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   :PG.Title: Il ponte del paradiso
   :PG.Released: 2011-12-21
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Anton Giulio Barrili
   :DC.Title: Il ponte del paradiso
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Il ponte del paradiso
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Il ponte del paradiso
      
      Author: Anton Giulio Barrili
      
      Release Date: December 21, 2011 [EBook #38360]
      
      Language: Italian
      
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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   | :large:`ANTON GIULIO BARRILI`
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   | RACCONTO
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   | PROPRIETÀ LETTERARIA
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   | *I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia*.
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   | Tip. Fratelli Treves.

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| IL PONTE DEL PARADISO


.. toc-entry:: I. Spiacevole invito.

I.
==

Spiacevole invito.
------------------


— Che idea! — esclamò la signora Livia, lasciandosi
ricadere sulle ginocchia il suo ricamo turco, mentre con
le pupille stravolte da un moto repentino di stizza andava
cercando il soffitto a cassettoni dorati del suo salottino. — Invitare
le Cantelli! Ed hanno accettato?
da te? —

Raimondo sgranò tanto d'occhi, per guardar bene sua
moglie.

— Non ti capisco; — diss'egli. — Accettare un invito
da me, non è forse come accettarlo da te? Non
siamo noi la stessa cosa?

— Per gl'inviti, no; — rispose asciuttamente la signora.

— Oh Dio! — riprese egli, sforzandosi di volgere il
discorso alla celia. — Ci sono dunque delle eccezioni
alla vostra santissima legge?

[pg!2]
— C'è questa, mio caro; — sentenziò la signora. — Gl'inviti
solenni, in una casa bene ordinata, li fanno
marito e moglie coi loro nomi uniti in una formula
unica. Nei casi ordinarii, e d'una certa confidenza, invita
la signora, intendendosi annuente il marito. Alla fin fine,
non è lei che governa la casa? —

Raimondo chinò la fronte con aria contrita.

— Vizio di forma, adunque; — conchiuse egli. — Puoi
sanarlo tu, andando a far visita, e confermando
l'invito.

— No, caro; guasterei. C'è poi la sostanza, che non
mi va.

— E perchè, se è lecito saperlo? Quelle buone signore
si ritrovano qui, lontane da casa loro, al Danieli.
Un albergo, sia pur di prim'ordine, è sempre un'albergo;
e in giorni come questi....

— Male! — interruppe la signora, che non voleva
passarne una. — Perchè si ritrovano a Venezia per l'ultimo
giorno dell'anno? Se ci penso, non è neanche stagione
per addormentarsi qui, sulla “tacita Laguna„.

— Ne sai la ragione; — si provò a rispondere Raimondo
colla usata dolcezza. — Il figliuolo che è qui al
dipartimento navale....

— Per Natale e Capo d'anno potevano ottenergli una
licenza, e portarselo a Milano; — ribattè la signora. — Si
lascia così solo laggiù il capo di casa? E in giorni
come questi (son tue parole), in giorni come questi,
sacri al raccoglimento delle famiglie?

— Eh, ci avrà pure pensato, la signora Eleonora; — osservò
pacatamente Raimondo; — avrà domandato e
[pg!3]
non avrà ottenuto. Del resto, che t'ho a dire? Comunque
sia andata la cosa, poichè le signore Cantelli sono rimaste
qui, a noi non rimaneva altro che fare il dover
nostro; non ti pare? —

Una spallucciata fu tutta la risposta della imbizzita
signora, che per non avere a dir altro si rimise attorno
al suo ricamo turco. Se quello che andava facendo, mettendo
punti su punti, era un versetto del Corano, diciamo
pure che Maometto mandava a quel paese le povere
signore Cantelli.

Raimondo, frattanto, anche a volersi contentare d'un
gesto, non poteva fermarsi lì, col suo ragionamento avviato,
che bisognava condurre alla fine.

— Pensaci, mia buona Livia; — soggiunse. — Si
tratta della famiglia del mio corrispondente di maggior
conto, e più che corrispondente, patrono. Ho grandi
obblighi, e di antica data oramai, col banchiere Cantelli.
Se le mie faccende hanno così prosperato, credi che ci
ha avuto gran parte la fiducia e l'appoggio del signor
Anselmo, di quel re dei galantuomini. Così, venendo al
caso di stamane, mi è parso necessario, incontrando la
signora Eleonora all'angolo della Piazzetta, di dirle che
andavo appunto da lei, per invitarla, con la sua bella,
figliuola e con quel caro ufficialetto di suo figlio, a fare
il gran salto dall'anno vecchio al nuovo con noi. Ed ho
anche insistito; confesso il mio peccato, che non mi pareva
poi tale. Ora, mia buona Livia, quel che è fatto è
fatto, e ci vorrà pazienza; soltanto mi duole che ti possa
spiacere.

— Spiacermi! spiacermi! chi ha detto mai ciò?

[pg!4]
— Ah, volevo ben dire! — gridò Raimondo, più che
sollevato oramai, e disposto a ridere. — Possiamo dar da
cena a ventiquattro.

— Sì, caro, invitando a caso, e male. Ma siamo alla
vigilia, quest'oggi, ed io mi son tenuta scarsa nei biglietti
d'invito, per non andare oltre i dieci. Ora vedi
tu, signore e padrone, dove ci portano le tue novità.
Tre Cantelli, e noi due, si fa cinque; il cavalier Lunardi
sei; il signor Gregoretti sette.

— Poi la tua cara Galier....

— Eh! non me la rinfacciare, povera e cara anticaglia,
che è piena di garbo, e più interessante, col suo
brio, di tante e tante puppattole.

— Non nego, non nego; — si affrettò a dire Raimondo. — Con
lei, dunque, si fa otto.

— E nove col suo nipote; — soggiunse la signora
Livia; — e dieci col signor Ruggeri; e undici col maestro
di musica, necessario per accompagnare al piano, se
qualcheduno volesse cantare; e dodici....

— Ferma lì, per carità! — gridò Raimondo, con accento
sbigottito. — Metti al dodici il mio amico Filippo.
Non vorrei che toccasse il tredici a lui, poveraccio.

— Mettiamolo al dodici; — concesse la signora, con
aria di somma indifferenza. — Al tredici andrà il povero
signor Telemaco. Per fortuna, non ha da sapere a
che numero ci casca. Verrà poi tua madre? Finora non
c'è lettera, nè telegramma.

— Se non verrà, — disse Raimondo, trattenendo un
sospiro, — avremo sempre sotto la mano il mio ottimo
Brizzi.

[pg!5]
— Invitalo dunque senz'altro.

— No, questo, no: non gli anticipiamo la noia. Tu
sai bene che il mio eccellente segretario, il mio braccio
destro, si ritrova piuttosto male colle cerimonie, e più
volentieri passerà la gran notte con una mezza dozzina
di amici al *Cappello Nero*. Avremo tempo a propinargli
l'amaro calice domani, se sapremo che la mamma non
viene. —

E represse, così dicendo, un altro sospiro. Ma non voleva
esser triste; sopratutto non voleva parer tale.

— Che stravaganza, dopo tutto, questa superstizione
del numero tredici! — ripigliò, facendo bocca da ridere.

— L'hanno tanti! — disse Livia.

— E credo che facciano un po' tutti per chiasso; — proseguì
Raimondo; — come quel tale che mi diceva
coll'aria e coll'accento più grave del mondo: quando si
è in tredici a tavola, accade sempre questo, che uno dei
tredici muor sempre, o presto o tardi, prima degli altri
dodici.

— Bella novità! — esclamò la signora, non potendo
trattenersi dal ridere.

— Ma è l'unica cosa che se ne possa inferire con
certezza, non ti pare? — conchiuse Raimondo, felice di
vedere rasserenata la sua parte di cielo. — Dunque tornando
a noi, tutti i tuoi inviti son fatti?

— Sì.

— E non vorrai sanare il mio vizio di forma colle
signore Cantelli?

— No, ti ho detto, guasterei. Oggi, poi, non me la
sento di uscire. Quante cose ho da disporre, quante da
[pg!6]
ricordare, come padrona di casa! Sai che c'è da chiamare
tutti i pensieri a capitolo, come altrettanti monaci in
una abbazia? E in queste cose tu non potresti aiutarmi.
Siete così disadatti voi altri uomini, a preparare un ricevimento!

— Vero; — disse Raimondo; — e aggiungi pure
molte donne. Io anzi non ne conosco più d'una, per far
tutto a quel dio. E te ne sono così grato! La mia casa
è una reggia, e tu ne sei la regina.

— Ah! sì, bravo, due cerimonie! — esclamò la
signora.

— Sempre, lo sai, come il primo giorno; — riprese
Raimondo. — La mia felicità è così piena! Signore,
dico a Dio più spesso che tu non ti possa immaginare,
fate che non cessi, che non si diminuisca d'un punto. E
tu, dolce Livia, ricordi un giorno, se mai c'è stato, nel
quale io ti apparissi diverso dal primo in cui ci siamo
conosciuti? —

Il pensiero di Raimondo era tenero nella sua sincerità;
l'accento era impresso di passione profonda. La signora
Livia si alzò lasciando cadere sul tavolincino il ricamo
col quale da un pezzo si era venuta baloccando, e avvicinatasi
a Raimondo, con un bel gesto di graziosa degnazione,
si chinò a baciarlo sulla fronte.

— Fanciullone! — gli disse poi, rialzandosi tosto sulla
vita. — Va al tuo banco, ch'è ora, e lasciami alle mie
occupazioni.... regali. —

Raimondo aveva afferrate le mani di lei, e le baciava
divotamente, l'una dopo l'altra, cercando di trattenerla,
ad ogni tanto guardandola negli occhi con aria supplichevole,
[pg!7]
che pareva domandare un supplemento di grazie
sovrane. Ma la regina aveva la sua dignità da conservare.
Bene si lasciò tenere a bada parecchi minuti secondi;
bene si accostò un tratto colla persona per esaudire
la muta preghiera; ma subito si ritrasse, facendogli
boccuccia, e si svincolò da lui per andare nella sala da
pranzo, dove erano stati dianzi per far colazione, e dove
i servi finivano appunto di sparecchiare. Quella era l'ora
che madonna soleva scegliere per ragionare col Giovanni,
il più antico servitore, come il più decorativo, dei signori
Zuliani, decorato egli stesso del titolo di maestro
di casa; e quel giorno, vigilia della gran cena di San
Silvestro, doveva essere un colloquio importante al sommo,
una specie di consiglio domestico, uno di quei consigli
solenni, in cui si dimostra la sapienza delle padrone di
casa, e i signori uomini di solito non capiscono un'acca.

La signora Livia era sparita; ma Raimondo Zuliani,
anche restando come si suol dire a bocca asciutta, era
contento di sè e di sua moglie. Aveva vinta una giornata
campale, invitando alla gran cena le signore Cantelli,
che a sua moglie piacevano poco, e quella cara
non era più in collera. Benedetta donna! che stranezza
era la sua, di non poterle soffrire? Sì, certo, la signora
Eleonora, con quella sua persona intirizzita, con quel
suo fare sostenuto, con quella sua parsimonia di parole,
non era la compagnia più allegra del mondo. Per questo,
viva la faccia della contessa Galier, fosse pure con tutte
le sue grinze, donde tra la cerusa e il belletto brillava
e scoppiettava sempre l'arguzia, mentre era lei la prima
a ridere degli sforzi inani che faceva allo specchio, per
[pg!8]
levarsi vent'anni di dosso! Ma quella Margherita Cantelli
era tanto carina! E niente puppattola, come pareva
che volesse gabellarla in un momento di stizza la sua
Livia adorata; semplice, intelligente, buona e cortese,
un vero angelo in terra. E poi, e poi, bisognava pensare
che la signora Eleonora e la signorina Margherita erano
la moglie e la figlia (rispettivamente, come si dice negli
atti di partecipazione) del banchiere Anselmo Cantelli,
col quale Raimondo Zuliani aveva obbligazioni infinite.
Non erano state tutte rose, nei cominciamenti di Raimondo;
ed anche più tardi, quando già poteva avventurarsi
più in alto nel mare magno degli affari, non gli
erano mancati i frangenti, nè i passi difficili; Milano
allora, sempre confidente e magnanima, aveva sostenuto
Venezia. Gratitudine, se ce n'è!

Egli era dunque contento del dovere compiuto, felice
di vedere la sua Livia così presto rabbonita. Sempre a
quel modo l'aveva egli amata, temendone un poco gli
scatti improvvisi, servendola molto timidamente, come
avrebbe servita la sua dama un buon cavaliere antico, memore
di essere stato paggio, e sempre disposto a reggerle
lo strascico della sua veste di castellana. Che veglia d'armi
aveva fatta Raimondo Zuliani, cavaliere moderno, per conquistare
la sua felicità! quante difficoltà aveva dovuto superare!
Le più gravi gli erano anche riuscite più acerbe,
poichè erano venute a lui dalla mamma adorata, che non
vedeva di buon occhio la gente d'onde Livia nasceva. Come
aveva lavorato di fine, il giovinotto, e con quanta pazienza,
per levare certi dubbi, certi vaghi timori dall'animo di
sua madre. La buona signora Adriana si era finalmente
[pg!9]
adattata all'idea di quelle nozze, che le spiacevano tanto.
A che non si adattano le madri, povere madri, per far
contenti i loro figliuoli? Solo in un punto non aveva
saputo piegarsi, la signora Adriana, ricusando perciò di
lasciare il suo ritiro di Belluno. Lassù non era nata, per
verità; ma quello era omai diventato il suo nido, poichè
ci aveva accasata una figliuola, e la consuetudine di
parecchi anni le faceva amare quel nuovo soggiorno. Un
po' freddo il paese; ma dove mai non fa freddo, d'inverno?
Per contro, c'era abbastanza fresco in estate, ed
ella si trovava benissimo in quell'antico palazzo dei
Cappellari della Colomba, dove con qualche ritocco opportunamente
fatto dall'amatissimo genero si poteva star
come papi.

Così diceva ella ridendo. E un papa c'era nato diffatti,
sebbene da papa non ci fosse vissuto. A Venezia la signora
Adriana compariva assai raramente, appena quel
tanto che bastasse a dimostrare che non dimenticava
affatto la patria. Qualche volta era discesa per la
vigilia dell'Ascensione, antica festa veneziana; qualche
altra pel Capo d'anno, ma governandosi in modo che il
fatto non passasse in consuetudine, e volentieri trovando
la scusa nel rigore della stagione. Aveva promesso di
scendere per quell'anno? Sì e no, dipendendo il fatto
dalle circostanze, che sogliono sempre avere un gran
peso sulle umane risoluzioni. Ma si dica pur tutto; la
figliuola maritata a Belluno aveva già due amori di
bambini; e quando si è nonne non si sa mai distaccarsi
da quelle piccole anime, nella età in cui sono veramente
belle, monde d'ogni colpa, se non d'ogni moccio. Ma questo
[pg!10]
è un guaio pei nasini rosei, ed anche un po' pei ditini
grassocci; belle cosine che si lavano senza fatica, e gli
angioletti tornano puliti a quel dio, da divorarli coi baci.

La signora Livia, dal canto suo, non incalzava molto
con preghiere per far calare la mamma a Venezia. E
non già per avversione che le ispirasse la vecchia, che
sarebbe un dir troppo, ma perchè forse non si sentiva
amata svisceratamente da lei, o forse perchè al tempo
delle sue nozze con Raimondo l'aveva indovinata contraria.
Del resto, se nel suo cuore c'era un risentimento,
od altro di simile, lo dissimulava bene, come sanno le
donne assai meglio di noi, perchè più di noi ci sono
spesso costrette.

— Sai? — diceva ella al marito. — Non posso reprimere
un senso d'invidia, pensando che tu l'hai, la tua
mamma, e che io non ho più la mia. —

Così ragionata, la cosa poteva anche passare agli occhi
di Raimondo. Un po' strana, a dir vero, la sua dolce
metà, e alle volte neppur tanto dolce; ma egli l'amava
così. Raimondo si era dato senza risparmio, alla cieca,
come tutti gli uomini di profondo sentire, che il raziocinio
e l'altre doti dell'intelletto debbono mettere intieramente
a servizio di gravi occupazioni, di assiduo lavoro
mentale. Gli affari comandano; sono una ferrea
disciplina, gli affari; gelosi, imperiosi, prepotenti, se ne
avessero modo, in quella guisa che distruggono ogni
germe di pensiero nell'anima, asciugherebbero ogni vena
di affetto nel cuore dell'uomo. E con molti, non c'è che
dire, ne vengono a capo; comprimono, schiacciano, disseccano,
trasformano, come accade nella trasmutazione
[pg!11]
di tanti tessuti organici, vegetali ed animali, in pietra
o in metallo. Così il bel fiore dell'ideale, educato da una
provvida bontà nel cuore più ruvido, si metallizza
ancor esso, prendendo magari, per una certa affinità elettiva,
la forma di una moneta da cento lire, nuova di
zecca e fiammante. Fior di conio, dicono i numismatici;
che bisogno c'è egli d'un fior d'ideale? Ma non tutti la
pensano così, non tutti sentono a quel modo. E quando
in certi cuori il bel fiore è ben vivo e tenace, le cure
dell'assiduo lavoro, le prepotenti ragioni del tornaconto,
possono comprimere fin che vogliono; sarà vana fatica,
non varranno mai a schiacciarlo, non a disseccarlo, non
a trasformarlo, non a farvelo diventare di metallo o di
pietra; che anzi, imprigionato più strettamente, si fortificherà
contro le dure invasioni, e per qualche spiraglio
vi tramanderà gli effluvii più intensi. Raimondo
Zuliani nel profondo dell'animo era fatto così; banchiere
poeta; poeta senza far versi; poeta nella delicatezza e
nella vivacità di un'indole tanto più forte ne' suoi
scatti improvvisi, quanto più era ordinariamente compressa
dalla necessità e dalla consuetudine; poeta nel
culto dell'amicizia, poeta nella adorazione per la sua
Livia, di cui era innamorato come il giorno che l'aveva
conquistata, fra tante difficoltà, fra tanti contrasti, e
non senza strappi dolorosi al suo cuore di figlio.

Delle sue nozze niun frutto era anche venuto; cagione
d'intima pena per lui, specie se pensava alla mamma,
che un amor di bambino avrebbe attirata più spesso e
trattenuta più lungamente a Venezia, come quegli altri
due la trattenevano, e troppo volentieri, a Belluno. Ma
[pg!12]
bisognava striderci. La sua Livia, del resto, non si dava
pensiero di queste malinconie.

— Infine, — gli diceva, — che te ne fai, se mi ami?
Se tu avessi quell'amor di bambino, come ti piace di chiamarlo,
non dovresti spartire i tuoi sentimenti fra due?
Un altro essere, ultimo venuto, comanderebbe in casa,
tua. In quella vece, che cosa avviene? Tu non hai altro
che me; mi amerai meglio. —

Questo era un argomento perentorio, davanti al quale
bisognava deporre le armi ed arrendersi a discrezione.

— Sì, sì, hai ragione tu; — gridava egli tutto racconsolato. — Ma
vedi? bisognerà dirmene spesso, di
queste dolci parole. —

Nel fatto, la signora Livia non sentiva nessuna tenerezza
pei bambini, e l'esserne senza poteva anzi parerle
una benedizione del cielo. Pensava ella pure che con simili
impicci al fianco, gioventù e bellezza ad un tempo
si sciupano? Certe cose si sentono, anche confusamente,
nell'anima, senza bisogno di pensarci su; e voi le potreste
leggere espresse a chiare note di serenità e di contentezza
sulla fronte di parecchie donne, se non a dirittura
di molte. Strano, non è vero! Si è tanto detto e
creduto che Dio abbia spirato in ogni donna il senso
della maternità, quel senso arcano e ineffabile che in
tutte si rivela, fin dagli anni più teneri, nell'amor della
bambola! E questo pensava alle volte anche Raimondo
Zuliani; ma oramai senza fermarcisi troppo.

— Oh, finalmente! — diceva egli tra sè, — che cos'è
questa maternità? Un istinto. E che cos'è un istinto?
Un moto interno, naturale, involontario, irresistibile;
[pg!13]
impulso oscuro, adunque, una forza cieca, che ci accomuna,
nell'adempimento di certe funzioni, ad ogni specie
di animali. È della natura umana, o dovrebb'essere, il
ribellarsi a questa forza cieca, per seguir la ragione.
È chiaro poi, che se avessi figliuoli, io dimezzerei l'amor
mio. Livia dice benissimo; lasciamo dunque l'istinto alle
bestie. —

[pg!14]


.. toc-entry:: II. Pentiti, don Giovanni!

II.
===

Pentiti, don Giovanni!
----------------------


San Silvestro era venuto, ma solo soletto, portando
sul Canal Grande, nell'antico palazzo abitato dai signori
Zuliani, una lettera di Belluno. La signora Livia ci
aveva azzeccato; lettera o telegramma che fosse, la
mamma, come si soleva chiamare in famiglia la vecchia
signora Adriana, avrebbe scritto di non potersi muovere.
Ragione, o pretesto? Pareva una ragione, poichè la lettera
parlava di un nipotino che era a letto colla rosolia;
pareva un pretesto, poichè la lettera soggiungeva non
trattarsi di cosa grave, bensì di una forma benigna,
assai benigna, di quella inevitabile malattia da bambini.
Ma infine, pretesto o ragione che fosse, il piccino voleva
sempre la nonna al suo capezzale, e non c'era modo di
spiccarsene. Raimondo lesse, e sospirò, com'era il suo
fare; ma non aggiunse parola.

Così, anche su d'un altro punto, aveva ragione sua
moglie; avevano corso il rischio di essere in tredici per
la cena del capo d'anno. Bisognava ad ogni costo mettere
il sequestro, sulla persona del signor Brizzi; e il
[pg!15]
sequestro fu messo quella mattina, appena Raimondo
ebbe fatto ritorno al suo banco.

Il signor Brizzi era il segretario del banco Zuliani,
il braccio destro di Raimondo, quello che faceva andare
la macchina, e diciamo pure la zecca, poichè era una
macchina da far quattrini. L'onestà certamente è la base
d'ogni commercio; e quantunque molti ne facciano senza,
non bisognerà credere che sia utile imitarli, perchè allora
si fabbrica sulla rena, e le case generalmente non
durano. All'onestà, per cui la casa Zuliani era omai proverbiale,
il signor Antonio Brizzi, grande scritturale nel
cospetto del Signore, aggiungeva una diligenza scrupolosa,
una prontezza mirabile, una esattezza esemplare, per
cui la macchina bancaria andava come un orologio: s'intende,
come un orologio che va, e che va bene; due cose
che non sono di tutti gli orologi.

Compiamo il ritratto morale del signor Antonio Brizzi,
soggiungendo ch'egli era un vecchio scapolo. Ad ammogliarsi
prima gli era mancato il tempo; e di ammogliarsi
poi non era più tempo. E non se ne doleva; che anzi!
Era uomo di gusti semplici, che la compagnia d'una
donna avrebbe sempre un po' contrariati; si contentava
di poco, non ispendendo la metà di quel che guadagnava,
tanto che gli amici lo accusavano di essere omai diventato
milionario, o giù di lì. “Soprattutto giù di lì„, rispondeva
egli ridendo; “tanto giù, che più sotto c'è il
Canale„. Unico suo spasso e suo unico sfoggio era il fare
un po' lunga la fermata serale al *Cappello Nero*, dove
faceva i suoi pasti, in compagnia di quattro o cinque
amici, stagionati e senza famiglia come lui, coi quali si
[pg!16]
cambiavano due chiacchiere sul più e sul meno, framezzandole
con qualche sorso di Murano, o di Valpolicella.

Non si stava già sulle cerimonie, con loro. Le cerimonie
lo seccavano a morte, e per questo non si ritrovava bene
in casa del suo principale, in quei ricevimenti sempre un
pochettino solenni, o che a lui parevano tali; dove bisognava
star sulla vita, fare il bocchino, gesticolar poco o
nulla, e parlare in punta di forchetta, fra giovinotti inamidati,
vecchi incerettati e signore infarinate. I giovinotti
inamidati lo mettevano in soggezione, i vecchi incerettati
gli facevano rabbia, le signore infarinate gl'incutevano
un religioso terrore. Si trattava poi di una
soltanto; chè la signora Livia, salvo in circostanze singolari,
e veramente costretta dal suo ufficio di padrona di
casa, non ne sopportava di più. Ma quella c'era sempre,
buon Dio, come obbligata in chiave, e gli pareva una
stonatura. Povera contessa Galier di San Polo, così amena,
così facilona, e la prima a ridere delle sue infarinature
ostinate! Ma il signor Brizzi era fatto così; si ritrovava
male con le dame. C'era quella sola? Pagava per tutte.

Conoscendo l'umore del suo segretario, Raimondo Zuliani
aveva dovuto attaccarlo col solito preambolo.

— So che vi dò noia, mio caro Brizzi; ma voi mi
scuserete, perchè non posso fare altrimenti. Mia moglie
conta su voi, questa sera; ed io, poi, anche conoscendo
le vostre inclinazioni, debbo contarci come lei. Alla cena
del buon augurio non potete, non dovete mancar voi,
che siete il mio amico migliore. E poi, che volete? Si
resterebbe in tredici, senza di voi; è dunque necessaria
la vostra presenza.

[pg!17]
— Allora al fuoco, e senza risparmio, come a Malghera; — disse
ridendo il signor Brizzi.

Ridendo, sì, ma a denti stretti, e perciò non di gusto,
come faceva al *Cappello Nero*. Li aperse bene, quella
sera sul tardi, per maledire la falda e tutto il resto
dell'abbigliamento cerimoniale, che aveva dovuto cavar
dall'armadio. E nondimeno, quando ebbe finito di vestirsi,
non era più tanto feroce. Uscito dal suo quartierino
in vicinanza dei Frari, venuto alla riva e sceso
in gondola, dopo aver gittata al gondoliere la frase “al
palazzo Orseolo„, le sue invettive cominciarono a condirsi
di qualche amenità; segno che quell'ottimo signor
Brizzi si veniva bel bello rassegnando al suo fato.

— Ebbene, vecchia mia, — diceva egli, abbottonando
su quella povera falda i due petti del suo palandrano, — sei
contenta d'essere uscita dall'armadio, ove meritavi
di restare fino alla mattina del giudizio universale?
Con tante grinze, farai la tua bella figura! E tu, piastrone
di tela batista, lustro e sodo come un piatto di
porcellana, le vorrai bere, le tue goccioline di caffè e di
liquori, non è vero? Strano! — soggiunse il signor
Brizzi, accomodandosi meglio che poteva sui neri cuscini
del *felze*. — Ci sono quei cari giovinotti, che non si
macchiano mai. Forse per questo portano i baffi tirati
all'insù, che paiono tanti gatti arrabbiati. E noi.... e
noi, poveri vecchi, li portiamo voltati all'ingiù, come
tanti Cinesi. Ecco il guaio! —

Il signor Brizzi, come abbiamo sentito da lui, era
stato tra i difensori di Malghera. Fedele ai ricordi del
patrio risorgimento, portava baffi e pizzo all'italiana.

[pg!18]
A piè della gradinata del palazzo Orseolo approdava
un'altra gondola, donde smontarono dopo il signor Brizzi
altri due invitati di casa Zuliani. Tutti e tre, scambiata
una stretta di mano, salirono, giungendo proprio gli ultimi
all'appello. Nel gran salotto della signora Livia
era già adunata, disposta in crocchi, secondo il caso o
le affinità elettive, una fiorita compagnia; “le donne, i
cavalier, l'armi....„; sì, anche l'armi, rappresentate da
Federico Cantelli, nella sua severa uniforme di sottotenente
di marina. Quanto agli “amori„ potevano essi
mancare? Dove son donne e cavalieri, è più facile azzeccar
gli amori che l'armi.

— Così tardi? — chiese amabilmente la signora Livia,
stendendo la sua bella mano al signor Brizzi.

— Padrona, — rispose l'ameno segretario, inchinandosi, — abbia
la bontà di scusare un povero villano,
che non ha voluto venire con le mani vuote. Come vede,
ho portato questi due forestieri. —

E contento della sua barzelletta, si trasse da un lato,
per lasciar passare alla cerimonia dello *shake-hand* il
cavalier Lunardi e il maestro di musica.

Raimondo respirò per sua moglie. Coi tre ultimi arrivati
si era quattordici in punto. Ma non respirò il signor
Brizzi, trovandosi là in mezzo a tante persone
elegantissime, specie davanti a signore, con le quali non
poteva già bastargli una frase in burletta, come quella
che aveva finito di dire alla padrona di casa, e sua.
Conosceva le signore Cantelli; era anzi stato una volta
all'albergo per ossequiarle e mettersi ai loro ordini,
quando erano arrivate a Venezia: ma si sentiva impacciato
[pg!19]
con esse, particolarmente colla signora Eleonora,
sempre così contegnosa e così avara di parole. Benedetta
la contessa Galier di San Polo, che poteva essere infarinata
più del convenevole, se non del necessario, ma
infine, viva la faccia sua tinta e ritinta, parlava sempre
lei, e non c'era altra noia che di starla a sentire. Noia,
poi! Si dice così per dire. La contessa era amenissima;
colla sua parlantina avrebbe messo di buon umore un
convento di trappisti.

Più impacciato del nostro ottimo Brizzi appariva il
signor conte Filippo Aldini. Che la presenza delle signore
Cantelli mettesse in soggezione anche lui? Non
era da credere. Filippo Aldini era un elegante inappuntabile,
un giovinotto alla moda, rotto alla vita dei salotti;
sebbene non frequentasse più molte case, come
prima faceva assai volentieri, restava sempre quello
di prima, nella bella padronanza di sè, dei suoi atti e
delle sue parole, disinvolto e misurato ad un tempo,
sobrio nel gesto, parco nella celia, ma pronto a scoccarla
con aria tranquilla, che non pareva affar suo, come se
avesse detta la cosa più semplice e più naturale del
mondo. Non si confondeva mai; confondeva gli altri,
piuttosto.

Perchè dunque appariva allora tanto diverso? Che
fosse ammalato? Raimondo Zuliani, senza far tante
indagini, notando solamente la novità della cosa, ebbe
compassione di lui; e venutogli accanto, lo aveva tratto
bel bello verso le signore Cantelli, a cui l'amico non si
era ancora fatto vivo altrimenti, che con un rispettosissimo
inchino.

[pg!20]
— Posso io presentare il mio amico Aldini? — aveva
detto Raimondo, facendo bocca da ridere.

— Ella sa bene, signor Zuliani, di averci già fatto
questo regalo; — rispose la signora Eleonora con gran
degnazione, e, cosa più insolita, abbozzando perfino un
sorriso. — È vero nondimeno che incontriamo il signor
Aldini piuttosto raramente.

— Lo incontrano! — esclamò Raimondo. — Non è
egli dunque tornato a riverirle? Davvero davvero, non
riconosco più il mio Filippo, il re dei cavalieri. —

Filippo Aldini sorrideva a stento, sudando freddo, e
balbettando qualche frase scucita. La nessuna importanza
sua.... il timore di essere importuno.... E frattanto si
guardava attorno, come se cercasse soccorso. Da chi,
povero Aldini, da chi? Ah, bene aveva pensato quel
giorno di darsi ammalato! Sentiva allora che l'idea era
buona. Peccato che gli fosse parsa ridicola, tanto che
non ci si era fermato su, e non aveva scritto quel bigliettino
di scusa a Raimondo, magari mettendosi a
letto, per non esser colto in flagranti di bugia, dal più
caldo, dal più prepotente degli amici! Si pentiva allora,
si pentiva amaramente di non aver colta a volo l'idea,
balenata nella mattina al suo spirito, come unica e vera
àncora di salvezza che gli porgeva un buon genio.

Bisognava dunque discorrere; e Filippo Aldini si
adattò a mettere qualche frase meno scucita di costa a
quelle del suo amico Zuliani. Ma appena Raimondo non
fu più là in sostegno, lasciò languire la conversazione,
e ringraziò nel profondo dell'animo il cavaliere Lunardi,
che si avanzava a riverire la signora Eleonora. Nè solamente
[pg!21]
lo ringraziò, ma subito ne prese occasione a ritirarsi
in buon ordine, per andare a discorrere colla signora
Galier. Là solamente si sentiva al sicuro.

La conversazione si era venuta animando. Ma qualche
timido accordo al pianoforte ottenne il suo effetto. “Cascano
i filinguelli al paretaio„, ha detto il poeta; tutti
s'accostano al cembalo. C'è chi domanda una romanza
dello Schubert, chi uno scherzo del Grieg, chi un minuetto
del Boccherini. Il maestro di musica ha tutta questa
roba sulla punta delle dita. Ma soprattutto c'è chi vuol
sentire il re degli istrumenti musicali, la voce umana,
specie se è voce di soprano, o di mezzo soprano. Del
resto, in un salotto, son tutte voci di soprano sfogato.
La padrona di casa non canta più, almeno così ella dice;
e si capisce che dica così, per far figurare qualche graziosa
invitata. Si pregherà dunque la signorina Cantelli.
E la cara Margherita non si fece pregar molto. Pensava
giustamente, la bellissima fanciulla, che tanto e tanto
avrebbe dovuto dire di sì; il meglio era dunque di
dirlo subito. Aveva una voce stupenda; cantò con metodo
eccellente e con raro sentimento l'*Ideale* del Tosti, domandato
dal cavalier Lunardi, il grande romantico della
compagnia. La signora Livia si era appressata al cembalo
per sentir meglio. Fu amabilissima; applaudì con
ardore, e fece perfino un miracolo, simulando l'atto di
abbracciare la gentil cantatrice.

— Tutto bene! — disse mentalmente Raimondo, stropicciandosi
le mani in un angolo del salotto. — Così la
mamma fosse venuta, che non avrei più nulla a desiderare! —

[pg!22]
Ma non si può aver tutto, in questo povero mondo.
E non potè aver tutto il cavaliere Lunardi, che dopo
l'*Ideale* del Tosti, chiedeva già per grazia l'*Amore,
Amor* del Tirindelli. Un uscio si era aperto, una portiera
di broccato si era sollevata, ed appariva nel vano
il colossale Giovanni in vistosa livrea, coi guanti bianchi
come la neve; piacevole apparizione di granatiere rubizzo,
che proferì poche parole, ma buone: “La signora
è servita„.

La signora, la padrona di casa, doveva far l'obbligo
suo. Fatto un cenno al marito, che offriva subito il
braccio alla signora Cantelli, prendeva il braccio del signor
Telemaco; un pezzo grosso della finanza, che siamo
dolenti di non aver meglio specificato, ed ora, per far
le cose a dovere, sarebbe un po' tardi. Poi volgendosi
verso Filippo Aldini, gli disse a mezza voce:

— Signor Aldini, offra il braccio alla contessa Galier. —

L'Aldini s'inchinò col suo fare misurato, ed obbedì
prontamente.

— Ah, che bel cavaliere! Ringiovanisco; — gridò
quella graziosa matta della contessa, che non voleva
esprimere a mezza voce il suo gradimento.

La signora Livia sorrise; poi si rivolse al Lunardi.

— Cavaliere, — gli disse, — offra il braccio alla signorina
Cantelli. — E con un leggero ammiccar degli
occhi ebbe l'aria di soggiungere: — È contento
di me?

— A questo modo, — esclamò il cavaliere Lunardi,
per fare il paio colla vecchia contessa, — ringiovanisco
ancor io. —

[pg!23]
La signora Livia fece un bel gesto d'invito a tutti
gli altri, perchè volessero seguire la marcia come credessero
meglio. Si era tutti amici vecchi di casa, perciò
in gran confidenza; ed alcuni fecero l'atto, non ammesso
dai manuali dell'etichetta, di offrirsi il braccio tra uomini.
Il signor Brizzi, ad esempio, ci passò per signora,
un po' stagionata a dir vero, accettando il braccio che
gli offriva il Gregoretti, bel tipo di mattacchione, e alle
sue ore anche poeta.

Si traversò un secondo salotto che già conosciamo, e
si mosse di là verso la sala da pranzo, il cui uscio spalancato
lasciava vedere tutto uno sfolgorìo di lampade
di bronzo dorato e di candelabri antichi, tra i cui viticci
venivano ad innestarsi, come frutti luminosi, le
pere cristalline della luce elettrica. Al soffitto di legno,
partito a cassettoni e rosoni, anch'essi dorati, si armonizzavano
le credenze e le cristalliere di legno nero, intagliato
a fogliami, a fiorami, a rabeschi, a mascheroni,
a putti, a draghi, ad uccelli fantastici. Falso Cinquecento,
sicuramente; ma anche falso sta bene, dà un nobile carattere
alle case, parendo invecchiare con esse le _`famiglie`
troppo moderne, che si sono felicemente arrampicate
a metterci il nido.

La tavola era uno splendore di cristallame, d'argenteria,
di porcellana e di fiori. In vece del solito *chemin
de table*, che è graziosissimo e può essere sommamente
caro come lavoro di mani gentili, ma che è pure economico
la parte sua, potendo andare in bucato, attraversava
la tovaglia in linea diagonale un nastro enorme, artisticamente
pieghettato e rigirato a onde, a staffe, a nodi,
[pg!24]
allacciando qua e là mazzi di rose fresche, di orchidee,
di miosotidi, ed altre fioriture contro stagione. Quella
era la novità ultimissima del buon gusto; così andava
fatto, fosse pur condannato ad essere disfatto la mattina
seguente. Buon lusso costoso delle cose destinate a perire!
Ma la nave degli Zuliani aveva il vento in poppa, e
dispiegava liberamente tutta la sua velatura.

Contegnosi da principio e parchi di parole, i nostri
commensali si animarono gradatamente, al saltar dei turaccioli,
all'acciottolìo dei piatti, al cozzar dei bicchieri.
Il chiacchiericcio si diffuse da un capo all'altro della
tavola: si stava bene, si andava anzi di bene in meglio;
si aprivano i cuori, si snodavano le lingue. Il cavaliere
Lunardi fu garbatissimo colla signorina Margherita, che
con un interlocutore sessagenario poteva essere più loquace,
mostrando tesori di senno, di cultura e di grazia.
Amenissima poi la contessa Galier, tra l'Aldini, che non
si mostrava più tanto impacciato, e il signor Brizzi, collocato
suo cavalier di sinistra. Così aveva disposto la padrona
di casa, per compensarlo di quel sacrifizio, di quel
tradimento dovuto fare al suo *Cappello Nero*.

Intanto questo appariva in casa Zuliani, questo era
evidente, tra tanti fumi del vin del Reno, di Borgogna,
di Xères, di Caluso e d'altri siti; che i vecchi erano
più animati, più allegri, perfino più arguti dei giovani.
Nessuna maraviglia; forse è perchè i vecchi hanno
meno tempo davanti a sè, in paragone dei giovani, e
fanno profitto di quel poco che avanza. Quanto a dedurne
che sia per maggiore esperienza della vita, non ne credete
niente; e vecchi e giovani son tutti ragazzi ad un modo.

[pg!25]
In mezzo al chiacchiericcio generale, che già pareva
un principio della confusione delle lingue, che è che
non è, salta un turacciolo con formidabile scoppio; ne
salta un altro, ne saltan parecchi; il vino di Sciampagna
gorgoglia, ribolle, sfavilla, spumeggia nei calici di mussolina
fusa in cristallo, o di cristallo fuso in mussolina,
come vi piacerà. Era quello il momento solenne dei brindisi.
E si capì allora perchè il Gregoretti, quel grazioso
mattacchione, non avesse dato alla conversazione tutto
ciò che avrebbe potuto e dovuto. Il disgraziato aveva un
brindisi in corpo, e in versi, per giunta, in versi veneziani,
scoppiettanti, sfavillanti come il vin di Sciampagna,
che gli stava dinanzi, e di cui aveva sorseggiata
la prima spuma quasi per prenderne ispirazione.

Si era fatto silenzio, vedendo nell'atteggiamento e nel
gesto del personaggio la promessa del brindisi. E il
Gregoretti incominciò, celebrando in graziose strofe i
meriti straordinarii dell'anno allora allora finito. Il che
era contro l'usanza, per verità; ma si sapeva bene che
il Gregoretti non faceva mai niente a modo degli altri.
A suo giudizio, l'anno andato meritava ogni lode, non
avendo recato nessun dispiacere a lui, nè agli amici suoi;
e questo era molto, anzi poco mancava che non fosse
tutto. Sì, buon Dio, si poteva anche ammettere che non
fosse stato nè carne nè pesce. Ma il suo successore, il
neonato, non si sapeva ancora che diavolo sarebbe
riuscito.

E il vecchio, poi, era anche finito bene: ci pensassero
un pochino, i signori commensali; era finito stupendamente
per tutta una gentile brigata, sotto l'incanto della
[pg!26]
bellezza accompagnata alla grazia. Occhi soavi, amabil
sorriso.... E più avrebbe detto il poeta, perchè c'erano
da enumerare i pregi a centinaia. Ma siccome il ritratto
sarebbe stato poi sempre inferiore all'originale, egli
prendeva consiglio da quei pittori da dozzina, che dopo
aver disegnata e colorita con tutta l'arte che possiedono
la figura del committente, gli pongono in mano una
lettera, colla soprascritta bene in vista, per istruzione
del pubblico. Il nome, di quella bellezza, di quella grazia
incantevole, doveva egli proferirlo? Non era già pronto
a scoccare, sulle labbra di tutti? Animo, via, lo dicessero
pur tutti con lui, senza timore di guastargli la
chiusa, lo dicessero tutti a gara, quel nome grazioso,
“quel nome caro ai Veneziani„ della signora.... E qui
una sospensione, che permetteva a tutti di prorompere
in coro: “Livia Zuliani„.

La signora Livia Zuliani, udendo quella enumerazione
di pregi femminili, e indovinando che col suo nome sarebbe
andata a finire, si era fatta via via d'un bel colore
vermiglio; a suo vantaggio, senza dubbio, perchè
prima d'allora, diciamolo pure, con tutta la sua risoluzione
di fare a mala sorte buon viso, era stata un po'
verde.

Tra gli applausi e gli evviva dei suoi convitati,
la bella nervosa, atteggiate le labbra al sorriso, levò il
suo calice, accostandolo cortesemente a quello del suo
poeta. Ed anche, sorridendo sempre e ringraziando, dovette
ripetere la cerimonia con tutti.

Raimondo era in estasi: vedeva tutto vermiglio, come
il volto della sua Livia. Ma non poteva star sempre lì,
[pg!27]
in contemplazione della propria felicità; da buon padrone
di casa, doveva darsi moto, tener desto il fuoco della
allegrezza ne' suoi convitati.

— L'anno vecchio ha ottenuto il suo elogio; — disse
egli; — chi farà l'elogio del nuovo?

— Tu; — gli rispose il Gregoretti.

— Io? Non son poeta; e dovrei tesserlo in prosa.

— In prosa, da bravo; purchè sia prosa robusta.

— Se non sarà, non vorrete mica accopparmi; — conchiuse
Raimondo, che già sentiva venir l'estro ad
una seconda versata che i servi facevano in giro.

Levò allora il suo calice, e così prese a parlare, con
intenzione d'esser solenne:

— Signore e signori, onde questa casa è onorata, auguro
a tutti voi che il nuovo anno sia lieto, come furono
a me i sette che lo hanno preceduto. Esaudisca
egli il voto che gli esprimo.... — soggiunse l'oratore, ispirandosi
d'un subitaneo pensiero, e versando sulla tovaglia
un mezzo dito del suo vino, — .... il voto che gli esprimo
libando a lui, come un sacerdote antico, con questo roseo
dorato liquore.

— Bene osservato; il roseo dorato è una particolarità
della vedova Clicquot; — disse il Gregoretti, guardando
contro la luce il suo calice.

— La vedova, — rispose Raimondo Zuliani, cogliendo
quella volta l'ispirazione dalle parole dell'amico, — la
vedova è stata moglie; parliamo dunque del matrimonio.
Non senza ragione vi accennavo i miei sette anni felici.
A voi, scapoli impenitenti! aiutate con buone risoluzioni
l'adempimento del voto che io ho formato poc'anzi, e il
[pg!28]
nuovo anno vi colmerà delle sue benedizioni. Chi vorrà
dare l'esempio? Voi, amico Brizzi, non è vero?

— Me ne guardi il cielo! — gridò il signor Brizzi,
facendo un gesto d'orrore.

— E perchè? — domandò Raimondo. — Vi conosco
e vi stimo da gran tempo, mio caro, e so che non fate e
non dite mai cosa su cui non abbiate pensato due volte. —

Il signor Brizzi si avvide di non aver pensato neanche
una a ciò che gli era uscito allora di bocca. Era stato
un grido dell'anima; e bisognava attenuarlo con qualche
spiegazione.

— Perchè? — rispose. — È presto detto, il perchè.
Renderei infelice la donna che avesse la cattiva ispirazione
di accettar la mia mano. Son vecchio, sapete? son
vecchio.

— Ma che? — entrò a dire la contessa Galier, che
non voleva sentir parlare di malinconie. — Vecchio è
chi muore.

— Signora contessa, la prego di credere che ho passati
i cinquanta. Il matrimonio non è più fatto per me,
salvo il caso di voler saldare insieme due cocci scompagnati.
Con che gusto, poi? con che utile per la società?
Pensiamo alla società, miei signori; è anche di moda.
E concludiamo; il matrimonio è fatto pei giovani. —

Raimondo avrebbe volentieri abbracciato il suo segretario.
Senza volerlo, senza pensarci neanche, quell'ottimo
signor Brizzi gli dava la mano, tirandolo dov'egli intendeva
per l'appunto avviarsi.

— E allora rivolgiamoci ai giovani; — ripigliò. — Auguriamo
per esempio al conte Aldini la felicità ch'egli
[pg!29]
merita. Sei al momento buono, mio caro Filippo. È perchè
i voti del capo d'anno sono privilegiati su tutti, io
ti auguro con maggior fede una sposa degna di amore
e di stima.... perchè non lo direi? come la mia.

— Raimondo! — esclamò la signora Livia. — Mi farete
arrossire. —

E più avrebbe detto, tanto era seccata. Ma le bisognava
rattenersi, star lei in riga, se non sapeva starci il suo
signore e padrone. Ah, quella benedetta varietà di vini
dei pranzi e delle cene solenni! Manda i fumi alla testa,
snoda le lingue, fa dir sciocchezze agli uomini serii,
troppe sciocchezze; e con una insistenza, poi, con una
insistenza degna di miglior causa.

A farlo a posta, il suo signore e padrone insisteva.

— Ebbene, sì, che c'è egli di male? Viva la sincerità.
Son tutti amici, qui, d'antica data, e strettissimi; gradiranno
ch'io parli come penso. Sarebbe ipocrisia in me
il tacer loro che sono felice. Credi a me, dolce amico; — soggiunse,
volgendosi all'Aldini; — segui l'esempio
di chi ti vuol bene. Io bevo intanto alla tua fidanzata. —

Filippo era sulle spine; e doveva mostrarsi tranquillo,
accogliendo lietamente gli augurii dell'amico Raimondo.

— Senza conoscerla! — esclamò egli, tanto per dire
qualche cosa.

— Eh, pensiamo se tu, almeno tu, non te ne sarai
formato un'idea! — incalzò Raimondo. — Nella mente
d'un giovinotto, o nel cuore, la futura compagna della
vita c'è sempre, immagine vaga, da principio, ma che a
[pg!30]
poco a poco va prendendo i precisi contorni di una giovine
e conosciuta bellezza. Dico bene?

— Ottimamente! — gridò il Gregoretti. — Dopo la
prosa robusta, ci dai la prosa elegante, la prosa poetica.

— L'argomento ne franca la spesa; — rispose Raimondo,
i cui occhi andavano come per incanto verso la
signorina Margherita.

La fanciulla teneva i suoi molto bassi, avendo l'aria
di voler aggiustare una piega della sua sopravveste.
Ma intanto si era fatta un po' rossa, dal sommo della
fronte fino alla radice del collo. E stava bene così, era più
bella che mai, mettendo in mostra il volume dei capelli
neri, ondati e lucenti, che sull'incarnato del viso luccicavano
due volte tanto, con mobili riflessi turchini. Bella
e divina creatura! Un poema, l'aveva dichiarata il Gregoretti,
quella medesima sera, vedendola per la prima
volta nel salotto della signora Zuliani. Perchè poi un
poema? Ci sono tanti poemi brutti! e tanti altri mediocri!

Ma il paragone, antico oramai, doveva essere stato
fabbricato nel tempo che di poemi, in Italia, si conoscevano
soltanto i divini, quei tre che tutti sappiamo; dopo
i quali, chiudi e sigilla, che il conto è fatto.

— Dunque, — ripigliò il Gregoretti, tenendo bordone
a Raimondo, — vogliamo bere alla futura sposa del nostro
Aldini? Egli è qui l'unico scapolo in età da pentirsi.
Péntiti, don Giovanni! —

Eh, don Giovanni nel profondo del suo cuore non
avrebbe chiesto niente di meglio. Ma lì per lì sentiva
corrersi un brivido per l'ossa.

[pg!31]
— Anche tu? — diss'egli volgendosi al Gregoretti, con
aria tra confusa e seccata.

— Anch'io, sicuro, e tutti quanti siam qui, a volerti
bene. Péntiti, don Giovanni! —

Filippo Aldini guardò intorno a sè, con occhi smarriti,
come d'uomo in punto d'affogare. Tutti, col calice in
mano, gli ripetevano la medesima frase. “Péntiti!„ diceva
il Ruggeri; “péntiti!„ il signor Telemaco, che in
verità non diceva nulla, ma consentiva col gesto, e nel
gaio concerto delle voci pareva aggiungere la sua. Ma
era dunque una congiura? un colpo premeditato?

— Lo senti? Te lo dicono tutti in coro; — gridò
Raimondo Zuliani, ridendo a più non posso. — Péntiti,
don Giovanni! —

E si rivolgeva, ciò detto, alla sua Livia, come per invocarne
l'aiuto.

— Ma sì, — aggiunse allora la signora Zuliani, con
la sua vocina sottile, e accompagnandone il suono con
un moto grazioso della sua testina bionda, — perchè non
si pentirebbe, don Giovanni? —

Filippo Aldini era fuori di sè dalla stizza. Ma egli
sentì che a durarla ancora un tratto, sarebbe diventato
ridicolo, con quella cera da funerale, in mezzo a tanta
allegria che pareva volersi rovesciar tutta su lui. A
farlo a posta, anche la padrona di casa si metteva dalla
parte dei canzonatori.

Accettò dunque l'invito, come se fosse stato un comando;
levò il suo calice, lo vuotò fino all'ultimo sorso,
e rispose con accento risoluto:

— Sia, poichè tutti lo vogliono; mi pentirò. —

[pg!32]
Ebbe naturalmente un applauso da tutti; e dopo l'applauso
un premio speciale dal Gregoretti.

— Così va bene; — disse il poeta mattacchione. — Fin
da domani metto la Musa in molle, e ti preparo
l'epitaffio. —

Voleva dire l'epitalamio. Ma già la lingua incominciava
a tradirlo.

[pg!33]


.. toc-entry:: III. Per l'amico del cuore.

III.
====

Per l'amico del cuore.
----------------------


Quella notte, anzi meglio, quella mattina, la signora
Cantelli avrebbe voluto ritirarsi intorno alle due. Veramente,
le rincresceva di dare il mal esempio; ma il suo
Federigo doveva essere di buon mattino al suo posto, e
bisognava concedergli almeno quattr'ore di sonno. Il signor
Zuliani aggiustò le cose per bene, proponendo che
Federigo andasse via solo, mentre per le signore, con
tanti cavalieri presenti, non sarebbe mancato chi le accompagnasse
al Danieli. In questo modo si guadagnò
un'altr'ora allegra, illuminata dalla grazia, dal sorriso
incantevole della signorina Margherita. Raimondo Zuliani
era tutto raggiante di contentezza, ameno, festevole,
attento ad ogni cosa che potesse occorrere per la felicità
dei suoi ospiti; e ciò senza bisogno di scomodare sua
moglie, che doveva lasciarlo fare, standosene regalmente
seduta in trono, ossia, per chiamar le cose col loro nome,
nell'angolo sinistro di un soffice canapè foderato di raso,
accanto alla signora Eleonora.

[pg!34]
Ma c'è un fine anche alle veglie notturne; e quando
le signore Cantelli accennarono a prender commiato,
Raimondo fu pronto a dar loro per cavaliere il conte
Aldini. Mentre tutti incominciavano a mettersi in moto,
la signora Livia ebbe agio di tirare il marito in disparte.

— Che idea è la tua? — gli bisbigliò. — Non doveva
il signor Aldini accompagnare la Galier? tanto più che
sono così vicini di casa?

— Capisco; — rispose Raimondo. — Ma la contessa
ci ha il nipote, e quello può bastare. Credi tu che possa
venire in mente a qualcheduno di rapirtela? Quanto alle
signore Cantelli, potrebbe servire il cavaliere Lunardi?
O il signor Telemaco? Mi paiono tutti e due morti dal
sonno. Il Ruggeri è un po' sventato; e poi, ha veduto
le signore per la prima volta stanotte. Il Gregoretti è un
po' più allegro del solito. Ci ho pensato bene, mia cara;
non c'è altri che Filippo. —

Del resto, era detta, e non si poteva tornare più indietro.
“Voce dal sen fuggita. — Più rattener non vale„.
Lo aveva sentenziato il Metastasio, in una di quelle sue
ammirabili strofette per musica. Voleva la sua Livia
sentir gli altri due versi? No, non ce n'era bisogno: li sapeva
a mente, come l'avemmaria.

Per quella volta ancora comandava Raimondo, e l'Aldini
accompagnò le signore Cantelli. Ci andò come la
biscia all'incanto; ma ci andò, muovendosi in compagnia
di Raimondo, che da qualche minuto non lasciava il suo
braccio, quasi temendo che dovesse sfuggirgli. In questa
guisa Oreste accompagnò il suo Pilade, fino al piè della
gradinata, davanti alla gondola, dove ossequiò le signore
[pg!35]
Cantelli, ringraziandole del grande onore che gli avevano
fatto.

La signora Eleonora mostrò di gradir molto la compagnia
del conte Aldini. Margherita non mostrò nulla
de' suoi sentimenti; ma certo era contenta. Come la gondola
approdò alla Riva degli Schiavoni; la bellissima
fanciulla accettò la mano che le tendeva Filippo per
aiutarla a scendere; e Filippo sentì quella mano tremare
un pochino nella sua. Una bella mano che trema, quante
cose non dice?

Da quando si conoscevano? Da un mese, cioè dai
primi giorni che le signore Cantelli erano capitate a
Venezia. Viaggio e fermata lunga, tutto era stato per
Federigo, che non poteva sperare una licenza per quella
fin d'anno, dopo averne già ottenuto parecchie a brevi
intervalli. Le mamme, per verità, ne vorrebbero una al
mese, e si dolgono delle irragionevoli durezze della disciplina
militare, che a sentirle loro non perderebbe
nulla a essere più compiacente; ma è colpa loro, se han
voluto i figliuoli ufficiali di terra o di mare. Ed anche
a Venezia, così presso a Federigo, non potevano mica
averlo sempre in compagnia: quel benedetto servizio
aveva le sue esigenze quotidiane. Perciò altri doveva
supplire alle assenze di Federigo, mettendosi a servizio
delle signore Cantelli.

Naturalmente, c'era in prima riga Raimondo Zuliani,
l'amico del banchiere Anselmo, e in continua relazione
d'affari con lui. Ma anche Raimondo aveva le sue ore
impegnate: poteva fare una visitina, ed anche a brevi
intervalli, non già mettersi a loro disposizione per visitar
[pg!36]
chiese, palazzi e musei. Si sa, quando per una ragione
o per l'altra si capita in una città ragguardevole, in
una città storica, ricca di memorie, di capolavori, di
meraviglie d'ogni genere, è obbligo di veder tutto, per
mostrar poi alla gente di non aver viaggiato come bauli.
L'arsenale lo avevano visto con Federigo, che era là
come in casa sua, e ne faceva gli onori. San Marco, i
Frari, la Salute e le altre chiese maggiori si potevano
vedere via via nei giorni festivi, in occasione della
messa. Ma il Palazzo dei Dogi, ma l'Accademia, il Museo
Correr, i palazzi del Canal Grande, almeno i più singolari,
i più celebrati, non si potevano visitare senza la
compagnia di qualche amabile cicerone, che per l'appunto
non fosse un cicerone di piazza.

Per questo ufficio il signor Brizzi, messo anche lui a
disposizione delle signore, non parve a breve andare
l'uomo più adatto; molto amabile, sicuramente, quantunque
a modo suo, ma niente cicerone; ed egli, dopo
tutto, era più utile al banco. O allora? Allora, quale
occasione più favorevole dell'amico Aldini? Quello era
proprio l'uomo, amabile che nulla più, cicerone perfetto,
e padrone di tutto il suo tempo, non avendo niente da
fare; condizione invidiabile, checchè si voglia argomentare
in contrario.

E qui diciamo di lui tutto quello che occorre, per
non averci a ritornare con cenni e notizie a spizzico,
che paian venire di contrattempo, e intralcino ad ogni
modo il racconto. Filippo Aldini era stato ufficiale di
cavalleria, e in quella divisa era capitato quattro anni
addietro alla guarnigione di Padova. Da Padova si è in
[pg!37]
un salto a Venezia, e di quei salti il tenente Aldini ne
aveva già fatti parecchi. A Venezia, un bel giorno, che
è che non è, prese la risoluzione di lasciare il servizio.
Lo avevano forse attratto i cavalli di San Marco? Sia
lecito immaginarlo, in mancanza di notizie più esatte.
Quanto al servizio, lo poteva piantar lì senza scrupolo,
non avendo egli presa la via delle armi coll'intenzione
di percorrerla intiera. Era ricco, direte. No, non era
ricco. Ricchissima era stata la sua famiglia, d'antico
ceppo parmense; ricchissima sotto i cessati governi; ma
in due o tre generazioni di oziosi aveva trovato il modo
di andarsene a rotoli. Il mutuo e l'ipoteca, due invenzioni
pestifere! Al conte Filippo Aldini, morto il padre
e pagati i debiti della successione, restava appena una
tenuta dell'alto Parmigiano, senza ipoteche, grazie al
cielo, e che poteva rendere ancora un anno per l'altro
le sue ottomila lire. Mettiamo tra restauri e miglioramenti
un migliaio di lire: un altro migliaio all'agente,
incaricato di riscuotere e di trasmettere; ne avanzavano
ancora seimila. Solo com'era, modesto nelle abitudini,
temperato nei desiderii, con seimila lire d'entrata poteva
campare. Il vivere non era caro a Venezia; ed egli, poi,
rinunziava necessariamente al cavallo. La sua esistenza
trascorreva placida in apparenza, uniforme e cheta nei
suoi andamenti, come una gondola sull'acque morte della
Laguna. Giovine di bell'aspetto, intelligente, garbato,
serio e discreto, piaceva alle donne, e non dava sui nervi
agli uomini come tanti farfalloni vanagloriosi. Aveva le
sue rimesse da Parma, pagabili presso il banco Zuliani,
e da questa circostanza era nata la sua relazione con
[pg!38]
Raimondo, che aveva preso a volergli bene assai presto.
L'amicizia è come l'amore; nasce come e quando le pare.
Del resto, così serio e garbato com'era, l'Aldini non poteva
non piacere a Raimondo, che se ne fece tosto un
amico, e a breve andare un compagno inseparabile. Raimondo
Zuliani aveva l'animo aperto e schietto; quando
si dava, si dava intiero. Per contro, aveva l'amicizia invaditrice;
l'amico era la cosa sua; se avesse potuto, ne
avrebbe fatto il suo schiavo; per intanto lo considerava
come il suo alunno, il suo pupillo, il suo fratello minore,
a cui egli dovesse dar consiglio, indirizzo, protezione
efficace.

Con questo suo modo d'intendere l'amicizia, non poteva
certamente piacergli molto che l'amico suo, così
ricco di belle doti, e così intelligente, non facesse nulla,
non si occupasse utilmente di nulla. Filippo Aldini passava,
sì, alle volte, qualche ora a dipingere, cieli e marine,
casupole e barche di pescatori, su tavolette alte
una spanna e larghe in proporzione; un grazioso talento,
quello, per farsi merito con qualche famiglia di
amici e di conoscenti, che gradisse il presente del bozzettino;
ma ci voleva ben altro che quattro fregacci, tirati
giù a punti di luna, per diventare un pittore, e
metter l'arte a profitto. Leggeva, più spesso, leggeva
anzi ogni giorno, riviste, trattati scientifici, romanzi e
viaggi; ma a che gli serviva tutto ciò? Leggere le
pubblicazioni più recenti, tenersi al fatto delle novità
intellettuali, è una bellissima cosa, ma non può dirsi un
lavoro; ci si nutre lo spirito, non ci si guadagna un
soldo, e troppi se ne buttano via dal libraio. Raimondo
[pg!39]
Zuliani, che sapeva spendere, aveva anche imparato a
guadagnare, e non ne perdeva mai l'uso.

Ma infine, egli faceva il banchiere, e i suoi cominciamenti
erano stati modestissimi. Poteva forse applicare
la sua regola al caso di Filippo Aldini? Anch'egli, finalmente,
senza avvedersene, o senza scandalizzarsene
troppo, cedeva all'autorità della massima volgare, che
un nobile, barone o conte, marchese o duca che sia, non
è tagliato pel lavoro fruttifero. Va bene che il lavoro
nobilita; ma ciò significa che il lavoro è fatto per chi
non è nobile ancora, potendo per contro levare la nobiltà,
o per lo meno offuscarla, a chi già la possiede; ragionamento
che va, o par che vada, a filo di logica, e non
fa neanche una grinza.

Un'altra considerazione più seria aveva persuaso Raimondo,
chetati i suoi dubbi, i suoi timori di fratello
maggiore. Solo al mondo, e modesto nelle sue abitudini,
con quelle seimila lire nette all'anno, l'amico suo poteva
vivere e fare in società una discreta figura. Non giocasse;
era il punto essenziale. Ma l'amico suo aveva in
orrore le carte. Così il fratello maggiore uscì d'apprensione,
e non pensò più alla utilità d'un proficuo lavoro;
egli intanto mulinava altri disegni. Con quella gioventù,
con quella bella presenza, con quel titolo, poi, con quel
titolo, destinato ad avere il suo valore, specie se titolo
autentico, non derivato dal *motu proprio* di chi ne
fa pompa, non c'era caso che Filippo Aldini facesse un
bel matrimonio, un matrimonio brillante? Il matrimonio
brillante è quello in cui da una delle due parti entrano
molti quattrini, a fortificare l'alleanza dei cuori. Raimondo
[pg!40]
Zuliani, che per sè non aveva preso un soldo
di dote, ragionava così per una volta tanto, seguendo
l'opinione dei più. Finalmente, si trattava della felicità
di Filippo, del suo inseparabile amico, del suo fratello
minore; senza contare poi questo, che, felice egli stesso
nel matrimonio, avrebbe ammogliato l'universo mondo.

Ma dov'era la ricca erede da gittar nelle braccia del
suo carissimo Aldini? Non la trovava lì per lì da nessuna
parte, e molto meno a Venezia. Qualche grosso patrimonio
esisteva ancora sulle Lagune, specie nel ceto
patrizio, e le ragazze con una dote vistosa, o con vistose
speranze, non ci mancavano davvero. Ma c'era un
guaio, che alla perspicacia di Raimondo non doveva
sfuggire. Si poteva egli credere che le famiglie patrizie,
dai nomi illustri, risalenti alla “Serrata del Gran Consiglio„,
sentissero il gusto di rinunziare alle alleanze
tra loro, e il bisogno di accettare un “conte di terraferma„
con seimila lire d'entrata? Non di là, dunque,
non di là, bisognava orientarsi, e molto saviamente Raimondo
ne aveva smessa l'idea.

La sposa, per quel conte, doveva venir di lontano
alla sua immaginazione sempre sveglia; e doveva venire
dopo due anni d'attesa, due anni che infine gli erano
serviti per conoscer meglio l'Aldini e per stimarlo di
più; tanto in quei due anni l'amico suo aveva guadagnato
ancora in serietà, rompendola asciuttamente con
certe galanterie da vagheggino, e a grado a grado liberandosi
da tanti perditempi del suo primo anno di vita
veneziana. Ah, quella figliuola del suo collega di Milano;
altro che dote patrizia! E dote e spillatico, e grandi
[pg!41]
speranze in vista; ci aveva da esser tutto senza risparmio.
Il banchiere Anselmo era uomo da milioni; poteva
guadagnarne ancora, sebbene avesse ristretta di molto
la sua cerchia d'affari; ma appunto perchè l'aveva ristretta,
non c'era da temere che ne perdesse. E infine,
soltanto tra due figliuoli, Federigo e Margherita, andava
spartito il suo patrimonio.

Ed era bella, Margherita, il che non doveva guastare;
e dotata di un carattere d'oro, senza ombra di vanità,
nè d'orgoglio per la bellezza sua, o per le ricchezze della
sua casa. Se si fosse potuto combinare! E perchè no?
Il banchiere Anselmo era venuto su quasi dal nulla;
sua moglie del pari; e formavano una coppia virtuosa,
a cui la ricchezza era stata una giusta ricompensa, ma
non aveva offuscato il sentimento delle sue modeste origini.
Se nutrivano ambizioni, queste potevano risguardare
soltanto i loro figliuoli; e già se ne scorgeva un
indizio nella carriera scelta da essi per Federigo. E per
Margherita? Un titolo, senza dubbio, sarebbe andato benissimo,
accompagnato a quel fiore di bellezza e di
grazia. E il giovane che portava quel titolo, apparteneva
ad una nobiltà di vecchia data; non era neanche un
pezzente; non era un vizioso, ma un gentiluomo e un
galantuomo a tutta prova. Come avrebbe detto di no il
signor Anselmo, trovando un partito sotto ogni aspetto
così conveniente? e soprattutto quando la signorina
Margherita vedesse di buon occhio il conte Aldini? Ora,
di questo il signor Raimondo non dubitava neanche. Gli
dava noia piuttosto di non aver pensato prima a quella
stupenda occasione, col rischio di lasciarsela sfuggire di
[pg!42]
mano. Ma a farlo a posta, non che sfuggirgli, l'occasione era
venuta incontro al suo desiderio. Bisognava agguantarla
pel ciuffo; e Raimondo era stato pronto ad allungare
la mano.

Così, senza dir nulla ad alcuno, lasciando che ogni
cosa andasse da sè, come l'acqua per la sua china, Raimondo
aveva condotto all'albergo Danieli il conte Filippo
Aldini, presentandolo come il suo migliore, anzi l'unico
amico, quasi un altro sè stesso, alle signore Cantelli. Il
giovinotto era stato ricevuto benissimo, con un fare alquanto
impacciato, ma con evidente bontà, dalla signora
Eleonora; con grazia semplice e schietta dalla signorina
Margherita. Il discorso, naturalmente, era caduto sul gran
numero di belle cose che c'erano da vedere a Venezia.
E perchè la signora Eleonora aveva accennato ad una
fermata piuttosto lunga, più che giustificata dal desiderio
di trattenersi quanto più potesse col suo Federigo,
il quale tra non molto doveva imbarcarsi per un viaggio
assai lungo, il conte Aldini si prese amabilmente la
briga di stendere a voce una specie di elenco, distribuito
per settimane, delle gite che la signorina Margherita
avrebbe potuto fare, osservando, senza troppo stancare
la mamma, tutto ciò che offriva Venezia allo studio di
una viaggiatrice tanto intelligente, e capace di gustare
ogni cosa notevole nella storia, nell'arte, ed altresì nell'industria
paesana. Questa, infatti, non andava trascurata,
poichè l'industria era in Venezia una cosa tutta
particolare, ed artistica al sommo.

E l'aveva tenuta a lungo sospesa alle sue enumerazioni,
inframmezzate di giuste considerazioni, di sentenze
[pg!43]
argute o profonde, passando dall'industria antica alla
moderna, che rinnovellava le bellezze dell'antica, ai musaici
del Salviati, ai vetri filati di Murano, ai merletti
policromi dello Jesurum. Raimondo, nell'atto di discorrere
colla signora Eleonora, gongolava in cuor suo di
sentire i due giovani chiacchierare con tanta animazione,
come se già si conoscessero da un anno.

— Ed ora, — pensò egli, — il giovinotto farà la sua
corte. Già, la paglia, messa accanto al fuoco, non può
far che non bruci. —

In quella prima visita si era subito combinata una
doppia gita insulare, a Murano ed al Lido; onde la necessità
per Filippo Aldini di ritornare la mattina seguente
al Danieli, per accompagnar le signore. Aveva
fatto da cicerone artista a Murano, da cicerone paesista
al Lido, trovando anche il tempo da far da cicerone
erudito nell'isolotto di San Lazzaro, in quel celebre convento
dei padri Mechitaristi e nella loro famosa biblioteca
orientale. Due giorni dopo, faceva la sua terza visita,
per condur le signore a vedere qualche palazzo sul
Canal Grande; ma a questo giro storico ed artistico bisognava
rinunziare, essendo la signora Eleonora leggermente
infreddata e costretta perciò a star riguardata
nella sua camera.

