The Project Gutenberg eBook of Gli eretici d'Italia, vol. III

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Title: Gli eretici d'Italia, vol. III

Author: Cesare Cantù

Release date: November 3, 2014 [eBook #47278]

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI ERETICI D'ITALIA, VOL. III ***

GLI
ERETICI D'ITALIA

DISCORSI STORICI

DI

CESARE CANTÙ

Qui cathedram Petri, super quam fondata est Ecclesia, deserit, in Ecclesia non est: qui vero Ecclesiæ unitatem non tenet, nec fidem habet.

S. Cipriano, De Unitate Ecclesiæ.


VOLUME TERZO


TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33
1866


INDICE


[5]

DISCORSO XXXIX. GREGORIO XIII. SISTO V. EPISODIO FRANCESE.

Per la solita altalena, a Pio V fu dato successore Ugo Buoncompagni bolognese, che volle chiamarsi Gregorio XIII. Arrendevole e clemente fin a scapito della giustizia, le inclinazioni sue mondane dovette reprimere a fronte della riforma morale, e a fatica potè favorire un proprio figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei fedeli, ad elevare alla mitra i migliori, a diffondere l'istruzione. Secondo i decreti tridentini stabilì una Congregazione della visita, che sopravedesse a quella di tutte le diocesi, e mandava visitatori apostolici che si faceano rendere i conti delle chiese, de' luoghi pii, delle fraternite, per quanto eccitassero scontentezze. Prescrisse che ogni cattedrale avesse un teologo (1573). Spendendo quanto Leon X, per riparare ai guasti cagionati da questo fondò e dotò ben ventitrè collegi, tra cui quello di tutte le nazioni, alla apertura del quale si pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico, palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto, uno pei Maroniti, uno per gl'Inglesi; rifabbricò il Collegio romano, istituì quello de' Neofiti, poi ne seminò per tutta Germania e Francia, e fin tre nel Giappone. Spese due milioni di scudi in fare studiare giovani poveri, e un milione in dotare zitelle[1]. A suggerimento di lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di cinquanta lingue orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che ne recarono codici.

Gregorio teneva una lista di quante persone fossero acconce al vescovado in tutta la cristianità; e così trovavasi informato all'occorrenza. Deputò il vescovo di Como agli Svizzeri per mantenerli in fede, e impedire s'unissero coi Protestanti: e il vescovo di Cremona Bonomo ad emendarvi il clero, nel che trovò grandi contrasti. Giovanni Delfino il 6 e 26 luglio [6] 1572 scriveva al cardinal di Como Tolomeo Gallio, che a Vienna i diecimila italiani erano pervertiti da apostati, venienti dalla Savoja e dal Veneto; ma per ordine dell'imperatore dovettero partire.

Il decantato tipografo Frobenio, venuto a Roma, si finse cattolico, tantochè il papa l'accolse con grandi cortesie, ed esortavalo a rimanere; partendo, ebbe raccomandazioni da prelati, e istituì una tipografia cattolica a Friburgo; speculazione, come fu poi lo stampar tante opere in senso contrario a Basilea: dove il papa diede opera non si pubblicasse il Talmud.

Gregorio immortalò il suo pontificato colla riforma del calendario. Giulio Cesare l'avea corretto, fissando l'equinozio di primavera ai 25 marzo, e l'anno di trecensessantacinque giorni e sei ore; lo che è 11′ 42″ più del vero: laonde in cenventinove anni l'equinozio si anticipava d'un giorno. La Chiesa dovette prendersene cura, attesochè la pasqua cade nel plenilunio succedente all'equinozio di primavera. Il concilio Niceno del 325 già s'accorgeva che questo anticipavasi al 23 marzo, ma non si seppe indovinarne la ragione. Nel 1257 la precessione era di undici giorni; e fin d'allora si parlò d'una riforma, spesso tentata, non mai riuscita. La famosa Dieta d'Augusta non volle confessare tale anticipazione dell'equinozio, denunziandola per un lacciuolo della politica romana[2]. Come in tutti i Concilj, così nel Tridentino se ne discorse; poi a tal uopo Gregorio XIII convocò a Roma i personaggi meglio versati, e singolarmente il perugino Ignazio Danti domenicano e il gesuita Clavio di Bamberga, ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio.

Il papa nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le accademie cattoliche; e avutane l'approvazione, nel 1582 pubblicò il nuovo calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre. L'anno vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore, quarantanove minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari, uno solo sia bisestile. La correzione è tanto prossima al vero (365g 5o 48′ 55″), che sol dopo quattromila ducentrentotto anni i minuti residui costituiranno un giorno. Per verità sarebbesi potuto, invece del ciclo di quattrocento anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che avrebbe dato l'errore non di ventisette secondi, ma soltanto di un decimo di secondo sull'effettiva durata dell'anno: sarebbesi potuto far coincindere il cominciamento dell'anno col solstizio, e di ciascun mese coll'entrar del sole ne' varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun giorno a quelli fra l'equinozio di primavera e l'autunnale, trenta agli altri, e scemo il dicembre. Questi difetti s'apposero in fatti, ma ben più spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse, fosse pure in fatto di calendario; vi vedeano un attentato alla libertà dei principi, un'usurpamento sull'indipendenza delle nazioni, un'arroganza di questa razza italiana; esclamavano ne andasse dell'onore e della dignità dell'impero germanico, si compromettesser le libertà gallicane, fosse un'ordita de' Gesuiti; [7] un primo passo, che chi sa dove menerebbe! Com'è stile dell'opposizione parlamentare, se non altro voleasi mettervi qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levar cinque giorni, invece di dieci. E lenti furono i principi ad accettarlo; solo nel 1699 vi s'acconciarono i Protestanti di Germania, nel 1700 l'Olanda, la Danimarca, la Svizzera, nel 1752 l'Inghilterra, nel seguente la Svezia, e non ancora i Russi nè i Greci, che perciò trovansi in ritardo di tredici giorni sul calendario nostro; locchè deve chiamarsi indipendenza.

Di Sisto V succeduto papa resta una fama romanzesca, causata da dicerie popolari e da storie ciarlatanesche, fra cui quella di Gregorio Leti, veramente degna di servir di fonte alle empiamente fantastiche dei nostri contemporanei. Qui noi non abbiamo a provare nè a confutare, limitandoci solo alle cose che concernono il nostro assunto. Era Felice Peretti, nato umilmente il 15 dicembre 1521 a Montalto presso Ascoli, ove attendeva alla pastorizia finchè uno zio frate il tirò a Roma, lo fe studiare, e vestir francescano, nel qual Ordine ottenne tutte le dignità. Mentre predicava il 1552 ai Santi Apostoli in Roma fra generale ammirazione, gli arriva una lettera, che ripiglia i punti delle prediche di esso, e massime quelle che trattano della predestinazione, e a canto a ciascuno, Mentisci. Egli mandò la lettera al grande inquisitore ch'era Michele Ghislieri; ed ecco questo comparir nella cella di lui, e freddo, inesorabile, esaminarlo su tutti quei punti. Sisto V ricordossi sempre della terribile impressione causatagli da tale visita, ma rispose così appunto, che il Ghislieri ne pianse di tenerezza, e gli divenne amico e protettore. Unitosi al partito che avea tolto a riformar moralmente la Chiesa, il Peretti fu amico di sant'Ignazio, san Felice, san Filippo e d'altri; e zelando il giusto e il vero anche a fronte di persone autorevoli, riusciva poco amato. Fatto inquisitor della fede pel dominio veneto, due volte in Venezia corse pericolo per la gelosia di quel governo, e fuggendo disse: «Ho fatto voto di diventar papa, sicchè non potevo lasciarmi appiccare da costoro».

Pio IV lo pose teologo al Concilio di Trento; fu spedito legato in Ispagna pel processo dell'arcivescovo Caranza, de' cui scritti notò i varj passi di Protestanti che aveva ammessi. Divenne vescovo di Sant'Agata de' Goti, poi cardinale nel 1570; ma salito papa Gregorio XIII, al quale era poco gradito, si ritirò, stampò le opere di sant'Ambrogio, meglio de' precedenti e di Erasmo, e mostrossi smanioso di fabbricare più che nol comportassero i suoi mezzi.

Nessun più crede alla diceria che nel conclave comparisse come cascante e curvo sul bastoncello, per dar a sperare ai cardinali che presto morrebbe; poi appena eletto buttasse via la mazza e si raddrizzasse. Noi sappiamo che la sua candidatura era favorita e desiderata, come fu applaudita da poi[3]. Fatto papa, volle esserlo nella grandezza che le convinzioni sue gli attribuivano; [8] e poichè i pontefici aveano perduto in potere quanto aveano acquistato in rispetto, egli volle recuperare anche il potere, spiegando una passione di giustizia, d'autorità, d'unità, sostenuta dal vigore d'un'anima ardente e d'un genio esteso, sicchè fu detto a Dio piacesse meglio la severità di Sisto che la santità di Pio.

Una storia di Sisto V in senso affatto opposto alla buffoneria del Leti, compilò il Novaes, nella quale, oltre il resto, son indicate le premure di esso papa per le manifatture della lana e della seta. A dir solo di quest'ultima, ordinò che per tutto lo Stato si piantassero almeno cinque gelsi ogni rubbio di terreno; al qual uopo somministrava quindici mila scudi dall'erario; onde si esteser anche le piantonaje, che poterono spacciarsi utilmente di fuori: nella sua villa, che poi divenne dei Massimi, molto propagò la coltura de' bachi, e volea stabilirvi fiere franche: in case attorno alla piazza di Termini fe porre filatoj e torcitoj. Avendo l'ebreo Magino di Gabriele veneto promesso un segreto per aver due ricolti l'anno, il papa gliene diede privilegio per sessant'anni, e di abitar colla sua famiglia fuori del ghetto, e il cinque per cento de' guadagni che la Camera apostolica trarrebbe da tale innovazione, più un'oncia ogni libbra di seta. Ma il trovato non riuscì.

Sisto eresse anche grandi edifizj, concepiti in senso religioso: protestò demolirebbe il Campidoglio se il popolo si ostinava a tenervi le statue che v'avea messo di Giove tonante fra Minerva e Apollo; e se lasciò Minerva, le sostituì alla lancia la croce; rizzò l'obelisco famoso in piazza del Vaticano, ma vi pose la croce e reliquie di santi: compiè la cupola di San Pietro, condusse l'acqua Marzia, congiunse con ampie vie le basiliche antiche.

Dopo gli ingenti dispendj di Leon X, Adriano VI avea trovato l'erario esausto, impegnate le gioje; ed essendosi egli proposto di non impor nuove gabelle nè centrar debiti, dovette parere spilorcio, e lasciò nel tesoro appena tremila scudi: pure avea mandato quarantamila ducati in Ungheria e tre navi ai cavalieri di Rodi per resistere ai Turchi. Clemente VII, il quale vide il maggior disastro che a Roma fosse mai tocco, introdusse nuove imposizioni, istituì prestiti, fra cui notevole il Monte della Fede per soccorrere Carlo V contro gl'irrompenti Musulmani. A Paolo III si attribuisce la prima ordinata imposizione sopra tutto lo Stato, qual fu il sussidio triennale, ma ed egli e i successori usarono sempre con grande riguardo delle gabelle e delle taglie. Spese immense sostenne Pio V nell'interno, oltre le quali, ebbe la campagna di Levante, coronata dalla battaglia di Lepanto; diede ajuto alla Francia, agli Inglesi cattolici, alla regina di Scozia; distribuì due milioni di scudi d'oro ai poveri, ne lasciò un milione nel tesoro, e cinquecentomila che maturavano fra tre mesi: e nella propria camera tredicimila scudi, destinati a limosine manuali, e centomila presso il mastro di casa.

Sisto V non introdusse un buon sistema: e chi lo conosceva allora? ma si fisse in mente che bisognava avere assai denaro per poter assai; onde, dopo [9] avere speso secentomila scudi nella guerra de' Turchi, e cinquantamila per gli obelischi, ducentomila per l'Acqua Felice, ottocentomila per l'abbondanza, oltre le magnifiche fabbriche, ripose un tesoro di quattro milioni di scudi, che siamo meravigliati di trovare menzionato ancora ai giorni nostri nel trattato di Tolentino.

Non affatto scevro del nepotismo, fece cardinale suo nipote Alessandro Peretti di quattordici o quindici anni, con ricchi benefizj e pingui abbazie; ma questi ne fece ottimo uso; dotava cento zitelle l'anno, e oltre le limosine a mano, dispensò più d'un milione di scudi d'oro.

Memorabilissimo è l'aver Sisto V, alle sette congregazioni dell'Indice, dell'Inquisizione, dell'esecuzione e interpretazione del Concilio, de' vescovi, de' regolari, della segnatura, della consulta, cresciuto importanza e ordine, e aggiuntene altre otto; una per fondar vescovadi nuovi, una sopra i riti, le altre per ispacciare le cause temporali portate alla Santa Sede, a questa riservando le più gravi. Poco poi, nella Congregazione de propaganda fide, dovuta a Gregorio XV e a suo nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che con portentosa attività dall'Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia, dall'Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani, Buddisti, Nestoriani, Idolatri. E mentre la civiltà non portava ai selvaggi che acquavite per ubriacar sè, ed armi per uccider altri, era un portento l'aprire mondi interi senza violenza, e non soltanto recarvi un libro, ma fargliene applicare i dogmi, e ottenere sommessione all'autorità, abnegazione degli istinti, attuando il carattere della cattolicità, cioè la potenza di unificar l'umanità nel Cristo redentore. I prodigi dell'apostolato, coll'eroismo più disinteressato e coi miracoli più insigni si rinnovavano specialmente nelle missioni delle due Indie, sicchè di tante perdite in Europa i papi erano consolati ricevendo ambasciatori dall'Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli antichi imperi d'Oriente e dai nuovi d'America, dove s'istituivano vescovadi e conventi, scuole e spedali. Di poi Urbano VIII nel Seminario Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici posti pei Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti, sette per Indiani o Armeni.

Rinnovando la gran politica de' maggiori papi, Sisto divisava abbatter l'impero turco mediante un'alleanza colla Persia e la Polonia; conquistare l'Egitto, e congiunger il Mediterraneo col Mar Rosso per restituire il primato all'Italia; conquistare il Santo Sepolcro, di cui allora il Tasso cantava la liberazione; coi potentati d'Italia non seguir la politica del Macchiavelli, vagheggiata da' predecessori, ma la fermezza del cattolicismo; proponendosi unico voto la propagazione della fede, eccita Filippo II a conquistare l'Inghilterra e vendicare Maria Stuarda; medita una crociata contro Elisabetta regina e [10] Ginevra; sostiene la Lega in Francia; osteggia Enrico IV, benchè poi si sentisse allettato dal genio di questo in modo, che la pubblica opinione propalò inclinasse alle idee protestanti, e che in ciò obbedisse al diavolo, col quale avea stretto un patto, e che se ne portò l'anima quando morì dopo soli cinque anni di operosissimo papato[4].

Questi ricordi ci portano a dar un'occhiata alle vicende della Riforma in Francia, alle quali si annettono molti personaggi italiani, e principalmente Caterina de' Medici di Firenze. Vedemmo come suo zio Clemente VII le ottenesse la mano di Enrico, secondogenito del cavalleresco Francesco I; il quale celebrò quelle nozze col supplizio di varj Luterani, e con editti rigorosissimi contro di questi. Tal era la scuola, alla quale veniva questa italiana a portare (come pretendono i Francesi) i vizj, l'intolleranza, la machiavellica del nostro paese, mentre scrive Chateaubriand che la debauche et la cruauté sont les deux caractères distinctifs de l'êre des Valois, e troppo il provano Brantôme e gli altri cronisti.

Essendo morto il Delfino, Caterina si trovò sui gradini del trono, ma fra la duchessa d'Etampe[5] amante del suocero, e Diana di Poitiers amante del marito; costretta a dissimulare ed ecclissarsi. Ma ecco Francesco muore, logoro dai piaceri, il 31 marzo 1547, e Caterina diventa regina, ma pur sempre avvilita dall'insultante presenza d'una rivale, che sebbene invecchiata, conservava sopra Enrico un predominio, che i contemporanei non seppero attribuire che a fatuchierie. Il re volle sua moglie venisse coronata il 10 giugno 1549, con feste splendidissime e un torneo quale soleasi in quel regno, che fu sopra gli altri reputato per tali spettacoli; e pensò rendere compiuta la festa col far bruciare quattro eretici. Ma uno di essi, col quale aveva egli medesimo più volte disputato, lo fissò con tal misto di dolore e di coraggio, che il re ne raccapricciò, e fece proponimento di più mai non esporsi a simile cimento.

La Francia era paese robustamente sistemato, sicchè respinse costantemente le novità, quando più prevalevano nella Germania e nell'Inghilterra, sbranate fra l'aristocrazia; e tutte le memorie attestano come la maggioranza del popolo restasse avversissima ai novatori, e guardasse in sinistro ogni concessione che a questi si facesse. Li favorivano invece i principi del sangue e i grandi vassalli e guerrieri, come i reali di Navarra e l'ammiraglio di Coligny. Ne derivava per tutto il regno uno scompiglio, ben più grave che all'Italia non fosse sorto dalla lotta fra il papato e l'impero: e Caterina trovossene in preda allorchè, nel 1560 ucciso suo marito in un torneo, ebbe ad assumer la reggenza pel fanciullo Francesco II, poi per l'altro Carlo IX. Nipote di due gran papi, vedova d'un re, madre d'una fanciulla che sposò Filippo II, e di due figli che successivamente regnarono; bella, colta, maestosa, magnifica allo spender e al fabbricare giusta l'esempio della sua famiglia, nel vigor degli anni, istruita dalle sventure de' suoi e dalle proprie, inasprita [11] dall'aver dovuto lunghi anni rassegnarsi a un'oltraggiosa rivalità e tenersi rimossa dagli affari, si vide d'un tratto a capo del regno, fra il vortice di poderose fazioni, che sbranavansi nella parte più vitale, la religiosa. Le imprecazioni, troppo consuete in tempi di partiti, e quando la parte che soccombe è la più attuosa in parole e scritture, perseguitarono questa donna, rea sopratutto d'esser forestiera: e la storia servile la copiò, esibendola come il tipo dell'astuzia e della fierezza italiana, d'una politica egoista da Machiavello, d'una fredda crudeltà; e testè Michelet la chiamava «un verme sbucato dal cimitero d'Italia». Realmente essa, ancor giovane e avvenente, più non depose il bruno; de' rotti costumi suoi non cianciano che i romanzieri[6], quantunque per politica tollerasse gli altrui; amante de' figliuoli, sebbene li trattasse da assoluta: operosa così, che fin venti lettere scriveva in un dopo pranzo: d'abilità insigne diè prova, dedotta da quel sentimento d'una grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni secondarie e alle calunnie di fazione: inarrivabile nell'affascinar chi l'avvicinasse, tenea la corte più splendida d'Europa, ricreata da feste, balletti, amori; e mentre la imputavano di cumular tesori, alla morte non le si riconobbero che debiti. Chi conoscesse anche solo i miserabili tempi in cui viviamo, saprebbe quante difficoltà porti il regolarsi in età di passioni violente, dove la medesima condotta produce applauso o esecrazione, anzi dà alternamente l'uno e l'altra. Quest'è ben certo che la politica di Caterina fu eminentemente francese, e mentre gli Ugonotti avrebbero venduto la patria agli Inglesi o chiamato a devastarla i raitri tedeschi, ella si staccò dall'alleanza di Spagna, cercata dai partigiani; e nel volere conservar se stessa in dominio conservò la Francia che minacciava o andar a brani o cascar nella tirannide. Con ciò siamo a gran pezza dal voler giustificare tutti i suoi atti, ispirati, come gli altri del tempo, dalla politica di cui si fe' dettatore quel Machiavello, che merita le apoteosi de' nostri contemporanei perchè insegnò che «la fraude fu sempre necessaria a coloro che da piccoli principj vogliono a sublimi gradi salire; la quale è meno vituperevole quanto è più coperta»[7].

Coi Riformati tentò ella dapprincipio la conciliazione, e fu per sua opera che si tenne un colloquio a Passy. Per ottenerlo essa avea scritto a Pio IV, esponendo, le opinioni in Francia esser propense alla Riforma, come sempre verso ciò che è nuovo e che fiede l'autorità; quelli staccatisi dalla Chiesa sommare a tanti, da non potersi più reprimere con leggi e coll'armi, comprendendo magistrati e nobili, uniti e formidabili, ma non trovarsi fra loro nè anabattisti, nè libertini, nè d'altre opinioni mostruose, tutti ammettendo il simbolo apostolico. Perciò taluni pensano si deva tollerarli, benchè deviino in altri punti; sperando che Iddio dissiperà le tenebre, e farà sfavillare a tutti la luce e la verità. Qualora il papa volesse aspettar le decisioni del Concilio[8], bisognerebbe al male pressante trovar rimedj particolari per [12] richiamare i traviati e ritenere i fedeli. Pei primi, il miglior mezzo sarebbe l'istruzione; pacifiche conferenze tra quei delle due parti che possedano maggior scienza e amore di pace; ne' vescovi zelo di predicare, d'avvertire, d'esortar alla carità, alla concordia; astenersi da diverbj e da termini ingiuriosi. A quelli rimasti in grembo della Chiesa, ma con dubbiezze e difficoltà e travagli di spirito, vorrebbesi toglier ogni occasione di scandalo; sbandire l'adorazione delle immagini e la recente festa del Corpus Domini: nell'amministrazione del battesimo ommettere gli esorcismi e la saliva e le preghiere estranie all'istituzione del sacramento. Vorrebbesi anche ammettere tutti alla sacra mensa sotto le due specie; non comunioni nè messa in privato, ma tutti insieme, e dopo la confessione generale de' peccati, e cantato i salmi, e facendo preghiere pel re, pei signori, per gli ecclesiastici, pei frutti della terra, per gli afflitti; tutto in vulgare anzichè in latino, acciocchè i fedeli possano scientemente esclamare Così sia. Indicava altre pretese aberrazioni del culto; e finiva esortando il santo padre a immolar se stesso, assicurandolo che le persone savie e moderate non attentavano all'autorità di lui, nè presumeano innovare il dogma.

Solite illusioni, dalle quali prestamente ella fu riscossa per forza. Pio IV a quel colloquio deputò il cardinale di Ferrara, nato dalla famosa Lucrezia Borgia. Fu ricevuto senza le onoranze consuete, e subito i libellisti sparpagliarono ch'era nipote d'Alessandro VI, del quale si pubblicò la storia scandalosa, e gli aizzarono il popolo in guisa, che a fischi inseguiva il crocifero quando uscisse sulla mula a croce alzata. Nella villa di Passy l'agosto 1561 fu tenuto il colloquio, e Teodoro Beza, che veniva campione del suo amico Calvino, volle aver per appoggio Pietro Martire, come dicemmo (vol. II, pag. 76). Quivi undici ministri e ventidue inviati delle principali chiese riformate di Francia combatterono il cardinal di Lorena, alla presenza della Corte e di gran savj; Pietro Martire, che parlava italiano per compiacere a Caterina, vi spiegò grand'erudizione e aspirazioni moderate; si compilò la famosa formola intorno alla Santa Cena, transazione che i nostri teologi repudiarono come capziosa ed ereticale; onde il colloquio si sciolse, inutile come tutti quelli fra due partiti estremi.

Al colloquio assisteva un altro prelato italiano, Giovanni Antonio Caracciolo. Era nato a Melfi, terzo figlio di Sergianni Caracciolo principe di Melfi e duca d'Ascoli, e gran siniscalco del regno, che passato in Francia dopo le vittorie del Lautrech, come maresciallo avea guerreggiato i Valdesi della val di Luserna, e fatti smantellare i castelli di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna. Cresciuto alla Corte di Francesco I, presto se ne annojò, e ritirossi al deserto della Sainte-Baume in Provenza; poi reduce a Parigi, si fe certosino, indi canonico di San Vittore (1538), lo che non tolse che abbracciasse la milizia, finchè Francesco I per tenerlo alla religione lo costituì abbate di quell'insigne monastero. Come irrequieto nelle speranze, così era scandaloso ne' costumi, [13] vestiva da laico, blandiva cortigianescamente, e con tal mezzo nel 1551 ottenne il vescovado di Troyes, colla licenza di conservare la lunga barba. Quivi inclinò alle dottrine de' Riformati, partecipò alle loro cerimonie, a cui la sua posizione aggiungeva molta autorità; Enrico II gli proibì di predicare; la Santa Inquisizione a Roma lo processò; ma egli ritrattossi pubblicamente, e si recò a' piedi del pontefice. Forse sperava il cappello cardinalizio, e non l'ottenendo, passò per Ginevra, e affiatatosi con Beza e con Calvino, adottò le loro confessioni: al colloquio di Passy cercò spedienti di conciliazione, ma dopo di quello professò apertamente la Riforma; chiamò alla sua città Pietro Martire e in man di esso abjurò, e unì una comunione protestante, pur conservando il titolo di vescovo, aggiunto a quello di ministro del Vangelo[9], ed i Calvinisti, distruttori della gerarchia, pur continuarono a osservarlo come vescovo. Morì del 1569, e non è certo s'ammogliasse. Scrisse il Miroir de la vraie religion (Parigi 1541), e nelle Lettere di principi a principi n'è una sua del 14 luglio 1559 per giustificare il Montgomery dell'uccisione di Enrico II.

Tra ciò il calvinismo si diffondeva, e Pietro Paolo Vergerio, all'elettor di Sassonia scrivendo nel 1560 e 61, gratulavasi continuamente che le loro cose in Francia prosperassero; che essendo governatore il nuovo re di Navarra, zelante evangelico, sperava s'andrebbe in meglio, e si ridurrebbe a patteggi il papa. Il Barbaro, ambasciadore veneto a Parigi, alla morte di Francesco I calcolava che un terzo del regno fossero eretici: il Michiel, ambasciadore nel 1561, li portava a tre quarti, sebben l'altro ambasciadore Soriano l'anno stesso li restringesse a un decimo: e nel 1569 il Correr asseriva che, al tempo della maggior possa, gli Ugonotti erano un trentesimo del popolo, e un terzo della nobiltà[10]. Bayle, scrittore disaffezionato della religione cattolica quanto ognun sa, scrive che «stette a ben poco che i Protestanti non guadagnasser il sopravento al principio di Carlo IX, e se vi riuscivano, sa Dio che sarebbe divenuta la religione persecutrice. Se il re di Navarra, dichiaratosi per essi, avesse avuto la forza di conoscer il laccio che l'altro partito gli tendeva (massimamente nel promettergli il regno di Sardegna), sarebbe rimasto saldo nella loro comunione. Tanto bastava per assicurare la vittoria, essendo egli luogotenente del regno, nè era difficile far abbracciar la professione della chiesa riformata a Caterina de' Medici».

Questa speranza nutrirono molti[11], e più da che, coll'editto del gennajo 1562, ella ebbe proclamato la tolleranza religiosa; ma poichè ciò fu causa della prima guerra civile, ella s'avvide come coll'unità della religione perirebbe l'unità del regno: e favorì i Cattolici, ricevette i primi Cappuccini, condotti da frà Domenico da San Gervaso, e assegnò loro un convento in Parigi nel 1571. Ma già le discordie erano scoppiate da per tutto; gli Ugonotti saccheggiavano le sacristie, i Cattolici distruggevano le cappelle; dagli insulti [14] passavasi al sangue: martiri vantavansi da tutte le parti[12]; la guerra civile infuriava; i principi della casa reale erano divisi, gli uni appigliandosi pertinacemente al passato, gli altri agognando al nuovo. Giovanni Correr, dipingendo quelle miserie de' Francesi, conchiudeva: «Gli ho sentiti più volte esclamare: Oh se i miei beni fossero nel veneto! E mi domandavano se la Repubblica accettasse danari a prestito; voleano depor alla nostra zecca grandi somme, credendovele sicure. Venezia era per loro il luogo più sicuro, il paese ove non si conosce che un Dio solo, non si pratica che un solo culto, s'obbedisce a un principe solo, e tutti possono vivere senza paura, e godere il proprio bene in pace».

Dacchè in Iscozia spossessavasi Maria Stuarda, la riverenza pei regnanti era scossa, e i Riformati aveano proposto pure in Francia di impadronirsi del re e del cardinale di Lorena; ma non riescirono che ad esasperarli. In realtà gli Ugonotti aspiravano a repubblica e a spezzar la Francia in provincie confederate: Calvino avea dichiarato che il re, il quale non ajuta la Riforma, si abdica da re e da uomo, onde perde il diritto di farsi obbedire, e merita gli si sputi in faccia, come a tutti i re cattolici. I suoi seguaci formavano quasi una potente massoneria: aveano fatto molte parziali uccisioni; le insurrezioni succedeano contemporanee, come allorchè son effetto di intelligenze segrete: levarono uomini e denari; e nel 1563 settantadue ministri calvinisti aveano sporto al re una petizione acciocchè prevenisse le eresie e gli scismi e le turbolenze che ne derivano, punendo severamente gli eretici, cioè chi dissentiva dalla loro confessione. Pare ancora che il famoso grancancelliere L'Hopital e il cancelliere Ferrier, protestante celato che stava ambasciadore a Venezia, e molto stretto con frà Paolo Sarpi, tramassero per istaccare il re dal papa, e indurlo a costituire una chiesa nazionale. E già i risoluti allestivansi a guerra rotta; gli Ugonotti, capitanati dal Condè, non esitarono a ceder all'Inghilterra le fortezze francesi; e coll'assassinio liberaronsi del duca di Guisa, capo de' Cattolici. Caterina, più fida al partito nazionale, malgrado i consigli di Filippo II e del duca d'Alba, credendo suo primo dovere l'evitar la guerra intestina, sopportava persino le sommosse parziali, le uccisioni, l'aperta resistenza; cercava tempo dal tempo; dicono gli uni per debolezza, dicono gli altri per ambizione: l'avrebbero esecrata come sanguinaria se reprimeva i primi eccessi: l'esecrarono quando di passo in passo lasciolli crescere fin alla spaventosa catastrofe di San Bartolomeo.

Il granduca di Toscana avea cercato insinuare di perdere i nemici di Francia piuttosto in pace che in guerra. «Consideri la santità sua che, nel travagliare quel regno con l'armi, si fanno ogni dì nemici al re ed alla religione cattolica, nè può con tutti li ajuti che gli porga rimediarvi sua beatitudine; anzi, che i tristi si valeranno a suscitar le genti contra il principe loro naturale con il nome del papa, siccome si è veduto [15] per il passato; dove che nella pace e quiete del regno sarà in potere di quelle maestà spegnere quei capi facinorosi e seduttori, e di questa maniera ridurre il restante a poco a poco e con facilità al gremio della Chiesa romana»[13].

Pio V, udendo la desolazione della Francia e i pericoli in cui gli Ugonotti metteano que' regnanti, risolse soccorrerli d'armi e denaro. Quelle affidò a Lodovico Gonzaga, duca di Nevers; ma di denari mancava, tutto avendo dato all'imperatore, a Venezia, ai Cavalieri di Malta per la guerra contro i Turchi; e durando nel proposito di non aggravare di più i sudditi. Uscì dunque con raccomandazioni, e subito vi risposero tutti i paesi d'Italia; il senato romano con centomila zecchini, altrettanto gli ecclesiastici, altrettanto lo Stato: molto i duchi di Savoja, parenti e vicini ai reali di Francia, ed Emanuele Filiberto impose ducento mila zecchini ai sudditi: centomila il duca di Toscana, altrettanti Venezia, ricevendo in pegno sette diamanti della corona: ducencinquantamila ne votò il clero cattolico. Dove ci pajon notevoli e la spontaneità di quelle offerte, che attestano come una tal guerra fosse popolare: e il dispiacere che il papa mostrava di esser costretto a cercare.

Caterina si era indotta, nel 1568, a concedere l'editto di pacificazione di San Germano, col quale veniva a riconoscere gli Ugonotti e la pubblicità del loro culto; e impalmò una sua figliuola ad Enrico re di Navarra, capo di questi. Il Parlamento negò registrare quell'editto; il popolo indignavasi del matrimonio, e viepiù quando i seguaci di esso re ricusarono curvarsi all'effigie della Madonna. Il Correr, ambasciatore veneto nel 1570, scriveva: «In Parigi il popolo è così devoto, levatone un picciol numero, e così nemico degli Ugonotti, che con ragione posso affermare che in dieci città delle maggiori d'Italia non vi sia altrettanta devozione ed altrettanto sdegno contro i nemici della nostra fede, quanto in quelle». Commetteansi eccessi contro di loro, a loro attribuivansi le pubbliche sciagure e inumani delitti, come un tempo agli Ebrei; ai loro supplizj accorreasi come a una festa, piacendosi d'atroci mutilazioni.

Crebbe l'ira contro gli Ugonotti dacchè le armi cattoliche di Spagna, di Venezia e del papa ebber rotta a Lepanto la flotta turca, e salvato da un'invasione musulmana l'Italia e l'Europa; mal soffrendo che una così segnalata vittoria si fosse riportata senza che la Francia vi concorresse. Il nuovo duca di Guisa, caporione del partito cattolico, viepiù se ne esaltò, e indispettivasi che la decretata tolleranza scemasse la sua onnipotenza, e fosse rimesso in onore l'ammiraglio di Coligny, ch'egli credeva autore dell'assassinio di suo padre. Invano Carlo IX, rinnovato l'editto di pacificazione, volle che i due emuli giurassero dimenticar le ingiurie. Il Guisa pensò ripagar l'assassinio coll'assassinio, spedienti allora pur troppo consueti[14]; e il Coligny fu colpito, non ucciso. Se la tigre [16] assapora il sangue chi più la frena? e le fazioni son tigri. Quinci e quindi preparavasi una strage universale; il papa stesso la prevedeva, e ne dava avviso[15]: non restava che a decidere chi primo. E primi furono i Cattolici, che la notte di san Bartolomeo del 1572 assassinarono molti Ugonotti, sul cui numero corre grandissima diversità. L'esecrazione per quel fatto non potrà esser menomata da ragionamenti; ma i fatti provano che Carlo IX e Caterina ne erano innocenti, se non ignari; che dovettero consentire a quel che imponeva o il furor della vendetta o il pericolo di rimanerne vittima.

Di questi successi noi abbiamo narratore Enrico Caterino Davila (1576-1631), i cui nomi derivano dal re e dalla regina, benefattori di suo padre dopo che i Turchi l'ebbero espulso da Cipro dond'era connestabile. Nacque a Padova, fu lungamente in Francia, della quale potè veder dappresso gli scompigli e prendervi anche parte. Fedele alla bandiera cattolica, meno per credenza che per politica, sostiene continuo la fazione regia; minuzioso come chi è abituato alle anticamere, pure con occhio arguto scerne le ipocrisie de' partiti, vagheggia la buona riuscita ottenuta dai furbi o dai forti, e la strage del san Bartolomeo disapprova solo perchè non raggiunse lo scopo.

Ma che quella fosse una lunga premeditazione ogni carta che si scopre o che meglio si legge lo smentisce. Se Caterina pensò realmente toglier di mezzo il Coligny, e il misfatto crebbe a inaspettate proporzioni, ella non sarebbe men colpevole, ma in modo diverso dal vulgato. Ciò che sgomenta si è che quell'esecrabile delitto venne festeggiato, quanto vedemmo ai dì nostri alcuni altri assassinj, fin giustificati teoricamente: a Roma una medaglia fu coniata per rammemorarlo; il Vasari lo dipinse; il famoso milanese Francesco Panigarola, predicando in San Tommaso del Louvre, in presenza a tutta la Corte, congratulava il re che, dopo aver tanto pazientato, ed esposto l'onor del regno e la dignità propria a pericoli evidenti, avesse alfine restituito il manto cilestro e i gigli d'oro alla bella Francia, dianzi abbrunata; ristabilito la vera religione cristiana nel paese cristianissimo, purgato dall'infezione dell'eresia quanto è fra la Garonna e i Pirenei, fra il Reno e il Mare[16]. Il Tasso, e tutti gli scrittori del tempo magnificano quel fatto. Il Requesens, governatore di Milano, aveva scritto al granduca: De Francia tengo casi los mismos. Y me pesa mucho que non se proceda contra los hereses con el rigor que se començo, y convenia. Plazera a Dios que el rey cristianissimo tenga el fin que publica, y a su tiempo tome la occasio. Poi come ebbe notizia della strage, al 3 settembre rallegravasi seco de lo subcesso en la corte de Francia a los 24 del passado, pues la muerte del Amirante, y de las mascabeças de Luteranos, que fueron muertos a quel dia por los Catolicos. Sarà tanta falta a los Ugonotes, y abierto camino al rey cristianissimo para que, con el buen zelo que tiene, pueda [17] allanar su regno, y asentar las cossas de la religion como convenga demas delo que esto ymportara para asentar las cossas de Flandes ecc.

E al 10 settembre: Espantome que entonces no tuniesse v. e. el aviso de la muerte del Almirante, y de los demas hereses de Francia. De que con el ordinario passado me alegre con v. e., come me alegro agora de nuevo, con la qual cessara lo de la armada de Estrozi: pues se occupara en cobrar la Rochela, y todos lo demas umores que v. e. dize que se sospechava que andavan levantandose.

E il 14: Y es con muy gran razon alegrarse v. e. con migo del buen subceso de Francia, pues siendo aquel tan en servicio de la christianidad, y occasion para que el rey christianissimo pueda asentar las cossas delle como le conviene en su regno. Me avia de caber tanta parte de contentamiento despues a ca estan estas fronteras quietas, y nos ôtros mas Plega a Dios dellevallo adelante pues lo que mas conviene es la paz entre los principes christianos, y atender solo contra los infieles, ecc.

Anche altre lettere trovammo negli archivj, di congratulazione per quel fatto, pel quale furono ordinate feste di ringraziamento in tutta Toscana e altrove, considerandola come un gran pericolo isfuggito.

Effetto immediato della strage in Francia fu il prorompere più violenta la guerra civile, la quale con variatissimi successi continuò lungo tempo[17]. Caterina, mescolata per trent'anni a que' fatti, subì giudizj affatto diversi, certo ebbe molto talento, molta ambizione, molta abilità, poca morale, badando solo al fine, qual era di salvare il trono dei Valois.

Sisto V, coll'altissimo sentimento che avea dell'autorità, dovea condannare i re eretici di Francia, ma al tempo stesso riprovare la Lega che erasi formata contro di loro. Pertanto non volle continuare i soccorsi che Gregorio XIII avea dato alla Lega, e quando la Spagna lo eccitò a mantener le promesse del predecessore, all'ambasciadore che dicea volergliene far l'intimazione a nome della cristianità egli rispose: «Se voi mi fate l'intimazione, io vi fo tagliar la testa». Insieme però nel settembre 1585 avventava la scomunica a Enrico di Navarra ed Enrico di Condè, rimasti caporioni del partito ugonotto. Il parlamento di Parigi ricusò registrar la bolla; il re di Navarra fece affiggere in Roma una protesta, ove lo chiamava falso papa ed eretico, e che lo proverebbe in un Concilio legittimamente radunato.

Sisto s'inviperì di tale atto, poi meravigliandosi che alcuno avesse tanto osato, malgrado il terrore che ispirava, prese buon concetto di quel principe; mentre d'Enrico III, altro figlio di Caterina, prevedeva che il suo carattere lo condurrebbe al punto di dover gittarsi in braccio agli Ugonotti. Così fu, e questo re che già s'era disonorato in Polonia, trovò un fanatico che l'uccise in nome della religione cattolica, come in nome della protestante era stato assassinato il Guisa.

Toccava allora la corona di Francia al re di Navarra col nome di Enrico [18] IV, ma era costretto conquistarsela. Sono vicende famose per istorie e poemi, dove noi tocchiam soltanto di volo ciò che appartiene all'Italia. La Lega formata dai Cattolici per respinger il re ugonotto, ebbe ajuti da Filippo II di Spagna, che vi mandò Alessandro Farnese duca di Parma[18] uno de' migliori generali del mondo, e che allora guerreggiava i Protestanti ribellati nelle Fiandre. Uom positivo quanto valente capitano, non ambiva la gloria, ma la riuscita; nulla abbandonava al caso, ma colla lentezza assicuravasi i successi. Se Enrico IV gli facea dire da un araldo «Uscite dal vostro coviglio, e venite ad affrontarmi in campo aperto», egli rispondeva: «Non ho fatto tanto viaggio per venir a prender consiglio da un nemico». In fatto con sapiente inazione riuscì a vittovagliare l'assediata Parigi: come un'altra volta, accorso in ajuto del circondato Mayenne, a Caudebec ne salvò tutto l'esercito, sotto gli occhi d'Enrico.

In questi successi volea vedersi direttamente la mano di Dio. Per sostener il coraggio degli assediati, il papa avea spedito legato il cardinale Cajetano, a cui si accompagnò il milanese padre Panigarola. Questi era stato in patria scolaro di Primo Conti e d'Aonio Paleario: dotato di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d'allora. «A poco a poco (narra egli di sè) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d'esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de' quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell'ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l'aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò collo schermo solo d'una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni»[19]. Dopo gioventù così dissipata andò francescano, e preso a modello il famoso oratore Cornelio Musso, salse anch'egli in gran celebrità; dove arrivava era accolto a battimani, e spesso costretto recitare un discorso prima di riposarsi.

A istanza di Pio V ito a Parigi, fu festeggiato, massime da Caterina regina. Tornato in Italia il 1573, continuò i trionfi, e venne fatto vescovo d'Asti nel 1587. Per verità egli non mostra conoscere nè la teologia abbastanza, nè il cuore umano; ma parla vigoroso, e forse più vigoroso declamava; donde quei grandi effetti. Da Sisto V rispedito in Francia il 1589, dal pulpito esaltava gli avvenimenti coi paragoni di Betulia liberata e di Senacherib: sul testo [19] Ecce motus magnus factus est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus, confortava i Parigini a sostener que' patimenti, assomigliati a quelli di Cristo; prometteva a nome del papa un giubileo speciale: esortava a respinger la milizia inglese, «le cui crudeltà sono scritte con il sangue nei sobborghi vostri», e vendicarsi de' Politici e del re di Navarra, raffigurato in Acabbo.

Ma il Farnese morì, ed Enrico IV calcolò che il regno di Francia poteva anche comprarsi con una messa[20]. Cercò dunque riconciliarsi col pontefice; fece l'abjura: e alfine fu ricevuto all'assoluzione, imponendogli di ristabilire il culto cattolico in tutto il Bearn; pubblicare in Francia il Concilio di Trento, salvo certe modificazioni; restituire al clero cattolico tutti i beni, escludere i Protestanti da ogni pubblica carica; a lui personalmente imponevasi di sentir messa conventuale tutte le domeniche, e messa privata ogni giorno, dire il rosario tutte le domeniche, le litanie tutti i mercoledì, digiunare tutti i venerdì, confessarsi e comunicarsi almen quattro volte l'anno.

Il 15 novembre 1595 si fe la cerimonia, che pel papato riusciva un insigne trionfo dopo tante umiliazioni. In San Pietro, ornato colla massima pompa, il pontefice Clemente VIII nell'arredo più splendido sedeva sul trono, circondato da' cardinali e dalle cariche di palazzo: e con dodici penitenzieri portanti la bacchetta. I cardinali D'Ossat e Du Perron, incaricati di rappresentare il re, lessero la professione di fede, e promisero le condizioni imposte. Intonossi il Miserere, durante il quale il papa con una verga batteva or l'uno or l'altro dei due messi, e dichiarò assolto il re, e tornogli il titolo di cristianissimo. Allora proruppero i canti del gaudio, accompagnati da organi, campane, cannoni: e il papa abbracciando i due procuratori disse: «Mi reputo felice di aver aperto al vostro signore le porte della Chiesa militante». Du Perron soggiunse: «Accerto vostra beatitudine che, colla fede e colle opere buone, egli aprirà a se stesso le porte della trionfante».

Il papa anche nell'interesse mondano aveva di che esultare, poichè da quell'istante cessava di esser protetto soltanto dalla Spagna, sincera e convinta cattolica, ma dura e imperiosa, e trovava un nuovo appoggio in questa Francia bizzarra e generosa. Enrico, che pur non s'intendeva molto di libertà religiosa, meritò da Clemente VIII quell'elogio: nihil sibi de religione adsumens. E quando fu ucciso[21], Paolo V disse al cardinal d'Ossat: «Voi avete perduto un buon padrone, io il mio braccio destro»; e scrisse alla vedova Maria de' Medici una lettera di cui trovammo la bozza al Nº 4029 dell'Archivio Mediceo: «La morte del re Enrico, che sia in gloria, essendo caso così grave e acerbo che eccede ogni esempio, dovrà credere la maestà vostra che sia altrettanto grave ed acerbo e con ogni eccesso d'amore il dispiacere con che sentiamo ancor noi questa disgrazia, la quale tanto più punge e ferisce l'animo nostro, quanto che partecipandone così gran parte, non conosciamo che questo rispetto possa diminuire in lei il suo dolore ecc.»[22].

[20] Noi ci limiteremo a riflettere come Caterina proclamasse la tolleranza religiosa, e i Cattolici vi si opposero fino a proromperne la guerra civile: Carlo IX rinnovò l'editto di pacificazione, e vi rispose la micidiale notte di san Bartolomeo: Enrico III non vi riuscì per opposizione della Lega: Enrico IV potè stabilirla mediante l'editto di Nantes, che però fu revocato da quel che i Francesi chiamano il gran re. Se ne argomenti qual concetto s'avesse della tolleranza religiosa.

[25]

DISCORSO XL. ERETICI A NAPOLI.

Degli eterodossi nel Napoletano largamente discorremmo, parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo, e più nel Discorso XXXII sopra l'Inquisizione: non ci resta dunque che spigolar alcune cose ommesse.

I primi semi della dottrina luterana diconsi sparsi dai soldati che aveano menata a orribile strazio Roma, e che colà passarono per iscacciarne il Lautrec e i Francesi. Nel 1536 Carlo V vi pubblicò un rigoroso editto che vietava ogni pratica coi Luterani, pena la vita e la confisca[23]: e già all'uopo stesso nel 1533 vi si erano stabiliti i Teatini, i quali vedemmo attenti sopra le dottrine sparse dal Valdes. Pure nel 1536 vi predicò l'Ochino in San Giovanni Maggiore, sentito con grand'attenzione da esso imperatore. Ma partito questo, il governatore Toledo, al quale esso avea raccomandato di badare non si propagasse l'eresia, non lasciogli continuar le prediche se prima non dichiarasse in pulpito chiaramente le sue opinioni circa i punti controversi. Il frate seppe schermagliar di modo, che potè continuare il quaresimale, e partendo lasciò molti imbevuti delle sue dottrine «i quali poi con la mutazione della vita furono detti spiritati»[24], o piuttosto spirituali, titolo che spesso vediam loro attribuito.

In occasione d'un grave tremuoto al 7 agosto, il popolo gridò fosse castigo di Dio contra gli eretici, onde molti furono detenuti dalla Corte dell'arcivescovado. Pure nel 1539 tornò a predicarvi l'Ochino nel duomo[25], e il Castaldo dice che «le sue prediche diedero campo e ragione a molti di parlare della santa scrittura, di studiare gli evangeli, e disputare intorno la giustificazione, la fede e le opere, la potestà pontificia, il purgatorio e simili altre difficili questioni, che sono de' teologi grandi, e non da esser trattate da' laici, e massime di poca dottrina e di minime lettere. Ed io dirò cosa che parrà incredibile ed è pur verissima, che insino ad alcuni coriari della conceria al Mercato era venuta questa licenza di parlare e discorrere dell'epistole di san Paolo e dei passi difficultosi di quelle, e come in ogni parte d'Italia dove avea predicato, così anche in Napoli lasciò partendo alcuni fedeli discepoli».

[26] «Nella invasione che sopportò l'Italia degli eretici luterani sotto il Borbone, dice il Bernino[26], ritrovavasi già o infetto o dispostissimo alla infezione il regno di Napoli quando colà giunse Giovanni Valdes... sovversore miserabile di quel popolo. Conciossiachè egli profondamente eretico luterano, ma altrettanto bello d'aspetto[27], grato di maniere e, ciò che rende più attrattiva la bellezza, fornito di vaga erudizione di lingue, pronto di risposte e studioso della sacra scrittura, annidatosi in quella metropoli, ebbe uditori in copia e seguaci in fede».

Anche nella vita di Galeazzo Caracciolo (Ginevra 1587) è detto che il Valdes, «avendo qualche conoscenza dell'evangelica verità, e sopratutto della dottrina della giustificazione, aveva cominciato a trarre alcuni nobili, coi quali conversava, dalle dense tenebre, rifiutando le false opinioni della propria giustizia e dei meriti delle buone opere, e per conseguente dimostrando molte superstizioni». Giosia Simler protestante scrive pure che il Valdes «guadagnò moltissimi e massimamente dei nobili, a Cristo, e vi fu in quel tempo nella città di Napoli una comunità non ispregevole d'uomini pii».

Contano fra i pervertitori di que' paesi Marcantonio Flaminio, che, secondo il Bernino «si diè alla predicazione della vita spirituale pel territorio di Sessa e di Caserta», oltre il Carnesecchi e il Vermiglio, che a Napoli era abate degli Agostiniani in San Pietro ad Aram: il Giannone aggiunge che esso Vermiglio ebbe tanto credito e concorso di gente, che, chi non v'andava, era riputato mal cristiano[28]. Tra' costui auditori e settarj memorano Francesco Caserta, che poi trassesi dietro il marchese Caracciolo; Benedetto Gusano da Vercelli: Giovanni Montalcino «gran lettore delle epistole di san Paolo»[29], Lorenzo Romano siciliano.

Per cura de' governanti le conventicole cessarono, anche prima che il Valdes morisse circa il 1540. In quest'anno il Carnesecchi avea già letto il libro del Benefizio di Cristo, forse ancora manoscritto, e che certamente era stampato nel 1543 a Venezia, e molto fu diffuso nel reame. Allora racconta il biografo di Galeazzo Caracciolo che infestavano il regno di Napoli alcuni Ariani e Anabattisti, «i quali, veduto che Galeazzo non aveva ancor raggiunto la piena cognizione delle Scritture, non tralasciarono nulla per insinuargli i loro dogmi falsissimi». Ma egli conversò quotidianamente coi discepoli del Valdes «che in Napoli erano numerosissimi, e che nella cognizione della verità cristiana non erano progrediti oltre l'intelligenza dell'articolo della giustificazione e lo schivare alcuni abusi del papismo: per altro usavano alle chiese, udivano messa, partecipavano alle consuete idolatrie». Esso li seguì alcun tempo, e ciò l'avrebbe certamente rovinato, come altri rovinò, i quali arrestati per motivo di religione, mancando de' primarj fondamenti si ritrattarono, come avvenne al Caserta ch'era stato il principale stromento della conversione del Caracciolo.

[27] Allora furono proibiti varj libri che prima eransi stampati liberamente, quali esso Benefizio di Cristo, il Sommario della Scrittura, opera di Melantone; e nel largo davanti la porta dell'arcivescovado furono bruciati, dopo una predica del domenicano Ambrogio de' Bagnoli. Il Castaldo che lo racconta, assicura che dopo d'allora non s'intese che alcun più li tenesse, e chi parlava della santa scrittura lo facea con più modestia e sobrietà. Poi una nuova prammatica del 1545 sulla censura de' libri, e la soppressione di alcune accademie fecero svanire lo studio di quelle curiosità[30].

Al Caracciolo avvenne altrimenti, perchè, venuto in Germania per gl'incarichi suoi, prese ad operare più intrepidamente che non i Nicodemiti che avea lasciati in Italia, e principalmente gli giovò Pietro Martire Vermiglio, che allora dettava in Argentina. Istrutto da costoro, tornò a Napoli, ove ai seguaci del Valdes predicò l'obbligo d'astenersi dall'idolatria, ma non gli diedero ascolto, non approvando essi la dottrina che promette afflizioni, persecuzioni, perdita di beni e di onori, abbandono della casa, della patria, della famiglia per servir Dio[31].

Che cosa di lui seguisse il vedemmo: qui riferimmo tali rimproveri del Balbani per indizio dello stato delle chiese eterodosse nel reame. E anche il Vergerio dice che il Valdes lasciò «molti discepoli, uomini di corte: che se una parte di essi è riuscita netta e calda, l'altra è restata con alcune macchie, fredda e paurosa. Dio la scaldi e la faccia monda».

Contro i triumviri della repubblica satanica (come Antonio Caracciolo qualifica il Valdes, Pietro Martire ch'è dice Cacomartire e l'Ochino) avventossi san Gaetano; andava o mandava ad ascoltarli, e non potendo più dubitare de' lori errori, li denunziò al cardinale Teatino; rivelò ai Napoletani la ipocrisia di costoro, che in veste d'agnelli aveano contaminato la Campania, e le indegnità commesse nelle loro conventicole, dove andavano mescolati uomini e donne; onde i capi fuggirono. Forse era tra questi il marchese Gianbernardino Bonifazio d'Oria, del quale raccontammo a p. 327 del volume II, e al quale a Danzica sul Baltico fu posta una lapide che narrava qualmente in medio hispanicæ inquisitionis furore[32], agnita ex scriptis Melanchtonis evangelii luce, paulo post exuli voluntario, ac primo Venetias, dein ob irati pontificis insidias per Helvetiam in Germaniam et ad wormatiense colloquium delato, morì ottagenario nel 1597, Bonifaciorum ultimus.

Il biografo di san Gaetano racconta che questi «co' suoi ebbe grande omaggio dai pii, e concorsero a San Paolo, chiesa de' Teatini, innumerabil quantità de' principali nobili e del popolo, acciocchè quivi ricevessero i sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, e udissero Gaetano e Giovanni Marinone che a vicenda predicavano sulle cose celesti, senza pompa di parole ma con egregio profitto di virtù».

Non è però a credere che ogni seme dell'errore fosse divelto nel regno. Già [28] nominammo (vol. II, pag. 329) Francesco Romano che v'avea partecipato, ed era fuggito da Napoli ove gl'inquisitori lo citavano: a Roma presentossi al cardinale Teatino, denunziandogli gli eterodossi del napoletano, fra cui persone qualificate: indi fece pubblica abjura a Napoli e a Caserta.

Come la inquisizione spagnuola fosse respinta dai Napoletani[33] vedemmo nel Discorso XXXII, ove d'altri miscredenti s'è parlato.

Il marzo 1564 a Napoli, in piazza del Mercato furono decapitati, poi arsi i nobili Gianfrancesco d'Aloisio di Caserta, e Gianbernardino di Gargàno di Aversa come luterani; e «spediti dal vicario dell'arcivescovo editti ad altri di cattivo nome, i quali andamenti della corte tanto temporale quanto spirituale posero la città quasi in rivolta, e così stette molti dì e mesi»[34].

Fu allora che il vicerè Parafan de Ribera scrisse a re Filippo il 7 marzo 1564:

«Ho ricevuto la lettera che vostra maestà si degnò scrivermi di sua mano il 24 gennajo, e la premura sua che le cose della religione vadano come conviensi al servigio di nostro signore, è conveniente a sì gran principe e sì gran cattolico qual è vostra maestà, e alle grazie che da esso ha ricevuto. Io farò gli uffizj che vostra maestà comanda a Roma, benchè molto non sia da profittarne. Il rimedio vero è l'attenzione che vostra maestà adopera. In una lettera che vien per mano del segretario Vargas, scrivo a vostra maestà come furono suppliziati nella piazza pubblica di questa città un cavaliere e un gentiluomo per luterani. Un d'essi è quel che fece il principal danno in questa terra tutta: e la gente nobile e il popolo han mostrato gran contentezza, benchè mai non abbiano veduto giustiziar nessuno per causa siffatta. Parvemi d'avvisar vostra maestà di quel che, per sua confessione, s'intende d'alcuni prelati di questo regno, acciocchè vostra maestà sia avvertito nelle occasioni che possono presentarsi. Supplico la maestà vostra con tutto l'interesse che posso, che, essendo pericoloso il trattare di ciò, degnisi che nessuna persona ne sappia[35]. Guardi il Signore la real persona vostra».

«Dalla deposizione di Giovanni Francesco di Aloysio, detto altrimenti Caserta, si fan le seguenti confessioni.

«Dell'arcivescovo d'Otranto, dice che dal 1540 fin al 1547 quando furono i tumulti a Napoli, parlò con esso molte volte, e dichiarò che teneva e credeva la dottrina luterana, e si trovò presente quando con grandissima veemenza e autorità, parlando con altri, discorreva, predicava e insegnava la dottrina luterana; e in quel tempo a Napoli era tenuto dai Luterani per un de' caporioni della setta. Deposero contro tal confessione altre persone, e quando si cercasse di passar avanti nell'esame della sua vita vi si troveriano cose più brutte: ma ci vorrebbe espressa commissione di sua santità[36].

«Del vescovo di La Cava San Felice[37] dice il Caserta che nel 48 e 49 stando in Trento, avea avuto disputa con un altro del suo uffizio perchè [29] contraddiceva la giustificazione per la sola fede; la qual opinione egli tenea per verissima: e che così per avere detto ciò, come per esser discepolo d'altro luterano, esso lo ha tenuto per un della setta.

«Dal vescovo di Catania[38] dice che, poco prima dei tumulti di Napoli, fu a visitarlo con un altro compagno suo luterano, e parlando delle cose della Scrittura, dichiarò che teneva e credeva le opinioni luterane, e mostrò possedere i Sermoni di frà Bernardino da Siena e il Benefizio di Cristo, e altri scritti di man del Valdes eresiarca, dei quali lessero alcune parti in sua presenza.

«Dice il Caserta del vescovo di Ana (?) coadjutore di Urbino che, quando frà Marco di Tursi eresiarca stava in Sant'Agostino di Napoli, era molto suo amico: e parlando con esso, alcune volte dissegli che teneva e credeva il punto della giustificazione come lo teneva il Valdes, cioè che l'uomo si giustifica per la sola fede, e che per le opere non merita se non in quanto son come frutto della fede.

«Dell'arcivescovo di Sorrento[39] dice il Caserta avergli detto che teneva le opinioni luterane e che quel cammino di Lutero era il vero, e che lodò molto un libro che possedeva, intitolato Summario della Scrittura, che se lo fece comprare.

«Del vescovo di Isola Fascitelli[40] dice che l'abate di Tursi gli disse era delle medesime opinioni luterane.

«Del vescovo di Cajazo[41] gli disse Geronimo Scanapeco che avea le stesse opinioni luterane.

«Del vescovo di Nola[42] che, prima che gli dessero l'uffizio presente, teneva un libro luterano intitolato Il Benefizio di Cristo, e molto se ne piaceva.

«Del vescovo di Civita di Penna[43] dice il Caserta avergli detto don Apollonio Merenda eresiarca ch'era delle stesse sue opinioni, e credeva e teneva quelle di Lutero.

«Del vescovo di Policastro[44] dice che, avendolo un giorno invitato per esaminarlo sopra certa causa, gli mostrò una composizione che avea fatta sopra il punto della giustificazione, nella quale si dichiarava e insegnava conforme all'opinione del Valdes; e che udì da un Luterano, ora morto, che, leggendo le epistole di san Paolo, aveva insegnato e predicato della predestinazione quel che opinano i Luterani.

«Dell'arcivescovo di Reggio[45] dice il Caserta, e così il Gargano, che, prima che gli si conferisse la presente dignità, stando nel suo convento, lo visitarono essi ed altri Luterani, e che dichiarò teneva e credeva le opinioni luterane, e che una volta nel sermone trattò della giustificazione, e conchiuse si debba tener e credere al modo che insegnava Martin Lutero; e che volendo un giorno uscir fuori, cavò le pantofole che aveva in piede, e si pose le scarpe, dicendo: «Lasciatemi prender la giustificazione de' miei piedi» e gli mostrò alcuni libri luterani che possedeva».

[30] In Calabria, oltre i Valdesi di cui discorremmo a pag. 329, dicesi serpeggiasse il luteranesimo, e ne fossero presi molti monaci e alcuni famigliari dell'arcivescovo di Reggio Agostino Gonzaga. Ma non ne venne notizia al Governo che dalle fiere nimicizie tra i Monsolino e i Malgeri di Reggio, scoppiate nel 1561 in vera guerra civile, ove i Monsolini riusciti superiori, trucidarono i nemici. Gli uni rimbalzavano agli altri la taccia di luterani, con tale ostinazione che il vicerè nel 1562 spedì in Calabria Pietro Antonio Pansa, uomo di inflessibile rigore, che molti convinti d'eresia condannò al rogo. Contansi in essi quattro cittadini di Reggio, undici di San Lorenzo, fra cui sette erano frati cappuccini. A quelli che abjurarono fu dal Pansa ordinato portassero sul petto e sulle spalle un panno giallo, attraversato da una croce rossa.

[32]

DISCORSO XLI. ERETICI IN LOMBARDIA.

Nella città dove lo spirito guelfo fu lungamente alimentato dalle nimicizie contro gl'imperatori; dove nell'età moderna questa medesima avversione si espresse colla predilezione mostrata al principio religioso nazionale, fino a sorgervi gli antesignani del partito neo-guelfo, è notevole come spesso siasi pronunziata la antipatia al primato romano, e dietro ad essa lo spirito acattolico. Il ricordo di tempi quando Milano fu città non seconda che a Roma vi dovette contribuire non meno che la pinguedine del territorio e l'indole degli intelletti; e così il trovarsi essa abbondevole di ricchezze, e un de' principali centri della politica italiana. L'importanza ch'ebbe nel IV secolo sant'Ambrogio e l'esser rimasti capi di un rito particolare pareva attribuire ai successori di quello un'autorità e una rappresentanza eccezionale, viepiù da che divennero anche capi del governo secolare e primarj nelle assemblee del regno. Ma queste cure secolari distrassero talvolta gli arcivescovi dall'attendere alle ecclesiastiche, e vedemmo come a Milano si dilatassero le sêtte dei Patarini, della Guglielmina, de' Nicolaiti, e con quanto stento Pier Damiani e sant'Anselmo inducessero questa diocesi al celibato sacerdotale e alla soggezione a Roma.

Indizj che non trascurammo rivelano come di quelle sêtte non fosse mai divelta affatto la radice. Gli studj umanistici, che quivi prosperarono sotto la protezione de' Visconti, dovettero fomentarvi quello spirito d'esame e di scherno che accompagnò la rinascenza, sicchè presto vi ottennero ascolto le dottrine predicate in Germania. Fin dal 1521, correvano a Milano versi in lode di Lutero, e che finivano:

Macte igitur virtute, pater celebrande Luthere,

Communis cujus pendet ab ore salus;

Gratia cui ablatis debetur maxima monstris,

Alcidis potuit quæ metuisse manus[46].

[33] Il rozzo cronista Burigozzo parla come nel 1534 «venne a predicare in domo un frate de Santo Augustino eremitano; e questo fu una dominica a dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica, primo febraro, annunziò un perdono, con certe bolle de assolvere dei casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano in ditta bolla; ditto perdono fu messo fôra el dì de santa Maria delle Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, sempre col ditto frate e commissario de ditta indulgenzia, e con certi confessionali, sì per li vivi che per li morti; et ognuno che volea ditta indulgenzia (dando li danari ch'erano d'accordo), gli davano la ditta carta, e li metteva suso il nome de colui che pagava, overo de suoi morti; durò questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo fu preso dicto frate et il commissario; e furono messi in prigion in casa del capitano de justizia; e gli fu data la corda e tormenti. Al fine disseno che era vero; e furno reponuti fin a che da Roma venisse la risposta di quello che di lor far se dovesse; et a questo passò qualche giorni: al fine fu concluso che fusseno mandati in galea.....»

Egli stesso all'anno seguente ricorda un processo contro sospetti Luterani, e che gl'imputati, fra cui un prete, dopo lettane la condanna, furono in duomo riconciliati dall'inquisitore e dall'arcivescovo, obbligandoli per alcune domeniche a starsi alla porta maggiore, vestiti di sacco, e con una disciplina flagellarsi dal principio della messa fino all'elevazione.

Nel 1536 trovandosi a Milano il cardinale Morone, Paolo III con breve 26 giugno gli ordinò di vigilare che si svellessero alcuni errori, che in quella città andavansi disseminando[47].

Il senato mandò legati ai Grigioni per impedire si eseguisse in Valtellina il decreto che partecipava ai predicanti i benefizj delle chiese cattoliche. Venuto nel 1555 governatore il duca d'Alba, famoso persecutore di Luterani in Ispagna e nel Belgio, esacerbò i rigori, e il grigione Federico Salis, colle esagerazioni e colla credulità consueta in tempi faziosi, scriveva al Bullinger aver quello promesso al papa di sterminare gli eretici dalla Lombardia. Il Fabrizio soggiungeva aver costui bruciato due Cristiani, un de' quali frate di non sa qual Ordine, come non ne sa bene la storia; che fu bruciato un sellajo, e appena passa settimana che non si veda qualche esempio[48]. Frasi da giornalista, vaghe, nè appoggiate che alla diceria.

Ben è certo che nel 1556 Paolo IV lagnavasi col Morone sudetto, milanese, che a Milano si fossero scoperte conventicole di persone ragguardevoli d'ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista da Crema[49]. Nel registro dei giustiziati, tenuto dalla confraternita di San Giovanni alle Case Rotte, sotto il 23 luglio 1569 trovo abbruciati «un frate di Brera e Giorgio Filatore [34] (degli Umiliati) quali erano luterani»: e un Giulio Pallavicino della Pieve d'Incino eretico, che «fu messo sul palco in duomo l'anno 1555 e 1573; poi il 1 ottobre 1587 fu morto, dopo essersi confessato e comunicato.

Fra le Prediche di teologi illustri pubblicate da Tommaso Porcacchi ne sta una di frate Angelo Castiglione da Genova, recitata nel duomo di Milano il 1553, per consolare alcuni i quali doveano, subito dopo la predica, abjurare l'eresia.

Milanese era frà Giulio Terenziano o di san Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col pseudonimo di Girolamo Savonese. Il Gerdesio (pag. 280) mal lo confonde con Giulio da Milano, agostiniano apostata, che predicò fra' Grigioni, e, da Poschiavo apostolava la Valtellina e l'Engadina, in Isvizzera pubblicò la prima e seconda parte delle prediche da lui recitate in San Cassiano di Venezia nel 1541, dov'egli stesso narra aver fatto ventidue prediche, le quali furono condannate. Di lui conosciamo una «Esortazione al martirio; vi son aggiunte molte cose necessarie di sapere a' nostri tempi, come vedrai nel voltar del foglio;

«Se a cristiano è lecito fuggire la persecutione per causa della fede;

«La passione di Fannio martire;

«Epistola a li Farisei ampliati;

«Epistola contro gli Anabaptisti, scritta a una sorella d'Italia;

«Una pia meditazione sopra del Pater noster[50]».

Morì vecchissimo nel 1571, nè sappiamo di che casato fosse.

Anche frà Girolamo da Milano fe da pastore a Livigno in Valtellina, dove introdusse dottrine antitrinitarie.

Di connivenza alle massime nuove è prova l'essersi a Milano tenuto gran tempo per maestro Aonio Paleario, benchè tacciato di disseminarne. E nella Biblioteca Ambrosiana abbiamo lettere sue, dove ringrazia il senato perchè neppure in tempo di gran carestia non lo lasciò mancar di nulla.

Anche Celio Curione, del quale divisammo nel discorso XXIX, sottrattosi all'Inquisizione piemontese, ricoverò a Milano, v'ottenne una cattedra e ospitalità dalla famiglia Isacchi, colla quale villeggiava a Barzago in Brianza, e della quale sposò una fanciulla: e sebbene il papa insistesse perchè il senato milanese nol tollerasse, i giovani studenti lo difendeano così, che non si osava porgli addosso le mani; e sol dopo tre anni ritirossi a Venezia.

Il tante volte citato Caracciolo sa che «a Milano v'erano molti preti e frati e secolari eretici; capo di questi fu un don Celso canonico regolare, eretico marcio, e quel che fu peggio, era valente predicatore e favorito tanto dai nobili e dalla città, che il povero inquisitore, ancorchè in fin dal principio s'accorgesse delle sue proposizioni eretiche, tuttavia si ritenne dal processarlo. Costui infettò particolarmente il castellano suo grande amico. L'esito fu che alla fine, vedendosi processato dal Muzio per ordine del [35] Sant'Uffizio di Roma, se ne fuggì a Ginevra, e di là mandava lettere ed avvisi a' suoi amici».

Intende Celso Martinenghi, bresciano, del quale tocchiamo altrove: ma in paese nè di lui trovammo menzione, nè di altri. Che però la diffusione dell'eresia fosse temuta ce l'attesta questa provisione dell'arcivescovo Arcimboldi, che sedette dal 1550 al 55.

Volendo il reverendissimo ed illust. signor Giovanni Angelo Arcimboldo, per grazia di Dio e della santa sedia apostolica arcivescovo di Milano e cesareo senatore, e il molto reverendo signore Bonaventura Castiglione prevosto di Sant'Ambrogio di Milano, commissario generale apostolico contro la eretica pravità in tutto il dominio di Milano, provedere che non seguino inconvenienti e scandali contro la santa fede cattolica ed apostolica nella città e diocesi di Milano; anzi volendo a suo potere provedere alla salute delle anime d'ogni fedele cristiano, e levare ogni errore e inconveniente che puotesse occorrere: per tenor delle presenti, ancora con partecipazione e consenso dell'illustrissimo ed eccelentissimo Senato Cesareo di Milano, ordinano e comandano che nell'avvenire, nessuno, sia di qual grado e religione si vegli, nè prete o altra persona ecclesiastica o laica, non ardisca nella città nè diocesi di Milano in alcuna chiesa o luogo di qual condizione o sorte si voglia, ancora fosse nelle loro proprie chiese o case, predicare, o leggere altrui la Sacra Scrittura, senza speciale licenza in scritto delli prelati monsignori, proibendo a qualunque prepositi, priori, rettori, guardiani e ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che non ammettano alcuno a predicare, nè leggere senza licenzia, come di sopra, sotto le medesime pene. Ancora non recedendo dagli altri ordini e cride fatte in questa materia de' libri proibiti, ordinano e comandano che non sia persona alcuna, di qual stato, grado o condizione si voglia, la qual presuma condurre, vendere, nè far vendere, nè donare in modo alcuno libri latini nè volgari, di qual sorte si voglia, nelli quali si tratta della Sacra Scrittura, se avanti siano condotti, non presentano alli prefati monsignori, o a chi sarà da loro a questo deputato, la nota sine descriptione di tali libri, sotto pena di escomunicazione latæ sententiæ, e di scudi cento per cadauna volta e per cadauno contrafaciente, la terza parte da esser applicata all'officio de l'Inquisizione, un'altra terza parte alla Cesarea Camera, e l'altra terza parte all'accusatore, il quale sarà tenuto secreto, e se gli darà fede con uno testimonio degno di fede. In le quali pene incorreranno, e così fin adesso si declara essere incorsi li conduttori scienti, o compratori di tali libri, ancora che li libri fossero ascosti in altre robe o mercanzie.

Ancora ordinano e comandano, che tutti li librari e ligatori di libri, condottieri o venditori, fra due mesi prossimi avvenire debbano avere fatto inventario di qualunque sorte di libri, così latini quanto volgari, quali si ritroveranno avere presso di sè e in suo potere, tanto nelle stanze, quanto nelle botteghe loro, e presentare l'inventario sottoscritto di loro mani all'officio delli prefati monsignori, sotto pena di escomunicazione e scudi cento per cadauno, per la terza da essere applicata all'officio dell'Inquisizione, un altra terza parte alla Cesarea Camera, e l'altra terza parte all'accusatore: e nello avvenire non possino tenere in bottega, nè in casa propria, nè ad altri vendere nè donare nè comprare alcuni libri che non siano descritti nelle liste e inventarj presentati all'officio delli suddetti monsignori. E se si trovasse alcuno, che avesse venduto o donato o altramente dato alcuno libro, che non si trovasse scritto nelle dette liste e inventario, ipso jure et facto s'intenda essere incorsi, ed incorrano nella pena di escomunicazione, e di scudi dieci per cadauno libro, e qualunque volta; da essere applicati nelli modi e forme come di sopra; si tenerà secreto l'accusatore, al quale si crederà con uno testimonio [36] degno di fede, acciocchè per l'avarizia non si abbiano per librari o mercanti di libri a non propalare e presentare li libri eretici e proibiti, che per l'Officio dell'Inquisizione se gli fa sapere, che presentando loro all'Officio dell'Inquisizione se gli provederà acciò non restino in danno, mentre la presentazione si faccia fra dieci giorni prossimi.

Ancora ordinano e comandano a tutti quelli, li quali hanno presso di sè alcuni libri o scritture, di qual sorte voglia, li quali siano eretici, o che non si ammettano dalla santa Chiesa cattolica e apostolica, e siano di qua in dietro per alcun arcivescovo, inquisitore, sive commissario, proibiti, e massime gli infrascritti qua di sotto annotati, che, nel termine di mese uno prossimo, li vogliano avere consegnati nelle mani delli prefati monsignori, da' quali saranno assolti da tutte le censure e pene, nelle quali fossero incorsi: e passato detto termine, non si ammettono più, anzi contra di loro si procederà irremissibilmente non solo alla pena, nella quale saranno incorsi, ma ancora in maggiore pena, secondo la qualità delle persone, all'arbitrio delli monsignori: e chi accuserà sarà tenuto secreto, avrà la terza delle pene pecuniarie come di sopra.

Ancora ammoniscano ogni e qualunque fedele dell'uno e dell'altro sesso, o di qualunque stato, grado o condizione e dignità, che, sotto pena di escomunicazione latae sententiæ e di scudi cinquanta d'oro, da essere applicati per uno terzo all'ufficio de l'Inquisizione, un altro terzo alla Cesarea Camera, e un altro terzo all'accusatore, qual sarà tenuto secreto, infra giorni trenta dopo la pubblicazione delli presenti, cioè dieci per il primo, dieci per il terzo e perentorio termine e monizione canonica, che debbano avere denunciato, revelato e notificato se hanno conosciuto o udito alcuno eretico, o suspetto, o diffamato d'eresia in la città o diocesi di Milano. Similmente avere notificato per nome e cognome tutti quelli, li quali straparlano delli articoli della fede, delli sacramenti della Chiesa, delle ceremonie, della autorità del Sommo Pontefice, e delle altre cose pertinenti alla fede cattolica e sacramenti ecclesiastici. Similmente quelli che dimandano o pregano li demonj, o che loro sacrificano, o che li fanno sive prestano altri divini onori, e chi dà ajuto alli Luterani o altra sorte d'eretici o sospetti d'eresia. Rendendo sicuro caduno e qualunque che avesse in premisse cose, o alcuna di loro errato, che comparendo personalmente innanzi alli sudetti monsignori nel termine d'uno mese prossimo, si accetteranno a penitenza secreta, e si libereranno ed assolveranno gratis e senza spesa alcuna.

E più se alcuno Luterano, o altramente eretico, spontaneamente comparesse e accettasse la penitenza, o non interrogato denunciasse alcuno complice, esso notificante sarà tenuto secreto, e guadagnerà il quarto delle pene pecuniarie, e beni che si potessero esigere e conseguire giustamente, secondo i termini della ragione di tali complici e delinquenti.

Declarando che, se alcuno contravenisse in alcuna delle sopradette cose, e da se stesso si notificasse e denunciasse li complici, che si assolverà dell'escomunicazione e pene, nelle quali fosse incorso, e se gli darà la terza parte della pena pecuniaria, che si esigerà dalli complici.

Certificando ogni persona, che le licenze e altre cose, che si faranno e si concederanno in tutti li premessi casi, si faranno e concederanno gratis e senza pagamento alcuno, ancora inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa, la quale non immeritamente ha statuito e ordinato per la salute di tutte le anime, che ogni fidele cristiano dell'uno e l'altro sesso, dopo che saranno pervenuti alla età della discrezione, ogni e qualunque suo peccato, almeno una volta l'anno abbiano a confessarsi al proprio confessore; ingiuntali la penitenza, per le proprie forze studiino adempirla, pigliando riverentemente almeno ad ogni pasqua di risurrezione del nostro Signore, il santissimo sacramento della Eucaristia, salvo se per caso di consiglio del proprio sacerdote, per qualche giusta e ragionevole causa, si ordinasse che dovesse astenersene; altramente vivendo, non [37] si ammetta nell'ingresso della Chiesa, e morendo non gli sia concesso la cristiana sepoltura.

Oltra di questo, esso monsignor reverendissimo arcivescovo, inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa ordina, che tutti i fedeli cristiani dell'uno e l'altro sesso, vogliano in qualunque festa di pasqua della resurrezione del nostro Signore, o almeno per tutta l'ottava d'essa pasqua, confessare i suoi peccati al sacerdote, e pigliare il santissimo sacramento della Eucaristia, secondo la predetta determinazione della santa madre Chiesa: altramente, non rispettando qualità nè grado di persona alcuna, si scomunicheranno per nomi e cognomi, e saranno cacciati fuora delle chiese con gran vitupero: e morendo in tale errore e pertinacia, se sepelliranno al terragio: e a quelli che per due anni continui non si saranno confessati nè comunicati gli se procederà contra, e saranno puniti nelle pene di ragione e delli sacri canoni; etiam, se sarà spediente, con intervento del cesareo fisco.

