The Project Gutenberg eBook of La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda

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Title: La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda

Author: Michele Catalano

Release date: January 6, 2026 [eBook #77626]

Language: Italian

Original publication: Catania: Tip. Sicula di Monaco e Mollica, 1903

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VENUTA DEI NORMANNI IN SICILIA NELLA POESIA E NELLA LEGGENDA ***

LA VENUTA DEI NORMANNI IN SICILIA NELLA POESIA E NELLA LEGGENDA


MICHELE CATALANO

LA VENUTA DEI NORMANNI IN SICILIA
NELLA POESIA E NELLA LEGGENDA

CATANIA
Tip. Sicula di Monaco e Mollica
Via S. Giuseppe al Duomo, casa Fazio

1903


PROPRIETÀ LETTERARIA



INDICE


AI MIEI GENITORI


[5]

PREFAZIONE

La storia siciliana pochi fatti offre più acconci a fornire materia alla poesia e alla leggenda della guerra arabo-normanna, che terminò con la ruina della potenza musulmana in Sicilia.

Mentre i guerrieri d’occidente si riversavano qual torrente impetuoso in Palestina a liberare il Santo Sepolcro, e Boemondo e Tancredi e molti altri guerrieri normanni maravigliavano il mondo con la fama del loro valore, anche in Sicilia si combatteva la guerra santa, e Roberto Guiscardo e Ruggiero Bosso vi recavano le loro spade vittoriose e s’insignorivano di tutta quanta l’isola.

Dapprima venuti in iscarso numero e quasi per fare scorreria, poi a poco a poco rinforzatisi, i Normanni non temevano di affrontare un esercito dieci o venti volte superiore, e quasi sempre le loro armature d’acciaio e i loro pesanti spadoni avevano ragione delle sottili scimitarre arabe e di quel popolo effemminatosi nel lusso e nella mollezza.

Così, conquistando a palmo a palmo il terreno, il conte Ruggiero, che ad una forza maravigliosa accoppiava coraggio [6] a tutta prova e profonda perizia nell’arte militare, in una lunga e ostinata guerra trentenne, s’impadronì di tutta quanta la Sicilia, vincendo i Saraceni in molte e micidiali battaglie terrestre e navali.

E poi, quando la Sicilia sotto il suo dominio e sotto quello dei suoi successori, si riposò nella pace e nella tranquillità, quale civiltà si produsse agli occhi meravigliati dei contemporanei!

I tessuti di lana e di broccato erano confezionati a meraviglia dagli artigiani forestieri, che volentieri accorrevano a rendere più splendida la reggia normanna; le sapienti riforme legislative, fra le quali sono famose le costituzioni sancite nel Parlamento d’Ariano nel 1140, la rigogliosa fecondità del terreno sapientemente coltivato, i prodotti dell’arte musulmana, tutte le circostanze favorivano la magnificenza della corte de’ re normanni, per cui la fama della civiltà siciliana si diffondeva nelle regioni lontane e la potenza delle armi s’imponeva sui popoli circostanti.

«Lusso orientale», dice entusiasta a questo proposito il Bartoli‍[1], «che si adornava delle sete fabbricate nella corte stessa del re; donne, cavalieri, amori, costumi, quali potevano essere sotto quel cielo, in mezzo a quella natura incantevole, fra quegli uomini di sangue greco ed arabo, sotto la influenza di quella nuova civiltà che si sviluppava potente. Sembrava veramente che la poesia avesse voluto fabbricare a sè il proprio regno...».

Era dunque naturale che quelle gesta meravigliose, quella splendida epopea, quella fiorente civiltà dovessero [7] lasciare tracce abbastanza rilevanti nella tradizione poetica e nella fantasia popolare, specialmente dei siciliani.

I quali, poichè il ciclo carolingio fu importato nell’isola in tempi a noi molti vicini, e non ebbe influenza che sul popolo, e in più scarsa misura sulla classe elevata, avevano bisogno di un soggetto illustre, che potesse essere elaborato, ingrandito, cantato in poemi e illeggiadrito con fioritura leggendaria. Questo soggetto era appunto loro offerto dalla conquista normanna, la quale, a detta d’un dotto siciliano‍[2], s’offre alla storia ciò che fu propriamente in se stessa: una successione non dubbia di atti ardimentosi e stupendi.

E difatti uno degli epici che cantarono nel seicento l’espulsione dei musulmani dice che aveva scelto «l’Attioni del Conte Rogiero Normando come Argomento del Poema, perchè in esso concorre la Pietà del’ Heroe, la Nobiltà dell’Impresa e la Gloria della sua Patria»‍[3].

Fin dal secolo XI le gesta di Roberto Guiscardo furono cantate in un poema latino da Guglielmo Appulo, poeta nutrito di severi studi classici, e che osava paragonarsi al gran poeta mantovano, chiedendo a Ruggiero che gli fosse protettore, come già Augusto a Vergilio.

Le imprese del conte Ruggiero furono celebrate da un monaco, che per espressa volontà del conte, ne scriveva la storia, infiorando la narrazione con versi latini di vario metro.

E ’l divino Alighieri, avendo, per così dire, prescienza del futuro, affermava due secoli dopo che le gesta di Roberto Guiscardo avrebbero potuto offrire ricca materia [8] di canto ad ogni poeta, ricordando Roberto tra quegli spiriti

...... beati, che giù, prima

che venissero al ciel fur di gran voce

sì ch’ogni musa ne sarebbe opima[4].

Però la dantesca profezia luogo tempo dovette attendere prima che si avverasse; dobbiamo arrivare sino al secolo XVII per trovare un gentiluomo palermitano, Tomaso Balli, il quale, in un lungo poema epico di trenta canti intitolato Palermo liberato, celebrasse le gesta di Ruggiero nella conquista di Palermo, che determinò la totale ruìna della supremazia musulmana, e che perciò costituisce il fatto più importante delle lotte arabo-normanne di Sicilia.

E dopo Tomaso Balli, che pubblicò il suo poema nel 1612, altri poeti, e non tutti degli ultimi, nello stesso secolo e nel susseguente, prendono a materia del loro canto la conquista normanna: Vito Sorba trapanese scrive un poema epico in esametri Sicilia liberata a comite Rogerio e poi Giuseppe Munebria, Francesco Morabito, Mario Reitani Spatafora, Giuseppe Vitale e financo Giovanni Meli, il soave e melodioso poeta vernacolo siciliano, formarono intorno le ardimentose gesta degli avventurosi predoni di Normandia, degne a buon dritto di canti e di fantasiose leggende, un’ininterrotta tradizione poetica.

Mano mano la cerchia si allarga, e, più che ci approssimiamo ai tempi a noi vicini, la produzione aumenta.

Poemi, drammi, novelle, leggende religiose, tradizioni popolari, è tutto un flusso vigoroso poetico e leggendario che negli ultimi secoli viene a dar vita novella alla cavalleresca epopea normanna.

[9]

La quale nel secolo XIX viene finalmente rievocata da Lionardo Vigo, che, ricordando la gloriosa monarchia che aveva fatto tremare sui loro sogli gl’imperatori di Germania e di Costantinopoli, voleva riscuotere il popolo siciliano dal letargo e incitarlo a sottrarsi dal giogo borbonico per costituirsi indipendente.

La tradizione della conquista normanna assume allora carattere nazionale, e l’Amari compone la Storia dei Musulmani di Sicilia, la quale, benchè, sfrondando quel periodo delle molte leggende che vi si erano formate, purgasse la dominazione araba della taccia di barbara e delle odiosità che le passioni religiose le avevano voluto appropriare, e facesse comparire i nordici guerrieri, non come liberatori, il che essi volevano dare a intendere, ma come predoni, il che veramente erano, benchè insomma togliesse a quel periodo tutto quel che di epico vi fosse, pure rammentava ai Siciliani un passato di gloria, di grandezza, di civiltà, di autonomia.

Nel presente lavoro tratterò dei poeti latini che nell’undecimo e duodecimo secolo cantarono o inneggiarono alla fortunosa conquista, quindi della parte poetica ad essa riferentesi in più tardi secoli, e di quelle leggende e di quelle tradizioni di cui il popolo siciliano ci ha tramandato l’eco affievolita e che si vanno mano mano illustrando coi crescenti studi folklorici‍[5].

[11]

CAPITOLO I. Poesia latina del secolo XI.

Un popolo avventuroso, partito dalle nebbiose contrade del settentrione su barche corsare, amante di preda e di guerre, di gloria e di pericoli, si stabilì nel secolo X in quella parte di Francia che dopo la sua dimora fu chiamata Normandia, donde poi mandò vigorose propaggini in Inghilterra e nell’Italia meridionale.

Esso veniva con una letteratura, ricca di poemi nazionali, opera degli scaldi, i suoi poeti; e quando, rinunziando al proprio linguaggio, prese quello dei popoli soggiogati, vi associò il sentimento immaginoso della propria poesia nazionale, delle fantasiose saghe della Scandinavia, onde sortì quell’elemento leggendario cavalleresco normanno, che sì larga influenza ebbe sull’epopea romanzesca del medioevo.

I Normanni diffusero nell’Europa occidentale le poetiche storie arturiane, mescolandole alle nebuloso immaginazioni portate dalla loro patria d’origine, e, ovunque movevano in cerca di gloria e d’avventure, cantavano le loro gesta, formando vere epopee locali, ricche di elementi ciclici dei popoli con i quali erano venuti a contatto.

[12]

È quindi supponibile che anche nell’Italia meridionale e in Sicilia i Normanni abbiano cercato di diffondere un ciclo di tradizioni, un cumulo di fantasiose immaginazioni, di cui a noi non sono pervenute che slegate leggende o pallide reminiscenze.

Esaminiamo anzitutto la poesia latina contemporanea alla venuta dei Normanni in Sicilia.

La face del pensiero latino, illanguidita ma non spenta nell’alto medioevo, continuò a rispondere nei sec. XI e XII col culto dell’antichità e degli esempi classici, risvegliando mirabilmente l’attività letteraria e preludendo al rinascimento. Cosicchè la parte della poesia latina del medioevo che celebra le gesta normanne non ha alcuna attinenza con le scarse leggende rimasteci, poichè essa non è estrinsecazione dei favolosi racconti sopiti nella coscienza popolare, ma piuttosto materia storica versificata.

Sulla fine del secolo XI sorse una gran fioritura di poemi storici sulle gesta dei principi e sulle guerre micidiali tra le città italiche.

Per la scorrevolezza degli esametri, i quali talvolta imitano i poeti classici in modo da darci un’eco lontana di quella divina armonia, per la chiara divisione della materia e la lucidità dell’esposizione, il poema di Guglielmo Pugliese tiene certamente uno dei primi posti‍[6].

Esso consta di cinque libri, scritti in esametri classici, ai quali talvolta sono inframmessi esametri leonini e caudati. Fin dal prologo, che per primo fu distinto dal resto del poema dal Willmans‍[7], appare manifesto che Guglielmo ha in certo modo coscienza di essere poeta, poichè, paragonandosi agli antichi epici, dice che egli, vate [13] nuovo, non più canterà le gesta degli antichi condottieri, ma quelle dei nuovi‍[8]. Dedica la sua opera a Ruggiero, duca di Puglia, «Rodberti dignaque proles», e dopo aver rivolte parole reverenti a papa Urbano II per domanda del quale aveva incominciato il poema, sembra, come dice il Bartoli‍[9], che faccia professione di modestia, poichè afferma che la sola devozione gli dà le forze negategli dal magistero dell’arte e dall’ingegno. Tuttavia ha la persuasione che il suo poema gli sarà di lustro e di onore, e modellandolo sugli antichi poemi latini, infiora gli esametri di imitazioni ovidiane e specialmente vergiliane. E alla fine egli ha l’ardimento di paragonarsi al grande poeta mantovano e chiede al suo protettore che gli sia benigno come già Ottaviano Augusto a Vergilio‍[10].

Nè solo nella forma, ma anche nel pensiero tenta di imitare gli esemplari classici, chè, quando deve descrivere una battaglia di grande importanza, o vuol fare qualche paragone, subito cerca qualche passo di Vergilio o di Lucano, e si sforza d’imitarlo, e ne toglie frasi e immagini e similitudini‍[11].

Così Roberto Guiscardo, che è il protagonista del poema, quando si getta nel folto della mischia, o prende le disposizioni necessarie per l’assalto di qualche castello o città, arieggia Enea o Turno o altro classico eroe. Anzi quasi sempre ciascuna frase poetica è un «opus musivum», in quanto che, «analizzata attentamente risulta [14] costituita da parole, espressioni, accozzate da passi ed autori diversi‍[12]».

E talvolta con le imitazioni della poesia classica e con i ricordi mitologici Guglielmo ci dà pure quasi una parvenza di quelle immortali bellezze; ma il poeta vuole liberarsi dai legami del passato; non più vuole glorificare come i veteres poetae le gesta degli antichi condottieri, ma quelle dei nuovi; egli canta un popolo giovane che con l’antico non ha legami di sorta, egli non attinge alla cultura latina che semplicemente la forma, mentre il contenuto rimane un’apologia delle gesta normanne e della novella civiltà che si manifestava fiorente e forte. Però giustamente si deve dar lode a Guglielmo per le immagini colorite delle quali infiora il poema, e per la lingua addirittura classica che adopera, poichè, com’ebbe a dire il Willmans, «si indolem poeticam respicis suavi cursu volvuntur versus Latino sermone satis pure conscripti atque colore vivido et imaginibus lepidissimis exornati‍[13]».

Guglielmo Appulo dedica poco meno di duecento versi a narrare la venuta dei Normanni in Sicilia e descrivere l’espugnazione di Palermo. Esalta grandemente il conte Ruggiero dicendo che non era da meno di Roberto Guiscardo nelle virtù guerresche, e ch’era più valoroso degli altri fratelli, poichè colle sole sue forze aveva intrapreso un’impresa tanto illustre come quella della cacciata dei musulmani dalla Sicilia e della difesa della religione cristiana.

Egli non fa distinzione fra gli oriundi siciliani e i conquistatori musulmani, ma li qualifica tutti «Siculos divini [15] nominis hostes»‍[14] e chiama Palermo

Urbs inimica Deo, divini nescia cultus

Subdita daemonibus....‍[15]

Roberto Guiscardo fa tragittare alle sue milizie lo stretto di Messina, e, unitele a quelle del fratello, intraprende l’assedio di Palermo. E, avendo per mezzo di una ricognizione sfidati a battaglia i Palermitani, questi, non sopportando le ingiurie proferite dai cavalieri normanni, escono di città e attaccano il nemico, combattendo con molta audacia e fierezza; ma i normanni a viva forza li ricacciano entro le mura.

Allora i palermitani chiamano per rinforzo i musulmani d’Africa, e, congiunte le flotte, offrono ai due fratelli [16] battaglia navale. Le navi saracene «nutu divino» son costrette a prender la fuga, mentre alcune son prese, altre sommerse. Abbiamo poi la descrizione di un assalto a Palermo. I Normanni, ora vinti, ora vincitori, entrati alfine nella città e i difensori domandano supplichevoli la vita, che Roberto concede, ordinando che niuno di loro sia offeso.

La diligente e vivace narrazione di Guglielmo corrisponde pienamente a quella lasciataci dal Malaterra, senonchè, essendo molto più ristretta, tralascia parecchi particolari, che ci vengono riportati dal più minuzioso cronista benedettino.

Non rammenta, ad esempio, l’episodio dei trecento guerrieri, i quali, calatisi con Roberto Guiscardo nei giardini dalla parte della Khalesa, decisero della conquista di Palermo, assalendo alle spalle i Saraceni accorsi a difendere la città, dal conte Ruggiero in altre parti assaltata nè quel fatto, che forse sarà una fola, di un tal cavaliere normanno, che per fare atto di prodezza, entrò solo in Palermo per una porta, e traversata tutta quanta la città, fulminando i nemici, uscì a cavallo per la porta opposta; ricordo palese della famosa irruzione di Turno nel poema virgiliano, imitata dall’Ariosto.

L’assedio di Palermo non fu certamente narrato da Guglielmo per propria testimonianza oculare, ma probabilmente per averne sentito la narrazione dai guerrieri reduci dalla spedizione; esso è infatti un episodio staccato dalle fila del racconto principale, e il poeta non lo descrive se non perchè è una delle gesta di Roberto Guiscardo.

A noi però non interessa fare risaltare il valore di Guglielmo come storico; quindi passiamo a un altro scrittore e poeta latino delle gesta normanne, il quale più direttamente [17] ci concerne, benchè meno abile di Guglielmo nel maneggio della lingua e nella spigliatezza del verso. Alludo a Goffredo Malaterra, monaco benedettino di nazione normanna, del secolo XI, che scrisse per espressa volontà del conte Ruggiero una «Historia Sicula» nella quale, accennato brevemente le precedenti vicende dei normanni, narra diffusamente la conquista di Sicilia e il regno del suddetto conte‍[16].

A questa cronaca‍[17], che è riguardata come uno dei più preziosi documenti storici per questo periodo, non si deve però dare intera fiducia come valore storico, poichè vi si appalesa chiaramente lo spirito partigiano dell’autore verso i normanni e la sua credula ingenuità verso tutto ciò che gli sembra uscire dai limiti del naturale.

Dal punto di vista letterario la prosa del Malaterra non è nè colta nè elegante, nè di ciò possiamo fargliene colpa, perchè l’autore si dichiara quasi digiuno di grammatica; tuttavia il monaco benedettino si scusa della sua «incultiori poëtrica», dicendo che il principe aveva voluto che scrivesse con stile chiaro e semplice, mentre egli facilmente avrebbe potuto «pomposius eructare»‍[18].

Contuttociò il Malaterra vuole assumere la palma poetica, perchè al suo barbaro latino inframmezza alcuni versi [18] leonini (che non possono essere nemmeno paragonati agli esametri quasi eleganti di Guglielmo) con rima a versi accoppiati o con rimalmezzo o più bizzarramente con rima doppiata nel mezzo e sdrucciola in fine.

Abbiamo versi:

1º in principio; nove versi di quindici sillabe, ossia giambici mancanti dell’ultimo piede, nei quali è contenuto l’argomento del primo libro.

2º lib. III, cap. XI; trenta versi di quindici sillabe. Vi si narra che il conte Ruggiero nel maggio 1077 va con un’armata navale ad assediare un castello.

3º ivi, cap. XIV; diciotto esametri leonini con rima interna. Ruggiero fa costruire una flotta.

4º ivi, cap. XVI; quattordici esametri leonini con rima interna. Evisando di nazione britanna a Taormina salva la vita al conte, restandone vittima lui stesso. Quest’episodio ebbe, come vedremo, molta fortuna nell’epica posteriore del ciclo normanno.

5º ivi, cap. XVIII; trenta versi leonini (meno il 10, 18, 25 e 26) con rima interna. Vi si narra la presa di Taormina.

6º ivi, cap. XIX; ventinove versi di quindici sillabe (meno il 18 e il 21). Vi si descrive la fondazione della cattedrale, oggi collegiata di Troina, che fu finita di fabbricare nel 1078 e principiata nel 1067‍[19].

7º ivi, cap. XXI; dodici esametri leonini con rima interna. Il conto fa pace con gli Iacenses‍[20].

[19]

8º ivi, cap. XXIII; diciotto esametri leonini con rima interna. Ruggiero concede al conte Raimondo la mano di sposa della figlia Matilde.

9º ivi, cap. XXV; ode di quattro strofe di sistema asclepiadeo, ma in cui alla sillaba accentata lunga è sostituita spesso una sillaba accentata breve. Assedio di Durazzo.

10º ivi, cap. XXXVIII; trentasei versi di quindici sillabe con assonanza finale ripetuta molte volte ogni tre versi. In essi il P. dopo aver ricordato la grandezza di Roma antica, che aveva dettato legge al mondo, rimprovera i moderni romani della loro vigliaccheria.

11º lib. IV, cap. XIX; ventidue versi di quindici sillabe con rima doppiata interna e sdrucciola in fine. Vi si narra la nascita di Simone, figlio del conte Ruggiero‍[21].

La cronaca del Malaterra divenne, come mostreremo in seguito, la principale fonte alla quale attinsero i poemi posteriori. E ciò doveva avvenire per necessità, poichè ad ogni piè sospinto vi si leggono fatti che appartengono più alla leggenda che alla storia: poche centinaia di cavalieri normanni sconfiggono numerosi eserciti; le [20] prodezze di Ruggiero e di Roberto rasentano le gesta dei paladini di Carlomagno; S. Giorgio su un bianco cavallo interviene direttamente nelle battaglie, combattendo a favore dei normanni; vi si scorge insomma chiaramente un embrione epico — leggendario — religioso, che, in altre circostanze storiche, avrebbe dato origine ad una vera e propria epopea normanno-sicula.

Ricorderemo infine due scritture latine del secolo XI, forse apocrife, relative al conte Ruggiero.

Il «Iubilatus Chorearum»‍[22] fu, a quanto ci asseriscono gli scrittori siciliani del seicento, cantato in Modica per il trionfo del conte Ruggiero dopo la cacciata dei saraceni. Ne dò il principio:

Lucis radijs in aevum memorabimur in umbris barbarici horroris, dum fulgent Rogerij prodigia.

Lucem Comitis fatemur amicam, suffusam roseis nitoribus.

Lucis amoenitatem coelestia influunt sydera et Trinacria priscis gaudet splendoribus.

Lucem Magna Curia immortalitatis praefigit, in Herois meritis.

Questi versi, se pur così possono essere chiamati, fatti sul gusto di certe sequenze ecclesiastiche, cominciano con un lucis, e questi sono i più lunghi, o con un lucem, e questi sono i più brevi.

Il manoscritto dal quale furono tratte, era, secondo ciò che dice il Reina‍[23], intitolato «Chronica Beneficiorum Motucae apud Sanctam Maiorem Domum» e apparteneva a Tomaso Scarso cantore della chiesa di S. Giorgio, cattedrale di Modica.

Pochi anni prima del 1655, nella repentina morte del [21] prenominato cantore, il manoscritto fu rubato dai parenti dello Scarso, e non potè più essere trovato, nemmeno colla minaccia di scomuniche papali. Ma, a cagione del carattere della scrittura, soggiunge il Reina, che afferma di aver veduto il manoscritto, e per la menzione dell’abate Imberto, si deduce che avesse intorno a cinquecento anni di antichità.

Da questo ingarbugliato racconto facilmente si può arguire che il manoscritto non dovette mai esistere, e che queste famose Coree non sono altro che una falsificazione di Placido Reina, il quale fu il primo a stamparle. Ricordiamoci infatti che siamo nel seicento, secolo di falsificazioni; ricordiamoci della menzione che vi si fa della Sacra lettera scritta dalla Madonna ai Messinesi, la quale menzione doveva servire a Placido Reina, che fece scorrere fiumi d’inchiostro per provare l’autenticità di quella solenne impostura; poniamo mente infine che le suddette Coree dovevano servire pure ai fini del Carafa, modicano, e perciò intento a illustrare, a ingrandire le gloriuzze del suo campanile, e tiriamone le conclusioni. Non solo ciò; ma il Reina riporta uno scritto del Carafa e di altri modicani, in cui si fa fede che il manoscritto esistette realmente: ciò vuol dire che ai suoi tempi si avevano già forti dubbi sull’esistenza della Chronica Beneficiorum.