Filippo non ebbe dunque altro da fare che quattro ciarle
di passata colla signorina Margherita. Voleva infatti congedarsi
presto; ma non ne fece nulla, tanto la conversazione
si era animata tra loro. Il discorso era caduto
su Parma, dove Filippo era nato, e dove la signorina
Margherita aveva passato alcuni giorni in quell'anno
[pg!44]
medesimo. Che bella città! Quante cose anche laggiù da
ammirare! Margherita ricordava quel campanile alto alto,
di fianco alla facciata del Duomo, quel campanile che si
muoveva, oscillando visibilmente sulla sua base ad ogni
rintocco della campana maggiore: poi quel battistero lì
presso, così strano coi suoi fregi di marmo, tutti a rilievi
di animali simbolici; e il ricco museo, coi bronzi
di Velleia, e la biblioteca ricchissima, col Virgilio manoscritto,
tutto di pugno del Petrarca, e la pinacoteca
maravigliosa, coi capolavori del Correggio. Margherita
possedeva un senso squisitissimo d'arte, tale da piacer
sommamente a Filippo, che era mezzo pittore; e gli
aveva notato, per esempio, nella Madonna detta di San
Gerolamo, quella guancia della Maddalena, veduta in
iscorcio, resa con tanta delicatezza di tocco, che nessuno,
copiando, aveva potuto esprimere fedelmente, nè col pennello,
nè col bulino, mai più. Finalmente, passando ad
altro, gli aveva toccato della storia di Parma, della famiglia
di lui, che vi era stata in grande onore nei secoli
andati.

Ma come sapeva ella mai tante cose? La signorina
Margherita appagò facilmente la curiosità di Filippo. Al
babbo avevano proposta la compera di una tenuta sul
territorio parmense, verso Montechiarugolo; ed egli, per
andarla a vedere e risolversi, aveva condotta con sè la
figliuola. Così ella aveva veduto, osservato, studiato tante
cose; così del resto ella faceva, dovunque il babbo o
la mamma la conducessero. Perciò aveva notato anche
il palazzo Aldini, il quale del resto attirava facilmente
gli sguardi, con quei due Telamoni di pietra che fiancheggiavano
[pg!45]
l'ingresso, sostenendo il terrazzino del primo
piano.

— Ahimè! — sospirò Filippo, — il palazzo da gran
tempo ha mutato padrone. Quel che possiedo ancora a
Parma è in campagna.

— Lo riscatti; — disse Margherita. — È tanto caratteristico!
e in una bella strada, presso Santa Lucia. —

Filippo non rispondeva altrimenti che con un mezzo
sorriso.

— Ma sì, — incalzò la fanciulla. — Deve riscattarlo.
La casa degli antichi è sacra; se per qualche cagione
si è perduta, bisogna riaverla! E per riaverla non c'è
che una cosa, volere.

— Crede Ella che basti?

— Per cominciare, sì; — rispose Margherita; — e
“chi ben comincia è alla metà dell'opra„. Le cito un
verso, che non so di chi sia; ma è tanto vero! Lo ripete
spesso il mio babbo.

— Vedrò di volere; — conchiuse Filippo. — Ella mi
fa riprendere amore al mio nido. —

E pensava frattanto con grata meraviglia alle rare
doti di quella ragazza, alla sua serietà di carattere, alle
sue cognizioni, alla grazia, alla nobiltà del suo spirito,
veramente notevoli. Se alla prima visita egli aveva incantata
coi suoi ragionamenti la signorina Margherita,
alla terza ella incantava lui. Ma più incantato di tutt'e
due sarebbe rimasto Raimondo Zuliani, se fosse stato là,
dietro un uscio, a sentirli. — Si va a gonfie vele — avrebbe
egli detto tra sè, non senza stropicciarsi le mani.

Ma non c'era; e quel giorno, sul tardi, quando Filippo
[pg!46]
Aldini si recò al palazzo Orseolo per fare la sua
visita settimanale ai coniugi Zuliani dopo l'ora del pranzo,
Raimondo non ebbe a saper nulla di quel colloquio, che
a lui sarebbe riuscito così importante e piacevole. Egli
dovette contentarsi di chiedere all'amico dove avesse
quella mattina accompagnate le signore Cantelli.

— In nessun luogo; — rispose Filippo. — La signora
Eleonora era infreddata, ed io mi sono ritirato in buon
ordine. —

Era poco, era niente; ma Raimondo non aveva ragioni
per desiderare di più.

— Ebbene, — entrò a chiedere la signora Zuliani, — che
impressione le ha fatto la signorina Cantelli?

— Impressione! — ripetè Filippo, sconcertato.

— Sì, voglio dire come Le è parsa?

— Eh, non c'è male. —

Ma qui Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.

— Non c'è male! Non c'è male! Così te ne sbrighi,
assassino? La signorina Margherita è un angelo. —

Filippo si strinse nelle spalle, non avendo da dire nè
di sì, nè di no. La signora Livia, dal canto suo, si era
creduta in obbligo di mettere un sordino alle volate del
consorte.

— Per sua norma, signor conte, — diss'ella, — mio
marito trova angeli dappertutto.

— Non dappertutto, — replicò Raimondo, — ma dove
sono. E che io me ne intenda è già dimostrato, non ti pare?

— Questo vorrebb'essere un complimento.

— No, ma una verità sacrosanta. —

Così dicendo, il felice Zuliani batteva delicatamente
[pg!47]
della palma sulla candida mano di sua moglie. N'ebbe
un sorriso, il meno che gli si potesse dare in premio
della sua galanteria. L'idilio coniugale non giungeva
certamente nuovo a Filippo Aldini, che garbatamente
levò gli occhi in alto, pensando. Aveva ancor egli il suo
piccolo idilio nell'anima; poteva dentro di sè vagheggiarlo.
È questo il segreto di molti silenzi, e di molte
distrazioni, nell'uomo.

Margherita era un angelo davvero, un angelo di bellezza
e di bontà. Serena senza sforzo, modesta senza
ostentazione come senza scioccheria, sapeva molto e non
ne faceva pompa, neanche quando l'occasione potesse giustificare
una certa solennità di discorso. Con tanta grazia
penetrante, unita ad una così sfolgorante bellezza, colpiva
al primo incontro, e colpiva in pieno; bisognava
amarla senz'altro. Filippo aveva preso fuoco, necessariamente;
ma si era anche saputo dominare, lì per lì, proprio
in quel punto, e per le istesse ragioni che lo avevano
fatto ardere, alle evocazioni gentili della sua città
natale, della sua gente, del suo palazzo, che bisognava
riscattare, fortemente volendo. Quel fuoco, a mala pena
divampato, si era chiuso nel cuore di lui, per isforzo
violento della sua volontà; doveva restar lì, vivo ma
cheto, come quello che cova sotto la cenere. E cenere;
ahimè, non ne mancava in quel cuore.

Fu ancora uno sforzo di volontà la sua risoluzione di
non ritornare una quarta volta dalle signore Cantelli?
Una simile risoluzione parrà strana, o non parrà, secondo
che si consideri il caso di Filippo Aldini. Certo, quando
s'incontrano donne come quella, che pareva un angelo a
[pg!48]
lui non meno che all'amico Zuliani, bisogna amarle
senza misura, senza ritegno, da pazzi; e la cosa è chiarissima,
perchè di quelle donne non se ne incontrano
due nella vita. Ma ancora bisogna fuggirle; e questo
non è meno evidente, chi si trovi nelle condizioni di Filippo
Aldini. Buon sire Iddio! Se quella angelica creatura
è ricca, troppo ricca per noi, non si potrebbe egli
credere, nel mondo sciocco e cattivo, che si volesse fare
un matrimonio d'interesse, il matrimonio brillante, che
sorrideva, per utilità di Filippo, alla ferace fantasia di
Raimondo Zuliani?

Il conte Aldini non ritornò dunque per la quarta
volta al Danieli. O, per dire più esattamente, ci ritornò,
colla ferma intenzione di non salire le scale, ma di
chieder notizie della signora Eleonora, e lasciare un biglietto
da visita, a prova della sua sollecitudine per la
salute di lei. La signora, per fortuna, era ristabilita del
tutto, e fuori, per l'appunto, in compagnia della figliuola;
ottima occasione per lasciare quel biglietto di visita, a
testimonianza di un dovere compiuto, e non soltanto del
desiderio di chieder notizie. Dopo quel giorno, se s'imbatteva
per via nelle signore Cantelli, faceva un gran
saluto, e magari una fermatina di convenienza, per barattar
quattro parole, non osando accompagnarle, nè offrirsi
in nulla al loro servizio. Naturalmente, la signora
Eleonora non gli chiedeva: “perchè non vediamo più il
nostro cicerone, così garbato e così utile nei primi giorni
che l'abbiamo conosciuto?„ Nè questo, nè altro di simile,
si poteva dir mai; che sarebbe stato sconveniente, come
se davvero le signore avessero creduto di prendere ipoteca
[pg!49]
su lui; e d'altra parte, come sappiamo, la signora
Eleonora stava sempre un pochino in sussiego, facendo
meno parole che le fosse possibile. Pareva orgogliosa,
con quella sua aria e con quella sua andatura intirizzita.
Nel fatto era una creatura di mediocre istruzione, ma
di grande buon senso; e taceva molto, temendo sempre
di dir qualche cosa che non fosse a punto e virgola.
Donna rara!

Occupatissimo al suo banco in quella fin d'anno, Raimondo
Zuliani non aveva chiesto, nelle sue rare e brevi
apparizioni al Danieli, se l'amico Aldini fosse assiduo
al suo ufficio di cicerone. Si meravigliò forte quando
sentì finalmente che non si lasciava veder troppo. Oh,
ma ci avrebbe messo buon ordine lui. Perciò quell'alzata
d'ingegno del brindisi; e l'aveva rinfrancata con altri
argomenti, scendendo le scale del palazzo Orseolo, per
accompagnar le signore Cantelli fino all'imbarco. Là,
alla svolta d'un pianerottolo, prendendo pel braccio il
suo Pilade, gli aveva bisbigliato all'orecchio:

— Senti, o la sposi, o non ti conosco più per amico. —

[pg!50]


.. toc-entry:: IV. Batti il ferro mentre è caldo.

IV.
===

Batti il ferro mentre è caldo.
------------------------------


Alla signora Zuliani accadde di respirare più liberamente,
quando l'ultimo de' suoi convitati ebbe preso congedo.
Anche quella noia era dunque passata, e bisognava
renderne grazie al cielo. Le restava, nel ritirarsi ai dolci
riposi, una piccola curiosità, tutta femminile; sapere
che cosa mulinasse Raimondo, con quelle sue tenerezze
per le signore Cantelli. Aveva egli bisogno di entrar
maggiormente in grazia al collega di Milano, per agevolarsi
qualche grossa operazione bancaria con lui? Non
era da crederlo. Raimondo si sentiva forte abbastanza
da spiccare ogni volo più ardito; non era più nella condizione
di cinque o sei anni addietro, quando aveva
passato quel brutto quarto d'ora a cui per l'appunto egli
si riferiva due giorni prima discorrendo con lei. Si
trattava dunque d'un sentimento di gratitudine? Forse
sì, quantunque paresse un po' spinto; fors'anche era da
vederci il proposito di compensare la freddezza di sua
moglie verso quelle care viaggiatrici, che volevano
[pg!51]
metter le barbe a Venezia. Altro, del resto, non c'era,
non ci poteva essere; e se fosse stato, bisognava riderne,
come d'un sogno ad occhi aperti. Quel brindisi, veramente,
avrebbe potuto dar da pensare. Ma infine, la curiosa
manìa di ammogliare l'universo mondo era antica
nel suo signore e padrone: quante volte, infatti, non gli
era accaduto di prodigar consigli ed esortazioni di quel
genere a chi mostrava di non volerne approfittare? Quella
notte la esortazione era stata più calda; ma che cosa
non fa un bicchiere di più, tracannato in allegra compagnia?
e in particolar modo di Sciampagna, che è vino
tenero, se altro fu mai, e singolarmente propizio alle
effusioni dell'anima?

Quanto a Raimondo, egli sapeva bene una cosa; che
la sua Livia non poteva soffrir le Cantelli.

Ma perchè? Non riusciva ad intenderlo. Margherita
era una così buona e cara fanciulla! Che ci fosse per
avventura da vedere un pochino di quella gelosia naturale,
irriflessiva, involontaria, che nasce così spesso tra
donne? Ma la sua Livia avrebbe avuto un gran torto a
provarne la più lieve puntura; lei così bella, e d'un
altro genere di bellezza, fine, delicata, aristocratica al
sommo. Quando ella appariva nel suo palchetto alla Fenice,
o nella sala dei concerti al Liceo Marcello, l'accoglieva
sempre quel fremito d'ammirazione che dice ad una bella
assai più di cento sonetti e di mille madrigali. Ma che
gelosia d'Egitto! Non era da pensarci neanche. Piuttosto
l'antipatia per la vecchia? Ma quella era una povera
donna, contegnosa senza saperlo, intirizzita senza volerlo.
E poi, che noia le davano, alla sua Livia, due visitine
[pg!52]
a tempo e luogo, con qualche invito a pranzo, o a
teatro? Non dovevano poi far vita insieme. Così l'aveva
sopportata il marito, e per un quarto di secolo oramai,
quella contegnosa e taciturna signora: non poteva sopportarla
lei per uno o due mesi?

Comunque fosse, dopo averci pensato più lungamente
che non portasse il bisogno, Raimondo scosse il capo e
le spalle; segno che voleva gittare un carico importuno
ed inutile. E tacque delle signore Cantelli a colazione, e
ne tacque a pranzo; tacque soprattutto, poichè l'argomento
non sarebbe piaciuto, tacque di essere stato poco
prima al Danieli per ringraziar le signore una volta ancora,
e di aver fatto, contro l'uso suo, una visita
lunga.

Venne la sera, e Raimondo offerse alla sua Livia di
accompagnarla a teatro. Ma ella si sentiva ancora un
po' stanca della notte perduta; cinque ore di sonno in
giornata non erano state riparatrici abbastanza; lo
specchio, poi debitamente interrogato, le aveva fatto
scorgere un po' di livido intorno ai begli occhi glauchi,
e tra gli occhi e le guance due pieghettine, due cose da
nulla, ma ad ogni modo, e comunque attenuate da cortesi
eufemismi, due borse. Piccolo guaio delle bionde,
che sogliono avere la pelle più tenera. Si vedrà? Non
si vedrà? Nel dubbio, la bella bionda si astiene.

Raimondo uscì, per far quattro passi: un'ora dopo era
già di ritorno, con un fascio di giornali, che prese a
leggere, facendone parte di tanto in tanto a sua moglie;
per le notizie d'arte e di cronaca, s'intende, che la politica
non era nelle grazie della bella signora.

[pg!53]
— Strano! — diss'ella in un momento di sosta del
suo cortese lettore. — Il tuo signor Filippo non si lascia
vedere da noi, nel primo giorno dell'anno nuovo.

— O come? — esclamò Raimondo. — Non c'era stamane,
avendo cominciato l'anno da noi? Del resto, ricordo
di aver ricevuto un suo biglietto di scusa, e di
scusa legittima. —

Così dicendo, trasse di tasca una lettera e la pose sulla
tavola, davanti a sua moglie. Livia la prese, dopo alcuni
minuti secondi; l'aperse con atto lento e svogliato; finalmente
la lesse. Erano pochi versi di scritto e dicevano
così:

    | “*Caro Raimondo*.

    “Vorrei venire oggi al tuo banco, per darti ancora
    un saluto; ma ho un gran sonno, un gran sonno. Chiederai
    perchè io non abbia dormito stamane appena arrivato
    a casa. La rea cagione è questa, che ho trovato a
    casa un telegramma da Verona, un telegramma di due
    vecchi amici, di due commilitoni, che mi annunziavano
    la loro venuta, e per l'appunto in giornata, volendo passare
    a Venezia tre o quattro giorni della loro licenza.
    Li ho sulle braccia, e mi è toccato dar ordini per preparar
    loro l'alloggio nel mio modesto quartierino. Stasera
    debbo andarli ad aspettare alla stazione; per intanto
    vo a letto, che l'ho ben guadagnato. Di tutto cuore, addio;
    ossequj ed augurj senza fine alla tua Signora.

    .. class:: right

    | *Filippo*.„

Il biglietto dell'Aldini, così innocente nella sua semplicità,
aveva già seccato non poco Raimondo Zuliani.
[pg!54]
Quei due amici, e vecchi commilitoni, proprio non ci
volevano; guastavano infatti, o potevano guastare tutti
i disegni ch'egli aveva formati in quei giorni. Con due
vecchi commilitoni sulle braccia, ed ospiti per giunta,
come sarebbe riuscito Filippo a far la sua corte? Ed
era urgente di farla; bisognava battere il ferro mentre
era caldo. A farlo a posta, quel caro Filippo era un così
strano ragazzo! Aveva preso fuoco e levata come si suol
dire la fiamma; poi giù tutto ad un tratto, come se
fosse stato un fuoco di paglia. Strano ragazzo! Ma occorreva
avere senno per lui.

— E così, vedi, non ha potuto venire; — disse Raimondo,
poi che sua moglie ebbe deposta la lettera. — Ci
ha ospiti.

— Peccato! — esclamò la signora. — Appunto per
questa sera gli si sarebbe potuta dare la chiave del palco,
per poterli condurre alla Fenice.

— Un palco di seconda fila, per uomini, eh, via! — osservò
Raimondo. — Non l'hai voluto mai cedere per le
signore Cantelli!...

— Oh, quelle son ricche, e possono provvedersi.

— Pazzerella! Quando hai qualcheduno in uggia!...

— Ma che! ora tu esageri, secondo l'uso; — notò la
signora. — Di' piuttosto che non sento il bisogno di buttarmi
nelle loro braccia. La signora Eleonora, con quella
sua mutria, per esempio, non è proprio fatta per attirarmici. —

Raimondo sorrise a sua moglie, e un pochettino anche a sè.

— Dicevo bene, — pensò egli, — che non era per la
figliuola. Ma quella povera signora Eleonora, com'è mal
[pg!55]
giudicata da mia moglie! Con tutto il suo sussiego apparente,
è la miglior pasta di donna che si possa immaginare.
E se Livia sapesse ancora.... Ma acqua in bocca
per ora, ed ogni cosa al suo tempo. —

Quella sera la signora Livia si ritirò presto nelle sue
stanze. Il ricamo turco, che aveva tentato di ripigliare,
le dava noia; ed anche le occorreva pensare ai suoi poveri
occhi, che volevano il giorno dopo essere in ordine, freschi
come rose. Raimondo stette ancora un pezzo alzato, e passò
il resto della lunga serata casalinga, in parte ripassando
conti, in parte scrivendo minute di lettere d'affari, da
trasmettere la mattina seguente al signor Brizzi. E tenne
i suoi bravi segreti in corpo, diventando un miracolo di
prudenza diplomatica ai suoi occhi medesimi. Così, grandemente
soddisfatto di sè, dormì quella notte veramente
di gusto, sognando di aver tutti dalla sua, la signora
Eleonora e il banchiere Anselmo, e di unire in matrimonio
quell'angelo della signorina Margherita col suo
caro Filippo, col suo dolce pupillo, col suo fratello minore.

Lo incontrò il giorno dopo, tra il tocco e le due,
presso la Torre dell'orologio, mentre egli, ritornato da far
colazione, rientrava al suo banco. Filippo Aldini era solo.

— Oh, bravo! — gli disse. — Ho il piacere di combinarti.
E i tuoi amici di Verona?

— Li ho lasciati poc'anzi; — rispose Filippo. — Sono
andati a fare il giro del Canale, che iersera arrivando
non hanno potuto godere. Quanto a me, capirai, dopo
tanti anni di barchettate....

— Hai l'acqua fino alla gola, t'intendo; e li hai lasciati
andar soli, per rivederli più tardi?

[pg!56]
— Sì, abbiamo preso appuntamento per le quattro; — disse
Filippo.

— Se credi, — ripigliò Raimondo, — puoi condurli
questa sera da noi. I tuoi amici sono i nostri.

— Grazie, no, grazie; — rispose prontamente Filippo. — Per
dirti il vero, sono un po' orsi.

— Ufficiali di cavalleria, — notò Raimondo stupito, — commilitoni
tuoi, e tanto diversi da te? Basta, non
insisterò; tu devi sapere ciò che è più conveniente. Parliamo
di ciò che importa. Sei libero?

— Sì, fino alle quattro, ti ho detto.

— Bene; allora accompagnami al banco. Si discorre
male, per via. —

L'Aldini capì benissimo dove Raimondo volesse andare
a parare, e si adattò a seguirlo. Del resto col suo prepotente
amico non si poteva fare altrimenti.

Come furono al banco Zuliani, e ben chiusi nello
studio di Raimondo, questi incominciò allungando la
mano sulla scrivania, e facendo scivolare verso l'Aldini
una scatola di lacca giapponese, aperta, e piena di spagnolette.
La seduta voleva esser lunga.

— Siedi, mio caro; — disse Raimondo. — Qui sono
Tokos, Giubbeck, Delizie del Serraglio, ecc., ecc. “Scegli
qual più t'aggrada„.

— No, grazie, non fumo; — rispose Filippo. — Ma tu
hai da dirmi....

— Oh, tante cose. E prima di tutto ho da chiederne
una a te. Come sei rimasto contento ieri mattina del
tuo ufficio di accompagnatore?

— Contento? di un dovere compiuto? — disse
[pg!57]
Filippo. — È così semplice, poi. In gondola, quattro chiacchiere
senza costrutto, molti elogi alla tua cena sontuosa; e
finalmente, alla Riva degli Schiavoni, ossequj e riverenze.

— Nient'altro?

— Nient'altro.

— Male; — conchiuse Raimondo. — Avevi da promettere
una visita, chiedendo se le signore avevano
bisogno di te, per qualche gita qua e là, che tu saresti
stato felicissimo di metterti a loro disposizione. Ma che
razza di cavaliere mi sei tu diventato?

— Hai ragione, dovevo pensarci. Ma che vuoi? Questo
costume di buttarmi avanti, io non l'ho avuto e non
l'avrò mai; colle signore Cantelli, poi, meno che mai.

— E perchè, di grazia, perchè con esse meno che con
altre? Avevi pur cominciato, se non a buttarti avanti,
come tu dici, a fare almeno qualche atto di servitù!

— Vero; — disse Filippo. — Eri tu che mi avevi
messo dentro; ed io mi sono trovato al laccio senza volerlo;
ma poi ho pensato.... ho pensato che non dovevo
continuare, che non potevo restare in quell'ufficio di
accompagnatore eterno, senza lasciar credere alla gente,
e prima di tutto alle signore Cantelli, di averci le mie
ragioni particolari.... M'intenderai, senza che io te ne
dica di più.

— È un buon sentimento; — concesse Raimondo. — Ma
non bisogna esagerarlo. Sentimi, caro; perchè tu ami
la signorina Margherita....

— Non ho confessato questo; — interruppe Filippo.

— Ma va da sè. Come puoi non amarla? Come si può
non amarla?

[pg!58]
— Sentimento generale, allora; — rispose Filippo. — È
dunque molto generico, e impegna poco.

— No, caro; — riprese Raimondo. — Tutti debbono
amarla, vedendola; ma uno è destinato ad amarla per
tutti, avendo occasioni di avvicinarla, e ragioni di piacerle.
Sei tu, assassino, del “non c'è male„, sei tu che
la fortuna ha privilegiato; sei tu che hai ricevuto il colpo
mortale. Tu dunque l'ami, è valuta intesa. Ma se te lo
leggo in faccia! Sei tanto turbato a sentirne parlare! —

Filippo chinò la fronte, confuso. Troppo bene l'amico
gli aveva letto negli occhi, meglio che non s'immaginasse
egli stesso.

— Ma ti ho già detto che non voglio essere sospettato; — rispose
Filippo dopo un istante di pausa. — Quella
donna, se fosse vero quello che tu pensi di me, sarebbe
sempre troppo ricca.

— Non c'è altro? — disse Raimondo.

— Mi pare che basti.

— E tu non potrai chiedere la sua mano, capisco. Ma
se un altro la chiedesse per te? Io, per esempio. —

A quella uscita improvvisa, l'Aldini balzò sulla scranna.

— Spero bene che non lo farai; — diss'egli concitato.

Ma quell'altro non si scompose punto; anzi, guardando
placidamente in viso l'amico, ripigliò:

— E se lo avessi già fatto?

— Tu? — gridò Filippo, impallidendo.

— Io, sì; che ci trovi di strano? Più strano fu il tuo
“non c'è male„, mentre io avevo avuto il piacere di
vederti così animato nella tua conversazione con quella
cara fanciulla. —

[pg!59]
Infastidito da quel ricordo, e da altri ancora, Filippo
Aldini crollava il capo e batteva le labbra.

— Rinfacciami sempre una frase disgraziata! — diss'egli. — Dovevo
rispondere che è un sole? che è un
angelo?

— Eh, perchè no? L'avevo ben detto io, che pure amo
mia moglie, e non conosco altra donna da metterle in
paragone; potevi dirlo tu, che sei libero. —

Filippo rimase un tratto in silenzio, cercando argomenti
che non volevano lasciarsi trovare. Infine, di
guerra stracco, girò di fianco il punto difficile, ritornando
alla sua prima linea di difesa.

— Sei curioso, col tuo modo di ragionare! — riprese. — Orbene,
se pure avessi pensate tutte quelle belle
cose, dovevo io dirle, lasciando scoprire Dio sa che orgogliose
intenzioni? Dovevo in quella vece pensare che
sarebbe stato un errore avanzarmi nella regione dei
sogni. E mi son castigato, se mai, di un sogno pazzo,
come quello che tu vorresti fare per me. Ma ti pare?
Io, non sospettato finora, non sospettabile di calcoli così
vili?... Dunque ti prego, Raimondo, non mi parlar più
del tuo sogno, e tralascia i buoni uffici che vorresti fare
per me.

— Ti ho detto che ho già aperto il fuoco.

— Con lei?

— Con lei, no, con sua madre. Ma, per quello ch'io
ne so, dev'essere tutt'uno.

— Tutt'uno! Che cosa ne sai?

— Questo, che la signora Eleonora ti vede di buon
occhio, e ti stima moltissimo; intendi? moltissimo; è
[pg!60]
stata la sua parola. E aggiungo che la signorina Margherita
ti ha lodato come un cavaliere compito, il primo
ch'ella abbia ancora conosciuto, per ingegno, per cultura,
per serietà, per buon gusto; e ti fo grazia del resto. —

Filippo si era lasciato andare, come sfinito, contro la
spalliera della scranna; aveva arrovesciato il capo, e ad
occhi chiusi meditava. Che cosa? Forse le parole di Margherita;
forse la gravità del suo caso. Ah, quel prepotente
Raimondo! faceva come voleva, senza chieder permesso,
senza avvisare, e metteva lui negl'impicci.

Intanto, il prepotente Raimondo proseguiva la sua
narrazione.

— Tornando alla signora Eleonora, le ho parlato a
cuore aperto, esponendole la mia idea. S'intende che non
potevo darla intieramente per mia, e che dovevo lasciarla
credere un po' tua, anzi molto tua. Se ho fatto male, se ti
ho compromesso, accoppami, o perdonami; ti lascio la
scelta. Ma tu lasciami aggiungere che la madre è tutta
per te; l'hai conquistata, pare. La buona signora, che tutti
credono così orgogliosa, così piena di sè, è nel fatto una
donna di gran buon senso, semplice di gusti e dotata di
un ottimo cuore; non mi ha fatto altra osservazione che
questa: “bisognerà parlarne a mio marito; ogni cosa dipende
da lui„.

— Ah, vedi? — gridò Filippo scuotendosi. — Ecco qui,
dove incomincia il difficile. —

Raimondo gli rispose a tutta prima con una spallata.

— Ma che difficile! — soggiunse poscia. — Che difficile
mi vai tu sciorinando? Conosco l'uomo; è ragionevole,
un vero filosofo, e pensa che la boria dei quattrini
[pg!61]
va lasciata agli sciocchi. Figùrati che al suo paragone io
sia un mostro di superbia. Egli dunque non farà questione
di denaro, te ne sto io garante. E poi, che si
canzona? un partito come te non si trova ad ogni cantonata.
Non ne convieni? Hai torto. Lascio stare la tua
persona, per non offendere la tua modestia; le tue doti
morali, non le vuoi mettere in conto? E il tuo titolo,
che ha pure il suo prezzo? Non sei ricco; ma sei pieno
d'onore. E poi, che cos'è questa ricchezza? Da dove si
comincia a calcolarla? Tu hai finalmente dugentomila lire
al sole.

— Dugentomila! — ripetè Filippo, tentennando la testa.

— Al quattro per cento, sicuro; — replicò Raimondo. — La
tua piccola tenuta non ne rende forse ottomila?
E ancora, se Dio vuole, sarà governata alla diavola,
sfruttata in prima mano dal fattore, e in seconda mano
dall'agente. Ci campano tutti, e non migliorano il fondo.
Questo, frattanto, vigilato un po' meglio, può rendere
dieci, dodicimila lire; ed allora tu ne possiedi trecentomila,
sempre al quattro per cento. Potrai dunque garantire
la dote di tua moglie, se, puta caso, la batterà
dalle dugento alle trecentomila. Meglio ancora; quella
dote, da uomo serio, tu non la sciupi; puoi convertirla
subito in terre, allargando, raddoppiando il tuo fondo.
E se ciò non basta, se la dote è più vistosa ancora, non
sono qua io per far fronte?

— Tu? — disse Filippo, arrossendo fino alla radice
dei capelli.

— Io, sì, io che son ricco, e per una volta tanto me
ne voglio vantare; io posso aggiungere che tu hai,
[pg!62]
depositate al mio banco, centomila lire in cartelle di
rendita.

— Una bugia! — esclamò Filippo, torcendo le labbra.

— No, caro; dipende da me che sia una verità. Tu
non conosci l'amico tuo, lasciatelo dire; non sai fin dove,
al bisogno, egli porti l'amicizia, e come la intenda. Ti
parlo solenne, vedi? Ma tu mi trascini pei capelli. Sono
senza figli; Dio non mi ha concessa questa felicità.... se
pure si ha da crederla tale; — soggiunse Raimondo,
cercando consolazione dove poteva; — e poco sarebbe
per me il perdere quella somma.

— Non permetterò che tu ne corra neanche il pericolo.

— Ma non la perderò; — riprese Raimondo, — poichè
rimarrà nella mia cassa forte. Se tu m'annoi, bada, dirò
che il tuo deposito è di dugentomila. Infine, senti, non
mi far pena coi tuoi rifiuti, più orgogliosi che tu non
pensi, più orgogliosi del sogno che non osavi fare, e di
cui ti volevi castigare. Voglio il tuo bene; voglio vincere;
Margherita è un angelo, e deve esser tua. Sono
impegnato, dopo tutto; che figura farei, se dovessi rimangiarmi
quello che ho detto? Sii ragionevole, amico;
obbedisci a chi ti ama, e non lo far passare per un burattino. —

Filippo Aldini era stato lungamente zitto, come oppresso
da quella valanga di ragioni, di esortazioni, di
prepotenze. Ma bisognava rispondere qualche cosa; Raimondo
era in attesa, smanioso, incalzante, con la tensione
dello sguardo e col fremito delle labbra.

— E allora.... — chiese Filippo, esitando, — dirai alla
tua signora....

[pg!63]
— Che c'entra lei? — gridò Raimondo, inarcando le
ciglia dallo stupore.

— C'entra benissimo; — rispose Filippo, questa volta
con accento più risoluto, staccando le frasi e battendo le
sillabe. — La moglie è ricca di ciò che possiede il marito.
E tu dovrai dirle che mi vuoi far ricco d'una parte,
sia pur piccola, del tuo, e che io ho accettata l'offerta.
Che cosa penserà ella? Che io sono un matricolato furfante,
entrato destramente nelle tue grazie, in veste di
amico sincero, coll'idea di accostarmi alla cassa. Infine
tutto ciò che dovrei fare per compiacerti, mi diminuisce
nella mia propria stima. Come oserò andare dalle signore
Cantelli, dopo quello che hai detto alla signora Eleonora?
Come oserò mettere ancora il piede in casa tua, dopo
quello che dirai alla signora Zuliani?

— Oh Dio! — esclamò Raimondo, che incominciava
a sentirsi scappar la pazienza. — La signora Eleonora
sa da me che saresti andato da lei, e mi ha mostrato
di gradire assai la tua visita. Non puoi farne di meno,
senza passare per uno screanzato. Quanto allo scrupolo
che hai per la mia cassa, siccome è una probabilità
molto lontana che io debba fare al banchiere Cantelli il
discorso che ti avevo accennato, è chiaro che io non ne
debba parlare a nessuno, e molto meno a mia moglie,
colla quale, del resto, io non ho mai discorso d'affari.
Per tua norma, la casa e la cassa le ho sempre tenute
separate; è l'unico modo perchè non si diano noia a vicenda.
Sei contento? Non ancora, mi sembra. Ebbene,
ritiro, se vuoi, mi rimangio l'idea di esserti utile al
bisogno col mio denaro, che finalmente non avrei dovuto
[pg!64]
neanche metter fuori. Ti va, benedetto ragazzo? Ecco
adunque appianata la gran difficoltà. L'essenziale è che
tu vada dalle signore Cantelli. Faccio, se tu non vai,
una figura barbina; e non la merito, com'è vero Dio,
non la merito. Ma vediamo di appianare anche questa; — soggiunse
Raimondo, cavando l'orologio per guardar
l'ora; — sono le due e mezzo in punto; non hai da
vedere i tuoi commilitoni prima delle quattro. Di qui
in un volo siamo a San Marco; in un altro al Danieli,
e facciamo questa visita insieme.

Filippo Aldini chinò la fronte rassegnato. Era preso,
come in una morsa, dal suo prepotente amico. E lo seguì
in istrada; ma non fu necessario di fare i due voli che
Raimondo annunziava, perchè, riusciti dalla via del Telegrafo
all'imbocco delle Procuratie, incontrarono le signore
Cantelli davanti alle vetrine del Munster. La signorina
Margherita andava per l'appunto dal libraio, in
cerca di un'opera recente che desiderava di leggere. Qui,
dunque, saluti e fermata; comperato il libro, e mandatolo
all'albergo, le signore avrebbero fatto volentieri
quattro passi per le viottole. Accompagnate, non temevano
più di smarrirsi.

— Vi lascio il mio amico; — disse Raimondo. — Io
mi ricordo di avere ancora una lettera da scrivere, per
impostarla prima di sera. —

E se ne andò, felice, rifacendo la strada verso il suo
banco. Il merlo finalmente era in gabbia.

— Ce n'è voluto, — pensava Raimondo, — ce n'è
voluto, con quel cercatore di gretole. Ma vedete un po'
come sono diversi gli uomini! C'è chi arraffa di qua e
[pg!65]
di là, e chi tiene costantemente le mani in tasca. Uno
v'insidia giorno e notte la borsa; un altro, a cui la offrite,
ve la sbatte signorilmente sul muso. Vogliamo credere
che ci siano due razze umane, in natura? Ho letto
non so più dove che ci furono uomini prima di Adamo
sulla faccia della terra, e che ciò apparisce anche dal
racconto della Bibbia. Dunque diciamo Adamitici gli uni,
discesi dalla semenza di Adamo, e _`Preadamitici` gli altri
che non si sa donde siano mai capitati. Basta, andiamo
a scrivere questa lettera, la quale mi par più che mai
necessaria. Se, Dio guardi, la signora Eleonora non è
forte di scrittura, mi lascia qualche cosa nella penna,
non dicendo al signor Anselmo degnissimo tutto quello
che occorre. Qui bisogna battere il ferro mentre è caldo.
E tu passeggia, passeggia colle signore, mio preadamitico
eroe. —

Filippo Aldini passeggiò infatti, e più lungamente che
non prevedesse Raimondo. La signorina Margherita voleva
osservar tante cose, ed era così lieta di assistere a
tante gustose scenette di vita popolana! In verità, non
si era mai divertita tanto come in quelle due ore. Peccato
che fossero calate le ombre della sera, nell'inverno
così fastidiosamente sollecite, per interrompere quella
passeggiata piacevole e per rimandar lei con la mamma
all'albergo. Ad ogni modo, erano già le cinque suonate
quando Filippo si congedò all'ingresso del Danieli, ringraziato
con effusione della sua gentil compagnia.

E i due commilitoni che lo aspettavano alle quattro?
Filippo non ci pensò nè punto nè poco.

Esistevano poi davvero, quei due?

[pg!66]


.. toc-entry:: V. Natura ed arte.

V.
==

Natura ed arte.
---------------


Filippo Aldini era rimasto finalmente libero, reso alla
solitudine de' suoi pensieri. Solitudine, non quiete; tanto
la giornata era stata piena di commozioni per lui. Nè
l'agitazione del suo spirito si chetò così presto, che non
passasse ancora gran parte della notte insonne. Quante
novità! e come, senza volerlo, senza prevederlo, si ritrovava
egli lontano in poche ore dai forti propositi in
cui gli era parso di non dover vacillare nè allora nè
mai! Oh, infine che cosa poteva egli rimproverarsi?
Raimondo aveva proposto e disposto, premeditato, combinato
e conchiuso. Anche conchiuso? Almeno pareva;
e dal modo come il suo prepotente amico aveva condotto
fino a quel punto il negozio, era da credere che
tutto oramai dovesse andargli a seconda. Che cosa valevano
contro quell'audacia fortunata le ragioni di Filippo?
Ed erano ragioni? Scrupoli, sì; e parecchi, e d'indole
diversa. Ma non appariva in tutto ciò la mano del destino?
I fati, fu detto dagli antichi, conducono i volenti,
ma ancora e più trascinano i restii; che serve
dunque il ribellarsi?

[pg!67]
Nel fatto, egli era innamorato di Margherita più che
non avesse lasciato dire da Raimondo, più che non
avesse fin allora voluto confessare a sè stesso. Aveva ricevuto
il colpo fatale fin dalla prima volta che la divina
fanciulla gli era passata davanti agli occhi, con la mamma
e con Raimondo Zuliani, sotto le Procuratie Vecchie,
mentre egli stava per uscire dal Florian. L'aveva veduta
fermarsi in piazza San Marco, alla solita scena dei colombi,
che è il trastullo di tutte le signorine e di tutte
le spose novelle appena giunte a Venezia. Alta e snella,
con quella massa di capelli nerissimi che facevano spiccar
maggiormente il candore perlaceo del viso; nettamente
disegnata la flessuosa persona in mezzo a quello sciame
di volatori, che le roteavano sul capo, o intorno alle
spalle, quali avventandosi alle sue candide mani colme
di grano, quali fermando il volo sulle sue braccia, per
aspettare la volta loro; pareva una bella ninfa antica
per “nuovo miracolo e gentile„ rivivente ai dì nostri,
forse indegni di tanta fortuna.

E poi, due giorni appresso, quando meno se l'aspettava,
le era stato presentato. L'aveva veduta da vicino; era
stato costretto ad osservarla. Che grazia ingenua, su
quel labbro! che nobiltà serena, in quell'occhio luminoso,
sotto le ciglia lunghe più nero e più lampeggiante! in
quella linea delicata del profilo purissimo, e in quella
compostezza leggiadra della persona! Non più una ninfa
antica, ma una dea veramente. Diana, o Minerva? C'era
molto dell'una e dell'altra in quella stupenda figura, nel
portamento, negli atti, nella espressione del volto.

Quei benedetti artisti greci, che avevano foggiate tante
[pg!68]
divinità femminili, deliberatamente chiusi nella ricerca
di un'immagine spiccata, conforme al tipo che dovevano
raffigurare, non avevano mai pensato a fondere in uno i
due tipi, della bellezza rigidamente casta, sempre un
po' acerba, quasi selvaggia, e della bellezza intelligente,
più serena e più dolce. Sicuramente, quegli artefici insigni
avevano cercate altre espressioni, plasmando altri
simulacri di dee; ma tutte semplici, d'un carattere unico:
Cerere, ad esempio, faccia contenta di buona massaia, colle
pupille a fior di testa e colle palpebre abbassate, come
a raccoglier lo sguardo sulle cose della terra; Giunone,
maestà consapevole, cogli occhi bovini, che non andavano
più là dalle bianche braccia, ond'ella era sempre stata
orgogliosa. Quanto a Venere, celeste o terrestre che fosse,
uscita appena dalla spuma del mare, o dai lavacri d'un
bagno tiepido, era sempre la imagine di una donna, che
doveva parlare ai sensi il linguaggio della bellezza; linguaggio
possente, a cui non occorrono profondità di
pensiero.

Quante sottigliezze! Ma gli passavano per la mente; e
bisognava dirle, e bisognerà perdonargliele. L'Italiano,
finalmente, imbevuto di classico latte, ha queste cose nel
sangue. Margherita, agli occhi di Filippo Aldini, era
bellezza perfetta di forme, avvivata da un lume ideale
che prometteva tesori d'intelligenza elettissima. E l'amava,
l'amava, con tutte le potenze dell'anima. L'amore
è così; viene quando vuole, e quasi sempre contro il
nostro volere. Avete formate le vostre abitudini; il
vostro genere di vita, vi paia buono o mediocre, vi si
adatta al raziocinio, come alla persona un abito vecchio:
[pg!69]
stimate di esser calmo, tranquillo, immutabile nei gusti
e nelle consuetudini, perchè da un pezzo non avete avvertita
la necessità di nessun cambiamento. Ed ecco, passa
l'ignota sul marciapiede, arresta con uno sguardo distratto
e fuggevole il vostro occhio abbagliato, v'inonda
della sua luce, vi penetra del suo fluido magnetico, vi
rende di punto in bianco tutt'altro da quello di prima.
Buon per voi, se sono in quella imagine vittoriosa uniti
i due tipi celesti, Diana e Minerva, casta bellezza e intelletto
sovrano. Quantunque, armate come sono ambedue,
non c'è da star troppo allegri; fanno due ferite ad
un tempo.

Nondimeno, se era stato colpito, Filippo Aldini si era
anche e presto riavuto del colpo. Gran forza d'animo, la
sua; per quanto, a guardarci bene addentro, sentisse di
non averne gran merito. Un vecchio proverbio veneziano
gli significava per l'appunto il vero della sua condizione:
“per forza, San Marco!„. E aveva creduto di dire ogni
cosa, di difendersi bene, ripetendo a sè stesso: è troppo
ricca. Ma anche questo non senza impeti di ribellione in
fondo al cuore. O Dio, perchè una donna è troppo ricca,
bisognerà dunque odiarla? Ma c'erano altre ragioni, purtroppo;
tanti sono i fili che ci muovono, o che non ci
lasciano muovere, ingarbugliandosi maledettamente tra
loro, e togliendoci ogni libertà di operare. Dunque, nessun
passo oramai, che non fosse per dare indietro. E per
fortificarsi in quel duro proposito aveva fatto quest'altro
ragionamento, che era una consolazione, in verità, ma
una consolazione di dannato. Ebbene, diceva egli, l'ho
veduta, l'ho ammirata, l'ho tutta raccolta in me, questa
[pg!70]
bellezza trionfante; le dedicherò un culto severo nel
profondo dell'anima. E vecchio, gelato il sangue nelle
vene, ma non offuscata nel cervello la memoria degli anni
vissuti, potrò dire a me stesso con legittimo orgoglio:
veramente son nato in un felice periodo della vita del
mondo, che m'ha fatto contemporaneo d'una bellezza così
nobile e cara.

Niente più visite, adunque; ma dentro di sè gli pareva
di essere diventato un altr'uomo. Avrebbe chiuso il
suo cuore, lo avrebbe sigillato come una fiala di essenze
odorose. Più nulla avrebbe concesso al mondo circostante,
se non la parte più vana di sè; stoicamente chiuso ai
profani avrebbe serbato il sacrario dell'anima sua dolorosa.
La tristezza, infine, non nuoce; pari a certe acri sostanze,
profuma e custodisce tutto ciò che involge e compenetra.
Filippo ne aveva già conosciuto qualcheduno, di quegli
uomini misteriosi, ai quali è custodia e nutrimento un
celato dolore, e che, calmi nell'aspetto, cortesi senza condiscendenze
alle altrui leggerezze, interamente padroni
di sè medesimi, passano e lasciano sul loro cammino un
tenue solco di luce, un bagliore incerto e discreto, che
li rivela e li nasconde ad un tempo.

Disegno triste e caro, per tanti giorni vagheggiato
nell'anima, com'eri ad un tratto svanito? Raimondo voleva;
Raimondo aveva mutato ogni cosa, disfatto il faticoso
edifizio di Filippo in un soffio. Era il destino, e
Filippo _`si lasciava` trascinare dal destino. Aveva egli poi
modo di operare diversamente? I due terzi della notte
erano stati passati da lui a meditare, a combattere, a fremere
di cento scrupoli, di cento rimorsi. Nessuno scampo,
[pg!71]
nessuna difesa; era il destino, che voleva così. Filippo
se lo ripetè cento volte, dopo aver cento volte rivoltato
per ogni verso il suo caso di coscienza. Non ci voleva
oramai pensar più. E qui, o per istanchezza che sentisse,
o per senno che avesse fatto, si addormentò finalmente.

Si addormentò, dunque, ma il suo sonno non potè andare
tant'oltre, che non fosse visitato da un sogno. Aveva
meritato di farlo piacevole, dopo tanti contrasti; e veramente
il suo sogno fu tale, ch'egli non avrebbe potuto
desiderarlo migliore. Filippo era solo, tutto solo, in una
barca senza vela e senza remo; e andava tuttavia, scivolava
sull'onde verso il mare alto, a lume di sole mattutino,
entro una massa leggera, trasparente, formata di
rosei vapori, lasciandosi indietro un fitto velo di tenebre.
Non si voltava a guardarle, quelle tenebre dense; le sentiva
alle spalle, gravide di tempesta, sibilanti, piene di
mostri, di gòrgoni e di chimere; e le cacciava col pensiero
da sè, a grado a grado allontanandosi, sempre più
immergendosi in quella nebbia rosata e luminosa, che
attenuandosi via via gli faceva balenare allo sguardo i
vaghi contorni d'una riva lontana. La barca scivolava,
volava sulle spume, già era fuori d'ogni pericolo. Ma
c'era egli stato, il pericolo? Egli non ne aveva, a dir
vero, un'idea molto chiara.

E la riva lontana si avvicinava, pareva correre incontro
a lui, quanto più volava la barca prodigiosa sulle
acque tranquille, senza aiuto di vela, senza impulso di
remo. Già una forma gentile si disegnava tra quei tenui
vapori rosati; si veniva condensando ad occhi veggenti
in persona conosciuta; alzava il braccio, stendeva
[pg!72]
la mano per dargli il benvenuto, mentre una vocina soave,
uscita dal suo labbro vermiglio, gli echeggiava per tutti
i recessi dell'anima: “Ah, finalmente, ritorna il mio cavaliere?„

Sì, ritornava a lei, così volendo il destino. E la barca,
frattanto, appena toccato il lido incantato, spariva; ed
egli era là, sulla spiaggia, preso per mano dalla gentile
apparizione. Allora, per miracolo nuovo, il lido spariva
a sua volta; ed egli e lei, tenendosi sempre per mano,
muovevano leggeri leggeri sul verde smalto d'un prato,
di tanto in tanto levandosi a piccoli voli, posando il piede
a terra un istante per rivolare ancora, come due uccellini
che alternassero capricciosamente i passi coi salti,
e i salti colle volate, spensierati ed allegri, contenti di
sè e dell'ora propizia, senz'altro desiderio che di sentirsi
vivere. E si addentravano, così muovendo i passi e i voli,
in una valle ampia, per lenti giri sinuosa tra due ordini
di colline verdeggianti, lungo le rive d'un fiume, ora ristretto
e gorgogliante tra scogli muscosi e macchie di
ontàni e di càrpini, ora placido e disteso sui greti come
una lunga fascia d'argento. Dal colmo dei poggi, frattanto,
occhieggiavano al sole ceppi di case e castella; dalle
alte ripe sassose ruzzolavano branchi di capre a dissetarsi
nei tònfani; sulle vette dei pioppi inneggiavano i
rosignuoli ai non contesi amori, alle gioie imminenti
del nido.

Ma egli aveva già veduta quella valle; la conosceva
bene da un pezzo. Laggiù, sulla sua destra, quel monte
solitario, sparso di casolari a mezza costa, non era lo
Sporno? Più in là, sulla sinistra, quell'altro monte, erto
[pg!73]
e lungo, non era il Caio, giustamente superbo del suo
nome romano, vestito i fianchi di pini e di cerri, il dorso
di faggi, o le alte insenature di corbezzoli e di peri selvatici?
Più oltre ancora e più su, non erano quelle le
creste dell'Appennino, dalla rupe dell'Orsaro all'alpe di
Succiso? E lì, poco lontano da lui, quelle folte siepi di
biancospino, ben ragguagliate dal falcetto, correnti in
lunghe file accanto alla strada, non segnavano forse i
confini del suo lembo di terra? E le indicava, tutto felice,
alla sua dolce compagna. “E qui il mio Lesignano;
il vostro Montechiarugolo è laggiù da sinistra. Volete
che ci andiamo? Anch'io lo vedrò volentieri. Ma quanto
cammino fin là, e in terra non nostra, pur troppo! Bisogna
che l'intervallo si colmi, non vi pare? Bisogna che
siano unite le nostre terre, come sono unite le nostre
mani....„ — “Sì, sì,„ gli rispondeva la cara voce; e una
cara mano tremava nella sua.

Bel sogno! bel sogno! Quanto era durato? Certo, a
contenere le molte cose vedute, tutto il tempo ch'egli
aveva passato dormendo. Si era destato, infatti, avendo
ancora quella dolce visione negli occhi, e la sua destra
ancor tiepida dal tocco della mano di Margherita. La
giornata che doveva seguire, non sarebbe stata meno
lieta per lui. Quella mattina andò al Danieli verso le
undici, ora combinata per l'appunto colle signore Cantelli.
Le trovò, che avevano finito di far colazione, essendosi
volentieri adattate ad anticiparla un poco, per
conceder più tempo alla gita che avevano disegnato di fare.

La signorina Margherita fu lesta a mettere il suo cappellino
nero alla spagnuola, dal nastro cremisi, sul ricco
[pg!74]
volume della chioma corvina, e a gittarsi sulle spalle il
corto mantello di velluto, nero anche quello e con la fodera
dell'istesso colore del nastro. Nero e rosso le andavano
d'incanto. La signora Eleonora fu più lenta ad
aggiustare intorno alle staffe dei suoi capegli grigi il
cappellino chiuso, guernito di viole mammole, e a tapparsi
con molta cura nella sua pelliccia di martora. Uscite
col signor Filippo dall'albergo, passarono il ponte dei
Sospiri, svoltarono dal palazzo Ducale a San Marco, e
di là, per l'arco dell'Orologio, entrarono in Mercerìa,
non già per rimanervi, a goder lo spettacolo, sempre
nuovo della turba affaccendata e chiacchierina. Quel giorno
andavano assai più lontano, e senza avere da dondolarsi
in Laguna. Che piacere! Margherita amava far diverso,
se poteva, dalle altre viaggiatrici: quelle in gondoletta
per ogni piccola corsa; lei volentieri a piedi per le corse
più lunghe. Che peccato non aver sempre al fianco una
guida come il conte Aldini gentilissimo! Per quella volta,
a buon conto, non mancando la guida desiderata, non
c'era da temere di smarrirsi in quel labirinto di calli,
di campi e di campielli, di fondamenta, di ponticelli:
senza darsi pensiero della via da tenere, Margherita avrebbe
osservata e studiata frattanto, di quartiere in quartiere,
quella calca di popolino così gaio, così originale nella
sua vivacità, e sentita bene quella sua parlata tutta vezzi
e moinerie, arguzie di pensiero e carezze di suoni.

Riusciti al ponte di Rialto, ed ivi passato il Canal
Grande, scesero a San Giacomo, donde piegarono a sinistra
per Campo San Polo. Laggiù era un altro viluppo
di strade, con gran delizia della signorina Margherita,
[pg!75]
che rideva spesso e volentieri, quel giorno, dovendo fare,
al cenno della sua guida severa, tanti giri e rigiri impreveduti,
andare a sghembi come le saette, ficcarsi per
cento viottole, varcare cento ponticelli minuscoli, e pensare
frattanto, pensare con un vago terrore quante volte
si sarebbero smarrite, lei e la mamma, se avessero dovuto
fare quel curioso tragitto da sole.

— Ci siamo; — disse Filippo, come furono nella contrada
di San Giovanni Decollato. — Ella sarà un po'
stanca, signora?

— Ma no, ma no; — rispose la signora Eleonora. — Sento
un po' meno il bisogno della pelliccia, ecco tutto.

— Voglia sopportarla due minuti ancora. L'aprirà
quando saremo al Museo; — soggiunse Filippo.

Andavano infatti a visitare il museo Correr; museo
municipale, così chiamato dal nome del suo fondatore,
che alla città lo aveva generosamente lasciato, ma via
via cresciuto ed arricchito dalle liberalità di altri nobili
veneziani. C'era un po' di tutto, là dentro: tele, marmi,
bronzi, maioliche e porcellane, vetri di Murano anteriori
al Mille, musaici, smalti, nielli, gemme incise ed avorii
intagliati, monili d'oro e d'argento; a farla breve, tanto
da tesserci per via d'esempi la storia di tutte le arti e
di tutte le industrie veneziane.

Margherita era nel suo elemento: curiosa indagatrice,
pronta a ritenere le cose nuove e a paragonarle con altre
già viste, aveva là dentro di che saziare l'avidità
molteplice del suo intelletto, passando così facilmente
da un genere all'altro. I marmi, a dir vero, la lasciarono
un po' fredda, essendo piuttosto scarsi di numero e
[pg!76]
di pregio. Diede tuttavia un pensiero a Marco Vipsanio
Agrippa, se proprio era lui quel colosso venuto al Correr
dalle case dei Grimani, come ai Grimani dagli scavi
a tergo del Panteon di Roma. Ammirò poi come saggio
di precoce valentìa, due canestri di frutta, che Antonio
Canova quattordicenne aveva scolpiti pel nobile Giovanni
Falier. Tra i dipinti la colpì il ritratto di Cesare Borgia,
opera di Leonardo da Vinci; una figura storica che
farà sempre pensare, come e quanto farà sempre fremere.
Ma più grande maraviglia le cagionò un gran disegno a
matita nera, di Paolo Veronese, rappresentante il convito
del Nazareno in casa di Simeone, con la Maddalena
pentita ai piedi del Redentore, e Giuda che balza dalla
seggiola in atto di rimproverare alla donna quell'eccesso
di pietà, o quell'abuso di unguento. Era un bozzetto, e
Margherita ricordò di aver contemplato il quadro a Parigi.

— Certo; — disse Filippo. — Paolo Veronese lo aveva
dipinto qui, pel refettorio dei frati Serviti. Ma poi il
Senato lo mandò in presente a Luigi XIV; perciò Ella ha
veduto quel quadro nel Louvre.

— E qui, — ripigliò Margherita, — vediamo il capolavoro
al suo nascere. In questo modo comprendiamo
meglio il quadro. Tra l'idea e l'esecuzione c'è quasi
sempre un grande intervallo, tutto seminato d'incertezze,
di pentimenti, di aggiunte, di variazioni, per cui la composizione
finale non corrisponde più all'idea primitiva.
Qui invece è bello veder l'idea già matura, fin dal suo
primo apparire; e ci guadagna il pittore, lasciandoci
intendere la natura del suo genio. Non crede, signor
conte, che fosse un genio, il Veronese?

[pg!77]
— Lo credo; — rispose Filippo, mettendosi volentieri
all'unisono con la bella ragionatrice; — se non per la
idealità, certo per la varietà de' suoi tipi. È un pittore
che ha composto mirabilmente le scene più vaste e più
complesse, facendo correre molt'aria e molta luce intorno
ad un gran numero di figure, tutte diversamente atteggiate,
e senz'ombra di sforzo. Ricorda, signorina, le
Nozze di Cana, che maraviglia? Quelle centinaia di personaggi
d'ogni razza e d'ogni provenienza, si occupano
ben poco del convitato principale e del miracolo ch'egli
sarà costretto a fare per loro soddisfazione; ma che importa?
La nota dominante è l'allegria della festa: l'allegria
basterà dunque a collegare, a stringere in una
tante espressioni svariate; e finalmente la vita umana
non sarà stata mai rappresentata così vera, così evidente,
nella pienezza delle sue forze, nella molteplicità delle
sue espansioni. Il buon Paolo Caliari ha sentito il grande
meglio d'ogni altro. Ma anche nel piccolo può rivelarsi
l'ingegno. Veda i quadri del Longhi. —

La signorina Margherita fu ben contenta di vederli, e
di esaminarli attentamente, provandone alla bella prima
un gusto matto. Pietro Longhi, un pittore del Settecento,
conosciuto quasi esclusivamente a Venezia, perchè ivi
soltanto si poteva studiarlo, figurava egregiamente nel
museo Correr con quattordici tele. Veneziano nell'anima,
originale nella scelta dei soggetti, bizzarro nella composizione,
arguto nei raccostamene impensati dei tipi, gentile
nel tocco, meritava davvero di trattener l'attenzione.
Come il famoso Canaletto per le sue architetture e per
le vedute dei punti più pittoreschi di Venezia, il Longhi
[pg!78]
suo contemporaneo, in graziose scene di mascherate,
di conversazioni signorili e di adunate popolari, aveva
espressa la vita della sua città in tutti gli aspetti. I nobili
del tempo si contendevano quelle sue tele, poche
delle quali erano più alte d'un metro e più larghe di
due, mentre il maggior numero andavano poco oltre la
metà delle accennate misure, e talune scendevano anche
al disotto. Ma in così piccolo spazio quanta evidenza di
rappresentazione, quanta potenza di vita! E non senza
una leggera intenzione di satira; quale almeno si poteva
intendere ai giorni suoi, ch'erano pur quelli del Goldoni
e del Parini, e quanta se ne poteva tollerare nella società
un po' frolla del Settecento, ma fine, delicata, tutta
garbo e misura.

Tra i quadri del Longhi attirava subito lo sguardo
una viva rappresentazione del Ridotto, con quella sala
piena di gente in maschera, tutta intenta ai suoi sollazzi,
ai suoi piccoli intrighi e ripeschi. La galanteria
dominava; ma la passione del giuoco non poteva mancare.
E appunto da un lato si vedeva la tavola del faraone,
il gran giuoco del secolo, che accomunava intorno
ad un tappeto verde stimati patrizii e avventurieri d'ogni
risma, provati gentiluomini e furfanti di tre cotte, bellamente
aiutando a questa miscela l'uso della bautta e
della maschera. La bautta, si sa, era un mantello con
rocchetto e cappuccio, abbastanza somigliante al domino
delle mascherate moderne. La maschera, poi, era di due
forme; maschera propriamente detta, intiera, o tale in
apparenza per la giunta del pizzo nero che scendeva a
coprire la bocca ed il mento; mezza maschera senz'altro,
[pg!79]
detta anche morettina, e ordinariamente portata dal sesso
gentile, che non voleva nascondere tutte in una volta
le grazie allettatrici del viso.

Nella tela del Longhi, un nobile a faccia scoperta, seduto
dietro la tavola, teneva il banco; davanti a lui un
cavaliere mascherato puntava. Nel banchiere, ricorrendo
col pensiero alle memorie del tempo, era lecito di raffigurare
il conte Canani, famoso tenitore di giuochi, e nel
puntatore un cavaliere d'industria non meno famoso di
lui, e per troppe altre ragioni, mostro di mariolerìa, d'impudenza
e d'ingegno. Ci pensò per l'appunto l'Aldini,
mentre osservava con la signorina Cantelli il dipinto;
ma tenne prudentemente il suo raffronto per sè, non parendogli
che certi nomi dovessero suonare ai casti orecchi
di lei.

Le fece piuttosto notare nel fondo del quadro, a sinistra,
e dietro alla tavola da giuoco, una di quelle aperture
luminose donde sapeva ricavare tanti effetti il Teniers,
e là in quella apertura d'uscio la veduta di una
bottega da caffè, con molte maschere affollate al banco
del caffettiere.

Poi la condusse davanti ad un altro quadro, dove alla
vita del ridotto succedeva la vita del monastero; allegrissima
anche questa, nel parlatorio elegante, dove le
monache e le educande, sporgendo coi visetti maliziosi
dalla grata, ricevevano i complimenti d'una comitiva di
cavalieri e di dame. Non era fitta, la grata; al bisogno
poteva anche aprirsi, facendo di due stanze una sola. Intanto
la conversazione appariva molto animata; e preludiava
anche a un altro divertimento, poichè lì presso
[pg!80]
ei vedeva rizzato, e pronto a cominciar lo spettacolo, un
casotto di burattini.

Altro quadro più in là, raffigurante una piazza; e sulla
piazza un palco da ciarlatano, donde un vecchio Dulcamara
esaltava la magica virtù di certe boccettine, che
vendeva alle belle ragazze; l'elisir d'amore, senza dubbio,
del quale pareva invogliata anche una gran dama,
venuta in piazza con la morettina sul viso, facendosi
sostenere lo strascico dall'immancabile cavalier servente
in bautta. La bautta era in voga; non disdiceva neanche
nei più alti luoghi, nei più solenni ricevimenti. Ne
faceva testimonianza un terzo quadro, dov'era rappresentato
un doge, niente di meno, il doge Pietro Grimani,
seduto in trono e circondato da quattro consiglieri, in
atto di ricevere un senatore, che gli presentava una dama
e due gentiluomini, come lei mascherati. Benedetto doge
Grimani, a cui le cure dello Stato, nobilmente sostenute
dal 1741 al 1752, concedevano qualche onesto sollievo!

Il dipinto che lo raffigurava era certamente stato fatto
per sua commissione. Dogi e senatori, come tutti i patrizii
veneziani, gradivano di vedersi effigiati nei quadretti
del Longhi. Era un modo di tramandare le proprie
sembianze ai posteri, senza la solennità del gran quadro,
e col vantaggio di essere ricordati in mezzo alle loro
famiglie. Così in un'altra tela del gaio pittore si vedeva
un parrucchiere tutto premuroso acconciare il capo ad una
gran dama; la quale, seduta allo specchio, sorrideva ad
un bambino, ancora in braccio della paffuta nutrice. Frivolezza
e sentimento materno sapevano stare in buona
armonia, sotto la protezione d'un ottimo capo di famiglia,
[pg!81]
il cui ritratto pendeva appunto dalla parete, portando
la scritta col nome del doge Carlo Ruzzini, e l'indicazione
del 2 giugno 1732, giorno in cui egli era stato
elevato a quella serenissima altezza.

Invaghita del gentilissimo pittore e del suo fare arguto,
la signorina Margherita non trascurò nessuna di quelle
quattordici tele. E si ripromise ancora di andare una seconda
volta alla Accademia di Belle Arti, dove ce n'erano
altre sei del Longhi, da lei neppure guardate nella prima
sua visita, tra perchè si ritrovavano confuse in una minutaglia
di quadretti della raccolta Contarini, e perchè non
era andata là in compagnia d'un cicerone di tanto criterio
e di tanto buon gusto.

— Ci andremo insieme, non è vero? — diss'ella. — Anche
il piccolo ha i suoi pregi; e riconosco volentieri
che occorre un grande ingegno per cogliere con tanta
fedeltà ed esprimere con tanta evidenza gli aspetti di
una piccola vita.

— Ricorda, signorina, — chiese Filippo, — ricorda un
altro pittore, che ha espressi in piccolo, e con arte maravigliosa,
gli aspetti della grande? un pittore di prospettive,
che ha saputo popolare di figurine a migliaia, alte
pochi centimetri, i fondi più vasti, e dare a quelle figurine
la espressione più viva?

— No, di chi parla?

— Del cavalier Pannini; poichè ella è stata a Parma....

— Ah, sì, vero! — gridò la signorina Margherita. — Il
cavalier Pannini, che ha riempita la pinacoteca della
Pilotta con tanti episodj del viaggio di Carlo III, di
quel simpatico re vagabondo, passato dal trono di Parma
[pg!82]
a quello di Napoli, e dal trono di Napoli a quello di Madrid.
Ella ha ben ragione; anche il cavalier Pannini è
stato un grande artista, ed io l'ho veduto con piacere,
come una vecchia e cara conoscenza, anche a Parigi, nella
galleria del Louvre. Ma torniamo a Parma; — soggiunse
la fanciulla, con un risolino malizioso. — Ci ha più
pensato, Lei?

— A Parma?

— Sì, a Parma, e al vecchio palazzo degli Aldini. —

Filippo trasse un sospiro, e lì per lì non rispose. Troppe
cose avrebbe avuto da dire.

— Ma già, capisco; — ripigliò la fanciulla. — Si può
pensare a Parma, vivendo da tanto tempo così volentieri
a Venezia? —

[pg!83]


.. toc-entry:: VI. Digne et in aeternum.

VI.
===

Digne et in aeternum.
---------------------


Il colpo lo coglieva in pieno petto; colpo involontario,
colpo innocente, ma fiero. Filippo Aldini balenò un istante,
e rimase un tratto senza parola, tanto era sconcertato.

— Non mi lagnerò, — diss'egli, dopo quella pausa
forzata, — non mi lagnerò di questo lungo soggiorno,
poichè il prolungarlo fin qui mi ha fruttato la loro conoscenza. —

La frase galante meritava il suo premio in un sorriso
di amabile compiacenza da parte della signora Eleonora.
Ma questa non era là per sentirla: da un quarto d'ora
almeno, stanca di passeggiare per le sale del museo e
di star ferma in piedi davanti a quei quadri, dove la
sua Margherita e il conte Aldini trovavano tante bellezze,
la buona signora aveva preso posto sopra un seggiolone
antico, presso il finestrone d'una camera attigua,
lasciando ai due giovani il piacere di muoversi, di fermarsi,
di ammirare a lor posta. Nè per lei diede il premio
dell'amabil suo sorriso la signorina Margherita, che
in quella vece si era fatta un po' rossa.

[pg!84]
Ma un complimento non era una ragione; e Filippo
continuò:

— Del resto, sono i casi della vita che ci comandano
un poco, e sempre assai più delle nostre preferenze. Ella
poi non mi creda dimentico di Parma, nè di un consiglio
così gentile come il suo. Se sapesse! Ho sognato ancora
stanotte di esserci ritornato.

— Davvero?

— È là, non nel palazzo degli Aldini, di cui non conosco
l'interno, poichè esso non apparteneva già più alla
mia gente quando io son nato: ero invece fuori di città,
verso i colli, dalle parti di Lesignano, con la veduta di
Montechiarugolo.

— Ah, bene, Montechiarugolo! — ripigliò Margherita. — È
un paese tanto simpatico! Ci dev'essere anche la
storia d'una fata, che non ho potuto raccogliere. La
sa, Lei?

— No, e me ne duole; — rispose Filippo. — Ma ci
sarà una buona fata, quando ella ci andrà. Per intanto, — soggiunse
egli, passando veloce su quell'altro complimento,
che faceva arrossire un'altra volta la signorina
Margherita, — io sono andato a Lesignano, come ho avuto
l'onore di dirle; e non mi sono fermato nella mia bicocca
di laggiù; sono corso in quella vece difilato verso
i monti, padrone del mio tempo, senza una mèta prefissa,
felice di correre, e senza maravigliarmi neppure
della nuova facoltà che avevo acquistata, la facoltà di
volare.

— Tutto solo?

— No, non solo.

[pg!85]
— Ah, dicevo bene! Sarebbe stato un piacere da egoista.

— Vuole che le dica con chi ero?

— Dica, dica.

— Con una gentile signorina, a cui facevo indegnamente
da cicerone.

— Ci cresce l'indegnamente; — notò Margherita. — La
signorina certamente sarà stata felicissima. Con le
ali anche lei, voglio credere. E che cosa le ha fatto vedere
da quelle parti là?

— Una ròcca stupenda, fieramente piantata sopra un
poggio, con quattro torrioni sugli angoli e un battifredo
sul ponte d'ingresso.

— Un battifredo? Le confesserò candidamente la mia
ignoranza....

— Battifredo, — fu pronto a commentare Filippo, — torre
della guardia; alta per dominare molto paese in
giro; munita di campana, perchè gli uomini in vedetta
suonino a stormo appena scorgano in lontananza il nemico.
La ròcca, poi, si chiama Torrechiara; la fabbricò
a mezzo il Quattrocento un gran gentiluomo, che era
stato uno dei maggiori capitani di Francesco Sforza. Signore
di molte castella sul territorio parmense, ed anche
più oltre sul milanese, Pier Maria de' Rossi, conte di
San Secondo e marchese di Berceto, si ritirò un bel giorno
dalla corte ducale di Milano e da tutte le pompe mondane:
non bastandogli, o non parendogli abbastanza fuori
del consorzio umano le altre sue ròcche, volle edificare
anche quella, e ci si rinchiuse per la seconda metà della
sua vita, che fu certamente la migliore. Amò concentrarsi,
e fu savio; — soggiunse Filippo con accento di
[pg!86]
desiderio. — Appartato dal mondo, non ebbe più da sentirne
la noia.