Ed acciocchè non si possa pretessere ignoranza, nè pigliare scusa alcuna, per tenor delli presenti esso monsignore ammonisce per il primo, secondo, terzo e perentorio termine tutti i prepositi, rettori, vicerettori, capellani, curati, sacerdoti e altri ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che in cadauna e tutte le domeniche della quadragesima di qualunque anno, alle loro Messe, nelle ore che si troverà congregato maggiore popolo, sotto pena di escomunicazione e di scudi vinticinque per cadauno contrafaciente o meno osservatore della presente ordinazione, da essere applicati alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, vogliano avvisare ed ammonire tutti li fideli cristiani, che nella solennità di pasqua scorrente, o almeno per tutta l'ottava della pasqua, si confessino, e si comunichino come di sopra, altramente si pubblicheranno per escomunicati. E affine che le presenti ammonizioni e comandamenti pervenghino a comune utilità di tutti, dopo la pubblicazione fatta nel cospetto del popolo, li sudetti monsignori reverendissimo e illustrissimo e molto reverendo Comissario Generale comettono e mandano, che siano affisse, inchiodate alle porte della chiesa maggiore di Milano, e della chiesa di Santo Ambrogio maggiore, e della Scala di essa città. Nelle altre città del dominio manda il sudetto Generale Comissario siano affisse alle chiese loro maggiori, acciocchè da tutti possan essere vedute, lette, ed alla giornata pubblicate, nè rimanga iscusazione d'ignoranza di non avere inteso quello che si è patentemente pubblicato. Dato in Milano, l'anno 1551.

Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo; pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri, per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in man de' nobili [38] il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti, che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che, durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai magistrati.

E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi. E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da rettissime intenzioni.

Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.

Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo, adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale assai impertinente e lunga, nihil boni præter vocem et latera. Il cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della giustificazione, a proposito del vangelo Plantavit vineam. Della materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»

Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].

La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal vescovo [39] e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563. Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni, che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto erano inviati a Roma. Eccole:

Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di questa città appresso a sua santità nostro signore.

L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas, e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che, essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese; come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione, ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi, onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto pio e [40] tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni, che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni, che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra, e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di questa innovazione.

E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore, perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa, generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito, e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo, e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale della santissima Inquisizione, osservato con antichissima consuetudine, nel quale, conforme alli sacri [41] canoni, intervengono molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto, chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è notorio.

E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole, e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.

E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore, alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua maestà.

Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria, ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].

E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce, Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti, ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore, che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj, quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio, le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra, presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.

Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici, dall'altro [42] i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro commercj e ai possessi.

Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re, abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che, oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non ad essa, ma al principe.

Anzi i Padri domandavano che nei decreti del Concilio si mettesse qualche espressione, che esentasse e assicurasse i vescovi dal Sant'Uffizio spagnuolo, e stabilisse il modo delle procedure. Il cardinale Morone, presidente al Concilio, dava qualche promessa di ciò, ma non ne fu fatto nulla; pure l'incidente tenne turbato e sospeso quel sinodo finchè non si seppe che il governatore duca di Sessa, vedendo pericolo che i Milanesi imitassero i Fiamminghi e si facessero protestanti, sospese il decreto, che poi fu lasciato in dimenticanza.

In una relazione dello Stato di Milano di quel tempo, deposta nella biblioteca Trivulzio, leggiamo: «Essendo il re di Spagna e per sua propria volontà e per varj suoi rispetti principe veramente cattolico, di sua volontà e comandamento nello Stato di Milano sono gravemente perseguitati gli eretici, e novamente ha comandato sua maestà che tutti i fuggitivi degli altri Stati d'Italia per la religione, non siano tollerati nel detto Stato, per provvedere che non infettino gli altri. E di più si suppone che al presente sua maestà disegni d'introdurvi l'Inquisizione al modo di Spagna: mossa a ciò non tanto da zelo delle cose della religione, quanto da molti sospetti in che sono entrati gli Spagnuoli del suo consiglio, a suggestione di quelli che sono in Milano, circa alla devozione verso lei de' sudditi di quello Stato; vedendo gli Spagnuoli che niuna cosa possa maggiormente tener in freno i suoi vassalli, che la severità di questo Ufficio. La quale essendo grandemente abborrita dai Milanesi per il sospetto che hanno che, con questa via, abbiano ad essere spogliati di tutti i loro beni, si fa giudizio che abbiano a rendersi molto difficili in accettarla».

Segue riferendo che, al 29 agosto 1564, pubblicavasi dal governatore De la Cueva una grida, per la quale «informata, l'enissa mente di sua maestà essere che tutti i Regni e Stati, e massime lo Stato di Milano siano preservati [43] da ogni pravità eretica....... in nome di sua eccellenza si fa pubblica grida..... che niuno il quale sia eretico dannato nominatamente, o fuggito di mano dell'Offizio della Santa Inquisizione, o scacciato dal suo paese e da' suoi signori per causa d'eresia, o partito da qualsivoglia parte e luogo, e andato in altra parte e luogo ovver paese, dove e acciò possa vivere liberamente in eresia, ardisca di stare, praticare, nè vivere nel detto Stato di Milano, sotto pena della disgrazia di sua maestà cattolica, e di essere punito dall'Offizio della Santa Inquisizione secondo le sacre leggi. Item sua eccellenza ordina e comanda che, capitando alcuno il quale si sappia esser tale, come di sopra, nel detto Stato di Milano ad ostaria, che gli osti e padroni de li luoghi prefati, barcaroli e portinari siano tenuti subito a dar notizia di tali eretici e ut supra alli prefati inquisitori, e prestargli ogni ajuto e favore perchè detti eretici e ut supra siano presi e consegnati all'Offizio predetto della Santa Inquisizione, sotto la pena sopradetta» con quel che siegue.

S'interessarono i Cantoni Svizzeri, e con calore grandissimo Zurigo per far togliere il pregiudizievole generale divieto; ma pei novatori dinotati dal Sant'Uffizio, e pei fuggiaschi d'Italia fu mantenuto, come dal dispaccio in ispagnuolo 17 dicembre 1565 dello stesso governatore Gabriele della Cueva. Finalmente per interposizione dei deputati di Lucerna, Uri ed Untervaldo, recatisi espressamente a Milano, alli 13 gennajo del 1579 si ebbe dal marchese d'Ayamonte nuovo governatore l'esplicita dichiarazione che i Locarnesi emigranti, fatti cittadini in Zurigo e Basilea, eccettuato il solo evangelista Zanino, potessero, venire in questo Stato «e anco a Milano e contrattare; con che, per quanto spetta a la religione, stiano molto riservati, non parlando nè facendo cosa che sia in offesa di essa, nè meno usino cibi proibiti, nè vi portino libri reprobati. Li processati però per l'Offizio della Santa Inquisizione, e che si sono assentati e fatti fuggitivi da questo Stato non possino rientrar in esso; meno sarà lecito che entrino quelli, che avendo abjurato, sono tornati a reincidere, così in questo Stato come fuori. Sarà parimenti proibito a li dottori ed altri che non sono della vera fede cattolica.... e che non averanno contrattazione e non saranno artefici, di entrar e fermarsi nel Stato, se non dieci giorni per volta, e in quel tempo averanno da servare il contenuto ne li suddetti Capitoli. Averanno però da avvertire che, sopra tutto i detti Locarnesi, se vogliono praticar qui, e non essere molestati dal Santo Offizio, conviene che servino i detti Capitoli inviolabilmente».

Gli eretici credeansi nemici pubblici, e quindi lecita ogni rappresaglia contro di essi, fin sequestrarne le merci, come si fece a robe dei Pelizzari e dei Lumaga di Chiavenna, massime se libri: Beatrice Fiamenga, nobile bresciana, per simile titolo si separò da suo marito Geremia Vertemate di Piuro: a Vicenza trovavansi arrestati quaranta protestanti, la più parte Grigioni; e [44] tanto era il sospetto, che i Cattolici provenienti dai Grigioni munivansi di bollette dei parroci loro. Un Teodoro da Chieri, figlio del ministro di Tirano nel 1583, e Lorenzo Soncino da Chiavenna nel 1588 furono consegnati all'Inquisizione di Milano[54].

Nel 1594, frà Diodato da Genova inquisitore generale a Milano promulgava un nuovo editto, ove agli eretici proibivasi d'entrare nel ducato milanese, nè di farvi commercio; a Svizzeri e Grigioni sia concesso alloggiare o presso case private o all'albergo, purchè al venire e al partire notifichino i loro nomi all'inquisitore, non parlino di religione, non vadano in chiesa, se pur non sia per udir la predica. Nel 1598 fu ripetuto l'editto, con divieto ai mercanti di trafficare con eretici, eccetto sempre gli Svizzeri e Grigioni, e non si aprano le balle se non in presenza d'alcuno dell'Inquisizione. Son le sevizie che il secolo della libertà stabilì poi regolarmente, in nome della polizia e del buon governo.

Nato a Milano e discepolo di Romolo Amaseo, Ortensio Laudi variò spesso di nome, talchè l'Indice de' libri, dal Concilio di Trento proibiti in prima classe, lo nomina Hortensius Tranquillus, alias Jeremias, alias Landus. Non occorre rovistarne le colpe ne' molti suoi nemici, abbastanza egli stesso dipingendosi sinistramente, come piccinacolo, losco, sordo, macilento, color cenerognolo, membra brutte, favella e accento lombardo, pazzerone, superbo, impaziente ne' desiderj, collerico sin alla frenesia, composto non di quattro elementi come gli altri uomini, ma di ira, sdegno, collera, alterigia. Finiti gli studj e passato medico, cominciò a ronzare, e col conte di Pitigliano venuto a Lione nel 1534, vi fu incontrato da Giovan Angelo Odone suo condiscepolo, il quale lo descrive come «gran nemico della religione, del greco e delle scienze: in Italia (soggiunge) non osava palesare i suoi sentimenti, ma a Lione l'udii assicurare che stimava unicamente Gesù Cristo e Cicerone; ma di possedere questo non mostra ne' libri; se quello abbia nel cuore, Dio lo sa. Scampando d'Italia, portò, come sue consolazioni, non il Vecchio e Nuovo Testamento, ma le epistole di Cicerone a' famigliari»[55]. Da lui stesso sappiamo ch'era bandito d'Italia, e nascondeva il proprio nome: eppure prima di quel tempo avea servito al Caracciolo vescovo di Catania, assistente di sua santità, e al Madruzzi vescovo di Trento; presso il quale tornò poi quando si aperse il Concilio.

Questa tolleranza non è la men bizzarra rivelazione di quel secolo, avvegnachè costui si fosse mostrato sempre e paradossale ed empio. Come coloro che vogliono acquistarsi fama dal pubblico collo schiaffeggiarlo, sputacchia tutti gli idoli del giorno; chiama animalaccio Aristotele; il Boccaccio incolto, ruffianesco, spregevolissimo; e dice amar meglio il parlar milanese o bergamasco che il boccaccevole, e vitupera i Toscani perchè pretendono parlar bene. Nelle Cose notabili e mostruose d'Italia (1548) scrive di Milano: [45] «La seconda Roma, chi ora la vedesse avendola prima veduta, direbbe: questo per certo non è Milano: egli non è desso: non vi è stata città in Europa già molti anni sono tanto flagellata....... Quivi s'è ritrovato una donna, a guisa di lupa affamata divorare i fanciulli: un fratello giacersi carnalmente con tre sorelle, e tre fratelli goder una sorella; il figliuolo la madre, il zio la nipote, il cognato la cognata. Quivi si son trovati uomini sì crudeli, che da niuna ingiuria mossi, sol per esser l'un guelfo e e l'altro ghibellino, vivi gli hanno arrostiti, e mangiatoli del fegato, e dentro il corpo messo del fieno e dell'orzo, e adoperato i corpi umani per mangiatoja de' cavalli. Quivi sonosi trovati uomini che hanno ammazzato nella propria chiesa i religiosi mentre cantavano li divini ufficj, e Iddio lodavano; nè una sola volta questo è accaduto. S'è trovato uno, di furore tanto accecato, che non si vergognava di dire impudentemente ch'egli volesse far un lago di sangue ghibellino. Non si sono vergognati uomini per nobiltà di sangue ragguardevoli molto, di starsi al bosco, e assassinare indifferentemente chiunque gli capitava alle mani..... È una setta, da una gran femina retta, la qual si sforza di ridur i suoi seguaci alla battesimale purità e innocenza, e del tutto mortificarli, e per quanto m'è stato riferito da persone degne di fede, per far prova della mortificazione fa coricare in un medesimo letto un giovane di prima barba e una giovane, e fra loro vi pone il crocifisso[56]; certo per mio consiglio meglio farebbe ella se vi ponesse un gran fascio di spine ed ortiche».

Il Landi encomia l'infedeltà conjugale, il libertinaggio, i pregiudizj; alla guisa del Doni e dell'Aretino, scombichera libri sopra materie le più disparate; flagella gli scrittori antichi e moderni e le scienze stesse, null'altro cercando che il brillante. «Fastidito de' costumi italiani» e desideroso di «patria libera, ben accostumata e alieno del tutto dall'ambizione», passò in Isvizzera e ne' Grigioni, ma il Dialogo lepidissimo pel funerale di Erasmo di cui parlammo (Vol. I, pag. 345), gli eccitò contro la città di Basilea. Fuggitone, visitò Francia; a Parigi penetrò nella Corte; e a Lione stampò i Paradossi, empio e licenzioso imbratto, pel quale dovette mutar paese: corse la Germania, finì a Venezia, dove aveva per amici il Muzio e l'Aretino. Parrebbero a cercarsi le sue opinioni ereticali nei «Quattro libri de' dubbj con le soluzioni a ciascun dubbio accomodate» (Venezia, 1552); un de' quali libri è di dubbj religiosi; ma non sono che frivolezze e grossolanità. Ha pure un dialogo «nel quale si ragiona della consolazione e utilità che si riporta leggendo la sacra scrittura, e si tratta eziandio dell'ordine da tenersi nel leggerla, mostrandosi essere le sacre lettere di vera eloquenza, di vera dottrina alle pagane superiori» (Venezia, 1552), e ribocca di proposizioni erronee, che lo mostrano più ignorante che ardito.

Ma se della sua religione non può dirsi che male, non sembra professasse la nuova; e chi lo asserì lo ha probabilmente confuso con Geremia [46] Landi di Piacenza, ch'egli introduce nel dialogo Cicero relegatus, e che, disfattosi da agostiniano, fuggì in Germania, apostatò, e scrisse Oratio adversus cœlibatum; Explicatio symboli apostolorum, orationis dominicæ et decalogi; Disquisitiones in selectiora loca Scripturæ.

Di Ortensio pajono le Forcianæ quæstiones, dove si espongono i varj umori de' varj paesi d'Italia, e che alcuno male assegna ad Aonio Paleario. A lui pure è attribuito il Sermone di Rodolfo Castravilla contro Dante, ma lo credo piuttosto di Belisario Bulgarini da Siena.

Più tardi l'imitò nella sguajataggine un altro milanese, Gregorio Leti (1630-1701). Dissipato in viaggi ogni aver suo, s'attaccò ai Riformati, e speculatore d'esiglio e di libertà, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, dove ottenne la cittadinanza per rimerito delle sue scritture contro Roma e la Chiesa cattolica. Le quali son numerosissime, e tali che nemmanco i titoli può la creanza lasciar ripetere, bastando accennare il Parlatorio delle monache, i Precipizj della sede apostolica, la Strage dei Riformati innocenti, il Sindacato di Alessandro VII col suo viaggio all'altro mondo, il Nepotismo romano, l'Ambasciata di Romolo ai Romani; il Vaticano languente dopo la morte di Clemente X, con i rimedj preparati da Pasquino e Marforio per guarirlo. Si vantava di sempre aver tre opere sul telajo; e quando per l'una gli mancasse ordito, si applicava all'altra. In fatto però gli doveano costare ben poco, giacchè affastellava baje insulse; raccoglieva di qua, di là senza critica, non pensando che ad impinguare i volumi e moltiplicare dedicatorie, come lo accusa il Bayle. Per toccar solo di quelle che s'accostano all'argomento nostro, l'Italia regnante è un viaggio in quattro volumi (Valenza 1675) dove accumula anche aneddoti scandalosi, con notizie affatto inesatte[57]. Nella Historia ginevrina narra con insipida prolissità di Mario Miroglio canonico di Casale, il quale, rimproverato dal suo vescovo perchè viveva scandalosamente, fuggì a Ginevra, vi si fe catechizzare dal ministro Diodati, menò moglie e lasciò figliuoli, morendo nel 1665 (Parte IV, lib. 3). Il Livello politico, ossia la giusta bilancia nella quale si pesano tutte le massime di Roma ed azioni dei cardinali viventi, stampate a Ginevra il 1678, non è forse altro che plagio d'opera colà comparsa il 1650, col titolo di Giusta stadera de' porporati.

Adulatore quanto soglion essere i maldicenti, non trova parole sufficienti per esaltare Luigi XIV, «l'invincibile tra' guerrieri, l'eroe tra' Cesari, l'augusto tra' monarchi, il prudente tra' politici, il pianeta illustrato dell'universo» (La fama gelosa della fortuna). E lodi e vituperi distribuisce a man salva a Carlo V, al duca d'Ossuna, al presidente Aresi, talvolta in seconde edizioni conculcando codardamente quei che aveva codardamente esaltati nella prima.

Eppure, mentre rinega continuo la critica e il buon senso, non sa tampoco imbellirsi collo stile e coll'ingegno; negletto e pretenzioso, grottescamente [47] iperbolico, prolisso, nessun sosterrebbe la noja del leggerlo, se non vi fossero solleticate le basse passioni dallo sputacchiare Roma e violare il pudore. Che, come avviene dei libercoli di partito, queste parodie dilavate dell'Aretino fossero esaltate allora e tradotte, non fa meraviglia a chi conosce gl'intrugli di certe glorie: ben fa da piangere che, ai dì nostri, siasi voluto ridestarne la memoria e ripubblicarne alcune, fra cui la Vita di Sisto V, lurido romanzo, degno di quanto scrissero di peggio i nostri contemporanei.

Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che asserì di quel papa, come di Filippo II e d'Elisabetta regina, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Andato in Inghilterra, vide dallo scisma d'Enrico VIII «nate tante disgrazie a quell'isola e a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[58]. Da re Carlo II ebbe accoglienza e mille scudi, coll'incarico di scrivere la Storia della Grande Brittania; e la fece in modo, che dovette andarsene se non volea di peggio; allora ingiuriando quelli che dianzi aveva blanditi[59]. Il famoso erudito Clerc, per consenso religioso e per amor d'una figlia di esso il fece accogliere e crear istoriografo di Amsterdam, ove improvviso morì.

A dir suo, Paolo IV vide il libro di Calvino contro Serveto ove sostiene jure gladii hæreticos esse coercendos, e ne pigliò fidanza a istituire il Sant'Uffizio, come egli stesso ebbe a dire in concistoro; notizia che il Leti ricava da un libro a me ignoto, Mendi, le rivoluzioni di Roma contro al tribunale dell'inquisizione. «Una inquisizione più orribile di quella di Roma» a Ginevra sentenziò alle fiamme il Livello politico, l'Itinerario, il Vaticano languente, opere del Leti in cui trovava proposizioni repugnanti alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli fu cancellato di cittadino.

Di Girolamo Cardano da Gallarate, scienziato non vulgare, autore di varie scoperte, eppure teosofista, astrologo e ciarlatano sfacciato, in altro luogo divisammo (Vol. II, pag. 372). Qui badando solo alle sue opinioni religiose diremo come a principio nel De Uno sostenesse l'unicità dell'intelligenza secondo Averroé: di poi la negò nel De Consolatione; infine nel Theonoston volle conciliar le due opinioni, col dire che l'intelligenza può considerarsi nella esistenza eterna ed assoluta, oppure nella fenomenica nel tempo; è unica nella sorgente, è molteplice nelle manifestazioni; soluzione che molti aggradiranno: ma Giulio Cesare Scaligero, suo gran nemico, l'accusa sempre di averroista. Più viene al caso nostro il passo De subtilitate, dove fa argomentare un contro dell'altro un Cristiano, un Musulmano, un Ebreo, un Gentile, e non tira alcuna conclusione, lasciando perfin sospeso il periodo.

I Gonzaga di Mantova tenevano per l'imperatore, e perciò avversavano il papa; Ferrante Gonzaga era generale nell'esercito cesareo quando saccheggiò [48] Roma; Giulia Gonzaga era stata scolara del Valdes; Guglielmo Gonzaga ricusò mandar a Roma alcuni, citati per eresia. Di ciò indignato, e perchè Mantova fosse un nido d'eretici (Bzovius), il papa voleva assalirlo colle armi nel 1566, ma gli altri principi s'interposero. Pio V, a reprimer gli eretici, spedì a Mantova Camillo Campeggi teologo del Concilio, il quale carcerò molti e processò, e otto condannò a fare pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti cercarono levar il popolo a rumore, affine d'impedire quell'atto, e non riuscendo, insidiarono la vita dell'inquisitore, e ferirono due Domenicani la notte di Natale. Il duca Guglielmo, dopo professatosi ligio al Sant'Uffizio sino a offrirgli il proprio braccio se occorresse, pubblicò severo bando contro que' riottosi, ma insieme domandò al papa rimovesse il Campeggi (1568). Il papa, zelantissimo de' diritti ecclesiastici, non v'acconsentì; anzi di que' disordini imputò la tepidezza del duca. Questi era legato col Cellario, che conosceremo, e prese sdegno dell'arresto e della morte di questo: e tutto il pubblico n'era così irritato, che Pio risolse pubblicar la severissima bolla del 1569. E spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, sicchè fu infervorata l'Inquisizione, e gravissime procedure si fecero e abjure pubbliche, non senza supplizj. Anche quelli che di là si erano dispersi pel resto d'Italia perseguitò alacremente il Borromeo, finchè tutti gli ebbe in mano.

Da Mantova era fuggito il canonico Strancario, che trovammo predicatore antitrinitario in Polonia, ed Alfonso Corrado che in un commento sull'Apocalisse scagliasi violentissimo contro i pontefici.

Il benedettino Giambattista Folengo, fratello di Merlin Coccajo autore delle Macheronee, pubblicò commenti sulle Epistole e sui Salmi, che i Protestanti trovarono nel loro senso, e vollero indurne ch'e' fosse del loro pensare; vennero messi all'Indice, ma l'autore li corresse, e Paolo IV non esitò a mandarlo in Ispagna, visitatore del suo Ordine.

Como, essendo contiguo a paesi settentrionali, soleva servire di passaggio a uomini e cose infette, e da Germania vi si mandavano balle di libri ereticali, come si scoprì poi nel 1549 per mezzo del Sant'Uffizio di Roma[60]. Doveva fomentarvi le nuove idee la vicinanza degli Svizzeri e de' Grigioni; pure, sebbene con cura speciale abbiam indagato gli archivj di quella curia, dov'erano nelle visite indicati tutti i miscredenti o sospetti, non trovammo alcun comasco personalmente indicato, oltre il Minicio e il Gamba che già mentovammo. Questo è detto bresciano dal Vergerio; certo fu morto a Como, e della prigionia e morte di esso un minuto ragguaglio si ha in lettere scritte a un fratello di esso da un comasco, e che furono ripubblicate dal De Porta[61].

Vedemmo come vi fosse trattato l'inquisitore Michele Ghislieri (Vol. ii, pag. 430), il quale, mentre dal monastero di San Giovanni entrava in città, fu preso a sassate dai ragazzi, sicchè a fatica ricoverò in casa dell'Odescalchi, [49] principal fautore del Sant'Uffizio: il governatore gli comandò tornasse a Milano per quiete della città; ed egli il fece per distorte vie, temendo incontrar la sorte di Pietro Martire. I canonici comaschi andarono allora a portar discolpe a Roma: v'andò pure il Ghislieri, e fu la prima volta ch'ei vide la città, ove poi dovea seder pontefice. Vescovo di Como era allora Bernardino Della Croce, tenuto però lontano da Carlo V come amico di Paolo III e de' Farnesi.

Gl'interpreti del Concilio di Trento nel maggio 1567 querelavano il vescovo di Como perchè non avesse ancora stabilito il seminario nella sua diocesi, esigendo la tassa stabilita su tutti i frutti che si riscuotono nel vescovado, e la mezza decima su tutti i benefizj; gli raccomandano di collocarvi di preferenza i figliuoli de' paesi infetti di eresia; e questi paesi egli visiti di frequente e vi abbia occhio[62].

Da Cremona nel 1528 fuggì per religione Bartolomeo Maturo, priore de' Domenicani, che predicò a Vicosoprano fino al 1547, e morì a Tomiliasca nell'Engadina, ove predicò pure Bartolomeo Silvio suo conterraneo. Di là migrarono anche Giovanni Torriano, Agostino Mainardi, celebre ministro a Chiavenna, Paolo Gaddi, un frate Angelo e Gian Paolo Nazzari domenicani; Gajo Lorenzo minorita, Daniele Puerari, due Offredi, un Torso, un Cambiaghi, un Fogliata, un Pelizzari. Paolo Orlandini, in una satira contro gli astrologi, deride senza nominarlo un cremonese che avea scritto intorno all'anticristo, alla riforma della Chiesa e alla fine del mondo pel 1530.

Fra le lettere manuscritte nella biblioteca di Zurigo ve n'ha due di Alfonso Roncadello, padre di famiglia, il quale narra al ministro di Zurigo le persecuzioni che soffre, chiedendogli consolazioni. «Questi poveri membri cristiani, afflitti ed aggravati da questa intollerabile tirannide di anticristo, vi pregano caldamente che, insieme con tutta la santa Giesa, pregate il Signor per noi ne dia tanta fede, che ne liberarà da questa captività acciò potiamo offerire i corpi e l'anime nostre come bene sia piaciuto a Dio».

Non è detto donde egli sia, ma lo crediamo tutt'uno con Alessandro Roncadello cremonese, il quale morendo a Ginevra, legò trentotto corone l'anno per li pii ch'erano fuorusciti d'Italia[63].

Di rimpatto in Cremona mostravansi zelanti contro gli eterodossi Angelo Zampi domenicano, autore d'un'opera De veritate purgatorj; divenuto inquisitor generale del ducato di Milano, colle multe imposte ad eretici comprò fondi e case a favore del Sant'Uffizio, come diceva il suo epitafio nel convento de' Domenicani a Milano. E quanto rigoroso operasse il Sant'Uffizio di Cremona ci apparve già nel decorso di quest'opera.

Isidoro Isolano milanese (1480-1550), domenicano, fu de' più zelanti a repulsare Lutero, come avea ribattuto gli Averroisti e sostenuta l'immortalità dell'anima secondo i filosofi. Contano fra i milanesi Pietro Galesino, [50] benchè nato ad Ancona, perchè lunghissima dimora fece tra essi, e fu opportuno sussidio a san Carlo, pel quale compilò gli atti o i sinodi, e l'ajutò nella restituzione dei riti, materia dov'era versatissimo. Oltre moltissime opere ecclesiastiche e vite di santi, accenna aver composto un volume Contra Hæreticorum historiam, che però non abbiamo; confutò il Platina.

Magno Valeriano, nato in Milano il 1587 di illustre casa, resosi cappuccino, andò in Germania, dove fu caro e onorato dall'imperatore e dai principi; e fatto prefetto di quelle missioni, molti convertì, fra' quali il margravio di Hermannstadt. Ciò inimicogli molti, anche cattolici, e secondo un artifizio conosciuto, cercarono perderlo col tacciar d'ereticale un'opera sua stampata a Praga. Facilmente dissipò l'accusa; soffrì percosse, carcere, calunnie, e dopo sostenute onorevoli ambascerie, morì il 1661, e fu sepolto con un epitafio di quasi ducento linee, ove, in mezzo ad altre gonfiezze, si dice che la porpora cardinalizia vergognossi di coprir col suo ostro lui, cui già di più nobil ostro avea coperto il sangue versato per la fede cattolica. Molte opere scrisse, polemiche e apologetiche, e quella De Catholicorum regula credendi (Praga 1628, Vienna 1641) gli attirò molte confutazioni di acattolici e di socciniani.

[52]

DISCORSO XLII. CLEMENTE VIII. I FILOSOFI NUOVI. BRUNO. CAMPANELLA. VANINO. FERRANTE PALLAVICINO.

Tre papi si succedettero in pochi mesi del 1590 e 91: Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX: poi Clemente VIII, insediato il 1592, finiva il 1605. Questi, prodigiosamente operoso, perseverante, circospetto senza doppiezza nè nulla d'abjetto; esperto amministratore e geloso di governar da sè, colla prudenza, la destrezza e l'aspettare compieva ciò che non potesse di primo impeto; si oppose all'ambizione dei Medici come alle pretendenze di Spagna, e riuscì a rimetter questa in armonia colla Francia, staccare Enrico IV dall'Inghilterra e dall'Olanda, ricuperare alla santa sede il ducato di Ferrara, preparare una grande spedizione contro la Turchia. Ebbe la consolazione di ricevere deputati dal patriarca d'Alessandria, che abjurava l'eutichianismo, e dai Greci di Polonia, che passavano dalla chiesa rutena alla romana (1595): studiò indefesso nella inesauribile disputa della Grazia, e vi pose un freno: personalmente e con benevolenza trattava cogli eretici e co' filosofi: tenne presso di sè il naturalista Cesalpino, benchè in fama di ateo, e gli diè licenza di legger i libri botanici de' Protestanti: chiamò a Roma il Patrizio, filosofo indipendente. Vero è che, avanzando in età, mostrossi più severo; obbligò quest'ultimo a ritrattarsi, pose all'Indice le opere di Telesio.

Nella bolla 25 luglio 1596 metteva: «Abbiam saputo con immenso rammarico che molti fedeli, uscendo da varie parti d'Italia lor patrie, dove la vera e santa cattolica apostolica religione è in vigore e pubblicamente predicata, vanno in lontani luoghi, dove non solo serpeggia impunemente l'eresia, ma è interdetto il pubblico esercizio della religione cattolica, talchè colà anche le persone fedeli restano prive della messa e dei sacramenti. Desiderando quanto possiamo ovviare a questi ed altri mali, ordiniamo che nessun italiano, mercante o di qualsiasi condizione, sotto nessun titolo o pretesto abiti o si stanzii in luogo dove non v'abbia chiesa [53] con parroco o sacerdote cattolico, e dove liberamente e senza pericolo possano pubblicamente celebrarsi la messa e i divini uffizj: essi italiani si astengano da nozze con donne eretiche, da sepolture d'eretici, dal far levare al battesimo i loro figli da eretici, nè valersi di medici loro, per quanto possono. Quando poi rientrino in patria, si notifichino al vescovo e agli inquisitori, dai quali saranno ammoniti seriamente ad osservare anche le pratiche della Chiesa, e a sfuggire gli erranti; e attestino d'essersi almen una volta l'anno confessati e comunicati, se no vengano puniti dagli inquisitori».

La bolla fu confermata da Gregorio XV, che ne promulgò un'altra contro gli eretici che dimoravano in Italia, e chi li favorisse.

Nel pontificato di Clemente VIII restò famoso il processo di Giordano Bruno. Nelle teorie del pensiero si era rotta la venerazione scolastica, sia seguendo i Platonici teisti e i Neoplatonici panteisti, alcuni de' quali vantavano l'unità di Plotino, alcuni la trinità razionale, alcuni il risolversi delle cose in Dio: sia emancipandosi dall'autorità, e tentando coll'esperienza e coll'induzione piantare teoriche nuove, con quelle eccentricità, che taluni considerano come genio. Bernardino Telesio di Cosenza (1509-88) ammetteva tre principj: due incorporei, calore e freddo; uno corporeo, la materia, e li faceva non soltanto attivi ma intelligenti, percependo i proprj atti e le mutue impressioni: e dalle loro combinazioni esser nate le cose. Le sue opere dicemmo proibite da Clemente VIII, nè a torto, se insegnava quod animal universum ab unica animæ substantia gubernetur. In fatti al panteismo vergeano tutte le teoriche d'allora, o non traendone le conseguenze, come Marsilio Ficino che diceva Deus fieri nititur, eppure si mostra tutt'altro che panteista; oppure intendendolo in un senso che non vorremo giustificare, ma esplicare.

Qualche fisiologo o tassonomico riconosce che tutti gli enti, a qualunque appartengano dei tre regni fittizj, sono animati: i minerali hanno una vita latente di continuità; i vegetali una vita di eccitazione; gli animali una vita istintiva; onde soli questi ultimi sono non solo animati, ma animali. La cristallizzazione, cogli stupendi suoi accidenti, attesta nelle molecole minerali una forza propria d'informarsi e individuarsi, analoga alla forza plastica de' germi vegetali; cioè il principio vitale, avente come forza sussidiaria indispensabile l'etere, che però non tende a plasmare, sibbene a dissolvere. In tal senso, secondo una dottrina ora abbandonata, il Fusinieri asseriva che «tutto l'universo sensibile è in combustione». In fatti ogni atto vitale cade su oggetto materiale: quest'azione importa lavoro; il lavoro importa combinazione o decomposizione chimica, e perciò combustione; sicchè può dirsi che tutto l'universo è in combustione, o, secondo le teoriche moderne, è in moto; e da per tutto e in tutto v'è l'alito della vita. Ciò forse intendeva il Bruno.

[54] Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto.

Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.

In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di Enrico VIII.

Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.

A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera con cinquecento talleri.

Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte, Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.

Alle Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e pubblicate da Adolfo Wagner (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi. Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa, che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei Galliæ tumultus suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale, somigliante all'Arte di Raimondo Lullo[64].

Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale, per abolire la diversità d'opinioni, avea moltiplicato i casi di Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi ricondurreste tutto il popolo inglese».

Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65]. Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono abolite, mentre s'impiantano o s'invocano [55] in paesi cattolici, a nome della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione. Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca. Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti, e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].

Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina. Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero, invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda fece la superba Elisabetta.

A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno, chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg, già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un novello Alcide [56] si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al cielo»[69].

Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il temevano; chiamatolo uom da bene; trovatolo accorto perchè mostrò i regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse fatto luterano, perchè nella Oratio consolatoria habita in ill. Academia Julia di Helmstedt accenna essere stato ad reformationis ritus exhortatus.

In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie. «Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».

In fondo di quella dottrina, rispondente all'indole ontologica del pensiero [57] italiano, egli era assolutamente panteista, facendo il mondo animato da un'intelligenza onnipotente, causa prima non già della materia, ma delle forme tutte che la materia può assumere, e che vivono in tutte le cose, anche quando non sembrino vivere.

La sua dottrina appare specialmente dalla Cena delle Ceneri, e nei libri della Causa, principio ed uno, dell'Infinito, universo e mondi. Il suo primo reale è un'unità infinita eterna, sottoposta al multuplo e al visibile, identità degli opposti come coincidenza del tutto, e fuor della quale non può darsi nulla. Nell'uno van confusi finito e infinito, spirito e materia: l'unità è Dio, essenza di tutte le cose: tra l'uno minimo e il massimo è tutto indifferentemente: Dio si fa tutto; è tutto quello che può essere, universo, mondi, monade, numero, figura[72]; è potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere. S'egli manifestasi nella pluralità è il mondo, sicchè il mondo è Dio, animale santo, sacro, venerabile[73]. La natura è Dio che si estrinseca, ed eternamente ritorna in sè; talchè natura naturata e natura naturante son tutt'uno, e ogni cosa ha in sè latente la divinità, la quale può in una sfera infinita amplificarsi. Nell'essere non manca mai nulla: tutto è buono in sè: la morte è tramutazione: il male è apparenza soltanto.

Come si concilii il finito coll'infinito, l'ideale col reale, la libertà colla necessità, è l'indagine sua, e proponeasi quello cui non riuscì, cioè di non volatilizzar la materia ed intirizzire lo spirito, ma verificar la natura, e non dividere colla ragione ciò ch'è indiviso secondo natura e verità. L'atto assolutissimo e l'assolutissima potenza non possono intendersi se non per modo di negazione; e a conoscer i misteri della natura occorre indagare il massimo e il minimo, le opposizioni e le repugnanze, attesochè la differenza nasce dall'unità e a quella ritorna. Per mantener dunque quest'intima unità della natura e della mente, eliminò quanto vi era di finito nel concetto dell'infinito; quello a cui non s'attaglino nè tempo, nè spazio, nè moto, nè quiete, se non in quanto tali categorie s'identifichino nell'universo ed uno. E l'universo è uno, infinito, immobile, essendovi una sola potenza assoluta, un solo atto assoluto, una sola anima del mondo, una materia sola, una sola sostanza; che è l'altissimo ed ottimo, incomprensibile, indeterminabile, senza limiti nè fine, non generabile, non distruttibile. Esso non è materia, perchè non ha forma determinata; non è forma, perchè non costituisce una sostanza particolare; non è composto di parti, perchè è il tutto e l'uno. Nell'universo, tutto è centro, e il centro è dapertutto, e in niun luogo la circonferenza, e così viceversa.

La sostanza prima e suprema non è cognoscibile, bensì l'anima del mondo, che il Bruno chiama artefice interno, ed è il formale costitutivo dell'universo e di quanto vi si contiene. Sua prima e reale facoltà è l'intelletto universale.

[58] Tre sorta d'intelletto si danno; il divino che è tutto; il mondano che è fatto; i particolari che si fanno tutto, e questa è la vera causa efficiente, non solo estrinseca ma anche intrinseca.

Nella natura vi ha due generi di sostanza: una ch'è forma, l'altra ch'è materia, potenza e soggetto: nell'una è la facoltà del fare, nell'altra la facoltà d'esser fatto. Nella natura, per quanto si varii in infinito, la forma è una materia medesima; come si succedono seme, erba, spica, pane, chilo, sangue, seme, terra, pietra ecc. Sole le forme esteriori si cambiano ed anche s'annullano, perchè non sono sostanze, ma accidenti di queste. Ogni cosa è in ogni cosa, poichè in tutte essendo l'anima o la forma universale, da tutto si può produr tutto. Secondo la sostanza, il tutto è uno. Nessuna cosa è costante, eterna, eccetto la materia, unico principio sostanziale, che sempre rimane.

Questo principio, detto materia, può esser considerato come potenza e come soggetto. In quanto potenza, non v'è cosa in cui non possa trovarsi, come attiva o come passiva. La passiva può considerarsi o assolutamente, cioè quel che è, può essere; e allora risponde alla potenza attiva in modo che l'una non è senza l'altra. Ognuno la attribuisce al primo principio naturale, che è tutto ciò che può essere; e che non sarebbe tutto se non potesse esser tutto; onde in lui la potenza e l'atto son tutt'uno. L'universo è tutto quel che può essere per le specie medesime, e contiene tutta la materia; ma non è tutto quel che può essere per le differenze, i modi e le proprietà individuali. Non è dunque che un'ombra del primo atto e della prima potenza, e in lui l'atto e la potenza non sono la cosa stessa. Nell'anima del mondo, che è forza e potenza del tutto, le cose son tutt'uno; e scopo d'ogni filosofia è appunto il conoscer l'uno nel tutto, il tutto nell'uno.

Il senso non cape l'infinito. La verità trovasi nell'oggetto sensibile come in uno specchio; nella ragione a modo di argomentazione; nell'intelletto a modo di principio e di conclusione; nella mente colla propria forma.

Ma se il mondo fosse finito, e fuor del mondo non v'è nulla, esso saria qualche cosa di irreperibile. Se fuor della superficie non v'è nulla, questo nulla è un vuoto, più difficile a immaginare che non l'universo infinito. Se è bene che il mondo esista, è bene che quel vuoto sia riempiuto, e perciò i mondi saranno innumerevoli, innumerevoli questi individui, grandi animali, di cui uno è la nostra terra. La divina potenza non può rimanere oziosa.

Mentre ciascuno dei mondi infiniti è finito, perchè ciascuna sua parte è finita, Dio è tutto infinito perchè esclude ogni termine, ed è anche totalmente infinito perchè è tutto in tutto il mondo e in ciascuna parte. Chi nega l'effetto infinito nega l'infinita potenza. Essendo l'universo infinito e immobile, non bisogna cercare estrinseco il motore di esso: perocchè gl'infiniti mondi contenuti in quello si muovono per principio interno, per anima propria.

[59] I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale, in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi, ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.

Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè «conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi non siam dentro a noi».

Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante allegoria per introduzione alla morale. Nel Candelajo porgesi grossolanamente osceno. Nella Cena delle Ceneri accenna a due altre opere sue, l'Arca di Noè, dedicata a Pio V, e il Purgatorio dell'Inferno.

Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri; espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne' problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].

Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato. Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia che il Bruno, dopo sì patente apostasia, [60] osasse ritornar in Italia. Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici, egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592, e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina, l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico, ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo consegnò all'Inquisizione romana.

Viveva allora a Roma Gaspare Scioppio, famoso erudito tedesco, nato il 1576 a Neumark nel Palatinato; da Clemente VIII tratto a Roma, e attaccato al cardinal Madruzzi, dove abjurò il protestantismo, dicendosi convinto dalla lettura degli Annali del Baronio. Scrisse opuscoli sulle indulgenze, sul giubileo, sulla supremazia papale ecc., e controversie cogli abbandonati suoi correligionarj, sempre litigioso, talvolta paradossale; difese il Machiavello: accusò Leone Alazio di aver distratto i migliori libri della biblioteca di Heidelberg, acquistata dal papa: e fu creduto autore dei Monita secreta Jesuitarum.

Era egli sui ventiquattr'anni quando il Bruno fu condannato, e raccontandolo a Corrado Rittershausen rettore dell'Università di Altorf, gli dà la sua parola d'onore che nella gran città nessun luterano o calvinista è punito di morte, nè tampoco corre pericolo, purchè non sia recidivo o scandaloso: essendo proposito di sua santità che ognuno viaggi liberamente, e ottenga benevolenza e cortesia. Aggiunge d'un Sassone, che un anno era vissuto familiarmente col Beza, eppure fu umanissimamente accolto dal cardinal Baronio, confessore del papa, e affidato, purchè non desse scandalo. Qui prosegue a narrare come il Bruno venisse sottoposto a processo. Molti teologi recaronsi per convincerlo, e il Bellarmino, il cardinale inquisitore, forse il papa stesso: egli or nicchiava, or asseriva, cercava tirar in lungo, sperando negli eventi. Finalmente il 9 febbrajo 1600 condotto avanti al palazzo dell'Inquisizione, in presenza di teologi, consultori, persone onorevoli per senno, età e cognizioni di diritto e teologia, e del magistrato pubblico, a ginocchio udì la propria sentenza, motivata specificatamente sulle azioni [61] di tutta la sua vita: e non volendo ritrattarsi, ebbe condanna, meritata a parer dello Scioppio, perchè ateo e apostolo di dottrine assurde (nugae).

«Se voi cristiani foste in Italia (dice lo Scioppio) udreste generalmente che fu bruciato un Luterano. Ma sappiate che gl'Italiani non vanno molto per la sottile nel discernere gli eretici, e chiaman tutti luterani. Del resto Lutero, questo quinto evangelista, questo terzo Elia, sarebbe stato trattato dai Romani come adesso il Bruno. Questi due mostri non insegnarono lo stesso genere di errori o d'orrori, ma ciò che insegnarono è del pari falso e abominevole. Lutero sarebbe stato arso pei pretesi dogmi e oracoli suoi: Bruno il fu per aver sostenuto tutte le abominazioni che mai ponessero innanzi i falsi pagani, e gli eretici antichi o moderni. L'uno il fu, l'altro il sarebbe stato, perchè non è permesso a ciascuno di credere e professare ciò che vuole.

«L'Inquisizione non gli imputa le credenze luterane; ma d'aver assomigliato lo Spirito Santo all'anima del mondo; l'ispirazione sacra alla vita dell'universo: paragonati Mosè, i profeti, gli apostoli, Cristo ai magi, agli jerofanti, ai legislatori politeisti, levando ogni barriera fra il popolo santo e gli etnici; ammetteva molti Adami come molti Ercoli; credeva, o almeno (poichè amator del paradosso) sosteneva la magia, e per mezzo di essa aver operato Mosè e Cristo. Che se egli per magia intendea forse la cognizione delle leggi naturali, l'Inquisizione non avea torto di dire che, elevandola così, turbavasi l'intera società, riconosceasi a Belial il potere di sovvertir tutta la Chiesa, attaccavasi la religione nelle coscienze».

Molte asserzioni fisiche del Bruno parvero tanto assurde, che l'Inquisizione neppur si badò di confutarle: come quelle sugli atomi, sulle monadi, sulle macchie del sole; la pluralità dei mondi infiniti parve bestemmia, e l'udirgli parlare di «miriadi di mondi, un concilio di astri, un concistoro di stelle, un conclave di Soli, un tempio dell'universo, un libro aperto dall'oriente all'occidente, e in tutte le lingue del creato». Udendo che la terra non dipende dalla Provvidenza, ma da leggi impreteribili; che la nostra specie, redenta da Cristo, non è lo scopo della creazione, ma abita un de' mille pianeti, il quale non è centro del sistema, ma lanciato nello spazio come gli altri, sgomentavasi l'angusta religione; scandolezzavasi quando il Bruno sosteneva che il sistema di Tolomeo, «piccolo come il cervello d'un peripatetico», restringe l'immensità di Dio, pel quale vuolsi un universo «senza margine»; il cielo non esser diverso dalla terra; noi abitanti, d'un pianeta, siam nel cielo.

Ciò significava che la Chiesa non era più unica interprete della natura, e che le leggi di questa son impreteribili più de' suoi pensamenti; e poichè la ragione ha la potenza e il diritto d'interpretar i fenomeni della natura, potrà criticar pure le opinioni che la Chiesa se ne formò, e che trae dalla sacra scrittura. Questa è un codice di leggi morali e religiose, non un'esposizione di filosofia naturale; parlando a uomini semplici, essa adoprò il linguaggio [62] vulgare, e parlò delle apparenze, non della realtà. E qui ad Aristotele e a Tolomeo, ai dettati della Scuola e all'illusioni degli occhi opponeva Pitagora, Platone, il cardinale Cusa che annunziò il moto della terra; Paolo III che accettò la dedica di Copernico; e più di tutti l'intelletto, dal quale soltanto, e non dai sensi, può esser afferrato l'infinito.

Quanto la cosmologia, altrettanto restava ampliata l'azione di Dio, non più ristretto nella «tragedia cabalistica» ch'è la teologia del medioevo, ma con azione viva e libera, prodotta dallo studio vero della creazione. Eppure per tale asserzione unica il Bruno veniva dichiarato ateo, quasi, facendo governar il mondo da leggi stabili, escludesse il bisogno di Dio. Del che l'Inquisizione non verrà troppo incolpata da chi veda, nel secolo successivo, fuor delle passioni del momento e fin delle convinzioni religiose, l'erudito più spregiudicato, il filosofo più scettico, sentenziare che «l'ipotesi di Bruno è nel fondo quella di Spinosa: entrambi unitarj esagerati: fra questi due atei la sola differenza consiste nel metodo: Bruno adoprando quel de' retori, Spinosa quel de' geometri. Bruno non ridusse l'ateismo in sistema, non ne fece un corpo di dottrina legato e intessuto al modo de' geometri: non si brigò della precisione; si servì d'un linguaggio figurato che sottrae spesso le idee giuste. L'ipotesi d'entrambi sorpassa il cumulo di tutte le stravaganze possibili a dirsi; è la più mostruosa ipotesi che uom possa immaginare; la più assurda, la più diametralmente opposta alle nozioni più evidenti del nostro spirito»[78].

Dall'Inquisizione dato al braccio secolare ut quam clementissime et citra sanguinis effusionem puniretur, fu condannato ad esser arso in Campo di Fiore. Udendo la sentenza esclamò: «Avete più paura voi nel proferirla che io nel riceverla». Narrano che, offertogli il Crocifisso, ricusasse baciarlo: che ripetesse le parole di Plotino: «Fo un estremo sforzo per ricondurre ciò che v'ha in me di divino a ciò che v'ha di divino nell'universo»[79]. Forse sosteneva la sua costanza il pensare quel che altrove scrisse, «Il morir in un secolo fa vivo in tutti gli altri». E bruciò il 17 febbrajo; le ceneri ne furono disperse al vento.

Dopo così circostanziato racconto parrà strano che v'abbia chi asserisce che sol la sua immagine fosse bruciata[80]; esser finzione la lettera dello Scioppio, arguto grammatico ma furioso intollerante. Noi lo brameremmo, e buon argomento ce ne darebbe il non trovare il suo supplizio mentovato da altri. Vedemmo e vedremo come i residenti in Roma riferissero alle loro Corti gli accidenti della gran città, nè mai tacevano queste esecuzioni d'eretici. Ebbene, noi, per cercare, non udimmo accennarsi del supplizio del Bruno, neppure dal ministro veneto, che pur v'avea maggior interesse. Ma come è stranissimo che si dubitasse del supplizio inflitto a un tal uomo, in mezzo a Roma, con formale e lungo processo, così ci parve un fatto notevole che lo Scioppio, virulento difensore di Roma, credesse onorarla col narrare quel supplizio, e insultare coi sarcasmi alla vittima.

[63] Tre anni dopo, le sue opere tutte furono poste all'Indice. Nessuno al suo tempo vi pose attenzione, ma ai dì nostri parvero precorritrici degli ardimenti della scuola tedesca, come ad esso aveano precorso Parmenide e Anassagora. E per verità carattere del Bruno è l'esame individuale, che per unico criterio accetta l'evidenza: fu il primo che contemplasse il mondo da puro metafisico, ricercando, come oggi dicesi, l'assoluto; senza curarsi dell'esperienza, indagò le cause de' fenomeni non nella materia stessa, bensì nel lume interno, nella ragion naturale, nell'altezza dell'intelletto, avventurandosi a divinazioni talora anche fortunate sopra i moti delle stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l'imperfetta sfericità della terra, mentre altrove divaga negli spazj infiniti, pieni di mondi splendenti di luce propria, sognando anime del mondo, e relazioni dell'intelligenze superne coll'universo, per istabilire l'armonia di tutte le cose fra loro. Come Schelling coll'astrazione padroneggia le meraviglie visibili e invisibili, dove si confondono il creato e l'increato: ma negando però l'intuizione dell'assoluto, differisce da Schelling, il quale afferma che l'assoluto viene nel nostro intelletto alla coscienza di sè: laonde vuol trovare la certezza nell'unità dell'essere colla scienza, cioè nell'identità di tutte le cose e di tutte le idee in sè e fra loro. Mentre il Bruno non volle far che un sistema ontologico, Schelling lo accetta, ma pretende identificarlo col pensiero, in modo che la coscienza attesti l'identità di tutti i contrarj nell'assoluto.

Mente solitaria e passionata, il Bruno ha pensieri suoi come suo stile, mescolato di sublime e triviale, d'inni e d'improperj. Ingegno vago, paradossale, grande e strano, coltivando la filosofia come una religione, combattendo la Scuola che confondea colla Chiesa, bello, melanconico, bollente come il patrio Vesuvio, non sapea bene quel che volesse, mancava del sentimento della realità, che fa sagrificar le forme al fondo e non volea nascondere o temperar la propria opinione, comunque repugnante dalla universale. Ma quando il vediamo voler fondare una filosofia nolana, e prometter di svolgere tutto purchè ci abbia tempo, siamo condotti a relegarlo fra coloro che abbandonano le leggi universali del pensiero e le armonie di esso colla realità, per gittarsi a quelle del senso e dell'amor proprio.

Va unito al Bruno Elia Astorini di Cosenza carmelitano, il quale dagli aristotelici passò ai filosofi nuovi, fu inquisito come eretico e mago, onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea e in varj paesi di Germania, cercato a maestro e riverito. Aderì alla protesta, ma come vide que' gran maestri di teologia osteggiarsi e scomunicarsi fra loro, si persuase non poter trovare riposo che nell'unità cattolica. Pertanto si diede a combatter Luterani e Calvinisti con erudizione e solidi ragionamenti; e assolto, fu mandato predicar a Firenze e a Pisa, poi a Roma; infine stanco delle contraddizioni, si raccolse tutto a vita studiosa.

Tommaso Campanella, nato a Stilo nell'estrema Calabria il 1568, e [64] vestitosi domenicano, udendo una disputa in Santa Maria la Nuova a Napoli, vi piglia parte, e vince tutti: donde cominciarono le malevolenze, cresciute allorchè comparve poeta, mago, astrologo. Perseguitato nel regno perchè difende Telesio, va a Padova dove ottien poca fortuna; e avendovi sostenuto disputa con un ebraizzante, a Roma è inquisito per non averlo denunziato.

Arditissimo pensatore ma disordinato, mal distingue le proprie illusioni dalle intuizioni, e cambia facilmente secondo la passione[81]. Fissosi a sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica, divaga nella speculazione di principj supremi organici per riordinare tutto il sapere e l'operare umano, e stabilir sopra l'esperienza una filosofia nuova della natura. Volendo però combinarla colla rivelazione, non potendo esser vero in filosofia ciò che sia falso in teologia, evita d'affrontare con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, e intanto trascende i limiti teologici, per raffigurar la rinnovazione dell'uomo mediante la scienza.

Agli scettici vorrebbe opporre un dogmatismo filosofico, atteso che la ragione sente necessità di raggiungere il vero, a segno, che, per impugnarlo, anche lo scettico ha mestieri di certi postulati. Al qual vero egli suppone che l'umanità arrivi per una scala, la quale ricorda l'educazione progressiva del Lessing. Perocchè mette che Iddio, dalla prima antichità, parlò agli uomini mediante le varie religioni, rivelandosi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei co' profeti, ai Cristiani coi Concilj, ai Cattolici coi papi, dilatando la cerchia delle sue rivelazioni man mano che lo scetticismo e l'incredulità corrompevano i popoli. Le scoperte moderne sono l'ultimo termine di questa tradizione divina, che sempre superiore alle operazioni deplorabili e alla gretta politica degli uomini, finirà col congiungere tutti in una sola credenza, in quell'unità del genere umano che Augusto intravide, e che la ragione esige affinchè cessino i flagelli naturali, e le regioni più diverse ricambiino fra sè tutti i beni.

Non vi pare questa una pagina de' Sansimoniani?

I suoi concetti filosofici e politici atteggiò nella Città del Sole, specie di utopia, dove il frate non sa dimenticar la gerarchia e le regole claustrali, ma che previene di due secoli i falansteri e le fraternite de' nostri contemporanei. Vinta l'imprevidenza dell'uomo, l'antagonismo degli Stati, sin la fatalità della natura, si formerà una società felice, dove (tacendo il resto) un nuovo culto senza misteri raccoglierà nel tempio medesimo le immagini di Pitagora, di Cristo, di Zamolxi, dei dodici apostoli.

Eppure il Campanella era un intollerante. Coi novatori non vuole si stia a disputar su minutezze di parole sacre; ma si domandi, «Chi v'ha mandato a predicare? Dio o il demonio?» Se Dio, lo mostrino coi miracoli: se no, bruciali se puoi, o gl'infama. In nessun modo si facciano discussioni di grammatica o di logica umana, ma sol di divina, e non moltiplicare parole o allungar [65] il diverbio, lo che è una specie di trionfo a chi sostiene il torto. Bisogna dannarli al fuoco secondo le leggi imperiali, perchè tolgono fama e roba a persone autorizzate da Dio con lunga successione, quali sono il papa e i religiosi. Il primo errore che s'è commesso fu il lasciar vivo Lutero nelle diete di Worms e d'Augusta; e se Carlo V il fece (come dicono) per tener il papa in apprensione, e così obbligarlo a soccorrere esso Carlo di danari e indulgenze nelle aspirazioni verso la monarchia universale, operò contro ogni ragion di Stato, perchè snervando il papa s'indebolisce tutto il cristianesimo, e i popoli si ribellano col pretesto della libertà di coscienza[82]. Sulla Spagna riconosceva il marchio della predilezione divina perchè cattolica, e destinata ad abbattere l'islam e l'eresia, e assicurare il trionfo della Chiesa vera, quando, restaurata l'unità del mondo, rifabbricherà il tempio di Gerusalemme. Consiglia a quel re di remunerare i più dotti teologi; «ne' consigli supremi aver sempre due o tre religiosi, Gesuiti, Domenicani, Francescani, per cattivarsi gli ecclesiastici e fare che i suoi ufficiali sieno più accorti in non errare e più autorevoli nelle loro determinazioni: e in tutte le guerre ogni capitano deve avere un consigliere religioso, perchè i soldati riveriranno più i precetti loro, e non si tratterà cosa senza saputa loro, e massime le paghe che si danno a' poveri soldati debbano per mano di religiosi passare»[83].

«Quella medesima costellazione che trasse fetidi effluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de' Gesuiti, de' Minimi, de' Cappuccini»[84].

I dominj (a dir suo) sono costituiti da Dio, dalla prudenza, dall'occasione. La parte che vi ha Dio, mantiene il sacerdozio: i sacerdoti riconoscono le cose che si devono fare; i governanti le comandano; soldati e artefici le eseguiscono. «Il sacerdozio non devesi far vulgare, perchè perde dignità e credenza; ed è ignoranza dei Calvinisti il creder che tutti siano sacerdoti»[85].

Altrove attacca quel «tedesco luterano, che nega l'opre ed afferma la fede»[86]: e ripetutamente combatte Lutero e Calvino, insegnatori di dottrine avverse alla politica naturale. «La setta luterana e calviniana che nega la libertà dell'arbitrio e di far bene o male, non si deve mantener in repubblica, perchè i popoli ponno rispondere al predicante della legge che essi peccano per fato, e possono osservare che non sono liberi in questo. Oggi gli oltremontani, negata l'autorità del papa, negarono l'opera della fede che se gli predicò; poi negarono la libertà di far bene e male; poi negarono i santi e il peccato, e si fecero libertini, poi negarono la providenza, poi l'immortalità, come in Transilvania. Molti finalmente negarono Iddio e fecero un libro abbominevole de tribus impostoribus»[87]. E nelle Lettere professando esatta ortodossia, dice che il dogma della predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi, e li teologi traditori».

[66] S'inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito; cosa imprudente ed eretica ad affermarsi. La religione, nella quale il sommo sacerdote non regna con le armi, non può capire più principati, se non saranno sêtte di eresie; e però i Persiani, i Turchi, i Tartari e quelli di Fez, mori sotto il sacerdozio di Macone disarmato, vivono ognuno con l'eresia propria senza da un capo pendere; imperò ivi fa eresia. Ma sotto il papato, sacerdozio cristiano armato, vi è il re Gallo, lo Spagnuolo, il Germano, il Veneziano, potentissimi signori sotto la medesima religione senza far eresie. La maggioranza del papa giova ai principi cristiani temperati di signoria, perchè agguaglia le loro differenze; è arbitro della pace e guerra giusta, e inclina colle arme alla parte che ha ragione, ed astringe a cedere chi ha il torto, o li unisce contro li nemici del cristianesimo, o li disunisce dai nimici; e contro ai buoni o tristi regnatori accomoda le cose loro e del cristianesimo.... Nè può sfrenar le sue voglie un principe che vive sotto una religione, la quale ha il sommo sacerdote armato che tenga maggioranza sopra lui.... Dunque la monarchia cristiana va declinando sempre, finchè arriva in man del papa.»

Per mantenere la monarchia in questa religione, altri si sono dichiarati del tutto ministri del papa e liberatori, come Carlo Magno e Costantino; «ma i figli inimicandosi col papa mancaro. Altri vollero fare il papa senz'armi temporali, e fecero rovina più che acquisto, e nacquero Ghibellini e Guelfi, Papali e Imperiali; altri fecero eresia di Ario e di Lutero, come Arrigo VIII, ma tutti rovinaro come Jeroboamo e Acab. Giuliano tornò alla gentile e rovinò col vecchiume»[88].

Le stesse idee ribadisce nei Discorsi politici ai principi d'Italia: «Aggrandire ed esaltare il papato è il vero rimedio di rassicurarci di non esser preda del re di Spagna e di sostenere insieme la gloria d'Italia e del cristianesimo.... Talchè, per assicurarsi dal re di Spagna, devono gl'Italiani solo attendere ad autorizzare il papato con fatti e scritti e parole, perchè in questo sta la sicurtà loro... Per la sicurezza dei Stati e contra interni principi, è necessario il papato ricco e potente. Dippiù il papato non è principato peculiare d'alcuno, ma di tutto il cristianesimo; e quanto possiede la Chiesa è a tutti comune, e quel che donano i principi e le persone pie ai religiosi non è dare, poichè essi e i figli loro ponno diventar padroni di quel dato; ma è un mettere in comune e far tesoro per il bene pubblico. Il papato dunque è il tesoro del cristianesimo; talchè gl'Italiani devono sempre fomentar le ricchezze dei religiosi, perchè quelle sono del comune, e fanno mancar la forza agli emuli loro.....

Ma questo principato è più proprio d'Italiani, perchè li papi e cardinali sono per lo più italiani, e fomentano sempre la sicurtà. Pertanto io dico [67] che i principi italiani, non aspirando a monarchia, tutti devono far la Chiesa romana erede de' Stati loro quando mancasse la linea legittima di loro progenie, e con questa maniera, con successo di tempo s'anderia acquistando la monarchia italiana e la gloria ancora, e le repubbliche devrieno far una legge che, venendo esse in mano di tiranno, s'intenda la signoria loro esser devoluta alla Chiesa romana; e certo se amano il ben d'Italia questo devono fare... Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti: il papa vi presedesse per mezzo d'un collaterale: vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agl'infedeli ed eretici, sulle differenze tra principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse».

Esorta l'Italia a tenersi stretta agli Spagnuoli perchè cattolici, mentre gli altri forestieri, essendo eretici «le torrebbero l'unica gloria rimastale, il papato». E gran rispetto si deve al papa che «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi, che gli altri principi coll'armi: e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per religione, altri per ragioni di Stato[89]

Oh come un tal uomo vuol citarsi tuttodì come una vittima della intolleranza cattolica e un martire della Inquisizione romana? Niente a meravigliarsene quando si sappia che gli storici sempre scrivono a passione, e la più parte ripetono il detto, senza vagliarlo. Il Campanella, studiando i filosofi a paragone del senno eterno, cioè della natura, trovò che la legge di Cristo, a fronte di tutte le altre e delle filosofie, è identica a quella della natura, ma avvalorata dalla Grazia e dai sacramenti. Ben nella Chiesa cristiana trovava mal osservati i precetti divini: Lutero e Calvino però erangli l'anticristo, Aristotele la causa del disordine scientifico, Machiavello del morale e politico[90]. Pertanto mirava a una riforma, a un rinnovamento del secolo, intorno al quale disponeasi a dissertare nell'anno del giubileo: la conversione delle nazioni, profetata da santa Brigida, da Dionisio Cartusiano, dall'abate Gioachino, da san Vincenzo Ferreri, da don Serafino da Fermo, da santa Caterina, la quale predisse che i fratelli di san Domenico porteranno l'ulivo della pace ai Turchi[91].

Con tali idee tornato nella Calabria il 1598, vi trovava soffogate ma non estinte le idee dei Valdesi; bollenti le contese di giurisdizione ecclesiastica cogli Spagnuoli, e il vescovo Montario n'era fuggito, lanciando l'interdetto sulla città di Nicastro. «Tutte le città principali (scrive egli stesso) oltre le discordie tra gli ecclesiastici e i regj, erano divise in fazioni; e tutti i conventi erano pieni di banditi, e il vescovo li dava da mangiare per zelo della giurisdizione, mentre erano assediati dagli sbirri in sostegno delle attribuzioni regie». Il Campanella s'intromise di pace fra il vescovo e la città; ascoltato, dice il Naudè, come un oracolo; ma con ciò spiacque a coloro cui le risse giovavano e la scomunica non facea paura; e viepiù quando sostenne [68] le pretensioni ecclesiastiche contro il Governo. Straordinarie inondazioni, tremuoti, eruzioni di vulcani lo persuasero che il rinnovamento fosse vicino: e doverne essere stromento lui, che sentivasi capace «d'insegnar in un solo anno la filosofia naturale, la morale, la politica, la medicina, la retorica, la poesia, l'astrologia, la cosmografia e ogni altra scienza», e di render abile ogni «mediocre ingegno a convincere in una sola disputa tutti gli eretici»: e che cantava:

Io nacqui a debellar tre mali estremi,

Tirannide, sofisma, ipocrisia:

Stavano tutti al bujo, io accesi il lume[92].

La fede può tutto: nulla è impossibile al credente, pensava egli: e più l'animavano i delirj astrologici, perocchè dic'egli stesso; «degli astrologi un tempo fui nimicissimo, e in gioventù scrissi contro di loro, ma dalle mie sventure imparai che molte verità scoprono essi»[93]. Computando sulle nuove scoperte celesti, avea veduto come certe grandi innovazioni succedono nel mondo ogni ottocento anni. Una fu al tempo di Cristo; e ora stavano per compiersi la seconda volta gli ottocent'anni[94], sicchè si attuerebbe una civiltà religiosa, che fosse il regno della ragione eterna nella vita dell'umanità.

Con tali persuasioni è facil credere che tentasse qualche novità: più facile che ne venisse sospettato; novità diretta a sovvertire la dominazione spagnuola in Calabria, benchè dappoi fosse lodatore esagerato degli Spagnuoli: e traendo divinazioni dagli astri, dall'Apocalissi, da varj santi, insinuava che nel 1600 accadrebbero grandi rivolture nel regno di Napoli. Fosse egli motore o stromento, si formò infatti una cospirazione di trecento frati e quattro vescovi. Faceano la propaganda delle sue speranze frà Giambattista di Pizzoli, frà Pietro di Stilo, frà Domenico Petroli di Strignano e altri venticinque Domenicani del convento di Pizzoli, fra cui principalmente frà Dionigi Ponzio, che smaniava di levar tumulto per ammazzare certi frati che aveano fatto ammazzar suo zio: e che valeasi delle parole del Campanella; poi preso, riuscì a fuggire, e si fe turco.

Costoro trovarono ascolto ne' casali e tra le famiglie di Catanzaro, di Squillace, di Nicastro, di Cerifalco, di Taverna, di Tropea, di Reggio, di Cassano, di Castrovillaro, di Sant'Agata, di Cosenza, di Terranova, di Satriano, insomma in quasi tutta Calabria. Già milleottocento banditi eransi raccolti, e ogni giorno se ne ragomitolavano di nuovi; tenevansi intelligenze colla flottiglia turca del bascià Cicala. Trucidati i Gesuiti e i frati che non aderissero, liberate le monache, bruciati i libri, fatto statuti nuovi, doveano fondar una repubblica, cui centro sarebbe Stilo, patria del Campanella; appoggiati, come sempre i sommovitori dell'Italia, dai Francesi.

Il Governo n'ebbe notizia, e li fece arrestare, impiccare, affogare, squartare dalle galee. Il Campanella, ch'erasi ascoso in un pagliajo, fu denunziato, [69] e consegnato al nobile Carlo Spinelli, eletto commissario speciale. I frati reclamarono il privilegio del fòro, onde salvi dalla forca, vennero dati al Sant'Uffizio. A questo spettava pure processare il Campanella, ma si volle far prevalere il delitto di Stato, e il fiscale Sanchez personalmente recossi a Roma onde ottenere che potesse venir tormentato per quarantott'ore con funicelli sino alle ossa, stirato sulla corda colle braccia arrovesciate, e spenzolando sopra un legno acuto, e tagliatagli carne, del che stette poi lunghissimo tempo malato. «Come s'arresterebbe il libero procedere dell'uman genere (esclama il Campanella) quando quarantott'ore di tortura non poterono piegare la volontà d'un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?».

Tale è la leggenda. Persone, che consideravano come delitto l'apostasia e la cospirazione, cercarono scusare il Campanella[95]: altri che giudicavale eroismo, sostenne l'opposto[96]. Il servile Parrino, e dietro a lui il Giannone, poi il Botta copiandoli, il fan reo di aver cospirato contro la monarchia spagnuola con frati e vescovi. Fatto è che si è tuttora incertissimi sul costui processo, e tre differenti ne esistono; uno che mostra volesse ribellar il Regno per sottoporlo al papa; uno per darlo al Turco; uno per ridurlo a repubblica eretica; poi nel Sant'Uffizio se ne costruì un nuovo, dove i testimonj delle predette accuse si ritrattarono. Forse alcuni, raccogliendo parole sparse e avventate, lo denunziarono come cospiratore: lanciata una accusa, ogni scaltrito sa come sostenerla e darle apparenza di vero, al che singolarmente s'adoprò il fiscale Luigi Xarava, che essendo stato scomunicato, avea preso vendetta col far un processo di Clemente VIII e dei vescovi. L'assecondarono quei molti che sempre avversano chi ha ingegno distinto e opinioni non comuni; e difensore del Campanella fu sempre il papa. Il Giannone (L. XXXV, 1) sempre ricalcando il Parrino, dice che il Campanella aveva in Roma sostenuto lunga prigionia «per la sua vita poco esemplare, e anche per sospetto di miscredenza», dopo di che fu rimandato al suo convento di Stilo. Nulla di ciò risulta; e il nunzio pontifizio, dandone ragguaglio l'11 febbrajo 1600, non ne fa cenno: bensì che a quella sua azione non avea mai voluto dar nome di ribellione, «ma detto che volea fare repubblica la Calabria per mezzo delle armi e delle prediche, quando però seguissero i garbugli d'Italia, che lui si era presupposto». E in fatti, se macchinò, non dovea mirare a sovvertimento, bensì a organar il paese al modo della sua Città del Sole, ricongiungendo la legge di natura colla cristiana.

Chiuso in prigione, senza libri, senza comunicazione, scrisse varie opere, lodate perchè d'un martire come l'intitolarono, ma dove la vanità è pari all'immensa inopportunità. Per riguardo al re lodava la Spagna: per riguardo al papa protestava della sua ortodossia; prometteva, se lo lasciasser libero, comporre libri che convertirebbero i Gentili delle Indie, i Luterani, gli Ebrei, [70] i Maomettani: e in prova dice aver fatto un'esposizione del Capo VIII dell'epistola ai Romani, della quale moltissimo si giovano Calvinisti e Luterani.

Lettere sue ultimamente pubblicate, se nulla aggiungono alla cognizione del suo intelletto, attestano un esaltamento che tocca alla pazzia, se non vogliasi perdonarlo alla sua smania di liberazione, stando «dentro una fossa puzzolente dove non vedo giorno, sempre inferrato e morto di fame e di mille afflizioni fra cinquanta leopardi che mi guardano.... Son accusato per ribello ed eretico, per lo che otto anni cominciano che sto sepolto.... Sono stato preso io e molti frati per ribello, quasi volessimo ribellar il regno a favor del papa, in tempo che molti officiali e baroni del regno erano scomunicati, e perseverano, e la città di Nicastro interdetta, e in tutte queste cose io mi trovai, e fu gridato in Seminaro Viva il papa dal clero, che armata manu liberò un chierico dalle carceri secolari. Furo necessitati gli amici di dire che ribellavano per far eresie, e non per il papa: altrimenti morivano tutti de facto inconsulto pontifice».

Così scrive al cardinal Farnese[97] e proseguendo, dà in delirj astrologici, promette mari e monti a migliorar il regno di Napoli, fabbricar al re una città mirabile, salubre, inespugnabile, che sol mirandola s'imparino tutte le scienze storicamente; far vascelli che senza remi navighino anche senza vento, quando gli altri stanno in calma, con magistero facile; far camminare le carra per terra col vento; far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e guida in bene il cavallo; e far libri contro i machiavellisti e la dottrina greca, zizania del Vangelo, e persuadere all'unità, convertire principi di Germania e screditare Calvino. Conchiude firmandosi frà Tommaso Campanella spia delle opere di Dio.

Sul tenore stesso va una lettera latina al papa e cardinali. Post Lutherum triginta annos expectatur antichristus magnus, ut prophetavit Joachinus abbas, qui etiam Lutheri adventum prædixit, et astipulantur Ubertinus et Joannes Parisiensis, et d. Seraphinus Firmanus et alii multi; jam præsens est, vel anno 1630 revelabitur: et hoc tempore luna convertetur in sanguinem etc.... Dixit Dominus ad divam Catherinam nostram, renovationem Ecclesiæ mox futuram, de qua D. Vincentius, et B. Joannes episcopus, et B. Egidius et Savonarola, et B. Brigida et B. Raymondus et magister Caterinus expectant, et alii innumeri, et ille Firmanos vir prudens et spiritualis: et addidit se facturum flagellum de funiculis creaturarum malarum ad purgandam Ecclesiam ab ementibus et vendentibus. Quis autem non vidit illud? In Græcia invaluit, in Germania convaluit, in Italia præsto est. Ego natus sum contra scholas anticristi, contra Aristotelem qui dixit mundum æternum, et æquinotia et stellas et motus semper eodem ordine et situ et modo fieri. Et ego ostendam quod non perseverant sicut ab initio, et quod [71] verum est quod dicit D. Seraphinus, quod Aristoteles et Averroes sunt unum de septem capitibus Antichristi, et phiala iræ Dei.... Machiavellus dogmatisavit cum eo quod religio sit inventio sacerdotum et illusio populorum: et ubi Macometus et Lutherus non habent potestatem (hoc est in Italia et Hispania) regnant Machiavellus et Politici.

E la tira innanzi lunghissima ed irta di citazioni; e raccomanda allo Scioppio di presentarla: Si porrigas pontifici literas, non malum puto. Si de miraculis quæ policeor riserit, dicito me habere fidem, quantum sinapis granum.

Di simil tenore scrive al re di Spagna, all'Imperatore, agli arciduchi d'Austria, quoniam reipublicæ christianæ salus omnis in invictissima, piissimaque familia vestra versatur.

Ad esso Scioppio dicea: Videant me non modo hæreticum non esse, sed etiam a Deo excitum ad omnes hæreses eliminandas præcipue vero philosophorum et astronomorum et latentium machiavellistarum, quorum opera evangelium latet. E lo esorta a persuader il pontefice ch'egli non opera per magia o strologamenti, ma per vera fede, e crede che miracoli evidenti accadranno per convertire i Tedeschi e far unire contro i Turchi: confida che, coll'ajuto di Dio, svellerà dalla mano dei Luterani san Paolo: con un solo argomento insegnerà anche agli illetterati a sterminar tutte le eresie... «S'io dirò ai Luterani, passiamo pel fuoco, e chi sarà abbrucciato non è da Dio, credi che l'oseranno? ma io sì. Così il padre mio Domenico e san Francesco sedarono le eresie: perchè non gl'imiterei?».

E miracoli proponeva, appellandosi a Pio V contro le testimonianze false di suoi compatrioti, che erano premiati e decorati se lo avversavano, sospettati se lo difendevano; laonde invoca d'esser tratto a Roma. Accenna bensì che fu accusato d'eresia, ma dice la inventarono i frati per sottrarlo al giudizio secolare di ribellione; mentre invece i ministri del re l'accusavano di voler rivoltare il paese a vantaggio del papa. Egli stesso avere chiesto di far rivelazioni al vescovo di Caserta e al nunzio: ai quali mostrò come avesse tolto a paragonar la legge di Cristo colla pitagorica, stoica, epicurea, peripatetica, telesiana, e tutte le sêtte antiche e moderne e le leggi, e assicuratosi che la pura legge di natura è la legge di Cristo: saper ribattere le difficoltà che nascono sul nuovo mondo, e sull'incarnazione, sulle profezie e i miracoli. Il vescovo trovò che aveva poca umiltà, e che avendo vagato per tante sêtte, non era troppo ossequioso a Cristo. Se anche ciò fosse, egli dichiara non essersi mai ostinato; altrimenti sarebbe uscito d'Italia: e giura esser saldissimo nella fede[98].

Dotti e principi presero interesse pel Campanella; Paolo V spedì lo Scioppio a Napoli per trattar della sua scarcerazione: e questi, se non altro, gli ottenne di poter leggere e scrivere e carteggiare. Urbano VIII riuscì alfine a trarlo a Roma, col pretesto che al Sant'Uffizio competesse il giudicarlo [72] perchè avea professato profezia: e avutolo, il pose in libertà. Allora il Campanella passò in Francia, ove trovò applausi come vittima della Spagna, e pensione e onoreficenze, finchè morì il 21 maggio 1639.

Napoletano e prete fu pure Lucilio Vanini, nato a Taurisano in Terra d'Otranto il 1586 da Giambattista intendente di Francesco di Castro, vicerè di Napoli, e da Beatrice Lopez di Moguera. Studiò a Padova, divenne canonico lateranense; viaggiò Europa sotto diversi nomi, e principalmente quel di Giulio Cesare, con alquanti compagni predicando tutt'altro che il vangelo, dicendo il diavolo esser più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio; professandosi scolaro del Pomponazio, del Cardano, di Averroè, di Aristotele «dio dei filosofi, dittatore dell'umana sapienza, sommo pontefice de' sapienti». E di ridestare Averroè egli si propone, ma non ne conosce se non le divulgate empietà, e bugiardamente ne riferisce gli aneddoti.

«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede» (Amphit., pag. 164).

Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve le credenze cattoliche».

I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».

Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.

Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il principio del movimento (Dialoghi, lib. VI).

Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di Dio.

Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione (De arcan. naturæ Dial.).

Nell'Amphitheatrum æternæ providentiæ divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos, pone in sodo l'esistenza di Dio, che «è tutto, sopra di tutto, fuor di tutto, in tutto, a fianco a tutto, avanti tutto, dopo tutto, tutto intero», e la Providenza, il libero arbitrio, l'immortalità dell'anima, perchè la risurrezione de' corpi è asserita dalla Scrittura: ma tutto in modo equivoco, non provando, pure non negando la religione, confutando i cattivi sistemi allora correnti, ma nel mostrar ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; le prove della Providenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un'aria d'ingenuità che non può far illusione.

