel dì festivo del mese), noi facciamo stima di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo di propria volontà alla città vostra, avessimo combattuto e guastato da nemici il territorio, saremmo dalla parte del torto: ma se cittadini tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono spontaneamente, intendendo di cessarvi da una straniera alleanza, e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozii, in che peccammo noi? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito: perciocchè essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, ci apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole non già nemico. Volevano che i più malvagi tra voi non diventassero anche peggiori; che i migliori avessero quel che meritavano: e così facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de’ vostri corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad un sol parentaggio, non render veruno nemico a chicchessia, e tutti comprendere nei patti.

66. «Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozii si accostasse a noi: e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste tranquilli. Ma poscia spiato che noi eravam pochi (forse che vi parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza il consentimento del popolo), non [197] però ci retribuiste di pari modo coll’astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto ci duole di quelli che nel conflitto uccideste (attesochè per una tal legge patirono ciò), ma l’aver trucidato contro ogni dritto quei che presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più li avreste uccisi, non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò, dopo aver commessi in un attimo tre misfatti, cioè violato l’accordo, morti i nostri dopo il fatto, e mentito della promessa fattaci di non ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena? No perdio! ove costoro drittamente deliberino: ma di tutte queste scelleratezze sarete puniti.

67. «Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi giustamente li condannerete, e che noi ci siamo per sacrosanto diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso; ma a chi falla turpemente, duplicargli la pena; perchè contro sua natura ha peccato. Nè vagliano a loro pro i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamento. Conciossiachè noi all’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia; parte, ed erano questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra gli uomini che a torto patiscono; ma quelli cui bene sta siccome ad essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente abbandono tutto procede da essi: perchè spontaneamente rigettarono i migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi gli avessimo per l’innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle cose più per odio [198] che per giustizia: e sono ora condotti a tale che non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già come essi vociferano, nell’atto di sporgervi le mani di mezzo alla battaglia, ma dopo che per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete adunque, o Lacedemoni, agli statuti dei Greci violati da costoro, e retribuite a noi fuor d’ogni legge offesi un favore rispondente alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl’Iddii che noi abbiamo a soffrire una ripulsa dinanzi a voi: ponete ad esempio pei Greci, che voi sarete per prepor loro gare non di discorsi ma di azioni; le quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione; se difettuose, i discorsi abbelliti col lenocinio delle parole non sono altro che un velame che le nasconde. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti.»

68. Di tanta forza fu l’arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni avvisavano che in quella domanda, se durante questa guerra avessero ricevuto alcun bene dai Mitilenei, — troverebbero il loro vantaggio: sì perchè avevano in altro tempo fatto loro quella sì speciosa richiesta di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti anticamente con Pausania dopo la ritirata del Medo; sì perchè anche posteriormente, prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali. E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con essi in alleanza, li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro — se avessero, nel corso della guerra fatto nulla di bene agli Spartani e agli alleati —: qualora dicessero di no, li menavano a morte senza averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento; degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e fecero schiave le donne. I Tebani poi concessero per circa un anno la città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano banditi; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi. Ma poi demolironla ed [199] agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato, che aveva in giro due ordini di piani, e v’impiegarono i tetti e le imposte de’ Plateesi. Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano dentro le mura, fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi. Pubblicato poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo coltivavano. Forse, anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati dai Plateesi per amor dei Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla guerra, allora allora incominciata. Così finirono le cose de’ Plateesi l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.

69. Ma le quaranta navi de’ Peloponnesi andate in soccorso de’ Lesbii, mentre che perseguitate dalle Ateniesi fuggivano per alto mare, erano state sbalzate dalla tempesta vicino a Creta: donde giunte sparpagliate a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Cillene tredici navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocchè gli Spartani, dopo fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta, con l’intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.

70. Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni, dappoichè erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma effettivamente, perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’ Corintii. Costoro con segreti maneggi introducendosi presso ciascun cittadino adopravansi a ribellare la città dagli Ateniesi. Arrivano intanto una nave attica ed una corintia con ambasciatori, e tenutasi adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi. Pitia, volontario [200] ospite‍[211] degli Ateniesi e capo dei popolani, fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii, accusandolo che volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto, fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi, dichiarando che e’ tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di Alcino‍[212]. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione della gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi, per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era uno de’ senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato, ed insieme ragguagliati che Pitia, fino a che durasse ad essere senatore, vorrebbe indurre la plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si ristrinsero insieme, e con de’ pugnaletti entrati improvvisamente in senato, uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta. Alcuni pochi dell’opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla trireme attica che ancora non era partita.

71. Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere il miglior partito e il più valevole a salvarli dal servaggio di Atene; doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per nemico un maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati per dar ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro vantaggio; e per indurre quei che là si erano rifugiati, a non darsi briga inopportunamente a fine di evitare così ogni turbamento.

72. Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in Egina. In questo, arrivata a Corfù una trireme corintia con gli ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio degli affari assalgono la fazione popolare, e rimasero superiori nel conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella [201] rocca e nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.

73. Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi; agli altri, ottocento ausiliari di terraferma.

74. Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria del popolo, superiore per fortezza de’ siti e per numero. Le donne stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case, e sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo della vittoria scagliatosi contro l’arsenale, se ne facesse padrone e li trucidasse; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla nè alle proprie nè alle altrui; di modo che molte robe de’ mercanti andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la città intera, se all’incendio si fosse aggiunto vento che spirasse verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia, essendo la vittoria stata del popolo, furtivamente fece vela, e la maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.

75. Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici navi e cinquecento Messenii di grave armatura. Propose egli pratiche di accordo; e induce le due parti a doversi contentare che fossero processati soli dieci fra i più colpevoli (i quali non patirono di rimanere), e di lasciare il resto a casa sua; sivveramente che si accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della parte contraria si trovassero [202] meno in istato di far movimenti; ed essi ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato vi acconsentì, ed essi destinavano per queste navi quei della parte contraria; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono nel tempio del Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire, e ne li confortava, ma non fu obbedito: di che il popolo colta questa occasione, come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di Nicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse via dalle case quelle degli avversari; e ne avrebbe trucidati alcuni ne’ quali s’imbattè, se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito che e’ non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl’induce ad alzarsi, e li trasporta nell’isola di faccia al tempio stesso di Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.

76. In questo scompiglio di cose, quattro o cinque giorni dopo il trasporto di coloro nell’isola, arrivano da Cillene (ove dopo il ritorno dall’Ionia erano di stazione) le cinquantatre navi de’ Peloponnesi, capitanate come prima da Alcida, con cui navigava Brasida destinatogli a consigliere. Diedero queste fondo a Sibota, porto di terraferma, e sul far dell’aurora fecero vela contro Corfù.

77. I Corfuotti, benchè in grande agitazione, e intimoriti delle cose di città, e dell’avanzarsi della flotta nemica, pure ad un’ora stessa preparavano sessanta navi, e a mano a mano spedivano quelle armate contro a’ nemici, quantunque gli Ateniesi li confortassero, che dovessero lasciar loro mettersi in mare i primi, e poi sopravvenire essi alla coda con tutte insieme le navi. Le quali non furono sì tosto giunte sparpagliate in faccia al nemico, che due immediatamente passarono dalla parte di lui, e le ciurme che erano in su l’altre contendevano fra loro in modo, che tutto faceasi alla rinfusa. Onde accortisi i Peloponnesi di cotal confusione si misero in ordinanza con venti navi contro a’ Corfuotti, e colle rimanenti contro le dodici navi [203] degli Ateniesi, due delle quali erano la Salaminia e la Paralo.

78. I Corfuotti, che caricavano il nemico colle navi disordinate e spartite, erano dal lato loro in gran travaglio. Gli Ateniesi, temendo della moltitudine nemica e d’esser colti in mezzo, non investivano colla flotta serrata insieme la squadra che avevan di fronte, e si riguardavano da urtarla nel centro; ma corsile addosso di fianco, affondano una nave: indi presa ordinanza circolare giravano attorno al nemico per provare di scompigliarlo. Di che accortisi quei che erano di contro a’ Corfuotti, e temendo non accadesse ciò che era accaduto a Naupatto, accorrono in soccorso; e così riunite le navi si scagliano tutti insieme su gli Ateniesi. Questi cominciavano a retrocedere, senza voltar faccia, remigando di sulla poppa; e ritirandosi il più lentamente possibile intendevano di operar sì che le navi de’ Corfuotti fossero in tempo a sottrarsi, intanto che essi sostenevano il nemico schierato contro di loro. Per questo modo fu combattuta questa battaglia navale, che finì sul tramonto del sole.

79. Temettero i Corfuotti che i nemici, seguendo l’impeto della vittoria, non spingesser la flotta contro la città, per ripigliar quei ch’erano stati messi nell’isola, o fare qualche altra innovazione. Il perchè tragittarono nuovamente nel tempio di Giunone quelli dell’isola, e tenevano guardata la città. Ma i Peloponnesi, con tutto che vincitori, non furono osi di navigare contro la città; e colle tredici navi prese a’ Corfuotti tornarono al luogo di terraferma donde avevano fatto vela. Il dì seguente, quantunque la città di Corfù fosse in gran confusione e timore, non punto meglio però navigarono alla volta di essa, comecchè Alcida ne fosse consigliato, siccome narrasi, da Brasida che non aveva autorità eguale a lui; anzi fecero scala al promontorio di Leucimna, e devastarono le terre.

80. In questo stato di cose i popolani di Corfù, entrati in gran paura del ritorno delle navi nemiche, conferirono co’ supplichevoli ch’erano nel tempio di Giunone, e con gli altri oligarchici, del modo onde potrebbe salvarsi la [204] città. Persuasero alcuni di quelli a montar le navi, attesochè nonostante le turbolenze ne avevano armate trenta, aspettandosi che ricomparirebbe l’armata nemica. Ma i Peloponnesi, dopo aver guastato la campagna fino a mezzogiorno, se n’eran partiti; e sul far della notte compresero per i segnali di fuoco che sessanta navi degli Ateniesi si avanzavano da Leucade contro di loro; le quali con l’ammiraglio Eurimedonte di Teucle erano state spedite da Atene, quando s’intese che Corfù era in tumulto, e che vi doveva andare la flotta di Alcida.

81. Adunque i Peloponnesi appena notte si affrettavano di tornare a casa radendo la costa; e trasportate le navi sopra l’istmo di Leucade‍[213], per non essere osservati nel farne il giro, si riconducono in patria. I Corfuotti udito che le navi attiche si avvicinavano, e che quelle de’ nemici se n’erano andate, accolsero ed introdussero in città i Messenii restati prima di fuori. Ordinarono alle navi che avevano armate di volteggiare dinanzi al porto Illaico‍[214]; ed intanto che queste girarvanlo intorno, essi uccidevano qualunque della parte contraria capitasse loro nelle mani; e cavando per forza dalle navi coloro cui avevano indotti a montarle, li trucidavano. Entrarono medesimamente nel tempio di Giunone, e persuasero da cinquanta di quelli che vi erano rifuggiti a sottomettersi a giuridico processo, e li condannarono tutti a morte. La maggior parte però di quei supplichevoli che non si erano lasciati svolgere, vedendo come le cose procedevano, si uccidevano l’un l’altro ivi nel tempio stesso; alcuni appiccarono se medesimi agli alberi; altri poi si toglieano di vita in quel modo che ciascuno poteva. E ne’ sette giorni che Eurimedonte dopo il suo arrivò vi si fermò con sessanta navi, i Corfuotti uccidevano quei ch’e’ credevano di parte contraria, dando loro la colpa di sovvertitori dello stato popolare. Alcuni poi furono uccisi per private nimicizie, altri dai debitori che avevan preso denaro in prestanza. Fuvvi insomma ogni genere di morte; nessuna reità fu pretermessa come in simili perturbazioni suole accadere, ed anche delle più inusitate. Imperciocchè il padre uccideva il [205] figliolo, e la gente divelta dai templi era lì dappresso ammazzata; ed alcuni furono persino murati dentro al tempio di Bacco, e così morti. Cotanto progredì quella sedizione crudele, che tale pare anche più, perchè nel corso di queste cose ella era stata la prima.

82. Conciossiachè nel tempo appresso Grecia tutta fu, a così dire, in sollevazione, regnando dovunque le sette fra i caporani del popolo ed i fautori dell’oligarchia, stante che quelli gli Ateniesi, questi i Lacedemoni volevano chiamare‍[215]. E perocchè in tempo di pace non avrebbono avuta onesta cagione nè bramosia di invitarli a sè, così, rotta omai la guerra, ben di leggeri in ambe le parti occorrevano alla mente dei novatori adescamenti valevoli a procacciarsi alleanza per nuocere alla fazione avversa, e con ciò stesso avanzare ad un’ora il proprio potere. Duranti le sedizioni piombarono su le città molte e gravi calamità, che di continuo accadono e sempre accaderanno sino a che sia la medesima la natura degli uomini; tuttochè più violente o più miti e diverse nella spezie, secondochè cederanno le particolari mutazioni dei fortuiti eventi. Imperocchè quando è pace e gli affari prosperano, le repubbliche ed i privati hanno più sano giudizio, perchè non s’imbattono in imperiose necessità: ma la guerra diminuendo a poco a poco l’affluenza di ciò che giornalmente bisogna alla vita, è un maestro violento, e conforma l’indole della moltitudine secondo il presente stato delle cose. Ardeva adunque la sedizione nelle città; e quelle che più tardi tumultuavano, appunto per l’udita delle cose già avvenute, studiavansi di sorpassare le prime coll’immaginar nuovi pensieri, o ritrovare artificiosi modi dell’assaltare gli altri, ed inusitati supplizi. Il consueto significato dei vocaboli a dinotare le cose lo cambiavano giusta il loro arbitrare: sendochè l’inconsiderata audacia, amichevole coraggio; il cauto indugio, travisata timidità; la moderazione, immascherata viltà; la prudenza in checchefosse, assoluta ignavia nominaronsi. All’incontro poi la forsennata precipitanza si annestava all’essere di valoroso; la circospezione nel deliberare, bel pretesto a trarsi d’impaccio [206] reputavasi. Ciascun malcontento sempre creduto; chi lo contraddicesse, sospetto; accorto, chi riuscisse nelle sue trame; più astuto, chi sottomano una ne ordisse per accalappiare il primo; chi provvedesse in modo da non fargli bisogno di ricorrere a tali cose, era detto un distruttore d’ogni società, un trasecolato dai nemici. E brevemente, qualunque prevenisse chi mulinava alcun danno o sobillasse chi neanche vi pensava, erane commendato. I parenti inoltre erano reputati più stranieri che i compagni‍[216], stante che questi erano più prontamente audaci, messo a parte ogni pretesto. Infatti le combriccole di costoro non erano per giovarsi delle veglianti leggi, ma per sopraffare altri, mandando in un fascio quelle che vigevano. La fiducia da aversi scambievolmente non veniva confermata pel rito religioso, ma per la complicità dei misfatti: le oneste profferte della fazione contraria non per generosità approvavano, ma quando scorgessero che coll’addarvisi resterebbero superiori: il ricambiar di vendetta era avuto in maggior pregio che il non esser di prima offeso. I giuramenti di riconciliazione, se alcuni ve ne furono, valevano per il momento, per l’impossibilità di quei che li facevano, i quali d’altronde non avevano forze: ma all’occasione, chi primo fosse ad usare ardire, qualor vedesse il nemico inerme più volentieri si vendicava durante la fiducia di lui, che alla scoperta; sì perchè calcolava così la propria sicurezza, sì perchè, sgaratolo artatamente, riportava il vanto di accortezza. Conciossiachè si chiamano più facilmente scaltri molti scellerati insieme, che semplici i buoni; anzi di questo nome gli uomini si vergognano, di quello si gloriano. Di tutte queste sregolatezze era cagione la sete del comando che da ambizione e da orgoglio procede; dalle quali due pesti trae origine l’ardimento di quelli che nelle sette si mettono in contrasto. Essendochè nelle città i capi delle fazioni, gli uni collo specioso pretesto di preferire la politica uguaglianza popolare, gli altri un discreto reggimento di pochi, aiutavano in nome la cosa pubblica, ma in fatto facevano mercato di essa. Il perchè contrastando al postutto di sgarare l’uno [207] l’altro, osavano e compivano le più orribili cose, aggravando le pene non secondo la regola della giustizia o il vantaggio della Repubblica, ma secondo che le determinava il capriccio che entrambi ne avevano. Non esitavano di empier le loro presenti cupidità, sia col condannare altrui con ingiusto suffragio, sia col procacciarsi armata mano, superiorità; di sorte che ambe le fazioni nissun riguardo avevano alla religione; ma quelli cui accadesse, con ispeziosità di parole di fare un bel colpo erano i più reputati; dove i cittadini che tenevano la via mezzana tra ambe le parti venivano nondimeno trucidati, o per non aver dato mano ad una, o per invidia di vederli fuori del tafferuglio.

83. Così a cagione delle sedizioni prese piede in Grecia ogni maniera di scelleratezza. La ingenuità (dote principale di un animo nobile) derisa sparì; all’opposto il ridurre la mente in reciproca gara di diffidenza di gran lunga prevalse; non più sicuranza di parole, non più timore di giuramento a terminar queste ruggini: cosicchè trovando universalmente più forti ragioni a disperare di ritrovar fiducia, premeditavano piuttosto il modo di non essere offesi, di quello che potessero indursi a fidarsi di chicchessia. I più imbecilli d’ingegno d’ordinario scampavano; stante che temendo della propria insufficienza e dello scaltrimento dei nemici, per non essere sopraffatti dalla loro facondia, e per non essere i primi condotti nella rete dagli agguindoli del loro ingegno, mettevansi ad operare alla sventata. Gli altri poi che reputavano viltà anche il solo farsi a subodorare le trame altrui, e credevano non esser bisogno di afferrar con mano ciò che potevano raggiunger con l’accortezza, privi di difesa più di leggeri venivano oppressi.

84. In Corfù adunque prima che altrove furono commesse la maggior parte di queste malvagità non solo, ma quante mai un popolo comandato con orgoglio piuttosto che con moderanza da quei che lo hanno afflitto, ne può commettere per contraccambio di vendetta; e quante altre mai contro ogni giustizia sono pronti ad approvare [208] non solo quelli che bramano distrigarsi dalla consueta miseria, massime se desiosi delle cose altrui per le calamità in cui trovansi, ma quelli ancora che, non tanto per cupidigia di soverchiare, quanto specialmente per principio di uguaglianza, dieno addosso al nemico; e trasportati più del giusto da trasmodata ira, v’insistano con crudeltà inesorabile. Perturbato in questo tempo nella città ogni ordine della vita, la natura dell’uomo inchinevole a delinquere contro le leggi, fatto di esse tutte un fascio, fu ben paga di mostrarsi inabile a frenar le passioni, superiore a tutto ciò che sapesse di giustizia, e nemica di chi fosse da più. Conciofossechè in una situazione politica ove la gelosia di parte non avesse avuto forze da nuocere, non avrebbono preferito a quanto v’ha di più sacro la vendetta, nè al rispetto degli altrui dritti il guadagno. Tanto è vero che le comuni leggi riguardanti questi punti per le quali a chicchessia, trovandosi oppresso, resterebbe speranza di salvezza, gli uomini nel bollor della vendetta non guardano a distruggerle ed abolirle tutte, poniamo anche che alcun di loro venir possa in tal pericolo da aver bisogno di esse.

85. Tali pertanto furono i rancori con cui prima degli altri si afflissero scambievolmente i Corfuotti di città. Eurimedonte e gli ateniesi partirono con la flotta. Appresso, i fuorusciti di Corfù, dei quali erano scampati intorno cinquecento, occuparono le fortezze di terra ferma, rimaser padroni delle loro terre di là dal mare, donde uscivano per depredare quei dell’isola, e vi facevano danni considerabili; talchè nacque nella città forte carestia. Spedivano altresì de’ legati a Sparta e a Corinto circa il rimpatriare: ma come non ottenevano nulla, qualche tempo dopo allestito delle navi e soldati ausiliari, presso seicento in tutti, tragittarono nell’isola. Arsero quindi le navi acciò non restasse altra speranza che nell’impadronirsi del luogo; e saliti sul monte Istone vi si fabbricarono dei forti; e così padroni della campagna molestavano grandemente quei di città.

86. Sul finire della medesima estate, venuti a guerra i [209] Siracusani e i Leontini in Sicilia‍[217], gli Ateniesi vi spedirono venti navi, capitanate da Lachete di Melanopo, da Careade di Eufileto. Erano in lega co’ Siracusani, se si eccettuino i Camarinei, tutte le altre città doriche‍[218] le quali sin dal primo incominciamento delle ostilità si erano collegate con gli Spartani, ma non erano concorse alla guerra con essi. Stavano per i Leontini le città calcidiche e Camarina‍[219]. In Italia i Locresi erano co’ Siracusani; coi Leontini quei di Reggio, perchè del medesimo sangue. Gli alleati adunque de’ Leontini spedirono ad Atene‍[220], e tra per l’antica alleanza e perchè discendevano dagli Ioni, inducono gli Ateniesi a dovere inviar loro navi giacchè erano bloccati da’ Siracusani per mare e per terra. Gli Ateniesi poi spedirono le navi col pretesto della parentela; ma in effetto intendevano d’impedire che di là si conducessero i frumenti nel Peloponneso, e di fare il primo tentativo se fosse possibile di sottomettersi la Sicilia. Fermatisi dunque a Reggio d’Italia facevano la guerra insieme co’ loro alleati, e finiva l’estate.

87. Sopravvenendo l’inverno la pestilenza, che sebbene avesse fatto qualche tregua non era però mai cessata affatto, assalì di nuovo gli Ateniesi. Questa seconda volta ella durò bene un anno, dove la prima non meno di due; talchè non vi è disastro che abbia più di questo oppresso gli Ateniesi e infievolitane la potenza; perocchè nei loro eserciti mancarono meglio di quattromilaquattrocento soldati di grave armatura, e trecento di cavalleria. Il numero poi dell’altra moltitudine non si può rinvenire‍[221]. Furonvi inoltre frequentissimi i terremoti sì in Atene che nella Eubea e tra’ Beozii, specialmente ad Orcomeno.

88. Questo medesimo inverno gli Ateniesi in Sicilia uniti co’ Reggini andarono con trenta navi contro le così dette isole di Eolo, attesa l’impossibilità di andarvi ad oste d’estate, per la mancanza delle acque‍[222]. Le posseggono i Liparesi che sono coloni degli Gnidi, ma ne abitano una sola, non grande, chiamata Lipari, dalla quale escono per coltivare le altre, Didima, Strongila e Iera. [210] La gente di quei luoghi crede che in Iera eserciti Vulcano l’arte del fabbro, perchè ella si vede di notte mandar fuori gran fuoco, e di giorno fumo. Giacciono queste isole in faccia alla costa de’ Siculi e de’ Messinesi, ed erano nella lega de’ Siracusani. Gli Ateniesi ne corsero la campagna, ma poichè elle non facevano vista di rendersi, rinavigarono a Reggio; e finiva l’inverno e l’anno quinto di questa guerra descritta da Tucidide.

89. Al venire dell’estate i Peloponnesi, e i loro alleati, sotto la condotta di Agide figliolo di Archidamo re degli Spartani, arrivarono fino all’istmo, risoluti di assaltar l’Attica; ma essendo accaduti molti terremoti, voltarono indietro, e fu frastornato l’assalto. Quasi al tempo stesso, a causa dei terremoti che persistevano tra gli Orobii dell’Eubea, il mare ritirossi da quel punto che allora era terra, e gonfiatosi con gran fiotto rivenne sopra un quartiere della città, e parte sommerse, parte lasciò asciutto; che però è adesso mare quel che prima era terra: talchè morirono tutti quelli che non furono in tempo a correr su le alture. Medesimamente ad Atalanta, isola appartenente a’ Locri Opunzii, avvenne altrettale inondazione che rovinò parte del forte degli Ateniesi, e scassinò una delle due navi che vi erano tirate a secco. Fuvvi altresì a Pepareto una forte marea ma non fece allagamento. Parte delle mura ed il Pritaneo con altre poche case furono sprofondate dal terremoto; il quale è a mio credere di tali fenomeni la causa; e dove è più violento, ivi rimuove furiosamente il mare, che in un attimo risospinto indietro produce più violenta inondazione: caso che senza terremoto credo impossibile che si dia.

90. Nella estate medesima diversi popoli guerreggiavansi in Sicilia, come a ciascuno occorreva; e principalmente combattevano i Siciliani tra loro propio, e gli Ateniesi uniti co’ loro alleati: ma io non rammenterò che quelle cose le quali soprattutto meritano d’essere menzionate, e le quali adoperarono gli Ateniesi con gli alleati, o furono dagli avversari operate contro gli Ateniesi. Dico adunque, che poichè dai Siracusani fu morto in guerra [211] Careade generale degli Ateniesi, Lachete, avendo il comando dell’intera flotta, portò con gli alleati le armi contro Mila‍[223] de’ Messinesi. Erano di guarnigione in Mila due insegne di Messinesi, ed avevano teso agguati alle truppe sbarcate dalle navi ateniesi. Ma questi con gli alleati fugano la gente dell’imboscata, molti tagliano a pezzi; investono il forte, ed obbligano quei che eran dentro a rendere per trattato la rocca, e ad unirsi con loro per andar contro Messina. Dopo di che i Messinesi medesimi, al presentarsi degli Ateniesi co’ loro alleati, si arresero col patto di consegnare ostaggi, ed offrire ogni altra guarentigia.

91. Nella medesima estate gli Ateniesi spedirono attorno al Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Demostene‍[224] figliolo di Alcistene e di Procle di Teodoro; ed altre sessanta a Melo con duemila soldati di grave armatura capitanate da Nicia di Nicerato. Volevano essi soggettarsi i Melii che sono isolani, i quali non intendevano nè di obbedire nè di entrare nella loro lega. Ma visto poi che con tutto il guasto dato alla loro campagna e’ non si arrendevano, fatta vela da Melo navigarono per alla volta di Oropo‍[225] situato sulla costa di faccia a Melo. Vi diedero fondo sul far della notte, e subito le milizie gravi scese dalle navi marciarono per terra a Tanagra della Beozia. Fu dato il segnale, e il popolo di Atene a stormo andò per terra ad incontrarle al medesimo luogo, guidato da Ipponico di Callia‍[226], e da Eurimedonte di Teucle. Accampatisi nel territorio tanagrese il giorno stesso vi diedero il guasto e vi pernottarono. Il giorno dipoi superarono in battaglia i Tanagresi, che avevano fatto una sortita insieme con alcuni Tebani venuti loro in rinforzo, a’ quali tolsero pur le armi: alzato poscia il trofeo, la gente di Atene ritornò a casa e i soldati alle navi. Nicia procedendo marina marina con le sessanta navi depredò le costiere della Locride, e tornossene a casa.

92. Circa il medesimo tempo gli Spartani fondarono la colonia di Eraclea nella Trachinia con quest’intenzione. Tutti i Meliesi sono divisi in tre parti, Paralii, Ierei e Trachinii. [212] Or tra questi gli ultimi, afflitti dalla guerra degli Etei loro confinanti, erano stati da principio sul punto di unirsi agli Ateniesi; se non che poi temendo che non sarebbero fedeli eleggono Tisameno ambasciatore per a Sparta. Unironsi a questa ambasceria i Doriesi, che sono la città madre degli Spartani, per richiederli delle medesime cose; perocchè si trovavano anch’essi travagliati dalla guerra degli Etei. Gli Spartani udito ciò presero il partito di spedirvi colonia, intendendo di soccorrere i Trachinii e i Dori, ed insieme giudicando che la città sarebbe opportunamente situata per la guerra contro gli Ateniesi; perchè vi si potrebbe allestire una flotta quasi addosso all’Eubea, sicchè breve ne fosse il tragitto; e potrebbe esser vantaggiosa per passar nella Tracia. Insomma erano tutti intesi a fabbricare questa città. Però prima di tutto consultarono l’oracolo di Delfo, il quale avendo acconsentito, vi mandarono ad abitarla gente di loro stessi e dei circonvicini: ed invitavano qualunque degli altri Greci cui piacesse seguirli, fuori che gli Achei, gli Ionii e qualche altra gente. Furono capi di quella colonia tre dei Lacedemoni, Leone, Alcida e Damagone, i quali giunti colà fabbricarono sino dalle fondamenta la città che ora ha nome Eraclea‍[227], distante dalle Termopile circa quaranta stadii, e venti dal mare; e prepararono arsenali cominciandone l’edifizio alle Termopile, propio in su lo stretto, acciò fossero meglio difendevoli.

93. L’esser concorsi tanti coloni a fabbricar questa città diede sul bel principio sospetto agli Ateniesi che la credevano innalzata a minacciar l’Eubea, essendo breve il tragitto a Ceneo di Eubea stessa. Nondimeno la cosa riuscì contro la loro credenza; perchè non fu per essi di verun pregiudizio, a cagione che i Tessali padroni dei castelli di quelle vicinanze, e nel suolo de’ quali si fabbricava la città temendo avrebbero vicini prepotenti, li tribolavano, e di continuo facevan guerra a quella gente stanziata di fresco, finchè non gli ebbero rifiniti, sebbene in principio fossero in grandissimo numero. Imperocchè riflettendo che fondatori ne erano gli Spartani, ognuno vi concorreva con fiducia, [213] persuaso che la città avrebbe stabilità. Se non che quei Lacedemoni stessi i quali andavano al governo di casa la perderono e scemaronne la popolazione, spaventando il popolo col loro severo e talvolta non onesto reggimento; onde i circonvicini meglio poterono superarla.

94. Nella medesima estate e quasi al tempo stesso in cui gli Ateniesi si trattenevano a Melo, gli altri Ateniesi delle trenta navi che stavano in crociata intorno al Peloponneso primieramente sorpresero con aguati presso Ellomeno della Leucadia, ed uccisero alcune guarnigioni; e dipoi con armata più numerosa andarono contro Leucade, unitamente a tutti gli Acarnani che, eccettuati gli Eniadi, li seguivano a pieno popolo, con gli Zacintii e i Cefalleni, più quindici navi di Corfuotti. Sopraffatti i Leucadii da tanta moltitudine non si movevano, benchè vedessero darsi il guasto alla campagna sì fuori che dentro l’istmo, ove è Leucade stessa ed il tempio di Apollo. Gli Acarnani pregavano Demostene generale degli Ateniesi a riserrarli con un muro, sperando che facilmente li espugnerebbero, e si disbrigherebbero di una città sempre loro nemica. Ma nel medesimo tempo i Messenii persuadono Demostene, che avendo riunito sì numeroso esercito, sarebbe per lui onorevole impresa assalire gli Etoli perchè nemici di Naupatto: vincendo i quali ridurrebbe agevolmente in potere degli Ateniesi anche il rimanente di quel tratto dell’Epiro: essere sì bene gli Etoli, popolo grande e guerresco, ma abitando a borgate molto tra loro distanti e senza mura, ed usando solo di armatura leggera, non sarebbe difficile soggiogarli prima che potessero riunirsi a comune soccorso: invadesse (lo confortavano) prima gli Apodoti, quindi gli Ofionesi, dopo loro gli Euritani (che sono la parte più grande degli Etoli, e, come è fama, hanno linguaggio ignotissimo, e si cibano di carni crude)‍[228]; perchè soggiogati costoro facilmente anche gli altri calerebbero agli accordi.

95. Condiscese Demostene alle voglie dei Messenii, tra perchè erano essi bene di lui, e soprattutto perchè avvisava che senza nuove genti di Atene, ma solo con gli alleati [214] dell’Epiro e con gli Etoli; traversando le terre dei Locri Ozolii fino a Citinio della Doria che ha sulla destra il Parnaso, sarebbe venuto a capo di entrare in Beozia, che confina coi Focesi; per poi scendere tra i Focesi stessi, i quali pensava che a cagione della perpetua amicizia in che erano stati sempre con gli Ateniesi unirebbero con lui di buona voglia le loro armi, o si sarebbero potuti costringere per forza. Per lo che fatto vela da Leucade con tutta l’armata, a malgrado degli Acarnani scorreva la costa fino a Sollio. Ivi comunicò il suo disegno con gli Acarnani che per non avere egli cinto di mura Leucade, non lo approvarono; ond’ei col resto dell’esercito composto di Cefalleni, Messenii e Zacintii, e con trecento Ateniesi che militavano sulle sue navi (essendo già partite le quindici dei Corfuotti) portò le armi contro gli Etoli, mosso il campo da Enone della Locride. I Locri Ozolii di questi luoghi erano alleati, e dovevano con tutte le loro forze riunirsi con gli Ateniesi nei luoghi mediterranei. Imperocchè essendo confinanti degli Etoli ed usando la medesima armatura, pareva che col concorrere all’impresa sarebbero di gran vantaggio, attesa la pratica che avevano del guerreggiare di quelli e del paese.

96. Egli adunque coll’esercito pernottò nel recinto sacro a Giove nemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu morto il poeta Esiodo, secondo l’oracolo che gli avea predetto arebbe sofferto ciò in Nemea)‍[229], e sul far dell’aurora mosse il campo per alla volta di Etolia. Nel primo dì prende Potidania, nel secondo Crocilio, nel terzo Tichio‍[230], ove fece alto, e mandò il bottino ed Eupolio della Locride, avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi, e ricondursi a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora e’ non volessero arrendersi. Queste mene però non erano ignote agli Etoli neanche quando ei dapprima le macchinava; e non sì tosto si presentò con l’esercito, che accorsero tutti contro lui con numerose soldatesche; e fino i Bomiesi e i Calliesi, che sono gli ultimi tra gli Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non istettero a vedere.

[215]

97. Ma i Messenii davano a Demostene lo stesso consiglio di prima: ripetevano la presa degli Etoli sarebbe facile: lo confortavano assalisse subitamente le borgate: non aspettasse che tutti riuniti assieme potessero fargli fronte; e cercasse di prender quella che a mano a mano gli si parasse innanzi. Egli vi acconsentì, e fidato alla fortuna che non gli era nulla contraria, senza aspettare i Locri che doveano venire in rinforzo, perocchè il suo principal bisogno era di saettatori armati alla leggera, marcia sopra Egitio‍[231], e al primo assalto lo espugna; essendochè gli abitanti si sottraevano colla fuga, e si eran fermati sulle colline che soprastano la città, situata essa pure in luoghi alti, e distante dal mare intorno di ottanta stadii. Ma gli Etoli accorsi già alla difesa di Egitio si avventano sugli Ateniesi e su’ loro alleati, precipitando chi di qua chi di là dalle alture, e scagliando dardi sovra loro; e se gli Ateniesi si avanzavano, essi davano indietro; se cedevano, gli caricavano. Durò un pezzo questa zuffa di incalzare e ritirarsi, e nell’uno e nell’altro modo pativano gli Ateniesi.

98. Nondimeno finchè i loro arcieri ebbero saette e lena da servirsene, erano essi che reggevano la battaglia; poichè gli Etoli armati leggermente venivano rintuzzati dalle frecce: ma quando gli arcieri, morto il comandante, si sbandarono, allora, spossati gli Ateniesi e da gran tempo oppressi da quel medesimo travaglio, e dall’altra parte saettati ed incalzati dagli Etoli, voltate finalmente le spalle fuggivano; ed incappando in de’ borri senza riuscita, ed in luoghi de’ quali non eran pratici (essendo morto Cromone messenio che insegnava loro le strade), erano sperperati. All’opposto gli Etoli essendo spediti al corso ed armati alla leggera li dardeggiavano; e giugnendoli dappresso in quella che davano le spalle, molti ne uccidevano: mentre i più che smarrite le strade si erano ingolfati in un bosco senza uscita, appiccatovi il fuoco rimasero tutti arsi. Così fuvvi nel campo ateniese ogni maniera di fuga e di morte: quei che la scamparono penarono molto a ricovrarsi al mare, e ad Enone della Locride, donde eran partiti. Mancarono in questo fatto molti alleati, e circa [216] centoventi Ateniesi di grave armatura; perdita grandissima perchè erano tutti sul fiore dell’età e di valore non ordinario, e morì anche Procle uno de’ due generali. Gli altri, riavuti dagli Etoli i cadaveri con salvocondotto, tornarono a Naupatto, e poi si ricondussero colla flotta ad Atene. Ma Demostene che per queste cose temeva degli Ateniesi, restò nelle vicinanze di Naupatto e di quei luoghi.

99. Al tempo medesimo gli Ateniesi che erano intorno alla Sicilia navigarono contro la Locride, e sbarcando a terra vinsero i Locri venuti a respingerli, e prendono Peripolio città situata sul fiume Alece.

100. Parimente in questa estate gli Etoli che trovandosi assaliti dagli Ateniesi avevano già spedito ambasciatori a Corinto e a Sparta Tolofo osionese, Boriade euritane e Tisandro apodoto, persuadono coteste città a mandare in grazia loro delle truppe contro Naupatto. Laonde i Lacedemoni spedirono verso l’autunno tremila di grave armatura presi dagli alleati, cinquecento de’ quali erano di Eraclea nella Trachinia, città fabbricata d’allora. Guidava queste genti Euriloco nobile di Sparta, cui seguivano Macario e Menedeo nobili Spartani anch’essi.

101. Riunitosi questo esercito a Delfo, Euriloco spedì un araldo ai Locri Ozolii perchè gli bisognava traversare le loro terre per andare a Naupatto, ed insieme perchè voleva staccarli dagli Ateniesi. Tra i Locri favorivano Euriloco gli Amfissei‍[232] (perchè temevano dei Focesi loro nemici) i quali furono i primi a dare ostaggi, e col timore dell’esercito che si avanzava indussero a dargli anco gli altri; in principio i soli Mionesi loro confinanti per dove è difficile l’accesso nella Locride: poi gl’Ipnei, i Messapii, i Tritei, i Callei, i Tolofoni, gli Essi e gli Eantesi, tutti i quali popoli si unirono con Euriloco. Gli Olpei diedero ostaggi ma non lo seguitarono; e gli Iei non diedero neppur gli ostaggi sino a che non fu preso un loro borgo che aveva nome Poli.

102. Ma Euriloco poichè ebbe ordinato il tutto, e depositati gli ostaggi a Citinio della Doride‍[233], marciava coll’esercito contro Naupatto traversando i Locri; e per [217] via prende due de’ loro castelli Eneone ed Eupolio che avevano rifiutato unirsi a lui. Pervenuti poi in su quel di Naupatto insieme con gli Etoli già corsi in rinforzo, ne saccheggiarono la campagna, ed occuparono il suburbio che era senza mura; ed avanzatisi a Molicrio colonia dei Corintii, ma soggetto agli Ateniesi; lo espugnano. Demostene l’ateniese, che dopo gli avvenimenti dell’Etolia si tratteneva ancora nelle vicinanze di Naupatto, presentito l’arrivo di quest’esercito, e temendo di quella città, si presenta agli Acarnani; e gl’induce a recarvi soccorso, quantunque difficilmente per la sua ritirata da Leucade. Spediscono con lui sulle navi mille di grave armatura, i quali entrati nella città la salvarono: poichè vi era molto pericolo che, grandi essendo le mura, quei pochi che vi erano a difesa non potessero resistere. Laonde Euriloco e le sue genti, quando intesero esservi entrate quelle truppe, e divenuto impossibile espugnare a viva forza la città, si ritirarono non già nel Peloponneso ma nell’Eolide, chiamata ora Calidona, ed in Pleurona e in altri luoghi di quei dintorni, ed in Proschio dell’Etolia. E ciò perchè gli Ambracioti eran venuti persuadendoli si unissero con loro ad assaltare Argo Amfilochico e il resto dell’Amfilochia e l’Acarnania: protestando, che vinti questi luoghi, tutto Epiro verrebbe all’alleanza dei Lacedemoni. Accettò Euriloco il partito; licenziati gli Etoli si tratteneva col suo esercito in quei luoghi senza darsi alcun moto finchè non fosse bisognato dar mano agli Ambracioti, usciti che fossero in campagna per l’impresa d’Argo; e finiva l’estate.

103. L’inverno seguente gli Ateniesi che erano in Sicilia, co’ Greci loro alleati, e con quei Siciliesi che oppressati da duro imperio s’erano staccati dalla lega dei Siracusani e gli aiutavano in questa guerra, andarono a dar l’assalto a Nessa, castello della Sicilia, la cui rocca tenevasi pei Siracusani; non vennero a capo di prenderla e partirono. Ma i Siracusani del forte, mentre l’esercito si ritirava, assalgono gli alleati degli Ateniesi che erano alla coda: ed azzuffatisi, mettono in fuga buona parte dell’esercito stesso con grande strage. Dopo questa rotta Lachete [218] con gli Ateniesi fecero parecchie volte scala dalle navi lungo il fiume Caicino nella Locride, e vinsero in un conflitto circa trecento Locri, che con Prosseno figlio di Capatone vollero opporsi loro; gli disarmarono, e quindi continuarono la loro gita.

104. Nel medesimo inverno gli Ateniesi purgarono Delo per iscrupolo di un certo oracolo. L’avea purgata di prima anche Pisistrato il tiranno, non però tutta interamente, ma quanta se ne scorgeva dal tempio‍[234]. Ora però ella fu purgata tutta con queste cerimonie. Tolsero via quante arche di morti erano in Delo; e bandirono che per l’avvenire nessuno fosse lasciato morire nell’isola, e le donne non vi dovessero partorire; ma i moribondi e le partorienti si trasportassero in Renea, la quale è distante da Delo sì poco, che Policrate tiranno di Samo‍[235], stato per qualche tempo potente in flotta e padrone di altre isole, quando ebbe conquistato Renea la consacrò ad Apollo Delio, legandola con una catena a Delo. Allora per la prima volta dopo la purgazione celebrarono gli Ateniesi le feste Delie che ricadono ogni cinque anni. Era già in Delo fino da remoto tempo gran concorso di Ioni e d’isolani circonvicini che vi andavano ai sacri spettacoli con le mogli e co’ loro figlioli, come ora gli Ioni alle feste di Diana in Efeso: ed ivi pure si facevano le gare di ginnastica e di musica; e le diverse città vi conducevano le compagnie de’ danzatori. Che si praticasse così lo dichiara a maraviglia Omero in quei versi cavati dall’inno di Apollo‍[236]:

Ma tu giubbili, o Febo, sopra tutto

Allor che gl’Ioni dalle lunghe vesti

Si radunano in Delo ad onorarti

Insiem coi figli e le pudiche spose.

Te dilettano allor che rimembrando

Il nome tuo, cominciano le gare

Di lotte, di carole e d’armonie.

E che vi fosse pure la gara di musica, e che vi concorressero i gareggianti, lo dichiara in questi versi del medesimo inno; poichè dopo aver celebrato il coro delle donne di [219] Delo terminò l’elogio con questi versi, ne’ quali fece pur menzione di sè:

Deh! se ne sien propizi Apollo e Diana,

Addio voi tutte, e di me vi sovvenga

Allor che un cattivello pellegrino

Dei terrestri mortali vi domandi:

O Donzellette, dite, e qual s’aggira

Spirto gentil dolcissimo tra voi,

Che col suo canto vi diletta il core?

Voi tutte liete allor gli rispondete,

Un cieco abitator dell’aspra Chio.

Ecco gli argomenti che dà Omero di esservi stato anticamente a Delo concorso e festa grande. In processo di tempo gl’isolani e gli Ateniesi vi mandavano le compagnie dei cori e le offerte sacre. Ma quanto ai giuochi e alla maggior parte delle solennità pare che per le calamità dei tempi andassero in disuso; finchè al tempo accennato non li celebrarono gli Ateniesi, con più le corse de’ cavalli che prima non vi erano.