— Ah, l'egoista! — esclamò Margherita, un po' per
l'antico gentiluomo, un po' pel moderno.

— Ma no, non era solo; — ribattè prontamente Filippo. — Consolava
la sua solitudine una donna gentile,
e a farlo apposta una milanese come lei.

— Ma io son di Como, l'avverto.

— Oh, veda! Ma io ho detto milanese come si suol
dire, genericamente, per comprendere tutta la regione
che ha obbedito in altri tempi a Milano. Del resto, ignorando
ch'ella fosse nata a Como e sapendo ch'ella vive
a Milano, potevo ben dir milanese, ne conviene? Ora
veda un po' che strana coincidenza! La dama di Torrechiara
era quasi di Como. E non creda ch'io le voglia
cambiar le carte in tavola; le dico subito nome e
cognome; si chiamava Bianca Pellegrini, ed era marchesa
d'Arluno. La storia sua non la so così bene come
il suo nome; ma certo il De' Rossi aveva conosciuta
la bella a Milano, quando viveva alla corte dello Sforza,
o della vedova di lui. Quanto alla leggenda, essa racconta
che in abito di pellegrina, col sarrocchino di
cuoio, sparso di nicchi, sulle spalle, e il bordone nel pugno,
la bellissima Bianchina muovesse di Lombardia per
andare dal suo Pier Maria, caduto in disgrazia e ritirato
nel suo territorio. Ma credo che la leggenda sia
stata inventata, prendendo le mosse da certe pitture della
ròcca di Torrechiara, per le quali appunto nel mio sogno
io mi ero disposto a farle da cicerone.

— Ha avuto un bel pensiero, dormendo; — notò
[pg!87]
Margherita. — Non lo deponga ad occhi aperti, e mi descriva
le pitture di Torrechiara; io mi sforzerò di vederle.

— Ecco qua; — riprese Filippo. — Ma prima vediamo
la ròcca. Quattro torrioni angolari, le ho detto, non tenendo
conto di alcune torri più basse, e di altri lavori
per difender gli approcci. I torrioni, naturalmente, son collegati
da bastioni, che dànno anche posto a lunghi loggiati
coperti, donde si gode la vista delle circostanti campagne.
Tra questi corpi avanzati, che sono i torrioni ed i loggiati,
si stendono quattro giardini, veri orti pensili, debitamente
alberati e fioriti, affinchè gli abitatori della
ròcca non sentano il bisogno di andar fuori a diporto.
Lungo i giardini corrono gli appartamenti signorili, a due
ordini. Dentro la ròcca, tra questi appartamenti, si stende
una gran corte, con due porticati sovrapposti, sostenuti
da robuste colonne. In mezzo alla corte è un gran pozzo,
col suo puteale di marmo, e il coronamento, al solito, di
ferro battuto. C'è? Vede tutto?

— Ci sono, e mi par di vedere.

— Bene; ora facciamo cammino nel porticato superiore;
si entra di là, verso mezzogiorno, nella camera d'oro,
che è tutta una maraviglia, anzi la maraviglia delle maraviglie.
Non si lasci abbagliare dall'oro. Del resto, ce
ne son più poche tracce sulle pareti. Verremo a queste
tra poco; alzi gli occhi, per ora.

— Li ho alzati.

— Ed ecco la vôlta, che domanda subito tutta la sua
attenzione. La vôlta è a crociera, voglio dire che la dividono
in quattro spicchi due costoloni lavorati ad armi
e scherzi, e condotti ad incrociarsi sotto una serraglia
[pg!88]
rotonda tutta dorata, che porta il monogramma di Cristo,
contornato di raggi. Nei quattro scompartimenti un pittore
non dozzinale ha dipinto quattro volte Pier Maria
e Bianchina; lui colla berretta di velluto rosso in capo,
vestito alla corta, di stoffa verde damascata; lei ora da
pellegrina, col bordone e il sarrocchino, ora da gran signora,
e con tanto di strascico. Infatti, nei quattro dipinti
sono rappresentati diversi momenti della buona ventura
toccata al gentiluomo innamorato; da prima il viaggio
della dama travestita, poi l'incontro e il ricevimento in
Torrechiara, finalmente la presentazione dei due felici
al tempio di Cupido. Non dimentichi, signorina, che
siamo nel periodo del Risorgimento, e il profano si mescola
volentieri col sacro.

— Soverchiandolo un poco, vedo bene; — osservò Margherita.

— Ed ora alle pareti; — riprese Filippo. — Son tutte
a mattoni quadrati, istoriati a rilievo, colorati e dorati,
correnti in file diagonali, ogni fila col suo colore dominante,
verde, rosso, azzurro e oro, e colle parti in rilievo
tinte di un colore diverso. Queste parti in rilievo, ora
sono pezzi di rabesco, che, congiungendosi con quelli dei
mattoni contigui, vengono a formare un ornamento che
abbraccia tutte le altre rappresentazioni, frapponendosi
ad esse; ora son rôcche col ponte alzato, circondate da
fosse con cigni, sormontati da un aquilotto, con un sole
raggiante sul capo; ora cartelli col motto latino *nunc et
semper*, cioè a dire ora e sempre; ora son coppie di cuori,
rossi in campo azzurro, entro un cerchio formato da tre
corone d'oro accostate; ora altri cartelli coll'altro motto
[pg!89]
latino *digne et in æternum*. Perchè due motti? Non
ne bastava uno? Ma io penso che la ragione ci sia, per
averne messi due. Non sono due i cuori accostati? Ora,
dei due motti latini, uno, il *nunc et semper*, è di madonna
Bianca, l'altro, il *digne et in æternum*, è di Pier
Maria, senza fallo.

— E significa?

— Meritamente, in eterno; — rispose Filippo. — Su
per giù è la stessa idea del *nunc et semper*; ma c'è di
più il meritamente; e mi pare che sia il De' Rossi quello
che parla così, dando maggior lode alla dama.

— Ed è stato di parola?

— Sì, come vedrà. Volgiamo un ultimo sguardo a questa
camera d'oro, che con tante rappresentazioni di felicità
sulla terra, mi pare un vero castello d'amore, ed
usciamo nel cortile. Per un angolo del porticato si entra
nella cappella, posta sotto l'invocazione di San Nicomede.
Un solo altare là dentro, e poteva bastare al centinaio
di vassalli che vi si raccoglievano a sentire la messa,
insieme col signor castellano. Ma questi non ci stava già
alla vista di tutti. Sul lato sinistro della piccola chiesa era
rizzata una bussola di legno riccamente scolpita, che ripeteva
ne' suoi rilievi colorati e dorati le coppie di cuori,
i motti latini, i castelli coi cigni e gli stemmi, tutto
insomma l'ornato della camera d'oro; e dentro la bussola
si vedono ancora i due stalli; uno a destra, colla lastra
dell'inginocchiatoio intarsiata, che reca gli emblemi della
pellegrina e le iniziali del nome di lei; l'altro a sinistra
colle iniziali di Pier Maria. Amava concentrarsi, il
signore di Torrechiara; chiuso nel suo castello, chiuso
[pg!90]
nella sua camera d'oro, chiuso nella sua bussola, sempre
chiuso, e non solo. Non riposa neanche solo sotto il pavimento
della cappella di San Nicomede, dove la pellegrina
d'amore è scesa a dormire il gran sonno, e dov'egli
l'ha seguita, restandole indietro di poco. Le pare che sia
stato di parola, quel potente della terra, quel gentiluomo,
quel castellano poetico? Storia vera, quella che io le ho
raccontata, abbreviando; storia vera, che sembra un romanzo. —

Margherita aveva assentito alla domanda con un cenno
del capo.

— E dica ancora, — soggiunse ella con piglio curioso, — sono
entrate delle Rossi, nel casato degli Aldini?

— Sì; perchè me lo domanda?

— Perchè parla di Pier Maria con tanto calore!

— Vuol dire che sia la voce del sangue? — rispose
Filippo, sorridendo. — E sia. Ma il motto del castellano
di Torrechiara val bene qualche frase più animata del
solito. *Digne et in æternum*; meritamente, e per l'eternità!
Quantunque, — soggiunse egli, — mi pare,
pensandoci su, che la mia traduzione non faccia intendere
tutta la profondità del pensiero.

— Ah sì, sentiamo; — gridò Margherita; — qualche
bella sottigliezza! È del suo carattere, se l'ho ben capito.

— Le dispiace?

— No davvero; ho detto bella sottigliezza; non dimentichi
l'aggettivo, e mi dica subito che cosa ha trovato
di più profondo nel motto di Pier Maria.

— Questo, signorina, che solo quando è degno, l'amore
merita di vivere eterno. Le pare una sottigliezza?

[pg!91]
— È bella; — ribattè Margherita; — è bella, e vera;
e mi fa prendere in molta stima il suo Pier Maria. La
prima volta che tornerò a Parma, andrò a fargli una
visita. Peccato che non ci sia anche lei, per farmi gli
onori della Camera d'oro! —

Filippo Aldini levò gli occhi al soffitto, quasi invocando
dal cielo un miracolo.

Si era andati molto lontani dai quadri di genere del
Longhi; ed anche dalla signora Eleonora, a cui bisognava
ritornare.

— Mio Dio! — esclamò la buona signora, giungendo
le palme. — Non siete stanchi? Benedetta gioventù! —

Piacque sommamente a Filippo Aldini quella associazione
di due persone in un “siete„, che certo era stata
fatta a caso. Ma egli si tenne prudentemente la gioia in
petto, senza farne la menoma dimostrazione sul volto.
Margherita, per contro, non sapendo fingere, si fece secondo
l'uso un po' rossa.

— No, mamma; — diss'ella, accostandosi, e baciando
la signora Eleonora sulla fronte; — quanto a me, non
sono stanca affatto. Il signor conte spiega così bene ogni
cosa, che fa dimenticar la fatica. E mi ha fatto intendere
anche un po' di latino. —

La signora Eleonora sorrise, senza intendere dal canto
suo nulla di nulla nell'accenno di sua figlia. Ma una
cosa intendeva, quella buona signora, che quei due giovani
erano maravigliosamente assortiti. Li aveva da vedere
il suo Anselmo, come li vedeva essa in quel punto;
di certo egli non avrebbe portato opinione diversa. Lui
di bella presenza, che non si poteva desiderare di meglio;
[pg!92]
alto e ben piantato, snello, elegante; risoluti i lineamenti
del viso, ma insieme delicati; traenti al biondo
i capelli, ed anche più i baffi, sotto cui si disegnavano
le labbra stupende, nobilmente ferme nella gravità dell'atteggiamento
pensoso, amabilmente morbide nella soavità
del compiacente sorriso; lei quasi alta della persona
come lui, tutta leggiadra, fatta a pennello; ricco
il volume della capigliatura nerissima su quel candore
abbagliante della carnagione, che spirava intorno a sè
come un alito di cose fresche e profumate; e non meno
stupenda bellezza in lei quelle ciglia lunghe, che toglievano
forza, ma aggiungevano grazia al baleno degli occhi.
Infine, era illusione o verità? Gli occhi morati di Margherita
e gli azzurrognoli del conte Aldini si socchiudevano
volentieri nell'istesso modo, come se ci fosse stata
una parentela tra loro, e rendevano in vista la medesima
espressione, di dolcezza diffusa e di profonda bontà.

Queste le doti fisiche dei due giovani; bisognava veder
poi le morali. Ella era un angelo, come bene l'aveva
definita in una parola il signor Zuliani; seria, senza apparato,
innocente l'anima, tra tanta cultura d'ingegno;
sempre l'istesso umore, amabilmente giocondo, e il senso
della misura in ogni cosa perfetto. Egli, poi, così nobile
di sentire com'era di nascita, cortese negli atti, inappuntabile
nei modi, affabile con tutti, riguardoso colle
signore fino allo scrupolo, garbato ed attento colle attempate
come colle giovani; e ciò senza contare tutto
il bene che alla signora Eleonora ne aveva detto Raimondo
Zuliani, un galantuomo di ventiquattro carati,
alla cui parola si poteva fidare ogni altro galantuomo
[pg!93]
suo pari, e prima e più di tutti il signor Anselmo Cantelli.
Infine, se quel soggiorno prolungato delle signore
a Venezia doveva portare una conseguenza come quella,
non c'era da ascriverlo a grande fortuna?

Le mamme, si sa, vedono sempre e dappertutto un
marito; si può dire che non hanno occhi per altra cosa
nel mondo. Un uomo incontrato a caso, presentato loro
in un salotto, ai bagni, o in altro ritrovo di società, vale
o non vale, secondo che è un marito possibile, o meno.
Povere mamme, vanno compatite: l'hanno trovato esse
una volta, perbacco, e pensano volentieri che la vite ha
bisogno dell'olmo, e alla peggio deve contentarsi d'un
palo. Ubbìe, sciocchezze, follìe; spesso anche errori,
che si pagano cari; ma non c'è rimedio, le mamme son
fatte così; pigliarle come sono, o lasciarle.

Considerando il caso particolare della signora Eleonora,
non è da credere che ella pensasse così, per non aver
trovato un partito conveniente alla sua cara figliuola;
che anzi, già si erano dovuti dire parecchi no, e senza
una ragione plausibile; tanto che il banchiere Anselmo
e la sua signora si erano fatta una riputazione di schifiltosi,
d'incontentabili, e perfino, diciamo la parola, di
matti. Figurarsi, che i partiti offerti erano di quei tali
che appunto potevano e dovevano capitare alla figliuola
d'un ricco; rampolli di famiglie ben quotate a milioni,
che prima di muovere all'assalto avevano cura di sapere
a quanto ascendesse la dote, o fin dove potessero giungere
le conseguenti speranze; e poi, a vederli! prendevano
fuoco come tanti zolfini. Che cari figliuoli! E quando
si arriva a combinare uno di questi contratti, è un parlarne
[pg!94]
in città, un rallegrarsene, un esaltarsene, come
d'un vero miracolo. “Sapete il gran fatto? Non si direbbe,
ma è proprio così; matrimonio d'amore! Si erano
visti alle regate di Livorno, alle acque di Recoaro, ai
freschi di Gressoney. Quel povero ragazzo non ha avuto
più pace, ha perso a dirittura la testa„. Sì, eh? Ma almeno,
fortuna sua, aveva conservata in tasca la tavola
pitagorica.

Quanto ai suoi pretendenti, Margherita era sempre
stata chiamata ad esprimere la sua opinione. Il babbo
l'amava moltissimo, per tutte le ragioni che sarà inutile
dirvi, e ancora più la stimava per il suo retto criterio.
Così ella era messa a parte di tutto, e sorrideva
ad ogni nuova richiesta.

— Lo conosci, quest'altro?

— Io no, babbo; l'avrò forse intravvisto, ma non ne
ho tenuto memoria.

— È di buona famiglia; ricco, e figlio unico. Si fanno
parecchi milioni a suo padre.

— Buon per lui; ma io non lo conosco. La solidità
della sua casa, come si dice, puoi saperla tu, con qualche
approssimazione, non è vero? Ma il suo modo di pensare,
il suo cuore, la sua istruzione, non puoi, come non
posso io. Dire di no, può parere orgoglioso; ma come si
fa a dire di sì? —

E si rideva. Il signor Anselmo finiva sempre col dar
ragione a sua figlia. In fondo, non gli dispiaceva di tenersi
in casa quella cara fanciulla, che intanto era giunta
ai ventiquattro anni, non accennando punto di voler così
presto sfiorire, e che del resto non sentiva il desiderio
[pg!95]
di far mutamenti nel suo stato civile. In questo modo,
ricusa oggi, ricusa domani, si dava materia d'almanacchi
a chi aveva voglia e costume di farne. E il signor Anselmo,
poi, dopo aver dato ragione a sua figlia, muoveva
abitualmente dai particolari agli universali, sentenziando
a un dipresso così:

— Perseverate, bambine, e state volentieri coi vostri
parenti. A rompervi il collo ci sarà sempre tempo; mentre
una vita come quella che fate in casa vostra, senza
pensieri, senza cure, senza affanni, senza rimpianti, non
la farete mai più. —

Pensava veramente così anche la signorina Margherita?
Certo; se no, lo avrebbe detto, o lasciato capire;
perchè simulazione e dissimulazione non erano il fatto
suo. La vita era per lei tanto bella! Amava i suoi studi
e non isfuggiva i divertimenti: il babbo, quante volte
aveva ragione di muoversi, la conduceva con sè. Era stata
in giro per quasi tutta l'Italia; aveva anche veduto Parigi
e Londra, osservando dappertutto e studiando a suo
modo, con quel babbo compiacente, che prendeva gusto
a tutto quanto occupasse la mente o attirasse la curiosità
di sua figlia. Sarebbe stato lo stesso con un altro
uomo, più o meno innamorato, in quella vagabonda luna
di miele, che dura poi come tutte le lune, ventinove
giorni, dodici ore, quarantaquattro minuti, e, crepi l'avarizia,
tre secondi e undici terzi? Aggiungete che quella
dolce luna, come tutte le altre, è per gran parte scema.
A queste cose, del resto, Margherita non aveva mai pensato,
nè troppo, nè poco. Si contentava di non gradire i
matrimonii combinati come contratti; degli altri non sapeva,
[pg!96]
nè avrebbe voluto figurarseli con uno sforzo d'immaginazione,
e col rischio di non indovinarci. Venisse
il giorno e l'uomo; l'avrebbe trovata. Ma certo bisognava
toccarle il cuore, perchè ella rinunziasse alla sua libertà
invidiabile, e a quella bella spensieratezza che ne era
la conseguenza legittima.

Pensierosa, per altro, e per la prima volta, appariva
nell'uscire dal museo Correr. Pensierosa, è forse un dir
troppo; mettiamo pensosa, mettiamo raccolta in sè stessa,
senza mostrar più quel desiderio di ridere, di voltarsi
qua e là, prendendo gusto al chiacchierìo della strada.
Quel raccoglimento era forse il frutto d'un po' di stanchezza
dello spirito, per tante cose osservate. Comunque
fosse, appariva egualmente bella, forse più bella dell'usato,
venendo via con quell'aria composta e tranquilla, accanto
alla mamma ed al conte Aldini; il quale era tutto attenzioni
e riguardi per la signora Eleonora, e poc'anzi
le aveva premurosamente aggiustata la pelliccia sulle
spalle.

— Ora poi la godrà; — le aveva detto egli. — L'aria
incomincia a farsi frizzante. —

La signora Eleonora lasciava fare, sorridendo amabilmente
alle cortesie del suo cavaliere. Intanto, si spegneva
la luce del giorno, si accendevano i lampioni, e
la buona signora pensava con un senso d'intima allegrezza
al pranzo che l'aspettava al Danieli.

— Senta — diss'ella tutto ad un tratto, — dovrebbe
quest'oggi venire a far penitenza con noi.

— Con che piacere, signora! — esclamò Filippo, reprimendo
un moto violento del cuore. — Ma ho gente
[pg!97]
sulle braccia, due vecchi amici, che mi son capitati l'altro
giorno da Verona....

— E li ha lasciati per noi! Mi rincresce....

— Oh, non si dia pensiero di questo. Sono uomini, e
non hanno bisogno di guida. Ma la sera, capirà, debbo
lasciarmi vedere; tanto più che sono ad alloggio da me.

— Non vorranno poi fare la visita di santa Elisabetta; — notò
Margherita. — E l'avremo un altro giorno, non è vero?

— Certo; sarò ben onorato; — disse Filippo, che per
la prima volta si sentiva la lingua impacciata. — I miei
vecchi compagni d'armi rimarranno pochi giorni ancora. —

In questi discorsi erano venuti oltre il ponte di Rialto,
e per la Riva del Carbone entravano in Merceria. Qui
avvenne a Filippo Aldini di fare un gesto, come d'ingrata
maraviglia; un gesto che non isfuggì all'attenzione
della signorina Margherita.

— Che cosa ha visto? — chiese ella.

— Io? nulla; — rispose Filippo.

— Ha fatto un gesto, — ripigliò Margherita, — un
gesto di persona molto seccata.

— Davvero? — esclamò egli, padroneggiandosi, e correndo
col pensiero alle scuse. — Non me ne sono avveduto.
Ma chi sa? Passano alle volte pel capo certi brandelli
d'idee.... Un moto della fantasia li fa scorrere davanti
agli occhi dell'anima, ed è naturale che ci secchino,
come può seccarci una nuvola che passi in aria
e c'impedisca di vedere il sole, senza che per questo avvertiamo
la presenza della nuvola. Infatti, io non avevo
avvertito nulla. Moti istintivi, signorina, moti macchinali;
non è da farne caso. —

[pg!98]
E rideva, così dicendo, e gesticolava, come non aveva
mai fatto, sempre per darsi un'aria disinvolta e serena.

Quello che gli aveva dato noia, facendogli fare quel
gesto di persona seccata, era ancora lontano, nascosto
alle sue compagne di passeggiata da un piccolo crocchio
di persone, che proprio in quella stretta avevano creduto
opportuno di fermarsi a discorrere. Ma l'oggetto
della noia si fece più innanzi, e tagliando la strada in
isbieco dietro all'ostacolo, si affacciò finalmente alla vista
delle signore Cantelli. Oh, il felice incontro! La contessa
Galier di San Polo! E lì una buona fermatina, con un
mondo di garbatissime chiacchiere, e di complimenti alla
signorina Margherita, sempre più bella, sempre più cara.
Nè al conte Aldini mancò la sua parte.

— Hanno un gentil cavaliere e un cicerone prodigioso; — diceva
la contessa Galier. — Sa tutto, ha veduto tutto.
Oh, non dico per adularvi, Aldini, ma per rendere omaggio
alla verità. Sappiano, signore mie, che tanti e tanti
tesori d'arte in Venezia, ignoti a molti di noi veneziani
il conte Aldini li conosce come la palma della sua mano.

— Infatti, — disse Margherita, — al museo Correr
ne abbiamo avuto oggi la prova.

— Vengono di là?

— Sì, e grazie al nostro cavaliere ci abbiam passato
quattr'ore deliziose.

— Ah, bene! Venezia ascrive ad onor suo, di poter
dare simili gioie a visitatrici così intelligenti e così care.
Ora, immagino, ritorneranno all'albergo. Ed io a casa.
Son proprio felice di averle incontrate. —

Qui venne il ricambio degli ultimi saluti; dopo di che
[pg!99]
la contessa Galier si avviò per Rialto verso i Santi Apostoli
e il corso Vittorio Emanuele, mentre le signore
Cantelli riprendevano il loro cammino verso San Marco
e la riva degli Schiavoni.

— Cara signora! — disse Margherita all'Aldini. — Dev'essere
molto buona. —

Filippo acconsentì col doppio moto del capo e del labbro.
Ma dentro di sè l'avrebbe mandata volentieri a quel
paese, quella cara Galier. Non già perchè l'odiasse, povera
donna; ma perchè gli veniva in mal punto a ricordare
tutto ciò che per un giorno egli aveva dimenticato
così bene. E veniva innanzi turbato nel profondo
del cuore, ma sforzandosi di parer tranquillo all'aspetto;
senza parole, nondimeno, e sperando che della sua taciturnità
lo scusasse abbastanza il doversi ad ogni tratto
cansare tra la gente che correva per un verso o per l'altro.
Ma riusciti che furono davanti a San Marco, e di là
in Piazzetta, dove era più scarso il numero dei viandanti,
il silenzio di Filippo doveva essere notato.

— È pensieroso; — gli disse Margherita.

— No; — rispose egli, con accento di viva sollecitudine.

— Sì; — replicò la fanciulla, con accento di viva insistenza.

— Ebbene, sì; — conchiuse egli, cedendo. — Penso
infatti, che questa buona giornata è troppo presto finita.

— Se è così — ripigliò Margherita, — se ne procuri....
ce ne procuri un'altra. Mediti lei, trovi lei il punto che
dovremo visitare, e poichè i suoi amici di Verona
non hanno bisogno di guida come noi, venga a dircelo;
ci troverà pronte a muoverci. Non è vero, mamma?

[pg!100]
— Eh, non bisognerebbe poi abusare! — osservò la signora
Eleonora.

— Ma che? ma che? Io son fatta così. Se il signor
conte gradisce di farci gli onori di casa, noi, che non
vogliamo essere ipocrite, gli confessiamo di gradir molto
la sua cortesia. Ma badi, — soggiunse con un risolino
malizioso quella cara fanciulla, — ho detto onori di casa
per modo di dire, poichè ora siamo a Venezia. Ma la
casa non è qui, ci pensi, non è qui.

— Sì, sì, ci penso, non dubiti; non penserò più ad
altro; — rispose Filippo animandosi.

— Che cos'è questa distinzione? — domandò la signora
Eleonora.

— Ah, mamma, tu non sai; tu non hai visto, come
ho visto io, a Parma, il palazzo degli Aldini. Una bellezza!
Ho raccomandato al signor conte di ricomprarselo,
il palazzo dei suoi maggiori. Me lo ha promesso; parola
di gentiluomo non può mentire.

— Pazzerella! E se i proprietarii presenti non volessero
vendere?

— Oh, vorranno, vorranno. L'ho già capito dal modo
come tengono quello stabile, non facendovi mai un ristoro.
Siamo dunque intesi? — proseguì Margherita, volgendosi
a Filippo, sull'uscio dell'albergo. — *Digne*....

— *Et in æternum*; — rispose Filippo con un filo di
voce, ma mettendo in quel filo di voce il meglio dell'anima
sua.

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.. toc-entry:: VII. Alzata d'ingegno.

VII.
====

Alzata d'ingegno.
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Esistessero o no i due amici di Verona, erano stati
annunziati come ospiti di pochi giorni, non potendo essi
restare a Venezia oltre il termine di una breve licenza.
Dovettero dunque ripartire, e il conte Aldini si ritrovò
quello di prima, libero del suo tempo, e padronissimo di
ritornare alle sue consuetudini. Ma non senza aver fatto
ancora quella passeggiata artistica, ch'egli stesso doveva
immaginare e proporre. Ed era stata proprio una passeggiata
all'aperto, per vedere qua e là tante di quelle
piccole cose, che i viaggiatori non trovano indicate nelle
guide, e che sfuggono perciò alla loro ammirazione forzata:
per esempio quelle scale scoperte nei cortili di parecchie
abitazioni private, come nel palazzo Soranzo in
campo San Polo, nel palazzo Sanudo a Santa Maria dei
Miracoli, nella casa abitata da Carlo Goldoni a San Tomà,
e originale su tutte la scala dei Bembo alla Celestia in
calle Magno. E non dimentichiamo, poichè piacque singolarmente
a Margherita, il bel motivo architettonico
[pg!102]
foggiato ad arco trionfale su d'un calle angusto, in capo
al ponte del Paradiso, presso Santa Maria Formosa.

Il ponte, per verità, era piuttosto un voltino di gora,
accavalciato sopra un rio non più largo di cinque passi;
l'arco trionfale si riduceva ad uno stipite, poggiato su
due pietre sporgenti dagli angoli di due case, onde l'entrata
del calle si restringeva alle forme di un uscio. Ma
su quello stipite si girava un lunetto ad arco acuto, con
entro una Madonna rozzamente scolpita, mantellata e
coronata, in atto di far grazia a due divoti personaggi,
forse due santi, inginocchiati intorno a lei; ma su quel
lunetto si alzava, andando su su, una cuspide di marmo,
elegantissima, incorniciata di fregi di leggiadra fattura,
chiudente nel suo mezzo un disco egualmente fregiato,
e nel disco un'apertura quadrilobata, che a Margherita
parve il trifoglio di quattro foglie, tanto ricercato dalle
fanciulle nei prati autunnali, come certo promettitore di
desiderate fortune. Suprema eleganza di linee, grazia
veramente divina di forme! E accanto alla costruzione
fantastica, sul lembo d'una casa contigua, una finestrina
lunga lunga, fiancheggiata da svelte colonne, reggenti
un cappello di pietra ad arco acuto, ma acuto a modo
suo, tondeggiante sui fianchi, assottigliato nel vertice,
come un asso di picche, alla maniera degli Arabi. Che
eleganza, che grazia, anche lì! E come era bello, in luoghi
così umili, così poco osservati, quasi schivi di attirare
la curiosità del viandante, imbattersi in quelle piccole
maraviglie, vera fioritura dell'arte d'un popolo che
apre gli occhi alla vita dello spirito, e pensa, indaga e crea,
nella giovinezza esuberante della sua immaginazione!

[pg!103]
Cose piccole, cose piccole, spesso da anteporsi alle grandi!
Ed anche nelle grandi, dopo averle contemplate nella loro
maestà, sono da osservare più attentamente le piccole.
Quante ce n'erano, di queste, che Margherita non aveva
nemmeno guardate, nei capitelli svariati delle colonne
sorreggenti la facciata del palazzo Ducale, nelle finestre
di San Marco, nelle absidi esterne dei Servi e dei Frari,
nei balconi della Ca d'Oro o del palazzo Cavalli, tutte
eleganze fiorite in cui per l'appunto è dato di cogliere
la prima impronta di un nuovo stile nell'arte! In quella
serie d'osservazioni, minute e non faticose, Margherita
vide nascere il sesto acuto in Venezia e svolgersi con
ispontaneità tutta italiana un modo di architettura che
gli Arabi avevano elaborato, mescolando elementi bisantini
e persiani. Quell'arte era venuta dall'emporio prediletto
dei Veneziani intorno al Mille; venuta dall'Egitto,
come le istesse reliquie del benedetto san Marco.
E la signorina Cantelli fu piacevolmente maravigliata
di saper tante cose nuove ad un tratto, guardando, paragonando,
ascoltando; maravigliata ancora di conoscere,
contro l'asserzione di tutte le guide, che le due fronti
del palazzo dei Dogi, verso la piazzetta e verso la Laguna,
non erano opera di Filippo Calendario, il famoso
architetto e scultore, involto nella congiura del doge Marin
Faliero, e perciò giustiziato nel 1354, settant'anni
prima che il Senato deliberasse di atterrare le due fronti
della fabbrica antica, edificata da Pietro Orseolo nel principio
del dodicesimo secolo.

Infine, la cara Margherita imparava in breve ora tante
belle cose, che accrescevano maravigliosamente la sua
[pg!104]
stima per Filippo Aldini; e beveva frattanto a stilla a
stilla, assaporandolo, il più dolce tra tutti i veleni. Aveva
ella dunque trovato l'uomo ideale, il primo e l'unico, per
cui non avrebbe detto di no? Un po' triste di umore, veramente;
spesso pensieroso, e qualche volta, richiamato
da qualche domanda, aveva l'aria di cascar dalle nuvole.
Ma queste erano inezie, e non guastavano affatto.

Egli era poi così intento a lei, così pieno di riguardi
per la mamma! E certo, per esser tanto malinconico, il
signor Filippo aveva le sue buone ragioni; lei ricca, e
fors'anco creduta più ricca del vero; egli non tanto, da
poter aspirare a lei. Margherita aveva ben capito, da certi
discorsi, che il conte Aldini aveva appena del suo tanto
per vivere signorilmente da scapolo. E ciò bastava, se
era invaghito di lei, per giustificare tutte le malinconie,
tutte le tristezze ch'ella veniva osservando. Oh, ma ci
avrebbe pensato lei; ne aveva il diritto, ne aveva l'obbligo,
oramai. Non gli si leggeva il suo pensiero da più
giorni negli occhi? E infine, ad un *digne* da lei proferito
a fior di labbro, non aveva egli con un filo di voce,
ma con accento di vera passione, risposto *in æternum*?

Finita la sosta degli amici di Verona, il conte Aldini
aveva dunque ripigliate le sue consuetudini, e per conseguenza
la serie delle sue visite ai vecchi amici di Venezia.
Ai signori Zuliani, per esempio; ma a questi per
la prima volta in palco, al teatro della Fenice. Naturalmente
c'era da godersi la sfilata del cavalier Lunardi,
del signor Telemaco, del signor Ruggeri, del signor Gregoretti,
del maestro di musica; obbligato in chiave, quest'ultimo,
poichè si trattava di musica, per l'appunto. E
[pg!105]
più obbligata ancora la contessa Galier di San Polo, che
la signora Livia voleva aver sempre ai fianchi, dando
ai maligni buon argomento a rinfrescare il paragone della
luce e dell'ombra, con la debita chiosa dell'ombra che
serve stupendamente per dare maggior risalto alla luce.
Ma dopo tutto, quell'ombra sempre attaccata ai panni della
luminosa Zuliani, era una signora vera ed autentica, non
ricca, ma d'una nobiltà anteriore alla “Serrata del Gran
Consiglio„, e faceva buon effetto nel quadro, intonandolo:
allegra, poi, salda alla celia, chiacchierina a quel dio,
era fatta a posta per tener viva la conversazione, colmandone
le lacune, smorzandone le asprezze.

Filippo Aldini, entrato nel palco per riverire la signora
Livia, pensò che la Galier non avrebbe tralasciato
di parlargli dell'incontro di tre giorni prima in capo alla
contrada di Merceria. Ma c'erano altri discorsi avviati,
e la contessa non ebbe occasione di venire sul tema; fors'anche
le era passato di mente. Le cose andavano; erano
tutti di buon umore, quella sera, nel palco Zuliani, perfino
la signora del luogo; e quando l'Aldini prese congedo,
un altro giorno era felicemente sbarcato.

Ma bisognava anche fare una visita in casa; ed egli
ci andò la sera appresso, dopo l'ora del pranzo, come soleva,
quando non c'era teatro. Raimondo lo accolse a braccia
aperte; la signora Livia, per contro, non era di buon
umore; parole poche, e muso lungo un palmo. Raimondo
fortunatamente parlava per due e rideva per quattro.
Aveva ragione di essere allegro; la mesata prometteva
bene; la condizione delle borse era eccellente in tutto
il mondo civile; nessuna nube appariva sull'orizzonte
[pg!106]
europeo. Di qui, prendendo le mosse, Raimondo scivolò
presto nella politica, che era il suo forte, o il suo debole,
e passò in rassegna tutti gli stati, continentali o
insulari che fossero, dell'orbe terracqueo. Filippo ascoltava,
approvava, e secondava il ragionamento dell'amico,
mettendo qualche parola nei luoghi opportuni, perchè l'altro
avesse gusto a continuare. E non faceva niente di
nuovo, poichè, discorrendo coll'amico Zuliani, era sempre
stato suo costume accomodarsi alle battute. Ma quella
eterna politica doveva annoiare maledettamente la signora,
che più d'una volta si alzò dal suo canapé, andando
or di qua or di là per la casa a dar ordini, a prender
libri, o giornali di mode, che distrattamente sfogliava.

— Non badare, sai, all'umore di mia moglie; — bisbigliò
Raimondo all'amico, appena ebbe il modo di dirgliene. — Tu
la conosci. È un angelo; ma quando ci ha
i suoi nervi, poveretta, bisogna compatirla. Giornate di
scirocco, dice lei; il medico mi dà una zuppa di parole
greche da accapponare la pelle; ma poi, se Dio vuole,
conchiude che son cose da nulla. —

Filippo Aldini conosceva benissimo la signora Zuliani;
non c'era bisogno di dirgliene altro, nè di scusarla con
lui. Ma fu molto felice quando venne l'ora di andarsene.
Raimondo, sempre ilare e verboso, lo accompagnò fino in
anticamera.

— Sai? — gli disse, quando furono là. — Viene il
babbo.

— Il babbo! — ripetè Filippo. — Che babbo?

— Il signor Anselmo, perbacco. Che uomo mi sei divenuto,
da non capire alla prima? —

[pg!107]
Filippo sorrise, e tentennò un pochino la testa.

— Tu pensi sempre al tuo sogno, Raimondo!

— Ma sì, e più che mai; tanto più che non è un sogno.
Felice mortale, tu sei nato vestito. Ti amano tutti;
perfino la signora Eleonora, non sa parlarmi più d'altro
che di te. Quasi quasi è più innamorata lei di sua figlia.

— Che cosa dici ora? Sua figlia....

— Eh, dico quel che si vede. La bella Margherita ti
rende giustizia, e la lodo.

— Ma che giustizia ha da rendermi?

— Sappiamo tutto, felice mortale, sappiamo tutto; anche
la visita di quattr'ore buone al Correr. —

Con queste parole Raimondo accomiatò finalmente l'amico.

— Ah! — pensava Filippo scendendo la scala del palazzo
Orseolo. — La gallina ha cantato. Ma infine, chi
mi ha ficcato in questo ginepraio, se non lui? Potevo io
più liberarmene? —

Intanto una cosa lo maravigliava. Se la gallina aveva
cantato, perchè non era entrata la signora Livia a discorrergli
delle sue visite artistiche? E perchè non gliene
aveva parlato in salotto l'amico, che aspettava a dirgliene
sull'uscio di casa? Questo, poi, gli pareva di capirlo. La
signora Livia non poteva soffrire le Cantelli; le aveva
invitate alla cena del capo d'anno, ma solamente per obbedienza
al suo signore e padrone. E questi, per compenso,
le nominava il meno che potesse davanti a sua
moglie. Amabil ricambio di gentilezze coniugali! E tanto
meglio, del resto. Ma possibile che Raimondo, espansivo
com'era, non si fosse aperto con lei del disegno che
[pg!108]
si era messo in capo? possibile che di punto in bianco
fosse diventato un diplomatico di quella forza? Se così
era, come infatti appariva, non più Raimondo bisognava
chiamarlo, ma Guglielmo, Guglielmo il Taciturno.

Con queste “conclusioni estreme„ Filippo Aldini se
ne andò in gondola verso il rio di San Felice, nelle cui
vicinanze abitava. Un po' fuori di mano, veramente, ma
non troppo lontano dal corso Vittorio Emanuele; tanto
che quella cara matta della contessa Galier aveva detto
una volta:

— Il conte Aldini ha scelto quel luogo remoto per
farmi la corte; perseveri! —

Sul corso Vittorio Emanuele si avviava il giorno appresso,
tra il tocco e le due, la signora Livia Zuliani.
Era dunque guarita de' suoi nervi? Ma sì, lo aveva ben
detto il medico; che erano disturbi passeggieri. Più che
nervi, del resto, potevano chiamarsi vapori; ed era certamente
effetto d'un residuo di vapori la voltata improvvisa
della bionda signora, che, invece di salire dalla
contessa Galier, con mutato consiglio ritornò sui proprii
passi, e discesa al primo traghetto di fianco al palazzo
Sagredo, entrò in una gondola, dicendo al gondoliere:

— Riva degli Schiavoni, davanti all'albergo Danieli. — Che
novità era quella? Guarita di nervi, la signora Livia
si sentiva anche guarita della sua vecchia antipatia
per le signore Cantelli? Buon cambiamento a vista, e
spontaneo, che avrebbe reso felice il suo Raimondo, se
fosse stato presente! Ed era proprio una cosa strana, da
segnarla col carbon bianco. Dacchè le signore Cantelli
erano capitate a Venezia, la signora Livia non aveva
[pg!109]
fatto se non una visita, in principio, e per obbligo di
convenienza. Ma certo ella sentiva ora, che alla loro
cortesia di avere accettato l'invito alla cena del capo
d'anno dovesse seguire una visita di ringraziamento.

Le signore Cantelli erano in casa, e l'accolsero a festa.
La bionda signora si ritrovava in uno dei suoi giorni
di bellezza, vividi gli occhi, di bel colore la carnagione;
ed ella potè sentirsi abbastanza soddisfatta di sè medesima,
passando nell'anticamera davanti ad un'alta specchiera,
e non di quelle, Dio le confonda, che vi fanno
la testa più lunga o più larga del vero, e la faccia, poi,
verde come la buccia d'un cocomero.

Era già nel salotto qualcheduno in visita; Filippo Aldini,
a farlo a posta. Filippo Aldini, che seduto ad un
tavolino nel vano di una finestra, disegnava a memoria
il ponte del Paradiso colla sua viottola stretta nel fondo,
e, gittata sovr'essa, in traverso, la bella cuspide triangolare
di marmo. La signorina Margherita si era tanto
invaghita di quel motivo architettonico, ci ritornava così
spesso col pensiero e col discorso, che il conte Aldini
aveva creduto obbligo suo di fargliene un piccolo disegno
a matita, da restare come un ricordo della loro passeggiata
artistica per i calli di Venezia. La signora Eleonora
non si sentiva disposta ad uscire, quel giorno; tra
perchè era un po' stanca di tante gite pedestri, e perchè
aspettava il suo Federigo, che alle tre dopo mezzogiorno
era libero. Così avvenne che il conte Aldini, venuto ad
offrirsi per un'altra passeggiata, restasse all'albergo
in dolce prigionia, consolandone gli ozi, o giustificando
una fermata che voleva esser lunga, col lavorar di
[pg!110]
matita, sotto gli sguardi attenti della signorina Cantelli.
Margherita, che stava per l'appunto seduta accanto al
tavolino del disegnatore, fu la prima ad alzarsi per muovere
incontro alla signora Zuliani, che la ringraziò col
più amabile sorriso e la baciò sulle guance. Ugual sorte
toccò naturalmente alla signora Eleonora; dopo di che
la bionda visitatrice si volse al conte Aldini, che si era
alzato a sua volta, facendo un rispettosissimo inchino.

— Ah, bene, casco tra amici! — esclamò la signora
Livia, tutta ridente, nell'atto di porgere a Filippo la
bella mano inguantata.

Poi, volle vedere il disegno. Le era parso a tutta prima
che il conte Aldini lavorasse a fare il ritratto della signorina
Cantelli, e la sua curiosità non doveva esser poca,
ignorando ella che l'Aldini, da lei conosciuto come dilettante
paesista, trattasse anche la figura in grande. Ma
no, niente ritratto; il disegno raffigurava un ponticello,
uno dei tanti che cavalcano i piccoli canali della città,
con due spigoli di case, e qualche saggio di scultura medievale;
anticaglie, vecchiumi, e mezzo anneriti dall'umidità,
dalla mancanza di luce, ch'ella non riusciva ad
intendere come piacessero tanto agli artisti. I palazzi sul
Canal Grande, alla buon'ora!

— Grazioso! — diss'ella nondimeno, dopo aver osservato
coll'occhialino il disegno. — Grazioso tanto! E colle
sue figurine alte un centimetro! —

Infatti, il disegnatore aveva animata la scena, mettendo sul
ponte tre figurine, accennate con pochi tratti di matita.
Minuscole com'erano, corrispondevano ai contorni di
tre persone vere, le quali, essendo passate per l'appunto
[pg!111]
di là alcuni giorni prima, ci si potevano ben riconoscere.
Ma forse non le poteva riconoscere ugualmente la signora
Livia, tuttochè s'aiutasse coll'occhialino; comunque
fosse, non si fermò a sminuzzolare un esame critico, che
doveva esser breve e leggero.

— Continui il suo lavoro, prego; — diss'ella finalmente; — non
voglio interrompere.... —

E senza finire la frase, si allontanò, andando a sedersi
presso la signora Eleonora sul gran sofà che era accanto
al camino. Laggiù tra le due svisceratissime amiche (si
vedevano infatti per la terza volta) incominciò un lungo
discorso, tessuto di tutte le cose vane che sanno dirsi le
donne, e con aria di prenderci un gusto matto. L'unica
cosa importante, per verità, fu l'accenno della signora
Eleonora al suo Federigo, che presto si sarebbe imbarcato
per un viaggio intorno al globo; dopo di che le signore
Cantelli avrebbero levate le tende. Qui da una parte la
conclusione naturalissima che il soggiorno sulla Laguna
era stato un po' lungo, e dall'altra la dichiarazione obbligata
della felicità che n'era toccata a Venezia. La
regina dell'Adria parlava molto amabilmente per le labbra
della signora Zuliani. E batti tu che batto io, alla
maniera dei fabbri, le due signore si diedero l'illusione
di una gran tenerezza. Ah, se Raimondo fosse stato là
in un angolo, o dietro un uscio a sentirle!

Filippo Aldini stette ancora pochi minuti, per convenienza;
poi, sempre per convenienza, prese congedo.

— Lascio le signore ai loro discorsi; — diss'egli. — Noi
uomini ci siam sempre di troppo. —

Era seccato di quella visita, ma non voleva parere.
[pg!112]
Margherita capì facilmente che con quella visita sopravvenuta,
un uomo di garbo non poteva star sempre là, e
per quanto le dispiacesse la partenza di lui, lo lasciò
andare senza chiedergli se fosse davvero finito un disegno,
che in altre circostanze avrebbe potuto durare fino all'ora
del pranzo. Quanto alla signora Eleonora, la condizione
sua e l'età le permettevano di dar commiato all'Aldini
con qualche parola cortese.

— La rivedremo presto, signor conte? — domandò ella
a Filippo, nell'atto di porgergli la mano.

— Sì, sarà mio dovere; — rispose egli, inchinandosi. —

E via, dopo lo *shake-hand* indispensabile, che non è
sempre una stretta di mano.

— Un ottimo signore, e tanto garbato; — disse la
signora Eleonora, quando egli si fu allontanato.

— Sì, — concesse la signora Zuliani, — ha belle maniere.
Ma già, — soggiunse con un risolino malizioso, — i
giovinotti del giorno d'oggi son sempre così colle dame.

— Non sarebbe dunque sincero? — chiese Eleonora.

— Che dirle? Non saprei bene; — rispose la signora
Zuliani. — Si parla sui generali. Quanto a me, li ho
tutti per gentilissimi.

— Ma qualche differenza si può far sempre, e alle
volte si deve; — notò la signora Eleonora. — Lo conosce
bene, Lei, il conte Aldini; e da qualche anno, mi pare.

— Oh, dica da parecchi; mio marito lo vede tanto volentieri! —

La signorina Margherita era rimasta alquanto più in là,
davanti al disegno del conte Aldini, che voleva mettere
per precauzione tra due fogli di carta.

[pg!113]
— Margherita! — le disse sua madre. — Vuoi tu
farmi il piacere.... La signora Zuliani permetterà. Vuoi
tu farmi il piacere di finire per me la lettera al babbo? Io
sono troppo lenta nello scrivere, avendo anche bisogno
di occhiali; — soggiunse, volgendosi alla signora Zuliani. — Volevo
aggiunger io una pagina; ma Anselmo
ci guadagnerà di aver tutta la lettera di pugno della
sua figliuola. A te, dunque, mia cara; e si potrà mandare
per la posta delle quattro.

— Sì, vado, mamma; — rispose Margherita. — La signora
mi scusi.

— Oh cara! a patto che ritorni presto; — gridò la
signora Zuliani.

Appena la bella creatura fu uscita dal salotto, richiudendo
discretamente dietro a sè l'uscio della camera attigua,
la signora Eleonora si strinse al fianco della sua
visitatrice.

— Perdoni, mia buona signora; — le disse; — avevo
bisogno di parlarle da sola a sola. Non vorrei abusare
della sua gentilezza; ma certe parole sue, quando io ho
fatto un piccolo elogio del conte Aldini, mi hanno messa
in pensiero. Ella ha senno e uso di mondo; conosce la
città, e coloro che ci vivono; il conte Aldini, poi, viene
in casa loro; Ella che è donna, e delicatissima su certi
punti a cui gli uomini non badano sempre, può darmene
un'idea più precisa. Non merita egli tutta la stima che
io facevo di lui?

— Intendiamoci; — notò la signora Zuliani. — Ho
detto di non saper fare alcuna differenza tra lui e tutti
gli altri. Sarò troppo severa, o troppo poco esperta in
[pg!114]
materia; ma infine non volevo andare più in là. Si sa
bene, del resto; giovinotti eleganti....

— Ma dissipati, vorrebbe aggiungere.

— Non questo, propriamente; ma oziosi, pur troppo.
E l'ozio, mi concederà, può condurre molto lontano.

— Il conte Aldini non fa nulla, per l'appunto.

— Nulla di nulla; — rincalzò la signora Livia. — Ha
tanto da vivere; scarsamente, perchè i suoi non
gli hanno lasciato di più; ma non avendo famiglia, diciamo
pure che ha tanto da vivere. Certo, gli bisognerebbe
rifarsi con un ricco partito. Qui non ce ne sono;
almeno, non ce ne sono di quelli che potrebbero fare al
caso suo. Egli, dopo tutto, non se ne dà pensiero; mio
marito piuttosto. Ma io l'annoio con queste scioccherie....

— No, no, continui; tutto ciò m'interessa moltissimo.

— Del resto, si capisce; — ripigliò la signora Livia,
ridendo. — Mio marito è un gran partigiano del matrimonio.
Contento di quello che ha fatto lui, della qual
cosa io non vorrò dargli torto, darebbe moglie a tutti,,
e prima di tutti al suo conte Aldini. Conte! ecco il titolo
che secondo i calcoli di mio marito può valere una
dote vistosa. Il signor conte, diciamolo pure, non ne ha
mai voluto sapere. Già, le ripeto, giovinotti eleganti....
e galanti, hanno altro da pensare che a prender moglie.

— Qualche pratica.... — balbettò la signora Eleonora.

— Eh, che debbo dirle? Son materie gelose. Ma infine,
Venezia non è Parigi, nè Londra: si finisce presto col
sapere ogni cosa. Il conte Aldini, nei primi tempi del
suo soggiorno a Venezia, si era veramente un po' sparpagliato,
cantando come si suol dire a tutti gli usci, e
[pg!115]
aveva fatto parlar molto di sè; poi a poco a poco si è
raccolto, si è fatto più serio, vorrei dire perfino misterioso,
vero tipo del *beau ténébreux* dei vecchi romanzi
francesi. Ad ogni modo, son cose che non mi riguardano.
Viene spesso da noi, e ciò, me lo lasci dire in confidenza
ad una signora assennata come lei, potrebbe anche essere
pericoloso; tanto che alle volte, approfittando per
l'appunto della occasione, vorrei fargli una ramanzina
coi fiocchi. Ma non ho ancora l'età, da assumere una
parte simile, nè con lui, nè con altri. Me ne rincresce,
perchè il mistero c'è, e un mistero non senza pericoli....

— Ella, da quanto pare, conosce anche la persona; — osservò
la signora Eleonora. —

Un cenno malinconico di assenso le disse che si era
apposta.

— E.... la condizione? — riprese. — Il nome, se Ella
si fida di me?

— Non è il mio segreto; — mormorò la signora Livia
con anima e voce contrita.

— È giusto, perdoni; — conchiuse la signora Eleonora. — Capisco
intanto che il conte Aldini dev'essere in uno
stato d'animo assai dispiacevole. Queste pratiche hanno
sempre la loro punizione con sè. S'incomincia senza pensarci
troppo; la via del precipizio è sparsa di fiori; ma
poi.... cara signora, ne ho vedute nella mia vita, di
queste belle passioni, ne ho vedute, parecchie e finite
presto in tragedie. Ah, uomini pazzi! e donne pazze!
perchè son esse le maggiori colpevoli.

— Lo crede? — disse la signora Zuliani.

— Ne son certa. Gli uomini, infine, sono spensierati
[pg!116]
e temerarii; spesso non hanno idea di giustizia, nè di
morale, due buone e belle cose facilmente dimenticate,
perdute nell'uso e nell'abuso dell'esistenza. Mio marito
dice qualche volta che l'uomo è nato cacciatore; poveretto!
egli che non ha mai preso in mano un fucile da
caccia! Ma la donna, che s'adatta a fare da selvaggina
a questi cacciatori, che orrore! essa, poi, che avrebbe
tante ragioni per esser forte, per custodirsi, per arrestarsi,
se non altro, sulla via del precipizio! L'educazione,
per esempio, una certa delicatezza di sentire, che
nell'uomo è così presto cancellata dalle volgarità della
vita, il pensiero della propria dignità, e finalmente la
ragione più forte, quella che le val tutte....

— E quale?

— La religione, non le pare? E non già quel tanto
di religione che consiste nel pregare a certe ore, biascicando
frasi che spesso non s'intendono, e si ripetono
macchinalmente, senza pensarci più che tanto; ma la
religione piena, intiera, meditata, che c'insegna i nostri
doveri, facendoci intendere la bellezza e gustare la
felicità d'una coscienza tranquilla. —

La signora Eleonora si era un po' riscaldata, cosa che
le accadeva di rado; e ci diventava perfino eloquente,
di quella eloquenza che viene qualche volta alle madri.
La signora Livia, che non se l'aspettava davvero, n'era
rimasta maravigliata, e quasi sopraffatta, tanto che per
un istante, pensando alle ragioni enumerate dalla sua
interlocutrice, dimenticò quelle che avevano determinata
la sua visita e la sua piccola alzata d'ingegno. Ma certamente
senza volerlo gliele fece tornare in mente la
[pg!117]
signora Cantelli, discendendo dalle altezze della tesi morale,
per rifarsi al caso particolare ond'era stato mosso
il discorso.

— Quello che più mi rincresce, — ripigliava la buona
signora, — è di pensare a quel povero giovinotto, che
non è, poi, e non meriterebbe di essere come tanti spensierati.
Egli almeno sente che la sua condizione non è
bella. È spesso malinconico, e si capisce che un triste
pensiero lo turba. Gli si domanda, per isviare le sue
malinconie, gli si domanda, qualche volta di punto in
bianco: ed ora, che cos'ha? Si scuote allora, si sforza di
sorridere, e risponde: nulla, sa, non ho nulla; difetto
del mio spirito, che s'incanta volentieri, e va qualche
volta nelle nuvole. —

La signora Livia tentennò ripetutamente il capo, atteggiando
le labbra ad un risolino d'incredulità.

— Eh! — soggiunse poi. — Che cosa le dicevo io?
Altro che nuvole! Il conte Aldini ha quell'altra in mente;
e non può non avercela spesso, anche contro sua voglia.
Ma bisognava pensarci in tempo, come ha detto lei così
bene, signora Eleonora, nella sua rettitudine; bisognava
pensarci in tempo, quando si era ancora sulla via piana
e sparsa di fiori. Perchè, dopo tutto, siamo giusti, anche
quell'altra avrà ragione a dolersi, non lo crede? e meriterà
un pochino di compassione. —

Il ragionamento, che non faceva una grinza, poteva
durare dell'altro. Ma fu interrotto da un grido soffocato,
che veniva dalla camera attigua, accompagnato da un
rumor sordo, come di una caduta. La signora Eleonora
ne fu sbigottita.

[pg!118]
— Margherita! figliuola mia! — gridò ella, balzando
in piedi e correndo ad aprir l'uscio.

Per un istante aveva creduto di trovarla più vicina
alla soglia, e già si pentiva di aver condotto il discorso
su quell'argomento delicato, senza badare che qualche
frase proferita a voce meno bassa poteva essere udita di
là, e destar l'attenzione di Margherita. Ma la fanciulla
si vedeva più oltre, colla persona abbandonata sopra un
divano, a piedi del letto di sua madre.

— Signorina, che è stato? che cosa si sente? — gridava
a sua volta la signora Zuliani, accorrendo anche
lei.

— Niente, signora; niente, mamma; — rispondeva
Margherita. — Un leggero stordimento improvviso, mentre
venivo a domandarti d'una cosa da dire al babbo.
Mi ero alzata dalla sedia, e tutto ad un tratto non ho
potuto più reggermi.... Ma sarà una cosa passeggera, speriamo.

— Se apriremo la finestra, sicuro; — riprese la signora
Zuliani. — C'è troppo caldo, qua dentro. Ah, i
caloriferi! — soggiunse, andando appunto a girare la
spagnoletta delle imposte, e facendo entrare nella camera
un'ondata d'aria fredda. — Ah, i caloriferi! invenzione
diabolica!

— Sì, difatti, era troppo caldo; — disse Margherita. — E
quest'aria fredda mi ha fatto bene. Non ho più
nulla; sorridi, mamma, non ho più nulla, davvero. —

La signora Eleonora non era molto persuasa; ma finse
di crederlo, anche per dar modo alla signora Zuliani di
congedarsi più presto. La signora Zuliani non era meno
[pg!119]
desiderosa di andarsene che quell'altra di vederla andare;
perciò, fatti ancora due vezzi alla cara Margherita,
prese lestamente commiato.

Ma la bionda signora non era forse guarita de' suoi
nervi, o de' suoi vapori, come da principio pareva. Il
tragitto dalla Riva degli Schiavoni al palazzo Orseolo
le parve maledettamente lungo. Appena giunta a casa
si mise a letto; e a letto la trovò Raimondo, quando
capitò a casa per l'ora di pranzo. Effetti del caldo, diceva
lei; troppo caldo in quell'albergo, dove era andata
a visitare le signore Cantelli. Ma Venezia non aveva
bisogno di tanto caldo, per bacco; non ne aveva bisogno
con quel suo clima sempre uguale, temperato dai venti
tiepidi della Laguna, specie negli appartamenti esposti a
mezzogiorno.

[pg!120]


.. toc-entry:: VIII. Tra due ammalate.

VIII.
=====

Tra due ammalate.
-----------------


Raimondo a tutta prima si sgomentò, e senza por tempo
in mezzo mandò per il medico, sebbene prevedesse di
sentirsi dire che erano cose da nulla, sperando, anzi desiderando,
che fosse tale il responso. È sempre bene averlo
favorevole, da uomini di dottrina e d'esperienza, se anche
ve lo incartoccino di astruserie, o ve lo confettino
di vocaboli greci.

Il dottore Teodoro Dal Vago non era poi così ottimista
come pareva, sentendolo discorrere al letto dei suoi ammalati.
Era un medico esperto e consumato, che conosceva
l'arte di non turbare lo spirito degl'infermi, nè
delle loro famiglie; quelli sempre disposti ad aver nelle
ossa tutti i malanni di cui si faccia il menomo cenno,
queste sempre facili a spericolarsi per eccesso di tenerezza,
e magari a lasciarsi sfuggire dagli occhi un segreto
che l'ignoranza e la paura più facilmente ingrandiscono.

Venne, osservò, tastò il polso, che in verità era poco
[pg!121]
regolare, sebbene non forte, nè teso, ma che egli ebbe
la buona grazia di trovare eccellente; poi venne all'interrogatorio,
che fu lungo, minuto, amorevole. L'ammalata
accusava dolori qua e là, al capo, al petto, alle
spalle. Forse reumatici? Ma sì, reumatici per l'appunto:
non aveva ella finito di raccontargli come le fosse accaduto
di restare un'ora buona a conversazione in un
salotto troppo riscaldato, e di uscir poi all'aria pungente
della Riva degli Schiavoni? Si trattava dunque di una
infreddatura; e bisognava star riguardati, riposare, riposare
e ber caldo. Del resto, passando dal caso particolare,
che in sè non aveva nessuna gravità, alle condizioni
generali del vivere signorile, specie nella stagione
fredda, o troppo variabile, il buon dottore aggiungeva
le sue riflessioni tra il serio e il faceto.

— Se lo lasciano dire, mie belle signore? Sacrificano
troppo alla moda, troppo agli usi del bel mondo; non
pensano che la salute è un dono del cielo, e un dono a
noi fatto, come quello della vita, per una volta sola;
donde la grande necessità di tenerselo caro.

— Oh brutto dottore! — mormorò la signora Livia,
con quell'accento di bambina scorrucciata, che soleva
adoperare col suo Esculapio. — Che cosa faccio, finalmente?
Non dovrò andare più neanche a teatro?

— Non dico questo; ma andandoci.... si lasci dire anche
questo, meno scollato, e più bavero.

— Ah, per questo, — saltò su a dire Raimondo, che
il primo responso sul caso particolare aveva levato d'ansietà, — ti
dirò anch'io come mia moglie: brutto dottore!
ed anzi aggiungerò: “sior Tòdaro brontolon!„
[pg!122]
Passi pel bàvero, per la pelliccia, per la mantellina ovattata,
per quell'altro che tu vorrai, e che raccomando sempre
all'uscita. Ma un po' di scollato, Dio buono, quando
si è dentro, un po' di scollato!... È così bella, mia moglie!

— Raimondo! — esclamò la signora, con una languida
intonazione di rimprovero.

— Ebbene? — ribatteva egli, animandosi. — È ciò,
che dicono tutti. Quel po' di scollato ti va così bene!
Non si sente infatti ripetere che la tua linea, dal collo
alla spalla, ricorda appunto la Venere Capitolina? —

Il buon dottore sorrideva, avendo l'aria di partecipare
a quei maritali entusiasmi.

— Sì, sì, — riprese egli, — è l'opinione generale. Ma
appunto per ciò mi raccomando. Pensate, ragazzi miei,
che la Venere Capitolina ha ricco il platisma micoide.

— Platisma? — ripetè Raimondo, interrogando.

— Micoide; — ribadì il dottore Dal Vago. — Ma già
tu vuoi la moneta in ispiccioli: diciamo dunque pannicolo
carnoso, quello che scende da qui fin qua, dal mento
al petto, e vi si sovrappone e segue amabilmente il pannicolo
adiposo; cioè a dire quel buon tessuto cellulare
sottocutaneo, che conferisce grazia alla persona, proteggendo
anche gli organi respiratorii. La Venere Capitolina,
se ben ricordo, ne ha quanto occorre. Il troppo stroppia;
ma per mantenersi in quelle giuste proporzioni, bisogna
aversi riguardo, e nel caso nostro non esporsi a
perdere, cercare anzi di guadagnare. Dunque, dico io,
preservativi, e ricostituenti. Ella è di complessione sana,
ma delicata, signora mia bella; voglia guardarsi adunque
dai troppo forti cambiamenti di temperatura, ed anche
[pg!123]
assoggettarsi ad una piccola cura che la rinvigorisca.
Tutto ciò che riguarda la salute va fatto; tutto ciò che
riguarda la bellezza non va trascurato. Dico bene? —

Così, tra raccomandando e celiando, il dottore Dal Vago
lasciò la camera della bella inferma, per andare nello
studio di Raimondo a scrivere quelle due righe di recipe,
senza cui non pare che il medico abbia adempito
a tutti gli obblighi suoi.

Rimasto solo con Raimondo Zuliani, il buon dottore
parlò in un modo alquanto diverso da quello di prima.

— Fenomeni isterici, mio caro; e qui prima di tutto,
vogliono esser rimedii calmanti.

— Isterici! — esclamò Raimondo. — Tu mi spaventi,
dottore.

— Perchè? Leggeri, anzi tutto. Non creder poi che
questo sia soltanto il caso di tua moglie. Son tutte isteriche,
più o meno, le signore dei nostri giorni. Ed anche
gli uomini, infine....

— Anche gli uomini? Ho sempre creduto che l'isterismo....

— Eh sì, — interruppe il dottore, — che cos'è l'isterismo,
se non una sovreccitazione del sistema nervoso,
e una forma della nevrosi, che è il gran male del secolo?
Ora, vedi, più si è deboli, e più facilmente si soggiace
alle conseguenze di queste sovreccitazioni; onde i cardiopalmi,
i fenomeni stenocardici, le dispepsie.... Ah, dimenticavo
che tu non vuoi parole greche; diciamo dunque
palpitazioni, stringimenti di cuore, digestioni difficili.

— Ed ora non mi spaventi più, mi atterrisci.

— Calma; siamo appena ai principii, e tutte queste
[pg!124]
brutte cose sono ancora in proporzioni ristrette. Ma poi,
chi non provvede in tempo, va soggetto a convulsioni,
alle contratture muscolari, ai trismi.... voglio dire alle
contrazioni persistenti dei muscoli elevatori della mascella
inferiore. Seguono o precedono, secondo i casi, le
allucinazioni, le insonnie, le anestesìe sensorie.... voglio
dire i mancamenti temporanei, le diminuzioni di sensibilità;
nella vista, per limitazione del campo visivo,
essendo resa insensibile una porzione periferica della retina;
nella voce, nell'udito, e via discorrendo. Alle anestesìe,
poi, si alternano le iperestesìe .... cioè, diciamo
pure gli eccessi di sensibilità, come accade per l'appunto
nelle allucinazioni, quando l'isterico, in uno stato di
mezza incoscienza, vede ripresentarsi alla sua mente più
scene della vita passata, e ti mostra di riviverle, negli
atteggiamenti diversi del viso, o nei fenomeni ipnotici,
nel sonnambulismo, ad esempio, quando egli risponde
macchinalmente alle tue domande imperiose. Bada, — soggiunse
il buon dottore, vedendo la cera contraffatta
di Raimondo, — io ti parlo così, contro l'uso mio, perchè
siamo lontani da questi pericoli, e vogliamo e dobbiam
prendere in tempo le nostre precauzioni. *Principiis
obsta*.... E questo lo intendi benissimo.

— So anche il resto: *sero medicina paratur*; — disse
Raimondo. — Ma i rimedii?

— In farmacia non ne mancano; — rispose il dottore; — ma
sono pei casi urgenti e in fondo in fondo son
palliativi e non altro; calmanti, tonici, narcotici, ipnotici,
non valgono certamente la cura diretta dello spirito,
sussidiata dalla dietetica e dalla climatica. Distrarre
[pg!125]
la mente, nutrire e corroborare l'organismo, ecco il punto.
Lo stomaco si adatta mal volentieri ad una nutrizione
ricostituente, lo so; ma appunto per questo il cambiamento
d'aria è raccomandato. Potrai tu lasciare per un
po' di tempo i tuoi affari?

— Per lei, figùrati, farò questo ed altro.

— Alla buon'ora. Stazioni climatiche invernali non
mancano; in Liguria, per esempio, da Nervi a San Remo,
e più in là, se ti piace. Si fa doppia cura, dello spirito
e del corpo; ed anche è doppia quella dello spirito,
perchè alle distrazioni moderate e sempre piacevoli della
vita nuova, si aggiunge il benefizio dello avere abbandonata
la vecchia, con tutti i suoi turbamenti.

— Qui, per altro, — osservò Raimondo, — la mia Livia
fa una vita abbastanza quieta.

— Sì, va bene; ma le visite, i teatri, i balli, le conversazioni;
son tutte cagioni di esaurimento nervoso,
per una costituzione così delicata.

— Come si fa, buon Dio? — esclamò Raimondo. — Come
si fa a romperla con tutte le consuetudini sociali?

— Eh, lo so bene; restando, non si può; ma andando?...
Del resto, hai tempo a pensarci, poichè i disturbi della
tua signora sono nello stadio iniziale. Forma leggera di
una malattia molto seccante, si possono, si devono domare
in tempo, per non aver noie più tardi. —

Fatto questo po' di chiacchiere, coll'amico Zuliani, il
dottor Teodoro Dal Vago lasciò il palazzo Orseolo, e
fuori di là il dialogo si restrinse in monologo. Sempre
così, il buon dottore; un discorso al malato, un altro
alla gente di casa, e il terzo a sè.

[pg!126]
— “Donne, donne! eterni Dei!„ — incominciò, canticchiando
tra i denti, sull'aria conosciuta del *Barbiere*. — Eccone
una che non me la dice giusta, colla impressione
del freddo all'aperto, dopo essere stata in un salotto
troppo riscaldato. Dio sa che altro sarà stato, per
metterle i nervi in combustione. Ed è più malata che
non sembri. Quella tosse spasmodica! quella respirazione
accelerata! Già incominciamo dal dire che questa storia
è vecchia; e di forma ereditaria, ci scommetterei la testa.
La madre, a quel modo nevrotica, come è finita! Quanto
a lei, è stravagante, a dirne poco. Capricciosa è sempre
stata, dacchè la conosco, ed è ancora una bambina, a
trent'anni, se non li ha passati d'un bel poco. Età climaterica,
direbbero gli astrologi. Basta, se l'amico Zuliani
si decide a tirarla via da Venezia, e lei si lascia
condurre, che mi pare il più difficile, possiamo rimediarla
ancora. Ma occhio alla penna! —

Così conchiuso il suo ragionamento, se ne andò il buon
dottore Dal Vago a visitare altri ammalati, a fare altri
dialoghi, per finire con altri monologhi. I medici l'hanno
ancora, la consolazione di questi piccoli sfoghi, dopo essere
stati costretti a dir le cose per metà, ed anche a
non dirle affatto.

Raimondo Zuliani aveva bene inteso che tutta la serie
dei mali minacciati alla sua Livia risguardava il futuro,
e un futuro abbastanza remoto da lasciar tempo a provvedere
e fondata speranza di scongiurarli. Perciò era
presto uscito d'apprensione, non restandogli altra cura
nell'animo se non quella di obbedire ai consigli del medico.
Una cosa era ben risoluta, che sul finir di gennaio,
[pg!127]
o sui primi di febbraio, alla più lunga, avrebbe condotta
la moglie in un clima più confacente alla sua salute.
La gita in Liguria gli sorrideva: quanto agli affari del
banco poteva fidarsi del signor Brizzi, uomo pratico, accorto,
ed onesto a tutta prova. Del resto, pei casi ordinarii
avrebbe provveduto il carteggio, e per gli straordinarii
il telegrafo. In questi pensieri, aveva finito di
calmarsi. Ed anche si calmava la signora, che la mattina
seguente non aveva più nulla, nè dolori vaganti,
nè tosse, nè agitazioni, nè ardori alla pelle. Certo, per
quella volta, i fenomeni isterici non c'entravano affatto;
il guaio era tutto venuto dal gran caldo nel salotto delle
signore Cantelli. Anche i medici, poveracci, qualche volta
la sbagliano.