Come pure apocrifi devono essere quei versi attribuiti a Maraldo‍[24], monaco calabrese, nei quali si celebra la nascita di Ruggiero, figlio del conte Ruggiero, battezzato da S. Brunone‍[25], i quali mi sembrano imitati dai versi [22] del Malaterra, contenuti nel lib. IV, cap. XIX, ove si celebra la nascita di Simone, altro figlio di Ruggiero.

Del resto si sa che il Breve Chronicon monasterii S. Stephani de nemore[26], opera dello stesso monaco Maraldo, è apocrifo o almeno di fede assai sospetta‍[27].

Noi ci siamo ristretti a esaminare la sola poesia latina riferentesi al periodo della conquista normanna; troppo ci sarebbe voluto, se avessimo preso ad esaminare anche la parte prosastica delle cronache, sia della conquista, sia di tutta la dominazione normanna di Sicilia‍[28]. Tale lavoro sarebbe davvero utilissimo, ma più ad una indagine storica, che alla fortuna di un fatto storico nella tradizione poetica e nella materia leggendaria.

Tuttavia non possiamo fare a meno di osservare, a fine di poter meglio risolvere problemi che ci si affacceranno [23] in seguito, che le nostre cronache, abbondanti, a dir vero, sul periodo normanno di Sicilia e dell’Italia meridionale, non accolgono, fatte le debite eccezioni, i racconti del volgo, se non dopo averli sottoposti ad una certa revisione della ragione; e benchè talvolta esagerino i fatti storici, pure non hanno alcuna tendenza al meraviglioso, come in generale le cronache forestiere dello stesso periodo che narrano altre imprese del popolo normanno.

In questo, come in altri fatti, lo scetticismo italiano relegò nella fantasia della plebe le leggende formate dall’immaginazione popolare, e la letteratura dotta sdegnò appropriarsi tale patrimonio, attratta dallo splendore del classicismo, della civiltà latina, che, attraverso le nebulose memorie e le immaginazioni medievali, rigogliosamente rifiorì sul decadere dell’età di mezzo e sul principio dell’evo moderno.

Cosicchè, mentre ad esempio per la leggenda di Attila flagellum dei[29], ci sono stati tramandati molti favolosi racconti formati dalla fantasia popolare, che furono raccolti dai cronisti dell’Italia settentrionale; in Sicilia l’avventurosa conquista normanna fu con esattezza di particolari descritta storicamente dai cronisti contemporanei, sì che la fermentazione leggendaria fu arrestata sul nascere, e sempre più andò svanendo per il succedersi tumultuoso di straniere dominazioni.

[24]

CAPITOLO II. Embrioni epici e leggendari nel medio-evo.

Dopo questa rapida scorsa alla poesia latina che sulla fine del secolo XI e sul principio del XII, cantò la conquista normanna, fermiamoci sopra un altro punto capitale per il nostro studio, e che ci darà mezzo di potere sciogliere una importante questione.

E comincio dal dire che si potrebbe quasi sicuramente affermare che la conquista dei normanni fece scaturire nella immaginazione popolare epiche leggende soffocate sul nascere e che perciò non ebbero esplicazione letteraria.

Sappiamo che uno dei caratteri di quei nordici avventurieri era quello di celebrare le loro gesta. Nè quest’abitudine perdettero i normanni di Puglia e di Sicilia, poichè le loro imprese furono, come abbiamo veduto, messe in versi da Guglielmo Pugliese e descritte in prosa da Goffredo Malaterra, il primo per desiderio di papa Urbano II e di Ruggiero Borsa, il secondo per comando del conte Ruggiero. Ora nel «De gestis Roberti Guiscardi» e nell’«Historia sicula» parecchi passi ci danno prova che la venuta dei Normanni s’era epicamente formata con la fusione di elementi di altri cicli e che appariva ai contemporanei idealizzata in una lotta religiosa.

E anzitutto nel poema di Guglielmo è da notare la natura stessa del componimento, che è un poema. Ruggiero e Roberto combattono come paladini di antico stampo; nella battaglia di Civitate il Guiscardo irrompe con grand’impeto [25] sui nemici, distribuendo colpi da disgradare gli eroi della Tavola Rotonda‍[30].

Nel libro II vv. 926 e sgg. si ha certamente un ricordo di leggenda scandinava. Roberto Guiscardo campeggia dinanzi un inespugnabile castello di Calabria e comanda alla sua gente di sparger voce che uno dei suoi soldati sia morto. Poi si fa mettere armato in una bara col volto nascosto con panni unti di cera, secondo l’usanza normanna, e si fa portare dentro il castello per esser seppellito nella cappella. Quando Roberto e coloro che lo portavano furono dentro, tirarono le spade dalle guaine e assaltarono i coloni del luogo presi al laccio dal finto morto.

Il curioso stratagemma con lieve differenza di particolari ritroviamo in Dudone di S. Quintino[31], e in Guglielmo Gemmeticense[32], quando descrivono la famosa distruzione di Luni, avvenuta nel IX secolo per opera di Hastings, predone normanno, che credette di aver preso «Romam, caput mundi». Un’altra leggenda analoga, ma che ha più intimità di rapporti con quella di Guglielmo, si trova nei fasti di Aroldo il Severo (Harald Haardraade)‍[33].

Nel libro V vv. 401 e sgg. si narra che il cadavere di Roberto Guiscardo, sbalzato da una tempesta, venisse [26] ripescato sulla spiaggia pugliese e sepolto a Venosa, la quale

nitet tantis decorata sepulchris

A Caroli Magni vel tempore Caesaris umquam

Nullos pares produxit fratribus istis.

Ora il Rajna asserisce che la menzione di Carlo Magno doveva richiamare nella memoria del poeta anche le immagini di quegli eroi «di cui la tradizione poetica rappresentava Carlo circondato e che ne costituivan la forza. Nè del resto la gloria stessa di Carlo continuerebbe ancora a risplendere dopo tre secoli e farebbe sì che il suo nome s’offrisse a questo modo al pensiero, se non fosse appunto per effetto dell’epopea‍[34]».

Si potrebbe obiettare che tali elementi ciclici riscontrati in Guglielmo non siano pervenuti nel poema per influsso di leggenda popolare, ma per la cultura letteraria del poeta; e ciò specialmente per quella menzione di Carlo Magno, che d’altronde indica solamente i tempi del grande imperatore, dalla quale il Rajna vuole dedurre la conoscenza delle leggende carolingie nel secolo XI nell’Italia meridionale. Ad ogni modo, resta sempre il dubbio che si tratti di veri e propri elementi ciclici che Guglielmo attinse dalla tradizione popolare.

Ma più particolarmente per il nostro assunto da quel «nutu divinu», cui abbiamo accennato parlando del poema di Guglielmo, e che trovasi nella narrazione della conquista di Palermo, appare chiaramente che alla mente del cantore di Roberto Guiscardo, per quella fantasia devota e per quella tendenza a creder soprannaturali i fenomeni umani propria delle immaginazioni medioevali, la venuta [27] dei Normanni in Sicilia s’era presentata come una impresa voluta da predestinazione divina.

Nella cronaca del Malaterra, quasi ad ogni pagina, si legge il conte Ruggiero e Serlone spaccare in due uomini e cavalli, alzare intorno a loro monti di cadaveri‍[35], squarciare grossissime corazze‍[36]; alla battaglia di Cerami compare poi un cavaliere dalle bianche armi, montato sopra un bianco cavallo, sventolante una bianca bandiera, che dai normanni fu raffigurato in S. Giorgio, loro protettore. Anzi si può dire che tutta quanta l’Historia Sicula sia informata ad un principio religioso costante, ossia a quello di fare intervenire il soprannaturale e di ascrivere a volere divino le vittorie dei Normanni sui Musulmani.

Si potrebbe ragionevolmente obiettare che le nostre congetture poggiano su scarsi indizi, i quali, invece che testimonianze di un ciclo sorgente di tradizioni e di favole, presto illanguidito e scomparso senza aver dato nascimento ad un’epopea, potrebbero essere manifestazioni del sentimento religioso e della viva immaginazione dei cronisti medievali.

Ma altre testimonianze ci sono fornite dalla materia leggendaria del medioevo, e dall’epopea romanzesca di Francia.

Tra le leggende che numerose fiorirono nell’età di mezzo sul ritrovamento di tesori nascosti ve n’ha una la quale si legò alla fama di Roberto Guiscardo, il fortunato duce normanno.

Da tempo immemorabile trovavasi in Sicilia, o secondo altri, in Puglia, una statua marmorea di cui si parlava [28] tra il volgo soltanto come di cosa superstiziosa, oggetto di paurosa venerazione e di mistero. Essa portava scolpite in un cerchio di bronzo intorno al capo parole che ai rozzi contadini di quei luoghi dovevano sembrare sibilline come formule magiche:

Calendis maiis, oriente sole, aureum caput habebo.

Passando Roberto Guiscardo per quelle contrade, notò la statua e il motto, ed essendosi diffusa tale notizia nel suo esercito, un saraceno prigioniero promise d’indovinare l’enigma. Infatti questi, il primo di maggio, allo spuntar del sole, avendo notato diligentemente il luogo ove terminava l’ombra della statua, e fatto in quel posto scavare la terra, trovò un grandissimo tesoro, del quale tosto s’impadronì Roberto, cui servì in molte imprese: il musulmano fu liberato ed ebbe molti doni.

La leggenda della quale abbiamo data notizia, ci è stata tramandata con lievi divergenze di particolari da molti scrittori.

Il riferimento più antico è nell’opera di un monaco belga, la celebre Chronografia di Sigeberto di Gembloux‍[37] (nato circa il 1030, morto il 1111) che pone il fatto nel 1039 al tempo della prima entrata dei Normanni in Sicilia. Il Petrarca invece dice semplicemente che la statua si trovava in Sicilia, senza riferire la leggenda al Guiscardo, e afferma che il fatto «non multis retro saeculis contigisse»‍[38]. Altri scrittori dicono che il caso sia [29] avvenuto in Puglia: così Vincenzo di Beauvais‍[39], Pandolfo Collenuccio nel Compendio delle historie del Regno di Napoli[40], Giuseppe Bonfiglio Costanzo‍[41], il Bonfinio‍[42], il Magnum Chronicon Belgicum[43], il Platina nelle Historie delle vite dei pontefici[44], la Cronaca degli imperatori romani[45] ed altri. Luigi Marzacchi, letterato messinese della prima metà del secolo XIX, riferendo la leggenda‍[46], pone il luogo dell’avvenimento nelle contrade di Puglia vicino ad Altamura, mentre durava l’assedio di Bari, ed afferma di aver attinto la narrazione da un antico manoscritto; il che poi non è vero, perchè la sua fonte, come si desume da alcune parole riportate dal Marzacchi medesimo, è il Collenuccio. In un codice della Biblioteca Nazionale di Torino, contenente un Chronicon de VI etate[47], il fatto avviene in Apulea in civitate Neapoli, e il Saraceno ci è presentato come un gran filosofo.

La leggenda adunque era diffusissima nelle immaginazioni medievali, e certamente si formò mentre Roberto era [30] ancor in vita, poichè ci viene riportata da Sigeberto di Gembloux, che visse nell’XI secolo. Però bisogna notare che tale racconto non fu attribuito al solo Guiscardo; già prima la leggenda si era legata alla fama della potenza e delle ricchezze di Roma‍[48], ed appare in alcuni testi che ci conservano le immaginazioni leggendarie su Vergilio‍[49] e sulla vita del pontefice Silvestro II (Gerberto)‍[50]. Simiglianti leggende si trovano pure nelle varie redazioni delle Gesta romanorum attribuite a un clericus innominato‍[51], o poste ai tempi di un imperatore Enrico‍[52], e in altri testi ancora attribuite ad una persona indeterminata‍[53]. Una statua di Giulio Cesare avente la medesima iscrizione decifrata nella stessa maniera è menzionata in una Chronica de civitate Ravennae[54], e immaginazioni simili si ritrovano in qualche libro arabico e in racconti orientali‍[55].

Del resto, com’ebbe a dire Arturo Graf, «è da notare che storie a questa somiglianti di persone che penetrano [31] in qualche segreta cavità e vi trovano tesori e altre meraviglie, sono molto frequenti nelle cronache del medio evo‍[56]».

Questa leggenda è l’unica veramente importante dell’età di mezzo che si riferisca ai Normanni e della quale ci siano rimaste testimonianze sicuramente medievali.

Quale ne è la origine? Problema difficile, perchè niun accenno, niun punto di partenza ci è dato per determinare le varie vicissitudini, le infiltrazioni e le contaminazioni più o meno notevoli della leggenda.

Però possiamo affermare a prima vista, che essa non è di provenienza siciliana, sia perchè non se ne trova accenno presso i numerosi illustratori di memorie e leggende locali di Sicilia, e presso i cronisti dell’epoca normanna, sia perchè il nome di Roberto Guiscardo non poteva avere alcuna influenza sulla immaginazione del popolo siciliano, non essendo venuto Roberto nell’isola che solamente per l’assedio di Palermo. Ed è certamente un’incongruenza nella redazione del monaco belga, il riferire la leggenda al 1039, perchè il Guiscardo non si trovava allora con i Normanni venuti in Sicilia con Maniace.

Fors’anche il duce normanno potè rinvenire nelle sue numerose scorrerie qualche tesoro, e i suoi militi, sempre portati al meraviglioso, ricamarono sopra il fatto la leggenda che potevano già trovare bell’e fatta nel ricordo di simili racconti. Ma tale congettura mi sembra priva di fondamento, perchè la nostra leggenda non ha alcun riscontro nella materia leggendaria dei normanni.

Nè mi sembra accettabile l’opinione, benchè autorevole, di Arturo Graf‍[57], che crede questa storia di origine arabica, [32] quantunque possa essere suffragata dalla considerazione che una leggenda simile trovasi in un libro della letteratura araba‍[58], poichè Roberto ebbe pochissimi contatti con i musulmani, anzi si può dire che guerreggiò con essi solamente nell’espugnazione di Palermo, in aiuto del fratello Ruggiero.

Inoltre non sapremmo in tal caso spiegarci la ragione per cui la popolazione araba di Sicilia creò o attribuì tale racconto a Roberto.

Credo piuttosto che la leggenda sia stata originata da qualcuna di quelle confusioni, frequentissime nelle cronache medievali, ossia dall’attribuzione di un medesimo avvenimento a persone diverse in epoche anche lontane tra di loro, di cui troviamo qualche esempio anche in leggende riferentisi a Roberto Guiscardo‍[59].

[33]

Attribuita una volta a Roberto da un testo (che probabilmente sarà stato la conosciutissima Chronografia di Sigeberto di Gembloux, poichè è dessa che ci dà la prima testimonianza) è naturale che i cronisti posteriori abbiano ripetuto la favola attingendo al monaco belga o copiandosi tra di loro. E questa era tanto più facile ad essere accettata in quanto che la fama delle ricchezze di Roberto Guiscardo era già sparsa per tutto il mondo, sì che un inglese, Orderico Vitale, vissuto in tempi a lui vicini, poteva decantare i tesori del duce normanno‍[60].

Ad ogni modo la grande diffusione della leggenda, ci prova ancora una volta l’influenza dell’elemento normanno sull’immaginazione popolare del medioevo.

Nè solamente la conquista normanna s’era epicamente formata sulla bocca dei primi narratori e aveva suscitato nel popolo immaginazioni leggendarie, ma molti poemi cavallereschi francesi sembrano essere stati composti in Sicilia sotto la dominazione dei normanni.

Nel Floovant, nel Fierabras e specialmente nel Ligurinus, ov’è riassunto un altro poema, il Solymarius, si notano numerose e importanti leggende sui normanni dell’Italia meridionale che provengono dalla tradizione popolare secondo l’affermazione degli stessi scrittori. Nel secolo XIII «Robert Guiscard, Boémond et Tangré avaient conservé en Sicile une popularité que la tradition ne suffit pas à donner, et qui remonte presque toujours à une poésie populaire contemporaine des faits qu’elle chante‍[61]».

[34]

Il poema Renier, nel quale molti eroi discendono genealogicamente da Roberto Guiscardo, da Tancredi e da Boemondo‍[62], sembra che sia stato composto in Sicilia; così pure la Bataille Loquifer, il cui autore dice che è stato in Sicilia, ove ha guadagnato molto danaro con la recita del poema:

Ains a nul home ne l’aprist n’enseigna

Mais grand avoir en ot et recovra

Entor Sicile; la ou il conversa‍[63]

ciò che però può essere una bugia di giullare, come osserva il Gaspary‍[64].

Così pare pure che sia stato composto in Sicilia il curioso poema di Florian et Florète[65] nel quale sono tratti di provenienza realmente siciliana. In esso è ricordata la leggenda di Artù nell’Etna, che, com’è noto, secondo le ricerche del Graf, fu localizzata in Sicilia dai normanni; in esso il Mongibello è descritto come una meravigliosa dimora, alla quale Morgana, sorella di Artù, conduce Floriant, figlio di Elyadus re di Sicilia‍[66].

Se adunque nell’epopea francese si fa parecchie volte ricordo della Sicilia e l’azione di parecchi poemi è posta [35] in Sicilia ed alcuni di questi, secondo il dotto scritto citato di Gaston Paris, sono stati composti nell’isola‍[67], si deve renderne merito alla dominazione normanna, la quale non solo localizzò in Sicilia la leggenda brettone di Artù e diede il nome di fata Morgana al meraviglioso fenomeno che si osserva presso Messina‍[68], ma pure apportò leggende carolingie, onde nacque la fortuna del ciclo ancor fiorentissimo al dì d’oggi‍[69].

Elementi normanni si possono anche rintracciare nell’epopea d’Aspremont.

Si sa che l’Aspromonte italiano ha preso l’argomento dalla Chanson d’Aspremont, eccetto il primo libro, che probabilmente sarà derivato da quelle introduzioni che si ritrovano nei codici franco-veneti. Ora è precisamente in questo libro che il dott. E. Modigliani in un recente studio vuole riconoscere elementi normanni per quelle leggende di Ruggiero, di Galiziella e di Beltramo che si ricollegano [36] «più direttamente con le tradizioni delle gesta dei Normanni in Sicilia‍[70]». Tali elementi invece io sarei più propenso a riconoscerli nella Chanson d’Aspremont, alla quale il Modigliani nega un fondamento «immediatamente storico». Pur ammettendo che la Chanson d’Aspremont, quale ci è pervenuta, non abbia alcuna relazione con la presa di Reggio per parte di Abou-Abbas-Abd-Allah nel 901‍[71], un fondamento storico credo che si debba riconoscere nella conquista della Calabria e della città di Reggio per parte dei Normanni comandati dal conte Ruggiero nel 1060. Se si pone mente che gli scambi continui tra la Francia settentrionale e i Normanni di Puglia e di Sicilia non cessarono, specialmente per mezzo dei pellegrini e dei giullari, anche dopo la conquista definitiva dell’Italia meridionale, e che, come bene fa osservare il Modigliani, gli echi delle lotte che si agitavano nel mezzogiorno d’Italia interessavano e hanno interessato i Francesi sino a poco tempo fa, non sembrerà improbabile l’opinione che all’origine della favola d’una guerra fra Francesi e Saraceni in Calabria debbano aver contribuito, se non principalmente, almeno in misura rilevante, assieme agli altri detriti di tradizioni storiche sulle lotte tra gli Arabi e i Latini del Mezzogiorno d’Italia, anche la presa di [37] Reggio‍[72] e il racconto alterato e snaturato della conquista di Sicilia, che nel medioevo viene idealizzata in una lotta religiosa tra normanni e saraceni.

Benchè l’interesse dei Francesi per l’agognata conquista dell’Italia meridionale fosse la causa riposta della formazione dell’epopea d’Aspremont, credo tuttavia che questa debba avere un sostrato storico più reale, più effettivo, che può essere riconosciuto nella conquista del Mezzogiorno d’Italia per parte dei normanni, francesi anch’essi per adozione.

Qualche accenno sui Normanni e più precisamente riguardo a Roberto Guiscardo trovasi pure nel poema di Dante.

Il primo luogo è nell’Inferno‍[73], ove si allude alla gente che morì in Puglia «per contrastare a Roberto Guiscardo» e che ricordiamo solo per combattere l’opinione di alcuni scrittori, come lo Scartazzini‍[74], i quali credono che Dante voglia alludere ai saraceni uccisi nelle guerre sostenute in Puglia contro il Guiscardo, mentre si sa che in quella regione Roberto ebbe a guerreggiare solamente contro i Greci.

Un altro passo invece richiama maggiormente la nostra attenzione.

Siamo nel cielo di Marte, e Cacciaguida addita a Dante tra le anime luminose che risplendono sulla mistica croce [38] quelle che più si mostrarono strenue propugnatrici della religione di Cristo. Quindi il poeta vede Giosuè, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, il paladino Orlando, Guglielmo d’Orange, Rinoardo, Goffredo Buglione e infine Roberto Guiscardo‍[75].

Il D’Ovidio negli Studi sulla Divina Commedia‍[76] ha voluto spiegare la ragione per la quale Dante ha messo Roberto in Paradiso e finisce col concludere che Roberto è santo nel cielo di Marte per aver strappato la Sicilia ai Saraceni.

Tuttavia, per parlare con rigore, Roberto Guiscardo poco o nulla ebbe a fare con i Saraceni, perchè il suo ardore guerresco fu speso sia contro i papi, sia contro l’imperatore di Germania, sia contro i Bizantini e specialmente contro questi ultimi, ai quali tolse l’Italia meridionale e portò guerra in Oriente.

Nè la Sicilia fu conquistata da Roberto, sibbene dal conte Ruggiero; e se il Guiscardo vi ebbe qualche ingerenza, fu solamente nell’aiutare il fratello minore nell’espugnazione [39] di Palermo‍[77] e in qualche scorreria o fatto d’arme di minore importanza.

Gli è vero che Dante «idealizzava la storia sfrondandola di certi accidenti o antefatti‍[78]»; ma è vero altresì ch’egli non giunse mai a falsarla e snaturarla coscientemente.

Quindi l’opinione, che il Guiscardo debba alla liberazione della Sicilia dai Saraceni la gloria del cielo dantesco non regge, perchè manca di base storica.

Allora possono darsi tre ipotesi.

La prima è che il divino poeta ascrivesse a gloria di Roberto l’aver combattuto e scacciato i Greci dall’Italia meridionale, poichè anch’essi, benchè cristiani, sono nemici della chiesa latina; ma tale opinione diventa inaccettabile, se si pensa che tutti gli altri propugnatori della fede hanno pugnato, ad eccezione dei due personaggi biblici, contro i Saraceni, a difesa della religione cristiana e non della chiesa latina.