Poi più francamente nei sessanta dialoghi De admirandis naturæ reginæ deæque mortalium arcanis, fondasi su due punti. Primo: l'intelligenza non può muover la materia, nè l'anima il corpo: anzi è la materia che dà impulso all'intelligenza, il corpo all'anima: in conseguenza, autor del mondo non è Dio. L'uomo deriva dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è esso sopravanzato dagli animali, onde (quest'è il secondo punto) non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere: «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi. Così predica uno scetticismo immorale, un materialismo sfacciato: ipocrito senza dignità, le maggiori bestemmie finiva col dire, Ceterum sacrosanctæ romanæ Ecclesiæ me subjicio. Un interlocutore gli domanda che pensi dell'immortalità, ed egli risponde: «Ho fatto voto a Dio di non trattar questo punto finch'io non sia vecchio, ricco e tedesco». Un'altra volta l'interlocutore ammirandolo, esclama: «Se tu non fossi Vanini, saresti Dio», ed egli con aria altezzosa risponde: «Io sono Vanini». Violente critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al [73] quarto, fingendosi inorridito all'udirle; come si finge encomiatore de' Gesuiti, apologista del Concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo muove guerra or da filosofo, ora da fisico.

Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto nell'Histoire tragique dice che fa rivivere l'abominevole libro dei Tre impostori.

Traversata col duca d'Amalfi la Germania, praticando Protestanti, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionarono la guerra dei Trent'anni; ivi discusse con un Anabattista, il quale tacciava i Cristiani di disputare di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, dai quali sentendosi mal sicuro, passò a Lione; per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de' Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[99]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata; ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione; in Guascogna si veste monaco, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto di brutti vizj, viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, e gli aprì la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè il padre Mersenne, a lui avversissimo, assicura che cinquantamila atei contavansi in quella città.

Nel 1616 v'avea stampati con privilegio del re, e dedicati al maresciallo di Bassompière, di cui era cappellano, i dialoghi De admirandis naturæ arcanis, e la Sorbona li riprovò pei dubbj sulla rivelazione, e perchè altra legge non riconosce fuor quella che natura pose nel cuor dell'uomo. Piantatosi a Tolosa, vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani, ed educava i figli del primo presidente di quel parlamento. Ma poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, un Francon gentiluomo lo denunziò nel 1618 al parlamento d'aver negato l'esistenza di Dio: altri l'attestarono, e crebbe i sospetti l'esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un'ampolla. Venne dunque condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e per ateo; accuse per verità repugnanti. Durante il processo, aveva professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale aveva sudato d'ambascia, e fu giustiziato il 19 febbrajo 1618. Leibniz dice che il Vanini meritava d'esser tenuto rinchiuso fin a tanto che divenisse assennato, invece di trattarlo con ributtante crudeltà. Vittore [74] Cousin, che fece una memoria sul Vanini, prova che restò condannato dal parlamento di Tolosa perchè nè egli nè gli amici suoi poterono ottenere fosse demandato al tribunale ecclesiastico dell'Inquisizione, dal quale non avrebbe avuto che una pena disciplinare[100].

Anche Ferrante Pallavicino, primogenito d'insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano e lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori, onde averne comodità finse viaggiare, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere colla falsa data di Lione, di Parigi, d'altrove, narrando apocrifi viaggi, che lo posero di moda quando ricomparve. Come cappellano del duca d'Amalfi ito in Germania, vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell'anima, se ne lasciò convincere, e d'indi in poi menò a strappazzo le cose e le persone sacre. Acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e mescolandovi descrizioni lascive. Per esempio, nel trattato spirituale delle Bellezze dell'anima, al cap. XIII discorre della bellezza del seno: pari contaminazioni mette nella Susanna, nel Giuseppe, nel Sansone, nella Bersabea. Il suo Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de' scrupolosi (1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, I costumi dissoluti dell'adultera, Il processo de' bastardi di quella, Il concorso di varie chiese allo sposalizio di Cristo (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d'ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i gesuiti, tutti i governi e i letterati, soluccherandole di lubricità. Lo stampò alla macchia, onde la signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de' principi, di papa Urbano VIII e del buon costume, e oltre La Buccinata per le api Barberine[101] e il Dialogo tra due soldati del duca di Parma, scrisse la Giustizia schernita, e la Retorica delle p.... dedicata all'università delle cortigiane più celebri.

Un Carlo De Brèche che a Venezia faceasi chiamare Morone, figlio d'un librajo parigino, dicono assoldato dai Barberini con 3000 pistole, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove protetto dal Richelieu, potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato, avendo ventisei anni (1618-44). La sua fine gli attirò una compassione che poco meritava. Dicono che il suo traditore fosse poco dopo assassinato da un italiano, al quale il Mazzarino fece grazia. Subito comparvero due dialoghi intitolati L'anima di Ferrante Pallavicino, opera forse di Gianfrancesco Loredano suo amico, ove sono malmenati alla peggio il papa, i prelati, i letterati, i costumi[102].

[81]

DISCORSO XLIII. ITALIANI NELLA SVIZZERA E NELLE CITTÀ LIBERE. LA MESOLCINA. GINEVRA.

La Svizzera doveva la sua civiltà ai monaci, che la popolarono di conventi e santuarj, attorno ai quali crebbero molti villaggi col nome di santi, e le città di Sangallo, Appenzell (Abatis cella), Glaris (Ecclesia Ilarii), Feldkirch, Einsidlen, ecc. E alla Chiesa andavano a servire i suoi soldati, onde Giulio II intitolò gli Svizzeri «Difensori dell'ecclesiastica libertà», e regalò loro lo stocco e il berrettone, che furono collocati a Zurigo; due bandiere, che si posero nella Madonna di Einsidlen, e a ciascun Cantone un'insegna particolare con misteri della passione; a portar la quale fu destinato un banderajo che teneva il primo luogo nelle battaglie.

Come cappellano di questi soldati era venuto in Italia il curato Zuinglio, che predicò la Riforma al tempo stesso di Lutero, con maggior metodo e più risoluta negazione, e maggiormente letto perchè scriveva in latino. Lutero lo osteggiò; tutti i Cantoni presero parte o con lui o contro di lui: Friburgo, ch'era stato ammesso nella Lega Elvetica il 1481 con Soletta, fece alleanza con Lucerna, Uri, Svitto, Unterwald, Zug, e radunati cinquemila combattenti, assalirono Zurigo, e il 10 ottobre 1531 vennero ad aperta battaglia a Cappel, nella quale Zuinglio combattendo restò ucciso[103].

I Cantoni restarono divisi in cattolici, riformati e misti. Cattolici si conservarono Uri, Svitto, Unterwald, Lucerna, Zug, Soletta, Friburgo; misti Appenzell, Glaris, Sangallo, Vaud, Argovia, Turgovia, oltre i Grigioni confederati; protestanti Berna, Zurigo, Basilea, Sciaffusa, Neufchatel. I sette cantoni cattolici mandarono al Concilio di Trento i loro deputati (20 marzo 1562) protestando la devozione filiale alla Santa Sede e il desiderio d'ajutarla come aveano fatto sotto Giulio II e Leone X: nella guerra contro i Protestanti e nell'uccisione di Zuinglio, del quale incenerirono e dispersero il cadavere, avere dato prova d'essere irreconciliabili coi Cantoni eretici; e posti ai confini d'Italia come antemurale, baderebbero che in questa l'errore non penetrasse.

In Isvizzera risedeva un nunzio apostolico, tenuto di grand'importanza per l'opporsi che faceva all'eresie: ma costava assai, sì pei molti viaggi cui [82] era obbligato, sì pei donativi con cui tutto s'otteneva colà, e per pranzi che duravano anche cinque ore, anzi fin dieci, in occasione della Dieta.

Ne' Cantoni riformati ebbero ricovero molti Italiani. Basilea, entrata nella confederazione il 1501, era l'Atene svizzera, e testè uno spiritoso scrittore rifletteva come il Cinquecento ne fosse l'età più splendida per arti, lettere, scienze, ma che gli insigni furono cattolici, o almeno nati tali, e sotto al dogma refrigerante del protestantesimo conservavano il pensiero ideale e il fecondo succhio del cattolicismo. Il miglior quadro di Holbein è la Madonna di Dresda, col borgomastro di Basilea inginocchiatole avanti: di quel tempo è la elegante fontana di Alberto Durer; dell'età cattolica l'altra fontana colla guglia gotica, e il palazzo di città, e la stupenda porta del sobborgo di Spalen, le cui statue di santi vennero rispettate, mentre furono distrutti gli altari e i tabernacoli del Duomo, davanti a cui eransi prostrati gli avi, conservando però l'elegante pulpito del 1486. Ivi Opporino stampò settecencinquanta opere dal 1539 al 1568: lo seguì Pietro Perna, e quando lo storico De Thou lo visitò nel 1579 lo trovò vecchio che lavorava ancora con ardore di giovane.

A Basilea Calvino incontrò il vecchio Erasmo che esclamò: «Vedo una gran peste nascer nella Chiesa contro la Chiesa». Ivi stampò l'Istituzione cristiana nel 1536, dove, a imitazione dei Valdesi, sosteneva che nella Cena non v'è la presenza reale e locale del corpo e sangue di Cristo; che non dev'essere nella Chiesa nè capo visibile, nè gerarchia, nè vescovi o preti, nè messe o feste o immagini o croci o benedizioni o invocazione di santi, nè nulla di ciò che, pei sensi passando all'anima, la eleva per mezzo delle cose visibili al Dio invisibile.

Ivi si stabilì una Chiesa italiana, della quale fu conservata notizia da Giovanni Toniola[104].

A Zurigo, che nella Ufnau in mezzo al lago ha la sepoltura di Ulrico di Hutten, Carlo Magno avea fondato una scuola, che Zuinglio resuscitò, e da cui uscirono gli illustri Corrado Gessner, Gasparo Wolfio, Giosia Simler, Enrico Bullinger. Molti riformati italiani vedremo cercarvi rifugio. Colà erasi ricoverato Jacobo Aconzio, valoroso giureconsulto di Trento, il quale nell'opera De Methodo, sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione (Basilea 1558) aveva ripudiata la dialettica ordinaria, proponendo un nuovo metodo di giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, ed esaminarla sotto aspetti diversi, passando dal noto all'ignoto. Alla divina Elisabetta regina d'Inghilterra, da cui ebbe ripetute attestazioni di stima, dedicò gli Stratagemmi di Satana in fatto di religione (Basilea 1565), libro allora molto acclamato, e tradotto in varie lingue, ov'egli studia di ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, nello scopo d'indurre le sêtte a vicendevole tolleranza.

Aveva avuto per compagno Francesco Betti romano, che al marchese di [83] Pescara, al cui servizio stava, scrisse una «Lettera nella quale dà conto a sua eccellenza de la cagione perchè licenziato si sia dal suo servizio» (Zurigo 1557). Figlio dell'amministratore dei beni del marchese, era molto in favore e in isperanza d'avanzamenti, quando lo smosse l'amor della divina fede. Descrive a lungo la lotta coi riguardi e coll'amor verso i superiori e i parenti. L'uccisione d'un fratello nella persecuzione del 1555 gli diè spinta a fuggire. Professa non voler entrare in materie teologiche che non conosce. Sa che i Luterani son guardati in Italia come i Turchi, ma assicura che quelli che così vengono chiamati dagli inimici aspirano solo ad esser cristiani, e qui espone i principali articoli della loro fede, massime sulla soddisfazione di Cristo per noi: ammette soli due sacramenti, e nella Cena vede una solenne commemorazione della passion e morte del nostro Salvatore, istituita da esso. Il matrimonio non è sacramento, ma i magistrati sono stabiliti da Dio e bisogna rispettarli e obbedirli.

A lui colla solita iracondia il Muzio buttò in viso le Mentite Bettiniane; molti assunsero di richiamarlo all'ovile; ma egli continuò a Zurigo, a Strasburgo, altrove: e nel 1587 già vecchissimo stampò a Basilea la traduzione di Galeno.

Nella biblioteca di Zurigo trovaronsi recentemente trattati dell'Ochino, di Scipione Calandrino e di altri, e ce ne valiamo nel nostro lavoro.

Strasburgo, capitale dell'Alsazia, città libera cioè imperiale, era una delle principali del medioevo, con quella cattedrale che nello stile gotico primeggia come San Pietro nel romano; con immenso commercio di libri, poi con un operoso ricambio di dispute teologiche, avendovi portato i loro dogmi Calvinisti e Luterani, Zuingliani e Anabattisti, applauditi a vicenda ed espulsi[105]. Aveva essa cacciato il vescovo e il capitolo nel 1529, abjurando il cattolicismo, che poi vi fu ripristinato nel 1681 quando si sottopose a Luigi XIV.

Fra altri italiani ivi si ricoverò il bergamasco canonico Zanchi, il quale non era così accannito contro il cattolicismo quanto i predicanti di quella città. Dal rettore Giovanni Sturm invitato a pranzo, si trovò con Marbach, Herlin, Dasypodio, Sapido; e caduti a discorrere del papa, Marbach sostenne non v'era speranza che mai conoscesse la verità, sicchè non doveasi più pregare per esso. Lo Zanchi rispose doveasi cessar di pregare solo per quelli che constasse avere peccato contro lo Spirito Santo; ciò non poteva dirsi del papa, sol perchè papa, e finchè non si fosse certi avesse commesso tal peccato, esser dovere di cristiano pregare per esso. Se ne scandalezzarono Marbach e gli altri, che teneano come articolo di fede il papa esser figlio di perdizione e anticristo.

Tra i seguaci dello Zanchi a Strasburgo troviamo Giovanni Angelo Odone, dotto veneziano, amico di Ortensio Lando, e che sin dal 1534 era in corrispondenza col Bullinger.

[84] Una parte della Svizzera è affatto o a metà italiana; vogliam dire i paesi che or formano il Cantone Ticino e parte di quel de' Grigioni. In quest'ultimo si comprendono cinque valli di favella italiana; ciò sono la Calanca e la Mesolcina o val della Moesa, protendentisi entro il Canton Ticino; il Munsterthal presso all'eccelsa montagna dello Stelvio, formato dal bacino del fiume Ram che sfocia nell'Adige, ed ora ha tre parrocchie protestanti, di cui principale quella di Monastero che dà nome alla valle, con badia un tempo signora del paese e che vuolsi fondata da Carlo Magno: inoltre la val Bregaglia o della Mera che riesce a Chiavenna, e la val di Poschiavo che finisce in Valtellina alla Madonna di Tirano. Quel paese divenne poi padrone della Valtellina, e di questa e di esso ragioneremo a lungo più innanzi.

Quel che adesso è Canton Ticino, esteso dalle falde del Sangotardo e del Sanbernardino fino ai laghi di Lugano e Maggiore, era stato tolto al ducato di Milano, e fatto suddito degli Svizzeri. I tre Cantoni primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi di Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle vette del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi di Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e Verbano.

Dai Cantoni dominanti venivano balii biennali a governare queste podestarie cisalpine, comprando quella carica a denaro, e rifacendosene col rivender la giustizia; e secondo che essi Cantoni ed i balii erano cattolici o protestanti, davano persecuzione o favore agli apostati. Singolarmente a questi avea giovato Jacobo Werdmuller, caldo evangelico. I soldati che uscivano dall'interno della Svizzera in occasione della guerra di Musso, propagarono non tanto le dottrine nuove quanto il disprezzo delle antiche, e un Baldassare Fontana carmelitano vi spiegava le epistole di san Paolo, e di là scriveva alle Chiese svizzere fedeli a Gesù Cristo perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che desiderava nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore; mossi dalle lacrime e supplicazioni di lui, mandassero «le opere del divino Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone, dell'accurato Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà che il vangelo impartisce». Giovanni Orelli di Locarno, famigliare e perpetuo commensale di Gian Galeazzo Sforza, ebbe relazioni col Savonarola e con altri trascendenti, e introdusse nella sua famiglia l'uso di argomentare sulle cose religiose. Suo figlio Luigi militò sotto il connestabile di Borbone nell'impresa contro Roma, vi praticò molti Luterani e nominatamente il Freundsperg, e dal famoso saccheggio riportò diciottomila settecennovantuno zecchini, ventisette libbre d'oro colato, cenquindici d'argento, dodici vasi d'oro, quarantotto dorati, trentuno d'argento, nove di cristallo, una borsa di anelli. Anche l'altro figlio Francesco servì sotto Carlo V, ed entrambi col padre favorivano a Locarno chi professasse le massime nuove.

[85] Giovanni Muralto medico, loro compatrioto, inviato dal duca Sforza a Ginevra, vi conobbe il Serveto e alcuni profughi d'Italia, ne sorbì le idee, e le recò in patria, dove le partecipò agli Orelli e ad alcuni italiani rifuggiti, tra' quali il conte Martinengo di Brescia, Guarniero Castiglioni da Castiglione Varesotto, un Camozzi, un Visconti. Tutti trovavano ospitalità presso gli Orelli, ed alcuni ottennero il diritto di possedere e la cittadinanza. Uno speziale, che legava anche libri, ne ebbe alcuni di senso protestante, e cominciò a parlarne con persone per bene: poi un Piotta insegnò apertamente l'eterodossia, e divulgò gli scritti di Serveto.

Fra i profughi nostri, che, allettati dalla vicinanza, dal clima, dalla lingua, dai costumi ancora italiani, si fermavano nei baliaggi, primeggiava il prete Giovanni Beccaria, nobile milanese, che ebbe possessi e cittadinanza a Locarno. A Roma avea conosciuti l'Ochino, il Carnesecchi, il Vermigli, e tornato a Locarno il 1534, vi diffuse gl'insegnamenti di questi sotto il manto di una scuola di letteratura: anzi l'arciprete, che nol sospettava, l'invitò a fare alcuni sermoni, che piacquero assai. Legò amicizia cogli Orelli, con Giovanni e Martino Muralti, con Lodovico Ronco, e crebbe di proseliti, massime dopo tornato nel 1540 d'un viaggio in Francia, e fu secondato da Benedetto da Locarno, minor conventuale, rinomato predicatore, da Cornelio di Nicosia dell'Ordine stesso, succeduto di Sicilia il 1546, e dal commissario protestante Gioachino Baldi di Glarona. Ma succeduto balio il cattolico Nicola Wirz nel 1548, impedì il propagarsi delle dottrine eterodosse, ordinò si osservassero le feste, i digiuni e le altre pratiche ecclesiastiche: poi volle si tenesse una pubblica disputa. Il 9 agosto 1549 presentaronsi a discuter per la Chiesa cristiana locarnese, il Beccaria, Martin Muralto giureconsulto, Taddeo Duni medico, Lodovico Ronco, Andrea Girolamo Camuzzi; contro all'arciprete Galeazzo Muralto, al cappellano della Madonna del Sasso, a frà Lorenzo domenicano, all'arciprete Morosini di Lugano. Fra gran concorso di popolo, per quattro ore si disputò sul testo evangelico Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo ecclesiam, poi sulla confessione auricolare, sul merito delle opere buone, e il commissario che vi presedeva, indignato delle risposte ambigue, finì coll'ordinare che il Beccaria fosse tratto prigione. Ma trenta giovani suoi devoti nel cavarono a forza; ed egli reputò prudenza ricoverare nella Mesolcina, valle italiana sottoposta ai Grigioni; dove ammogliatosi, tenne a educazione figliuoli d'Italiani, che li volessero allevati nella Riforma.

A Locarno dalla disputa pubblica presero animo i novatori, e vi predicarono Leonardo Bodetto, già francescano a Cremona, che vi sposò Caterina Appiani, egli ed ella applicandosi a fare scuola; ed altri chiamativi da Chiavenna.

Tale prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come duca di Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito il collegio Elvetico a Milano onde preparare pastori a questi paesi, penetrato nella Svizzera [86] in qualità di legato pontifizio, vi esercitò anche giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici. A sua istanza i Cantoni cattolici posero argine a quel dilatarsi dell'eresia in Italia, e malgrado l'ostare dei Cantoni riformati, stanziarono severi divieti (1552) e pena dieci scudi a chi tenesse libri o scritti contro la fede cattolica; si minacciò fin di morte chi bestemmiasse le cose sacre, la Pasqua del 1554 si ordinò che ogni persona dovesse effettivamente e vocalmente confessarsi e comunicarsi; chi moriva senza confessione restasse escluso dalla sepoltura sacra. Pure i novatori non desistevano; adunavansi principalmente nelle case dei Muralti, dei Duno, degli Orelli e del costoro cognato Francesco Bellò di Gavirate, e domandarono d'avere un pastore riconosciuto e chiesa propria; e Anton Mario Besozzi scriveva al Bullinger come, nel 1554, in presenza dei sindacatori usciti a Bellinzona, si fossero battezzati fanciulli coi riti acattolici, e predicato in pubblica chiesa.

Venuto poi commissario il zurichese Räuchlin, crebbero d'audacia, e un catalogo del luglio 1554 novera ottantasei famiglie riformate, composte di centrentacinque membri, oltre i fanciulli e oltre i timidi e vulgari, che non son catalogati. L'Orelli, il Muralto, il Duno recaronsi a Zurigo a chieder protezione dai Cantoni riformati, formolando la lor professione di fede, per cui accettavano il Credo, faceano Cristo unico mediator nostro, due sacramenti; il battesimo da conferire senza le cerimonie papistiche; la Cena in cui è cibo e bevanda il corpo di Cristo.

Ma insistendo i Cantoni cattolici, il sindacato raccoltosi in Locarno decretò che i novatori dovessero abjurare, o venir multati ne' beni e nella vita. Se n'appellarono alla Dieta generale, dove la cosa fu compromessa ne' Cantoni misti d'Appenzell e Glarona, e questi decisero che tornassero alla fede materna, o spatriassero coi loro averi.

Il 1 gennajo 1555 la popolazione di Locarno fu convocata nel castello del Commissario per annunziarle questa sentenza, ed esortare i novatori a ricredersi. Poi sul fine di febbrajo ecco i rappresentanti dei sette Cantoni cattolici, dinanzi ai quali processionalmente, in abito festivo e coi figliuoli alla mano, comparvero i dissidenti in numero di cenventicinque, non contando varj assenti e i ragazzi[106], e avendo dichiarato di restare fedeli alla loro credenza, ebbero intimazione che pel 3 marzo si disponessero a spatriare.

Ottaviano Riperta vescovo di Terracina, nunzio apostolico, venuto colà a salutare in nome del santo padre gli ambasciadori svizzeri, non lasciò alcuna via intentata a convertir gli eretici, ma con poco frutto, e le stesse donne Barbara Muralto, Caterina Rosalina, Lucia Bellò, Chiara Toma sostenner dispute con esso. Vuolsi ch'egli insistesse per più severo castigo; ottenne l'estremo contro il calzolajo Nicolò Greco bestemmiatore, e che fosser arrestati i più riottosi. Barbara Muralto doveva essere fra questi; ma la sua casa attigua al lago, in tempo delle fazioni era stata fabbricata in modo [87] da poterne fuggire per una porta cieca. Comparso dunque il satellizio, ella, alzatasi di letto, chiese d'andar a vestirsi, e fuggì. Gli altri dovettero disporsi ad abbandonare la patria coi beni e le famiglie. Congedatisi dai lor cari e fin dai più stretti parenti e dalle mogli, censettantatre persone d'ogni età ai 3 di marzo varcarono il Sanbernardino, indugiandosi alcun tempo a Rovereto nella Mesolcina finchè prendessero accordo cogli Svizzeri. I Grigioni offerser loro libero ricetto, e in fatti l'accettarono un Besozzi, Leonardo Bodetto, Giovan Antonio Viscardi colle loro famiglie. I più si stabilirono a Zurigo, tam hilares, tam læti ac si ad nuptias aut festum aliquod properarent, dice il Duno. Questo locarnese vi si segnalò come medico, godette l'amicizia del famoso naturalista Gessner, stampò varie opere, e tradusse in latino alcune dell'Ochino e dello Stancario.

Altri ne giunsero colà quando il senato di Milano, informato che alcuni sudditi svizzeri, banditi da Locarno per causa di religione, si erano ridotti ad abitare nel dominio milanese, ordinò fra tre giorni dovessero abbandonarlo, sotto pena della vita.

I Zuricani fecero partecipi i poveri delle limosine pubbliche; permisero erigesser una chiesa italiana nel tempio di San Pietro, con proprio pastore, che fu Giovanni Beccaria, il quale si conformasse ai riti e ai dogmi del Cantone, giurasse obbedienza al magistrato e al sinodo: provedendolo di cinquanta zecchini, cenquindici brente di vino, diciotto moggia di grano e due di avena; pel quale servizio mandavansi da Berna duemila cinquantanove fiorini, censessanta da Basilea, trentatre e mezzo da Bienne, altri da Losanna.

Pure il loro modo di vestire e il linguaggio e il vivere strano li facea ridicoli al vulgo. Poi presto gittossi zizzania fra il Beccaria e il Bullinger, onde quello cessò da pastore, e sottentrogli l'Ochino, che, a poco andare, come eretico ne fu cacciato. Anche Anton Maria Besozzi nel 64 fu posto in carcere per aver enunciato dogmi contrarj ai dominanti. Nè i Locarnesi ebbero più ministro proprio, e dovettero pagar la decima di tutte le eredità, contro quanto erasi prima stipulato.

Sobborgo degli Italiani fu detto quello dove prese stanza la comunità di Locarno in Zurigo, gli atti della quale erano tenuti da Lodovico Ronco. A Locarno per qualche tempo nessun voleva comprare la seta, raccolta sui poderi di questi eretici: onde Francesco Orelli ne mandò di molta, invece di denaro, al fratello Luigi. Il quale ne aprì magazzino a Zurigo, e introdusse telaj e stoffe non più vedute colà: donde cominciarono il prosperamento di tale arte e le piantagioni dei gelsi. Le case dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de' Pestalozzi produssero poi personaggi benemeriti della scienza e dell'umanità.

Che la pieve di Locarno non restasse affatto mondata ce lo pruova il vedere che, attorno al 1580, il papa trovò bisogno di commetterla alla [88] particolare ispezione del vescovo di Novara Speziano. San Carlo volea fabbricarvi un seminario, e desistette solo perchè Bartolomeo Papio d'Ascona lasciò venticinquemila scudi d'oro, in cartelle s'un Monte di Roma, che ne fruttavano milleducento l'anno, acciocchè in Ascona si erigesse un collegio, dove allevar alcuni figliuoli poveri del paese; collegio ch'egli nel 1582 ponea sotto la tutela di Gregorio XIII, il quale nominò suo rappresentante l'arcivescovo Borromeo[107].

Nella val Mesolcina, dov'era già stata sparsa da Giovanni Fabrizio Montano, capo di tutta la chiesa retica, il Beccaria avea fatto grand'opera onde stabilire la nuova fede. Fermatovisi poco, era passato, come dicemmo, a Zurigo coi Locarnesi, ma allorchè questi preser a capo l'Ochino, tornò a Mesocco, sotto il nome di Kanesgen. I Cattolici di questa valle cercarono ogni modo di sturbarlo, ed egli scriveva al Bullinger: «Le cose della religione qui son tollerabili, grazie a Dio, benchè i papisti non cessino di tumultuare. Dai quali però io non credo dovere temer nulla, perchè son certo d'essere curato da quello, senza la cui volontà non si torce un capello. Quanto ai buoni, ne fui accolto umanissimamente. Sovra tutti mi colma di cortesie il signor Antonio Sonvico eletto console, che non immemore delle vostre esortazioni, s'adopera a propagar l'evangelo di Gesù Cristo. Così Dio lo prosperi! Me e la chiesa mia vogli raccomandar a Dio. Finora sono molto più coloro che avversano il Vangelo, benchè abbiansi a dir piuttosto atei che di alcuna religione. Potente è Iddio ad aprir i loro cuori. Mesocco, 17 maggio 1559».

A Rovereto si era messo Giovanni Antonio Viscato, detto il Trontano dalla patria, e vi piantò una chiesa. Se ne conturbarono i Cattolici: e i cinque Cantoni, temendo la propagazione dell'eresia, e che i Locarnesi rimasti in patria non prendessero coraggio a rianimar la loro fazione, instavano presso i Grigioni affinchè fossero sbanditi. Vinse la parte contraria, e l'aprile 1560 fu legalmente permesso al Beccaria di restar a Mesocco, e istruir fanciulli. Crebbero così quelli che, abbandonata la messa, adunavansi in case private per udir la predica; poi pretesero due delle cinque chiese che eran nella valle, e le ottennero dalla Dieta. Ma i cinque Cantoni insistettero a segno, che si diede libertà ai Comuni della Mesolcina di ritenere o rimandare il Beccaria: e in questi adunati prevalse il voto di congedarlo, con arbitrio però d'elegger altro ministro. Allora il Beccaria andossene a Chiavenna, e ne scriveva a Fabrizio Montano: «Dopo lunga e grave disputa con questi nemici di Cristo, vinse la parte di mandarmi via, patto però che i fratelli possano aver un altro predicante. A dirti il vero, vedendo in che stato erano le cose nostre e quanta l'ingratitudine dei più, mi rallegro che Dio m'abbia offerto occasione d'andarmene, prima che mi vi costringessero il bisogno e la miseria. Dopo la morte del magnifico Antonio e del commissario suo fratello, questa Chiesa restava talmente sprovvista d'uomini e [89] mezzi, che a stento v'era da mantener il pastore... Ho dunque per benefizio del Signore che m'abbia liberato da tale trambusto e dalla misera colluvie del popolo... Mia moglie già da sei mesi sta a Locarno, dove fu costretta recarsi per la perduta salute: in breve tornerà, per dir addio a questo gratissimo popolo» (15 novembre 1561). Il Beccaria per altro di tempo in tempo rivedeva Mesocco, finchè per forza ne fu cacciato a istanza di san Carlo nel 1571.

Questo santo addoloravasi del progresso dell'eresia in paesi contigui alla sua diocesi; onde fattosi a Roma nel 1582, n'ebbe titolo di visitatore pei paesi svizzeri e grigioni, anche sottoposti all'ordinario di Como. Non fu autorità a cui non avess'egli ricorso per ajuto in questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coira, al duca di Savoja, ai Veneziani. Era il tempo che più ferveva la nimistà fra Cattolici e Riformati in Francia e in Inghilterra; a Parigi prevaleva la Lega che cacciò il re, e ch'era sostenuta dalla Spagna; per mezzo della quale il duca di Savoja sperava in quell'occasione recuperare Ginevra e i paesi toltigli dai Bernesi, come tentò; ma non si potè impedire che gli Svizzeri facessero alleanza colla Francia, e vi si unissero i Grigioni, a gran dispiacere de' Cattolici. Pertanto il Borromeo, scrivendo al Castelli vescovo di Rimini nunzio pontifizio in Francia, perchè intercedesse da re Enrico sicurezza e libertà a lui ed ai preti, «Fate però (gli diceva), che i Grigioni non sentano che io ci vado qual legato del papa; questo sol nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio viaggio; col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei popoli. Ben i Cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano qualche deferenza ed amore; onde nutro speranza non mi si attraversino impedimenti; solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino ogni cosa. Son costoro sentina di vizj, nè solo eretici, ma molti apostati, e del resto facinorosi e perduti, che appena udranno trattasi di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare i primi felici semi, temendo essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco ne' capi per ritardarmi o impedirmi ogni buon effetto.... Principalmente sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero sollevati i Cattolici di qua dall'Alpi. Poichè, quando sortiscono magistrati eretici, se anche non facciano ad essi aperta violenza, pure mostransi vogliosi di svellere la religione; danno pessimi esempj come scellerati ministri del diavolo, non lasciano la libertà di cercare o ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della salute: vietano agli esteri, tuttochè ottimi, d'andar colà, mentre fanno arbitrio di rimanervi a uomini empj e perduti. Poichè il re può tanto presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me officiato, vi s'adoprasse; e la signoria vostra potrebbe suggerire ad Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè qual danno potrebbe uscirne se [90] mai tanti, oppressi dalle calamità e stancati dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero»[108].

Con Francesco Panigarola francescano, famoso predicatore, e col gesuita Achille Gagliardo riassunta la visita, il Borromeo fu di nuovo a Lugano, poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei terrazzani, ove di cinquecento confessati, neppur uno trovossi in colpa mortale[109]; per Bellinzona si condusse a Rovereto nella Mesolcina.

In questa valle trovò abbondare scolari del Vergerio e di Pietro Martire Vermiglio, ed esservi (scriveva al cardinale Sabello) il nome di cattolici, non i costumi, nè la credenza. V'aveano tenuto casa i novatori Trontano e Kanesgen, pseudonimo del Beccaria; poc'anzi v'era morto Lodovico Besozio, scolaro del Trontano migliore del maestro: era frequentissimo il contatto colla val del Reno, tutta già calvinista. Singolarmente vi si segnalavano per odio ai cattolici Francesco Luino, che da trent'anni era colà: un figlio del Trontano[110] e due o tre altri, «le cui mogli sono veri mostri d'inferno». Stava a capo delle cose sacre un frate, disertore dell'Ordine e della religione, che seco traeva una femminaccia e quattro suoi figliuoli: poco di meglio erano gli altri preti. Il Borromeo coll'amorevolezza, coll'Inquisizione, coll'insegnamento, col largheggiare, si conciliò gli animi: e Dio ne prosperava le fatiche.

La riverenza verso quel gran santo non ci terrà dal narrare come ivi scoprisse moltissime streghe. Istituitone processo, ben centrenta abjurarono: quelle che non vollero ravvedersi furono condannate, e prima quattro, poi altrettante, poi tre, indi più altre vennero arse. Il prevosto di quella terra Domenico Quattrino da undici testimonj era stato visto, nella tregenda coi demonj, menar danze oscene in paramenti da messa, e recando il santo crisma[111]: onde fu dannato al fuoco.

Sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi per compiangere che i delirj del secolo prendessero anche anime illuminate e pie. Solo non tacerò che i Grigioni si dolsero e protestarono contro abusi di giurisdizione del Borromeo, ma nei loro atti non trovammo fiato di lamento per queste procedure; tanto parevano regolari secondo i tempi[112]. Il Borromeo nella Mesolcina all'ucciso curato surrogò Giovanni Pietro Stoppano, autore del tractatus de idolatria et magia, che poi fu messo all'Indice. Da poi il santo si mise per la val Calanca, ove conobbe cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Pel Lukmanier andò alla badia di Dissentis a confermar nella fede quell'abate Castelberg, forse l'unico uom distinto che nella Rezia zelasse la restaurazione del cattolicismo nel senso del concilio di Trento.

Personaggio così famoso, che veniva a croce alzata, seguito da molti ecclesiastici di virtù e di saper grande, che era incontrato solennemente dalle autorità, che all'Ospizio dormì sulla paglia, che fe il trasporto delle reliquie [91] dei santi Sigisberto e Placido, dovette lasciar viva impressione sopra quei terrazzani. Era sua mente drizzarsi a Coira, indi nel ritorno visitare Chiavenna e la Valtellina. Per impetrarne licenza mandò Bernardino Mora al beytag dei Grigioni: ma i predicanti andavano spargendo sospetti sul suo conto: lui infine esser nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, il cui nome, dopo le acerbe guerre lor recate sul lago e in Valtellina, era fra i Reti rimasto terribile: vedessero quanto aveva operato in val Mesolcina, dove non prima pose piede, che collocatosi in luogo forte, stabilì un inquisitore, e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro alleati Francesi la venuta del cardinale, tutto ligio alla Spagna[113]. E questi susurri trovarono ascolto; onde, non che escluderlo, i predicanti commossero quei della val Pregalia a dare addosso ai missionarj da lui mandati, e metterli a processo[114]. Adunque avvisato voltò per Giornico e il Sangotardo[115] a Bellinzona. Quivi trovò folta ignoranza delle cose di Dio, ed un vivere non punto meglio del credere; matrimonj incestuosi, usure sfacciate, conculcati i diritti del clero, sacerdoti simoniaci e viventi in pubblica disonestà. Ho letto omelie da lui recitate colà, donde può trarsi argomento e dello stato di quel paese e dello zelo che il santo vi adoprò, dimorandovi fino al 15 dicembre; ove eresse anche una prebenda per mantenere un maestro, lasciò un catechismo, compilato a posta dal gesuita Adorno, ridusse a compimento il collegio d'Ascona. Come avea fatto rinviare dal Governo di Bellinzona il Beccaria e il Trontano, sperava fare di Mesocco il punto d'appoggio del rinnovato cattolicismo nella Rezia, dicendo che, essendo questo paese uno Stato sovrano, già feudo dei Trivulzj milanesi, ed or liberamente collegato ai Grigioni, non andava sotto alle leggi di questi. Dovea porvisi una stamperia cattolica, da opporre alla protestante di Poschiavo; e il palazzo dei Trivulzj ridursi a collegio de' Gesuiti.

Fin tra le cure che ponevangli assedio negli ultimi suoi giorni, il Borromeo s'occupava d'ottenere, se non pace, almeno tregua ai Cattolici di colà; e teneva corrispondenza con re Filippo II d'affari sì intimi, che non si affidavano alle carte, ma comunicavansi a voce col Terranova, allora governator del Milanese.

Dal 1578 in poi, un nunzio pontificio risedette sempre nella Svizzera, per quanto se ne adombrassero le potenze alleate: si fondarono scuole di Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori, e di Gesuiti per le superiori a Lucerna, ai quali Gregorio XIII assegnò seicento zecchini annui, oltre gli allievi che manteneansi ne' collegi di Milano e di Roma. Anzi, Lega borromea o Lega d'oro fu detta quella che i Cantoni cattolici strinsero col re di Spagna per conservar la Chiesa e la pace; e i membri di essa obbligavansi «di vivere e morire nella sola vera e antica fede cattolica, apostolica, romana, essi e l'eterna loro posterità».

Anche il cardinale Federico Borromeo s'adoprò a tener in fede la Mesolcina, e vi mandava sempre sacerdoti e maestri. Nel 1609 vi erano pretore [92] Simeon De Negri, e cancelliere un Sanvico, i quali, ricordandosi che un tempo vi sedeva un ministro protestante, anche allora lo chiamarono. Il popolo se ne indispettisce, eccitato anche da Antonio Gioerio, e irrompendo ove quello celebrava, abbattono la campana, insozzano il tempio, bruciano i sedili.


Come i Grigioni, così neppur Ginevra era allora membro della Confederazione Elvetica, ma solo confederata. Questo paese formava parte dell'impero germanico ed era spartito, siccome il resto della Svizzera, fra molti baroni, spesso in lotta fra loro e col vescovo; coi conti del Genevese, che allegavano il diritto imperiale; coi duchi della vicina Savoja, che guatavanli colla cupidigia del forte. I vescovi signoreggiavano come principi e vi batteano moneta: ma ne impugnava i diritti la città, che pretendeasi imperiale, cioè libera, e nominava un consiglio e quattro sindaci per amministrare insieme col vescovo. I conti di Savoja tentarono spodestare il vescovo; di che Gregorio XI nel 1370 movea lamento ad Amedeo VI. Amedeo VIII, che fu antipapa col nome di Felice V, tenne in Ginevra la sede del suo pontificato, dove rimasero gli atti di esso, finchè nel 1754 quella repubblica li regalò a Carlo Emanuele III.

Nel 1401 Villars, conte del Genevese, cedette al duca di Savoja questa contea, e con essa i suoi diritti sulla bella città del Lemano, che così trovossi divisa fra tre poteri; il vescovo, il duca, il municipio. Il vescovo, proposto dal popolo, eletto dai canonici, godeva di molte regalie, e giudicava le cause in appello. Il popolo, cioè i capicasa, eleggevano il sindaco e il consiglio, annuali; ricevevano dal vescovo e dal conte il giuramento di conservare le franchigie. Il duca teneva assessori laici per eseguire ciò che i consiglieri avessero deliberato intorno ad affari temporali; col titolo di visdomino giurava fedeltà al vescovo e al Comune; nel suo forte, detto il Gagliardo, faceva giustizia de' condannati dai sindaci, impiccandoli a Champel, terreno del vescovo; teneva le prigioni nel castello dell'Isola, che aveva ricevuta dai vescovi per ipoteca di denaro dovutogli, e più non volle restituire.

E i vescovi erano l'unico ostacolo perchè quella popolazione avveniticcia, mista di Svizzeri, Italiani, Francesi, non cadesse in servaggio dei duchi di Savoja. Questi dunque cercavano metter su quella sede parenti loro, che faceano nominare da Roma, in onta ai privilegi municipali. Tal fu Giovanni, bastardo di Savoja, eletto da Giulio II, e che già aveva cospirato per annettere Ginevra al ducato de' suoi. Tale Pietro de la Beaume, che gli succedette giurando non intaccare le libertà. Ma poichè Carlo III agognava trasformare l'autorità delegata in sovranità assoluta, la lotta fra lui e i borghesi fe nascere i partiti de' Confederati (Eidgenossen donde Ugonotti) e dei Mamelucchi; quelli cercando, questi respingendo l'alleanza con Berna. Prevalsero [93] i primi, e fecero trattato di conborghesia con Friburgo il 6 febbrajo 1518, onde schermirsi dall'usurpatore[116]. Il duca infellonito fa uccidere quanti Ginevrini si trovano a Torino, e sorprende Ginevra; ma non potè impedire che i confederati stringessero lega con Berna il 20 febbrajo 1526. I Bernesi, ch'eransi fatti protestanti, vennero con lance e cannoni, per via spezzando le immagini, e abbeverando i cavalli nelle pile dell'acquasanta; dispersero in Ginevra i tanti monumenti del primiero culto; vinsero i vescovi e i duchi, e per mezzo di Guglielmo Farel introdussero la Riforma. Il gran consiglio della città, sforzatosi invano a conservare il cattolicismo, dovette tollerare i Riformati, che subito prevalsero, e cacciarono i Cattolici e il vescovo, il quale si collocò ad Annecy. Poi al 27 agosto 1535 fu ordinato non ci fossero se non Protestanti, onde i Cattolici migrarono.

Il duca di Savoja ricoverava i perseguitati, e minacciava voler ridurre Ginevra pari a un villaggio di Savoja. Il papa gli consentiva di levar le decime sugli ecclesiastici e gli argenti dalle chiese onde far armi, ed esortava i principi cattolici ad essergli in ajuto. Carlo in fatti si mosse, tenne assediata per un anno Ginevra, ma questa ebbe soccorsi più effettivi dai Bernesi, che, oltre liberarla, tolsero al duca il Sciablese, Gex, il paese di Vaud, e dopo sacrifizj e martirj, lo costrinsero a firmar la pace di San Giuliano, impegnandosi a rispettare i privilegi di Ginevra.

Così Ginevra, spinta alla Riforma per amore della libertà politica, avea fatto due rivoluzioni; coll'una liberandosi dai duchi di Savoja, coll'altra introducendo la Riforma. Questa fu opera di Calvino, siccome dicemmo, il quale, mentre il protestantismo non avea che distrutto, cercò riedificare. Spoglio di poesia e d'entusiasmo, magro, malaticcio, a fronte di Lutero gaudente, beone, beffardo; inasprito anche dall'abitudine della controversia, governava con una logica implacabile e con una rigida pietà, che non perdonava nè a sè nè agli altri; fra quel fervore ragionacchiante, quella abnegazione senza slancio, non piegavasi mai per sensibilità; lontanissimo dalla tolleranza, cioè dal rispettare i diritti dell'anima[117].

Allora dapertutto era considerato come il maggior dei delitti l'eresia: solo variavasi nel giudicare eresia quello ch'era antico o quel ch'era nuovo. Calvino, carattere inflessibile, non potea che considerare come empio chi reclamasse la libertà della coscienza; genio organizzatore, pretendeva l'obbedienza, e trovava legittime le ordinanze pubblicate anteriormente contro l'eresia; nè una penalità che potea spingersi fino al supplizio, repugnava alla sua logica austera[118]. Non si fece egli dunque riguardo d'imprigionare, di espellere, e arrivò più in là con Michele Serveto, medico aragonese, allievo della scuola di Padova, ostinantesi a negare la trinità delle persone divine. L'Aleandro da Ratisbona scriveva al Sanga il 17 aprile 1532, essersi mandato alla Dieta un libro di Michele Serveto De Erroribus Trinitatis, dove «quel traditor con ogni suo ingegno si sforza mostrar che lo Spirito [94] Santo non sit tertia persona in divinis, et che questo nome di Trinità sii cosa falsa e vana, ecc. Ha ventisei anni e grandissimo ingegno, ma la cognizione che mostra della sacra scrittura fa supporre non ci abbia messo di suo che il nome». Esso Aleandro pensa dunque farlo condannare da una congregazione di teologi, e «scriver in Spagna che si faccia proclamo et incendj di quel libro et de la statua dell'eretico al modo di Spagna....... Altro non si potrà far per hora: saria il dover che questi eretici di Germania, dovunque quel Spagnuolo si ritrova, mostrassero impugnarlo, se sono veri cristiani ed evangelici come si gloriano, perchè lui è pur non meno contrario alla profession loro che alli Cattolici, ecc.[119]».

Così fecero: Calvino volle averne il parere de' credenti, e tutte le Chiese elvetiche risposero egualmente che bisognava impedire si propagasse lo scandalo delle empie sue dottrine, e vietare che gli errori e le sette fossero seminate nella Chiesa di Cristo: sicchè lo condannarono alla morte e al fuoco. Il Serveto domandò d'esser rilasciato perchè trattavasi d'eresia, delitto che non appartiene al poter civile, così avendo stabilito anche Costantino a proposito di Ario. Non ebbe ascolto. Calvino, da lui implorato di perdono, glielo negò, consigliandolo a volgersi al Dio, che avea bestemmiato. Dal famoso Farel esortato a disdirsi, e così impetrar misericordia, il morituro rispose: «Non ho meritato la morte, e prego Dio di perdonare a' miei persecutori; ma non ricomprerò la vita con una ritrattazione che ripugna alla mia coscienza». Farel l'accompagnò tutta la via, pregandolo, minacciandolo, blandendolo, insultandolo: sulla deliziosa collina di Champel, tra una folla immensa, che pregava per lui, fu legato a un palo, col libro suo, e in capo una corona di fronde, spolverata di solfo, e messovi il fuoco, l'anima di lui comparve davanti all'Altissimo.

Molti fremettero alla fiera esecuzione, e Calvino li sfolgorava co' termini più bassi, e sosteneva il diritto, anzi il dovere di punire colla spada gli eretici. Par che anche la nostra Renata di Ferrara gliene facesse appunto, ed esso le rispondeva: «Avendovi io allegato che David col suo esempio ci istruisce di odiar i nemici di Dio, voi rispondete che era ancora sotto la legge di rigore. Ma questa glossa, o signora, sovvertirebbe la Scrittura, e perciò bisogna fuggirla come peste..... Per troncar il filo d'ogni disputa contentiamoci che san Paolo applicò a tutti i fedeli quel passo, che lo zelo della casa di Dio ci deve consumare. Laonde Nostro Signor Gesù Cristo riprendendo i suoi discepoli quando il richiesero di far cadere il fulmine su quei che lo ripudiavano, come avea fatto Elia, non allega loro che or non si è più sotto la legge di rigore, ma solo rimostra che non sono mossi da sì viva affezione quale il profeta. Anche san Giovanni, del quale voi riteneste solo la parola di carità, mostra che noi non dobbiamo, sotto ombra dell'amor degli uomini, raffreddarci sopra l'onor di Dio e la conservazione della sua Chiesa, giacchè ci vieta perfino di salutare quelli che ci sviano dalla pura dottrina».

[95] Come del Serveto dicea, Si venerit, modo valeat mea auctoritas, vivum exire non patiar, così d'un nostro rifuggito italiano: J'eusse voulu qu'il fust pourry en quelque fosse, si ce eût été à mon souhait; et sa venue me réjouit autant comme qui m'eust navré le cœur d'un poignart... Et vous assure, s'il ne fust si tost eschappé, que, pour m'acquitter de mon debvoir, il n'eust pas tenu à moy qu'il ne fust passé par le feu.

Trovati alcuni scritti di quel Gruet che avea mandato a morte, li fa bruciare dal boja, e l'autore chiama adhérent d'une secte infecte et plus que diabolique... degorgeant telles exécrations dont les cheveux doibvent dresser en la teste à tous, et qui sont infections si puantes pour rendre un pays mauldict, tellement que toutes gens ayant conscience doibvent réquerir pardon à Dieu de ce que son nom a été ainsi blasphémé entre eux.

Tal era dunque la tolleranza calvinica, alla quale potremmo opporre la benignità del Sadoleto, vescovo di Avignone, benevole anche coi caporioni della Riforma[120]. Allorquando il vicelegato Campeggi menava l'esercito contro dei Valdesi, il Sadoleto li ricoverò nel suo vescovado, scrisse loro una lettera, in cui, dopo riprovate le loro dottrine, aggiungeva in francese: «Desidero il vostro bene, e sarei amareggiato se si venisse a distruggervi, come si cominciò. Perchè meglio intendiate l'amicizia che vi porto, il tal giorno mi troverò presso Cabrières, e là potrete venire pochi o tanti, senza che vi si faccia alcun disturbo, e là vi avvertirò di quel che vi sia di salute e profitto».

Paolo III indicò conferenze a Lione, alle quali convennero il vescovo di Ginevra, il cardinale di Tournon, gli arcivescovi di Lione, di Torino, di Vienne, di Besançon, i vescovi di Langres e di Losanna e il Sadoleto; molto disputarono sui modi di ristabilire il cattolicismo a Ginevra, infine dovettero limitarsi a una lettera che il Sadoleto scriverebbe. L'abbiamo, ed è mentosto una polemica che un'effusione di cuore paterno, dove s'associano l'elevazione del pensiero alla tenerezza morale del vangelo, così diversa dall'aridità a cui Calvino abituava i Ginevrini. Insiste principalmente sul punto che commoveva i distruttori d'allora, la perennità di questa Chiesa, con una sequela di dottori, di martiri, di pontefici, purificata al fuoco della persecuzione, vigile a condurre i fedeli, amorosa a correggerli, inesausta in tesori di perdono. E quando il rigido metodismo non aveva assiderato i cuori dovea far effetto quel suo mostrar quanto i dogmi abbiano di consolante pel cuore, i conforti della preghiera: e lo stesso Beza nella vita di questo confessa che, nisi peregrino sermone scriptæ fuissent, magnum civitati in eorum statu damnum daturæ fuisse videantur.

I caporioni di Ginevra stettero in gran pensiero a chi affidar la risposta, e trovarono non poterla fare se non Calvino, benchè allora fosse allontanato dalla città. La stese egli infatto, tripla di lunghezza, superiore in energia, poco inferiore di eleganza, come retore consumato che era e versato ne' classici; [96] loda la virtù e il sapere di lui, egli sempre così acre contro i suoi avversarj, ma lo imputa di malafede e di trascorrere fino alla villana licenza del calunniare[121].

Principalmente quanto alle tante sette, suscitatesi fra' Riformati, riflette che, se questa fosse colpa, ne andrebbe imputato l'intero cristianesimo fra cui tante ne nacquero; doversi anzi lodar di zelo i Calvinisti che le combatterono mentre i Cattolici dormivano oziosi. Quasi la Chiesa non respingesse le sette coll'autorità sua propria inerrabile; quasi fosse merito combatter l'errore coll'errore! Finisce professando che non vi è bene maggiore dell'unione ecclesiastica, e invocando Cristo a riunir tutti nella società del suo corpo, per modo che, colla sola sua parola e il suo spirito, siam congiunti in un cuore e in un pensiero.

La risposta di Calvino è citata tuttodì come un modello di bellezza e forza di stile; noi cattolici e italiani abbiamo dimentica affatto la lettera del Sadoleto, che in nulla le cede.

Accennammo come fondatore della Chiesa italiana di Ginevra l'Ochino (Vol. II, p. 62). Con esso era fuggito da Siena Latanzio Ragnoni, che venuto a Ginevra nel 1551, fu il primo che vi prese uffizio di catechista; poi morto il Martinengo, a' 24 ottobre 1557 fu fatto ministro di quella Chiesa italiana, e vi morì il 16 febbrajo 1559[122]. Dapprima si adunavano gli Italiani per la preghiera comune nella sala del vecchio collegio. Cresciuti di numero si diedero forma di Chiesa: nel 1552 la dirigeva un pastore; nel 1556 si compose il concistoro, formato del pastore, ch'era il Martinengo, quattro anziani e quattro diaconi; e capo degli anziani fu il marchese Galeazzo Caracciolo per trentun anno, in tal qualità vigilando a quanto accadesse alla Chiesa e prendendo cura de' poveri. Egli provide ad assodarla, e dal magistrato ottenne uno statuto che del ministro determinava venticinque incombenze. La prima era di cominciare l'adunanza coll'invocare l'assistenza di Dio, e finire col rendergli grazie. La seconda, di far tutto con ordine, modestia, semplicità, carità, senza discordia nè contese. Tutti i membri della Chiesa italiana una volta l'anno si univano in generale assemblea per conferire sul regolamento delle famiglie, e sull'accettare nuovi membri: locchè manteneva la moralità, tanto più che non accoglieva alla Cena chi ne fosse immeritevole. I fedeli erano visitati di tempo in tempo dagli anziani, e i figliuoli istruiti accuratamente. Fin dal 1551 a Nicolò Fogliato di Cremona e Amedeo Varro piemontese erasi affidata la cura de' poveri per soccorrerli con somme raccolte. Nel 1555 il magistrato, vedendo ben ordinata quella Chiesa, e attenta ai precetti del Vangelo, concesse a suo uso il tempio della Maddalena, dove amministrar la Cena alle otto di mattina della domenica dopo quella che se n'era valsa la Chiesa francese. Per residenza del pastore fu data un'abitazione nel chiostro di San Pietro.

Alla professione di fede ginevrina troviamo si soscrissero, degli Italiani, [97] Celso e Massimiliano Martinengo bresciani, Galeazzo Caracciolo, Bernardino Ochino, i conti Giulio Stefanelli e Antonio Tiene di Vicenza, Marco Pinelli genovese, Pompeo Avanzi veneziano, G. B. Natan, divenutovi poi predicante, Nicolò Gioffredo di Crema, Cesare Bollani e Pompeo Diodati di Lucca, Onofrio Marini napoletano, Carlo Federici e Paolo Alberti romani, Pietro Muti toscano, Paolo Lazise veronese, Matteo Gribaldi, Giorgio Blandrata e Carlo Alciati milanesi, Bartolomeo Polentani, Agostino Fogliani, Orazio Chiavelli, Santo Mellini, Giacomo Verna, Sigismondo Pigna, Giovanni Fecato, Andrea Cotogni, e molti vulgari; e «preti e frati rifuggiti non per altro in Ginevra se non perchè stracchi del rigore del chiostro e del breviario, e trovando buono di godere il resto de' loro giorni in libertà con una moglie in seno. Almeno così ne scrivono gli autori cattolici, e così ne parlano i Protestanti che vogliono spacciarsi per galantuomini».

Sono parole d'un altro eretico d'età più tarda, Gregorio Leti, il quale, nella Historia ginevrina[123] soggiunge che sette Italiani ricusarono sottoscrivere, e si ritirarono dalla città; fra i quali Andrea Osselani, Marco Pizzi, Valentino Gentile, che poi vi s'indussero; nè però quest'ultimo desistette dal sostenere proposizioni ariane, sinchè fu cacciato. Accenna altri che ricoveravano a Ginevra, tra' quali Margherita Pepoli di Bologna, fuggita con un amante, bastardo de' Bentivoglio, e colà resasi calvinista.

Altrove[124] colla abituale sua prolissità e gonfiezza declama contro l'intolleranza di Ginevra. «Dio ne guardi che pigliasse la fantasia al re di Francia di trattar gl'infelici Ugonotti con una particella di quel rigore, col quale li Ginevrini trattarono nel 1536 li Cattolici a Geneva. Dio ne guardi, dico un'altra volta: almeno il re di Francia sono già tanti anni che li va distruggendo, togliendoli oggidì una cosa, dimane un'altra senza sangue e senza violenza considerabile, e sono stati minacciati prima d'esser ruinati: e se gli è lasciato il tempo pian piano di pensare a' casi loro.... Ma i Ginevrini, subito che si videro in mano il governo, non diedero tempo un momento ai Cattolici: cito, cito, cito: la sentenza e l'esecuzione in un momento, e non voglion dar tempo neanco per l'instruzione».

E qui si scaglia contro gli autori del suo tempo e cattolici e protestanti, perchè non sanno che mentire, inveire, calunniare: e i libri che si vendono non son che controversie e satire, critica della critica, papismo contro papismo, calvinismo di calvinismo, e sempre maledire, criticare, mentire. E pensa che la religione se ne vada, e dice che metà degli uomini sono atei; che come si scandalizzano i Cattolici andando a Roma, così a Ginevra i Protestanti.

In fatto ben provvista di spioni era Ginevra, un de' quali un giorno rapporta ai magistrati: «Ho inteso Caterina moglie di Giacomo Copa, del ducato di Ferrara, dire che Serveto è morto martire, e Calvino fu causa della sua morte perchè era seco in lizza, onde i signori han fatto male a [98] farlo morire; che Gribaldo ha dottrina sua propria, come Paolo Alciato e il Biandrata, e che son perseguitati a torto e per malevolenza: ch'ella vuol andarsene perchè il procedere di questi signori le spiace in quanto condannano chi pensa diverso da loro; e disse molte bestemmie di cui non mi ricordo». Un altro spione rincalzava: «Ella disse che M. Calvino non è d'accordo con Gribaldo perchè questi è più dotto: ch'ella non ha a far se non quello che Gesù Cristo dice: che, se ella persevera e muore qual è venuta a Ginevra, sarà martire del diavolo. Essa tien una lettera di Gribaldo, sottoscritta da Giovanni Paolo e da Valentino».

Arrestata, si seppe ch'ella era venuta a Ginevra per compiacere al suo unico figlio, che non voleva andar alla messa, e restò condannata a domandare mercede a Dio e alla giustizia, e bandita, con ordine di lasciar la città fra ventiquattro ore, o perderebbe la testa[125].

Uno fu condannato perchè possedea le Facezie del Poggio: un altro perchè leggeva l'Amadigi: un muratore perchè stanco esclamò, «Al diavolo l'opera e il padrone».

Questo Gribaldo, che dal Leti vedemmo dato per milanese, ma par piuttosto padovano, era un antitrinitario: fu dal Vergerio chiamato alla Università di Tubinga, e mandò una confessione di fede allo Zanchi, pregando la comunicasse anche a Pietro Martire, ma fu conosciuta eterodossa, e il Beza la disapprovò affatto[126].

I duchi di Savoja non sapeano darsi pace di aver perduto Ginevra, e cercavano ripigliarla, adducendo a pretesto ch'era nido d'eretici. Pio IV incaricava il vescovo di Como della nunziatura agli Svizzeri cattolici, onde persuadere questi a confederarsi col duca di Savoja per recuperare Ginevra[127]. Stanno nell'archivio di Torino un breve di esso papa a Francesco II dell'11 giugno 1560, ove l'esorta ad ajutare di denaro e di truppe il duca per recuperare Ginevra, impresa accettevole a Dio, e utile alla pace del suo regno, disfacendo quel ricovero de' malcontenti di Francia: e un'altra del 13 al re di Spagna nel senso stesso, assicurando che il re cristianissimo dalla Borgogna, esso papa dall'Italia spedirebbero truppe all'uopo. Il giorno stesso, Carlo Borromeo avvertiva il signor Collegno che il santo padre avea deposto ventimila scudi in mano di Tommaso Marino banchiere a Milano per servire ai Cantoni cattolici contro gli eretici che volessero attaccare i fedeli; e per impedire che questi andassero a soccorso di Ginevra quando verrebbe assalita dal duca. Il quale, allorchè muova a quest'impresa, avrà pure ventimila scudi per le spese di un trimestre; il papa manderà la sua cavalleria a proprio costo, acciocchè la guerra compiasi presto, avantichè i Turchi ci molestino. Sua santità trova bene che la guerra non si qualifichi di luterana, ma solo guerra contro di ribelli e d'una città che appartiene al duca Emanuele Filiberto.

Forse la morte di Francesco II interruppe l'impresa, ma il desiderio non [99] ne cessò nei duchi; e Carlo Emanuele meditò sorprendere la città mentre l'assicurava di pace e di buona vicinanza. È famosa la scalata sua, sì ben ordita e sì mal tessuta. Non è mestieri dire che i Cattolici secondavano quest'impresa di lui. Il poeta Vinciolo Vincioli lo incoraggiava

a domar l'antico orgoglio

Del barbaro vicin, e di quegli empj,

Che fuggendo al tuo scettro, ebber ardire

Fabbricar nuova fede e nuova legge;

gli assicurava il favor di Dio che certamente destina

Che debban l'armi tue con breve guerra

Vincer tutta la terra,

La qual, vinta, che sia, dall'Indo a Tile

Sarà solo un pastor, solo un ovile;

lo esortava a far fiorire di qua dall'Alpe la pace,

Mentre di là fiera discordia ognora

Tiene in travaglio i popoli, che sono

Verso Dio divenuti aspidi e talpe.

Intanto lo sollecitava contro Ginevra, indarno difesa dal lago, dalla palude, dai fiumi, dalle mura:

E già veder il Rodano mi pare

Portar il sangue invece d'acque al mare.

Poveri vaticinj de' poeti! Invece, la notte 12 dicembre 1602, già ducento suoi uomini erano penetrati nella città, quando furono scoperti e trucidati; ed egli cacciato non riportò che la vergogna d'aver perfidiato, senza la giustificazione che suol dare la buona riuscita. Carlo tornossene collo scorno, e le canzoni popolari a lungo fecero risonare la sua vergogna, come un annuo digiuno e il canto del salmo 124 perpetuò la memoria dell'essere sfuggita la città al pericolo di diventare serva e cattolica.

Nel 1609 e nel 1611 Casa di Savoja rinnovò que' tentativi, sempre col pretesto di sostenere i pontefici, come altre volte pensò ingrandire col pretesto di abbatterli.

San Francesco di Sales vescovo d'Annecy avea più volte insistito sull'importanza di acquistare quella città, non però coll'armi, e la sua speranza di guadagnarla colla persuasione andò dispersa dacchè il Savojardo divenne esecrabile ai Ginevrini, che, coll'amor della patria, istillarono ai figliuoli l'odio pel duca non solo, ma per tutto ciò che fosse di Savoja.

Ginevra restò sempre la Roma degli Evangelici. La famiglia lucchese dei Turrettino ben ne meritò e diede molti uomini di Stato e scrittori. Tali Benedetto, autore di sermoni e dissertazioni teologiche (1631) e d'una storia della Riforma di Ginevra, rimasta manoscritta: suo figlio Francesco, scolaro di Gassendi e contato fra' più insigni di quella città, che scrisse, oltre il resto, Institutiones theologiæ elenchticæ (1687): Giovanni Alfonso [100] suo figlio, più celebre degli altri (1671-1737). Accolto con onore ne' suoi viaggi, posto a Ginevra fra i pastori, poi in una cattedra di storia ecclesiastica, eretta apposta per esso, tenne corrispondenza estesissima per essere informato di quanto operavasi dai Protestanti, e cercava di mettere pace fra i dissidenti coll'indurli ad attenersi solo a certe credenze fondamentali, e tollerare parziali dissensi, può dirsi riformò un'altra volta Ginevra, cancellando quanto di passionato v'aveva in Calvino; per opera sua il concistoro de' pastori di Ginevra cessò di esigere che tutti i ministri sottoscrivessero il Consensus, formulario intorno alla predestinazione e alla grazia. Le opere di esso furono raccolte in quattro volumi a Leuwarde 1775. Ebbe egli a scrivere che, se tante genti d'Europa, poste sotto cielo felice e dotate di begli ingegni, nulla producono d'insigne, n'è colpa il Sant'Uffizio, o leggi somiglianti a quelle dell'Inquisizione, che frangono ogni vigore d'intelletto, attesochè nessuno voglia promuovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i suoi trovati allorquando, invece di lodi, ottenga ingiurie, disonore invece di applausi, pene e supplizj invece di ricompense.

Il pio quanto erudito Lodovico Muratori, che meritò il titolo di padre della storia d'Italia, prese a confutare queste asserzioni nel libro De ingeniorum moderatione in religionis negotio; ove dimostra come fra' Cattolici sia libero il disputare di tutto quanto non intacchi la fede e la moralità, e delle opinioni in fatto di scienze, lettere, arti, qual sarebbe la teorica copernicana: rimanendo intero il diritto di pubblicare la verità. Ma nel sostenerla egli raccomanda si adoperi giustizia, prudenza, carità; non calunniare mai; temperare la mordacità; tenersi moderati sin dove non vada di mezzo la fede; non imputare errori che non siano ben accertati. Simili accorgimenti vorrebbe ne' censori che rivedono libri a stampare; non irritino l'amor proprio degli autori, col che non si ottiene che di esacerbarli; non vi mettano il puntiglio d'opinioni personali, e l'ostinatezza a trovar errori, e la maligna interpretazione delle intenzioni.

Tremelli Emanuele ferrarese stampò a Ginevra per Eugenio Stefano, 1569, la traduzione latina del Nuovo Testamento siriaco. Lo tacciarono d'aver carpita quella di Guido Le Levre, compita già, sebbene stampata solo il 1571 nella Biblia poliglotta di Anversa, ma basta confrontarle per accorgersi della falsità.

Ivi pure Vincenzo Paravicino, nel 1638 stampò Della Comunione con Gesù Cristo nell'eucaristia, contro i cardinali Bellarmino e Du Perron: trattato di Giovanni Mestrezat, tradotto dalla lingua francese.

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono imputate. Ed è de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra.

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

O David degno! o te beata appieno

Italia mia, se quel secondi, or volta

Da le mondane a le celesti tempre.

Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:

Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,

E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema «l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si stamparono I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra apparvero Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta, di Giovanni Diodati di benedetta memoria. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i Salmi secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione ên lingua piemonteisa.

Più tardi, nella Bibliothèque Germanique (Amsterdam 1725, pag. 231) leggiamo in data di Ginevra: «Nous avons ici depuis quelque tems, un savant homme nommé M. Ferrari, italien, qui depuis longtems a embrassé la réligion reformée, et c'est établi en Angleterre. Il cherche des mémoires pour un ouvrage qu'il intitulera L'Italie Reformée, et dans [101] lequel il traitera des Italiens savans ou gens de considération, qui ont embrassé la réligion protestante».

Ecco dunque uno che ci avrebbe preceduto d'oltre un secolo. Questi è probabilmente Domenico Antonio Ferrari, giureconsulto napoletano, ajo nella casa del conte di Leicester; quel desso che nel 1744 depose al collegio di San Giovanni a Cambridge la copia della prima edizione del Trattato del Benefizio di Cristo, che fu creduta la sola sopravvivente. Egli stesso nel 1720 aveva mandato un esemplare delle Cento Considerazioni del Valdes a un non sappiamo chi di Neufchâtel, che ne fece annotazione su di esso libro; unica copia arrivataci di quell'opera, e dove il Ferrari è indicato come original de Naples, naturalisé anglais, et docteur en théologie de Cambridge, gouverneur de Mr. Cock gentilhomme anglais. Se è lo stesso, d'entrambe le due opere del Valdes, che levarono tanto rumore allora, poi di nuovo in oggi, la conservazione sarebbe dovuta allo stesso italiano.

Del 1705 possediamo originale questa lettera di un frate Aurelio Ghirardini servita bolognese, in cui al governo di Ginevra offre la propria apostasia.

«Serenissime Princeps, excellentissimi patres,

Fidem vestram tueri cupio, serenissime princeps, excellentissimi presidenteis; sanguinem ad vestram religionem defendendam sum effusurus, et mei ingenii tenebris splendorem ipsius adaugere peropto. Fidem, homini contra fidei dogmata insequuti, præstate. Debito abundant rubore characteres, licet atramenti colore funesto nigrescant; vestram enim pietatem implorant, quæ absque dubio, quamvis in celsitudinem conscendat humanitatis, quamvis maxima sit, tamen adeo grata est, ut absque precum effusione ab omnibus impetretur: in hoc non recedens a solis generositate, qui tam collium celsitudini, quam vallium humilitati lumen suum uberrime impertitur. Vere futuro proximo, vobis annuentibus, hic servitutem, quam verbis profero, operibus confirmabo; dummodo me vobis gratum fore, certiorem reddatis. Hoc temporis curriculum ab hujusce epistolæ exaratione ad discessionem intercedet, ob commoditatum inopiam, ab ærumnis et calamitatibus a me perpessis exortam et genitam. Nullam artem mæchanicam ob natalium modicam claritatem, calleo. Artes tantum liberales humilitate ingenii recolo, et vestram solum humanitatem et æquitatem summe veneror et agnosco. Vos humillime precor, ut non calamo, sed mihi parcatis. Viginti duo anni statis meæ jam evolarunt, et reliquum vitæ et laborum vobis, vestræ fidei consecrabo. Responsum et rescriptionem hujusce epistolæ animo hilari expecto. Ad majorem notitiam simul, et mei delitentiam hic titulum mihi in rescriptione adaptandum subposui. Vobis Cœlum illos tribuat honores, quos æque meritum [102] vestrum appetit. Vobis, vestræ quæ religioni tribuat incrementum; reipublicæ augmentum, nominisque vestri famam æternam. Dum in obsequii mei evidentiam vobis me ipsum consacro.

«Dominationis vestræ serenissimæ et perquam exc.

«Ab urbe Reggio, mensis decembris, anni 1705.

Humillmus et obsqmus famulus
F. Aurelius Ghirardini, ordinis Servorum».

«Titulus italo idiomate faciendus:
Al p, f. Aurelio Ghirardini servita bolognese
della Madonna. A Reggio.

Dopo il 1725 la Chiesa di Ginevra dichiarò che non volea maestri umani, fossero Calvino o Beza; poi nelle conferenze che l'Alleanza Evangelica tenne l'autunno del 1861, molti pastori d'essa Chiesa affermarono non potere aderire ad essa Alleanza perchè aveva adottato una formola dogmatica, cioè Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo[128].

Mentre fin a ciò si spingeva la negazione, noi stessi vedemmo un singolare ritorcimento, attuato per opera dell'abate Francesco Vuarin savojardo, che fu curato di Ginevra dal 1808 al 1843. Trovati colà appena ottocento Cattolici, diede opera ad aumentarli, cozzando vigorosamente col Governo e coi ministri, scrivendo, divulgando libri, moltiplicando opere benefiche, introducendo le Suore della carità e i Fratelli della dottrina cristiana, che dirigessero un ospedale, una scuola, un orfanotrofio, mentre i Cattolici restavano esclusi dalle molte istituzioni pie di quella città. Fu ajutato da molti, e non solo dai pontefici, ma sin da Alessandro I imperatore di Russia: pubblicò il giubileo del 1825, e vide accorrervi cinquemila Cattolici; diecimila ne lasciò morendo nella sua parrocchia, con scuole libere e riti pubblici e prediche solenni, dalle quali noi fummo assai volte edificati, come dalla devozione degli intervenienti. L'opera sua è insignemente proseguita dal suo successore, monsignore di Mermillod, che testè elevalo a vescovo ausiliario di Ginevra, diceva: «In nome di Pio IX e di Gesù Cristo sono nella città, per la quale Francesco di Sales non potè passare che travestito nè senza pericolo della vita. Ora la percorro con tutta libertà, in abito vescovile: vi sono salutato e riverito, e sul mio cammino benedico fanciulletti, come faceva Gesù Cristo. Ho dodici preti: non ancora seminario nè capitolo, ma spero impiantarveli quando che sia. I Fratelli della dottrina cristiana istruiscono liberamente la gioventù. Le Suore della carità traversano le strade colla modestia della loro innocenza. In questa città, che vantavasi la Roma protestante, nel giorno di Natale contai più di tremila comunioni. Sopra cinquantamila abitanti ha ventimila cattolici: una magnifica cattedrale si sta elevando sopra una delle primarie sue piazze».

[103]

APPENDICE IV

Nell'archivio di Ginevra sta un Libro di memorie diverse della Chiesa italiana, raccolte da me Vincenzo Burlamacchi in Geneva, MDCL. Ne caviamo ciò che importa all'assunto nostro.

= In appresso saranno notati li nomi delle persone italiane, le quali sono venute ad abitare in questa città di Geneva, e fatto professione della religione reformata, e di più l'anno del loro arrivo in esso luogo.

1550. — Giuseppe Fogliato di Cremona. Bartolomeo Roncado di Piacenza, con sua moglie.

E qui do notizia che solo sono qui messi i nomi che sono scritti ne' libri; essendo certissimo che solo una parte d'essi è qui registrata. Ciò si prova perchè già l'anno 1551 furono deputati alcuni per la cura de' poveri. Il che mostra che, già allora ed avanti, v'era numero d'Italiani qui. La raunanza per le prediche cominciò nel 1552, che venne Celso Martinengo da Basilea, che fu primo ministro.

1551. — Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico nel regno di Napoli (signor marchese), Antonio suo servitore.

Giovanello Connello di Reggio di Calabria. Lattantio Ragnone di Siena nobile sanese. Francesco Tedesco di Messina. Paolo Buonaria. Vincenzo di Roccia. Jacomo Tomasini di Siena, con sua moglie. Lazaro Ragazzo di Cremona, con sua moglie. Francesco Santa di Cremona, con sua moglie. Giuseppe Fossa di Cremona. Paolo Gazo di Cremona. Niccolò Fogliato di Cremona. Ambrogio Varro piemontese. Michele Varro piemontese. Simone Pauli di Fiorenza. Tomaso Pueraro di Cremona, con sua moglie.

1552. — Celso Martinengo, conte bresciano, marzo, primo ministro.

Bernardo Loda di Brescia e suo servitore. Giuseppe Fenasco di Cremona. Alfonso Mulazzano di Ravello. Ludovico Manno di Sicilia. Giovanni Paolo de la Motta. Giovanni Aluigi Paschale. Orsino Roccia di Capua. Francesco Gazino di Dragonesi. Giovan Tommaso Gazino di Dragonesi. Francesco e Sebastiano Sartoris di Chieri fratelli, con due sorelle. Bernardino Susanno di Piacenza, con sua moglie e due figliuoli.

1553. — Francesco Marchiolo di Cremona, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Antonio Pellissari di Mussa (moglie e quattro figliuoli). Girolamo da Milano. Silvestro Tellio di Fuligno, con sua moglie. Fabio Tedesco di Reggio in Calabria. Simone Fiorello di Caserta, catechista poi ministro in Tirano (circa 1559). Giovanni Bernardino Ventimiglia. Nicolao Giustiniano. Bottini di Genova, con sua moglie.

1554. — Andrea Rubatto di Cuneo, con sua moglie. Tommaso Portughese, [104] con sua moglie e cinque figliuoli. Jacomo Milanese, ecc. Georgio Miol di Pancabero, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Paolo Alciati piemontese. Stefano Rivorio di Cavore. Domenico Fiorentino. Andrea di Verto di Salasco. Nicolao Carignano di Carignano. Bonifacio Morena di Cavorre, con tre figliuoli. Giofredi Morena di Cavorre, con sua moglie e quattro figliuoli. Giovanni Pietro milanese. Antonio Gazzino, piemontese. Costanzo Gazzino, con sua moglie. Giuseppe Bondiolo di Cremona, sua moglie e due figliuoli. Giulio Cesare Paschali di Sicilia, con sua moglie. Antonio del Buono di Novara, sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni del Buono di Novara, calzolajo, con sua moglie e cinque figliuoli. Gioannina Cottina di Racconigi con quattro figliuoli. Anselmo Quaglia. Tonino Tommasini. Giofredo Mozino. Hipolito Carignano. Giovanni Battista Guazzone. Giovan Ugali, con sua moglie di Verona. Pietro Cierigino. Giovanni Antonio Merenda. Giorgio Scarparo. =

Seguitando troviamo nel 1555 60 persone fuggite d'Italia a Ginevra, principalmente dalla Calabria. Nel 1556 36, fra cui sette da Lucca, colla famiglia Balbani.

Nel 1557 son 39 gli emigrati, fra cui Gioffredo Varaglia di Bosco. Apollonia Merenda di Cosenza. Giorgio Biandrata ben noto.

Nel 1558 son 35, di cui sette spagnuoli.

Nel 1559 son 47; 19 nel 1560, fra cui Andrea del Ponte, fratello del doge di Venezia; 22 nel 1561; 36 nel 1562, tra' quali il Castelvetro e Fausto Sozzino; nel 1563 son 53: così in trent'anni, circa quattrocento persone ci vennero, la più parte italiani. Torniamo al registro del Burlamacchi[129].

= Si è trovato memoria, come le prime catechisme furono fatte nella sala del Collegio, nel qual si celebrava il battesimo e il mariaggio. E che il numero delli Italiani crescendo giornalmente, il luogo d'essa sala del Collegio non sendo bastante per celebrare la santa Cena, fu, per arresto del Consiglio, alli 13 giugno 1555 ordinato che si predicherebbe e celebrerebbe la santa Cena alla Maddalena, la domenica seguente quella de' Francesi, e nell'ora solita della prima predica.

Nota di coloro che hanno esercitato il santo ministero nella Chiesa italiana, raccolta in questa città di Geneva.

1552. — Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa città nel mese di marzo 1552, e dopo poco fu stabilito ministro nella Chiesa. Morì alli 12 agosto 1557.