Oh, a proposito, una visitina alle signore Cantelli non
era mica da tralasciare. Gli premeva la felicità dell'amico,
e prima di muoversi da Venezia voleva anche per
quel rispetto aver messe le cose a buon termine. Per
intanto occorreva sapere se la signora Eleonora avesse
ricevuto lettere dal marito, e notizia del giorno ch'egli
sarebbe capitato a Venezia, come prometteva di fare.

Andò dunque al Danieli, e di mattina, per esser sicuro
di ritrovare le signore in casa; se no, ad aspettare
dopo colazione, c'era rischio che col “felice mortale„
fossero andate a fare qualche artistica passeggiata. Salito
all'appartamento delle signore Cantelli, trovò in salotto
la signora Eleonora sola, accigliata e più taciturna
del solito.

— E la nostra bella Margherita? — chiese egli, guardando
attorno, dopo aver fatto i suoi convenevoli.

[pg!128]
La signora Eleonora scosse la testa, e battè un pochettino
le labbra.

— Incomodata; — rispose poi asciuttamente.

— Oh, senti! E da quando? —

— Da ieri.

— Strano! E mia moglie, che è stata qui, non me
ne ha detto nulla!

— Era appunto da noi, — replicò la signora Eleonora, — quando
la mia figliuola si sentì venir male.

— E la cagione? — domandò Raimondo. — Forse il
troppo calore dei camini....

— Diciamo il troppo calore; — mormorò la signora
Eleonora, assentendo a mezza bocca.

— Dico questo, — riprese Raimondo, un po' sconcertato, — perchè
mia moglie, appena ritornata a casa, si è messa
a letto con dolori per tutta la persona, accennando al
freddo della strada dopo il gran caldo che aveva sentito
qui. Ma il riposo assoluto e i pronti rimedii del medico
le hanno fatto bene, tanto che ora ha potuto alzarsi un
pochino.

— Non così la mia Margherita; — disse la signora
Eleonora, sospirando. — È ancora molto debole.

— Che pena! — esclamò Raimondo. — Ella non può
immaginare come io ne soffra. —

Voleva chiedere se avessero chiamato un medico, e
che cosa avesse egli trovato, che cosa ordinato. Ma vedeva
la signora Eleonora così seria, così poco disposta
ad accogliere le sue effusioni di cuore, che non ardì aggiunger
altro su quel tema, e stimò opportuno di cangiar
discorso.

[pg!129]
— Dal signor Anselmo ha lettere? — domandò egli,
dopo un istante di pausa. — Le scrive che verrà presto? —

La signora stette alquanto sopra di sè, battendo ancora
le labbra; poi di schianto, non potendo più contenersi,
proruppe in queste parole:

— Senta, son quasi tentata di scrivere a lui che non
venga affatto. —

A quell'uscita inattesa Raimondo aveva dato un balzo
sulla scranna.

— E perchè? — domandò con voce trepidante, mezzo
soffocata dallo stupore.

— Perchè.... perchè.... — balbettò la signora Eleonora,
pentita di essere andata troppo oltre, senza aver meditato
le conseguenze dell'impegno in cui si metteva. — Ella
ha ragione a volerlo sapere, il perchè. Ed è giusto
che io glielo dica. Perchè il suo conte Aldini non è
l'uomo per mia figlia.

— Signora!... — riprese Raimondo, più stupito che
mai. — Non intendo la cagione di questo suo mutamento
improvviso; ed anche, mi consenta di dirglielo, irragionevole.
Della parola, forse troppo vivace, Le chiederò
scusa poi, quando avrò giustificato il concetto. Per sua
norma, e sul mio onore, Le attesto che il conte Filippo
Aldini è il fiore dei gentiluomini, e dei galantuomini,
degno in tutto e per tutto di quell'angelo della sua cara
figliuola. Lo innalzo troppo, mettendolo al paragone con
la signorina Margherita? E sia; ma se nessuno può starle
alla pari, nessuno potrà avvicinarsi tanto a quell'altezza,
quanto Filippo Aldini; e questo glielo dico in coscienza
dell'anima mia.

[pg!130]
— Non è l'opinione di tutti, — notò la signora Eleonora.

— Ed io, — ribattè Raimondo, — non so di tutti, nè
di pochi; so questo soltanto, che nessuno, intenda bene,
nessuno al mondo, può pensare di Filippo Aldini diversamente
da me. Chi ha potuto calunniarlo presso di lei,
mentendo e sapendo di mentire?

— Si calmi, signor Zuliani, la prego. Abbiamo bisogno
davvero di tutta la calma possibile, — disse la
signora Eleonora. — In ogni altra circostanza, mi creda
pure, tacerei, non amando io un certo genere di ciarle,
che possono degenerare in pettegolate di donnicciuole.
Ma si tratta di mia figlia, ed ho l'obbligo di parlare ad
ogni costo. Ella mi ragiona dell'amico suo con tanto ardore
di convinzione, che debbo credere alla sua sincerità;
ma posso anche credere che ella viva in un inganno
continuo. L'amicizia, si sa, porta una benda sugli occhi
come l'amore. Altri, a cui non fa velo l'amicizia, può
aver veduto più chiaro di lei.

— Voglio sapere.... la prego, la supplico di dirmi chi le
ha parlato male di lui.

— Male.... intendiamoci. È male per me, che son madre,
e su certi argomenti delicati debbo essere scrupolosa; ma
può non essere male egualmente per gli altri. Infine, e
pregandolo ancora di esser calmo, faccia delle mie parole un
uso discreto, da buon cavaliere e da onest'uomo. La sua signora,
ieri, seduta lì, dov'è Lei in questo momento, mi ha
fatto una pittura del conte Aldini, del suo passato e del
suo presente, che senza esser troppo nera, badi, senza esser
troppo nera agli occhi del mondo, sarebbe sempre nerissima
_`agli` occhi di una madre. Insisto su questo nome, — soggiunse
[pg!131]
nobilmente la signora Eleonora, — perchè in
esso è la mia forza, e la giustificazione del mio operare. —

Raimondo era rimasto attonito, come stordito da una
percossa sul capo; e stette lì per alcuni istanti, senza
proferir parola, guardando la signora Eleonora.

— Mia moglie! — diss'egli finalmente. — Ma che cosa
ha potuto raccontarle mia moglie, contro la verità sacrosanta? —

Qui la signora Cantelli, che oramai non poteva più
dissimulare nè attenuare, riferì tutto intiero il suo colloquio
del giorno innanzi colla signora Zuliani, tra gli
atti di stupore e i dinieghi di Raimondo, che non sapeva
stare alle mosse. E narrò ancora dello svenimento
di Margherita, che dalla camera attigua aveva potuto
udire ogni cosa, o tanto che bastasse a farla cadere, povera
innocente, dall'alto delle sue illusioni verginali.

— Fu un grande errore, il mio; — conchiudeva la
buona signora; — grande errore di non avere aspettato
suo padre, lasciandoci intanto venir troppo attorno il
conte Aldini. Ma che vuole? Conoscendo il modo di pensare
del mio Anselmo, sapendo che in questi casi si è
sempre rimesso al parere di sua figlia, non potendo infine
dubitare di Lei, che mi stava garante del carattere
di quell'uomo....

— E ne sto garante ancora; — interruppe Raimondo.

La signora Eleonora fece un gesto che voleva dire:
ne so abbastanza, della sua garanzia; poi continuò ad
alta voce:

— Ora il male è fatto, e bisognerà rimediare. Io sono
grata alla signora Zuliani della sua sincerità, se anche
[pg!132]
questa sincerità è stata cagione involontaria dello svenimento
di Margherita. Le ragazze, finalmente, debbono
avvezzarsi a questi malanni; la vita ne è così piena!
Mia figlia non è più una bambina, del resto; sentirà
l'obbligo della sua dignità personale, e si riavrà di questo
colpo. Quanto a me, se sono andata un po' a precipizio
nel fare, posso consolarmi pensando di essere ancora
in tempo a disfare.

— A disfare! a disfare! — gridò Raimondo. — Spero
bene che ciò non sarà. Del mio buon disegno avevo scritto
a suo marito, ed egli lo ha in massima approvato; nè
certo poteva fare altrimenti, conoscendo la mia serietà,
come la mia amicizia per lui. Ne va il mio onore, se
Filippo Aldini non è pienamente giustificato. Ma si
figuri! ciance di donne sciocche, o di giovinotti invidiosi,
accolte alla cieca da una graziosa isterica! Eh sì,
l'ho detto, e non mi disdico. Il medico me ne parlava
ancora iersera. Amo mia moglie quanto ad un uomo è
dato di amare una donna; ma la virtù non può andarne
di mezzo, nè la giustizia; e la donna che amo non deve
guastare i disegni che ho formati in mente, per la felicità
di due nobili cuori. Per sua norma, signora mia,
l'Aldini è l'onore personificato. Ella vuole concedere qualche
cosa a sua scusa, dicendo: leggerezze agli occhi del
mondo. Ebbene! non ci sono state neppur quelle. Ma
non sa Lei che da quattro anni lo conosco, e da tre,
poi, non passa giorno che non ci vediamo, ricambiandoci
i nostri pensieri più intimi? La pratica di cui hanno
riempite le orecchie a mia moglie, non c'è, creda pure,
non c'è; ne saprei qualche cosa io, se ci fosse, perchè
[pg!133]
Filippo non ha mai avuto segreti con me. Pensieroso,
malinconico, sì, un poco, e diciamo pure più del bisogno;
ma è il suo naturale, e non occorre cercarne altre cagioni
men belle; è pensieroso e malinconico, se mai, come
tutti coloro che pensano e sentono, come, tutti coloro che
aspettano qualche cosa, che so io? il loro astro sull'orizzonte.

— Vogliamo dire che ne avesse il presentimento? — chiese
la signora Eleonora, con accento sarcastico.

— E lo dica pure; sarà nel vero. Non mi ha egli sempre
detto di no, quante volte io gli ho fatto proposte,
e vantaggiose in sommo grado per lui? Il cuore non c'era,
il cuore non aveva parlato. Ha questa volta, no: il cuore
è stato preso in un súbito. E badi, non voleva, e non
vorrebbe neppur oggi farsi avanti, aspirare alla mano
dell'angelica creatura. Egli sa che è ricca, troppo più
ricca di lui, che possiede a mala pena un trecentomila
lire di patrimonio.

— Noi non badavamo a queste cose; — notò la signora.

— Ma doveva badarci lui, delicato com'è. Vuole di
più? Mi stia a sentire. Avendogli io detto che mettevo
a sua disposizione cento o duecentomila lire, se occorrevano,
per pareggiare le partite, non ne volle a nessun
patto sapere. Gli pareva una bugia. Ma che bugia! Se
a me piaceva di mettere quella somma a sua disposizione,
quella somma era sua, magari per sempre. No, no, mi
rispose, non parliamo di ciò; le ragioni d'interesse non
vengano ad offuscare quelle dell'amicizia. Ho dovuto cedere
io, rimangiarmi l'offerta. Un'anima rara, signora mia;
anime tali non ce ne sono molte nel mondo.

[pg!134]
— Con che ardore ne parla! — esclamò la signora
Eleonora, che si sentiva scossa a suo malgrado da quella
foga eloquente.

— È l'ardore con cui va difesa e sostenuta la causa
della verità. Ne intenda l'accento, mia buona signora.
Ella ha senno e prudenza; non creda niente. Mia moglie
ha raccattato ciarle d'invidiosi, e, senza pensarci più che
tanto, le ha riferite. Che follia! l'Aldini indegno!... Non
creda niente, e dica alla cara Margherita di non creder
niente neppur lei. Del carattere di Filippo Aldini, del
suo modo di vivere, della sua fortuna, non grande, ma
neppur disprezzabile, possono prendere informazioni da
altri, se la mia testimonianza non basta. No? l'accolga
adunque piena ed intiera; è quella di un uomo d'onore.
Che interesse avrei io a mentire? L'Aldini non mi può
certo far ricco. Ciò che io valgo in piazza lo sa benissimo
il signor Anselmo, con cui ho relazioni d'affari da dieci
e più anni, con cui ho tante operazioni in corso, ad utile
suo non meno che mio! —

La signora Eleonora fu sollecita a chetarlo e colla
voce e col gesto.

— Ma non si riscaldi per questo, signor Zuliani. Ella
ora mi fa pena, lasciandomi credere che le mie parole
contenessero qualche allusione amara per Lei. Non ho
messa in dubbio la sua probità, la nobiltà del suo carattere.
Son madre, ecco tutto; e forse ho dato corpo alle
ombre. Ella mi giura che il conte Aldini è degno di
Margherita; si figuri come son lieta di crederlo! E se
sarà destinato in cielo, se Anselmo vorrà, non sarò io
quella che farò il menomo ostacolo. Sappia bene, signor
[pg!135]
Raimondo, che il conte Aldini, a Lei tanto caro, io l'ho
per così e per così. —

E tutta commossa, parlando, la buona signora faceva
colla mano distesa una gran croce di Sant'Andrea sovra
il petto. Raimondo afferrò quella mano e la baciò con
devozione d'animo grato.

— Dunque, — ripigliò ella, conchiudendo, — crederò
a Lei. E dirò a Margherita di credere con me. Oramai
non si può, non si deve tacerle più nulla. —

Raimondo se ne partì consolato, e la signora Eleonora
si mosse per recarsi nella camera di sua figlia. Ma non
andò oltre la camera attigua al salotto, che era la sua.
Margherita era là, dietro l'uscio, inviluppata nel suo
accappatoio, ancora un po' tremante per un resto di febbre,
ma cogli occhi scintillanti di gioia.

— Ah, che follìa! — disse la signora Eleonora, stringendosela
al cuore, e cercando di ricondurla presto al
suo letto.

— Mamma, perdonami! Ieri ho dovuto sentire per
forza; parlava tanto alto, quella signora! Oggi, ho voluto;
non potevo resistere: avrei avuto più febbre, a
restare laggiù nel mio letto. Ma sono forte, sai; non mi
sento più nulla.

— Più nulla! più nulla! e ti brucia ancora la pelle; — replicò
la mamma, traendola via. — Presto a letto,
e discorreremo. Hai sentito, del resto; il signor Zuliani
parla con molta sincerità; è un uomo d'onore, e gli
credo.

— Ah, vedi? Eran tutte bugie.

— Sì, cara; ma c'è qualche cosa sotto, che non riesco
[pg!136]
a capire. Per fortuna hai bisogno di riposo, e mi stai
riguardata qualche giorno ancora nella tua camera.

— Oh, mamma! e quando quel povero Filippo verrà...

— Quando verrà quel povero Filippo, lo riceverò io.
Lo riceverò bene, non dubitare. Egli non merita di essere
sospettato. Sta dunque tranquilla; non sarà come
se ci fossi tu, a riceverlo; ma egli vorrà contentarsi. È
necessario. Tua madre non è un'aquila, — soggiunse
sorridendo la buona signora; — ma a certe cose ci arriva
ancora. Bisogna aspettare il babbo, e col babbo la
volontà del Signore.

— Aspetterò.... e pregherò; — disse Margherita, umiliata.

Ma era anche rassegnata, intendendo benissimo che
aveva ragione sua madre. Al punto in cui erano le cose,
bisognava andare più lenti, ed anche fermarsi un pochino;
troppo si era corso fin allora, prima che il babbo
avesse dato il responso. Ma col babbo si sarebbe rifatta
e come! Col babbo non aveva sempre ragione lei?

[pg!137]


.. toc-entry:: IX. “All's well that ends well.„

IX.
===

“All's well that ends well.„
----------------------------


Raimondo Zuliani arrivò quella mattina a casa, per la
colazione, con una mezz'ora di ritardo; cosa che agli uomini
d'affari accade sovente, ed anche a coloro che non
hanno affari. Ma egli, quella mattina, non aveva perduto il
suo tempo, e da quel lato poteva stimarsi felice. In fondo
all'anima, piuttosto era stizzito parecchio per l'alzata
d'ingegno di sua moglie. Ma perchè quel discorso matto
di Livia alla vecchia Cantelli? Sua moglie non poteva
soffrire la signora Eleonora; ed ecco, senza che ce ne
fosse l'urgente bisogno, era andata a farle una visita.
Capricci! Quella cara donnina aveva i capricci inesplicabili,
come aveva le antipatie irragionevoli.

Di queste, poi, ne aveva egli avuto le prove in molte
altre occasioni; a proposito di Filippo Aldini, per esempio,
che nei primi tempi ella vedeva volentieri come il
fumo negli occhi.

— Questi farfalloni! — diceva lei. — Come mi seccano!

— Ma no, cara, no; — rispondeva egli. — Io lo conosco
bene, ed è tutt'altro da quello che tu t'imagini.

[pg!138]
— Sì, bravo! come se non si sapessero tutte le sue
scorribande! come se non si conoscessero tutte le belle
che ha compromesse! —

Ma qui Raimondo Zuliani aveva una sua teorica bella
e fatta, che gli pareva inespugnabile.

— Ordinariamente, mia cara, un farfallone non compromette
se non le farfalline che si vogliono lasciar compromettere.
Le Galier, verbigrazia. Eh, non andare in
collera! Parlo della Galier, come parlerei delle.... aiutami
a dire. E ancora, intendo parlare delle Galier che non
abbiano raggiunta l'età del giudizio: perchè infine l'età
del giudizio viene per tutte, e tanto peggio per quelle
tra loro che non ne sanno approfittare. Del resto, niente
di male; — concedeva bonariamente Raimondo; — sono
gran signore, e non si mettono al bando per così poco;
diventando più serie, riguadagnano in gravità ciò che
hanno perduto in leggerezze, tanto che un bel giorno te
le fanno perfino venerabili; un passo ancora, e sono canonizzate
sante. Ma ritornando al mio amico Aldini, egli
non ha mai ammesso nessuna delle imprese che tu gli
regali. Visite, galanterie, perditempi, non nego; perditempi
soprattutto, dei quali si è pentito amaramente,
dopo essersi molto seccato. Del resto, vedi, io gli porto
fortuna, tirandolo sempre più alla fede. E come no? Egli
assiste in casa nostra ad un sano spettacolo, contemplando
una coppia di sposi che si amano oggi come il primo
giorno della loro unione. Qualche volta a vederlo lì, con
la sua cera malinconica, si direbbe perfino geloso della
nostra felicità.

— Che idee!

[pg!139]
— Ma sì; e pare in quei momenti che lo assalga un
vivo desiderio d'imitarmi. Son cose che si capiscono, che
si afferrano a volo. Ed io, tant'è, voglio andare incontro
al suo desiderio.

— In che modo?

— Cercandogli moglie, perbacco. —

Si rideva, allora; e tanto più rideva la signora Livia,
poichè non credeva che suo marito fosse l'uomo più adatto
a simili uffici. Ma egli si era ostinato in quall'idea; la
grande amicizia che lo legava a Filippo Aldini aiutava
a fortificarlo nell'onesto proposito di trovargli moglie.
Ed una volta era stato lì lì per azzeccarla; ma che è,
che non è, proprio da Filippo Aldini gli venivano le
difficoltà; quel caro sragionatore non aveva voluto a nessun
patto saperne. Sragionatore, sicuramente; erano forse
ragioni, quelle che opponeva all'amico?

— Non sono ricco abbastanza per prender moglie; — diceva
Filippo Aldini. — Povera, non posso; ricca, non
voglio. Non me ne parlare, se mi vuoi bene. Il blasone
degli Aldini, che tu metti avanti come un gran titolo,
è veramente un po' danneggiato; ma non vuol dorature.
Il nome della mia casa finirà con me; non è forse meglio?

— Una casa storica! — aveva ribattuto Raimondo. — Perchè
lasciarla perire?

— Appunto per ciò, perisca pure. Ho sempre pensato,
sfogliando i grossi volumi del Litta, che le famiglie storiche
guadagnino un tanto a rimaner sepolte nella storia,
fasciate nelle loro bende imbevute di aromi. Già, i
nomi che si perpetuano, corrono il rischio di seccare i
posteri. E i posteri, caro mio, non hanno poi tutti i torti.
[pg!140]
Che cosa c'è più da fare, ai tempi nostri, se non piccole
cose? Bisogna farsi piccini come esse, adattandosi a tutte
le piccole leggi, a tutte le piccole consuetudini, che d'ogni
parte stringono la nostra volontà, come i fili di seta
degli abitanti di Lilliput stringevano il povero Gulliver
sulla spiaggia dov'era naufragato. E non c'è pericolo
che diventando piccoli uomini, i tardi rampolli delle
grandi famiglie levino un po' di credito ai famosi antenati?

— Dio, quanti pericoli! — aveva esclamato Raimondo. — E
quanti guai vedi tu in una proposta di matrimonio!
Basta, lasciamola lì. Ci penserai meglio, e ci sarà da discorrerne
ancora.

Ma intanto non aveva creduto opportuno d'insistere,
e per un pezzo doveva essergli passata la voglia di ritoccare
quel tasto. La signora Livia, dal canto suo, aveva
riso di gusto; e dal canto suo si era man mano adattata
all'amico di Raimondo. Almeno, pareva che fosse così,
perchè non le era più accaduto di dirne male, o di trattarlo
con troppa freddezza, nelle rare visite ch'egli faceva
in casa Zuliani. Bisognava proprio che le antipatie
ripigliassero allora, mentre Raimondo era sul punto di
vincere le ripugnanze matrimoniali dell'amico! E quell'altra
antipatia per le Cantelli! Quella, poi, era la più
irragionevole di tutte. Dall'appoggio del banco Cantelli
non ripeteva le sue fortune il banco Zuliani?

Giunto a casa, Raimondo trovò la sua signora, non
pure alzata, ma risanata del tutto, come ella diceva, e
di buonissimo umore. Per contro, era imbronciato Raimondo,
avendo in corpo quel po' di stizza che sappiamo.
[pg!141]
Certo, l'avrebbe smaltita, se Livia fossa stata ancora ammalata.
Ma era sana, ilare nell'aspetto; ed egli, non potendo
più digerirsi il suo malumore, non sapeva neanche
dissimularlo.

— Che cos'hai? — gli disse ella ad un certo punto,
vedendolo mandar giù bocconi su bocconi, senza mai proferire
una parola. — È calata la rendita?

— No, anzi c'è un mezzo punto di rialzo.

— O allora?

— Allora, che?

— Tu hai qualche cosa; ti si legge negli occhi.

— Ebbene, sì; — rispose Raimondo; — sono in pensiero
per quella povera fanciulla.

— Povera fanciulla! — ripetè la signora. — Quale?

— La signorina Margherita. È indisposta; e non dev'essere
una cosa tanto leggera, perchè sua madre non
me l'ha lasciata neanche vedere.

— Ahi sei stato al Danieli.

— Sì. —

Qui, al monosillabo asciutto successe un breve silenzio.

La signora Livia esplorava il volto di suo marito. Ma
poco poteva vederne, perchè egli teneva il mento abbassato
sul piatto.

— E lo hai sentito, — riprese ella, — il gran caldo
di quelle stufe?

— L'ho sentito, e mi è parso tollerabile; — rispose
Raimondo. — Del resto, facciamo a parlarci chiaro, bella
mia; non è stato il gran caldo, quello che ha colpito la
signorina Margherita, ma piuttosto certi discorsi fatti a
sua madre, e che sua madre avrà dovuto riferirle.

[pg!142]
— Discorsi! di chi?

— Tuoi, cara, a proposito del conte Aldini. —

La signora Livia levò gli occhi al soffitto, come se volesse
invocare quel di lassù a testimonio della sua innocenza.

— Ma non può essere; — esclamò; — non può essere.
Sua madre non può averle riferito nulla da alterarla,
se Margherita si sentì male nella camera attigua,
mentre io stavo ancora in salotto a discorrere colla signora
Eleonora.

— Allora diciamo che ti abbia sentita, ascoltando dietro
l'uscio. E il tuo discorso era tale, certamente, da
farle un senso spiacevole. Ne convieni? — disse Raimondo,
studiandosi di dare alle sue parole la intonazione
più delicata.

La signora Livia ebbe l'aria di cascar dalle nuvole.

— No, meno che mai; — rispose. — In che cosa, di
grazia, qualche mia parola a proposito del tuo amico,
sua conoscenza casuale, e neanche di antica data, poteva
dispiacere tanto alla signorina Cantelli?

— Ma tu non sai.... Tu non hai dunque capito, mia
cara, che c'era di mezzo un disegno.... un disegno mio,
di nozze fra lei e Filippo Aldini?

— Ah, sì? questo? — esclamò la signora, con accento
di gran meraviglia. — E perchè non dirmelo prima?
Avrei saputo come governarmi. Tu non hai dunque confidenza
in me? Sei brutto, molto brutto. —

A quelle moinerie non resisteva Raimondo; non aveva
mai resistito.

— Ma che! — diss'egli, confuso. — Ti avrei avvisata
[pg!143]
di questi giorni appunto. Era un negozio appena appena
incominciato, e poteva risolversi in nulla. Volevo esser
sicuro di non fare strada falsa; volevo sentir l'opinione del
signor Anselmo. Capirai, sono lavori fini, che vanno maneggiati
coi guanti, come gli affari di banco. Ti parlo
io degli affari che faccio, quando sono appena imbastiti?
Li sai, quando sono cuciti di sodo; e ne hai la tua parte,
bella mia. Non ti dico questo per farmene un merito, ma
solamente per ricordarti che io ti associo nel mio pensiero
a tutto quello che faccio, essendo sicuro che tu mi
porti fortuna. Ma tu, piuttosto, perchè fare quel discorso
alla signora Eleonora?

— Discorso! — rispose Livia. — Bisognerebbe sapere
in che termini ti è stato riferito, poichè ella ha stimato
di farne un gran caso. Del resto, ecco qua, se lo ricordo
bene; si parlava di tante cose, e di tante persone, come
è l'uso, senza dare importanza a nulla. È venuto in
ballo il signor Aldini, e la signora Cantelli mi ha chiesto
che uomo era. Le ho detto quello che ne sapevo io,
quello che ne avevo sentito dire, quello che se ne è sempre
raccontato nei salotti di Venezia, e meno, s'intende,
assai meno di quello che avrei potuto.

— Ma la signora Cantelli se ne è conturbata; — osservò
Raimondo.

— Si conturba di poco; — rispose Livia, alzando le
spalle. — Ma già, dovevo ricordarmelo, che è un'oca. Sì,
le ho detto che è un giovine alla moda; che ha fatto
molto parlare di sè, pei suoi trionfi in società; che ora
si è dato al tenebroso, al misterioso, come un eroe da
romanzo, e che ci doveva esser sotto una grossa passione;
[pg!144]
quello che infine si dice da tutti. Ho aggiunto che
tu lo ami molto, lo proteggi, lo difendi a spada tratta.
E avrò anche detto, in risposta ad una domanda dell'oca,
che non è ricco, vivendo egli d'una piccola rendita.

— Male! — esclamò Raimondo.

— Perchè, male, se è il vero? Dovevo io farlo passare
per un milionario travestito? Che cosa voleva lei che
gliene dicessi io? che glielo gabellassi per il più ricco,
il più santo, il più meraviglioso degli uomini?

— Ma tu sei crudele con quel poveretto! — notò malinconicamente
Raimondo. — Speravo che conoscendolo
meglio tu ti fossi oramai riavuta di certa antipatia primitiva,
e lo vedessi un po' più di buon occhio.

— Non l'ho da vedere nè di buono nè di cattivo; — replicò
la signora. — Mi annoia sempre un pochino che
tu t'innamori tanto d'altre persone.

— Bambina! Ma non si tratta già di una bella signora!

— Eh, non ci mancherebbe più altro! — conchiuse
Livia, con accento di comico dispetto, che piacque maledettamente
a Raimondo.

— Basta, — diss'egli rimettendosi al grave, — ho aggiustato
io ogni cosa.

— Ah! e come?

— Dicendo alla signora Eleonora che son tutte ciarle
di scioperati. L'Aldini è un gentiluomo serio, che frequenta
poco il bel mondo, e perciò gli hanno fatta riputazione
di uomo misterioso, come, quando lo frequentava,
gli avevano fatta quella di uomo leggero.

— Scaricando lui, naturalmente, avrai caricata un
[pg!145]
tantino tua moglie; — notò la signora, con accento di
sottile ironia.

— No, me ne guardi il cielo; ho detto che potevi essere
indotta in errore da ciarle di scioperati ed invidiosi,
che nei salotti disgraziatamente son troppi, e confondono
gli spiriti più elevati, come i cuori più nobili.
Voi, donne care, non ci badate, a certe malignità, che
possono anche parervi innocenti burlette, e perfino verità
sacrosante. Quando una cosa vi preme poco, ascoltate,
non andando a vedere il fondo, e bevete grosso, come le
spugne. L'Aldini, io ho dovuto studiarlo a lungo, direi
quasi sminuzzarlo. Come gentiluomo, non c'è nulla da
dire; come amico, è leale, sincero, senza segreti per me,
ed io ho potuto in coscienza farmi garante per lui; come
proprietario, non è ricco, ma neanche può dirsi povero.
È questione d'intendersi sul valore del vocabolo; ad ogni
modo, trecentomila lire di terre al sole, non sono miserie
da povera gente.

— Ma non saranno neanche grandezze, da poter aspirare
alla mano di una Cantelli.

— Perchè? So, a buon conto, che Anselmo non fa questione
di denaro. È tanto ricco lui! Ha sette milioni di
sostanza, già consolidata, come si dice, in beni stabili,
rendita nominativa, buoni del tesoro, azioni di ferrovie,
di banche, e va dicendo. Conosco il suo asse, come egli
conosce il mio, tanto più modesto del suo.

— Fortunato, l'Aldini! — esclamò la signora Livia. — Ma
quanto ne toccherà a lui, di quei sette milioni?

— Il conto è presto fatto; — rispose Raimondo, che si
sentiva invitato al suo gioco; — basta attenersi alla
[pg!146]
legge. Non è infatti da credere che nel suo testamento
il signor Anselmo voglia trattare con diversa misura i
suoi figli, e la femmina men bene del maschio. Quanto
assegnerà egli in dote a Margherita? Tre, quattro, cinquecento
mila lire? Lo saprò, quando avremo discorso a
quattr'occhi; ma la batte sicuramente tra questi numeri.
Siano anche cinquecentomila, come propendo a credere;
non intaccheranno i sette milioni, che da qui al giorno
fatale “della partenza che non ha ritorno„ vorranno
esser cresciuti d'un bel poco. Ragioniamo dunque sui
sette: della metà, cioè dei tre milioni e mezzo, il testatore
può disporre come crede, per beneficenze, o per impegni
diversi che possa avere, o per favorire la sua vedova
a cui per legge un po' cruda spetterebbe soltanto
l'usufrutto d'un quarto sull'altra metà dell'asse, divisibile
in eque parti tra i figli. Io penso che Anselmo vorrà
lasciare la signora Eleonora assai ben provveduta; e
penso ancora che della quota a lei assegnata, la brava
signora vorrà poi disporre in parti eguali tra i figli.
Quanto ai tre milioni e mezzo, divisibili tosto tra i figli,
Margherita ne avrà la metà, compresa la dote già ricevuta;
dunque un milione e settecentocinquanta mila lire.
E questo è il sicuro; resta sempre l'incerto, ma probabile,
come avrai già capito.

— Si adatterà, il tuo amico? Sai bene quello che pensa,
in materia di denaro.

— Sì, so bene quello che ne pensava un giorno; — rispose
Raimondo, sorridendo.

— Ha dunque cangiato opinione?

— No, ma vedi, mia cara; in tutti i ragionamenti
[pg!147]
umani c'è sempre un piccolo elemento perturbatore, che
te li cambia lì per lì nel cervello, quando meno ci pensi.
Qui non si tratta più, come un giorno, di accettare o no
una proposta di alleanza con una persona sconosciuta, o
indifferente; qui s'è intromesso l'elemento perturbatore,
quell'elemento che i poeti chiamavano una volta “il bendato
arciero„.

— Ma non vorrà essere ugualmente bendato il banchiere; — osservò
con molto giudizio la signora Livia. — I
banchieri hanno l'uso di tener gli occhi bene aperti;
e non ci vogliono bende, se mai, preferendo un buon
paio di occhiali. Vorrà almeno che ci sia tanto da garantirgli
la dote. Ora tu propendi a credere che la dote
sia di cinquecentomila lire....

— C'è rimedio anche a questo; — rispose Raimondo,
con aria di trionfo. — E le dugentomila che soverchiassero
il patrimonio di Filippo, s'investirebbero con tutto
il resto della dote in altrettanta terra, magari accanto
a quella che già possiede Filippo, arrotondando così la
tenuta, e facendone un vero latifondo. Ti capacita?
Quanto alla parte dell'eredità paterna, è cosa di là da
venire, e Margherita potrà costituirsela in sopraddote.
Il signor Anselmo, del resto, come ti ho detto, non cerca
ricchezze, ma la felicità di sua figlia. Che vuoi tu che
si faccia dei denari di un genero? Ce ne siano per la
decenza, e basteranno. L'essenziale è che ci sia serietà
nel giovane, e che il giovane piaccia a Margherita. Ora
il giovane è serio, e le piace.

— Come lo sai? — domandò la signora.

— Te lo dimostra abbastanza il suo svenimento.

[pg!148]
— Ma proprio non mi vuoi credere che sia stato il
gran caldo?

— Non voglio? non posso. Metti pure che la signora
Eleonora mi abbia tutto confessato.

— Allora, non parlo più; — disse Livia, dando in
uno scoppio di risa.

E seguitava a ridere come una pazza, arrovesciando
il capo sulla spalliera della scranna, a ridere sfrenatamente,
fino a farsi venire il singhiozzo.

— Perchè ridi così? — le chiese egli finalmente.

— Rido della confessione, mio caro; — rispose la signora,
ripigliando lo sfogo della sua profonda ilarità. — Ma
che si confessano i segreti delle ragazze, agli amici
di casa? È un'oca ti dico, anzi una pàpera. E se poi,
Dio guardi, per una ragione o per l'altra, si scombinasse
il combinato, i dolci segreti della bella Margherita sarebbero
stati messi in circolazione.

— Si fermeranno a me; — disse Raimondo.

— E a me; — soggiunse Livia. — Siamo già in due a
conservarli.

— Non sei tu una parte di me stesso? e la migliore? — riprese
Raimondo.

— Sia, come vuole la galanteria del mio signore e
padrone; — conchiuse Livia amabilmente; — ma la signora
Eleonora resta sempre una gran sciocca. Il migliore
amico dell'oggi può essere domani tutt'altro. Dopo di
che, corro il rischio di diventarci oca ancor io. Che
importa a me di tutto ciò? Ognuno si contenti a suo
modo. Così, dunque, secondo te, questo matrimonio è
sicuro?

[pg!149]
— Spero bene; si potrà crederlo tale, dopo l'arrivo del
signor Anselmo.

— Che sarà stato informato di tutto, m'immagino.

— Certo, e verrà presto, appena abbia sbrigato alcuni
affari urgenti. Che te ne pare? Ho io fatte le cose per
bene?

— Ottimamente. Ma se permetti un'osservazione....

— Permettere! — esclamò Raimondo. — Ma tu sei
la mia padrona; lo sai bene, questo!

— Sì, sì, ma qualche volta.... — mormorò ella, con
quell'accento bambinesco, che le andava così bene, — Ci
sono delle osservazioni che annoiano, che potrebbero perfino
offendere un uomo.

— Ed ora, mia bella, tu mi rendi curioso, curioso come....

— Come una donna, di' pure; ti assolvo.

— Ed io te, per la tua osservazione, che aspetto.

— Eccola qua; non sei un po' sciocco, anzi molto sciocco
anche tu? —

Raimondo balenò un istante sulla vita. Sentirsi dir
sciocco non è piacevole mai ad un uomo.

— In che modo? — diss'egli turbato.

— Col tuo voler lasciare la professione di banchiere,
per cangiarti in sensale di matrimonii.

— È tutto qui? — riprese egli, riavendosi un poco.

— Tutto qui.

— Ebbene, aggiungi sensale a titolo gratuito.

— Ma è sempre ridicolo, sai. —

Raimondo era lì lì per sentirsi tale davvero. Ma si
fece forza, e cercò ragioni da nobilitare il suo atto.

— Per l'amicizia, mia cara. Che cosa non si farebbe
[pg!150]
per l'amicizia? Aggiungi il punto d'onore. Sì, certo, anche
questo è stato il movente. Quel cervello balzano di
Filippo non mi aveva battuto una volta, con le sue ragioni
che non erano ragioni? Gliel ho detto allora; ci
penserai meglio e ne riparleremo. Ho aspettato il mio
giorno e la mia ora. In cambio di proporgli un partito,
gliel ho fatto capitare davanti agli occhi, senza dargli
avviso del pericolo. N'è rimasto abbagliato; s'è innamorato
a buono, e il dardo dell'arciero bendato non gli esce
più dalla ferita. Ho vinto io, dunque; ho riconquistato
il mio onore, essendo stato più forte di lui. Che ne dici?

— Che hai molto buon cuore; — sentenziò Livia solennemente; — molto
buon cuore.

— Sei dunque contenta della mia vittoria?

— Sì, caro, contentissima; quantunque, con tutta la
tua vittoria, tu non mi abbia l'aria di muovere in cocchio
verso il Campidoglio, ma di volerti adattare piuttosto
a seguire il cocchio degli altri. Ti par bello? Hai
fatto, e finirai di fare l'intermediario tra gli amori altrui.
Mettici pure di mezzo il parroco e il sindaco; il
fatto è sempre quello. Ma il fatto non si può disfare, e
contentiamoci così. Torno a dirti che sono contentissima.
Se tu mi avessi avvertita prima, del tuo lavorìo, non
avrei certamente messo parole a guastarlo. Per fortuna,
hai potuto rimediare, e dare anche una spinta più forte
al cocchio di cui parlavamo. Così ha ragione il proverbio,
che tutto il male non vien per nuocere.

— Ma se lo dico io, che sei un angelo! — gridò Raimondo
che vedeva finire in un'aperta di cielo quella mezza
burrasca. — Hai le tue piccole antipatie, veramente.

[pg!151]
— No, caro. L'oca mi dà un po' di noia, ecco tutto. La
figlia è carina, e le rendo giustizia. Carina per ora, intendiamoci;
bisognerà vedere come metterà.

— Oh Dio, degli altri dubbi?

— Già; se diventasse un'oca come sua madre, che
brutti giorni al signor conte! —

E ripigliava a ridere, la signora Livia, a ridere più
che mai, fino alle lagrime, e facendosi ritornare il singhiozzo.

Raimondo pensò che quello fosse un ridere troppo forte
per troppo lieve cagione. Ma conosceva il carattere di
sua moglie, con quella facilità di andare agli estremi.
Ora tra un estremo e l'altro, era da preferirsi quello del
ridere. Il ridere fa buon sangue, finalmente. Ed egli poteva
consolarsi pensando al titolo di una commedia dello
Shakespeare: *All's well that ends well*; è tutto ben quel
che finisce bene. Per tali ragioni Raimondo Zuliani se ne
andò quel giorno assai felice al suo banco; felice ancora
di essersi sollevato d'un gran peso, confidando alla sua
Livia il segreto che gli doleva di aver mantenuto troppo
a lungo con lei.

Quel giorno, ancora, a pranzo, la bella signora trovò
nella sua salvietta un astuccio di velluto azzurro che
prometteva gran cose.

— Un gingillo, — disse Raimondo, con aria modesta; — ed
era un gioiello di grandissimo prezzo, una vera meraviglia,
un regalo da principe.

[pg!152]


.. toc-entry:: X. Idilio domestico.

X.
==

Idilio domestico.
-----------------


Filippo Aldini aveva lasciato passare un giorno senza
andare al Danieli. La visita inaspettata della signora
Zuliani, mettendolo presto nella necessità di congedarsi,
gli aveva impedito di chiedere alle signore Cantelli se
potesse piacer loro di fare qualche altra passeggiata artistica
la mattina seguente; perciò non aveva stimato
neanche opportuno di ripresentarsi, e senza una apparente
ragione, a ventiquattr'ore di distanza. Andò il
terzo giorno, che era un mercoledì, conciliando col suo
desiderio le convenienze sociali. Lo ricevette la signora
Eleonora, che era sola nel salotto; nè per tutto il tempo
delle solite ciarle preliminari d'ogni visita di cerimonia
Filippo Aldini vide comparir Margherita: l'uscio della
camera attigua, donde soleva presentarsi la luminosa
figura, rimaneva inesorabilmente chiuso, “d'ogni lume
muto„.

Ardì finalmente chieder di lei, parendogli che più del
parlarne fosse disdicevole alla condizione sua di visitatore
il tacerne.

[pg!153]
— È poco bene; — gli disse la signora Eleonora. — Il
medico le ha raccomandato qualche giorno di riposo.

— Speriamo sia cosa leggera; — riprese egli turbato,
invocando colla intensità dell'accento e dello sguardo
una confortante risposta.

— Sì, sì, leggera; ci ha avuto un po' di febbre; ma
anche questa è svanita. —

La signora Eleonora rispondeva impacciata, fors'anche
di mala voglia, e Filippo Aldini non osò chieder di più.
Era già per andarsene, avendone buon pretesto nel timore
di riuscire importuno; ma la signora lo trattenne,
dicendo che per allora la sua Margherita non aveva bisogno
di lei. Così seguitarono un altro poco a discorrere,
lei senza calore di frasi, egli non sapendo che dirle
di nuovo o di vario, per offrire appiglio ad una conversazione
che non fosse di parole scucite. Per fortuna giunse
Federigo, e la signora Cantelli si animò un tratto alla
presenza del figlio. Anche Filippo ebbe modo di tacere,
senza venir meno alle buone creanze, e tempo di collocare
discretamente qualche frase qua e là. Poi se ne
andò, giustamente immaginando che il suo rimanere più
a lungo avrebbe impedito a quei due di andare nella
camera di Margherita.

Quella indisposizione subitanea, e più ancora il silenzio
intorno alle cause che l'avevano prodotta, mettevano
Filippo Aldini in una grande ansietà, ch'egli tentava
invano di dominare. E Raimondo non ne sapeva niente?
Forse da lui avrebbe saputo qualche cosa. Passò dunque
a salutare Raimondo al suo banco, non facendo nulla di
strano con ciò, poichè soleva andarvi quasi ogni giorno,
[pg!154]
dalle tre alle quattro del pomeriggio. Raimondo fece festa
all'amico, secondo l'uso, e fu il primo a parlargli
delle Cantelli, chiedendogli se fosse andato a salutarle.

— Sì, sono stato; la signorina Margherita è indisposta; — rispose
Filippo. — La signora Eleonora dice che
è cosa leggera. Ma che sarà veramente?

— Non te lo ha detto?

— No, niente, ed io non ho creduto conveniente insistere
colle domande.

— Ebbene, te lo dico io; è stato un effetto del gran
calore che mandano le stufe dell'albergo. Anche mia moglie
ne ha sofferto, solo a restarci un'ora in visita: ma
per lei, fortunatamente, è bastata qualche ora di letto;
mentre la signorina Margherita, che a quella fornace si
è scaldata più lungamente, ne ha sofferto di più. Non temere,
per altro; è cosa da nulla, tanto da nulla, che ieri,
quando fui al Danieli, la signora Eleonora non aveva
neanche chiamato il medico.

— Lo ha chiamato poi; — disse Filippo; — perchè me
ne ha parlato.

— Ah sì; e il nome?

— Non lo ha detto.

— E che cosa ha ordinato?

— Qualche giorno di riposo.

— Vedi dunque? Non c'è da stare in affanno, mio felice
mortale. Ci si vede, stasera? Non si va a teatro, e
si fanno quattro ciarle, al solito dei mercoledì. Ma vieni
per tempo; se no, potrebbe darsi che uscissi, e ti vedrei
troppo tardi. —

Filippo Aldini promise. Andare per andare, meglio di
[pg!155]
prima sera, per non correre il rischio di perdere la compagnia
dell'amico.

Raimondo era di buonissimo umore: a casa fu piacevolissimo,
pensando sempre come la sua Livia avesse gradito
il suo regaluccio. Disponendosi ad accompagnare la
moglie nella sala da pranzo, le disse tra tante altre cose
più o meno importanti:

— Stasera avremo il nostro Filippo. —

La signora Livia non rispose. Ma forse non aveva
udito; poichè egli, dopo un istante, riprese:

— Se almeno capitasse sull'ora del caffè!... Egli ha
sempre detto che quello di casa Zuliani è il primo caffè
di Venezia.

— Chi? — domandò la signora.

— Filippo, Filippo Aldini. È passato da me oggi alle
quattro; e mi ha promesso di venire questa sera da noi.
Vedi come son forte in grammatica.

— Che cosa viene egli a fare? — scappò detto alla
signora. — S'è inabissato il Danieli? non dovrà egli
condurre le signore Cantelli a teatro?

— Non è questo il suo uso; — notò pacatamente Raimondo. — Poi,
come ti ho detto, la signorina Margherita
è ancora indisposta.

— Ah, non ci pensavo. E allora il signor conte si degna
di venire da noi? Staremo agli avanzi.

— Ma che idea!

— Bene, lo riceverai tu. Io mi ci seccherei; e il meglio
sarà di darmi per ammalata. Non è la moda?

— Via, fammi il piacere! — gridò Raimondo. — Che
cosa ci hai, contro quel poveretto?

[pg!156]
— Niente; che vuoi ch'io ci abbia? O piuttosto, sì,
pensandoci meglio, sento di averci qualche cosa. Prima
d'ora, lo stimavo; oggi.... mi pare un altro uomo, e un
altro carattere. Sai che son fatta così; quel che penso
debbo dirlo, o lasciarlo capire. E intanto, con tutto quello
che penso, dovrò, per far piacere a te, parlargli della
felicità che lo aspetta, e rallegrarmi con lui della gloria
di quei due milioni, o giù di lì, che la fortuna gli porta.

— È tutto qui? — disse Raimondo. — Non gliene parleremo.

— Sarebbe l'unica; — consentì la signora. — Ma tu
col tuo fare così largo, così espansivo, sarai capace di
star zitto? —

L'osservazione non era piacevole; ma Raimondo ebbe
il buon senso di mandarsela in celia.

— Ah sì, birichina? Perchè non ho saputo tenere un
segreto con te, mi credi incapace di star zitto con gli
altri? Ma con te era un'altra cosa, mia bella. Non potevo
tacerti più a lungo un'idea che mi premeva tanto,
e che contro il tuo pensare, permetti, mi pareva e mi
pare sempre più una bella cosa.

— Puoi dirla anche bellissima; — rispose la signora.
Che si canzona? Un milione e duecento cinquantamila
lire, e poi la dote di cinquecentomila.

— No, cara; la dote prima, l'eredità poi, e speriamo
assai tardi.

— È tutt'uno; e verrà egli in possesso di tutto.

— Neanche questo; sarà tutta roba dei figliuoli.

— Che han da venire; — commentò la signora. — Ed
egli frattanto amministrerà.

[pg!157]
— Amministrare non è scialacquare, ed egli vorrà tenere
i suoi conti in regola. Oh, infine, perchè una ragazza
è ricca, non troverà più un galantuomo che s'innamori
di lei? E se il galantuomo s'innamora, dovremo
noi sospettarlo di secondi fini? Sii giusta, amica mia,
sii ragionevole.

— Sì, sì, quello che vorrai; tanto più che non ho da
farci uno sforzo; — rispose la signora, ridendo di quel
suo riso pazzesco. — Un giudizio interiore sugli atti
del prossimo nostro non si può soffocare, ecco tutto. Ma
il fare una bella o una brutta cosa, risguarda lui. Resta
che io non gli entrerò di nulla, e tu nemmeno; altrimenti
un po' d'amaro dovrebbe uscir fuori.

— Ma perchè, Dio santo, perchè?

— Sei tu che me lo domandi? Tu, a buon conto, hai
sposato una donna che non aveva un soldo. Ho detto un
soldo.

— Bella forza! — esclamò Raimondo. — Quella donna
era Livia la bella.

— Anche quell'altra è bella, ma con la ricchezza in più.

— Bella, sì, non lo nego; — riprese Raimondo. — Ma
che paragoni vuoi fare? Sono essi possibili? Riconosco
tutto quello che va riconosciuto; ma sopra Livia, o
alla pari con Livia, niente, niente; hai capito? vuoi che
vada a gridarlo sul campanile di San Marco? —

Livia era in quel momento un po' avanti a lui. Si arrestò,
mentre egli finiva la frase, gli appoggiò le spalle
sul petto, e arrovesciando il capo sull'omero di lui, volse
la faccia ridente per modo che il galante marito potè cogliervi
un bacio.

[pg!158]
Quella sera Filippo Aldini capitò al palazzo Orseolo;
non sull'ora del caffè, come Raimondo avrebbe desiderato,
ma pochi minuti più tardi. Fu accolto con grazia
incantevole dalla padrona di casa, e di ciò fu contento
Raimondo assai più che di poter offrire all'amico una
chicchera del primo caffè di Venezia. Così, fatto felice
con poco, Raimondo parlò volentieri per tre, mentre Filippo
anche più volentieri ascoltava, e la signora Livia
guardava i giornali, interrompendo di tratto in tratto
quella leggera occupazione con qualche breve sparizione;
per dar ordini, naturalmente, e una volta poi per ritornare
tutta gloriosa e trionfante con una gran busta di
velluto azzurro, che posò sulla tavola sotto gli occhi dell'Aldini.

— Confetti? — mormorò egli, tanto per dire qualche
cosa.

— Se ne gradisce, signor conte; — rispose la signora,
facendo scattare il coperchio. — Per serate di gala. —

Filippo Aldini rise involontariamente dell'errore in cui
era caduto. Ma l'errare è da uomini, specie in simili
cose. La gran busta di velluto azzurro racchiudeva nella
sua custodia di raso bianco un gioiello stupendo, una
specie di diadema tra lo stile egizio e l'etrusco. Un cerchio
d'oro, che s'andava assottigliando verso i capi, e che
doveva nascondersi mezzo entro le ciocche della capigliatura,
reggeva nella sua parte anteriore un serpente,
avvolto in larghe spire, eretto il collo e spalancate le
fauci, in atto di ghermire una farfalla. L'idea, forse, non
era nuova; ma la facevano parer tale, se mai, le grazie
di un'arte squisita, e più di tutto una leggerezza di esecuzione
[pg!159]
che contrastava mirabilmente colla varietà della
materia posta in opera, e tutta distribuita in piena evidenza.
Il serpente era coperto per intiero di smeraldi
sul dorso, di crisòliti nel ventre, con aggiunta di carbonchi
nella cresta e negli occhi: la farfalla aveva il
corpo formato di tre zaffiri, e le ali tempestate di brillanti;
screziate di brillanti minuscoli le antenne, e terminate
in due rappettine di brillanti più grossi, tremolanti
e scintillanti ad ogni moto dei loro tenui sostegni.

Insomma, era uno splendore, una maraviglia, un portento.
Filippo ammirò, come doveva, esaminando attentamente
in ogni parte il lavoro, e lodò senza fine il buon
gusto della scelta.

— Della scelta! — esclamò Raimondo, — Non ne ho
nessun merito. Era il meglio della vetrina, e la grande
ultima novità di Parigi. Con queste raccomandazioni, non
c'era da scegliere; bisognava portar via senz'altro.

— Ti loderò dunque di aver portato via; — disse Filippo. — Sei
contento?

— Raimondo è un angelo; — sentenziò la signora.

— Angeli in terra, e coi baffi! — gridò Raimondo, con
accento di protesta. — In terra, mia cara, non ci sono
altri angeli che le donne: e aggiungerò: alcune donne.

— Angeli caduti di lassù, dunque; — fu pronta a
ribattere la signora Livia; — voleranno male, non ti
pare? E saranno anche capricciosi, diseguali d'umore,
come siamo noi troppo spesso. Ma tu, Raimondo, sei sempre
quello d'un giorno. Dica Lei, Aldini; non pensa
come me, che Raimondo è un angelo? —

Filippo Aldini sentiva di fare in quell'idilio maritale
[pg!160]
una parte abbastanza ridicola. Avrebbe per intanto voluto
trovare qualche idea che gli facesse gioco, rialzando
un pochettino la sua condizione di terzo incomodo.

— Raimondo è banchiere; — diss'egli. — Come banchiere
gradirà le cambiali a due firme. Ma non qui certamente;
e il mio avallo varrebbe poco, anzi diciamo
pure che guasterebbe, dove ella ha parlato così bene. Io
so per mio conto che Raimondo Zuliani è la perla degli
amici.

— Ah, ne conviene? — gridò la signora con accento
di viva esaltazione, mentre gli occhi le si accendevano
d'un lampo subitaneo.

Filippo si era già pentito della sua giunta. Gli passò
per la mente che da quelle sue parole si prendesse occasione
ad entrargli del suo matrimonio, che era ancor
di là, molto di là da venire. Ma non se ne fece nulla;
il lampo subitaneo degli occhi si spense, l'accento si rifece
pacato, ed anche Raimondo si era fatto sollecito a
cangiare argomento. Ne uscì dunque colla paura; e frattanto
uno squillo del campanello in anticamera annunziava
visite. Entravano pochi istanti dopo in salotto il
cavaliere Lunardi e il maestro di musica. Oh bravi! Filippo
Aldini li avrebbe di gran cuore abbracciati.

Anche la signora Livia fu molto contenta di quei due
arrivi. E come no? Erano due gentiluomini della sua
corte, e si dimostravano singolarmente fedeli; erano anche
i più utili, l'uno per tener viva la conversazione,
l'altro per variarla con un pochino di musica.

— Abbiamo pensato che era mercoledì, e che Ella non
andava a teatro; — disse il cavaliere Lunardi, stringendo
[pg!161]
devotamente la mano che Livia gli stendeva con
gesto regale.

— Usanza vecchia; — rispose ella. — Bisognerà cambiarla.

— Perchè?

— Per far novità, non le pare? Il mondo cammina;
non possiamo star fermi noi, che ci dobbiamo viver dentro.

— Oh, signora, non si dia pensiero del mondo. Quando
avrà ben camminato, si stancherà. Noi facciamo intanto
il comodo nostro. Ed ella, per carità, non ci levi la nostra
buona serata.

— Ella è sempre gentile, signor cavaliere. Ma io non
la leverò di qui, se non per vederla ancora a teatro. —

Tra queste ed altre chiacchiere d'uguale importanza,
il maestro di musica era andato al pianoforte. E suonò,
quasi sarebbe inutile il dirlo, un po' di *Bohème*, quindi
un po' di *Manon*; anzi delle due *Manon*: avrebbe suonato
anche un po' di *Tosca*, se la *Tosca* fosse già stata
messa in musica e portata agli onori della scena. Ma
ciò, senza avere in animo di far torto ai giovani compositori
italiani, conveniva poco alla signora Livia.

— Maestro, — diss'ella, facendo interrompere di punto
in bianco una elegantissima frase melodica, — ci suoni
il duetto d'amore dell'*Otello*. È una cosa tanto appassionata,
veramente deliziosa! —

Il maestro fu pronto ad attaccare il pezzo richiesto.

— Che dolcezza! che incanto! — mormorava la signora
Livia.

E coi moti del capo, e col battere delle dita sulle pieghe
della gonna di velluto, accompagnava i suoni, che
[pg!162]
le andavano all'anima. Dovevano tutti infiammarsi, andarne
in visibilio come lei, e primo frattanto il cavaliere
Lunardi, che le sedeva vicino. Ma il buon cavaliere
era in vena, quella sera, e non voleva arrendersi senza
battaglia.

— Strano! — diss'egli, poichè il maestro ebbe finito. — Un
duetto d'amore tra marito e moglie! S'è mai sentita
in teatro una cosa simile? —

La signora Livia s'inalberò, minacciando il cavaliere
Lunardi colle stecche raccostate del suo ventaglio.

— Ma sa, cavaliere, — gridò, — che questa sera, contro
l'uso, Ella è molto brutto?

— Grazie per l'uso; — riprese egli, inchinandosi sulla
vita; — ma in che sarei brutto, stasera?

— Non se ne accorge? Nel non veder poesia nel matrimonio.
Il nodo è sacro; non è dunque da buttar via.
E se due creature l'hanno per tale, non ci vorrà Ella
riconoscere un bello esempio di costanza in amore? La
costanza....

— Tiranna del core; — soggiunse a mo' di glossa il
cavaliere Lunardi.

— Tiranna pei duchi di Mantova; — ribattè la signora; — ma
non per chi ama davvero. E le pare una
cosa tanto poco poetica, da non tollerarsi in un duetto
d'opera?

— Ecco, io non so veramente; — rispose il cavaliere
Lunardi, fingendo di mettersi sul grave; — bisognerebbe
aver provato. Del resto, qui si fa per discorrere, ed io,
in questa causa di santificazione del matrimonio sarò
l'avvocato del diavolo; una parte che non disdegnano
[pg!163]
di sostenere i più fedeli cristiani. Il matrimonio, ella
dice, può essere esempio di un amore costante. Un amore
costante è un amore che rischia d'invecchiare. Diciamo
dunque un amor vecchio. Ed io ho letto in un autore
antico, e latino, il che accresce di tanto la sua autorità,
che un amor vecchio è una gran prigionia. Dimmi tu,
Filippo, se cito giusto; tu che hai gli autori latini sulla
punta delle dita. —

L'Aldini sorrise, tentennando la testa.

— Troppo forte mi fai; — rispose. — Ma per questa
volta ti posso servire. L'autore latino è Petronio. *Antiquus
amor carcer est*, ecco la massima; ma egli, per
tua norma, la fa dire da uno dei commensali di Trimalcione,
e per celia.

— Bravo! — gridò Raimondo. — Aiutaci un po' tu
contro questo terribil cavaliere.

— Terribile, è troppo onore per un combattente mio
pari; — disse il Lunardi, ridendo. — Infatti, vedete; io, da
buon campione.... senza valore, cedo volentieri sulla questione
poetica; ma mi rovescio sulla questione musicale.
Mi battano anche su questa. Intanto io sostengo e dico
che l'amore matrimoniale non è da duetti alla ribalta.
Questo dell'*Otello*, che credo sia l'unico, su che idee tenta
di appoggiarsi? Su questa, che è poi un cenno di tempi
anteriori al matrimonio: “E tu m'amavi per le mie sventure. — Ed
io t'amava per la tua pietà„. Diciamo di passata
che il Moro, anzi il Negro, è molto generoso con una
bella e bionda patrizia veneziana; l'ha riamata per la sua
compassione! Quanto a lei, se è vero che ne sentisse tanta,
che bisogno c'era di sposare il Nubiano? Un negro, lo so,
[pg!164]
è un uomo come un altro. Ha delle sventure? Poveraccio,
gli si apre una colletta, e la figlia del senatore Brabanzio
ci mette magari tutti i ducatoni che le hanno regalati per
Ceppo. Che cosa ci ha guadagnato la bella Desdemona a
sposare il Nubiano? Un fazzoletto. Gran signore, e veramente
prodigo, quel generale della Repubblica! Va dai Bocconi
del tempo, e compra un fazzoletto; neanche una dozzina,
per l'uso; e quel fazzoletto unico, vuol vederlo
sempre. Avesse pensato almeno a regalarle un bel solitario
di diecimila lire! o un diadema come quello che
ieri è stato pagato venticinquemila al Marchesi!

— Ieri? — domandò la signora.

— Sì, ieri, tra le quattro o le cinque. Se ne parla dappertutto,
e si almanacca sul nome del compratore, che
il gioielliere non ha voluto dire.

— Raimondo! — esclamò la signora, mezzo severa e
mezzo sorridente nell'aspetto. — Una follia!

— Come l'amore, se mai; — rispose a mezza voce
Raimondo.

Frattanto la signora aveva riaperta la busta di velluto
azzurro, che era rimasta davanti a lei sulla tavola,
e la faceva ammirare al cavaliere Lunardi.

— Eh, lo pensavo ben io! — gridò il cavaliere, dopo
aver guardato per tutti i versi il gioiello. — Ci avrei
giocata la testa. Da due giorni c'era folla, alle vetrine
del Marchesi; ma nessuno s'era arrischiato dentro. E poi,
quando fu sparito dalla mostra, lo avrebbero tutti voluto,
il capolavoro costoso. Dico tutti per iperbole; saranno
poi stati tre. Mariti? non so. Bene è stato un marito,
quello che ha portata la palma; il *record*, come ora
[pg!165]
si dice. Ed ecco, — conchiuse allegro il cavaliere Lunardi, — ecco
i mariti con cui si possono far dei duetti.

— Ne conviene, eh? — disse Livia, raggiante.

— Ma sì, nel caso presente che è il caso vero, e forse
unico. Ma in quell'altro, del Nubiano, Dio guardi! E poi,
con quella brutta fine!

— Ammetta che amava bene, quell'uomo.

— Da pazzo, sì, che ancora potrebbe andare; da cieco,
che non va più in nessun modo.

— Eppure, mi lasci dire, — notò la signora, — nel
caso di Otello aveva torto Desdemona. Ma sì, cavaliere,
aveva torto, con quella sua eterna compassione per
Cassio. Compassione pei negri, compassione pei bianchi;
era un pozzo inesauribile di compassione, quella nostra
concittadina.

— Consoliamoci, — soggiunse il cavaliere Lunardi, — consoliamoci
pensando che Desdemona non è mai
esistita, e che a nessuna delle nostre belle Veneziane è
mai passato per il capo, da che Venezia esiste, di sposare
un Negro.

— Ah, non è storico, il fatto?

— Non credo. Del resto chiediamone all'amico Aldini.
Che cosa puoi dircene tu, Filippo?

— Quello che ne saprai tu pure; — rispose Filippo. — Il
fatto vero è brevemente questo. Cristoforo Moro,
veneziano, e governatore a Cipro nel 1508, uccide la
moglie per gelosia. Trent'anni dopo, o giù di lì, un romanziere
prende il fatto nudo e bruco dalla cronaca veneziana,
e ne fa una novella. Un po' per riguardo alla
casata patrizia dei Moro, un po' per seguitare il suo uso,
[pg!166]
che era quello di travisare i fatti d'ogni storia, e sacra
e profana, per far mostra di genio inventivo, trasforma
il Moro di casato in un Moro di nazione, e lo fa di pelle
anche più nero che non siano mai stati i Mori. Ecco
tutto. Su quella novella del Giraldi ha lavorato lo
Shakespeare. Sul dramma dello Shakespeare hanno fatto
musica, da quei due grandi artisti che sono, il Rossini
ed il Verdi. Ho abbreviato per non dar noia, ma credo
di non aver dimenticato nulla; — conchiuse modestamente
l'Aldini.

Aveva infatti abbreviato molto; e forse c'era da dirne
più a lungo, specie in onore di quel povero Giraldi, la
cui novella era stata ormata periodo per periodo, quasi
parola per parola, dal grande tragico inglese. Quando i
salotti si occupano d'arte, prendendo occasione da un'opera
moderna, è ben giusto che sopportino anche un richiamo
erudito alle fonti. Ma l'argomento dava noia all'Aldini.
Che idea stramba era venuta in mente al cavaliere Lunardi,
con la sua arguzia sul caso di Otello, e, peggio
ancora, sulle massime di Petronio Arbitro! Del resto è
sempre così, nei salotti; quando vien fuori un tema antipatico,
non c'è caso che nessuno se ne voglia staccare;
ed è proprio come quando siete afflitto da un fignolo, o
da altra noia consimile, che tutti sentono il bisogno di
farvi carezze, e ci dànno allegramente del dito.

L'Aldini non aveva ancora finito il suo discorsetto
erudito, che già la signora Livia si era dileguata con la
sua busta di velluto azzurro tra mani. Raimondo aveva
creduto lì per lì che fosse andata a riporre il suo gioiello;
e non fu poca la sua maraviglia, quando la vide
[pg!167]
ritornare col diadema in fronte. Proprio così; la bella
donna aveva voluto fare, a benefizio di pochi eletti, la
prova generale della sua rappresentazione a teatro.

— Serata di gala! — diss'ella, avanzandosi con incesso
di dea in mezzo al salotto, maestosa, trionfante,
sotto quel luccichìo di gemme, con quel pennacchio di
piccoli brillanti, che tremolavano ad ogni suo passo,
mandando attorno bagliori di fiamme azzurrine e rossiccie.

Il cavaliere Lunardi gettò un grido di ammirazione.

— Questo divino spettacolo è per noi, solamente per
noi; — soggiunse egli tosto. — Tutti possono invidiarcelo;
nessuno ce lo leva più. —

Raimondo gongolava. La sua Livia non poteva fargli
davvero un regalo più prezioso del comparire innanzi
agli amici col suo bel diadema in capo, che la faceva
rassomigliare ad una regina antica, della leggenda o
della storia, ad Elena, per esempio, a Cleopatra; a questa,
soprattutto, che parve creata a bella posta per dar risalto
ai più costosi ornamenti.

Un pensiero di quella fatta balenò certamente alla fantasia
del cavaliere Lunardi.

— Chi oserebbe negare, — diss'egli, — che le pietre
preziose siano state fatte per accompagnar la bellezza?
Tutto, in natura, ci si mostra ordinato ad un fine. Lo
smeraldo, lo zaffiro, il diamante, sono fatti per le donne
belle; se così non fosse, a che servirebbero? —

La trionfante signora sorrise a quella scarica di complimenti,
e passò, avviandosi al pianoforte, per dire al
maestro di musica:

[pg!168]
— Un altro duetto, la prego; per me e per Raimondo,
mi capisce? —

Il maestro di musica assentì prontamente con un
cenno del capo; e subito attaccò il duetto dei *Puritani*:
“A te o cara amor talora.„ Era la passione di Raimondo
Zuliani, che giurava e spergiurava esser quello
il motivo melodico più bello che fosse mai passato per
la mente di un musicista.

Così pensando in materia di musica, era naturale che
Raimondo si accostasse anche lui, e ritto lì dietro la
cassa armonica del pianoforte prendesse a battere il
tempo con la punta delle dita sul coperchio, canticchiando
tra i denti il suo motivo prediletto. Ma non canticchiava
più, cantava a dirittura, quando veniva a frammettersi
nel duetto la parte del coro:

   | “Senza occaso questa aurora
   | Mai null'ombra o duol vi dia;
   | Santa in voi la fiamma sia,
   | Pace ognor v'allieti il cor.„

— Ed eccoti, Lunardi mio; — diss'egli, alla fine del
pezzo, — il duetto di due che si sono sposati.

— Sì, sì, hai ragione, Arturo; ed ha ragione Elvira; — rispose
il cavaliere Lunardi. — Potrei ribattere ancora
che le eccezioni non contano; ma già mi son dato
per vinto, “campione senza valore„, come ti ho detto
in linguaggio postale. —

Infine, si era allegrissimi. La signora Livia, rutilante,
sfavillante, di gioie e di gioia, trionfava accanto al suo
[pg!169]
Raimondo, che era diventato il re della festa, e che in
cuor suo ripensava i versi indimenticabili del coro nuziale.

   | “Santa in voi la fiamma sia,
   | Pace ognor v'allieti il cor.„

Il re della festa non lasciò partir quella sera i suoi
fedeli, senza aver fatto saltare il turacciolo a due bottiglie
della Vedova incomparabile. Ottimo signor Cliquot,
voi mancavate a quell'altro duetto; ma si ricordò di voi
il cavaliere Lunardi, che bevve alla vostra pace e alla
gloria del vostro casato fino alla consumazione dei
secoli.

Filippo Aldini se ne andò quella sera abbastanza consolato
dal palazzo Orseolo. Si era festeggiato un santo
matrimonio, e non si era fatto il menomo cenno del suo.
Un altro giorno guadagnato, frattanto; ed egli giunse a
casa sua, oltre il corso Vittorio Emanuele, colla illusione
di non esser più lui, ma un altro essere, sciolto di pensieri,
di cure, di malinconie d'ogni specie, padrone di sè,
padrone del mondo.

[pg!170]


.. toc-entry:: XI. La testa di Medusa.

XI.
===

La testa di Medusa.
-------------------


Filippo Aldini ebbe modo, nella pace notturna del suo
quartierino, di almanaccar lungamente su quello che
per calmarne le apprensioni gli aveva detto Raimondo.
Margherita era dunque ammalata per il caldo soverchio
di una stufa? Strano ripensandoci allora, strano che
quel gran caldo, magari con tutte le esalazioni capaci
di ingombrare il cervello, egli non lo avesse neanche avvertito!
E proprio, nello spazio di tempo assegnato, ad
una visita di cerimonia, ne era rimasta offesa la signora
Zuliani che aveva dovuto in giornata mettersi a letto
anche lei! Bizzarra coincidenza di indisposizioni! E
quella ottima signora Eleonora così impacciata con lui,
quando era andato a far visita!