La seconda ci riconduce in parte all’opinione scartata, ed è accennata dal D’Ovidio. Dante potè non sapere nelle sue particolarità le vicende storiche dei Normanni, e la spedizione in Oriente contro l’imperatore di Costantinopoli potè passare come una guerra in Palestina, e la morte di Roberto potè credersi avvenuta in Gerusalemme, per quella leggenda accennataci dal Buti‍[79] e narrataci da Giovanni Villani‍[80] sulla equivocazione del nome di Gerusalemme.

[40]

Infine si può credere, opinione a mio parere più probabile, che Dante come i suoi contemporanei abbia attribuito al Guiscardo le imprese del fratello minore Ruggiero, nel modo istesso che vediamo a Carlo Magno essere state attribuite tante imprese dei suoi predecessori e successori.‍[81]

Dall’esame della tradizione poetica e leggendaria medievale della conquista normanna, credo che chiaramente risulti l’esistenza nell’età di mezzo intorno ai Normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia di un fondo leggendario, di un ciclo di tradizioni poetiche e popolari, di cui a noi sono arrivati solo alcuni bagliori, troppo scarsi per avere un’idea chiara e esatta del ciclo medesimo.

Possiamo soltanto congetturare che questa epopea normanna siciliana in formazione non fosse altro che l’idealizzazione della conquista in una lotta tra cristiani e infedeli, comprendendo sotto questo titolo anche le popolazioni bizantine. Eroe delle immaginazioni medievali, più che il conte Ruggiero, dovette essere Roberto Guiscardo, la cui fama s’era diffusa lontana per le continue epiche [41] lotte sostenute contro gl’imperatori di Germania e di Costantinopoli e svolte in un teatro d’azione ben più grande di quello del fratello.

Però tale ciclo non dovette avere grande importanza, nè seria consistenza, perchè, in caso contrario, numerose ci sarebbero pervenute le testimonianze‍[82].

Ma se forse nei secoli XIII e XIV esistette intorno ai Normanni un ciclo di leggende, dal finire dell’undecimo secolo al principio del seicento tacque la tradizione poetica, nè risorse che sotto forma d’arte riflessa, servilmente imitatrice.

Ciò è cosa davvero atta a destare meraviglia e in noi sorge spontanea la domanda: perchè quest’enorme distacco di oltre cinque secoli? perchè la cavalleresca epopea normanna mancò in questo lasso di tempo di poeti che la celebrassero? perchè la materia storica non si tramutò in fantasiose narrazioni, in favolose leggende, in una vera epopea siciliana, ricca ispiratrice di canti poetici? perchè l’immaginazione popolare dei siciliani non continuò a ricordare la conquista normanna, quantunque fosse meglio di qualunque altra atta a intessere e perpetuare fioritura leggendaria (e lo provano le tradizioni carolingie, ancor oggidì fiorentissime), a creare un’epopea che rispecchiasse la sua intima natura?

Avvenne in Sicilia un fenomeno analogo a quello delle altri parti d’Italia, nelle quali le epopee locali (ad es. dei Longobardi, delle origini di Firenze, di Attila Flagellum dei) dopo aver dato embrioni epici nei cronisti e nelle [42] immaginazioni popolari, non arrivarono a elaborazione compiuta, sia per ragioni storiche, sia per ragioni intrinseche al popolo stesso. Così mancò al popolo siciliano quella spontanea evoluzione, la quale, elaborata dalla concorde attività della vita popolare, svolge incessantemente le fantastiche e leggendarie narrazioni, formando delle chansons de geste che rispecchiano fedelmente il carattere del popolo.

Una buona ragione adduce a questo proposito Luigi Capuana‍[83]. I Saraceni portarono in Sicilia una grandissima civiltà, la quale, dopo il decadimento avvenuto durante la dominazione bizantina, fece rifiorire le arti, le scienze e le lettere rigogliosamente. E quando si presentarono i normanni, annunziandosi come liberatori, mentre agivano da predoni, desolando e devastando le fertili contrade sapientemente coltivate dagli agricoltori musulmani, i siciliani non accettarono di buona voglia la loro dominazione, anzi combatterono contro di loro. Prova ne sia il lungo lasso di tempo (ventotto anni) che durò la guerra tra gli agguerriti avventurieri nordici e i siciliani disavvezzi alle battaglie, prova ne sia il concetto nel quale i normanni tenevano gl’indigeni, chiamandoli «divini nominis hostes» e Palermo

Urbs inimica Deo, divini nescia cultus

Subdita daemonibus...‍[84].

Nè solo ciò, ma la cultura al tempo dei normanni restò in gran parte sotto l’influsso arabo, arabi furono i letterati, araba spesso la scrittura dei diplomi.

[43]

Con tali storici elementi era quasi impossibile che si formasse una vera e propria epopea sulle gesta normanne.

L’epopea, frutto d’arte riflessa, la quale venne su dopo il secolo XVI, non è che semplicemente erudita, e niuna o pochissima e dubbia attinenza ha con le tradizioni popolari.

Alle già addotte ragioni altre se ne potrebbero aggiungere: il successivo e turbinoso succedersi di signorìe diverse non faceva certamente affezionare il popolo ad una dinastia in modo che si creasse un fondo leggendario che ne abbellisse la memoria: e se pure si formavano alcuni sparsi embrioni, erano soffocati sul nascere o s’andavano mano mano spegnendo; l’umanesimo, col far rifiorire la cultura classica, e col dare nuova vita agli studi storici, arrestò pure l’elaborazione della nostra materia leggendaria, poichè, come disse Ugo Balzani: «la cavalleresca epopea dei normanni non mancò di scrittori che la celebrassero e la nuova tendenza storica dei tempi trovò in quelle imprese spazio largo abbastanza per non avere bisogno di tramutarsi in leggenda‍[85]».

E le leggende popolari e i rudimenti del ciclo normanno si spensero ben presto, e subentrò loro un altro ciclo più grande, che penetrò subito nella coscienza popolare e che probabilmente i normanni portarono e localizzarono in Sicilia: il ciclo carolingio.

[44]

CAPITOLO III. L’epopea siculo-normanna nei secoli XVII e XVIII.

Dal secolo XVII in poi ci si presenta una fioritura poetica abbastanza copiosa, ma spesso mancante di originalità e frutto di imitazione servile. Ci si concederà nondimeno venia, se ci fermeremo un po’ sui poemi, quasi tutti abbastanza rari, perchè così avremo agio di dare un utile contributo alla fortuna dei principali nostri poeti nella letteratura siciliana e ad una storia dell’epica in Sicilia, della quale il ciclo normanno forma il fatto più saliente e caratteristico, ad eccezione del nazionalismo, o meglio, del sentimento autonomico nell’epica del secolo XIX, di cui ebbe pure a sentire gl’influssi l’epopea normanna dell’ottocento.

E prima di tutto intendiamoci riguardo la denominazione di ciclo normanno con la quale abbiamo chiamato quelle produzioni epiche, liriche, drammatiche, leggendarie che si sono formate nel corso de’ secoli sulla fortunosa conquista del conte Ruggiero.

Sappiamo che per ciclo intendesi quel complesso di leggende o di favolose tradizioni che si sono formate sopra un avvenimento storico in modo da fare quasi un circolo nell’ambito del quale esse fioriscono. Ora forse impropriamente ho usato tale parola, trattandosi di produzioni letterarie che non sono l’estrinsecazione della materia greggia che giace sopita nella tradizione popolare, [45] e che aspetta il poeta che la tolga dall’oblio e ne faccia un’opera d’arte.

I poeti del ciclo normanno non cercano la materia del loro canto nelle leggende e nelle fantasiose narrazioni popolari, ma nelle tradizioni storiche, e queste rimpastano a loro piacimento.

E quantunque il popolo avesse potuto trovare nelle cronache qualche germe di leggenda (così, ad esempio, l’apparizione di S. Giorgio nella battaglia di Cerami), pure l’epopea normanna non diventò patrimonio della letteratura popolare e non fu esumata che nel seicento, in cui, per la fecondità poetica, fiorita in modo veramente straordinario, si ricercavano avvenimenti storici poemizzabili, com’ebbe a dire l’Alfieri, con un neologismo.

A far scegliere la conquista della Sicilia e ad accrescere la produzione, specialmente epica, del ciclo normanno, oltre al fatto storico di per sè illustre e importante concorsero varie altre cause:

1. Il tempo dell’azione, la quale si svolge nella seconda metà del secolo undecimo e che è perciò di poco anteriore alla prima crociata, cantata nel poema del Tasso, il quale sì larga influenza ebbe sull’epica a sè posteriore. Infatti i poeti del ciclo normanno fanno tutto il possibile per allacciare i due avvenimenti‍[86].

[46]

2. L’essere i normanni cristiani e i dominatori della Sicilia in quel torno di tempo saraceni e perciò nemici di fede.

3. La fondazione del regno di Sicilia con il conte Ruggiero e re Ruggiero I. Quest’elemento influì moltissimo sull’epica nazionale della prima metà del secolo XIX, in cui si ricordarono i fasti dell’antica grandezza della illustre monarchia normanna per spingere i Siciliani a proclamare l’autonomia della loro isola.

4. L’influenza sul popolo siciliano della dominazione normanna, la quale, benchè di non lunga durata, pure lasciò nella coscienza popolare tracce più profonde delle altre signorìe, perchè i dominatori si stabilirono nella terra conquistata e col tempo si confusero coi vinti; si ricordino infatti i celebri monumenti dell’arte normanna, come il duomo di Monreale, e le grandi donazioni alle chiese per cui si formarono i beni ecclesiastici.

Il poema che viene primo per ordine cronologico è il Palermo liberato in trenta canti di Tomaso Balli‍[87], stampato in Palermo nel 1612‍[88].

[47]

Le file dell’azione sono raggruppate intorno a Palermo, difesa da Apocar, e stretta d’assedio da Roberto e Ruggiero. Il demone Beleal fa nascere dissidi tra i due fratelli e tra Ruggiero e Boemondo, il più famoso degli eroi normanni‍[89], l’eroe fatale (c. III st. 20) che deciderà delle sorti della guerra e che come Achille si allontana dal campo con le sue truppe. Intanto Belcane‍[90], il più possente dei musulmani, prevalendosi del vantaggio delle armi infernali donategli da Plutone, uccide Serlone, e i Normanni, privati delle migliori due spade, sono costretti a togliere l’assedio. Ma il romito Gioacchino‍[91] fa pentire Roberto dei suoi trascorsi, lo trasporta su un carro volante sulla cima dell’Etna e scende con lui dentro il cratere per visitare l’inferno e il purgatorio, di cui il poeta [48] dà una descrizione piena di ricordi danteschi‍[92]. Alfine Roberto si rappacifica con Ruggiero, Boemondo ritorna alla pugna e uccide Belcane, i Pisani conquistano la rocca‍[93] e i Normanni, assaltata la città all’improvviso, si impadroniscono di Palermo.

Il Palermo liberato ha un’imitazione tassesca spiccatissima, il che del resto è naturale, perchè la Gerusalemme liberata fu il gran modello dei poemi secentistici, i quali non solo ne imitarono i tipi dei personaggi, ma pure lo stile e la forma. Quindi Ruggiero arieggia Goffredo, Boemondo Rinaldo, l’episodio della maga Eneride ricorda Armida‍[94], vi è il solito concilio infernale (c. XI st. 4 sgg.), l’elemento episodico della scoperta dell’America solito a ritrovarsi nei poemi secentistici‍[95], S. Giorgio con lo scudo di tempra immortale che ribatte i colpi dei nemici a Boemondo,‍[96] il cui combattimento con Belcane ricorda quello di Argante e Tancredi. È da notare però che l’imitazione tassesca è contemperata con quella ariostesca e virgiliana.‍[97]

[49]

Poco dopo il Balli, un letterato trapanese compose un poema epico in latino sullo stesso argomento. Dell’opera di Vito Sorba‍[98] però non ci è stato tramandato altro che il titolo «Poema heroicum de Sicilia liberata a comite Rogerio».

Così pure di un altro poema «Il Ruggiero, ovvero la Sicilia liberata» di Giuseppe Munebria catanese non ci è rimasto che il settimo canto, stampato nel volume secondo della Musa Risvegliata, opera dello stesso, che mi è stata inaccessibile‍[99].

Invece qualche squarcio del Ruggeri trionfante, poema eroico di Francesco Morabito, ci è stato conservato [50] nella Confutatione della Genealogia de’ Conti di Geraci addotta dal Pirri di Ruggero Ventimiglia‍[100].

Il poema è dedicato al conte Francesco IV di Geraci, presso il quale restò il manoscritto, secondo la testimonianza del Mongitore‍[101]. Sembra poi che sia andato perduto tra le macerie del terremoto del 1693.

Gli squarci del poema conservatici sono: c. I st. 54-63, c. II (?) st. 12-15, c. XIII st. 31 e 37, c. XV st. 91-93; ma non sono certamente la parte più bella del poema, perchè trattano di questioni genealogiche intorno i conti Geraci, che il poeta fa discendere da Serlone, soprannominato Ventimila, e di divise degli stessi. Ecco tuttavia quel che si può desumere da ciò che ci è rimasto.

Nel 1º canto il conte Ruggiero ha una visione nella quale vede i suoi discendenti più famosi. Tra essi è Serlone, Rogger di Balnavilla infra gl’Eregij[102], Rinaldo, Ruggiero I re ed altri fino a Francesco IV conte di Gerace, mecenate del nostro poeta.

Nel c. XIII abbiamo una giostra bandita da Ruggiero per solennizzare le sue nozze con Enemberga, di cui Serlone è mantenitore d’amore.

Nel c. XV havvi una descrizione di battaglia sotto Enna o Castrogiovanni in cui Serlone e Ruggiero compiono prodigi di valore, finchè una tempesta li obbliga a desistere dal combattimento.

Infine in un altro squarcio appare l’esercito normanno [51] in bella mostra con Serlone alla testa. Non è espresso nel libro del Ventimiglia il canto al quale appartiene il brano, ma non si andrebbe molto lontani dal vero, collocandolo nel 1º o 2º canto, perchè è la prima volta che Serlone appare nell’azione.

Come fonte del poema possiamo porre l’Historia sicula del Malaterra, alla quale attinsero pure gli altri cantori delle gesta normanne. E mi sembra che ad essa il Morabito si sia attenuto più strettamente del Balli, perchè non raggruppa gli avvenimenti guerreschi attorno una città, ma li lascia così come sono avvenuti storicamente, a fatti parziali e talvolta slegati tra loro. L’eroe principale è Serlone, e ciò è naturale, perchè il poema è dedicato ai conti Geraci, che vantavano il duce normanno per capostipite.

Tutto questo è quanto ci è rimasto del poema del Morabito, ma è sufficiente per poterne dare un giudizio. Nella Catania liberata[103], poema dello stesso autore, che narra l’eruzione dell’Etna del 1669 e i prodigi di S. Agata, patrona di Catania (vedi che razza di poema epico!), le inverosimiglianze, i secentismi, le servili imitazioni tassesche sono profuse a pieni mani, e tale doveva pure essere il Ruggeri trionfante.

Come il Balli palermitano canta lo storico assedio alla sua città natale, così Mario Reitani Spatafora messinese, descrive nel Rogiero in Sicilia la venuta del Conte Ruggiero in Messina e la conquista di essa città‍[104]. O meglio dovrebbe descrivere, perchè il poema poco o nulla [52] ha da vedere con la conquista normanna; niuna battaglia, niun personaggio, se vogliamo eccettuare il nome del protagonista, è storico; il poema del Reitani non è altro che una prolissa e strampalata imitazione della seconda parte dell’Eneide; tutta l’azione è convenzionale, e gli episodi, rubacchiati alle Metamorfosi, ai poemi omerici, alle Argonauta e mal connessi con l’orditura principale, lo stile ampolloso e pieno di secentismi, il meraviglioso barocco lo rendono uno dei peggiori poemi del secolo XVII.

Così la rassegna dell’esercito normanno e tradotta, quasi con i soli nomi cambiati, dalla corrispondente del lib. VII dell’Eneide, la descrizione dell’inferno da quello vergiliano, l’ascesa di Ruggiero e della fata Morgana all’Empireo dalla scesa di Enea con la Sibilla Cumana all’inferno, l’andata di Ruggiero al greco Enonte dall’andata di Enea ad Evandro, Albretto ucciso da Osmano dall’episodio di Pallaute e Turno, i duelli tra Osmano e Ruggiero tradotti dai corrispondenti del’Eneide tra Turno e Enea‍[105].

Alla tela del poema s’intrecciano poi, a proposito o no, vari episodi, tutti tradotti da originali latini o greci. Così Hernando, che si sacrifica per salvare la patria ricorda Meneceo che si uccide nella caverna del dragone di Ares per salvare Tebe‍[106]; Daliso, novello Narciso, s’innamora [53] della propria immagine specchiandosi in una fonte‍[107]; vi è rinnovato il noto episodio di Piramo e Tisbe‍[108], il mito di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d’oro‍[109], le avventure di Ulisse e Polifemo‍[110], di Ulisse e Circe e via dicendo.

Il Rogiero in Sicilia adunque non si distingue se non forse per quel carattere peculiare della discreta conoscenza dei poemi latini e greci; carattere però di poco conto, perchè i brani attinti sono inseriti nel poema senza collegamento alcuno con le ottave precedenti e con le seguenti.

E mentre nel Palermo liberato il Balli, pur permettendosi anacronismi e travestendo la storia a suo modo, si attiene tuttavia alla fonte storica, cui attinsero pure gli epici posteriori, ossia al Malaterra, nel Rogiero in Sicilia l’eroe normanno perde ogni colorito storico e assume carattere convenzionale, e il poema diventa quasi un travestimento italiano dell’Eneide.

Eppure questo poema era molto encomiato dai contemporanei: il Reitani era ben accetto agli Accademici del l’Arcadia, di cui faceva parte; era lodato e accarezzato da papa Clemente XI, dinanzi al quale lesse alcune poesie‍[111]; il suo giudizio era ricercato da letterati insigni come Domenico de Angelis‍[112], e Alessandro Marchetti‍[113], il famoso traduttore di Lucrezio.

[54]

Venendo al settecento‍[114], secolo nel quale il dialetto siciliano assurge al più alto splendore di stile e alla più squisita grazia e forbitezza d’elocuzione, troviamo un lungo poema in trentatre canti, la Sicilia liberata, opera di uno dei maggiori poeti vernacoli siciliani, degno di esser posto accanto a Giovanni Meli e a Domenico Tempio, ossia di Giuseppe Fedele Vitale‍[115], soprannominato il cieco da Gangi.

[55]

«Di più alto intelletto e di gusto più fine di Domenico Tempio», com’ebbe a dire lo Scinà‍[116], educato a severi studi classici e innamorato di Omero, Vergilio e Ariosto, il Vitale maneggiava la materna favella con mirabile abilità, e fu encomiato dall’accademia dell’Arcadia e dai più alti ingegni che a quei tempi fiorivano in Sicilia.

In questo poema egli non pone a teatro dell’azione un assedio importante di qualche città (come abbiamo visto nel poema del Balli e in quello del Reitani) intorno al quale si connettono vari episodi, ma trasporta i suoi eroi per tutta la Sicilia e per l’Italia e per l’Africa; descrive tutte le battaglie e gli scontri parziali che avvennero tra musulmani e normanni, dalla presa di Messina a quella di Palermo, mescolandovi molte avventure e episodi fantastici; insomma più che epico il poema è romanzesco, benchè in esso spesse volte si rinvengano i due generi fusi in modo che non li sapresti scernere e dividere.

La Sicilia liberata comincia, per così dire, ab ovo, e narra l’origine dei principi normanni, la nascita di Tancredi, dei suoi cinque fratelli e le loro imprese, finchè Ruggiero viene in Sicilia con i due valorosi nipoti Serlone e Tancredi e col fratello Roberto Guiscardo.

Ruggiero vuole vendicare il genero Ugone di Circea, che era stato ucciso in un agguato‍[117] dai saraceni siracusani, raduna un forte esercito per assediare Siracusa e con trenta galere scioglie le vele da Messina.

[56]

Ma l’inferno affila le armi contro i Cristiani, e il diavolo Astarotte entra nell’abisso infernale per volgere le ire dei démoni contro i normanni.

Il poeta ci fa poi assistere all’assedio di Siracusa, ad una tempesta suscitata contro la flotta normanna dalle furie infernali e acquetata da un angelo‍[118], alla battaglia di Cerami ove Dio manda dal cielo un alato genio che scaccia gli spiriti infernali; poi ancora ad altri assedi e battaglie tra le quali sono mescolate le solite avventure romanzesche di guerrieri che corrono dietro alle loro belle e che s’azzuffano per esse, di lamenti d’innamorati divisi, di agnizioni, di bellissime maghe che distraggono con i loro vezzi i più valorosi campioni dall’esercito cristiano.

Dopo l’assedio di Palermo, le cui porte sono aperte di nottetempo da un normanno entrato nascostamente in città, il poema si chiude con quattro festevoli matrimoni.

Il Vitale scrisse il poema mentr’era cieco, e non potè limarlo come sarebbe stato conveniente, perchè fu assalito da perturbazioni di cervello, e morì in verde età. A ciò si devono attribuire le continue ripetizioni, le frequenti locuzioni italiane che si riscontrano nella Sicilia liberata.

Del resto il cieco da Gangi, quantunque si mostri buon conoscitore dell’Ariosto e del Tasso, non cade in pedissequa imitazione; ricorda fatti mitologici ad ogni canto; così un eroe normanno maneggia l’asta di Ulisse e di questo il Vitali narra lo sbarco in Sicilia e le avventure con Polifemo‍[119], così abbiamo il fatto lacrimevole di Alfeo [57] e di Aretusa‍[120], Proserpina rapita da Plutone‍[121]; descrive mirabilmente i fenomeni naturali, come il fenomeno della fata Morgana‍[122] e l’eruzione dell’Etna‍[123], ed è davvero insuperabile, com’ebbe a notare lo Scinà,‍[124] nelle dipinture di battaglie navali.

Tuttavia, benchè nei suoi versi si trovi un notevole progresso riguardo ai poemi secentistici del Balli, del Morabito e del Reitani, pure la Sicilia liberata non è certamente modello di poesia epica, che in essa troppo si rivela l’influenza arcadica dei tempi. Il poeta si ferma con compiacenza sugl’idilli amorosi campestri, sulle narrazioni mitologiche, canti interi sono occupati da lamenti di amanti divisi e benchè il verso sia scorrevole, pure le ottave si succedono languidamente, senza mai assurgere a robustezza e vigorìa.

Anche Giovanni Meli pensò a verseggiare la conquista normanna; e difatti nel ms. Qq. D. 3. della Biblioteca Comunale di Palermo, che contiene gli autografi di varie prose e poesie dello stesso, trovasi il piano dei primi sette canti di un poema che avrebbe dovuto cantare l’assedio al castello di Solunto dopo la conquista di Palermo.

Ma da tale piano poco si può desumere intorno al modo col quale l’originale poeta siciliano voleva condurre il poema. Da tre versi che finiscono il piano del canto quarto e che contengono la risposta dell’oracolo ai Saraceni, [58] si può dedurre che il poema, negl’intendimenti del Meli, dovesse essere scritto in vernacolo. Sembra pure che dovessero abbondare le avventure romanzesche, e che il poema dovesse avere piuttosto un fine satirico, se non semplicemente comico, come il Don Chisciotte e Sancio Panza[125] dello stesso autore.