105. In quest’istesso inverno gli Ambracioti, conforme avevan promesso ad Euriloco perchè trattenesse l’esercito, escono in campagna contro Argo Amfilochico con tremila di grave armatura. Entrati sul territorio argivo occupano Olpa, castello forte sopra un’altura vicino al mare, guarnito in altri tempi di mura dagli Acarnani che se ne servivano per comun tribunale, e distante circa venticinque stadii da Argo città marittima. Ma gli Acarnani parte correvano a soccorso di Argo, parte si erano accampati in quel sito dell’Amfilochia che si chiama le Fonti, per invigilare che i Peloponnesi con Euriloco non passassero di nascosto ad unirsi con gli Ambracioti. Spedirono inoltre a Demostene, che aveva prima condotti gli Ateniesi nell’Etolia, invitandolo a pigliare il comando dell’esercito, avvisando pure le venti navi degli Ateniesi, che si trovavano attorno al Peloponneso, capitanate da Aristotele di Timocrate e da Ierofonte di Antimnesto. Medesimamente quelli Ambracioti che erano ad Olpa inviarono ad Ambracia un messo, ordinando che fatta una leva generale [220] venissero a soccorrerli; perciocchè temevano (non potendo le genti di Euriloco attraversare l’Acarnania) di dovere, o sostenere la battaglia da se soli, o volendo ritirarsi, non poterlo fare sicuramente.

106. I Peloponnesi adunque con Euriloco, intesa la mossa degli Ambracioti che erano giunti ad Olpa, partono da Proschio per prontamente soccorrerli; e valicato l’Acheloo marciavano attraverso dell’Acarnania, rimasta spopolata per il soccorso di Argo, avendo a destra la città degli Strazii e il loro presidio, e alla sinistra il resto dell’Acarnania. Trascorse le terre degli Strazii camminavano per Fizia, e quindi pei confini di Medona, e poi per Limnea; e misero piede sul territorio degli Agrei non più amico degli Acarnani, ma di loro. Quindi prendendo la via di Tiamo, monte incolto, lo traversarono; e di notte calarono nella campagna argiva: così passarono celatamente tra la città degli Argivi, e il presidio degli Acarnani alle Fonti, e si congiunsero con gli Ambracioti ad Olpa.

107. Riuniti che furono insieme, sul far del giorno fecero alto sotto il castello chiamato Metropoli‍[237], ove formavano il campo. Poco dopo arrivano in soccorso degli Argivi al golfo di Ambracia gli Ateniesi colle venti navi, e Demostene con dugento Messenii di grave armatura e sessanta arcieri ateniesi. Stavano le navi in osservazione alle falde del monticello di Olpa dalla parte di mare. Gli Acarnani con pochi Amfilochii (perchè la maggior parte era per forza ritenuta dagli Ambracioti) si erano già raunati ad Argo, e si preparavano a combattere co’ nemici. Eleggono per generale di tutta la lega Demostene, senza però escluderne i particolari loro capitani: ed egli avanzatosi fin vicino ad Olpa vi pose il campo; sì che solo un gran borro separava i due eserciti. Per cinque giorni restarono tranquilli: ma nel sesto si mettevano entrambi in ordine di battaglia. Era l’esercito de’ Peloponnesi più numeroso ed esteso; onde Demostene temendo di non essere circondato mette in aguato per una strada scoscesa e cespugliosa truppe di leggera e grave armatura, in tutto quattrocento; acciò nel tempo della zuffa uscissero dell’aguato, [221] e prendessero alle spalle i nemici in quella parte ove fossero superiori. Quando i due eserciti furono in punto vennero alle mani. Demostene con i Messenii e pochi Ateniesi teneva il corno destro, e l’altro tenevasi dagli Acarnani disposti con quell’ordine che ad ognuno era toccato, e da quei frecciatori amfilochi che vi si ritrovavano. I Peloponnesi e gli Ambracioti erano mescolati, ad eccezione dei Mantiniei, che riuniti fra loro erano piuttosto sul corno sinistro, ma però non arrivavano all’estremità di esso, ove era Euriloco co’ suoi in faccia a’ Messenii e a Demostene.

108. Menavansi omai le mani da ambe le parti, ed il corno de’ Peloponnesi era superiore, e faceva vista di circondare il destro de’ nemici; quando gli Acarnani dall’aguato sopravvenendo alle spalle si scagliano loro addosso e li costringono a voltar faccia, sicchè non più tennero il fermo, e col loro timore ridussero a fuggire la maggior parte dell’esercito: poichè al veder sperperata l’ordinanza di Euriloco, che era il nerbo delle milizie, molto più gli altri impaurivano. I Messenii che con Demostene erano su questo punto, compirono la maggior parte dell’impresa: all’opposto gli Ambracioti e quelli del corno destro, che sono i più guerreschi di quei luoghi, ruppero le genti che avevano a fronte e le incalzarono fino ad Argo. Ma nel ritirarsi, poichè videro il grosso dell’esercito disfatto, e poichè erano inquietati dagli Acarnani, a gran fatica salvaronsi ad Olpa: ove precipitandosi dentro disordinatamente e alla rinfusa, molti perirono. Non così avvenne dei Mantinei i quali, meglio ordinati di tutto l’esercito, ritiraronsi dalla battaglia che finì sulla sera.

109. Mancarono in essa Euriloco e Macario, onde Menedeo il giorno dopo succeduto al comando trovandosi rinchiuso per la parte di terra e per quella di mare dalla flotta ateniese, nè sapendo dopo la gran disfatta in che modo o reggere all’assedio trattenendosi in Olpa, o ritirarsi a salvamento, propone il giorno dopo a Demostene e a’ capitani degli Acarnani trattato di tregua per far la ritirata, e per riavere i morti. Rendettero essi i cadaveri [222] e ripresero i suoi, circa trecento, ed ersero trofeo: ma non pattuirono solennemente ritirata a tutti. Bensì Demostene e i capitani acarnani accordano segretamente una sollecita ritirata a’ Mantinesi, a Menedeo e agli altri uffiziali de’ Peloponnesi, e a’ più distinti tra loro. Voleva per questo modo Demostene spogliare gli Ambracioti della moltitudine degli assoldati stranieri; e soprattutto bramava screditare presso i Greci di quelle contrade gli Spartani e i Peloponnesi, quasi che li avessero vergognosamente traditi, e preferito ad ogni cosa il proprio vantaggio. Ripresero frattanto i morti, e frettolosamente gli seppellirono come poterono; e quei, cui era stato concesso, ruminavano di celatamente partire.

110. Ma a Demostene ed agli Acarnani vengono avvisi che gli Ambracioti di città, mossi dalla prima ambasciata ricevuta da Olpa, e ignari degli ultimi fatti, si avviavano a stormo in soccorso, traversando il paese degli Amfilochii per congiungersi con quelli di Olpa. Laonde Demostene spedisce tostamente una parte delle sue genti per prevenirli con aguati sulle strade, ed occupare i siti più forti; e si preparava ad accorrere contro di loro col resto dell’esercito.

111. In questo mezzo i Mantinei con quelli ai quali era stato accordato salvocondotto, usciti fuori col pretesto di raccogliere legumi e legna da fuoco, si andavano celatamente dilungando a piccole brigate, facendo vista di raccoglier ciò per cui erano usciti; ma allontanatisi omai da Olpa affrettavano il passo. Onde gli Ambracioti e gli altri raccoltisi allora in folla, quando si avvidero della loro partita non stettero più alle mosse, e si diedero a correre per raggiungerli. Gli Acarnani credevano dapprima che fuggissero tutti senza convenzione di patti, e davan dietro a’ Peloponnesi. Alcuni capitani che volevano ritenerli, e che dicevano aver quelli salvocondotto, furono feriti di freccia, perchè creduti traditori. Pur nondimeno lasciarono poi andare i Mantinei e i Peloponnesi, uccidendo però gli Ambracioti; onde tutto il campo era in contesa, non conoscendosi chi fosse Ambraciota o peloponnesio. Circa dugento [223] rimasero morti; gli altri si rifugiarono nell’Agraide che è confinante, ove furono accolti da Selintio re degli Argei‍[238], loro amico.

112. Frattanto gli Ambracioti partiti da Ambracia giungono ad Idomene. Risiede Idomene su due alte colline, alla maggiore di questa giunsero primi, sul fare della sera e l’occuparono non avvertiti, quei soldati che Demostene aveva spediti innanzi dal campo: sulla minore erano già saliti gli Ambracioti e vi pernottarono. Dopo cena marciava, appena sera, Demostene col resto dell’esercito, conducendone da sè la meta verso i luoghi opportuni a sboccar sul nemico; intanto che l’altra metà, traversati i monti amfilochii, sul far dell’aurora assale gli Ambracioti tuttora immersi nel sonno, i quali non sapendo dell’accaduto credevano molto meglio quelle truppe essere de’ loro. Imperocchè Demostene aveva appostatamente messo nelle prime file i Messenii, ai quali, perchè parlavano linguaggio dorico, aveva commesso di salutare il nemico, rassicurando così le prime sentinelle, tanto più che di notte non sarebbero visti in viso. Non sì tosto adunque assaltarono il campo nemico, che lo fugarono, uccidendo la maggior parte in sul posto; mentre gli altri fuggivano precipitosamente pe’ poggi: ma preoccupate le strade con insidie, e gli Amfilochii, leggeri e pratici del loro paese, incalzando genti armate alla grave e mal pratiche dei luoghi, e che per non sapere ove volgersi incappavano ne’ borri e negli aguati, le sperperavano. Nessuna via di fuggire fu intentata; alcuni persino indirizzaronsi al mare non molto distante; ove viste le navi ateniesi, che per avventura durante la loro fuga radevano la costa, vi si slanciarono a nuoto; giudicando in quello spavento che meglio sarebbe per loro essere oramai uccisi da quei delle navi, che da quei barbari e capitali nemici degli Amfilochii. Per questo modo adunque sterminati gli Ambracioti, pochi di tutta quella moltitudine si condussero a salvamento in città. Gli Acarnani, spogliati i morti ed innalzati i trofei, ritornarono ad Argo.

113. Il dì seguente da parte degli Ambracioti, che da [224] Olpa erano fuggiti presso gli Agrei, venne agli Acarnani da araldo domandando di riprendere i cadaveri di quelli che erano rimasti uccisi il giorno dopo la prima battaglia, quando senza salvocondotto uscirono, insieme co’ Mantinei e con gli altri coi quali si era convenuto. Ma poichè vide le armi degli Ambracioti che dalla città erano andati a soccorso, fu sorpreso del gran numero, perchè non sapeva nulla di questa sconfitta, e credeva che fossero quelle dei suoi compagni. Un tale domandollo di che maravigliasse, e quanti fossero i morti de’ loro (domanda che faceva, credendo che l’araldo venisse da quei battuti a Idomene), quegli rispose: circa dugento: e colui che lo aveva interrogato riprese: Queste non paiono certo le armi di dugento, ma bensì di più di mille. Non sono dunque (soggiunse l’araldo) di quei che combatterono con noi? Forse che sì, rispose l’altro, se pure ieri voi combatteste a Idomene. — Noi, ieri non combattemmo con alcuno, ma sì ieri l’altro nel far la ritirata. — Fatto sta che noi combattemmo ieri con quelli che dalla città di Ambracia andavano a soccorso. L’araldo per queste parole avendo compreso che il rinforzo spedito dalla città era stato trucidato, diè un alto grido; e stupefatto per la grandezza delle sciagure che aveva dinanzi agli occhi, partì senza effettuata alcuna cosa, nè più richiese i cadaveri. Ed invero fu questa in una sola città greca la sconfitta più grande di quante ne accaddero in altrettanti giorni durante questa guerra: ed io non ho scritto il numero de’ morti; perchè si dice che secondo la grandezza di quella città ne perisse una moltitudine incredibile. Quello che io so però è, che se gli Acarnani e gli Amfilochii, dando retta agli Ateniesi e a Demostene, avessero voluto conquistare l’Ambracia, ne sarebbero venuti a capo al primo assalto. Ma in tal caso temettero essi che tenendosi quel paese per gli Ateniesi, non gli avessero a provare confinanti troppo incomodi.

114. Assegnarono dopo questi fatti la terza parte del bottino agli Ateniesi, e spartirono il resto alle città confederate. Lo spoglio toccato agli Ateniesi fu predato per mare; e le trecento armature, che ora sono appese ai templi [225] dell’Attica, furono per fargli onore presentate a Demostene, le quali egli riportò seco per mare, quando dopo la disgraziata spedizione dell’Etolia, potè per quest’ultima impresa più francamente rimpatriare. Gli Ateniesi che erano su le venti navi partirono per Naupatto: e dopo la partita di loro e di Demostene, gli Acarnani e gli Amfilochii accordarono di ritirarsi dalle Eniadi agli Ambracioti e Peloponnesi che si erano rifugiati presso Salintio e gli Agrei, e che poi si unirono con amendue questi. Appresso gli Acarnani stessi e gli Amfilochii convennero di legarsi per cento anni con gli Ambracioti a questi patti: Non si unirebbero gli Ambracioti con gli Acarnani per guerreggiare i Peloponnesi, nè gli Acarnani con gli Ambracioti contro gli Ateniesi: accorrerebbero entrambi alla difesa scambievole delle terre; e gli Ambracioti restituirebbero ciò che ritengono degli Amfilochii, sia di castella sia di terre conterminali; nè porterebbero aiuto ad Anattorio‍[239] perchè nemico degli Acarnani. Con questi patti posero fine alla guerra. Dopo di che i Corintii sotto il comando di Xenoclide di Euticle, spedirono ad Ambracia, trecento de’ suoi di grave armatura, ove giunsero traversando l’Epiro con molte difficoltà. Così andarono le cose di Ambracia.

115. Nel medesimo inverno quegli Ateniesi che erano in Sicilia fecero uno sbarco nelle spiagge di Imerea, insieme co’ Siciliani che dalla parte di terra avevano assaltato l’estremità d’Imerea stessa‍[240]: quindi navigarono alle isole Eolie. Di là tornati a Reggio incontrano Pitodoro figliolo d’Isoloco generale degli Ateniesi, che era succeduto a Lachete nel comando della flotta; imperocchè gli alleati di Sicilia andati ad Atene avevano indotto questa Repubblica a soccorrerli con maggior numero di navi; allegando che i Siracusani erano padroni del territorio loro, e che con poche navi impedivano loro il mare. Però si apparecchiavano e riunivano insieme le loro forze marittime, risoluti di non soffrir quella ingiuria. Gli Ateniesi adunque armarono quaranta navi per ispedirvele, sì perchè credevano che così la guerra di là verrebbe più presto [226] a finire, sì perchè volevano tenersi esercitati sulla marina. Mandarono da primo Pitodoro uno dei capitani con poche navi; ma erano presso a spedirvi Sofocle di Sostratide, ed Eurimedonte di Teocle con una flotta maggiore. Pitodoro intanto che aveva già il comando delle navi di Lachete, sul finire dell’inverno, veleggiò alla volta di un castello de’ Locresi, di cui s’era prima impadronito Lachete: ma vinto da essi in battaglia tornò indietro.

116. In questa stessa primavera traboccò dall’Etna una corrente di fuoco, come era altre volte accaduto, e disertò alcune terre de’ Catanesi che abitano sotto l’Etna, monte il più grande della Sicilia. Si dice che questa eruzione avvenne cinquant’anni dopo la prima; ed è fama che sia insomma accaduta tre volte da che la Sicilia è abitata da’ Greci. Tali sono i fatti occorsi in questo inverno: e finiva l’anno sesto di questa guerra di cui Tucidide ha compilata l’istoria.

FINE DEL LIBRO TERZO.


[227]

LIBRO QUARTO

SOMMARIO

Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. — Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. — Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione.

1. Sopravvenendo la primavera, verso lo spigar del grano, dieci navi dei Siracusani ed altrettante dei Locresi andarono ad occupar Messina di Sicilia, a petizione di questa città che si ribellò agli Ateniesi. Furono i Siracusani i principali autori di questa pratica, perchè vedevano quella terra acconciamente situata ad assaltar la Sicilia, e perchè temevano che gli Ateniesi, fattavi la massa, di lì non si movessero una volta ad assalirli con apparecchio maggiore: i Locresi poi, perchè disamando i Reggini, li volevano tribolare con la guerra dalla parte di terra e di mare. Erano ad un’ora entrati i Locresi in su quel dei Reggini con tutte le forze, acciò e’ non potessero soccorrere i Messinesi; tanto più che ne li confortavano alcuni che si trovavano presso loro, usciti di Reggio, la quale, da lungo tempo travagliata dalle sette, non poteva di presente resistere ai Locresi; che però viepiù francamente l’assalivano. Guastata la campagna partirono i Locresi colla fanteria; ma le navi guardavano Messina; e l’altre [228] che si andavano allestendo, presa ivi stazione, dovevano da quel luogo stesso far guerra.

2. Circa il tempo medesimo di primavera, innanzi che il grano fosse in maturità, i Peloponnesi e la loro lega, condotti da Agide re di Sparta figliolo di Archidamo, invasero l’Attica; ed accampativisi guastavano il territorio. Gli Ateniesi spedirono in Sicilia le quaranta navi che andavano preparando, e gli altri capitani Eurimedonte e Sofocle, essendovi di prima arrivato Pilodoro, che tra loro era il terzo. Commisero a questi che in tragittando si dessero cura dei Corfuotti di città, corseggiati dai fuorusciti che avevano occupato la montagna; giacchè eran passate colà sessanta navi dei Peloponnesi per sostenere quelli della montagna; e perchè credevano (essendo gran fame in città) di potersi agevolmente far padroni di tutto. Ed a Demostene, che dopo il suo ritorno dall’Acarnania era in qualità di privato, accordarono, conforme richiedeva, che, se giudicasse opportuno, si servisse nel giro del Peloponneso di queste medesime navi.

3. Le quali giunte appena lunghesso la Laconia venne la nuova l’armata de’ Peloponnesi essere già a Corfù: e tanto Eurimedonte che Sofocle avevano fretta per là. Ma Demostene li confortava si fermassero prima a Pilo, e compiutovi il bisognevole, continovassero poi la navigazione. Opponendosi essi sopravvenne per avventura una burrasca che trasportò le navi a Pilo‍[241]. Allora Demostene subitamente insisteva si cingesse di mura quella terra: esser questo il fine per cui si era imbarcato con loro: mostrava esservi grande abbondanza di legnami e di sassi; ed il sito forte per natura, ed abbandonato insieme con buono spazio di terreno. In fatti Pilo è distante da Sparta intorno di quattrocento stadii, ed è situata in quella contrada che era una volta Messenia, ed ora dagli Spartani detta Corifasio. Rispondevano i capitani esservi molti promontorii del Peloponneso abbandonati, qualor volesse rifinire colle spese la Repubblica per farne il conquisto. Ma, soggiungeva Demostene, parergli molto più degli altri importante questo luogo, perchè vi era accanto il porto, e [229] perchè i Messenii, oriundi di esso ab antico e di una medesima lingua coi lacedemoni, potrebbero recar loro moltissimi danni, facendo capo in quello, e ne sarebbero custodi fidatissimi.

4. Contuttociò Demostene non persuase nè i capitani nè i soldati, quantunque poi conferisse il progetto con gli ufficiali subalterni‍[242]: e però, non potendo riprender mare, si ristava, finchè la smania di murare il castello assalì i soldati disoccupati in quella dimora. Laonde messa mano all’opera travagliavano; e perchè mancavano di ferri da lavorar le pietre, le portavano a scelta e le incastravano in quel punto ove ciascuna combaciasse. Ovunque occorresse il loto, mancando essi di vassoi, lo portavano sulla schiena, curvandosi perchè meglio vi stesse, e consertando le mani di dietro perchè non cadesse: e si affrettavano in ogni maniera di fornire il lavoro nei lati più facili ad espugnare, prima che vi accorressero i Lacedemoni; giacchè la massima parte del luogo era di per sè forte, nè punto abbisognava di mura.

5. Per avventura i Lacedemoni celebravano una festa, ed insieme facevan poco conto di questa nuova, confidando o che al primo loro presentarsi i nemici sloggerebbero, o che di leggeri prenderebbero a forza il castello. In parte anche li ritenne l’aver tuttora l’esercito nell’Attica. Gli Ateniesi, in sei giorni‍[243] munito il castello dal lato che guarda terraferma e dove era maggiore il bisogno, vi lasciano di presidio Demostene con cinque navi; e col più della flotta affrettavano la navigazione per a Corfù e Sicilia.

6. Udita la presa di Pilo i Peloponnesi, che erano nell’Attica, acceleravano il ritorno a casa; sì perchè i Lacedemoni ed il re Agide giudicavano che il caso di Pilo risguardasse a loro del tutto, sì eziandio perchè essendo stata immatura l’invasione, mentre il grano era ancor verde, i più penuriavano di vettovaglia, ed il verno sopraggiunto, più rigido di quel che portasse la stagione, premeva l’esercito. Onde per molte cause avvenne che sollecitassero la ritirata; e che questa fosse di tutte le invasioni la [230] più breve, essendosi trattenuti nell’Attica quindici soli giorni.

7. Al tempo stesso Simonide generale degli Ateniesi prese a tradimento Eiona della Tracia, colonia de’ Mendei e nemica d’Atene, avendo raccolto molti alleati di quei luoghi e piccola mano di presidiarii ateniesi: ma accorsi prontamente i Calcidesi ed i Bottiesi ne fu discacciato con grave perdita di gente.

8. Ritornati i Peloponnesi dall’Attica, gli Spartani propio ed i più prossimi dei circonvicini‍[244] corsero subito a Pilo: ma più tarda fu la mossa del rimanente dei Lacedemoni tornati di fresco da un’altra spedizione. Mandavano in giro pel Peloponneso intimando di soccorrer Pilo il più prontamente; e spedirono per le sessanta navi che avevano a Corfù, le quali trasportate sull’istmo di Leucade e non osservate dalla flotta ateniese di Zacinto‍[245], giungono a Pilo, ove si trovava anche l’esercito di terra. Ma Demostene, mentre i Peloponnesi navigavano tuttora verso colà, spedì innanzi celatamente due navi (che secondo gli ordini avuti da esso affrettarono il corso) ad avvertire Eurimedonte e gli Ateniesi che erano colla flotta a Zacinto di presentarsi a Pilo, perchè quel luogo pericolava. I Lacedemoni dal canto loro si allestivano risoluti di assaltar quel forte per terra e per mare, confidando di dover espugnare facilmente un lavoro fatto in furia, entrovi poca gente. Nondimeno aspettandosi il rinforzo delle navi attiche da Zacinto, aveano in animo, se pur non lo espugnassero prima del loro arrivo, di asserragliare l’imboccatura del porto, acciò gli Ateniesi non potessero introdurvisi; giacchè l’Isola chiamala Sfatteria, stendendosi dinanzi al porto e soprastandogli dappresso, lo rende sicuro ed angusto alle imboccature; talchè dalla parte del forte degli Ateniesi e di Pilo non più che due navi possono traghettare insieme, e non più di otto o nove dalla parte che guarda il rimanente di terraferma. Inoltre tutta l’isola era boscosa e senza vie perchè disabitata, e di circuito non più grande di quindici stadii. I Lacedemoni adunque intendevano di serrarne l’ingresso colle navi congiunte insieme e volte in [231] fuori colle prore: ma perchè temevano non i nemici gli guerreggiassero da quell’isola, vi fecero passare delle milizie gravi, ed altre ne schierarono per le costiere; cosicchè gli Ateniesi avrebbero nemica l’isola e la terraferma non potendovisi sbarcare. Perocchè essendo importuosa quella punta dell’istessa Pilo che fuori della bocca del porto guarda il mare, non avrebbero donde muoversi a soccorrere i loro; laddove essi senza battaglia navale od altro pericolo speravano di dovere espugnare il castello ove era stato lasciato poco presidio e mancava la vettovaglia. Ciò risoluto trasportarono nell’isola delle genti di grave armatura sortite da tutte le compagnie, mentre per l’avanti altre ve ne passarono a vicenda: quest’ultime poi che furonvi lasciate erano quattrocentoventi (senza contare gli Iloti a loro servizio) capitanate da Epitada di Molobro.

9. Ma Demostene vedendo che i Lacedemoni erano per assalirlo colle forze navali e terrestri, anch’egli si apparecchiava. Tratte a secco le triremi, che tra quelle lasciategli aveva ancor seco, ne formò una trincea sotto il forte, e ne armò le ciurme con deboli scudi e la maggior parte di giunco; essendochè in quel luogo deserto non v’era da trovar armi: che anzi aveano prese queste cose istesse da una nave corsalesca e da una barchetta messenia a trenta rematori ivi casualmente arrivate, ove si trovavano da quaranta Messenii di grave armatura, dei quali si valse insieme con l’altra sua gente. Schierò pertanto i più sì degli armati che degl’inermi dal lato di terraferma ove il castello era meglio munito e forte per natura, ordinando che resistessero alla fanteria qualor li assalisse; ed egli scelti fra tutti sessanta soldati gravi e pochi saettatori, ed uscito del forte avviavasi alla marina, colà ove si aspettava principalmente che i nemici tenterebbero di sbarcare, in luoghi stagliati e pieni di massi rivolti all’onde, perchè reputava che la debolezza del muro da questo lato li arebbe attratti a farvi ogni prova. E siccome gli Ateniesi, non temendo di dover mai esser vinti dalle flotte spartane, avevano lasciata sguernita di muro questa parte, così ai Lacedemoni sarebbe venuto fatto di espugnare il castello, [232] se riuscissero ad effettuarvi per forza lo sbarco. Demostene adunque su questo lato propio in sul mare ordinava distintamente i soldati gravi, disposto, se possibil fosse, di ributtare il nemico; e li andava rincorando con questa esortazione:

10. «Valorosi soldati che meco imprendeste questo pericolo, non sia tra voi chi ponderando tutte le difficoltà che ci stanno attorno voglia in tal frangente ostentare accortezza, invece che, messo a parte ogni riguardo, affrontar fiducialmente il nemico, e scamparla per questa via. Perocchè quando le cose son giunte a tal necessità non ammettono ponderazione, ma richiedono prontissimo il cimento. Io vedo che stanno per noi moltissimi vantaggi ove vogliamo persistere, senza sbigottire della moltitudine dei nemici, e tradire vituperosamente la nostra stessa superiorità; avvegnachè io pensi essere a pro nostro la disagevolezza del luogo, e doverci riuscir di giovamento se persistiamo: laddove cedendo, la montata sebbene scabrosa renderassi agevole non essendovi chi la contrasti; ed allora troveremo il nemico più formidabile, perchè mancante di facile ritirata, quand’anche ne lo cacciassimo a forza. Ed invero fino a che sono sulle navi è cosa leggeri il ributtarli; ma sbarcati sono alla pari con noi: nè vuolsi troppo temere la loro moltitudine, perchè quantunque sieno molti dovran combattere pochi alla volta stante la difficoltà d’approdare. Inoltre il loro esercito sebbene più numeroso, non è però in terra del pari che il nostro, ma si trova sulle navi, le quali hanno bisogno in sul mare di molte opportune contingenze: di sorte che io penso che le difficoltà di costoro contrabbilancino la pochezza di nostre genti. E per voi, i quali siete Ateniesi e che sapete per esperienza non potersi effettuar giammai per forza lo sbarco sulle terre altrui (quando vi sia chi resista e non ceda per paura dell’ondate e del veemente impeto delle navi), per voi sì stimo cosa degna tener quivi adesso il fermo, respingere il nemico di sulla schiena del lido, e salvare ad un tempo noi stessi ed il castello.»

11. Per questa esortazione di Demostene, gli Ateniesi si [233] inanimarono maggiormente; e scesi a basso si schierarono propio lungo il mare. I Lacedemoni mosso il campo assaltarono il forte coll’esercito terrestre insieme e colla flotta composta di quarantatre navi, onde era ammiraglio Trasimelida spartano figliolo di Cratesicle, che diede l’assalto ove lo aveva preveduto Demostene. Ma gli Ateniesi resistevano da amendue i lati sì di terra che di mare: ed i nemici divisa la flotta in piccole squadre (non potendosi approdare con molte navi) alternamente si riposavano ed alternamente assalivano, usando ogni sforzo ed eccitamento per respingere i difensori ed espugnare il castello. Sopra tutti poi campeggiava Brasida che comandando la sua trireme, e vedendo che i prefetti ed i piloti, attesa la scabrosità del luogo, schifavano di approdare anche dove sembrava possibile e stavano guardinghi perchè le navi non cozzassero tra loro, gridava «vitupero! per risparmiar dei legni trascurar che i nemici abbiano fatte munizioni nel nostro suolo:» sfracellassero, li confortava, le proprie navi per forzare lo sbarco; non badassero gli alleati in tale occasione a sacrificare la loro flotta ai Lacedemoni pei grandi benefizi da essi ricevuti: ma urtassero, ed a qualunque patto scendessero per vincer quell’esercito e quel castello.

12. Nè già contento di incitare gli altri costrinse il suo nocchiero ad urtare in terra colla nave, e si avviava alla scala: ed ingegnandosi di smontare fu retrospinto dagli Ateniesi con molte ferite, e cadde svenuto nello spazio che è di mezzo alla prua ed ai remiganti; onde gli venne a calar nel mare lo scudo che trasportato a terra fu raccolto dagli Ateniesi, e se ne servirono dipoi per il trofeo che innalzarono in memoria di quest’assalto. Gli altri intanto con tutto che facessero ogni sforzo non valevano a sbarcare, perchè disagevole era quel sito, e gli Ateniesi persistevano senza retroceder d’un passo. Insomma a tale si ridusse il capriccio della fortuna, che gli Ateniesi da terra, e (che più rileva) da terra laconica respingevano i Lacedemoni che gli assaltavan dal mare; e questi si sforzavano di sbarcare in una terra propria ma inimicata ad essi dagli Ateniesi. Accidente invero maraviglioso perchè [234] in quel tempo a tal segno di riputazione eran giunti i Lacedemoni, che venivano reputati al tutto popoli mediterranei, e nelle battaglie terrestri valorosissimi; gli Ateniesi all’opposto gente marittima che sulle flotte di grandissima lunga primeggiavano.

13. I Lacedemoni pertanto dati degli assalti tutto quel giorno e parte del seguente, finalmente desisterono, e il terzo dì spedirono ad Asìna alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il muro dalla parte del porto, quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era più facile lo sbarco. In questo arrivano da Zacinto quaranta navi degli Ateniesi, avvegnachè colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Chio. Ma quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria, e che le navi le quali erano in porto non uscivan loro incontro, dubitando ove approdare, navigarono per allora a Prote, isola poco lontana e disabitata, ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela, disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro loro; se no, di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni non si avanzarono, e non avevano per avventura asserragliato le bocche del porto giusta il primo divisamento; anzi tranquilli in terraferma armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso, che non era angusto, se alcuno vi si avanzasse.

14. Di che accortisi gli Ateniesi vogavano soppressi per le due imboccature del porto; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi, che già colle prore innanzi procedevano contro loro, le misero in fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza, cinque ne presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le altre rifuggitesi a terra: quelle che si stavano tuttavia armando furono messe in pezzi prima di prender mare; ed alcune donde era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’isola Sfatteria, accorrevano [235] in aiuto, entravano in mare colle armi indosso, ed abbrancando le navi le ritiravano indietro; avvisando ciascuno dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano barattato il modo del combattere intorno alle navi; imperciocchè i Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione null’altro facevano che, per dir così, dar battaglia navale di sopra terra: e gli Ateniesi, vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della presente fortuna, facevano dalle navi battaglia terrestre: cosicchè, dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo i Lacedemoni salvate le navi vuote, fuor quelle prese da primo. Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il trofeo, restituirono i morti, s’impadronirono dei rottami delle navi; e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per tenerla guardata, essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso, rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.

15. Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per grande sciagura, i magistrati si recassero all’oste, perchè vista la bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poichè videro essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che elle dovessero essere afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’ generali ateniesi (se loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.

16. Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore: che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni di terraferma di mandare a quei dell’isola certa dose di frumento macinato, cioè due cheniche attiche di farina, due cotile di vino, e un pezzo di carne a testa; [236] e pei serventi la metà‍[246]. Questa roba si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero guardata l’isola, ma senza sbarcarvi, nè porterebbero l’armi sia per terra sia per mare contro l’esercito dei Peloponnesi. Per la più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti si intenderebbe sciolta la tregua, che durerà fino al ritorno degli ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali li avranno ricevute. — Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che erano circa sessanta, e si spediron i legati, i quali giunti ad Atene parlarono così:

17. «Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, riguardo dei nostri intercetti nell’isola, di cosa che vi persuaderemo essere ad un’ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura, quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo in questa materia, ciò non sarà contro l’usato, mentre è nostro patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre. Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento quasi foste gente grossolana, ma abbiatele a suggerimento di dritta deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete, far nuovo acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro che inusitatamente ottengono qualche bene; i quali mossi dalla speranza sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano all’impensata: dove coloro che s’imbatterono nelle molte vicissitudini dell’alternante fortuna, sono a buon dritto diffidentissimi delle felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.

18. «Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre presenti [237] calamità. Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi; noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo per difetto di forze; nè per avere insolentito nell’incremento di esse; ma andammo falliti nei nostri disegni tutto che presi a misura di quelle che sempre avevamo; nel qual caso può a tutti egualmente accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti, non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser con voi. Perciocchè prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro consiglio pongono in ambiguo le prosperità; stantechè procederanno essi più saggiamente nelle disgrazie, stimeranno che la guerra non sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini: e meno di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la fortuna. Ciò che, Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi, acciocchè, se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie; mentre sta in poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e di senno.

19. «Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade e mutua fratellanza; ma chiedono in cambio le loro genti dell’isola, reputando migliore per entrambi non risicare, o che presentandosi loro qualche scampo abbiano a fuggirne a forza; o che espugnati, abbiano a trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie si dissolvono sopratutto sicuramente, non quando uno colle armi alla mano e superiore di molto in guerra, inlacciando forzatamente il nemico co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni; ma quando, tutto che possa adoprar così, nondimeno per usar [238] condescendenza e vincerlo di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre all’aspettativa del vinto. Allora l’avversario essendo obbligato non a vendicarsi come oppresso, ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a tenersi per sentimento d’onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più grandi, che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi tropp’alto insolentisca.

20. «Inoltre questa nostra riconciliazione cade, se mai altre volte, decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile disastro frapponendosi di mezzo ci sorprenda‍[247], per cui noi, in aggiunta alla nazionale, fossimo astretti a nutrir una perpetua privata nimistà contro voi‍[248]; e prima che voi stessi restiate privi dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque mentre le cose son tuttora in pendente; mentre voi alla vostra gloria aggiungereste la nostra amicizia, e mentre noi prima di sopportar qualche disdoro, acconcieremo discretamente la nostra sciagura. Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri Greci requie dei mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente vostro: avvegnachè sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia incominciata: che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discernete sta in voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente si comprendono in questa riconciliazione, perocchè, noi e voi dicendoci insieme, il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci terrà in grandissima onoranza.»

21. Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver gli Ateniesi bramato per l’innanzi le tregue ed esserne stati impediti dalla mala disposizione di Sparta: ora però offrendo pace speravano l’accetterebbero volentieri [239] e renderebbero le genti dell’isola. Ma gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che procacciarsi le tregue quando volessero, e più in alto intendevano. A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto, personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli fu che gl’indusse a rispondere «dover le genti dell’isola render se stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atene; giunte esse colà, i Lacedemoni restituissero Nisea, Pega, Trezene ed Acaia (terre non già conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua); e così riavrebbero le loro genti, e si farebbe tregua per quanto tempo piacesse ad ambe le parti.»

22. Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta‍[249], ma pregavano si deputassero loro alcuni assessori, i quali parlando ed ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di giusto avevano nell’animo, e bene esserlo manifesto anche adesso, mentre niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi; che se nulla di buono seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti. Laonde i Lacedemoni vedendo di non poter parlamentare al popolo, perchè se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero diffamati dagli alleati: e di più vedendo che non verrebbero eseguite le loro richieste a condizioni discrete, partirono da Atene senza effettuata cosa alcuna.

23. Al loro ritorno fallirono subito le tregue di Pilo, ed i Lacedemoni, giusta il convenuto, ridomandavano le navi agli Ateniesi, i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro l’accordo, e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrate, non le rendevano; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto; e richiamandosi [240] dell’ingiustizia delle navi andaron a riprender la guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le parti. Di giorno gli Ateniesi circuivano continuamente l’isola con due navi a riscontro: di notte stavano con tutte in guardia all’intorno, tranne verso l’alto quando faceva vento; ed erano a tal uopo arrivate ad essi altre venti navi da Atene, talchè in tutte furono settanta. I Peloponnesi poi campeggiavano in terraferma e davano assalti al castello, spiando l’occasione, quando che si presentasse, di salvare le genti loro.

24. Frattanto i Siracusani e gli alleati di Sicilia, oltre le navi che presidiavano Messina, condussero ivi il resto della flotta che stavano allestendo, e di là uscivano per far la guerra, alla quale per odio contro i Reggini erano principalmente stimolati da’ Locresi, che già con tutto lo sforzo avevano assaltato le loro terre. Volevano anche tentare una battaglia per mare, vedendo che gli Ateniesi avevano piccola armata, e sentendo che una più grande, la qual dovea venirvi, era all’assedio della Sfatteria. Che se avessero vinto una battaglia navale speravano, che stringendo Reggio per terra e per mare, la ridurrebbono agevolmente in potestà loro, e fortificherebbono il proprio stato. Imperciocchè essendo tra sè vicini il promontorio di Reggio in Italia, e Messina in Sicilia, non permetterebbero che gli Ateniesi vi approdassero, e si impadronissero dello stretto, il quale altro non è che il mare di mezzo a Reggio e Messina (ove la Sicilia è meno distante dalla terraferma) denominato Cariddi, per dove è fama che attraversasse Ulisse; e per la sua strettezza, e per il concorso dei due mari tirreno e siculo che ivi incontrandosi lo fanno rigurgitare, egli è giustamente stimato pericoloso‍[250].

25. Pertanto in questo spazio tramezzo, al tardi del giorno, i Siracusani e i loro alleati con poco più di trenta navi furono costretti a combattere, per cagione di una barca che traversava, avanzandosi incontro a sedici navi ateniesi e otto di Reggio: e vinti dagli Ateniesi tornarono frettolosamente, come ognuno potè, ai propri alloggiamenti di Messina e di Reggio colla perdita di una sola [241] nave. La notte sopraggiunta pose fine al conflitto, dopo il quale i Locresi si ritirarono dal territorio de’ Reggini; e le navi di Siracusa e degli alleati riunitesi alla Peloride‍[251] che fa parte del messinese, ove erano anche le genti da piè, vi presero stazione. Gli Ateniesi poi ed i Reggini, viste le navi vuote, vogarono ad assalirle; e per un ronciglio di ferro scagliatovi sopra perderono una nave, dalla quale i soldati fuggirono a nuoto. Quindi i Siracusani montarono sulle navi, e conteggiando mediante l’alzaia per alla volta di Messina, andavano gli Ateniesi nuovamente ad affrontarli: se non che i nemici tiratisi all’alto tornarono ad assalir loro i primi, sicchè perdono un’altra nave. Dipoi i Siracusani si ricondussero nel porto di Messina senza aver avuta la peggio nè in questo tragitto, nè pel conflitto navale combattuto come dicemmo: e gli Ateniesi fecer vela per Camarina avuto lingua che Archia co’ suoi partigiani la renderebbe per tradimento ai Siracusani. Intanto i Messinesi con tutta l’oste andarono per la via di terra e di mare contro Nasso calcidico loro confinante. Il primo giorno, stretti i Nassii dentro le mura, saccheggiarono la campagna. Il dì seguente andando colle navi a seconda del tortuoso fiume Acesine guastavano la terra, e con la fanteria davano l’assalto a Nasso. Allora i Siciliesi di su i monti calavano in gran numero contro i Messinesi a soccorso dei Nassii, i quali a tal vista rinfrancandosi e animandosi tra loro, perchè credevano esser quelli i Leontini ed altri alleati greci che corressero in loro aiuto, si precipitano improvvisamente fuori di città, assaltano i Messinesi, gli sbaragliano e ne uccidono sopra mille: il resto penò a ritornarsene a casa: perchè quei barbari scagliandosi loro addosso nelle strade ne trucidarono moltissimi. In seguito le navi che aveano preso porto a Messina, tornarono ciascuna ai loro luoghi. I Leontini colla loro lega e con gli Ateniesi andarono direttamente contro Messina profittando dello scoraggiamento di lei: e dandosi l’assalto gli Ateniesi fecero le loro prove dalla parte del porto colla flotta, e la fanteria dall’altra parte della città. Ma i Messinesi, ed alcuni Locresi con Demotele, che dopo [242] la ricevuta sconfitta v’erano stati lasciati di presidio, fecero una sortita, ed investendo repentinamente il nemico, fugano gran parte dell’esercito de’ Leontini, coll’uccisione di molti. A tal vista gli Ateniesi scesero dalle navi per andare in soccorso, e piombando su i Messinesi disordinati gli perseguitarono fino alla città, ed eretto il trofeo ritornarono a Reggio. Dopo di che i Greci di Sicilia senza gli Ateniesi, seguitarono a guerreggiarsi in terra scambievolmente.

26. Ma a Pilo erano sempre i Lacedemoni assediati nell’isola dagli Ateniesi, e il campo de’ Peloponnesi rimaneva in terraferma alle sue stanze. Riusciva travagliosissimo agli Ateniesi il guardare quell’isola per la scarsità del frumento e dell’acqua; perchè non vi avevano fontane, tranne una non grande proprio nella rocca di Pilo: cosicchè i più scavando la ghiaia presso il mare, ne bevevano acqua qual si può credere. A ciò si aggiugneva la strettezza dei luoghi per cui campeggiavano in piccolo spazio; e le navi non trovando ove fermarsi, parte andavano a vicenda a foraggiare in terra, parte stavano al largo sulle ancore. Ma più di tutto gl’infastidiva la lunghezza del tempo che tuttavia si prolungava contro la loro espettazione, essendosi dati a credere che in capo di pochi giorni espugnerebbero la gente che in quell’isola deserta non aveva altro uso che di acqua salata. E questo prolungamento di tempo lo procuravano i Lacedemoni, i quali avevano promulgato che chiunque volesse, introducesse nell’isola grano macinato, vino, cacio, e se altro cibo vi era buono in caso di assedio; promessa la libertà agli iloti che lo introducessero, ed assegnato molto denaro agli altri. Laonde tra coloro che audacemente si arrischiavano per introdurvi roba, erano principalmente gl’Iloti che scioglievano da qualunque parte del Peloponneso ed approdavano, essendo ancor notte, là dove l’isola guarda verso l’alto, e badavano più che altro di esservi spinti dal vento; attesochè quando soffiava dalla parte di mare più facilmente si celavano alla guardia delle triremi ateniesi, che non potevano allora posare attorno l’isola. Del rimanente erasi per costoro ridotto in uso l’approdare [243] colà senza risparmiar nulla: imperciocchè erasi apposto il valsente alle navi che urtassero sulla spiaggia, e gli scali dell’isola eran guardati da’ soldati di grave armatura. Contuttociò chi si arrischiava in tempo di bonaccia era preso. Vi entravano ancora dei palombari di verso il porto, tirando seco con una corda degli otri entrovi papavero melato e linseme gramolato; lo che dapprima restò nascosto, ma poi furon messe le guardie: insomma s’ingegnavano al postutto gli uni di portar viveri, gli altri di scoprirgli.