Un vago sospetto passò per la mente di Filippo. Che
la Zuliani avesse fatto qualche colpo di testa con le signore
Cantelli? Ma in che modo? e perchè? La signora
Zuliani, egli l'aveva ben veduta la sera antecedente,
guarita affatto della sua emicrania, tutta gaia, felice,
[pg!171]
raggiante e scintillante, tutta fiori e baccelli col suo
Raimondo più caro che mai. Ah, restasse ella sempre
così! Anzi, fosse restata sempre così! Perchè infine,
considerando i suoi falli, Filippo Aldini poteva confessare
a sè stesso che erano gravi, ma non suoi. Si era trovato
involto senza pensarci, travolto nell'abisso, prima di vedere
il pericolo. Ne scampava ora, dopo tanti vani ma
onesti tentativi? Lode al cielo, e dal profondo dell'anima.
Solo dalla sera antecedente, tra diademi sfavillanti e
duetti maritali, il povero Aldini incominciava a ricogliere
il fiato.

E intanto, gli premeva di aver notizie più chiare intorno
alla salute di Margherita. Ne sentiva il bisogno,
insieme con l'obbligo; cortesia voleva ch'egli andasse,
per chieder di lei, foss'anche ogni giorno, al Danieli.
Andando di mattina, e perciò senza mostrar desiderio
di fermarsi, non correva pericolo di dar noia, oltre
quella che è comandata dalle buone creanze, e che perciò
gli uni debbono dare, come gli altri accettare. A che
ora, la visita? Non troppo presto, certamente; ma neanche
troppo tardi. Alle dieci? Sì, e forse alcuni minuti
dopo. Dunque, alle dieci sarebbe partito da casa, aspettando
per l'appunto nel suo studio che le dieci scoccassero.
Era già vestito di tutto punto per uscire, col cappello
e la mazza tra mani, ad ogni tanto guardando le
lancette dell'orologio sospeso alla parete, davanti alla sua
scrivania.

Ma ecco, che è, che non è, un improvviso rumore, come
di chiave che giri in una serratura, di là da un uscio
a vetri opachi, nel fondo della parete a sinistra. Il quartierino
[pg!172]
di Filippo aveva due ingressi; il nobile e da tutti
conosciuto come quello di casa sua, e un altro di minor
conto, quasi uscio per la gente di servizio, che metteva
ad una scaletta, la quale riusciva al cortile di un vicino
edifizio. Da quel cortile, per una scala a collo, cioè fiancheggiata
per una parte sola da un muro, per l'altra
da una balaustrata interrotta qua e là da colonne, e
tutta sormontata da una tettoia risalente, si ascendeva
all'abitazione della contessa Galier di San Polo. Si è già
detto che la contessa e l'Aldini erano vicini di casa, abitando
in due palazzi contigui da tergo.

Lo scricchiolio dell'uscio segreto fece sobbalzare Filippo
Aldini sulla scranna. Tutto poteva egli aspettarsi quel
giorno, fuorchè la visita che quel rumore annunziava.
Avrebbe voluto essere in tempo a sbiettare di là, riuscire
in anticamera e trafugarsi per lo scalone, come
uno che non s'aspettasse di aver gente dalla scaletta.
Ma non era più in tempo. L'uscio di servizio, per chiamarlo
una volta così, appena aperto si era richiuso; si
apriva in quella vece la vetrata che metteva allo studio
dell'Aldini, e nel vano appariva la testa di Medusa, anzi
tutta la persona di lei. Che se quella non era proprio
la Gòrgone antica, dai bei capelli d'oro tramutati per
l'ira di Minerva in orribili serpenti, pareva essere ancora
investita del triste privilegio di tramutare in pietra
chiunque si fosse trovato sotto il sinistro baleno de' suoi
occhi scorrucciati.

Ed era rimasto come impietrato, l'Aldini, in quella che
Medusa s'inoltrava nella stanza, lenta nel passo e quasi
noncurante in vista, ma torbido lo sguardo e pieno di
[pg!173]
oscure minaccie, bianca nel viso come una persona morta,
resa tanto più bianca all'aspetto, per il nero della gonna
e della mantellina, come per il nero del cappellino di
velluto e dei larghi nastri, che scendevano lungo le
guance, per unirsi a cappio sotto il mento, nascondendole
il collo.

— Livia! — mormorò l'Aldini, allibito.

— Sì, Livia. Miracolo! Sapete ancora il mio nome? — diss'ella,
nell'atto che si slacciava il cappellino, per gittarlo
sopra uno scaffale.

— Che follia! — riprese egli. — Se vi hanno
veduta....

— Non sarà stata la prima volta; — riprese ella, accostandosi. — Tu
eri per uscire, non è vero? Deponi il
tuo cappello, e ragioniamo. A proposito di follie, che
cosa diremo della tua, che da due settimane mi annoia?
Spero bene che sarà stato uno scherzo. Brutto scherzo,
per altro; e sono venuta a dirti che è tempo di finirlo. —

Filippo era stato lì a capo chino, come, in un' ora
di temporale, il viandante che aspetta il passar d'una
raffica.

— Raimondo, — si provò allora a rispondere, — vi
avrà pur detto....

Ma la signora non gli lasciò terminare la frase.

— Raimondo, — sentenziò ella, — è uno sciocco.

— Dite un uomo di cuore. Sì, vi ripeto, un uomo di
cuore; e non lo riconosco tale da oggi. Quante volte, e
da anni, non ve l'ho io ripetuto?

— Sì, — rispose ella, con un risolino sardonico, — molte
[pg!174]
volte, moltissime volte, seguitando a tradire la sua
cieca fede nella tua amicizia. —

A questo ragionamento si potevano rispondere assai
cose. Ma erano di quelle che un uomo, se è cavaliere,
non rinfaccia mai ad una donna.

— E n'ebbi sempre rimorso; — replicò in quella
vece, umiliato. — L'ho sempre sentito acutissimo, e voi
lo sapete. Noi ci perdiamo, vi dicevo ancora, vi ricordate?

— E siamo sempre qui sani e salvi; — conchiuse la
signora, sviando quel molesto discorso, più che con la
parola, col gesto. — Ma tu non farai questo matrimonio;
tu gli dirai che è impossibile.

— Impossibile! Ora? Ma se egli ha tutto ideato, tutto
predisposto e concertato a suo modo! Chi mi ha presentato,
senza chiedermi se la cosa mi fosse gradita? Chi
mi ha cacciato avanti, accompagnatore in servizio, come
un altro signor Brizzi, a disposizione delle dame? E
potevo io credere, rassegnandomi all'ufficio, che ciò mi
dovesse condurre a questo punto? C'è stato, vedete, c'è
stato un momento che io ho avuto un sospetto; il sospetto
che egli dubitasse di me, e mi volesse imporre un
vincolo, per la sua quiete. Sì, l'ho creduto accorto a tal
segno, nella notte del capo d'anno, quando egli mi stringeva
a quel modo col suo brindisi, e voi, anche voi, vi
siete messa dalla sua parte. Forse, dissi allora tra me,
anch'ella ha capito; ha capito ciò che assai prima era
ben naturale di capire, di prevedere; ed ella mi dà il
buon consiglio. Ora egli incalza più che mai; non ho
più difesa possibile. Non so, Dio mio.... non so che fare;
[pg!175]
la mia testa si perde. Domandatemi ogni cosa, fuorchè
d'oppormi alla volontà di Raimondo; io non ho questo
coraggio. —

La signora Livia era stata ad ascoltare quella lunga
difesa, tentennando il capo, battendo le labbra, e sorridendo
sarcasticamente al povero argomento che Filippo
attingeva da lei, da una sua vana parola.

— E sei tu, tu, che ho creduto un uomo? — ribattè,
com'egli ebbe finito. — A voi dovrebbe esser proibito di
amare, e di pretendere che si credesse alle vostre parole.
Voi siete mediocri. Bastate a formare la felicità di una
fanciulla, o ad appagare la sua curiosità, per quel breve
spazio di tempo, che può essere un anno, come un
giorno. Poi sopravviene da una parte e dall'altra la noia.
Voi agli affari, essa alle galanterie. Questo avverrà anche
per te, Filippo Aldini, te lo pronostico io, io che non
ho amato così. —

Anche qui le si poteva rispondere di trionfo: e voi,
bella, che vi vantate di amare altrimenti, che cosa avete
fatto poi di diverso? Ma non era Filippo Aldini, l'uomo
che potesse rispondere a quel modo.

— Tutto è possibile! — diss'egli, pacato; — ed io,
uomo mediocre, non meriterò altro, davvero. Ma la nostra
questione non è in ciò che io possa meritare; è in
ciò ch'io non posso fare per compiacervi. Pensateci,
Livia, siate buona, ed ascoltate le mie ragioni, vi
supplico.... —

Ma ella non era disposta ad ascoltar nulla di nulla.
Aveva presa dal piano della scrivania una lunga stecca
d'avorio, e batteva con quell'arnese a gran colpi sull'orlo
[pg!176]
del mobile, davanti al quale Filippo era rimasto
seduto.

— Oh, a proposito, — gridò ella, mozzandogli in
bocca le parole supplichevoli, — perchè non mi dai
del tu? —

Non era la risposta ch'egli s'aspettava da lei, pregandola
con tanta effusione di cuore. Ma bisognava adattarsi
al suo modo di ragionare, seguirla ne' suoi voli capricciosi.

— Perchè è male; — riprese. — Debbo io ricordarvi
sempre il passato? Una volta, davanti a lui, vi accadde
di dirmi: sai!

— È vero; e ne fui tanto felice!

— Egli poteva sentirvi.

— Mi avesse pure sentita! E mi sentisse ancora!

— Egli vi ama; lo avete veduto iersera. Ed io che già
speravo, nel vedervi così buona con lui!

— Ah sì? — gridò ella con accento impresso di profonda
ironia. — E ti piaceva molto? E tornando a casa
col cuore sollevato da un peso enorme, ti sei addormentato
in una gran sicurezza? —

Colpiva giusto, fors'anche senza saperlo. Filippo evitò
di rispondere.

— Infine, — ripigliò, — è bene ch'egli vi ami sempre
così.

— E mi pesa, capisci? — ribattè ella, sdegnosa, esaltandosi
a grado a grado delle sue stesse parole. — Mi pesa,
col suo amore così cieco; mi pesa, colla sua serenità così
sciocca. Alle volte io dico tra me: se indovinasse il vero,
mio Dio! se mi uccidesse, in un impeto di rabbia feroce,
[pg!177]
quanto meglio farebbe per sè, come per tutti! Ma tu non
sposerai quella puppattola. Le parlerò io, se è ciò che ti
turba.

— Oh, voi non farete ciò! Che colpa ci ha lei? — gridò
Filippo, atterrito.

— Che colpa? Quella di crederti, essa, che non ha
neanche le tue ragioni, i tuoi pretesti di uomo mediocre.
Del resto, ho già incominciato. Sì, a sua madre, senza
tanti riguardi, a faccia a faccia, e a lei che ascoltava
dietro un uscio, quella cara puppattola, ho detto chiaro
e tondo che cosa siano e che cosa valgano certi vagheggini
dei nostri giorni. —

Era ciò che Filippo aveva sospettato. Ma poichè il male
era fatto, egli trovò ancora la forza di padroneggiarsi,
nascondendo il suo turbamento.

— Non vorrò dolermene io, per me stesso; — notò, dopo
un istante di pausa. — Ma se egli viene a saperlo?

— Tu hai paura di lui?

— Rimorso, ve l'ho già detto.

— E dovevi dirlo prima, assai prima, cacciandomi da
te, bel conte avvezzo ai trionfi, quando quest'altra vittima
ti cadeva nelle braccia. Vorresti dirmi, — soggiunse
ella, cogliendo e interpetrando a suo modo un
gesto di Filippo, — vorresti dirmi che lo avevi tentato
più volte; e non l'osi. Sei anche vile con me. Ma te lo
confesserò io, bel conte delle vittorie, io che avrò tutto
il coraggio che ti manca. Eppure, anche allora l'hai difesa
male, la tua virtù cavalleresca. Ed ora, forte guerriero,
ed ora, impavido cavaliere, temi allo stormir di
ogni foglia; hai paura; hai paura di lui. —

[pg!178]
Filippo Aldini torse la bocca, levando la testa con atto
sdegnoso, e fu l'unica risposta che diede. Ma ella ripigliò,
incalzando più forte.

— Se non hai paura di lui, crederò di te quello che
non avrei creduto mai; che tu ami quella donna. —

Filippo era sul punto di rispondere un sì tanto fatto;
e succedesse un po' quel che voleva succedere. Ma pensò
ancora, da cavaliere, e si trattenne. Se ci son cose che
non si rinfacciano ad una donna, ci sono anche quelle
che non si confessano a lei.

— Io! ma che?... — disse in quella vece appoggiando
i suoi monosillabi con un sorriso ed un gesto che poteva
parer di diniego.

— Ma sì, l'ami; — replicò la bella implacabile. — E
come no? Cinquecentomila lire di dote, sono una bellezza
trionfale. Aggiungiamo un milione e duecento cinquantamila
lire di eredità, facendo calcoli sull'asse del
vecchio al giorno d'oggi. Eh, si son fatti i conti, mio
caro; si sanno fare, anche senza bisogno di cavarne
nulla. Oggi come oggi, il banchiere ha sette milioni di
sostanza, messi fuori di giuoco. E tu, bel conte, dai il
tuo blasone in baratto. Lo vendi bene, non c'è che dire,
lo vendi bene. —

E diede in uno scoppio di risa, lasciandosi andare
mezzo arrovesciata contro la spalliera del divano che
correva lungo la parete, poco lontano da lui.

Filippo era rimasto fieramente colpito da quel terribile
assalto. Non proferì parola; ma ben si vedeva all'aspetto
che molte cose gli bollivano dentro. Si alzò dalla scranna,
e misurò due volte a passi concitati la stanza, che era
[pg!179]
divenuta per lui una prigione, una camera di tortura.

— Ebbene, — riprese ella, premendo più forte, quasi
volesse mandare più addentro la punta che lo aveva
tanto irritato, — dimmi che non è vero, perchè io rida dell'altro.
Oh, bello bello, il tuo blasone rimesso a nuovo! —

Filippo Aldini si piantò davanti a lei, severo, accigliato,
com'ella non lo aveva mai visto.

— Signora, — incominciò egli, lentamente, meditando
le parole, — voi toccate un tasto, che rende cattivo suono.
Le male cose che mi gettate in viso come un insulto....

— Ah, bene! — interruppe la signora. — Riscaldati
una volta!

— Le male cose che mi gettate in viso come un insulto
sanguinoso, — riprese Filippo con accento solenne, — non
hanno virtù di commuovermi. Paura, mi avevate
già detto, paura di lui! Quella che voi chiamaste paura,
è vergogna, vergogna di apparire a quell'uomo leale un
traditore dell'amicizia; quanto alla paura, ho ancor da
sapere dove ella stia di casa. E dite lo stesso di altre
brutte ragioni, che la mia coscienza di gentiluomo sdegnosamente
respinge, e che la mia mano ricaccerebbe in
gola a chi ardisse solamente accennarle. —

Lampeggiavano in quel momento negli occhi di Filippo
molte imagini di vecchi Aldini, ugualmente accigliati,
ugualmente severi, duri soldati di quindici o
venti generazioni, col sentimento dell'onore sulla fronte,
e la mano fieramente aggravata sugli elsi della spada.

Le vide Livia; anche confusamente, non poteva non
vederle. Ma anche in lei soverchiava lo sdegno, infiammandole
il sangue.

[pg!180]
— Ricacciatele, dunque! — proruppe. — Avanti, terribil
guerriero!

— Parla una donna; — rispose Filippo, con accento
mutato; — e dirò in quella vece alla donna: Tutte le
male cose che mi avete gettate in viso, ho voluto pensarle
ancor io; e come le ho pensate, esagerandole molto,
le ho dette; le ho dette, nella speranza di vincere con
un eccesso di scrupoli la inconcepibile ostinazione di lui.
Niente è servito. Tu non sei ricco, mi ha egli risposto;
ma intanto ciò che possiedi basta a fronteggiare i due
terzi della dote; meglio invigilato, amministrato a dovere
da te, basterebbe a fronteggiarla tutta. Quella gran
dote, finalmente, sarà investita in terreni, e tu non ne
toccherai un centesimo. Non ti basta ancora, di averne
le mani nette? Puoi chiedere che sia diminuita, lasciando
che la sposa si costituisca il rimanente in sopraddote.
Mi parli di quello che verrà poi? Il poi è lontano,
e speriamo, da galantuomini, che sia lontanissimo.
E non risguarda te, il poi; sarà della donna, non tuo.
Questo, — soggiunse Filippo, — lo sapevo bene ancor
io; non sapevo, piuttosto, non ho cercato di sapere come
e fin dove fosse ricco il signor Cantelli, od altri al
mondo, mai!

— Così, dunque, ti sei volentieri acquietato? — replicò
la signora. — Ci s'acquieta bene, quando c'è l'interesse,
non è vero?

— Non vi risponderò più; — disse Filippo.

— Ah, il gentiluomo s'inalbera! Bada, conte Aldini,
mercante di blasoni, ciò che io posso fare ti costerebbe
assai caro. Ancora una volta, ricuserai la puppattola?

[pg!181]
— No; — rispose egli inflessibile.

— Guai a te, conte Aldini! — ruggì, più che non
dicesse, la donna inviperita. — T'inganni, se pensi ch'io
possa lasciarla passare così; t'inganni, t'inganni.

— E non lo penserò; — diss'egli di rimando. — Ma
infine, perchè non metterlo prima, il vostro gran veto?
Aspettate ora? —

Ella rizzò il capo, saettando Filippo d'uno sguardo viperino.

— Aspetto ora! aspetto ora! — ripetè con accento di
profonda amarezza. — E quando potevo farlo io, prima
d'ora? Con la tua casa vietata ai profani? Non l'avevi
tu dichiarata locanda, ad uso dei viaggiatori.... di Verona?
Cari, quei due viaggiatori, che nessuno ha mai
visti, nè per via, nè a teatro, mentre tu eri visibile,
bel conte, con due viaggiatrici.... di Milano! Ti hanno
fatto buon giuoco, i due ospiti! E così ti fossero durati
di più! Ma avevano una breve licenza, ed hai dovuto
lasciarli partire; che peccato! T'intendo, la trovata non
era poi altro che una continuazione di tanti vecchi artifizi.
Da gran tempo ti eri messo in mente di guarirmi
con la tua freddezza, come prima coi tuoi continui timori,
coi tuoi eterni rimorsi. Ma io, questa volta, incalzando
il pericolo, volevo vedere fin dove saresti arrivato.
Ah, mi hai fatto soffrire, soffrir tanto, tanto! Finchè il
mio cervello ha potuto reggere, ho contenuto il mio
cuore, che ad ogni momento era lì per ispezzarsi. Ora
non più, mi ribello. Vedi, Filippo, mia madre.... è morta
pazza. E ci sono momenti che temo ancor io d'impazzire. —

[pg!182]
E cadde riversa sul divano, dando in un pianto dirotto.
Filippo Aldini, a tutta prima più irritato che
scosso, si era sentito scorrere un brivido per le ossa all'accenno
che Livia faceva della morte di sua madre;
un accenno che a lui giungeva nuovo, e che gli schiudeva
dinanzi agli occhi un abisso doloroso. Peggio, in
quel punto, il cadere di lei, con quel pianto disperato,
misto a singhiozzi ripetuti, che parevano annunziare
alcunchè di più grave. Il pianto era infatti convulso, il
singhiozzo spasmodico.

— Calma, vi prego! — gridò, curvandosi su lei. — Rialzatevi,
Livia; abbiate forza, vi supplico! Io non so,
non posso far nulla, se voi vi abbandonate così; non
posso neanche chiamare in soccorso i vicini. Animo, via,
un piccolo sforzo! —

Ella tentò di sollevarsi; ma fu mestieri aiutarla, prendendola
per la vita.

— Dirai di no? — chiese ella, tra i singhiozzi, aggrappandosi
a lui.

— Mio Dio! che cosa domandate? Lo sapete pure che
io non posso oppormi ai suoi desiderii, senza correr pericolo
di nuocere a voi.

— A me? Che importa, se già tu stesso mi uccidi, obbedendogli?
Dirai di no?

— Tutto quello che sarà in poter mio, lo farò.... lo
tenterò, certamente; — rispose Filippo, temendo sempre
ch'ella fosse per ricadergli svenuta tra le braccia. — Gli
parlerò ancora, e più forte ch'io non abbia mai fatto, se
pure è possibile ch'io non gli abbia detto abbastanza.
Questo vi posso promettere, e questo manterrò.

[pg!183]
— Parola di gentiluomo?

— Veramente, — mormorò egli, — non dovrei esser
più creduto tale.

— Oh, perdonami; ero pazza. Ma vedi, Filippo mio,
soffro tanto, che non son più capace di padroneggiarmi;
e parla la lingua, ma il pensiero non c'è. Perdonami, perdonami!
Non è vero che nel tuo cuore mi hai già perdonato
quelle brutte, brutte parole?

— Ma sì, senza dubbio; — rispose Filippo, sempre
cercando di chetarla. — Se voi mi promettete di esser
più forte, io perdono, dimentico ogni più aspro giudizio.
So anche bene di non meritarlo, — soggiunse. — Ma voi,
Livia, mi ascolterete una volta. È un gran male ciò che
è accaduto, un gran male; dobbiamo dimenticare anche
quello, se pure avverrà che non possiamo averne perdono
dalla nostra coscienza.

— Come vorrai.... tutto ciò che vorrai.... accetto ogni
patto più crudele. Ne morirò? Tanto meglio; ma almeno
contenta, se tu avrai detto di no. —

Riuscendo finalmente a sollevarla dal divano Filippo
aveva data di sbieco una guardata all'orologio.

— Dio mio! — esclamò. — Già le undici! È ora che
andiate. Se egli, ritornando, non vi trovasse in casa?...

— Ebbene, che importa? Già altre volte è accaduto.
Uscita per qualche piccola compera, ho perduto un po' di
tempo; ecco tutto. Ma vado, sì, vado; — ripigliò, notando
l'ansietà di Filippo, a cui quelle ragioni non potevano
bastare. — Tu per altro, mi giuri....

— Tutto quello che un gentiluomo può giurare, al
punto in cui sono le cose; — diss'egli, facendo un gesto
[pg!184]
disperato. — Parlerò, parlerò come volete, e sia poi ciò
che vuol essere.

— Sì, resisti, resisti, ed egli cederà. Se tu risolutamente
non vuoi, chi ti può sforzare? Non sei già una
vittima ignara, da potersi condurre così facilmente al
sacrifizio! Resisti, resisti, Filippo; te ne supplico per
quell'amore, che non hai sempre ricusato, e che conserva
nei ricordi, almeno nei ricordi, i suoi sacri diritti. —

Filippo fremeva, ribellandosi in cuor suo ad una logica
pazza, che non voleva darsi per vinta. Ma bisognava
ad ogni costo calmar quella donna, ad ogni costo persuaderla,
incuorarla a partire.

— Non è vero? — incalzava ella frattanto. — Cercherai
di liberarti?

— Sì, sì, e non mi par più tanto difficile; — rispose
Filippo, atteggiando le labbra ad un mesto sorriso, — se
penso che tu hai parlato di me.... a quelle signore, e in
modo certamente tale da disingannarle sul conto mio. —

Ahi, non da quel lato poteva ella aver sicurezza, dopo
che alla signora Eleonora aveva parlato Raimondo.

— Non ti fidar troppo di loro; — diss'ella. — Da te,
Filippo, da te aspetto un nobile atto di forza. Non mi
negare quest'ultima prova di amicizia. Io rinunzierò a
te, se questo è il voler tuo....

— Il dovere; — fu pronto a corregger Filippo: — il
dovere.

— Sia, diciamo il dovere; ma a questo dovere che tu
m'imponi, corrisponda quello che ho bene il diritto di
pretender da te. Resisti, resisti! —

[pg!185]
Colla voce e coi gesti Filippo prometteva ogni cosa.
E l'aiutava frattanto a rimettersi il cappellino in testa,
avendolo preso egli stesso dallo scaffale, e la mantellina
sulle spalle, andando a raccoglierla, sulla estremità del
divano, dove era stata gittata da lei. Ciò fatto, e vedendo
lei ancor troppo agitata, era andato ad aprire la
finestra, perchè un soffio d'aria fresca aiutasse a calmarla.

— Mi sento meglio, non dubitare; — diss'ella. — Vado,
non perdo più tempo, se ciò ti dispiace. Ma tu resisterai;
ho la tua promessa, Filippo; ho la tua parola di gentiluomo.
Vado, sì, vado.... ma non così freddamente, come se
fossimo nemici.... come se tu non mi avessi perdonato. —

E gli gittò le braccia al collo e lo baciò, in un impeto
di passione disperata. Solo allora si spiccò da lui, e accompagnata
fino all'uscio segreto, finalmente disparve. —

Era tempo; Filippo Aldini non reggeva più a quello
strazio di tutte le fibre, del cervello e del cuore. Forsennato,
furente contro sè stesso, richiuse l'uscio, e ritornò
nel suo studio; ma non poteva rimanere là dentro,
dove gli era troppo presente l'imagine di quella donna
terribile, a cui si resisteva così male, poichè ella non
intendeva ragione. Ed egli aveva promesso, per liberarsi
da quella oppressione, aveva promesso di riparlare a
Raimondo. Che cosa gli avrebbe ancor detto, dopo essersi
lasciato persuadere una volta, dopo avergli confessato
perfino l'amor suo invincibile per Margherita?
Ah si, quello era proprio il momento di pensare a ciò
che avrebbe potuto dire di nuovo, o ripetere di vecchio!

Infine, non ci avrebbe pensato affatto! si sarebbe buttato
a mare, aspettando il maroso che lo cacciasse sotto,
[pg!186]
una volta per sempre. Sospettasse pure, quell'altro, indovinasse
pure: passata la vergogna, Filippo Aldini non
sentiva paura.

Ridottosi frattanto nella sua camera, si era gittato
bocconi sul letto, piangendo e ruggendo. Gli bruciavano
le labbra; quel bacio che aveva ricevuto, e forse reso,
gli pareva un sacrilegio. Rimorsi nuovi, da aggiungere
ai vecchi! E il suo bel sogno svanito, e Margherita, la
dolce Margherita, perduta per sempre! Perchè oramai il
dado era tratto; doveva resistere, lo aveva promesso.
Aspra punizione del destino! Ma egli l'aveva pur meritata.

[pg!187]


.. toc-entry:: XII. A caso disperato.

XII.
====

A caso disperato.
-----------------


La signora Zuliani giunse al palazzo Orseolo prima
che capitasse Raimondo per far colazione. In verità, quell'Aldini
era un grande spericolone; ma non faceva poi
niente di nuovo, quel giorno; era stato sempre così, se
non peggio. Gli si era bene imposta lei, in un momento
di follia; lo aveva involto davvero, e stravolto, non vedendo,
non considerando più nulla, attratta da un fascino
arcano verso quell'uomo, che tutti decantavano, che
tutti alzavano in palma di mano, come un perfetto cavaliere,
per cui tante belle sospiravano, per cui più d'una
aveva perduta la pace del cuore e quella dell'anima. E
quel don Giovanni, inconsapevole della sua forza, si era
dimostrato così discreto con lei, timido come un ragazzo,
tutto scrupoli, tutto riguardi, volenteroso dispensatore di
quei savi e prudenti consigli, che non sogliono essere il
fatto degli uomini, specie dei fortunati in amore. Livia
ci pensava spesso, a quei cominciamenti strani della loro
conoscenza, non potendo dissimularsi di essere stata lei
la grande colpevole. Che cosa doveva egli fare, per trattenerla
[pg!188]
sull'orlo dell'abisso, più di quello che aveva fatto,
fino a parerne ridicolo? Amandola, per altro, che non sapeva
negarlo; ed anzi c'insisteva tanto più volentieri,
quanto più si mostrava disposto a resistere. Questo, almeno,
a lei pareva evidente, chiaro come la luce del sole;
e mettiamo pure che le piacesse esagerare la forza di
un sentimento, in cui potevano aver parte la delicatezza
dell'animo e la cortesia dei modi signorili.

Quanto agli scrupoli cavallereschi, onde i timori e i
rimorsi continui, ella bene intendeva come fossero effetto
necessario della grande amicizia tra lui e Raimondo. Ah,
quel Raimondo, così infatuato del conte Aldini, non era
stato egli la prima cagione del male? Dove l'uomo s'infatua,
la donna s'innamora; ecco il guaio. Così innamorata,
e forse più nella fantasia che non fosse nel cuore,
quanto aveva ella sofferto di quegli scrupoli, di quei timori,
di quei rimorsi, che ella non conosceva, pur dovendo
fingere di sentirli con lui! Ed egli voleva ricondurla
ad ogni costo sulla via della ragione, e non riusciva
ad altro che ad irritarne lo spirito. Troncare, finire,
ascoltare la voce del dovere; come si fa, quando l'anima
è piena del suo bel sogno, e la passione trabocca? Pure,
in gran parte, aveva dovuto cedere. Si vedevano di rado,
e quasi alla sfuggita; Raimondo, frattanto, parlava sempre
di voler ammogliare Filippo. Anche quello ci voleva!
Finchè erano discorsi in aria, pazienza; si poteva
sorriderne, quantunque a denti stretti. Filippo, dal canto
suo, si era sempre valorosamente difeso. Ma allora non
si vedeva il nemico alle porte: ora il pericolo appariva
vicino, imminente, ed ella lo aveva sentito senz'altro, al
[pg!189]
primo comparire della graziosa puppattola. Così la chiamava,
anche tralasciando l'epiteto; così chiamava tutte
le fanciulle di bella presenza, dalle ricche capigliature,
dalle guance vermiglie, dai grandi occhi incantati, ancora
un po' dure negli atti, senza languori, senza tenerezze,
ma forti della loro fiorente e promettente giovinezza.
Ah, quella puppattola, graziosa sì e no, ma innegabilmente
troppo ricca, faceva ben soffrire la signora Zuliani
nel profondo dell'anima, dove s'annida quella triste
miscela d'orgoglio e di vanità, che è il nostro amor proprio.
Ed era giunta a questo: rinunziar lei a Filippo,
purchè egli rinunziasse a Margherita. Su questo patto
si era ostinata; egli avrebbe resistito con nuovi argomenti
alla idea malaugurata di Raimondo; ella si sarebbe
rassegnata a non veder più Filippo, ridiventato in
istile di cerimonia il signor conte Aldini, a non vederlo
più, se non qualche volta, a punti di luna, nel suo salotto,
o nel suo palco a teatro. Fino a quando così? Fino a
quando si potesse durare. Tante cose si promettono, colla
speranza di non doverle poi mantenere!

Raimondo Zuliani giungeva a casa, secondo l'uso, di
buonissimo umore. Si era a tutta prima turbato, vedendo
la sua Livia un po' pallida e abbattuta nell'aspetto; ma
pensò che erano i soliti vapori, frequenti a dir vero, ma
brevi, passati i quali la strana creatura ritornava più
fresca e fiorente che mai. Strano uomo anche lui, con
tutte le virtù, con tutti i doni dello spirito, meno la
perspicacia nelle cose più vicine e più intime. Ma questa
qualità non va mai senza un certo spirito diffidente; e
può questo allignare dov'è rigogliosa la fede? Raimondo
[pg!190]
aveva una fede robusta in ogni cosa, fede in lei, fede
nell'amico, fede in sè stesso. Questa, poi, era principio
e cagione di tutte le altre. Per l'amor suo e per la passione
del lavoro, non aveva egli fatto miracoli, raggiungendo
una condizione invidiata? Ben lavorava per quella donna,
che era tutta la sua famiglia; e ancora non aveva egli
varcato nel cammino della vita quel mezzo, oltre il quale
s'incomincia a perdere qualche illusione e qualche speranza.
Egli e Livia potevano dirsi soli nel mondo; ma
se non gli arrideva forse più l'idea di lavorare per una
nidiata d'innocenti, bene egli vagheggiava il disegno ambizioso,
ma non temerario, di rallegrare gli anni maturi
della sua donna con due o tre milioncini, da aggiungere
a quello che non aveva più da aspettare. Egli
lo aveva pure indovinato, che i troppi milioni delle Cantelli
entravano per una gran parte in certe antipatie di
sua moglie, le quali senza ciò si sarebbero potute stimare
irragionevoli. Ebbene, a questo piccolo guaio c'era
rimedio, e in sua mano: giovine ancora e pieno di salute,
animoso ed accorto, col vento in fil di ruota da un
pezzo, avrebbe raddoppiate, triplicate le sue sostanze in
pochi anni. Non gli mancava il genio “degli affari„;
la fortuna lo aiutava; due buone ragioni per veder la
vita sotto l'aspetto più roseo.

Per allora, il sud sogno era quello di ammogliare l'Aldini,
il suo Pilade, che considerava come una sua creatura.
E ciò senza nuocere alle sue faccende, che non entravano
punto nel giuoco. Quello, infatti, era quasi un
lavoro delle ore avanzate; lavoro fine, lavoro delicato,
in cui si esaltava la sua mente, e si compiaceva il suo
[pg!191]
cuore. Far dei felici intorno a sè, bella cosa, e gaudio
divino: peccato che sia cura di pochi.

Or dunque, egli era di buonissimo umore a colazione;
ma fu di umor pessimo a pranzo. I giorni si seguono,
e non si rassomigliano; così disgraziatamente vanno, e
anche dissimili, le ore d'un medesimo giorno. La signora
Livia, che aveva le sue particolari ragioni in quel giorno,
per ispiare attentamente il volto di suo marito, non ebbe
da fare nessuna fatica per riconoscere che il vento era
cambiato. La faccia di Raimondo non nascondeva mai
nulla dei sentimenti interiori: gli occhi erano in lui
veramente lo specchio dell'anima.

— Che cos'hai? — gli domandò, vedendolo accigliato.

— Nulla; — rispose Raimondo.

— È troppo poco, il tuo nulla; — replicò la signora. — Tu
hai un dispiacere; ti si legge sulla fronte.

— Eh, cara mia! gli affari non vanno tutti bene ad
un modo. Corro il rischio, oggi, di perdere ventimila lire.

— E per questo hai le gronde? Avrai perduto altre
volte, e senza far quella cera.

— Non so; — disse Raimondo, svogliato. — Il perdere
è sempre spiacevole. Venti lire son venti lire per
tutte le borse, anche per quella di un Rotschild, come
dice il proverbio della gente d'affari; figùrati poi.... ventimila. —

Voleva ridere, ma rideva stentato. Ed anche stentato
gli era venuto l'accenno di quella gran perdita, che finalmente
non era ancora una perdita, ma un rischio di
perdere.

— Filippo ha parlato; Filippo ha resistito; — disse
[pg!192]
la signora Livia tra sè, reprimendo un sussulto di allegrezza,
la cui manifestazione per verità sarebbe stata
fuori di luogo.

Sì, Filippo aveva parlato, e in ciò che Filippo aveva
detto era da trovar la cagione della tristezza di Raimondo.
Ma questi non voleva confessare a sua moglie
che una nuova difficoltà fosse nata, e che questa difficoltà
gli venisse appunto dagli scrupoli, dalle fisime cavalleresche,
dalle ubbie pazzesche del suo caro Filippo.
Temeva troppo di sentirsi dire da sua moglie: “Ti sei
bene infatuato di quello sciocco? Ti sei bene affondato
negli impicci per lui? Vedi ora che bei giuochi ti fa,
rendendoti ridicolo, con la tua smania di far l'agente
matrimoniale! Aggiungi al ridicolo il doverti guastare
coi Cantelli. Per le donne, poco m'importerebbe; molto
deve importare a me, perchè importerà a te, e non andrà
senza le più gravi conseguenze, l'esserti guastato col
vecchio, padre canzonato e banchiere offeso nella sua
dignità.„

Questo, od altro di simile, ed anche di peggio, gli
avrebbe detto sicuramente sua moglie. Ora, egli non voleva
più aver guerra di parole con quella donna, tanto
amabile, cara, idolatrata a quel dio, ma un po' per cagione
de' suoi nervi, un po' troppo facile ad aspreggiare,
a schernire. Donna adorabile, se non avesse avuto quel
piccolo difetto, che a volte lo avrebbe fatto dare nei lumi!
Ma esseri perfetti non ne nascono al mondo.

Filippo adunque, era stato quel giorno al banco Zuliani,
secondo il costume invernale, sulle quattro del pomeriggio;
l'ora canonica, come la chiamava Raimondo,
[pg!193]
per fare la passeggiata igienica, aspettando ambedue l'ora
del pranzo, che doveva separarli, avviando l'uno al palazzo
Orseolo e l'altro al caffè Quadri.

— Oh, bravo, sei tu? — disse Raimondo, veduto entrare
l'amico. — Siedi; finisco di minutare una lettera,
e son da te. Sei stato al Danieli? — soggiunse, rimettendosi
a scrivere.

— No; — rispose Filippo.

— Come va questa faccenda? Ier l'altro, no; ieri nemmeno;
oggi meno che mai. Che giuoco è questo? Se credi
di toccare il cuore alle belle, con questo modo di farei....

— Sai, — disse Filippo, impacciato, — colla signorina
indisposta....

— Appunto per ciò; — interruppe Raimondo, — buona
ragione per andare ogni giorno a chieder notizie. Agli
occhi della signora Eleonora tu sei già un fidanzato, mio
caro. Ma che cos'hai, ora? —

Filippo s'era lasciato cadere allora allora su d'una poltrona,
accanto alla scrivania di Raimondo, e abbassata
la fronte rimaneva lì immobile, quasi istupidito, collo
sguardo fisso al tappeto.

— Più ci penso, — mormorò egli, senza levar gli occhi
da terra, — e più vedo questo matrimonio impossibile. —

Raimondo per quella volta depose la penna, e inarcò il
sopracciglio.

— Impossibile? perchè?

— Lo sai, lo intendi, dovresti immaginarlo anche tu.
Quella donna è troppo ricca per me. Temo le ciarle del
mondo. Ma sì; — soggiunse Filippo animandosi, poichè
tanto aveva preso l'aire; — questo pensiero è più forte di
[pg!194]
me. Ho cercato di vincerlo; non ci sono riuscito; sento
che non resisterò a questa vergogna.

— Vergogna, anche! La parola è grave.

— Nella mia condizione è la vera.

— La tua condizione è onorata; quante volte avrò io
da ripeterlo? Non sei uno spiantato, perbacco, e molti
galantuomini si sentirebbero in diritto di pretendere ad
un partito come quello, con molto meno di terra che
tu non n'abbia al sole. Inoltre, te l'ho anche detto; da
amici, e segretamente, e senza aver neanche da rimetterci
un soldo, son sempre qua io per pareggiar le partite. —

Filippo fece il solito gesto di diniego all'offerta.

— Sì, quel che vorrai; — diceva egli frattanto. — Ma
non si tratta solamente della dote, per me; si tratta
del resto, di tutto il resto, capisci?... Con tanti milioni!...

— Tanti milioni!... Chi te l'ha detto, che sian tanti?
E mettici un numero, almeno. —

Filippo sentì che su quella strada non era prudente
andare più innanzi. Lo sapeva bene, il numero di quei
milioni; ma non poteva lasciar trapelare da chi lo avesse
saputo.

— Ma, — balbettò egli impacciato, — è da supporre,
almeno....

— Non ne supporre troppi, ti prego; — disse Raimondo,
vedendo che l'altro non accennava a voler compiere
la frase. — Anselmo è ricco, o potrà diventare ricchissimo.
Ha ancora molti anni davanti a sè; tu ne avrai
altrettanti da aspettare, prima di darti pensiero di ciò
che egli potrà lasciare, non a te, ma a sua figlia.

[pg!195]
— Ebbene? — rispose Filippo. — Cessa forse per questo
ogni dubbio, ogni sospetto di calcolo da parte mia?
Pensa, ti ripeto, pensa alla mia condizione, che è delicata,
che è grave.

— Pensa, pensa! — ripetè Raimondo, con accento sarcastico. — E
non pensi tu, frattanto, che altri possa trovarsi
in una condizione più grave, più delicata della tua.

— Altri?

— Io, per tua norma; io che ho imaginato, proposto
e condotto così avanti il disegno che oggi ti spiace.

— Hai ragione, hai ragione; — rispose Filippo, umiliato. — Ma
non è poi così avanti, come tu dici. Il signor
Anselmo, finalmente, ha ancor da vedere e da conoscere
tante cose, prima di accettare la tua proposta.
Se egli non è ancora impegnato a nulla, devi crederti
tu impegnato a tutto?

— A tutto, sì, proprio a tutto. Vedi qua, una lettera
che ho in tasca da tre giorni. Non meriteresti di leggerla;
ma oramai è necessario che tu sappia a che punto
siamo arrivati. Ecco, e giudica tu. —

Così dicendo, aveva cavato dalla tasca del soprabito
il suo portafogli, e ne estraeva una lettera, porgendola
tosto a Filippo. L'aperse questi, e incominciò a leggerla
sottovoce, fremendo, tremando, balbettando dalla commozione.
La lettera diceva così:

    | “*Caro Zuliani*,

    “Vi ho sempre stimato per un uomo di cuore, d'onore,
    e di buon consiglio. Quello che a voi parve un
    eccellente partito, era già accettato da me, sempre sotto
    [pg!196]
    la condizione che fosse accettato dalla mia cara Margherita.
    Nondimeno (perdonatelo alla giusta sollecitudine
    d'un padre, ed anche un pochino alle vecchie abitudini
    dell'uomo d'affari), nondimeno, avendo necessità
    di rimanere ancora pochi giorni a Milano per le faccende
    della Rete Mediterranea, ho voluto prender lingua
    laggiù. Conoscevo la gente di fama, gente onoratissima,
    e che a Parma ha lasciato buon ricordo di virtù
    pubbliche e private. Sapevo da voi che la sostanza,
    senza essere larghissima, era tuttavia non spregevole,
    e capace di maggiore incremento. So ora di laggiù che
    l'erede rimasto orfano in età giovanissima, e avendo
    dalla carriera militare incentivo a spendere, non ha
    intaccato d'un soldo il suo patrimonio. Questa è una
    ragione di gran sicurezza per un babbo, e vale già il
    doppio, il triplo di ciò ch'egli possiede. Mi resta solo
    un timore; quello di essermi imbattuto in una perla
    d'uomo; cosa tanto difficile ai giorni nostri, che mi
    pare un prodigio, una stranezza. Perchè non mi sembri
    più tale, debbo ricordare che mi sono pure imbattuto
    in voi, caro e stimato Zuliani.

    “Io partirò giovedì da Milano, ma per far sosta a Padova,
    dove m'aspetta una seduta della Veneta. Ci ho
    piccolo interesse, come sapete, ma bastante a farmi
    fare il viaggio. Sabato mattina, poi, muoverò per Venezia,
    dove giungerò, come mi promette l'orario, alle 9,50.
    Venitemi incontro alla stazione, se potete; e non dite
    nulla alle mie donne, poichè mi spiacerebbe obbligarle
    ad alzarsi troppo per tempo. Avremo così più agio di
    ragionare tra noi due, e se Dio vuole avremo presto
    [pg!197]
    varata questa nave, ad onor vostro e mio. State sano,
    ottimo tra gli amici, e credetemi sempre il vostro

    .. class:: right

    | “:small-caps:`Anselmo Cantelli`.„

Filippo Aldini era fortemente commosso; leggeva e rileggeva,
guardava e riguardava il foglio per tutti i versi,
come se non sapesse staccarsene.

— Scrive da uomo di cuore; — diss'egli finalmente: — e
ciò ch'egli dice dei miei vecchi mi tocca l'anima. —

Una lagrimetta, frattanto, gli era spuntata in pelle
in pelle.

— Vedi, eh, che fior di galantuomini ci abbiamo noi
per le mani? — gridò Raimondo con aria di trionfo. — Come
si fa a non amarli, a non andar magari nel fuoco
per essi?

— Vero, vero; ma io....

— Ma tu non sei convinto, ora, non sei persuaso della
impossibilità di dare indietro?

— Vorrei contentarti; lo sa Iddio, se vorrei; ma non
posso.

— Non puoi? Di' che non vuoi. Le tue ragioni le ho
già combattute una volta, e vinte. Perchè ritorni alla
carica? Ti avverto, caro, che io non posso seguirti. Non
fo il burattino, io. Voglio la tua felicità, finalmente. Non
ami tu Margherita?

— Sì, — gridò Filippo, infiammandosi, — l'amo, lo sai,
l'amo con tutte le forze dell'anima.

— E allora che ti trattiene? Avresti tu qualche vincolo....
d'onore, che io non conosco? —

Filippo fece ripetutamente un gesto di assenso.

[pg!198]
— Ti torna in mente un po' tardi, se mai. Ed è una
persona libera, a cui tu debba dare il tuo nome? —

Filippo rispose con un gesto di diniego.

— D'altri? — ripigliò Raimondo, facendo una vigorosa
spallata. — Oh, allora, mio caro, essa non ha male
che non si meriti. E tu, se mai, la guarisci. Puoi confidarmi
il suo nome? Le parlo io, da onest'uomo. Non
puoi? O per caso, non sarebbe questa un'invenzione dell'ultim'ora?
Anzi, poichè al vincolo ho accennato io scioccamente,
non sarebbe un'invenzione dell'ultimo momento?
Io ti conosco da un pezzo; non ho mai veduto nelle tue
abitudini nulla di misterioso, o di strano. Non c'è neppur
l'ombra di un vincolo, e tu vuoi darmela a bere;
non c'è altro che un capriccio pazzo, per tormentare te
stesso e chi vuole il tuo bene. Quanto a costui, dico
male, non lo tormenti; vuoi farlo bugiardo, vuoi levargli
l'onore.

— Questo no! — disse Filippo, fremendo.

— Questo per l'appunto; — ribattè prontamente Raimondo; — è
la conseguenza logica del tuo capriccio. Se
tu non te la senti di resistere alla vergogna..., l'hai detta
tu questo mala parola!... io non resisterò alla figuraccia
che m'avrai fatto fare con una famiglia tanto rispettabile;
te l'assicuro io.

— Ma che cosa.... — balbettò Filippo, — che cosa vorresti
tu fare?

— Quello che un uomo d'onore sa fare, quando per
colpa sua, o d'altri, ha perduta la stima della gente dabbene.
Non sarà poi un grande sacrificio; — disse Raimondo,
con voce improvvisamente mutata, e quasi parlando
[pg!199]
a sè stesso. — Che famiglia ho io? Non figli a
cui provvedere, col desiderio di farli sempre più ricchi;
anche la mia vita diviene una cosa inutile e sciocca.
Non ti ho mai detto queste cose; ma da un pezzo lo
sento. Allegro una volta per indole, ho del mio carattere
antico mantenuta la maschera: ma sono nel fondo un
disgraziato. Vorrei amare l'universo mondo; e a modo
mio non ama nessuno. Mia moglie.... tu la conosci, e sai
se l'amo.... mia moglie è malata più che non sembri. Con
te, in confidenza, posso dire ciò che ho sempre taciuto:
è figlia d'una donna che è morta pazza; mi capisci? pazza.
Ed anche lei, nervosa all'eccesso, mi tiene da qualche
tempo in continua ansietà. Oggi ride, domani piange.
Non so che cosa farei, per quella donna; ma so bene
quello che ho fatto.... —

Qui il povero Raimondo faceva la faccia scura; tristi
ricordi si erano aggravati sull'anima sua, come un velo
denso di nuvoli sulla vetta di un monte.

— Per isposar lei, — continuò, — mi sono persino
disgustato con mia madre. Tu vedi bene che la santa
donna non viene quasi mai a Venezia, nella città dove
è nata! Ella non ha mai potuto perdonarmi questo matrimonio.
E neanche la mia Livia, — soggiunse egli, sospirando, — ha
mai fatto nulla per disarmarla, per rabbonirla;
è così, e non si muta. La mia povera madre, che
adoro, la cara donna, l'unica persona al mondo per cui
sono ancora un bambino, mi tiene il broncio, mi punisce
così della mia disubbidienza. Ho meritato il suo rigore,
lo so: ma ero tanto innamorato! E vivevo per l'amor
mio, in questi anni; vivevo anche per l'amicizia, che
[pg!200]
ho sempre creduta una grazia del cielo. Ma tu, l'amico
del cuore, ricusi i miei doni. La vergogna.... il capriccio....
il puntiglio!... Io avrò fatto male a correr le poste,
già te l'ho detto; ma posso aggiungerti che non le
ho corse davvero, se non quando mi hai dato il tuo sì,
che oggi ti vorresti riprendere. Pensaci! Come è vero
Dio, ti accerto che domattina non andrò alla stazione
per incontrare il signor Cantelli, se non potrò portare
con me il tuo consenso. Ciò che in quella vece avrò
fatto, saprai. Tu mi disonori in faccia a quell'uomo; non
sopravviverò a questo colpo. —

Filippo Aldini era allo stremo delle sue forze: il suo
cuore si contorceva nello spasimo di un'aspra tortura morale.
Fremeva al pensiero del rischio in cui la sua ostinazione
precipitava l'amico; e la imagine di Medusa gli
si affacciava lumeggiata di sinistri bagliori, nell'ombra.

— Perdonami. Raimondo; — annaspò; — non ti esageri
ora il pericolo?

— No; — rispose netto quell'altro. — La lettera di
Anselmo ti mostra che cosa pensi egli di me. Quando
un uomo è collocato tant'alto nella stima altrui, egli
è come la statua rizzata sul suo piedistallo; se casca
non c'è rimedio, va in pezzi. Aggiungi che quando io
fossi perduto nella stima di Anselmo, ogni relazione d'amicizia
e d'affari sarebbe rotta tra noi. Tutto ciò farebbe
scandalo tanto più grave, in quanto che, non essendo
conosciute le cagioni della rottura, il mondo ne imaginerebbe
a sua posta. Vedi a che punti mi condurrai col
tuo no. Ma io prego ancora? — gridò Raimondo, inalberandosi
tutto ad un tratto. — Dopo ciò ch'io t'ho detto
[pg!201]
delle mie risoluzioni, sarebbe una viltà continuare. Pensaci!
Tu non hai avuto ragioni da oppormi, ed hai sentite
le mie. Pensaci! Aspetterò la tua risposta prima di
notte. Per darmela meditata e seria, come ho il diritto
di esigerla, poichè il cuore non te l'ha subito dettata,
devi restar solo colla tua coscienza. Va!

— Raimondo! — gridò Filippo non voce lagrimosa. — Raimondo!
Se tu mi leggessi nell'anima!...

— Te l'ho detto, aspetto la tua risposta. Leggerò quella;
non più parole inutili; va! —

Si era alzato, così dicendo. Anche l'Aldini si levò in
piedi e si mosse per uscire, con un gesto d'addio disperato;
veramente disperato, come il caso in cui lo aveva
messo il suo triste destino.

Rimasto solo nelle stanze, Raimondo si studiò anzitutto
di ricomporre il viso ad un'apparenza di tranquillità.
Con uno sforzo violento venne a capo di padroneggiarsi,
tanto da poter finire di minutare la lettera rimasta interrotta;
poi chiamò il signor Brizzi, per dargli le opportune
istruzioni. Finalmente uscito dal banco, andò
attorno passeggiando senza saper dove e perchè, ma rinfrancandosi
a grado a grado nell'aria pungente della sera,
e portò a casa il resto del suo turbamento, quel resto
che non poteva sfuggire all'occhio indagatore di Livia.
Lì per lì, come s'è visto, Raimondo aveva dovuto scodellare
quella bugia delle ventimila lire in pericolo; la
prima che gli era venuta alla mente, e la più facile ad
un uomo d'affari, ma non lavorata abbastanza, non aggraziata
nè condotta a pulimento, per la fretta che aveva
di trovar qualche cosa. Forte di quella bugia, era rimasto
[pg!202]
aggrondato, per tutto il tempo del pranzo, ed anche più
tardi in salotto, mentre la signora fingeva d'esser tutta
intenta nel suo ricamo turco (un ricamo che voleva durare
quanto la tela di Penelope), ed egli di essere sprofondato
nella lettura dei suoi giornali. Ed ella di tanto
in tanto, col pretesto d'infilar l'ago, mandava una rapida
occhiata al marito; ed egli, a più lunghi intervalli, come
se si destasse ad un tratto da una specie di letargo, attaccava
qualche discorso vano, che tosto lasciava cadere.
Serata uggiosa per tutt'e due! Frattanto egli non dava
indizio di volersi spiccare da casa, per andare a far quattro
passi.

Erano già suonate le nove all'orologio dell'anticamera,
quando si udì una scampanellata. Visite? Per quella
sera non ne aspettavano. Poco dopo entrava in salotto il
fido Giovanni, portando un vassoio d'argento, e sul vassoio
una lettera.

— Per lei, signor padrone; — diss'egli, accostandosi
al signor Raimondo.

Prese questi la lettera con un gesto convulso, che alla
signora Livia potè sembrare impaziente.

Ella intanto sbirciava il messaggio, che Raimondo
aveva dovuto recare più presso alla tavola, sotto il vivo
lume della lampada elettrica ond'era rischiarato il salotto;
e tosto riconosceva il tipo delle buste del banco
maritale, insieme colla mano di scritto del signor Brizzi,
gran maestro in calligrafia commerciale. Anche questi
particolari aveva notati Raimondo, e alla sollecitudine
con cui aveva afferrata la lettera era succeduto un senso
di delusione e di noia. Nondimeno, aperse la busta, ne
[pg!203]
estrasse il foglio, e lo spiegò. C'erano pochi versi di
scritto, e lo sguardo di Raimondo li abbracciò tutti in
un colpo; egli ripiegò quindi il foglio, lo rimise nella
busta, e cacciò tosto il messaggio nella tasca interna
del suo soprabito.

Ma un gran mutamento si era fatto in lui: sparite le
gronde, la fronte rasserenata, l'occhio tornava a brillare
della solita luce, e le labbra, non più strette come dianzi,
s'ammorbidivano ad una espressione di gran contentezza.

Tutto ciò non era sfuggito allo sguardo di Livia. La
bella signora aveva molte ragioni, quel giorno, per essere
in singolar modo curiosa. Passati appena pochi secondi,
quanti ne bastavano a capire che Raimondo non
avrebbe aperto bocca egli stesso per darle ragguagli, placidamente,
senza levar gli occhi dal suo ricamo, gli disse:

— Buone notizie?

— Eccellenti; — rispose Raimondo.

— Il rischio che correvi di perdere?...

— Sfumato. Lo dicevo ben io a me stesso! Come ti si
può cangiare così, di punto in bianco, diventare tutt'altro,
l'uomo che hai sempre stimato, vedendo in lui la
perla degli uomini? Ecco intanto come vanno le cose di
questo mondaccio; — soggiunse Raimondo, chetando
un pochino quella sua foga soverchia; — è bastata la
voce di un maligno, per far credere che un galantuomo
chiamato a Padova da un negozio urgente, rimasto colà
un giorno più del previsto, fosse dato per un fuggiasco,
che volesse sottrarsi ai suoi impegni d'onore. È tornato,
il brav'uomo; è capitato al banco, dopo che io n'ero uscito,
ed ha soddisfatto il suo debito. —

[pg!204]
Le spiegazioni verbali erano belle e buone; ma la signora
Livia avrebbe preferito leggere senz'altro la lettera.
Disgraziatamente Raimondo teneva gli affari e le
lettere d'affari per sè; ed era un gran fatto che per una
volta tanto si fosse lasciato cavar di bocca quel poco.

Uscito di pena, Raimondo lesse meglio i giornali, anzi
diciamo che incominciò a leggerli soltanto allora; ed anche,
secondo l'uso, lesse e commentò la cronaca cittadina
a sua moglie. La quale, frattanto, pensava che suo marito,
anche avendo perduto o corso rischio di perder somme
più forti, non era mai stato tanto accorato come quel
giorno, tra le sei e le nove di sera.

— Va, caro; tu non me la dici giusta; — pensava
ella in cuor suo.

Quella sera egli si ritirò nelle sue stanze un po' prima
del solito. E al servitore che lo accompagnava col lume,
parlò facetamente così:

— *Paron Nane*, domattina vorrei il caffè alle sette.
E svegliatemi, s'intende; che non vorrei beverlo freddo. —

Era strano, quell'ordine di svegliarlo alle sette. Nell'inverno,
di solito, si faceva portare il caffè alle otto,
e magari alle otto e mezzo. Inoltre non diceva “paron
Nane„ al suo vecchio servitore, se non quando era allegrissimo.
Che proprio tutto quel buon umore venisse da
una lettera d'affari? e niente, il cattivo delle ore innanzi,
da un discorso che aveva dovuto fargli Filippo Aldini,
quel medesimo giorno?

[pg!205]


.. toc-entry:: XIII. Triste risveglio.

XIII.
=====

Triste risveglio.
-----------------


Ma aveva poi parlato Filippo Aldini? Bene lo aveva
promesso a lei, sulla sua fede di gentiluomo; ed ella
doveva crederlo risoluto, come le era apparso sincero.
Quella fiducia si era avvalorata in lei vedendo ritornare
a casa Raimondo così profondamente turbato: ma la fiducia
si era dileguata oramai, e tanto più facilmente quanto
era stato più rapido il trapasso di Raimondo dalla insolita
tristezza al buon umore consueto.

Ch'ella si fosse ingannata nei suoi sospetti? Si trattava
egli davvero d'una somma di denaro in pericolo?
tutto si riduceva egli adunque ad un episodio volgare
della vita bancaria, sempre seminata di rischi? In questo
caso, bisognava concludere che Filippo non avesse
ancora parlato, e che tutto il rimescolo di Raimondo dipendesse
da quell'altra cagione, che le era parsa insufficiente
a produrlo. Ma allora, perchè aveva indugiato
l'Aldini a parlare? Quando aspettava egli a farlo, mentre
il farlo era più urgente che mai?

[pg!206]
Ah quella lettera! quella lettera, se a lei fosse riuscito
di leggerla, le avrebbe dato modo di procedere a più
sicure induzioni. Senza dubbio, quella lettera usciva dal
banco Zuliani; lo diceva la busta con tanto di bollo; lo
diceva la nota calligrafia commerciale del signor Brizzi
degnissimo. Ma il foglio che c'era dentro, che cosa portava
nelle sue pieghe? proprio la notizia che un debitore
non era scappato?

Questi pensieri, tutti intessuti di dubbi angosciosi,
dovevano tenerla quella notte ben desta, facendole dar
volta ad ogni momento nel suo letto, sotto gl'impulsi
d'una febbrile inquietudine. A un certo punto non seppe
più trattenersi. Scivolò dalle coltri, indossò la sua veste
da mattina e passò nell'abbigliatoio, che separava la sua
dalla camera del marito. Muovendo leggera leggera si
accostò all'uscio di questa, e stette un pezzo origliando,
per assicurarsi che Raimondo fosse ben preso dal sonno.
Di solito, quando dormiva, Raimondo dormiva sodo. Ma
come fu lunga per lei la fatica di girar la maniglia che
teneva chiuso quell'uscio, traendola così delicatamente,
così lentamente, che la toppa non avesse a cantare! Raimondo,
benedetto lui, non avrebbe sentito neanche il cannone.
E finalmente, se si fosse risvegliato, non mancavano
pretesti a giustificare l'apparizione notturna di lei.
Poteva dire, ad esempio, di essersi turbata, sentendolo
parlare, o dolersi in sogno, come alle volte accade. Ma
allora, addio lettera: e su quella lettera appunto bisognava
metter la mano.

L'uscio era aperto senza rumore, e Livia entrò guardinga
nella camera; inoltrandosi alla fioca luce della
[pg!207]
finestra, arrivò strisciando fino alla spalliera di un canapé,
dove ella sapeva che suo marito usava gittare i
suoi abiti. Allungò il braccio, palpò destramente, trovò
il soprabito, e ficcò la mano nella tasca di petto; ivi
sentì il portafogli, e accanto al portafogli una busta.
Era quella? A buon conto la prese, e così lieve lieve
com'era venuta, si ritrasse, strisciando sul molle tappeto,
fino alla camera sua. Là dentro, al lume di una lampadina
da notte, guardò ansiosamente la busta. Era proprio
quella, col bollo del banco, e la soprascritta già da
lei ravvisata. Tosto, con ansia indicibile, e con pari sollecitudine,
ne estrasse il foglio, e lo spiegò, accostandolo
quanto più poteva al cristallo. Ah! non c'era più da ammirare
là dentro la calligrafia commerciale del signor
Brizzi; bensì da stupire, e come! davanti ad una mano
di scritto meno regolare, senza sfoggio di filetti e svolazzi,
tutta personale, asciutta, rigida, e chiara, poi,
chiara fin troppo! Filippo aveva dunque parlato? Sì, certamente,
poichè egli appunto scriveva.

Ah, bravo! anche la malizia dello scrivere all'amico
sotto la copertina del banco? Tutto ciò, ben inteso, per
non dar nell'occhio a lei, per guardarsi da una sua indiscrezione.
E come aveva dovuto lavorar di fine, per
giungere a tanto! Il banco Zuliani si soleva chiudere
poco dopo la partenza del principale. Per usare a quel
modo della carta del banco e dell'opera del suo segretario,
il conte Aldini era andato a scovare il signor
Brizzi. Come ciò fosse avvenuto, s'indovinava benissimo:
dal Quadri, ove pranzava l'Aldini, al *Cappello Nero*,
ove il Brizzi faceva i suoi pasti, non era lunga la strada.

[pg!208]
Queste cose pensò in un baleno; frattanto leggeva il
biglietto. Così scriveva brevemente l'Aldini a Raimondo:

    “Hai ragione, ed io sono un pazzo. Ma se tu vedessi
    nell'anima mia!... Basta, io non ti dirò altro dei miei
    turbamenti. Vedi pure il signor Anselmo; io non ho più
    nulla da opporre alle tue argomentazioni, segnatamente
    all'ultima, che mi ha troppo commosso. Ah, Raimondo,
    Raimondo! Tu eri ben degno d'un amico migliore.

    .. class:: right

    | “Il tuo :small-caps:`Filippo Aldini`.„

E nient'altro: ma quel tanto bastava ad illuminare
la signora Zuliani. “Vedi pure il signor Anselmo; io
non ho più nulla da opporre.„ Oh, caro! Si era egli
dunque finito di persuadere da sè? C'erano molte più
cose da opporre a lui, e alle sue facili persuasioni. Ma
non c'era tempo da perdere. Livia rilesse il biglietto,
per non dimenticarne una sillaba; poi lo ripose nella
sua busta, e com'era andata una volta, così guardinga
ritornò nella camera di suo marito; rimise la lettera al
suo posto, mentre Raimondo seguitava a dormire, e si
ridusse nella sua camera. Soltanto allora poteva dar libero
corso allo sdegno ond'era tutta invasata.

— Ah no! non sarà come tu la pensi, cacciatore di
doti! Saltasse il mondo, questa non la spunterai, te lo
prometto. Ed io, quando prometto, mantengo. —

Così borbottava tra i denti, mentre la sopraccoglieva
un gran freddo, obbligandola a rimettersi in letto. Indossava
ancora la veste da camera, e non ci aveva
neanche badato. Tra poco, al gran freddo sarebbe succeduto
[pg!209]
un gran caldo; tanto già incominciava la febbre
a darle travaglio. E rileggeva con gli occhi della mente
il biglietto fatale. “Vedi pure il signor Anselmo„. Ma
dove, se il signor Anselmo era a Milano? Che, forse era
egli per giungere a Venezia? Ma sì, l'ordine dato da
quell'altro di esser destato alle sette, non indicava che
volesse andargli incontro alla stazione? Si faceva tutto
a gran furia; e sul tamburo la scritta nuziale! Ah, no,
mille volte no! Ella non voleva; non avrebbe mai
consentito.

Filippo adunque perduto irremissibilmente per lei! E
di lei si era fatto giuoco, il vigliacco! Ogni tentativo,
pur troppo, le era andato a male. Aveva parlato alle signore
Cantelli, seminando accortamente sospetti; e Raimondo
si era affrettato a dissiparli. Curiose quelle donne,
che si lasciavano così facilmente persuadere, tanta era
la fretta di acciuffare un marito! Aveva parlato a Filippo,
ottenendo da lui la promessa di resistere; e Raimondo
era venuto a capo di persuadere anche quello, facendogli
rimangiare la sua sacra parola. Con tante fatiche,
non era dunque riuscita a nulla? E non le si offriva
nient'altro, per muovere alla riscossa, per mettere
a segno il cacciatore di doti? Ah, se avesse potuto discorrer
lei, col banchiere Anselmo! Quello non doveva
avere la stupida fretta delle sue donne, e neanche gli
stolidi capricci del suo collega di Venezia; quattro ragioni
spiattellate lì, senza tanti rigiri, lo avrebbero convinto
della necessità di rompere quei negoziati vergognosi.
Che cosa gli avrebbe detto? Non lo sapeva ancora;
si sarebbe buttata là a capo fitto, anche a rischio
[pg!210]
di confessargli ogni cosa di sè. Lo sdegno non ragiona;
può passar sopra alla vergogna. L'essenziale, per lei, era
di vincere.

Ma come poteva sperare di veder subito il banchiere
Cantelli, e senza importuni alle costole? Ci pensava, e
mulinava disegni, l'uno più sottile e più pazzo dell'altro.
Lo sdegno intanto cresceva, cresceva come un fiume in
piena, che raggiunge il colmo degli argini, li sormonta
e dilaga. Il sangue le dava tuffi frequenti; le tempia le
ardevano; le si offuscavano gli occhi. Filippo sposo! Filippo
che si rideva di lei e delle sue furie impotenti! Ah, il
signorino, il bel conte, così mutato da quello di un
giorno! Perchè egli, con tutti i suoi rimorsi, con tutte
le sue prudenti esortazioni, non poteva negare a sè
stesso di averla ricambiata di amore. Gli avrebbero dato,
se mai, una solenne mentita le sue medesime lettere,
piene di soavissime cose. Bruciando per tutte le membra,
non potendo più stare sotto le coltri, si alzò di scatto,
mosse alla volta di uno stipo che stava appoggiato
contro la parete, lo aperse, e toccato un segreto nel fondo,
ne fece uscir fuori un involtino di carta. Erano lì, strette
da una fettuccia color di rosa, le lettere di Filippo
Aldini.

Non molte, per altro; l'amico era assai presto diventato
sospettoso e prudente: tanto prudente, che si era
fatto promettere da lei di bruciare quegli otto o nove
messaggi d'amore. Che bisogno di conservarli, se durava
nei cuori il sentimento gentile ond'erano stati ispirati?
Così egli diceva. Ma qual donna innamorata, o che tale
si creda, accetterà mai il consiglio di distruggere i
[pg!211]
dolci ricordi del tempo felice, i cari trofei della sua
stessa vittoria? Aveva promesso di bruciare, ed aveva
conservato; rileggeva allora, e si esaltava sempre più.
Scoccarono le cinque, ed ella non aveva anche finito di
sfogliar quelle pagine, di notarne i pensieri, di meditarne
le frasi, di richiamarsi alla mente le sensazioni
che s'erano accompagnate alla prima lettura. E se quell'altro
si fosse destato? Se udendo il fruscìo delle carte,
od altro lieve rumore nella camera di Livia, e imaginando
ch'ella non dormisse più, fosse comparso là, dall'uscio
dell'abbigliatolo, e l'avesse colta in sull'atto dell'amorosa
lettura? Ebbene, comparisse pure, lo spettro
della vendetta. Oramai, ella non reggeva più alla violenza
del suo dolore; ogni altro male sarebbe stato un
_`sollievo`. Ma egli dormiva ancora, dormiva sempre il
sonno del giusto; e Livia ebbe tempo a rileggere, a meditare,
a richiamar sensazioni antiche, poi a rifar l'involtino,
a rimetterlo nel suo cassetto d'acero, e a richiuder
lo stipo.

Il freddo la riprendeva, ed ella ritornò a rannicchiarsi
nel letto, formando sempre nuovi disegni, non trovando
mai nulla che valesse, rabbrividendo, fremendo, gemendo,
e nella sua disperazione chiedendo a Dio che la facesse
morire. Il mondo le pareva un buio deserto, oramai, se
le mancava Filippo, se Filippo doveva appartenere ad
un'altra. E vedeva la puppattola sciocca, bianco rosata
sotto le ciocche luccicanti dei suoi capelli neri; la vedeva
lieta, trionfante, venirle incontro con un sorriso
che tradiva lo scherno, per ringraziarla dell'esser venuta
ad assistere alla cerimonia nuziale. E a quella, e ad
[pg!212]
altre feste doveva esser presente la moglie di Raimondo
Zuliani, autore glorioso e dissennato della felicità del
suo caro Filippo. Ah no, per la collera di Dio, che punisce
i traditori, quella felicità non sarebbe giunta a
maturanza; no, no, mille volte no; sarebbe morta,
piuttosto, ma della collera divina sarebbe stata lei lo
strumento.

Intanto albeggiava; il cielo si tingeva di un tenue
chiaror cenerognolo, sui tetti dei palazzi nereggianti in
grandi masse dall'altra riva del Canal Grande. Ed ella
ancora non aveva chiuso occhio; e quell'altro seguitava
a dormire, più saporitamente che mai. Attraverso gli
usci dell'abbigliatolo, Livia ne udiva il respiro largo, profondo,
monotono nel suo ritmo uniforme.