È davvero un peccato che il poeta palermitano non abbia potuto o voluto scrivere il poema! Chi sa quali sorprese, quale arguzia, quanto buonumore avrebbe fatto scintillare, e come avrebbe rinverdito il soggetto malamente trattato dai suoi predecessori?

[59]

CAPITOLO IV. L’epopea normanna nel secolo XIX; fonti e caratteri essenziali.

Chi volgesse il pensiero all’evoluzione della civiltà in Sicilia, dalla cultura greca splendida d’arte e di poesia e di speculazioni filosofiche, dalle colonie fenicie che aprirono i varchi del commercio con l’industre Oriente, di cui apportarono il sapere luminoso, all’epoca normanna e sveva, ricca di monumenti, di costituzioni giuridiche e di poeti; chi, rievocando i fantasmi di Empedocle, di Stesicoro, di Timoleonte, dei due Ruggieri, di Federico II, ricordasse le glorie della bella Trinacria, granaio di Roma per lungo lasso di tempo, esempio di riscosse contro aborrite tirannidi, comprenderebbe facilmente come nella poesia nazionale del secolo XIX penetrasse potente l’influsso dell’elemento storico‍[126].

Mentre era tutto un fiorire di canti patriottici, nei quali più che ad unirsi alle altre sparse membra d’Italia si pensava di formare della Sicilia un regno a parte, si notava pure un risveglio di poemi nazionali, nei quali, invece di vibrare il sentimento italiano d’indipendenza, risonava la nota regionale siciliana.

Era il tempo nel quale Giuseppe Alessi scriveva il Timoleonte, [60] Domenico Castorina la Cartagine distrutta e il Napoleone a Mosca, Costantino Costantini il Vespro Siciliano, e s’approssimava l’ora nella quale Vincenzo Navarro avrebbe composto su Garibaldi un grosso poema di cinquanta canti.

E la nota patriottica servì pure a rinverdire l’albero ornai sfiorito dell’epopea normanna, poichè questa fu cantata nella prima metà dell’ottocento da Giuseppe Ortega, da Benedetto Spataro, da Antonino Manciaracina e da Lionardo Vigo.

Su di essi eccelle di gran lunga il Vigo col Ruggiero[127]. Pieno dei gloriosi ricordi dell’epoca normanna, coll’animo intento a illustrare ed esumare dall’oblìo le care memorie patrie, innamorato delle bellezze sicule e appassionato per tutto ciò che sapeva di regionalismo siciliano, Lionardo Vigo volle fare rifiorire l’epopea tentando di riscuotere gli animi dei siciliani e di volgere i loro sguardi alle glorie antiche e imperiture dell’isola, ai tempi nei quali la Sicilia sotto il dominio normanno e svevo era assurta ad un alto grado di splendore, di civiltà e di possanza, rievocando le immagini gloriose di Archimede, di Timoleonte, di Ruggiero I, di Federico II, di Giovanni da Procida, che ricordò nel poema e cantò in liriche preposte ai singoli canti‍[128].

[61]

E nella venuta dei Normanni e in Ruggiero il Vigo raffigurò l’indipendenza dell’isola, nei musulmani volle rappresentare i napoletani, e nella proclamazione del conte a monarca volle rievocare la proclamazione della costituzione autonoma siciliana.

Il poeta acese cominciò il Ruggiero nel 1828, e vi lavorò attivamente durante il periodo di dodici anni; nel 1829, come scriveva a Giovan Battista Niccolini, aveva già «disteso in prosa il piano dell’intero poema e verseggiato il canto primo‍[129]»; nel 1840 aveva terminata l’opera. Nel 1848 egli s’era deciso a pubblicare il poema, e fors’anche, come dice nella prefazione, il Ruggiero sarebbe stato allora l’epopea dei tempi, ma ben presto, schiacciata l’insurrezione dalle milizie borboniche e trascorso il momento opportuno, non ebbe più quell’attualità, che forma tanta parto della fortuna d’un libro. Pubblicata nel 1865‍[130], [62] la sua opera, accolta con indifferenza, ben presto fu dimenticata.

Il P. comincia ex abrupto con la descrizione della battaglia di Cerami‍[131], cui seguono molte battaglie e asadi ai quali, per abbellire la materia, sono intessuti vari episodi‍[132]. Gli dei infernali muovono dalle loro tenebrose abitazioni contro i normanni; Satana aduna il concilio infernale‍[133] e manda fuori la Peste‍[134], il Tradimento‍[135], il diavolo Asterotte e una legione di demoni in soccorso dei saraceni. Ruggiero ha poi una visione in cui vede il [63] paradiso‍[136], e l’angelo Uriele che libera dai demoni l’esercito normanno.

Segue la presa di Siracusa, la morte eroica di Serlone‍[137], la presa di Catania, la sconfitta navale dell’emiro Benametto‍[138], la battaglia di Misilmeri con l’apparizione di S. Giorgio‍[139] e infine l’entrata vittoriosa dei normanni nella capitale dell’isola, e la proclamazione di Ruggiero a monarca di Sicilia.

Del concetto autonomico del Ruggiero ha già lodevolmente parlato Luigi Capuana‍[140] e delle fonti s’è intrattenuto il Russo; io mi limiterò a qualche osservazione.

Il Vigo aveva intenzione di mandare alle stampe col Ruggiero anche un’analisi dei poemi sullo stesso argomento che lo precedettero; poi ne smise l’idea, forse per la grande difficoltà di poter rintracciare i suoi precursori. Dei quali, a sua testimonianza‍[141], conosceva il Munebria, il Morabito, il Reitani, il Vitale, il Manciaracina e lo [64] Spataro; quindi non aveva notizie nè del Balli, nè del Sorba, nè dell’Ortega, nè del tentativo del Meli.

Ma anche di quei precursori che gli erano noti, non di tutti potè avere contezza. Così del Munebria e del Morabito, che restarono inediti eccetto qualche brano, così del Manciaracina e dello Spataro, i cui poemi non furono pubblicati e di cui cercava avere contezza‍[142]. Quindi impropriamente il Grassi Bertazzi‍[143] chiama i suddetti poemi fonti del Ruggiero, poichè, ad eccezione del Reitani e del Vitale, dai quali il Vigo prese alcuni episodi e ispirazioni, gli altri poeti dell’epopea normanna non sono che suoi precursori.

Si è notato che nel Vigo l’amore per la Sicilia giunge al parossismo; egli non può assolutamente comprendere una unione dell’isola col continente, specialmente cogli odiati napoletani; egli distingue i siciliani dagl’italiani‍[144], e se qua e là incontriamo accenni al futuro risorgimento italico, possiamo esser sicuri che sono aggiunte posteriori al 1860, come quando alludendo manifestamente a Vittorio Emanuele II dice che «un possente» farà ritornare Italia una (c. XI, st. 37), quando impreca contro coloro che la vorrebbero scissa (c. XIII, st. 24) e che sorga innanzi agli stranieri unificata di nome e di bandiera (c. XIII, st. 25), quando, colle profezie dell’angelo Uriele, accenna al risorgimento italiano (c. XV, st. 11 e sgg.) e all’unificazione d’Italia sotto casa Savoia (c. X, st. 37).

Il Ruggiero ci si presenta più come testimonianza dello spirito dei tempi, in cui fu scritto, più come monumento [65] archeologico, che come vera e propria fantasia epica; nel Ruggiero, in conclusione, manca la vita, che è tutto. Del resto il Vigo stesso dovette comprendere, quantunque lo negasse, che il suo libro era un anacronismo, poichè afferma nella prefazione: «oggi o non avrei dettato: il Ruggiero o l’avrei architettato in modo diverso da quello che è».

Degli altri poemi del secolo XIX che cantarono la conquista normanna, non ho potuto raccogliere, nonostante le mie lunghe e pazienti ricerche, che notizie monche e indirette.

Il Narbone‍[145] ci fa conoscere tre poemi, che, per sua affermazione, hanno lo stesso soggetto del Ruggiero del Vigo. Così il «Val di Girgenti conservato, canti due di Giuseppe Ortega» stampato a Girgenti nel 1829‍[146], che mi è stato inaccessibile, come pure un poema, rimasto inedito, del barone Benedetto Spataro da Scicli‍[147] del quale il Narbone non ci dà il titolo.

Invece della Sicilia liberata del notaio Antonino Manciaracina di Sambuca ho potuto raccogliere qualche notizia nel voluminoso epistolario in gran parte inedito di Lionardo Vigo‍[148]. Il quale, come ho già detto, avendo ricevuto notizia del poema da Vincenzo Navarro di Ribera‍[149], [66] aveva curiosità di conoscerne l’orditura e parecchie volte scrisse al Navarro su tal proposito; questi gli rispose esponendogli il nono canto‍[150], che il Manciaracina insospettito a stento gli aveva fatto udire. Dopo la morte del notaio il manoscritto del poema passò in mano del Navarro‍[151], che si diede a ripulirlo.

Ma l’opera del Manciaracina non doveva essere un capolavoro, [67] se ne leggiamo la protasi conservataci in un manoscritto del Vigo‍[152], e quel che ne dice il rifacitore in una lettera del 4 ottobre ’55: «il poema del Manciaracina è un miracolo come non mi abbia fatto impazzire; è tutto strambotti, ed io ne ho rabberciato sei canti, e sa dio come!‍[153]».

All’epopea del ciclo normanno si potrebbero anche ascrivere due canti di G. Battista Castiglia, che nel 1835 era professore di eloquenza latina all’università di Palermo‍[154].

Nello scudo di Ruggiero il P. ci mette dinanzi una bellissima donna dal viso splendidissimo, che è la religione, la quale incita Ruggiero, che stava solo e pensieroso sul lido di Reggio, a liberare la Sicilia dal «sozzo saraceno» e gli dà uno scudo impenetrabile in cui sono effigiate le sue future imprese. Nella spada di Ruggiero Vulcano dà al conte la spada del gran Timoleonte. Sono esercitazioni accademiche, ove è notevole solo l’intento patriottico della poesia e l’elemento religioso di cui sono infarciti i due canti, il quale, nella poesia nazionale mirante al riacquisto della indipendenza isolana, si congiunse all’elemento storico‍[155].

Così l’elemento religioso si rivela pure nell’inno sacro «A Santa Rosalia» di Terenzio Mamiani‍[156], che fa [68] nascere la vergine palermitana ai tempi del conte Ruggiero, con evidente anacronismo, e ci narra leggiadramente la conquista normanna.

Se l’epica ci diede per la tradizione poetica dell’avventuroso periodo della conquista normanna i frutti migliori e più abbondanti, nelle altre forme letterarie possiamo rintracciarne alcuni altri, i quali ci mostrano sempre più l’importanza e la diffusione del ciclo normanno nella letteratura siciliana. Sono quattro drammi, una novella e un romanzo, a tacere degli accenni che potrebbero notarsi in altri componimenti, ed essi toccherò di volo, sia perchè di poca importanza letteraria, sia perchè alcuni come la novella e il romanzo, essendo scritti in prosa, escono dall’ambito della mia ricerca.

Nella biblioteca Ventimilliana di Catania trovasi un manoscritto del secolo XVII che contiene un dramma in latino intitolato «Rogerius sive Panormus liberata»‍[157]. L’autore non è menzionato, ma sembra che sia stato qualche prete secentista del Collegio dei gesuiti di Palermo, e che abbia composto questo dramma in occasione di una solenne distribuzione di premi. I versi sono corretti, e alcuni brani non mancano di una certa bellezza; i personaggi sono più di venti e taluni anche allegorici. E’ comandante dell’esercito cristiano il conte Ruggiero, dei Saraceni l’emiro Belcamero, che ha per generali Camuto e Breno. Vi sono ancora Ismeno o Vafrio, maghi saraceni, Nicodemo episcopus panormitanus; gli altri personaggi hanno per lo più nomi tratti da commedie classiche: [69] c’è un Cassius, un Parthenus, un Hermogenes, un Callistus. L’azione però è meschinissima: l’emiro Belcamero non vuole aprire le porte di Palermo all’esercito normanno, poi alfine acconsente e il vescovo Nicodemo va a chiedere buoni patti a Ruggiero. Come si vede il dramma, ad eccezione dell’ultima parte attinta al Malaterra‍[158], o più probabilmente al Fazello, ha poco fondamento storico, poichè Palermo fu presa d’assalto.

Mentre nell’adespoto manoscritto del Rogerius, l’elemento religioso, che è quello che informa tutte queste produzioni, non entra che per decantare la fede cristiana, in due altri componimenti drammatici, mira alla glorificazione di santi locali, fenomeno che più largamente si esplicò, come vedremo, nella tradizione popolare di leggende religiose.

Nei Trionfi della Gran Protomartire Catanese S. Agata Liberatrice della Patria e del Conte Ruggiero, sacra rappresentazione di G. B. Guarneri‍[159], Ruggiero con l’aiuto di Roberto e Bettumeno prende Catania, fonda la cattedrale ed assiste alla rappresentazione del martirio di S. Agata che viene esposto nella forma tradizionale leggendaria comune a tante altre sacre rappresentazioni sulla martire catanese.

[70]

Nella Disfatta dei Saraceni — Oratorio[160] di anonimo il popolo siciliano è festante per una vittoria del conte Ruggiero sull’«empio Kulmar», comandante dei saraceni e il duce normanno recita un inno di ringraziamento a S. Maria dei Gulfi. I personaggi sono Ruggiero, Tancredi, Simone, Ottavio sacerdote e il Coro.

Ricordiamo inoltre «Gli Arabi in Messina», dramma in prosa di Vincenzo Pinzarrone‍[161], in cui l’azione si fonda sulla presa di Messina per il conte Ruggiero nel 1060.

Al principato di Mileto di Ruggiero in Calabria si riferisce una novella secentistica intitolata «Il Conte Roggero sovrano della Calabria Ulteriore»‍[162], stampata in Venezia nel 1686, la quale sembra una traduzione dal francese da quel che risulta dall’Imprimatur[163]. In essa strane avventure romanzesche sono mescolate a leggende tratte dalle cronache. Ruggiero salva dalle fiamme una monaca bellissima di nome Marianna, che era stata costretta dai parenti a prendere il velo per causa dei suoi averi, e la sposa. Poi il conte, preso dall’ambizione, s’ingolfa in guerre disastrose, va con Goffredo Buglione crociato in Palestina, e muore carico di catene col figlio Tancredi prigioniero dei musulmani. La fonte della novella è Orderico Vitale‍[164], nel quale però l’avventura con la monaca è attribuita a Roberto Guiscardo.

Infine ricordiamo la Sicilia all’undecimo secolo di Giovanni [71] Leni Spadafora, romanzo storico stampato nel 1878‍[165], che si riferisce ad un periodo un po’ posteriore alla venuta dei normanni in Sicilia.

Chiediamo venia al lettore se abbiamo esaminato, benchè avessimo cercato di ottenere la massima stringatezza nell’esposizione, tanti poemi e drammi e novelle, dei quali ben pochi meritano la pena di essere studiati. Gli è che solo dall’analisi di essi potremo avere un’idea chiara e esatta di questa tarda formazione letteraria dell’epopea normanna. La quale dal seicento al secolo XIX non è altro che un soggetto poemizzabile, che vien trattato a guisa di esercitazione accademica.

Ad ogni modo possono essere notati alcuni elementi caratteristici, i quali specialmente provengono dall’essere stati composti sopra un unico soggetto da autori che attingevano la materia storica delle poetiche narrazioni alla medesima fonte e che erano tutti siciliani e perciò intenti, per quell’amore delle cose riguardanti il paese ove si è nati, cresciuti e educati, a illustrare le sicule glorie.

Poco si può osservare riguardo alla tela generale dei poemi, chè essa il più delle volte è servilmente imitata da quella della Gerusalemme liberata specialmente nei poemi secentistici.

Il poeta concentra quasi sempre l’azione principale attorno ad una città, sia Palermo, Messina, Catania, Trapani o Girgenti la quale è pure sua terra natale. I musulmani sono assediati in essa dai cristiani guidati dal conte Ruggiero, al quale talvolta si aggiunge Roberto Guiscardo.

Si sottraggono al comune contagio i poemi del Vitali e del Vigo.

[72]

Nella Sicilia liberata non abbiamo azione principale, ma invece una serie di battaglie e di avventure romanzesche che ricordano situazioni del Boiardo e dell’Ariosto; nel Ruggiero troviamo pure battaglie che si succedono l’una all’altra, descritte storicamente, senza che alcuna sia decisiva.

L’eroe principale è sempre Ruggiero, egli compie prodigi di valore sovrumano, dei quali del resto si trovano i germi nel suo apologista Malaterra, ma talvolta la sua figura diviene fredda e convenzionale, quasi un pius Aeneas, mentre spicca di più uno dei nipoti, Serlone, Boemondo o Tancredi.

Ma le particolarità del ciclo epico normanno, sono come abbiamo già detto, quelle che si riferiscono alla Sicilia.

Quindi se in essa epopea corrono spesse fiate le solite descrizioni dell’inferno‍[166] (Balli, c. XXI, st. 1-170; Reitani, c. III, st. 6-38; Vitali, c. III, st. 3-17; Vigo, c. IX. st. 1-26), gli è perchè l’entrata dell’abisso infernale è ordinariamente il cratere dell’Etna (Vitali, c. III, st. 18: Vigo, c. IX, st. 26)‍[167] e dell’Etna abbiamo descrizioni specialmente in istato d’eruzione, le quali quasi sempre sono imitate dal gran modello vergiliano‍[168] (Balli, c. XXI. st. 1; Reitani, lib. II, st. 40-41; Vitali, c. XVI, st. 97: Vigo, c. IX, st. 27-37 e c. XVII st. 28-30).

Quindi spesse volte ricorreranno pure le avventure di Ulisse e Polifemo narrate distesamente nel Reitani Spatafora [73] (lib. IX, st. 26-47 e lib. XIII), mentre nel Vitali sono appena accennate (c. XIV, st 21-41)‍[169], la descrizione del fenomeno della fata Morgana che è scientificamente spiegato nel Vitali (c. I, st. 90-117; c. XVI, st. 61-66) e nel Vigo (c. XV, st. 18-23), mentre nel Reitani diventa una specie di Sibilla Cumana‍[170].

Ma più importante è il fatto già più volte avvertito che la fonte principale dalla quale i poemi epici del ciclo normanno attinsero la materia, sia storica, sia leggendaria della loro narrazione è l’Historia sicula del Malaterra.

È inutile che mi trattenga a mostrare che la tessitura generale dei poemi è modellata secondo la suddetta cronaca; ciò diventa subito manifesto ad un semplice confronto tra il breve sunto che ne abbiamo dato e il Malaterra.

M’intratterrò piuttosto di alcuni episodi che ci mostreranno come i poeti dell’epopea normanna attingano, anche nelle particolarità, ad essa fonte.

Il Vigo ci rappresenta una giovinetta cristiana, la quale, fuggendo i saraceni, cade rifinita dalla stanchezza, nè può più rialzarsi. Allora l’amante che l’accompagnava la uccide per non farla cadere in preda ai nemici, e poi si trafigge con la spada, cadendo esanime vicino l’amata‍[171].

Nel Vitali abbiamo un episodio identico. Solamente, invece di essere una giovinetta cristiana uccisa dall’amante, è una donzella saracena uccisa dal padre, il quale non muore, ma vuole vivere per vendicarsi‍[172].

[74]

Gli è certo che il Vigo ebbe presente il Vitali nel suo episodio, ma si potrebbe affermare con eguale certezza che pose mente al passo del Malaterra‍[173] ch’era la fonte del Vitale. In esso si narra che dopo la presa di Messina per parte dei Normanni, un giovane saraceno dei più nobili, uccise la sorella che non aveva più forze per fuggire, affinchè non cadesse in mano ai nemici.

Così l’episodio del brettone Evisando che salva la vita al conte Ruggiero in Taormina, narrato dal Malaterra in rozzi versi latini‍[174], fu imitato dal Vitali‍[175] col nome mutato in Evisardo e dal Vigo che fa succedere il fatto alla battaglia navale di Siracusa‍[176].

Il Vitali e il Vigo‍[177], descrivendo la battaglia di Misilmeri, narrano che i Normanni appesero al collo delle colombe che gli Arabi avevano portato in Misilmeri per annunziare a Palermo la sconfitta dei Normanni biglietti ov’era scritta notizia della vittoria dei cristiani.

L’episodio è preso dal Malaterra (lib. II, cap. 42). ove «columbae Panormi suos victos nuntiant».

La morte di Serlone per tradimento di Brachino nel Balli (c. XVIII, st. 74 sgg.), di Ibraimo nel Vitali (c. XXV, st. 57 sgg.), di Braclemo nel Vigo (c. XII, st. 50-73) hanno per fonte comune l’uccisione di Serlone per mano di Brahen nel Malaterra (lib. II, cap. XLVI).

Anche il Reitani Spatafora, che meno d’ogni altro attinge alla materia storica per il suo poema, ci narra‍[178] [75] che, andando il conte Ruggiero con un’armata navale ad oppugnare Messina, cominciò a scatenarsi una grave tempesta che si sedò solo quando il Genio di quelle acque tranquillò il mare. Or è certo che il Reitani ebbe mente all’Eneide‍[179], ma verosimilmente prese pure visione del cap. VI lib. II del Malaterra, ove si narra che quando il conte Ruggiero navigava verso Messina, ebbe a soffrire una tempesta che fu sedata da S. Antonio, al quale aveva consacrata la preda che avrebbe fatta.

Tuttavia qui ci si affaccia una questione. I cantori dell’epopea normanna attinsero direttamente all’Historia sicula, oppure a compilazioni storiche tardive, che trassero la narrazione del periodo della conquista normanna dal Malaterra, come la storia di Sicilia di Tommaso Fazello‍[180]?

Il Malaterra, come ognuno sa, fu stampato la prima volta dal Surita in Spagna nel 1578‍[181], la seconda dal Caruso nel 1723 nella sua nota e divulgata Biblioteca Historica Regni Siciliae. Ora è naturale supporre che, data la difficoltà di procurarsi la prima e abbastanza rara edizione, i poeti del ciclo normanno sino al secolo XVIII attingessero la materia dei loro canti alla divulgatissima storia del Fazello, mentre nel secolo XIX, in cui la cultura cominciò ad estendersi largamente, preferirono di attingere al Malaterra, come Lionardo Vigo che introdusse nel suo poema il cronista benedettino come personaggio, dandogli la figura di un Pier l’eremita. Comunque gli è certo che, o direttamente o indirettamente, la sola fonte storica del ciclo epico normanno fu la cronaca del monaco benedettino.

[76]

CAPITOLO V. Leggende religiose e poesia popolare.

Mentre nell’alta Italia le memorie municipali sono le più parte favolose, in Sicilia la cultura della storia locale e le ricerche pazienti degli eruditi dal quattrocento ai giorni nostri si può dire che abbiano tolto la scarsa platina leggendaria che si era formata. E noi appunto andremo raccogliendo queste poche reliquie locali, informate quasi sempre a sentimento religioso.