1551. — Lattantio Ragnoni di Siena, arrivato qua nel mese di giugno 1551 (prima catechista), fu ricevuto ministro nella Chiesa alli 24 ottobre 1557. Morse alli 16 febbrajo.

1559. — Non potendo ottener Girolamo Zanco, nè appresso M. Emanuelle, [105] dopo lunga ricerca. Niccolò Balbani di Lucca, arrivato qua in luglio 1557, fu ricevuto ministro nella Chiesa, alli 25 maggio 1561. Passò a miglior vita alli 2 agosto 1587.

1577. — Giovan Battista Rota di.... in Piemonte fu ricevuto nella nostra Chiesa, alli 20 agosto 1577, ne fu scaricato alli 20 luglio 1589 per avere lui desiderato ritirarsi in Francia.

1590. — Giovanni Bernardo Bosso, di nazione piemontese, venuto in questa città anno 1578, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 del mese di maggio 1590. Esso passò a miglior vita alli 5 decembre 1612.

1612. — Giovanni, Diodati di nazione lucchese, nato qua alli 6 giugno 1576, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 decembre 1612. =


Il secolo seguente, nella successione de' pastori italiani troviamo Benedetto Turrettini di Lucca, Giacomo Sartoris, piemontese come Giacomo Leger. Francesco Turrettini. Fabrizio Burlamacchi, Benedetto Calandrini, Michele Turrettini, tutti d'origine lucchese; Antonio Leger, ultimo, durò fin al 1689: dopo di che il parlar francese divenne così comune ai migrati, che più non fu mestieri di Chiesa distinta. Il Burlamacchi dà pure la lista di quei che furono anziani od amministratori de' poveri.

Negli archivj del Consiglio di Stato a Ginevra stessa trovansi quest'altre annotazioni dal registro del concistoro, che va sino al 1612.


1551. — Le marquis Galeace Caracciolo, arrivé ici 1551, travailla avec M. Calvin pour établir l'Eglise et l'ordre de la prédication ordinaire, y ayant dejà grand nombre de familles. Il alla querir a Bâle le comte Celso Massimiliano Martinengo, fameux auparavant pour ses prédications en Italie et compagnon de Martyr a Lucques, qui arriva ici en mars 1552, et y fut etabli ministre des Italiens, etant examiné par la compagnie des pasteurs.

1555. — On precha au commencement, et on fit les catechismes en la sale du Collège vieux: et l'assemblée etant fort accru en 1555, par arrêt du Conseil du 13 juin fut dit qu'on feroit le prêche italienne pour la sainte Cène à la Madaleine, le dimanche suivant la Cène des Français à 8 heures du matin.

1556. — En l'assemblée générale de mars 1556 on établit pour adjoints du pasteur 4 anciens, dont le dite marquis fut le premier, pour la conduite de l'Eglise comme corps de concistoire qu'on appela Collèges, avec 4 diacres pour administrer les aumônes. Les règlements du dite College se trouvent renouvellés le 8 mai 1564. Les dites anciens avoient charge de visiter frequemment les familles, se partageant les quartiers. Item les malades. Il y en avoient toujours deux, etablis sur les differences, pour les accomoder. Un ou deux sur les écoles qu'on dressa.

On etablit pour catechiste dès devant Simon Fiorello, et on expliquait [106] un petit formule, et un plus grand à certaines heures. En 1556 Lattantio Ragnone, noble siennois, faisait aussi des catechismes. Dès le commencement on eut 50 psaumes, qu'on imprima en 1556 augmentés. Tout ceux qui arrivoient d'Italie se présentoit au concistoire, et étant connu de leur instruction, ils étoient incorporés en la communion de l'Eglise, se soumettant à la confession de foi, et à l'ordre de la discipline. Ceux qui n'étoient pas suffisamment instruits, étoient renvoyés aux catechistes.

La congrégation générale se tenoit, dès l'an 1557, après les catechismes italiens, au temple ou auditoire de S. Marie, dont il y eut quelques démélés avec les Anglais pour l'heure et tout fut remis à M. Calvin. Dès cette année on fit la depense du plancher pour la dite auditoire par resolution du 3 mars 1557, et de quelques bancs pour les femmes in novembre 1558, et de plancher les chapelles y mettant des bancs, janvier 1559.

1551. — Dès le commencement de 1551 jusque au fin de 1553, furent élus entre les Italiens pour le soin des pauvres qu'ils assistoient de leurs déniers, Niccolò Fogliato de Cremone et Amedeo Varro piémontois.

1554. — Pour les pauvres en l'assemblée générale du 4 janvier 1554, furent députés Simon Fiorillo et Niccolò Fogliato, et en janvier 1555 leur fut adjoint Jean Paolo Alciati.

1556. — Pour l'entretien des ministres et des pauvres, il y avoit une regle dressée de ceux qui volontairement s'y obligeoit selon leur pouvoir, et depuis ceux de la nation y ont toujours pourvu à ses frais, comme aussi pour les maîtres d'écoles et un chantre à gages. Le chantre pour 8 écus. =

Nell'archivio stesso trovasi questa nota del maggio 1558. «Sur ce qu'on decouvrit que Valentino Gentili, Giovanni Paolo Alciato, Giorgio Biandrata et d'autres soutenaient des discours comme ne sentant pas bien des trois personnes en une seule divinité essentielle, et troubloient la paix de l'Eglise sémant des opinions erronées, par l'avis de M. Calvin et des pasteurs de la ville, et du pasteur et consistoire italien fut dressée une confession de foi special là dessus, étendant ce qui est plus reservé en la confession ordinaire de Genéve, laquelle fu souscrite en une congrégation générale le 18 de mai en presence du quatrième sindyque M. Chevalier (commis au nom de la seigneurie des pasteurs français) par la plus part des membres de l'Eglise, et par le reste en d'autres jours suivants; et le 23 mai par six de ceux qui y faisaient difficulté, Silvestro Teglio, Filippo Rustici, Francesco Porcellino, Nicolò Sardo, Valentino Gentili, Hyppolite Gallo».

[112]

DISCORSO XLIV. CONFLITTI GIURISDIZIONALI. POLITICA CATTOLICA. IL BELLARMINO. ERESIA SOCIALE.

Oltre i canoni fondamentali, quali la trasmissione del carattere sacerdotale mediante una cerimonia sacra in cui è l'azione divina; la subordinazione a un capo infallibile; l'indissolubilità del matrimonio, e tutto quanto concerne la vita eterna, dove la Chiesa non bada a tempi o a luoghi, sempre identica nell'evangelizzare Cristo e il regno de' Cieli, essa ha una legislazione in ordine alla ragione civile, che tempera all'indole dei popoli e alla loro età morale.

Fra tanta divergenza d'accidenti e di dogmi, unico proposito conforme dei dissidenti era l'abolire le centralità pontifizia, opponendo le nazionalità alla cattolicità, le opinioni individuali alla unità della fede, subordinando la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione, il fòro interno all'esteriore.

Aveano tutto il torto?

Che l'autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell'ordine della propria competenza, l'aveva mal compreso il medioevo quando il potere, che unico sopravvisse della società, e che unico potea frenare la prepotenza de' Barbari e proteggere il popolo era l'ecclesiastico: onde ne nacque un diritto, assentito anche da quelli cui ponea limiti, e che difendeva i deboli o per podestà immediata e diretta, o per derivata dal pontefice[130]. Questo elevarsi de' pontefici sopra i sovrani anche pel temporale parve trascendesse il precetto del «Rendete a Cesare quel ch'è di Cesare»; i cesaristi non negavano il diritto canonico, bensì discutevano se dovesse essergli subordinato il diritto pubblico: e Dante, un de' monarchici più assoluti, prescriveva che illa reverentia Cæsar utatur ad Petrum, qua primogenitus filius debet uti ad patrem.

Via via però che i governi ripigliarono ordine e vigore, andavasi ritogliendo alla Chiesa quel che la necessità dei tempi v'aveva aggiunto di là [113] dalla sua competenza essenziale divina: ma l'atto effettivo della Riforma consistette nel fare l'opposto, sovrapponendo il temporale allo spirituale fin a dimenticare di render a Dio quel che è di Dio. Le nazioni, cioè quei pochi che arrogansi di parlar in nome d'esse, non volevano più l'unità teocratica; volevano costruire lo Stato indipendentemente dalla Chiesa; e la protesta sembrò un legittimo sforzo per isvolgere l'inviolabilità della coscienza dal diritto ancora oscuro dalla società moderna. L'errore consistette non nell'emanciparsi dai vincoli curiali, bensì nell'istituire Chiese distinte, nazionali, foggiate secondo il bisogno civile. Era un frantendere la gran lite fra la Chiesa e lo Stato; tanto più che non trattavasi d'affrancar l'anima del cittadino, bensì di ridurlo più servo, retrocedendo fin al paganesimo.

Di primo acchito i principi s'accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma, concentrando in sè i poteri della Chiesa, e incamerandone i beni; fra i Luterani restò convenuto dover un paese avere la religione che volesse il principe; Grozio assegna come primario diritto maestatico l'imporla: in arbitrio est summi imperii quænam religio publice exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui politica scripserunt. Ciò importa, secondo il Böhmer, il diritto di costituire i dottori, di prescrivere i riti, di riformar le cose sacre e la disciplina, di dirigere l'insegnamento e la predicazione, di usar nelle cose sacre la giurisdizione criminale e civile e penale, di decider le controversie religiose, di convocare i concilj, di designar le diocesi e le parrocchie. Tirannide la più completa se mai fosse stata applicata nella pienezza delle sue conclusioni e non ristretta dalle costituzioni scritte, alle quali fu duopo ricoverarsi dopo tolto quel supremo custode della verità, della giustizia, del diritto. Così alla monarchia cattolica del medioevo sostituivasi la monarchia politica moderna, coll'unità e universalità del pubblico potere.

Quel che i Protestanti avevano conseguito di colpo coll'aperta ribellione, i Cattolici s'ingegnarono ottenere con mezzi termini, accordando la coscienza coll'ambita onnipotenza. Principi che avevano declamato contro gli abusi non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato: onde nuovi dissensi vennero a turbare il seno della Chiesa romana.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l'autorità irrefragabile del Concilio; ma v'aveva articoli che toccavano la società secolare. Perocchè i prelati tridentini poco si curarono della parte legittima spettante alla politica, e presero per ribellione a Dio ciò ch'era una riscossa contro l'arbitrio dei poteri umani. Sbigottiti dall'attacco recato all'attribuzione loro più sublime, i papi non pensarono più che a difendersi, tantochè, invece di continuare a capo del progresso come erano stati fin allora, parve si atteggiassero in opposizione o almeno in sospetto di esso, dacchè vedevanlo staccarsi da loro; severità affatto precarie, e volute dalle circostanze, presero l'aria [114] d'una missione sacra e durevole: e l'Italia, nel punto che cessava di essere il centro dell'unità religiosa, scadde da maestra delle civili dottrine.

Ma al primo momento, tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col precisare il dogma ed emendare la pratica, e posar come assolute le sue verità, e negando che fuori di queste si dia salute[131], Roma non solo represse nelle genti latine la propensione alla Riforma, ma volle ricondurre alla sua obbedienza i traviati; e ripigliata l'offensiva, parve resuscitare i tempi della sua prevalenza. Anche in questo punto correggendo il paganizzamento della società, avrebbe voluto togliere ogni diversità interna di chiese distinte, di riti nazionali, credendo prova di forza l'esigere di bel nuovo quell'unità assoluta, che dapprincipio aveva salvato la civiltà.

Come le reliquie d'un esercito scompigliato si rannodano allo stato maggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di stringersi al papa: e principalmente i Gesuiti, animati dall'alito del ringiovanito cattolicismo, si applicarono a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea formarsi un solo ovile.

La stampa avea mostrato un'inaspettata potenza facendosi aggressiva e dissolvente sotto la bandiera della Riforma per iscassinare i poteri stabiliti, le sovranità riconosciute, e ridurre all'intelligenza comune, le objezioni accumulate da quindici secoli contro il cattolicismo; e mentre prima o morivano coll'uomo che aveale inventate, o restavano fra teologi ed eruditi, allora ottenne che la religione non fosse più sovrana dell'opinione, ma le contraddizioni e gli attacchi, giusti o ingiusti, venissero accreditati ed estesi. I Cattolici vollero da un lato porre un argine a' suoi eccessi, dall'altro adoprarla ad assodare e ricostruire; e stupendi scrittori comparvero anche nel campo nostro, non solo profondi di dottrina, ma anche abili a spiegarla e diffonderla, e nuovo grandioso campo s'aperse alla letteratura teologica e storica nel propugnare l'autorità e le ragioni di Roma. Ma poichè il protestantismo aveva implacabilmente osteggiato la santa sede, gli apologisti si volgevano di preferenza a difenderla. Melchior Cano che pel primo fece un trattato De' luoghi teologici, sostenendo i diritti del sopranaturale e della rivelazione, appoggia la fede sulle profezie e i miracoli: pure anche in esso e nei seguaci suoi trattasi della Chiesa e del papato, più che delle prove e de' caratteri della rivelazione.

Le Decretali si diceano il codice della tirannia papale, a scapito dell'autorità dei vescovi[132]. La severa critica dell'età nostra fe ragione delle tante baje spacciate in proposito delle false, riconoscendo che in fondo esse non istabilirono verun punto il quale già non fosse convenuto; e che dirigevansi a sostenere l'indipendenza de' vescovi, a fronte de' metropoliti; e ciò, non coll'inventare documenti, bensì col raccogliere brani di costituzioni, e di lettere, o regie, o pontificie, che già aveano vigore, e darvi forma di legge.

Pio IV elesse una congregazione che le coreggesse, rintegrando ciò ch'era [115] mutilato, sceverando lo spurio dal sincero, e riassettando la cronologia. Dissipate le false Decretali, l'autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e venne rigenerato il diritto ecclesiastico, il cui corpo si potè pubblicare sotto Gregorio XIII.

La baldanza d'un recente trionfo, o lo sforzo di chi dissimula la sconfitta apparve nel ridestare, in un secolo di dubbio e di negazione, le pretensioni che, in una età organica, aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e asserire di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato; il papa superiore a qualunque giudizio, e decaduto il re che uscisse dal grembo cattolico. L'atto formale di queste pretensioni fu la bolla, detta in Cœna Domini perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo. Antica e più volte aumentata, ebbe l'ultima mano da Paolo V, e suole citarsi come il massimo dell'arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo, e spogliandola delle frasi adatte al tempo e alla curia, essa in ventiquattro paragrafi scomunica gli eretici di qualsia nome, e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, ne stampa, ne diffonde;

chi appella dal papa al Concilio, o dalle ordinanze del papa o de' commissarj suoi a' tribunali laici;

i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi depreda navi di Cristiani naufragate in qualunque siasi mare;

chi impone nuovi o rincarisce antichi balzelli o tasse o pedaggi a' suoi popoli;

chi somministra ai Turchi cavalli, arme, metalli, o altre munizioni da guerra, o vi dà consigli;

chi offende nella persona i cardinali, patriarchi, vescovi, nunzj, o li caccia dalle proprie terre; o giudici e procuratori deputati sopra cause ecclesiastiche, o vieta di pubblicar le lettere apostoliche o i monitorj;

chi le cause o le persone ecclesiastiche trae al fôro secolare, e fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell'esercizio di loro giurisdizione, o mette la mano sopra le entrate della Chiesa e i benefizj, o impone tasse al clero;

chi turba i pellegrini diretti a Roma, o che ivi dimorano o ne tornano;

chi occupa o molesta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna; e così le Marche, l'Umbria, il principato di Benevento, Avignone, il contado Venesino, e insomma quanto alla Chiesa spetta di fatto. Estendesi la scomunica ai vasi d'oro e d'argento, vesti, suppellettili, scritture, beni del palazzo apostolico; e non se ne darà l'assoluzione se prima non siasi desistito dal fatto, o cassati gli atti contrarj alla libertà ecclesiastica, distruggendoli dagli archivj e dai libri; nè qualsivoglia privilegio o grazia valga perchè possa uno venirne assolto che in articolo di morte, e anche allora deve dar garanzia di pentimento e soddisfazione. La condanna colpisce pure chi impedisse di pubblicare o attuare la bolla.

[116] Le riazioni trascendono sempre, e in guerra armata o inerme il miglior difendersi è l'attaccare. Se non che a condiscendere trovavansi poco disposti i principi, i quali reluttarono contro il sinodo tridentino, e accettandolo fecero riserva per le consuetudini e le leggi de' loro Stati; e il frangere le barriere, al potere assoluto opposte dall'immunità clericale, e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l'intento di ciascuno Stato, parendo ai re che, per trovarsi davvero indipendenti, non dovessero lasciar veruna ingerenza ad altri nel proprio paese, nè consentirvi autorità che non fosse accentrata nel Governo. Sino i più cattolici, impuntatisi in tali pretensioni, talvolta sbigottirono i papi col minacciare d'abbandonare la messa per la Cena e pel sermone; e con questi spauracchi li ridussero alla loro volontà. Altri, senza spingersi tanto oltre e rinnegando la logica, procuravano dipendere il meno possibile da Roma, solleticavano le ambizioni nazionali, e a titolo d'indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali Chiese, necessariamente docili al potere locale per cui concessione esistevano, e che un moderno chiamò aborti del protestantismo[133].

La superiorità dei Concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta dai Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, riconoscendo infallibile il papa sol quando sia unito al consesso della Chiesa[134]. Ma anche nella Chiesa gallicana non disputavasi della libertà individuale, bensì della distinzione delle due potestà e della loro indipendenza; non facendosi cenno della libertà di coscienza. Ora, l'ammettere un'opposizione non è un rinnegare i contendenti; se anche non si riesca ad accordarli, la Chiesa e lo Stato esistono, giacchè si contrastano.

Perchè mancassero appigli alle declamazioni contro l'avidità de' prelati, era stabilito che delle ricchezze loro non ereditassero i parenti, bensì la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo. Ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall'invigilare all'adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di voler vedere i testamenti, ma con ciò scoprivansi i secreti di famiglia, e fisicavasi sulle frodi supposte, come poi fecero i governi moderni. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per isciogliere temporarie unioni, e le curie volevano all'uopo valersi di birri e carceri proprie. Tutto ciò parve usurpazione ai Governi, e l'andarono impedendo fin al punto che, quasi il pontefice fosse uno straniero, il quale pretendesse invadere colla sua universale la giurisdizione particolare del principe, si sottoposero gli atti suoi e i suoi decreti a esame, a ordini di esecuzione e di placitazione[135], dopo esaminato se ne rimanessero «salvi i diritti dello Stato».

La bolla poi in Cœna Domini fu ripudiata da alcuni, da altri accettata col proposito di modificarla nell'applicazione; Venezia la ricusò, per quanto [117] il nunzio insistesse; l'Albuquerque governatore di Milano vi negò l'exequatur; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; i duchi di Savoja conferivano benefizj riservati al papa: i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell'applicazione que' tremendi decreti. Ma i frati la zelavano a rigore; guai a parlare di tasse sui beni ecclesiastici! negando l'assoluzione a magistrati, cagionarono tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona. E sparnazzavasi il nome d'eretici, tale considerando chi disobbediva a un ordine papale.

A Genova era proibito tener assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l'Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica. Stefano Durazzo arcivescovo, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d'eminenza; non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche dopo che l'arcivescovo ebbe abdicato.

I governatori di Milano alle riforme di Carlo Borromeo opponevano i diritti regj, e quel senato i privilegi della Chiesa milanese; e Pio V scrivendogli gli rammentava che nulla re magis sæcularis potestas stabilitur et augetur, quam amplificatione et autoritate ecclesiasticæ ditionis; quidquid ad spirituale patrimonium firmamenti et virium accedit, eo temporalis status maxime communitur; nam observantia et pietas principum et magistratuum in ecclesiarum antistites, populos ipsis adeo praebet obedientes, ut fatendum sit regnorum ac statuum incolumitatem uno illo ecclesiastici juris præsidio tanquam fundamento contineri, quod utinam contrariis ad multorum exitium exemplis non pateret.

Già dicemmo di san Carlo. Il suo cugino e successore Federico Borromeo due volte per queste dispute dovette viaggiare a Roma; minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri, e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze delle città, arrogavasi giurisdizione su possessi ecclesiastici[136].

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso, attesa la sua feudale dipendenza dalla Santa Sede. Filippo II re di Spagna con qualche restrizione ricevette i decreti del Concilio tridentino, e il 2 luglio 1564 ordinò al vicerè di Napoli, di pubblicarli perchè fossero osservati anche in questo paese, protestando però non si derogava con essi alle preminenze regali, nè ai patronati regj, od altri diritti della sovranità. Esaminatili, il reggente vi trovò molti punti che pregiudicavano tali diritti. Così il Concilio infligge scomunica e multa a chi stampa libri sacri senza licenza del vescovo; or se alla Chiesa spetta la censura, spetta al principe il consentire o no la stampa. Per certi casi si dà licenza ai vescovi di procedere contro ecclesiastici e secolari colla scomunica non solo, ma collo sfratto e con pene pecuniarie anche forzose: [118] ora l'esecuzione è attributo regio. Ad essi vescovi è pure conferito l'approvare i maestri e professori, e con ciò s'intacca l'autorità del principe e delle Università. Per fondar nuove parrochie o seminarj, il vescovo può imporre decime, oblazioni, collette sul popolo; mentre questo diritto è inerente alla sovranità, e non alla podestà ecclesiastica. Così la visita e amministrazione di tutti i luoghi pii e spedali e confraternite, il rivederne i conti, il commutar la volontà de' testatori, l'imporre pene ai laici e patroni che malversino le rendite e ragioni di loro chiese, il sottrarre ai tribunali secolari i chierici tonsurati, sono atti che assottigliano la giurisdizione civile. In quel regno, per abitudine antica, le censure ingiuste o nulle erano fatte revocare, e ciò il Concilio proibiva; come colpiva di scomunica e fin privazione di dominio i principi che permettessero il duello; ai combattenti e padrini, oltre la censura, infliggeva la confisca dei beni e perpetua infamia.

Pertanto il Concilio fu lasciato divulgare, ma senza pubblicazione solenne, e si tenne in non cale ogni qual volta paresse pregiudicare la regalia; nè bolla o rescritto di Roma valea senza l'exequatur regium, e poichè il papa di ciò si offendeva, Filippo II gli scrisse non volesse porsi all'avventura di veder di che cosa fosse capace un re potente spinto all'estremo.

Nuovi urti cagionò la bolla in Cœna Domini, alla quale il vicerè duca d'Alcala risolutamente si oppose, fino ad arrestare i libraj che la stampassero; fu condannato alle galere uno che aveva pubblicato l'opera del Baronio contro il privilegio d'esenzione, chiamato la Monarchia Siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio[137]. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e per qualche tempo tenere i beni di chi moriva intestato, applicandone una parte a suffragio del defunto: nei casi misti, cioè di sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all'uno o all'altro fosse prima recata la querela; donde inestricabili altercazioni. Il popolo vi trovava il suo conto, perocchè nel 1582 essendosi messa la gabella d'un ducato ad ogni botte di vino, il cappuccino frà Lupo uscì minacciando di grave castigo celeste quei che la pagassero o la esigessero. Pensate se vi si diede ascolto: tanto che fu dovuta sospendere. Nè pochi vescovi proibivano l'esazione delle gabelle nella loro diocesi, in forza di quella bolla: e la Piazza di Nido a Napoli ricusò un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa. E il papa vi dava rinfranco, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale e privato del viatico chi, ne' consigli vicereali, aveva opinato in contrario, e il famoso reggente Villani a stento ottenne l'assoluzione in articolo di morte.

Per tal operare i doveri di suddito trovavansi in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di composizione. S'aggiungano a ciò le citazioni che faceansi alla Curia di Roma, e i visitatori apostolici che il papa mandava [119] nel regno per esiger le decime, ed esaminare le alienazioni indebite di beni ecclesiastici, e se adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio della fabbrica di san Pietro.

Privilegi ecclesiastici consentiti all'autorità secolare rendevano la Sicilia indipendente da Roma, ma la sottomettevano alla Spagna e all'Inquisizione, che quivi potea più che in altro paese d'Italia, elidendo la giurisdizione dei vescovi, oppugnando la resistenza dei vicerè, e alle prepotenze de' baroni opponendo la secreta efficacia de' foristi o famiglia del Sant'Uffizio. Avendo il duca di Terranuova mandato in galera un orefice ladro, di Spagna gli venne ordine di rilasciarlo perchè era forista del Sant'Uffizio, pagargli ducento scudi per indennità, e far pubblica penitenza. Essendo nel 1602 bandito un Mariano Alliata forista, il Sant'Uffizio intimò ai giudici lo ripristinassero; e non obbedito, li scomunicò; e perchè l'arcivescovo gli assolse dalla scomunica, il Sant'Uffizio scomunicò l'arcivescovo. Questi ricorre al vicerè marchese di Feria, il quale manda contro gli Inquisitori due compagnie d'alabardieri col connestabile e il manigoldo; e gli Inquisitori dalle finestre del convento scomunicano costoro e chiunque vi dà ajuto: i soldati sfondano la porta; ma trovando i frati assisi in giro e tranquilli, non osano far violenza; al fine il dissenso è accomodato ritirando l'interdetto e consegnando il delinquente agli Inquisitori[138].

I principi mal tolleravano queste restrizioni alla loro autorità, e che si avessero giudizj non solo, ma armi indipendenti dall'unità di governo che andavano introducendo. Di qui una concatenazione di litigi, che l'età nostra compassiona, ma che in fondo erano le quistioni costituzionali d'allora, dove la libertà compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore. Anticamente essa libertà non era conosciuta che in forma di privilegi, e questi erano tanti, così varj, così gelosamente protetti dalle corporazioni o dall'energia personale, che costituivano un insieme robusto e bastevole di pubbliche garanzie. La Chiesa era stata la prima ad acquistar e assicurare la sua libertà, e sovente offrì un asilo alle pubbliche o individuali, che mancavano di sicurezza. Quando la monarchia assoluta le assorbì tutte, molti popoli credettero che le immunità della Chiesa, più o meno rispettate, fossero un compenso più o meno sufficiente di quanto i principi aveano tolto, e zelarono le immunità ecclesiastiche.

Taglieggiata da principi, la politica romana parve si voltasse a favorire di preferenza i popoli, perchè ragionava de' loro diritti, e ponea qualcosa di sopra all'onnipotenza dello Stato e dei re. Chi seguì le nostre disquisizioni ha potuto vedere come ella avesse sempre prediletto i governi elettivi, il suffragio popolare, la preminenza dei migliori; sempre all'assolutezza regia opposte la legge di Dio, cioè la giustizia eterna. Sottentrati i secoli princicipeschi, il diritto nuovo vi surrogava i dominj ereditarj, la onnipotenza parlamentare, cioè la supremazia del numero e della forza; e scassinata [120] l'autorità divina, si dovette cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni.

Fra i pensatori italiani che si staccarono dalla Chiesa già altrove mentovammo Alberico Gentile. Fondator della dottrina del diritto pubblico, separava questo dalla religione, volendo che le differenze di fede e di culto nulla ingerissero sulle relazioni di Stato e sulle ambascerie. Però ne' pubblicisti d'allora sentesi la riazione cattolica sebben sieno protestanti, non ostentando più le sguaiate immoralità di Guicciardini e Machiavello, l'indifferenza tra il bene ed il male, la venerazione per la riuscita qualunque ne siano i mezzi. Molti de' nostri corsero quei campi, senza lasciarvi orme insigni. Scipione Ammirato difende la Corte di Roma, e nega che da essa venga lo sbranamento d'Italia, il quale del resto egli preferisce a una «mal costante e peggio impiastrata unione», la qual non potrebbe ottenersi senza la ruina del paese. Paolo Paruta, adoratore della libertà della sua Venezia, ritrasse la guerra di questa coi Turchi, che è l'epopea della riscossa cattolica, della quale quanto egli stesso risentisse appare nel Soliloquio sopra la propria vita. Giovanni Botero piemontese, segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, nella Ragione di Stato, una teorica intera della economia dello Stato fonda sul Vangelo, vale a dire sulla giustizia e l'umanità, in perfetta opposizione al Machiavello, che combatte sempre e non nomina mai[139]. Messo che lo Stato sia «dominio fermo sopra i popoli», giustifica troppo i mezzi di conservarlo; approva la strage del san Bartolomeo, mentre sgradisce la cacciata dei Mori di Spagna, e loda la Francia d'aver concesso libertà di culto ai Protestanti. Da orgoglio e potenza derivano i vizj del clero, che altra autorità non dovrebbe avere se non quella venutagli dalla moderazione e dal disinteresse. Nella Regia Sapientia ammanisce precetti alla condotta dei re, traendoli da passi scritturali, donde forse tolse esempio d'ispirazione Bossuet alla sua Politica tratta dalla santa scrittura.

Ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al despotismo in nome del diritto non del dovere, o zelando quel criticismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e che distruggendo il rispetto, incita alla disobbedienza. Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler che anche la Chiesa partecipasse al potere, anzichè concentrarlo tutto ne' principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi non deducevano le obbligazioni se non dalle leggi; d'insegnare con san Tommaso che l'obbedienza ai re è subordinata all'obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la papale sovrasta alla prerogativa politica, perchè di diritto divino[140]. Se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimenti qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, il popolo, sancendo così la sovranità di questo, cioè il diritto che Dio conferì alle società di provedere al proprio governo qualora [121] ne manchino; non però di violare diritti acquistati, nè di sostituire il capriccio della folla alle legittime istituzioni.

Personificazione di tali idee fu Roberto Bellarmino gesuita da Montepulciano (1542-1621). Secondo lui, la podestà civile deriva da Dio; prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana, e non essendo insita ad alcun uomo in particolare, appartiene all'intera società. La società non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, come il diritto il cambiarli[141].

Fine diretto e immediato della Chiesa è l'ordine spirituale, del principe il temporale. Se il principe trascende a danno delle anime, la Chiesa dee richiamarlo, e lo può anche esautorare.

La supremazia papale è sottratta da qualsiasi giudizio; essendo il papa anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[142]. Però negli affari civili non deve egli maneggiarsi, salvo ne' paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli qualora turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, se pur non sieno suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri, ove lo esiga la salute delle anime, e qualora egli pronunzii, una nazione deve cessare d'obbedirgli[143].

Questo sistema giuridico insieme e storico è quel che noi esponemmo dominare ne' tempi ove professavasi regnante Cristo. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino quella temperata dall'aristocrazia; e se pur dice che il papa può l'ingiustizia render giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[144].

La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; neppure gradì a Roma, e Sisto V la pose all'Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata; e ad attestarne il merito basterebbe sapere che ben ventidue opere uscirono a confutarlo[145], anzi si eressero cattedre a posta per ciò.

Nel 1585 comparve un Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese. Secondo il De Thou è opera di Francesco Peratto, calvinista, che vi costipa quanto di peggio dissero contro del papa i classici nostri, poi altri, e sostiene ch'esso è l'anticristo, e che il ben d'Italia vorrebbe fosse sterminato. Vi rispose il Bellarmino coll'Appendix ad libros de summo pontifice, quæ continet responsionem ad librum quendam anonymum, e vi sostiene che la bellezza d'Italia «in ciò consiste, che non è contaminata da veruna macchia d'eresia nè di scisma».

Eppure com'egli sentisse la necessità di riguardi e transazioni il mostrano certe istruzioni che dirigeva ad un nipote vescovo, tra il resto dicendogli: «Viviamo in un tempo dov'è difficilissimo tutelare le libertà ecclesiastiche senza incorrere nell'indignazione dei poteri secolari. D'altro lato, se noi [122] siamo timidi o negligenti, offendiamo Dio stesso e il glorioso suo vicario. Bisogna col nostro modo di operare mostrar ai principi e ai loro ministri che non cerchiamo occasioni di cozzare con essi, ma che il solo timor di Dio e l'amore del suo nome ci determinano a difendere le libertà della Chiesa. L'esserci avvolti in un combattimento legittimo non ci tolga d'apprezzare la benevolenza de' principi del secolo».

Il Bellarmino, già predicatore cercatissimo a ventidue anni, da san Francesco Borgia spedito all'Università di Lovanio per opporsi all'eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote; combattè Bajo che deviava in punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per titolo di salute si restituì a Roma. Nelle Dispute delle controversie della fede espone prima l'eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de' teologi, rinfiancandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de' Concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d'ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità e dal formalismo di scuola, se sbaglia talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici, non ancora passati al vaglio d'una critica severa, sa arditamente ripudiare scritti apocrifi; non inveisce contro gli avversarj, ma appoggiato all'autorità di teologi, li ribatte con chiara e precisa verità; e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell'eterodossia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a' rimbrotti de' teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj, e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza».

Uno de' tanti libelli usciti contro di lui narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla santa casa di Loreto a confessare sue colpe: ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr'egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutt'Europa volava il suo nome e traducevasi il suo catechismo; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notajo attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questi uscisse, fece rogar atto d'averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria: il papa lo creava cardinale quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam. E morendo santamente, professava non solo tener tutta la fede cattolica, ma nel punto controverso della Grazia pensare come i Gesuiti[146].

Anche l'altro gesuita Santarelli insegnava poter il papa infliggere al re pene temporali, e per giuste cagioni sciogliere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell'opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l'indipendenza dei principi[147].

[123] Per queste opinioni i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, apostoli della democrazia, predicatori del tirannicidio, insomma precursori dell'odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero, alleati de' tiranni; e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un'istruzione sull'Indice, raccomanda «si abolisca ciò che, dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il sentimento più umano.

Eppure corre opinione che la Riforma partorisse la libertà, e che la Chiesa nostra la esecrasse. Il vero è che, divisa da quel punto l'Europa in cattolica e protestante, cessò la comune azione civilizzatrice, e bisognò congegnare un equilibrio, che d'allora divenne la legge politica. Ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, la Chiesa alleossi coi re, declinando dalla propensione popolare che l'avea controdistinta nel medioevo; la tirannide uffiziale, che essa avea sempre riprovata, ma che allora veniva introdotta dai principi protestanti, si comunicò pure ai cattolici; e il clero, che non poteva impedirla, pensò tornasse opportuna a frenare i dissensi baldanzosi: mentre i principi, sentendosi minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono. Di rimpatto i fautori della Riforma e d'una libertà sfrenata e persecutrice, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza e dei regni assoluti, contro le sorgenti franchigie politiche, la denunziavano come sostegno del despotismo, inducendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare a sterminio della vera libertà.

Mentre dunque dapprima il delitto confondeasi col peccato, il fôro secolare stava a servigio dell'ecclesiastico, alla Chiesa affluivano tributi, tasse, diritti, or tutto cambiava. I papi, spoveriti di mezzi[148], scaduti d'autorità, trovaronsi ben presto soccombenti davanti all'assolutismo organizzato e armato, dovettero rassegnarsi a molte concessioni per salvar l'essenziale, e lasciar che i principi acquistassero passo a passo le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti aveano carpite. La sanzione di tali acquisti viene espressa ne' Concordati, che sono il preciso opposto della formola assurda e micidiale, or proclamata da certuni, la separazione della Chiesa dallo Stato. La Chiesa cattolica possiede la verità tutta, la verità pura, e con essa i principj puri della giustizia e della prudenza, talchè anche nell'ordine temporale è la più opportuna alla felicità. Ma se il dominio suo è desiderabile, non sempre è possibile: mentre è necessario v'abbia una potenza spirituale, sicura, indipendente, che eserciti diritti proprj e costanti, conferitile dal divino suo fondatore. Essa riconosce a se sola l'autorità di definire, corregger gli abusi, modificare, riformare la disciplina esteriore, in quanto non [124] si opponga ai dogmi e al gius divino. Perciò, secondando i tempi, più volte consentì privilegi, indulti, dispense, grazie, esenzioni. Finchè concernevano piuttosto il favore concesso che non il vantaggio generale della Chiesa, ebbero la forma ordinaria; ma dacchè trattossi di assicurar l'esercizio dei diritti della religione, e modificavano talune discipline per un'intera nazione, sicchè acquistavano effetto di legge obbligatoria, vestirono forma più solenne, e chiamaronsi Concordati.

Furono sempre promossi dai principi per materie su cui non si estendono le loro facoltà, prendendo l'aspetto di domanda, anzichè d'esigenza; e la santa sede li sanzionò per gravi motivi, quali il libero esercizio della religione cattolica o della giurisdizione episcopale; la libera comunicazione dei fedeli col papa; l'uso dei beni; l'osservanza della disciplina ecclesiastica; la nomina de' vescovi, attribuita ai capitoli o ai principi; la cognizione delle cause ecclesiastiche e l'appello alla santa sede; l'incolumità della fede e dei costumi de' Cattolici viventi fra eterodossi, o simili intenti.

Roma li considerò come liberalità de' pontefici e dovere de' principi: questi riconoscendo l'indipendenza dell'autorità ecclesiastica, quelli dando concessioni per quiete delle coscienze. Non sarebbero patti bilaterali, giacchè la Chiesa riservasi il diritto di interpretare, modificare, abrogare: pure seguono la natura degli altri contratti quanto alla durata e alla soluzione.

Ma oggi, che la Riforma s'è innestata sulla ragion di Stato, una politica, sterminatrice d'ogni personalità giuridica, cassa arbitrariamente gli accordi colla Chiesa, e la vuole segregata affatto dallo Stato, protetta coll'ignorarla, in effetto perseguitata, spoglia della proprietà, dell'associazione, dell'insegnamento, e ridotta alle serene contemplazioni e a giaculatorie. Questa eresia sociale nel linguaggio nuovo adombrasi col nome di Chiesa libera, e serve alle volubili opinioni delle maggioranze politiche: anzichè accettare qual è naturalmente il dualismo umano di anima e corpo, per cui la società, attraverso alle cose mortali, pellegrina verso le eterne.

[129]

DISCORSO XLV. ERETICI NEL VENETO. ACCADEMIA DI VICENZA. FRANCESCO NEGRI. GIROLAMO ZANCHI. ALTRI.

Fin dal 1248 Venezia avea stabilito si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d'empietà; e nella promission ducale di Marino Morosini nel 1249, per la prima volta si legge: Ad honorem Dei et sacrosanctæ matris Ecclesiæ et robur et defensionem fidei catholicæ, studiosi erimus, cum consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis, quod probi et discreti et catholici viri eligantur et constituantur super inquirendis in Veneciis. Et omnes qui illis dati erunt pro hæreticis per dominum patriarcam Gradensem, episcopum Castellanum, vel per alios episcopos provinciæ ducatus Veneciarum, comburi faciemus de consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis ipsorum. Il 4 agosto 1289, ad istanza di Nicola IV s'introdusse l'Inquisizione, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un domenicano e il nunzio apostolico: però non poteano seder a tribunale senza commissione sottoscritta dal doge: solo dal doge poteano aver ajuto nel loro uffizio: si depositerebbe una somma presso un deputato del Comune, il quale ne farebbe le spese, e ne riceverebbe tutti gli emolumenti e benefizj: vi assisterebbero tre savj dell'eresia, incaricati dal doge per impedire gli abusi e tener informato il Governo delle prese deliberazioni. Procedere doveano unicamente contra l'eresia; non contra Turchi ed Ebrei i quali non sono eretici; non contra Greci, perchè la loro controversia col papa non era ancora stata decisa; non contra i bigami, perchè, il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma: i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, non la negavano: nè tampoco fatucchieri e stregoni doveano esser competenza di quel tribunale, salvo che si provasse aveano abusato de' sacramenti. Le ammende ricadevano all'erario, e agli eredi i beni de' condannati.

Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in capo, [130] indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei, domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni umilianti.

Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e avanti che di Germania tonassero i riformatori.

Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri, venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto racconta pure come «sul campo[149] san Stefano fo predicato per messer Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava sul pozuolo[150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa scomunicato»[151].

Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo, dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano: del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto partire.

Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per lettere[152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio, e tenea corrispondenza col dotto [131] Giacomo Ziegler che caldamente vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.

Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo. Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de' quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non d'inquisitori.

Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino. Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani, che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza de' tempi, molti fautori etiam de summatibus», potrebbe disseminar tristi germi.

Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».

Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli altri paesi»[155].

La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con [132] maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].

A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il Beneficio di Cristo, e per Filippo Stagnino Le opinioni di sant'Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio, e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone nobilissime e d'acuto ingegno[158].

Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato debba sforzarsi di mantenerla».

Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso così atroce[159].

Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».

[133] Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì passato in Collegio (in senato) bene efficacemente, mostrando a quei signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro, che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici. Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».

Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e la scritture bruciati[160].

L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa e pericolosa malattia».

E il 3 agosto 1549: «Sopra due eretici di Padova, per aver un poco di querela fondata contra di loro, si è commesso al vicario che faccia un poco di esamine secreto, e si vedrà di farli venir qua».

Infine il 9 novembre all'eletto di Pola a Roma: «Facendo io jermattina instanza in Collegio per aver il braccio secolare per il Grisonio nelle eresie di Conegliano, il principe m'interruppe dicendo, che aveano fatto un'esecuzione molto laudabile contra quei di Digiano ecc. e che si avvertisse che i preti che si poneano in luogo dei contumaci fossero buoni, e sedessero là per sanar e correggere quanto aveano infettato questi ecc.»

Nel 1546 Baldassare Archiew inglese domandava al senato licenza di rimaner in Venezia come residente per la sua nazione, e presentar lettere di cui lo aveano incaricato i principi di Germania. Sul consentirglielo si disputò per molti giorni. Michele Barozzi sostenea che in paese cattolico non poteasi tollerare un residente eretico, per cui favore l'eresia troverebbe modo d'insinuarsi: ma il Pesaro riflettea trattarsi di Stato, non di fede: i Protestanti erano grandi principi, occupavano mezza Europa, si opponevano all'imperatore, di che tornava vantaggio a Venezia: se poi si volesse aver riguardo alla fede, ben altri rigori occorrerebbero per reprimere la simonia. Il Barozzi replicava che la domanda dell'Archiew riguardava appunto la fede, poichè tendeva a procacciarsi stabile e riconosciuto dominio in Venezia, e [134] perciò arbitrio di parlar liberamente, spacciare suoi libri, e scandolezzare i Cattolici coi liberi modi di protestante. Il Trevisan insisteva, i Protestanti non mandare certo a trattar di fede, bensì di Stato: i principi tedeschi non cercare che la conservazione della propria libertà e degli interessi religiosi: solo per questi, dopo ventinove anni che professavano la nuova fede, essersi ora uniti in lega spedendo nunzj alle diverse potenze, fra cui anche a Venezia, dirigendole per mezzo dell'Archiew una lettera alla quale sarebbe scortesia il non rispondere: come sarebbe improvido il non tenersi amica una Lega tanto potente. In fatto la lettera fu ricevuta, e datavi risposta evasiva; e l'Archiew rimase come residente d'Inghilterra. Del che lagnandosi il papa, gli fu risposto esser ciò necessario per le continue comunicazioni con quel regno; del resto sua santità non poter dubitare della devozione della Repubblica.

Nessun però creda che i Veneziani s'allentassero nel perseguitare l'eresia; sì perchè ve li portava l'indole dei tempi, sì perchè essa turbava la quiete pubblica, primario intento di quel Governo. Fin dal 22 aprile 1547 erasi data questa commissione agli assistenti del Sant'Uffizio.

«Nos Franciscus Donato dux Venetiarum, ecc. Conoscendo, niuna cosa esser più degna del Principe Cristiano, che l'essere studioso della Religione e difensore della Fede Cattolica, il che etiam n'è commesso per la promissione nostra ducale, e stato sempre istituito dalli Maggiori nostri; però ad onore della Santa Madre Chiesa avemo eletti in questi tempi col nostro minor Consiglio voi, dilettissimi nobili nostri, Nicolò Tiepolo, dottor Francesco Contarini e Marco Antonio Venier dottore, come quelli che sete probi, discreti e cattolici uomini, e diligenti in tutte le azioni vostre, e massimamente dove conoscete trattarsi dell'onore del Signore Iddio. E vi commettemo, che dobbiate diligentemente inquirere contro gli eretici, che si trovassero in questa nostra città, e etiam ad mettere querele contro alcuno di loro, che fossero date; e essere insieme col reverendissimo Legato e Ministri suoi, col reverendo Patriarca nostro e Ministri suoi, col venerabile Inquisitore dell'eretica pravità, sollecitando cadauno di loro in ogni tempo e in ogni caso che occorrerà, alla formazione de' processi: alla quale etiam sarete assistenti, etiam procurando, che siano fatte le sentenze debite contro quelli, che saranno conosciuti rei. E di tempo in tempo ne avvisarete tutto quello che occorrerà, perchè non vi mancheremo d'ogni ajuto e favore, secondo la formola della promozione nostra ecc.».

Il 21 ottobre 1548 fu presa questa parte, cioè determinazione nel Consiglio dei Dieci:

«In esecution della Promission del serenissimo principe nostro e del capitular di conseglieri, furono da Sua Serenità con il consenso loro deputati tre delli primarj nobili nostri ad inquirir e accettar denunzie contra eretici in questa città e ducato solamente. I quali essendosi [135] ridutti insieme con l'auditor del reverendissimo legato e con l'inquisitor tre fiate alla settimana dal mese di aprile 1547 in qua, hanno fatto quel buon frutto che a cadauno è noto. Imperochè sono cessate le conventicule che prima si facevano in diversi luoghi publici e privati di questa città, e molti immersi in tale diabolica pravità si sono abjurati publicamente; la qual bona opera quando si facesse nelle altre città del Stato nostro, nelle quali vi regna questa detestanda setta, si come da diversi Rettori nostri per molti casi d'importanzia siamo stati ricercati a fare, e anco dal reverendissimo legato apostolico, non ha alcuno che non conosca quanto si faria cosa grata all'onnipotente Dio e Signor nostro Jesù Cristo, però,

«L'anderà parte, che la deliberazion di questo Consiglio del 21 marzo 1521 in materia de strigoni e heretici, sia, quanto spetta ad eretici della fede catolica e di sacramenti della santa Chiesa, riformata, e da novo sia dechiarito che si abbi ad osservar quanto si osserva in questa nostra città, cioè:

«Che li rettori delle infrascritte città, debbano primamente far elezione de dui dottori, over persone intelligenti, catoliche e di bona vita, e poi ridursi in qualche loco commodo con il reverendo vescovo over suffraganeo o vicario suo, e con il venerando inquisitor, e tutti insieme inquirir et accettar denunzie contra cadaun eretico sottoposto alla città, alle castelle e a tutta la diocese sua; assistendo continuamente li rettori e li dui per loro ut sopra eletti al accettar delle querele e alla formazione di processi e non altramente, prestando il consiglio e favor suo fino alla compita formazione di essi: e che per i ditti reverendi ecclesiastici siano fatte le sentenzie contra quelli che sarano conosciuti rei secondo il tenor di sacri Canoni. Al far delle qual sentenzie debba sempre intervenir il Consegio e li dui per loro eletti, si come è ditto di sopra e non altramente, e similmente assister e prestar il loro consegio in ogni cosa pertinente a questa materia. Fatte veramente le sentenzie, debbano li rettori darli la debita esecuzione. E se per qualche justo impedimento non potessero assister ambidue li rettori alle cose sopra ditte, vi debba almeno intervenir uno di loro, insieme con li dui qualificati ut sopra. E ove si attrova uno solo rettor, quello debba assister personalmente, avendo sempre appresso di sè li altri dui a questo deputati da lui. E questo ordine sia posto de cætero nelle commissioni di essi rettori, acciò ch'el sia del tutto osservato.

«Li processi veramente che sin ora fussero sta fatti in questa materia senza la presenzia di rettori nostri, s'intendino nulli, ma ben si possano da novo formar nel modo sopra ditto.

«Sia etiam commesso alli predetti rettori, che, subito receputo il presente ordine nostro, debbano far pubblicamente proclamar nella città a loro commessa e in tutte le castelle sottoposte alla sua jurisdizione, che se alcuno [136] averà libri proibiti dalla santa Chiesa Catolica, possino e debbino presentarli ad essi rettori fra quel termine che li parerà statuirli, senza incorrer in pena alcuna, ma ben i libri siano brusati publicamente. Passato veramente il termine, si procederà contra li inobedienti come parerà alli rettori esser conveniente.

«E da mo sia preso che alli stessi rettori nostri[161] insieme con la deliberazion soprascrita, sia scrito a parte secretamente quanto si contiene ut infra:

«Istruzione secreta.

«Averete veduto quanto vi avemo commesso con il Consegio nostro di Dieci e zonta, in materia di proceder contro eretici con l'assistenzia e consiglio nostro, e di quelle due persone qualificate da esser per voi elette, la quale deliberazion volemo che eseguiate. Ben vi dicemo con l'istesso Consegio e zonta che quando si trattasse de qualche persona dalla quale vi paresse poter provenir qualche scandalo per alcuno rispetto, debbiate, avanti che si devenga a retenzione o sentenzia, dar avviso alli Capi di esso Consegio con dichiarir particolarmente la qualità della persona, li parenti ed aderenti, e facoltà soa, e ogni altra cosa e rispetto che ve paresse degno de considerazione, e il simile servarete avanti l'esecuzion delle sentenzie contra ogni altra persona quando abbia intervenir pena de vita o membro, overo di confiscazion di beni, perchè poi vi si darà commissione di quanto ne parerà convenirse.

«Questo ordine nostro essendo importantissimo, volemo che teniate secretissimo apresso di voi soli, sì che nè alcun ministro vostro nè alcun altro, sia chi esser se vogli, lo possa saper, e consignarete le presenti alli vostri successori in propria mano con la istessa secretezza, i quali facino il medesimo a quelli che si succederanno di tempo in tempo».

Lo stesso Consiglio dei Dieci colla sua Giunta, a' varj rettori delle provincie scriveva:

«Averete veduto il modo col quale s'abbia proceder contro li eretici luterani, dell'esecuzion del quale credemo ve sarà cura diligente. Ben vi dicemo col detto Consegio e zonta, per conveniente rispetto, che quando ve paresse la cosa redutta in termine ch'el se dovesse venir a sentenzia contra alcuno de vita over de membro o de confiscazion de beni, vediate de intervenir, sì che abbia star suspeso il proceder più oltre, e debiate scriver alli Capi di esso Consiglio, mandando il processo formato sotto sigillo e espettando ordine nostro».

Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scriveva al rettore di Bergamo:

«Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro, che in questa città si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicano, disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, [137] cosa che non volemo comportare per modo alcuno». Ed essendosi il papa doluto che il capitano e podestà di Vicenza lasciassero predicare liberamente l'errore, la Signoria, conforme ai detti ordini severi, cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all'Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Rovigo condotti a Venezia e di subito strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spinola prete milanese e frà Baldo Lupetino: Francesco di Ruego fu affogato nel 1546. Alquanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.

L'Altieri suddetto, il 24 marzo 1549, scriveva al Bullinger da Venezia: «Qui la persecuzione si fa ogni dì più insolente: molti son presi, e condannati alle galere o a carcere perpetuo, alcuni s'inducono a ritrattarsi per timor della pena, talmente ancora è debole Cristo: molti son proscritti colle donne e i figli, altri provedonsi colla fuga. Tra questi il pio e dotto vescovo Vergerio, il quale se viene a voi, accoglietelo bene e favoritelo cortesemente. Io pure sarò ridotto alla condizione stessa, giacchè Dio vuol con queste tentazioni provar la fede de' suoi».

Esso Altieri procurò che i Tedeschi e Svizzeri facessero ritirare il decreto del senato: ne scrisse al duca di Sassonia; andò in Isvizzera: protestava i Veneti esser tutti favorevoli ai Francesi e perciò nemici dell'imperatore, e in conseguenza dovere i principi di Germania tenerli in conto, come opportuni ai loro divisamenti: ma non potè ottenere se non lettere commendatizie, e reduce ebbe intimazione di professar il culto romano, o andarsene. Così in fatto fece, passando per Ferrara a Firenze, poi tornando nel Bresciano, donde scriveva ad esso Bullinger, il novembre 1549, trovarsi in gran molestie e pericoli della vita, nè scorger luogo in Italia ove stare sicuro colla moglie e il figlio: «nè avran posa gli empj finchè non mi assorbano vivo».

Più violento il Vergerio scriveva: «Se sarebbe crudeltà, barbarie ed asineria a voler impedire che fosse restituita la purità e bellezza della lingua volgare, perchè non è da dire che sia infinitamente maggior barbarie, crudeltà, asineria l'aver mandato un Archinto milanese legato in Venezia, il quale non pensa ad altro tutto il dì che di far strascinare in prigione e cacciar in bando gli uomini da bene, solamente perchè si dimostrano bramosi di veder restituita alle Chiese quella purità e bellezza dell'evangelo, che Gesù Cristo venne ad insegnarci, e la quale era stata sconcissimamente contaminata e vituperata?[162]»

E al Dolfin vescovo di Lésina: «La ingiustizia e crudeltà è grandemente cresciuta d'un tempo in qua appresso de' vostri, perciocchè a' tempi nostri i papi fan annegare i nostri fedeli di notte segretamente, senza che possano prima esser le loro difese ascoltate, almen in luogo pubblico, come [138] s'è fatto novamente di que' due santi martiri di Cristo frà Baldo Lupetino d'Albona, di cui fu nipote e discepolo M. Mattia Flacio Illirico, ben conosciuto dal mondo, e M. Bartolomeo Fonzio, tra gli altri dico che di notte furon fatti annegare, nè vogliono i medesimi papi che i rei in questa causa possano essere ascoltati, se non appena da qualche diabolico inquisitor in un cantone Sed tu Domine usquequo?».

Sotto il 24 aprile 1551 racconta: «C'è di nuovo in Italia che i signori Veneziani avean fatto un decreto che niun legato papale nè vescovo nè inquisitore potesse procedere contro alcun suddito, senza la presenzia ed intervento di alcun magistrato laico; ed ora il papa freme, ed ha fulminato una sua bolla, che sotto gravissime pene niun principe secolare possa impacciarsi nè molto nè poco nelle materie degli accusati per conto di religione, e staremo a vedere se i Veneziani vorran obbedire. Buona cosa sarebbe se per questa via entrasse discordia tra loro e l'anticristo»[163].

Poi al Bullinger da Tubinga il 6 settembre 1554: «Ho qui con me Gerolamo Donzelino medico, cacciato or ora da Venezia pel Vangelo; uom prudente, che sa molto di ciò che si fa in Italia; e m'afferma che la peste servetana più che mai serpeggia, e ch'egli fu tentato dal Gribaldo per accedere a quella opinione. Certo è che da alcuni di Basilea si fe, con alquanti italiani, una cospirazione che, se non venga compressa, ci partorirà qualche gran male». E negli ultimi suoi giorni (1562) scriveva informando Venetos impios sœvire, quod antea non fecerunt; nec dubium est quin cum papa sint confœderati contra, ut ajunt, Lutheranos. Florentiæ ibidem; imo una vice propter religionem XVIII captos et in carcerem conjectos fuisse. Theologum, qui diversam de Trinitate sententiam pro concionibus defendere voluerit, Genevæ esse decolatum; quod factum non omnes approbant.

Aveasi dunque a Venezia libertà di costumi, non libertà d'opinioni, che spesso con quella è confusa[164]. Vero è che i Tre Savj dell'eresia, istituiti nel 1551, erano uno spediente per vigilar l'azione del Sant'Uffizio. Gli Esecutori sopra la bestemmia doveano approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, i bestemmiatori, i violatori di cose sacre, coloro che celebrassero messa non ordinati.

Ed è pur vero che i papi querelavano la Signoria di troppa mitezza; e segnatamente Giulio III nel 1550 ne mosse vive rimostranze all'oratore Matteo Dandolo[165], anche perchè i laici fossero chiamati a giudicare cogli ecclesiastici in materia di fede; contro la qual pratica esso pontefice pubblicò una bolla.

Fu forse per le instanze del papa che, il 3 novembre 1550, fu emanata questa provigione:

«Franciscus Donato Dei gratia dux Venetiarum etc. Nobilibus et sapientibus viris Francisco Venerio, de suo mandato potestati, et Hieronymo [139] Grimani capitanio Veronæ, et successoribus suis, fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Avendo noi esistimato cosa equa e conveniente, che contra li imputati d'eresia da per tutto nella giurisdizione del Dominio nostro si abbi a procedere ad un modo istesso, avemo deliberato nel consilio nostro di Dieci e Zonta, che, nelli casi occorrenti e che occorreranno di essa eresia, si debba osservar la medesima forma di procedere che è statuito si servi in le città nostre di Bressa e di Bergamo, come in le lettere scritte alli rettori di quelle per il ditto Consilio di X con la zonta, sotto li 29 di novembre 1548 si contiene in tutto e pertutto, cioè: che ritrovatevi con quel reverendo Vicario, over con quel reverendo Episcopo se si troverà presente de lì, e l'inquisitore, debbiate insieme con loro e doi dottori delli primarj di quella città, che a voi pareranno prediti di bontà e dottrina, non ostante alcuno altro ordine, formar diligente processo in questa materia: nel qual vi troverete presenti in tutto quello che si opererà; ovvero, se qualche fiata per alcun necessario impedimento non poteste voi intervenire, farete che vi si ritrovi il Vicario di voi Podestà, appresso alli sopradetti, e usarete ogni diligenzia acciò che il processo sia formato di quel modo che si conviene, e noi possiamo intendere con bon fondamento come passano le cose nella prefata importantissima materia, e finito che sarà, lo mandarete alli Capi del Consilio preditto immediate, il quale poi che averemo veduto, vi daremo avviso di quello ch'occorrerà. Pertanto con l'autorità del preditto nostro Consilio di Dieci e Gionta vi commettemmo che debbiate così osservar e far osservare, facendo registrar queste lettere in quella cancellaria vostra per memoria de quelli che di tempo in tempo vi succederanno a effetto di tal osservanzia»[166].

Pio IV nel 1564 si doleva coll'oratore Marco Soranzo perchè la Signoria non operasse abbastanza severa ne' casi d'eresia, che si verificavano a Venezia, Verona, Vicenza. «Bisogna che si mostrino più severi, e che facciano migliori rimedj che non han fatto finora. Lo Stato loro da più bande è vicino ad eretici; è necessario che facciano buona guardia che questa peste non vi entri, e che, quando alcuno vien scoperto d'eresia, lo puniscano acerbamente. Il che non hanno fatto fin adesso in quel modo facea bisogno, e noi sapemo che anco in Padova hanno tollerato delli scolari tedeschi apertamente eretici, li quali hanno infettato degli altri»[167].

In conformità, il Consiglio dei Dieci emanò un'ordinanza, ove professava non potersi fare a Gesù Cristo e a tutti i fedeli cosa più grata, che il cercar tutti i mezzi d'allontanare que' mali uomini, i quali in materia di religione seguono opinioni particolari: pertanto ingiungevano ai rettori di sbandirli da tutte le terre della repubblica fra quindici giorni dalla pubblicazione del decreto, con minaccia che, se tornassero, verrebbero chiusi in prigione sicura, appartata da quella pe' delitti ordinarj, e sottoposti a grave multa.

Ciò non tolse che l'anno medesimo scrivessero a' Grigioni di venir pure [140] a negoziare in Venezia senza paura dell'Inquisizione, sicuri sulle promesse già date anche per tutto lo Stato, purchè vivessero modesti e non recassero scandali.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l'Inquisizione, l'ambasciatore veneto Paolo Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, ma guardando «troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini uffizj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l'informazione avuta del contrario».

E altra volta: «Venne a trovarmi l'inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l'aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d'aver sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio: ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa sede; che, sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto retta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria vigilava occulatissima sugli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de' cittadini, la quale ne rimarrebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiungeva «che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita... Quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile, e poteano piuttosto confermar quei che seguirono i loro umori che spaventarli: in Francia e ne' paesi di Fiandra si eran fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell'opinione dei morti; che il Consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che, chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s'intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe potuto fare per gli ordinarj termini di giustizia».

Quella terribile frase del Tiepolo «far morire segretamente chi merita» speriamo fosse una di quelle diplomatiche, ove la seconda parte distrugge l'effetto della prima, e che si usano da chi cede nelle forme per conservare [141] il fondo. Chè, se vi furono supplizj segreti, dovettero essere eccezionali, non mai per sistema. Ed anche nel 1588 querelandosi Sisto V de' portamenti della Repubblica, il cardinale Farnese replicò sorridendo: «Padre santo, que' signori governano lo Stato colle regole di Stato non con quelle del Sant'Uffizio; e se devesi aver occhio sincero alla religione, bisogna averlo anche ad altro»[168].

Nelle carte Medicee cogliemmo una lettera del cavaliere Nobili ambasciadore di Toscana, il quale da Madrid scrive, l'8 giugno 1568[169]:

«Io ho ritratto dall'ambasciadore di Venezia, com'egli è qua un Italiano, il quale è stato molti mesi in terra di Svizzeri e Grigioni là al confine di Milano, ed è venuto in notizia di molti vassalli del re, che tengono intelligenza con Luterani di que' paesi; ed è venuto alla Corte per manifestar a sua maestà questi tali infetti d'eretica opinione. E costui medesimo ha parlato con l'ambasciatore di Venezia, dicendogli che nel trattare questo negozio ha trovato molti delle terre de' Veneziani, uomini di qualità, di questa mala intenzione: e che se la Signoria vorrà remunerarlo, andrà là, e darà conto di tutte queste cose con molta giustificazione e verità. Onde l'ambasciadore s'è mosso a scrivere alla Repubblica, esortandola a volerne veder il vero, e castigar severamente chi tenesse queste pratiche nello Stato loro, e massime in Bergamo e Brescia, terre dove costui accenna esser seminata questa infezione».

Poi il 30 luglio: «Sopra quello che per lettera delli 11 aprile passato scrissero il duca mio signore e vostra eccellenza a sua maestà Cattolica del pericolo che sovrastava all'Italia da' Franzesi e dalli eretici quando si fossero volti a tentar questa provincia, sua santità ancora n'ha scritto in conformità, e particolarmente s'ingegna di mostrare in qual sospetto si doveano tenere il duca di Savoja e i Veneziani; l'uno per l'infezione ch'è nello Stato suo di questa peste dell'eresia e per la vicinità con Francia, e questi per tener poco conto come ciascun viva o cattolicamente o altrimenti; e con l'ajuto o pur con la sola permissione di questi duoi pare che possino derivare tutte le turbazioni che altri disegni per Italia: e contro quel duca e quella Repubblica s'è disteso, caricandoli molto appresso sua maestà, come quelli dei quali è molto dubbiosa la volontà in servizio della fede cattolica e di sua maestà».

Jacopo Brocardo veneziano (secondo altri, piemontese) seguì Calvino, e pretese confermare colla santa scrittura le visioni che dicea d'avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma scoperto fu arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Francia, in Olanda, ove pubblicò libri sostenendo che i profeti aveano vaticinato gli avvenimenti particolari del secolo XVI: e gli applicava ai fatti venturi, a quanto accadrebbe a Filippo, a Elisabetta, al principe d'Orange. Il sinodo di Middelburg disapprovò questa guisa d'interpretar la Bibbia. Segur Pardalliano bretone [142] credette che il personaggio, designato in queste profezie come destinato ad abbatter l'idra papale, fosse Enrico IV, e indusse questo a spedirlo ai principi protestanti per tal oggetto; ma divenne ridicolo quando palesò donde traeva tali persuasioni.

Un commento del Brocardo sulla Genesi fu condannato dal sinodo nazionale della Rocella nel 1581. Ritrattò poi i suoi libri mistici e profetici, pure fu sbandito dall'Olanda, e campò miseramente fin dopo il 1594.

Il modo di procedere in fatto d'eresie a Venezia appare da questa istruzione:

«Modus qui servatur in tribunali nostro in procedendo contra hæreticos.

«Et primo, porrecta querela, sive denuntia contra aliquem per judices ecclesiasticos, videlicet reverendum dominum Auditorem reverendissimi d. Legati apostolici et per patrem inquisitorem hæreticæ pravitatis, cum assistentia clarissimorum dominorum deputatorum contra hæreticos, ex offitio super ea testes assumuntur et examinatur; et si faciunt inditia aut probationes, ita quod deveniri possit ad capturam denunciati, tunc Judices ecclesiastici, accedente consilio prædictorum clarissimorum dominorum deputatorum, dictam capturam decernunt; sin autem, eundem ad comparendum personaliter citari mandant, qui si non comparuerit, proclamatur in scalis publicis, et contra ipsum proceditur, ejus contumacia non obstante. Si vero comparuerit, judices ecclesiastici cum assistentia prædictorum clarissimorum d. deputat. ejus rei recipiunt aut constitutum, et eo recepto, decernunt (accedente consilio ut supra) quod incarceretur aut consignetur in aliquo loco quem ei deputant pro carcere, cum fidejussione de se præsentando et de non recedendo, et successive ad ulteriora proceditur, examinando testes et contestes, et constituendo inquisitum qui confitetur se errasse, et qui se remittit sanctæ matris Ecclesiæ correctioni. Tunc formata abjuratione illa, reus, ore proprio, si scit legere, sin autem notarius reo præsente et omnia in eadem abjuratione confitente, recitat die statuto per judices. Deinde ipsi judices ecclesiastici, habito colloquio de pœna sive pœnitentia, ad quam reus veniat condemnandus, cum prædictis clarissimis dominis deputatis, et citato reo ad audiendiam sententiam, illam in scriptis, accedente consilio ut supra, proferunt et promulgant, et in ipsius sententiæ fine serenissimi principis pro executione ipsius sententiæ brachium humiliter implorant. Si vero reus negaverit delicta, de quibus in inquisitione, perpetrasse, tunc in arctiori carcere detrudi mandatur, ut eo mediante, delicta per se perpetrata confiteatur. Si vero illa confiteri negaverit, tunc et eo casu utatur deductis in processu et attestationibus testium, dummodo videantur esse conformes et sine aliqua inimicitiæ suspicione, ac tales quod in juditio fides eisdem adhiberi possit: et sic ad sententiam condemnatoriam, prout juris fuerit ut supra proceditur. Si vero testes examinati non plene probaverint, ita [143] quod tantummodo inditia fecerint, aut semiplene probaverint, tunc et eo casu proceditur ad torturam, licet hactenus in tribunali nostro hujusmodi non evenerit casus, et ita hactenus fuit servatum et processum, cum assistentia prædictorum clarissimorum domin. deputatorum et eorum accedente consilio decretum et sententiatum».

L'archivio del Sant'Uffizio di Venezia, or riunito agli altri nel convento de' Frari, consta di cencinquanta cartelle. Eccetto un processo del 1541, la serie regolare non comincia che al 1548. Secondo il Romanin, fra quest'anno e il 1550 si fecero sessantatre processi sia nella dominante o nelle provincie; diciannove di essi vennero sospesi: gli altri riuscirono a condanne di multa o bando; alcuni di carcere temporario, uno di galera, uno di morte. Gl'imputati sono preti o artigiani: pochi civili, nessun nobile. Solo alla Marciana[170] esiste la sentenza contro Francesco Barozzi per stregheria, seduzione, apostasia ostinata: egli acconciossi a confessar tutto, purchè gli si lasciasse salva la vita e non confiscati i beni: restò alcun tempo in carcere, pagò cento ducati di cui fare due crocifissi d'argento, e s'obbligò a certe preghiere e a confessarsi regolarmente.

Nè scarseggiarono nel Veneto i processi di streghe; e ne' Diarj di Marin Sanudo ne occorrono varj, coi soliti abusi delle procedure d'allora, e con evidenti prove di superstizione, di delirio, di allucinazioni. Dagli Annali di Brescia, manuscritti alla Quiriniana, raccogliesi che nel 1455 frate Antonio inquisitore invocava il Governo contro eretici nella pieve di Edolo, che ricusavano i sacramenti, immolavano fanciulli, adoravano il diavolo. Nel 1510 a Edolo e Pisogne essersi bruciati da sessanta streghe e stregoni, che confessarono aver ammaliato uomini, donne, animali, seccato prati ed erbe: e menati al fuoco, non si mostravano sbigottiti, nella certezza che il demonio avrebbe fatto miracolo per salvarli. Nel 1518 essersi bruciate da settanta streghe in Valcamonica, togliendone i beni: e di quell'anno stesso una lettera da Orzinovi denunzia come infetti di stregoneria molti preti, che non battezzavano, e che dicevano la messa come Dio vuole.

Il dottor Alessandro Pompejo, in lettera da Brescia del 28 luglio 1518, racconta come sul monte Tonale si raccogliessero fin duemilacinquecento persone alla tregenda: e Carlo Miani patrizio veneto con maggiori particolarità riferisce che, sollecitate dalle madri, le fanciulle fanno una croce in terra, poi la calpestano, e sputacchiano; ed ecco presentarsi loro un cavallo, sul qual montato, subito si trovano sul Tonale alle turpi nozze. Introdotte in magnifica sala tutta a seta, vedono un signore, assiso in tribunale d'oro e gemme, che le fa scompisciar la croce, indi le accoppia a giovincelli bellissimi. Anche sul monte Crocedomini fra la val Sabbia e la Camonica teneansi di tali congreghe, testimonio il Gàmbara nelle note alle sue Geste de' Bresciani durante la Lega di Cambrai.

Per l'Inquisizione de' libri proibiti Venezia volle salve le ragioni del [144] principato, e affidò tal materia al Consiglio dei Dieci, il quale, con decreto del gennajo 1526, comandò non si stampasse nulla senza licenza dei tre capi del Consiglio: poi passò tal cura agli Esecutori contro la bestemmia. L'Indice di Clemente VIII non fu ricevuto che con certe restrizioni, e nel concordato del 1596 si stabilirono nove capitoli: 1º i libri sospesi dal nuovo Indice per doversi espurgare, possano vendersi a chi abbia licenza dal vescovo o dall'inquisitore: 2º se gli stampatori volessero ristamparli, potran essere corretti dal vescovo o dall'inquisitore, senza mandarli a Roma; 3º de' libri nuovi si consegnerà l'originale al segretario de' riformatori dello studio di Padova o al cancelliere del capitano delle altre città; 4º sui libri si stamperà la licenza avuta e il nome di chi gli ha riveduti: 5º non si pongano figure disoneste; 6º i libraj per questa sola volta presentino all'inquisitore l'inventario dei libri che hanno, per espurgare i notati nell'Indice; 7º vescovi e inquisitori possano proibire solo per titolo di eresia o per falsa licenza: 8º non son obbligati gli stampatori a dare il giuramento; 9º gli eredi libraj diano all'inquisitore la nota de' libri proibiti che trovassero nell'eredità.

Siffatti rigori non tolsero che la tipografia fosse una delle principali e nobili industrie di Venezia, segnalata dagli Aldi, dai Baglioni, dai Comini, dagli Zatta: anzi i Baglioni ottenero la nobiltà veneta, e gli Albrizzi la dignità di procuratori di San Marco.

Ogni capoluogo del Veneto aveva il suo tribunal d'Inquisizione, organizzato a immagine di quel di Venezia; e d'accordo coi riformatori dello studio di Padova, facea la revisione de' libri e delle stampe; e la licenza dovea registrarsi dal magistrato degli Esecutori contro la bestemmia. Un consultore ecclesiastico ed uno secolare venivano interrogati nelle differenze fra gli avvedimenti religiosi e i politici; un Revisore dei brevi esaminava tutte le bolle e carte che venissero da Roma.

Quanto dicemmo nel Discorso IX sulla scuola di Padova vuolsi inteso per Venezia, di cui quella città era il ginnasio. Il Caracciolo denunzia Padova come «ricetto di eretici; vi furono per alcun tempo non solo il Vergerio, ma Enrico Scotta, Sigismondo Gelvo, Martin Borrao, il Gribaldo e lo stesso Calvino, quando, fuggito di Picardia, venne in Italia e arrivò sino a Firenze. Chioggia aveva il vescovo molto sospetto d'eresia, sicchè poi al Concilio non fu arrestato sol per la protezione del cardinale di Trento. In universale di tutta questa provincia di Venezia quanto fosse macchiata di eresie, si può scorgere dalla relazione fatta di lei a papa Clemente VII dal vescovo Teatino».

Fra le lettere del Bullinger n'ha una del 30 marzo 1543, dove Osvaldo Miconio parla d'un decano di Padova, il quale parea voler combinare i riti cattolici colle nuove credenze; e d'un altro, non nominato, che in colloquio sosteneva volersi un solo pastore e un solo ovile, si osservasser la quaresima, [145] il digiuno, le feste, l'intercession dei santi, insomma (dice) connettere Cristo e Belial. Accenna pure d'un altro italiano, che cattivossi Calvino in modo, da ottenerne una commendatizia; eppure venuto ad Arovia, palesò di non credere nello Spirito Santo.

Anche Bernardino Tomitano di Padova, che stampò una Esposizione letteraria del testo di Matteo evangelista (Venezia 1547), che probabilmente è tradotta da Erasmo, fu accusato d'eresia, ma se ne scolpò colla «Orazione I e II ai Signori della Sant'Inquisizione di Venezia»; (Padova 1556).

Nell'archivio vaticano si trova una «Scrittura fatta sotto Federico Cornaro vescovo di Padova circa il tollerare o non tollerare la licenza della nazion germanica»[171], dove si muove lamenti perchè anche in questa Università si esiga altrettanto che in quelle d'Inghilterra, di Ginevra, di Germania, «che vogliono che tutti li forestieri dopo tre giorni siano obbligati, lasciando il proprio rito, accomodarsi all'abuso e licenza loro».

L'insegnamento degli Averroisti[172] sopravvisse nella scuola di Padova anche dopo che di quelli la barbara forma era condannata dagli umanisti, e il fondo dai Cattolici. Zabarella, Zimara, Federico Pendasio, Luigi Alberti ed altri proseguirono quella tradizione, benchè repudiassero tutti l'unità dell'intelletto. Francesco Ludovici veneziano, in una delle tante continuazioni del poema dell'Ariosto, intitolata il Trionfo di Carlo Magno, canta di Rinaldo, che penetrato nelle viscere del monte Atlante, si trova nel tempio della Natura, e là vede dar l'esistenza a quanto vegeta e respira; la quale Natura v'è collocata al posto di Dio, come l'intelligenza e la ragione tengono luogo dell'anima. Interrogata da Rinaldo perchè gli uomini abbiano anima più intelligente che le bestie e immortale, la Natura risponde:

Nell'uom ne pon'io più (d'intelletto) ch'è mio volere;

E tanto è quel, che d'ogni altro animale

Eccede di lontan vostro savere.

Quell'altro poi, che in voi dici immortale,

Io non lo fo. Se Dio lo fa, sel faccia:

Che cosa ella si sia non so, nè quale.

Puote esser molto ben che a lui ne piaccia

Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi

Che torni al vostro fin nelle sue braccia;

E questo, se a te par, creder lo puoi.

Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso, vita dell'universo, il qual universo [146] non è, ma diventa (mundus nunquam est, nascitur semper et moritur). Distingue sempre la verità filosofica dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove trovarne la risposta»[173].

Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3 luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori che espongono[174].

«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla correzione del primo libro, inscritto Disputatio de Cœlo, secondo la disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura, come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro, secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale, provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi, uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli [147] intendere in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito. V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo futuro. Dio la conservi».

Il Cremonino di rimando:

«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri. La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.

«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente, perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore, che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di metter mano nel libro.

«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori De cœli efficientia, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà. Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto scrivere il libro De Immortalitate, contra il Pomponazio.

«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento, mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad alcun altro filosofo».

Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò come tipo [148] della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo, Intus ut libet, foris ut moris: e che, morto ottuagenario dalla peste del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante l'epitafio: Hic jacet Cremoninus totus.

Questo fatto è vero?

Gisberto Voet scrive[175] che antehac ab eruditissimo viro et amico mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato, monitus revocari illud.

Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre. Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions, et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».

E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione, non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva, ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi, lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».

Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo dell'ortodossia.

Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.

È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe: J. C. Scaligeri quod fuit.

[149] Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò basta perchè l'abbiano posto fra i testimonj della verità.

Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'Arte di ricordare, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili, affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a Venezia la Topocosmia, o il Mondo ridotto a un luogo solo, miscuglio di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.

Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da' parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa. Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza, escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].

Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano fatto morire senza dargli tempo di provar questo».

[150] Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di nota difficile e scorretta:

«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.

«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano, e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare con tutti i fedeli.

«Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).

«Vostro Celso.

«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».

Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che, trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.

Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.

[151] Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo, perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo, benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi in Venezia infelicemente».

Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel 1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato, fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico, processato, morì a Venezia.

Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro, sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi mali».

Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito, i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559. Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa, riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a [152] sdegno il veder nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori, colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo, leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].

Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj. Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità, all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un formulario, però con riserve, e modo ortodoxe intelligatur.

Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68, fructuose quidem, sed non absque cruce. Avea sposato Violanta, figlia di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e nell'abbraccio del marito finì esclamando, Al cielo, al cielo[183]. Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni e già cieco, stese una professione di fede per sè e la sua famiglia, ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in seno della Chiesa in cui si fu battezzati.

[153] Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio:

Hieronymi hic sunt condita ossa Zanchii

Itali exulantis Christi amore et patria.

Qui theologus quantus fuerit et philosophus

Testantur libri editi ab eo plurimi.

Testantur hoc quos voce docuit in scholis

Quique audiere eum docentem ecclesias.

Nunc ergo quamvis hinc migravit spiritu

Claro tamen nobis rem auxit nomine.