— E tu dormi, sciocco! — mormorava ella, stizzita. — Così
tu hai sempre dormito. —

Infatti, che cieca fiducia, in quell'uomo! Quante volte
non si era ella trovata sul punto di essere scoperta!
Ogni altro si sarebbe insospettito di meno; egli no.
Gran fede! gran fede! Si fonda una religione, colla
fede, non si governa una donna. Ed era stato lui,
a tirare in casa il bel conte; lui a magnificarne ogni
atto, ogni parola, ogni gesto; tanto che, sul principio,
ella ne era seccata parecchio, avendo perfino accolto
nell'anima il sospetto che il suo Raimondo, senza volerne
aver l'aria, fosse noiato di lei e chiamasse un
aiuto a portar la sua croce. Ma che cosa aveva di tanto
miracoloso, quel conte? Era bello, sì, senza eccesso; elegante
con misura; scarso di parole, che parevano tutte
assai meditate; spesso e volentieri taciturno; sempre in
[pg!213]
atteggiamento pensoso. Forse per questo lo dicevano un
uomo fatale? La uggivano maledettamente, gli uomini
fatali. Ma intanto, volere o no, poichè egli era entrato
nelle grazie di Raimondo, bisognava studiarlo, ed
anche poteva essere utile studiarlo per indovinare con
qual segreta malìa avesse egli incantato parecchie bellezze,
delle quali in ogni ritrovo più o meno aristocratico
si bisbigliavano i nomi. Ahimè, studiare è
principio di amare; e quando la signora Livia ebbe
molto studiato, si ritrovò pazzamente innamorata del
conte Aldini. Un amor pazzo non è sempre, anzi non è
quasi mai un amor vero; non è certamente un amore
profondo; nasce dal cervello e non dal cuore; l'imaginazione
lo ha concepito, il sentimento la ha tenuto a
battesimo, secondo l'usanza di tanti padrini, senza calcolar
troppo i suoi obblighi. Così travolta dall'impeto
della passione, era stata lei la prima cagione del male
onde ora aveva a dolersi. Il suo amor proprio non le
permetteva di confessarlo; alla peggio, la colpa di tutto
andava ascritta a Raimondo. E certo, quel marito non
era stato prudente, nè savio: felice tra due diversi affetti
dei quali sentiva bisogno il suo gran cuore, non
aveva veduto nulla, sospettato di nulla; beatissimo uomo,
aveva dormito tra due guanciali, proprio come in quel
momento faceva.

Ma per allora, a buon conto, l'amico doveva risvegliarsi.
“Paron Nane„ aveva bussato due volte all'uscio della
sua camera, discretamente la prima, più forte la seconda;
finalmente, a rompergli l'alto sonno nella testa, era entrato,
portando il vassoio del caffè, secondo l'ordine ricevuto.

[pg!214]
Livia sentiva dalla sua camera la voce del vecchio servitore
che riscuoteva Raimondo, e tosto quella di lui, che
destato in soprassalto chiedeva:

— È già l'ora?

— Sono le sette, signor padrone; — rispondeva quell'altro. — Non
mi ha ordinato di svegliarla ad ogni
costo?

— Sì, sta bene, sta bene; versate il caffè, paron Nane, — replicava
Raimondo. — Ma in verità, dormivo così di
gusto! —

Le sette scoccavano infatti all'orologio dell'anticamera.
Le sette; e Livia aveva passata tutta la notte insonne!
E il sangue le ribolliva nelle arterie, pulsando forte,
martellando alle tempie.

Già Raimondo era sceso dal letto, ed ella lo sentiva
andare e venire nella fretta del vestirsi, poi richiamare
il servitore e ordinargli che la gondola fosse pronta per
le otto alla scalinata del palazzo. Un'ora, dunque, un'ora
appena doveva passare, ed egli sarebbe uscito, sarebbe
corso dove lo chiamava il suo matto desiderio di far la
gente felice. Ella, intanto, era fuori di sè. Tremassero i
felici, ai quali Raimondo dedicava le sue cure amorevoli:
ella sentiva una voglia furibonda di balzare dal
letto, di fare un chiasso, di romperla con ogni riguardo,
come con ogni paura. Non ne poteva più, non ne poteva
più; o sfogarsi, o morir soffocata.

Raimondo era entrato nell'abbigliatoio; Raimondo veniva
ad aprir l'uscio della camera di lei; Raimondo appariva
sulla soglia.

— Livia, dormi? — chiedeva egli a bassa voce.

[pg!215]
— Che! — rispose lei, coll'accento sdegnoso che Raimondo
conosceva così bene, e a cui così bene, se non volentieri,
si adattava da un pezzo. — Ma si può egli sapere
dove corri a quest'ora?

— Non corro, come vedi; vengo a darti il buon
giorno. Per uscire c'è tempo ancora; ma volevo esser
pronto: il sonnellino d'oro è così traditore, che guai,
a fidarcisi! Debbo trovarmi alla stazione intorno alle
nove. —

Ella ebbe al cuore un sussulto violento. Non si era
dunque ingannata; Raimondo muoveva ad incontrare il
Cantelli. Ma volle averne l'intiero da lui.

— Alla stazione! — ripetè, simulando un alto stupore. — E
perchè?

— Sai, arriva questa mattina l'amico Anselmo; — rispose
Raimondo.

Non le diceva nulla ch'ella già non sapesse: pure il
sentirselo confermare da lui, le diede una stretta dolorosa.

— Ah! — esclamò con accento sardonico. — Sempre
per quel matrimonio!

— Ma sì; — diss'egli, stropicciandosi le mani. — Oramai
siamo alle porte coi sassi.

— Davvero? — ripigliò la bella sdegnosa. — E si
contenterà di quattro sassi sul parmigiano, il babbo dei
sette milioni?

— Si è già contentato, mia cara; egli viene soltanto
per conoscere il suo futuro genero. Quanto agli interessi, — concluse
Raimondo, — avevamo già tutto combinato
in questi giorni per lettera. —

[pg!216]
Livia si morse le labbra a sangue.

— Che scioccheria! — gridò, esasperata. — Ma
che ti salta in mente di far dei felici a loro malgrado?

— A loro malgrado? — ripetè Raimondo. — Spero di
no. Si amano tanto! —

Quelle parole, con tanta calma proferite, giunsero
aspre al cuore di Livia, acute, cocenti, come un ferro
arroventato. Si era rizzata sulla vita, puntando una mano
sul letto e con voce stridente gridava:

— Si amano, hai detto? Egli ama dunque davvero
quella donna? E non la dote?

— Ma che dote! Ne abbiamo già discorso una volta,
e speravo di averti disingannata su questo proposito.
L'ama, ti ripeto; me lo confessava ancor ieri; l'ama di
un amor disperato.

— E sia; — riprese ella, fremente. — Ma il tuo Aldini
non può sposar quella donna.

— Perchè? — domandò Raimondo. — Che vincoli lo
potrebbero trattenere?

— Vincoli, o riguardi da buon cavaliere, dovrebbero
esser tutt'uno; — replicò ella concitata.

— Ah, vuoi parlare di antiche fiamme? — disse placidamente
Raimondo. — Storie del vecchio Testamento,
mia cara.

— Eh, non tanto vecchio come tu credi. — Raimondo
tentennò la testa, in atto d'uomo che fosse
ben sicuro del fatto suo.

— T'inganni, bella mia, t'inganni; — ribadì, più
placido che mai. E per un momento, sappi, m'ero ingannato
ancor io. Vedendolo sempre così incerto, così
[pg!217]
facile a volere e a disvolere, mi era passato per la mente
quel che tu dici. E gliene domandai, senza tanti preamboli.
Figúrati che a tutta prima voleva dirmi di sì. Ma
lo faceva parlare in questo modo l'eterna paura di sembrare
un uomo interessato, quel che tu dici un cacciatore
di doti. Ma io l'ho confessato per bene, sai. Ha
dovuto convenire di esser libero, liberissimo di ogni
specie d'impegno; così, su tutti i punti ho avuto il piacere
di vincerlo. —

Livia guardò suo marito negli occhi. Le parve orribile,
con la sua faccia fresca, con la sua asseveranza, con la
sua serenità imperturbabile, e più coi suoi canti di vittoria.

— Dunque, tu credi che non abbia vincoli di cuore?

— Lo credo fermamente.

— Sciocco! — gridò la fiera donna, divorata dalla febbre,
divampante di collera. — Apri quello stipo; c'è
ancor la chiave nella toppa. —

A quelle strane parole Raimondo diede un balzo
sulla poltrona ov'era andato a sedersi, presso il letto
di sua moglie, fin dal principio del loro colloquio mattutino.

— Che è ciò? — diss'egli turbato. — Che cosa ho io
da vedere là dentro?

— Il tuo disinganno, se credi l'Aldini un fior di cavaliere.
Ah, egli si è fatto ben pregare, per ingannare
te, per ingannar la tua Margherita, per ingannare la
signora Eleonora, il banchiere, e tutti quanti. Non ama
la tua puppattola, te lo dico io; non l'ama d'amore.
Apri!

[pg!218]
— Ma, in nome di Dio, che cosa c'è là? — gridò Raimondo,
irritato.

Attraverso i vapori della febbre, un lampo di ragione
era passato per la mente di Livia, rischiarandole il vuoto
di un abisso pauroso. Ma ella non era più in tempo per
dare indietro; e del resto, a qual pro? Non era meglio
finirla una volta, e per sempre, anzichè dibattersi vanamente
tra gl'impeti della gelosia furibonda e dell'ira
impossente?

— C'è un involtino di lettere; — rispose, con voce
mezzo soffocata da un tuffo di sangue alla gola; — lettere
del tuo cavalleresco Aldini.... ad una signora. —

Una nube si era stesa sugli occhi di Raimondo; ma
egli trovò ancora tanta forza nell'animo per discacciarla
da sè.

— E tu, — diss'egli, tentando di dare aspetto di celia
ad un modesto rimprovero, — e tu hai fatto da segretaria?

— Apri e vedrai; — replicò Livia, impaziente.

Raimondo andò barcollante verso lo stipo; girò la
chiave, e fece cadere lo sportello a ribalta, mettendo in
mostra parecchi scompartimenti di cassettini e ripostigli
in bella ordinanza disposti a parecchi ripiani, nei quali
il mògano si alternava coll'àcero.

— Dove? — chiese egli, non sapendo in qual punto
metter la mano.

— A sinistra, il cassettino più basso; fallo scorrer
fuori; troverai un assicella di legno bianco. Ancora a sinistra,
premi col dito; salterà. —

Egli aveva macchinalmente obbedito alle istruzioni di
[pg!219]
Livia. L'assicella, premuta appena, scattò, discoprendo
il ripostiglio segreto. In quel ripostiglio giaceva un involtino
di carta bianca, legato da una fettuccia color
di rosa.

Le afferrò, ne sciolse il legaccio, spiegò il foglio, e
ne trasse fuori un mazzettino di lettere, che portò nel
vano della finestra, sotto la luce scialba di quel mattino
invernale. Non avevano soprascritta; certo erano state
cambiate le buste. Aperse la prima; gittò un'occhiata
sui primi versi dello scritto, e mise un grido; aperse la
seconda, lesse ancora poche parole, e il grido di doloroso
stupore si mutò in urlo di belva ferita. E ancora aveva
sperato, poc'anzi; aveva sperato d'imbattersi in segreti
altrui, che poco o punto gli dovesse importar di conoscere.
Avrebbe guardato, per contentare sua moglie,
strana donna in verità, che di altrui debolezze non si
sarebbe dovuta occupare; avrebbe guardato, e non letto.
In quella vece.... “Mia Livia„, diceva incominciando la
prima lettera che gli era venuta sott'occhio; “Adorata„,
diceva la seconda; ed anche quella s'intendeva dal contesto
che fosse per lei.

— Ah, per l'anima mia! — ruggì, più che non gridasse,
il disgraziato Zuliani.

E non voleva più veder altro; il demone della gelosia
lo mordeva al cuore; lo torturava l'orgoglio ferito; lo
straziava l'amore umiliato. Ma se non fosse vero niente?
Se gli occhi suoi avessero traveduto? E leggeva ancora,
leggeva con rabbia crescente, cercando invano il segno
della innocenza di lei, come della sua propria follìa, e
cacciandosi sempre più profondo il ferro nella piaga.
[pg!220]
Apriva buste, e le gittava sul tappeto, scorreva foglietti
e cartoncini, che si venivano l'un dopo l'altro spiegazzando
tra le sue dita convulse; ruggiva, intanto, con
la schiuma alla bocca e gli occhi iniettati di sangue.
Così trangugiato sino alla feccia il suo calice di amarezze,
stringendo i fogli maledetti nel pugno, tremando
tutto di vergogna e di collera, balbettando parole sconnesse,
si volse e andò minaccioso verso il letto.

Ella era là, poggiata sul gomito, con gli occhi sbarrati,
e rideva, rideva d'un riso spasmodico. Ma tosto gettò
un grido, e diede in uno scoppio di pianto.

— Uccidimi! uccidimi! — mormorò tra i singhiozzi. — Almeno
non inganni più te, nè altri, il miserabile!
Uccidimi, Raimondo! Amerò la morte, se mi viene da te. —

E già Raimondo si scagliava su lei, con gli occhi fiammanti
e con le mani levate.

— Tu.... disgraziata.... — proruppe, ma non potendo
dir altro.

Le parole gli gorgogliavano nella strozza; ed anche
i pensieri si agitavano confusi nel suo cervello. Guardò
la disgraziata, che ansante e palpitante, riarsa dalla
febbre, con atto disperato protendeva il collo verso di
lui, come implorando la stretta fatale; mise un urlo di
fiera, quasi volesse coll'urlo stimolarsi a vendetta; ma
le sue mani levate a minaccia non si aggravarono su
lei: una forza arcana combatteva i suoi feroci propositi,
trascinandolo indietro.

— Tu.... disgraziata, — ripetè allora, in uno sforzo
supremo, — vivi colla tua onta, se puoi. Non macchierò
le mie mani nel sangue di una donna. —

[pg!221]
Ella si era precipitata dal letto, avvinghiandosi alle
ginocchia di lui.

— Una disgraziata, sì, hai detto bene; — gemeva. — Uccidimi!
uccidimi! —

Rispose egli alla preghiera con un gesto sdegnoso; e
poco potevano trattenerlo le braccia di lei. Cacciati in
tasca i fogli spiegazzati, dei quali aveva già fatto nel
colmo dell'ira un batuffolo, afferrò i polsi di lei, premendo
così forte, da strapparle un grido d'angoscia, e
da costringerla tosto, sebbene riluttante, ad aprire le
palme.

— Va! — disse ancora, respingendola a tutta forza, per
modo ch'ella andò riversa sul pavimento.

Fu quella l'unica violenza usata da Raimondo Zuliani
contro la donna che lo aveva così crudelmente ingannato,
e più crudelmente levato d'inganno.

Si rialzò la misera Livia sulle ginocchia, supplicando.
Non diede ascolto Raimondo, e fuggì.

[pg!222]


.. toc-entry:: XIV. È il destino!

XIV.
====

È il destino!
-------------


Livia era rimasta spossata, fisicamente e moralmente
spossata, inerte il corpo, inerte la mente. Soltanto dopo
un tratto di tempo, cedendo alla sensazione del freddo
che la coglieva così discinta com'era, macchinalmente si
trascinò fino alla sponda del suo letto, tante volte abbandonato
nel corso di quella notte dolorosa; ma fu
grande fatica per lei, a ridursi sotto le coltri. Aveva
bisogno di riposo; e l'ebbe la persona, non l'anima, pur
troppo; non l'anima, che, ravvivata da un ritorno di calore
alle membra, non poteva egualmente rinfrancarsi in
una serie di quieti pensieri e d'imagini liete.

Dio, che cosa aveva ella mai fatto! Cessate il parossismo
della febbre, sentiva allora, riconosceva finalmente
tutto l'orrore dell'atto dissennato, commesso in una crisi
nervosa. Il suo male! “Mia madre è morta pazza„,
aveva ella detto il giorno innanzi a Filippo. E così fosse
morta pur lei, che aveva parlato in un vero accesso di
follia, e viveva, povera carne sofferente, disdegnata in
[pg!223]
mal punto da chi avrebbe dovuto farle la carità di una
stretta alla gola, che finisse in lei ogni rimorso, ogni
spasimo. Ed ora, quante rovine intorno a lei! e fatte nella
pazzia d'un istante da lei! Così quando un fiume si gonfia,
infuria e straripa; dove già si stendevano campi ubertosi,
suscitando speranze di popolo onestamente operoso, tutte
in un subito le speranze svaniscono; vanno perdute, col
terreno sconvolto e colle piante sradicate, le care promesse
di un viver modesto ma sicuro; e i tetri fantasmi
degli anni squallidi, che seguiranno al disastro d'un
giorno, si levano minacciosi su sterili lande, spogliate
d'ogni cosa, fuorchè di rena e di sassi.

Finita in ugual modo la pace signorilmente lieta del
palazzo Orseolo; finite le gaie conversazioni, le fastose
comparse ai balli, ai teatri, alle pubbliche feste, dove la
felicità dei trionfi ottenuti luccicava nel volto, mentre
l'invidia doveva esprimersi in sorrisi a fior di labbro, o
consumarsi in sè stessa e tacere. In quella vece, oramai,
le ciarle assassine del mondo elegante, i sogghigni maliziosi
del salotto, gli scherni del crocchio; lei, finalmente,
su tutte le bocche, e il suo caso diventato la favola
della città.

Orribile idea! E quell'altro? Ah, solo pensando a quell'altro,
ella s'irrigidiva nel suo amor proprio offeso, nel
suo orgoglio ferito, e poteva sentirsi non del tutto pentita.
Quella grande rovina involgeva anche lui. Certo,
dopo il suo triste risveglio, Raimondo Zuliani non
avrebbe più mosso un dito per la felicità di quell'uomo.

Frattanto la casa taceva, come se fosse incantata, o i
[pg!224]
servitori temessero tutti di farsi vivi col più lieve rumore.
Avevano sentito qualche cosa del terribile colloquio?
Forse sì, forse no: ad ogni modo, non era quello
il momento di darsene pensiero. La gente di servizio è
poi così avvezza a certe scenate padronali, in una casa
o nell'altra! Ne bisbiglia discretamente, e tacitamente
conchiude: “i vizi dei signori!„ godendone anche un
pochino in cuor suo. Il pane che si mangia servendo,
non può sgradire questi condimenti, che lo rendono più
saporito. Ma infine, che importano i suoi commenti,
fossero anche malevoli? La gente di servizio ha l'obbligo
di fare l'ufficio suo e tacere, mostrando negli atti
di non aver nulla sentito. E per intanto non si sentiva
di alcuno nè la voce nè il passo.

Ma infine quel gran silenzio fu rotto da una scampanellata
all'uscio di casa. E poco dopo il Giovanni batteva
delle nocche sull'uscio della camera, chiedendo il
permesso di aprir l'uscio a mezzo, per gittar dentro poche
parole. Annunziava una visita. E come una visita
a quell'ora? Ma era il signor Brizzi, che domandava per
grazia di veder la signora.

— Debbo dirgli che è ancora a letto? — chiedeva il
vecchio servitore, quasi precorrendo la risposta.

— No no; — rispose in quella vece la signora Zuliani, — fatelo
entrare nel salottino; mi vesto in fretta,
e vengo. —

Ella indossava ancora (e se ne avvide in quel punto)
la sua veste da camera, tutta discinta, ed anche malamente
gualcita dai moti incomposti, dai tramutamenti
irrequieti d'una notte febbrile. Ma questo era il menomo
[pg!225]
guaio; e pel signor Brizzi, che era quasi della famiglia,
poteva passare anche un po' di scompiglio nell'assetto
mattutino. Raccolta la veste al seno, gittato uno sciallettino
intorno al collo, la signora Livia si ravviò alla
meglio i capelli davanti alla specchiera, e passando rasente
allo stipo, non senza un brivido per l'ossa, ne
rialzò e richiuse lo sportello a ribalta, ch'era rimasto
calato; indi frettolosa si avviò nel salottino, dove il signor
Brizzi aspettava.

Il pover uomo era tutto sconvolto, contraffatto nel viso,
tanto ch'ella, al vederlo in quello stato, tremò di qualche
nuova disgrazia.

— Signora.... signora.... — balbettò egli, muovendole
incontro, — che cos'è avvenuto stamane? Io veramente,
non dovrei farmi lecito.... Ma il caso è così grave!...

— Grave! — esclamò la signora. — Che cosa è accaduto
di grave? Mi dica Lei, signor Brizzi.

— Il signor Raimondo, — riprese egli allora, — il
signor Raimondo.... che doveva andare alla stazione per
le nove, non è andato. —

Un sorriso sarcastico sfiorò le pallide labbra di Livia.

— Ah, non è andato! — diss'ella. — Come lo sa?

— Lo so, perchè il signor Raimondo è venuto al
banco una mezz'ora fa, proprio quando avrebbe dovuto
prendere la via della stazione. Ella sa che il banco non
si apre mai prima delle dieci. Ma io, questa mattina,
c'ero andato per tempo, volendo spacciare con più calma
un lavoro urgente. Stavo scrivendo, quando sentii cacciare
una chiave nella toppa e subito aprirsi l'uscio. Mi
alzai, corsi a guardare in sala; era il principale. Molto
[pg!226]
alterato in faccia, si avvide appena della mia presenza:
lo salutai, mi rispose a stento. Notavo frattanto che con
questo freddo egli era vestito alla leggera, in soprabito.
Gliene dissi; mi fece una spallata, rispondendo: “ho
caldo, molto caldo„. Feci qualche domanda, parendomi
che non dovesse star bene; ma egli ripigliò spazientito:
“Brizzi, lasciatemi stare, debbo scrivere una lettera„.
Non fiatai più, e mi trassi indietro, ma senza uscir
dalla stanza, non perdendolo d'occhio. Appena seduto,
aveva incominciato a scrivere, ma senza venire a capo
di nulla, gettando foglietti nel cestino, l'un dopo l'altro,
appena incominciato a vergarne una o due righe. È in
collera con qualcheduno, pensai; si scrive male, quando
si è agitati: Veduto che uno di quei foglietti, gittato
via con atto d'impazienza, era volato fuor della bocca
del cestino sul pavimento, mi chinai a raccoglierlo per
collocarlo al suo posto. Avrò fatto male, signora; ma gli
occhi mi corsero allo scritto, che incominciava così:
“Signor Conte„. —

La signora Zuliani aveva inarcate le ciglie; un tremito
la prese al cuore, diffondendosi tosto per tutte le
membra. Nondimeno, ella si contenne ancora.

— E nient'altro? — domandò.

— Nient'altro; — rispose il signor Brizzi. — Forse
in qualche altro foglio ci sarà stato di più. Dopo alcuni
minuti di quel vano lavoro, osai interromperlo, e riparlargli
del suo abito troppo leggero, offrendogli di mandare
a prendere il suo pastrano. “Sì, mi disse, mandate
a casa il fattorino. E lasciatemi stare, ho da scrivere
questa lettera.... parecchie lettere; se voi mi state qui
[pg!227]
sempre alle costole, non riesco a far nulla; non vedete
che ho il cervello in fiamme?„ Chiesi umilmente
scusa, e per quella volta mi ritirai davvero. Il fattorino
del banco non era ancora arrivato; così mi sono arrischiato
a venir io, anche per chiedere a Lei che cosa
può essere accaduto, da metterlo in questo scompiglio.

— Signor Brizzi, Ella è un amico.... — disse la signora.

— E come! Ella lo sa; vecchio, sincero e fidato.

— Bene! Ad ogni modo, o prima o poi, dovrebbe sapere
ogni cosa. Son certa anzi che Raimondo si confiderà
a Lei prima che ad altri. Sappia dunque che c'è
stato tra lui e me un gravissimo alterco. Finiremo, ne
son certa, con una separazione. Ma Ella, prego, non ne
fiati con anima viva.

— Si figuri! — gridò il signor Brizzi. — I segreti
di casa Zuliani mi son più sacri dei miei. Ma speriamo
che non sia il caso, per un semplice alterco, di giungere
a quella estremità. —

Oramai il signor Brizzi aveva capito ogni cosa. L'alterco
gravissimo colla moglie, onde il suo povero principale
era uscito così stravolto dall'ira; la lettera al “signor
conte„ ch'egli non poteva tirare innanzi, tanto era
agitato; erano quelli i due capi di una catena, che raccostati
offrivano la chiave di tutto l'occorso, specie a
chi già conoscesse un certo segreto di casa Zuliani.
Ahimè, quello era a conoscenza di troppi; vero segreto
di Arlecchino, come tanti e tanti altri d'ugual genere
nel nostro povero mondo; così facilmente, di leggerezza
in leggerezza, d'imprudenza in imprudenza, lasciamo indovinare
[pg!228]
i fatti nostri più intimi a tutta una turba di
sfaccendati, in ogni città che non sia Londra o Parigi!
Ed anche si può rinunziare a queste eccezioni, chi pensi
che Londra e Parigi non debbono sfuggire neppur esse
a certe piccole noie, essendo anche laggiù il mondo elegante
e il mondo pettegolo nelle istesse condizioni di
buon vicinato, ed esercitando i loro disutili uffici in una
sfera piuttosto ristretta, come in tante altre città di minore
importanza. Di quel segreto d'Arlecchino il povero
signor Brizzi si era sempre doluto in cuor suo, poichè
egli amava molto il suo principale, e non era mai stato
senza timore che un giorno o l'altro gliene giungesse
un cenno all'orecchio. Era un segreto, quello, da non
metterci bocca; e cercava, se fosse stato possibile, di dimenticarlo
egli stesso; per intanto non permetteva che
davanti a lui qualche amico imprudente vi facesse la
più lontana allusione.

— Comunque sia, — rispondeva la signora Zuliani,
la cui fede era certamente men salda che non fossero
le tenui speranze del suo pietoso interlocutore, — il vivere
insieme è impossibile. Ella veda frattanto, mio buon
signor Brizzi, se può avere qualche altra notizia, che
mi giovi di conoscere, nello stato in cui siamo, di aperta
rottura. Chi sa? Egli vorrà bene confidarsi con Lei. E
a me deve importare moltissimo che si confidi con Lei,
anzichè con altri, che sia meno amico di ambedue; non
le pare? —

Il signor Brizzi, che era tutto cuore, promise assai
volentieri. Se il signor Zuliani, com'era da credere, si
fosse aperto delle proprie tristezze con lui, certamente
[pg!229]
egli avrebbe raccomandato calma e prudenza. Gran cose,
la prudenza e la calma; quanti malanni non hanno esse
evitati! E ciò senza contare che le famiglie non debbono
mettere i loro dissapori in piazza; perchè la gente
ne ride, e tra le risate della gente se ne va il loro buon
nome, il credito, il rispetto, l'onore, tutto ciò che è più
geloso, e dovrebb'esser più sacro per noi.

Con questi ed altri simiglianti discorsi, l'ottimo Brizzi
prese commiato dalla signora Zuliani. A lui si accompagnò,
recando il pastrano del padrone, il vecchio Giovanni;
quel povero “paron Nane„ che pur troppo non
doveva aspettarsi la ripetizione della faceta apostrofe con
cui dodici ore innanzi era stato salutato.

Ritornata nella sua camera, la signora Zuliani si vestì
in fretta e furia, poco o punto giovandosi dei troppo
lenti uffici di Giustina, la sua cameriera.

— Andate piuttosto a vedere se Giovanni è tornato; — le
disse. — Appena arriva, mandatelo qua. —

Il vecchio servitore giungeva proprio in quel punto, e
fu tosto avvertito del comando di lei.

— Avete fatta la commissione? — gli chiese.

— Sì, signora.

— E veduto il padrone?

— No, signora; egli era nel suo studio, ed io son rimasto
nella prima camera, dove lavora il signor Brizzi.
Ma l'ho sentito rispondere “sta bene, mettete là, su quella
sedia„, dopo che il signor Brizzi gli ebbe detto che il
pastrano era stato portato da casa. —

Raimondo era dunque rimasto al suo banco. Aveva egli
finito di scrivere le sue lettere? Di questo ella non poteva
[pg!230]
chiedere al servitore, che aveva riferito quanto era
in poter suo di sapere, non essendo stato introdotto alla
presenza del padrone. Erano le dieci e mezzo: la signora
Zuliani fece una pronta risoluzione; mise il cappellino
in testa, ravvolse il velo intorno alla faccia, ed uscì
prendendo cammino verso il corso Vittorio Emanuele. Di
certo, andava a trovare la Galier, avendo anch'essa bisogno
di sfogarsi, di versare la piena delle sue afflizioni
nel cuore compassionevole della contessa, della sua intima
amica, dell'amica più vera, anzi dell'unica, che avesse
per tale. Pallida e spossata, con gli occhi pesti, in ogni
altra occasione la signora Zuliani avrebbe rinunziato ad
una corsa fuori via; ma il momento era grave, ed urgente
il bisogno; del resto, quel velo fitto sul viso poteva
dissimular molti guasti.

Ella pensava, frattanto: mentre il corpo era in moto
così frettoloso, il pensiero non poteva restarsene inerte.

— Ha sdegnato di uccidermi; — diceva ella tra sè. — Vuole
sfogarsi contro di lui, è chiaro; gli manda un
cartello di sfida. Come non l'ho io preveduto, ch'egli si
potesse appigliare a questo partito? E ancora, se lo avessi
preveduto, mi sarei io trattenuta dal fare quello che ho
fatto? Ora, egli manderà la sua lettera. L'avrà poi potuta
scrivere? Ne ha strappate già tante, che altrettante
potranno ancor fare la medesima fine. Comunque sia,
bisogna avvertire quell'altro, che non sa nulla, avvertirlo
ad ogni costo. La contessa è così buona, mi è tanto
amica, che vorrà pure aiutarmi. —

Avvertirlo, sì, era bene, e faceva bella testimonianza
d'animo compassionevole. Ma era lei, Livia, la terribile
[pg!231]
Livia, la furia scatenata di poche ore innanzi, che pensava
allora in quel modo? Il suo odio implacabile, dov'era
andato a finire? Forse odiava quell'uomo, sentendolo
felice, prossimo al compimento dei suoi voti più
cari, alla consumazione del tradimento più nero; e nell'animo
di lei si era stemprato ad un tratto il geloso furore,
dando luogo ad un sentimento di pietà, forse di amore
per quel disgraziato, allo scatenarsi della bufera che doveva
travolgerlo. Arcani del cuore!

Quando fu giunta al portone della Galier, la signora
Zuliani entrò nel vestibolo, ma non si volse già verso
la scala a collo, che conduceva al quartierino dell'amica;
si volse in quella vece al cortile, e prese la scaletta di
servizio che metteva allo stabile attiguo.

— Perchè no? — aveva ella detto tra sè. — Sarà tutto
tempo guadagnato. Forse egli non ha ancora pensato a
serrare col catenaccio, non aspettando più apparizioni di
gelose importune; — soggiunse ella sospirando. — Tentiamo! —

Ed era salita; e giunta al noto usciolino, aveva provato
nella toppa la piccola chiave inglese, grazioso gingillo
da cui non si era ancor separata. La piccola chiave
fece liberamente il suo giro; ma l'usciolino non si aperse
altrimenti.

Per l'appunto, non aspettando più visite da quella parte,
Filippo Aldini aveva dato di dentro il catenaccio. Disperata,
bussò colle palme distese, bussò quanto più forte potè,
a colpi reiterati. Ah, per fortuna era stata udita; ella
sentì aprire la vetrata dello studio, e tosto nell'andito
oscuro un passo ben conosciuto, il passo di Filippo. Ancora
[pg!232]
pochi secondi, e il catenaccio era levato; aperto l'uscio,
le apparve Filippo nel vano.

— Voi! — esclamò egli, ancora compreso di stupore.
Non l'aspettava infatti; ma l'aveva indovinata poc'anzi
al giro di chiave, quindi al batter disperato delle piccole
mani.

— Sì, io; — rispose ella, entrando nello studio. — Datemi
ospizio per due minuti. So bene che vi annoio....

— Annoiarmi, no; — fu pronto egli a rispondere. — Ma
voi intenderete il mio stupore; dopo ciò che avevo
promesso ier l'altro, e che ho fedelmente eseguito, ma
senza ottenere nulla da lui.... lo saprete bene....

— Io non so nulla; — interruppe la signora. — Ho potuto
credere in quella vece che non abbiate voluto resistere
fino all'ultimo.

— Fino all'ultimo! — ripetè Filippo, con voce impressa
di orrore. — L'ultimo... era il suicidio di vostro
marito. Me lo aveva minacciato, poichè il mio rifiuto lo
disonorava, dopo l'impegno assunto col banchiere Cantelli,
ed egli non voleva sopravvivere al suo disonore.
Così sono stato debole, così ho ceduto, signora. —

Quelle parole la scossero. Ricordò le frasi del biglietto
di Filippo Aldini; ricordò la nera tristezza di suo marito,
in attesa di quel biglietto, e il suo mutamento repentino
appena lo ebbe ricevuto. Tutto ciò si accordava
con le parole di Filippo. Ma ella non era disposta a convenirne;
e neanche era tempo da confessarsi in colpa;
ben altro aveva ella da dirgli.

— Lasciamo le dispute vane; — replicò, — e le lagnanze
e le recriminazioni, egualmente vane. Il mio orgoglio
[pg!233]
non ne farà; il mio sdegno si è abbastanza saziato.
Sono venuta per dirvi ch'egli sa tutto. —

E cadde, così dicendo, sul divano dello studio, ove si
tenne rannicchiata, colle palme raccolte intorno agli occhi,
non osando levarli a guardare l'effetto che le sue
parole producevano in lui.

Filippo era rimasto fieramente colpito. Istintivamente
aveva recata una mano al cuore, come se lì avesse ricevuta
la punta mortale. Anche intorno a lui, quante rovine
in un tratto!

— Sa tutto! — ripetè, dopo un istante di pausa. — In
che modo?

— Io gli ho date le vostre lettere.

— Le mie lettere! Non le avete bruciate?

— No; vi amavo.... non potevo obbedirvi. Ora il male
è fatto; e irrimediabile, non è vero? — soggiunse la
signora, accompagnando la frase d'un amaro sorriso. — Vengo
ad avvertirvene, per un senso di misericordia, che
ho ritrovato ancora in fondo al mio cuore. Badate a voi,
conte; non v'incontrate con lui in questi momenti.

— Grazie, — rispose Filippo, sorridendo più amaramente
di lei. — Ma come evitarlo?

— Fuggendo.

— Io?... lo pensate?... io fuggire?

— Ma non c'è altro scampo; — diss'ella. — Se egli
vi cerca, e al primo incontro vi ammazza.... come un ladro
del suo onore?

— Sarà nel suo diritto, ed avrà fatto bene; — conchiuse
Filippo, alzando la fronte, che fino allora, sotto
la sensazione del colpo doloroso, aveva tenuta abbassata.

[pg!234]
Non c'era nulla da rispondergli; e la signora Zuliani
non rispose parola. Filippo Aldini aveva errato; riconosceva
il suo fallo, senza voler sottilizzare, senza voler
distinguere come e fin dove si potesse creder suo; era
disposto a pagarne la pena; non gli si poteva chieder
di più. Egli, a buon conto, accettando il suo destino, si
sentiva libero una volta per sempre, intieramente padrone
di sè.

— Molto male, — ripigliò allora, con accento grave,
ma tranquillo, — molto male avete fatto, signora. E
adesso, poi, mi avrete gittato quell'uomo sulle braccia,
per venirmi a consigliare una viltà? Pagherò il mio debito
da gentiluomo, se il signor Zuliani vorrà, come io
finalmente penso contro la vostra supposizione, rifarsi
con armi e forme da gentiluomini; ed anche lo pagherò,
posso prometterlo, da uomo di cuore, che conosce i suoi
torti. Se dunque è un bersaglio, quello che vuole, egli
ne ha il diritto, e lo contenterò.

— Ed egli vi ucciderà egualmente.... — ribattè la signora.

Filippo si strinse nelle spalle, e non rispose.

— O voi ucciderete lui; — proseguì ella, terminando
il dilemma.

— Non farò ciò; — diss'egli, più col gesto che con
parole formate.

In quel punto si udì una scampanellata all'uscio di casa.

— Ah, lui! — gridò Livia atterrita.

— Non credo; manderà piuttosto qualcuno; — notò
freddamente Filippo. — Ad ogni modo uscite, vi prego.

— E non volete ascoltarmi?...

[pg!235]
— Non posso, signora. Qualunque cosa egli pensi di
fare, io sono a' suoi ordini. Dopo ciò che avete fatto voi,
non vedo altro che questo: e sono lo schiavo della sua
volontà. —

Una seconda scampanellata, e più forte, avvertì che
non era tempo da nuovi discorsi.

— Andate, vi supplico, andate; — disse Filippo, traendola
con dolce violenza verso l'uscio a vetri. — E non
tremate per lui. —

Ella non aveva più parole, nè volontà per opporsi;
obbediva alla esortazione di Filippo.

— E badate; — soggiunse egli, prima di richiudere
la vetrata alle spalle di Livia; — serrate voi l'uscio,
mentre io vado ad aprire di là. —

Livia era sparita, e la vetrata richiusa. Filippo andò
all'uscio padronale, lo aperse e si trovò davanti a Raimondo
Zuliani, che già stava per dare una terza strappata.

Filippo aspettava una coppia di padrini, per verità, ma
anche, tra varii casi possibili, aveva preveduto quelle
di ricever la visita di Raimondo Zuliani. Perciò non
fece atto di grande stupore, vedendolo. Soltanto, doveva
fingersi ignaro della cagione che gli faceva capitare in
casa l'amico, a quell'ora. Da chi, infatti, poteva egli essere
informato di ciò che era avvenuto al palazzo Orseolo,
quella stessa mattina? Ma egli, per contro, non
poteva mostrarsi lieto nell'aspetto, come sarebbe stato
naturale, alla vista del suo amico migliore. Si tenne dunque
a mezz'aria, e il suo atto di temperata maraviglia
non prese colore da nessun sentimento di sciocca allegrezza,
o di inopportuna alterigia.

[pg!236]
— Ah! — diss'egli, sforzandosi di parer tranquillissimo. — Tu
qui?

— Sì, io qui; — rispose Raimondo, con misurata gravità. — E
siamo soli, per parlare liberamente?

— Solissimi; entra pure di qua. —

Non era vasto il quartierino di Filippo Aldini. Il suo
studio era anche la sua sala di ricevimento. Raimondo
fu dunque introdotto nello studio. Egli era serio nell'aspetto,
anzi severo ed accigliato; ma non più stravolto,
non più contraffatto, nè irrequieto, come lo aveva veduto
due ore prima il signor Brizzi. In quelle due ore passate
nel suo banco, Raimondo Zuliani aveva avuto tempo
di padroneggiarsi abbastanza. E perchè poi, sarebbe egli
durato nell'agitazione dei primi momenti? Niente val
più d'una risoluzione fatta, sulla quale non si deve più
ritornare, per render la calma necessaria agli spiriti dell'uomo.
Egli si era tanto padroneggiato, da poter pensare
a parecchie cose più o meno urgenti della giornata,
da lasciar ordini per alcune operazioni bancarie, e da
incaricare il signor Brizzi d'una gita all'albergo Danieli,
per far le sue scuse al signor Anselmo del non esser
egli potuto andare alla stazione, e dirgli che sarebbe andato
a riverirlo più tardi. Non aveva egualmente potuto
scrivere la sua lettera al “signor conte„; ma non già
perchè gli si fossero schiarite abbastanza le idee. Troppe
cose, aveva finalmente pensato, troppe cose gli sarebbe
stato necessario di scrivere. Capitava egli in persona, per
dirle al “signor conte„. Le cose d'un certo rilievo, si
sa, vengon più facili a voce, che non per iscritto.

Entrò nello studio, adunque; e appena fu entrato, fece
[pg!237]
egli da padrone di casa. Era una cosa da nulla; ma si
poteva argomentarne subito la gravità del colloquio.

— Siedi; — aveva egli detto all'Aldini.

— E tu? — disse l'altro, obbedendo.

— Anch'io; — rispose Raimondo, ricusando la poltrona
che Filippo gli offriva col gesto, e prendendo in
quella vece una scranna. — Vedi come son calmo; — soggiunse,
poichè fu seduto. — Pure, ecco un uomo, al
quale tu hai tolta la pace e l'onore. —

Filippo Aldini finse di guardarlo con aria trasognata.
Ma poichè all'artifizio della bugia non poteva durare, non
aggiunse all'atto la ipocrisia della parola; ed anzi il suo
atto di stupore si mutò rapidamente in un altro, di rassegnazione
umiliata. Ah, se quell'uomo gli fosse capitato
là con una rivoltella in pugno, e d'un colpo lo avesse
freddato, certo gli si sarebbe mostrato più umano, che non
tenendolo lì, alla tortura d'un colloquio angoscioso, lasciandogli
pensare la triste cosa che pensò in quel momento
supremo.

— Margherita! immagine cara! Perduta, dunque, irremissibilmente
perduta! È il destino. —

[pg!238]


.. toc-entry:: XV. Fermi ai patti!

XV.
===

Fermi ai patti!
---------------


Stettero muti a lungo, guardandosi; Raimondo più risoluto
e severo, come ne aveva diritto; l'altro quasi timido,
e profondamente umiliato, come doveva. Era il
duello morale che incominciava, prima del duello materiale;
era la punizione anticipata, in quel fronteggiarsi
di due uomini, uno dei quali si poteva dire il giudice,
e l'altro era certamente il reo.

Raimondo Zuliani fu il primo a rompere quell'angoscioso
silenzio.

— Ma dimmi, — incominciò, — perchè io conosca il
segreto della umana ipocrisia.... un segreto che non ho
mai potuto comprendere, e nemmeno concepire.... come hai
potuto mentire così lungamente, così vilmente con me? —

Ad una domanda simile Filippo Aldini avrebbe potuto
rispondere molte cose. “Non è stata menzogna, non ipocrisia
volontaria, la mia; non sono stato io il colpevole,
o solamente di debolezza. Trascinato, travolto, nell'ora
maledetta in cui l'uomo che non cede alle lusinghe di
[pg!239]
una donna è ridicolo, ho ceduto ad un impeto di follìa.
Ma il pentimento è stato pronto, come era stato improvviso
l'errore. Quel pentimento io l'ho ancora dissimulato,
per non offendere una debole creatura; l'ho dissimulato
a lungo, mettendo innanzi un sentimento che in me era
forte egualmente e profondo, il rimorso. Ho esortato, ho
pregato, ho supplicato; un po' tardi, se ti parrà; ma infine,
ho detto tutto ciò che consigliava l'onore, la santità
della nostra amicizia. Pensa ancora, a mia scusa, che
l'uomo non è spirito puro, a cui si possa chiedere l'esercizio
delle più eroiche virtù; pensa soprattutto che l'obbligo
di vivere così famigliarmente con te, di usare così
frequentemente in tua casa, e di non potermene allontanare
senza timore di peggio, fu un'altra specie di catena,
che mi tenne ben duramente legato. Che credi? ch'io
non vedessi il pericolo? e che ci andassi incontro di buon
animo? Ho combattuto, e non ho vinto; le conseguenze
della mia disfatta eccole qui. Non intendo già di sfuggirle;
mi basta, per l'onor mio, di averti dimostrato che
non ero un ipocrita, che potrei esser degno di scusa, non
avendo tradita con deliberato proposito la tua fede, la
tua amicizia.„

Questo avrebbe potuto rispondere tutt'altri, che non
fosse stato Filippo Aldini, attenendosi alla verità, ma
venendo meno a tutta una serie di rispetti umani e di
cavalleresche virtù. Le sue difese morali avrebbero aggravata
una donna; Filippo Aldini le mise da banda
senz'altro.

— Non mi chieder nulla; — rispose in quella vece. — E
non mi dir nulla, ti prego. Se ha da essere un
[pg!240]
rimprovero, io me lo faccio da un pezzo. Vedi la mia
umiliazione? C'è più rimorsi qua dentro, che mille coscienze
umane non ne possano contenere. Risparmia questo
carico nuovo alla mia. Poc'anzi, quando io t'ho veduto
entrare, ed ho letto nei tuoi occhi la collera dell'uomo
offeso, ho anche sperato che tu fossi per cavare
un'arma e freddarmi d'un colpo.

— L'ho pensato; — disse cupamente Raimondo. — Già
ero per via.... e sono ritornato indietro per deporre
quell'arma, che sarebbe stata una tentazione troppo forte.
Ucciderti qui come un cane.... Lo avresti meritato. Ma
io.... se non son nato gentiluomo, mi sento tale nell'anima.
Facciamo le cose da gentiluomini, ho detto; ed
eccomi qua, disarmato.

— Sono a tua disposizione; — mormorò Filippo, inchinandosi.

Raimondo Zuliani crollò il capo, ed atteggiò le labbra
ad un sorriso sardonico.

— Lo so bene; — riprese. — So come queste cose si
fanno; ed anche come figurino bene in drammi e romanzi.
Si sceglie la pistola, non è vero? Tu spari senza
puntare, o per delicatezza cavalleresca fingendo di prender
la mira; ma poi nel momento buono, sviando un tantino
la canna, o in alto, o da un lato. Così, nobilmente, ti
lasci uccider da me, se io ne vengo a capo nel numero
stabilito di colpi. Non mi conviene. Aggiungi il chiasso
che si potrà fare, e si farà certamente, intorno allo scontro.
Voglio, ho il diritto di voler evitare uno scandalo,
incominciato coi mezzi silenzii di quattro padrini informati
a dovere, e continuato coi larghi commenti di
[pg!241]
una intiera città, che si occupi delle mie disgrazie coniugali.
Nè solo a me devo pensare. — soggiunse Raimondo
Zuliani, passando dall'accento amaro al solenne. — Quella
donna è una disgraziata, una colpevole; ma
io l'ho amata; ma essa porta ancora il mio nome; ed è
infine una donna. Siamo cavalieri fino all'estremo. L'ho
risparmiata stamane, quando ella mi confessò tutto, mostrandomi
le tue lettere a lei.... e lasciamo stare le pazze
ragioni che l'hanno consigliata a guarirmi così duramente
della mia cecità.... l'ho risparmiata, e le ragioni
mie potranno essere state pazze come le sue; ma io non
le rinnego per questo. Dovrò io condannarla ad una morte
più grave? dovrò farla arrossire e vergognare agli occhi
del mondo? Neanche ciò mi conviene.

— Allora?... — chiese Filippo.

— Allora, — rispose Raimondo, — rimane che stabiliamo
esattamente i termini della nostra questione, e
che tu ne riconosca le conseguenze legittime. Rispondi
sincero ad alcune domande. Mi hai tu ferito nell'onore?

— Sì; — disse Filippo, chinando la fronte.

— Mi hai tu uccisa la felicità?

— Sì; — disse ancora Filippo, con un profondo sospiro.

— Credi che uno di noi due sia di troppo sulla terra? — Filippo
stese le palme in atto supplichevole, come a
scusarsi del non poter rispondere con un monosillabo;
poi con accento risoluto soggiunse:

— Mi ucciderò io; sei contento?

— No; — disse Raimondo, sdegnoso. — Una morte
volontaria! La tua parte sarebbe ancora troppo bella, davanti
[pg!242]
a qualche animo preoccupato, disposto a giudicare
coi lumi, o coi fumi, della passione. E a me, poi, resterebbe
la parte d'un tiranno da melodramma. Non mi conviene.

— Ma allora?.... — tornò a chieder Filippo.

— Allora, ecco ciò che io voglio, a pareggiare le nostre
condizioni; ecco ciò che ho il diritto di pretendere.
Prima di tutto, giurami di stare al patto.

— A qual patto, mio Dio! — gemette Filippo.

— A quelle che vorrò io; — rispose Raimondo inflessibile. — Non
sei tu a mia disposizione?

— Sì, te l'ho detto.

— E tu dunque giura di attenerti a ciò che mi piacerà
stabilire.

— Sia; te lo giuro; — conchiuse rassegnato quell'altro.

Raimondo mise la mano alla tasca di petto del suo
soprabito, e ne cavò il portafogli. Insieme col portafogli
era venuta fuori anche una lettera, che Filippo riconobbe
sua, del giorno innanzi. Povera lettera, che doveva essere
il principio della sua felicità, ed era stata in quella
vece la cagione della sua rovina irreparabile! Sospirò,
guardandola; sospirò ancora mentre Raimondo la ricacciava
in tasca, con un gesto d'impazienza e di sdegno.
Aperto il suo portafogli, Raimondo Zuliani ne cavò
due foglietti quadrati, sui quali si vedeva un accenno
di scritto.

— Li avevo già preparati; — diss'egli, — Guardali
bene. —

Filippo li guardò. C'erano scritti due nomi; Aldini
nell'uno, Zuliani nell'altro.

[pg!243]
— Esamina attentamente; — incalzò Raimondo. — Non
c'è scritto altro, nè sopra, nè sotto. Ed ora piegali
in quattro. —

Filippo obbedì. Raimondo, frattanto, offriva il suo cappello:
ma ravvedutosi tosto, e guardatosi attorno, aveva
veduto appeso in un angolo il cappello dell'Aldini. Lasciato
il suo, corse ad afferrar quello, e lo porse a Filippo,
dicendogli:

— Mettili qua dentro. —

E perchè quell'altro si schermiva, riprese con accento
imperioso:

— Suvvia! voglio così. —

Filippo aveva obbedito.

Oramai, si sentiva ridotto allo stato d'una macchina,
in piena balìa di quell'uomo. Raimondo Zuliani agitò un
tratto il cappello, perchè il caso disponesse i biglietti a
sua posta.

— Ed ora, — riprese, — cavane uno.

— Perchè?

— È vero, debbo dirti il perchè. Il nome estratto dirà
chi di noi due dovrà morire, in un termine stabilito di
tempo. Metto il termine a sessanta giorni, da oggi. Ti
parrà forse troppo lungo; — soggiunse Raimondo; — ma
ti dirò poi perchè sia necessario. —

Filippo esitava sempre; ed allora più che mai.

— Raimondo! — gridò con accento supplichevole.

Ma quell'altro era implacabile.

— Hai dunque paura? — gli chiese.

Filippo Aldini si rizzò tosto sulla persona, con tutto
l'orgoglio del sangue antico, con tutto l'ardore della sua
[pg!244]
gioventù, con tutta la fierezza dei freschi ricordi d'una
vita onorata.

— Non per me, — gridò egli, ferito nel cuore. — Come
puoi tu dimenticare che parli ad un soldato? E non ti
ho offerto io poc'anzi un patto migliore del tuo? Te l'offro
ancora; sarai più sicuramente vendicato, ed io l'avrò
per atto di giustizia. —

Raimondo crollò sdegnosamente le spalle.

— Se lo dicevo io, che si scivola nel melodramma! — esclamò. — Debbo
ripeterti ancora che tu vorresti la
parte bella per te? e che questo non mi conviene? Finiamola,
e resti ciò che io ho stabilito. Quanto al termine
che ho posto, è forse a mio vantaggio, ma tu non
devi lagnartene. Io, se ha da toccare a me, non me ne
voglio andare dal mondo come un fallito. Grazie a Dio,
non son tale. Voglio dar sesto alle cose mie, chiudere
il banco da uomo che si è seccato degli affini, trovare
un buon pretesto alla mia sparizione, ed anche portare
le mie ossa condannate assai lontano di qua. Dunque
siamo intesi, alla sorte! —

Così dicendo, porgeva ancora il cappello. Filippo torse
il viso con un gesto di viva repugnanza.

— Non io, se mai, — diss'egli, — non io.

— Ebbene, tanto fa; — disse Raimondo; — sarò io. — E
mise la destra in fondo al cappello. Il momento era
solenne. Grave nell'aspetto, ma calmo, Raimondo levò
la mano, tenendo un biglietto tra le dita; lo spiegò tranquillamente,
e lesse:

— Zuliani! —

Filippo diede un balzo di tutta la persona. Quel balzo
[pg!245]
rispondeva ad un violento sussulto del cuore. Divento
pallido, smorto nel viso; un sudor freddo gli gocciolava
dalla fronte.

— Ah! Raimondo! — esclamò, tendendo le braccia in
atto disperato. — Non così! non così!

— Perchè? — disse Raimondo, grave e tranquillo
come prima. — Perchè, se le cose sono state fatte a dovere?
Vedi l'altro biglietto; c'è pure il tuo nome, che poteva
uscire, com'è uscito il mio. Fermi ai patti, dunque; non
c'è stato inganno, e i patti onestamente accettati debbono
essere onestamente osservati.

— Ma il colpevole sono io: perchè pagheresti tu, con
la vita, per una colpa non tua? —

Raimondo fece un gesto di sublime rassegnazione; e
l'accompagnò di un mesto sorriso.

— Caro, — rispose, — è la giustizia del cielo; cieca
come quella degli uomini! Ma no, — soggiunse tosto,
ravvedendosi, — dico male; non cieca. Guardandoci bene,
non è piuttosto, da dirsi avveduta, quella di lassù, e
cauta, e provvida, come l'altra di quaggiù non sarà mai?
Pensaci; come potrei viver più io, se anche m'avesse
favorito la sorte? — aggiunse Raimondo, rabbruscandosi
in volto. — Tanto la mia sentenza era scritta; non mi
avevi ucciso tu già nei miei due sentimenti più vivi e
più sacri, l'amicizia e l'amore? — Va, dunque, e lascia
che il destino si compia. Quanto a te, sei punito abbastanza;
dal tuo rimorso, anzitutto, a cui credo.... Che è
ciò? — chiese egli, interrompendosi a mezzo del sua
triste discorso, e volgendo gli occhi verso la vetrata di
fondo, nella parete di sinistra.

[pg!246]
Era venuto di là un piccolo rumore, breve e leggero,
ma secco, come di serratura delicata, ove una stanghetta
a colpo avesse battuto nella bocchetta, per chiudere un
uscio. Anche Filippo lo udì, ricevendone una scossa molesta;
ma non poteva mostrare di averlo notato.

— Che cosa? — domandò egli a sua volta, fingendo
di non intendere il perchè di quella interruzione.

— Un rumore di là; — disse Raimondo.

— Di là? C'è un anditino; — replicò Filippo; — e la
camera del servitore. Ma il servitore, di giorno, non c'è. —

Avrebbe potuto dire che il servitore non c'era neanche
di notte, e che al governo del suo quartierino bastava
una persona di mezzo servizio. Ma a tanta abbondanza
e sincerità di ragguagli non era neanche obbligato. Bene
sentì l'obbligo di assicurare il suo ospite, andando ad
aprir l'uscio a vetri, ed anche di entrare nell'andito, per
poter dire, tornando, che infatti non c'era nessuno; onde
il rumore udito da Raimondo poteva credersi effetto di
un fenomeno acustico d'una risonanza da camere e scale
del vicinato. Il signor Zuliani, del resto, non si trattenne
a pensarci più oltre, dovendo ritornare al fatto suo; il
quale, per allora, si mutava nel fatto del suo avversario.

— Ed ora, — diss'egli, — la prima parte è assestata.

— Ma no, Raimondo, ma no! — gemeva ancora Filippo
Aldini.

Quell'altro non voleva sentire piagnistei. Lo saettò
d'un'occhiata severa, e riprese:

— Ai patti, ai patti, e non mi seccare. Queste ragazzate
non sono degne di te, nè di me. Rimane da assestar
la seconda; quella del tuo matrimonio.

[pg!247]
— Ah sì, proprio quello! — esclamò Filippo, tentennando
la testa.

— Quello, infatti; — ribadì l'altro, inflessibile. — E
mi preme, perchè c'è impegnato il mio onore. Ricorda
ciò che ti dicevo ieri; niente è mutato nella mia condizione
delicatissima rispetto ad Anselmo Cantelli. Dunque,
stammi a sentire; senza interrompermi, il che mi
annoierebbe; senza opporti al mio volere, il che mi offenderebbe,
e sarebbe una giunta crudelmente inutile.... a
tutto l'altro che sai. —

Filippo s'inchinò senza proferir parola; e Raimondo
pacatamente seguitò:

— Anzitutto, niente traspiri di ciò che è seguito tra
noi. Anselmo è arrivato stamane; e proprio nel punto
buono! Ma io debbo mantenermi fermo nella proposta,
ch'egli ha accettata, e per cui egli è venuto. Anselmo
è il re dei galantuomini; non merita d'esser trattato alla
leggera, e molto meno di essere canzonato da noi. Tu
dunque, sposerai Margherita. Sicuro, poichè non è toccato
a te il cattivo numero, la sposerai. Andrò oggi sulle
quattro al Danieli; già mi sono fatto scusare, della mia
assenza alla stazione, dal Brizzi; dal Brizzi, che ho pure
mandato a casa.... mia.... — e qui Raimondo fece la pausa
e l'atto di chi ingoia sforzatamente un amaro boccone, — a
casa mia, dico, per avvertire che non sarei andato
a far colazione, ma soltanto m'attendessero a pranzo. Così,
vedi, tra le quattro e le sei avrò finito di combinare ogni
cosa con Anselmo, e tu potrai fare questa sera la tua
visita solenne, che io avrò debitamente annunziata. Ci
sarò anch'io, per farti da padrino.... o da padre. Ti va? —

[pg!248]
Filippo aveva le lagrime agli occhi.

— Ti ho ascoltato devotamente; — rispose. — Sei un
eroe. Ma se tu volessi dimenticare ciò che si è fatto qui,
dianzi!... —

Raimondo fece una spallata, in atto d'impazienza e di
sdegno.

— Ma non l'hai capito ancora, che questo è impossibile,
assolutamente impossibile? Io, prima di tutto, non
sono un eroe. Se fossi, non ti avrei neanche invitato al
giuoco di poco fa. Era il resto dell'ira, che bisognava
sfogare. Ma bada, dell'andarmene da questo mondo bugiardo,
non sarà stata cagione la sorte d'un bigliettino
estratto in vece di un altro. Credilo, Aldini; sono caduto
da troppa altezza d'illusioni, e la vita mi è un
peso insopportabile. Sarei già fuori di pena, se non fosse
che voglio uscirne bene, da persona pulita. Tu, certamente,
sei stato la cagione di tutto, cagione immediata,
per altro, e vicina; prima e lontana cagione furono le
mie sciocche illusioni. Che ci vuoi fare? Sono andate al
diavolo; ci restino. Dopo tutto, tu non hai fallito senza
complici; e la tua complice io l'ho amata. Chi sa?...
forse l'amo ancora; ed è questo il pensiero che mi rende
feroce, odioso a me stesso. Sia dunque finita così, come
ho deciso. Me ne andrò, dopo che il tuo matrimonio
sarà compiuto. Mi sei debitore di questo sacrifizio.... se
proprio ti sembrerà tale. E lagnati ancora! Infine, sacrifizio,
o no, fermo ai patti, e rispetta l'onor mio, dove
ancora è possibile. —

Filippo Aldini fece quello che già tante volte aveva
fatto, nel corso di quel doloroso colloquio; chinò la
[pg!249]
fronte, in atto di obbedienza, e più di vergogna. Raimondo
si era alzato, riprendendo il suo cappello, ch'era
rimasto posato sulla tavola.

— A questa sera; — diss'egli; — sulle nove; ed anche
un po' prima, non sarà male. —

Poi, con un gesto d'addio, che non giunse alla stretta
di mano, si avviò all'anticamera.

Filippo Aldini lo aveva accompagnato fino all'uscio,
senza parole, umile in atto, sempre coll'animo abbattuto,
quasi curvando la testa sotto il peso di una grande
tristezza.

— Ti obbedirò; — aveva risposto brevemente, malinconicamente,
alla raccomandazione di Raimondo.

Nè altro aveva soggiunto, imitando così l'esempio
severo di lui. Egli intendeva benissimo che l'amicizia
era morta, e solo ne doveva restare la onesta finzione in
faccia alla gente.

Ritornato nella quiete del suo studio (quiete, ahimè,
già più volte così violentemente turbata!), il povero Aldini
rimase lungamente pensoso. Quante cose, in due
giorni! quante confusioni, quanti contrasti, e quante
rovine! Ma erano veramente due giorni? non due settimane,
due mesi, due anni? Ed era stato proprio il
giorno innanzi, ch'egli aveva promesso a Livia un ultimo
atto di resistenza, il tentativo iniquo di mandare
in fumo la propria felicità? Era stato il giorno innanzi,
che Raimondo Zuliani, amico più caldo ed imperioso che
mai, aveva sgominato il suo tentativo, rotto d'un colpo
il suo faticoso tessuto di scrupoli vani, dimostrandogli che
oramai l'onor suo era impegnato, e che alla perdita
[pg!250]
dell'onor suo non avrebbe potuto sopravvivere? Povero
amico Raimondo! Ben altra perdita doveva egli toccare
indi a poco, perdendo tutte le sue illusioni ad un tratto!
Lei infedele, la sua Livia adorata; lei pazza, e nell'impeto
cieco del suo orgoglio offeso, diventata feroce, tragica
come una Furia antica! Egli, il povero disilluso,
giustamente irato, anelante a vendetta, incatenato ancora
dall'amor suo, smarrito tra la necessità di provvedere
al suo onore oltraggiato e il desiderio di salvare
quella donna da una vergogna altrimenti inevitabile, non
era riuscito ad altro che a scavarsi con le sue mani la
fossa! Era giustizia, quella? Cieca, davvero, cieca lassù
come in terra!

Ed ora? Se la signora Zuliani, che era stata a sentire,
commetteva un'altra delle sue malaugurate follìe,
qual nuova vergogna per lui, nel cospetto di quell'uomo
infelice! Perchè certamente aveva sentito; soffermata là,
dietro l'uscio a vetri, per assicurarsi che il visitatore
fosse veramente Raimondo; rimasta inchiodata a quel posto
da un sentimento di curiosità morbosa; partita finalmente,
dopo aver ascoltato l'essenziale, il terribile, dell'infausto
colloquio. Egli ne era addolorato insieme e sgomento.
Ma infine, perchè sgomentarsene? perchè dolersene?
L'imprudenza di lei non aveva portato lì per lì conseguenze
spiacevoli; per tutto l'altro, poichè il male era fatto, bisognava
commettersi in balia del destino, e tanto meglio se
quella donna aveva ascoltato: ella poteva misurare l'ampiezza
del male commesso con le sue smanie gelose; poteva
anche riconoscere la grandezza d'animo dell'infelice Raimondo,
così poco savio con le sue illusioni, ma così nobile ad
[pg!251]
un tempo, perchè quelle illusioni erano state belle come
l'anima sua, e che ad ogni modo se ne riscattava con
un eroismo sublime. Filippo Aldini ammirava quell'uomo,
che si svelava così grande nell'orrore del suo disinganno,
come era stato semplice e buono nella ingenua fede in
cui lo spirito suo si era lungamente cullato: lo ammirava
per ciò, lo invidiava.

Quanto a sè, dopo quanto era avvenuto tra loro in
quel giorno fatale, poteva l'Aldini accettare i frutti della
magnanimità di Raimondo Zuliani? Troppo bene ricordava
egli che l'amico aveva pochi giorni innanzi scongiurati
gli effetti di un velenoso discorso nell'animo
buono della signora Eleonora Cantelli, giurando e spergiurando
che nei sospetti addensati sul capo di Filippo
Aldini non c'era nulla di vero. Combatteva sospetti, il
povero Raimondo, forte della sua fede e dell'intima conoscenza,
che s'illudeva di avere, del cuore, e degli atti
del suo giovane amico. Avrebbe egli potuto parlare una
seconda volta con tanta asseveranza? No, certo; la buona
fama di Filippo Aldini era dunque tutta fondata sopra
una vecchia testimonianza; la verità, nella mente disillusa
del buon testimone, era tutt'altra, pur troppo. E
non era un ingannar Margherita, presentandosi a lei
puro d'ogni colpa, scevro d'ogni ombra di sospetto, sulla
fede fatta per lui da Raimondo Zuliani? Filippo amava
Margherita con tutte le potenze dell'anima sua; neppur
egli sarebbe vissuto, perdendola; ma voleva ottenerla
meritandola; meritandola almeno con la sua sincerità,
con la sua lealtà. E questa, ahimè, come dimostrarla
alla divina fanciulla?

[pg!252]
Perciò avvenne ch'egli pensasse a lungo; ma finalmente
la sua risoluzione fu fatta. Guardò l'orologio; era
il tocco. Prese allora il suo cappello, infilò lestamente il
suo pastrano, ed uscì, ma non senza aver serrato con
tanto di chiavistello quell'uscio segreto nel fondo della
casa, e giurato che pei pochi giorni in cui fosse rimasto
ad abitarla, quell'uscio segreto non si sarebbe aperto ad
anima viva. Fatta la sua risoluzione, si sentì più sollevato
dell'animo; almeno quanto poteva esser tale nelle
tristi circostanze di quell'aspra giornata. Andava di buon
passo verso San Marco, e di là fino alla riva degli
Schiavoni, giungendo in pochi minuti all'albergo Danieli,
ove dimandò se il banchiere Cantelli, arrivato quella
mattina a Venezia, fosse in casa, e visibile.

— Non è uscito ancora, signor conte; — gli dissero
al camerino della direzione; — a mezzodì, faceva
colazione.

— Avrà dunque finito; — osservò Filippo. — Abbiano
la bontà di fargli giungere questo biglietto di
visita. —

E consegnò il cartoncino, su cui a matita, sotto il suo
nome e cognome, scrisse in aggiunta: “desidera vivamente
di riverire il commendatore Anselmo Cantelli, e
di ottenere da lui la grazia di un breve colloquio„.

— Breve! — soggiunse mentalmente, in quella che
un servitorello minuscolo, in fantastica divisa militare
tra il cacciatore e l'ussero, assaltando a quattro a quattro
i gradini della scala, portava il biglietto alla sua destinazione. — Che
ne so io? Ma egli capirà che vorrei parlargli
da solo a solo. —

[pg!253]
Due minuti dopo, scendeva il piccolo guerriero, più
che saltando i gradini, scivolando a rovina sugli orli.
E il conte Aldini, per non esser da meno, gli fece scivolare
tra le dita una liretta d'argento, mentre il ragazzo
gli diceva, colla precisione di linguaggio cerimonioso
che è pregio dei grandi alberghi:

— Il signor commendatore Cantelli prega il signor
conte Aldini di voler salire da lui. —

Bisognava dunque veder le signore! Ma infine, quella
era la conseguenza più naturale del partito a cui si era
appigliato. Filippo Aldini salì. Sul secondo pianerottolo,
frattanto, si apriva un uscio, e ne veniva fuori un
vecchio signore, colla manifesta intenzione di muovergli
incontro.

[pg!254]


.. toc-entry:: XVI. Confessione generale.

XVI.
====

Confessione generale.
---------------------


Anselmo Cantelli, poichè era lui il cortese signore venuto
innanzi sul pianerottolo, fece all'Aldini un sorriso
che valeva da solo tutte le cerimonie del mondo, e con
affabilità da vecchio amico lo prese per mano, traendolo
a sè.

— Venga, venga; — gli disse. — Faremo conoscenza
or ora, sotto gli occhi delle dame. Favorisca di passare.

— Per ubbidienza; — rispose l'Aldini, e salutando con
un cenno rispettoso del capo entrò nella sala.

I Cantelli erano ancora a tavola; ma si vedeva che
avevano finito di far colazione, e allora allora stavano
prendendo il caffè. Di rimpetto al posto che il signor
Anselmo aveva lasciato vuoto per muovere incontro al
visitatore, sedeva la signora Eleonora; Margherita e Federigo
sui lati. Il giovane ufficiale di marina si alzò
con premura, per stringer la mano al suo caro Aldini;
Margherita non volle esser da meno di lui in nessuno
dei due atti, che erano di bella cortesia, se anche il
[pg!255]
primo di essi non rispondeva del tutto alle piccole leggi
dell'etichetta. Un po' pallidina tuttavia, la cara fanciulla,
e con una cert'aria di languore diffusa sul volto; ma
quella era una grazia nuova, che s'aggiungeva alla bellezza.
Margherita, poi, era bella a tutti i modi, e cara
in tutti gli aspetti.

Della signora Eleonora non si dice nemmeno, se accogliesse
a festa l'Aldini. Contegnosa sempre, perchè stava
sempre un po' dura sulla vita, sorrise nondimeno e
porse con bel garbo la destra, lasciando che con altrettanta
gentilezza il perfetto cavaliere facesse l'atto del
baciamano, all'antica.

— Quant'è che non abbiamo il piacere di vederla! — ebbe
la bontà di dirgli, e senza aria di sforzo. — Quattro
anni, non è vero?

— E per me furono secoli, signora; — rispose l'Aldini,
inchinandosi. — Ma temevo tanto di essere importuno,
in questi giorni! Son sempre venuto, nondimeno,
a chieder notizie.

— Non è la stessa cosa, — notò Margherita; — e
bisognerebbe tenerle il broncio.... per quattro secoli ancora.
Ma è festa oggi, e sia remissione di peccati, per
l'arrivo del babbo. Ebbene, signor conte, che cosa ne
dice, del nostro babbo? —

“Del nostro„ aveva ella detto! Filippo Aldini si
sentì tremar tutto, dal capo alle piante. Ed era un tremito
doloroso, pur troppo! In tutt'altra occasione gli
avrebbe fatto fiorire una grande allegrezza nell'anima:
per allora non poteva far altro che chiamargli un pallido
sorriso e qualche frase stentata sul labbro.