27. Risaputosi in Atene il disagio dell’esercito, e l’introduzione del foraggio nell’isola, stavano sopra pensiero e temevano che la vernata non dovesse cogliere colà le loro genti; vedendo che oltre al trovarsi in luogo deserto, sarebbe impossibile portar loro i viveri col circuire il Peloponneso (lo che non valevano a fare neanche in estate per mandarvi il bisognevole); e che in quelle coste importuose non avrebbero le navi ove fermarsi; cosicchè rallentandosi la guardia, o i prigioni dell’isola la vincerebbero, o col favore d’una burrasca s’involerebbero sulle barche che vi portavano il grano. Ma ciò che più di tutto temevano era il vedere che i Lacedemoni trovandosi alquanto più forti non manderebbero più araldo; e si pentivano della tregua non accettata. Onde avvistosi Cleone di esser preso in sospetto perchè avea attraversato l’accordo, disse che i messaggi arrivati in Atene non rapportavano il vero: ma questi esortando che se non credessero a loro, mandassero degli esploratori, e venendo a ciò deputato dagli Ateniesi lo stesso Cleone insieme con Teogene, sentì egli che o e’ dovrebbe dir lo stesso di quelli che calunniava, o dicendo il contrario comparirebbe mentitore. Però vedendo che la mente degli Ateniesi pendeva piuttosto per una nuova spedizione, suggeriva loro non vi esser bisogno di mandare esploratori, nè di perder tempo lasciando fuggir l’occasione: ma quando credan vere le nuove recate, si mettessero in mare per andar contro coloro. E per pugnere il generale Nicia figlio di Nicerato cui disamava, disse proverbiando: esser facile colle forze presenti, se i [244] capitani fosser uomini, navigare all’isola e prender quelle genti; e bene egli vi riuscirebbe se avesse in mano il comando.

28. Ma Nicia mormorando il popolo contro Cleone perchè ei non fosse già in corso se ciò gli sembrava facile, ed insieme vedendosi punto da lui, lo confortava che prendesse pure quel rinforzo che più gli piacesse, e si accingesse ad andare contro le genti dell’isola. Cleone alla prima credendo che ei facesse solo sembiante di cedergli si mostrava disposto; poi visto che cederebbe in effetto si ricusava, e diceva non sè, ma lui essere il generale: imperocchè era già venuto in paura, e non avrebbe mai potuto credere che Nicia avesse la fermezza di cedergli il posto. Questi glielo intimò di nuovo, e presi a testimonio gli Ateniesi rinunziò al comando di Pilo. Ed essi (al solito del popolo), quanto più Cleone si ricusava di imbarcare e ritirava le sue parole, tanto più imponevano a Nicia di rimettergli il comando; e gridavano che s’imbarcasse. Talchè non sapendo egli come distrigarsi delle sue promesse, accetta la spedizione, e fattosi innanzi disse: che non temeva i Lacedemoni, e che si metterebbe in mare senza prendere alcuno di città, ma solamente i Lemnii e gl’Imbrii che si trovavano lì presenti, e i Palvesari venuti in rinforzo da Eno, e quattrocento arcieri da altri luoghi. Protestò altresì che con queste forze aggiunte ai soldati che erano in Pilo, in venti giorni, o menerebbe vivi i Lacedemoni, o ve li truciderebbe. La sua leggerezza mosse un poco a riso il popolo; ma fu gradita dalla gente assennata, considerando che uno di questi due beni ne otterrebbero, o di disfarsi di Cleone, come meglio speravano, o, se fallisse questa speranza, di sottomettersi i Lacedemoni.

29. Spedito egli il tutto nell’adunanza, ed eletto dagli Ateniesi a quell’impresa, partì prontamente, dopo avere scelto per suo collega Demostene, uno dei comandanti a Pilo, perchè aveva udito che desso meditava lo sbarco nell’isola, al vedere che i soldati trovandosi male per la miseria del luogo, e piuttosto assediati che assedianti, [245] anelavano di cimentarsi. Senza di che confermava Demostene in questa sua intenzione l’incendio accaduto nell’isola, la quale essendo quasi tutta boscosa e senza vie, perchè di continuo disabitata, lo metteva in timore, e parevagli che ciò fosse in vantaggio dei nemici; essendochè se vi sbarcasse con molte genti, assalendolo essi da qualche luogo occulto, lo batterebbero. Infatti gli sbagli e le disposizioni di essi, atteso il bosco, non sarebbero a lui egualmente palesi, laddove gli sbagli del proprio esercito sarebbero tutti visibili; cosicchè verrebbe inaspettatamente assalito ove più piacesse al nemico, in mano del quale stava l’assalire. D’altronde s’ei forzasse il folto del luogo per venire alle prese, stimava che i meno, ma pratichi del posto, vincerebbero i più non pratichi, e che il suo esercito quantunque numeroso andrebbe senza accorgersene rifinito, mancando del prospetto necessario per soccorrersi scambievolmente.

30. E tali pensieri gli correvano nell’animo a cagione principalmente della sconfitta etolica cagionata in gran parte dalla selva. Ora però, attesa la strettezza dell’isola, essendo i soldati nemici costretti a pranzare per precauzione quasi sulle coste di essa, ed avendo un tale appiccato il fuoco involontariamente a piccola porzione della selva, era poi sopravvenuto il vento onde gran parte di quella andò inavvertitamente bruciata; e per questo potè Demostene meglio osservare che i Lacedemoni erano in maggior numero che non credeva; quando prima sospettava che per minor gente s’introducessero i viveri. Allora convinto che gli Ateniesi vorrebbero usare maggior premura contro un nemico non dispregevole, e vedendo che l’isola offriva più facile sbarco di prima, preparava l’assalto, richiedeva di truppe i vicini alleati, ed apprestava tutte le altre cose. Intanto Cleone che aveva spedito innanzi ad avvisarlo ch’ei giungerebbe colla soldatesca da lui domandata, arriva a Pilo: e trovatisi amendue insieme spediscono innanzi tratto un araldo al campo nemico in terraferma, confortando a voler ordinare a quei dell’isola, a scanso d’ogni pericolo, di render l’armi e [246] le persone, a condizione che sarebbero tenuti sotto discreta guardia, finchè non si fosse convenuto della somma delle cose.

31. Poichè non fu accettata questa proposta, i capitani ateniesi soprassederono un giorno; e il dì seguente imbarcati su poche navi tutti i soldati gravi, partirono di notte; e poco prima dell’aurora scendevano nell’isola, parte dal lato di essa che guarda l’alto, parte di verso il porto, da otto centinaia, che subito corsero addosso al primo corpo di guardia che si trovava nell’isola. Erano i nemici ordinati in tal guisa. Trenta in circa di grave armatura formavano questo primo corpo di guardia: Epitada capitano col grosso dell’esercito teneva il miluogo che era un piano intorno all’acqua dolce; se non che una piccola porzione di sue genti guardava l’altra estremità dell’isola verso Pilo, che è scoscesa dalla parte di mare ed inespugnabile da quella di terra; ove per soprappiù sorgeva un’antica fortezza fabbricata con pietre scelte, della quale intendevano di giovarsi, caso che a viva forza fossero costretti di ritirarsi. Tale era la posizione dei Lacedemoni.

32. Gli Ateniesi che erano scesi nell’isola inosservati (perchè i nemici stimavano che quelle fossero le navi che al solito scorressero per guardar l’isola) uccidono subito coloro che avevano assaliti mentre erano in letto, e mentre riprendevano le armi. E al nascer dell’aurora sbarcò dalle settanta navi, o poco più, tutto il resto dell’esercito, salvo i rematori disottani, ciascuno dal canto suo armato, con più otto centinaia d’arcieri e bene altrettanti palvesari, e il rinforzo de’ Messenii, e quanti stanziavano intorno a Pilo, tranne le guardie che custodivano il castello. Queste genti, secondo le disposizioni di Demostene, si spartirono in squadroni di dugento, ed or più ed or meno, occupando le più elevate parti de’ luoghi, affinchè i nemici accerchiati per ogni lato si trovassero in grandissimo intricamento; e non che sapessero a chi mostrare il viso, fossero anzi per ogni verso infestati dalla moltitudine; cosicchè se urtassero di fronte, fossero [247] percossi da quelli a tergo; se di fianco, da quelli schierati su i due lati. Insomma dovunque il nemico si volgesse, avrebbe sempre alle spalle le milizie leggere, dalle quali è più difficile salvarsi, perchè mediante le frecce, gli strali, pietre e fionde hanno forza da lontano, e non v’è modo d’inseguirle, avvegnachè, fuggendo vincano, e cedendo il nemico, l’incalzano. Con questa mente Demostene da prima ruminava lo sbarco, e con tale poi lo regolò in effetto.

33. Ma Epitada ed i suoi che erano il grosso delle genti dell’isola, visto disfatto il primo corpo di guardia, ed avanzarsi incontro l’esercito, correvano in ordinanza per assaltare i soldati gravi degli Ateniesi, volendo venire alle mani con questi che erano stati posti loro a fronte, mentre le truppe leggere stavano ai fianchi ed alle spalle. Ma non poterono azzuffarsi con essi nè usare la loro perizia, perchè le genti leggere, saettandoli quinci e quindi, li ritenevano; e quelli invece di correre all’assalto, stavano fermi al loro posto. Allora si avventarono contro i soldati leggeri e li fugavano, ma questi rivoltando faccia li respingevano; ed essendo armati alla leggera, prima d’esser raggiunti dal nemico ripigliavano facilmente la fuga; tanto più che i luoghi erano disagevoli ed aspri perchè sin di prima disabitati, ed i Lacedemoni gravati dal peso delle armi non potevano ivi perseguitarli.

34. Per questo modo adunque scaramucciarono tra loro un poco di tempo. Ma i Lacedemoni non avean più lena di accorrer prontamente dove fossero incalzati: però le genti leggere degli Ateniesi, conosciuto che e’ menavano le mani più lentamente, presero in mirandoli grandissimo coraggio. E vedendosi in numero assai maggiore, e, per non aver sofferto quel danno che s’aspettavano, essendosi assuefatti a non creder più formidabile il nemico (come quando da prima sbarcarono nell’isola coll’animo avvilito per avere a combattere coi Lacedemoni), si serrarono addosso a loro dispregiandoli e mandando alte grida; e percuotevanli con pietre, saette e dardi, e con quello che a ciascuno capitasse alle mani. Gridare ed assalire fu un [248] punto; lo sbigottimento entrò nel nemico non avvezzo a sì fatta battaglia; gran polverio della selva testè incendiata si levava in alto: e le freccie ed i sassi, da tanta moltitudine scagliati in mezzo a quel nugolo, rendevano impossibile la vista di ciò che si parasse innanzi. Qui daddovero avevano i Lacedemoni difficile impresa alle mani, perocchè le feltrate corazze non reggevano al saettame, le lanciole smussate rimanevano penzoloni nei feriti; e non potendo vedere ciò che avessero innanzi a sè, e non intendendo gli ordini che si comunicavano tra loro, perchè sopraffatti dalle grida nemiche, non sapevano che farsi: insomma si trovavano per ogni lato circondati dal pericolo, senza avere speranza di trovar modo onde aprirsi una via a salvamento.

35. Alla perfine dopo molto sangue sparso per essersi sempre andati ravvolgendo nel medesimo luogo, si avviarono serrati all’estrema munizione dell’isola non molto dilungi, e al loro corpo di guardia. Vistigli cedere, allora sì i soldati ateniesi con maggior animo e con grida maggiori gl’incalzavano, ed uccidevano quanti nel ritirarsi restassero presi. I più scamparono nella munizione, ed insieme col presidio che ivi era si schierarono su tutti i punti di essa ove poteva essere espugnata, risoluti di ributtare il nemico. Allettati gli Ateniesi dalla fuga dei nemici gli perseguivano; ma la fortezza del sito vietando loro di girare intorno per chiuderli in mezzo, assalitili di fronte si sforzavano di cacciarli. Durò questo gioco un pezzo, anzi grandissima parte della giornata, benchè entrambi fossero oppressi dal conflitto, dalla sete e dal sole, facendo gli Ateniesi ogni prova per isbarbare dall’altura i Lacedemoni, e questi per non cedere. Nondimeno più facilmente di prima resistevano i Lacedemoni, non v’essendo modo di circondarli di fianco.

36. Ma siccome la cosa riusciva interminabile, il capitano de’ Messenii appresentatosi a Cleone ed a Demostene, disse loro, che si affaticavano inutilmente; che se volessero dargli una parte degli arcieri e delle genti leggere, egli circuirebbe i nemici alle spalle per quella via che saprebbe [249] trovare, e che confidava di aprirsi un passaggio ad assalirli. Ottenuto quanto domandava, si mosse da un luogo appartato per non esser visto dai Lacedemoni; ed aggrappandosi per dirupati che via via sporgevano nell’isola, e dove i Lacedemoni non tenevansi guardati fidandosi alla fortezza del luogo, a gran pena e difficoltà circuì nascosamente la munizione. E comparso improvviso sull’altura alle spalle de’ nemici, li sbigottì per quel caso impensato, e rinfrancò maggiormente gli Ateniesi i quali videro effettuato ciò che si aspettavano. Trovavansi omai i Lacedemoni battuti dinanzi e alle spalle, e nel caso stesso delle Termopile, se è lecito agguagliare le cose piccole alle grandi. Quelli furono disfatti dai Persiani che per tragetti li circuirono, e questi pure circondati non più resistevano: ma trovandosi pochi a battagliar contro molti, e indeboliti del corpo per l’inedia, retrocedevano: e già gli Ateniesi eran padroni dei passi.

37. Cleone e Demostene vedendo che se i Lacedemoni prolungassero un poco più la ritirata sarebbero distrutti dal loro esercito, quetarono la battaglia e sostennero l’impeto de’ suoi, volendo menar vivi ad Atene coloro, qualora udita la voce dell’araldo piegassero l’animo a consegnar l’armi, e si chiamassero vinti dalla presente calamità. Fecero adunque bandire se volessero render l’armi e le persone alla discrezione degli Ateniesi.

38. A tale annunzio i più depositarono gli scudi, ed agitavano in alto le mani accennando di accettare le condizioni bandite. Quindi fatto posa, Cleone e Demostene vennero a parlamento con Stifone figliolo di Farace terzo capitano dei Lacedemoni, eletto secondo il disposto della legge, se mai qualche sinistro accadesse agli altri due; il primo dei quali Epitada era morto, ed Ipparete a lui sostituito sebbene ancor vivo giaceva come morto fra gli estinti. Pertanto Stifone e il suo seguito dicevano di voler mandare ambasciata ai Lacedemoni di terraferma per consultarli su quel che dovevano fare. Gli Ateniesi non permisero che veruno vi andasse; chiamarono bensì gli araldi di terraferma; e fatta due o tre volte la domanda, [250] l’ultimo che venne portò in risposta: «I Lacedemoni permettono che voi provvediate alle cose vostre senza far nulla di turpe.» Essi tenuto consiglio tra loro resero se stessi e le armi, e quel giorno e la notte seguente furono tenuti sotto guardia dagli Ateniesi, i quali nel giorno appresso alzarono trofeo nell’isola, e preparavano l’occorrente per imbarcarsi, avendo distribuito quella gente sotto la custodia de’ trierarchi. I Lacedemoni, spedito un araldo, riebbero i cadaveri. I morti, e i presi vivi nell’isola furono questi: vi erano passati quattrocento venti di grave armatura in tutti; ne furono ricondotti vivi dugento novantadue: gli altri erano morti: di quei vivi circa cento venti erano Spartani. Degli Ateniesi pochi furono gli uccisi, perchè la battaglia non fu stanziale.

39. Il tempo che quelle genti restarono assediate nell’isola dal combattimento navale fino alla battaglia accaduta nell’isola stessa, fu in tutto settantadue giorni. Nei venti giorni incirca della gita de’ legati per la tregua era loro somministrata vettovaglia; ma negli altri vivevano colle robe furtivamente introdotte. Nell’isola si trovò anche del frumento, e vi erano restate altre grasce, perchè il comandante Epitada le somministrava più parcamente di quel che ne avesse la possibilità. Pertanto sì gli Ateniesi che i Peloponnesi coll’esercito, da Pilo tornarono entrambi a casa sua: e la promessa di Cleone, sebben folle, riuscì; poichè condusse via quella gente dentro i venti giorni, siccome s’era incaricato.

40. Un tal fatto, più che qualunqu’altro avvenuto durante questa guerra, empiè di maraviglia i Greci: imperciocchè giudicavasi che i Lacedemoni nè per fame nè per veruna necessità si avvilerebbero a render le armi, e piuttosto morirebbero con esse alla mano, combattendo sinchè avessero fiato: onde nissun credeva che quelli che le avevano rese fossero in valore pari a quelli morti. E un alleato degli Ateniesi che in aria di contumelia domandò in seguito ad uno de’ prigionieri dell’isola, se i morti erano tra loro i prodi e i valorosi, udì rispondersi; che in gran pregio dovrebbe tenersi il fuso‍[252], cioè la freccia, se avesse saputo discernere [251] i prodi: indicando che mero caso era l’essere stato ucciso dagli strali e dai sassi.

41. All’arrivo di coloro in Atene, gli Ateniesi determinarono di tenerli guardati in prigione finchè non si venisse a qualche accordo; e di levarli per ucciderli se prima di questo i Peloponnesi entrassero nell’Attica. A Pilo poi avevano messo presidio; ed i Messenii di Naupatto, riguardando Pilo come patria loro, perchè apparteneva una volta al territorio messenio, vi spedirono gente di loro la più idonea, che depredando la campagna laconica la danneggiarono moltissimo, perchè hanno un medesimo linguaggio con gli Spartani. I quali fino allora non pratichi del corseggiare e di sì fatta maniera di guerra, la sopportavano a malincuore, tanto più che gl’Iloti disertavano, e però vi era sospetto di qualche più importante innovazione nel loro dominio. Anzi quantunque non volessero che i loro sospetti penetrassero in Atene, pure vi mandavano ambascerie per tentare di riaver Pilo e quei prigionieri: ma gli Ateniesi che intendevano a cose maggiori, contuttochè costoro molte volte vi andassero li rimandavano a mani vuote. Tali sono le cose avvenute a Pilo.

42. Appresso nella medesima estate gli Ateniesi capitanati da Nicia di Nicerato e due altri aggiunti, e seguiti dai confederati di Mileto, di Andro e di Caristo portavano la guerra nel territorio corintio con ottanta navi e duemila soldati propri di grave armatura, più due centinaia di cavalli su barche a ciò destinate. Fecero vela coll’aurora, e andarono a porre fra il Chersoneso e Reto presso il littorale di un luogo dominato dal colle Soligio, sulla cui cima anticamente fermatisi i Doriesi guerreggiavano i Corintii di città discendenti degli Eolii. Onde il villaggio che risiede su quel colle chiamasi ancora Soligia; ed è distante dal littorale ove stavano le navi sedici stadii, Corinto sessanta, e l’istmo venti. Ma i Corintii, presentito da Argo l’arrivo dell’armata ateniese, erano un pezzo innanzi corsi tutti sull’istmo, eccetto quei che abitano fuori dell’istmo stesso, e cinquecento di loro erano partiti per presidiare l’Ambracia e la Leucadia, mentre gli altri stavano in massa osservando [252] ove gli Ateniesi approderebbero. Questi presero terra inosservati, onde furono alzati i segnali ai Corintii, che lasciata la metà di loro a Cencrea, se mai gli Ateniesi marciassero sopra Crommione, vi accorsero frettolosamente.

43. Batto, uno de’ due capitani Corintii (perchè due n’erano in quella guerra), presa seco una compagnia di soldati andò al borgo Soligia, che era senza mura, per guardarlo; e Licofrone e gli altri azzuffaronsi col nemico. I Corintii caricarono primieramente l’ala destra degli Ateniesi, appena sbarcata dinanzi al Chersoneso, e quindi anche il resto dell’esercito. La battaglia era per tutto aspra e petto a petto. L’ala destra composta di Ateniesi e Caristii (essendo questi schierati gli ultimi), sostenne ed a gran pena rispinse i Corintii, che ritiraronsi presso una macìa; ed essendo quel luogo tutto declivo, scagliavano dall’alto sassi sul nemico, cui nuovamente assalirono cantato il Peana. Gli Ateniesi resistevano, e rinnuovossi la zuffa petto a petto: se non che una compagnia di Corintii sopraccorsa in aiuto dell’ala sinistra de’ suoi, fece piegare la destra degli Ateniesi, e gl’inseguì fino al mare. Pure gli Ateniesi ed i Caristii tornarono di nuovo indietro dalle navi. Il rimanente poi dell’esercito sì dell’una che dell’altra parte non cessò dal combattere; ma specialmente l’ala diritta de’ Corintii sulla quale era Licofrone, faceva resistenza contro la sinistra degli Ateniesi, sospettando che e’ volessero tentare l’impresa del villaggio Soligia.

44. Ressero adunque un pezzo ambi gli eserciti senza cedere: ma poi, siccome gli Ateniesi avevano il vantaggio della cavalleria che mancava ai nemici, i Corintii furono messi in rotta, e si ritirarono sulla collina ove fermato il campo stavano quieti senza scendere al basso. In questa sconfitta perirono sull’ala destra i più con Licofrone capitano: ma il resto dell’esercito, dopo essere stato sbaragliato non venendo gagliardamente inseguito, e però non datosi a precipitosa fuga, potette in questo modo ritirarsi sulle alture, e piantarvi il campo. Gli Ateniesi poi vedendo che i Corintii non venivano più contro di loro a battaglia, [253] spogliarono i cadaveri nemici e ripresero i propri e subito inalzarono il trofeo. Quella metà de Corintii che stavano di guardia in Cencrea perchè gli Ateniesi non navigassero contro Crommione, non avean potuto veder la battaglia a cagione del monte Oneio: però quando ebbero veduta la polvere, accortisi del fatto, corsero immediatamente al soccorso insieme coi più attempati dei Corintii restati in città, che avean avuto contezza dell’accaduto. Gli Ateniesi pertanto quando se li videro venir contro tutti riuniti, credendo esser quello il sopravveniente rinforzo de’ Peloponnesi delle vicine città, si ritiravano senza indugio presso le navi, portando seco il bottino ed i morti loro, ad eccezione di due che vi lasciarono, non avendoli potuti trovare: ed imbarcatisi tragittavano nelle isole adiacenti, e di lì spedivano araldo, e riebbero con salvocondotto i cadaveri che vi avevano lasciati‍[253]. Mancarono in questa battaglia dugento dodici dei Corintii, e degli Ateniesi poco meno di cinquanta.

45. Gli Ateniesi poi sciolsero dall’isole, e navigarono il giorno stesso a Crommione del territorio di Corinto distante da queste città centoventi stadii. Ivi preso porto, e dato il guasto alla campagna, si accamparono per passarvi la notte. Il giorno dipoi costeggiarono primieramente fino all’Epidauria: poi fattavi scala passarono a Metona fra Epidauro e Trezzene; e tagliato fuori l’istmo della penisola nel quale risiede Metona, vi tirarono un muro, vi lasciarono guarnigione, ed in seguito guastarono la campagna di Trezzene, di Alia e di Epidauro. Ma finita che ebbero la fortificazione del posto, colle navi tornarono a casa.

46. Al tempo stesso di questi fatti Eurimedonte e Sofocle partiti colla flotta ateniese da Pilo per Sicilia, quando furono a Corfù si unirono con quelli di città, per andar contro quei Corfuotti che dopo la sedizione eran passati a fortificarsi sul monte Istone; e che padroni della campagna vi facevano grandi guasti. Assalirono il forte, e lo espugnarono; le genti di esso scamparono sopra un’altura e capitolarono a patti di rendere gli ausiliarii; e quanto a sè, consegnate le armi, si rimettevano all’arbitrio del popolo [254] ateniese. I capitani li fecer passare con salvocondotto nell’isola Ptichia, per tenerli sottoguardia finchè non venissero spediti ad Atene; colla condizione che se alcuno fosse colto fuggendo s’intendesse sciolta per tutti la convenzione. Ma i primari tra i popolani di Corfù sospettando che, quando coloro fossero arrivati ad Atene, forse gli Ateniesi non vorrebbero ucciderli, macchinano questo. Spediscono a Ptichia pochi loro aderenti, e li ammoniscono che fingendo benevoglienza dicessero a quelle genti «che per loro miglior cosa sarebbe il trafugarsi prontissimamente e che essi appresterebbero loro una barca a tal uopo; perchè i capitani ateniesi vorranno darli in balìa della setta popolare di Corfù.»

47. Li trassero all’inganno; e mentre navigavano nella barca a bella posta preparata, furono arrestati: e così rimase sciolta la convenzione; e coloro furono dati tutti in mano del popolo di Corfù. Ed in questa trama, acciò ella fosse un argomento irrefragabile pei ritenuti nell’isola, e più francamente la usassero gli orditori di essa, ebbero parte principalmente i capitani ateniesi col mostrar chiaro che, dovendo essi navigare in Sicilia, non volevano che coloro fossero menati in Atene da altri, essendochè chi ve li conducesse riscuoterebbe l’onore di quell’impresa. Avutili adunque i Corfuotti nelle mani li rinchiusero in una gran prigione; donde poi cavandone venti per volta li facevano passare legati insieme fra due file di soldati, quinci e quindi schierati, da’ quali venivano feriti di taglio e di punta, tostochè uno vi scorgesse qualche suo nemico. E gli sgherri seguendoli dappresso sollecitavano colla sferza chi si avanzasse più lentamente.

48. Per questo modo ne trassero di prigione e ne uccisero fino a sessanta celatamente agli altri che vi restavano, i quali davansi a credere che li levassero di prigione per tradurli altrove. Ma non prima se ne avvidero e furonne avvertiti da qualcuno, che cominciarono a invocare e scongiurare gli Ateniesi che se volevan così li uccidessero essi stessi: e non più volevano uscire dal carcere, e protestavano che per quanto in loro stesse nissuno v’entrerebbe. [255] Dall’altro canto i Corfuotti non pensavano di sforzare le porte, ma saliti sul tetto della prigione e scassinato il soffitto percuotevano i rinchiusi con embrici e con dardi scagliati al basso. Schermivansi quelli come potevano, e molti davansi la morte colle proprie mani, o ficcandosi nella gola le lanciate quadretta, o strangolandosi con funicelle cavate dagli strapunti che casualmente ivi erano, e con gli stracci dei vestiti; cosicchè per gran parte della notte che sopravvenne a tanta sciagura, o strozzandosi da per sè, o colpiti dalle frecce scagliate da quei di sopra, in ogni maniera perirono. Poichè venne il giorno i Corfuotti li gettarono confusamente‍[254] su dei carri, e li trasportarono fuori di città, e fecero schiave tutte le donne prese nel forte. Così i Corfuotti del monte furono distrutti dalla setta popolare, e così finì quell’atroce sedizione almeno per quello che concerne la guerra che descriviamo; imperciocchè della fazione opposta nulla rimane che valga la pena d’esser riferito. Ma già la flotta ateniese giunta in Sicilia, ove prima era indirizzata, vi faceva la guerra insieme con gli alleati di quei luoghi.

49. Sul terminar dell’estate gli Ateniesi di Naupatto con gli Acarnani si misero in campagna, ed ebbero a tradimento Anactorio città de’ Corintii, che giace sulla bocca del seno ambracico. Cacciati da essa i Corintii, gli Acarnani accorsero da ogni parte ad abitarla, e in tal modo ritennero quella terra; e finiva l’estate.

50. Nel seguente inverno Aristide figliolo di Archippo, uno dei capitani delle navi ateniesi spedite per radunar denari dagli alleati, arresta, presso Eiona situata in riva allo Strimone, Artaferne personaggio persiano che per ordine del re andava a Sparta. Condotto ad Atene, gli Ateniesi tradussero dal linguaggio assirio e lessero le lettere che portava; nelle quali fra le altre molte cose scritte ai Lacedemoni la somma era questa: non sapere egli quel che volessero, imperocchè de’ molti messaggi venuti niuno diceva il medesimo; se pertanto volessero parlargli apertamente gli spedissero gente insieme con quel persiano. Gli Ateniesi in seguito rimandano ad Efeso sopra una trireme [256] Artaferne insieme co’ loro ambasciatori i quali uditovi esser morto recentemente il re Artaserse figliolo di Serse che avea finito di vivere circa codesto tempo, ritornarono a casa.

51. Nel medesimo inverno i Chii per comandamento degli Ateniesi, che temevano di qualche innovazione a proprio scapito, demolirono la fortificazione testè fatta; ma vollero prima da essi promessa e cauzione, in quanto potevasi che e’ non farebbero novità di sorta veruna riguardo a Chio. Finiva intanto l’inverno e l’anno settimo di questa guerra di cui Tucidide scrisse l’istoria.

52. All’entrante estate subito il sole in parte ecclissò circa il novilunio, e fuvvi terremoto ai primi dello stesso mese. E i fuorusciti di Mitilene e del restante di Lesbo, la maggior parte dei quali venivano dalla terraferma dell’Asia, soldate delle genti ausiliarie del Peloponneso, oltre a quelle che avevano colà raccolte, espugnano Bezio, che poi restituirono intatto per la somma di duemila stateri focaici: quindi marciano sopra Antandro, e lo prendono per via di tradimento. Era loro intenzione di mettere in libertà tutte le altre città nominate actee, o vogliam dire littorali (possedute prima da’ Mitilenei ed allora in mano degli Ateniesi), ma principalmente Antandro. Discorrevano essi che, siccome quel luogo offre comodità di fabbricar navi stante il legname di cui abbonda, perchè il monte Ida gli sta a cavaliere, così quando avessero munito Antandro, partendo di lì con l’apparecchio necessario, riuscirebbe facile infestar Lesbo vicina, e sottomettere le cittadelle eoliche di terraferma. Tali erano le imprese alle quali volevano prepararsi.

53. Nella medesima estate gli Ateniesi condotti da Nicia di Nicerato, da Nicostrato di Diotrefe e da Autocle di Tolmeo, tolte seco sessanta navi, due mila soldati gravi e pochi cavalli, e fra gli altri alleati i Milesii, andarono ad oste contro Citera, la quale è un’isola poco di lungi dalla Laconia verso Malea, fronteggiata dai Lacedemoni‍[255], i quali ogni anno vi mandavano da Sparta un magistrato detto Citerodice‍[256], e di mano in mano un presidio di [257] milizie gravi. Facevano i Lacedemoni molto conto di quell’isola, avvegnachè ella presentasse un ricovero alle navi mercantili che venivano d’Egitto e di Libia, e rendesse insieme più difficile ai corsali l’offender la Laconia dalla parte di mare per dove solo poteva esser danneggiata; perchè Citera sporge tutta verso il mar siciliano e cretese.

54. Pertanto gli Ateniesi giunti colà sulla flotta, con dieci navi e due mila Milesii di grave armatura, s’impadroniscono di una città marittima nominata Scandea; e col rimanente dell’esercito sboccati nella parte dell’isola che guarda Malea marciavano sopra la città de’ Citerii situata sul mare; ove trovarono gli abitanti già tutti sotto l’armi. Attaccatasi la zuffa i Citerii ressero picciol tempo; poi voltato faccia si rifugiarono nella cittadella; e finalmente convennero con Nicia e suoi colleghi di rendersi agli Ateniesi, salvo la vita. Già anche di prima avea Nicia tenuto discorso con alcuni di Citera; e però le condizioni dell’accomodamento, tanto prima che poi, furono trattate più presto e più all’amichevole. In fatti gli Ateniesi cacciarono di Citera solo la gente spartana, considerando che l’isola era così prossima alla spiaggia laconica. Dopo la capitolazione, gli Ateniesi padroni di Scandea, città situata presso il porto, misero guarnigione a Citera e navigarono ad Asìne, ad Elo ed a moltissime altre terre marittime, sbarcando ed accampandosi ovunque l’opportunità il richiedesse: e così per circa sette giorni davano il guasto alla campagna.

55. I Lacedemoni, sebbene vedessero gli Ateniesi padroni di Citera, e si aspettassero che anche sulle loro terre e’ farebbero simili sbarchi, pure non si opponevano in nissun luogo col grosso delle loro forze, e si contentavano di spedire pel loro dominio presidii di soldati gravi dove che abbisognasse. Del rimanente stavano molto guardinghi perchè dopo l’insperata e grande sconfitta dell’isola Sfatteria, e dopo la presa di Pilo e di Citera trovandosi alla sprovvista attorniati per ogni banda da una guerra repentina, temevano di qualche gran rivoltura nello stato loro politico; onde, cosa non prima usata da essi, misero [258] in piedi un corpo di quattrocento cavalli ed arcieri‍[257]. Allora veramente divennero più che mai irresoluti in materia di guerra per questo perchè, incompatibilmente con gli apparecchi che avevano, trovavansi a lottare in sul mare, ed in specie contro gli Ateniesi, pei quali ogni intentata impresa era un mancare alla propria riputazione, di riuscire in tutto. Senza di che i molti fortunevoli casi, in che si erano in breve abbattuti contro ogni aspettativa, li mettevano in costernazione grandissima; cosicchè temevano di aver forse a trovarsi da capo involti in sciagura simili a quella della Sfatteria. E siccome il loro animo avea perduta la fiducia di sè perchè non avvezzo di prima alle disgrazie, così andavano più a rilente nelle battaglie, e si auguravano infelice esito in ogni mossa che facessero.

56. E tuttochè gli Ateniesi dessero allora il guasto alle costiere, pure i Lacedemoni stavano per lo più fermi all’occasione degli sbarchi che essi facessero, vicino alle particolari guarnigioni, sì perchè ciascuna di queste credevasi inferiore di numero, sì ancora per lo sbigottimento che vi regnava. Una sola guarnigione che presso Cortita e Afrodisia fece resistenza, atterrì coll’incursione una banda vagante di soldati leggeri: ma quando le furon di fronte le milizie di grave armatura cedè; e vi restarono morti pochi soldati, e le loro armi prese. Gli Ateniesi erser trofeo e rinavigarono a Citera. Di là circuirono colla flotta fino ad Epidauro Limero, saccheggiarono porzione della campagna, ed arrivarono a Tirea la quale, quantunque sia nel luogo chiamato Cinuria, è però conterminale del territorio argivo e laconico. I Lacedemoni a cui apparteneva l’avevan data ad abitare agli Egineti cacciati dalla patria, per ristorargli de’ benefizi ricevuti al tempo del terremoto e della rivolta degli Iloti, tanto più che sebbene vassalli degli Ateniesi avevan sempre tenuto da Sparta.

57. Questi Egineti adunque, all’appressarsi della flotta ateniese, abbandonarono la cittadella che stavano fabbricando sul mare, e si ritirarono nella città dentro terra distante circa dieci stadii dal mare dove avevano le case. [259] Una delle guarnigioni de’ Lacedemoni, distribuite per la campagna che li aiutava alla costruzione della cittadella, tuttochè pregata dagli Egineti non volle entrar con loro nelle mura della città, stimando cosa pericolosa il rinchiudersi dentro; ma si ritirò sulle alture ove non credendosi in stato da battagliare stava in sulle sue. Intanto gli Ateniesi approdano, e tosto si avviano con tutto l’esercito a Tirea; la espugnano, la saccheggiano e la mettono a fuoco e fiamma. Quindi tornarono ad Atene conducendo gli Egineti sopravvissuti al conflitto, e Tantalo di Patroclo destinato loro a comandante da’ Lacedemoni, che fu preso vivo coperto di ferite. Parimente menaron via pochi cittadini di Citera parendo lor bene di tramutargli altrove per sicurezza. Quanto a questi, deliberarono gli Ateniesi di depositarli nelle isole, e lasciar gli altri Citerii abitare nelle loro terre purchè pagassero un tributo di quattro talenti; quanto poi agli Egineti, di ammazzare tutti i prigionieri, per l’odio antico che sempre avevano; e di incarcerar Tantalo con gli altri Lacedemoni presi in Sfatteria.

58. Nella medesima estate in Sicilia i Camerinesi e i Geloi furono i primi a fare armistizio fra loro; dipoi anche gli altri Siciliani tennero congresso a Gela ove intervennero gli ambasciatori di tutte le città‍[258] per negoziare un aggiustamento generale. Tra le varie e molte opinioni proposte prò e contra in quei dispareri, secondo che ciascuno credeva di essere in qualche cosa messo al di sotto, Ermocrate siracusano figlio d’Ermone, che più di tutti li persuase, tenne nell’assemblea questo discorso.

59. «Non perchè io sia di piccolissima città, o Siciliani, e più delle altre sbattuta da questa guerra, farò parola; ma per manifestare nell’assemblea quello che parmi miglior consiglio per tutta la Sicilia. E che mai approderebbe l’allungarsi a dichiarare tutti i disastri che la guerra in sè comprende, dinanzi a voi che li sapete? Certo niuno viene astretto alla guerra per l’ignoranza degl’incomodi che ella trae seco; nè per timore se ne rimuove, ove stimi di guadagnarvi. Ma pur troppo accade [260] che ad alcuni sembra il lucro maggiore del danno, altri amano meglio sottoporsi ai pericoli che andar presentemente un nonnulla al di sotto: e in tal caso quando gli uni e gli altri adoperino così inopportunamente, allora tornano in vantaggio le esortazioni agli accomodamenti. Questo è ciò di che sopra tutto voi dovrete adesso persuadervi; imperciocchè allor da prima ci guerreggiammo a fine di acconciare ciascuno le cose proprie; ed or ventilando le pretensioni nostre tentiamo riamicarci insieme: e qualor non succeda che ciascun n’esca alla pari cogli altri, di nuovo ci guerreggeremo.

60. «Eppure se abbiam senno dobbiamo intendere che questo congresso non tanto ha per oggetto le nostre particolari bisogne, quanto il vedere se potremo ancora mantener salva la Sicilia insidiata tutta dagli Ateniesi, cui conviene stimare, circa le nostre controversie, pacificatori più obbliganti di quel che non sono i miei discorsi, perchè fra i Greci sono essi i più forti: e sebbene stieno qua con poche navi, pur vanno spiando il nostro debole, e sotto la coperta della legalità d’alleanza mettono speziosamente a profitto quell’inimicizia che per natura ci portano. Che se noi ci appigliamo alla guerra; e qualcuno inviti costoro che anche dove non sono invitati muovono le armi, bene è da credere che peggiorando lo stato nostro colle domestiche spese, e facendo loro strada all’impero, essi al vederci logori verranno, quando che sia, con più numeroso stuolo, per tentare di sottomettersi tutta intera quest’isola.

61. «Ma se non abbiamo offuscati gli occhi dell’intelletto, dobbiamo invitare alleati ed abbracciar nuovi pericoli, piuttosto per acquistare al nostro stato quel d’altrui che danneggiare il proprio: dobbiamo persuaderci che le sette sono la peste principalissima sì delle particolari repubbliche che della Sicilia intera, della quale noi abitatori, quantunque tutti insidiati, andiamo città per città parteggiando. Queste considerazioni devono condurre i privati a rappacificarsi coi privati, e le città colle città, a fine di tentar concordemente di salvare tutta quanta la Sicilia. [261] Nessuno si immagini che i soli Dorici tra noi sieno nemici agli Ateniesi, e che i Calcidesi in grazia della consaguinità jonica stieno al sicuro‍[259]: imperciocchè non per odio alla diversità del sangue costoro invadono i popoli, ma per bramosia dei beni di Sicilia, che possediamo in comune. E ciò hanno appalesato all’invito fatto loro da quei di stirpe calcidica, ai quali, con prontezza maggiore di quel che richiedesse una convenzione, hanno pagato un debito di giustizia come consanguinei, senza esserne stati mai soccorsi secondo l’alleanza. Pur queste soverchierie e premeditazioni degli Ateniesi sono bene da scusarsi; nè io biasimo quelli che voglion comandare, ma quelli che sono troppo pronti ad obbedire; avvegnachè sia propio degli uomini comandar sempre a chi cede e guardarsi da chi t’assale. E vanno errati quelli tra noi che convinti di ciò, non antiveggono drittamente, e si presentano all’assemblea senza credere della massima importanza il ben provvedere al timore comune, da cui tostissimamente saremmo liberi solo che ci accordassimo insieme; perchè gli Ateniesi non si muovono contro noi dal loro paese, ma dal paese di chi gli ha chiamati. Allora non la guerra colla guerra, ma le dissensioni colla pace tranquillamente queteremo: e quanto fu ingiusta, sebben palliata la venuta degli Ateniesi qua invitati, altrettanto sarà ragionevole la loro partenza a man vuote.

62. «Ecco quanto bene rispetto agli Ateniesi ritroviamo saggiamente deliberando. Quanto poi alla pace, che a confessione di tutti è l’ottimo dei beni, come non deve farsi anche fra noi stessi? Se uno si trovi in prosperità, un altro in avversità, non credete voi che la pace meglio che la guerra possa in quest’ultimo cessare, e nel primo conservare il suo stato; e che ella offra onori e chiarezza permanente e tutto ciò che potrebbe dar materia a lunga orazione non meno che la guerra? Lo che considerando dovete non spregiar mie parole, ma anzi per queste provveder ciascuno alla vostra salvezza. E se alcun tien per fermo di ben riuscire in qualche cosa o per il dritto o per la forza, badi che la sua speranza non vada fallita, ove [262] egli sappia che dei molti i quali volevano perseguire colla vendetta gli ingiuriatori, e degli altri i quali speravano di vantaggiarsi per via della forza, quelli non che vendicarsi, non ne uscirono a bene; a questi invece di acquistare, avvenne di perdere del proprio. Imperciocchè la vendetta non riesce meritamente a buon fine perchè è provocata dall’ingiuria, nè la fortezza è stabile perchè ha buone speranze; ma d’ordinario la vince l’incertezza del futuro, che sebben fallacissima pure si mostra anche utilissima, avvegnachè temendo del pari usiamo maggior previdenza nell’assalirci l’un l’altro.

63. «Laonde abbattuti ora doppiamente, e dal timore indeterminato di questa incertezza, e dalla presenza degli Ateniesi omai formidabili, riguardiamo questi ostacoli come sufficienti ad impedire quello che credevamo di effettuare giusta i mal concepiti disegni; mandiamo via dal nostro paese gl’imminenti nemici; facciamo tra noi, come io credo il meglio, accordo sempiterno; o almeno con tregua lunghissima rimettiamo ad altro tempo le nostre particolari differenze. Intendiamo insomma che seguendo il mio consiglio, ciascuno avrem libera la città nostra, e tenendola independentemente potremo per generosità render la pariglia a chi ci taccia del bene o del male. Ma se, non porgendomi orecchio, ci assoggetteremo ad altri; non più si tratterà di vendicarsi di alcuno, ma dovrem recarci a gran fortuna di esser per forza amici ai mortali nostri nemici, e discordanti da chi non dovremmo.

64. «Ed io per me, come da prima ho detto, tuttochè rappresenti città amplissima e tale da offendere piuttostochè difendersi, pure credo ben fatto providamente comporci insieme, e di non far del danno ai nemici in modo da risentirlo noi maggiore. Nè io vo’ da stolto perfidiare di credermi arbitro, siccome del mio volere, così della fortuna cui non comando; anzi mi giova darla vinta finchè il decoro lo permette: ma credo giusto che voi altri facciate meco lo stesso spontaneamente, e non aspettiate che i nemici vi astringano; perchè non è vergogna che i nazionali cedano ai nazionali, o un dorico all’altro dorico, o [263] un calcidese ai consanguinei; in una parola, popoli tra sè vicini coabitanti di un medesimo paese bagnato intorno dal mare, e chiamati tutti con un sol nome Siciliani. Pur quand’occorra guerreggeremo tra noi, e fra noi nuovamente ci accorderemo mediante i comuni parlamenti: ma ora, se abbiam senno, corriamo tutti insieme a respingere gli stranieri, se pure è vero che il danno di ciascuno è pericolo comune. Non chiamiamo più d’ora innanzi nè alleati nè pacieri, essendochè per questo modo non defrauderemo al presente la Sicilia di due beni, cioè d’esser libera dagli Ateniesi e dalla guerra domestica; ed in avvenire noi soli la riterremo libera e meno insidiata dagli altri.»