Le opere sue vennero raccolte in sei volumi, contandone due di Lettere pubblicate a Ginevra il 1619. La più celebre fu De Dei natura et de tribus elohim Patre, Filio et Spiritu Sancto, uno eodemque Jehova, in due parti: nella prima espone la pura dottrina e spiega il mistero della Trinità: nell'altra confuta gli argomenti opposti. Queste scritture lo levarono in tal fama, che lo Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i Padri tridentini; ma se ottennero molte lodi, ebbero pochi lettori, e il Bayle riflette che le si aveano per un nulla, e le compravano men tosto i teologi che i pizzicaruoli.

In non minore rinomanza salì Francesco Negri da Bassano. Per un amore infelice entrò negli Agostiniani[184]; di nuovo l'amore lo trascinò fin ad un assassinio, pel quale ricoverossi in Isvizzera. Legatosi con Zuinglio e adottatone le dottrine, vuolsi l'accompagnasse alla conferenza di Marburgo nel 1529; alla dieta d'Augusta sostenne la piena libertà de' culti, che invece fu limitata alle due Sette principali, e finì cogli Antitrinitarj.

Si annunziò che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano, ma per quanto noi ne cercassimo, non trovammo che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca. Una è di nessun interesse: nell'altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al molto reverendo maestro Paolo Rossello di Padova parla del quanto, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d'Italia, ove trovò «diversi fratelli alli quali narrai (dic'egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell'Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Aloisio dei Fornasieri di Padova, olim in monacato chiamato don Bartolomeo. In Padova parlai con prè Bartolomeo Testa, al quale lasciai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per due giorni copiosamente con prè Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur don Pietro de Padova. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum don Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto»[185].

Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar [154] qualche gravissima croce. Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat. In Venezia non potei parlar con frate Alvise, come desiderava, imperciocchè l'era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui e gli altri fratelli cristiani preghino enixissime Dio per nui».

Il Negri prese stanza a Chiavenna come maestro, ma non pare vi fosse pastore, giacchè il primo di tal chiesa fu Agostino Mainardi, vissuto fin al 1563, il quale anzi lo scomunicò come socciniano. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo, e l'efficacia del battesimo e dell'eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d'ebraico e delle quistioni teologiche, ma scarso di gusto e d'eleganza. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest'ultimo avea militato con Carlo V, e delle dottrine nuove fattosi apostolo, a Piacenza le predicò apertamente, onde arrestato e ricusando ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550.

Il Negri tradusse in latino il caso di Francesco Spiera da Cittadella. Ma il suo scritto più famoso è la tragedia intitolata Libero arbitrio, stampata il 1546, poi il 1550, poi in latino il 1559. È un atteggiamento drammatico delle controversie religiose; e le invettive contro monsignor della Casa, il Tedeschino, cioè monsignor Tommaso Stella vescovo di Capodistria, il Muzio la fecero dallo Zeno attribuire al Vergerio[186], da altri a Luigi Alamanni o all'Ochino, ma non par dubbio sia del Negri, che certamente si palesa ben addentro nelle quistioni che tratta, nelle eresie di Lutero e Zuinglio, nello svolgimento de' dogmi, nell'introduzione dei riti, nelle leggi canoniche, nelle istituzioni di Ordini.

L'azione accade in Roma, sulla piazza del Vaticano, regnante Paolo III, e dura dal pranzo a sera; con personaggi reali, misti ad allegorie. Fabio da Ostia, pellegrino tornato da Terrasanta, fa la protasi. Monsignor Clero, figliuolo del papa e primo ministro del regno cattolico, simboleggia il pontefice; nel cui palazzo tiensi il Concilio. Diaconato, maestro di casa di monsignor Clero, diplomatico, sostenendo i diritti pontifizj, fa la più fosca dipintura della Corte di Roma. Ammonio e Trifone, cancelliere e notajo della dateria, rivelano gl'intrighi degli ecclesiastici; inoltre compajono Orbilio servo, il cappellano di messer Clero e suo confidente, ipocrita ignorante; l'angelo Rafaele e la Grazia giustificante, mandati in terra a uccidere il Libero Arbitrio, e condannar il papa come anticristo.

Il papa, convocato il Concilio per reprimere la ribellione, sembra sulle prime riesca a conservare la sua illimitata autorità. Fabio da Ostia, reduce da Palestina, imbatte il Discorso Umano, dal quale ode la rivolta de' Settentrionali contro il re Libero Arbitrio; Diaconato sopraggiunto gliene espone le [155] ragioni, e come Libero Arbitrio fosse coronato re dal papa, che gli concesse il regno delle buone opere, gli altri possessi riservando per sè e per l'unigenito suo monsignor Clero, che dotò colla provincia sacramentaria, cui capitale è l'Ordine sacro, paese diviso in molte contrade, in ciascuna delle quali stanzia una gerarchia diversa, fra cui primeggia il concistoro dei cardinali, e ciascun cardinale tien una Corte sontuosa della quale si dipingono i disordini.

Partito il pellegrino, Ermete, interprete del Concilio di Trento, esce a raccontar a Diaconato quai discorsi tennero fra i bicchieri i teologi, banchettati da monsignor Clero: cioè le quistioni intorno alla Riforma, e le decisioni del Concilio, statuenti l'inviolabile volontà del papa e la illimitata sua podestà, condannando chiunque sparge massime contrarie, o interpreta al popolo le divine scritture in modo differente. Felino, spenditor del Concilio, racconta grossolamente gli stravizzi, cui s'abbandonarono i teologi.

Al secondo atto, Libero Arbitrio e i suoi ministri, Discorso Umano segretario e Atto Elicito maestro di casa, cioè i due impulsi dell'animo a operar con libertà, discorrono sopra una lettera dell'imperatore, che gl'istruisce dei progressi della Riforma in Germania. Il re fa cercar nella dateria documenti che provino il loro legittimo possesso; i quali son letti dal notajo, e commentati dal buffone alla guisa che potete immaginare; enumerandosi i varj Ordini religiosi, le ricchezze e le colpe loro, le dignità clericali, le istituzioni di luoghi pii e di congregazioni secolari; poi si discute della confessione, della eucaristia, dell'orazione, della messa, delle limosine, dei suffragi, delle indulgenze; con un incidente drammatico per mostrare che a denaro si ottiene qualunque assoluzione.

Al terzo atto, Discorso Umano, per commissione del re, partecipa a monsignor Clero e a Diaconato che in segreto colloquio esso re e il papa conchiusero di scomunicare e combattere gli eretici tedeschi, emanare severissimi banditi, inacerbire l'Inquisizione: a tal uopo si convochino i cardinali, prescelti alla congregazione del Sant'Uffizio. Diaconato vorrebbe che Felino ritrattasse le calunnie date ai prelati; e poichè questo invece rincarisce le accuse[187], vien interrogato Ermete, il quale mostrando sostenerli, gli appunta d'ignoranza e nequizia: dove espone anche una quistione sorta fra Zuinglio ed Echio, in cui il primo esce vincitore.

Al quarto atto, i santi Pietro e Paolo in arnese da pellegrini presentansi a Bertuccio, cugin di Pasquino, e riconosciutolo propenso alle novità, gli si manifestano, dicendo esser venuti dal cielo a Roma onde chiarirsi quanto ci avesse di vero nelle notizie da Pasquino recate in cielo circa le innovazioni papali contrarie alla divina scrittura. Mentre essi van cercando maniera di penetrar nella Corte, monsignor Clero esce con Felino discorrendo della congregazione di cardinali eletta per inquisire; dove Bertuccio si pone a inveir contro costoro e contro monsignor Della Casa, il Muzio giustinopolitano, il [156] vescovo Stella, ed altri impugnatori della Riforma. I due apostoli, convintisi del traviamento della Corte romana, declamano in modo, che Bertuccio si converte affatto alle dottrine di Lutero e Zuinglio, dei quali sono esposti i dogmi e le discipline.

Al quinto atto, la catastrofe s'avvicina. L'angelo Rafaele e la Grazia Giustificante scesero dal cielo; questa decapita il re Libero Arbitrio: l'angelo racconta il caso ai due apostoli, e il papa esser l'anticristo, e grave giudizio sovrastare alla cattolica potestà. Fra ciò sopraggiunge in trionfo la Grazia Giustificante, e impone all'angelo di divulgare per tutto la sentenza da Dio pronunziata contro l'intruso tiranno, che «l'Anticristo sia, col coltello dello spirito che è la parola di Dio, a poco a poco ucciso»; e ragionando cogli apostoli, mette a parallelo i canoni sacri colle dottrine di Roma, rilievandone le contraddizioni[188].

Come già vedemmo a Treviso e a Modena, così a Vicenza nel 1546 era una adunanza di eletti ingegni, quali Valentino Giulio di Cosenza, il Paruta, il Gribaldo, il Biandrata, Giampaolo Alciato, l'Ochino, Lelio Soccino, che intertenevansi di dispute religiose, e spingeano la critica fino a negare la Trinità. Le persecuzioni allora cominciate gli obbligarono a disperdersi, e andarono pel mondo apostoli di eresia. Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Ruego, malgrado la nobiltà, la ricchezza e la fama, vennero messi a morte, e dagli Unitarj sono contati fra i loro martiri[189].

È singolare che di quell'accademia, della quale tanto si discorre, nulla si sa, nè tampoco il titolo, o dove s'adunasse, o il decreto che la condannò. La tradizione, forse non fondata che sulla bizzarria della facciata, porterebbe si raccogliesse nella casa Pigafetta o in una nel pianoro vicentino, ove i colli a Lonedo si attaccano alla montagna; e segnasi la via per la quale fuggendo ricoverarono in Germania.

L'eresia dovette essere favorita dal disordine in cui la Chiesa vicentina era abbandonata dal cardinale Ridolfi, tantochè ne fu mosso rimprovero davanti al Concilio dal vescovo di Calaora, ch'era stato mandato colà da Paolo III quando ideava raccoglier il Concilio nella gentile città. Certamente i sopranominati apparvero poi fra gli Antitrinitarj, sicchè possiamo indurne che questa eresia vi fosse comune. Principalmente la famiglia Thiene fu involta in quella persecuzione. Giulio e Brunoro, esigliati nel 1532, si erano ricoverati a Mantova colle mogli, di casa Camposampiero. Quivi Giulio uccise la cognata, sotto pretesto di averla côlta in colpa, ma dissero per trarne a sua moglie l'eredità: questa moglie stessa fu trucidata nel 1553, non sappiamo da chi. Giulio è nominato in una sentenza dell'Inquisizione di Vicenza del 4 aprile 1570, e in una di quella di Cremona del 1580, per le quali era spogliato dei beni, ch'egli però avea già trasferiti ne' figliuoli. Stabilì poi la sua casa in Francia ove si propagò.

Odoardo Thiene, conte di Cicogna, feudo padovano, generoso protettore [157] de' letterati e del Palladio, lasciata la patria del 1557, si pose in Isvizzera, favorendo chi fuorusciva per religione; ricevette la dedica del discorso di Alessandro Trissino, pur vicentino e pastore a Chiavenna, intorno alla Necessità di ritirarsi a vivere nella Chiesa invisibile di Gesù Cristo (1572): morendo nel 1576 lasciò erede principale Giulio, e destinò esecutori testamentarj Teodoro Beza, Nicola Balbani, Prospero Diodati.

Dalla Camposampiero era nato Tiso Thiene, a cui il padre fece dono della sostanza: ma l'Inquisizione di Cremona cassò quell'atto, perchè era tenuto calvinista: e la donazione fruttò ai nipoti, che tornarono al culto degli avi. Dalla Camposampiero nacque pure Antonio, che visse in Francia, ed era signore di Chelles e Tourane nel Delfinato. Il Sant'Uffizio di Cremona non tenne buona la procura che, al 3 giugno 1569, stando in Basilea, fece in Francesco Borroni, il che lo dà a credere eretico; ma dovea discordare dal conte di Cicogna, che lo espunse da' suoi eredi, col pretesto fosse già ricco.

Alessandro Thiene fece testamento l'11 maggio 1566, prima di fuggire da Vicenza: morì nel 1568 in Spira: e i suoi beni furono confiscati dalla Inquisizione di Cremona.

Nicolò, magistrato municipale nel 1558, esulato da Vicenza divenne scudiero di Enrico III e fe testamento nel 1579. Aveva moglie una Leoni di Padova, dalla quale generò Ermes, che anch'egli abbracciò i riti calvinici, e visse a Corcelles. In Francia andò pure, probabilmente per causa di religione, Adriano Thiene, amico del Palladio, che fece testamento nel 1550.

Di questa famiglia era economo Francesco Borroni vicentino, a cui dicemmo ch'essi diedero una procura da Basilea il 3 giugno 1569. Venuto a Cremona per affari de' suoi principali nel feudo di Rivarolo, vi fu preso dall'Inquisizione, che questo feudo confiscò, e lui condannò al fuoco il 3 agosto 1580.

Coi Thiene aveano grand'entratura i Pelizzari, che li seguirono nell'esiglio, e posero banca a Lione.

A Londra si piantò Gaspare Gato mercante di seta, e alla regina Elisabetta regalò un par di calze, fatto con seta nata, filata e tessuta in Inghilterra. Le espressioni de' contemporanei fan credere appartenesse alla società ereticale.

Alcune frasi del testamento del 1575 fecero noverar fra gli aderenti al calvinismo anche Volpe Brunoro.

Una lettera del 7 marzo 1591 di Gabriele Capra narra che i figli di Marcantonio Franceschini tolsero per forza una loro sorella al convento, e la voleano convertire; ma questo non basta per farli credere eretici.

Di Giulio Pace, altrove da noi mentovato, fu quartogenito Giacomo, che tornò cattolico, e stette professore a Padova. Una sentenza del 5 luglio 1570 del tribunale ecclesiastico di Vicenza, firmata da Antonio Rutilio vicario generale e frà Andrea da Materno inquisitore speciale, condannava Francesco [158] Renalda e Giambattista Trento. Quest'ultimo, ricoverato in Inghilterra e postosi ospite del ministro di Stato Francesco Walshingam, protesse i profughi per religione: nel testamento del 2 marzo 1588 beneficava i fratelli Pelizzari suddetti; i suoi libri ed altro lasciava alla chiesa italiana in Londra, nominando esecutore il Walshingam, e volle esser colà sepolto in San Nicolò.

Nel martirologio di Ginevra è notato Ricetto da Vicenza, che il 15 febbrajo 1565 a Venezia fu posto sopra le famose due gondole unite, che poi separandosi lasciavano cadere in mare il condannato. Ivi cercò un mantello perchè sentivasi freddo. «Che freddo? (gli rispose alcuno). Ben maggiore n'avrai ben tosto in fondo al mare. Che non cerchi piuttosto salvar la tua vita? Fin le pulci fuggono la morte» — «Ed io (rispose) fuggo la morte eterna».

In un manuscritto di memorie autografe, or posseduto da monsignor Marasca di Vicenza leggesi: «1559 a dì primo zunio morse ne le preson monsignor Augustin da Cittadella, e dappoi morto fu posto in Campo Marzo, e lì brusado per luterano»[190].

All'11 marzo 1585 Giovanni Strozzi scriveva al granduca di Toscana da Trento: «Qui s'è detto che inverso Lione sono state intercette lettere di Vicentini, che da Vicenza mandavano a quelli di Lione, confortandoli a difendersi costantemente e non dubitare, perchè presto verrebbe tempo che tutti insieme godrebbero della comune vittoria». E al 15: «Essi inteso che a Vicenza sono stati presi, per ordine del consiglio dei Dieci, alcuni gentiluomini per conto d'eresia, forse per occasione di quelle lettere intercette, che per l'altra dissi a vostra eccellenza illustrissima».

Del poeta Gian Giorgio Trissino accennammo altrove le libere critiche contra il clero, ma non v'è ragione di aggregarlo ai miscredenti. Fra i tanti che v'aspiravano, egli fu prescelto a sorreggere lo strascico del manto papale nella coronazione di Carlo V a Bologna. Venuto nel 1542 a lite col figlio Giulio ecclesiastico, lo dipingeva qual luterano, sedotto da Pellegrino Morato e da un prete Salvago, probabilmente vicentino; e che seguisse e favorisse gli eretici, e ne adduce qualche prova.

Carlo Sessi nacque da Gian Lodovico e Caterina Confalonieri a Sandrigo, donde i suoi erano feudatarj, e donde lo menò via il vescovo di Calaora, ch'era al seguito di Carlo V, e gli diè sposa una nipote. Dicemmo come fosse vittima dell'Inquisizione di Spagna l'8 ottobre 1559. I suoi figli rimpatriati, si stabilirono a Verona.

È noto come nel 1560 si trattava di congregar il Concilio generale a Vicenza: ma la Signoria veneta vi renuiva perchè potrebbe nel Turco destar sospetti che, sotto velo di religione, si macchinasse altro; e perciò molestare i sudditi della serenissima.

Grand'avversario degli eretici mostrossi san Gaetano Thiene da Vicenza, [159] il quale vantasi d'averne convertiti molti sul patibolo, come fecero pure i Teatini da lui istituiti, e introdotti in patria nel 1595. Dopo quest'anno era da quel Sant'Uffizio condannato a morte Francesco detto il Tartarello, per eretico relapso; ma un Teatino riuscì a farlo ricredere e salvarsi. Presto vi erano stati introdotti anche i Barnabiti, che vi fondarono l'Opera della missione per ricoverare convertite, e teneano congregazioni di laici per opporle a quelle di eretici. Convien dire fossero benedetti di molti frutti, giacchè nel 1550 i loro avversarj sollevarono una persecuzione contro di essi, tacciandoli di turbolenti e fin di eretici, e riuscendo a farli cacciare.

Sappiamo di altri protestanti che abitavano il paesello di Calvene. A Schio ed Arzignano nel 1562 allignava la setta degli Angelicati, a estirpar la quale fu mandato il padre Pagani. Don Silvestro Cigno prete vicentino, predicator famoso tra il 1541 e 1570, deplorava esistesse colà la setta dei Donatisti e dei Ribattezzatori. Girolamo Massari d'Arzignano, a Strasburgo insegnò medicina. Alcuni tra' suoi amici e settarj, sbigottiti dalla persecuzione, eransi professati cattolici, e lui l'esortavano a far altrettanto, togliersi dalla comunione ereticale, e venir a una conferenza con essi. Egli ricusò, temendo fosse un lacciuolo per catturarlo, ma perchè alcuni gliene davano colpa, scrisse un libro, ove finge che un Eusebio Uranio, prigioniero a Roma, renda conto della sua credenza davanti al papa e all'Inquisizione. Son tre giornate: i giudici parlano pochissimo, troppo l'accusato che esce in lunghe digressioni[191]. Nel 1536 stampò De fide ac operibus veri christiani hominis ad mentem apostolorum, contra evangelii inimicos, nella cui prefazione accenna a molti italiani dimoranti in Basilea. Fe pure una versione latina e parafrasi del trattato d'Ippocrate De natura hominis (Strasburgo, 1564), una grammatica tedesca ed una ebraica, e morì a Strasburgo il 1564.

Domenico Cabianca di Bassano, d'anni trenta, fu condannato a morte dal Sant'Uffizio di Cremona, e alcuni dicono fosse il primo che venisse ucciso a Roma per apostasia: come di martire ne scrisse la vita Francesco Negri.

In Valtellina nel 1594 troviamo profugo a Morbegno Bernardo Passajotto, vicentino. Poi quando que' valligiani uccisero tutti i Protestanti, caddero fra questi Anna Liba di Schio, moglie d'Antonio Crotti, con un bambino alla mammella, e Paola Beretta monaca pur di Schio, che fuggita di convento, avea sposato il frate Carolini. Quest'ultimo, tradotto a Milano, dicono si salvasse abjurando.

Nella biblioteca Silvestriana di Rovigo esistono gli Elogi de' Rodigini di Giovanni Bonifazio, fra' quali è menzionato Domenico Mazzarella, eccellente nella legale e nella poesia, che dettò in italiano un dialogo della filosofia nel 1568, e altri lavori, ma tristi fato has regiones penitus deserere coactus est.

Baldassare Bonifazio, altro biografo, ricorda Teofrasto Mazzarella figlio di Domenico, nato in gran povertà, brutto, guercio, ma di bell'ingegno [160] nelle leggi, nella poesia e nella fisica, che scrisse in italiano un sermone della filosofia: ma poi, quasi fossegli guastato lo spirito dal corpo, mentre la patria prometteasi da lui gran cose, factus pharabuta, perduellis, disertorque fidei, Genevam repente contendit, ubi sumptus inter novatores magister et ecclesiastes, maximos quoque apud hostes catholicæ religionis obtinuit honores, si tamen infamibus viris in ignominioso impiorum asylo ullus esse honor potest. E in nota è soggiunto che fu scomunicato e dichiarato infame in chiesa di San Francesco.

Pare che Domenico e Teofrasto sian una persona sola. Un trattato di massime religiose stampato a Ginevra accenna in fatti «Mazzarella Domenico accademico degli Addormentati in Rovigo: pei rigori dell'Inquisizione abbandonò la patria e si recò a Ginevra ove si fece calvinista: diventò predicante di quella comunità, e cangiò il suo nome in quel di Teofrasto; è fama che morisse assassinato nel letto da un domestico sul finire del secolo XVI». I riscontri che cercammo nella sua patria poco ci soccorrono.

Neppure il Friuli fu mondo di eresie. Nel 1558 il senato veneto deputò commissarj, che uniti a quelli del patriarca d'Aquileja, inquisissero alcuni eretici in Cividale[192]: al tempo stesso che il luogotenente del territorio di Gradisca metteva in avviso il capitolo d'Aquileja contro il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnar i morti secondo l'antico rito; toglieva le divote immagini, e vietava a' suoi il venerarle[193].

Il Grimani patriarca d'Aquileja fu processato dalla Inquisizione di Roma per opinioni intorno alla predestinazione; laonde nella promozione de' cardinali del 1561 fu escluso, malgrado le istanze della Signoria di Venezia; dovette ritrattarsi a' piedi del papa, e non fu assolto se non dal Concilio Tridentino, ove molti teologi opinarono che le sue sentenze erano quelle di sant'Agostino e de' santi padri.

Nel 1571 il luogotenente della Patria del Friuli, richiesto dal vicario del patriarca e dall'inquisitore, spediva Zanetto Foresto, accusato d'eresia, come da una ducale di quell'anno nell'archivio di Udine[194], ove ha pure un decreto del luogotenente del 1580, che annulla un processo in materia d'eresia, fatto in Gemona dagli Inquisitori senza che vi assistessero il luogotenente e due dottori, a norma delle leggi.

Giorgio Rorario di Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[195].

Col Vergerio avea tenuto corrispondenza Orazio Brunetti di Porcia, militare, istruito nella medicina dallo Zarotto di Capodistria. A Venezia nel 1548 stampò lettere, che abbondano in senso protestante, e combatteva il cattolicismo collo svisarlo in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli per forma, senza lealtà nè convinzione.

È memoria di Bernardino Gorgia, che, sul fine del Cinquecento, fuggito [161] dalle carceri del Sant'Uffizio di Udine, predicò le massime luterane nella parte austriaca del Friuli, insieme con Federico Soriano di San Vito[196].

Jacopo Maracco, vicario del patriarca d'Aquileja, diffuse colà le massime nuove, e non profittando quanto desiderava, si volse a predicarle nella parte veneta del Friuli, dove già la bandivano il Primosio, il Vergerio, Nicola da Treviso, gli anzidetti Gorgia e Soriano.

Nel 1567 col Carnesecchi fu mandato al fuoco un frate di Cividal di Belluno come relapso. Chi era?

Giulio Maresio, essendo di diciotto anni tornato in Belluno dallo studio di Bologna verso il 1541, fu circuito da un Francescano imbevuto delle nuove dottrine, dandogli anche a leggere scritture ereticali. Ma quando nel 1551 ebbe a Padova ottenuto il grado di dottore in teologia e di guardiano nei Conventuali di Belluno, quel frate per invidia lo accusò di eresia al vescovo, il quale mandollo a Venezia all'inquisitore. Poichè questi volea metterlo in carcere, egli fuggì a Roma presso il generale Giacomo di Montefalco: e trovandolo morto, raccomandossi al cardinale Maffeo protettor dell'Ordine, che umanamente lo accolse e lo spedì a Bologna. Quivi il reverendo Giulio Magnano lo chiuse in prigione, minacciandolo della galera e del rogo se non confessasse d'aver dubitato d'alcuni articoli di fede; e fu obbligato leggere una formola di ritrattazione, e condannato a cinque anni di confino in Polonia. Il quarto anno, Florio Maresio suo fratello gli dava buone speranze da parte del generale Magnano; ma altri misero in sospetto l'inquisitore se lo lasciasse rimpatriare. Fu allora che il Lismanino, giunto colà dalla Svizzera, lo persuase a gittar la tonaca, e andare apostolando con lui; lo spedì poi a studiar greco ed ebraico in Isvizzera, dove Lelio Soccino lo tenea ben d'occhio perchè non si restituisse in Italia, come ne mostrava sempre intenzione. In fatto, dolente per la morte di suo padre, e disgustato dell'Ochino, di Pietro Martire, del Soccino, fuggì in Polonia, e ritornò alla Chiesa e al suo convento. Nel 1566 gli fu fatto il processo dalla curia di Belluno, nel quale trovammo lettera sua, dal convento de' Francescani di Cracovia il 1560, in cui ad un suo superiore racconta questi fatti[197]; e potrebbe darsi fosse egli appunto il frate che venne arso col Carnesecchi.

Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani della Carniola e della Carintia[198], ma erano poco favoriti; Giovanni Rauscher parroco vigilava perchè non sorgessero eretici, ed erano esigliati dal principe.

Del Lismanin di Corfù, e del Lucar di Candia parliamo altrove. Al 20 febbrajo 1582 il residente veneto a Roma, informava della pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, tre dei quali furono mandati al fuoco come relapsi, fra i quali Jacobo Paleologo di Scio, famoso eresiarca unitario, che riprovato per eccessivo sin da Fausto Soccino, girò assai per la Germania finchè fu tradotto a Roma. Lo nominammo nei Discorsi XXXII.

Matteo Flach, nato in Albona d'Istria nel 1520, e noto col nome di Flacius [162] Illiriens, studiò belle lettere a Venezia sotto l'Egnazio, e voleva ridursi monaco, ma un suo parente, provinciale de' Cordelieri, lo dissuase; andasse piuttosto in Germania. Questo provinciale era Baldo Lupatino di Albona, che molto adoprò a difondere la riforma nel Veneto, e che preso, fu in Venezia tenuto prigione venti anni, e dopo questi buttato in mare. Il Flacio a Wittenberg si pose scolaro di Lutero e Melantone, che molte accoglienze gli fecero, e cominciò la storia ecclesiastica, famosa sotto il nome di Centurie di Magdeburgo.

Espertissimo nel cavar fuori documenti antichi, fra il resto trovò una Messa de' primissimi tempi del cristianesimo[199]. I Luterani ne menarono vanto come diversissima dagli usi recenti di Roma; ma postavi maggior attenzione, trovaronla sfavorevole ai loro dogmi, e diedero opera a sopprimerne tutte le copie, mentre il cardinale Bona la ristampò al fine de' suoi Liturgici.

Nel Catalogus testium veritatis (Basilea, 1556) il Flacio schierò le persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo. Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (De adiaphoris), ove vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò moltissimi contraddittori.

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DISCORSO XLVI. VENEZIA INTERDETTA. FRÀ PAOLO SARPI. IL DE DOMNIS.

Con quanto iroso disprezzo i rivoluzionarj di settant'anni fa abbatterono l'italiana Venezia perchè antica, con altrettanta ammirevole pietà noi riguardiamo a quella gloriosa repubblica, che sempre ebbe per grido «Italia e indipendenza»: che aspirava all'egemonia di tutta la penisola, cui avrebbe ridotta a repubbliche municipali, invece degl'infausti principati: finchè la Lega di Cambrai, primo delitto della politica nuova, non venne a spezzare quella che gli ambiziosi chiamavano sua ambizione.

I Veneziani erano stati i primi ad accettare il Concilio di Trento, sicchè Pio IV, oltre encomiarli, donò alla Repubblica il magnifico palazzo a Roma che tuttavia si dice di Venezia, con desiderio vi risedesse continuo un loro ambasciadore, siccome fu fatto. La serenissima in ricambio donò per residenza del nunzio in Venezia il maestoso palazzo Gritti. Nè queste cortesie, nè l'attenzione in perseguitare gli eretici, toglievano che i Veneziani si tenessero sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici; riservavansi di concedere o ricusare l'erezione di chiese e conventi: di governare gli studj, eccetto i puramente ecclesiastici; di regolare le esteriorità del culto, e proteggerle; di riscontrare gli atti che venivano da Roma, e darne l'exequatur: non volevano impacci di ecclesiastiche immunità nel punire i delitti comuni[201]; anzi spingevano l'ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de' signori Veneziani[202]. Un Gesuita raccoglie i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità? la Signoria riflette che i gondolieri praticano con persone d'ogni grado, e quindi possono servire allo spioneggio, e proibisce quella congregazione, ed espelle il Gesuita. Un altro declama contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in [175] soccorrere il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla Repubblica; e la Signoria lo sbandisce.

Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i papalisti, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma; proibì di ricevere o pubblicare la bolla in Cœna Domini.

Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].

Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni ecclesiastici[204].

Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a giudicar ecclesiastici se [176] questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].

Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra gente[206].

Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.

Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e mortificar la presunzione de' governi secolari, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta, con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.

Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie, di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio; a voler giudicare anche i [177] preti per le colpe ordinarie: e anticipando una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani, poichè comandano a' parocchiani che all'Ave Maria serrino le porte delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».

Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25 dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi «lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti: dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia, e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo; s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo, contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que' curati nell'obbedienza; i rettori così alla sorda chiamino due o tre per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli ne' loro collegi.

Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie sull'obbedire o [178] no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo, essa lo disapprovò.

Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio, presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella Vita di Sisto V scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandalosi».

Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa. L'autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell'animal bruto e per [179] conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».

La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica, disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i Cattolici.

Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, ove propone tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?

E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra quando vuole che, chi vi persevera un [180] anno, sia dato all'Inquisizione come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo, sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri; opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi, trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni; nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati: insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, [181] scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione».

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti, scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu appiccato ed arso.

Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay.

Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: «Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; Antonio Querini, autore dell'Avviso pernicioso; l'erudito Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di [182] Stato, si troverebbono diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar più oltre».

Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale, avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola. Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro.

Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato la versione della Storia del Concilio di Trento di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva: Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia, per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».

Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il Mistero d'iniquità e la Istituzione, uso e dottrina del santissimo sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali gradi la messa s'è introdotta in sua vece (La Rochelle 1598), opera dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà. Egli zelava la conversione di [183] Venezia, e a lui il Diodati porgeva contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles; tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant. Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj: s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l'effetto de' loro desiderj.

Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione, nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto, e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione cristiana e desiderio di riconciliarsi.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che così potrebbe meglio saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio, sans doute il aurait effectué quelque [184] notable exploit, s'il n'était continuellement contrepesé par la lenteur du père Paul. E altrove confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».

Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua, azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta, perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse, ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in defæcando lectorum judicio[218].

Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot, canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di Trento e sulle libertà gallicane; Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo, illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris uti possemus![219].

Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[220].

Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove morì, surrogandogli [185] il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de' suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico. Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio.

Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme; l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e «Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni, perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di vedere compiuta la sua opera[227].

Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove conoscerebbe magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum [186] athletam excitasset; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].

Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de' sette teologi veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani di star bene con il papa[232].

E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant»[233].

Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito: pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora l'Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti, il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono [187] fosse presentata dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito: e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere de' Veneziani[234].

Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti: non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica: procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate, eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».

Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di Monita secreta, l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante Italia[236].

A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a' Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de' Protestanti perchè, nelle guerre [188] d'allora, contrabilanciavano Casa d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio: sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia, vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239]. Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato. Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava meretrix, bestia babylonica e simili titoli.

Ben a questa recò un colpo micidiale colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte antepone, non dessero sufficientemente a conoscere l'Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio, desiderato e procurato [189] dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».

Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou, Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma: ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi; anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in valigia da Roma a Trento.

Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.

Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con ragioni che ne crescono la forza.

In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin alterando [190] i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione e agl'interessi politici del suo paese.

Quanto non si raffina nell'interpretare le intenzioni, sempre in sinistro qualvolta trattasi di Cattolici! Si bruciano in Francia i Protestanti? compassiona «quei miseri che di nessun'altra cosa erano colpevoli se non che di zelo dell'onor divino e salute dell'anima propria» (Lib. V). Parlando dell'Indice, conchiude che «non fu mai trovato il più bell'arcano per adoperar la religione a fare insensati gli uomini» (Lib. VI) ed aggrandir l'autorità della Corte romana col privarli di quella cognizione ch'è necessaria per difendersi dalle usurpazioni. Alla Chiesa primitiva, nella quale soltanto egli vuol incontrare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza o la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. E come ne' primi tempi, vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione; ne' quali tempi le relazioni della Chiesa collo Stato, o pagano o giudaico, troppo differivano da quando essa giunse a compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non fa consolidata che per ambizione de' papi, e debolezza e ignoranza de' principi; nè fruttò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia: non che il clero favorisse il sapere, l'arte, l'umanità nel medioevo, usufruiva a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Nel ribatter ostinato le pretensioni della Corte romana, neppur s'avvide che il rinnovamento di esse era un'espressione dell'iniziato restauramento religioso.

Marc'Antonio De Dominis, che, come nato in Dalmazia, dominio veneto, contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole, vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.

Ivi compilò due volumi de Republica Christiana. La repubblica ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de' vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo meriti, può divenir [191] vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli: democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di tutti i credenti.

Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi, non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria, d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da quello de' laici.

Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne riprovarono gli scritti.

Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno, la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: [192] «Errai come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia, abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo, onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].

Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di frà Paolo Sarpi col titolo: Istoria del Concilio Tridentino di Pietro Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del papato e della Chiesa si trattasse. La dedicava a Giacomo re della Gran Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi». Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de' papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.

Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:

[193] «Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la illumini, mi dichiaro ecc.».

Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana, non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.

Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso: chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la fede.

Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica. Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

L'anno dopo che la Storia del Concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del 1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre [194] la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio. Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse: «Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna, e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de' Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure dalle deposizioni de' gondolieri consta [195] che ciò è falso. Gli assassini vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui Gesuiti, capri emissarj[251].

A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi, appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga trecensessantuno errori di fatto del Sarpi, oltre infiniti altri (dic'egli) confutati di transenna.

Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro, ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le opinioni del nemico.

Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia, colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva: elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser [196] cardinale. Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore alla naturalezza.

Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[252].

Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare, almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento; conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e frate.

Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253]. Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo, uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254]. Ufficio deplorabile!

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DISCORSO XLVII. I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.

Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo. Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il Conradi.

Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.

Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò preminenza Coira, il cui nome (Curia) indica come originasse da un tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più ricchi.

Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido, signore di Truns, il quale, [211] resosi frate, dota co' suoi beni il monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono, e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia. Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.

Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà, viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette, donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero, costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano, uniti però in tre leghe; la Caddea (Ca-de-Dio), la Grigia, le Dieci Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il nome di Grigioni.

Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni. L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in qualche luogo piantano lo Straffgericht, tribunale straordinario, che giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i terrori plebei.

Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (En-co-de-Inn), valle dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina, verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che sbocca a Chiavenna.

I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina, principalmente per opera d'Italiani.

I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel dialetto [212] della Bassa Engaddina il Pater, il Credo, il decalogo; Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio; Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.

Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario. Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni mese di giugno.

Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione, verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il clero cattolico, diviso in quattro capitoli.

Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel 1529.

Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio, lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno, s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se non desolazione?»

E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi, asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga peggio di questa»[256].

È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a settentrione [213] da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de' Grigioni.

La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521, sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de' terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.

Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile 1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al 47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi, l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro Parisotto.

Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.

Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che allora dividevano [214] il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella, Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan Francesco avea riformato Solio.

A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio, indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano, poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio, Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La Marra, Giovan Battista carmelita.

Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco, appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno, che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.

Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da tutti i partiti e in tutti i tempi?

Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a godervi [215] il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne lettere.

Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso; onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro, che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo all'età nostra.

Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.

Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del culto.

Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta, loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col decoro conveniente predicar il Vangelo.

[216] «In alcun luogo, come a Sondrio sul monte di Rogoledo, fu ordinato che, ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».

A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere, opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un Trattato dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena (1551, 18 pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di Cristo».

Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina, affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'Anatomia della messa, che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del centuplo di quei che sogliano (Bayle).

I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe, in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno. E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le [217] opere proprie: nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse l'Ave Maria, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse Hoc est corpus meum, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li contraddicesse.

Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo, e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.

Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato, e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze: finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.

Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.

Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e dell'anticristo, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.

[218] Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio, Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione; poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato dall'Ochino.

Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico, scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.

«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi: io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico. Dicono si prepari a [219] lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore! Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.

«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per me».

Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del Credo, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali deviava[262]; scrisse anche Errori, inezie, scandali di Agostino Mainardi dal 1535 e dopo, ove lo accusava di cenventicinque errori. In altre scritture ribatte le credenze luterane.

In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri, combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici, poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in ognuna si reciterà il pater, il simbolo, i dieci comandamenti. Il battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito; nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato il divorzio. [220] Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol facciano riammettere.

Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica, questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo, domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina, ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».

I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che parteggiavano pel Gaddi.

Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico. Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse cedersi agli Evangelici.

Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece, eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono al ventre, non [221] a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj? Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio universale dei Valtellinesi.

Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.

Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella scuola.

Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli, tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj trovavano di che rimproverarlo».

Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di Piuro.

[222] Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.

In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come quelle di Lutero (3 giugno 1575).

Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti, professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato, reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo. Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano, dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.

[223] Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime: chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna, onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.

Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo vi oppose una Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis hæreticis ex verbo Dei disputatur. Alessandro Citolino, profugo dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:

Fortia signa simul connectunt armipotentes

Tergeminos populos sociali fœdere junctos

Solamen profugis. Felices vivite semper.

Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes:

Este procul vulpes: dura catena vale.

Eglino gli replicò:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes

Sed grave servitium prodit ab hæreticis

Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus:

Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:

allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di quelle persecuzioni.

Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio, denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino, un Sadoleto, omnes perversi homines (dice il processo verbale) circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato [224] della chiesa di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese, e fin ne' loro benefizj.

Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che, sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai supplizj».

Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595, gli altri o si convertirono o tacquero.

Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura. In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti, le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo, ma la lettera non mostrare ad [225] alcuno, perchè di materia odiosa. L'altrjeri il commissario arrestò Vincenzo Stampa di Chiavenna, nemicissimo agli Evangelici. Era amico di quel ribaldo Domenicano, che fu assolto e rimandato impune dal podestà di Tirano. Vincenzo sapeva tutti i secreti di esso, e una volta disse struggevasi di lavar le braccia nel sangue de' Luterani. I più credono mandi spia all'Inquisizione di quanto qui si fa. Io ve ne voglio avvertito, affinchè con questi signori facciate che non se la campi. Scriverò anche al commissario acciocchè lo sforzi a confessar la verità, manifestare le macchinazioni contro i fedeli di Cristo, i consigli de' profeti di Baal, cioè i Domenicani, e degli altri che son nemici non solo al vangelo, ma a' nostri signori. Quest'è l'unico corifeo da cui potrà risapersi tutto, meglio che da qualunque altro si sia; tengasi dunque in carcere, nè si lasci sfuggire. Credo che, se venga forzato a dir la verità contro i Domenicani, ne dirà di tali, che giustamente verran cacciati dai signori... Ripeto che ciò scrivo malvolentieri, perchè non vorrei nuocer a nessuno»[264].

Poco poi si lagnava perchè il pretore non volesse proferir sentenze se non dopo udito il consiglio de' signori Grigioni.

E Tobia Eglino al Bullinger: «Questo è ben certo che molti frati emissarj girano a Chiavenna, a Piuro e nelle vicinanze, pagati dall'oro pontifizio, per fiutare quel che risolvano i Grigioni, e assalendo un a uno, o per forza, o per timore, o per premj, svolgere dalla vera religione. Se mai infuriò l'Inquisizione spagnuola, gli è adesso. Quasi nessun mercante è più sicuro a Milano, dove i sospetti vengono con atroce crudeltà uccisi, o mandati alle galere, o tenuti in prigionia domestica se nobili. Testè un Giacomo Serravallense veneto, che professò il vangelo a Chiavenna, e andava per affari in Italia, fu preso a Crema, e tra molti strapazzi e colle mani avvinte al tergo a guisa d'un gran birbante, fu condotto a Venezia, e quivi condannato alla galera, o dicono altri precipitato in mare. Simile beccheria e peggio a Bologna, dandosi egual morte, eguali catene, eguali torture a grandi e ad infimi. A Piuro capitò un frate, e fidato nella benevolenza degli abitanti papisti e nella liberalità del pontefice, scrisse lettere proditorie, per le quali, d'accordo coi migliori del luogo, avesse podestà d'incrudelire contro i predicanti e gli Evangelici. Volle recarle a Roma acciocchè il papa vedesse le facoltà attribuitegli, e profondesse denaro per corromper altri. Ma non volendo firmar la lettera i consoli del luogo, la cosa venne manifestata dal curato del paese, e il monaco incarcerato e punito di ducento coronati» (29 dicembre 1567).

E si credeva! Ma l'accusa era stata data; se i due spioni fuggirono n'avea colpa il pretore, vendereccio; su di essi accumulavansi tutte le infamie possibili; a forza di ripeterle faceansi indubitate, e si spediva al senato di Milano a portar lamenti e pretendere soddisfazione: ma questo e il governatore chiedevano le prove, o assicuravano esser affare dell'Inquisizione; sporgevansi [226] querele alla dieta, e questa era compra dall'oro di Roma, dalle baje de' frati, dalle decorazioni cavalleresche. Non son gli argomenti che si ripetono anche adesso?

Non vogliam però dire che i Cattolici non s'adoprassero per salvar la Valtellina dall'eresia; e poichè, secondo il diritto comune d'allora, l'eretico era un nemico pubblico, si ricorreva a tutti gli spedienti che il diritto di guerra consente, fino a staggire le merci che capitassero in Lombardia appartenenti ad eretici, e coglier le loro persone qualora fosse possibile, e vietare severamente il darvi albergo[265]. Più si teneva occhio ai preti e frati apostati, procurando coglierli e consegnarli al Sant'Uffizio. Tra questi era Francesco Cellario, della Chiarella, figlio di Galeazzo, già minore osservante. Inquisito dal Sant'Uffizio a Pavia, ne era stato dimesso il 1 maggio 1557 con imporgli solo alcune penitenze. Ma presto fu denunziato di tenere e difonder libri ereticali, nutrire opinioni fallaci e predicarle; onde messo in prigione, confessò d'aver lodato pubblicamente il Bucero, il Calvino, l'Ochino ed altri di quella risma. Riuscito a fuggire, ricoverossi fra' Grigioni: prese moglie; e insegnava non darsi purgatorio, non esser sacramento il matrimonio, nè vietato ai preti; il corpo di Cristo trovarsi nell'eucaristia soltanto idealmente; a Dio solo doversi far la confessione de' peccati; non venerare le immagini dei santi; Pietro non essere stato superiore agli apostoli, nè il papa ai vescovi. Non contento di predicar a Morbegno, qualche volta spingevasi secretamente fino a Mantova, sicchè furono tesi agguati per coglierlo. Era andato al sinodo di Zutz nell'alta Engaddina il 1568; ed essendo intercetto dalle nevi il passo della Bernina, ritornò per Chiavenna, attraversando quel lembo del Pian di Colico che spetta al Milanese. Quivi l'appostavano; e côlto al passo dell'Adda, fu inviato a Piacenza, donde il duca Ottavio Farnese si fece un onore di spedirlo a Roma, e quivi processato, come apostato e relapso fu dato al braccio secolare il 20 maggio 1569. I Grigioni strepitarono come di violato diritto pubblico, mandaron note all'Albuquerque governator di Milano e ai principali Stati d'Italia, ma si rispose ch'era nelle autorità del papa l'arrestar gli eretici. Essi allora pubblicarono una taglia sopra l'inquisitore frà Pietro Angelo da Cremona, premiando chi prendesse lui o alcun suo compagno, e il consegnasse.

Più tardi Lorenzo Soncini, che predicava a Chiavenna, fu côlto al modo stesso, e mandato all'Inquisizione.

Anche i vescovi di Coira vegliavano alla preservazione del cattolicismo. Essendosi in quella cattedra preferito Tommaso Planta ad Andrea Salis, si esacerbarono le ire fra le due famiglie rivali, e imputavasi il Planta di mangiar grasso anche in giorni di digiuno, non dir la messa, e andare zoppo nella fede come ne' piedi. Le accuse furono portate all'Inquisizione, e frà Michele Ghislieri lo processò; egli giustificossi, e d'allora raddoppiò di zelo, e in conseguenza fu odiato dagli Evangelici, coi quali durò in continua lotta.

[227] Era il tempo che spingevasi meglio il Concilio di Trento, e nel 1561 fu mandato ne' Grigioni Bernardino Bianchi prevosto di Santa Maria della Scala di Milano, col nobile milanese Giovanni Angelo Rizzi segretario regio, che alla dieta di Coira querelaronsi perchè in Valtellina e a Chiavenna si ricettassero i profughi, senza esaminarne i costumi e la condotta, bastando si mostrassero nemici della fede cattolica: si obbligassero i fedeli a spartire coi ministri ereticali i benefizj, ajutandoli così a sparger interpretazioni del vangelo contrarie a quelle de' Padri e de' Concilj ecumenici; invece si costringessero i predicatori cattolici a dare sicurtà pei loro atti: si fosse vietato di eriger chiese e conventi, e riprovato il Quadrio perchè fondò il collegio dei Gesuiti a Ponte: a Poschiavo si tollerasse la stamperia Landolfi, ostilissima alla sede romana[266]; si impedisse al vescovo di Como di esercitar la sua giurisdizione, e fin di esigere i suoi livelli e canoni; si fosse ordinato che tutte le parrocchie scegliesser il curato a loro beneplacito, senza chiedere bolla o approvazione da Roma; e allorchè di Roma giunga alcun breve non si pubblicasse senza consentimento delle tre Leghe.

Eccitossi l'indignazione popolare contro questi messi, quasi attentassero alla libertà, e Pier Paolo Vergerio venne apposta dal Wurtenberg per contrariarli. Adunata la Dieta, vi si diedero risposte evasive; dalla stamperia di Poschiavo non si lascerebbero uscire libri contro la santa sede nè ingiurie al papa: non si contenderebbe al vescovo di Como quel che gli apparteneva; nulla esservi d'ingiusto in ciò ch'erasi disposto sul convento di Morbegno e il collegio di Ponte: l'istanza del Bianchi perchè si spedissero legati al Concilio di Trento ebbe il no, con gran trionfo del Vergerio. Anzi nel 1583 adunati a Chiavenna, i capi della repubblica sancirono che, dov'erano tre famiglie riformate, si tenesse un ministro a spese comuni, e questo potesse usar le chiese «fabbricate dagli avi per uso de' posteri».

Abbiamo già accennato quanto san Carlo Borromeo s'affaticasse a sostenere la causa cattolica fra i Grigioni e in Valtellina; vi spediva catechismi; cercava ne fossero rimossi gli apostati, e vi si aprissero scuole cattoliche; ma poco potè trarre a riva: anzi fu rinnovato l'ordine che non predicasse se non chi approvato dal sinodo[267]. Il Volpi vescovo di Como, che era stato spedito alla Dieta di Baden per patrocinare davanti ai signori Svizzeri gl'interessi de' Cattolici, invitò il cardinale Borromeo a visitare la Valtellina. In fatto egli, trovandosi nella Valcamonica, varcò i Zapelli d'Aprica, e venne in atto di pellegrino al celebre santuario della madonna di Tirano «per infiammare (scrive egli) quanto potessi gli ortodossi di questa valle; poichè giacciono dall'intollerabile giogo degli eretici quasi oppressi, e gran pericolo reca di contagione il quotidiano convivere coi nemici della nostra fede. Ivi predicai per dare qualche consolazione a quel popolo, che ardentemente bramava udire la mia voce, e volentieri lo feci, con facoltà del vescovo di Como».

[228] Lo stesso santo fiancheggiò vigorosamente il Pusterla arciprete di Sondrio nell'opporsi al collegio che voleva istituirsi in quel paese sotto la direzione di Rafaello, figlio di Tobia Eglino: ne seguì una vera sollevazione, e molti furono processati e sbanditi, fra cui il Pusterla stesso, ma il collegio non si potè aprire. San Carlo ottenne dai Cantoni svizzeri cattolici che inviassero deputati alla dieta de' Grigioni per tutelare gli affari dei Valtellinesi ortodossi. Dopo il viaggio nella Mesolcina che descrivemmo (vol. III pag. 91) avrebbe bramato scendere in Valtellina, ma non l'ottenne[268].

Dicemmo che, quando la costituzione corra pericolo, i Grigioni erigono un tribunale speciale (Straffgericht) di giudici scelti dalle comunità, con poteri dittatorj. Allora lo piantarono per iscoprire e castigare coloro che aveano favorito la venuta del Borromeo, al quale attribuivano sottofini politici; tanto più che era nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, che viva guerra avea fatto a' Grigioni, e tentato toglier loro la Valtellina. A quel tribunale Girolamo Burgo mesolcino confessò alla tortura aver dal Borromeo ricevuto denari e grano da distribuire ai fautori, nominò i complici, e tutto quel che si volle.

Certo è bene che al Borromeo i Valtellinesi recapitavano i lamenti contro gli abusi dei loro padroni e che trattarono di ribellarsi coll'ajuto dei governatori di Milano, non mai rassegnati alla perdita di quell'importante valle. Don Ferrante Gonzaga governatore aveva intrigato all'uopo fin col vescovo Vergerio[269], sebbene invano; e una lettera del Borromeo del 1584 ci fa chiari che la cosa fu anche più tardi discussa, e ch'egli la favoriva siccome propizia alla religione, e ne trattava coll'ambasciador di Francia, e teneasi presso que' confini per accorrere ad ogni moto; pur protestando «non voler tenere, per ajutar que' popoli, altra via che la spirituale»[270].

Di quel tempo un Rinaldo Tettone, ricco negoziante milanese, avea mal condotto i suoi affari, e come uomo che nulla aveva più da perdere, si pose a capo d'una banda di bravacci, mestiero che allora non disonorava se non chi non riuscisse. Dal fare preso ardimento al fare, meditò invadere la Valtellina, e metterla a sacco; e per mantellare la ribalderia, come si suole, avrà sparso di andarvi a rialzare la santa religione cattolica, ed operar d'accordo col governatore Terranova, col cardinal Borromeo, con papa Gregorio. S'avviò di fatto, ma il Parravicino governatore di Como non permise che quella ciurma entrasse in città, e a forza lo respinse colle armi cittadine, mandando al supplizio quanti colse de' costui seguaci.

Ita al vento l'impresa, il governatore di Milano se ne fece nuovo affatto, ed il Tettone fu cacciato in galera[271]. I Grigioni ne fecer un capo grosso, e molta gente inquisirono, senza verificare d'alcuno la colpa: ma il cardinale tennero in memoria di fazioso e brigante.

Era questi morto l'anno avanti nell'atto, dice il Calandrino, di metter [229] fuori il scelleratissimo suo parto[272]; la lettera addotta lo mostra innocente di maneggi, ma conscio: e il Ripamonti e il Ballarino[273] fanno testimonianza che colla Spagna assecondava la trama: e il suo nome restò formidabile agli eterodossi, e da quel punto chi ad essi opponevasi diceanlo appartener alla Lega Borromea, come ai dì nostri dicesi della Congrega, de' Gesuitanti, de' Paolotti: e campioni n'erano il padre Giovanni Odescalchi vescovo d'Alessandria, e Giovan Pietro Negri domenicano.

Nè i dissidenti cessavano di sorreggere i proprj religionarj e sfavorire i Cattolici; negli statuti di Valtellina stampati il 1549 furono intrusi alcuni a favor di quelli: al giubileo del 1575 si pose ogni possibile incaglio: nel 1585 trovandosi a Chiavenna unite le bandiere de' Grigioni, sancirono di nuovo intera libertà di religione, il che allora come altre volte, significò persecuzione della cattolica: non voleano ricevere frati esteri, nè manco per la predicazione quaresimale; e sopratutto non soffrivano si pregasse per l'estirpazione delle eresie, quando non si dichiarasse non intendersi quelle professate dai signori Reti; non potendo comportare che si facesser orazioni contro i proprj signori. Ai predicanti riformati si assegnavano soldi[274]: le rendite della prepositura di Sant'Orsola di Teglio già da anni eransi applicate a mantener il predicante di colà, sorrettovi dalla famiglia Guicciardi. Natane opposizione, e mescolatisi i partiti, si pretese che l'onorevolissimo cittadino Tommaso Planta fosse guadagnato dall'oro spagnuolo, e fattogli processo, venne condannato a morte.

Broccardo Borrone di Busseto parmigiano, studiando in Padova conobbe gli scritti di Calvino, e ne fu pervertito; venne in Valtellina il 1592, e mediante il favore di Andrea Ruinelli, medico e professore ne' Grigioni, fu fatto predicante e maestro a Traona, donde il 1596 passò cancelliere del commissario Giovanni Planta in Chiavenna. Accusato d'esser fuggito d'Italia non per religione, ma per turpitudini commesse, d'aver più volte esternato il desiderio di tornare cattolico se il papa gli perdonasse, al qual fine cercherebbe ridurre in mano dell'Inquisizione alcuni predicanti, fu messo alla tortura rigorosa: e non confessando, fu dimesso pagando cencinquanta coronati per le spese di processo: poi la Dieta lo bandì da tutto il paese, perchè temeasi meditasse vendetta. Nel suo breve soggiorno nella Rezia, erasi egli giovato del suo posto per raccogliere curiose notizie: perocchè nel 1601 un Giorgio Pini di Traona scrisse da Roma che vi si trovava il Borrone, e che avea fatto un libro ove descriveva il paese e gli abitanti: subito si cercò un tal libro, poi si pose una taglia sulla costui testa, ma non si trovò chi la volesse guadagnare. In realtà, per aver denaro, egli avea steso un libello, dal quale scegliamo solo alcuna cosa di quel che concerne i paesi italiani, de' quali dice: «Attorno al lago di Como son le parrocchie cattoliche, di Novato, Campo, Samolago, Gardona, dove non c'è eretici, talmente prevalse l'esempio dei vicini. Cattolica è tutta la val San Giacomo, per la quale si passa a [230] Coira, sempre fra cattolici. Il contado di Chiavenna ha quindici parrocchie, tutte con preti cattolici; ministri eretici sono a Chiavenna, Piuro, Pontilio, Mese, tutti apostati dall'Italia. De' cinquemila abitanti, ottocento son eretici; e mille capaci dell'armi, fra cui al più cento eretici. Non sarebbe difficile purgar il paese dall'eresia, non mancandovi gente di cuore, che aspetta l'occasione.

«Allo sbocco dell'Adda vedonsi gli avanzi d'una torre, dove Gian Giacomo Medeghino avea posto campo per impedire che i Grigioni v'entrassero; e converebbe rialzarla.

«Nella Valtellina ha 65 parrocchie, ciascuna col suo curato, ma vorrebber essere visitate, essendovi di molti contumaci e profughi dall'Italia senza dimissoria. Non c'è verun luogo tutto eretico, bensì alcuno ove neppure un eretico; e i ministri son appena dodici, tutti apostati italiani, i quali se si allettassero, credo che in breve la valle sarebbe risciaquata dal calvinismo. De' venticinquemila abitanti appena un decimo abbracciarono la Riforma: scrivonsi quattromila alla milizia, tra cui ottocento eretici. Ma è da confessare che cogli eretici stanno i principali e più ricchi, non solo di Valtellina ma di tutti i Grigioni. I natii aborrono i dominanti, e all'occasione se ne disferebbero. Nè difficil sarebbe il redimerli, tanto più che nella Rezia non potrebbe entrare per soccorso alcuno de' confederati se non per passi angustissimi che stan in mano de' Cattolici; mentre ai Cattolici italiani e tedeschi son aperti i varchi».

Qui descrive la politica e la miseria de' Grigioni, poi vien a informare de' pastori evangelici di Valtellina.

«Nicola da Milano, già francescano, tre anni fa recossi a Chiavenna, ove predica il catechismo ereticale; menò povera donna, de' cui costumi è disgustato, e n'ebbe figli che fatica ad allevare. Nè si loda della sua chiesa perchè gli fu preferito Ottaviano Mei lucchese. Con tali scontentezze, parmi che potrebbe guadagnarsi a promesse.

«Questo Mei, benchè nato e educato nell'eresia, è giovane, celibe, di buona casa, dotto in latino, greco, ebraico e nelle buone arti, facondo; e con largo promettere potrebbe trarsi alla Chiesa nostra; oppure coglierlo presso il lago, ove si diletta della pesca.

«Michele Acrutiense, già pievano nella Rezia, poi apostata e ministro a Piuro: di sessanta anni, abbastanza dotto, ma povero, con chiesa piccola e sottili proventi; cuculato perchè sposò una giovinetta.

«Tommaso Capella genovese carmelita, or ministro a Poncila, sui quarantacinque anni, con moglie sterile e sgraziata: egli dotto, ma audace, ambizioso, pieno di sè, ricco; non credo deponesse l'amor dell'Italia; ma non soffrirebbe mai di tornare in convento.

«Giovanni Marzio da Siena, già da trent'anni apostato, or predica a Solio in Val Bregaglia, ha moglie una veneziana smonacata, da cui ebbe due [231] belle figliuole, or da marito; stampò qualche cosa contro la Chiesa, e fu avvocato degli eretici nella disputa di Piuro. Crederei vano ogni tentativo con lui.

«Da un anno venne dal ducato di Spoleto Ferdinando di Umbria; subito sposò una giovinetta, colla quale vive in bizze; e non dubito cederebbe a lusinghe.

«Marziano Ponchiera, già prete, or predicante a Vicosoprano, gran parlatore, gran bevitore, di sessant'anni sposò una giovinetta, per la quale è martellato da gelosia. Una volta volea rimpatriare, e si spinse fin a Milano, poi diè la volta indietro. È povero in canna, poichè la rendita d'un anno mangia in un mese».

Detto di Rafaele Eglino e Gabriele Gerber, segue di Giovanni Luca calabrese, conventuale, or ministro a Dubino, di ventitre anni e di molta erudizione, sposò una poveretta di che presto si pentirà. Se non si può colle dolci, potrebbe farsi rapire da un pajo di armati, essendo la sua chiesa vicinissima al lago.

Nè altro partito che di rapirlo propone per Luca Donato Poliziano, già francescano, ora a Traona, con trentacinque anni e tre figliuoli.

«Ercole Poggio bolognese, predicante a Morbegno, ambizioso e mezzo fatuo, ha moglie un'altra Santippe, colla quale se la passa bene benchè sessagenario, nè saprebbe staccarsene.

«Da un anno fissossi a Caspano un frate, che dicono piacentino e dottore in teologia; sposò una di Chiavenna, e non ne ho altra conoscenza.

«Scipione Calandrino di Lucca, ministro a Sondrio, è il più pericoloso, e molti libri tradotti dal greco e dal latino invia e diffonde in Italia; ha cinquant'anni, moglie nobile, e nobile vantasi egli stesso; senza figli; gode gran credito presso gli eretici.

«Cesare Gaffori piacentino, già cappuccino, or ministro a Poschiavo, di quarantacinque anni; con moglie e tre figli; parlatore, versatissimo nella Scrittura, stampò contro il Bellarmino.

«Marco Eugenio Bonacino milanese e Alfonso Montedolio piacentino dianzi a mia persuasione andarono nel Tirolo, aspettando il salvocondotto per ricondursi in Italia.

«Altri ve n'ha che con promesse e ragioni potrebbero trarsi alla Chiesa romana. Ogn'anno i ministri si radunan al sinodo: e per arrivarvi devono traversare un angusto passo vicino al lago di Como, ch'è di giurisdizione milanese. Si potrebber facilmente cogliere al varco»[275].

Fin qui il Borrone non è che una bassa spia; ma non manca d'arguzia ove morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici, anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni, favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una devota a Spagna ed ai Cattolici, [232] l'altra a Francia ed agli Evangelici; capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.

Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento; essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi, poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la Valtellina al ducato di Milano[276].

Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte; processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento, e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», [233] ogni tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate, convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello, tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano, per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate alla valle.

Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a spicciolare altri Cattolici.

La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277], ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione, impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa. Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que' montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.

In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda: fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla ragunata: e fatti comparire quindici [234] garzoni in tutto punto d'armi, «Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».

Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai risentimenti.

In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520 al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi; il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo, che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in Albosaggia.

Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal governatore.

Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove, tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi, disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare. Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il cimitero: proibivano le processioni del Corpus Domini e del venerdì santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati dissidenti.

Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro Calvino, [235] onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio, Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede, e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.

Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi, come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia, tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).

Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'Apologia della Messa, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597, presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.

Martello degli eretici, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584 accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde. Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra [236] che dicevasi somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.

Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova da cencinquanta eretici, vil plebe. I cattolici di Poschiavo e Brusio tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore, fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.

Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca fu assolto, ed il capitano ammonito.

Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca, cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna vi mandò tempo.

Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione; essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto predicante a Sondrio, e destinato rettore del [237] seminario, accozzarono un loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli per conservare la libertà, e piantano lo Straffgericht, aggiungendovi un consiglio di predicanti (1618).

Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese, olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio, all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi [238] per opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.

Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe portava micidiali armi.

Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe' suoi[280].

Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.

Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici; e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano, maltrattarono il predicante di [239] Brusio, primizie de' martiri[281]. Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa.

Che i Riformati si fossero giurati a trucidar i Cattolici, e ridurre alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra, delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette essere allora inefficace sui Valtellinesi.

Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio, servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro [240] e molt'aura si era acquistato tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno centro alle trame per liberare la patria.

Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia, esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso; noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice: Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.

Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento, ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione[286].

Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa, Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca, inviata anch'essa a quel tribunale, resistette [241] e fu arsa viva. Anna di Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella: altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi, per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.

Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci[288]: il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto non ucciderai.

Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra' quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse: nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621 ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano, di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i poveri, nè [242] d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni la chiesa italiana vi cessò.

Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.

Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario gregoriano, la bolla in Cœna Domini, il concilio di Trento, l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune dalla strage: ma per essere quella santa risoluzione a Dio dedicata[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.

Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici cercati a morte.

I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi, fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri, al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da questo sangue la prevalenza di Spagna, [243] il duca spagnuolo stava colle mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.

I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati, tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco. Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che s'erano fatto scudo.

Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti, sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue. Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.

Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come sempre, agognava di [244] surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.

I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore, finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.

La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo, si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche, affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6 febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna, [245] onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti, gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il liberatore.

All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto coglieano delle loro dissensioni.

I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero ragione, si provide d'un governo suo proprio.

Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea [246] farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di religione, insidiassero gli altrui possedimenti.

Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà, questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.

Ne seppe assai male al partito santo, che vedeva prepararsi lo sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna; ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo austriaco.

I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi; mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira, di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria, sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni della patria loro[293].

Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere in Valtellina [247] guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina, donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il cambiar di signori.

Grand'apprensione ebbe allora il Feria non volessero i Francesi, mentre l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.

Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati, soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio, il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».

[248] Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.

Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi, intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste, opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in opponersi».

Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto, e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto; truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava, godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano.

Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano [249] l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione, dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.

Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.

Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! a queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri dell'amore.

A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti, quali buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati, durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta, menta, rosmarino, aceto, un'ampolla di mercurio, che credevasi assorbisse gli effluvj contagiosi. E poichè ne' grandi flagelli, dove non si osa bestemmiar la Providenza, sentesi il bisogno di sfogar contro alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata dall'impotenza, la pubblica opinione, mostro terribile nei tempi perversi o negli imbecilli, asseriva che uomini malvagi con malìe ed unzioni propagassero la peste: e molti paesi soffersero il miserabile spettacolo di untori, non solo trucidati a furia di popolo, ma processati, convinti e mandati ai peggiori strazj.

Bormio avea posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engaddina, ove il contagio infieriva. Nelle guardie del cordone incappò un contadino che l'aveva trapassato; e che confessò come, trovandosi la donna sua inferma, e dubitandolo effetto di stregheria, si era condotto di là per consultare coll'astrologo di Camosasco; vulgar uomo che se l'intendeva col diavolo, e che [250] di fatto aveagli dato a vedere in un'ampolla tre persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna[295]. Ignorante o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che catturata e domandatane alla corda, incolpò se stessa e denunziò molt'altri. Il giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini e donne[296]. Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi pregiudizj concorrevano ad affliggere ed esterminare la miserabile umanità.

La peste cessò, non i mali della Valtellina, corsa da soldati che andavano alla tremenda guerra de' Trent'anni. Quest'agevolezza di inviar truppe facea più increscere la Francia del nuovo possesso della rivale: onde levossi alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva il Ripamonti) onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge egli) ai quali punto credere non si dovrebbe, essendo gente inquieta, e che vuol gli altri inquietare[297].

Il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo, come capo de' Riformati aveva con forza e genio tenuto testa al Richelieu, il quale potè fargli perdere il favor della Corte, ma non la riputazione di capitano eccellente: colla quale e con dodicimila pedoni e millecinquecento cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira, ed entrato per Chiavenna, senza difficoltà occupò la Valtellina.

Tosto vengono Tedeschi da Bormio, Spagnuoli e Milanesi dal forte di Fuentes; da' cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engaddina. Quivi rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, vince, e mentre avea buono in mano, precipita sopra le Tre Pievi all'estremità settentrionale del lago di Como, e postele a sacco e fuoco, s'inoltra, finchè nei castelli di Musso e di Lecco trovò tale resistenza, da abbandonar l'impresa per impossibile.

Francia, smaniata di togliere all'Austria quel passaggio, sollecitava i Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin dallo stabilito censo incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia propria, unica religione. Ne venne sentore a' Grigioni, i quali altamente adontatisi che il re gli accarezzasse solo in quanto gli giovavano contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del cristianissimo, e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza, accettò, ebbe di nuovo in mano la fortuna della Valtellina, e non si fece scrupolo di sagrificarla per saldare l'alleanza coi Reti. Il marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, profondeva cortesie ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di Como se colla religione cattolica fosse compatibile il dominio grigione, e questi rispose del sì, nè diversamente avea deciso una congrega di teologi in Ispagna.

Già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione. Del che fremendo [251] i Valtellinesi, erasi da certuni proposto di avventarsi di bel nuovo nell'armi, scannare i pochi nemici in paese, e far da sè, gettata ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che non era più a tempo. Perocchè non più vettovaglie, non denaro nè credito: la peste del 30, rinnovata cinque anni dipoi, aveva decimata la popolazione; in tutti era quella stanchezza che suole succedere alle forti commozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa guardare come minor male il chinar la testa, e pregare Dio che la mandi buona.

Il governatore Leganes coi deputati reti ultimò l'affare in Milano il 3 settembre 1639, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi compresi in quaranta articoli, i cui termini principali erano questi: — Nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620: cassate le procedure di Tusis; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come avanti l'insurrezione: gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori, vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in paese: degli statuti del 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche: unica religione la cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri ne' baliaggi italiani: non Inquisizione: vescovo, preti, frati esercitino sicuri i loro ministeri: non vi fermi dimora alcun Protestante, se non sia magistrato. A ciascuna delle tre leghe dovea la Spagna pagare millecinquecento scudi l'anno, e mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia: libero a soldati austriaci il transito per la valle, e a niun altro.

Rato e stipulato, egli informò i Valtellinesi dell'accordo. Cadde il fiato a tutti in udirlo: gridarono contro il vescovo Caraffino; parodiavano il nome del Leganes in liga-nos; s'appellarono, protestarono, ultimo rifugio dei soccombenti: il grancancelliere alle loro lagnanze rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; gli stranieri davano ad essi ragione, ma nulla più.

Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso i suoi padroni, e la misura dei dritti e dei doveri reciproci. I Grigioni tornarono nell'intero possesso, e dicasi a loro lode, moderatamente. Il cavaliere Robustelli, benchè affidato di pace e di salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri avea comandato: e disse addio alla patria, cui più non poteva giovare. Non mancò chi gli affiggesse il titolo che gli Italiani serbano a chi non riesce, di traditore.

Le cose però non potevano passare di cheto dopo tanto astio e sangue: e sarebbe un non finir mai il ripetere le lagnanze de' Valtellinesi per le violate convenzioni. I Riformati, benchè avessero divieto dal paese, crescevano di giorno in giorno: la sola piccola Mese dopo un quindici anni ne contava cinquanta: quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a Teglie, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non contare gli artigiani e i forestieri: e questi vivere alla libera, facendo gabbo dei divoti e de' riti: ed i magistrati [252] ledere le immunità del clero, proibire il ricorrer a Roma, pretendere la rivelazione delle confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e industriarsi d'introdurli. Anzi i Riformati aveano chiesto alla Dieta grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in colpa, per ismungerne denaro; assolto chi pagava; processati due ragguardevoli sondriesi perchè avessero usato la parola eretico e lo stesso arciprete perchè congregò alcuni caporioni a prendere partito sopra questa cattura[298].

I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anche oggi appartengono alle leghe grigie, benchè di lingua italiana e cisalpine[299]. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico, uno riformato, e così delle altre cariche e delle beneficenze. Vivono in buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici assistere ai riti dei cattolici con modestia. I pastori delle due chiese riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engaddina. Nel concistoro, che tengono ogni anno i pastori della Rezia per turno, sopravveduto dal decano, approvansi i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede e sui costumi. Seguono la confessione retica e l'elvetica, ma ne' loro catechismi variano assai anche in punti fondamentali; alcun che del luterano vi s'introdusse talvolta, fin a conservarsi il sacramento e portarlo agli infermi; s'era anche proposta la confessione auricolare, ma tutto dipende dai ministri; laonde questi da alcuni anni ebbero istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro sangue della redenzione unisca essi pure in un solo ovile sotto un solo pastore.

[263]

DISCORSO XLVIII. SGUARDO RETROSPETTIVO ALLA RIFORMA.

Al punto d'abbandonare il secolo e le immediate conseguenze della Riforma, domandiamo se abbiasi a deplorare l'Italia perchè non l'abbia abbracciata, e perciò non corso un differente stadio di civiltà; ovvero con sant'Ambrogio rallegrarsi perchè non hic tibi infidelis aliqua regio,... Italia, Italia, aliquando tentata, mutata numquam[300].

I dissenzienti da noi traggono vantaggio dal mostrare la decadenza che da quell'età subì la nostra patria.

Dopo ciò, dunque per ciò; argomento triviale. Ma l'essere ingojate le sue repubblichette da parziali signorie; il parteggiare non più per la patria e pei diritti, bensì per la volontà, le ambizioni, le pretensioni di principi; il rinascere in Europa la smania delle conquiste lontane, piaga romana ch'era stata medicata dalla feudalità: la conseguente invasione degli stranieri; l'appoggio che questi ebbero dagli eserciti stanziali, allora generalizzati; il rifiorire delle lettere classiche, che portava a venerare la forza dello Stato pagano, anzichè la giustizia della società cristiana, queste ed altre furono le cause per cui l'Italia restò prostrata moralmente e civilmente, allorquando la scoperta, a Italiani dovuta, di due nuovi mondi sviava la ricchezza da' suoi mercati. A colpir non meno le fantasie che gli interessi sopravvenne in Germania la guerra religiosa dei trent'anni; l'età più disastrosa per l'Europa; quella ove gl'individui e gli Stati ebbero patimenti ben peggiori che nelle invasioni dei Barbari: chiusa colla pace di Westfalia[301], cui conseguenza fu che anche la Germania decadesse da quel primato che avea tenuto durante tutto il medioevo. Così i Tedeschi, che per invidia al nostro sole più brillante, alla nostra lingua più armoniosa, ai costumi più forbiti, alle istituzioni più liberali, alla civiltà nostra più sviluppata, aveano spinto alla Riforma, da questa nimicizia all'Italia raccolsero la propria rovina. Si temette la prevalenza della stirpe latina, onde si osteggiò la Spagna, e poichè questa era cattolica, si guerreggiò il cattolicismo. Ma non si riuscì che a consolidare Casa d'Austria, che da quel punto non perdette più la corona [264] di Germania e il dominio sull'Italia; invece d'abolire l'impero si abolì il papa; invece di acquistare libertà civili e municipali, si ottenne di non andar più a messa o a confessarsi, e di cantare i salmi in tedesco: politicamente restò impedita la fusione della Germania; gli ingegni si svaporarono in dispute teologiche: le classi privilegiate sbigottironsi del diritto d'esame.

Maggiormente ne scapitò l'Italia, che cessava d'esser la metropoli di tutto il mondo, nè più vi affluivano le ricchezze e i devoti dalle quattro plaghe: non più vi convenivano i prelati da ogni paese, nè in ogni paese andavano i nostri, acquistando e difondendo ricchezze e cognizioni, e trovando sfogo all'attività, stimolo agli ingegni colle speranze.

La feconda divisione de' piccoli Stati soccombette alla prevalenza austro-spagnuola, ormai non più controbilanciata dalla Francia, e solo tenuta in qualche rispetto dalle repubbliche di Venezia e di Genova. Al nord-est un principe transalpino si dilatava a poco a poco, e militando ora per la Francia, ora per l'Austria, cresceva innanzi, sperando mangiar l'alta Italia foglia a foglia come il carcioffo. I papi, che sin allora avevano impedito che l'Italia cadesse sotto una sola dominazione, ormai non poteano che accarezzarne il padrone, e quest'alleanza del papato coll'impero consolidò la servitù dell'Italia.

L'Italia, oltre gli eserciti che la straziavano anche quando ella avea cessato di esistere, simile a un cadavere denudato e violato, soffrì di squallide fami, di due terribili pesti nel 1576 e nel 1630, e di governi stranieri, che unica arte conosceano la fiscalità; onde potè giudicarsi perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per la via del male guida l'umanità a continuamente procedere verso idee più vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.

Aggiungiamo il piantarsi dei Turchi a' suoi confini. Gli Italiani aveano sempre avuto speciale cura a

La santa terra ove il supremo amore

Lavò col proprio sangue il nostro errore[302]:

e incessantemente combatterono i Musulmani sotto le insegne di Venezia, di Genova, di Pisa, di Napoli, soprattutto di Roma. Or però, abbandonati da mezza la cristianità, dovettero vederli piantarsi fin in vista delle nostre coste. Dove non è estraneo il riflettere che, mentre la costoro conquista tolse ogni vita all'Oriente perchè era scisso da Roma, nell'Occidente invece, dove al potere crollante imperiale era già succeduto il pontifizio, si conservarono i germi d'una civiltà, i quali svoltisi in Italia, dipoi a danno dell'Italia propagavansi altrove.

È arte di ogni rivoluzione l'afferrare due o tre idee buone, e spacciarle per sue, e per raffaccio domandarne l'attuamento all'ordine esistente, il quale non le repudiava, e forse non le predicava sol perchè non revocate in dubbio. Così ai dì nostri essa proclamò la nazionalità italiana: eppur [265] questa era accettata così generalmente, che neppur se ne parlava. Delle amplissime verità che la Chiesa abbracciava, alcune particolari afferrò la Riforma e se ne fece vanto, quali l'esame della verità storica, la civile tolleranza, la moralità di tutti e specialmente del clero, la gratuità de' sacramenti, il ripudio delle superstizioni e de' racconti apocrifi, ed altri punti che però erano non solo accettati dalla Chiesa, ma promossi e raccomandati, colla prudenza da cui solo possono dispensarsi le rivoluzioni.

E sotto l'ali della Chiesa era sempre vissuta l'arte, questa rivelazione di Dio nello spirito umano, che fra i Pagani idealizzava la forma, fra i nostri incarnava l'idea. La Chiesa colla scolastica aveva non solo esercitato il pensiero, lasciandolo spingere le speculazioni fino al punto ove l'audacia della ragione diventa licenza[303]. La civiltà acquistava quell'universalità per cui non si conosce un affare particolare di un regno se non si allarghi lo sguardo sull'intera Europa, della quale gl'incrementi di comunicazioni e la stampa tendeano a far una nazione sola. Il rinascimento fu dunque opera eminentemente italiana, ma alzò subito un grido contro il passato, quasi un figlio che si vergogna del genitore: acclamò al paganesimo, e filosofia, governi, civiltà, letteratura dovere conformarsi a quello. Bastava un passo perchè si ribellasse alla Chiesa, e il fece quando, attraverso al grandioso incammino del risorgimento, si gittò il frate di Vittemberga.