[pg!256]
— Vedi, babbo, — proseguiva intanto Margherita; — il
signor conte Aldini è stato il nostro gentil cavaliere
in tante passeggiate artistiche; ci ha fatto conoscere ed
ammirare le più belle cose di Venezia. E vuol rivederne
una bellissima, Lei? — soggiunse, rivolgendosi ancora a
Filippo. — Guardi un po' là, nel vano della finestra. —

Nel vano della finestra, dove Margherita accennava,
era una seggiola, davanti ad un tavolincino da lavoro,
e sul tavolincino, poggiata sopra un cavalletto minuscolo,
una cornicetta di felpa cremisina, entro cui si vedeva
un disegno a matita.

— Che cos'è? — domandò Filippo Aldini, dando un'occhiata
da lontano.

— Come? Non riconosce più l'opera sua? — Filippo
si avvicinò, guardò più attentamente, e commosso
mormorò:

— Il ponte del Paradiso! —

Ahimè, come asserragliato, quel ponte! e come lontano,
quel Paradiso? L'avrebb'egli raggiunto mai? E doveva
fare un certo discorso, che lo avrebbe allontanato sempre
più da quell'Eden vietato. Venuto a sedersi accanto al
signor Anselmo, guardava ad ogni tanto con espressione
di angoscioso desiderio quel babbo, ch'egli vedeva per
la prima volta e forse per l'ultima; quel babbo cortese
che con tenta amorevolezza gli batteva sul ginocchio
con la morbida palma. Che simpatico vecchio era il signor
Anselmo Cantelli! Vecchio, così per dire, che a
dargli cinquant'anni d'età gli si faceva torto. Aveva i
capelli bianchi, per verità, ma la faccia fresca, vermiglia,
senza una grinza, gli occhi aperti, lucenti e pieni di
[pg!257]
vita, la bocca giovine come gli occhi, e per conforto all'orgoglio
di due file di denti sanissimi, le labbra sempre
disposte al sorriso.

— Perchè guarda tanto il mio babbo? — gli domandò
Margherita. — Me lo vuol forse rubare? Badi, gli fo
buona guardia, io. Al più al più, potrei concedere di
fare a metà.

— Stavo osservando, signorina, — disse Filippo, reprimendo
a forza un altro moto interiore, — stavo osservando
come il tipo del babbo corrisponda al suo.
Fatte, s'intende, le debite restrizioni; — soggiunse,
imbrogliandosi un poco nel suo ragionamento; — in quel
modo che una donna può rassomigliare ad un uomo....

— Ad un uomo che ha tanto di baffi; — conchiuse
Margherita ridendo.

Si conosceva a colpo d'occhio che la cara birichina
era _`molto` felice in quell'ora. Tra lo sfolgorìo dei grandi
occhi luminosi e il luccicore perlaceo della bocca divina,
le sue guance prendevano un bel colore di rose incarnatine,
che prometteva il sollecito rifiorire di quell'aspetto
di bellezza ond'era stato deliziato Filippo Aldini parecchi
giorni innanzi; in quel giorno, ad esempio, che egli e
Margherita erano stati al ponte del Paradiso, e, Dio,
permettendo, lo avevano anche varcato.

Finalmente il signor Anselmo si levò da sedere.

— La mia gente avrà da fare; — incominciò — la
mamma da coccolarsi in cento discorsi col suo Federigo;
Margherita da scrivere alle sue amiche di Milano. Io, se
il conte Aldini mi fa grazia, vorrei fare una passeggiatina
in Piazzetta con lui. —

[pg!258]
Come aveva capito il bisogno di Filippo! Come aveva
accortamente girata la frase!

L'Aldini fu pronto ad ossequiare le signore, promettendo
una visita per quella sera. Ma prometteva a fior
di labbra, impacciato nelle parole e negli atti. Se ne
avvide Margherita, e cogliendo il buon momento ch'egli
si era ridotto presso il vano della finestra, aspettando
che il signor Anselmo avesse indossata la sua cappa di
panno verde cupo foderata di pelliccia di martora, gli
disse a mezza voce:

— Ella non è in uno de' suoi bei giorni, conte.

— Ha ragione, — rispose egli, rabbrividendo; — ho
qualche pena, difatti. Ma non per me; — aggiunse tosto,
notando l'effetto che produceva; — per un amico che ha
qualche dispiacere. —

E un desiderio lo prese, mentre stava lì, davanti alla
divina creatura, nella piena luce dell'ampia finestra, un
desiderio intenso, a cui non seppe resistere. Se era condannato
a perderla, come gli pareva naturale, come pur
troppo gli pareva fatale, voleva almeno guardarla bene,
guardarla intensamente a quella breve distanza, involgerla
tutta in una occhiata, aspirarla, assorbirla. Il lampo
degli occhi dilatati, e la gagliardia del respiro tratto
a larghi polmoni, non furono senza un muover di labbra,
che formavano parole, lasciandole tuttavia prive di suono.

— Ella mi dà il buon augurio? — mormorò ella, arrossendo.

— Sì, ch'Ella sia felice, felice, felice.

— Risponderò con tre grazie; — replicò Margherita,
facendosi sempre più rossa. — Ma torni stasera più gaio,
[pg!259]
o più consolato; avrà il suo conto saldato in tremila.
Sono o non sono un onesto banchiere?

— Ah, tu sei un banchiere, bambina? — disse il signor
Anselmo, cogliendo in aria le ultime parole della sua
Margherita. — Ed io, come mi vedi in questa pelliccia,
sono un certo che.... tra il tenore e il baritono. —

Gran capo ameno alle sue ore, il signor Anselmo Cantelli!
E bisognava volergli bene ad ogni costo.

Sceso sulla riva degli Schiavoni, quell'uomo eccellente
così parlò al conte Aldini:

— Ella ha da intrattenermi di cose importanti, m'imagino;
ma non gravi, spero. Siano come si vogliono, Ella
si lasci dire per intanto che in casa mia sono tutti incantati
di Lei; mia moglie, mia figlia, mio figlio. Stamane,
dato il tempo necessario alle accoglienze “oneste
e liete„, han tutti incominciato a tessere il suo panegirico.
A tavola, poi, per tutto il tempo della colazione,
è stato un piatto solo, Aldini, Aldini. Se lo lascia dire
con quella confidenza di linguaggio che l'amicizia permette?
Aldini al *consommè*; Aldini *au beurre d'anchois*;
Aldini all'*aspic*; Aldini alla *suprème*. Aldini alla *maître-d'hôtel*,
e chi più n'ha ne metta. —

L'Aldini sorrideva malinconicamente.

— Non si offende già, voglio credere; — ripigliava
il signor Anselmo, prendendolo amichevolmente pel braccio. — Son
fatto così, e gradisco la celia.

— Che dice? Mi confonde; — rispose l'Aldini, stringendo
sotto il braccio la mano del signor Anselmo. — Ella
mi dà una gran prova di benevolenza; così potessi
meritar la sua stima!

[pg!260]
— L'una e l'altra possiede; — replicò il signor Anselmo. — Per
me, glielo confesso, quella non potrebbe
andar senza questa. Metta che noi siamo già vecchie conoscenze.
E così.... facciamo un piccolo tradimento al
nostro Zuliani? —

Filippo rabbrividì, a quella scappata, pure imaginando
ch'ella fosse scevra d'ogni malizia.

— In che modo? — balbettò.

— Non lo vede? L'amico, che ha la moglie ammalata,
e perciò non si è potuto muover da casa per venirmi a
ricevere alla stazione, mi annunzia la sua visita per le
quattro, e mi promette di condur Lei alle nove, perchè
io abbia il piacere di conoscerla. Ed ecco, noi ci siam
visti e conosciuti assai prima; saremo già amici vecchi,
stasera. Glielo dirò, e rideremo.

— No, non gliene dica, per carità; — supplicò, fortemente
turbato, l'Aldini. — Non sappia egli che ci
siam visti prima!... almeno, — soggiunse dopo un
istante di pausa, — bisognerà dirgli che ci siamo veduti
per caso. Ella del resto, vedrà e giudicherà, dopo
che io le avrò parlato un po' a lungo.... se Le piacerà di
ascoltarmi.

— Certamente mi piacerà; sebbene il suo turbamento
mi lasci temere che non si tratterà di cose tutte piacevoli.

— No davvero; — disse l'Aldini sospirando. — E sarà
bene, perchè io possa parlare liberamente, che andiamo
in luogo appartato.

— Non in piazza, capisco; e neanche in una camera
d'albergo. Che cosa mi propone Lei?

[pg!261]
— Ma.... se osassi....

— In casa sua? Sta benissimo. Casa di scapolo;
*garçonnière*.... Come esprimerebbe la cosa in italiano?
Ci ho pensato tante volte; ma non son forte in lingua
madre. Col rispetto dovuto agli scapoli come Lei, avrei
detto: paretaio. Scherzo, sa? E mi par bene scherzare,
finchè siamo in istrada, per non aver aria di due frati
certosini. È lontana, la sua abitazione?

— Correndo, — rispose Filippo, — ci si arriva
in dieci minuti; andando di passo regolare, in quindici.

— Sto bene a gambe; — conchiuse il signor Anselmo; — arriveremo
in dieci. —

Entrati in Merceria, affrettarono il passo. Il signor
Anselmo era anche stimolato da una grande, curiosità
e più agitato da un senso di vaga inquietudine. Che
cosa aveva da dirgli il conte Aldini di così grave, o
geloso, che l'amico Zuliani non dovesse neanche sapere
che egli, Anselmo, e il suo genero *in pectore*, si erano
già visti? Questione di denaro? Il sospetto ne corse
alla mente del banchiere; ma egli fu pronto a scacciarlo.
Cozzava troppo con tutto quello che egli sapeva
delle condizioni, del modo di vivere, della serietà e della
estrema delicatezza del giovine gentiluomo. O allora?
Allora il partito migliore che si potesse abbracciare era
quello di non far almanacchi per via, aspettando di
essere in casa del signor Aldini e di sentire il gran
segreto da lui.

Quanto all'Aldini, poichè aveva fatto il suo preambolo
oscuro, ma promettente, non si sentiva più di simulare
una calma che non aveva nello spirito, e camminava in
[pg!262]
silenzio, tutto chiuso ne' suoi pensieri, rannuvolato come
il cielo di Venezia in quell'ora.

— Ecco una strana avventura! — disse il signor Anselmo
tra sè, come fu entrato in casa di Filippo Aldini,
ed ebbe preso posto sulla poltrona che questi gli
offriva.

Filippo si era seduto dopo di lui, sopra una scranna,
ma standoci, anzi che seduto, appoggiato, col capo basso
e il petto in fuori, mezzo inginocchiato tra l'orlo della
scranna e l'orlo della scrivania che gli stava davanti.
Si era rimpicciolito, in tal guisa, umiliato nel cospetto
di quell'uomo, che doveva esserne il suo giudice.

— Signor Cantelli.... signor Anselmo.... — incominciò, — vuol
essere il mio confessore, ed accogliere la mia
confessione generale? So che Ella aveva.... ed ha ancora
buone intenzioni per me. Per tutto ciò che risguarda la
mia vita di cittadino e di soldato, di onest'uomo e di
gentiluomo, credo di esserne degno.

— Lo so; — disse il signor Cantelli. — L'amico Zuliani
me ne ha scritto quanto occorreva. Anche da
Parma ho saputo molto, ed altamente onorevole, della
sua gente e di Lei. Ma certo, a me sarebbe bastato ciò
che mi asseriva, sulla propria fede, un uomo d'alta probità,
un uomo d'oro, come Raimondo Zuliani. —

Filippo abbassò il capo ancor più che non avesse fatto
in principio.

— Ahimè! — diss'egli. — Il signor Zuliani si è in
qualche punto ingannato. Aggiungo, col rossore della
vergogna sul viso, che quell'uomo ottimo non poteva
non ingannarsi. Ho dei torti, e gravi, verso di lui, che
[pg!263]
egli non conosceva ancora, scrivendole. Non inarchi le
ciglia, La prego, non mi levi il coraggio di proseguire.
Debbo confessarle sinceramente ogni cosa, chiedendole,
per altro, d'ogni cosa il segreto.

— Ella mi ha preso per confessore; m'investo del sacro
ministero. Non abbia dunque verun timore; manterrò
gelosamente il segreto. —

Così disse il signor Anselmo, più inquieto che mai,
ma disposto a prestare la più viva attenzione.

Filippo Aldini, sempre incurvato sul braccio e mezzo
inginocchiato com'era, incominciò toccando brevemente
del servizio militare abbandonato, del suo stabilirsi a
Venezia, del suo vivere elegante, ma non al tutto dissipato,
del suo spendere misurato, dello aver conosciuto
il banchiere Zuliani, incaricato di rimettergli le sue
modeste rendite, e infine dell'essere entrato, senza secondi
fini, naturalmente, per semplice bontà di Raimondo
Zuliani, in grande dimestichezza con lui.

Qui il primo guaio; qui la cagione d'ogni male per
ambedue. Si erano troppo fidati, Raimondo della virtù
dell'amico, egli della sua propria forza, che veramente
poteva bastare, essendo corazzata di bella indifferenza.
Come si perdette egli? come naufragò la sua buona e
leale amicizia, tra le lusinghe del palazzo Orseolo? Cavalleresco
ossequio, rispettosa confidenza, erano questi i
termini, non varcati per un pezzo, delle sue relazioni
colà. Certamente, la rispettosa confidenza e l'ossequio
cavalleresco non potevano escludere quel tanto di galanteria
superficiale ed innocente che si usa in società
con le dame, zucchero in polvere, con quintessenza
[pg!264]
di sottili profumi, senza cui pare che il mondo elegante
non possa vivere, temendo sempre che certa riserbatezza
puritana di modi lo conduca a morir di noia. Intanto,
si può egli ricordare con precisione quando e come si
varchino certi confini, sempre male segnati? e quando
e come sia nata quella confidenza più intima, che è già
un principio di complicità, per cui l'uno sovrabbondando
e l'altro cedendo, si dispone in tortuosi giri quel nodo,
che una volta formato stringe e lega due esseri? Una
preferenza insignificante a tutta prima, un servizio da
nulla esagerato dal sentimento, una frase spensieratamente
più tenera tra i fumi di un convito, gli ardori e
le fragranze arcane, tra le ebbrezze di un ballo e le libertà
d'una veglia mascherata.... Che dire, e che cercare
di più? Il signor Anselmo, il confessore, il giudice poteva
intender questo, ed altro a sua posta.

Certo, una cosa poteva asserire l'Aldini, nella sincerità
della sua confessione; ch'egli si era trovato senza
avvedersene sull'orlo del precipizio; ch'egli c'era rimasto,
con una vaga speranza di ritrarsi e un esagerata
timore di apparir vanitoso e ridicolo, nella ostentazione
inopportuna di una sciocca paura. Involto, sconvolto e
travolto; in queste tre parole Filippo Aldini esprimeva
i tre stadii dell'error suo. Così era egli caduto; ma
presto aveva tentato di rialzarsi, e di rialzare, consigliando
con tenerezza, a grado a grado cercando di persuadere,
sperando di esserne venuto a capo, ricadendo ancora,
per rialzarsi di nuovo, tentando sempre, volendo ad
ogni costo riuscire all'intento.

Il signor Anselmo ascoltava, tentennando il capo a
[pg!265]
quando a quando, e sorridendo con filosofica espressione
di compatimento benevolo.

— Eh, si capisce; — diceva, colmando un intervallo
che Filippo aveva posto nella sua dolorosa esposizione
di fatti. — Le occasioni fanno il ladro. Certe care donnine
son poi così matte!... E chi sa? più assottigliano il
cervello, più hanno i nervi teneri. Se mettiamo poi in
loro presenza un giovinotto come Lei!... —

Sì, tutto questo era buono e bello, ma non attenuava
punto la triste condizione di Filippo Aldini. Seguiva infatti
il guaio peggiore; e Filippo Aldini passò a raccontarlo.
Bene aveva egli spezzata quella catena di errori,
non dubitando di apparire nell'ansia continua delle
esortazioni e delle preghiere un codardo. Ed oramai
confidava di aver ridotta quella donna alla sua medesima
fede; non la vedeva più altrimenti che in conversazioni,
a teatri, in visite cerimoniose; a farla breve, nelle sole
occasioni in cui ogni mancamento alle consuetudini antiche
avrebbe piuttosto nociuto che giovato, dando argomento
ad osservazioni maligne, suscitando ingiuriosi
sospetti. Quella donna, se non al tutto persuasa; gli pareva
convinta, rassegnata, tranquilla. Perchè da ultimo
aveva dato in ismanie? Orgoglio ferito, certamente, non
fiamma rinnovata d'amore: ed era stato un colpo di
follìa, quell'amore; spento dalla ragione, non avrebbe
dovuto più divampare. Non egli, poi, colpito dalla bellezza,
dalla grazia, dalla virtù d'una cara fanciulla,
d'una creatura divina, aveva osato vagheggiare il pensiero
di farla sua: era stato Raimondo, a formarne il
disegno, imaginando senza dubbio, nel favorire l'amico,
[pg!266]
d'infondergli il coraggio che a lui sarebbe _`per` troppe
ragioni mancato. Per verità, egli amava Margherita con
tutte le forze dell'anima, e ciò che ardeva nell'anima
sua gli traspariva sicuramente dagli occhi. Di dar moglie
al suo giovine amico, Raimondo Zuliani aveva parlato
in presenza della sua Livia; ed ella aveva sorriso,
assentito, perfino aggiunte le sue esortazioni a quelle
del marito. Poteva egli, Filippo Aldini, nel lasciare che
Raimondo Zuliani parlasse per lui, povero innamorato,
ai signori Cantelli, prevedere lo scoppio di una nuova
follìa che doveva esser cagione di tante rovine?

— Rovine! e quali? — pensò il signor Anselmo mentre
aguzzava l'orecchio.

Certo, seguitava Filippo, in tutta quella faccenda
gelosa, egli non era stato senz'arte: si era destreggiato
in modo da non esser tirato mai a discorrere del suo
matrimonio possibile. Ma questa era arte legittima, ed
anche necessaria. Di certe cose, che sono il dolce futuro,
si parla male, in presenza di certe persone, che rappresentano
l'amaro passato; e sono delicatissime, le dolci
cose sperate, e non è prudenza ragionarne, se non quando
siano avviate per modo di non correr più il pericolo
di andare in dileguo. Del resto, se era Raimondo quegli
che aveva tutto ideato e tutto imbastito, se egli ne
aveva parlato e molto probabilmente seguitava a parlarne
con sua moglie, se ella appunto in quei giorni
era tutta tenerezza col marito, poteva egli prevedere
quella repentina tempesta di collere, incominciata con
un velenoso discorso alle signore Cantelli; continuata
con un assalto diritto a lui, chiamato cacciatore di doti,
[pg!267]
e costretto a mendicar pretesti per rinunciare alla propria
felicità; giunta finalmente al suo colmo spaventoso,
quella stessa mattina, colla consegna di un antico carteggio
al marito?

— Grave! grave! — borbottava il signor Anselmo, che
oramai vedeva sopraggiungere il dramma.

E il dramma, il dramma, bisognava raccontargli. A
frasi rotte, ma non dimenticando nulla, neanche l'improvvisa
e folle apparizione di quella donna là dentro,
dov'essi erano seduti in quel punto, e dove indi a poco
doveva irrompere il furente marito, Filippo Aldini raccontò.
Sopraffatto dall'ira, il signor Zuliani non era stato
altrimenti acciecato; le sue mani vendicatrici non si
erano aggravate su quella disgraziata. Bensì a lui si
era rivolto, a Filippo Aldini, per chieder conto dell'onor
suo oltraggiato e dell'amicizia tradita. Lì, per l'appunto,
dov'essi stavano, e mentre la donna, esortata dall'Aldini
a fuggire per quell'uscio segreto, pur rimaneva inavvertita
in ascolto, Raimondo aveva voluto stabilire le condizioni
d'un duello mortale, inesorabilmente mortale. Due
nomi scritti, e la sorte decidesse quale dei due, in un
termine inviolabile di tempo, doveva uccidersi, sparire,
poichè uno dei due era di troppo sulla faccia del
mondo.

Così voleva Raimondo; forma e condizioni del duello
erano in sua balìa, essendo egli l'offeso; e l'Aldini aveva
dovuto giurare di star fermo ai patti. La sorte era stata
contraria a Raimondo, il quale, del resto, a temperargli
il nuovo rimorso, affermava che in nessun modo, anche
vincitore nel giuoco della sorte, avrebbe voluto sopravvivere
[pg!268]
alla perdita della sua felicità, alla morte delle
sue illusioni.

Ed egli, l'Aldini, aveva dovuto inchinarsi; più ancora,
fatto schiavo di quell'uomo per forza di cose, per rispetto
ad una sventura ond'egli era stato in tanta parte
cagione, aveva dovuto sottomettersi ad un'altra volontà
di Raimondo. Questi, la cui parola era impegnata con
Anselmo Cantelli, aveva già fatto del matrimonio tra
l'Aldini e Margherita una questione d'onore; voleva
adunque che il matrimonio seguisse; quanto a sè, fatte
le nozze, avrebbe provveduto, secondo il decreto della
sorte, e secondo l'istesso disgusto, invincibile omai, della
vita. Ma questa volontà di Raimondo metteva l'Aldini
in una condizione assai triste. Doveva egli tacere? Era
una viltà, e la sua coscienza gli avrebbe sempre rimproverato
quel tradimento alla buona fede dei signori
Cantelli, che sulla testimonianza di Raimondo Zuliani
lo avevano per un gentiluomo senza macchia. Doveva
egli parlare? Era una slealtà, poichè con questo egli
tradiva i segreti di casa Zuliani, quei segreti dolorosi
che la magnanimità di Raimondo aveva voluto coprire
del velo più fitto, abbracciando il partito d'un duello alla
sorte. Ma se il parlare fosse stato ristretto in certi confini
di prudenza, e nella misura della necessità, ristretto sopratutto
all'unica persona che aveva poi il diritto di
sapere ogni cosa, perchè d'ogni cosa era liberale a lui,
come avrebb'egli meritata la taccia di sleale?

La coscienza gli diceva che nel discreto orecchio di
Anselmo Cantelli egli poteva deporre il suo segreto e
l'altrui. Senza dubbio, tra due mali era da sceglier sempre
[pg!269]
il minore; e il minore consisteva per l'appunto nel
non commettere una viltà così grande, come sarebbe stato
il tacere. Un cacciatore di doti, certificato ed autenticato
un portento di delicatezza, poteva tacere e lasciar correre:
un uomo onesto davvero, non tale per attestati antichi
o recenti, doveva parlare, fosse pure nella angosciosa
certezza di rinunziare con ciò al bene supremo,
alla mano ed al cuore di Margherita. Il danno era immenso;
ma non sarebbe lungamente durato. Solo in ciò
confidava.

— Là! là! — disse il signor Anselmo, commosso, un
po' stendendo la mano per battergli amorevolmente sul
braccio, un po' tirandola a sè per rasciugarsi una lagrima. — Non
si lasci trasportare dalla vivacità dei suoi sentimenti.
Ragioniamo, se è possibile. Intendo ch'Ella abbia
voluto aprirsi intieramente con me: intendo, ed ammiro.
Ma le cose non mi paiono così gravi, com'Ella le fa. La
sua storia, se non si trattasse di quell'ottimo Zuliani,
che c'è di mezzo, e al cui caso bisognerà provvedere,
non mi farebbe, creda, nella mia veste di padre, nè caldo
nè freddo. Quando ella si lasciava involgere, sconvolgere,
travolgere.... ricordo la sua frase, vede?... Ella, dico, non
conosceva ancora mia figlia. Del passato non ci può esser
colpa per noi. L'uomo è nato cacciatore; si può dirlo
qui.... nel suo paretaio; — soggiunse maliziosamente il
signor Anselmo, che non rinunziava alla burletta, quando
la sentiva germogliare sul labbro; — e bisognerebbe interrompere
il corso della specie umana, ivi inclusa la
discendenza di Nembrot, se si dovessero ricusare per generi
gli uomini che sono stati a caccia. —

[pg!270]
Qui il signor Anselmo fece una brevissima pausa, come
l'oratore che dall'esordio sta per passare al vivo dell'argomentazione,
poi ripigliò:

— Non induca da ciò che io sia stato un gran cacciatore
nel cospetto del Signore; no, ma buon Dio! quando
Eleonora Langosco non era comparsa ancora sul mio modesto
orizzonte, creda che ho fatte le mie sciocchezze
pur io, come ogni fedel cristiano. E del resto, voglia ricordarsi
di quel comico latino; Terenzio, mi pare: “son
uomo„ ha fatto dir egli ad uno dei suoi personaggi;
“son uomo e mi accollo la parte mia di tutte le umane debolezze„.
Dunque, niente paura, signorino; pensi in quella
vece che la mia stima per lei è cresciuta a mille doppi. —

Filippo Aldini levò la fronte, e lo guardò trasognato.

— Già — riprese il signor Anselmo; — proprio così.
Sa Lei, conte Aldini, che un discorso come il suo non
lo fanno due uomini? Almeno, — volle concedere il buon
vecchio, — almeno, a cercarli tra le mie conoscenze. Ella
rinunzia, per delicatissimo sentimento d'onore, ad una
donna che ama profondamente; ad una donna che vale
assai.... Lascio stare i quattrini; — soggiunse il banchiere,
a mo' di parentesi; — sono la nostra miseria!
Parlo delle qualità morali, che conosco ben io, anche superiori
alle fisiche, visibili a tutti. Ci rinunzia, e son
certo che ciò potrà costarle la vita. Ora io.... gliel ho a
dire? Venga qua, poichè tanto è già mezzo ginocchioni
davanti al suo confessore.... Si accosti bene! —

Così dicendo, venne ad aver tra le palme la testa di
Filippo Aldini. Lo baciò allora sulla fronte, poi si curvò
per dirgli all'orecchio, ma forte, ben forte:

[pg!271]
— Ora, io.... non rinunzio a Lei. Ha capito? —

Filippo mise un grido; afferrò le mani del signor Anselmo,
e le baciò, inondandole di lagrime.

— Si calmi, si calmi! — esortava il buon vecchio. — Che
c'è egli di strano, in ciò che le ho detto, o che ella
non meriti, per la sua bella sincerità? Le ho parlato per
conto mio, s'intende; — aggiunse egli poscia; — e perchè
ella sappia bene fin d'ora con che animo parlerò a
Margherita.

— A Margherita! — esclamò Filippo, sussultando.

— Eh, niente si può fare, concederà, senza che venga
da lei una parola di gradimento. Ella stima mia figlia,
signor conte; la crederà degna di ricevere in deposito,
e capace di custodire gelosamente un segreto. —

Filippo assentiva col capo, ma contorcendosi anche un
pochino, e stringendo le labbra, al pensiero che del segreto
non tutto suo, dovuto confidare al signor Anselmo
per troppo gravi ragioni, andasse a parte anche un'altra
persona. Quell'altra era bensì Margherita, la divina creatura;
ma proprio era fatto per lei, quel segreto?

— Pensi un po'; — riprese il signor Anselmo, che si
era facilmente avveduto di quel contrasto di pensieri. — Se
io non ci fossi, Ella, quest'oggi, trovandosi al bivio
crudele di cui mi ha fatta una così viva pittura, si
sarebbe pur confidato d'ogni cosa con Margherita; ne
conviene? Dunque, procediamo. Margherita ha senno maturo
in giovane età; Margherita è una donna forte, sa?
Non la giudichi da un po' di stordimento che ha in questi
giorni sofferto. Era naturale. La poverina stimava lei
come il più leale degli uomini, e lì, senza preamboli, ne
[pg!272]
ha sentito dir corna. Capirà.... Ciò doveva colpirla nel
mezzo del cuore; e ciò va ad onor suo, come a testimonianza
della stima che aveva concepita per Lei. Ma infine,
sa padroneggiarsi, distinguere, e giudicare con calma.
Le aggiungerò che io mi fido molto del suo retto giudizio;
e in certe faccende, poi, nelle matrimoniali, ad
esempio, non la contrario mai. Non sono già io, che ho
da prender marito; è lei, e perciò giudica lei, decide lei
in prima ed ultima istanza. Per un nugolo di pretendenti,
finora, ha detto di no: per Lei, così poco pretendente,
lo vedo bene! ha detto di sì. Vuole che si disdica?
Io non lo credo. Comunque sia, quella savia figliuola merita
tutta la mia confidenza, ed io mi rimetto intieramente
alle sue decisioni. Pel suo segreto, signor conte, non dubiti;
Margherita saprà farne buon uso. Ella vada tranquillo,
e non mi dica altro, se mi ama. — Filippo
chinò la fronte, persuaso.

— Sarei uno sciocco, — diss'egli, — se non riconoscessi
quanta bontà c'è in Lei, sopra ogni merito mio:
sarei un essere indegno di vivere, se dubitassi della signorina
Margherita, della sua delicatezza di sentire e della
sua nobiltà di pensare. Ah, quante cose aggiungerei, — gridò
Filippo, animandosi, — se non mi ritrovassi in
questa dolorosa condizione!

— Bravo! io le immagino tutte; — ripigliò il signor
Anselmo, levandosi da sedere; — speriamo di averne
presto un bel saggio. Fa così piacere ai babbi sentirsi
lodare il sangue loro! Ma veda come ci siamo sbrigati; — soggiunse,
guardando il suo Patek. — Sono appena
le due e mezzo. Ritornerò all'albergo; Ella mi metta
[pg!273]
sulla buona strada per San Marco, perchè non mi fido
troppo dell'indirizzo proverbiale: *La vaga drio a la
zente*. E restiamo intesi fin d'ora ch'Ella verrà come ha
promesso, alle nove, e magari alle otto.

— Ma.... — disse Filippo, perplesso; — se la signorina
Margherita mi avesse condannato? —

Il signor Anselmo lo guardò con una tale espressione
di tenerezza, che il povero Filippo non avrebbe potuto
augurarsene di più nel cuore della sua bella figliuola.

— In questo caso l'avvertirei con due righe di biglietto; — rispose. — Dove
pranza lei? Al Quadri, mi
han detto.

— Sì, è il mio luogo solito. Ma ne avrò voglia, quest'oggi?

— Non perda l'appetito, mio caro Aldini; è una tra
le prime raccomandazioni della scuola di Salerno. Un
boccone inghiottito è poi, davanti alle nostre malinconie,
come la provvista d'aria di cui si rinnovano i nostri
polmoni; lavoro inavvertito, quasi meccanico. Si
continua a respirare, anche nei momenti più tristi, quando
si dispera di tutto, e s'invoca la morte. Ma non filosofiamo;
se no, perdo il treno.... voglio dir l'ora buona per
ragionare con quella cara figliuola. Stia di buon animo,
su! Resta inteso ad ogni modo che Ella viene senza aver
aria di saper nulla, di aspettar nulla, trattandosi d'una
visita di presentazione alla mia modesta persona. Le cose
van fatte da cavalieri molto sbadati, molto ignoranti,
anche e più coll'amico Zuliani, il quale fra un'ora e
mezzo mi darà l'annunzio della visita sullodata, che noi
dal canto nostro non potremo dirne di aver già ricevuta.
[pg!274]
Quanto a Margherita, che crede? ch'essa non voglia più
riconoscere il conte Aldini, neanche per prossimo? Comunque
sia, mio caro, per levarla di pena, le invierò il
mio bigliettino, e sperando di poterci scrivere una frase,
del genere di questa: “il ponte del Paradiso è in ottimo
stato di conservazione; ci si può passare senza pericolo„.

— Dio voglia! — esclamò Filippo Aldini.

— Ella ha intanto la mia assoluzione; — aggiunse
il signor Anselmo.

Erano arrivati frattanto in capo alla Merceria. Di lì
il signor Cantelli poteva andare da solo a San Marco;
e Filippo Aldini lo lasciò, per non correre il pericolo di
farsi vedere a quell'ora con lui.

[pg!275]


.. toc-entry:: XVII. La donna forte.

XVII.
=====

La donna forte.
---------------


Certo oramai della strada, poichè la Merceria metteva
appunto a quella nobilissima parte di Venezia che tutti
i viaggiatori conoscono anche prima d'esserci stati, il
signor Cantelli si avviò speditamente all'albergo; pensieroso,
e non senza ragione, così per il triste caso dell'amico
Zuliani, come per il discorso malagevole che avrebbe
dovuto fare alla sua cara figliuola. Ma nell'animo di quel
babbo soverchiava un sentimento di viva simpatia per
quel conte Aldini, il quale, ora più che mai, colla sua
nobile sincerità, meritava di diventare suo genero. Tutta
la difficoltà consisteva nel modo come la confessione generale
del giovinotto sarebbe stata intesa da Margherita:
quanto a lui, lo confortava abbastanza la sua vecchia
massima: “l'uomo è nato cacciatore„; alla quale poteva
anche aggiungere che nel caso concreto il cacciatore era
stato trascinato, più che dalla imprudenza sua, dalla
follìa della selvaggina. Una vera fatalità! e tanto più
fastidiosa, in quanto che l'errore lontano portava conseguenze
vicine.

[pg!276]
Ed ora, come dire tutte queste cose a Margherita? Erano
discorsi da farsi a ragazze? Ma sì, pur troppo, viene il
momento che anco alle ragazze bisogna parlare l'aspro
e volgare linguaggio del brutto mondo in cui vivono,
povere anime ignare! Del confidarsi alla moglie, perchè
facesse lei il discorso, gli era pur venuta l'idea; ma subito
l'aveva messa in disparte. Anzitutto il segreto rischiava
di non esser più tale, passando per troppe orecchie;
ed egli non ne aveva preso licenza dal suo penitente.
Poi, l'effetto buono o cattivo di quella confessione
generale sull'animo di Margherita poteva dipendere, più
che dalla esposizione di alcuni fatti dolorosi, da quella di
molti particolari che li accompagnassero, ora aggravandoli,
ora attenuandoli, spiegandoli sempre. Come se la
sarebbe cavata, da questo passo, la signora Eleonora? E
non sarebbe poi stato il caso di ricorrere a lui, per aggiunte
e commenti? Tutto ciò si evitava, parlando egli
diritto diritto a sua figlia.

Mentre veniva innanzi, pensando queste cose con tanto
giudizio, il signor Anselmo s'imbattè in sua moglie, che
in compagnia di Federigo andava girando botteghe.

— Oh bravi! — diss'egli. — E Margherita?

— In camera, a scrivere le sue lettere; — rispose la
signora Eleonora. — Hai lasciato il conte Aldini?

— Sì, poco fa. E a proposito di lui, ricordiamo che
verrà questa sera col signor Zuliani. Non bisognerà dunque
lasciarci sfuggire ch'egli sia venuto prima; e ciò
per lasciare all'amico Raimondo il piacere di averlo presentato
egli stesso a me. Sarà un atto di delicatezza verso
di lui, non vi pare? Il signor Zuliani ne è degno. —

[pg!277]
Così disposte le cose, e felicissimo di trovar Margherita
sola, affrettò il passo verso l'albergo. Era appena arrivato
nel suo appartamento, che Margherita lo udì, e
tosto gli mosse incontro serena e sorridente.

— Ahi, ahi! — pensò egli. — Come si fa ora a dirle
tante brutte cose, a questa cara figliuola? —

Margherita non gli aveva ancora letto negli occhi.

— Ebbene, — gli disse, — come sei rimasto contento
del signor Filippo?

— Io, molto. Così ne fossi contenta tu!

— Oh, babbo! A me non c'è bisogno di augurarmelo. — Il
signor Anselmo colse la palla al balzo, entrando subito
nel vivo dell'argomento.

— Neanche se nel suo passato ci fosse.... qualche taccherella? — domandò.

— Come sarebbe a dire, taccherella?

— Ma sì, qualche scappata, qualche impennata, come
può fartela il cavallo più generoso. Intendimi per discrezione....
qualche antica passioncella, via!... Sai bene;
l'uomo è nato.... un po' leggero di testa. E se una fiammatella
ci fosse stata.... anche fuoco di paglia.... specialmente
fuoco di paglia.... che ne diresti! come vedresti
la cosa? —

Margherita stette alquanto sovra pensiero, guardando
il suo babbo negli occhi.

— Tu sai qualche cosa. — gli disse, — sai.... della signora
Zuliani! —

Figurarsi l'atto di stupore del signor Anselmo, a questa
scappata della sua dolce figliuola!

— O come? Già eri informata?

[pg!278]
— Eh, ci voleva poco a capirlo. Quella graziosa signora
ci ha sempre veduto volentieri come il fumo negli occhi.
Appena una visita, in tutto il dicembre passato, e
ci ha lasciate sole a far la nostra vita di forestiere. Finalmente,
perla notte del capo d'anno, c'è stato l'invito,
e neanche fatto da lei, ma dal signor Raimondo,
che, evidentemente per salvar le apparenze, metteva innanzi
il nome della sua agrodolce metà. E là, a quella
cena, mio caro, ho inteso tutto, ho tutto indovinato. Guardava
me con aria di volermi sorbire come un uovo fresco:
poi covava quel povero Aldini con gli occhi, mettendolo
in uno stato d'angustia e d'impazienza da far
veramente pietà. Dio, com'era seccato! e come si vedeva
che l'avrebbe tanto volentieri mandata a quel paese! Vecchie
lune, è questo il vostro destino. Ed era una vecchia
luna, quella lì, molto vecchia; non c'era da prendere abbaglio.

— Quante cose hai osservate in una notte!

— Seconda vista, babbo; e si ha sempre, per le cose
che premono. Ed anche ho notato l'atto della signora,
quando suo marito destinò il conte Aldini per accompagnarci
in gondola fino alla riva degli Schiavoni. Avrei
avuto compassione di lei, te lo confesso, se non avessi
veduto, e prima e poi, che il signor Filippo pensava a
lei, com'io al Gran Turco. Ah, la stizza, che la prese
cinque giorni dopo, quando capitò qui e trovò il signor
Filippo intento a disegnare il ponte del Paradiso, per ricordo
d'una passeggiata artistica, che avevamo fatta quarantott'ore
prima! È vero che se ne vendicò da sua pari,
distillando veleni nell'orecchio della mamma. Così li
[pg!279]
avesse distillati in presenza mia! Ero donna da risponderle,
sai? come va che lei lo riceve, un uomo simile?
E ne parla così a noi, ora, ch'egli è appena appena uscito
di qui? Permette che ci lagniamo a suo marito, di averci
presentato un tal uomo? Avrei voluto vederla, allora,
che cosa mi sapesse rispondere. —

Il signor Anselmo sorrideva, sentendosi un po' più sollevato.

— Dunque, non ti dai pensiero di quella vecchia luna?

— Nè di quella, nè d'altre, le cui fasi son da lasciarsi
dormire negli antichi almanacchi. D'una sola cosa potrei
darmi pensiero; come sei venuto a saper tu, appena arrivato,
di quella vecchia luna?

— Appagherò subito la tua legittima curiosità. Quel
bravo giovinotto mi ha voluto condurre in casa sua; e
là, con grande effusione di cuore, mi ha fatta la sua
confessione generale.

— E ti ha detto che si trattava di una vecchia luna?

— Sì, ed io l'ho assolto col proverbio; acqua passata
non màcina. È un onest'uomo; è stato tale anche in
quella debolezza passeggera, in cui la minor parte di
colpa è stata certamente la sua. Fu involto, sconvolto,
travolto: mi servo delle sue stesse parole. Ma in verità,
il parlare di queste cose ad una ragazza come te....

— Babbo, non sarò io tra poco Margherita Aldini?

— Eh, Dio sa se mi farebbe piacere! Vorrei che fosse
oggi la vigilia e domani la festa. Ma tu la fai liscia più
che non sia veramente. Se ci fosse ancora qualche difficoltà
da superare? —

Margherita impallidì a quelle parole del babbo.

[pg!280]
— Tu non me la dici giusta; — esclamò.

— E tu, bambina, non sei tranquilla come vorrei.

— Vediamo di contentarti; — ripigliò Margherita, facendo
uno sforzo visibile, per padroneggiare la sua inquietudine. — Viene
da lui, la difficoltà?

— Non da lui; egli ti ama pazzamente.... disperatamente...

— Allora, son tranquillissima; — diss'ella, respirando. — Vedi
che effetto produci, con un paio di avverbii? — aggiunse
tosto, ridendo. — Sono una donna forte
più che tu non creda, e poco mi basta a farmi riavere,
purchè quel poco sia buono....

— Ed abbondante; — conchiuse il signor Anselmo,
ridendo più gustosamente di lei.

— Sentiamo dunque; — ripigliò Margherita. — Donde
viene la difficoltà a cui accennavi?

— Da un caso spiacevole di cui egli non ha colpa
veruna, e che mi ha dovuto raccontare, confessandosi a me.

— Se egli si è confessato a te, la sua confessione era
sicuramente per me. Dunque, sentiamo tutto. —

Tutto! Faceva presto a dirlo, quella cara figliuola. Il
babbo impacciato non ne disse neanche la metà. Nondimeno,
ce ne fu d'avanzo per lei, quando ebbe sentito
brevemente del vecchio errore, dei pronti rimorsi, delle
oneste esortazioni, che erano sembrate efficaci per rimetter
quell'anima in pace, ma che tutto ad un tratto, in quei
giorni, avevano perduto ogni forza. Non era divampata
da capo una fiamma d'amore, che più non poteva davvero,
e che ad ogni modo non avrebbe trovato propizio il terreno;
era stato un incendio di orgoglio offeso, di collera
[pg!281]
feroce, all'udire che un certo matrimonio era imminente,
e che Raimondo Zuliani sarebbe andato quella mattina
alla stazione per aspettare l'arrivo d'un padre, d'un padre
già persuaso di quelle nozze e dispostissimo ad affrettarle.
Qui, in breve spazio di tempo tutta una rovina,
un precipizio di cose; la donna, vera furia scatenata,
che scopre sè stessa al marito, per nuocere altrui,
anche a suo rischio di vita, e sempre poi a suo danno;
il marito che corre a chiedere ragione all'amico traditore,
ma precorso dalla donna impazzita, che va a dare avviso
della commessa follìa, ed anche a consigliare la
viltà d'una fuga, avendo appena il tempo di trafugarsi
lei in un andito, presso un uscio segreto, donde ascolta
il colloquio terribile tra i due uomini ch'ella ha messi
l'un contro l'altro, e donde si ritira anche male, imprudentemente
facendo rumore nel chiudersi l'uscio dietro
alle spalle; onde avrebbe potuto accadere di peggio, se
il signor Zuliani, sospettando il vero, fosse corso ad inseguire
quella donna nella scaletta di servizio.

Margherita ascoltava fremendo la rapida esposizione
di quel viluppo di casi. E più doveva farla fremere il
racconto di ciò che era seguito tra i due, così posti di
fronte. Raimondo Zuliani era l'offeso; dettava egli le
condizioni della sua vendetta; imponeva la sua volontà,
con un duello alla sorte. La sorte aveva favorito l'Aldini;
lo Zuliani perdente, doveva uccidersi entro un termine
di tempo già stabilito tra loro. Ma egli, da galantuomo,
confessava al suo avversario che si sarebbe ucciso
egualmente, vincendo, poichè aveva perduta la sua
felicità con tutte le illusioni della sua vita. Amava ancora,
[pg!282]
pur disprezzandola, quella donna infedele, che già
era stata cagione del suo dolore più acerbo. Per far sua
ad ogni costo quella donna, il poveretto aveva perduto
l'affetto di una madre adorata.

— La signora Adriana che vive a Belluno; — disse
Margherita, ricordandosi. — Infatti, veneziana com'è,
non si lascia più vedere a Venezia. Si vede ora che conosceva
bene la sua futura nuora. Povero signor Raimondo!
Ed è tanto un brav'uomo!

— Tanto bravo, che con tutto quello ch'è accaduto
fra lui e il conte Aldini, vuole che il matrimonio si
faccia, e dentro i sessanta giorni che gli resterebbero
da vivere, secondo il patto giurato. Patto segreto, s'intende,
e noi non dobbiamo saper nulla di nulla. Solo la
bontà di cuore del conte Aldini, la sua rettitudine, la
sua probità verso di noi, ci mettono a parte di quel triste
segreto. Sicchè, vedi tu a che punti siamo. Quell'ottimo
giovinotto ha pensato che tu dovessi sapere ogni
cosa dei suo passato, per dar giudizio di lui. E qui è
da lodare la sua delicatezza: io gli ho già detto che per
questa io lo stimavo mille volte di più. Ma egli ha voluto
raccontarmi ancora tutto l'occorso di questa mattina,
pensando che un matrimonio in queste condizioni
potesse dispiacere a te....

— Ha ragione; — interruppe Margherita.

— Come, ha ragione? — gridò il signor Anselmo,
stupito.

— Sì, ha ragione, e per questo lo stimerò io diecimila
volte di più. Io non sposerò il conte Aldini, coll'ombra
del suicidio di Raimondo Zuliani davanti agli occhi. Il
[pg!283]
nostro matrimonio è stato ideato dal signor Zuliani, desiderato,
preparato, voluto da lui. Con che cuore, dimmelo
tu, con che cuore andrei io all'altare, pensando che
dopo la cerimonia, il padrino delle mie nozze, si toglierebbe
la vita?

— Capisco, — rispose il signor Anselmo. — Ma a fargli
mutar proposito non ci adopreremo anche noi? Lo
metteremo con le spalle al muro, vedrai; lo pregheremo,
lo piegheremo; ascolterà le voci della ragione.

— Lo credi? Ci vuol altro che esortazioni e preghiere!
Ci penserò; — rispose Margherita con accento risoluto.

— E intanto, cara mia, che si fa coll'Aldini? Egli ha
riconosciuta la necessità di farti sapere tutta la sua confessione,
ma soggiungendo che ne dovevano conseguire
due mali; uno, il più grave, e per lui certamente insopportabile,
che il tuo cuore si allontanasse da lui; l'altro,
che ne sarebbe il corollario immediato, di non potersi
presentare questa sera da noi. Lo vedresti tu volentieri,
dopo ciò che conosci di lui?

— O babbo, — disse Margherita, — anch'io mi sono
confessata a te; più brevemente, e per un fallo minore.
Speravo di aver fatto un giudizio temerario, sospettando
che tra lui e quella donna ci fosse stato.... qualche cosa.
In verità, non pensavo di colpir così giusto. Ad ogni
modo ero certa.... il cuore mi diceva, il cuore che non
s'inganna mai, che fossero vecchie lune, tramontate da
un pezzo, e che solo per orgoglio offeso, od altro di simile,
quella donna mi odiasse. Quanto a lui, senti, io
ti confesserò candidamente, che non avrei voluto quell'ombra
del passato ad oscurargli la fronte. Mentirei, se
[pg!284]
ti dicessi il contrario. E credi ancora, avrei rinunziato
a lui, se egli fosse stato un altro.

— Che sottigliezze!

— Sì, e da capirsi benissimo. Egli era così gentile e
buono, così nobile e colto, così rispondente al mio ideale,
che, salvo sempre il tuo consenso, io non avrei rinunziato
a lui per il ricordo di un'ombra passata sopra i
suoi occhi, prima che quegli occhi si fossero posati su
me. Così potevo perdonare il passato; così posso ancora,
e perdonarlo e cancellarlo. Egli è oggi senza colpa, per
me. Non lo hai tu confessato, del resto? — soggiunse
la cara fanciulla, sorridendo. — E non gli hai data la
tua paterna assoluzione?

— Con tutta l'anima; — rispose il signor Anselmo,
intenerito. — Dunque, ecco qua; lo riceverai bene. Io
gli ho detto, congedandomi da lui: esplorerò l'animo di
Margherita, e le scriverò un bigliettino, con questa frase,
che lo conforti: “il ponte del Paradiso è in ottimo stato
di conservazione; ci si può passare senza pericolo.„

— Babbo cattivo! Tu ascolti, passando....

— Come tu dietro agli usci.

— Ma io non potevo fare diverso, essendo nella camera
attigua.

— E neppur io, essendo nella stessa camera, e infilando
la pelliccia. —

Erano pari e patta. Margherita conchiuse il giuoco,
abbracciandolo stretto, e stampandogli due baciozzi sulle
guance.

— Sicchè?... — diss'egli.

— Scriverai.... scriveremo.... anzi scriverò io il biglietto.
[pg!285]
Si guadagna tempo. Non l'ho mica da sposare domani.
E gli parlerò un pochino ancor io, per l'appunto
domani.... se il babbo permetterà.

— Veramente....

— Veramente, al punto in cui siamo, anch'io debbo
parlare. E poi che cos'è? Dubiteresti della prudenza di
tua figlia?

— No, questo, no. Ma siete prudenti in un certo modo,
voialtre donne; e prepotenti, poi!... Insomma, farai quel
che vorrai. —

In quel punto venne un cameriere ad annunziare la
visita del signor Raimondo Zuliani.

— Ditegli che passi; — rispose il signor Cantelli.

— Ed io, babbo, passo di là, per iscrivere ancora una
lettera; poi vengo da voi. —

Leggera leggera, la fanciulla si trafugò nella camera
attigua. Aveva già richiuso l'uscio, quando il signor Zuliani
entrò nel salotto.

Raimondo era calmo nell'aspetto, quasi severo. Gran
forza di volontà in quell'uomo, che la sventura aveva
così duramente percosso! Si sarebbe mostrato anche ilare,
se non avesse dovuto dare, a scusa della sua assenza
mattutina all'arrivo di Anselmo, poco liete notizie della
sua signora. Nervosa all'eccesso, la sua Livia aveva sofferto
nella notte un potentissimo assalto del suo male,
restandone molto abbattuta. Era a letto, naturalmente, e
n'avrebbe avuto per parecchi giorni. Egli intanto, rinnovate
le sue scuse, ringraziava caldamente l'amico di esser
venuto alla chiamata, e di mostrarsi tanto disposto ad
accogliere il suo disegno. Gli premeva di esser egli l'autore
[pg!286]
della felicità di un carissimo giovine, che avrebbe
presentato quella sera ad Anselmo Cantelli. Un gentiluomo
perfetto, quel conte Aldini, un'anima grande, un
cuor d'oro, degno di Margherita, almeno in quel modo e
in quella misura che un uomo poteva esser degno di un
angelo. Ed anche a questi patti, poteva l'angelica creatura
esser certa di non trovar fallo presente in quell'uomo.
Tutti si è stati giovani, conchiudeva Raimondo,
e qualche antica debolezza, com'egli aveva avuto l'onore
di dire alla signora Eleonora dopo l'imprudenza di un
certo discorso leggero, non doveva assolutamente contare.

— Acqua passata non mácina; — disse il signor Anselmo; — e
poi, bisogna sempre passarne qualcuna, pensando
che l'uomo è nato cacciatore. La mia figliuola non
ha poi badato molto ad un discorso che voi volete pur
ricordare, mio caro Zuliani, dicendolo anche leggero, mentre
infine esso non usciva dai limiti delle chiacchiere
da salotto, urbane sempre e graziose. E dopo tutto, la
mia Margherita, senza essere un angelo, come voi avete
la bontà di chiamarla, è una donna forte, ve l'assicuro
io, una donna forte.

— Dunque, — riprese Raimondo, — è affar combinato?

— Eh, quasi. Bisognerà bene che questo giovinotto
lo veda prima ancor io, e ancor io me ne innamori; ne
convenite?

— È giusto; — conchiuse Raimondo. — Ma di ciò
sono più che sicuro. —

L'uscio della camera attigua si aperse, e Margherita
comparve, Margherita luminosamente bella, col sorriso
sul labbro, e un mazzettino di lettere nella destra, che
[pg!287]
fece scorrere prontamente nella sinistra, per istender
l'altra con atto cortese e sollecito al signor Raimondo
Zuliani. E strinse forte, quella mano delicata, strinse
forte la mano di quell'uomo, per cui sentiva una simpatia
più viva e più profonda di prima.

— Permette? — diss'ella poscia, accennando le sue
lettere. — Le consegno, e sono da Lei. —

Andava intanto alla parete, e toccava il bottone del
campanello elettrico.

— Subito queste lettere nella cassetta postale; — ordinò
al cameriere, che era comparso alla chiamata.

Poi, libera dalle sue piccole faccende, venne a sedersi
accanto al signor Raimondo, chiedendo anzitutto notizie
della signora Livia, ed ascoltando con molta attenzione
quello che egli ne diceva; egli poveraccio, che dalla mattina
non era più ritornato al palazzo Orseolo. Di quante
piccole bugie necessarie non si compongono le nostre
conversazioni! Di lì, mutando argomento, la donna forte
passò a discorrere della mamma, che era in volta col
suo Federigo, per arricchirne il corredo. Sicuro, anche
lì ci voleva un corredo di nozze; non per la sposa, che
non ne aveva bisogno, se non di carbone e di munizioni
da fuoco, essendo una bella corvetta, destinata a fare con
Federigo, per suo viaggio di nozze, il giro del globo. La
lunghezza del viaggio voleva adunque che fosse più ricco
dell'usato il corredo dello sposo.

In queste chiacchiere si consumò una mezz'ora; dopo
di che il signor Zuliani prese commiato, promettendo una
visita più lunga per quella medesima sera.

— Non so, — diss'egli, — se troverò il conte Aldini,
[pg!288]
per presentarlo io al suo babbo. Ci siamo intesi per le
nove. Ma se per caso egli avesse da capitare prima di
me, prego Lei, signorina, di far le mie veci.

— Con gran piacere; — rispose Margherita, stringendo
ancora ben forte la mano di Raimondo; — ed Ella me
ne ricambierà con buone notizie della sua signora, alla
quale vorrà fare i nostri più caldi augurii per la sua
pronta guarigione. —

Non una fibra del volto di Raimondo Zuliani tradiva
lo stato dell'animo suo.

— Uomo forte davvero, e risoluto; — pensò Margherita,
vedendolo partire; — questo sarà duro a vincere,
più che il babbo non pensi. —

Indi a poco arrivò Federigo con la mamma.

— Grandi acquisti, — disse la signora Eleonora al marito. — Quest'oggi
ti costiamo un capitale.

— Dài, dài dentro senza misericordia; — rispose il
signor Anselmo, stropicciandosi le mani. — Sei capace,
scommetto, d'avermi speso un dugento di lire.

— Sì, bravo; aggiungi uno zero.

— E che cos'è uno zero? Nulla, mia cara. Infatti, non
si dice di un uomo.... come me, verbigrazia, ch'egli conta
come uno zero? —

Si rideva, così, aspettando l'ora del pranzo; e il
signor Anselmo, prendendo esempio da quella donna forte
di sua figlia, le cercava tutte per rallegrar la sua gente.

E la signora Eleonora, ottima pasta di donna, era lontana
le mille miglia dal sospettare che figlia e marito
non avessero punto voglia di star sulle celie, dopo tanti
sopraccapi che avevano avuto in tre ore. Bello, passare
[pg!289]
tra i drammi della vita senza avvedersene! Ma un gusto
simile è solamente capace d'intenderlo bene chi della
vita ha saggiato il disgusto.

Quella sera, alle nove in punto, ritornava Raimondo
Zuliani, tranquillo, sereno, anche ilare, secondo il suo
vecchio costume, poichè della sua signora poteva recare
sempre migliori notizie. Con lui veniva Filippo Aldini,
che il signor Anselmo ebbe l'aria di vedere per la prima
volta. Così voleva la diplomazia, concertata tra loro.

L'Aldini non appariva ilare come Raimondo, tra perchè
quello non era mai stato il suo costume, e perchè
allora come allora gli sarebbe parso un insulto, o poco
meno, all'interna pena del suo compagno di visita. Era
calmo, nondimeno, e garbato: un po' umile, anzi un po'
vergognoso, si accostò a Margherita, osando appena di
toccarle la mano.

Ma sul cuore sentiva il dolce conforto di una letterina,
ricevuta quella sera al Quadri; una cara letterina, che
lo aveva miracolosamente aiutato a mandar giù qualche
boccone con minor reluttanza. La soprascritta era di pugno
del signor Anselmo; lo scritto interno di Margherita.
Così erano in due a dargli animo. Ed era la prima
volta, quella, che Filippo Aldini vedeva i caratteri della
divina creatura, fini, svelti, e chiari ad un tempo, non
imitati, grazie al cielo, da certi uncini, arpioni e rampini
bislunghi e bistorti dei secoli barbari, come si usa
oggidì dalle graziose donne del mondo civile.

La letterina di Margherita diceva brevemente ed eloquentemente
così:

    “Il babbo ha molte faccende e non può scriverle, come
    [pg!290]
    sarebbe suo desiderio vivissimo. Ma faccia conto che
    scriva egli in persona, nel lasciare che fa il grato incarico
    a me di significarle che si può passare senza
    pericolo; Ella sa dove.

    .. class:: right

    | “:small-caps:`Margherita„.`

Certo il Povero Aldini sarebbe stato molto impacciato,
quella sera, a trovar materia di conversazione, così turbato
com'era, e per parecchie ragioni. Ma gli venne provvidamente
in aiuto la signorina Margherita, tirando il
discorso sull'arte. Il ponte del Paradiso ebbe naturalmente
la parte sua; l'ebbe il pittore Longhi; l'ebbe il
Pannini; l'ebbe soprattutto il divino Correggio. Erano
a Parma, buon Dio; frugarono tutti i piani della Pilotta,
dal museo archeologico al teatro Farnese; poi fecero una
serie di scorribande, alla rocca di Torrechiara, a quella
di San Secondo, a Montechiarugolo ed a tante altre castella
circonvicine, per andare a finire nelle alte solitudini
del lago Santo. Ci prese gusto anche il signor Anselmo,
che sul territorio parmense possedeva un latifondo
da principe, e meditava di ampliarlo ancora, tanto vedeva
di quei luoghi invaghita la sua cara figliuola.

— Margherita, — diss'egli giubilante, — ha Parma
sulla punta delle dita.

— Babbo, il tuo complimento sarebbe più bello in francese:
*je la sais par coeur*.

— Non è lo stesso?

— Sì: ma c'è quel cuore, che ha più sentimento delle
dita; non ti pare? —

Per la maggior bellezza della frase doveva aver ragione
[pg!291]
lei, se anche le si potesse rispondere che il sapere
una cosa *au bout des doigts* aveva corso libero in
Francia. Quella sera faceva lei tutte le carte, ma usando
l'arte di far parlare più che potesse l'Aldini. Il signor
Zuliani notò con soddisfazione che il Cantelli non ispiccava
mai gli occhi da Filippo, se non forse per rivolgerli
alla sua Margherita.

— Mi pare che il negozio cammini; sia lodato il cielo; — pensò
egli in cuor suo.

Quando egli fu sul punto di andarsene, Margherita gli
disse con la sua grazia adorabile:

— Signor Raimondo, io so che Lei mi vuol bene; e Lei
sappia che io gliene voglio ancora di più.

— Mi par difficile; — rispose egli con bella galanteria.

— Vedremo. Chi vive, ha tempo a vedere.... e a ricredersi.
Vuole che scommettiamo? —

Raimondo Sorrise, ma non accettò la scommessa.

Al conte Aldini, che era rimasto ancora qualche minuto,
la donna forte trovò il modo di dire in disparte:

— Ci si vede domani? L'aspetteremo alle tre, io e
babbo. Si parlerà d'alte cose. —

E perchè Filippo era rimasto un po' sconcertato da
quelle “alte cose„, soggiunse:

— Ma sì, c'è da aggiustare quel benedetto ponte. Non
pericola, lo so; ma qualche restauro mi pare che lo richieda....
e lo meriti. —

Ah, birichina, quella donna forte! Ed aggiungeva per
il buon peso:

— È anche un po' angusto, quel povero ponte. Non già
[pg!292]
come quello che la fantasia di Maometto ha saputo imaginare,
fatto d'un filo di ragnatela, che, guai alle anime,
se non son più che leggere, perchè non ci si potrebbero
reggere e cascherebbero nella Geenna, fiammeggiante di
sotto! Ma al nostro dobbiamo pensare, da buoni architetti,
facendolo ampio al bisogno, e ben saldo. Sorrida intanto;
sorrida almeno una volta! —

Filippo Aldini sorrise, e promise.

[pg!293]


.. toc-entry:: XVIII. La giornata dei misteri.

XVIII.
======

La giornata dei misteri.
------------------------


La mattina seguente il signor Anselmo diceva alla
sua Margherita:

— Carina, siamo dunque alle porte coi sassi?

— Perchè? — domandò la fanciulla.

— Perchè mi è parso, ieri sera, che tu fossi molto
contenta, tanto contenta da avere certamente deposta
l'idea di tirare le cose in lungo.

— No, babbo, non credere. Sono la donna forte, come
tu dici; ma ho il cuore.... come dirò io? il cuore piccin
piccino. A vedere quel povero signor Zuliani tanto padrone
di sè, ho ben capito che sarà impossibile smuoverlo.
Ha fatta la sua risoluzione, e non la muta; almeno, se
non interviene un miracolo. —

Ella sospirava, e il signor Anselmo non seppe far altro
che seguirne l'esempio. Ah, un miracolo, un miracolo!
Era più tempo da miracoli?

— Se si potesse.... — incominciò egli, dopo aver almanaccato
un bel poco, — se si potesse trovare il modo
[pg!294]
di apparire informati dell'accaduto, senza averne avuto
notizia da quel povero giovinetto.... oh, allora, sarebbe
un affare più spiccio. Andrei dall'amico Zuliani, e glielo
parlerei io, il linguaggio della ragione. Il rispetto al suo
buon nome.... la sua probità e la sua riputazione bancaria
in balia dei peggiori sospetti.... la vergogna che
ad ogni modo cadrebbe su lui, quando si conoscesse il
vero.... ecco parecchie cose che potrebbero farlo pensare.

— E le avrà pensate, babbo, le avrà pensate e ripensate
già tutte. Figùrati se a questi danni morali non
avrà trovato il rimedio! Quell'uomo liquida, come dite
voi altri banchieri, liquida i suoi interessi in due o tre
settimane, e buona notte a chi resta. Ragioni, poi, o pretesti
a spiegare un atto disperato, non ne mancano, incominciando
dalla malattia incurabile. Non ti confondere
adunque a cercare il modo di essere informato senza far
sospettare del signor Filippo; non lo troveresti, e non ti
sarebbe creduto. Piuttosto, e per tastar terreno, sarebbe
da sapere che cosa accade al palazzo Orseolo. Dopo la
scena orribile di ieri mattina, si sono più visti, il signor
Zuliani e sua moglie? Si parlano? C'è stato un
accordo tra loro, per evitare gli scandali, e prima di tutto
le chiacchiere della gente di servizio? Se questo si potesse
sapere....

— E da chi?

— Dal signor Brizzi, per esempio. Quello è il segretario,
il braccio destro del signor Zuliani. Tu hai pure
saputo dal signor Filippo che Raimondo, uscito da casa
ieri mattina, andò al suo banco, dove stette a lungo, in
preda ad una grande agitazione d'animo. Possibile che
[pg!295]
al signor Brizzi non abbia detto nulla? che il signor
Brizzi, andato al palazzo Orseolo, non abbia indagato per
conto suo, scoperto qualche cosa, almeno per ispiegarsi
quel turbamento improvviso del suo principale?

— È un'idea; — gridò il signor Anselmo. — Voglio
andare al banco Zuliani, con una scusa qualsiasi, e magari
all'ora della colazione. Se trovo il signor Brizzi solo,
potrò farlo cantare. Egli vorrà pure aver confidenza con
me, col vecchio amico di Raimondo; e non inutile amico,
nè tiepido, com'egli certamente saprà.

— Vai dopo le undici; — suggerì Margherita. — È
l'ora che il signor Zuliani esce dal banco; e il signor
Brizzi non vorrà andarsene alla stessa ora del suo principale.
So ancora che il signor Brizzi fa i suoi pasti al
*Cappello Nero*, in piazza San Marco. Se non lo trovi più
al banco, puoi appostarlo alla trattoria. Intanto mi permetti
che per oggi, se te ne arrivano durante la tua
assenza, io apra i tuoi telegrammi?

— Non ne aspetto; — rispose il signor Anselmo. — Ma
perchè?

— Perchè ne aspetto uno io.

— Diretto a me?

— Diretto a te; ho dato il tuo ricapito.

— Che cos'è questo mistero?

— Non me lo domandare, babbo; abbi fede in me. Se
quel telegramma arriva, chi sa che non si trovi la via
di salvezza? E ancora una preghiera: — soggiunse Margherita. — Non
uscire quest'oggi, quando avrai fatto colazione;
o almeno sii qui per le tre, facendo in modo
che la mamma sia fuori con Federigo.

[pg!296]
— Un altro mistero?

— Non del tutto, babbo. Ho detto iersera al conte Aldini
che lo avremmo aspettato quest'oggi alle tre.

— Per che cosa?

— Ma.... per discorrere un poco. Ho da interrogarlo
su qualche punto oscuro della sua storia.

— E se questi non sono misteri, voglio perder la testa; — brontolò
il signor Anselmo, mezzo burbero e mezzo
faceto.

— Li saprai tutti, via! Finalmente, di che si tratta?
Di un interesse tuo, anzi di due. Il primo è di salvare
il signor Zuliani, al quale vuoi bene.

— Non c'è che ridire. E l'altro?

— L'altro è di accasare la tua povera figliuola. Non hai
paura che ti sfiorisca in casa?

— Matterella! — esclamò il signor Anselmo, facendo
bocca da ridere.

Alle undici, come aveva promesso di fare, il signor
Anselmo uscì, e stette fuori appena un tre quarti d'ora;
di guisa che la colazione non fu neanche ritardata. In
quella vece, essendo presente la signora Eleonora, fu ritardato
a Margherita l'appagamento di una viva curiosità,
rispetto alle notizie che il babbo aveva certamente
raccolte, come infatti era dimostrato dal suo ammiccar
frequente alla sua cara figliuola. Fu un bel momento per
lei, quando la mamma si alzò, per andar nella sua camera
a mutar veste e a mettersi in punto per uscire,
appena Federigo fosse arrivato dall'Arsenale.

Qui, stando nel vano d'una finestra in atto di contemplar
la Laguna e l'isola di San Giorgio Maggiore, il signor
[pg!297]
Anselmo snocciolò in fretta la sua coroncina di
notizie. Avviato al banco Zuliani, s'era imbattuto nel signor
Raimondo, che allora ne usciva. Accompagnatosi un
tratto con lui, e tirato sull'argomento dell'Aldini, non
gli aveva negato che quel giovinotto gli piaceva moltissimo,
soggiungendo per altro che voleva discorrer più a
lungo con lui, e rigirarlo, come si suol dire, per tutti
i versi. Poi, col pretesto di non conoscere abbastanza le
strade, e meno ancora le straducole di Venezia, e di non
volersi smarrire in quel labirinto, aveva lasciato l'amico
Zuliani tirar di lungo verso casa, ritornandosene egli
verso San Marco. Libero di andare dove voleva, si era
difilato al banco, trovandoci appunto il signor Brizzi, a
cui aveva detto di voler scrivere un biglietto; e il signor
Brizzi si era affrettato a cedergli il posto alla sua
scrivania. Entratogli bel bello in materia (e glie ne offriva
un ragione voi pretesto l'aver notato una grande
alterazione di spirito dell'amico Zuliani), era venuto a
sapere tutto ciò che il signor Brizzi poteva raccontare
a persona degna di tanta fiducia come il banchiere Cantelli.

Non era molto quel che sapeva il signor Brizzi; ma
era quello per l'appunto che il signor Cantelli ignorava,
e che gli premeva di conoscere. Il signor Brizzi era il
giorno innanzi andato due volte al palazzo Orseolo; la
prima, intorno alle nove, per far portare al suo principale
il pastrano, lasciato a casa con quel po' di freddo,
che accapponava la pelle; la seconda per portare alla signora
Livia un biglietto, in cui suo marito l'avvertiva
che non sarebbe andato a casa per l'ora della colazione,
bensì solamente per l'ora del pranzo. Una commissione,
[pg!298]
questa, che il signor Raimondo aveva affidata al fattorino
del banco, ma che egli, il signor Brizzi, si era voluto
accollare, per riguardo delicato verso la signora Zuliani.
Questa, infatti, la prima volta che il signor Brizzi
era stato in mattinata al palazzo Orseolo, gli aveva accennato
un fiero alterco avuto con suo marito, come cagione
del gran rimescolo di lui; era naturale adunque
che andasse egli, e non un fattorino.

Così avvenne che rivedendo la signora Livia (un po'
tardi, veramente, perchè era uscita, ed egli aveva dovuto
far due viaggi al palazzo Orseolo), il signor Brizzi
sapesse da lei che cosa conteneva il biglietto. In freddo
e reciso linguaggio, Raimondo le manifesteva il suo proposito
che niente apparisse mutato tra loro, agli occhi
della gente di servizio; quanto alla loro questione, egli
l'avrebbe sciolta, e presto, nel modo più netto e più degno,
per la pace e l'onore d'entrambi. In quella seconda
visita il signor Brizzi aveva trovata la signora Livia
assai più agitata che non gli fosse apparsa nella prima.
Forse era effetto dell'aver troppo meditato sulle conseguenze
dell'accaduto. Comunque fosse, ella non ritornò
sull'alterco di quella mattina con nessuna giunta, con
nessuno schiarimento che a lui desse lume di quel dissidio
coniugale.