Le leggende sulle feste popolari religiose di Sicilia che affermano, per dirla con un dotto folklorista‍[182], «la esistenza e la localizzazione in Sicilia d’un ciclo arabo-normanno, perchè si riferiscono a quell’epoca gloriosa», possono ascriversi a tre categorie: ad una prima quelle riguardanti S. Giorgio; ad una seconda quelle relative all’intervento della Madonna nelle battaglie arabo-normanne; ad una terza ascriveremo quelle memorie e leggende locali estranee a S. Giorgio e alla Madonna.

Un fatto al quale più volte abbiamo accennato, è l’apparizione di S. Giorgio alla battaglia di Cerami, descritta dal Malaterra, dall’Anonimo Vaticano e da Simone da Lentini‍[183], e che poi diventò episodio caratteristico dei poemi del cielo normanno.

[77]

Mentre durava feroce la battaglia di Cerami e la vittoria da un pezzo indecisa stava già per voltarsi a favore dei musulmani più numerosi, a un tratto apparve un cavaliere splendidissimo, dalle armi scintillanti, su un cavallo bianco, agitando un bianco vessillo, sulla cui cima risplendeva fulgida la croce, e che, come se uscisse dalle schiere dei cristiani, irrompeva ov’erano più fitte le orde nemiche. I normanni, credendo che il cavaliere fosse il glorioso S. Giorgio, ripresero ardire e si scagliarono di nuovo contro i saraceni; Ruggiero con un colpo di lancia passò da parte a parte il capitano musulmano, e l’esercito infedele si disperse come nuvola dissipata dal vento‍[184].

Il Muratori‍[185], il Di Blasi‍[186] e l’Amari‍[187] credono che tale fatto sia una mera fioritura retorica del Malaterra. Il Palmeri‍[188] dice che i soldati normanni entusiasmati dal sentimento religioso poterono facilmente scambiare Ruggiero per S. Giorgio e ciò bastò per renderli invincibili; [78] ma più probabilmente sarà stata allucinazione dei combattenti, allo stesso modo che apparizioni consimili appaiono frequentemente nelle guerre dei Crociati‍[189], allo stesso modo che bastò nella battaglia di Legnano ch’uno dicesse di aver veduto bianche colombe svolazzare attorno all’asta del carroccio a far sì che tutti vi credessero e diventassero invincibili‍[190].

Tale leggenda si è perpetuata sino al giorno d’oggi. Si [79] narra dal popolo di Cerami come tradizione antichissima che il Conte Ruggiero nella famosa battaglia che ebbe con i Saraceni nei pressi del paese, all’avvicinarsi dell’esercito nemico fece cantare il Vangelo in quella contrada che ancora oggi è chiamata Evangelio, quindi si trincerò in una contrada, che ora è denominata Ruggieri, situandosi dinanzi al campo di Canciri, capo dell’esercito saraceno, che era posto non lontano da quella fontana che d’allora in poi prese il nome di Canciri. Venuti i due eserciti alle mani, le milizie cristiane, inferiori di numero, s’andavano lentamente ritirando verso le colline, chiamate ora dell’Annunziata e Pizzuta, per potersi difendere in luogo più vantaggioso. Il conte Ruggiero volse allora fervorose preghiere verso S. Michele e S. Giorgio, suoi protettori e i due santi comparvero subito ad incoraggiare l’esercito normanno. I cristiani, rinvigoriti alla vista di quella meravigliosa apparizione, si slanciarono con raddoppiato ardore contro i nemici, che in un baleno furono sconfitti, lasciando sul campo tutto il loro bagaglio e una quantità di cadaveri così grande che il luogo di quella sanguinosa battaglia prese il nome di milione. In memoria di tale fatto furono erette le chiese di S. Michele e S. Giorgio ancora esistenti‍[191].

È notevole pure la tradizione che si ha a Modica intorno l’origine della chiesa di S. Giorgio, cattedrale della città. È leggenda ch’essa sia stata costruita nel III secolo dell’era volgare e che avesse il nome di S. Croce. Ma quando il conte Ruggiero liberò Modica dai saraceni, per riconoscenza al santo, il quale era comparso in suo favore [80] in una battaglia del 1090, mutò in S. Giorgio il primitivo nome della chiesa‍[192].

Un’altra leggenda sopra S. Giorgio somigliante a quella di Cerami e alla tradizione modicana ci è stata tramandata da Vincenzo Auria‍[193]. Il re Ruggiero veniva per mare a Cefalù, quando fu colto da una grave tempesta che lo mise in pericolo di vita. In tale frangente si rivolse fiducioso al suo protettore S. Giorgio, e questi subito gli apparve e sedò le onde del mare. Arrivato a Cefalù, il re fece erigere un tempio, che volle dedicare al santo liberatore‍[194].

Noto infine che la festa di S. Giorgio e S. Giovanni Battista nelle due Raguse è, secondo il Pitrè‍[195], di origine normanna, e che la chiesa di S. Agata, cattedrale [81] di Catania, fondata dal conte Ruggiero, era dedicata prima a S. Giorgio.

Le leggende suesposte hanno, come chiaramente si vede, molti punti di attinenza tra di loro: apparizione di S. Giorgio al conte Ruggiero (nella leggenda cefalutana al re Ruggiero), salvamento di questo da un grave pericolo e fondazione di una chiesa dedicata al santo.

Si affaccia ora naturale la domanda: può la leggenda della cronaca del Malaterra avere influito sulla formazione di queste? Prescindendo dal fatto che la pretesa apparizione avvenne, secondo il Malaterra, solo a Cerami e non in altre battaglie arabo-normanne, non è naturale che le leggende e le feste popolari abbiano origine dai cronisti, ma da un fatto creduto reale, perpetuatosi nell’immaginazione popolare.

È più probabile l’opinione che alla battaglia di Cerami i Normanni avessero fede nell’apparizione di un bianco cavaliere (nulla vieta il credere che tra i guerrieri normanni ce ne fosse uno vestito di bianco) identificato da loro con S. Giorgio, e che tale fatto, ingrandito dalla superstizione di quei tempi, facesse germogliare molte altre leggende delle quali alcune sono pervenute sino a noi, sia tali come si formarono, sia trasformate e modificate dal tempo, ma nelle quali si può sempre riconoscere la parentela e la medesima origine.

E ciò vedremo meglio in altre tradizioni siciliane religiose d’origine normanna.

Tra le feste popolari religiose di Sicilia che si fondano su leggende riferentesi all’intervento della Madonna nelle battaglie tra saraceni e normanni, prima per ordine d’importanza è la festa della Madonna delle Milizie in Scicli‍[196].

[82]

La tradizione popolare vuole che in un venerdì di marzo del 1091 in una battaglia tra sciclitani e musulmani comparisse per preghiera dei cristiani una donna bellissima vestita di bianco su un candido destriero con una spada fiammeggiante in mano e circonfusa da una candida nuvoletta. Era la Madonna che veniva in soccorso ai suoi fedeli con un esercito normanno, capitanato dal conte Ruggiero‍[197]. I Saraceni, sbigottiti dall’apparizione e dall’inopinata venuta del duce normanno, furono sconfitti in un baleno; e in ricordo di tale meravigliosa comparsa Ruggiero fece innalzare un tempio e gli Sciclitani ogni anno commemorano il miracolo con una finta battaglia.

Una leggenda somigliante si racconta a Canicattì a proposito della festa della Madonna, che si solennizza ogni anno la Domenica in Albis. L’istituzione di questa festa, secondo la tradizione, rimonta a Ruggiero il Normanno per ricordo dell’apparizione della Vergine in una battaglia contro i saraceni e della vittoria che conseguì il [83] conte su di essi; e, dice il Di Martino credesi‍[198]. «che abbia fatto scolpire una statua della Madonna nell’atteggiamento che gli apparve e ch’io ho visto nella chiesa maggiore di Ravanusa»‍[199]. È degno di nota nella processione della festa che i frati che accompagnano la statua della Madonna portano alabarde foggiate all’antica; e eran quelle, almeno per ciò che me ne han detto, tolte dal conte Ruggiero agli arabi che signoreggiavan quì».

Altri ricordi ci danno testimonianza che la leggenda dell’intromissione della Madonna nelle battaglie arabo-normanne è diffusa in tutta la Sicilia.

Il padre Ottavio Caietani ci racconta una leggenda a proposito della cosidetta Porta della Vittoria per la quale Ruggiero sarebbe entrato in Palermo‍[200]. È fama che la Vergine spiegando un vessillo mostrasse al conte la porta per la quale poteva entrare in città, e per commemorare tale miracolo fosse stata dipinta sulla porta la Madonna portante una bandiera con un’iscrizione latina. Oggidì, a testimonianza dell’Amari‍[201], si vedono ancora in quel luogo gli avanzi di una porta e «una Madonna col Bambino e una bandiera, immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi all’XI secolo».

Di poi, mentre lo stesso Ruggiero assediava una fortezza situata su un colle chiamato ancora Sarraceno, le milizie [84] normanne furono prese da grandissima sete. Il conte volse preghiere alla Vergine, e di nuovo questa si mostrò al supplicante e aprì una scaturigine d’acqua viva preannunciandogli la vittoria sui nemici. In quel luogo Ruggiero fondò un tempio alla Madonna.

E afferma il Caietani di aver visto una delle monete che furono coniate in questa circostanza, avente da una parte Ruggiero a cavallo «humero gestans pendulum ex hasta vexillum» e dall’altra la Madonna con il bambino involto in fasce.‍[202]

È uso a Messina il 15 agosto (festa dell’Assunta) di portare in giro un cammello, un gigante, una gigantessa e una bara. Il cammello, a testimonianza del Mongitore, è condotto per le strade «in memoria del Conte Ruggiero che scacciando i Saracini da Messina entrò trionfante in città sopra un camelo‍[203]». Tale festa è davvero tipica del genere per quella strana mescolanza di ricordi sia dell’epoca gloriosa dei normanni, sia di colossi dell’antichità d’origine probabilmente mitica, e il Pitrè la giudica «in ordine a folklore la prima di tutta la Sicilia‍[204]». [85] In quanto alla tradizione (quale c’è stata riportata dal Bonfiglio, dal Samperi, dal Reina, dal Mongitore e da altri) si dice che il conte Ruggiero conquistò Messina nel 1060 per l’intervento della Madonna e combattendo sotto la sua immediata protezione potè vincere i Saraceni ed «obbligare i giganteschi dominatori della città, Grifone e Mata, ad assistere al suo trionfo‍[205]».

In conclusione abbiamo un nucleo abbastanza importante di leggende e di feste popolari intorno l’intervento della Madonna nelle battaglie arabo-normanne. Esse probabilmente derivano da un’unica fonte, dalla quale forse avranno pure preso origine le leggende sull’intromissione di altri santi nella guerra di conquista della Sicilia.

In Gratteri, secondo la tradizione, S. Giacomo intervenne in un combattimento tra normanni e saraceni nel giorno della sua festività, e per le preghiere del conte Ruggiero volse le sorti della battaglia a favore dei cristiani‍[206]. Lo stesso S. Giacomo, invocato dal Conte Ruggiero mentre assediava la fortezza di Erice, venne in suo aiuto «equo albo incendens, rubeo pallio indutus, prae manibus accipitrem gestans‍[207]» e, per rendere omaggio al santo, il duce normanno cambiò in Monte S. Giuliano l’antico nome di Erice‍[208]. A Caltagirone si narra che il conte Ruggiero entrato vittorioso nel 1090 per una porta detta ancora porta del conte, fondò il tempio di S. Giacomo per ringraziare il santo di una vittoria ottenuta sopra i [86] Saraceni‍[209]. Un Sant’Elia comparso con la spada fiammeggiante ad incoraggiare i normanni che assediavano il castello di Troina è ricordato in un manoscritto troinese del principio del settecento‍[210], e in omaggio al santo il conte Ruggiero fece fabbricare un tempio sul luogo dell’apparizione, come anche un altro tempio fece erigere a S. Michele che era comparso pure per scacciare i saraceni‍[211].

L’elemento comune a tutte le suesposte leggende è l’intervento celeste, sia di S. Giorgio, sia della Madonna, sia di S. Giacomo, sia di S. Michele o di S. Elia nella espulsione dei saraceni della Sicilia e la fondazione di un tempio dedicato ad esso santo. Il messo celeste è vestito di bianco e cavalca un bianco cavallo o è circonfuso di una candida nuvoletta e tiene in mano sia una croce, sia un vessillo, sia una spada fiammeggiante.

A me pare sia molto probabile che tutte queste leggende abbiano origine dalla credenza di un intervento [87] celeste alla battaglia di Cerami, cominciato a diffondersi sul finire del secolo XI e della quale abbiamo testimonianze nel Malaterra, nell’Anonimo Vaticano, in Simone da Lentini e in reliquie viventi della leggenda a Cerami.

Coll’andare dei secoli, perdurando viva nel popolo la memoria delle battaglie combattute contro i musulmani, ogni singolo paese volle localizzare vicino a sè tale leggenda, e quindi fu creata una battaglia a Scicli (niuna testimonianza attestandocene l’esistenza sia nei cronisti contemporanei o posteriori, sia nelle ricerche storiche più illuminate e laboriose come quelle dell’Amari); si creò un’altra battaglia a Gratteri e a Canicattì. Naturalmente nelle città dove già era avvenuto storicamente qualche combattimento o assedio, nulla era più facile di addebitare la vittoria a qualche intervento celeste, così a Messina, a Troina, a Palermo‍[212].

Abbiamo poi una classe di tradizioni popolari indipendente dall’intervento celeste nella venuta dei Normanni in Sicilia.

Racconta la tradizione che papa Niccolò II diede in Aquila al conte Ruggiero uno stendardo di seta sul quale era l’immagine della Madonna dipinta da S. Luca. Tale dono prezioso Ruggiero affidò a Plutia (Piazza Armerina) e i Piazzesi collocarono il vessillo in un quadro sull’altare maggiore della chiesa dedicata all’Assunta. E in ricordo di questo fatto glorioso la festa dell’Assunta si apre con una storica cavalcata che vuole rappresentare [88] l’entrata di Ruggiero in Piazza. I cavalli sono bardati alla foggia normanna e uno dei cavalieri, il più anziano, funge da conte Ruggiero, portando il vessillo, copia di quello anticamente donato dal duce normanno‍[213].

La prima domenica di giugno a Troina nella strada Conte Ruggiero si fa pure una storica cavalcata, che, secondo alcuni, ricorda la conquista di Troina per il conte Ruggiero nel 1061‍[214].

La presa del castello di Troina è narrata pure dal popolo con particolari leggendari e in tre versioni differenti‍[215]. Si racconta che il conte Ruggiero, dopo alcuni infruttuosi assalti, avesse mandato di nottetempo al sud-est di Troina branchi di capre con lanterne attaccate alle corna e alcuni trombettieri, mentre egli assaliva la città dalla parte nord-ovest, spoglia di difensori accorsi all’altra parte per respingere il creduto assalto. Secondo altri fu invece una vecchia che insegnò al conte la via di penetrare nel castello per alcuni sentieri nascosti. Una terza versione infine‍[216] narra che il castello fu preso per tradimento di un certo mugnaio, accompagnato da un cane che di nottetempo provvedeva la rocca di viveri entrando per la porta di Baglio[217].

[89]

Ma se fiorenti e numerose sono le leggende e le feste popolari religiose, quasi nulli sono invece i ricordi della venuta dei Normanni nella poesia popolare.

Parrebbe il contrario se stiamo alla raccolta dei canti popolari del Vigo‍[218], poichè in essa sono due canti che parlano del conte Ruggiero. Nel 1857 Luigi Capuana mandò come canto popolare di Mineo a L. Vigo, il quale allora stava raccogliendo i Canti popolari siciliani la seguente poesia:

Bedda, ch’aviti picciulu lu pedi,

D’oru e d’argentu la scarpa v’hè fari

Si vi scuprissi lu conti Ruggeri

Ca di lu pedi s’avi a ’nnamurari.

Pigghiatimi lu ’ncensu e lu ’ncenseri

Mintitimi la bedda ’nta ’n’ artari;

Nenti fazzu pri tia, me duci beni,

Comu ’na santa ti vogghiu adurari‍[219].

Il canto parlava di un conte Ruggiero vivente e il Vigo credette da ciò inferirne l’antichità della canzone. Strombazzò la sua scoperta a destra e a sinistra sì che Emerico Amari nel settembre ’59 gli consigliava di pubblicare subito il canto, se autentico‍[220]. Michele Amari, cui il Vigo diede conoscenza del canto gli scriveva «badate bene [90] che quello della vostra poesia sia l’identico Ruggiero ibu-Tankrid di Hautville e non qualche conte di Mineo non so di quale secolo, che per avventura si fosse chiamato anche Ruggiero. Non ci innamoriamo perdutamente di subbietti scelti‍[221]».

Ma il Vigo, pur di avvalorare la sua ipotesi, decise di falsare il canto e mutò il terzo verso in

Si vi scarisci Gran Conti Ruggeri

Ca di lu pedi ecc.

e con questo lieve cambiamento stampò la strofe nella Raccolta amplissima dei canti popolari siciliani[222].

Un’altro canto riguardante Ruggiero‍[223] secondo affermazione stessa del Vigo è di data recente e composto dal contadino Cosmo Mirabella mazzarese, il quale fu ispirato da una statua di marmo che trovasi dinanzi la porta maggiore della cattedrale di Mazzara e rappresenta il conte Ruggiero armato di tutto punto che calpesta sotto le zampe del cavallo un saraceno‍[224].

[91]

Tuttavia se i canti del Vigo sono apocrifi, sembra sia autentica una leggenda popolare in poesia raccolta a Salemi dal Salomone Marino‍[225], la quale, benchè lacunosa e storpiata, ha importanza perchè ci pone dinanzi un bel fatto del conte Ruggiero, del quale però non si ha alcun [92] ricordo presso i cronisti. «È una madre che, piangendo, intercede presso il Gran Conte onde campi da morte l’unico suo figlio, destinato all’estremo supplizio per infedeltà e tradimento fatto a tre cavalieri normanni». Ruggiero con nobilissimo atto libera il figlio e dà oro alla sconsolata madre:

Partiti, donna, e cu tia lu figghiu,

oru e cunsolu ti duna Ruggeri,

ca chista è la vengia che mi pigghiu,

lùcinu sempri li nostri banneri‍[226].

E qui facciamo punto.

Altri potrà aggiungere nuova suppellettile di tradizioni poetiche o popolari a quelle ch’io ho raccolte‍[227], a me [93] basta aver provato l’esistenza e la localizzazione in Sicilia di un ciclo, cui diede origine la venuta dei Normanni nell’isola, e che non potè per diverse cause‍[228] raggiungere un più alto sviluppo.

La tradizione poetica e quella popolare del ciclo siculo-normanno si svolsero parallelamente per il corso di otto secoli senza confondere mai le loro acque; la prima, fredda cronaca versificata nel medio evo, esercitazione retorica dopo il cinquecento, non attinse mai alle sorgenti fresche della tradizione popolare, mentre questa, a stento comparente nella vasta elaborazione leggendaria dell’età di mezzo, stagnata poi in tradizioni locali religiose, non potè mai svolgersi e manifestarsi rigogliosamente.

Chè, se mano mano che ci allontaniamo dal secolo XI le tradizioni si vanno facendo più vive e numerose, gli è perchè le testimonianze sono più abbondanti per l’accrescersi della cultura, e perchè, mentre s’illanguidiva il ricordo degli orrori della guerra di conquista, le istituzioni ecclesiastiche riferentesi all’epoca normanna contribuivano a tenere sempre viva nella fantasia del popolo la memoria del conte Ruggiero.

Nella letteratura riflessa poi il ciclo siculo-normanno seguì le sorti della letteratura siciliana; fioritura retorica riboccante di secentismi nel secolo XVII, si innalza nel settecento col vernacolo di Giuseppe Vitale, e nel secolo XIX diventa frutto di arte fortemente meditatrice e di cultura storica.

Ma questi poemi restarono opera morta e se ebbero [94] una parvenza di vita nel tempo in cui furono prodotti, dormirono poi l’oblìo secolare sugli scaffali polverosi delle biblioteche, e le feste e le leggende popolari religiose riferentisi all’epoca normanna vanno sempre più illanguidendo e diminuendo d’interesse, e fra non molto scompariranno affatto sotto l’influsso della civiltà, che, sviluppandosi potente, va dissipando nel popolo le superstizioni.

[97]

APPENDICE BIBLIOGRAFICA

1. Guilielmus Apuliensis.

Op. Guiliemi Appuli Historicum Poema De rebus Normannorum in Sicilia, Appulia et Calabria gestis, Usque ad mortem Roberti Guiscardi Ducis scriptum ad filium Rogerium.

Per i codici, edizioni e scritti illustrativi rimando al RoncaCultura medievale e poesia latina d’Italia nei secoli XI e XII. Roma, 1892, II. 34-35. Per notizie delle copie dei codici principali vedi Le fonti della storia delle province napolitane dal 568 al 1500 di B. Capasso con note del D.r Oreste Mastrojanni. Napoli, 1902, pag. 85-86. Aggiungi però una copia ch’io ho avuto occasione di esaminare nella Bibl. Comun. di Palermo. È un ms. cartaceo del sec. XVI-XVII in fol. di carte 100 non num. segnato Qq. D. 46. Un’altra copia è nella Bibl. nazion. di Palermo.

Riguardo l’edizione principe condotta da Giovanni Tiremeo sul codice Beccohelvino, il Ronca (Op. cit. II, 33) afferma «che non si trova in alcuna biblioteca del continente». Però la Bibl. Casanatense di Roma ne ha un esemplare, colla segnatura A. B. XII 39, ch’io ho potuto vedere. Eccone la descrizione:

Guillielmi | Apuliensis | rerum in Italia | ac regno neapolitano | Normanicarum | Libri quinque | Rothomagi | Apud Richardum Petit, et Richardum l’Allemant | M. D. LXXXII. In-4 piccolo. Precedono «Thomae Faseli de Normanis in Sicilia Iudicium», la prefazione, e «Ad lectorem». Fogli num. 52 più 1 non num. e 3. in principio num. 1, 5, 4.

Aggiungi alle edizioni la seguente di cui il Ronca non ha notizia:

I | Normanni | Poema storico | di Guglielmo Pugliese | Cronache e Diplomi del secolo XI e XII | Traduzione dal latino | [98] con note e prefazione | Lecce | Tip. Garibaldi | di Flascassovitti e Simone | 1867. In-16.

Forma il primo volume della Collana di opere scelte edite e inedite di scrittori di Terra d’Otranto diretta da Salvatore Grande che è pure l’autore della traduzione. Pagg. XIX-294 più 2 in fine non num. e 4 num. partitamente.

2. Gaufredus Malaterra.

Op. Roberti Viscardi Calabriae ducis, et Rogerii ejus fratris Calabriae, et Siciliae ducis Principum Normannorum, et eorum fratrum rerum in Campania, Apulia, Brutiis. Calabris, et in Sicilia gestarum libri IV. Auctore Gaufredo Maleterra Monacho Rogerij ipsius hortatu.