65. Persuasi i Siciliesi dalle parole di Ermocrate convennero tra sè doversi cessar la guerra con questo inteso che ciascuno ritenesse quel che aveva; e che Morgantina‍[260] resterebbe ai Camarinei purchè sborsassero ai Siracusani certa somma di denaro. Gli alleati d’Atene chiamarono a sè i capitani ateniesi e dissero, che gradirebbero di accedere a quell’accomodamento, e che le tregue sarebbero comuni anche a loro. Avutone il consenso stipularono il concordato‍[261], e la flotta ateniese partì poi di Sicilia. Tornati i generali alla città, gli Ateniesi confinarono Pitodoro e Sofocle, e taglieggiarono Eurimedonte, allegando che potendo essi soggettare la Sicilia, se ne eran ritornati corrotti da’ donativi. Cotanto misuravano della presente loro felicità, che pretendevano niuno ostacolo doversi attraversare ai loro disegni, e le imprese fattibili e le più difficoltose doversi del pari effettuare, sia con grandi, sia con insufficienti apparecchi. E ciò nasceva dalla inopinata fortuna nella maggior parte delle imprese, la quale nutriva in essi animosa speranza.

66. Nella medesima estate quei di Megara, stretti dagli Ateniesi che costantemente due volte l’anno assaltavano con tutto l’esercito le loro terre, e dai fuorusciti che nel bollore delle fazioni essendo stati cacciati dai popolani e raccoltisi a Pega‍[262] riuscivano incomodi coi ladronecci, tenevano discorso fra loro del doversi levare il bando [264] ai fuorusciti per non rovinare da due parti la città. A tal romore i fautori dei banditi più apertamente di prima anch’essi insistevano non esser da trascurare tal proposta: ma i demagoghi temendo che il popolo, per le correnti calamità, non vorrebbe tenere il fermo nella loro parte, vengono a parlamento con Ippocrate di Arifrone, e Demostene di Alcistene, capitani ateniesi, con intenzione di render la città perchè giudicavano ciò meno a sè pericoloso, che il rimettere in patria quelli che avevano discacciati. Convennero adunque per primo che gli Ateniesi occupassero le mura lunghe distanti circa otto stadii‍[263] dalla città inverso Nisea loro porto, acciò i Peloponnesi non potessero correre in aiuto uscendo di Nisea stessa, ove soli stavano di presidio per tenere in rispetto Megara: quindi farebbero di tutto perchè si rendesse anche la cittadella; e quando ciò fosse avvenuto, anche gli altri Megaresi più facilmente calerebbono agli accordi.

67. Discorso e preparato il tutto da ambe le parti, gli Ateniesi con seicento di grave armatura comandati da Ippocrate sull’imbrunire navigarono a Minoa isola de’ Megaresi‍[264], e posaronsi in un fosso scassato per ammattonare le mura, non molto lontano da Megara. Le genti leggeri dei Plateesi, e le altre della ronda guidate dal secondo capitano Demostene, imboscaronsi presso al sacro recinto di Marte che ne è anche men lontano. A Megara nissuno sapeva di ciò, fuorchè quelli cui premeva di essere avvertiti di cotesta notte. Sul far dell’aurora quei tra i Megaresi autori del tradimento misero in opera cotal fraude: fingendosi pirati avevano un pezzo prima co’ buoni ufizi indotto il capitano della porta ad aprirla; e di notte solevano sopra un carro trasportare pel fosso fino al mare una barca a due remi e mettersi in corso: poi sul medesimo carro la riportavano sino al muro, e la introducevano per la porta prima del giorno, perchè non fosse veduta dalle sentinelle ateniesi di Minoa, tanto più che nel porto non si vedeva barca veruna. Allora già il carro era alla porta, che al solito fu aperta per la barca. A tal vista [265] gli Ateniesi, poichè la cosa era di concerto, correvano in fretta volendo arrivar prima che si richiudesse la porta, e mentre vi era appunto la barca che serviva di impaccio a rabbatterla; e sostenuti da’ Megaresi complici della trama, uccidono le guardie della porta. I Plateesi con Demostene e i soldati della ronda‍[265] furono i primi a correre laddove ora è il trofeo; e subito dentro la porta azzuffatisi coi Peloponnesi che essendo vicinissimi ed avvistisi del fatto vi erano accorsi; n’ebber vittoria, e resero sicura la porta pei soldati gravi ateniesi che sopravvenivano.

68. Dipoi ciascuno degli Ateniesi che a mano a mano passava la porta, si avviava verso le mura, ove pochi del presidio peloponnesio fecero in principio resistenza, ed alcuni rimasero morti: i più però si diedero alla fuga, impauriti da quel notturno assalto de’ nemici, e dal vedersi a fronte quei cittadini traditori, onde stimavano che tutti i Megaresi si fossero accordati a tradirli. Occorse inoltre che un araldo ateniese di suo capriccio bandì che chiunque de’ Megaresi volesse esser con gli Ateniesi prendesse le armi. A tal voce non ressero più, ma pensando di aver veramente nemico tutto il popolo, si ricovrarono a Nisea. Sul far dell’alba erano già espugnate le mura; e in mezzo allo scompiglio della città i parteggianti degli Ateniesi e con loro gran moltitudine di popolo informati del segreto gridavano doversi aprire le porte ed uscire a battaglia. Avevano già tra loro stabilito che ungendosi per contrassegno con del grasso a fine di non essere offesi aprirebbero le porte ed entrerebbero a furia gli Ateniesi; lo che potevano fare tanto più francamente, in quanto che da Eleusi, giusta il convenuto, erano arrivati marciando di notte quattro migliaia di fanti gravi ateniesi e sei centinaia di cavalli. Ma quando i congiurati già unti erano presso alle porte uno di questi consapevole del tutto dichiara agli altri la trama; il perchè raccoltisi insieme, recaronsi tutti alla porta, e dicevano non doversi aprire, nè far sortita veruna, lo che non aveano osato di fare neanche innanzi quantunque avessero maggiori forze, nè gettare la città in [266] manifesto pericolo; che se alcun si opponesse, ivi s’avea a decidere coll’armi. Mostravano al tempo stesso non saper nulla di quei maneggi, ma insistevano come che consigliassero il migliore, ed intanto restavano fermi a guardia della porta; di sorte che gli orditori della trama rimasero delusi.

69. Conoscendo i generali ateniesi che era nato qualche ostacolo, e che d’altronde non avevano forze sufficienti a prendere d’assalto la città, si diedero immediatamente a cingere di mura Nisea, persuasi che espugnandola prima che le venisse qualche soccorso, sarebbe stata anco più sollecita la resa di Megara. A tale oggetto arrivarono subito da Atene ferramenti, scarpellini ed ogni altra bisogna. Pertanto incominciando dalle mura già occupate, edificarono un muro trasversale per chiuder fuori Megara; e dalle due estremità di esse lo condussero fino al mare di Nisea. L’esercito si distribuì il lavoro del fosso e delle mura, valendosi de’ sassi e dei mattoni del suburbio; fabbricava palizzate ove abbisognasse, tagliando alberi ed altro legname; e le case del suburbio stesso con merli onde venivano fornite servivano anch’esse di battifolli. Vi lavoravano tutto questo giorno, e sulla sera del dì seguente il muro era quasi finito. Però le genti di Nisea intimorite perchè mancavano di viveri (dovendo giorno per giorno consumar quelli che venivano mandati dalla cittadella di Megara) e perchè non speravano pronto soccorso dai Peloponnesi e credevano nemici tutti i Megaresi, si composero con gli Ateniesi per esser liberi pagando capo per capo una taglia con questo inteso che fossero rese le armi; ed i Lacedemoni col loro capitano, e qualunque altro vi si trovasse, lasciati a discrezione degli Ateniesi. Stipulato questi patti esciron fuori, e gli Ateniesi demolirono le mura lunghe dalla parte di Megara‍[266], ed avuta in mano Nisea si accingevano ad altre imprese.

70. In questo tempo Brasida lacedemone figliolo di Tellide che si trovava in vicinanza di Sicione a Corinto per allestire un esercito contro la Tracia, avendo inteso la presa delle mura lunghe di Megara, venne in timore per il presidio [267] peloponnesio di Nisea e per l’espugnazione di Megara. Laonde spedisce ai Beozii ordinando che tostamente dovessero venirgli incontro con tutto l’esercito al castello chiamato Tripodisco nella Megaride alle falde della montagna Geranea, ove anch’egli si recava con duemila settecento Corintii di grave armatura, quattrocento Fliasii e seicento Sicionesi, senza contare le altre genti che aveva intorno a sè raccolte. Stimava egli che Nisea fosse ancor salva; ma come marciando di notte alla volta di Tripodisco ebbe inteso esser presa, scelti trecento dell’esercito prima che nulla si sapesse di sua venuta; si appressava a Megara, celatamente agli Ateniesi che erano presso al mare. Dava voce, ed era anche vero, di voler tentare, se fosse possibile, l’impresa di Nisea: ma la cima de’ suoi pensieri era di penetrare in Megara per assicurarsene. Onde faceva istanza ai Megaresi che dovessero riceverlo con l’esercito, dicendo di essere nella speranza di recuperare Nisea.

71. Ma le fazioni de’ Megaresi erano venute in sospetto; imperciocchè temevano gli uni, che Brasida fatti rientrare gli usciti, non cacciasse lor fuori; gli altri che per questa cagione appunto i popolani non gli assalissero, e così la città agitata da guerra cittadina non venisse a perdersi, mentre gli Ateniesi stavano appresso alle vedette. Però non lo ricevettero in Megara, ma piacque ad ambe le parti di star sulle sue per veder quello che succedesse, avvegnachè sperassero amendue che si verrebbe a battaglia fra Ateniesi e Lacedemoni accorsi in aiuto, e così miglior partito sarebbe che si mettessero dalla parte del vincitore coloro che gli fossero affezionati. Brasida intanto, non avendo potuto indurre i Megaresi a riceverlo, tornò a raggiungere il rimanente dell’esercito.

72. Arrivarono a giorno i Beozii che prima dell’imbasciata di Brasida avevano avuto in animo di soccorrer Megara, perchè non era loro estraneo quel pericolo, e perchè erano già con tutte le loro truppe a Platea. Ma dopo l’imbasciata si inanimarono viemaggiormente e spedirono a Brasida una banda di duemila di grave armatura con seicento di cavalleria, e tornarono indietro col maggior numero; talchè [268] tutto l’esercito di Brasida riunito insieme montava a non meno di seimila soldati di grave armatura. Gli Ateniesi avevano disposte in ordinanza le genti gravi presso Nisea in sul mare, e le leggere erano sparse per la pianura; quando i Beozii assaltando quest’ultime inaspettatamente, perchè niun soccorso era di prima venuto ai Megaresi, le cacciarono fino alla marina. Allora spintasi addosso al vincitore la cavalleria ateniese si venne alle mani; e durò un pezzo questa zuffa equestre in cui ambe le parti pretendono non avere avuta la peggio. Bene è vero che il comandante della cavalleria beozia e pochi altri si avanzarono fin sotto Nisea, e vi furono uccisi e spogliati dagli Ateniesi, i quali impadronitisi de’ cadaveri dei Beozii li resero poi con salvocondotto, ed ersero trofeo: nondimeno però, se si riguardi la totalità di questo fatto d’arme, gli uni e gli altri si separavano con esito dubbioso. Anzi i Beozii tornarono al loro campo, e gli Ateniesi a Nisea.

73. Dopo questo conflitto Brasida e il suo esercito si avvicinarono al mare e alla città di Megara: e occupato un posto vantaggioso fermaronvisi in ordinanza; perchè stimavano che gli Ateniesi verrebbero ad assalirli, e non ignoravano che i Megaresi starebbero oziosi a vedere di chi avesse ad essere la vittoria. Davansi essi a credere che questo compenso porterebbe loro due vantaggi; uno, che non sarebbero i primi a dar battaglia nè a mettersi deliberatamente all’avventura; e che siccome si erano chiaramente mostrati disposti a resistere, così senza muover foglia verrebbe loro a ragione attribuita la vittoria: l’altro che potevano sperare buon esito rispetto ai Megaresi imperciocchè se non fossero comparsi colà la cosa non resterebbe tuttora indecisa, ma creduti manifestamente vinti avrebbero senz’altro perduta quella città: mentre adesso potrebbe darsi il caso che gli Ateniesi non volendo combattere, essi senza battaglia conseguano il fine per cui erano venuti; come di fatto avvenne. Conciossiachè gli Ateniesi erano usciti di Nisea e si erano attelati dinanzi alle mura lunghe, ma non essendo assaliti dal nemico stavano ivi fermi, perchè i loro generali consideravano la sproporzione [269] del proprio pericolo con quello dei nemici. Infatti, se dopo aver avuto prospero successo nella massima parte delle imprese, ingaggiassero la battaglia contro un esercito più numeroso, ne avverrebbe che vincendo acquisterebbero Megara, perdendo verrebbe anche a perdersi il fiore delle genti di grave armatura: laddove il rischio di tutto l’esercito peloponnesio ivi presente era diviso in ciascuna città, e però con ragione dovevano i Lacedemoni desiderar di venire a giornata. Ma poichè trattenutisi del tempo nessuno dei due campi si moveva, gli Ateniesi tornarono i primi a Nisea, e quindi i Peloponnesi al luogo onde erano partiti.

74. Allora incoraggiati maggiormente quei Megaresi fautori dei banditi aprono le porte ai capitani delle città peloponnesie ed a Brasida, riguardandolo come vincitore dacchè gli Ateniesi s’eran tenuti di combattere. Introdotti costoro in città ove stavano costernati i partigiani degli Ateniesi, vengono a parlamento: dipoi si sciolse l’esercito della lega per tornar ciascuno alla sua patria: e Brasida recatosi a Corinto ordinava la spedizione di Tracia ove sin da principio era indirizzato. Partiti appena gli Ateniesi per alla volta di Atene, quei Megaresi rimasti in città che più degli altri si erano mescolati nelle cose di essi, vedendosi scoperti tosto partirono di soppiatto: e gli altri abboccatisi insieme con gli amici dei banditi permettono di rimpatriare ai rifuggiti in Pege, obbligandoli con giuramento di solenni promesse a dover dimenticare qualsivoglia torto, e a consigliare il meglio per la città. Ma costoro quando furono di magistrato, all’occasione di fare la rivista dell’armeria spartirono in varii luoghi le compagnie dei soldati, e cappati da cento dei loro nemici fra quei che passavano per più affezionati agli Ateniesi, costrinsero il popolo a dare sopra di loro il voto scoperto, per cui essendo stati condannati li uccisero. Così ridussero la città, può dirsi, ad una assoluta oligarchia; e questo cambiamento, causato dalla sedizione che portò il governo in mano di pochissimi, durò per assai lungo tempo.

75. Nella medesima estate essendo i Mitilensi vicini ad effettuare il loro disegno di munire Antandro‍[267], Demodoco [270] ed Aristide capitani degli Ateniesi, deputati esattori del tributo, trovandosi attorno all’Ellesponto (mentre Lamaco loro terzo collega con dieci navi era entrato nel Ponto) quando riseppero i preparamenti di quella terra vennero in apprensione che ella potesse diventare quel che a danno di Samo era Anea, ove ridottisi i fuorusciti Samii aiutavano in sul mare i Peloponnesi mandando loro de’ piloti, fomentavano turbolenze tra i Samii restati in città, e raccettavano gli usciti. Però messa insieme un’armata di alleati, navigano ad Antandro ove, superati in battaglia quei che ne erano venuti ad opporsi, riprendono di bel nuovo la terra. Non molto dopo Lamaco che già era entrato nel Ponto approda alle rive del fiume Caleci in su quel d’Eraclea; ma venuta dell’acqua dalle parti montane e calata un’improvvisa corrente, vi perde le navi. Nondimeno egli traversando colle sue genti il paese dei Traci Bitinii, che sono sulla spiaggia opposta in Asia, giunge per terra a Calcedonia, colonia dei Megaresi, situata in sulla bocca del Ponto.

76. Nella medesima state anche Demostene capitano degli Ateniesi partito appena dalla Megaride va con quaranta navi a Naupatto, avvegnachè alcuni delle città beozie tenessero segrete pratiche con lui e con Ippocrate sugli affari della Beozia, con intenzione di mutare lo stato e voltarlo, come gli Ateniesi, alla democrazia. Pertanto guidati principalmente da Pteodoro esule tebano avevano disposto la cosa in questo modo: che alcuni renderebbero per tradimento Sifa castello marittimo del territorio tespico in sul golfo di Crisa; ed altri d’Orcomeno consegnerebbero Cheronea che è nel medesimo distretto d’Orcomeno denominato prima Minico ed ora Beozio. Si erano uniti in queste pratiche più che altri i banditi orcomeniesi, e snidavano genti del Peloponneso; e siccome Cheronea è su i confini della Beozia, così vi avevano le mani ancora alcuni Focesi. Gli Ateniesi poi occuperebbero Delio consacrato ad Apollo, che resta nel Tanagrese e guarda Eubea, e tutte queste cose dovevano farsi in un determinato giorno perchè i Beozii non potessero tutti accorrere in soccorso [271] di Delio; ma ciascuno avesse di che darsi moto per i propri affari. Se il tentativo andasse bene e si potesse munir Delio, speravano agevolmente che, posto anche non nascesse subito qualche innovazione del governo beotico, nondimeno l’occupazione di questa terra dando abilità agli Ateniesi di corseggiar la campagna, ed essendo un vicino ricovero ai malcontenti, le cose de’ Beozii non rimarrebbero tranquille; e che gli Ateniesi unendosi ai ribelli, mentre i Beozii non potevano raccogliere insieme le loro forze, riuscirebbero col tempo a stabilirvi reggimento acconcio ai loro disegni. Queste erano le insidie che si tramavano.

77. Intanto Ippocrate, che quando fosse il tempo dovea marciare alla testa degli Ateniesi contro i Beozii, fece avviare Demostene a Naupatto colle quaranta navi, acciocchè raccolto da quei luoghi un esercito tra gli Acarnani e d’altri confederati navigasse a Sifa, che ella verrebbe resa per tradimento. Già avevano fra sè convenuto del giorno in cui dovevano tutte insieme queste cose effettuarsi. Demostene adunque al suo arrivo ricevette nell’alleanza degli Ateniesi gli Eniadi costrettivi dall’intero corpo degli Acarnani, e poi commosse da se stessa tutta la lega di quelle parti; cominciò da portar le armi contro Salintio e gli Agrei, e recato in sua mano la somma delle cose si disponeva quando che occorresse a raggiungere gli Ateniesi a Sifa.

78. Circa il medesimo tempo di questa estate Brasida con mille settecento di grave armatura messosi in cammino per la sua impresa di Tracia, non prima pervenne ad Eraclea della Trachinia che spedì innanzi un messaggio in Farsalo, pregando i suoi fautori a dover concedere il passaggio per la Tessaglia a lui ed alle sue genti. Vennero di fatti a Melizia dell’Acaia Panero, Doro, Ippolochide, Torilao, e Strofaco pubblico ospite dei Calcidesi; e allora egli riprese il suo cammino accompagnato, tra gli altri Tessali, da Niconida larisseo che era molto innanzi con Perdicca; avvegnachè non sia facile traversar la Tessaglia senza scorta in specie per gente armata; anzi suole generalmente presso tutti i Greci esser preso in sospetto [272] chi passi su quel di altrui senza consenso. Si arroge di più che la moltitudine dei Tessali, era mai sempre bene affetta agli Ateniesi; di modo che se invece d’esser retti da una balia dominante si fossero governati con uguaglianza popolare di diritto, Brasida non sarebbe potuto passare avanti. Imperciocchè anche quando egli s’era messo in via essendoglisi fatti incontro sul fiume Enipeo quei della fazione contraria alle sue guide, volevano contrastargli il passaggio chiamandosi offesi perchè ei passasse innanzi senza il consenso di tutto il comune. Rispondevano le scorte che non intendevano di condurlo a malgrado di essi, ma solo per titolo di ospitalità da che era comparso repentinamente. E Brasida diceva di propria bocca esser venuto amico al suolo tessalo ed ai Tessali; portare le armi contro gli Ateniesi suoi nemici, non già contro loro; non vedere alcuna inimicizia fra’ Tessali e i Lacedemoni per cui dovessero scambievolmente impedirsi l’uso del territorio; non volere proseguire il cammino a loro dispetto (nè quando il volesse potrebbe farlo), ma solo pregarli che non dovessero impedirglielo. Costoro udito ciò partirono; e Brasida, ad istanza de’ suoi conduttori prima che si adunasse più gente a contrastargli il passo, senza punto trattenersi marciò con tanta fretta, che il giorno medesimo che s’era mosso da Melizia fece capo a Farsalo, e si pose ad oste sul fiume Apidano. Di lì passò a Facio, e quindi a Perebia, donde finalmente i suoi conduttori tessali tornarono indietro. Ed i Perebii vassalli degli stessi Tessali lo fecero passare a Die cittadella del regno di Perdicca, posta alle falde dell’Olimpo di Macedonia inverso la Tessaglia.

79. Così Brasida fu in tempo di trascorrere la Tessaglia prima che alcun fosse preparato ad opporsegli; ed arrivò presso Perdicca e nelle terre calcidesi, ove intimoriti della fortuna degli Ateniesi, tanto i Traci che si erano loro ribellati quanto Perdicca avevano invitato questo esercito peloponnesio. I Calcidesi, ai quali si univano segretamente le vicine città (tuttochè ancora non ribellate), avevano fatto gran calca per ottenere questo soccorso, [273] perchè credevano che gli Ateniesi prima di tutto moverebbero le armi contro loro; Perdicca poi, perchè sebbene non fosse aperto nemico di Atene pure temeva delle differenze avute con quella Repubblica, e soprattutto perchè voleva soggiogare Arribeo re de’ Lincesti. I cattivi successi delle armi di Sparta facilitarono ad essi la via ad ottenere dal Peloponnesio questo esercito.

80. Speravano i Lacedemoni che siccome gli Ateniesi soprastavano al Peloponneso e principalmente al territorio di Sparta, valevolissimo mezzo a divertirli sarebbe se anche essi li inquietassero collo spedir genti ai loro alleati, che di ciò li ricercavano per ribellarsi, obbligandosi ancora al nutrimento dei soldati. Desideravano inoltre di avere un pretesto per mandar fuori degli Iloti, perchè di presente essendo Pilo in potere degli Ateniesi, non dovessero tentare qualche novità. Avevano già i Lacedemoni usato molti compensi per tenersi sempre ben guardati dagli Iloti; ed allora che molti erano e giovani, e però mettevan loro paura, ricorsero a quest’astuzia. Bandirono che quelli tra loro che pretendessero di essere stati i più valorosi nelle cose di guerra a pro dello stato si separassero dagli altri, che verrebbero fatti liberi. Era questa una tenta per iscoprirgli, perchè i Lacedemoni facevano a dire che quelli i quali avessero presunto d’essere i primi ad ottenere la libertà, avrebbero anche avuta maggior baldanza degli altri ad assalirli. Così, sceltine duemila li menarono inghirlandati attorno a’ templi come costumasi coi libertini; ma poco dopo gli fecero sparire senza che nessuno sapesse con qual genere di morte, e spedirono prontamente settecento degli altri armati alla grave sotto il comando di Brasida che ardentemente lo desiderava, e che si procacciò col soldo altre milizie del Peloponneso.

81. Avevano già anche i Calcidesi bramato di aver Brasida che in Sparta era tenuto in concetto d’uomo attivo e sufficiente a qualunque impresa, e che per quella spedizione venne in grandissima reputazione appresso i Lacedemoni. Conciossiachè mostrandosi innanzi tratto giusto e moderato verso le città, molti luoghi indusse a ribellarsi, [274] ed alcuni ne ebbe per via di trattati; talchè avvenne che volendo i Lacedemoni accomodarsi con gli Ateniesi (siccome fecero), potessero rendersi a vicenda e scambiarsi le terre, e respirar nella guerra allontanata dal Peloponneso. Ed in seguito quando si venne all’armi dopo gli affari di Sicilia, la virtù e la prudenza di Brasida, conosciute da alcuni per prova da altri credute per udita, indussero principalmente nei confederati Ateniesi il desiderio dei Lacedemoni; perchè uscito egli il primo di Sparta e procacciatosi grido di uomo probo per ogni conto, lasciò in essi ferma speranza che gli altri dovessero essere simili a lui.

82. Ma gli Ateniesi, quando intesero che egli era giunto in Tracia, tennero per loro nemico Perdicca incaricandolo della venuta di Brasida, e rinforzarono i presidii presso i confederati di quei luoghi.

83. Intanto Perdicca unite subito le sue genti con quelle di Brasida marcia contro Arribeo figliolo di Bromero, re dei Lincesti Macedoni, suo confinante, non tanto per delle differenze che seco aveva, quanto perchè voleva soggiogarlo. Ma quando egli e Brasida con l’esercito erano per metter piede sul territorio di Linco, Brasida disse che prima di venire all’armi voleva abboccarsi con Arribeo per tirarlo, se gli riuscisse, nella lega de’ Lacedemoni; tanto più che Arribeo avea mandato un trombetta dichiarandosi pronto a rimettersi in Brasida ove volesse esser mezzano tra loro. Similmente i legati calcidesi che si trovavano nel campo significavano a Brasida, per averlo più pronto ai loro bisogni, di non voler entrar nel pericolo per cavarne fuori Perdicca, i cui ambasciatori avevano a un dipresso spacciato lo stesso a Sparta, quando dissero che riuscirebbe a lui di render molte terre sue confinanti alleate dei Lacedemoni. Laonde Brasida giudicava di dover trattare come comuni gl’interessi d’Arribeo: ma Perdicca rispondeva non averlo condotto colà perchè si facesse l’arbitro delle loro differenze, ma bensì perchè esterminasse quelli che da lui gli venissero indicati come suoi nemici, e che gli farebbe un torto mettendosi dalla [275] parte di Arribeo, mentre e’ sostentava la metà dell’esercito. Nondimeno Brasida repugnando e dissentendo Perdicca va a trovare Arribeo, dal quale persuaso ritirò l’esercito prima di metter piede nelle sue terre. Perdicca dopo questo fatto tenendosi ingiuriato, invece della metà dava il terzo del foraggio.

84. Immediatamente nella medesima estate poco prima della vendemmia Brasida conducendo seco anche i Calcidesi portò la guerra ad Acanto colonia degli Andrii, ove i fautori dei Calcidesi che lo avevano invitato ed i popolani contendevano insieme se dovesse o no riceversi. Tuttavia temendo il popolo pei frutti della campagna che tuttora eran fuori, Brasida lo induce a dover ricever lui solo, ed ascoltarlo prima di risolvere. Onde presentatosi al popolo con un bel porgere per ispartano, parlò in questo tenore.

85. «Cittadini d’Acanto, la spedizione di me e del mio esercito fatta dai Lacedemoni viene a verificare il motivo di questa guerra da noi divolgato in principio, cioè che noi guerreggeremmo per liberare la Grecia. E nessun ci apponga a colpa se falliti nella nostra credenza quanto alla guerra fatta colà, per cui speravamo di presto abbattere gli Ateniesi senza vostro pericolo, venimmo qua un poco tardi; perchè arrivati adesso, quando ci fu possibile, daremo opera insieme con voi a debellarli. Stupisco però di vedermi chiuse le porte e di non giungervi grato. Imperciocchè laddove noi Lacedemoni stimando anche prima del nostro arrivo di dover venire presso un popolo alleato almeno per volontà, ed a cui saremmo accetti, ci siamo gettati in tanto pericolo facendo viaggio per molte giornate in terra straniera, e mostrando ogni sollecitudine, sarebbe un’indegnità se voi aveste in mente altri pensieri, e contrariaste la libertà vostra e quella degli altri Greci. Essendochè, non solo voi mi vi opponete, ma farete anche sì che ovunque mi presenti men prontamente si uniscano a me gli altri, i quali si adombreranno, perchè essendo primieramente venuto presso voi che avete città considerevolissima e nomea di prudenza, non mi abbiate ricevuto. [276] Nè io potrò giustificare il motivo di mia venuta, ma sarò creduto o di volere imporre una iniqua libertà, o di trovarmi qui debole e inabile a protegger quelli che vengano assaliti dagli Ateniesi. Eppur questi Ateniesi, essendo io andato a soccorrer Nisea, tuttochè fossero in maggior numero non vollero azzuffarsi con quelle medesime genti che adesso ho meco. Ora non è presumibile che essi sieno per mandare contro di voi un esercito così grosso come l’armata di Nisea.

86. «Io però son qua venuto non per danneggiare, ma per liberare i Greci; ed ho astretto i magistrati di Sparta a giurarmi solennemente che sarebbono independenti coloro che io tirassi nella mia lega. E nemmeno mi trovo qua perchè voglia aggiugnervi alla nostra confederazione o per forza o per inganno, ma all’opposto perchè vi uniate con noi a guerreggiare gli Ateniesi che vi tengono schiavi. Per lo che mentre vi do pegni grandissimi, credo che io non debba esser tenuto uomo sospetto o vendicatore insufficiente, e che voi vi accosterete a me pieni di confidenza. Se poi vi ha chi temendo in particolare di chicchessia sta perplesso perchè forse io voglia metter la città in balia di alcuni, costui si rassicuri sommamente; imperocchè non vengo a fomentar sette, e credo che non apporterei manifesta libertà se trascurando i vostri statuti assoggettassi o la plebe ai nobili, o i nobili alla plebe. Sarebbe questa una libertà più grave d’un dominio straniero, e a noi Lacedemoni non frutterebbe riconoscenza delle nostre fatiche, ma piuttosto colpa invece d’onore e di gloria. Così mostreremmo di tirarci addosso quelle accuse stesse per cui guerreggiamo contro gli Ateniesi in modo anche più odioso di chi non professò mai alcuna virtù. Conciossiachè per chi è in credito è più vergogna sopraffare altrui con speziosa frode che con aperta violenza; perchè in questo caso assale col dritto del più forte datogli dalla fortuna; in quello, coll’insidia propria di un animo iniquo. Il perchè usiamo molta circospezione nelle controversie che sono per noi rilevantissime.

87. «Nè, oltre ai giuramenti dei Lacedemoni, maggior [277] sicurezza potreste avere di quelli argomenti i quali, confrontando esattamente i fatti colle promesse, vi conducono necessariamente a credere che torna anche in vostro vantaggio quello che ho detto. Se poi a queste mie profferte risponderete non poterle accettare, e la qualità di nostri amici darvi il dritto di rigettarci impunemente, e la libertà sembrarvi pericolosa, ed esser giusto portarla a quei popoli che hanno la possibilità d’accettarla, e non astringervi alcuno suo malgrado; io prenderò in testimoni gli Dei e gli Eroi del paese che venuto qua con buon fine non riesco a persuadervi, e che mi sforzerò di violentarvi col guasto delle vostre terre. E non crederò di procedere ingiustamente, ma d’avere la ragione dal canto mio per due pressantissimi motivi: primo, affinchè i Lacedemoni con tutta la vostra cordialità non abbiano ad esser danneggiati dalle vostre ricchezze che colerebbero ad Atene quando ricusiate d’unirvi con loro; secondo, affinchè i Greci non sieno impediti da voi a trarsi di servaggio. Questa nostra condotta non sarebbe onesta. Non dobbiamo noi Lacedemoni dar libertà a chi non la voglia, salvo che per cagione d’un qualche pubblico bene. E nemmeno agognamo il dominio, ma ci studiamo di tenere in freno quei che lo agognano: e però faremmo ingiuria alla maggior parte de’ Greci se mentre vogliamo apportare libertà a tutti, trascurassimo che voi vi opponeste. Laonde deliberate bene, e gareggiate di esser fra i Greci il primo esempio a libertà, e di acquistarvi gloria sempiterna, e di non leder punto i vostri interessi, e di procacciare alla città vostra il più bello dei nomi.»

88. Così parlò Brasida: e gli Acantii dopo molti discorsi pro e contro, indotti parte dalle persuasioni di esso, parte dal timore pei frutti della campagna, con maggioranza di voti segreti risolvettero di staccarsi dagli Ateniesi, e vollero ch’ei si obbligasse coi giuramenti medesimi giurati già dai magistrati di Sparta quando lo spedirono, cioè: che sarebbero confederati, ma independenti, tutti quelli che ei tirasse alla sua lega; e allora finalmente ricevono l’esercito. Non molto dopo si unì a questa ribellione [278] anche Stagiro colonia degli Andrii. Tali cose successero in questa estate.

89. Al primo cominciare del seguente inverno la Beozia era sul punto di rendersi ai generali ateniesi Ippocrate e Demostene, i quali dovevano incontrarsi insieme, andando questi colle navi a Sifa, e l’altro a Delio. Ma essendo occorso sbaglio nel computo de’ giorni in che ciascuno doveva movere la sua gente, Demostene fu il primo a navigare a Sifa; e contuttochè avesse seco sulle navi gli Acarnani e molti alleati di quei luoghi, pure la cosa andò a voto, perchè Nicomaco focese di Fanoteo avea scoperto la trama ai Lacedemoni, e questi ai Beozii. Onde i Beozii accorsi colà a stormo, giacchè Ippocrate ancora non gli inquietava sulle loro terre, preoccupano Sifa e Cheronea; ed i cospiratori, accortisi dello sbaglio, non fecero movimento veruno in quelle città.

90. Intanto Ippocrate, che aveva sollecitato gli Ateniesi tutti, cittadini, inquilini e quanto vi era di forestieri, arriva a Delio, ma troppo tardi, quando già i Beozi eransi ritirati da Sifa. Ivi postosi ad oste prese a fortificare Delio, luogo sacro ad Apollo, nel seguente modo. Scavavano intorno al sagrato ed al tempio una fossa circolare, e dallo scasso gettavano su il cavaticcio per formare un argine, e rasente ad esso ficcarono su’ due lati dei pali tolti da una vigna attorno al sacro recinto, la quale tagliarono, e gettavano nel mezzo i tritumi di essa insieme con sassi e mattoni, levandoli dai pavimenti delle vicine case cui demolivano; e in ogni maniera si ingegnavano di alzare quel riparo. Collocavano ancora, ove fosse opportuno, delle torri di legno, di modo che nel sacro recinto non restava punto di fabbricato, imperocchè anche dove sorgeva il portico era già andato in rovina ogni cosa. Avevano cominciato questo lavoro il terzo giorno da che si erano partiti da casa, e vi si occuparono questo giorno medesimo e il quarto e il quinto fino all’ora del pranzo. Dipoi essendo quasi tutto fornito il lavoro, primieramente l’esercito si scostò dà Delio circa dieci stadii, con animo di tornarsene a casa. La milizia leggera, che formava il maggior numero, [279] seguitò immediatamente il suo cammino; ma quella di grave armatura fermato il campo, si teneva quieta. Ippocrate continuò a trattenersi a Delio per mettervi guardie e dar l’ultima mano, secondo il bisogno, a quanto mancava ai ripari di quella terra.

91. I Beozii che in questi giorni si riunivano a Tanagra, essendo ivi concorsi da tutte le città alla nuova che gli Ateniesi si avviavano a casa, gli altri Beotarchi, i quali sono undici, disconfortavanli dal combattere, dappoichè i nemici non erano più nella Beozia: infatti gli Ateniesi quando piantarono il campo erano precisamente sui confini dell’Oropia. Ma Pagonda di Eolade beotarco di Tebe, a cui toccava il comando dell’esercito insieme con Ariantide di Lisimaco, desiderando venire a battaglia, e credendo miglior partito l’arrischiarvisi, chiamatine a sè tanti per compagnia acciocchè non tutti abbandonassero il campo, con queste parole persuadeva i Beozii ad andar contro gli Ateniesi e far giornata.

92. «Valorosi Beozii, egli facea di mestieri che a nissuno di noi magistrati non venisse pure in pensiero, che non voleasi venire a battaglia con gli Ateniesi, eccetto che se li trovassimo tuttora nella Beozia. Imperciocchè con quel riparo da essi piantato ai confini della Beozia vogliono avere un luogo onde muoversi a rovinarla: onde è che ci sono certamente nemici ove che si trovino e dovunque partano per commettere ostilità. Che se ancora vi è cui sembri più sicuro il non combatterli, costui muti pensiero: attesochè la prudenza in chi è assalito da altri con pericolo di perdere il proprio non ammette una ponderazione così esatta, come in chi ritenendo le proprie cose, ma bramandone delle maggiori, invade altrui per mero capriccio. Inoltre è vostra patria costumanza far fronte agli assalti di straniero esercito nelle vostre terre del pari che nelle altrui: ciò che dovete fare con assai maggior sollecitudine contro gli Ateniesi che vi confinano. Conciossiachè se, trattandosi di confinanti, la libertà consiste nella parità delle forze; come non dovrassi venire fino all’ultimo del cimento contro costoro che non solo i [280] vicini ma anche i lontani si brigano di fare schiavi? Ci sia d’esempio lo stato a che son da loro ridotti gli Eubeesi dell’opposto lido, e la maggior parte degli altri Greci. Dobbiamo altresì persuaderci che laddove gli altri battagliano coi loro vicini per i termini del territorio, noi all’opposto, se restiam vinti, non potremo piantare in tutto il nostro dominio un sol termine incontrastabile: perocchè entrati costoro nelle nostre terre vorranno a forza insignorirsi di tutto; cotanto la vicinanza di costoro più che degli altri, è per noi pericolosa. Considerate poi che quelli i quali (siccome ora gli Ateniesi) baldanzosi di loro forze assaltano altrui, sogliono portar con più audacia le armi contro chi stia a sè e solo si difenda nel proprio paese; ma insistono con meno ardore contro chi si faccia innanzi ad incontrarli fuori dei confini, e ad attaccarli se l’occasione si presenti. Ne abbiamo contro di loro l’esperienza; allorchè per sedizione insorta avendo essi occupato il nostro suolo, noi li vincemmo a Cheronea e ristabilimmo in Beozia quella sicurezza che dura anche adesso. Le quali cose rammemorando noi più vecchi sforziamoci di imitare i fatti d’allora, e voi giovanetti figli di padri già valorosi procurate di non profanare quelle virtù che per retaggio vi appartengono. Pertanto affidati al Nume che sarà per noi, il cui santuario ritengono sacrilegamente afforzato, ed alle vittime che nei nostri sacrifici ci si mostrano propizie, corriamo tutti ad affrontarli, e mostriamo loro che assalendo gente che non sappiano respingerli, potranno appagare le proprie voglie; ma trattandosi di un popolo che per innata generosità vuole combattendo mantener sempre libera la sua patria, e non assoggettare ingiustamente l’altrui, e’ non torneranno indietro senza venire al paragone dell’armi.»

93. Con questa esortazione Pagonda persuase i Beozii ad andar contro gli Ateniesi; e poichè era già sul tardi del giorno, mosso subito il campo si mise alla testa dell’esercito. Quando fu vicino all’accampamento degli Ateniesi fece alto ove una collina trapposta impediva ai due eserciti di vedersi scambievolmente; schierò le sue genti [281] e si disponeva alla battaglia. Ippocrate che era a Delio, avuto contezza che i Beozii gli venivano addosso, spedisce al suo esercito imponendo di mettersi in ordinanza: e poco dopo partì anch’egli, lasciati circa quattrocento cavalli ne’ contorni di Delio per guardarlo, se mai qualche corpo nemico volesse assalirlo, e per cogliere insieme l’opportunità di sorprendere i Beozii nell’atto della battaglia. E i Beozii destinarono alcune squadre per far fronte a costoro; e quando ebbero tutte in ordine si fecero vedere di sulla collina; e si misero sulle armi in quella ordinanza colla quale dovevano combattere. Erano in tutti forse settemila di milizia grave, e di leggera sopra diecimila, con mille cavalli e cinquecento palvesari. I Tebani con quelli del loro comune‍[268] tenevano l’ala destra; il centro gli Aliarti, i Coronei, i Copeesi, e gli altri abitanti sul lago di Copa; la sinistra i Tespiesi, i Tanagresi e gli Orcomenii. L’una e l’altra ala era coperta dalla cavalleria e dalle genti leggere. I Tebani erano schierati con venticinque di fronte; e gli altri senza verun ordine stabilito. Tale era l’apparecchio e l’ordinanza de’ Beozii.

94. Dalla parte degli Ateniesi i soldati gravi, che erano pari di numero ai nemici, si schieravano con otto di fronte, e sulle due ali era la cavalleria. Non si trovavano presenti nell’esercito milizie leggere, e nemmeno ve n’erano in Atene; e quelle che con Ippocrate erano entrate nella Beozia, sebbene in molto maggior numero dei nemici, lo avevano però seguito senz’armi, perchè erasi fatta in Atene una leva generale sì di forestieri che di cittadini; e perchè dopochè da prima elle si furono mosse per tornarsene a casa, non erano più comparse salvo che poche. Ma quando i due erano ordinati a battaglia e vicini ad azzuffarsi, Ippocrate generale scorrendo le file dell’esercito degli Ateniesi gli incoraggiava con queste parole.

95. «Ateniesi, breve è la mia esortazione, ma importa lo stesso per uomini valorosi. Non è dessa eccitamento ma ricordanza di prodezza. A niuno di voi cada in mente [282] che sulle terre altrui noi senza pro ci gettiamo in tanto pericolo, perchè la battaglia nel suolo di questi sarà per salvezza del nostro. E se vinceremo, i Peloponnesi privati della cavalleria beozia non assalteranno più il vostro territorio: talchè con una sola battaglia voi conquistate queste terre, e viemaggiormente affrancate le vostre. Marciate adunque contro di essi in modo da fare onore a quella città che ciascuno di voi si gloria di avere per patria, e che è la prima fra i Greci; non meno che ai padri vostri che guidati da Mironida vinsero costoro ad Enofite, ed allora conquistarono la Beozia.»

96. Mentre Ippocrate animava così le sue genti, era pervenuto a mezzo dell’esercito senza poter percorrere alla maggior parte; perchè i Beozii incitati anch’essi brevemente da Peonida ed intonato il Peana, si avanzavano dalla collina. Onde gli Ateniesi si mossero loro incontro, e correndo si azzuffarono. Le ultime file di ambedue gli eserciti non poterono venire alle mani perchè impedite egualmente dai torrenti; ma le altre si affrontarono con aspra battaglia e con incioccamento di scudi. L’ala sinistra dei Beozii fino al mezzo era vinta dagli Ateniesi, i quali incalzarono in questa parte anche gli altri; e singolarmente i Tespiesi. Imperciocchè avendo ceduto quei che erano schierati dirimpetto agli Ateniesi, i Tespiesi si trovarono circondati in angusto spazio: onde quelli che vi morirono furono tagliati a pezzi nel difendersi petto a petto. Alcuni poi degli Ateniesi che nel circondarli eransi disordinati, non riconoscendosi più tra loro, si ammazzarono scambievolmente. Pertanto i Beozii perdevano su questo lato e si ritiravano presso quelli che reggevano alla battaglia. All’opposto l’ala destra, ove erano i Tebani, superava gli Ateniesi: e dopo averli in breve respinti cominciava ad inseguirli. E accadde che Pagonda sentendo che pativa l’ala sinistra de’ suoi, aveva spedito in giro alla collina per occulta via due squadroni di cavalleria; all’improvviso comparir dei quali, quell’ala degli Ateniesi, che era vincitrice, credendo che un nuovo esercito sopravvenisse, entrò in gran paura. Cosicchè l’esercito ateniese [283] parte costernato per questo stratagemma, parte inseguito e sbaragliato dai Tebani, si diede tutto a fuggire. Correvano alcuni verso Delio e verso il mare; altri ad Oropo, altri al monte Parnete, ed altri ovunque ciascuno avesse qualche speranza di salvezza. I Beozii, e specialmente i loro cavalli, insieme coi Locresi accorsi in rinforzo appena seguita la rotta li incalzavano e li uccidevano. Ma la notte sopravvenuta a questo conflitto facilitò lo scampo ai fuggitivi; e il giorno appresso quei che s’erano ricovrati ad Oropo e a Delio (il quale nondimeno tuttora ritenevano), lasciatovi un presidio ritornarono colle navi a casa.