Nessuno più di noi ha riconosciuto i disordini introdottisi nell'attuazione temporale della Chiesa, risoluti come siamo di non dissimulare veruna macchia per aver diritto a non velare veruna gloria, e professando con Gregorio Magno esser meglio scandolezzare che mentire: ma bisogna distinguere le istituzioni dagli atti degli uomini che ne sono ministri: ed esse istituzioni valutare non sopra gli abusi, ma sopra i fatti giuridici, che per la Chiesa sono i decreti, le leggi, i concilj. E se anche il frutto è fradicio, bisogna salvar il seme per le vegetazioni future. Anzi, dal vedere che, in tanto traviamento, le dottrine supreme rimasero immacolate, nè gran peccatori quai ci dipingono gli ecclesiastici pervertirono i dogmi, il simbolo, la morale, argomentiamo alla divinità dell'opera, e i costumi esser altro che i principj: talchè poteano quelli emendarsi, senza toccar a questi. E ciò più facilmente in quanto, nell'attuazione esterna della Chiesa, tutto è modificabile, tutto fu modificato, eccetto la disciplina che riguarda l'amministrazione de' sacramenti. Ma la Riforma quei ch'erano uniti dalla religione separò in due campi ostili, in cui e da cui si avvicendarono le persecuzioni. La divisione essendo religiosa, fu profondissima, sicchè apparvero da per tutto diffidenza e sospetto: essendo opera di collera, trascese, e presto ebbe scosso tutto, la società religiosa come la politica e la domestica, gli affari come le coscienze, seminando l'Europa di sanguinose, comechè feconde ruine, sottoponendo a leggi arbitrarie le relazioni dell'uomo con Dio, al dogma surrogando opinioni variabili quanto le teste; eccitando dubbj nell'intelletto, [266] scrupoli nella coscienza da che era rotto l'equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.

Gli eroi della vita austera diventavano oggetto di beffa; mentre prima il delitto era peccato; il fôro secolare stava a servigio della Chiesa per punire la bestemmia come il furto; le decime retribuivansi ad essa più fedelmente che l'imposta ai principi; la ricchezza de' suoi prelati parea più comportevole che quella de' cortigiani, tutto fu cambiato d'un tratto.

La Riforma cercò anche annichilare la distinzione dei due poteri, introdotta dal cristianesimo, e sottoporre l'anima allo Stato: col che toglieva la libertà di coscienza, mentre di questo nome onorava il mancare di convinzioni. Il diritto canonico era stato un gran progresso sopra le consuetudini dei Barbari, ma avea dovuto piegarsi alla costoro selvatichezza: e quindi sconveniva a tempi più colti: ma i papi stessi aveano approvato lo statuto fondato sul diritto romano, riconoscendolo meglio applicabile, non ricorrendo al Canonico se non nelle materie speciali, dove il principio religioso corregge il diritto puro.

Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose. Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: Quæ est pejor mors animæ quam libertas erroris?

Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità; non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti, rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito, e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano rimanga in mano de' Turchi.

Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio dell'arti [267] e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa, dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la barbarie che parea rinnovarsi.

Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino, educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si chiamavano barbari[305].

Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere; lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece. Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere fosse perito: unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores, quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut [268] in religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita et dictione et scriptione satisfaciant.

Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento, come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai robusti colori della sanità.

Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che «le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza, propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre doti:

1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto, ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana scorgersi il predominio della ragione (discorso) sulle potenze inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete l'onore del luteranismo.

Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.

Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana, questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare, strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.

Invece il Pallavicino, nell'Arte della perfezione cristiana, professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto governa il mondo».

I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne' grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle violenze rivoluzionarie [269] è il disgustare chi di queste era volenteroso, e far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.

Colla storia alla mano potremmo sostenere che al cattolicismo è dovuto l'acquisto di tutte le libertà civili; le forme parlamentari, che oggi si considerano qual salvaguardia di queste, derivavano dalle abitudini della Chiesa, e noi le godevamo ben prima di Lutero, unitavi la libertà della discussione e della critica, che dappoi per paura e riazione, venne soffogata dalle armi principesche e dall'inquisizione ecclesiastica, la cui potenza noi desumiamo non tanto dai roghi, quanto dal disparire di quell'infinità di stampe che aveva accompagnato e favorito lo spandersi della Riforma.

La filosofia dovette arrestarsi ne' suoi ardimenti, eppure furono cattolici, come di fuori Cartesio e Bossuet, così tra noi Galileo, Campanella, frà Paolo.

Le riforme prescritte dal Concilio vennero dimenticandosi, nè si conciliarono Chiesa e Stato, nè si segnarono limiti morali e giuridici alla politica.

Svelto ogni germe di protestantismo languirono gli studj ecclesiastici, e sebbene repudiamo la separazione or posta da Neander tra la fede, la religione e la teologia, certo è che questa scienza, disarmatasi, s'avvolse in intestine querele di carattere meschino, che fornirono arme terribili agli scredenti; e il clero, inerte, impopolare, diviso, con giansenisti ridicoli, gesuiti esosi, abati indifferenti, popolo ragionacchiante, si trovò esposto ai liberi pensatori.

La morale fu però migliorata, anche per l'opera di coloro che vennero denigrati col nome di Casisti, i quali furono alla pratica quel che erano stati gli scolastici alla teoria; persone che spingevano l'argomentazione fino all'abuso: e che, invece di dedur i canoni della morale dalla sola legge di Cristo, andavano a fantasticarne o ne' filosofi pagani o nelle opinioni della tale o tal altra scuola. Con ciò arrivarono qualche volta a scusare il vizio, a scolpare il delitto, sicchè molte loro proposizioni furono dalla Chiesa condannate; ma chi li confutava non avea che a ricorrere all'insegnamento evangelico e alla tradizione[308]. Realmente in quelle dispute si chiarì la morale; il vizio sussistette ancora, ma fu chiamato col suo nome; mentre fuor della Chiesa nostra fra suddivisioni infinite si giunse fin a negare la virtù obbligatoria e ogni dottrina positiva; e volendo l'unità, e non riuscendovi perchè non è possibile accoppiar l'errore e la verità nel cristianesimo, cercavano questo distruggere.

Separato il mondo della scienza da quello della fede, proveduto piuttosto a reprimere l'opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguì la trista necessità di riazioni violente. Quando una società perisce, non v'è modo a restaurarla che coll'autorità. Questa è il fondo del cattolicesimo, che perciò, vedendola attaccata dapertutto, se ne sbigottì; e se prima avea protetto la libertà, vedendola ricalcitrare fino a metter lui stesso in quistione, se ne sbigottì, si alleò al potere assoluto per farsene sostegno, nè ravvisò l'incompetenza [270] assoluta della forza in materia di fede. Per ovviare gli abusi si restrinse la primitiva libertà degli scritti; si ebbe paura del pensiero come forza o sterminatrice o repressiva; si sentì bisogno di ricorrere alla podestà principesca, che schiacciava le eresie, ma nell'abbraccio soffogava la Chiesa.

Il clero, vedendo perire le libertà del medioevo sotto la pressione principesca credette salvarsi coll'associarsi all'assolutismo regio, il quale così trionfò. Ed oggi altrettanto vorrebbesi farlo associare all'assolutismo democratico, che trionferebbe se esso cessasse di resistervi.

L'Italiano, che bada ai fatti non alle declamazioni; che, fra questa tirannide dell'opinione, osa ancora ascoltare la coscienza e serbare convinzioni, rabbrividisce allorchè osserva la conformità dell'età nostra con quella del Cinquecento che venimmo divisando, e quali terribili rimedj, e quanti patimenti di due secoli furono necessarj per chetare la turbolenza, e ripristinare quell'ordine che le popolazioni desiderano anche più della libertà.

Sarà necessario altrettanto oggi? A questa frenesia d'una libertà astratta, che le libertà individuali sagrifica tutte all'opinione di piazza, alla statolatria, alle apparenze, bisognerà che succeda lo spossamento, come al delirio fremente succede il delirio tremante? Se, come vuole Fontenelle, l'uomo non giunge al vero che dopo esauriti tutti i possibili errori, ancora lunga serie ne resta; e se ciascuno bisognerà che produca la sua messe di disordini e di infelicità, alla misera generazione nostra avrà a portare invidia quella de' nostri figliuoli.

Ma a chi ci dipinge l'odierno sfasciarsi della società nella sua parte morale: quando, sentendo scosse le fondamenta, ognuno cerca nelle nebbie del futuro qualche crisi alla malattia d'una società corrotta, scettica, sbranata dai partiti, noi offriamo il quadro di essa ai giorni di Lutero. Chi non avrebbe detto che la barca di Pietro periva? Di poca fede! Eppure allora l'alto clero era corrotto, mentre ora unanime resiste al demonio che gli dice, «Se mi adori, tutto questo sarà tuo»; e fra i traviati non compajono se non le erbacce che il pontefice sarchia dal suo orto.

Coraggio dunque; poichè Dio tira sovente la salute degli uomini dal fondo della loro perversità: e una voce santa ci ripete che «A riguardo de' giusti saranno abbreviati i giorni della prova».

[273]

DISCORSO IL. PAOLO V. URBANO VIII. IL TASSO. IL GALILEI. LO STENON. LA SCIENZA E LA FEDE.

Qui associamo due nomi, che non vanno scompagnati nella storia letteraria, dove stanno registrate le critiche argutamente acerbe che Galileo Galilei fece a Torquato Tasso. Questo gentile poeta ci rappresenta la riazione cattolica nella poesia, perocchè, mentre i precedenti cantavano o prodezze di paladini, o amori e magie, o fole mitologiche, egli scelse a soggetto d'un poema il momento più epico della storia cristiana, quello dove tutta l'Europa si unì contro il popol misto d'Asia e di Libia per arrestare gli spaventosi progressi dell'islamismo. Il celebrare quel glorioso acquisto aveva anche un'opportunità, giacchè allora di nuovo il Turco minacciava l'Europa, e spiegando le sue bandiere sotto a Vienna e in faccia a Civitavecchia, metteva in forse se prevarrebbe la schiavitù musulmana o la cristiana libertà.

Torquato non possedeva spiriti tanto elevati da secondar l'ispirazione cattolica, e trarne tutta la poesia, di cui sì copiosa messe offrivagli la terra piena dei canti de' profeti e delle prediche degli apostoli, segnata dalle orme de' patriarchi e di Cristo, teatro alle figure dell'antico e alle misteriose avventure del nuovo patto. Scarso di storia e di fantasia, egli arrestossi alla liturgia, poetizzò le processioni, la messa, i salmi, pur nella gemebonda armonia invocando non la Musa dei caduchi allori, ma quella che ha fra gli angeli la corona di stelle immortali.

Qui non siamo a valutarne i meriti e i difetti, ma solo a notare come il dubbio penetrasse quell'anima debole e affettuosa, tanto d'aver sempre bisogno di protettori e di fede. Nella malattia mentale che offuscò alcun tempo la sua bella intelligenza, suppose che il diavolo gli recasse molestie personali e facesse dispetti: e temendo non si credesse aver egli meritato questi tormenti, si fa un dovere di protestare che non fu nè mago nè luterano; non aver letto libri ereticali o di necromanzia o d'altra arte proibita; non essersi piaciuto a conversare con Ugonotti o lodarne le dottrine; non aver tenuto opinioni contrarie alla Chiesa cattolica; e sebben non neghi aver talvolta prestato troppa credenza alle ragioni dei filosofi, pure umiliò [274] sempre l'intelletto ai teologi, più vago d'imparare che di contraddire, anche prima che la sventura lo saldasse nella fede.

Ciò scriveva a Maurizio Cattaneo parlandogli del folletto che lo perseguitava: e pur confortandosi che gli fosse apparsa «l'immagine della gloriosa Vergine, col figliuolo in braccio, in un mezzo cerchio di vapori e di colori, laonde io non debbo disperar della sua grazia», lo crucciava il timore d'aver errato. Andò pertanto all'Inquisitore di Bologna, ed accusossi di dubbj intorno all'Incarnazione. Quegli, ascoltatolo, gli disse, «Va in pace e non peccare»: ma poichè gli crebbero quelle paure colla malattia, il duca di Ferrara gli suggerì di ripresentarsi al Sant'Uffizio. E questo l'ascoltò, ed assicurollo o che non aveva colpa, o che gli era rimessa. Pure il Tasso non istimava l'avessero scrutato con bastante rigore, nè assicurato in tutte le debite forme. Poi quando stava chiuso nell'ospedale, rivolgevasi a Dio, chiedendo perdono delle incredulità. «Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto de' vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s'io ti conosceva solo come una certa cagione dell'universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che in universale provede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l'uomo d'anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d'umanità... Come poteva io credere fermamente ne' sacramenti o nell'autorità del tuo pontefice, se dell'incarnazione del tuo figliuolo o dell'immortalità dell'anima era dubbio?... Pur m'incresceva il dubitarne, e volentieri l'intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell'inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell'immaginazione l'angeliche trombe del gran giorno de' premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d'aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano [275] sentir nell'animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l'esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de' secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d'eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com'essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all'intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».

Questa devozione ipocondriaca l'accompagnò il resto di sua vita: e quando il papa lo invitò a Roma per ricevere in Campidoglio la corona di poeta, egli non volle alloggiare che nel convento di Sant'Onofrio, dove morì prima di conseguire quella sospirata onorificenza.

Allora soltanto tacquero le invidie; pe' cui punzecchiamenti egli aveva diffidato di se medesimo a segno, che rifuse il suo poema da Gerusalemme Liberata in Gerusalemme Conquistata. Tra molt'altre novità, in questa introdusse la profezia delle turbolenze religiose di Francia, e il modo di porvi fine accenna nel diritto allora accettato, per cui il papa era arbitro delle corone:

ei solo il re può dare al regno

E il regno al re, domi i tiranni e i mostri

E placargli del cielo il grave sdegno[309].

Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la Gerusalemme Conquistata fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».

Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.

— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole. Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —

Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.

Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato; l'Aldrovandi, [276] il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'Organon. Ma mentre Bacone pretendeva dare un organo, un metodo per fare invenzioni, e nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito, da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita... L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.

Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero, delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che condussero Newton a riconoscere la legge universale della gravitazione[312].

Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il moto curvilineo de' projettili non potesse [277] attribuirsi che all'azione costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della scienza dell'equilibrio. I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua gloria[313].

Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti, sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co' dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di serio esame.

Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte le usategli da suoi connazionali?

Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu diresti: or dunque come può stare colaggiù? Dicoti: perchè a quel che fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra, come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.

Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a sostenere quod alius mundus et alii homines sub terra sint[315]: il fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.

[278] Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le Rivoluzioni degli orbi celesti, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi? al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato quod cœlum stet, terra autem moveatur.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa l'opera greca di Alessandro Afrodiseo Del senso e del sensibile, bel codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece annotazione di questo accidente[317].

Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi, enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a provare il sistema mondiale.

Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso, molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata [279] dal testimonio dei sensi nel vulgo, e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e confessare i meriti d'un contemporaneo.

E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632, sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di materie impurissime». Altri filosofi in libris, come Galileo li chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588, quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non puoi mostrarmene l'influenza?».

Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorchè egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso, destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la tolleranza che negava alle politiche.

Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente, faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò: «Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri [280] il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da' colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell'Harmonicum cœleste che giace autografo nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto: Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra. Pascal, negli stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca l'opinione di Copernico»[319].

Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320]. Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l'orbita degli astri, onde, se spiegava l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla, verificarne tutte le conseguenze.

Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì talvolta per cattivar gli spiriti, [281] sino a sagrificare il genio all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza poi.

Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che «non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello Stava scoperto da tutte le bande».

Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età, espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato anticattolico, o succhiellarne informazioni.

Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo; il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».

[282] In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].

Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo, che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza, cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna, che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie. Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale, uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.

Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'ipse dixit. Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.

Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a ruine, dapertutto [283] a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle, potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società, non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.

Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».

Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore, gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare; ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte, e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e convalidata dalla coscienza pubblica.

E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze [284] popolari per farsi intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del Purgatorio:

Per questo la Scrittura condescende

A nostra facoltate, e piedi e mano

A Dio attribuisce, ed altro intende.

Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo, prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].

Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.

Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».

Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta.

Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra. L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali, inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna implacabilità de' saccenti.

[285] Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle divine Scritture la mobilità della terra».

Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena, segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne, non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, da ottant'anni in qua o con opere stampate o con scritture private o con ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a voler dannare una proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo. Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».

E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che una lettera di un padre Carmelitano stampata [286] l'anno passato, la quale solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono, stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle Scritture, resta sospeso donec corrigatur, e la correzione è di levarne una carta nell'esposizione sopra le parole Qui commovet terram de loco suo. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la terra sidus... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».

E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come, nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».

Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale; ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere [287] in intrighi grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».

A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana. Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori, avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.

E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo delle sue verità.

Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica; grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e moti [288] aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva: «Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.

Essendo ancora nella porpora, avea egli scritto a Galileo il 15 giugno 1612, che leggerebbe i suoi libri «per confermarmi nella mia opinione che concorda colla vostra e ammirar con tutti il frutto del raro vostro intelletto»; fece versi in lode di esso; divenuto papa, lo raccomandò caldamente al granduca[328] ed assegnò una pensione a lui e a suo figlio Vincenzo; accettò la dedica del Saggiatore di esso, stampato dai Lincei: l'esortò venisse a trovarlo, come ei fece la primavera del 1624, quando seco s'intertenne a lungo sopra [289] le sue teorie astronomiche. Intanto Galileo avea scritto sulle macchie solari e sul flusso e riflusso, e mandandoli al granduca, rammenta la proibizione fattagli; malgrado quella, aver qui ragionato come se la terra si muova; ben vuole si consideri «come una poesia, ovvero come un sogno; tuttavolta anche i poeti apprezzano talvolta alcuna delle loro fantasie: io parimente fo qualche stima di questa mia novità».

Realmente non cessava di discutere, e mettere in ridicolo gli oppositori, e allegar sempre Giobbe e Giosuè e i santi padri; e gli scolari suoi scorrevano più in là. Poi nel 1632, con approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con gli artifizj che conosce chi s'arrabatta colla censura, pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano, critica vittoriosa de' vecchi sistemi di filosofia naturale. Non era terminato, e proponeva un'altra giornata «per confutare in più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato, la detta opinione falsa e dannata». Mentre i dotti notavano spiegazioni false e monche, gl'invidiosi insusurrarono Urbano VIII perchè Galileo, dopo essere sì umanamente trattato, non solo fallisse alla promessa di non più discorrerne, ma in quel dialogo avesse adombrato lui papa nel grossolano peripatetico Simplicio, e messe in iscena appunto le conversazioni che in proposito avea tenute con esso. Urbano, che avea le passioni d'uomo e di letterato, si risentì di quello scherno vero o supposto, mandò ad esaminare il libro alla Congregazione di cardinali, e questi lo rimisero all'Inquisizione perchè chiarisse in qual senso Galileo continuasse a sostenere quell'opinione. Allora egli fu citato a Roma. Avrebbe potuto passare a Venezia o in Olanda, ove sarebbe stato accolto a braccia aperte: ma preferì obbedir alla citazione.

Il processo di Galileo fu stampato dal cardinal Marini: un estratto ne fu dato dall'Alberi nel IX volume delle opere di Galileo. Ma dopochè Biot aveva sgomberato la storia da una menzogna e da una sciocchezza intorno alle sevizie usate a quel grande, il Perchappe, Bertrand ed Ernesto Renan[329] (oltre il Libri) tornarono a rilevarla, dicendo che, stando il processo in mano d'ecclesiastici, possono averne cancellato ogni cenno di tortura. È argomento insulso verso persone che della tortura non si faceano scrupolo: è argomento strano, pel quale potrebbe torsi fede ad atti ed accuse qualunque. Pure noi vorremo lasciar da banda il processo, e citar le lettere e le informazioni che il ministro del granduca a Roma inviava a' suoi principi, caldi sostenitori del Galilei. Eccoli:

1632, 24 agosto. Sento da qualche amico ci sia pensiero non di proibir il libro, ma sibbene che si accomodino alcune parole...

5 settembre. Sua santità proruppe in molta collera, e all'improvviso disse che anche il mio Galilei aveva ardito di entrar dove non doveva; ed in materie le più gravi e le più pericolose che a questi tempi si potessero suscitare... e d'aver decretata una congregazione di teologi e d'altre persone versate in diverse scienze, gravi e di santa mente, che parola per parola pesavano ogni minuzia, perchè si trattava della più perversa [290] materia che si potesse mai aver alle mani, tornando a dolersi d'essere stata aggirata da Galileo e dal Ciampoli... Aggiunse d'aver usato col signor Galilei ogni urbanità, perchè gli ha fatto penetrare quel che egli sa; e non ne ha commessa la causa alla Congregazione della Santa Inquisizione come doveva, ma a Congregazione particolare, creata di nuovo...

11 settembre. In effetto il papa vi ha senso, perchè tiene che s'incorra in molti pericoli della fede, non si trattando qui di materie matematiche, ma della scrittura sacra, della religione e della fede, perchè non è stato osservato il modo e l'ordine dato nello stampare il libro...

26 dicembre. Il Galilei sarà sicuramente ristretto d'abitazione, e posto in qualche necessità o di disdirsi o di scrivere contro a quel che ha pubblicato.

Non ci sia negato di riflettere come la piccola Toscana, popolata di non un milione di anime, pesasse nella bilancia europea, fosse cerca da tutte le Corti, trafficasse in America e nelle Indie Orientali, creasse una flotta nel Mediterraneo, colla quale toglieva Bona ai Barbareschi, e sui Turchi riportava vittorie, che meritavano gli inni del Chiabrera e del Filicaja.

E molto ascoltato n'era a Roma il ministro Niccolini, il quale assiduamente teneva informato il duca; e come la difficoltà consistesse in ciò che il Galilei, «sebbene si dichiara di voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno, in riferire gli argomenti, ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, ed ha contravvenuto all'ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d'ordine della Congregazione dell'Indice[330], e spesso torna a lagnarsi perchè si ostina a voler fare il teologo, e resiste agli amici che gli consigliano di prender aria ed evitare la lotta.

Citato, il Galileo tardò cinque mesi: venticinque giorni consumò nel viaggiar da Firenze a Soma. Quivi giunto, prosegue il Niccolini, ai 13 marzo:

Il papa mi rispose d'avergli fatto un piacer singolare, e non più usato con altri, in contentarsi che possa trattenersi in mia casa, invece del Sant'Uffizio... un cavalier di casa Gonzaga non solamente fu messo in una lettiga accompagnato e guidato fino a Roma, ma condotto in castello, e tenuto ivi molto tempo, fino all'ultimo della causa... Il cardinale Barberino disse lo stimava per uomo singolare, ma che questa materia è assai delicata, potendosi introdurre qualche domma fantastico nel mondo, e particolarmente in Firenze, dove gl'ingegni sono assai sottili e curiosi...

Sua santità mi disse non credere si possa far di meno di non lo chiamar al Sant'Uffizio quando s'avrà a esaminare, perchè così è il solito. Io le replicai di sperare che la santità sua fosse per raddoppiare l'obbligazione con dispensarlo anche da questa, ma mi fu risposto di credere che non si potrà far di meno... e che Iddio gli perdoni di entrar in queste materie, tornando a dire che si tratta di dottrine nuove e della sacra scrittura, e che la meglio di tutte è quella di andar con la comune... che v'è un argomento al quale non hanno mai saputo rispondere, che è, che Iddio è onnipotente, e può far ogni cosa: se è onnipotente, perchè vogliamo necessitarlo?[331]. Conchiuse che gli avrebbe fatto dare certe stanze, che son le migliori e le più comode in quel luogo...

16 aprile. Dopo trasferito colà, il cardinale Barberino m'offerse tutte le comodità desiderabili, e che vi sarebbe tenuto non come in prigione nè in secrete, ma provisto di stanze buone, e forse anche lasciate aperte... Si procura che possa tenervi un servitore, e tutte le comodità...

[291] Il padre commissario del Sant'Uffizio lo ricevette con dimostrazioni amorevoli, e gli fece assegnar non le camere o segrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare sin nel cortile... Si vede sarà spedito presto, perchè in questa causa s'è proceduto con modi insoliti e piacevoli... mentre si sa che vescovi, prelati o titolati, appena giunti in Roma sono stati messi in Castello o nel medesimo palazzo dell'Inquisizione con ogni rigore e con ogni strettezza. Anzi gli permettono che il suo servitore medesimo lo serva, e vi dorma, e quel ch'è più, vada e torni donde gli piace, e che i miei medesimi servitori gli portino di qui la vivanda in camera, e se ne tornino a casa mia mattina e sera...

25 aprile. Il signor Galilei... mi scrive giornalmente, ed io gli rispondo e gli dico il mio senso liberamente, senza che vi si pensi punto...

1 maggio. Il signor Galileo mi fu rimandato jeri a casa quando manco l'aspettavo, ancorchè non sia finito il suo esame, e questo per gli uffizj fatti dal padre commissario col signor cardinale Barberino, che da se stesso, senza la Congregazione dell'Indice, l'ha fatto liberare perchè possa riaversi dai disagi e dalle sue indisposizioni solite che lo tenevano continuamente travagliato...

3 maggio. Il signor Galilei fu lasciato tornare in questa casa, dove pare sia tornato in migliore stato di salute. E perchè desidera che si venga all'ultima terminazione della sua causa, il padre commissario del Sant'Uffizio gli ha data qualche intenzione di venire a questo fine a trovarlo...

22 maggio. Parlai con sua santità della spedizione del negozio del signor Galileo, e mi fu data intenzione che la sua causa si terminerà facilmente nella seconda congregazione di giovedì a otto giorni. Posso ben dubitare assai della proibizione del libro, se non vi si rimediasse col fargli fare un'apologia da lui medesimo, come io proponeva a sua beatitudine. Ed a lui toccherà anche qualche penitenza salutare, pretendendo ch'egli abbia trasgrediti gli ordini nel 1616 datigli dal cardinale Bellarmino sopra la medesima materia del moto della terra. Io non gli ho ancor detto ogni cosa, perchè intendo, affine di non l'affliggere, d'andarvelo disponendo pian piano...

18 giugno. Ho di nuovo supplicato per la spedizione della causa del signor Galilei, e sua santità mi ha significato ch'ella è di già spedita, e che di quest'altra settimana sarà chiamato una mattina al Sant'Uffizio per sentirne la risoluzione... Aggiunge che avea fatta volentieri ogni agevolezza al signor Galileo in riguardo dell'amore che porta al granduca, ma quanto alla causa non si potrà far di meno di non proibire quell'opinione perchè erronea e contraria alle sacre scritture. E quanto alla persona, dovrebbe egli per ordinario rimaner qui prigione per qualche tempo, per aver contravenuto gli ordini che teneva fin dal 1616, ma che, come sarà pubblicata la sentenza, mi rivedrà di nuovo, e tratterà meco di quel che si possa fare per manco male e per manco affliggerlo... ma che non si potrà far di meno di non lo rilegare in qualche convento, come in Santa Croce, per alcun tempo... Io non ho riferito al signor Galileo che la prossima spedizione della causa e la proibizione del libro, ma della pena personale non gliene ho detto niente per non affliggerlo, e anche sua beatitudine mi ha ordinato di non gliene conferire per non lo travagliar ancora...

26 giugno. Il signor Galileo fu chiamato lunedì sera al Sant'Uffizio, ove si trasferì martedì mattina per sentire quel che potessero desiderare da lui, ed essendo stato ritenuto, fu condotto mercoledì alla Minerva avanti alli signori cardinali e prelati della Congregazione[332], dove non solamente gli fu letta la sentenza, ma fatta anche abjurare la sua opinione. La sentenza contiene la proibizione del suo libro, come ancora la sua propria condannazione alle carceri del Sant'Uffizio a beneplacito di sua santità, per essersi preteso ch'egli abbia trasgredito il precetto fattogli sedici anni sono intorno [292] a questa materia. La qual condannazione gli fu solo permutata da sua beatitudine in una relegazione o confine al giardino della Trinità de' Monti, dove io lo condussi venerdì sera, e dove ora si trova, per aspettar quivi gli effetti della clemenza della sua santità.

3 luglio. Mi disse sua santità che, sebbene era un poco presto diminuirgli la pena, nondimeno s'era contentato di permutargliene prima nel giardino del granduca, ed ora che potesse arrivar fino a Siena, per star quivi in qualche convento a beneplacito... o appresso monsignor arcivescovo. Pensa poi di permettergli fra qualche tempo che se ne vada alla Certosa di Firenze.

Egli stesso il Galileo dappoi, al 23 luglio, da Siena scriveva ad esso balì Gioli:

Le scrivo spinto dal desiderio di liberarmi dal lungo TEDIO di una carcere di più di sei mesi, aggiunto al travaglio ed AFFLIZION DI MENTE di un anno intero, ed anco non senza molti incomodi e PERICOLI corporali; e tutto addossatomi per quei miei demeriti che son noti a tutti, fuorchè a quelii che mi hanno di questo e di maggior castigo giudicato colpevole.

Dopo ciò, non so come basti fronte ai sofisti per supporre fin la brutalità di sevizie personali[333]. La prigione stessa, che pur toccò ai cardinali Polo e Moroni e al Caransa, fu risparmiata a lui[334], perchè non trattavasi di un punto di fede, bensì di matematica. E indegni figli d'Italia van supponendo che in Italia gli fosse inflitta la tortura!

Eliseo Masini stimò bene di esporre in italiano il Sacro Arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione (Bologna 1675); tanto poco si cercava di tener nascoste quelle procedure. Nella sesta parte vien egli a parlare della tortura. «Avendo il reo negato i delitti oppostigli, e non essendosi essi pienamente provati, s'egli, nel termine assegnatogli a far le sue difese non avrà dedotto a sua discolpa cosa alcuna, ovvero, fatta difesa, ad ogni modo non avrà purgato gl'indizj che contro lui risultano dal processo, è necessario, per averne la verità, venir contro di lui alla rigorosa esamina, essendo stata appunto trovata la tortura per supplir al difetto di testimonj, quando non possono intera prova portare contro il reo». E prosegue a dimostrare come ciò «punto non sconviene all'ecclesiastica mansuetudine e benignità».

Ora nel caso del Galilei, nessuna di queste circostanze interveniva. Il Masini prosegue che, «perchè in negozio di tanta importanza si può facilmente commettere errore, o in pregiudizio notabile della giustizia, sicchè i delitti restino impuniti, o in danno gravissimo ed irreparabile de' rei, fa di bisogno che l'Inquisizione proponga prima, nella congregazione de' consultori del Sant'Offizio il processo offensivo e difensivo, e col dotto e maturo consiglio di essi si governi e adopri sempre»[335].

E spiegando a minuto le procedure varie, per ogni caso di tortura esige il previo consenso della sacra Congregazione. Or nella sentenza di Galileo [293] è detto: Judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo respondisti catholice. Volesse anche dir la tortura, poichè rispose catholice non gli fu inflitta. Galileo non si ostina: anche testè Proudon, amava meglio Galileo in ginocchio che in carcere; incalzato, non solo professa «non tener per vera la dannata opinione copernicana, e tener per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole», ma fin dal primo interrogatorio dichiara: «Del non aver io poi tenuta nè tener per vera la dannata opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi verrà conceduta, come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla, e prometto di ripigliare gli argomenti già recati (per compiacenza di sottilizzare, ha detto innanzi) a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutarli in quel più efficace modo, che da Dio benedetto mi verrà somministrato».

Abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a declinare le sue opinioni davanti a persone incompetenti e prevenute: perocchè la persecuzione ebbe i soliti effetti immorali; quei giudici disonorandosi col presumersi autorevoli in materie ad essi estranee, disonorandosi Galileo coll'abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione.

Deploriamo gli errori umani, condanniamo questa implacabile nimicizia de' mediocri contro gli alti ingegni, e l'insanabile debolezza degli amici contro l'operosità de' nemici[336], ma non facciamone aggravio alla Chiesa, nè esageriamo i torti dell'Italia, attribuendo ad essa quel ch'è della natura umana. Forse non ebbe ben più serj travagli il gran Keplero? il quale in patria era atteggiato nelle burlette colla parte di buffone. Newton, che stabilì la legge più universale, la gravitazione, non solo fu combattuto da Fontenelle, da Cassini, da Bernouilli, ma il gran Leibniz l'imputava di materialismo, e i principj neutoniani trovava funesti alla religione. Nel caso nostro, Roma seppe rispettare un grande, di cui credea dover disapprovare gl'insegnamenti; mentre l'età nostra offrì ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era tampoco giustificata da profonde convinzioni. Galileo fu condannato alla prigione «per quanto tempo piacesse»; ma Urbano papa gliela commutò subito in relegazione nel giardino de' Medici sul delizioso Pincio. Vi si aggiungeva l'obbligo di recitar una volta la settimana i salmi penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, tutte d'affetto e di pietà, appajono come un soavissimo ruscello tra la motta di quel processo[337]. Presto egli fu trasferito a Siena nel palazzo dell'arcivescovo suo amicissimo; e appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d'Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette la vista. Quivi il Galilei usava frequente la compagnia di varj frati, con altri [294] era in amicizia, e principalmente con frà Bonaventura Cavalieri[338]. Benedetto Castelli, ai 16 marzo del 1630 scrivevagli: «Il padre Campanella, parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuto certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti, ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandolezzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore rispose le precise parole seguenti: Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto»[339]. Vuol dire che il papa era servo del regolamento, e rispettava l'indipendenza de' tribunali, come si usa in ogni ben costituito reggimento. Galileo stesso da Arcetri il 26 luglio 1636 scriveva a frà Fulgenzio Micanzio, l'amico di frà Paolo Sarpi: «Di Roma intendo che l'eminentissimo cardinale Antonio e l'ambasciadore di Francia hanno parlato a sua santità cercando sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, CHE FU IL PRIMO MOTORE DI TUTTI I MIEI TRAVAGLI: e che a questa mia discolpa rispose, Lo crediamo, lo crediamo; soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima». Aggiungiamo che il cardinale Cajetano aveva commesso al Campanella di scrivere l'apologia del Galilei; e quando questi era moribondo, san Giuseppe Calasanzio gli mandò uno de' suoi preti ad assisterlo: morto, fu deposto in Santa Croce.

È natura dell'ingiustizia la difficoltà del ripararla, per non tornare sul giudicato, per non confessar il torto, per non mortificare il nostro amor proprio. E i libri di Galileo e quei che sostenevano il sistema copernicano rimasero nell'Indice donec corrigantur, tanto che ancora nel 1748 il celebre metereologo Toaldo avendo trovato nell'Università di Padova il dialogo di Galileo intorno al sistema copernicano, lo stampò, ma premettendovi la protesta dell'autore che il moto della terra non possa sostenersi se non come ipotesi; emendando i passi ov'era dato per teorema assoluto, e unendovi la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente combinati colla scienza[340]. Nel 1820 nelle scuole romane liberamente trattavasi della mobilità della terra non più in forma d'ipotesi; poi dall'Indice scomparve quella deformità, viepiù sconveniente quando Roma e gli Ordini religiosi diedero e danno tanti insigni astronomi e tanto favore a questa scienza.

Nè taciamo che la prova della mobilità della terra con indizj fisici, vale a dire la deviazione progressiva del piano d'oscillazione d'un pendolo sospeso a un punto fisso, non fu trovata che ai giorni nostri da Foucault. Ma al vedere cotesta pertinacia in rinfacciare questo errore, si sarebbe indotti a dire che altro non se ne sia commesso. Del resto un giudizio erroneo di tribunal civile infirma forse la legge, o le istituzioni giuridiche? E appunto qui s'ingannò un tribunale ecclesiastico, non già il papa: [295] foss'anche il papa, non pronunziava ex cathedra. Perocchè della Chiesa vanno distinti i pronunziati assoluti sulle verità di fede e morale, e quelli soltanto relativi ad esse o alla disciplina. Ai primi il fedele sottomette affatto la sua ragione; gli altri guarda con rispetto, senza però tenervisi obbligato di fede. In questa nostra mistura poi di male e di bene, di dottrine eterne e di opportune, c'è dei veri, pericolosi a un dato tempo, o che non voglionsi accettare alla cieca perchè ancora disputati: s'incolperebbe a buon dritto l'autorità tutrice che avvisa sopra di esse?

E poichè in questo discorso ci occupammo assai d'uomini insigni, sia luogo a rammentare la conversione d'un illustre straniero. Nicolò Stenon di Copenaghen, lodato naturalista, visitò l'Italia e Roma, dove i discorsi di valenti persone lo fecero dubitare della religione protestante in cui era cresciuto. Venuto a Firenze il 1666, per istanza del Viviani fu dal granduca dato maestro al principe Ferdinando, «ordinandomi (così scrive lo Stenon medesimo) con questi precisi termini, che io gli insegnassi la filosofia cristiana; e venuto poi a dar principio all'esecuzione di questi suoi comandi, un'altra volta mi disse che io gli facessi ben capire, che v'era un altro principe superiore, alla cui autorità stanno sottoposti tutti i principi».

Al convento d'Annalena tornò più volte per comprare manteche e simili cose, ove suor Maria Flavia del Nero[341], udito ch'egli era eretico, gli disse non potrebbe salvarsi, ed entrò seco in ragionamento dell'anima: egli con essa recitava l'Ave Maria, ma solo la metà, non potendo credere all'intercessione della beata vergine e de' santi: pure s'asteneva dalle carni il venerdì e sabato, e visitava chiese, a consiglio della pia, che lo mise in corrispondenza con dotti padri. Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini, moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio de' Padri, abjurò.

Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa Arnolfini:

Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana, da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo; ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di esser tenuto [296] ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da Dio alla sua Chiesa. E benchè io mi restringa ad un sol punto nella presente, non avrò difficoltà a render ragione degli altri, sopra de' quali piacesse a vossignoria di chiedermela.

Mi ritrovava io in Livorno, dove ella si ritrovava, nel tempo della solennità del Corpus Domini; ed al veder portare in processione con tanta pompa quell'ostia per la città, sentii svegliarmisi nella mente quest'argomento: O quell'ostia è un semplice pezzo di pane, e pazzi sono costoro che gli fanno tanti ossequj; o quivi si contiene il vero corpo di Cristo, e perchè non l'onoro ancor io? A questo pensiero, che mi scorse l'animo, da un canto non sapea indurmi a credere ingannata tanta parte del mondo cristiano, qual è quella de' Cattolici romani, numerosa d'uomini svegliati e dotti; dall'altro non volea condannare la credenza in cui era nato ed allevato. E pure era forza il dire o l'uno l'altro: poichè non vi era nè vi è modo di conciliare insieme due proposizioni che si contraddicono, nè di poter reputar vera quella religione, che in un punto tanto sostanziale della fede cristiana andasse errata, e facesse errare i suoi seguaci.

In questo stato capitai in Firenze per dimorarvi qualche spazio di tempo, a cagione della lingua italiana che qui si parla con fama di pulizia, e proseguir dipoi il mio viaggio a vedere il resto delle principali città dell'Italia. Qui, per soddisfare all'incertezza dell'animo mio agitato nell'accennato mistero dell'eucaristia, adoperai ogni possibile diligenza nel cercare la verità, confidato in Dio che mi avrebbe scorta la mente col suo lume a conoscere il vero che io cercava con sincerità di cuore; comunque l'educazione avuta fin dalla mia nascita nella credenza luterana mi facesse forza, e mi animasse al contrasto ed all'ostinazione nelle mie antiche opinioni. Non contento di trattare sopra tal materia con persone dotte, delle quali niuno può negare che molte non ve ne sieno fra i Cattolici, volli con mio agio chiarirmi de' testi originali della sacra scrittura e degli autori antichissimi, ed in più modi, e particolarmente in una famosa libreria di antichissimi manoscritti greci ed ebrei, a fine di non fidarmi delle versioni latine senz'altro esame, ma di riscontrarle co' testi originali delle accennate due lingue, giacchè per lo studio già fattone le possedevo. Insomma, dopo il molto conferire, il molto leggere ed un lungo esaminare e riscontrare quanto leggevo ed udivo, non potei non rimaner convinto e della verità che in fatti professano i Cattolici romani, e della falsità nella quale vivono ingannati i Luterani. Lo stesso avverrà a chiunque de' Luterani sinceramente si farà a cercare il vero: poichè Iddio non lascerà d'illuminare chi cerca la vera fede con cuor sincero, siccome per sua bontà ho sperimentato in me stesso.

E perchè la fede divina, quale è quella con cui si crede nella vera Chiesa di Cristo, si dee fondare sulla parola divina, ecco a vossignoria come sopra tal fondamento mi son io fermissimamente persuaso di tre verità, che sono le sostanziali intorno al sagramento dell'Eucaristia, sopra del quale furono i miei primi dubbj, conforme le ho accennato.

La prima che, in virtù delle parole della consacrazione per la forza onnipotente di Gesù Cristo nostro signore, il quale istituì il sagramento dell'Eucaristia, si fa la mutazione sostanziale del pane nel corpo di Gesù Cristo, e del vino nel sangue di lui:

La seconda, che il corpo di Cristo non solo si ritrovi nel pane consacrato nel tempo dell'uso di tal sacramento, e fino alla comunione; ma ancora dipoi, e fuori dell'uso attuale; e lo stesso dee intendersi del sangue in ordine al vino consacrato, dove questo si conservasse:

La terza, che non è contro la sacra scrittura, ossia la parola di Dio, l'amministrarsi [297] il sagramento dell'Eucaristia solamente sotto una specie qual è quella del pane, anzi ciò è un rito convenevolissimo.

Per discorrere distintamente incomincierò dalla prima verità. Questa con ogni chiarezza viene esposta nell'evangelio di san Giovanni al capo 6, dove si legge, come detto da Cristo N. S., Panis quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; e più sotto nel medesimo capo, dice il medesimo Signore: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus, vere est potus. San Matteo poi, nel riferire l'istituzione di questo divinissimo sagramento nel capo 26, parla come segue: Cœnantibus autem eis, accepit Jesus panem, et benedixit ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite et comedite; hoc est Corpus meum. Et accipiens calicem, gratias egit, et dedit illis dicens: Bibite ex hoc omnes; hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Parimente san Marco parla dell'istesso tenore al capo 14. Et manducantibus illis, accepit Jesus panem, et benedicens fregit, et dedit eis, et ait, Sumite; hoc est Corpus meum. Et accepto calice gratias agens dedit eis, et biberunt ex illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus novi testamenti qui pro multis effundetur. Così fa anche san Luca nel capo 22 del suo Evangelio. Et accepto pane, gratias egit, et fregit, et dedit eis dicens: Hoc est corpus meum quod pro vobis datur. Similiter et calicem, postquam cœnavit dicens: Hic est calix novum testamentum in sanguine meo, qui pro vobis fundetur. Finalmente l'Apostolo san Paolo, nell'epistola prima a' Corinti al capo 11 parla nel modo seguente: Ego enim accepi a Domino, quod et tradidi vobis quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur accepit panem, et gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam commemorationem. Similiter et calicem, postquam cœnavit, dicens: Hic calix novum testamentum est in meo sanguine; e dopo soggiunge: Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini.

Su questi testi sì chiari della Scrittura divina fondano i Cattolici la loro dottrina ed indubitabile credenza intorno alla presenza reale del corpo di Gesù Cristo sotto le specie del pane, e del suo sangue sotto le specie del vino; nè si può dire altrimenti se non si vuol fare una manifesta violenza a' sensi chiarissimi di tali testi, conforme l'han fatta i Sacramentarj, gli Zuingliani, i Calvinisti e simili, i quali contro la verità hanno insegnato, che tali testi parlino metaforicamente e figuratamente, sicchè si abbia ad intendere che il pane sia una figura del corpo di Cristo, ed il vino lo sia del suo sangue. Niun uomo disappassionato si può figurare un tal senso in tali proposizioni per se stesse chiarissime, e quando non altro, una tale spiegazione si convince falsissima da ciò che si dice del corpo, Quod pro vobis tradetur; del sangue, Qui pro vobis, qui pro multis effundetur; poichè non la figura, ma il vero corpo e il vero sangue di Gesù Cristo fu quello che fu dato e fu sparso sulla Croce per la redenzione del genere umano, e per la remissione de' nostri peccati. Di più, come si possono accordare con tale spiegazione quelle altre parole in san Giovanni: Panis, quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus? Posta l'accennata spiegazione, come poteva dire il Signore, che il pane che egli avrebbe dato è la sua carne, e che la sua carne e 'l suo sangue sono veramente cibo e veramente bevanda, se tutto si riduce ad una figura, ad un segno, ad un simbolo?

Fondano ancora sopra de' medesimi testi i Cattolici romani quest'altra verità, che, in virtù della consacrazione, cessino le sostanze del pane e del vino, ed in vece loro succedono sotto quelle specie il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Lutero in questo punto ha parlato in diverse maniere, conforme può vedersi nelle sue scritture a que' di Argentina, a' Valdesi ed altri, discordando da se medesimo. I suoi primi discepoli hanno insegnato, e dietro ad essi insegnano e credono i seguaci della loro credenza, che [298] nel tempo dell'uso del sagramento vi sia bensì la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo, ma unitamente anche le sostanze del pane e del vino; il che è negato costantemente da' Cattolici, e si prova naturalissimamente da' medesimi testi soprallegati, a non voler cavillare ed interpretare di capriccio la parola di Dio, ma secondo il suo vero e naturale senso, conforme è di ragione che se ne intenda il significato. Imperocchè, come si può verificare in senso reale (non avendo più luogo il mistico o figurato de' Sacramentarj e loro partigiani, impugnati da' medesimi Luterani, non che da' Cattolici romani) il detto di Cristo, Il pane che io vi darò è la mia carne: questo è il mio corpo: questo è il mio sangue; siccome egli disse del pane che aveva in mano, e del vino che era nel calice da lui tenuto in mano? Imperocchè sarebbe stato necessario, per avverarsi ciò in senso reale, che veramente il pane fosse il suo corpo, ed il vino fosse il suo sangue; rimanendo quello pane, e questo dell'essere sostanziale di vino: il che ognun vede che è cosa impossibile, e che rinchiude implicanza. Adunque il senso legittimo e naturale di tali testi è quello che insegnano i Cattolici, secondo il quale le predette proposizioni della sacra scrittura portano la vera e reale mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue del Signore; sicchè il senso sincero sia: Quello che vi do sotto l'apparenza, o specie del pane, non è più pane ma il mio corpo sotto le specie del pane; e lo stesso si dica del vino consacrato; siccome nelle nozze di Cana Galilea, mutata l'acqua in vino per l'onnipotenza del Signore, non rimase già la stessa cosa acqua e vino, ma quella fu tramutata in questo. Certo sarebbe una mostruosa interpretazione di quelle parole dell'evangelio di san Luca al capo 7, Cœci vident, claudi ambulant etc., se si desse loro questo senso che coloro fossero insieme ciechi e veggenti, storpi e raddrizzati a camminare; mentre il senso vero naturale delle citate parole è: Quei che erano ciechi, ora non son più ciechi, ma veggono; quei che erano storpj o zoppi, ora non sono più storpj o zoppi, ma sono abilitati nella persona a poter camminare.

Nè questo intendimento avuto per vero e legittimo da' Cattolici romani contro gl'insegnamenti de' Sacramentarj e loro simili, e de' Luterani, è una cosa nuova nella Chiesa di Cristo, come han preteso que' che sono contrarj alla Chiesa romana, ma è antichissimo nella Chiesa, e tramandato a noi di secolo in secolo fino dal primo in che Gesù Cristo la fondò, come cosa chiarissimamente fondata nella parola di Dio, espressa nei testi sopracitati, alla quale non si può dare altra legittima spiegazione. Per isfuggire lunghezze maggiori porterò qui a vossignoria alcune autorità di quelli che hanno scritto ne' primi cinque secoli, uomini dottissimi e che sono venerati anche da' Luterani, come gran maestri della Chiesa di Dio; per le quali si vede che la Chiesa romana di mano in mano ha sempre seguita e insegnata la vera fede insegnataci da Cristo, e che le sue dottrine non sono inventate dagli uomini dopo più secoli dalla fondazione della Chiesa, per politica, o per altri motivi e disegni umani, conforme senza ragione han preteso i suoi avversarj.

Tralascio quello che si ha negli atti del martirio di sant'Andrea apostolo descritti da' suoi discepoli, che furono presenti alla sua passione e morte, per ristringermi a' soli dottori. Nel primo secolo scrissero adunque sant'Ignazio vescovo e martire, e san Dionisio areopagita, ancor esso illustre per i medesimi pregi, ambedue contemporanei degli apostoli.

Il primo, nella sua epistola a' cittadini di Smirne, scrivendo di quegli eretici, i quali negavano che Cristo avesse vera carne, così dice: Eucharistias et oblationes non admittunt, quod non confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris, quæ pro peccatis nostris passa est, quam pater sua benignitate suscitavit. Il secondo, nel libro De Hierarchia eccles. cap. 3, parte 3, oltre le molte cose che dice di questo sagramento, così a lui parla: O divinissimum et sacrosanctum sacramentum, abducta tibi significantium signorum operimenta aperi, et perspicue nobis fac appareas, nostrosque spirituales [299] oculos singulari et aperto tuæ lucis fulgore imple. Una tale invocazione pazzamente, anzi empiamente si farebbe al sagramento, se questo fosse pane lavorato di frumenti, e non pane celeste e divino, qual è il corpo di Gesù Cristo.

Nel secondo secolo, cioè dal cento al dugento, fiorirono san Giuliano e sant'Ireneo. Il primo nell'Apologia al capo 2 verso il fine, asserisce che quel cibo del quale ci alimentiamo, cioè il pane santificato dalla parola di Dio, è la carne del Signore; e le sue parole sono: Sic etiam per preces verbi Dei ab ipso eucharistiam factum cibum, ex quo sanguis et carnes nostræ per mutationem aluntur, illius incarnati Jesu et carnem et sanguinem esse edocti sumus. Il secondo, nel lib. IV, al capo 34, dice: quomodo constabit eis, eum panem, in quo gratiæ actæ sunt, esse corpus Domini sui. Sicchè l'uno e l'altro vuole che sia vera questa proposizione: Il pane consacrato è il corpo del Signore; ma senza la mutazione del pane nel corpo del Signore non può essere vera, poichè il pane rimanendo pane, mai non può essere il corpo del Signore, siccome abbiam detto di sopra. Nè io replicherò quest'argomento intorno alla seguente autorità, perchè lo stimo superfluo; potendo ognun vedere che tutte si tiran dietro le suddette mutazioni, se non vuol farsi volontariamente cieco per non vederlo.

Nel terzo secolo scrissero Tertulliano e san Cipriano. Il primo nel libro IV contro Marcione, dice di Cristo: Acceptum panem corpus suum facit dicendo: Hoc est corpus meum. Il secondo nel sermone De Cœna Domini dice: Panis iste, quem Dominus discipulis porrigebat, non effigie, sed natura mutatus omnipotentia verbi, factus est caro.

Nel quarto secolo scrissero Cirillo Gerosolimitano, Ambrogio vescovo di Milano, san Gregorio Nisseno, e san Gaudenzio. Il primo nella sua Catechesi 4. Mystagog, così dice: Aquam aliquando mutavit in vinum, et non erit dignus cui credamus quod vinum in sanguinem transmutavit? E poco poi dice: Sub specie panis datur tibi corpus, et sub specie vini datur tibi sanguis; e più abbasso: Hoc sciens et pro certissimo habens panem hunc qui videtur a nobis, non esse panem, etiamsi justus panem esse sentiat. Il secondo nel libro De iis qui initiantur mysteriis, al capo 9 dice della consecrazione dell'eucaristia: Quantis utimur exemplis ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed quod benedictio consecravit, majoremque vim esse benedictionis quam naturæ, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur? Il terzo in oratione magna cathechetica al capo 37, così scrive: Recti Dei verbo sanctificatum panem in Dei verbi corpus credimus immutari. E di poi: Hæc autem tribuit virtute benedictionis in illud (cioè nel corpo del Signore) rerum quæ videntur (cioè del pane e del vino) naturam utens. Il quarto nel trattato secondo de Exodo scrive come segue: Ipse naturarum creator et dominus qui producit de terra panem, de pane rursus, quia et potest, et promisit, efficit proprium corpus, et qui de aqua vinum fecit, de vino sanguinem suum facit.

Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo, Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'Homelia 83 in Math. dice: Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat, ipse est. Nell'Homelia de Eucharistia in Enceniis: Num vides panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et hic sumta mysteria consumi corporis substantia. Il secondo, nel sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj: Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus Christi. E nel sermone 28 de Verb. Dom.: Ubi Christi verba deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur. Il terzo nell'epistola a Calosirio: Ne horreremus carnem et sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in veritatem propriæ carnis.

[300] Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de' secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa, per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori, conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani, nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel 430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel 553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli ultimi tempi.

Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da' santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale, quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia; se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera; e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica, abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se disappassionatamente vorrà giudicarne.

Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al 25 novembre 1686[342].

[313]

DISCORSO L. IL SECOLO XVII. FILOSOFI. IL QUIETISMO.

Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze. Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il trattato di Westfalia[343], destituendolo d'ogni effetto, non perchè non desiderasse la pace, non l'avesse anche sollecitata con ogni studio, ma come pregiudicevole alla religione e alla salute delle anime, giacchè vi si professava un canone assolutamente immorale, cioè che padrone della religione fosse colui ch'era padrone del paese. Dal qual canone nacque il despotismo sulle coscienze, che portò una tirannia, qual mai, dopo caduto il paganesimo, non era pesata sul mondo civile, finchè, spente le vivaci credenze nell'indifferenza [314] del dogma, i principi poterono decretare quello che vollero, senza che ai popoli importasse di resistere.

A questa pace finisce il rialzamento che la Chiesa cattolica avea ripigliato dopo il Concilio di Trento. Il principato temporale se ne compì e consolidò. Clemente VIII (1592-1605), che riaperse la Chiesa ad Enrico IV, e mediò la pace di Vervins, nel suo giubileo godette della conversione di molti Ebrei e Musulmani, e ricuperò Ferrara ch'era stata data in feudo; come Urbano VIII recuperò Urbino, Montefeltro, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia; e fedele alla bolla Admonet vos di Pio V, che vietava di infeudar possessi ecclesiastici, li negò a' suoi Barberini, accontentandosi d'arricchirli di denari. Già Camerino era stato ripreso da Paolo III nel 1539; poi Innocenzo X nel 1649 riebbe Castro e Ronciglione; restando così compiuto lo Stato Pontifizio secondo la bolla di Pio V, con quanto territorio bastasse ad esercitare liberamente l'augusta sovranità papale.

Quasi ristoro alle tante perdite, ampiamente si diffuse la Propaganda, che pose nuove sedi al Brasile, nella California, ai due lembi dell'Africa e nelle sue isole; i Gesuiti si spinsero nel Tibet, fra i Birmani, a Siam, a Malacca, al Tonchin, alla Cocincina.

Ma cominciavano le riotte interne, e i principi anche cattolici non rispettavano più la supremazia religiosa, e negavano ai papi fin i riguardi di sovrani.

Nelle conferenze che precedettero la pace di Westfalia avea avuto gran mano il cardinale Fabio Chigi senese, che poi divenne papa col nome di Alessandro VII. Un M. Lebrun stampò a Ginevra, colla data dell'Aja 1686, un viaggio in Isvizzera, ove narra che, nelle lunghe trattative co' principi e ministri protestanti, esso cardinale avea concepito stima della loro religione; e mentre prima avea pubblicato, col pseudonimo di Ernesto Eusebio, il Giudizio d'un teologo ove bistratta i dissidenti, allora rimase convinto che nelle loro dottrine nulla vi ha d'ereticale. Non spingeasi però più avanti, sinchè il conte Pompeo, suo prossimo parente, finì d'aprirgli gli occhi. Viveva questi in una terra di Germania, venutagli per eredità materna; e il nunzio, colà andato a trovarlo, vi passò seco tutto un inverno. Dove entrati a parlare di religione e avutone molti colloquj, diedero mano alla Bibbia colle postille del Diodati, e dopo molto disputare caddero d'accordo che la religione protestante è la vera, ed il nunzio promise al suo parente di abbandonare l'errore dopo uscito di nunziatura, e di venir a raggiungerlo e abjurare la religione romana. Il conte Pompeo andò infatti a Orange, dove fece pubblica professione di protestante, del che si levò rumore in tutta Europa; ma presto a Lione morì avvelenato. Di ciò rimase atterrito il nunzio, che poi fatto cardinale e primo segretario della camera apostolica, mutò risoluzione, pure si conservò calvinista nell'anima, e molte stampe in Fiandra lo asserivano.

Tutte queste doveano essere baje de' giornalisti del tempo; e quand'era [315] scarsa la stampa accadeva facilmente che notizie false durassero tanto da parer verità. Ma avvertiremo che Sorbière, rispondendo a un tale che aveagli scritto, se andasse a Roma, vi scorgerebbe cose che lo farebbero tornare nella chiesa riformata, afferma non avervi veduto nulla che non lo edificasse, e singolarmente ammira il santo padre, e la sua conversazione affatto famigliare. E che alcuni gentiluomini inglesi avendolo visitato, e inginocchiatisi secondo l'uso, egli, saputo ch'erano protestanti, disse: «Su: alzatevi: non voglio commettiate un'idolatria secondo l'opinione vostra. Non vi darò la mia benedizione, giacchè non credete quel ch'io sono, ma pregherò Dio che vi renda capaci di riceverla»[344].

Raccontasi pure che, quando fu eletto papa, non voleva essere posto in San Pietro per la solita adorazione de' cardinali, e durante quest'atto tenne un gran Crocifisso, perchè a quello si dirigesse l'adorazione. Spogliandolo per indossargli le vesti papali, scopersero sulla sua pelle un aspro cilicio: subito fe prepararsi il feretro, e lo teneva sotto il suo letto. Compì fabbriche suntuose, tra cui il colonnato di San Pietro, e meditava raccogliere in Roma un collegio de' maggiori dotti per valersene nelle controversie della fede, e a confutar le opere eterodosse. Dovevamo far conoscere questo pontefice, poichè tanto male ne fu detto dacchè nacquero acerbe quistioni colla Francia.

Se sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato aveano sospeso di contendere i principi coi papi finchè entrambi minacciati da nemico comune, ora tornavasi a discutere se il papa sia superiore al Concilio, se abbia primazia sopra le corone onde proteggerne l'autorità e impedirne gli abusi. La Francia voleva restar cattolica, ma a patto che la Chiesa non s'ingerisse nello Stato; ed anche persone dotte e savie credeano, senza rompere l'unità, si potrebbe istituire una chiesa nazionale, avente a capo il re, a giudici le assemblee del clero; formando così una Chiesa gallicana, non segregata, ma distinta dalla Chiesa oltremontana.

Infinite scritture si pubblicarono in proposito, e minacciavasi uno scisma, non in nome della libertà umana, ma dell'assolutismo principesco. Il cardinale Richelieu, ministro di Francia, avea sperato che quelle novità gli procaccerebbe la dignità suprema; e attraversatone, diede alla Corte romana quegli smacchi e quelle noje, con cui i potenti sogliono punirla dell'aver ragione. Re Luigi XIV poi, che introduceva e faceva ammirare il despotismo amministrativo, non voleva aver meno autorità nelle cose sacre che n'avessero i protestanti.

L'uccisione di un domestico del cardinale di Estrée a Roma diede occasione al re di pretendere soddisfazioni chiassose, che ad Alessandro VII parvero tanto più indecenti, in quanto che esso Luigi sopportava i vilipendj recatigli dal gransultano, che al suo nunzio De la Haye fece dar la bastonatura in Costantinopoli.

[316] Radunatosi poi nel 1682 il clero francese, pubblicò la famosa Dichiarazione, che si tenne come simbolo della Chiesa Gallicana, sebbene in fatto non sia che una consulta di diritto canonico; dove, sancendo la onnipotenza del re, stabilivasi come antica consuetudine di Francia che la decisione del papa in materia di fede non sia irreformabile se non quando v'intervenga il consenso della Chiesa: il re gode il frutto de' benefizj vacanti, sinchè gl'investiti non abbiano prestato il giuramento.

Luigi, che alla scenica sua magnificenza voleva accoppiare le campagne teologiche[345], forte nella decisione del parlamento, che avea decretato non dover nessuno esser superiore al re, decretò che questi articoli fossero legge dello Stato, vietando d'insegnar altrimenti; e volle estenderli anche ai paesi che novamente acquistava.

Era una nuova fase del conflitto fra Chiesa e Stato: e trentaquattro soli vescovi, ligi al re e radunati per comando del re, pretendevano insegnare alla Chiesa e al capo di essa quel che può o non può.

E il fatto e il modo spiacquero al nuovo papa Innocenzo XI, che ricusò confermare i nuovi vescovi di Francia; e quando Bossuet, al modo d'un nostro contemporaneo, gli scriveva a nome de' vescovi, esortandolo «a cedere alla volontà del più cattolico dei re, e mostrare la bontà in un frangente, dove non c'era luogo a mostrar coraggio», Innocenzo rispondeva: Adversus vos ipsos potius pugnatis dum nobis in ea causa resistitis, in qua vestrarum Ecclesiarum salus ac libertas agitur. Il re, oltre assalirlo con molte scritture, mossegli querela per le franchigie. Gli ambasciatori aveano ottenuto l'immunità in Roma, per modo che i loro palazzi e le vicinanze fossero esenti dalla giustizia del paese. Tale garanzia, opportuna in tempi di violenza, degenerò in modo, che que' palazzi co' giardini e le piazze circostanti divennero asili di furfanti o di delinquenti, che di là insultavano le leggi e i magistrati; al punto che Roma ormai tornava un ricovero di ribaldi, tanto più che i cardinali e principi paesani pretendeano altrettanto.

Innocenzo XI pensò ripararvi col non ricevere più nessun ambasciatore se non rinunziasse quella franchigia. E i più vi s'aquetarono, ma non Luigi; e col diritto del forte, ordinò al Lavardin nuovo suo ambasciatore, facesse la sua entrata con ottocento armati, coi quali vigilava i contorni del palazzo di Francia: e poichè il papa ricusava riceverlo, e se entrasse in chiesa i preti ne uscivano, Luigi occupa Avignone, e minaccia mandare un esercito a Roma.

Qui il solito urto fra una coscienza ferma e una forza prepotente; fra il vogliamo d'un armato, e il non possiamo d'un inerme. Ma le chiese di Francia restavano senza vescovi; l'idea d'uno scisma sbigottiva i timorati; tanto che il re dovette suggerire ai nuovi vescovi atto di sommessione, come fecero; poi si cessò d'applicare gli editti repugnanti alle libertà ecclesiastiche, e tutto fu rappacificato.

[317] I Francesi, ligi sempre al re, non è ingiuria che non dicessero contro Innocenzo XI, e applausi a quelle fastose brutalità di Luigi XIV; i giornali riboccavano di contumelie al papa, fin a dire che, per isfavorire la Francia, avesse protetto i Protestanti, da Luigi perseguitati, e fosse protestante egli stesso[346]; e Voltaire lo chiamò «il solo pontefice di quel secolo che non sapesse acconciarsi ai tempi». Onorevole imputazione!

Innocenzo XI soppresse un Officio dell'Immacolata Concezione della SS. Vergine nostra signora, approvato dal sommo pontefice Paolo V, ecc. Milano, 1615. Subito i Gallicani fecero stampare questo decreto del 17 febbrajo 1678, con un altro ove abrogava varie indulgenze, e volevano da ciò dedurre la fallibilità del papa. Ora quell'Officio era già vecchio, e approvato e usato, ma nell'edizione milanese vi si erano aggiunte cose false o temerarie, e su queste cadeva la disapprovazione.

E pur troppo in questi principeschi garriti ebbe ad occuparsi la curia romana, più che nei grandi problemi morali e politici, che molto s'agitarono e fuori e in seno della Chiesa. Perocchè questa età fu caratterizzata dall'indipendenza con cui le nazioni straniere, e specialmente Francia e Inghilterra che dalle turbolenze interne erano state impedite di prender parte al movimento scientifico del secolo precedente, venivano ad empire il vuoto lasciato dal cadere della scolastica, mediante artifiziali combinazioni filosofiche, sempre disapprovando il passato, e aspirando a un rinnovamento, parte con fantasie proprie, parte con reminiscenze; tanto più dacchè il protestantesimo avea dalla teologia separato la filosofia, e questa tendeva a stabilire la ragione come giudice suprema ed assoluta finanche delle cose che spettano al mondo sopranaturale: e se non negavansi ancora i principj generalmente ammessi, e riveriti, si scassinavano però col dubbio.

Renato Cartesio (1596-1650) volle staccarsi affatto dal passato, ed emancipare la ragione umana da ogni idealità oggettiva intromettendo il dubbio scientifico a tutto, eliminando dalle scienze ogni autorità fuor della ragione pura, ogni criterio della verità fuori dell'evidenza: non si cerchi quel che pensarono altri o che supponiamo noi sopra l'oggetto de' nostri studj, ma ciò che possiamo vedere con chiarezza, dedurre con sicurezza.

Così rimetteva in dubbio ogni cosa; libri, uomini, se stesso, perfin la morale; costituendosene una provisoria, che consisteva in obbedire alle leggi e costumanze del paese pur conservando la religione propria; compiere con risolutezza ogni atto ben deliberato, quantunque in se dubbioso; moderare i proprj desideri, educare la propria ragione.

Già Galileo avea scritto al padre Castelli: «Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero»[347]. Ma se il dubbio logico è universale, non resta veruna certezza, e ne nasce quella discordia di sistemi, quella anarchia di pensamenti che formano il preciso opposto del metodo cattolico, il quale mette per fondamento ideale il verbo [318] rivelato, per criterio irrevocabile di certezza la rivelazione, e per guida di dottrina la voce del sacerdote; col che porta a credere all'esistenza nostra e degli altri uomini e di Dio, e alla redenzione e alla Scrittura, e a molti fatti. È dunque forza o essere illogici, o cadere nel pretto scetticismo ripudiando l'evidenza naturale dell'intelletto. E per non cadere nello scetticismo stillò argomenti Cartesio. Provato che Dio esiste perchè noi ne abbiam l'idea, ne induce che esiste il mondo perchè altrimenti Dio c'ingannerebbe facendo c'ingannassero i nostri sensi, da lui creati. Non riconosce però un intimo nesso fra le cose e il loro concetto; v'è un dualismo dell'anima e del corpo, da cui deriveranno le cause occasionali di Malebranche. Cartesio non previde certo le conseguenze disastrose che ne trarrebbero i suoi successori, e come aprisse la via al sistema panteistico e al vezzo che ciascuno si crei una scienza, la quale porti in se stessa la ragione della propria certezza e la cognizione di Dio. Anzi egli era religioso, e mentre passionavasi attorno al suo Metodo di ricerche, fe voto di pellegrinare alla santa casa di Loreto, e v'andò a piedi da Venezia con tutta la devozione nel 1624, passando poi al giubileo a Roma.

Mentre il Fardella chiama analisi divina la cartesiana, il Gioberti non trova frasi sufficienti per riprovare l'inettitudine, l'ignoranza, la leggerezza di Cartesio, i continui suoi parologismi nell'attuare l'opera più assurda, qual è piantare il dogmatismo sopra lo scetticismo, considerare il niente come origine di tutte le cose: e l'imputa d'aver introdotto il psicologismo, che costituisce l'eterodossia moderna. I delirj della scolastica e la degenerazione de' monaci faceano (al dir di Gioberti) sentire il bisogno d'una riforma. Nella ricerca di questa si traviò, e i Tedeschi precipitaronsi alla negazione dell'idea, volendo risalire immediatamente all'espressione scritta del vero ideale, senza il sussidio della parola, cioè della Chiesa, e così interrompendo la continuità storica dell'idea. Con ciò si tolse anche ai futuri di più racquistare l'idea, per quanto i Tedeschi ne sieno invaghiti, poichè l'eresia è il psicologismo religioso, padre del filosofico e fonte d'ogni errore.

Pare al Gioberti che, in Italia, il terreno fosse più che in Germania disposto a ricevere il seme luterano, almeno fra le classi colte, mentre le altre se ne mostrarono sempre repugnanti; i Soccini adopravano il principio protestante, non più a sorvertire gli ordini e i riti cattolici, ma l'ontologia cristiana. Cartesio fe il terzo passo trasportando le dottrine protestanti nel campo filosofico, applicando, come Lutero, l'analisi senza sintesi anteriore, non solo alla fede ma alla ragione[348]. Anzi, mentre il protestantesimo accetta l'autenticità della Bibbia e le verità morali connaturate allo spirito dell'uomo, Cartesio dubita di tutti i veri, e così si toglie ogni sussidio a riedificare la scienza, mentre crede poterlo fare col solo studio di se stesso, e dedurre l'essere dal proprio pensiero. Di là derivò il vizio principale di tutta la filosofia moderna, il psicologismo, che conduce di necessità al sensismo e a [319] tutte le miserabilità della scienza odierna. E Cartesio fu sensista ne' principj e nel metodo, e da lui derivano Locke, che alla psicologia tolse anche la base ontologica; Spinosa, che cerca una ontologia nuova, staccata dalla tradizione; Kant e Condillac, che rigettano l'ontologia, tutto lo scibile riducendo alla psicologia, e alla cognizione danno le qualità del senso; infine gli scettici assoluti, che negano la possibilità d'ogni psicologia o dogmatica e d'ogni ontologia, cioè tutto il reale e tutto lo scibile.

Non tralasceremo di dire come il nostro Bruno nella filosofia, il nostro Galileo nella fisica avessero precorso Cartesio: il nostro Ochino avesse già esposta la famosa sua formola Io penso, dunque esisto[349]; pure la influenza di lui fu immensa, ponendosi a capo de' pensatori moderni. Se, dal pensiero e dall'estensione ben separati fe produrre due serie di fatti perpetuamente distinti, onde il distacco delle scienze spirituali dalle fisiche, pure al sensismo di Bacone opponeva le idee innate, e sui fenomeni interni volgeva l'attenzione, dagli Inglesi tenuta unicamente sugli esterni: e se, affacciandosegli questioni religiose, rispondeva «Ciò non mi riguarda», è pur vero che, attenendosi alla filosofia platonica, rischiarò la via che conduce a Dio, esclamando: «Cosa imperfetta, incompleta, dipendente da altri sono io; che tende e aspira continuamente a qualcosa di migliore e più grande; ma le grandi cose a cui aspiro le possiede attualmente o infinitamente colui da cui io dipendo»[350].

Ma i discepoli, pretendendo applicar la sua dottrina, cadeano nel panteismo e nell'epicureismo. Gassendi provenzale (1592-1655), grand'avversario della scolastica, fe da Dio creare soltanto gli atomi, dal cui concorso si formò quanto vediamo; l'anima stessa non è che un'attenuazione della materia: sicchè riconoscendo solo il lavoro della natura, resta negato il soprasensibile. Nella morale esaltò Epicuro e Lucrezio, pure volendoli purificare da buon prete com'era.

Malebranche (1638-1715) distingue le idee dalle sensazioni e anche dai sentimenti; ma l'esistenza reale de' corpi esterni non trae certezza che dalla rivelazione; e tra essi e gli spiriti non sussiste altra correlazione se non quella che stabilisce Dio; ed essi sono mera causa occasionale delle sensazioni.

Baruch Spinosa ebreo (1632-77) definisce la sostanza ciò ch'è in sè, e che si concepisce per sè; per substantiam intelligo id quod in se est et per se concipitur. La sostanza è dunque necessaria e infinita, e perciò una e indivisibile; è Dio.

Una sostanza non può essere senza attributi; ed essendo infinita, non può aver che attributi infiniti. Adunque Dio ha un numero infinito d'attributi infiniti. Fra essi noi possiamo discernerne due soli: l'estensione infinita, il pensiero infinito.

L'aver estensione infinita non implica che Dio sia corporeo e in conseguenza divisibile: per l'estensione infinita si sottrae ad ogni divisione. [320] Anche quanto al pensiero, Iddio non ne ha altro che l'essenza sua stessa: sicchè quando per metafora parlasi dell'intelletto divino, non s'ha a confondere coll'intelletto umano, come chi parla dell'ariete dello zodiaco nol confonde coll'ariete dell'armento. Stentiamo, è vero, a non riferire a Dio le nostre proprie facoltà; ma se il triangolo potesse pensare, direbbe che Dio è eminentemente triangolare.

Estensione infinita ma non divisibile, pensiero infinito senza intelletto, Iddio dev'essere considerato come libero, purchè non si sbagli su questa parola. Creder che Dio abbia a scegliere, attribuirgli una libertà d'indifferenza, supporre che a voglia acconci certi mezzi a certi fini, è grossolano errore. La libertà di Dio è quella virtù che fa che tutto proceda da Dio appunto come ne procede: gli svolgimenti di Dio gli sono inerenti, come al triangolo le sue proprietà: in conseguenza tutto e bene qual è: tutto è per lo meglio: tutto vien da Dio, tutto è per Dio, tutto è Dio: Dio è la causa efficiente, immanente di quanto esiste.

Dio è natura naturante. Che se questa, sostanza infinita con infiniti attributi, si rivela pei due attributi dell'infinita estensione e del pensiero infinito, questi attributi manifestansi con modi; donde la natura naturata, il mondo. Non già che v'abbia creazione. Immobile nella sua pienezza infinita, tutto essendo uno, fra i modi degli attributi e gli attributi non v'è procedenza, ma grado. I modi dell'attributo che è l'estensione infinita, sono i corpi: quei dell'altro attributo son le idee, gli spiriti, le anime.

Fra questi due modi si ravvisa un costante parallelismo: corpi ed anime non essendo altro che i modi di due attributi spettanti ad una sostanza unica. E però tale dualità di corpi ed anime trovasi dapertutto, fin anche nei minerali.

Considerato distintamente in mezzo all'universalità delle cose, l'uomo è un modo complesso dell'estensione e del pensiero divino; l'anima sua è una idea, una successione d'idee divine. E poichè ogni idea ha un ideato, cioè un oggetto, il corpo è appunto l'oggetto dell'idea, che è l'anima. L'anima è il corpo che pensa sè; il corpo è l'anima che sente sè. Il corpo non può determinare l'anima al pensiero, nè l'anima il corpo al movimento. Dio, sostanza e dell'anima e del corpo, fa l'armonia di quella con questo; non potendo avvenire nulla in Dio, estensione del nostro corpo, che non si rifletta in Dio, pensiero dell'anima nostra.

All'uomo così concepito spetta la conoscenza. La quale talora è adeguata, come quella che abbiam dallo spirito; talora inadeguata, come quella che abbiamo dal corpo. La conoscenza ha gradi, opinione, immaginazione, ragione, ma l'errore essendo solo una negazione, ogni conoscenza in noi è divina, ogni idea è idea di Dio.

Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che quello fra [321] l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i suoi tre angoli formino due retti.

Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.

Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede, ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano, relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.

Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.

Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679), che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme, traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni, interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo limita a credere che Gesù Cristo fu mandato [322] a fondare il regno di suo Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.

Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della creatura e del creatore.

Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano preceduto[351].

Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell'ordine.

Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i Gentili, non approva i Cristiani, i quali ex parte christianizant et ex parte gentilizant: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II, lodando i padri suoi [323] che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).

Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte, nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.

Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione. Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.

Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive: «Quindici anni fa ho letto il libro De sensu rerum e altri trattati del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino alle arti occulte.

Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato De corrupta morali doctrina, [324] mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina la inserì quasi tutta nel suo trattato De incredulis.

E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736), tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.

Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il dubbio col vero positivo, creando una scienza nuova del diritto cristiano, la filosofia della storia.

Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione, linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida della provvidenza.

Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal, Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità, perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima e a Dio.

Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana del XVI secolo, d'essere eccessiva (nimia), può dirsi anche della cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella. Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che Itali et Hispani, quorum excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis arctantur[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi il freno impostovi.

Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle difficultés proposées à monsieur Steyaert, opera d'un teologo cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le Istanze di quel filosofo contro [325] Cartesio possono ispirare tal errore a giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che come un corpo sottile da un grossolano.

Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio. L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.

Quel bizzarro ingegno di Trajano Boccalini, arguto critico degli errori e delle tirannie del suo tempo, si mostra non solo avverso ai Riformati, ma ad ogni tolleranza verso di essi, e fin alle dispute religiose.

Ma in generale è maraviglioso il silenzio che si faceva sopra le quistioni de' Protestanti; benchè fervessero fin al sangue in una parte d'Italia, e mezza Europa fosse volta sossopra dalla guerra di religione, non troviamo in quello scorcio di secolo nè grandi campioni nè grandi avversatori della Chiesa, nè le dottrine protestanti eccitavano più curiosità. I teologi nostri d'allora erano troppo lontani dal vigore che mostravano i francesi. Il cardinale Vincenzo Gotti bolognese dimostrò la verità del cristianesimo contro atei, idolatri, ebrei, maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli combattè Marcantonio de Dominis, e dettò Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos. Il padre Francesco Brancati pure di Napoli trattò della predestinazione secondo sant'Agostino, e della giurisdizione del Sant'Uffizio. Filippo Guadagnolo, lettore di arabo e caldeo alla Sapienza, fu incaricato di tradurre in arabo la Bibbia, come fece. Morì del 1656, e aveva pubblicato in latino (1631) un'apologia della religione cristiana contro le objezioni di Ahmed-ben-Zin-Alabedin, che dicono il miglior libro contro il maomettismo.

Fra i libri allora proibiti compajono: Riccamati Giacobo, Dialogo nel quale si scoprono le astuzie con che i Luterani si sforzano d'ingannare le persone semplici e tirarle alla loro setta: La scienza della salute, ristretta in quelle due parole Pochi sono gli eletti, tradotta dal francese dall'abate Nicolao Burlamacchi; Buonaventura abate di Laurenzana, Croniche della riforma di Basilicata; Precipizj della Sede Apostolica, ovvero la corte di Roma perseguitata e perseguitante; Ragionamento in materia di religione accaduto fra due amici italiani; a cui aggiungiamo per la pertinenza: «Trois lettres touchant l'état présent de l'Italie, écrites en l'année 1687. La première regard l'affaire de Molinos et des Quietistes: la seconde l'Inquisition [326] et l'état de la religion: la troisième regarde la politique et les intérêts de quelques Etats d'Italie».