Per i codici e le edizioni vedi Ronca — Op. cit. II, 34-35 e Capasso — Op. cit. p. 82.

Nella Biblioteca Ventimilliana di Catania esiste il seguente codice sconosciuto al Ronca e al Capasso:

De gestis Rogerii Normandi comitis in acquirendo sicilie regem librj quatuor descripti ex vetustissimo codice manuscripto ac alacerato, et cuius codicis plures paginae desiderantur, in principio VII: in quo scriptum continebatur totum primum caput et maxima pars secundi capitis primi libri item alia pagina ex.

Segnato N. 97; in-4. cartaceo: sec. XVI, di fogli 97. Per l’illustrazione di questo codice v. Sul vero titolo di un antico Manoscritto della Biblioteca Ventimilliana Lettera del can. Stefano Tosto al signor Agostino Gallo a pag. 41-49 del Giornale del Gabinetto letterario dell’Accademia gioenia. Catania, Fr. Sciuto, 1839. t. IV.

L’Istituto storico italiano ha deciso di pubblicare un’edizione antica del Malaterra che è stata affidata al bar. R. Starrabba; un’altra edizione, affidata a me ed al mio amico F. Marletta, sarà pubblicata nella nuova edizione del Rerum Italicarum Scriptores del Muratori a cura di Giosuè Carducci e di Vittorio Fiorini.

3. Iubilatus Chorearum in transitu foelicis comitis Rogerij, et Venerabili Imberto Abbati satis placitos, et praesentatus sibi in hac Visitatione Ecclesiae Mohac, ubi cum magnitate fecit Pontificale.

Pubblicate in

I. Placido CarafaInsitium historicorum ad annalis Siculiae, [99] in quo patritii motucensis Ioannis Antonii Nigri archipresbiteri admodum dignae insignis capitularis Ecclesiae divi Petri summa exemplaritas religionis conspicuitas, gestorum magnitas, morum candor, doctrinae celebritas, mirabilis charitas, vita, et mors describitur. Panormi, typis Nicolai Bua, 1655.

II. Placido ReinaDelle notizie istoriche della città di Messina. Seconda parte. In Messina. Nella stamperia dell’Ill. Senato, per Paolo Bonacola, 1668, pag. 27-28.

4. Maraldus.

Scrisse versi latini in onore di Ruggiero pubblicati in

I. PuliniProspetto della Storia dei Certosini.

II. Acta Sanctorum, mese d’ottobre, vol. III. Editio altera. Bruxellis, 1857, pag. 656 sgg.

III. Alcuni versi sono riportati dall’AmariStoria dei Musulmani cit. III. 196.

5. Palermo | Liberato | del Cavalier Tomaso Balli | Gentil’huomo Palermitano | Al Serenissimo | Gran Duca di Toscana | Cosimo Secondo | Con licenza de’ Superiori, et Priuilegij | In Palermo, | Appresso Gio. Battista Maringo M. DC. XII. In-4.

Precedono: la dedica al Serenissimo Gran Duca di Toscana Cosimo Secondo, una lettera dello stesso all’autore, l’approvazione di Ottavio Rinuccini, Francesco Venturi, Iacopo Soldani Accademici Alterati; un’altra lettera di Cosimo II che permette la stampa del poema, un sonetto dell’autore al medesimo Cosimo II, la dedica del dottor Blasco Ioppulu all’Illustrissimo Senato della Città di Palermo e gli Errori notabili della stampa. Il poema consta di trenta canti. Pagg. 348 più 11 non numerate in principio.

6. Vito Sorba — Poema heroicum de Sicilia liberata a comite Rogerio.

Cfr. Mongitore. — Bibl. sic. II, 299.

7. Il Ruggiero ovvero la Sicilia liberata, poema eroico di Giuseppe Munebria.

Restò ms. Il solo canto VII fu stampato nel vol. I dell’opera dello stesso La Musa Risvegliata, Messina, presso gli eredi di Pietro Brea, 1656. Cfr. MongitoreBibl. sic. I, 394.

[100]

8. Ruggeri trionfante, poema eroico di Francesco Morabito.

Restò ms. Cfr. Mongitore. — Bibl. sic. II. 230. Se ne pubblicarono frammenti e precisamente c. I st. 54-63; c. II (?) st. 12-15; c. XIII st. 31 e 37; c. XV st. 91-93 in

Confutatione | della | Genealogia de Conti di Geraci | Addotta dal Pirri nella Cronologia | de’ Re di Sicilia l’anno MDCXLIV | E prodotta nel Tribunale della Gran Corte. Sede plena di Sicilia nel MDCXCII | Come che sia il più solido fondamento da fabricarui sopra la successione | delli Feudi del medesimo Contado a favore Delle Femine | Opera dell’Insensibile | In Venetia. Per lo Pezzana. MDCXCII. | Con licenza de’ Superiori. In fol.

L’autore è Ruggiero Ventimiglia. Pagg. 96 più 4 in principio non num., 40 in fine non num. e tre tavole di stemmi della casa Geraci.

9. Il | Rogiero | in Sicilia | Poema heroico | di | D. Mario | Reitani Spatafora | Dedicato | alla Sacra Real Maestà | di Giuseppe | Rè de’ Romani | Apostolico, Pio, Pannonico, Getico | In Ancona, Per Nicolò Navesi, 1698 | Con licenza de’ Superiori. In-12.

Precede la dedica; indi Al Lettore; la Nota de i Nomi de i Personaggi mentionati nel Libro Decimo e le Correttioni. Pagg. num. 580 più 10 in principio num. alla romana e 4 non numerate. Il poema è composto di 20 libri.

10. La | Sicilia liberata | Poema | eroicu sicilianu | Di lu ciecu | Ab. D. D. Giuseppi Fideli | Vitasi, e Salvu di Ganci | Opera Postuma | Palermu | Pri li stampi di Vicenzu Lipomi | 1815 | A spisi di lu stissu, e cu li soi propii caratteri. Voll. 5 in-32.

In fine del primo volume sono le Notizie relative alla vita dell’autore. Il poema consta di trentatre canti. Pagg. 220, 231, 234, 237, 239.

11. Melii Govanni. — Piano sommario dei primi sette canti di un poema sull’assedio di Palermo fatto dal conte Ruggiero.

Ms. della Bibl. comunale di Palermo del sec. XVIII. in fol.: segn. 4 Qq. D. 3. c. 35.

[101]

12. Lo scudo di Ruggiero. Canto del sac. Gio. Battista Castiglia, prof. di eloquenza latina nella R. Università di Palermo.

Trovasi a pagina 268-277 del Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia. Anno 13. Vol. 49. Palermo, tip. del Giornale letterario, 1835. In-8. Sono 39 ottave.

13. La spada di Ruggiero. Capitolo del sac. Gio. Battista Castiglia, prof. di eloquenza ecc.

Trovasi a pag. 52-56 del Giornale di sc. lett. e arti per la Sicilia. Anno 13. vol. 50. 1835. In-8. Sono 46 terzine più un verso.

14. Giuseppe Ortega. — Il val di Girgenti conservato, canti due. Girgenti, 1829. In-8.

Cfr. Narbone. — Bibl. sicola, IV, 124 e MiraBibl. siciliana, II, 159.

15. Antonino Manciaracina — La Sicilia liberata.

Restò ms. V. a pag. 65-67 del presente lavoro.

16. Benedetto Spataro.

Compose un poema sul conte Ruggiero. Cfr. NarboneBibl. sicola, IV, 125.

17. Il Ruggiero — tentativo epico del cav. Lionardo Vigo.

È il solo primo canto a pag. 142-167 del Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia diretto dal Bar. Vincenzo Mortillaro.

Anno 12. Tomo 47. N. 140. Palermo 1834. In-8.

Precede il canto una lettera di L. Vigo al Bar. V. Mortillaro e un Cenno delle materie contenute nel canto primo del Ruggiero.

Opere | di | Lionardo Vigo | Vol. I | Catania | Stabilimento tip. di C. Galatola | Nel R. Ospizio di Beneficenza. 1865. In-8.

Contiene il Ruggiero. Nell’antiporta è il ritratto di L. Vigo, poi Al Lettore e Prodromo. In fine Indice delle materie. Consta di 20 canti e di 21 liriche. In tutto pagg. 572.

18. Rogerius | sine Panormus Liberata| Drama | Ante distributionem praemiorum | in aula Collegij Panormitani | habitum.

[102]

Ms. adespoto del sec. XVII, legato in cartapecora, cartaceo, in-4, di fogli 50 della Bibl. Ventimilliana di Catania. Segn. mod. 14.

19. Gio. Battista Spinola — Il Rugiero. Rappresentatione Tragimarisatiricomica.

Ricordata da V. Auria. — Dell’origine ed antichità di Cefalù. Notizie historiche. Palermo, Per i Cirilli, pag. 70.

20. I Trionfi | Della Gran Protomartire Catanese | S. Agata | Liberatrice della Patria; | e | Del Conte Ruggiero | (segue una litania di lodi a Ruggiero) | Portati in Scena dalla deuota Penna | Di | Giovan Battista Guarneri | In Cat. nel Palazzo dell’Illustriss. Senato | Per Vincenzo Petronio 1659 | Con licenza de’ Superiori. In-12.

Precede una dedica a S. Agata, un’altra al Senato di Catania, l’Argomento e le Persone Sceniche. Consta di un prologo e di cinque atti. In tutto pagg. 148 più 16 in principio non numerate.

21. Il | Conte | Roggiero | sovrano | della | Calabria Ulteriore | Novella Historica | In Venetia | Appresso Pontio Bernardone Libraro | in Merzaria all’Insegna del | Tempo | M. DC. LXXXVI | Con licenza de’ Superiori e Privilegio.

Voll. 3 in-12. Pagg. (IV)-99, (IV)-94, (IV)-122.

22. Giuseppe Fedele Vitale e Salvo — Il Ruggiero in Sicilia.

Dramma inedito e forse perduto. Cfr. [Andrea Candiloro] — Elogio dell’abb. G. F. Vitale e Salvo. Palermo. Per le stampe di Giordano, 1816, pag. 39.

23. La disfatta de’ Saraceni | oratorio | da cantarsi nel Duomo della antichissima Città | di Chiaramonte | Ricorrendo l’annuo Real Novenario | di | Maria SS. de’ Gulfi | Patrona principale di detta città | In quest’anno 1844 | ecc. ecc. | Calatagirone 1844. Dai torchi di Montalto. In-8

Pagg. 8 non numerate.

21. Gli arabi in Messina | Istorica scenica produzione | in sei quadri ecc. | dell’artista drammatico Vincenzo [103] Pinzarrone | Catania | Stamperia di Giuseppe Musumeci Papale | 1845 | In-8, pagg. 55.

Nello stesso volume fa seguito il Multiforme, capriccio comico del medesimo autore.

25. La Sicilia | all’Undecimo secolo | Romanzo storico di | Giovanni Leni Spadafora | Vittoria | Pei tipi di G. B. Velardi | 1878. In-8.

È la sola prima parte; pagg. 111 più 7 in principio numerate alla romana.


ERRATA-CORRIGE

Pag. 13 rigo 14 Virgilio Vergilio
» » » 18 Virgilio Vergilio
» 14 » primo di nota Id. id. Ronca — Op. e loc. cit.
» 20 » » N. 4. N. 3
» 22 » 5 sospetto sospetta
» 32 » 8 e Sicilia di Sicilia

[104]

INDICE

Prefazione Pag. 5
Capitolo I. — Poesia latina del secolo XI 11
Capitolo II. — Embrioni epici e leggendari nel medioevo 24
Capitolo III. — L’epopea siculo-normanna nei secoli XVII e XVIII 44
Capitolo IV. — L’epopea normanna nel secolo XIX; fonti e caratteri essenziali 59
Capitolo V. — Leggende religiose e poesia popolare 76
Appendice bibliografica 97

NOTE:

1.  I primi due secoli della letteratura italiana. Milano. Vallardi, 1880, pag. 37.

2.  I. La LumiaStorie siciliane. Palermo 1882 v. I, p. 189.

3.  M. Reitani SpataforaIl Rogiero in Sicilia. Ancona 1698 pag. V.

4.  Paradiso XVIII, 31-33.

5.  Ringrazio il prof. Agostino Rossi e il prof. Paolo Savi-Lopez, che benevolmente mi sono stati cortesi di consigli e indicazioni.

6.  V. App. bibliografica, N. 1.

7.  Mon. Germ. hist. del Pertz, IX, 1849, pag. 240.

8.  Lib. I vol. 1-2.

9.  St. della lett. ital. Firenze, 1878, I. 66.

10.  Se pure questi versi, che sono gli ultimi del poema, non sono un’aggiunta posteriore, perchè mancano nel codice più antico.

11.  U. Ronca. — Cultura medioevale e poesia latina d’Italia nei secoli XI e XII. Roma, 1892, vol. I pag. 403-409, ove son notate un gran numero d’imitazioni classiche.

12.  Ronca — Op. e loc. cit.

13.  PertzMon. Germ. hist. IX, 239.

14.  Cfr. Orderico VitaleHistoriae Ecclesiasticae, lib. III in DuchesneHistoriae normannorum scriptores, pag. 479: «Rogerius de Alta-villa filius.... Atros Siculosque et alias gentes in Christum non credentes, quae praefatam insulam devastabant, armis invasit....».

15.  Questa noncuranza e disprezzo ch’egli professa verso i Siciliani, Pugliesi, Napoletani e le altre popolazioni che abitavano il regno delle due Sicilie, ha fatto argomentare a vari critici, e con gran fondamento, ch’egli non sia pugliese, ma normanno di nascita. Il Tiraboschi (St. della lett. ital. Napoli, 1777, III, 269), il Napoli-Signorelli (Vicende della cultura delle due Sicilie, Napoli, 1784, p. 171), il Willmans (Mon. Germ. hist. IX, 239 sgg., e Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde X, 87 sgg.), il Rajna (Romania, XXVI, 1897, pag. 35-36) e il Novati (L’influsso del pensiero latino sopra la civiltà italiana del medioevo. Milano, 1899, pag. 193-194) hanno sostenuto secondo la tradizione l’italianità di Guglielmo, mentre i Benedettini di Saint-Maur (Histoire littéraire de la France VIII, 488), l’Amari (Storia dei Musulm. di Sic. III, 22), il Gaspary (Storia della lett. ital. Torino, 1887, I, 24) e il Ronca (Op. cit. I, 372-373) sono stati propensi, sia assolutamente, sia dubitativamente, a crederlo normanno.

16.  V. App. bibliografica. N. 2.

17.  La Historia Sicula del Malaterra fu fin dai suoi tempi lodata da Orderico Vitale (V. Duchesne, Historiae Normannorum scriptores, p. 483); nel secolo XIV fu volgarizzata da Simone da Lentini perchè era in grammatica scrubulosa et grossa et mali si potia intendere. Questo volgarizzamento pubblicato dal Di Giovanni (Cronache siciliane dei secoli XIII, XIV e XV, Bologna, Romagnoli, 1865,) ometto ciò che si riferisce alle gesta dei Normanni in Puglia.

18.  Nell’epistola al vescovo di Catania.

19.  M. Fon-Giuliano.Memorie paesane ossia Troina dai tempi antichi sin oggi, Catania, 1901, pag. 18-19, il quale riproduce il passo del Malaterra e ne dà la traduzione.

20.  V. su questi versi una lettera inedita di Niccolò Palmeri, in data Termini, 25 agosto 1836, che si conserva ad Acireale nell’archivio privato Vigo. Lettera 329, vol. III dell’epistolario di Lionardo Vigo.

21.  Dei quattro codici che della cronaca del Malaterra sono a noi pervenuti, in tre mancano i versi di cui abbiamo dato notizia; il che potrebbe far congetturare ch’essi siano un tardivo facimento; ma prescindendo dal fatto che essi si rinvengono in uno dei codici pervenutoci (Ventimilliano di Catania), che si trovavano nel manoscritto scomparso da cui il Surita trasse l’edizione principe, e che nel cod. della Nazionale di Palermo manca la parte della cronaca che contiene i versi, la quale però esisteva ai tempi del Caruso, che con tal ms. completò i versi mutili del Surita, non possiamo togliere i versi dalla cronaca del Malaterra, senza rompere la concatenazione logica della narrazione della quale sono parte integrante.

22.  V. App. bibliografica, N. 3.

23.  Delle notizie istoriche della città di Messina, Messina, 1668, pag. 27.

24.  V. App. bibliografica. N. 4.

25.  Su S. Brunone vedi. Mons. Domenico Taccone-GallucciMonografie di Storia calabra-ecclesiastica. Reggio Calabria, Tip. Morello, 1900. Cfr. Arch. stor. ital. 1902, pag. 111-116.

26.  Pubblicato dal Tutini in appendice al Prospectus historiae ordinis carthusiani, Viterbo, 1680.

27.  CapassoLe fonti della storia delle provincie napolitane. Napoli, Margheri, 1902, pag. 89.

28.  Noto ancora che alcuni versi latini si trovano in una «Carta in membrana de donariis factis Episcopo electo Trainensi a Comite Rogerio» del 1087 pubblicata da R. StarrabbaI diplomi della cattedrale di Messina, Palermo, 1876, fasc. 1. pag. 1-2, che un inno latino composto da un compagno di S. Brunone in occasione del battesimo di Ruggiero, figlio del conte Ruggiero, probabilmente quello composto dal monaco calabrese Maraldo, cui accennammo in addietro trovasi in un ms. della Bibl. comunale di Ferrara intitolato «Il Patriano Cartusiano overo vita di S. Brunone institutore dell’ordine cartusiano descritta dal R. P. D. N. N. Monaco Professo della Certosa di Ferrara l’anno 1711». Cfr. Indice dei mss. della civica biblioteca di Ferrara del can. G. Antonelli. Parte prima, Ferrara, 1884, pag. 269 e versi latini in onore di Roberto Guiscardo si leggono nell’Anonimi Vaticani Historia Sicula (ediz. del MuratoriRer. Ital. Script. VIII, 754).

29.  V. D’anconaLa leggenda d’Attila, flagellum dei in Italia in Studi di critica e storia letteraria, Bologna 1880 e Poemetti italiani, Bologna, 1889, p. 167 sgg. dello stesso.

30.  Cfr. lib. II vv. 811 sgg. con La Tavola ritonda, ediz. Polidori, Bologna, Romagnoli, 1880, pag. 305 e 376-77.

31.  DuchesneHistoriae Normannorum scriptores antiqui. pag. 65.

32.  Lib. I, cap. X in Duchesne — Op. cit. pag. 220-21.

33.  Scripta historica Islandorum, Copenhagen, 1835, vol. VI pag. 119-161 e Snorro Sturneson (scrittore islandese del XII-XIII secolo). Heimskringla or Chronicle of the Kings of Norway, versione inglese di Samuele Laing, London, 1844, t. III, pag. 1-6. V. pure un sunto della saga in AmariSt. dei Musulmani di Sic. II, 383-86.

34.  Contributi alla storia dell’epopea e del romanzo medievale in Romania. XXVI, 1897, pag. 35.

35.  lib. II cap. XXX.

36.  lib. II cap. XXXIII.

37.  In PertzMon. Germ. hist. t. VI.

38.  De rerum memorandarum l. III, c. 2. De astutia (Recentiores, Innominatus) in Opera omnia, Basilea, 1581, pag. 436. Interpretando il «non multis retro saeculis» per un trecento anni, possiamo arguire che il Petrarca, o meglio, la sua fonte, ponesse il fatto nel secolo XI, nel tempo, cioè, delle guerre arabo-normanne.

39.  Speculum historiale, lib. XXVI, cap. 17.

40.  Venezia, 1591, pag. 33.

41.  Historia siciliana, Venetia, 1604, Parte prima, p. 168.

42.  Rerum Hungaricarum, dec. II, l. 2.

43.  In PistoriusScriptores, ed. dello Struvio, t. III, p. 97.

44.  Venetia, 1563, pag. 147-148.

45.  Scelta di curiosità letterarie, dispensa CLVIII, Bologna, 1878, pag. 154-5.

46.  Aneddoto storico. Il tesoro di Luigi Marzacchi a pag. 118-124 della Lanterna di Messina. Giornale di scienze, lettere ed arti. Messina, Per Antonino D’Amico Arena, 1846.

47.  Segn. I, II, 15 f. 79 V. Cfr. GrafRoma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882, vol. I, pag. 168, da cui ho tratto parecchie notizie relative alla leggenda.

48.  V. GrafRoma ecc. pag. 167: «la leggenda in questa forma non apparteneva a Roma, ma fu tratta, come avvenne di altre parecchie, entro l’orbita delle leggende romane, dove si ampliò, si abbellì e si legò coi nomi illustri di Gerberto e di Vergilio».

49.  V. ComparettiVirgilio nel medio evo, 2ª ediz. Firenze, 1896, vol. II. pag. 86-88 e i Testi di leggende Virgiliane pubblicati in appendice allo stesso volume.

50.  GrafLa leggenda d’un pontefice in Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo, vol. II, pag. 24-26.

51.  Edizione dell’Oesterley, cap. 107, pag. 438-9.

52.  Id. pag. 667.

53.  Pietro BerchorioReductorium morale, l. XIV, c. 72.

54.  In MuratoriRer. Ital. Script. t. I, parte II, p. 575.

55.  V. la novella di Zobeide delle Mille e una notte, ediz. di Loiseleur (Panthéon littéraire) pag. 100.

56.  Roma ecc. cit. vol. I pag. 176.

57.  Roma nella memoria ecc. cit. pag. 168.

58.  Il libro del secreto della creatura del saggio Belinus (che credesi Apollonio Tianeo). V. SteinschneiderApollonius von Thyana (oder Balinas) bei den Arabern, Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, vol. XLV (1891), pp. 439-46, rimastomi inaccessibile. Cfr. GrafLa leggenda di un pontefice cit. pag. 45 n. 26.

59.  Un esempio l’abbiamo in Giovanni Villani e nel Platina. Il primo (Istorie fiorentine lib. IV, cap. 78) ci narra di seguito due leggende su Roberto Guiscardo; l’una sull’equivocazione del nome Gerusalemme (Per riscontri nell’antichità e nel medio evo v. Graf. — La leggenda di un pontefice cit. pagine 26-27); l’altra su di una strana avventura di Roberto, il quale, smarritosi in una selva, incontra un lebbroso che da lui è aiutato e soccorso fino a condurlo a casa propria e porlo nello stesso suo letto. Il lebbroso era poi Gesù Cristo, che gli appare in visione il dì seguente e dice di esserglisi mostrato in forma di lebbroso per provare la sua pietà. Il Platina nella vita di Leone IX, dopo averci dato la leggenda del ritrovamento del tesoro riferentesi al Guiscardo, ci riporta pure l’apparizione di Cristo, ma attribuita al papa di cui narra la vita.

60.  «Insperatis rebus magnifice peractis affinibus cunctis eminebat, multisque divitiis locuples, incessanter fines suos dilatabat». Duchesne — Op. cit. pag. 584.