97. I Beozii ersero il trofeo, ripresero i cadaveri dei loro, spogliarono quelli de’ nimici, e lasciate ivi delle genti tornarono a Tanara coll’intenzione di assaltar Delio. In questo mezzo l’araldo degli Ateniesi spedito per riavere i cadaveri incontra quello dei Beozii, che lo fa tornare indietro col dirgli: che prima del suo ritorno non otterrebbe nulla. Quindi venuto alla presenza degli Ateniesi, disse da parte dei Beozii: aver essai oprato nefandamente, violando gl’istituti dei Greci, perciocchè era presso tutti stabilito che entrando sulle terre gli uni degli altri, si risparmiassero i luoghi sacri del paese. Nondimeno (soggiungeva) avere gli Ateniesi munito Delio ed abitarlo; commettersi ivi tutto quello che ne’ luoghi profani si suole commettere; ed avere attinta l’acqua vietata a toccare, salvo che nelle abluzioni, pei sacrifizii. Che però i Beozii in riguardo del Nume e insieme di se stessi, invocate le divinità partecipi del culto, e Apollo principalmente, intimavano ad essi di andarsene dal sacro luogo portando seco le robe loro.

98. Dopo che l’araldo ebbe parlato così, gli Ateniesi spedirono ai Beozii il loro, rispondendo: che essi non avevano in nulla violato il sacro luogo, e nemmeno volontariamente lo violerebbero in avvenire; che neanche da principio vi erano entrati con questa intenzione, ma solo per aver un ridotto onde meglio difendersi dalle loro ingiustizie; che gl’instituti dei Greci portavano, che chiunque, fosse padrone di un territorio più o meno esteso, di lui [284] fossero sempre ancora i luoghi sacri, per doverli onorare colle cerimonie ch’ei potesse, oltre le consuete; che i Beozii stessi, e gli altri non pochi che posseggono un paese dal quale abbiano colla forza cacciati gli abitanti, per quanto da prima invadessero luoghi sacri appartenenti ad altrui, li ritengono ora in proprio; che se essi medesimi potessero acquistar qualche altra terra di più nella Beozia la riterrebbero; e che ora, per quanto in loro stesse, non partirebbero da quella ove si trovavano, perchè la credevano sua. Quanto all’acqua poi rispondevano: che l’avevano toccata per necessità, la quale necessità non si erano procurata colla propria insolenza ma erano stati astretti ad usarne, nel caso di dover respingere i Beozii che i primi avevano invaso il loro territorio; che in ogni modo volevasi credere che ciò a cui costringe la guerra o altro grave pericolo, sarebbe pur perdonato anche dal Nume; che però gli altari sono il refugio dei falli involontarii; e trasgressione si chiama quella commessa da chicchessia senza alcuna necessità, non quella a che i disastri ti spingano. Ond’è che essi, pretendendo rendere i morti per riscatto de’ luoghi sacri, adoprano assai più empiamente degli Ateniesi i quali non vogliono riacquistare collo scambio di luoghi sacri ciò che loro si conviene. In ultimo ordinavano all’araldo di dir chiaramente che essi non uscirebbero da una terra de’ Beozii che non più apparteneva ai Beozii, dappoichè era stata acquistata con l’armi, ma che intendevano di riavere i cadaveri mediante la tregua, secondo il patrio costume.

99. I Beozii, credendo che Oropia (su’ confini della quale giacevano per avventura i cadaveri, essendo ivi accaduta la pugna) fosse per titolo di vassallaggio degli Ateniesi, i quali però non potrebbero riprendere i morti, s’e’ non lo permettessero, risposero: che se gli Ateniesi erano in Beozia se ne andassero da un paese beozio portando seco le robe loro; se poi erano in paese loro proprio, dovevano essi ben sapere quello che era da fare: che a loro non toccava certo a dare salvocondotto in terra altrui; ma che ove si trattasse di uscire da una terra dei Beozii il decoro [285] esigeva si rispondesse, che partissero, e riprendessero le cose richiedevano. A questa risposta l’araldo degli Ateniesi partì senza nulla concludere.

100. Ma i Beozii, essendo venuti in loro aiuto dopo la battaglia duemila Corintii di grave armatura, e quei soldati peloponnesi che erano di presidio a Nisea ed anche i Megaresi, spedirono subito per dei lanciatori e frombolieri dal seno Meliaco, marciarono contro Delio, e diedero l’assalto alla fortificazione. Tra gli altri tentativi fatti, accostarono al muro una macchina che lo espugnò, fatta in questa foggia. Segarono una grande antenna in due parti, le quali vuotate quanto erano lunghe le ricommessero esattamente a guisa d’una tromba. All’estremità vi attaccarono con catene una caldaia, e dall’antenna scendeva voltato verso la caldaia lo sfiatatoio di ferro, e di ferro era pur foderata non poca parte del resto dell’antenna. Portata questa per non piccolo spazio in su de’ carri l’accostarono al muro in quel punto che era fatto, più che d’altro, di sarmenti e di legni: e quando fu vicina vi applicarono grandi mantici alla estremità dalla parte loro, e gonfiavano. Il fiato scorrendo ben serrato nella caldaia fornito di carboni accesi, di zolfo e di pece, suscitò fiamma grande che appiccò fuoco al muro tanto che, non potendo più alcuno rimanervi, lo abbandonarono, e si misero in fuga; e fu in questa maniera espugnata quella munizione. Alcuni del presidio morirono, dugento furono presi, e l’altra moltitudine montata sulle navi si ricondusse a casa.

101. Dalla battaglia alla espugnazione di Delio erano corsi diciassette giorni; e poco dopo il messaggio degli Ateniesi ignaro del fatto ritornò pei cadaveri, cui i Beozii restituirono senza più fare la medesima risposta. Nel combattimento d’Oropia mancarono poco meno di cinquecento Beozii, Ateniesi forse mille col generale Ippocrate, e gran numero di genti leggere e di saccardi. Poco tempo dopo questa battaglia Demostene, che non era riuscito in questa sua navigazione a prendere Sifa per tradimento, avendo sulla sua flotta una truppa di quattrocento soldati gravi tra Acarnani, Agrei e Ateniesi, fece scala sulla costa di [286] Sicione. Ma prima che approdasse tutta la flotta i Sicionesi corsi all’incontro di quelli che erano già smontati, li misero in fuga e li perseguirono fino alle navi, uccidendone alcuni, altri prendendone vivi: ed erettovi trofeo restituirono i cadaveri con salvocondotto. Circa i medesimi giorni dei fatti di Delio, Sitalce re degli Odrisii morì in una battaglia perduta nella sua spedizione contro i Triballi; e Seute di Sparadoco suo nipote regnò sugli Odrisii e sull’altra porzione di Tracia stata soggetta al dominio di esso.

102. Nel medesimo inverno Brasida con i confederati di Tracia marciò contro Amfipoli colonia degli Ateniesi sul fiume Strimone. Quivi appunto nel sito ove ora risiede la città si era prima provato a fondare una colonia anche Aristagora di Mileto, quando era fuggiasco dal re Dario; ma ne fu bruttamente scacciato dagli Edonii. Medesimamente trentadue anni dopo vi si provarono gli Ateniesi, avendovi spediti per prendervi stanza diecimila tra di loro e di altri volontari, i quali furono trucidati a Drabesco dai Tracii. E nuovamente, passati ventinove anni, vi andarono gli Ateniesi con Agnone figliolo di Nicia speditovi a fondar la colonia, e cacciatine gli Edonii fabbricarono il castello che prima chiamavasi le Nove Strade. Erano essi partiti da Eione, terra marittima e di commercio che avevano all’imboccatura del fiume, distante venticinque stadii dalla città presente, alla quale Agnone diede il nome di Amfipoli, o vogliam dire città a due facce; perchè la cinse con mura lunghe da un ramo all’altro del fiume, il quale, coi due rami, onde è diviso, abbracciandola, la bagna intorno da ambe le parti: e così la fabbricò in modo che avesse il prospetto della marina e della terraferma.

103. Brasida adunque movendo da Arne della Calcidica marciava col suo esercito contro Amfipoli. Arrivato sulla sera ad Aulona e a Bromesco, ove sbocca nel mare la palude Bolbe, cenò e la notte proseguì la sua gita. Faceva temporale con del nevischio, e però sollecitò la partenza volendo tenersi celato a quei d’Amfipoli, salvo che ai complici del tradimento; perocchè abitavano in quella [287] città alcuni di Argilo, colonia degli Andrii, ed altri che favoreggiavano questo trattato, parte mossi da Perdicca, parte da’ Calcidesi. Ma in questa trama adopravansi soprattutto quelli d’Argilo, sì perchè vicinavano con Amfipoli, sì ancora perchè dagli Ateniesi erano avuti in sospetto di male intenzionati contro questa città: laonde quando si offerse l’occasione all’arrivo di Brasida, che già molto prima teneva delle pratiche con quei di loro che avevano preso casa in Amfipoli, trattavano del modo onde si dovesse rendere quella città. E non solo lo ricevettero in Argilo; ma ribellatisi agli Ateniesi, in quella medesima notte prima dell’alba collocarono l’esercito presso al ponte del fiume da cui Amfipoli è distante un poco più della larghezza del fiume stesso. Non vi erano ancora state tirate le mura come adesso, ma vi stava piccolo presidio, cui Brasida respinse agevolmente mediante il tradimento, il temporale e l’improvviso assalto. Traversato così il ponte s’impadronì delle cose fuori di città appartenenti agli Amfipolitani che abitavano tutto quel luogo.

104. Il suo tragitto inaspettato per quei di città, l’arresto di molti di quei di fuori, e l’essersi altri rifugiati dentro le mura, mise in grave scompiglio gli Amfipolitani, tanto più che non si fidavano l’uno dell’altro. E si dice che se Brasida non avesse voluto voltarsi colle sue genti al saccheggio, ma si fosse tosto diretto contro la città, l’avrebbe probabilmente espugnata. Il fatto sta che fermato il campo scorrazzava la campagna; e vedendo che dalla parte di quei di città nulla succedeva di quanto si aspettava, se ne stette quieto. Intanto quei che erano avversi ai cospiratori prevalendo di numero operarono sì che le porte non vennero subito aperte, e spedirono alcuni insieme col generale Eucleo, che inviato dagli Ateniesi comandava il presidio della città, domandando pronto soccorso all’altro generale di Tracia, Tucidide di Oloro, scrittore di queste istorie, il quale era nell’isola di Taso colonia de’ Parii, distante da Amfipoli circa mezza giornata di mare. A questo avviso partì egli subito colle sette navi che erano colà, volendo soprattutto arrivare ad Amfipoli [288] prima che ella cedesse in nulla, o almeno assicurarsi per tempo di Eiona.

106. Tra questo, Brasida temendo del soccorso delle navi di Taso, e informato che Tucidide aveva lì d’appresso in Tracia, il lavorio delle miniere d’oro, per cui era uno dei più potenti di terraferma, si affrettava di occupar la città, se fosse possibile prima della sua venuta, perchè il popolo amfipolitano all’arrivo di lui non ricusasse di rendersi, per la speranza ch’ei le potesse salvare colle forze raccolte dalla Tracia e dal mare. Però proponeva discreto accomodamento per via d’un bando, ove dicevasi: che tanto i cittadini di Amfipoli, quanto gli Ateniesi che ivi si trovavano, potessero restare, se loro piacesse, al possedimento delle proprie cose, godendo con piena egualità dei diritti di cittadinanza; chiunque poi non stesse contento a ciò, dovesse partire dentro cinque giorni portando seco quel che aveva.

106. La plebe udito ciò mutossi di pensiero, tanto più che in città vi erano pochi Ateniesi, e il più degli abitanti era un miscuglio di varii popoli, e molti erano parenti di quelli arrestati al di fuori. Insomma tutti, atteso il timore, tenevano per discreto quel bando: gli Ateniesi perchè giudicavano loro pericoloso l’uscire, e perchè non si aspettavano un pronto soccorso; il resto della moltitudine poi perchè goderebbero come prima dei loro diritti, e contro ogni credenza si trarrebbero del pericolo. Cosicchè i fautori di Brasida vedendo che la plebe mutata non udiva più il generale ateniese ivi presente, giustificavano oramai apertamente le proposizioni di Brasida, e si venne alla capitolazione per cui ricevettero gli Spartani colle condizioni del bando. Per tal modo resero la città. Tucidide sulla sera di questo stesso giorno approdò colle sue navi a Eiona. Avendo Brasida di poco occupata Amfipoli, stette solo per una notte che ei non prendesse anco Eiona: perocchè se quelle navi non erano sollecitamente venute a soccorrerla, l’avrebbe occupata sul far dell’alba.

107. Dopo ciò Tucidide disponeva in Eiona le cose in modo da metterla in sicuro sì per allora, se mai Brasida [289] venisse ad attaccarla, sì anche per l’avvenire, raccettando quelli che secondo il pattuito avevano preso il partito di ritirarsi da Amfipoli. E Brasida senza perder tempo calò per la corrente del fiume con molte barche verso Eiona per vedere di prender quella lingua di terra che dalle mura si stende verso il mare, e così impadronirsi della bocca del fiume. Fece ancora sue prove dalla parte di terra, ma fu per tutto respinto. Aveva già acconciato le cose di Amfipoli, quando gli si rese Mircino città dell’Edonia, ove Pittaco re degli Edoni era stato ucciso dai figlioli di Goaxi e da Branne sua moglie; e poco dopo ebbe anche Gasselo ed Esime, due colonie dei Tasii. E subito dopo la presa d’Amfipoli era arrivato Perdicca il quale lo aiutava a bene stabilire queste cose.

108. Presa Amfipoli, vennero gli Ateniesi in gran timore, tanto più che quella città era ad essi utile non solo perchè ne ricavavano legname da navi e provento di danaro, ma ancora perchè ella offriva ai Lacedemoni condotti dai Tessali un passaggio fino allo Strimone, contro i loro alleati. Che se gli Spartani non si fossero insignoriti del ponte, non arebbero potuto progredire più oltre; avvegnachè dalla parte di terra sarebbero stati impediti per la vasta palude formata dal fiume; e dalla parte di Eiona le flotte ateniesi gli avrebbero osservati. Ma occupato il ponte, il passaggio compariva omai troppo facile. Temevano inoltre che gli alleati non si ribellassero; perocchè Brasida in tutte le occasioni mostravasi discreto, e dappertutto dichiarava co’ suoi discorsi di essere spedito a liberare la Grecia. Onde le città soggette agli Ateniesi udendo la presa di Amfipoli, e le profferte di Brasida, e la sua dolcezza, si invogliavano grandemente di novità; e di nascosto spedivano a lui messaggi, confortandolo a mostrarsi presso loro volendo ciascuno essere il primo a ribellarsi. Pareva loro di poter far ciò senza alcun pericolo, opinando falsamente non esser tanta la potenza ateniese, quanta mostrossi in processo di tempo; perchè ne giudicavano più con mal fondato desiderio, che con sicura previdenza; secondo l’usato degli uomini, i quali sperano [290] inconsideratamente ciò che bramano, e ciò che non gradiscono arbitrariamente rigettano. Animavansi inoltre alla ribellione per la recente sconfitta degli Ateniesi in Beozia, e pei seducenti non già veridici discorsi di Brasida, del non aver essi voluto a Nisea combattere con lui contro quel solo suo esercito; onde confidavano che nessuno si moverebbe contro di loro. Ma principalmente erano pronti ad esporsi a qualunque pericolo per quel momentaneo piacere che danno di sè le novità, e per esser quella la prima volta in che sperimenterebbero i Lacedemoni imperversiti contro Atene. Questi mali umori non erano ignoti agli Ateniesi ed a Brasida, e però quelli spedirono presidii nelle diverse città, secondochè il permettevano il breve tempo e la vernata: e Brasida, intanto che si apparecchiava a fabbricar triremi sullo Strimone, mandò a Sparta sollecitando un nuovo esercito. Ma i Lacedemoni non lo compiacquero, parte per astio dei primari cittadini, parte perchè amavano meglio di riavere la loro gente dell’isola Sfatteria, e così terminare la guerra.

109. Nell’istesso inverno i Megaresi ripresero le mura lunghe tolte già loro dagli Ateniesi e le spianarono. E Brasida coi confederati dopo la presa di Amfipoli porta la guerra nella provincia chiamata Acte, che dal canale scavato dal re‍[269] sporge verso noi, e verso Ato montagna alta che finisce al mare Egeo. Questa provincia comprende la città di Sane colonia degli Andri situata propio sul canale e voltata verso il mare dell’Eubea, ed altre, cioè Tisse, Cleona, Acrotoo, Olofisso e Dio, abitate da un miscuglio di genti barbare che parlano due lingue. Vi è inoltre piccola porzione di Calcidesi, ma i più sono Bisaltici, Crestonici ed Edoni, e più che altro Pelasgi della razza di quei Tirreni che una volta abitavano Lenno ed Atene. Abitano costoro divisi in piccole castella; e la maggior parte si resero a Brasida. Sane e Dio gli fecero resistenza; e però si trattenne coll’esercito sulle loro terre e le devastava.

110. Non volendo costoro ascoltare le proposizioni di Brasida, egli marcia sopra Torona di Calcide occupata [291] dagli Ateniesi, sollecitato da pochi disposti a render la città. E pervenuto colà mentre era ancor notte e verso l’alba fermava il campo presso il tempio dei Dioscuri, distante dalla città circa tre stadii, senza essere stato veduto nè dal resto de’ Toronesi, nè dalla guarnigione ateniese. Ma quelli che facevano per lui, sapendo ch’or doveva venire, escono furtivamente in piccol numero per spiarne l’arrivo. Appena le videro presentarsi introducono in città sette soldati leggeri armati di pugnaletto; i quali soli, di venti che prima erano destinati, non dubitarono di entrarvi condotti da Lisimaco olintese. Entrati questi celatamente dalla parte delle mura verso il mare, salirono in cima alla rocca della città che è sulla schiena di un colle, ne uccisero le guardie, e ruppero la porticciola voltata verso il promontorio Canastreo.

111. Brasida avanzossi un poco, e spediti innanzi cento palvesari acciocchè si gettassero i primi nella città, quando venisse aperta qualche porta e fosse alzato il segnale convenuto, teneva fermo il restante dell’esercito. Ma quelli maravigliando dell’indugio che si frapponeva, si trovarono a poco a poco presso della città. Intanto quei Toronesi di dentro che insieme con gli altri introdottivi preparavano la cosa, poichè ebbero rotta la porticciola e tolta la sbarra alla porta verso il foro, primieramente fatto fare un giro ad alcuni di quei palvesari, li introducevano per la porticciola, perchè spaventassero all’improvviso quelli di città ignari del fatto, assalendoli alle spalle ed ai lati. Quindi alzarono, come era convenuto, il segnale di fuoco, ed ormai dalla porta del foro ricevevano il rimanente de’ palvesari.

112. Visto il segnale, Brasida ordinò la mossa, ed accorreva frettolosamente coll’esercito, che alzando insieme le grida mise in gran costernazione quei di città. Alcuni vi si precipitavano a dirittura per la porta, altri per certe travi quadrangolari le quali servivano a tirar su le pietre, e stavano casualmente appoggiate al muro rovinato che si andava riedificando. Brasida poi col grosso dell’esercito si rivolse alle parti più elevate della città, per occupare [292] le alture ed assicurare così la conquista. Il rimanente dell’esercito si sparse indistintamente per tutta la città.

113. Nella presa della quale grande era lo scompiglio del maggior numero dei Toronesi ignari del fatto; laddove i cospiratori e quelli che ciò gradivano furono subito col vincitore. Quanto poi agli Ateniesi (circa cinquanta dei quali armati alla grave dormivano per avventura nel foro), poichè intesero il fatto, alcuni pochi che capitarono nelle mani dei Brasidiani furono uccisi: gli altri, parte per la via di terra, parte ricovratisi sulle due navi che vi stavano a guardia, scamparono nel forte di Lecito, che essi medesimi tenevano fino da quando occuparono l’estremità della città verso il mare, rinserrata nel piccolo istmo. Colà si rifugiarono anche tutti quei Toronesi che parteggiavano per Atene.

114. Fattosi giorno e bene assicurata la presa della città, Brasida mediante una grida fece intendere ai Toronesi rifugiati presso gli Ateniesi che ciascuno poteva tornare a possedere le cose proprie, e vivere sicuramente da cittadino. All’opposto spedì agli Ateniesi un araldo intimando loro che portando seco ciò che avevano, sotto la sua parola, votassero Lecito, come appartenente ai Calcidesi. Rispondevano essi che questo non farebbono; e lo pregavano di far tregua un giorno per ripigliare i cadaveri. Brasida fe’ tregua per due; nel corso dei quali afforzava le fabbriche vicine, e gli Ateniesi pure le loro. Tenne inoltre un’adunanza de’ Toronesi, e a un dipresso disse lo stesso che aveva detto in Acanto: Non esser giusto che coloro i quali si erano adoprati per lui nella presa della città fossero tenuti cittadini meno che buoni, o traditori; avvegnachè non avessero fatto ciò per metterla in servitù, nè per ingordigia di denaro, ma per bene e libertà della patria; che coloro i quali in questo trattato non avevano avuto parte, non dovevano credere di non avere a godere dei medesimi dritti di prima, perchè egli non era venuto per rovinare nè città, nè privati: avere anzi diretta la sua grida ai rifuggiti presso gli Ateniesi, perchè non gli credeva punto peggiori degli altri per l’amicizia avuta con [293] essi: che quando avessero sperimentato i Lacedemoni si avvedrebbero che non sarebbero per riuscir loro meno benevoli degli Ateniesi, ma anzi più di essi, in quanto che più giustamente operavano; e che ora li temevano solo perchè non gli avevano in pratica. Esortava poi tutti a disporsi a volere essere alleati costanti, persuasi che avrebbero solo la colpa di quello che d’ora in poi commetterebbero; e che per l’addietro non i Lacedemoni da loro, bensì i Toronesi erano stati offesi da un popolo più forte, e che però meritavano perdono se in nulla si fossero opposti.

115. Con tali parole Brasida rinfrancava i cittadini; e spirata la tregua prese a battere Lecito, ove gli Ateniesi, sebbene si difendessero da debole munizione e da case fornite di merli, pure nel primo giorno respinsero il nemico. Ma siccome il dì seguente volevano i Brasidiani avvicinar contro loro una macchina, colla quale intendevano di gettare il fuoco su’ ripari di legname, così gli Ateniesi (quando l’esercito già si avanzava verso la parte dove il luogo era meno difendevole, e dove appunto si aspettavano che verrebbe condotta la macchina) piantarono di faccia una torre di legno sopra una casa, portarono assai brocche e barili di acqua e sassi grossissimi, e vi salì su molta gente. Onde la fabbrica gravata di troppo peso a un tratto sfasciossi con grande strepito, e quella vista recò più dolore che paura ai vicini Ateniesi. Quelli però che ne erano distanti, e specialmente i più lontani, immaginatisi che su quel punto fosse stata già espugnata la terra, si diedero a precipitosa fuga verso il mare e verso le navi.

116. Brasida, che si era trovato presente all’accaduto, visti abbandonati i merli si avanza coll’esercito, prende incontinente il forte ed uccide tutti quelli che ci trovò; e gli altri, che avevano in questo modo abbandonato il posto, si condussero su barche e navi a Pallene. Qui è da sapere che in Lecito avvi un tempio di Minerva, e che Brasida quando era per dar l’assalto aveva fatto bandire che al primo salito sulle mura darebbe trenta mine di argento. Ora però stimando essere stata presa quella terra [294] in tutt’altro modo che umano, offerse alla Dea le trenta mine pel tempio, demolì Lecito e lo riacconciò in nuova foggia, e tutto il suolo consacrò a Minerva. Nel restante dell’inverno egli si occupava a dar buon sesto alle terre prese, senza abbandonare il pensiero sopra quelle che restavano. E col compiersi dell’inverno finiva l’ottavo anno di questa guerra.

117. Cominciando la primavera della estate seguente fu fatto tregua per un anno dai Lacedemoni agli Ateniesi. Credevano gli Ateniesi che Brasida in questo modo non potrebbe ribellar loro alcun’altra terra, prima che e’ si fossero a bell’agio apparecchiati; e che se le cose passassero bene, essi otterrebbero un più lungo accomodamento. I Lacedemoni poi davansi a credere che gli Ateniesi dovessero temere quei mali che di fatto temevano, e che però, dandosi luogo a cessamento di calamità e di fatiche, per questa esperienza e’ sarebbero più bramosi di accomodamento e restituirebbero la gente di Sfatteria perchè la tregua si concludesse per più lungo tempo. Il riscatto di quelle genti stava in cima de’ loro pensieri, riflettendo essi alle continuate vittorie di Brasida; conciossiachè se egli facesse nuovi acquisti sino a mettere alla pari tra sè le due potenze belligeranti, nondimeno (quantunque allora fossero in istato di combattere gli Ateniesi a forze eguali, e forse di vincerli) potrebbe darsi il caso di perdere quelle genti. Pertanto fanno tregua insieme, comprendendovi anche gli alleati, in questi termini.

118. «È tra noi risoluto potere, chiunque il voglia, usare del tempio e dell’oracolo d’Apollo Pitio senza frode o paura, secondo le patrie costumanze. Così piace ai Lacedemoni e agli alleati presenti; e promettono di mandare araldo per indurvi, quanto sta in loro, anche i Beozii e i Focesi. Quanto al tesoro del Nume, voi Ateniesi e noi Lacedemoni, e chiunqu’altro il voglia, dovremo procurare di cercarne gli espilatori seguendo tutti la rettitudine, la giustizia ed i patrii statuti. Di questo convengono i Lacedemoni e gli altri alleati, purchè gli Ateniesi promettano nella tregua che entrambi dovremo restare al possesso dei [295] luoghi che di presente tenghiamo; cioè che i Lacedemoni rimangano a Corifasio dentro i monti Bufrade e Tomeo‍[270]; e gli Ateniesi a Citera; senza che noi ci mescoliamo nelle loro alleanze, nè essi nelle nostre. Gli Ateniesi poi a Nisea e Minoa non oltrepasseranno la strada che dalla parte delle Termopile presso il tempietto di Niso va al tempio di Nettuno, e dal tempio di Nettuno va direttamente al ponte che accenna a Minoa. Ancora, i Megaresi ed i loro confederati non passeranno questa medesima strada, riterranno pure l’isola occupata già dagli Ateniesi (senza che nissuno entri su quel degli altri), e riterranno quel che ora posseggono in Trezene, oltre a tutto quello di che convennero con gli Ateniesi; e potranno usare il mare che bagna le loro terre, e quelle de’ confederati. Ancora, non potranno i Lacedemoni e loro alleati navigare con navi lunghe, ma solo con altra sorta di barche che si spingano co’ remi, e che portino carico fino a cinquecento talenti. Ancora, il salvocondotto varrà per gli araldi, ambascerie e loro seguito quanto si creda conveniente nell’andare e nel tornare tanto per terra che per mare al Peloponneso e ad Atene, con commissioni relative allo scioglimento della guerra od altre controversie; ma in questo tempo non si riceveranno nè da voi nè da noi disertori, nè liberi nè servi. Ancora, che nelle nostre controversie voi dobbiate esporre a noi le vostre ragioni, e noi all’opposto le esporremo a voi conforme alle leggi della patria, decidendo così per la via giuridica non per quella delle armi. Queste sono le convenzioni dei Lacedemoni e dei loro confederati. Se credete di avere proposizioni più decorose e più giuste di queste, portatevi a Sparta ed esponetele; perocchè nè i Lacedemoni nè i confederati si ritireranno da tutto quello che direte di giusto. Quelli che si porteranno colà vi vadano con pieno mandato, siccome voi pure ordinate a noi di fare. La tregua sarà per un anno. Così ha decretato il popolo.» In Atene allora la tribù Acamantide teneva il posto dei Pritani, Fenippo era il cancelliere, e Niciade il presidente. Lachete ne fece il rapporto in questi termini: A buon augurio per gli Ateniesi [296] vi sia tregua secondochè consentono i Lacedemoni e i loro alleati, e l’adunanza del popolo ratificò che la tregua fosse per un anno da cominciare quello stesso giorno quattordici del mese Elafebolione; che intrattanto gli ambasciadori e gli araldi andrebbero e verrebbero scambievolmente per trattare del modo di por fine alla guerra; che però i generali ed i pritani dovessero tenere adunanza, ove gli Ateniesi, prima d’ogni altra cosa relativa alla pace, dovessero deliberare del modo e condizioni colle quali verrebbero ammessi gli ambasciatori che tratterebbero dello scioglimento della guerra; e che gli ambasciatori, i quali volta per volta intervenissero alle adunanze del popolo, appena giunti dovessero subito impegnare la loro fede di volere osservare costantemente la tregua per tutto l’anno.

119. Queste furono le convenzioni ratificate anche dagli alleati, che i Lacedemoni stabilirono con gli Ateniesi e loro confederati ai dodici del mese chiamato a Sparta Gerastio. Queste condizioni furono pattuite e confermate coi riti religiosi, per la parte dei Lacedemoni, da Tauro di Echetimida, da Ateneo di Pericleide, da Filocarida di Erissidaide: per quella dei Corintii, da Enea di Ocito, da Eufamide di Aristonimo: per quella dei Sicionesi, da Damotimo di Naucrate, da Onasimo di Megade: per quella dei Megaresi, da Nicaso di Cecalo, da Menecrate di Amfidoro: per quella degli Epidauri, da Amfia di Eupaide: per la parte poi degli Ateniesi, dai generali Nicostrato di Diotrefe, Nicia di Nicerato e Autocle di Tolmeo. Così adunque fu fatta la tregua, durante la quale continuamente sì l’una parte che l’altra mandavansi ambascerie per trattare di più decisivo accomodamento.

120. Nei giorni di queste scambievoli gite Scione, città in Pellene, si ribellò dagli Ateniesi per darsi a Brasida. Dicono gli Scionesi di essere Pellenii oriundi del Peloponneso; ma che i loro maggiori nel ritorno da Troia furono per tempesta sofferta dai Greci sbalzati in questo luogo, e vi presero abitazioni. Brasida, per sostenere la ribellione, tragittò di notte a Scione preceduto da trireme alleata, [297] tenendole egli dietro a qualche distanza in piccola barchetta, perchè se s’incontrasse in una nave più grossa della barchetta, lo difenderebbe la trireme; e se altra trireme di egual forza lo sopraggiungesse, non si volterebbe al legno più piccolo, ma bensì contro la nave, ed egli intanto si salverebbe. Arrivato a Scione riunì a parlamento gli Scionesi e disse loro lo stesso che ad Acanto e a Torona: ed aggiunse, esser loro i più degni di lode, perocchè, sebben Pellene fosse tagliata fuori e riserrata nell’istmo dagli Ateniesi che tenevano Potidea, e sebbene per ciò essi potessero dirsi isolani, nondimeno, erano spontaneamente corsi a libertà, e non avevano per codardia aspettato che la necessità li obbligasse a far quello che era di evidente vantaggio alla patria: ciò mostrare che avendo lo stato quella costituzione che si desidera, essi vorranno da prodi sostenere i più grandi cimenti; ed egli per la verità li stimerebbe i più fedeli amici dei Lacedemoni, e per ogni altro conto gli averebbe in onore.

121. Li Scionesi imbaldanziti a queste parole, e tutti del pari incoraggiati, anche quelli che prima non gradivano queste pratiche, prendevano consiglio di sostenere generosamente la guerra; ed oltre alle altre onorevoli accoglienze fatte a Brasida, per decreto pubblico gli cinsero la fronte di corona d’oro come a liberatore della Grecia; ed i privati lo inghirlandarono di bende, corteggiandolo come un atleta. Egli per allora lasciata piccola guarnigione, ripassò a Torona; e poco dopo vi rimandò più genti, volendo insieme co’ Scionesi fare dei tentativi contro Mende e Potidea. Era persuaso che gli Ateniesi pure tenendo quei luoghi per un’isola, vi anderebbero a soccorso; e però voleva prevenirli, tanto più che di sua intelligenza si ordiva in codeste città qualche trama di tradimento: ed egli era nella determinazione di assalirle.

122. Ma in questo mezzo vengono a lui sopra una trireme i messi spediti in giro ad annunziar la tregua, cioè per gli Ateniesi Aristonimo, per i Lacedemoni Ateneo. Allora il suo esercito ripassò nuovamente a Torona; ed i legati ragguagliavano Brasida delle convenzioni, le quali [298] tutti i confederati dei Lacedemoni in Tracia accettarono. Aristonimo andava d’accordo in tutte le altre cose: ma quanto agli Scionesi, rilevando dal calcolo dei giorni ch’e’ si erano ribellati dopo la conclusione della tregua, diceva che non vi dovevano esser compresi. Brasida all’opposto con molta forza diceva che si erano ribellati innanzi, e non voleva abbandonar la città. Però quando Aristonimo riferì questi fatti ad Atene, immediatamente gli Ateniesi si mostrarono risoluti a portar le armi contro Scione. Se non che i Lacedemoni spedirono ambasciate per dir loro che romperebbero la tregua; e standosene a Brasida pretendevano Scione esser sua, ed erano pronti a diffinire la cosa per via di giudizio. Gli Ateniesi però non vollero mettersi al rischio della lite, ma vi portarono incontinente la guerra, indispettiti che anche gl’isolani si attentassero di ribellarsi per la fiducia delle forze terrestri dei Lacedemoni per loro inutili. Ciò non pertanto il fatto della ribellione era più vero di quel che pensavano gli Ateniesi stessi, poichè i Scionesi si erano ribellati due giorni dopo la tregua. Ma persuasi dal consiglio di Cleone decretarono subito di espugnare e trucidare gli Scionesi; e mentre tutto il resto era tranquillo, qua unicamente erano rivolte le loro mire.

123. Frattanto si ribella dagli Ateniesi Mende, città della Pellene, colonia degli Eretrii, cui Brasida ricevè credendo di non fare ingiustizia (benchè fosse chiaro che si erano resi a tregua fatta), perchè aveva egli pure di che accusare gli Ateniesi, che la trasgredivano. Laonde i Mondei vi si arrischiarono più francamente, vedendo l’animo risoluto di Brasida; e prendendo argomento da Scione che ei non abbandonava. Discorrevano inoltre che sebbene pochi fossero fra loro i complici, nondimeno e’ non potrebbero tirarsi indietro nello stato in cui erano, mentre per la paura di essere scoperti avevano contro ogni espettativa forzata la plebe ad unirsi con loro. Gli Ateniesi appena udito ciò, irritati maggiormente si preparavano contro le due città. E Brasida, che si aspettava la flotta nemica, fa passare ad Olinto di Calcide i fanciulli e le donne degli Scionesi e dei Mendei; e per fare spalla ai restanti [299] vi mandò cinquecento Peloponnesi di grave armatura, e trecento palvesari calcidesi, tutto sotto il comando di Polidamida, i quali persuasi che presto comparirebbero gli Ateniesi, tutti insieme si apparecchiavano.

124. Intanto Brasida e Perdicca per la seconda volta uniscono in Linco le loro armi contro il re Arribeo. Questi conduceva le forze di Macedonia cui imperava, ed i soldati gravi de’ Greci che vi si erano stanziati: quegli poi, oltre ai Peloponnesi che gli erano lì rimasti, conduceva i Calcidesi e gli Acantii, ed altri secondo la possibilità di ciascuno. Insomma tutto l’esercito era composto di tremila Greci di grave armatura, cui tenevan dietro forse mille cavalli tra de’ Macedoni e dei Calcidesi, e inoltre gran moltitudine di barbari. Assaltarono gli stati di Arribeo, ma avendovi trovati i Lincesti già accampati per far fronte, presero anch’essi il campo in faccia a loro. Le genti da piè stavano ferme ai due lati sulle colline, nel mezzo era una pianura ove scesi i cavalli dei due eserciti attaccarono battaglia i primi. Dipoi avanzatasi la prima dal colle la fanteria grave de’ Lincesti per sostenere la sua cavalleria, e mostrandosi disposta a battagliare, Brasida e Perdicca si fecero innanzi anch’essi. Qui vennero alle prese, fugarono i Lincesti, ne uccisero gran parte, e gli altri scamparono sulle alture, ove si tennero fermi. Dopo questo, eretto un trofeo vi si trattennero due o tre giorni per aspettare gl’Illirici che dovevano venire al soldo di Perdicca, il quale senza altro indugio voleva marciare contro le castella d’Arribeo. Ma Brasida, cui stava a cuore che Mende non patisse qualche cosa se prima di lui vi arrivassero gli Ateniesi, non inclinava a questo, ma piuttosto a ritirarsi, tanto più che gl’Illirici non si vedevano comparire.

125. Stando essi così discordi, giunse la nuova aver gl’Illirici tradito Perdicca per darsi ad Arribeo. Per lo che amendue impauriti di quella gente armigera, si erano determinati di retrocedere: ma perchè non erano mai d’accordo insieme, non avevano nulla fermato del quando fosse da partire. In questa sopravvenne la notte: e come [300] è solito, ai numerosi eserciti sbigottirsi senza sapere il perchè, così i Macedoni e la moltitudine dei barbari impaurirono; e credendo avvicinarsi i nemici assai più numerosi di quello che erano, e di averli poco men che addosso, si diedero a repentina fuga per tornarsene a casa. Perdicca, che da primo non ne sapeva nulla, intesa la cosa fu obbligato a partire senza poter vedere Brasida, perchè i due campi erano molto distanti. E Brasida sul far dell’alba, poichè seppe che i Macedoni erano già partiti e che gl’Illirici con Arribeo or ora l’assalirebbero, fatto un quadrato delle genti gravi e poste in mezzo le leggere pensava di ritirarsi. Scelse ancora per iscorridori alcuni dei più giovani, caso che il nemico volesse da qualche parte assalirlo. Egli poi cappati trecento soldati, aveva in animo di ritirarsi l’ultimo per ributtare di piè fermo i nemici che fossero i primi ad assalirlo. E prima che essi si avvicinassero secondochè permetteva la strettezza del tempo, esortava in questa guisa le sue genti.

126. «Soldati Peloponnesi, se io non sospettassi esser voi costernati perchè i Macedoni ci abbandonarono, e perchè uno sciame di barbari viene ad assalirci, non mi sarei proposto di ammaestrarvi insieme ed incoraggirvi. Ed è però che quanto all’abbandonamento de’ nostri ed alla moltitudine de’ nemici, voglio ora far di tutto per convincervi di cosa importantissima con breve ricordo ed esortazione. E vaglia il vero, a voi è richiesto esser sempre prodi in guerra non per la presenza degli alleati, ma pel vostro proprio valore; nè deve intimorirvi la moltitudine altrui, siccome quelli che venite da repubbliche, ove non i molti su i pochi, ma piuttosto i meno hanno comando su i più, comando non in altra guisa acquistato che con le vittorie fra l’armi. Quanto poi ai barbari che per inesperienza temete, dovete imparare che e’ non saranno formidabili, sì dai combattimenti avuti contro loro in grazia dei Macedoni, sì da quello ch’io ne so per congettura e per udita. Imperciocchè quando il nemico è debole di fatto, ma induce opinione di fortezza, il procacciare una verace istruzione intorno ad esso, rinfranca maggiormente [301] chi vuol resistergli: ed all’opposto è temerario colui che assale un nemico veramente valoroso, senza prima brigarsi di conoscerlo. Or sono costoro spaventosi agli inesperti mentre s’indugia ad attaccarli, perchè ti atterrisce la vista di lor moltitudine‍[271], ti sgomenta la grandezza delle grida, e perchè quel vano crollar delle armi ha in sè non so qual minacciosa significanza. Ma ove tu regga a queste apparenze, dessi non son più i medesimi. Avvegnachè non serbando nissun ordine, ove sieno forzati non si fanno caso di abbandonare il suo posto; fuggire od assalire è per loro decoroso egualmente, onde al valore non resta modo a distinguersi; e poi quel battagliare a capriccio deve procacciare a ciascuno colorata occasione di salvarsi. Stimano più sicuro lo spaventarci da lungi senza pericolo, che venir con noi alle mani; altrimenti piuttostochè di quello, avrebbero usato di questo modo. Voi vedete chiaro adunque che quel terrore che li precede, è ben piccola cosa nel fatto, e che solo confonde la vista e l’udito. Le quali cose sostenendo quando costoro vi vengano addosso; e dando addietro posatamente e con ordine, arriverete ben presto a salvamento, e conoscerete pel futuro che con chi regga al primo impeto, sì fatta marmaglia solo ostenta da lungi fortezza colle minacce prima del conflitto; con chi poi ceda, sopraggiungendo essa alle spalle, e così trovandosi al sicuro, fa mostra di valore coll’inseguir velocemente.»

127. Dopo questa esortazione Brasida ritirava le sue genti. Le videro quei barbari, e credendo che fuggissero e che raggiungendole ne farebbero strage furono loro addosso con alto urlo e tumulto. Ma gli scorridori paravansi loro davanti ovunque si presentassero; e Brasida stesso colla milizia scelta ne sosteneva l’impeto; talchè con sorpresa de’ barbari poterono reggere a quella prima furia. Inoltre i Greci, quando i barbari li assaltavano, facendo alto li ributtavano, quando si fermavano ei proseguivano la loro ritirata. Ma pervenuti i Brasidiani in luoghi aperti allora desisterono i barbari d’incalzarli: lasciarono però alcune bande che seguitassero a tribolarli con frecce, e [302] gli altri si misero a correr dietro ai fuggitivi Macedoni, ammazzandone quanti ne incontravano. Quindi occuparono i primi l’angusto sboccamento di una via tra due colli, che mette sulle terre d’Arribeo, sapendo non vi essere per Brasida altra strada di ritirata. E mentre ei si avvicinava, prendono a circondarlo appunto nel passo più scabroso della strada, tenendone per sicuro l’arresto.

128. Egli accortosi di ciò comandò ai suoi trecento di correre al più presto possibile senza ordine veruno a quel dei due colli che credeva più facile ad occupare, e di sforzarsi a respingere quei barbari che già vi salivano, prima che maggior numero venisse a circondarli. Scagliatisi i trecento sopra i barbari saliti sul colle, gli vinsero; onde al grosso dell’esercito greco riusciva oramai più agevole la montata sul colle stesso, essendo i barbari spaventati per la cacciata dall’altura toccata ai suoi. Così cessarono di più inseguire i Greci, credendoli ormai sulle frontiere ed in luogo di salvamento. Brasida presa la via de’ monti marciava più al sicuro, ed il giorno stesso fece la sua prima fermata ad Antissa negli stati di Perdicca; ed i soldati stessi adirati contro i Macedoni, che se ne erano andati senza aspettarli, tutte le cose loro che incontravano per istrada o carri tirati da bovi od altro bagaglio caduto per terra (come naturalmente avviene in una ritirata paurosa e di notte), staccandone i bovi parte mettevano in pezzi, parte appropriavano a se stessi. Di qui Perdicca cominciò ad avere in odio Brasida, e d’allora in poi nutriva verso i Peloponnesi un odio non consueto, perchè già disamava gli Ateniesi. Nondimeno riavuto dalle sue gravi calamità cercava pronta via di accomodarsi con questi, e di spacciarsi da quelli.