È superfluo rinotare che l'esser all'Indice non implica eresia. Più direttamente riguardano ad eresie i libri di Giacomo Picenino, Apologia per i riformatori e per la religione riformatasi. — Vestimento per le nozze dell'agnello qui in terra. — Concordia del matrimonio e del ministero. — Trionfo della vera religione contro le invettive di Andrea Semery, che vennero proibiti nel 1707 e 1714.

Così conosciamo un Pissini Andrea, che, nella Naturalium doctrina, si mostra materialista; un padre Mazzarini che fu processato per opinioni eterodosse: un Antonio Pellegrini che nei Segni della natura dell'uomo impugna la Provvidenza: un Tommaso Leonardo, che provò esser eretico san Tommaso[356].

L'Inquisizione, più che all'irrompere delle eresie, ebbe a far processi di fatuchieria, come altrove mentovammo. Una donna che viveva a spese d'un mal prete, confessò a questo che donna Vittoria Mendoza, moglie dell'Ossuna, vicerè di Napoli, avea fatto una malia acciocchè questi non amasse altri che lei, suo figlio, suo genero; e ciò spiegava perchè costoro salissero in tanta grazia con esso. Denunciata la cosa, l'Ossuna corre alla Vittoria, e col pugnale alla gola la obbliga a confessare, ed essa il fa. Egli allora va da sua moglie, riferendole l'avvenuto, e attribuendolo alle preghiere di lei; la quale non rifiniva di ringraziar Iddio d'aver rotto quel fascino. Ma l'accusata era figlia del duca d'Alcala, moglie del duca d'Uzeda, imparentata con grandi di Spagna: talchè l'Ossuna, che le voleva bene, non pensò a punirla, benchè applicasse la legge ad altre streghe e loro mariti[357].

Del processo contro il Centini d'Ascoli parlammo nel vol. II, p. 389, ove pure d'altri di quest'età.

In più d'uno scritto verso il 1547 è riferita la storia dell'anima di Salvatore Caravagio, più minutamente in un lungo discorso di monsignor Bonifacio arcidiacono di Treviso, press'a poco in questi termini:

Nella via famosa dei Santi Quaranta, che nella città di Treviso è la più spaziosa e la più diritta, rincontro alla chiesa dei Cappuccini, una piccola casa era infestata da spiriti, e durò la molestia per lo spazio di oltre venti mesi. Vi abita Perina, vedova di ottima fama e di età senile, il cui marito, or fanno dieci anni, fu chiamato a vita migliore, e con essa lei, che ne è padrona, altri non vi abita che Genevra figliuola di Bernardino suo figliuolo che è morto, fanciulla di quattordici anni, non bella, non vana, e, come ho veduto nel formare il processo e nel ragionare con lei, molto semplice e schietta. Sono esse poverelle e vivono colla industria dei lavori donneschi, mediante l'ago, e il fuso, non avendo che un poderetto di piccolissima rendita, che dovrà bentosto dividersi in molte parti per aver la Genevra non solo alquante sorelle, ma fratelli ancora. Giorno e notte si vedevano volar sassi, e mattoni, rompere stoviglie, trasportar bagaglie ed arnesi, e allora mo' l'avola, mo' la nepote erano leggiermente percosse, senza lividori ma non senza doglie. Non v'essendo pane in casa, furono trovati alcune fiate i pani inzuppati. Fu svelto e rimosso il cocchiume e la cannella d'un vasseletto e d'un barillotto [327] versandosi tutto il vino. Rimesse le spinole ed i turaccioli, di bel nuovo erano sterpati e dischiusi, ed evacuati gli arnesi, ed infine tutti furono nel mezzo d'una stanza in un fascio gettati.

Cotali stravaganze non solo dalle abitatrici si vedevano, ma da vicini, da parenti e da amici, che per vaghezza di veder maraviglie vi concorrevano, ma non fu poi giammai veduto mano o piede o altro agente naturale nè artificiale, che facesse quelle operazioni. Furono anco tagliate le gambe sul nodo del ginocchio a tutte le galline con sì leggiadra e sottil destrezza, che camminando elle alquanto, pareano sane, ma poi cadevano giù dalle proprie gambe come se fossero gruccie o piedistalli posticci. Fu di vantaggio veduto un lenzuolo nel mezzo della camera maggiore così gentilmente agrumato e con piegature artificiosissime, così bene ridotte in figura d'uomo, che pareva propriamente un cadavere, messili due candellieri l'uno da capo e l'altro da piedi, e una croce tra le mani composta di due arpioni di ferro, che facilmente si trovarono in quella casa per avere il possessore quivi esercitato la mercanzia di fare e vendere salciccie, lardi, prosciutti e altri cibi di carne porcina insalati. Fornito il lungo corso di cotali disturbi quando piacesse alla divina provvidenza, s'udì pure una voce inarticolata prima con fischi, e poscia con gemiti, che fiocamente tanto di giorno che di notte si lamentava, e pareva che chiamasse mo' la Perina, mo' la Genevra, ancorchè non si snodasse in parole perfette. Scongiurata finalmente nel gran nome di Dio, che dicesse chi era, professò d'essere Salvatore Caravagio marito dell'una e avolo dell'altra: chiestogli ciò che egli volesse: Ajuti (rispose) e suffragi per esser cavato di purgatorio. Ricercato se gli era in grado che si chiamassero i Cappuccini, rispose di sì. Vennero adunque quattro sacerdoti di quella santa religione, e fatti i dovuti esorcismi, scongiuri e benedizioni secondo il rito della santa Chiesa, ed aspersa la casa cogli abitanti con l'acqua benedetta; ed esposte con le sacre cere delli agnusdei le reliquie dei santi, invitarono l'anima a notificare la sua condizione. Rispose distintamente in varj congressi, replicati in diversi tempi, sè essere l'anima di Salvatore Caravagio che morì già da dieci anni, e fu sepolto nella parrocchia di Venegazzone, villaggio di questa diocesi: andassero alla cassa in cui giaceva, iscavassero, e tutto intiero il suo corpo vi troverebbono. Interrogato ciò che pretendesse, rispose che siano celebrate otto messe a san Gotardo, chiesa poco quinci distante in villaggio che da lei prende il nome. Dettoli che saria lungo e disagevole farle celebrare in quella chiesetta mal frequentata, rispose rimanere egualmente soddisfatto se saranno offerte sull'altare di san Gotardo nella chiesa di santa Margherita collegiata dei pp. Agostiniani in questa città. Addomandato se d'altro le facea mestieri, disse che di otto messe egli abbisognava all'altare del Crocifisso in santa Agnese sua parrocchiale in questa città. Vi aggiunse infine una messa nella chiesa della Certosa nel bosco del Montello, e pregò con replicate e caldissime istanze Giorgio dei Grossi suo nepote di sorella, che prestasse la carretta a Perina e a Laura sua nuora, e alle figlie di lei, che sono la Genevra con le sue sorelle acciò che andassero alla Certosa ad udire la messa, e scioglier il voto, che nè da lui, nè da Bernardino suo figliuolo padre delle donzelle era mai stato soddisfatto. Esortò finalmente gli astanti, che erano amici ed attenenti al ben vivere, alla frequentazione dei sacramenti e alla giustizia e lealtà nelle loro arti e mercanzie. Parlava lo spirito senza esser veduto, in voce distinta, benchè alquanto impedita, quale appunto egli l'ebbe nell'ultima infermità sua, che dai mortali il sottrasse. Nel medesimo tempo apparve lo spirito di Bernardino ad un zoppo sarto di quella contrada, nominato Domenico Minoto, e pregollo a far celebrare la messa votiva alla Certosa: il che avendo il sarto prontamente eseguito, lo spirito di Salvatore si dichiarò restargli obbligato per la carità ch'egli a Bernardino suo figliuolo aveva fatta, la quale era anco ridondata a suo pro siccome di colui che aveva parte nel voto. Volendo con tutto ciò quei venerabili religiosi meglio certificarsi s'egli era spirito [328] buono, gli proposero la recita di molte pie preci, ed egli intieramente con voce ben franca, come che alquanto balbettante, disse più volte In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; vi aggiunse alcune fiate Peccavi, Domine, miserere mei, parole improfferibili a diavoli, che sono incapaci di confessare il proprio peccato, e di chiederne il perdono. Disse inoltre tutto il salmo Miserere mei Deus, l'antifona Salve Regina, il simbolo degli apostoli, e altre devozioni, e mentre i padri salmeggiavano, egli espressamente diceva di sentirne gran refrigerio, particolarmente nel vangelo di san Giovanni quando genuflessi pronunciavano Verbum caro factum est, perchè allora esclamando diceva: Siano per sempre benedette queste sante parole! oh quanto conforto, oh quanto alleviamento mi apportano!

Interrogato per qual cagione se era eletta alla gloria celeste e congiunta di sì stretto nodo con quelle donne, avesse loro cotanti danni inferiti, essendo certissimo che l'anime del purgatorio, siccome quelle che nella divina grazia si trovano confermate, non possono neanco leggiermente peccare, rispose: Non io, ma lo spirito maligno ha fatto quelle inconvenienze, e quelli spropositi. E ricercato chi fosse cotesto spirito maligno, disse che egli ne aveva sempre seco due degli spiriti, uno buono ed uno reo. Dimandato ciò che fosse dell'anime d'alcuni, che erano stati suoi congiunti o per sangue per vicinanza o per amistà, disse di due sacerdoti che erano in paradiso, di altri due secolari che erano in purgatorio, d'un solo ch'era nell'inferno per aver dimezzate le sue confessioni, e soppressa buona parte delle sue colpe.

Interrogato circa lo stato d'alcuni altri disse non aver conoscenza, ma che, se l'angelo assistente glielo scoprisse nol tacerebbe: e non guari dopo disse, che erano in purgatorio. Richiesto se quando fossero fatte le soddisfazioni e i sacrificj da lui addimandati, saria più tornato, rispose di no, come in effetto è successo, perchè, eseguito quanto egli desiderava, non s'è più sentito rumore nè movimento alcuno in quella casa, abitata con somma quiete e sicurezza da quelle donne: ma prima che l'anima partisse ricercata a manifestare qual sorta di pena ella maggiormente patisse, rispose, ghiaccio grande e freddo eccessivo. Per cotale risposta molto si maravigliarono i semplici, parendo loro essere impossibile che le anime tormentate dal fuoco possano esser anco dal freddo crucciate, e pur egli è vero che, contro l'ordine della natura, per affliggere gli spiriti o dannati o purganti concorrono due contrarie pene ed opposti supplicj di gelo e di arsura, perciocchè chiaramente lo dice per bocca di Giob lo Spirito Santo, Transibunt ab aquis nivium ad calorem nimium, e lo conferma il Salvatore dicendo, che staranno in camino ignis ubi erit fletus et stridor dentium.

Qui segue una dissertazione sulla quistione del freddo e caldo che provano i dannati.

Interrogato lo spirito perchè alla Genevra fosse prima che ad altri apparso, ed a lei più che ad altri avesse favellato e non a sacerdoti, senza ch'ella ci fosse presente, rispose, tale essere stata la volontà dello spirito suo custode perchè gli angeli amano la verginità.

Qui vengono altre citazioni su tale argomento. Molte altre interrogazioni gli furono fatte, ed egli se ne sgravò dicendo che oggimai riuscivano importune. Ricercato in fine da qual parte uscirebbe, disse che per la fessura d'una finestra, che era ivi dirimpetto; e richiesto a dare il segno della partenza, percosse con tanta forza il palco superiore, che cadde la polvere copiosamente sopra gli astanti.

Tutto queste cose rimangono giustificate per la concorde attestazione di quattro sacerdoti cappuccini che v'intervennero, delle due donne abitatrici della casa infestata, [329] di Luigi Caravagio figliuolo dell'una e zio dell'altra, di Giorgio di Grossi, di Mario Zambelli fabbro, di Libera sua moglie, di Domenico Minoto, di Bernardino Carraro, e di altri testimonj, tutti da me con questo esaminati, e nelle loro deposizioni appajono ancora molte altre cose concernenti questo affare, che troppo lungo e nojoso fora l'andarle una per una particolarmente divisando. Io feci diligentissima inquisizione in tutti i luoghi, e in ciascun ripostiglio di quella casetta, e non vidi alcun vestigio di fraudi, nè poteva ella star celata per sì lungo spazio di tempo: nè si potevano ingannar tante persone viziose, scaltre ed accorte, nè sofferto avrebbe la luce di non appalesare una sì lunga e replicata impostura, poichè i rumori e le voci non meno il giorno che la notte s'udivano: e non già da pochi, ma ben da molti di variato genio, pensiero e fine, tra i quali non potea darsi concerto, e accordo[358].

Se chi non crede all'odierno spiritismo in ciò volesse vedere soltanto arte di prestigiatori, vi associeremmo il ricordo di Giuseppe Francesco Borri milanese. Nato il 1625 da un medico e senatore, allevato da' Gesuiti a Roma, s'insinuò nella corte papale come chimico e medico, ma accusato delle peggiori sregolatezze, rifuggì in una chiesa (1654), ed evitò il castigo col fingersi emendato. Cominciò allora a dirsi ispirato da frequenti visioni celesti a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne' costumi; esser egli il pro-Cristo, cioè difensore di Cristo, che si presenterebbe in piazza del duomo di Milano, comincerebbe a predicar le gravezze del corpo e dell'anima, e fra venti anni stabilirebbe il regno dell'Altissimo, e ridurrebbe tutti in un solo ovile: chiunque ricusasse, foss'anche il papa, verrebbe sterminato per mezzo dell'esercito pontifizio, di cui egli si porrebbe a capo con una spada datagli da san Michele, e coi denari procacciategli dall'alchimia. A Roma sterminati i malvagi, nel Sancta Sanctorum si troverebbero scritture della Beata Vergine; il pontefice succedente a questo sarebbe amico suo: avrebbe triplice corona di spine in oro. E qui impastando una bizzarra religione, diceva che il Figliuolo di Dio ab æterno non fu contento della sua gloria e aspirava alla futura, onde stimolava il Padre a creare ab extra. La divinità della terza persona è ispirata: l'essenza del Verbo è generata e filiale; e questo e quello son inferiori al Padre. Maria vergine è dea, concepita per opera divina; figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio e incarnazione dello Spirito Santo; nata da vergine, ond'è detta gratia plena; è presente anch'essa nella ss. Eucaristia; e la chiamava Vergine sacratissima Dea, e da' suoi sacerdoti faceva aggiungere all'ave e al canone della Messa Unispirata filia altissimi[359].

Iddio volle che Lucifero adorasse Gesù e la sua madre con-dea; e avendo ricusato, precipitollo nell'abisso, e con lui molti angeli, mentre quelli che v'aderirono solo col desiderio volteggiano per le regioni dell'aria; per mezzo di questi Iddio creò la materia e gli animali bruti, mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà, ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato non possono cancellarne la sozzurra, e rimangono infetti non solo dalla colpa originale, [330] ma anche dell'attuale. Se l'uomo crede, Dio è obbligato concedergli la Grazia.

Dicendosi autorizzato da san Paolo a criticare san Pietro, molti errori dei libri santi emendava; correggeva e interpretava il pater: nel credo insegnava che Maria uscì dal grembo della divina essenza con anima deificata. Intitolava Ragionevoli od Evangelici i suoi discepoli, dai quali esigeva voti d'unione fraterna, di segreto inviolabile, d'obbedienza a Cristo e agli angeli, di fervente apostolato e di povertà, per la quale consegnavano a lui tutto il denaro; ed egli coll'imposizione delle mani impartiva ad essi la missione divina. Dio ha riservato a questi tempi l'unione de' fedeli cogl'infedeli acciocchè si manifestino le prerogative della divinissima Madre di Dio, eguale in tutto al Figlio.

Ottenuto il trionfo, la Chiesa godrebbe pace per mille anni, e i soldati vincitori sarebbero raccolti in un Ordine monastico, vestiti di pelle bianca, con un collare di ferro portante il motto «Pecora schiava dell'agnello pastore». Tutto ciò eragli ispirato dal suo angelo, e lo sosteneva con testi scritturali adulterati; copriva gl'insegnamenti di arcano e formole iniziatrici, e tentò attuare la sua chiesa alla morte di Innocenzo X, quando nei tre mesi di vacanza anche molti fra' cardinali ordivano d'assicurare l'indipendenza italiana, spossessando la Spagna. Ma succeduto Alessandro VII, il Borri stimò prudente ritirarsi a Milano (1655) continuando a far proseliti quivi e a Pavia. Pare strano che nè il Governo nè il Sant'Uffizio n'avessero sentore fino al marzo 1659: quando egli, sentendosi decretato d'arresto, stabilì un colpo risoluto; presentarsi sulla piazza di Milano fra' suoi settarj, trucidare l'arcivescovo e i curiali, scarcerare i detenuti, inveire contro gli abusi del governo secolare ed ecclesiastico; gridando Mora Cristo e Viva Calvino, eccitare alla libertà, ed occupato il Milanese e fattosene duca, di là spingere le sue conquiste. Scoperto, molti suoi settarj furono arrestati, sette dovettero in duomo far abjura solenne; indi furono rimessi a Roma, e condannati a portar «per contrasegno dei loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Egli fuggì, e in contumacia il Sant'Uffizio lo processò e condannò, ordinando omnia illius scripta hæretica comburenda esse; omnia bona mobilia et immobilia confiscanda et applicanda, vetantes sub pœna latæ sententiæ ne quis cum illo tentet, recipiat, juvet; et mandantes omnibus patriarchis et primatibus ut ipsum Burrum arrestent, vel arrestandum curent, teneant, certiores nos faciant ut statuamus quid ipsi faciendum; relaxantes ut non solum magistratus secularis sed quilibet qui possit et velit in favorem fidei nostræ ipsum capiat et teneat.

Ai 3 gennajo 1661 «l'effigie del detto Giuseppe Francesco Borro, depinto al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro accompagnato dalli ministri della giustizia, nella piazza di Campo di Fiore, dove dal carnefice fu appiccata sulle forche, e dopo abbruciata con i suoi scritti».

[331] Egli era rifuggito in Isvizzera, ben accolto come vittima dell'Inquisizione, e a Strasburgo «è fama incitasse quegli eretici ad abbruciare pubblicamente la statua del pontefice, forse in vendetta d'esser egli stato abbruciato in effigie a Roma. In Olanda acquistò gran credito come insigne chimico e medico, e cavalieri e principi di Francia e di Germania veniano per le poste a consultarlo e conoscerlo»; onde arricchito sfoggiò; faceasi dare dell'eccellenza, fu dichiarato cittadino d'Amsterdam, e dicono avesse dodicimila doppie in denari e gemme quando, caduto di credito colla facilità ond'era salito, fuggì di colà lasciando pessima fama. Ad Amburgo incontrò Cristina regina di Svezia, che gli diede soccorsi per raggiungere la grand'opera, cioè la tramutazione de' metalli inferiori in oro. Fallitogli il tentativo, fu a Copenaghen, ove re Federico III gli somministrò ancora denari e comodità per fabbricar oro, anzi gli chiedeva consigli politici. Ma il succeduto Cristiano V gli diede cinquecento talleri, patto che se n'andasse subito. Difilossi allora verso la Turchia, ma in Moravia arrestato per sospetto, fu dall'imperatore consegnato al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma, con promessa gli sarebbe salva la vita. Al giudizio comparve ben in arnese, «con un vestito di moàro fiorato nero, con un'ongherina dell'istesso, ben fornita di guarnizione: la sua statura è alta, ben proporzionato di membra: capelli neri e ricci, viso tondo, carnagione bianca, sembiante maestoso». Fu tenuto per pazzo ed obbligato solo a solenne abjura l'ottobre 1672, condotto a Loreto a far amenda presso la Beata Vergine, poi condannato a recitar salmi e credo, e chiuso in prigione perpetua. Quivi restava sempre oggetto di curiosità, e il duca d'Estrée ambasciadore di Francia, gravissimamente malato, ne chiese un consulto; e guarito, impetrò fosse detenuto semplicemente in Castel Sant'Angelo; anzi potesse uscir qualche volta a visitare malati, e tenere corrispondenze. Morì il 20 agosto 1695.

Le dottrine sue sono deposte nella Chiave del gabinetto del cavaliere G. F. Borro, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche, chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi (Colonia 1681); e sono dieci lettere che fingonsi scritte a persone qualificate intorno ai segreti della grand'opera. Per la quale Olao Barch non esita a chiamarlo phœnicem naturæ et gloriam non tantum Hesperiæ suæ sed Europæ[360]. Ma essa fu stampata da altri durante la sua prigionia, ed è strano come, mentre vi discorre degli spiriti elementari, della pietra filosofale, di cosmetici e panacee, mostri beffarsi delle scienze occulte, e «aver sempre sospettato fossero piene di vanità»: ma si giovò della credulità universale; «e così (dice) mi trovai ben tosto un grand'uomo; aveva per compagni principi e gran cavalieri, dame bellissime e delle brutte ancora, dottori, prelati, frati, monache, infine persone d'ogni serie. Alcuni inclinavano a' diavoli, altri agli angeli; alcuni al genio, altri agli incubi; alcuni a guarire d'ogni male, altri alle stelle; alcuni ai segreti [332] della divinità, e quasi tutti alla pietra filosofale». Certo e' profittava dei creduli, come fanno i ciarlatani de' nostri giorni.

Altra cura dell'Inquisizione fu il vigilare sopra devozioni o improvide o eccessive, quali erano quelle degli schiavi della Madonna santissima; del voto sanguinario, che importava di sostener anche colle armi l'Immacolata Concezione di Maria; le indulgenze prodigate a chi portava l'abitino, e simili. Di ciò doveva peccare Giacomo Lombardi, la cui Semplicità spirituale, il Trattato dell'esteriorità, ecc., furono proibiti il 28 marzo 1675 con tutti i costui opuscoli. Le pratiche o arsenali del Sant'Uffizio contengono lunghi cataloghi di libri superstiziosi, preghiere, storielle devote, scapulari, come la Hebraica Medaglia detta Maghen David et Abraham, dichiarazione di Angelo Gabriello Anguisciola, che la sant'Inquisizione ordinò consegnasse al Sant'Uffizio chiunque ne possedesse alcun esemplare.

Neppur era dimenticato il concetto dell'Evangelio Eterno, cioè d'una nuova rivelazione che si surrogasse, e compisse quella di Cristo, conducendo ad una perfezione cenobitica più sublime[361]. Marc'Aurelio Scaglia del Monferrato vestiva da prete, possedeva le visioni del Beato Amedeo confessore di Sisto IV e quelle del Neri fiorentino; e diceva che, in tempo di Paolo V, seguirebbe gran riforma della Chiesa con grandissime tribolazioni; e che verrebbe un Francescano, uomo angelico di nome Pietro, indi altri Pietri; e ogni felicità succederebbe a Firenze[362].

Anche una suor Teresa in Sicilia da pretese illuminazioni si lasciò indurre a credere d'esser la quarta persona della Trinità e corredentrice, e trovò fede in molti. Nel 1693 si conobbe una setta di cavalieri dell'Apocalisse, che proponeasi di difender la Chiesa cattolica contro l'anticristo. L'aveva istituita Agostino Gabrino, nato da un mercante bresciano, e avea reclutati da ottanta seguaci, la più parte mercanti ed operaj, che anche durante il lavoro doveano tenersi a lato uno stocco; sul petto portavano una stella con sette raggi e una coda, circondata da un filo d'oro: questa dovea figurare il globo terracqueo; la coda, la spada veduta dal rapito di Patmo. Il Gabrino intitolavasi monarca della santa Trinità; e chi dicea mirasse a sovvertimenti politici, chi che volesse introdur la poligamia. La domenica delle palme del 1693, allorchè in San Pietro del Vaticano intonavasi Quis est iste rex gloriæ, cacciossi colla spada alla mano fra i celebranti, gridando: Ego sum rex gloriæ: altrettanto fece in altra chiesa; onde fu posto ne' pazzi. Ma uno de' suoi adepti, intagliatore di legno, lo denunziò all'Inquisizione, che processò gli accusati.

Antonio Oliva di Reggio (1624-89), venuto in tal fama a Roma, che a soli diciannove anni fu eletto teologo del cardinale Barberini, prese parte alla sollevazione di Masaniello: sbandito, ritirossi a Firenze, ove fu ascritto all'accademia del Cimento, e scrisse sui liquidi, sui sali, sulla generazione dei bacherozzoli, molto lodato dai contemporanei. Repente abbandonata la [333] cattedra di Pisa, forse per nimicizie col Redi, portossi a Roma, careggiato dai prelati e dai pontefici. Ma sotto Alessandro VIII il Sant'Uffizio scoprì che, in casa di monsignor Gabrielli, tenevasi una conventicola, nominata Accademia de' Bianchi, perchè proponeasi dar di bianco non solo ad abusi del governo pontifizio, ma della religione, col fine di ricondurla alla primeva semplicità. V'apparteneva il nostro Oliva, con un Picchetelli detto Cecco Falegname, un Alfonsi, un Capra, i dottori Mazzutti, e un Pignatta segretario. Furono arrestati, e messi tutti alla tortura, eccetto il Gabrielli il quale passò per imbecille, e riversò ogni colpa sull'Oliva. Questi vedendo disperato il caso suo, si precipitò da una finestra del palazzo dell'Inquisizione, e si fracassò la testa.

Altrove indicammo come il misticismo invadesse anime pie e sante; nel qual senso anche il Bellarmino scrisse La scala per ascender a Dio dalle creature, tradotta dal latino in tutte le lingue, e il Gemito della Colomba ossia il ben delle lacrime. Più illustre fu santa Teresa, destinata dal papa e da Filippo II a riformare monasteri: la quale definiva il diavolo «quell'infelice che mai non amò»; e diceva «che l'intelletto umano dovrebbe giudicar delle cose come se al mondo non esistessero che Dio e lui»[363].

Ma altre volte i mistici pareano trasportar ancora al medioevo, quando l'ardimento e fin la temerità delle idee associavasi alla più fervente pietà, alla fede più ferma: e questa tendenza a ingolfarsi nella divinità di Cristo fin a dimenticarne l'umanità, portava a pensieri che davano alimento pericoloso alle passioni e a teorie superbe, le quali non valgono il minimo atto di bene pratico.

A un frate Egidio fu rivelato che una buona donna può amar Dio meglio d'un dottore di teologia: ed egli corse per le vie gridando: «Venite, buone donne; amate Dio Signor nostro, e potrete esser più grandi di san Bonaventura».

Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel 1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una Guida spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore. Suo dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio, e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a Melantone: «Sii [334] peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte al giorno»[364].

Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'Accordo dell'azione e del riposo nell'orazione, passò per invido calunniatore, e per poco non ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose che le colpe, la folla fischiava, e gridava Al fuoco, al fuoco. Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno il Credo e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino al 28 dicembre 1696.

Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò. Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da Innocenzo XI colla bolla Cœlestis Pastor, 20 novembre 1688. Insieme condannossi come infetta di quietismo la Contemplazione mistica del cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.

Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.

I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima, perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio, al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.

[335] Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi Pelagiani; mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini, Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.

Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa, essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle dignità.

Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un Giuseppe Beccarelli di Brescia.

Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico della propria camera, [336] protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si trovassero quattro cardinali parenti del reo.

Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese, monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia; cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le ceneri disperse.

La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla famiglia regnante.

Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581, Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte opere di controversia e d'ascetica, fra cui le Istruzioni pei sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro vita sono venute. Recitò pure le orazioni funebri pel principe Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613 l'Accademia Giaponica, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e v'aggiunse un'Orazione in lode di Gesù Crocifisso, ch'egli avea recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da Cortona; poi nel 1623 a Venezia, Osservazioni sul modo facile dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere gli obblighi del proprio stato. Restano molte sue cose inedite, di cui principale quella De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas, hæreticos et judæos.

Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.

Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto potesse esser permesso al senso, purchè l'anima [337] restasse indifferente: merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali, non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il volere e l'approvazione di Dio.

Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un Girolamo Mainardi, e da un innominato.

Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il Typus optimi regiminis ecclesiastici, politici et œconomici, ove offre David come esempio ai regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica.

Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie. Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione, sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.

Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva, e gli furono negati i funerali solenni[367].

Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta la storia di suor Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis. Nasceva costei a Sepino provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto. Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua [338] donne, che le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa, che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.

L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631 eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe Purgatori Europæ lernæarum hæreseon eversori extinctori Panormus piissima d. d., dopo un breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con medaglie portanti Ab Austro prosperitas et felicitas. Governando il marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico. Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690 contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de' condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad esser arsi vivi, donec in cinerem convertantur, cinis vero dispergatur.

Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].

[343]

DISCORSO LI. PIEMONTE. I VALDESI SUBALPINI.

Fra le Alpi occidentali formavasi una potenza, che annettendosi gli avanzi del regno di Borgogna, poi ottenendo dalla badia di San Maurizio la lancia e l'anello di questo, poco poco dilatava dalla Saona alla Sesia e dal lago di Neuchatel al Mediterraneo, dalla vetta alpina fiutando di qual parte spirasse il vento, per ispiegar a quello le vele, non ben determinata se di là di qua de' monti giovasse meglio ampliarsi, e favorendo ora l'impero di cui era vassalla, or Francia di cui era insidiosa vicina, finchè si volse risolutamente all'Italia, ove doveva non solo sopravvivere, ma surrogarsi a tutte le dinastie. È perciò che alla storia italiana riferiamo quella pure de' paesi da cui i duchi di Savoja trassero e la cuna e il titolo, e che repudiarono appena testè per aspirazione maggiore. Carlo III il Buono era nipote di Francesco I; ma temendolo appunto per la vicinanza e perchè possedeva le chiavi del suo Stato, cioè Saluzzo, inchinò a Carlo V, di cui sposò la cognata, e a cui diede grand'appoggio contro l'emulo in Italia. In conseguenza il re di Francia ne occupò tutti gli Stati da Moncalieri alle Alpi, mentre l'imperatore tenevasi gli altri, e muniva Asti, Fossano, Vercelli; sicchè esso duca diceva al Muzio: «Due mastri di casa ho io; l'imperatore e il re, che governano il fatto mio senza rendermene conto».

Come dovesse starne il povero paese Dio vel dica; ma il duca sperava, sempre, col bordeggiare, di giunger alla sua meta. E per riuscirvi meglio fu chi lo esortava a valersi della Riforma, ed abbracciarla palesemente; col che raccorrebbe il favore di tutti quelli che avversavano il papato e l'Austria.

Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato infervoratissimo del nuovo simbolo, stimolava Lutero a indurvi il duca: «Questi è grandemente propenso alla pietà e alla religione vera[369]; ama discorrere della Riforma con persone della sua Corte; adottò la divisa Nihil deest timentibus Deum, la quale è pure la vostra. Mortificato dall'Impero e dalla Francia, [344] avrebbe modo d'acquistare suprema ingerenza sulla Savoja, la Svizzera, la Francia».

Lutero in fatto gli scrisse, ma senza effetto. Anzi il duca passava intere mattinate a visitar chiese e udire messe: i tre stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo di tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi dei Riformati, e impedire si estendessero nel paese; egli pure, vagheggiando il concetto, allora nascente, dell'unificare lo Stato, non bramava di meglio che svellerne l'eresia. Ma in cinquant'anni di signoria, per la passione di tutto acquistare, quest'ambizioso non fece che perdere; vedemmo (pag. 92) come la sua smania di insignorirsi di Ginevra fece che questa gli si rivoltasse, e appoggiandosi ai cantoni Svizzeri riformati, abbracciasse la Riforma di cui dovea diventar la Roma, e come il duca serbasse eterna ribrama di quel dominio; e più volte tentasse recuperarlo, ma sempre con sua onta. [Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.]

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.

Nella relazione di Gregorio Barbarigo ambasciadore veneto a Carlo Emanuele I nel 1611, è narrato quanto la perdita di Gex e degli altri cantoni e di Ginevra pesasse al duca di Savoja, «desideroso piuttosto d'allargare gli antichi confini dello Stato suo, che facile a soffrire di esser privo di quello che già è stato de' suoi antenati». Sperò riaverli alla morte d'Enrico IV, e col matrimonio del principe suo figlio, e perchè restava tolto l'appoggio de' Francesi a Ginevra, dove allora aveasi meno affluenza di Protestanti, dopo che erano tollerati in Francia, meno industria dopo che a Lione si favorirono le manifatture nazionali meno lavoro di stampa dopo che ai libri colà pubblicati, che spesso erano anche pontifizj e buoni, non si permetteva di mettere la marca de' libraj lionesi, colla quale circolavano liberamente.

E prosegue come esso duca sempre si valesse delle cose di religione per ampliar i suoi Stati: mediante intelligenze colla Lega sperò estendersi in Provenza: col pretesto di tor via gli Ugonotti, agognava ottenere Ginevra; ma poichè videsi non abbastanza soccorso, si amicò coi Protestanti di Germania, e non esitò disgustare il pontefice, massime col tirare la guerra in Italia. Il pontefice però comprende come bisogni usar riguardi a paese, che trovandosi in contatto con Ginevra, potrebbe declinare dal rispetto dovutogli. E qui ragiona delle valli Valdesi, e della loro tenacità nelle antiche e nuove credenze. Aggiunge che nello Stato, mentre fu posseduto dai Francesi, molto si propagò la dottrina degli Ugonotti, e v'ebbe pubblici predicatori in Torino[370] e altrove, «i quali, rimesso il duca in istato, furono fatti partire, talchè ora si vive cattolicamente dappertutto; comprendendo i duchi che, quanto scemava lo zelo per la religion cattolica, cresceva l'inclinazione pei Francesi».

Il clero vive dipendentissimo dal duca, lo che toglie ogni possibilità al papa di contrariarlo: perocchè i benefizj ecclesiastici son quasi tutti conferiti [345] liberamente dal duca, compreso i due arcivescovadi di Torino e Tarantasia e i nove vescovadi, godenti da due fin a cinquemila scudi d'entrata; il duca propone alla conferma del papa un nome solo; lascia lungamente vacanti i posti, valendosi degli intercalari a gratificare persone e famiglie sue devote, e non permette che ne godano forestieri, nè che questi moderino le coscienze de' suoi sudditi: molti ne convertì in commende dei ss. Maurizio e Lazaro. Nelle materie giurisdizionali di là dai monti ha piena autorità anche sopra le persone ecclesiastiche: in Piemonte sopravvive qualche privilegio a queste. Nei feudi procura escludere l'ingerenza clericale. Ha gelosia de' Cappuccini, che dipendendo dalla provincia di Genova, non hanno spiriti abbastanza principeschi, onde diè loro lo sfratto, principalmente dal convento che hanno sulla collina di Torino.

Ciò pel Piemonte proprio: quanto ai paesi di quel regno già appartenuti a Genova, trovo a Ventimiglia nel 1573 esser dal vescovo ribenedetto un Antonio Planca di Tenda, il quale in Genova (o Ginevra?) aveva abbracciato la religione luterana. In Sospello poi si indicano ancora le case ove abitavano alcuni calvinisti, colà solo tollerati.

Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.

Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.

Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.

Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori (Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja).

Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare (Ibid.).

Chi da Torino procede a libeccio verso le Alpi Cozie, che fan confine alla Francia, dopo Pinerolo fra monti più o meno selvaggi a cui sovrastano il Monviso e il Moncenisio, vede aprirsi una successione di valli: a settentrione quella di Perosa, solcata dalla Germanesca e più oltre quella di Pragelato; a mezzodì di esse quella di Rorà, più piccola ed elevata; a occidente la valle di Luserna, bagnata dal Pellice, da cui diramasi quella d'Angrogna o San Martino, che da un lato chinasi al Piemonte, dall'altro pel colle della Croce dà adito al Delfinato, importante passaggio d'eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che scendendo di balza in balza, le irrigano di troppo fredde acque e non di rado le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si elevano piani, studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell'educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavar pietre lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Il dialetto piemontese che vi si parla ha mistura ancor maggiore di francese.

La val di Luserna è ora popolata in quantità di ventimila anime, e n'è capo Torre con tremiladucento, amenissimamente posta alle falde del Vandalino, ed eretta appunto a schermire la valle da forestiere escursioni.

Colà fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi che la proteggono si erano ritirati gli avanzi di que' Valdesi, che nel secolo XIII vedemmo turbare l'Italia e dare origine all'Inquisizione. I Valdesi cercano persuadere che la religione loro derivi direttamente dagli apostoli e da' primi loro discepoli, che si conservasse senza adulterazione fra questi Israeliti delle Alpi, che perciò sarebber i cristiani più antichi; predestinati da Dio a [346] mantener la vera fede e la purezza del Vangelo: che i Riformatori d'ogni tempo attinser da loro le dottrine che predicarono. Eppure queste variarono a seconda de' ministri e de' tempi. Parlandone nel discorso V indicammo come vogliansi discernere dagli Albigesi e dalle altre sette manichee. Bossuet asserisce che, quando si separarono da noi, in pochissimi dogmi deviavano, e forse in nessuno[371]: Ranerio Saccone, che, essendo stato dei loro, dovea conoscerli, dice credevano dirittamente in tutto, se non che bestemmiavano la Chiesa e gli ecclesiastici[372]; e Lucio III papa li pose fra gli eretici per alcuni dogmi e osservanze superstiziose, il che indicherebbe non avessero errori fondamentali, e massimamente di quelli che dappoi levarono rumore. Anche dopo la condanna del papa, tennero una conferenza a Narbona, dinanzi ad arbitri: e il ragguaglio che ne dà Bernardo abate di Fontecaldo, ci ajuta a determinare che le loro colpe consisteano principalmente nel negare obbedienza a preti e vescovi, credendosi autorizzati a predicare, uomini e donne; in opposizione ai Cattolici, i quali sosteneano bisogna obbedire ai sacerdoti e non sparlarne, le donne non dover predicare, e neppur i laici senza licenza de' pastori; non doversi ripudiare la preghiera per i morti, nè abbandonare le chiese per far orazione in case private. Anche Alano dell'Isola, che scrisse un libro per confutarli, insiste sull'obbligo che corre di non predicare senza missione, e di obbedir ai prelati sebbene cattivi; che l'ordine sacro, non già il merito personale, conferisce l'autorità di consacrare, di legare e sciogliere; che bisogna confessarsi a preti, non a laici; che è permesso in certi casi giurare e punir di morte i malfattori, il che essi negavano[373].

Condannati da Bolesmanis arcivescovo di Lione, chiesero protezione da papa Lucio III, che invece esaminatili, condannò i nuovi eretici nel 1184[374]: non obbedirono, ma tornarono a cercar il voto di Innocenzo III, che di nuovo condannò ogni loro riunione e insegnamento, nel 1199.

Giacomo vescovo di Torino, andato nel 1209 alla corte di Ottone IV imperatore, gli palesò questa infezione della sua diocesi: e n'ottenne un rescritto, ove quegli protesta che «il giusto vive di fede, e chi non crede è giudicato»; laonde nel suo impero vuol che ogni eretico sia punito coll'imperiale severità; gli conferisce autorità speciale di cacciar dalla diocesi i Valdesi, e chiunque semina la zizzania della falsità[375]. Pure poco a poco crebbero d'audacia, e al modo dei Fraticelli, sostenevano che, per amministrare i sacramenti, bisogna esser poveri, e in conseguenza i preti cattolici non erano veri successori degli apostoli. Nel 1212 tornarono a Roma per ottener dalla santa sede licenza di predicare; e Corrado abate Uspergense, che ve li vide col loro maestro Bernardo, dice affettavano la povertà apostolica con certi zoccoli e tuniche come i monaci, ma capelli lunghi, a differenza di questi, e che nelle assemblee secrete e nelle prediche contrafaceano i riti della Chiesa. E soggiunge come fu per dare alla Chiesa de' veri poveri, che il papa approvò i Francescani[376].

[347] Allora viveano rinserrati nelle valli subalpine, donde nel 1308 respinsero armata mano gli inquisitori, e uccisero Guglielmo prevosto cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo, ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre, d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377]. Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.

Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti barba, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di Barbetti. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.

Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino; e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non qualche [348] ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore, muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire. Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la gloria»[379].

Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il 1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi, Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli, Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363, accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le loro bestie in un'epidemia[381].

Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici, dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446 inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, et si non fuissent milites qui eum custodiebant, dice un cronista, una cum multis aliis bonis catholicis non redisset vivus. Trovò quasi tutti i valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, [349] e avendo invitati in Luserna quanti voleano seco disputare, con trecento e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53, quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al Vomito[382].

Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.

Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i magistrati a ciò s'attenessero.

Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli. Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi aspidi velenosi; e il legato condusse un esercito nelle placide valli d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».

Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII e Francesco [350] I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine, e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma, carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti teologi arrivano a comprenderlo».

Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha interamente rejetto?»[383].

Bossuet che, nella Storia delle Variazioni, esibì pur quelle de' Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495 nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi «predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera, mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un Pater, un Credo, non mai l'Ave Maria; proibito il giurare; non doversi invocare i santi nè pregar per i morti.

Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da questi, nel [351] 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua castità.

A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce, sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni papali e ai sacerdoti cattolici[384].

Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione. Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio, avesse qualche valore, conforme alla parola Battete e vi sarà aperto. Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»

[352] Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.

Era questo veramente il simbolo antico? o è vero quel che sopra vedemmo asserito, che da prima ammettessero l'efficacia delle opere?

Quando ai novatori rinfacciavasi d'esser nati jeri, importantissimo riusciva l'accertar questi punti, e quindi se ne discusse con quell'accannimento, che sempre offusca la verità. I più recenti negano che i Valdesi derivassero da Claudio di Torino, nè che la confessio fidei sia del 1120, bensì posteriore al colloquio con Ecolampadio[387], e che poc'a poco eransi allontanati dalla Chiesa cattolica.

Nell'assemblea che i Valdesi tennero per sei giorni in Angrogna a mezzo settembre 1532 fu proposta un'unificazione, i cui punti erano:

1. Che servire a Dio non si può se non in ispirito e verità;

2. che quei che furono o saranno salvati, sono eletti da Dio prima della creazione;

3. che riconoscer il libero arbitrio è negar la predestinazione e la grazia di Dio;

4. che si può giurare, purchè chi lo fa non pigli il nome di Dio invano;

5. che la confessione auricolare ripugna alla Scrittura; bensì è lodevole la confessione reciproca e la riprensione secreta;

6. non v'è giorni prefissi al digiuno cristiano;

7. la Bibbia non proibisce di lavorar la domenica;

8. nel pregare non occorre articolar le parole, nè inginocchiarsi o battersi il petto;

9. gli apostoli e i padri della Chiesa usarono l'imposizione delle mani, ma come atto esterno e arbitrario;

10. i voti di celibato sono anticristiani;

11. i ministri della parola di Dio non devono andar vagando e mutare dimora, se pure nol richieda il ben della Chiesa;

12. per provvedere alle famiglie, essi possono godere altre rendite, oltre i frutti dell'apostolica comunione;

13. soli segni sacramentali sono il battesimo e l'eucaristia.

Non tutti però convennero in tali articoli; e nominatamente li ricusarono [353] i barbi Daniele di Valenza e Giovanni di Molines, che ritiratisi dal sinodo, passarono in Boemia; primo scisma fra' Valdesi, dedotto principalmente da ciò, che «alcuni pensarono, coll'accettare tali conclusioni, si degradasse la memoria di quelli che fin allora aveano condotto la loro chiesa».

Un'altra professione di fede sporsero al luogotenente del re di Francia dopo l'editto del 1555, portante che la religione loro e de' loro padri era rivelata da Dio nel vecchio e nuovo Testamento, e sommariamente espressa nei dodici articoli del Credo; confessavano i sacramenti, ma non il loro numero; accettavano i quattro Concilj ecumenici Niceno, Efesino, Costantinopolitano e Calcedonese, il simbolo di sant'Atanasio, i comandamenti di Dio; riconoscevano i principi della terra, ma non intendevano obbedir alla Chiesa cattolica e ai decreti di essa.

Pare dunque che gl'insegnamenti ingenuamente scritturali de' barbi non tenessero di quel dogmatismo assoluto e sistematico, di cui i Riformati si armarono per combattere la Chiesa romana: poco aveano letto, poco discusso, difendendosi piuttosto col soffrire e credere; e comportavano alla Chiesa romana tutto ciò che non urtava il lor senso morale. Ma a ripudiar ogni accordo con questa gl'indussero Farel e i seguaci di Calvino, riuscendo a mutarne le credenze più che non avessero ottenuto tante predicazioni e persecuzioni. E nel 1842 il pastore Paolo Appia gemeva delle novità introdotte. «Chi voglia ben conoscere la Chiesa Valdese bisogna la osservi avanti la Riforma, quando non ancor deformata dalle professioni calviniche. Non fu un bel giorno per essa quello, in cui il genio colossale ma dialettico di Calvino le impresse il suo suggello, vigoroso sì, ma duro. Amo meglio i nostri barba, che nelle caverne o a cielo aperto recitano i passi della Bibbia. Deh perchè gli Israeliti delle valli non prefersero di rimaner nella loro oscurità, quali erano prima di quel profluvio di controversie, cioè uomini della Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione, poveri di spirito come quelli cui appartiene il regno de' cieli?»

Furono i Valdesi che diedero alla Francia la prima traduzione della Bibbia. Perocchè, avendo veduto come le poche che correvano fossero di senso e di copia fallaci, indussero Roberto Olivetano, pratico di greco e d'ebraico, a voltarla in francese. Ed egli l'eseguì in un anno: e «ho fatto il meglio che potetti, ho lavorato e approfondito il più che seppi nella viva miniera della pura verità per trarne l'offerta che vi reco, a decorazione del santo tempio di Dio. Non mi vergogno, come la vedova del Vangelo, d'aver portato innanzi a voi due soli quattrini, che son tutta la mia sostanza. Altri verranno appresso, che potran meglio riparare il cammino, e far più piana la via».

Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero popolo, tuo [354] amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia, che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e dilettazione!»[388].

Dacchè il contatto de' Riformati li strappò dalla quieta loro oscurità, i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo. Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano, ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto. Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.

Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.

Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e [355] con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera, il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo, istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra gli scherni plebei e le difficoltà governative.

Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].

Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti; laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini, che scorsero predicando le valli valdesi.

Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè appartenente alla Corte, fosse impiccato.

[356] È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto, restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante venerazione[391].

I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il Possevino.

Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia.

E in mezzo a terre di Francia giaceva il contado d'Avignone, che atteneasi all'Italia come dominio dei papi, i quali lunga dimora vi aveano fatto durante quella che si disse schiavitù babilonese: e da poi vi mantenevano un legato pel governo civile, il quale presto ebbe ad occuparsi d'escluderne l'eresia. Perocchè gli Ugonotti vi eccitavano tumulti, onde averne pretesto per sottrarre il paese alla signoria del pontefice, di cui distrussero fin i palazzi. Pio IV vi mandò suo cugino Fabrizio Serbelloni, fratello del famoso Gabriele, il quale, col titolo di generale poi di governatore e con poteri straordinarj, sostenne i Cattolici, onde i Protestanti gli diedero taccia di enormi crudeltà; fatto è che riuscì a domarli, ne sbandì duemila, e ripristinò la messa.

Scoppiate poi le guerre civili di Francia, quel contado ebbe molto a soffrirne, e la stessa città fu nottetempo assalita, ma una fiaccola miracolosa fece il giro delle mura svegliando le scolte; sicchè la sorpresa fallì. Dappoi fu confortata dalle armi di Torquato Conti e dalle prediche di Feliciano Capitoni di Narni.

Colà era stato mandato il Possevino come prefetto del collegio gesuitico: ma nel 1569 essendo venuto a Roma, quando tornò bucinossi ch'egli vi fosse andato a denunciare molti eretici al papa; e che questi volesse introdurvi l'Inquisizione alla spagnuola, e abolire le confraternite dei Disciplini. In tempi sommossi nulla sì facile come il far credere anche le men probabili baje. Gl'inveleniti inveleniscono; la città si solleva contro il Possevino; il magistrato è costretto calmar quelle furie con colpire di severo editto i [357] Gesuiti: ma il papa scrive smentendo i fatti; le ire sbollono; tutto ritorna alla quiete.

Del Possevino conserviamo un curioso racconto della sua missione tra i Valdesi[392], nella quale adunò un'assemblea generale in Chivasso, ma senza frutto. Insieme con gravi comminatorie di galera e di forca si vietarono l'esercizio pubblico del culto, e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina[393], e Simone Fiorillo, che v'erano rifuggiti, trasferironsi a predicare in Valtellina, dove gli abbiamo trovati. Altri pure abbandonarono quel ricovero: poi crescendo i rigori, i Valdesi posero in disputa se fosse lecito resistere colle armi. Alcuni barbi sosteneano, «Non si deve al principe opporsi, neppure a difesa della vita, massime qui dove coi nostri averi possiamo ritirarci in monti più reconditi»; altri: «Sì; avete autorità d'usar le armi, non essendo contra il principe ma contra il papa». Quali seguono il primo parere; quali avventansi ad aperta ribellione. Per chetarli il duca propose un colloquio; ma al papa spiaceva che, nell'Italia stessa e sotto i suoi occhi, si mettesse in controversia la indisputabile sua autorità: se a quei popoli facea bisogno d'istruzione, manderebbe teologi e un legato con plenaria autorità di assolverli: sebbene di poca speranza si lusingasse, conscio della pertinacia degli eretici, che ogni passo a persuaderli interpretano per impotenza a costringerli.

I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemare o per comprimer i Valdesi; v'andavano spesso inquisitori e missionarj, e vi si adoperarono le arti della persuasione e della preghiera. Le sventure del paese, cui l'ambizione irrequieta di Carlo III avea tirata addosso la dominazione francese, davano impulso anche a movimenti antireligiosi, finchè Emanuele Filiberto (1553-1580), a servizio dell'imperatore acquistata rinomanza guerresca colle vittorie di Gravelina e San Quintino, in compenso ricuperò gli aviti dominj nella pace di Castel Cambrese. Cercò rendersi indipendente da Francia e robusto col fare armi, col togliere le rappresentanze paesane e gravare i sudditi d'imposte, mentre li scioglieva dai vincoli di servigi personali e di manomorta. Capì esso come gl'interessi di sua casa dovessero trasportarsi in Italia, e qui stabilì la sua capitale; ma non per questo abbandonava le idee avite, e fantasticava un regno allobrogo, confinato dalla Provenza e dal Delfinato, dal Lionese e dalla Bresse, dalla Svizzera francese e dalle provincie subalpine. A ciò l'infervorava il senatore Joly d'Allery nel 1561 in uno scritto, che, come gli opuscoli di Napoleone III, diffuso a migliaja di copie, doveva o creare o ingannare o scandagliare l'opinione pubblica. Ma per aver fautori a tal pensiero, suggerivagli di conciliarsi gli Ugonotti di Francia e i principi e Cantoni protestanti coll'abbracciarne la dottrina, come avea fatto egli stesso, il senatore Joly, che avea stabilito una Chiesa evangelica a Ciamberì.

La proposizione dovea far orrore, e venne processato; ed egli confessò [358] che l'ingrandimento della Savoja era ambito da tutti i sudditi; quanto alla religione non desiderava di meglio che di veder pubblicato, non le dottrine di Calvino o di Farel, ma il vangelo. Condannato a lievissima pena, presto fu rintegrato dal duca, di cui avea carezzato le ambizioni.

Certamente coll'apostasia Emanuele Filiberto avrebbe rimosso l'opposizione che ai suoi incrementi facevano il Lesdiguières, Ginevra, Berna, e attirato a sè gli Ugonotti di Francia, i quali, badando più alla religione che alla nazionalità, come tendeano la mano all'Inghilterra e all'Olanda, così sarebbonsi messi col capo de' Valdesi.

Ma fra il bisogno che avea di Spagna e del papa, tra la particolare pietà[394] e il desiderio d'aver ne' sudditi l'unità di credenza, preferì le armi, mestier suo, e tanto più che accorreano molti Francesi in quelle valli per ajutare i loro religionarj, ond'egli temeva non rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza. Spedì dunque truppe, che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Vedendo la difficoltà dell'esito e l'inopportunità dei mezzi, avendo anche settemila uomini di Savoja toccato una grave sconfitta a San Germano, con grande rincoramento degli insorti, il duca calò ad accordi; concesse a' Valdesi perdono, e di tener congreghe e prediche in determinati luoghi; negli altri soltanto consolar gl'infermi, e far certi riti; i profughi rientrassero; potesse il duca escluder i predicanti che non gli aggradivano, ma essi eleggerne altri: però non trapassassero i loro confini, e non escludessero i riti dei Cattolici (5 giugno 1560). Il borgo di Torre, smantellato dal Caracciolo, venne munito di nuovo, e diventò sede del governator della valle.

Con ciò Emanuele Filiberto gratificossi la Corte di Roma[395], che s'interpose onde fargli cedere dalla Francia le fortezze che teneva di qua dell'Alpi. Ma il duca, che pure ajutò la Francia contro gli Ugonotti[396], restò in mala fama presso i novatori, sì per questi provvedimenti, sì pei processi contro eretici. Il 20 giugno 1556, in piazza Castello a Torino era stato ucciso Bartolomeo Actor, côlto mentre da Ginevra portava lettere e libri eterodossi nella val San Martino; altre condanne negli anni seguenti; e il Mainardi scriveva da Chiavenna il 7 maggio 1563 a Fabrizio Montano: «Da coloro che vengono qui dal Piemonte ci è riferito che il duca di Savoja fu fatto dal papa capitano della Chiesa, o confaloniere; e riceve ogni anno sessantamila scudi di paga». E il Vergerio al duca Alberto il 5 aprile 1562: Cum natus fuerit filius ill. Sabaudiæ duci, ille non modo antichristum, sed quinque pagos Helveticos acerbissimos purioris evangelii hostes ascivit sibi in susceptores, seu compatres, quod non obscuram dat significationem quod adversum nos aliquid moliatur.

Fabrizio Ferrari, residente a Milano pel granduca di Toscana, ai 5 febbrajo 1566 scriveva: «Di Piemonte s'intende che ogni dì si scoprano diversi umori di Ugonotti, e che il duca ha molta difficoltà di provedere, temendosi [359] massime che la moglie e quasi tutti i ministri di sua eccellenza siano del medesimo umore. Piaccia al Signore Dio di porvi la mano, perchè, ogni poco di fomento che venisse dato a que' popoli, che restano in generale malissimo soddisfatti, dico gli Ugonotti e gli altri del duca, si teme che darebbe occasione di accender un'altra volta il fuoco in queste parti»[397].

Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'ajuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorità pontifizia, alla quale esso, come i suoi avi, era stato docilissimo. Agli abitanti di Verna e d'altri luoghi spettanti alla chiesa d'Asti, aveano i ministri del duca imposto di pagar una parte di tributo, e dare soldati, e comprar del proprio certe armi. Questa diminuzione di franchigie parve ingiusta al papa; rimostrò al duca come ne patisse il suo nome, e l'esortava a ritirar gli ordini, o se credesse avervi ragioni, gliele facesse conoscere. Gravi rimproveri indirizzò il papa al vescovo d'Asti Gaspare Caprio, che aveva assentito a tali insolite imposizioni, ond'egli andava a portarne richiamo al duca, quando cascò da una scala e morì. Essendo costui stato pigro nel perseguitar gli eretici, che in occasione della guerra erano venuti numerosi in quella diocesi, molto lasciò da faticare al successor suo frà Domenico Della Rovere, già inquisitore. Il quale colla fermezza seppe indurre il duca a desistere da varie usurpazioni, che avea cominciate contro le immunità ecclesiastiche.

A Onorato di Savoja conte di Tenda, omnium hæreticorum hostem acerrimum, Pio V scriveva il 30 dicembre 1569 perchè arrestasse quell'Antonio Planca, segator di legna, che su mentovammo, e che era ricaduto nell'eresia dopo ritrattato: Innocenzo Guino detto Umeta, ed altri di cui gli trasmetteva i nomi: con gran diligenza e secretezza li consegnasse al vescovo di Ventimiglia. Anche ad Emanuele Filiberto esso papa domandava il 21 aprile 1570, consegnasse al Sant'Uffizio Giovanni Toma, eretico e apostata, che giaceva nelle carceri di Torino; e da cui sperava trar notizie de' complici. In quegli anni ricordansi editti, condanne, riazioni, sì in queste valli sì nel Delfinato, e distruzione di chiese e uccisioni di parroci, attribuiti dagli uni ai Valdesi, da altri agli Ugonotti, raccoltisi in val di Pragelato. Frà Tommaso Giacomello da Pinerolo, morto il 1569, inquisitor generale a Torino poi vescovo di Tolone e autore di due trattati De auctoritate papæ, e Contra Valdenses, preso il capo de' Barbetti, lo diede al braccio secolare.

Insignemente procurò per la conversione de' Valdesi san Francesco di Sales (1567-1622). Era egli stato scolaro del Panciroli all'Università di Padova, [360] ove fu dottorato il 5 settembre 1591; e durante gli studj aveva conosciuto il pio e dolce gesuita Possevino: e presolo direttore della sua coscienza, forse ne trasse quella dolcezza, che divenne suo carattere. Special devozione professava alla Beata Vergine, e la spiegò principalmente nella visita alla santa casa di Loreto. A Roma non trovò che santità dove Lutero non avea visto che abominazione: e fattosi prete, si pose tutto a convertire eretici, e divenne vescovo di Annecy, poi di Ginevra. Recandosi a Milano a venerare il corpo di san Carlo, e nel viaggio avuto contezza della congregazione de' Barnabiti, da poco istituita, alloggiò presso di essi nelle camere già usate da quel santo quando andava a farvi gli esercizj spirituali, e li pregò a venir a reggere il collegio di Annecy, istituito da Eustachio Chappuy, ch'era stato ai servigi di Carlo V. Col consenso di Federico Borromeo vi andò infatti il padre Giusto Guerin, che poi succedette al santo nel vescovado di Ginevra, e che vi istituì i preti della missione.

Era sottentrato duca di Savoja Carlo Emanuele (1580-1630), detto il grande perchè irreposato nel mestare in tutte le brighe d'allora, e perchè cercò ingrandir il Piemonte col pretesto di unificare l'Italia e di sbrattarla da' forestieri, mentre vi adoprava mezzi che ve li attiravano. Egli mandò a pregar san Francesco venisse a Torino, per divisare i modi di tornar alla via retta il Sciablese; e il santo, persuaso che del traviamento fosse stata causa principale il non conoscer la vera religione, propose vi si spedissero missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutare le calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se ne surrogassero di buoni; s'introducessero i Gesuiti per educare i giovani e sostenere le controversie. Però fra i ministri stessi di Carlo non pochi inclinavano alle novità; e san Francesco ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione per rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti rimasero esclusi.

Il duca cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo castello di Thonon, e accoltili con cortesia, esponeva loro gli argomenti più efficaci a dimostrare l'unità della fede e della Chiesa. Molti risposero alle sue premure, e quand'egli usciva, la gente faceasegli attorno gridando: «Viva sua altezza reale! Viva la Chiesa romana! Viva il papa!»[398].

Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli sol dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dovere staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè; gliene diede allora un altro, ma poichè egli facevale intendere non gli era possibile conservare preziosità finchè poveri ci fossero, essa lo pregò di nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe. Ecco il comunismo dei santi.

Carlo Emanuele, nell'irrequieta ambizione d'ingrandirsi, sperò profittare, come di tutto, così delle guerre religiose di Francia, ed alleatosi con [361] Filippo II, col suo appoggio tolse Saluzzo ai Francesi, assicurando lo faceva per sottrar quel paese al pericolo di cascare in mano degli Ugonotti (1588). E atteggiandosi campione del cattolicismo, chiama tutta l'Europa a soccorrerlo, assale la Provenza, tenta aver Marsiglia, adopra a vicenda maneggi e violenze, finchè stancato, Enrico IV gli dichiarò guerra.

Il Lesdiguières prese la capitananza dei Protestanti del Delfinato, che allora si diffusero nel marchesato di Saluzzo, in San Germano, a Pramollo; e con essi nel 1592 espugnò i castelli di Perosa, Cavour, Bricherasio ed altri, onde fu soprannomato Schiumatore delle Alpi. Il forte di Santa Caterina che dai confini della Savoja sempre minacciava Ginevra, fu dato a questa città, togliendolo al duca, il quale nella pace cedette i paesi attorno al lago Lemano, ma si assicurò Saluzzo.

Carlo Emanuele, disposto a voltar casacca qualunque volta gli giovasse, si accostò ai Protestanti tedeschi, per mezzo del conte Ernesto di Mansfeld e di Cristiano d'Anhalt, offrendo soccorrerli nella guerra dei Trent'anni: col che sperò perfino ottener l'impero; ma l'intento non gli successe[399]. Legò intelligenze anche col connestabile di Lesdiguières, al quale avea sempre fatto guerra come a capo degli Ugonotti, e concertava seco di conquistar il Milanese, il Monferrato, la Corsica e il Genovesato, del quale cederebbe la città e la riviera di levante a Francia, affinchè avesse libero passo all'Italia. Scontento del mal esito qui e della vergognosa sua spedizione contro Ginevra, e rovinato il paese suo per acquistar l'altrui, morì di crepacuore.

In un memoriale che al duca sporsero nel 1585, i Valdesi diceano che il loro culto da alcune centinaja d'anni professavasi secretamente, e da trent'anni palesemente; vantavano diritti a tolleranza; voleano patteggiar coi proprj sovrani, e mandavano ambasciatori ai sovrani esteri. Nel 1593, quando Enrico IV stava per abjurare, gli scrissero: «Sire, Dio vi ha reso padrone della Gallia transalpina; la cisalpina pure sarà vostra, appena lo vogliate. Il marchesato di Saluzzo tornerà a voi, e Milano anche. Le valli di Luserna, Perosa, San Martino son già vostre, e al Delfinato vostro serviranno di bastioni, costruiti dal supremo Fattore, ed elevati fin al cielo. Ciò è molto, ma non tutto, perchè con queste muraglie altissime e merlate voi avrete mura e fortezze vive. Son i popoli vostri, o sire, che abitano le viscere di queste valli, combattenti per natura insuperabili, e rinomati per antichità, consacrati ora e sempre al servizio di vostra maestà. Ad essa fecer oblazione de' loro beni, sagrificarono sull'altare di essa i corpi e le vite; essi e i figli loro vissero per vivere e morire sotto la vostra corona. Insomma essi son vostri»[400].

Non è dunque vero quel che tanto si ripetè or ora, che Enrico IV volesse ingrandire la casa di Savoja in Italia: anzi è notevole che, nel famoso suo Piano di repubblica cristiana, metteva capo della federazione italiana il pontefice, e non tollerava in Italia che la religione cattolica[401].

[362] In quelle sue tresche col Lesdiguières, lasciossi da questo indurre a concedere ai Valdesi un editto di grazia nel 1617. Per questo i fedelissimi ed umilissimi sudditi e servitori di sua altezza, che fanno professione della religione riformata secondo l'evangelo di Gesù Cristo nelle valli di Luserna, Perosa, San Martino, Roccapiatta, San Bartolomeo, Taluco, Meana, Matti e marchesato di Saluzzo», ebbero lunga pace. Della quale giovandosi, ripassarono il Pellice, confine prescritto, si diffusero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono tempj, celebrarono solenni pasque con sì grande affluenza, che il vescovo di Saluzzo vi si portò nella medesima settimana affine di rimettere in qualche splendore la sua chiesa abbandonata[402]. Commisero anche profanazioni di chiese e cimiteri, e delitti che la storia riceve con gran precauzione, conscia delle calunnie che i partiti sogliono rimbalzarsi.

Carlo Emanuele al 24 gennajo 1624 ordinava si demolissero sei nuovi tempj, si mandasse via un maestro; e mandava ai Valdesi editti, somiglianti a pastorali; vietava trattassero in chiesa d'altre cose che del culto; ne frenava i bizzarri umori con castelli; spediva Cappuccini e Gesuiti, che teneano anche pubbliche dispute. Una ne fu il 1598 a San Germano fra il cappuccino Filippo Ribotti di Pancalieri e il ministro Davide Rostagno, dietro alla quale abbracciarono il cattolicismo varj capitani; nel 1602 l'arcivescovo di Torino dava un salvocondotto a' barbi perchè venissero a discutere seco in Perosa.

Nel 1596 l'arcivescovo Broglia visitava le valli Valdesi, a capo di missionarj cappuccini e gesuiti, e grandi frutti di conversioni raccolse, cominciando da minacce, poi ricevendo con tutta carità i ravveduti. Solo a Festeona, presso Demonte, gli eretici durarono insolenti e contumaci, sinchè vennero anche quivi all'obbedienza, eccetto tre che furono esigliati. Vi tornò poi nel 1601, e potè purgare Luserna: quei di Bibiana vollero che il loro barba Agostino, frate italiano, ivi rifuggito e ammogliato, potesse disputare sulla verità della Messa; ma sì questo, sì altri, quand'erano serrati dalle argomentazioni, volgeano la cosa in riso. Tenea poi sempre colà missioni, principalmente di Cappuccini, e largheggiava in limosine. E nel 1620 il padre Girolamo da Mondovì ristorò la chiesa a Perrero e la casa parrocchiale; il padre Ambrogio da Moncalieri alla domenica radunava i fedeli per ispiegar la dottrina; e negli anni seguenti il padre Stefano da Torino rialzava le distrutte cappelle, istruiva, soccorreva. Il padre Giantommaso di Brà fondava in Perosa un ginnasio: il padre Girolamo da Pamparato nel 1648 vi tornò più volte per impedire che il fisco carpisse i beni destinati a quelle missioni. Nel 1623 l'arcivescovo Chiglietti facendo la visita alla valle di Pragelato, suddita a Francia, non vi trovava più vestigio di cattoliche consuetudini.

Marcaurelio Rorenco, consignore della valle di Luserna e gran priore di San Rocco a Torino, adoprò assai a convertire i Valdesi, secondato da [363] sua madre, e fu considerato, a detta del Léger, come il più diligente, sottile ed efficace stromento contro di essi. Nel 1632 stampò una «Narrazione dell'introduzione delle eresie nelle valli di Piemonte», e nel 1649 «Memorie storiche dell'introduzione delle eresie, dedicate al duca di Savoja» esprimendo nel proemio: «Voi fate e dite, e vivono persone che si ricordano che i vostri padri facevano e dicevano altrimenti».

Quando, pel trattato di Cherasco del 1633 il duca di Savoja Vittorio Amedeo recuperava gli aviti possedimenti, si ripeterono gli editti antichi, allontanando i Valdesi da Pinerolo, pena di morte l'abitar fuori de' confini assegnati.

Ma rottesi nuove guerre, Carlo Emanuele II nella pace dovè ceder ancora ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa; dove Luigi XIV, il 4 agosto 1654, vietava l'esercizio del culto valdese, e richiamava in vigore gli editti dei duchi. Cambiata allora la pazienza in furore, i Valdesi, radunatisi in forza tra le valli della Dora di Pragelato, sotto la presidenza di Giovanni Léger, consacrato ministro di Prali, San Germano e Rodoreto nel 1639, s'avventano nella val del Po saccheggiando; di incendj a monasteri e chiese sono imputati i ministri e le loro mogli; e d'assassinj, come quel del parroco di Fenile, il cui uccisore Berru confessò averne commissione da Antonio Léger e da altri barbi.

Anche il duca, usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e rigori per restringere i Barbetti fra i designati confini, manda il marchese di Pianezza ad accamparsi in mezzo a loro, e occuparne i castelli e gli abituri. Corsero allora fiere battaglie, e in una dell'11 marzo 1655 a Bobbio perirono censessanta Valdesi e altrettanti Cattolici, cencinquanta per parte a Villar; e dicesi duemila in tutto. Nell'aprile l'intera valle di Luserna era devastata d'incendj e morti. Condotti da Léger, Gianavello e Jayer, che uccidevano quanti Cattolici cogliessero, i Valdesi si raccolsero sulle rive dell'Angrogna, verso le cime più erte; e alla Vaccheria e al Prato del Forno si munirono insuperabilmente, mentre invocavano l'ajuto de' correligionarj di tutta Europa.

Ribaditi nelle loro credenze dal trovarle perseguitate, tennero nota giornale d'ogni lor avvenimento; e le fughe, le vittorie, l'esiglio narrarono con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse. E se oggi pure ha tanta attrattiva per noi lontani, noi dissenzienti, che doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, che gli aveva inveleniti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati all'insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da loro sofferte, massime nella Storia delle chiese evangeliche nelle valli del Piemonte (Leida, 1669) eccitava l'indignazione de' Riformati di tutta Europa, narrando di vergini stuprate, di madri impalate, di fanciulli sfracellati contro le roccie, d'uomini attaccati agli alberi col petto aperto e strappatone il cuore e i polmoni, d'altri scorticati vivi, [364] di sangue scorrente a rigagni, del paese sparso d'incendj dal Pianezza, infellonito da' frati; v'aggiunse l'allettativo de' disegni di que' martirj. Da questo Tacito della sètta i successivi ritrassero i fatti e l'ira, onde non solo fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per un Nerone, e rimasero esecrate le pasque piemontesi. Rimostranze fioccarono dall'Olanda e dalla Svizzera; Cromwell, protettore in Inghilterra, mandava lamentarsene, e Carlo Emanuele rispondeva, sentirgli di strano il qualificar di barbarie castighi paterni inflitti a sudditi ribelli, cui nessun sovrano avrebbe potuto tollerare; pure egli esser disposto a perdonare per deferenza al serenissimo protettore. Da tutte parti vennero collette per soccorso de' Valdesi; due milioni di lire dall'Inghilterra; secenquaranta mila fiorini dall'Olanda; Cromwell assegnò dodicimila sterline l'anno a soccorso delle chiese de' Valdesi, ai quali offrì asilo e terre in Irlanda.

Avendo Alessandro VII disapprovate le piemontesi crudeltà, molto il lodarono le gazzette olandesi di quel tempo[403]. Alfine interpostasi la Francia, a Torino il 31 luglio 1655 fu ristabilita la pace con perdonanza generale e colle concessioni di prima; le terre che i Valdesi possedeano fuor de' confini eran loro compensate con altre fra il Pellice e il Chisone.

Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi tumulti attirarono nuove armi e guerre su quella «terra maledetta, senza monaci nè madonne». Attizzavano le ire i molti che, sdegnando il perdono, s'erano fissati in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti, sommoveano la patria più per vendetta che per desiderio di recuperarla; il Léger, ch'era stato condannato a morte in contumacia, non cessava d'accannire imbrunendo ogni atto del governo, portando lamenti ai principi protestanti, accumulando calunnie, armi, denari con soscrizioni; non placabile mai finchè non morì ministro a Leyda. Ne seguivano sevizie d'ambe le parti[404]; a Torino faceansi processi e condanne, nelle valli insurrezioni, massime nel 1663 con molte uccisioni; poi l'anno appresso, per interposto delle potenze cattoliche, si rifà la pace, e Carlo Emanuele concede perdono «malgrado le qualità e le circostanze delle offese, i danni ricevuti da fedeli sudditi, da noi e dalla giustizia, e l'esser ritornati a delitti sempre maggiori».

Poco dopo (1685), Luigi XIV rivocava l'editto di Nantes, pel quale Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti. A questo re papa, a questo re Dio, che non avea più sudditi ma adoratori: che da Bossuet n'era felicitato colle parole indirizzate dai vescovi in concilio all'imperatore Costantino; che era riuscito (come vantavano i suoi adulatori) a far cambiar religione a un milione di sudditi, e ridurre tutto il regno ad unità di credenza, fu dato a intendere che i religionarj profughi di Francia trovasser ricovero nelle valli subalpine per sottrarsi al carcere e alle dragonate. Per mezzo del suo ambasciadore marchese d'Arcy chiese dunque, il 12 ottobre 1685, che, volendo egli convertire le valli soggette al [365] suo dominio, anche il duca di Savoja spegnesse quel focolajo d'eresia e di ribellione sulle sue frontiere, e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio Amedeo II, allora giovinetto, sebbene mostrasse quanto il fatto era difficile, dopo sì lunga consuetudine, e averlo tentato invano i suoi predecessori, ch'erano nel pieno loro diritto, non credette poter contraddirgli, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici, se no morte e confisca. Pertanto di quelli sparsi nei Comuni di Paesana, Brondello, Crissolo, non uno rimase: anche nelle valli privilegiate ne interdisse il culto fino in case private; fossero demoliti i tempj, espulsi i barbi; i bambini si allevassero cattolici; se no, cinque anni di galera ai padri e sferzate alle madri: gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro beni, che altrimenti sarebbero compri dal fisco.

Per eseguire l'intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo men sanguinario; Louvois, ministro della guerra del gran re, unì ai Savojardi quattromila soldati: grosso esercito contro montanari inermi, comandato dal francese Catinat e dal savojardo Gabriel. Gli uomini presi e legati mandavansi a Torino: restavano donne, fanciulli, vecchi, esposti alla brutalità de' soldati, che li straziavano per farli abjurare.

Gli Svizzeri impetrarono da Vittorio Amedeo che i Valdesi potessero migrare: e «Voi potete ancora (diceano a questi) uscir da paese sì caro e sì funesto; potete condur con voi le vostre famiglie, conservare la religione vostra, evitare nuovo sangue: in nome del cielo non ostinatevi a inutile resistenza». Pure nell'assemblea di Roccapiatta l'aprile 1686 decisero di resistere fin alla morte; scannarono e salarono il bestiame, e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti s'accingeano a respingere risolutamente le truppe.

Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi resistesse con effetto, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la patria e le credenze; nè l'insuperabile natura delle posizioni di Balsilla, di Serra il Crudele e d'altre, ove due possono respingerne mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del nemico e più la fame peggioravano la situazione de' Barbetti, che, quando fossero côlti, come rei di lesa maestà venivano uccisi, o mandati alle carceri, alle galere. Ridotti a piccol numero, ricoverarono sul suolo elvetico: ma di là ribramavano la patria; e alcuni per forza vollero ricuperarla, e una colonna di novecento, sollecitata e condotta dal vecchio Gianavello, imbarcatisi sul lago di Ginevra, per la Moriana valicarono il Moncenisio, e sceser dalla val della Dora in Pragelato, e dalla Balsilla respinsero dodicimila Francesi e diecimila Piemontesi; ma il Catinat molti ne colse ed appiccò.

Fra tali eventi, il duca di Savoja trovò che gli tornava conto guastarsi [366] colla Francia ed unirsi all'Austria. Allora, per ingrazianir l'Inghilterra, amica di questa, ripristinò ne' loro diritti i Valdesi, rilasciò quei che tenea prigionieri a Torino, e giunse fin a permettere tornassero al culto paterno quei che l'aveano abbandonato per paura o fini umani. L'Inquisizione romana cassò queste disposizioni come enormi, empie, detestabili, e il duca proibì si pubblicasse il decreto di essa, e chiese ne' suoi Stati l'abolizione del Sant'Uffizio; e papa Innocenzo riconobbe che si era ecceduto.

I Valdesi ricambiarono la tolleranza del duca col fortemente ajutarlo nella guerra alla Francia, servendo d'antiguardo al principe Eugenio di Savoja; e unitisi in reggimenti colla divisa La pazienza stancata divien furore, gravemente danneggiarono il Delfinato e le truppe di Luigi XIV. Poco andava, e Vittorio Amedeo trovava utile di ricomporsi in pace col gran re, ricuperando Pinerolo e la val di Perosa, da sessantasei anni obbedienti alla Francia. Per patto con questa si obbligò ad espellerne i Valdesi; i quali in numero di duemila cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera, nella Prussia, nell'Assia, nella contea d'Isemberg, nel Baden-Durlach: da Eberardo Ludovico duca di Würtenberg, con diploma del 1699 ottennero terre fra Maulbronn e Knittlingen, dove eressero casali che, rinnovando i nomi alpini, chiamarono Villar, Pinasca, Luserna, Mentoulles.

I rimasti abitarono poi sempre con più o men pace in quegli antichi ricoveri della libertà e delle credenze loro, silenziosi obbedendo, ed anche amando il loro principe e oppressore. Non mancarono mai zelanti che procurarono convertirli, e il beato Valfrè, di Verduno diocesi d'Alba, molto adoperossi nel 1686 per istabilir fra loro parroci cattolici. Questo pio frate oratoriano rincresceasi grandemente che Vittorio Amedeo II fosse venuto a cozzo colla santa sede; e allorchè il re andò a visitarlo moribondo, gli raccomandò di risparmiare i mali della guerra ai sudditi, e di tenersi sempre unito col vicario di Gesù Cristo, se vuole che Dio feliciti lui e la reale famiglia e il suo Stato. Nel 1637 la duchessa Maria Giovanna Battista, reggente, fondò in Torino un ricovero pei catecumeni, affidandone la direzione ai cavalieri dei ss. Maurizio e Lazaro, e doveano avervi vitto e vestito, come usavasi nell'Albergo di Virtù; i giovani fosser istruiti nella fede e in qualche arte: i vecchi vi trovassero riposo; una dote le nubende. Così continuò fino al 1740, ma le guerre e i dissidj aveano mandato a male l'istituzione e cumulato debiti, sicchè bisognò riformarlo. Carlo Emanuele III nel 1754 ergeva in Pinerolo un magnifico ospizio pei catecumeni: ma questo nel 1800 fu dato ai Protestanti dalla Commissione esecutiva che governava il Piemonte dopo l'occupazione de' Francesi. I quali gli accarezzavano, e Napoleone imperatore riconobbe l'organamento che si erano dato in chiese concistoriali a Torre, Prarostino e Villa Secca, considerando i loro tempj come edifizj pubblici a carico dello [367] Stato: e ai ministri assegnando mille franchi in terre e ducento di supplemento. Più tardi quell'ospizio fu riaperto dallo zelante vescovo Charvaz[405], che fu il primo cattolico che, dopo Bossuet, scrivesse sui Valdesi.