61.  G. ParisLa Sicile dans la littérature française du moyen-âge in Nuove Effemeridi siciliane, serie III, vol. II, 1875, pag. 218 e in Romania, V, 1870, pag. 109. Per notizie bibliografiche su questi poemi rimando al NyropStoria dell’epopea francese nel medioevo, trad. Gorra. Firenze, Carnesecchi, 1886, pag. 413 sgg.

62.  G. Paris — Op. cit. p. 111.

63.  Histoire littéraire de la France, t. XXII, pag. 534.

64.  Storia della lett. ital. traduz. Zingarelli, I, 427. V. pure GautierLes Epopées françaises, Paris, Palmé et Welter, I, 215 n.

65.  Pubblicato da Francisque Michel per il Roxburghe Club, Edimburgo, 1873.

66.  GrafAppunti per la storia del ciclo brettone in Giorn. st. d. lett. ital. V, 1885, pag. 90-91 e Artù nell’Etna in Miti, leggende e superstizioni del medio evo, II, 304 sgg.

67.  Una leggenda prettamente normanna si trova nei poemi francesi di Americo di Narbona. V. Gaston Paris — Op. cit. in Nuove Effem. sic. 1875, pag. 218 «une hardie bravade attribuée par la Chronique de Normandie aux envoyés de Robert Guiscart à Constantinople et qui se retrouve dans les poèmes français d’Aimeri de Narbonne mise au compte des envoyés de colui-ci à Pavie, a réellement une origine scandinave, et faisait partie sans doute de l’épopée normanno-sicilienne oú s’étaient fondus, comme il arrive toujours, des éléments antérieurs».

68.  «La fata Morgana est restée populaire dans l’île et a donné son nom au curieux mirage qu’on observe surtout a Messine. Nous avons sans doute ici une vieille legende celtique portée en Sicile pars les Normands». Gaston ParisLa Sicile dans la litt. française cit. pag. 112.

69.  PitréLe tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia pag. 268 in Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, 1889. Vol. I.

70.  E. ModiglianiIntorno alle origini dell’epopea d’Aspremont in Scritti vari di filologia in onore del prof. Monaci. Roma, 1901, pag. 574. Quali siano e che valore abbiano tali elementi il dott. Modigliani deve aver determinato nella sua dissertazione per laurea presentata alla Facoltà filologica dell’Università romana nel 1897 in cui studiò l’evoluzione italiana dell’epopea d’Aspremont.

71.  Tale è l’opinione del prof. Ferdinando Gabotto (Notes sur quelques sources italiennes de l’épopée française au moyen-âge in Revue des langues romanes, X, 248).

72.  Malaterra, lib. I. cap. XIX. V. pure AmariSt. dei Musulmani di Sicilia, III, 51-52.

73.  c. XXVIII, v. 13-14.

74.  V. la 4. ediz. della Divina Commedia riveduta da G. Vandelli, Milano, Hoepli, 1903, pag. 272. Anche il D’Ovidio (Studii sulla Divina Commedia, Palermo, R. Sandron, 1901, pag. 383) crede inopportuna l’interpretazione di coloro che pensano in questo luogo ai Saraceni debellati da Roberto Guiscardo.

75.  Par. c. XVIII, vv. 37-48.

76.  pag. 381-386. Riporto la parte più essenziale della conclusione a pag. 385. «Adunque Roberto è qui santo per avere strappato la Sicilia ai Saraceni; come vi sarebbe di certo per una ragione consimile anche il Cid Campeador, se della storia spagnuola Dante avesse saputo un po’ più che forse non seppe........ Comunque, quel che importa è che alla sua gloria di flagellatore dei Saraceni dovè il Guiscardo la sua gloria al cielo dantesco, non già a meriti di politica ecclesiastica......». Che Roberto abbia desiderato di conquistare la Sicilia ci mostra un’obbligazione pubblicata dal BaronioAnnali ecclesiastici, 1059, § 70. «Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliae et Calabriae et utroque subveniente futurus Siciliae......», ma la conquista fu fatta dal fratello Ruggiero. V. AmariSt. dei Musulm. di Sic. III, 54-117.

77.  Amari — Op. cit. pag. 117-133.

78.  D’Ovidio — Op. cit. pag. 384.

79.  «E fece grandi cose per la fede di Christo, e morì andando a Ierusalemm ad una isula che si chiama Ierusalem».

80.  Istorie fiorentine, lib. IV, cap. 78.

81.  Abbiamo già veduto nella Chronografia di Sigeberto di Gembloux che Roberto nel 1039, secondo la leggenda, trovavasi in Sicilia. Idealizzato poi in un’eroe che combatteva per la fede di Cristo, Roberto compare l’autore principale delle lotte che si agitavano nel Mezzogiorno d’Italia, e a lui, anzichè al conte Ruggiero viene attribuita nel medioevo la conquista della Sicilia. Così Guglielmo Gemmeticense, lib. VII, cap. XXX (in Duchesne — Op. cit. pag. 285) dice: «Robertus autem fratres suos..... virtute et sensu, ac sublimitate transcendit. Nam totam Apuliam, Calabriam, ac Siciliam sibi subiugavit», e Orderico Vitale, lib. V, cap. XLV (in Duchesne, pag. 567): «Rodbertus cognomento Guiscardus.... fines ditionis suae in Siciliam usque et Calabriam Bulguriamque dilatavit». Del conte Ruggiero, vero autore della conquista, non si fa una parola.

82.  Troppo spinto mi sembra ad ogni modo Gaston Paris (Op. cit. in Nuove Eff. sic. 1875, pag. 218) che afferma quasi a priori l’esistenza di un’epopea normanno-siciliana «toute faite» sulle gesta meravigliose dei Normanni in Italia e Sicilia.

83.  Studi sulla letteratura contemporanea. — Prima serie — Milano, G. Brigola, 1880, pag. 129 e segg.

84.  Guglielmo Pugliese, lib. III, vv. 1479-80.

85.  Le cronache italiane nel Medioevo. — Milano, Hoepli, 1884, pag. 166. — La 2. ediz. mi è stata inaccessibile.

86.  Così nel Palermo liberato del Balli, il principale eroe del poema è Boemondo, uno dei principi normanni che prese parte alla prima crociata: nell’ultimo canto della Sicilia liberata del Vitali il papa stimola Ruggiero alla conquista di Terrasanta. Nel Ruggiero di L. Vigo havvi un guerriero, Rollone Grifeo, che ritorna dalla Palestina e nel c. II st. 12-13 sono raggruppati e collegati mirabilmente il ciclo carolingio, la prima crociata e la venuta dei Normanni in Sicilia, poichè è dalla Francia che partirono i guerrieri che sconfissero Agramante, che conquistarono il Santo Sepolcro e che tolsero la Sicilia al giogo musulmano. Nella novella Il Conte Ruggiero (V. App. bibliogr. N. 21) Ruggiero va in Palestina e corre molte avventure con Goffredo Buglione.

87.  V. App. bibliografica N. 5. Per notizie biografiche vedi MazzucchelliScritt. d’Italia v. II, parte I, pag. 188 e MongitoreBibl. sicula, II, 254-55. Il Palermo restaurato ms. della Bibl. Com. di Palermo, segn. Qq. E, 58 nel lib. II dice del Balli: «Fu costui molto bravo nella sua gioventù, e nello abbattersi con suoi nemici havea un rovescio così terribile, ch’era irreparabile, et una volta tagliò con un rovescio una gamba, onde per tal cosa ancor è restato il motto dei rovesci di Masi del Ballo». Una poesia inedita in vernacolo trovasi a c. 97-98 del Parnaso siciliano t. I, ms. della Com. di Palermo, segn. 2. Qq. D. 74.

88.  Il poema era già compiuto nel settembre 1610, perchè in quest’anno l’autore ne mandò il ms. al Granduca di Toscana che lo fece esaminare da Ottavio Rinuccini, Iacopo Soldani e Francesco Venturi. Nel Palermo trionfante di V. di Giovanni (Palermo, 1599), c. XII st. 65 è citato il Balli che vuol partorire Heroico Poema. Adunque fin dal 1599 il Balli lavorava attorno al suo poema. Un sunto di questo fu già dato dal Di GiovanniDella poesia epica in Sic. nei sec. XVI e XVII pag. 280-91 in Filol. e letter. sicil., Palermo, 1879, t. III.

89.  Nel sec. XVII molti poemi presero a soggetto le gesta di Boemondo. V. BelloniGli epigoni della Ger. lib. cit. pag. 77.

90.  Il nome è preso dal Fazello ed è il Belcamuer del Malaterra che è una delle tante lezioni del Kaid Ali-ibn-Ni’ma, soprannominato Ibn-Hawâsci, capo dei Musulmani di Sicilia nel 1061. V. AmariSt. dei Musulm. di Sic. III, 66, n. 6.

91.  Può essere identificato col famoso Gioacchino da Celico di Calabria di spirito profetico dotato (DantePar. XII, 139-141). Avremmo in tal caso un anacronismo, perchè Gioacchino nacque nel 1130 e morì nel 1202 (V. ToccoL’eresia nel medioevo pag. 261 sgg.) mentre la conquista di Palermo avvenne nel luglio 1071 (Malaterra e Fazello), o più probabilmente nel gennaio 1072 (Muratori e Amari).

92.  Vedono prima una ruvida porta che porta un’iscrizione che ricorda il c. III dell’Inf., poi Cerbero, i lussuriosi, gli avari, gli eretici, la città di Dito, nobili castelli e da ultimo un gran mare ove sopra un drago con sette teste sedeva splendida e adorna bella donna e impudica (cfr. c. XXI, st. 170-171 con la puttana sciolta del Purg. XXXII, 132 sgg.).

93.  Il fatto si deve riferire all’impresa dei Pisani contro Palermo del 20 settembre 1063, con evidente anacronismo. V. Chronica varia pisana in Rer. Ital. Script. VI, 167 e Amari, III. 103. La fonte è però Malaterra, lib. II, cap. XXXIV.

94.  Cfr. c. XI st. 60 sgg. con. Ger. lib. c. XVI st. 1 sgg.; c. XI st. 76-77 con Ger. lib. c. IV st. 30-31.

95.  c. XXII st. 18-19. V. BelloniIl seicento, pag. 147-149.

96.  Cfr. c. VI st. 33 sgg. con Ger. lib. c. VI st. 39 sgg.

97.  Cfr. c. VI st. 116 sgg. con Orl. Fur. c. XVIII st. 151 sgg. L’episodio di Emirene e Dorichino che occupa i canti V, VII, VIII è in parte imitato dall’episodio di Cloridano e Medoro (Orl. Fur. c. XVIII, st. 172 sgg.), in parte da Fiordiligi e Brandimarte (Orl. Fur. c. XLIII, st. 183 sgg.). L’assalto finale a Palermo è imitato dalla presa di Troia narrata nel lib. II dell’Eneide.

98.  Scarsissime notizie biografiche in MongitoreBibl. sicula — II, 299. Da un ms. della Bibl. com. di Palermo Giuseppe Calvino pubblicò una traduzione dell’Opusculum de rebus drepanitanis (Trapani, 1876). Il ms. del poema deve essere andato perduto. Nella Fardelliana di Trapani non c’è; il can. F. Mondello, bibliotecario di questa, crede che sia a Palermo, perchè quivi il P. morì e rimasero le sue carte, ma nelle pubbliche biblioteche non trovasi, chè diligentemente ne ho fatto ricerca.

99.  Notizie biografiche in Vito AmicoCatanae illustratae. Pars quarta. Catanae, 1746, pag. 247-48. Da mandati di pagamento dell’Archivio comunale di Catania negli Atti diversi (Atti del senato) vol. 179 (1646-47) c. 226, 234, 260, 277 ecc. e vol. 180 (1647-48) c. 146 si rileva che fu segretario del senato di Catania. Da una provvisione viceregia data in Palermo, 4 luglio 1648 (Atti del senato, vol. 180, c. 92) risulta che fu fiscale dell’Università degli studi. V. Appendice bibliogr. N. 7.

100.  V. App. bibl. N. 8 e FerraraStoria gener. di Sicilia. Palermo, 1833, VI, 291. Nell’Albira, tragedia del Morabito (Catania, 1684) dall’avviso dello stampatore risulta che il Roggiero Trionfante era di venti canti.

101.  Bibl. sic. II, 230.

102.  Cfr. Ger. lib. c. I, st. 54.

103.  Catania, per Bonaventura la Rocca. 1669. In-8; pp. (XXII) — 224.

104.  V. App. bibl. N. 9. Per notizie della sua vita v. Mongitore — II, 150. Un sunto del poema è dato dal Di GiovanniDella poesia epica in Sicilia cit. pag. 291-302.

105.  Cfr. lib. I, st. 54-95 con Aen. VII, 020-817; III, 6-38 con Aen. VI, 255 sgg.; VI, 98-107 con Aen. V, 719-745; VIII, 68-100 con Aen. IV. 182-249; XII, 7-15, 20-26, 27-32, 35-62 con Aen. VI. 187-211, 305-336, 384-416, 637-751; XV, 93-110, 112-149 con Aen. VIII, 102-183, 466-607; XVI, 38-54, 55-72. 77-109 con Aen. X. 308-404, 441-520, 755-908; XVII, 1-22 con Aen. XI, 1-98; XIX, 1-3, 6-12, 66-107 con Aen. XII, 1-9, 81-108, 176-382. Le ultime stanze del c. XX sono pure tradotte da Aen. XII, 938 sgg.

106.  Cfr. EuripideFenicie, vv. 1095 sgg.

107.  Metamorfosi, lib. III, vv. 418 sgg.

108.  Id, lib. IV, vv. 55 sgg.

109.  Vedi l’Argonauticon di Apollonio Rodio: la Medea di Euripide: Ovidio — Metam. VII. 9 sgg.; EuripideFenicie, vv. 657 sgg.

110.  Cfr. lib. IX, st. 26-47 e lib. XIII con Odissea lib. IX.

111.  MongitoreBibl. sicula 1. c.

112.  V. CrescimbeniLe vite degli Arcadi illustri, Roma, 1708. Parte I, pag. 157.

113.  I cod. 376 e 377 della Palatina di Firenze, che contengono la traduzione lucreziana del Marchetti, tra le varie scritture che precedono il testo hanno una «Stanza tratta dal Poema il Roggero del sig... Spatafora», che è la 117 del libro X, la quale precisamente parla dal Marchetti e della sua traduzione. Cfr. Indici e cataloghi. IV. I codici Palatini ecc. Roma, 1888, vol. 1, pag. 570-71.

114.  Non parlo, perchè probabilmente scomparso, del Vigintimilliades, poema in natalitiis Ioannis III marchionis Hieracis di Pietro Carrera di Militello, che doveva avere molti accenni alla conquista normanna se pure non trattava interamente di essa, essendo composto in lode della famiglia Geraci, che, come abbiamo visto nel poema del Morabito, vantava Serlone per capostipite. L’originale, secondo il Natale (Sulla storia de’ letterati ed altri uomini insigni di Militello, Napoli, 1837, pag. 38) conservavasi presso Agostino Donato dei Chierici minori regolari di Messina, e un altro esemplare trovavasi presso i marchesi Geraci, ma niuno dei due potè il Natale rinvenire.

115.  Per notizie biografiche vedi le Notizie relative alla vita dell’autore a pag. 221-227 del vol. I della Sicilia liberata (per cui cfr. append. bibliog. N. 10) e Andrea CandiloroElogio dell’abate G. F. Vitale e Salvo celebre letterato siciliano ecc. Palermo. Per le stampe di Giordano, 1816. Diverse poesie sono edite nella Raccolta delle Rime degli Accademici Industriosi di Ganci — Palermo, 1796. Il cod. 2 Qq. D. 132 della Bibl. Com. di Palermo contiene molte produzioni poetiche del Vitale e tra l’altro un poema in vernacolo sulle disgrazie della sua famiglia interrotto al quinto canto, un dramma la Iavene Regina del Messico, il Tempio all’Enguina ecc. Lasciò inedito, forse perduto, un dramma intitolato Il Ruggero in Sicilia. Il Narbone (Bibliog. sicula sistem. IV, 166) dice che il Dott. Vincenzo Navarro da Ribera lasciò inedita una versione italiana della Sicilia liberata.

116.  Prospetto della Storia letteraria di Sicilia nel sec. XVIII dell’ab. Domenico Scinà, III. 452.

117.  La morte di Ugone di Circea è esemplata secondo il Malaterra — lib. III. cap. X.

118.  Cfr. ReitaniIl Rogiero in Sicilia, lib. IV. st. 5-12.

119.  V. c. XIV, st. 21-41; c. XVI, st. 80. Cfr. Rogiero in Sicilia, lib. IX, st. 27-47 e lib. XIII.

120.  c. II, st. 73-83.

121.  c. XXIX, st. 82-93.

122.  c. I, st. 90-117.

123.  c. XVI. st. 97. Cfr. con Aen. III, 571 sgg.: Balli — c. XXI, st. 1; Reitani — lib. II st. 40-41.

124.  Op. e l. cit.

125.  Tanto per dare un’idea dell’abbozzo inedito riporto il piano dei canti 3, 4, 6.

Canto 3. — Capo di Saracini scacciato da Palermo viene in per [sic] liberare gl’assediati di Solunto, s’accampano vicino i Normani — scaramuccie — Valoroso dell’esercito saracino entra furtivamente in Solunto, e racconta la presa di Palermo e che Meliato nelle sacoccie del Gigante entrato sollevò i Cristiani prigionieri.

Canto 4. — Melinto nel paviglione del Re racconta la burla fatta ad un Saracino quando entrò furtivamente in Palermo, i suoi amori con una Saracina. Qualche scaramuccia. Sagrifizio di Saracini. Risposta dell’Oraculo.

Soluntu allura cadirà scuntenti

Quannu li sacchi volanu pri l’aria

E di li stiddi chiovinu li genti.

Canto 6. — Succursu vinutu a li cristiani di li cavaleri Avventureri e loru avventuri — si finu (fincinu?) foddi pri vastuniari a Ruggieru ed all’autri. Melintu si parti di lu campu — avventuri. So amicu parti pri circarlu in tuttu lu campu.

Su Giovanni Meli vedi G. Pipitone FedericoGiovanni Meli. La vita. Le opere. Studio. Palermo, Sandron. 1838, che è l’ultimo lavoro d’importanza.

126.  Cfr. A. Maurici L’indipendenza siciliana e la poesia patriottica dell’isola dal 1820 al 1848. Palermo. Reber. 1898. V. specialmente a pag. 73 e segg.

127.  Per la vita e le opere dell’autore v. G. Grassi-BertazziLionardo Vigo e i suoi tempi. Catania, N. Giannotta, 1897 e specialmente per il Ruggiero il capitolo «Storia di due poemi» a pag. 316 e sgg.; per le fonti e correzioni del Vigo al Ruggiero v. R. RussoNote critiche al Ruggiero di L. Vigo. Acireale, Tip. dell’Etna, 1899. V. pure il farraginoso lavoro di Michele CalìLa Sicilia nei canti di L. Vigo. Acireale, tip. Donzuso. 1881-85.

128.  Il poema consta di 20 canti, con 20 componimenti lirici, più uno preliminare intitolato «alla Sicilia».

129.  G. Grassi-BertazziVita intima. Lettere inedite di L. Vigo e di alcuni illustri suoi contemporanei. Catania, Giannotta, 1896, pag. 49.

130.  Aveva già pubblicato il primo canto nel Giornale di scienze, lettere e arti di Palermo, 1834. Cf. App. bibliogr. n. 17. Il NarboneBibliogr. sicola. Palermo. 1855, vol. IV, pag. 124 cita quest’edizione «Il Ruggiero o sia la Fondazione della Monarchia siciliana. Palermo, 1830. In-8» e soggiunge «sono i primi VI canti dati per saggio di più lungo poema». Ma tale edizione deve essere esistita soltanto nella testa del buon padre gesuita, poichè il Vigo nel 1835 scriveva a Nicolò Palmeri, parlando del Ruggiero «ho verseggiato i primi due canti e in maggio darò il terzo». Grassi-BertazziVita intima cit. pag. 35. Sul primo canto pubblicato nel 1834 v. Lettera del cav. Salvatore Scuderi sulla prima stanza del Ruggiero. Catania. Per Pappalardo (Estr. dal Giornale del Gabinetto Lett. dell’Accad. Gioenia, 1834). In-8; pp. 14 e Lettera di Rafaele Alessi a L. Vigo sul di lui tentativo epico ecc. Catania. Dai fratelli Sciuto, 1835. In-8; pp. 15. Sono sconosciuti al Grassi-Bertazzi e al Russo.

131.  Nel I. canto edito nel 1834 S. Giorgio appariva, secondo la tradizione, nella battaglia di Cerami. Nell’ediz. completa del 1865 l’apparizione avviene invece a Misilmeri ed è descritta coi medesimi versi. Cfr. st. 9 con c. XVII, st. 17; st. 10 con c. XVII. st. 57.

132.  Tra le azioni accessorie del poema sono notevoli l’episodio di Odone e Sofia (cfr. c. II. st. 49 sgg. con Ger. lib. c. XII. st. 67 sgg., Reitani — lib. VII, st. 23 sgg., Vitali — c. XII, st. 78) di Arsete e Angelmaro, di Valdella e Rollone. Tra i personaggi del poema è Goffredo Malaterra che narra a Ruggiero e Roberto il fatto compassionevole di Adone e Caldora (cfr. per questo episodio c. III, st. 92 sgg. con Vitali — c. IX, st. 57 e Malaterra — lib. II, cap. XI).

133.  L’Angiolo perduto chiama a raccolta i suoi sudditi

Mugghiando come fa mar per tempesta

Se da contrari venti è combattuto (c. IX, st. 1),

versi presi di peso a Dante (Inf. c. V, vv. 29-30). Cfr. pure Ruggiero — c. XIX, st. 50. Tra i demoni è un Asterotte, che ricorre pure nel Vitali e nel Morgante Maggiore del Pulci.

134.  La descrizione della peste (v. Russo-Op. cit. pag. 20 e sgg.) è tratta dal Reitani — c. XIV, st. 43 sgg. dal Tucidide, lib. II e dal Lucrezio — lib. VI, vv. 1176-1220.

135.  Il Tradimento attira Ugone di Girgea in agguati e lo fa uccidere da Benametto. L’episodio (c. IX. st. 57-65) è preso dal Vitali (c. I, st. 37-48).

136.  Del Paradiso abbiamo una descrizione (c. XI. st. 7-21) in cui si riscontra qualche imitazione dantesca. Cfr. c. XI, st. 16-17 con Par. c. XV. vv. 19 sgg.

137.  Cfr. Malaterra — lib. II, cap. XLVI; Balli — c. XVIII, st. 74 sgg.; Vitali — c. XXV, st. 41 sgg. Il P. immagina, seguendo il Malaterra, che i saraceni si cibino delle carni ancor palpitanti di Serlone. Tale pregiudizio degli antichi cronisti fu rimproverato al Vigo da molti dei suoi amici, ad es. dal Palmeri (v. Grassi-BertazziVita intima cit. pag. 59).