129. Brasida al suo ritorno di Macedonia a Torona trovando gli Ateniesi già padroni di Mende, non credendosi in istato di tragittare in Pellene per soccorrerla, teneva guardata Torona. Imperciocchè nel tempo delle cose seguite a Linco, gli Ateniesi secondo gli apparecchi fatti si erano già messi in mare con cinquanta navi per riprendere Mende e Scione, dieci delle quali erano chie, con [303] mille soldati di greve armatura e seicento arcieri dei loro, mille Traci presi a soldo ed altri palvesari somministrati dagli alleati di quei luoghi. Erano alla testa di quell’armata Nicia di Nicerato, e Nicostrato di Diotrefe. Fatto vela da Potidea presero terra presso il tempio di Nettuno, e marciavano contro i Mendei. I quali accorsi da se stessi insieme con trecento Scionesi, e colle truppe ausiliarie dei Peloponnesi, in tutti settecento di greve armatura, guidati da Polidamide, si erano accampati fuori della città sopra un’altura forte per la sua situazione. Nicia con centoventi Metonesi armati alla leggere, e sessanta di scelta grave milizia ateniese e tutti gli arcieri tentava di salire sulla collina per un tragetto; ma ferito dai nemici non potè sloggiarli. Nicostrato poi il quale per un’altra via più lontana con tutto il resto dell’esercito saliva il colle che è disagevole, fu interamente disordinato; talchè poco mancò che tutto l’esercito ateniese non fosse vinto. Nel medesimo giorno gli Ateniesi vedendo che i Mendei e loro confederati non si volevano arrendere, si ritirarono a riprendere il loro campo: e i Mendei, sopravvenuta la notte, rientrarono in città.

130. Il giorno appresso gli Ateniesi fecero colle navi il giro della costa, e presero terra dirimpetto a Scione; ne espugnarono il suburbio, per tutta la giornata saccheggiavano la campagna, non essendo uscito alcuno a contrastarli dalla città, ove era insorto qualche tumulto. I trecento Scionesi la notte seguente tornarono a casa. Fattosi giorno Nicia con metà delle truppe si avanzò sui confini del territorio per devastare le campagne degli Scionesi, nel tempo che Nicostrato col resto dell’esercito si era accampato sotto Mende presso le porte di sopra onde si va a Potidea. Ma siccome quivi dentro le mura era il deposito delle armi dei Mendei e dei loro alleati, però Polidamida gli dispone in ordine di battaglia, e confortava i Mendei a far sortita. Ora un tale della parte del popolo, animato da spirito di sedizione gli si oppose, dicendo che e’ non farebbero sortita, e che non conveniva ingaggiar la battaglia. Polidamida insisteva, quando ecco colui gli mise le [304] mani addosso e sconcertollo; onde il popolo infuriato, colle armi alla mano correva sopra i Peloponnesi, e sopra quelli che d’accordo con loro avevano seguito la parte contraria al popolo. E venuti alle mani li mettono in rotta col repentino assalto, tanto più che erano impauriti dal pensiero che ciò fosse avvenuto d’intelligenza con gli Ateniesi, ai quali erano state aperte le porte. Quelli che non restarono uccisi sul fatto si ritirarono nella cittadella, di cui anche di prima erano padroni. Mentre Nicia tornato indietro era vicino a Mende, gli Ateniesi tutti insieme si precipitano in città; e siccome le porte non erano state aperte per convenzione, così la corsero tutta come presa d’assalto, e con tanta furia che appena i generali poterono rattenerli che e’ non trucidassero anche i cittadini. Dopo questo ordinarono che i Mendei si governassero siccome eran soliti, e facessero da se stessi il giudizio di coloro che stimassero i colpevoli della rivolta; rinserrarono i Peloponnesi nella cittadella con un muro che da due parti andava sino al mare, e vi misero una guarnigione. In questo modo assicuratisi di Mende, marciarono sopra Scione.

131. Quivi gli Scionesi insieme coi Peloponnesi uscirono di città incontro a loro, e posaronsi sopra un colle forte per natura ed a sopraccollo della città, senza occupare il quale non potevano i nemici cingerli colle fortificazioni. Gli Ateniesi diedero ad esso un vigoroso assalto, fecero quindi snidiare gli avversari, e vi si posero a campo; ed eretto il trofeo ordinavano la circonvallazione della città. E poco dopo, mentre erano sopra questo lavoro, gli ausiliarii Peloponnesi assediati nella cittadella di Mende sforzarono le sentinelle dalla parte di mare, e col favor della notte la maggior parte di loro trafugaronsi a traverso il campo degli Ateniesi posto sotto Scione, ed entrarono in Città.

132. Frattanto che si costruiva la circonvallazione di Scione, Perdicca fa accordo con gli Ateniesi mediante un araldo spedito ai loro generali; il qual maneggio aveva già cominciato subito fino da quando gli venne in odio Brasida [305] per la ritirata di Linco. Isagora lacedemone doveva per avventura in quei giorni condurre delle truppe a Brasida per la via di terra. Onde Perdicca, parte sollecitato da Nicia che, poichè era seguito l’accomodamento, volesse dare agli Ateniesi qualche chiaro argomento della sua fermezza, parte non volendo egli stesso che i Peloponnesi venissero d’ora innanzi nel suo territorio, acconciò la cosa co’ suoi corrispondenti di Tessaglia, ove era in dimestichezza co’ primi personaggi, e così frastornò l’esercito e gli apparecchi dei Peloponnesi, a segno che nemmeno si affacciarono ai Tessali. Tuttavia Isagora, Amenio e Aristeo spediti dai Lacedemoni per visitare lo stato delle cose, si portarono a Brasida, e contro il divieto delle leggi spartane vi condussero alcuni dei loro giovani per costituirli comandanti delle città‍[272], il governo delle quali non volevano commettere a chicchefosse. Brasida infatti stabilisce in Amfipoli Cleonida di Cleonimo, ed in Torona Epitalide di Egesandro.

133. Nella medesima estate i Tebani incolpando i Tespiesi di atticismo demolirono le loro mura, la qual cosa avevano sempre avuto in animo di fare: se non che allora si offerse ad essi più facil modo, per essere perito il fiore de’ Tespiesi nel combattimento contro gli Ateniesi. Nella medesima estate bruciò in Argo il tempio di Giunone per colpa di Criside sacerdotessa, che posta una lucerna accesa vicino alle sacre cortine vi si addormentò; onde senza che alcuno se ne accorgesse appiccatosi il fuoco, fu tutto consunto dalle fiamme. E Criside per paura degli Argivi fugge subito nella stessa notte a Fliunte; e gli Argivi secondo che la legge disponeva crearono un’altra sacerdotessa per nome Faenida. Quando Criside fuggì volgeva l’ottavo anno e metà del nono di questa guerra: e sul cadere di questa estate fornita interamente la circonvallazione di Scione, gli Ateniesi lasciaronvi presidio e partirono col rimanente dell’esercito.

134. Nell’inverno seguente gli Ateniesi e i Lacedemoni a cagione dell’armistizio stavano tranquilli; ma i Mantineesi e i Tegeati coi respettivi confederati vennero alle [306] mani a Laodicea dell’Orestide. La vittoria fu indecisa perchè entrambi fugarono l’ala che avevano a fronte, ed entrambi ersero trofeo, e spedirono a Delfo le spoglie. Molti furono i morti da tutte e due le parti in quel dubbioso combattimento a cui pose fine la notte. I Tegeati pernottarono nel campo, e subito ersero trofeo: ed i Mantinei si ritirarono a Bucolione, e poi alzarono anch’essi un altro trofeo dirimpetto al primo.

135. In sullo scorcio del medesimo inverno, essendo vicinissima la primavera, Brasida volle tentar Potidea. Vi si accostò di notte, e gli riuscì di appoggiare le scale senza essere fino allora scoperto. Imperocchè le scale furono appoggiate in quello spazio rimasto vuoto di guardie, quando la sentinella passata avanti per portare ad altra il campanello‍[273], non era ancora ritornata al suo posto. Ma poi scopetta la cosa prima che alcuno salisse, Brasida ritirò prestamente le sue genti senza aspettare che si facesse giorno. Così finiva l’inverno e l’anno nono di questa guerra che Tucidide ha descritta.

FINE DEL LIBRO QUARTO.


[307]

NOTE DELL’EDITORE

6.  Pag. 3. Sebbene la Grecia sia stata originariamente abitata da molte picciole popolazioni, ciò non di meno vi si distinguono due genti principali, cioè i Pelasgi e gli Elleni; ed amendue secondo Heeren (Stor. Ant., Prima età, § 1) verisimilmente provenivano dall’Asia; ma la differenza delle loro lingue le dimostra chiaramente schiatte diverse. Di questa seconda schiatta cominciò ad avere il nome di Ellena quella sola parte che abitava la Ftiotide, piccolo Stato al sud della Tessaglia, ed ebbe un tal nome da Elleno (figlio di Deucalione e di Pirra) loro re, verso il 1526 A. C., come rilevasi dall’epoca sesta dei marmi di Paros. Elleno sposò Orseide, dalla quale ebbe tre figli, Doro, Suto, Eolo, dai quali provennero i quattro principali popoli in cui si divise poscia la schiatta ellenica: i Dorii da Doro; gli Achei e gli Jonii da Acheo e Jone figli di Suto; e gli Eolii da Eolo; i quali popoli in progresso di tempo furono sempre l’uno dall’altro distinti per differenza di dialetti, di costumi e di politiche costituzioni (V. Diod. Sic., lib. V; Apollod., lib. I, c. 16; Pausan., lib. III, c. 20). Secondo Pausania (lib. IV, c. 20; lib. VII, c. 1) e Diodoro Siculo (lib. V) i Greci non assunsero complessivamente il nome di Elleni che al principio delle olimpiadi; e questo spiega ciò che Tucidide dice d’Omero, giacchè Omero fioriva tra il 900 ed il 1000 A. C., e la guerra di Troja precedette di quasi due secoli la nascita di Omero. Su di ciò si consultino i Primi tempi dell’Istoria greca di L. D. Hulmann (1814), e la Storia delle tribù e delle città greche di D. C. Ottofredo Müller (1820).

[308]

7.  Pag. 3. Queste Cicladi sono un gruppo di numerose isole comprese tra l’Eubea e l’Attica al nord; il Peloponneso all’ovest; l’isola di Creta al sud. La loro disposizione quasi simmetrica e circolare (d’onde il loro nome di κυκλος circolo) intorno a Delo le fece considerare dagli antichi come una specie di corona alla culla di Apollo. Strabone, seguendo Artemidoro, annovera in questo gruppo Helena, Ceos, Cynthus, Seriphus, Melus, Siphiis, Cimalus, Prepesinthus, Olearus, Naxus, Parus, Syrus, Myconus, Tenus, Andrus, Gyarus. Delo siccome supposta centro al circolo, non veniva compreso nel numero. Secondo Erodoto (lib. I, § 171) i Carii sarebbero stati cacciati molto tempo dopo di Minos dai Dorii. I Carii sarebbero stati sudditi di Minos, senza obbligo di tributi, ma sarebbersi prestati a fornir di marinai e soldati le sue navi, attesochè mentre Minosse molta terra soggiogava e prosperava in guerra, era la gente Caria fra le genti tutte verso quel tempo medesimo ragguardevolissima di gran lunga. L’opinione di Tucidide fu seguita da Isocrate e Libanio: ma Strabone (lib. XIV), dice essere l’opinione di Erodoto universalmente riputata la più vera. Per ciò che riguarda Minos vedi più avanti la nota 4.

8.  Pag. 4. I Locri erano divisi in tre stirpi o tribù, le quali rimasero sempre separate per la differente forma di lor politica costituzione. I Locri Ozolii di cui qui parla Tucidide erano stanziati nella parte occidentale della Focide, aveano il miglior territorio, nel quale ciascuna città sembrava essere libera, quantunque Anfissa fosse detta principale. Questi Locri Ozolii, distinguevansi poi dai Locri Opunzii, così detti dalla loro città Opunto: di essi parla Tucidide al lib. I, § 108.; II, 32; III, 99, e dai Locri Opinnemidii dal monte Cnemide cui erano vicini, dei quali ci è affatto sconosciuta la costituzione. I Locri Ozolii erano chiamati anche Epizesirii, come si vede anche in Tucidide, lib. VII, § 1. — Gli Etolii rimasero il più rozzo e barbarico stormo fra gli Elleni, poichè non erano che ladri di terra e di mare. Etolo, che diede loro il nome, Peneo, Meleagro, Diomede furono i loro antichi eroi; essi non uscirono dallo stato di loro primitiva selvatichezza che dopo la ruina di Sparta e di Atene; rendendosi poscia formidabili ai Romani, e come nemici, e come alleati; furono soggiogati da Fulvio. Di questo popolo è pure ignota la costituzione. — Gli Acarnani abitavano quella parte dell’Epiro, che è separata dall’Etolia pel fiume Acheloo, e confina al [309] mezzodì col mare Jonio. Erano prima detti Careti, cioè Tonsurati, perchè lasciavano crescere i loro capelli solamente dietro il capo, e radevano quelli davanti, per non dar presa ai loro nemici: costumanza che presero da essi anche gli Abanti. Questi popoli che Tucidide fa ladroni passavano per effeminati e dirotti ad ogni dissolutezza: di qui il nome di porci d’Acarnania che i Greci applicavano a coloro che abbandonavansi con eccesso ai piaceri dell’amore (V. Luciano, Dial. Meretr.; Pausania, lib. VIII, c. 24). Pare che ai tempi della guerra di Troja una parte dell’Acarnania fosse soggetta alla vicina isola di Itaca; ma non abbiamo contezza del quando e del come il governo repubblicano s’introducesse fra gli Acarnani, e quale ne fosse la costituzione. Traevano il loro nome da Acarnano, figlio di Alcmeone, il più antico loro re.

9.  Pag. 5. Della potenza marittima di Minos ecco come ne parla Erodoto al lib. II, §122: — Conciossiachè Policrate è il primo fra i Greci per noi conosciuti, il quale meditato abbia all’impero del mare, quando eccettui Minos il Cnossio, o tal altro, se pur vi fu, che avanti costui al mare signoreggiasse. — Anche Strabone (lib. XIV) celebra la potenza marittima di Minos. Aristotele narra come Minos conquistasse e colonizzasse parecchie isole, e perisse da ultimo in una spedizione contro Sicilia. Minos regnando in Creta sarebbe anche stato uno de’ più sapienti legislatori dell’antichità. Disputano i critici non pur sull’età in cui visse questo Minos, ma sì anche sulla realtà della sua persona. Coloro che considerano tutti i personaggi della storia mitologica come poco più che numi a cui si connette la storia dello sviluppo sociale, non veggono in Minos altro che la concentrazione di quello spirito d’ordine che circa il suo tempo cominciò a manifestarsi nell’isola di Creta sotto le forme di una politica regolare. Ma perchè intorno a Minos regna una grande incertezza mitologica, non dobbiamo già credere ch’egli non sia mai esistito. Molti distinguono il Minos legislatore di Creta da Minos primo signoreggiatore del mare. Fanno quello figliuolo di Giove Asterio re di Creta e di Europa figlia d’Angenore, fondatore di molte città: a questi Esiodo dà il nome di re per eccellenza, e Omero di confidente di Giove. L’altro, pure re dei Cretesi, è fatto figliuolo di Licasto, nipote di Minos I; ebbe guerra cogli Ateniesi, a cui impose il celebre tributo dei sette garzoni e delle sette giovanette da immolarsi al minotauro. Il primo è [310] fatto regnante verso il 1450 A. C.; questo secondo avrebbe cessato di vivere in Sicilia 35 anni avanti l’assedio di Troja. Nel secondo libro della Politica Aristotele fa un paragone tra le instituzioni cretesi e spartane, e attribuisce l’ordinamento delle leggi cretesi al Minos I. Questo paragone, aiutato forse dalla connessione che sin dal tempo di Omero esistette fra Creta e Sparta a cagione delle colonie, ha suggerito certamente la teoria imaginata e sostenuta dal Müller, che Minos fosse un principe dorico, teoria che, come osserva Thirlwall, fu totalmente ignota agli antichi. Questo punto viene molto abilmente discusso da questo storico (nella sua Hist. of Greece, I, 135). Alcuni autori post-omerici fanno Minos giudice dell’Inferno in compagnia di Eaco e sotto la presidenza di Radamanto. — È singolare che Creta al tempo di cui qui parla Tucidide, così rinomata tanto pel suo poter navale quanto per essere stata culla degli dei olimpici, non abbia di poi conseguito punto di quella celebrità che la sua posizione parea prometterle. Egli pare che ad essa non sia toccato altro che l’ufficio di aprir la via all’altrui primato marittimo. Meursio ha un dottissimo lavoro su Creta antica, ora Candia; ma la miglior opera sulla storia antica di quest’isola è quella di Hoeck, apparsa in tedesco nel 1823.

10.  Pag. 6. Questo Pelope è uno dei più celebri personaggi dei tempi eroici. Noi non riferiremo qui ciò che la favola narra di Tantalo suo padre; solo diremo che Tantalo, re della Lidia, sconfitto da Troo fu costretto rifugiarsi in Elide alla corte del re di Pisa, Enomao. Quivi Pelope conquistò in isposa, vincendo Enomao alla corsa, la bella Ippodamia che gli portò in dote il trono di Pisa. Pelope si rese ben tosto formidabile ai principi suoi vicini; estese il proprio dominio sopra tutta l’Elide, e perciò tutta la penisola conosciuta sotto i nomi di Pelasgia, Apia, Argolide ricevette da lui il nome di Peloponneso. È ignoto come e quando questo principe morisse; ebbe però dopo la morte onori divini. Gli Elei, secondo Pausania (lib. V, c. 13), gli innalzarono un tempio in Olimpia presso a quello di Giove; Ercole gli consacrò un certo spazio di terra presso il tempio medesimo, perchè ei discendeva da Pelope per quattro gradi di generazione. Aggiungasi che questo eroe gli offerse un sacrificio sull’orlo di una fossa, dove i magistrati e gli Arconti non mancarono poscia di recarsi ogni anno per farvi un sagrificio prima di entrare in carica; [311] uso che ai tempi degli Antonini era ancora in vigore. Vuolsi che Pelope instituisse i giuochi olimpici, o che almeno li facesse celebrare con nuova pompa. Ebbe Pelope tre figliuoli, due dei quali troppo famosi Atreo e Tieste, l’altro Ippalimo od Ippalco. I discendenti di Pelope furono chiamati Pelopidi, e il loro carattere crudele e turbolento fe’ sì che Cicerone applicasse il loro nome a quei perversi cittadini che avean prese le armi contro la patria.

11.  Pag. 7. Queste cinque parti erano, secondo la divisione di Tucidide, la Laconia, l’Arcadia, l’Argolide, la Messenia e l’Elide. Le parti su cui i Lacedemoni aveano il loro particolare dominio erano la Laconia e la Messenia. Successivamente il Peloponneso si fece constare di otto parti, nelle quali fu sempre diviso da tutti i geografi greci e latini, delle quali otto parti diamo qui un cenno che gioverà a meglio intendere Tucidide, nelle descrizioni e narrazioni che viene facendo, nel corso della sua storia. Queste parti erano 1º l’Arcadia, paese montagnoso ed abbondante di pascoli, in mezzo alla penisola; lunga 20 leghe, larga al più 13, s’alzano i monti Cillene, Erimanto, ec.; è divisa dai fiumi Alfeo ed Erimanto, e da fiumetti; le città sono Mantinea, Tegea, Orcomeno, Erea, Psofide, e poi Megalopoli, città principale di tutto il paese: 2º Laconia, pur montagnosa; la sua maggior lunghezza corre per 20 leghe, e la maggior larghezza per 15; il fiume Eurota la divide; s’alzano i monti Taigeto, e si veggono i promontorii Maleo e Tenero. V’era Sparta città presso l’Eurota; e le borgate Amicla, Sellasia ed alcune altre eran poco considerevoli. 3º Messenia, è posta a parte occidentale della Laconia, paese piano ed assai fertile, che nell’anno 668 fu soggiogato dagli Spartani; la sua maggior lunghezza è di 12 leghe, e la larghezza 15. Messene città; fortezze alle frontiere, Itome ed Ira. Fra le altre borgate Pilo e Metone, sono le più note. 4º Elide col piccolo territorio detto Trifilia è nella parte occidentale del Peloponneso; la sua lunghezza 25 leghe, e larghezza 12; è divisa dai fiumi Peneo, Alfeo e Sello, e da minori fiumi: eranvi nella settentrionale parte Elide; Cillene, e Pilo città: presso l’Alfeo era Pisa, ed a lato Olimpia: nella Trifilia eravi un’altra Pelo. 5º Argolide che distendesi lungo la costa orientale della penisola, dirimpetto all’Attica, con la quale forma il golfo Saronico; è lunga 27 leghe, larga da 3 a 12: contiene le città Argo, Micene, Epidauro; e l’altre minori [312] Nemea, Cinuria e Trezene. 6º Acaja, per antico detta Jonia, ed anche Egialo, formava la côsta settentrionale: era lunga per 24 leghe, e larga da 6 a 12; e comprendeva 12 città, e le più considerevoli erano Dime, Patra e Pellene. 7º Il piccolo paese di Sicione, che era lungo 8 leghe e largo 3 con le città di Sicione e di Flio. 8º La piccola contrada di Corinto, quasi della stessa ampiezza, stava vicino all’istmo che unisce il Peloponneso alla terraferma; Corinto città, innanzi detta Efira, coi porti di Lecheo sul golfo di Corinto e di Cencre su quella di Saro. V. Heeren, Storia antica considerata rispetto alle costituzioni ecc. Sez. III.

12.  Pag. 8. Strabone (lib. IX) e Diodoro (lib. XIX) riferiscono pure che i Beozi dopo avere preso possesso del territorio cui essi diedero il proprio nome, ne furono cacciati dai Traci e dai Pelasgi, ritraendosi ad Arne nella Tessaglia, d’onde ripartirono più tardi per rioccupare la Beozia. Questa regione avea a settentrione la Focide, al mezzodì l’Attica, al ponente il mare e il golfo di Corinto, ed al levante l’isola di Eubea. Secondo Pausania ebbe il nome di Beozia da Beoto figlio di Itono e della ninfa Menalippe; secondo Diodoro, di Nettuno e di Arne, la quale diede il proprio nome alla città capitale del regno. Questa regione ebbe il nome di Aonia dagli Aoni di cui parla Strabone; quella di Ogigia da Ogige, che secondo Varrone fondò la città di Tebe; quella di Cadmeide da Cadmo fondatore di Cadmea, città che in progresso fu congiunta a Tebe. Ovidio pretende che il nome di Beozia derivasse da bove, perchè Cadmo fu condotto in questa terra da un bue. Sono celebri in questo paese le montagne di Idmeto, Citerone ed Elicona; le fontane di Aretusa, di Dirce, di Aganippe; ed i fiumi Asopo, Cefiso ed Ismeneo. I Beozi aveano riputazione di uomini rozzi e di grosso ingegno; ciò nondimeno il loro paese diede Esiodo, Pindaro, Plutarco, Epaminonda e Pelopida.

13.  Pag. 9. Vedi ciò che dice Tucidide di questa isola al lib. III, § 104. Renea ed anche Renia e Renaca era il cimitero dell’isola di Delo, perchè non era permesso il tumulare i morti in un’isola sacra. Secondo Giustino (lib. XLIII, c. 5) la guerra di cui parla qui sotto Tucidide, sorta fra i Focesi ed i Cartaginesi, ebbe occasione da questioni per alcune barche pescareccie. Forse invece di mentre fondavano Marsilia, sarebbesi meglio detto fondatori di Marsilia, giacchè Marsilia [313] venne fondata dai Focesi, secondo notano i cronologi, il primo anno della XLV olimpiade, e la battaglia navale di cui parla Tucidide non avvenne che circa cinquant’anni dopo.

14.  Pag. 10. Gelone offeriva ai Greci dugento triremi contro Serse, a condizione gli venisse affidato il comando supremo della spedizione. Od. Muller contro l’asserzione di Tucidide raccolse numerose testimonianze di storici antichi comprovanti che anche prima della spedizione di Serse la Grecia avea messe in mare flotte assai numerose. E particolarmente Egina dovea avere fatto mostra di una grande forza marittima, da poi che gli storici danno ad essa il titolo di regina dei mari.

15.  Pag. 10. Cioè la venuta di Serse; ecco che dice Erodoto diversamente da Tucidide circa Temistocle. — Una gran massa di danaro era stata raccolta de’ tributi della Republica; che però quella del provento dei metalli che sono in Sannio, poteali dividere a tanto per testa che ne toccassero dieci dramme a ciascuno della gioventù. Allora Temistocle dissuase agli Ateniesi questa divisione; ma li persuase a preparare di cotal danaro un’armata di dugento navi per la guerra di Egina. Poichè questa guerra, allora svegliata, apportò alla Grecia salute; forzando gli Ateniesi a divenir buoni marinari (lib. VII, § 144). Plutarco e Cornelio (Vita di Temistocle) e Polieno (Strateg., lib. I, c. 30) differiscono nel numero e nella qualità delle navi fatte costruire da Temistocle, perchè dicono cento triremi.

16.  Pag. 11. L’Alis è fiume della Paflagonia nella Cappadocia, regione dell’Asia minore, sulle sponde del quale Creso ricevette l’oracolo che lo ingannò (Strabone lib. IX; Tolomeo, lib. V, c. 4). Gli antichi designavano ordinariamente per tal modo l’Asia minore, che essi chiamavano anche marittima, Asia al di qua del Tauro.

17.  Pag. 11. La Fenicia era stata sottoposta alla Persia da Cambise. Erodoto (lib. I, § 41) dice però che le isole Jonie si erano sottomesse a Ciro volontariamente.

18.  Pag. 11. Infatti Ippia, tiranno di Atene, fu cacciato da Cleomene re di Sparta. Aristotele riferisce pure (Polit. lib. V, C. 8) che la maggior parte dei tiranni fu distrutta dai Lacedemoni. In Sicilia la tirannia cessò in Agrigento verso il 472 av. C. mediante la cacciata di Trasideo. Trasibulo, ultimo tiranno di Siracusa, fu espulso nel 465.

[314]

19.  Pag. 11. I Dorii non furono i fondatori di Lacedemone; essi l’occuparono cacciandone gli Achei.

20.  Pag. 11. Questo giudizio di Tucidide è opposto a quello di Erodoto, il quale asserisce che nessun popolo avea avute leggi peggiori di quelle che governavano gli Spartani avanti Licurgo (lib. I, § 65). Intorno a ciò veggasi Heyne, De Spartanorum republica judicium, nei Comment. Soc. Gott., vol. IX, e Sparta, ossia saggio dell’istoria e del governo di questo Stato, di T. C. F. Manso. Lipsia 1810. Opera tedesca e di cui i Tedeschi fanno tuttavia un gran conto.

21.  Pag. 12. Leocorio era un tempio d’Atene consacrato alle figlie di Leo figliuolo di Orfeo, sagrificate dal padre stesso, avendo Delfo dichiarato la loro morte necessaria per salvare Atene (Eliano, Hist. div., XII, 28).

Panatenaica ed anche panatenea era detta la grande festa che ogni anno si celebrava in Atene in onore di Minerva. Institutore di questa festa, secondo alcuni, fu Erittonio, secondo altri Orfeo; ma pare più verosimilmente ne sia stato Teseo, all’epoca in cui centralizzò nel governo di Atene le diverse borgate dell’Attica, come narra Tucidide stesso più avanti lib. II, § 15; e le panatenee commemoravano appunto una tale riunione. A queste feste erano ammessi tutti i popoli dell’Attica, coll’intendimento di assuefarli a riconoscere Atene, in cui si celebravano, come loro patria comune. Quelle feste nella loro prima origine erano semplicissime e non duravano più di un giorno: ma in progresso ne fu accresciuta la pompa e la durata. Furono quindi instituite le grandi e le piccole panatenee; le grandi celebravansi ogni cinque anni il 23 del mese ecatombeone, che corrisponde al nostro settembre, ma che era il primo dell’anno ateniese; le piccole solennizzavansi ogni tre anni o piuttosto, come altri vuole, tutti gli anni il 20 del mese targellione che era l’undecimo dell’anno ateniese e corrispondeva il suo principio al nostro fine di aprile. Ogni città dell’Attica, ogni colonia in quelle occasioni dovea come tributo offrire un bue a Minerva. La dea avea l’onore dell’ecatombe, e al popolo ne spettava il profitto, venendo le carni della vittima distribuite agli spettatori. Durante queste feste vi aveano tre sorta di combattimenti. Il primo era una corsa a piedi, che poscia divenne equestre; il secondo una lotta di atleti ignudi; il terzo, stabilito da Pericle, era una gara di poesia e di musica. In queste gare interveniva il fiore [315] dell’ingegno greco, e i vincitori aveano in premio una corona d’alloro ed un barile di olio squisito. La festa avea fine con pubblici banchetti.

22.  Pag. 13. Certamente Tucidide qui fa allusione ad Erodoto, poichè è Erodoto stesso che riporta la tradizione del doppio suffragio dei re di Lacedemone (lib. VI, 67), e quello relativo alla compagnia o coorte pitanate. Circa questa coorte veggasi l’Erodoto di Larcher, tom. VI, p. 117, prima edizione, il Meursio, Att., I, 16, e Poppo, VIII, p. 177.

23.  Pag. 14. Le due battaglie di mare furono quelle di Artemisio e di Salamina, quelle di terra delle Termopili e di Platea.

24.  Pag. 14. Ciò fu il 445 A. C. La tregua fu mantenuta per quattordici anni.

25.  Pag. 15. Epidauro più tardi fu chiamato Dyrrachium; è il Durazzo d’oggidì sull’Adriatico.

26.  Pag. 15. Ecco a che allude Tucidide colla frase giusta l’antica usanza. Allorquando una colonia intendeva fondare essa stessa una nuova città dovea chiedere un capo alla sua metropoli: Corfù, colonia di Corinto, fondando Epidamno non avea mancato di conformarsi a questa usanza. I coloni ricevevano dai loro concittadini armi e viveri; si dava loro una specie di atto pubblico chiamato ἀποίκια, con cui venivano mantenuti ed assicurati i loro diritti e i loro rapporti verso gli alleati della metropoli; portavano seco, partendo, il fuoco sacro, preso al tempio della madre patria, e al quale doveano ricorrere quando si fosse estinto per riaccenderlo. Veggasi su di ciò le Nozioni istoriche e geografiche sulle colonie greche del tedesco D. A. Hegewisch (Altona 1808); il Sainte-Croix, De l’état et de la sort des colonies des anciens peuples (Paris 1806), e Raoul-Rochette, Histoire critique de l’établissement des colonies grecques (Paris 1815).

27.  Pag. 17. Vi avevano parecchie specie di dramma, quella di Atene che valeva sei oboli (circa 90 centesimi); quella di Egina che valeva dieci oboli attici, e quella di Corinto che pare avesse lo stesso valore. Cinquanta dramme corrispondevano quindi a circa 75 lire italiane.

28.  Pag. 17. Notisi che i Megaresi erano strettamente confederati [316] co’ Corintii, dappoichè riuscirono coll’aiuto di questi a scuotere il giogo di Atene.

29.  Pag. 17. Vuote, cioè destinate pel trasporto delle truppe.

30.  Pag. 18. Questo Azio è l’Actium dei latini, posta in faccia a Nicopoli, è l’attuale Prevesa vecchia.

31.  Pag. 26. I Megaresi mentre erano in guerra coi Corintii, per una questione di territorio aveano abbandonata la lega dei Lacedemoni per unirsi agli Ateniesi. Vedi in seguito lib. I, § 103. Più avanti il Boni traduce perocchè l’ultimo beneficio, ec.; noi avremmo tradotto perocchè un ultimo beneficio, ec.: si allude qui al servizio che i Corintii sollecitavano e che potea far dimenticare l’offesa fatta e che riferivasi ai Megaresi.

32.  Pag. 28. Ecco in che consistevano questi segnali; onde far conoscere in mezzo alla mischia gli ordini dei capi si innalzava come si farebbe oggidì colla bandiera, un segno, il quale venendo abbassato ordinava la cessazione del combattimento. Vedremo più innanzi in Tucidide come gli antichi sapessero anche per mezzo de’ fuochi sollevati o abbassati, segnare l’arrivo o la partenza del nemico, ed anche il numero delle navi.

33.  Pag. 29. Usavasi rimorchiare le carene delle navi sommerse le quali divenivano quindi i trofei della vittoria. I vincitori raccoglievano tutti gli avanzi che galleggiavano sul mare, e il poter far ciò era pure un argomento di riportata vittoria, giacchè mostrava di essere stati padroni del campo di battaglia.

34.  Pag. 29. Peana veramente nel senso più comune è inno o cantico in onore degli Dei e dei grandi uomini. Qui però ed anche altrove (lib. IV, § 43, lib. VII, § 44), Tucidide lo usa in senso di canto militare dopo una vittoria. Era questo un inno cantato in onore di Apollo, ed anche per allontanare qualche sventura. Il nome di peana tragge la sua origine da una avventura di cui ci conservò memoria Ateneo. Ci narra egli che essendo Latona partita dall’isola Eubea coi due figliuoli Apollo e Diana, passò presso l’antro del serpente Pitone; essendo il mostro uscito per assalirli, Latona prese Diana fra le sue braccia e gridò ad Apollo ie paian, cioè fermati figlio mio; [317] o lancia i tuoi dardi Apollo; nel tempo stesso le Ninfe di quelle contrade, essendo accorse per incoraggiare il giovine dio, seguendo l’esempio di Latona, gridarono ie paian, ie paian, e questo motto servì poscia di intercalare a tutti gli inni in onore di Apollo. Anche per Marte furono composti dei peana, e si cantavano accompagnati dal suono del flauto, andando alla battaglia. Diversi esempii abbiamo di ciò anche in Senofonte. Su di che lo scoliaste di Tucidide osserva che al principio di un combattimento con siffatti inni invocavasi il dio Marte, mentre dopo la vittoria Apollo diveniva il solo oggetto del cantico. Ciò è pure confermato da Suida.

35.  Pag. 29. Qui presero a indietreggiare non riproduce abbastanza fedelmente e chiaramente la frase di Tucidide, il quale dice presero a remigare dalla poppa, cioè a remigare in modo da indietreggiare insensibilmente senza cessare di mostrar faccia al nemico.

36.  Pag. 30. Era il Caduceo una verga attorcigliata ad una estremità da due serpenti i cui corpi erano piegati in due semicerchi uguali sì che la testa dell’uno guardava quella dell’altro, e con due piccole ali in cima. Questa verga era uno dei principali attributi di Mercurio. L’opinione più sparsa presso gli antichi e la più ricevuta dai moderni circa la sua origine è questa. Mercurio avendo un giorno trovato due serpenti che si battevano, avea placato il loro furore percuotendoli colla verga di cui si serviva per guidare le gregge. Questo avvenimento fe’ nascere l’idea di porre due serpenti attortigliati sulla verga di Mercurio, la quale pigliò di poi il nome di Caduceo e fu riguardato come simbolo di pace. Di qui il nome di Caduciferi, dato presso gli antichi agli araldi o ambasciatori incaricati di negoziare od annunciare la pace. In questo passo, Tucidide dice senza caduceo, giacchè l’inviare un araldo con Caduceo avrebbe significato che si fosse in guerra cogli Ateniesi.

37.  Pag. 32. Nella Calcide, l’istmo di Pallene era compreso fra il golfo Termaico (golfo di Solonicco) ed il golfo Canastreo (golfo di Cassandria). Potidea posta sull’istmo medesimo, potea essere separata dal continente e dalla penisola di Pallene col mezzo di un doppio muro. Pallene giaceva al sud di Potidea sul golfo Termaico.

38.  Pag. 32. Chiamavansi Demiurgi i magistrati spediti [318] dalla metropoli come amministratori della colonia. Erano poco dissimili dai demarchi ateniesi.

39.  Pag. 33. Olinto era città libera di Tracia, molto fortemente situata sull’istmo di Pallene al nord di Potidea. Durante la guerra del Peloponneso seppe mantenersi indipendente così dagli Ateniesi come dai Lacedemoni. Estese la sua dominazione sopra la maggior parte della Calcide, nè fu soggiogata che da Filippo di Macedonia (il 348 av. C.)

40.  Pag. 34. Abbandonando Pidna, essi doveano, onde restituirsi per terra a Potidea, far il giro del golfo Termaico seguendo la côsta e lasciar Berrea sulla sinistra. Egli è per ciò che Tucidide disse in seguito κακειθεν επιστρεψαντες: dopo aver troppo inclinato all’ovest. La costruzione di questa frase imbarazzò molto i traduttori. Bastava, per togliere ogni difficoltà, por mente che le parole πειρασαντες πρωτον τοὺ X.... debbono logicamente precedere κακειθεν επιστρεψαντες; la voce πρωτον l’indica assai chiaramente come nota il Zevort.

41.  Pag. 34. Gli Ateniesi seguendo la côsta, doveano lasciar Olinto alquanto sulla sinistra, mentre si innoltravano nella parte angusta dell’istmo.

42.  Pag. 34. Quella di Filippo e di Pausania.

43.  Pag. 35. Settanta stadii ragguagliano circa undici chilometri.

44.  Pag. 35. Fu in questa battaglia che Socrate meritò il premio del valore, che però i capitani conferirono ad Alcibiade che erasi al pari di lui mostrato valoroso, ma che era per nascita a lui superiore. In altro fatto d’arme in cui fu l’esercito ateniese sbaragliato, Socrate ha pure col suo valore salvato la vita a quel suo amico e discepolo.

45.  Pag. 35. Assediando questo muro, gli Ateniesi intercettavano ai Potideati ogni comunicazione coi loro alleati del continente, e particolarmente di Olinto; la circonvallazione dal lato della penisola non era del pari importante e necessaria.

46.  Pag. 35. Afitide è piccola città all’est di Pallene; avea un tempio d’Apollo assai celebre pei responsi. Narra Pausania che Lisandro avendo intrapreso l’assedio d’Afitide, fu costretto [319] di abbandonarla atterrito da un ordine avuto da Apollo in sogno (lib. III, c. 18).

47.  Pag. 36. La campagna bottica di cui è qui parola, non vuol essere confusa colla Bottia che stava al nord-est del golfo Termaico, di cui era capitale Pella. I Bottiesi cacciati dai Macedoni, eransi stabiliti all’ovest del golfo medesimo, verso i confini nordici della Calcide, e di quivi s’erano disseminati fino alla Tracia; ed è questa la contrada appunto di cui qui parla Tucidide. Dei Bottiesi Tucidide parlò già al lib. I, § 58, e ne parla più avanti al lib. II, §§ 79, 89 e 100.

48.  Pag. 36. Nessun commentatore ha ancora potuto riconoscere quali siano gli accordi a cui qui allude Tucidide; la tregua dei trent’anni a cui taluno vorrebbe trovar riferimento, certo non può riguardarli, giacchè la sommissione degli Egineti era anteriore. Su di ciò vedi Krueger Studi. hist., I pag. 192 e seguenti.

49.  Pag. 37. Il decreto che escludeva dai mercati dell’Attica i Megaresi, era stato promosso da Pericle. Lo Scoliaste di Tucidide riferisce che Pericle era stato a ciò indotto per sue vendette personali contro i Megaresi, i quali avevano insultata Aspasia come prostituta.

50.  Pag. 40. Evidentemente Aristotele nella sua Politica allude a questo passo di Tucidide, come nota Zevort, quando scrive: — Si fa quistione se sia più utile o di danno agli Stati mutar le loro antiche leggi. — Non v’ha dubbio essere assurdo il rimanere in perpetuo negli stessi errori..... ma fa d’uopo aver in ciò somma prudenza.... Ciò nondimeno il paragone colle arti è fuor di ragione; far progredire le arti e mutare le leggi sono cose fra loro ben diverse (lib. II, 5).

51.  Pag. 40. I Potideati erano d’origine Dorica.

52.  Pag. 42. Secondo Erodoto (lib. VIII, 44) gli Ateniesi ne somministrarono 160: quanto complessivamente tutti gli altri confederati.

53.  Pag. 42. I Lacedemoni gli decretarono una corona di olivo ed il più bel carro di Sparta. Uno stuolo di giovanette l’accompagnò sino ai confini del loro territorio.

54.  Pag. 44. Qui meglio che non disonore avrebbe dovuto dirsi vituperio.

[320]

55.  Pag. 44. Tutte le querele d’interesse publico fra gli Ateniesi e gli alleati loro venivano giudicate in Atene, e davano sempre campo a recriminazioni molte e violenti perchè non sempre imparziali; la sede del tribunale non dava guarentigie sufficienti di imparzialità.

56.  Pag. 44. La durezza di Pausania aveva irritati tutti i confederati, e fatto quindi deferire agli Ateniesi il comando.

57.  Pag. 45. La frase esca di patria, vuolsi prendere in senso di in tempo di guerra. La licenza dei Lacedemoni nei tempi di guerra era somma e proverbiale.

58.  Pag. 45. Questo Archidamo era figlio di Zeusidamo del secondo ramo dei re di Sparta; cominciò a regnare il 476 A. C., succedendo non al padre, che era morto avanti occupare il trono, ma all’avo Leutichide, esiliato dai Lacedemoni. Verso il dodicesimo anno del suo regno, la Laconia fu devastata dai terremoti, in seguito ai quali i Messeni ribellaronsi ai Lacedemoni e fortificaronsi sul monte Itome. Archidamo mostrò molta forza d’animo in tali avvenimenti, e andò ad assediare i Messeni, i quali dopo una difesa di dieci anni capitolarono a patto che si permettesse loro di ritirarsi dove volessero. Tale è l’uomo che qui si oppone col suo consiglio alla guerra del Peloponneso, nella quale si distinse poi come egregio capitano ed ambasciatore (Vedi più avanti Tucidide, lib. II, §§ 7, 10, 11, 12, 13, 18, 19, 20, 47, 71; lib. III, §§ 1, 89). Nei primi suoi dieci anni questa guerra fu chiamata guerra d’Archidamo. Pausania nel suo libro III ha dato un buon sommario della vita di questo re, il quale morì il 428 A. C., lasciando due figli Agide ed Agesilao ed una figlia Cinissa.