Restituito nel 1814 il Piemonte agli antichi regnanti, nel farnetico di rintegrar il passato si richiamarono gli antichi decreti, e si diede qualche inquietudine ai Valdesi: ma i governi di Prussia e d'Inghilterra s'interposero a loro favore, e vi ottennero il permesso d'esercitar molte professioni civili, di conservar i beni che avessero comprato fuor de' limiti prescritti, e si provide al sostentamento de' loro pastori. Il parlar che se ne fece mosse molti, massime inglesi, a visitarli e soccorrerli, e scriverne la storia e le difese[406], e nel 1825, massime per opera del Gilly, s'istituì a Londra un comitato per proteggerne gl'interessi. Contavano essi allora quindici chiese, ciascuna con un ministro che dev'essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, ai quali per tal uopo accordasi una diminuzione sull'imposta. Dirige queste chiese un sinodo, in cui ogni cinque anni si raccolgono tutti i pastori e deputati laici. La Tavola, magistratura di tre ecclesiastici e due laici, governa negl'intervalli fra un sinodo e l'altro, è rieletta ad ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni chiesa ha un concistoro proprio, composto del pastore, degli anziani, dell'economo, del procuratore, che cura l'amministrazione spirituale e temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole, nelle quali, come nel culto, s'adottò la lingua italiana. A tempi determinati il ministro va a cercare le popolazioni isolate fra le Alpi, per recarvi il ristoro della religione. Allora da tutte le praterie, da tutti i vertici accorrono i mandriani sui passi di esso; e l'eco delle vallate ripete le lodi del Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro dispensa consigli, conforti, rimproveri, compone dissidj, concilia matrimonj, sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.

Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza legale. Metodisti vi furono da Ginevra introdotti dopo il 1821, e benchè combattuti, fecero proseliti; osservano rigorosi la domenica, astenendosi da feste o danze, e tengono adunate vespertine, obbedendo solo alla ispirazione dello Spirito Santo.

In Torre, capo del mandamento, nel 1844 fu consacrata la Chiesa e inaugurato il convito per circa novecento cattolici che v'abitano; pei duemilatrecento Valdesi serve il tempio, aperto solennemente nel 1852, con architettura semigotica e l'iscrizione: La vera vita consiste nel creder in Dio e in Gesù Cristo suo figliuolo. È vicina la casa del pastore e de' ministri, che attendono al culto e all'istruzione; e in essa si tengono adunanze e si custodiscono gli atti della loro scuola, alla quale, composta di laici e ministri, spetta l'amministrazione suprema degli interessi de' religionarj. Nel 1825 [368] la propaganda inglese contribuiva venti mila sterline per fondare il collegio, assegnava dieci borse, da cento franchi l'una, a favore degli allievi, oltre mantenere tre giovani in Inghilterra che potessero poi venire a farvi da maestri; altri sussidj per scuole femminili. Instancabile ad ottenere soccorsi, il Gilly da un solo anonimo ebbe cinque mila sterline: e con simili collette un ospedale vi fu fondato nel 1827. Una biblioteca di opere altrove assai rare fu promossa principalmente dal colonello Beckwith, che spese da ducenmila franchi per difondere l'istruzione fra i Valdesi, e quando nel 1842 i maestri delle valli si raccolsero a festa in cima d'un monte, nello scendere portava ciascuno un ramoscello di rododendri, e giunti a Torre ne staccarono ciascuno un fiore, e lo presentarono al Beckwith.

Poteano i Valdesi possedere ed anche fare da notaj, architetti, chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune; ma solo entro i loro confini. Tali restrizioni cessarono al 17 febbrajo 1848, quando, ridotto costituzionale il regno sardo, furono pareggiati a tutti gli altri cittadini. Nel luglio 1849 i Protestanti di Torino chiesero di congiungersi con la chiesa Valdese, laonde quella congregazione fu proclamata parrocchia Valdese: nel 1853 si aperse in questa città un tempio nuovo; e favoriti da circostanze e da rancori politici, anche altrove erigono chiese, stampano giornali[407], fanno proseliti ed ispirano paure e speranze. Dopo il 1856 cominciarono alcuni a migrare in America, e nella Repubblica Orientale dell'Uraguai fondarono una colonia, detta del Rosario, che finora prospera per laboriosità e morale.

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DISCORSO LII. SECOLO XVIII. GIANSENISMO. FILOSOFISTI. FRANCHIMURATORI. CAGLIOSTRO.

Con tre avversarj, oltre i consueti, ebbe a lottare la Chiesa nel secolo XVIII: i Giansenisti, i Franchimuratori e i Filosofisti.

Allorchè un uomo delibera sopra il fare od ommettere un'azione, sente di potere decidersi in un senso o nell'opposto: ma l'azione e la deliberazione presente dipende da anteriori, in guisa da parerne quasi inevitabile conseguenza. Ciò non significa che l'uomo sia legato alla fatalità; bensì che egli non opera a caso, e che la libertà sua non vien mai esercitata così bene, come quando si conforma alla legge morale, insita in esso. Prescinde egli da questa? Se n'accorge, e confessa, «Volendo avrei potuto fare altrimenti».

La volontà dunque ha bisogno di appoggi estrinseci, quali l'esempio, i conforti, l'amicizia, l'approvazione o disapprovazione, la preghiera, la coazione morale e fisica. Ma oltre quest'esterna si dà un'azione interiore, che tutti sentono, che nessuno spiega. Il negare quest'azione, i diversi tentativi di ragionarla[408] e di misurarne la relativa importanza danno origine a variissimi sistemi, che collegansi con quelli che concernono l'altro arcano dell'origine del male.

Fin dai primi secoli, Pelagio, per sostenere il libero arbitrio, attenuava l'efficacia divina, cioè la Grazia, ponendo che le forze naturali bastino per adempiere la legge. L'uomo, a dir suo, fu creato mortale; nè il peccato ne deteriorò punto la prisca condizione. I bambini nascono nel medesimo stato in cui fu posto Adamo, e gli uomini sono liberi come erano nel paradiso terrestre. Ognuno può dunque serbarsi immune da peccato e osservare la legge; sebbene non possa raggiungere la perfezione. Che se vuolsi ammettere la Grazia divina, questa consiste appunto nella libera volontà di non peccare; tutt'al più è una ulteriore facoltà, concessaci da Dio per poter più facilmente compire quel ch'egli ci comanda: il libero arbitrio consiste nell'equilibrio fra il bene e il male, nella piena libertà di fare questo o quello.

Sant'Agostino, il primo de' Padri latini che riducesse a forma sistematica la dottrina evangelica, molto occupossi di questo dogma capitale della vita [375] cristiana; e combattendo Pelagio, sosteneva che l'uomo, dopo la colpa d'origine, cessò di potere per sè evitare il peccato ed osservare la legge: la grazia di operare il bene non può venirgli che da Dio, il quale la concede a chi e in qual grado vuole. Per lo peccato originale i bambini non partecipi della redenzione, van perduti irremissibilmente; e in alcune anime predestinate alla gloria, la Grazia si manifesta in modo indeclinabile e insuperabile. Queste frasi, comparandole ad altre dello stesso santo, da san Fulgenzio e dai teologi sono chiarite in modo di stabilire che col peccato originale l'uomo perdette la Grazia santificante, divenne soggetto alla morte; il libero arbitrio fu in lui non annichilato, ma indebolito; nè è dalla concupiscenza trascinato inevitabilmente al peccato; nè portato irresistibilmente al bene dalla Grazia, acquistata pel sangue di Cristo, e mediante la quale riceve la facoltà di far bene. Questa Grazia interiore deve prevenire la volontà, ed elevarla di sopra delle forze sue naturali; nè da noi la meritiamo, ma ci è data gratuitamente: senza di essa l'uomo non può fare opere meritorie; anche con essa non può restare immune da qualche venialità.

È dunque atto creativo la predestinazione, per la quale la creatura riesce quel che è; e una libertà finita non potrebbe limitare la infinita del Creatore; il quale non sarebbe perfettamente libero se la libertà finita non potesse determinare altrimenti che sforzandola. Però la Grazia non viola il libero arbitrio nè potrebbe violarlo, poichè è essa medesima che lo crea. Ma in che consista l'azione di Dio sulle creature libere, in che modo producasi quell'effetto, si disputa.

Mentre alcuni, attribuendo tutto alla Grazia, pensavano che Dio abbia irrevocabilmente prestabilita la sorte di ciascuno, Cassiano riconosceva insufficiente la volontà umana, e necessario un sussidio esterno, per operare il progressivo santificamento, ma negava l'azione gratuita e preveniente, immediata e speciale di Dio sull'anima per muoverla a cominciare il bene: anzi in un certo senso l'uomo colle forze naturali può tutto, in quanto che i meriti di Cristo apersero a tutti indistintamente un tesoro di grazie, ove ciascuno, mediante il desiderio suo naturale di procacciarsi la salute, può attingerli quando e quanto vuole (Semipelagianismo).

La quistione tocca a punti supremi di filosofia, di politica, di religione; e per quanto il secolo possa deriderla, essa ancora sopravvive ne' filosofi, che tutto attribuiscono all'energia umana, escludendo ogni influenza superna sulle azioni e perciò ogni bisogno di preghiera; e ne' pubblicisti che indagano se v'abbia una filosofia della storia, cioè quanto l'azione della Provvidenza si combini con quella dell'uomo nell'attuamento della società. Che se nella grossolana sua manifestazione primitiva di Pelagio soccombette alle condanne della Chiesa, modificata s'aggirò nelle scuole teologiche, dibattuta contraddittoriamente dai seguaci di san Tommaso e da quelli di Duncano Scoto (Tomisti e Scotisti): la vedemmo ridesta dai Protestanti, e non risoluta [376] pienamente dal Concilio di Trento, il quale, come non avea determinato le precise relazioni della Chiesa collo Stato, così lasciò indecise e la supremazia papale e la questione della natura della Grazia, enigma della religione come della ragione, di cui Dio riserva a sè il segreto.

Bensì avea pronunziato che la giustificazione si fa pei meriti di Cristo, pe' quali l'uomo, liberamente consentendo e cooperando, riceve e la remissione de' peccati e una carità inerente all'anima. La Grazia è gratuita, ed è necessaria non solo per far opere meritorie, ma fino per concepire il desiderio di farle. Col peccato, all'uomo restò indebolita la libertà naturale, e Cristo non gli restituì l'innocenza. Iddio concede a tutti quanta grazia è sufficiente all'eterna salute; ad alcuni, che predilige per fini imperscrutabili, dà una grazia efficace, che li stabilisce irremovibilmente nel bene. Tutti dunque son liberi di fare il bene, alcuni non sono liberi di fare il male.

Qualche luce in questo mistero venne portata allorchè fu condannato Bajo. Il quale, o i suoi seguaci, insegnano che il predominio della carità o della cupidine toglie la libertà di operare differentemente dall'affetto predominante; mentre i Cattolici credono che all'uomo rimane sempre il libero arbitrio a necessitate, non solo per le opere proprie allo stato in cui trovasi attualmente, ma anche per quelle dello stato contrario, cioè verso il male finch'è in istato di grazia, e reciprocamente. Bajo fa che l'uomo dominato da cupidità abituale non può fare azioni buone, sicchè tutte le opere degli infedeli e de' malvagi sono peccato; mentre i Cattolici tengono che l'uomo signoreggiato dalla cupidità può, in virtù d'un soccorso attuale, operar bene in ordine al debito fine, benchè l'azione non possa esser meritoria, mancandovi la giustizia abituale. Secondo Bajo, ogni azione non diretta al debito fine da un abito oltranaturale è intrinsecamente viziosa; mentre i Cattolici credono tale azione possa esser buona nella sostanza, benchè non lodevole in ogni parte: e questo indirizzo al debito fine può darsi anche nell'infedele e nel peccatore per opera della sola Grazia attuale: tali azioni possono esser buone in sè, ma non bene fiunt.

I teologi sono lontani dall'andare d'accordo nell'esposizione; e i Domenicani sopra l'opinione di san Tommaso compilarono il catechismo romano: i Gesuiti propendettero a Duncano Scoto, che asseriva l'uomo essere capace di qualche movimento verso il bene, fondandosi sulla bontà del Padre e la misericordia del Figlio; ond'erano tacciati di semipelagiani.

Maggiore efficacia all'arbitrio volle attribuire lo spagnuolo Luigi Molina, supponendo che l'uomo, senza il soccorso della Grazia, possa produr opere moralmente buone, resistere alle tentazioni, elevarsi da sè ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; giunto a questo, Iddio gli concede la Grazia pei meriti di Gesù Cristo, per la quale prova gli effetti soprannaturali della santificazione: ma l'arbitrio rimane sempre indifferente anche sotto l'azione della Grazia, la quale esso può render efficace o no. In somma l'opera buona [377] la giustificazione vengono dal cooperare della volontà e della Grazia; Iddio prevede, ma non determina l'azione, bensì vede qual sarà la deliberazione della volontà.

Piacque tale sistema, che nella sua chiarezza pareva conciliare l'azione della Grazia col libero arbitrio; ma viva guerra gli mossero i Domenicani come a liberalismo razionalista e superficiale. Per avere una precisa decisione sarebbe bisognato prima definir la natura della Grazia efficace, e la Chiesa non lo fece mai. Clemente VIII ne affidò l'esame a una congregazione De auxiliis divinæ gratiæ, ma questa si sciolse prima di nulla decidere: e si disse che ciò siasi fatto per non condannare un Ordine tanto benemerito come i Gesuiti.

Imposto silenzio su tale materia, non altro rimaneva più che di usare strettamente le parole della Chiesa e di sant'Agostino. Ma sant'Agostino insegnò egli appunto la dottrina adottata dalla Chiesa? Se poi il principio della giustificazione sta nella volontà e libertà dell'uomo, in modo che possa di per sè cominciare il suo rigeneramento e meritare per moto spontaneo della sua buona volontà, egli non è caduto irreparabilmente, nè in conseguenza è indispensabile la redenzione sempre vivente per opera di Gesù Cristo.

Questo opponevano gli avversarj ai Gesuiti, i quali, sostenendo l'opinione più larga e ampliando il benefizio della redenzione, parve portassero un rilassamento nella morale, un pericoloso tranquillamento delle coscienze e una sciagurata facilità d'assoluzione, tappezzando di velluto la via del paradiso. Per riazione altri teologi s'accinsero a ripristinare, come diceano, la vera scienza interiore dei sacramenti e della penitenza; e a tale intento Giansenio, vescovo d'Ipri, espose il sistema di sant'Agostino in modo da combattere i Semipelagiani, ed egli intendeva i Molinisti. Quell'opera rattizzò le controversie cui pretendeva sopire, e in essa si ripescarono cinque proposizioni repugnanti ai dettati della Chiesa e che Innocenzo X condannò; ma il litigio si prolungò fra equivoci e sottigliezze, che fu menato coll'entusiasmo e colla furberia, colle bajonette, e le caricature, e di cui si scandalizzò e si divertì il secolo di Luigi XIV in Francia. Il giansenismo confondeva nel primo uomo la natura e la grazia, la ragione e la rivelazione, sicchè in lui non v'era nè il fine soprannaturale detto la gloria, nè il mezzo soprannaturale detto la Grazia, ma fine e mezzi puramente naturali ad esso. Nell'uomo caduto e redento la Grazia non era che il restauramento della natura, la rivelazione non era che il restauramento della ragione naturale.

Mentre coi lassi militavano cattolici di santità e scienza segnalata, anche i rigoristi onoravansi dei nomi di Nicole, di Pascal, di Racine, di Arnauld, di Sacy, di Tillemont, insigni per scienza, e che la Chiesa non disgiunse mai dalla nostra carità. Non ebbero questi umiltà bastante per sottoporsi alla decisione del papa: non voleano però staccarsene: onde sostennero da [378] prima che le proposizioni condannate non si trovano proprio in Giansenio; poi, che il papa non aveva intenzione di condannarle; indi che questo non è infallibile se non quando decida colla Chiesa riunita. Ma se la promessa di Cristo dee limitarsi ai Concilj ecumenici, la Chiesa non avrebbe più sufficienti mezzi per arrestare il progresso dell'errore ogniqualvolta essa non potesse adunarsi. Restringete con condizioni arbitrarie le promesse divine e indistinte, e si troverà sempre il modo di eluderle. Se la Chiesa può ingannarsi una volta, il potrà sempre. In somma il Giansenismo era ancora l'ostilità contro il papa, ma disciplinata; misurando i diritti della Chiesa e de' Concilj; disubbidendo, mentre si protestava obbedire. Pure se que' settarj negavano d'aver emessi, e sostenuti gli errori a loro attribuiti, non valea meglio prenderli in parola? Ma ne' partiti si vuol che l'avversario si dichiari nel torto, non già che si scusi o si giustifichi; e i nemici dei Giansenisti aveano preso anch'essi tal questione come personale, e la spinsero all'estremo. Tacciavano essi Giansenio di rinnovare Calvino, il quale avea detto che «i comandamenti di Dio sono sempre superiori agli sforzi dei giusti». Posto un Dio austero, men padre amoroso che esattore inesorabile, il quale impone una legge superiore alle forze e non concede i mezzi per adempirla: con un gelo razionale assideravano il germe della vita cristiana, approfondavano l'abisso fra Dio e l'uomo, sostituendo il fatalismo e la necessità del male alla fiducia nella Grazia; rinserravano fra la disperazione e l'incredulità. Straordinarj in conseguenza doveano essere i rimedj: onde, torcendo contro l'uomo la virtù sua stessa, e perdendolo pel desiderio di perfezione, i sacramenti venivano posti tant'alto da restare quasi inacessibili, da esser piuttosto la difficile ricompensa che non il mezzo del santificamento; la confessione rendeasi tanto più severa, quanto censuravansi i Gesuiti d'averla resa comoda mediante il probabilismo.

Dicono probabile quella opinione che, senza aver la forza e il carattere della certezza, pure determina a credere che un'azione sia permessa o vietata. Alcuno ha per probabile un'opinione quando ad affermarla si hanno maggiori ragioni che a negarla. Per altri a considerarla tale basta sia stata sostenuta da qualche teologo. Ad ogni modo il probabilismo non può cadere su nulla che osti alla morale o ai precetti divini ed ecclesiastici: nè su opinamenti intorno a cui la Chiesa abbia pronunziato. La volontà dell'uomo può spingersi fin dove Iddio non le pose limiti. Se legge v'è, l'uomo dee conformarvisi; ma una legge dubbia non toglie la libertà. Or questi dubbj sono appunto il campo del probabilismo: diviene però vizioso quando tenda a scusare i disordini, e mettere una maschera di onestà a ciò che la offende.

La morale evangelica suggerisce sempre il partito più umano, il più generoso; ma messa a cozzo colla natura depravata, e cogli interessi personali, non può non adagiarsi a consigli d'opportunità. Il confessore che dee dirigere [379] le coscienze e risolvere i dubbj particolari, è sottoposto a terribile responsabilità, potendo o suggerire o non impedire un atto peccaminoso. Peccato che l'uomo abbia, la Chiesa non vuol gettarlo nella disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare. Pure la soddisfazione non sempre è possibile, non sempre può determinarsene il preciso grado. Inoltre, sussisteva l'Inquisizione che puniva corporalmente; ed il peccatore lasciato un anno senza assoluzione e perciò senza i sacramenti, trovavasi esposto ai rigori di quella.

Si studiarono dunque ripieghi e compensi che, salvando il diritto della coscienza, non disperassero della salute, nè però allettassero colla soverchia indulgenza.

Maggiori dubbiezze porgevano la veridicità e le obbligazioni derivanti da promessa. Con quanti sofismi l'interesse non cerca di sottrarsi a carichi assunti! quanto transigere fra la legge dello spirito e quella della carne! Moralisti epicurei, della scuola del Machiavello, insegnarono a scientemente mentire, sicchè è insania il dire che i Gesuiti ciò inventarono perchè industriaronsi a conciliare l'onestà colle necessità della politica e la corruttela del mondo, e a salvar almeno la coscienza fra la crescente depravazione.

Di tale tolleranza erano essi imputati: e, vero o falso, ciò che d'uno si dice ha forza più di quel che è e fa veramente. Non cerchiamo dunque quanto di realtà ci avesse in accuse, mosse forse da quelli stessi che ruggivano contro la intolleranza della Chiesa: fatto è che quella società, nel secolo precedente denunziata come frenetica contro i miscredenti, allora fu tacciata di connivenza mondana, di avversione ai Cattolici austeri; e per una delle solite contraddizioni di partito, quei che avrebbero giudicato tirannide il proibire teatri, danze, lusso, dichiaravano lassismo il trovarvi scuse. Gran rigorista il domenicano Daniele Concina friulano (1687-1756) calde controversie agitò contro i Gesuiti, massime pel digiuno quaresimale e pei teatri; ristampò con aggiunte i casi di coscienza del Pontas; fe una Disciplina monastica, la Storia del probabilismo e del rigorismo (1743): la Teologia cristiana dogmatica-morale, le Lettere teologiche-morali relative ai casi riservati, la Quaresima appellante dal fôro contenzioso di alcuni recenti casisti al tribunale del buon senso: scrisse pure della Religione rivelata (1754) contro atei, deisti e materialisti; e gli integerrimi suoi costumi e la saldissima persuasione possono solo scusarlo dell'accannimento contro degli avversarj e dei moltissimi contraddittori, i quali avranno avuto la loro parte di ragione e di torto, come in ogni contesa umana[409].

Contro il gesuita Jacobo Sanvitali parmigiano il domenicano Vincenzo Patuzzi veronese agitò le quistioni del lassismo e del rigorismo col pseudonimo di Eusebio Eraniste. Altro campione del Concina, il padre Fassini di Racconigi combattè valorosamente il Freret intorno all'autenticità dell'Apocalisse.

Passarono per rigoristi il Rotigni di Trescorre, detto il priore di Brescia; [380] il milanese don Celso Migliavacca ( — 1755) ed altri, contro dei quali sarebbe facile trovare violenti libelli d'imputazioni ingiuriose. Che se tali quistioni or pajono solo da sacristia, appassionavano tutti in tempo che tutti si confessavano, persino Voltaire. Viepiù le complicavano le gelosie fra gli Ordini religiosi, l'inestinguibile odio contro i Gesuiti e le arroganze principesche. Perocchè i re, se aveano un momento incensato ai pontefici quando si trovarono di fronte la rivoluzione, nemico comune, presto ripigliarono le pretensioni giurisdizionali, quasi restasse sminuita la regia dignità da cotesto papato che volea farsi credere un potere e un diritto. Cercavano pertanto restringere l'ingerenza de' nunzj[410], sottraendone le cause matrimoniali, ed escludendoli dai processi per delitti comuni; limitare le nomine riservate a Roma; pubblicare editti concernenti materie religiose; sindacare l'amministrazione de' beni ecclesiastici e fin le comunicazioni tra le chiese particolari e la romana; ridur la Chiesa ad una funzione dello Stato, e riformarla non a vantaggio del popolo o della nazionalità, ma nell'interesse del principe. Li secondava l'opinione, ch'è così facilmente abbagliata dalla forza o raggirata dall'intrigo.

Per imitare Luigi XIV di Francia, che avea fatto ammirare il despotismo amministrativo, e proclamata l'onnipotenza del re sottomettendovi anche la Chiesa e collocando il trono più alto che l'altare, si ridestarono le libertà gallicane. Queste erano restrizioni che, non già la Chiesa di Francia, ma alcuni dottori francesi aveano poste a Roma quando pareva ella invadesse il diritto civile e nazionale; e poco a poco crebbero a segno da escluder Roma da ogni ingerenza nella Chiesa e nello Stato francese, pur rimanendo nel cattolicismo. Con ciò non temperavano l'autorità pontifizia a favore della libertà popolare, bensì la libertà sottoponeano al re, facendolo indipendente. Da trentaquattro fra i centrenta vescovi di Francia, mandato regio congregati nell'assemblea del 1682 per (come dice Fleury) «mortificar il papa, e soddisfare il lor proprio risentimento», furono proclamati quattro articoli, la cui sostanza è: 1º che i papi nulla possano in generale o in particolare su quanto concerne interessi temporali ne' paesi sottoposti all'obbedienza del re di Francia; se il fanno, nessun suddito, sebbene ecclesiastico, è tenuto obbedirgli; 2º il papa ha sovranità nelle cose spirituali, ma pure in Francia la potestà sua è limitata dai canoni e decreti degli antichi Concilj della Chiesa. Se ne deduce l'assoluta dipendenza dei vescovi dal re; non devono uscir dal regno senza suo consenso; non vanno esenti da imposte, o dal fôro comune; non si conferiscono benefizj a chi non sia nazionale; tocca al re nominare o confermare le elezioni. Sono dunque libertà di re, il quale resta vero capo della Chiesa, come giudici ne sono le assemblee nazionali: gli ecclesiastici, non appoggiati più ad un potere lontano e indipendente, rimangono al pieno arbitrio dell'autorità civile, niente meno che gl'impiegati[411].

[381] Così, invece della libertà della Chiesa universale zelavansi privilegi d'una particolare: ma sotto il nome di Chiesa gallicana celavasi qualcosa di più durevole ed effettivo, la paura di una autorità, inerme e perciò non domabile colle bajonette, che si estende sopra ducento milioni di Cattolici, e che alcuni per venerazione, altri per dispetto dichiaravano onnipotente. Vi si applaudiva anche fuori, per la pendenza allora cominciata di centralizzare le amministrazioni, sull'esempio di Francia; e per la scossa che il libero pensare dava al sentimento dell'autorità, il quale avea dettato i regolamenti del medioevo. Che se nel secolo precedente la gran protesta contro la Chiesa avea diviso gli eterodossi dai cattolici, ora in seno di questi sottraeva l'obbedienza al pontefice, per attribuirla ai re; salvo nel secolo successivo a negarla anche a questi[412].

I Romanisti dicono: La Chiesa è una monarchia che il papa governa per mezzo dei vescovi; successore di san Pietro principe degli apostoli, egli nomina i vescovi o da solo o in accordo coi governi: i vescovi, col concorso dei sacerdoti da essi ordinati e da loro dipendenti, amministrano i sacramenti, insegnano; sotto la vicaria paternità del papa esercitano tutti i poteri spirituali, eccetto la suprema determinazione della fede, che ricevono da esso, e che trasmettono ai laici. Il papa, in cui risiede l'autorità cattolica, pronunzia dalla cattedra come infallibile; i vescovi da lui istituiti, e i preti che da questi dipendono formano il legame della Chiesa[413].

Invece di ammettere questo prezioso accordo di monarchia, aristocrazia, democrazia, attuato nella repubblica cristiana, i Giansenisti, traendo in mal senso parole che buono l'aveano, sostennero che sant'Agostino, col dire che le chiavi non homo unus sed unitas accepit Ecclesiæ, ponevano l'università de' fedeli al disopra del pontefice; per modo che vera sovrana sia la generalità de' credenti, e loro ministri o delegati i vescovi e il papa, a cui obbediscono solo quando e in quanto vogliano[414].

I vescovi sono tutti successori degli apostoli, i quali furono scelti da Cristo al par di Pietro, la cui primazia non fu nulla più che una presidenza. Adunque la podestà dei vescovi non emana dal papa ma da Cristo stesso, per l'intermezzo degli apostoli e per la non interrotta successione. Ogni vescovo sia scelto dai fedeli della sua diocesi, e istituito dai vescovi della provincia, i quali all'occasione diventano tribunale per proteggere i preti contro il vescovo: esercitano tutti i poteri spirituali, e pronunziano sul dogma, sotto la presidenza del papa. Il papa è successore di san Pietro, non perchè vescovo di Roma, ma perchè papa, cioè scelto dagli altri a preside; come scelsero il vescovo della metropoli del mondo, potrebbero designarne un altro: e papa è quel ch'essi tengono per tale. Il Concilio di Costanza proferì decaduti i due papi e ne nominò un altro: e volle che dall'elezione derivino tutti gli impieghi e le dignità; e ogni dieci anni abbia a convocarsi il Concilio, nel quale risiede l'autorità cattolica. Nessun Concilio vale se non preseduto dal [382] papa, ma la parola del papa non vale se non perchè promulga ciò che il Concilio ha deciso; e ciò che ha deciso questo non diviene irreformabile se non quando l'abbia accettato la Chiesa. Il papa ha la presidenza della Chiesa: il Concilio ecumenico ne ha l'autorità: l'assemblea intera de' fedeli, preti o laici, è infallibile. Tale, dicono, era la costituzione primitiva, alterata per circostanze che la storia registrò.

E intorno all'infallibilità del papa fanno riserve, prima sull'oggetto de' giudizj, sottraendo al papa il proferire in materia ch'essi dichiarano non interessare la religione e la disciplina; secondo, sul soggetto che dee proferire i giudizj, dichiarando indefettibile la sede, non il sedente: infallibile non il papa, non la Chiesa dispersa, ma raccolta in Concilio universale, e i cui decreti siano accettati all'unanimità; terzo, sulla modalità dei giudizj. Con ciò mascherano la reluttanza, ma quando sieno serrati, son dialetticamente costretti a pronunziare che i pastori insegnano l'errore; e s'appoggiano non all'autorità pontifizia, ma ad un esame storico critico; distinguono il corpo visibile della Chiesa dall'autorità spirituale di essa: quella infallibile, questa soggetta ad errore. Con senso privato esaminano dunque la tradizione, e all'antichità si appellano dalle decisioni della Chiesa contemporanea. Mentre il protestantismo, col criterio supremo della coscienza individuale, arrogava a ciascuno il diritto di interpretare a suo senso la Bibbia, il giansenismo accettava la condanna che ne pronunziò il sinodo tridentino; ma si riservava d'interpretare la Chiesa stessa, distinguendo la nuova dalla vecchia. Or qual cosa più facile che confondere la Chiesa coi documenti che ne esprimono la fede, e le parole e la storia spiegare in senso privato? Così prendeano un mezzo termine fra l'obbedienza in astratto e l'obbedienza in concreto; l'indocilità verso l'autorità viva della Chiesa coprendo colle attestazioni di rispetto ad un'antichità della Chiesa, foggiata a lor modo: quelli obbligano il credente a studj filologici, questi a indagine di archivj per trovare frasi e fatti, repudiando la legittima interprete vivente e perpetua delle tradizioni.

E appunto il richiamo verso i tempi primitivi è consueto ai Giansenisti. Con ciò rinnegano il progresso e lo svolgimento; perocchè non bisogna ritornare al passato per isciogliere il gran problema del presente; bensì volgersi all'avvenire colla coscienza del passato, coscienza di principj che stanno, mentre le forme si cangiano. Pure, anche guardando al passato, fin dai primordj i santi padri deplorarono gli abusi derivati dall'eleggersi popolarmente le dignità ecclesiastiche. Cristo elesse i proprj apostoli; questi elessero i loro successori, e così continuossi sempre. I Padri del sinodo di Trento, non che introdurre verun elemento democratico, anzi con lunghi ragionamenti ne mostrarono la sconvenienza, solo affidando ai capitoli delle cattedrali l'elezione dei vescovi: e fu condannata la dottrina del Richerio che mettea nel popolo il primo possesso della sovranità.

Mentre poi erano democratici in chiesa, fuori i Giansenisti mostravansi [383] monarchici, come aveano fatto nel medioevo i Fraticelli; la riforma della Chiesa voleano ottener da altri che dalla Chiesa; e come Calvino avea detto «Non c'è altra giustizia in Dio che la volontà di Dio», i Giansenisti dissero «Nella società civile non v'è altra giustizia che la volontà del principe»; così esagerando l'autorità regia, fecero nascere la rivolta popolare.

Prima d'indicare lo svolgersi di queste dottrine in Italia accenneremo come eresie di più franca faccia s'introducessero, o si trasformassero le precedenti coll'innestarvi il razionalismo, venuto di moda fra i pensatori dopo la rivoluzione d'Inghilterra. Locke, nel Cristianesimo ragionevole, la questione ch'era da Cattolici con Protestanti trasporta a razionalisti con credenti, da chi accetta la parola rivelata a chi la ricusa. La Bibbia non ripudia egli, ma Cristo riduce a un essere umano, i misteri a verità di mera ragione, e conchiude che chiunque crede al Messia è fedele, per quanto differisca d'opinamenti; non è eretico nè scismatico chi pensa a modo proprio, ma solo chi pretende fare chiesa da sè: per credere a una vita fuor del corpo volersi dati positivi, nè questi poter darli che la rivelazione; i dogmi ricavati dalla Scrittura giova crederli, ma non mena a dannazione il fare altrimenti.

Questo deismo fu ridotto a sistema da Eduardo Herbert, da Collins che ripudia la resurrezione de' corpi, e sostiene che il mosaismo non ammette speranze postume: da Carlo Blount negli Oracoli della ragione; da Bury nel Vangelo nudo, da Shaftsbury che, armatosi d'epigrammi, vuol che della Chiesa non si parli che bernescamente: da Mandeville che mostra il vizio come causa di tutti i fatti grandi, di tutti i progressi sociali: da Toland che nel Cristianesimo senza misteri impugna i miracoli, poi anche la personalità di Cristo; gli apostoli aver copiato gli Egiziani, e il loro ascetismo dover cedere al culto della natura e dell'istinto; e nei Destini di Roma pronosticava imminente la caduta dei papi: da altri che ergevano la religione naturale sulle ruine della rivelata, alla fede surrogando la supremazia della ragione, dalla quale doveano essere garantite anche le verità religiose.

Il conte Lorenzo Magalotti, pur inclinato a quella filosofia spiritosa, gioviale, tutta mondo, scrisse Lettere famigliari contro questi spiriti forti, ove descrive un conte vissuto fra galanterie. «Entrate a tavola in gran compagnia: ecco il discorso della religione in campagna. Sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; applaudire quello che ci fa il filosofo, e farne spiccare l'implicanza colla corrotta ragione naturale. Voi ridete ed applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo alle esigenze del cuor vostro, la compiacenza a poco a poco senz'avvedervene vi tien luogo di persuasione... Entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviatan, dite subito che hanno ragione... Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo, affettate sopra tutto l'irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi [384] il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura, e in questo caso vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».

Tali abitudini crebbero assai col difondersi della filosofia francese, perocchè il filosofismo, dall'Inghilterra propagato alla Francia, vi prestò quel ch'essa ha d'attraente e di contagioso nel carattere e nella lingua. Prima sparpagliò dubbj, poi si fece ateo, deista, sopratutto materialista, e beffardo al punto da isterilire fin il bene che predicava a titolo di filantropia; affettava scienza sapendo ben poco; dalle confutazioni sguizzava collo scherzo; vantava di riformare e non sapeva che distruggere, e non inventò nulla, neppur un errore.

Ma errori e verità pare non si diffondano per l'Europa se non attraversando la Francia, e in fatti da questa si propagò agli altri paesi come al nostro l'incredulità galante, non più sotto abito monacale e con gergo teologico, ma lepida, caustica, ironica, negando il fallo primo e la necessaria riparazione; il culto e tutta l'attuazione esterna della religione qualificando astuzia di preti, tradizione di gabbamondo; appellando al senso comune, ragionacchiando senza nè storia nè autorità, sentenziando senza aver mai studiato di materie nelle quali esitano coloro che vi logorarono la vita intera, abbattendo senza riedificare, facendo una gaja abbaruffata contro il papato, quasi il repudiarlo fosse necessario al progresso; professando con Bolingbroke che dove il mistero comincia finisce la ragione, intitolando pregiudizio tutto ciò che non rispondesse all'arida ragione, e follia ciò che non produce egoistici piaceri; riducendo la filosofia a puro sensismo che esclude tutto quanto non si brancica; la politica giudicando dalla riuscita; sofisticando o deridendo le verità che meglio consolano il cuore, e tranquillano lo spirito; coi frizzi, cogli aneddoti, colle cene, colla sensibilità volendo spegnere il desiderio dell'immortalità, e le aspirazioni al soprasensibile. A dritto dunque il costoro patriarca Voltaire potè vantarsi d'aver fatto ben più che Lutero e Calvino. Questo cortigiano della fortuna e del piacere, che vantavasi ciambellano dei re e trafficava di Negri; che applaudì agli sbranatori della Polonia e sputacchiò Giovanna d'Arco; che scrisse un infame poema e osceni romanzi, mentre vantavasi rigeneratore della filosofia e della religione, sicchè potè dire De Maistre, «Non v'è nel giardino dell'intelligenza un sol fiore che questo verme non abbia contaminato», meritò le imprecazioni di quanti v'ha pensatori o patrioti. Ed oggi l'Italia redenta soscrive per erigergli un monumento, e le autorità ne danno l'esempio, e i maestri spingono gli scolari all'infame sacrilegio. Ed han ragione, perocchè egli proclamò la dottrina che oggi è più applicata: «Calunniate, calunniate; qualcosa ne resta sempre».

E ben que' maestri dovrebbero dire ai loro allievi che la menzogna fu il costui distintivo. Egli smentiva sfacciatamente i proprj scritti, chiamandoli [385] persino abominevoli e infami; dedicava la sua Merope al nostro Maffei, dal quale l'avea desunta, e nel tempo stesso gli lanciava una villana critica sotto il nome di abate Lalandelle: a Benedetto XIV dedica la sua tragedia Maometto, chiamandolo decus et pater orbis e baciandogli i sacri piedi[415], al tempo stesso che diceva: «Mia parte è di buffonchiare Roma e farla servire alle mie piccole voglie»; e «Verrà tempo che metteremo sulla scena i papi, come i Greci metteano Tieste e Atreo per renderli odiosi»[416]. Al vescovo di Mirepoix scriveva: «Grazie a Dio, la religione m'insegna quel che bisogna soffrire. Il Dio che l'ha fondata, dacchè degnò farsi uomo, fu il più perseguitato di tutti; dopo un tale esempio è quasi un delitto il lamentarsi. Davanti a Dio che mi ascolta posso asserire d'essere buon cittadino e vero cattolico; e lo dico perchè sempre l'ebbi in cuore. I miei nemici mi rinfacciano non so quali Lettere Filosofiche: la più parte di quelle stampate sotto il mio nome non sono mie; avevo lette al cardinale Fleury quelle che falsificarono così indegnamente» (ottobre 1743): e intanto a Formont scriveva: «Ebbi cura nel leggergliele, di tacer tutto che potesse sgomentare sua divota eminenza: egli trovò piacevole quel che restava, ma il poveretto non sa quanto ha perduto».

E cotesto vero cattolico insinuava a tutti: «Schiacciate la infame», cioè la religione; a Dannilaville: «Vorrei che schiacciaste la infame: qui sta il punto: bisogna ridurla qual è in Inghilterra»; e a Thiérot: «Non si può assalir la infame ogni otto giorni con scritture ragionate, ma si può andare per domos a spargere il buon seme»: e «Il primo dei doveri è annichilar la infame»: ed «È vero che c'è de' preti alla Bastiglia? bell'occasione per ischiacciare la infame»; e «Appena ho un momento di posa, medito portar l'ultimo colpo alla infame. Credo che il miglior modo di piombare sulla infame è il mostrare di non aver voglia d'attaccarla»[417]. Eppure intanto carteggiava col papa, teneva un confessore, assisteva alla messa, riceveva i sacramenti, dichiarando voler vivere e morire nella religione cattolica apostolica romana; piccole facezie, com'esso le chiama, alle quali assoggettavasi perchè non avea ducentomila uomini a' suoi comandi.

Colla costui ispirazione e cogli esempj inglesi erasi formata una scuola, che, professando fede sconfinata nell'umanità e nessuna in Dio, volea smuovere il mondo senza aver un punto d'appoggio; riformarlo coll'eguaglianza, la libertà, la fraternità senza comprendere che questi sono sentimenti e canoni cristiani, senza volerli come parte della giustizia e della carità evangelica; predicavano l'amor del bene come frase, sebben in alcuni sincera; una virtù generica, che non s'impone alla vita pratica; una cittadinanza del mondo, che assolvea dai doveri di patria e di famiglia. E poichè l'opinione non è ascoltata se non si fa accusatrice, denigravasi e denunziavasi tutto il passato, e principalmente l'istituzione più conservatrice dell'autorità.

Dal riso sardonico di Voltaire e dalla biliosa sentimentalità di Rousseau i [386] nostri imparavano che tutto il passato era un male; bisognava dimenticarlo, e assumere abitudini, credenze, sentimenti, leggi, non secondo la tradizione e l'esperienza, ma secondo canoni filosofici prestabiliti, eguali per ogni tempo e luogo; sono i grandi uomini che innovano le nazioni; bastano leggi e decreti per conseguire quel che si vuole: e perchè quei decreti siano buoni ed eseguiti richiedesi governo libero, cioè che non trovi impedimenti di nobiltà, di corporazioni, di clero. I più begli atti, i migliori sentimenti, questo spettacolo dell'umanità che progredisce faticosamente migliorando, sono calcolo, furberia, secrezione, accidente. Dio non v'è, o così alto che non bada alle azioni di quest'essere che egli gettò sulla terra per un giorno.

Tolta l'idea d'un'origine comune, d'un fallo primitivo e della conseguente espiazione, l'uomo non deesi credere nato che per se stesso e per godere; e maledetti gli uomini e le leggi che ne l'impedissero. Quindi la cura di cercare il ben essere proprio e l'altrui, la quale da carità cristiana mutavasi in filantropia filosofica, non operante per Dio ma per gli uomini, amando questi senza abborrire il peccato, nè riconoscere altri doveri che quelli degli onesti uomini, altra sanzione che la stima de' concittadini.

L'espressione più significante della filosofia d'allora fu l'Enciclopedia, immensa opera dove gl'ingegni più belli e più paradossali s'accordarono a formar l'inventario dell'umano sapere per gloriarlo delle conquiste fatte; inventario dove si confondono il sublime e il buffo, l'errore e la verità, lo scetticismo e l'intolleranza; sempre eliminando l'anima dalla natura, il creatore dalla creazione facendo astrazione dall'uomo, dalle idee sue, dai suoi bisogni, fin dai dogmi della scienza che per l'uomo solo sussiste: e storie, viaggi, matematiche, scienze naturali strascinando a cospirare contro Dio[418]. Gli enciclopedisti ignoravano ancora il mondo orientale, e i simboli primitivi, scopertisi dappoi: della religione non consideravano che l'abito esterno, talchè s'attaccavano a qualche forma di culto, a qualche colpa di preti, ne traevano risa ed epigrammi e la persuasione che tutto fosse impostura di re e di sacerdoti per usufruttare un popolo tenuto nell'ignoranza, nella superstizione e nella miseria. Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici, adulando il male e cercando abolire le coscienze.

I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli, avvocato di Modena, avea scritto un Saggio intorno al luogo ove seppellire. Un ministro del [387] duca gliene scrivea congratulazioni; e «Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli, direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato il suo libretto sui Delitti e le Pene, del quale era ben lontano di supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet, adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte... Da soli cinque anni data la mia conversione alla filosofia, e ne vo debitore alle Lettere Persiane. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente è quella d'Elvezio».

Ma questo abate Morellet trovava giusto che fra noi fosse lodato lo Spirito di Elvezio «car de tous les Européens ceux qui estiment moins l'humanité sont sans contredit les Italiens».

Brillò tra' que' filosofi Luigi Antonio de' Caraccioli, parigino ma di origine italiana, oratoriano, e che vuolsi qui nominare perchè autore delle Lettere di papa Ganganelli; opera migliore dell'altre sue, onde taluno le credette genuine e tradotte dall'italiano, ma l'originale neppur di una si trovò, quand'anche i sentimenti non ne rivelassero l'impostura, che può sfuggire soltanto agli occhi lippi di qualche moderno. Il Caracciolo avea pur fatto «il Cristiano moderno svergognato dai Cristiani de' primi tempi»: poi cessatagli una pensione che traeva dalla Polonia e una dall'Austria, morì poverissimo nel 1803.

Ai cenacoli degli Enciclopedisti e delle loro amiche acquistò pur fama colle arguzie originali e coll'empietà l'abate Ferdinando Galiani napoletano, i cui dialoghi da Voltaire erano trovati «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj». E venne di moda in quella città, ad assennate disquisizioni mescolando il paradosso, e di paradosso dando aria alla stessa verità, tanto per isfavillare di spirito ed esser nominato. Da quei convegni trasse il disprezzo degli uomini e d'ogni entusiasmo, fin della gloria quando non frutti denaro: ma negli ultimi giorni si ricoverò alla religione de' suoi padri.

A Venezia la libertà sfogavasi col mal costume e col dir male della Chiesa: il governo restrinse a questa la facoltà di possedere, e il mandar denari a Roma; impose taglie sui beni ecclesiastici; altri provedimenti fece, pei quali Clemente XIV la ammonì colla mansuetudine che i tempi esigevano, e n'ebbe risposta altera, come i tempi suggerivano. Colà uscì nel 1766 Del [388] celibato, ovvero riforma del clero romano, trattato teologico-politico del C. C. S. R., e a Venezia, o almeno colla data di Venezia si stampavano le opere più ostili a Roma e alla Chiesa.

Carlantonio de' Pilati, nato a Tassullo in Val di Non il 1733, insegnò giurisprudenza a Gottinga, poi a Trento, indi lasciò la cattedra per viaggiare Francia, Olanda, Germania, Danimarca, insinuandosi nell'alta società fin a dare pareri a Giuseppe II e Leopoldo II. Quando il Tirolo fu invaso dai Francesi, egli vi tornò presidente al consiglio supremo del Tirolo meridionale, e morì il 27 ottobre 1802.

Oltre varj libri di affettata giurisprudenza, dettò Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia; giacchè il moderar gli eccessi e riformare gli abusi fu sempre il pretesto onde distruggere l'autorità. Dapprima egli non domandava a Clemente XIII che di abolire la mendicità ed altri parziali rimedj, ma nelle successive edizioni invelenì, scagliandosi contro preti, frati, papi con idee più protestanti che giansenistiche; domandando che i principi traessero a sè ogni azione; istituissero collegi, dai quali togliere poi gl'impiegati dello Stato, infondendo così a tutti le idee che il principe vuole. Talora introduce apologhi di mal gusto e anche scurrili, a imitazione di Voltaire.

E imitazione di Rousseau sono le Riflessioni di un italiano sopra la Chiesa in generale, sopra il clero sì regolare che secolare, e sopra i vescovi ed i pontefici romani, e sopra i diritti ecclesiastici de' principi, precedute dalla relazione del regno di Cumba e di riflessioni sulla medesima, stampate a Borgofrancone, cioè Venezia il 1768, che da alcuni si attribuiscono a Giuseppe Pujati, ma i più le assegnano al Pilati. Comincia da un allegorico racconto dei mali che recò a un'isola l'introdurvisi di missionarj, che spacciando per miracolo la loro scienza, svogliano dalla primitiva semplicità, insegnano a fabbricare, aprono scuole, empiono il paese di letterati, mentre la campagna si rende deserta e sentesi la fame: le belle arti si difondono, mentre camminasi alla miseria. I missionarj allora predicano dottrine che prima aveano dissimulate; la supremazia del papa; i meriti del celibato, l'utilità delle opere pie, l'indissolubità del matrimonio, la difficoltà del salvarsi, le indulgenze. Da qui un cumulo di vizj, e la necessità di repressioni vigorose e di tribunali, ove i missionarj riescono a impiantare il diritto canonico, a tal fine uccidendo il re per surrogarne un ligio. Poi i frati cominciano a disputare fra sè e massime contro i Gesuiti, tacciati di insegnare il regicidio.

Ognun vi riconosce il tema allora messo di moda da Rousseau, da Raynal, da Bernardino di Saint-Pierre, d'accusare de' vizj sociali la civiltà, applicandolo specialmente alla religione. E l'autore ne deduce quanto di peggio mai s'argomentò contro le corporazioni religiose, tessendone a suo modo la storia, dando come regola o consuetudine gli abusi, come dottrina [389] cattolica le sentenze di qualche canonista, e sempre protestando che la sola verità lo costringe a parer calunniatore. Non credano i principi che basti distruggere i Gesuiti: gli altri frati faranno altrettanto e peggio; arriveranno fino a ricorrere alla santa sede contro i loro principi, e a ribellare i popoli. Bisogna levare ai frati l'istruzione della gioventù, il confessare, predicare, catechizzare, le loro feste particolari, gli oratorj, e ridurli sotto l'obbedienza dei vescovi. Prima però di distruggere i frati bisogna riformare il clero secolare pei seminarj, pei benefizj; e «lasciar che il papa protesti com'ei vuole, e ch'egli mandi quante bolle gli piace; quella Corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano, altro effetto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri».

Deplora che gli Italiani siano ormai soli a subire il giogo della Corte romana, la quale «da più secoli ha precipitata la verità in fondo a un abisso, dov'essa viene da millantamila Cerberi di color rosso e pavonazzo e nero e scuro e bianco e bigio e cenerognolo, per siffatta maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di volersi soltanto dalla lunga a lei approssimare, cotesti mostri incontanente se gli avventano addosso, e l'afferrano e mordonlo e laceranlo, e fannolo miseramente in mille brani». E qui protestando esser cattolico, e perciò astenersi da molte verità, s'avventa contro la religione, mostrando che ne' suoi primordj non correa distinzione fra il popolo e il clero, e svolgendo la disciplina, asserisce l'intera dipendenza della Chiesa dallo Stato, fin a dire: «Chi potrebbe dar torto a' nostri principi s'essi venissero nella risoluzione di non voler più soffrire ne' loro Stati la religione cristiana con alcuni di que' suoi principj, con cui è stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonare o cotesti principj o le loro terre?» Molto male si può far ne' Concilj, e perciò niuno si dee poter tenerne senza commissari del principe. E via sulle orme del Böhmer, del Lounoy, del Dupin, del Barbeyrac arroga allo Stato il pieno dominio sulla Chiesa, la quale non è che un collegio di fedeli; le toglie il diritto di possesso; le immunità considera come usurpazioni, al par della primazia di Roma; e gli abusi delle indulgenze e gli sbagli delle Decretali, e le trascendenze del fôro ecclesiastico compulsa con molte cognizioni legali e sfoggio di storia a suo modo, desunta da fonti ben conosciute.

Venuto un tempo ove si rimescola ogni fango, anche quell'opera si ristampò a Torino nel 1852.

Suo pur credo il libro Di una riforma in Italia, stampato a Villafranca, cioè Venezia, il 1767, poi ancora il 1770, indi il 1786 colla data di Londra (Lugano) assai cresciuta e coll'aggiunta di venti novelle.

«Io protesto (dice) che sono amico della nostra fede, ma nemico degli abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter essere incolpato d'eresia veruna, se non che da qualche ignorante chiericuzzo [390] o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito». E il capo I che tratta del pontefice e delle leggi canoniche comincia: «Io non intraprendo qui d'attaccare i legittimi diritti del papa, nè di scemare l'autorità delle leggi ecclesiastiche, che alla giustizia, al decoro e allo spirito della vera Chiesa sono conformi. Essendo io cattolico, non voglio scrivere nè consigliare cose che a persona cattolica non si convengano».

Tratta poi della tolleranza religiosa, del clero, dei monasteri, del culto de' santi, delle loro vite, de' libri ascetici; dell'uso de' santi padri; della teologia, degli studj di storia ecclesiastica e diritto canonico; della religione; dei beni ecclesiastici; di mezzi generali per intraprendere una certa riforma. Soggiunge un'umilissima supplica del popolo romano al sommo pontefice pel ristabilimento dell'agricoltura, delle arti, del commercio, delle leggi civili[419].

Un altro libro conosciamo della risma stessa, intitolato: All'Italia nelle tenebre l'Aurora porta la luce. Riflessioni filosofiche e morali. Documenti ed avvisi all'Italia. Sistema nuovo mai trattato pria, tanto dagli antichi che dai moderni scrittori. Milano, 1796. È senza nome d'autore, ma in fine delle trecennovantuna pagine è firmato Enrico marchese l'Aurora[420]. Vi si produce un nuovo sistema di creazione, con sette cieli abitati da angeli, dotati di maggiore o minor grado di perfezione, vigilanti alle vicende del mondo, poi la creazione dell'uomo a cui Dio impone tre soli precetti. Sostiene che il feto non riceve l'anima che al momento di nascere. Propone una pace universale, col solito ordigno del congresso, e la distribuzione dell'Italia in otto dipartimenti, sotto un presidente; riformando la religione, abolendo i preti e i frati minori di 40, e le monache di 30 anni, pensionandoli a vita, e il doppio se si maritano.

Il cittadino Spanzotti nei Disordini morali e politici della Corte di Roma esposti a nome de' zelanti dell'ecclesiastica libertà, alla santità di Pio VI, (II edizione, Torino anno IX) ripone questi disordini nel dominio temporale, nella monarchia papale e nel ridicolo vanto dell'infallibilità; donde vennero le pessime conseguenze che l'autorità de' vescovi derivi dal papa, che il papa possa esercitare autorità nella diocesi altrui, che possa riservarsi le cause maggiori, e conferire benefizj esistenti nel territorio de' vescovi, esigere annate, ricevere appellazioni, assoggettar tutte le chiese alla disciplina romana, esser superiore al Concilio, poter dispensare dalle leggi universali, accordare indulgenze, canonizzare i santi. Per fomentare tali disordini esso si valse de' cardinali, de' preti, de' regolari, della cattedra di canoni nell'Università di Bologna, della proibizione de' libri, dell'inquisizione ecclesiastica e della scomunica. Ne derivarono corruzion di costumi e il rovescio del regime ecclesiastico nelle diocesi: nè Roma volle rimediarvi colla convocazione e la libertà dei Concilj. Propone di sciogliere le corporazioni religiose; togliere le ricchezze e il dominio temporale ai papi, riformare la [391] disciplina ecclesiastica, anche coll'autorità del governo civile; senza badare se Roma ci dichiara scismatici o ci scomunica.

Il marchese Giuseppe Gorani milanese nel 1770 pubblicò anonimo il Trattato del despotismo, violento attacco ai governi stabiliti: poi uscito di patria, andava cercando col fuscellino lo scandalo in ogni atto de' principi o de' preti: affigliato alle società segrete, denunziava all'opinione pubblica il despotismo sacerdotale, regio, ministeriale, aristocratico, con giudizj all'avventata, e rimedj da pazzo. Scoppiata la Rivoluzione, Bailly domandò per costui la cittadinanza francese, che avea meritata con violenti articoli nel Moniteur e con lettere ai re contro Luigi XVI. Venuto nella Svizzera per eccitare tumulti nella Lombardia, l'ambasciadore austriaco lo fe cacciare. Quando il regno del terrore cascò, egli ritirossi a Ginevra, dove povero e ignoto morì nel 1819 di sessantacinque anni[421].

Altri potremmo indicare di siffatti, che proruppero principalmente allorchè i Francesi repubblicani calarono in Italia.

A difonder quelle idee razionaliste e sovversive, condite di sentimentalismo filantropico, adopravasi la società segreta de' Massoni o Franchimuratori, moda venuta anch'essa d'Inghilterra; nè sarà fuor d'opera il dire alcun che dell'organamento suo e dei misteri, tra cui avvolgeva la dottrina dell'uguaglianza fra gli uomini.

Le origini della Massoneria colloca alcuno fino nel paradiso terrestre, dove uno degli eloim mescolatosi con Eva, generò Caino, mentre Adonai, altro degli eloim, creò Adamo che da Eva generò Abele. Fra le due stirpi rimase eterna sconcordia, e i figli di Caino inventarono le arti: Adonhiran fu chiamato da Salomone a fabbricare il suo tempio, durante la quale impresa fu da un gigante ucciso e trascinato nell'abisso del fuoco. Ma quivi glorificato, tornò a compire l'opera. Salomone per gelosia lo fe uccidere; ma nove maestri ne trovarono il cadavere, assassinarono gli assassini, e in mezzo a un triangolo di fuoco ascosero il nome del Grande Architetto Dell'Universo, che fu custodito con gran segreto da alcuni eletti. I più moderati deducono la massoneria dai Templari, e che Giacomo Molay, ultimo costoro granmaestro, prima d'esser bruciato istituisse tre loggie, una delle quali a Napoli.

Il più probabile è che nascesse intorno al Mille, quando, rassicurati che il mondo non finirebbe al compiersi dei dieci secoli, venne una smania di fabbricar chiese, donde consociazioni di mastri da muro. Erano o monaci, o diretti da spirito religioso: ond'ebbero voti, giuramenti, forme d'iniziazione: i capannoni che ergeano attorno alle fabbriche, dissero loggie: custodivano in segreto i procedimenti delle costruzioni, e tra loro chiamavansi fratelli; aveano gerarchia di capi, nè venivano ammessi che dopo confessati e colla benedizione del vescovo. Dapprima i Franchimuratori non erano diretti che a ciò, ma quando furono distrutti i Templari, essi ne adottarono i riti e le credenze, che dai processi apparvero inchinare alle gnostiche e manichee.

[392] Certo i muratori nel medioevo costituivano corporazioni, come quella de' Magistri Comacini, ricordata nelle leggi longobarde; ma principalmente in Germania; fra esse tramandavansi arcanamente le regole migliori per le fabbriche; e da queste traevano il nome ed anche i simboli, ch'erano l'archipenzolo, la squadra, il martello, il grembiule, la cazzuola e così i gradi. Una riforma ebbero tali società nel capitolo generale che, il giorno di san Giovanni Battista del 1307 radunossi da Aumont e Harris fratelli militari, e da Pietro di Bologna fratello ecclesiastico.

Pretendesi abbiano contribuito alla Riforma religiosa, ma noi non ne trovammo indizio di sorta. Ben taluno asserì inventasse queste società Lelio Soccino a Venezia nel 1546; ma in contrario è noto che nel 1535 pubblicossi una circolare a tutte le loggie, ove negavasi che loro scopo fosse vendicare Molay, e ripristinare i Templari, nè introdur nuovi scismi; fin là aveano creduto bene tacere e celarsi, ma allora trovavano opportuno far pubblico l'antichissimo loro essere e l'intento loro, ch'è la vera morale impressa nei cuori, e difonder la felicità e il regno della luce; non avere altro di secreto che la beneficenza.

Senza discutere quanto v'abbia d'autentico in quelle pretensioni d'antichità, certo è che durante la rivoluzione d'Inghilterra i Franchimuratori presero altri assunti politici e religiosi; poi, fuori dell'isola si diffusero dopo il 1719, principalmente nella Germania, inclinata ai concetti mistici, e dove il culto restringendosi a prediche, facilmente si passa dai sistemi all'errore, dall'errore alle sètte. A Parigi la prima loggia fu aperta nel 1725, ove abbandonato il carattere severo degli isolani, la massoneria divenne gaja e benevola. A tutti i Franchimuratori della nazione presedeva un grand'oriente; a ciascuna loggia un venerabile, e sotto di lui il vigilante; il fratello terribile riceveva i neofiti, ai quali erano date le istruzioni dal maestro delle cerimonie; il grand'esperto teneva i sermoni; un tesoriere, un elemosiniere, un secretario aveano gli uffizj indicati dal loro nome. Nella camera dell'adunanza vedeansi quadri emblematici, motti geroglifici, il settangolo, il triangolo, la cazzuola, la squadra, il compasso, il martello, il teschio da morto, la pietra cubica o triangolare o rozza, i ponti da fabbrica, la scala di Giacobbe, la fenice, il globo, il tempio, la lavagna co' motti Lucem meruere laboreOdi profanum vulgus et arceoPetite et accipietisPulsate et aperietur vobisO vincere o morireIn constanti labore spes. Attorno a un letto a bruno colla croce e l'ulivo stavano i fratelli in tunica, con emblemi di spade e squadre; sparsi qua e là cazzuole, martelli, il tamburro di pelle d'agnello, fazzoletti chiazzati di sangue, ossa, teschi, stili, e altri apparati da colpir la fantasia, e il cui linguaggio trisense è difficile e incerto.

Diversi erano i gradi, e a proporzione di questi la comunicazione del secreto. I più non doveano vedervi altro scopo che di riunirsi a far cene e [393] discorsi, ajutarsi a vicenda, riconoscersi anche in paesi lontani mediante certi segni e toccamenti, offrire l'ideale della società a cui si aspirava, dove nessun divario di religione, di nazione, di grado; levate tutte le distinzioni sociali; insomma quella fraternità umana che corregge gl'inconvenienti inevitabili in ogni società civile. Ma gl'intriganti utilizzavano a loro profitto quella misteriosa solennità di forme, che copriva e simulava le istituzioni del fanatismo per realizzare la religione filosofica, I gradi esterni e simbolici non sono che l'ombra degli interni: la parte esoterica, non solo tollerata, ma alcune volte favorita dai Governi, è solo il peristilio d'un tempio, inaccessibile a' profani[422].

Quanto alla religione, ammetteano Dio uno e trino, ma varj loro atti, mentre s'intitolano in nome della Santissima Trinità, chiudonsi professando: «Salute al Dio eterno. Noi possediamo il bene di trovarci nella maggior possibile unità dei numeri sacri». Quanto a Cristo, fu un savio, di eminente moralità, e benemerito dell'uman genere. La Bibbia è parola di Dio, in quanto ogni parola vera uscente da labbro umano ha l'impronta della divinità. Del resto alla rivelazione deve surrogarsi dapertutto la ragione. Questa farà ammettere tutte le religioni, e distruggere la superstizione, l'ignoranza, il fanatismo, coi quali nomi dinotano il cristianesimo e più specialmente il cattolicismo, che esprime assassino, assassinio, assassinato. Quest'assunto appare principalmente nell'iniziazione del cavaliere kadosc, che è il trentesimo dei 33 gradi. Ivi al neofito si mette in mano un pugnale, ai piedi il Crocifisso, e gli si intima di calpestarlo. Se nol fa, è lodato, ma gli si taciono i grandi arcani: se lo fracassa, seguono fiere rappresentazioni, e fin simulata uccisione di tre persone, che simboleggiano la superstizione, il re, il papa.

Questi mistici novatori son dunque una società religiosa, morale, sociale, e almen nello svolgimento successivo, vi riconosciamo il razionalismo puro, applicato alle credenze, agli atti, alla società. Che fede? che tradizioni? nulla v'è di superiore all'intelligenza umana: le religioni non sono che le varie forme con cui l'uomo intende Dio; sicchè tutte sono buone del pari, buoni tutti i culti, eccetto quello che pretende esser unico vero. Per ciò, e per abbagliare i vulghi, da tutti i misteri di antiche società ricavarono simboli e segni; le abraxe dei Gnostici, le dodici tribù, le tavole, la colomba de' riti mosaici e talmudici; la teogonia egizia cogli angeli di due sessi; il sabeismo de' Parsi; sincretismo, che dee condurre alla indifferenza: adottarono fin l'I. N. R. I. de' Cristiani, interpretandolo per Igne Natura Renovatur Integra, oppure Igne Nitrum Roris Invenitur, oppure Jamin Nour Rouch Jebeschal, acqua, fuoco, vento, terra. Perocchè la grande eguaglianza, cui aspira la massoneria, deve demolire le religioni, i governi, le autonomie; non spettando essa a verun paese, non ha nazionalità; son raggi diversi d'azione, ma unico il centro.

[394] Di qui trapelava l'intento politico: ma la massoneria assunse il carattere odierno dopo che al suo teosofismo s'innestò l'illuminismo del bavarese Adamo Weishaupt, professore dell'Università d'Ingolstadt, il quale ebbe l'arte di combinare queste permanenti cospirazioni in modo uniforme, e tutte convergerle a un fine, ch'era insomma la distruzione e la ricostituzione dell'intero organamento sociale. Era il tempo che ispirava sgomento la potenza dei Gesuiti, ed esso che gli avea conosciuti, pensò surrogarvi quest'altra società gerarchica, altrettanto vigorosa ma scevra di religione, e che assumea per dogmi quelli appunto che bugiardamente apponevansi ai Gesuiti. Al 1 maggio 1776 Weishaupt costituiva la sua setta, alla quale innestò ben presto le altre di Germania e le loggie massoniche, ma durò solo fino al 1785. Tutto era disposto gerarchicamente, in modo che ne' gradi inferiori neppur trapelasse ciò ch'era l'intento dei gradi superiori; e poichè l'obbedienza doveva essere assoluta, gl'infimi compirebbero atti, in apparenza innocui o virtuosi, ma pur sempre diretti al fine de' superiori; nè a questi poteva essere promosso quando non avesse procacciato due proseliti. E insegnava: «L'arte di rendere infallibile una rivoluzione è illuminare i popoli, insensibilmente conducendo l'opinione pubblica a desiderare cambiamenti, che sono l'oggetto indeterminato d'una prestabilita rivoluzione. Se l'oggetto di questo desiderio non potesse manifestarsi senza pericolo di chi lo concepì, se ne propagherà l'aspirazione nell'intimità delle sette segrete. Se l'oggetto sia una rivoluzione universale, tutti i membri della società devono cooperarvi, cercando dominare invisibilmente, senza apparenti violenze, e sovra gli uomini di qualsiasi condizione, gente o religione, tutti dirizzandoli alla meta stessa. Conquistato così l'impero dell'opinione mediante l'accordo e la moltitudine degli adepti, sottentri la forza; si leghino le mani a chiunque resiste; si soffoghi il male nel suo germe, cioè si opprimano quelli che non si giunse a persuadere»[423].

In un famoso congresso di Franchimuratori, uno de' capi, dopo fatti immensi elogi del Weishaupt, conchiudeva: «Bisogna perpetuare i modi ch'egli ci ha lasciati in eredità, e continuarli instancabilmente fino alla mirifica attuazione, che farà stupire l'universo colla più terribile, ma più felice metamorfosi, soddisfacendo nella tomba questo saggio nemico dei re».

Tali intenti venivano nascosti sotto formole di iniziazione, fra drammatiche e paurose, varie secondo i paesi e i tempi. Tiriamo un velo sull'adozione femminina, sulle misteriose gioje dell'isola della felicità, del fratello sentimento, della sorella discrezione. Ne' loro matrimonj, fatti dal venerabile, si dichiara che l'indissolubilità è contro la natura, giacchè più volte trovansi unite persone, che riconosconsi assolutamente incompatibili; è contro la ragione perchè si vuol eterno l'amore, ch'è il più capriccioso e involontario de' sentimenti.

Quei che li temeano dicevano che gli Illuminati erano Gesuiti mascherati; [395] e Weishaupt chiamavano il Lojola della filosofia, versando così nuovo odio sopra quell'Ordine, il cui nome pare trascelto sempre a indicare ciò che vuol farsi odiare[424].

E Illuminati e Massoni tendevano del pari ad abbattere: e tutte queste demolizioni (che nella storia aveano poi a costituire la rivoluzione) doveano portare a edificar una nuova Gerusalemme coi frantumi dell'antica, per opera del gran sacerdote apocaliptico, il quale compare vestito come la donna mistica dell'Apocalissi, con dodici stelle attorno al capo. È la deificazione dell'umanità, perocchè gli uomini, pervenuti alla massonica purità, sono Dei della terra. Allora non vi sarà più teologia, ma una religione, consistente nel vivere da onest'uomini, credendo ognuno quel che vuole, poichè ogni opinione è per se stessa giustificata dal diritto della libertà e della contraddizione: fossero anche le stravaganze del socialismo e le iniquità del comunismo; fosse la negazione d'ogni soprannaturale, d'ogni gerarchia umana; fossero i mezzi con cui la rivoluzione sovverte ogni cosa.

I quali mezzi suggeriti sono: accarezzare i principi col mostrar d'ingagliardirli, rimovendo gli ostacoli che pone alla podestà loro l'autorità religiosa: distrugger pure gli ostacoli delle corporazioni, degli stati, delle università, sicchè l'uomo si trovi isolato a fronte d'un poderosissimo organamento d'impieghi e di eserciti: staccare la scuola dalla Chiesa, riducendola a semplice istruzione; poi ai re sovrapporre la responsalità dei ministri e le onnipotenti risoluzioni dei parlamenti, appoggiati dalla libera stampa e dalla giustizia sottomessa all'opinamento dei giurati; costituendo così un diritto tutto positivo, di fatti compiuti, di opportunità; riducendo l'Europa a pochi grandi Stati che assorbano i piccoli, in nome di nazionalità geografiche: e di tal passo, col nome di libertà si riesca a rendere l'individuo interamente servo allo Stato.

Quando il neofito vede tutte le spade appuntate contro il suo petto, il venerabile lo rassicura dicendogli: «Non temere. Esse non minacciano che allo spergiuro. Se fedele alla massoneria, esse saranno disposte a difenderti. Ma se tu fallissi, nessun luogo della terra ti assicurerebbe contro l'armi vendicatrici».

E il neofito, in nome del Grande Architetto Dell'Universo, giura non rivelar mai i segreti della massoneria: «Se manco, mi siano bruciate le labbra con ferro rovente; tronche le mani, strappata la lingua, segata la gola; il mio cadavere sia sospeso in una loggia durante l'iniziazione d'un altro fratello, per terrore di tutti: poi sia bruciato e le ceneri disperse al vento, sicchè non rimanga memoria del traditore».

Con ciò la compagnia arrogavasi il diritto punitivo, proprio della società civile, e da eseguirsi coll'assassinio: fatto che basterebbe a riprovarla.

Come quest'associazione tenebrosa penetrasse in Italia non è chiaro; ma nel 1733 già esisteva una loggia a Firenze, perocchè fra i cimelj della massoneria [396] sta una medaglia, ivi coniata quell'anno al granmaestro duca di Middlesex. Nel 39 fu introdotta in Savoja, nel Piemonte, in Sardegna, tre paesi aventi un solo granmaestro provinciale, nominato dalla loggia principale d'Inghilterra. A Roma, convegno di tanti forestieri, ve n'avea nel 1742, quando decretarono una medaglia a Martino Folkes presidente della società reale di Londra, ma rimasero secrete fino all'89.

La loggia degli Amici Sinceri alla Trinità de' Monti fu fondata il 6 novembre 1787 da cinque Francesi, un Americano e un Polacco, che appartenendo a loggie estere, gemeano di viver in mezzo alle tenebre: vi furono ricevute persone d'ogni condizione, e dipendeva dalla loggia madre di Parigi, con cui teneasi in continua corrispondenza; ogni settimana se ne ricevea la parola d'ordine o di passo, e ogni anno vi si mandava un dono: come ogni anno per elezione si rinnovavano i gradi di venerabile, vigilante, fratello terribile, cerimoniere, tesoriere, limosiniere, segretario, grand'esperto ossia oratore. Il neofito era da un fratello in maschera introdotto nella camera delle riflessioni, parata a nero, illuminata da una candela di cera gialla, e con un tavolino, su cui un teschio. Il fratello terribile lo avvertiva di meditare seriamente, e rispondere a tre quesiti che davansegli in iscritto, concernenti i suoi doveri, e ai quali esso rispondea pure in iscritto: talvolta dovea far la sua confessione ad un finto frate. Il fratello in maschera portava poi queste risposte nella camera superiore, detta il tempio, e le presentava al venerabile. Sceso, intimava al neofito di deporre oriuolo, spada, fibbie, ogni metallo, abbassar la calza della gamba sinistra, snudare la spalla e il braccio destro. Così ad occhi bendati era condotto nel tempio, dove inginocchiato al venerabile, dichiarava il nome e le qualità sue e gl'intenti che lo moveano ad aggregarsi. Condotto in giro fra strani e spaventosi rumori, toccando i Vangeli e la spada d'onore giurava il secreto e cieca obbedienza. Levatagli la benda, trovavasi in mezzo a molti fratelli colle spade appuntate contro di lui, pronte a difenderlo se fedele, a ucciderlo se sleale. Allora riceveva l'abbraccio, il grembiule, i guanti; gli si insegnavano i toccamenti e le parole, e finivasi con un banchetto a spese del novizio. Altre cerimonie accompagnavano i gradi seguenti, sempre con teschi e cataletti e finti cadaveri. Alla domanda se obbedirebbe a qualunque comando ancorchè contrario alla religione e alla sovranità, uno esitò; e subito fu rassicurato che nè di religione nè di sovranità mai non trattavasi nella loggia.

La loggia dapprima fu indipendente, poi si fece instituire regolarmente dal grand'oriente di Francia: componeasi di francesi e tedeschi; n'era venerabile un tal Bello; e s'affratellò a molte loggie, quali la Perfetta Eguaglianza di Liegi, l'Armonia di Malta, la Concordia di Milano, il Consiglio degli Eletti di Carcassona, il Patriotismo di Lione, la Perfetta Unione di Napoli. Sui suoi diplomi era disegnato a mano il triangolo inscritto nel circolo, e avente nel centro la lupa lattante.

[397] Varie loggie ebbe Napoli, le quali poi nel 1756 si legarono in una nazionale, che corrispondeva colla Germania: nel 1767 un moribondo per iscrupolo, e un cavaliere, cui la società avea sospeso i larghi sussidj, ne rivelarono l'esistenza e il granpriore di quel regno, ch'era il duca di San Severo. Arrestato questo, immediatamente al suo palazzo fu messo fuoco, ma il popolo lo estinse, talchè poteronsi avere i carteggi. Esso duca non negò nulla, espose il fine e i mezzi, e accertò che da sessantaquattro mila massoni contavansi nella sola Napoli, mentre a milioni erano gli adepti. Secondo un ragguaglio steso allora e colle incertezze inerenti a società secrete, la massoneria rimontava a censettancinque anni indietro, quando il vescovo inglese Cromwel fondò una camera di quattro segretarj e sette assessori, uno per nazione; ciascuna nazione suddivisa in cinque provincie, con un assessore per provincia.

Questo secretume dovea recare sospetto non men che al clero, ai principi, i quali vollero ripararvi ma colla fiacchezza caratteristica di tutti gli atti di quel secolo. Nel 1737 il granduca (imitando l'Olanda e la Francia) avea proibito le adunanze muratorie. Carlo III di Sicilia vi applicò le ordinanze contro i perturbatori della pubblica tranquillità; e il Tanucci, che pur era propenso alle novità, le proibì affatto, massime in occasione che una iniziata restò colpita dalle cerimonie in modo, che cadde malata e morì, onde il pubblico ne levò rumore. Carolina regina le fece ripristinare, onde ne' banchetti brindavasi alla salute di quest'austriaca, che fra poco doveano esecrare.

A Venezia si aprirono loggie fin dai loro cominciamenti, ma nel 1686 se ne ordinò la chiusura. Ve le ripiantò un Sessa napoletano, e vi erano affigliati nobili, abati, negozianti. Quegli oculatissimi inquisitori di Stato n'ebbero conoscenza da un rotolo di carte, che Girolamo Zulian dimenticò in gondola. Subito invasa, mentre nessun v'era, la loggia presso San Simon Grande, se ne asportò quel mistico e burlesco corredo di teschi, pentagoni, seste, tamburri, cazzuole, grembiuli, e si bruciarono al cospetto del popolo, che li credette stregherie. Allora vengono proibite le loggie, anche quelle aperte a Vicenza e Padova, senza però castigare gli aggregati, che forse erano troppi di numero e di potenza, e che non tardarono a rannodarsi e a cospirare per la distruzione della repubblica.

Anche fra loro v'avea protestanti, che faceansi Illuminati o rosacroce, oppure a forza di evocazioni teurgiche e speranze febbrili, diventavano cattolici, come avviene degli odierni spiritisti.

Nella lista dei primi Illuminati avanti il 1776 trovo di italiani, Brutus che era il conte Savioli, Coriolano che era Troponero, Diomede che era marchese di Costanzo, tutti consiglieri a Monaco. Quest'ultimo napoletano costituì società filiali in Roma e a Napoli; ed essendo andato a Berlino per servigi della setta, Federico II ne prese sospetto, e avvisò l'elettor di Baviera, che sequestrò le carte di questi settarj e le pubblicò.

[398] Giuseppe II piaggiatore dell'opinione, a' suoi governanti diramava una circolare del 1 dicembre 1785, professando nulla conoscere della massoneria (e certo se nella massoneria v'avea secreti, sarebbero appunto i re che non li conoscerebbero), ma sapere che fa del bene, soccorre poveri, incoraggia le dottrine; onde cassa la proibizione fattane da sua madre, e la prende in protezione, a patto che nelle città primarie non abbia più di tre loggie, e facciansi conoscere i loro membri, e i giorni e i luoghi delle adunanze[425].

Meglio ne avvisarono la natura i pontefici, e come il fine reale ne fosse di togliere via le differenze che la religione pose fra gli uomini, e d'accogliere chiunque deserta da qualsiasi fede positiva. Laonde sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII denunziava i pericoli di queste accolte di persone d'ogni fede; del segretume che ne proteggeva i riti e gl'intenti; dell'opposizione alle leggi e canoniche e civili. «Vario ne corre il grido (diceva il papa): ma se volgonsi a scopi onesti, perchè tanti arcani?» Laonde ammoniva i fedeli ad astenersene, e non favorirle in verun modo, sotto pena di scomunica, la quale non potesse sciogliersi che dal sommo pontefice, salvo che in articolo di morte. Inoltre agli inquisitori ingiungeva di procedere come contra gravemente sospetti di eresia, invocando, ov'uopo fosse, il braccio secolare.

Con ciò la Chiesa non faceva che mostrare il carattere solito di tutrice della libertà, non compatendo vi fossero persone che giuravano obbedire ciecamente ad un capo. A molti bastò quest'avviso per ritrarsene, ma essi (dice il Muratori negli Anna