Ancor più chiuso di sua moglie era stato il signor Zuliani
con lui. Solamente, all'opposto di sua moglie, appariva
in giornata più calmo, come l'uomo che ha presa
una risoluzione e non ha più da stare coll'animo sospeso
tra mille dubbi e timori.

Il signor Brizzi, nondimeno, avrebbe amato vederlo
[pg!299]
inquieto, agitarsi, dare nei lumi, anzi che tranquillo,
quasi sereno, esporre a lui un pazzo disegno, di cui pareva
tutto invasato; ritirarsi dagli affari, cedere il banco,
o chiuderlo a dirittura; e ciò nel termine più breve, per
levarsi ogni noia. Che idee! per un dissidio coniugale,
a cui non voleva neanche accennare!

— Te lo dicevo io? — commentò Margherita. — Egli
vuol liquidare i suoi interessi, salvar l'onore del suo nome,
evitare le ciarle del mondo, e sparir da Venezia prima
di mandare ad effetto il suo terribile divisamento. Che
uomo! Ma le ciarle del mondo, come le eviterà, colla
gente di servizio che ieri mattina avrà sentito ogni cosa?

— Nessuno ha sentito; — rispose il signor Anselmo:
nessuno, almeno, di quei servitori che potrebbero trovar
gusto a rifischiare i segreti dei padroni. Il signor Brizzi
ha saputo anche questo dalla signora Zuliani. La gente
di servizio dorme al pian terreno, e non sale prima d'una
cert'ora al pian nobile, se non è chiamata. Anche la cameriera
stava al pian di sotto, facendo la sua prima colazione
di caffè e latte, sapendo che la padrona non aveva
bisogno di lei fino alle nove. Al pian nobile non dorme
altri che il Giovanni, quel servitore che ricorderai d'aver
visto, alto, grosso e nerboruto, specie di maestro di casa,
tutto devoto al padrone, presso il quale è impiegato da
trent'anni e più. “Paron Nane„, come lo chiama il
signor Zuliani quando è di buon umore, non apre bocca
se non per comando o per utilità del padrone; per tutto
l'altro è muto come un pesce. Di modo che, se ha sentito
qualche cosa, si può star certi che non ne fiaterà
con anima viva. Le parrà che il bravo uomo sia molto
[pg!300]
diverso da me; — mi diceva il signor Brizzi, conchiudendo; — ma
io parlo con Lei, non con altri; parlo con
Lei, che so quanto ami il mio principale, e quanto egli
debba alla sua vecchia amicizia. Infine se non ci mette
la mano Lei, non vedo che altri possa far desistere il
signor Raimondo dal suo strano disegno. Ritirarsi dagli
affari!... chiudere il banco!... che pazzia! Ma sa, signor
mio, che nel banco Zuliani, pure andando coi piè di
piombo, come è l'uso del principale, si fanno affari per
milioni e milioni, mettendo da parte anno per anno cento
e più mila lire, senza contar la levata mensile per le
spese di famiglia?

— E tu gli hai promesso....

— Naturalmente, di sconsigliare l'amico, appena mi entrasse
a parlare di questa follia.

— Bene — conchiuse Margherita, tirando le somme.

— Sappiamo quel che si voleva sapere. C'è corda tesa,
al palazzo Orseolo, non ispezzata; così tesa, non può
mica durare! A noi la cura di rallentarla.

— In che modo? —

Margherita alzò le ciglia ed allungò le labbra.

— Mistero! — diss'ella, dando subito in uno scoppio
di risa. — babbo, non andare in collera; saprai tutto
più tardi. —

Poco dopo giungeva Federigo, e si stette a chiacchierare
con lui, che doveva uscir tosto colla mamma. Il
corredo dello sposo non era anche finito.

— Non mi spendere altre dugento lire, mi raccomando, — disse
il signor Anselmo alla moglie.

— Eh, forse un po' meno di ieri, speriamo; — rispose
[pg!301]
la signora Eleonora. — Del resto, oggi si finisce di spendere.
E non venite voi altri?

— No, grazie; non amo girar botteghe, e sto in riposo;
Margherita non ha cuore di lasciarmi qui solo soletto.
Usciremo più tardi, e da una parte o dell'altra
v'incontreremo di certo. Già, secondo l'uso, Schiavoni,
Ponte.... dei Sospiri, Piazzetta, Piazza, Procuratie vecchie,
Procuratie nuove, Merceria.... e non si esce di lì. —

Margherita e il babbo restarono soli, tratto tratto guardando
l'ora; lei al pendolo del caminetto, egli al suo
*patek*, nel quale aveva più fede. Poco dopo le tre, fu
annunziato il conte Aldini, ed accolto a festa, come prima.
Egli appariva un po' mesto, come sempre, ed anche triste,
come la sera innanzi; ma lo sguardo di Margherita possedeva
la virtù del raggio di sole, che, dovunque arriva,
ravviva.

— Ed ora veniamo a noi; — disse Margherita, dopo
qualche minuto di ciarle preliminari. — Conte, so tutto,
per bontà di mio padre; perdono tutto, per bontà mia.
Si contenta? Oh bene! Ma Ella deve appagare un mio
desiderio. Ecco là, sul noto tavolino da lavoro, carta e
matita. Vuol disegnarmi la pianta del suo quartierino? —

Filippo rimase un po' sconcertato, guardandola, e non
sapendo lì per lì che cosa rispondere.

— Da bravo, mi contenti! — incalzò la fanciulla. — Le
piacerà forse di più che glielo comandi? Non so, e
non voglio imparare quest'arte per usarne con Lei; — soggiunse,
con una espressione di grazia incantevole. — Mi
dirà che il disegno desiderato da me non è il Ponte
del Paradiso.... Ma questo lo possiedo. Non è neppure il
[pg!302]
Ponte.... dei Sospiri, per servirmi della stessa sospensione
che dianzi, come per canzonarmi un pochino, ha usato
mio padre. Del resto, il Ponte dei Sospiri non mi va;
sarebbe di malaugurio. Mi disegni a semplici tratti, ma
precisi, tutto il suo quartierino, che lo conosca nella disposizione
delle sue parti ancor io. Così, gentilissimo
sempre! Ma badi, ci vorrei tutto; la linea della strada,
il punto dell'ingresso padronale, l'uscio segreto, coll'andito
che lo precede, come è lungo e largo, la scaletta di
servizio, finalmente, e il cortile dove questa riesce. —

Filippo Aldini era alla tortura. Ma dallo sguardo e
dall'accento della sua inquisitrice non traspariva nessuna
intenzione di crudeltà raffinate. Soltanto, non veniva a
capo d'intendere la ragione di quel capriccio donnesco.

— Ma perchè?... — domandò egli timidamente.

— Per una curiosità architettonica; — rispose la fanciulla. — Se
sarò Margherita Aldini, potrà bene saltarmi
l'estro di fabbricare una casa; e voglio sapere.... come
non vada fatta una casa. Non si turbi, la prego; ho tutto
perdonato, le dissi, e presto avrò tutto dimenticato. Presto! — ripetè
Margherita con accento malinconico. — Dio
voglia che sia così. Quell'uomo dabbene, a cui siamo
debitori di tanto, quell'uomo di cuore non deve morire
per cagion nostra.

— Nostra? — esclamò Filippo, sconcertato.

— Sì, — rispose Margherita, — perchè in verità ci
ha un po' di colpa ancor io. Se non giungevo io, signor
Filippo, io, povero astro, sul suo quieto orizzonte, niente
accadeva; ciò che doveva estinguersi coll'aiuto del tempo
e svanire, avrebbe fatta la sua fine tranquilla, senza
[pg!303]
scatti d'orgoglio ferito, senza impeti d'ira selvaggia, e
senza tutto l'altro che dobbiamo piangere insieme, e
scongiurare, se ci verrà fatto, nella sua parte più triste
per noi.

— Signorina, — disse Filippo Aldini, profondamente
commosso, — quell'uomo dabbene, quell'uomo di cuore,
mi ha ripetuto tante volte: Margherita Cantelli è un
angelo del paradiso. Come la conosceva bene! —

Si era commossa anche lei, a quelle parole di Filippo;
si era commosso anche il signor Anselmo, che diede prudentemente
le spalle per asciugar di nascosto una lagrima.

Il disegno, a semplici tratti, e senza indicazione di
spessori, non richiedeva un lungo lavoro. In un quarto
d'ora il destro disegnatore se n'era sbrigato, aggiungendovi
ancora ai luoghi opportuni le indicazioni per iscritto,
che Margherita gli veniva chiedendo via via.

Verso le quattro entrò un cameriere, portando al commendatore
Cantelli un messaggio sul vassoio di rito. Era
un telegramma; il signor Anselmo, sbadatamente o pensatamente
che fosse, lo aperse e lo lesse, facendo un atto
di grande stupore. Ma lo chetò prontamente uno sguardo
supplichevole di Margherita.

— Le tue amiche.... milanesi; — diss'egli allora, porgendo
il telegramma a sua figlia.

— Sta bene, sta bene; sono tanto carine! — rispose
Margherita, leggendo.

E dopo aver letto, richiuse diligentemente il foglio
giallo, lo ripiegò in quattro doppi, quanti ne occorrevano
per farlo capire in una tasca del suo portafogli minuscolo.
[pg!304]
Frattanto, aveva levate le pupille al cielo, in atto
di ringraziare il Dio delle misericordie.

Filippo aveva finito il disegno. Margherita lo ringraziò
della sua cortesia, e prese a parlar d'altro; ma a lui,
dopo alcuni minuti di conversazione, parve di capire che
la sua bella interlocutrice fosse alquanto disattenta.
Anche il signor Anselmo, certamente per esser rimasto
un pochettino stonato dal telegramma delle amiche milanesi,
era disattento da parte sua, anzi, più che distratto,
sovra pensiero. E Filippo, dopo essere stato un po' incerto
di quel che dovesse fare, si alzò per prender commiato.

Margherita intese il pensiero, di lui, e non volle lasciarlo
così addolorato.

— Mi trova un po' distratta, non è vero? — diss'ella,
porgendogli la mano, e lasciandola amabilmente in quella
di Filippo. — Non ci pensi; non è per Lei, ma per una
faccenda che mi preme. Ad ogni modo, mi perdoni questo
ed altro. Sì, ho dell'altro da farmi perdonare. Il suo segreto
non sarà più conservato in due, ma in tre persone.
Non tremi; — aggiunse, stringendogli più forte
la mano; — sarà sempre ben custodito. L'essenziale sarà
che ad ogni richiesta.... m'intende? ad ogni richiesta possibile,
quantunque improbabile, Ella dica di non averlo
confidato a nessuno. Soltanto per farle questa raccomandazione,
le ho confessato il mio piccolo peccato, che non
è neppur tale, e non avrà nessuna conseguenza, ora che
possiedo il disegno del suo quartierino. Ella non capirà
nulla in questo mio indovinello; ma non importa; capirà
poi, e mi approverà. Ci rivedremo stasera? All'ora solita,
signor conte; e le giuro che non sarò più distratta. —

[pg!305]
Così ebbe commiato Filippo Aldini, e ben dolce, poichè
tanto a lungo la mano di Margherita era rimasta nella sua.

— Ed ora mi dirai.... — incominciò il signor Anselmo,
poichè furono soli.

Ma la fanciulla non gli lasciò finire la frase.

— Caro babbo; — diss'ella, abbracciandolo. — Dobbiamo
noi vincere, sì o no, questa battaglia difficile? E
salvare quel poveretto? Le armi che ho preparate sono
di buona tempra, mi pare, e leali; speriamo che valgano.

— Dio ti assista, donna forte! — esclamò il signor
Anselmo. — Ma se Raimondo....

— Verrà da me, se mai; ed io saprò difendermi. Ora
tu, si capisce, per debito di cortesia, vai incontro.... alle
amiche di Milano. L'arrivo è per le cinque e quarantatrè.
Si capisce ancora che tu mi conduci con te alla stazione. —

Il signor Anselmo tentennò il capo e sorrise.

— Non ci mancherebbe altro _`che` ci andassi da solo! — rispose. — Con
tanta carne che hai messa al fuoco,
Dio sa come mi troverei impacciato! —

Erano suonate le quattro, e con le quattro era di ritorno
all'albergo la signora Eleonora, accompagnata dal
suo Federigo.

— Vi potevamo aspettare! — diss'ella.

— Sì, hai ragione; — rispose placidamente il signor
Anselmo. — Come disse quella gentildonna ai suoi convitati:
“perdonino, mi ero dimenticata in biblioteca„, così
noi ci siamo dimenticati in chiacchiere. Ma non dubitare,
ci rifacciamo subito anche noi.

— Dove andate?

— Alla stazione, incontro ad un amico di babbo;-entrò
[pg!306]
a dire Margherita. — Saremo di ritorno, ad ogni
modo, per l'ora del pranzo. —

Uscirono, padre e figliuola, presero una gondola, e si
fecero cullare sulle acque del Canal Grande, che a lume
di tramonto erano bellissime. Ammirarono i bei palazzi,
così degni di osservazione, nella diversità delle forme
architettoniche e nella varietà degli stili. Di là dal ponte
di Rialto, Margherita sporse il capo fuori del felze, e
tese lo sguardo cercando il palazzo Orseolo, uno dei più
graziosi di Venezia, notevole per la eleganza delle sue
cornici, delle sue modanature, e più per le sue finestre ad
arco acuto, dai terrazzini sporgenti, vagamente intessuti
di pilastrini ornati a fogliami e di rosoni traforati, nello
stile del Quattrocento.

— Povero signor Raimondo! — mormorò la fanciulla,
quasi parlando a sè stessa. — Che vita, la sua! —

La gondola guizzò oltre, leggera leggera. Poco prima
delle cinque erano già alla stazione. Ci avevano da aspettare
un bel pezzo, e spesero il tempo passeggiando. Il
signor Anselmo, che quel giorno era rimasto così lungamente
seduto, non ebbe certo a dolersene. Margherita,
per contro, aveva da infastidirsi non poco, vedendosi fatta
argomento di tante ammirazioni d'una turba di peripatetici
aspettanti.

Non è poi vero che a tutte le donne belle piaccia di
essere ammirate, specie con troppa insistenza. Quelle che
n'hanno fastidio pensano di sicuro che ad una dose più
scarsa di ammirazione potrebbe accompagnarsi benissimo
una dose più abbondante di reverenza, o di tatto.

Il treno delle cinque e quarantatrè arrivò miracolosamente
[pg!307]
puntuale. Margherita l'ebbe per un segno di buon
augurio. Tra le poche persone che scendevano dalle vetture
di prima classe, indovinò quella che aspettava, e le
corse incontro, indovinata a sua volta: si ricambiarono
i nomi, si presero per braccio, e si trassero in disparte
sulla calata, discorrendo animatamente sottovoce. Parecchie
cose dovevano essere state già dette per lettera; ora
la signorina Cantelli aggiungeva utili ragguagli, o colmava
lacune. La stazione si era già tutta vuotata di
viaggiatori e di aspettanti, quando Margherita e la sua
nuova compagnia si decisero ad uscire. Sul ponte si separarono;
la persona misteriosa strinse la mano al signor
Cantelli, presentato in quel punto; poi quella discese
in una gondola; Margherita e suo padre nell'altra,
che li aveva portati, e che doveva restituirli alla riva
degli Schiavoni.

Giunsero all'albergo prima dell'ora di pranzo; alquanto
sollevati di spiriti, come chi si conforta nella coscienza
di aver fatto il debito suo; ma pensosi, come chi, arrivato
al punto della prova, dubita istintivamente della
bontà d'un suo ritrovato, ond'era poc'anzi ben certo. Son
quelli i momenti che il facile incomincia a parervi difficile,
e il difficile vi diventa impossibile. Ahimè, non
son tutti sicuri, i meglio architettati disegni, come non
son tutte rose nel giardino della vita; il qual giardino
è troppo spesso una landa.

Per nascondere la sua ansietà, Margherita tirò accortamente
i discorsi di tavola sulle compere fatte dalla
mamma in quei giorni, pel corredo del suo Federigo;
quel famoso corredo che doveva accordarsi nelle sue parti
[pg!308]
con tanti climi e temperature differenti sulla faccia del
globo. La signora Eleonora aveva pensato a tutto; non
la trovarono mai in fallo, nè mai la colsero alla sprovveduta.
Così vigile è l'amor materno, che aguzza l'ingegno
alle creature più tarde. Del resto, non era tarda d'ingegno,
la signora Eleonora; solamente un po' dubitosa,
non ben sicura di sè; piccolo difetto che non istarebbe
male, in guisa di correttivo, agl'ingegni più pronti.

Una fissazione dell'ottima signora era questa, che le
navi da guerra non dovessero prendere il largo altrimenti
che a primavera, come le antiche galere. E per
intanto vagheggiava l'idea che la corvetta non fosse
pronta per la fine del gennaio. Ah, un altro mesetto di
armamento! Si sarebbe potuto far assistere Federigo alle
nozze di sua sorella.

— Ma sì! — aggiungeva facetamente il signor Anselmo. — Vedrai
che il governo seguiterà a non indovinarne
mai una; e questa volta, per far dispetto alla
moglie d'un commendatore, si sbriga. —

Così ingannavano il tempo tutti e quattro; e due di
essi ingannavano anche l'ansietà onde erano divorati. Alle
nove in punto arrivò il conte Aldini, e la corvetta e il
suo armamento passarono in seconda linea. Il signor Anselmo
prese a discorrere di politica spicciola, come la recavano,
per favorire la digestione dei popoli, i giornali
della sera. Margherita parlò di teatri, facendoli presto
piacere al nuovo venuto, che in verità non n'era mai
andato pazzo, trovandoli tutti a lor volta nemici di qualche
senso umano, o assordanti, o accecanti, o indigesti, o
scipiti.

[pg!309]
Margherita conosceva già la teorica dell'Aldini, e rammentava
di non averla neanche combattuta. Per quella
sera, tuttavia, un pochino di controversia avrebbe fatto
buon giuoco.

— Sostenga lei un'opinione; — diss'ella; — io sosterrò
l'altra.

— È impossibile, signorina; — rispose Filippo — e sarà
sempre impossibile tra noi. Se Ella esprimerà un pensiero
diverso dal mio, io lascerò il mio per conformarmi
subito al suo.

— Perchè, signor conte? Le idee possono esser molte, e
le opinioni diverse.

— Vero; e può anche esser piacevole di abbracciar
l'opinione.... dell'avversario.

— Il quale, — ribattè Margherita, — non si troverà
molto soddisfatto di vincere senza aver combattuto.

— Verissimo; mi persuade; — conchiuse Filippo, dandosi
tosto per vinto.

— Ah, ora lo fa apposta; — notò Margherita.

— Ma no!

— Ma sì!

— Ella ha ragione; — conchiuse Filippo una seconda
volta. — E vede? — soggiunse, a mo' di commento, — vede,
da questi piccoli esempi? Tra due che discutono,
volendo ognuno di essi aver ragione, ce n'è sempre uno....
che merita di averla. E l'altro ha ragione a suo modo,
rinunziando alla sua opinione. Vuol dire di no! Ed io
son tanto lieto di darle ragione, che ancora una volta,
e sempre, dirò come Lei. —

Anch'egli, in questa piccola scherma, cercava d'ingannar
[pg!310]
la sua cura; una cura tanto più molesta al suo spirito,
in quanto che doveva essere inerte, non obbligandolo a
scuotersi, a darsi moto, per iscongiurare un gran guaio.
Tutto era in mano di Margherita; ed ogni sua speranza
era in lei. Che cosa aveva ella incominciato a fare? I
suoi misteri del pomeriggio erano pieni di promesse; la
sua allegrezza di quella sera egualmente. Ma poteva anch'essere
un'allegrezza mentita; o non significar altro se
non questo, che ogni lavoro di difesa o d'approccio della
guerriera animosa era rimesso al domani. Così viveva
ancor egli dubbioso, tra speranza e timore.

Sulle dieci, mentre la conversazione languiva, si udì
un rumore di passi frettolosi su per la scala. Bussarono
all'uscio del salotto, ed entrò un cameriere annunziando
il signor Antonio Brizzi.

— Fate passare; — disse il signor Anselmo, alzandosi
tosto per muovere incontro all'inaspettato visitatore. — Oh,
bene! —

Ma l'esclamazione di giubilo morì sulle labbra del signor
Anselmo, al vedere il signor Antonio affacciarsi sulla
soglia, pallido, anelante, e con gli occhi stralunati.

— Che cos'è stato? — domandò allora. — Entri, la
prego, e richiudiamo l'uscio. Per amor di Dio, non ci
tenga in pena! —

Il povero signor Brizzi durava fatica a contenersi. Parole
e lagrime gli facevano nodo alla gola.

— Una disgrazia.... — balbettò; — al palazzo Orseolo....
una grande disgrazia!... —

[pg!311]


.. toc-entry:: XIX. Al palazzo Orseolo.

XIX.
====

Al palazzo Orseolo.
-------------------


Raimondo non era ancora tornato a casa, quando fu
annunziato alla signora Zuliani l'arrivo della sua inaspettatissima
suocera. N'ebbe una scossa di nervi, un
tuffo di sangue al cervello, un rimescolo per tutte le
fibre. Ma bisognava striderci, e andarla a ricevere. Le
due donne si guardarono a lungo, dopo il saluto strettamente
necessario; non si baciarono, non si strinsero
la mano.

La signora Adriana si presentava in sembiante di giudichessa.
C'era tanta espressione di dolore in quella figura
veneranda, che Livia ne fu sgomentita e umiliata. Ad
un certo punto, essendo uscito il servitore, come soggiogata
dallo sguardo severo della vecchia, si buttò ginocchioni,
tentando di afferrarle la mano.

— Mamma! — gridò, con voce lagrimosa.

— Cessate! cessate! — disse la signora Adriana, ritraendosi. — Dov'è
mio figlio?

— Sarà a casa per le sette. Ma non mi perdonerete voi?

— Non è mio ufficio, perdonare. Dio vede i cuori; Dio
[pg!312]
giudica le opere e le intenzioni; egli solo può perdonare;
non io. —

Livia chinò la fronte, avvilita. Si sentiva mancare,
già sfinita com'era da quei due giorni terribili. Il giorno
innanzi, Raimondo era venuto a pranzo, ma preceduto
da una lettera, che fissava i termini delle loro relazioni,
pel breve tempo che sarebbero ancora durate. In presenza
delle persone di servizio si era mostrato tranquillo,
come se niente fosse accaduto fra loro; aveva discorso
di cose vane; poi, subito dopo il caffè, si era ritirato
nella sua libreria. Ella, di tanto in tanto origliando agli
usci, lo aveva sentito scrivere, rovistar carte, scrivere
ancora fino alle undici, e poco dopo andarsene a letto.
Fortuna che non erano giorni di ricevimento serale per
lei, da obbligarla a sforzi di volontà, di padronanza sull'animo
suo, che certamente non avrebbe potuto durare.
Spossata, rifinita, era andata a letto tardissimo, passando
la notte in un dormiveglia doloroso, pieno di tristi visioni
e di oscuri terrori.

Quel giorno, poi, a colazione, era stata la medesima
scena. Egli, tranquillo al solito, non taciturno in presenza
dei servi, aveva sparsamente condito il breve pasto
con piccoli discorsi, e tutti di piccole cose. Aveva
perfino toccato di affari, egli che in casa se n'era sempre
astenuto; operazioni sbagliate del governo sulla rendita,
conseguenti ribassi, fallimenti probabili, rallegrarono la
conversazione domestica.

Ella era disfatta, quel giorno, quasi sformata nel viso;
tanto che la cameriera, osservandola, non aveva potuto
trattenersi dal dirle:

[pg!313]
— Signora, si sente male? Vuole che mandiamo pel
medico?

— Che! che! — aveva risposto. — Sono i miei soliti
sconcerti nervosi. Frutti di stagione! Che cosa potrebbe
dirmi di nuovo il dottore? Stasera, per dormire e rifarmi,
prenderò il cloralio. —

La sua, frattanto, era una condizione intollerabile. Raimondo
le aveva scritto, il giorno innanzi, di voler sciogliere
la loro questione, presto, nel modo più netto e più
degno, per la pace e per l'onore d'entrambi. Quale era il
modo immaginato da Raimondo? Ah, lo sapeva ben lei!
ed ora, capitava la suocera; non aspettata, non desiderabile,
al certo, in quello stato d'angoscia. La signora
Adriana, che a Venezia e nella casa del figliuolo era
comparsa in sette anni tre volte, e da oltre un anno non
si lasciava vedere, per qual cagione si presentava allora,
senza neanche il pretesto di una occasione solenne? Chiamata
da Raimondo, forse? Anzi senza il forse; non mostrava
ella, appena arrivata, di saper tutto, o quasi? Ne
faceva testimonianza manifesta la sua severità, che superava
di tanto la freddezza consueta delle sue relazioni
con la nuora; si aggiungevano a quella severità di contegno
le sue parole così gravi, e lo sdegnoso rifiuto di
ragionare con lei, di perdonarle, di ascoltarla almeno.

Venne Raimondo poco prima delle sette. E fu meravigliato,
alla vista di sua madre; parve quasi sconcertato
all'aspetto. Ma il sentimento figliale vinceva; si
buttò nelle braccia della donna veneranda, reprimendo a
tutta forza le lagrime. Non voleva piangere, no, non voleva
dar saggio di commozione soverchia.

[pg!314]
— Figlio mio! figlio mio; — gridava la vecchia signora,
non saziandosi di baciarlo, di guardarlo negli occhi,
e di baciarlo ancora.

— Eccolo qua; — rispondeva Raimondo sforzandosi di
sorridere a quella effusione violenta di affetto materno. — Eccolo
qua! Ma anche tu, mamma.... che bella improvvisata
ci hai fatta, quest'oggi! —

E non proseguì, vedendo negli occhi e nelle labbra di
sua madre che quel plurale non tornava gradito. La fiera
nemica delle nozze di lui non aveva ancora disarmato,
non si era ancora piegata a consigli più miti. Ahi, come
presaga, sette anni addietro, dei danni che quelle nozze
avrebbero apportato al suo figliuolo infelice!

Il pranzo riuscì freddo in tre, più che non fosse stato
quello del giorno innanzi in due. La conversazione, ad
onta degli sforzi evidenti di Raimondo, era impacciata
e ad ogni tanto interrotta, segnatamente per la risoluzione
della signora Adriana di non rivolger mai il discorso
a sua nuora. Di ciò che venne in tavola, poi, la
signora Adriana assaggiò a mala pena. Aveva fatto più
che uno spuntino in viaggio, diceva lei, nella fermata di
quasi un'ora a Treviso, dove il treno di Belluno aspettava
il treno di Udine. Una scusa, certamente; e il fatto era questo,
che la vecchia signora non aveva volontà di mangiare.

Subito dopo il caffè la signora Adriana volle ritirarsi
nel suo appartamento. Al terzo piano del palazzo Orseolo
erano sempre due camere preparate per lei. Fece per saluto
alla nuora un cenno del capo, e si mosse. Il figlio
l'accompagnò, dandole il braccio.

Livia rimase sola, in preda ad un'agitazione indicibile.
[pg!315]
Raimondo, da un quarto d'ora uscito di là per accompagnare
sua madre, non discendeva.

Senza dubbio si discorreva molto, lassù, si facevano
liberamente tutti i discorsi che in presenza di lei non
si erano potuti fare. E si sentiva fischiare gli orecchi di
tutte le cose spiacevoli che in quel mentre si dicevano
di lei. Il sangue le martellava alle tempie; vampate e
brividi, alternandosi con frequenza, davano indizio di
febbre crescente. A un certo punto non potè più resistere
all'inquietudine che s'impadroniva di lei. Balzò in piedi,
e corse alla scala interna che metteva al piano superiore;
stette alquanto in ascolto; poi guardinga salì fino al corridoio
che collegava parecchie camere dell'appartamento
superiore. Arrivata ad un certo punto, di là da quelle
che occupava la signora Adriana, poteva anche nascondersi
dietro una svolta, caso mai fosse per uscir suo marito.
Di servi, che capitassero lassù, non aveva timore.
Quella era appunto l'ora che, sparecchiata la mensa dei
padroni, la gente di servizio, tutta raccolta a pianterreno,
si assideva tranquillamente alla sua. Così d'ogni
parte sentendosi abbastanza sicura, si accostò all'uscio
della camera in cui madre e figlio stavano parlando insieme,
e tese l'orecchio. Erano frasi rotte da prima, e non
era possibile intendere a qual punto delle loro confidenze
già fossero i due; ma il nome suo ricorreva nel discorso
più volte. “Livia„ diceva il figliuolo; “quella donna„
diceva la madre. Ma questa a grado a grado si veniva
riscaldando, e la sua voce giungeva finalmente più chiara.

— E per quella donna, infine, ti uccidi! Perchè? — incalzava
la signora Adriana.

[pg!316]
— Uccidermi! Io? — rispondeva con accento turbato
Raimondo. — Chi ve lo ha detto? Chi ve lo ha scritto?
Quell'uomo? Sarà un'altra infamia sua. Il suo tradimento,
il mio diritto di vita e di morte su lui, ne facevano il
mio schiavo. Se la sorte, proposta generosamente da me,
gli era stata propizia, egli tanto più doveva obbedirmi
e tacere.

— Non accusare quel disgraziato, — replicava la vecchia
signora. — Vi ha uditi una coraggiosa fanciulla;
Margherita Cantelli.

— Margherita!... E come? come ha potuto?...

— Non so, ma certamente era lei. In compagnia di suo
padre, voglio credere.... Non hai tu, ad un certo punto
del tuo orribile colloquio col signor Aldini, non hai tu
sentito un rumore, che veniva da una cameretta vicina?...
un rumore d'uscio che si chiudeva?...

— Sì, ebbene?...

— Quella fanciulla, attratta da un suo capriccio donnesco
nel quartierino del suo fidanzato, non volle esser
colta là dentro da estranei; si era rifugiata in quella
cameretta, presso una porticina di servizio, donde poteva
trafugarsi. Prima di uscire per quell'altro passaggio, volle
ascoltare, sapere chi fosse il visitatore del suo fidanzato.
Curiosità? gelosia? Comunque fosse, ascoltò, udì il vostro
patto feroce. Sbigottita, non volle udire più altro; aperse
l'uscio segreto e fuggi. Se tu la inseguivi, eri in tempo
per vederla, e per riconoscerla. —

Raimondo era rimasto muto, certamente pensando alla
stranezza del caso. E Livia frattanto pensava:

— Ella ha dunque voluto sostituirsi a me.... in ogni
[pg!317]
cosa? Ma infine, perchè? Non forse per salvare Raimondo?
Coraggiosa!... —

Ed accolse nell'animo un raggio di speranza. Era
Margherita, che aveva così prontamente avvertita la madre
di Raimondo, chiamandola in soccorso. Quella madre
avrebbe certamente adoperata tutta la sua autorità. E
lei, Livia, lei, cagione di tutto il male, non era stata
capace di una così buona ispirazione, di un così felice
ardimento!

Ma il raggio di speranza che era penetrato nell'anima
di Livia, impallidì tosto, fu per ispegnersi alle parole di
Raimondo.

— O madre, madre mia, tutto è vano oramai. La maledizione
del cielo si è aggravata su me, dal giorno che
ho disobbedito alle tue esortazioni, resistito ai tuoi consigli
amorevoli. Ma tu lo vedevi bene.... ed avresti dovuto
perdonarmi.... amavo quella donna.... e l'amo ancora,
odiandola, con tutte le forze dell'anima. Per me, dunque,
è finita. E come vuoi tu ch'io possa vivere? Separandomi
da lei? Sarebbe uno scandalo. Voglio morire da
gentiluomo, rispettando le donne, anche quando tradiscono.
Ho giuocata la mia vita con quell'uomo, nel modo
più leale e prudente. Poichè tu sai ciò che la sorte ha
deciso preparati. Io non posso più vivere.

— Prepàrati! — ripetè la signora Adriana, con accento
di profonda amarezza. — Prepàrati! E sei tu che
parli così? Quella infame ti ha dunque guastato a tal
punto l'anima e il cuore? Prepàrati! Quando mai potrà
prepararsi a questa angoscia un cuore di madre? Ho
saputo il patto terribile; e perchè l'ho saputo, son corsa
[pg!318]
a gridarti: no, per una disgraziata, per una impura, traditrice
della fede giurata, non si fa ciò. Il tuo amico
pentito.... sappilo; quella animosa fanciulla me lo ha
giurato con le lagrime agli occhi, venendomi incontro,
all'arrivo.... si ucciderà egli pure, se tu manterrai quel
patto dissennato. E tu, illuso, credevi di poter condannar
lui alla vergogna di vivere, di esser felice, a prezzo della
tua morte! Ma già il primo a non voler più la felicità
di quell'uomo, sarà il padre di lei, un vecchio onorando,
che tu avrai profondamente addolorato, fors'anche accorciandogli
il vivere. E speri di evitare gli scandali? Ma
tu li aggraverai, uccidendoti.

— Mamma! — gemette Raimondo, supplichevole,

— Sì, fammi il tenero, con quel cuore di sasso! Ucciderai
altri, per intanto; e prima di tutti tua madre.
Morirò, sì, maledicendoti, allora. Ma che cos'è questo vostro
furor di morte? — gridò la povera donna, animandosi
sempre più. — La vita è vostra, forse? Non di chi
ve l'ha data? Non delle vostre famiglie? Non del vostro
paese e del mondo, che aspettano opere virtuose e nobili
esempi da voi? Vigliacchi, che avete solamente il
coraggio di sottrarvi ad una piccola pena! Sì, piccola,
e vergognosa ancora, come è sempre una forte passione
per una creatura che se ne mostra indegna, per una
donna che vi ha tradito, per una donna che vi ha disprezzato,
per una donna che avrà ancora la soddisfazione
di esser liberata dalla vostra presenza, di ereditare
da voi la ricchezza che le avrete lasciata, il rispetto
del mondo che le avrete assicurato, come premio del suo
tradimento....

[pg!319]
Livia, nel colmo dell'angoscia, tendeva verso l'uscio
le palme è le labbra supplicanti. No, non è vero, voleva
gridare, no, non sarà! E l'avrebbe gridato, se la vergogna
del farsi trovar là in ascolto non l'avesse trattenuta.
Fremente, tremante, sconvolta, si appoggiò alla parete,
per ricuperar le sue forze vacillanti; e pensava, frattanto,
vedeva tutto l'orrore della sua condizione, insieme con
l'avverarsi possibile degli orrendi pronostici della signora
Adriana. Oramai non voleva ascoltare, non poteva udire
più altro. Si tolse di là; con uno sforzo supremo misurando
il passo e trattenendo il respiro, mosse verso il
corridoio e scese la scala.

Sul pianerottolo, al chiarore d'un lume sospeso alla
parete, giganteggiava un'ombra, che veniva su dalla
scala inferiore. N'ebbe terrore, a tutta prima; poi riconobbe
il servo Giovanni, il fedele di suo marito.

— Giovanni, — gli disse, cedendo ad una subita ispirazione, — il
padrone è su con sua madre. Ragionano
d'interessi. Nessuno vada lassù a disturbarli; e molto
meno donne, avete capito?

— Non dubiti, signora; — rispose il colosso. — Mi
pianto qui, e non passerà anima viva. —

Livia andò allora nella sua camera. Vi rimase a mala
pena tre minuti; poi ricomparve sul pianerottolo, più
agitata che mai. Giovanni era là, ritto impalato al suo
posto di sentinella.

— Giovanni, — gli disse la signora, — portate su
questa lettera al padrone. È una risposta, che aspetta. —

Il servo prese la lettera ed obbedì al comando della
padrona, facendo col peso del suo corpo d'atleta un gran
[pg!320]
rumore su per la scala. Non voleva sentire, il brav'uomo;
perciò voleva esser sentito.

Infatti, al rumore de' suoi passi, Raimondo interruppe
il suo doloroso colloquio colla mamma; schiuse l'uscio
Iella camera ed apparve nel corridoio.

— Che c'è? — domandò egli, vedendo Giovanni, che
per allora, ahimè, non poteva chiamare “Paron Nane„.

— La signora.... — disse il buon servitore, — manda
questa lettera. È la risposta che Vossignoria aspetta, mi
ha detto. —

Raimondo lì per lì non comprese che cosa dovesse egli
aspettare. Ma tolse dalle mani del servitore la lettera,
lo rimandò ai fatti suoi, e rientrò nella camera di sua
madre. Colà giunto strappò la busta, lesse in un batter
l'occhio (così breve era il messaggio di Livia!), gittò un
grido, e il foglio gli cadde di mano.

Lo raccolse la signora Adriana, e lesse a sua volta;

    “Obbedisci a tua madre, e vivi. Mi levo io da soffrire,
    e levo tutti di pena. E dire che ti amavo! Non ho
    amato altri che te. Lo sento e posso dirlo in quest'ora,
    che Iddio sta per giudicarmi.

    .. class:: right

    | “La tua povera :small-caps:`Livia`.„

La signora Adriana trasse un profondo sospiro, e seguì
il suo Raimondo, che già era fuori, facendo a precipizio
la scala.

— Giovanni, — gridava egli, incontrandosi sul pianerottolo
col servitore di sentinella, — dov'è la signora?

— Nelle sue camere, credo. Di là è uscita, per consegnarmi
la lettera. —

[pg!321]
Raimondo corse affannato nelle stanze di Livia. Nel
piccolo studio, ov'ella certamente aveva scritto, non c'era;
nella camera da letto, nemmeno. Ma era aperta la finestra,
e l'aria pungente della sera si cacciava dentro, facendo
tremolare la fiamma d'una candela accesa, sulla
lastra di marmo d'un cassettone. Atterrito, il poveretto
si affacciò al terrazzino, l'ultimo a destra, sulla facciata
del palazzo Orseolo, e di lassù gli venne all'orecchio un
vocìo confuso, che muoveva dal traghetto vicino. Seguiva
un pronto agitarsi di gondole, e tosto un grido che dominava
tutte le altre voci: “una donna nel Canale!„

Non volle udirne di più; passato veloce tra sua madre,
che era lì esterrefatta sull'uscio, e il fedel servitore che
prese tosto a seguirlo, corse in anticamera, aperse l'uscio
e guizzò per la scala fino alla gradinata che metteva
sull'acqua e chiamò a gran voce una gondola, che tosto
accorse per portarlo verso il traghetto. Alla luce dei fanali
vide allora un corpo di donna che alcuni gondolieri
avevano poc'anzi afferrato, quasi pescato a fior d'acqua,
e che traevano a riva, chiamando gente in aiuto.

— Il signor Zuliani! il signor Zuliani! È la sua signora,
che si è gettata in acqua.

— Caduta; — tuonò in accento di correzione una voce,
al cui suono il signor Zuliani si volse, riconoscendo il
suo fedel servitore, che lo aveva seguito ed era entrato
con lui, senza che egli pur ne avvertisse la presenza,
nella medesima barca.

— Giovanni, un medico! Prendi il primo che trovi;
poi va a cercare il dottor Teodoro. —

Sarebbero venute opportune le cure dei medici? La
[pg!322]
povera donna era fuori dei sensi, come morta, e grondante
sangue dal capo. Intanto, chiamato da alcuni pietosi,
accorreva un medico dalla farmacia più vicina; vide
il caso, che gli parve disperato, e ordinò che per intanto
la signora fosse al più presto levata di là, dove non c'era
modo, tra per la calca e per la scarsità della luce, di fare
un'esplorazione convenevole. Tutti volevano aiutare, a
sollevar la giacente: Giovanni si fece avanti a spintoni,
e alzandola di soppeso tra le erculee braccia, mosse veloce
verso l'uscio da tergo del palazzo Orseolo, che fu
tosto richiuso com'egli fu passato, insieme col padrone,
col medico e due o tre più solleciti aiutatori. Accorrevano
intanto sulla scala le persone di servizio, gridando, gemendo,
ma soprattutto chiedendo notizie.

— Caduta! che disgrazia! caduta! — ripeteva il portatore
del prezioso fardello.

E giunto nell'anticamera, si faceva spalancare l'uscio
delle stanze interne, dove entrando veloce andò a deporre
la infelice padrona sul letto del signor Zuliani.
Perchè là, e non due camere più oltre, sul letto della
signora? Il perchè era presto detto; la camera del signor
Raimondo era più vicina all'anticamera: premeva al
buon servitore di non isballottare più a lungo quella
povera carne semiviva.

Ciò fatto, e lasciando il dottore al suo pietoso uffizio,
come il signor Zuliani alla sua desolazione, Giovanni
prese in disparte uno dei volenterosi aiutatori che si
erano introdotti in casa. Era una sua conoscenza, e se ne
poteva fidare.

— Bortolo, — gli disse, — fa un'ottima cosa, anzi due.
[pg!323]
Va in Calle larga San Marco, e cerca il dottor Teodoro
Del Vago: o alla farmacia Mantovani, o in casa sua,
che è a due passi dalla farmacia. Poi passa al *Cappello
Nero* e chiedi del signor Antonio Brizzi, segretario del
banco Zuliani. Se non c'è, ti diranno dov'è andato. E
l'uno e l'altro vengano al palazzo Orseolo. —

Una moneta da due lire, tolta generosamente dal peculio
privato di “Paron Nane,„ scivolava intanto nelle
mani di quell'altro, che promise di fare le due commissioni
a puntino, e per intanto fu lesto a infilare la scala.

“Paron Nane„ non aveva ancora finito di darsi attorno.
Fatto un giro a destra, come per andare a chiudere
usci e finestre nelle stanze vicine, entrò in quella
della padrona. Non c'era nessuno, e la candela accesa seguitava
a consumarsi sul cassettone, sotto lo sventolìo
della fiamma al riscontro dell'aria. Egli spense prudentemente
la bugia traditora, e nel buio della stanza si
affacciò al terrazzino. Sporse il capo infuori, come dianzi
aveva fatto il padrone. Non c'era nessuno, là sotto, tra
il muro del palazzo e i pali del Canale; la ressa delle
barche era tutta al traghetto, un cinquanta passi lontano;
quella dei curiosi era divisa fra la riva del traghetto
e le strade a tergo del palazzo. Si vociava, laggiù,
e il rumor delle voci piacque a “Paron Nane„ che per
suo gusto lo avrebbe voluto anche più forte. Ed egli, allora,
allargando le palme poderose sul davanzale del terrazzino,
fece in buon punto, e in tre tempi, da vecchio
soldato, quello che gli era passato per la mente di fare.

Nella camera di Raimondo, frattanto, dopo aver liberata
la povera signora dalle sue vesti inzuppate, il medico
[pg!324]
faceva le sue esplorazioni. La ferita del capo non
pareva che dovesse essere gravissima; la capigliatura
abbondante aveva ammorzata la violenza del colpo; forse
anche era da credere che, cadendo col capo all'ingiù, la
vetta del cranio fosse scivolata per sua fortuna sulla
testa tondeggiante d'un palo. La giacente, per altro, non
era rinvenuta ancora; poteva temersi d'una commozione
cerebrale, come anche d'una commozione viscerale; onde
il medico prudente non si arrischiava di dare un responso.
Ma a poco a poco, frizioni ed aspersioni recarono
frutto; l'inferma incominciava a riaversi, dandone segno
con un rammarichio sommesso, e poscia con gemiti. Sopraggiunse
indi a poco il medico di casa, e si unì tosto
colla esperienza dell'arte sua alla operosità del primo
venuto, approvando, anzi, tutto ciò che aveva incominciato
a fare il collega. E non adulava per convenienza
professionale, il dottore Del Vago; quel collega trovato
per caso era veramente dei buoni.

Eccellenti ambedue; ma il povero Raimondo era disperato,
vedendoli ambedue così pieni di ansietà e così
reluttanti a dargli speranze, a dirgli almeno ciò che
pensavano. E fece un gesto di rabbiosa impazienza, quando
vennero a dirgli che un signore, capitato allora, chiedeva
di parlare con lui.

— Chi è! che cosa vuole?

— Uno della questura; — rispose il servo. — E pare,
a giudicarlo dall'aspetto, un pezzo grosso.

— Ditegli che non sono in istato di ricevere. Abbia
compassione; ripassi domani.

— Se mi permette.... — entrò a dire Giovanni. — Lo
[pg!325]
faccia passare. Sarà venuto per sapere come è avvenuta
la disgrazia. Gliela spiego io.

— Ma.... che cosa vorresti spiegare?... — disse Raimondo,
turbato.

— Mi lasci fare, signor padrone; si fidi di me. — Raimondo
lo lasciò fare, e lo seguì in anticamera, dove
riconobbe il visitatore. Pel bisogno di prendere informazioni
bastava un delegato; trattandosi della famiglia
Zuliani era venuto il signor questore in persona. Raimondo
lo accolse come meglio potè; ma non sapeva che
dirgli, tanto era sconvolto. Venne uno dei dottori, e sommariamente
descrisse all'egregio ufficiale lo stato dell'inferma;
la quale era ritornata in sè, finalmente, lasciando
loro aprir l'animo ad un fil di speranza; filo
leggero, per altro, ancor troppo leggero.

Il signor questore si profuse in condoglianze, com'era
il caso davvero. Ma come era andato il fatto doloroso?
La domanda era naturalissima; nè egli, nè altri in quell'ora
e in quella condizione poteva astenersi dal farla.

Gli spiegò il buon servo Giovanni ogni cosa, conducendo
il degno personaggio, insieme col signor Raimondo,
nella camera della signora, e di là fino alla soglia del
terrazzino.

— Badi, illustrissimo; — gli disse, trattenendolo a quel
punto; — non si affacci, per carità. Vede che cos'è stato? —

Il terrazzino reggeva ancora dal piede e dai fianchi;
ma il parapetto era andato.

— Vedo, vedo; — disse il signor questore, ritraendosi. — La
povera signora s'è appoggiata al davanzale;
il parapetto ha ceduto....

[pg!326]
— Proprio così, com'Ella saviamente osserva; — soggiunse
quell'altro. — La signora aveva l'uso ogni sera
di affacciarsi di lì, guardando sul Canale, mentre faceva
prender aria alla camera. Maledette anticaglie! L'ho
sempre detto, io, che un giorno o l'altro questi parapetti
avrebbero fatto qualche brutto scherzo. Dio sa da quanto
tempo le staffe di ferro si erano corrose, e i pezzi di
marmo stavano ritti per miracolo. —

Il parapetto parlava chiaro: diceva nella sua medesima
assenza come fosse andata la cosa. E il signor questore,
rinnovate le sue condoglianze, si accomiatò dal signor
Zuliani, esortandolo ad esser forte, a sperare.

Prima di seguitare il dottore, che già si era mosso per
ritornare presso l'inferma, Raimondo andò verso il suo
servitore che stava chiudendo le imposte della finestra
malaugurata.

— Che è ciò? — gli chiese, accennando il terrazzino. —

Giovanni diede anzitutto una guardata sospettosa intorno,
poi ammiccò al padrone, mostrandogli le sue braccia
nerborute, e facendo l'atto di scrollare davanti a sè
qualche cosa.

— La gente non avrà da malignare; — disse egli poscia,
a mo' di commento.

Il signor Zuliani capì, e gli strinse la mano. In tutt'altra
occasione gli avrebbe battuta la palma sulla spalla
chiamandolo “Paron Nane„. Ma non era quello il momento.

Capitò in quel mezzo il signor Brizzi, ed ebbe, insieme
con le altre, la notizia del parapetto caduto. Ci credette
[pg!327]
egli, che sapeva già tante cose di quelle due tristi giornate?
Sì e no; ma pensando da uomo accorto che non
fosse savio nè utile scandagliare il fondo delle cose.

Egli, prima di accorrere presso il suo principale, aveva
avvertiti i signori Cantelli, che gli erano più vicini, e
che certamente, trattandosi d'una sventura come quella,
così grave per il signor Zuliani, non dovevano essere
lasciati in disparte.

Quando il signor Anselmo e Margherita giunsero al
palazzo Orseolo, i due dottori erano ancora presso l'inferma;
sicuri oramai che la commozione cerebrale si dovesse
escludere; non altrettanto sicuri quanto alla commozione
viscerale. E l'uno e l'altro, ad ogni modo, avrebbero
passata la notte in casa Zuliani.

Raimondo vide i due ultimi visitatori, a lui tanto cari.
Gittò le braccia al collo del signor Anselmo e diede in
un pianto dirotto.

— Coraggio! — gli disse Margherita, anche essa più
morta che viva!

Coraggio! Il povero Zuliani non sapeva più che cosa
fosse oramai.

— Ah! — mormorò egli, oppresso, sfinito dall'angoscia. — Il
mio cuore è spezzato. —

[pg!328]


.. toc-entry:: XX. Lontano, lontano!

XX.
===

Lontano, lontano!
-----------------


No, non era spezzato; era colmo, rigurgitante di amore;
di un amore sepolto, compresso, che risorgeva più violento
di prima. Ebbro di amore e di dolore, Raimondo
Zuliani stette per molti giorni sospeso tra morte e vita,
perchè tra morte e vita si dibatteva quella povera carne
sofferente. Quando ella incominciò a riaversi, a riprender
conoscenza del mondo circostante, vide Raimondo al suo
capezzale. Stette cogli occhi lungamente immoti, involgendolo
d'uno sguardo intenso; poi richiuse le palpebre
mentre le guance si tingevano d'un lieve rossore.

— Perchè non lasciarmi morire? — diss'ella, con un
filo di voce.

— No, no, non voglio che tu parli così; — proruppe
Raimondo, con accento di tenerezza, chinando il volto
su lei, fino o toccarle con le labbra la fronte. — È necessario
che tu viva, m'intendi? è necessario. La mamma
se tu la vedessi, com'è rimasta abbattuta!... La mamma....
ti perdonerà. —

[pg!329]
Raimondo non parlava di sè; egli aveva già perdonato
fin dalla sera fatale; o, per dire più veramente, un'altra
esistenza era incominciata in lui, come in lei, rinnovandoli
entrambi. La signora Adriana, lontana in quell'ora
dal letto dell'inferma, aveva ben veduto il mutamento
del suo Raimondo: lo aveva veduto, e compativa e taceva.
Un po' debole d'animo, il suo caro figliuolo! Così
poteva giudicarlo altri, non lei. E forse era tale; ma
per contro era forte la passione riaccesa nel suo cuore
dall'ultimo addio e dall'atto disperato di Livia.

Di vincere la signora Adriana si prese cura la signorina
Margherita, che da più giorni incalzava Raimondo
con sempre nuovi argomenti, vedendo omai la probabilità
di far breccia. E come trepidò egli, aspettando da Margherita
la risposta di sua madre! E come si sentì sollevato,
quando Margherita venne a dirgli che la signora
Adriana intendeva tutto, e di gran cuore avrebbe perdonato
alla nuora!

— La mamma perdona? — gridò egli, raggiante di
allegrezza. — A questo patto soltanto io potevo accettare
di vivere. —

Margherita abbracciò quell'uomo, che mai come allora
si sarebbe potuto chiamare il buon genio di lei, l'arbitro
del suo destino, l'autore della sua felicità.

— Ella rende la vita anche a me; — diceva ella al
signor Zuliani; — e la rende ad un poveretto, che non
le sarebbe sopravvissuto davvero!

— Lo crede?

— Ne sono certissima. Glielo dimostri la mia gratitudine. —

[pg!330]
Raimondo stette un istante pensoso.

— Mi resta un dubbio; — diss'egli. — E non lo esprimo
già per chiedere a Lei una parola che consoli il mio amor
proprio. Non ne ho più, di questo, nè d'altri sentimenti
egualmente miseri e sciocchi. Ma penso che avevamo
giuocate le nostre vite, e che se fosse stato egli il perdente,
si sarebbe ucciso senza fallo.

— Sì, per l'intenzione non c'è dubbio; — rispose prontamente
Margherita; — ma nel fatto, egli non avrebbe
potuto.

— Perchè?

— Perchè Lei, generoso, non glielo avrebbe permesso.

— Vero; — concesse Raimondo. — Ma si sarebbe egli
arreso?

— Sicuramente; e per due ragioni. Guardi come son
ricca, al suo paragone! — replicò Margherita, ridendo. — La
prima è questa, ch'egli si sarebbe arreso.... per me.
La seconda è quest'altra, che egli sentiva di esserle
schiavo e non avrebbe potuto ricusarsi alla sua volontà.
Le paiono convincenti? Credo di sì. Vuole assicurarsi
che son sue, e non mie? Lo mandi a chiamare; io tacerò
ed Ella le udrà ripetere punto per punto da lui.

— No, no, non occorre; debbo credere a Lei; — rispose
Raimondo. — E faccia ognuno la sua strada; — soggiunse,
precorrendo colla difesa un altro assalto, di
cui sentiva già la minaccia in aria; — e gli dica, quando
lo vedrà.... che gli ho perdonato. —

Ma la vita di Raimondo Zuliani, rinnovata per l'amore,
era finita per le consuetudini antiche.

Risanata la sua Livia, il signor Zuliani rimase a Venezia
[pg!331]
un mese ancora; il tempo necessario per fare con
lei qualche apparizione agli usati ritrovi, seccandosi alle
condoglianze, seccandosi alle congratulazioni, non vedendo
l'ora di sottrarsi alle une ed alle altre. Non meno
di lui n'era seccata la signora; ma forse, per quelle medesime
ragioni di prudenza che avevano mosso Raimondo
in tutto il corso di quel dramma domestico, non poteva
dispiacerle troppo di farsi vedere alla gente, rifiorita di
salute e di bellezza, lieta e sorridente, tra un marito
sempre devoto ed una suocera apertamente amorevole.
Per quelle stesse ragioni fece buon viso alla contessa
Galier, troppo tenera amica, che omai vedeva volentieri
come il fumo negli occhi; e senza uno sforzo così grande
che per verità non era il caso, trattandosi di gentili cavalieri,
accolse per due o tre mercoledì alla fila i Lunardi,
i Gregoretti, i Ruggeri, i Telemachi, i maestri di
musica, tutta la sua piccola corte, a cui fece perfino la
grazia di mostrarsi una sera a teatro tutta sfavillante
di gioia e di gioie, con quel suo diadema della farfalla
adamantina che sfuggiva alle fauci del serpe insidioso,
tutto smeraldi, crisòliti e rubini.

Pochi giorni dopo quella comparsa trionfale, la bella
signora Zuliani spariva. Moglie e marito partivano da
Venezia, per fare un viaggetto a Parigi, a Londra, e
fors'anco altrove, se non si fossero seccati. Ma non si
erano seccati di certo, perchè il viaggetto durò mesi parecchi,
e le garrule Procuratie ebbero tempo a dimenticarsi
dei due viaggiatori. I quali posarono finalmente,
ma per istabilirsi lontano, chi disse in Isvizzera, chi sul
lago di Como, chi in Liguria, chi perfino a Madera, e
[pg!332]
naturalmente per consiglio dei medici; savio consiglio,
giustificato abbastanza da una complessione troppo delicata,
e dalla scossa troppo violenta di un caso disgraziato,
che tutti dovevano ricordar per un pezzo.

Caso disgraziato, davvero, e non effetto di un disperato
proposito. Così fu creduto da tutti, poichè con la
sua stessa rovina parlava il parapetto di un terrazzino
sul Canal Grande. Una trovata veramente felice era stata
quella di “Paron Nane„. Ed era stata anche una buona
azione; perciò rimase ignorata. Se si fosse risaputa, di
sicuro gli archeologi l'avrebbero dichiarata cattiva. Che
si canzona? Mandare in pezzi quel gentil parapetto dai
tre pilastrini istoriati, dai due rosoni traforati con tanta
maestria di scalpello elegante! Quel terrazzino era un
capolavoro di scultura quattrocentesca, innestato sopra
un'architettura di tre secoli più antica. Per verità, restavano
ancora i suoi gemelli delle altre finestre; e non
sarebbero mancati, alla più trista, i suoi somiglianti
sulla facciata di un altro edifizio, che era il palazzo Contarini
Fasan, manifestamente adornato dall'ingegno di
un medesimo artefice. Ma non era quella una buona ragione
per consolarsi della rovina di quel prezioso cimelio.
Casca oggi, casca domani, il bello, il vero bello, che è
solamente l'antico, se ne va a pezzettini, e ci siam visti.

Un'altra rovina, mezza, se non intiera, fu quella del
banco Zuliani, che, per l'assenza prolungata del suo titolare,
fu costretto a restringere di molto la cerchia delle
sue operazioni.

Era rimasto alle mani dell'ottimo signor Brizzi; finalmente
prese nome da lui, e vive ancora di vita modesta
[pg!333]
ma sicura, se non gloriosa, non abbandonato del tutto
dai capitali del signor Raimondo Zuliani, nè dalla benevolenza
del banco Cantelli.

Anche la signorina Margherita aveva lasciato presto
Venezia, poichè il governo, predestinato a non indovinarne
mai una, non aveva esauditi i fervidissimi voti
della signora Eleonora, e la corvetta, armata di tutto
punto, era partita proprio sul finir di gennaio, portandosi
via lo sposo Federigo e il suo vistoso corredo per
ogni clima e per ogni temperatura del globo. Filippo Aldini
aveva naturalmente seguiti i signori Cantelli a Milano;
un mese dopo. Margherita Cantelli diventava la
contessa Margherita Aldini.

È felice, ora, interamente felice col suo Filippo, e passa
la maggior parte dell'anno nella quiete desiderata di
Parma. Babbo e mamma non tralasciano occasioni per
andare da lei e far visite lunghe; ed ella e Filippo fanno
spesso le loro corse a Milano, segnatamente d'inverno,
quando è più intensa la vita dei teatri, e le prime rappresentazioni
della Scala attraggono l'artistica curiosità
della giovine e bella contessa. Ma essa ai teatri non vuole
andare senza Filippo; Filippo ha da esserle sempre al
fianco. Ne è forse gelosa? No, tanto è sicura di lui; ma
trova piacevole al sommo tenerselo vicino, averlo così
*digne et in æternum* marito ed amante; e se la cosa
fa scandalo, perchè fuori di moda, a lei non importa. La
moda, in questa materia delicata, se la fa lei; non la
impone a nessuno, e non si lascia imporre quella degli
altri. Ma ne è così lieto il suo Filippo! il suo Filippo,
che è perfino arrivato al punto di amar la musica teatrale,
[pg!334]
l'assordante, l'indigesta, la noiosa, e quant'altre
varietà se ne spacciano sul mercato dei suoni.

La contessa aspetta ora il fratello, che in tre anni di
assenza dovrebbe aver finito il suo giro del globo. Lo
aspetta a Parma, naturalmente, e nell'antico palazzo degli
Aldini, che Filippo ha ricomprato e rinnovato. Così potesse
lei comprar Torrechiara, per farci una serie di restauri,
degni di Pier Maria De' Bossi, e di Bianca Pellegrini
d'Arluno! Ma già più volte è andata lassù, oltre
Langhirano, a visitare la ròcca, intrattenendosi lungamente
nella camera d'oro, davanti a quelle file di cuori
fiammanti accoppiati, cerchiati di tre corone d'oro per
coppia, e accostati dalle due chiare leggende latine dei
due nobili amanti del Quattrocento.

Ed anche più volte, risalendo il corso della Parma, la
cara donna ha visitato il bosco di Corniglio, tutto castagni
secolari, che con le lunghe braccia distese danno
benedizione di ombra e di pace ad una tacita casa d'antichi;
poi quella conca di smeraldo che è la fresca valletta
dei Lagadelli, degno soggiorno a poeti, forse più
degno a filosofi; donde, per un sentiero sassoso tra i
faggi lucenti, s'è inerpicata alla dolce solitudine del Lago
Santo, custodita da vigili scolte di abeti; e più su, con
breve e facile ascesa tra cespi di baccole, fino alla vetta
prominente dell'Orsaro.

— Bel nome, quello! Fiero quest'altro, e mi piace egualmente! — diss'ella
un giorno lassù. Da questa pace sublime
luccica a noi qualche cenno di umano consorzio;
ma lontano, per buona sorte, lontano, lontano; e qui le
anime si ritemprano, e i cuori amano meglio. Ci hai pensato
[pg!335]
mai, Lippo? Si è scesi un po' tutti, a prima o dopo,
dai monti, per dirozzarci al piano, per educarci, e, se Dio
vuole, per intendere il bello. Ma poi, chi più intende il
bello e il brutto, e soprattutto il mediocre della vita di
laggiù, si ritira passo passo, ritorna alle origini, si rifugia
sui monti.

— Hai ragione; e ci vive; — rispose Filippo. — Ma
per viverci, e sentirsi vivere, ci vuol Margherita.... l'intelligenza,
la bontà, la bellezza e la grazia. —

|
|

.. class:: center

   | :small-caps:`Fine`.

----

.. clearpage::

.. class:: center

| OPERE di A. G. BARRILI.

   .. class:: small

   | *Capitan Dodéro* (1865). 12.ª ediz. L. 1  —
   | *Santa Cecilia* (1866). 10.ª ediz. L. 1  —
   | *Il libro nero* (1868). 4.ª ediz. L. 2  —
   | *I Rossi e i Neri* (1870). 5.ª ediz. (2 vol.) L. 2  —
   | *Le confessioni di Fra Gualberto* (1873). 13.ª ediz. L. 1  —
   | *Val d'olivi* (1873). 18.ª edizione L. 1  —
   | *Semiramide*, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz. L. 1  —
   | *La notte del commendatore* (1875). 2.ª ediz. L. 4  —
   | *Castel Gavone* (1875). 10.ª ediz. L. 1  —
   | *Come un sogno* (1875). 23.ª ediz. L. 1  —
   | *Cuor di ferro e cuor d'oro* (1877). 18.ª ediz. (2 vol.) L. 2  —
   | *Tizio Caio Sempronio* (1877). 2.ª ediz. L. 3 50
   | *L'olmo e l'edera* (1877). 18.ª ediz. L. 1  —
   | *Diana degli Embriaci* (1877). 2.ª ediz. L. 3  —
   | *La conquista d'Alessandro* (1879). 2.ª ediz. L. 4  —
   | *Il tesoro di Golconda* (1879). 12.ª ediz. L. 1  —
   | *Il merlo bianco* (1879). 2.ª ediz. L. 3 50
   | — Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. L. 5  —
   | *La donna di picche* (1880). 6.ª ediz. L. 1  —
   | *L'undecimo comandamento* (1881). 10.ª ediz. L. 1  —
   | *Il ritratto del Diavolo* (1882). 3.ª ediz. L. 3  —
   | *Il biancospino* (1882). 9.ª ediz. L. 1  —
   | *L'anello di Salomone* (1883). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *O tutto o nulla* (1883). 2.ª ediz. L. 3 50
   | *Fior di Mughetto* (1883). 4.ª ediz. L. 3 50
   | *Dalla Rupe* (1884). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *Il conte Rosso* (1884). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *Amori alla macchia* (1884). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *Monsù Tomè* (1885). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *Il lettore della principessa* (1885). 3.ª ediz. L. 4  —
   | — Edizione illustrata (1891) L. 5  —
   | *Victor Hugo*, discorso (1885) L. 2 50
   | *Casa Polidori* (1886). 2.ª ediz. L. 4  —
   | *La Montanara* (1886). 7.ª ediz. L. 2  —
   | — Edizione illustrata (1893) L. 5  —
   | *Uomini e bestie* (1886). 2.ª ediz. L. 3 50
   | *Arrigo il Savio* (1886). 2.ª ediz. L. 3 50
   | *La spada di fuoco* (1887). 2.ª ediz. L. 4  —
   | *Il giudizio di Dio* (1887) L. 4  —
   | *Il Dantino* (1888). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *La signora Àutari* (1888). 3.ª ediz. L. 3 50
   | *La Sirena* (1889) 5.ª ediz. L. 1  —
   | *Scudi e corone* (1890). 2.ª ediz. L. 4  —
   | *Amori antichi* (1890). 2.ª ediz. L. 4  —
   | *Rosa di Gerico* (1891). 3.ª ediz. L. 1  —
   | *La bella Graziana* (1892). 2.ª ediz. L. 3 50
   | — Edizione illustrata (1893) L. 3 50
   | *Le due Beatrici* (1892). 5.ª ediz. L. 1  —
   | *Terra Vergine* (1892). 5.ª ediz. L. 1  —
   | *I figli del cielo* (1893) 5.ª ediz. L. 1  —
   | *La Castellana* (1894). 2.ª ediz. L. 3 50
   | *Fior d'oro* (1895). 4.ª ediz. L. 1  —
   | *Il Prato Maledetto* (1895) L. 3 50
   | *Galatea* (1896). 4.ª ediz. L. 1  —
   | *Diamante nero* (1897). 3.ª ediz. L. 1  —
   | *Sorrisi di gioventù* (1898). 2.ª ediz. L. 3  —
   | *Raggio di Dio* (1899). 2.ª ediz. L. 1  —
   | *Il Ponte del Paradiso* (1904) L. 3 50
   | *Lutezia* (1878). 2.ª ediz. L. 2  —
   | *Con Garibaldi, alle porte di Roma*, ricordi (1895) L. 4  —
   | *Zio Cesare*, commedia in cinque atti (1888) L. 1 20

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.. class:: center small

   | Prezzo del presente volume: Lire 3,50.
   |
   | **RECENTISSIME PUBBLICAZIONI**

..

   .. class:: small

   **La figlia di Iorio**, tragedia pastorale di **GABRIELE**
   **D'ANNUNZIO**. Edizione legata in
   pelle, stile Cinquecento, con taglio dorato in testa ed elegante
   busta per conservare il volume. L. 10 —.
   Della edizione non legata, in carta vergata, ornata da A. de Karolis,
   è uscito l'**11.º migliaio**. L. 4 —

   .. class:: small

   **Grandezza e decadenza di Roma**,
   di **GUGLIELMO FERRERO**.

   .. class:: small

   Vol III. **Da Cesare ad Augusto**. In-16 di 608 pagine. L. 5 —

   .. class:: small

   Vol. I. **La conquista dell'Impero**. In-16 di 504 pag. L. 5 —

   .. class:: small

   Vol. II. **Giulio Cesare**. In-16 di 570 pagine. L. 5 —

   .. class:: small

   **Maternità**, nuove poesie di **ADA NEGRI**. In formato bijou
   su carta di lusso. **5.º migliaio**. L. 4 —

   .. class:: small

   **Anna Perenna**, novelle di **ANTONIO BELTRAMELLI**. L. 3 50

   .. class:: small

   **L'Anima Nova** (*Idealità e aspirazioni odierne*),
   di **GUSTAVO SEMMOLA**. L. 3 50

   .. class:: small

   **Il più lungo scandalo del secolo XIX** (*Carolina di*
   *Brunswick principessa di Galles*), di **GRAZIANO PAOLO**
   **CLERICI**. 420 pag. con documenti inediti ed illustraz. L. 5 —

   .. class:: small

   **Linneo — Darwin — Agassiz nella vita intima**
   di **PAOLO LIOY**. — Con ritratti ed illustrazioni. L. 3 —

   .. class:: small

   **Il Paese delle Stravaganze** — *Associazioni straordinarie Anglo-Sassoni* — di
   **ACHILLE TANFANI**. Un vol. in-16 di 350 pagine. L. 3 50

   .. class:: small

   **Osservazioni di un Musicista Nord-Americano**,
   di **LUIGI LOMBARD**. L. 2 50

   .. class:: small

   **Le Malattie della Volontà**, di **TOMMASO RIBOT**. Traduzione autorizzata
   di :small-caps:`Sofia Behr.` L. 2 —

   .. class:: small

   **L'Estremo Oriente e le sue lotte**, di **ENRICO CATELLANI**.
   Un volume in-16 di 490 pagine, con 6 carte geografiche. L. 5 —

   .. class:: small

   **L'Akasuki davanti a Port-Arthur**. *Dal giornale di guerra del*
   *suo Comandante il* **Capitano NURITAKA**. L. 1 —

----

.. class:: center small

| Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (balia/balìa, bavero/bàvero, ròcche/rôcche e simili),
   correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati
   corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

      | 23 — invecchiare con esse le `famiglie`_ [famimiglie]
      | 65 — dalla semenza di Adamo, e `Preadamitici`_ [Preadamatici]
      | 70 — Filippo `si lasciava`_ [ci lasciava] trascinare
      | 130 — sarebbe sempre nerissima `agli`_ [egli] occhi
      | 211 — sarebbe stato un `sollievo`_ [sollevo]
      | 257 — era `molto`_ [molte] felice in quell'ora
      | 266 — a lui sarebbe `per`_ [pur] troppe ragioni mancato
      | 305 — mancherebbe altro `che`_ [che che] ci andassi

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PONTE DEL PARADISO \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
=============================

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.. _Project Gutenberg License:

The Full Project Gutenberg License
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``````````````````````````````````````````````````````````````

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Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

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Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


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