59.  Pag. 49. Leggi meglio Stenelaida Σθενελαῖδας.

60.  Pag. 49. Gli efori, cioè esaminatori, formavano un corpo di magistrati spartani i quali godevano di grandi privilegi. Comunemente si attribuisce l’istituzione di quest’uffizio a Teopompo, nipote di Carilao il Proclide: ma dall’esistenza d’un’eforeria negli altri Stati dorici prima che vivesse Teopompo, e dall’essere apparentemente posta fra le istituzioni di Licurgo da Erodoto e Senofonte, si conchiuse che fosse un antico magistrato dorico. Il dottore Arnold suppone (nel suo Tucidide, vol. I, p. 646), che gli efori, i quali erano in numero di cinque, fossero coevi col primo stabilimento de’ Dorii in [321] Isparta, e non fossero che magistrati municipali di cinque villaggi che componevano la città (Vedi i Dorii di Muller, II): ma che di poi, quando gli Eraclidi incominciarono trarre a sè i privilegi degli altri Dorii, e, a quanto pare, sotto il regno di Teopompo che cercò di scemare il potere dell’assemblea generale dell’aristocrazia spartana, i Dorii, nella lotta che ne seguì, guadagnarono per gli efori un’estensione di autorità che li pose virtualmente alla testa dello Stato, quantunque si lasciasse ancora la sovranità nominale nelle mani degli Eraclidi. Così gli efori furono magistrati popolari per quanto concerneva gli stessi Dorii, e furono infatti i custodi de’ loro dritti contro le usurpazioni de’ re e del senato, quantunque fossero in relazione coi Perieci (Περιωικοι), stromenti oppressivi di una soverchiante aristocrazia (Platone, Legg., IV, p. 712D.). Gli efori venivano scelti nell’autunno d’ogni anno; il primo dava il suo nome all’anno, e ciascuno spartano era eleggibile senza riguardo ad età o ricchezza. Avevano facoltà di multare chi loro piaceva, e farsi pagare immediatamente la multa; potevano sospendere le funzioni di qualunque altro magistrato; e arrestare e processare fin anco i re (Senofonte, Degli Spartani, VIII, p. 4). Presiedevano e votavano nelle pubbliche assemblee (come mostra Tucidide nel seguente § 87) e facevano tutte le funzioni del principato, ricevendo e congedando ambascerie, trattando cogli Stati forestieri, e facendo spedizioni militari. Il re, quando comandava, era sempre accompagnato da due efori che lo facevano stare a segno ne’ suoi andamenti. Gli efori vennero trucidati nelle loro sedi di giustizia da Cleomene III, e allora se ne abolì l’uffizio. Volendosi prestar fede a quanto Plutarco fece dire da questo re a giustificazione di questa uccisione, gli efori non erano dapprima più che delegati de’ re, de’ quali fungevano le veci in Isparta, mentre erano occupati nelle guerre contro i Messeni. Gli efori furono rimessi in vigore da Antigono Dosone e dagli Achei nell’anno 222 A. C., e il loro uffizio sussisteva ancora sotto il dominio dei Romani.

61.  Pag. 49. Gli alleati si ritiravano nel tempo della deliberazione allorquando trattavasi di quistioni sottoposte alla decisione dei Lacedemoni. Dal contesto di questo passo risulta, nota Zevort, che il governo aristocratico dei Lacedemoni avea conservato alcune delle forme democratiche, e particolarmente [322] l’intervento del popolo per deliberare della pace o della guerra.

62.  Pag. 50. Questa città era di somma importanza, poichè assicurava ai Persi il passaggio dell’Asia nella Tracia, e di lì nella Macedonia e nel resto della Grecia, giacchè sorgeva al mezzo della costa dell’Ellesponto dirimpetto alla città di Abido. È celebre questa città per gli amori di Eco e Leandro, e pel ponte di battelli fattovi costruire da Serse per passare lo stretto, che quivi non è più largo di mezza lega.

63.  Pag. 54. Plutarco parla in più luoghi (particolarmente nella vita di Cicerone e d’Aristide) delle violenze di Pausania: le enormezze sue andavano al punto di percuotere i capi stessi dei popoli alleati e d’infligger loro delle pene derisorie. La defezione di cui qui parla Tucidide avvenne l’anno stesso delle battaglie di Micale e di Platea (479 A. C.)

64.  Pag. 54. Prontavano, cioè importunamente sollecitavano.

65.  Pag. 55. Qui Boni traduce la parola φορος per tributo; ma questo era un tributo, tutto speciale, era una contribuzione unicamente destinata per la guerra medesima: la ripartizione di questo tributo venne fatta da Aristide.

66.  Pag. 55. Quest’Ellanico è uno dei più antichi prosatori e storici della Grecia: nacque a Mitilene nell’isola di Lesbo, verso il 496 av. C. (A. Gellio, XV, 23). Secondo Luciano (Macrob., c. 22) visse sino all’età di 85 anni. Suida lo fa vissuto insieme ad Erodoto alla corte di Aminta re di Macedonia; ma questa asserzione è erronea, poichè nella Macedonia ai tempi di Ellanico e di Erodoto non fu alcun re del nome di Aminta. Ellanico scrisse più opere frequentemente citate dagli antichi scrittori. Fra le più importanti si annoverano una Storia d’Argo disposta per ordine cronologico secondo le successive sacerdotesse del tempio di Ena di questa città; la Storia dell’Attica, di cui fa qui menzione Tucidide, la Storia di Cipro, dell’Eolia e di Lesbo; un ragguaglio della Fenicia, della Persia, della Siria e di altre nazioni orientali; e alcuni scritti geografici. I frammenti che ci rimangono dei suoi scritti, furono pubblicati da Sturz a Lipsia nel 1788, e quivi stesso ristampati nel 1826; comparvero pure nel Musæum criticum di Cambridge nel 1826 (vol. II, pag. 90-107). La [323] miglior edizione di Ellanico è però quella data da Creuzer nella sua celebre raccolta Historicarum græc. antiquis fragmenta, ecc. (Eidelberga 1806, 8).

67.  Pag. 55. Eiona nella Tracia, alla foce dello Strimone, sulle frontiere della Macedonia (Pomponio Mela, lib. II, c. 2). Ella portò successivamente i nomi di Acra, Anfipoli, Mirica, di Città di Marte, Nove-strade; e porta oggi quello di Crisopoli o Cristopoli. Di questa città vedi quanto ne dice più avanti Tucidide stesso al lib. IV, §§ 50, 102, 104, 106, 107.

68.  Pag. 55. I Dolopi erano popoli della Tessaglia alle falde del monte Pindo, che Bolco mandò all’assedio di Troia sotto il comando di Fenice: questi popoli erano dati alla pirateria; spogliavano e trucidavano tutti gli stranieri che capitavano sulle loro coste (Æn., lib. II. Strab., lib. IX).

69.  Pag. 55. I Caristii erano il solo popolo dell’Eubea che non fosse stato sottomesso dagli Ateniesi. Cariste, loro città principale posta alla estremità della punta meridionale dell’Eubea, venne in fama pel suo marmo chiamato caristio. Avea un tempio dedicato ad Apollo che ebbe il soprannome di Apollo marmoreo. Questa città sussiste tuttavia sotto il nome di Caristo; detta Château roux dai Francesi.

70.  Pag. 55. Questi Nassii non vanno confusi cogli abitanti di Nasso, di cui lo stesso Tucidide parla in progresso. I Nassii di cui è qui parola, sono gli abitanti di Nasso isola del mare Egeo, di cui dicemmo già alla nota (2). Nasso è pure città di Creta rinomata per le sue pietre da affilar ferri; città di Acarnania conquistata dagli Etoli sugli Acarnani, ed è città di Sicilia prossima ad un’altra Nasso, chiamata, per differenziarla, anche Taurontinium (Taormina), ed è di questa che parla appunto Tucidide più avanti (al lib. IV, § 25; lib. VI, §§ 3, 98) fondata dai Calcidesi d’Eubea.

71.  Pag. 56. Guidati, secondo Erodoto (lib. IX, 75), da Leagro e da Sofane. Diodoro però (XII, 68) e con lui Pausania, dicono essere stati disfatti dai soli Edoni.

72.  Pag. 56. Il terremoto di cui qui parla Tucidide avvenne il 446 av. C. Secondo Diodoro, (XII, 53) fece perire ventimila Lacedemoni, e atterrò, secondo narra Plutarco (nella vita di Cimone), tutta la città tranne sole cinque case. Gli Iloti a cui qui allude Tucidide, erano popoli della Laconia abitatori della [324] città di Elo, e ridotti dai Lacedemoni nella più abbietta schiavitù. Iloti vennero anche chiamati i Messenii poscia che furono dai Lacedemoni soggiogati.

73.  Pag. 57. Anche Diodoro (XI, 64) narra che i Lacedemoni temevano di vederli passare alla parte dei Messenii.

74.  Pag. 58. Naupatto è la moderna Lepanto, città d’Etolia che deve il suo nome all’essere stato il luogo in cui gli Eracliti costrussero la prima nave. Sorge all’imboccatura del fiume Eveno. Dopo d’avere appartenuta ai Locriozoli cadde in potere degli Ateniesi, i quali la cedettero, come narra Tucidide, ai Messenii. I Lacedemoni essendosene poscia impadroniti, dopo cioè la battaglia di Egospotamos, la restituirono ai Locri. Fu anche presa da Filippo il Macedone, il quale donolla agli Etoli, che ne fecero la loro città principale (Vedi Strabone, lib. IV. Pausania, lib. IV, 25.)

75.  Pag. 58. Era questo il porto, secondo che ne dice Strabone (lib. VII), in cui i Megaresi aveano i loro arsenali ed i loro cantieri, sorgeva sul golfo Saronico ad otto stadii da Megara.

76.  Pag. 58. Marea era un borgo a breve distanza da Alessandria, sul ramo Canopico: diede il nome al lago o palude Mareotide. Faro poi, qui menzionata da Tucidide, era una piccola isola alla foce del ramo Canopico, che più tardi venne riunita al continente mercè d’un rialto. Fu in questa isola che venne costruita sotto Tolomeo Sotero e Tolomeo Filadelfo la celebre torre di marmo bianco, su cui s’accendevano dei fuochi per guida dei naviganti in tempo di notte. Di qui venne il nome di Faro a tutte le torri destinate allo stesso scopo. Il nome di quest’isola servì pure ai poeti per designare tanto l’Egitto, quanto le cose ad esso appartenenti. Così troviamo in Ovidio pharia juvenca per giovenca egizia; pharius piscis per pesce egizio o coccodrillo; Lucano chiama i re d’Egitto pharii reges; e l’egizia nazione pharia gens; Stazio chiama pharia puppis una nave d’Egitto.

77.  Pag. 58. È questi l’Artaserse Longimano che regnò dal 467 al 425 av. C. La spedizione ateniese di cui qui parla Tucidide, avvenne verso il 460 av. C.

78.  Pag. 58. Piccola città dell’Argolide, poco lungi da Trezene (V. Tucidide, lib. II, § 56; IV, § 45); oggidì è detta Haack.

[325]

79.  Pag. 58. È un’isola al nord-ovest d’Egina nel golfo Saronico.

80.  Pag. 59. È un promontorio della Megaride di malagevolissimo passo. Vedi Tucidide più avanti, lib. I, §§ 107 e 108, lib. IV, § 70.

81.  Pag. 60. L’aristocrazia vedea a malincore il progressivo incremento della marina che spostava continuamente le fortune a tutto beneficio della democrazia. Furono gli aristocratici che chiamarono i Lacedemoni.

82.  Pag. 60. È il patto di cui già parlò Tucidide al § 102 di questo libro I.

83.  Pag. 60. A poca distanza da Tanagra, sull’Asopo.

84.  Pag. 60. Questo arsenale era Gizio, al nord del Peloponneso, sul golfo della Laconia.

85.  Pag. 61. Qui Boni cade in errore nella sua traduzione. Questo secondo inviato, non fu più un altro Megabazzo, ma sibbene Megabizo, figlio di Zopiro, quegli di cui Erodoto (lib. III, 160) racconta la volontaria mutilazione; tutti i testi di Tucidide dicono Μεγαβυζον e il vocabolo altro fu aggiunto dal Boni.

86.  Pag. 61. Isola posta in uno dei rami del Nilo: in seguito venne chiamata isola di Nicia, secondo che ne dice lo Scoliaste di Tucidide.

87.  Pag. 61. Queste paludi formavano una parte del Delta, e propriamente quella compresa fra il ramo Bolbitico ed il Sebennitico.

88.  Pag. 61. Ciò avvenne il 457 av. C. Diodoro narra questo fatto assai diversamente. Gli Ateniesi, secondo lui, abbandonati dagli Egizii loro alleati, non ismarrirono il coraggio; abbruciarono le loro navi, e giurarono di difendersi l’uno l’altro sino all’ultimo sangue; per il che i Persi, veduta l’impossibilità di vincerli senza troppo gravi sacrifizii, vennero seco loro a patti, in forza dei quali abbandonarono liberamente l’Egitto, e si portarono a Cirene, di dove rinavigarono ad Atene (lib. XI, 77).

89.  Pag. 62. Diodoro dopo aveva narrato ciò, soggiunge, che la ragion che avea particolarmente mossi a ciò gli Ateniesi; [326] era una vendetta ch’essi agognavano di fare del tradimento dei Tessali a Tanagra.

90.  Pag. 62. Vedi in Plutarco, nella vita di Pericle, maggiori particolari di questo fatto: fu a Nemea, città molto addentro in quelle terre, che Pericle attaccò i Sicionesi, li sconfisse, ed elevonne trofeo.

91.  Pag. 62. Diodoro narra molto diversamente: secondo lui gli Ateniesi si sarebbero impadroniti di Cipro, ed avrebbero fatto ritorno, dopo la morte di Cimone, vincitori.

92.  Pag. 63. Qui il Boni cade in errore; Tucidide dice: condotti da Plistoanace figlio di Pausania.

93.  Pag. 63. Tucidide dice: pianura triasia, e Boni stesso così traduce più innanzi a pag. 99, al § 19, lib. II. Vuolsi che questa pianura fosse fra Eleusi, Eleutera e Acarne.

94.  Pag. 63. Plutarco, nella vita di Pericle, scrive che Pericle corrompesse Plistoanace e Cleandrida suo consigliere, comperando la ritirata dei Peloponnesi.

95.  Pag. 64. Vuolsi da molti scrittori dell’antichità, che fra questi nove capitani vi fosse Sofocle il tragico. Nel 440 av. C. avea egli publicata la trentesimaseconda sua tragedia, l’Antigone, che ebbe il premio. Gli Ateniesi, che in questo componimento aveano scôrta la sapienza di uomo di stato e di capitano, lo nominarono tra i comandanti preposti a questa guerra contro gli aristocrati di Samo. Non trovasi alcuna menzione di ciò ch’egli facesse come soldato; solo dicesi che egli si giovasse di tal congiuntura per arricchirsi. Per maggiori particolari vedi lo Schultz, De vita Sophoclis poetae, (Bona 1836), e A. Shöll, Sophocles, sein Virken und Leben, ecc. (Francoforte 1837).

96.  Pag. 64. È una piccola isola, prossima a Samo.

97.  Pag. 64. In questa battaglia i Samii erano capitanati dal filosofo Melisso, secondo che narra Plutarco nella vita di Pericle.

98.  Pag. 64. Questo Tucidide non va confuso col nostro storico: era cognato di Cimone, uomo di somma saggezza; fu il rivale che opposero a Pericle i nemici di costui. Non avea egli i grandi talenti militari di Pericle, ma possedeva quanto questi l’arte di dominare lo spirito del popolo. Sistematicamente [327] in opposizione a Pericle, riuscì per qualche tempo a frenare il predominio di lui; ma dovette poi egli stesso soggiacere alla prepotenza del genio di Pericle, e subire l’ostracismo. Vedi Plutarco nella vita di Pericle; Marcellino nella vita di Tucidide. Vi fu un terzo Tucidide di Farsaglia, di cui è discorso al lib. VIII, § 92.

99.  Pag. 65. Secondo Diodoro le spese di guerra ammontarono a dugento talenti (lib. III, p. 28).

100.  Pag. 65. Il testo dice κατὰ κράτος πολεμοῦσι νίκην ἔσεσθαι, cioè che combattendo con tutte le forze ne avrebbero avuto vittoria: il qual ne è riferibile ad amendue i popoli; colla traduzione del Boni, l’amfibologia dell’oracolo scomparirebbe.

101.  Pag. 65. Lo Scoliaste fa notare essere evidente qui l’allusione alla peste che infierì poscia in Atene, essendo Apollo il dio che mandava le pestilenze. Di questa peste Tucidide porge una stupenda descrizione più avanti al lib. II, § 47 al 54.

102.  Pag. 67. Qualche commentatore scorgeva qui un saccheggio dei templi; ma evidentemente sbagliando; qui i Corinti non facevano più che proporre di ricorrere, come era consuetudine nelle supreme necessità, ai tesori di Delfo e di Olimpia.

103.  Pag. 70. Secondo lo Scoliaste di Tucidide si celebravano feste olimpiche tanto in Macedonia, come in Atene.

104.  Pag. 70. Queste Diasìe erano feste dedicate a Giove collo scopo di pregare questo dio perchè allontanasse i mali di cui si era minacciati. Celebravansi fuori della città di Atene verso la fine del mese antesterione (il nostro dicembre); mese particolarmente consacrato alla memoria dei morti, in onore dei quali celebravansi molte pratiche lugubri e superstiziose. Il popolo, che in gran moltitudine vi accorreva, affettava una profonda tristezza. Questa festa era accompagnata da una fiera assai rinomata, e finiva con banchetti e bagordi d’ogni natura. E Giove, a cui erano le Diasìe consacrate, avea il soprannome di melichio, cioè propizio, datogli dagli Elei dopo una guerra civile. Era festeggiato sotto questo nome anche in altre parti di Grecia; in Atene era adorato sotto la figura di una piramide.

105.  Pag. 71. È questa la sedizione di Isagora sôrta in occasione [328] della cacciata di Clistene, capo del partito democratico, autore della legge dell’ostracismo che egli applicò primamente contro di Ippia.

106.  Pag. 72. A Minerva si dava il soprannome di Calcieca (da καλκος: rame), come quella che avea insegnato il lavoro del rame. Sotto questo nome gli veniva celebrata una festa detta Calcea dagli Ateniesi il 13 del mese Pianepsione (sta fra l’ottobre e il novembre nostro), intervenendovi particolarmente i ramai: in progresso fu celebrata in onore di Vulcano dio dei fabbri.

107.  Pag. 72. Erodoto riferisce, però senza asseverarlo, che egli sposasse la figlia di Megabate della stirpe degli Achemenidi, cugino di Dario figliuolo d’Istaspe (lib. V, § 32).

108.  Pag. 73. Qui la traduzione del Boni resterà eternamente scritta in seno di mia famiglia non è esatta. Notisi innanzi tutto essere stata costumanza dei re di Persia far registrare negli annali domestici il nome di coloro che prestavano al trono qualche servigio. Qui Tucidide allude evidentemente a quella costumanza; e vuol quindi essere tradotto il tuo beneficio rimarrà eternamente nella mia casa ricordato.

109.  Pag. 73. Scitala era chiamato un pezzo di legno intorno al quale si avvolgeva una pergamena scritta. Volendo i Lacedemoni impedire che si scoprissero gli ordini ch’essi inviavano per iscritto ai loro capitani, immaginarono di formare due rotoli di legno d’uguale lunghezza e grossezza, lavorati sul torno onde ridurli a perfetta rotondità; di questi uno era conservato presso gli efori, l’altro era dato al capitano in guerra. Ogni qualvolta gli efori volevano inviare ordini secreti al loro generale e che non potessero essere conosciuti dal nemico nel caso fossero intercettati, prendevano una lista di pergamena strettissima e lunga quanto era necessario, e l’attorcigliavano esattamente intorno alla scitala. Vi scrivevano quindi fra un orlo e l’altro della pergamena i loro ordini, i quali quando la pergamena fosse stata svolta dalla scitala si rendevano inintelligibili, perchè del tutto interrotta la scrittura. Non v’era che il solo possessore dell’altra scitala che fosse in grado di discifrarli, riavvolgendo nella prima disposizione sulla scitala la lista scritta.

110.  Pag. 74. Circa il potere degli efori veggasi quanto fu già detto nella nota (55).

[329]

111.  Pag. 74. Secondo lo Scoliaste di Tucidide, questo tripode fu in progresso collocato dai Romani sopra l’ippodromo di Bisanzio.

112.  Pag. 75. Nel tempio di Nettuno, considerato come un asilo inviolabile.

113.  Pag. 76. Plutarco e Diodoro consentono pure nel dire che Temistocle conosceva il tradimento di Pausania; ma soggiungono che Temistocle erasi rifiutato di associarvisi. Diodoro opina poi che lo scopo dei Lacedemoni, accusando Temistocle, era di far pesare anche su gli Ateniesi l’onta di questo tradimento.

114.  Pag. 76. Secondo lo Scoliaste Temistocle avea impedito che venissero punite le città che non aveano preso parte alla lotta contro i Persi; fra queste eravi Corfù.

115.  Pag. 77. Diodoro narra che passasse direttamente in Argo presso Admeto, e di là nell’Asia.

116.  Pag. 77. E, secondo Diodoro (XII, 56), malgrado anche le loro minaccie.

117.  Pag. 77. Sul golfo Termaico, giacchè gli Stati di Admeto giacevano sul golfo Pagasetico.

118.  Pag. 77. Alessandro Filelleno.

119.  Pag. 78. Temistocle che volle e seppe sempre unire l’arte col valore, dopo di avere con falsi consigli e con segreti raggiri tratti i Persi nell’agguato da lui teso a Salamina, avea fatto uso degli stessi mezzi dopo la battaglia per liberare intieramente la Grecia e della presenza di Serse e della maggior parte dell’innumerevole suo esercito, facendogli giungere, per segreti avvisi, la notizia che i Greci aveano risoluto di rompere il famoso ponte di barche, stato costrutto sull’Ellesponto; a tale annunzio Serse, côlto da subito spavento, di nottetempo prese la fuga seguendolo il suo esercito a grandi giornate.

120.  Pag. 78. Plutarco e Diodoro (l. c.) porgono una lunga narrazione degli onori concessi a Temistocle nella corte persiana.

121.  Pag. 79. Di questo uso dei Persiani nell’assegnare a diverse città come tributo le somministranze cibarie, ne parlano [330] tutti gli storici antichi. Erodoto narrando delle spese domestiche del preside di Babilonia ci narra: — Di cani indiani poi tale moltitudine si nutria, che quattro gran borghi nella pianura essendo immuni degli altri tributi, erano destinati di somministrare a’ cani le vivande — (lib. I, § 192).

122.  Pag. 79. Miunte era città della Caria.

123.  Pag. 79. Le legge portava: — Chi sia convinto d’aver tradito lo Stato o rapite cose sacre, non abbia sepoltura nell’Attica, e vengano i suoi beni confiscati. — Vedi Sam. Petitus, De legibus atticis, 1635.

124.  Pag. 79. Questo territorio, posto sui confini dell’Attica e della Megaride, era chiamato Orgas, e consacrato a Cerere e Proserpina.

125.  Pag. 79. Allusione alle serve d’Aspasia di cui parla Aristofane negli Acarnani (Vedi pag. 18 della bella traduzione del Capellina, tom. I, Torino 1852).

126.  Pag. 81. lin. 12. Ah! serbiamo i nostri pianti, ecc. Questo periodo vorrebbe essere tradotto — Non le ville adunque deplorate e le campagne, ma la perdita delle persone; con queste quelle si acquistano non con quelle si acquistano gli uomini. — Questa variante la dobbiamo all’Illustre abate Peyron.

127.  Pag. 87. Chi fossero questi alleati vedi la nota più avanti al § 9, pag. 92.

128.  Pag. 87. L’Eubea fu presa da Pericle. Vedi retro al lib. I, § 114. Il tempio di Giunone, di cui Criside era sacerdotessa, non era in Argo, ma secondo Pausania (lib. II, c. 17), sulla via che da Argo mette a Corinto, lungi circa 40 stadii dalla città. — La sacerdotessa Criside essendosi addormentata, lasciò prender fuoco agli ornamenti sacri da una lampada che essa avea imprudentemente dimenticata ad essi troppo vicina; il fuoco s’apprese al tempio, rimanendone vittima essa stessa. Altri pretendono che ella fuggisse ricovrandosi presso l’altare di Minerva Alea in Tegea, di dove non si potè trarla per rispetto che aveano gli Argivi a quell’asilo. Essi conservarono anzi la sua statua, che al tempo di Pausania vedevasi ancora all’ingresso del tempio. Questo incendio dicesi essere succeduto al nono anno della guerra del Peloponneso. Gli Argivi avendo scelta un’altra sacerdotessa, Feinide, la nomina a questa dignità [331] servì poscia ad essi per regolare le loro date e la loro cronologia.

129.  Pag. 87. Gli Arconti assumevano la loro magistratura nel mese ecatoarbeone (settembre). Il tentativo quindi su Platea sarebbe avvenuto al primo anno della LXXXVII Olimpiade.

130.  Pag. 87. I Beotarchi erano nella Beozia ciò stesso che erano gli Arconti in Atene: eletti in numero di dodici, rappresentavano ciò che si direbbe da noi il potere esecutivo, sotto il sindacato di un Senato.

131.  Pag. 88. Questa nota per errore tipografico porta il numero (121). La frase del Boni stranezza veruna, va intesa per nessuna novità, od anche ostilità.

132.  Pag. 89. Cioè sul declinare della luna.

133.  Pag. 91. Cioè non prendessero alcuna deliberazione circa quei Tebani, ecc.

134.  Pag. 91. Qui Boni si discosta dal testo; il vero significato del quale è — I Lacedemoni oltre le navi che fornivano l’Italia e la Sicilia, ordinarono alle città che seguitavano la parte loro, ecc.

135.  Pag. 93. Cioè due terzi del contingente di ciascuna città.

136.  Pag. 94. Meglio che non più generosi, qui starebbe la frase più valorosi.

137.  Pag. 95. Tenere in pugno, cioè contenere gli alleati.

138.  Pag. 95. Ciò facea più di tre milioni di lire italiane, giacchè il talento attico ne equivaleva 5,560. Il tributo degli alleati fu in seguito portato alla somma 1,200 talenti. Le sorgenti principali delle rendite ateniesi, erano l’affitto delle terre pubbliche, le miniere d’oro e d’argento, l’imposta sugli stranieri domiciliati in Atene.

139.  Pag. 95. Antiporti, cioè Propilei (προπύλαια), erano superbi vestiboli o portici, che mettevano alla cittadella di Atene, di cui formavano una delle maggiori bellezze. Pausania li descrive coperti di un bel marmo bianco, il quale per la mole dei pezzi ed il lavoro degli ornamenti, sopravanzava tutto ciò che di più magnifico erasi altrove veduto. Pericle gli avea [332] fatti edificare da Mneside, uno dei più celebri architetti del suo secolo, e furono terminati in cinque anni: costarono 2,012 talenti attici.

140.  Pag. 96. Fra queste spoglie eravi il trono, sul quale Serse contemplò la battaglia di Salamina, e la scimitarra di Mardonio.

141.  Pag. 96. Questo valore ragguagliava quattrocento talenti in moneta d’argento, giacchè allora l’oro era in proporzione decupla dell’argento. Gli ornamenti d’oro poteano essere levati, perchè Fidia incaricato di questo lavoro, ed al quale era stato pesato l’oro destinato per questi ornamenti, avea preso questa precauzione onde avere un mezzo pronto di giustificarsi ogni qualvolta fosse stato imputato d’avere sottratto una qualche porzione di quel metallo.

142.  Pag. 97. La voce greca che il Boni traduce qui per tribunali, è πρυτανεῖα: e noi la tradurremmo pritaneo, giacchè questo magistrato non era solo un tribunale, ma sì anche ciò che dicesi fra noi municipio, e sede della amministrazione locale. Secondo lo Scoliaste di Tucidide era anche il luogo in cui si conservava il fuoco sacro.

143.  Pag. 97. Cioè di Minerva. Queste feste celebravansi in commemorazione di questa unione, come lo dinota il loro nome, ed erano dedicate a Minerva per esprimere la sapienza dell’atto politico di Teseo. Queste feste cadevano nel giorno 16 del mese ecatombeone (luglio). Plutarco nella vita di Teseo chiama queste feste col nome non di ξυνοικια dinotante la coabitazione, ma di μετοικια, significando il trasferimento della popolazione in Atene.

144.  Pag. 97. Limne di Bacco era il quartiere di una tribù dell’Attica in poca distanza da Atene, ove sorgeva il tempio di Bacco accennato da Tucidide. In questo tempio leggevasi un decreto degli Ateniesi, il quale obbligava il loro re, ammogliandosi, di prendere una donna che fosse del paese, e, vergine.

145.  Pag. 98. Era da questo luogo che i Pelasgi aveano assalita Atene; dopo la loro cacciata, era stato assolutamente vietato l’abitarlo.

[333]

146.  Pag. 99. Piccola fortezza sulla strada che da Eleusi metteva a Tebe: secondo Stanhope e Bloomfield è la Gifto Castro d’oggidì.

147.  Pag. 99. Verso la metà di giugno. L’eclisse di sole di cui Tucidide parla più avanti a pag. 104, § 28, avvenne il 3 agosto, dopo la partenza dei Lacedemoni, i quali non ponno esservi rimasti più oltre di un mese.

148.  Pag. 102. Questo passo — ciascuno dei quali comandava la sua parte — non è esatta traduzione; noi avremmo detto anche di diversa fazione, o partito (απο τῆς στασεως εκατερος). Larissa era allora divisa in due fazioni, democratica l’una, e a questa apparteneva Polimede, l’altra oligarchica, ed a questa apparteneva Aristenoo. Così lo Scoliaste di Tucidide. Ben qui fa meraviglia che la parte di Aristenoo non siasi dichiarata pei Lacedemoni, i quali furono sempre fautori e protettori dell’aristocrazia e dell’oligarchia.

149.  Pag. 102. Parnete, oggidì Nozia, è la montagna più elevata dell’Attica; estendesi dalle falde del Pentelico alle pianure di Tria. Pausania dice che su di essa si cacciava il cinghiale e l’orso (lib. II, 32). Britesso è il Turko Boni di oggidì.

150.  Pag. 102. Gli Oropii abitavano il territorio detto pur oggidì Oropo, sui confini della Beozia poco lungi dal mare. La campagna Piraica era interposta fra Oropo e Tanagra.

151.  Pag. 102. Questo periodo sarebbe più conforme al testo, tradotto così — Dopo la loro ritirata gli Ateniesi stabilirono le guardie, che per terra e per mare far si dovrebbero durante la guerra. — Ἀναχωρὴσαντων δεαυτῶν οἱ Ἀθηναιόι φυλακὰς κατεστήσαντο κατὰ γῆν καί κατὰ θάλασσαν ἴσπερ δή ὤμελλον διὰ παντὸς τοῦ πολέμον φυλὰξειν.

152.  Pag. 103. Qui pure la traduzione non è esatta; noi tradurremmo — mandarono trenta navi verso la Locride che guardassero anche l’Eubea. — Gli Ateniesi non potevano certamente mandar soccorsi ai Locri, i quali, come vedemmo al § 9, erano alleati dei Lacedemoni.

153.  Pag. 104. Più innanzi Tucidide (lib. II, § 97, pag. 151) dice che questo impero degli Odrisii era il più potente che fosse in Europa dal Ponte Eussino al Mar Jonio. Vedi in Tacito maggiori particolari di questo popolo.

[334]

154.  Pag. 104. Iti era figliuolo di Tereo e di Procne; avendo suo padre fatto violenza a Filomela sorella di Procne, queste due sorelle risolvettero di vendicarsi di lui, uccidendo il figliuolo Iti ed imbandendoglielo cotto sulla mensa; Tereo per siffatta atrocità, già stava per punirle, ma gli Dei, narra la favola, cambiarono l’una in rondine, l’altra in usignuolo, detto eziandio Filomela, cioè amante dell’armonia; Iti fu convertito in fagiano.

155.  Pag. 105. Pouqueville crede avere scoperte le ruine di Solio a breve distanza di Slavena.

156.  Pag. 105. Presso la foce dell’Acheloo, oggi Dragomestri.

157.  Pag. 105. La pestilenza di cui porge la celebre descrizione più avanti, § 47.

158.  Pag. 106. Un decreto di Carino obbligava i generali ateniesi al giuramento di invadere per ben due volte ogni anno la Megaride.

159.  Pag. 106. Oggidì Talantonisi, di fronte alla città di Talanti.

160.  Pag. 115. La traduzione del celebre elogio di Pericle, pubblicata dal Boni e che venne da noi qui riprodotta, non è opera del Boni ma del Meini, siccome è detto nella prefazione del medesimo Boni che sta in fronte a questo volume; Boni la stimò sì perfetta, da non osare a farne egli una seconda; noi crediamo far cosa grata ai nostri lettori, riferir qui quella che ne fece l’illustre ellenista abate Peyron, tratta dalla elaboratissima sua traduzione del Tucidide tuttavia inedita, con grave danno dei classici studii.

35. Sebbene la maggior parte degli oratori, che già di qui parlarono, suolesse lodare colui, che alla legge dei funerei onori aggiunse questa orazione, siccome bella a pronunziarsi sopra i sepolti guerrieri, io crederei tuttavia che per gli uomini di forti fatti basta mostrarne gli onori altresì col fatto, nel pubblico funebre apparato che vedete; nè vorrei che ad un solo uomo si avventurassero le virtù dei molti, cosicchè dalla sua od alta, o povera eloquenza dipender dovesse la persuasione degli uditori. Imperocchè egli è difficile di parlare con esattezza sopra un soggetto, del quale si possa a mala pena stabilire in altrui l’estimazione del vero. Infatti l’uditore, che ama e conobbe i defunti, per avventura giudicherà che l’orazione abbia [335] scarsamente toccato quanto egli vorrebbe e sa; ma l’uditore, che sia del tutto ignaro, se ode cosa della sue forze maggiore, invidioso la stimerà aggrandita a parole. Perchè gli uomini in tanto tollerano le lodi sopra altrui pronunziate, in quanto reputano di aver la capacità di arrivarle; quelle, che la trascendono, già si invidiano, e non si credono. Ma dacchè i nostri antichi giudicarono conveniente tal orazione, fa di mestieri che obbedendo anch’io alla legge mi argomenti di soddisfare a poter mio la volontà, e l’espettazione vostra.

36. Dagli avi primieramente incomincierò; chè giusto e decoroso si è in tanta solennità il tributar loro questo onore di ricordanza. Infatti essi non avendo cessato mai di abitare questa contrada, libera per la loro virtù la trasmisero alle generazioni succedentisi sino alla nostra. Ma se costoro si meritano lode, meritevolissimi ne sono i padri nostri, i quali allo Stato che ereditarono avendo non senza fatica aggiunto quanto possediamo, a noi viventi lo lasciarono. Se non che il principale incremento dello Stato si debbe a noi medesimi che ora tocchiamo alla giusta età, ed ordinammo la repubblica in guerra ed in pace per tutte cose a sè bastevolissima. Le loro geste guerriere, che via via fruttarono conquisti, non che le vittorie da noi e dai nostri padri alacremente riportate contro ai Barbari ed ai Greci, io le tralascierò, sdegnando allungarmi in cose all’uditorio notissime. Ma per quali instituti sì alto ci levammo, e per quali ordini politici e civili venimmo in tanta grandezza, avendo io primamente esposto, passerò quindi a dir delle lodi di costoro, riputando tale argomento essere nella presente occasione decoroso a discorrersi, ed a tutta l’adunanza dei cittadini e dei forestieri utile ad ascoltarsi.

37. Noi abbiamo una forma di governo non imitatrice delle leggi altrui, essendo noi anzi esemplari a taluni, che non copia d’altrui; il suo nome è democrazia, perchè lo Stato è dei molti, e non dei pochi. Per le leggi ognuno gode ugual diritto nelle private differenze; ma pel merito, come uno sale in qualche riputazione, così viene agli onori della repubblica prescelto non per qualità di classe, ma per virtù. Per la povertà niuno, che possa beneficare la patria, ne viene dall’oscurità del grado impedito. Liberalmente procediamo sì nell’amministrare i pubblici negozi, e sì nel sospettoso spiare l’un dell’altro la giornaliera condotta, non mai adirandoci col vicino che a suo genio si sollazza, nè mostrandogli il volto atteggiato da una tristezza inoffensiva bensì, ma sempre molesta. [336] Gravosi a nessuno nelle relazioni private, all’ordine pubblico non contravveniamo massimamente per riverenza, obbedendo ai magistrati succedentisi, ed alle leggi; sopratutto a quelle, che proteggono gli oppressi, ed alle altre che, sebbene non iscritte, tuttavia nella pubblica opinione infliggono ignominia.

38. Inoltre in varie guise ristoriamo l’animo dalle fatiche, e coi certami, e con gli annui sacrifizii e colla splendidezza del viver privato, cosicchè dal quotidiano diletto viene la tristezza scacciata. Per la grandezza poi della città ogni bene vi concorre da tutta la terra, donde avviene che con pari domestico godimento ed i patrii frutti raccogliamo e gli stranieri.

39. Ma altresì negli studii guerrieri noi avanziamo i rivali. Conciossiachè la nostra città sta aperta a tutti; nè fu mai che cacciandone i forestieri vietassimo a chicchessia l’impararvi od il vedervi alcuna disciplina, di cui il nemico trovandola scoperta potesse avvantaggiarsi, giacchè noi confidiamo non così nei preparativi e negli inganni, come nell’animosità di noi stessi nel momento dell’azione. Nell’educazione poi costoro sin dalla prima giovinezza procacciano con laboriosi esercizii di raggiungere la fortezza virile; e noi anche menando una più larga vita, nulladimeno pari cimenti affrontiamo. Vagliane il vero. I Lacedemoni, non già soli, ma assistiti da tutta la confederazione guerreggiano la nostra contrada; laddove noi soli scendendo nell’altrui paese facilmente e spesso riportiamo vittoria sul nemico suolo contra chi la sua patria difende. Se non che niuno sinora ebbe a provare le nostre forze riunite, perchè, oltre all’attendere alla marineria, dobbiamo noi stessi correre in varie parti, ad imprese di terra. Che se il nemico avvenutosi in una qualche banda dei nostri ne vinca alcuni, tosto si vanta d’averci respinti tutti, ma, lui vinto, proclama d’essere stato da tutti noi sconfitto. Ora sebbene noi anzi indolenti che esercitati nelle fatiche, e con un coraggio ispirato più dai costumi, che non dalle leggi, vogliamo incontrare i pericoli, abbiamo però questo vantaggio, che, senza tribolarci anzi tempo pei mali avvenire, giunti poi nel frangente ci mostriamo non meno prodi di chi sta penando ognora.

40. Ma, oltre a questi, altri pregii fanno ammiranda la nostra città. Giacchè noi amiamo il bello, ma con parsimonia; filosofiamo, ma senza ammollirci; ci serviamo delle ricchezze per l’occorrenza dell’uopo, non per vento di parole; a niuno [337] è turpe il confessare la sua povertà, ma turpissimo il non fuggirla coll’operosità. Inoltre gli stessi uomini attendono alle bisogne domestiche ed alle civili, e la gente al lavoro intesa bastevolmente pur conosce i civili interessi; perchè quel cittadino, che non prenda parte alla pubblica cosa, noi soli lo riputiamo non che ozioso, ma inutile. Noi altresì rettamente o concepiamo gli affari, od almeno li giudichiamo, persuasi che i discorsi non nuocano all’operare, ma nuoca bensì il non illuminarci coi discorsi prima di venire ai fatti. Imperocchè abbiamo questo pregio singolare di essere e ardimentosi al sommo, e ponderatori delle imprese; diversi dagli altri, nei quali l’ignoranza ingenera audacia, e la ponderazione lentezza. Epperò fortissimi d’animo si debbono meritamente giudicare coloro, che pienamente conoscendo le dolcezze ed i travagli della vita, nientemeno non si ritraggono dall’incontrarne i cimenti. Oltracciò la nostra bontà differisce dalla altrui, perchè non ricevendo, ma compartendo benefizii acquistiamo amici. Ed il benefattore è amico più stabile volendo coi benevoli modi conservare nel gratificato viva l’obbligazione; laddove chi contraccambia è anzi ottuso che no, ben conoscendo che la sua bontà non è favore, ma debito. Quindi noi soli non già per calcolo di profitto, ma per la fiducia inspirataci dalla nostra libertà benefichiamo gli altri senza timore.

41. E per raccogliere il molto in poco io dico: Atene è la scuola della Grecia. In ciascun cittadino parmi di vedere un corpo con somma disinvoltura e grazia acconcio a più generi d’opere. E che questo ora non sia uno sfoggio di fraseggiamento, ma una verità di fatto, lo palesa la presente potenza, che per tali modi acquistammo. Atene, sola tra le città d’oggidì, maggiore della sua fama, ne viene alla prova; da lei sola il nemico assalitore non si sdegna d’esser vinto, ed il suddito non si lagna d’esser governato quasi che da indegna. Epperò noi presentando una potenza da insigni prove e testimonianze avvalorata, saremo da questa e dalle future età ammirati; senza che inoltre abbisogniamo o d’un Omero encomiatore, o d’altro poeta, i cui versi bensì momentaneamente dilettano, ma l’impressione sarà poi distrutta dalla verità dei fatti. Sì, saremo ammirati noi, che le vie del mare e della terra costringemmo ad aprirsi al nostro ardire, ed in ogni parte collocammo di vendette e di beneficenze monumenti sempiterni. Ora costoro, deliberati a non lasciarsi privare di una città cotanta, morirono per lei generosamente combattendo, [338] e niuno di noi superstiti dee per lei ricusare qualunque travaglio.

42. Diffusamente io ho discorso sin qui i pregii della città, volendo mostrare che uguale non è la gara proposta a noi, ed a coloro che nulla di simile possedono; inoltre io voleva con argomenti porre in chiara luce l’elogio di chi io ragiono. Epperò l’elogio è quasi compiuto. Conciossiachè lodando la città io lodava le virtù di codesti e dei pari loro, che le aggiunsero ornamento. Pochi Greci vantano, siccome costoro, geste uguali alla fama; ed a me sembra, che primo indizio ed ultima conferma delle virtù d’un uomo sia questa loro catastrofe. Imperocchè gli uomini anche per altro rispetto biasimevoli hanno pur diritto di produrre quella fortezza, che nelle guerre mostrarono in pro della patria, perchè con un bene avendo cancellato un male più giovarono come uomini pubblici, che non nocquero come privati. Niuno di essi o per ricchezze, che ei preferisse di continuar a godere, si ammolliva; ovvero sedotto dalla speranza di sottrarsi pur una volta alla povertà e di arricchire, differiva di affrontare il pericolo. Ma più che a tali voti anelando a vendicarsi dei nemici, e riputando esser questo il più illustre dei cimenti, vollero nell’affrontarlo pigliar vendetta del nemico, e quindi ottenere il compimento dei voti. Epperò alla speranza accomandando l’incertezza della felice riuscita, ed in realtà fidando in se stessi circa al periglio già presente, meglio amarono morire resistendo, che non salvarsi cedendo; così schivarono un nome opprobrioso, sostennero col corpo il conflitto, e per un breve volger di fortuna, nel fior della gloria, impavidi trapassarono.

43. Tali furono questi, quali la città se li meritava. Voi superstiti invocate fortuna più durevole, ma opponete al nemico un animo non meno intrepido. Non vi contentate di risguardare nel solo discorso dell’oratore i vantaggi d’una pari fortezza; perchè tal soggetto, a voi pure notissimo, potrebbesi facilmente amplificare enumerando i beni che ridondano dal vendicarsi dei nemici. Ma piuttosto operando ogni giorno osservate la potenza della repubblica, e per lei di carità v’infiammate. E quando la repubblica vi sembri grande, allora ripensate, che a tanto grado la sublimarono uomini coraggiosi, conoscitori del dovere, sensitivi dell’onore nelle imprese, uomini, che, quando loro fallivano i disegni, non credevano di dovere pertanto defraudare la città del loro valore, ma nientemeno in pro di lei contribuivano la loro illustre quota. [339] Quindi nell’abbandonare alla repubblica i loro corpi ciascuno ne riportò gloria immortale e tomba insigne. Non parlo di questa tomba nella quale riposano, ma di quella in cui la loro fama sempre memoranda in ogni occasione di discorso o di forti fatti, perennemente si conserva. Imperciocchè degli illustri uomini è tomba l’universa terra. Nè soltanto dentro la loro patria li mostrano le lapidi inscritte, ma altresì nelle straniere contrade la loro memoria da niuna iscrizione ricordata sta impressa nell’animo d’ognuno, anzichè sui monumenti. Ora voi emulando questi prodi, e stimando che la felicità consiste nella libertà, e la libertà nel coraggio, non mai schivate i guerrieri pericoli. Non i miseri, che perderono ogni speranza di bene, hanno più giusto motivo di prodigare la vita, che gli altri, i quali vivendo corrono ancor pericolo di contrario rovescio, e per un menomo fallo possono grandemente scapitare. Perchè all’uomo di alti spiriti torna più acerbo un discapito patito per ignavia sua, che non una neppur sentita morte fortemente e colla speranza del pubblico bene incontrata.