138.  In essa Ruggiero ha la vita salvata da Evisando (c. XIV, st. 71). Piuttosto che il Vitali (c. VIII, st. 76 sgg.)come crede il Russo, (Op. cit. pag. 50) la fonte è Malaterra (lib. III, cap. XVI). Cfr. pure CastigliaLo scudo di Ruggiero, st. 30.

139.  La fonte è in Malaterra, lib. II, cap. XXXIII.

140.  Studi sulla letteratura contemporanea cit. pag. 119.

141.  V. prefazione al Ruggiero.

142.  Grassi-BertazziLionardo Vigo e i suoi tempi cit. p. 323.

143.  Id. id.

144.  Cfr. c. VII, st. 58; c. XIII, st. 32; c. XVI, st. 22.

145.  Bibliogr. sicola, vol. IV, pag. 124.

146.  Inutili sono state le mie ricerche per trovarlo nella Lucchesiana di Girgenti e nelle maggiori biblioteche siciliane.

147.  Anche inutili sono state le mie ricerche a Scicli per rintracciare il ms. del poema.

148.  Ringrazio la famiglia Vigo dei marchesi di Gallidoro, che benevolmente mi ha concesso di fare ricerche tra le carte di Lionardo Vigo.

149.  «Quanto duolmi.... non poter venire ad abbracciarvi in Palermo e ad ammirare, non a giudicare, il vostro Roggiero.... anco dopo aver jeri udito in Sambuca un canto del poema sullo stesso argomento col consueto titolo però di Sicilia liberata, compiuto in dodici lunghi canti dal Notaro D. Antonino Manciaracina. Voi ben sapete che anch’io pensava di metter falce in tal messe, e pria che voi m’aveste scritto del vostro, io ne avev’anco esternato il divisamento nel Carme funebre per la Baronessa Lancia, ove parlando di Vitali dissi

Pur ei ci aperse un campo, una palestra

Ove, con lui pugnando, allori e palme,

Coglier si ponno quant’io già ne penso».

Sciacca. 22 Maggio 1832. (vol. II f. 58 dell’Epistolario del Vigo).

150.  «Il Manciaracina è gelosissimo del suo lavoro. Gli ho fatto leggere i due periodi delle vostre lettere che lo riguardano: ho istanziato anch’io a viva voce per aver qualche canto del suo poema, onde mandarvelo, promettendogliene in cambio alcuno del vostro... A stento mi ha fatto udire il nono canto, in cui papa Bonifacio viene da Roma nel campo cristiano, che assedia Siracusa, a liberar Giordano, figlio di Ruggiero, in ira al padre; celebra quindi messa solenne; predice poscia in un profetico sermone la lunga serie de’ re che dovea a Ruggero succedere: vanno tutti a mensa, ove un certo vate Lanfranco canta sulla sua Lira un inno, tempestato di Fisica generale, e si chiude quel canto con l’apparecchio dell’armi e delle macchine, ond’espugnar Siracusa». Sciacca, 5 Marzo 1833 (Id. vol. II f. 97). V. pure Grassi-BertazziLionardo Vigo cit. pag. 322.

151.  «Mi ero messo a ripulire il Poema “La Sicilia liberata„ del Manciaracina e ne ho rabberciato quattro canti, ma non si sono potuti spicciare tutti dodici, perchè manca chi scrive». Sambuca, 13 settembre 1855 (Id. vol. IX f. 184).

152.  Nel Discorso sull’Epopea nazionale tenuto in Palermo il 27 Sett. 1835 (inedito). Note in fine. V. Russo — Op. cit. pag. 9.

153.  Epistolario del Vigo, vol. IX, f. 190.

154.  V. App. bibliografica, n. 12 e 13. Per altre opere cfr. MiraDizionario bibliografico, I, 199.

155.  A. Maurici — Op. cit. pag. 93-98.

156.  Prose e poesie scelte. Città di Castello, S. Lapi, 1886, pag. 82-94. Come elemento episodico la venuta dei Normanni in Sicilia è accennata nella Gerusalemme conquistata del Tasso (c. I, st. 66), nel Palermo Trionfante (Palermo, 1600, lib. XI, st. 38-39) di Vincenzo di Giovanni, nel Tancredi (Lecce, 1868, c. XI, st. 13-16) di Ascanio Grandi, nel c. V di un poema storico-bernesco in vernacolo di Salvatore Valenti — Chiaramonte (Li Glorii siculi, Girgenti, 1889) e in tanti altri poemi e drammi che è inutile ricordare.

157.  V. App. bibliografica, n. 18.

158.  Nicodemo episcopus panormitanus del dramma è evidentemente l’«Archiepiscopus... dejectus in paupere Ecclesia S. Cyriaci... timidus natione Graecus» del Malaterra (lib. II, cap. XLV); e le strane visioni di Belcamero sono da porsi a riscontro con le allucinazioni di Camuto nel Malaterra, lib. IV, cap. VI. Cfr. pure Vigo — c. VI, st. 62 sgg.; Vitali — c. XXVIII, st. 16 sgg. Nell’atto I è una personificazione della Sicilia che lamenta le sciagure passate, la quale ricorre pure nella Spada di Ruggiero di G. B. Castiglia e nel Ruggiero del Vigo (c. III, st. 74-83).

159.  V. App. bibliografica, n. 23.

160.  V. App. bibliografica, n. 23.

161.  V. App. bibliografica, n. 24.

162.  V. App. bibliografica, n. 21.

163.  Non mi è stato possibile rintracciare l’originale francese, come pure il nome dell’autore che non è indicato nella traduzione italiana.

164.  In DuchesneHistoriae normannorum scriptores, p. 484.

165.  V. App. bibliografica, n. 25.

166.  Abbiamo puro descrizioni del Purgatorio in Balli (c. XXII. st. 177-80) e del Paradiso in Balli (c. XIX, st. 72-88), in Reitani (lib. XI e XII) e in Vigo (c. XI, st. 7-21).

167.  Che l’Etna fosse spiraglio infernale, era credenza comune nel medioevo.

168.  Aen. lib. III, vv. 570-587.

169.  Nel Vitali un eroe palleggia l’asta di Ulisse (c. XVI, st. 80). V. pure Vigo (c. XV, st. 33).

170.  V. qui addietro la nota 2 a pag. 35. Ma nel Reitani il nome probabilmente sarà passato per via letteraria.

171.  Rugg., c. III. st. 88-96.

172.  Sicil. lib., c. IX, st. 51-62.

173.  lib. II, cap. XI.

174.  lib. III, cap. XVI.

175.  Sicilia liberata, c. X, st. 76 sgg.

176.  Ruggiero, c. XIV, st. 71-72.

177.  Sicilia liberata, c. XXV, st. 15 sgg.; Ruggiero, c. XVII. st. 61.

178.  Rogiero in Sicilia, lib. IV, st. 5-9.

179.  lib. I, vv. 138 sgg.

180.  V. le varie edizioni in MiraDizion. bibliografico, I, 345-6.

181.  V. la prefazione all’ediz. del MuratoriRer. Ital. Script. t. V.

182.  G. PitrèFeste patronali in Sicilia. Palermo, 1900 (vol. XXI della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane), pag. XXIV.

183.  Malaterra — lib. II, cap. XXXIII; Simone da Lentini (compendiatore del Malaterra) — La conquesta di Sicilia per manu di lu conti Rugeri in Cronache Siciliane dei secoli XIII, XIV e XV, pubblicate a cura del prof. V. Di Giovanni. Bologna, Romagnoli, 1865, pag 36; Anonymi VaticaniHistoria Sicula in Rer. Ital. Script. VIII, 762.

184.  «Apparuit quidam eques splondidus in armis, equo albo insidens, album vexillum in summitate hastilis alligatum ferens, et desuper splendidam crucem, et quasi a nostra acie progrediens, ut nostros ad certamen promptiores redderet, fortissimo impetu hostes ut densiores erant, irrumpens. Quo visu nostri hilariores effecti Deum sanctumque Georgium ingeminando, et prae gaudio tantae visionis compuncti, lachrymas fundendo ipsum praecedentem promptissime sunt secuti». Malaterra, l. c.

185.  Annali d’Italia, an. 1063.

186.  Storia di Sicilia, v. XII, p. 186.

187.  St. dei Musulm. di Sic., v. III, p. 99-100.

188.  Somma della Storia di Sicilia, p. 131.

189.  Una leggenda consimile trovasi nella saga di Aroldo il Severo. Aroldo vince con l’aiuto di Sant’Olaf che appare sopra un cavallo bianco e per voto fabbrica una chiesa a Costantinopoli. V. AmariSt. dei Mus. di Sic. I, 420. Un Sant’Ignazio che appare in aria sopra un cavallo bianco a Musulice, stratego di Sicilia nelle guerre arabo-bizantine leggesi in Nicetae PaphlagoniiVita Sancti Ignatii in LabbeSacrosanta Concilia, t. VIII, p. 1247.

190.  Riguardo la fortuna letteraria di quest’episodio troviamo anzitutto che nell’apocrifo Iubilatus Chorearum (V. App. bibl. n. 3) il nome del santo è posto accanto a quello della Madonna e di Ruggiero: «Lucem tricuspis a triplici hasta recognovit, Mariae, Georgij et Rogerij». Nel poema del Balli S. Giorgio è deputato da Dio a difesa dei principi normanni, fuga i demoni e compare in sogno a Ruggiero affinchè invii Roberto Guiscardo al papa per chiedere aiuti (c. III, st. 6-20); difende Boemondo dai colpi dei saraceni uno scudo di tempra immortale (c. VI, st. 6-20), scaccia i demoni e le sirene che volevano impedire il viaggio di Roberto a Roma (c. IX, st. 26-37). fuga Belcane (c. XVIII. st. 113) e compare in visione a Ruggiero nell’assalto definitivo di Palermo (c. XXIX, st. 1-6). Compare poi in forma di genio alato alla battaglia di Cerami nella Sicilia liberata del Vitali (c. XXII, st. 11) e nel Guarneri (V. App. bibl. n. 20), e a quella di Misilmeri nel poema del Vigo (c. XVII, st. 57). Il «Giorgio poema sacro et heroico del signor Matteo Donia Palermitano (In Palermo. Per Gio. Battista Maringo, MDC. In-4; pagg. (VIII)-59-(VIII))» svolge le solite avventure romanzesche del santo e non ha relazione con la leggenda normanna. Cfr. U. A. AmicoMatteo Donia in Nuove Effem. sicil. IX, 1880, p. 246 e BelloniGli epigoni della Ger. lib. cit. pag. 146.

191.  Da relazioni di persone native di Cerami. Le notizie della leggenda, a mia conoscenza, sono inedite.

192.  PitrèFeste patronali in Sicilia cit. pag. 309.

193.  Dell’origine ed antichità di Cefalù città piacentissima di Sicilia. Notizie historiche. In Palermo. Per i Cirilli, 1636, p. 46-47.

194.  L’Auria dice (Op. e loc. cit.) che ha ritrovato questa narrazione «in un libro di tutti i Privileggi della Chiesa Cefalutana concessoli da i Re e Imperatori fatti racorre in un volume d’ordine di Thomaso da Butera, Vescovo di Cefalù nell’an. 1329 compilato e scritto da Guglielmo da Mistretta, Maestro notaro della Corte Vescovale di Cefalù, nel qual volume nel principio vi è tutto il successo in lingua latina della venuta del Roggiero in Cefalù e la fondazione della Chiesa Vescovale». Questo ms. si può identificare con il Rollus rubeus del 1329 (che esisteva già nell’archivio del Duomo di Cefalù ed ora si trova nell’Archivio di stato di Palermo), ove si legge appunto la notizia della tempesta e del voto di Re Ruggiero nell’agosto del 1129. La narrazione fu però con forti argomenti dichiarata leggendaria da I. CariniBrano di un codice cefalutano inedito del secolo XIV per la prima volta pubblicato. Palermo, 1871, pag. 19. V. pure G. Di MarzoDelle belle arti in Sicilia. Palermo, 1838. vol. I, lib. II pag. 153 sgg.

195.  Feste patronali in Sicilia cit. pag. 320 sgg.

196.  Questa festa caratteristica è stata descritta da parecchi. V. Amabile GuastellaCanti popolari del Circondario di Modica. Modica, Sutri e Segagno, 1876, pag. CIV sgg.; Valentino De-CaroDonnalucata per uno da Scicli — Bozzetto dal vero. Modica, 1878, pag. 10-20; Eduardo MoranaLa festa delle milizie in Scicli in Nuove Effem. sicil. serie III, vol. X, 1880, pag. 270-281; G. PitrèSpettacoli e feste popolari siciliane. Palermo, 1881, pag. 35-62; Antonio RestoriCostumi siciliani. La Vergine delle Milizie di Scicli. Nella Farfalla, an. X, n. 23. Milano, 6 giugno 1886, pag. 180-182; Arturo MorminaLa Madonna delle Milizie (Leggenda siciliana) in Rivista delle tradizioni popolari italiane. Anno I. Roma, Forzani, 1893, pag. 40-43; A. D’Ancona — Origini del teatro italiano. Torino, Loescher, 1896, vol. II, pag. 200-201; Pitrè — Feste patronali cit. pag. 333-340.

197.  Nella leggenda narrata dal Pirro (Sicilia sacra, I, 687) non si fa però alcuna menzione di Ruggiero e sembra che il fatto sia avvenuto in un periodo anteriore alla conquista normanna.

198.  La festa della Madonna in Canicattì, provincia di Girgenti in Archivio delle tradizioni popolari. Palermo. 1889, vol. VIII, pag. 368.

199.  V. pure PirroSicilia sacra, I, 761.

200.  Isagoge ad historiam sacram siculam. Panormi. MDCCVII pag. 230-231 e Vitae sanctorum siculorum. Panormi, 1657, II, 286. A pag. 131 di quest’ultima opera è registrato un miracolo compiuto dal beato Cremete in presenza del conte Ruggiero.

201.  St. dei Musulmani di Sic. cit. pag. 128.

202.  Della leggenda intorno alla Porta della Vittoria in Palermo l’Amari dice che abbiamo pure testimonianze della fine del secolo XV. Per notizie più diffuse v. Caietani. Opusculum ubi origines illustrium aedium ss. Deiparae Mariae in Sicilia ad promovendum illius cultum et pietatem explicantur. Panormi, apud Petrum de Isola, 1663.

203.  Dell’uso di condurre in Messina a 15 agosto un camelo e d’una medaglia del Conte Rogiero, lettera contenuta nel cod. Qq. F. 22 della Bibl. com. di Palermo. In quest’occasione dicono gli storici del seicento che fosse battuta una medaglia con la Madonna sul dritto, e sul rovescio il conte Ruggiero sopra un cammello.

204.  Feste patronali cit. pag. XXIV. Per notizie più diffuse v. Le feste di S. Rosalia in Palermo e della Assunta in Messina descritte dai viaggiatori italiani e stranieri per Maria Pitrè. Palermo, 1900, Parte II: n. XII.

205.  Pitré — Op. e loc. cit. V. pure. G. Buonfiglio e CostanzoMessina città nobilissima. Venezia, 1606, pag. 76.

206.  Pitré — Op. cit. pag. 123.

207.  PirroSicilia sacra, p. 887.

208.  V. Archivio storico siciliano, 1901, 475.

209.  PardiUn comune della Sicilia e le sue relazioni con i dominatori dell’isola sino al sec. XVIII in Arch. st. sicil. 1901, pag. 34-35.

210.  «L’Abate Pirro dice che Ruggiero nel anno 1061 assediò Troyna, e per la fortezza del Castello non la poteva prendere e compigiando con l’esercito vicino al monte detto Ambula li comparse Sant’Elia con spada fiammeggiante alli mani in atto di scacciari li Saracini della fortissima Città di Troina e seguitando con l’assedio con l’agiuto del S. Profeta animati li Cristiani in breve tempo lo espugnorno; e per dovuto ringratiamento al S. Profeta nel medesimo luogo dove fu l’apparitione fece fabricare un tempo con il Titulo di Sant’Elia...». Storia dei conventi capuccini di Messina di F. Antonino di Troina, ms. del sec. XVIII, f. 21-22. Trovasi presso i PP. Cappuccini di Troina. Debbo questa notizia al prof. Orazio Nerone Longo.

211.  Francesco BonannoMemorie storiche della città di Troina. In Catania, 1789, pag. 34.

212.  Un messo celeste splendidissimo che poi fu identificato con S. Iacopo apparve pure ai cristiani di Palermo durante l’assedio del 1072: vedi V. Di GiovanniPalermo restaurato, lib. III, pag. 19 pubblicato nella Biblioteca storica e letteraria di Sicilia di G. Di Marzo. Palermo, 1872, vol. XIX.

213.  Ciò ricorda il Vigo in una bella ottava del Ruggiero c. VIII, st. 87.

214.  M. Foti GiulianoMemorie paesane ossia Troina dai tempi antichi sin oggi. Catania, Giannotta. 1901, pag. 54.

215.  Le prime due sono inedite e mi sono state raccontate da un troinese, il prof. Orazio Nerone Longo.

216.  M. Foti Giuliano — Op. cit. pag. 7.

217.  A questa categoria apparterrebbe puro lo stratagemma leggendario usato dai Castrogiovannesi per liberarsi dal conte Ruggiero. Rimando per la narrazione a V. VetriLeggenda sulla origine della voce Calascibetta in Sicilia nell’Archivio delle tradizioni popolari. Palermo, 1889, vol. VIII, pag. 361 e per l’illustrazione a G. PitréDi uno stratagemma leggendario di città assediate in Sicilia, pag. 4 in Atti della Reale Accademia di scienze lettere e belle arti di Palermo, vol. I, Palermo 1891.

218.  Opere di L. Vigo, vol. II. Raccolta amplissima di canti popolari siciliani. Seconda ediz. Catania, tip. Galatola, 1870-74. V. n. 738 e 5150.

219.  Vedi nell’archivio privato Vigo di Acireale la lettera n. 198, vol. X dell’epistolario di Lionardo Vigo. La data è 8 ottobre 1857.

220.  Grassi BertazziVita intima cit. pag. 214.

221.  Id. id. pag. 203.

222.  pag. 244, n. 738. Il Pitré l’accolse pure nei Canti popolari siciliani, 2ª ediz. Palermo, 1899, pag. 127-128. Del resto molti canti accolti dal Vigo come popolari, erano composti da amici suoi di facile vena. V. Paolo MauraPoesie in dialetto siciliano, con alcune di altri poeti mineoli, una prefazione di L. Capuana e un fac-simile. Milano, Brigola, 1879, pag. 135 sgg.

223.  Raccolta amplissima ecc. pag. 679, n. 6150.

224.  In questa statua del conte Ruggiero che, secondo l’Amico (Dizionario topografico continuato da Gioacchino Di Marzo, Palermo, 1859, vol. II. pag. 63), fu innalzata per ordine e spesa del Vescovo Bernardo Guasco nel 1584, abbiamo un documento d’arte rappresentativa sull’impresa dei Normanni in Sicilia. Riporto qualche altra notizia d’arte figurativa che ho raccolto. Un’incisione che corre comunemente a Scicli ci rappresenta la Madonna delle Milizie quando scende in aiuto dei Normanni e dall’iscrizione latine in calce si rileva che è stata fatta nel 1819 su di un quadro rimontante alla prima metà del settecento. L’Auria (Dell’origine et antichità di Cefalù. Palermo, 1656, pag. 47) ci dice di aver visto sulle mura della chiesa di S. Giorgio in Cefalù una pittura ricordante la favola che ci narra a proposito della fondazione del tempio, ossia S. Giorgio che salva Re Ruggiero da una tempesta. Qualcosa si può raccogliere pure dalle pitture dei carretti. Il Pitrè (Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia in Usi costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. I. Palermo, 1889, pag. 124) ci dà notizia che all’Esposizione Industriale di Milano nel 1881 e precisamente all’«Industria casalinga e manifatture caratteristiche delle singole ragioni d’Italia, VIII gruppo, Sezione 50ª» fu presentato da Palermo un carrettu, nelle cui masciddara, ossia nelle spallette, erano dipinte quattro scene relative ai Normanni cioè: «Ruggiero il Normanno che distrugge i Saraceni; Ruggiero che riceve le chiavi di Palermo dal Senato palermitano; Ruggiero del palazzo dell’Arcivescovo; Coronazione di Ruggiero». Lo stesso Pitré (Costumi ed utensili in Usi, costumi ecc. cit. pag. 421) ci dà notizia che nell’opra (teatrino di marionette) di via Formai a Palermo, nel tiluni (sipario) era dipinta l’entrata del conte Ruggiero in Palermo. Negli Annali della città di Messina di C. D. Gallo. Messina, 1758, II, 3 è ricordata «un’antichissima pittura (che) vedesi su d’una Tavola in casa del Barone di Gio. Battista Porcio Nobile Messinese, ove si scorge il ritratto al naturale del Conte Ruggiero, il quale vestito all’uso di quei tempi con berrettone rosso, e svolte d’armellino sul Capo, con ammanto parimente rosso, e svolte di armellino su gli omeri, e con banda verde, che gli attraversa il petto, tiene la destra appoggiata su d’un ismisurato Spadone, e con la sinistra impugna una Lancia».

225.  Leggende popolari siciliane in poesia raccolte ed annotate. Palermo, L. Pedone Lauriel, 1880, pag. 1-3.

226.  Come complemento di queste scarse notizie intorno ai canti popolari sul conte Ruggiero ricordiamo la menzione che si ha nella leggenda religiosa «Santa Rosalia» (in PitrèCanti popolari siciliani, 2ª ediz. Palermo, Clausen, 1891, vol. II, pag. 300-301) del primo principe normanno con palese anacronismo:

Un jornu, a tempu d’u Conti Ruggeri

A la bedda citati di Palermu

Unni cc’eranu tanti Cavaleri,

Ca pri grannizza purtavanu l’ermu, ecc.

227.  Così dal Guardione (Il dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 1861. Palermo. Reber, 1901, pag. 156-157) si ha che nel carnevale del 1835 il principe Leopoldo di casa Borbone «aveva scelto ad argomento d’una mascherata splendida e ricca la entrata del Normanno Ruggiero in Palermo; e fu molto applaudita, ricordando essa un antico fatto memorando nella storia siciliana». Non ho parlato del lu ruggeri o la ruggera, ballo curioso della provincia di Messina, perchè non ha alcuna attinenza con il conte Ruggiero, come vuole il Vigo (Raccolta amplissima ecc. pag. 69), e deriva da roggiu, perchè i ballerini vanno in giro come una ruota d’orologio (PitréSonatori e balli in Usi, costumi, credenze e pregiudizi cit. I, 355). Di questo ballo si ha ricordo nel cod. 2 Qq. D. 132 della Bibl. com. di Palermo contenente Poesie siciliane ed italiane dell’ab. G. Fedele Vitale, nel c. V st. 85 di un poema vernacolo nelle disgrazie della propria famiglia.

228.  Cause da noi esposte a pag. 41-43 del presente lavoro.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 103 sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.