44. Per la qual cosa, o voi quanti qui siete genitori di questi trapassati, non voglio compiangervi, ma sì consolarvi. Voi sapete che l’uomo cresce fra mezzo a vicende d’ogni maniera, sapete essere ben avventurati coloro, cui tocchi l’onorata sorte o d’un fine, pari al loro, o d’un lutto simile al vostro, così che una bella vita sia coronata da una bella morte. Tuttavia io scorgo la difficoltà di consolarvi sopra un soggetto, di cui sovente vi ricorderete vedendo altri felici posseditori di quanto formava già il vostro vanto; ben so, che il dolore non deriva dalla mancanza di beni non provati mai, ma dalla privazione di quelli a cui fummo avvezzi. Se non che, o genitori, voi, cui l’età concede ancora di generare, durate sperando altri figli; così nelle famiglie la nuova prole farà obliare la trapassata, e la città avrà doppio vantaggio di popolazione e di sicurezza. Giacchè non può alla repubblica dare imparziali e giusti consigli colui, che non abbia, come altri, a pericolare esponendo per lei i figli. Voi poi già provetti riflettete: un vero guadagno sono i molti anni da voi felicemente passati; sopravvanzano pochi, e dei pochi alleviate il peso rammentando la gloria dei figli. Perchè il solo amor dell’onore non invecchia; ed in codesta inutile età non così, come dissero alcuni, l’avarizia diletta, quanto l’onore.

[340]

45. Figli, fratelli, quanti qui siete, di questi prodi, io prevedo un difficile gareggiamento. Sogliono tutti lodare chi più non è; epperò voi, anche mostrando straordinaria virtù, tuttavia non che eguali a loro sarete giudicati, ma inferiori d’alquanto. Perchè i viventi sono gelosi del rivale; morto poi, lo onorano con benevolenza scevra d’emulazione. Finalmente se debbo toccare della virtù di quante donne ora rimangono vedove, il tutto ristringerò in una breve esortazione: Donne, conservate il vostro natural carattere, fra gli uomini non levate gran fama nè di virtù, nè di vizii; sarete gloriosissime.

46. Colla mia orazione, comandata dalla legge, io esposi quanto stimai conveniente, ma col fatto, ed i sepolti già furono onorati, ed i loro figliuoli saranno per l’avvenire sino all’età della milizia allevati a spese della repubblica, la quale per simili certami propose una tal utilissima corona sì a questi e sì a quelli che verranno. Imperocchè lo Stato, che massimi premii alla virtù promette, quello è patria di cittadini prestanti. Ora voi, dopo avere pianti i vostri congiunti, partite.

161.  Pag. 115. La stupenda descrizione che viene qui facendo Tucidide della pestilenza di Atene rivela ad un tempo il filosofo, il medico, lo storico, il poeta. Gran numero di scrittori antichi e moderni, o se la appropriarono con traduzioni e riduzioni, o se la presero a modello; fra gli antichi potremmo citare Lucrezio (lib. V, verso 1136 e seg.), Virgilio (Geor., III, 478), Ovidio (Metamorf., VII, 623), Eliano (Nat. Anim., XIV, 20), Procopio (Bell. Pers., II, 20), Xifilino (lib. III); fra i moderni il Boccaccio (Decamerone), Barthélemy (Viaggi del giovane Anacarsi, tom. I), La fontaine (I primi 14 versi della fav. I del lib. VII), ecc., ecc. In questa descrizione vuolsi notare l’ordine ammirabile con cui Tucidide procede: divide egli la descrizione in due parti; nella prima (dal § 47 al 49) nota l’origine e le cause della peste; nella seconda (dal § 50 al 51) dipinge la natura, i sintomi e lo sterminio della peste; nella terza è storico ed osservatore delle conseguenze così morali che fisiche del terribile flagello. Questa pestilenza di Atene fu campo a lunghe e numerose controversie dei medici, essendosi voluto stabilire se fosse o no somigliante alla peste d’Oriente, se fosse contagiosa o semplicemente epidemica. Larrey trovò punti di rassomiglianza fra la peste ateniese e quella d’Oriente nei dolori di capo, nelle vertigini, nel gonfiarsi della lingua, [341] negli spasimi, ecc., nel languore che precede la violenza del male, e nella diarrea che la segue. Perron, che per ben quattordici anni, dirigendo la scuola di medicina del Cairo, visse frammezzo agli infermi di peste, giudica la peste ateniese affatto diversa da quella d’Oriente. Riferiamo qui una sua nota ch’egli comunicava su questo proposito a Zevort. — La peste d’Athénes à en juger par la description de Thucydide, diffère essentiellement de la peste actuelle ou peste d’Orient. Il n’y a de rapports analogiques entre les deux maladies que quelques symptômes. D’ailleurs, toutes les épidémies ont quelques points de ressemblance symptomatologiques. Ce qui fait, à priori et sans examen ou à peu près, admettre l’identité ou la presque identité des grands fléaux dont parle l’histoire, c’est le caractère épidémique, c’est le caractère contagieux et c’est surtout encore le nome de peste qu’on a donné à ces fléaux. Mais il ne faut pas oublier que ce mot de peste n’avait point autrefois la signification délimitée qu’on lui a assignée aujourd’hui. Anciennement, peste, contagion, épidémie étaient synonymes. De nos jours, chacun de ces mots s’est isolé dans une signification spéciale; le langage s’est précisé à mesure que la science médicale a précisé aussi ses observations, discerné et individualisé les faits. — Gail nelle sue memorie su Tucidide consacrò un lungo esame critico e filologico a questa descrizione (vol. V, dalla pag. 154 alla 164). Un’opera molto preziosa su di ciò ed altrettanto rara e meritevole di essere consultata sono le Prælectiones sive Commentaria in Thucyd. hist. seu Narrationem de peste Atheniensium ex ore Fabii Paulini Utinens. philos. ac med. Venetiis 1603 apud Juntas. Chi meglio trattò la quistione sotto l’aspetto medico è Meister (Schauergemaelde der Kriegspeit in Attika), il quale conchiude per la nessuna somiglianza fra la peste dell’Attica e quella dell’Oriente.

162.  Pag. 119. Leggi qui pure ne avrebbero avuto vittoria, in luogo di avrebbero vittoria. Vedi lib. I, § 18, e quanto già dicemmo nella nota (95).

163.  Pag. 120. Come gli notammo era Apollo il dio che mandava le pestilenze.

164.  Pag. 120. Era un porto molto stimato sul golfo Argolico al sud dell’isola Tiraca, detta più anticamente Oreate; oggidì Prasto.

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165.  Pag. 121. Diodoro però (lib. XII, 45) attribuisce, e con maggior verosimiglianza, la ritirata dei Lacedemoni alla spedizione intrapresa da Pericle intorno il Peloponneso.

166.  Pag. 126. Questa multa, secondo Diodoro (lib. XII, 45) fu di ottanta talenti, e venne provocata da Cleone suo accusatore. Secondo quanto ne dice Diodoro e Plutarco (Vita di Pericle), il nuovo comando di cui fu investito Pericle portava seco poteri straordinarii; era una specie di dittatura.

167.  Pag. 126. Pericle morì di peste: ma secondo Plutarco il male prese in lui un carattere tutto particolare; dopo languito lungo tempo, soggiacque ad un generale esaurimento di forze.

168.  Pag. 128. Il testo greco dice realmente tre anni (τριὰ ἔτη), ma pare vi sia qui errore; poichè il disastro di Sicilia successe nel settembre del 412 av. C., e Atene si sottomise a Lisandro nell’aprile 404 av. C.; il che fa un intervallo di dieci anni.

169.  Pag. 128. Tucidide dice qui da semplice privato, perchè gli Argivii erano allora alleati degli Ateniesi e non potevano conseguentemente inviare pubblicamente legati in Persia. La narrazione contenuta in questo paragrafo vedila anche in Erodoto, lib. VII, § 137.

170.  Pag. 131. Come fossero stati spesi questi duemila talenti, che ragguagliano dieci milioni e ottocentomila lire italiane, lo mostra Tucidide stesso più avanti al lib. III, § 17.

171.  Pag. 131. Questa capitolazione è conforme a quanto si praticava costantemente in Grecia: ciò che in questa è singolare è la concessione fatta del denaro pel viaggio.

172.  Pag. 131. Secondo Diodoro vi inviarono mille coloni, i quali si divisero a sorte la città e il suo territorio.

Nota che più sotto a linea 15 di questa pagina vi è un Potidea in luogo di Platea; errore di stampa occorso anche nella edizione originale del Boni.

173.  Pag. 136. Arturo (Coda dell’Orsa, da ἄρτος Orsa, e ουρα coda). Stella fissa di prima grandezza situata nella costellazione di Boote, verso la quale sembra che si diriga la coda dell’Orsa maggiore. Gli antichi costumavano designare le diverse epoche dell’anno mediante il levare ed il tramontare di certe [343] stelle più notevoli, cioè a dire mediante l’epoca in cui compaiono sul nostro orizzonte, e in cui si rendono invisibili. Citansi quindi frequentemente il levare ed il tramontare delle Plejadi, d’Orione, di Arturo. Il levare di Arturo corrisponde presso a poco all’equinozio di autunno, verso il 20 settembre.

174.  Pag. 136. Giacchè presso i Greci erano le donne di casa che faceano e cuocevano il pane. Questa consuetudine la si riscontra nella bibbia e in tutti i tempi eroici. Presso i Romani, che restarono per ben quasi 600 anni senza avere publici fornai e panattieri, veggiamo le più illustri donne applicarsi a fare il pane. La consuetudine passò dall’Italia nelle Gallie, e dalle Gallie sino alle estreme regioni settentrionali.

175.  Pag. 136. Nella sponda orientale del golfo Termaico (golfo di Salonicchio).

176.  Pag. 138. Boni traduce qui per ammiraglio il Ναυαρχον de’ Greci; e forse non si potea tradur meglio. Gli ammiragli dei Greci aveano sotto di sè i trierarchi, i quali corrisponderebbero ai nostri capitani di nave. Questi ultimi ascendevano ad un gran numero; i navarchi invece non erano più di dieci, e talvolta riducevansi ad uno solo. Il navarco presso i Romani chiamavasi magister navis. Vegezio descrive nel seguente passo le sue funzioni. — Singulæ liburnæ singulos navarchos, id est quasi navicularios habebant qui exceptis cæteris nautarum officiis, gubernatoribus, atque remigibus et militibus exercendis, quotidianam curam et jugem exhibebant industriam (Lib. V, c. 2.). Egli dava anche l’ordine del combattimento e ne regolava ogni cosa. Le funzioni del navarco pare avessero a Sparta una grande importanza, poichè Aristotele, parlando di esso, ne dice: — A lato dei re, che sono capi a vita, la navarchia sostituisce una specie d’altro poter regio — (Polit., lib. I, c. 7.). Da un passo di Demostene (contro Eschine) si rileva anche che al trierarco fosse affidata la cura della flotta e l’autorità di costringere i cittadini, in proporzione dei loro beni, ad allestire vascelli in tempo di guerra.

177.  Pag. 138. Scimno di Chio (verso 452) dice l’Ambracia una colonia di Corintii, e che Gorgo, figlio di Cipselo, fu il primo a popolarla. Strabone (lib. VII) dice che la città di Ambracia fu fondata da Tolgo figlio di Cipselo. Antonio Liberale (Met. lib. IV) che chiama Torgo quello che Scimno di Chio e Strabone chiamano Gorgo e Tolgo, facendolo fratello [344] di Cipselo, assicura che Ambracia preesisteva alla colonia mandata dai Corintii. Cipselo, tiranno di Corinto, viveva circa il 620 av. C. Dal contesto delle varie opinioni pare però risultare abbastanza positivo che gli Ambracioti gemessero sotto la tirannia di Faleco, quando la colonia dei Corintii giunse in Epiro condotta da Cipselo, il quale li tolse alla tirannia di Faleco, e verosimilmente li pose sotto la propria; giacchè Periandro, figlio di Cipselo, è chiamato tiranno degli Ambracioti da Aristotele e da Massimo di Tiro; ed Aristotele soggiunge anche che il popolo avendo cacciato Periandro, ricuperasse la propria libertà. Tucidide dice questi popoli bellicosissimi (lib. III, § 108).

178.  Pag. 149. I Greci si giovavano per segnali di alcune grandi torcie che si tenevano per mano dai soldati sulle mura. Per annunciare l’arrivo di un nemico venivano agitate; e si tenevano immobili per annunciare l’arrivo di un soccorso.

179.  Pag. 150. Oggidì Despottaghi.

180.  Pag. 150. Erano i Geti una tribù abitante sopra le due sponde del Danubio, presso il suo estuario e lungo le spiaggie occidentali dell’Eusino. La parte marittima della Getica era stata colonizzata dai Greci; e questo rende ragione della civiltà parziale dei Geti ch’erano al sud del Danubio, mentre i loro connazionali ch’erano al nord dell’istesso fiume rimasero in istato di barbarie e di indipendenza. I Geti vengono descritti da Erodoto (lib. IV, 93) come stanziati al suo tempo al sud dell’Istro (Danubio), e sono da lui qualificati come i più valorosi fra i Traci. Secondo Strabone (lib. VII), i Geti che stavano alla parte occidentale salendo il Danubio, erano chiamati Daci; quelli che erano all’oriente presso il Ponto Eusino erano detti propriamente Geti; e chiamavansi Tirigeti quelli che abitavano lungo il fiume Tyras; tutti però parlavano la lingua dei Traci; erano essi continuamente alle prese cogli Sciti, coi Sarmati, coi Bastarni. I Geti che condotti da Odino o Woden, conquistarono la Scandinavia, mossero anche dalle spiaggie dell’Eusino, e vuolsi da alcuni che avessero origine comune coi Geti.

181.  Pag. 150. Sopra un gran numero di carte geografiche del mondo antico, e su quella stessa messa in fronte al Tucidide di Ducker, questi popoli Dii sono designati col nome di Macherofori: l’errore è assai strano; Tucidide chiama costoro [345] Μαχαιροφορων cioè portatori di coltello, ed i geografi presero un appellativo di un popolo pel popolo stesso.

182.  Pag. 152. Del valor militare degli Sciti parlano a lungo Erodoto (lib. IV, 46 e segg.), Giustino (lib. II, c. 3); Eforo presso Strabone (lib. VII).

183.  Pag. 152. L’Alessandro di cui qui parla Tucidide era il figlio di Aminta. La storia di Macedonia non va più oltre il regno di Carano, principe argivo, che discendeva da Temene, il primo degli Eraclidi che rientrò nel Peloponneso con Cresfonte suo fratello. I Temenidi divennero celebri per essere stati posti in iscena da Euripide. La storia di Temena vedila in Apollodoro (lib. II).

184.  Pag. 153. A Carano, salito al trono verso l’814 av. C., successero Ceno, Tirma, Perdicca I, Argeo, Filippo I, Eropante, Alceta, Aminta I, e a questi l’Alessandro (497 av. C.) di cui parla Tucidide. Erodoto (lib. VIII, 137) non menziona i tre primi re della Macedonia, ma nomina quale fondatore di questo imperio Perdicca, dall’anno 729 all’anno 678 av. C.

185.  Pag. 153. Sitalce, dopo aver seguito l’Axio fino ad Edomene, si trasferì sulla destra verso il settentrione della Tessaglia, prese Gortinia ed Atalanta; dunque la città di Europo ch’egli assediò inutilmente (come più sotto Tucidide accenna), non è quella che sorgeva sull’Axio, come parecchi commentatori vorrebbero far credere, ma sibbene quella che stava sulle frontiere della Tessaglia.

186.  Pag. 157. Tutte le città di Lesbo formavano allora una specie di confederazione, a capo della quale era Mitilene, governata essa pure dall’aristocrazia.

187.  Pag. 158. Mitilene, come tutte le città alleate degli Ateniesi, era divisa in due fazioni, la democratica e l’aristocratica; è a credersi che i progetti di defezione vennero rivelati dai capi democratici, giacchè veggiamo poi il popolo, non appena ebbe armi, costringere i magistrati a venire ad accordi cogli Ateniesi. Circa le cause di questa guerra veggasi Aristotele (Politic., lib. V, 3). Vedi anche più avanti alla nota 185.

188.  Pag. 158. Giacchè discendevano dagli Eolii.

189.  Pag. 158. Lesbo e Chio aveano esse sole fornite cinquanta navi agli Ateniesi; vedi retro al lib. II, § 56.

[346]

190.  Pag. 161. Questa frase — a causa della moltiplicità dei suffragi, vuolsi intendere, per il gran numero di opinioni diverse che dividevano fra loro quelli che aveano il diritto di suffragio; la frase δια πολυψηφιαν è dallo Scoliaste di Tucidide spiegata per δια το μη τα αυτα πασι δοκειν. E qui vuolsi notare che l’isola di Lesbo (oggidì Metelina), una delle più popolate del mare Egeo ed alla quale Strabone dava 560 stadii di lunghezza, con un circuito di 1,500 stadii, conteneva Antilla, Eressa, Mitilene e Metimna, città quasi tutte celebri in floridezza e popolazione. All’epoca di cui parla Tucidide, cioè il quarto anno della guerra peloponnesiaca, la capitale di Lesbo, Mitilene, volea scuotere il giogo d’Atene; ma Mitilene sola poteva nulla; ciascuna città dell’isola avendo il suo (ψηφος) diritto di suffragio; ciascuna usando ed abusando di questo diritto secondo il proprio particolare interesse, bene spesso contrario all’interesse generale, facea sì che i Mitilenei non potessero venire a capo di quella conformità d’animo e di mente che sola potea renderli capaci di scuotere il giogo d’una nazione oppressiva i suoi alleati. Vedi su di ciò Gail, tom. VI, pag. 159.

191.  Pag. 165. La legislazione di Atene non avea per iscopo la perfetta eguaglianza delle terre, ma volea soltanto impedire una soverchia ineguaglianza di fortune. Non avendo Solone in Atene tanta autorità quanta ne ebbe Licurgo in Lacedemonia, ma volendo pur mettere un ritegno sicuro all’ingrandimento della proprietà, senza far legge che prescrivesse l’eguaglianza nello spartimento delle terre, si contentò di dividere il popolo in quattro classi, la prima delle quali si componea di Pentacosiomedimni, vale a dire di coloro che possedevano o ritraevano dalle loro proprietà una rendita annuale di cinquecento medimni (misura di sei moggia, cui i latini chiamano medinum); la seconda di cavalieri possessori di 400 medimni; in Zeugiti che non aveano che una rendita di trecento medimni; ed in Teti (i capite censi dei Latini) aventi una rendita minore delle surriferite; erano questi i veri proletarii. Le sole tre prime classi di cittadini poteano avere qualunque ufficio, e tutte aveano diritto di assistere alle assemblee del popolo e di sedere nei tribunali; però le due prime classi montavano assai raramente le navi, essendo il servizio di terra considerato più onorevole. Vedi il Petit già citato, De legibus atticis.

[347]

192.  Pag. 166. Antissa, al dir di Strabone, era da principio un’isoletta vicinissima all’isola di Lesbo, la quale allora avea il nome di Issa; per la qual cosa veniva chiamata Antissa vale a dire opposta ad Issa. Fu in seguito riunita dalle sabbie alla grande isola su cui venne poscia edificata una città detta Antissa. Tito Livio riferisce come fosse stata distrutta dai Romani (XLV, 31). Eustazio parla di questa isola nei suoi Commentarii al lib. III dell’Odissea; di Antissa si hanno medaglie in oro, in argento, in bronzo, colla leggenda ΑΝΤΙΣ.

193.  Pag. 166. Questa tassa, come notano i commentatori, non fu un tributo imposto su tutto il popolo, ma una contribuzione volontaria dei ricchi per la guerra. Il contingente di cui parla più sotto Tucidide che Lisicle andava esigendo, non è ben chiaro se fosse un tributo ordinario, od una contribuzione di guerra; pare però non verosimile che gli Ateniesi avessero voluto accrescere i pesi ai loro tributarii, mentre era generale in questi la diserzione.

194.  Pag. 166. Questo côlle Sandio è nominato da nessun altro storico o geografo antico.

195.  Pag. 168. Presso gli antichi gli arcieri aveano sempre un piede nudo onde esser meglio sicuri di non isdrucciolare sui terreni fangosi.

196.  Pag. 170. Questo Pausania non va confuso col Pausania figlio di Cleombroto di cui parlò più volte Tucidide (lib. I, 94, 107, 114; lib. II, 21, ecc.). Plistoanatte era in questi tempi condannato in esiglio per non essersi portato oltre Eleusi nell’invasione che fecero nell’Attica i Lacedemoni, quattordici anni avanti la guerra del Peloponneso. Vedi Tucidide, lib. I, § 114.

197.  Pag. 172. Pare che questi fuorusciti fossero capi dell’aristocrazia, esiliati dai democratici di Atene.

198.  Pag. 172. Questa Cuma, città marittima dell’Asia minore, godea di una singolare celebrità pel carattere sciocco de’ suoi abitanti. Strabone riferisce questo solo: che i Cumei stettero ben trecento anni senza pensare a mettere un’imposta sulle mercanzie che entravano nel loro porto; il che fece dire che non si erano accorti per ben trecento anni che la loro città fosse in riva al mare. Vedi Strabone, lib. XIII, e Vell. Paterc., lib. I, c. 4. Questa Cuma è la Sandarli d’oggidì.

[348]

199.  Pag. 173. Facendo il giro del golfo di Smirne e della penisola di Clazomene.

200.  Pag. 173. Anea sul continente di fronte a Samo, ed era il consueto rifugio dei Samii esiliati.

201.  Pag. 174. La Paralo era una nave d’Atene di singolare venerazione, e della quale non si faceva uso se non per importanti affari di Stato o di religione. La sua origine è incerta; Suida la trae da un eroe che portava un tal nome (un Paralo passava in Grecia per essere stato il primo che navigasse sopra una galera o nave lunga). Qualche commentatore la dice destinata a portare gli ordini d’Atene lungo la costa da παρα juxta, e άλς mare. La Salamina poi era una nave destinata esclusivamente alle corrispondenze fra Atene e Salamina.

202.  Pag. 175. Anche Diodoro riferisce che per un decreto di Cleone doveano essere trucidati tutti gli uomini capaci di portar armi (lib. XII, 55).

203.  Pag. 175. Cioè i pritani, o strategi, i quali in tempo di guerra potevano anche convocare straordinariamente il popolo.

204.  Pag. 176. Questo Cleone è lo stesso messo in iscena da Aristofane nei Cavalieri (verso 136). Lo Scoliaste di Luciano (Timone § 30) dice che Cleone mutò egli stesso consiglio mercè dieci talenti che nella notte gli fecero tenere i Lesbii. Dell’ingegno, dei costumi e della facondia di questo Cleone, vedi che ne dice Tucidide, lib. IV, 22, 27.

205.  Pag. 186. Pachete ebbe non molto dopo a pagare il fio della sua condotta; e si trafisse egli stesso colla spada onde sottrarsi alla condanna (Plutarco, Vita di Nicia, § 6).

206.  Pag. 186. Presso i Greci ed i Romani si assegnavano agli Dei alcune delle terre appartenenti allo Stato; venivano esse date in affitto a particolari, i quali si assumevano la manutenzione dei tempii e le spese del culto (Vedi Aristotele, Politica, VII, 10). Spesse volte anche i privati consacravano agli Dei qualche fondo, del quale continuavano però a godere le rendite tanto essi che i loro discendenti (Senofonte, Anab., V, 3).

207.  Pag. 186. La mina valeva cento dramme, il che equivaleva a 90 lire italiane.

[349]

208.  Pag. 187. All’epoca del tentativo di Cnemo e di Brassida contro Salamina.

209.  Pag. 190. Bloomfield fa qui con molta ragione considerare come questa reputazione fosse ben immeritata. Oltre all’eccidio dei neutri e la distruzione di Platea essi non si fecero scrupolo mai di alcun delitto nel soddisfare la loro ambizione.

210.  Pag. 191. Ai tempi di Strabone venivano ancora mostrate queste tombe a Platea.

211.  Pag. 200. Questa costumanza di consacrare le vesti ai morti, si riscontra accennata in quasi nessun antico scrittore; è un fatto su cui gli eruditi non hanno ancora sperimentate le loro forze.

212.  Pag. 200. Era riputato sacrilegio il recidere pur un ramo da un bosco sacro.

213.  Pag. 204. Quest’istmo era stato tagliato da’ Corintii quando inviarono una colonia a Leucade; ai tempi di Tucidide le sabbie l’aveano nuovamente riunita al continente. Ai tempi di Tito Livio, Leucade era ridivenuta un’isola; oggidì essa è separata dal continente da un basso fondo che i flutti del mare lasciano asciutto in tempo di calma.

214.  Pag. 204. Corfù avea due porti, l’uno prospiciente verso il continente, l’altro, detto Iliaco, verso il mar Jonio. A quest’ultimo era attigua la piazza publica, quartiere dei ricchi. Vedi Marmora, Storia di Corfù; e Neigebaur, Jonische Inseln.

215.  Pag. 205. Aristotele fa osservare che gli Ateniesi distrussero sempre dovunque l’oligarchia, i Lacedemoni i governi democratici.

216.  Pag. 206. Veggasi il mirabile riscontro di quello che qui ragiona Tucidide con quanto scrisse il Machiavello sul principio del libro III delle sue Storie Fiorentine. Anche Sallustio attinse da queste pagine di Tucidide molte belle parti della sua Congiura di Catilina.

217.  Pag. 209. Sulle cause di questa guerra veggasi ciò che ne dice Diodoro (lib. XII, 54 e seg.).

[350]

218.  Pag. 209. Cioè Siracusa, Gela, Agrigento, Imera, Messina.

219.  Pag. 209. I Calcidesi aveano fondato Nasso, metropoli di Leonzio e di Catania.

220.  Pag. 209. Capo di questa legazione era Gorgia Leontino, celebre uomo di Stato, sofista ed oratore, immortalato dal dialogo di Platone che porta il suo nome. Riuscita a bene, come si narra da Tucidide stesso, la sua missione, i suoi concittadini gli coniarono una medaglia d’onore. Gorgia campò, dicesi, oltre 120 anni. Venuto ad Atene vi si trattenne come alla sede della civiltà e della scienza. Celebre è la sua opera (però perduta) Del non-ente o della Natura, in cui, secondo gli estratti che trovansi nell’opera pseudo-aristotelica De Xenophane, Zenone et Gorgia e in Sesto Empirico, si propose di mostrare 1º che nulla assolutamente esiste; 2º che se pur cosa esiste non si può conoscere; 3º che se pur qualche cosa esistesse e si conoscesse, pure non si potrebbe esprimere e comunicare agli altri. Secondo Cicerone, Gorgia fu il primo che all’improvviso parlasse in publico su qualunque suggetto (De Orat., I, 22; III, 32). Intorno a questo celebre antico veggasi Foss, De Gorgia Leontino, Comentatio (Halla, 1828).

221.  Pag. 209. Diodoro fa ascendere questi uomini a dieci migliaia.

222.  Pag. 209. Cioè le isole Eolie, oggidì dette Isole Lipari, dal nome della principale fra esse. Sono sette, e giacciono fra la Sicilia e penisola italiana; traevano il loro nome da Eolo, dio dei venti, che si diceva aver quivi la sua sede; erano anche chiamate Vulcanie dai molti loro vulcani, e questa è la ragione per cui erano, come dice Tucidide, mancanti d’acqua nella state.

223.  Pag. 211. Mila, presentemente Milazzo o Melazzo, città della Sicilia, dalla parte occidentale sulle sponde d’un piccol fiume dello stesso nome. Fu a poca distanza da questa città che la flotta d’Augusto comandata da Agrippa vinse quella del giovane Pompeo (Tito Livio, XXIV, 20, 31).

224.  Pag. 211. Questo Demostene non vuol essere confuso col celebre oratore. Demostene deve la sua celebrità al gran disastro in Sicilia che viene qui narrando e descrivendo Tucidide, nonostante si fosse mostrato valoroso soldato e capitano [351] nella vittoria ottenuta sugli Ambracioti, nella difesa di Pilo, e nella presa di Sfacteria (lib. IV, §§ 31, 32, 38).

225.  Pag. 211. Qui Zevort nota a questo passo che il testo è evidentemente errato, giacchè Oropo, dic’egli, non è posta in faccia a Melo, ma è città della Beozia di fronte all’Eubea. Ma Zevort non avverte che parecchie città della Grecia portavano il nome d’Oropo: di questa una era nell’Attica sui confini beoti; un’altra nell’Eubea; una terza era sulle côste dell’Argolide, e questa era forse quella a cui allude Tucidide. Il singolare però si è che tutti i commentatori ritennero che Tucidide alludesse qui all’Oropo attica o beota, il che è assolutamente impossibile che fosse nella mente di Tucidide.

226.  Pag. 211. Era suocero di Alcibiade ed uno dei più ricchi cittadini di Atene.

227.  Pag. 212. Di questa città si scorgono tuttavia le ruine sopra un côlle a sedici chilometri circa dalle Termopili.

228.  Pag. 213. Gli Euritani formavano la tribù più bellicosa e potente degli Etoli; è questa la ragione per cui Demostene dovea assalirli ultimi: presso questi popoli Ulisse ricevette dopo la sua morte gli onori eroici.

229.  Pag. 214. Circa i particolari di questa morte vedi Plutarco (Banchetto dei sette Savii).

230.  Pag. 214. Nessun geografo antico ha lasciato notizie riguardanti queste tre città.

231.  Pag. 215. Oggidì Abukor: borgo a sei leghe di Lepanto.

232.  Pag. 216. Gli Amfissei, cioè quelli della città di Amfissa contigua alla Focide, che Ovidio chiama anche Isse (Metam., VI, 24), è la Solona d’oggidì.

233.  Pag. 216. Citinio giaceva alle falde del monte Eta sui confini della Doride e della Tessaglia. Vedi lib. I, § 107; e lib. III, § 95.

234.  Pag. 218. Ecco come Erodoto ci fa conoscere la purificazione fatta da Pisistrato: «Avendo anche per l’avanti purgata l’isola di Delo, secondo l’ammonizione degli Oracoli. E mondolla nella guisa seguente. Per quanto dal sacrario colla vista si dominava, per tutto questo tratto della contrada, [352] scavati li cadaveri gli trasportò in altro tratto di Delo» (lib. I, § 64).

235.  Pag. 218. Vedi retro al lib. I, § 13.

236.  Pag. 218. Questo inno che Tucidide fa d’Omero, è di Omero? Gli inni che vanno tuttora sotto il nome di Omero, non sono da attribuirsi a costui più che nol siano i poemi ciclici. Essi chiamavansi dagli antichi προεμὰ come a dire proemi o preludii, e cantavansi dai rapsodi come introduzioni dei poemi epici alle feste degli Dei rispettivi, cui sono dedicati. A questi rapsodi debbono probabilmente gli inni la loro origine. «Cotesti inni, dice Müller, mostrano una tale diversità di lingua e di ritmo poetico, che probabilissimamente contengono frammenti di ogni secolo dal tempo di Omero sino alla guerra persiana» (Hist. of Greek Liter., pag. 74). Ciò nondimeno la maggior parte di essi furono annoverati tra i componimenti omerici, persino da tali che vissero in tempo in cui fioriva tuttora la greca letteratura. Ma la cagione non è difficile a indovinarsi. Essendo essi recitati insieme co’ poemi omerici, vennero a poco a poco attribuiti allo stesso autore, e continuossi a considerarli più o meno generalmente come tali, finchè alcuni critici, e particolarmente gli Alessandrini, avvertirono le differenze che correvano tra il loro stile e quello di Omero. In Alessandria non furono mai tenuti per genuini, ond’è che niuno dei grandi critici di quella scuola non pensò mai, per quanto sappiasi, a farne una raccolta regolare. (Wolf, Prolegomena ecc., p. 266). Degli inni tuttora esistenti, cinque sono quelli che meritano attenzione particolare a ragione della maggiore loro lunghezza e delle notizie mitologiche ch’essi contengono; e sono quelli ad Apollo Delio, ad Apollo Delfico, a Mercurio, a Cerere e a Venere. All’inno d’Apollo Delio, appartengono i passi qui citati da Tucidide, una volta considerati come parte di quello d’Apollo Pitio, è lavoro di un Omeride di Chio, e si accosta talmente al vero fare omerico, che l’autore il quale chiamasi cieco poeta che visse nella dirupata Chio, fu riguardato come Omero stesso da Tucidide; esso narra la nascita di Apollo in Delo; ma se n’è perduta una gran parte. Oltre Müller e Wolf su citati, si consulti Welcker, Epische Cyclus, ecc., Wardemburg, Observationes criticae in Homeri hymnos, etc.

237.  Pag. 220. Nessun geografo antico lasciò notizie di questo [353] castello. Vedi che ne dice Poppo, Adn. et Pref. 2, pag. 142 lib. III, § 107.

238.  Pag. 223. Il Boni qui ed altrove (§§ 113, 114, ecc.) scrive Argei; al lib. II, § 103 scrive Agrai; al lib. II, § 106 Agrei, e questa è la vera lezione (Αγραιων).

239.  Pag. 225. Di questo Anattorio vedi lib. I, § 46, 55; lib. II, §§ 9, 80, 81 ecc.

240.  Pag. 225. Qui meglio che d’Imerea, leggi d’Imera; vedi Tucidide, lib. VI, §§ 5, 62. Più innanzi (lib. VII, § 1 e 58) parla degli Imerei e della loro sede.

241.  Pag. 228. Questa Pilo, detta Pilo di Messenia per differenziarla da altre tre città dello stesso nome, è l’attuale Zuchio o Vecchio Navarino.

242.  Pag. 229. Quelli che Boni chiama qui ufficiali subalterni sono detti da Tucidide tasiarchi: tasiarchi erano detti anche quei magistrati eletti annualmente in ciascuna delle dieci tribù d’Atene per comandare l’infanteria quando il popolo intraprendeva in massa qualche spedizione.

243.  Pag. 229. Mediante un muro fatto di pietre ammucchiate.

244.  Pag. 230. La frase del Boni — gli Spartani propio e i più prossimi dei circonvicini — è la traduzione di ciò che Tucidide chiama Spartiati e Perieci. Gli Spartiati erano gli abitanti della città propria distinti da tutti gli altri Lacedemoni dimoranti fuor di città, ai quali non concedevasi mai cittadinanza; e questi ultimi erano detti Perieci.

245.  Pag. 230. Queste navi pare dovessero essere quelle di Eurimedonte e di Sofocle che ritornavansi in Sicilia.

246.  Pag. 236. Qui alla frase a testa, aggiungi per giorno. Che cosa fosse una chenica attica non è ancor ben dimostrato dagli eruditi; ma dicendo qui Tucidide che gli Spartiati ricevevano ciascuno due cheniche di farina, e che gli schiavi non ne ricevevano meno d’una, puossi indurre che questa misura potesse stare fra l’una e le due libbre delle nostre. Ben gli è vero che la Glossa antica ragguaglia la chenica a mezzo moggio, ed altri la ragguaglia a due sestai, ma da questo passo di Tucidide non pare che la chenica potesse valer tanto. Un cotile era un quarto di chenica.

[354]

247.  Pag. 238. L’eccidio dei guerrieri di Sfacteria.

248.  Pag. 238. Ciascuno, infatti, avrebbe avuto a vendicare un parente od un’amico, se i soldati di Sfacteria fossero stati trucidati.

249.  Pag. 239. Secondo Diodoro (lib. XII, 63), i legati avrebbero proposto un numero eguale di prigionieri, e dietro il rifiuto degli Ateniesi, avrebbero soggiunto ch’essi stimavano i lacedemoni da più di loro stessi, dappoichè non ne accettavano il cambio.

250.  Pag. 240. Gli antichi hanno parlato molto dei pericoli che correano i navigatori nel canale di Messina fra Scilla e Cariddi. Tali pericoli esistono ancora tuttavia, ma dove il terreno ha cambiato alquanto di figura, non sono sì terribili, come dagli antichi ci vennero rappresentati. L’intervallo di mare fra la côsta da Messina sino al capo Peloro e la Calabria è continuamente tormentato da numerose correnti in diverse direzioni. Il corso di alcune è sempre eguale, quello delle altre è vario. Il pericolo nasce dal non conoscere bene la direzione di queste correnti.

251.  Pag. 241. Dove sorgeva il promontorio Peloro, alla sommità del quale si eresse il Faro di Messina.

252.  Pag. 250. Tucidide veramente dice — in maggior pregio dovrebbe tenersi l’atracton: — è questo il nome del legno con cui si facevano le freccie; era una specie di acanto.

253.  Pag. 253. Mandare a chiedere per mezzo di un araldo i morti, equivaleva confessarsi vinti: ciò nondimeno Nicia preferì all’onore della vittoria il non lasciare i suoi senza sepoltura, giacchè ciò era considerato un sacrilegio.

254.  Pag. 255. Queste scene hanno pur troppo un riscontro cogli orrori dei settembrizzatori di Francia.

255.  Pag. 256. Qui Boni traducendo fronteggiata da Lacedemoni cade in manifesto errore; il testo dice — Λακεδαιμόνιοι δ’εἰσὶ των περιοικων, ecc., cioè gli abitanti sono Lacedemoni della classe dei perieci.

256.  Pag. 256. Cioè giudice di Citera.

257.  Pag. 258. Fino allora non aveano avuto che infanteria pesante gli Opliti; la cavalleria traenvanla dai loro alleati.

[355]

258.  Pag. 259. Meglio che Siciliani, qui avremmo tradotto Sicilioti; giacchè trattasi qui delle città greche abitate da coloro che Tucidide chiama Σικελιῶται per distinguerli dai Siciliani antichi abitatori dell’isola detti da Tucidide Σικελοι.

259.  Pag. 261. Per cagione della loro parentela coi Lacedemoni ugualmente dorici. Le prime colonie joniche stabilite in Sicilia erano venute da Calcide d’Eubea. Come già notammo, i Calcidesi fondarono Nasso, metropoli di Leonzio e di Catania.

260.  Pag. 263. Notano i commentatori che la Morgantina di cui qui parla Tucidide, non può essere la città che sorge alla fine del Simeto. Probabilmente debbe essere qualche città dello stesso nome posta sui confini dei Siracusani e dei Camarinei, di cui s’è perduta notizia.

261.  Pag. 263. Soli i Locri non fermarono pace cogli Ateniesi. Vedi Tucidide, lib. V, § 5.

262.  Pag. 263. Era un porto del golfo di Corinto.

263.  Pag. 264. Strabone dice diciotto stadii, il che sembra più verosimile poichè, nota Zevort, presentemente non vi ha alcun luogo della côsta che sia lontano da Megara molto più di otto stadii. Bisognerebbe quindi ammettere o che la configurazione della côsta sia mutata, o che vi ha un errore in Tucidide.

264.  Pag. 264. Strabone anzi che isola, la chiama promontorio di Minoa, dal che Zevort induce che possa essersi l’isola convertita in promontorio, mentre ai tempi di Tucidide non era separata dal continente che per un braccio di mare sì angusto, da poterlo far cavalcare da un ponte. Ma egli non avverte come esistesse contemporaneamente il promontorio di Minoa, che Strabone dice aver formato il porto di Nisea, e l’isola di Minoa, detta poi di Minosse, che sorgeva nel golfo Saronico in pochissima distanza dal porto di Nisea, e di cui parla anche Pausania nell’Attica, c. 44.

265.  Pag. 265. Quelli che Boni chiama qui soldati della ronda, sono detti da Tucidide peripoli (περίπολόι); erano questi una milizia cui era commessa la guardia del territorio, e che d’ordinario non usciva di paese. Entrava in questo servizio tutta la gioventù nell’età dei diciotto ai vent’anni; erano armati [356] alla leggera; erano qualche cosa di non dissimile dalla nostra guardia nazionale, tranne che in questa milizia i giovani faceano i primi esercizi della carriera militare successiva.

266.  Pag. 266. Dalla parola άποῤῥήξαντες usata qui da Tucidide, si potrebbe indurre che gli Ateniesi avessero solo demolita una parte delle mura, e quanto bastava per isolare Nisea. Tucidide stesso dice più oltre (§ 109), che i Megaresi le distrussero poi del tutto.

267.  Pag. 269. Circa questa deliberazione, vedi retro al § 52.

268.  Pag. 281. Questo passo i Tebani con quelli del loro comune è la traduzione del testo και οι ξυμμοροι αυτοις; questi ξυμμοροι fecero sudar molti commentatori, i quali non sapeano che cosa fossero in Tebe. In Atene chiamavasi ξυμμορια quella parte di abitanti dell’Attica che avea ottenuto il diritto di cittadinanza; da ciò Ducker pel primo suppose, e molto verosimilmente, che Tucidide trasferisse ai Tebani una denominazione propria degli Ateniesi.

269.  Pag. 290. Canale di Serse. Vedi Erodoto, lib. VII, 21 e 22.

270.  Pag. 295. Tutti questi luoghi sono ora affatto sconosciuti. Consultisi Poppo, suppl., p. 214.

271.  Pag. 301. Altri tradussero: il gigantesco loro aspetto in luogo di la vista di lor moltitudine; prendendo il vocabolo οψις nel senso di apparenza, aspetto; sono terribili per molta apparenza; e a noi piacerebbe pure questa lezione.

272.  Pag. 305. La legge non permetteva fossero i cittadini investiti di alcuna carica avanti l’età dei trent’anni.

273.  Pag. 306. Le guardie a certe ore di notte si trasmetteano di mano in mano un campanello; era questo un mezzo d’accertarsi che nessuna d’esse fosse presa dal sonno.

FINE DEL PRIMO VOLUME.


[357]

INDICE

Al Lettore pag. V
Vita di Tucidide VII
Ai Lettori — Il Traduttore XLIX
 
LIBRO PRIMO
 
Sommario
 
Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra che si descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. — Epidamno rifiutata dai Corfuotti ricorre a Corinto. — I Corfuotti si volgono agli Ateniesi. — Battaglia navale. — Potidea si ribella, ed è assediata. — Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene ingrandisse. — Antico stato della Grecia. — Imprese di Pericle. — Ambasciatori lacedemoni ad Atene. — Pausania e Temistocle. — Risposta degli Ateniesi 1
 
LIBRO SECONDO
 
Sommario
 
I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. — Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia 87
 
[358]
LIBRO TERZO
 
Sommario
 
Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al congresso del Peloponneso. — Preparativi di guerra. — I Plateesi traversan le trincee e si salvano. — I Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce arringa di Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in loro favore. I Plateesi si arrendono, e son difesi innanzi ai deputati Lacedemoni. — I Tebani si oppongono, ed ottengono che sian tutti puniti di morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini, ed occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli Etolii. — Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan la pace con quei di Ambracia 157
 
LIBRO QUARTO
 
Sommario
 
Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. — Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. — Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione 227
 
Note dell’Editore 307

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.